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Ricordiamoci: nel 1970, i paesi industrializzati s’impegnavano nell’ambito dell’ONU ad investire più mezzi nell’aiuto allo sviluppo, ossia lo 0,7 percento del loro PNL. Con qualche rara eccezione, queste promesse non sono state mantenute. Oltre alla questione (quantitativa) degli importi, la questione (qualitativa), del «come» dell’aiuto allo sviluppo è stata aspramente dibattuta in questi ultimi anni.
Nel 2011 la Global Partnership for Effective Development Cooperation (GPEDC) ha preso avvio a Busan, in Corea del Sud. Prima di questa, l’efficacia della cooperazione allo sviluppo veniva discussa in seno ai «Forum di alto livello» del Comitato di aiuto allo sviluppo (CAS) dell’OCSE. La GPEDC è una piattaforma comune del CAS-OCSE e dell’ONU, che integra altri attori della cooperazione allo sviluppo come il settore privato e le fondazioni caritative. A Busan è stata principalmente criticata la forma tradizionale di «aiuto» allo sviluppo. Secondo i principi della Dichiarazione di Parigi sull’efficacia dell’aiuto, adottata nel 2005, i paesi donatori e le istituzioni dovrebbero coordinarsi meglio, definire le loro azioni in linea con i piani di sviluppo dei paesi beneficiari e rinunciare ad ogni forma di aiuto vincolato.
Con l’adozione dell’Agenda 2030 di sviluppo sostenibile, la comunità internazionale si è data nell’autunno scorso, un nuovo quadro di riferimento universale, che concerne anche le politiche condotte a livello nazionale nei paesi del Nord che devono evolvere in una direzione di sostenibilità.
La cooperazione allo sviluppo resta ad ogni modo uno strumento importante per sostenere in particolare i paesi più poveri. La questione dell’efficacia dell’aiuto resta quindi attuale.
A fine novembre, la comunità internazionale si è ritrovata a Nairobi nell’ambito del GPEDC. Al centro delle discussioni si trovava il tipo di aiuto allo sviluppo più efficace per permettere l’applicazione degli obiettivi dell’Agenda 2030. Tuttavia, la volontà di contribuire a questo dibattito è diminuita. Nei paesi del Nord sta riapparendo la tendenza alla strumentalizzazione dell’aiuto in vista di raggiungere obiettivi di politica migratoria e di politica estera, mentre nei paesi del Sud, i regimi autoritari hanno poco interesse ad integrare la società civile.
Invece, è essenziale proseguire il dibattito sull’efficacia dell’aiuto, nel contesto dell’Agenda 2030. In effetti, la questione del coordinamento tra i numerosi attori resta centrale, così come la partecipazione attiva delle comunità locali, per evitare una messa sotto tutela da parte delle fondazioni caritative, del settore privato o delle ONG internazionali e di garantire il migliore uso possibile delle risorse terribilmente limitate. In ogni caso, si dovrà attendere diversi anni prima di sapere se la GPEDC, in quanto piattaforma formata da molti attori, sarà capace di svolgere un ruolo sostanziale su queste questioni.
Traduzione Sonia Stephan, pubblicato sul Giornale del Popolo, 5.1.2017