Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01034.jsonl.gz/10

Lo spettacolo è ormai alla fine. Sono trascorse quattro ore e, a breve, Ivanov scomparirà nel buio del Teatro Argentina di Roma. I personaggi che lo hanno accompagnato nel tracollo – Anna Petrovna, Sasha, Lebedev e la moglie, il Conte Sabelskij, etc. – in fila indiana, uno dopo l'altro percorrono il palcoscenico ripetendo all'unisono lo stesso gesto: quello che mima la mietitura del grano. Quando la luce si spegne, resta, per un attimo, in una lieve penombra, l'eco smorzato di un canto a ripetere il motivo che ha accompagnato l'allestimento del dramma di Čechov da parte di Eimuntas Nekrošius.
La platea è stracolma e, subito, scroscia un applauso ma uno degli attori, con un gesto della mano, chiede al pubblico di trattenersi. È allora che rivela perché, dopo l'intervallo, qualcosa di impercettibile è cambiato nella rappresentazione: «Tutti noi», dice, «siamo profondamente turbati da una notizia: la morte improvvisa di Carmelo Bene». Gli spettatori sussultano. Io mi trovo su un palchetto laterale e, proprio da pochi giorni, ho scoperto che Bene vive in Via Aventina, sull'omonimo colle.
A dirmelo è stato Sergio Ammirata, direttore artistico dell'Anfitrione, spazio non lontano dall'abitazione dell'eterno enfant terrible del teatro italiano. Lo conosceva dai tempi dell'accademia e, successivamente, aveva lavorato con lui e una giovanissima Manuela Kustermann nei primi allestimenti di quello che Bene chiamò «l'accompagnamento funebre di tutta la mia vita»: Amleto (in Vita di Carmelo Bene l'attore-poeta ricorda brevemente l'evento paragonando l'interpretazione di Ammirata a certe performances di Tognazzi).
È quindi con un indirizzo in tasca – il suo – che apprendo della scomparsa di CB (come lo soprannominò, o meglio «non-definì», Gilles Deleuze). D'altra parte, è forse una questione di coerenza: come vedere, o addirittura incontrare, chi, nel corso della propria vita, ha insistentemente affermato di non essere nato («io mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente», diceva) né di esistere? Carmelo Bene, per chi qui scrive, è quindi sempre stato la sua voce – dapprincipio quella dei Canti Orfici campaniani pubblicati, con CD audio, da Bompiani nel 1999 – e l'immagine franta del suo corpo scenico – penso, soprattutto, alle riprese del suo Macbeth Horror Suite (1996) o allo splendido Otello girato nel 1979 e montato nel 2002.
Se a lungo si è stupidamente battibeccato rigettando l'operazione che Bene, in modo totalizzante e patologico, propose investendo completamente la sua persona in una precisa quanto complessa idea di teatro – il continuo confondere crudele intelligenza con provocazione è stato il vizio di un certo suo pubblico – oggi, al contrario, come sempre avviene con la morte di un grande artista, la sua figura è considerata una delle più certe del Novecento teatrale; quale altro attore ha permeato il proprio discorso di filosofia al punto da attrarre personalità quali Pierre Klossowski e il già citato Deleuze?
Ma l'avventura beniana comincia lontano dai riflettori, a Campi Salentina, nelle Puglie, in quello che chiamò «il Sud del Sud dei santi». Figlio di un dirigente di una fabbrica di tabacco, dopo un infanzia costellata di tic e malanni, ventenne Bene si recò a Roma dove, secondo il volere familiare, avrebbe dovuto laurearsi in giurisprudenza. Qui presto disertò corsi ed esami e passò, brevemente, dalle accademie Pietro Scharoff e Silvio D'Amico senza mai diplomarsi. Già dedito alcool e agli eccessi, inaugurò quindi il proprio percorso artistico debuttando, nel 1959, in Caligola di Albert Camus sotto la direzione di un giovane amico, Alberto Ruggiero.
Da allora, senza più delegare la regia ad altri che a se stesso (salvo rare eccezioni), Bene attraversò il secondo Novecento come un meteorite. Passò dapprima per l'epoca delle cantine romane, che lo vide fondare il suo famigerato laboratorio in Piazza S. Cosimato, a Trastevere, e un teatro in via del Divino Amore, per poi arrivare, man mano, alla prima importante tournée col Pinocchio del 1966. Già all'epoca mise a fuoco quelli che sarebbero stati gli autori della sua parabola: Marlowe, Wilde, Majakovskij... ma pure Hobbes, Schopenhauer, Nietzsche, Artaud, Lacan e, soprattutto, Shakespeare, al quale si dedicò fino all'ultimo. Non vanno dimenticate, inoltre, la sua corrosiva parentesi cinematografica – fra cortometraggi e film, consta di ben nove opere (tra queste, va certo menzionata Nostra Signore dei Turchi, del 1969) – e l'opera letteraria, poetica e filosofica accolta, nel 1995, nella collana dei Classici della Bompiani.
Molti sono i materiali che, oggi, testimoniano del lavoro di Carmelo Bene, ma, personalmente, se dovessi consigliare a qualcuno da cosa cominciare, certamente, oltre allo splendido Quattro modi di morire in versi: Majakovskij-Blok-Esenin-Pasternak, indicherei Uno contro tutti, la puntata del Maurizio Costanzo Show che, nel 1994, lo vide come ospite unico. Considerata un vero e proprio evento-cortocircuito nella storia della televisione italiana, la serata mette in evidenza, da un lato, i punti cardine del pensiero di Bene e il suo feroce rigore di artista, dall'altro, l'assoluta povertà di quel mediocre mostro chiamato pubblico televisivo.