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Attualmente molti considerano che sia cominciata la fine della globalizzazione; la Cina ha conosciuto una rapida crescita a partire dagli anni ’90. Si aspetta che in futuro la Cina possa contare meno sulla globalizzazione, intesa come dinamica del mercato mondiale?
Patrick Ziltener: tutto lascia intendere che la globalizzazione continuerà a essere promossa, ma non secondo le stesse modalità di spinta che il processo ha conosciuto negli ultimi 40 anni. La Cina è piuttosto esplicita riguardo al suo interesse per il progresso della globalizzazione, che però sarà di carattere più cinese. Le regole, gli standard e i metodi cinesi saranno più diffusi e non sarà l’Occidente a continuare a dettare le regole. Quello che ci sfugge alla vista è che l’Asia orientale ha dato un impulso alla globalizzazione mentre in Occidente già stagnava: la Cina ha portato avanti il progetto di Partenariato economico globale regionale (RCEP) del Pacifico, mentre Donald Trump ha affossato il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), dominato dall’Occidente.
In altre parole, non abbiamo più una globalizzazione globale, ma una globalizzazione divisa, con sfere di influenza che si globalizzano a velocità e intensità diverse.
Esatto: consolidamento e liberalizzazione nell’area del Pacifico e nulla in Occidente. L’OMC è ancora bloccata e la Cina non la considera l’arena principale. Si concentra invece sull’integrazione regionale e, naturalmente, sulla Nuova via della seta. Prima il Paese asiatico era un «rule taker», ora è divenuto un «rule maker». Non dobbiamo dimenticare che la Cina è già competitiva in tutti gli ambiti sul mercato mondiale. Quando la Banca Mondiale pubblica un appalto per qualsivoglia progetto, nel 40% dei casi se lo aggiudicano attori cinesi.
Tuttavia, la Cina non si è proprio affidata alle ricette dei globalizzatori, incarnati dall’«Uomo di Davos» e dal consenso di Washington, per la sua crescita. Quali sono stati i fattori di successo dell'ascesa cinese?
La Cina ha studiato tutto, ha studiato come sono cresciuti il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan o Singapore e da ciò ha imparato che l’integrazione nel mercato mondiale è possibile e può sviluppare una dinamica molto vivace, ma che il tutto deve avvenire in maniera controllata. Si stabiliscono incentivi e si aprono spazi, ma sempre in modo graduale e mai causando un “big bang” mediante una politica economica ideologica, bensì piuttosto pragmatica. Si è iniziato con le zone economiche speciali di Shenzhen e nella provincia di Fujian, poi si sono valutate queste esperienze, si sono adattate le leggi e i regolamenti e poi si sono gradualmente estesi ad altri settori. Questa combinazione di elementi di mercato e di controllo ha alimentato una dinamica incredibile, preparata e accompagnata da una politica infrastrutturale statale. Il tutto non è mai stato guidato dall’idea di una completa liberalizzazione.
E la Cina non ha semplicemente dato carta bianca alle aziende straniere.
Ci sono sempre linee rosse da qualche parte all’orizzonte e la libertà d’azione delle aziende dipende interamente da come si inseriscono nell’agenda cinese: o viene steso loro il tappeto rosso, oppure viene chiesto loro di andarsene. Ecco perché le esperienze delle imprese sono così contraddittorie. Per un certo periodo, sembrava persino che l’influenza delle imprese statali si sarebbe gradualmente ridotta, fino a scomparire. Ma non è più il caso ed è chiaro che il settore controllato dallo Stato è e sarà sempre una delle colonne portanti. Le tendenze autoritarie sono evidenti anche nell’economia: in ogni azienda devono essere formati gruppi di partito, anche nelle aziende straniere. Walmart in Cina ha dunque al suo interno un gruppo del partito comunista. Nella maggior parte dei casi, questi gruppi non hanno un’influenza diretta sulle attività operative delle aziende, ma sono una sorta di riassicurazione: se qualcosa non va nella giusta direzione, c’è questo strumento a portata di mano per aggiustare la rotta secondo quanto auspicato dal Governo.
Come si definisce di fatto la giusta direzione? È cambiato qualcosa o si tratta sempre e comunque di crescita e forza economica?
L’obiettivo assolutamente primario è la stabilità politica, ovvero ciò che in inglese si chiama regime survival. Segue la crescita economica, ma non la semplice crescita pura e semplice, bensì l’affermarsi di aziende cinesi competitive a livello globale, come Huawei. La politica comunica apertamente in quali ambiti risiedono le priorità, che si tratti di aviazione, tecnica agricola o robotica. In questi ambiti un giorno sul mercato mondiale si farà strada la concorrenza di alcune grandi aziende cinesi che metteranno paura alla nostra ABB, alla nostra Novartis e, prima o poi, anche alla Nestlé.
Torniamo all’immediata attualità: nel contesto della guerra in Ucraina il governo cinese è confrontato con un dilemma. Da un lato, gradirebbe un’alleanza “eurasiatica” con la Russia contro gli Stati Uniti, dall’altro, l’Occidente è molto più importante per l’economia cinese. Condivide questa analisi? In caso affermativo, come si muoverà Pechino in questa situazione?
L’intera situazione è estremamente sgradevole per la Cina, come si è potuto notare anche nella prima conferenza stampa nella quale ha dovuto barcamenarsi la portavoce del Ministero degli Esteri. Da un lato, la Cina insiste sul principio della non interferenza e del non impiego di mezzi bellici. Dall’altro, e questo vale anche per la popolazione, è in gran parte l’Occidente a venire incolpato, sostenendo che l’espansione della Nato verso est e il contenimento della Russia siano le cause principali della guerra. In realtà, la Cina non approva il comportamento della Russia e questa è la buona notizia a mio avviso: in linea di principio la Cina non ricorrerà mai a un simile mezzo; ad esempio, non incorporerà mai Taiwan nella madrepatria, come ha fatto la Russia con la Crimea. Si tratterà invece di un gioco strategico, il quale è già iniziato quando Xi Jinping ha dichiarato che il problema legato a Taiwan non sarebbe stato trasmesso alle generazioni future.
Ma come potrà funzionare senza mezzi militari se Taiwan non è esattamente favorevole a entrare a far parte della Cina?
Credo che lo scenario più probabile sia quello a lungo termine, che prevede di confinare e asfissiare gradualmente il vicino Paese. Una prima mossa potrebbe essere quella di dire che la Cina non considera più sicure le forniture e il traffico navale con Taiwan. Le ripercussioni che si scatenerebbero sulla borsa in Taiwan sono ovvie. Grazie a simili metodi, facendo mancare in pratica la terra sotto i piedi a Taiwan, prima o poi la Cina non dovrà far altro che cogliere il frutto maturo.
Lei ha svolto ricerche riguardo alla Nuova via della seta e all’influenza cinese sull’Africa. Condivide le note accuse secondo cui la Cina sia semplicemente un’altra potenza coloniale?
La mia definizione di colonialismo include misure coercitive attuate attraverso l’uso della forza o la minaccia della forza. È la famosa politica delle cannoniere, che non vedo in Cina. Ora, naturalmente, si può usare il termine neocolonialismo, cioè dominanza e manipolazione attraverso mezzi non militari. Ciò sta accadendo in una certa misura. Soprattutto nella fase iniziale della Nuova via della seta, i cinesi sono arrivati e hanno chiesto: «Che cosa volete?». E se il presidente di un Paese africano diceva di volere un’autostrada che portasse alla sua città o al suo villaggio natale, questa veniva costruita, e senza considerazioni economiche. La situazione è un po’ cambiata, i progetti sono selezionati e realizzati meglio. Questo per me in ogni caso è l’aspetto più notevole: si tratta di un organismo che apprende. C’è un’analisi, una condivisione di esperienze e poi si stabiliscono nuovi standard, e questo accade in continuazione.
Ma la popolazione spesso la vede in modo diverso.
I primi risultati della ricerca mostrano che i progetti di successo, ad esempio una nuova linea ferroviaria in Nigeria, influenzano positivamente l’atteggiamento nei confronti della Cina. Tuttavia nella maggior parte dei Paesi che ho esaminato la popolazione nutre molta sfiducia nei confronti del proprio governo e altrettanta verso la Cina. Ciò che intraprendono insieme poi, a condizioni non trasparenti, viene accolto con grande diffidenza, come a dire: «La nostra élite corrotta fa comunella con la Cina e fa man bassa delle nostre materie prime».
Quindi, in definitiva, principalmente materie prime, come nella classica divisione coloniale del lavoro?
La Cina è interessata a una fornitura ininterrotta di materie prime, che sono fondamentali per l’industria cinese, in particolare per i settori avanzati come l’informatica e le tecnologie della comunicazione. Naturalmente dove si tiene la grande corsa alle materie prime, ad esempio in Congo o in Zambia, anche la Cina è attiva, come un attrice tra gli altri (peraltro anche la Svizzera ospita alcuni di tali attori centrali). La ricerca però mostra una differenza: le imprese cinesi sono interessate alla fornitura costante di queste risorse alla Cina, indipendentemente dal prezzo sul mercato mondiale, mentre le aziende occidentali vi reagiscono e aumentano o riducono l’estrazione, assumono o licenziano personale. La Cina inoltre con queste risorse conclude cosiddetti «swap deal», offre cioè la possibilità di pagare progetti infrastrutturali mediante materie prime. Non è una novità, esistevano già da molto prima che la Cina ne facesse uso e la Cina stessa li ha sperimentati: ci sono stati progetti infrastrutturali giapponesi in Cina che il Paese ha pagato con sue risorse. Pechino però non si limita unicamente ad assicurarsi progetti nell’ambito delle materie prime, ma punta anche su progetti infrastrutturali come dighe, stadi sportivi, edifici parlamentari o la sede dell’Unione africana. La Cina non lo vende come aiuto allo sviluppo, la considera piuttosto una situazione “win-win” ed è convinta di fare meglio dell’Occidente.
E qual è la vera differenza rispetto ai progetti infrastrutturali finanziati dall’Occidente?
Non c’è alcuna valutazione dell’impatto ambientale, né tantomeno una valutazione dell’impatto sociale, né vengono poste condizioni a questo proposito; ciò ovviamente rende l’opportunità attraente per i politici africani. Non sono previste neppure disposizioni in materia di trasparenza o misure anticorruzione. Il secondo grande vantaggio per i governi africani è la rapidità. La Cina riesce a costruire un aeroporto in due, tre o quattro anni e, soprattutto quando si devono vincere le elezioni, questo gioca un ruolo molto importante.
Quindi la Cina sta indebolendo la democrazia in Africa (altro topos questo) o addirittura sta favorendo l’autoritarismo?
L’intenzione autodichiarata della Cina di non interferire negli affari interni di altri Paesi è abbastanza credibile. In linea di principio, il tipo di regime non ha importanza. Che si tratti di regime autoritario, dittatura o democrazia, se c’è un progetto adatto, viene realizzato. In secondo luogo, la Cina non sta cercando di esportare il proprio regime. Malgrado ciò tramite i successi dello sviluppo promuove la stabilità di questi diversi regimi, almeno in alcuni casi, e poi c'è il lato autoritario. Ciò che mi pare in particolar modo preoccupante è che la Cina esporta anche metodi per stabilizzare i regimi attraverso l’influenzamento dell’opinione pubblica e le tecnologie di sorveglianza. Per esempio, forma esperti nelle tecniche di manipolazione che utilizza essa stessa, ad esempio sui social media. Quindi è già qui che si annida il pericolo dell’autoritarismo nonché del rafforzamento delle tendenze autoritarie di governi che sono saliti al potere democraticamente.
Un ultimo topos: con i suoi investimenti e i suoi progetti, la Cina sta trascinando l’Africa nel vortice della schiavitù del debito.
Sì, è una tendenza che c’è stata. Da un lato, ciò è dovuto al fatto che la Cina non ha ancora molta esperienza nella gestione del debito e sta sperimentando solo ora che il sovraindebitamento può diventare un problema. Tuttavia, la ricerca non è riuscita a dimostrare che la Cina persegua una strategia attiva di indebitamento al fine di rendere dipendenti i Paesi, di modo che non siano più in grado di onorare i propri debiti e la Cina possa quindi dettare qualsiasi condizione. Ci sono alcuni Paesi in cui la percentuale di debito nei confronti di Pechino è così elevata da far concludere che questi Paesi dipendono effettivamente dalla Cina, come ad esempio il Gibuti. La maggior parte dei Paesi però ha più di un creditore.
La Cina ha concetti di ordine economico e politico completamente diversi. Se formula alternative alle ricette neoliberali del “Washington Consensus” può essere positivo, ma che fine fanno il sistema delle Nazioni Unite e i valori che ci sono cari: diritti dell’uomo, diritti delle minoranze, partecipazione politica della società civile e così via?
Qui dovrebbe scattare il campanello d’allarme, perché la Cina ha dichiarato un’offensiva con la sua affermazione: «Cambieremo questo sistema: sarà meno caratterizzato dall’Occidente e avrà tratti asiatici e in particolare cinesi più forti». Ciò che dal punto di vista cinese è un’eccessiva enfasi sui diritti di libertà individuale viene relativizzato a favore dei diritti economici e sociali allo sviluppo e del diritto alla sicurezza; dal nostro punto di vista, ciò significa elementi più autoritari. Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, un attore sta formulando apertamente un’agenda offensiva, sfidando il dominio delle istituzioni e dei valori occidentali. Questo aspetto deve essere preso estremamente sul serio. Ciò che abbiamo visto finora sono azioni simboliche. Ad esempio la mobilitazione degli Stati amici da parte di Pechino a difesa contro l’accusa riguardante il peggioramento della situazione dei diritti dell’uomo. La Cina ne fa un teatro all’ONU e dice: «Va bene, 24 Paesi occidentali ci criticano, ma 50 membri dell'ONU si oppongono e sostengono che l’accusa è ingiustificata». Tali conflitti aumenteranno, e non solo sul piano simbolico. L’ONU diventerà meno capace di agire sotto molti aspetti, in particolare nelle misure che l’Occidente ha messo in atto, come le sanzioni o gli interventi a tutela dei diritti dell’uomo.