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Missione: riscattare l'umanità
Letture bibliche
Testo della predicazione
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
In lei era la vita, e la vita era la luce degli esseri umani. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.
La vera luce che illumina ogni persona stava venendo nel mondo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio.
E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.
(Giovanni 1,1-5.9-12a.14)
Letture di appoggio
Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo. Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe. Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.
(2 Corinzi 5,17-18a.19ab. 21)
Cristo Gesù, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli esseri umani; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
(Filippesi 2,6-8)
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Predicazione
Missione: riscattare l'umanità
Lux lucet in tenebris è scritto sullo stemma della Chiesa valdese, simbolo che c'è (naturalmente) anche qui a Zurigo. Immagine che ben conosco, dato che nella chiesa valdese, in Italia, sono cresciuta!
Lux lucet in tenebris: la luce splende nelle tenebre. E come rappresentare la luce, dal momento che la luce che splende è nientemeno che Dio stesso? Sì, perché la frase «la luce splende nelle tenebre» si trova, come abbiamo letto, all'inizio dell'evangelo di Giovanni, quando l'evangelista parla del Logos che era Dio ed era con Dio ed era la vita e la vita era la luce. Inoltre, in una sua lettera lo stesso Giovanni afferma con chiarezza e semplicità che «Dio è luce» (1 Gv 1,5).
Come rappresentare dunque una luce così sublime, assoluta? Chi ha ideato lo stemma ha scelto un semplice candeliere. In altre rappresentazioni è una lampada a olio. (Anche perché all'epoca, nel XVII secolo, la luce elettrica non esisteva...) La luce è somma, non c'è modo di rappresentarla. Anche per il foglietto del culto di oggi ho cercato faticosamente un'immagine adatta, ma mi sono dovuta accontentare, mettendo la luce del sole. E ho accostato la luce alla croce perché la luce che splende è Gesù, e Gesù è colui che è morto sulla croce.
Bene, abbiamo parlato della luce, e ora parliamo delle tenebre, perché il versetto (e il motto della chiesa) dice che la luce splende nelle tenebre. Che cosa sono queste tenebre citate dall'evangelista?
Le tenebre sono tutto ciò che si oppone alla luce, tutto ciò che la combatte, che vuole sconfiggerla:
– la menzogna che si oppone alla verità di Dio
– i tranelli del maligno, che – come dicevamo nella confessione di peccato – seduce l'umanità con false promesse, con l'inganno, promettendo una felicità che invece non arriverà.
Le tenebre sono la malvagità umana. Le tenebre sono la cecità umana, che non sa riconoscere il vero dal falso, che crede che la pienezza dell'esistenza sia nell'accumulare beni materiali, che crede di poter trovare il senso della vita ciascuno puntando solo ai propri obiettivi, senza guardarsi intorno, senza pensare agli altri, senza collaborare, senza aiutare.
Ma soprattutto le tenebre sono il mondo senza Dio, il mondo che crede di poter fare a meno di Dio.
Un nuovo inizio
È a questa creazione perduta, a questa creazione diventata orfana che Dio ha deciso di dare un nuovo inizio, una nuova vita. Questo è il meraviglioso messaggio dell'evangelista Giovanni: con l'incarnazione, Dio ha dato inizio a una nuova creazione. Gli esseri umani possono nascere di nuovo, nascere «dall'alto», nascere di Spirito.
E non lo scrive soltanto Giovanni. Nella sua seconda lettera, l'apostolo Paolo scrive ai Corinzi (come abbiamo letto): «Se uno è in Cristo, egli è una nuova creatura. Le cose vecchie son passate, ecco, son diventate nuove»! Anche qui si parla di una nuova creazione.
«Nel principio... Dio creò i cieli e la terra», così inizia la Genesi. E anche l'Evangelo di Giovanni inizia così: «Nel principio...». Giovanni vuole dare alla sua storia un nuovo inizio. Nella Genesi si racconta la creazione del mondo, che avviene da parte di Dio al principio. In Giovanni questo «principio» ritorna lì, prima della creazione del mondo. Prima della creazione di qualsiasi cosa, prima della creazione dello spazio e del tempo.
«Nel principio era la Parola», il Logos in greco. «E la Parola era con Dio e la Parola era Dio».
Qui abbiamo una situazione che per la nostra logica non funziona: il Logos, la Parola, è con Dio e, contemporaneamente, è Dio stesso. Questa che per noi è una contraddizione la spieghiamo con il concetto della Trinità, col quale affermiamo che Dio è uno, ma che ha tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sono, come al solito, parole umane che tentano di spiegare il divino. E che siano parole limitate è qui evidente: infatti qui non si parla di figlio, bensì di Parola, di Logos. E non si accenna a una terza figura.
E questa situazione è presentata come eterna: fin dal principio; così è sempre stato.
Il Logos creatore
La Parola, dicevamo, ha molto a che fare con la creazione. Infatti è per mezzo di questa Parola che ogni cosa è stata creata, tant'è vero che senza di lei non è stato fatto niente. Così scrive Giovanni.
Questo Logos creatore – e come possiamo ben vedere, noi siamo abituati ad attribuire il ruolo di creatore al Padre, mentre qui è attribuito a questa Parola che ha una sua identità, e che è quella che si incarna, e che noi normalmente chiamiamo Figlio – questo Logos creatore sembra essere l'artefice di una doppia creazione: quella della fondazione dell'universo, prima della quale c'era solo il caos, e quella della nuova vita, che si manifesta come luce che splende nelle tenebre.
In questa Parola c'è la vita. La vita di tutto ciò che esiste. Anche in questo si vede la sua forza creatrice. La Parola trasmette la vita che è in lei. Una vita piena, una vita che è molto di più che la mera esistenza, che la vita biologica.
Questa vita, che è emanata dalla Parola, che proviene, che sgorga dal Logos, è luce. La vita è la luce. Luce per l'umanità. Il Logos è la luce, la luce vera, che illumina ogni persona.
È una luce che deve fare i conti con le tenebre. Come nel racconto della Genesi Dio scarta il caos per creare qualcosa di ordinato e bello, anzi molto bello, così qui la luce splende nelle tenebre, e non viene sopraffatta.
La luce non viene vinta e soppressa. Però non incontra un ambiente favorevole, infatti «i suoi non l'hanno ricevuta».
Il Logos incarnato
È un lavoro difficile quello che deve compiere il Logos sulla terra. Non viene accolto a braccia aperte. Ma è appunto questa la sua missione: portare uno squarcio di luce nelle tenebre della malvagità umana. E non soltanto verso i «suoi», verso chi già potrebbe essere ben disposto, ma verso l'umanità intera, senza distinzioni. È un messaggio universale. E a quel punto ciascuna creatura umana potrà ricevere questa parola. Addirittura ciascuna creatura umana potrà ottenere un diritto: quello di diventare figlia di Dio. Basta ricevere la Parola, vera luce. E siamo creature nuove, nate da Dio, progenie di Dio.
La Parola, il Logos è uscito dall’eternità, è venuto sulla terra dove si è manifestato in carne ed ossa, come uomo, Gesù, e ha preso dimora nell’umanità, per un certo tempo e in un certo luogo.
Ma d'altra parte è rimasto nell'eternità: non ha smesso di essere Logos, la Parola che è con Dio. Ha mantenuto una natura duplice: divina e umana, quello che usiamo dire «vero Dio e vero uomo». Nella sua natura umana ha provato emozioni (gioia, dolore, rabbia), sentimenti (amore, compassione), ha conosciuto l'amicizia e la persecuzione. Gesù era pieno di grazia e di verità. Pieno di grazia non nel senso che era grazioso, o aggraziato, ma nel senso che era portatore della grazia di Dio, la grazia sovrabbondante che vuole salvare tutta l'umanità. Ed era pieno di verità, perché è Dio quello che ci illumina la vita, e ci mostra la verità sull'esistenza. «Io sono la luce del mondo», dice Gesù. Questa è la verità.
Questo trasformarsi del Logos in creatura umana è stata una grande umiliazione. Come abbiamo letto prima, scrive l'apostolo Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo in forma di Dio, [...] spogliò sé stesso, prendendo forma di servo [...]; umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce».
Il Logos crocifisso
L'incarnazione di Dio in Gesù comporta necessariamente la morte. Non tanto perché la morte è la conclusione di ogni vita umana, e Gesù, essendo pienamente umano doveva anche morire. (Avrebbe anche potuto concludere diversamente la sua missione...) Gesù viene nel mondo come agnello sacrificale. Questo dice anche Giovanni il battezzatore: «Ecco l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Il sacrificio espiatorio.
Il Logos, la vita, la luce, tutto finisce, in Gesù, sulla croce. Ma in quel momento, nel momento della morte, si realizza la sua missione sulla terra: «È compiuto!», queste le ultime parole di Gesù uomo, secondo l'evangelista Giovanni. Missione compiuta.
Ed è proprio questo il culmine dell'azione di Dio sulla terra: sulla croce, il Figlio viene innalzato. Nel momento di massima debolezza, la morte, si realizza, viene messa in atto la decisione di Dio di fare grazia a tutta l'umanità. La croce viene così illuminata dalla luce della gloria.
La Parola incarnata si mostra infatti ai discepoli come gloriosa: «Noi abbiamo contemplato la sua gloria». Non è un semplice «aver visto», ma un aver visto in profondità, aver contemplato, aver fatto esperienza, potremmo dire. Era uno splendore, una luminosità divina che i discepoli non vedevano con gli occhi del corpo, ma percepivano con gli occhi della fede.
L'unigenito dal Padre è Gesù: uni-genito, cioè fatto della stessa sostanza, ossia Dio.
La gloria di Dio, la gloria come di unigenito dal Padre, si manifesta in tutta la vita terrena del Logos, quindi non solo nei suoi momenti «di gloria» (appunto), come miracoli, discorsi, discepolato, vita comunitaria, e infine resurrezione e apparizioni (del risorto), ma anche nel momento più tragico, più violento, più drammatico: la crocifissione.
La morte sulla croce è l'innalzamento di Gesù.
È con la morte sulla croce che Dio ha deciso di salvare il mondo dal peccato.
È con la morte sulla croce che l'umanità è riscattata.
È con la croce che siamo riconciliati con Dio.
È con la croce che Dio manifesta la sua gloria.
La croce nella luce
Le tenebre cercano di vincere la luce crocifiggendola. Ma la luce illumina la croce, mostrandone la verità: è l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Proprio con la sua morte, Gesù prende su di sé il nostro peccato e ci rende giusti davanti al Signore. «Colui che non ha conosciuto peccato – abbiamo letto nell'epistola ai Corinzi – egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui». È la nuova creazione, dove tutti coloro che – in ogni tempo – accolgono Gesù quale salvatore, sono figli e figlie di Dio.
E nell'attesa del ritorno del Signore, anche noi oggi contempliamo la gloria della Parola fatta carne in questo grande contrasto: di una croce che emana una luce forte e vivente, di un Dio che muore come un agnello sacrificale e proprio attraverso questa morte salva l'umanità intera donandole per sempre la luce della vita.
Lux lucet in tenebris. La luce che splende nelle tenebre non viene vinta, non viene sopraffatta. La luce del Signore continua a splendere per ogni persona. E tu che oggi la ricevi, sei figlia (o figlio) di Dio.
Amen