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di Giuliano Masola. Settantuno anni moriva di cancro alla gola George Herman “Babe Ruth” presso l’attuale Memorial Sloan Kettering Cancer Center di Manhattan, a poca distanza dallo Yankee Stadium. Sigari e sigarette avevano colpito forte, più della sua ”Balck Betsy”. Fin dai primi anni Babe si comportò da discolo, nonostante i tentativi del padre, anche con le botte, per farlo rigare dritto. Finì alla St. Mary’s Industrial School for Boys, dove Padre Matthias gli insegnò a giocare, da ricevitore, in particolare. Anni dopo il “Bambino” ebbe a dire che, se non avesse imparato a giocare a baseball, le alternative sarebbero state il cimitero o la prigione. La sua carriera e i suoi record, rimasti imbattuti per molti anni, parlano da soli. Come spesso accade, di un eroe degli stadi si parla molto quando è in campo; quando i riflettori si spengono per lui, la memoria delle sue imprese rischia di sparire in tempi brevi. Soprattutto, non si parla, o si parla pochissimo, dell’ultima fase, spesso contrassegnata dalla malattia. Babe Ruth si ammalò di cancro, una malattia di cui sostanzialmente non si parlava all’epoca. Ipotesi e indagini scientifiche su questo male erano iniziate proprio sul finire dell’Ottocento, grazie a Karl Thiersch, un medico tedesco che ne comprese il legame con la diffusione di cellule maligne. Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, si cominciarono ad applicare i raggi x, con qualche risultato positivo; nel caso di cancro al seno l’unica terapia era l’asportazione. La salute di Ruth peggiorò fra settembre e novembre del 1946: la sua voce cominciò ad affievolirsi; forti dolori cominciarono a manifestarsi fra il petto e le spalle e una visita specialistica confermò i sospetti: tumore alla base del cranio. Nell’estate de ‘47, gli fu applicata una nuova terapia, frutto di un drammatico episodio della II Guerra mondiale che ci riguarda da vicino.
L’11 settembre 1943 i bombardieri tedeschi attaccarono gli Alleati nel porto di Bari, allora in mano agli italiani. Il raid aereo provocò la morte di civili e militari, nonché la distruzione di magazzini. Ciò che rese storico l’avvenimento fu lo scoppio del cargo americano “John Harvey”, che conteneva all’interno oltre 50 tonnellate di una particolare miscela di gas (una sorta di iprite), nonostante la guerra chimica fosse stata bandita da un ventennio. Inabissandosi, la nave portò il segreto con sé: delle 617 persone colpite dagli effetti del gas, 83 morirono entro il mese. Tutto rimase top secret fino al 1967. I medici, però, si resero conto fin da subito che l’esposizione al gas portava a un rapido abbassamento del numero dei globuli bianchi, quelli che erano presenti in grandi quantità nei casi di cancro e di leucemia; inoltre compresero che gli effetti di una impazzita divisione delle cellule. Dopo la fine della guerra, il pediatra Sidney Farber, padre della chemioterapia, iniziò la sperimentazione sui bambini. A seguito di ulteriori ricerche, dalla fine di giugno del 1947, a Ruth fu iniettato un nuovo medicinale, la teropterina. Ciò ebbe benefici effetti: cessò la perdita di peso, il dolore diminuì e divenne possibile l’ingestione di cibi solidi. Grazie a ciò, il “Bambino” ebbe la possibilità di salutare i suoi tifosi allo Yankee Stadium ‒ “la Casa che Ruth ha costruito”‒ il 13 giugno 1948. Credo sia importante riprendere qualche passo del discorso. “Sapete che questo nostro gioco nasce dalla gioventù, cioè dai ragazzi; ciò significa che sei stato un ragazzo e c’è stato chi ti ha insegnato a giocare…Devi cominciare quando hai 6, 7 anni. Non puoi aspettare di averne 15 o 16, poiché devi fare in modo che cresca con te. Se hai successo e lavori duramente potrai raggiungere il massimo…”. Al “Sultano della sventolata” non fu mai rivelata la causa della sua malattia, anche se probabilmente aveva dei sospetti. Morì serenamente, pregando. Ormai molto prossimo alla morte, aveva una grande difficoltà a camminare e usava una mazza da baseball come bastone. A chi gli chiese dove volesse andare, rispose: “Non tanto lontano. Me ne vado al di là della valle”. Il grande Babe se ne è andato, ma milioni sono i ragazzi che si rifanno a lui, al grande amore che ha sempre mostrato verso di loro. Se ancora oggi c’è la Babe Ruth League con tanti aderenti in tutto il mondo significa che il lascito spirituale è ancora ben presente. Il cancro non è stato ancora debellato, nemmeno quello che si rivela presente anche nel mondo sportivo, e ciò deve spingerci a sempre nuove ricerche e iniziative che ci portino a vedere il mondo, in particolare quello dei giovani con un occhio di riguardo. Per Babe Ruth il baseball era, e sarebbe stato, lo sport più bello del mondo. Per fare in modo che lo sia dobbiamo lavorare in prospettiva, come diceva il campione, poiché il baseball, la nostra capacità di praticarlo, deve crescere insieme a noi, nel corpo e nella mente. Tanti sono i detti attribuiti a Ruth, uno, in particolare, mi ha colpito. “Leggere non fa bene ai giocatori di baseball: stanca gli occhi. Se la mia vista peggiora anche solo un po’, addio fuoricampo. Per questo ho smesso di leggere”. Potrebbe suonare come un invito all’ignoranza ‒ una classica frase rivolta dai manager a chi è in battuta non è forse “Batti da ignorantone”? ‒, ma potrebbe essere interpretata in modo diverso. Ad esempio, non fidarsi tanto di ciò che è scritto, ma da quanto ne può derivare: in pratica, ampliare la prospettiva, andare oltre. In un gioco che apparentemente non cambia, ma dove le modifiche sono continue, non ci si può permettere di trovare nel “libro” la soluzione dei nostri problemi.
Vi sarete chiesti se quanto sopra è frutto di un classico colpo di sole calabrese, ma penso che occorra sempre trovare il tempo per fare qualche riflessione, poiché i campioni, gli eroi, hanno sempre qualcosa da insegnarci, anche nella sofferenza, nel dramma.
E questo fa parte del gioco.
Giuliano, Cannitello 11 agosto 2019.