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Difficile non trovare affascinante il mistero, vecchio ormai 70 anni, dell’uomo di Somerton. Somerton Park è un quartiere della città Australiana di Adelaide. Il primo dicembre del 1948, alle 6:30, il cadavere di un uomo fu ritrovato sulla spiaggia da alcuni passanti. Era un uomo bianco, alto 180 cm, vestito in maniera elegante e senza lesioni visibili sul corpo. I passanti l’avevano scambiato inizialmente per un ubriaco, ma quando lo rividero nella stessa posizione diverse ore più tardi capirono che qualcosa non andava e chiamarono la polizia.
I problemi cominciarono sin da subito, quando le forze dell’ordine tentarono di identificare lo sconosciuto. L’uomo non aveva con sé alcun documento, tutti i suoi abiti erano sorprendentemente sprovvisti di etichetta. Inoltre, l’autopsia effettuata sul cadavere non seppe rivelare la causa della morte. Alcuni organi presentavano una presenza anomala di sangue, cosa che indusse i medici a concludere che non fosse morto per cause naturali. Si era ipotizzato che invece avesse ingerito un qualche tipo di veleno che non lasciava tracce.
Numerose furono le ipotesi proposte ma nessuna sembrava coincidere con i fatti. Ben presto il caso divenne di interesse internazionale ma quattro settimane dopo il ritrovamento, il mistero dell’uomo di Somerton rimaneva tale.
Una svolta avvenne circa un mese dopo quando alla stazione ferroviaria di Adelaide fu trovata una valigia depositata il 30 novembre. All’interno trovarono un filo cerato particolare non venduto in Australia, dello stesso tipo con cui erano stati cuciti i pantaloni della vittima, strumenti per radersi, un cacciavite da elettricista, un coltello da tavola, delle forbici e diversi indumenti senza etichetta. Tra questi, un paio di pantaloni con della sabbia nei risvolti.
Qualche mese dopo, un’altra scoperta ha sollevato ancora più domande: l’anatomopatologo John Cleland, esaminando nuovamente il corpo, trovo all’interno di una tasca cucita nei pantaloni un piccolo pezzo di carta con la scritta “Tamám Shud”. Dopo alcune indagini, gli inquirenti scoprirono che la frase era quella conclusiva di una raccolta di opere Rubʿayyāt del poeta persianoʿUmar Khayyām, vissuto tra l’Undicesimo e il Dodicesimo secolo. La sua traduzione è “Finito”. Pochi giorni dopo, il 22 giugno del 1949, un uomo che desiderava rimanere anonimo consegnò alla polizia proprio un’edizione del Rubʿayyāt, che disse di aver trovato sul sedile posteriore della sua auto, dopo averla lasciata con i finestrini aperti. Dall’ultima pagina, era stato strappato proprio il pezzo ritrovato nei pantaloni dell’uomo di Somerton.
Nel libro furono trovati alcuni appunti, come quelli mostrati nella foto qui accanto, che non fecero altro che infittirne il mistero. Ad oggi, le strane parole in codice non sono ancora state decifrate. Oltre alle strane combinazioni di lettere, c’era anche il numero di telefono di Jessica Thomson, un’ex infermiera che viveva a 400 metri del luogo dal luogo di ritrovamento. La Thomson, interrogata dalla polizia, negò di conoscere l’uomo.
Tra le ipotesi più interessanti ci fu quella che vedeva l’uomo di Somerton come un agente segreto dell’Unione Sovietica in missione, ma non furono mai trovate prove a sostegno di questa teoria. Almeno fino al 2013, quando dopo decenni di silenzio, la figlia di Jessica Thomson, Kate, rivelò in un programma televisivo che sua madre, prima di morire, ammise di aver mentito alla polizia e che in verità conosceva l’identità del misterioso sconosciuto. Secondo Kate, sia sua madre che l’uomo di Somertan erano spie sovietiche sotto copertura.
La novità più recente risale a pochi giorni fa. Il 19 maggio infatti, il cadavere dell’uomo di Somerton è stato riesumato per poter eseguire un rigoroso esame del DNA e tentare di dare finalmente una spiegazione a un mistero che dura da 70 anni.