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di Giuliano Masola. “Anche su una oliva si può meditare…”, scriveva in modo provocatorio un poeta futurista di un secolo fa. Beh, a questa provocazione potremmo rispondere con un’altra, prendendo una pallina e osservarla, rigirandola fra le mani. Se facciamo attenzione, possiamo ascoltarne la storia e scoprirne i segreti, raggiungerne perfino il cuore. La prima fabbrica di palline fu aperta nel 1871 da Albert James Reach, che era nato a Londra e in America era diventato un bravo esterno, contribuendo anche a creare i Philadelphia Athletics, nell’ambito della Association, nel 1883. La sua ditta divenne famosa, tanto che il marchio di fabbrica fu mantenuto dalla Spalding, che ne era divenuta proprietaria nel 1890, fino al 1975. Attualmente, al centro della pallina vi è un nocciolo duro, derivante dal da cricket. Una pallina da Major League per essere tale deve superare circa una ventina di test: deve essere perfetta e avere 108 punti di cucitura. A questo punto, la mente degli amanti del cinema, soprattutto di quello avente il baseball come soggetto, correrà immediatamente al monologo di Annie Savoy: “108 sono le cuciture di una pallina da baseball e 108 i grani di un Rosario…” (si tratta di una forzatura, poiché normalmente questi ultimi sono circa una metà, ma va benissimo così). Un tema sempre presente è stato quello dei materiali: fino a non molti anni fa, la copertura esterna doveva essere di pelle di cavallo, e non altro. Forse qualcuno ancora ricorda partite protestate e vinte perché la squadra di casa aveva usato palline con altro tipo di pellame. Un altro punto per lungo tempo dibattuto è stato quello del colore. Nel 1870, venivano usate palline colorate di rosso nelle giornate soleggiate, mentre nel 1872 furono stabiliti gli attuali peso e misura.
Fino al 1934 nella National League le cuciture erano ottenute alternando filo rosso e nero. Nel 1938, Larry MacPhail, general manager dei Brooklyn Dodgers, sperimentò delle palline colorate di giallo per le partite in notturna: il progetto non ebbe seguito, poiché la tinta finiva per essere asportata dalle mani del lanciatore. Anche il proprietario degli Athletics, Charles Finley, provò a utilizzare delle palline color arancio nello spring training, ma non funzionò. Una cosa interessante avvenne durante la Seconda guerra mondiale: non solo si cercò di compensare la partenza di tanti giocatori per i vari fronti con un campionato di baseball al femminile, ma si dovette fare i conti con la scarsità di alcuni materiali: occorreva aguzzare l’ingegno. La pallina prodotta dalla Spalding in quel periodo non aveva il classico nocciolo duro composto da sughero e gomma e, poiché questa scarseggiava; utilizzò pertanto la “Balata”, un composto disseccato e mescolato dalla gomma elastica di tre tipi di albero delle Indie Occidentali. Sappiamo tutti che una palla perfetta in realtà non esiste, poiché comincia a cambiare fin dal momento in cui esce dal contenitore, e che, in misura più o meno significativa, cambia lancio dopo lancio. Più si sale di livello, maggiore è l’attenzione: mi piange il cuore quando vedo, in Major League, una pallina che non dura che pochi lanci, ma mi rendo conto che quando un oggetto viaggia a 150-160 chilometri all’ora anche una minima variazione della superficie può fare la differenza. Ora le palline da baseball sono prodotte in tante parti del mondo, non importa se vi si giochi a baseball o meno (la Cina ne è un esempio significativo). Una pallina è fatta di diversi materiali e forse anche per questo desta un notevole fascino: “Ma dentro cosa c’è? del piombo?”. Così ragazzine e ragazzini di tutto il mondo, alla prima occasione. Tolgono la copertura e si mettono a svolgere un filo, lungo più di quello di Arianna, molto probabilmente. Via, via, via…fino all’anima. E col filo che si dipana corre il pensiero, l’immaginazione, il sogno di essere in un grande campo pieno di gente, luci e colori, che vogliono giocare e far festa. Dobbiamo ricordare, però, che il rapporto con la stessa non è mai facile, poiché la sua traiettoria può coglierci impreparati e, talvolta, provocarci qualche danno. Proprio per questo, ogni volta che prendiamo una palla fra le mani, è benne soffermarsi un attimo: chiedere a noi stessi come possiamo utilizzarla al meglio, ma anche quanto la stessa può insegnarci. Lo sanno bene i lanciatori, che la rigirano, la soppesano, ne cercano il punto migliore in relazione al lancio; lo sanno i ricevitori, che trovano il modo di “aggiustarla”; lo sanno i battitori che cercano di anticiparne traiettoria e locazione, lo sanno gli arbitri, attenti ai “furbacchioni”. Non possiamo certo pretendere che una pallina sia maestra di vita, ma possiamo sempre considerare almeno un paio d’aspetti. Il lungo filo che vi è contenuto può rappresentare un comune collegamento, una sorta di abbraccio universale avvolto intorno a un “cuore” che ci richiama costantemente alle nostre responsabilità. In questo nuovo anno, credo che dovremo ancor più farci carico di uno sport che fa sempre più fatica a trovare spazio, soprattutto ad entrare nella testa delle persone: a ben pensarci, c’è un “gap” culturale da superare. La partita è già iniziata, anche se non ce ne siamo neanche accorti, ma abbiamo ancora diversi inning davanti e c’è sempre la possibilità di rimontare. Come diceva Satchel Page, “Non chinare il capo. Non cedere e compiangerti. Trova un altro modo. E non pregare quando piove, se non preghi quando il sole splende”. Ebbene, la nostra responsabilità sarà quella di fare in modo che il sole splenda sempre, anche quando piove.Paragrafo
Giuliano Masola , 1° gennaio 2019