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di Rodolfo Casadei
Quando un atto politico compiuto da persone disarmate e pacifiche vede l’intervento degli agenti della pubblica sicurezza e questo intervento comporta l’uso della forza e danni alle persone e alle cose, per quanto questi danni siano limitati non si può non rammaricarsi dell’accaduto e della ferita inferta alla convivenza civile. Ma l’uso sproporzionato della forza non può in nessun modo mettere in secondo piano il fatto che lo svolgimento di un referendum illegale è un atto sedizioso, e che lo Stato assolve semplicemente ai suoi compiti quando cerca di impedire che venga compiuto un atto di tale natura.
La responsabilità dei disordini che hanno turbato domenica tanti luoghi della Catalogna e del clima di tensione politica che regna in tutta la Spagna ricade principalmente sul Governo autonomista catalano di Carles Puigdemont, che ha forzato il dibattito sul futuro delle Comunità autonome che compongono lo Stato spagnolo imponendo a tutto il Paese la sua decisione di far votare un referendum vincolante avente per oggetto la piena indipendenza della Catalogna. La Corte costituzionale ha dichiarato illegale la consultazione perché vìola la Costituzione spagnola del 1978, che non prevede la possibilità per le Comunità autonome di secedere e che fu ratificata a suo tempo col voto favorevole dell’88,5 per cento di tutti gli spagnoli, percentuale che fra i votanti catalani toccò il 91 per cento. Ma la convocazione referendaria trasgredisce anche le norme dello Statuto di autonomia della Catalogna, perché la legge che ha promulgato il referendum è stata approvata con procedura d’urgenza, senza discussione e senza emendamenti, poche settimane prima del voto, e contravvenendo a uno dei principi fondamentali dello statuto: che una legge elettorale deve essere approvata dai due terzi del Parlamento catalano, cosa che non è avvenuta.
Sorvolando sul fatto che la regione coincidente con l’attuale comunità autonoma catalana è parte costituente del nucleo dello Stato spagnolo da oltre cinque secoli (era parte del regno di Aragona che nel 1479 fu riunito con quello di Castiglia), si è scritto che il diritto dei popoli all’autodeterminazione implica che la Nazione catalana abbia facoltà, se lo desidera, di separarsi dalla Spagna e dichiarare l’indipendenza. In tutte le sedi internazionali, però, il diritto all’autodeterminazione dei popoli è riconosciuto soltanto nel caso di situazioni di colonialismo, grave violazione dei diritti umani, mancata concessione dell’autogoverno. In tutti gli altri casi, una secessione è legittima solo se negoziata e concordata fra il Governo centrale e la nuova entità statale. La Catalogna non è una Nazione vittima di colonialismo (al contrario, ha molto approfittato dei benefici materiali derivanti dal colonialismo spagnolo nelle Americhe), è parte di uno Stato democratico dove i diritti umani fondamentali sono rispettati, e usufruisce di un’ampia autonomia, che le permette di esercitare funzioni di governo in tema di sanità, educazione, comunicazione audiovisiva (esiste una tivù catalana finanziata dal Governo regionale), ecc. La lingua catalana è quella ufficiale della comunità, è insegnata in tutte le scuole e i negozi devono obbligatoriamente esporre insegne in catalano.
L’unico argomento che i catalani possono avanzare per rivendicare la separazione dallo Stato spagnolo, è l’alto residuo fiscale trasferito da Barcellona a Madrid: la Catalogna versa 16 miliardi di euro di tasse allo Stato centrale, e ne vede tornare solo 8. Bisogna però sapere che in Spagna oltre alla Catalogna altre tre comunità autonome versano più di quanto viene loro restituito, e nel caso della Comunità autonoma di Madrid il residuo fiscale è molto più alto: ben 17 miliardi di euro. Mediamente più ricca della Spagna per quanto riguardo il reddito pro capite, i tassi di investimento e quelli di disoccupazione, la Catalogna però non è un modello di buongoverno negli ultimi anni: il debito pubblico catalano, che all’inizio del 2010 era pari al 12,7 per cento del Pil regionale, oggi ha toccato il 35,4 per cento; e coi suoi 76 miliardi di euro è pari a più di un quarto di tutto il debito pubblico delle comunità autonome (mentre la sua popolazione è pari a un sesto di quella di tutta la Spagna).
Negli ultimi dieci anni i Governi catalani che si sono succeduti hanno speso molto per diffondere l’ideale indipendentista, introducendo nelle scuole libri di storia che giustificano la secessione e finanziando realtà della società civile favorevoli all’indipendenza. Mentre secondo i sondaggi nel 2006 i favorevoli all’indipendenza erano solo 13,9 per cento dei residenti, oggi questi sarebbero quasi la metà dell’elettorato. Nulla di tragico è accaduto dal 2006 ad oggi, la crisi finanziaria del 2008-2011 è stata in buona parte superata in tutta la Spagna. I consensi per la secessione sono lievitati grazie soprattutto a una propaganda capillare e a un uso politico della spesa pubblica.
È davvero difficile che la classe politica catalana che ha fatto tutto questo ora sieda al tavolo di un negoziato per un semplice allargamento delle competenze dell’autonomia. Ma è quello di cui molti spagnoli si dicono convinti, scettici di fronte alla possibilità che i catalani vogliano davvero portare avanti un processo unilaterale di indipendenza che provocherebbe la rovina economica della regione. In una Catalogna esclusa dal mercato comune UE e dalla moneta unica, il Pil crollerebbe del 25-30 per cento, il tasso di disoccupazione (attualmente al 13 per cento) raddoppierebbe. Se Madrid e Bruxelles restano sulle loro posizioni, Carles Puigdemont dovrà andare a Canossa.