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Per la tv americana CBS, è molto probable che nelle banche elvetiche sia custodita buona parte della fortuna del presidente iracheno.
Una fortuna che Saddam Hussein avrebbe accumulato soprattutto grazie al programma ‘petrolio in cambio di cibo’, gestito dall’ONU.
Il ministero pubblico della confederazione è al corrente di tali accuse e, secondo la sua portavoce, se ne sta interessando. Ma Andréa Sabecky non conferma né smentisce l’apertura di un’inchiesta. Si accontenta invece di dichiarare che, per il momento, non è in grado di fornire informazioni.
In merito ai presunti versamenti di tangenti, in cui sarebbero coinvolte ditte svizzere che commerciano con l’Iraq, il segretariato di stato all’economia (seco) conferma l’esistenza di un caso. Per il quale sarà aperta un’inchiesta.
Othmar Wyss, della sezione «politica di controllo all’esportazione e sanzioni» del seco, precisa che si tratta di una delle settantacinque ditte autorizzate a comperare petrolio dall’Iraq.
Tuttavia, Wyss dubita che in Svizzera ci sia un «problema Saddam Hussein». E ricorda che la Svizzera applica una politica fra le più severe al mondo per quanto concerne i fondi depositati dai capi di stato stranieri. Misure ancora più dure, nei confronti dei fondi privati di Saddam Hussein o di altre personalità irachene, dipenderebbero da eventuali sanzioni dell’ONU.
Accuse negli stati Uniti
Nell’ultima edizione di «60 minuti», un programma d’approfondimento della rete televisiva americana CBS, è stato detto che «la Svizzera, grazie alla sua legislazione sul segreto bancario, è il paese dove è probabilmente nascosta la maggior parte dei fondi appartenenti a Saddam Hussein».
Senza citare le fonti delle informazioni, si è pure affermato che «certe persone in seno al governo svizzero» ritengono che «Saddam Hussein dispone di uomini di paglia a Ginevra, come pure di una rete finanziaria segreta».
L’inchiesta di John Fawcett
Il programma di CBS era essenzialmente fondato su allegazioni avanzate da John Fawcett, autore di un rapporto per conto della Coalizione per la giustizia internazionale.
L’organizzazione di difesa dei diritti umani - con uffici a Washington e all’Aja - si era fatta conoscere attraverso il sostegno fornito al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
Interrogato da swissinfo, Joh Fawcett ha precisato di essere stato ingaggiato quale consulente da Kreindler & Kreindler, dopo la pubblicazione del suo rapporto, lo scorso settembre. Questo studio d’avvocatura di Nuova York è normalmente specializzato negli incidenti aerei. E in un tale contesto, difende d’altronde gli interessi delle famiglie delle vittime dell’incidente aereo del volo SR 111 della Swissair.
Più di recente, Kreindler & Kreindler aveva deciso di difendere gli interessi di alcune famiglie delle vittime degli attentati anti-americani dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center e il Pentagono.
In gennaio, lo studio è stato d’altronde autorizzato da un tribunale americano a rappresentare l’insieme delle famiglie delle vittime, che chiedono globalmente indennizzi per un miliardo di dollari alla rete terroristica Al Qaida , a personalità saudite e ai governi del Sudan e dell’Iraq. Ed è in questo contesto che lo studio Kreindler & Kreindler ha chiesto a John Fawcett di indagare sui beni di Saddam Hussein.
Tangenti per Saddam
«Le autorità svizzere farebbero bene a esaminare da vicino le ditte elvetiche che hanno contratti con l’Iraq nel quadro del programma ‘petrolio in cambio di cibo’», ha dichiarato a swissinfo John Fawcett.
Infatti, secondo Fawcett, «da 10 a 20 ditte elvetiche hanno comperato petrolio iracheno, accettando di versare tangenti che vanno direttamente nelle tasche di Saddam Hussein e dei suoi familiari, in violazione delle sanzioni dell’ONU».
Fawcett afferma pure che «Saddam Hussein dispone di prestanome in Svizzera», alludendo direttamente al fratellastro del presidente, Barzan Al Tikriti, ex capo dei servizi segreti iracheni, che si recava regolarmente in Svizzera.
Proprio tramite questi uomini di paglia, sostiene Fawcett, il capo di stato iracheno ha aperto conti bancari in Svizzera, che gli permettono di far fruttare e di spendere i suoi soldi.
Secondo Fawcett, che si sarebbe recato in Svizzera «due volte» e che disporrebbe di «fonti in seno al governo e alle banche svizzere», le ditte Barrico e Hui figurerebbero tra le società svizzere più sospette impegnate nel commercio con l’Iraq.
swissinfo ha tentato di informarsi su queste due società, che però non figurano né nel registro di commercio né nell’elenco telefonico. E nemmeno Othmar Wyss, del seco, non ne ha mai sentito parlare.
Anche ditte americane
John Fawcett riconosce comunque che la Svizzera non è il solo paese a custodire fondi di Saddam Hussein.
«Il Liechtenstein è il numero uno», confida a swissifno. E ammette anche che ditte americane, «pur non agendo così allo scoperto, svolgono una certa attività con l’Iraq, per il tramite delle loro filiali europee».
«Gli Stati uniti», aggiunge, «rimangono i maggiori consumatori di petrolio iracheno e forniscono quindi un appoggio indiretto al sistema di tangenti, imposto da Saddam Hussein dall’autunno del 2000».
Infine, Fawcett ammette che la responsabilità del rispetto delle sanzioni dell’ONU spetta innanzitutto all’organizzazione internazionale. Ora, accusa, l’ONU non assume le sue responsabilità.
«Tutti i contratti del programma ‘petrolio in cambio di cibo’ sono conclusi a Bagdad», deplora Fawcett, «e il controllo delle Nazioni Unite è virtualmente inesistente».
swissinfo, Marie-Christine Bonzom, Washington
(traduzione: Fabio Mariani)
In breve
Secondo la tv americana CBS, Saddam avrebbe incassato tangenti da ditte svizzere, nell’ambito del programma ‘petrolio in cambio di cibo’. D’altro canto, buona parte dei suoi averi sarebbero custoditi in Svizzera, protetti dal segreto bancario.
Queste rivelazioni suscitano l’attenzione del ministero pubblico della confederazione, mentre il segretariato all’economia annuncia l’apertura di un’inchiesta su una società coinvolta in un caso di tangenti.
Intanto però risultano sconosciute le due ditte svizzere citate dall’autore di un’inchiesta, sulla quale si basano le affermazioni della tv americana.