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Dovrà scontare 15 e non 13 anni l'ex dipendente dell'azienda ginevrina dei trasporti pubblici (TPG) condannato in settembre per aver ucciso il proprio superiore sul posto di lavoro nel 2011.
La Camera penale di appello e di revisione ha aggravato oggi la pena, in seguito a un ricorso del Ministero pubblico.
Al termine del processo di primo grado, il procuratore generale Olivier Jornot aveva criticato l'entità della condanna, a suo modo di vedere eccessivamente mite in considerazione della gravità dei fatti e della premeditazione. Oltre a sparare al proprio superiore, il cinquantenne aveva avuto l'intenzione di uccidere un collega e di ferirne un altro.
Il Tribunale criminale aveva aderito parzialmente alla tesi della difesa, secondo cui l'imputato, in difficoltà personali dal 2008, non era stato integrato in modo adeguato dal servizio delle risorse umane dell'azienda.
La Camera d'appello ha invece negato qualsiasi circostanza attenuante all'imputato, riconosciuto colpevole di assassinio, di tentato assassinio e di tentate lesioni personali gravi. Non gli è nemmeno stato riconosciuto il pentimento sincero.
La Corte ha sottolineato i preparativi messi in atto mesi prima dal cinquantenne, in particolare l'acquisto di una motocicletta, di un'arma e di un passamontagna, nonché la fredda determinazione con cui ha abbattuto il superiore.
Il 22 agosto 2011, l'uomo aveva fatto il giro dei cantieri in cui sperava di trovare la vittima e i due colleghi. Si era poi recato alla sede dell'azienda, dove aveva abbattuto il capo senza proferire una parola. Era quindi fuggito in Italia, dov'era stato arrestato l'indomani.
Quali unici elementi a favore dell'imputato, i giudici hanno tenuto conto delle sue difficoltà personali - in particolare la morte del figlio e del padre e la consecutiva depressione -, delle tensioni subite sul posto di lavoro e degli sforzi intrapresi per risarcire i famigliari della vittima. In prima istanza, il Ministero pubblico aveva chiesto 17 anni di reclusione.
SDA-ATS