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Per questo contributo abbiamo deciso di dare uno sguardo ad una delle più lugubri, controverse – e fortunatamente meno note – figure politiche elvetiche. Si tratta di Albert Stocker originario di Basilea ma domiciliato a Zurigo negli anni sessanta. Commerciante di profumi, nell’estate del 1963 creò un movimento politico conosciuto ai più con il semplice nome di “Anti-Italiener Partei”, ovvero Partito Anti-Italiano. Una parentesi cupa della storia politica elvetica, un movimento che anticipa di alcuni anni quello di James Schwarzenbach, oppure ancora le recenti campagne del UDC/SVP contro gli stranieri.
A causa della povertà endemica, per molto tempo la Svizzera fu un paese di emigrazione. L’equilibrio migratorio si invertì solo nel corso del ventesimo secolo, dopo i due conflitti mondiali.
Dal 1946 in poi si registrò una notevole crescita economica alimentata dal fatto che le due guerre mondiali erano state superate senza troppi danni materiali per l’economia e ancor meno per la popolazione elvetica.
Alla fine della seconda guerra mondiale, sull’Italia gravava il peso del fascismo, della parziale sconfitta e della crisi economica dell’immediato dopoguerra. Gran parte della popolazione era notevolmente impoverita e non aveva accesso a servizi igienici di base, mancava l’elettricità e spesso anche l’acqua corrente. Povertà e disoccupazione obbligarono centinaia di migliaia di italiani a vivere in baracche o per strada.
Fu così che moltissimi italiani, soprattutto del meridione, furono costretti a lasciare tutto e venire in Svizzera per guadagnarsi da vivere. L’Italia mise in atto una politica di emigrazione che le permise di esportare la miseria, prevenire le tensioni sociali e – in un certo modo – importare valuta pregiata nel paese.
Il boom economico elvetico del dopoguerra creò una forte domanda di manodopera. Gli accordi italo-svizzeri del 1948 ebbero dunque un impatto senza precedenti sull’afflusso di immigrati italiani nel paese. Tre furono i settori economici toccati: edilizia (strade, dighe, ponti, alloggi), semi-industria (stampa, tessile), alberghi e ristoranti. Tutti settori che impiegavano anche molte donne.
“Se i ponti e le case della svizzera potessero parlare, lo farebbero in italiano”.Citazione di un anonimo operaio edile in pensione. Fonte: Swissinfo.
L’intera infrastruttura del paese fu modernizzata grazie al contributo della manodopera italiana. L’incremento dell’infrastruttura portò alla costruzione di quartieri con abitazioni a basso costo. Negli anni Sessanta tutto Il settore dell’edilizia assorbì inoltre una considerevole forza lavoro stagionale, la maggior parte della quale era appunto italiana.
L’industria alberghiera e della ristorazione era il secondo maggior datore di lavoro per gli stagionali. Lavorando nel servizio o in cucina, i più intraprendenti riuscirono poi ad aprire ristoranti, tra cui le prime pizzerie, ma anche negozi di alimentari. Il paese adottò così nuove abitudini alimentari, tanto che, per fare un esempio, dal 1988 al 2008 la Svizzera decuplicò le importazioni di olio d’oliva.
Filmato sulla fondazione del partito anti-italiano “Schweizerische überparteiliche Bewegung zur Verstärkung der Volksrechte und der direkten Demokratie” (Movimento apartitico svizzero per il rafforzamento dei diritti del popolo e della democrazia diretta) di Albert Stocker.
Questa impressionante crescita economica richiese il contributo di una notevole forza lavoro. I settori economici dell’edilizia, del commercio, dell’industria, dell’alberghiero e della ristorazione necessitavano un rapido afflusso di manodopera in quanto quella locale non era sufficiente.
Per un quarto di secolo, fino alla crisi del 1973, milioni di italiani contribuirono quindi in modo considerevole alla prosperità economica nel paese. Tuttavia, non fu sempre una storia a liete fine, dato che la presenza di italiani, soprattutto provenienti dal Sud Italia, fu quasi sempre accompagnata da atteggiamenti xenofobi, nonostante la maggior parte dei lavoratori subisse e sopportasse le dure condizioni di vita imposte dallo status di lavoratori stagionali. Tra l’altro la xenofobia verso i lavoratori italiani non era un sentimento nuovo e si era fortemente manifestata a Zurigo e in altre città alla fine del XIX secolo.
Abbiamo deciso in questo contributo di rintracciare la particolare – e alquanto sconosciuta – storia di Albert Stocker e del suo movimento politico chiamato «Schweizerischen überparteilichen Volksbewegung zur Verstärkung der Volksrechte und der direkten Demokratie», più comunemente conosciuto come “Anti-Italiener Partei”, ovvero Partito Anti-Italiano. Anche con Internet, non è però stato facile.
Sappiamo che Stocker era originario di Basilea. L’accento nell’unico documentario disponibile è marcatamente renano. Stocker si trova però a Zurigo alla fine degli anni Cinquanta. Fonda con un partner la ditta Rubina Labor, specializzata nella produzione e commercio di profumi. Stocker risulta inoltre essere sposato con una cittadina svizzera, dalla quale ha almeno un figlio.
Dal filmato apparso all’interno del programma “Antenne” riportato in questo contributo, Stocker sembra comunque condurre una vita molto umile. Occupa un modestissimo appartamento presso la Heinrichstrasse 137, fra la stazione di Letten e i binari della stazione centrale di Zurigo.
Il programma del partito di Stocker creato nell’estate del 1963 aveva un obiettivo molto semplice: cercare di promuovere iniziative parlamentari con lo scopo di espellere i lavoratori italiani dalla Svizzera. I cittadini xenofobi elvetici, che si lamentano della presenza meridionale, sembrano non essere pochi.
Non è chiaro quanto sostegno Stocker ricevette. Fu aiutato dal quotidiano populista Blick e sicuramente contribuì ad una certa notorietà l’interesse dato dalla Televisione Svizzero-Tedesca, che dedicò a Stocker, seppur in maniera abbastanza provocativa, due filmati che ebbero anche una certa risonanza.
Il filmato che abbiamo trovato e alleghiamo in questo contributo è particolare. Vale la pena guardarlo non solo per la sequenza iniziale che mostra le condizioni umilissime in cui viveva Stocker. Nella parte finale – oltre ad un anonimo cittadino elvetico con tanto di carabina sul proprio balcone – vi è un’implicita allusione al nazismo e in particolare al NSDAP. Particolare interessante nella scelta del regista è quello di accompagnare gli ultimi secondi con una cadenza simile al passo di marcia teutonica, proprio come riferimento al NSDAP.