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Sebbene il termine ambiente sia in uso da molto tempo, la sua accezione attuale, che lo definisce come l'insieme degli elementi che determinano in complessa sinergia le condizioni di vita sia naturali sia culturali dell'individuo e della società, si è imposta solo negli anni '70. Quale data di riferimento per il nuovo orientamento si può indicare il 1971, anno in cui la protezione dell'uomo e del suo ambiente naturale venne ancorata alla Costituzione fed. (art. 24septies della Costituzione di allora, art. 74 dell'attuale) e fu creato l'ufficio fed. dell'ambiente, delle foreste e del paesaggio (UFAFP; dal 2006 ufficio fed. dell'ambiente, UFAM). A prescindere da questa moderna definizione di significato, l'ambiente in quanto tale ha sempre svolto un ruolo importante nella storia del rapporto tra l'uomo e il mondo che lo circonda.
In passato il rapporto tra uomo e ambiente veniva percepito soprattutto in chiave economica. L'ambiente era costituito innanzitutto dall'insieme di risorse boschive (Boschi) e agricole (Agricoltura); a queste, in tempi recenti, se ne sono aggiunte altre legate allo sfruttamento sistematico dell'energia idraulica e del Paesaggio (il turismo). Da questo punto di vista, l'ambiente è sempre stato recepito come qualcosa di distaccato dall'uomo, che occorreva piegare e dominare con strumenti tecnici sempre più efficaci e amministrare razionalmente in quanto fonte di risorse. In genere, le società cercano di proteggersi dalle forze naturali: per questo motivo la storia ha elogiato le qualità fisiche e morali degli uomini che lottavano contro gli elementi naturali. I primi grandi trafori alpini intrapresi nella seconda metà del XIX sec. vennero pertanto presentati come l'opera prometeica di pionieri che erano riusciti a portare a compimento la grandiosa impresa di "mettere in ginocchio le Alpi".
Inoltre, a partire dal XVI e spec. nel XVIII e XIX sec., ci si è riferiti a natura e paesaggio anche in termini estetici, considerando l'ambiente come uno spettacolo. Il fascino esercitato dalle bellezze naturali del paesaggio elvetico ha alimentato varie correnti artistiche, divenendo parte integrante del sentimento nazionale. Non è certamente un caso che anche l'inno nazionale sviz. celebri le "bellezze della Patria". Verso la fine del XIX sec. la consapevolezza del crescente divario tra l'utilizzo dell'ambiente a fini estetici o economici ebbe un ruolo determinante per la nascita di una nuova concezione di salvaguardia del patrimonio naturale (protezione della Natura).
Soltanto dopo gli anni '50 la natura ha incominciato ad essere considerata per il suo patrimonio biologico o ecologico (Ecologia). A partire da quel momento è entrata in uso una terminologia scientifica, volutamente oggettiva e quindi libera da connotazioni ideologiche ed estetiche. Alla visione antropocentrica, che attribuisce all'uomo uno statuto privilegiato, si è contrapposto il concetto di ecosistema, in cui l'uomo non è che uno dei tanti tasselli che compongono la biosfera. Il bipolarismo conflittuale tra estetica ed economia è stato sostituito da un sistema più complesso, all'interno del quale, nell'ottica di uno sviluppo duraturo, si cercava di conciliare interessi materiali ed emozionali con un atteggiamento responsabile nei confronti dell'ambiente. Dall'idea di un mondo naturale percepito come una minaccia per l'uomo si è quindi passati a quella di una natura gravemente minacciata dall'uomo. Neppure l'etica è però esente dal rischio di un travisamento mitizzante e di un eccesso ideologico.
Autrice/Autore: François Walter / ato
In senso stretto, i problemi ambientali concernono mutamenti dei fenomeni naturali ritenuti negativi e dovuti all'attività umana. La loro portata dipende soprattutto dall'evoluzione del Clima, dallo sviluppo della pop. e dal consumo di Energia.
Volendo scandire la storia dell'ambiente dal punto di vista dello sfruttamento energetico, si possono distinguere tre periodi: la società rurale, mantenutasi fino al 1860 ca. e basata su una biomassa ottenuta sul piano locale (legno, viveri, foraggio), la società industriale, durata fino al 1950 ca. e fondata sul carbone importato per via ferroviaria, spec. dalla Germania, e la successiva società dei consumi, incentrata sullo sfruttamento su scala mondiale del petrolio e del gas naturale. La diminuzione del prezzo delle fonti fossili di energia in atto dal 1958 e duratura in rapporto all'evoluzione complessiva dei prezzi e dei salari, ne ha consentito lo sperpero. Dagli anni '50 il consumo energetico, la necessità di superfici insediative e, di conseguenza, anche i Rifiuti e la presenza di sostanze nocive nel suolo, nell'acqua e nell'aria sono aumentati vertiginosamente ("sindrome degli anni '50").
Nella società rurale, ricchezza e potere si fondavano sul terreno, che forniva biomassa sul piano locale ed era pure la principale fonte delle entrate fiscali. Il suo utilizzo era per lo più severamente regolato da sistemi di sfruttamento del suolo. Per evitare crisi di approvvigionamento, il numero dei consumatori veniva adeguato alle capacità produttive del suolo secondo una pianificazione a lungo termine. L'esempio fornito dal com. vallesano di Törbel, oggetto di studi approfonditi, dimostra come sia stato possibile mantenere per un lungo periodo un equilibrio dinamico tra pop. e risorse del terreno attraverso un'oculata strategia socioculturale (emigrazione, impedimento al matrimonio) abbinata al controllo delle risorse collettive (utilizzo dei boschi e diritti di pascolo). In alcune regioni, tuttavia, il bosco fu sfruttato eccessivamente per fornire legna da ardere alle città e a determinate industrie ad alto consumo energetico (metallurgia e lavorazione del vetro) e, nel XIX sec., per alimentare l'esportazione. Utili indicazioni sul grado di sfruttamento del suolo durante l'epoca preindustriale si possono ricavare anche dall'intensità e dalle cause alla base dei conflitti sullo sfruttamento di beni: dove veniva meno l'equilibrio, anche problemi di sussistenza potevano svolgere una funzione regolatrice nell'utilizzo del suolo. Nella società agricola, la consapevolezza della vulnerabilità dei terreni coltivati di fronte a catastrofi naturali quali siccità, inondazioni, frane, grandine, valanghe, tempeste, ma anche animali dannosi ed epizoozie, portò all'introduzione di misure individuali, collettive e statali, soprattutto nel campo delle scorte, della politica cerealicola e della gestione delle foreste.
L'ordinamento giur. del XIX sec. introdusse la libera proprietà e utilizzazione del suolo. Gli insediamenti non provocarono comunque un forte spreco di terreno, poiché la crescita delle aree urbane della società industriale rimase limitata al comprensorio coperto dai trasporti pubblici, per evitare spostamenti lunghi e costosi della manodopera. Si mantenne basso anche l'utilizzo di suolo a scopi agricoli, poiché i primi macchinari leggeri comparvero solo verso la fine del XIX sec. e l'impiego di materie ausiliarie estranee alla fattoria era minimo.
Con l'avvento della società dei consumi, la motorizzazione, la costruzione delle strade nazionali e la necessità di spazi individuali abitativi ed economici comportarono un aumento dell'estensione delle zone di insediamento. La superficie edificata della Svizzera è più che raddoppiata dopo il 1950 e 130'000 ettari ca. di prezioso terreno coltivabile sono andati perduti. Nelle restanti superfici, un'agricoltura troppo intensiva e altamente specializzata ha compromesso o distrutto, spec. nell'Altopiano, la struttura, la vita e la sostanza del suolo. Attraverso l'aria inquinata, la concimazione, i fanghi da depurazione, i prodotti fitosanitari e i foraggi sono state immesse nel terreno grandi quantità di sostanze tossiche. Gli ambienti seminaturali, come i prati secchi, sono quasi interamente scomparsi.
Nell'epoca della società rurale l'acqua veniva inquinata dagli scarichi delle economie domestiche urbane e delle attività artigianali quali la conceria (Acque di scarico). L'urbanizzazione legata alla società industriale provocò un aumento del rischio di epidemie e si dovettero così trovare nuovi metodi di smaltimento. Le acque luride furono canalizzate e immesse nei fiumi. La tossicità degli inquinanti industriali fu a lungo sottovalutata, al punto che, ad esempio, nella seconda metà del XIX sec. l'impresa chimica Geigy di Basilea poteva versare direttamente nel Reno i residui di produzione contenenti un'alta percentuale di arsenico. Fra il 1930 e il 1950, durante gli anni della crisi economica e nei periodi di guerra, l'inquinamento idrico diminuì sensibilmente grazie all'intenso riciclaggio degli scarti. La storiografia non ha ancora affrontato in modo sistematico il tema dell'acqua nell'età della società dei consumi. Questo vale in particolare per l'inquinamento delle falde acquifere dovuto alla massificazione dell'allevamento animale.
Quanto all'aria, il suo inquinamento non era oggetto di dibattito nella società rurale, se si eccettuano i miasmi prodotti da certe lavorazioni artigianali. La situazione mutò verso la fine del XIX sec., con il massiccio impiego di carbon fossile per il riscaldamento nelle zone urbane. Casi isolati di inquinamento atmosferico causato dall'industria sono documentati in atti processuali. I frutticoltori vallesani, ad esempio, chiesero un risarcimento alla Aluminium Industrie di Chippis, poiché durante la prima guerra mondiale l'impresa, per soddisfare l'enorme richiesta di alluminio, aveva sestuplicato le proprie emissioni di gas fluorici, arrecando danni agli alberi da frutto e agli animali. Negli anni '50 e '60 si registrarono danni pure alla salute dei lavoratori (guerra del fluoro).
Misurazioni sistematiche del grado di inquinamento dell'aria sono state effettuate solamente a partire dagli anni '60. L'UFAFP ha potuto presentare un quadro della qualità dell'aria in Svizzera dal 1910 al 1990 avvalendosi di studi sulle attività inquinanti (riscaldamento, traffico motorizzato, processi produttivi ecc.) e in base a statistiche e al calcolo dei tassi d'emissione: fino al 1950 le emissioni di biossido di zolfo (SO2), ossidi d'azoto (NOx), sostanze organiche volatili (VOC) e anidride carbonica (CO2) rimasero più o meno costanti; tra il 1950 e il 1990 aumentarono del 250% (SO22) e del 700% (NOx). Nello stesso periodo, il trasporto merci su strada crebbe del 1100%, il consumo di benzina del 1200%, il numero di automobili del 2000% e il traffico aereo in misura ancora maggiore (Trasporti); in parallelo, si registrò un aumento dell'inquinamento acustico.
Per valutare quale sia il ruolo assunto dal paesaggio nell'ambito della storia dell'ambiente occorre distinguere il punto di vista estetico da quello ecologico. Le limitate possibilità tecniche della società rurale portarono a pochi, ma profondi mutamenti del paesaggio, fra cui il diboscamento (Dissodamenti). Le restanti aree, rimaste allo stato naturale, e le zone sfruttate a vario titolo offrivano moltissime nicchie ecologiche alla biodiversità. Nel solco della modernizzazione dell'agricoltura, nel XIX e nei primi anni del XX sec. lo sfruttamento del suolo venne intensificato inglobando terre marginali (ad esempio i beni comuni) nella coltivazione e incentivando la concimazione. Entrambi i processi andarono di pari passo con la banalizzazione delle aree coltivate (ottenuta, ad esempio, con l'eliminazione di siepi). Nella seconda metà del XX sec., il depauperamento della Flora e della Fauna (piante e animali selvatici) conobbe un'ulteriore accelerazione.
Negli anni della società industriale, l'importazione di carbone allentò la pressione sui boschi montani e spianò la strada alla promulgazione della prima legge fed. sulla polizia delle foreste (1876). Al pari della costruzione delle ferrovie, essa fu tuttavia all'origine di profondi scombussolamenti nell'Altopiano sviz. di ecosistemi fino ad allora sfruttati solo marginalmente: con la correzione dei corsi d'acqua, fiumi e ruscelli vennero incanalati entro alvei fissi, provvisti di argini contro le inondazioni; grazie alla nuova tecnica del drenaggio a tubi, a partire dal 1850 le Paludi furono prosciugate su ampia scala (15'685 ettari nel solo cant. Berna fino al 1900). Verso la fine del XIX sec., dapprima nell'Altopiano e poi nelle Alpi, vennero costruiti vari impianti idroelettrici; con la costruzione di alberghi e ferrovie di montagna molti paesaggi alpini cambiarono fisionomia. Il turbamento causato dai mutamenti del paesaggio portò alla creazione di ass. a protezione della natura e dell'Heimatschutz, che si opposero a progetti d'intervento di grande portata tecnica (ad esempio con l'iniziativa per la protezione del paesaggio fluviale tra la cascata del Reno e Rheinau nel 1954).
Ma le trasformazioni paesaggistiche di gran lunga più incisive dal punto di vista estetico ed ecologico avvenute dopo il 1950, dunque nell'età della società dei consumi, sono in gran parte legate alla costruzione della rete autostradale. Ciò è da imputare sia alla mole e all'estensione delle infrastrutture autostradali, e alla conseguente ricomposizione parcellare, sia alle agevolazioni offerte da questa nuova via di comunicazione al settore dei servizi (per esempio i magazzini di grandi dimensioni decentralizzati), sia, infine, alla costruzione di alloggi. Nella regione alpina proliferò la costruzione di residenze secondarie e di impianti di risalita. D'altra parte, l'abbandono delle regioni economicamente periferiche contribuì a riportare allo stato selvatico le aree agricole, gradualmente invase dai boschi.
Autrice/Autore: Christian Pfister / ato
Nella società rurale preindustriale l'economia era di tipo sostenibile, per quanto vi fossero problemi di eccessivo sfruttamento (foreste, pascoli, campagne, beni comuni, irrigazione, energia idraulica); vi dominava cioè la preoccupazione di garantire la sopravvivenza della comunità mediante la preservazione delle risorse locali. Solo verso la fine del XIX sec. i disastrosi effetti dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione sull'ambiente naturale furono invece riconosciuti come un pericolo e divennero oggetto di dibattito. Queste "posizioni preecologiche" (François Walter) portarono a una precisa coscienza ecologica e alla volontà di tutelare l'ambiente, per lo meno a livello settoriale (gestione dei boschi, tutela delle specie e delle acque, protezione acustica). Nasce da queste preoccupazioni il moderno concetto di tutela ambientale, riferito all'insieme degli sforzi dell'uomo volti a mantenere, ristabilire e migliorare le basi naturali dell'esistenza: lotta a ogni sorta d'inquinamento (idrico, atmosferico, acustico, del suolo) e protezione della natura, del paesaggio, delle specie in pericolo. Utili strumenti di orientamento in quest'ambito sono pure la pianificazione del territorio e la politica energetica.
La questione della protezione dell'ambiente ha suscitato a partire dalla fine degli anni '60 un interesse crescente della pop. sviz., anche se in modo assai diverso nelle varie regioni linguistiche; la maggiore sensibilità è stata inizialmente registrata nella Svizzera ted. Tale interesse, dovuto in parte a una reazione agli sconvolgimenti dell'ambiente naturale prodotti dall'uomo, si giustifica anche con la nuova disponibilità di ampie cerchie della pop., cui il progresso materiale aveva permesso di soddisfare i bisogni primari, a sostenere le rivendicazioni avanzate dal Movimento ecologista e gli ingenti investimenti richiesti dalle opere di risanamento: impianti di depurazione, filtri, catalizzatori, protezione acustica. L'avvento della società dei consumi ha provocato quindi un inquinamento ambientale di dimensioni inedite, creando al tempo stesso i presupposti per una diffusa coscienza sociale del fenomeno.
Per quanto la protezione della natura attuata in passato e la moderna tutela ambientale concordino su vari punti, sul piano storico esse divergono notevolmente in quanto a problematiche, obiettivi, soggetti e strategie politiche. Mentre la protezione della natura e del paesaggio un tempo si limitava a preservare determinate aree dell'ambiente naturale (Zone protette, Parco nazionale svizzero), il moderno ambientalismo mira alla difesa dell'ambiente terrestre nella sua totalità. L'ecologia è divenuta una scienza pilota, il che ha comportato una richiesta di interventi più incisivi sul piano sociale ed economico e l'uso di strategie politiche diverse. Già all'inizio degli anni '70 i movimenti ambientalisti, ad esempio i movimenti antinucleari, non esitarono a servirsi di tutte le forme della moderna protesta di massa, mentre le ass. a protezione della natura più moderate (come Pro Natura o il WWF) erano più restie a formulare critiche radicali nei confronti del sistema politico o a organizzare manifestazioni nelle strade. Dal movimento ambientalista trassero origine numerosi partiti politici, fra cui i Verdi, o gruppi (ad esempio Greenpeace) i cui membri, spec. negli anni '80, appartenevano a quasi tutti gli orientamenti politici, in particolare a quelli schierati su posizioni di sinistra.
I primi successi nella lotta contro i danni ambientali prodotti dall'industrializzazione e dall'urbanizzazione vennero ottenuti nel campo della protezione delle acque. Sono noti sin dall'antichità interventi delle autorità cittadine volti a prevenire l'inquinamento dell'acqua potabile da feci umane. In Svizzera, però, i primi depuratori furono costruiti nel XX sec. e solo nelle città in cui le acque luride - come a San Gallo nel 1917 - costituivano una chiara minaccia per l'approvvigionamento idrico. Dalla fine del XIX sec. le acque di scarico provocarono morie di pesci localmente circoscritte, ma il relativo articolo della legge fed. sulla pesca del 1888 non sortì alcun effetto. Nel periodo tra le due guerre suscitò scalpore l'eutrofizzazione di alcuni laghi poco profondi (per esempio quelli di Morat e Hallwil) ad opera dei fertilizzanti agricoli, che si manifestò in una proliferazione di alghe rosse. Le prime iniziative volte a un puntuale risanamento idrico furono avviate dai cant. (spec. Zurigo). Nel 1953, popolo e cant., approvando l'art. 24quater della vecchia Costituzione fed., diedero alla Conf. facoltà di legiferare in materia di protezione delle acque, ma l'apposita legge entrata in vigore nel 1957 rimase per lo più lettera morta. Le cause del fallimento sono da ricercare nell'insufficiente incentivo finanziario offerto ai com. perché si dotassero di depuratori, nella scarsità di tecnici competenti e nell'assenza di dati scientifici cui riferirsi, per esempio nello stabilire valori limite. A ciò va aggiunto l'atteggiamento dell'industria, che basandosi sul principio della parità di trattamento faceva dipendere la depurazione delle proprie acque luride da quella degli scarichi delle economie domestiche.
Solo con l'istituzionalizzazione della protezione delle acque presso la Conf. e i cant., e grazie alla crescente forza e competenza delle ass. di categoria, al grande interesse dei media per gli incidenti e alla concessione di sussidi fed., la costruzione degli impianti di depurazione delle acque superò la fase pionieristica. La revisione della legge sulla protezione delle acque (1971) attribuì alla Conf. la competenza di fissare valori limite unitari per i vari inquinanti. Negli anni '70 la generosa politica di sussidiamento fed. e cant. provocò un vero e proprio boom edilizio nel settore della depurazione delle acque, che comportò tuttavia un vertiginoso aggravio dei bilanci pubblici. Il successo riscontrato nella protezione delle acque è in gran parte dovuto all'alta congiuntura degli anni '60, grazie a cui le richieste degli ambientalisti vennero accolte con favore. Nel 1986, la catastrofe di Schweizerhalle attirò l'attenzione dell'opinione pubblica sulla dimensione intern. dell'inquinamento idrico provocato da grandi incidenti chimici. L'ulteriore revisione della legge sulla protezione delle acque del 1991 ha rafforzato l'importanza della tutela ambientale in tema di deflussi minimi, senza intaccare la preminenza degli interessi economici del settore energetico.
L'articolo costituzionale sulla protezione dell'ambiente, approvato nel 1971 dal 93% dei votanti, prevedeva che tanto l'uomo quanto il suo ambiente venissero protetti da agenti nocivi o molesti. Da quel momento in poi, l'assunto rientrò nelle competenze della Conf., anche se la sua attuazione venne fondamentalmente delegata ai cant. Per quanto la lotta all'inquinamento atmosferico e acustico assumesse grande importanza, fu tuttavia in seguito difficile elaborare una legge, essenzialmente per due ragioni. Da un lato, i problemi economici causati dalla recessione cominciata nel 1975 relegarono in secondo piano la tutela dell'ambiente e consentirono agli ambienti economici di combattere efficacemente le iniziative ecologiche adducendo motivazioni finanziarie. Dall'altro, la solida struttura giur. e amministrativa del Paese creava ostacoli oggettivi all'attuazione delle norme ambientali: quasi tutti i settori della protezione dell'ambiente competevano a più uffici amministrativi, i quali erano pertanto tenuti a collaborare e a coordinare le rispettive basi giur. Per questi motivi, nonostante l'incessante pressione del movimento ambientalista, il parlamento emanò solo nel 1983 una legge fed. sulla protezione dell'ambiente. È probabile che la discussione sul deperimento dei boschi, lanciata con notevole successo presso l'opinione pubblica nel mese di settembre dello stesso anno, abbia avuto un influsso determinante, poco prima delle elezioni, sulla volontà decisionale della Conf. La legge regola i settori dell'inquinamento atmosferico e del suolo, rifiuti, rumori, vibrazioni, radiazioni, la valutazione dell'impatto ambientale degli impianti e la protezione dalle catastrofi. L'ampio testo legislativo poggia sui quattro capisaldi della politica ambientale sviz.: prevenzione, causalità, cooperazione e responsabilità individuale. In base alle leggi fed. sulla protezione dell'ambiente (1983) e dalle radiazioni (1991), sono state in seguito emanate parecchie ordinanze fed., fra cui quelle sull'inquinamento atmosferico (1985), sulle sostanze pericolose per l'ambiente (1986), sulle sostanze nocive nel suolo (1986), sull'inquinamento fonico (1988), sull'esame dell'impatto ambientale (1988), sui rifiuti (1990), sulla protezione contro gli incidenti rilevanti (1991), sulla radioprotezione (1994), sul deterioramento del suolo (1998) e sulla protezione delle acque (due ordinanze nel 1998).
I maggiori successi nell'applicazione della legge sulla protezione dell'ambiente sono stati conseguiti nei settori in cui l'innovazione tecnica ha permesso di sostituire senza oneri finanziari troppo elevati singole sostanze inquinanti, come il piombo nelle benzine o lo zolfo nell'olio da riscaldamento. Hanno invece incontrato forti resistenze i provvedimenti che avrebbero richiesto notevoli investimenti da parte di singole industrie al fine di rendere ecologici i loro sistemi di produzione (ad esempio l'industria siderurgica e dell'alluminio) o che implicavano rinunce sul piano personale (come la riduzione della mobilità motorizzata). Proprio nei campi dell'inquinamento atmosferico e fonico non si è finora riusciti a ottenere dal settore dei trasporti il contributo necessario al raggiungimento degli obiettivi qualitativi. Il dibattito sulla protezione dell'ambiente continua ad essere dominato dalla controversia fra due schieramenti, di cui l'uno ritiene che il potenziale tecnico insito nella nostra economia di mercato sia sufficiente ad adempiere alla protezione dell'ambiente mentre l'altro reputa che un riorientamento di fondo del modo di utilizzare le risorse naturali costituisca la premessa necessaria per affrontare la tematica ecologica. La ricerca di soluzioni è resa ancor più difficoltosa dalla complessità dei problemi ambientali, soltanto di rado spiegabili mediante sequenze lineari di cause ed effetti.
A partire dagli anni '80 la protezione dell'ambiente è divenuta oggetto di dibattito politico sul piano intern. per la dimensione planetaria di molti problemi ad essa connessi e alle strategie proposte per risolverli. Già nel corso della prima conferenza dell'ONU sull'ambiente, tenutasi a Stoccolma nel 1972, scienziati e politici si pronunciarono a favore di una collaborazione intern. in materia di protezione dell'ambiente. Il protocollo sulle sostanze che danneggiano l'ozonosfera approvato a Montreal nel 1987 gettò le basi per la riduzione delle emissioni di clorofluorocarburi (CFC) e di prodotti simili. Il vertice di Rio de Janeiro (1992) sui problemi della Terra - la più importante conferenza mondiale sull'ambiente - era incentrato sul mutamento climatico, sulla protezione delle specie minacciate e sulla distruzione delle foreste tropicali. Sebbene il principio dello sviluppo sostenibile sia stato riconosciuto da tutti, il summit di Rio e le successive conferenze sul clima di Berlino (1995), Kyoto (1997), Buenos Aires (1998), Copenhagen (2009) e Doha (2012) si sono conclusi senza che le decisioni prese, in particolare quelle riguardanti la riduzione dei gas che provocano il surriscaldamento della Terra, abbiano trovato un'efficace applicazione pratica. La Svizzera, attraverso la revisione della legge sul CO2 entrata in vigore nel 2013, intende raggiungere entro il 2020 l'obiettivo di ridurre di almeno il 20% rispetto al 1990 le emissioni di gas legati all'effetto serra.
Autrice/Autore: Ueli Häfeli-Waser / ato
La ricerca ambientale è una branca scientifica sviluppatasi nel corso della seconda metà del XX sec. La storia dell'ambiente o la ricerca ambientale a indirizzo storico, quale nuova sottodisciplina della storia (la prima cattedra in Svizzera fu istituita nel 1997 all'Univ. di Berna), si occupa dei rapporti di causa ed effetto intercorrenti tra le varie forme di società e l'ambiente naturale, muovendosi su due piani: quello dei processi fisico-materiali e quello della comunicazione.
Sul piano dei processi fisico-materiali vengono individuate da un lato le cause naturali di danni alla salute della pop. o di intralci all'efficienza economica (ad esempio anomalie climatiche, catastrofi naturali, epidemie, epizoozie), dall'altro gli effetti (collaterali) negativi dell'attività economica su fattori ambientali quali il suolo, l'acqua, l'aria, la flora e la fauna. In questo campo, la storia ambientale collabora con le discipline delle scienze naturali che analizzano le informazioni racchiuse nei cosiddetti archivi naturali (sedimenti nel suolo, pollini, resti di ossa). Mentre ad esempio la storia del clima è stata studiata abbastanza bene, l'evoluzione delle varie specie animali e vegetali presenta ancora vari quesiti aperti.
Sul piano della comunicazione ambientale si prendono in esame sia la percezione, la valutazione e la spiegazione dei processi in atto nell'ambiente naturale da parte dei vari gruppi sociali, sia la legittimazione delle attività di rilevanza ecologica. Le concezioni del mondo alla base della comunicazione (come, ad esempio, i modelli interpretativi di carattere religioso, tecnocratico o ecologico) variano da una cultura all'altra e sono soggette a modifiche. Il concetto universalmente riconosciuto dello sviluppo sostenibile, nella triplice accezione di efficienza economica, compatibilità ecologica e giustizia sociale, sta alla base anche della valutazione del passato nell'ottica della storia dell'ambiente.
Autrice/Autore: Christian Pfister / ato