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Serie «After Life»Cosa si prova dopo la morte della propria metà?
Bruno Bötschi
29.3.2019
Un attore a cui piace infrangere dei tabù: il comico Ricky Gervais nella nuova serie Netflix «After Life».
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Ricky Gervais è al contempo uno dei comici più taglienti e più popolari. L'attore britannico è attualmente su Netflix nella serie «After Life». E ci mostra come la morte sia davvero spaventosa.
Ricky Gervais vive grazie al lavoro di comico e attore. Devo riconoscere che non sapevo molto di più su questo signore quando ho cominciato a guardare la nuova serie in sei puntate «After Life» su Netflix.
Mea culpa! Ebbene sì, ho saputo solo più tardi che quest'uomo dal fisico non proprio slanciato aveva creato, circa una ventina di anni fa, il personaggio di un capufficio impietosamente fastidioso nella serie della BBC «The Office» e che era persona non grata a Hollywood (benché abbia animato a più riprese la cerimonia di consegna dei Golden Globes).
Ho perciò guardato «After Life» senza pregiudizi. L'ho guardato perché il tema della morte mi interessa particolarmente (faccio parte dell'associazione EXIT ormai da due anni) e, soprattutto, perché ho vissuto una storia simile circa due decenni fa.
Battute stupide e molta indulgenza
Tony (Ricky Gervais) e Lisa (Kerry Godliman) vivevano da 25 anni un matrimonio piuttosto felice. Lei sopportava le fastidiose stranezze e le battute stupide di suo marito con molta indulgenza. Per molte altre donne, si sarebbe trattato di motivi validi per chiedere il divorzio. Lisa, invece, è rimasta al suo fianco.
In breve, la vita di Tony e di Lisa era piuttosto piacevole finché lei non è morta per un cancro al seno lasciando suo marito vedovo.
Un po' di gioia nel dolore: ma prima di morire, Lisa ha lasciato a suo marito dei video in cui gli dà alcune istruzioni di sopravvivenza e consigli pratici («Il garage è l'edificio accanto a casa»). Chi non ha mai conosciuto il dolore della perdita del proprio compagno/a difficilmente potrà comprendere quanto ciò possa rappresentare un meraviglioso regalo per chi resta.
Inoltre, coloro che non siano mai stato vedovi o vedove, avranno difficoltà a capire perché Tony assuma comportamenti spesso totalmente privi di gusto nella serie. E non parlo delle sue continue minacce di suicidio (che finiscono per naufragare perché bisogna dare da mangiare al cane).
Tony definisce Gesù uno «stronzo» e si comporta anche lui come tale. E quando più nulla va per il verso giusto, fuma dell'eroina. Ma può farlo perché, dopotutto, è in lutto.
Tuttavia c'è ancora qualcuno che lo sostiene. In primo luogo suo cognato Matt (Tom Basden), direttore della «Tambury Gazette», che fa provare a Tony, giornalista locale, sensazioni sempre nuove (come quando un tubo dell'acqua disegna sulla carta da parati una macchia somigliante all'attore Kenneth Branagh) per evitare che si isoli o che abbia il tempo di pensare a Lisa o al suicidio.
In effetti Tony è un bravo ragazzo, malgrado le assurdità che gli frullano in testa (come accade alla maggior parte delle persone). Un uomo che fa visita tutti i giorni al padre anziano (David Bradley) all'ospizio. Un uomo che discute con la signora al banco del cimitero (Penelope Wilton) di Dio, dell'amore e della morte.
E del resto anche un bravo ragazzo fa cose brutte quando la morte gli sconvolge la vita. Quando colei che ama gli viene portata via dal cancro. Quando ormai l'unico scopo della sua esistenza sembra essere dare da mangiare al cane.
Sì, la morte fa paura – ed è il motivo per cui mi piace «After Life», perché questa serie televisiva la dipinge in una maniera al tempo stesso crudele e meravigliosa.
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Immagine: KEYSTONE/EPA/METROPOLITAN POLICE
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