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Nella previdenza professionale avviene una ridistribuzione di cui si parla poco, quella dai poveri verso i ricchi, afferma il periodico consumeristico K-Tipp. Questo perché i membri delle classi inferiori di solito muoiono prima di quelli che appartengono alle fasce socialmente privilegiate: le casse devono quindi pagare le rendite per un periodo molto più breve rispetto a coloro che stanno finanziariamente meglio. Per gli istituti di previdenza gli affiliati che muoiono relativamente presto sono un buon affare, ricorda la testata zurighese nel numero oggi in edicola. Questo perché le casse calcolano la stessa aspettativa di vita per tutti gli assicurati. Se quelli socialmente svantaggiati muoiono prematuramente, il loro capitale pensionistico inutilizzato rimane nel fondo pensione: se la persona in questione era senza figli e non era sposato o in un’unione registrata, la cassa non deve pagare le prestazioni per i superstiti.
I sindacati criticano il fatto che il secondo pilastro non tenga conto della minore aspettativa di vita delle persone socialmente sfavorite. Questo porta ad una ridistribuzione dai ricchi ai poveri “che non può essere giustificata”, sostiene la federazione Travailsuisse. E nel suo blog Daniel Lampart, capo-economista dell’Unione sindacale svizzera (USS) afferma che “queste disuguaglianze giustificherebbero pensioni più elevate per i redditi più bassi non solo per ragioni di politica sociale, ma anche di calcolo assicurativo”. La Confederazione afferma di non avere dati sulle differenze nell’aspettativa di vita a seconda della classe sociale. Tuttavia stando a K-Tipp vi sono numerosi studi sul tema, sia in Svizzera che nel resto d’Europa. Le ricerche mostrano che le persone che vivono modestamente sono svantaggiate in diversi modi: conducono una vita di duro lavoro con un reddito basso, hanno una pensione modesta e dispongono di un’aspettativa di vita inferiore alla media.
Per esempio in uno studio pubblicato nel 2019 i ricercatori dell’Università di Ginevra hanno mostrato che l’aspettativa di vita di un uomo 30enne che ha seguito solo la scuola dell’obbligo è di circa 5 anni inferiore a quella di un coetaneo con un diploma universitario. Per le donne della stessa età lo scarto è di 2,5 anni. Circa un decennio fa un’analisi dell’Università di Zurigo aveva già mostrato grandi differenze nell’aspettativa di vita a seconda del livello di istruzione: per i trentenni con un’istruzione universitaria era di 7,1 anni (uomini) e di 3,6 anni (donne) più alto rispetto a quella di coloro che si sono limitati alla scuola obbligatoria. Per i 65enni, invece, questa differenza era di 2,7 anni per gli uomini e 2 anni per le donne, secondo uno studio di Ginevra pubblicato nel 2012.
Stando ai ricercatori l’aspettativa di vita più breve si spiega in diversi modi. Le persone scarsamente istruite hanno innanzitutto meno conoscenza dei problemi di salute: obesità, fumo, consumo eccessivo di alcol e malattie cardiovascolari sono comuni. Lavorano anche inoltri spesso in impieghi faticosi e mal pagati, per esempio nei settori dell’ospitalità, dell’industria, dell’edilizia o dei trasporti. È anche più probabile che vivano in luoghi rumorosi e inquinati. E sono meno in grado di permettersi visite mediche. In base all’ordinamento legate vigente c’è comunque un modo per evitare il problema della ridistribuzione in questione: farsi versare il capitale di pensione al momento del pensionamento. In questo modo anche gli assicurati con un’aspettativa di vita inferiore alla media ricevono tutto il denaro che hanno risparmiato, senza dover sostenere le classi privilegiate, conclude K-Tipp.