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Si è aperto oggi, lunedì, a Parigi il processo d'appello contro UBS, che due anni or sono in prima istanza era stata condannata a pagare 4,5 miliardi di euro per aver aiutato sistematicamente i clienti ad evadere il fisco. I dibattimenti si sarebbero dovuti tenere nel giugno scorso, ma erano stati rinviati a causa della pandemia di coronavirus.
La grande banca elvetica è accusata di essere andata a caccia di clienti francesi per convincerli ad aprire conti in Svizzera non dichiarati alle autorità tributarie. Gli inquirenti avevano stimato che gli averi celati allo sguardo del fisco ammontassero ad almeno 10 miliardi di euro. Legalmente UBS deve rispondere di fornitura illecita di servizi finanziari a domicilio ("démarchage") e di riciclaggio aggravato del provento di frode fiscale.
Il tribunale penale di Parigi aveva accolto nel febbraio 2019 la tesi dell'accusa: l'istituto allora guidato da Sergio Ermotti si era visto infliggere una multa record di 3,7 miliardi di euro, a cui andava aggiunto un risarcimento di 800 milioni di euro, per un ammontare complessivo che al cambio attuale corrisponde a 5 miliardi di franchi. La società elvetica aveva annunciato ricorso il giorno stesso della sentenza.
Nel frattempo dopo il giudizio di primo grado sono intervenuti importanti sviluppi: nel settembre del 2019 la Corte di Cassazione di Parigi ha stabilito che i tribunali francesi devono calcolare le multe per frode fiscale sulla base delle tasse evase, e non sull'entità dei patrimoni non dichiarati. Questo orientamento potrebbe essere di grande importanza per UBS e potrebbe avere un impatto favorevole sull'esito del processo d'appello, almeno per quanto riguarda l'importo della multa.
Indipendentemente dall'esito del secondo round processuale, che durerà fino al 24 marzo, è possibile che la vicenda tenga occupata UBS ancora a lungo: potrebbero infatti trascorre altri anni prima di giungere a un giudizio finale.