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Albert Anker non era solo un idealizzatore di una Svizzera idilliaca, rurale e per bene. Bensì un artista importante che reagiva alle correnti e ispirava altri artisti europei.Questo contenuto è stato pubblicato il 29 maggio 2003 - 22:17
La mostra del Kunstmuseum di Berna per la prima volta inserisce il pittore bernese in un ampio contesto internazionale.
Albert Anker (1831-1910) è considerato il pittore nazionale svizzero per antonomasia: i suoi dipinti ed acquarelli rappresentano quanto di più elvetico si possa immaginare. Perciò la sua opera non è mai stata contestualizzata come parte di una vasta corrente internazionale.
Invece, dal punto di vista artistico e qualitativo, Anker era all'altezza dei suoi illustri colleghi. L'esposizione «Albert Anker e Parigi - tra ideale e realtà» lo accosta ad alcuni tra i maggiori maestri dell'epoca. Risultato: il pittore svizzero regge il confronto in modo più che dignitoso.
L'esposizione, un invito a rivedere Anker in un'immagine nuova, lo affianca ai suoi contemporanei Alexandre Cabanel, Charles Chaplin, Alexandre-Auguste Hirsch, Auguste Toulmouche, François Bonvin e Jules Breton.
Un parigino di adozione
Figlio di un veterinario protestante, Anker ha interrotto gli studi di teologia per dedicarsi pienamente alla pittura nel 1854. Dal 1860 al 1890 ha trascorso tutti gli inverni a Parigi, dove ha voluto seguire l'insegnamento classico del maestro vodese Charles Gleyre. E' presto stato apprezzato dal pubblico parigino come rappresentante di quella corrente che nell'Ottocento focalizzava l'attenzione sulla vita quotidiana delle gente semplice.
Nel 1866 ha ottenuto dal Salon di Parigi due medaglie d'oro per le opere «Nel bosco» e «Lezione di scrittura». Riconoscimenti che gli hanno consentito di presentare regolarmente i suoi quadri al Salon e di trovare facilmente compratori. La presenza al Salon era allora il massimo cui poteva ambire un pittore.
Attento alle esigenze del mercato
«Anker è sempre stato in grado di recepire i trend e i gusti degli acquirentidell'epoca», spiega a swissinfo Marc Fehlmann, curatore dell'esposizione insieme a Therese Bhattacharya-Stettler.
Gli acquirenti al Salon parigino erano persone benestanti, aristocratici e industriali ai quali il pittore bernese presentava un mondo pulito, una società che lavora. «Spesso utilizzava i bambini come soggetti, proprio perché la giovinezza attirava i compratori d'arte», constata Marc Fehlmann.
Osservatore della società
Anker era soprattutto interessato all'uomo, al suo destino e alla società in cui era nato e cresciuto: il Seeland bernese, il lago di Bienne, luoghi bucolici in cui l'industrializzazione non aveva ancora preso il sopravvento sulla natura. Presentare al mondo artistico parigino i suoi luoghi e paesaggi di provenienza gli stava molto a cuore. Era dunque un idealizzatore?
«Non è vero che Anker mancava di spirito critico», afferma Marc Fehlmann. «Lo si capisce osservando i quadri nati negli anni della bonifica dei fiumi del Seeland, anni di fame e di stenti: "La vendita all'asta" o il "Pagamento dell'interesse" presentano i benestanti come signori arroganti nei confronti della povera gente costretta a chinarsi ai dettami dell'economia».
E' pertanto vero che Anker ha sempre voluto presentare anche la povertà con una certa decenza. Sotto questo aspetto non ha seguito le tendenze realistiche di altri artisti dell'epoca.
Fra i numerosi ritratti di Anker spiccano per autenticità e qualità quelli dedicati alle figlie, mentre le contadine appaiono artificiali.
Un virtuoso della natura morta
Ma l'aspetto più innovativo della rassegna proposta dal Kunstmueum sono le nature morte di Anker. Una ventina di dipinti che mostrano caraffe, bicchieri, piatti, tazze, biscotti e altre derrate alimentari.
La tavola borghese, da un lato, quella contadina, dall'altra, su sfondi prevalentemente oscuri. Esaltante l'esattezza accademica con cui il pennello di Anker plasma gli oggetti, come pure la scelta delle gradazioni cromatiche che si susseguono. Va detto che all'epoca di Anker erano state riscoperte le nature morte di Jean-Baptiste Siméon Chardin (1699-1779).
Un'immagine che va rivista
«La Fondazione Gottfried Keller a suo tempo volle rimpatriare tutte le opere di Anker. L'operazione ha praticamente fatto scomparire Anker dai musei internazionali», sostiene il curatore Marc Fehlmann, fornendo un'ulteriore spiegazione della scarsa considerazione artistica di cui il pittore bernese gode oggigiorno.
Perciò l'esposizione permette di riscoprire, anche attraverso fotografie originali, questo protagonista dell'arte figurativa elvetica nella collocazione storica e artistica che gli spetta.
swissinfo, Rolando Stocker
Fatti e cifre
Esposizione fino al 31 agosto
Più di 70 opere
21 anni fa l'ultima rassegna su Anker al Kunstmuseum
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