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La maggior parte dei risultati economici e sociali ottenuti dalle collettività locali in Senegal porta il sigillo dei partner internazionali. Ma gli interventi di questi ultimi sono talvolta fonte di squilibrio, soprattutto a causa delle preminenti ambizioni personali, dell’introduzione nel mondo rurale del “perdiemisme” [finta generosità o disponibilità, nel gergo giornalistico senegalese, ndr], di pregiudizi urbani e dell’applicazione spesso incosciente di una rigida pianificazione.
La concorrenza tra ambizioni individuali e la filosofia di intervento dei cooperanti ha origine nell’azione umanitaria. Si parla d’altronde di aiuto allo sviluppo. Ora, l’aiuto presuppone una precisa attitudine di chi la pratica, e aveva ragione il duca (?) De Levis a ritenere che “la virtù è il trionfo della generosità sull’
interesse”.
Il portatore o il promotore dell’aiuto deve essere mosso da uno spirito di sacrificio e dalla disponibilità a ritirarsi a vantaggio dall’altro. Diversamente, l’aiuto che pretende di portare non è che una ribalta che gli consente di soddisfare la propria ambizione. Lo scandalo degli operatori umanitari che scambiano viveri, ufficialmente gratuiti, in cambio di prestazioni sessuali da parte delle donne che li ricevono, conferma quanto sia necessaria una verifica della moralità dei candidati all’attività umanitaria.
La maggior parte dei partner pubblici o privati dello sviluppo hanno programmi apparentemente non criticabili, destinati come sono al soccorso delle popolazioni economicamente e socialmente disastrate del Terzo Mondo. Queste ultime, come i loro governi, non sono infatti nella posizione di poter rifiutare l’aiuto, anche quando non soddisfa le loro preoccupazioni prioritarie. Così nella messa in opera dei programmi possono manifestarsi diverse distorsioni. Un dirigente del senegalese Centre d’expansion rurale polyvalent ha constatato, a ragione, che “da oltre dieci anni i progetti di sviluppo passano da una all’altra delle trecentoventi comunità rurali del Senegal, ma si ha l’impressione che queste vadano progressivamente impoverendosi; alcuni di questi progetti non hanno lasciato traccia, pur dopo una presenza pluriennale”.
In effetti, i progetti sono così numerosi che i finanziatori cercano di trovare un coordinamento e in alcuni casi una “spartizione” del territorio per evitare che si sovrappongano. Ma di questo fiorire di iniziative le popolazioni non vedono sempre gli effetti concreti, in termini di edificazione di strutture adatte, durevoli e redditizie, o di incremento significativo del loro livello di vita. E va pur detto che le somme investite sono considerevoli, se paragonate al budget statale. Dove finiscono dunque i miliardi di franchi Cfa annunciati in occasione della firma dei protocolli d’intesa?
In Senegal, chiunque cerchi un lavoro sogna di trovare impiego in una Ong o in un progetto, piuttosto di accontentarsi dello stipendio modesto della funzione pubblica o della paga aleatoria di un settore privato in balia di una congiuntura altalenante. In alcuni progetti di prestigio, una semplice dattilografa riceve un salario che non ha nulla da invidiare a quello di un quadro dell’amministrazione. Così si entra in progetto di sviluppo non per servirne la causa ma per emanciparsi dalla povertà.
Si, sa, secondo la famosa teoria di Michel Crosier, che in tutte le organizzazioni la continuità della missione ufficiale può venire compromessa dall’irrompere di interessi personali, e talvolta opposti, degli operatori che ne sono incaricati.
Nella pratica, questi responsabili di progetto inventano missioni inutili e fantomatiche per intascare indennità di trasferta, abbozzano studi sul campo riempiti di cifre scopiazzate o inventate, organizzano seminari a volontà per lucrare sulle ricadute finanziarie della ristorazione di massa, edificano infrastrutture e approntano attrezzature con materiali di qualità inferiore a quella messa in bilancio, “negoziano” con i fornitori, ricorrono a ogni astuzia per utilizzare i telefoni di servizio a fini privati.
Molti quadri dei progetti forniscono anche consulenze clandestine o sottopagate. Lontano dell’essere una vocazione o una passione, il mestiere di operatore dello sviluppo locale è per molti un modo di sbarcare il lunario. Si affidano a dilettanti missioni di studio, di animazione o di formazione a danno dei veri esperti e degli studi di sviluppo riconosciuti legalmente. La loro presenza nel settore dell’aiuto allo sviluppo non è giustificata da un titolo di studio, né da una esperienza provata, né da pubblicazioni che possano accreditarne la candidatura.
I fondi assegnati nei protocolli d’intesa non arrivano mai integralmente alle popolazioni destinatarie. In generale, l’aiuto ai contadini è perlomeno dubbio. Un contadino del Niger, citato in uno studio dedicato agli aiuti al settore agricolo, afferma che “la sola cosa certa è che i media annunciano quasi ogni giorno il versamento di importanti cifre al paese, ma solo le briciole arrivano ai contadini, loro beneficiari ufficiali”.
Come avviene con l’Aids, la povertà è fonte di ricchezza. Perché dà da vivere decentemente a ricercatori, formatori, animatori, consiglieri, consulenti, esperti.
“Se per sfortuna la povertà venisse sconfitta, chi si prenderebbe a carico tutti i disoccupati che ne deriverebbero?”, ironizza un responsabile del Centre d’expansion rurale polyvalent. Occorre dunque perpetuare la povertà e casomai incrementarla; bisogna amplificarne le cifre per ottenere l’aumento dei fondi destinati agli aiuti. Non può perciò stupire che molte Ong non si stanchino di dipingere quadri foschi delle zone dove svolgono la loro azione, per giustificare e consolidare la propria presenza.
Non si può certamente rimproverare a un operatore di un progetto di sviluppo di preoccuparsi della propria carriera, ma la sua preoccupazione non deve compromettere il raggiungimento degli obiettivi del progetto di cui è parte integrante dal momento in cui vi aderisce, quale che sia il suo livello di responsabilità.
Certe abitudini negative di questi agenti di sostegno allo sviluppo sono riprese dagli attori locali: ed è il caso del “perdiemisme”.
Demba Dieng “La Regione” 18.12.2004