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Ho insegnato più di trent'anni nelle scuole elementari, medie, superiori. Ricordo il primo anno: tre classi, oltre trenta allievi. Paga mensile: 665 franchi. Nella pluriclasse si collaborava, quando si poteva: i grandi aiutavano i piccoli. Per la lezione di canto veniva il maestro Lambrughi con la fisarmonica. La ginnastica, invece, la imbastivo io stesso sul piazzale dell'Oratorio. La Gemma in un componimento scrisse che voleva sposare il maestro; i giorni della vendemmia mi portò, come anticipo sulla dote, una confezione di uva americana. In classe vigeva il pluralismo: il figlio del povero, che per venire in paese si faceva a piedi un sentiero tra i boschi, conviveva con la figlia del proprietario terriero. È questo, la scuola pubblica: un tetto interclassista. Un'isola, nel marasma sociale. Una conquista del nostro Stato democratico, voluta dai politici illuminati dell'Ottocento, con alla testa Stefano Franscini. La scuola pubblica è una palestra di democrazia, di educazione civile, di socializzazione. Nella mia storia di maestro ho avuto in classe anche il figlio di un giostraio, che nei suoi spostamenti su e giù per il cantone riuscì a frequentare la scuola dell'obbligo, senza bisogno del precettore.
Il bello della scuola pubblica è che si sta insieme anche se si è diversi: il cattolico con il musulmano, il figlio del saltimbanco con la pupilla del bancario: magari i due si passeranno i bigliettini di nascosto dal maestro (usano ancora le dichiarazioni d'amore?). Si sta tutti insieme e si impara a conoscersi, a confrontarsi, a dirimere i tafferugli, a leccarsi le ferite. La scuola privata, ai tempi, era vista, dalle classi popolari, come la scuola dei signori e degli asini. Naturalmente ciò è vero solo in parte: ma quello era il sentire comune.
Ora l'argomento principe di chi sostiene il sussidiamento pubblico delle scuole private mi sembra la libertà di scelta per tutti, anche per i ceti meno abbienti. Ma io dico che la prima vera libertà è quella di poter frequentare una scuola pubblica efficiente, non impoverita da tagli e salassi finanziari, ben organizzata, con docenti motivati e aggiornati. I soldi della comunità devono andare prima di tutto alla scuola frequentata dal novantacinque per cento della popolazione. È necessario rinforzare le sue strutture, perché tengano conto della nuova realtà multietnica del cantone, perché creino dei cittadini che sappiano convivere e rispettarsi, al di là della razza, della classe sociale, delle convinzioni politiche e religiose. Dobbiamo credere nella scuola di tutti e potenziarla, per educare i giovani alla libertà nella diversità. Chi, per necessità, deve frequentare un istituto privato, è giusto che riceva i sussidi statali e già li riceve. Ma chi vuol concedersi il lusso del collegio, se lo paghi.
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