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La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ritiene che la prescrizione prevista dalla legge in Svizzera non possa valere per i casi di vittime dell’amianto, poiché un’eventuale malattia potrebbe presentarsi anche quarant’anni dopo l’esposizione e il contatto con la sostanza cancerogena.
La vedova e le due figlie di un uomo morto per l’amianto, hanno ottenuto così ragione dai giudici europei che hanno ribaltato la sentenza della giustizia svizzera, che aveva rifiutato la concessione di un indennizzo per “avvenuta prescrizione”. Non solo, Berna ha pure “violato il diritto a un processo equo”.
L'uomo era deceduto nel 2005 nella Confederazione per un cancro dovuto all'amianto, diagnosticato un anno prima. Cinque giorni dopo il decesso la moglie aveva intentato una causa chiedendo un indennizzo di 200'000 franchi poiché la malattia era stata contratta sul posto di lavoro, tra il 1966 e il 1978 negli stabilimenti della Maschinenfabrik Oerlikon. Pretesa bocciata prima dalla giustizia argoviese, poi dal Tribunale federale per prescrizione, essendo trascorsi i dieci anni previsti dalla legge.
Sempre stando alla legge, la domanda di indennizzo avrebbe dovuto venir presentata
al più tardi nel 1988, ossia 16 anni prima che il cancro venisse diagnosticato. Una esigenza impossibile che, secondo la Corte europea, ha privato gli interessati di far valere le loro richieste. Secondo gli specialisti, nella maggior parte dei casi l'intervallo fra l'esposizione all'amianto e l'apparizione di un cancro da esso causato è di trenta o quarant'anni. Alla luce di questa considerazione i giudici hanno condannato Berna a versare 12'180 euro alla vedova e alle figlie per torto morale e al pagamento di 9'000 euro di spese.
ATS/bin