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© Joseph James Kinsey / Wikimedia Commons
«Tutto il Sudamerica ai miei piedi» Nel 1897, il vallesano Matthias Zurbriggen fu il primo a calcare la vetta argentina dell’Aconcagua (6961 m).
Audaci le sue ascensioni, brutale la sua caduta: Matthias Zurbriggen di Saas-Fee. Durante la scalata dell’Aconcagua, il suo compagno, l’inglese FitzGerald, dovette rinunciare. Come molti alpinisti dopo di lui.
«Poiché eravamo tutti in ottima forma, prima di metterci in marcia bevemmo solo un po’ di cioccolata. Salivamo molto lentamente, e verso mezzogiorno raggiungemmo un punto che era al massimo 520 metri sotto la vetta»: è quanto scriveva Matthias Zurbriggen nel libro Dalle Alpi alle Ande, scritto in italiano e pubblicato in inglese a Londra nel 1899.
Nel 1897, però, Zurbriggen si trovava solo a un paio di centinaia di metri e ad altrettante ore dall’apogeo della sua vita movimentata. Assieme all’inglese Edward A. FitzGerald, che lo aveva ingaggiato, intendeva scalare quelli che allora erano ancora i 7020 metri dell’Aconcagua. La «sentinella di pietra» – traduzione letterale del suo nome in lingua inca – è il punto culminante della catena di 7500 chilometri della Cordigliera, e quindi la vetta più alta non solo del Sudamerica, ma dell’intero continente americano.
Famoso e famigerato: il campo III Independencia a 6480 m
Fu proprio l’altitudine a mettere alle strette FitzGerald, tanto che la prevista prima ascensione alla piramide rocciosa rischiò di fallire per la terza volta. Non a caso, proprio da qui numerosi aspiranti all’Aconcagua fanno dietro front ancora oggi: il campo III Independencia, a 6480 metri sul livello del mare. Da lì alla vetta, la via normale, in realtà facile, è esposta impietosamente alle tempeste d’alta quota.
«Quale spaventosa delusione per me! Per due volte ormai ero stato tanto vicino all’obiettivo della mia ambizione», notava Zurbriggen. Perciò, e anche perché sapeva della spedizione tedesca sua concorrente, chiese al padrone di poter continuare da solo, il che gli fu concesso. «Mi rimisi in marcia per la vetta dell’Aconcagua, che raggiunsi alle 16 e 45. Mentre salivo i pendii detritici straordinariamente ripidi ho avuto qualche problema di respirazione, mentre in cima mi sentivo perfettamente bene.»
Matthias Zurbriggen nacque a Saas- Fee il 15 maggio 1856, a due anni arrivò a Macugnaga, in Italia, ai piedi del Monte Rosa, perse il padre in giovane età a causa di un incidente in miniera, fuggì di casa a 13 anni, lavorando successivamente come pastore, fabbro, carpentiere, mulattiere, postiglione, minatore e ferroviere, tornò dalla madre per la prima volta a 25 anni per informarla della sua intenzione di emigrare in Cile, alla quale infine rinunciò per diventare guida di montagna.
Poi, quel 14 gennaio 1897, eccolo sul punto più alto dell’emisfero occidentale: sull’Aconcagua, in Argentina, a soli 12 chilometri a est del confine con il Cile. Erige un ometto di pietra alto due metri, sul quale pianta la piccozza da ghiaccio di FitzGerald. «Tutto il Sudamerica si estendeva ai miei piedi con i suoi laghi, le montagne e le pianure, con i villaggi e le città che apparivano come minuscole macchioline.»
Zurbriggen salva per un pelo FitzGerald da una caduta
Era già successo che Zurbriggen e FitzGerald volessero raggiungere per primi il punto più alto di un continente, allora quello australiano. Nel 1894-1895, l’inglese portò con sé lo svizzero per scalare il Mount Cook (3724 m), la vetta più alta della Nuova Zelanda.
Tre alpinisti locali vennero tuttavia a sapere del piano e, a Natale del 1894, anticiparono la spedizione straniera. FitzGerald era così arrabbiato che non volle più saperne del Cook ed eseguì invece le prime di altre vette, tra cui il Mount Tasman (3497 m) e il Mount Sefton (3151 m), noto come il Cervino della Nuova Zelanda, sul quale Zurbriggen salvò solo per un pelo il suo cliente da una caduta mortale.
Prima però di intraprendere il viaggio di settimane che lo avrebbe riportato a casa, il vallesano approfittò per fare comunque visita al Mount Cook, e il 14 marzo 1895 percorse da solo la cresta nord-est, che da allora porta il suo nome. Oggi, in Nuova Zelanda, Zurbriggen è venerato quasi quanto l’alpinista più famoso della nazione insulare: Sir Edmund Hillary, primo scalatore del Mount Everest.
Tragica fine della più geniale guida alpina straniera
Nelle Alpi, il Colle Zurbriggen (4272 m), tra la Ludwigshöhe e il Corno Nero, al Monte Rosa, ricorda l’uomo che si sentì altrettanto a proprio agio in lingue e regioni straniere quanto nelle pareti di ghiaccio. Durante 20 anni, Zurbriggen, chiamato anche Dalponte, fu considerato il re della parete est del Monte Rosa, con i suoi 2400 metri la più alta delle Alpi. Lì realizzò numerose prime, che tuttavia non motivarono la sua reputazione come una delle guide alpine più ardite del suo tempo.
Dal 1892 al 1902 Zurbriggen percorse le montagne del mondo. Per un anno, assieme all’inglese William Martin Conway, esplorò il Karakorum. Si trattò della prima spedizione di questo genere. La più importante scalata all’estero fu senz’altro la spedizione nelle Ande con FitzGerald di 125 anni fa. Nel 1906 Zurbriggen ripeté la sua prima della Nordend, nella parete est del Monte Rosa. Poi, il suo diario di guida si interrompe bruscamente, così come un cornicione si spezza su una cresta affilata.
Zurbriggen morì solo, abbandonato e alcolizzato: il 21 giugno 1917, la più geniale guida alpina straniera della Svizzera si impiccò a Ginevra. «Zurbriggen era appassionato, dissoluto, vivace ed esuberante», scrisse Conway nel necrologio. «La sua vita è finita come se l’avesse bevuta fino all’ultima goccia.»