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La «montagna razzista» svizzera approda a Londra
«La montagna svizzera dal nome razzista e l'artista che lotta per ribattezzarla». Così titola un articolo comparso sul Guardian. Già, «la montagna razzista» è finita (anche) sulle pagine del quotidiano inglese. Di cosa stiamo parlando? Dell'Agassizhorn, cima di 3.946 metri delle Alpi bernesi. E di una questione di cui si è parlato l'ultima volta due anni fa, ma che tiene banco da quindici.
È dal 2007 che viene avanzata la richiesta per il cambiamento del nome alla vetta che si erge a nord del Finsteraarhorn, e questo a causa delle posizioni razziste dello scienziato Louis Agassiz (1807-1873), che le ha dato il nome. Il Consiglio federale ha allora dichiarato che la Confederazione non è responsabile della denominazione o della rinominazione delle cime delle montagne. L’Ufficio federale di topografia si limita ad adottare i nomi scelti. L’insuccesso di un tentativo politico sul piano nazionale non ha fatto demordere il gruppo Démonter Louis Agassiz. Era il 2010. Una petizione firmata da 2.500 persone chiedeva di cambiare il nome dell'Agassizhorn. Il motivo? Non bisogna chiamare una montagna con il nome «di un razzista» anche se in qualità di geologo e zoologo ha fatto scoperte scientificamente rilevanti.
Louis Agassiz era un noto glaciologo che, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, diffuse teorie razziste, in quanto sostenitore del cosiddetto razzismo scientifico. Per lui era chiaro che c'era una «classifica scientifica delle razze» e che le persone di pelle nera erano inferiori. Nel 1837, Agassiz fu il primo a proporre scientificamente l'idea che la Terra fosse stata nel passato soggetta a un'era glaciale. Il friburghese durante un soggiorno in Carolina del Sud aveva fotografato uno schiavo afrodiscendente - Renty Taylor - per fornire una prova «scientifica» dell'inferiorità della «razza nera». Ma, dodici anni fa, la richiesta di un cambio del nome - da Agassizhorn in Rentyhorn - è stata respinta dai tre comuni che circondano il massiccio dove si trova la cima in questione, Grindelwald, Guttannen (canton Berna) e Fieschertal (Vallese). Nel 2008, il sindaco di Grindelwald aveva affermato che «Agassiz non era certamente un uomo perfetto, ma la montagna è stata battezzata così per rendere omaggio alle sue competenze scientifiche. Ciò non ha nulla a che vedere con le sue opinioni personali».
L’artista e attivista Sasha Huber nel 2008 ha raggiunto la vetta in elicottero e ha depositato una targa: ha simbolicamente ribattezzato l’Agassizhorn con il nome di Rentyhorn, dal nome dello schiavo fotografato da Louis Agassiz per «dimostrare» l’inferiorità della «razza nera». «Da artista, volevo indagare sul coinvolgimento della Svizzera nella tratta degli schiavi, un aspetto assente dalla storia così come ci viene raccontata».
Il comitato ha poi rilanciato la rivendicazione sull'onda delle proteste del movimento Black Lives Matter. E la questione è tornata di attualità, nel 2020. Ma Grindelwald non ha cambiato idea: l'Agassizhorn deve mantenere il suo nome. «Non si possono cancellare le parti oscure della storia. È meglio confrontarsi con tutti i suoi lati, positivi e negativi», ha dichiarato il sindaco Beat Bucher.
Oggi - e qui torniamo al Guardian - l'artista Sasha Huber cura un'esposizione presso la galleria Autograph di Londra. «You name it» è il titolo. L'immagine di lancio? Il rovesciamento (accidentale) della statua di Louis Agassiz all’Università della California dopo il terremoto del 1906. «Molte persone dicono che era semplicemente un prodotto dei suoi tempi - ha spiegato l'artista di origini svizzere e haitiane -. Ma anche per quegli standard, era estremo. Molte delle cose che disse sulla razza furono riprese un secolo dopo da Adolf Hitler nel Mein Kampf. Eppure Agassiz ha circa 80 luoghi a lui intitolati in tutto il mondo. Persino sulla luna e su Marte. Sento che, come artista, avrei dovuto fare di più. La targa sulla "sua" montagna è stata solo l'inizio». Alla mostra è presente anche un video della sua discesa in elicottero sulla vetta dell'Agissizhorn per apporre la targa in onore di Renty, oltre a una selezione delle lettere che ha inviato ai sindaci dei due cantoni e dei tre comuni coinvolti.