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Ci vorranno almeno sei mesi affinché il Governo del Bangladesh possa registrare biometricamente i 500'000 rifugiati Rohingya giunti nel Paese dal 25 agosto. Un processo urgente e necessario, spiega il governo di Dacca, anche per un eventuale rimpatrio nel Myanmar.
Domina però profonda incertezza sullo statuto e il futuro di una popolazione che nel Myanmar non è mai stata riconosciuta con il suo nome e che non ha alcun diritto, sebbene viva nel paese da generazioni.
Il Myanmar, Stato a maggioranza buddista, è composto da 135 gruppi etnici, alcuni dei quali sono, da sempre, in profondo conflitto con le autorità centrali.
Si considera che i Rohingya discendano da antichi commercianti di origine araba che giunsero nel territorio birmano intorno all'VIII – IX secolo d.C., installandosi principalmente a nord dello Stato Rakhine, che confina con il Bangladesh.
La loro persecuzione risale al 1948, anno dell’indipendenza del Myanmar dall’Impero britannico, aggravatasi poi con il pugno di ferro del regime militare, al potere per 50 anni. Ma la recente violenza contro la minoranza musulmana è senza precedenti, malgrado la leader del governo civile sia ora il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Loretta Dalpozzo
Un aiuto dalla Catena della Solidarietà
La Catena della Solidarietà lancia un appello alle donazioni a sostegno dei rohingya che possono essere effettuate online sul sito dell'organizzazione, attraverso l’applicazione "Swiss Solidarity" o sul conto postale 10-15000-6 (menzione "Rohingya"). Le polizze di versamento della Catena della Solidarietà sono inoltre a disposizione in tutti gli uffici postali.