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Rinchiuso per decenni nella clinica psichiatrica bernese del Waldau, Adolf Wölfli (1864-1930) è all'origine una delle opere artistiche più sconvolgenti del XX secolo.
Una retrospettiva al Museo d'arte di Berna permette di coglierne tutta la radicalità e di scoprirne le analogie con le sperimentazioni delle avanguardie novecentesche.
Un'infanzia segnata dalla perdita della madre e dalla condizione umiliante di bracciante-bambino, l'esperienza del carcere, la diagnosi di schizofrenia (oggi contestata) e un lungo soggiorno in manicomio: nella vita di Adolf Wölfli nulla sembrava presagire una carriera d'artista.
Nei 35 anni passati nella clinica psichiatrica del Waldau, dalla sua mente e dalle sue mani sgorgò però un'opera artistica multiforme e straordinaria. Forse una fra le opere più importanti del XX secolo, come ebbe a dire il surrealista André Breton.
Oltre 25'000 pagine di parole, disegni, collage, spartiti musicali, che dopo la seconda guerra mondiale fecero di Wölfli uno degli esponenti più importanti della cosiddetta «art brut» (l'arte dei marginali) e più tardi gli aprirono le porte dei musei di mezzo mondo.
Dalla clinica ai musei
Sostenuto nella sua opera titanica dallo psichiatra Walter Morgenthaler, giunto alla clinica del Waldau nel 1907 (Morgenthaler fu l'autore della prima monografia dedicata all'artista, pubblicata nel 1921), Wölfli fu (ri)scoperto nel dopoguerra da Jean Dubuffet, profeta dell'«art brut».
Nel 1972 il curatore svizzero Harald Szeemann espose le opere di Wölfli alla «documenta 5» di Kassel, permettendo per la prima volta ad un pubblico internazionale di ammirarne il lavoro in un contesto puramente artistico, senza più legami diretti con il mondo della psichiatria.
«Ci sono opere d'arte prodotte da persone che vivono situazioni esistenziali estreme», osserva Daniel Baumann, curatore della Fondazione Adolf Wölfli di Berna. «Non c'è però un'arte dei malati di mente. C'è l'arte e basta. E Wölfli sta lì a dimostrarlo».
I labirinti del Santo Adolfo
Nessun dubbio su questo, per i visitatori della mostra antologica ospitata nelle sale del Museo d'arte di Berna. Costruita su un percorso cronologico, l'esposizione permette un'immersione in profondità nell'universo di Adolf Wölfli, che si rivela di una ricchezza e di una radicalità da mozzare il fiato
«Come tutti gli artisti, Wölfli era una spugna che assorbiva tutti gli stimoli provenienti dell'ambiente circostante e li traduceva nella propria lingua personale», spiega Daniel Baumann. Una lingua costruita su un uso parimenti estremo dell'ornamento (elemento di sicurezza, secondo Baumann) e del racconto (elemento di pericolo).
L'artista traeva gli stimoli da riviste, libri, atlanti, cartoline, relazioni di viaggio e da altri materiali giunti fra le mura della clinica dal mondo esterno e li rielaborava ai fini di un obiettivo titanico: la reinvenzione della vita e del mondo.
Le pagine vergate da Wölfli durante la sua permanenza in manicomio, protrattasi fino alla morte, sono infatti un atto di creazione in senso proprio, «la creazione gigantesca di Sant'Adolfo», un progetto di riscrittura del passato e del futuro, una fuga da un'esistenza durissima verso un universo nuovo, pantagruelico e rutilante.
Specchio del mondo
Eppure in quell'universo, nato dentro una cella del Waldau, rieccheggiano le voci, i suoni, le inquietudini dell'epoca in cui Wölfli si trovò a vivere. La fuga è alla fin fine un percorso che riconduce al mondo, che lo rispecchia e lo intende in modo nuovo, cogliendone verità nascoste e inquietanti.
Non stupisce perciò che nel lavoro dell'artista bernese ci si trovi all'improvviso di fronte a temi e suggestioni che ricordano i percorsi di ricerca artistica delle avanguardie novecentesche.
Il caso più sorprendente è l'immagine del barattolo di zuppa di pomodoro Campell, resa nota da Andy Warhol all'inizio degli anni Sessanta, ma che Wölfli aveva già usato in un collage del 1929!
«Come molti altri artisti del Novecento, Wölfli aveva un enorme interesse per la forza delle immagini, anche di quelle prodotte al di fuori del mondo artistico», osserva Baumann. Il suo lavoro continua però a rimanere enigmatico e irritante. Bracciante incolto, cresciuto lontano da ogni accademia, Wölfli si erge da pari a pari di fronte ai maggiori artisti del secolo scorso.
«Noi abbiamo elaborato un discorso sistematico sulla storia dell'arte, abbiamo definito i canoni del dadaismo, del surrealismo. Ma accanto a tutto questo c'è un Wölfli, che mette in discussione tutte le nostre teorie e pone con forza la domanda: Cos'è l'arte?»
swissinfo, Andrea Tognina
In breve
La mostra «L'universo di Adolf Wölfli» al Museo d'arte di Berna rimarrà aperta fino al 10 maggio 2008.
Nello stesso periodo il museo ospita anche un'esposizione di opere provenienti dalla collezione dello psichiatra svizzero Walter Morgenthaler, dal titolo «Der Himmel ist blau» (il cielo è blu).
Adolf Wölfli
Adolf Wölfli nasce il 29 febbraio del 1864 a Bowil, un villaggio dell'Emmental (canton Berna) e cresce in condizioni di estrema povertà. Il padre lascia la famiglia attorno al 1870, la madre muore nel 1874. Fin da bambino Adolf si guadagna da vivere come bracciante agricolo.
Le prime relazioni sentimentali falliscono per motivi sociali. Nel 1890 Wölfli è condannato a due anni di penitenziario per un tentativo di stupro. Dopo un secondo episodio di violenza carnale nel 1895 è inviato nella clinica psichiatrica del Waldau, dove gli viene diagnosticata una schizofrenia.
Rinchiuso nella clinica, attorno al 1899 Wölfli inizia a disegnare (i primi disegni conservati risalgono al 1904-1905). Nel 1907 giunge al Waldau lo psichiatra Walter Morgenthaler, che negli anni di permanenza nella clinica, fino al 1920, sosterrà la sua attività artistica.
Nel 1909 Adolf Wölfli inizia a lavorare alla sua autobiografia fittizia, «Dalla culla alla tomba» (ca. 3000 pagine), che termina nel 1912. Tra il 1912 e il 1916 realizza i «Quaderni geografici e algebrici» (3000 pagine), in cui descrive la nascita della «creazione gigantesca di Sant'Adolfo».
Tra il 1917 e il 1922 Wölfli redige i «Quaderni con canzoni e balli» (ca. 7000 pagine), una celebrazione musicale della sua creazione. Negli anni seguenti lavora ai «Quaderni-album con balli e marce» (5000 pagine) e alla «Marcia funebre» (ca. 8000 pagine). Muore il 6 novembre del 1930 per un cancro allo stomaco.