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BETHESDA, MD - Il fenomeno è noto: specialmente dopo la seconda dose i vaccini anti Covid-19 possono provocare sintomi come febbre, mal di testa e spossatezza. È il sistema immunitario che risponde a quella che crede sia un'infezione provocata da un agente patogeno. Se dopo che si è fatto il richiamo non si hanno questi effetti collaterali bisognerebbe quindi temere che l'immunizzazione non sia stata efficace?
A rispondere "no" è uno studio ancora in attesa di revisione condotto sui collaboratori del Walter Reed National Military Medical Center, uno dei più importanti centri medici delle Forze armate americane. Conferma che la riposta immunitaria può essere buona a prescindere che si abbiano avuti o meno sintomi.
Condotta su 206 partecipanti di età mediana di 41,5 anni, il 69,4% dei quali donne, l'analisi non ha evidenziato alcuna correlazione tra comparsa e intensità degli effetti collaterali e produzione di anticorpi (IgG) a un mese dal richiamo con Pfizer/BioNTech. «Gli individui che presentano pochi sintomi dopo la vaccinazione possono essere rassicurati che ciò non significa che il vaccino "Non ha funzionato"», scrivono i ricercatori nello studio. «In realtà, in questo campione, gli individui con pochi o nessun sintomo avevano esattamente la stessa probabilità di aver sviluppato risposte anticorpali degli individui che hanno manifestato sintomi sostanziali», aggiungono.
In compenso, la ricerca ha evidenziato altre interessanti correlazioni tra effetti collaterali e caratteristiche della persona vaccinata.
I sintomi post-vaccinali sono per esempio inversamente proporzionali all'età e al peso: più si è giovani e magri, dunque, meno sono forti/presenti. Sono altresì più comuni tra le donne.
La comparsa di effetti marcati dopo la prima dose, inoltre, può far presagire una reazione simile anche in occasione della seconda. Le persone più in là con gli anni presentano poi risposte anticorpali più basse. Confermato, infine, il fatto che gli effetti collaterali sono più intensi dopo il richiamo.
Lo studio è stato condotto, tra gli altri, da diversi ricercatori e ricercatrici della Uniformed Services University of the Health Sciences, entità federale che prepara i sanitari delle Forze armate statunitensi. È stato finanziato dal Defense Health Program, del Dipartimento della difesa americano.