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Il primo aprile di novant’anni fa nasceva Milan Kundera, uno degli scrittori più influenti della letteratura mondiale. Il romanziere festeggerà il suo novantesimo compleanno a Parigi, la città che lo accolse nel lontano 1975, quando fuggì dall’allora comunista Cecoslovacchia insieme alla moglie Vera Hrabanková. Fu in occasione della pubblicazione de Il libro del riso e dell’oblio (1979), ove Kundera si schiera apertamente a favore della Primavera di Praga, che gli fu tolta la cittadinanza cecoslovacca e ottenne, due anni dopo, quella francese. Il libro in questione trattava di importanti tematiche, prima fra tutte la riflessione sulla capacità degli Stati di annullare la memoria collettiva e di negare la verità storica; motivo per il quale, secondo lo scrittore ceco, «la lotta dell’uomo contro il potere» si configurerebbe ne «la lotta della memoria contro l’oblio».
È ormai da molti anni, precisamente dal 1986, che Kundera non rilascia interviste. Conseguenza, questa, del suo timore di essere mal interpretato e dell’avversione, da lui in più occasioni manifestata, a parlare di sé stesso. A seguito del clamoroso successo ottenuto con la pubblicazione de L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984), su Le Nouvel Observateur sentenziò: «Il disgusto nel dover parlare di se stessi distingue i romanzieri dai poeti». Il romanzo menzionato, non si limita all’evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, ma propone delle domande penetranti e delle profonde riflessioni, come quando Kundera chiarisce uno dei motivi dell’infelicità umana: «Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. È per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione». Il romanzo sarà riadattato da Philip Kaufman nel film The unbearable lightness of being (1988).
Ulteriori romanzi che gli procurarono una clamorosa notorietà sono: Lo scherzo, (1967), La vita è altrove (1979), Il valzer degli addii (1979) e L’immortalità (1990), dove lo scrittore affronta i temi dell’attualità politico-sociale del suo paese inserendoli nella più vasta problematica della condizione dell’uomo moderno. Nelle sue raccolte di versi (L’uomo, un vasto giardino, 1953; Monologhi, 1957) Kundera dimostra invece una viva attenzione per la realtà della vita e dei sentimenti dell’uomo.
Una delle opere fondamentali dello scrittore ceco è senza dubbio L’arte del romanzo (1986), ove espone la sua teoria sul romanzo, da lui definito come «la grande forma della prosa in cui l’autore, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esamina fino in fondo alcuni grandi temi dell’esistenza». In particolare, riprendendo Herman Broch, sostiene che «Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è la sola morale del romanzo». Kundera ritiene infatti che la storia del romanzo è una successione di scoperte, volta a progredire la conquista dell’essere.
Lo scrittore ceco è stato giustamente insignito di numerosi riconoscimenti; tra i più recenti occorre segnalare il Premio Herder (2000) e il Gran premio di letteratura dell’Accademia francese (2001); inoltre, nel 2011, le sue opere sono state raccolte in due volumi, a cura di François Ricard, nella “Bibliothèque de la Pléiade”, collana prestigiosa della Gallimard dove solo raramente vengono ammessi autori viventi.