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RETEDUECINQUE
Martedì 06 e mercoledì 07 aprile 2021 alle 15:35
Una fotografia scattata nel 1939 a Sancellemoz, ci rivela due eleganti uomini su un terrazzo soleggiato. Uno intento nella scrittura, lo sguardo concentrato, fogli sparsi e un libro chiuso davanti a sé. L’altro accanto, camicia e cravatta, sguardo lungo verso il panorama davanti a sé, pensoso. Il primo è Roland Manuel, compositore e critico musicale russo, già allievo di Ravel, nonché suo migliore amico e biografo. Il secondo è Igor Stravinsky, e chissà a cosa stesse pensando in quel momento. Il 27 marzo di quell’anno, infatti, mentre curava la sua tubercolosi in Alta Savoia, gli giunse dalla Harvard University la richiesta di tenere otto conferenze nell'ambito delle celebri Charles Eliot
Norton Poetry Lectures che, dal 1925, avevano già accolto molte celebrità della letteratura.
Stravinsky fu il primo musicista ad essere invitato dalla prestigiosa università. Il più noto compositore dell’epoca, però, non era anche un letterato e dunque si affidò all’aiuto dell’amico Pierre Suvchinsky e di Roland Manuel per la stesura dei suoi pensieri attorno alla composizione. Nacque così la sua Poetica della Musica (vedi foto). Pubblicato nel 1942 in francese, lingua dell’originale manoscritto e nel 1947 in inglese. La prima edizione italiana fu del 1954 per le Edizioni Curci. Fin dalle prime parole ci confrontiamo con uno Stravinsky preoccupato di difendersi da critiche e giudizi, o pregiudizi, che lo dipingevano come un rivoluzionario. Le sue lezioni intendono essere “confessioni dogmatiche” volte a “far prevalere l’ordine sul caos” e a “porre la stessa attività creatrice sotto l’egida di questo dogmatismo”. Ci appare dunque immediatamente un forte contrasto tra ciò che leggiamo attraverso le sue parole e ciò che la sua scrittura musicale ci racconta. Contrasti e contraddizioni che rendono il libro, e ancor più l’uomo, interessante e complesso.
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