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ROMA - Nove anni fa moriva Eluana Englaro. Da allora, in nove anni, la coscienza del Paese sul tema del fine vita è cambiata, ed è stata approvata la legge sul Biotestamento. Ma la lotta per il "diritto alla morte" ha avuto un percorso ancora più lungo segnato da tanti volti, a partire da quello dell'uomo che ha dato avvio a questa battaglia: Pier Giorgio Welby nel 2006.
Nel 2009 con il caso di Eluana, la giovane di Lecco rimasta in stato vegetativo per 17 anni dopo un incidente, il Paese si divise tra i favorevoli alla volontà del padre Beppino di far rispettare il desiderio della figlia quando era ancora in vita di porre fine alla sua esistenza se si fosse trovata in simili condizioni, ed i contrari. Varie le sentenze di rigetto delle richieste dei familiari di staccare la spina, finchè la Cassazione, per ben due volte, non si è pronunciata a favore della sospensione della nutrizione e idratazione artificiale che manteneva in vita la ragazza. Oggi, ricordando Eluana, Beppino dice: «Per me questa è la giornata del silenzio. Non esiste niente che possa dire». Ma il 14 dicembre, quando il Parlamento ha approvato la legge sul Biotestamento, Englaro si era augurato che non si ripetesse mai più una tragedia come quella di Eluana: «Non dovrà esserci mai più una tragedia nella tragedia come quella di Eluana. Questo è un giorno importante - disse - per i diritti e le libertà di tutti, una svolta di civiltà del nostro Paese». Con la legge sul Biotestamento «ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può esprimere le proprie preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonchè il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali».
Il primo a chiedere il diritto alla morte fu Pier Giorgio Welby, attivista e co-presidente dell'Associazione Coscioni. Colpito da anni dalla distrofia muscolare inviò all'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera in cui chiedeva l'eutanasia. Nel 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali di Welby di porre fine all'"accanimento terapeutico". Pochi giorni dopo, Welby chiese al medico Mario Riccio di porre fine al suo calvario. Tanti altri, dopo Welby, hanno combattuto per il diritto alla "morte dignitosa" contro la malattia, fino ai due casi più recenti, quelli del Dj Fabo Fabiano Antoniano e di Patrizia Cocco. Dj Fabo è morto in Svizzera un anno fa nella struttura dove si era recato con Marco Cappato dell'Associazione Coscioni per ottenere il suicidio assistito. Si era rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A 39 anni, cieco e tetraplegico per un incidente stradale, chiedeva di «essere libero di morire». Patrizia, invece, ha combattuto per 5 anni la sua battaglia contro la Sla, poi ha scelto di dire basta. Nuorese di 49 anni, è stata la prima in Italia ad ottenere di 'staccare la spina' dopo l'entrata in vigore della legge sul Biotestamento. Lo ha fatto dopo aver dato il suo assenso ai medici per la rinuncia alla ventilazione meccanica e per l'inizio della sedazione palliativa profonda.