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BERNA - "Non doveva andare così. Max avrebbe dovuto seguirmi tre o quattro giorni dopo la mia partenza". Ad affermarlo è Rachid Hamdani, che ha rilasciato la sua prima intervista dopo il ritorno in Svizzera due mesi fa. Trattenuto in Libia dal luglio 2008 insieme a Max Göldi, l'ex ostaggio svizzero-tunisino ha detto di attendere con impazienza la liberazione del dipendente di ABB.
Göldi è tuttora detenuto in una prigione del paese africano dopo essere stato condannato a scontare quattro mesi di carcere per violazione della legge sull'immigrazione.
Hamdani ha spiegato al settimanale romando "Illustré" e ha confermato all'ATS di aver rotto il silenzio per ringraziare "le innumerevoli persone, il governo elvetico, le ONG e i media" per il sostegno mostrato.
L'ex ostaggio si è rivolto ai compatrioti invitandoli a continuare a inviare messaggi a Göldi. A fine febbraio "ho avuto la gioia di avere di nuovo la libertà di movimento. Ma mi rattrista molto il fatto che Max non abbia avuto la mia stessa chance e potrò rallegrarmi completamente solo quando sarà di ritorno", ha precisato all'ATS.
Intanto Göldi si trova in una prigione libica dal 22 febbraio e la sua situazione, dopo due mesi di carcere, non è cambiata nonostante la speranza di risolvere la crisi tra Svizzera e Libia suscitata un mese fa dall'Unione Europea.
Il responsabile di ABB a Tripoli continua a languire in una cella senza finestra e senza acqua calda, e ha il diritto a un'ora di aria al giorno, ha dichiarato all'ATS il portavoce di Amnesty International (AI) Daniel Graf. Questi ha inoltre affermato che "Max Göldi sta bene tenuto conto delle circostanze" e che riceve regolarmente, quasi ogni giorno, rappresentanti dell'ambasciata svizzera a Tripoli o del suo avvocato Salah Zahaf. La famiglia è informata regolarmente della situazione dalle autorità elvetiche, ha aggiunto.
AI sottolinea che non vi sono segnali che lascino presagire una liberazione imminente. Non è nemmeno chiaro se la mediazione europea abbia permesso di avvicinarsi a una soluzione.
Riguardo una lettera che Göldi avrebbe inviato al figlio del leader libico Gheddafi, Seif al-Islam, chiedendogli "di intervenire immediatamente" per permettergli di tornare in Svizzera, AI ha dichiarato che la famiglia dello svizzero non ne è a conoscenza. Inoltre il contenuto della missiva pubblicata dal quotidiano libico "Oea" e citato dall'agenzia di stampa italiana Ansa coincide con quello evocato dall'azione urgente lanciata in marzo dalla stessa ONG, ha dichiarato all'ATS il portavoce della sezione svizzera di AI Manon Schick. Amnesty aveva definito Göldi "prigioniero d'opinione, vittima di una accusa motivata da ragioni politiche e detenuto arbitrariamente".
SDA-ATS