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Il rapporto Beveridge è un documento governativo britannico pubblicato nel novembre 1942. Scritto sotto la direzione dell’economista liberale William Beveridge, determinò l’istituzione dello Stato sociale (Welfare State) prima nel Regno Unito e poi espandendosi in tutto il Continente con varie sfaccettature (più avanzate nei Paesi scandinavi, più faticose in altri Paesi). Il rapporto conteneva due rotture con la tradizione: (1) il principio dell’universalismo: la protezione sociale andava garantita a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro posizione occupazionale e sociale. Andavano erogate, senza restrizioni d’accesso, prestazioni uguali per tutti. Infatti, nel mercato le persone sono remunerate in base al merito, ma di fronte ai rischi e bisogni che non dipendono da scelte individuali, ciascuno deve essere egualmente protetto in quanto cittadino; (2) il welfare è altro dalla carità, è un diritto di cittadinanza. Così i diritti sociali, al pari dei diritti civili e politici, diventano giustiziabili davanti a un tribunale. Quattro erano i pilastri del Rapporto: un servizio sanitario statale aperto a tutti per le cure; prestazioni previdenziali (pensioni, sussidi di disoccupazione e malattia); assegni familiari e assistenza statale pubblica aggiuntiva per i più bisognosi. L’obiettivo di Beveridge era di mitigare i "cinque giganti" della povertà, della malattia, dell’ignoranza, dello squallore abitativo e dell’inattività lavorativa.
Beveridge era un liberale, lontano dai conservatori che rifiutavano ogni cambiamento ma anche lontano dai laburisti con cui non condivideva la transizione al socialismo. Il suo Liberalismo era ben lontano da quello dominante oggi: ancorato a logiche economicistiche senza vedere lo Stato, col suo intervento in ambito sociale, come un complemento propedeutico all’economia di mercato.
Un Rapporto ambizioso e che ha dato buoni frutti, almeno sino agli anni Ottanta. Ma non potendo anticipare un futuro lontano, a partire dagli anni Novanta, esso si è trovato confrontato con un rallentamento del suo slancio propulsivo e con la fattura di alcuni effetti perversi o imprevisti derivati però da cambiamenti strutturali della società postmoderna: sono mutati i rischi e i bisogni; l’invecchiamento demografico è salito; i nuovi rapporti tra generi hanno portato alla crescita dell’occupazione femminile; l’economia è passata dal primario e dal secondario al terziario e il lavoro, laddove certi mestieri non sono scomparsi, è diventato più flessibile. Altri rischi derivano dalla non autosufficienza (anche degli Stati nazione), dalle difficoltà crescenti di conciliare lavoro e famiglia, l’obsolescenza e insufficienza di conoscenze di certe generazioni in vista di nuovi mestieri, l’esclusione sociale incompatibile con il mito del successo monetario.
Questi rischi tendevano e tendono a concentrarsi entro alcuni gruppi e territori (giovani, donne, anziani, lavoratori con basse qualifiche, aree territoriali svantaggiate). Da qui una doppia sfida di aggiustamento del Welfare: una ricalibratura funzionale (dai vecchi ai nuovi rischi) e distributiva (dai garantiti ai non garantiti), nel rispetto delle compatibilità macroeconomiche e fiscali. Il limite dell’idea di Beveridge era che il sistema era rivolto alla "riparazione" dei danni, all’erogazione di prestazioni "passive" ai fini compensatori. Questa rete di protezione è però inefficace come trampolino di mobilità sociale, in quanto tarata sui sussidi più che sul rafforzamento delle capacità dei beneficiari. A partire dal nuovo secolo si è affermata quindi la nuova impostazione dell’investimento sociale: preparare invece che riparare. Senza rinunciare alla protezione di base, l’enfasi e la priorità si sono spostate dal rimborso dei danni alla prevenzione dei rischi. Quindi ci si è lanciati su nuove iniziative nel campo dell’istruzione (dagli asili alla formazione permanente), dell’inserimento professionale e dell’inclusione sociale, dei servizi di conciliazione e del sostegno ai figli, della tutela preventiva della salute.
A ciò si aggiunga la globalizzazione che ha amplificato i rischi dalle delocalizzazioni aziendali e dei posti di lavoro a basso costo, alle crisi ambientali e pandemico-sanitarie. Da qui la necessità di introdurre nuove forme di condivisione sociale tra Paesi visto che gli Stati nazione non possono proteggersi da soli.
Insomma, servirà un nuovo Rapporto Beveridge per il Ventunesimo secolo, e prima, un nuovo Beveridge.