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Kobe Bryant è la conferma che Pereira aveva ragione: i necrologi dovrebbero essere già pronti. Cosa scriveremo quando Maradona ci lascerà?
La morte di Kobe Bryant è stata l’ennesima conferma che Pereira aveva ragione: siccome non si sa mai quando un grande personaggio ci può lasciare, i necrologi dovrebbero essere già pronti. Una specie di scorta dalla quale andare a pescare ogni volta che, all’improvviso, viene a mancare un uomo o una donna di spessore. Tante volte mi sono trovato a riflettere su queste morti inattese e su come gestirle a livello redazionale. Mi sono venute diverse idee su quello che si potrebbe scrivere su Mick Jagger, su Paul Auster, su Barack Obama, su papa Francesco... In questo stupido esercizio però inciampo sempre davanti allo stesso ostacolo: la morte di Diego Armando Maradona. Che dire in quel caso? Inizierei parlando del miglior calciatore di tutti i tempi? Di quel ragazzo cresciuto nella miseria che già da piccolo incantava la folla durante le pause delle partite con i suoi palleggi magici? Di quel giocatore fenomenale che ai mondiali di Messico ‘86 ha vinto praticamente da solo la Coppa del mondo, segnando quei due gol da antologia contro l’Inghilterra, tra l’altro solo qualche anno dopo la guerra delle Isole Malvine che aveva visto combattere inglesi e argentini? Forse no. Forse le circostanze della sua scomparsa saranno tali da costringermi a partire dalla sua vita privata disordinata, piena di eccessi, circondata da cattive compagnie e da una sua salute che progressivamente si è deteriorata fino al decesso. E in tutto questo ci sarebbe poi da fare un accenno alla reazione in Argentina di fronte alla sua scomparsa. Inimmaginabile. Quando Maradona qualche anno fa fu vicino alla morte, sotto alla sua stanza d’ospedale c’erano migliaia e migliaia di persone a pregare per lui, di giorno e di notte. Può sembrare spaventoso, ma in Argentina esiste pure la 'Chiesa Maradoniana'. Laggiù, da vivo, Maradona è venerato come una divinità, figuriamoci da morto. Altro che lutto nazionale. Tragedia.
In questi tempi multimediali mi tocca pensare anche alle foto e ai filmati che potrebbero accompagnare l’articolo della sua morte. Diego ragazzino in bianco e nero giocando col pallone, rispondendo alle domande della sua prima intervista televisiva: ‘Il mio sogno è giocare i mondiali e vincere la coppa’. Diego che piange e dice ‘mi hanno tagliato le gambe’, dopo il risultato positivo al controllo antidoping negli Usa (mondiali del 1994). Diego con la coppa in mano nello stadio Azteca. Diego con la maglia del Napoli segnando contro la Juve, contro il Milan, contro tutti. Diego che fuma un sigaro ne L’avana con Fidel Castro. Diego sbattuto dentro un’auto della polizia col viso sfigurato dopo una serata di furia piena di alcol e cocaina…
Nell’Nba vige l’abitudine del ritiro della maglia ogni volta che un grande campione smette di giocare, un gesto di riconoscimento nei suoi confronti: nessun altro potrà indossare questo numero, nessuno riempirà più questo spazio lasciato vacante. Ora Los Angeles troverà il modo di rendere omaggio al suo fantastico Kobe Bryant che domenica ha fatalmente smesso di “giocare” sulla Terra.
Il giorno in cui Maradona ci lascerà non so cosa scriverò. Forse non sarò neanche in grado di farlo. O forse in redazione, prima o poi, seguiremo il consiglio di Pereira e ci faremo trovare pronti.
Nel calcio le maglie non vengono ritirate. Nel calcio, dopo la morte di Maradona, bisognerà ritirare il pallone.