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Uno albanese domiciliato a Ginevra, condannato in via definitiva nel 2009 a due anni e mezzo di carcere per aver riciclato denaro proveniente da un traffico di stupefacenti, dovrà lasciare la Svizzera. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha dato il suo benestare.
La Corte EDU segue gli argomenti della giustizia elvetica escludendo una violazione del diritto al rispetto della vita privata e famigliare.
La condanna del tribunale cantonale vodese, risalente al 2003, è stata confermata dal Tribunale federale nel 2009. Oltre alle pena detentiva, la giustizia elvetica ha ordinato l'espulsione dalla Confederazione per dieci anni.
L'uomo, oggi 53enne, era giunto in Svizzera con moglie e i due figli nel 1991 e aveva inoltrato una domanda d'asilo, poi bocciata l'anno successivo. Tutti i membri della famiglia sono di cittadinanza albanese.
Davanti alla Corte EDU il legale dell'uomo ha fatto valere il fatto che il suo cliente non ha più più alcun legame col suo Paese di origine, dato che la sua famiglia allargata è emigrata negli Stati Uniti. Inoltre il suo salario costituisce il principale reddito della famiglia e permette di finanziare gli studi dei figli.
Per l'avvocato, la sua espulsione non si giustifica in una società democratica. Violerebbe l'articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
In una sentenza pubblicata oggi, la Corte EDU ammette che il rifiuto delle autorità svizzere di rinnovare il permesso di soggiorno all'albanese costituisce un'ingerenza nel suo diritto al rispetto della vita privata. Considera tuttavia che la Svizzera, tenendo conto della gravità dei delitti commessi e del fatto che il ricorrente abbia passato la maggior parte della vita in Albania, è rimasta entro i limiti del margine di manovra di cui dispone ordinando all'uomo di lasciare il Paese.
SDA-ATS