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Daniel J. Jones, per sette anni ha lavorato a un rapporto sulla tortura commissionatogli da un gruppo di senatori che facevano riferimento alla democratica Dianne Feinstein: 525 pagine frutto di un’indagine esaustiva e riassunto di un fascicolo di ben 6700 pagine, a tutt’oggi secretato, sul controverso programma Cia creato, in seguito agli eventi dell’11 settembre, da due psicologi, James Mitchell e Bruce Jessen, senza nessuna esperienza reale di interrogatori ma per il quale hanno ottenuto un contratto da 80 milioni di dollari. Waterboarding, acqua gelata, incatenamenti, musica heavy metal ad alto volume, privazione del sonno e altre forme di violenza caratterizzavano questi interrogatori che, come l’inchiesta di Jones ha dimostrato, non servirono a ottenere nessun tipo di informazione valida a prevenire attentati terroristici o a dimostrarne la responsabilità.
L’incessante ricerca della verità da parte di Jones porta a scoperte esplosive che metteranno in luce fino a che punto la massima agenzia di intelligence della nazione si è spinta per distruggere le prove, aggirare la legge e nascondere una brutale verità all’opinione pubblica americana.
Dopo più di dieci anni, Scott Z. Burns torna alla regia. scegliendo una storia reale, che tanto si rifà al cinema anni Settanta per tematiche, atmosfere e stile. Dal titolo semplice, ma incisivo, il film è un thriller attento e preciso, molto diretto che ci concentra sul rapporto stesso, senza perdersi nella dimensione personale del protagonista, tratteggiando l’isolamento che si crea intorno a quella stanzetta in cui lavorava.