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«Nadal e Federer? Non mi dispiace affrontare giocatori diversi. A patto di vincere»
«Uno dei miei desideri era che i miei figli potessero vedermi vincere un torneo dello Slam e che fossero abbastanza grandi da capirlo»
NEW YORK - Un Nole Djokovic monumentale ha smontato pezzo per pezzo l'ottimo Daniil Medvedev, tornando re a New York, vincendo il suo 24esimo Slam, omaggiando Kobe Bryant con una maglietta ad hoc, ampliando la sua leggenda, raccogliendo applausi e ovazioni...
Il serbo ha insomma rincorso e raggiunto la gloria. Godendosela.
«Erano due anni che non giocavo un torneo sul suolo americano - ha raccontato il campionissimo di Belgrado - L'ultima volta che ho giocato qui, ho perso contro lo stesso giocatore che ho battuto questa volta (Daniil Medvedev). Nelle ultime 48 ore ho fatto di tutto per far entrare nella mia testa l'importanza di questo momento e la posta in gioco. La mia squadra e la mia famiglia sapevano che nell'ultimo giorno non dovevano parlarmi della storia o della posta in gioco (sorride). Ho fatto tutto il possibile per affrontare questa partita come qualsiasi altra che si può vincere. Ma ovviamente i pensieri sono stati tanti. È stata una grande battaglia nelle ultime 24 ore».
Fino all'apoteosi.
«Dopo il successo ho provato soprattutto sollievo. Per questo non esultato. Mi ha sollevato vedere il suo ultimo dritto fermarsi in rete. Per rispetto, volevo arrivare a rete il prima possibile per stringergli la mano e dirgli qualche parola. E poi, quello che volevo davvero era baciare mia figlia, che era seduta nella tribuna, proprio di fronte alla mia panchina. Lei mi sorrideva e ogni volta che avevo bisogno mi trasmetteva quell'energia innocente dell'infanzia. Nei momenti più stressanti, soprattutto nel secondo set, mi sorrideva e mi mostrava il suo pugno chiuso. Mia figlia ha sei anni, mio figlio nove, ed erano entrambi lì. Quando sono diventato padre, uno dei miei desideri era che i miei figli potessero vedermi vincere un torneo dello Slam e che fossero abbastanza grandi per capirlo. Sono super fortunato che sia successo, qui e già a Parigi».
Questa stagione sembra una di quelle giocate contro Nadal o Federer.
«Quattro finali e quattro avversari diversi quest'anno nelle finali dello Slam. Per la maggior parte degli anni in cui eravamo tutti nel circuito al massimo livello, le probabilità che affrontassi Roger o Rafa o Andy in una finale erano molto alte. Ora è diverso. Non mi dispiace affrontare giocatori diversi, a patto di vincere (sorride). Ma quest'anno ho giocato tre partite epiche contro Alcaraz ed è lì che si è parlato di una nuova rivalità. I giocatori vanno e vengono, e lo stesso varrà per me. Un giorno, tra 23 o 24 anni, lascerò il circuito (ride) e ci saranno nuovi giocatori. Ma fino ad allora, credo che continuerete a vedermi».
Ventiquattro titoli bastano?
«Da bambino, il mio obiettivo era vincere Wimbledon e diventare il numero 1. Quando è successo, ho dovuto fissare un obiettivo. Quando è successo, ho dovuto fissarne altri, perché gli obiettivi sono molto importanti per gli sportivi. Per motivarsi, per fissare traguardi chiari per la loro preparazione su base giornaliera, nel corso di una settimana, in modo che possano effettivamente arrivare dove vogliono. Con l'avanzare della mia carriera, mi sono posto obiettivi sempre più alti. Ma, a dire il vero, non ho mai pensato troppo al numero di settimane trascorse come numero 1 o al numero record di titoli dello Slam fino a circa tre anni fa. È stato allora che ho capito che non ero così lontano da tali primati se fossi rimasto in salute e avessi continuato a giocare bene. Ho iniziato a credere di potercela fare. Per quanto riguarda il futuro, non mi pongo un obiettivo per il numero di Slam che voglio vincere prima della fine della mia carriera. Rimarranno i miei tornei prioritari e questo non cambierà né nella prossima stagione né in quelle successive, finché sarò in forma».