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Che ruolo ha avuto la famiglia nella sua vocazione sacerdotale?
Provengo da una famiglia numerosa: siamo in 10 tra fratelli e sorelle. Questo è stato molto importante per piantare il seme della mia vocazione. I miei genitori sono soprannumerari dell’Opus Dei. Vedere in loro l’amore e il sacrificio necessari alla vita coniugale mi ha fatto aderire con facilità alla chiamata al sacerdozio.
Un giorno, al ritorno dall’università, ricordo di aver visto mio padre che pregava nel soggiorno, facendo alcuni minuti di orazione mentale. Mi sono domandato perché lo faceva. Più tardi, quando ho cominciato a frequentare la formazione che dà l’Opus Dei, ho capito che la sua vita di orazione lo aiutava a fare bene il suo lavoro e a far superare alla famiglia tutte le difficoltà che attraversava. Notavo che andava a Messa tutti i giorni e recitava il rosario in famiglia. Vedere che i miei genitori ricorrevano assai spesso ai sacramenti mi ha colpito molto.
Lei ha frequentato l’istituto The Heights di Washington, nel quale la formazione cristiana è affidata all’Opus Dei. Come l’ha aiutata a prepararsi alla vocazione di sacerdote?
Se guardo indietro, trovo ricordi molto belli. Pregare era assolutamente normale nella mia vita di giovane e mi rendo conto che questo ci aiutava ad acquisire le virtù. Inoltre, fortificavano il nostro carattere: in altre scuole, se sta piovendo un poco, non ti lasciano giocare nel cortile e sei costretto a rimanere dentro. A The Heights ricordo grandi partite giocate sotto la pioggia, in mezzo al fango. I miei amici, che frequentavano altre scuole, dicevano: “Ti lasciano giocare durante la ricreazione?” Ci hanno educato a non aver paura e a crescere come uomini.
I suoi precedenti sportivi le sono stati utili nel lavoro di sacerdote?
Certamente. Nella scuola The Heights ho giocato a baseball per quattro anni, e poi nella squadra dell’università di Dallas. Attualmente gioco in una squadra di baseball formata da sacerdoti, chiamata “Fathers DC”. Anche se io mi ritirerò presto dai campi di gioco, gli altri sono tutti sacerdoti e seminaristi.
Lo sport, e specialmente il baseball, ti insegna a essere perseverante. Il baseball è un gioco di "prova e di errore". Se tu batti tre palle ogni 10, ti considerano una super stella nei campionati superiori. È importante ricominciare sempre di nuovo.
Come sacerdote, trovo appassionante aiutare le persone a capire che c’è uno sport più importante: cercare di arrivare in cielo, di essere un santo.
Quando ha pensato di farsi sacerdote?
È successo quando ero studente all’Università di Dallas e stavo facendo un semestre all’estero, a Roma. Ho fatto amicizia con il cappellano di lì, sempre disponibile a confessare, a parlare.
Un giorno questo cappellano mi ha invitato a sciare con altri quattro ragazzi nel luogo dove Giovanni Paolo II era solito praticare questo sport. È uno dei ricordi più belli di quei mesi di Roma. Il sacerdote era un tipo geniale, e nello stesso tempo un santo. E un giorno mi ha domandato: “Qualche volta ti viene in mente che potresti diventare sacerdote?”. Non ha aggiunto altro. Ci ho riflettuto cinque anni, ma il seme è stato piantato quel giorno.
Dopo l’Università, prima di entrare in seminario, lei ha cominciato a lavorare come agente di Borsa alla Morgan Stanley, vero?
Sì, ho cominciato a lavorare perché sentivo di non essere pronto per il seminario. Dovevo ancora scoprire chi ero io, chi era Cristo e dovevo imparare a pregare a un livello più profondo; non avevo mai fatto seriamente l’orazione mentale. Mi hanno spiegato l’adorazione eucaristica e ho cominciato a recitare il rosario tutti i giorni invece di una volta la settimana. Questo mi ha aiutato a centrare di più in Dio i miei pensieri e il mio lavoro. Ho provato una gioia maggiore in ciò che stavo facendo, e il mio cuore si è preparato a una chiamata più profonda.
Che ricordi ha della sua ordinazione?
La prima Messa dopo l’ordinazione è stata incredibile. La prima volta che ho concelebrato con il vescovo e ho consacrato il pane e il vino, trasformandoli nel Corpo e nel Sangue di Cristo è stato… Non ci sono parole per descriverlo.
Ricordo che il giorno della prima Messa sono uscito dalla Chiesa un po’ intontito per quello che era appena successo, e un uomo si è avvicinato e mi ha domandato: “Padre, posso confessarmi?”. E io gli ho detto: “Qui i sacerdoti confessano dall’una alle due”… Improvvisamente ho pensato: “Un momento, ora io posso confessarlo!”. In quel momento mi sono reso conto che ormai ero sacerdote, e ho capito che non avrebbero cercato me, ma Cristo in me.
Che cosa preferisce del suo essere sacerdote?
Tre cose: celebrare la Messa, confessare e predicare.
Quello che alimenta il mio amore per la Messa è l’adorazione. Ogni giorno, con i fedeli della mia parrocchia, faccio un’ora di orazione mentale davanti al Santissimo Sacramento. Inoltre, ho l’abitudine di sedermi nel confessionale prima e dopo ogni Messa. Se stai lì, con pazienza, le persone vengono. Io stesso amo ricorrere al sacramento della confessione; ne ho bisogno! E la predicazione mi riempie di gioia: stando sul pulpito sento un’emozione simile a quella della posizione di battitore nel baseball.
Com’è essere parroco di una Chiesa?
Attualmente la mia parrocchia è quella del Sacro Cuore, nel sud del Maryland. Qui vi sono alcune tra le più antiche chiese degli Stati Uniti d’America ed esiste una ricca tradizione del cattolicesimo. Questa parrocchia comprende attorno alle 1.600 famiglie, delle quali circa 900 praticano la fede, ed è un numero che sta crescendo. Attraverso le giornate di raccoglimento, la predicazione e i ritiri, sto cercando di aiutare le persone a impegnarsi di più nella fede. Quelli che vanno a Messa tendono sempre più ad aspirare alla santità. Io sono qui soltanto da un anno e mezzo, ma sono molto contento.