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Il presidente del parlamento tibetano in esilio, Karma Chophel, ha rivendicato un'inchiesta internazionale per fare luce sulla cruenta repressione.
Karma Chophel, autorizzato ad entrare nell'edificio dell'ONU a Ginevra dopo due ore di attesa e dopo accurati controlli di sicurezza sollecitati da uno Stato che voleva delle garanzie sul suo statuto, ha potuto finalmente incontrare i giornalisti.
Un incontro avvenuto non nella sala dei Diritti dell'essere umano, ma in aula discosta. Nonostante la fredda accoglienza, il presidente del parlamento tibetano in esilio non si è scoraggiato, ha chiesto l'avvio di un'inchiesta internazionale e lanciato un appello alla comunità mondiale affinché spinga la Cina a rispettare il diritto internazionale.
"Da molti anni ormai cerchiamo di attirare l'attenzione delle istituzioni dell'ONU che si occupano dei diritti, compreso il Consiglio dei diritti umani. Ma invano. A causa della forte presenza diplomatica della Cina – sottolinea Chophel – è difficilissimo scrivere il nome Tibet nell'agenda politica". Persino il nome Tibet – ha aggiunto amareggiato – è bandito all'ONU".
La situazione in Tibet è preoccupante. Molte delle persone ferite hanno paura di andare in ospedale. E così moriranno a causa della mancanza di cure. Karma Chophel ha pure chiesto la liberazione di 400 persone, gettate in carcere in seguito agli scontri.
Le autorità ginevrine hanno intanto rifiutato di autorizzare una manifestazione pro-tibetana davanti alla missione della Cina presso l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC).