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Sta suscitando opposizione, nei comuni del canton San Gallo, il progetto del governo del Liechtenstein di introdurre un'imposta alla fonte sui salari dei circa 10'000 frontalieri svizzeri che lavorano nel Principato.
Vaduz, che vuole risanare le casse dello stato, punta a introiti di 20-22 milioni di franchi all'anno: soldi che andrebbero a mancare al di qua del confine. Il consigliere di stato sangallese Martin Gehrer non si spinge fino a parlare di un gesto poco cortese da parte di un vicino, ma non nasconde la sua contrarietà alla nuova imposta: a suo avviso "lo status quo è una situazione di cui approfittano entrambe le parti". Apprensione viene mostrata anche da Beat Tinner, sindaco di Wartau e presidente dell'associazione cantonale dei sindaci: il suo comune sarebbe duramente toccato, visto che un quarto dei contribuenti lavora nel Liechtenstein.
D'altra parte il miracolo di uno stato che ha 36'000 posti di lavoro con più o meno gli stessi abitanti può esistere solo se le maestranze provengono almeno in parte dall'estero. Tanto più che per uno straniero, a causa delle norme di soggiorno molto restrittive, è quasi impossibile stabilirsi nel principato. Bisogna anche considerare - si argomenta oltre il Reno - che gli stipendi dei frontalieri austriaci sono già tassati alla fonte.
Il tema è peraltro di competenza federale: a Berna e a Vaduz sono in corso colloqui per adattare l'accordo sottoscritto nel 1995 per evitare le doppie imposizioni. Il parlamento ha però già messo le mani avanti: il consiglio degli stati ha accolto una mozione di Walter Müller (PLR/SG) che chiede al Consiglio federale di impedire nuove imposizioni fiscali da parte del Liechtenstein.
SDA-ATS