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Il nuovo padrone dei Blues, dopo aver fatto piazza pulita dello staff, ha adottato un’innovativa e azzardata politica di ingaggio dei giocatori
Volando col suo aereo sopra Londra, Roman Abramovich aveva fatto vagare i suoi occhi come un dito sul mappamondo. Poi, un po’ alla cieca, aveva detto "quello" indicando Stamford Bridge. Il Chelsea sarebbe stato suo, una sua creatura, rappresentazione esteriore della sua grandezza. Da quel momento è cambiato tutto. Non era la prima volta che un ricco magnate prendeva in gestione una squadra di calcio, ma era la prima volta in cui la grande ricchezza incontrava l’efficienza organizzativa della Premier League.
Il Chelsea fino a quel momento non apparteneva all’élite del calcio inglese. Aveva vinto appena una volta il campionato, affiancandogli in bacheca qualche coppa nazionale. Abramovich aveva fatto una cosa mai riuscita a un presidente in epoca moderna: aveva comprato il blasone di un club. Lo aveva fatto di fretta, usando il calciomercato come un piede di porco. Aveva comprato l’allenatore più in rampa di lancio, José Mourinho, e costruito una rosa che già in un paio d’anni era più vasta e ambiziosa di quella delle altre grandi squadre del calcio inglese.
Era il 2003, e vent’anni dopo tutto è diverso. Dall’inizio dell’epoca Abramovich il prezzo dei calciatori è cresciuto, insieme ai loro stipendi, e il Chelsea è diventato una superpotenza europea: ha vinto due Champions League e cinque Premier League. Il campionato inglese è oggi il migliore al mondo, o almeno quello più ricco, più competitivo. Il calcio oggi ha preso la sua forma: uno spettacolo confezionato per la tv in ogni sua piccola sfumatura. Dall’estetica dei campi, delle maglie, degli stadi, al calcio che devono giocare le squadre, offensivo, dominante, attraente. La professionalizzazione di tutte le componenti strutturali di un club è a un livello senza precedenti e i soldi non comprano più la gloria. Non basta acquistare giocatori come auto di lusso, infilargli la nuova maglia e aspettare che succeda la magia.
Eppure, vent’anni dopo, un altro proprietario del Chelsea ci sta riprovando con uno stile simile a quello di vent’anni fa, e che oggi ci sembra ingenuo. Todd Boehly è diventato proprietario del Chelsea a maggio e in meno di un anno ha speso circa 460 milioni di euro, 281 in estate e gli altri in questo calciomercato di gennaio, in cui la proporzione delle sue spese sta raggiungendo livelli inquietanti. La Premier è un campionato ricco, tutti i club hanno capacità di spesa impensabili fino a solo qualche anno fa. Il Chelsea di Boehly, però, è su un livello diverso. All’inizio di questa sessione di mercato si diceva potesse pagare al Benfica i 127 milioni di Enzo Fernandez. Un centrocampista promettente, miglior giovane degli ultimi Mondiali, ma con ancora un curriculum modesto nel calcio europeo. Roger Schmidt, allenatore del Benfica, aveva definito "irrispettoso" il comportamento del Chelsea. La trattativa è saltata e, come per capriccio, Boehly ha spostato i soldi su Mykhailo Mudryk, strappandolo ai rivali dell’Arsenal, che parevano vicini all’accordo.
Per battere la concorrenza, il Chelsea l’ha fatta facile: ha pagato di più lo Shakhtar Donetsk (70 milioni più 30 di bonus), e ha offerto un contratto migliore al giocatore. Non è stato l’unico acquisto invernale. Sono arrivati anche Benoit Badiashile (38 milioni), Noni Madueke (35 milioni), Andrey Santos (12,5 milioni) e Datro Fofana (12 milioni). Da solo il Chelsea ha speso più di tutte le squadre di Bundesliga, Serie A e Liga messe assieme. L’acquisto di Mudryk, però, è stato particolarmente curioso. Il Chelsea sembrava voler comprare un regista (Enzo Fernandez) e ha poi comprato un’ala sinistra, che calpesta zone di campo molto simili a quelle di un altro acquisto di gennaio, João Felix, arrivato dall’Atlético in prestito per 11 milioni fino a giugno. Un prestito da oltre 2 milioni al mese. Nella stessa posizione giocano anche Madueke e Sterling, pagato in estate quasi 50 milioni di sterline. Anche Pulisic e Mount devono sgomitare per un posto in una zona di campo simile.
Se nel resto d’Europa si sbuffa più che altro per il potere economico della Premier League, in Inghilterra le persone hanno cominciato a chiedersi: Boehly sa davvero cosa sta facendo? A settembre è stato riportato un esodo di massa dello staff del club, tra cui Marina Granovskaia, per molti vero architetto dei successi recenti del club. Sono andati via anche il consulente Petr Cech e il capo scout Scott McLachlan. Boehly non si è preoccupato di costruire subito una solida catena di comando, piuttosto si è messo a fare il direttore sportivo ad interim. Club indebitati e procuratori senza scrupoli hanno cominciato a circondarlo come api attorno al miele. A settembre è stato esonerato Thomas Tuchel, che appena l’anno prima aveva vinto la Champions League.
Tuchel voleva solo allenare, mentre Boehly voleva coinvolgerlo anche nelle scelte di mercato. Un’idea ormai un tantino datata. Tutto comincia ad assumere dei contorni grotteschi. Boehly ha 50 anni, un passato da wrestler e un’esperienza maturata nell’Mlb con i LA Dodgers e nell’Nba con i LA Lakers. Assume in fretta le sembianze dello zio d’America con le tasche piene e la testa vuota. Classico americano che non capisce la sofisticazione del calcio europeo. I Glazer al Manchester United sono diventati il paradigma negativo della gestione di un club di Premier. Lui ci ha messo del suo con proposte goffe, tipo un all-star game tra le squadre del nord e del sud dell’Inghilterra. E la squadra non lo ha aiutato, visto che dentro questa gestione tumultuosa, guidato dal nuovo tecnico Graham Potter, il Chelsea è decimo in classifica. Di recente i tifosi sugli spalti cantano «Vogliamo il nostro Chelsea indietro», dedicano cori a Roman Abramovich e a Thomas Tuchel. Nonostante le enormi spese, non riescono a credere alla visione di Boehly. In un campionato in cui i soldi possono essere quasi dati per scontati, l’attenzione è concentrata sulla capacità di metterli a frutto, questi soldi.
I Glazer non sono l’unico esempio negativo, c’è anche quello di Farhad Moshiri all’Everton. «Metto i miei soldi per migliorare la situazione e, sai, questo è tutto ciò che un proprietario può fare», ha detto, ma i risultati dell’Everton nei sette anni della sua gestione dimostra l’esatto opposto. I risultati non sono più proporzionali ai soldi. Servono idee vincenti, piani di medio e lungo termine. Lo hanno capito per esempio i nuovi proprietari sauditi del Newcastle che, a dispetto delle attese, hanno avuto un approccio estremamente cauto al calcio inglese. Si stanno preoccupando soprattutto di fare del club una macchina efficiente, accompagnando lo sviluppo con investimenti mirati.
L’esempio è quello della gestione emiratina del Manchester City, ricca, sì, ma anche di ampio respiro. I risultati stanno arrivando anche prima del previsto. I tifosi inglesi sono diventati particolarmente sensibili alla gestione societaria e vediamo sempre più spesso cori di incitamento o proteste nei confronti delle proprietà. Non si contesta solo la mancanza di investimenti, ma piuttosto quella di visione. Rory Smith sul New York Times ha scritto che la Premier League sta diventando una "owner’s league", cioè un campionato in cui l’operato dei dirigenti è seguito dai tifosi quanto quello di allenatore e calciatori. Il calcio, quindi, come un gioco di cui seguire le performance sportive, ma a cui affiancare tutta un’altra dimensione, quella manageriale, fatta di strategie finanziarie e di costruzione della rosa. Nel contesto ipercapitalistico della Premier League, è anche logico. È in questo contesto, però, che l’operato di Boehly sta venendo criticato aspramente. Ma davvero Boehly non ha alcuna strategia? Beh, questo è più difficile da sostenere. Prendiamo il licenziamento di Tuchel. Pur essendo stata interpretata come una mossa impulsiva tipica di una gestione irrazionale, la scelta rispondeva a una visione ben precisa. Tuchel vedeva sé stesso solo come un allenatore, e per un tempo limitato. Finora è stato nei suoi club sempre meno di tre anni, e anche prima del Chelsea si era separato in modo sempre conflittuale con le sue squadre. Boehly voleva un allenatore più coinvolto nelle scelte manageriali del club, e che poteva aprire un lungo ciclo. Caratteristiche che sono state rintracciate in Graham Potter, strappato al Brighton pagando la clausola liberatoria da 23 milioni di euro. Potter, che ha una carriera singolare, picaresca, ora è molto criticato, ma è da anni considerato uno degli allenatori più interessanti del calcio europeo.
Boehly vuole mettere il Chelsea al riparo dalle contingenze del calcio. Uno sport in cui, per natura, è difficile creare cicli sportivi (e quindi economici) duraturi, che non si esauriscano in massimo un lustro. Uno sport in cui i calciatori giocano al loro meglio per massimo tre o quattro anni, e gli allenatori in genere esauriscono la loro energia più o meno nella stessa quantità di tempo. Boehly immagina tempi più lunghi, cose più durature. Ha comprato giocatori giovani, e li ha blindati con contratti dalla lunghezza irrituale. Badiashile ha firmato un accordo da 7 anni e mezzo, Mudryk da 8 anni e mezzo. Contratti decisamente più lunghi rispetto a quelli tradizionali nel calcio (di massimo 5 anni) e più vicini invece a quelli dello sport da cui Boehly proviene, il baseball. In Mlb si firmano contratti anche da 12 o 13 stagioni. Una mossa coraggiosa, bizzarra a vederla da fuori, ma con le sue motivazioni finanziarie: l’ammortamento dei contratti è migliore e alleggerisce i bilanci, importanti per l’Ffp.
Ma è una mossa che può avere anche effetti interessanti nel controverso rapporto di potere tra giocatori e società. La strategia toglie leve contrattuali ai giocatori, in un’epoca in cui in tanti preferiscono andare a scadenza di contratto per scegliere la nuova squadra; al contempo però il Chelsea si prende il rischio di dover sostenere per lunghi periodi contratti molto pesanti, anche nel caso in cui i calciatori non dovessero rendere come sperato. Nelle ultime settimane si è anche dimesso da direttore sportivo, e ha assunto una serie di figure dal curriculum interessante. Christopher Vivell, ex RB Lipsia, e Laurence Stewart, ex Monaco, sono stati nominati direttori tecnici; Paul Winstanley, ex Brighton, è diventato direttore dell’area scout. Boehly, insomma, da quando è subentrato ha scelto una strategia aggressiva, ma comunque a lungo termine. Alcune scelte sono stati singolari, controverse, fuori dagli schemi. Se si riveleranno geniali o catastrofiche lo sapremo solo nel medio-lungo periodo. Se c’è una cosa che il calcio oggi non perdona sono i troppi errori manageriali. Boehly non è stato prudente, e si è esposto a rischi molto grandi. Ci vogliono anni per costruire grandi imperi, ma talvolta basta una notte per vederli crollare.