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Brillante saggista, drammaturgo, poeta, critico e scrittore francese, Charles Péguy nasce il 7 gennaio del 1873 a Orléans, in Francia.
La sua è una famiglia di umili origini, abituata a vivere del proprio duro lavoro. Il padre, Désiré Péguy, è un falegname, ma muore a causa delle ferite riportate durante il conflitto franco-prussiano, pochi mesi dopo la nascita di Charles. La madre, Cécile Quéré, deve imparare un mestiere e si mette a fare l'impagliatrice di sedie, così come la nonna, la quale segue il suo esempio. È con queste due figure materne che Péguy trascorre gli anni della giovinezza.
Dopo le scuole elementari, riesce ad iscriversi al liceo inferiore e nel 1891 passa al liceo Lakanal di Parigi. Nel 1894, entra all'École Normale. L'esperienza è fondante per lui: dopo aver ammirato i classici greci e latini ed essersi avvicinato allo studio del cristianesimo, il brillante studioso si infatua delle idee socialiste e rivoluzionarie di Proudhon e Leroux. In questo periodo egli incontra e frequenta il socialista Herr, il filosofo Bergson, ma soprattutto comincia a convincersi di essere ormai culturalmente pronto per mettersi a scrivere.
Ottiene prima la licenza in lettere e poi, nell'agosto del 1895, il baccalaureato in scienze. Tuttavia, passati circa due anni, abbandona l'università e rientra ad Orléans, dove comincia a scrivere un dramma su Giovanna d'Arco, il quale lo impegna per circa tre anni.
Nel 1897 sposa Charlotte Baudouin. L'anno dopo arriva già il primo figlio, Marcel, cui seguono Charlotte nel 1901, Pierre nel 1903, e Charles-Pierre, l'ultimo ad arrivare, il quale nasce poco dopo la morte dello scrittore, nel 1915.
Sempre nel 1897 Péguy riesce a pubblicare "Giovanna D'Arco", ma il testo cade nel silenzio totale del pubblico. In questo periodo, mentre insegna e si dà da fare politicamente, Péguy prende anche una posizione attiva nel famoso "caso Dreyfus", difendendo l'ufficiale ebreo dello stato francese, il quale viene accusato ingiustamente di spionaggio per favorire i tedeschi.
Fonda in seguito la rivista "Cahiers de la Quinzaine", volta a ricercare e mettere in luce nuovi talenti letterari, pubblicando le loro opere.
Nel 1907 si converte al cattolicesimo. E ritorna sul dramma su Giovanna d'Arco, cominciando una febbrile riscrittura, la quale dà vita ad un vero e proprio "mistero", come viene scritto nei "Cahiers" del 1909, e questo nonostante il silenzio del pubblico il quale, dopo un breve e iniziale interesse, sembra non gradire più di tanto l'opera dell'autore.
Péguy però va avanti. Scrive altri due "misteri": "Il Portico del mistero della seconda virtù", datato 22 ottobre 1911, e "Il mistero dei Santi Innocenti", del 24 marzo 1912. I libri non si vendono, gli abbonati della rivista calano e il fondatore dei "Cahiers", si trova in difficoltà.
Nel 1912 il figlio minore Pierre si ammala gravemente. Il padre fa il voto diandare in pellegrinaggio a Chartres, in caso di guarigione. Questa arriva e Péguy compie un cammino di 144 chilometri in tre giorni, fino alla cattedrale di Chartres, in piena estate.
Nel dicembre del 1913, ormai scrittore cattolico, scrive il poema "Eva", ed è composto da 7.644 versi.
Nel 1914 scoppia la Prima Guerra Mondiale. Péguy si arruola volontario. Muore proprio al fronte, il 5 settembre 1914, primo giorno della famosa e sanguinosa battaglia della Marna.
Ecco cosa scriveva Péguy sul lavoro, nel 1914:
Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario.
Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io - io ormai così imbastardito - a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.
(da L’argent, 1914)
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