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La produzione del cemento-amianto in Italia è proseguita per quasi un decennio dopo che fu resa nota la sua pericolosità "solo per effetto dell'opera di disinformazione consapevolmente promossa" da Stephan Schmidheiny. Lo scrivono i giudici della Corte d'Appello di Torino nelle 800 pagine - depositate oggi - in cui motivano la sentenza dello scorso 3 giugno, che ha visto la condanna dello svizzero a 18 anni di reclusione per le migliaia di vittime degli stabilimenti Eternit Italia.
"Schmidheiny - si legge nella sentenza - aveva previsto e accettato che dagli atti compiuti sarebbero derivate molteplici omissioni di cautele contro gli infortuni sul lavoro e una sequela non esattamente calcolabile, ma molto vasta, di patologie amianto-correlate".
Nelle zone degli stabilimenti di Eternit Italia a Napoli-Bagnoli e Rubiera (Reggio Emilia) il disastro ambientale provocato dall'amianto "non si è ancora concluso" e per questa ragione il capo di imputazione per Schmidheiny non può essere prescritto, come invece aveva deciso il giudice di primo grado.
"Il particolare evento di disastro - scrivono i magistrati italiani - verificatosi anche in quei siti ha preso la forma di un fenomeno epidemico che, esattamente come in quelli di Casale Monferrato (Alessandra) e Cavagnolo (Torino), si è esteso lungo l'asse cronologico con durata pluridecennale".