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TOKYO - La prolungata emergenza medica causata dal Covid-19 nei paesi del Sudest asiatico continua a intralciare la logistica delle case auto giapponesi, compromettendo il regolare funzionamento degli stabilimenti sul fronte domestico.
Nello specifico, la crisi sanitaria in Vietnam, Malesia e Indonesia - che si aggiunge alla carenza di semiconduttori per il mercato automotive -, costringe i principali costruttori a rivedere le proprie strategie, in anticipazione di una ripresa della domanda.
Lo scorso giovedì Toyota ha annunciato una riduzione della produzione del 40% a livello globale per via dell'allarme coronavirus, definito «più grave e serio di quanto previsto inizialmente». In gran parte del Sudest asiatico una successione di lockdown è stata imposta dalle autorità locali, creando uno stallo delle catene produttive, che riguarda - oltre alla Toyota - anche la Honda e Mitsubishi Motors.
In Thailandia si è cercato di trovare rimedi simili a quelli attuati durante i Giochi olimpici di Tokyo, racconta la stampa nipponica, con i lavoratori trasportati nelle fabbriche su appositi bus e fatti alloggiare in residenze specifiche per prevenire ogni forma di contatto con la popolazione locale e una possibile diffusione del virus.
Gli effetti sul fronte dei semiconduttori, con diversi settori a contendersi l'offerta limitata - e su mercati sempre più concorrenziali -, ha inasprito le difficoltà dell'intero comparto delle quattro ruote.
Mazda ha deciso lo stop degli impianti in Thailandia e in Messico per 10 giorni durante il mese di agosto per fronteggiare l'insufficienza di chip, mentre la Nissan e la Suzuki stimano un ridimensionamento dell'output rispettivamente di 250'000 e 350'000 unità per l'anno fiscale in corso. Un'avvisaglia, quella della scarsità di piastrine di silicio, che secondo gli analisti è destinata a durare fino all'autunno del 2022.