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Chi ha vinto e chi ci ha rimesso con l'Euro
Vent'anni fa entrava in circolazione la moneta comune europea che ha sostituito lire, marchi, dracme e...
Il 1. gennaio 2022 l’euro compie 20 anni di storia. Una storia lunga, avvincente ma, di sicuro, travagliata. Dopo due decenni dalla sua adozione, infatti, l’opinione pubblica si divide ancora tra sostenitori e detrattori della moneta comune europea, e non è possibile reperire una risposta univoca alla domanda se siano stati più i vantaggi o gli svantaggi che la stessa ha apportato. Attualmente, l’euro è utilizzata da più di 300 milioni di europei ed è stata adottata in 19 dei 27 Paesi dell’Unione europea aderenti all’Unione economica e monetaria dell’Unione europea, Uem. È la seconda valuta internazionale più importante ed usata al mondo: sono circa 60 i Paesi che la utilizzano o legano la propria valuta all’euro.
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A Francoforte la Banca centrale europea si accende per l'anniversario
Le fasi di una gestazione iniziata decenni prima
Anche se la nascita della moneta unica europea risale al 1. gennaio 1999, e la sua circolazione al 1 gennaio del 2002, l’ambizione di creare una unione monetaria tra i Paesi europei risale a quasi quarant’anni fa, quando, nel giugno del 1988, il Consiglio europeo assegnò il compito di elaborare un progetto per la progressiva realizzazione dell’Unione economica e monetaria ad un comitato composto dai governatori delle banche centrali nazionali della Comunità europea. Tale comitato, presieduto da Jacques Delors, elaborò il noto "Rapporto Delors" nel quale si proponeva l’attuazione dell’Uem, in tre distinte fasi: la prima, a partire dal 1 luglio 1990, prevedeva la libera circolazione dei flussi di capitale tra gli Stati membri, mentre la seconda fase, successiva al Trattato di Maastricht del 1992, prevedeva la creazione dell’Istituto monetario europeo, Ime, teso a rafforzare la cooperazione tra le diverse banche centrali nazionali in modo da giungere ad una politica monetaria unica. La terza fase, invece, ebbe iniziò una volta fissati i tassi di cambio delle valute nazionali dei primi 12 Stati membri aderenti all’Unione monetaria, e si realizzò con il progressivo passaggio alla moneta unica.
I tassi di cambio vennero stabiliti dal Consiglio europeo in base al valore delle monete nazionali sul mercato al 31 dicembre 1988, in modo che un Ecu, l’unità di valuta europea, fosse pari a un euro. A partire dal 1 gennaio 1999, come detto, iniziò il periodo di transizione in cui l’euro, pur non essendo ancora ufficialmente in circolazione, poteva comunque essere adottata come moneta scritturale. Dal 1 gennaio 2002, invece, l’euro entrò ufficialmente in circolazione, dapprima affiancando, fino al 28 febbraio, le monete nazionali che vennero definitivamente sostituite il 1 marzo dello stesso anno.
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Moneta corrente
Meglio chiamarlo "Euro" che "mucca"
Chiamato "euro", perIl nome "euro" venne adottato dal Consiglio europeo, riunitosi a Madrid nel dicembre del 1995, per sostituire la sigla Ecu, che dal 1978 indicava una valuta scritturale di uso interbancario. L’idea di chiamare la moneta unica europea Ecu, fu scartata per diverse ragioni linguistiche, visto che in francese suonava troppo simile a "écu", ossia scudo, antica moneta in uso in Francia, mentre in tedesco "ein Ecu", un ecu, sembrava come "eine Kuh", ossia "una mucca".
Il nome euro, rappresentando le lettere iniziali di Europa, sembrava l’ideale per incarnare il progetto di una moneta che unisse i diversi Paesi dell’Unione europea. Il simbolo dell’euro, invece, voluto dalla Commissione europea, tra due opzioni scelte con sondaggio pubblico, si ispira alla lettera greca epsilon ed è visto come un omaggio all’Antica Grecia, culla della civiltà occidentale. Per poter partecipare alla moneta unica europea, sono stati fissati i cosiddetti "parametri di Maastricht" che determinano, appunto, i requisiti richiesti agli Stati europei per poter adottare l’euro. In primo luogo, è richiesto un deficit pari o inferiore al 3% del Prodotto interno lordo, un rapporto debito e Pil inferiore al 60%, un tasso di inflazione non superiore di oltre 1,5 punti rispetto ai tre Stati membri con l’indice di inflazione più basso, l’appartenenza da almeno due anni al sistema monetario europeo e tassi d’interesse a lungo termine non superiori a 2 punti percentuali rispetto alla media dei tre Stati membri con l’inflazione più bassa. L’adozione dell’euro ha rivoluzionato lo stile di vita e l’economia dei Paesi che hanno, fino ad ora, aderito al progetto della moneta unica e, se da un lato si vi sono coloro che ritengono che la sua adozione abbia comunque apportato benefici al sistema economico del proprio Paese, dall’altra parte si pongono coloro che continuano a criticare fermamente gli effetti dell’euro.
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La lira brucia
Chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso con la moneta unica
Nel 2019, il Bloombergs Economics provò a stilare una classifica dei Paesi che maggiormente avevano beneficiato dell’euro e, al primo posto, si classificò la Germania, capace di accrescere la propria competitività, seguita dall’Austria e dalla Finlandia. Tra i fanalini di coda, si piazzarono invece la Francia, l’Italia e la Spagna, dove la produttività ed il costo del lavoro avevano subito un peggioramento a causa della crisi economica del 2008. Come disse lo stesso Mario Draghi, nella sua veste di presidente della Banca Centrale europea, “L’Unione monetaria ha avuto successo in molti campi, ma non è riuscita a dare i benefici auspicati in tutti i Paesi”. Per i rappresentanti dell’Unione europea, l’euro offre molti vantaggi ai propri cittadini tra cui la stabilità dei prezzi, una loro più facile comparazione che stimola la concorrenza tra imprese, una maggiore stabilità e crescita economica, una maggiore influenza sull’economia globale e maggiore integrazione tra i mercati finanziari. Di certo, prima dell’euro, la necessità di scambiare valute comportava una serie di costi aggiuntivi della cui assenza ha giovato l’attività imprenditoriale e di investimento, rese più facili e meno costose nell’euro zona. Nonostante i benefici dell’adozione della moneta unica dovrebbero, sulla carta, superare gli svantaggi, in particolar modo negli ultimi anni, è andato diffondendosi un crescente scetticismo nei confronti dell’euro zona ed è aumentato il numero dei movimenti politici cosiddetti Euroscettici che chiedono una revisione dei trattati internazionali o il ritorno alla valuta nazionale. Per costoro, infatti, se la mancanza dei tassi di cambio dovrebbe, in teoria, promuovere l’esportazione, d’altra parte gli effetti dell’inflazione andrebbe ad annullare questa competitività.
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La confusione iniziale
Le pecche? Unione monetaria incompleta e austerity - Secondo diversi economisti, contrari all’euro, i differenziali di inflazione hanno portato una diminuzione della competitività specialmente nei Paesi del sud Europa che si trovano in posizione di svantaggio rispetto ai Paesi nordici. Sempre secondo quanto sostenuto dai critici, la cura, molto spesso, si rivela peggiore del male: per far fronte a questo stato di cose, si sarebbero incrementato il debito, sia pubblico che privato dei Paesi svantaggiati, e la situazione sarebbe poi peggiorata a seguito delle politiche deflazionistiche intraprese per sanare la mancata competitività. Inoltre, secondo gli economisti di stampo keynesiano, i limiti di spesa imposti dal Trattato di Maastricht e dal Fiscal compact, il patto di bilancio europeo avente lo scopo di coordinare le politiche di bilancio dei Paesi membri della zona euro, renderebbero difficile una crescita economica duratura per gli Stati in recessione. In una intervista rilasciata nel 2019, Pavlina Tchernova, docente di economia al Bard College di New York, aveva dichiarato che «il più grande inconveniente dell’euro è che è una unione monetaria incompleta. I Paesi hanno rinunciato alla propria moneta per unirsi in questo progetto comune e quando l’hanno fatto hanno rinunciato a una grossa fetta di libertà in materia di politica fiscale e monetaria senza che non ci fosse nulla a rimpiazzare il loro spazio di manovra». Secondo la Tchernova, quindi, a fronte della rinuncia alla propria sovranità in materia di politica monetaria, i Paesi partecipanti all’euro zona non hanno ricavato i benefici sperati ma, di contro, una politica pubblica inefficace e una maggiore austerità, che ha comportato l’aumento della disoccupazione e della povertà. A fronte di tante critiche, però, non può negarsi che la moneta unica europea abbia rappresentato, nel tempo, un’ancora di salvezza per diversi Paesi martoriati da una inflazione galoppante e continua a preservare una sua solidità e stabilità a livello internazionale.