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Sono passati esattamente 35 anni da quando, a New York, un folle di nome Mark David Chapman sparò sotto casa a John Lennon uccidendolo. Con l'ex Beatle se ne andava non solo un'icona del rock ma anche un simbolo mondiale del pacifismo.
Qualcosa (più di qualcosa) di lui è rimasto, perché ancora oggi John Lennon - i suoi pensieri, le sue canzoni - è sempre presente nelle manifestazioni contro la guerra e per la nonviolenza. Non è un caso che dopo gli ultimi attentati di Parigi Davide Martello, il "musicista di crisi", col suo pianoforte abbia suonato Imagine fuori dal Bataclan insanguinato.
Un articolo comparso su HuffPost Italia, firmato da Massimo Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento italiano, stende un ponte tra l'8 dicembre 1980 e l'8 dicembre 2015. A cominciare dall'arma del delitto, una pistola acquistata liberamente negli USA e passata inosservata attraverso i controlli negli aeroporti. Un sinistro parallelismo con quanto sta accadendo ancora oggi negli Stati Uniti, dove le armi rimangono argomento critico per l'opinione pubblica.
Corsi e ricorsi storici colti anche da Yoko Ono, la vedova di Lennon, che su Twitter ha pubblicato una foto degli occhiali insanguinati del marito dando le cifre delle vittime delle armi dalla sua morte a oggi.
Sette lustri e poco o nulla è cambiato, e laddove qualcosa si è mosso, non sembra proprio averlo fatto per il verso giusto. La situazione internazionale ce lo conferma quotidianamente. Purtroppo. Oggi come allora il messaggio di protesta nonviolento di John Lennon rappresenta un appiglio a cui tenersi nei momenti difficili. Sperando che le sue parole, un giorno, vengano finalmente ascoltate.