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Apprendo l’esistenza del Body Integrity Identity Disorder, che si potrebbe tradurre con “disordine dell’identità dell’integrità corporea” (traduzione orribile: meglio l’originale inglese, abbreviato in BIID).
Le persone che soffrono di questo disordine hanno una percezione del proprio corpo che non coincide con il corpo realmente esistente. In poche parole, si ha la sensazione di abitare un corpo che non è il proprio (o di avere un corpo invece di essere un corpo). Nello specifico, nel corpo reale c’è qualcosa di troppo: «il “corpo immaginato” e desiderato da queste persone è un corpo amputato o paraplegico».
In poche, surreali, parole: una persona BIID per sentirsi completa deve privarsi di una parte del (proprio?) corpo.
Esistono alcune associazioni che hanno l’obiettivo di permette alle persone BIID di “mettere le cose a posto”, ricorrendo a interventi chirurgici:
I frequentatori di questi siti sembrano essere per lo più maschi, di mezza età, profondamente convinti che il BIID non sia una malattia mentale e non possa essere trattata come tale, ma rappresenti un tratto dell’identità, eventualmente di natura neuropsicologica, a cui solo la chirurgia può porre soluzione, un po’ come succede a coloro che hanno un disturbo dell’identità di genere (transessualismo) e possono ricorrere alla chirurgia di riattribuzione del sesso.
È una richiesta lecita?
Secondo John Stuart Mill, “su se stesso, sulla propria mente e sul proprio corpo l’individuo è sovrano”, e quindi non avrebbe senso proibire simili interventi. D’altra parte Mill stesso afferma che è giusto fermare una persona che si dirige verso un ponte crollato, appunto perché non sa che è crollato.
Una persona BIID sa quello che vuole?