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L’autore, laureato in filosofia ed esperto di tradizioni religione occidentali e orientali, si interroga sul legame tra religione e moralità: è davvero necessario credere in Dio per essere buoni?
La risposta è, ovviamente, negativa (sorprende che qualcuno si prenda la briga di scriverlo sui giornali, ma forse in questa sorpresa si pecca di ingenuità).
Più interessante la seconda parte dell’articolo: i doveri morali verso gli altri si possono tranquillamente, e razionalmente, desumere dalla felicità e dalla sofferenza degli esseri coscienti; la religione tende a separare il discorso sui doveri morali dalla concreta vita degli esseri coscienti, fornendo quindi motivazioni errate; a volte la religione prescrive azioni moralmente buone, altre volte moralmente cattive.
La conclusione è di lasciar perdere i discorsi religiosi, che riguarderebbero «i capricci di un Dio invisibile», e discutere razionalmente di come alleviare le sofferenze umane e animali.
Due osservazioni.
Harris, riconducendo la morale alla felicità e alla sofferenza, abbraccia una posizione filosofica che prende il nome, ad essere sinceri abbastanza brutto, di consequenzialismo: se non si accetta il consequenzialismo, tutto il discorso cade.
Secondo molte persone, ci sono ottimi motivi, non solo religiosi, per non essere consequenzialisti.
Accettare il consequenzialismo, inoltre, non implica accettare anche la conclusione di Harris.
È infatti possibile aumentare le sofferenze altrui, o ridurre la altrui felicità, pur essendo mossi dal principio, moralmente corretto, di incrementare la felicità complessiva. Questo può avvenire anche senza rendersene conto: è infatti relativamente facile capire se una persona sta meglio o peggio di prima, ma se le persone coinvolte sono parecchie centinaia o migliaia, allora valutare la felicità globale è un compito decisamente arduo.
Dal momento che il consequenzialismo guarda esclusivamente alle consequenze, e dal momento che non necessariamente chi ha buoni motivi agisce meglio di chi ha cattive ragioni, può anche essere consequenzialmente meglio affidarsi, ad esempio, alla Bibbia piuttosto che ad un testo filosofico.
Queste osservazioni riguardano ovviamente la propria condotta morale.
Inspiegabilmente, Harris scrive l’articolo a proposito delle midterm elections, le elezioni di metà mandato per il rinnovamento della camera e di parte del senato: è un mistero cosa abbiano a che fare le scelte politiche con la morale e, soprattutto, con la religione.