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Movimento eterogeneo di registi indipendenti, nato all'inizio degli anni '60 negli Stati Uniti e caratterizzato da un'aperta opposizione all'industria hollywoodiana. Il gruppo, grazie al generoso impegno e all'entusiasmo combattivo di Jonas Mekas, che ne fu per molti anni il principale animatore, tentò un'organizzazione e una distribuzione alternative, istituendo a New York la prima grande Film Makers Cooperative: una struttura sin dall'inizio efficiente e funzionale, soprattutto per la parte più sperimentale della produzione indipendente, quella underground.
Sotto la denominazione new american cinema si comprendono due principali schieramenti: i 'nuovi' indipendenti che, sia sul piano produttivo che su quello artistico, vogliono agire autonomamente rispetto alle strangolanti leggi del meccanismo industriale e i registi della tendenza più radicalmente sperimentale - negativa, assoluta - che vedono nel film la realizzazione di un lavoro strettamente personale e poetico. Le opere dei primi, soprattutto Shadows (Ombre, 1960) di John Cassavetes, The Connection (Il tramite, 1962) di Shirley Clarke, Guns of the Trees (I fucili degli alberi, 1962) di Jonas Mekas e Hallelujah the Hill (I magnifici idioti, 1963) di Jonas e Adolphas Mekas, Pull My Daisy (Raccogli la mia margherita, 1959) di Robert Frank e Alfred Leslie -, hanno una matrice realistica (che ricorda la scuola di New York e il cinema-diretto) ma rivelano anche forti caratteri di alogicità, incoerenza, improvvisazione, aleatorietà e immediate corrispondenze con i più importanti fenomeni dell'arte contemporanea americana. I film del gruppo più sperimentale (ci si riferisce ad autori come James Broughton, Curtis Harrington, Stan Brakhage, Robert Breer, Stan Vanderbeek, Ron Rice e altri) muovono invece da motivi, temi, stili storicamente legati alle avanguardie cinematografiche e artistiche.
La formula estensiva del new american cinema, lanciata da Jonas Mekas nel 1960, fu molto efficace e portò alla massima diffusione internazionale i lavori della nuova generazione. L'avvenimento ebbe grande risonanza; tuttavia si ricorda che, seppur in misura molto più limitata, esperienze di autonomia organizzativa erano già state avviate nel cinema sperimentale da Frank Stauffacher, con le sue esposizioni 'Art in Cinema' al Museo d'arte di San Francisco dal 1947 al 1955 e da Amos Vogel che, negli anni '50, attraverso l'organizzazione 'Cinema 16' e la 'Cinema 16 Film Library', aveva contribuito notevolmente a divulgare in USA il cinema d'avanguardia europeo e americano. Gli aspetti comuni ai 'nuovi' indipendenti e agli artisti underground consistono nella definizione dell'autore come film-maker (colui che riassume in sé i differenti ruoli di regista, tecnico del suono, produttore), nell'uso della macchina a mano, nell'anticonvenzionalismo e nell'antinarrazione, nell'impiego di una strumentazione molto povera (cinepresa da 16mm o da 8mm), nella esplorazione di nuovi sensi e significati, nella provocazione.
Comunque, se si allude a una particolare formazione di cineasti, e al primo gruppo che bisogna associare la formula del new american cinema. Fu infatti proprio pensando alla parte più esplosiva e più comunicativa di questo movimento - insieme alla felice influenza che ebbero su questi nuovi registi la nouvelle vague francese e il free cinema inglese - che Mekas cercò di costruire un vero e proprio cinema d'autore americano. L'altro raggruppamento, quello underground essendo sempre stato un cinema trasgressivo, istintivo ed elitario - non poteva avere la forza di sostituirsi al cinema hollywoodiano di inserirvisi. Mekas inoltre trovava nella città di New York un terreno molto favorevole ai suoi intenti poiché quella era la città di storici e critici come Lewis Jacobs, Parker Tyler, Richard Griffith, James Agee o di registi come Robert Flaherty, Sidney Meyers, Morris Engel e Paddy Chayefsky. Qui aveva la sua sede la rivista 'Film Culture'. Da tempo, poi, New York era divenuta il centro del cinema sperimentale americano. Mekas prefigurava la affermazione di un nuovo, grande stile del new american cinema, dove gli elementi di casualità, spontaneità, frammentarietà, impurità, divenissero veri strumenti di espressione e sostituissero le rigide norme dei comuni canoni cinematografici della bellezza. Con ciò si volevano negare i valori formali o simbolici dell'arte per mostrare un'originale e graffiante unione di documentario e film a soggetto, un'intensa ricerca espressiva nata nell'area di libertà creata dalla beat generation. Con la letteratura beat molti sono gli elementi di connessione: la prevalenza del gesto sulla norma, del comportamento sullo stile, dell'azione sull'arte; e il tema della 'deambulazione' (il girovagare senza meta dei personaggi).
Tra i film già citati e appartenenti al primo gruppo, Pull My Daisy è quello che meglio si riferisce a questo clima: si avvale della collaborazione del romanziere Jack Kerouac, che elabora il testo improvvisato, e della interpretazione dei poeti Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky.
Il film-maker - come lo propongono Frank e Leslie - appare un artista che usa le imperfezioni tecniche, sfugge alle prescrizioni della critica e della teoria del film, offre un preciso obiettivo di rivolta culturale, elimina i grandi sistemi di interpretazione (Marx, Freud, Einstein) allo scopo di avvicinare l'arte alla vita.
Il new american cinema - che è molto legato ai fermenti della cultura giovanile della fine degli anni '50 e dei primi anni '60, e che si sviluppa più o meno parallelamente al cinema-diretto di Richard Leacock, Robert Drew, Arthur e David Maisles, Don Alan Pennebaker - ha le sue origini in The Quiet One (L'escluso, 1948) di Sidney Meyers, The Little Fugitive (Il piccolo fuggitivo, 1952) di Morris Engel e altri, e On the Bowery (Sulla Bowery, 1956) di Lionel Rogosin, ed è inaugurato dal già ricordato Shadows di John Cassavetes. Oltre ai film principali (The Connection, Guns of the Trees, Hallelujah the Hills, Pull My Daisy) appartengono all'area del new american cinema Come Back Africa (Africa in crisi, 1959) di Lionel Rogosin, Lovers and Lollipops (Innamorati e leccalecca, 1956) e Weddings and Babies (Matrimoni e bambini, 1958) di Morris Engel, Jazz on Summer's Day (Jazz in un giorno d'estate, 1959) di Bert Stern. Vicini ai propositi del new american cinema troviamo vari altri film, tra cui The Savage Eye (L'occhio selvaggio, 1957) di Sidney Meyers in collaborazione con Ben Maddow e Joseph Strick e The Sand Castle (Il castello di sabbia, 1961) di Jerome Hill. The Savage Eye può essere considerato un esempio di 'adesione' trepida agli ideali del new american cinema: il film, infatti, condivide solo in parte il progetto estetico e provocatorio del movimento e tende piuttosto a rivelare di una situazione umana gli aspetti atipici, sensazionali (in tal modo ripete schemi e atteggiamenti registici già consolidati). Fu, tutto sommato, un movimento esplosivo, da cui derivò la profonda e ricca innovazione del cinema americano negli anni '60 e '70. Echi di tentativi di autonomia artistica e produttiva, collegati a un nuovo modo di concepire il cinema, li possiamo trovare nell'American Zoetrope di George Lucas, John Milius, Francis Ford Coppola o, ancora di più, nel new-wave american cinema di derivazione punk (Amos Poe, Erich Mitchell, Vivienne Dick, Beth e Scott B., Becky Johnson, Tom Otterness, James Nares), che costruisce giochi di autocitazioni e contaminazioni di differenti esperienze (arti visive, moda, poesia, letteratura, ecc.) sulla traccia del primo new american cinema.
*testo tratto da F Di Giammatteo, Dizionario universale del cinema, Roma 1985