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Le impressioni linguistiche, in città, sono varie. C’è l’ucraino, qui indiscutibilmente prevalente. Molte parole somigliano o sono comuni al russo, ma se ne distinguono per il modo di scrivere la «i» e la «e.» C’è il russo parlato alla russa, meno frequente, ma risuona qui e là. C’è il russo parlato all’ucraina, con le «g» aspirate e le «o» pronunciate come sono scritte, così говорить diventa hovorit invece di gavarit, invece di vAskresen’je (domenica) senti vOskresen’je. Del resto, se non ricordo male, lo diceva già Gogol’ – che era ucraino – che i Russi irridevano gli Ucraini perché pronunciano le «o.» Infine c’è il polacco, che ogni tanto ti fa capolino nelle orecchie per la strada, ma, soprattutto, com’è, come non è, compare come la cosa più naturale del mondo in diversi luoghi religiosi, dalla chiesa armena alla cattedrale latina, su lapidi e avvisi vari. Tracce evidenti di polacco ricompaiono, mutatis mutandis, nell’ucraino stesso: працюе sta per il russo работает, неділя ricorda il polacco niedziela e significa domenica, che in russo sarebbe il воскресенье di cui sopra, tanto che, mettendo insieme il russo e i miei ricordi di polacco di venticinque anni fa, l’ucraino delle situazioni più comuni diventa comprensibile.