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Berna – Il Consiglio federale sta vagliando la possibilità di ridurre autonomamente le discrepanze tra la legislazione svizzera e il diritto dell'Ue, in particolare nei settori dell'accesso settoriale al mercato, ma solo se ciò è nell'interesse della Confederazione. È quanto emerso oggi nell'aula del Consiglio nazionale nel lungo dibattito di attualità sulle relazioni tra la Svizzera e l'Ue. Lo stanziamento del miliardo di coesione potrebbe già sbloccarsi entro l'autunno.
La discussione - sulla base di sei interpellanze (di cui cinque urgenti) - ha tenuto banco alla Camera del popolo per circa due ore questa mattina.
Il capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Ignazio Cassis, incalzato dai deputati, ha spiegato che il Consiglio federale non ha preso alla leggera la decisione di interrompere i negoziati per l'accordo quadro istituzionale con l'Ue. Dopo sette anni di trattative e una bozza di accordo nel novembre 2018, però, "non si è riusciti a trovare una soluzione per i punti in sospeso". L'Esecutivo vuole consolidare i rapporti bilaterali, ma ora bisogna cercare una nuova strada, ha detto il consigliere federale.
"L'accordo quadro ha occupato la politica estera a lungo, ma ora è necessario guardare avanti" ha ribadito Cassis, riavvolgendo il nastro degli ultimi 7 anni di negoziati e ribadendo le "Linee rosse" - ad esempio la contrarietà al principio del recepimento dinamico del diritto europeo per quanto riguarda la protezione dei salari e la direttiva sulla libera circolazione dei cittadini Ue - fissate dalla Confederazione.
Anche se per l'Ue le questioni istituzionali non sono risolte, la Svizzera rimane un partner impegnato sia dell'Unione europea, sia dei suoi Stati membri. La Confederazione, ha spiegato il ministro ticinese, "non vede nessun motivo per il quale debba essere esclusa da programmi Ue oppure essere trattata peggio di altri Stati terzi per quanto riguarda eventuali equivalenze". Gli accordi - oltre 100 - fra Ue e Svizzera restano in vigore, ma l'evoluzione dei rapporti "dipenderà dalla reazione del nostro grande vicino", ha tenuto a precisare Cassis, secondo il quale la Commissione Ue si è finora limitata a comunicare la sua delusione e ha chiesto un periodo di riflessione.
Secondo Cédric Wermuth (PS/AG), il primo a prendere la parola in Consiglio nazionale, nelle discussioni di questo accordo istituzionale ci sono stati "troppi cuochi". I socialisti giudicano "deludente" l'esito delle trattative e si augurano che il miliardo di coesione venga sbloccato al più presto e aumentato.
Per il PS è inoltre opportuno siglare accordi di cooperazione con l'Ue e gli Stati membri e la Confederazione "dovrebbe partecipare in modo generoso" a misure contro la crisi climatica, la crisi del Covid-19 e la crisi migratoria. Il presidente del gruppo parlamentare socialista, il vodese Roger Nordmann, è dell'idea che la via bilaterale sembra essere l'unica, ma ora è necessario infrangere il tabù dell'opzione di un'adesione all'Ue.
A preoccupare sono in particolare alcuni programmi dell'Ue dai quali la Confederazione potrebbe venire esclusa, fra i quali Orizzonte Europa. Timori espressi anche da Nicolas Walder (Verdi/GE), ad esempio per gli svantaggi nell'ambito del commercio, dei dispositivi medici oppure delle PMI innovative che rischiano di trovarsi maggiori ostacoli.
Per i Verdi, ad ogni modo, è stato un errore interrompere le trattative. Secondo lo zurighese Balthasar Glättli "non siamo ritornati alla casella di partenza, siamo ripartiti da ancor più indietro". L'Ue, ha aggiunto Walder, fa parte del DNA sin dalla creazione del nostro partito. La decisione unilaterale e incomprensibile del Consiglio federale, dopo sette anni di negoziati, è stata uno shock, ha criticato l'ecologista ginevrino, che a sua volta ha chiesto "lo sblocco immediato del miliardo di coesione, che potrebbe permettere di riprendere le discussioni con l'Ue". Per noi Verdi, ha ribadito Walder, il futuro sta in un netto riavvicinamento della Svizzera all'Europa.
Di tutt'altro tono l'intervento di Roger Köppel (UDC/ZH), secondo cui il 26 maggio - data dell'annuncio dell'interruzione dei negoziati - è stata una giornata di festa nella storia della Confederazione.
"È stato un momento di gioia per la nostra autodeterminazione e la nostra indipendenza", ha detto lo zurighese, affermando che l'Unione europea è gestita dall'alto al basso, al contrario della Svizzera che dà maggior voce ai cittadini.
Per l'UDC il Consiglio federale "è stato all'altezza della Costituzione" e Céline Amaudruz (UDC/GE) si è detta soddisfatta della scelta del Governo di mettere la parola fine "a un negoziato che non portava da nessuna parte". Le divergenze erano insormontabili e ulteriori discussioni sarebbero state tempo perso poiché nessuno dei due partner era disposto a transigere su alcuni punti in sospeso. "Per Bruxelles prendere atto della realtà è uno shock", ha affermato la ginevrina, criticando l'Ue che ora taccia la Svizzera di ipocrisia.
Il PLR ha invece insistito sull'importanza dei rapporti - e degli accordi presi - con l'Ue. Si rammarica tuttavia della decisione presa, "ma dopo andirivieni pluriennali si doveva fare una scelta", ha detto Beat Walti (PLR/ZH), esprimendo preoccupazione per la futura sicurezza dell'approvvigionamento elettrico e la stabilità della rete. "Speriamo che l'Amministrazione veda la luce quando si prospetta il blackout", ha chiosato lo zurighese.
Per Olivier Feller (PLR/VD), la via bilaterale va salvaguardata e sarà inoltre necessario cercare partenariati con paesi al di fuori dell'Ue (ad esempio Usa, Gran Bretagna e Corea del Sud). A suo avviso, un'adesione all'Ue fornirebbe ancora meno garanzie dell'eventuale sì all'accordo quadro.
L'Alleanza del Centro - in passato favorevole all'accordo quadro, ma non a qualsiasi prezzo - vorrebbe ora sviluppare e consolidare le relazioni bilaterali, "ma è necessario un piano chiaro di politica estera", ha spiegato Elisabeth Schneider-Schneiter (Centro/BL). Con il nuovo regolamento sui dispositivi medici, i mancati riconoscimenti di conformità andranno a colpire le persone del nostro Paese ogni giorno, ha detto, evidenziando anche i rischi nell'ambito dell'approvvigionamento elettrico e per una possibile esclusione dai programmi di ricerca.
I Verdi Liberali, per bocca del lucernese Roland Fischer, hanno definito l'interruzione delle trattative "un fallimento totale del Consiglio federale e un fiasco di politica estera senza pari". A loro avviso, senza un accordo quadro ci sono solo due soluzioni per accedere al mercato interno dell'UE: l'adesione allo Spazio economico europeo (SEE) o l'adesione all'Ue, ma anche queste opzioni adesso devono essere esaminate.
"È giunto il momento di osare di più", ha aggiunto Fischer, sostenuto dalla collega di partito Isabelle Chevalley (PVL/VD). La vodese si è detta delusa dal fatto che la decisione del Governo non sia stata discussa in Parlamento. "Come spiegare che gli svizzeri votano sulle corna delle mucche ma che non discutono di un tema così importante neanche in Parlamento?", si è chiesta Chevalley.