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L'immagine e la parola (parte della Primavera locarnese) è stata concepita quest'anno secondo la formula nuova che prevede un co-curatore: insieme a Carlo Chatrian, lo scrittore Emmanuel Carrère ha indicato i suoi desideri su film e ospiti da incontrare.
Tra essi il recentissimo premio Oscar per il miglior film straniero Pawel Pawlikowski, un autore dalla carriera particolarmente sfaccettata e interessante, di cui Carrère ha voluto proporre tre titoli: la fiction Ida (2013), i documentari Dostoevski's Travel (1992) e Serbian Epics (1992). A margine di quest'ultima proiezione, i due hanno dato vita a una conversazione col pubblico.
La mattina successiva siamo andati a incontrarlo e, a dispetto delle voci su una certa ritrosia nei confronti dei giornalisti, abbiamo trovato un interlocutore affabilissimo, generoso nel raccontarsi e capace di esprimersi in un italiano perfetto.
L'intervista inizia con qualche considerazione sulla musica: il regista l'ha indicata non solo come la sua prima passione, ma anche come un elemento fondamentale nella concezione dei suoi film:
Cinque documentari, poi quattro film di finzione molto diversti tra loro in circa venticinque anni di carriera. Il suo lavoro non è incessante e soggetto a schemi come quello di altri colleghi (durante la conversazione con Carrère ha citato Rohmer e Mike Leigh come esempi di stile registico riconoscibile):
I temi dei suoi film di finzione più noti fanno pensare a un certo interesse per personaggi giovani che vanno in cerca di qualcosa. Riconosce questi o altri fili conduttori?
Impossibile però non delineare un prima e dopo Ida. Il film premiato con l'Oscar lo ha messo nella carta geografica dei registi mondialmente conosciuti, mentre prima era un autore per appassionati e specialisti:
La cosa particolare del suo lavoro è la divisione rigorosa tra documentari e finzione. Fino a un certo punto si è dedicato ai primi per conto della BBC, poi ha smesso completamente.
Il suo primo film in assoluto nasceva da una vera e propria ossessione letteraria.
Uno dei film mostrati a Locarno, Serbian Epics, è un buon esempio del suo stile molto personale. Nel 1992, durante l'assedio di Sarajevo, è in Bosnia per girare quello che alla BBC presenta come "un documentario sulla poesia orale dei Balcani". In realtà uno dei protagonisti è Radovan Karadzic, famigerato leader dei serbi di Bosnia. Il film poi in patria suscita un polverone, perché Pawlikowksi ha avuto accesso a luoghi e persone che i cronisti del conflitto non hanno potuto raggiungere:
Tra i tanti temi interessanti usciti dalla chiacchierata locarnese Pawlikowksi-Carrère c'è quello dell'approccio alla creazione artistica: la via "alla Carrère" prevede una partecipazione in prima persona dell'autore, quella prediletta dal regista polacco è per così dire più introversa:
Infine un'ultima domanda legata agli affetti familiari: scherzando, durante la discussione, ha detto che non prova grande interesse nel rispondere ai giornalisti. Si tiene per le domande dei suoi figli. E allora lo abbiamo salutato parlando di loro.
mz