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Il Tribunale federale (Tf) ha confermato il divieto di entrata in Svizzera e Liechtenstein pronunciato nei confronti di Leo Caridi. Il boss della ’ndrangheta nel 2017 è stato estradato in Italia, dove è stato condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione per appartenenza a un’organizzazione mafiosa.
Nato nel 1961, Leo Caridi è considerato dalla giustizia italiana il capo di un clan di Reggio Calabria. La sua cosca avrebbe in mano diversi quartieri della città. Fra il 1986 e il 2017 l’uomo è stato condannato a sette riprese.
In una sentenza pubblicata oggi, la seconda Corte di diritto pubblico stima che il Tribunale amministrativo federale (Taf) abbia preso la decisione corretta confermando un’espulsione di 20 anni pronunciata dall’Ufficio federale di polizia (Fedpol).
Le istanze hanno giustamente considerato il ricorrente “una grave minaccia per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera”. Le autorità hanno potuto basarsi sul verdetto della Corte di cassazione di Roma e su vari articoli apparsi sui media.
I giudici dell’Alta Corte di Losanna hanno anche sottolineato che Caridi, autorizzato a soggiornare temporaneamente in Vallese fra il 2016 e il 2017, ha lavorato con un uomo attivo nel settore immobiliare. Quest’ultimo è stato condannato a quattro riprese nei cantoni Vaud, Neuchâtel e Vallese. Questo alimenta la tesi della Fedpol, secondo la quale Caridi fosse in Svizzera per infiltrarsi nel tessuto economico-politico elvetico.
Secondo il Tf, la Confederazione ha “un interesse pubblico e legittimo” ad allontanare una persona “pesantemente condannata e che ha una forte influenza nella criminalità organizzata della sua regione”. Tollerare la sua presenza rappresenterebbe una minaccia per la Svizzera e un motivo di tensione con l’Italia.