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Difficilmente la realtà è la cosa migliore che possa succederci nella vita. Sarà per questo che spesso preferiamo rifugiarci in qualche paradiso artificiale: non necessariamente un trip lisergico o una damigiana di quello buono, ma almeno una rappresentazione oleografica e libresca della realtà, come quella di certe teorie e di cert’altre ideologie. Serve anche a unire i puntini di un mondo che non contiene un disegno ben definito, e a tirare avanti.
Nel suo ultimo tomo, ‘Capital et idéologie’, Thomas Piketty riprende da questa prospettiva il suo ragionamento sulle disuguaglianze iniziato col 'Capitale nel ventunesimo secolo'. In realtà sarebbe più corretto dire che riparte da Marx, il quale riduceva l’ideologia capitalista a falsa coscienza (e infatti secondo me parte un po’ per la tangente, proponendo una megavisione di egualitarismo parecchio utopica). Ma ha il merito di spiegare come ogni società si sforzi di giustificare le sue disuguaglianze: a un certo liberismo rinfaccia la narrazione autoassolutoria secondo la quale “la diseguaglianza moderna è giusta, perché risulta da un processo liberamente scelto nel quale ciascun individuo ha le stesse possibilità di accedere al mercato e alla proprietà”. Una “favoletta proprietarista e meritocratica” che avrete sentito raccontare anche dalle nostre parti, la cui fine infausta avrebbe dovuto arrivare già con la crisi di dieci anni fa.
Già all’epoca ricordo che il geniale politologo David Marquand dichiarava finita l’era Thatcher, quella in cui molti credevano che il mercato costituisse una forza moralizzante, che responsabilizza gli individui e incoraggia, oltre alla massima efficienza, i comportamenti virtuosi (invece, scriveva Marquand, il collasso finanziario aveva dimostrato che le “virtù puritane” ascritte ai mercati erano una pia illusione). Eppure la crisi non è bastata, anzi: quando il cubo dell’ideologia non entrava nei buchi rotondi della realtà, si è preteso di piantarcelo a martellate. “Tentativi tolemaici" di adeguare la realtà alla teoria, ha scritto di recente Joseph Stiglitz.
Nel frattempo – mentre sui manuali la microeconomia veniva prima della macroeconomia, e Keynes scivolava poco prima dell’appendice – le promesse dei decenni precedenti non sono state mantenute, la ricchezza è stata risucchiata verso l’alto invece di gocciolare verso il basso; ancora oggi le economie ristagnano. Risultato: “laggente” ha smesso di crederci e ha trovato i populisti – di destra e di sinistra – ad aspettarla. L’ideologia tiene, ma la realtà non aspetta.
In questo senso, anche il microcosmo ticinese fa riflettere. Un po’ perché subisce le stesse fluttuazioni del mercato globale nel quale è inevitabilmente inserito; un po’ perché la denegazione tolemaica della quale parla Stiglitz si ripete ogni santo giorno: il mantra è ‘va tutto bene’, ‘stiamo lavorando per voi’, ‘la ricchezza prima di distribuirla bisogna crearla’. Illudendosi che le frizioni e le crepe alla base della piramide sociale, le difficoltà oggettive nel mettere da parte qualche soldo, l’incertezza che attraversa interi settori siano solo fisime. Intendiamoci: ci sono mille posti dove le cose vanno peggio di qui, neanche troppo lontano. Però mi pare che anche in Ticino sia già stata smentita la “favoletta” stigmatizzata da Piketty: liberalizzate, tagliate le tasse, lasciate che la mano invisibile vi conduca alle porte del Paradiso.
Per dirne solo una: è di ieri la notizia che i frontalieri sono quasi 70mila, un numero senza precedenti. Musica per le orecchie di Lega e Udc, che magari sono i primi a impiegarli, ma davanti al ‘popolo’ possono usarli come spauracchio per raccattare consensi (anche se dopo trent’anni perfino la loro, di favoletta, comincia a diventare ripetitiva). Dati alla mano, si vede che la maggioranza di questi frontalieri genera una crescita importante senza competere con i lavoratori ticinesi. Ma ce n’è anche una quota preoccupante – quella che si finisce per notare di più, ovviamente – che permette agli imprenditori di abbassare i salari e fare margini pagando in lenticchie, specie in quel terziario dove le regole e i contratti sembrano non arrivare mai (per non parlare dell’imbarazzante dai-e-togli sul salario minimo). Così come ci sono intere cattedrali in stile Kering che arrivano, si riempiono di invisibili da oltre frontiera e poi a un certo punto scompaiono nel nulla. Sicché la crescita c’è, ma non si sente.
È chiaro che di fronte a questi fenomeni non ha senso la soluzione di chiudere le frontiere: significherebbe amputare anche la gamba sana, e incolpare lavoratori stranieri che non ne possono nulla invece di intervenire su chi se ne approfitta. Però non si può neanche rispondere alle inquietudini del prossimo con le solite supercazzole istituzionali sulla magia dei mercati e l’innovazione, o dire che si tratta di percezioni esagerate. Su quelle percezioni la demagogia ha sempre marciato, d’accordo, ma ci sono comunque 10mila disoccupati e 17mila sottoccupati, e c’è la paura di finire ‘come loro’: in un sistema di ricollocamento e sostegno sociale a tratti surreale (chiunque l’abbia provato, o abbia aiutato qualcuno a orientarcisi, sa che a volte servono abilità da Chief financial officer, e si affronta un sistema quasi colpevolizzante). Per tutto questo la “favoletta” non basta più, e sarebbe il caso di accorgersene prima che ne vengano spazzati via anche gli argomenti legittimi.
Non si può continuare a navigare a vista, senza condividere un piano ambizioso per il diritto del lavoro, la socialità e la formazione (“più invecchio e più divento socialdemocratico”, come diceva il compianto Edmondo Berselli). Non una nuova ideologia, come pare auspicare Piketty, ma almeno una nuova cornice nella quale incastonare un piano per il futuro. Questo non accade, coi risultati che vediamo per i partiti storici. Per farlo succedere, però, bisogna prima cambiare una mentalità che oscilla fra la nostalgia degli anni Ottanta e la propensione a mettere cerottini qua e là a casaccio (vedasi aeroporto). È uno spettacolo che amareggia chi lo osserva da fuori; ma è così che capita spesso, con la realtà. Passatemi la damigiana.