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Alla fine della guerra, la Svizzera ospitava perlomeno 115 mila rifugiati. La maggior parte di queste persone non era di origine ebrea. Nonostante la Svizzera rappresentasse una via di fuga imprevedibile, costosa e rischiosa per gli ebrei perseguitati la cui vita era in pericolo dalla persecuzione nazi-fascista, circa 28mila ebrei vi trovarono rifugio.
Le ricerche approfondite degli ultimi anni hanno permesso di appurare che quasi altrettanti ebrei, 24’500 per l’esattezza vennero invece respinti alle frontiere elvetiche, sia in Ticino che oltre Gottardo. In realtà il numero effettivo di respingimenti deve essere stato più alto, poiché la mancanza di fonti impedisce una quantificazione esatta. La maggior parte di queste persone che vennero respinte alle frontiere elvetiche, venne quasi sempre condannato alla deportazione e alla morte in un campo di concentramento del Terzo Reich.
Per essere più precisi, al fine di comprendere come sia possibile fare questo calcolo, è necessario notare che in Svizzera, 51’129 rifugiati civili che erano entrati illegalmente nel paese furono detenuti in campi di internamento tra il 1 settembre 1939 e l’8 maggio 1945. 14’000 di loro erano italiani, 10’400 francesi, 8’000 polacchi, 3’250 sovietici, 2’600 tedeschi e 2’200 apolidi (ma il numero effettivo di questi ultimi era superiore). C’erano più di 10’000 giovani, oltre a 25’000 uomini adulti e 15’000 donne adulte.
Gli ebrei erano 19’495, mentre quelli di origine ebraica 1’809. Se al numero precedente aggiungiamo le circa 2’000 persone che avevano ottenuto un permesso di tolleranza cantonale, arriviamo a un totale di oltre 53mila cittadini che si sono messi al sicuro nella Confederazione Elvetica. Se consideriamo anche i 7-8mila emigranti, la maggior parte dei quali ebrei, che si trovavano già in Svizzera allo scoppio della guerra, possiamo concludere che durante la Seconda Guerra Mondiale la Svizzera ha ospitato, per periodi che vanno da poche settimane a qualche anno, un totale di circa 60mila civili in fuga dalle persecuzioni naziste; poco meno della metà di questi individui erano ebrei”. (Relazione finale della Commissione Internazionale di Esperti della CEI, Svizzera, Nazionalsocialismo e Seconda Guerra Mondiale, citata sopra, pagina 114).
L’antisemitismo, l’ansia di ‘conformarsi’, l’adulazione e il terrore furino i principi guida dell’approccio del governo svizzero al Terzo Reich in quel periodo. Di conseguenza, le azioni e le politiche messe in atto dalle autorità per i rifugiati si attennero a queste regole almeno fino al momento in cui la sconfitta della Germania nazista divenne una certezza ovvero perlomeno fino all’autunno del 1944. Anche se le voci sull’annientamento degli ebrei circolavano in Svizzera dalla fine del 1941, le frontiere furono bloccate nell’agosto del 1942. Questo nonostante il fatto che ai rifugiati ebrei fosse stato negato lo status di rifugiati politici già nel 1933.
Le autorità svizzere non si preoccupavano molto del destino degli ebrei, nonostante alcuni funzionari e individui svizzeri avessero intenzioni genuine nei confronti del popolo ebraico. Poco meno di seimila ebrei poterono entrare in Svizzera dall’Italia senza incidenti, tra cui 3’800 italiani e più di 1’700 stranieri e apolidi. In Italia lo storico Michele Sarfatti stima che circa 7’500 ebrei italiani persero la vita nei campi di sterminio. Nel 1938 58’412 cittadini italiani erano di “razza ebraica o parzialmente ebraica. Si pensa che la popolazione ebraica in Italia a gennaio 1943 era sceca a circa 33’000 persone. Gli Ebrei respinti al confine ticinese devono essere circa 300, durante il periodo 1943-1944. Mentre gli Ebrei catturati in Italia, al confine con il Ticino, dovevano essere circa 500, quindi complessivamente 800 ebrei non riuscirono a entrare in Ticino.
Sul confine ticinese, dopo l’8 settembre, ci fu una maggiore flessibilità da parte delle autorità svizzere, che erano un po’ meno soggette ai “ricatti e alle pressioni della vicina Germania nazista”. Nonostante sia stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che la decisione della Svizzera di rifiutare l’assistenza a un gran numero di rifugiati fosse motivata da principi tutt’altro che umanitari, la gratitudine espressa da coloro che riuscirono a sfuggire ai nazisti e a salvarsi grazie a “questo piccolo paese coraggioso” fu estremamente sentita.
Tracce di questi sentimenti di “gratitudine per essere ancora vivi” rimasero attaccate alla “memoria personale” dei fortunati ebrei che trovarono rifugio sul suolo svizzero e vennero anche usate per scopi di propaganda da parte delle autorità elvetiche. Queste tracce sono state depositate in diari, lettere, fotografie e nel tempo in memorie, testimonianze e anche produzioni cinematografiche. È comunque palese che queste “positive” testimonianze non rappresentano tutta la situazione, dato che molti, anche se tutt’ora rimasti purtroppo sconosciuti, furono gli ebrei respinti alla frontiera elvetica e condannati alla Shoah.