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Regno incontrastato della natura, le prime bandite federali di caccia sono nate 140 anni fa. E se oggi si contano in Svizzera 42 zone di protezione della fauna selvatica d’importanza nazionale è grazie a una concezione di natura efficace e lungimirante.
Testo di Urs Fitze
Tra il 2010 e il 2014 12 giovani gipeti barbuti nati nel quadro di un programma internazionale di allevamento sono stati liberati nella bandita delle Graue Hörner nella Calfeisental sangallese. Era la prima volta che questo rapace necrofago, accusato in passato di rubare pecore e persino bambini, veniva reintrodotto sul versante settentrionale delle Alpi dopo essere scomparso dall'arco alpino all'inizio del XX secolo.
I volatili hanno fatto i loro primi test di volo e si sono rapidamente abituati alla vita in libertà. «Abbiamo scelto questa zona per le sue prerogative naturali e la ricchezza della sua fauna», spiega Daniel Hegglin della Fondazione Pro Gipeto. Le esperienze sono positive. «A quanto pare, tutti i gipeti stanno bene. Ci aspettiamo di veder schiudere le prime covate di qui a qualche anno.»
Una legislazione all'avanguardia
I gipeti barbuti hanno adottato il nuovo habitat in modo del tutto naturale, così come avevano fatto gli stambecchi nel 1911, quando erano stati rilasciati nella stessa zona allo scopo di reintrodurre la specie, ormai estinta, nelle Alpi svizzere. Nella regione dei Graue Hörner sopravviveva ancora una popolazione residua di camosci e questo, unito all'isolamento del territorio, aveva spinto nel 1910 le autorità sangallesi a istituire nella regione una bandita di caccia. Vi erano in ogni caso obbligati dalla legislazione: in virtù della legge sulla caccia del 1875 i grandi Cantoni di montagna erano tenuti a delimitare tre bandite di caccia ciascuno, i Cantoni medi due e i piccoli una.
Nella bandita del Graue Hörner la selvaggina rilasciata era sorvegliata da tre guardiacaccia. Il valore di un solo stambecco superava il loro salario annuo. La ricolonizzazione ebbe successo. Dalla vicina Austria ritornarono a poco a poco pure i cervi, anche se bisognò attendere la fine degli anni Sessanta perché la loro popolazione si stabilizzasse. Oggi, in estate, i 55,5 chilometri quadrati della bandita sono popolati da circa 250 cervi, 400 camosci e 250 stambecchi. Sulle pendici vive anche qualche capriolo. L'unico ungulato indigeno che manca è il cinghiale, a cui non si confanno il rigido clima invernale della zona e le enormi quantità di neve.
Nel frattempo, nella regione è stato anche avvistato un lupo. È arrivato dalla vicina regione del Calanda (GR), dove una coppia si è riprodotta per la prima volta nel 2012 formando una muta che conta ogni anno nuovi cuccioli. Il lupo e la selvaggina si sono rapidamente abituati gli uni agli altri: camosci e stambecchi rimangono sempre nei pressi di pareti scoscese su cui mettersi in salvo e i cervi ripiegano verso le valli vicine. «Il lupo non rappresenterà mai una minaccia per le popolazioni di ungulati», stima Rolf Wildhaber, il guardiacaccia responsabile.
Alpeggi poco sfruttati
Per il suo aspetto selvaggio il gruppo dei Graue Hörner ricorda le Montagne rocciose canadesi: la bandita è attraversata da una strada forestale vietata al traffico normale in un solo punto. È qui che l'ultima alpigiana della valle produce un famoso formaggio locale. Sugli altri alpeggi pascolano solo manzi, vacche nutrici e, sempre più raramente, pecore.
«Gli animali da reddito e gli ungulati selvatici si ignorano a vicenda», indica Rolf Wildhaber. «Capita che manzi e cervi bruchino praticamente fianco a fianco nella più completa indifferenza reciproca.»
Se è vero che minaccia raramente i bovini, il lupo rappresenta però un pericolo per le pecore. Da quando sono state attaccate alcune greggi non sorvegliate, i pastori hanno perciò deciso di cambiare sistema, scegliendo o di consorziarsi con altri alpigiani per formare greggi più grandi sorvegliate in permanenza o spostandosi su pascoli a più di 2200 metri di altitudine, cosa peraltro favorevole alla biodiversità.
Ormai da decenni non c'è quasi più bracconaggio nella bandita e i cacciatori ne rispettano i confini. Le sole persone autorizzate a utilizzare un'arma sono i guardiacaccia, che il più delle volte lo fanno per risparmiare sofferenze inutili ad animali feriti, malati o indeboliti, impedendo così anche il propagarsi di alcune malattie contagiose, come la cecità del camoscio o il panaritium, un'infezione dello zoccolo tipica dei ruminanti. Di tanto in tanto procedono anche a dei tiri dissuasivi per evitare che la selvaggina danneggi i pascoli delle aziende agricole dei dintorni.
Latenza invernale indisturbata
In inverno la bandita sprofonda nel silenzio. Solo un itinerario ufficiale di sci-escursionismo tocca marginalmente la bandita. Gli stambecchi si ritirano sulle pareti meridionali più scoscese, dove 30 centimetri di neve fresca bastano già a provocare una valanga e dove, ritti sugli speroni di roccia, possono perlustrare la zona alla ricerca degli ultimi fili d'erba secca. I cervi abbandonano perlopiù la bandita e si riuniscono in pianura dove il clima è più temperato. Gli animali che vi rimangono si spostano sulle creste esposte dove il vento soffia via la neve e dove, mettendo il metabolismo a riposo, riescono a sopravvivere consumando un terzo delle loro razioni abituali.
Le bandite di caccia hanno nel frattempo raggiunto il loro scopo iniziale, che era quello di ripristinare le popolazioni di ungulati in Svizzera, e costituiscono oggi dei rifugi «in cui la fauna selvatica può vivere senza essere disturbata o cacciata dall'uomo», afferma Rolf Wildhaber. Nel 1991, vinti i tentativi di allentare il loro regime di protezione, la revisione dell'ordinanza sulle bandite federali (OBAF) vi ha non solo confermato la messa al bando integrale della caccia, ma anche imposto agli escursionisti in sci o racchette di non attraversarle se non su sentieri autorizzati.
Priorità alla fauna e alla flora
A seguito di un intervento parlamentare si è inoltre previsto di sfruttare una prossima revisione della legislazione in materia di bandite per rinominare queste aree «zone di protezione della fauna selvatica». «Questa nuova denominazione tiene conto del passaggio da un concetto di protezione intesa come solo divieto di caccia a un moderno concetto di protezione integrale», spiega Sabine Herzog, vice responsabile della sezione Fauna selvatica e biodiversità forestale dell'UFAM. Obiettivo centrale della revisione è, oltre che bandire la caccia e ridurre i disturbi dovuti alle attività del tempo libero, anche quello di sfruttare il potenziale di questi paesaggi selvaggi e isolati a fini di conservazione. Queste zone ospitano infatti numerose specie animali e vegetali dette prioritarie, la cui protezione e promozione hanno cioè precedenza in virtù della loro rarità e della responsabilità che la Svizzera ha nei loro riguardi.
Attualmente si contano in Svizzera 42 zone di protezione della fauna selvatica d'importanza nazionale che, insieme, coprono il 3,5 per cento della sua superficie totale. Se il nostro Paese dispone oggi di questi tesori naturali lo si deve, secondo Sabine Herzog, «a una politica di protezione riuscita grazie alla lungimiranza di chi, nella seconda metà del XIX secolo, ha riconosciuto che in natura ci sono limiti che l'uomo deve saper rispettare.»
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Ultima modifica 17.02.2016