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Caetano Veloso è indubbiamente tra gli artisti più significativi della sua generazione; un maestro che ha assunto nel tempo un ruolo prominente nella storia della cultura e della musica popolare brasiliana. E per dirla tutta è ancora oggi tra gli autori più significativi, amati e celebrati del pianeta. Non lo conoscete? Probabilmente si: lo avrete ammirato grazie a quel vero, intenso momento magico del film “Parla con lei” di Pedro Almodóvar; è lui che canta “Cucurrucucu Paloma”.
Caetano, bahiano di Santo Amaro, amante della “Nouvelle Vague” e del cinema italiano (Antonioni e Fellini in primis), amico fraterno di Gilberto Gil con quale condivise anche le persecuzioni della dittatura, apparve negli anni ’60 del secolo scorso mentre la cultura brasiliana viveva uno dei suoi momenti più ricchi e arditi: dal “Cinema Novo” al “Teatro Oficina” a quello che, grazie a Caetano stesso, a Gil, a Tom Ze conosceremo come il “Movimento Tropicalista”. Una pagina fondamentale, imprescindibile per la musica, la cultura e la società brasiliana. Il cui scopo era quello di edificare una nuova cultura popolare che potesse affrancarsi dagli stereotipi di sempre, che potesse superare l’immagine “di una mulatta in costume di pailettes, calze iridescenti e tacchi alti. Dovevamo smantellare il Brasile dei nazionalisti, andare fino in fondo e polverizzare l’immagine del Brasile carioca”. Una volontà che si rifaceva alla teoria dell’ antropofagia culturale elaborata negli anni ’20 da Oswald De Andrade: nutrirsi delle esperienze esterne al Brasile (in questo caso il rock anglosassone in primis), incrociarle con le proprie tradizioni e proporre il risultato come esempio di nuova cultura popolare. Da cui potesse nascere “un senso di responsabilità per il destino dell’uomo tropicale”. Utilizzarono il concetto di cannibalismo come metafora del rapporto fra culture. Dunque la declinazione brasiliana del ’68 europeo passa attraverso le parole e la musica di Caetano e Gilberto Gil. Caetano incide anche una canzone che gli permette di esprimere l’odio nei confronti del regime che soffoca il suo paese: “É proibido proibir”, titolo mutuato da uno degli slogan del maggio francese (“il est interdite d’interdire”) che diviene uno tra i manifesti musicali e culturali della rivolta.
Una stagione drammatica e straordinaria dal profilo culturale di un paese enorme e povero attraversato sin dai primi anni ’60 dai fantasmi della dittatura prima, della repressione poi che permise a Caetano di conoscere suo malgrado la prigione prima e l’esilio a Londra poi. E che rimane un’esperienza di vita intensa, formativa e artistica feconda. E quella di Caetano, fratello di Maria Bethania, è sempre stata, e lo è ancora, una presenza forte, illuminante. Un punto di riferimento anche per le generazioni successive. Per la qualità della sua scrittura, la poetica espressa nel corso dei decenni, l’originalità e la lucidità del suo pensiero, la coerenza e una rara statura morale. E poi ovviamente c’è la sua musica. Nata da un fascinazione stordente per la bossa nova di Joao Gilberto, la sua “batida”. E i giovani che ne furono investiti rimasero folgorati come San Paolo sulla via di Damasco. “Ascoltare Joao era un’esperienza mistica” mi disse Caetano Veloso nei primi anni ’90 a Sanremo, in occasione del Premio Tenco e per il quale scrisse anche un verso sublime: “meglio del silenzio c’è solo Joao”. Ribadendo al contempo, e con ferma gentilezza che “il Tropicalismo non fu mai un movimento contro la bossa nova. E Joao a differenza di altri artisti, soprattutto quelli che gli succedettero, lo capì benissimo sostenendoci sempre”.
La bossa dunque, un concentrato di “modernismo” che segna indelebilmente la sua straordinaria traiettoria artistica sin dal primo album “Caetano Veloso” del 1968, quello che contiene la canzone manifesto del nuovo movimento, “Tropicalia”, e il primo successo “Alegria, alegria”. La bossa, ovvero il propellente che anima l’impegno politico progressista suo e della comunità artistica contemporanea - Gilberto Gil, Maria Bethania, Gal Costa, tutti con radici “bahiane” - coi quali Veloso battaglia per il rinnovamento culturale e musicale del suo paese aprendosi all’energia e agli stilemi di quella musica che dalla “swingin’ London” stava travolgendo il mondo intero. Insofferente alla “purezza del suono brasiliano” in Inghilterra Caetano sperimenta con le nuove sonorità per innestarle nella sua già ricca tradizione. E rientrando in patria offre una canzone più articolata, eclettica, golosa di sonorità e stilemi anche differenti. Una cifra stilistica questa che unitamente alla ricchezza della sua proverbiale poetica lo accompagna nel corso dei decenni. Caetano ha dipinto un acquarello straordinario, un caleidoscopio stupefacente evolvendo la tradizione e tornando alle radici, giocando con le sonorità acustiche, elettriche ed elettroniche, fondendo la sua musica nei rivoli anche del rock e del jazz e soprattutto sperimentando. Un gigante della musica e della cultura del ‘900.
Di Gian Luca Verga