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Si è concluso come è iniziato, vale a dire fuori dagli schemi, il referendum contro la legge di applicazione dell'iniziativa "contro l'immigrazione di massa": i promotori non sono riusciti a raccogliere le 50mila firme necessarie per la sua riuscita, ma le hanno depositate ugualmente alla Cancelleria federale. Un atto politico simbolico in un'aspra controversia che da tre anni tiene banco in Svizzera e di cui non si vede ancora l'epilogo.
Il 7 aprile, data della scadenza per consegnare le firme, i promotori dei vari comitati complessivamente ne hanno depositate circa 13mila alla Cancelleria federale a Berna. La carenza di risorse finanziarie e il numero esiguo di persone che hanno aderito all'operazione non hanno permesso di raccoglierne di più, aveva spiegato mercoledì il grande protagonista di questo referendum: Nenad Stojanovic, politologo, ricercatore e docente universitario, socialista, che con il suo piccolo comitato ha riunito 2'590 sottoscrizioni.
Oggi l'accademico non ha potuto presenziare alla consegna perché per motivi di lavoro si trova negli Stati Uniti.
Da Chicago ha però marcato presenza allo stesso modo in cui aveva annunciato la decisione di lanciare il referendum: via Twitter.
Soluzione "light"
La maggioranza parlamentare si era messa d'accordo in zona Cesarini, lo scorso dicembre, sulla revisione legislativa per attuare l'iniziativa dell'Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice), approvata in votazione popolare il 9 febbraio 2014. La legge uscita dai banchi del parlamento non ha tuttavia granché a che vedere con l'articolo 121a del Costituzione federale accettato dal popolo. La cosiddetta applicazione "light" non soddisfa le tre esigenze capitali di quell'articolo: la fissazione nella legge di contingenti e di tetti massimi annuali per permessi di dimora a stranieri che esercitano un'attività lucrativa, come pure del principio di preferenza agli svizzeri nell'attribuzione del lavoro.
Ciò aveva fatto infuriare i parlamentari dell'UDC, che avevano votato contro, e arricciare il naso a quelli del Partito popolare democratico (PPD, centro) che si erano astenuti. Grandi fautori della versione light sono stati i liberali radicali e i socialisti.
Sconfitta in parlamento, l'UDC non ne ha però voluto sapere di far giudicare la legge dal popolo. Il partito ha affermato che preferisce concentrare le forze sulle sue due prossime grandi battaglie: l'iniziativa "Il diritto svizzero anziché giudici stranieri (Iniziativa per l'autodeterminazione)", già depositata, e quella ancora in fase di gestazione che dovrebbe chiedere la disdetta dell'accordo di libera circolazione delle persone con l'Unione europea.
Tantomeno gli altri partiti hanno voluto seguire Nenad Stojanovic nell'idea che, per una questione di democrazia, occorresse fare chiarezza e far decidere al popolo se la legge adottata dal parlamento, pur non essendo conforme all'articolo costituzionale, è accettabile o meno. Solo la sezione ticinese del PPD ha costituito un comitato referendario. Lo stesso hanno fatto alcuni gruppi di cittadini di opinioni politiche diverse e i Democratici svizzeri (piccolo partito della destra patriottica). Queste forze erano troppo scarse per riuscire a riunire 50mila firme valide in cento giorni.
Non finisce qui
Se l'avventura del primo referendum della storia svizzera lanciato da qualcuno che non voleva così combattere la legge finisce qui, il suo fallimento non mette un punto finale alla diatriba sull'iniziativa "contro l'immigrazione di massa". Un'altra iniziativa, denominata "Fuori dal vicolo cieco! Rinunciamo alla reintroduzione di contingenti d'immigrazione" (detta anche RASA), che chiede l'abrogazione pura e semplice dell'articolo 121a, è infatti stata depositata nel novembre 2015. Il governo propone di opporle un controprogetto e ha messo in consultazione due varianti, che sembrano non aver convinto nessuno. In parlamento si preannunciano già dibattiti infuocati.
A meno che i promotori decidano di ritirare l'iniziativa RASA e che il parlamento non adotti alcun controprogetto, il popolo svizzero dovrà dunque esprimersi ancora una volta sulla questione.
(Traduzione dal francese e adattamento: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch