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L’immagine della vite e i tralci è sviluppata in due parti. Nella prima parte Gesù dice:
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.
Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me.
Nella seconda parte Gesù ribadisce in fondo gli stessi concetti, come per approfondirli, e dice:
Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.
Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.Giovanni 15:1-8
Io sono
Qui abbiamo, innanzitutto, l’ultimo dei detti con “io sono“. Sono dei detti fondamentali di Gesù per presentarsi come il Signore.
In questo brano, inserito nei discorsi di addio dopo l’Ultima cena, Gesù afferma di essere la “vera vite“. Mentre l’immagine che segue è ben chiara, il presentarsi come la vera vite fa discutere.
Probabilmente una vite dorata era posta sopra la porta del Tempio di Gerusalemme, presso cui stanno adesso Gesù e i suoi discepoli. Questa potrebbe essere un’ipotesi suggestiva, come dire di non rivolgersi verso il Tempio, ma verso Gesù.
Però sappiamo bene che la vigna era tradizionalmente metafora del popolo del Signore, di cui Dio era il vignaiolo. Qui invece la vite è Gesù stesso, il vignaiolo è ovviamente il Padre e i tralci sono tutti i discepoli. In un certo senso, dunque, si è parte del popolo di Dio essendo collegati a Gesù Cristo.
Tutto ciò che segue comunque parte da questa forte affermazione di assoluta sovranità e unicità di Gesù Cristo.
L’invito a non staccarsi da lui, così pressante, poi non vale solo per i discepoli in quel momento, ma è ovvio che la prospettiva di Gesù va oltre e rappresenta una visione e un invito per tutta la chiesa che verrà.
Giudizio
Per la sensibilità moderna, la questione spinosa di questo testo sta in quei tralci che non rimangono collegati a Gesù Cristo e vengono tagliati e bruciati. È un’immagine di inutilità e di giudizio per chi si stacca da Gesù.
Dato che il testo è nei discorsi di addio si potrebbe ipotizzare che il riferimento diretto sia a Giuda che sta per tradirlo e in questo si distacca da Gesù, ma questa mi sembra una scappatoia, in quanto il testo come dicevo è rivolto ai discepoli di ogni tempo.
È anche chiaro che l’immagine dei tralci secchi che si bruciano, pratica comune a quei tempi per i lavori nella vigna, è stata poi trasferita automaticamente in immagini infernali. Ma, pur togliendo via le costruzioni medioevali, parla comunque di un giudizio.
Per comprendere meglio si osservi che i verbi sono al presente, e dunque anche se sembra un giudizio “escatologico”, da fine del mondo, esso è attuale e immediato. Inoltre, per due volte è ripetuto il “dimorate in me” e quindi questo testo è un invito accorato, più che di giudizio, un richiamo a tutti noi.
A mio avviso, non dobbiamo temere di dire che Gesù parla di giudizio, per il solo fatto che nel Nuovo Testamento c’è ben presente una prospettiva di giudizio finale, che non possiamo ignorare. Come anche è ben ribadito che noi non dobbiamo metterci al posto del Signore giudicando gli altri.
Ma, questo richiamo, è innanzitutto per noi, che se o quando non rimaniamo legati a lui diveniamo inutili, sterili e ciò sarà già un peso sul nostro vivere. È un ribadire di non allontanarci da quella fede nel Cristo nella quale siamo.
La parola
La cosa importante è dunque rimanere con Gesù, anzi dimorare in Gesù e allora si porta molto frutto. Il rimanere in Gesù e portare frutto sono del tutto collegati. E si rimane in Gesù (e dunque si porta frutto) grazie alla Parola. Ciò è fondamentale.
Sfruttando l’immagine della vite si parla della potatura che si fa ai tralci, e che in effetti, serve ad aumentare la resa dei grappoli, in modo che portino più frutto. La parola che Gesù ci ha annunciato, e che deve dimorare in noi, è quella che ci permette di portare molto frutto.
Dunque: l’essere collegati a Gesù non è solo una questione ideale, ma profondamente collegata all’ascolto e alla comprensione e accoglienza della sua Parola, dei suoi insegnamenti, al ricevere il suo annuncio e riconoscere Gesù come il Signore.
È ovvio che questo “molto frutto” non è secondo il mondo, bensì secondo Dio, ecco perché è così importante rimanere in Gesù Cristo grazie alla sua Parola. Infatti, come è scritto nella lettera ai Colossesi “Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo“. Questa è proprio una difficoltà dei cristiani e della chiesa, sempre.
Siamo infatti nel mondo, subiamo il mondo e ne siamo a volte sviati, però facciamo parte nello stesso tempo del mondo e agiamo nel mondo, verso persone concrete, e quindi dobbiamo anche considerare il mondo e i suo meccanismi per comprendere come portare, non un “frutto” ideale, ma il frutto dell’amore per il prossimo. Dovremmo sempre allora partire e ritornare alla Parola, che è il criterio della nostra azione nel mondo.
Inoltre, questo testo ci mostra come la Chiesa di Cristo, cioè l’insieme dei discepoli, sia un organismo comunitario, siamo insieme a tanti altri nel portar frutto. È consolante dinnanzi ai variegati problemi e bisogni dell’umanità: siamo insieme a tanti altri discepoli, nel portare l’intervento del Signore.
Frutto
Dopo aver detto del dover ritornare sempre alla parola che ci è stata annunciata da Gesù, detto dell’attenzione alla fedeltà al Signore e incoraggiati ad un’azione nel nostro presente, voglio chiudere con una nota generale, ma estremamente positiva che noi, avvezzi a vedere i pericoli di sviamento, magari non apprezziamo per bene. Fermiamoci al portare molto frutto. Ciò significa che nella nostra vita faremo cose buone, positive, con amore per il prossimo (come detto nel brano successivo).
Questo testo è così bello proprio perché introduce questa dimensione del portare frutto, anzi molto frutto. Ci viene detto che la nostra vita è produttiva, porta frutto, ovviamente non in un senso utilitaristico moderno, ma nel senso più profondo di costruire vita.
Noi, in connessione con Gesù Cristo otteniamo risultati efficaci, quindi vediamo come la nostra vita ha valore per noi e gli altri e per il Signore. Ha senso vivere perché partecipiamo alla costruzione di qualcosa che il Signore ci donerà. Se siamo in Lui, meglio: quando siamo in Lui, Dio interverrà attraverso di noi per chi è bisognoso di aiuto. E questo lo porterà a glorificare Dio, per quel frutto che noi porteremo.
Quando immaginiamo di parlare di fede ai giovani o a persone esterne alla chiesa, noi dovremmo secondo me partire proprio da qui: come cristiani la nostra vita ha sempre un senso e un valore, costruire umanità, vivere portando il frutto di Dio nel mondo. Amen