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Un talento era al tempo di Gesù una grossa somma di denaro, che si pensa corrispondesse grosso modo ad un anno di salario. Ovviamente, dato che è una parabola abbiamo un messaggio che ci giunge attraverso un racconto, ma è subito chiaro come il talento sia simbolico, indica tutte le capacità, le occasioni, e in questo anche i denari, che il Signore ci fa avere e ci chiede di mettere a frutto.
Questa parabola, con questa interpretazione, è stata così presente nella nostra cultura, che il termine “talento” direttamente derivato dal greco di questa parabola (anche in tedesco, anche se nella traduzione proposta è stato cambiato) è divenuto sinonimo di qualcosa che sappiamo fare di speciale: ad esempio un talento artistico, avere un talento, una predisposizione per le lingue…Ecco allora la parabola che Gesù raccontava:
«Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: “Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ho guadagnato altri cinque talenti”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: “Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ho guadagnato altri due talenti”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”.
Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo e disse: “Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo”. Il suo padrone gli rispose: “Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì ci sarà pianto e stridor di denti”.Matteo 25:14-30
Come va a finire con l’ultimo dei servitori è l’aspetto più problematico per la mentalità moderna della parabola, ma è anche –in certo modo– il lato più “istruttivo”. Andiamo per passi.
non oltre le nostre capacità
I tre servitori ricevono somme diverse. A ciascuno, come ci viene detto, in base alle sue capacità. Anche se nella parabola c’è un criterio quantitativo, nella sua interpretazione ovviamente non significa dar maggiore valore all’uno o all’altro, ma che ognuno riceve talenti per ciò che potrà fare. Il Signore non ci dà compiti più grandi di noi, ma qualcosa che è alla nostra portata e ci dà i mezzi per farlo.
Questo ci dovrebbe donare una serenità quasi inaspettata. Infatti, a volte o anche spesso siamo, sia in generale sia come cristiani, frustrati dal fatto di non riuscire a fare tutto quello che sembra necessario, o anche al minimo quello ci eravamo proposti di fare.
L’idea che sta dietro a queste differenti quantità è dunque liberante e non colpevolizzante. Anzi, l’affermazione del padrone ai suoi due primi servi, di essere stati fedeli in piccola cosa, ci mostra che la richiesta non era oltre le loro capacità, e che quindi abbiamo possibilità di fare con le nostre mani e nel nostro tempo ciò che il Signore ci affida. E l’essere accolti nel Regno di Dio, appare di gran lunga maggiore, rispetto a quanto noi possiamo aver fatto.
nessuna paura
Del terzo servitore notiamo che doveva far poco, ma neanche quello ha fatto. Poteva portare i soldi in banca, che non solo ci dice che già allora c’erano banche e interessi, ma che le varie capacità e talenti che aveva il terzo servitore, come anche le occasioni che gli erano state preparate, egli le ha semplicemente sotterrate, dunque nascoste, non utilizzate, non messe in alcun modo a frutto.
Il servo dice che ha fatto così perché ha avuto paura del padrone. Ha avuto paura di perdere dunque quel poco che gli era stato affidato, per timore di essere rimproverato. Al contrario ora è aspramente rimproverato per non aver fatto nulla, per non aver corso neanche quel minimo di rischio di affidare il contante alle banche.
Ciò ci parla dunque di chi ha paura di Dio, come se Dio non comprendesse i nostri possibili fallimenti e preferisse chi non fa nulla pur di non sbagliare. Come si dice: chi fa sbaglia! Nel senso che chi non fa non può sbagliare, ma –come in questa parabola– è ancor di più colpevole.
differenti religiosità
Ora la parabola è sempre paradossale, se non non sarebbe un vivido insegnamento.
Da una parte c’è una ricompensa, una salvezza, che sembra acquistata per merito. Dico sembra perché notiamo prima di tutto che questa parabola non sembra riguardare tanto la salvezza, quanto la vocazione, cioè quei talenti ricevuti nella vita, che sono però ricevuti per qualcosa, non fini a se stessi, ma essere messi a frutto. Allora la situazione del terzo servitore ci consegna un’esortazione forte a vivere mettendo a frutto le nostre possibilità e capacità. Non sta mettendo in dubbio che la salvezza sia per grazia, come annunciato da tutto l’evangelo.
Dall’altra parte però proprio il tema del giudizio entra di prepotenza con la conclusione. Ed è un giudizio su chi non ha vuole rischiare niente. È la condanna dunque di un certo tipo di religiosità che fa proprio i conti con meriti e demeriti.
In effetti, se l’immagine di Dio che si ha è quella di un Dio severo e ingiustamente esigente, ecco che tutta la vita sarebbe un camminare con la paura di sbagliare, ciò sarebbe bloccante rispetto alla vita concreta piena di contraddizioni, ma anche di occasioni per amare il prossimo.
Nella religiosità che si intuisce è rappresentata dal servo malvagio e fannullone, come il padrone lo definisce, c’è un’immagine del Signore come un signore feroce e gretto, in cui non si ama il Signore, né lo si ringrazia, ma se ne ha solo paura profondamente. La religione del non fare nulla di sbagliato, diviene in realtà la religione del non fare nulla.
L’annuncio di Gesù Cristo, invece, è l’annuncio di un Dio misericordioso e accogliente. E se la salvezza l’abbiamo già ottenuta per grazia di Dio, per merito di Gesù Cristo (questo il messaggio riscoperto al tempo della Riforma), non c’è allora da aver paura, ma ringraziando il Signore per ciò che ci ha donato mettere a frutto le capacità, le occasioni che abbiamo, per provare senza paura a camminare secondo la parola del Signore, ricercando la giustizia, la pace e il bene non solo nostro, ma anche del prossimo.
La parabola si conclude con una visione da giudizio finale, ma l’annuncio di grazia ci viene dunque in aiuto per la nostra speranza.
C’è anche un aspetto psicologico rilevato dal quel sotterrare il tesoro. Alle volte la paura fa in modo che le persone si nascondano e quasi sotterrino la loro esistenza.
Ciò ci parla di qualcosa che vediamo a volte con tristezza, il sotterrarsi alla vita, il voler essere invisibili.
La religiosità della paura del Signore offre spesso a chi la ascolta una auto-condanna. Il sentirsi buoni a nulla, che nella vita non abbiamo niente di buono da fare. Questo dà una profonda tristezza e una rabbia verso con queste idee mortifica le persone.
Invece, riconoscendo i tanti doni che riceviamo ci possiamo ritirare su. E mettendoli a frutto scopriamo, con sicurezza nell’animo, di valere agli occhi del Signore.
Abbiamo dei talenti!
Infatti, il terzo servitore non si accorge neanche della fiducia del padrone verso di lui, come anche della grandezza del dono ricevuto (anche se è un solo talento è una somma molto grande). Forse pensa di non valere nulla o che i doni del Signore non valgano molto.
Invece, Dio ci apprezza e ci ha dato tanto e tanto ci darà. La grazia che ci precede (prima che ti avessi formato dice il Signore a Geremia) è un annuncio che ci libera dalla paura di sbagliare e ci invita a tentare, a mettere a frutto i nostri talenti e vivere fino in fondo le nostre vocazioni. E prima di tutto a riconoscere che abbiamo tanti talenti.
Ognuno, infatti, riceva non solo una capacità, ma tantissimi talenti diversi. Misurarli e confrontarli sarebbe sbagliato, ma anche impossibile perché sono secondo i criteri di Dio e non secondo quelli del mondo.
E contano tutte le esperienze e le scelte e capacità che hanno tutte le persone. Capacità di lavoro, di relazione, artistiche, di volontà e le occasioni che date, che ci permettono di raggiungere risultati. Ma anche la ricchezza o i figli o la famiglia oppure vivere in tempo di pace, che permette di realizzare nuove cose o una lunga vita. Come anche Il saper studiare, il poter studiare o il dono di donare un sorriso…
Infatti, il Signore non chiama qualcuno a fare qualcosa alla stessa maniera di altri, ma chiama tutti in maniera differente, nelle varie situazioni in cui ci si trova.
talenti di una comunità
I nostri talenti come chiesa sono poi complessivi, comunitari. Insieme facciamo molto di più che come singoli divisi. E facciamo, magari senza saperlo, grandi cose
Al giorno d’oggi penso che ci sia molta rassegnazione in un mondo così pieno di cose difficili e complesse, e sembra non serva impegnarsi e che sia impossibile fare cose significative.
Questa parabola ci invita a non considerarsi mediocri, certo ad avere una giusta misura di noi, ma non a considerarci mediocri. Possiamo fare grandi cose per la gloria di Dio. Grandi cose dunque secondo la visione di Dio, che alle volte sono piccole cose dinanzi al mondo (che è spesso cinico e sfiduciato), ma azioni di grande impatto per le persone che le vivono o le ricevono. Qualcosa che fa sentire che la provvidenza di Dio è sempre in azione, che la sua Parola non è mai incatenata. Per questo occorre essere chiesa insieme, comunità che cerca di seguire la volontà del Signore.
Ci sono tanti uomini e donne che soffrono e lottano e aspettano gesti e parole autentici e importanti. E noi abbiamo mille talenti. Come anche una visione ereditata di una chiesa democratica, che annuncia grazia a chi grazia dispera. Un annuncio anche per le prossime generazioni.
Dunque altro che sguardo al futuro rassegnato o timoroso dobbiamo avere, anzi con urgenza di fare e mettere in opera uno sguardo positivo e fattivo pieno della fiducia in Dio e i doni che ci invia. Che a Lui sia la gloria. Amen
Zusammenfassung der Predigt
Der Herr gibt uns keine Aufgaben, die größer sind als wir selbst, sondern etwas, das in unserer Reichweite liegt und uns die Mittel dazu gibt. Die Religion, nichts falsch zu tun, wird tatsächlich zur Religion des Nichtstuns.
Der Herr der Gnade hingegen ruft uns auf, unsere Fähigkeiten und Möglichkeiten ohne Angst gut zu nutzen. Und zusammen mit anderen können wir große Dinge zur Ehre Gottes tun.