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26 Febbraio 2013 – PROGRESSO SOCIALE
È meglio essere buoni oppure è meglio essere giusti? Conviene esserlo? Stando alla poesia “I Giusti” di Jorge Luis Borges, “tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”. In effetti, malgrado l’opinione del poeta, parrebbe invece che quelli che non badano ai sensi del giusto e del buono siano coloro che alla fine meglio se la cavano. È espressione popolare ricorrente che in fondo “la legge è più uguale per alcuni che non per altri”. Senza nulla togliere alla positività di essere “buoni”, preferisco, con John Rawls (1921-2002), sostenere che è meglio essere “giusti”. Dal profilo della filosofia morale, la bontà, talvolta, può dar adito a situazioni poco chiare: probabilmente è più facile al ricco apparire buono quando è lui a decidere di donare ai poveri un importo da lui stabilito che non un sistema “anonimizzante” di giustizia redistributiva sulla base di una legge tributaria. Rawls, celebre pensatore americano, ha scritto forse il testo più famoso sulla morale (“Una teoria della giustizia”). Un testo che sicuramente ha cambiato la storia della filosofia politica: un monumentale tentativo di elaborare una filosofia morale moderna. Questa Teoria si fonda sostanzialmente su due “principi di giustizia”. Il primo è un principio di libertà; il secondo di eguaglianza. Per tentare di spiegare la complessità analitica con cui Rawls ha elaborato la sua Teoria, ho trovato questo “gioco” (cfr. R. D. Precht, “Ma io chi sono?”, Garzanti). Cerchiamo di immaginare una società senza ombra di ingiustizia. Abbiamo una tavola da gioco e un set di pedine, ovvero un gruppo di persone che convivono in un territorio circoscritto. Ci sono uomini, donne, bambini e anziani ma dal momento che in questo gioco partiamo veramente da zero, stabiliamo che nessuna di queste persone sa di partenza se è intelligente o stupida, bella o brutta, forte o debole, vecchia o giovane, uomo o donna. In pratica sono tutti spazi bianchi senza biografia. Affinché queste persone possano convivere nello spazio circoscritto hanno bisogno di regole per non cadere nel caos e nell’anarchia. Tutti vorranno soddisfare almeno i bisogni fondamentali: accesso all’acqua, mangiare a sufficienza, un luogo riparato dove dormire. Altri bisogni più sofisticati non sono ancora conosciuti a queste “pedine”. Orbene, qual è il primo principio su cui ci si metterà d’accordo? È tutt’altro che facile. Infatti nessuno sa chi è esattamente e dove si colloca nella vita reale. Non sapendo se sta tra i forti, intelligenti, giovani, occidentali, oppure se sta all’esatto opposto, nessuno può prevedere cosa sia meglio (conveniente) per lui. Questo stato d’incertezza impedisce che determinati interessi individuali influiscano sulla decisione, garantendo lealtà e facendo in modo che prevalgano interessi condivisi da tutti. È infatti possibile che qualcuno in realtà parta da condizioni sfavorevoli. Per questo è consigliabile immedesimarsi nella situazione del più debole, pensare al bene comune e formulare regole leali, che possano sostenere anche i più svantaggiati. Affinché nessuno ci rimetta e nessuno sia ingannato, il gruppo potrebbe stilare le seguenti regole di base: 1) Tutti godono della stessa libertà. La libertà del singolo può essere limitata solo per garantire quella degli altri. 2) Le diseguaglianze sociali ed economiche devono rispettare le seguenti condizioni: 2a) Il benessere raggiunto deve recare il più grande vantaggio possibile anche ai meno fortunati; 2b) A tutti vengono lealmente riconosciute le stesse opportunità perché un’equa eguaglianza è una radicale messa in discussione della lotteria sociale e genetica. Per Rawls ciò che è corretto nei confronti di tutti è anche giusto, e una società pensata da uomini liberi e uguali è una società leale e giusta. Un ordinamento sociale è quindi giusto quando ognuno lo può approvare prima di sapere quale posto gli spetta al suo interno. In uno Stato ideale tutti hanno le stesse libertà fondamentali, ma dal momento che non tutti gli uomini hanno le stesse capacità o fortune nasceranno delle diseguaglianze. Diseguaglianze che per giustizia, vanno mitigate.. Un principio di una semplicità e chiarezza da togliere il respiro. L’idea di Rawls in realtà affinava, ammodernava quelle di Epicuro, Hobbes, Locke, Rousseau. Se non che nel XX secolo si è vieppiù voluto bandire l’etica dalla filosofia, dalla politica e dall’economia. Di fatti ne paghiamo oggi le conseguenze. La Teoria di Rawls è forse utopica e l’utopia oggi è fuori moda. Altri come Adam Smith preferivano partire dall’idea che la molla dell’agire umano sarebbero piuttosto l’egoismo, il bisogno. E che era da questo che, attraverso una “mano invisibile”, si sarebbe miracolosamente generato l’equilibrio sociale tramite il libero mercato. Altre obiezioni alla Teoria di Rawls nascevano e nascono dagli utilitaristi per i quali “è giusto ciò che è buono per molti” e basta, oppure da coloro – molto “terre à terre” e senza prospettive di miglioramento – che si limitano a constatare o quantomeno dubitare che “ogni essere umano sia davvero saggio, incorruttibile, ragionevole e leale” come auspicava Rawls. Tuttavia, ogni Teoria necessiterebbe della sua applicazione per divenire utile allo scopo. Se preferissimo mettere tutte le teorie nel cassetto perché ci costa sacrificio applicarle, insegnarle e promuoverle, non avremmo né progresso scientifico né progresso sociale. Alcuni critici di Rawls affermano pure che in realtà esistono beni più importanti della giustizia: la libertà, la stabilità, la sicurezza, l’efficienza soggette a meno limiti possibili. Per questi, è meglio uno Stato benestante e stabile quand’anche ingiusto. Meglio uno Stato sicuro quand’anche limitativo delle libertà. A questi Rawls ribatteva che “quello che è giusto, al contempo è buono per tutti”. La forza della sua Teoria ritengo sia la coerenza dei due principi menzionati, mentre gli utilitaristi sacrificano spesso o l’uno o l’altro dei due a favore di qualcos’altro, di non meglio definito ma che spesso nasconde un tornaconto di parte. Gli utilitaristi quali J. Bentham o J.S. Mill si trovavano di fronte alla domanda di come la ricerca (individuale, egoistica) della felicità di ogni singolo potesse far nascere una società giusta, Rawls voleva dimostrare come una società giusta potesse portare alla libertà e quindi alla felicità di tutti. Per i primi, lo Stato è un male necessario che dovrebbe fungere da guardiano notturno e intervenire solo in caso di incendio. Mentre per Rawls esso è la sorgente delle leggi morali e quindi si impegna in molte sedi per armonizzare gli interessi. È proprio questo il punto che ancora oggi segna la linea di confine tra i diversi schieramenti politici. La giustizia è innanzitutto un compito dello Stato, o bisogna cercarla nei doveri che ogni individuo saprebbe imporre a sé stesso? Le Teorie utilitaristiche e quella di Rawls vanno invece d’accordo quando si tratta di opporsi a un egualitarismo che livelli tutto, come nel socialismo di stato. Una società che mirasse soltanto all’uguaglianza sarebbe per entrambe le posizioni in contrasto con la natura umana e andrebbe inesorabilmente incontro al ristagno o al declino. Fino al 1989, abbiamo vissuto una divisione tra comunismo e capitalismo, che vede al suo centro una questione di giustizia in termini di diversa interpretazione e applicazione dei concetti di libertà ed eguaglianza. Dopo quella data, la divisione è cambiata. Sono tornati sulla cresta dell’onda problemi quali la cultura, la tradizione, le religioni e il pluralismo. La globalizzazione ha creato più ingiustizie nel mondo? Vien da dir di sì. Stiamo vivendo anni di crisi finanziaria, economica, di modello di sviluppo, ma anche di valori. Rawls ci ha insegnato che la politica e l’economia scorrono nel letto dell’etica. Ce lo siamo dimenticati.
Avv. Matteo Quadranti, gran consigliere