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di Dalmazio Ambrosioni
Sulla base di una lettera di Plinio il Giovane a Tacito si è sempre sostenuto che l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo sia avvenuta il 24 agosto. Ma alcuni dati archeologici – come il ritrovamento di frutta secca carbonizzata, di alcuni dolia, contenitori di mosto, e soprattutto di una moneta coniata con un evento avvenuto dopo l’8 settembre di quell’anno, l’acclamazione di Tito – fanno pensare che l’eruzione si avvenuta in autunno, si pensa il 24 ottobre.
Mese più mese meno, la questione di basilare importanza per l’archeologia e la storia è che l’eruzione fu una delle più catastrofiche ma sicuramente anche la più nota, quella rimasta più “famosa” per tante ragioni, una in particolare. Ossia che dal Settecento è stata e continua in altre forme ad essere materia di indagine archeologica. Partendo da Plinio il Giovane.
«Si andava formando una nube, che per forma e somiglianza nessun albero esprimerebbe meglio del pino. (…) Intorno alle dieci, dopo un boato proveniente dalle profondità del Vesuvio, una pioggia di ceneri e lapilli colpì Pompei. (…) Piogge intermittenti di generi e lapilli si alternavano la terra era mossa da violenti scosse e il mare si gonfiava minacciosamente; una violenta pioggia improvvisa provocava una valanga di fango che investì la città di Ercolano sommergendola per venti metri di altezza…». E continuando con la storia dell’archeologia.