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Intervista condotta da Andrew Müller per taz.de e tradotta da Anna Maspoli per Tink.ch.
Signora Sommer, il virus Sars-CoV-2 all’origine dell’attuale crisi globale sembra provenire dai pipistrelli. Questi animali sono considerati come particolarmente contaminati da virus, come mai?
Simone Sommer: I pipistrelli trasportano spesso agenti patogeni senza ammalarsi. Molte specie vivono in gruppo, sono longeve ed estremamente mobili, entrando quindi in contatto con numerosi agenti patogeni. I pipistrelli hanno subito un’elevata pressione selettiva durante l’evoluzione e hanno sviluppato un sistema immunitario molto efficiente. Tutto questo li rende dei perfetti incubatori di virus.
Perché sarebbe comunque sbagliato additare gli animali selvatici come colpevoli e considerare l’attuale pandemia come un puro “fenomeno naturale”?
Prima di tutto sento il dovere di prendere le parti dei pipistrelli: essi sono molto importanti per gli ecosistemi, svolgono infatti un ruolo fondamentale nell’impollinazione delle piante, per esempio. In nessun caso gli animali selvatici devono essere demonizzati. Inoltre, questa trasmissione è stata resa possibile solo dall’essere umano. In mercati come quello di Wuhan avviene l’incontro tra una grande varietà di animali morti e vivi, in una modalità che non si verificherebbe in natura. Il divieto permanente del commercio illegale di animali selvatici e della loro carne, provenienti cioè dalla foresta pluviale o dalla savana, sarebbe un passo essenziale.
Che ruolo svolge l’allevamento industriale di animali?
L’allevamento di massa provoca regolarmente problemi legati ad influenze di origine suina e aviaria. Quello del Covid-19 è però un caso differente: come la maggior parte delle malattie virali zoonotiche, trasmissibili cioè tra animali ed esseri umani, come l’ebola, la Sars e la Mers, originano da animali selvatici. Non dimentichiamo che anche gli esseri umani possono infettare gli animali selvatici, ad esempio con il morbillo, una malattia che per gli ominidi si rivela il più delle volte mortale.
Come dimostra la sua ricerca, esiste una connessione tra la distruzione degli ecosistemi, la perdita di biodiversità e questi nuovi tipi di malattie.
Attraverso studi sistematici su pipistrelli e roditori a Panama siamo stati in grado di dimostrare che la distruzione ambientale aumenta la probabilità che la fauna selvatica sia infettata da malattie potenzialmente pericolose per l’uomo. Negli ecosistemi intatti vivono molti animali con diversi gradi di specializzazione che reagiscono in modo molto diverso ai cambiamenti. Ad esempio, se le foreste vengono abbattute, alcune specie si estinguono e la biodiversità di solito si riduce. Altri possono adattarsi molto bene. Tali generalisti occupano nicchie di ecosistema che sono diventate libere e diventano più comuni.
E più malati?
Gli agenti patogeni come i virus sono una parte naturale degli ecosistemi: gli animali e l’uomo sono in contatto permanente con loro. Essi mutano costantemente e sono sempre stati all’origine di malattie. Tuttavia, in habitat intatti non si diffondono così ampiamente, ma rimangono piuttosto in una nicchia. Questo si chiama effetto di diluizione, che aiuta ad estinguere la malattia. In ecosistemi gravemente degradati e a bassa biodiversità, invece, è più probabile che si verifichi un’epidemia, e quindi anche una mutazione che a un certo punto supera improvvisamente il confine delle specie. Molti generalisti, cioè animali come i ratti o i passeri, si avvicinano volentieri alle zone abitate ed entrano quindi in contatto con gli animali da reddito e con noi.
Gli esseri umani condividono da sempre gli habitat con gli animali selvatici e da ormai moltissimo tempo questi ultimi vengono cacciati per la nostra alimentazione. Cosa è cambiato ora?
Non esistono ormai quasi più le società tradizionali di cacciatori-raccoglitori, che sono tra l’altro qualcosa di completamente diverso rispetto a un mercato a Wuhan. Nei precedenti casi di contagio – di cui non sappiamo molto – la probabilità di infettare altri gruppi era molto più bassa. Oggi, a causa della densità della popolazione e della globalizzazione, le malattie si diffondono molto più rapidamente; lo si può vedere in questo momento. Oltre alla nostra ricerca, altri studi suggeriscono che i fattori scatenanti sono sempre più spesso i cambiamenti ambientali causati dall’essere umano.
Una natura incontaminata e la biodiversità rappresentano quindi una sorta di cuscinetto protettivo contro nuove malattie come il Covid-19.
In parole povere, sì. La perdita di habitat naturali e il conseguente drastico declino delle popolazioni sta riducendo anche la diversità genetica. Se una specie animale diventa rara, il pool genetico ridotto abbassa le sue difese immunitarie. Anche lo stress gioca un ruolo importante.
Gli animali selvatici stressati si ammalano più velocemente?
Come noi esseri umani. La nostra ricerca sui roditori a Panama lo dimostra: negli habitat degradati ci sono più generalisti, sono più aggressivi e hanno una maggiore carica virale.
Come si è svolta la ricerca?
Abbiamo confrontato statisticamente la diversità degli immunogeni e degli agenti patogeni di pipistrelli, roditori e marsupiali di tre diversi tipi di paesaggi influenzati dall’uomo. Per la determinazione dei virus stiamo lavorando con Christian Drosten dell’ospedale Charité di Berlino, che è anche consulente del governo tedesco.
Quanti sono i virus pericolosi tuttora dormienti in natura?
Nessuno conosce il numero esatto, ma è probabile che sia alto. Già nel caso dei coronavirus esiste una grande varietà. Sono presenti sulla Terra da molto più tempo di qualsiasi altra forma di vita. Ne arriveranno altri.
Cosa possiamo fare?
Oltre ad evitare contatti innaturali nei mercati di animali, dovremmo preservare gli ecosistemi e i luoghi di rifugio della fauna selvatica. Dobbiamo augurarci tutti che in seguito ai terribili effetti della crisi attuale, una cosa diventi chiara: la protezione delle specie, dell’ambiente e del clima deve avere una priorità maggiore, non da ultimo nell’interesse della nostra salute.