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LONDRA - Ha dell'incredibile la storia di un 72enne di Bristol, nel Regno Unito, che è rimasto ammalato di Covid per più di 290 giorni di fila, ovvero 10 mesi consecutivi.
Secondo il Guardian, che ha raccontato la storia di Dave Smith, si tratta della più lunga infezione attiva di Covid-19 mai registrata fino ad oggi.
Smith è risultato positivo nel 2020, durante la prima ondata, e non si sarebbe mai aspettato di vivere ciò che è successo: invece di andarsene dopo qualche settimana, come accade generalmente, il virus è rimasto presente nel suo organismo per quasi 10 mesi.
È stato un periodo drammatico per l'uomo e per la famiglia: nel corso di quei mesi, ha registrato 42 test PCR positivi ed è stato ricoverato in ospedale ben sette volte, rischiando di non farcela. Debole e costretto a letto anche per mesi senza riuscire a fare nulla, lui e la moglie avevano già preparato le carte per i funerali.
Infine, a sorpresa, l'uomo è stato curato con un cocktail di anticorpi sviluppato dall'azienda Regeneron (sì, lo stesso che è stato usato anche per trattare Donald Trump). A Smith è stato concesso l'accesso al farmaco in modo eccezionale, solo grazie ad una clausola per cui una terapia non autorizzata può essere data se non esiste un altro trattamento approvato altrettanto soddisfacente.
Quarantacinque giorni dopo aver assunto il farmaco, Smith ha ricevuto un test PCR negativo. «Abbiamo aperto una bottiglia di champagne», ha raccontato l'uomo, che non potrà riprendersi al 100% visti i danni ai polmoni, ma che si gode ogni giorno che vive in più come un bonus.
In generale, secondo alcuni esperti contattati dal quotidiano britannico, esistono alcuni rari casi di pazienti che incontrano «infezioni persistenti», per via di bassi livelli di anticorpi neutralizzanti. Questo può accadere a causa di un recente trattamento per il cancro (Smith è dovuto sottostare alla chemioterapia per una leucemia, fino al 2019), o a causa di una condizione ereditaria.
Per questi pazienti, sottolineano i medici che hanno curato Smith, è fondamentale migliorare l'accesso a questi trattamenti, per alleviare la loro sofferenza e per scongiurare il rischio teorico che nuove varianti emergano nel corso delle loro infezioni.