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Berna – Il controprogetto all'iniziativa popolare "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili (Iniziativa correttiva)", che prevede un inasprimento della prassi in materia, è pronto per l'esame parlamentare. Nel licenziarlo, oggi, l'esecutivo invita anche le Camere a respingere la proposta di modifica costituzionale.
La volontà di presentare una controproposta all'iniziativa era stata annunciata dal Governo già nel dicembre del 2019. I contenuti erano stati presentati dall'esecutivo nel marzo scorso e confermati in ottobre al termine della procedura di consultazione.
L’iniziativa
L'iniziativa, che ha raccolto 126'355 firme valide in soli sei mesi, vuole fissare nella Costituzione il diritto per Parlamento e popolo di avere voce in capitolo nella vendita all'estero di materiale bellico. Attualmente tale competenza spetta esclusivamente al Consiglio federale che ne fissa i contenuti in una ordinanza.
L'iniziativa prende spunto dalla revisione dell'ordinanza sulle armi proposta - e poi abbandonata - dal Consiglio federale, che avrebbe consentito alla Svizzera di esportare armamenti anche verso Paesi teatro di conflitti interni. Un'alleanza anti-export si era formata con esponenti di Ps, Verdi, Verdi liberali, borghesi-democratici, evangelici, ambienti ecclesiastici, sindacati e organizzazioni umanitarie.
Una via di mezzo
Il controprogetto si situa a metà strada: prevede che i criteri di autorizzazione vengano sanciti a livello di legge. L'inserimento di tali esigenze nella Costituzione, come chiesto dall'iniziativa, priverebbe infatti il Consiglio federale e il Parlamento "della competenza necessaria per adeguarli", spiega l'esecutivo in una nota.
"Il Parlamento - prosegue il Governo - non potrebbe quindi più assicurare il mantenimento dei settori economici importanti per la sicurezza del Paese, come previsto dalla legge sul materiale bellico". L'iniziativa mette anche in discussione il regime speciale sulla fornitura di pezzi di ricambio: le imprese elvetiche non potrebbero più adempiere ai loro obblighi contrattuali. Ciò potrebbe compromettere la reputazione della Svizzera come partner economico affidabile.
Controllo democratico rafforzato
Trasferendo i criteri d'esportazione dall'ordinanza alla legge si potrebbe comunque rafforzare il controllo democratico. In caso di necessità, afferma il Governo, il Parlamento potrebbe modificare la legislazione ma grazie al diritto di referendum l'ultima parola spetterebbe comunque al popolo.
Da notare poi che il controprogetto prevede un ulteriore inasprimento della prassi attuale in materia di autorizzazione, che è già molto più restrittiva di quella di altri Paesi europei. Non sarà più possibile derogare al divieto di esportare materiale bellico in Paesi che violano in modo grave e sistematico i diritti umani.
Con questa modifica la Svizzera andrebbe ben oltre quanto previsto dal Trattato internazionale sul commercio delle armi o le istruzioni dell'Ue destinate agli Stati membri, evidenzia il Consiglio federale ricordando come le esportazioni verso i cosiddetti Paesi teatro di guerre civili sono in ogni caso escluse.
Margine di manovra assicurato
Il controprogetto consentirà comunque al Governo di derogare, entro un quadro ben definito, ai criteri di autorizzazione "in presenza di eventi straordinari se lo impone la salvaguardia degli interessi della politica estera o della politica di sicurezza della Svizzera". Questa necessità di ponderare gli interessi, emersa durante la procedura di consultazione, è per esempio importante, spiega l'esecutivo, "nel caso di affari di compensazione (offset) legati a un acquisto di armamenti da parte dell'esercito svizzero".
Infine, il controprogetto prevede pure una deroga per le esportazioni di materiale bellico destinato a interventi a favore della pace, come le operazioni di mantenimento della pace effettuate sulla base di un mandato delle Nazioni Unite o dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).