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Il carcere di Guantánamo, madre di tutte le polemiche carcerarie a causa delle denunce internazionali per le violazioni dei diritti umani, ha compiuto venerdì 11 gennaio undici anni di esistenza da quando ha cominciato a funzionare. Sono invece passati quattro anni da quando il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha promesso che lo avrebbe chiuso.
Nel carcere, situato in una base militare degli Stati Uniti dentro la Repubblica di Cuba, ci sono 166 detenuti, 55 dei quali dichiarati“liberabili” dalle autorità americane. Solo nove dei 779 prigionieri che sono passati per questo lager, sono stati condannati o processati dalla Giustizia durante tutti questi anni e diverse organizzazioni sociali sostengono che la prigione, invece di rinforzarla, indebolisce la sicurezza complessivadell’isola di Cuba.
Quando nel 2009 Barack Obama fu eletto per la prima volta, ne ordinò la chiusura aggiungendo che la considerava una macchia per l’immagine degli Stati Uniti. Ora mancano dieci giorni all’inizio del suo secondo mandato e il campo di detenzione resta vivo e vegeto contribuendo a dar fiato alla catena di critiche verso il presidente nordamericano. Sul tema Morris Davis, ex procuratore generale – capo di Guantanamo, ha dichiarato: “Quando è giunto al potere la prima volta, c’è stata la crisi finanziaria con la riforma delle assicurazioni sulla salute in cima alle priorità governative (…).Oggi, quattro anni dopo, nella lista per il secondo mandato, lui ha il baratro fiscale, la riforma della legge sulle armi e quella dell’immigrazione, prima del problema dei detenuti. Una stima della stessa amministrazione Obama, afferma che ogni detenuto a Guantánamo costa al cittadino americano 800.000 dollari l’anno mentre la sua detenzione in un’altra prigione di massima sicurezza negli Stati Uniti costerebbe 34.600 dollari.
Nonostante l’unanime protesta delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, le quali non cessano di denunciare che nel recinto si praticano torture, Obama ha terminato il suo primo quadriennio alla Casa Bianca firmando una legge di bilancio per la Difesa, senza precisare cosa si farà della prigione. Evidentemente per “mister we can” l’adagio popolare che le parole sono una cosa e i fatti un’altra, costituisce l’asse portante del suo programma presidenziale.
Carlo Curti, Lugano