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Se solo la Quinta Svizzera avesse votato domenica, l'iniziativa "anti burqa" e l'accordo di libero scambio con l'Indonesia sarebbero stati respinti per un soffio. La più grande differenza di voto riguarda l'eID. La partecipazione degli svizzeri all’estero è stata comunque modesta.Questo contenuto è stato pubblicato il 08 marzo 2021 - 16:45
Mentre la Svizzera domenica ha chiaramente detto “no” alla legge sull'identità elettronica (eID) in tutti i Cantoni e con più di 64% dei voti contrari, il quesito è stato trattato con più indulgenza dalla diaspora. Anche la Quinta Svizzera ha infatti respinto il progetto, ma con una maggioranza più ristretta.
Nei 12 distretti nei quali sono disponibili statistiche specifiche per gli svizzeri all'estero, quasi il 47% dei votanti si è espresso a favore della legge. In diversi distretti, ad esempio quelli degli espatriati di Friburgo e Vallese, la legge è passata.
Ciò è certamente dovuto al fatto che molti svizzeri all'estero usufruirebbero dell'introduzione di un'identità digitale, in particolare in vista del voto elettronico.
"Dato che la Svizzera è in ritardo in questo senso, una parte dell'elettorato vive probabilmente in Paesi dove l'identità elettronica esiste già e ritiene di poter beneficiare di tale strumento", aggiunge Martina Mousson, responsabile del progetto presso l'istituto gfs.bern.
"Gli svizzeri all'estero hanno forse anche maggiore affinità con il mondo online perché è così che rimangono in contatto con i loro Paesi d'origine", dice la politologa contattata da swissinfo.ch.
Sottile divario sul divieto del burqa
Per quanto riguarda l'iniziativa dell'UDC per l’interdizione del burqa e del niqab nello spazio pubblico, il comportamento di voto della Quinta Svizzera differisce così poco da quello del resto della popolazione svizzera che è rischioso trarre conclusioni.
Il testo della destra conservatrice è stato approvato di stretta misura domenica, mentre la diaspora lo ha respinto con una maggioranza altrettanto sottile (51,1%).
La sorpresa viene soprattutto dall'evoluzione osservata dall'ultimo sondaggio gfs.bern pubblicato il 24 febbraio, che dava ancora gli espatriati favorevoli al testo al 58%, nonostante un sostegno in calo.
È difficile spiegare perché questa tendenza al "no", cominciata con l’anno nuovo, sia progredita più tra la diaspora che tra gli svizzeri in patria, secondo Martina Mousson, che nota che il comportamento di voto degli espatriati sia ancora difficile da comprendere con certezza.
Un sostegno più modesto all'accordo di libero scambio con l'Indonesia
Anche l'accordo economico con l'Indonesia mostra un'inversione di tendenza rispetto all'ultimo sondaggio. Alla fine di febbraio c'erano lievemente più sostenitori di questo tema nella Quinta Svizzera (54%) che nel resto della popolazione (52%).
Sembra che una gran parte degli svizzeri all'estero che erano ancora indecisi abbia propeso per il "no", per poi respingere il testo per un pelo.
Partecipazione modesta
Nei 12 distretti degli svizzeri all'estero, sono state 35’700 le schede elettorali ricevute su 136’300 elettori registrati, un tasso di partecipazione del 26,2%, che è inferiore alla media registrata negli ultimi cinque anni (poco più del 29%).
Al contrario, la partecipazione nazionale è salita sopra il 50% (51,3%), cosa che è successa solo quattro volte dall'inizio del 2016.
"Partecipare ai referendum richiede una forte motivazione da parte degli svizzeri all'estero", dice Martina Mousson. Gli elettori si mobilitano soprattutto per i quesiti che riguardano la loro vita, e questo è ancora più vero per la diaspora".
Anche se la questione del divieto del burqa aveva il potenziale di mobilitare anche la Quinta Svizzera, era soprattutto - come gli altri due oggetti - una questione di politica interna, analizza la politologa.
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