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Il crollo di Silicon Valley Bank potrebbe mettere in tremenda difficoltà il settore delle startup ed evidenziare problemi irrisolti
Alla domanda se una banca valutata 44 miliardi di dollari nel 2022 possa fallire nel giro di un anno, la risposta è sì. È quanto accaduto, il 10 marzo scorso, alla Silicon Valley Bank (Svb), una delle più importanti banche statunitensi nel settore delle startup tecnologiche. Si tratta del più grosso fallimento nella storia finanziaria del Paese dopo il tracollo della Washington Mutual e della Lehman Brothers, nel 2008, che innescò la più grave crisi finanziaria dell'era moderna.
Le origini - Fondata nel 1983 da Bill Biggerstaff e Robert Medearis con una prima filiale aperta a Santa Clara in California, la Silicon Valley Bank si specializzò, da subito, nella raccolta di depositi da imprese finanziate tramite capitale a rischio per poi espandersi nel settore bancario e finanziario, offrendo una serie di servizi aggiuntivi per fidelizzare i propri clienti. Dopo aver aperto diversi sportelli nel resto degli Stati Uniti, tra cui ad Atlanta e in Florida, agli inizi degli anni Duemila la Svb aprì anche delle filiali internazionali a Bangalore, in India, a Londra, Pechino e in Israele. Nel 2006 iniziò a operare anche nel Regno Unito, aprendo un proprio ufficio a Londra. Si stima che nel 2011 la banca avesse contribuito a finanziare più di 30 mila startup e che nel 2015, secondo dati forniti dalla stessa Silicon Valley Bank, avesse fornito servizi bancari e finanziari al 65% di tutte le startup operative.
Su misura per le startup - La banca veniva scelta da molti investitori perché offriva un accesso agevolato a delle tipologie di finanziamento studiate appositamente per le società che vanno incontro a forti perdite di denaro nella fase di avvio della propria attività. Con l'emergenza pandemica le startup conobbero un momento di forte espansione e la Silicon Valley Bank vide i propri depositi passare dai 62 miliardi del 2020 ai 124 miliardi di dollari nel 2021, con un aumento pari al 100%. È bene però ricordare che gran parte dei singoli depositi superavano la soglia dei 250mila dollari, ossia l'ammontare coperto dalla garanzia della Federal Deposit Insurance Corporation; in pratica, nel dicembre dello scorso anno, più del 93% dei depositi della banca non era assicurato.
Il nodo dei tassi d'interesse - Il nocciolo del problema è proprio questo: la Svb ha investito, nel tempo, gran parte della liquidità in buoni del Tesoro americani a lungo termine, non soffermandosi a considerare che, per rallentare l'inflazione la Federal Reserve (Fed) avrebbe applicato dei tassi di interesse via via più elevati. La banca, quindi, avrebbe dovuto attivarsi già mesi fa per vendere i propri titoli che, anche se in perdita, non avrebbe per lo meno condotto la società al fallimento. Invece si è giunti al crollo del 9 marzo scorso, quando le azioni della Svb sono crollate di oltre il 62% dopo che la società ha proposto di sostenere il proprio bilancio, in perdita di oltre 1,8 miliardi di dollari a causa proprio dell'aumento dei tassi di interesse, con una massiccia vendita di azioni.
La fuga dei depositi - Il rialzo dei tassi di interesse, come visto, ha reso i prestiti molto più onerosi, rendendo difficile reperire del nuovo capitale. Le società startup, tra le principali clienti della Svb, si sono viste costrette a ritirare progressivamente i propri depositi presso la banca che, per far fronte alle sempre più numerose domande, ha dovuto vendere i titoli andando incontro a gravi perdite. L'istituto ha quindi cercato di lanciare un aumento del capitale ma la situazione era ormai sfuggita di mano e la sfiducia della clientela ha condannato la banca alla bancarotta. Al diffondersi della notizia, molte società di venture capitalist, che forniscono, cioè, capitale a società con un alto potenziale di crescita in cambio di una partecipazione azionaria, hanno consigliato alle proprie società di ritirare i propri soldi dalla Silicon Valley Bank, determinando una corsa agli sportelli. Tale fenomeno si chiama "bank run", vale a dire la corsa al ritiro del denaro dai conti correnti. La scelta di vendere in tutta fretta dei titoli in perdita ha infatti allertato la clientela che è corsa a chiedere indietro i propri depositi. File di correntisti hanno riempito il piazzale prospiciente alla sede californiana di Santa Clara.
Un crollo inevitabile - Bill Tyler, Ceo della Twg Supply e Grapevine, in Texas, ha dichiarato di essersi reso conto che qualcosa non andava quando i suoi dipendenti gli hanno mandato un messaggio, venerdì scorso, lamentandosi per non aver ricevuto i propri stipendi, nonostante la società avesse già inviato i bonifici attraverso la Silicon Valley Bank. Secondo gli esperti di finanza, la banca avrebbe potuto aspettare il fine naturale degli investimenti effettuati per tentare di arginare il problema ma, a remare contro, ci ha pensato il rallentamento dell'economia legata alle aziende tecnologiche della Silicon Valley. La liquidità, arrivata in maniera così repentina nel 2020, si è dissolta altrettanto velocemente: 42 miliardi di dollari, un quarto dei depositi, sono stati ritirati in meno di 24 ore e la bancarotta è diventata una triste realtà. Le azioni della Svb sono diminuite di un altro 66% il 10 marzo scorso: le negoziazioni sono state interrotte e la banca è stata chiusa dal Dipartimento per la protezione finanziaria e l'innovazione della California per liquidità inadeguata e insolvenza. Il regolatore statale ha inoltre nominato la Federal Deposit Insurance Corporation come curatore fallimentare. Anche nel regno Unito, la Banca d'Inghilterra ha sottoposto la filiale britannica della Silicon Valley Bank a una procedura per insolvenza bancaria e l'istituto è stato rilevato, al costo simbolico di una sterlina, da HSBC.
La Casa Bianca interviene - Dal canto suo, il Governo degli Stati Uniti ha garantito che tutti i depositi verranno garantiti e il presidente Joe Biden ha voluto rassicurare tutti: «Il sistema bancario americano è sicuro». Biden ha manifestato l'intenzione di chiedere al Congresso americano e alle autorità di regolamentazione di rafforzare le regole per le banche. Nel contempo non ci sono speranze per gli azionisti: «Non saranno protetti, perché investendo in titoli hanno preso consapevolmente un rischio, e quando il rischio non paga gli investitori perdono i loro soldi. È così che funziona il capitalismo». Le parole giunte dalla Casa Bianca hanno avuto un prevedibile effetto sui mercati. I titoli bancari sono andati in altalena nella prima parte della settimana al crollo di lunedì sono seguiti generalizzati rimbalzi il giorno successivo ma mercoledì, dopo le notizie che hanno riguardato Credit Suisse, il settore è tornato pesantemente sotto pressione - anche in Europa. First Republic Bank, una delle banche regionali Usa più coinvolte, si è ritrovata ad avere il rating tagliato da Standard & Poor's a livello spazzatura.
Il peccato originale - Per gli analisti finanziari, il vero problema della Silicon Valley Bank è consistito nel non aver differenziato i propri investimenti, avendoli concentrati solo sulle aziende tecnologiche. Fino a quando, come detto, il settore è stato in forte espansione, la Svb non ha avuto problemi, neanche in presenza di un rallentamento generale dell'economia, ma quando anche il settore delle startup ha rallentato la propria crescita, la banca è entrata in crisi a causa della forte esposizione in un unico settore. Anche se la crisi provocata dal fallimento della Silicon Valley Bank non sembra avere, almeno per il momento, la stessa gravità di quello della Lehman Brothers, ciò non significa che non comporti, comunque, dei grossi problemi nel mondo dell'economia e della finanza. Nel tentativo di riportare l'inflazione, ossia il rincaro di più voci di spesa, entro limiti accettabili, le banche centrali hanno messo in atto il rialzo dei tassi d'interesse più repentino degli ultimi 30 anni. Ciò ha comportato non solo delle gravose perdite nei portafogli degli investitori ma sta minando alla base
la stabilità degli istituti d'investimento.
Persone dietro i conti correnti - L'animo di coloro che si trovano a gestire e lavorare nelle aziende tecnologiche e di startup è molto pessimista. Come detto da Garry Tan, Ceo di Y Combinator, promotore di startup come Airbnb o Dropbox, «questo è un evento simile all'estinzione per le startup. Ho sentito letteralmente centinaia di nostri fondatori chiedere aiuto su come superare tutto ciò. Si chiedono 'devo licenziare i miei lavoratori?'». Tan ha calcolato che quasi un terzo delle startup di Y Combinator non sarà in grado di pagare gli stipendi se non riusciranno a recuperare i propri soldi. Nonostante le tante rassicurazioni, la paura che possa ripetersi quanto accaduto nel 2008 rimane quindi molto forte con conseguente pericolo per la stessa tenuta del mercato finanziario.