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Controcultura o mainstream? Nell'Europa degli anni Quaranta, squassata dalla guerra, erano distinzioni senza molto senso. Eppure è la domanda fondamentale che sorge spontanea di fronte alle strisce di Tove Jansson, eccezionale artista "di minoranza" e creatrice dei Moomin (o Mumin, come sono spesso stati chiamati in lingua italiana), una delle strisce europee più famose al mondo, e senza dubbio la più nota mai uscita dal mondo non esattamente conosciutissimo del fumetto finlandese.
Oggi i Moomin sono mainstream mondiale, quella famiglia di ippopotami è presente su migliaia di prodotti in mezzo mondo, ma fino agli anni Novanta il fenomeno era rimasto circoscritto al nord Europa. Poi, la deflagrazione: viene prodotta una serie animata (non la prima, certamente la più nota) in Giappone, i Mumin diventano strafamosi in oriente, e simbolo della Finlandia esportato in tutto il globo. A cascata, arrivano tonnellate di merchandising e la creazione di un parco tematico simil-Disneyland in quel di Naantali, 200 chilometri a est della capitale Helsinki. Un boom malsopportato dall'anziana signora Jansson (morta nel 2001 a ottantasei anni) e fortemente voluto dalle nuove generazioni della famiglia, capace di produrre materiale di largo consumo (perfino scarpe!) che poco o nulla ha a che fare con i capolavori a fumetti disegnati tra gli anni Quaranta e Cinquanta.
L'origine dei Mumin è in effetti letteraria, e in un certo senso, dicevamo, controculturale: Tove Jansson scrive il primo racconto fra il 1944 e il 1945, mentre la Finlandia vive momenti difficili, schiacciata tra la potenza sovietica e quella nazista. Il conflitto è realtà già da un lustro: le cosiddette guerre d'inverno e di continuazione contro l'Urss, poi quella lappone contro i tedeschi. L'infanzia spensierata sulle isole del Golfo di Finlandia, passata in compagnia di una famiglia fieramente intellettuale, è per l'autrice solo un lontano ricordo: Lars, il fratello minore, attende la chiamata dell'esercito; Per-Olov, il più piccolo della famiglia, appassionato di filosofia, è già sotto le armi. Il padre scultore e la madre illustratrice faticano a mandare avanti la casa. Un periodo triste, ovvio: serve qualcosa che allontani il pensiero della guerra, della morte. Così appaiono quei piccoli animali simili a ippopotami, disegnati con un tratto sottile, che rappresentano una fantasia escapista per stessa ammissione dell'autrice. Un intero mondo costruito intorno a quello che era solo un disegnino nato in gioventù: Tove lo usava come firma, quel piccolo troll.
Dopo i primi libri e dopo la guerra, nel 1947, riceve da un quotidiano la proposta di trasformare le sue creature in un fumetto. Arriva da un giornale socialista, il Ny Tid ("Tempi Nuovi") fondato dal suo amico Atos Wirtanen, intellettuale di sinistra e membro del parlamento. Il partito di Wirtanen era minoritario all'interno della più larga organizzazione della sinistra finlandese, lui condivideva con Tove passione e ideali politici: non stupisce che i pettegolezzi dell'epoca li ricordino anche come amanti. Ma l'unione più importante per la Jansson sarebbe arrivata poco più tardi: quella con la grafica e artista Tuulikki Pietilä, sua compagna per la vita. Insomma, che si trattasse di personle o politico, Tove Jansson sembrava trovarsi a suo agio “solo con le minoranze”, per citare Nanni Moretti. Non era solo infatti solo una donna socialista e omosessuale, in un momento storico meno tollerante del presente, ma anche una finlandese di lingua svedese (in Svezia rimaneva parte della sua famiglia), che aveva studiato arte all'Accademia di Stoccolma e animava i circoli di artisti modernisti a Helsinki, pur avendo deciso di vivere per la maggior parte del tempo sulla piccola isola di Klovarhun, persa nel golfo di Finlandia.
L'amore di Tove per le minoranze sembra precipitare dentro i fumetti dei Moomin sotto forma di un'idea di empatia e accettazione universale. Ma non solo. Se i racconti sono pensati per i bambini, abbondano livelli di lettura secondi che spesso conducono verso la satira sociale; si trattano poi temi esistenziali difficili, che a qualcuno piacerà chiamare "adulti", anche se con sostanziale leggerezza. Quello dei Moomin è un mondo pacifico, positivo, pur se percorso da una vena di ansia e inquietudine. Dal punto di vista narrativo, alcuni passaggi si avvicinano al non sequitur, con gli eventi che si susseguono senza un chiaro rapporto di causa-effetto, ma la lettura procede fluida. E spesso i significati metaforici abbondano: guardare, per credere, la sequenza in cui Moomin decide di indossare un basco per darsi un'aria da artista, e proprio mentre sta dichiarando "Io voglio solo vivere in pace, piantare patate e sognare", cade in un burrone a causa del cappello che gli impedisce di vedere bene.
Verrebbe da dire, insomma, che non importa se i Moomin sono controcultura o mainstream. Basti sapere – e se ne accorgerà chi volesse recuperare queste strisce meravigliose, fortunatamente disponibili anche in traduzione italiana – che tutto quello che serve nella vita rimane dentro questi racconti universali e senza tempo. Dramma e ironia, vita materiale e sogno, magia, affetto. Leggere e stare bene, è immediato. I Moomin hanno senza dubbio la caratteristica fondamentale che contraddistingue i pochi grandi capolavori a fumetti del Novecento: sono una terapia.
La loro bellezza ha forse oscurato l'altissimo valore del resto della produzione artistica di Tove Jansson, che rimane comunque una delle figure più influenti della cultura finlandese del secolo scorso. Presto un film biografico la ricorderà, e chissà che non riesca a uscire dai confini del nord Europa e arrivare a colpire una nuova generazione di lettori.