Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01287.jsonl.gz/422

Il ciclo di Doha è iniziato nel 2001. Questo ciclo di negoziati, lanciato dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e che doveva durare tre anni, vuole riequilibrare le regole del commercio internazionale a favore dei paesi del Sud. Quindici anni dopo, il ciclo di Doha è avanzato di poco.
Alliance Sud ha partecipato a tutte le conferenze ministeriali organizzate dall’OMC da allora : Doha (2001), Cancun (2003), Hong Kong (2005), Ginevra (2009), Ginevra (2011), Bali (2013) e Nairobi (2015). Durante ognuna di queste conferenze, Alliance Sud ha pubblicato – sola o con altre organizzazioni – prese di posizione per spiegare le principali sfide e formulare rivendicazioni all’attenzione della Svizzera (per accedervi, basta cliccare sulla relativa conferenza).
Alliance Sud favorevole ad un “raccolto precoce”
Nel novembre 2009, poco prima della conferenza ministeriale di Ginevra, Alliance Sud ha chiesto un “raccolto precoce” di Doha per ricavarne i pochi elementi pro-sviluppo acquisiti in otto anni di negoziati, ovvero:
• il divieto delle sovvenzioni all’esportazione dei prodotti agricoli entro il 2013;
• la riduzione dei sostegni interni con effetto di distorsione degli scambi agricoli ;
• la facilitazione del commercio con la riduzione delle barriere tecniche e burocratiche;
• la possibilità di sospendere i brevetti sui medicamenti in caso di pandemia ;
• l'accesso al mercato senza dazi né contingenti per i paesi meno avanzati.
Da diversi anni i paesi industrializzati, Stati Uniti in testa, cercano di seppellire il ciclo di Doha, vista la mancanza di progresso negli ambiti che interessano loro (liberalizzazione dei prodotti industriali, dei servizi e nuovi temi – investimenti, diritti della concorrenza, appalti pubblici, commercio elettronico, ecc…).
La Conferenza ministeriale di Nairobi del dicembre 2015 ha prodotto una dichiarazione ambigua, che non riafferma, né chiude ufficialmente il ciclo di Doha, ma sembra effettivamente segnare la fine dell’”impegno unico”, ovvero il principio secondo il quale “nulla va dato per scontato finché tutto non è acquisito”.
Sovvenzioni alle esportazioni agricole: progresso
A Nairobi, i 163 stati membri hanno iniziato ad intendersi sull’eliminazione delle sovvenzioni all’esportazione dei prodotti agricoli. Questo progresso, se si concretizza pienamente, è importante. Per troppo tempo, le regole sull’agricoltura hanno permesso ai paesi industrializzati di sovvenzionare i loro agricoltori con centinaia di miliardi di dollari, vietando nel contempo, ai paesi in sviluppo di fare altrettanto. Questo effetto di dumping nuoce gravemente ai piccoli contadini dei paesi del Sud. Di fatto, le sovvenzioni alle esportazioni in senso stretto vengono usate solo dalla Svizzera, dalla Norvegia e dal Canada. La Svizzera dovrà quindi, entro il 2020, eliminare la “legge sul cioccolato”, che serve a sovvenzionare l’esportazione di prodotti agricoli trasformati.
Gli altri strumenti di promozione delle esportazioni però, ancora abbondantemente utilizzati soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Unione europea (UE), sono stati molto poco disciplinati: crediti all’esportazione, imprese statali ed aiuto alimentare.
Sostegni interni all’agricoltura: blocco
La riduzione dei sostegni interni all’agricoltura rimane invece un vero e proprio serpente di mare. Vengono contestate sempre più sovvenzioni classificate nella “scatola verde” e nella “scatola blu”, ovvero considerate senza effetto di distorsione sugli scambi. Ma un’intesa su questo dossier non è prevista e gli Stati Uniti non sono pronti a fare concessioni finché i paesi emergenti, che hanno anch’essi cominciato ad utilizzare questo tipo di sovvenzioni, non fanno la loro parte.
Facilitazione del commercio: realizzazione da sorvegliare
La facilitazione del commercio con l’eliminazione degli ostacoli burocratici è stata oggetto di un accordo durante la ministeriale di Bali nel 2013. Rimane da sperare che i 49 paesi più poveri del pianeta – che hanno altre priorità che modernizzare ed informatizzare le loro dogane – ottengano un aiuto sufficiente per la sua realizzazione.
Proprietà intellettuale: divergenza fra teoria e pratica
La possibilità di sopprimere i brevetti sui medicamenti in caso di pandemia, affinché i paesi in sviluppo possano produrre generici o importarli se non li producono loro stessi, è acquisita – almeno in teoria. In pratica, la seconda opzione è stata usata solo una volta ed i paesi industrializzati si oppongono alla sua semplificazione. Nei suoi accordi di libero scambio con i paesi in sviluppo, la Svizzera esige sempre disposizioni rafforzate sulla proprietà intellettuale che rendono queste flessibilità molto più difficili da usare. E’ uno dei principali ostacoli dei negoziati in corso con l’India.
PMA: pacchetto completamente diluito
Finalmente, i paesi meno avanzati (PMA) chiedono di rendere operativa la “deroga sui servizi” adottata nel 2011, ovvero l’accesso al mercato preferenziale e non reciproco per i servizi provenienti dai PMA – la Svizzera l’ha attuata nel luglio 2015. Attualmente questa componente è talmente diluita rispetto alle proposte iniziali che nessuno vi si oppone più. Contiene impegni molto vaghi nel ridurre le sovvenzioni dei paesi industrializzati ai loro produttori di cotone ed un maggiore accesso al mercato per i prodotti dei PMA.
L'OMC è preferibile al libero scambio
Quattordici anni dopo l’inizio del ciclo di Doha, la ministeriale di Nairobi ha prodotto un accordo vago. Nonostante questo magro bilancio, decisamente mediocre, Alliance Sud considera l’OMC come l’ultimo contesto internazionale per discutere temi essenziali in materia di sviluppo e di scambi economici, soprattutto la questione delle sovvenzioni agricole. Un’organizzazione commerciale multilaterale, che pone regole chiare ed adattate ai diversi gradi di sviluppo dei paesi, è preferibile ad accordi bilaterali e regionali di libero scambio, a tutti i mega trattati, come il TISA (Accordo sul commercio dei servizi) ed il TTIP (Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti fra gli Stati Uniti e l’UE), in cui i paesi industrializzati impongono standard che, prima o poi, si applicheranno a tutti, a cominciare dai paesi (in sviluppo) che non li hanno negoziati.