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Stamattina leggevo su un quotidiano: impiccata la giovane Delara. La legge iraniana senza pietà.
Chissà perché non dissero la stessa cosa di Eluana. Uccisa mediante fame e sete Eluana. La legge italiana senza pietà.
Noto con dispiacere che a molta gente continua a sfuggire la differenza tra una azione palesemente contro la volontà del soggetto, come l’esecuzione di Delara, e una che invece si pone come compimento di quella volontà, la sospensione dei trattamenti ad Eluana.
Una differenza che rende insensato, e vagamente disgustoso, il paragone avanzato dall’autore del blog citato, e questo indipendentemente da tutti gli altri discorsi sull’argomento (quali sono i limiti all’autodeterminazione del soggetto? la volontà di Eluana è stata correttamente determinata?)
Ricordo bene, alle superiori, le lezioni di fisica sul piano inclinato con la scomposizione delle forze (e il piccolo paradosso del programma scolastico di allora che prevedeva lo studio del piano inclinato prima di quello della trigonometria). Anni dopo, all’università, incontrai di nuovo il piano inclinato, durante il corso di filosofia della scienza.
L’argomento retorico del piano inclinato o scivoloso lo incontrai, invece, molto più tardi. L’argomento del piano scivoloso paragona una determinata azione all’estremità superiore del piano: il punto di partenza di un inarrestabile percorso che porterà a terribili conseguenze. Se vietiamo il fumo nei luoghi pubblici allora presto si arriverà a proibirlo ovunque. Se non si proibisce la pornografia presto si arriverà ad avere dvd pedopornografici in allegato a Topolino. E così via.
L’argomento del piano scivoloso (in inglese slippery slope) si basa sulla inevitabilità del processo: non c’è attrito che tenga, una volta iniziata la discesa non si può fare nulla per arrestarla. Una cosa falsa persino nei controllati esperimenti condotti durante il laboratorio di fisica: immancabilmente la pallina, una volta presa velocità, cadeva di lato e, invece di arrivare alla fine del piano inclinato, si perdeva da qualche parte tra i banchi.
Recentemente, a proposito della triste vicenda di Eluana Englaro, ho letto una nuova versione di questo argomento.
In poche parole: non si devono sospendere le cure, anche se questa è (era) la volontà di Eluana Englaro, perché altrimenti si arriverà a uccidere tutti i pazienti affetti da patologie simili, dal momento che si trova sempre un parente esasperato o un amico disposto a “ricordarsi” dichiarazioni del malato.
Una differenza tra il piano inclinato della fisica e quella della retorica è che, mentre il primo per forza di cose pende sempre solo da una parte, il secondo pende contemporaneamente da due parti opposte. Così, per esempio, si potrà argomentare che se non vietiamo il fumo nei luoghi pubblici arriveremo a obbligare per legge le persone a fumare almeno un pacchetto al giorno; se proibiamo la pornografia si arriverà al punto di censurare opere d’arte con nudità; e così via.
Nel caso di Eluana Englaro: se, in caso di incoscienza, si impedisce a una persona l’esercizio della propria volontà per quanto riguarda alcune decisioni di natura medica, si arriverà ben presto a proibire a tutte le persone, coscienti o incoscienti, l’esercizio di qualsiasi libertà. Cosa ci vuole, infatti, a dichiarare confusa o non perfettamente informata una persona? E cosa ci vuole a dimostrare che la decisione migliore non è quella del soggetto, bensì quella del medico / direttore sanitario / funzionario statale di turno?
Io non credo – non voglio credere – che si possa arrivare a tanto. La caduta dei gravi si può, e in questi casi si deve, arrestare. Per tempo.
Lui dice che lo fa per amore. Ma il suo non è amore.
Il lui è Beppino Englaro, e credo che questa sia la parte più oscena dell’intervista rilasciata da Susanna Tamaro a Il Foglio, molto più della parte sulla vita come unica cosa sacra che c’è o del paragone con la Shoah, che tanto – e giustamente – hanno fatto arrabbiare Roberta De Monticelli.
Mi sembra legittimo, quasi doveroso, criticare una sentenza o una decisione che si reputa ingiusto o sbagliata. Mi sembra vergognoso pretendere di conoscere i sentimenti altrui e liquidarli con cinque pesanti parole: il suo non è amore.
(via Bioetica, che non ringrazio perché le dichiarazioni di Susanna Tamaro mi hanno rovinato la serata e avrei preferito non scoprirle.)
Quella di Eluana è ormai una questione inverosimilmente ingarbugliata. Ed è inutile che si cerchi di risolverla sul piano della bioetica e del diritto. La vicenda è ormai soprattutto una vicenda mediatica.
Va bene, è «soprattutto una vicenda mediatica», ma non è soltanto una vicenda mediatica, e non si capisce per quale motivo non la si possa affrontare sul piano della bioetica e del diritto. Continua la lettura di Una vicenda mediatica→
Orarel, a proposito della recente sentenza su Eluana Englaro, scrive:
L’Unità online: «va sospesa l’alimentazione forzata che la tiene artificialmente in vita». Un bambino nutrito con il biberon è tenuto artificialmente in vita?
Premesso che artificiale e naturale sono termini abbastanza privi di senso e, in ogni caso, non implicano un giudizio di valore, come Orarel e forse l’articolo dell’Unità sembrano indicare (naturale è meglio di artificiale), io, alla domanda, risponderei di sì: un neonato nutrito con il biberon è tenuto artificialmente in vita, non a caso si parla di allattamento artificiale.1
Il problema non riguarda l’essere naturale o artificiale di determinate operazioni: la questione, qui, riguarda la volontà di una persona.
Semplificando: in realtà si può riempire il biberon con il latte materno. [↩]
Il senatore Gaetano Quagliariello ha presentato una mozione per denunciare la grave invasione di campo che i giudici della Corte d’Appello di Milano avrebbero commesso a proposito del caso Eluana Englaro.
Al di là del contenuto della sentenza, che stabilisce la sospensione dei trattamenti di alimentazione e idratazione artificiali, i giudici avrebbero invaso la «sfera di poteri attribuiti costituzionalmente agli organi del potere legislativo». Continua la lettura di Vuoto a rendere→
Le parole, all’apparenza così leggere, hanno in realtà un loro peso.
Le parole sono i mattoni con qui ricostruiamo la realtà, e con mattoni diversi si ricostruiscono realtà diverse (se preferite una metafora meno postmoderna: con le parole interpretiamo la realtà, e con parole diverse interpretiamo diversamente la realtà).
Anna Meldolesi riprende un interessante intervento di Daniel Sulmasy sulla differenza tra “accanimento terapeutico” e a “cure straordinarie”. L’occasione è, ovviamente, la recente sentenza che autorizza la sospensione del trattamento di alimentazione e idratazione artificiale a Eluana Englaro, in coma dal 1992. Continua la lettura di Il peso delle parole→