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di Emiliano Bos
Partiamo dall’inizio. Settembre 2015, ai piedi di Capitol Hill, la collina del Congresso di Washington. Donald Trump fende un nugolo di giornalisti protetto dalle sue nerborute guardie del corpo. Inevitabili sgomitate e qualche spintone tra fotografi, cronisti e bodyguard. Il candidato repubblicano ha da poco terminato il suo intervento a una manifestazione anti-Iran. Parole di fuoco contro Tehran, il Male Assoluto – così lo definisce – con cui l’amministrazione Obama e altri paesi hanno raggiunto un accordo sulla questione nucleare. Trump si ferma davanti al microfono della RSI. Ma invece di rispondere alla domanda del corrispondente Radio da poco arrivato negli Stati Uniti, apostrofa un giovane collega che pure tende il suo microfono: “Ehi, conosco tuo padre, una persona in gamba. Ma tu dovevi fare proprio il giornalista?”
IL TWEET E LA PANCIA DEL PAESE
Mancava oltre un anno alle presidenziali. “The Donald” – come qui chiamano il re dei casinò e dei reality-show – sembrava un outsider catapultato per caso nella corsa alla Casa Bianca, con scarsissime possibilità di successo.
Tra pochi giorni invece giurerà come 45° presidente degli Stati Uniti.
Era possibile prevederlo? Cosa è accaduto? Come si sta trasformando il paese? Come raccontare queste trasformazioni con la cronaca di un presente che diventa subito storia? Come intercettare gli umori di milioni di americani?