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Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato a laRegione.
Non si sa nemmeno quando sia nato, e questo è sempre un inizio promettente per una storia. Diceva di avere tre documenti: in uno la data di nascita era il 19 aprile 1947, per gli altri due era nato un anno prima. Su Wikipedia, ancora oggi, lo fanno nascere il 20 aprile 1949. Sappiamo però con certezza altre due date: quella della nascita del suo mito e quella della sua morte. Ma andiamo a passo lento, come faceva lui in campo. Figlio di Elvira e Mario, un migrante jugoslavo che si guadagnava da vivere come idraulico nel Barrio Belgrano, a Rosario, Tomás, non ancora El Trinche, era il settimo di sette fratelli. Emergeva con la tecnica nelle partitelle giocate nei potreros, quei piccoli campi di fortuna, irregolari, che ancora oggi spuntano tra le case dei quartieri meno nobili d’Argentina. Da lì, da sempre, escono campioni. Alcuni destinati ai trionfi nazionali e mondiali, altri a entrare nel mito dalla porta secondaria.
Il mito del Trinche Carlovich si fa eterno nel 1974, anno in cui Roy Buchanan registra il suo Live Stock, iconico disco dal vivo di colui che è passato alla storia del rock come “The world’s greatest unknown guitarist”, il più grande chitarrista sconosciuto del mondo: un musicista emarginato e marginale, amato però da mostri sacri come Eric Clapton, Jerry Garcia, George Harrison e Jimi Hendrix. Ebbene, il 17 aprile del 1974, a Rosario, si gioca la partita che fece diventare un giocatore di serie C argentina “il più grande calciatore sconosciuto del mondo”. Quel calciatore era El Trinche. Per arrivare a tanto non gli servirono nemmeno tutti i 90 minuti. Ne bastarono la metà. El Trinche, idolo locale di una piccola squadra di quartiere, il Central Córdoba, era l’unico corpo estraneo di una selezione mista rosarina composta da 5 giocatori del Rosario Central e 5 del Newell’s Old Boys, le due superpotenze cittadine. Gli avversari? La Nazionale argentina che si preparava, tra mille difficoltà, al Mondiale tedesco che sarebbe iniziato meno di due mesi dopo.
Alla fine del primo tempo il ct dell’Argentina, Vladislao Cap, si precipitò furibondo negli spogliatoi chiedendo il cambio di quel numero 5 di cui non conosceva nemmeno il nome e che stava facendo ammattire i giocatori della sua squadra: quel 5 era El Trinche, costretto dopo appena un tempo a togliere divisa e scarpini per ragion di Stato.
La Nazionale stava perdendo 3-0. Finirà poi 3-1 ma Carlovich lo seppe più tardi, perché lui nel frattempo si era fatto la doccia ed era tornato nel suo Barrio per farsi una bevuta con gli amici di sempre. Eppure, era emozionato all’ingresso in campo. Quando negli anni tutti gli hanno fatto poi sempre la stessa domanda, come si sentiva prima dell’incontro, rispondeva sempre così: “C’erano 30mila miei concittadini allo stadio, non potevo deluderli”. E non lo fece, giocando da regista basso, da volante, come si dice in Argentina, in una squadra con cui si era allenato solamente una volta. Togliendosi anche lo sfizio di fare un tunnel nientemeno che a Francisco Sá, difensore dell’Independiente, la squadra che in quel momento era campione del Sudamerica e del mondo, avendo battuto in novembre la Juventus nella finale della Coppa Intercontinentale.
Il tunnel era il suo marchio di fabbrica. Si dice che lo pagassero a tunnel. Anzi, si dice - ma se ne dicono tante quando diventi un mito lontano da telecamere e riflettori - che fosse lui l’inventore dell’ida y vuelta, cioè del doppio tunnel, prima davanti e poi dietro. Si dice che il suo trasferimento al Cosmos saltò perché Pelè era invidioso. E si dice anche che al Central Cordoba ci fossero due tariffe d’ingresso, una quando giocava il Trinche, l’altra - più bassa - quando non c’era.
Si faceva di tutto pur di vederlo sempre in campo. In una gara in trasferta contro la squadra de Los Andes, Carlovich dimenticò i documenti, e così a fare da garante per l’identità di quell’uomo alto, barbuto e con i capelli lunghi che sosteneva di essere El Trinche si fece avanti un dirigente della squadra avversaria: “Posso vederlo giocare solo due volte l’anno, contro di noi. Non mi lascio sfuggire l’opportunità”.
In un’altra occasione, l’arbitro stava per espellerlo quando le tifoserie di entrambe le squadre si ribellarono costringendo il direttore di gara a rimettere il cartellino rosso nel taschino. I piccoli stadi di periferia con lui si riempivano, anche perché le squadre in cui giocava mandavano gli strilloni in giro per la città a urlare “Esta tarde juega el Trinche”. A confermare il pienone dalle sue parti ci sono due testimoni d’eccezione, entrambi ct dell’Argentina Jorge Sampaoli e Marcelo Bielsa, altro mito del calcio rosarino: “Con Bielsa finivamo prima gli allenamenti e andavamo sempre a vederlo” , ha raccontato in tv Sampaoli al campione del mondo Jorge Valdano. A completare il quadro, un altro ct dell’Argentina, José Pekerman, mise El Trinche come regista nella sua formazione ideale di tutti i tempi. Un’apparente assurdità per un giocatore le cui presenze nella massima divisione sono solo quattro: due con il Rosario Central e due con il Colón di Santa Fé. Non amava allenarsi, ma non era il classico ubriacone alla George Best, si racconta che al massimo correggesse la sua gazzosa con un po’ di vino, usanza mai tramontata da quelle parti.
Nel corso dell'incontro Morón contro Central Córdoba (1974).
A pochi metri da una brutta statua di Che Guevara, concittadino ben più illustre, due murales lo ritraggono sui muri esterni del Gabino Sosa, il piccolo stadio del Central, a un paio di chilometri dal Parque Independencia (oggi Estadio Marcelo Bielsa), il luogo in cui giocò la partita del mito. E anche quello in cui Diego Armando Maradona l’ha incoronato per la prima volta come “Il Migliore”. Era il 1993 ed El Diez firmò per un pugno di partite con il Newell’s in vista del Mondiale di Usa ’94. Alle parole di un giornalista: “Diego, ancora devi scendere in campo e già sei il più forte giocatore nella storia di Rosario” , Maradona rispose: “Non è vero, qui ha giocato il Trinche Carlovich”. Ritirato ufficialmente a 37 anni e presente nei campionati amatoriali locali fino a 54, El Trinche ebbe un ultimo tributo nel febbraio scorso quando il Gimnasia La Plata, squadra allenata da Maradona, arrivò nella sua città per giocare contro il Rosario Central. Carlovich, invitato allo stadio, posò per una foto ricordo con Diego, che gli regalò una sua maglietta con su scritto: “Vos fuiste mejor que yo”. Parole che fanno il paio con quelle del giornalista santafesino Roberto D’Agostino: “Carlovich, el Maradona que no fue”, altra frase che sta meglio così, senza perdere tempo in traduzioni.
El Trinche in una foto recente. È morto lo scorso 8 maggio.
Il giorno dell’ultimo incontro con Maradona, El Trinche dichiarò che ora poteva “morire contento”. Non sapremo mai se è stato davvero così. El Trinche è morto l’8 maggio 2020, due giorni dopo essere stato assalito e colpito alla testa con una pietra da due giovani che volevano rubargli la bicicletta. E una fine così non è mai una bella fine per una storia. Una morte tragica, un epilogo violento, maledettamente concreto, da pagine di cronaca nera, che contrasta con la levità e l’impalpabilità del suo mito, con quell’essere campione senza che ci siano abbastanza filmati e immagini per dimostrarlo. Ma ricordi sì, magari modellati dall’alone di mito e dalla piega che prendono certe grandi storie. Una fine da film neorealista e non da realismo magico come meritava l’aura letteraria, immateriale e sfuggente del suo calcio.
Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato a laRegione.