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Dal celebre racconto di Edgar Allan Poe “Il pozzo e il pendolo”
Il condannato dell’Inquisizione è legato a un giaciglio e vede pendere sopra di sé, dal soffitto della cella, una mezzaluna tagliente e oscillante, che gradualmente si abbassa verso il suo corpo inerme. La sentenza di morte è in fase di esecuzione.
Giù – sempre, incessantemente – sempre inevitabilmente più giù. Affannavo e mi torcevo a ogni vibrazione. A ogni oscillazione mi rattrappivo convulsivamente. Gli occhi seguivano il pendolo nel suo impeto ascendente e discendente con la smania della più insensata disperazione; si chiudevano spasmodicamente al momento della discesa. Benché la morte sarebbe stata un sollievo, oh! quale indicibile sollievo! tremavo in ogni fibra a calcolare quale piccolo abbassamento della macchina poteva ormai bastare a precipitarmi sul petto quell’ascia affilata e lucente. Ed era la speranza che mi faceva tremare in ogni fibra, che mi faceva tirare indietro con tutto il mio essere. Era la speranza che trionfa anche sul patibolo, che parla all’orecchio dei condannati a morte, anche nelle segrete dell’Inquisizione.