Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01168.jsonl.gz/340

Una maxi inchiesta indica che l'allora ministro dell'economia avrebbe fornito «un aiuto spettacolare» a Uber.
PARIGI - Uber ha portato avanti per anni una gigantesca campagna di lobbying, facendo pressioni anche su leader politici per diventare un'azienda numero uno del settore dei trasporti, sconvolgendo il settore dei taxi. Anche utilizzando metodi spregiudicati e infrangendo leggi. Lo rivela un'inchiesta di un consorzio internazionale che ha unito più di 180 giornalisti di 44 testate.
«Una maxi-raccolta di file riservati ha rivelato come il gigante della tecnologia Uber abbia violato le leggi, ingannato la polizia, sfruttato la violenza contro i conducenti di taxi e fatto pressioni segrete sui governi durante la sua aggressiva espansione globale», scrive il "Guardian", uno dei giornali coinvolti.
Gli oltre 124'000 documenti interni ottenuti coprono un periodo di cinque anni, in cui Uber era gestita dal co-fondatore Travis Kalanick, costretto poi a dimettersi nel 2017 dagli azionisti proprio per le sue azioni spregiudicate.
Nella gigantesca opera di lobbying la compagnia avrebbe cercato di ottenere il sostegno, «corteggiando con discrezione», primi ministri, presidenti, miliardari, oligarchi e tycoon dei media. In particolare il presidente francese Emmanuel Macron, quando era ancora ministro dell'economia, avrebbe fornito un «aiuto spettacolare», secondo quando emerge dai documenti.
Il "Guardian" ricorda che Parigi nel 2014 fu teatro del primo lancio europeo di Uber, che incontrò una dura resistenza da parte dell'industria dei taxi, culminata in violente proteste nelle strade.
E nei documenti analizzati ci sono messaggi tra Kalanick e Macron, che avrebbe aiutato segretamente l'azienda in Francia, consentendo a Uber un accesso frequente e diretto a lui e al suo staff. In particolare, nonostante i tribunali e il parlamento avessero vietato Uber, il ministro dell'economia - scrive il "Guardian" - accettò di lavorare con l'azienda per riformare le leggi del settore. E firmò un decreto che allentava i requisiti per la licenza dei conducenti del servizio di trasporto privato.
I file rivelano anche come l'ex commissaria europea per il digitale Neelie Kroes fosse in trattative per unirsi a Uber prima della fine del suo mandato, a novembre 2014, e poi segretamente fece pressioni per l'azienda, in potenziale violazione delle norme etiche europee.
C'è anche un risvolto che riguarda Joe Biden, quando era vicepresidente degli Stati Uniti. Quando arrivò in ritardo a un incontro con l'azienda al World Economic Forum di Davos, Kalanick mandò un messaggio a un collega: «Ho fatto sapere ai miei che ogni minuto in ritardo è un minuto in meno che avrà con me», e dopo aver incontrato Kalanick, Biden avrebbe modificato il suo discorso preparato a Davos lodando la società.
C'è anche un risvolto italiano: "Italy - Operation Renzi" è il nome in codice di una campagna di pressione organizzata dalla multinazionale, tra il 2014 e il 2016, con l'obiettivo di agganciare e condizionare l'allora presidente del consiglio e alcuni ministri e parlamentari del Partito democratico. Nelle mail dei manager americani, Matteo Renzi viene definito «un entusiastico sostenitore di Uber».
Per avvicinare l'allora capo del governo italiano - spiega ancora il settimanale "L'Espresso" che ha partecipato all'inchiesta in esclusiva per l'Italia - la multinazionale ha utilizzato, oltre ai propri lobbisti, personalità istituzionali come John Phillips, in quegli anni ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.
Ma il leader di Italia Viva ha spiegato di non aver «mai seguito personalmente» le questioni dei taxi e dei trasporti. E comunque il suo governo - ha precisato "L'Espresso" - non ha approvato alcun provvedimento a favore del colosso californiano.
Uber, commentando l'intera vicenda, ha ammesso che sono stati commessi «errori e passi falsi», ma ha chiarito che l'azienda si è trasformata dal 2017, dopo l'uscita di scena di Kalanick, con il suo attuale amministratore delegato Dara Khosrowshahi.
«Non creeremo scuse per comportamenti passati che chiaramente non sono in linea con i nostri valori attuali», ha affermato. «Chiediamo invece al pubblico di giudicarci da ciò che abbiamo fatto negli ultimi cinque anni e da ciò che faremo negli anni a venire».