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Cellulare: beep bep, beep bep
alpha: Hai ricevuto uno sms?
beta: Io? Impossibile, ho appena perso il cellulare in un tombino. Devi averlo ricevuto tu. Continua la lettura di esse emme esse
Cellulare: beep bep, beep bep
alpha: Hai ricevuto uno sms?
beta: Io? Impossibile, ho appena perso il cellulare in un tombino. Devi averlo ricevuto tu. Continua la lettura di esse emme esse
Le parole, all’apparenza così leggere, hanno in realtà un loro peso.
Le parole sono i mattoni con qui ricostruiamo la realtà, e con mattoni diversi si ricostruiscono realtà diverse (se preferite una metafora meno postmoderna: con le parole interpretiamo la realtà, e con parole diverse interpretiamo diversamente la realtà).
Anna Meldolesi riprende un interessante intervento di Daniel Sulmasy sulla differenza tra “accanimento terapeutico” e a “cure straordinarie”. L’occasione è, ovviamente, la recente sentenza che autorizza la sospensione del trattamento di alimentazione e idratazione artificiale a Eluana Englaro, in coma dal 1992. Continua la lettura di Il peso delle parole
Il linguaggio dei Mura-Pirahã, popolazione sudamericana veramente singolare, sembra non possedere i numeri: le quantità vengono espresse in maniera qualitativa, tramite tre espressioni che, grosso modo, hanno il significato di “pochi”, “alcuni”, “di più”.
Così la stessa quantità (quella che noi definiamo la stessa quantità) può essere ora “pochi” ora “alcuni”, a secondo della situazione. Continua la lettura di Dare i numeri, vedere i numeri
Data la possibilità che le opinioni percettive siano fluttuanti, è estremamente interessante che i linguisti abbiano di recente attirato l’attenzione sull’esistenza di linguaggi umani in cui le regole grammaticali richiedono che frasi su ciò che si crede si riferiscano esplicitamente a come tale convinzione sia sta acquistata. Nel linguaggio sudamericano tariana, ad esempio, una frase come “so che sta piovendo” deve essere integrata con un suffisso che indichi coma fa il soggetto a saperlo: “So che sta piovendo visivamente” (ossia lo vedo), in contrapposizione a “so che sta piovendo uditivamente” (lo sento). La richiesta che sia identificata la sorgente dell’informazione è chiamata evidenzialità.
Nicholas Humphrey, Rosso, Torino, Codice, 2007, p. 20
Perr il linguaggio tariana Humphrey cita A. Y. Aikhenvald e R.M.W. Dixon (a cura di), Studies in Evidentiality, Amsterdam, John Benjamins, 2003
Io adesso farò qualcosa di molto sconveniente, una di quelle cose che tanto piacciono ai filosofi e che tanto fanno imbestialire psicologi e linguisti: farò una affermazione fuori luogo e non supportata dai fatti.
Io affermo che i tariana non possiedono il concetto di verità. Continua la lettura di Linguaggio senza verità (ma con tanta evidenzialità)
Fortunatamente l’inglese lo conoscono un po’ tutti, e anche le interazioni linguistiche più impegnative si possono risolvere tranquillamente a gesti (così è stato a Vilnius, dove la matrona dell’albergo, praticamente una affittacamere, parlava solo lituano, polacco e russo). Ad ogni modo, le guide turistiche forniscono un mini-vocabolario, un insieme di vocaboli ed espressioni utili per la sopravvivenza, quel minimo per non confondere, nei tabelloni degli orari, gli arrivi con le partenze o i giorni festivi con quelli feriali.
Una delle espressioni tradotte è “Parla inglese?”.
Il senso di questa espressioni mi sfugge. Di solito uno inizia a parlare inglese (o italiano: non si sa mai), e se l’altro non capisce si passa a una altra lingua o, appunto, ai gesti, confidando sulla disponibilità e sul buon senso.
Secondo la guida, invece, per le vie di Kaunas o di qualche altra città della Lituania, dovrei chiedere a un passante, con la guida in mano per ricordarmi la pronuncia, “Ar Jūs kalbate angliškai?”
E se questo mi risponde, sempre in lituano “Mi spiace, non parlo inglese, ma lei un po’ di lituano lo conosce, quindi mi dica come posso aiutarla”? O, peggio ancora, “Quello che ha appena detto non ha alcun senso: il suono ricorda vagamente una frase in lituano, ma molto vagamente.”? Continua la lettura di Considerazioni linguistiche
Delizioso fumetto filosofico trovato grazie a Corrazio-Gödel:
All’inizio c’è l’esperienza, d’accordo, e l’ultima vignetta è sicuramente ontologia. Ma la seconda vignetta? L’uomo che parla e descrive, è esperienza o ontologia?
La realtà viene semplicemente descritta tramite il linguaggio oppure viene anche conosciuta attraverso le categorie linguistiche? Detto altrimenti: se usassimo altre parole la realtà assumerebbe un aspetto diverso?
La domanda suona un po’ ridicola: se la verità è adaequatio rei et intellectus, è difficile pensare che, ad adeguarsi, sia la realtà e non l’intelletto. Tuttavia, una ricerca mostra come i russi, che usano due parole distinte per blu chiaro e blu scuro, riescono meglio a riconoscere questi colori (i dettagli dell’esperimento su Psicocafé).
Tommaso d’Aquino, del resto, l’aveva previsto: “cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis” (l’oggetto conosciuto è nel soggetto conoscente in conformità al soggetto conoscente).
Una sorta di relativismo linguistico (la realtà è almeno parzialmente relativa al linguaggio) comunque limitato: un linguaggio più potente aiuta a discernere i colori, ma di certo non permette di trasformare un oggetto rosso in uno blu semplicemente cambiando nome.
In poche parole: non basta chiamare terrorista qualcuno per trasformarlo in un membro “di un gruppo o di un movimento politico che si avvale di metodi illegali ed efferati per sovvertire il regime politico esistente” (De Mauro). Ma questa è un’altra storia.
Max H. Fisch definì Charles Sanders Peirce “l’intellettuale più originale e più versatile che l’America abbia mai prodotto” (citato sul sito Charles S. Peirce Studies).
I suoi interessi furono effettivamente molteplici e non stupisce troppo scoprire che si improvvisò, con ottimi risultati, detective. A raccontare tutto ciò sono Thomas A. Sebeok e Jean Umiker-Sebeok in “Voi conoscete il mio metodo”: un confronto fra Charles S. Peirce e Sherlock Holmes (in U. Eco e T. A. Sebeok (a cura di); Il segno dei tre; Bompiani 1983).
Nel 1979 Peirce si imbarcò su un piroscafo per raggiungere New York. Sceso a terra in seguito ad un leggero malora, si accorse di aver lasciato in cabina il soprabito e un costoso orologio Tiffany, che ovviamente non trovò più al suo ritorno.
Peirce si rivolse alla celebre agenzia investigativa Pinkerton che ricuperò, ad un banco di pegni, l’orologio senza la catena ma non riuscì a identificare il colpevole e neppure a trovare il soprabito. Continua la lettura di Guerre non convenzionali
Il servizio sanitario nazionale della Scozia si è accorto che le lesbiche, i gay, i bisessuali e i transgender corrono un rischio significativo per la propria salute fisica, psicologica ed emotiva. Ne è nato LGBT Health Scotland.
Tra le varie pubblicazioni, sta suscitando un certo scalpore Good LGBT Practice in the NHS: questo documento contiene le linee guida per garantire alle persone LGBT un equo accesso alle risorse del sistema sanitario. Particolare attenzione è riservata al linguaggio: il testo raccomanda in più occasioni di non usare espressioni discriminatorie. Occorre creare un ambiente il più possibile aperto e accogliente. Continua la lettura di Modelli e stereotipi
«L’immagine mi dice se stessa», vorrei dire. Cioè, il suo dirmi qualcosa consiste nella sua propria struttura, nelle sue forme e nei suoi colori.
Un caso del genere si avrebbe, per esempio, se «mi dice qualcosa», oppure «è una immagine», volessero dire: mostra una qualche combinazione id cubi e cilindri.
«Mi dice qualcosa» può voler dire: mi racconta qualcosa; è una storia.
Mi dice se stessa come mi dicono se stessi una proposizione, un racconto.
Allora il concetto dell’immagine che racconta non è simile al concetto del quadro di genere (o del quadro d’una battaglia)? E se volessi descrivere che cosa sia il quadro di una battaglia non avrei bisogno di riferirmi a una realtà fuori dell’immagine: ma mi basterebbe parlar di uomini dipinti, di cavalli dipinti, di cannoni dipinti, ecc.
«L’immagine mi dice qualcosa»: come se usasse parole; qui ci sono occhi, bocca, naso, mani, ecc., ecc. Paragono l’immagine a una combinazione id forme linguistiche.
Ma il sistema del linguaggio non appartiene alla medesima categoria cui apaprtiene un’esperienza mmediata.
L’esperienza tipica che si prova mentre si usa un sistema, non il sistema. (Confronta: significato della parola «o» e sentimento dell’o).
Ludwig Wittgenstein, Grammatica filosofica, §121 (trad. it. di M. Tinchero)