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“Il denaro costa poco, la libertà non ha prezzo”
Il 2016 si è portato via ancora un altro protagonista dell’arte e della cultura del XX Secolo: il 25 Giugno è infatti scomparso Bill Cunningham, probabilmente il fotografo di moda più atipico di sempre.
In tanti lo ricorderanno immancabilmente in bicicletta, vestito sempre con una giacca blu da lavoro (e, dunque, con nessun riferimento all’artistico “blu Klein”) i pantaloni in tutte le gradazioni di color khaki e le scarpe con la suola di gomma. Oltre che per le fotografie era conosciuto per il personaggio che incarnava: era il maestro dello street style e amava alimentare le leggende metropolitane su di lui. Una vera icona!
Cunningham era un fotografo a tutto tondo, un uomo alla ricerca dell’essenza dell’anima dei suoi soggetti, indipendentemente dalla provenienza. Cunningham fu molto fedele alla sua missione e per mezzo secolo fece nelle strade di New York esattamente quello che faceva alle sfilate, o alle feste mondane di Manhattan: fotografare la società in movimento, attraverso gli stili e i vestiti. E, appunto, non solo quella dei ricchi: la vita di tutti.
William John Cunningham junior nacque a Boston il 13 Marzo del 1929 da una famiglia di origini irlandesi. Non c’è nessuna parentela con l’altra grande fotografa americana, Imogen Cunningham (1883- 1976). Iniziò a coltivare l’interesse per la fotografia da ragazzo, usando una Kodak Brownie (una macchina fotografica semplice ed economica) ma la sua vera passione si indirizzò sempre più verso la moda. Lavorando presso i grandi magazzini Bonwit Teller di Boston gli capitava di trascorrere la pausa pranzo osservando i clienti e il modo in cui erano vestiti. “Mi è sempre piaciuto, e mi piace ancora, vedere delle donne ben vestite” raccontò in un articolo per il NY Times del 2002.
All’età di 19 anni, dopo un periodo infruttuoso ad Harvard, venne trasferito ai grandi magazzini Bonwit Teller di New York con un nuovo ruolo nel settore pubblicitario. Nel frattempo riuscì ad allestire un proprio laboratorio dove creava cappelli da donna, lavorando, nel contempo, in una farmacia per mantenersi. La reale svolta arrivò però quando Cunningham venne arruolato durante la Guerra di Corea e inviato in … Francia, dove ebbe modo di conoscere tutti i segreti della moda francese. Tornato a New York nel 1953 la sua strada incrociò quella di John Burr Fairchild, redattore capo di Women’s Wear Daily, la celebre Bibbia della moda femminile, pubblicata su carta quotidianamente per oltre 105 anni fino al 2015. Da lì passò in seguito al Chicago Tribune.
E poi, a Londra, avvenne un altro episodio cruciale: una sera, a cena con l’illustratore Antonio Lopez e il fotografo David Montgomery, egli accennò al fatto che gli sarebbe piaciuto provare a scattare qualche foto per i suoi articoli. Qualche mese dopo Montgomery portò a Cunningham una piccola macchina fotografica Olympus Pen-D e gli suggerì di usarla come fosse un bloc notes. Gli cambiò la vita!
Bill Cunningham aveva iniziato come street photographer, e, dunque, ricominciò come tale: invece di lavorare in studio, o limitarsi a fotografare i VIP durante gli eventi mondani, il suo set ridivenne la strada. Riprendeva chiunque ritenesse originale ed elegante, spesso addirittura ignorando le celebrità quando gli capitava di vedere qualcuno che reputava più interessante. Abituato ad usare lenti fisse di lunghezza focale normale anziché teleobiettivi Cunningham era ben lontano dalla figura del “paparazzo”, e gli piaceva mescolarsi tra la gente e scattare da vicino. Le sue foto approdarono sul New York Times all’inizio degli anni ’70 e fu il debutto di una lunga e fruttuosa collaborazione.
Cunningham è stato anche un grande documentarista e fu tra i pochi a interessarsi ad un mondo che cambiava “nel piccolo” : dal marciapiede ai movimenti hippy, alla moda legata al mondo della gente di colore, fino alle prime parate del Gay Pride.
Per 40 anni fece quello che amava: fotografie di moda e commenti sulle nuove tendenze delle passerelle e delle strade per il New York Times. Era stato il primo a parlare di stilisti come Azzedine Alaïa e Jean Paul Gaultier negli Stati Uniti, ma oltre a ciò era anche considerato un simbolo della città di New York, dove poteva capitare di vederlo scattare foto ai passanti, ad esempio all’angolo tra la Fifth Avenue e la 57esima strada, dove ci sono le vetrine di Tiffany.
Fotografava chiunque indossasse qualcosa di bello che si notasse in mezzo alla folla. Per lui le migliori sfilate erano «quelle che si vedono sulla strada». Perché era di questo che si trattava: la questione era di essere riconosciuti come abbastanza particolari da valere uno scatto. In questo rammenta molto alcuni lavori di Robert Doisneau.
“Se Bill non ti fotografava, allora era come dire che non esistevi”. Così Anna Wintour lo ha ricordato qualche giorno fa.
Ossessionato unicamente dal fuoco creativo (sia suo sia degli altri), fece vita monacale dormendo per sessant’anni su una specie di barella in uno sgabuzzino che ospitava l’archivio dei suoi negativi, con il bagno sul corridoio. Rifiutò per decenni l’assunzione al New York Times, del quale era però un collaboratore fisso, perché avere un padrone gli faceva orrore: si rassegnò a cedere alle avances del giornale nel 1994, quando non riuscì a schivare l’ennesimo furgone e finì all’ospedale senza assicurazione. Rimasto sempre attivo, passò senza troppi problemi al mondo digitale utilizzando unicamente macchine commerciali anziché modelli professionali e costosi. Non volle mai accettare regali o favori dalle persone che frequentava. “Il denaro costa poco” amava ripetere “la libertà invece non ha prezzo.”
Gli ultimi anni di vita furono ricchi di riconoscimenti e di premi, come la nomina quale miglior fotografo dell’anno dal Council of Fashion Designers of America nel 1983, o il prestigioso titolo di “Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres”, ritirato a Parigi nel 2008. Nel 2010 gli venne anche dedicato un importante documentario diretto da Richard Press e prodotto da Philip Gefter e lui, naturalmente, la sera della prima non andò in sala… perché doveva andare a fotografare gli invitati sul tapis rouge !
Aymone Poletti