Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01238.jsonl.gz/570

Sono un «Rom d’origine slava», un ‘Rom slavo’(?). Sono nato il 6 maggio, nel giorno della nostra festa. La nostra festa unica e (inter) nazionale Ederlezi. La festeggiano tutti i Rom in tutto il mondo. Nel giorno di Ederlezi, facciamo i bagni rituali, puliamo le case, festeggiamo con i familiari, gli amici, i vicini di casa e…ci prepariamo per il nostro pellegrinaggio.
Il mio primo bagno rituale me l’ha fatto Ceribaša(1) Veisil, l’ursaro(2).
Lui mi ha anche insegnato a contare fino a dieci: jekh, duj, trin, štar – «Solo a dieci, Ceribaša?» – pandž, šov, efta, oxto, … enja e …deš! «Conta! Più di questo gli Zingari non hanno bisogno…vedrai anche te!», ha detto Veisil Ceribaša.
Appartengo a un popolo che, nei paesi europei compare all’inizio del XV. secolo, privo di pretese di conquista. A noi, dunque, appartiene il primato. Noi siamo i primi extracomunitari, gli antenati di questi odierni. La nostra esperienza, extracomunitaria, europea, dura già da seicento anni. È iniziata, però molto, molto prima; così come narra una delle nostre leggende:
“Quando Devla decise di dividere la Terra tra i popoli, invitò tra i primi gli Zingari e gli offrì di scegliere il luogo che sarebbe diventato il loro paese. Gli Zingari si rifiutarono di scegliere la terra per sé, senza intuire che il Dio avrebbe fatto la stessa offerta anche agli altri popoli. Quando videro che tutti i popoli avevano preso la terra e che l’avevano trasformata nei propri stati, gli Zingari tornarono dinanzi a Devla per chiedergli di donare anche a loro una terra. La Terra, però, era già stata tutta suddivisa e non ne era rimasto neanche un pezzettino. E Devla disse che il loro destino sarebbe stato quello di vivere senza una propria terra, ma avendo commiserazione di loro, il buon Devla, promise di aiutarli donando loro più saggezza e più capacità degli altri uomini, così che sarebbero potuti sopravvivere nel mondo, anche se avrebbero dovuto viaggiare eternamente. Non avrebbero potuto stabilirsi in nessun luogo e dovunque sarebbero stati ovunque accolti come stranieri”
Scappando davanti all’invasione dell’esercito turco siamo arrivati nell’Europa, dove il concetto di proprietà è una questione centrale intorno alla quale si costruiscono tutti i rapporti nella società, dove il senso d’essere s’identifica con l’avere, dove la proprietà privata è intoccabile.
Nella nostra lingua non esisteva neanche la parola: ‘possedere’!
Così, nell’Europa del quindicesimo secolo, si sono incontrati due concetti, due modelli culturali diametralmente opposti.
Come siamo stati accolti?
Quello che si tramanda, oralmente (non so spiegarvi perché continua a esserci una certa diffidenza degli Zingari verso le parole scritte), insomma la nostra memoria storica, in gran parte concorda sul fatto che, da un lato, ci hanno offerto cibo e vivande e, dall’altro ‘affettuosamente’ci hanno avvolto nella fama di essere ‘spie turche’, o, nientemeno, “quelli che hanno fabbricato i chiodi per la crocifissione di Gesù”.
Se le cose già iniziano così male, è difficile aspettarsi che finiscano bene, nonostante i tentativi, posteriori, di correggere i presupposti errati. Ma tutto ciò è comprensibile, perché nell’epoca di cui stiamo parlando, Johannes Gänsfleisch detto Gutenberg, era ancora impegnato a risolvere alcuni problemi tecnici riguardanti la sua invenzione e la stampa, che poteva dare alle popolazioni (in)formazioni su di noi, non esisteva ancora.
La mia presenza qui, invece, inizia venti anni fa, in maniera completamente diversa:
«Di dove sei?»
«Dell’ex Jugoslavia…dalla Bosnia»
«Aaha…così!…Voi siete bravi nelle…pulizie» «la tua mansione sarà addetto alle pulizie»
«Di dove sei?» chiede il responsabile personale della ditta.
«Dell’ex Jugoslavia…dalla Bosnia» rispondo (timidamente, perché la guerra era ancora in corso).
«Aaha…così!…Voi siete bravi nelle…pulizie» (in verità, non ha detto: etniche) «la tua mansione sarà addetto alle pulizie» solennemente pronuncia capo personale. Sono passati (solo) seicento anni dalla scoperta della stampa, dei media, fino alla loro coronazione come ‘quarto potere’ e non senza ragione: perché, in questo caso, sapevano già tutto di me, ancor prima che io arrivassi! Non occorreva il curriculum, neanche un colloquio particolare per i chiarimenti, sapevano già tutto ciò che bisognava sapere. Bastava leggere i giornali e (che il buon Devla mi protegga) guardare la televisione.
A Forlì, non sono venuto così, per caso.
La prima menzione della nostra presenza in Italia è attribuita alla cronaca dell’anonimo bolognese, in Historia Miscellanea bononiensis, nella quale si segnala che in data di 18 luglio 1422, a Bologna è venuto il duca d’Egitto, di nome Andrea, accompagnato da circa un centinaio di uomini e donne, i quali dormivano sotto i portici, mentre il duca con la moglie in un albergo, come un vero duca, e menziona che sono stati visitati da molti, perché la moglie del duca prediceva il futuro.
Nell’agosto dello stesso anno, fra Girolamo da Forlì nel suo Chronicon foroliviense osserva che a Forlì riposò il Duca Andrea, originario dall’India, con la sua numerosa scorta, prima di spostarsi a Roma, per il ricevimento da Papa Martino V, al fine di ottenere una benedizione e un lasciapassare necessario per viaggiare liberamente nel territorio papale.
A Forlì eravamo stati accolti con un’ospitalità particolarmente generosa. Accanto ad Andrea, ‘Duca d’Egitto’, che guidava questo gruppo di Zingari, cavalcava anche il nostro bis, bis, bis, bisnonno Rabindranath, detto ‘Solone’(il soprannome è ben meritato a causa del suo raffinato sentimento per la giustizia, come anche per i frequenti riferimenti che faceva a una massima di Solone per cui “la giustizia è come una ragnatela, nella quale vengono catturati gli insetti piccoli mentre i grandi sfuggono”). Nella sua versione le cose sono andate, in breve, così: dopo che sono stati espulsi dall’Ungheria, essi vagarono per mesi da un posto ad altro fino a quando giunsero a Bologna, condotti da drungarius Andrasci (duca Andrea) e con il bis, bis-nonno Solone, sui cavalli roani dalle code non tagliate e le criniere decorate con i fili multicolori di lana ritorta, meglio curati e nutriti di loro e con loro un centinaio di manuša e manušni (uomini e donne) e innumerevoli ciavale (bambini). Avevano un aspetto non comune: pelle scura, gli uomini con gli orecchini e muscoli nudi tatuati, le donne e le ragazze con molte gonne a strati color fuoco, capelli legati con le sciarpe colorate e diademi, sulle mani tanti bracciali, anelli. Essi hanno finalmente trovato una buona accoglienza dalla popolazione locale, perché, senza diffidenza, gli hanno premesso di alloggiare entro le mura della città e gli hanno offerto cibo e bevande. In cambio, Rohana, la moglie di Andras, leggeva il futuro (ibis redibis numquam peribis in bello), sia ai poveri, nutrendoli di sogni d’improvvisa prosperità, sia ai ricchi, avvisandoli del male che potevano evitare solamente con un generoso rapporto nei confronti dei propri sudditi. Prevedendo il destino Rohana apprese che si trovavano in una frazione di Terra che Devla aveva destinato al suo eccezionale rappresentante e designato plenipotenziario per tutto l’universo, il Papa; e che solo una sua lettera avrebbe permesso di muoversi senza ostacoli e persecuzioni.
Le vostre cronache ancora riportano che essi sono apparsi nella città di Fermo, con la lettera Papale che li autorizzava a rubare impunemente. In seguito, i vostri studiosi hanno scavato, inutilmente, negli archivi Vaticani e non hanno trovato alcuna lettera firmata dal Papa. Nelle nostre tradizioni orali non è menzionata questa lettera, né il Papa (?).
Eeeej, bis, bis-nonno Solone!
La sua storia è più lunga della sua vita.
Era il capo dei giudicanti del consiglio giudiziario tribale, il nostro bis, bis-nonno Solone, ed era stato lui a opporsi ai tentativi di introdurre la pena di morte nelle nostre leggi. Un tentativo che doveva avvicinarci ai costumi europei. A lui è attribuita anche la formula cerimoniale con la quale, ogni nonno nella nostra famiglia incomincia a raccontare ai suoi nipotini le fiabe, la storia del nostro popolo, della nostra famiglia: “Sei re delle frasi non pronunciate e servo delle pronunciate!”
1.
Solone era ancora ragazzino quando, dalla Grecia, dalla nostra colonia indipendente di ‘Feudum Azinganorum’, che chiamavano ‘Piccolo Egitto’, guidati da Protosebastos Ioanis Zinganus, sono scappati verso l’Europa, davanti all’avanzata ottomana. Lui ci tramandò anche la spiegazione del perché in Europa ci chiamano zingari o gitani. Quando siamo arrivati in Grecia (il nostro arrivo in Grecia, è stato registrato in un manoscritto agiografico del 1068 nel Monte Athos) ci hanno confuso, con una setta di manichei: Athinganoi o Atzinganoi, che in greco significa coloro che non vogliono essere toccati, che sono intoccabili. E nella nostra biografia tutto è davvero al contrario. L’ironia della sorte si direbbe?
Beh, non so spiegare il motivo perché tra di noi, Romalen, persiste diffidenza verso le parole scritte. Secondo la tradizione del bis, bisnonno Solone, noi stessi siamo i padrini dei nomi Gitani e Gypsy, perché al arrivo in Europa, alla domanda “di dove siete” rispondevano: dal Piccolo Egitto. Io sono Htom (Rom)! Ciò che nella nostra lingua significa, semplicemente: “Essere umano”! Me Sem Rom!
E siamo un popolo autoctono. Il paese della nostra origine è l’India.
Così, concordano largamente (i vostri) scienziati dopo aver studiato la nostra lingua. Sì, la nostra lingua! È l’unico ‘libro’ che potrebbe spiegare la nostra storia. Nella nostra lingua sono raccolte le impronte di tutte le lingue di tutti i popoli che abbiamo incontrato nel nostro pellegrinaggio secolare.
“Zingari amano le canzoni,/… Zingari amano i vini,/ma non i vini semplici,/ Zingari amano i vini/della conca di Grusia/ Zingari amano gli anelli,/ma non gli anelli semplici,/ Zingari amano gli orecchini,/ma gli orecchini d’oro…/ Zingari amano cavalli,/ ma i cavalli morelli”
Così, quando fu presa la decisione di scappare dall’ultima guerra dei Balcani (sempre le guerre, da quando siamo arrivati in Europa, oltre a tutte le nostre disgrazie, ci sono capitate anche tutte le vostre guerre), ci siamo ricordati della storia del bis, bis-nonno Solone e siamo…siamo venuti qua, in Italia, in Emilia Romagna, a Forlì.
Appena sistemati – io in fabbrica e bambini a scuola, le donne nel container – avete iniziato a parlare di ‘integrazione degli stranieri’. Non capivo, ero preoccupato, soprattutto dopo che i miei figli mi hanno spiegato che si tratta di un termine di natura puramente (scientificamente) fisica e che un corpo, prima di integrarsi con un altro, deve disintegrarsi. Ho chiamato i parenti che stanno in America. Non sapevano dirmi niente di confortante, perché lì di questa ‘integrazione’ non si parla. Lì basta imparare la lingua e dopo quattro anni ‘baciare’ la bandiera e, sei a posto, sei americano!
Ma, cosa ne sanno questi americani, qui siamo in Europa, in Italia, nella culla della civiltà occidentale!
E ho incominciato attentamente a leggere i giornali e a guardare (buon Devla mi protegga) la televisione. Dopo un po’ mi sono reso conto che avremmo dovuto adattarci alle abitudini e ai costumi della popolazione locale (ancora?) e in particolare che avremmo dovuto smettere di rubacchiare, perché è proprio questo che più di tutto altro disturba la popolazione locale. In breve bisognava essere come ogni cittadino, non proprio ‘onorevole’ ma almeno degno di rispetto. Continuavo, preoccupato, a leggere la stampa per capire dove siamo carenti, finché non trovai (in un vecchio fascicolo dell’ Espresso, pag. 32/33, 13 gennaio 2000) un articolo dell’egregio Enzo Biagi: “Ogni tanto c’è qualcuno, intrepido, che si prende la briga di spiegare come sono fatti gli italiani. Esercizio assai complicato se già più di un secolo fa Della Gattina, un piemontese acuto e spregiudicato, diceva che è impossibile descrivere un popolo che al Nord chiama uccello quello che al Sud qualificano pesce. Sul Messaggero sono condensati i risultati di alcuni sondaggi sul tema. Aspetti negativi: sudaticci (uno su due); narcisisti (10 su cento ricorrerebbero al chirurgo anche per restaurare organi genitali); pigri, perché riluttanti a lavare i piatti a mano; sporchi (uno su cinque fa la doccia ogni giorno); romantici, i ragazzi credono nell’amore eterno; e infine credenti (69 su cento nell’angelo custode, molto meno nel diavolo). Dimenticavo: ignoranti, sette su dieci sono convinti che Palazzo Pitti sia una casa di moda”.
2.
Questo mi ha dato coraggio.
Non sarà difficile, per molti aspetti ci siamo. Anche se è troppo tardi per noi, per i bambini abbiamo deciso che devono studiare così che possano diventare persone di successo nell’evitare di pagare le tasse o nell’appropriazione indebita dei fondi pubblici.
Se la maggioranza della popolazione era musulmana lo eravamo anche noi, se era ortodossa lo eravamo anche noi, se era cattolica lo eravamo anche noi – d’altronde il Dio è unico e noi, uomini, siamo numerosi e diversi per la sua volontà
Per quanto riguarda la necessità di adattarsi agli usi e i costumi, con il tempo abbiamo perfezionato la nostra capacità d’adattamento: ai nostri nomi propri aggiungevamo quelli soliti nei paesi d’arrivo; se la maggioranza della popolazione era musulmana lo eravamo anche noi, se era ortodossa lo eravamo anche noi, se era cattolica lo eravamo anche noi – d’altronde il Dio è unico e noi, uomini, siamo numerosi e diversi per la sua volontà.
I nostri maschi erano tatuati e portavano gli orecchini d’argento, costume non abituale nell’Europa dell’epoca – abbiamo smesso di tatuarci e a portare gli orecchini. Alle nostre donne piaceva vestirsi nelle numerose gonne a strati e intensamente colorate – abbiamo faticato a convincerle a cambiare il modo d’esprimere i loro gusti e a ridurre i colori.
Abbiamo, anche, adattato l’espressione musicale dei nostri sentimenti alla vostra musica, abbiamo reinterpretato la vostra musica e vi è piaciuto. E tutto questo per agevolare i rapporti con la popolazione del luogo ma…
A noi è rimasta solo la nostra lingua e la nostra carnagione scura!
La nostra integrazione con le nazioni d’Europa è segnata sui visi increspati dall’invecchiamento precoce delle nostre madri, delle nostre mogli, nelle voci screpolate con le quali cantiamo le canzoni che vi piacciono.
Ma, ecco, state dicendo che non è bastato? Bisogna fare di più?
E abbiamo intrapreso il percorso integrativo, quando, i vostri capi, qualche anno dopo, dichiararono: “Tutti noi siamo americani!”
E adesso?
Tutto il “lavoro sul percorso integrativo” fu fatto inutilmente?
È passato tempo, molto tempo, dal nostro arrivo in Europa.
Oh! Abbiamo notato!
Abbiamo notato che anche voi avete fatto, non pochi, sforzi di avvicinare i vostri usi e costumi ai nostri. Vi è piaciuta ‘la vita da zingari’ e avete ‘inventato’ i campeggi (per il nostro gusto un po’ troppo recintati, ma, come inizio non è niente male) e poi, avete costruito le roulotte e i camper (qui ci siamo, qui ci si toglie il cappello); avete cominciato a tatuare i vostri corpi (con i segni che, spesso non hanno niente in comune con la vostra tradizione spirituale, ma…va bene anche così); avete iniziato a portare gli orecchini, a inscurire la vostra carnagione bianca (siete generosi nei vostri tentativi di cancellare le differenze visibili, ma non esagerate, apprezziamo l’impegno ma attenti alla salute); avete inventato la “flessibilità di lavoro” (anzi, ‘mobility job’ – suona meglio e si capisce ancor di meno). Non vi piace più neanche fare un lavoro stabile e sicuro? State cercando di superarci?
E poi, ultimamente, vi siete impegnati, alla grande, a cancellare la pena di morte dalle leggi di tutti gli stati del mondo.
Eehe, come gioirebbe bisnonno Solone, presidente del Consiglio giudiziario tribale, la cui riluttanza verso gli sforzi a introdurre la pena di morte nelle nostre leggi è stata d’importanza cruciale!
E tutto questo, dopo più di cinquecento anni e…e nuovamente siamo diversi?! Se solo ci fosse stato, nel suo tempo, nel tempo del bis-bisnonno Solone, il ‘quarto potere’ potevamo spiegarci e percorrere tanta strada insieme, senza costringere nessuno a cambiare la propria identità.
Apprezzo i vostri sforzi per migliorare la nostra inclusione sociale, ma non fatelo più – per favore!
Mi piace essere Zingaro, extracomunitario. Anzi, sono orgoglioso, perché è una parola che mi unisce con tutto il resto del mondo, in maniera equiparante e, soprattutto, senza alcun percorso integrativo. Anche perché la nostra esperienza secolare d’integrazione é ricapitolata in questo nostro proverbio: “Lo Zingaro è lo Zingaro, e il Gagé è il Gagé.”
Anche noi, Zingari, siamo convinti, proprio come voi, che siamo un popolo particolare, che non può mischiarsi con i Gagé (nella nostra lingua: i non-Rom, dunque extracomunitari).
E vi abbiamo conosciuto bene!
Da 600 anni siamo tra di voi, Gagé è uno che è costantemente al lavoro, sperando di diventare o di avere qualcosa in più e così, sperando, muore…insoddisfatto! “Onorevoli” la mano destra sul cuore, scusate, sul portafoglio – e danzate… khel (danzate), Gagé, cantate Gagé!
-
Ceribaša, pron.Zeribascia,era il titolo assegnato ai comandanti delle forze paramilitari nell’esercito ottomano. Oggigiorno viene usato per i capi delle comunità Rom
-
Ursari è una tribù Rom, il cui nome viene dal romeno ‘orso’, urs. Per secoli portavano un orso al guinzaglio intrattenendo la gente e raccogliendo elemosine