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L’attuazione della direttiva sulle armi contiene in particolare due novità da cui deriva un manifesto vantaggio in termini di sicurezza:
- tutte le parti essenziali di armi devono essere contrassegnate;
- migliore scambio di informazioni con gli Stati associati a Schengen.
Queste novità permettono, da una parte, alla polizia di chiarire più facilmente l’origine di un’arma e, dall’altra, di venire a sapere in modo più semplice a chi è stata rifiutata un’arma all’estero per motivi di sicurezza.
Ma il maggiore vantaggio in termini di sicurezza deriva dal fatto di rimanere associati a Schengen e Dublino. Un no alla revisione della legge sulle armi pone automaticamente fine a questa cooperazione, a meno che tutti gli Stati dell’UE e la commissione UE chiudano entrambi gli occhi.
No. Infatti la revisione non mette in pericolo le nostre tradizionali manifestazioni di tiro come il tiro in campagna, il tiro obbligatorio o i corsi per giovani tiratori. Per la grande maggioranza dei tiratori non c’è alcun cambiamento, ad esempio per i soldati che vogliono conservare la loro arma d’ordinanza alla fine del servizio, per i cacciatori, per i giovani tiratori, per i tiratori che partecipano alle discipline olimpiche, per il tiro al piattello o con la carabina e per molte altre persone che praticano gli sport del tiro. Non sono nemmeno previsti test medici o psicologici, né un registro centrale. Pertanto, i timori iniziali dei tiratori non sono stati confermati.
No. In quanto membro di Schengen la Svizzera ha potuto partecipare alla modifica della direttiva sulle armi esercitando la sua influenza. Insieme agli altri Stati ha potuto impedire norme più severe che avrebbero potuto mettere in pericolo la nostra tradizione pacifica del tiro. In Svizzera l’attuazione si è poi svolta secondo il normale processo politico ed è stata accettata dal Parlamento. Gli aventi diritto di voto possono decidere il 19 maggio 2019 se vogliono accettare la modifica di alcuni punti del diritto svizzero sulle armi e se vogliono quindi accettare l’attuazione della nuova direttiva UE sulle armi. Non si può quindi parlare di un’imposizione dell’UE.
Un no alla revisione della legge sulle armi pone automaticamente fine alla cooperazione con gli Stati associati a Schengen e Dublino, a meno che tutti gli Stati dell’UE e la Commissione UE chiudano entrambi gli occhi. Concretamente dovrebbero essere disposti a venire incontro alla Svizzera entro 90 giorni. In caso contrario il trattato di Schengen, e quindi anche il trattato di Dublino decadono. Non occorre una denuncia né una decisione. È quanto previsto dall’accordo che il popolo ha accettato nel 2005. Ciò avrebbe importanti conseguenze soprattutto per la sicurezza e per l’asilo ma anche per il traffico doganale o la libertà di viaggio. Le conseguenze possono anche essere valutate in cifre: il prezzo per la nostra economia nazionale potrebbe essere di diversi miliardi di franchi all’anno (fonte: Rapporto del Consiglio federale del febbraio 2018).
Se il diritto sulle armi non è adeguato, la Svizzera potrebbe perdere la sua qualità di membro degli accordi di associazione a Schengen e Dublino (cfr. domanda 4). È palese che l’insieme delle relazioni della Svizzera con l’UE sarebbero più difficili se la cooperazione dovesse terminare nei settori della sicurezza e dell’asilo.
È vero il contrario: il Consiglio federale ha sempre ribadito di impegnarsi a favore di soluzioni che non pregiudichino la tradizione svizzera del tiro. E negli ultimi anni ha tenuto fede a questa promessa – anche ora, in occasione di questa revisione parziale della legge sulle armi. Il Consiglio federale ha in particolare provveduto a imporre e confermare l’eccezione per il tiro in Svizzera, ottenuta nel 2004 nell’Accordo di Schengen con l’UE (Processo verbale approvato, pag. 509 seg.), anche in occasione della rielaborazione della direttiva dell’UE: per il tiro militare e le armi di ordinanza riprese direttamente dall’esercito la revisione parziale della legge svizzera sulle armi non prevede alcuna modifica.
Ultima modifica 20.05.2020