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In questi giorni, come puntualmente ogni fine gennaio, si torna a parlare delle sofferenze del popolo ebraico riferendosi alla tragica vicenda della Shoah. Ma il dramma legato al Nazismo e all’ultima Guerra mondiale non sono che la conseguenza di un lungo cammino di ingiurie, condanne e maltrattamenti intrapresi secoli fa, come quelli contrassegnati dal volere di Isabella di Castiglia e Ferdinando II di Aragona, che nel 1492 emanarono un decreto con il quale diveniva obbligatoria l'espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli e dai loro possedimenti. L'editto rendeva obbligatoria la conversione degli ebrei alla religione cattolica, mentre disponeva l'espulsione per coloro che non si fossero convertiti. Il decreto andò ad incrementare le comunità ebraiche dell’Africa del Nord ed in maniera minore anche di altre regioni europee dove, prendendo spunto dall’antico nome della Spagna, Sefarad, si cominciò a definire queste comunità "Sefardite". Comunità in cui la musica giocò un ruolo sociale e identitario forte e nella cui struttura melodica sono presenti tracce arcaiche: si conservano cadenze e forme in uso nella musica dei menestrelli dell’occidente medievale. Col passare del tempo elementi musicali di tradizioni estranee a quella spagnola hanno influenzato buona parte del repertorio sefardita che ci è giunto attraverso la tradizione orale (le prime trascrizioni musicali sono state realizzate soltanto nei primi anni del 1900): era compito delle donne scandire – anche con il loro canto – la vita all’interno delle comunità: cantavano storie, e si accompagnavano col pandero (tamburello), unico strumento da loro utilizzato per battere il ritmo.