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Il premier libanese Saad Hariri intende far approvare oggi dal consiglio dei ministri il suo piano di riforme economiche come risposta alle proteste popolari in corso da cinque giorni in tutte le città del Paese.
Secondo fonti politiche vicine al capo del governo citate dai media di Beirut, Hariri dovrebbe riunirsi in fine mattinata con i ministri per discutere e far approvare il piano di riforme "radicali".
In questi giorni di massicce proteste popolari contro la corruzione e il carovita, Hariri si è consultato con gli alleati al governo e con i paesi stranieri, come Francia e Stati Uniti, che sostengono il suo governo. Di questo fanno parte anche gli Hezbollah, molto vicini all'Iran.
Le riforme dovrebbero includere tagli netti a una serie di spese come i salari di rappresentanti governativi e diplomatici, i fondi a "consigli di sviluppo" creati nel periodo post-guerra civile (1975-90) ma diventati negli anni strumenti di rafforzamento del sistema clientelare.
La manovra economica di Hariri dovrebbe comprendere anche la privatizzazione del settore delle telecomunicazioni e la riforma del sistema di diffusione dell'energia elettrica, da decenni razionata.
In seno al governo però sono apparse le prime spaccature in seguito alla pressione delle proteste popolari di questi giorni.
Il partito delle Forze libanesi ha annunciato la dimissione dei suoi ministri. Mentre gli Hezbollah, il movimento Amal del presidente del parlamento Nabih Berri, e la Corrente patriottica libera del presidente della repubblica Michel Aoun e del ministro degli esteri Gibran Bassil rifiutano tutti l'idea di dimissioni. Analogamente, i ministri del partito guidato dal leader druso Walid Jumblat - che giovedì sera, all'inizio delle proteste, si era espresso in favore delle dimissioni - si sono ora detti a favore di una riforma economica di Hariri.
In attesa che in serata il premier Saad Hariri annunci alla nazione le sue scelte politiche e istituzionali di fronte alla pressante richiesta di dimissioni, le scuole, le università, le banche e diverse istituzioni locali e centrali sono rimaste chiuse.
E nelle piazze delle città la gente sta tornando stamani a confluire per chiedere a gran voce e per il quinto giorno consecutivo "la fine del sistema politico-confessionale e clientelare" e misure contro il carovita e la corruzione.
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