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INTERVISTA ALL'AUTORE DURANTE LA PRESENTAZIONE DI "VIOLINI INFUOCATI" A MOLFETTA (BA)
1) domanda:
*La poesia riflette il poeta?
**Cosa caratterizza queste poesie?
Risposte:
* Sì
**L' "ESSERE"
2) domanda:
*Quale poesia celebre vorreste avere scritto e perché?
Risposta:
* Se riferito alla produzione altrui (e credo valga per chiunque) la poesia dantesca, perchè a tutt'oggi non v'è nulla di più sublime e universale.
Se riferito alla mia produzione, rispondo con una contro domanda provocatoria: "Quale dei vostri figli vorreste diventasse celebre?"
3) domanda:
*La scrittura e la poesia, da dove nasce l'ispirazione per questi versi
**Nascono prima le parole o i pensieri?
Risposte:
*La scrittura e la poesia sono la risposta spontanea agli stimoli della realtà sia esogena che endogena, dell'esocosmo come dell'endocosmo.
È il modo in cui il poeta risponde a se stesso,alle percezioni,
ai sentimenti, alle emozioni. La risposta intuitiva attraverso il gioco inconscio delle libere associazioni ch'egli ripropone al lettore. L'elaborazione razionale finale è solo tecnica di limatura.
**Non esiste un cosa prima e cosa dopo. L'origine dell'input non ha una fonte definita: giunge di solito improvvisa ed inattesa da qualsiasi direzione.
4) domanda:
*voi poeti cosa vi sentite di suggerire a chi vorrebbe debuttare come poeta, ma è ancora indeciso?
Risposta:
*Aprire gli occhi al mondo, chiuderli alla superficialità e alla tentazione del successo suggerito dall'omologazione che spinge a rifugiarsi nel "Così fan tutti" e tuffarsi invece "sconsideratamente" nell'abisso del profondo "Se stesso". Esprimere l'ESSERE non il VOLER ESSERE.
5) domanda:
*Il poeta oggi: come si potrebbero attrarre sempre più giovani alla letteratura e al mondo della poesia?
Risposta:
*Riequilibrando l'insegnamento, sì che l'indirizzo letterario torni ad avere pari dignità con quello scientifico, perché tutto può essere oggetto di poesia, basta saperlo fare.
In quanto a saperlo fare basti ricordare l'opinione di Jacobson, secondo il quale: "...la forma è importante quanto il contenuto (che definisce)... la poesia è fusione di significante e significato, forma e contenuto (che sostiene) ...in poesia le parole hanno valore non tanto (io sostituirei più correttamente quel Tanto" con solo) per il contenuto che esprimono, ma per l'armonia, il suono che generano"
Vorrei concludere con un'osservazione personale extra questionario: la raccomandazione a non sottovalutare l'importanza dello strumento: la parola, perché essa è strumento e materia, mezzo , oggetto e veicolo, non solo di concetti, ma anche di sentimenti ed emozioni.
Non a tutti è concessa la grazia d'essere poeti, perché poeti si nasce per cui, ritenendo il consiglio comune al sentire d'ogni poeta, concludo con gli ultimi quattro versi della satira di Trilussa. "L'eguaglianza"...
"...Se ti senti la forza necessaria
spalanca l'ale e viettene per aria;
se nun t'abbasta l'anima de fallo,
io seguito a fa l'aquila e tu er gallo."
PRESENTAZIONE DE: "I NOTTURNI DI RALCO" C/O LA BIBLIOTECA COMUNALE DI DRUOGNO in Val Vigezzo (VCO)
La narrazione, apparentenmente scoordinata, segue il percorso delle riflessioni di un infermiere durante i momenti di pausa, nella fase del servizio notturno, in cui il silenzio, la solitudine e il rallentamento delle attività consentono una più serena e attenta riflessione sul significato di quel che si fa. Riflessioni abbandonate di proposito al gioco delle libere associazioni, gioco che si dipana in un contesto altrettanto ben focalizzato che è la vita nell'ospedale psichiatrico, osservata da diverse angolazioni: dalla vecchia concezione ghettizzante e di tipo carcerario, alla nuova concezione di Franco Basaglia: << Il matto da slegare >>. La narrazione vuole porre l'accento su questo passaggio dal vecchio al nuovo, vuole evidenziare il diritto ed il rovescio delle due medaglie, visti dall'interno con l'occhio dell'operatore che vede e vive la realtà nella sua genesi spontanea, non nella deformazione mediatica presentata al pubblico per provocare una risonanza emotiva voluta dal regista per lo scopo che il committente vuole realizzare. Fenomeni che inducono a credere che il cambiare significhi sempre un progresso verso il meglio: demolire il vecchio idolo per costruirne uno nuovo più bello e accattivante. Si vuole di proposito far notare che ogni medaglia o moneta hanno un diritto ed un rovescio connaturati a tal punto che l'eliminazione di qualunque delle due facciate implica la soppressione del tutto. Nell'Universo non esiste un positivo senza il suo negativo perché solo nella loro dinamica si dipana il divenire.
PRESENTAZIONE C/O LA BIBLIOTECA DI CASORATE SEMPIONE (VA) A cura di: Marta Sarti
Il titolo è già un'introduzione al romanzo:
i notturni
La notte è la parte del giorno più propizia alle riflessioni e qui di riflessioni si tratta: l'intero impianto narrativo si regge sul pensiero del protagonista, Ralco, infermiere psichiatrico che trova nel ritmo rallentato dei turni di notte spazi vuoti in cui lasciare vagare la mente tra ricordi e mille interrogativi sul significato della propria esistenza.
Non lasciamoci ingannare dall'incipit del romanzo, che, presentando il protagonista alla terza persona, fa pensare ad un narratore esterno.
Alla seconda pagina abbiamo il sospetto che il punto di vista del narratore-autore si identifichi con quello del protagonista. c'è un passare dal pensiero riferito attraverso il legame sintattico "si giustificò pensando ...", "e riandò col pensiero ..." alla riflessione diretta, non riportata dalla voce esterna, secondo la tecnica del discorso indiretto libero.
Se ritorniamo al titolo, ci accorgiamo che Ralco è l'anagramma di Carlo.
Le riflessioni del protagonista sono dunque le riflessioni dell'autore su tutta la sua vita, prevalentemente muovono dall'esperienza di infermiere psichiatrico all'ospedale di Mendrisio, con tutte le problematiche vissute e affrontate in prima persona nel rapporto con i pazienti, con i colleghi, con i medici, insieme ad inquietanti interrogativi sulle terapie adottate, sul rapporto malattia-normalità, ma anche riflessioni e interrogativi sul significato dell'esistenza, sulla incapacità della mente umana di penetrare il trascendente per avere certezze assolute, sul rapporto libero arbitrio e determinismo e ancora: memorie del passato, dell'infanzia, delle persone care portate via dalla guerra o dalla malattia, del borgo, evocato attraverso i sensi ... profumi, colori, rumori.
Questo andare avanti e indietro della mente sembra voler fare il punto della situazione, tirare le fila di una esistenza, forse per capire quali condizionamenti ne abbiano segnato la direzione.
LEGGERI MA NON TROPPO - NOVE RACCONTI -
Una sola vita a cavallo di due mondi così diversi e lontani da rendersi irriconoscibili l'un l'altro eppure adiacenti
Oserei dire due ere con in mezzo le atrocità della seconda guerra mondiale a fare da sottile spartiacque. Un prima poco credibile a chi è nato nel 1945 e un dopo inconcepibile a chi è deceduto nel 1945. A fare da trait d'union i rimasugli di una generazione guardata con sospetto e diffidenza, ritenuta poco credibile, fabulatrice di pseudologie fantastiche da terzo mondo, per cui è preferibile che se ne stia zitta. Scomparsi che saranno i Momo, i Berto, i Tobia non ci sarà più nessuno a raccontare il loro mondo povero e un tantino ingenuo, se non proprio innocente.
Fra qualche decennio il prima non esisterà se non nella letteratura mitologica o solo accennato in qualche raro libro di storia. Il presente andrà sfumando piano piano per cedere il posto ad avventure galattiche, ma una cosa è sicura: la tecnologia conquisterà la galassia, cambierà anche l'uomo modificando il suo patrimonio genetico fino a creare l'uomo nuovo, forse l'oltre uomo di Nietsche, ma allora non ci sarà più alcun Uomo.
Recensione di: "LEGGERI MA NON TROPPO" a cura di Massimo Conconi
(Trascrizione dattilo dalla lettera autografa originale)
Carissimi Carmen e Carlo
Dopo giorni che ho finito di leggere "il vostro" "Leggeri ma non troppo", finalmente trovo il tempo, in una pausa lavorativa, per inviarvi questa mia. Ed indirizzo queste note al domicilio di Carmen, l'invio riguarda il vostro essere sorella e fratello consanguigni affettuosamente legati oltre gli accadimenti della vita, così come traspare nel bellissimo libro di memoria narrativa di Carlo. Ho letto i racconti di "Leggeri ma non troppo" con crescente interesse, la prosa sciolta, il periodare scorrevole e poetico di Carlo, la scrittura concettuale, le affermazioni sagaci, i luoghi storici casoratesi evocati nei ricordi; il tessuto morale filo conduttore nell'opera che conduce il lettore da racconto in racconto fanno della raccolta, a mio modesto parere un piccolo capolavoro narrativo degno di comparire nei migliori scaffali delle biblioteche pubbliche e/o private. I luoghi, l'aria che si respira tra i passaggi tonali, le pennellate e le silloge, gli appunti e gli incisi fanno di Carlo un narratore di qualità; mi sembra che lo scrittore "empirico" già conosciuto nei: "Notturni di Ralco" affinato dalle ritmiche poesie di "Juvenilia", abbia qui lavato i panni "in Arno" o meglio "nel Ticino", quello del fiume, ma anche quello di un tempo, di uno spirito di fughe meno intelletuali; i racconti, rispetto alle trame narrative di un romanzo, trovano in Carlo, che si riflette negli occhi di Carmen ma anche di Anto, ad esempio nel viaggio in Sicilia, una "melancolia" che mi ricorda, devianza del mio essere, la bellissima "Melancolia" del grande Albrecht Durer; l'incisione databile alla prima metà del cinquecento, rappresenta visivamente un antico-nostalgico essere spirituale, sintesi di una cultura occidentale che dall'antica Grecia ci conduce per le terre d'Europa nel migliore rinascimento. Ecco in "Leggeri ma non troppo", Carlo, all'ombra del suo femminile, affresca, fa rivivere una giovinezza del secondo novecento, con la "Melancolia", con la leggerezza e la bellezza di una raggiunta maturità di scrittore. Complimenti, mi è piaciuto moltissimo. Grazie!! Uno splendido regalo.
Affettuosamente
cordiali saluti
Varese li 17/05/2014 Massimo Conconi
DIETRO L'ULTIMO SOLE
(presentazione)
... È nato così un libro scritto con le immagini e dipinto coi versi per diffondere una nuova armonia di sentimenti ed emozioni che diventi musica interiore nel piccolo universo personale immerso nel cosmo di tutti, in cui ogni nostra gioia o dolore, felicità o lutto, come dice il Pascoli, <<Sparisce nell'ombra del tutto>>.
RECENSIONE DI " JUVENILIA " (di Simona Introcaso)
Ogni poesia andrebbe analizzata per sé ma in una visione generale viene istintivo percepire una vena di tristezza
e malinconia che permea l'intera raccolta ed il vagheggiamento dell'età giovanile come luogo di possibilità infinite contro la condizione "senile" vista come ineluttabile preludio al nulla del pst-mortem.
Le poesie più "giovani" - ovvero quelle scritte negli anni giovanili - sono liriche più serene e le stesse tematiche
sono segno di una apertura all'esterno: la NATURA, I PAESAGGI, mentre quelle più tarde sono analisi della condizione umana in cui l'uomo esce sempre sconfitto!
Sembra evincersi l'idea che solo nella natura, nella sua contemplazione, nel suo fondersi in essa l'uomo possa trovare pace ai suoi dolori, alle sue ansie ed ai suoi crucci.
Tra le mie preferite:
* All'Amico : dove il senso dell'amicizia travalica la morte ed il distacco
* Nomadi : con la forza di entrare in CON - FUSIONE con quel mondo
* Idillio a sera : la chiusa su gioventù e follia è indicibilmente bella
* L'orma : nella poesia emerge il tratto di un'anima (la Merini) sofferente ma non folle. Emerge
anche una profonda conoscenza e consonanza emotiva con il mondo della follia e delle
malattie mentali, vissute come una condizione umana e non come un mondo di cui aver
paura.
Il linguaggio giovanile è più ricercato ma anche, in apparenza, un esercizio "scolastico" di utilizzo di parole insolite e letterarie, quasi ad esprimere e dimostrare le proprie conoscenze; le liriche più mature invece, pur mantenendo un lessico ricercato, danno la sensazione che l'autore possegga davvero e abitualmente utilizzi quei termini meno consueti.
SIMO
CHRONOS Poesie e dintorni
"Di fronte alla poesia del folle,
quella del savio
adombrata scompare"
(Platone)
La frase rubata a Platone, che apre la finestra sul mondo poetico di questa raccolta, è l'avola del detto popolare: fra il genio e la pazzia non v'è che un passo. Il tutto pare scientificamente dimostrato (oggi) e confermato dalla psicologia e dalla psichiatria. Per poter essere artisti bisogna essere border line. Essere cioè in equilibrio precario sul crinale della presunta sanità mentale. in bilico tra il precipitare sul versante della psicosi endogena pura oppure scivolare in quello della banale normalità. Se volessimo fare degli esempi pratici potremmo considerare la differenza tra una Merini e un imbrattacarte qualsiasi con la velleità della poesia.
Sarà poi vero? D'accordo che la saggezza popolare è dettata da secoli d'esperienza pratica, ma è anche vero che ha un proverbio per ogni occasione. È cioè un " Taia e medega ", una mutanda per tutti i culi.
Credo che ad ogni buon positivista che conosca quanto precarie e mutevoli siano le verità scientifiche, il beneficio del dubbio possa essergli concesso.
INCHIOSTRI E FONEMI Versi e rime in libertà
... In Bertòlo tale lacerazione, il "sopruso" subito dal manipolatore della parola che cerca di indiarsi, non evapora del tutto, ma transita a uno stadio maturo, in cui l'amore è talmente autentico da non soffrire l'ancoraggio talvolta alla roccia talaltra alla liquidità del mare ...
(Dalla prefazione di Alessandro Lattarulo)
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Da: "La Prealpina "del 16 giugno 2017 - inserto "Lombardia oggi" pag.: 40
SILLOGE MISTA IN AGRODOLCE: Presentazione di ALESSANDRO LATTARULO
Sorprende Bertòlo. Sorprende perché non finisce di stupirsi. Riottoso ai canoni e mosso dall'ardente desiderio di sperimentare e cimentarsi con l'ignoto, plasma la parola, la destruttura e la rimodella fin quasi verso esiti che trascendono le proprie intenzioni. Il poeta, d'altronde, è un creatore indefesso di significati inediti, che passano per l'azzardo linguistico, per l'utilizzo ausiliario di parole piegate a esplorazioni oniriche tra disegni di carta. La parola evoca ricordi e traghetta nel futuro, fingendo da cerniera per ricreare continuamente la realtà a partire dall'esperienza di vita, propria e altrui.
Al cospetto di ciò, il poeta, ergendosi a giocoliere, fa il verso ai propri versi, canta in maniera mediamente semiseria le proprie dolenzie , schernendo il dato anagrafico, anche per esorcizzarne il peso.
Se il silenzio appare birichino, non manca, in questo laboratorio, la domanda attraverso cui consentire al lettore di interpretare questa sorta di lascito letterario in guisa di burla: "chi fui?" Non affinché la decifrazione, con guida paternalistica, sia univoca, ma per suggerirgli di non disperdere l'attenzione su qualche elemento di contorno e più appariscente di un'opera così eclettica.
In una dimensione pacificata dell'anima e dell'esistenza, il piacere e la privazione, Eros e Thanatos non conducono nel vicolo cieco della lacerazione identitaria, dello smarrimento, ma vengono visti con levità, con distacco serafico, conferendo loro una cifra spogliata dalla falsa tragedia che quest'epoca ama mettere in scena e rappresentare costantemente fossilizzandosi su sostantivi ai quali conferire un'accezione puramente negativa, come "crisi". La provocazione dell'autore è viceversa tesa a mettere alla berlina l'inutile saccenza di chi non potrebbe neppure permettersela, senza dimenticare quel che ci accade intorno, ma devoto a uno spirito vagamente burlesco, come nel racconto di una Genesi secondo babbeo o nella fustigazione sorniona dell'ipocrita pudicizia che riserviamo agli "scarti" del nostro organismo. Il tutto spaziando in modo libero e spensierato tra alcuni lasciti stilistici di primaria importanza, secondo quanto Bertòlo stesso ci racconta, per esempio, nella prefazione alla sezione in cui si cimenta con la destructuratio loqui.
LE PATURNIE DEL NONNO: prefazione di Sergio De Carli
Pensieri di un nonno
di Sergio De Carli
Se un nonno scrive qualcosa, spesso, lo fa per i nipoti, gli eredi che assumeranno il compito, quando saranno adulti, di dare continuità – secondo modalità desunte dalle loro personalità – ai <<suggerimenti>> di quel vecchio che con loro non sarà stato altro che un uomo dolcissimo, un gran dispensatore di coccole, anche se a volte poteva apparire burbero.
Diciamo subito, allora, che questa raccolta di scritti, “per la gran parte sotto forma di lettera aperta a personaggi reali o immaginari” (Prefazione, p. 6), non può essere ridotta a una serie di paturnie (me lo permetta l’Autore): si tratta invece di riflessioni mai banali, elaborate con la precisione e la ricchezza di rimandi che solo una persona acuta e profonda può raccogliere e presentare ai lettori. Con un procedere semplice e comprensibile, mai semplicista.
A scrivere è un nonno, cioè una persona <<esperta di umanità>>, conoscitrice delle cose della vita, capace di esprimersi con sufficiente distacco e serenità. Anche quando si tratta di questioni non semplici o, come si dice nella citazione di José Hernandez, “cose con fondamento” (p. 11): l’autore nota – non a caso – che “pochi uomini sanno vedere oltre la punta del proprio naso o del proprio tornaconto” (p. 30). Essere <<vecchi>> significa saper meglio apprezzare “significati, emozioni, valenze” (p. 111) che compaiono nei vari momenti e nelle diverse situazioni della vita perché le guardi con un certo distacco, che non è solo lontananza nel tempo, ma è anche capacità di prendere le distanze e di utilizzare uno sguardo critico, con analisi approfondite che – pur presenti – non si lasciano travolgere dai sentimenti e dalle emozioni.
Con ragione Bertòlo scrive che “la vita è solamente un viaggio” (p. 102), e “vivere è […] una finestra sull’infinito” (p. 23). I nonni stanno spesso a quella finestra, anche per vedere i giovani che vivono oggi la loro stagione d’inizio della vita, con la freschezza e – a volte l’incoscienza – che si scorge quando si riesce a scavare sotto una dura scorza, costruita come difesa da una società che tende troppo spesso a strumentalizzarli. Come sarebbe migliore il mondo se lo lasciassimo un poco anche nelle loro mani! Che è poi quello che sanno fare i nonni, quando si lasciano trasportare – scientemente – lungo i sentieri o le vie di un piccolo paese. E allora sanno ricordare lo stupore di fronte a chi si sente altro (Cloclò, alle pp. 157-169) rispetto a questo mondo. E poi la guerra vissuta con gli occhi di Casorate Sempione, il paese della crescita alla vita adulta. E, a conclusione, e non penso sia un caso, la questione delle questioni: Dio. Appunto, un libro che non parla di <<paturnie>>, ma racconta con leggerezza delle cose quotidiane come dei grandi problemi.
Da ultimo, ma non perché ultime, le splendide illustrazioni di Massimo Conconi: veloci nel tratto, eppure sempre frutto di meditazione pensosa, mostrano alcune stazioni della Via crucis rilette nel nostro tempo (il femminicidio, l’immigrato morto nel Mediterraneo, la prostituta…). Splendido, da questo punto di vista, il “Crocefisso: Cristo in camicia e cravatta” (p. 69, con quella <<cravatta>> che pare uno squarcio nel costato, come dire del benpensante che colpisce al petto l’amore dell’uomo-Dio che si offre per la salvezza dell’umanità. Con quel tratto nero su fondo chiaro che comunica la drammaticità insieme alla grandezza del gesto. Infine quei <<grovigli>>, che certo indicano intrecci difficili da comprendere, che il colore però ingentilisce e, alla fine, spinge verso la speranza.
Carlo Antonio Bertòlo, Le paturnie del nonno. Epistolario apocrifo, illustrazioni di Massimo Conconi, Wip Edizioni, Bari 2018, pp. 205, € 15.