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L’ultimo giorno della sua vita Annemarie Trechsel, 78 anni, ha pranzato con l’ex marito e il figlio. Poi si è recata nell’appartamento della figlia a Berna. Il rappresentante di Dignitas l’ha raggiunta alle 13.15. Due ore dopo era morta.
«Quando è tornata era calma e di buon umore. Voleva solo finirla», ricorda la figlia Bettina Kläy. «Non ha voluto ascoltare musica, nonostante la adorasse. È come se avesse già chiuso con la vita».
Annemarie Trechsel aveva espresso il desiderio di morire in casa della figlia. Bettina Kläy ha voluto rispettare la volontà della madre, pur essendo consapevole degli eventuali rischi penali.
«Il suicidio assistito in Svizzera è legale, nella misura in cui la persona che assiste non ne trae profitto. In quanto erede, temevo però di avere problemi con la giustizia, per averla fatta morire nel mio appartamento», dice Bettina Kläy.
Annemarie Trechsel ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in una casa per anziani. Il direttore, benché comprendesse il suo desiderio di morire, ha rifiutato il permesso di eseguire il suicidio assistito all’interno dell’istituto.
«Questa decisione ci ha costretti a scegliere tra l’appartamento di Dignitas a Zurigo e casa mia. Di fronte alla scelta, mia madre ha preferito morire in un ambiente familiare».
Verbale del suicidio
Il rappresentante di Dignitas, come si legge nel verbale del suicidio, ha chiamato la polizia subito dopo aver constatato la morte di Annemarie Trechsel per ingestione di una dose di pentobarbitale sodico sciolta nell’acqua. Un agente di polizia è giunto sul posto mezz’ora dopo e ha immediatamente chiesto la presenza di un medico legale e di altri agenti.
«Hanno rovistato tutta la camera e ci hanno fatto aspettare fuori. Cercavano eventuali segni di violenza. Ma tutto era avvenuto nei termini legali. Per fortuna la cosa è finita lì», ricorda Bettina Kläy.
La donna aveva un rapporto molto stretto con sua madre. «Era una persona amabile, molto comunicativa. Ha pubblicato anche delle poesie. Ci teneva molto alla sua indipendenza». All’età di 72 anni, Annemarie Trechsel ha avuto un infarto, che le ha causato seri problemi di equilibrio e mobilità. Anche la locuzione è risultata più difficile.
«A volte, quando la visitavo, non riusciva a dire una frase in un’ora. È una delle ragioni per cui ha voluto smettere di vivere». Per quanto possibile, Bettina Kläy e la sua famiglia hanno cercato di permettere alla madre una vita indipendente. Dopo una brutta caduta in casa, l’hanno però convinta a trasferirsi in un istituto per anziani. Annemarie Trechsel aveva allora 75 anni.
Desiderio di morire
«Quando ha espresso per la prima volta il desiderio di morire, ho cercato di dissuaderla. L’ho considerato un segno di depressione, le ho detto di aspettare la primavera, che si sarebbe sentita meglio. Dopo un po’ si è offesa, perché non la prendevo sul serio».
Bettina Kläy ha finito per accettare e sostenere il desiderio di sua madre. «Vedevo quanto il corpo malato e i problemi di parola la rendessero infelice e potevo capirla». Annemarie Trechsel conosceva Dignitas, ma non era nelle condizioni di organizzare tutto da sola. Ha perciò chiesto alla figlia di contattare l’organizzazione a suo nome.
Quando il rappresentante di Dignitas l’ha visitata la prima volta, la donna era ancora in grado di comunicare e di dimostrare di essere nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Ha firmato i documenti necessari. Nel giorno della sua morte ha dovuto firmare un’ultima conferma del suo desiderio di morire.
Stretta cerchia
Solo una ristretta cerchia di persone - l’ex marito di Annemarie Trechsel, il figlio, la figlia e un vecchio amico - sapevano dei suoi piani e l’hanno sostenuta. «La cosa peggiore è stato aspettare, dopo che avevamo fissato il giorno del suicidio con più di un mese di anticipo. Sapere che mia madre sarebbe morta quel giorno e nello stesso tempo vivere la vita di tutti i giorni è stato molto duro».
«Alla fine è stata una cosa in qualche modo bella, una morte pacifica e dignitosa. Naturalmente il mio cuore si è spezzato, ma mi pareva giusto che mia madre ottenesse ciò che voleva. In questo senso non è stato uno choc».
All’inizio la famiglia non sapeva bene cosa raccontare della morte di Annemarie Trechsel. «Avevamo detto la verità solo ai parenti stretti. Ma poi mio fratello ha pensato che bisognava essere franchi e così abbiamo contattato tutti ed è stato un bene».
Bettina Kläy è rimasta sorpresa di quanto il gesto di sua madre suscitasse comprensione. «Qualcuno ci ha raccontato storie simili accadute a parenti o conoscenti. Il suicidio assistito è più frequente di quel che si pensa».
Suicidio in Svizzera
In Svizzera, circa 1’400 persone l’anno si tolgono la vita.
I suicidi sono tre volte più numerosi delle morti per incidenti stradali.
Tra le 15'000 e le 25'000 persone tentano ogni anno di suicidarsi.
Nel 2011 l’organizzazione per il suicidio assistito Exit, che si occupa solo di persone con la residenza (domicilio) in Svizzera ha aiutato 416 persone a morire.
Dignitas, l’altra maggiore organizzazione svizzera per il suicidio assistito, ha accompagnato alla morte 144 persone.Fine della finestrella
Legge sul suicidio assistito
La legislazione svizzera tollera il suicidio assistito purché il paziente compia l’atto da solo e chi l’assiste non abbia interesse a farlo morire. Il suicidio assistito è permesso fin dagli anni Quaranta del secolo scorso.
La morte è generalmente indotta da una dose letale di barbiturici prescritti da un medico. L’ingestione del veleno, sia per via orale, sia per via intravenosa, deve essere compiuta dal paziente.
Nel 2006 il governo federale ha stabilito che tutte le persone dotate di capacità di giudizio, anche se la loro sofferenza deriva da una malattia mentale, hanno il diritto di decidere come morire.
Il governo ha esaminato varie opzioni per
regolamentare
il suicidio preventivo. Nel giugno 2011 ha deciso di non elaborare una nuova legge, ma di sostenere
la prevenzione e le cure palliative
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Traduzione dall’inglese e adattamento: Andrea Tognina, swissinfo.ch