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Uova: mangiarle ogni giorno fa malissimo
Gli esperti di nutrizione consigliano di consumare questi derivati animali con la massima moderazione.
Alla coque, strapazzate, sode o cucinate come più ci piacciono, le uova non sono esattamente il superfood di scelta dei nutrizionisti. Al contrario, mangiarne meno possibile è il più recente dei consigli degli esperti. Un team di ricerca dell’Università di Massachusetts Lowell, Stati Uniti, ha analizzato le abitudini alimentari (e non) di circa 30mila individui adulti in diversi Stati americani per un arco di tempo pari a 31 anni.
Secondo i risultati, il consumo di uova può aumentare il livello di colesterolo causando un pericoloso incremento del rischio di malattie cardiovascolari e, nei casi peggiori, di morte.
«Questo studio è molto significativo perché prende in considerazione vari fattori modello, come la qualità dell’alimentazione», ha spiegato la coautrice dello studio Katherine Tucker, esperta di biomedicina e scienze della nutrizione. «Anche per le persone che seguono una dieta sana, l’effetto dannoso di un elevato apporto di uova e colesterolo si è rivelato consistente».
Un uovo solo è dannoso quanto una bistecca
Nello specifico, i ricercatori hanno osservato che per ogni 300 milligrammi di colesterolo extra, consumati su una base (raccomandata) di 300 milligrammi al giorno, vi era un aumento del 17% del rischio di contrarre una malattia cardiovascolare e del 18% di morire prematuramente.
Ogni uovo (di regolari dimensioni) contiene quasi 200 milligrammi di colesterolo, circa la stessa quantità contenuta in una bistecca da 250 grammi. Altri cibi che contengono un elevato livello di colesterolo sono le carni rosse e le carni trattate, come le salsicce e i salumi, i formaggi e gli altri prodotti latticini dall’alto contenuto di grassi.
Un consumo moderato
«Mangiare qualche uovo alla settimana è ragionevole», continua la dottoressa Tucker. «Ma io eviterei di consumare tre omelette al giorno. Alla base di una buona nutrizione vi sono sempre moderazione ed equilibrio».
La ricerca è stata pubblicata nella rivista scientifica Journal of the American Medical Association.Tornare alla home page