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I commenti ad alcune mie riflessioni molto generali sul libro Il gene egoista di Richard Dawkins mi hanno fatto notare una cosa curiosa: Dawkins, ateo convinto, utilizza in continuazione un linguaggio finalistico.
Non si tratta certo di una contraddizione: credo che neppure i membri del Discovery Institute di Seattle (probabilmente l’organizzazione americana a favore del Progetto o Disegno Intelligente più attiva e meglio organizzata) vi facciano appello per criticare Dawkins. Banalmente, si tratta di una semplificazione, di una maniera veloce di esprimersi. Invece di dire “le giraffe con il collo lungo riescono a mangiare più foglie e quindi hanno maggiori possibilità di riprodursi di quelle con il collo corto”, si risparmia dicendo o “il collo delle giraffe è lungo perché così possono mangiare più foglie” o “il collo lungo serve a mangiare più foglie”, lasciando intendere che il collo non si è allungato per permettere alle giraffe di mangiare.
In un contesto di ontologia forte, il discorso finirebbe qui: si tratta soltanto di espressioni linguistiche, che nulla hanno a che fare con la realtà.
In un contesto di ontologia debole, invece, le cose non sono così pacifiche. Con ontologia debole si intende una ontologia che assume criteri di esistenza più deboli, cioè meno specifici e più ampi, di una ontologia forte, basata su criteri più circoscritti. Il fatto che una espressione sia irrinunciabile, come sembra essere il finalismo, se persino Dawkins vi fa ricorso, allora significa che si ha a che fare con qualcosa che esiste. È una sorta di versione ontologia del criterio di economia di Mach: se una cosa permette di risparmiare fatica, esiste.
Le ombre e i buchi, per una ontologia debole, esistono, sono cose. È la scienza stessa a stabilirlo, ad esempio, con le eclisi: l’ombra della luna che si proietta sulla terra. Volendo è possibile descrivere questi fenomeni senza nominare l’ombra ma, ancora una volta, la descrizione è terribilmente anti-economica. È meglio credere che le ombre esistano.
Lo stesso avviene con il finalismo: conviene credere che il finalismo esista, che le mutazioni abbiano uno scopo.
Le ombre esistono, però sono strane. La mia mano proietta la propria ombra sul tavolo, proprio accanto al libro.
Posso nascondere il libro, coprirlo con un giornale, posso anche spostarlo. L’ombra non la posso coprire. Non posso neppure spostarla, a meno di non spostare anche la mia mano o la sorgente di luce. Muovere il tavolo, invece, non cambierebbe nulla: l’ombra rimarrebbe lì dove si trova, contrariamente, ancora una volta, al libro.
Noi adulti conosciamo bene questi fenomeni: conosciamo lo strano comportamento delle ombre e non proviamo a nascondere l’ombra di un oggetto con una coperta e non ci chiediamo dove finiscono le ombre quando si spegne la luce. I bambini, invece, provano a coprire la propria ombra, e provano ad inseguirla per catturarla.
Mi viene il dubbio che i seguaci dell’Intelligent Design siano come i bambini: si chiedono chi sia il grande architetto che ha progettato l’universo, e non si rendono conto che la loro domanda equivale a quella dei bambini “dove va l’ombra quando si spegne la luce?”.