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Il consigliere per la sicurezza nazionale Usa dimissionario, Michael Flynn, fu sentito da agenti dell'Fbi nei primi giorni dell'amministrazione Trump sulle sue conversazioni con l'ambasciatore russo. Lo riferisce il New York Times citando fonti ufficiali.
Un episodio che potrebbe aggravare la posizione del generale in pensione costretto a lasciare il suo incarico alla Casa Bianca, in quanto se dovesse risultare che non era stato del tutto onesto nelle sue dichiarazioni agli agenti federali ciò potrebbe costituire reato.
Non è noto cosa Flynn abbia detto all'Fbi, scrive il New York Times, ricordando tuttavia che l'ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump ha sostenuto pubblicamente per oltre una settimana che quelle conversazioni con l'ambasciatore russo negli Usa non riguardavano le sanzioni a Mosca, versione smentita dalle rivelazioni nei recenti sviluppi.
Il motivo per cui l'Fbi volle sentire Flynn è legato all'indagine per verificare se il generale in pensione con quelle conversazioni non avesse violato il Logan Act, ovvero la legge federale che proibisce a privati cittadini di tenere trattative con governi stranieri che hanno contenziosi con gli Usa.
Fu subito dopo quel colloquio, il 26 gennaio, che l'allora ministro della Giustizia ad interim, Sally Q. Yates, mise in guardia la Casa Bianca sulla possibile ricattabilità di Flynn da parte dei russi proprio per via delle discrepanze tra ciò che affermava pubblicamente e ciò di cui erano a conoscenza esponenti dell'intelligence.
SDA-ATS