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Da oggi, il Regno Unito non è più un paese membro dell'Unione Europea. La Brexit, quindi, si è realmente manifestata, nonostante abbia lasciato ancora molti punti di domanda in sospeso. Non tutte le conseguenze del divorzio tra Londra e Bruxelles, infatti, sono ancora precisamente definite.
Qualche incertezza aleggia anche sul calcio. Per i club di Premier League, infatti, la compravendita dei giocatori sarà più complicata, in quanto la Gran Bretagna ha deciso di abbandonare la libera circolazione delle persone, uno degli elementi fondamentali del diritto europeo. Senza libera circolazione delle persone, i lavoratori - tra cui ci sono anche i calciatori professionisti - che prima erano classificati come comunitari, da oggi sono da considerarsi extra-comunitari.
Una delle regole vigenti in Premier League, per l'acquisto di giocatori extracomunitari, è che il cartellino di un calciatore non "cresciuto in casa" può essere acquistato, soltanto se - nelle ultime due stagioni - il giocatore ha disputato un certo numero di partite con la propria nazionale. Più la nazionale in questione ha un basso ranking FIFA, maggiori sono le presenze che il calciatore extra-comunitario deve aver totalizzato, per essere acquistato da un club di Premier League.
Questo sistema serviva alla Premier League per mantenere un alto livello della qualità, tra i giocatori in entrata. Il concetto di extra-comunitario, però, si è esteso a tutti coloro che non sono britannici.
La Brexit e la fine della libera circolazione delle persone hanno portato, al calcio britannico, sentimenti contrastanti. Da un lato, la Football Association (FA), ovvero la federazione inglese di calcio, che regolamenta il calcio in Inghilterra; dall'altro la Premier League, l'organizzazione che gestisce il massimo campionato inglese. Se la FA vede nella brexit l'occasione di rilanciare il peso dei calciatori britannici, la Premier League, invece, è preoccupata di perdere investimenti, ricchezza e prestigio.
La FA vorrebbe modificare il tetto di giocatori non "home-grown". Su una rosa di venticinque atleti, infatti, la Federazione vorrebbe aumentare il numero dei "prodotti della casa", facendo diminuire il numero di stranieri tesserabili: da diciassette a tredici.
Insomma, in Premier League si prospetta un numero di stranieri più basso, e un'accessibilità al tesseramento per un club inglese - da parte di chi arriva dall'estero - solamente per coloro che sono schierati dalla propria nazionale.
Una Premier League più inglese potrebbe sì lanciare qualche calciatore britannico in più, ma è anche possibile che ciò faccia scendere l'asticella del torneo (oggi la più alta al mondo). In poche parole, la Premier League si appresta a non più essere il miglior campionato del mondo.