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La felicità e la virtù:Kant e il settecento
Conferenze Orizzonti filosofici
Nella storia della felicità in generale, del rapporto tra virtù e felicità in particolare, Kant occupa una posizione nevralgica. L’illuminismo aveva fatto della felicità una parola d'ordine. Nel Settecento vigevano tuttavia due concezioni diverse della felicità. Nell'area francese e britannica essa era connessa con l'idea di piacere, declinato in tutte le sue varianti, dalla concezione fisiologica dei materialisti ai "sentiments agréables" di tanti filosofi. Questo indirizzo faceva capo all'assimilazione della felicità con il piacere stabilità da Locke nel Saggio sull'intelletto umano. Nell'illuminismo, invece, prevaleva una concezione morale e spirituale della felicità, intesa alla ricerca della perfezione morale: nei Nuovi saggi sull'intelletto umano Leibniz, dal quale dipende l'intero Illuminismo tedesco, aveva corretto Locke sostenendo che la felicità risiede in un piacere dell'anima, non del corpo.
In questo modo la felicità si accorda perfettamente con la virtù, secondo il modello dello stoicismo antico, che ricerca il fondamento dell'etica nell'indipendenza dell'uomo dalle passioni. Kant da un lato condivide con gli illuministi l'esigenza di indipendenza morale dell'uomo, che radicalizza nel concetto di “autonomia” del soggetto, in particolare dalla sensibilità e dagli impulsi naturali. D'altro lato egli ritiene, in accordo con la cultura anglo-francese, che la felicità sia inseparabile dalla soddisfazione sensibile.
La conclusione, drammatica, è che ricerca della virtù e ricerca della felicità sono incompatibili. L’uomo virtuoso deve obbedire esclusivamente alla legge razionale del dovere, reprimendo ogni impulso sensibile; mentre chi ricerca la felicità, sempre sensibile, rinuncia alla virtù. La felicità morale degli illuministi era fondata su un comodo equivoco. In realtà Kant cerca ancora di tenere insieme virtù e felicità, pur subordinando la seconda alla prima. Ma la soluzione cui ricorre per questo (i postulati dell’esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima) sarà rifiutata dai suoi immediati successori idealisti, i quali approfondiranno la frattura e svilupperanno un anti eudemonismo radicale che caratterizzerà la cultura tedesca dell’Ottocento e oltre.
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La conferenza viene condotta da: Prof. Massimo Mori
Massimo Mori (Torino, 1948) è Professore emerito nell’Università di Torino, dove ha insegnato Storia della filosofia. Dirige la “Rivista di filosofia”. Ha sviluppato una storia delle idee che mette a confronto tradizioni filosofiche diverse e studia la loro reciproca influenza. Con questo metodo ha analizzato sia singole idee, come la guerra (La ragione delle armi, 1984), la libertà (Libertà, necessità, determinismo, 2001; Libero arbitrio. Storia di un concetto, 2014), la felicità e il piacere (saggi vari); sia singoli autori, come Kant (La pace e la ragione, 2008; Studi kantiani, 2017). Allo stesso metodo si richiama l’attività di storico della filosofia.
Immagine: biografieonline.it