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Daphne di Richard Strauss (1864-1949)
libretto di Joseph Gregor
Tragedia bucolica in un atto
Prima:
Dresda, Staatsoper, 15 ottobre 1938
Personaggi:
Peneios (B), Gaea (A), Daphne (S), Leukippos (T), Apollo (T), quattro pastori (T, Bar, B, B), due ancelle (S); pastori, maschere del corteo bacchico, fanciulle
Composta durante gli ultimi mesi del 1937, l’opera riportò Strauss, dopo la parentesi storica di Friedenstag , all’atemporalità del mito che Hofmannsthal gli aveva fatto amare. Orfano dei suoi migliori librettisti, il compositore aveva dovuto ripiegare sull’onesto Gregor, che senza indugi gli propose di musicare il testo già ultimato di Daphne ; Strauss pretese alcune modifiche, destinate ad alterare il mito in maniera sensibile.
Si prepara la festa di Dioniso, ma Dafne non partecipa alla gioia comune e nell’arioso “O bleib’, geliebter Tag!” esprime il suo turbamento per il declinare del sole, che dà vita al mondo naturale, da lei amato più della civiltà umana. Nascosto dietro un albero, Leucippo l’ha udita, e ora si mostra per rimproverarle l’indifferenza con cui ella lo tratta; quando Dafne confessa di preferire a lui il suo flauto, che egli suona con tanta arte, Leucippo spezza rabbiosamente lo strumento e si allontana. La festa incomincia e sopraggiunge uno sconosciuto, cui Peneo offre ricetto, invitando Dafne a intrattenerlo. Lo straniero è in realtà Apollo, che turba e affascina la fanciulla, parlandole della natura con le identiche parole usate da lei poco prima; ma quando la stringe a sé in un bacio, Dafne si sente ingannata e si allontana dal dio. Travestito da donna, Leucippo si è unito alle ancelle di Dafne per poterle stare vicino. Tra Leucippo e Apollo nasce un diverbio, attizzato dalla reciproca gelosia; dopo aver rivelato la propria identità, il Sole-Apollo scaglia una freccia contro il pastore, uccidendolo. Pentita della propria freddezza, Dafne si dispera; di fronte al suo dolore innocente Apollo prova una grande compassione, e supplica gli dèi di concederle l’immortalità fra la natura che ha amato tanto così che, sotto forma di alloro, possa conoscere solo i più eletti fra gli uomini, sfiorandone castamente la fronte.
Con il suo candore, l’aggraziata figura di Dafne aggiunge un ennesimo ritratto di ulteriore varietà alla galleria straussiana di personaggi femminili. Dalle morbosità di Salome ai dubbi di Madeleine, Strauss pone sempre al centro dei suoi interessi drammaturgici lo scandaglio dei misteri della psicologia femminile. La lunga consuetudine con Hofmannsthal lo aveva abituato a rileggere i miti classici in chiave simbolica, intridendoli di quelle sfumature introspettive che suonano sempre moderne per la loro inedita verità umana. La Fremdheit , ossia il senso di estraneità provato da Dafne verso le persone che la circondano, è una nozione propria del pensiero contemporaneo, che viene qui a intrecciarsi alle riflessioni sul rapporto natura-civiltà, fin dal primo monologo della protagonista. Sorella di fiori, vento e alberi, anelante a una fusione panica con la natura che la circonda, Dafne conosce in questa libera rivisitazione del mito classico una metamorfosi interiore che precorre quella fisica. Dall’inconsapevole egoismo con cui respinge Leucippo, giungerà a provare un’infinita pena per la sofferenza inflittagli, cogliendo il mistero dell’amore dall’abisso della morte. I temi della rinuncia e della compassione, già cari a Schopenhauer, si riallacciano anche al precedente teatro straussiano, che Hofmannsthal aveva saputo intridere di spunti filosofici, ora dissimulandoli come nel Rosenkavalier, ora trasfigurandoli in un alone fiabesco come nella Frau ohne Schatten . Dafne irradia sugli altri personaggi il fascino della sua personalità, racchiusa nel tema di esordio, luminoso e insieme sfuggente: una sorta di fregio liberty, le cui linee sinuose preconizzano il destino arboreo della fanciulla. L’intera partitura è intessuta delle frequenti riproposizioni di questo motto, così come il testo è percorso da allusioni premonitrici («La tua bocca di fiore», dice Leucippo a Dafne; e la madre Gea: «Sei un fresco germoglio»). E quando Apollo si commuove al dolore della fanciulla, abbandona il suo tono abituale – fra l’eroico e il parsifaliano – per adottare l’arabesco melodico dell’amata, a riprova della consonantia cordis tardivamente acquisita. Nelle intenzioni di Gregor, Daphne avrebbe dovuto concludersi con un grande coro di commento alla metamorfosi; ma Strauss giudicò che un simile finale da ‘cantata scenica’ non sarebbe stato pertinente al clima spirituale dell’opera, e preferì suggellarla nel segno della purezza liliale di Dafne, la cui voce lascia riecheggiare il tema curvilineo dissolvendolo in vocalizzi, con l’arcana fissità dell’avvenuta metamorfosi. La cornice pastorale lascia risplendere finezze di strumentazione: i legni si intrecciano in impasti sempre rinnovati, con una gentilezza di tono che fa pensare alla spuma delle onde cui le due ancelle dicono di assomigliare. Con Leucippo penetra nell’opera una componente faunesca: il suo furore dionisiaco e il suo flauto pastorale sembrano davvero usciti da un quadro di Böcklin; eppure anch’egli sarà risucchiato nell’universo vegetale di Dafne, accettando per amor suo di fingere movenze femminili. Del resto la scena del travestimento ripropone un tema caro a tutto il teatro straussiano, ereditato dal modello delle stuzzicanti ambiguità delle Nozze di Figaro . Un elemento naturalistico molto ben caratterizzato è quello del calpestio degli armenti, ritratto da un brontolìo dei timpani e da increspature cromatiche degli archi; in tal modo si introduce una nota di concreta quotidianità in una vicenda di minimi trasalimenti psicologici, di sentimenti in boccio, tanto fragili e inconfessati da non venire riconosciuti se non quando la tragedia li annienta con prepotenza. Nei declamati, l’arte di Strauss consolida gli esiti di Arabella ; e se nelle parti affidate a Dafne si percepisce ancora un profumo Jugendstil (le volute che ornano la conclusione della prima aria della protagonista), la danza bacchica rievoca la ritmica fremente di Elektra . Alla scrittura sostanzialmente diatonica della partitura (soprattutto nelle frasi innodiche e distese di Apollo, in specie quando svela la propria natura divina con l’arioso “Jeden heiligen Morgen”) si sovrappone a poco a poco un cromatismo trepidante, che culmina nella metamorfosi, nel compimento dell’anelito arboreo di Dafne, trasfigurazione in volute sonore del febbrile attorcersi di vegetazioni liberty.e.f.