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I grandi gruppi industriali tradiscono la Svizzera
Ancora una volta sentiamo le messe in guardia o, più esattamente, le minacce dei grandi gruppi industriali e della maggioranza delle associazioni economiche svizzere. Se non approviamo l’accordo-quadro con l’UE, provocheremo il declino della Svizzera, il caos, l’incertezza del diritto, ci si dice!
Quando l’abbiamo sentito l’ultima volta? Ma sì, era il 1992, prima della votazione sullo Spazio economico europea (SEE). Ma che cosa è successo, dopo il rifiuto di popolo e cantoni? L’economia svizzera è andata molto meglio di quella dei paesi membri dell’UE. Da allora, circa 700’000 immigranti – dalla sola UE – sono affluiti in questa Svizzera che si pretendeva isolata. Perché? Perché le condizioni di lavoro e di reddito sono migliori che altrove. Fra questi immigranti, c’è un certo numero di manager che si sono posti a capo dei gruppi mondiali svizzeri. Sono proprio questi manager che approfittano oggi della buona posizione delle nostre imprese e che incassano salari di diversi milioni di franchi a spese degli azionisti.
Recentemente, il direttore di uno di questi gruppi mondiali svizzeri mi ha detto, con un accento germanico: «Sa, caro signor Matter, se la Svizzera sta così bene economicamente, è grazie alla libera circolazione delle persone.» Gli ho risposto, con il mio accento basilese: «Lei è venuto in Svizzera prima dell’introduzione della libera circolazione delle persone. Mi sorprende che non ricordi perché è immigrato in Svizzera a quel tempo. Sicuramente fu perché la Svizzera era già allora il paese più prospero e con il tasso di disoccupazione più basso del mondo. »
Molti di questi manager si sono naturalizzati e oggi mi dicono: «Signor Matter, la Svizzera è un paese geniale. Io sono un grande fan della democrazia diretta, del federalismo e di un mercato del lavoro liberale.» Ma, adesso, questi stessi ambienti hanno una posizione esattamente inversa e ci chiedono di approvare questo trattato di sottomissione all’UE. Il fatto che questo accordo distrugga proprio ciò che di tanto in tanto elogiano, non sembra preoccuparli più di quel tanto.
Ma, guardandoli un po’ più da vicino, ci si accorge che i responsabili di questi grandi gruppi non sono dei fan del modello statale svizzero. In realtà, s’interessano solo al prossimo bilancio trimestrale, al loro salario e ai loro bonus.
Molti di questi dirigenti immigrati, ma purtroppo anche tanti loro colleghi svizzeri, s’infischiano completamente del nostro paese. Questi manager rifiutano di capire che le loro imprese e tutta l’economia elvetica non sarebbero mai arrivate al loro attuale livello senza le colonne portanti del nostro Stato: la sovranità, il diritto di partecipazione delle cittadine e dei cittadini, la neutralità e il federalismo che dà ai cantoni e ai comuni il posto che loro spetta. Questi gruppi industriali devono la loro posizione mondiale non tanto alle presunte performance dei loro manager, quanto agli sforzi dei nostri antenati che si sono sempre battuti per conservare la particolare forma politica della Svizzera.
Con ostinazione e accanimento, i nostri avi hanno costruito, passo dopo passo, Ala prosperità di cui godiamo oggi. Hanno sviluppato l’agricoltura, le arti e mestieri, le banche, le assicurazioni, innumerevoli PMI e qualche gruppo industriale di fama mondiale. Essi vedevano sempre un po’ più in là della loro busta paga.
Un tempo, sarebbe stato fuori questione svendere l’indipendenza del paese per vendere qualche confezione di latte, qualche pillola o qualche turbina supplementare. Mai si sarebbero tollerati dei giudici stranieri per qualche conto bancario in più. Mai si sarebbe accettato di sacrificare la stabilità del nostro Stato per affidarla a un presidente della Commissione UE che stenta a stare in piedi.
Signore e signori, non possiamo fare a meno di sospettare che i grandi gruppi industriali svizzeri sostengano le regolamentazioni dell’UE perché sanno che le PMI e le arti e mestieri farebbero fatica a digerire questa marea di prescrizioni e ne sarebbero quindi indebolite.
Io sono anche sicuro che molti dei manager che negli ultimi mesi si sono espressi energicamente a favore dell’accordo-quadro con l’UE, non ne conoscano nemmeno i dettagli. Ma ciò non impedisce loro di pretendere che, in caso di rifiuto di questo accordo, dovrebbero spostare migliaia di posti di lavoro all’estero e rinunciare a centinaia di milioni di franchi di cifra d’affari. È un volgare ricatto esercitato sulle cittadine e sui cittadini svizzeri! Un ex-presidente di un grande gruppo svizzero ha recentemente dichiarato di fronte a pochi intimi che, ai suoi tempi, sarebbe stato fuori questione che delle imprese quotate in borsa s’immischiassero in tal modo nella politica svizzera! Quest’uomo è svizzero e presiedeva un consiglio d’amministrazione.
Invito questi manager internazionali a considerare in dettaglio l’evoluzione economica reale della Svizzera. La realtà è che, dall’introduzione della libera circolazione delle persone con l’UE, la crescita della produttività pro-capite è fortemente calata. In questa classifica, la Svizzera è in penultima posizione davanti all’Italia! Dall’introduzione della totale libera circolazione delle persone, la crescita economica pro-capite ristagna. La disoccupazione in Svizzera ha nel frattempo superato quella della Germania. Ma ciò che conta, è il numero reale di persone in cerca di un impiego, e non il tasso di disoccupazione che non considera le persone che hanno terminato il diritto alle indennità e i numerosi lavoratori licenziati ultracinquantenni, che sono troppo orgogliosi per annunciarsi alla disoccupazione. A questo riguardo, invito il consigliere federale Parmelin a porre in futuro l’accento non solo sul tasso di disoccupazione svizzero, ma sul numero effettivo di persone senza lavoro, al fine di poter fare dei confronti utili con le statistiche internazionali.
Signore e signori, discutendo su questo accordo-quadro non dobbiamo lasciarci influenzare dai gridi d’allarme di manager che non pensano ad altro che ai loro bonus. Perché costoro saranno i primi che, quando le condizioni economiche svizzere saranno deteriorate da questo funesto accordo-quadro, abbandoneranno le nostre aziende e la Svizzera per abbattersi come uno sciame di cavallette su altri paesi. Le semplici cittadine e i comuni cittadini dovranno rimanere qui e pagare per i loro errori. Ecco perché dobbiamo continuare a fare noi stessi le nostre leggi. Ecco il solo modo di conservare una Svizzera in cui sia bello vivere!