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Nulla, in quell’inverno del 1986 il regno dell’apartheid – il sistema più organizzato e capillare di discriminazione razziale regolato dalle leggi dello Stato – sembrava una fortezza impenetrabile. Nelson Mandela se ne stava ancora nella cella numero 5 sull’isola carceraria di Robben Island, in tutto sei metri quadrati, dove trascorrerà 18 dei 27 anni passati dietro le sbarre e a spaccar sassi. Era un mondo in cui il terribile, immorale spettacolo del Sud Africa sembrava interessare poco o nulla ai governi del mondo, inclusa la Svizzera, che fino all’ultimo sarà grande importatrice e principale piattaforma del commercio internazionale dell’oro estratto dalle viscere dell’Africa del Sud; in miniere dai mille incidenti mortali, dove si praticava e perpetuava lo schiavismo di centinaia di migliaia di neri che entravano e uscivano dalle bocche della terra nera per passare il resto del tempo, letteralmente confinati con le famiglie, in miserevoli baraccopoli.
Ecco, in quel 1986 incontrai Desmond Tutu, l’arcivescovo della lotta e della riconciliazione, nella piccola stanza affollatissima di un albergo di Oslo, dove si preparava a ritirare il premio Nobel per la pace. Gli occhi vivacissimi, un’esuberanza fuori dal comune, tante parole di denuncia e nemmeno una all’insegna di un’occasionale e riconoscente diplomazia nel momento del riconoscimento internazionale più prestigioso, fra i tanti che già aveva collezionato l’ex studente di teologia a Londra.
Non si poteva nemmeno lontanamente immaginare un Sud Africa liberato dalle infami vergognose disumane catene del razzismo più totalizzante senza “Madiba”, cioè senza Nelson Mandela. Ma nemmeno senza l’arcivescovo di Città del Capo, che a sua volta incarnava la coscienza della lotta anti-apartheid, suo instancabile ambasciatore nel mondo, in parte tutelato dal suo ruolo ecclesiastico, ma anche da discorsi senza concessioni, appassionati: che ne facevano il megafono impietoso e coraggioso dei detenuti di Robben Island nel paese e in tante altre nazioni.
Mrilo, era del resto il suo nome nella lingua della tribù di origine: che non per nulla significa “virtù” ma anche “coraggio”. E di coraggio ebbe bisogno, anche se lo espresse a piene mani, quando da Nelson Mandela, finalmente scarcerato e poi eletto alla presidenza del Sud Africa, ricevette l’incarico di presiedere la Commissione ‘verità e giustizia’: rito purificatore, pubblico e di straordinaria efficacia collettiva con cui i protagonisti della repressione ma anche della risposta armata (dunque soprattutto politici e agenti bianchi, ma pure guerriglieri dell’Anc) si confessarono davanti alla nazione. Non mancarono problemi, amnesie, cattiva predisposizione.
Ma complessivamente l’operazione ebbe un senso e un risultato. Quello di svelenire per quanto possibile un clima incrostato da risentimenti e odio. Tanto di quell’odio che quando Desmond Tutu si limitò a un accenno durante il nostro incontro, mi sembrò più che altro l’auspicio di un uomo generoso e ingenuo, più che il progetto di un politico realista e coi piedi ben piantati in terra. Invece sorprese tutti, e ce la fece. Con un unico rammarico: quando non riuscì a ottenere da Frederik de Clerk e da Thabo Mbeki l’ammissione delle loro responsabilità. Né si sottrasse al dovere di verità quando più tardi denunciò la corruzione all’interno della nuova leadership nera sudafricana. Ma il tempo suo e di Madiba era passato.