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«La Svizzera accorda prestazioni sociali ai propri cittadini residenti all'estero che si trovano in situazione di emergenza». Così dice la legge. In Cile però, una famiglia ha dovuto attendere diversi anni, e una sentenza giuridica, prima che il suo appello fosse ascoltato.
Non ci sono stati festeggiamenti in casa R*, quando nel marzo di quest'anno il Tribunale federale amministrativo (TAF) ha accolto il loro ricorso. «Dopo un'attesa così lunga, non ci aspettavamo più nulla. Per quasi tre anni, abbiamo vissuto nell'incertezza. Non potevamo fare alcun progetto per il futuro», racconta la signora R.
I guai per i membri di questa famiglia sono iniziati già nel 2005, pochi mesi dopo il loro arrivo in Cile. Prima di allora hanno vissuto per 14 anni in Svizzera, dove sono nate le due figlie che oggi hanno rispettivamente 11 e 14 anni.
La signora R. ha la doppia nazionalità, svizzera e peruviana. Nata nel 1957 in Perù, nel 1991 emigra in Svizzera, il paese d'origine del padre. Trova un lavoro a Zurigo, si sposa secondo il diritto elvetico e prende il cognome del suo compagno, di nazionalità cilena. Malgrado l'accento peruviano, dal suo arrivo in Svizzera sente di aver perso ogni legame con il suo paese natio.
Nel 2005 la famiglia decide di tentare fortuna in Cile, dove avvia un'attività indipendente. «Mio marito ha stentato a riconoscere il proprio paese», racconta la signora R. «Il negozio che avevamo finanziato con i nostri risparmi e i soldi della pensione, è fallito quasi subito. Io non riuscivo ad adattarmi, mi sono ammalata e ancora oggi non posso contribuire al sostentamento della mia famiglia».
Per risparmiare qualche spicciolo, la famiglia R. lascia la capitale per trasferirsi in provincia. «Abbiamo ritirato le nostre figlie dalla scuola svizzera di Santiago, perché costava troppo».
Lo stesso anno, chiede assistenza alla Svizzera, facendo appello alla Legge federale del 21 marzo 1973, sull'aiuto sociale e i prestiti ai cittadini svizzeri all'estero (LAPE).
Prima richiesta respinta
La richiesta d'aiuto della famiglia R. viene però respinta dall'Ufficio federale di giustizia. L'articolo 6 della LAPE prevede infatti che alle persone «la cui cittadinanza straniera è preponderante non sono di regola concesse prestazioni di aiuto sociale». Per le autorità elvetiche, nel caso della signora R. - che non solo è nata in Perù, ma vi ha anche trascorso tre quarti della propria esistenza – è chiaramente la nazionalità peruviana a prevalere su quella svizzera.
Negli anni successivi, la loro situazione finanziaria non migliora. «Mio marito è un impiegato del comune e ha diversi lavoretti a parte che ci permettono bene o male di restare a galla».
«Vorrei un futuro migliore per le mie figlie e una formazione più appropriata di quella che questo paese può offrire loro, prosegue la signora R. Se avessimo avuto i mezzi per ritornare in Svizzera, l'avremmo già fatto da tanto tempo».
Per questo nel 2009 la famiglia R. si rivolge nuovamente all'ambasciata svizzera in Cile, affinché le autorità si facciano carico delle spese di rimpatrio. In un rapporto indirizzato all'amministrazione federale, la missione diplomatica cilena conferma che la signora R. non si è mai sentita a suo agio in Cile e che è stata ricoverata più volte in ospedale per depressione. Le prospettive professionali sono tra l'altro molto limitate, sia per lei che per il marito.
Parola ai giudici
L'Ufficio federale di giustizia respinge però anche questa seconda domanda, con le stesse motivazioni addotte in precedenza. La signora R. non si dà per vinta e nell'agosto del 2009 presenta ricorso presso il Tribunale amministrativo federale (TAF).
Due anni e mezzo più tardi, nel marzo del 2012, i giudici le danno ragione. Secondo il TAF, è determinante il fatto che le due figlie dispongono solo della nazionalità svizzera e hanno dunque diritto alle prestazioni sociali. E visto che sarebbe impossibile far venire soltanto le adolescenti senza i genitori, anche le spese di rimpatrio della signora R. devono essere prese a carico, scrivono i giudici.
La famiglia aveva ormai perso la speranza. «In questo momento sono disorientata. Non possiamo trasferirci in quattro e quattr'otto. Mio marito non può lasciare il lavoro dall'oggi al domani e le ragazze devono terminare l'anno scolastico».
La signora R. è cosciente che in Svizzera non sarà così facile trovare un lavoro. «Gli affitti sono più cari, ma almeno la scuola è gratuita».
Il TAF ha spiegato a swissinfo.ch che si tratta di un caso poco comune e per questo i giudici hanno impiegato trenta mesi per prendere una decisione. Prima di tutto, precisa il TAF, non era chiaro se la famiglia volesse davvero tornare in Svizzera e per diverso tempo la signora R. non ha mostrato alcun interesse quanto alla procedura in corso. Nella sentenza, i giudici precisano inoltre che la signora R. aveva la possibilità di prendere posizione sulla decisione di prima istanza dell'Ufficio federale di giustizia, ma non ha rispettato i termini previsti.
La signora R. ammette di aver mancato diversi appuntamenti con gli impiegati dell'ambasciata, perché non aveva i soldi necessari a pagarsi un biglietto del bus fino a Santiago.
In attesa di un aiuto
Per tirare avanti durante il periodo che la separa da un eventuale ritorno in Svizzera, la famiglia R. ha chiesto un sostegno mensile, sperando che la decisione questa volta arrivi quanto prima.
«Abbiamo fatto un errore di valutazione, ma il caso è molto raro e complesso», dichiara Sandro Monti, responsabile dell'unità responsabile dell'aiuto sociale agli svizzeri dell'estero (ASE), presso l'Ufficio federale di giustizia. Sui 130 casi respinti negli ultimi due anni, soltanto tre sono stati oggetto di un ricorso accolto dal TAF, ossia poco più del 2 per cento».
«Dopo la pubblicazione della sentenza relativa alla famiglia R., abbiamo preso immediatamente contatto con l'ambasciata svizzera in Cile, prosegue Monti. Ora stiamo esaminando il caso nei minimi dettagli. Se tutti i criteri sono rispettati, concederemo loro un aiuto finanziario».
Rispetto alle dichiarazioni iniziali della famiglia, ci sono però diverse incongruenze, sottolinea il funzionario. L'ambasciata indica infatti che le bambine possiedono anche la nazionalità cilena e non solo quella svizzera.
La sentenza avrà anche un'altra conseguenza, conclude Monti. «In futuro i casi urgenti legati a motivi umanitari dovranno essere trattati più rapidamente, sia dall'ASE che dal TAF».
* Nome conosciuto alla redazione
Svizzeri in Cile
Nel 2011, 4'500 cittadini svizzeri erano registrati all'ambasciata svizzera in Cile. La maggior parte ha la doppia nazionalità.
Nel paese sudamericano ci sono circa 60'000 persone con radici elvetiche.
Eduardo Frei, discendente di un emigrante svizzero, è stato presidente del Cile dal 1964 al 1970. Suo figlio, che porta lo stesso nome, ha ricoperto la medesima carica dal 1994 al 2000.
Molti svizzeri si sono trasferiti in Cile dopo l'indipendenza, nel 1823, principalmente come contadini, mercanti e artigiani.
A livello diplomatico, la Svizzera ha aperto un consolato onorario a Valparaiso nel 1851 e un altro nella capitale Santiago nel 1891. Quest'ultimo è stato trasformato in ambasciata nel 1957.
Nel 1939 è stata aperta la Scuola svizzera di Santiago.
La Svizzera e il Cile sono legati da diversi trattati internazionali. Le relazioni economiche sono regolate da un accordo per la protezione degli investimenti (2002) e da un accordo di libero scambio AELS-Cile (2004).
In campo scientifico e tecnologico, la collaborazione tra i due paesi si concentra soprattutto sull'ambiente e la protezione dell'aria.
Dal 2010 il Cile è membro dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.Fine della finestrella
(Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter), swissinfo.ch