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“Finalmente!” È la parola che meglio riassume l’emozione che provarono il 7 febbraio 1971 molte donne svizzere. Molte, sì, ma non tutte. Contrariamente a quanto si possa pensare, c’era anche chi, tra la popolazione femminile, non sentiva il bisogno di acquisire i diritti civili. Anzi. Come raccontano delle interviste raccolte all’epoca, c’erano donne che pensavano fosse meglio lasciar fare agli uomini. Un metodo comprovato da secoli di storia, dicevano, che aveva dimostrato la propria validità, essendo la democrazia svizzera, ai loro occhi, la migliore del mondo. Le donne avevano poi altri compiti nella società, facilmente riassumibili nei concetti di casa e figli. E c’è pure un sondaggio che quantifica, se la statistica è affidabile, questo stato delle cose: pubblicato prima della votazione (degli uomini) sul diritto di voto delle donne, dice che solo il 71% di esse era favorevole (contro il 72% degli uomini…).
Furono allora proprio le donne attiviste dell’epoca a dover convincere le loro concittadine dell’importanza del diritto di voto. Come fece Rosmarie Zapfl, che divenne poi consigliera nazionale per il PPD: presiedeva un’associazione di donne cattoliche, per le quali il voto femminile andava quasi contro natura. Riuscì a convincerle usando esempi dalla vita quotidiana: che dipendessero da decisioni politiche il cibo che mettevano sul tavolo, il tipo di scuola frequentata dai propri figli, e così via. In altre parole, facendo proprio uno slogan molto in voga negli ambienti femministi dell’epoca: il privato è politico.
Lidia De Bernardi