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Riassunto
Durante la guerra, le autorità tedesche considerarono le importazioni d'elettricità come uno dei principali contributi forniti dalla Svizzera al terzo Reich. Ciò nonostante, questo aspetto delle relazioni tra i due paesi è stato ignorato. Il presente studio si prefigge di esaminare i problemi che solleva.
Tra l'inizio degli anni Trenta e la fine della guerra, la produzione di elettricità aumentò considerevolmente sia in Svizzera (+ 90%) sia in Germania (+ 173%) (capitolo I.1). Ora, gli impianti idroelettrici permettevano la produzione, a bassi costi supplementari, di eccedenze che le compagnie svizzere potevano esportare. Grossi gruppi d'influenza, attivi già nel periodo tra le due guerre, difesero durante il secondo conflitto mondiale gli interessi degli esportatori di elettricità presso l'amministrazione federale. Queste cerchie insorsero contro la nomina del socialista Robert Grimm a capo della sezione energia in seno all'economia di guerra. Nel febbraio del 1941, esse ottennero che per l'elettricità fosse costituita una sezione speciale, diretta da Florian Lusser, già direttore dell'ufficio federale dell'economia elettrica (capitolo I.5). Tra il 1895 e il 1941 erano state costruite sul Reno sette centrali elettriche (Rheinkraftwerke), sfruttate congiuntamente dalla Svizzera e dalla Germania. Ciò indusse una stretta collaborazione - commerciale e istituzionale - tra i due paesi. Fino all'inizio della guerra, la Germania era autosufficiente, ma il forte aumento dei consumi doveva presto rivelare l'insufficienza produttiva dei suoi impianti, prevalentemente termici. Così, il Reich divenne il principale cliente di corrente elettrica svizzera.
L'enorme bisogno di capitali per la costruzione di centrali elettriche motivò in tutta l'Europa la costituzione di società specializzate nel finanziamento di tali opere: le finanziarie dell'elettricità. In Svizzera, le società finanziarie furono sempre importanti; esse garantirono il 10% ca. degli investimenti svizzeri all'estero (capitolo II). Per tradizione, in queste società si mescolavano capitali svizzeri e tedeschi. Negli anni Venti, la crisi della riconversione portò a un ridimensionamento dell'influsso tedesco sulle finanziarie svizzere. La ridistribuzione dei rischi in seguito alle diverse crisi economiche fece aumentare gli investimenti in altri paesi; parecchie restrizioni commerciali limitarono inoltre i movimenti di capitali verso la Germania. Nel 1939, le partecipazioni del Reich nelle cinque maggiori finanziarie svizzere (5,1%), erano nettamente inferiori a quelle della Francia (9,4%) e soprattutto dell'Italia (27,4%) (tabella 3). Ciò nondimeno, i legami tra le finanziarie svizzere (soprattutto Elektrobank e Motor-Columbus) e le compagnie elettriche delle regioni di frontiera tedesche rimasero notevoli. Le Rheinkraftwerke, la cui capacità produttiva si situava tra 1,7 e 2 mia. di kWh, furono parzialmente finanziate da quelle società. Il 20-25% ca. del capitale delle compagnie elettriche del Baden rimase in mani svizzere. Il consumo di elettricità di questa regione risultava quindi molto legato al capitale e ai produttori svizzeri.
Il totale delle esportazioni di elettricità aumentò, fino al 1940, sia in rapporto alla produzione sia in termini reali. Nel corso della crisi degli anni Trenta, la produzione crebbe più in fretta del consumo interno, permettendo di aumentare l'esportazione verso il Reich da 235 mio. di kWh (1932) a oltre un miliardo (1940). Questa forte crescita seguì la firma, nel 1934, di un accordo di clearing germano-svizzero che non contemplava nessun contingentamento delle esportazioni di energia elettrica (capitolo IV). Il terzo Reich divenne così il primo cliente delle compagnie elettriche svizzere, scavalcando la Francia, le cui importazioni diminuirono per effetto congiunto della crisi e della svalutazione. La costruzione di nuove centrali sul Reno e l'annessione dell'Alsazia nel 1940 rinforzarono la tendenza in atto. Da questo momento in poi, fino alla fine della guerra, le esportazioni presero a calare, mentre la produzione svizzera continuò ad aumentare. Le sole Rheinkraftwerke fornirono, dal 1938 al 1944, tra il 33 e il 48% delle esportazioni svizzere totali in Germania (tab. 9). I grandi produttori privati, come le Aarewerke e soprattutto l'ATEL (19-35%) occupano anch'esse un posto di rilievo (tabella 14). Queste grandi compagnie e le società finanziarie che le controllavano fecero registrare buoni risultati durante tutto il periodo bellico (capitolo III.3.4).
I principali fruitori di queste esportazioni di corrente furono le filiali delle ditte svizzere situate nella Germania meridionale (capitolo III.4). Tra il 1938 e il 1944, la società elettrochimica Lonza di Waldshut consumò da sola il 34% delle forniture alla Germania di elettricità prodotta in Svizzera. Il resto fu assorbito da grandi distributori tedeschi (Badenwerk e RWE), che lo distribuivano nella regione di Rheinfelden, soprattutto alla filiale dell'AIAG., la produttrice svizzera di alluminio. I rapporti organici che univano la Lonza all'ATEL tramite la Motor-Columbus, da un lato, l'AIAG, al Credito Svizzero ed ai produttori Kraftwerk Laufenburg AG (KWL) e Kraftübertragungswerke Rheinfelden AG (KWR), dall'altro, spiegano come mai gran parte delle esportazioni venissero assorbite dalle filiali citate. In effetti, la Lonza di Waldshut e l'AIAG di Rheinfelden consumavano da sole più del 50% delle forniture di energia elettrica svizzera alla Germania. Quanto alle aree industriali di Waldshut e di Rheinfelden, dove risiedevano anche ditte del calibro di Degussa e IG Farben, assorbivano l'80-90% delle esportazioni svizzere.
Le forniture svizzere di elettricità alla Germania furono inserite nei negoziati economici bilaterali (capitolo V); l'accordo del 9 agosto 1940 manteneva il volume d'esportazione a ca. 1 mia. di kWh. Queste esportazioni erano considerate la contropartita delle forniture di carbone tedesco (capitolo V.1). È chiaro che l'insieme delle prestazioni svizzere in favore della Germania (crediti clearing, vendita di armi, servizi finanziari, transito) «garantiva» le importazioni di carbone. Motivi strategici, economici e tecnici rendevano però particolarmente gradite ai tedeschi le forniture di elettricità. Nel 1943, queste contribuirono in modo preponderante a far desistere la Germania dal lanciare un'offensiva economica contro la Confederazione. Nuovi accordi garantirono in seguito la continuità delle esportazioni di questo bene.
Sin dal 1933, le autorità naziste avevano dato grande importanza all'elettricità e promosso importanti progetti a forte connotazione ideologica (capitolo VI), cui partecipò anche il noto nazista svizzero Max Leo Keller. Le priorità imposte dalla guerra constrinsero però le autorità ad abbandonare questi progetti, in favore del mantenimento delle strutture esistenti, della costruzione di nuove centrali e dello sfruttamento di quelle dei territori appena conquistati. Ciò spiega come il ristagno delle esportazioni e il rifiuto svizzero di aumentarne il volume, nonostante la crescente domanda tedesca, avessero impedito al Reich d'integrare la Confederazione nel proprio dispositivo di approvvigionamento in elettricità (capitolo VI.2). Risulta quindi fuorviante parlare di Anschluss energetico, come è stato fatto in alcune occasioni. Tuttavia, per certi settori dell'economia di guerra tedesca, le forniture di corrente svizzera furono importanti: il 6% ca. della produzione di carburo (Lonza) e il 10% della produzione di alluminio (AIAG) dipendevano più o meno direttamente dall'esportazione svizzera.
Questo fatto spinse gli Alleati, a partire dalla primavera del 1944, a chiedere l'interruzione delle forniture di corrente al Reich (capitolo VII). La richiesta assunse però una posizione centrale nelle rivendicazioni alleate solo nel settembre seguente, quando le autorità federali decretarono il divieto d'esportare armi. La Svizzera intendeva continuare nello scambio elettricità contro carbone, ma negli ultimi mesi del conflitto tale relazione non funzionò più, rivelandosi addirittura problematica: in teorica, le modifiche degli accordi di clearing del 29 settembre 1944 avrebbero dovuto impedire d'esportare più energia di quanto carbone non si importasse; ora, indipendentemente dal fatto che le forniture di carbone diminuissero considerevolmente, le esportazioni di elettricità continuavano - grazie alla garanzia del transfer, rimasta valida - il che disorganizzava il clearing. Considerandole profittatrici della situazione, le autorità federali e il Vorort definirono le compagnie esportatrici «bambini viziati». Le forniture diminuirono solo a partire dal gennaio 1945 e s'interruppero del tutto il 28 febbraio, alla vigilia dei negoziati Currie.