Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01273.jsonl.gz/851

Nelle montagne di Mesolcina e Calanca
Si è generalmente notato che la pubblicazione della guida di un dato gruppo montuoso intensifica l' attività e la frequenza alpinistica sulle vette della regione descritta; fenomeno dovuto sia all' interesse ed all' entusiasmo susci-tati dall' abile penna dei descrittori, sia allo spirito bellicoso di impazienti " ( accademici », che s' affrettano a strappare alla montagna gli ultimi fiori di verginità, il cui innebbriante profumo essi hanno immediatamente fiutato tra le pagine della nuova guida...
Questo fatto non si è però avverato per quanto riguarda le montagne delle mie Vaiiate, che, del resto già poco visitate anteriormente, sono rimaste, anche dopo la pubblicazione delle pregevoli guide dell' Imhof ( 1918 ) e del Röllin ( 1920 ), assai trascurate dagli alpinisti, nonostante le loro reali e varie bellezze e l' abbondanza di interessanti problemi ancora insoluti. Da molto tempo le nostre cime non sono più nominate nelle pubblicazioni del C.A.S.; personalmente posso poi dire che in circa otto stagioni di assidua attività alpinistica ben raramente ho avuto occasione di avvistare lassù altri alpinisti.
« Un angolo dimenticato della regione del Club alpino svizzero » l' aveva definito il Darmstädter in una sua nota relazione apparsa nell' Annuario 1893 del Club alpino tedesco-austriaco 1 ), e sotto taluni punti di vista questo titolo non sarebbe ancora antiquato. Il velato rimprovero contenuto nella parole del Darmstädter aveva allora per reazione risvegliato un certo interesse tra gli alpinisti svizzeri per le nostre montagne; gli Annuari del C.A.S. ci ricordano infatti particolarmente i nomi di Reber ( 1897—1898 ), di End ( 1903—1904 ) e di Lisibach ( 1905—1906 ), i valorosi alpinisti che precedono Imhof e Röllin, sopraricordati, nell' esplorazione di queste catene. Chissà che oggi le mie modeste parole, nelle quali se non altro non potrà mancare l' eco di una profonda passione di montanaro per la regione natia, non deter-minino qualche altro alpinista a ricercare queste solitarie altezze.
A dire il vero — e mi perdonino i colleghil' assenza del « prossimo alpinista », non è una delle ultime ragioni che mi rendono particolarmente care le mie montagne, tanto più belle nella loro altera solitudine; per cui, a rigor di logica, dovrei, più che mi è possibile, cercare di tener celato il mio angolo beato...; ma se ripenso alla dolcezza di ricordi che ho riportato di lassi migliori ricordi, non esito a confessarlo, della mia vita — mi sembrerebbe, non soltanto di essere un grande egoista, ma di mancare ad un preciso dovere, se tralasciassi di dire: Salite lassù...!
L' alpinismo non è, almeno finora, particolarmente sentito dalla popolazione delle mie vallate; vi sono sì robusti alpigiani e arditi cacciatori di camosci, che naturalmente conoscono bene le giogaie tra le quali si svolge la loro rude vita, e che provano anche un vivo senso di attaccamento per questi aspri colossi; mancano però del tutto quegli esseri considerati come un po strani dalla gente pratica e posata quei bei tipi che si dilettano di vagabondare per luoghi inospiti, senza scopi che appaiano comunemente ben definiti, a prezzo anzi di fatiche ed a rischio talvolta di proprio danno... mancano cioè gli alpinisti I — Di conseguenza, ed anche perché la regione non è il campo d' azione particolare di alcuna sezione del C.A.S., si rivelano talune deficienze in materia di organizzazione alpina. Per esempio, come giustamente è stato notato tempo fa su questa Rivista, non vi è alcuna stazione alpina di soccorso, e dopo il ritiro del vecchio Stoffel dall' Ospizio del San Bernardino, mancano le guide fornite di patente.
Ma anche riferendoci in modo particolare alla località di San Bernardino — che tuttavia, come stazione di montagna è discretamente frequentata — queste deficienze non sono poi nella realtà tanto sentite, perché, come ripeto, il movimento alpinistico è assolutamente médiocre. Nella conca di San Bernardino i ghiacciai luccicanti e le dentate creste restano alquanto celati; fanno appena capolino tra le cupole degli abeti la candida calotta del Pizzo Bianco e le roccie — del resto tanto mansuetedel Pizzo Uccello e del Pan di Zucchero; forse il predominio di un panorama di boschi e pascoli, a carattere essenzialmente idillico da invogliare più alla vita contemplativa che alle aspre imprese alpine, è la causa principale di questa limitata attività alpinistica. Certo è che la colonia villeggiante di San Bernardino si può dire assolutamente priva di spirito combattivo; in genere ascrive a massime imprese, escursioni banali sul tipo del Pizzo Uccello e della traversata dei « Passetti » verso la Calanca. Gli alpinisti, che scelgono come campo della loro attività le nostre montagne, sono ben pochi, e quasi sempre si limitano alle due o tre vette panoramiche di moda, quando addirittura non passano via veloci, diretti al di là del San Bernardino per il Rheinwaldhorn. Così fanno anche generalmente gli alpinisti ticinesi, che tuttavia dovrebbero essere quasi di casa.
Eppure non mancano attorno a San Bernardino belle cime degne di essere salite, e che, per interesse alpinistico e panoramico, possono bene contrapporsi anche al vertice dell' Adula, a cui aspira tutta la folla alpinistica... unicamente perchè è la vetta più alta del gruppo. Le creste del Breitstock e dello Zapport offrono magnifiche arrampicate, e possibilità di belle traversate tutte le montagne del circo di Stabbio e di Val Curciusa. Chi particolarmente si ricorda di questo alpestre solitario vallone? Per la Bocca di Curciusa, o meglio per il comodo Passo di Vignone, vi si perviene da San Bernardino in poche ore, e là l' alto Tambo dal lucido scudo di ghiaccio, e il Pizzo Ferrè, levantesi aguzzo come una lama dalle eterne nevi, e i neri torrioni dei Piani, incombenti sull' aggrovigliato ghiacciaio di Curciusa, invitano a gioiose ore di lotta.
È sorta una leggenda che descrive come assolutamente primitive le possibilità di pernottamento in Valle Curciusa, e che forse ha sconsigliato a qualche timoroso l' accesso a quest' angolo romito. Un alpinista reduce da un' avventurosa discesa lungo la parete ovest del Tambo, e forse ancora sotto l' impressione di qualche « volo », capitando a sera inoltrata tra i pastori bergamaschi di Val Curciusa, scambia le loro rudi premure per chissà quali tenebrosi agguati...1 ) e da qui il mito«Nur sehr schlechte oder gar keine Unterkunft », riporta infatti anche la guida dell' Imhof. Oh cascine dell' Alpe di Roggio, fra i pochi alpinisti che hanno goduto della vostra ospitalità, non sarò io un ingrato! Un allegro fuocherello, una tazza di tiepido latte, un morbido giaciglio di fieno, e che altro ancora possiamo desiderare noi alpinisti per le vigilie delle nostre giornate? Meglio talvolta la misera baita coi suoi rustici pastori che il lussuoso Rifugio, dove non sempre è possibile sentirsi del tutto lontani dall' atmosfera cittadinaIo serbo un buonissimo ricordo dei miei ospiti di Roggio, e considero quell' alpe « primitivo » tra i più comodi del genere in cui abbia avuto occasione di pernottare troppo comodo anzi: che, alla vigilia di un memorando assalto tentato con mio fratello alla parete ovest dei Pizzi dei Piani, è stato la vera « Capua », che prolungandoci oltre l' ora fissata il dolce sonno, segnò il principio della nostra disfatta. Ad evitare ad altri tale rischio, consiglio... eventualmente, di pernottare alla baita di « Curciusa di sopra », dove potendosi agevolmente seguire dal pietroso giaciglio il corso degli astri, è tolto ogni pericolo di dimenticare nel sonno la buona ora. Per noi almeno, essa è stata, più tardi, la « trincea d' avamposto », dalla quale balzammo alla vittoria 1 )!
La mania esclusivista di salire soltanto le vette « di moda » — cui poco sopra ho accennato — è, anche per quanto riguarda le catene che fiancheggiano e dividono le due Vallate, una delle cause principali, che concorrono a mantenere sconosciute o quasi alla maggior parte degli alpinisti, alcune vette fra le più belle di questi altri gruppi. Avrete sentito lodare come stupendi — e forse li avrete contemplali voi stessi direttamente — i panorami del Sasso della Paglia e del Pizzo di Claro, ma conoscete il panorama del Sasso Castello? Questo facile massiccio dal nome bellico, è come punto di vista il migliore forse della bassa Mesolcina, e la sua salita, sopratutto se compiuta in principio dell' estate o dell' autunno, è molto rimunerativa anche per alpinisti focosi. È raccomandabile la traversata completa delle tre punte, salendo per esempio dall' Alpe di Borgen sopra Cama; il pernottamento sarà alquanto primitivo, ma in compenso panoramicamente stupenda la salita per il crestone pro-spicente la bassa Valle 2 ). La discesa per la bocchetta di Cresem, nella fresca conca di Val Cama, allietata dal bel lago, o nell' armoniosa Val Darbora, dalle fitte abetaie, vi permetterà di dare una guardatina e di fissare — chissà — un interessante piano d' attacco a qualche altra cima dei dintorni.
Di fronte al Sasso Castello, sulla catena mediana delle due Valli, si eleva un altro aereo belvedere, ingiustamente dimenticato, il Pizzo di Groveno. Come tutte le altre montagne mesolcinesi da Mesocco in giù, a cominciare dall' interessantissimo gruppo Corbet-Pombi, anche il Groveno è forse alquanto trascurato per il notevole dislivello che lo divide dal fondovalle, e riconosco che effettivamente 2200 metri di salita, partendo dai 400 metri di altitudine di Lostallo, sono qualcosa. Ma tutto dipende da un po' di entusiasmo, e del resto vi posso assicurare che quel sentiero che si svolge tutto a zigzag e scalette, quasi a piombo sopra la Valle, lungo l' erto fianco della montagna, tra boschi secolari abeti, è già in sè stesso interessante. La conca dell' Alpe di Groveno poi, nella sua severa semplicità di linee, è qualcosa di altamente suggestivo. Io vi sono salito, l' ultima volta, nello scorso giugno, e confesso che mai, neppure nei più alti bivacchi, ho provato come lassù l' arcano senso di una serata alpestre. Attorno all' Alpe, appena spoglio della neve, che ancora imbiancava le pareti e incorniciava le creste del Groveno, timida sorrideva la nuova primavera. Ed era una letizia contemplare dalla soglia della cascina il fresco verdeggiare del pascolo e del lariceto. Le ultime luci del tramonto tremavano sulle rosee vedrette del Pian Guarnei, mentre lungo lo scuro bosco degli abeti già saliva la notte dal fondovalle. Nella solitudine immensa, una pace divina. Ma sotto la cupa parete del Fil di Nomnome, le sagome nere degli abeti solitari, salenti come funeree ombre sui crestoni dei « Forni », diffondevano intorno un mesto senso di fatalità. È in quelle ore che le nostalgiche parole di Javelle 1 ) si ripercuotono nel nostro animo, come un' ansiosa preghiera sussurataci nell' ombra dagli amici scomparsi, e piamente noi ripetiamo alla montagna i cari nomi, a per-petuarne lassù in alto il ricordo.
Bello salutare dalla vetta del Groveno la Val Mesolcina, giù in basso sotto le scoscese balze di Drénola, e ricercare sul fondovalle lontano le cose note, la glauca Moesa e la bianca linea dello stradale. Neil' innumere schiera delle altre vette, salutiamo qui vicino le creste dell' impervia Molerà, ancor piene di vertiginosi misteri, e più in là le muraglie grandiose della Calanca, drizzate in un impeto di sfida: Torrone d' Orza, Pizzo delle Streghe e Fil di Remia, altere montagne che all' alto tono della scalata ancora uniscono un senso di solitaria grandezza.
Belle, radiose giornate di giugno, così intensamente vissute e già cosi lontane! Come mi siete apparse divinamente belle, montagne di Calanca, e nuove quasi al mio occhio di esigliato sotto la bianca coltre di neve, che ancora tutte vi ricopriva! E più che mai mi teneva sospeso il cuore il senso della vostra inviolata solitudine: lasciali in basso i prati in fiore di Valbella, mi pareva di spalancare, attraverso il bosco di Remia, la porta di un regno fatato, da lungo tempo chiuso ai mortali. Dalla soglia dell' alpe vi volava stridendo uno stormo di bianche pernici, e più in alto il sibilo acuto dei camosci già annunciava la fine della tregua invernale. Ma no, non temete stavolta, compagni delle altezze, mi sento anch' io un poco della vostra razza.. La mia lucida arma è fatta per una lotta senza odio e senza offese; non cerco nemici nè prede, soltanto forti ricordi voglio riportare al basso dalle mie scorrerie. Su, su per gli erti pendu di neve; su, su per la liscia parete delle Streghe, fino alla candida vetta che maliarda mi ha sorriso ieri dall' alto. Ma nelle nebbie, che le streghe maligne soffiano fuori dagli anfratti delle roccie, tutto svanisce, e mi trovo come sperduto contro un segnale di pietra, emergente dalla cupola nevosa.
Le vecchie stizzose non mi prenderanno però nel laccio: la cresta sud del Fil di Remia, che disegna tra la bruma il suo nero profilo — sventola forse ancora lassù qualche vecchio lembo glorioso... 2è la mia guida, e così felicemente mi dirigo attraverso la vedretta fino al Passo di Remolasco. Segue una rapida discesa in groppa alle valanghe; quindi un faticoso diguazzare per nevai interminabili e un lungo errare alla ricerca di un covile asciutto, finchè a notte raggiungo l' alpe di Revio, e presto un bel fuoco crepitante ravviva lo squallore dell' ambiente e disperde gli incubi tristi del cuore.
Ma le perfide streghe si sono ugualmente vendicate: all' indomani le nebbie grigie hanno invaso ogni cosa, e più non accennano ad alzarsi. Addio bei progetti, addio ardite creste del Fil di Pianasso! A lungo indugio sopra l' alpe in un' ansiosa attesa, ma invano... Neppure posso risalutare le vecchie conoscenze: Cima dei Cogni, Fil Rosso, Poncione della Parete. Appena intravedo tra la bruma i pascoli di Stabbio, e giù in fondo alla valle, le nere roccie delle forre entro cui mugge l' impetuosa Calancasca. Prima che il maltempo mi cacci inesorabilmente al basso, sull' isolotto roccioso che mi dà ricetto nella squallida landa nevosa, accendo, come un antico Aria, un gran fuoco di rododendri, a propiziarmi così il bel nume Zapport, che, pur velato, incombe sulla gran navata di Stabbio.
Lo Zapport non è soltanto il vertice sacro delle nostre Vallate, la montagna « materna », che esprime dai suoi fianchi poderosi la comune fonte dei due fiumi; alpinisticamente è la montagna più notevole della nostra regione ed una delle più tipiche dell' intero Gruppo Adulano. Tale suo carattere appare manifesto, sia dalla Calanca, di cui forma la selvaggia testata con la ferrigna parete di Stabbio, sia sopratutto dalla Valle del Reno, con la visione abbagliante della sua ghiacciata parete nord, coronata dalle ardite merlature del Breitstock e dello Zapportgrat 1 ). È appunto questa grandiosa visione che induceva l' Imhof a paragonare lo Zapport al Breithorn di Lauterbrunnen, ed è cosa davvero meravigliosa che una vetta, relativamente così poco elevata, possa assumere da questo lato un aspetto tanto imponente di alta montagna. A rigori il versante nord dello Zapport non ha niente di comune con la Mesolcina e la Calanca, ma non posso tacerne, perchè trattasi anche in questo caso di un angolo ingiustamente trascurato, senza poi dire che proprio attorno allo « Zapporthorn di Val di Reno », aleggiano i miei primi e più cari ricordi di alpinismo.
Che lungo scrutare con mio fratello, dalla ospitale Capanna di Zapport, gli sdruccioli verde-azzuri dei couloirs ghiacciati e le bastionate rocciose erte sopra gli intricati crepacci del Zapportgletscher I La sera ci sorprendeva ancora fuori, sempre intenti a tracciare là sopra arditi itinerari di conquista... finchè a poco a poco illividiva ogni cosa nel freddo crepuscolo ed i nostri cuori tremavano d' ansia in cospetto di quella selvaggia verginità. Più tardi era con uno sguardo vittorioso che contemplavamo la « nostra » parete nord, e — pur rivolgendoci ancora spesso alla vetta dello Zapport, verso la quale forse, insoddisfatti, tracciavamo una più diretta via... i nostri occhi si fissavano più in là, verso il Breitstock, a studiare altri arditi progetti.
— Non è infatti soltanto la parete dello Zapport che dalla Capanna attira gli sguardi ammirativi degli alpinisti, ma è tutta la imponente muraglia che per una lunghezza di ben cinque chilometri si stende inviolata dal Pizzo Moesola alla Punta di Stabbio ( 3130 m .), e mi è sempre parso assai strano che fra i 200 e più visitatori annuali della Zapporthütte, non si sia mai trovato alcuno che, obliando la massiccia mole del Rheinwaldhorn, abbia sentito la sua ammirazione tramutarsi in un prepotente desiderio di cimentarsi con queste selvaggie bellezze.
Dal canto nostro si pensava ad una nuova impresa: la traversata della bocchetta nord del Breitstock, di quel profondo intaglio dello Zapportgrat, per il quale doveva pure trovarsi il passaggio dal ghiacciaio di Zapport al ghiacciaio di Muccia, se non addirittura, come sognavamo noi, la via di comunicazione più diretta e naturale da San Bernardino alla Zapporthütte, dalla Mesolcina alla Valle di Zapport... Già due volte eravamo stati lassù e, per quanto diversa fosse allora la nostra meta — al percorso completo dello Zapportgrat erano rivolti i nostri assalti — non avevamo mancato di lanciare uno sguardo curioso verso i baratri dello Zapportgletscher, ma il vertiginoso couloir ghiacciato, che, tutto bruttato di pietre si inabissava dalla bocchetta, ci aveva dissuaso dallo spingere oltre le nostre investigazioni...
Dopo due giorni di riposo nel piano tedioso, ho ripreso la picca, e ieri traversando, dalle cascine di Ceta sopra Mesocco, le creste dell' Alta Burrasca, di Tresculmine e della Cima di Bedoletta 1 ), mi sono portato a San Bernardino. Stamane ( 23 giugno 1926 ) sono partito da laggiù verso le sei, ed eccomi quà, in poco più di tre ore, sulla nota bocchetta. Ça ira...? Sono poco convinto... La speranza, improvvisamente spuntatami neh " animo, che la neve ancora abbondante — e della quale ho provato in questi giorni la buona consistenza — possa permettermi di risolvere con impensata facilità l' antico problema, ha subito qualche scossa durante l' ascesa nel canalone di Muccia: ho trovato la neve fin troppo abbondante e poco sicura, così che ho dovuto salire lungo le solide roccie della sponda destra. Di là verso la valle di Zapport, la massa di neve che gonfia il colatoio è impressionante; buona sembra, chè le pietre lanciate a saggiarla, appena ne incidono la crosta e via scivolano verso gli abissi dello Zapportgletscher. Ma appunto il loro finale misterioso, avvolto nel! ' ombra di una strozzatura oltre cui lo sguardo non può spingersi, è poco invitante. Un salto di roccia...? Una Bergschrund che spalanca la sua avida bocca...?
Ciò che si può vedere, ho veduto; ora non si tratta che di decidere. Ma una dolce inerzia mi prende; resto sdraiato sulla tiepida roccia e lascio lo sguardo errare sulle note costiere. Sopra di me si eleva l' alto bastione che delimita l' intaglio verso il Moesola.
... Quanti anni fa? Era nell' agosto del 19, e lassù sopra quell' alto pulpito con mani ancora inesperte m' industriavo di fissare la corda a qualche ronchione, per potermi calare anch' io sul fondo della bocchetta, dove già si trovava mio fratello, cui era toccata la precedenza — fortunato luigrazie ad uno sbrigativo sistema di estrazione a sorte. Ma l' idea di una ancora ignota manovra di corda doppia non mi convinceva molto, e così fu che gettato alfine a basso tutto quell' inutile groviglio di manilla, osai avventurarmi sul lato nord della cresta e calarmi quindi felicemente fino alla bocchetta, nonostante le insidie della vertiginosa parete e della perfida roccia disgregata.
Quella breve discesa non ha forse già in sè costituito un primo piccolo passaggio l ) sul versante nord della costiera Zapport? Continuiamo dunque la nostra esplorazione e avanti, perchè già il sole comincia a dardeggiare di traverso sulle roccie della parete, risvegliandole pericolosamente dal loro gelato torpore. Un po' di forza a vincere l' istintivo ribrezzo che si prova nell' abbandonare un terreno piano e sicuro per un vertiginoso pendio ghiaccio, e giù nel colatoio. Ma chi ha detto ghiaccio? Neve, neve della migliore che potevo sperare! È la piccozza che, affondata fino al becco, sostiene il corpo, mentre al di sotto, i piedi incidono in ritmici colpi i sicuri gradini. In breve tempo mi trovo come in fondo ad un pozzo fantastico: al di sopra, la mia gradinata che sale verso un lembo di azzuro, a sinistra una nera parete di roccia, a destra la spalla del Breitstock oppressa come una colossale cariatide da un carico enorme di neve. E se quello cadesse a rinchiudermi in una gelida tomba, e se cedesse con me tutto il pendio...? Ma no che tutto procede bene — e lo sapevo, montagne amiche, che non avreste tradito il vostro fedele... finchè, passata anche l' incerta strozzatura, terminano in breve le difficoltà della via. Sdraiato nel profondo solco delle valanghe, raggiungo con rapida scivolata finale il ghiacciaio di Zapport, tutto occupato e sconvolto da immense lavine. Le linee ferrigne e crude delle pareti, i profili grifagni delle creste appaiono di qui come rammorbiditi sotto la neve; soltanto la cresta terminale dello Zapport protende un' enorme cornice, quasi un padi-glione dalle proporzioni inverosimili levato sopra un candido altare. In fondo al vallone, appena è visibile tra i cumuli delle valanghe il tetto della Capanna. Ma la mia via non scende nel vallone di Zapport, costeggia le pareti del Moesola per pendu coperti da imponenti masse valangose, fino a raggiungere l' ampia depressione del San Bernardino.
Ora dal fatidico colle, prima di scendere a valle, vi saluto, montagne; ad altri possiate concedere tanta ricchezza di forti e soavi impressioni, e in me splenda a lungo il ricordo di queste luminose giornateMa tornerò quassù a contemplare nell' inverno le vostre candide parvenze, e ancora conoscerò il fascino della tua vetta sovrana, Zapport.Guido Tonella.