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Le multinazionali svizzere sono regolarmente implicate nelle violazioni dei diritti umani o nei danni all’ambiente. Per porvi fine, un’ampia coalizione di organizzazioni di politica di sviluppo, di difesa dell’ambiente e dei diritti umani ha lanciato, nel 2011, la petizione «Diritto senza frontiere». Lo scopo di questa campagna era incitare il Parlamento ed il Consiglio federale ad adottare misure affinché le imprese domiciliate in Svizzera siano tenute a rispettare i diritti umani e l’ambiente ovunque nel mondo.
Questa rivendicazione è stata ampiamente sostenuta: oltre 135 000 persone hanno firmato la petizione «Diritto senza frontiere» ed affermato così che le misure volontarie delle imprese non bastano a proteggere i diritti umani e l’ambiente.
Il Consiglio federale ed il Parlamento tuttavia rifiutano ancora di andare oltre le iniziative volontarie. È per questo motivo che una nuova coalizione ha deciso di lanciare l’iniziativa per multinazionali responsabili – per lottare contro lo sfruttamento degli esseri umani e i danni all’ambiente da parte di imprese svizzere.
Il Consiglio nazionale rifiuta una mozione per un dovere di diligenza ragionevole
Oggi, al termine di un dibattito animato, il Consiglio nazionale ha dapprima adottato la mozione per maggiore responsabilità delle multinazionali, poi l’ha rifiutata in seguito ad una proposta di nuovo esame. Questa decisione mostra che una scarsa maggioranza del Parlamento non si cura di una politica della Svizzera rispettosa dei diritti umani ed orientata al futuro. Per «Diritto senza frontiere» è chiaro che la questione è di competenza della volontà popolare. Un’iniziativa per la responsabilità delle multinazionali sarà lanciata a fine aprile.
La Commissione della politica estera del Consiglio nazionale (CPE – N) chiedeva in una mozione l’ancoraggio nella legge di un dovere di diligenza ragionevole delle imprese in materia di diritti umani e d’ambiente. La proposta orientata sulla prevenzione beneficiava di un ampio sostegno negli ambienti economici e politici. Il dibattito al Consiglio nazionale è così cominciato in maniera promettente: dopo una discussione accurata, la mozione è stata accettata con 91 voti contro 90, con il voto decisivo del presidente. Per circa un’ora e mezza, la Svizzera era pioniera in materia di responsabilità delle imprese.
Malgrado quest’ampia alleanza, la situazione si è ribaltata. La metà della destra dell’emiciclo e le lobby economiche si sono concertate, e questo ha sfociato in una proposta di nuovo esame risultato dai ranghi del PPD. Proprio prima della fine della seduta, alle 18.47, una nuova votazione si è conclusa con un rifiuto: 95 no contro 86 sì.
La decisione molto risicata del Consiglio nazionale contro maggiore responsabilità delle multinazionali, mostra due cose. Da una parte, una significativa minoranza del Parlamento pensa che la Svizzera di domani debba richiamare al proprio dovere le multinazionali. D’altra parte, le forze conservatrici che non si curano del trend internazionale verso imprese pienamente responsabili, riescono sempre ad imporsi. Questo blocco su una questione centrale dell’applicazione delle Linee guida dell’ONU relative alle imprese ed ai diritti umani, indica che niente si muoverà in Svizzera senza una forte pressione.
Ecco perché, all’inizio di quest’anno, oltre 60 organizzazioni non governative hanno deciso di lanciare un’iniziativa per multinazionali responsabili. Una tale iniziativa popolare è più che mai necessaria e ci sono buone possibilità che ottenga un ampio sostegno. A fine aprile sarà presentata all’opinione pubblica.
«Diritto senza frontiere» è una coalizione di oltre 50 organizzazioni di sviluppo e di diritti umani, associazioni ambientaliste e femminili, sindacati, gruppi religiosi ed associazioni di azionari critici. S’impegna in favore di regole vincolanti che obblighino le multinazionali a rispettare i diritti umani e l’ambiente ovunque nel mondo. www.dirittosenzafrontiere.ch
Il Consiglio degli Stati accetta il postulato della CPE sull’accesso alla giustizia
Il Consiglio degli Stati ha approvato oggi il postulato 14.3663 che esige un rapporto sull’accesso al risarcimento per le vittime di violazioni dei diritti umani da parte delle imprese. La via è così tracciata affinché il Consiglio federale possa colmare una grave lacuna che tocca queste persone. La coalizione “Diritto senza frontiere” chiede un chiarimento rapido e completo della situazione attuale così come misure tangibili della Svizzera.
Nel 2012 è stata depositata la petizione “Diritto senza frontiere”, i cui 135'000 firmatari chiedevano che le multinazionali svizzere rispettino i diritti umani e l’ambiente ovunque nel mondo, e che le vittime di violazioni potessero accedere alla giustizia in Svizzera. La Commissione della politica estera del Consiglio degli Stati ha ripreso questa seconda parte della petizione nel postulato accettato oggi dal Consiglio degli Stati. Il Consiglio federale dovrà studiare le misure giudiziarie ed extragiudiziarie attuate in altri Stati affinché le persone i cui diritti umani sono stati violati da un’impresa in un paese ospite possano ottenere un accesso effettivo al risarcimento nello Stato d’origine delle imprese. Il Consiglio federale è incaricato inoltre di esaminare quali sarebbero le misure appropriate per la Svizzera.
Con l’adozione di questo postulato, il Consiglio federale ha ricevuto il mandato di analizzare in maniera approfondita il terzo pilastro delle Linee Guida dell’ONUrelative alle imprese ed ai diritti umani (“accesso alle vie legali”). E’ una necessità perché, come riconosciuto dal Consiglio federale nella sua risposta al postulato, in questo ambito vi sono ancora lacune. Un simile rapporto “fornirà informazioni aggiornate in due ambiti che in precedenza erano stati solo marginalmente presi in considerazione o considerati sotto altri punti di vista”. Per questo motivo il Consiglio federale intende integrare il rapporto nel Piano d’azione nazionale per l’attuazione delle Linee guida dell’ONU (in seguito al postulato 12.3503).
“Diritto senza frontiere” chiede al Consiglio federale di mettersi velocemente al lavoro, affinché il Piano d’azione nazionale atteso per dicembre 2014 non venga ancora posticipato. Inoltre, la coalizione aspetta un chiarimento delle lacune attuali del diritto svizzero così come misure tangibili per un miglioramento della situazione delle persone coinvolte.
Comunicato stampa di «Diritto senza frontiere» Berna, 16 settembre 2014
Sia lo Stato che le imprese devono assumersi degli obblighi. Questa è la conclusione del Simposio annuale “Diritto senza frontiere” seguito da quasi 200 participanti dell’economia, della scienza e della società civile.
I diversi relatori hanno discusso i metodi per garantire che le imprese svizzere rispettino i diritti umani e l’ambiente ovunque nel mondo
Antoinette Hunziker-Ebneter, CEO di Forma Futura Invest AG ed ex presidente della Borsa svizzera, ha aperto il terzo simposio annuale della coalizione «Diritto senza frontiere» dichiarando: «C’è un dovere morale e giuridico di rispettare e promuovere i diritti umani. Questo dovere vale anche per le multinazionali e si deve poterlo far valere in via giudiziaria». Dopo queste vibranti parole di benvenuto, Elizabeth Umlas, scienziata ed esperta di lungo corso delle problematiche legate alle imprese ed ai diritti umani, ha analizzato i punti di forza e di debolezza delle iniziative volontarie. Ha affermato che le iniziative volontarie di Responsabilità Sociale e Ambientale (RSA) delle imprese possono, in alcuni casi, essere un complemento significativo alle regole giuridiche, ma che non possono sostituirle. Elizabeth Umlas ha criticato come illegittimo il lobbying delle imprese e delle associazioni economiche contro le regole vincolanti.
In seguito, Silvie Lang della campagna Clean Clothes e Philipp Jennings d’UNI Global Union hanno presentato un caso concreto: il crollo delle fabbriche tessili in Bangladesh nell’aprile 2013. Philipp Jennings ha mostrato i tragici effetti di un’insufficiente autoregolamentazione. Ha sottolineato che, con l’accordo sulla sicurezza dopo Rana Plaza, si è entrati in una nuova era, aprendo la porta a misure vincolanti. Ora esistono nel Bangladesh almeno ispettori indipendenti e un piano d’applicazione. Jennings ha chiesto perché Migros e Coop non abbiano firmato l’accordo sulla sicurezza. Silvie Lang ha fatto il collegamento con la Svizzera, ricordando che molte imprese internazionali della moda, tra le quali Charles Vögele, Triumph o Tally Weijl, hanno la loro sede in Svizzera.
Christoph Brunn dell’Oeko-Institut di Darmstadt ha presentato i risultati di IMPACT, il più importante studio europeo mai realizzato sugli effetti della RSA. Ha sostenuto un maggiore orientamento sugli effetti societari delle attività delle imprese, sia nelle RSA che nella politica. È arrivato alla conclusione che le misure volontarie e la regolamentazione vanno di pari passo.
La seconda parte del simposio è stata dedicata ad una tavola rotonda. «Conviene rivedere la nozione di rischio, passando da una definizione incentrata sull’impresa a una visione orientata sulle popolazioni toccate», ha dichiarato Elizabeth Umlas. «Un tale cambiamento è, insieme alla trasparenza sui problemi riscontrati, una delle condizioni perché la RSA porti dei frutti», ha ribadito Matthias Leisinger, Head of Corporate Responsibility di Kuoni. Frédéric Chenais, della Divisione Sicurezza umana del DFAE, ha affermato che: «Non è nell’interesse della Svizzera giocare un ruolo precursore sul piano internazionale, in quanto il pericolo che le imprese se ne vadano è troppo grande». Andreas Missbach della Dichiarazione di Berna ha risposto, esempi alla mano, che: «i progressi realizzati in materia di diritti umani e imprese sono stati realizzati perché i governi hanno preso posizione, trascinando altri Stati nella loro scia».
Per concludere, Manon Schick, direttrice di Amnesty International, ha dichiarato: «La palla è ora nel campo del Parlamento. Se le misure proposte non sono sufficienti, per la coalizione “Diritto senza frontiere” rimarrà la possibilità di scendere in campo con un’iniziativa popolare».
Comunicato stampa di “Diritto senza frontiere” del 2 settembre 2014
La CPE-N ha adottato una mozione per dar seguito al Rapporto di diritto comparato del Consiglio federale, chiedendo un dovere di diligenza vincolante in materia di diritti umani e d’ambiente per le imprese. “Diritto senza frontiere” accoglie favorevolmente questa perspicace decisione per i diritti umani.
Nel maggio scorso è stato pubblicato il rapporto del Consiglio federale sul dovere di diligenza delle imprese in materia di diritti umani (“Rapporto di diritto comparato”), chiesto dalla Commissione della politica estera del Consiglio nazionale (CPE-N). Questo rapporto mostrava diverse possibilità per ancorare un tale obbligo nella legge. La CPE-N ha compiuto un passo logico adottando una mozione che chiede un progetto di modifica legale corrispondente nell’ambito della prossima revisione del diritto della società anonima o con un progetto distinto. È stata così posata la base per l’applicazione della petizione “Diritto senza frontiere” che è stata consegnata nel 2012 con 135'000 firme.
L’introduzione di un simile dovere di diligenza costituirebbe una misura importante per prevenire le violazioni ai diritti umani ed all’ambiente. Porterebbe le imprese ad identificare i rischi effettivi e potenziali delle violazioni, a prendere le misure richieste, ad informare sui meccanismi ed i processi applicati. Il ragionevole dovere di diligenza è al centro delle Linee guida dell’ONU relative alle imprese ed ai diritti umani, adottate all’unanimità dal Consiglio dei diritti umani nel 2011. Se le Camere federali approvassero la mozione, la Svizzera fornirebbe un contributo decisivo all’applicazione di queste Linee guida. Questo sarebbe coerente con il nostro paese in quanto sede dell’ONU ed anche sede di numerose multinazionali.
“Diritto senza frontiere” chiede alle Camere federali di confermare la via tracciata dalla CPE-N.
Nuovo rapporto su Glencore di Pane per tutti, Sacrificio Quaresimale e RAID
Quando al Sud una vittima di violazioni commesse da multinazionali del Nord non può ottenere riparazione, dovrebbe poter sporgere denuncia nel paese d’origine dell’impresa. Ogni giorno persone e comunità nel mondo sono toccate dalle attività di multinazionali, tra cui alcune hanno sede in Svizzera. Il loro ambiente è inquinato, la loro salute è messa in pericolo, i loro diritti umani sono calpestati. Secondo il Patto II dell’ONU relativo ai diritti civili e politici, le vittime hanno il diritto di accedere alla giustizia e di ottenere risarcimento (art. 2). Questa disposizione è stata rinforzata dalle Linee guida dell’ONU su imprese e diritti umani (2011), che impone agli Stati di offrire vie di “ricorso effettivo” (Principio 25). Studio recente. Articolo di Michel Egger:
Il Consiglio federale ha informato oggi sull’applicazione delle diciassette raccomandazioni formulate nel suo rapporto sulle materie prime. Le raccomandazioni che sono interessanti per Diritto senza frontiere non sono ancora realizzate.
Diverse organizzazioni membre di “Diritto senza frontiere” hanno pubblicato una presa di posizione.
“Diritto senza frontiere” esamina la possibilità di un’iniziativa popolare.
Come annunciato ieri, il TRIAL – l’associazione svizzera contro l’impunità – ha depositato presso il Ministero pubblico della Confederazione una denuncia penale contro la raffineria di oro Argor-Heraeus SA. L’impresa si sarebbe resa colpevole di riciclaggio d’oro depredato da una zona di conflitto armato. Il caso dimostra in maniera esemplare che non bisogna lasciare alle sole imprese il diritto di scegliere se e come intendono valutare preventivamente i rischi dei diritti umani. La coalizione “Diritto senza frontiere” chiede al Consiglio federale di agire finalmente ed esamina la possibilità di lanciare un’iniziativa popolare.
Tra il 2004 ed il 2005, Argor-Heraeus SA avrebbe raffinato circa 3 tonnellate d’oro depredato nella Repubblica democratica del Congo (RDC) da un gruppo armato che finanzia le sue operazioni con il traffico di quest’oro. Secondo il TRIAL, la raffineria sapeva o avrebbe dovuto presumere che il minerale proveniva dal saccheggio, dunque da un crimine di guerra. Lo stesso direttore generale Erhard Oberli dichiarava, in giugno, alla radio della RTS : “Siamo stati forse troppo ingenui prendendo senza riserva per oro colato le garanzie del nostro cliente, che disponeva d’altronde di documenti scritti”. Le prove raccolte e presentate ieri dal TRIAL dimostrano la leggerezza con la quale l’impresa ha agito in un ambito ad alto rischio come l’oro africano. Non solamente la situazione nella RDC e le vie indirette ed apprezzate via Uganda erano sufficientemente conosciute, ma persino la menzione “Origine: RD Congo” figurava sui documenti d’esportazione dall’Uganda.
Argor-Heraeus si felicita oggi di avere “imparato molto” da quest’affare. Anche se così fosse, non è accettabile che ogni impresa debba prima fare le sue proprie esperienze violando i diritti umani. L’obbligo di diligenza necessaria verso tali rischi all’estero non deve più restare un’opzione volontaria, ma diventare uno standard vincolante.
Il Consiglio federale dovrebbe, entro la fine dell’anno, trarre le sue conclusioni da un rapporto richiesto dal Consiglio nazionale (postulato della CPE-N 12.3980). L’obbligo di diligenza (due diligence, secondo la definizione fornita da John Ruggie) in materia di diritti umani non deve rappresentare un esercizio libero, ma diventare un dovere ed un’evidenza. “Diritto senza frontiere” chiede al Consiglio federale di non prendere mezze misure e di proporre un obbligo di diligenza per tutti i settori, classificati secondo i rischi. Nel caso contrario, la coalizione non esclude il lancio di un’iniziativa popolare – chiarimenti sono attualmente in corso.
Il Consiglio degli Stati rinvia la petizione alla CPE
Il Consiglio degli Stati ha trattato oggi la petizione “Diritto senza frontiere” e ha seguito la proposta di una minoranza della sua Commissione di politica estera (CPE) che chiede di rinviare la petizione alla CPE affinché possa elaborare un intervento parlamentare corrispondente. “Diritto senza frontiere” saluta favorevolmente questa decisione della Camera alta e chiede alla CPE di presentare rapidamente una proposta.
La coalizione “Diritto senza frontiere” ha depositato in giugno dell’anno scorso una petizione con 135'285 firme, che chiede al Consiglio federale ed al Parlamento d’introdurre disposizioni legali che obblighino le multinazionali domiciliate in Svizzera a rispettare i diritti umani e gli standard ambientali ovunque nel mondo. Si tratta anche di permettere alle persone interessate di avere accesso alla giustizia ed a risarcimenti.
La petizione è stata discussa nelle due Commissioni di politica estera ed il Consiglio nazionale ha accettato un postulato della sua CPE che esige uno studio di diritto comparato sugli obblighi di diligenza delle imprese. Oggi, il Consiglio degli Stati ha deciso – con 16 voti contro 15 – di seguire la proposta minoritaria della sua CPE e di rinviare la petizione alla Commissione incaricata dell’esame preliminare con il mandato di elaborare un intervento parlamentare che tenga conto delle preoccupazioni della petizione.
« Diritto senza frontiere » saluta favorevolmente questa decisione ragionevole del Consiglio degli Stati. Il dibattito pubblico, la base molto ampia della campagna e le oltre 135'000 firme della petizione hanno manifestamente contribuito al fatto che il Consiglio degli Stati riconosca oggi la necessità di agire nell’ambito dell’economia e dei diritti umani. “Diritto senza frontiere” spera che la CPE del Consiglio degli Stati riconsidererà la proposta minoritaria di postulato che aveva rifiutato, e portata oggi da Liliane Maruy-Pasquier (PS/GE). Questo postulato chiedeva la realizzazione di un rapporto sulle possibilità di facilitare l’accesso alla giustizia per le vittime di violazioni dei diritti umani commesse da imprese svizzere. Questo sarebbe un modo per affrontare seriamente il terzo principio fondamentale del quadro di riferimento dell’ONU relativo all’economia ed ai diritti umani (principio no 3 : “Access to remedy”, accesso alla giustizia).
Comunicato stampa di “Diritto senza frontiere”
Berna, 20 giugno 2013
Il Consiglio degli Stati rinvia la petizione alla CPE
Decisione ragionevole del Consiglio degli Stati
Il Consiglio degli Stati ha trattato oggi la petizione “Diritto senza frontiere” e ha seguito la proposta di una minoranza della sua Commissione di politica estera (CPE) che chiede di rinviare la petizione alla CPE affinché possa elaborare un intervento parlamentare corrispondente. “Diritto senza frontiere” saluta favorevolmente questa decisione della Camera alta e chiede alla CPE di presentare rapidamente una proposta.
La coalizione “Diritto senza frontiere” ha depositato in giugno dell’anno scorso una petizione con 135'285 firme, che chiede al Consiglio federale ed al Parlamento d’introdurre disposizioni legali che obblighino le multinazionali domiciliate in Svizzera a rispettare i diritti umani e gli standard ambientali ovunque nel mondo. Si tratta anche di permettere alle persone interessate di avere accesso alla giustizia ed a risarcimenti.
La petizione è stata discussa nelle due Commissioni di politica estera ed il Consiglio nazionale ha accettato un postulato della sua CPE che esige uno studio di diritto comparato sugli obblighi di diligenza delle imprese. Oggi, il Consiglio degli Stati ha deciso – con 16 voti contro 15 – di seguire la proposta minoritaria della sua CPE e di rinviare la petizione alla Commissione incaricata dell’esame preliminare con il mandato di elaborare un intervento parlamentare che tenga conto delle preoccupazioni della petizione.
« Diritto senza frontiere » saluta favorevolmente questa decisione ragionevole del Consiglio degli Stati. Il dibattito pubblico, la base molto ampia della campagna e le oltre 135'000 firme della petizione hanno manifestamente contribuito al fatto che il Consiglio degli Stati riconosca oggi la necessità di agire nell’ambito dell’economia e dei diritti umani. “Diritto senza frontiere” spera che la CPE del Consiglio degli Stati riconsidererà la proposta minoritaria di postulato che aveva rifiutato, e portata oggi da Liliane Maruy-Pasquier (PS/GE). Questo postulato chiedeva la realizzazione di un rapporto sulle possibilità di facilitare l’accesso alla giustizia per le vittime di violazioni dei diritti umani commesse da imprese svizzere. Questo sarebbe un modo per affrontare seriamente il terzo principio fondamentale del quadro di riferimento dell’ONU relativo all’economia ed ai diritti umani (principio no 3 : “Access to remedy”, accesso alla giustizia).
Simposio annuale della campagna «Diritto senza frontiere»
Alcune misure preventive potrebbero salvare delle vite umane
Oltre 180 persone della politica, dell’economia, dell’amministrazione e della società civile, hanno partecipato oggi al simposio annuale della campagna «Diritto senza frontiere». A partire da casi concreti e da “buone pratiche” internazionali, diversi relatrici/ori hanno mostrato l’importanza della diligenza delle imprese in materia di diritti umani e d’ambiente. Durante la tavola rotonda finale, rappresentanti del mondo politico hanno ribadito il bisogno di agire.
Un anno fa, la petizione «Diritto senza frontiere» è stata consegnata con oltre 135'000 firme. Da allora, le commissioni di politica estera ne hanno dibattuto ed il Consiglio federale così come il Parlamento hanno, a varie riprese, avuto l’occasione di prendere posizione sulla necessità di regole vincolanti per le multinazionali. Il tema è nell’agenda politica, la problematica è riconosciuta, ma le azioni mancano.
Mentre il Consiglio federale ed il Parlamento temporeggiano, le violazioni dei diritti umani e dell’ambiente da parte delle multinazionali svizzere continuano a prodursi. Padre Joy Pelino, prete nella comunità di Tampakan (Filippine) e Brigitte Hamm, ricercatrice presso l’Istituto per lo sviluppo e la pace dell’Università di Duisburg-Essen, hanno mostrato in maniera pungente le mancanze dell’impresa Xstrata nella preparazione dell’apertura di una miniera di rame così come le loro conseguenze. Christoph Wiedmer (Associazione per i popoli minacciati) ha spiegato come la raffineria svizzera di metalli preziosi, Valcambi, è coinvolta nel deplorevole sfruttamento dell’oro in Perù. I suoi propositi sono stati confermati da Verónika Mendoza, parlamentare peruviana che s’impegna per la difesa dei diritti umani nelle industrie estrattive.
Mark B. Taylor, consigliere e ricercatore di lunga data sulle questioni dell’economia e dei diritti umani, ha presentato lo studio recentemente pubblicato «Human Rights Due Diligence: The Role of States». Ha spiegato come lo Stato può vegliare – con regole chiare – affinché le multinazionali siano obbligate a definire strategie ed a prendere misure per prevenire le violazioni dei diritti umani e degli standard ambientali.
Per Chantal Peyer (Pane per tutti) e Michel Egger (Alliance Sud), della coalizione «Diritto senza frontiere», non sono i buoni esempi che mancano, ma le azioni. Tocca ora alla politica. Durante una tavola rotonda finale, Danièle Gosteli Hauser (Amnesty Svizzera) e Thomas Pletscher (economiesuisse) hanno discusso con i parlamentari Doris Fiala (PLR), Ursula Haller (PPD) e Carlo Sommaruga (PS). Tutti erano d’accordo sull’attuale bisogno di agire, sottolineato da Dominique Biedermann, direttore della fondazione Ethos, nel suo discorso inaugurale.
Ursula Haller ha evidenziato che l’introduzione di un obbligo di diligenza ragionevole nel diritto svizzero è assolutamente necessaria. Una simile regolamentazione, lungi dall’essere una minaccia, rappresenterebbe anche una possibilità per l’economia. Carlo Sommaruga ha affermato che l’impegno degli Stati d’origine delle multinazionali è inderogabile, precisamente nei paesi dove lo Stato di diritto è deficitario.
In conclusione, Florian Wettstein, direttore dell’Istituto di etica economica dell’Università di San Gallo, ha espresso il desiderio che i capi d’impresa svizzeri abbiano infine il coraggio d’impegnarsi per un obbligo di diligenza in materia di diritti umani.
Comunicato stampa, Berna, 15 maggio 2013
La CPE-S respinge la petizione “Diritto senza frontiere”
La CPE-S riconosce i rischi ma rifiuta gli atti
La Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati (CPE-S) ha deciso ieri di non dar seguito alla petizione “Diritto senza frontiere”. Questo atteggiamento passivo contraddice totalmente la realtà delle vittime di violazioni dei diritti umani. “Diritto senza frontiere” critica vigorosamente questa decisione.
La coalizione “Diritto senza frontiere” ha depositato in giugno dell’anno scorso una petizione con 135'285 firme, che chiede al Consiglio federale ed al Parlamento d’introdurre disposizioni vincolanti affinché le multinazionali domiciliate in Svizzera abbiano l’obbligo di rispettare i diritti umani e gli standard ambientali ovunque nel mondo e che le vittime possano esigere riparazione nel nostro paese.
Le multinazionali svizzere continuano a violare i diritti umani e l’ambiente. La CPE-S sembra ammettere il bisogno di agire che ne deriva quando scrive: “L’insieme della commissione riconosce che i diritti umani e gli standard internazionali devono imperativamente essere rispettati dalle multinazionali”. Nel contempo, una maggioranza della commissione non è pronta a tirare le conclusioni da questa analisi. In effetti, solo l’adozione da parte della Svizzera di una regolamentazione adeguata permetterà di garantire l’imperativo rispetto di questi standard.
La CPE-S nega l’evidenza di ogni responsabilità della Svizzera come sede di multinazionali. Ha così anche rifiutato un postulato che chiede un rapporto sui mezzi per migliorare l’accesso alla giustizia delle vittime di violazioni dei diritti umani.
Belle parole che non vanno a vantaggio né della credibilità della Svizzera né delle vittime delle attività di imprese svizzere. Cosi come lo dimostrano numerosi esempi, le possibilità, per le persone implicate, di ottenere un’equa istruttoria del loro caso sono scarse, in particolare negli Stati fragili. Sarebbe veramente ora di ridurre finalmente questa zona di non-diritto.
“Diritto senza frontiere” chiede insistentemente al Consiglio federale di adottare una posizione chiara nella strategia attesa per l’applicazione delle Linee guida dell’ONU concernenti l'economia e i diritti dell'uomo e di mostrare quali misure concrete preconizza per assumere la sua responsabilità di Stato d’origine d’innumerevoli multinazionali.
Consiglio nazionale: un passo nella buona direzione
Ampliare il dovere di diligenza delle multinazionali
La coalizione “Diritto senza frontiere” saluta la decisione del Consiglio nazionale di fare realizzare uno studio di diritto comparato sull’introduzione di un dovere di diligenza delle imprese in materia di diritti umani e d’ambiente. Il Consiglio federale dovrebbe presentare il rapporto il più rapidamente possibile e prendere misure concrete.
Il Consiglio nazionale ha accettato oggi un postulato adottato il 30 ottobre dalla sua Commissione della politica estera in risposta alla petizione “Diritto senza frontiere”. Il postulato chiede al Consiglio federale d’incaricare l’Istituto Svizzero di Diritto Comparato (ISDC) di realizzare un rapporto di diritto comparato. Si tratterà di studiare le diverse possibilità per obbligare i membri dei consigli d’amministrazione a prendere misure per evitare violazioni dei diritti umani e dell’ambiente nell’insieme delle loro attività all’estero. Sulla base di questo studio, il Consiglio federale dovrà indicare quali sono le soluzioni adeguate per la Svizzera.
Per ora, i membri del consiglio d’amministrazione e gli organi dirigenti sono solamente tenuti ad “adempiere i loro compiti con ogni diligenza e a salvaguardare secondo buona fede gli interessi della società” (art. 717 CO). L’ampliamento di questo dovere di diligenza verso il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente costituirebbe una possibilità relativamente semplice di portare gli organi dirigenti ad assumere la responsabilità sociale ed ambientale della loro impresa. Le misure corrispondenti dovrebbero essere introdotte dai più alti livelli decisionali.
Disposizioni analoghe esistono già in diversi paesi. Per esempio, in Gran Bretagna, il diritto delle società (Companies Act) prevede che i consigli d’amministrazione debbano prendere in considerazione l’impatto delle attività dell’impresa sulle comunità, l’ambiente ed i diritti umani. In Germania, le istanze dirigenti devono tenere conto del bene comune. Negli Stati Uniti, devono integrare le violazioni dei diritti umani nella loro gestione del rischio.
Alcune multinazionali svizzere vengono regolarmente denunciate dai media a causa delle loro violazioni dei diritti umani e dell’ambiente. E’ per questo che è davvero ora che la Svizzera esiga una gestione d’impresa socialmente ed economicamente responsabile, tramite un dovere di diligenza giuridicamente vincolante.
La Commissione riconosce l’importanza della nostra petizione per le imprese ed i diritti umani 12.10.12
La Commissione della politica estera del Consiglio degli Stati ha deciso di continuare il dibattito sulla petizione “Diritto senza frontiere” con ulteriori approfondimenti. “Diritto senza frontiere” accoglie favorevolmente questo approccio che dimostra che la Commissione ha riconosciuto la necessità di approfondire l’analisi e la discussione nell’ambito dei diritti umani e delle imprese.