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di Marco Nori, Ceo di Isolfin
La guerra in Ucraina ha avuto conseguenze disastrose sull’economia europea, che vanno dalla chiusura di numerose industrie fino alla minaccia della povertà di massa. Le sanzioni statunitensi alla Russia hanno significato molto più per l’Europa che per altri paesi come la Cina o l’India che ne hanno invece potuto approfittare per acquistare il petrolio russo a prezzi bassi e condizioni vantaggiose. L’Europa, al contrario, ha subito conseguenze disastrose, assistendo alla rovina di molte industrie, come quelle dei trasporti e dell’agricoltura che, quando non costrette a cessare le attività, sono comunque giunte sull’orlo della bancarotta. Le industrie che hanno continuato ad avvalersi dell’ormai costosissima energia importata hanno dovuto adeguare di conseguenza i prezzi dei loro prodotti, contribuendo all’inflazione e alla povertà di massa. La successiva crisi dei rifugiati ha ulteriormente inasprito la situazione nei paesi confinanti con l’Ucraina: Polonia, Bielorussia e Romania.
La contrazione delle importazioni di generi alimentari ha determinato un aumento rapido e vertiginoso dei loro prezzi in tutto il continente. La Russia e l’Ucraina sono infatti i principali esportatori di prodotti agricoli in Europa: per fare qualche esempio, prima della guerra, l’Ucraina forniva il 52% delle importazioni di mais, il 73% delle importazioni di olio di colza e il 23% delle importazioni di olio vegetale dell’Unione Europea. La guerra ha ostacolato queste importazioni agricole, alterando l’intera catena di approvvigionamento alimentare e causando il rapido aumento dei prezzi dei generi alimentari. A farne le spese è la popolazione e il timore che sempre più persone possano ritrovarsi al di sotto della soglia di povertà è quanto mai reale. Secondo una stima, si prevede che i paesi europei a basso reddito come Lettonia, Lituania, Slovacchia e Bulgaria pagheranno il prezzo più alto di questa crisi e un’enorme fetta della popolazione di questi stati si troverà a vivere sotto la soglia di povertà come conseguenza diretta del conflitto tra Russia e Ucraina.
Tuttavia, c’è anche un altro punto di vista da tenere in considerazione. Alcuni analisti politici ritengono che questa guerra sia, in realtà, una sveglia per l’Europa che, ormai da tempo, dipende dalle importazioni di gas russo. Negli ultimi due decenni, non sono mancate le iniziative per tentare di interrompere questa dipendenza, ma il gasdotto Azerbaigian-Georgia-Turchia del 2008 ha sempre di più stretto i nodi. Tuttavia, il piano di Macron che puntava a una normalizzazione dei rapporti fra Russia e Unione Europea, con il tentativo di attirare la Russia non solo come partner commerciale ma come alleato politico, è fallito.
È qui che sono da ricercarsi i problemi economici dell’Europa: per la Russia, l’Europa non è un alleato ma un cliente e in questo caso il cliente non ha sempre ragione, soprattutto quando il fornitore sembra irrinunciabile. Tuttavia, la strategia di mantenere l’Europa dipendente dall’importazione di energia e fare pressione attraverso le politiche energetiche per vedere esaudite le proprie richieste di tenere lontano dai confini russi la presenza della NATO e degli USA, non è riuscita. D’altro canto, anche la strategia di attirare la Russia nell’orbita politica dell’Europa non è andata in porto. Il risultato è, purtroppo, una guerra.
Al di là delle considerazioni politiche, l’Unione Europea è costretta a pianificare come rimpiazzare l’ingente fornitura di gas e petrolio russo nel breve periodo, ma nel lungo periodo deve capire come rendersi energeticamente più indipendente, o almeno non ricattabile. Una parziale risposta sembra essere nella transizione energetica, ma ci vuole ancora tempo perché le energie verdi garantiscano i volumi e la regolarità che le industrie necessitano per pianificare la produzione. Come si dice spesso in questi casi, non bisogna sprecare una buona crisi.