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Il Tribunale federale ha assolto dall’accusa di assassinio un bosniaco, oggi 47enne, condannato inizialmente a 15 anni di prigione per aver ucciso un 31enne svizzero con due colpi di pistola in un’officina a Gränichen (Argovia) nel 2012. La giustizia argoviese dovrà ora indennizzare l’uomo che è rimasto detenuto per oltre cinque anni.
Assieme al 47enne, che lavorava nell’officina, il Tribunale distrettuale di Aarau nel 2015 aveva condannato a 15 anni di detenzione per lo stesso reato anche il suo datore di lavoro – uno svizzero oggi 54enne – poiché considerato il mandante del delitto. In seconda istanza, l’anno successivo, il Tribunale d’appello argoviese aveva confermato la pena per il cittadino bosniaco e scagionato dall’accusa di assassinio il 54enne, ritenuto colpevole unicamente di istigazione alla coazione.
In una sentenza pubblicata oggi, l'alta corte di Losanna ritiene invece che il proprietario dell’officina dove si sono svolti i fatti avesse tutto l’interesse a far ricadere la colpa sul suo impiegato.
Le affermazioni del proprietario, secondo i giudici di Mon Repos, non potevano essere considerate credibili. Il Tribunale cantonale argoviese, invece, si era fondato largamente sulle deposizioni del datore di lavoro, volte a ridurre la propria pena per aumentare quella del suo impiegato. Il tribunale federale giudica arbitraria tale valutazione delle prove.
Il fatto di sangue risale a domenica 7 ottobre 2012 in un’officina all’interno di uno stabile che ospita anche abitazioni a Gränichen. Attorno alle 20.45 uno svizzero 31enne, noto al datore di lavoro e all’impiegato, è morto in seguito a due colpi di pistola. Al termine di una lunga inchiesta il Tribunale distrettuale di Aarau aveva condannato in prima istanza i due a 15 anni di detenzione per assassinio.
Il Tribunale cantonale in seconda istanza aveva confermato la condanna per il cittadino bosniaco e ridotto quella nei confronti del proprietario, infliggendogli 180 aliquote giornaliere sospese con la condizionale.
I giudici si erano fondati sulle dichiarazioni del datore di lavoro, che aveva incaricato il suo operaio di "ammazzare di botte" il 31enne svizzero, poiché quest’ultimo chiedeva costantemente del denaro.
Il Ministero pubblico argoviese aveva portato questa sentenza fino al tribunale federale per fare in modo che anche il datore di lavoro venisse nuovamente condannato per assassinio. I giudici di Mon Repos hanno tuttavia respinto questo appello a causa della decisione pronunciata a favore del bosniaco.
I contorni della vicenda rimangono avvolti nel mistero. L’inchiesta ha rivelato una complessa rete di dipendenze, paure e amore, ma anche di problemi di denaro tra varie persone. Il proprietario dell’officina al momento vive con la moglie della vittima – madre di due bambini – con cui ha avuto relazioni sessuali già prima dell’assassinio del 31enne.