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“Chi sia da biasimare non è così chiaro''. Un'alpinista bavarese sopravvissuta alla tragedia dello scorso 30 aprile sulla Haute Route, in Vallese, ha raccontato quei tragici momenti al settimanale tedesco Der Spiegel. Nella spedizione morirono 7 alpinisti, tra loro la guida comasca Mario Castiglioni e la moglie Kalina Damyanova, residenti a Chiasso, dove erano contitolari dell'agenzia 'Mlg', specializzata nella organizzazione di spedizioni in tutto il mondo.
Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, Castiglioni era stato accusato di irresponsabilità da un architetto milanese, mentre il terzo sopravvissuto, un 72enne ticinese, si è trincerato dietro uno strettissimo riserbo. Per quanto è dato sapere, la sua versione risulta agli atti dell'inchiesta della polizia cantonale vallesana che sembra orientata ad archiviare il fascicolo giudiziario. ''Conoscevo Mario Castiglioni come una guida responsabile. Non avendo la possibilità di difendersi, ho deciso di parlare'' dice l'alpinista tedesca che da anni, dapprima con il marito (morto da pochi anni) e successivamente da sola, si rivolgeva a Castiglioni per scalare le montagne.
Quello che la donna ha fornito a Der Spiegel è una ricostruzione minuziosa che inizia dall'incontro a Milano con gli altri partecipanti alla spedizione. L'articolo del settimanale si sofferma sull'alba del giorno precedente la tragedia: ''Alle 5 del mattino del 29 aprile Lisa Hagen (la donna bavarese, ndr) si sveglia in un rifugio a 2'928 metri sopra il mare. Ha dormito poco e non smette di pensare al tempo che farà''. La maggior parte dei sessanta alpinisti presenti nel rifugio ''ha optato per aspettare che la tormenta passasse. L'architetto parlò con un francese sicuro che il tempo sarebbe cambiato rapidamente. Castglioni la pensava diversamente''. Comportamento irresponsabile da parte della guida comasca? Il pensiero della sopravvissuta: ''Gli altri alpinisti hanno preferito eccedere in cautela: questo non vuol dire che la decisione di Mario di continuare fu sbagliata. L'alpinismo conosce poche regole rigide. Questa ambiguità è ciò che rende l'alpinismo così eccitante o terrificante, dipende dalle situazioni. Chi va in montagna deve analizzare i rischi possibili piuttosto che le certezze''.