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di Giuliano Masola. Quante volte abbiamo visto concedere una base su ball intenzionale in momenti particolarmente critici? tante. E quante volte hanno prodotto l’esito sperato: molto meno. Il concetto di ball e strike stanno all’origine del batti&corri. Il numero dei ball per poter andare in base gratis si ridusse da 9 a 4 fra il 1880 e il 1889; in quegli anni il gioco si stava rapidamente evolvendo ed espandendo per cui occorreva in qualche modo velocizzarlo, soprattutto costringere il battitore a sventolare la mazza. Da non molto tempo, è sufficiente che il manager attui il “four finger salute” (quattro dita alzate) per indicare la concessione della base intenzionale al battitore, senza che il lanciatore effettui alcun lancio. In qualche caso la si è concessa anche a basi piene: si regala un punto, ma si evita di lanciare contro un battitore ritenuto molto pericoloso. Il numero dei “free pass” è, nelle Grandi Leghe, legato alla presenza o meno del lanciatore in battuta: quando c’è il battitore designato, ovviamente i rischi sono maggiori per chi è in difesa.
Nella National League, per esempio, dove il lanciatore deve effettuare il proprio turno in battuta, si preferisce mandare in base chi lo precede, nei momenti critici: è proprio l’ottavo in battuta che, statisticamente, ha più basi intenzionali. Ovviamente sul tema ognuno ha le proprie opinioni, ma credo che valga la pena di riflettere: una base gratis significa un potenziale punto per gli avversari; contemporaneamente, trasmette al lanciatore un messaggio negativo: non mi fido di te; il che non è il massimo. Ad alto livello, certamente i manager non si preoccupano più di tanto (almeno all’apparenza) di quanto può pensare il lanciatore, anche perché ne hanno tanti e sono professionisti. Personalmente non sono favorevole alla base per ball intenzionale e neppure al fatto che il lanciatore non debba effettuare i quattro lanci necessari: non è così raro che uno di questi si trasformi in una battuta valida, mettendo un po’ di sale sulla coda a chi ha preso la decisione (la colpa è del lanciatore, ovviamente…). Le regole vanno rispettate e utilizzate; credo però, che occorra sempre usare il “vecchio fagiolo”: non è che faccio una cosa solo perché mi è permesso di farlo. Ciò che succede ai più alti livelli non è quanto accade coi ragazzi. Nel corso del campionato, ho dovuto concedere una base intenzionale, su richiesta del manager, in una partita di under 12. Certo si può fare di tutto, ma in quella occasione il pubblico, formato soprattutto dai genitori della squadra in attacco, ha evidenziato il proprio disappunto (confesso che mi sarei unito anch’io al coro). In un’altra occasione, è stata concessa una base intenzionale in una partita amatoriale di slowpitch (ho guardato il regolamento: è possibile, aimè). Resto convinto che la sfida lanciatore/battitore ‒ “Prova a battere il mio lancio!” ‒ resti il fulcro di tutto, ma mi rendo conto che non tutti la pensano così: è il bello della democrazia. Così, se non so battere, spero nella base su ball; se non mi sento tanto tranquillo sul mio lanciatore, e ho qualche punto di vantaggio, te ne concedo una volentieri. Perfetto, o quasi. Le mie esperienze di allenatore sono ormai lontane nel tempo, per cui sono certamente rimasto molto indietro, ma non ricordo di aver mai fatto dare una base per ball (preferivo al contrario far rubare casabase, soprattutto con gli avversari più titolati). A livello giovanile, dove i lanciatori sono pochi e la qualità per quanto vedo non è eccelsa, così come quella dei battitori (in una recente partita di cadetti, in quattro inning, solo una battuta è andata oltre il diamante…), ritengo che si debba cogliere ogni occasione per lavorare sulla meccanica e sull’aspetto mentale. Non sono elevate, infatti, le probabilità che quel battitore cui viene concessa la base sia poi così bravo. Giocare sulle probabilità, sulle percentuali può andare bene quando si gioca un centinaio di partite l’anno (da noi ci vorrebbero, secondo le categorie, dai due a i tre anni). Personalmente li abolirei fino alla categoria cadetti (under 15) compresa e nei settori amatoriali. Ciò toglierebbe la falsa illusione di “aver provato a far qualcosa”; ben altre sono le cose di cui preoccuparsi: preparazione, conoscenza delle regole, impegno fisico e lavoro mentale. Proviamo a considerare la base su ball come qualcosa che non dovrebbe esistere. Da sempre si dice che il lanciatore deve avere “l’istinto dell’assassino”, ma l’assassino non spara a salve, non tiene l’arma carica in mano, standosene a guardare. Immagino che molti allenatori storceranno il naso di fronte a simili affermazioni, ma quanto volte gli stessi avranno ripensato a una decisione che ha prodotto il risultato opposto di quanto sperato? Concedere significa rinunciare alla sfida, ma quella resta: magari il battitore dopo ti castiga. Il campo è come un campus universitario in cui tutti partecipano, studiano, si impegno e, se possono si divertono. Soprattutto cercano di imparare per diventare a loro volta insegnanti. In un mondo che ci chiede di progredire rapidamente, dobbiamo, a mio parere, essere pronti alla sfida. Le cose gratuite, in realtà, sono quelle che alla fine meno ti soddisfano. La mente e il braccio dell’intelligenza devono lavorare insieme. Come ha detto qualcuno molto più grande di me, il baseball è una sfida fra intelligenze, fondata su una lunga e ininterrotta preparazione, aggiungerei. Per questo sarebbe bello che i ragazzi, in particolar modo, non abbiano una doppia delusione: non lanciare e non battere, poiché sono convinto che dentro di loro resti alla fine una domanda senza risposta: “perché?”.
Giuliano Masola , 11 settembre 2019