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Dimmi che musica ascolti e ti dirò che sei. Angela Merkel ama Gustav Mahler e Bruce Springsteen. Del compositore di fine Ottocento restano nove sinfonie e mezza e una frase che ha molto a che fare con la Cancelliera e il luogo in cui è cresciuta, anche se ai tempi di Mahler, la Germania Est non esisteva ancora: “Sono tre volte senza patria: un boemo tra gli austriaci, un austriaco tra i tedeschi e un ebreo tra i popoli di tutto il mondo”. Lei, un’emigrata al contrario, dall’Ovest all’Est, figlia di due patrie che erano una, e che eppure lei ha visto divise fino ai 35 anni d’età, quella lezione di Mahler non l’ha dimenticata, al pari delle sinfonie, applicandola poi in politica.
Bruce Springsteen era il sogno americano, popcorn e milkshake, Chevrolet che corrono su autostrade a infinite corsie, poveri cristi aggrappati ad almeno una cosa una, che dove viveva Merkel non c’era, la libertà; Springsteen cantava la fatica della fabbrica con rispetto, senza pensare che fosse una missione come i gerarchi della Germania comunista; stakanovista sì, ma del rock and roll, lassù, sul palco, chitarra e bandana, il suo - gioioso, esuberante - era un altro tipo di sudore, era un sedere infilato in un paio di jeans e messo sulla copertina a stelle e strisce dell’album più sfacciato e anticomunista che la Ddr potesse immaginare, “Born in the Usa”.
Il concerto che i tedeschi dell’est associavano a quella libertà che odoravano dall’altra parte del Muro è di Springsteen: 19 luglio 1988. Quattro ore di show con un discorso in un tedesco zoppicante ma efficace, in cui il Boss riuscì a dire “Non sono qui a nome di un governo o di un altro. Sono venuto a suonare del rock and roll per voi nella speranza che un giorno tutte le barriere vengano tirate giù”. Di quel pubblico non si vedeva la fine, chi non c’era lo vide in tv. Tra loro, Angela Merkel.
Accanto a Helmut Kohl, nel 1991 (Keystone)
Classica e rock, anzi, proprio perché attratta da quei due estremi, nessuna delle due cose. Merkel è sempre stata la sintesi delle due Germanie, dell’Europa e per forza di cose anche di se stessa. Nata Kasner, sposata Sauer, porta un altro nome, quello del primo marito, sposato a un’età e in un momento - la fine degli anni Settanta - in cui, come ha detto lei stessa, semplicemente, si stavano sposando tutti. Non c’era amore, e finì in fretta, mettendole una barriera in più da scavalcare, la diffidenza attorno a una donna divorziata.
Con il concetto di doppio e con le differenze, sia sottili che lampanti, Angela Merkel ha avuto a che fare fin da bambina. Nata ad Amburgo, primogenita di un pastore luterano convinto che fosse una buona mossa per la sua carriera lasciare l’Ovest per la piccola Templin, nella Ddr, si ritrovò a crescere dalla parte comunista del Muro senza fare mai davvero fino in fondo parte di quel mondo. Il lavoro del padre le permetteva contatti frequenti con i parenti della Germania Occidentale. La giovane Angela poteva ricevere pacchi con dentro l’oggetto del desiderio dei giovani della Ddr: i jeans, che indossava regolarmente.
Brava in tutte le materie, bravissima in matematica, amata dai compagni a cui lasciava copiare, talmente inadatta allo sport da complicarne la carriera scolastica (in un Paese in cui la forma fisica non era un principio di buona salute, ma un caposaldo dello Stato), la futura cancelliera non era solitaria e non era l’anima delle feste, era socievole, ma mai sfrontata. Gira da tempo un’intervista a un ex compagno di classe che ricorda come a sedici anni Angela facesse già parte di una Cdu che però non è il partito a cui legherà indissolubilmente il suo nome, ma il Club der Ungeküssten (il Club dei mai baciati). Bacerà poi, fin sull’altare, un altro studente di fisica, Herr Ulrich Merkel, prendendo il cognome che il destino le riserverà per quel lungo pezzo di vita in cui rientrano i 16 anni, ormai agli sgoccioli, da donna più potente della Terra. Dopo un dottorato in chimica lavorò come ricercatrice per dodici anni. La politica pareva lontana, preclusa.
Volto accigliato davanti alla bandiera dell’Unione europea (Keystone)
La notte del 9 novembre 1989, quando il Muro di Berlino crollò, non era festante in prima fila col martello in mano, non era a casa a preoccuparsi per un’idea di mondo che si stava sgretolando tanto quanto il Muro: stava facendo la sua sauna del giovedì sera. Non la interruppe, ma la terminò senza fretta. Solo più tardi andò a sbirciare l’altra faccia di Berlino. Poco dopo era già attiva in politica tra le fila di Risveglio Democratico e, nel 1990 - a seguito delle prime libere elezioni nella Ddr - è già portavoce del governo di Lothar de Maizière, l’ultimo prima della riunificazione. Merkel confluì, insieme al suo partito, nella grande Cdu di Helmut Kohl: alla fine del 1990 era eletta al Bundestag, diventando in seguito ministro per le Donne e i Giovani e poi dell’Ambiente. Il suo soprannome era Das Mädchen (La ragazza): lei, 40enne, tanto ragazza non era più, eppure lo sembrava in una politica cresciuta all’ombra della Guerra Fredda.
Nel 1999 farà infine le scarpe al suo mentore con quello che gli uomini vicini a Kohl non esitarono a definire un parricidio politico, e che molti altri - soprattutto col senno di poi - videro come l’unico modo di salvare un partito che si stava incartando attorno al suo leader. Dopo una legislatura all’opposizione, in cui non mancano – da parte sua – le posizioni nette (sì all’intervento in Iraq, no alla Turchia nell’Unione europea), nel 2005, partendo da uno svantaggio di 21 punti rispetto all’Spd, Merkel diventa cancelliera: il giorno stesso vola a Parigi da Jacques Chirac: è un modo per mettere Francia e Germania al centro del progetto europeo e l’Europa al centro delle questioni internazionali.
Selfie con una giovane profuga (Keystone)
Ci riuscirà, malgrado il ruolo da maestra cattiva che si ritaglia quando la Grecia va a rotoli: chiede austerità, viene fatta passare da molti osservatori dell’area mediterranea come il volto arcigno di un’Unione europea destinata a implodere, eppure non c’è nulla - nel bene e nel male - che rappresenti l’Europa più di lei. Si ricorderà delle parole di Mahler e di se stessa bambina nei giorni della crisi siriana, aprendo le porte a oltre un milione di rifugiati. In quei giorni partì il più grande programma d’accoglienza mai varato e lei disse, semplicemente, “ce la possiamo fare”, evitando toni roboanti e promesse (in campagna elettorale ne fece un punto d’onore “non dico molto, perché quel che dico, io poi lo faccio”). Negli anni aveva voltato le spalle a più riprese ai migranti che Italia e Grecia in primis volevano ridistribuire, dimostrando che a far politica ad alto livello ci si sporca le mani e - inevitabilmente - pure un po’ l’anima.
Restano i rapporti ambigui con la Turchia, quel paragone un po’ forzato con la Lady di Ferro Margaret Thatcher, la tendenza al Machiavellismo, la fascinazione esagerata per l’America di Barack Obama (e di Bruce Springsteen) e la repulsione per quella di Donald Trump, le accuse di non essere abbastanza femminista recentemente rispedite al mittente dicendo che non esiste un solo modo di esserlo (e in questo il suo esempio, a pensare da dov’è partita, vale più di mille parole), le lamentele per aver reso l’Europa un posto in cui le cose, per procedere, devono innanzitutto piacere alla Germania. Mancherà? Chi può dirlo. Al suo partito, che galleggia anonimo nei sondaggi, manca già.
Con l’amico Barack Obama (Keystone)
Dimmi che musica ascolti e ti dirò che sei. Angela Merkel ama Gustav Mahler e Bruce Springsteen. Del compositore di fine Ottocento restano nove sinfonie e mezza e una frase che ha molto a che fare con la Cancelliera e il luogo in cui è cresciuta, anche se ai tempi di Mahler, la Germania Est non esisteva ancora: “Sono tre volte senza patria: un boemo tra gli austriaci, un austriaco tra i tedeschi e un ebreo tra i popoli di tutto il mondo”. Lei, un’emigrata al contrario, dall’Ovest all’Est, figlia di due patrie che erano una, e che eppure lei ha visto divise fino ai 35 anni d’età, quella lezione di Mahler non l’ha dimenticata, al pari delle sinfonie, applicandola poi in politica.