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ATTUALITÀ
INTERVISTA
Napoleone, non solo un liberatore
A 200 anni dalla morte, Bonaparte rimane una figura controversa e affascinante. Artefice della Svizzera moderna e del Canton Ticino, su di lui però si è coltivato un’immagine negativa e l’oblio collettivo. Perché? Ne parliamo con lo storico Manolo Pellegrini.
Lei, da docente di storia, come presenta Napoleone ai suoi studenti?
Nelle sue innumerevoli sfaccettature. Come genio militare capace di fare della Francia la potenza dominante in Europa, ma anche per aver impresso una svolta autoritaria al suo Paese. Napoleone si considerò però sempre un erede della rivoluzione del 1789: fu fautore del principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e della laicità dello Stato. Inoltre, quando si autoproclamò nel 1804 imperatore sulla falsa riga di Carlo Magno, lo fece in nome dei francesi e non per volontà divina.
Innanzi tutto, si deve a Napoleone, con l’Atto di Mediazione del 1803, la nascita del Ticino quale Cantone della Confederazione.
Va però ricordato che, prima di Napoleone, l’intervento della Francia del direttorio nel 1798 costrinse la vecchia Confederazione a rinunciare ai baliaggi, tra i quali vi erano anche le “terre ticinesi”. L’invasione francese fu accolta con favore da molti, perché permise di rovesciare un regime oligarchico detenuto da secoli da poche famiglie aristocratiche. Anche a Sud delle Alpi, giovani borghesi e personalità attive nell’amministrazione dei baliaggi accolsero i francesi come liberatori. Infine, mentre alcuni erano favorevoli all’incorporazione delle “terre ticinesi” nella Repubblica Cisalpina, la maggior parte si batté per la Repubblica Elvetica, proclamata con il concorso francese nell’aprile del 1798.
Come si arrivò all’Atto di Mediazione?
Nell’estate del 1802, la Repubblica elvetica, dopo il ritiro delle truppe francesi, era sprofondata nella guerra civile. Le autorità dell’Elvetica chiesero così a Napoleone di rioccupare la Svizzera, ciò che egli fece, ponendosi come mediatore. Quindi, convocò gli esponenti delle diverse fazioni a Parigi nel dicembre del 1802 e nel febbraio del 1803 emise l’Atto di Mediazione. È in quel contesto che venne creato il Cantone Ticino. La prima Costituzione fu scritta di pugno da Napoleone stesso e introdusse il gran consiglio eletto a suffragio di censo e la separazione dei poteri.
«La Confederazione, un'entità subalterna alla Francia»
Eppure a lungo il popolo ticinese ha dimenticato il ruolo di Napoleone, coltivando il mito di “Liberi e Svizzeri!”, artefice della propria emancipazione. Una rimozione?
In realtà, nel 1803, le nuove autorità del Cantone Ticino inviarono una lettera di riconoscenza a Napoleone e ave- vano intenzione di costruire un mo- numento in suo onore. Il progetto fu accantonato, perché negli anni successivi Napoleone mostrò sempre più il suo lato tirannico, fino ad autorizzare nel 1810 l’occupazione del Cantone da parte di truppe del Regno d’Italia. Essa durò per ben tre anni. Ciò impresse nella memoria storica locale un’immagine negativa dell’imperatore francese.
In Val di Blenio, però, è ancora viva la tradizione delle parate in ricordo dei cittadini vallerani che si arruolarono nell’esercito di Napoleone nella campagna di Russia del 1812.
Sì, in particolare ad Aquila, Ponto Valentino e Leontica. Tuttavia, secondo i più recenti studi il legame effettivo con la campagna di Russia è incerto. Infatti, ad aver servito nell’esercito napoleonico sarebbero stati poco più di una ventina di soldati bleniesi.
Su Napoleone “fondatore” della Svizzera moderna, storici e politici non sempre sono d’accordo. Perché?
Perché considerare il contributo della Repubblica francese e di Napoleone significa riconoscere l’apporto della storia europea nella formazione della Svizzera moderna che conosciamo oggi. Ciò non è molto popolare in un paese in cui è radicata l’opinione di una Svizzera dall’identità forte, distinta dal resto dell’Europa e con una certa ostilità all’idea di integrazione europea.
Nel suo saggio “La nascita del Cantone Ticino” (ed. Dadò, 2020) presenta la classe dirigente che contribuì alla creazione del nuovo Cantone. Quali furono le difficoltà politiche del tempo?
I ceti dirigenti delle “terre ticinesi”, anche quelli che si batterono per l’adesione alla Repubblica cisalpina, videro infine con favore le nuove istituzioni dell’Elvetica del 1798 e ricercarono una collaborazione con esse. Tuttavia, l’instabilità della nuova Repubblica non favorì l’integrazione delle élite locali. Inoltre, una parte di esse aspiravano ad una maggiore autonomia dal potere centrale, come dimostrato dalla rivolta federalista del 1802 nel distretto di Lugano, anche se le personalità attive nell’amministrazione dell’Elvetica propendevano per un regime centralizzato, perché consideravano i due cantoni di Bellinzona e Lugano privi di sufficienti risorse per sostentarsi.
Chi furono le figure politiche più influenti?
Personalità che si erano trovate su fronti opposti nel contesto dell’Elvetica e che poi collaborarono nelle istituzioni del nuovo Cantone Ticino. Infatti, tra i membri del primo governo nel 1803 trovia- mo sia gli ex filo cisalpini Giovanni Battista Maggi, Giovanni Battista Quadri e Giovanni Reali, sia gli ex filo elvetici Giuseppe Rusconi, l’asconese Andrea Caglioni e l’abate bleniese Vincenzo Dalberti. Saranno quasi tutti protagonisti della politica ticinese fino agli anni ’30 dell’Ottocento.
Molti critici sottolineano che nel periodo napoleonico (1803-1813) la Confederazione era di fatto uno stato vassallo della Francia.
L’atto di Mediazione di Napoleone diede alla Svizzera un assetto più stabile sul piano politico e contribuì alla sua modernizzazione. Tuttavia, la Confederazione fu concepita come un’entità subalterna alla Francia. Il trattato di alleanza franco-elvetico obbligò la Confederazione a fornire 16mila soldati all’esercito napoleonico. Anche l’invasione del 1798 della Francia del direttorio fu decisa per trasformare la Svizzera in un Paese alleato e controllare i passi alpini nel contesto della guerra europea. Senza dimenticare il saccheggio delle casse dei Cantoni…
La razzia più famosa fu quella del tesoro di stato di Berna, oggi stimato in 600 miliardi di franchi…
Furono svuotate anche le casse di Friborgo, Soletta, Zurigo e Lucerna. In totale dovettero versare 16 milioni di franchi dell’epoca e Berna diede il maggior contributo con 6 milioni. Ma vennero anche requisiti gli arsenali, come pure grano, avena, fieno, paglia, vino, bestiame per l’approvvigionamento delle truppe francesi. Un salasso che non contribuì a rendere popolare la Francia.
Infine, un lascito della Repubblica Elvetica e di Napoleone fu il franco svizzero.
Sì, ma durante l’Elvetica non si riuscì a realizzare il progetto dell’unità monetaria. E così nel 1803, con l’Atto di Mediazione, i 19 Cantoni continuarono ad utilizzare sistemi monetari diversi. L’introduzione del franco svizzero avvenne sul piano nazionale solo negli anni ’50 dell’Ottocento, dopo la creazione dello stato federale.
Il ritratto
Manolo Pellegrini (Bellinzona, 1971), laurea e dottorato all’Università di Losanna, insegna storia al liceo cantonale di Bellinzona ed è membro dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia. Nel 2019 ha pubblicato presso l’editore Armando Dadò “La nascita del cantone Ticino. Ceto dirigente e mutamento politico”. Con la prefazione di Marco Marcacci.