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Il giornalista Mark Schreiber ha scritto di recente un articolo molto interessante per il quotidiano Japan Times dal titolo suggestivo “Perhaps money really can buy happiness?” Non è una domanda banale perché affronta un problema che forse si applica più ai giapponesi, ma che è in parte valido anche da noi.
Inizia con una definizione di Edward Seidensticker veramente raffinata che sintetizza la personalità del giapponese “sebbene il giapponese sia raramente da solo (ndr. quella giapponese è una cultura e società gruppistica) si può dire che frequentemente, caratteristicamente, è solo”.
Non siamo di fronte ad un ossimoro. È un aspetto dei giapponesi che Seidensticker ha afferrato durante la sua vita di letterato, legato per tanti anni della sua vita al Giappone. Oltre che per la traduzione di molti grandi scrittori giapponesi (Tanizaki, Kawabata) Seidensticker è ricordato per la sua straordinaria traduzione del “Genji Monogatari”– la storia di Genji- (il principe splendente), il classico numero 1 in Giappone.
Scritto da una donna nell’11° secolo (Murasaki Shikibu) è un capolavoro letterario che descrive la vita di corte a quei tempi. Ho visitato con piacere la tomba della scrittrice a Kyoto qualche anno fa.
La definizione che “il giapponese si senta solo nonostante la folla” sembra essere stata raccolta pienamente dal governo giapponese che ha istituito di recente un nuovo ministero, ovvero il “Ministero dell’isolamento e della solitudine”, nominando ministro un vecchio della politica, Tetsushi Sakamoto.
La decisione del Primo Ministro Suga di creare il nuovo dicastero non è casuale e neanche del tutto originale, ma interessante per la tempistica e le implicazioni. In altri paesi ci sono anche ministeri per le pari opportunità, commissioni per le pari opportunità e similari.
Ha osservato i drammi causati dalle distanze sociali e del virus che hanno fatto danni in vite umane, soprattutto suicidi fra le donne, come abbiamo scritto su questo sito, anche a causa della cultura troppo maschilista del Giappone.
Secondo “Geneva Kyodo” il Sol Levante nelle statistiche gender gap è tuttora al 120mo posto su 156 paesi, gli altri industrializzati, si posizionano fra l’11mo ed il 30mo posto.
Il nuovo ministro ha riconosciuto che ci vorrà tempo per migliorare la situazione e che occorrerà un lavoro di team con gli altri ministeri. Per guadagnare tempo ha ordinato uno studio su 500 uomini di età fra i 25-49 anni, segmentando la ricerca in 3 fasce di reddito. Grosso modo, l’equivalente di 30mila franchi per la prima, la seconda dai 30 ai 70mila e poi la fascia superiore a quest’ultima.
Alla domanda “ti sei mai sentito solo?” lo scarto fra il reddito più basso e quello più alto dice che il 60% di chi guadagna di più sente meno la solitudine (40% i redditi bassi). Alla domanda più specifica “ti sei sentito sempre solo?” il 4.2% risponde affermativamente contro il 22.8% per chi guadagna di meno. Risulterebbe chiaro quindi che il livello di reddito gioca un ruolo importante sulla sindrome dei giapponesi.
Detto ciò, fra il sentirsi scontenti, soli ed isolati, ce ne passa prima di arrivare a togliersi la vita.
Qui bisogna sfatare uno stereotipo: non è vero che il paese è il più incline al suicidio. Secondo i dati Onu il Giappone occupa il 30mo posto (Russia terza, Svizzera 61ma).
Il tempo dei samurai (dei 47 Ronin) e delle geishe è molto lontano. Il Giappone non è tra i primissimi, ma le statistiche ci dicono che per le donne il fenomeno tragico si è accentuato negli ultimi tempi, a testimonianza che la pressione della pandemia è molto più drammatica sul lato femminile.
Come abbiamo detto, è ora e tempo in Giappone di re-impostare l’educazione sociale. Forse il 120mo posto come discriminazione di genere è fortemente esagerato, ma è certo che l’armata silenziosa femminile che oggi supera l’uomo per frequenza e risultati scolastici, va ancora più aiutata a bilanciare la situazione sociale attuale: troppo gravata dal peso dal retaggio culturale ereditato dal passato.
L’ex Primo Ministro Shinzo Abe negli ultimi anni ci ha provato ed ha ottenuto risultati solidi, ma come le impietose statistiche mostrano e come l’allarme sociale dimostra, c’è ancora tanta strada da fare.
Vittorio Volpi