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Il primo fu il tedesco Alfred Andersch, nel 1958. Nato a Monaco il 4 febbraio 1914 in una famiglia borghese e col padre, reduce della prima guerra mondiale, apertamente nazionalista e tra i primi sostenitori dell’hitlerismo, a diciannove anni era entrato nel partito comunista proprio nel momento in cui i nazisti si impossessavano del potere in Germania. Deportato due volte a Dachau e poi costretto a prestare servizio nell’esercito sul fronte italiano, nel giugno 1944 aveva disertato nei pressi di Viterbo e si era consegnato agli americani.
Nell’immediato dopoguerra, prima negli Stati Uniti e in seguito nella Germania divisa in zone di occupazione, aveva diretto due riviste letterarie con l’intenzione di ricreare la cultura tedesca distrutta da dodici anni di dittatura e barbarie. Nel 1952 aveva raccontato la propria giovinezza, la guerra e la diserzione in un libro che ancora oggi rimane un documento di valore inestimabile, “Le ciliegie della libertà”, e cinque anni dopo, nel 1957, aveva declinato in forma utopica il tema della libertà e della fuga nel racconto-apologo “Zanzibar, ovvero l’ultimo perché”.
La libertà e la fuga rimarranno poi il filo conduttore di tutte le sue opere narrative, dal romanzo di ambientazione italiana “La Rossa”, del 1960, fino allo splendido racconto autobiografico “Il padre di un assassino”, scritto negli ultimi mesi di vita e pubblicato postumo nell’autunno 1980. Malato da anni di diabete e di insufficienza renale, il 66enne Andersch era morto infatti nel febbraio di quello stesso anno.
Nella Germania dei secondi anni Cinquanta, che sotto la guida di Konrad Adenauer e Ludwig Erhard si stava avviando verso il riarmo e una rinascita economica fatta in larga parte di collusioni e pavidi silenzi nei confronti del passato nazista, c’era poco spazio per intellettuali tanto lucidi, rigorosi, coraggiosi e lontani da qualsiasi forma di compromesso. E così Andersch emigrò, compiendo un gesto che, secondo le sue stesse parole, avrebbe dovuto compiere già parecchi anni prima. Nel frattempo, abbandonato il comunismo e il dogma marxista, si era avvicinato a un’idea di socialismo molto influenzata dall’esistenzialismo francese.
La scelta cadde sulla neutrale Svizzera, che offriva uno spazio vitale relativamente libero dai contrasti della politica europea e mondiale. Seguendo il consiglio della germanista italo-svizzera Lavinia Mazzucchetti, Andersch scelse di stabilirsi con la seconda moglie Gisela nel villaggio di Berzona, nella Valle Onsernone, la più selvaggia e disabitata delle valli che da Locarno e il Lago Maggiore si spingono a nord-ovest verso l’Ossola e il confine. Uno dei suoi traduttori italiani, il compianto Italo Alighiero Chiusano, che si spese moltissimo per rendere accessibile la sua opera anche ai lettori italofoni, fu spesso suo ospite a Berzona e raccontò in questo modo il villaggio e la valle: «Andersch scovò una valle selvaggia e semiabbandonata, la Valle Onsernone, la percorse quasi per intero lungo le giravolte della sua stretta strada cantonale e si stabilì a Berzona, un paesino all’antica, case rustiche, stalle, un emporio alla buona, con tutti i generi di prima necessità, cimiterino grande come un fazzoletto, con buffe lapidi in stile ottocentesco e tanto tanto verde, castagni faggi noccioli felci sambuchi, tra il grigio del granito, il bruno della terra grassa, la gelida limpidezza dei ruscelli non inquinati. Ottima scelta. E glielo dissero anche i suoi amici Max Frisch e Golo Mann, che difatti vi comprarono subito una casetta anche loro. Il tasso di celebrità mondiali, rispetto al numero di abitanti, era certo il più alto della terra, Parigi o Los Angeles al confronto diventavano città di analfabeti». Nel novero bisogna inserire anche Jan Tschichold, grandissimo grafico e tipografo, e Armand Schulthess col suo leggendario “giardino enciclopedico” nella vicina Auressio.
Alfred Andersch, Golo Mann e Max Frisch: tre scrittori e intellettuali di rango mondiale in un villaggio di circa ottanta abitanti, senza contare molti altri artisti che ne seguirono l’esempio e scelsero di stabilirsi in altre località della Valle Onsernone oppure nella vicina Valle Maggia. E’ la nascita di un mito che tutto sommato rimane vivo ancora oggi, anche se Andersch, Mann e Frisch sono scomparsi ormai da tempo e le valli del Locarnese, più che gli artisti, hanno poi attratto l’alta borghesia tedesca e svizzera tedesca (ironia della sorte: proprio i figli e i nipoti di quel miracolo economico tanto detestato da Andersch). Lo stesso Andersch, per il quale Berzona rappresentava «montagne e sud insieme» (il «versante giusto delle montagne», secondo il suo “predecessore” Hermann Hesse), lo aveva già intuito all’inizio degli anni Settanta, quando osservò in un breve scritto autobiografico: «Quindici anni fa, quando abbiamo acquistato per una cifra insignificante una casa di granito vecchia di trecento anni e abbiamo cominciato un po’ a ristrutturarla, non sospettavamo che in quel modo stavamo contribuendo alla creazione di un’immagine ideale che adesso è sulla bocca di tutti in Germania. E non si può fare nulla per contrastarla».
Un consiglio tira l’altro. A metà degli anni Sessanta, proprio su consiglio di Andersch, conosciuto a Zurigo e frequentato poi a Roma, anche Max Frisch scelse di stabilirsi nella Valle Onsernone. Le motivazioni erano molto diverse rispetto a quelle di Andersch: lo svizzero Frisch, zurighese di nascita, si era espresso più volte in maniera estremamente critica contro i miti e le finzioni della società e della politica elvetica, aveva trascorso cinque anni di esilio volontario a Roma ma sentiva il desiderio di tornare in patria, in un luogo che gli permettesse di essere in Svizzera ma nello stesso tempo lontano dai centri dell’establishment politico e culturale del paese. Nel 1965, grazie all’indicazione di Andersch e ai ricordi del servizio militare svolto sulle montagne del Ticino durante la guerra, la scelta cadde infine su Berzona, che per oltre un quarto di secolo, fino alla morte nel 1991, divenne per Frisch una specie di “endroit écarté” dove riposarsi dai lunghi viaggi e dai periodi, spesso turbolenti e non privi di complicazioni, trascorsi nelle sue altre abitazioni di Zurigo, Berlino e New York.
A differenza di Andersch e Golo Mann, che ne hanno parlato solo occasionalmente e in scritti sostanzialmente privi di pretese letterarie, Berzona possiede un ruolo tutt’altro che marginale nell’opera di Frisch: se ne trovano numerose tracce nel “Diario della coscienza 1966-1971” (dove tra l’altro c’è la simpatica descrizione di una partita a bocce proprio con Andersch), nel lungo e sofferto racconto autobiografico “Montauk”, uscito nel 1975, e soprattutto nel lungo racconto “L’uomo nell’Olocene”, del 1979.
Nelle pagine di questo libro, la remota Valle Onsernone diventa una metafora e insieme il centro del mondo, un luogo archetipico che contiene tutte le coordinate della condizione umana. Perché in realtà -e cioè in quella “realtà”, l’unica davvero esistente, fatta di reinvenzione fantastica e leopardiane proiezioni immaginative- ogni luogo può davvero essere il centro del mondo. E' il mistero della grande letteratura, ma è anche il mistero e la magia di una valle che, come diceva Andersch, «malgrado tutto» -malgrado la modernità, le discutibili glorie del progresso e la rapacità plebea dei “nouveaux riches”- continua a conservare «un che di incantato».