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Martedì 12 giugno, 09:00
Ammetto che vedere inquadrato Roy Hodgson durante il “God save the Queen”, davanti alla panchina dell’Inghilterra, è stato un po’ come riavvolgere la macchina del tempo e delle emozioni. Sono passati vent’anni da quando arrivò sulla panchina della Nazionale, noi lo chiamavamo “Göbet”, in dialetto, per quella piega assolutamente inimitabile, ma è come se fosse ieri: ha lo stesso sguardo, stesse borse sotto gli occhi, stesse unghie morsicchiate nervosamente.
E soprattutto la stessa maniacale cura dei dettagli tattici della sua squadra: Wayne Rooney, non uno qualsiasi, ha ammesso di recente che “mai in questi anni abbiamo avuto una simile organizzazione di gioco”. Non fa miracoli, ci mancherebbe, e c’è addirittura chi lo accusa di essere buono solo con le squadre modeste (ma allora vuol dire che quest’Inghilterra operaia andrà lontano, please!), ma avrà sempre un posto privilegiato nel cuore di noi svizzeri per la svolta radicale che ha permesso di lasciarsi finalmente alle spalle un ventennio di buio totale.
Anche se poi se n’è andato a fine ’95 con poca eleganza: quando peraltro ha forse intuito d’aver ottenuto il massimo con la doppia qualificazione Mondiale-Europeo.
Immagino ancora non abbia avuto il tempo sufficiente di fare dell’Inghilterra la sua Inghilterra (con la Svizzera impiegò quasi un anno!), ma intanto ha cominciato con un buon risultato l’avventura agli Europei. Pensando a quel che guadagnava il suo predecessore ed agli affanni di due anni fa in Sudafrica, criticarlo sarebbe un autentico delitto.