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Da gran tempo Petr Iljic è ardente ammiratore di Lev Tolstoj. Nell'autore di Guerra e pace, quella possente epopea in prosa che non ha forse eguali nella letteratura universale, egli vede addirittura un semidio. Il primo incontro fra i due avvenne nel 1876, così come apprendiamo da una lettera alla sorella:
Il conte Lev Tolstoj è stato qui qualche tempo fa. E venuto a farmi visita: sono orgoglioso di aver destato interesse in quest'uomo grande. Sono assolutamente conquistato dalla sua personalità.
Dieci anni dopo descriverà ampiamente quest'incontro nel suo diario:
Quando per la prima volta mi trovai di fronte a Tolstoj, provai un incredibile senso di panico. Mi sembrava che a questo grande conoscitore di cuori bastasse gettare uno sguardo su di me per penetrare fino ai più reconditi meandri della mia anima. Al suo occhio, credevo, non poteva rimaner celata neppur la più piccola debolezza delta mia indole, per modo che risultava inutile cercar di mostrarglisi soltanto dal lato migliore. In realtà le cose andarono in modo tutto diverso. Il sommo fra tutti i conoscitori d'uomini, si rivelò un essere molto semplice, molto affabile, al quale non importava assolutamente nulla di mettere in evidenza davanti a chicchessia quell'onniscienza che tanto paventavo... evidentemente non vedeva in me un oggetto delle sue indagini, ma voleva unicamente discorrere un poco di musica con me.
Poco dopo quest'incontro, in onore di Tolstoj si organizza al Conservatorio di Mosca un concerto nel quale viene eseguito fra altro il famoso «andante cantabile» dal Primo Quartetto per archi di Ciajkovskij. Nel diario del musicista si legge:
Mai, in vita mia, la mia ambizione fu così soddisfatta, mai la mia coscienza di autore così appagata come quella volta quando Tolstoj, seduto accanto a me, ascoltava le note del mio «andante», mente lacrime di commozione gli rigavano le guance.
Non appena tornato nella sua proprietà di Jassnaja Poljana, nelle vicinanze di Tula, il romanziere così scrisse ai musicista:
Non le ho detto nulla di quel che provavo, non ne ebbi nemmeno il tempo; potevo soltanto godere. Il mio ultimo soggiorno a Mosca rimarrà fra i miei ricordi più belli. Prima di allora, non mi era mai toccato ricevere per le mie fatiche letterarie un compenso così bello come quella meravigliosa serata.
Un anno dopo Petr Iljic ricordò in una lettera quell'incontro:
L'inverno scorso ebbi alcuni interessanti colloqui con Tolstoi il quale mi aprì gli occhi su molte cose. Mi convinse che chi non crea per intimo impulso, ma mira all'effetto calcolato con l'intenzione di piacere al pubblico, non è artista autentico. Le sue opere sono caduche, i suoi successi effimeri. Sono pienamente compenetrato di tale verità.
Quanto Petr Iljic venerava in Tolstoj l'artista, altrettanto diffidava degli scritti etico-filosofici, pubblicati negli anni successivi. Nel diario di Petr per l'anno 1886 si trova il passo che segue:
Se si leggono le autobiografie dei nostri grandi uomini, ci si imbatte ad ogni istante in pensieri, impressioni, sentimenti che si sono spesso provati. Esiste uno solo che è inafferrabile, che se ne sta ineguagliato e solo nella sua grandezza: Lev Tolstoj. Spesso mi sento in collera con lui e mi par quasi di odiarlo. Perché, penso, quest'uomo che possiede il dono prezioso di accordare l'anima dell'uomo in una maniera meravigliosamente armonica, che ha la forza di indurre le nostre deboli menti ad afferrare i più riposti moti del cuore, perché si sente in dovere di fare il predicatore, il moralista? Una volta, col semplice racconto di un episodio della vita di tutti i giorni, sapeva suscitare le impressioni più profonde. Adesso commenta testi e pretende un monopolio esclusivo nelle cose di fede e di etica. Il Tolstoi di un tempo, il narratore, era un Dio; l'attuale non è che un sacerdote.