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Nel dicembre 1746 venne fondata la settima confraternita in abito di Lugano, dedicata al S. Cuore. Ultima in ordine di tempo, non lo è certo per importanza per la vita sociale e religiosa della città, come si può facilmente dedurre dalla lettura della volume storico dedicatole dal confratello Franco Cavallero alcuni anni fa. Sita nel sobborgo, allora nascente, di Molino Nuovo, essa trae la propria origine da una compagnia di giovani che dapprima si impegnò per edificare (1725-26) una chiesina a partire da una cappelletta costruita ad inizio Settecento e dedicata alla “Madonna dello Stradone”. La compagnia assicurò anche l’insegnamento della Dottrina Cristiana presso l’oratorietto. Dopo alcuni anni, preoccupati per il futuro della propria opera, i giovani del tempo, fra cui diversi esponenti di primo piano delle migliori famiglie vicine, vollero costituirsi in confraternita con abito. Dapprima chiesero di poter usare il titolo dell’Addolorata, ma tale confraternita esisteva già nella chiesa di S. Carlo. Alla fine si scelse il titolo del S. Cuore, in ottemperanza al crescente successo di questa devozione di origine francese, che alcuni anni prima era attecchita anche a Roma, dove 1732 la confraternita con questo titolo era stata promossa ad arciconfraternita. La nuova compagnia, venne approvata il 2 gennaio 1747 dal vescovo di Como Agostino Maria Neuroni, presule di famiglia luganese. Essa poté integrarsi con alcune difficoltà nell’esclusivo “club” delle confraternite in abito del Borgo, superando l’ostilità della confraternita del SS. Sacramento (che ottenne di poterla chiamare confraternita del “S. Cuore appassionato di N.S.”, essendo il Cuore di Cristo… già parte del suo Corpo), e di quella del Transito di S. Giuseppe di Sorengo, che pure tentava in quegli anni il “grande passo”. I confratelli del S. Cuore presero dunque il settimo posto nella scala di prestigio delle confraternite luganesi, dietro a quella del S. Rosario eretta nella chiesa di S. Maria degli Angeli (oggi scomparsa). Decisivo fu, a questo proposito, il ruolo del Conte Abate Francesco Saverio Riva, che assicurò in prima persona i propri buoni uffici per un accordo favorevole alla nuova confraternita a costo di qualche forzatura (e di alcuni costi assunti in prima persona). Il conflitto con Sorengo fu invece più lungo e de facto segnò dopo decenni di ricorsi e contro-ricorsi, l’esclusione della confraternita di S. Giuseppe dalle funzioni borghigiane, e infine il distacco della parrocchia di Sorengo dalla collegiata.
I primi anni della nuova confraternita furono ricchi di iniziative: essa si organizzò secondo il modello seguito dalle altre compagnie borghigiane. Nel 1750 si provò a collaborare con la confraternita di S. Marta per organizzare un Entierro al Venerdì santo, funzione durata alcuni anni non senza forti tensioni fra le due confraternite. Notevole punto di aggregazione per il quartiere di Molino Nuovo, negli anni ha rimase fedele al compito di mantenere l’oratorio della Madonnetta. I verbali, completi dal 1768 in poi, attestano le molteplici aggiunte e migliorie apportate alla chiesina: una campana nel 1773, per annunciare la tenuta delle varie funzioni, una cappella nel 1785 per accogliervi la devozione a S. Andrea Avellino, una seconda campana nel 1788, una Via Crucis nel 1796, un portico coperto con soprastante coro per i confratelli (deciso a inizio Ottocento ma realizzato solo nel 1846), una casa cappellanica nel 1835, una sacrestia nuova (poi coretto “degli uomini”) nel 1837, tre nuove campane nel 1857. Anche nel Novecento non sono mancati gli interventi di restauro e abbellimento, a partire dal nuovo altare maggiore edificato nel 1903. I confratelli resistettero anche all’eventualità di una demolizione della chiesa in occasione di decisioni di allargamento delle strade prospicienti (un pericolo corso dal 1936 al 1963). Il finanziamento di tutte queste opere e della vita ordinaria della vita della confraternita non fu evidente e dipese dalla buona volontà e generosità di molti benefattori conosciuti e non, che sovente diedero doni in natura poi messi all’incanto. Nel 1834 i confratelli decisero addirittura di prendersi carico della manutenzione della strada cantonale che dal centro portava a Molino Nuovo, versando il frutto a pro della chiesa. Anche i priori che si succedevano alla testa della confraternita furono spesso chiamati a contribuire al mantenimento della vita associativa. In cambio, dal 1861, si assicurò loro uno speciale suffragio al momento della morte.
Dal 1869 ha assunto un ruolo sempre più importante la festa del S. Cuore, con trasporto della statua in processione. Momento di grande festa, che nei decenni successivi e fino ad oggi ha conosciuto una forte partecipazione popolare, dagli anni 1920 in poi segna il legame fra l’antica confraternita e la sua chiesina e la grande basilica dedicata proprio al S. Cuore, voluta dall’allora vescovo Aurelio Bacciarini e dal canonico Annibale Lanfranchi. Altra figura carismatica del tempo fu suor Teresa Gabriella Borgarino.
Attualmente è l’ultima confraternita che continua, nella Svizzera italiana, a recitare l’Ufficio della Madonna in latino, anche se dal Concilio ciò non avviene più durante la messa ma mezz’ora prima. Malgrado la forte attenzione a mantenere le tradizioni, non sono tuttavia mancate alcune novità quali la concessione di un abito e dell’accesso al priorato alle donne. Negli ultimi decenni i confratelli hanno anche cercato di curare momenti di amicizia e condivisione, oltre all’impegno in favore della parrocchia e del movimento confraternale diocesano.
Davide Adamoli