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Indennità d'uscita dopo licenziamento
L’AFD voleva negare ad una guardia di confine, licenziata per inidoneità, il versamento dell'indennità d'uscita nonostante la disdetta fosse stata data prima del cambiamento del regolamento e della soppressione di questa indennità.
L'Amministrazione federale delle dogane (AFD) argomentava che il contratto era scaduto dopo la soppressione dell'indennità, che pertanto non era dovuta. Già il Tribunale amministrativo federale aveva invece accertato che il momento determinante fosse quello della disdetta, ma ha preteso che l'indennità non era dovuta, perché secondo l'art. 34 a, cpv. 3, dell’Ordinanza sul Personale della Confederazione (OPers) in vigore al momento del licenziamento, l'indennità sarebbe spettata solo a chi si dimetteva volontariamente. Ciò in netto contrasto con diverse circolari e con la prassi che riconosceva l'indennità d'uscita sia a chi si dimetteva volontariamente, sia a chi veniva licenziato.
In altre parole, l’AFD e il Tribunale amministrativo federale, anche se con argomentazioni diametralmente opposte, avevano preteso che per poter beneficiare dell'indennità d'uscita l'interessato avrebbe dovuto ritirare il ricorso che all'epoca era pendente contro il suo licenziamento. Volevano cioè che scegliesse se continuare a lottare per il proprio impiego o licenziarsi e ricevere l'indennità d'uscita.
Il 29.10.2013, il Tribunale federale ha ora dato ragione alla guardia di confine: l'indennità d'uscita è dovuta non solo a chi si è licenziato prima del 1° luglio 2010, ma anche a chi è stato licenziato prima di quella data, anche se il periodo di disdetta scade dopo. L’AFD dovrà ora determinare l'importo dell'indennità di partenza che spetta all'interessato.
Rosemarie Weibel, avvocata di fiducia di Garanto