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Immanuel Kant, con la teutonica puntualità che a quanto pare permetteva agli abitanti di Könisgberg di regolare gli orologi sulla sua passeggiata quotidiana (si dice che non sgarrasse di un minuto), vorrà forse prontamente scusarci se accostiamo il suo augusto nome a quello di un gruppo rock venuto due secoli dopo, ma il trait d’union non è poi così avventuroso e spericolato. Beninteso, non c’entrano né la ragion pratica né la ragion pura, e nemmeno i giudizi sintetici a priori e quelli analitici a posteriori. C’entrano invece, e moltissimo, la storia e la geografia. E la musica rock, ovviamente.
La storia, diceva infatti con buone ragioni il suddetto Kant, è impensabile a prescindere dalla geografia, perché non c’è storia, e di conseguenza non c’è consapevolezza di sé stessi, «quando non si sa in quale luogo una cosa sia accaduta e che cosa questo abbia comportato». Immaginiamo quindi un atlante storico-geografico della musica rock e fissiamo la nostra attenzione su una data, il 1978, e un luogo, Manchester. Perché è lì, in quell’anno e in quel luogo, che è successa “una cosa” che ne ha comportate molte altre. E per giunta è successa per caso, anzi per sbaglio.
Un gruppo agli esordi e senza troppi denari sta suonando in un’improvvisata sala prove, all’estrema periferia della città. Piove, è inverno, il cielo è grigio, nella sala prove (un locale dismesso di una vecchia fabbrica) fa molto freddo, solo in parte mitigato da un improvvisato falò, e c’è un problema con l’amplificatore della chitarra, che è troppo rumoroso, tende a distorcere e non permette al chitarrista di sentire le note del basso. Il chitarrista e il cantante chiedono allora al bassista di suonare sulle note alte, e la cosa funziona perfettamente. Nasce così una sonorità inconfondibile, quasi un marchio di fabbrica. Una delle prime canzoni suonate in questo modo fu “She’s lost control”, qui in una performance televisiva dell’anno successivo alla BBC.
C’è un detto, in Gran Bretagna, secondo il quale «ciò che Manchester pensa oggi, Londra lo farà domani». Non è un caso, quindi, che la “dirty old town” cantata da Ewan MacColl nel 1944 sia stata l’archetipo della città industriale, e che Friedrich Engels, esattamente un secolo prima, abbia studiato proprio a Manchester la condizione della classe operaia. Sul finire degli anni Settanta la città era ancora la “dirty old town” della fine del secondo conflitto mondiale, una metropoli industriale con povertà, degrado e molte zone popolate dagli “slum slug” descritti da Harold Pinter. C’erano ancora i resti dei bombardamenti, e l’unico senso di identità poteva essere ricavato dalla musica. Oggi invece c’è la cosiddetta “Greater Manchester”, una specie di megalopoli che si è mangiata tutti i sobborghi e forse (come dappertutto) ogni autentico senso di identità. Ma questa è un’altra storia.
Torniamo alla sala prove nella fabbrica dismessa. Il gruppo in questione, formato dal cantante Ian Curtis, dal chitarrista Bernard Sumner, dal bassista Peter Hook e dal batterista Stephen Morris, si chiamava Joy Division e nell’arco di soli due anni, dal 1978 al 1980, ha sostanzialmente sovvertito la grammatica e la sintassi del rock, segnando un confine molto netto tra il “prima” e il “dopo”. Per farlo, sono bastati due dischi, “Unknown Pleasures” e “Closer”, la produzione di un “puro folle” come Martin Hannett, le iconiche copertine realizzate da Peter Saville e i riferimenti letterari a Ballard, Burroughs e Kafka, con l’aggiunta di una manciata di singoli indimenticabili, tra i quali il celeberrimo “Love will tear us apart”. Il tutto, sotto l’egida della leggendaria casa discografica Factory Records di un altro “puro folle” come Tony Wilson.
E poi? Poi è finito tutto nella mattina di domenica 18 maggio 1980, con la morte per suicidio a soli 23 anni del sensibilissimo Ian Curtis, sofferente di epilessia e devastato da un sordo e penetrante male di vivere, che ha espresso soprattutto in quella che rimane con ogni probabilità la canzone più bella dei Joy Division, la profetica “Atmosphere”. Il fotografo e regista olandese Anton Corbijn, che nel 1979, letteralmente folgorato dalla musica della band, si trasferì a Manchester, l’ha utilizzata per la terribile scena finale e i titoli di coda del film “Control”, del 2007, con Sam Riley nel ruolo di Curtis e Samantha Morton nel ruolo della moglie Debbie. Un film davvero di rara bellezza, che restituisce con sofferta e insieme lucidissima empatia la vicenda musicale ma soprattutto umana di Ian Curtis, la sua breve vita quale «cammino nel silenzio», come dice il verso iniziale della canzone.
Ma in realtà non è tutto finito, anzi. I tre superstiti, con Sumner che raccoglie la pesante eredità di Curtis nel ruolo di cantante, decidono infatti di proseguire sotto la denominazione New Order, a significare un nuovo inizio e una “nuova formazione”, con l’aggiunta della giovanissima tastierista Gillian Gilbert, ai tempi fidanzata e poi moglie di Stephen Morris.
Il tipico “suono Joy Division” diventa il “suono New Order”, ma non subito. Il primo disco, “Movement”, uscito esattamente quarant’anni fa, è in sostanza un disco dei Joy Division senza Curtis, con qualche timido accenno di elettronica. Per l’esordio vero e proprio bisogna aspettare il 1983 di “Power, Corruption & Lies”, un disco pionieristico che riscrive le coordinate musicali dell’epoca e svela il proprio contenuto fin dalla famosa copertina, che accosta una natura morta -un cesto di rose, opera del 1890 di Henri Fantin-Latour- a una combinazione di colori prodotta a partire dai codici binari dell'informatica (a ogni colore corrispondono le lettere che formano il titolo), evocando quindi un rapporto tra l’elemento organico -i fiori, la musica concretamente suonata- e quello inorganico o digitale (la musica prodotta dalle macchine). Solo i Kraftwerk, in quel di Düsseldorf, si erano spinti oltre, ma con un rigore assoluto, teutonico, algido, quasi disumano, un po’ come la puntualità di Kant.
Il basso detta la linea melodica, la chitarra produce il ritmo, la batteria lo rinforza, i sintetizzatori e i campionamenti elettronici costruiscono lo sfondo e la base. Sarà l’alchimia di tutte le loro canzoni, che hanno segnato nella più intima sostanza (basti pensare a un altro disco seminale come “Mezzanine” dei Massive Attack) il panorama della musica elettronica di questi quattro decenni, a partire da “Your silent face” dell’ormai archeologico ma in fondo vicinissimo 1983. Perché vicinissimo? Perché la “dirty old town” non esiste più, Ian Curtis è eternato nell’ambra della leggenda, eppure quella “cosa”, quella rivoluzione in parole e musica cominciata per caso o per sbaglio nel freddo di una fabbrica dismessa, con la premonizione di uno squallido e normalissimo futuro e l’invito a cercare una possibile residua verità nei meandri di noi stessi, non è mai finita.