Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01213.jsonl.gz/682

Le parole, all’apparenza così leggere, hanno in realtà un loro peso.
Le parole sono i mattoni con qui ricostruiamo la realtà, e con mattoni diversi si ricostruiscono realtà diverse (se preferite una metafora meno postmoderna: con le parole interpretiamo la realtà, e con parole diverse interpretiamo diversamente la realtà).
Anna Meldolesi riprende un interessante intervento di Daniel Sulmasy sulla differenza tra “accanimento terapeutico” e a “cure straordinarie”. L’occasione è, ovviamente, la recente sentenza che autorizza la sospensione del trattamento di alimentazione e idratazione artificiale a Eluana Englaro, in coma dal 1992.
[Il termine “accanimento terapeutico” enfatizza] le responsabilita’ morali dei medici. La moralità tradizionale invece enfatizza il punto di vista del paziente, che è colui che stabilisce cosa ritenere ordinario o straordinario.
[…] Accanimento indica “l’ira ostinata dei cani”, e per estensione “perseveranza rabbiosa e crudele”. […] La moralità tradizionale affronta queste decisioni chiedendosi solo se ciò che è richiesto al paziente, secondo le sue circostanze e il suo giudizio in materia, eccede ciò che ci si può aspettare da una persona che ha un forte, ma ultimamente limitato, dovere di preservare la sua vita.
[…] L’espressione “accanimento terapeutico” si concentra eccessivamente sulle sofferenze causate dal trattamento stesso, piuttosto che sulla sofferenza complessiva associata al proseguimento delle cure. La moralità tradizionale prende in considerazione non solo la sofferenza causata direttamente dalle cure, ma anche quella causata dalla malattia stessa che viene prolungata dal trattamento medico, la sofferenza causata dagli effetti collaterali delle cure e gli effetti della continuazione del trattamento sulla famiglia e sulla comunità.
Non è chiaro cosa sia questa moralità tradizionale, che Sulmasy sembra tanto apprezzare, e ho i miei dubbi anche sull’espressione “un forte, ma ultimamente limitato, dovere di preservare la sua vita”, comunque la scelta linguistica di Sulmasy mi convince: cure straordinarie al posto di accanimento terapeutico (e, soprattutto, al posto di eutanasia o pena di morte, che non si capisce bene cosa centrino, qui).