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di Giuliano Masola. Per parlare di fuoricampisti, o “sluggers” se preferite, occorre innanzitutto sapere cos’è un fuoricampo. La traduzione di “homerun”, infatti trae in inganno, poiché si può giungere direttamente a punto se la palla resta “inside the park”, cioè non supera la recinzione, e il battitore corre “da casa a casa”. Questo secondo tipo è probabilmente più spettacolare, poiché vi è un elemento di rischio per il corridore: la probabilità di essere eliminato prima di toccare il piatto. Guardando le statistiche (in primis quelle del Baseball Almanac) ci si rende conto, come, con l’evoluzione del gioco, degli impianti e delle attrezzature, a fronte dell’incremento dei classici fuoricampo, ci sia stata una progressiva riduzione di quelli interni. In questo caso si annoverano dei veri specialisti: Jesse Burkett “il Granchio”, ne ha realizzati 55 fra il 1890 e il 1905; Sam Crawford 51 (1899-1917), Tommy Leach 48 su 63 in carriera (1898-1918) e Ty Cobb 46 (1905-1928).
Attualmente i gli “homerun inside the park” sono piuttosto rari, ma tante cose sono cambiate dagli inizi del Novecento. La palla, per esempio da “morta” è diventata “viva”, e i giocatori sono sempre di più degli atleti. Il pubblico stesso è diventato sempre più esigente e, una palla che vola fuori dallo stadio fa certamente più notizia ‒ e cassa ‒ di una che resta all’interno. L’inizio del XX secolo è stato un momento di grande cambiamento per il baseball, poiché si è assistito a un rapido superamento dei record precedenti. I primi quattro fuoricampisti, idoli dei loro tempi, hanno raggiunto in carriera valori che oggi non farebbero quasi notizia: 126 HR per Sam Thompson, 124 per Roger Connor, 106 per Mike Tieman e 100 per Dan Brouthers. Di tutti i nomi sopra menzionati, solo quello di Ty Cobb ancora oggi ricorre frequente, soprattutto per la sua aggressività e le sue scivolate che spaventavano anche il più esperto degli interni. Con Babe Ruth è cambiato il mondo del baseball. Lanciatore da record per qualche anno nei Red Sox e battitore favoloso con gli Yankees, penso abbia battuto diversi record fra i divoratori di hotdog, anche se al momento non riesco a fornire le statistiche. Il suo record di 714 fuoricampo ha retto per tanto tempo. Solo Barry Bonds (762) e Hank Aaron (755) hanno fatto meglio di lui. La “caccia Ruth” è stata, e ancora resta per molti, una spinta a superarsi. Ma i fuoricampo non si inventano, anche se negli anni fra il 1998 e il 2001, periodo in cui Sammy Sosa, Mark Mc Gwire e Barry Bonds anche gli steroidi hanno dato una mano (le restrizioni in materia ci sono state successivamente). Questi anni immediatamente a cavallo fra il XX e il XXI secolo, circa 100 anni dopo la fine della “palla morta” ci danno della precise indicazioni: un stato di qualità che ha permesso alla potenza di avvalersi della tecnica, intesa come preparazione anche psicologica. Se all’inizio questo cambiamento è sembrato impercettibile, dagli anni Cinquanta del secolo scorso quando, sotto la spinta dell’ antagonismo USA-URSS, nei paesi dell’Est (Repubblica Democratica Tedesca, in particolare), si avviarono studi e ricerche che portarono a successi sportivi fino a quel momento incredibili. Il giocatore, anche di baseball, non riuscì più, da lì in poi, a vivere di esclusivo talento naturale. L’aumento delle squadre per lega e il conseguente incremento del numero delle partite ha richiesto una maggiore resistenza fisica, unitamente a un ulteriore cambiamento mentale e di prospettiva. Oggi il valore dei giocatori, almeno in America e in Giappone, è molto alto e si fa una particolare attenzione alla loro salute complessivamente intesa. Chi segue le partite di Major League, ha l’occasione di osservare quanto, al minimo infortunio, il giocatore venga assistito e, il più delle volte, fatto scendere: con milioni di dollari in ballo, meglio stare dalla parte dei bottoni. Il fuoricampo è spettacolo puro, meno che per il lanciatore ovviamente. Per dare un’idea della accresciuta potenza dei battitori alcuni come Bryce Harper, Nelson Cruz, Mike Napoli e Joey Gallo, hanno realizzato fuoricampo rompendo la mazza. Realizzare fuoricampo, però, talvolta non basta per vincere. Sappiamo bene quanto nel baseball il gioco di squadra sia fondamentale: la gloria, per quanto splendente, è il risultato di un duro e paziente lavoro, di una continua cooperazione, di interminabili sacrifici. Senza queste basi, anche i potenziali campioni possono facilmente restare dei fenomeni che, come una scarica elettrica, brillano solo per pochi istanti. Inoltre, mandar fuori la palla non significa automaticamente fare punto. Come sosteneva Babe Ruth, l’importante è toccare tutte le basi. Fra pochi giorni è Pasqua e il mio augurio è che ognuno riesca a fare un fuoricampo, gettando il proprio cuore oltre le barriere, oltre il buio dell’egoismo, per cercare di unire abilità con abilità e ottenere il più grande dei successi: la gioia e il piacere di stare insieme ‒ su un campo da baseball possibilmente.
giuliano, 14 aprile 2019.