Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01276.jsonl.gz/58

Scriveva, nel 1909, l'ingegner Agostino Nizzola, illustrando le caratteristiche dell'impianto idroelettrico del Ticinetto: «A circa 1800 metri sul livello del mare, e sulla sponda destra della Valle di Chironico, esiste un laghetto alpino di 40 m circa di profondità e di 200'000 m2 di superficie.
Questo lago, opportunamente sbarrato, servì a creare un invaso di stagione mediante l'accumulazione di 1'500'000 m3.
La diga, che ha nel suo punto più profondo un'altezza di 12,50 m ed una lunghezza in corona di 46 m, presenta dal punto di vista costruttivo dei particolari interessanti: fu costruita in muratura a secco e solo dalla parte bagnata è rivestita con muratura in calce idraulica di spessore variabile da 1 m a 40 cm.
Sul rivestimento venne poi applicato un intonaco in cemento con un'armatura in ferro (lamiera stirata).
Di fronte alla diga venne scavato nella roccia uno sfioratore di troppo pieno.
La presa d'acqua è regolata mediante valvola a farfalla e tubazione di 35 cm di diametro».
La valvola era azionata dagli addetti all'impianto del Ticinetto e questa operazione, eseguita tra l'Epifania e la fine di febbraio, rivive nel diario lasciatoci dal capocentrale Dionigi Barudoni, il quale ricorda, in particolare, che nel febbraio del 1910, per aprire la valvola, si dovette, «unica soluzione», spezzarla con un lavoro che richiese anche «audacia» e che nel gennaio del 1917 una valanga sfondò la porta del rifugio alzato dieci anni prima sul lato sinistro del laghetto e ne fece tracimare l'acqua che asportò, precipitando a valle, «tubi, carriole, forgia, legname ed altro» (il rifugio sarà ricostruito, nel 1925, in posizione più sicura e viene ora usato dai pescatori).
È un laghetto quindi, quello di Chironico, che ha una sua storia da narrare: una storia di tecniche iniziative e di umano coraggio.
Spiega, nel suo diario, il Barudoni: «Il personale che lassù deve recarsi nel tempo in cui le Alpi sono coperte di neve, deve scegliere giorni piuttosto rigidi per evitare le valanghe e non ventosi per evitare la tormenta, perché il vento, ordinariamente, soffia impetuoso, trovandosi il laghetto ai piedi della bocchetta, stretto avvallamento che serve anche di passaggio fra due fianchi di montagne e di confine fra la Val Chironico e la Valle Verzasca».
Ed è appunto tale «passaggio», detto di Piatto, che fa parte di questa escursione che da Chironico porta a Sonogno o viceversa: è una gita per chi ha buone gambe e non soffre di vertigini e ama, marciando, mettere a confronto regioni separate e diverse anche per quel che riguarda le rispettive caratteristiche non solo ambientali.
Ci sono, durante la gita, nuclei montani da interrogare, cascate da fotografare, vette da desiderare e un paesaggio che muta con le ore e i metri di altitudine, dando valore alle linee o ai colori e poi fondendoli in un tutto unico e senza più confini nella sua ampiezza che fa dimenticare i nomi.
A chi sale da Cala, il laghetto si presenta in modo da lasciare scoprire solo gradatamente le sue possibilità tonali, racchiuse da contorni parsimoniosi, che offrono adagio adagio, a volte quasi con riluttanza, quello che hanno in serbo per il piacere di chi sa trovare, nell'acqua, gli elementi che la rendono variata.
A chi giunge, invece, da Cognora, esso dà l'impressione, inizialmente, di voler mostrare tutto quello che ha da far vedere; ma poi le rocce, verticali e altissime, che gli stanno attorno, lo nascondono come se fosse un liquido tesoro deposto sul fondo di una fortezza costruita con uno spreco massiccio e una precisione orafa, con un intento difensivo che solo quando si è a filo dell'acqua si scorge in tutta la sua gelosa potenza.
Le rive non possono quindi che rispettare, nella loro configurazione, la volontà di un posto che, difensivo, non si illude di essere leggiadro; i ghiaioni, che qua e là stagionalmente affiorano quasi sentissero il bisogno di respirare un po' di luce, sembrano, dall'alto, camuffati da polverosi nevai; i colori, infine, sommersi, passano dal verde oscuro all'azzurro chiaro e dal grigio opaco alla trasparenza cristallina senza motivo e senza sfumature, quasi fosse vietato ogni amalgama ribelle a un'ordinanza che stabilisce, per il laghetto di Chironico, un numero preciso e limitato di tinte: questo non gli impedisce di sfruttare pittoricamente il vento (che rotola giù dalla bocchetta come se avesse scorto troppo tardi l'abisso) e il sole (che pare uscire, a volte, dalla pietra stessa della Cima Bianca resa incandescente dal suo fulgore).
L'escursione collega due valli e due dialetti; ha tratti che necessitano, per la sicurezza del transito, di corde fisse e angoli che ricorrono, per risultare ancora più tranquilli, al bisbiglio di una fontana di legno; ha croci scolpite dalla fede e alberi che hanno pure essi una funzione simbolica (altri si chinano, invece, sul laghetto come se vi avessero perso la loro ombra e, solo scrutandolo, lo interrogassero).
È una gita interessante e fascinosa, che invita anche a trascorrere una notte nella capanna di Cognora, realizzata in modo da smentire le considerazioni espresse nel 1935 dall'esperienza di Valerio Ostini nel libro «Alpinismo» curato da Angelo Tamburini: «Se si vuol alloggiare nei paesi della Verzasca sarà bene provvedersi prima del fabbisogno e accontentarsi di salumi, formaggi e uova.
Le baite alpestri, segnatamente quelle degli alpi che non vengono più caricati, devono generalmente considerarsi soltanto rifugi di fortuna» (ma la capanna di Cognora servirà anche a esaudire il voto espresso nel 1969 da un altro appassionato escursionista, Pepito Carmine: «La Valle Verzasca attende che le sue montagne siano maggiormente conosciute.
Non dobbiamo perciò indugiare ad erigere comode basi anche in questa valle. Saliti alla Cimetta, si dovrebbe procedere lungo le creste e, senza essere costretti a scendere in basso, sino al Pizzo Barone»).