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Pensavo che il più complicato, forse il più complesso, romanziere degli ultimi cento anni fosse James Joyce. Poi ho capito che il più complicato, forse il più complesso, romanziere di quest'ultimo secolo è probabilmente l'americano Harold Brodkey.
Non che Brodkey (25 ottobre 1930 – 26 gennaio 1996) abbia mai minimamente goduto della stessa fama, dello stesso prestigio e della stessa venerazione di cui ha beneficiato l'autore dell'Ulisse. Ma la sua figura resta comunque – almeno per gli addetti ai lavori, i critici e i palati addestrati – verosimilmente il fenomeno letterario più singolare e problematico, forse più imperscrutabile, della produzione letteraria occidentale di questo nuovo Millennio.
Al punto che con azzardo comparativo, ma non senza qualche ragionevolezza, alcuni esperti di letteratura l'hanno definito «il Proust americano».
Non credo che Brodkey – di cui in Italia sono state pubblicate sia le sue opere di racconti, i due volumi di Storie in modo quasi classico, sia l'immenso capolavoro, di oltre 1000 pagine, L'anima che fugge – possa essere troppo disinvoltamente assimilato a Proust né a Joyce né a nessun altro. Ma certo è nella sfera dei grandissimi che vanno cercati, per la sua opera caleidoscopica e per certi versi faticosissima, i paragoni e i confronti del caso. Brodkey è infatti, come ebbe a rilevare Giuseppe Pontiggia, uno scrittore unico perché, oltre al contenuto, ha saputo dare ai suoi romanzi e racconti una «lingua» che non aveva precedenti nella letteratura americana. Ha insomma inventato uno stile. E l'ha perseguito tenacemente per tutta la sua produzione.
Non ricalca alcuna scuola anteriore. Non replica modi di scrittura già praticati. Non ammicca a nessuna dottrina letteraria consolidata. Come si usa dire, è una sorta di meteora impazzita che si aggira al di sopra del vasto universo degli autori commestibili e di immediata riconoscibilità.
È un autore spietato? Certamente. Anzi talmente spietato, nella sua dissezione della psiche, nel suo scandaglio della sessualità e delle convulsioni dell'anima, da aver adottato per le sue narrazioni una lingua a cui solo un lettore spregiudicato può prestare interamente ascolto. E con questa lingua – una lingua senza concessioni nemmeno minime alla complicità col lettore o al compiacimento commerciale – ci ha esposto i segreti dell'intimità.
In questa meticolosa spietatezza espressiva ha così lasciato depositate, in un certo senso, perle euristiche e gemme di saggezza e profondità psicologica senza eguali.
L'anima che fugge ha richiesto all'autore americano oltre vent'anni di gestazione. E io sfiderei chiunque voglia avventurarsi nella lettura di questo sconfinato volume a saperlo affronare altrimenti che nel segno del sacrificio e della dedizione discepolare. Ma superate le asperità di un lessico al limite del provocatorio, e l'allusività a tratti indecifrabile delle formulazioni, l'impresa vale davvero lo sforzo.
Addentrandosi nell'opera di Brodkey si capisce infatti, o per meglio dire si percepisce, quasi come potrebbe accadere a un cultore del surrealismo pittorico o dello sperimentalismo poetico, che i limiti di densità posti dalla parola sono praticamente sconfinati. E basta buttare per un istante, mentre lo si legge, l'occhio a un autore più tradizionale, cioè a qualsiasi autore nella norma, per accorgersene: laddove per Brodkey ogni frase e ogni capoverso è un affondo nella complessità assoluta del pensiero e del linguaggio, per la maggior parte degli altri è un lineare succedersi di situazioni descrittive più o meno di immediata comprensibilità.
Così ecco che leggere Brodkey equivale, in un certo modo, a decriptare un cifrario simbolico su un papiro di epoche remote. Equivale a consacrare alla lettura lo stesso impegno che si consacrerebbe alla decifrazione di un geroglifico o all'interpretazione di un codice misterico dell'antica Grecia.
Uno sforzo compatibile con le normali regole della lettura? Non spetta a noi dirlo. Certo, nell'epoca della narrativa «di plastica», questo precipitato linguistico senza confronti – diciamo senza eguali dal tempo di Joyce – merita almeno un balzo oltre il risaputo e il rischio di rimanerne talmente abbagliati da farci gridare per una volta, e per una volta senza retorica, al genio assoluto.