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LUSSEMBURGO - Negli Stati membri dell'Unione Europea, i "divorzi privati", come quelli previsti in base alla legge islamica (Sharia), non vanno mai riconosciuti, poiché sono richiedibili solo dagli uomini e, quindi, violano il principio di non discriminazione di genere sancito dalla Carta dei diritti fondamentali. Così si è espresso l'avvocato generale della Corte di giustizia dell'Ue, il cui parere non è vincolante per la Corte stessa, che però normalmente ne segue l'orientamento giuridico.
Il pronunciamento dell'avvocato generale scaturisce dal caso di una coppia siriano-tedesca in cui la la donna ha presentato ricorso contro il riconoscimento in Germania del loro divorzio voluto dal marito, e fa seguito ad una serie di controversie su simboli e consuetudini religiose che negli ultimi anni si sono registrate in varie parti del mondo.
Proprio nella Ue, ad esempio, nel 2014 la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che il divieto in Francia di coprire il volto con il velo è compatibile con tutti gli articoli della Convenzione dei diritti umani e non viola la libertà di religione. Sempre nella Ue, nel marzo scorso la Corte di giustizia ha stabilito che vietare alle donne di indossare il velo islamico sul posto di lavoro non è discriminatorio nei confronti delle musulmane, se il datore di lavoro vuole dipendenti vestiti in modo "neutro", cioè che non esibiscano alcun segno politico, filosofico o religioso in modo evidente.
E proprio in materia di diritto di famiglia, in India, dove la minoranza musulmana rappresenta oltre il tredici per cento della popolazione, una storica sentenza emessa lo scorso agosto da cinque giudici della Corte Suprema ha stabilito che la pratica del "divorzio immediato" islamico, il cosiddetto triplo talaq, è incostituzionale.
Nell'Islam, il matrimonio è un contratto che richiede un certificato civile e può essere celebrato in moschea, nel municipio o nel domicilio degli sposi. Il divorzio, o ripudio, previsto dalla Sharia, può essere esercitato solo dal marito, rivolgendo alla moglie per tre volte nell'arco di diverse settimane la frase "Io divorzio da te" (in Lingua araba ṭalaq).
Nel caso su cui si è espresso l'avvocato generale, il marito si è recato nel 2013 in Siria, dove «ha dichiarato di voler divorziare ed il suo rappresentante ha pronunciato la formula di rito davanti ad un tribunale religioso», mentre la donna ha riconosciuto di aver ricevuto tutte le prestazioni che, secondo la normativa religiosa, le erano dovute e pertanto l'uomo si riteneva libero «da ogni obbligo nei suoi confronti».
L'avvocato generale della Corte dell'Ue ha però tra l'altro osservato che il regolamento non è applicabile perché il tribunale religioso non appartiene ad un paese, e ha anche sottolineato che «il diritto siriano non conferisce alla moglie le medesime condizioni di accesso al divorzio concesse al marito». Una circostanza considerata «discriminatoria» e, quindi, in quanto tale, non permette alle autorità degli stati membri di riconoscere i divorzi religiosi ottenuti in questo modo.