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Il mondo dello sci alpino è nella tempesta. Dopo i gravi incidenti sulla pista del Lauberhorn è polemica sul sovraccarico fisico e sui rischi cui vengono sottoposti gli sciatori delle discipline veloci. Ne parliamo con una delle figure più note del circo bianco, il leventinese Mauro Pini (già allenatore, tra tanti campioni, di Lara Gut-Behrami).
Ha fatto molto discutere l'ultimo fine settimana sulle nevi di Wengen: non solo per le prime due vittorie in discesa di un già epocale Marco Odermatt, conquistate con una straordinaria doppietta sulla leggendaria pista del Lauberhorn, ma anche e soprattutto per i gravi infortuni di cui la stessa pista è stata teatro.
Alexis Pinturault e Alexander Aamodt Kilde - entrambi detentori di una Coppa del Mondo (trofeo prestigioso, il più difficile da conquistare poiché attribuito a quello che è il miglior sciatore sulla lunghezza di un’intera annata) - sono finiti entrambi all’ospedale, raggiungendo Marco Schwarz (l’unico atleta che a inizio stagione sembrava poter rivaleggiare con Odermatt), nell’ormai folto gruppo dei campioni finiti sotto i ferri nelle ultime settimane.
Se a infortunarsi sono i campioni… scatta l’allarme
Che nello sci alpino ci siano sempre stati infortuni, lo si sa. Ma allora perché così tanto rumore attorno a qualche caduta di troppo?
Giriamo la domanda a Mauro Pini, attuale allenatore di Petra Vlhova (detentrice, anche lei, di una Coppa del Mondo e attualmente atleta di punta in Slalom speciale e Slalom gigante della squadra femminile slovacca) e già preparatore di altri campioni e campionesse di calibro mondiale (su tutti Didier Cuche, Silvan Zurbriggen e Didier Defago, e su tutte Lara Gut-Behrami e Tina Maze). "È vero, ci sono sempre state cadute e ci sono sempre stati infortuni", ci dice subito, "ma se anche tra i migliori cominciano a verificarsi così tanti incidenti rovinosi, non si può non sentire suonare un campanello d'allarme."
Riavvolgiamo brevemente il nastro a beneficio di chi non fosse solito seguire lo sci alpino. Negli ultimi anni la Federazione Internazionale di Sci (FIS) ha spinto affinché il numero di gare della Coppa del Mondo fosse il più possibile parificato per le quattro discipline del circuito (Discesa, Supergigante, Slalom gigante e Slalom speciale). Storicamente, infatti, è sempre stato più facile vincere la Coppa del Mondo Generale (che si conquista accumulando il maggior numero di punti ottenuti in ogni disciplina) per chi primeggiava nelle specialità tecniche (Slalom gigante e Slalom speciale), poiché il numero di gare disputate è sempre stato maggiore. E ciò, nonostante gli atleti che gareggiano nelle discipline veloci siano i più seguiti dagli appassionati del circuito, in virtù del maggior prestigio della Discesa e dei maggiori rischi che essa comporta.
Gare su gare = infortuni
Per risolvere il problema e aumentare le chances di vittoria dei velocisti nella generale di Coppa del Mondo, ecco che negli ultimi anni - e quest'anno in maniera ancor più marcata - si è spinto per mettere in programma un numero maggiore di gare veloci e recuperare sistematicamente quelle annullate. L'annullamento di molte competizioni a inizio stagione ha di conseguenza portato a un accumulo di gare veloci stipate in pochi fine settimana. Così che da martedì a domenica di settimana scorsa gli atleti si sono trovati a disputare, oltre a uno Slalom, tre gare veloci e due allenamenti di discesa, oltretutto sul tracciato più lungo e sfiancante di tutto il circuito (il Lauberhorn). Risultato? Due super-campioni all'ospedale (e fuori dai giochi fino all’anno prossimo), solo per citare le due cadute più rovinose.
Prosegue Pini: "È la dimostrazione che per risolvere un problema la FIS ne ha creato un altro ben più grave, che sta addirittura mettendo in discussione l’intera organizzazione. Sono i campioni a tenere in piedi il sistema. Se per forzature di programma si cominciano a perdere i campioni, il gioco implode".
C’è chi dice, e tra questi anche il Segretario Generale della FIS Michel Vion, che gli sciatori potrebbero semplicemente scegliere di non partecipare a tutte le competizioni in calendario. Lo sci, però, non è il tennis, e non è pensato affinché gli atleti si costruiscano il calendario: nel tennis ci sono tornei in contemporanea e i premi variano di torneo in torneo. Lo stesso non vale per lo sci, da sempre strutturato sull’idea che ogni sciatore si presenti a tutti gli appuntamenti, anche perché i premi in denaro sono sempre modesti. C’è poco da scegliere, insomma.
"La pretesa di equilibrare il numero di gare delle varie discipline sta generando un enorme sovraccarico fisico e mentale, che per gli atleti diventa difficile da gestire". Come spiega Pini, infatti, "lo sport in generale è talmente esasperato e portato agli estremi della performance, che l'attenzione data alla gestione dell'atleta è oggi fondamentale.
Agli atleti chiediamo performances quasi sovrumane -si pensi a quello che sta facendo Odermatt-, ma ciò implica che si debba anche metterli nella condizione di poter gareggiare a tali livelli: occorre più tempo tra le gare, servono più recuperi e meno trasferte e viaggi. Noi, spettatori e addetti ai lavori, vorremmo sempre avere l'atleta al massimo della forma, ma è fisiologicamente impossibile. Con le nostre pretese ne mettiamo a rischio la salute".
Riferendosi alle dichiarazioni di Dominik Paris, discesista italiano di punta, il quale ha informato di aver sciato solamente all'80% durante la gara di giovedì onde preservare le forze per la gara più importante, quella del sabato, Pini aggiunge che "la gara di recupero di giovedì è stata affrontata con il freno a mano tirato da una parte degli atleti. E dunque, una gara falsata che valore ha?".
Lo sci, uno sport unico e in balia del meteo
Perché la FIS procede in maniera ostinata in questa direzione? "La FIS vuole a tutti i costi prendersi il suo palcoscenico. Lo stesso presidente ha dichiarato di voler portare lo sci alpino al livello di notorietà della Formula Uno”. Ma secondo Pini è un’emulazione fuori luogo: "Il nostro sport non può scopiazzare altre realtà con più mezzi e più soldi; lo sci è uno sport di nicchia, e difficilmente riuscirà a suscitare un interesse globale. Non esistono sport simili: lo sci è, ad esempio, completamente soggetto al meteo”.
"Ci sono due fattori che vanno considerati e non scavalcati", ci spiega. "Il primo è che le gare delle discipline tecniche sono meno soggette ad annullamenti, poiché possono essere svolte anche in condizioni meteorologiche peggiori, il secondo è che la preparazione di una gara tecnica richiede un solo giorno, mentre una gara veloce ne richiede almeno tre: non si può pianificare lo stesso numero di gare tecniche e veloci nel medesimo lasso di tempo".
In difesa della federazione internazionale, va detto che il suo race director, Markus Waldner si è improvvisamente accorto del problema dopo i recenti gravi infortuni e ha annunciato che non ci saranno più gare di recupero fintanto che lui sarà nella FIS; ma in questo cambio di rotta della Federazione crede poco Mauro Pini, il quale dubita che "l'anno prossimo Waldner avrà ancora il posto di lavoro".
Quali soluzioni, dunque, per risolvere il problema di bilanciamento tra discipline senza sovraccaricare gli atleti? "Io proporrei le coppe 'discipline tecniche' e 'discipline veloci' come riconoscimento intermedio tra la coppa generale e le coppe di specialità. Questa è un'idea per diminuire lo sbilanciamento e che potrebbe evitare questa smania di voler bilanciare a tutti i costi le gare, creando poi altri problemi pericolosi e non indifferenti" conclude Pini.