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Quando sembra che abbiamo toccato il fondo, arriva un fatto nuovo. E il mercato del lavoro ticinese prende la pala e comincia a scavare. Eh sì, perché al peggio non c'è limite.
- Dopo i salari da 1'500 franchi a tempo pieno o anche meno;
- dopo la gente assunta al 50% lavorando in verità al 100%;
- dopo le imprese che si riservano il diritto di ridurre la paga "agli operatori/operatrici che, per limitazioni di età, di evidente incapacità lavorativa (difetti fisici ecc.) che non dessero una piena resa lavorativa";
- dopo le imprese delinquenziali che riducono i salari o eliminano la tredicesima ("e se non ti va bene te ne vai fuori dalle scatole");
- dopo i lavoratori pagati in euro a tassi di cambio da strozzini;
- dopo tutte le delizie di questo genere adesso abbiamo scoperto gli schiavi. Quelli veri: non è un modo di dire.
Gli schiavi vivevano in un capannone in provincia di Varese, in condizioni indegne. Il capannone si è allagato e li hanno scoperti. Erano in mezzo metro d'acqua ma non chiedevano aiuto perché avevano paura di perdere la "casa" e il "lavoro".
Lì dentro forse hanno "abitato" anche dei bambini.
Questi poveri disperati venivano reclutati nell'Italia del Sud da un "imprenditore" residente nel Bellinzonese; un mascalzone che aveva già avuto problemi con la giustizia in Italia e che possiede un'impresa edile a Iragna. Gli schiavi venivano portati tutti i giorni in Ticino a "lavorare", con pulmini con targhe ticinesi. La sera, finito il turno, se ne tornavano nel loro lager varesino.
Alla ditta italiana in questione era già stato vietato di operare in Svizzera.
L'Ispettorato del lavoro aveva emesso un decreto d'accusa contro l'azienda per violazione della legge federale sui lavoratori distaccati. La relativa pena era stata sospesa dopo che la ditta non aveva fornito le informazioni richieste dal Cantone in merito ai contratti e le norme sui salari. Poi l'Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro aveva multato due volte l'azienda nella primavera scorsa perché non aveva rispettato le procedure di notifica. Visto che non ha mai pagato le multe, è stato emanato un divieto di operare in Svizzera.
Questi non possono più "operare in Svizzera". Però hanno potuto tranquillamente aprire una filiale a Iragna e continuare con le loro porcherie senza che nessuno glielo impedisse.
E una volta in Svizzera hanno continuato gli abusi. UNIA a quanto pare aveva "indagato" a partire da quest'estate in un cantiere a Cadempino; avevano trovato una situazione disastrosa. Però neanche questa volta questo personaggio è stato fermato. L'imprenditore, ma bisognerebbe definirlo delinquente, perché è quello che è, è stato condannato a versare gli operai la differenza di salario e probabilmente condannato a una multa di 5'000 franchi. Finita lì. Se superate il limite in autostrada, rischiate di più.
È tanto carino lo spot delle associazioni padronali che invita a non irrigare il giardino del vicino, ma quanto c'è un fetente che si piazza nel nostro di giardino bisognerebbe poterlo sbattere in prigione, non basta una multina da 5'000 franchi. Anzi nel nostro giardino bisognerebbe che non ci potesse mettere più piede. In due due settimane chiunque può avviare un'attività in Ticino (qui trovate un esempio) e non deve neanche presentarsi di persona, basta che faccia autenticare la firma.
Mi sembra più che evidente che le sanzioni e i controlli previsti dalle misure di accompagnamento da soli non siano serviti a un bel nulla in questo caso e in chissà quanti altri. Allora il DFE prima di pensare a nuovi sgravi fiscali per le imprese per rendere attrattivo il Ticino e prima di impegnarsi a creare una nuova agenzia di marketing territoriale per attrarre aziende a palate, forse dovrebbe iniziare a riflettere su come evitare di attirare certi mascalzoni o come toglierceli di torno definitivamente dopo che sono entrati.
Se no fra un po' ci ritroviamo la peggior feccia ad operare sul nostro territorio. Sempre ammesso che non sia già così...
Sergio Savoia
deputato al Gran Consiglio e coordinatore dei Verdi