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Il dialogo interculturale è stato al centro della giornata nazionale sull'integrazione indetta da tre Commissioni federali.
La consigliera federale Ruth Metzler ha presentato le grandi linee del nuovo modello sociale alla base della politica d'integrazione.
Che cosa s'intende per "dialogo interculturale"? E cosa significa l'espressione "confronto tra culture"? Per trovare una risposta a queste ed a tante altre domande simili, la Commissione federale degli stranieri (Cfs) ha tenuto giovedì a Berna un convegno su questo tema, in collaborazione con le Commissioni federali dei rifugiati e contro il razzismo.
La questione di fondo, per una società multiculturale come quella europea in generale e quella svizzera in particolare, è la nozione stessa di "cultura", utilizzata sovente per commentare le opinioni divergenti sulla società e per giustificare i diversi comportamenti verso l'integrazione, nel tentativo di spiegare ciò che appare straniero. Il convegno della Cfs s'è posto l'obiettivo di analizzare criticamente questa nozione e di collocarla nel contesto della politica svizzera d'integrazione.
Nuovo modello sociopolitico
La discussione ha preso quindi le mosse partendo dalla definizione della cornice nella quale doveva muoversi. Il compito l'ha svolto la consigliera federale Ruth Metzler, capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, che ha presentato le grandi linee di un nuovo modello sociopolitico nella politica d'integrazione elvetica.
I punti essenziali di tale modello sono: il nuovo articolo costituzionale sull'integrazione degli stranieri, le nuove norme sulla nazionalità (automatica per i figli nati in Svizzera da immigrati di seconda generazione), l'obbligo fatto agli stranieri di assumere un comportamento attivo verso l'integrazione, frequentando corsi di lingua locale e di riqualificazione professionale.
Per superare le diffidenze reciproche
È un modello che taglia corto con le distinzioni, a volte anche sottili, tra integrazione ed assimilazione, ma che dovrebbe consentire di superare gradualmente le diffidenze reciproche e, soprattutto, la resistenza che tradizionalmente offre la società all'integrazione di culture diverse.
«Sono consapevole» - ha detto la ministra Metzler - «di quante paure serpeggino nella società, suscitate dall'iniziativa popolare sull'asilo» (che andrà in votazione il prossimo 24 novembre), in occasione della quale «sto sperimentando adesso quanto sia difficile spiegare qualcosa alla popolazione».
E tuttavia, «abbiamo bisogno di aperture» verso gli stranieri, poiché «l'integrazione degli stranieri è un compito di tutta la società» ha concluso la signora Metzler.
Le esperienze di altri paesi
Il primo contributo critico alla discussione è venuto dal giornalista pakistano Tariq Ali che ha collocato la sua analisi a cavallo tra mondo occidentale e mondo arabo. I conflitti tra questi due mondi sono poco conosciuti: dalle crociate alla caduta dell'impero ottomano, e poi il sionismo, il wahabismo e la guerra d'indipendenza dell'India che ha condotto alla divisione del subcontinente indiano.
Altri due interessanti contributi sono venuti dalla Germania e dal Belgio. La rappresentante del ministero del lavoro, della socialità, delle donne e degli stranieri della Bassa Sassonia, Gabriele Erpenbeck, ha insistito sull'importanza del clima sociale per incoraggiare l'integrazione.
La politica intrapresa nel suo Land punta soprattutto sulla promozione dell'apprendimento linguistico, della scolarizzazione, dell'avviamento alla formazione e alla professione, dell'apertura dell'amministrazione pubblica e dei servizi sociali alle esigenze degli immigrati. «La condizione e l'intensità di un dialogo delle culture nella società attuale dipende in gran parte dalla competenza interculturale all'interno dell'offerta di servizi», ha concluso.
Anche per il belga Michel Villa, presidente del Comitato d'esperti sull'integrazione del Consiglio d'Europa, è indispensabile dar prova d'apertura verso gli immigrati. Ma con la consapevolezza che l'integrazione è un compito tanto indispensabile quanto complesso, poiché deve svilupparsi in diversi campi, quali la vita sociale, culturale, politica ed economica. Solo così l'integrazione dei migranti diventa «valore e ricchezza nella prospettiva di una maggiore coesione sociale».
Silvano De Pietro