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Quella era una terra ospitale, verdeggiante e soleggiata ; alla sommità della collina l'abbraccio della natura ti rasserenava, ti faceva sentire grato di vivere lassù, lungo la via punteggiata dalle antiche masserie che si reggevano l'una con l'altra, pietra su pietra, i portoni spalancati sulle aie brulicanti di vita. Si conoscevano tutti, tutti si parlavano.
Sul selciato della piazzetta,vicino al lungo sedile di sasso, ricamato di licheni, appoggiato alla parete del minuto oratorio, nella luce del tardo pomeriggio, i ragazzi e le ragazze più grandi,scalzi e sudati, nei loro modesti vestiti, alcuni con le teste rasate a mettere in risalto i tratti di un naso pronunciato ed imponenti orecchie,invitavano i più piccoli al gioco : una palla fatta di stracci da calciare.
Attorno al campanile i balestrucci intentavano un ardito e ciarliero carosello, prima di annerire- posandovisi- i fili della luce.
Passava un carretto trainato dai buoi, ma nessuno interrompeva il proprio divertimento, qualcuno si scostava. Non c'era chi riuscisse a distogliere i bimbi dall'inebriante frenesia del gioco.
C'erano solo due eccezioni a questa sorta di regola non scritta ma applicata : scattavano per due persone. La prima : quando si intravedeva, in fondo alla salita, la figura ormai in poco sfiorita e leggermente claudicante della maestra Graffina nel suo abito elegante.L'altra era per il pittore. Si alzava subito un grido: "Arriva il Sami". Tutti, di colpo, rispettosamente si scansavano, quasi trattenendo il respiro, tanto era il rispetto per la maestra e il pittore.
Più tardi, la contrada dei calzoncini corti sarebbe stata richiamata dentro casa per una cena frugale, alla fine della quale, come tante ombre silenziose, le donne uscivano dalle corti, vestite di nero, col fazzoletto o con un velo in testa per andare alla recita del rosario in un approssimato latino. Lo recitava da sempre la "Dela".
Sciamavano silenziose lungo l'abitudinario percorso verso la chiesetta, curvate dalla fatica, dimesse,le ruvide mani a trattenere lo scialle di lana. All'interno, nella penombra,una muta invocazione nella mente: "Signur e Madòna vütem in tütt i nòst bisögn da l'anima e dal corp" , davanti al Crocefisso e alla statua della Beata Vergine. E la pace giungeva consolatoria di una dura giornata cominciata di buon'ora al lavoro nei campi.
Fuori, accanto al bel muro a secco a ridosso del prato, dove la "méricanèla" si spostava petulante,trascinando baldanzosa il corteo dei suoi pulcini, l'odore del fieno ed il frinire dei grilli accompagnavano l'arrivo degli uomini al loro abituale presidio. Usavano portarsi appresso un sacco di tela o la giacca da stendere sull'acciottolato ed accomodarsi per terra.
Sedevano dove capitava, godendosi il fresco della serata, scambiandosi i racconti del giorno o di terre lontane di qualcuno che fu "maestran".
Di ritorno intanto gli adolescenti origliavano, sgranando gli occhi dalla meraviglia in quella scuola di vita sotto il cielo ormai stellato e sognavano... Li affascinava il discorrere dell' "Auè" ( probabilmente un distorto "et oui") che era stato in Francia o di chi il militare l'aveva fatto per davvero ed era tornato uomo,imparando l'obbedienza in un mondo così lontano da quello dei contadini della frazione, dove ancora un gallo cantava e tutti i pollai gli rispondevano in coro.
Questo mi ricordo della mia Corteglia di un tempo.
Fonte per scrivere il libro : Samuel Wülser : " Finestra su Corteglia".