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75 anni fa, al termine di una lunga pausa forzata, per ospitare i primi Giochi dopo la pace ritrovata furono scelte la Svizzera e le nevi engadinesi
La kermesse invernale grigionese del 1948 si portava appresso un enorme valore simbolico. Per il movimento olimpico – portatore di pace per antonomasia – si trattava infatti della prima occasione per riunire fraternamente i Paesi affiliati dopo la triste parentesi determinata dalla Seconda guerra mondiale – durata quasi un decennio – e dei suoi inenarrabili abomini, perpetrati da Hitler e dai suoi alleati giapponesi e italiani. Le ferite erano ancora freschissime e dunque il Comitato olimpico internazionale negò la partecipazione alle Olimpiadi sia ai tedeschi sia ai nipponici. Inoltrò invece l’invito al Belpaese – in virtù del fatto che, verso la fine del conflitto, gli italiani erano fuoriusciti dall’Asse – e all’Austria, che aveva nel frattempo riacquistato l’indipendenza, affrancandosi dalla Germania che l’aveva annessa nel 1938.
La scelta della Svizzera come territorio ospitante per i primi Giochi dopo quelli estivi ammantati di terrore e ombre del 1936 a Berlino non fu certamente casuale: il carattere neutrale del nostro Paese era ciò che serviva per rimarcare ulteriormente l’estraneità del Cio a tutto quel che riguardava la tragica pagina bellica che aveva messo in ginocchio il mondo intero. Inoltre il governo planetario dello sport – che aveva sede già dal 1915 nella Confederazione – ritenne opportuno, per il ritorno in scena dell’olimpismo e dei suoi valori, operare nel giardino di casa. Non da ultimo, la decisione premiò Sankt Moritz anche perché lassù si erano già svolti i Giochi invernali del 1928, dunque – oltre che di un affidabile comitato organizzatore locale – la stazione grigionese era già dotata di tutte le strutture necessarie per lo svolgimento delle gare, cosa che avrebbe permesso di non spendere troppi soldi.
A essere annullate, fra le Olimpiadi della neve di Garmisch del 1936 e quelle di Sankt Moritz del 1948, furono per ben due edizioni dei Giochi. Nel 1940, la manifestazione era stata inizialmente assegnata al Giappone, ma i nipponici rinunciarono all’incarico già nel 1938 perché impegnati nella Seconda guerra contro la Cina.
Sede di riserva avrebbe dovuto essere proprio Sankt Moritz, ma anche la Svizzera si tirò indietro: le regole prevedevano che gli atleti fossero tutti dilettanti, che svolgessero cioè una regolare attività lavorativa oltre a quella amatoriale nell’ambito dello sport.
Il fatto è che il mestiere che dava da vivere ai campioni elvetici dello sci alpino era quello di… maestri di sci. Si trattava, in pratica, di coloro che avevano insegnato a sciare agli stessi milionari inglesi e americani che avrebbero preso parte alle gare, una cosa che i bacchettoni del Cio ritenevano indecente.
Anche gli svizzeri, dunque, passarono giustamente la mano, e l’organizzazione dei Giochi del 1940 venne affidata in fretta e furia di nuovo a Garmisch, già sede come detto delle Olimpiadi invernali del ’36: i tedeschi, però, invece di mettersi a tracciare piste da sci preferirono scatenare il Secondo conflitto mondiale, che ovviamente provocò l’annullamento anche dell’edizione seguente, cioè quella prevista per l’anno di scarsissima grazia 1944, che avrebbe dovuto svolgersi a Cortina d’Ampezzo.
Allo scavallare di gennaio su febbraio di 75 anni fa, il presidente della Confederazione Enrico Celio apriva dunque ufficialmente nei Grigioni l’edizione numero 5 dei Giochi invernali, con 28 nazioni presenti per un totale di 669 atleti.
Per farci un’idea dell’evoluzione mostrata fino ai giorni nostri dalle Olimpiadi della neve, diremo che in occasione di Pechino 2022 i Paesi partecipanti furono 98 mentre la quota di sportivi iscritti toccava le 2’871 unità. Il numero di gare è passato invece da 22 (7 discipline) del 1948 a 109 (15 discipline) dell’anno scorso: pare trascorsa un’era geologica.
Per la seconda volta nella storia, il programma prevedeva pure le gare di skeleton, che avevano fatto il loro debutto olimpico nel 1928, in occasione dei primi Giochi organizzati a Sankt Moritz: del resto, questo sport era nato proprio nella località engadinese, e per diversi decenni venne praticato soltanto lassù, dove già nel 1885 nella confinante Celerina era stata costruita la celeberrima Cresta Run, pista lunga oltre 1’200 metri.
E a imporsi in questa competizione riservata ai più coraggiosi fra gli atleti fu proprio un residente locale: si trattava del valtellinese Nino Bibbia, che a Sankt Moritz faceva il fruttivendolo e che gareggiava per i colori italiani. Per la cronaca, dopo quella seconda apparizione, lo skeleton tornò nel dimenticatoio e fu riproposto nel programma a cinque cerchi solo nel 2002, a Salt Lake City.
Per pronunciare il Giuramento degli atleti venne scelto Richard ‘Bibi’ Torriani – enfant du pays che già aveva preso parte ai Giochi engadinesi di 20 anni prima – capitano e stella, coi fratelli Cattini, della nazionale rossocrociata di disco su ghiaccio. La cerimonia inaugurale fu breve, anche perché proprio lì dove si svolse – vale a dire all’Olympic Ice Rink – qualche minuto più tardi le Olimpiadi avrebbero preso il via con la sfida di hockey fra la Svizzera padrona di casa e gli Stati Uniti. Ed è appunto su quel torneo – dai risvolti davvero peculiari – che intendiamo concentrarci nel corso di questa rivisitazione storica.
La prima singolarità riguarda i campi di gioco: oltre che sul già citato Olympic Ice Rink – nel quale si disputavano fra l’altro anche le gare di pattinaggio di figura e di velocità – le partite di hockey ebbero luogo anche su un paio di piste private di Suvretta e Kulm, di proprietà di due alberghi, anch’esse ovviamente entrambe a cielo aperto. A suscitare clamore, però, fu una situazione davvero curiosa, e di difficile risoluzione, che si venne a creare proprio alla vigilia dell’inizio dei Giochi.
Il problema è che in Engadina si erano presentate ben due selezioni statunitensi, entrambe ovviamente intenzionate a partecipare al torneo. La prima era appoggiata dall’ente dilettantistico Amateur Athletic Union (Aau) e dal Comitato olimpico a stelle e strisce. La seconda, invece, era sostenuta dalla Amateur Hockey Association (Aha) e dalla Federazione internazionale di hockey (Iihf), cioè l’organo addetto all’approvazione delle squadre candidate alla partecipazione. Tutti, insomma, erano convinti di aver ragione, e nessuno intendeva rinunciare. Davanti all’impasse, il Cio decise inizialmente di escludere entrambe le formazioni, ma ciò indusse la Iihf a minacciare di annullare l’evento.
E così il comitato di organizzazione locale, che non voleva rinunciare al torneo, bellamente ignorò le disposizioni del Cio e decise più o meno salomonicamente nel modo seguente: sul ghiaccio sarebbe scesa la squadra della Aha, mentre alla compagine della Aau fu concesso di marciare con la bandiera americana durante la cerimonia d’apertura. Gli statunitensi dunque presero parte alla competizione, ma i loro risultati furono considerati validi solo per il Campionato del mondo e non per le Olimpiadi: a quei tempi, infatti, il torneo a cinque cerchi era valido anche come Mondiale (e spesso pure come Europeo).
La stampa, insomma, ebbe di che parlare: si trattava fra l’altro dei primi Giochi della neve che godettero di una massiccia copertura mediatica: a essere accreditati furono infatti oltre 500 giornalisti provenienti da quasi 40 Paesi, tutto alloggiati all’Hotel du Lac. Oltre a giornali e numerose radio, per la prima volta erano presenti anche 4 troupe televisive: la britannica Bbc e le statunitensi Nbc, Cbs e Dumont (società che oltre a produrre televisori provvedeva pure a creare contenuti).
Le nove squadre partecipanti, giunte in Engadina con un numero assai variabile di giocatori (dai soli 12 del Canada ai 17 di Svizzera e Cecoslovacchia), si affrontarono in un unico girone all’italiana, per un totale di 36 incontri in cui vennero segnate la bellezza di 482 reti, per una media di quasi 14 gol a incontro. Degno di nota – in senso negativo – fu soprattutto il cammino della nazionale italiana, uscita sconfitta da ogni incontro, e in particolare dalle sfide contro Svizzera (16-0), Canada (21-1), Svezia (23-0) e Usa (31-1).
In una competizione in cui i gol piovvero a dirotto, a fare eccezione fu il big match fra Canadesi e Cecoslovacchi, incredibilmente terminato a reti inviolate: entrambe le squadre avevano vinto ogni altro incontro e dunque chiusero a pari punti in vetta alla classifica. La medaglia d’oro andò però ai nordamericani (più che una vera nazionale era la squadra dell’Aeronautica), che chiusero con una differenza reti di +64, mentre gli europei si erano dovuti accontentare di un +62.
A conquistare il bronzo, con 6 partite vinte e 2 perse (proprio contro Canada e Cecoslovacchia), fu invece la Svizzera, che dunque bissò il terzo posto olimpico colto vent’anni prima (1928), sempre a Sankt Moritz.