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Poco tempo fa, lo scrittore Thomas Friedman, una delle penne americane più autorevoli nel campo liberal, autore recente di uno splendido saggio “Grazie per essere arrivati tardi”, ha ammutolito l’America e la “Casa Bianca” con un reportage pubblicato dal New York Times.
L’articolo, dal titolo “Seven years of China and the United States” mettendo a confronto negli ultimi anni le due potenze planetarie, ha concluso che mentre la Cina è stata impegnata a costruire infrastrutture, Washington ha affrontato“Al-Qaeda”, rimanendo immobile.“Pechino ha costruito stadi più belli, metropolitane, aeroporti, strade e parchi; da noi siamo stati impegnati a fabbricare “metal detector”, veicoli militari Hummer e droni”.
E, aggiunge: “ed ora i risultati si vedono..”, snocciolando una serie di confronti – cose viste in Cina – che parlano chiaro. Basta ad esempio osservare l’invecchiato aeroporto La Guardia a New York e lo splendido design di quello di Shanghai.
Quando dal La Guardia si va verso Manhattan si nota come le infrastrutture siano consunte. Provare invece il treno Maglev a Shanghai (a lievitazione magnetica), senza rotaie, che viaggia a 220km orari. Fatto il confronto, continua Friedman, la domanda che sorge spontanea è: “chi vive nel terzo mondo?”
E si chiede: dopo questo paragone, perché questo è successo? Perchè si è aperto questo gap? Come è potuto avvenire? Quali sono le leve che hanno agito da volàno allo straordinario sviluppo della Cina per trasformarsi dall’avvento storico del ”grande timoniere” Deng Xiaoping, in poco più di 40 anni, nella seconda e fra poco la prima, economia mondiale?
Noto il pragmatismo di Deng che sosteneva , per essere chiaro, che “non mi interessa il colore del gatto; l’importante è che acchiappi topi” oppure “arricchitevi cinesi, arricchirsi è onorifico”.
Friedman ci dà la sua analisi per comprendere quanto è successo. La sua premessa è che la storia della civilizzazione cinese rende quasi unico il paese, ma ad interagire con la base culturale confuciana hanno funzionato gli effetti di scala di tre fattori:
L’apprendimento – l’innovazione – l’impatto di una popolazione immensa rispetto al mondo. La dimensione attutisce anche i contraccolpi negativi.
Lo slogan delle imprese che investono in Cina è che se sarai primo in quel mercato, sarai il primo della classe nel mondo.
Friedman nota che la Cina è un mercato che non è più solo magliette e cravatte, ma turismo, aviazione, cinematografia e televisione, sport e cultura, nuove energie, treni ad alta velocità, modelli di modernizzazione. Proprio in questi giorni il governo di Pechino ha stanziato 125 miliardi di dollari per aggiungere altri 6’800km di treno ad alta velocità (ne hanno già 20’000) e 3’200 di super autostrade. E si può dire con certezza che i due progetti non avranno la tempistica della TAV in Italia…..
Venendo all’aspetto culturale, Friedman sottolinea che i cinesi, nonostante lo straordinario cambiamento economico, non hanno abbandonato la loro cultura millenaria, inclusa la calligrafia, la cerimonia del tè, la medicina naturale.
Hanno mantenuto appieno la loro traduzione. Basti pensare alla cucina, sostiene Friedman. I ristorantini, un po’ ovunque nel paese, sono in grado di cucinare 30/40 piatti diversi. Per riscontro in molti ristoranti americani spesso ci si limita all’hamburger e patatine, e a tre-quattro ricette.
Proprio grazie alla cultura dello yin e yang i cinesi non soffrono della crisi dell’essere o non essere. Tutto può essere e non essere; ed anche essere e non essere insieme. Ad esempio capitalismo e socialismo conviventi.
Va ricordato che il modello economico è sulla falsariga di quello giapponese (i primi ad adottare lo “stato sviluppista”) che postula una stretta collaborazione di “stato e mercato”. Nessuna alternativa fra i due. Quello che conta è il risultato finale (che il gatto prenda il topo).
In Occidente, scrive Friedman, si crede nel solo modello possibile: la concorrenza fra partiti per il trionfo della democrazia, ma i tempi recenti- sostiene- mettono in forte dubbio l’efficacia del nostro modello. Ed aggiunge che la legittimità del modello cinese si basa sul principio di “selezione di quelli più bravi e qualificati al governo del paese”, in stretta osservanza con il mandarinato della tradizione confuciana.
La conclusione dello scrittore è che il pensiero cinese, metabolizzato dalla crescente classe media, dimostra che la “stabilità politica”, anche con i limiti che conosciamo, vale di più degli instabili modelli democratici in Occidente che stanno generando caos (giubbotti gialli?) e sollevamenti senza sosta.
Ci sarebbe molto da discutere con Friedman sulla sua tesi, forse affrettata; ma bisogna riconoscere che il suo libello è una buona provocazione per tutti quelli che ancora pensano in modo eurocentrico, o america-centrico: alla superiorità dell’occidente. E, invece, non vedono quanto il mondo sia cambiato e stia cambiando. Rimane comunque innegabile che la Cina sia il motore principale del trasferimento, in buona parte già avvenuto, del centro dell’economia verso Est.
Vittorio Volpi