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La comunicazione bimodale permette al bambino di esprimersi, di mostrare tutto ciò che capisce, di interagire con il suo mondo, di prendere attivamente alcune piccole decisioni. (©Megan Sottile)
«Ciao ciao» è un gesto che spesso i bambini imparano a fare prima di riuscire a verbalizzare con le parole. Un gesto codificato che tutti riconosciamo e che accogliamo con entusiasmo quando i piccoli iniziano ad imitarlo. Seguono il «sì» e «no» detti con i movimenti del capo e le braccia tese verso l’alto per dire «prendimi». È innata la ricerca di strategie per comunicare già prima che si sviluppi il linguaggio verbale ed è su questo concetto e su numerose ricerche svolte negli ultimi 30 anni che si è sviluppato e diffuso un sistema di comunicazione definito «bimodale» - cioè che utilizza due modalità di comunicazione contemporaneamente, la parola e il segno - che favorisce lo sviluppo della comunicazione e del linguaggio nei bambini e che si rivela particolarmente utile per chi ha delle difficoltà o dei ritardi nello sviluppo dell’espressione verbale. I segni scelti vengono dalla LIS (Lingua italiana dei segni) e il loro ruolo nella comunicazione bimodale è doppio: da un lato sono un appoggio visivo per le parole che, per loro natura, sono effimere e trasparenti, dall’altro diventano una possibile soluzione per chi ancora non riesce a dire le parole ma le sente, le capisce e vorrebbe comunicare. E in questo modo lo può fare con le mani!
La comunicazione bimodale non è uguale alla lingua dei segni, che è a tutti gli effetti un’altra lingua con regole sintattiche e grammaticali diverse da quelle del linguaggio parlato e che si è sviluppata, grazie alle comunità dei sordi, in tutto il mondo (diverse zone geografiche = diverse lingue dei segni). Solo alcuni vocaboli vengono presi in prestito dalla LIS per segnare i concetti chiave delle frasi che si dicono ed aiutare così anche i bambini udenti che faticano a parlare. Nei bambini e nelle bambine con sindrome di Down, per esempio, sono frequenti le difficoltà di linguaggio . È piuttosto comune che le prime parole arrivino dopo i due anni e che si debba aspettare fino ai 4 o 5 anni per le prime frasi. Oggi, inoltre, sappiamo che nei bambini con questa disabilità la capacità di comprensione è molto più alta della capacità di espressione.
La comunicazione bimodale permette al bambino di esprimersi, di mostrare tutto ciò che capisce, di interagire con il suo mondo, di prendere attivamente alcune piccole decisioni. E di imparare! Pensiamo a quanti apprendimenti si basano sulle conversazioni, tra bambini e con gli adulti, immaginiamo di sentire e capire gli altri ma di non riuscire, per motivi vari, ad esprimerci a parole. Sarebbe molto frustrante non poter dire ciò che si pensa e ciò che si desidera, potrebbe creare disinteresse, rabbia e tristezza, perfino dare origine a dei comportamenti inadeguati. E se il bambino si adagiasse all’uso dei segni e non si sforzasse più di parlare? Fortunatamente tanti studi hanno dimostrato che questo non avviene, anzi, l’uso della comunicazione bimodale anticipa e arricchisce il linguaggio verbale poiché nel nostro cervello alcune delle aree stimolate per esprimersi con i segni sono le stesse che si usano per esprimersi con le parole. L’esperienza inoltre ci conferma che quando il bambino inizia ad esprimersi a parole, le abbina inizialmente al segno e poi pian piano abbandona quest’ultimo spontaneamente. Nell’attesa di quel momento, abbiamo il privilegio di poter ascoltare i loro pensieri espressi attraverso le mani!
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