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La recente decisione dell’Unione europea in merito al “diritto all’oblio” in Rete è stata fortemente criticata da diversi giornalisti quando Google ha iniziato a de-indicizzare alcuni articoli dai suoi risultati di ricerca. Robert Peston della Bbc, ad esempio, ha accusato Mountain View di censura e ha dichiarato che la decisione “frena la libertà di espressione e sopprime il giornalismo nell’interesse pubblico”. Il Guardian, invece, ha parlato di “sfida alla libertà di stampa”.
Il diritto all’oblio è stato sollevato lo scorso maggio contro Google, come conseguenza di un appelo chiesto da un avvocato spagnolo alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Il massimo tribunale dell’Unione ha stabilito che il Google spagnolo avrebbe dovuto cancellare alcune informazioni risalenti a un caso del 1998, informazioni ritenute “inadeguate, irrilevanti o non piu rilevanti” e come tali da cancellare dai risultati di ricerca, come richiesto dal’appellante. Da quel momento, Google ha ricevuto più di 70mila richieste da tutta Europa per la cancellazione di più di 267mila pagine Web.
Per approfondire: Cronaca e oblio, la bilancia dei diritti
Tra i primi articoli rimossi vi era un post del blog di Peston, risalente al 2007, in cui veniva criticato un banchiere per alcune sue attività e una serie di pezzi del Guardian, tra cui uno che trattava di un ex-arbitro coinvolto in un caso di giustizia sportiva. In tutti i casi, i giornalisti autori dei pezzi sostengono che la pubblicazione sia avvenuta nell’interesse pubblico.
Più tardi, Google ha rivisto la sua decisione di “oscurare” l’articolo sull’arbitro, seguendo un appello rivolto dal Guardian stesso. Secondo molti, l’indecisione di Google dimostra quanto l’azienda non dovrebbe vedersi costretta a decidere quando uno specifico articolo debba restare o meno indicizzato su Internet. Mark Stephens, un avvocato di Londra che si occupa di media, ha dichiarato che “rendere degli intermediari responsabili di decidere quando e se un’informazione sia o meno nel pubblico interesse è pericoloso e inattuabile: più di 100 miliardi di ricerche vengono realizzate ogni mese solo su Google”.
Stephens crede che la decisione della Corte possa essere biased nei confronti di alcuni influenti settori della società. “Questa sentenza eccessiva finirà per aiutare molto di più i potenti che richiedono di riscrivere la storia, più che nel dare ai singoli cittadini maggiore influenza sulle proprie identità online”, ha dichiarato in questo senso l’avvocato al Guardian. Index on Censorship ha a sua volta criticato la sentenza con parole dure in una dichiarazione: “È come se il governo devolvesse ai bibliotecari il potere di decidere quali libri possono essere letti (sulla base delle richieste del pubblico) e poi metta sotto chiave quei libri”. Gli attivisti sostengono invece che Google abbia applicato la sentenza in modo deliberato e troppo liberamente, in modo da dare piu visibilità alla questione e sottolineare i difetti della sentenza.
Paul Bernal, docente di Information Technology, Intellectual Property and Media Law alla University of East Anglia crede invece che Google abbia scelto di cancellare i link alle storie di giornalisti di alto profilo come Robert Peston e Roy Greenslade proprio nella speranza che queste firme si attivassero per denunciare la censura della stampa.
Per approfondire: L’identità digitale tra diritto all’oblio e cronaca
Bernal è uno dei tanti attivisti della privacy che ritengono che la direttiva della Corte di giustizia dell’Unione europea, per quanto vaga e difficile da implementare, sia giusta nel principio. Secondo Bernal, il concetto andrebbe chiarificato e ridefinito come parte della nuova Data Protection Regulation della Ue. “Una riforma ben fatta con una versione meglio scritta e più appropriata del diritto all’oblio è la soluzione migliore”, ha dichiarato Bernal, “se questo può essere realizzato presto – piuttosto che essere ritardato o indebolito – allora sarà possibile andare oltre la sentenza contro Google Spagna, sia legalmente che nella pratica e penso che tutti potrebbero beneficiarne”.
Simon Hughes, il ministro della giustizia del Regno Unito ha detto che, mentre il governo britannico vuole difendere il diritto dei cittadini alla privacy, deve anche farsi carico della difesa della libertà di espressione. Il Ministro ha dichiarato che le persone non dovrebbero assumere di avere un diritto senza limitazioni a rimuovere materiali sul loro conto dai motori di ricerca solo perché questi sono sconvenienti.
In molti casi esiste infatti un interesse pubblico nel mantenere quella informazione in vita. Google, che distribuisce piu del 90% delle ricerche online in Europa, dice di avere centinaia di dipendenti, inclusi molti con un background legale, che lavorano sulla valutazione delle richieste di cancellazione. “Tutto questo per noi è nuovo e in evoluzione”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda.
Articolo tradotto dall’originale inglese