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Deutsche Version des Textes
Il sassofonista Werner Lüdi si sentiva un profeta inascoltato nella propria patria ciò nonostante i poschiavini e gli ospiti pervenuti da fuori hanno avuto la fortuna di poter assistere al concerto nel Cinema Rio di Poschiavo il 2 giugno, tre settimane prima della sua morte. Al suo fianco hanno suonato Peter Brötzmann (sassofono), visto da Lüdi come il suo alter ego, e Shoji Hano (batteria).
È stato un concerto potente e delicato, pieno di bellezza e selvaggio, pieno di eleganza e duro, spedito e contemplativo. La musica era libera, senza vincoli, si spingeva verso altezze vertiginose per poi fluttuare e ricadere. Era una musica che formulava liberamente le proprie regole nel momento stesso del suo nascere.
Werner Lüdi nacque il 22.4.1936 a Poschiavo, dove passò i suoi primi 8 anni. Ad Amburgo iniziò il suo cammino musicale: nel 1962 suonava nella band di Gunter Hampel (vibrafono), uno dei maggiori rappresentanti della corrente di free jazz della Germania.
Scoraggiato dalle difficoltà purtroppo comuni ai musicisti d'avanguardia, nel 1966 fa ritorno in Svizzera, diventa un importante autore di testi pubblicitari e nel 1981 finalmente ritrova la strada della musica improvvisata esibendosi a Willisau con il gruppo Sunnymoon Stephan Wittwer (chitarra), Leon Francioli (contrabbasso) e Fredy Studer (batteria). Werner Lüdi ha suonato in tutto il mondo, tra l'altro con musicisti come Burhan Oeçal (batteria), William Parker (contrabbasso), Peter Kowald (contrabbasso), Sainkho Namtchylak (voce), Butch Morris (clarinetto). Il CD "When the sun is out you don't see stars" (FMP CD 38) è una registrazione effettuata con questi ultimi tre musicisti e rappresenta probabilmente il più bel lascito di Lüdi.
Werner Lüdi era conosciuto anche come scrittore di talento soprattutto attraverso gli articoli apparsi nella WoZ: il suo racconto "From Russia with laugh" gli è valso nel 1999 il prestigioso "Zürcher Journalistepreis".
Ecco un saggio tratto dal testo accompagnatorio del CD "Ki" (Intakt Records, CD 051) (il testo completo è consultabile su internet alla pagina www.japanimprov.com/hano/disco/ki/ki-linerg.html):
"...Hano è tutto il contrario (di Tetsuo Yamauchi), non fuma, non beve. Lo osservo mentre nell'angusto guardaroba si prepara mentalmente al concerto. Si mette a testa in giù, fa esercizi di stiramento, di respirazione, esegue movimenti d'arte marziale. Egli si benda le avambraccia, si infila guanti di paglia di riso, indossa un giubbotto riccamente ricamato e si benda la fronte. Hano desidera iniziare con un duo. Hano ed io siamo uno di fronte all'altro; come un lottatore di sumo sembra esorcizzare il luogo con ampi volteggi delle mani; seguono degli sbuffi ed un grido, poi il primo colpo sul tamburo, un ruggito dal profondo del baritono, e colpo dopo colpo inizia a muoversi lo Shinkansen, questa fucilata giapponese su rotaie. Il primo set dura 70 minuti, 20 minuti di pausa e due tazze di tè verde, poi prende il volo il secondo set che non appare meno inquieto. Ogni quarto d'ora Hano cambia la maglietta. Di tanto in tanto esplode, caccia fuori gli occhi, si piega e si gira e grida a squarciagola. Tetsu è completamente ubriaco e lancia una vacillante linea dal suo basso verso il centro del ciclone; Hano ha preso pesantemente di mira i propri tamburi come se avesse intenzione di scatenare un maremoto. Credo stia per arrivare il fulmine, improvviso e acuto, e, prima che ci sia spazio per un altro pensiero, il tuono dell'onda d'urto. "Siamo sfacciatamente fortunati ad essere ancora in vita" penso io. I 60 presenti nella sala sono fuori di sé ed alcuni di loro hanno ballato durante tutto il concerto.
Lungo il cammino di ritorno verso l'albergo Hano mi invita a mangiare una notturna pietanza orientale. Egli vuole sapere quanto mi sia piaciuto. "Oh, certo che di ki ce n'è stato" e aggiunge: "Il ki è al primo posto quando in Giappone parliamo di musica. Anche quando si tratta di arti marziali, di energie curative. Il ki è energia." Gli racconto che noi in Europa abbiamo qualche difficoltà con il concetto del ki: " Da noi ciò che voi chiamate ki è spesso ingiustamente visto come una spavalderia, come un grosso sfogo; preferirei si parlasse di dedizione".Hano si mette a scrivere sopra un sottobicchiere della birra. Dopo un po' di tempo me lo passa. È uno haiku, un breve poema di esattamente 17 sillabe, la cui forma è imparata da ogni giapponese fin dall'infanzia. Hano recita lentamente: "Mitsubachiwo osoreru hanani miwa naranu". Cioè: "Nessuna paura delle api. I fiori che hanno paura delle api non porteranno mai frutti".
Sono allibito. È così dunque che con 17 sillabe si dissolve l'incertezza e allo stesso tempo la si diffonde nuovamente. Hano: "Un buon haiku contiene un milione di associazioni. Ognuno lo deve interpretare in modo personale, con il proprio cuore. Se da voi prevale la ragione, da noi è il sentimento ad esserlo". Dicendo questo mi presenta uno di quei sorrisi "multiuso" che avrei avuto modo di conoscere da vicino nei 15 giorni che sarebbero seguiti..."
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