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Su Rescogitans, un interessante (anche se breve e in inglese) scambio epistolare tra Pete Lunn e Tim Harford a proposito dell’economia sperimentale, lo studio dei meccanismi economici tramite esperimenti sul campo invece di modelli astratti, avvalendosi soprattutto delle ricerche della psicologia cognitiva. Continua a leggere “L’uomo vorrebbe essere un animale razionale”
Questa mattina, in metropolitana, ho trovato una moneta da 5 centesimi per terra.
Ero di fretta e non l’ho raccolta, ma ho iniziato a chiedermi se, a prescindere dalla fretta, raccogliere monete sia un’operazione economicamente interessante o no.
Quanto tempo ci vuole per raccogliere una moneta?
15 secondi mi sembra un buon tempo. Ciò significa che in un minuto si possono raccogliere 4 monete, che diventano 240 in un’ora e, calcolando una giornata lavorativa di otto ore, sono 1920 monetine al giorno. In un mese (ventuno giorni lavorativi) fanno 40320 monete.
Calcolando che un terzo della cifra guadagnata finisce in spese mediche (mal di schiena), fanno 40320 x 2/3 x 0,05 € = 1344 € al mese.
Una cifra più che dignitosa.
(Se la moneta è da un centesimo, gli euro alla fine del mese diventano 268,8. Fossi un ricercatore, ci farei un pensierino…)
André Glucksmann, sul Corriere della Sera di un mese fa, fornisce una interessante lettura realista della crisi economica: “Il post-moderno debutta in economia”.
Una bolla speculativa si regge su una scommessa che si conferma da sé. È «performativa », secondo il linguista Austin. Per lo speculatore, accordare crediti significa far esistere. «La seduta è aperta!», proclama il presidente di un’ assemblea—è vero per il solo fatto che lo dice —: la realtà si regola sul dire, mentre nei casi ordinari il dire, che non è più performativo ma indicativo, si regola sulla realtà. La bolla finanziaria accumula crediti su crediti e si arricchisce della propria auto-affermazione. Si rinchiude in un rapporto autoreferenziale e progressivamente abolisce il principio di realtà: sono effettivi soltanto i prodotti finanziari che i miei investimenti inventano.
- È da quando avevo dodici anni che sento dire che c’è crisi; l’unica differenza è che adesso sento dire che c’è grossa crisi.
Io di economia ne capisco veramente poco; ho letto un paio di libri squisitamente divulgativi, qualche articolo non tecnico e poco altro. Sono convinto che “libero mercato” indichi una cosa bella, ma da bravo filosofo mi fermo con mille dubbi su quel “libero”, senza mai arrivare al “mercato”.
Tutto ciò fa di me una delle persone meno indicate per disquisire di faccende economiche come il liberismo e l’attuale crisi finanziaria. Non so se il fallimento delle grosse banche americane sia l’inequivocabile dimostrazione dell’inadeguatezza del libero mercato o, al contrario, dei guasti che possono arrecare interventi statali errati. Non lo so, vorrei saperlo ma l’impresa mi sembra improba.
Invidio chi ha certezze.
Una cosa, però, mi ha colpito, e la dico senza per questo voler difendere una delle due scuole di pensiero. Quando leggo che:
Purtroppo il neoliberismo, semplicemente, non è mai esistito.
mi chiedo: e questo cosa significa?
Non dico che non sia vero, dico solo che è la scusa alla quale ricorrevano i comunisti quando venivano posti di fronte ai disastri, umanitari ed economici, dei paesi cosiddetti comunisti. “Il vero comunismo, semplicemente, non è mai esistito”, “Quello in Unione Sovietica (o in Cina, o nella Germania dell’est, eccetera) non è vero comunismo”, e così via.
È sempre difficile confrontare i fatti con le idee.
In California, puoi uccidere un cavallo per nutrire altri animali, ma non per darlo da mangiare a un uomo. Puoi partecipare al Wife-Carrying World Championship (una curiosa corsa ad ostacoli da fare con la propria consorte sulle spalle) ma, almeno in Francia, non puoi partecipare a una gara di lancio del nano. Se doni un rene salvando una vita diventi un eroe, ma se ti fai pagare diventi un criminale.
Da queste incongruenze, o presunte tali, prende inizio Economists Dissect the ‘Yuck’ Factor, interessante articolo di Patricia Cohen sul New York Times, tutto incentrato sull’analisi economica di quello che potremmo tradurre come “fattore bleah”: certe situazioni ci provocano istintivamente disgusto.
Nell’articolo, l’ultima parola spetta al teologo Michael Novak, che conclude affermando: «mere repugnance is not enough», la semplice ripugnanza non è abbastanza. E su questo, penso, siamo tutti d’accordo.
P.S. Un’altra frase notevole è dello psicologo Paul Bloom: «The problem is not that economists are unreasonable people, it’s that they’re evil people», il problema non è che gli economisti siano persone irragionevoli, è che sono persone malvagie.
Sir Thomas Gresham fu un mercate e finanziere inglese del ‘500.
Il suo nome è soprattutto legato alla cosiddetta legge di Gresham: «la moneta cattiva scaccia quella buona». Curiosamente, questa legge viene citata più dai moralisti che dagli economisti. Continua a leggere “Monete buone e monete cattive”