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Trattando di nucleare, i media dovrebbero teoricamente impegnarsi a spiegare quali siano i pericoli maggiori e i danni potenziali cui la popolazione è esposta, possibilmente dopo attento consulto con gli esperti del settore in modo da elaborare una “valutazione generale del rischio”. Le centrali nucleari espongono a gravi rischi, ma gli sbuffi di vapore che si innalzano dalle torri di raffreddamento vengono normalmente solo sopportati dagli organi di informazione. Finché non succede un incidente, la questione nucleare viene pressoché ignorata dai media e il “fattore rischio” diventa tema di discussione solo quando succede qualcosa di veramente grave.
Nella mia tesi di dottorato ho studiato da vicino come la stampa svizzera ha analizzato tre gravi incidenti nucleari – Three Mile Island (1979), Chernobyl (1986) e Fukushima (2011) – e fino a che punto il tema dei pericoli diretti per la popolazione sia stato tematizzato. Di seguito, un’analisi più approfondita della mia ricerca. Quello di Three Mile Island è stato il primo grande disastro nucleare, ma la fuoriuscita di radiazioni è stata in quel caso di entità minore rispetto agli incidenti seguenti: il caso fu infatti valutato di grado 5 nella scala Ines (International Nuclear Event Scale), mentre l’incidente di Chernobyl raggiunse il livello più alto della scala e la tragedia di Fukushima arrivò a 7 nella medesima graduatoria. I tre incidenti sono avvenuti nell’arco di trent’anni, periodo durante il quale l’atteggiamento nei confronti dell’energia nucleare è cambiato sotto molti aspetti e con esso la copertura data dai media all’argomento.
Dopo ogni incidente nucleare gli articoli pubblicati in Svizzera a questo riguardo sono infatti cresciuti in numero e in lunghezza. Nel 1979, dopo Three Mile Island, il tema di spicco è stato la politica energetica e in particolare quella nucleare, argomento toccato in più della metà degli articoli pubblicato in quel frangente. Dopo Chernobyl, invece, il tema più frequente sono state le radiazioni, trattate nel dettaglio da più del 40% degli articoli andati in stampa. Il restante 37% del campione ha avuto come contenuto principale la cronaca dell’incidente nella centrale ucraina. I problemi di salute per la popolazione hanno occupato solo il terzo posto con il 24%, mentre la tematica del “rischio” è stata affrontata solo nel 22% dei contributi. In seguito a Fukushima, i media in Svizzera si sono orientati ancora in modo diverso, occupandosi sia dell’incidente in sé che, di nuovo, della politica energetica rispetto al nucleare. Questa ultima questione è di fatto diventata, nel 2011, uno dei temi più dibattuti, con un 37% complessivo. Il 31% degli articoli, invece, si è incentrato sulle vittime della catastrofe, mentre il fattore “rischio” era il tema centrale solo nel 28% dei casi.
Paradossalmente, dopo l’incidente di Three Mile Island, la tematica del “rischio” ha occupato maggiormente l’attenzione dei media svizzeri di quanto non sia successo a Chernobyl, dove l’incidente è stato complessivamente più grave ed è avvenuto in un luogo geograficamente più vicino. Dopo l’incidente negli Usa, infatti, una possibile uscita dall’atomo ha interessato il 22% degli articoli, ma solo il 14% dopo la catastrofe ucraina. Anche il tono della discussione dal punto di vista tecnico è stato completamente diverso e ha influenzato direttamente il tasso di analisi del fattore “rischio”. La centrale di Chernobyl è stata infatti giudicata poco affidabile, posizione sostenuta dall’argomentazione che quanto successo nella ex-Urss non sarebbe mai potuto succedere anche in Svizzera, per via di un livello tecnologico più evoluto. Nella ex Unione Sovietica, inoltre, vigeva all’epoca una politica di censura dell’informazione. Per questo motivo, probabilmente, i risultati delle misurazioni delle radiazioni fatte sul suolo svizzero, scientificamente verificabili, sono diventati il tema più coperto dai media svizzeri in quella occasione.
Dopo l’incidente in Giappone, invece, l’alibi del paese tecnicamente arretrato non poteva più reggere. In Svizzera non si corre di certo il pericolo Tsunami, ma terremoti e inondazioni si verificano con una certa frequenza. Per questa ragione, dopo Fukushima, i rischi connessi all’energia nucleare sono diventati un tema dibattuto più di frequente dai media svizzeri. Già la prima settimana dopo l’allarme, infatti, un quarto degli articoli ipotizzava una possibile uscita della Confederazione dal nucleare. Nel complesso dei tre campioni, nel 42% degli articoli sono stati interpellati esperti di nucleare, a testimonianza di come i giornalisti abbiano saputo intercettare la forte domanda di informazioni tecniche e specializzate posta dal loro pubblico. Le dichiarazioni degli esperti sono state essenziali per commentare le catastrofi con cognizione di causa e valutare tutte le implicazioni. Complessivamente, però, nel coverage immediatamente successivo gli incidenti, il “fattore rischio” non è mai stato uno dei temi principali.
La content analysis della ricerca si è basata sugli articoli di tre tra i maggiori quotidiani svizzeri: Neue Zürcher Zeitung, Tages Anzeiger e Blick nella prima e nella quarta settimana successive agli incidenti di Chernobyl e Fukushima. Il periodo preso in esame per l’incidente di Three Mile Island è stato di quattro settimane, per poter avere un numero leggermente maggiore di articoli all’interno del campione. Sono stati così analizzati 526 articoli: 122 per Three Mile Island, 109 per Chernobyl e 295 per Fukushima.
Kristiansen, Silje & Bonfadelli, Heinz (2013): Radioaktive Strahlung ist unsichtbar, löst aber einen Klimawandel in der Bevölkerungsmeinung aus – Meinungsklima, Risikoeinschätzung und Informationsverhalten im Nachgang zu Fukushima. In: atw International Journal for Nuclear Power 58/ 4: 242−247.
Articolo tradotto dall’originale tedesco da Alessandra Filippi
Articolo modificato in data 11 Novembre per un’errata resa italiana del termine tedesco “Atomausstieg”
Photo credits: catorze14 / Flickr CC
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