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Ha dedicato tutta la sua vita all’arte del disegno, ma sarebbe troppo riduttivo definirlo semplicemente disegnatore, o illustratore. Saul Steinberg (15 giugno 1914 – New York, 12 maggio 1999) è stato molto di più: un creativo dalle infinite risorse, tra i più poliedrici e originali del XX secolo. La sua immaginazione e la sua curiosità non conoscevano confini. Per questo, tra tutte le parole che gli sono state riservate, le più incisive sembrano essere quelle del critico d’arte statunitense Harold Rosenberg, che nel libro Il mondo dell’arte di Saul Steinberg, del 1978, scrisse: “Steinberg è un pioniere dei generi, un artista che non è relegabile a un unico ambito. È uno scrittore d’immagini, un architetto del linguaggio e dei suoni, un progettista di trame filosofiche”.
“Creatore di aforismi visivi” l’aveva definito, invece, il collega Art Spiegelman, puntando l’attenzione sulla sua formidabile capacità di “prendere un’idea complessa e distillarla in una singola immagine”. Sì, perché il tratto di Steinberg ci appare a prima vista scarno e leggero, ma rivela, in realtà, una profondità e una complessità inaspettate. Lo stesso Steinberg dichiarò in un’intervista: “Cerco di usare un alfabeto molto povero di segni per esprimere idee che possono essere molto complesse e complicate, per questo il disegno è molto vicino alla poesia che usa parole comuni per spiegare cose molto complesse”.
Del resto, un’altra grande mente creativa del Novecento, Bruno Munari, affermava proprio che “tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare”. Ecco, Steinberg non era solo un maestro della semplificazione, con la sua linea nera e pulita, sempre pronta a prendere direzioni inattese, ma anche un inventore immaginifico, talvolta surreale, dotato di uno humour ineguagliabile.
Nato nella piccola cittadina romena di Râmnicu Sărat, nel 1914, da una famiglia della borghesia ebraica, Saul Jacobson, divenuto in seguito Steinberg, consegue il diploma nel 1932 e si iscrive in un primo momento alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bucarest, salvo poi optare l’anno successivo per la Facoltà di Architettura. I suoi progetti, però, si scontrano con l’antisemitismo imperante e con il limite di ingresso imposto agli studenti ebrei. “La mia infanzia, la mia adolescenza in Romania sono state un po' l’equivalente di essere stato nero nello stato del Mississippi” scriverà anni dopo.
Steinberg non si dà per vinto e decide quindi di iscriversi alla Facoltà di Architettura del Regio Politecnico di Milano, città in cui si trasferisce nel novembre del 1933. Il periodo meneghino è denso di stimoli e occasioni per il giovane Steinberg, che conosce e frequenta numerosi protagonisti della vita culturale cittadina, in primis lo scrittore e architetto Aldo Buzzi, che diviene suo amico fraterno, e poi Alberto Lattuada, Cesare Zavattini, Giovanni Guareschi… Di quegli anni, Steinberg ricorderà: “L’aria di Milano era ottima, allora, e la luce bellissima, e vedevo una cosa che non avevo mai visto, lo svegliarsi tranquillo e silenzioso di una città: gente a piedi, gente in bicicletta, tram, operai”.
Tra i primi lavori di Steinberg vi è la collaborazione con le riviste umoristiche «Bertoldo» e «Settebello»: è proprio sulle loro pagine che affina il suo innato talento e inizia a distinguersi quale arguto disegnatore. Ma la libertà dell’artista è presto minacciata dalle ignobili leggi razziali promulgate dal regime fascista. Steinberg riesce comunque a laurearsi in Architettura e si adopera subito per emigrare negli Stati Uniti. Dopo varie peripezie, tra cui la detenzione nel carcere di San Vittore e il confinamento nel campo di prigionia di Tortoreto (Abruzzo), raggiunge finalmente il suolo americano nel 1942, dove viene accolto in un primo momento dall’amico Costantino Nivola, anch’egli emigrato.
Inizia così per Saul Steinberg una nuova vita: viene arruolato come ufficiale della Marina militare, riceve la cittadinanza americana, a New York conosce la pittrice Hedda Sterne, che diventa sua moglie, ed è assegnato ai servizi di Intelligence, spostandosi per oltre un anno su vari fronti di guerra: Cina, India, Nord Africa e di nuovo nel Belpaese. In questo periodo, realizza numerose vignette di propaganda antinazista, opuscoli per l’esercito e illustrazioni per «The New Yorker». Vive in prima persona gli scenari di guerra raccontandoli con il suo stile icastico, sempre imbevuto di ironia e garbata provocazione. Molti di questi lavori saranno raccolti nel suo primo libro, All in Line (1945).
Anche dopo la fine del secondo conflitto mondiale, Steinberg tornerà spesso in Europa, e in Italia, come nel 1954, quando in occasione della X Triennale di Milano, gli amici Enrico Peressutti, Ludovico Belgiojoso ed Ernesto Nathan Rogers dello studio di architettura BBPR lo invitano a realizzare i disegni per l’installazione temporanea Labirinto dei ragazzi. Lui contribuisce ricorrendo alla tecnica dello sgraffito, “perché è il più popolare mezzo espressivo. È infatti abitudine comune a tutti il servirsi distrattamente della sua tecnica espressiva nella cabina telefonica o nel WC”.
Negli anni successivi, Steinberg consolida la sua fama e si inserisce a pieno titolo nella vivace scena culturale statunitense, stringendo legami con diverse personalità, come lo scultore Alexander Calder e lo scrittore e illustratore Leo Lionni. Con mano disinvolta e piglio sagace, Steinberg raffigura spassosi animali, uomini e donne sovente buffi e stravaganti, scorci urbani, paesaggi, e poi interni ben arredati e momenti festosi dove ogni personaggio è tratteggiato sapientemente, offrendo così esilaranti spaccati dell’upper class americana. A caratterizzare le sue tavole, percorse da parole in libertà, calligrafie immaginarie e giocosi ghirigori, sono un peculiare sense of humour e una personalità briosa e spontanea.
“La mia evoluzione è nata dal basso, dai cartoons. Ho imparato lavorando e sono riuscito a uscire da certi cul-de-sac, certe volgarità del disegno umoristico e certe banalità dell’arte commerciale conservando sempre un po' di questo elemento di mediocrità, di volgarità direi quasi, che non voglio abbandonare ritenendolo una cosa necessaria: come uno che cambiando classe sociale non vuole separarsi dalla moglie e dagli amici del vecchi tempi”.
Tra le collaborazioni più felici di Steinberg va senz’altro ricordata quella con la fotografa Inge Morath tra gli anni Cinquanta e Sessanta. L’esito è una serie di scatti divertenti ed emblematici in cui Steinberg e i suoi amici vengono ritratti con indosso le iconiche maschere da lui realizzate con i sacchetti di carta. Un’originale visione delle convenzioni e contraddizioni della società a stelle e strisce.
Nel 1978, ormai celebre e affermato, Steinberg è protagonista di una grande mostra al Whitney Museum of American Art di New York. In tale occasione, con la sua consueta autoironia e acutezza, afferma: “Non appartengo propriamente né al mondo dell’arte, né ai fumetti, e nemmeno a quello delle riviste, perciò il mondo dell’arte non sa bene dove piazzarmi”. In effetti, è sempre stato uno straordinario outsider il cui linguaggio espressivo non ha eguali. Steinberg continuerà a “ragionare sulla carta” (così definiva l’atto del disegnare) fino ai suoi ultimi giorni. Sulla scrivania del suo appartamento newyorkese, dove si spegne nel 1999, lascia una vecchia mappa di Bucarest con accanto il disegno del quartiere in cui abitava da bambino. Quel bambino che, nella sua ostile città d’origine, non possedeva giocattoli ma era solito distrarsi con le “fantasiose architetture di cartone” presenti nella fabbrica di scatole del padre, una volta cresciuto non ha mai smesso di giocare, fantasticare, esplorare, divertirsi, e soprattutto divertire con la sua arte multiforme e il suo stile inconfondibile.