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Dal 23 aprile al Masi c’è una personale del pittore russo che soggiornò ad Ascona dal ’18 al ’21: ‘I tre anni più interessanti della mia vita’
“... e poi mi fu necessario trovare una forma per il volto poiché avevo compreso che la grande arte doveva essere dipinta unicamente con un sentimento religioso. E questo lo potevo trasmettere solo al volto umano. Avevo capito che l’artista deve dire nella sua arte, tramite forme e colori, ciò che è divino in lui. Per questo l’opera d’arte è Dio visibile e l’arte è ‘brama di Dio’”. Alla fine degli anni Trenta, un Jawlensky poco più che settantenne scrive una lettera a padre Willibrord Verdake in cui racconta questa folgorante presa di coscienza, lui che ha anche realizzato, nel corso di un quarantennio, vere e proprie icone dell’età moderna.
Era il 12 giugno del ’38, a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale e a pochi anni dalla sua morte (1941), quella dell’artista. Alle spalle, Alexej von Jawlensky (nato in Russia il 13 marzo del 1864), aveva già fatto un bel tratto di strada seppur, diciamo professionalmente, avesse iniziato a muovere i primi passi in ambito marziale. Suo padre era un colonnello e la via sembrava dunque segnata. A 32 anni però, dopo aver raggiunto il grado di Capitano delle Guardie imperiali di San Pietroburgo, lascia l’esercito per studiare pittura, ma stanco del dogmatismo accademico, con Marianne von Werefkin, inizia a viaggiare per l’Europa, approdando in Germania, a Monaco. Là, fa parte della Neue Künstlervereinigung München e aderisce a Der Blaue Reiter, divenendo uno dei rappresentanti dell’Espressionismo tedesco e anche uno dei principali interpreti delle avanguardie artistiche del Novecento.
© Collezione privata
‘Testa di donna’, 1912 circa, olio su cartone
All’indomani dello scoppio della Grande Guerra – con Marianne, il figlio Andreas e la futura moglie Helene Nesnakomoff –, Jawlensky ripara precipitosamente in Svizzera. Fino al 1917, si stabilisce nel Canton Vaud, a Saint-Prex, dopo una parentesi a Zurigo, nel 1918 approda in Ticino, stabilendosi ad Ascona, dal 1918 al 1921. I medici gli consigliano di curare gli strascichi di una brutta influenza (verosimilmente la Spagnola) con il clima mite del sud che sarà un vero toccasana, non solo per la salute.
Ascona segna una tappa fondamentale della ricerca espressiva del pittore, Jawlensky stesso nelle sue memorie – dettate alla pittrice Lisa Kümmel – dice che sono stati “i tre anni più interessanti della mia vita”, un periodo in cui “lavorai moltissimo”. E qui arriviamo al punto: su quel fecondo periodo è focalizzata la personale che il Museo d’arte della Svizzera italiana (Masi) dedica al pittore russo intitolata ‘Alexej von Jawlensky ad Ascona’, allestita al primo piano della sede Lac del Masi, presentata oggi in conferenza stampa e definita dal direttore Tobia Bezzola «una piccola ma spettacolare mostra che dà uno sguardo approfondito su uno dei grandi artisti del secolo scorso». Curata da Cristina Sonderegger, l’esposizione con una ventina di opere è visitabile dal 23 aprile al 1° agosto prossimo e verrà inaugurata sabato 22, alle 18.
© Kunstmuseum Basel
‘Testa mistica: testa di ragazza’, 1918 circa, olio e matita su cartone rivestito di carta
La parentesi svizzera segna una nuova condizione esistenziale che impone al pittore nuove scelte espressive: dapprima i colori accesi e il segno marcato lasciano il passo a cromie più tenui e a un disegno che man mano si fa più “evasivo”, dissolvendo la forma nel colore. Lasciati i tratti stilistici, anche i contenuti cambiano: alla centralità del soggetto e della figura umana, il pittore sembra ora preferire la natura «dando spazio alle sue emozioni e a una dimensione narrativa, quasi un diario», ha illustrato Sonderegger.
I tre anni asconesi gli permettono di consolidare il suo personale linguaggio pittorico: «Le cromie accese e le linee marcate dell’espressionismo trovano la coniugazione con le forme semplificate e le trasparenze cromatiche dell’astrazione», seppure Jawlensky non si affrancherà mai dalla figurazione, dal dato oggettivo osservato. Una importante novità coinvolge il suo modo di lavorare che si fa in serie – Variazioni, Teste mistiche, Volti del Salvatore, Teste astratte (o costruttiviste) – «muovendosi con estrema libertà da un tema all’altro allo stesso tempo». Un’altra innovazione rilevante nella produzione portata avanti ad Ascona è «la sintesi geometrica e le armonie cromatiche» che hanno nelle ‘Teste astratte’ il loro frutto: in mostra è esposta la ‘Urform’, la forma primordiale del 1918.
© ph. Roberto Pellegrini / Collezione privata
‘Testa astratta: forma primordiale’, olio su cartone su tavola
Il concetto di allestimento, seguendo l’andamento cronologico, si divide in quattro capitoli principali con un’introduzione a mo’ di contestualizzazione, proponendo alcune opere di piccolo-medio formato che mostrano il linguaggio espressivo di Jawlensky prima della Svizzera. Quindi alcuni lavori realizzati a Saint-Prex, che raccontano le ristrettezze (significativa è la scelta del supporto: non la tela, ma carta e cartone) anche spaziali visto che non aveva a disposizione un atelier, ma lavorava su un piccolo tavolo. Arrivano quindi i quadri di Zurigo, dove la figura umana (o meglio il volto) torna a fare capolino e da cui emerge una ricerca più spirituale. Si arriva poi alle opere asconesi (Teste e Variazioni) e infine a un capitolo dedicato al dopo Ticino, quando Jawlensky fa ritorno in Germania e si stabilisce a Wiesbaden.
La mostra, accompagnata da un agile catalogo, si innesta nell’esposizione ‘Sentimento e osservazione. Arte in Ticino 1850-1950’ che propone una serie di opere d’arte della collezione del Masi. La personale del pittore russo è concepita, è stato illustrato durante la presentazione, come un approfondimento tematico che amplia la panoramica sulla storia dell’arte in Ticino, in un periodo (la prima metà del XX secolo) carico di importanti migrazioni “artistiche” e fermento culturale.
Wikipedia
Autoritratto (1912) di Alexej von Jawlensky