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Oggi è la giornata mondiale della filosofia.
Non (mi) è chiaro se è il mondo ad avere bisogno della filosofia o il contrario, ad ogni modo The UNESCO Courier interroga 8 filosofi: Jostein Gaarder, Michel Onfray, M. E. Orellana Benado, Ioanna Kuçuradi, Mohammed Arkoun, Kwasi Wiredu e Woo-Tak Kee.
Jostein Gaarder considera la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo i più grande trionfo della filosofia e propone l’introduzione della Dichiarazione universale degli obblighi dell’uomo.
Michel Onfray difende la sua filosofia edonista e afferma che alcune cose sono universali: ad esempio che tutti gli esseri umani sono uguali, a prescindere da quello che sono (uomini, donne, bianchi, neri, atei o devoti), o che un uomo felice è meglio che un uomo triste, o che ci siano culture migliori di altre.
M. E. Orellana Benado propone una interessante difesa del comico e afferma: «L’argomentazione razionale diventa possibile solo tra coloro che, in una certa misura, condividono lo stesso senso dell’umorismo».
Per Peter J. King la filosofia è l’arte di pensare chiaramente e senza prevaricazione. La filosofia diventa quindi un utile esercizi: non farà diventare le persone oneste, ma almeno aiuta a smascherare i disonesti.
Ioanna Kuçuradi, l’unica donna interpellata dall’UNESCO nonostante l’uguaglianza universale di Onfray, mette in evidenza la necessità di concetti chiari e ben definiti: parole come “valore” vengono spesso usate a sproposito, e effettivamente c’è bisogno di chiarezza.
Mohammed Arkoun analizza il rapporto tra religione, filosofia e, ovviamente, scienza.
Per Kwasi Wiredu il compito della filosofia è trovare un antidoto al dogmatismo, vero nemico dell’autentico dialogo.
Woo-Tak Kee avverte la necessità di una filosofia in grado di aiutare le persona a superare le esclusioni religiose, culturale e filosofiche: la comunità globale del famoso villaggio globale richiede l’universalità della filosofia.
28 commenti su “World Philosophy Day”
Non è che dall’Unesco- un’organizzazione che si attiva di qua e di là- mi aspettassi qualcosa di diverso.
Hanno anche un discutibile progetto di etica universale, se non erro.
Ma perché tutti i laureati in filosofia menzionati mi spiegano quali sono i vantaggi della filosofia per il mondo, dando per scontato che la filosofia sia una attività e non una disciplina conoscitiva?
Forse perché non è una disciplina conoscitiva?
Cosa dovrebbe conoscere, secondo te, la filosofia?
Viva Orellana Benado!
Ciò che del mondo è reel, cioè oggetto diretto di esperienza, ma non è fattuale, sive puntuale, sive contingente.
Ma è una definizione riduttiva, com’è ovvio che sia.
In realtà la tua domanda NON è un’obiezione.
Una cosa è dire di una disciplina di che tipo è, un’altra che cosa studia.
Alla prima domanda rispondo: “Disciplina conoscitiva”.
La seconda non ammette una risposta intensiva decente. Del resto, che cosa studia la matematica?
I numeri, le misure, gli insiemi, algoritmi, generici oggetti astratti?
E’ una famiglia di discipline affini, che mal sopporta di abitare in una casa con un unico nome sul campanello.
I problemi di definizione però spariscono se si dice, estensivamente: “Algebra, logica, teoria degli algoritmi, geometria…”
Ugualmente possiamo definire la filosofia come: “Ontologia, gnoseologia, etica…” ovvero: “Studio dei generi degli enti e delle loro relazioni, della conoscenza della realtà, dell’agire e dell’azione, etc.”
Mi rendo conto che molti non saranno d’accordo.
I molti, a mio avviso, si dividono in due gruppi.
1) Quelli che hanno semplicemente torto. 🙂
2) Quelli che parlano de “la filosofia della X“, dove X è una qualsiasi disciplina di cui si indagano i fondamenti e il metodo; oppure de “la filosofia di Nietzsche” o “la filosofia di Kierkegaard” o “la filosofia di Qoheleth“, intendendo produzioni sapienziali.
Sono cose ottime, ma ciò non toglie che tra le varie piante messe a dimora nella serra detta “filosofia” alcune sono curative, altre servono da puntello e fondamento, altre contengono conoscenza.
ciao!
( Concordo con Lector: Orellana Benado è il migliore del gruppo.
Però continuo ad inquietarmi che un organizzazione politica supporti la filosofia presentandola come un aiuto globale per un mondo migliore. Anche ammettendo -per assurdo- che la filosofia fosse una pratica, perché la sua finalità dovrebbe essere suggerito da terzi? )
la filosofia non è pratica?
la filosofia è nata come pratica. che poi qualcuno l’abbia traviata è un altro paio di maniche.
Mio fratello all’inizio doveva fare solo il perito edile e fermarsi lì.
Poi una ragazza l’ha traviato, ha continuato con l’università e mo’ è ingegnere.
“Quindi“, l’ingegneria non è una professione seria? 😛
Ci sono sia i periti sia gli ingegneri. Esiste l’etichetta comune “professionisti dell’edilizia”, e ciò non toglie che facciano cose diverse, seppure imparentate ed entrambe valide.
Che senso avrebbe parlare di “traviamento”, se il risultato del “traviamento” ha una sua consistenza autonoma?
( L’analogia con la filosofia vale fino a un certo punto. Non conosco forme contemporanee di pratica filosofica seria.
Al massimo ci sono gli “intellettuali impegnati”, sulla cui insipiente tuttologia è meglio stendere un velo pietoso, se non proprio una coperta di lana; gli intellettuali organici a questa o quella ideologia; il counselling; la pamphlettistica; l’editorialismo… )
La questione si risolve, in realtà, in poche battute.
Barry Smith, p.e., è diventato ricco “smerciando” ontologia e mereologia a questioni informatiche.
E’ una conoscenza precisa, e funziona.
E’ un’efficacia molto diverso da quello di cui sopra: è esplicativa e permette applicazioni, non è un “discorso efficace”.
Amen.
Forse con l’ontologia il problema è fin troppo semplice: altra cosa è l’etica o l’estetica.
So che c’è una certa diffidenza tra i filosofi per i discorsi che hanno a che fare con il giusto, il buono, il bello, l’opportuno, il degno… cioè che non sono apofantici.
Questo però solo perché la dottrina di Aristotele( dottrina, mica una pratica! ) dice ERRONEAMENTE che ciò che non è apofantico non ha a che fare con la realtà, ma è roba da retorica e poesia.
E’ solo un assertorio pregiudizio, e smantellato quello- in sede teorica, non pratica- nulla è più d’impedimento.
ciao, Eno
alex: affermazione impegnativa, la tua: quelli che nei manuali di filosofia sono designati come primi filosofi (Talete, Pitagora, ecc.) non erano filosofi nel senso teoretico-conoscitivo del termine. Però la filosofia è nata con Platone e soprattutto Aristotele (che per primo ne ha narrato la storia), che non concepivano certo la filosofia come pratica.
eno: la mia era una provocazione…
Come mai hai citato la matematica, che tra le varie scienze è indubbiamente la meno conoscitiva (nel senso di consocenza della realtà esterna)?
Non conosci forme di pratica filosofica serie semplicemente perché la pratica non si insegna e non si teorizza (non impari a guidare con il teorico, ci vuole anche l’esame pratico).
L’UNESCO non è semplicemente un’organizzazione politica: si occupa di cultura, e la filosofia è cultura (su questo spero che tu sia d’accordo anche tu).
Aristotele, Etica Nicomachea 1103b.
la penso allo stesso modo. distinguo la filosofia dalle “seghe mentali” (cito il titolo di un libro da self-help che includo, ricorsivamente, nella categoria).
la filosofia originaria è arte di vivere: mi pare ci sia poco di più pratico. a meno che non si faccia confusione sul termine “pratico”. i primi filosofi per me sono più antichi degli ilozoisti. già omero offre una filosofia, ed esiodo pure. e sono filosofie molto articolate, basate sugli individui, che rispondono al concreto questionare sul “cosa devo fare?” e che non tirano in mezzo idee strambe.
comunque so che sono solo in questo percorso.
nella tesi avevo persino scritto che kant non capiva niente… 🙂
Alex, lascia perdere. Avevo già provato io a sostenere assunti analoghi, ma Ivo ed Eno m’hanno costretto a un inglorioso ritiro con le pive nel sacco. E’ opportuno imparare dagli errori altrui, sennò a che serve l’esperienza?
Ciao 😉
lector in fabula: non ci descrivere come dei censori brutti e cattivi!
alex: il riferimento alla filosofia di Omero ed Edioso mi ha illuminato: con “filosofia” intendiamo, lecitamente, cose molto diverse.
D’altra parte,non è che esista una cosa chiamata filosofia: questo termine ha indicato, nella storia, e indica tuttora molte cose diverse e, tutto sommato, è bene che sia così.
Sono curioso: in che senso Kant non capiva niente?
Ivo, non era recriminazione. Era solo constatazione. Trattasi dell’articolo V° delle regole della dialettica, cioé:
“Articolo quinto: chi ne sa di più, ha vinto”. 😉
Touché.
Incasso il colpo ed ammetto l’errore.
Ho avuto, ahimè, la disgrazia di conoscere un philosophical counsellor- che la pratica la teorizza ed insegna- e il disgusto mi ha irrazionalmente portato ad estendere indefinitamente il giudizio.
Ho citato la matematica perché 3 volte ho sentito un fisico e una matematica affermare la difficoltà- ed inutilità- di darle una definizione dai contorni precisi.
@Alex: Non ho l’etica a casa. La ripiglierò in mano, ma mi pare una cosa diversa dire che si studia l’etica per essere poi buoni, e dire che l’etica è la pratica che porta ad essere buoni.
Cmqn, per dare un tratto autobiografico al dibattito: io tendo a non interrogarmi su come fare il bene. Io mi interrogo su come conquistare la morosa, su come comportarmi bene con estranei che mi stanno antipatici, su come non farmi fregare al mercato, su come non essere indelicato dando una brutta notizia, su come conciliare impegni di studio, di lavoricchi, personali ed altro.
Mi chiedo come fare questo e questo, e come farlo bene. Sul bene in sé, nulla quaestio.
ciao! Eno
Di filosofia io capisco poco, poco, poco, lo confesso. Certo che, riassunti in due righie, Onfray pare Max Catalano, Orellana Benado un genio anche in quattro parole. Mo’ cercherò di approfondire, così la prossima volta che passo su questo sito ci faccio una figura meno barbina nei commenti.
😀
beh, io sono piuttosto drastico. non lavoro di fino ma vado di accetta. aristotele interpretato da alcuni passa per teoretico (e in fondo il privilegio accordato alla “filosofia prima” è di per sé un incoraggiamento a questa interpretazione), ma le opere etiche indicano chiaramente che lo studio dell’etica (della filosofia in genere, se pensiamo anche al protrettico) ha l’unico scopo di “rendere buoni”. non serve a niente sapere cosa è buono se poi non lo si persegue praticamente. una persona che sa cosa è buono e non fa niente non è un filosofo, è uno che ha tempo da buttare.
per questo, opinione personalissima, credo che troppa presunta filosofia sia da cestinare. se non hanno esiti pratici, i pensieri svolazzanti di una quantità infinita di pensatori sono tempo perso.
per questo la filosofia ha l’immagine che ha (talete che guarda per aria e cade nel pozzo), per questo è necessario che l’unesco indica una giornata mondiale della filosofia di cui nessuno sa niente.
das ding dingt che cosa significa? se i filosofi dicono solo ste boiate, straccio la mia laurea 🙂
@ivo: detta breve, ho fatto la mia tesi su thomas reid, contemporaneo e avversario di hume. kant critica reid (perché hume è il suo – di kant – eroe). io ho messo a confronto la filosofia di kant con quella di reid e ho trovato diverse analogie. quindi se kant dice che reid non capisce, vuol dire che nemmeno kant capisce (dato che dice le stesse cose, ma peggio: reid è più chiaro – e appunto meno volatile).
Alex: Non conosco molto l’opera di Reid, ma so che è molto rivalutato, ultimamente, e può essere benissimo che Kant non abbia capito nulla (di Reid).
Sull’etica di Aristotele mi sembra che abbia ragione tu, ma Aristotele ha anche scritto la Metafisica e gli Analitici, che sono un altro paio di maniche.
Sugli esiti pratici, posso essere d’accordo se ci mettiamo d’accordo su cosa sono gli effetti pratici: se vuoi cestinare la filosofia che ricorda la metafisica criticata dai neopositivisti (“l’essere dorme” e così via), allora sono d’accordo; se vuoi invece cestinare tutta la filosofia che non riguarda gli aspetti pratici e morali della vita, allora no: non è che butto nel cestino la filosofia della matematica semplicemente perché non mi aiuta a essere felice o a rendere felice il prossimo…
galatea72: non ti preoccupare, su questo sito si discute di tutto, e tutti i commenti sono benvenuti!
Scusatemi, m’ero proposto di non intervenire con considerazioni “serie” su questo assunto per le medesime ragioni di Galatea72, che ha tutta la mia solidarietà.
Fra tutto ciò che ho letto in tanti anni, la frase che m’è sembrata più centrata (non so se sua o ripresa da altri) è quella riportata in un libro di Laslo Mero (Calcoli morali) e che cito a braccio (o a piede, fate voi): Mentre le scienze debbono darci una dimensione quantitativa dei fenomeni, spetta alla filosofia il fornirci la loro collocazione qualitativa.
Da ciò deduco che la razionalizzazione dell’incommensurato(rabile?), per quanto possibile, è il suo vero oggetto.
reid è ripreso a tratti. in italia il primo approdo è rosmini. poi nel ’75 la traduzione di santucci. e a fine anni ’90-inizio 2000 un altro ritorno di fiamma. ma sempre da aprte di studiosi di hume, per consolidare hume dicendo che reid non innova niente. io ho messo il mio mattoncino (es. reid ciceroniano, umanista, non intuizionista – diinnato c’è la facoltà del giudizio, non i giudizi)
sulla filosofia da sopprimere: intendo quella che viene scritta per autocompiacimento dell’autore, che (freud docet) sublima istinti repressi ed evidentemente usa la filosofia come autoerotismo. libri scritti in linguaggio incomprensibile, concetti che invece di essere chiariti vengono complicati. tutto con l’unico scopo di sentirsi superiori a chi non riesce a “pensare così finemente”. purtroppo l’immagine della filosofia tra la gente è quella che danno questi tipi di pensatori: il filosofo è uno che pensa cose strane e incomprensibili, troppo in là.
è solo per educazione che a diversi convegni non alzo la mano per chiedere “ma perché non la finisce di dire vaccate?” 🙂
lector in fabula: la razionalizzazione dell’incommensurato… mi piace. Suona un po’ come una di quelle odiose frasi di Heidegger, ma mi piace! 😉
alex: sono d’accordo, il problema è capire bene chi parla per autoerotismo intellettuale e chi no.
A volte il problema non è tanto di non volersi spiegare, ma nella difficoltà del tema. Una frase incomprensibile e astrusa c’è in praticamente tutti gli autori: filosofi, fisici, storici, giuristi eccetera. Accade perché ti situi in un momento avanzato del discorso e non puoi permetterti di ripercorrere tutta la strada ogni volta.
Non voglio difendere chi scimmiotta Heidegger perché “il nulla nulleggia” suona così profondo, però trovo importante cercare di capire perché lo dice: solo perché così fa la figura del grande filosofo oppure c’è un ragionamento?
Spesso mi capita di leggere un articolo filosofico, seguirlo perfettamente e sottolineare alcune frasi. Mesi dopo mi ricapita in mano l’articolo, rileggo solo le frase sottolineate e le trovo incomprensibili e senza senso. Se poi rileggo tutto l’articolo le ritrovo perfettamente sensate.
Alex:
( OT, perfino fuori tempo massimo )
Beh, scusa ma è un po’ -diciamo- facilone prendersela con Heidegger.
Trinciar giudizi inframmezzati da “ma che boiate” lasciamolo ai comici.
Che Heidegger scrivesse con una caterva di metafore ad immagini- non c’è un solo verbo di cui non dia una risignificazione visiva- è un conto.
Che giocasse a fare l’oracolo, anche.
Ma “das Ding dingt”, non capirlo è un po’ difficile, se si ha solo sfogliato non dico Heidegger e Husserl, ma se ci si è posti qualche domandina spiccia sulla percezione o sul significato di “oggetto artificiale” vs. “naturale” etc.
La “cosa” è quell’ente a cui noi nel decorso percettivo- vedasi Husserl- attribuiamo una sua unità( anche se non la vediamo integralmente e solo nel tempo possiamo osserarlo tutto, e solo in condizioni percettive diverse ), e a cui attribuiamo un “senso”.
Tutti noi vediamo oggetti, enti…
A rigore non dovremmo neppure dire: “Vedo un tavolo”, ma “Vedo un ente oblungo, tridimensionale, giallo etc. etc. che riconosco come utensile e che io chiamo tavolo”.
Eppure non capita mai una cosa del genere: io vedo proprio tavoli, brocche bavaresi, alberi, uomini, tramonti, fiori, dita…
Vediamo “cose”, non generici enti.
Chiedersi come accade che percepiamo immediatamente robe così complicate come le cose, ovvero quale sono le caratteristiche a priori necessarie e sufficienti perché questo processo avvenga, e come mai le espressioni “artificale” o “utensile” ci sono cosi familiari, significa interrogarsi sull’essenza della cosa.
Cioè “Wie kommt’s dass das Ding dingt?”
bye, Eno
eno: il problema è che queste domande sul perché vediamo oggetti e non macchie di colore se le è poste la psicologia, ed è riuscita a dare risposte decisamente migliori di quelle di Heidegger. Quindi: o Heidegger chiedeva altro (e in questo caso: che cosa chiedeva?) oppure è meglio lasciarlo perdere…
Escludo categoricamente che si chiedesse altro.
Banalmente, perché tutto il lavoro di Heidegger ruota attorno al problema di come noi leghiamo “essenze” atemporali( la brocca ha un concetto e non un’essenza a priori, ma l’utensile invece sì… quindi, la questione ha davvero a che fare con la psicologia empirica? ) ad enti temporali e sfuggenti.
Tutto Heidegger.
Tutta la questione dell’Essere e del tempo.
Lui stesso lo dice in In cammino verso il linguaggio( e credo anche altrove ), dunque non vedo ragioni di dubitare sul fatto che fosse quello il senso.
Non so le risposte della psicologia, ma non vedo nulla di osceno nell’analisi fenomenologica che Heidegger dà del senso di concretezza e familiarità che noi abbiamo prendendo in mano una cosa.
Le analisi della reificazione dell’altro di Sarte sono- sic dicitur- vette filosofiche, ma Heidegger “non si capisce niente” o peggio è relegato a veneranti convegni su “L’interpretazione derridiana di Freud e Heiddeger sullo Spirito e sul Silenzio nei suoi legami con la mistica renana”.
Poi se si trova fondata la risposta o meno è altra questione.
Ma sicuramente la domanda è sensata, sicuramente Heidegger parlava (anche) di quello, sicuramente da filosofo era titolato a parlarne, e probabilmente-penso-la psicologia non c’azzeccherebbe troppo qui.
ciao, Eno
Se Heidegger si pone il problema nei termini di essenze atemporali, allora si pone una domanda diversa da quella che intendevo io e che intende la psicologia…
Certo, se Heidegger avesse giocato meno a fare l’oracolo!
Per tornare in tema con l’articolo, la prossima giornata mondiale per la filosofia sarà ospitata dall’Italia. Prepariamoci (non penso sarà un evento poi così invasivo)
“Certo, se Heidegger avesse giocato meno a fare l’oracolo!”
Non sarebbe stato così quotato.
Nei rimasugli di febbre di un capodanno infernale tra borseggi alla stazione dei treni, influenza alle stelle e figuracce per scarsa tenuta all’alcol ho dato un’occhiata all’Etica.
Quella frase apre un paragrafo in cui si parla dell’esercizio delle virtù e degli habitus che ne conseguono.
Diversamente dalla conoscenza- diciamo: della logica in sensa lato -, nell’etica l’uomo non è un mero esecutore di operazioni corrette o scorrette( razionali-irrazionali, logiche-illogiche ).
E’ lui stesso buono o cattivo, corretto o scorretto…
Conoscere il bene e le virtù e perfino operare il bene, non è di per sé sufficiente: il bene non sta principalmente nell’azione, ma nell’uomo che agisce.
Il carattere attivo e pratico, quindi, è nell’oggetto della trattazione etica e manca invece nell’oggetto della teoria logica.
Però, ne passa dal dire che l’etica stessa sia una pratica.
ciao, Eno
eno: ma tu, per rimetterti in piedi dai bagordi, leggi Aristotele? Ci credo che poi, per festeggiare l’anno nuovo esageri con l’alcol!
La discussione tra prendendo la piega della diatriba filologica che, per quanto interessante, mi lascia abbastanza indifferente…
P.S. Spero nulla di grave, il borseggio!
rispondo ad alex.
das ding dingt….
mio caro, se la pensi così, è meglio che la stracci la tua laurea.
rispetta heidegger
e
leggiti husserl.
A.P.
Com’è buffo che i neo-positivisti credessero di stare criticando la metafisica, e poi, nei fatti, mettevano alla berlina soprattutto la filosofia di Heidegger – che è radicalmente anti-metafisica!
@glasnost1956: C’è antimetafisica e antimetafisica, e l’antimetafisica di Heidegger, evidentemente, è troppo diversa dall’antimetafisica dei positivisti…