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Lo scandalo Watergate ha cambiato per sempre il giornalismo americano. Molti giornalisti statunitensi, specialmente i reporter politici, ricordano l’implacabile lavoro investigativo che ha portato alle dimissioni di Richard Nixon come un momento di svolta epocale. Quel che è certo è che dopo il Watergate (1972-1974), l’informazione negli Stati Uniti non è più tornata alla vecchia pratica, molto in voga negli anni ’50, di far sentire i politici quanto più a loro agio possibile. Ma è stato solo lo scandalo Watergate a rendere i giornalisti più aggressivi e più disposti a mettere in discussione la politica? In uno studio recente, Katherine Fink e Michael Schudson della Columbia University sostengono che ci potrebbero essere molti altri fattori in gioco, oltre allo scoop di Bob Woodward e Carl Bernstein, ad aver causato questo radicale cambio di prospettiva.
Secondo i ricercatori, negli ultimi 50 o 60 anni, “i giornalisti si sono presentati in modo più aggressivo, gli articoli sono diventati più lunghi, i reporter si sono fatti meno propensi a lasciare il frame delle notizie in mano alla politica e più aperti invece a proporre analisi e contestualizzazioni di loro pugno”. Dal loro punto di vista, comunque, è avvenuto un meno visibile, ma non meno globale, cambiamento nella cultura e nella mentalità di chi fa informazione. Lo studio si è concentrato sul New York Times, il Washington Post e il Milwaukee Journal Sentinel, andando ad analizzare le prime pagine pubblicate tra il 1955 e il 2003 per determinare come il giornalismo sia cambiato durante questo periodo. I risultati mostrano come il numero di articoli sintetici sul modello “just the facts” sia diminuito. D’altro canto, Fink e Schudson hanno riscontrato una crescita significativa di quello che loro chiamano “contextual reporting”, un tipo di giornalismo più analitico e di contesto. Per il loro studio, i ricercatori hanno selezionato un anno di ogni decennio, evitando i periodi pre-elettorali per separare il coverage serrato delle campagne elettorali.
Gli articoli considerati “convenzionali” e “just the facts” sono quelli che forniscono risposte a quattro delle cinque “W” classiche del giornalismo – “who?”, “what?”, “when?”, “where”? – senza toccare o ignorando completamente il “why?”. Questi articoli descrivono eventi accaduti una volta sola e nelle precedenti 24 ore. I pezzi catalogati come “contextual stories”, invece, forniscono più informazioni e più contesto, ma non investigazioni in senso stretto. Questo tipo di storie possono essere descrittive o di approfondimento ma in ogni caso sono in grado di aiutare il lettore a comprendere meglio questioni complicate. I ricercatori segnalano che l’analisi accademica di questo genere è ancora molto ristretta e non c’è concordanza su come definire questo genere giornalistico. Gli articoli in cui i media svolgono il ruolo di watchdog, invece, ovvero quelli dove i giornalisti si espongono apertamente per scoprire la corruzione o per proteggere persone vittime di ingiustizie, sono invece stati categorizzati come propriamente investigativi.
I ricercatori notano come le storie investigative siano sempre state rare a causa delle difficoltà connesse a questo genere di giornalismo. In molti casi, è bene segnalare, come gli articoli di contesto svolgano le stesse funzioni del reporting investigativo propriamente detto, mettendo alla luce fatti importanti che possono essere accessibili ma non hanno ancora raggiunto l’attenzione pubblica. Lo studio mostra come, al contrario del giornalismo investigativo che rimane raro, il genere analitico è cresciuto in modo significativo. Il tasso di articoli di questo tipo è sostanzialmente raddoppiato dall’8% del 1955 al 15% del 1967. Da quel momento i numeri hanno continuato a crescere, raggiungendo il 45% nel 2003. Il tasso di storie “just the facts” è sceso invece dall’85% del 1955 al 47 del 2003.
Fink e Schudson sottolineano che i giornalisti hanno enfatizzato lo scandalo Watergate – attribuendogli meriti storici forse troppo ampi – dimenticandosi che un cambio di cultura più ampio era già avvenuto durante gli anni ’60. I ricercatori, pur non identificando la forza che avrebbe guidato questo cambio di prospettiva, dubitano che esso possa essere attribuito a un solo evento come lo scandalo Watergate o la guerra in Vietnam.
“Spiegare questo cambiamento diventa ancora più complicato quando si nota che il giornalismo in Europa si è mosso nella medesima direzione, anche senza Watergate o il Vietnam. […] Qualunque sia la spiegazione identificata, bisogna tenere da conto cambiamenti che hanno interessato sia il giornalismo in Europa che negli Usa, il servizio pubblico come la tv commerciale, la televisione come la carta stampata”, scrivono i ricercatori. I loro risultati sono vicini a quanto scritto da Steven Clayman, sociologo della University of California, quando scrive che “un cambiamento nella cultura redazionale è la chiave, più che alcune modifiche fissate da trend economici, politici o tecnologici particolari o legati a eventi singoli che avvengono al di fuori delle redazioni”.
Source: Katherine Fink and Michael Schudson (2013): The Rise of Contextual Journalism, 1950′s-2000′s. In: Journalism, February 17, 0(0), 1-18
Articolo tradotto dall’originale inglese
Photo credits: engnr_chik / Flickr CC
Tags:accountability, Barack Obama, Bob Woodward, Carl Bernstein, Daniel Ellsberg, giornalismo investigativo, Media e politica, media e potere, Milwaukee Journal Sentinel, New York Times, Pentagon papers, Richard Nixon, Stati Uniti, Vietnam, Washington Post, Watergate