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«Sì, il mio nome sulla Stanley Cup c'è, e lì ci resterà per l'eternità». È così che risponde Mark Streit a chi gli chiede se anche lui figuri fra l'elenco dei giocatori stampigliati sul mitico trofeo, alzato al cielo nel mese di giugno di tre anni fa con la maglia dei Pittsburgh Penguins, al termine di una finale a cui il bernese si limitò a fare unicamente da spettatore poiché da poco ristabilitosi dopo un infortunio che l'aveva costretto a un prolungato stop forzato.
Ciò non gli aveva comunque impedito di centrare un'impresa, quella appunto di vincere la Stanley Cup, mai riuscita prima di lui a un giocatore svizzero di movimento. Il terzo elvetico in assoluto, dopo David Aebischer (nel 2001) e Martin Gerber (2006), a realizzare quell'exploît.
A Palazzo federale con il trofeo più ambito (Keystone)
Fu l'apice di una carriera che Streit, sbarcato relativamente tardi sulle piste di National Hockdea League - all'età di 27 anni - chiuse poi l'anno seguente quel trionfo, con la maglia dei Montreal Canadiens. Ma quel successo fu anche il pretesto da cui prendere spunto per il suo nuovo progetto, portato a termine nelle scorse settimane: la sua biografia dal titolo 'Gegen alle Wiederstände. Mein Weg Zum Nhl-Star' ('Contro ogni previsione. La mia strada verso la stella della Nhl'), edizioni Orell Füssli, 2020).
Per ora solo in tedesco, «ma non è escluso che più in là possano essere pubblicate versioni in altre lingue, iniziando dall’inglese, a dipendenza di come risponderà il pubblico e delle richieste. In italiano? No, purtroppo per ora non è prevista un’edizioni in italiano».
Perché un libro? Da dove nasce l'idea di scrivere una biografia? «Erano anni che ci pensavo. L'idea di scrivere un libro, di mettere su carta il racconto di quella che era la mia storia ha cominciato a frullarmi in testa suppergiù attorno ai 30 anni, un paio di stagioni dopo essere approdato alla Nhl. Per poterlo fare con un certo distacco e in modo davvero esaustivo, era chiaro che avrei dovuto attendere la fine della mia carriera. E così ho fatto: per riprendere in mano in modo concreto questo progetto ho atteso il mio rientro in Patria dopo anche l’ultima parentesi a Montreal. È a quel momento che sono stato contattato dai responsabili editoriali della Orell Füssli: volevano sapere se fossi interessato a raccontare la mia storia. Ovviamente lo ero, ed è così che ha ufficialmente preso avvio il progetto libro. Di cose da raccontare ne avevo parecchie, considerando la mia storia personale: la ribalta della Nhl l'ho calcata relativamente tardi negli anni, ma sono stato il primo giocatore svizzero di movimento a calcarla poi fino in fondo. In questo senso la mia è una storia singolare. Ma anche la prova provata che con costanza, caparbietà e determinazione, nulla è impossibile: con impegno e dedizione si possono raggiungere anche quei traguardi che di prim'acchito sembrano troppo lontani. E questo meritava di essere raccontato, affinché la mia parabola possa essere da ispirazione a tanti altri. No, la mia non è stata una carriera normale per un giocatore di hockey, o per uno sportivo in generale. Costellata di tanti alti e bassi, che mi hanno reso ancora più lungo il cammino per arrivare fino al suo culmine. Ma poi ci sono arrivato: il messaggio che mi preme far passare, non da ultimo attraverso la mia biografia, è quello di non mollare, di continuare ad andare avanti per la propria strada, seguire i propri sogni senza scoraggiarsi o farsi abbattere da chi è scettico.
'Con impegno e dedizione si possono raggiungere anche i traguardi che di prim'acchito possono sembrare troppo lontani'
Primo giocatore svizzero di movimento a festeggiare la Coppa Stanley ma non primo ex sportivo con un trascorso sulle piste elvetiche a votarsi all'editoria: prima di Mark Streit, questa via l'aveva percorsa pure, tanto per citarne uno, l'ex selezionatore della Nazionale Ralph Krueger - che per una decina di stagioni diresse la Nazionale svizzera (e quindi anche Streit stesso) - dando alle stampe il suo 'Teamlife'. «Ma quello di Krueger è più una sorta di manuale sulla motivazione di gruppo, da allenatore a giocatore, da responsabile di un team ai suoi componenti. Il mio, invece, è un libro che racconta la mia storia di giocatore, ed è dunque principalmente a loro che mi rivolgo».
Cosa vuol dire calcare la passerella più prestigiosa del pianeta in fatto di hockey? «È qualcosa di veramente speciale, per me come per ogni giocatore di hockey. Significa avere l’opportunità di confrontarsi con i migliori giocatori al mondo. Questo è sempre stato il mio sogno/obiettivo fin da bambino, e non posso che andare fiero per essere riuscito a realizzarlo. Una volta raggiunto, questo sogno, devi anche rimboccarti le maniche per continuare a viverlo: non basta arrivarci, ma devi lavorare ogni giorno per restare nel giro dei migliori, cercando sempre di fare un passo in più. A dirla tutta, il primo a essere sorpreso di aver potuto vivere una carriera così lunga in Nhl è il sottoscritto. Ho avuto la fortuna, in questi anni, di confrontarmi con realtà completamente diverse fra loro: essere un giocatore in America è qualcosa di molto diverso rispetto a esserlo in Svizzera. E pure in Canada, dove l’hockey occupa il primo posto delle gerarchie sportive: lì la gente vive per il disco su ghiaccio. Ogni volta che vai sul ghiaccio lo fai davanti a una muraglia di tifosi. In quei frangenti ti senti al massimo, senti che devi cercare di dare il meglio di te stesso per essere all’altezza della situazione. È qualcosa di incredibile, e il fatto di aver potuto farne parte è stata la cosa più emozionante che potessi augurarmi come giocatore».
Oltre 800 le presenze in Nhl (Kestone)
Paragonando la realtà svizzera a quella nordamericana, in cosa dovrebbe mettere l’accento un giocatore alle nostre latitudini? «È fuori di discussione che fare il grande passo e calcare almeno per un po’ la grande ribalta della Nhl faccia guadagnare ‘peso’ al giocatore al cospetto delle società, ragion per cui è necessario che sempre più svizzeri cerchino di varcare l’Atlantico».
Appesi i pattini al chiodo, Streit non ha comunque smesso di masticare hockey. Il suo nome, del resto, era pure stato ventilato quale possibile successore di Raeto Raffainer alla carica di responsabile delle squadre nazionali (dopo che quest’ultimo aveva lasciato l’incarico per passare al Davos). «Sono solo voci: di contatti ufficiali non ne ho mai avuti - racconta il bernese -. Quello di poter far parte in un modo o nell’altro della Federazione svizzera era un obiettivo che mi ero posto per il mio dopo-carriera, ma penso che per poter ricoprire un ruolo come quello di Raffainer in seno alle squadre nazionali imponesse una certa esperienza che ora come ora non ho ancora acquisito. E poi avrei dovuto viaggiare parecchio, cosa che mi ero ripromesso di non più fare visto che ho due bambini in tenera età (il primo di tre anni e il secondo di diciotto mesi appena). Dopo il mio ritiro dalla scena della Nhl mi ero ripromesso di trascorrere più tempo possibile con la mia famiglia, per poi valutare tutte le opportunità che mi si presentavano. La pubblicazione del libro era appunto una di queste. Ma non l’unica. Ho ad esempio pure avuto un ruolo attivo nell’organizzazione di quelli che sarebbero dovuti essere i Mondiali di Zurigo e Losanna quest’anno… È stato eccitante lavorare in funzione di questo evento, ed è davvero un peccato che non si sia potuto giocare quest’anno. E ho pure fatto da opinionista per la televisione svizzerotedesca. Insomma, bene o male l’hockey ho comunque continuato a masticarlo. Anche perché mi ero appunto ripromesso che, una volta chiusa la carriera da giocatore, avrei voluto provare diverse cose prima di trovare la mia strada».
Un pilastro della Nazionale (Keystone)
Ci saranno altri libri nel futuro di Mark Streit? «No, non credo proprio - ride -. Penso che questo libro fosse giusto scriverlo perché tenevo a raccontare la mia storia, che è un po' come quella di Cenerentola, una sorta di viaggio di nozze. Volendo generalizzare, è l’esempio che ognuno ha il potenziale per realizzare i suoi sogni. Se alla fine della tua carriera raggiungi il massimo del tuo potenziale, e io l’ho fatto, allora ti puoi definire un vincente. E se non ci riesci va bene comunque: ciò che conta è almeno provarci con tutto l’impegno. Allora puoi andarne fiero comunque. Ed è quello che ho appunto voluto raccontare nelle pagine di ’Gegen alle Wiederstände. Mein Weg Zum Nhl-Star’».