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Alain Cavalier: maestro del reale
Mi hanno chiesto di presentare un grande cineasta. Vi invito quindi a scoprire Alain Cavalier, che ha tenuto una masterclass il 25 aprile nell’ambito di Visions du réel.
Prima di introdurre l’opera di Alain Cavalier - anche se sarebbe meglio sentire parlare direttamente lui, bravissimo a spiegare la sua pratica di cinema - devo ammettere di avere qualche difficoltà.
Sicuramente l’imbarazzo di condensare un percorso tanto lungo e variegato in qualche minuto, consapevole di come le parole a mia disposizione siano molto deboli rispetto alla potenza delle immagini e dei suoni del cinema. Le parole attengono all’astratto: nominano le cose in un vuoto contestuale, tutti i film di Alain Cavalier invece, le cosiddette finzioni e i cosiddetti documentari, sono la prova che il cinema è un’arte che nulla ha che vedere con l’astratto. Il cinema è l’arte del presente, anche quando racconta di una santa del diciannovesimo secolo o mostra una foto di 40 anni fa, o anche quando e soprattutto decide di filmare una cosa tanto semplice come la presenza di un cavallo.
Emerge un’altra difficoltà. Come associare la parola “maestro” alla pratica di Alain Cavalier, un cineasta che crea film ad altezza d’uomo o di allievo. L’opera di Alain Cavalier, che ha iniziato come assistente di Louis Malle, che ha realizzato film con grandi attori del calibro di Romy Schneider, Alain Delon, Catherine Deneuve e Michel Piccoli, che ha abbandonato il cinema tradizionale per sperimentare forme nuove; l’intera opera di Alain Cavalier dimostra che la realtà non ha maestri. La realtà non si lascia dominare: può entrare dalla finestra se non è invitata, sfugge se evocata. La realtà assomiglia alle nuvole del cortometraggio di Pasolini con Totò (Che cosa sono le nuvole?, 1968). Non è possibile ridurle in parole, se nominate, svaniscono.
Eppure se una persona merita questo premio, è proprio Alain Cavalier perché è il cineasta che, a mio avviso, ha compreso in modo più chiaro come la realtà nel cinema comincia dando un posto nel racconto all’uomo dietro alla cinepresa. È il punto di partenza fondamentale. Per dirla con le sue parole, “devo rendere conto della mia esperienza agli spettatori”.
E se la realtà è una materia refrattaria a qualsiasi classificazione, che non permette una gerarchia di ruoli, la scelta operata da Alain Cavalier di ridurre al massimo gli strumenti cinematografici per essere solo davanti alla persona che sta filmando, non ha soltanto un grande valore etico e politico, ovvero il rifiuto della macchina del cinema, come si rifiuterebbe una chiamata alle armi o un potere che seduce e imprigiona/avvelena al contempo. In questa relazione orizzontale, nel rifiuto di nascondere qualsiasi macchinazione, Cavalier riesce a trovare un modo di esprimere una presenza, che è sempre duplice: la sua e quella della persona che ha davanti. La realtà diventa quindi una questione di complicità. La realtà finisce per essere all’immagine delle persone filmate da Cavalier, un vecchio amico di cui abbiamo conosciuto pregi e difetti, che ritroviamo regolarmente e che eppure riesce a sorprenderci. I cineasti del reale (Godard, Marker, Varda, ecc.) sarebbero quindi quelli che continuano a filmare sempre, come uno scrittore che scrive ogni giorno qualcosa.
Un’amicizia va coltivata, non è un incontro di lavoro in cui sappiamo di cosa parleremo.
Vorrei concludere con un’immagine diventata marchio distintivo dell’opera di Cavalier. Da anni, Cavalier fa dei ritratti – la nuova magnifica serie è attualmente in programma qui a Nyon. La parola “ritratto” evoca subito un quadro, spesso di un personaggio celebre e potente, che nella maggior parte dei casi lo ha commissionato. Pensiamo a un’arte che domina il soggetto e talvolta lo intrappola. Pensiamo a una sorta di confronto tra artista e soggetto, tra una forma codificata e i modi per eluderla. Ebbene, i ritratti di Cavalier sono proprio l’opposto. I suoi ritratti riportano soltanto i nomi propri delle persone o una professione. Nascono dal desiderio del cineasta di catturare qualcosa o meglio, di utilizzare la cinepresa, strumento divenuto duttile per parlare con queste persone. Non hanno nulla a che vedere con la pittura nel modo in cui il cinema può talvolta avvicinarsi alla pittura, d’altro canto Cavalier stesso ha fatto un ritratto di un pittore Georges de la Tour dove rappresenta il suo rapporto con il lavoro di questo artista del diciassettesimo secolo. I ritratti di Alain Cavalier sono in realtà degli incontri. Il punto di partenza, sempre fuori campo, è l’incontro di una persona con un’altra. Un incontro da cui è scaturito qualcosa. Il film ne è la conseguenza e in un certo senso il racconto gravita attorno a questa immagine mancante. Il film mostra un’affinità che invita alla scoperta e consente di superare la distanza che è propria del ritratto. Un esercizio molto semplice ma al contempo strutturato. Essere insieme e non davanti. E in questo è forse custodito il segreto di un “maestro” del reale.
Carlo Chatrian
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