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Non è necessaria nessuna commissione parlamentare d'inchiesta (CPI) per far luce sul caso Crypto, l'azienda di Zugo usata per decenni dai servizi segreti americani e tedeschi per spiare oltre 100 Stati. Il Consiglio nazionale ha respinto oggi - con 122 voti contro 67 - due iniziative parlamentari in tal senso presentate da socialisti e Verdi.
"Abbiamo bisogno di risposte", ha affermato Balthasar Glättli (Verdi/ZH), deplorando molte delle omissioni nel rapporto della Delegazione delle commissioni della gestione (DelCG). "È in gioco è la nostra indipendenza", ha aggiunto il presidente dei Verdi. "Sono molte le domande che restano aperte", ha ricordato Roger Nordmann (PS/VD).
Le due mozioni volevano chiarire il grado di coinvolgimento del Servizio delle attività informative della Confederazione. Oltretutto, molti dossier sono stati distrutti illegalmente fino al 2014 e importanti interviste non sono state registrate, ha fatto notare Aline Trede (Verdi/BE).
La DelCG ha già fatto luce sull'essenziale della questione in un rapporto pubblicato a novembre, ha replicato Benjamin Roduit (Centro/VS) a nome dell'Ufficio, aggiungendo che una CPI arriverebbe alle stesse conclusioni, poiché tutti i documenti disponibili sono già stati analizzati.
La vicenda ha suscitato sconcerto nel mondo politico elvetico, tanto che da più parti si è chiesta l'istituzione di una CPI, auspicio rafforzatosi dopo la pubblicazione, all'inizio di novembre, di un rapporto sulla vicenda da parte della DelCG, organo deputato alla sorveglianza degli 007 elvetici.
Stando a questo documento, i servizi segreti svizzeri sapevano fin dal 1993 che dietro la Crypto vi fossero la CIA e il corrispettivo tedesco, il BND. Il Consiglio federale era però all'oscuro di tutto. Malgrado ciò, secondo la DelCG vi è una corresponsabilità politica delle autorità svizzere per le attività dell'impresa.