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Circa 300 membri di Unia partecipano martedì a Strasburgo alla manifestazione di protesta contro la liberalizzazione del mercato dei servizi.
In Francia sono attesi 25'000 dimostranti da tutta Europa, mentre l'Ue discute la direttiva sui servizi, che ha lo scopo di liberalizzare alcuni settori, quali la costruzione, la ristorazione e le consulenze.
Il parlamento europeo dibatte le proposte, conosciute con il nome di direttiva Bolkenstein, dal nome del commissario Frits Bolkeinstein, per la prima volta martedì.
Lo scopo della direttiva è quello di aprire il mercato dei servizi, in modo simile a quello dei beni di consumo.
La direttiva non toccherà direttamente la Svizzera a corto termine, ma il principale sindacato svizzero, Unia, teme che in futuro renderà più difficile la protezione dei salari contro il dumping.
«Questa direttiva renderà più difficili gli accordi, una situazione inaccettabile per i sindacati svizzeri», dichiara a swissinfo Hans Hartmann, portavoce di Unia.
«La nostra strategia nei confronti dell'apertura delle frontiere è di esigere dal governo una legislazione più severa, perché la situazione sia accettabile per i lavoratori. La direttiva Bolkenstein renderà questo processo più difficile».
Costo della vita
Robert Zach, docente all'università di Zurigo, ritiene che un'ulteriore apertura dei confini comporterebbe però anche un calo dei prezzi al consumo in Svizzera, fino a raggiungere il livello di quelli dell'Ue.
Zach, membro della commissione della concorrenza, ricorda che gli Svizzeri pagano fino al 40% in più per alcuni articoli, rispetto a molti paesi dell'Ue, e ciò rende elevato il costo della vita.
«Aprire il settore dei servizi farebbe aumentare la pressione sui salari, capisco l'argomento dei sindacati - dice a swissinfo -, ma se i nostri lavoratori potessero però acquistare alimentari al 20, 40% in meno, allora sarebbe sopportabile anche una diminuzione dei salari. Deve essere affrontato il tema dell'isola dai prezzi alti, altrimenti l'apertura dei confini provocherebbe delle ingiustizie nei confronti delle aziende e dei lavoratori».
Accordi vincolanti
Secondo l'ufficio per l'integrazione europea, la Svizzera non sarebbe obbligata ad aderire automaticamente alla direttiva Bolkenstein, se dovesse diventare una legge.
La Svizzera ha interrotto i negoziati con l'Ue proprio sulla questione dell'apertura del settore dei servizi nel 2003. L'attuale trattato, riguardante la libera circolazione delle persone, concede un permesso di tre mesi al massimo per chi opera nei servizi in Svizzera.
«Gli accordi esistenti sulla libera circolazione delle persone sono statici e vincolanti», ricorda il portavoce dell'ufficio dell'integrazione tra Svizzera ed Unione europea, Adrian Sollberger.
«Se vi sono dei cambiamenti in certe parti dei trattati, come l'apertura del mercato dei servizi, allora la Svizzera è libera di decidere se accettare o meno le nuove regole dell'Ue».
Sollberger aggiunge che il governo svizzero prenderebbe in considerazione nuovi negoziati sui servizi solo dopo aver preso visione del vasto rapporto, atteso per l'estate, che studia in profondità tutti i vari aspetti delle relazioni tra Svizzera ed Unione europea.
swissinfo, Matthew Allen
Fatti e cifre
La direttiva Ue sui servizi ha lo scopo di rimuovere le barriere legali e amministrative che potrebbero impedire alle aziende di offrire i propri servizi in altri paesi membri dell'Ue.
Si tratta di servizi che vanno dal settore alberghiero, a quello edile, di locazione di vetture, della pubblicità, immobiliare e legale.
Nel marzo dello scorso anno, i capi di governo di vari paesi europei hanno richiesto delle modifiche alla direttiva, nel timore che le compagnie nazionali fossero oggetto di concorrenza sleale da parte di compagnie estere che operano a prezzi più bassi.
La Svizzera non sarebbe obbligata a seguire la direttiva, dato che ha firmato degli accordi vincolanti con l'Ue.
In breve
La Svizzera ha firmato con l'Ue accordi bilaterali che garantiscono la libertà di movimento dei lavoratori.
Tuttavia, dopo l'estensione della libera circolazione ai nuovi stati membri dell'Ue, nel settembre del 2005 la Svizzera ha imposto delle quote per i lavoratori provenienti dall'Europa dell'Est fino almeno al 2011, e forse fino al 2014.
150 ispettori del lavoro sono stati assunti in Svizzera per effettuare controlli contro il dumping salariale e gli abusi.