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Spazio musicale
Nell’ottobre 1809 il conte Fabio Scotti inaugurò il suo teatro privato a Ponte Dattaro, vicino a Parma. Affidò il compito di comporre un’opera nuova per l’occasione a Ferdinando Paer, un musicista che svolgeva importanti funzioni a Parigi ma che in quel momento si trovava nella sua Parma, dove era rientrato per rivedere la madre. Nacque così “Agnese”, su libretto di Luigi Buonavoglia. Paer non potè assistere alla rappresentazione in quanto i doveri professionali lo richiamarono nella capitale francese. Qui però riprese in mano il suo lavoro e lo fece allestire, con rimaneggiamenti aventi lo scopo di adattarlo al gusto locale, nel 1819 e poi di nuovo, con altri rimaneggiamenti ancora, nel 1824. Grande fu il successo di “Agnese” per alcuni anni, sia in Francia sia in numerosi altri paesi, ma in seguito, probabilmente perché sommersa dalla straordinaria popolarità acquisita dalla produzione rossiniana, l’opera fu dimenticata. Per avere una riesumazione della parte musicale bisognò aspettare fino al 2008, quando “Agnese” fu eseguita in forma di concerto a Lugano con la direzione di Fasolis, e per avere un allestimento completo fino al marzo di quest’anno: il Teatro Regio di Torino ha infatti incluso il melodramma di Paer nella stagione in corso, sempre con Fasolis sul podio.
Il libretto racconta di Agnese, che per sposare Ernesto abbandona il padre Uberto, contrario a quel matrimonio, e lo fa impazzire di dolore. Purtroppo, Ernesto la tradisce. Poi, pentito, vuole ricuperarne gli affetti, che la donna, nonostante sdegni formali, sotto sotto è disposta a ridargli. D’altro lato Agnese, sentendosi colpevole nei confronti del padre, cerca con ogni mezzo di guarirlo. Riesce nell’intento e alla fine avvengono il rinsavimento del genitore e una generale riconciliazione. Nella vicenda si inserisce anche la figura di un basso buffo. È difficile immaginare un soggetto comprendente un maggior numero di aspetti contrastanti: un doppio lavoro di ricupero (Ernesto vuole riottenere l’amore di Agnese mentre Agnese vuole guarire il padre, laddove la donna è vittima in un caso e colpevole nell’altro), momenti fortemente drammatici, una pazzia, largo spazio dedicato alla comicità e perfino un discorso scherzosamente moraleggiante, ma in fondo giusto, di un protomedico.
In questa selva di avvenimenti Paer si destreggia molto bene. Dalle sue mani la musica fluisce con una semplicità e una spontaneità che la rendono affascinante. È un ottimo melodista, ma non solo. Usa un organico orchestrale non particolarmente vasto ma sa ricavarne, con notevole intelligenza, una grande varietà di deliziosi colori. È attento all’espressione e alla caratterizzazione dei personaggi. La musica che accompagna la sortita di Uberto, appena fuggito dal manicomio, riflette con moderazione ma anche con efficacia la demenza del personaggio, il suo vacillare ed i suoi pensieri sconnessi. Del resto, la figura del padre impazzito – quasi il protagonista dell’opera, anche se non è lui a darle il titolo – riceve cure speciali dal compositore: per esempio molto ben tratteggiata musicalmente, con scorribande introduttive dei violini, come se a loro volta fossero in preda a follia, è la scena in cui adorna le pareti della casa con macabri disegni. Del resto a Paer bastano pochi tocchi per definire il senso di ogni episodio. Penso al momento in cui Agnese riesce a farsi ricevere da Don Pasquale, l’intendente dell’ospedale dei pazzi, arrabbiato con lei per il male causato al padre, e pochi accordi dell’orchestra bastano per comunicare i suoi timori e le sue esitazioni. Menziono ancora come particolarmente riuscito il numero del tenore nel primo atto, dove le battute introduttive del clarinetto non servono solo a fornire a un membro dell’orchestra l’occasione di emergere con una esibizione di bravura ma diventano specchio di un animo travagliato e dove i vocalizzi del cantante a loro volta perdono il senso virtuosistico per manifestare invece l’eccitazione dell’uomo. Sono questi solo pochi esempi scelti a caso da una partitura che si mantiene costantemente su un livello considerevole.
Partitura che peraltro a Torino ha ricevuto grande aiuto da una esecuzione eccellente. Diego Fasolis l’ha guidata con accuratezza estrema e finissima sensibilità. Ha controllato ogni nota e nella sua interpretazione anche un inciso apparentemente insignificante o una semplice cadenza è diventato un piccolo avvenimento. Ha avuto a disposizione l’ottima orchestra e il non meno valido coro del Teatro Regio come pure una compagnia di canto di primo ordine. Maria Rey-Joly si è distinta grazie alla voce larga e vibrante ma capace anche di accedere con sicurezza ai sovracuti; è stata una Agnese più che convincente. Inappuntabili tutti gli altri membri della lunga lista di cantanti, ognuno in possesso di mezzi pienamente adeguati alla sua parte: Markus Werba (Uberto), Edgardo Rocha (Ernesto), Filippo Morace (Don Pasquale), Andrea Giovannini (Don Girolamo), Lucia Cirillo (Carlotta), Giulia Della Peruta (Vespina) e Federico Benetti (custode dei pazzi). Inappuntabile sempre l’equilibrio tra orchestra e palcoscenico (non da ultimo reso possibile dall’ottima acustica del teatro, almeno dal posto in cui mi trovavo).
Sul piano visivo la regia di Leo Muscato, le scene di Federica Parolini, i costumi di Silvia Aymonino e le luci di Alessandro Verazzi hanno optato per soluzioni alquanto originali: c’erano in scena grossi contenitori che, aprendosi a volta a volta dal lato verso il pubblico, mostravano i vari ambienti dell’opera, conseguendo un doppio vantaggio: in primo luogo scene piccole, favorevoli all’intimità, che hanno evitato di disperdere arredamenti e fatti sul grande palcoscenico del teatro, in secondo luogo cambiamenti di quadro senza alcuna pausa. Poche le cadute del gusto (quella moltitudine di ombrelli trasparenti all’inizio…)
Aggiungo un’ultima osservazione. Lo spettacolo, in ogni suo singolo componente vicino alla perfezione, ha sofferto però a causa di lungaggini, in parte perché il libretto stesso presenta qualche squilibrio insistendo troppo, specialmente nel secondo atto, sugli sforzi e gli accorgimenti messi in atto per riportare Uberto alla ragione, in parte perché, trattandosi della prima rappresentazione in tempi moderni, il Fasolis ha voluto “offrire il massimo come quantità e qualità: tutta l’opera del 1809, più le arie di Ernesto e di Agnese del 1819, e il duetto tra i due del 1824” (sono parole sue figuranti sul programma di sala). Una decisione, questa, sicuramente rispettabile e opportuna in una esecuzione filologica; ma credo che in futuro sarebbe consigliabile operare qualche taglio.
Ho visto la rappresentazione del 14 marzo.
Carlo Rezzonico