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Il colosso dell’informazione di servizio pubblico iniziò le trasmissioni nel 1922. A che punto è oggi? Ne parliamo col già direttore Tony Hall
Tony Hall – per esteso: the Right Honourable Lord Hall of Birkenhead – è un gigante dell’informazione di servizio pubblico a livello mondiale. Direttore delle news alla Bbc dal 1993 al 2001 e direttore generale dal 2013 al 2020, è entrato in quella che gli inglesi chiamano affettuosamente ‘Auntie Beeb’ subito dopo una laurea al corso di Filosofia, politica ed economia di Oxford. Al momento della sua nomina alla direzione, in un periodo di grandi difficoltà, il collega David Dimbleby disse: "Mi sento come se stessi nella Marina reale quando annunciarono ‘Winston è tornato’" (dove Winston, ovviamente, è Churchill). Il Guardian, non certo generoso con il servizio radiotelevisivo pubblico, riporta che alcuni collaboratori chiamavano Hall "l’uomo col tocco di Re Mida". Però non è uno di quegli inglesi – perlopiù immaginari – che gli stereotipi vorrebbero arroganti e inamidati nella loro mise di Savile Row. Anzi: è un 71enne dai modi affabili e dall’ironia asciutta che ricorda vagamente Paul McCartney (ma pettinato), che a Lugano arriva con gli scarponcini da reporter, lo smartwatch e la giacca comoda, uno abituato a girare il mondo e a parlare con tutti. Anche con noi, in occasione di una lezione all’Università della Svizzera italiana organizzata dall’Istituto di media e giornalismo. Un ottimo modo per celebrare i cent’anni della British Broadcasting Corporation, la cui missione è da sempre "informare, educare, intrattenere".
La statua di George Orwell posta all’ingresso della sede centrale della Bbc proprio durante la sua direzione – pare che il predecessore l’avesse bloccata perché riteneva Orwell "troppo di sinistra" –, è accompagnata dalla frase: "Se la libertà significa davvero qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire". Orwell però aveva un rapporto complesso con la ‘zietta Beeb’, che definì "un incrocio tra un bordello e una gabbia di matti". Quale delle due citazioni le pare più azzeccata per descrivere la Bbc di oggi?
Penso che la Bbc sia un’organizzazione creativa, un posto straordinario pieno di idee e concetti e programmi, e questo in effetti porta con sé un certo caos. La Bbc è anche un caso di ‘serendipità’, dove l’incontro casuale, ad esempio, tra un musicista e qualcuno che sta preparando un programma di storia naturale può condurre a ogni sorta di incredibile risultato, ed è questo che amo. Ma sono anche molto felice di aver fatto posizionare quella statua in cui Orwell si sporge in avanti, ricordando a tutti coloro che ci lavorano che sei lì in nome del pubblico, per raccontargli il mondo nel modo più veritiero possibile, anche a prescindere da quello che la gente vorrebbe sentirsi dire.
La statua di Orwell all’ingresso del quartier generale BBC (Wikimedia)
I desideri del pubblico, però, cambiano tanto quanto le modalità di fruizione delle notizie. Lei ha portato l’informazione Bbc sul web e ha visto trasformarsi quel mondo da lineare – tivù e radio – a non lineare, fatto di app, siti e pagine social in cui i contenuti sono spesso disintermediati e accessibili in ogni momento. Cos’ha comportato questo cambiamento?
Quando lavoravo all’informazione ho introdotto l’offerta di news 24 ore su 24 in tv e in radio, oltre alla creazione del canale Bbc Parliament (interamente dedicato ai lavori di Westminster e del Parlamento europeo, ndr) e della versione online. Negli anni ’90 la mia idea era: prendi il contenuto che hai – che dev’essere più ampio e globale possibile – e offrilo alle persone quando lo vogliono, non quando decidi tu. Credo che la sfida, oggi, sia più o meno la stessa: come si veicola sui social media e altrove quel che di buono possiamo offrire, nel modo in cui le persone intendono usufruirne? Alla fine è sempre questione di attenersi ai valori che contano davvero, e sfruttare le tecnologie per comunicarli. Per valori intendo l’imparzialità, la ricerca della verità e l’impegno a fornire alle persone una visione più ampia possibile di quel che succede nel mondo, anche per alleviare un certo disorientamento. Troppo spesso siamo tutti fissati su una specifica storia: per questo è cruciale far capire a chi ci segue cos’altro succede d’importante nel mondo. Incluse le buone notizie, non solo quelle cattive.
Oggi si sfruttano gli algoritmi per venire incontro agli interessi delle persone. Il risultato, però, è che se compriamo un paio di scarpe da ginnastica sul web poi ce ne vengono offerte per settimane altre paia, quando avrebbe più senso suggerire un prodotto complementare o nuovo che magari non sapevamo di volere. È così anche con l’informazione? Come si evita di lasciare la gente in una bolla? Come si svolge quel ruolo educativo, di scoperta, che è parte delle "regole d’ingaggio" della Bbc come servizio pubblico?
Tradizionalmente, per promuovere nuovi contenuti si cercava di sfruttare un programma popolare per introdurre altro, qualcosa che pensavamo potesse essere interessante per il pubblico, anche se ancora non lo conosceva. Credo che oggi si tratti di utilizzare i dati che abbiamo sulle abitudini di consumo del pubblico stesso per ‘tentarlo’ a provare cose nuove, informazioni e programmi che riteniamo importanti. Penso che la sfida creativa del giornalismo sia comunque sempre quella di incoraggiare le persone a scoprire cose che non immaginavano fossero importanti.
La Bbc cerca di sostenere la capillarità dell’informazione locale con le sue redazioni, ma anche perseguendo un modello di collaborazione – più che di competizione – con le testate private. Come si fa?
Dobbiamo sempre vedere il servizio pubblico nel più ampio ‘ambiente’ dell’informazione che vorremmo. E in tale contesto è importante sostenere anche la qualità dell’informazione locale. Per questo abbiamo introdotto un progetto chiamato ‘Local democracy reporting service’, per collaborare con i media privati e aiutarli a sviluppare contenuti più ricchi su temi locali. Si tratta di una cosa importante, soprattutto considerando la crisi del giornalismo locale, causata anche dal fatto che grandi gruppi come Google e simili drenano sempre più ricavi pubblicitari.
Anche il budget della Bbc – che dà lavoro a circa 22mila persone – è sotto attacco costante. Addirittura si pensa di abolire il canone di 159 sterline annue (circa 180 franchi) che garantisce gran parte delle entrate, mentre la stragrande maggioranza dei vostri canali non può vendere pubblicità e l’unico altro attivo importante viene dalla vendita a terzi di programmi e contenuti speciali. Alcuni sostengono che nell’epoca delle app il canone non serva più, che si possa ovviare alla sua perdita offrendo abbonamenti personalizzati. Cosa ne pensa?
L’abolizione del canone stravolgerebbe l’identità della Bbc, che oggi è un servizio universale, accessibile a tutti. L’introduzione di uno schema di abbonamenti distruggerebbe questo profilo. Credo che nei prossimi anni si debba dibattere per capire come ripensare il canone – per renderlo più equo per chi non può permetterselo – oppure come trovare altri strumenti di finanziamento pubblico, ad esempio una tassa. Ma se mettessimo i contenuti dietro a un paywall, snatureremmo l’universalità che fa della Bbc quel che è.
Durante la pandemia tutte le testate – a maggior ragione quelle di servizio pubblico – si sono trovate nella difficile posizione di dover fare informazione ‘per’ i governi e le loro politiche sanitarie, mantenendo allo stesso tempo un ruolo critico nei confronti di quegli stessi esecutivi. Come se l’è cavata la Bbc?
I dati dimostrano che alla gente serviva informazione verificata e onesta, oltre a un aiuto a interpretare quel che stava accadendo. Credo che la Bbc ci sia riuscita, mantenendo una giusta distanza critica rispetto al governo, impegnato a sua volta in un compito difficilissimo. Il Covid, come la morte della regina Elisabetta, ha dimostrato che c’è bisogno del tipo di approccio e della struttura di comunicazione tipici della Bbc.
A proposito della regina, il Guardian ha scritto che Elisabetta è stata una creazione della Bbc, della copertura mediatica che le avete sempre assicurato. Avete seguito il funerale con uno staff enorme. Non è un po’ troppo, per qualcosa d’obsoleto come una testa coronata?
No, credo anzi che si sia colto l’umore della nazione: Elisabetta rappresentava un legame coi tempi di Churchill e della Seconda guerra mondiale, è stata la regina che ha regnato più a lungo, molti di noi non hanno conosciuto un altro monarca. Credo che la Bbc abbia lavorato bene, soprattutto pensando che si tratta di situazioni complicate, anche dal punto di vista dello stile e del registro che si decide di utilizzare.
Una geniale serie satirica anni ’80 della Bbc, ‘Yes, Minister’, raccontava la vita di un ministro britannico – un simpatico cialtrone – e del suo diabolico capo di gabinetto, quello che alla fine di ogni puntata levava il boss dai guai. Ai tempi di BoJo, Liz Truss e Rishi Sunak, possiamo dire che non è cambiato nulla? Oppure era ed è solo una commediola?
Beh, la Bbc è molto brava con la comicità e la satira, io stesso ero preso di mira dai nostri programmi e ritenevo fosse un punto di forza il fatto di negoziare il ‘Royal Charter’ (il ‘contratto’ costituzionale della Bbc con lo Stato britannico, ndr) proprio mentre la rete continuava a prendere in giro non solo il potere politico, ma anche se stessa e me. Di programmi di questo genere ce ne sono stati tanti di cui andare fieri, anche dopo ‘Yes, Minister’: credo che certa comicità ci dica tanto delle nostre vite e delle persone che siamo.