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Colm Tóibín ha abituato negli anni i suoi lettori alle biografie romanzate di importanti personaggi della storia: Il Mago (Einaudi 2023) ripercorre la vita dello scrittore Thomas Mann. Cresciuto tra le comunità e i privilegi borghesi della Lubecca di inizio Novecento, l’autore ricorda come il premio Nobel iniziò con difficoltà la carriera letteraria. La famiglia lo avrebbe voluto come un impiegato d’assicurazioni. Il talento di scrittore era inizialmente più nel fratello, Heinrich Mann. L’autore ripercorre tutta la vicenda e la vita di Thomas. Dal matrimonio con Katia Pringsheim, alle frequentazioni dell’élite culturale della Germania. Dalla fuga dal nazionalsocialismo, la difficoltà di convivere con la propria omosessualità, fino al lungo processo di scrittura a cui dedicava parecchio tempo al giorno; dunque, l’esilio negli Stati Uniti.
La vita di Mann è stata un romanzo. Strutturato in diversi capitoli che riportano il nome della città e l’anno, il volume inizia nella città anseatica nel 1891. Thomas Mann era il figlio di un senatore. Col fratello si esercitava con il violino. Adorava, racconta Tóibín, che il genitore gli raccontasse della vecchia Lubecca, la città che più di tutte lo influenzò dal punto di vista della prosa – I Buddenbrook gli valse il Nobel 1929. Fu però a Monaco dove Mann l’incontro la moglie. Un salto a Venezia nel 1915, poi a Davos per trovare ispirazione per La montagna incantata, che iniziò a concepire proprio mentre un cugino si stava curando tra le montagne svizzere. Alla vigilia della Grande Guerra, Heinrich aveva capito i drammi che questa avrebbe portato per l’intera Europa e la Germania. Thomas invece era più interventista e si scontrò con il fratello.
Heinrich, spiega Colm Tóibín, aveva passato lunghi soggiorni tra l’Italia e la Francia, dunque, era più cosmopolita e internazionalista di Thomas, il quale gli aveva chiesto di smetterla di inveire contro la madrepatria. Nel 1922 a Monaco iniziarono a sentirsi i primi rigurgiti di nazionalismo. Mann incrementava il numero dei romanzi e del lettorato. Considerava, scrive Tóibín, la sconfitta tedesca nella Grande Guerra come la fine della borghesia lubecchese. Condannava la piega della Germania sotto l’Hitlerismo e disse che la Germania sarebbe diventata una minaccia per il mondo. Alcuni contestatori in una sala di Monaco una volta lo fischiarono e insultarono pesantemente. Il mago era a Lugano al momento dell’incendio del Reichstag, che segnò la fine della Repubblica di Weimar. La conferenza famosa su Richard Wagner gli inimicò altre figure della cultura in Germania. Il compositore di Bayreuth era diventato un simbolo per i nazisti.
Colm Tóibín romanza con maestria gli eventi storici, arricchendo il libro con le vicissitudini della famiglia Mann. La questione dell’omosessualità dello scrittore non torna molte volte nel romanzo. Sul Ceresio e ad Arosa Mann leggeva con ansia i quotidiani tedeschi. Prese poi la decisione di emigrare con la moglie in New Jersey. Ma l’America non faceva per lui. Mann apparteneva ad un altro mondo. Aveva poca padronanza della lingua inglese (ogni giorno con meticolosa cura faceva insegnare la lingua e della moglie di un giovane dottorando di Princeton). In esilio, sviluppò una forte antipatia nei confronti del suo paese. In California incontrò altri esuli, tra cui Franz Werfel, Bertolt Brecht ed Eugene Meyer. Accusato di essere comunista, trovò infine rifugio nella sua Svizzera, in un paese di frontiera, lui che le frontiere le aveva attraversate.
Amedeo Gasparini