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Le dimissioni di Doris Leuthard dal Consiglio federale hanno riacceso il dibattito sulla presenza femminile in politica. I dati statistici dicono che non solo in Consiglio federale non è facile rappresentare la metà della popolazione: infatti, ovunque le donne sono meno presenti in politica.
C’è stata, per un breve periodo, una maggioranza femminile nel Governo nazionale: nel settembre del 2010 il Parlamento elesse Simonetta Sommaruga in Consiglio federale. C’erano già Doris Leuthard, Eveline Widmer-Schlumpf e Michéline Calmy-Rey; quattro su sette, quindi. Alla fine del 2011, la socialista Calmy-Rey si ritirò e nel 2015 uscì di scena anche la responsabile delle finanze Widmer-Schlumpf. Da allora le donne rimaste in Governo sono solo due.
Questo mette ora sotto pressione i partiti borghesi: nel prossimo dicembre, l’Assemblea federale è chiamata a sostituire la popolare democratica Doris Leuthard e il liberale-radicale Johann Schneider-Ammann. “Almeno uno dei due nuovi membri del governo deve essere donna e il compito spetta al PLR”, ripete da mesi la presidente delle donne liberali-radicali, la zurighese Doris Fiala. Tanto più che anche nel Parlamento federale le donne sono ancora sottorappresentate: il 33% al Consiglio nazionale e solo il 15% al Consiglio degli Stati.
La nascita dell’ “effetto Brunner”…
Gli uomini svizzeri concessero il diritto di voto ed eleggibilità alle donne solo nel 1971, ma per arrivare anche ad una presenza femminile nei parlamenti e negli esecutivi ci volle ancora più tempo. Nell’ottobre del 1971 entrarono le prime 12 donne in Consiglio nazionale. Per il Governo fu necessario attendere ancora un decennio.
Nel 1983 i socialisti designarono la zurighese Lilian Uchtenhagen, ma l’Assemblea federale le preferì il solettese Otto Stich, creando un putiferio. La sinistra, che della parità dei sessi ha fatto un cavallo di battaglia, pensò addirittura di uscire dal Governo, e questo avrebbe sancito la fine della concordanza.
Solo un anno dopo, tuttavia, i radicali schierarono con successo Elisabeth Kopp. Cinque anni dopo si trovò però costretta a dare le dimissioni; a pesare sulla sua attività, furono quelle del marito avvocato. Si ritornò così al monocolore maschile.
Con un’azione di carattere nazionale, passata alla storia come lo “sciopero delle donne”, un’ampia alleanza di organizzazioni femminili reclamò nel 1991 un posto più importante per la donna nell’economia e nella politica. Alla successiva vacanza in Governo, nel 1993, i socialisti tornarono alla carica con una candidata: la ginevrina Christiane Brunner. La maggioranza borghese le preferì però un uomo, il neocastellano Francis Matthey. Questi tuttavia rinunciò, e al suo posto venne eletta Ruth Dreifuss.
Migliaia di persone si riunirono davanti a Palazzo federale quel 3 marzo del 1993: una cosa mai vista e dalle conseguenze inattese. Da allora ovunque – nei consigli comunali, negli esecutivi cantonali e piano piano anche nell’economia – la presenza femminile è diventata una necessità, un elemento della concordanza e della democrazia partecipativa. Un fenomeno che ormai si chiama “effetto Brunner”. Nel 2017 le donne rappresentavano il 27% dei deputati di tutti e 26 i parlamenti cantonali; nei governi solo il 20%.
… e il suo tramonto
Ma pochi mesi fa, il politologo Werner Seitz, che negli anni Novanta ha analizzato le quote femminili per conto dell’Ufficio federale di statistica, ha annunciato in un articolo comparso su Journal21: “L’effetto Brunner è finito”.
Nel Consiglio degli Stati si è passati dal 24% del 2003 al 15% attuale. I governi cantonali di Lucerna e Ticino non hanno più nemmeno una donna; da gennaio si aggiungerà anche quello dei Grigioni. Anche nei parlamenti cantonali la quota di donne è in calo; toccati sono soprattutto i partiti borghesi, mentre il fronte rossoverde mantiene essenzialmente una parità dei generi.
Coniugare politica, famiglia e lavoro
Per la liberale-radicale Doris Fiala, intervenuta su più giornali d’oltralpe, tocca alla politica dare delle risposte: “Per una donna di destra le priorità sono invertite rispetto a chi è di sinistra: prima viene il lavoro, segue la famiglia e poi la politica. Solo conciliando lavoro e famiglia, si possono motivare le donne a scendere anche in politica”.
Lei traduce questa condizione con più asili nido o scuole con la mensa, ma anche una maggiore sensibilizzazione delle donne stesse sull’importanza di un loro contributo al bene pubblico. L’ex consigliera agli Stati argoviese Christine Egerszegi, anche lei PLR, ha lanciato un suo programma privato di coaching: con alcune amiche segue da vicino delle nuove promesse della politica del suo cantone.
Daniele Papacella