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Si è concluso con una assoluzione con formula piena il processo a carico dell'ex calciatore del Milan Kakà, accusato di un'evasione fiscale da circa due milioni di euro.
Il fuoriclasse braisiliano, vincitore del Pallone d'oro nel 2007, in passato aveva già risolto il contenzioso tributario, distinto dal procedimento penale, versando due milioni di euro all'Agenzia delle Entrate. E oggi è stato assolto dal Tribunale di Milano con la formula "perché il fatto non sussiste".
Ricardo Izecson dos Santos Leite, vero nome di Kakà, che attualmente gioca negli Stati Uniti, centrocampista dell'Orlando City, era finito a processo per aver creato, secondo l'accusa, un presunto "schermo" societario per abbattere le tasse sui "proventi derivanti dallo sfruttamento della sua immagine" tra il 2005 e il 2008, quando faceva parte della squadra rossonera.
Imputato per infedele dichiarazione dei redditi, il calciatore avrebbe costituito la società "Tamid Sport Marketing Srl" al fine di "interporla tra lui e i suoi sponsor". Lo "schermo creato solo per finalità di ordine fiscale", sempre secondo l'accusa, gli avrebbe permesso di abbattere le tasse sui proventi milionari legati alla sua immagine, in quanto all'epoca Kakà è stato testimonial di diverse campagne ed iniziative pubblicitarie in Italia.
Un impianto che però non ha retto alla prova del processo di primo grado. Tanto che era stato lo stesso vice procuratore onorario, rappresentante della pubblica accusa, a chiedere nella scorsa udienza l'assoluzione del calciatore "perché il fatto non sussiste", sottolineando che "la società era realmente operativa e non si trattava di uno schermo per non pagare le imposte".
Richiesta alla quale si era associato il difensore di Kakà, l'avvocato Daniele Ripamonti, che oggi ha espresso "soddisfazione" per la decisione del giudice. "Il mio assistito avrebbe potuto cavarsela anche grazie alla nuova normativa, in quanto l'abuso del diritto non costituisce più reato - ha sottolineato il difensore - ma il giudice lo ha assolto con formula piena, accogliendo in toto le nostre ragioni".
Secondo l'avvocato Ripamonti, infatti, all'epoca Kakà era "uno dei calciatori più quotati al mondo" e "aveva concesso a un soggetto terzo i diritti per lo sfruttamento della sua immagine", non per evadere le imposte ma "per conseguire il maggior numero di contatti attraverso una struttura competente". Una ricostruzione che ha convinto il giudice della seconda sezione penale del Tribunale di Milano, che ha dato ragione al calciatore assolvendolo con formula piena.
SDA-ATS