Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01082.jsonl.gz/840

La diplomazia europea si sta muovendo dopo le misure prese da Tripoli, che ha in parte chiuso le sue frontiere ai cittadini dell'area di Schengen quale ritorsione alla politica restrittiva in materia di visti decisa dalla Confederazione. Roma ha chiesto a Tripoli di liberare i due svizzeri e a Berna di sopprimere la lista nera.
La Libia deve dar prova di "flessibilità pragmatica" nei confronti dei paesi che nulla hanno a che fare con il contenzioso bilaterale con Berna e deve "autorizzare il rientro dei due svizzeri", bloccati da mesi a Tripoli.
Così si è espresso mercoledì il ministro degli esteri italiano Franco Frattini, al termine di un incontro a Roma con l'omologo libico Mousa Kousa e quello maltese Tonio Borg.
Frattini, che lunedì aveva puntato il dito contro la Svizzera, accusandola di prendere in ostaggio tutti i paesi dell'area Schengen, ha nello stesso tempo esortato Berna a cancellare la lista nera coi nomi di 186 personalità libiche, tra cui Muammar Gheddafi e lo stesso ministro degli esteri, lista che ha "profondamente offeso e colpito le sensibilità" di quelle personalità.
Berna non cambia politica
Il ministro degli esteri italiano ha poi indicato di aver avuto un colloquio martedì con la sua omologa elvetica Micheline Calmy-Rey, la quale si è detta pronta "a concludere un accordo definitivo che deve prevedere il rientro dei due cittadini svizzeri e la rimozione della lista nera". Giovedì, la ministra degli esteri sarà a Madrid, dove incontrerà Mousa Kousa e il capo della diplomazia spagnola Miguel Angel Moratinos, il cui paese è presidente di turno dell'UE.
L'accordo verosimilmente si infrange però su uno scoglio: il governo libico vorrebbe che la Svizzera punisse i responsabili dell'arresto di Hannibal Gheddafi (questa richiesta non è però stata menzionata da Frattini mercoledì), nonché chi ha trasmesso a un giornale elvetico le foto di quest'ultimo mentre era in stato d'arresto.
Il governo svizzero ha dal canto suo confermato mercoledì di voler mantenere la sua politica restrittiva in materia di visti Schengen. Il trattato prevede che uno Stato membro possa chiedere di essere consultato prima che siano rilasciati dei visti a cittadini di uno Stato terzo e eventualmente può opporre il suo veto. In questo caso, il paese che ha ricevuto la richiesta ha due possibilità: o rifiutare il visto o rilasciarne uno valido solo per il territorio nazionale.
Dal mese di novembre, il governo elvetico ha utilizzato anche un altro strumento: sulla base dell'articolo 96 della Convenzione di Schengen, la Svizzera ha introdotto nel Sistema d'informazione Schengen una lista di nomi di cittadini libici indesiderabili in Svizzera per "ragioni di ordine pubblico". Chi si ritrova in questa lista non può più inoltrare una domanda per un visto di Schengen.
Questa politica sembra aver creato una notevole irritazione a Tripoli. In gennaio, ad esempio, Saïf al-Islam Gheddafi, uno dei figli del leader libico, non ha potuto partecipare al Forum di Davos e, secondo il quotidiano La Liberté, recentemente non ha nemmeno potuto assistere al Festival del film di Berlino, di cui era un frequentatore abituale. La risposta di Tripoli è giunta domenica: la Libia, seppur con molte eccezioni, ha bloccato le sue frontiere ai cittadini appartenenti all'area Schengen.
Una mossa intelligente…
Per Yves Besson, ex diplomatico, professore all'Università di Friburgo e specialista del mondo arabo, la Svizzera ha agito in modo intelligente utilizzando le possibilità contemplate dal trattato di Schengen.
"Un anno fa si rimproverava alla Svizzera di essere troppo isolata; si diceva che se avesse fatto parte dell'UE non ci sarebbero stati questi problemi. Se si segue il ragionamento fino in fondo, si può constatare che il solo legame politico che la Svizzera ha con l'UE è Schengen e quindi aver utilizzato questo trattato non è una mossa così stupida, poiché ha trasmesso la patata bollente a Bruxelles".
Secondo Besson, le critiche rivolte alla Confederazione, rea di prendere in ostaggio tutta l'Europa, lasciano il tempo che trovano. "Penso che gli Stati europei siano un po' arrabbiati per essere stati trascinati in una disputa da un paese che non è membro dell'UE e che li ha utilizzati. Ma perché non utilizzarli? L'UE non ha esitato a servirsi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico contro la Svizzera. Perché la Svizzera non dovrebbe potere a sua volta avvalersi del trattato di Schengen per costringere l'Europa ad agire?".
… o controproducente?
Di tutt'altro parere invece Arturo Varvelli, ricercatore presso l'Istituto di studi per la politica internazionale di Milano e autore di diverse pubblicazioni sulle relazioni italo-libiche, secondo cui "se l'obiettivo era di ottenere la solidarietà europea, Berna ha sbagliato sia i modi che i tempi".
Con la sua contromossa, Gheddafi è riuscito a ribaltare la prospettiva, sostiene Varvelli. "La Svizzera cercava di ottenere una sorta di riconoscimento del fatto che i libici sono persone non grate in Europa; agendo in questo modo, Gheddafi impone invece all'Europa di dire che sono benvenuti".
"Probabilmente la Svizzera otterrà una solidarietà di facciata. Bisognerà però vedere se l'Italia, la Francia, la Germania o la Spagna, che hanno grandi interessi in Libia, lotteranno per una vera mediazione tra Tripoli e Berna o se invece opteranno per risolvere la questione dei visti in maniera bilaterale", sottolinea l'esperto italiano, che propende piuttosto per la seconda ipotesi. E se questa seconda ipotesi dovesse trovare conferma, la Svizzera si troverebbe isolata più che mai. "Diciamolo chiaramente: se l'Italia deve scegliere tra la Libia e la Svizzera, non c'è dubbio che sceglierà la Libia".
Franco Frattini mercoledì ha del resto pure ricordato che "l'UE ha un negoziato in corso con la Libia per un accordo strutturale e che il vertice UE-Africa si terrà in Libia". Di fronte a simili interessi, la solidarietà con la Svizzera rischia insomma di pesare ben poco sulla bilancia.
Daniele Mariani, swissinfo.ch e agenzie
Cronologia di una crisi
15-17 luglio 2008: Hannibal Gheddafi e la moglie Aline, incinta di nove mesi, sono fermati dalla polizia in un albergo a Ginevra. Vengono incriminati per lesioni semplici, minacce e coazione nei confronti di due domestici. Sono rimessi in libertà dietro pagamento di una cauzione di 500'000 franchi.
19 luglio: due cittadini svizzeri in Libia sono arrestati con l'accusa di aver violato le disposizioni sull'immigrazione e sul soggiorno. Altre misure di ritorsione colpiscono diverse aziende elvetiche, che devono chiudere le loro attività in Libia.
26 luglio: la Libia esige dalla Svizzera scuse ufficiali e l'archiviazione del procedimento penale. La Confederazione respinge le richieste.
20 agosto 2009: Hans-Rudolf Merz si reca a Tripoli e si scusa per l'arresto "ingiustificato e inutile" di Hannibal Gheddafi e della sua famiglia da parte della polizia ginevrina. In cambio riceve la promessa che i due cittadini elvetici trattenuti in Libia potranno ritornare in patria in tempi brevi. Merz e il primo ministro libico firmano un accordo che sancisce l'istituzione di un tribunale arbitrale e mira a normalizzare le relazioni bilaterali.
18 settembre: gli ostaggi vengono prelevati dalle autorità libiche e portati in un luogo segreto.
4 novembre: Il governo elvetico sospende l'accordo firmato il 20 agosto con la Libia e inasprice la politica restrittiva in materia di visti, avviata nel mese di giugno.
30 novembre: i due cittadini svizzeri sono condannati a 16 mesi di carcere per violazione delle norme sui visti.
7 febbraio 2010: al processo in appello, Rachid Hamdani, uno dei due ostaggi svizzeri, è assolto da tutti i capi d'accusa.
11 febbraio: la pena di Max Göldi, il secondo ostaggio elvetico, è ridotta da 16 a quattro mesi di carcere.
14 febbraio: un giornale di Tripoli rende noto che le autorità svizzere hanno inserito in una lista nera 188 personalità libiche, a cui non può più essere rilasciato un visto di Schengen; il governo libico sospende a sua volta i visti per i cittadini dei paesi che fanno parte dell'area di Schengen.