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In linea di principio, quando un veicolo viene «flashato» da un radar, il detentore del veicolo riceve un avviso di infrazione. Se questi non denuncia il conducente responsabile entro il termine concesso, sarà lui a essere multato. L’unico modo per evitare che ciò accada è quindi denunciare obbligatoriamente l’autore dell’eccesso di velocità.
Tuttavia, esiste un’eccezione a tale obbligo di denuncia quando l’autore dell’infrazione è un parente. Infatti, il Codice di procedura penale prevede espressamente il diritto di rifiutare di testimoniare se le dichiarazioni possono coinvolgere un parente. Per parente si intende, in particolare, il coniuge, la persona che di fatto è convivente, la persona che ha figli con l’imputato, i genitori e i parenti in linea diretta o ancora i fratelli e le sorelle.
Secondo la giurisprudenza (sentenza del TF 6B_1232/2020 del 14 giugno 2021), il conducente di un veicolo automobilistico può essere condannato per un’infrazione alla legge sulla circolazione stradale soltanto se viene stabilito in modo soddisfacente che è lui l’effettivo autore di tale infrazione. In altre parole, il giudice può pronunciare tale condanna soltanto se ha acquisito la convinzione che sia proprio la persona interessata ad aver infranto le norme della circolazione. Quando un’infrazione è stata debitamente constatata, senza che tuttavia l’autore possa essere identificato, l’autorità non può limitarsi a presumere che il veicolo fosse guidato dal detentore, facendo ricadere l’onere della prova su quest’ultimo (ATF 106 IV 142 consid. 3 ; 105 Ib 114 consid. 1a, relativa alla revoca della licenza di condurre; sentenza 6B_914/2015 del 30 giugno 2016, consid. 1.2).
Pertanto, quando l’autore di un’infrazione constatata non può essere identificato immediatamente, il giudice può certamente, in un primo tempo, presumere che il detentore del veicolo in questione fosse anche il conducente nel momento critico. Tuttavia, non appena questa versione viene contestata dall’interessato, spetta a lui stabilire la sua colpevolezza sulla base di tutte le circostanze, senza oltrepassare i limiti dell’arbitrarietà. Se giunge alla conclusione che il detentore, nonostante i suoi dinieghi, è effettivamente il conducente colpevole, la condanna è fondata (ATF 106 IV 142 consid. 3 ; sentenza 6B_914/2015 del 30 giugno 2016, consid. 1.2). Non è sufficiente per il detentore invocare il diritto al silenzio o il diritto di non autoincriminarsi per sfuggire a una pena quando la sua colpevolezza non è in dubbio.
Alla luce di quanto sopra, il detentore che riceve un avviso di infrazione può rifiutarsi di rivelare l’identità del conducente se si tratta di un parente. Inoltre, dovrà rendere verosimile il fatto che non era lui a condurre al momento dei fatti. A tal proposito, può offrire i diversi mezzi di prova abituali, in particolare testimonianze e documenti che permetta