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Nel 1903 l'editore Oswald Mutze di Lipsia dava alle stampe un libro curioso e incredibile, la cui sorte, in un certo senso, sarebbe stata quella di seguire le precise direttive del proprio autore.
Daniel Paul Schreber, infatti, redigendo le sue celebri memorie intendeva da un lato mettere a disposizione dell'umanità le proprie scoperte in ambito spirituale e scientifico («sono dell'opinione che per la scienza e per la conoscenza di verità religiose potrebbe essere una cosa preziosa se, ancora durante la mia vita, si potessero compiere alcune osservazioni da parte competente sul mio corpo stesso e a proposito del mio destino personale»), dall'altro dimostrare all'apparato medico che da anni lo aveva in cura le ragioni del proprio comportamento così come il diritto alla piena autonomia.
Ma certamente Schreber non immaginava come il suo libro avrebbe effettivamente lasciato il segno nella storia della cultura occidentale: dopo alcune recensioni apparse su periodici di settore, esso destò l'attenzione del giovane Carl Gustav Jung, allora fra i vertici del noto ospedale zurighese Burghölzli.
Jung, dal 1907 in rapporto con Freud, nella primavera del 1910 raccontò del caso al padre della psicoanalisi, che quello stesso anno, proprio attraverso le pagine di Schreber e poco prima che questi morisse nella clinica psichiatrica di Dösen, elaborò una «teoria della paranoia».
Infatti il libro di Schreber non era equiparabile ad altri scritti per mano di pazienti o simili e l'ammirazione di Freud per il suo autore era altissima; addirittura, in una lettera, ammise che l'ex-presidente della Corte d'Appello di Dresda – perché questa era la sua professione – «avrebbe dovuto essere fatto professore di psichiatria e direttore di una clinica».
In seguito la genialità di Schreber avrebbe ispirato altre grandi personalità del '900 che, come Freud ma diversamente, videro nelle Memorie di un malato di nervi (Adelphi, 1974) – ecco finalmente il titolo di questo classico – una chiave d'accesso per rinnovate visioni. Fra queste ricordiamo Walter Benjamin, Elias Canetti, Jacques Lacan, Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Ma cosa si racconta in quelle memorie? E quali furono i fatti che le precedettero? Tutto prese avvio a Lipsia un mattino del 1893, nel dormiveglia, quando Schreber, uomo oltre la cinquantina, cresciuto in un inquietante ambiente familiare – aveva un fratello suicida e suo padre era il celebre Daniel Gottlieb Moritz Schreber, medico i cui scritti pedagogico-repressivi furono un humus educativo perfetto per la futura Germania nazista – sposato ma, a malincuore, senza figli, con un'importante posizione pubblica e una prima crisi nervosa alle spalle, con sua grande sorpresa colse un pensiero per lui inaspettato: e cioè «che dovesse essere davvero molto bello essere una donna che soggiace alla copula».
Ecco che quindi, come avesse pronunciato una formula magica finora accuratamente evitata (naturalmente ciò non era che la punta dell'iceberg, l'evento scatenante sul quale, assieme ad altri ingombranti fatti, poggiava il peso di dinamiche affettive e stratificazioni di elementi psichici), la mente e l'unità fisica del suo corpo si frantumarono attraverso continue detonazioni interiori e la sua vita ebbe un tracollo. Travolto da quella tempesta comunemente chiamata follia (era vittima di allucinazioni di ogni genere), a ritmo vertiginoso il Presidente prese quindi a sviluppare un elaboratissimo delirio, col quale cercò disperatamente di riorganizzare la realtà, per lui ormai a brandelli.
Da uomo di rigorosa logica quale era, Schreber imbastì un impressionante sistema, la cui articolazione era tale che, per essere esposta, avrebbe necessitato di un vero e proprio trattato. Nel frattempo, a causa dell'ingestibilità del suo stato, la moglie lo fece visitare dallo psichiatra-anatomista Paul Emil Flechsig, il quale, avendolo avuto in cura all'epoca della prima malattia, lo conosceva e, dopo aver tranquillizzato lui e la consorte sulle prospettive di guarigione, ne ordinò l'immediato ricovero nel proprio istituto.
Qui cominciò il lungo percorso di Schreber nelle case di cura, mentre il suo devastante viaggio di alterazione psicofisica continuava toccando vette altissime, dove godimento e martirio si intrecciavano in un unico magma in cui si cristallizzava una nuova idea dominante: circondata da fitte trame, da complotti orditi a spese del Presidente, questa indicava nello stesso Flechsig un persecutore metafisico – un «assassino di anime» in un mondo a soqquadro – e nell'irreversibile mutazione del corpo dell'ammalato da maschile a femminile la sola possibilità di redenzione per l'umanità.
Ma questa costante profusione di pensiero in eccesso, avrebbe poi dichiarato Freud, non era da confondersi col male originario. Si trattava invece di una risposta ad esso, di un «tentativo di guarigione» – o meglio, di autoguarigione – che il soggetto praticava per ricostruire «il mondo» e «poter di nuovo vivere in esso».
La prova tangibile di questo immenso lavoro che è, appunto, il delirio dello psicotico sono proprio le Memorie di un malato di nervi, inizialmente redatte da Schreber per chiarificare ai medici le necessità che gli imponevano un determinato comportamento, così come per dimostrare loro la sua «capacità di provvedere» a sé (infatti a distanza di anni ottenne l'annullamento della sentenza di interdizione emessa all'epoca del ricovero). Successivamente nacque in lui il desiderio di rendere pubblico il suo libro e nonostante i familiari si opponessero – comprarono e distrussero quasi tutte le copie della prima edizione – esso venne dato alle stampe proprio al fiorire della psicoanalisi, che seppe vedere nella follia di Schreber qualcosa di più di una mera farneticazione.