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Il Tribunale federale ha confermato con sentenza pubblicata oggi l'espulsione di un cittadino iraniano, classe 1977, decisa dalla Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Canton Ticino.
L'uomo era giunto in Svizzera nel dicembre 2004 e aveva presentato una domanda d'asilo, respinta in ultima istanza nell'agosto 2006. Aveva comunque potuto restare nel nostro Paese grazie al matrimonio con una cittadina svizzera, che nel novembre 2006 gli ha consentito di ricevere un permesso di dimora annuale. Questo permesso di dimora è poi stato trasformato in permesso di domicilio nell'ottobre 2012.
Nel gennaio 2015 il cittadino iraniano e la sua consorte svizzera hanno divorziato. Pochi mesi dopo, in novembre, egli è poi stato condannato a 14 mesi di detenzione, sospesi con la condizionale, in quanto ritenuto colpevole di usura aggravata e di incitazione all'entrata, alla partenza e al soggiorno illegale aggravata. Insieme a tre complici (un siriano, un iraniano e uno svizzero di origini brasiliane), era stato riconosciuto colpevole dal giudice Amos Pagnamenta di aver trasportato dall'Italia alla Germania circa 150 migranti, per quello che era stato definito "il più grande traffico di esseri umani venuto alla luce in Ticino".
Preso atto della condanna, la Sezione della popolazione gli ha comunicato che avrebbe rivalutato la sua presenza in Svizzera e lo ha invitato ad esprimere le proprie osservazioni in merito. Una volta giunte le osservazioni, la Sezione della popolazione ha infine deciso, nel marzo 2016, di revocare il permesso di domicilio del cittadino iraniano per motivi di ordine pubblico e di invitarlo a lasciare la Svizzera entro il maggio 2016.
L'uomo non ha però mai ritirato la raccomandata che lo informava della revoca del permesso. Solo in seguito, quando i termini di ricorso erano ormai esauriti, ha appreso tramite la Polizia cantonale dell'avvenuta revoca. Si è quindi rivolto all'Ufficio della migrazione, nel giugno 2016, spiegando che non aveva potuto ritirare la raccomandata perché era all'estero e chiedendo un nuovo termine di ricorso.
Il caso è finito sul tavolo sul Consiglio di Stato, che non ha ravvisato gli estremi per concedere un nuovo termine di ricorso. La stessa decisione presa in seguito anche dai giudici dal Tribunale cantonale amministrativo.
Il cittadino iraniano si è quindi rivolto al Tribunale federale, ma anche i giudici di Losanna si sono rifiutati di concedergli un nuovo termine di ricorso, sostenendo che prima di partire per l'Iran avrebbe dovuto dare istruzioni a terzi per occuparsi della sua posta o almeno avvisare la Sezione della popolazione, che lo aveva interpellato poche settimane prima.
Il Tribunale federale ha quindi confermato il parere ticinese, respingendo il ricorso del cittadino iraniano e ponendo a suo carico le spese giudiziarie di 500 franchi.