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Applausi interminabili per un’esecuzione che ha unito il mestiere di orchestrali di lungo corso con lo stupore di studenti di Conservatorio
“Introibo ad altare Dei”: l’entrata in scena e la salita sul podio di Markus Poschner m’ha fatto pensare a quella del paffuto Buck Mulligan, che con lo scherno della frase di liturgia dà l’avvio alla folle giornata dell’Ulisse di Joyce. Perché un pizzico di follia c’è nel “Sacre du printemps” di Igor Stravinskij, apparso come musica di balletto nella prima clamorosa esecuzione al Théâtre des Champs Élysées del 1913, e pure nella “Valse” di Maurice Ravel, apparsa senza clamori e in forma di concerto al Théatre du Châtelet nel 1920. Nei sette anni che separano i due eventi James Joyce sta lavorando al suo Ulisse, la cui prima edizione apparirà nel 1922, anch’essa a Parigi.
“Parigi, città dell’eterna giovinezza”, la chiamò Stefan Zweig, coetaneo di Joyce e Stravinskij, nel suo “Mondo di ieri”. Già nel 1907 Picasso vi aveva dipinto “Les demoiselles d’Avignon”, nel 1910 lo stesso Stravinskij vi aveva fatto sussultare i monili sulle scollature delle dame con “L’oiseau de feu”, ma poi con “Le Sacre” vi fece irrompere la rivoluzione del ritmo nella musica, con la violenza del nuovo che spazza via il vecchio. Forse nella “Valse” di Ravel ci fu anche un tentativo di restaurazione con l’evocazione della Vienna dei valzer di Johann Strauss, ma la scappatella nell’Ottocento fu breve e pronto il ritorno ai ritmi del Novecento.
Ma non di solo ritmo è fatta la musica e intanto tra Vienna e Berlino Arnold Schönberg sta lavorando a una ben più complessa riforma dell’armonia, che fatica a decollare, perché Vienna e Berlino perdono la Grande Guerra e i loro Imperi. La ripresa economica e sociale del mondo tedesco richiede più tempo e la musica atonale dovrà attendere qualche anno per affermarsi.
A un secolo di distanza possiamo vedere come l’affermarsi della musica del Novecento sia stato meno rapido e danzante, forse abbia dovuto attendere anche la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e, come suggerisce Thomas Mann nel “Doctor Faustus”, “superare il paradosso (seppure è un paradosso) che la dissonanza esprime tutto ciò che è serio, elevato… mentre l’armonia e la tonalità sono riservate al mondo della volgarità e del luogo comune”.
“La Valse” e “Le Sacre” assieme fanno appena 50 minuti di musica, ma richiedono una grossa orchestra. Giovedì scorso, nella Sala Teatro del Lac completa, il pubblico ha potuto ammirare il complesso formato unendo l’Orchestra della Svizzera italiana e l’Orchestra del Conservatorio della Svizzera italiana: una gaddiana “Orchestra di cento professori”, con i fiati, le percussioni, le due arpe chiesti dalle partiture, affiancati da cinquanta archi sulla base di sei contrabbassi.
L’evento era stato programmato l’anno scorso e la pandemia costrinse al rinvio di un anno. Forse ciò ha favorito una preparazione più lenta e accurata, un approccio insolito alle due opere in programma. Scrivo questo in forma interrogativa, perché non ho informazioni su quanto e come si sia lavorato per giungere alle stupefacenti esecuzioni di giovedì. Come si sia riusciti a unire il mestiere di orchestrali di lungo corso con lo stupore di studenti di Conservatorio, formare sezioni dell’orchestra così omogenee e così duttili ai richiami del direttore.
Markus Poschner ha diretto in modo magistrale. Il suo ampio gesto è sembrato evocare i contesti storici e culturali nei quali le due opere sono nate e hanno attraversato un secolo. Ha trafitto le asprezze timbriche e le ossessioni ritmiche dando risalto agli interventi solistici. Ha tenuto saldamente in mano l’orchestra, senza comandi, solo con inviti.
Il pubblico si è lasciato sedurre un po’ lentamente. Si è avvertita qualche sua distrazione nella “Valse”, ma si è fatto sempre più attento nella prima parte del “Sacre” e nella seconda parte ha respirato con il direttore e con l’orchestra. Alla fine ha sciolto un applauso senza ovazioni da stadio, ma interminabile. L’hanno dovuto chiudere i musicisti con un inchino fuori programma e lasciando il palco. Sono uscito dalla sala adagio, tra spettatori assorti “come a nessun toccasse altro la mente”.