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L’annuncio del Messia Gesù, crocifisso e risorto dai morti, sconvolge la vita di coloro che lo accolgono. Questo è ciò che Paolo ha vissuto nella sua vita – e questa è stata l’esperienza delle donne e degli uomini delle prime comunità cristiane, che hanno sperimentato un nuovo modo dividere insieme fraterno e solidale.
Traduzione dal tedesco: Italo L. Cherubini
Paolo era così preso dal messaggio di Gesù, il Messia e Figlio di Dio, che ha messo sottosopra tutta la sua vita.1 Nelle sue lettere parla esattamente di ciò che è successo, ma solo in forma allusiva: «ho veduto Gesù, Signore nostro», dice nella prima lettera alla comunità di Corinto (1 Lettera ai Corinzi 9,1), o che il Risorto «apparve» anche a lui (1 Corinzi 15,8). Alle chiese della Galazia scrive che Dio «si compiacque di rivelare a me suo Figlio» (Lettera ai Galati 1,15-16). Di più non sappiamo niente da parte di Paolo. Apparentemente è stata un’esperienza che non poteva essere descritta a parole facilmente, così come le persone non sono capaci di parlarne quando sentono la presenza di Dio in mezzo alla loro vita. Forse è paragonabile alle esperienze dei mistici del Medioevo, che non riuscivano a parlare neppure di fronte alla loro visione di Dio.
Gli Atti degli Apostoli trasformano questa esperienza in un evento intenso e drammatico (Atti degli Apostoli 9,1-9): Paolo, sulla via di Damasco, è stato improvvisamente circondato da una luce celeste, è caduto a terra e ha sentito una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Quando ha chiesto chi fosse, la voce si è identificata come «io sono Gesù che tu perseguiti». Da Gesù Paolo riceve istruzioni su ciò che deve fare ora. Chi era con Paolo aveva sentito la voce ma non aveva visto nulla. Dopo questa esperienza, Paolo stesso diventa cieco per tre giorni ed è così sconvolto che non mangia e non beve nulla per tre giorni.
Secondo gli Atti degli Apostoli, è quindi un’esperienza «straordinaria» che lo costringe ad imparare a vedere in modo completamente nuovo. E in effetti, dopo, il mondo si presenta a lui come un mondo diverso. Il persecutore dei primi credenti in Cristo diventa un predicatore del messaggio di Cristo. Egli stesso lo interpreta come una chiamata di Dio, così come i profeti del Primo Testamento furono chiamati da Dio a missioni molto speciali. La sua missione da ora in poi è l’annuncio del Messia e del Figlio di Dio Gesù ai «popoli» D’ora in poi si troverà sulla via giusta per fare esattamente questo.
Un Global Player e Teamworker
Le lettere di Paolo nel Nuovo Testamento sono testimonianze impressionanti della sua instancabile opera di predicazione. Non tutte le comunità a cui le lettere si indirizzano sono state fondate da Paolo stesso. La sua grande lettera ai Romani, per esempio, è indirizzata ad una chiesa già esistente, che ancora Paolo non conosce. Gli Atti ci dicono che la coppia di ebrei Aquila e Priscilla erano già in azione a Corinto quando Paolo è arrivato in città e ha trovato lavoro e pane nella loro fabbrica di tende (Atti 18,1-4). Le altre comunità a cui si indirizzano le «autentiche» lettere paoline sono probabilmente nate dalla predicazione stessa di Paolo. Tuttavia, non dobbiamo assolutamente immaginare Paolo come un guerriero solitario. Tutte le sue lettere invece testimoniano che egli faceva parte di una rete variegata di altri uomini e donne che viaggiavano con lui o lavoravano con lui sul campo, e che, come lui, proclamavano il Vangelo e si impegnavano per le comunità che imparavano da lui e dalle quali egli stesso apprendeva. Quasi tutte le sue lettere sono state scritte insieme a uno o più coautori, di cui Timoteo, Silvano e Sostene sono citati per nome. La maggior parte delle sue lettere contiene anche liste di donne e uomini che vengono accolti o che a loro volta inviano i saluti alla chiesa destinataria. Questo dimostra quanto Paolo e le chiese fossero interconnesse tra loro.
In questo modo Paolo era in dialogo con molte persone che lo appoggiavano e che lui stesso appoggiava e senza le quali sarebbe stata difficilmente immaginabile la formazione delle prime comunità. Le preoccupazioni e i bisogni di molte persone sono affrontati nelle sue lettere, e la sua teologia si sviluppa anche grazie al dialogo con queste persone.
Donne come colleghe di Paolo
Particolarmente significativo è l’elenco dei saluti alla fine della Lettera ai Romani (Romani 16,1-16). È la lista più lunga che troviamo tra le Lettere Paoline e contiene i nomi di circa 30 donne e uomini. Questo elenco è interessante anche perché alcune delle donne sono nominate con titoli che indicano la loro funzione nelle chiese locali.
Proprio all’inizio di questa lista si parla di Febe di Cencre vicino a Corinto, per la quale Paolo fa una raccomandazione (Romani 16,1-2). Quindi, se è venuta a Roma da Cencre con questa lettera come raccomandazione, possiamo concludere che sia stata lei a consegnarla alla comunità di Roma. Il suo compito era allora anche quello di presentare le preoccupazioni di Paolo alle comunità romane e di spiegare la teologia di Paolo, sulla quale apparentemente c’erano stati dei malintesi a Roma (cfr. Romani 3,8). Febe è presentata da Paolo come diaconessa della chiesa di Cencre, cioè come «rappresentante» di questa chiesa. Che cosa rappresenti esattamente una diaconessa, Paolo purtroppo non lo dice in nessun passo delle sue lettere. Piuttosto, egli presume che tutti sappiano di cosa si tratta. All’inizio della lettera ai Filippesi si rivolge a un gruppo di vescovi, cioè di «custodi della comunità», e a un gruppo di diaconi (Filippesi 1,1). Se si rivolge a queste persone in modo specifico, oltre che all’intera comunità, devono essere state persone importanti nella comunità, certamente avevano anche funzioni direttive ed erano importanti per la causa di Paolo. È probabile che anche Febe avesse una posizione così importante nella chiesa di Cencre, perché Paolo la chiama non solo «sorella» ma anche «patrona» della chiesa. Probabilmente è stata una di quelle che ha messo a disposizione la sua casa per le riunioni della chiesa locale. Nasce così la figura di una donna che, come padrona di casa, coordinava le riunioni della comunità e presiedeva le celebrazioni comuni in casa sua.
Un’altra donna importante per l’opera di Paolo è stata Priscilla. Essa è menzionata da Paolo non solo nella Lettera ai Romani (Romani 16,3-5), ma anche nella prima lettera ai Corinzi (1 Corinzi 16,19). Dagli Atti degli Apostoli (Atti 18) si evince chiaramente che fu esiliata insieme al marito in occasione di un decreto dell’imperatore romano Claudio. Si è stabilita a Corinto dove offrì a Paolo un lavoro e un rifugio e ha fatto della sua casa la prima sede della chiesa locale. La coppia si è poi trasferita a Efeso e presto è diventata anche lì il centro di riferimento di una comunità cristiana. Lo dimostra il saluto alla fine della prima Lettera ai Corinti che Paolo scrive da Efeso. I saluti nella Lettera ai Romani, a sua volta, presuppone che i due siano ora tornati a Roma. Questo testimonia un’attività ad ampio raggio. Non per niente Priscilla e Aquila sono anche chiamati da Paolo «collaboratori». Con questo termine non si indicano le persone che lavorano per lui, ma chi con lui si unisce e si impegna nell’opera comune di annuncio del Vangelo. Paolo si sente legato a loro nella stessa missione affidata da Dio. Anche Priscilla e Aquila sono tra quelli che mettono a disposizione le loro case per le riunioni della chiesa. Nella Lettera ai Romani, Paolo saluta anche «la comunità che si riunisce nella loro casa» (Romani 16,5).
L’apostola Giunia
A Giunia, anch’essa menzionata nella lista dei saluti, viene dato il titolo di apostola (Romani 16,7). Viene menzionata insieme a un partner maschile, Andronico, anche se non viene specificato il rapporto esatto tra i due. Ciò può aver contribuito a far sì che, nel corso della tradizione del testo, Giunia diventasse un apostolo maschio di nome Giunia. Solo nelle più recenti traduzioni della Bibbia, ora anche nella Traduzione unificata del 2016, è tornata a essere una donna di nome Giunia. Insieme al suo compagno Andronico, questa donna è addirittura descritta come «illustre tra gli apostoli». Gli apostoli non sono quindi per Paolo solo i membri della cerchia dei dodici, come suggerisce in particolare Luca negli Atti. Paolo annovera egli stesso tra gli apostoli e lo giustifica in base al suo incontro con Cristo (1 Corinzi 9,2). Forse Andronico e Giunia erano consapevoli anche che Cristo stesso li avesse mandati a predicare il Vangelo. Forse il loro titolo di apostoli si riferisce anche al fatto che erano presenti fin dall’inizio; infine, Paolo riconosce che «erano in Cristo» (Romani 16,7) anche prima di lui. In ogni caso, hanno goduto del più alto riconoscimento nelle chiese in cui si trovavano a vivere.
L’elenco delle donne potrebbe continuare a lungo. Si dice che Maria, Perside, Trifena e Trifosa abbiano «lavorato per il Signore» il che indica un impegno globale per la predicazione del Vangelo e per la edificazione della comunità, nonché per la guida stessa della chiesa.2 Nella Lettera a Filemone viene menzionata all’inizio la sorella Appia, che apparentemente era un’alleata importante per la causa di Paolo (Filemone 2). La Lettera ai Filippesi cita Evodia e Sintiche, la cui comune presenza era apparentemente importante per l’unità della Chiesa (Filippesi 4,2-3). E così via.
Tutto ciò rende le donne importanti, parte integrante nelle prime comunità. Esse proclamavano il Vangelo, si impegnavano per costruire le comunità, erano coinvolte nel coordinamento e nella guida delle chiese, e presumibilmente esercitavano molte altre funzioni di cui oggi non sappiamo nulla. A quanto pare Paolo lavorava con queste donne senza problemi, rispettava il loro lavoro, si basava su di esso e dipendeva da loro per continuare la sua missione. Ciò non significa, tuttavia, che non si sia lasciato coinvolgere in feroci conflitti con le donne. Ciò è dimostrato dalle dispute sulla comparsa di profetesse nelle liturgie di Corinto (1 Corinzi 11,1-16). Ma prima di tutto è importante riconoscere la varietà di compiti e funzioni che le donne nelle prime chiese esercitavano tanto quanto gli uomini.
Una convivenza paritaria nelle comunità
L’elenco dei saluti alla fine della Lettera ai Romani non mostra solo le donne in funzioni straordinarie nelle comunità, i nomi citati fanno anche capire che nelle comunità romane gli schiavi, i liberti, i nati liberi, le persone di origine ebraica e non ebraica, gli abitanti del luogo e gli stranieri si riunivano e apparentemente vivevano in modo paritario e giusto tra di loro.3 Esperienze simili si possono vedere anche nelle altre comunità.
Non è un caso: questo modo di vivere nell’uguaglianza e nella giustizia ha un fondamento nel messaggio di Gesù, il Messia e Figlio di Dio stesso. Ciò è dimostrato in modo molto bello da un testo che veniva cantato o recitato nelle prime chiese in occasione dei battesimi. Paolo cita questo canto battesimale nella sua lettera ai Galati:
«Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.» (Lettera ai Galati 3,26-28)
In occasione del battesimo, poi, le chiese proclamano che chi confessa questo Messia Gesù non può semplicemente continuare la sua vita come prima. I rapporti di potere e le attribuzioni di status che dividono la società in sopra e sotto, in potenti e deboli, in persone che hanno qualcosa da dire e in coloro che sono sottomessi non hanno più alcuna validità. Vale piuttosto qualcosa di nuovo e diverso. L’unica cosa che rende una persona unica è che appartiene al Messia Gesù. Questo rende tutti i battezzati persone di pari dignità: «figli di Dio».
Il fatto che il testo greco parli di «figli» a questo punto è dovuto al fatto che lo status di un figlio nell’antichità era diverso da quello di una figlia. Se tutti devono essere uguali e di pari valore, allora tutti devono ricevere lo status di figli maschi. Allora questo status di figlio (libero, maturo, legalmente competente, con diritto di ereditare…) viene concesso nel battesimo proprio a quelle persone che, secondo gli standard sociali prevalenti, ne sono private e cioè gli schiavi, gli stranieri e le donne. Da un lato, il testo è un grande programma per un libero e nuovo vivere nel Messia Gesù. D’altra parte, esso riflette le esperienze di liberazione che già si vivevano all’interno delle comunità.
Segue
Sarà argomento del prossimo articolo su Paolo il capire il perché il messaggio cristiano abbia portato ad un modo di convivere così giusto e paritario e da dove sia nata la forza di vivere in modo così solidale in un contesto completamente funzionante secondo regole diverse.
- Cfr. in dettaglio: Sabine Bieberstein / Daniel Kosch: Paulus und die Anfänge der Kirche (STh 2,2), Zürich 2012.
- Stefan Schreiber: Arbeit mit der Gemeinde (Röm 16,6.12). Zur versunkenen Möglichkeit der Gemeindeleitung durch Frauen, in: New Testament Studies 46 (2000), p. 204–226.
- Come si può dedurre lo status sociale dai nomi, lo dimostra Peter Lampe: Die stadtrömischen Christen in den ersten beiden Jahrhunderten. Untersuchungen zur Sozialgeschichte (Wissenschaftliche Untersuchungen zum Neuen Testament 2, 18), Tübingen 1987.