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Lo studio internazionale Pisa 2000 dà voti mediocri alla scuola svizzera. Ma la Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione (Cdpe) invita a non trarre conclusioni affrettate.
Lo studio Pisa (Programme for International Student Assessment) dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha analizzato nel 2000 le competenze degli allievi 15enni di 31 paesi. I test vertevano sulla lettura, sulla matematica, sulle scienze naturali e anche sulla propensione all'apprendimento.
I risultati per la Svizzera sono stati presentati nel dicembre scorso. Dati alla mano, le scuole elvetiche sembrano sfornare allievi bravi in matematica, ma non particolarmente brillanti nella lettura e nell'interpretazione dei testi e nelle scienze naturali.
Fin qui la media, ma l'elemento preoccupante è che il 20% degli allievi svizzeri non è in grado di capire correttamente testi semplici e di interpretarne il contenuto e un terzo di loro, il 7% del totale, non sa ricavare alcuna informazione da questi testi. Un gruppo che rischia gravi difficoltà al momento dell'inserimento nel mondo del lavoro e la cui composizione indica in particolare gravi lacune nell'integrazione degli allievi stranieri.
Cautela nelle reazioni
"Lo studio va preso sul serio", ha affermato Hans Ulrich Stöckling, presidente della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione (Cdpe) in una conferenza stampa giovedì a Berna, "ma prima di trarre delle conseguenze dobbiamo approfondire le cause."
Una posizione prudente, quella della Cdpe nella sua prima presa di posizione sui risultati di Pisa 2000, confermata anche dalla vicepresidente, la ministra dell'educazione del canton Ginevra Martine Brunschwig Graf. I direttori dell'educazione invitano a considerare anche i fattori sociali e culturali che possono influire sui risultati dei test e sui quali la scuola non ha molta presa.
Necessità di approfondire
Prima di rispondere con misure concrete ai risultati del rapporto Pisa, la Cdpe vuole dunque vederci più chiaro. Nel corso del 2002 saranno compiuti cinque studi dettagliati che permettano confronti significativi con i paesi che hanno ottenuto risultati nettamente migliori, quali Finlandia, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Gli studi supplementari dovranno anche permettere di capire se altri paesi con condizioni simili alla Svizzera, vale a dire paesi d'immigrazione, siano in grado di integrare in modo più efficace gli allievi la cui lingua materna è diversa da quella d'insegnamento oppure che provengono da famiglie a basso reddito e bassa scolarizzazione.
Misure da prendere
In base ai risultati dei cinque studi, la Cdpe presenterà l'anno prossimo ai cantoni delle proposte d'intervento, proposte che a detta di Hans Ulrich Stöckling non dovranno riguardare unicamente la politica educativa, ma che dovranno chiamare in causa Confederazione, cantoni, insegnanti, formazione professionale e mondo del lavoro.
Il segretario della Cdpe Hans Ambühl ha ricordato tuttavia che i direttori dell'educazione aveva adottato già nel giugno 2001, un programma di lavoro per la cooperazione sull'educazione fra i cantoni: "I risultati del rapporto Pisa confermano i nostri progetti". I punti prioritari del programma sono la definizione a livello nazionale di livelli di competenza per il ciclo obbligatorio, il monitoraggio costante della formazione e il rafforzamento dello statuto professionale del corpo insegnante.
L'integrazione, un problema
"Con questi ragazzi il sistema ha fallito". Ad esprimersi così è Urs Moser, dell'istituto di ricerche pedagogiche dell'Università di Zurigo, interpellato da swissinfo. "Non è tanto un problema delle singole scuole, quanto dell'intero sistema educativo. La Svizzera non ha trovato una soluzione accettabile per scuole eterogenee, in cui più della metà degli allievi parla una lingua straniera."
I dati del rapporto Pisa mettono infatti in rilievo prima di tutto questo, e cioè che la scuola svizzera non sa offrire agli allievi di lingua materna diversa dalla lingua d'insegnamento gli strumenti cognitivi necessari per muoversi nel contesto in cui si trovano a vivere.
Erich Ramseyer, del Dipartimento dell'educazione del canton Berna, invita tuttavia a non fare degli scolari stranieri gli unici responsabili dei risultati mediocri nei test di lettura: "Altri paesi che hanno preso parte allo studio Pisa, quali l'Australia, hanno buoni risultati nella lettura nonostante siano paesi di forte immigrazione. E comunque, anche senza studenti stranieri, i risultati svizzeri non sarebbero eccellenti."
Enrique Gerber, insegnante di Belp, vicino a Berna, fa notare che la lingua non è l'unico problema: "Abbiamo scolari che provengono dall'ex Jugoslavia o dalla Somalia. Hanno vissuto esperienze terribili, sono traumatizzati. Come possono concentrarsi sull'apprendimento?" Una situazione che per Gerber richiede interventi mirati, che non lascino gli insegnanti soli con problemi che non sono addestrati ad affrontare.
Rimangono dunque per la Svizzera molti passi da fare sulla via di un sistema educativo che fornisca a tutti, indipendentemente dall'origine nazionale e sociale, gli strumenti di base per affrontare la società in cui vivono. Saprà il sistema educativo svizzero, basato sull'autonomia cantonale, trovare le risposte giuste di fronte a problemi tanto urgenti?
Andrea Tognina