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Spazio musicale
Credo che molte persone, quando in età giovanile hanno ascoltato per la prima volta la settima sinfonia di Beethoven, siano rimaste colpite dall’originalità delle prime battute dell’introduzione. Gli accordi in “forte” di tutta l’orchestra sono inframmezzati e si potrebbe dire perforati da una pacata melodia in “piano” e a note lunghe dell’oboe, in seguito continuata dai clarinetti e dai corni. Quando poi si giunge a un “fortissimo” generale la melodia, passata ai violini, si oppone a decise scale ascendenti. Pare di trovarsi di fronte a due manifestazioni antagoniste di energia, l’una che, con la melodia dell’oboe, nasce dolcemente ma non si lascia scomporre dagli accordi perentori di tutta l’orchestra, per diventare poco dopo estremamente tesa e decisa nei violini, l’altra invece che si scatena, prima con la prepotenza degli accordi e successivamente con l’incalzare delle scale. È accettabile questa interpretazione che vede nell’inizio della sinfonia lo scontro di forze uguali nell’intensità ma completamente diverse nel loro manifestarsi? Bisogna essere prudenti quando si attribuiscono significati alle composizioni musicali e le esagerazioni sono sempre in agguato. Jean e Brigitte Massin (in “Beethoven”, Club français du livre, 1960) riferiscono che un certo Müller di Brema credette di scoprire nella settima il programma seguente: “In una insurrezione del popolo in cui si dà il segnale del sollevamento, in cui tutto si ingarbuglia, corre, urla, un innocente è circondato, poi trascinato davanti al tribunale. L’innocenza piange, ma il giudice pronuncia una sentenza severa; i lamenti delle vedove, degli orfani si mescolano.” Chiudo qui la citazione, ma il testo si allunga e porta descrizioni particolareggiate a profusione. In una risposta cortese ma energica Beethoven disse che, se chiarimenti sono necessari, questi devono limitarsi, in generale, alla caratteristica dei pezzi. Nel caso della settima sinfonia i “chiarimenti”, buoni e meno buoni, non si contano ed esiste una letteratura imponente. Solitamente si citano Schumann, il quale con trasporto romantico parla delle nozze più allegre che si possano immaginare, ma “la sposa è una creatura celeste con una rosa, una sola, nei capelli”, e Wagner, pure lui romanticamente esuberante, che parla di “bacchica onnipotenza” e “apoteosi della danza” (citati in Giovanni Guanti, “Invito all’ascolto di Beethoven, Mursia). Fatto sta che la sinfonia in questione destò entusiasmo quando fu eseguita la prima volta a Vienna, l’8 dicembre 1813, sotto la direzione del compositore. Non toccò la stessa sorte alla consorella venuta dopo, l’ottava, che vide la luce, sempre a Vienna, il 27 febbraio 1814, in un concerto nel quale era in programma anche una ripresa della settima: fu accolta positivamente ma in modo alquanto riservato. Forse la brevità, qualche riferimento settecentesco, il carattere spensierato, capriccioso o ironico lasciarono perplessi gli ascoltatori. Qui ricorro ancora a Jean e Brigitte Massin. I due biografi citano un critico che, dopo aver rilevato la mancanza di entusiasmo per l’ottava, attribuì la colpa non a Beethoven ma alla circostanza che essa, ascoltata assieme alla settima, rimase schiacciata e concluse con una curiosa affermazione: “In futuro questa sinfonia sarà data sola, in tal modo non dubitiamo di un suo miglior successo”.
Il consiglio non è stato seguito da Vladimir Ashkenazy, il quale nel concerto del 10 dicembre al LAC ha messo in programma proprio la settima e l’ottava, prendendo però la precauzione di far precedere questa a quella. Contrariamente ai timori del critico citato sopra l’accostamento non ha presentato inconvenienti. Si possono creare opere validissime, nella musica come in ogni altra arte, tanto con i sentimenti più intensi e profondi quanto con i giochi e la spensieratezza: tutto dipende da come il contenuto viene trattato. Nel caso in questione ci troviamo in presenza di due capolavori la cui vicinanza nella stessa serata non nuoce all’uno né all’altro e non disturba gli ascoltatori. Se un appunto si può fare al direttore è quello di non aver curato l’esecuzione dell’ottava con lo stesso impegno dedicato alla settima. Specialmente nel primo tempo il discorso musicale non ha avuto l’agilità desiderabile ed è stato appesantito da bordate troppo invadenti da parte dei fiati. Una opinione positiva può essere espressa invece sulla lettura della settima, dove l’Orchestra della Svizzera italiana ha potuto esibire il meglio delle sue possibilità sia con sonorità compatte e lucenti sia con empiti ritmici trascinanti. Ma anche l’”allegretto” ha ricevuto una esecuzione pregevole; la parte iniziale, suonata con la massima accuratezza, è stata morbida, lieve, ma tutta intrisa di dolore.
Al termine della serata la violinista Cristina Tavazzi, giunta al pensionamento, ha ricevuto un omaggio floreale e vibranti applausi: riconoscimenti ampiamente meritati dopo una lunga ed efficace appartenenza all’orchestra.
Sala molto affollata e successo caloroso.
“La scala di seta” a Como
“La Scala di seta” di Rossini viene designata come “farsa comica in un atto”. Effettivamente libretto e musica recano tutte le caratteristiche del genere. La vicenda sfocia in una scena dove, per un seguito di trame ed equivoci, la protagonista è raggiunta dal suo tutore mentre gli altri personaggi, che si sono nascosti in vari angoli della sala, sono scoperti o si rivelano a uno a uno causando stupore e adducendo, d’altra parte, al lieto fine, in cui si combina un matrimonio nuovo e un altro matrimonio, finora tenuto segreto, emerge alla luce del sole. Ma accanto agli elementi comici non mancano momenti sentimentali e perfino drammatici. Giulia, il personaggio principale, trova espressioni di tristezza abbastanza intense e in una scena, dopo aver cantato una bella aria, cade drammaticamente in preda ai dubbi e alle paure. Anche suo marito, che si accende facilmente di gelosia, ha un momento concitato quando si prepara ad assistere suo malgrado ai tentativi di seduzione della moglie da parte di un amico, il quale ignora che si tratta della sua sposa. In quest’opera l’inventiva del compositore è assai felice e gli consente di trovare le idee musicali giuste per tutte le situazioni. L’orchestra è sempre attiva, fresca e zampillante. E quando tre personaggi vengono a trovarsi in una circostanza imbarazzante a causa del servitore Germano, che ha combinato un guaio rivelando a Giulia, vezzeggiata da un libertino, la presenza del marito nascosto, allora nasce un quartetto tipicamente rossiniano, dove i sentimenti e le ire si traducono in un frenetico vortice di note, si fanno ritmo puro e diventano una specie di follia musicale collettiva che porta nell’irreale. Come avverrà più tardi anche nel “Barbiere di Siviglia” o nell’”Italiana in Algeri”.
L’11 dicembre il Teatro Sociale di Como ha rappresentato “La scala di seta” per la prima volta nella sua storia. Ha diretto Francesco Ommassini, che ha saputo darne una versione attenta, efficace e ricca di accenti; in generale però sarebbe stato desiderabile un maggior spessore delle sonorità strumentali. La compagnia di canto ha dato complessivamente risultati buoni; comprendeva Bianca Tognocchi (Giulia), che i chiassesi hanno apprezzato nella passata stagione come Adina nell’”Elisir d’amore” al Cinema Teatro, Laura Verrecchia (Lucilla), Francisco Brito (Dorvil), Leonardo Galeazzi (Blansac), Filippo Fontana (Germano) e Manuel Pierattelli (Dormont). La regia era di Damiano Michieletto. Questo signore si è conquistato una grande notorietà con i suoi allestimenti spregiudicati. Anche nella “Scala di seta” non si è smentito e come al solito ha voluto strafare. Così la vicenda, già intricata per conto suo, è diventata ancor meno comprensibile e l’iperattivismo registico ha costituito un fattore di distrazione dai valori musicali. L’opera è stata divisa in due atti e allungata all’inizio del secondo con l’aggiunta di un’aria dall’”Equivoco stravagante” di Rossini, che il Galeazzi ha cantato con molta disinvoltura e bella voce.
Molto pubblico, buon successo.
Carlo Rezzonico