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A gennaio dello scorso anno, il World Economic Forum ha pubblicato i risultati di un’indagine sulla mobilità sociale, ovvero il passaggio di un individuo o di un gruppo da uno status sociale ad un altro e il livello di flessibilità nella stratificazione di una società.
Nello studio sono state valutate 82 economie globali in base alle loro prestazioni su cinque dimensioni chiave della mobilità sociale e distribuite su 10 pilastri: salute, educazione, tecnologia, lavoro, protezione e istituzioni.
Nello studio si sostiene che le economie con una maggiore mobilità sociale forniscono opportunità più equamente condivise, e cioè indipendentemente dal contesto socioeconomico, dalla posizione geografica, dal genere o dall'origine. In poche parole: quanto più l’accesso ai servizi e l’opportunità offerta in ciascun settore sono distribuiti in modo equo, quanto più la società viene considerata mobile. Inoltre, sembra esistere una relazione diretta e lineare tra la disuguaglianza di reddito di un paese e il suo punteggio di mobilità sociale nell'indice: le possibilità di una persona dipendono sempre più dallo stato socioeconomico della sua famiglia e dal suo luogo di nascita.
Nell’indagine il primo posto di mobilità sociale viene assegnato alla Danimarca, seguita da Norvegia, Finlandia, Svezia e Islanda (tutti paesi nordici). A completare i primi dieci seguono Olanda, Svizzera, Austria, Belgio e Lussemburgo.
Alcuni dei risultati più interessanti che sono emersi dall’indagine sono che pochissime economie hanno le condizioni giuste per favorire la mobilità sociale e di conseguenza le disuguaglianze di reddito si sono radicate (basti notare che nelle principali economie sviluppate e in via di sviluppo il 10% più ricco ha quasi 3,5 volte il reddito del 40% più povero). Inoltre, per garantire una mobilità sociale efficiente, le economie devono focalizzarsi sul miglioramento di tre dimensioni: salari bassi, protezione sociale e sistemi di apprendimento: soprattutto le opportunità di educazione e apprendimento devono essere potenziate per migliorare la mobilità sociale.
I dati relativi alla Svizzera, che si classifica in settima posizione nell’indice della mobilità sociale, sono piuttosto incoraggianti, seppur con un margine di miglioramento. Per quanto concerne la dimensione della salute, la Svizzera si piazza in seconda posizione, in terza per le istituzioni, quinta per l’accesso alla tecnologia e in nona per l’accesso all’educazione e le condizioni lavorative. Ottimo il risultato ottenuto per il “life long” learning: prima posizione.
Meno bene per quanto concerne la distribuzione equa del salario (13°), la protezione sociale (15°) e la qualità e l’equità dell’educazione (20°).
In generale, una società con scarsa mobilità sociale è poco efficiente e iniqua: i talenti non avranno la possibilità di migliorare la propria condizione sociale e, di conseguenza, la posizione sociale di arrivo non dipende dall’impegno individuale, bensì dalle origini sociali.
Infine, dall’indagine del WEF si evince che se i paesi dovessero aumentare il loro indice di mobilità sociale di 10 punti, ciò comporterebbe un'ulteriore crescita del PIL del 4,41% entro il 2030 oltre a vasti benefici per la coesione sociale: un’opportunità che bisognerebbe cogliere.