Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01252.jsonl.gz/1298

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza»
[I articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani]
Oggi, lunedì 10 dicembre 2018, ricorrono i 70 anni dalla firma della Dichiarazione universale dei diritti umani approvata a Parigi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Per celebrare questo cruciale passaggio della Storia dell’Umanità, abbiamo intervistato Hans-Jörg Viktor Bannwart. Nato il 26 aprile 1961, dal 2001 è Presidente del Tribunale regionale Bernina, attività svolta a tempo parziale e combinata, dal 2002 al 2012, con missioni saltuarie per il CICR (Guantànamo Bay, Yemen, Algeria, Afghanistan, Bahrain). Dal 2013 a febbraio 2018 è stato membro svizzero del Sottocomitato per la prevenzione della tortura (SPT) presso le Nazioni Unite.
La dichiarazione universale dei diritti umani compie 70 anni; è stato senza dubbio un passaggio necessario per esorcizzare e allontanare le atrocità delle guerre mondiali: è servita nel suo intento?
Infatti: la Dichiarazione universale dei diritti umani fu proclamata e adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948. Essa rappresentava allora la volontà della comunità internazionale, non soltanto di superare gli orrori della seconda guerra mondiale, ma soprattutto intendeva sancire, per la prima volta nella storia e universalmente (cioè in ogni epoca storica e in ogni parte del mondo), i valori che determinano l’essenza dell’umanità – indipendentemente dall’origine, dalla cultura e dalla religione degli individui che la compongono. L’essere umano prima della politica, prima della ragion di Stato.
La Dichiarazione influenzò poi vari accordi internazionali (come ad esempio la Convenzione Europea per la protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali oppure la Convenzione contro il razzismo e la Convenzione contro la tortura) e ha lasciato tracce tangibili nelle legislazioni nazionali, anche quella Svizzera. La Convenzione è anche stata una fonte di ispirazione per chi si è battuto per l’indipendenza (in particolare contro la dominazione coloniale), ma anche per chi ha voluto condurre alla democrazia gli stati dell’Est dopo la caduta della Cortina di ferro. E rimane un documento di riferimento per chi, oggi, si oppone a tendenze autoritarie e all’erosione dello Stato di diritto, che possiamo ormai osservare un po’ dappertutto, anche in occidente. In generale, la Dichiarazione ha assunto il ruolo di asticella morale per chi si batte contro l’oppressione e le violazioni dei diritti fondamentali. E infine, la Dichiarazione universale dei diritti umani ha lasciato un’impronta anche sull’economia: oggi le aziende vengono misurate anche in base al loro rispetto dei diritti umani, riferiti in particolare alle condizioni di lavoro – perlomeno in alcuni settori, sporadicamente… siamo sinceri.
E qui giungiamo a chiederci quanto sia rimasto oggi, grattando un po’ dei nobili intenti del ‘48. Se diamo anche solo un’occhiata sommaria alla situazione in cui si trova il mondo, il bilancio non è incoraggiante: i diritti umani sono sotto attacco un po’ ovunque e l’abisso tra ideale e realtà si sta aprendo sempre di più. Basta pensare alle atrocità commesse negli anni trascorsi in Siria o alla catastrofe umanitaria divampata nello Yemen, per non parlare del nefasto risorgimento di orribili crimini tollerati o addirittura commessi da governi, dalla rinascita della pratica della tortura, alla quale ormai ricorrono man mano – e dichiarandolo apertamente – anche sistemi votati alla democrazia e allo stato di diritto: in prima fila gli Stati Uniti. Del resto, studi autorevoli dimostrano che anche la democrazia si trova in una spirale al ribasso, mentre sistemi o atteggiamenti totalitari stanno affiorando sempre più, su tutto il globo.
70 anni possono farla sembrare vecchia, ma è davvero così?
Il quadro abbozzato impone in effetti la domanda disillusa se il canto del cigno dei diritti umani non sia già avvenuto. D’altro canto assistiamo alla creazione di sempre nuovi cataloghi di diritti umani, in gran parte adottati dalle Nazioni Unite stesse, nell’intento di proteggere i diritti, la cui tutela l’epoca specifica, sembra imporre. Lo ritengo un segno dell’attualità della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma anche della vitalità che essa ispira ancora. Nemmeno i singoli diritti elencati nel 1948 rappresentavano ideali astratti, ma lo specchio di un’epoca in cui questi dritti erano stati barbaramente violati. Tanti di questi ideali rimangono attualissimi. Ciascun essere umano ha sempre ancora il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità e non ne può essere privato, mai. Dare risalto a nuovi diritti umani in nuovi cataloghi non può quindi essere qualificato come un fenomeno “di moda”.
D’altro canto un simile proliferare racchiude in sé il rischio di appiattire il concetto di “diritto umano” come diritto assoluto, inviolabile, fondamentale, e di disperdere le risorse per la loro difesa.
Cosa può insegnarci, ancora oggi, questa dichiarazione fondamentale?
Forse vale la pena di tornare al Preambolo della Dichiarazione, la cui prima frase dice: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.” Menziona la dignità della persona prima dei suoi diritti. Ancora prima di definire l’individuo quale soggetto di diritti rivendicabili, parla dell’essere umano detentore di dignità – che gli è innata e che deve essere rispettata. Al centro è quindi la dignità. E’ un valore universale, che possiamo anche misurare su noi stessi. Confrontandoci con questo quesito dimostriamo di essere degni dell’umanità.
Questo, penso, è il fulcro della Dichiarazione e in questo è unica: né prima né dopo il 1948 si è visto un trattato internazionale che elevasse la dignità a fondamento della convivenza con tanto vigore… e tanta semplicità. Una grande conquista di civiltà.
A cura di Marco Travaglia