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In un bell’articolo apparso sul New York Times, Michael Tomasello, co-direttore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, si chiede dove risieda l’unicità degli esseri umani.
L’approccio di Tomasello è, ovviamente, il naturalismo: negli esseri umani non c’è nulla di sovrannaturale, gli uomini non sono altro che animali e come tali vanno studiati.
Che cosa hanno gli esseri umani che gli altri animali non hanno?
La capacità di creare e utilizzare degli strumenti? Lo fanno anche gli scimpanzé e, aggiungo io, pure i corvi della nuova caledonia.
Il linguaggio? Ancora una volta, no: io ho pensato ancora agli scimpanzé, ma Tomasello cita i pappagalli, e non posso che credergli.
La capacità di insegnare? A quanto pare, lo fanno anche le formiche.
Gli esseri umani sono allora, nel complesso, più intelligenti degli altri animali? Ipotesi interessante.
Tomasello è uno scienziato, e ha quindi deciso di mettere alla prova questa idea della maggiore intelligenza. Ha così scoperto che, per quanto riguarda la comprensione dello spazio, della quantità e della causalità, non ci sono ragguardevoli differenze tra un bambino di 2 anni e uno scimpanzé adulto. Tuttavia, i bambini sono molto più abili nei compiti sociali:
When you look at apes and children in situations requiring them to put their heads together, a subtle but significant difference emerges. We have observed that children, but not chimpanzees, expect and even demand that others who have committed themselves to a joint activity stay involved and not shirk their duties. When children want to opt out of an activity, they recognize the existence of an obligation to help the group — they know that they must, in their own way, “take leave” to make amends. Humans structure their collaborative actions with joint goals and shared commitments.
Credo che quello che intende Tomasello con “shared commitments” sia molto simile a quello che il filosofo John Searle chiama “collective intentionality”, intenzionalità collettiva. Potrebbe non trattarsi di una coincidenza, perché Tomasello prosegue con quello che sembra proprio il primo capitolo de La costruzione della realtà sociale di Searle:
Finally, human infants, but not chimpanzees, put their heads together in pretense. This seemingly useless play activity is in fact a first baby step toward the creation of distinctively human social institutions. In social institutions, participants typically endow someone or something with special powers and obligations; they create roles like president or teacher or wife.
L’intenzionalità collettiva, direbbe Searle o, come direbbe invece Tomasello, la capacità di avere “shared commitments” e di fingere insieme (stitica traduzione di “put their heads together in pretense” sono alla base delle istituzioni umane e, quindi, della società. È questa la differenza tra l’uomo e gli altri animali: la capacità di collaborare (eventualmente contro gli altri) e di costruire una società.
Questo interessante articolo mostra anche quanto il naturalismo possa essere ricco, ed è in questo senso una ottima risposta alle accuse (peraltro in buona parte condivisibili) di Giorgio Israel, secondo cui il naturalismo «ha come programma la riduzione di ogni aspetto della realtà a processi naturali, ovvero materiali, e che quindi altro non è che una forma di materialismo».