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«Fight for $15»
Salari minimi negli USA: campagna riuscita
Negli USA, un numero crescente di stati sta aumentando i salari minimi. A New York, i dipendenti dei Fast-Food ricevono dal 1° gennaio 15 dollari l’ora. Amazon applica lo stesso salario su tutto il territorio. Cosa sta succedendo nella culla del capitalismo?
All’inizio, sembrava una situazione senza speranza. In novembre 2012, un centinaio di dipendenti di McDonald’s, KFC e Burger King di New York avevano scioperato per un turno, presentando una rivendicazione che ha sorpreso tutti: un salario minimo di 15 dollari l’ora. Nemmeno gli osservatori più accondiscendenti vedevano una possibilità di concretizzarla, dato che nella città che non dorme mai il salario minimo legale era fissato a meno della metà, ossia a 7,25 dollari l’ora.
Sette anni dopo, invece, il movimento «Fight for $15» ha raggiunto il proprio scopo: dal 1° gennaio, le catene di Fast-Food della città devono pagare almeno 15 dollari l’ora e questa regolamentazione è stata estesa anche ai circa 25 000 dipendenti dell’aeroporto.
New York è inoltre in buona compagnia nel suo intervento a favore dei cosiddetti working poor: 19 stati federali e 21 città sono intervenute a inizio anno per aumentare i minimi salariali, dotando così gli Stati Uniti di regolamentazioni molto variegate, anche grazie al fatto che nel 2009 il Congresso aveva sancito un salario minimo di 7,25 dollari l’ora, precisando che non si poteva andare sotto questo limite ma lasciando però agli stati la facoltà di superarlo. In Alabama, le aziende possono quindi continuare a pagare i loro dipendenti solo 7,25 dollari l’ora, mentre nel South Dakota il minimo è di 9,10 e nello stato di Washington di 12 dollari. La città di Seattle, che fa parte di questo stato e dove hanno sede Amazon e Starbucks, ha persino prescritto un minimo di 15 dollari, rispettivamente di 16 per le maggiori aziende.
Il movimento «Fight for $15» ha raggiunto il proprio obiettivo grazie ad un’abile campagna che ha saputo combinare l’attivismo in pubblico con un intenso lavoro di lobby nei confronti della classe politica, coordinata in particolare dal sindacato dei servizi SEIU.
La scorciatoia delle votazioni popolari
Negli ultimi anni, il movimento in favore degli stipendi minimi ha anche fatto ricorso ad un mezzo rivelatosi molto efficace: le votazioni popolari. «Sino al 2010 le iniziative popolari erano in primo luogo uno strumento utilizzato dalla destra conservatrice per imporre i suoi temi. Improvvisamente, si è svegliata anche la sinistra», ha spiegato s Heidi Gay, copresidente della società di servizi National Ballot Access al «Washington Post».
Questa tendenza ha evidenziato come, anche nella culla del capitalismo, numerosi cittadini e cittadine auspichino una maggior protezione da parte dello Stato. In 12 stati federali, elettrici ed elettori si sono espressi a favore di un aumento degli stipendi minimi. Tra questi anche l’Arkansas e il Missouri, sostenitori dei repubblicani e del libero mercato e che in precedenza avevano visto il trionfo di Donald Trump.
Nonostante i conservatori abbiano confermato il loro dominio in Arkansas anche nelle elezioni intermedie, i democratici hanno saputo ottenere una piccola vittoria, proprio con il voto sul salario minimo, che sarà progressivamente aumentato a 11 dollari entro il 2021. Considerato come l’Arkansas sia lo stato più povero dell’unione, in relazione con il potere d’acquisto e con il salario medio, si tratta del salario minimo più elevato.
I 15 dollari pagati a New York non permettono infatti di vivere meglio.
Il «Wall Street Journal» ha riportato l’esempio della 33enne Theresa Borkowski, studente alla American University, costretta ad avere due lavori per 48 ore complessive a settimana per coprire le sue spese: 1050 dollari al mese per la sua camera in comunione abitativa, 300 per il rimborso della borsa di studio, 100 per l’abbonamento della metropolitana necessario per andare al lavoro, 93 per il telefonino e 50 la settimana per frutta e verdura.
Eminenti economisti del MIT hanno calcolato che un adulto impiegato a tempo pieno necessita di almeno 16,14 dollari l’ora per sopravvivere nel distretto di Manhattan. Nella capitale Washington occorrono 17,11 dollari, mentre in Arkansas possono bastare anche solo 10,38 dollari.
L’esempio di Amazon
Negli USA, come in altri paesi, la questione a sapere se e a partire da quale importo un salario minimo giovi o nuoccia all’economia resta controversa tra gli economisti. Il momento però appare molto favorevole al movimento «Fight for $15», grazie ad una congiuntura positiva in cui i posti di lavoro liberi sono più numerosi delle persone alla ricerca di lavoro.
Il gigante della vendita online Amazon ha pertanto deciso l’autunno scorso di fissare il salario minimo dei suoi dipendenti negli Stati Uniti a 15 dollari. La catena di discount Target intende fare lo stesso entro il 2020. Essi hanno staccato la maggior catena di grandi magazzini Wal-Mart, presa di mira dagli attivisti per essere rimasta ferma a 11 dollari l’ora. «I dipendenti di Wal-Mart sono stufi di lavorare per stipendi da fame. Suggerisco pertanto alla famiglia Walton, proprietaria di Wal-Mart, di fare l’unica cosa giusta e pagare ai propri dipendenti uno stipendio che permetta di vivere», ha twittato il senatore democratico di sinistra Bernie Sanders, intenzionato a far adottare una legge che impedisca al gruppo di riacquistare le proprie azioni se non riconoscerà al personale uno stipendio di almeno 15 dollari l’ora.
Altri politici, oltre a Sanders, hanno realizzato che questo argomento può portare molti consensi e hanno abbandonato le loro paure per le conseguenze macroeconomiche. Nancy Pelosi, presidente (Speaker) della Camera dei rappresentanti statunitense, ha promesso che se il suo partito dovesse andare al potere alle prossime elezioni emetterebbe «nelle prime 100 ore» un progetto di legge per portare lo stipendio minimo negli USA da 7,25 a 15 dollari.
Ines Zöttl, Washington
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