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La sfida degli aiuti umanitari internazionali - richiesti dall'oppositore Juan Guaidò ma respinti dal presidente Nicolas Maduro, secondo il quale spianerebbero la strada a un intervento militare - è ormai al centro della crisi venezuelana, a meno di 10 giorni dalla data fissata da Guaidò per l'annunciata operazione di raccolta di cibo e medicine ai confini del Paese. Il governo in carica ha rafforzato i posti di blocco, ma gli indigeni dell'Amazzonia venezuelana hanno trovato il modo per aggirarli.
Oggi l'ex governatore di Amazonas, Liberio Guarulla, indigeno baniwa, ha annunciato su Twitter che gli aiuti internazionali stanno cominciando ad entrare, scortati da indigeni che li trasportano nelle loro imbarcazioni attraverso i fiumi Guainia, Orinoco e Atabapo. "Lasciate gli alimenti e le medicine sul confine, che noi li faremo arrivare ai nostri fratelli indigeni e 'criollos' che più ne hanno bisogno", ha scritto Guarulla, aggiungendo che "non ci lasceremo morire a causa di un governo che ci nega il cibo, le medicine e la benzina".
Sul ponte de Las Tienditas, alla frontiera fra Colombia e Venezuela, il governo di Caracas ha installato nuovi posti di blocco per impedire il passaggio degli aiuti. Maduro, che li considera inutili negando l'esistenza di una crisi umanitaria nel suo Paese, ha accusato Donald Trump di voler "trasformare il Venezuela in un Paese di mendicanti". "Ma perché non aiuta piuttosto i 40 milioni di poveri che ci sono negli Stati Uniti, tutta gente che non ha casa, istruzione, lavoro e assistenza sanitaria?", si chiede il presidente venezuelano.
A Washington, nel frattempo, si è svolta una conferenza internazionale sugli aiuti al Venezuela, convocata da Guaidò nella sede dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), e durante la quale i partecipanti hanno annunciato contributi in cibo e medicine per 100 milioni di dollari. Erano presenti all'appuntamento 60 delegazioni di tutto il mondo - governi, organizzazioni multilaterali ed enti privati - e rappresentanti di Usa, Brasile, Colombia, Panama, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Canada, Argentina e Taiwan.
José Manuel Olivares, deputato oppositore in esilio e medico oncologo, ha tracciato un quadro tragico della situazione nel suo Paese: "più di 40 mila venezuelani che soffrono di cancro non possono ricevere trattamenti, decine di migliaia di pazienti con Hiv non dispongono di retrovirali, manca oltre il 90% delle medicine necessarie per i casi di Parkinson, l'86% di antibiotici e il 60% delle sale operatorie non funziona", ha detto.
Un altro fronte internazionale si è aperto invece alle Nazioni Unite, dove il ministro degli Esteri venezuelano, Jorge Arreaza, ha annunciato la creazione di un gruppo di Paesi che si mobiliteranno per "difendere la sovranità, il diritto internazionale e i diritti umani", affiancato dagli ambasciatori di Russia, Siria, Cina, Cuba, Bolivia, Nicaragua, Iran, Nord Corea e Palestina.
Circa l'eventuale ingresso degli aiuti il 23 febbraio, Arreaza ha risposto che "difenderemo ogni millimetro del territorio, nel caso di operazioni da noi non condivise".