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Si racconta che nel 1583 il cardinale Carlo Borromeo si recò ad Ascona per assistere all’esecuzione testamentaria di Bartolomeo Papio che aveva lasciato alla Chiesa, oltre al suo palazzo, una cospicua somma destinata alla costruzione di un seminario. Il Borromeo giudicò il palazzo del Papio inadatto alla trasformazione in seminario perché “…a nessun modo vi è luogo per un minimo giardino.”
Scelse quindi il vasto terreno adiacente alla chiesa di S. Maria della Misericordia, situato alle spalle del centro abitato a confine con il territorio agricolo, sul quale poi fu edificato il seminario dedicato al Papio. Il giardino, quindi, nasce insieme al seminario e costituisce la ragione della sua stessa concezione architettonica.
Lo spazio del giardino è un hortus conclusus, protetto da muri in pietra che delimitano la sua precisa geometria trapezoidale, contrapposta all’andamento curvilineo dei muri che delimitano i preesistenti percorsi nell’intorno. Tra i due sistemi di muri rimangono degli spazi residuali, a forma di triangoli irregolari, destinati a depositi all’aperto.
Quando sorge l’esigenza di realizzare una mensa per gli studenti del Papio, che da seminario si è poi trasformato in collegio, Giraudi e Radczuweit - incaricati di eseguire il progetto - ribaltano l’ipotesi precedente che prevedeva di costruire un nuovo edificio in mezzo al giardino, e propongono di trasformare in un pieno edificato il vuoto del maggiore di quegli spazi residuali, situato a sudovest tra il giardino e l’abitato.
Il progetto propone di rispettare rigorosamente i muri di pietra, che diventeranno le mura continue del nuovo edificio. La nuova mensa non modificherà la topografia preesistente.
E’ un atteggiamento progettuale radicale, che rivela il pensiero altrettanto chiaro di Giraudi e Radczuweit in merito alla condizione urbana di Ascona, e più in generale in merito alla situazione urbanistica del territorio ticinese, negli anni passati oggetto di un’espansione edilizia diffusa e scriteriata.
Per chi pensa che la prima e più importante misura di sostenibilità ambientale sia quella a scala urbanistica, sia cioè la scelta del luogo dove insediare le nuove attività, questo progetto rappresenta un caso esemplare di buona pratica della cultura della costruzione. Il concetto di “manutenzione del territorio” può sostituire - come criterio generale dell’attività edilizia - la consueta contrapposizione tra nuova costruzione e recupero dell’esistente, orientando le scelte insediative verso il riuso delle infrastrutture e degli spazi già costruiti.
La copertura diventa il grande tema attorno al quale viene concepito il progetto. La quinta facciata viene pensata come unica facciata dell’edificio e la sfida è di coprire lo spazio lasciandolo libero da strutture portanti intermedie. Come il filo continuo di un rammendo che unisce i lembi di un tessuto strappato, le travi di metallo reticolare dividono in spicchi triangolari il cielo della mensa, poggiando sui muri in cemento armato eretti dietro ai muri di pietra del perimetro. L’esito spaziale del rammendo diventa sorprendente quando ognuna delle travi triangolari viene sollevata e fermata da due falde, spalancando un grande origami attraverso il quale la luce penetra da nord e invade l’aula.
La straordinaria appropriatezza della soluzione ci richiama alla mente l’affermazione di Heinrich Tessenow quando nel 1927, nel pieno delle polemiche a favore o contro il tetto piano, afferma che la vera alternativa è tra considerare o non considerare il tetto “come un elemento dell’architettura”. Il vero tema, sosteneva Tessenow, è quello di misurarsi con il progetto dello spazio e individuare la soluzione senza preconcetti.
Sono davvero pochi i riferimenti di opere moderne nelle quali la copertura ha un rilievo così determinante, a parte l’architettura industriale, che rimane un riferimento costante nella storia dello studio. Abbiamo pensato al tetto del Gimnasio Maravillas di Alejandro de la Sota, ma il riferimento più eloquente, suggerito dagli stessi autori, sono le architetture di Jørn Utzon. A parte l’iconica Opera House, in molte delle opere di Utzon – come nella bianca chiesa di Bagsværd in Danimarca – la qualità dello spazio è risolta, dopo la compressione dell’ingresso, con la dilatazione verso l’alto e con l’invenzione di una copertura che conferisce all’aula un carattere unico.
Nello scenario dell’architettura ticinese degli ultimi decenni il lavoro di Sandra Giraudi - che è stata associata con Felix Wettstein dal 1995 al 2010 e successivamente con Thomas Radczuweit - ha un posto particolare. La sua ricerca è ricca di suggestioni lontane dal Ticino e spazia dall’architettura della penisola iberica a quelle nordiche, evitando di adeguarsi ai modelli linguistici più comunemente praticati in Ticino.
L’insegnamento di Luigi Snozzi, diffuso - oltre che dalla cattedra del Politecnico di Losanna – attraverso le sue opere e le sue battaglie civili in difesa del progetto moderno, ha formato la cultura insediativa e la capacità di più generazioni di architetti di cercare intense relazioni con il contesto territoriale. Ancora oggi, infatti, la cultura architettonica ticinese si distingue nel panorama elvetico per il rigore dei principi sui quali è fondata. Oltre a questi insegnamenti, nelle opere di molti architetti prevale anche l’adozione di un linguaggio, in gran parte mutuato dall’opera di Snozzi e di altri maestri ticinesi, basato sulla dominanza dell’angolo retto, dominanza alla quale Sandra Giraudi si è sottratta praticando una ricerca personale, attenta soprattutto alla costruzione di atmosfere originali e di volta in volta diverse.
Nel cantiere precedente a questo di Ascona, la palestra e mensa scolastica di Massagno – progettata nel 2013 da Giraudi Radczuweit insieme a Durisch Nolli – la potente espressione dei fronti richiama le opere dei brasiliani Vilanova Artigas e Eduardo Reydi. Il tema degli appoggi a terra, che con la loro forma triangolare ritmano la figura, è ripetuto più volte con il medesimo passo, ma quando i varchi luminosi arrivano ad illuminare il grande vuoto della palestra, gli appoggi cambiano passo e segnalano la presenza dello spazio eccezionale. Un atteggiamento oggettivamente distante dalle modalità progettuali più diffuse in Ticino, e che conferisce a quest’opera pubblica un rilievo importante nel paesaggio residenziale. L’ampliamento della stazione ferroviaria di Basilea – progettata nel 2003 da Giraudi Wettstein insieme a Cruz e Ortiz – è un’altra architettura nella quale il progetto della copertura, che richiama il profilo delle montagne del Giura, è determinante e conferisce allo spazio pubblico una dimensione a scala urbana.
La profonda differenza con tutte le opere sopra citate è che la mensa di Ascona è un’architettura silenziosa, nascosta. All’esterno del perimetro del collegio Papio, il nuovo edificio collocato dietro ai muri che delimitano i percorsi non è visibile, se non dalle vicine colline o da un drone. Per scorgere la prospettiva della grande copertura di vetro e di lastre di rame è necessario entrare nel recinto murato del collegio e accedere al giardino da nord. Questa singolare qualità conferma il riferimento al rammendo che cuce i lembi di un tessuto strappato: il rammendo magistrale, infatti, non deve risultare appariscente.
Oggi nel grande giardino con i suoi percorsi a forma di croce è in corso un intervento di restauro, mirato a restituire l’antica unità architettonica ed a riproporre la coltivazione degli alberi da frutto e delle vigne. L’obiettivo è di aprirlo al pubblico, in modo da dotare la città di uno spazio separato dai percorsi più frequentati e dedicato, come lo era originariamente, alla contemplazione.
Di notte, quando si spegne la luce naturale che entra nell’aula dalle vetrate rivolte a nord, si accendono le falde disegnate da una trama anch’essa triangolare di led, che riproduce il reticolo della struttura portante di metallo. Il tessuto che confina lo strato di isolamento del tetto nasconde i corpi illuminanti, il cui chiarore si diffonde lungo la superfice del tetto, realizzando un effetto opalino completamente diverso da quello prodotto dalla luce naturale, anche perché la fonte luminosa proviene dalla direzione opposta e ribalta le ombre. L’atmosfera è intensa e insieme trasparente. Fa intendere che questo spazio è indifferente all’uso specifico al quale è destinato, è un luogo collettivo che può ospitare le più diverse forme di incontro sociale. La sensazione di introversione, che potrebbe essere indotta dall’illuminazione zenitale, viene completamente smentita dall’esperienza diretta, perchè la luce è stata progettata per espandere le misure dell’aula, aprendola verso il cielo e dissimulando la sua dimensione. E’ la presenza dell’arredo che riporta la sensazione del visitatore alla scala reale.
L’ingresso alla mensa è collocato nel lato corto del triangolo ed è protetto da una profonda tettoia che connette la mensa all’edificio delle aule, facendola così appartenere al complesso monumentale del collegio, costruito intorno al bellissimo chiostro progettato da Pellegrino Tibaldi. L’altezza interna della tettoia è appositamente limitata, in modo da ottenere la compressione spaziale necessaria per introdurre alla sorprendente spazialità luminosa dell’aula.
Tutte le attività di servizio sono dislocate al piano interrato, il cui accesso è risolto da una lunga rampa che corre lungo il lato esterno e curvilineo dell’aula. La separazione del piano orizzontale dalla parete perimetrale conferma l’atmosfera sospesa ricercata con la luce. L’unica apertura nel muro perimetrale, dalla quale si traguarda il lago, è una piccola bucatura collocata dove un tempo c’era una porta.
L’unico difetto (se si può definire tale) di quest’opera è che essa è assolutamente priva di difetti. La perfezione esecutiva, determinata dall’appropriatezza dei materiali e dai dettagli elegantemente minimali, produce la sensazione di entrare in un museo, più che in una mensa scolastica. E viene da abbassare il tono della voce.