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<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Il Consiglio federale riconosce che la progressione della disoccupazione negli ultimi mesi è preoccupante. Ritiene tuttavia che questa evoluzione sia dovuta soprattutto a un problema congiunturale. La debole crescita economica in Europa, unita al basso corso del dollaro, hanno ulteriormente ritardato il superamento dell'attuale ristagno economico. La disoccupazione è ancora al di sopra del livello osservabile in tempi di congiuntura normale. L'attuale orientamento della politica monetaria e finanziaria dovrebbe tuttavia indurre un'inversione di tendenza in tempi relativamente brevi.</p><p>L'attuale evoluzione non permette comunque di concludere che la disoccupazione dovrebbe ancora registrare una forte progressione nel corso dei prossimi anni. Il livello della disoccupazione a medio e lungo termine sarà determinato essenzialmente dal funzionamento del mercato del lavoro. In Svizzera quest'ultimo è notoriamente molto flessibile e di conseguenza il tasso di disoccupazione minimo - non riducibile a zero neppure in periodi congiunturali favorevoli (lo zoccolo duro della disoccupazione) - è relativamente basso. Benché oggi la disoccupazione interessi anche settori diversi rispetto alle passate recessioni, non se ne può dedurre che nei prossimi anni la disoccupazione strutturale sarà notevolmente modificata, anche se con la conclusione dell'accordo sulla libera circolazione delle persone entrano in gioco nuovi fattori d'incidenza. </p><p>Un tasso di disoccupazione più elevato imputabile a motivi congiunturali non giustifica l'elaborazione di un rapporto che proponga un riorientamento sostanziale della politica economica e sociale. Il Consiglio federale ritiene invece indispensabile riportare l'economia svizzera a un livello di crescita accettabile a medio e lungo termine. Esso ha peraltro già esposto le necessarie basi decisionali in diversi rapporti. Un nuovo rapporto non farebbe altro che ripetere le conclusioni delle analisi effettuate e quindi appare superfluo. </p><p>Per quanto attiene ai diversi temi che dovrebbero essere affrontati nel rapporto auspicato nel postulato, rammentiamo quanto segue: </p><p>Il messaggio del Consiglio federale del 19 febbraio 2001 per una revisione della legge sulla disoccupazione si fondava su una valutazione dei costi umani, sociali ed economici della disoccupazione. Con l'entrata in vigore della nuova legge, il Parlamento ha tratto le conseguenze politiche da questa analisi. Per il momento, una nuova analisi non è necessaria. </p><p>La politica economica auspicata, volta a promuovere la creazione di posti di lavoro, è in linea con la politica di crescita della Confederazione e corrisponde ai suoi obiettivi. L'obiettivo "creazione di nuovi posti di lavoro" va tuttavia definito. Tenuto conto dello stato di sviluppo dell'economia svizzera, il numero dei posti di lavoro non può essere il solo criterio di valutazione. È altresì importante che questi impieghi generino un valore aggiunto tale da consentire di versare salari adeguati al costo della vita in Svizzera. A loro volta, questi impieghi potranno così contribuire alla crescita economica. </p><p>Le linee generali della politica di crescita del Consiglio federale sono state definite nel rapporto sulla crescita del DFE del maggio 2002. Un'analisi approfondita della crescente produttività del lavoro e della riduzione del tempo di lavoro non è necessaria. Il rapporto sulla crescita rileva, da un canto, che nel corso degli ultimi due decenni altri Stati hanno saputo aumentare la produttività del lavoro più di quanto non abbia fatto la Svizzera e spiega in tal modo la perdita di terreno del nostro paese in termini di benessere. Nel contempo, le esperienze maturate all'estero attestano che l'economia svizzera dispone ancora di un potenziale di incremento della sua produttività. D'altro canto, il rapporto sottolinea che, nel confronto internazionale, la Svizzera sfrutta già in ampia misura il potenziale di offerta di ore di lavoro, sia per quanto riguarda il tasso d'attività, che per quanto riguarda il numero di ore di lavoro prestate dalle persone occupate a tempo pieno. Se le riduzioni del tempo di lavoro sono convenute liberamente, sia sotto forma di una riduzione della normale durata del lavoro settimanale, sia di una maggiore offerta di posti di lavoro a tempo parziale, nulla, dal punto di vista dell'economia nazionale, si oppone a una tale evoluzione. Il Consiglio federale aveva però già chiaramente precisato, in occasione del rifiuto dell'iniziativa per la settimana di 36 ore, di essere contrario a una ridistribuzione del lavoro disposta dallo Stato. </p><p>In seguito alla grave la crisi economica del 1975, la ricostituzione dei tessuti economici nelle regioni colpite dalla disoccupazione è diventata uno dei temi della politica della Confederazione (decreto federale in favore delle zone di rilancio economico). Da allora, il divario economico tra le regioni svizzere in generale non si è ulteriormente accentuato. I centri finanziari, che negli anni Novanta hanno conosciuto una crescita più forte rispetto ad altre regioni del paese, sono particolarmente colpiti dall'attuale recessione. Benché non si rilevi una particolare necessità d'intervento, l'orientamento della politica regionale è attualmente in discussione (cfr. proposte per una nuova politica regionale (NPR), sottoposte il 6 febbraio 2003 al Segretariato di Stato dell'economia (seco) da una commissione peritale). </p><p>Nel rapporto del gruppo di lavoro interdipartimentale Crescita del 18 dicembre 2002 ampio spazio è stato dedicato allo sviluppo della formazione continua e alla creazione di un'alternativa lavoro/formazione. Il ruolo dello Stato - in particolare della Confederazione - è inoltre oggetto di diversi interventi parlamentari, menzionati nel rapporto. Prendendo atto del rapporto del gruppo di lavoro interdipartimentale, il Consiglio federale ha prospettato l'eventualità di sottoporre a una valutazione, nel corso della prossima legislatura e in vista del futuro messaggio concernente il promovimento dell'educazione, della ricerca e della tecnologia, alcune questioni ancora aperte: in che misura la formazione continua riguarda il settore privato, vale a dire i datori di lavoro e i lavoratori nonché le rispettive organizzazioni? Lo Stato e i poteri pubblici devono anch'essi svolgere un ruolo in tale ambito? In tal caso, quali misure sono tenuti ad attuare? </p><p>Un'altra priorità del gruppo di lavoro interdipartimentale Crescita non è l'unificazione, ma una migliore coordinazione fra la politica finanziaria delle diverse collettività pubbliche. A ciò si dovrebbe pervenire attraverso regolari incontri tra il DFE e la Conferenza dei direttori cantonali delle finanze (CDF) nell'ambito dei lavori preparatori per l'allestimento del bilancio. Secondo il nuovo disciplinamento della perequazione finanziaria e della ripartizione dei compiti, la responsabilità per le singole categorie di spesa per beni e servizi dovrebbe spettare per quanto possibile a un solo livello di potere pubblico. Ciò tende a limitare nettamente le possibilità di rilancio degli investimenti pubblici indotto dalle misure di incitamento della Confederazione. L'attuale situazione finanziaria limita ulteriormente il margine d'intervento dello Stato nella politica finanziaria, sia sul fronte delle spese di investimento pubbliche che delle spese di consumo pubbliche. Occorre infine richiamare l'attenzione sui limiti dei programmi d'investimento statali, segnatamente l'efficacia tardiva, eventuali effetti di trascinamento, possibili ripercussioni negative sulla gestione finanziaria delle collettività regionali, una fossilizzazione delle strutture esistenti nonché eventuali ostacoli ai cambiamenti strutturali. Per quanto riguarda la questione della suddivisione del bilancio degli investimenti in fasi di riequilibrio del bilancio, si tratta di un tema sul quale il Consiglio federale si è già espresso nel messaggio sul freno all'indebitamento.</p>