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Annette Schömmel lavora direttamente con molte startup in Asia. E conosce bene alcune realtà economiche che si sono sviluppate con successo in quelle regioni. Dalle colonne della “NZZ am Sonntag” ha lanciato di recente una proposta per cercare di offrire risposte alla problematica dei lavoratori frontalieri.
Schömmel propone in sintesi di individuare, nei nostri Paesi vicini, delle zone a ridosso della frontiera dove creare attività economiche di vario genere, in cui venga impiegata la tradizionale manodopera frontaliera. Sarebbero zone di una certa dimensione dove potrebbero lavorare svizzeri e persone dell’Ue. La costruzione e la gestione di queste zone sarebbe in mano alla Svizzera, il gettito fiscale verrebbe ridistribuito tra i due Paesi. Salari e costi di produzione si troverebbero a metà tra quanto si pratica attualmente nelle due nazioni. Il mercato svizzero ne trarrebbe grande beneficio e gli abitanti dell’Ue avrebbero il vantaggio di poter godere del sistema sociale e della stabilità garantiti dalla Svizzera, pur abitando nel loro Paese. Si tratterebbe insomma di una EasySwitzerland. Inoltre si potrebbero sviluppare interessanti collaborazioni con i centri di ricerca del Paese vicino.
Non si tratta di semplici utopie: realtà simili esistono già tra Stati Uniti e Messico, tra Hong Kong e la Cina, tra Corea del Sud e del Nord. E funzionano anche bene, con vantaggi per entrambe le parti. Perché allora non potrebbero funzionare anche a ridosso della frontiera ticinese?