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di Marina Catucci, corrispondente da New York
Quando è stata eletta la deputata socialista Alexandria Ocasio-Cortez, il primo sentimento corale è stato quello di attesa, un “aspettiamo cosa sarà in grado di fare” collettivo anche tra i democratici, ma questa attesa è durata poco...
... perché, a pochi mesi dalla sua elezione al Congresso, la più giovane dei politici statunitensi ha presentato una proposta che, pur non essendo nemmeno un progetto di legge ma più qualcosa come una dichiarazione di intenti, ha già cambiato l’orizzonte della discussione.
Si tratta del Green New Deal, un piano di conversione da mille miliardi di dollari che vuole trasformare l’intera economia americana in chiave ecosostenibile.
Il referente a cui si allude nel nome del progetto, è quello di un piano di politiche monetarie e fiscali che ha l’obiettivo di incidere sia sul cambiamento climatico che sulle disuguaglianze economiche, ispirandosi al New Deal, lo storico provvedimento di Franklin D. Roosevelt, che racchiudeva una serie di riforme sociali ed economiche e progetti di lavori pubblici realizzati in risposta alla Grande Depressione.
Il Green New Deal combina l’approccio economico di Roosevelt con idee moderne come l’energia rinnovabile e l’efficienza delle risorse.
Il Green New Deal è un ritorno
A portarlo sotto i riflettori della politica mondiale è stata la deputata newyorchese, il termine però non è nuovo, comparve per la prima volta nel 2007, contenuto in un articolo per il New York Times scritto dal giornalista premio Pulitzer Thomas Friedman. Nel suo editoriale Friedman affermava che “Se hai messo un mulino a vento nel tuo cortile o alcuni pannelli solari sul tetto, benedici il tuo cuore. Ma renderemo verde il mondo solo quando cambieremo la natura stessa della rete elettrica, spostandola da carbone o petrolio sporchi a carbone pulito e fonti rinnovabili. E questo è un enorme progetto industriale, molto più grande di quanto qualcuno ti abbia detto. Infine, come il New Deal, se prendiamo la versione verde, ha il potenziale per creare una nuova industria dell’energia pulita per spingere la nostra economia nel 21esimo secolo”.
Alexandria Ocasio-Cortez ed Edward Markey
In quell’articolo c’era già ciò che Ocasio-Cortez ed il senatore democratico Ed Markey hanno promosso, 11 anni dopo, nell’attuale 116esimo Congresso degli Stati Uniti, nella coppia di risoluzioni che riguardano questa rivoluzione politica: la Risoluzione House 109, e S. Res. 59, entrambe sponsorizzate da Alexandria Ocasio-Cortez e da Edward Markey. La presentazione ufficiale del progetto è stata fatta il 7 febbraio 2019, proprio da Alexandria Ocasio-Cortez, con il supporto di altri 67 rappresentanti del partito Democratico; una delle prime novità della proposta è semplice ma non scontata: il cambiamento climatico, su cui si basa tutta la proposta, non viene percepito e presentato come una condizione che è possibile accettare o rigettare, ma come una minaccia certa, un dato di fatto con cui fare i conti. “Noi non abbiamo scelta, non c’è un’altra opzione” dice uno dei passaggi più citati che auspica l’abbandono dei combustibili fossili, la riduzione dell’utilizzo del carbone in settori come l’agricoltura, i trasporti e le infrastrutture, per ridurre le emissioni di carbonio entro il 2030.
Cosa comprende il Green New Deal
Il progetto comprende:
• la costruzione di reti elettriche intelligenti per permettere la riduzione del consumo energetico durante i periodi di picco della domanda;
• la rimozione dell’inquinamento e dell’emissione di gas serra dal settore agricolo e dal settore dei trasporti;
• ripulire dai rifiuti pericolosi e dagli impianti abbandonati;
• potenziamento delle strutture esistenti e costruzione di strutture nuove per raggiungere l’efficienza energetica ed idrica;
• assicurare ai commercianti di non incorrere in competizione sleale;
• offrire a tutti l’accesso a formazione di alto livello, ai servizi sanitari, e il diritto ad abitazioni sicure ed adeguate.
Il Green New Deal esce dai confini dell’ambientalismo puro e si presenta come un concentrato che va a coniugare l’attenzione nei confronti del sociale con il rispetto per l’ambiente, seguendo l’insegnamento di una delle voci più critiche del consumismo, quella del filosofo anarchico Murray Bookchin, maestro del pensiero ecologico e socialista libertario, che proponeva, come soluzione al conflitto uomo-natura, uno spazio sociale in equilibrio con l’ecosistema, un tessuto comunitario basato sulla cooperazione e non sulla competizione, sulla redistribuzione e sull’interdipendenza.
Le radici del Green New Deal
È in questo che il Green New Deal affonda le proprie radici filosofiche, in quell’ “ecologia sociale”, attraverso la quale Bookchin ha cercato di spiegare non solo il perché dell’attuale sfascio ecologico, ma anche di trovare un terreno comune, una base unificante, per le riflessioni ambientaliste, femministe, classiste, neourbane e neorurali. Per questo motivo, ai temi legati al global warming nel Green New Deal, troviamo associata la lotta alle discriminazioni nei confronti di migranti, neri, disabili, poveri e donne, istruzione gratuita e riduzione delle disuguaglianze economiche, con una forte spinta verso quelli definiti come “green jobs”, i lavori ecosostenibili, che rappresentano l’elemento che meglio riassume l’evoluzione dall’originario New Deal alla sua moderna versione green, unendo le teorie (e la prassi) di Bookchin e Roosevelt.
Nelle sue intenzioni il Green New Deal è più vicino all’area semantica del “diverso mondo possibile” di cui si parlava nei social forum di inizio 2000, visto che propone di raggiungere obiettivi a 360 gradi e concatenati, come l’abbassamento delle missioni di gas a effetto serra, la costruzione di milioni di posti di lavoro ad alto salario, gli investimenti in infrastrutture e industria; la difesa di acqua e aria pulite, clima e resilienza della comunità, l’alimentazione sana, la promozione di giustizia ed eguaglianza.
La reazione repubblicana
Questo approccio non ha provocato grande eccitazione tra le file del partito repubblicano che rimprovera al piano di essere “lungo nelle aspirazioni e corto delle specificazioni”; i senatori del Gop hanno apertamente criticato le misure, giudicandole costose e impossibili da realizzare, ma si pensa che possano arrivare sostenitori inaspettati anche da Wall Street per finanziare il piano. Il piano presentato dal senatore Markey non è prevedibilmente passato al Senato a maggioranza repubblicana, ma se uno dei fini era quello di cambiare la dinamica del discorso ambientalista, questo obiettivo è stato raggiunto.
La rinascita dell’ambientalismo Usa
Solo un anno fa, gli ambientalisti Usa stavano ancora lottando per convincere i il loro sistema politico persino a menzionare i cambiamenti climatici nei documenti ufficiali, oggi l’82% degli elettori democratici li include come una priorità assoluta e il Green New Deal è diventato una cartina di tornasole progressista per i candidati democratici alle presidenziali del 2020 ed ha visto la formazione del Sunrise movement. Il cosidetto Sunrise movement fa parte di una nuova generazione di movimenti per i cambiamenti climatici emersi dal fallimento del sistema politico globale nell’affrontare la crisi climatica; è guidato da ragazzi molto giovani e sta appena iniziando a farsi sentire e ad avere un peso politico che va di pari passo con l’avanzare delle idee socialiste in terra statunitense.
Il Sunrise movement
Nello specifico questo movimento si è fatto sentire per la prima volta nel 2017, l’obiettivo del gruppo era quello di far eleggere alle elezioni di midterm del 2018 candidati attivi sul tema dell’energia rinnovabile, prima nelle primarie democratiche e poi nelle elezioni generali. Dopo le elezioni, l’organizzazione, come era prevedibile, si è concentrata sull’ottenimento di un consenso all’interno del Partito Democratico a sostegno del Green New Deal. Insieme a Justice Democrats e Alexandria Ocasio-Cortez, il gruppo ha organizzato un sit-in nell’ufficio della speaker democratica alla Camera, Nancy Pelosi, mossa che ha portato a Sunrise la sua prima copertura mediatica significativa. Le richieste del sit-in erano rivolte a tutti i membri della leadership democratica alla Camera a cui si chiedeva di rifiutare le donazioni dall’industria dei combustibili fossili e che Pelosi lavorasse per ottenere il consenso nella legislazione della Camera sul Green New Deal da approvare appena i democratici riprenderanno il controllo del governo. Al sit-in hanno preso parte duecentocinquanta persone, e la polizia del Campidoglio me ha arrestate cinquantuno; la speaker Pelosi ha risposto ai Twitter accogliendo la protesta, offrendo di reintegrare la commissione per la crisi climatica e sottolineando che la legge sulle infrastrutture già promessa, avrebbe potuto risolvere molte delle preoccupazioni del Sunrise movement. Nel febbraio 2018 Sunrise ha organizzato un evento simile portando un gruppo di giovani a confrontarsi con la senatrice Dianne Feinstein nel suo ufficio, ed il 26 giugno circa un centinaio di attivisti hanno dormito sui gradini dell’ufficio del Comitato democratico nazionale a Washington, D.C. per protestare contro la mancanza di attenzione sul tema della crisi climatica, all’interno dei dibattiti per le primarie presidenziali del partito
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