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Si ha talvolta l'impressione che la neutralità svizzera sia monolitica e intangibile. Ma uno sguardo al passato fa intravedere una realtà ben più sfumata. L'analisi dello storico Christophe FarquetLink esterno.Questo contenuto è stato pubblicato il 03 giugno 2022 - 14:00
Mentre il dibattito sulla neutralità elvetica ha ripreso slancio, un chiarimento storico s'impone. Bisogna superare le semplificazioni politiche che oscillano tra una visione monolitica della neutralità e un'idea in cui a prevalere sono la malleabilità e l'opportunismo. Nessuna delle due percezioni è corretta.
In effetti, la neutralità svizzera ha riscoperto tre dimensioni differenti in epoca contemporanea e distinguerle è imperativo per capire la cesura provocata dalla guerra in Ucraina.
Essere neutrale, prima di tutto, significa restare al di fuori delle alleanze militari e non fare la guerra. Sotto questo aspetto, la Svizzera è restata invariabilmente neutrale dal 1815. Non ci soffermeremo sulla manciata di impercettibili esitazioni in materia nella metà del XIX secolo, con i radicali galvanizzati dalla vittoria nella guerra del Sonderbund Link esternooppure la tendenza più allarmante dei germanofili della Belle Epoque che vedevano in un potenziale patto con il militarismo prussiano una scusa per liberare il piccolo Paese dal suo corsetto di neutralità.
Se ci si limita a questa definizione stretta, la difesa della neutralità, conforme agli auspici della maggior parte delle persone al potere, l'ha spuntata. E tutto lascia presagire che la Svizzera proseguirà su questa strada anche in futuro, nonostante la guerra in Ucraina.
Essere neutrale, poi, significa rispettare i doveri legati alla neutralità che derivano dal diritto internazionale. L'analisi in questo caso è più sfumata. È risaputo infatti che nel comportamento della Svizzera si notano discrepanze con la Convenzione dell'Aia del 1907, soprattutto durante le due guerre mondiali.
La lista di prestazioni economiche concesse all'Asse durante la Seconda guerra mondiale lo ricorda, e l'applicazione di sanzioni a uno dei belligeranti non è d'altronde una novità. Nella maggior parte dei casi, i dirigenti elvetici si sono decisi, anche se con riluttanza, a trasgredire, giustificandosi con il fatto che la situazione internazionale dava poco margine di manovra.
La specificità relativa del caso ucraino consiste in una più chiara rivendicazione di questa trasgressione da parte della Svizzera. La netta prevalenza di sentimenti filo-ucraini nell'opinione pubblica c'entra qualcosa, in una situazione in cui tale interpretazione della neutralità non deve far fronte a una minaccia immediata.
Essere neutrale, infine, significa avere un comportamento neutrale nelle relazioni internazionali, in altre parole optare per una politica estera fondata sul principio dell'equilibrio, affiancato a una propensione a occupare una posizione in disparte o di arbitro di fronte ai grandi contenziosi internazionali. Evidentemente è in questo ambito, e non negli altri due, che la malleabilità si è dimostrata la norma anziché l'eccezione nel corso del XX secolo. Dall'orientamento pro-Triplice alleanza precedente alla Prima guerra mondiale all'allineamento nel campo occidentale nella Guerra fredda passando per una politica più equilibrata tra le due guerre mondiali, gli esempi di cambiamenti di rotta della politica estera svizzera sono parecchi.
Il sostegno all'Ucraina sembra, sotto questo punto di vista, essere solo l'ultimo episodio di questa storia movimentata e il risultato indiretto dell'interdipendenza tra la Confederazione e l'Unione europea.
La neutralità, come la cesura provocata dalla guerra in Ucraina, si mostra dunque sotto una luce più vera.
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