Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01053.jsonl.gz/253

Vincenzo Todisco risponde alle domande di Elena Spoerl
par Elena Spoerl
Publié le 01/10/2003
Vincenzo Todisco, del suo primo libro, Il culto di Gutenberg, edito da Dadò, esiste già la versione tedesca. Anche Quasi un western, recentemente edito da Casagrande, sarà tradotto?
Quasi un western è il mio secondo libro di narrativa. Sì, anche questo come il primo (Das Krallenauge è il titolo tedesco de Il culto di Gutenberg), sarà trodotto da Maya Pflug per la Rotpunktverlag.
Complimenti, è raro per un esordiente essere subito tradotto.
Il primo libro è una raccolta di racconti. E' stato trodotto solo il racconto omonimo, il più lungo, che era quasi un romanzo breve. Certo, mi ritengo fortunato perché, soprattutto dall'italiano in tedesco, è molto difficile essere tradotti. E' stato davvero un bel colpo.
E' intervenuta la Collana Ch?
Sì, ha segnalato il primo libro per la traduzione. Ma poi è stato l'editore di lingua tedesca a voler continuare.
Parliamo di Quasi un western. Vita vera e parodia, realtà e fantasia: nel suo romanzo si legano, si alternano, si compenetrano. La vicenda ricorda il film Trueman show.
Sì, soprattutto nel finale quando il professor Whyte, il protagonista, arriva in piazza e capisce che è stato vittima di uno scherzo paradossale. In una versione iniziale, il libro finiva proprio lì, con quella scena che - è vero - presenta analogie con il film. Poi discutendo con la commissione editoriale ho capito che era meglio un altro finale.
Nel romanzo narra di una leggenda indiana secondo la quale i nascituri, accompagnati da uno spirito, scelgono i propri genitori e quindi anche il contesto della loro nascita. Perché?
La leggenda viene assunta da Whyte quale sua personale teoria scientifica. Nel libro propongo due modi di affrontare la vita. Il primo è quello dell'intuizione e della fantasia, il secondo quello della scienza, della razionalità (che poi si rivela una montatura). A noi, donne e uomini della post-modernità, forse mancano un po' la fantasia, i miti, le leggende, tutto quello che non è empirico. Manca una certa spiritualità.
Ci parli di Whyte, un personaggio fortemente connotato.
Whyte è stato il punto di partenza del romanzo. Tutto è iniziato con l'immagine (che mi si è quasi imposta) dello scienziato che cavalcava attraverso il deserto. Ho scritto allora di Whyte che «vive la propria vocazione come una missione», o di come lo si riconosca quale scienziato già dal passo e dalla calligrafia; l'ho descritto mentre annota le sue osservazioni. Così ho voluto caratterizzare il protagonista. All'inizio Whyte dialoga ma non si sa con chi parli. Solo verso la metà del romanzo chi legge capisce chi sia l'io-narrante.
E del linguaggio, cosa può dirci?
Quando ho capito che la storia stava diventando, appunto, proprio quasi un Western sono andato a rileggermi i fumetti di Tex per recuperarne il linguaggio; non l'ho ripreso in modo diretto ma facendone una parodia. Prendiamo ad esempio lo scherzo: nei dialoghi ripeto spesso «vuoi scherzare?»oppure «non sto scherzando!»; questo è sì un modo di riprendere il linguaggio «da duri» dei personaggi western, ma è anche un ammiccamento a chi legge, un avvertimento; infatti alla fine tutto si rivela essere uno scherzo. Whyte arriva a Dreamtown e proprio coloro che gli dicono «non stiamo scherzando» si stanno prendendo gioco di lui. Il linguaggio offre una chiave di lettura.
Poi c'è l'idea dei bambini che non vogliono nascere, di tutte le donne gravide e tristi di Dreamtown, chiuse in una casa senza finestre, in prolungata attesa di una nascita incerta. Un'immagine terribile.
In termini realistici sì, essere incinta e non poter mai partorire sembra terribile. Ma leggiamovi la metafora in funzione della narrazione: è la vita che si rifiuta, che non vuole proseguire, perché attorno tutto è menzogna e falsità. Fuori da Dreamtown si sta preparando l'apocalisse. Ho voluto riprendere quell'atmosfera che c'è stata con il passaggio del millennio e poi con l'11 settembre. Oggi mi sembra più vivo che in altri tempi questo sentimento di fine. Per tornare al romanzo, mancando questa dimensione mistica e spirituale, i bambini non vogliono nascere. Non c'è più un vero aggancio alla vita.
Personaggi come Flor de Lys e la squaw, o il sindaco GS e George Stonewood, si rivelano alla fine essere la stessa persona. Hanno una doppia identità?
Sì, perchè sono tutti chiamati a svolgere anche un ruolo di finzione. Nel romanzo ci sono due storie parallele, e alla fine, quando tutto si svela, c'è la rivincita del protagonista beffato. Il mondo della creazione e della fantasia arriva a smascherare tutto e a trionfare sulla menzogna. E' la seconda storia che fa emergere le vere identità ed è così che alla fine si scopre chi è nel torto e chi nella ragione. Perfino l'identità del narratore si scopre solo più avanti; solo addentrandosi nel racconto il lettore può capire che l'io narrante è il cavallo.
Todisco, lei accenna pure all'attesa, tematizzandola nelle gravidanze che si prolungano o nel personaggio di Mr. Doc, l'eterno giocatore che aspetta di vincere finalmente una partita conto Sestesso. Quale ruolo attribuisce all'attesa nella vita?
Il romanzo vuole essere uno specchio della nostra vita moderna, nella quale le coordinate stanno diventando vaghe. L'attesa si prolunga sempre di più, fino a che Whyte perde il conto dei giorni. Voglio esprimere quello che sta succedendo nella nostra società: stiamo perdendo il senso del tempo, e anche quello dei luoghi. Dreamtown è un posto che non esiste. In questo momento della nostra civiltà, pensiamo a internet, siamo dovunque ma non siamo più da nessuna parte. Possiamo far tutto in tempo reale, un tempo talmente reale che non è più nemmeno tempo. C'è una dilatazione delle due dimensioni (spazio e tempo) che ci disorienta. Nel romanzo, il tempo si ferma e lo spazio si muove. Accenno infatti anche a un deserto in pendenza.
Poi nel capitolo 41, la rivelazione, ci ricorda trasmissoni televisive come Sei su candid camera o Il grande fratello, vero? Lei infatti menziona reality show…
In quel punto la storia scoppia e c'è lo smascheramento. Si capisce che tutto era una montatura e Whyte non è stato altro che un burattino. E certo, sottintendo anche una critica alla televisione, dove oggi ogni cosa dev'essere spettacolo, l'audience è tutto, e se ci sia qualità o meno diventa secondario.
Ha scelto di terminare con un pronunciato happy end.
Sì, alla fine è il mondo della fantasia e dell'autenticità ad avere la meglio sulla menzogna. Perdente è il mondo falso di Dreamtown, mentre le storie inventate continuano ad avere una ragione d'essere. E' in quelle storie, in quell'altro modo di affrontare la vita che scorre la linfa vitale. Alla fine Dreamtown crolla, come la falsità. E' forse troppo ottimistico?
Leggiamo in quarta di copertina «… capovolgimento satirico dell'esoterismo, del new age, del falso scientismo». Si riconosce in queste parole?
Sì. Il libro contiene una parodia della scienza, di quella scienza che oggi pretende di poter spiegare tutto. Prendiamo l'altro scienziato, quello che studia il deserto, che rappresenta il dopo-apocalisse. Oltre il deserto, lontano da Dreamtown, già l'apocalisse si sta preparando; dopo, tutto sarà deserto. E lo scienziato crede di poter far ricrescere l'erba nel deserto! E' come dire: possiamo tranquillamente distruggere, tanto la scienza può rigenerare; non è importante come trattiamo il mondo, tanto la scienza saprà ricrearlo.
Come è nato e cosa le ha dato Quasi un western?
Sto lavorando a un altro libro, a un grande romanzo che mi impegna parecchio. Niente di metafisico, dato che si svolge in luoghi e tempi definiti, quindi una storia che richiede un importante lavoro di documentazione. E' un modo di scrivere totalmente diverso. Quasi un western è nato in un momento di pausa per fatica durante il grande romanzo. E' nato per la voglia di raccontare e basta, come sfogo, l'ho scritto di getto, la fabula e l'intreccio erano la cosa più importante, ero libero da qualsiasi costrizione e perfino senza un disegno preciso.
Come s'intitolerà il grande romanzo?
Per ora il titolo di lavoro è Tutti i rumori della vita.
Todisco, lei è molto produttivo: si dedica alla scrittura a tempo pieno?
Tutt'altro! A Quasi un western ho dedicato due anni, mentre a tempo pieno sarebbero bastati alcuni mesi. Al grande romanzo lavoro dal 1999. Ho tempi di gestazione molto lunghi. Scrivo tutti i giorni, ma a volte solo 10 minuti. Lavoro a tempo pieno, invece, quale insegnante alla scuola universitaria pedagogica dei Grigioni e ho una famiglia con molti bambini. Ma con una buona dose di disciplina riesco sempre a scrivere. Ho appena terminato anche un libro per ragazzi, Angelo e il gabbiano, che sarà presto presentato in Ticino per l'anno europeo delle persone disabili.
Elena Spoerl