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Alcuni decenni fa, per evidenziare lo iato che soprattutto in quel periodo -si era in piena guerra fredda- separava la cosiddetta Svizzera “reale” e la Svizzera “ufficiale”, un patriota critico del rango di Peter Bichsel aveva polemicamente affermato che in sostanza esistono due Svizzere: la Svizzera degli Svizzeri e la Svizzera dei non Svizzeri, che della Svizzera vedono soltanto le luci o al massimo i chiaroscuri, ma non le ombre.
Era il 1969, e la provocazione era contenuta in un famoso (per taluni famigerato) libello intitolato appunto “Des Schweizers Schweiz”, “La Svizzera dello Svizzero”. Il ragionamento, anche se portato al paradosso, era estremamente rigoroso e può essere riassunto in questi termini: la Svizzera vissuta dagli Svizzeri è una realtà molto diversa dalla Svizzera percepita dai non Svizzeri, che hanno invece l’immagine molto edulcorata e stilizzata di un paese idilliaco, dove tutto è perfettamente funzionante. Ma in definitiva, si chiedeva Bichsel, cosa significa “perfetto funzionamento”? Non potrebbe essere una foglia di fico che nasconde un perbenismo ipocrita e immobilista, o perfino il disagio e la malattia?
Una questione, quella posta da Bichsel, davvero spinosa e delicatissima. In quegli anni, e nel periodo immediatamente successivo, molti scrittori svizzeri tedeschi sono andati in cerca di una risposta e hanno individuato un colpevole, anzi “il” colpevole: il borghese, la borghesia svizzera intesa come vera e propria condizione dell’anima, quintessenza di tutti i mali e causa prima dello scollamento tra paese reale e paese ufficiale. Verità o esagerazione? Errore prospettico (la parte scambiata per il tutto) oppure nitidissima fotografia del cuore di tenebra elvetico? Sì, no, ma, forse… Una cosa, ad ogni modo, è certa: come ha osservato un grande germanista e finissimo conoscitore della letteratura svizzera di lingua tedesca, il compianto Italo Alighiero Chiusano, «il borghese svizzero è una qualità che uno straniero può anche trovare degna di invidia, specie se vive in qualche terzo mondo che può cominciare subito a sud di Chiasso, ma che agli scrittori elvetici più svegli di questi ultimi decenni (Frisch, Dürrenmatt, Späth, Bichsel) appare una vera e propria maledizione».
Queste considerazioni di Chiusano sono contenute nella prefazione alla seconda edizione italiana -pubblicata da Mondadori nel 1986 e ripresa in tempi più recenti dall’editore Capelli- del libro che forse più di ogni altro ha sferrato un attacco frontale al tipo socio-antropologico del borghese svizzero e ne ha smascherato colpe, omissioni e responsabilità. Il libro, nella versione originale in lingua tedesca, si intitola “Mars”. Il suo autore, Fritz Zorn, nativo di Meilen sul Lago di Zurigo, aveva terminato di redigere il manoscritto a Comano nel luglio 1976 ed era morto qualche mese dopo, in novembre, stroncato da un cancro (un linfoma maligno) all’età di soli 32 anni. La pubblicazione, avvenuta nel 1977, si deve allo scrittore e germanista Adolf Muschg, che propose il manoscritto all’editore Kindler di Monaco di Baviera. L’anno dopo uscì anche la traduzione italiana col titolo “Il cavaliere, la morte e il diavolo”. Adesso è un po’ dimenticato, ma ai tempi il libro provocò un dibattito molto acceso in Svizzera e venne tradotto in molte lingue, suscitando quasi ovunque interesse e perfino stupore. Perché la Svizzera di Fritz Zorn, tipico esempio della “Svizzera dello Svizzero”, per molti lettori non Svizzeri si rivelò davvero una terra incognita.
Il già ricordato Chiusano, che si spese moltissimo per renderlo fruibile anche ai lettori italiani, ha inserito “Il cavaliere, la morte e il diavolo” nel novero dei cosiddetti “casi letterari luttuosi”. Fritz Zorn, in particolare, fa parte del filone delle rivelazioni completamente postume e il suo unico libro, sempre secondo le parole di Chiusano, è il «libro postumo per natura, il libro di un moribondo che non solo sa di esserlo, ma gioca tutte le sue carte esistenziali e letterarie sul lancio di un messaggio post mortem».
Il messaggio è semplicissimo, ma di una semplicità vertiginosa, peraltro già tutta contenuta nella frase iniziale, che meriterebbe un posto di assoluto rilievo tra i grandi incipit della letteratura: «Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. Provengo da una delle migliori famiglie della riva destra del Lago di Zurigo, chiamata anche la costa d’oro. Ho avuto un’educazione borghese e mi sono comportato bene per tutta la vita. La mia famiglia è alquanto bacata e anch’io porto probabilmente tare ereditarie e conseguenze di danni ambientali. Ovviamente ho anche il cancro, il che, per la verità, dopo quanto ho detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale».
La vertigine deriva precisamente dal fatto che Fritz Zorn, sulla base di un ragionamento che si configura come un sillogismo, identifica nell’ambiente sociale (la ricca borghesia della riva destra del Lago di Zurigo, e per estensione l’intera Svizzera) la causa della malattia che lo ha colpito: la società elvetica è malata, all’interno della società esiste uno specifico ceto particolarmente malato, la borghesia, e la sua malattia si trasmette al singolo individuo, assumendo concrete connotazioni organiche e rivelandosi infine letale. La parte finale del sillogismo, ovviamente, è un assurdità sul piano dei fatti, perché non tutti i borghesi e figli di borghesi in Svizzera (e altrove) si ammalano e muoiono di cancro.
Ma a Zorn -e anche questo è un motivo di vertigine- interessa un’altra e ben più profonda verità: la verità della malattia come simbolo e metafora, si vorrebbe quasi dire la verità della vita come malattia e imperfezione. E’ lui stesso a spiegarlo in un passo particolarmente rivelatore: «La cosa grave fu che il mondo nel quale sono cresciuto non poteva permettersi di essere imperfetto, e che la sua armonia e la perfezione erano dei dati obbligatori. Io non dovevo accorgermi che il mondo non era perfetto». La mancanza di paragoni e di confronto col mondo esterno («la vita è una cosa molto bella, ma noi non siamo la vita, la vita sono gli altri») riduce la realtà a «un gelido spazio irreale», dove appunto non c’è vita.
Ecco allora che la malattia viene in aiuto. Ci sono due tipi di cancro, secondo Zorn: la malattia corporea, «che mi potrebbe condurre in breve tempo alla morte ma alla quale potrei anche sopravvivere», e la malattia dell’anima, «la cui comparsa, in fin dei conti, non è altro che un bene». Perché se la realtà è un gelido spazio irreale, un’astrazione dove tutto è già morto, l’insorgere di una malattia che potrebbe condurre (e di fatto condurrà) alla morte costituisce l’unico modo per riempire di vita vera, autentica e autenticamente vissuta, l’intervallo prima della morte. Un paradosso, va da sé, per moltissimi versi inaccettabile, ma che contiene un inconfessabile fondo di verità. E sul quale, oggi più che mai, varrebbe la pena di riflettere, prestando nuovamente ascolto alla voce di Fritz Zorn. Il suo vero cognome era Angst (“angoscia”, “paura”), il suo nome-maschera come autore del libro confessione, Zorn, significa invece “rabbia”, “collera”, “ira”. Il giovane Fritz ha percorso fino in fondo il brevissimo spazio che le separa e ci ha lasciato una straordinaria testimonianza di amore per la vita. Nonostante tutto, nonostante la vita stessa.