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Nepalese, Dawa Dachhiri Sherpa è nato all'ombra dell'Everest. Dopo un periodo trascorso in monastero, i casi della vita lo portano a scoprire la gioia di correre in montagna: una passione che l'ha portato fino in Svizzera. Ritratto.
Dawa ci accoglie nel suo appartamento di Chêne-Bourg, nei pressi di Ginevra, dove vive con la moglie. Alle pareti, tanti trofei e fotografie che lo ritraggono in azione tra vette, sentieri e foreste. Sono le 18.30 e il nostro interlocutore è appena rientrato dal lavoro, sul cantiere di una ditta edile. Già: i corridori di ultramaratone non diventano ricchi come i calciatori. Anzi, non diventano affatto ricchi.
«Anche in caso di vittoria, spesso i soldi del premio sono appena sufficienti per coprire le spese della trasferta e dell'alloggio», spiega Dawa. Ma questo non costituisce affatto un problema per una persona che corre per passione, per la gioia di scoprire nuovi orizzonti.
Dall'Everest alle Alpi
Dawa Dachhiri Sherpa è nato il 3 novembre 1969 nel villaggio di Chulemo-Taksindu, nella regione nepalese di Solukhumbu (circa 2'700 metri di altitudine), non lontano dall'Everest. Dopo sette anni trascorsi in un monastero, la morte del padre lo obbliga a cambiare vita. Dawa deve infatti aiutare la sua numerosa famiglia: oltre a lui, la madre, due sorelle e sei fratelli.
Dawa comincia quindi a lavorare come cuoco al seguito di spedizioni di trekking. Contemporaneamente, grazie all'aiuto finanziario di alcuni turisti, riesce a ottenere il diploma di guida alpina.
Nell'ottobre del 1994, la svolta: «Due europei, uno svizzero e un francese, hanno organizzato una corsa in Nepal. In quell'occasione ho conosciuto la mia futura moglie, che più tardi mi ha aiutato a venire in Svizzera per tre mesi, durante i quali ho partecipato ad altre competizioni e mi sono allenato con amici corridori. Nel 1998 mi sono poi sposato e stabilito qui».
Senza dimenticare quanto vissuto in precedenza: «Quello che ho imparato durante gli anni trascorsi in monastero mi aiuta ancora nella vita di tutti i giorni, e persino nella corsa», sottolinea Dawa.
Bicicletta e cantiere
Quella di Dawa per la corsa non è una passione innata. «La mia prima gara è stata quella del 1994. Ero abituato a camminare parecchio, questo sì, ma non correvo di frequente. Ci sono poi voluti ancora un paio d'anni prima di amare davvero questo sport, e ancora di più prima di cimentarmi con le ultramaratone di montagna [gare che superano i 42,195 chilometri]».
L'atleta nepalese non è seguito da un preparatore atletico, né da un dietologo, né da altri tipi di specialisti. Il suo allenamento? «Durante la settimana lavoro nove ore al giorno. Vado e torno con la bicicletta, per un'ora totale di tragitto. Una persona che dopo dieci ore di attività fisica ha ancora voglia di infilarsi le scarpe da corsa, non è del tutto normale!», scherza. E infatti Dawa corre soltanto – si fa per dire – durante il finesettimana.
Per farci un'idea, sul suo sito personale leggiamo il "diario di bordo" di maggio 2009: 2 maggio, gara di 34 km (terzo posto); 3 maggio, 42 km (vittoria); 24 maggio, gara di 80 km (vittoria); 31 maggio, gara di 55 km (vittoria).
Quando si prepara per una competizione importante, come l'Ultra Trail del Monte Bianco, Dawa pianifica una settimana di vacanza: «Lo faccio soprattutto per riposarmi dalla fatica del cantiere e per abituarmi all'altitudine», spiega.
Per quanto concerne la strategia di gara, Dawa è lapidario: «Approfitto della bellezza della natura e corro al mio ritmo, magari discutendo con chi corre al mio fianco. Se mio sento bene, accelero. In caso contrario, rallento».
Il giorno e la notte
In Svizzera, come in Nepal, vi sono tante montagne. Gli chiediamo se tra queste due realtà vi sono alcuni altri punti comuni. «Assolutamente no, le persone sono diverse come il giorno e la notte», risponde ridendo. «Qui la gente è molto più riservata, i rapporti molto più formali. Non si tratta di un giudizio di valore, poiché qui mi trovo bene, ma di una semplice osservazione».
«Quando sono arrivato nella Confederazione, passavo le giornate in casa a studiare il francese. Non avevo alcun contatto, nemmeno con i vicini di pianerottolo. Ricordo di avere detto a mia moglie: se fossi solo e se dovessi morire, non so quando scoprirebbero il cadavere…».
In Nepal, invece, «quando mia moglie cammina accanto a me, dopo un po' è stufa poiché tutte le persone mi chiamano, mi chiedono di bere un tè, mi invitano a casa loro».
Dawa cura diversi progetti umanitari in patria, dove rientra una volta all'anno e organizza una corsa a tappe di tre settimane (circa 30 km al giorno), per fare conoscere la sua regione: il Solukhumbu trail. «Ogni giorno si vedono luoghi nuovi, si conoscono nuove persone. La corsa è condivisione e un bel modo per scoprire il modo», conclude.
Andrea Clementi, swissinfo.ch
Il Monte Bianco di corsa
Tra le molte vittorie di Dawa, spicca il successo del 2003 all'Ultra Trail del Monte Bianco, una delle corse in montagna più impegnative del mondo. La competizione si svolge tra Francia, Svizzera e Italia, con partenza e arrivo a Chamonix.
A titolo di esempio, il tracciato dell'edizione 2010 (partenza il 28 agosto) prevede circa 166 km di percorso e 9'400 m di dislivello positivo. Il tetto massimo è di 46 ore: nel 2003, l'atleta nepalese aveva corso i 153 km in 20 ore, 5 minuti e 59 secondi.
Per poter aspirare a uno dei 2'300 posti disponibili, i corridori devono rispettare determinate condizioni d'iscrizione, segnatamente la partecipazione nell'ultimo anno ad almeno 2 gare da 50 km oppure a una gara da 80 km.
Impegno umanitario
Durante l'anno, Dawa raccoglie fondi per realizzare alcune strutture nella sua regione d'origine. Finora, è stata costruita una scuola per il monastero, un progetto che viene completato di anno in anno; il prossimo obiettivo è la costruzione di un dispensario.Fine della finestrella