Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01174.jsonl.gz/385

Cento milioni di dollari per salvare il clima partendo dagli oceani
Investire cento milioni di dollari nella decarbonizzazione degli oceani? Per alcuni potrà sembrare un progetto molto ambizioso e, a tratti, difficile da concretizzare. Ma non per Propeller. La società, con sede a Boston, sta andando "a caccia di narvali". Per dirla in altre parole, sta cercando startup che siano in grado di sviluppare tecnologie per realizzare tre obiettivi ben precisi. Rimuovere l'anidride carbonica dall'oceano, decarbonizzare il trasporto marittimo e migliorare l'efficienza delle industrie marine. E, nel caso avanzasse tempo, sviluppare anche altre innovazioni. Ma non è tutto. Propeller ha intenzione di investire anche in aziende che cercano di sfruttare i microbi oceanici e altri organismi per produrre energia, farmaci e altri prodotti. Ed è qui che entra in gioco quel fondo di venture capital da cento milioni di dollari che, grazie alla collaborazione con uno dei principali istituti di ricerca marina, promette di provare a risolvere la sfida più ardua: quella della crisi climatica.
Considerare l'oceano
Sviluppare delle tecnologie oceaniche che possano contribuire a risolvere la crisi climatica. Questo, riassunto, è l'obiettivo su cui lavora Propeller. Ma perché concentrarsi proprio sull'oceano, per trovare soluzioni al cambiamento climatico? Secondo il fondatore della società, Brian Halligan, nella sfida con la crisi climatica, «l'oceano sta già facendo la maggior parte del lavoro sporco». La ragione è presto spiegata. Come si legge in un tweet dello stesso fondatore, gli oceani producono il 50% dell'ossigeno presente sul nostro pianeta e assorbono circa un terzo dell'anidride carbonica prodotta dalla combustione dei combustibili fossili. E non è tutto. Gli oceani assorbono anche il 93% del nostro calore in eccesso. Numeri che parlano chiaro, dunque, e che non lasciano spazio a equivoci. Ma c'è un'altra ragione alla base del pensiero del fondatore di Propeller. Quando si parla di tecnologie per il clima, sembrerebbe infatti che l'oceano sia molto spesso l'ultimo a essere considerato. Di conseguenza, sono pochi miliardi quelli investiti nelle tecnologie marine dedicate a trovare soluzioni legate agli oceani. E così, Halligan ha deciso di ribaltare la situazione e di cominciare a inseguire i cosiddetti "narvali".
Narvali VS unicorni
E perché Halligan continua a parlare di "narvali"? In realtà, il cetaceo altro non è che una metafora. «Piuttosto che inseguire gli unicorni, ossia le inafferrabili startup da un miliardo di dollari della Silicon Valley, Propeller persegue i "narvali", ossia le aziende che sviluppano tecnologie oceaniche rivoluzionarie». Niente unicorni, o creature leggendarie, quindi. Propeller segue solo gli animali marini, che popolano gli oceani che la società stessa studia. E a ragion veduta, bisogna ammettere. Come riporta Bloomberg, questa strategia ha un perché. La chiave sta nella partnership con il Woods Hole Oceanographic Institution. Qui, gli scienziati riceveranno sovvenzioni statali dal fondo di Propeller proprio per sviluppare tecnologie climatiche e oceaniche che possano essere commercializzate.
Qualcosa si smuove
Qual è, però, il vero vantaggio di partnership come questa? Secondo Mark Schrope, direttore della Schmidt Marine Technology Partners, un'organizzazione con sede a San Francisco che concede sovvenzioni per lo sviluppo di tecnologie oceaniche in fase iniziale, una collaborazione di questo tipo potrebbe essere il primo passo nel percorso verso la commercializzazione delle scoperte degli scienziati. Detto così, nulla di innovativo. Almeno a primo impatto. Sebbene, infatti, si tratti di partnership che esistono in molti settori, come in quello delle biotecnologie, anche in questo caso, l'oceano e i suoi studiosi sembrano non godere ancora del privilegio.
Nel frattempo, Halligan ha raccolto il suo fondo da individui e istituzioni facoltose e finora ha effettuato tre investimenti. Sebbene si sia rifiutato di identificare i beneficiari, il fondatore di Propeller ha svelato le mansioni di cui si stanno occupando. C'è chi sta lavorando a una tecnologia adatta a ridurre le emissioni del trasporto marittimo. Qualcun altro, invece, è intento a sviluppare un modo per estrarre il litio dall'acqua di mare, per poterlo in seguito utilizzare nelle batterie dei veicoli elettrici. E in ultimo, ma non meno importante, c'è chi invece sta realizzando un insieme di sensori oceanici. «L'oceano è enorme e se si riesce a trovare una soluzione espandibile per il clima, è logico che sia anche il luogo ideale per farlo», commenta Mark Schrope. Ricordando, però, che le basi scientifiche che stanno alla base di qualsiasi progetto devono essere ineccepibili. Senza delle buone fondamenta, anche cento milioni di dollari potrebbero non essere abbastanza.