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Politica “delle cose” o “dell’apparire”?
I dibattiti tra Nixon e Kennedy: uno spunto estivo sul rapporto fra politica e televisione
Nicola Pini
(pubblicato su ACCENT, Ausgabe 03/09)
Se idealmente l’estate, soprattutto nella sua cristallizzazione vacanziera, meriterebbe di essere consacrata a letture che esulino, almeno in parte, dai ritriti ambiti occupati durante il resto dell’anno, nella pratica mi rendo invece conto di come il leggero rallentamento della vita lavorativa caratteristico del periodo permetta di approfondire alcuni temi cari. Ecco perché, dovendo consigliare una lettura estiva ai miei colleghi di Gioventù liberale radicale, il mio pensiero corre verso un agile saggio consacrato alla vittoria elettorale di John Fritzgerald Kennedy e, più in particolare, verso il capitolo dedicato alla serie di dibattiti televisivi tra JFK, futuro presidente, e il suo avversario Richard Nixon.
Il capitolo segnalato racconta una vera e propria rivoluzione nella politica americana dovuta, principalmente ma non esclusivamente, allo sviluppo tecnologico e, più in particolare, della televisione, che negli anni Sessanta raggiungeva il salotto di nove famiglie su dieci. Per la prima volta, in effetti, nelle presidenziali statunitensi fa capolino il dibattito televisivo che, volente o nolente, ha subito un notevole impatto: indipendentemente dalla condivisione o meno dell’altisonante tesi di White – secondo il quale i confronti televisivi fra i due candidati ribaltarono le sorti della campagna elettorale portando Kennedy alla Casa Bianca – l’importanza politica dei quattro dibattiti diffusi dalla televisione americana è provata dal fatto che sono stati seguiti, in media, da 65/70 milioni di spettatori.
Ad ogni modo, lo scontro fra i due candidati alla presidenza segnala il ruolo chiave che la televisione può assumere nell’ambito di un confronto dialettico: se i sondaggi formulati a partire da persone che hanno ascoltato il dibattito alla radio concludono sostanzialmente un pareggio, quelli effettuati a partire da coloro che hanno visto lo stesso dibattito alla televisione non lasciano il minimo dubbio sulla vittoria di JFK. Theodore H. White spiega e argomenta questa sopraffazione televisiva, frutto di molti fattori, quali l’abilità retorica e comunicativa, la preparazione fisica ed estetica al dibattito, l’atteggiamento assunto durante lo stesso… Un’enumerazione volutamente succinta allo scopo di invogliare il lettore a percorrere il capitolo, non solo per capire alcune ragioni alla base della vittoria di Kennedy, ma anche – on ne sait jamais! – per trovarci un qualche utile consiglio in vista di una futura partecipazione a Arena, Infrarouge o Democrazia diretta! Dopo la sua attenta analisi dei quattro dibattiti tra Kennedy e Nixon, White conclude che l’introduzione del dibattito televisivo ha in quell’occasione sminuito – e non favorito – l’approfondimento tematico davanti alla popolazione, essendo la discussione ridotta ad un mero incontro di tennis intellettuale dove la riflessione e il ragionamento non trovano spazio. Di conseguenza, al centro della scelta dell’elettore non sono stati i temi, ma l’immagine veicolata dai due candidati: in breve, il popolo americano ha scelto il proprio presidente tra due portrait, tra due modi di condotta durante uno sforzo, basandosi quindi soprattutto sulla componente emozionale, istintiva, tribale, riducendo così l’elezione del presidente degli Stati Uniti alla scelta personale e sentimentale di un capo.
Pur riconoscendo qualche merito all’introduzione del dibattito televisivo, capace ad esempio di favorire la democratizzazione della discussione politica, la conclusione di White, seppur datata 1961, risulta essere a mio avviso di un’attualità disarmante: Blocher, sfruttando l’emotività sugli schermi di Arena ha conquistato il Consiglio Federale, mentre in Ticino la RSI, per garantire un dibattito televisivo accettabile, deve varare una carta dei dibattiti…altro che Nostradamus!
Referenza: Theodore H. White, La victoire de Kennedy – Comment on fait un président, Parigi, 1961; in particolare il capitolo 11, “Deuxième round: les débats télévisés”, pp. 354-373