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Il Consiglio nazionale non vuol saperne dell'introduzione in Svizzera delle 36 ore di lavoro settimanali. Giovedì ha respinto l'iniziativa popolare dell'Unione sindacale svizzera (USS) con 93 voti contro 50. La minoranza non è nemmeno riuscita far passare un modello meno esigente. L'oggetto passa ora agli Stati.Questo contenuto è stato pubblicato il 08 marzo 2001 - 15:26
Secondo il consigliere federale Pascal Couchepin, che al termine di quattro ore di dibattiti ha riassunto gli argomenti della maggioranza, l'iniziativa popolare «per una durata ridotta del lavoro» a 36 ore ostacolerebbe la competitività dell'economia e provocherebbe un aumento della disoccupazione. Propone, in sette anni, di scendere progressivamente dalle 42 ore settimanali a 36 ore, senza riduzione del salario per le persone che guadagnano fino a 7.600 franchi al mese.
La media dovrebbe essere rispettata sull'arco di un anno, ma i datori di lavoro potrebbero esigere fino a 48 ore di lavoro nelle settimane particolarmente cariche. Il testo dell'USS vuole anche fissare un limite massimo di 100 ore supplementari all'anno.
In qualche modo, come ha sottolineato il sindacalista socialista giurassiano Jean-Claude Rennwald, gli svizzeri sono i coreani d'Europa: lavorano mediamente due ore alla settimana più dei loro vicini. I datori di lavoro hanno approfittato della crisi degli Anni Novanta per rafforzare la pressione sui lavoratori e sulla produttività, ha rincarato il numero uno dell'USS, il consigliere nazionale socialista sangallese Paul Rechsteiner.
Sempre più spesso gli impiegati soffrono di stress e di problemi di salute, legati ai ritmi di lavoro sfrenati loro imposti. Le donne, che in più devono sobbarcarsi i compiti familiari, sono penalizzate, ha sottolineato la deputata zurighese dei verdi Ruth Genner. La sinistra ha pure fatto valere che in Francia le 35 ore hanno permesso di creare oltre 250.000 posti di lavoro. Un argomento, questo, contestato dallo schieramento borghese.
Chi non vorrebbe lavorare meno per lo stesso salario? si è chiesto il direttore dell'USAM, il radicale democratico bernese Pierre Triponez. A suo modo di vedere «non viviamo in paradiso, bensì nella competitività economica». È la produttività che crea i posti di lavoro e non l'orario di lavoro, hanno sottolineato vari oratori.
Per la deputata radicale democratica sciaffusana Gerold Bührer una riduzione degli orari comporterebbe un aumento dei costi del lavoro. «Quest'iniziativa, ha osservato dal cando suo il popolare democratico ginevrino Jean-Philippe Maitre, è in un certo senso una divoratrice di piccole e medie imprese (PMI)».
Altra argomentazione degli oppositori: lo Stato non deve intervenire fissando orari di lavoro. Ciò deve restare di competenza dei partner sociali. Ogni settore d'attività ha le proprie esigenze e non vi è motivo d'imporre regolamentazioni rigide.
Di fronte al fallimento programmato dell'iniziativa, una minoranza guidata dalla deputata popolare democratica sangallese Lucrezia Meier-Schatz ha tentato di esigere in commissione l'elaborazione di un controprogetto indiretto. L'idea non sarebbe quella d'imporre una media settimanale, ma di ridurre la durata settimanale massima del lavoro da 50 a 48 ore. Ma anche questa proposta di rinvio non ha raccolto le simpatie del Nazionale. È stata respinta con 85 voti contro 55.
È questo il terzo tentativo, dal 1976, di riduzione obbligatoria dell'orario settimanale di lavoro, ha ricordato il ministro dell'economia Couchepin. L'ultima volta, nel 1988, il popolo rifiutò, con una maggioranza del 65 percento, d'introdurre la settimana lavorativa di 40 ore.
Di fronte all'estensione dei tempi di funzionamento delle aziende e della varie attività produttive (basti pensare al prolungamento degli orari di apertura dei negozi), ha affermato il popolare democratico ticinese Meinrado Robbiani, non vi è che una risposta: la riduzione della durata individuale di lavoro, se si vogliono salvaguardare equilibri decisivi.
Robbiani ha poi sottolineato che una ridotta durata del lavoro favorisce una diminuzione dello stress, una migliore ripartizione dei compiti all'interno della famiglia (non pochi scompensi nascono proprio da situazioni dove i genitori faticano ad assumere pienamente i loro compiti) e favorisce gli equilibri sociali (spazi di vita collettiva). In questo contesto, ha aggiunto, appare dunque opportuna una riduzione della durata del lavoro.
Sostenendo a sua volta l'iniziativa, il socialista ticinese Fabio Pedrina ha detto che le esigenze economiche delle piccole e medie imprese (PMI) vanno poste almeno sullo stesso piano di quelle dei lavoratori e delle lavoratrici. Secondo Pedrina, la formulazione dell'iniziativa offre abbastanza spazio di regolamentazione per una soluzione che riesca a conciliare le citate esigenze.
Con la riduzione della durata del lavoro, le PMI, ha sottolineato Pedrina. approfitteranno di dipendenti più produttivi, motivati e disponibili. Pedrina ha infine aggiunto che l'iniziativa ha anche il pregio di rilanciare un dibattito nazionale sui valori e sull'organizzazione della nostra società.
swissinfo e agenzie
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