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2017
|Caso 400, 16 aprile 2017||<< caso precedente|
Come viene considerato il fatto che un figlio maggiorenne continua a vivere presso un genitore per il calcolo del contributo di mantenimento a suo favore?
In una sentenza dell’11 gennaio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:
Prestazioni in natura come vitto, abiti da lavoro ecc. vanno dedotti dal minimo d'esistenza in proporzione al loro valore: le spese di alimentazione incidono almeno nella misura del 42% sul minimo esistenziale del diritto esecutivo.
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
Con sentenza del 28 febbraio 2007 il primo Giudice ha pronunciato il divorzio tra i coniugi, ha affidato i figli allora minorenni alla madre, ha regolato il diritto di visita paterno e ha condannato quest’ultimo – tra l'altro – a versare determinati contributi alimentari.
Il 2 agosto 2014, divenuto nel frattempo maggiorenne, uno dei due figli ha cominciato un apprendistato triennale come operatore sociosanitario. Sollecitata invano una partecipazione finanziaria del padre, egli ha chiesto il 19 agosto 2014 in prime sede che il padre fosse obbligato a erogargli in via cautelare un contributo alimentare di CHF 2’065.00 mensili e il padre si è opposto.
Statuendo con decreto cautelare del 23 gennaio 2015, il primo Giudice ha parzialmente accolto l'istanza, nel senso che ha condannato il padre a versare al figlio un contributo alimentare di CHF 315.00 mensili dal 1° agosto 2014 al 31 luglio 2015, di CHF 225.00 mensili dal 1° agosto 2015 al 31 luglio 2016 e di CHF 135.00 mensili dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.
Contro la decisione appena citata il padre è insorto al Tribunale d’appello con un ricorso del 5 febbraio 2015 per ottenere che l'istanza cautelare fosse integralmente respinta.
Orbene, nel decreto cautelare impugnato il primo Giudice ha calcolato il fabbisogno minimo del figlio in CHF 1’564.90 mensili (minimo esistenziale del diritto esecutivo CHF 1’200.00, pasti fuori casa CHF 173.35, premio della cassa malati CHF 107.55, spese di trasferta CHF 84.00) per rapporto al guadagno di lui come apprendista di CHF 1’248.00 mensili netti il primo anno di tirocinio, CHF 1’339.00 mensili netti il secondo anno e CHF 1’430.00 mensili netti il terzo. Quanto al padre, il primo Giudice ha determinato il fabbisogno minimo di lui in CHF 2’551.68 mensili a fronte di un reddito da attività lucrativa di CHF 5’685.00 mensili.
Posto ciò, il Pretore ha reputato che il padre fosse senz'altro in grado di versare al figlio quanto manca per sopperire al fabbisogno minimo di lui, ovvero CHF 315.00 mensili dal 1° agosto 2014 al 31 luglio 2015, CHF 225.00 mensili dal 1° agosto 2015 al 31 luglio 2016 e CHF 135.00 mensili dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.
Nell’appello il padre dichiara di non contestare che l'apprendistato triennale seguito dal figlio sia una “formazione adeguata”, ma secondo l'appellante il fabbisogno minimo del figlio calcolato dal primo Giudice in CHF 1’564.90 mensili risulterebbe eccessivo, poiché il figlio vive con la madre, non ha alcun onere di alloggio e fruisce di vitto gratuito.
A ragione il primo Giudice ha ricordato intanto che il fabbisogno minimo di un figlio maggiorenne si determina, nel Cantone Ticino, in base alle indicazioni diramate dalla Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d'appello quale autorità di vigilanza (FU 68/2009 del 28 agosto 2009 pag. 6292; Rep. 1995 pag. 153 n. 28; I CCA, sentenza inc. 11.2015.35 del 28 dicembre 2016, consid. 5c). Tali direttive dispongono che ‟prestazioni in natura come vitto, abiti da lavoro ecc. vanno dedotti dal minimo d'esistenza in proporzione al loro valore: per il vitto nella misura del 50% dell'importo base mensile” (cifra V n. 1). La giurisprudenza ha già avuto modo di rilevare del resto che le spese di alimentazione incidono almeno nella misura del 42% sul minimo esistenziale del diritto esecutivo (RtiD I-2008 pag. 1084 n. 64c). Quindi la madre risulta farsi carico delle cene senza riscuotere alcun corrispettivo. Di ciò occorreva tenere conto ai fini del giudizio, ciò che il primo Giudice non ha fatto.
L'ammanco registrato dal figlio appare dunque ampiamente compensato dalle cene che la madre offre gratuitamente e pertanto l’appello del padre è stato accolto e l’istanza del figlio di conseguenza respinta.
Data creazione: 16 aprile 2017
Data modifica: 16 aprile 2017
|Caso 399, 1 aprile 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
A quali condizioni è possibile ottenere una modifica di una transazione giudiziaria nell’ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?
in una sentenza del 26 maggio 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:
Per la possibilità di modifica delle misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale o di provvedimenti cautelari emanati in procedura di divorzio che si fondano su una convenzione valgono le medesime restrizioni previste dalla giurisprudenza per le convenzioni di divorzio.
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
Nell’ambito di una procedura di misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale i coniugi hanno sottoscritto ad all’udienza del 26 novembre 2013 un accordo relativamente all’ammontare dei contributi di mantenimento di un coniuge a favore dell’altro e a favore dei figli. Durante la successiva procedura di divorzio, il 31 luglio 2014 il marito ha chiesto la modifica delle misure cautelari (il precedente accordo raggiunto nell’ambito della procedura delle misure a tutela - o protezione - dell’unione coniugale) a seguito di pretesi fatti nuovi.
La vertenza ha seguito la via ricorsuale cantonale e ed è giunta fino al Tribunale federale, il quale nella sentenza oggetto del presente caso si è pronunciato in merito alle condizioni necessarie per permettere la modifica dei contributi alimentari oggetto di una precedente transazione.
Un accordo permette alle parti di tenere in considerazione le incertezze fattuali e di evitare di esaminare la loro portata giuridica. Le condizioni applicabili per modificare una convenzione di divorzio (sentenza TF 5A_688/2013 e sentenza TF 5A_187/2013) sono analogamente applicabili per la modifica degli accordi cautelari o delle transazioni raggiunte nell’ambito di procedure di misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale.
Una richiesta di modifica deve basarsi di regola sull’esistenza di vizi del contratto, vale a dire errore (art. 23 CO e segg.), dolo (art. 28 CO) o timore ragionevole (art. 29 CO e segg.). L’errore è essenziale quando le parti si sono basate su una fattispecie determinata che si è rivelata successivamente errata o se una parte ha ritenuto per errore, noto alla controparte, un determinato fatto come stabilito. Le altre possibilità per correggere una decisione contenente una condizione che tuttavia non si è realizzata (cfr. art. 268 cpv. 1 CPC) non sono pertinenti. Una parte non può invocare un errore su un aspetto incerto e che è stato oggetto della transazione. Ammettere il contrario permetterebbe alle parti di successivamente rimettere in discussione un accordo che per contro si era voluto transigere in modo definitivo (DTF 130 III 49, consid. 1.2).
Nel caso concreto la parte ricorrente fa valere la censura secondo cui l’autorità cantonale avrebbe valutato erroneamente il suo reddito relativo all’anno 2014, indicando segnatamente che l’avrebbe quantificato in CHF 4’600.00 mensili al posto di CHF 4’000.00 mensili. Su questa censura il Tribunale federale evidenzia che al momento della transazione giudiziaria conclusa nell’ambito delle misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale, vale a dire nel 2013, le parti avevano definito una proiezione futura della percentuale di lavoro del marito tra il 40% e il 60%. Quindi il salario futuro del marito era un fatto incerto e non poteva dunque essere rimesso in discussione in futuro. In ogni caso il marito non ha neppure sollevato l’ipotesi dell’esistenza di un errore essenziale.
Sul tema della modifica delle misure a tutela dell'unione coniugale durante la procedura di divorzio cfr. anche caso 288.
Data creazione: 1 aprile 2017
Data modifica: 1 aprile 2017
|Caso 398, 16 marzo 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
I coniugi per divorziare devono preliminarmente vivere separati?
in una sentenza del 19 settembre 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:
Nessuna norma prescrive che un'istanza comune di divorzio presupponga la vita separata dei coniugi. Pendente la causa di divorzio ogni coniuge ha diritto e non l’obbligo di sospendere la comunione domestica per la durata della procedura.
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
Il 1° marzo 2016 i coniugi hanno introdotto un'istanza comune di divorzio con intesa totale. Fra i documenti giustificativi annessi alla convenzione si trovano i due contratti di locazione: quello del marito e quello della moglie. Il Giudice, reputando non chiara l'intervenuta sospensione della comunione domestica, ha assegnato ai coniugi un termine per produrre la documentazione attestante due domicili separati, segnatamente il “certificato di domicilio aggiornato” del marito. Accertato che la documentazione richiesta non era stata prodotta il Giudice ha emanato una decisione di non entrata in materia, dichiarando irricevibile l'istanza comune di divorzio.
Il marito ha impugnato la decisione al Tribunale d’appello. Egli fa valere, nell'appello, di avere adeguatamente documentato il suo domicilio separato producendo il contratto di locazione relativo all'appartamento da lui appigionato.
Secondo il Tribunale d’appello la questione in effetti non si dirime con un “certificato di domicilio aggiornato”. L'autorità comunale può attestare solo l'esistenza di un domicilio amministrativo (o “politico”), il quale non va confuso con il domicilio civile degli art. 23 segg. CC. Mal si comprende dunque l'insistenza del primo giudice affinché il marito comprovasse con documenti la sua residenza anagrafica.
Il primo giudice ha sostenuto che indagare sul domicilio del marito è necessario per accertare un domicilio diverso da quello della moglie, “considerato come condizione imprescindibile dell'omologazione di una convenzione sulle conseguenze accessorie del divorzio è l'avvenuta sospensione della comunione domestica, giacché l'esame sull'adeguatezza dell'accordo può essere validamente esperito ed ha un senso unicamente se la vita separata (che la convenzione intende, appunto, regolare) è effettivamente e già da un certo tempo in essere”. Secondo il Tribunale d’appello simile argomentazione non solo è erronea, ma addirittura contraria al diritto federale. Nessuna norma prescrive infatti che un'istanza comune di divorzio presupponga la vita separata dei coniugi, men che meno “da un certo tempo”. Vale semmai il contrario, ovvero che pendente la causa di divorzio ogni coniuge ha diritto di sospendere la comunione domestica per la durata della procedura (art. 275 CPC). Non è tuttavia un obbligo. I coniugi che instano per il divorzio senza essersi ancora separati sono rimessi alla loro responsabilità per quanto attiene alla definizione dei rispettivi fabbisogni e non spetta al giudice imporre loro di dividersi.
Il Tribunale d’appello ha dunque giudicato che il primo giudice è caduto in un diniego di giustizia, la sua decisione è stata così annullata e gli atti sono stati ritornati in prima sede perché riprendesse l'esame dell'istanza comune di divorzio.
Data creazione: 16 marzo 2017
Data modifica: 16 marzo 2017
|Caso 397, 1 marzo 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
A quali condizioni il Giudice deve valutare l’opportunità di instaurare una custodia alternata?
In una sentenza del 15 dicembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
I coniugi si sono uniti in matrimonio nel mese di maggio 1997 e dalla loro unione è nata una figlia nel 2007. E’ seguita la separazione il 4 dicembre 2015, momento in cui la moglie ha lasciato il domicilio coniugale.
Il 18 dicembre 2015 il marito ha inoltrato una procedura di misure a tutela dell’unione coniugale e chiesto segnatamente l’affidamento della figlia. Il 24 dicembre 2015 la moglie ha inoltrato a sua volta un’istanza tendente all’affidamento a sé della figlia.
Con decisione dell’8 febbraio 2016 il primo Giudice ha affidato la figlia al padre, con un ampio diritto di visita alla madre. Quest’ultima ha ricorso al Tribunale d’appello.
Con sentenza del 29 aprile 2016 il Tribunale d’appello ha respinto il ricorso della madre e stabilito d’ufficio un sistema di custodia alternata: la figlia sarebbe stata con un genitore da domenica alle ore 18.30 fino a mercoledì all’uscita di scuola e da mercoledì all’uscita di scuola fino a venerdì alle ore 18.30 con l’altro genitore, per poi ritornare dal primo genitore da venerdì alle 18.30 fino a domenica alle 18.30 e così via, alternativamente tra i genitori.
La moglie ha ricorso al Tribunale federale.
Anche se l’autorità parentale congiunta è ormai la regola e comprende il diritto di determinare il luogo di residenza del figlio (art. 296 cpv. 2 CC e art. 301a cpv. 1 CC; DTF 142 III 56, consid. 3; DTF 142 III 1, consid. 3.3 e riferimenti), la stessa non implica necessariamente l’instaurazione di una custodia alternata (sentenza TF 5A_266/2015, consid. <ip-pii>, del 24 giugno 2015; sentenza TF 5A_46/2015, consid. 4.4.3, del 26 maggio 2015). Il giudice deve esaminare, nonostante ed indipendentemente dell’accordo genitoriale quanto alla custodia alternata, se quest’ultima è possibile imporla ed è compatibile con il bene del figlio (DTF 142 III 617, consid. 3.2.3; DTF 142 III 612, consid. 4.2; sentenza TF 5A_527/2015, consid. 4, del 6 ottobre 2015).
Quando il giudice deve decidere a quale genitore attribuire la custodia, deve valutare, sulla base della situazione di fatto in essere, nonché di quella esistente prima della separazione, se l’instaurazione di una custodia alternata è effettivamente in grado di preservare il bene del figlio. A tal fine il giudice deve innanzi tutto esaminare se ciascun genitore dispone delle capacità educative, le quali devono essere presenti in ognuno di essi per potersi prendere in considerazione l’instaurazione di una custodia alternata, così come la sussistenza di una buona capacità e volontà dei genitori di comunicare e cooperare, tenuto conto delle misure organizzative e della trasmissione regolare delle informazioni che necessita questo tipo di custodia. Un conflitto marcato e continuo tra i genitori su questioni relative al figlio lascia presagire delle future difficoltà di collaborazione e avrà di regola come conseguenza l’esposizione del figlio in maniera ricorrente ad una situazione conflittuale, ciò che appare contrario al suo interesse (DTF 142 III 617, consid. 3.2.3). Se entrambi i genitori dispongono delle capacità educative, il Giudice deve in un secondo tempo considerare gli altri criteri pertinenti per la valutazione per attribuzione della custodia del figli. Tra questi criteri essenziali all’esame, entrano in linea di conto la situazione geografica e la distanza che separa le abitazioni dei due genitori, la capacità e la volontà di ciascun genitore di favorire i contatti tra l’altro genitore e il figlio, la stabilità che può portare al figlio il mantenimento della situazione anteriore - in tal senso segnatamente una custodia alternata sarà instaurata più facilmente se i due genitori si occupavano alternativamente del figlio già prima della separazione -, la possibilità per ciascun genitore di occuparsi personalmente del figlio, l’età di quest’ultimo e la sua appartenenza ad una fratria o ad un contesto sociale, così come pure il desiderio del figlio relativamente alla propria presa a carico, anche se il bambino non dispone ancora della capacità di discernimento a tal riguardo. Tutti questi criteri sono tra di loro interdipendenti e la loro importanza varia in funzione del caso concreto (sentenza TF 5A_450/2016, consid. 4.3.1 e sentenze citate, del 4 ottobre 2016, DTF 142 III 617, consid. 3.2.3). Se il Giudice giunge alla conclusione che una custodia alternata non è nell’interesse del bambino, dovrà allora determinare a quale genitore attribuire la custodia, considerando, essenzialmente, gli stessi criteri di valutazione e valutando, in più, la capacità di ciascun genitore di favorire i contatti tra il figlio e l’altro genitore (DTF 142 III 617, consid. 3.2.4).
Nel caso concreto nessuno dei due genitori ha chiesto la custodia alternata, ma il Tribunale d’appello ha comunque ritenuto che un equilibrio nella presa a carico del figlio giustificasse di imporre la custodia alternata tra i coniugi.
Secondo il Tribunale federale, nel caso di importante e persistente conflittualità genitoriale su questioni riguardanti il figlio, come è il caso nella presente fattispecie, laddove ci sono stati tre episodi di violenza fisica finiti davanti all’autorità penale, l’instaurazione di una custodia alternata lascia presagire delle future difficoltà di collaborazione. L’instaurazione della custodia alternata suppone a priori, concretamente, l’implicazione dei genitori e la possibilità di comunicare relativamente al figlio. L’attribuzione della custodia alternata è esclusa se il trasferimento della custodia non può essere gestito. L’instaurazione di una custodia alternata, secondo le modalità previste nel caso concreto, che prevedono un trasferimento da un genitore all’altro tre volte la settimana, avrà la conseguenza di esporre in maniera ricorrente il figlio ad una situazione conflittuale ad ogni trasferimento della custodia, ciò che non appare proprio ad attenuare gli effetti del conflitto di lealtà in cui si trova, al contrario di ciò che ha ritenuto la corte cantonale, che vedeva nella custodia alternata un mezzo per preservare il figlio dal conflitto genitoriale.
Il Tribunale d’appello è dunque caduto nell’arbitrio; inoltre la fattispecie accertata non comporta nessuna constatazione relativa alla situazione effettivamente vissuta dal figlio, al suo sviluppo dopo la separazione, all’ampiezza del conflitto di lealtà in cui si trova e ai suoi desideri in merito alla sua custodia. La figlia, che aveva ormai 9 anni al momento della decisione dei Giudici cantonali, pertanto, di principio capace di esprimersi su questo punto, non è stata ascoltata in proposito. Sulla base di un’accertamento fattuale estremamente sommario quanto all’interesse superiore della figlia, l’autorità cantonale non si è fondata su constatazioni pertinenti per poter statuire sulla custodia parentale. In assenza di fatti sufficienti rispetto al criterio fondamentale del bene del minore, la causa è stata rinviata all’autorità cantonale affinché sia completata la fattispecie, per poi statuire nuovamente sull’attribuzione della custodia, alla luce dei criteri menzionati dal Tribunale federale.
La sentenza oggetto del presente caso, nonostante sia stata deliberata in seduta pubblica, non sarà oggetto di pubblicazione sulla raccolta ufficiale. Tuttavia merita alcune brevi riflessioni.
Innanzi tutto ricordiamo come dal 1° gennaio 2017 è stato introdotto il nuovo art. 298 cpv. 2ter CC, che prevede che in caso di esercizio congiunto dell'autorità parentale, ad istanza di uno dei genitori o del figlio il giudice valuta se, per il bene del figlio, sia opportuno disporre la custodia alternata. In merito il Consiglio federale ha rinunciato ad ancorare il principio della custodia alternata nella legge. Con tale normativa il legislatore sembra voler andare comunque oltre la giurisprudenza del Tribunale federale secondo cui la custodia alternata è solo una delle modalità di custodia. Ciò potrebbe voler dire che di fronte a genitori con capacità educative equivalenti la soluzione della custodia alternata dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre soluzioni, se naturalmente effettivamente praticabile.
Inoltre occorre chinarsi sulla questione a sapere se un Giudice possa instaurare una custodia alternata nonostante né i genitori, né il figlio glielo abbiano chiesto. L’art. 298 cpv. 2ter CC sembrerebbe permettere ciò solo se vi sia la richiesta da parte di uno (o entrambi) i genitori o del figlio. Invero nella sentenza oggetto del presente caso il Tribunale federale non ha di principio negato la possibilità per il giudice di istituire d’ufficio la custodia alternata, dato che ha accolto il ricorso della madre per altre ragioni, per cui se ne può concludere che la massima ufficiale permetta (ma non obblighi) il giudice a valutare tale soluzione indipendentemente dalle richieste dei genitori o del figlio. Certo è che se è richiesta, va in ogni caso valutata.
Data creazione: 1 marzo 2017
Data modifica: 1 marzo 2017
|Caso 396, 16 febbraio 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
Quando i coniugi vanno tassati separatamente qualora uno di essi si sia trasferito all’estero, mentre l’altro abbia continuato ad abitare in Svizzera?
In una sentenza de 3 marzo 2016, la Camera di Diritto Tributario del Tribunale d’appello del Cantone Ticino ha stabilito quanto segue:
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
I coniugi sono sposati dal 1980 ed hanno ha stabilito il loro domicilio in Svizzera. Il 31 ottobre 2010 il marito ha annunciato la sua partenza per l’estero. L’allora rappresentante dei contribuenti ha comunicato con scritto del 19 maggio 2014 all'Ufficio di tassazione che in seguito al trasferimento del marito all’estero, i coniugi avevano “deciso di vivere separati di fatto senza decisione giudiziaria”. Il marito si è inoltre impegnato a garantire alla moglie i fondi necessari per mantenere lo stesso stile di vita.
Notificando alla moglie la tassazione 2012, con decisione del 5 giugno 2014, l’Ufficio di tassazione ha commisurato un reddito imponibile superiore rispetto a quanto dichiarato, aggiungendo un reddito d’altra fonte e spiegando che si trattava di “prestazioni valutabili in denaro o reddito d’altra fonte stabiliti per insufficienza di disponibilità finanziaria”. La contribuente ha contestato l’imposizione di altri redditi oltre a quanto dichiarato, ma l’Ufficio di tassazione ha confermato la propria decisione. Così la moglie ha presentato appello alla Camera di diritto Tributario.
Secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT, il reddito e la sostanza di coniugi non separati legalmente o di fatto sono cumulati, qualunque sia il regime dei beni. In caso di divorzio o di separazione legale o di fatto, per contro, ogni coniuge è tassato individualmente per tutto il periodo fiscale. Secondo la Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni del 21 dicembre 2010, i criteri determinanti per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi che vivono separati sono i seguenti:
- assenza di un’abitazione coniugale (art. 162 CC), sospensione della comunione domestica (art. 175 CC), esistenza di un domicilio proprio per ogni coniuge (art. 23 CC);
- non esiste più una comunione economica per l’abitazione e il mantenimento;
- in pubblico la coppia non si presenta più unita;
- la separazione deve essere duratura (almeno un anno) oppure terminare con lo scioglimento del matrimonio.
Il Tribunale federale ha stabilito che i presupposti menzionati sono cumulativi e che in ogni caso deve esservi stata la sospensione della comunione domestica ed i mezzi finanziari non devono più essere impiegati in comune (sentenza TF 2A.432/2004 del 16 dicembre 2004 consid. 3.2; v. anche sentenza TF 2A.458/2006 del 18 dicembre 2006 consid. 3.1). La prova dell’adempimento delle condizioni per una tassazione separata è a carico del contribuente.
Venendo al caso in esame, la situazione familiare ed economica dei coniugi è stata considerata tutt’altro che chiara. Infatti a dire dell’Autorità di tassazione esisterebbe tutt’oggi una comunione economica malgrado la “separazione di fatto” dovuta all’obbligo del marito di risiedere all’estero per motivi professionali. Quest’ultimo rientrerebbe sovente in Ticino e la separazione solo provvisoria.
Il fatto che un contribuente annunci all’autorità comunale di aver trasferito il proprio domicilio altrove non ha alcun effetto immediato sull’assoggettamento fiscale. Secondo la giurisprudenza il domicilio di una persona si trova nel luogo in cui è situato, di fatto, il centro dei suoi interessi vitali. Esso si determina in base all’insieme delle circostanze oggettive ed esteriori, dalle quali si possono dedurre tali interessi, e non dai semplici desideri espressi dal contribuente. Il domicilio fiscale non può quindi essere scelto liberamente; una preferenza soltanto affettiva per un luogo piuttosto che per un altro non entra in considerazione (DTF 138 II 300). Se si trasferisce all’estero, il contribuente deve continuare a pagare l’imposta federale diretta fintantoché non provi di avere costituito un nuovo domicilio fiscale all’estero. Questo significa che l’esistenza di un nuovo domicilio o di una dimora all’estero (ciò che è equivalente sul piano dell’assoggettamento) sarà ammessa solo nel caso in cui l’interessato paghi delle imposte in quel luogo o ne sia esentato (sentenza TF 2A.475/2003 del 26 luglio 2004).
In applicazione analogica della regola generale prevista dall’art. 8 CC, nella procedura fiscale l’onere della prova è ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono ad escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e DTF 121 II 257). Di principio, la prova del domicilio fiscale spetta quindi all’autorità di tassazione, trattandosi di un elemento costitutivo dell’imposta (art. 123 cpv. 1 LIFD).
Il contribuente ha un dovere di collaborazione (art. 124 segg. LIFD) che gli impone in particolare di dimostrare il trasferimento di domicilio. A tal fine non deve solo comprovare il definitivo scioglimento dei legami con il precedente domicilio, ma deve anche esporre le circostanze che hanno portato alla fondazione di un nuovo domicilio altrove (DTF 138 II 300 consid. 3.4; v. anche sentenza TF 2C_472/2010 del 18 gennaio 2011 consid. 2.2).
Nel caso concreto qualora il marito avesse mantenuto il proprio domicilio presso quello della moglie, la comunione domestica tra i coniugi risulterebbe pacifica. Ma anche qualora fosse resa verosimile l’esistenza di un nuovo domicilio all’estero, rispettivamente comprovata l’assenza di un domicilio in Svizzera, occorrerà comunque partire dal principio che i coniugi continuano a condurre una vita in comune, in considerazione del fatto che la tassazione separata dei coniugi è un’eccezione, che sottostà a precise condizioni cumulative, che nella presente fattispecie non sono tutte adempiute. La scala delle aliquote applicabile è conseguentemente quella più favorevole riservata ai contribuenti coniugati, così come richiesto dalla ricorrente. D’altra parte, contrariamente a quanto sembra sostenere nel gravame, si giustifica il cumulo dei fattori imponibili, sia che il marito abbia mantenuto il proprio domicilio fiscale nel comune svizzero, sia che lo abbia effettivamente trasferito all’estero. Certo, quando i coniugi sono domiciliati l’uno in Svizzera e l’altro all’estero, solo il primo è assoggettato illimitatamente in Svizzera. Fintanto che continuano ad avere una vita in comune, il coniuge domiciliato in Svizzera è tuttavia imposto sul proprio reddito all’aliquota corrispondente alla totalità dei loro redditi, applicando la scala delle aliquote riservata ai coniugi viventi in comunione domestica.
Spetterà all’autorità di tassazione determinare la situazione patrimoniale del marito, sia esso considerato residente nel Canton Ticino (ai fini del computo globale del reddito e della sostanza imponibili) oppure all’estero (ai fini del calcolo delle aliquote applicabili). A tal fine in virtù della massima ufficiale, l’autorità di tassazione potrà procedere a tutte le indagini che reputerà necessarie per provare la credibilità delle indicazioni dei contribuenti, mentre a questi ultimi è imposto l’obbligo di fare tutto il necessario per consentire una tassazione completa ed esatta (art. 200 LT; art. 126 cpv. 1 LIFD). In caso contrario l’autorità potrà procedere ad una stima dei redditi e della sostanza del marito, conformandosi agli indispensabili criteri di prudenza che devono sempre essere tenuti presenti in procedimenti del genere ma evitando nel contempo di scegliere, in caso di dubbio, la soluzione più favorevole al contribuente.
La decisione impugnata è stata annullata e gli atti rinviati all’Ufficio di tassazione perché emetta delle nuove decisioni motivate, dopo avere esperito gli accertamenti indicati sopra.
Data creazione: 16 febbraio 2017
Data modifica: 19 febbraio 2017
|Caso 395, 1 febbraio 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
Quando occorre il consenso del coniuge per gravare di un'ipoteca l'abitazione famigliare?
In una sentenza del 10 novembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:
Il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo.
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
La Banca promuove un’esecuzione in via di realizzazione del pegno nei confronti di una debitrice; il precetto esecutivo viene notificato anche al marito, il quale non aveva dato il consenso alla messa a pegno del fondo, costituente abitazione coniugale. A seguito dell’opposizione sollevata dai coniugi al precetto esecutivo, la Banca ha inoltrato al Giudice un’istanza di rigetto provvisorio dell’opposizione, istanza che viene accolta in prima sede e confermata dall’autorità superiore cantonale. I coniugi hanno dunque ricorso al Tribunale federale.
Ai sensi dell’art. 153 cpv. 2 let. b. LEF il precetto esecutivo è notificato anche al coniuge del debitore se il fondo pignorato costituisce abitazione familiare (art. 169 CC); ciò permette al coniuge di acquisire la qualità di coescusso, con la possibilità di contestare la messa a pegno se non vi è stato il suo consenso ai sensi dell’art. 169 cpv. 1 CC. Giusta tale norma, un coniuge non può, senza l'esplicito consenso dell'altro, limitare con dei negozi giuridici i diritti inerenti all'abitazione famigliare. L’assenza di tale consenso rende nullo (nullità assoluta) l’atto in questione: in presenza di costituzione di pegni immobiliari a dipendenza delle circostanze il consenso del coniuge può essere necessario. Orbene, dato che il senso della norma è di proteggere l’uso dell’abitazione coniugale, secondo il Tribunale federale in caso di pegno immobiliare occorre verificare se esista un rischio oggettivamente importante che si possa arrivare alla vendita in tempi brevi oppure se l’unico obiettivo di chi costituisce il pegno sembra quello di eludere l’art. 169 CC o si sia in presenza di un abuso di diritto.
Seguendo la dottrina dominante il Tribunale federale ritiene che il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo. La frazione di 2/3 non è tuttavia necessariamente determinante: il consenso coniugale è ad es. ancora necessario se è palese che la situazione finanziaria del coniuge debitore non gli permetterà di far fronte al pagamento degli oneri ipotecari o anche quando l’abitazione coniugale si trovi in pericolo per qualche motivo legato al credito ipotecario: ciò è ad es. il caso quando il coniuge debitore non può o non può più rimborsare il debito o concludere un altro contratto ipotecario in caso di disdetta da parte del creditore del contratto ipotecario. Lo stesso vale se il coniuge proprietario, che ha l’intenzione di provocare la messa in vendita del fondo, non sottoscrive una nuova ipoteca e non paga gli interessi ipotecari, lasciando che la banca disdica il credito e arrivi alla realizzazione del pegno.
Nel caso concreto il Tribunale federale ha considerato che anche se il coniuge non aveva dato il suo consenso alla messa a pegno del fondo che costituisce abitazione coniugale, i coniugi non hanno dimostrato che l’onere ipotecario superava i 2/3 del valore venale (commerciale). Il ricorso è stato pertanto respinto.
Data creazione: 1 febbraio 2017
Data modifica: 12 aprile 2017
|Caso 394, 16 gennaio 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
In una sentenza del 24 novembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:
I fatti nuovi possono essere presentati in appello solo se sono date le condizioni di cui all’art. 317 cpv. 1 CPC, altrimenti occorre procedere con un’azione di modifica della decisione.
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
I coniugi sono genitori di due figli minorenni e vivono separati dal 2012. In prima istanza il 20 febbraio 2014 è stata resa una decisione di misure a tutela dell’unione coniugale, con la quale sono stati tra l’altro previsti determinati contributi di mantenimento a carico del marito e a favore dei figli, da versarsi alla moglie quale genitore affidatario.
Il marito ha impugnato il 24 novembre 2014 la decisione dinanzi al Tribunale cantonale; egli ha anche invocato un fatto nuovo, vale a dire di essere stato licenziato dal 1 luglio 2014. I giudici cantonali hanno respinto il suo appello con decisione del 2/16 giugno 2015 e pertanto egli ha impugnato la decisione al Tribunale federale il 14 ottobre 2015. Prima dell’inoltro dell’appello il 9 settembre 2014 il marito ha inoltrato anche una procedura di modifica della decisione di misure a protezione dell’unione coniugale, che risulta essere ancora pendete.
La questione da dirimere è quella di sapere se un fatto nuovo che giustificherebbe una modifica della decisione precedente debba essere invocato nell’ambito di un appello (art. 317 CPC) oppure nell’ambito di una procedura di modifica della decisione con cui sono stati statuiti i contributi alimentari (art. 129, 134, 179 o 276 CC).
Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale fatti nuovi sopraggiunti dopo la decisione d’appello, non possono fare oggetto di una revisione (art. 328 cpv. 1 let. a, seconda frase CPC) e vanno fatti valere con una nuova procedura (DTF 142 III 413).
L’azione di modifica dei contributi alimentari è ai sensi della giurisprudenza una nuova azione e permette di far valere i nova propriamente e impropriamente detti, a condizione che questi ultimi non fosse possibile sollevarli nella procedura anteriore. Nella misura in cui è possibile far valere in più procedure dei nova (in appello e in sede di azione di modifica), il Tribunale federale, ribadendo la sua precedente giurisprudenza non pubblicata, indica che i fatti nuovi possono essere presentati in appello solo se sono date le condizioni di cui all’art. 317 CPC, altrimenti occorre procedere con un’azione di modifica della decisione.
Nel caso concreto il Tribunale federale ha ritenuto che lo statuto di disoccupato del ricorrente è da considerare un nova propriamente detto che può essere invocato nell’ambito della procedura d’appello ai sensi dell’art. 317 cpv. 1 let. a CPC e pertanto ha accolto il ricorso del marito nella misura in cui i giudici d’appello non hanno considerato tale fatto.
Data creazione: 16 gennaio 2017
Data modifica: 16 gennaio 2017
|Caso 393, 1 gennaio 2017||<< caso precedente | caso successivo >>|
Quando un coniuge può ritirare unilateralmente una procedura di divorzio?
In una sentenza del 17 ottobre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:
Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni
Il 27 giugno 2011 il marito ha inoltrato una procedura di divorzio invocando il motivo di cui all’art. 114 CC, formulando contestualmente le domande sulle conseguenze accessorie. La moglie con la risposta ha aderito al principio del divorzio, formulando a sua volta le sue richieste sulle conseguenze accessorie.
Il divorzio è stato pronunciato il 19 giugno 2015 sulla base dell’art. 114 CC. Entrambi i coniugi hanno presentato appello contro la decisione. Il marito in sede di appello ha ritirato la procedura di divorzio, con l’intenzione di reintrodurla presso il suo nuovo domicilio. Contro la decisione del Tribunale d’appello, che non ha considerato il ritiro della procedura di divorzio del marito, quest’ultimo ha presentato ricorso al Tribunale federale. Il suo ricorso è stato respinto.
Il Tribunale federale indica che ai sensi dell’art. 292 cpv. 1 CPC la procedura è continuata secondo le norme sul divorzio su richiesta comune se i coniugi al verificarsi della pendenza della causa non sono ancora vissuti separati da almeno due anni e sono d'accordo di divorziare. Per contro l’art. 292 cpv. 2 CPC prevede che se il motivo addotto per il divorzio sussiste, non vi è passaggio alla procedura del divorzio su richiesta comune.
Nel caso concreto al momento del divorzio i coniugi vivevano separati da oltre due anni, per cui la relativa causa risiede nell’art. 114 CC. Il giudice ha pronunciato il divorzio in base a questa norma in relazione con l’art. 292 cpv. 2 CPC. Il fatto che la moglie con la risposta avesse aderito al divorzio e che dunque le parti erano d’accordo sul principio del divorzio non cambia nulla. La sentenza di divorzio del 19 giugno 2015 non è stata pronunciata solo a seguito della domanda di divorzio del marito, ma anche della moglie.
Il tribunale federale precisa che per pronunciare il divorzio non occorreva che la moglie presentasse a sua volta una domanda riconvenzionale di divorzio. Infatti una domanda riconvenzionale è una domanda con la quale la parte convenuta consegue un proprio obiettivo nella misura in cui viene introdotta una pretesa che non è contenuta nella domanda principale e che poteva essere fatta valere in una procedura indipendente (DTF 123 III 35, consid. 3c). Se i coniugi si ritrovano davanti al giudice per un divorzio e se il motivo alla sua base è lo stesso invocato da entrambi non si è in presenza di una domanda riconvenzionale nel senso appena descritto. Nel caso concreto l’unico motivo di divorzio alla base della domanda di divorzio e all’adesione della controparte è l’art. 114 CC, pertanto non occorreva una domanda riconvenzionale. La desistenza del coniuge attore (richiedente) poteva semmai essere ammessa solo se il coniuge convenuto si fosse opposto alla procedura di divorzio o se ha a sua volta avesse inoltrato per il tramite di una domanda riconvenzionale una procedura di divorzio ma per un altro motivo.
Data creazione: 1 gennaio 2017
Data modifica: 12 aprile 2017