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La regione di Boston, con le sue università e i suoi centri di ricerca ad alto livello, rappresenta una vera e propria calamita per ricercatori e scienziati.Questo contenuto è stato pubblicato il 28 luglio 2006 - 10:27
Nella città del Massachusetts, swissinfo ha incontrato due ricercatori elvetici per scoprire quali sono i vantaggi di lavorare negli Stati Uniti.
Olivier de Weck è professore assistente all'Istituto di Tecnologia del Massachusetts (MIT) a Cambridge, dove insegna al Dipartimento dei sistemi d'ingegneria.
Il suo primo viaggio negli Stati Uniti lo ha effettuato assieme ad una delegazione del governo svizzero che si occupava di aerei di combattimento. In seguito, ha deciso di proseguire il suo dottorato al MIT, ciò che gli ha permesso di giungere alla posizione attuale. Da ormai 12 anni, Olivier ha trovato negli USA una nuova casa.
Il suo ordinato ufficio si trova in uno degli edifici più vecchi dell'università. Nel locale - al contempo uno spazio per rilassarsi
e per lavorare - trova posto un comodo divano e uno schermo elettronico bianco; sul tavolo, un modellino dell'aereo da combattimento F/A 18.
Doppio contatto
Per Olivier, le origini svizzere hanno rappresentato un vantaggio professionale: «Ho potuto utilizzare alcune delle cose imparate in Svizzera per trovare la mia strada qui negli USA», dice a swissinfo.
«Mi riferisco ad un certo livello di precisione e di perseveranza o al fatto che vivendo in un contesto multiculturale ho imparato a vedere le cose da diversi angoli. Quando ottengo un risultato, mi chiedo se si tratta dell'unica alternativa
possibile», spiega. Per il ricercatore elvetico, che detiene pure la cittadinanza americana, il balzo culturale da un Paese all'altro non rappresenta un grosso problema «Quando scendo dall'aereo a Zurigo, mi sento pienamente a casa. Lo stesso mi succede quando ritorno a Boston».
«Questa doppia base mi permette di combinare i migliori aspetti della vita in Svizzera con quelli della regione del New England», aggiunge.
Il più grande vantaggio di lavorare negli Stati Uniti e in particolare al MIT - sottolinea Olivier de Weck - è la sensazione che si possono cambiare le cose.
«La ricerca che facciamo qui è di estrema importanza e le implicazioni
a livello mondiale sono reali. Non ci occupiamo di problemi ipotetici che non hanno alcuna applicazione».
Gli stimoli di uno straniero
Dal 1997, Nouchine Hadjikhani lavora alla Scuola medica di Harvard (Harvard Medical School), dove studia il cervello umano al Centro Martinos per la formazione di immagini biomediche. Dal suo piccolo ufficio nel vecchio arsenale marittimo di Charlestown, si gode di un'invidiabile vista sul porto di Boston.
In qualità di professore assistente in radiologia, è alla testa di un piccolo gruppo di ricercatori che si occupano di patologie cerebrali quali le emicranie e l'autismo. Il loro lavoro necessita costantemente di
nuovi fondi, in quanto negli scorsi anni i crediti statali per le scienze della vita sono stati ridotti. E questo nonostante gli investimenti complessivi nell'ambito della ricerca siano aumentati.
«Ho un titolo qui a Harvard, ma non per questo il mio salario è maggiore o i fondi per le mie ricerche garantiti».
Una situazione poco felice che tuttavia, paradossalmente, potrebbe anche rappresentare un vantaggio e uno stimolo. «Mi spinge a fare del mio meglio e a volte faccio scoperte interessanti», ci confida Nouchine.
Essere uno straniero può a volte anche essere complicato: «Parli e pensi in modo diverso, non sai bene
come proporre le tue competenze e quindi all'inizio non è evidente ritrovarsi nel nuovo ambiente».
Ritorno a casa?
Come vedono i due ricercatori svizzeri un eventuale ritorno in patria? Per il momento, Olivier de Weck non ci pensa nemmeno. Ci sono troppi progetti, sia in ambito pubblico che privato, che lo attendono qui negli Stati Uniti.
Situazione diversa invece per Nouchine Hadjikhani, il cui ritorno in Svizzera ha assunto un significato particolare dopo essersi vista proporre una cattedra universitaria per quattro anni dalla Fondazione svizzera delle Scienze. Nei suoi piani futuri, la continuazione del suo lavoro sull'autismo e l'inizio di una
parziale collaborazione con il Politecnico federale di Losanna, nel canton Vaud. Non per questo intende però tagliare i legami con Boston.
«Qui c'è un'apertura mentale ed un dinamismo di cui ho bisogno», indica. «Ed inoltre, per nulla al mondo voglio interrompere la collaborazione con uno dei centri per la formazione di immagini più rinomati», conclude.
swissinfo, Scott Capper, Boston (traduzione: Luigi Jorio)
Fatti e cifre
Il 23% dei dottori impiegati da istituti accademici negli Stati Uniti sono di nazionalità straniera (2003).
La percentuale sale al 44% nel campo delle scienze informatiche e al 40% in ingegneria. Scende invece al 9% per la psicologia.
Gli stranieri rappresentano il 20% dei professori.
Non ci sono cifre ufficiali relative al numero esatto di ricercatori svizzeri negli Stati Uniti; le stime parlano di 8'500 persone.
In breve
Olivier de Weck è uno dei due professori del MIT scelti per condurre un progetto della NASA, l'agenzia spaziale statunitense.
Il suo incarico consisterà nell'occuparsi della catena logistica per le missioni verso la Luna e Marte.
Il lavoro di Nouchine Hadjikhani si concentra invece su due ambiti specifici: la fisiopatologia dell'emicrania e i problemi legati allo sviluppo neuronale, in particolare l'autismo.
Per la sua ricerca utilizza varie tecniche di formazione di immagini neuronali e, come lei stessa riconosce, trascorre più tempo di chiunque altro all'interno degli scanner medici.
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