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Per molti versi, il Dante del Paradiso è un grande mistico: cita spesso l'autore tradizionalmente noto come Dionigi l'Areopagita, usa Riccardo di San Vittore, impiega Bernardo di Chiaravalle come sua ultima guida. Suo è il più grande «itinerario della mente in Dio» che l'immaginazione poetica abbia mai concepito e realizzato. Ma esiste anche una mistica per così dire di professione, che prendendo le mosse da Dionigi attraversa tutto il Medioevo e oltre. Questa corrente di pensiero sostiene che Dio non può essere né conosciuto né compreso, ma soltanto amato. Il fine è congiungersi con lui. Nel descriverlo, si può solo usare la «via negativa», dire ciò che non è, oppure usare immagini, e nomi, che ne danno un'idea attraverso «similitudini sensibili»: Luce, Sole, e via di seguito. Si possono invece descrivere le proprie visioni dell'Assoluto, come accade con rutilante fantasia nelle opere di Ildegarda di Bingen. Si può tracciare la propria esperienza mistica, come nel Libro delle Rivelazioni di Giuliana di Norwich, o nell'opera di Margery Kempe e di molte altre donne (nella mistica, la preponderanza femminile è netta), e quindi comporre una sorta di autobiografia mistica. Ci sono poi trattati "tecnici" di educazione al cammino mistico, come l'anonima e fortissima Nube della Non Conoscenza inglese del Trecento.