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NEW YORK - Le valute digitali dipendono dai cosiddetti 'minatori' i cui computer ad alta potenza funzionano giorno e notte, assorbendo elettricità per eseguire i calcoli utilizzati per verificare le transazioni. Dal momento che quasi due terzi di questa attività avviene in Cina, dove il carbone è la principale fonte di elettricità, ciò significa più emissioni e questo è il sillogismo usato per sostenere che il Bitcoin sia nemico dell'ambiente.
È difficile dire quanta energia sia consumata, secondo una ricerca di Bloomberg sono circa 20,5 terawattora di elettricità all'anno, Morgan Stanley ne stima fino a 140 terawattora. Il Cambridge Centre for Alternative Finance afferma che si è passati da 6,6 terawattora all'inizio del 2017 a 67 terawattora nell'ottobre 2020 a 121,9 all'inizio di febbraio 2021.
Non tutte le criptovalute sono uguali però: i minatori di Bitcoin utilizzano chip per computer costosi e progettati su misura, quelli di altre criptovalute utilizzano in genere schede grafiche più economiche e generiche, inizialmente progettate per i giochi di fascia alta. Una parte della produzione è stata inoltre spostata dalla Cina in regioni con abbondanti forniture idroelettriche come Islanda, Norvegia, Canada e parti della Russia.
La quota cinese del tasso di hash mensile di Bitcoin è scesa di 10 punti percentuali al 65% nel secondo trimestre del 2020, rispetto al terzo trimestre del 2019, secondo il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index. Ma l'elettricità rimane la più grande materia prima per tutte le monete e ne bruciano in gran parte. Chi difende i Bitcoin fa notare che la sua impronta di carbonio è piuttosto trascurabile rispetto alle automobili, alle centrali elettriche e alle fabbriche. Un'analisi del 2018 ha stimato che i videogiochi negli Stati Uniti da soli rappresentano circa 12 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, un terzo delle emissioni prodotte a livello globale da Bitcoin.
Ci sono poi anche valute digitali 'green': SolarCoin è stata lanciata per premiare la produzione di energia solare; la sua distribuzione procura incentivi per generare elettricità solare e contribuisce indirettamente a creare posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili. CureCoin è un'altra cripto-valuta che si basa su tecnologia blockchain, progettata per sostenere la ricerca scientifica sul cancro, sull'Alzheimer, sul Covid, e su altre patologie. Anche per CureCoin, la filosofia è quella di non usare hardware dedicati per il processo di mining, avvalendosi piuttosto di una rete di normali pc. Chi vuole offrire potenza di calcolo può scaricare i software folding@home o BOINC. La ricompensa monetaria per chi mette a disposizione il proprio hardware è appunto la moneta digitale di CureCoin.
E poi c'è Ethereum, al secondo posto dopo Bitcoin come dimensioni di mercato. Il mining di Ethereum consuma da un quarto alla metà del mining di Bitcoin che ha anticipato di voler cambiare algoritmo in uno nuovo (Casper) che dovrebbe ridurre al minimo il consumo di energia.