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La diseguaglianza è spesso o sempre una questione di misure e categorie. Ci sono macrodiseguaglianze (85 uomini d’oro hanno in tasca un patrimonio equivalente ai redditi di 3.5 miliardi di persone e 1 miliardo di persone vive con un franco al giorno) e microdiseguaglianze (i titoli di studio dei genitori determinano le possibilità della prole di conseguirne di uguali; 7 figli di operai su 10 faranno gli operai), e poi diseguaglianze sessuali, anagrafiche, razziali, territoriali, religiose, politiche. La diseguaglianza è un gioco di scatole cinesi: ne apri una, ne trovi dentro un’altra, e un’altra ancora.
Bisogna contentarsi di una “diseguaglianza ben temperata” secondo John Rawls: fra categorie, fra gruppi, fra blocchi sociali? Non fra gli individui, non per la generalità degli esseri umani? Far parti uguali fra diseguali è un’ingiustizia. Il concetto di uguaglianza rinvia al concetto di giustizia, e quest’ultimo cambia nel tempo e nello spazio. Giustizia è rendere a ciascuno il suo, ciò che gli spetta e il concetto di spettanza non è meno oscuro di quello di uguaglianza.
I tre criteri dell’uguaglianza: 1) l’uguaglianza non è identità. Gli uomini non sono uguali, ma in certe condizioni dovrebbero esserlo e ricevere lo stesso trattamento; 2) Essa deve poggiare su un minimo di ragionevolezza circa la distinzione tra situazione e situazione. Due situazioni uguali devono essere trattate in modo uguale, perché “l’uguaglianza s’applica agli eguali, non ai diseguali” (Platone, Repubblica, VIII, 558c); 3) Il principio di ragionevolezza partorisce a sua volta quello di proporzionalità che punteggia i vari campi del diritto (diritto di famiglia, tributario, penale,…) perché non ogni mezzo utile è anche necessario; non ogni misura necessaria è anche utile.
La legge deve rimediare alle diseguaglianze involontarie (ovvero quelle che si consumano al di fuori o contro la volontà di chi le subisce) e verso i gruppi deboli pur ponendo attenzione a non creare discriminazioni alla rovescia per compensare discriminazioni di fatto poiché possono esservi diseguaglianze giuste ed eguaglianze ingiuste.
L’uguaglianza formale si esprime attraverso misure negative quali i divieti di discriminazione (razza, sesso, religione,…), tende alla conservazione dello statu quo ed è uguaglianza nel punto di partenza (la quale tende a liberare i meriti, accettando solo le diseguaglianze fondate sul valore personale), combatte situazioni che distorcono il mercato. Essa è destinata soprattutto al singolo.
L’uguaglianza sostanziale implica misure positive quali l’intervento perequativo dei poteri pubblici, gli incentivi; tende a sovvertire lo statu quo, è uguaglianza nel punto di arrivo (nei risultati effettivamente raggiunti: questa si prefigge di rimuovere ogni indebito vantaggio che falsi la competizione sociale e punta ad una società meritocratica in cui ognuno possa vedersi riconosciuti i propri sforzi e talenti senza subire penalizzazioni per la sua famiglia o ceto d’origine). Essa punta ad una parità tra categorie, gruppi.
Il principio è l’uguaglianza formale e l’eccezione è quella sostanziale. Entrambe, per coesistere, non possono applicarsi contemporaneamente poiché lo vieta il principio di contraddizione.
L’uguaglianza da perseguire deve puntare verso l’alto (estendendo il vantaggio) o verso il basso (estendendo lo svantaggio)? Bisogna tendere all’uguaglianza verso l’alto ogni volta che entrino in gioco diritti costituzionali (civili e sociali) ma nella misura in cui vi siano i quattrini per renderli effettivi (“riserva del possibile”). Il massimo di Stato per il minimo di libertà non funziona come nemmeno funziona il massimo di libertà per un minimo di Stato (regolatore). Eguaglianza non è egualitarismo. La cerniera tra uguaglianza e libertà sta nel merito, nella valorizzazione delle diverse capacità degli individui. L’uguaglianza più desiderabile è quella della libertà di diventare diseguali partendo da uguali. Sempre senza mai oltrepassare quella linea di confine che rende ogni diseguaglianza inaccettabile perché contrarie al principio di “fraternità” umana. Limite superato da un certo capitalismo senza regole.
L’uguaglianza pare essere rimasta orfana di più genitori, a destra come a sinistra. A farne le spese è il ceto medio sempre più soffocato e privato di quel sogno di dinamismo sociale che il liberalismo aveva saputo creare. La ricchezza tende a polarizzare, anziché disporsi attorno a un valore mediano. Lo sosteneva già Vilfredo Pareto nell’800. Un franco in più ad un povero verrà speso, un franco in più ad un ricco finirà sotto il materasso. “Non c`è democrazia senza ceto medio” (Amartya Sen), forse per questo siamo in crisi.
La povertà produce protezione, che produce ancora povertà. Il liberalismo originario non accetta affatto ogni diseguaglianza ma piuttosto pone il problema nel campo di come la ricchezza si forma e sottolinea come il vero nocciolo sia la povertà. La povertà è dolorosa mentre talune diseguaglianza possono in fondo essere innocue o accettabili. Un obiettivo ragionevole potrebbe essere l’autosufficienza, ovvero consentire a ciascuno di avere abbastanza per garantirsi una vita soddisfacente e dignitosa anche se avrà meno di altri.
Per lo spirito dei tempi la povertà non sembra più essere una sciagura bensì uno status da accettare. Così il paradiso dell’eguaglianza declina verso il basso, verso l’appiattimento dei destini individuali. È invece la povertà, più che l’eguaglianza, il nocciolo del problema, la felicità e il volgere lo sguardo ad immaginare un futuro dignitoso anche altrui.
Avv. Matteo Quadranti, gran consigliere