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Lo scorso 19 maggio è stata approvata in Alabama la ristretta legge che vieta l’aborto di un feto, anche se tale fosse risultato di uno stupro, o di un incesto. L’iniziativa prevede anche pesanti pene carcerarie (dai 10 ai 99 anni) per i medici che dovessero decidere di effettuare ugualmente l’operazione, a meno che il nascituro non sia affetto da una “anomalia letale” o che metta a rischio la salute della madre. L’obbiettivo dei promotori di tale legge è quello di annullare il diritto all’aborto in tutti gli USA, andando quindi contro all’accordo “Roe v. Wade”, stipulato nel 1973, che rese legale tale operazione.
Come si sarebbe potuto immaginare, la notizia è in poco tempo girata in tutto il pianeta, e la popolazione si è spaccata in due, tra chi è a favore e chi no. Il “Pew Research Center” ha stabilito che il popolo degli Stati Uniti d’America, però, presenta una visibile maggioranza nella percentuale di coloro che ritengono l’aborto legale in qualsiasi situazione (25%) rispetto a coloro che lo considerano reato (15%). Durante gli ultimi giorni del mese anche lo stato della Louisiana ha preso parte all’iniziativa, introducendo la legge con 79 voti a favore e 23 contrari.
Ora, è vero che un feto, dopo due mesi circa, quindi dopo i primi battiti cardiaci, assume il titolo di bambino, che quindi ha diritto di vivere come qualsiasi altro essere umano nel mondo, e sono quindi d’accordo sul fatto che dopo un tempo massimo non si possa intervenire chimicamente e quindi operare un aborto. Nonostante ciò non mi trovo assolutamente d’accordo sul fatto che una donna debba partorire un bambino che non può o non vuole crescere.
Per quanti metodi contraccettivi esistano al giorno d’oggi e per quanto siano disponibili a praticamente tutta la popolazione, ci sono in tutto il mondo ragazze e donne che rimangono gravide contro il proprio volere, in conseguenza di un abuso sessuale o semplicemente di un incidente. Per esempio, se una studentessa di sedici anni dovesse restare incinta, potrebbe non disporre dei sufficienti sussidi e della giusta maturità per crescere un figlio in modo corretto, non potendogli quindi offrire il giusto ambiente per svilupparsi.
Ci sono tanti altri esempi che si potrebbero fare sulla questione, e sono altrettanto sicura che si possano esporre argomenti che vanno a contrastare l’opinione che ho appena esposto. Ma quello che è il vero problema di base, sorpassando tutto ciò che riguarda l’instabilità economica, l’assenza d’istruzione sull’argomento, ecc., è che alle donne a cui viene limitato il diritto all’aborto viene tolto il diritto di scegliere come gestire il proprio corpo.
Ally Kohler
Questo articolo è apparso nel 7° numero de L’Altrascuola, pubblicato nel mese di novembre del 2019 (leggi qui l’intero giornale).