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Di comune c’è il modo di procedere: immaginare modelli della realtà che si vuole studiare (Popper parla di congetture) e quindi sottoporli a test (con procedure teoriche o sperimentali) con l’obiettivo di scoprire le debolezze o gli errori del modello. Se non se ne trovano, i ricercatori coinvolti rendono noto il loro lavoro affinché altri colleghi possano sottoporlo a verifica. Se si tratta del frutto di una sperimentazione, la verifica più approfondita consiste nel replicare l’esperimento. Se i risultati sono confermati si stabilisce un consenso nella comunità scientifica. A questo punto il modello serve per fare delle previsioni. Se qualcuno scopre che una previsione non funziona, nasce l’esigenza di correggere o di sostituire il modello. Un esempio è il modello dell’atomo immaginato da Dalton due secoli fa e corretto ripetutamente a partire dal secolo scorso a seguito di nuovo scoperte.
Di diverso ci sono le condizioni nelle quali si immaginano e si testato i modelli. Nella fisica e nella chimica in genere c’è la possibilità di ripetere un esperimento con tutte le condizioni essenziali identiche, migliorando se possibile gli strumenti di misura. Nelle scienze naturali la situazione si complica perché le condizioni essenziali identiche sono difficilmente realizzabili. Se prendiamo esperimenti ad esempio con piante o animali (uomo compreso) i soggetti da esaminare non sono mai identici. Allora si ricorre a gruppi di soggetti (possibilmente molto numerosi); spesso si sottopone metà del gruppo al trattamento che si vuole verificare e l’altra metà del gruppo evolve senza trattamento (gruppo di controllo) in modo da evidenziare le differenze. Alla fine, con l’aiuto di strumenti statistici, si tirano le conclusioni.
È questo il metodo che viene spesso utilizzato anche nella ricerca medica. La durata e l’onere della ricerca sono tali per cui raramente un esperimento viene ripetuto nelle stesse condizioni. I ricercatori in questi settori soso sottoposti ad una forte pressione per pubblicare i loro risultati, ciò che contribuisce spesso ad abbassare il livello delle pubblicazioni (magari anche il livello della ricerca). Tant’è che la rivista The Economist rilevava nel 2013 che il tentativo di replicare i risultati di 67 studi è fallito in due terzi dei casi. Tre anni dopo la rivista Nature riferiva di un altro test di replicazione, fallito nel 70 percento dei casi. In queste condizioni il raggiungimento di un consenso nella comunità scientifica dura più a lungo ed è più difficile. Malgrado ciò i progressi fatti nelle scienze naturali e nella medicina sono lì a dimostrare che questi sforzi meritano di essere fatti e ne usufruisce tutta la popolazione. Queste riflessioni mi sono suggerite anche dalla storia esemplare del medico ungherese Ignazio Semmelweiss che nell’Ospedale Generale di Vienna, fra il 1844 e il 1848, ha ricercato e scoperto la causa delle morti per febbre da parto in un reparto maternità, lavorando in mezzo a infinite critiche, contestazioni e spiegazioni fantasiose: una pagina affascinante della storia della medicina e della scienza. Grazie a lui e tanti altri che si sono dedicati alla cura della salute la durata di vita media a livello mondiale è aumentata dai circa 30 anni che ha avuto fino ad un secolo fa, ai quasi 75 anni attuali.
L’attuale pandemia crea una situazione particolare in rapporto a quanto detto sopra. In condizioni normali le attività citate toccano per lo più gli addetti ai lavori. Tutto quanto sta febbrilmente capitando nella ricerca scientifica, nell’attività ospedaliera, nella politica sanitaria di oggi porta a interpellare esperti nel bel mezzo del loro lavoro, con conoscenze parziali sul tema e prima di aver raggiunto un consenso nella comunità scientifica e quindi in presenza di divergenze di opinioni che rientrano nella logica di questi processi. A loro si chiedono conoscenze comunicabili e interessa poco quello che non si conosce ancora (che è parte altrettanto importante della vera competenza scientifica). Si può anche aggiungere che non tutti quelli considerati esperti o autoproclamantesi esperti lo sono allo stesso livello. Vi sono anche discipline diverse, con razionalità diverse, che dovrebbero convergere in un giudizio operativo, come la virologia, l’epidemiologia, le cure intense e la gestione delle limitate risorse in questo settore, la sicurezza, l’economia. Questo porta quasi fatalmente gli esperti interpellati ad esprimersi anche un po’ (o tanto) oltre i confini della loro competenza specifica.
Ma veniamo alla politica, tanto sollecitata in questi tempi. Giustamente deve considerare il contributo degli esperti, ma alla fine deve decidere rapidamente, in mancanza di conoscenze esaurienti, prima e senza che la comunità scientifica abbia avuto il tempo di trovare il consenso e in più dovendo soppesare interessi divergenti (che superano i confini del discorso scientifico) come il salvare più vite possibili, sottoponendo a rischi tutti quelli che devono garantire i servizi essenziali alla sopravvivenza sociale e salvaguardando le strutture dell’economia in vista di una ripresa comunque indispensabile. In queste condizioni si deve decidere senza aver nessuna certezza dell’esito delle proprie decisioni. Decisioni giuste o sbagliate? Da una parte è saggio gestire la crisi protocollando correttamente ogni decisione con le relative motivazioni del momento, in modo da potere correggere le decisioni di fronte nuovi fatti e, alla fine, poter fare una “critica dell’esercizio”, alla ricerca di insegnamenti utili per il futuro (ricordandosi che il futuro non è mai uguale a quello che è stato…). Ma d’altra parte, prendendo alla lettera il significato delle parole, per giudicare se una decisione è giusta o sbagliata si deve presupporre che le conseguenze della decisione siano prevedibili, ciò che non è il caso, come osservato sopra. Le considerazioni di scenari alternativi (“se avessimo preso quest’altra decisione…allora…?) raramente permettono di giungere a risultati consistenti. Anche l’osservazione che “a posteriori siamo più intelligenti” rimane una battuta insignificante!
Concludo con un sincero riconoscimento al Consiglio di Stato e a tutti gli esperti che hanno collaborato alla gestione oculata della recente pandemia.