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di FABIO PONTIGGIA - Perché la Spagna è caduta dalle stelle alle stalle nel giro di quattro anni? Cosa ha fatto sì che un Paese in forte crescita economica, senza deficit statale e con un debito pubblico complessivo inferiore al 40% del PIL (cioè a livelli svizzeri), sia precipitato in un marasma totale e rischi ora il fallimento?
La Spagna aveva conosciuto una pesante crisi economica nella prima metà degli anni Novanta, sul finire della lunga stagione politica di Felipe Gonzalez. Già allora la disoccupazione aveva raggiunto un tasso del 25%, i conti pubblici erano deficitari e il debito pubblico in tre soli anni era balzato dal 45% al 65% del PIL. I 4 milioni di disoccupati di quegli anni furono una delle cause che portarono alla sconfitta elettorale del PSOE inaugurando la stagione di Aznar. Che fu una stagione fortunata e per molti versi virtuosa, come i primi quattro anni dell’era Zapatero, ma anche una stagione durante la quale la Spagna seminò le male erbe che hanno poi infestato tutto il campo. In 11 anni (1996-2007) la disoccupazione si dimezzò, scendendo sotto il 10%, i conti chiusero o in pareggio o in attivo e il debito pubblico crollò da quasi il 70% a poco più del 35% del PIL.
Il miracolo spagnolo nascondeva tuttavia due malanni: 1) l’eccesso di investimenti (e d’indebitamento) nella costruzione; 2) l’esplosione della spesa pubblica e in particolare di quella per i dipendenti di Comunità autonome e Comuni.
L’euforia immobiliare ha causato un forte aumento dell’indebitamento privato (famiglie e imprese) tra il 1998-1999 e il 2007-2008: quello delle imprese (escluse le banche) è aumentato di mille miliardi di euro, quello delle famiglie di quasi 700 miliardi (secondo le cifre ufficiali del Banco de España). L’euforia ha portato nelle casse dello Stato (Amministrazione centrale, Comunità autonome, Comuni) entrate fiscali supplementari. Queste entrate, non strutturali ma congiunturali, sono svanite quando il mercato immobiliare e il ramo delle costruzioni sono entrati in crisi. Lo Stato aveva tuttavia nel frattempo parametrato i suoi livelli di spesa come se tali entrate fossero state garantite per sempre. Sono così inesorabilmente esplosi i deficit correnti e il debito pubblico complessivo del Paese, che nella seconda legislatura Zapatero è balzato dal 35% al 70% del PIL (da 400 a 800 miliardi di euro).
Se ci sono tanti debiti e tanti debitori, ci sono anche tanti crediti e tanti creditori. Le banche spagnole, che avevano superato abbastanza bene la crisi della finanza innescata dai subprime americani, sono state messe in ginocchio dal crollo dell’immobiliare e della costruzione. Molte famiglie e molte imprese non sono state più in grado di onorare i debiti. Anziché scegliere di lasciar fallire gli istituti più esposti all’insolvenza dei debitori, il Governo Zapatero decise che nessuna banca sarebbe stata abbandonata al suo destino. Il Governo Rajoy ha poi confermato quella scelta. Le ragioni sono anche politiche (molti dirigenti e impiegati bancari devono il loro posto di lavoro ai due grandi partiti). Le autorità di vigilanza hanno promosso fusioni bancarie nell’illusione che unendo una banca solida e una banca malata ne sarebbe uscito un istituto capace di reggersi sulle proprie gambe. Il colosso Bankia, fallimentare, è nato così. Tutto questo ha ulteriormente intaccato la fiducia degli investitori nella Spagna, fatto salire gli interessi pagati dallo Stato sul suo debito e portato alla recente richiesta di aiuti europei per il salvataggio delle banche.
Accanto a questa realtà analizzata in lungo e in largo da osservatori ed economisti, c’è stata l’esplosione degli apparati amministrativi pubblici, soprattutto a livello di Comunità autonome. Clientelismi, nepotismi, affarismo pubblico/privato e anche megalomanie progettuali (opere pubbliche) hanno determinato effetti nefasti. L’evoluzione è stata impressionante e ha attraversato le diverse stagioni politiche, ma il duplice quadriennio dominato dal PSOE di Zapatero è stato il periodo più forsennato. Il numero dei dipendenti pubblici delle 17 Comunità autonome, tra il 1987 e il 2011, è aumentato da 364 mila a 1 milione e 800 mila, quello delle amministrazioni locali è raddoppiato (da 300 mila a 600 mila), mentre i dipendenti dello Stato centrale sono leggermente diminuiti. Se si considera che un dipendente pubblico in Spagna costa in media 40 mila euro lordi, la spesa supplementare causata da questa elefantiasi burocratica è di ben 68 miliardi di euro (costo odierno), pari all’intero importo della manovra di risanamento decisa dal Governo Rajoy. La crisi della Catalogna – la Comunità autonoma di gran lunga più indebitata – è l’emblema di questo degrado.
La lezione spagnola conferma quanto questo giornale scrive da tempo: sugli aumenti insensati della spesa pubblica e sui debiti non commisurati alle capacità di rimborso, non si costruisce nulla: si lasciano soltanto macerie. C’è una Spagna che vince (nel calcio), ma c’è anche una Spagna che perde (nel mondo reale).