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Marco M. - Giardiniere
La giornata è abbastanza calda, più del solito per essere la fine di ottobre. Nel nucleo di un tipico villaggio ticinese trovo la casa di Marco M. Mi faccio avanti e apro il piccolo cancello in ferro, una signora di una certa età sta innaffiando le piante dell'orto e mi dice in dialetto che l'inverno sarà rigido quest'anno. Chiedo di Marco e l'anziana mi risponde che il nipote è in casa, mi domanda se sono "quello dell'intervista". Io confermo.
Entrato in casa, mi accoglie un uomo sulla trentina, gli occhi verdi e un sorriso solare, le mani grosse e robuste. Mi offre un caffè e iniziamo subito a parlare, mi dice che il giardiniere è il mestiere che avrebbe sempre voluto fare. Si racconta e si apre dicendomi che fischia e canticchia per tutto il giorno, che è soddisfatto del suo lavoro e che il suo colore preferito -fin da bambino- è sempre stato il verde.
Gli domando quando ha cominciato e mi risponde che aveva 15 anni e che, all'inizio, non si trovava benissimo con l'azienda che lo stava formando. Gli pareva di lavorare in fabbrica e non vedeva l'ora di tornare a casa, di finire la giornata lavorativa. Mi dice che fare il giardiniere per alcuni suoi colleghi è un business più che un mestiere, mi spiega che le aziende si "fregano i clienti" a vicenda e che per molti conta più quanti soldi hai portato a casa rispetto alla qualità del lavoro. Sorride e mi dice che, con la scusa della crisi, quest'atteggiamento è in costante aumento.
Mentre accarezza il gatto che nel frattempo gli è salito in grembo, Marco abbassa lo sguardo in modo quasi malinconico, confessandomi che gli dispiace un po' di vedere tanta gente che lavora solo per arrivare alla fine della giornata. Mi domanda se lavoro in un ufficio, gli rispondo che lavoro per una redazione e mi chiede se sono contento di quello che faccio o se mi serve solo a pagarmi un affitto. Quella che era iniziata come un'intervista si sta lentamente trasformando in uno scambio di battute fra amici che non si erano mai visti prima.
Gli chiedo come ha fatto, dato l'inizio con qualche difficoltà e i colleghi con motivazioni palesemente diverse dalla sua, a continuare nel suo lavoro e ad essere così felice. Mi risponde che quello che ha cambiato la sua vita è stato l'aver messo in piedi la propria azienda e il dover rendere conto di ciò che fa solo a se stesso e alle piante su cui mette mano. Voglio sapere di più e gli chiedo se, qualche volta, è stato anche lui frustrato e ansioso di tornare a casa per finire la giornata. Marco mi osserva con lo sguardo di uno che sa già cosa ti risponderà ancora prima che tu possa finire la domanda. "Come può uno essere frustrato quando fa quello che gli piace?".
Il pomeriggio sta terminando e io non voglio disturbare troppo, quindi gli domando anche cosa lo motiva ad alzarsi ogni mattina per andare a lavorare. Con il solito cortese sorriso, mi risponde che quello che ama più del suo mestiere è la possibilità di stare a contatto con la natura e aggiunge che non invidia quelli che sono "tutto il giorno chiusi in un ufficio", come me. Mi confessa che, spesso, gli capita di chiacchierare con le piante mentre le pota o le cura. Infine, senza sapere che risposta aspettarmi, gli chiedo cosa pensa che sarebbe il mondo senza i giardinieri. Dopo una piccola smorfia mi risponde che sarebbe un pianeta triste, perché le piante non avrebbero nessuno con cui parlare.