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Ex capo dei guardiacaccia del Ticino fino a una decina di anni fa. Sempre ligio, si direbbe, al suo dovere di controllo nei confronti degli amanti dell'arte venatoria sui quali poneva il suo sguardo attento e le sue 'tirate d'orecchio'. Poi, sopraggiunta la pensione, passa dall'altra parte della barricata e da controllore diventa controllato. Come nel settembre scorso a Vergeletto. Nello scenario della Val Onsernone, durante il periodo della caccia alta, il suo fucile colpisce a morte una femmina di capriolo allattante, capo proibito secondo la legge svizzera. E che fa? Ci si aspetterebbe che, per le sue responsabilità passate e per una 'materia' che conosce dunque bene, marchi sulla patente l'errore di mira e si rechi quanto prima al posto di controllo dove poter fare autodenuncia e pagarne il risarcimento. Tutto sarebbe stato fatto secondo le regole, anche se da un 'esperto' ci si aspetterebbe maggior attenzione e soprattutto la volontà di raccogliere quei segnali della presenza di una femmina di ungulato con piccoli, quali la sua staticità nei movimenti, il voltarsi indietro per curare e guidare la prole.
Nulla di ciò. Secondo quanto raccolto nel dossier che lo porterà il 7 maggio davanti al giudice Marco Kraushaar della Pretura penale di Bellinzona, dopo l'abbattimento dell'animale, seppur controllato da un guardiacaccia, che confermando che il capriolo era effettivamente una femmina allattante lo invita a recarsi al posto di controllo, torna diversamente a casa per fare ritorno al posto di controllo solo l'indomani. Giuntovi contesta la lettura del guardiacaccia così da imporre l'invio dell'organo ghiandolare a un laboratorio dove vengono effettuate analisi specifiche. Chi se ne occupa comprende subito che qualcosa non torna: la mammella dell'animale risulta 'manomessa' e privata del latte e al suo interno viene rilevata una sostanza che in natura non è presente; i capezzoli peraltro risultavano visivamente come bruciati.
A seguito del risultato delle analisi viene così aperta, da parte della Divisione dell'ambiente, una procedura amministrativa che, sfociando in un decreto d'accusa, comporta all'ex responsabile venatorio un anno di privazione della patente di caccia e una multa di oltre mille franchi. Procedura contro la quale l'ex capo guardiacaccia si è opposto e che lo porterà dunque in aula. Un fatto, quello che andrà a dibattimento, che oltrepassa sicuramente per gravità le multe ricevute per aver anche guidato su strade montane proibite ai cacciatori.