Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01074.jsonl.gz/1422

Proprio le sue credenziali di musicista, non soltanto la serietà della preparazione, furono alla base dell'invito che Nikolai Rubinstein gli rivolse ad assumere la cattedra di teoria musicale del nuovo Conservatorio di Mosca.
Petr Iljic arrivò in questa città il 18 gennaio 1866 e una nuova fase dell'esistenza si apriva davanti a lui.
Dopo qualche giorno dal suo arrivo, scrisse ai prediletti fratelli gemelli, Anatol e Modest, per raccontare le sue prime esperienze:
_________
Anatol (olja) e Modest (Modja)
Abito in casa di Rubinstein, cara e simpatica persona, non certo scostante come suo fratello. Egli ha messo a mia disposizione una stanzetta accanto alla sua camera da letto. Alla sera quando va a dormire, io temo sempre di disturbarlo con lo scricchiolio della mia penna; non ci separa infatti che una parete sottilissima.
In un'altra lettera, datata pochi giorni dopo:
Tutto il mio stipendio se ne andrà per un nuovo vestito. Rubinstein sostiene infatti che la mia giacca piuttosto logora non si addice a un professore di teoria. Quel brav'uomo si prende cura di me come una balia affettuosa e non vuoi sentir parlare di abbandonarmi alla mia sorte. Oggi mi ha regalato di prepotenza sei camicie nuove.
Comincio a poco a poco ad abituarmi a Mosca - scrive alla sorella - ma la solitudine mi rende triste. Le mie lezioni di teoria incontrano successo tanto che i miei timori sono adesso scomparsi. Così, vado sempre più assumendo la fisionomia di un autentico professore.
Il Conservatorio di Mosca che porta il nome di Ciajkovskij
A Mosca, Petr entra in contatto con alcune personalità che avranno importanza per il suo avvenire, primo fra tutti il celebre drammaturgo Ostrovskij, subito disposto a ricavare un libretto d'opera dal suo dramma Il Voivoda e ad offrirlo al giovane maestro. Ma ancor più importante è l'incontro con Petr Jurgenson, un baltico nativo di Reval, che, da una condizione modesta, è riuscito a elevarsi fino a diventare grandissimo editore musicale.
Con l'aiuto di Rubinstein, quell'uomo intraprendente ha aperto un piccolo negozio di musica e va pubblicando testi e trattati prescritti dal Conservatorio. La sua azienda è in rapida fioritura. Si entusiasma per le musiche del nostro compositore, pubblica una dopo l'altra tutte le sue opere e, pel resto della vita, gli rimase amico fedele. L'ascesa di Jurgenson è strettamente legata all'ascesa di Ciajkovskij.
Altre amicizie importanti furono quelle con il pianista e critico Nikolai Kaskin
e del violoncellista Karl Albrecht. Inoltre in quel periodo Ciajkovskij maturò almeno due esperienze che sarebbero rimaste fondamentali, l'allargamento degli orizzonti estetici con le peregrinazioni in Occidente, e il rinnovato legame con la campagna russa, che tanta serenità apportava al suo spirito ogni volta che si ritrovava a Kamenka, in Ucraina, ospite della sorella Aleksandra, sposata Davydov.
Per realizzare gli approdi creativi che gli stavano a cuore, il viaggiare diventò per Ciajkovskij una necessità vitale, non esitando, a tal fine, ad affrontare disagi anche considerevoli. Ma gli stimoli culturali assunti costituirono sempre per lui un'adeguata ricompensa. E la preparazione sulla letteratura musicale dei Grandi, oltre che sul prediletto Mozart, ne trasse enorme giovamento, secondo una sintesi di romanticismo e di classicismo, in una dimensione squisitamente originale. La sua collocazione estetica, a tale riguardo, fu colta esattamente da Stravinskij quando osservò che «la produzione di Ciajkovskij, i suoi temi e i suoi slanci, sono generalmente romantici, ma non romantica è la struttura formale dei suoi lavori che si riallaccia al gusto classico e, nello stesso tempo, piace a noi moderni nel taglio delle frasi e nelle loro connessioni».
D'altra parte, in campagna, il giovane musicista riconosceva in sé un rapporto strettissimo con la terra patria. Tutte le affinità artistiche con l'Occidente venivano a dileguarsi quando Ciajkovskij affidava al suo diario, in quel tempo, una confessione come questa:
Perché mai un semplice paesaggio russo, una passeggiata serale attraverso la campagna, la foresta o la steppa, mi emozionano al punto da costringermi a fermarmi, a sdraiarmi per terra, invaso da un dolce torpore, da un amoroso sentimento per la natura che mi circonda? Un'atmosfera inebriante, una dolcezza inesprimibile mi avvolgono alla vista di un villaggio lontano, dell'umile chiesetta del paese, di tutto ciò che mi suggerisce l'immagine della mia Russia natale.
L'inverno del 1868 segnò una data importante per la vita e la produzione di Ciajkovskij, sul doppio versante del mondo dei sentimenti e della carriera artistica. Nel febbraio, in occasione di un concerto benefico, Petr salì per la prima volta sul podio. Dichiarò in proposito: «È qualcosa di spaventoso, avevo paura, sbagliavo nel dare gli attacchi». Il pubblico però non si accorse del suo stato d'animo e il musicista, rinfrancatosi, avrebbe dato inizio, non molto dopo, ad una notevole attività pubblica di direttore d'orchestra, foriera, nella maturità, di celebrità e di lauti compensi, specie all'estero. Nel medesimo periodo è da ricordarsi un romanzetto d'amore con Désirée Artôt, il soprano francese allieva di Pauline Viardot, attiva allora in Russia.
In quegli anni, la cantante debutta a Mosca ottenendo un vero e proprio trionfo.
Sapessi che cantante e che attrice è la Artôt! - scrive Petr a Modest, - mai prima d'ora avevo provato un simile godimento artistico.
In men che non si dica è talmente innamorato della cantante che arriva a progettare di sposarla. Nel 1868 scrive al padre:
Poiché certamente saranno già giunte al tuo orecchio le voci della mia intenzione di sposarmi, e poiché immagino che tu sei senz'altro scontento del mio silenzio in proposito, voglio spiegarti subito come stanno le cose. Ho conosciuto la Artôt fin dalla primavera; ma allora ebbi occasione di incontrarla una volta soltanto. Quando in autunno tornò a Mosca, mi astenni, per un mese intero, dall'andare a trovarla.
Ci incontrammo per caso a una manifestazione musicale ed ella si disse meravigliata che io non fossi ancora andato a cercarla. Le promisi allora una visita. Tuttavia non ne avrei fatto nulla se Anton Rubinstein, trovandosi di passaggio a Mosca, non mi avesse un giorno trascinato da lei. Da allora essa mi ha invitato quasi ogni giorno ed io mi sono abituato a passare il mio tempo accanto a lei. In un batter d'occhio ci infiammammo di una tenera simpatia reciproca e ce lo confessammo immediatamente. Naturalmente parlammo subito del problema del matrimonio e, se nulla di contrario succede, contiamo di sposarci nell'estate prossima.
Ma sorgono poi difficoltà di ogni sorta. Scrive ancora il musicista:
Dal momento che essa non può decidersi a rinunciare alle scene, neppur'io vorrei sacrificarle il mio avvenire. Non c'è dubbio infatti che se mi mettessi a seguirla ciecamente, perderei qualsiasi possibilità di farmi strada. Vedi, babbino, com'è difficile la situazione in cui mi trovo: da un lato amo quella donna con tutto il cuore e con tutta l'anima, talché mi sembra impossibile continuare a vivere senza di lei; dall'altro la fredda ragione mi obbliga a riflettere e a considerare più a fondo l'aspetto spaventoso del matrimonio, così come me lo dipingono i miei amici.
Nel frattempo, Désirée Artôt è partita per Varsavia e poco dopo una lettera di Petr a Anatol contiene questa confessione:
A proposito dell'avventura amorosa che ho vissuto l'inverno scorso, ti posso comunicare che ci sono molte ragioni per dubitare di un mio ingresso nel regno di imene. La faccenda comincia ad andare piuttosto male.
Fu, in realtà, non più che un'infatuazione passeggera. Poco tempo dopo, nella primavera del 1869, la cantante andò sposa al baritono spagnolo Padilla e Petr si consolò ben presto nel facile alibi dell'impossibilità di far coincidere due carriere artistiche divergenti. Il riscontro delle «Lettere ai familiari», divulgate recentemente in Occidente da Aleksandra Orlova, ha rivelato che, allora, la «scelta di campo» nell'ambito affettivo più intimo di Petr era già un fatto compiuto.
Un anno più tardi, ecco che scrive ancora su quell'argomento:
Fra poco rivedrò la Artôt. Questa donna mi ha fatto passare ore molto amare; eppure mi sento attratto verso di lei da una simpatia inesplicabile e aspetto il suo arrivo con grande impazienza.
Quando la cantante è di nuovo sulle scene del Teatro dell'Opera di Mosca, Petr siede in platea in uno stato di eccitazione estrema; e il critico Kaskin, che siede accanto a lui, ricorderà più tardi nelle sue Memorie: «Come la cantante comparve sulla scena, Petr Iljic portò agli occhi il binocolo e non lo depose durante tutto lo spettacolo. Era ben difficile tuttavia che potesse veder qualcosa, poiché lacrime e lacrime gli rigavano le guance».
Sei anni dopo Petr udiva ancora una volta la Artôt in teatro:
È diventata orrendamente grassa e ha perduto la voce quasi del tutto. Col suo talento è tuttavia riuscita a vincere: infatti dopo il quarto atto degli Ugonotti è stata chiamata alla ribalta venti volte.
L'amicizia fra i due durerà fino alla morte di Petr. Quando nel 1888 la incontra a Berlino, scrive non senza un certo rimpianto a Modest:
Il marito, Padilla, quasi mi soffocava coi suoi abbracci. Ma la vecchia è affascinante come vent'anni fa.
Lentamente incomincia l'ascesa. Nei primi anni di Mosca, Ciajkovskij compone una quantità di musiche (alcune opere, una Sinfonia, una Ouverture) oggi quasi dimenticate. Quei lavori furono tuttavia eseguiti e cominciarono a dar fama al suo nome. ben più importanti l'ouverture-fantasia Romeo e Giulietta (1869) e il primo Quartetto per archi op. 11, con quel famoso «andante cantabile» che commoveva fino alle lacrime Lev Tolstoi.
Con gli anni la situazione di Ciajkovskij a Mosca andò migliorando; le sue entrate segnarono qualche aumento, la considerazione dei colleghi andò rafforzandosi e la sua musica trovò un certo numero di amici e di sostenitori. Per alcuni anni fu collaboratore stabile delle «Notizie moscovite» e in tal giornale pubblicò numerosi saggi d'indole musicale.
Val la pena di sfogliare le sue recensioni più interessanti, spulciandone qua e là i giudizi piü significativi. Su Mozart, che sempre fu l'amore più coerente e costante della sua esistenza, scrisse in questi termini:
Mozart non è mai invadente o tedioso e sempre conquista, incanta, riscalda il mio animo. Quando ascolto la sua musica, mi sento come quando ho compiuto una buona azione, cioè contento di me.
Diversa la sua opinione su Beethoven:
Mi prosterno davanti al «Grande» Beethoven, non metto in dubbio la sua importanza, credo che il suo genio si manifesti soltanto dopo la Terza Sinfonia, ma non lo amo.
Per Brahms le riserve furono ancora maggiori:
Non trovo alcun fascino nella sua musica: Brahms mi sembra oscuro, freddo, poco profondo e presuntuoso. In lui il mestiere soffoca l'ispirazione.
Altre sue opinioni, che negli ambienti germanofili di San Pietroburgo fecero scalpore, non solo in sede accademica, trovarono a Mosca imprevedibili consensi:
La musica di Bach, Haendel, Haydn, Gluck mi è completamente estranea e non provo tanta simpatia per Chopin. Sento vicino alla mia sensibilità soltanto Grieg.
In quegli anni per Ciajkovskij «la Germania era in decadenza sul piano culturale in confronto alla Francia». E, tra gli operisti francesi, aveva la massima venerazione per Bizet. Nella Carmen trovava l'esaltazione de «le joli» ma anche l'individuazione di
un capolavoro in ogni senso, vale a dire un'opera che riflette in ogni grado il gusto musicale e le aspirazioni di un'epoca intera.
Quando, nell'agosto del 1876, assisterà alla première a Bayreuth dell'Anello del Nibelungo, darà prova nelle sue corrispondenze di grande umorismo nel mettere alla berlina «tutta quella carnevalata». Non farà mistero della intima sua idiosincrasia
[...] per la prolissità del soggetto, l'assenza della poesia, l'artificiosità dell'edificio armonico.
Concluderà: «Cento, mille volte meglio è Sylvia di Delibes». Dalla musicologia tedesca, a tempo debito, Ciajkovskij sarebbe stato ripagato con eguale moneta.
Da molto tempo ormai non abitava più con Rubinstein, ma aveva affittato per conto proprio un modesto appartamentino. L'insegnamento al Conservatorio, però, gli diventava sempre più gravoso. Le molte lezioni di teoria, ch'era costretto a dare per vivere, sottraevano tempo prezioso alla composizione. In una lettera all'allievo Taneev [Sergei Ivanovic Taneev (1856-1915), pianista, compositore ed insegnante, nipote di Alexander, pure compositore. Allievo, al Conservatorio di Mosca, di Nicolai Rubinstein, di Hubert e di Ciajkovskij, succedette a quest'ultimo (1878) nella cattedra di armonia e strumentazione. Nel 1885 venne nominato direttore dell'istituto],
troviamo che afferma di avere per lunghi anni, «con uno zelo degno di miglior causa, annunciato verità di un'importanza capitale: cioè che le quinte parallele sono peccaminose».
Particolarmente odiose gli riuscivano le lezioni alle ragazze:
Non si può affermare che le giovinette siano più pigre dei ragazzi, al contrario. Le fanciulle sono più coscienziose, più diligenti e persino più pronte ad afferrare; però risultano costrette in certi limiti. Non appena si tratti di applicare le regole, non più meccanicamente, ma di propria iniziativa, quei giovani virgulti diventano assolutamente insopportabili. Non di rado, io perdo allora la pazienza, vorrei dire addirittura la ragione. Non capisco più nulla di quanto accade intorno a me e vado in collera fino al parossismo. Un altro maestro, più paziente di me, otterrebbe certo risultati migliori. Ma la cosa più grave, la cosa che mi porta quasi alla disperazione, è quell'aver coscienza che si tratti di una fatica tutta inutile. Dell'intera massa delle allieve soltanto un numero ben esiguo viene al Conservatorio con scopi seri. Son veramente pochissime quelle che valgono il sudore, la pena, il rovello spesi per loro.
D'altronde, si deve anche ricordare la bizzarra confessione:
Mi sembra giusto che i miei allievi siano più arditi e progressisti di quanto non osi esserlo io.
Ciajkovskij non gode di salute eccellente; è per natura nervoso e ipersensibile, quindi facilmente soggetto a cambiamenti d'umore ed a frequenti depressioni.
Non posso sopportare le feste. Nei giorni feriali lavori all'ora stabilita e tutto va liscio come l'olio; nei giorni festivi la penna cade di mano, si ha voglia di stare con i propri cari per confidarsi con loro, ed è proprio allora che si ha la consapevolezza (sebbene eccessiva) di essere un orfano solitario. A dire il vero, vivo a Mosca un po' come un orfano. È stato anche per questa ragione che durante le feste mi ha assalito una forte malinconia. In altre parole desideravo molto recarmi a Pietroburgo, ma non avevo abbastanza denaro. A parte il fatto che qui non c'è nessuno che io possa definire amico nel vero senso della parola, risentivo ancora del colpo inferto da Rubinstein al mio amor proprio di compositore. E anche Hubert mi ha fatto arrabbiare per lo stesso motivo. Questi signori non possono evitare di considerarmi un principiante che ha bisogno dei loro consigli, delle loro osservazioni severe e dei loro giudizi definitivi. Se consideriamo che questi si reputano miei amici e che in tutta Mosca non c'è nessuno che possa trattare il mio lavoro con amore e sollecitudine, è chiaro che mi sono sentito molto abbattuto.
Che cosa sorprendente! I vari Cui, Stasov & C., sebbene a volte mi combinino porcherie, ogni tanto danno a vedere che si interessano a me molto più dei miei cosiddetti amici. Recentemente Cui mi ha scritto una lettera molto simpatica. Ne ho ricevuta una anche da Korsakov, che mi ha molto commosso. Sono tanto, tanto solo qui. Se non ci fosse il lavoro costante, sarei piombato nella malinconia. Peccato che uno scherzo del destino abbia fatto in modo, già da dieci anni consecutivi, che coloro che amo di più al mondo siano lontani da me.
Nello scorrere degli anni, dei mesi e dei giorni dell'esistenza di Ciajkovskij, l'inclinazione alle amicizie particolari con il correlato, tormentoso senso di colpa, stava marcando di un'ombra indelebile tutta la sua attività, non solo la vita privata. Dell'amaro stato di solitudine sofferto dal musicista a Mosca, nonostante le soddisfazioni dell'insegnamento, si ha una significativa ammissione in un passo inedito della lettera al fratello Anatol del 9 (21) marzo 1875, ove è detto:
La mia amicizia per Rubinstein e per gli altri colleghi del Conservatorio si basa unicamente sul fatto che tutti lavoriamo nello stesso posto. In altre parole, non c'è nessuno qui con cui possa confidarmi. Forse per colpa mia; non sono molto portato ad allacciare rapporti.
Sono tanto, tanto solo qui, e se non fosse per il lavoro continuo sarei semplicemente caduto in preda alla malinconia. È una realtà [la mia tendenza] che scava un solco profondo tra la maggior parte della gente e me. Ciò mi procura un senso di alienazione, di paura degli altri, di timidezza, di eccessiva riservatezza, di diffidenza, cioè mille caratteristiche che mi rendono sempre più asociale.
Tutto l'inverno sono stato più o meno costantemente depresso, a volte raggiungendo un punto tale di avversione per la vita da invocare la morte. Adesso, con l'avvicinarsi della primavera, queste crisi di malinconia sono finite del tutto, ma dato che so che ogni anno o, per essere precisi, ogni inverno, ricorreranno in modo più forte, ho deciso di allontanarmi da Mosca per tutto il prossimo anno [1876] Non so ancora dove starò o andrò, ma devo cambiare il luogo e l'ambiente che mi circonda.
Ti lamenti [Modest] che ti è difficile scrivere e devi soffermarti su ogni frase. Ma pensi davvero che ci sia qualcosa che venga fuori senza fatica o sforzo? A volte siedo per due ore mordicchiando la penna, non sapendo come cominciare un articolo; penso che non ne esca niente di buono ma, al contrario, gli altri lo apprezzano, lo trovano persino semplice da leggere e notano tracce di naturalezza nella scrittura. Altre cose richiedono che ci si rosicchi le unghie, che si fumi una quantità enorme di sigarette, che si passeggi su e giù per la stanza prima di trovare il tema principale. A volte, al contrario, scrivere risulta incredibilmente facile; le idee brulicano e si susseguono una dopo l'altra. Tutto dipende da un particolare umore e da una certa disposizione d'animo. Ma anche quando non ci sono le idee, bisogna essere capaci di obbligarsi a lavorare. Diversamente non si concluderà mai niente. Considero uno scherzo ciò che mi scrivi dell'antipatia che proverei nei tuoi riguardi. Mi infastidisce molto - questo è vero - che tu non sia immune da nessuno dei miei difetti. Desidererei scoprire in te la mancanza anche di una sola delle mie cattive qualità, ma non ci riesco assolutamente. Mi assomigli troppo, perciò quando mi arrabbio con te, in realtà mi arrabbio con me stesso, poiché tu sei sempre lo specchio in cui vedo il riflesso di tutte le mie debolezze.
Il mio punto di vista estremo è che la critica non abbia alcun motivo razionale, nel valutare le qualità di un'opera, di prendere in considerazione la maggior o minor produttività di un artista. A proposito del signor Rubinstein e di alcuni altri musicisti, mi è capitato spesso di ascoltare o leggere frasi di circostanza sulla capacità critica degli autori verso il proprio lavoro. Ma è noto che la perfezione assoluta non è di questo mondo e se insistessimo all'estremo sulla necessità che un compositore abbia capacità autocritica, allora sarebbe più logico consigliare a tutti gli aspiranti compositori di non prendere mai una penna in mano. Qual è il criterio, dove si trova il limite che il compositore deve stare attento a non oltrepassare, se decide di sottomettersi a esami critici dettagliati, indagini, e, forse, accuse? Per un'opera d'arte non c'è niente di peggio, di più prevenuto, del parziale giudizio del suo autore, per lo meno quando l'autore ha appena terminato il suo lavoro. Soltanto con il passare del tempo, quando il legame morbosamente emotivo tra l'artista e la sua creazione si è sciolto, quando le sensazioni piacevoli, così come le sofferenze e i tormenti che inevitabilmente accompagnano ogni processo creativo, sono dimenticati da tempo, soltanto allora l'autore diventa capace di riflettere con calma ed oggettività, e di analizzare criticamente la sua opera pronunciando il giusto verdetto.
Ho partecipato a numerose prove di Opricnik [al Teatro Bolsoj] e ho sopportato con stoico coraggio la sistematica deformazione di quest'opera disgraziata, che peraltro è già orrenda di suo. Ciò nonostante la rappresentazione di Opricnik, che ha avuto luogo domenica scorsa, non ha soddisfatto le mie aspettative, nel senso che mi aspettavo qualcosa di ancora peggio. Ce l'hanno messa tutta. Mi è sembrato che il pubblico fosse molto freddo nei confronti dell'opera, cosa che non ha impedito ai ben intenzionati di urlare, applaudire e offrire ghirlande. Tutti i miei pensieri sono concentrati adesso sulla mia creatura prediletta, il mio caro Vakula: come lo amo! Tra qualche giorno spedirò quest'opera al Concorso e sono turbato al pensiero che in questo momento possano esserci altri Vakula migliori del mio. Il premio non mi interessa affatto, ma la messa in scena dell'opera adesso è diventata per me una questione di vita o di morte e se non si realizzerà penso che impazzirò.
Ho trascorso l'estate in diversi governatorati presso amici e parenti. Ho lavorato abbastanza assiduamente e, a parte la Sinfonia, ho scritto due atti di un balletto. Su invito della direzione di Mosca sto scrivendo la musica per il balletto Il lago dei cigni. Ho preso quest'impegno in parte per i soldi, di cui ho bisogno, in parte perché volevo da lungo tempo misurarmi con questo tipo di musica. Continuo a lavorare in Conservatorio, scrivo con zelo il mio balletto, redigo la cronaca musicale e spero che le lezioni siano abbastanza. Sono sistemato come al solito; l'unica differenza è che abito a un piano più alto e che il benessere è aumentato. [pp. 45-47]
Fra le composizioni nate fino al 1876 si deve collocare al primo posto la Fantasia per orchestra Francesca da Rimini (1876). A proposito di quest'opera, Petr scrisse in una lettera:
Ho lavorato alla Francesca con grande amore, tanto da sperare che la rappresentazione dell'amore mi sia ben riuscita.
Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto
Come altri prima e dopo di lui, Petr si ispirò per questa Fantasia alla Divina Commedia di Dante e precisamente a quell'episodio contenuto nel quinto Canto dell'Inferno dove il poeta descrive il suo incontro con le anime dei due tragici amanti, Paolo e Francesca.
Ciajkovskij non intese mai di illustrare con la musica, secondo uno schema preordinato, i particolari dei suoi modelli letterari. Ne colse soltanto i fatti essenziali e li ritrasse nella sua tavolozza orchestrale così fervida e così rutilante di colori. La stessa cosa notata in Francesca si nota anche in Romeo e Giulietta e in altri successivi lavori del nostro maestro.
Fra le composizioni giovanili di Ciajkovskij vanno inoltre ricordati il Concerto per pianoforte in si bemolle minore (op. 23), la Seconda e la Terza Sinfonia, entrambe non molto notevoli, ed infine il Secondo ed il Terzo Quartetto per archi. Quest'ultimo contiene quel commovente tempo lento in mi bemolle minore, sorta di marcia funebre, che venne eseguito anni or sono a Pietroburgo in trascrizione per grande orchestra e fece una potente impressione, un'impressione assai più intensa di quanto non ne susciti nella semplice versione per quartetto d'archi. La Fantasia per orchestra La Tempesta fu composta nel 1875 su consiglio di Vladimir Stasov
Ritratto di Stasov* dipinto da Repin
e trovò calorosi consensi presso i membri del «Gruppo dei Cinque», segnatamente presso Rimski-Korsakov e Balakirev.
Anche Nadezda von Meck verrà indotta più tardi proprio da quest'opera affascinante a fissare la sua attenzione sulla musica di Ciajkovskij e a sentirsene conquistata. Petr in quel tempo conduceva vita assai movimentata. Le visite a Kamenka, durante le vacanze estive, in casa della sorella, le visite al padre e ai fratelli, a Pietroburgo, si alternavano con frequenti soggiorni in paesi stranieri.
Come compositore ottiene successi notevoli, ma non gli mancano neppure le inevitabili delusioni.
Sono molto cambiato, da quando ci vedemmo l'ultima volta, - scrive a un amico dopo circa dieci anni di soggiorno a Mosca. - Non c'è più nemmeno la traccia del mio umore allegro di un tempo, quando ero sempre in vena di far scherzi. La mia vita è ora orrendamente monotona e vuota: comincio a pensare seriamente al matrimonio. L'unica cosa che sopravviva inalterata in me è il piacere che provo a comporre. Così, se non fossi condannato ad incontrare ad ogni passo ostacoli continui e noiosi, per esempio le lezioni al Conservatorio che di anno in anno mi nauseano sempre più, potrei senza dubbio produrre qualcosa di notevole. Ma ahimè, sono incatenato alla scuola.