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I giochi ora sembrano fatti: Joe Biden ha vinto le presidenziali Usa con 306 grandi elettori, dopo che i grandi network americani hanno 'chiamato' gli ultimi Stati chiave, assegnando i bastioni repubblicani dell'Arizona e della Georgia al candidato dem e la North Carolina a Donald Trump, che si ferma a 232 voti. Un risultato esattamente opposto a quello del 2016.
Poco prima Peter Navarro, uno dei consiglieri economici del presidente, aveva assicurato alla Fox che "alla Casa Bianca continuiamo a lavorare presupponendo che Trump avrà un secondo mandato", facendo eco alle parole del segretario di Stato Mike Pompeo. "Penso che il presidente parteciperà al proprio insediamento", aveva risposto alla stessa emittente la portavoce della Casa Bianca Kayleigh McEnany a chi le chiedeva se Trump andrà al giuramento di Biden. Ma 'The Donald', arroccato tra tweet e purghe nell'amministrazione, è sempre più isolato, in patria e nel mondo. E sembra ormai convinto a sopravvivere all'umiliante sconfitta annunciando la sua ricandidatura nel 2024, dopo che sarà certificato il voto a favore del suo rivale. Una mossa con cui intanto congelerà un campo già affollato di possibili candidati repubblicani e manterrà l'ampio consenso dimostrato anche nella debacle (72 milioni di voti), garantendosi magari un redditizio contratto per un libro e onorari per conferenze. Il tutto probabilmente con l'aiuto di una sua tv digitale con cui sostituire la Fox dopo che gli ha girato le spalle.
Nelle ore precedenti per lui erano arrivate altre docce fredde. La prima è stata la nota congiunta di diverse autorità elettorali statali e locali, tra cui l'Agenzia della cyber sicurezza e della sicurezza delle infrastrutture (Cisa), che dipende dal ministero della Homeland Security: "Nessuna prova" di schede perse o modificate o di sistemi di voto violati, "l'elezione del 3 novembre è stata la più sicura della storia degli Stati Uniti", hanno confermato, smentendo così le accuse di elezioni fraudolente da parte di Trump. Poi Pechino ha rotto il suo silenzio: "Rispettiamo la scelta del popolo americano ed esprimiamo le nostre congratulazioni a Joe Biden e alla vice Kamala Harris", ha fatto sapere il ministero degli Esteri. Una svolta arrivata all'indomani dell'ordine esecutivo con cui il presidente americano, invocando rischi alla sicurezza nazionale, ha vietato agli americani di investire dall'11 gennaio in 31 società cinesi legate all'esercito di Pechino: nell'elenco ci sono colossi come Huawei, China Mobile, China Telecom, China Railway e Aviation Industry Corporation of China. Si tratta della prima mossa rilevante dell'amministrazione Usa verso il 'decoupling', la separazione dei mercati finanziari americani da quelli cinesi. Nel limbo di chi non ha ancora fatto le congratulazioni a Biden restano ora solo il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e quello russo Vladimir Putin. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha ribadito l'attesa per i risultati ufficiali ma ha anche assicurato che Mosca "lavorerà con qualsiasi presidente sceglieranno gli americani".
Trump comincia inoltre a vedere le prime crepe anche tra i repubblicani. Cresce il numero di senatori favorevoli a garantire a Biden il briefing dell'intelligence, chiesto dal suo team ma bloccato dal presidente insieme a tutte le altre prerogative della transizione. Esponenti di spicco come Karl Rove, l'architetto della presidenza di George W. Bush e consigliere informale di Trump, lo invitano a "fare la sua parte per unire il Paese guidando una transizione pacifica e mettendo da parte le lamentele", ammonendo che i riconteggi "non ribalteranno i risultati del voto". Persino il Las Vegas Review Journal del magnate dei casinò Sheldon Adelson, uno dei suoi maggiori sostenitori e donatori, lo invita in un editoriale ad ammettere la sconfitta e a cooperare con il transition team del suo rivale. Alcuni suoi avvocati, infine, si ritirano dai ricorsi o negano di aver prove di frodi, in Arizona è lui stesso a fare dietrofront mentre in Michigan un giudice ha respinto la richiesta di bloccare la certificazione dei voti a Detroit.
Mark Zuckerberg è invece il primo esponente di Big Tech a riconoscere la vittoria di Biden, anche se solo davanti ai propri dipendenti, mentre il New York Times paragona Trump a "despoti" come Aleksandr Lukashenko, Robert Mugabe, Nicolas Maduro e Slobodan Milosevic per le tattiche usate per rimanere al potere.