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Ghiaccio in calo e nuovi laghi Il paesaggio d’alta montagna in rapida trasformazione
Entro la fine del secolo, dei ghiacciai svizzeri potrebbero non rimanere che pochi residui. Questo darà origine a molti nuovi laghi. Occorrono perciò soluzioni creative: nella protezione dalle inondazioni, nell’approvvigionamento energetico e idrico e nel turismo.
Nei 150 anni di storia del CAS, l’alta montagna ha subito continue modifiche. Gli imponenti paesaggi glaciali dell’epoca dei fondatori cedono sempre più posto ad altri paesaggi, caratterizzati da roccia, detriti e laghi. Gradualmente, le piante conquistano il terreno. E una cosa è ormai chiara: il ghiaccio «eterno» è fugace.
Ghiacciai da tempo sotto la lente
A tale proposito, la scienza offre cifre, spiegazioni e modelli che consentono di gettare uno sguardo nel futuro. Molti ghiacciai delle Alpi potrebbero sparire per la gran parte già entro pochi decenni. Nelle zone ormai libere dal ghiaccio si formerebbero nuovi laghi: un’autentica sfida per la prevenzione dei rischi, la protezione del paesaggio, l’approvvigionamento idrico, la produzione di energia e il turismo.
Nel 1863, i ghiacciai erano ancora vicini alla loro massima estensione dall’ultima era glaciale. Assieme alla Società svizzera di scienze naturali (oggi Accademia di scienze naturali) e all’Ufficio topografico federale (oggi swisstopo) il CAS si dedicò all’osservazione sistematica dei ghiacciai. Allestita nel 1893, la rete svizzera di rilevamento dei ghiacciai divenne un modello per l’osservazione glaciologica su scala mondiale, nata solo un anno più tardi e che oggi è diretta dall’Università di Zurigo sotto il nome di World Glacier Monitoring Service.
Nuovi laghi ad alte quote
Già alla fine del XIX secolo i ghiacciai avevano iniziato a ritirarsi rapidamente. Se attorno al 1890 e al 1920 delle oscillazioni climatiche di breve durata permisero loro di riguadagnare qualcosa, tornarono subito a ridursi fortemente, con una punta nei caldi anni Quaranta, per crescere di nuovo leggermente verso la metà degli anni Settanta. Per la prima volta l’uomo potrebbe avere avuto in tal senso un ruolo determinante. La forte espansione industriale inquinava l’atmosfera con le sue emissioni di gas, riducendo l’irraggiamento solare e causando in tal modo una leggera riduzione delle temperature. Doveva tuttavia trattarsi dell’ultima (e modesta) fase di sollievo per i ghiacciai: dalla metà degli anni Ottanta, infatti, il loro ritiro si è accelerato in modo massiccio.
A seguito del dibattito sulla morte delle foreste, l’industria ha adottato filtri migliori. L’atmosfera è quindi tornata ad essere più trasparente e l’irraggiamento solare dalla Terra ha riacquistato intensità. Contemporaneamente sono stati emessi più gas a effetto serra, e la temperatura dell’aria è aumentata rapidamente. Con il ritiro dei ghiacciai dei laghi sono spariti (Mattmark) o rimpiccioliti (Märjelen, Gorner), ma ne sono nati anche dei nuovi, alcuni dei quali hanno esondato. Sono bellezze pericolose.
Cifre e scenari
Negli ultimi anni, lo studio del sistema climatico ha compiuto progressi enormi. La combinazione di modelli di calcolo altamente sviluppati, informazioni territoriali digitalizzate e tecniche di rilevamento di precisione terrestri e con assistenza satellitare ha rivoluzionato del tutto e per tutto le geoscienze e la ricerca glaciologica. Con grande affidabilità, oggi è quantitativamente documentato il fatto che, con pochissime eccezioni (p. es. il Karakorum), i ghiacciai e le cupole di ghiaccio minori della Terra perdono rapidamente superficie e volume. Oggi, nel mondo, i ghiacciai perdono il loro spessore tre volte più in fretta rispetto al 1980. Nel 2013 la superficie totale dei ghiacciai alpini è stimata in circa 1700-1800 chilometri quadrati e il loro volume in circa 80 chilometri cubi. Dall’epoca della fondazione del CAS, il ghiaccio ha ridotto chiaramente il proprio volume di oltre la metà. Dalla fine del millennio, la superficie ghiacciata si riduce in media di circa 40 chilometri quadrati all’anno, mentre il volume del ghiaccio cala di 2 chilometri cubi.
Da sola, la torrida estate del 2003 sciolse nel giro di pochi mesi il 5-10% del volume di ghiaccio allora presente. Calore e aria secca avevano sollevato molta polvere, che ha finito per depositarsi anche sui ghiacciai. Questo aveva reso le superfici gelate più scure, e quindi maggiormente sensibili all’irraggiamento solare. Nelle zone ormai libere dal ghiaccio si andava formando un crescente numero di nuovi laghi (p. es. Gauli, Kühboden, Palü, Rhone, Trift).
In un futuro non lontano, l’influsso umano sul clima assumerà un ruolo vieppiù dominante. Nelle Alpi e in molte altre simili regioni di montagna della Terra, le presenze di ghiaccio significative sono destinate a rimanere ancora solo per pochi decenni: una nozione, questa, che già era stata derivata dai modelli di calcolo degli anni Novanta. Nuove simulazioni la confermano; ciò che è ancora incerto, è quanto durerà. Da un canto perché, ora come allora, non si sa con precisione quanto grandi siano le riserve di ghiaccio; dall’altro poiché occorre lavorare con scenari climatici diversificati. Tuttavia, anche considerando uno scenario moderato, verso la seconda metà del secolo anche i grandi ghiacciai come l’Aletsch sono destinati a frammentarsi e quindi sparire rapidamente.
Pianificare per nuovi paesaggi
Recentemente, l’Università di Zurigo ha sviluppato un modello digitale ad alta risoluzione senza ghiacciai delle regioni svizzere d’alta montagna: una prima mondiale assoluta. Sulla base di rilevamenti radar e dei principi fondamentali della fisica, a partire dalla topografia superficiale si calcola lo spessore del ghiaccio e quindi il letto del ghiacciaio. Grazie a questi dati è possibile stimare come evolverà in futuro il paesaggio d’alta montagna. Nelle Alpi svizzere si formeranno probabilmente diverse centinaia di nuovi laghi, molti dei quali saranno piccoli e avranno vita breve. In zone più pianeggianti dei ghiacciai di valle, come Aletsch, Corbassière, Gorner o Otemma, dei laghi con volumi più significativi potrebbero invece nascere o venir contenuti artificialmente.
I nuovi laghi potrebbero in parte compensare la perdita di attrattività dovuta alla scomparsa dei ghiacciai, sono interessanti a fini idroelettrici e, in estati calde e secche potrebbero svolgere un loro ruolo nell’ambito dell’approvvigionamento idrico. Rimangono tuttavia pericolosi poiché la loro posizione li vede sempre ai piedi di grandi e ripidi versanti. Con l’assenza della pressione del ghiaccio e il rinvenimento del permafrost, importanti franamenti e ondate di piena fino a valle si farebbero vieppiù probabili. Oggi questo pericolo è ancora ridotto, ma destinato ad aumentare e a protrarsi per lunghissimi periodi: i ghiacciai, infatti, non torneranno tanto presto.
Analizzare opportunità e rischi
Non sarà dunque possibile lasciare semplicemente i nuovi laghi a se stessi. Occorre trovare combinazioni ottimali in relazione a protezione del paesaggio, trattenimento delle esondazioni, sfruttamento idroelettrico e approvvigionamento idrico. Un’attenta analisi di opportunità e rischi è iniziata. Nel 1863, alla sua fondazione, il CAS si era prefisso il promovimento dell’alpinismo e l’esplorazione dello spazio alpino. Nell’ambito della riflessione e della discussione sull’approccio ai rapidi mutamenti del mondo d’alta montagna, quello che lo attende è di nuovo un ruolo altamente attivo.