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BERNA - Parità fra sessi a livello salariale, ma anche all'interno delle istituzioni politiche. Cavalli di battaglia intramontabili, sfoderati a maggior ragione oggi dall'universo femminile in occasione dell'8 marzo, data tradizionalmente consacrata alla Giornata internazionale dei diritti delle donne. Le critiche a parlamento e partiti non sono mancate.
A Berna circa 500 persone (1000 secondo i sindacati) hanno manifestato rivendicando la fine della discriminazione salariale tra generi. Il tema è caldo: solo la settimana scorsa, durante la sessione primaverile del Parlamento, la proposta governativa di modificare la legge per ridurre gli scarti fra stipendi maschili e femminili ha subito un brusco stop al Consiglio degli Stati. Per 25 voti contro 19, il 28 febbraio i "senatori" hanno infatti optato per rinviare il dossier sull'argomento in commissione, perché valuti soluzioni alternative.
Una decisione duramente attaccata dai partecipanti al raduno nella città federale. Diverse oratrici hanno descritto la frenata in Parlamento - voluta da «una maggioranza maschile agli Stati» - come inaccettabile, se non addirittura illegale. «Parità di retribuzione. Punto e basta», ha scandito a più riprese la piazza sul finire della dimostrazione, riprendendo il fil rouge dei discorsi pronunciati poco prima. Membro del comitato direttivo di Unia, Corinne Schärer ha ricordato che «l'uguaglianza salariale è un mandato costituzionale, non un regalo concesso alle donne».
Unia Transjurane da parte sua ha consegnato alla cancelleria giurassiana un'iniziativa per reclamare stipendi equi fra i due sessi corredata da 3423 firme: affinché riesca, almeno 2000 devono essere ritenute valide.
Stando a quanto reso noto di recente dalla rete professionale Business & Professional Women (BPW) sulla base dei dati dell'Ufficio federale di statistica (UST), a 22 anni dall'introduzione della legge sulla parità salariale le donne guadagnano ancora in media il 15,1% in meno rispetto ai colleghi uomini che rivestono ruoli simili.
Lanciato sport per parità politica - Sul fronte politico invece, la Commissione federale per le questioni femminili (CFQF) ha approfittato dell'8 marzo per lanciare uno spot, con il quale chiede un maggiore impegno di tutte le parti. Nel video, girato in tedesco, francese e italiano, alcune donne - tra cui la consigliera federale Doris Leuthard - di sette diversi partiti e provenienti da tutte le regioni del Paese parlano del proprio lavoro. Lo scopo è anche quello di ottenere una mobilitazione più massiccia: uno dei punti centrali è infatti che le candidature rosa registrano una vistosa stagnazione dal 1995, attorno al 35%.
È dunque indispensabile, fanno notare gli ideatori del breve filmato, che questo tasso cresca al fine di centrare l'obiettivo di un Parlamento diviso a metà fra sessi alle prossime elezioni. Al momento in effetti, la presenza di donne sotto la Cupola è considerata troppo bassa dalla CFQF. Nel 2015, esse hanno conquistato il 32% dei seggi del Consiglio nazionale: anche se si tratta della quota più alta di sempre, gli uomini restano preponderanti.
In Consiglio degli Stati, la percentuale è addirittura in calo dal 2003 e si attesta attualmente al 15%, mentre a livello cantonale la rappresentanza femminile si situa in media poco sopra il 25% nei legislativi e poco al di sotto negli esecutivi.
Lo spot invita i partiti a creare i presupposti necessari a una svolta. Una tirata d'orecchi la ricevono in particolar modo le formazioni di estrazione borghese. Alle ultime elezioni federali - ricorda la CFQF - la quota di donne candidate al Nazionale si attestava fra il 19% dell'UDC e il 34% del PPD, con il PLR di un soffio oltre il 30%. Giudicata positivamente invece la rappresentanza rosa nella lista dei Verdi (50,6%) e del PS (47%).
Oggi a Palazzo federale i membri del gruppo parlamentare socialista erano vestiti di nero, per protestare contro l'indifferenza mostrata a loro avviso dai politici (ma anche da alcune politiche) borghesi nei riguardi dell'equità di diritti fra uomini e donne.
Petizione a favore richiedenti asilo violentate - In questa giornata, non è mancato nemmeno il sostegno alle richiedenti asilo giunte nella Confederazione vittime di violenze sessuali in patria o durante l'esilio. Per permettere una maggiore protezione di questa categoria, il collettivo "Appel d'elles" ha depositato una petizione alla Cancelleria federale.
Il testo è stato sottoscritto con oltre 8'000 firme di personalità provenienti da svariati ambienti. L'obiettivo è anche quello di essere ricevuti dalla ministra della giustizia e polizia Simonetta Sommaruga per discutere della questione.
Le 50 associazioni che sostengono la petizione chiedono che le domande di asilo presentate dalle donne che hanno vissuto tali aggressioni siano esaminate in maniera approfondita, indipendentemente dal percorso che le ha portate nella Confederazione. Espellendole dal territorio elvetico, viene messa a rischio la loro vita e quella dei loro bambini, avverte il collettivo.