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La Sezione svizzera di Amnesty International ha attirato l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani nel Delta del Niger, organizzando un’azione di protesta davanti a una stazione di servizio Shell a Berna. Un rapporto dell’organizzazione presentato in Nigeria illustra come le imprese petrolifere inquinano l’ambiente e violano i diritti della popolazione nigeriana. Il governo è incapace di chiedere alle compagnie petrolifere di assumersi le loro responsabilità. Amnesty International indirizza una lettera aperta a Peter Voser, il manager svizzero che dal primo luglio 2009 sarà il nuovo CEO della Shell, chiedendo che l’impresa si assuma finalmente le proprie responsabilità rispetto ai diritti umani in Nigeria.
Nel corso di un’azione tenutasi stamattina davanti a una stazione Shell di Berna, la Sezione svizzera di Amnesty International ha attirato l’attenzione dei clienti Shell sulle violazioni dei diritti umani e l’inquinamento in Nigeria. Sono state distribuite delle cartoline indirizzate al governo nigeriano e al nuovo CEO di Shell, Peter Voser. In una lettera aperta, accompagnata da un’azione on-line, Amnesty International invita Shell a informare in modo trasparente e aperto sulla situazione nel Delta del Niger e ad assumersi finalmente le proprie responsabilità in materia di diritti umani. Delle azioni simili saranno organizzate nei prossimi mesi in Svizzera e nel mondo intero.
Shell e la propria filiale Shell Petroleum Development Company sono le più grosse imprese petrolifere del Delta del Niger. Pur operando in un ecosistema molto sensibile, Shell ed altre compagnie petrolifere non hanno preso delle precauzioni atte ad impedire le conseguenze negative dello sfruttamento petrolifero sull’ambiente. Sono oltre 2000 i siti del Delta del Niger contaminati.
“La situazione nel Delta del Niger è un esempio tipico delle pratiche di un governo che non si assume le proprie responsabilità nei confronti della popolazione e di imprese multinazionali che non si rendono assolutamente conto delle conseguenze sui diritti umani delle loro attività”, ha spiegato Danièle Gosteli, esperta in Economia e Dirittti umani della Sezione svizzera di Amnesty International, in occasione della presentazione del rapporto “Petroleum, Pollution and Poverty in the Niger Delta”.
Il rappporto esamina le fughe di petrolio, la pratica delle torce di gas (il gas è separato dal petrolio e viene bruciato come scarto), lo scarico di rifiuti e altre conseguenze sull’ambiente dell’attività dell’industria petrolifera. La maggioranza delle prove raccolte da Amnesty International sui danni ambientali sono in relazione con l’attività di Shell.
“Le persone che vivono laggiù sono costrette a bere, cucinare e lavarsi con acqua inquinata. Mangiano pesce contaminato dal petrolio e altri prodotti pericolosi. La terra che coltivano è inquinata in modo irrimediabile. Ogni anno, in seguito a centinaia di fughe di petrolio e alle torce di gas, la popolazione respira aria inquinata. La popolazione soffre di problemi respiratori e di lesioni cutanee”, ha aggiunto Danièle Gosteli.
Non esistono altre ricerche sulle conseguenze dell’inquinamento sulla salute, l’ambiente e i diritti umani nel Delta del Niger. Circa il 60% della popolazione locale dipende per la propria alimentazione da un ambiente sano: terre e acque non dovrebbero essere inquinate.
Nel documento presentato oggi, Amnesty International conclude che le regole fissate dal governo nigeriano per l’industria petrolifera sono totalmente insufficenti. “Il governo della Nigeria non si assume le proprie responsabilità: non garantisce alla popolazione del Delta del Niger l’accesso all’acqua potabile, alla salute e a un livello di vita dignitoso”, sottolinea Danièle Gosteli. “Certe aziende petrolifere hanno approfittato dell’incapacità del governo e mostrato un disprezzo scioccante per le conseguenze delle loro attività sugli esseri umani”.
Amnesty International accusa inoltre il governo della Nigeria di lasciare che l’industria petrolifera decida in merito alle rivendicazioni di indennizzo depositate dalle comunità locali, questo nonostante la responsabilità degli abusi ricada sulle stesse aziende.
Il governo nigeriano non però è il solo responsabile. “Quando un governo fallisce nel proteggere i diritti umani, questo non impedisce alle aziende di assumere le proprie responsabilità”, denuncia Danièle Gosteli. “Shell, pur sottolineando pubblicamente di essere un’azienda sociale e rispettosa dell’ambiente, continua a violare i diritti umani. Shell non ha impedito la distruzione dell’ambiente nel Delta del Niger e non è riuscita a ridurre l’inquinamento.”
La popolazione civile e i gruppi armati hanno pure contribuito all’inquinamento del Delta del Niger, danneggiando le infrastrutture e gli oleodotti per rubare il petrolio. Ma la mancanza di informazioni rende difficile valutare l’ampiezza dell’inquinamento.
“Il governo nigeriano vuole mettere fine rapidamente al conflitto nel Delta del Niger” spiega Danièle Gosteli. “Ma riassorbire l’immensa povertà e porre fine al conflitto che continua a rappresentare una minaccia per la regione è quasi impossibile: prima devono essere eliminate le radici profonde del conflitto, tra le quali figura anche la distruzione dell’ambiente. L’impunità per gli abusi causati all’ambiente e ai diritti umani non è più tollerabile. Il governo nigeriano ha bisogno di volontà politica e dei mezzi per obbligare le aziende che calpestano i diritti umani ad assumersi le proprie responsabilità.”