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Secondo il codice civile, dieci anni dopo la scomparsa di una persona è possibile dichiararla legalmente morta (in caso di guerra o incidenti, gli anni diventano molti meno).
Si tratta forse di una inaccettabile e materialistica riduzione dell’essere persona al fare una telefonata agli amici e organizzare una cena con i parenti? Un attacco laicista alla vita degli eremiti?
Difficile sostenerlo. E allora non si capisce perché “l’idea che una persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più […] comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali”, come afferma Lucetta Scaraffia in un contestatissimo articolo per l’Osservatore Romano (I segni della morte, 3 settembre 2008).
In questo ragionamento c’è, evidentemente, una qualche altra assunzione che permette di passare dal “cervello che non funziona più” alla “identificazione della persona con le sole attività cerebrali”. Credo che questo assunto sia il fatto che qui non si ha a che fare con dei segni della morte (come il titolo dell’articolo, evidentemente non scelto dall’autrice, lascerebbe pensare), bensì con l’essenza della morte, e quindi della vita (oltre che con il “solito” problema dell’identità personale).
L’idea che traspare da questo articolo è che la vita sia un qualcosa di semplice e unitario. La possibilità che si abbia a che fare con un concetto complesso non viene presa in considerazione.