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Moderno sommerso
Che cosa ci affascina di più dell'architettura, la sua reale condizione o la sua immagine idealizzata? Le fotografie di due capolavori del Novecento invasi dall'acqua stimolano un pensiero sulla tensione esistente tra la fragilità dell'oggetto architettonico e la solidità del relativo mito, così come canonizzato in decenni di storia. La prima raffigura una situazione reale e ricorrente: Casa Farnsworth (1945-1951), celebre dimora di vetro costruita da Mies van der Rohe nei boschi dell'Illinois, copiata in tutto il mondo, è ciclicamente sopraffatta dalle acque del fiume Fox. Molte le ricette proposte: smontarla e ricostruirla al sicuro, qualche centinaio di metri più in là, recidendo però il fondamentale legame con il sito; oppure – come forse si farà – equipaggiarla con un sistema di sollevamento idraulico che la farebbe lievitare a ogni inondazione. Come ci spiega non senza ironia Scott Mehaffey, direttore dell'Edith Farnsworth House Historic Site, si tratta di una tecnologia del XIX secolo controllata dall'elettronica del XXI secolo, capace di preservare un capolavoro del XX secolo anche nel XXII secolo, se non si troverà una soluzione migliore.
Il secondo scatto documenta invece l'installazione concepita nel 2018 da Asmund Havsteen-Mikkelsen in un fiordo danese. Simulando l'inabissamento della Villa Savoye (1928-1931) con una replica 1:1 di un suo frammento, l'artista ha voluto simboleggiare il «naufragio» di una certa idea di modernità, minacciata da distorsioni tecnologiche e mediatiche (erano i tempi della Brexit e di Trump). Più che per questa specifica analogia, la rappresentazione della villa come Titanic architettonico ci interessa perché, nello sfruttare il potere iconico dell'edificio, essa riesce – come la Casa Farnsworth alla deriva – a evocarne allo stesso tempo l'eternità e la caducità. Com'è noto infatti, tra il 1938 e il 1959 la villa fu ridotta a un rudere, mentre negli anni successivi fu trasformata in monumento nazionale, giungendo a ricomporre con un aggiornamento materiale e simbolico l'immagine pura e gloriosa che la storiografia aveva celebrato. Reali o immaginarie, tali visioni ci spingono insomma a riflettere su una dimensione diacronica dell'opera architettonica, basata sullo scarto tra il tempo della sua realizzazione e il presente. Un tempo lungo dell'architettura, composto da costruzione, celebrazione, canonizzazione ed emulazione; ma anche da critica (si pensi alle proteste di Madame Savoye contro le perdite d'acqua dal tetto e a quelle di Ms. Farnsworth per l'eccessiva nudità della casa), trasformazione, stravolgimento. Per la Farnsworth, ad esempio, la realizzazione di un viadotto a poca distanza ruppe per sempre la dimensione idilliaca del luogo.
Ma qual è allora, dopo danni, alterazioni e ripristini, la vera immagine di queste architetture? A quale immagine guardiamo (e quale preserviamo) tra le tante, quando ne ripercorriamo gli spazi ora musealizzati? Come si mostrano e tutelano le cicatrici di un oggetto vivo nel suo divenire?
Sotto questa luce, le due fotografie confermano il mito delle rispettive opere, ma ne ricordano anche quella potenziale dimensione di rovina che entrambe hanno già sperimentato. Ciò non favorisce soltanto l'ovvio monito nei confronti di tante altre opere a rischio di naufragio, ma piuttosto ci ricorda di includere nella nostra esperienza di quei capolavori un più ampio ventaglio di eventi e di inquadrature: tutte quelle che – nella buona e nella cattiva sorte – l'edificio ha saputo acquisire nella sua unica e irripetibile interazione con il mondo reale.