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L’Argentina è uno dei paesi meno indebitati del pianeta, dal momento che dal 2005 sta pagando il suo debito esterno (che rappresenta solo il 46 % del PIL, ma, nonostante questo, sta sull’orlo di una nuova interruzione dei pagamenti già il 30 di questo mese e, quel che è peggio, è alla mercé di un giudice di New York impegnato con i Fondi usurai che hanno messo l’Argentina tra la spada e il muro.
La dittatura (1976-83) ha quadruplicato il debito estero e stabilito che qualsiasi controversia sullo stesso doveva essere risolta a New York, rinunciando cosí alla sovranità giuridica argentina. I governi successivi (della Unión Cívica Radical, della destra peronista menemista e dell’Alleanza radical-peronista) aumentarono ancora di più il debito estero. Tutti loro e poi il kirchnerismo si rifiutarono di dichiarare nulli e impagabili i debiti contratti da un governo militare nato da un golpe e di dichiarare che chi aveva comprato obbligazioni da un governo illegittimo lo aveva fatto a proprio rischio, cosciente dell’illegalità di tale acquisto. In conseguenza si rifiutarono di convocare una auditoria che esaminasse questo debito estero, come fece invece l’Ecuador, per pagare solo gli impegni statali legittimi. Néstor Kirchner accettò la totalità del debito al momento di rinegoziarlo con una perdita media del 60% che fu accettata dal 93% dei proprietari di bond, ai quali l’Argentina paga regolarmente. Una minoranza di Fondi “avvoltoi”, senza dubbio, ha continuato a pretendere il pagamento totale. Uno di essi ha comprato bonos argentini svalutati per 48,7 milioni di dollari, e pretende ora un miliardo e mezzo di dollari da pagare il giorno 30 giugno.
Alla sua richiesta, spalleggiata dal giudice Griesa di New York con una sentenza di primo grado, confermata in seconda istanza e appoggiata dalla Suprema Corte degli Stati Uniti, si aggiungerebbero oggi altri Fondi che richiedono il pagamento immediato di 15 miliardi di dollari. Ad essi si potrebbero unire anche gran parte di quei possessori di bond che inizialmente avevano accettato l’accordo, pretendendo tra 20 e 120 miliardi di dollari. Per colmare la misura, il giudice Griesa impedisce al governo argentino di continuare a pagare quelli che avevano accettato di cambiare i loro bond, dal momento che minaccia il governo argentino di porre un embargo sui trasferimenti ai possessori di bonos, che si pagano a New York, per devolverli ai Fondi avvoltoi. Per questo proibisce un cambio della sede di giudizio.
L’aver accettato il principio del pagamento della totalità del debito estero impagabile e illegittimo, e soprattutto che le controversie siano risolte fuori dei tribunali argentini e negli Stati Uniti, lascia l’Argentina sull’orlo di una interruzione forzata dei pagamenti nonostante il paese abbia pagato tutto quello che doveva al Fondo Monetario Internazionale, e abbia pagato alla Organizzazione Mondiale del Commercio, e anche alla compagnia petroliera spagnola Repsol, che aveva saccheggiato il paese, e da ultimo anche al Club di Parigi, sempre accettando la clausola aberrante che legittima l’abbandono della sovranità giuridica e lascia il paese debitore alla mercè di un qualsiasi giudice statunitense. Ora il governo argentino semplicemente prega, nella speranza che il giudice Griesa convinca i Fondi avvoltoi ad accettare un pagamento in parte in valuta, in parte dilazionato ma con interessi leonini. E se non accettassero?
La sinistra argentina sostiene che la sovranità giuridica non si può regalare, che i debiti illegittimi non si pagano e che è possibile prelevare un’imposta straordinaria sulle grandi fortune (che hanno acquistato il debito attraverso i loro rappresentanti).
Da parte loro i partiti dell’opposizione capitalista non sanno che dire. Sotto i loro governi il debito estero è aumentato enormemente, sono loro che rinunciarono alla sovranità giuridica nazionale, e temono che se si arriva alla sospensione dei pagamenti, il prossimo governo (che potrebbe stare nelle loro mani) abbia difficoltà a ottenere investimenti stranieri e ad avere la possibilità di avere crediti e di potersi indebitare di più. Quindi preferiscono pagare tutto subito, ma… non sanno come farlo.
Quanto al kirchnerismo c’è una grande confusione perché si scoprono tutte le fanfaronate sul paese “blindato” grazie alla quantità delle sue riserve, e vengono alla luce tutte le manovre per poter contrarre nuovi debiti pagando davanti a Dio e a Maria Santissima (OMC, FMI, Repsol, Club di Parigi) decine di miliardi di dollari per crearsi un’immagine di pagatori affidabili. Il colmo è che questo succede in un anno preelettorale, nel mezzo di una crisi del Mercosur e dell’UNASUR, e quando i probabili candidati a presidente del partito justicialista di Cristina Fernández hanno scarse differenze rispetto all’opposizione, e sono antioperai, reazionari e repressivi, a partire da quello di loro che ha maggiori possibilità, Daniel Scioli, governatore della provincia di Buenos Aires y ex vicepresidente di Néstor Kirchner.
Al capitale finanziario internazionale la sospensione dei pagamenti da parte dell’Argentina non conviene. Il giornale The New York Times il 20 giugno ha criticato la Suprema Corte per aver messo a rischio le possibilità internazionali di altre rinegoziazioni del debito, incoraggiando l’usura e la speculazione finanziaria; anche i governi del Messico, della Francia e perfino degli Stati Uniti hanno appoggiato gli avvocati argentini. Ma una cosa è l’interesse generale del capitalismo e un’altra è l’interesse particolare di un gruppo di capitalisti, spalleggiati da un giudice affine al Tea Party. Inoltre, il capitale finanziario internazionale vuole stabilire un esempio su scala mondiale e dimostrare che la strada della liberazione dal debito seguita fino ad ora dall’Argentina è pericolosa e costosa. Per questo, anche se a fine anno scadono i RUFO (Rights Upon Future Offers), cioè il diritto di altri creditori di chiedere il pagamento a condizioni uguali al più favorito, vogliono obbligare l’Argentina a pagare questo 30 giugno, versando nel migliore dei casi più della metà delle sue riserve, e nel peggiore una somma superiore ai 100 miliardi di dollari, mentre queste riserve arrivano solo a 38 miliardi di dollari, le sue esportazioni perdono valore e la crescita economica si riduce fortemente.