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Al Teatro Goldoni di Livorno, dal 15 al 21 gennaio 1921, si svolse il congresso del Partito socialista nel corso del quale, il delegato dell’Internazionale Comunista, espose le 21 condizioni per l’ammissione nell’organizzazione sorta nel 1919. Una di queste consisteva nell’espulsione dei riformisti dal partito. La componente detta massimalista e quella riformista frenarono su questa richiesta, mentre la frazione della sinistra comunista, guidata da Amadeo Bordiga e il gruppo torinese che faceva riferimento al giornale L’Ordine Nuovo erano favorevoli. L’ultimo giorno dei lavori, i comunisti lasciarono l’assise congressuale per trasferirsi al Teatro San Marco e fondare il Partito Comunista d’Italia (PCI dal 1943).
La storiografia sulle origini del partito ha riconosciuto, a cominciare da Paolo Spriano, l’“indiscutibile primogenitura” della frazione di sinistra comunista, nel volere il nuovo partito, prima del gruppo de L’Ordine nuovo, che si rese conto di questa necessità solo dopo la sconfitta del movimento dell’occupazione delle fabbriche. Il partito non nasceva da un’infatuazione mitologica per la Rivoluzione russa o da spinte eterodirette da Mosca, ma nel contesto rivoluzionario internazionale, intrecciato con un processo autoctono.
Nato sotto la direzione “bordighiana”, il PCd’I passò a quella “gramsciana”, con l’appoggio dei vertici dell’Internazionale, sancita dal Congresso di Lione 1926. Con Gramsci in carcere, il partito, clandestino in Italia e la direzione in esilio, fu via via partecipe delle politiche staliniste, pagandone il dovuto prezzo. Tra le centinaia di vittime del Gulag, una cinquantina figuravano tra gli iscritti al partito nel 1921. Di questi, rifugiatisi in URSS, 23 furono fucilati, 12 morirono nella prigionia, 12 tornarono liberi (le loro biografie compaiono nel sito Memorial Italia). Espulsi, cacciati malamente furono, a cominciare da Amadeo Bordiga, i “tre” (Pietro Tresso, Francesco Leonetti e Paolo Ravazzoli), colpevoli di aver mosso critiche alla politica detta del socialfascismo, e più tardi Umberto Terracini, espulso nel 1939 per aver criticato il Patto Ribbentrop-Molotov.
Piuttosto che nel 1921, Luciano Canfora ha fissato nella svolta di Salerno del 1944, voluta da Palmiro Togliatti, rientrato dall’esilio moscovita, la nascita del PCI, così come lo abbiamo conosciuto dopo la Seconda guerra mondiale. Un partito alla ricerca di un rapporto coi cattolici e la Democrazia cristiana, anche nei momenti più “freddi” della Guerra fredda, convinto che prima o poi sarebbe tornata in vita l’alleanza di governo del 1944-47. Ipotesi ripresa non a caso dalla segreteria di Enrico Berlinguer col “compromesso storico” e i governi di solidarietà nazionale del 1976-79. Altra tappa significativa di questa ri/fondazione fu l’VIII congresso del dicembre 1956, con la virata a favore della democrazia borghese e di un riformismo graduale e parlamentare, che poneva il PCI nell’alveo della tradizione socialdemocratica, senza mai pronunciare quella parola. Due caratteristiche imbrigliavano quell’evoluzione: il legame con l’URSS e la struttura organizzativa burocratica centralista: ne fecero le spese ancora quelli del Manifesto, radiati nel 1969.
Settant’anni dopo la sua fondazione, nel gennaio 1991, la stragrande maggioranza dei delegati comunisti, riuniti a congresso, decideva di rinunciare al nome e al simbolo e di dare vita al Partito Democratico della Sinistra (PdS). Una consistente minoranza, che non accettava tale decisione, annunciava di voler rifondare il Partito comunista. Il PDS (oggi PD) era l’approdo sicuro della nuova generazione funzionarial-militante cresciuta all’ombra del berlinguerismo, punto d’arrivo e superamento dello stesso riformismo storico d’impianto socialista. Finale di una storia e inizio di quella social-liberista, senza più freni inibitori.