Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01197.jsonl.gz/239

Questa è una storia che ho sentito tre settimane fa, ma la persona che me l'ha raccontata mi ha chiesto di proteggere la sua identità. Lui è frontaliere, ha sessant'anni e due infarti sulle spalle. Calabrese di origine lavora come scalpellino in una ditta del Mendrisiotto da trent'anni. Tre settimane fa il capo l'ha chiamato e gli ha detto: "Caro A., mi spiace dovertelo dire ma non rendi più come un tempo, devo licenziarti". Il nostro A. è un gran lavoratore, di quelli che alle cinque è già in piedi e che non può trascorrere una giornata senza lavorare, l'idea di stare a casa, di dover andare in disoccupazione lo manda in panico: è inaccettabile, e il padrone lo sa. Di conseguenza la proposta, vigliacca: "Facciamo così, io ti licenzio e poi ti riassumo. Però nel nuovo contratto ti tolgo 1'000 franchi. Se va bene, bene. Sennò puoi anche stare a casa". È andata così, A. ha firmato, continua ad attraversare la frontiera ogni mattina alle sei e a tagliare scale, pietre tombali, pergole. Guadagno mensile 1'700 franchi, di cui 600 di acconto e il resto a fine mese. Ci vuole più che mai una protezione del lavoratore diversa, è una cosa necessaria perchè solo con l'impossibilità di licenziare con questa facilità noi potremo proteggere i lavoratori.
E non chiamateli frontalieri per favore, chiamateli lavoratori.