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Il 17 giugno, mentre la Commissione per l’audit che doveva stabilire la verità sul debito greco presentava le sue conclusioni, il governatore della Banca centrale greca, Yannis Stournaras, ex ministro delle Finanze del governo Smaras-Venizelos, faceva pervenire una chiavetta USB alla presidente del Parlamento Zoe Konstantopoulou. La chiavetta USB conteneva un rapporto di 141 pagine dal titolo «Politica monetaria 2014-2015».
La presidente del Parlamento gli rimandava immediatamente la chiavetta USB con la dicitura: «mai ricevuta». La presidente fece osservare che il Parlamento riceveva rapporti scritti e stampati. Viceversa, fece allusione a certi contenuti di chiavette USB che non sono mai stati chiariti, come quella contenente la cosiddetta Lista Lagarde.
Nel rapporto della Banca centrale, il cui contenuto è stato diffuso alla stampa, Stournaras indicava «una situazione incontrollabile». Il governatore aggiungeva. «Se un accordo fosse raggiunto nei prossimi giorni allontanerebbe i rischi di una crisi economica, ridurrebbe l’incertezza e assicurerebbe una prospettiva di crescita durevole per la Grecia. Al contrario, la mancata conclusione di un accordo segnerebbe l’inizio di un cammino doloroso che porterebbe, prima, a una bancarotta della Grecia, e infine all’uscita dalla zona euro – e molto verosimilmente – dall’Unione Europea. […] Un’uscita dall’euro implicherebbe una profonda recessione, una caduta drammatica dei redditi, un aumento esponenziale della disoccupazione e un crollo di tutto ciò che l’economia della Grecia ha realizzato durante gli anni di adesione all’UE, e particolarmente della sua partecipazione all’eurozona. Dalla sua posizione come membro del cuore dell’Europa, la Grecia si ritroverebbe relegata al rango dei paesi poveri del sud dell’Europa». Un riassunto del rapporto della Banca di Grecia si può trovare, in inglese, all’indirizzo seguente:
http://www.bankofgreece.gr/Pages/en/Bank/News/PressReleases/DispItem.aspx?Item_ID=4988&List_ID=1af869f3-57fb-4de6-b9ae-bdfd83c66c95&Filter_by=DT
La campagna di minacce si fa ogni giorno più forte. Risulta anche che giornalisti dei media greci dominanti sono stati «istruiti» in corsi svolti con la benedizione del FMI.
La presidente del Parlamento ha sottolineato che l’invio della chiavetta USB – dunque il rapporto della Banca centrale di Grecia – non era altro che un intervento diretto di Stournaras e dei creditori nel momento in cui il Parlamento discuteva delle basi legali per una cancellazione, almeno parziale, del debito.
Secondo la stampa greca, il rappresentante della Grecia presso il FMI nel 2010, Panagiotis Roumeliotis, ha indicato nella sua deposizione davanti alla Commissione per l’audit, istituita dal Parlamento, che tra il FMI e i governi tedesco e francese, si erano svolti negoziati segreti prima della compilazione del primo memorandum (2010), che ha sottoposto la Grecia e la sua popolazione a un regime di austerità criminale. Lo scopo risultava con chiarezza: salvare le banche tedesche e francesi che avevano prestato alla Grecia.
Nel prossimo periodo – o forse nei prossimi giorni – si concluderanno i cosiddetti negoziati tra il governo greco e le «istituzioni». Va ricordato un fatto elementare: se i 7,2 miliardi di euro – fraudolentemente qualificati di aiuto – saranno sbloccati, al prezzo di nuove controriforme, saranno subito assorbiti dalle scadenze di luglio. E in agosto, 3,2 miliardi devono essere rimborsati alla BCE, poi, in settembre, 1,5 miliardi al FMI. Già solo a partire da questi dati, la definizione di «debito insostenibile» è ovvia. Cosa che condividevano certamente quelli e quelle che manifestavano la sera del 17 giugno davanti al Parlamento.
Nelle fila di Syriza, il deputato economista Costas Lapavitsas ha sviluppato una proposta che sulla base dell’esempio islandese porterebbe all’abbandono a tappe dell’euro, al ritorno alla dracma, e un elemento decisivo del quale sarebbe la nazionalizzazione delle banche. Questo testo dovrebbe essere discusso al Comitato centrale di Syriza.
Per ora, ci sembra utile far conoscere il punto di vista di Euclide Tsakalotos, uno dei negoziatori nominati dal governo Tsipras per condurre i le trattative con il FMI, la BCE, e l’UE. L’intervista è pubblicata sul quotidiano Libération del 18 giugno 2015. È stata condotta da Fabien Perrier ad Atene.
Introduzione cura della redazione di A l’Encontre.
Perché l’ultimo incontro con il «gruppo di Bruxelles», il 14 e 15 giugno, è fallito?
Arrivando a Bruxelles quel sabato, ci siamo resi conto all’improvviso che di fronte a noi non c’erano più gli alti responsabili del Fondo monetario internazionale (FMI) o della Banca centrale europea (BCE), ma solo dei loro rappresentanti, che non avevano un mandato per negoziare. Dunque, non siamo noi che abbiamo fatto naufragare il negoziato.
Ma alcuni dicono che non eravate preparati…
È falso! Siamo arrivati con una serie di proposte sulle questioni di bilancio. Certo non siamo d’accordo con i nostri creditori sulla stima del «buco» di bilancio previsto per il 2016. Ma avremmo potuto avvicinare i nostri punti di vista. In particolare, rafforzando la lotta all’evasione fiscale, la nostra lista di misure potrebbe permettere di riscuotere 2,3 miliardi di euro in più. Speriamo di fare evolvere i punti di vista di ciascuno, ma in realtà i nostri interlocutori non sembrano pronti a un compromesso. Considerano che le nostre misure non sono abbastanza attendibili? Però, grazie alla possibilità offerta ai contribuenti greci di pagare i loro arretrati fiscali in più rate, abbiamo già potuto fare rientrare 500 milioni di euro nelle casse dello Stato. I nostri interlocutori insistono ogni volta sulla riduzione delle pensioni. È irrealistico in un paese in cui sono già state notevolmente ridotte da cinque anni, e dove i due terzi dei pensionati vivono sotto la soglia di povertà. In Grecia, dove il 60% dei giovani è disoccupato, spesso una sola pensione fa vivere tutta la famiglia. In realtà i nostri interlocutori non evolvono. Fanno sempre le stesse proposte. Ora, un negoziato dovrebbe essere un «dare e ricevere».
Quali sono le richieste precise in materia di pensioni?
Contrariamente a quanto sostiene l’Unione Europea, vogliono una nuova riduzione delle pensioni per il 2016. Da parte nostra, abbiamo già rinunciato alle pensioni anticipate, anche se, evidentemente, quanti arrivano oggi all’età pensionabile, sono ancora nel quadro del vecchio sistema. In realtà, bisogna procedere soprattutto a una riforma strutturale del sistema delle pensioni. Noi ci siamo impegnati. Ma deve essere separata dalle questioni di bilancio a breve termine.
Olivier Blanchard, capo economista del FMI, ha denunciato sul suo blog «il rifiuto della Grecia a procedere a quelle riforme prioritarie, che sole potranno permetterle di riprendere la crescita e alleviare il debito»…
Tutto dipende da che cosa si intende per «riforme prioritarie». Dopo cinque anni di recessione, è difficile credere che si rilancerà l’economia greca continuando ad abbassare pensioni e salari e aumentare le tasse. In effetti, il FMI si contraddice. Nei suoi scritti, Olivier Blanchard, per evitare l’evasione fiscale, raccomanda di ridurre il numero delle aliquote dell’IVA. Noi abbiamo già proposto di ridurre il loro numero da sei a tre e di migliorare la riscossione della tasse. Ma per il FMI questa non è una proposta valida. Da un lato, gli economisti del FMI dicono che questo genere di misure cambia la situazione, dall’altro, i negoziatori della stessa istituzione considerano che non è una riforma.
Resta che il governo greco non vuole una riforma del mercato del lavoro…
Noi pensiamo che, come in Francia, in Germania, in Austria dobbiamo avere contratti collettivi di lavoro. Questi fanno parte della tradizione europea dei diritti e della giustizia sociale. Siamo stati eletti per lottare contro l’evasione fiscale, la corruzione e riformare il settore pubblico. Però non abbiamo ottenuto il sostegno dei nostri partner per attuare tali cambiamenti. Ci si chiede di essere «flessibili»? Bene, ma bisogna che ci si lasci tentare una ricetta diversa.
A sentire voi, vi si vuole costringere a un nuovo programma di austerità…
Loro parlano di «flessibilità». Noi non l’abbiamo vista in pratica. Lei può trarre la conclusione. In effetti, è come se non cercassero di regolare prima di tutto il problema del debito. Gli europei, e in particolare il governo francese, devono scegliere: l’Europa può accettare un governo il cui programma non è conforme all’ideologia dominante? Se la risposta alla domanda è no, allora anche la Francia e la Germania avranno un giorno qualche cosa di cui preoccuparsi. Perché, se è così, il messaggio a tutti gli europei è il seguente: in Europa potete fare tutto quello che volete, a condizione di obbedire all’élite dell’Europa.
In breve, secondo voi vi si domanda sempre di più…
Se dobbiamo cercare in permanenza a breve termine i soldi per rimborsare il FMI o la BCE, non avremo mai la possibilità di procedere alle necessarie riforme strutturali. Abbiamo già accettato misure che non pensavamo necessariamente buone. Ma che fare del debito? Perché non è possibile avere una discussione che permetta, ad esempio, al Meccanismo europeo dei stabilità (MES) di riprendere le obbligazioni greche attualmente in mano alla BCE? Così potremmo avere uno scaglionamento più regolare dei rimborsi e un tasso più ridotto, senza fare correre rischi supplementari ai nostri partner europei. Io, che sono economista, non vedo quale logica economica li spinga a rifiutare questo cambiamento di statuto delle obbligazioni. O allora, la vera ragione è politica: sono scettici verso un governo che afferma priorità sociali. Contrariamente a ciò che succede nella maggior parte dei paesi europei…
Se non c’è accordo a fine giugno, pagherete i debiti o i salari?
Qualsiasi governo progressista dà la priorità al pagamento dei salari e delle pensioni. Nessuno in Europa, o tra le forze progressiste francesi, si aspetta altro da noi. Resta che noi auspichiamo un accordo globale, con riforme e modi di finanziamento praticabili. Se arriviamo a un accordo prima del 30 giugno, allora il «Grexit» non sarà più una minaccia costante. E avremo il tempo per realizzare delle riforme. Se in Grecia ritorna la fiducia, ci sarà una ripresa dei consumi e nuovi investimenti.
Si legge spesso che questo governo è inesperto…
In un certo senso è vero. Solo uno dei suoi membri – il vice Primo ministro – ha già avuto un portafoglio importante. E in un certo senso è un problema. Ma è anche un’opportunità. I ministri dei governi precedenti avevano una reale esperienza. E tuttavia sono affondati in questa crisi. Dunque, avere uno sguardo nuovo sui problemi economici e sociali è un vantaggio. Noi non facciamo parte del sistema della corruzione. È precisamente per il fatto che non abbiamo alcuna «esperienza» dei mezzi per sostenere la corruzione, l’evasione fiscale e il clientelismo, che i nostri partner europei dovrebbero apprezzarci. Ci si dovrebbe dare un anno. Con un accordo sul debito e su un programma di investimenti. Lasciarci il tempo di dimostrare che siamo capaci di lottare contro la frode fiscale e la corruzione, e di riformare l’amministrazione.
In caso di fallimento dei negoziati ci sarà un referendum in Grecia?
Noi auspichiamo un accordo con un programma economico valido dentro l’euro. Siamo fondamentalmente pro europei, non antieuropei. E sappiamo che la fine dell’euro porterebbe a svalutazioni, e all’emergere dei nazionalismi che ci riporterebbero agli anni ’30. La nostra linea, in fondo, è quella che Michel Sapin, il vostro ministro delle Finanze, ha definito all’inizio: rispettare la democrazia e il nuovo mandato popolare in Grecia, nella continuità delle regole europee. Ma se la scelta si riassume nel continuare l’austerità nell’euro o lasciare l’euro, toccherà al popolo greco esprimere la sua opinione e cambiare il mandato.
Questo significherebbe che Syriza ha fallito?
Che l’Europa ha fallito.
Anche il governo greco?
Sì, certo, poiché noi facciamo parte dell’Europa. Non è l’Europa da una parte e i greci dall’altra. Quando dico «noi avremo fallito», questo comprende anche il governo greco e i greci.