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«Pensi di essere integrato?» chiedo ad Ali Madad. «Che cosa vuole dire integrato?» mi risponde. La sua domanda non è dovuta a incomprensioni linguistiche, siccome Ali in soli tre anni ha imparato il francese meglio di me, che lo pratico da quasi cinque. «L’integrazione è quando un individuo s’inserisce all’interno di una collettività adattandosi ai suoi standard» provo a spiegargli. «Allora non sono integrato, perché non ho cambiato la mia religione». Sorrido. In effetti, la mia era una domanda stupida, così come il concetto d’integrazione in sé, un’ennesima etichetta priva di significato, un termine ideologico utilizzato per legittimare lo stereotipo del diverso.
Dall’Afganistan al Pakistan
I suoi occhi scuri e stretti ricordano l’Asia orientale, eppure Ali è afgano, sebbene sia nato e cresciuto a Quetta (Pakistan). Questa è una caratteristica tipica dal suo popolo, gli Hazara, quale si narra discendere da Gengis Khan. Da secoli la loro eredità genetica e il credo religioso -lo sciismo piuttosto che il sunnismo- fanno da pretesto ai Talebani per perseguitarli, torturarli e ammazzarli. Ecco perché Ali è dovuto scappare in Pakistan, dove però non ha mai trovato rifugio. «In Pakistan vivevo illegalmente, non potevo guidare, avere una casa o un lavoro» e come se non bastasse era ancora perseguitato da gang religiose. «A 16 anni ho quindi deciso di partire».
Dal Pakistan alla Svizzera
Sul suo viaggio non ci soffermiamo. Mi racconta solo che alla partenza la destinazione era sconosciuta, la volontà di una vita migliore era la sua bussola. «Ho sentito parlare della Svizzera in Turchia. Mi dissero che qui avrei trovato lavoro e ospitalità». Stregato da questi racconti, Ali è riuscito a entrare in Svizzera come minore non accompagnato. È stato inizialmente ospitato nel Foyer di Kruezlingen e poi trasferito a Friborgo, dove tuttora vive.
Per un anno ha dovuto seguire i corsi d’integrazione a l’EPAI di Friborgo, dove ha imparato il francese, praticato un po’ d’informatica e acquisito qualche nozione di matematica. Da poco ha anche ottenuto il permesso F (per stranieri ammessi provvisoriamente) ed è alla ricerca di un lavoro.
Sono molti gli aspetti che Ali apprezza della Svizzera. «Dove sono cresciuto è proibito parlare in pubblico con le ragazze» ammette, creando una certa atmosfera d’illegalità attorno alla nostra intervista. «In Pakistan facevo il sarto, ogni vestito che indossavo lo cucivo io» mi racconta. Rimango sbalordita «io a malapena so attaccare un bottone» gli confesso. Ciò che ha sorpreso lui è stato invece trovare tutto pronto «basta entrare in un centro commerciale e si ha qualsiasi cosa».
Nonostante ciò, «non è interamente come mi avevano detto» mi chiarisce. Il suo viso s’incupisce. «Quando aspetto il bus vicino al Foyer, spesso il conducente non apre le porte e una volta salito la gente mi osserva in malo modo». Inoltre «mentre cammino per strada sento spesso gridare dalle macchine cose cattive». Ali per questo si tormenta e si sente sbagliato giustificandosi dicendomi «io sono venuto qui perché nel mio paese mi avrebbero ucciso».
Per finire chiedo ad Ali cosa risponde a chi lo accusa di essere ‘mantenuto per non fare niente’. «Un giorno ridarò ogni cosa, l’assistenza la ripaghiamo tutti» è la sua risposta. Io ad Ali credo, soprattutto quando, mentre usciamo dal bar in cui ci siamo incontrati, prende con timore una piccola chips dal banco degli aperitivi e, per quanto possibile, la divide in due. Una per lui e una per me: ‘condivido ciò che ho’ sembrava volermi dirmi.
Cittadino del mondo
Ali Madad sogna di trovare un lavoro, comprarsi una casa e avere una macchina. Il suo sogno è uguale a quello di molti. Sembra però che i suoi desideri abbiano meno diritto di realizzarsi in quanto, dopo 18 anni, non è ancora riuscito a ottenere un pezzo di carta che attesti la sua identità.
Probabilmente Ali non sa che la lotta svizzera è il nostro sport nazionale, come non lo sapevo nemmeno io. Eppure nessuno ha ancora detto ad Ali che è integrato quanto me, anche se crede in Allah, ha gli occhi a mandorla e non ha potuto crescere libero. In fondo siamo cittadini di questo mondo semplicemente perché siamo esseri umani.