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Cosa può portare un canadese, nato in Ontario, a vivere per molti anni in Svizzera? Forse il paesaggio simile a quello nordamericano, con molti laghi e fiumi per pescare e montagne per sciare, o ancora il multiculturalismo che accomuna i due Paesi. Sicuramente l’hockey, che da noi non è religione, ma è comunque fra gli sport più seguiti e praticati. Quello fra Larry Huras e la Svizzera è infatti un legame che va al di là del semplice rapporto di lavoro e del reciproco opportunismo.
In Canada, o nasci con l’hockey nel sangue, o vieni contagiato da questo mondo e cerchi in tutti i modi di farne parte. Come giocatore Huras ha disputato due partite in NHL con i New York Rangers senza però mai riuscire a sfondare, trascorrendo di conseguenza la prima parte di carriera nelle leghe inferiori nordamericane (IHL, AHL, CHL). Attorno ai 25 anni, una scelta radicale, molla tutto e va in Europa. Decide di spedire il proprio curriculum a 72 squadre europee, visto che le mail, o anche solo gli agenti, all’epoca non esistevano. Riceve tre offerte: Aalborg, Villard-de-Lans e Grenoble. Accetta quest’ultima poiché è l’unico posto di cui aveva già sentito il nome, in quanto vi si svolsero le Olimpiadi invernali del 1968. Poi il trasferimento a Gap e a Rouen, dove da giocatore diventa allenatore, ed infine l’arrivo in Svizzera.
Sul ghiaccio ha avuto poca gloria, ma il palmarès alla transenna parla per lui: tre campionati con tre squadre diverse (Zurigo, Lugano e Berna), tre Continental Cup consecutive (due con l’Ambrì e una con lo Zurigo) e una Supercoppa europea sempre con i leventinesi, che mai hanno vinto come con il coach canadese. Ma parlare solo dei titoli ottenuti sarebbe riduttivo, proprio perché ovunque è andato ha lasciato il ricordo di un persona che non era lì solo per fare il suo lavoro, ma, oltre a ciò, per integrarsi in una cultura diversa dalla sua, nel caso di quella svizzera forse nemmeno troppo.
Oggi è alla guida del Friborgo, squadra che sta avendo un andamento ambiguo: malissimo in campionato, ma unico club svizzero a raggiungere le semifinali di Champions Hockey League. L’ho incontrato una sera di ottobre a Lugano, qualche ora dopo un successo dei Burgundi ad Ambrì e alla vigilia di un’intervista televisiva per la RSI. Un uomo che “fa il suo” sarebbe andato direttamente in hotel, aspettando l’impegno del giorno successivo. Lui no, era in piazza, da solo, ad ascoltare un po’ di musica dal vivo, a bere qualche birra, e a scambiare due parole con chiunque fosse interessato a farlo. Io ero uno sconosciuto per lui. L’ho salutato e lui ha iniziato a parlarmi come se già ci fossimo incontrati. Mi ha raccontato del suo amore per il Ticino, della sua prima avventura ad Ambrì e del Lugano di Nummelin, Peltonen e Maneluk. Poi un brindisi e un “ciao, alla prossima”.
Huras ha più volte detto di voler allenare la Nazionale rossocrociata, magari per chiudere la sua brillante carriera, e quando si è trattato di trovare un sostituto a Glen Hanlon era fra i nomi caldi. Alla fine la Federazione ha optato per il “raccomandato” Patrick Fischer e solo il tempo paleserà la bontà o meno di questa scelta. Ma nello sport le cose cambiano in fretta e quando anche questa pagina verrà voltata, ci auguriamo che il sogno di Larry possa realizzarsi per davvero.