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È stato contrastato con forza sia dalla Cina che dalla Corea del Sud l’annuncio con il quale il governo di Tokyo ha dichiarato che avrebbe rilasciato nell’Oceano Pacifico più di 1 milione di tonnellate di acqua contaminata dalla devastata centrale di Fukushima.
Annuncio arrivato circa tre mesi prima dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 (già posticipati) con alcuni eventi sportivi programmati a meno di 60 chilometri dalla centrale nucleare.
In molti si chiedono se il Giappone voglia contaminare il mare in modo studiato o meno. A detta del primo ministro Yoshihide Suga, il rilascio dell’acqua contaminata in mare è l’opzione più realistica e inevitabile per ottenere la ripresa di Fukushima. Il lavoro del rilascio dell’acqua diluita durerà due anni e l’intero processo di smaltimento richiederà decenni.
Dieci anni fa un terremoto di magnitudo 9 causò l’interruzione dell’energia elettrica alla centrale di Fukushima dopo l’abbattimento delle linee elettriche. 50 minuti dopo, uno tsunami con onde alte 40 metri sommerse e spazzò via i generatori di emergenza. La conseguenza fu che le pompe che mandavano in ricircolo l’acqua di raffreddamento si disabilitarono, facendo surriscaldare e sciogliere tre nuclei dei reattori che dopo aver rilasciato un’alta quantità di vapore radioattivo nell’ambiente, alla fine esplosero.
La Tokyo Electric Power Co. (TEPCO), proprietaria e gestore dell’impianto, prevede che occorrano altri 30 anni di lavoro per recuperare il combustibile non danneggiato, rimuovere i detriti di combustibile fuso risolidificato, smontare i quattro reattori e smaltire l’acqua di raffreddamento contaminata, con un costo di disattivazione stimato superiore agli 80 miliardi di dollari.
La rimozione dei detriti di combustibile e lo smaltimento dell’acqua contaminata, rappresenta la sfida più difficile.
La TEPCO ancora oggi non ha una conoscenza precisa di quello che è successo al combustibile fuso, e il trattamento di rimozione degli elementi radioattivi dell’acqua prima che questa venga rilasciata in mare, non rimuove il trizio, un isotopo di idrogeno radioattivo che ha un tipo di reazione nucleare (chiamato decadimento beta) con il quale si trasforma in un altro elemento chimico che rilascia particelle subatomiche ionizzanti. Anche la pioggia e le acque sotterranee che filtrano quotidianamente devono essere nuovamente filtrate per rimuovere gli isotopi nocivi.
TEPCO ha affermato che farà fatica a compiere progressi nella disattivazione dell’impianto se dovrà continuare a costruire serbatoi di stoccaggio. L’acqua radioattiva aumenta di circa 140 tonnellate al giorno e attualmente viene immagazzinata in più di mille serbatoi. Lo spazio del sito si esaurirà intorno al prossimo autunno.
Gli esperti dicono che il trizio è dannoso per l’uomo solo in grandi dosi e che diluito con l’acqua trattata non presenta rischi scientificamente rilevabili. Esiste un consenso tra gli scienziati sul fatto che l’impatto sulla salute è minuscolo. L’industria della pesca locale però, non vuole accettare un’altra crisi ambientale. Le comunità dei pescatori sono convinte che il rilascio dell’acqua contaminata annullerà le fatiche di un decennio per aver riconquistato la fiducia dei consumatori nei loro prodotti.
La Cina ha denunciato il piano come “irresponsabile”, accusando il Giappone di aver raggiunto la decisione senza il dovuto rispetto. “Questo approccio è estremamente irresponsabile e danneggerà gravemente la salute e la sicurezza pubblica internazionale e gli interessi vitali delle persone dei paesi vicini”, ha affermato il ministero degli Esteri cinese.
La Corea del Sud ha convocato l’ambasciatore del Giappone, Koichi Aiboshi, esprimendo la sua opinione. Anche Seoul si oppone fermamente e sta considerando di avviare un’azione legale contro il Giappone per la sua decisione presso il Tribunale internazionale per il diritto del mare, nel tentativo di bloccarlo.
Anche i gruppi ambientalisti si oppongono alla decisione del governo giapponese, affermando che l’acqua radioattiva danneggerebbe le persone, l’ambiente e la vita marina. Ma il piano ha il sostegno dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che afferma che il rilascio è simile allo smaltimento delle acque reflue in altri impianti in tutto il mondo.