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Dopo una vita media di circa trent’anni in mare, cargo, petroliere e navi da crociera, sono vendute a dei cantieri per essere demolite, in modo anche da ricavare acciaio e altri materiali. Ogni anno circa mille navi vengono smantellante nel mondo, e la maggior parte di esse finiscono in India, Bangladesh e Pakistan. Il 70% delle navi smantellate annualmente viene portata ad Alang, in India, e a Chittagong, in Bangladesh, dove vengono letteralmente spiaggiate lungo la costa dove imprenditori senza scrupoli sfruttano il basso costo del lavoro e l’assenza di regole in difesa dell’ambiente per massimizzare i profitti. Ogni anno decine di lavoratori, per lo più migranti interni, muoiono o subiscono gravi incidenti nei cantieri di Alang e Chittagong dove non esistono misure di sicurezza e i lavoratori sono costretti a smantellare le navi in ciabatte, senza alcuna protezione. Secondo alcune statistiche il 25% della forza lavoro nei cantieri di Chittagong, in Bangladesh, ha meno di 18 anni. I ragazzi giovani costano meno, sono più agili, hanno meno pretese, e possono lavorare anche negli anfratti più stretti delle navi spiaggiate. Per molti giovani lavorare nei cantieri è l’unico modo per sopravvivere, in uno dei Paesi più poveri del mondo. La Ong YPSA (Young People in Social Action) sta portando avanti un lavoro importante: ogni anno toglie dai cantieri una decina di ragazzi, formandoli e dandogli l’opportunità di imparare un altro mestiere, meno pericoloso e più remunerativo. Il lavoro minorile non è infatti vietato in Bangladesh, mentre sono invece vietati lavori pericolosi e usuranti, come appunto lo “shipbreaking”.
“Là dove muoiono le navi” è una serie di quattro puntate nella quale si vuole provare a raccontare quali sono gli effetti di questa attività in Bangladesh e India. Oggi occhi puntati su:
Il lavoro è stato realizzato grazie al supporto dello European Journalism Center (EJC)