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Carl Bagessen, nato in Danimarca nel 1858, andò a scuola fino a quattordici anni, conducendo una vita tranquilla. Poi conobbe il circo. Nel 1895 era contorsionista al Cirque Rancy, a Lione, con il nome di “Uomo-cavatappi”. In seguito sposò una giocoliera, alla quale faceva da spalla negli spettacoli. Un giorno, nel mezzo di un volteggio di piatti, lei gliene lanciò uno; lui lo mancò in maniera tanto comica che il pubblico scoppiò a ridere. Bagessen decise allora di presentare un numero nel quale distruggeva il più grande numero di piatti immaginabile. Il debutto avvenne nel 1893, a Chicago: durante il massacro delle stoviglie, a complicare ulteriormente la situazione, un foglio di carta appiccicoso gli si attaccava alla mano, suscitando una serie di conseguenze catastrofiche. Per vent’anni Bagessen portò il suo numero in tutti i teatri di varietà del mondo. Tra un ingaggio e l’altro, lavorava in una fattoria di sua proprietà a Thuro, in Danimarca. Mi colpisce questa doppia vita. Chi mai sarà riuscito a immaginare, parlando con il contadino, serio e scrupoloso nel seguire le stagioni, nel contrattare i prezzi dei prodotti, che dietro quei lineamenti austeri si nascondesse l’imprevedibile clown, scintillante, giocoso? Ma la doppia vita potrebbe essere tripla: c’è chi dice che Bagessen fosse pure ingegnere, e che non si limitasse a costruire strumenti da circo ma che abbia inventato un sistema di aggancio per i tram, impiegato negli Stati Uniti.
Quando si parla di clown, la realtà sconfina spesso nella leggenda. Mi viene in mente Little Walter, un augusto dalla vita mirabolante: conobbe il successo, poi venne mobilitato nell’esercito belga, durante la Prima Guerra mondiale, e svolse pericolose missioni confidenziali (grazie anche alla sua conoscenza delle lingue). Dopo la guerra, cominciò il declino. Little Walter era stato amico di re e potenti, direttore di circo, proprietario di terreni in Portogallo, di un Gran Café a Bordeaux e di aziende in Sudamerica. Non riusciva a sopportare l’insuccesso, tanto che cominciò a bere. Ebbe però un colpo di fortuna: vinse alla lotteria, in Portogallo, comprò un circo ambulante e ricominciò a sperare.
Mi fermo qui. Potrei andare avanti a lungo: da sempre amo i clown e le storie di clown. Ho una serie di libri e video sull’argomento, e tengo d’occhio le novità. Di recente ho comprato l’autobiografia di Achille Zavatta e, sull’onda, ho ripreso in mano un paio di “classici” dello storico del circo Tristan Rémy. Da quando sono bambino non ho mai perso uno spettacolo del Knie, il circo nazionale svizzero, e di sicuro quest’anno non mancherò al ritorno del clown David Larible (del quale ho letto di recente il volume scritto con Massimo Locuratolo e Alessandro Serena).
Qual è stato il mio primo imprinting? Non ci sono dubbi. Per me, nato e cresciuto nella Svizzera italiana, il miracolo della risata prendeva forma e colore nello smisurato sorriso, negli occhi scuri del clown Dimitri, con il candore del volto segnato da sopracciglia e lacrime nere. Ciò che amavo, anche inconsciamente, era la presenza reale del pagliaccio: non era un uomo che recitava un personaggio, ma era il personaggio stesso – il clown – che si serviva dell’uomo per giungere fino a me, per suscitare le mie risate e per mostrarmi l’inestirpabile anima fanciullesca del mondo. Non ho difficoltà ad ammettere di essere un artista che cerca il successo e cui fanno piacere gli applausi, scrisse lo stesso Dimitri. Ma è altrettanto vero che non mi tengo tutti gli applausi per me: parte di essi spetta al clown, al clown in quanto personaggio, in quanto archetipo. Spetta a quella creatura fatta di nostalgia, insieme ingenua e gioiosa, capace di strapparci a tutte le nostre pene attraverso una semplice risata. Come diceva il grande François Fratellini: Les acteurs font semblant, nous c’est pour de vrai. Gli attori fingono e i pagliacci invece no? Ma il trucco, la preparazione dei numeri, l’allenamento? Nell’ambiguità di questa affermazione c’è tutta la bellezza dell’essere clown, e anche il motivo per cui ne sono affascinato. Un clown non si limita a raccontare una storia, ma è la storia: esiste nel tempo in cui agisce, come afferma Pierre Étaix nel suo saggio Il faut appeler clown un clown.
Quando ieri mattina ho visto la notizia della morte di Dimitri, ho sentito risuonare dentro di me, uno dopo l’altro, tutti gli strumenti del suo indimenticabile L’homme-orchestre. Mi sono visto durante gli anni dell’infanzia, nel buio, sgranare gli occhi davanti alla gag della sedia a sdraio o alle evoluzioni sulla corda. E poi mi sono visto nello stesso buio da adolescente e da adulto, un po’ più vecchio, più segnato dal tempo, mentre il clown restava sempre eternamente giovane. Era come un promemoria, un monito perché non abbandonassi la fanciullezza, perché ne conservassi sempre, nel cuore e nella mente, qualche seme prezioso.
Il clown è sempre rimasto giovane, dicevo, ma l’uomo inevitabilmente è invecchiato, e oggi Dimitri non è più con noi. Abbiamo però non soltanto il ricordo, ma soprattutto la permanenza della felicità. I pagliacci non suscitano solo una breve risata liberatoria; quando sono bravi, smuovono emozioni profonde, creano cambiamenti che lasciano il segno. Sono convinto che uno dei motori ancestrali del clown, diceva Dimitri, sia suscitare l’amore attraverso il riso. Esiste forse felicità più grande? C’è un acquerello di Dimitri in cui si vede il clown mentre sale una strada, portando sulle spalle un grande cuore. Il paesaggio è disseminato di pericoli, di cose minacciose, ma a prevalere è il sorriso del clown, la sicurezza consumata con la quale solleva il suo e il nostro cuore.
Il clown – insieme rivoluzionario e conservatore, come lo definisce David Larible – mi è d’ispirazione anche nella scrittura. Dimitri raccoglieva le idee per le sue gag nella vita quotidiana, come pagliette d’oro nella sabbia di un fiume. Anche a me piace lavorare in questo modo, cercando di mostrare ciò che si annida dietro la quotidianità. Lo stesso Dimitri, poi, confessava: ci sono delle gag che io non so ancora perché facciano ridere. Mi riconosco in questo segreto che permane dietro ogni costruzione, dietro ogni tecnica per suscitare effetti. Alla fine ogni risata, così come ogni altro aspetto della nostra umanità, è un mistero.
Concludo citando una famosa gag del clown svizzero Grock. Dopo aver rivelato al suo partner Max di possedere un misterioso strumento di nome wztdhp, comincia a descriverlo. Tuttavia Max non capisce niente: il congegno musicale è formato da vari pezzi, presi da vari strumenti, incastrati in maniera impossibile. Max s’innervosisce, proprio non riesce a capire come sia fatto questo tortuosissimo wztdhp.
– Con tutti questi pezzi non è più uno strumento, è un’intera orchestra! Ma insomma… alla fine di quelle corde, alla fine di quelle chiavi, di quella imboccatura, che cosa c’è?
– Formaggio – risponde Grock.
– Formaggio? – si stupisce Max. – E per fare cosa?
– Per mangiare.
Ecco, queste due parole mi sembrano splendide. Per mangiare. C’è dentro tutto: la fame atavica dell’augusto, il talento nel rovesciare la logica, il gusto per lo sberleffo, la sorpresa. Per fortuna che ci sono i clown, come Grock e come Dimitri, a ricordarci che il mondo è più vasto di ogni nostra definizione e che, pertanto, uno strumento musicale può servire anche per mangiare formaggio.
PS: Alcuni aneddoti di questo articolo provengono dal volume Les clowns di Tristan Rémy, pubblicato per la prima volta nel 1946 (in italiano nel 2006 dalle edizioni Robin); da Rémy ho preso anche il ritratto di Little Walter (opera di Bils, è la prima immagine dell’articolo). L’autobiografia di Achille Zavatta s’intitola Trente ans de cirque. Souvenirs et anecdotes, scritta nel 1953 e ripubblicata nel 2009 da Arléa. Il volume di Larible, Locuratolo e Serena s’intitola Consigli a un giovane clown (Mimesis 2015). Le citazioni e le immagini di Dimitri sono tratte da Il clown in me, l’autobiografia scritta con Hanspeter Gschwend e pubblicata nel 2004 da Rezzonico editore, e da L’oro dei clown, un’intervista a cura di Pietro Bellasi e Danielle Londei pubblicata nel 2006 dall’editore Danilo Montanari. L’acquerello si trova in Dimitri clown fantasy (Tipografia Poncioni, Losone 2005). Il volume di Pierre Étaix Il faut appeler clown un clown è stato pubblicato nel 2002 da Séguier Archimbaud con disegni dello stesso Étaix. Da questo saggio ho preso anche la frase di François Fratellini. La fotografia di Grock è tratta dalla sua autobiografia (scritta nel 1948, in italiano per Mursia nel 2006: La mia carriera di clown), mentre l’immagine che vedete sotto è di Herbert Leupin, per la tournée 1979 del Circo Knie. Per il momento è tutto, ma presto o tardi tornerò a parlare di clown…