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I rendimenti dei titoli di Stato svizzeri sono saliti al livello più alto da dicembre 2014, quando la Banca nazionale svizzera (BNS) ha avviato una politica dei tassi di interesse negativi per indebolire il franco svizzero. L’aumento nel 2022 è stato netto quanto il calo del 2014, nonostante l’assenza di qualsiasi cambiamento di politica della nostra banca centrale o addirittura di commenti in quella direzione. E allora come si spiega questa dinamica? Nel 2014 il rendimento del bond governativo a 2 anni passò da 0% a -1.20% e quello del decennale da 1.20% a -0.20%. Nel corso di questi ultimi anni, i rendimenti delle obbligazioni della Confederazione sono rimasti negativi a parte per alcuni mesi tra il 2018 e il 2019, con il bond a 10 anni che risalì a +0.20%. In questi giorni il rendimento dei prestiti di riferimento per il mercato si situa a -0.11% per il 2 anni e a + 0.86% per il decennale. Ricordiamo che ad inizio 2022 i loro rendimenti erano rispettivamente a -0.77% e a -0.17%. Uno studio recente di Julius Baer mostra come la nostra economia abbia affrontato la crisi del Covid-19 meglio di molti dei suoi vicini, anche grazie alle misure di sostegno fiscale che hanno aumentato il disavanzo pubblico. Tuttavia, il principale motore dell’evoluzione dei rendimenti obbligazionari svizzeri è da collegare al quadro dei rendimenti globali e non ai fattori interni. I rendimenti dei titoli di stato svizzeri sono cresciuti di pari passo con i loro omologhi tedeschi e statunitensi. Data la natura globale dell’aumento dei rendimenti, cosa ha spinto al rilazo i rendimenti tedeschi e statunitensi? Il fattore trainante è chiaramente il passaggio della politica monetaria prevista da ultra-liberale a una qualche forma di “normalizzazione”; le scommesse sulla rapida “normalizzazione” della politica della Federal Reserve sono state il principale fattore di spinta anche per i rendimenti obbligazionari svizzeri. Osservando i tassi a 3 mesi in USD, capiamo subito ciò che sta guidando il forte cambiamento dei rendimenti. Già nel giugno 2020, sotto lo shock deflazionistico dei lockdown da Covid-19, il mercato prevedeva che il tasso di interesse a 3 mesi in USD sarebbe rimasto al di sotto dello 0,5% ben oltre il 2023. A giugno 2021, con la seconda apertura delle economie occidentali, tale aspettativa di tasso è passata all’1% alla fine del 2023. Prima di dicembre 2021, la Fed parlava della fine degli acquisti di titoli e il tasso sui futures per dicembre 2023 saliva all’1,5%. Dato lo shock inflazionistico dei prezzi energetici e ancora più interruzioni della catena di approvvigionamento, l’attenzione della Fed si è ora spostata dal sostegno economico alla lotta all’inflazione, spingendo al rialzo le aspettative sui tassi per la fine del 2023 al 3,5%. Ma per diversi osservatori, le aspettative del mercato di un aumento dei tassi della Fed al 3% e oltre, sarebbero eccessive perché insostenibili e contrari alla realtà economica. Le previsioni di Julius Baer sono piuttosto per un’inflazione statunitense che è destinata a rallentare in estate grazie a un effetto base favorevole – i fortissimi guadagni mensili da aprile a luglio 2021 usciranno dal calcolo – e alla stabilizzazione dei prezzi dell’energia. Con il rallentamento dell’inflazione e della crescita, non vi sarebbe alcun motivo per cui la Fed debba aumentare i tassi ben oltre il livello che considera neutrale, ovvero 2,25%–2,5%. E’ vero che ci sono alcuni argomenti fondamentali per l’aumento dei tassi statunitensi: negli ultimi due anni il governo ha stimolato la sua economia con misure fiscali per un valore pari al 25% del PIL, i salari stanno salendo al ritmo del 6% annuo e l’economia a stelle e strisce sta beneficiando di prezzi più alti nelle materie prime. Nessuno di questi argomenti si applica però all’Eurozona o alla Svizzera. Tuttavia, il mercato monetario sta scontando un rapido aumento dei tassi ufficiali a un livello neutrale anche nell’Eurozona e in Svizzera. L’allontanamento dal denaro ultra-facile, dai tassi negativi, è un processo lungo. Un ritorno a livelli neutri dei tassi sarà probabilmente inevitabile nel tempo e la numero uno della BCE, Christine Lagarde, ha infatti asserito il 22 aprile che «é molto probabile che dovremo alzare i tassi d’interesse nel corso dell’anno». Secondo Julius Baer non vi sarebbe ancora alcun motivo per cui la BCE o la BNS debbano aumentare velocemente i tassi. Anzi, entrambe le banche centrali appianeranno le speculazioni di mercato sui tassi con comunicazioni e decisioni chiare. I rendimenti sono giunti quindi vicini ai massimi? Così sembrerebbe ma per esserne certi dovremo ancora pazientare. Nel frattempo obbligazioni e azioni rimangono sotto pressione con performance al -6.50% per la strategia bond CHF e -8.50% per quella azioni CHF.