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Gli uomini portavano un cilindro a larga tesa e indossavano un vestito di saio o di panno blu intenso, nero, verde o viola. Il colore preferito era tuttavia il blu. All'inizio dell'ottocento usavano calzoni corti fino al ginocchio, bene aderenti alla gamba, che terminavano con un cinturino allacciato da una parte con una fibbia, con uno o due bottoni oppure con un piccolo fermaglio. Più tardi erano in uso anche calzoni lunghi fin sotto la caviglia (per gli eleganti) e fino alla caviglia (per i contadini benestanti). Sotto la giacca spiccava un panciotto di seta, raso o velluto, di color bruno o chiaro o anche bianco (era però, soprattutto, rosso). La giacca a coda di rondine era di velluto nero per i benestanti; per i meno abbienti, in saio color scorza d'albero. Le tasche delle giacche di fustagno erano foderate di rosso e una parte della fodera ornava la tasca. Le calze, lunghe, erano di lana bianca o greggia, di seta, di cotone o di filo di canapa secondo la stagione e la condizione. Queste calze recavano, ricamata, dalla caviglia a metà polpaccio, una freccia di seta. Le scarpe, basse, avevano quasi sempre una fibbia: d'argento per i ricchi, di altro metallo per il ceto medio. Venivano anche allacciate con legacci di cuoio o di cotone, nastri di seta o di trina (treccia).
Costume festivo delle patrizie e borghesi leventinesi (1700-1850)
Vestito di damasco (le benestanti lo usavano anche di broccato): scialle di seta o di lana tibet - camicia di lino fine, con merletto - cuffia di trine e nastri intonati con il vestito - pettorina di mussola o di seta bianca o crema, ricamata in argento o in oro - grembiule ampio di seta cangiante, operato, oppure di mussola chiara, con pizzo - guanti o mezzi guanti fatti a rete con filo di canapa o di seta greggia. In alcune regioni della valle non si metteva la pettorina, ma s'incrociava lo scialletto di tibet o di seta sul davanti, sotto il busto. Le cuffie erano di trine color bianco o crema, con nastri per le giovani e pizzi neri e nastri viola per le anziane. Acconciature: le grandi trecce erano cinte, dietro la nuca, da un nastro di velluto nero o in tinta con l'abito e sorrette con fermagli a spilloni dorati.
Costumi della Leventina (1850-1860)
Le contadine dei villaggi montani indossano tuttora il costume raffigurato a destra del disegno. Figurini ricavati da fotografie.
Costumi di Biasca e Riviera (1800)
Donna a sinistra del disegno: Veste di cotone o percalle stampato - cuffia della medesima stoffa con pizzo - grembiule della stessa stoffa con colore intonato - scialletto di seta, cotone o lana. La veste non ha bottoni; si allacia con un cordoncino e si distingue per la vita corta e la gonna ricca, lunga e cadente.
Donna a destra del disegno: Parte posteriore del costume.
Bambino al centro: Come vestivano i bambini. Costume di proprietà delle maestre Strozzi di Biasca.
Costume bellinzonese festivo o nuziale
Contadino vestito di fustagno: cintura di rete di seta rosso/viola - fiocchi al collo - cappello di feltro - calze di lana o cotone. Contadina in abito festivo: lana e seta cangiante blu e nera, verde e rosa o azzurra e verde - scialletto di seta o di rete di seta color viola o rosso cupo - calze bianche e zoccoli. Bambina: abito di seta rossa. Bambino: corpino bianco con righe celesti - pantaloni e pantofole marrone chiaro. Indicazioni della mestra Dora Cippà e della signorina Silvia Conti, proprietarie di costumi autentici.
Costume festivo o da sposa della Valcolla
In questa valle, così come nell'Onsernone, si usava sovrapporre alla camicetta il corpino che sostiene la gonna. Stoffa di lana o lana e seta per l'abito festivo; colori scuri, generalmente neutri. Questo costume è ancora indossato ai nostri giorni.
Costume da lavoro delle donne del Mendrisiotto
Spadine; abito di cotone o di lana; camicia di tela di lino fatta in casa con pizzo a uso colletto; nastro di velluto con crocetta; corpino di colore chiaro e gonna scura.
Costume festivo o da sposa delle donne del Mendrisiotto
Il vestito nuziale era di broccato, o di damasco bianco, o a colori pallidi, operato; il grembiule e lo scialle erano di seta e potevano anche essere di chachemire bianco a fiori variopinti; le pianelle e gli zoccoli erano ricoperti con la medesima stoffa dell'abito.
Costume del medio Malcantone
Rachele Giudici nacque a Giornico il 7 aprile 1887, e fin dai primi anni aveva dimostrato la sua inclinazione verso il disegno e la pittura. Seguì dal 1906 al 1908 i corsi di disegno e di pittura della Scuola d'Arti e Mestieri, presso il Liceo cantonale di Lugano, e, nella stessa città, quelli della Scuola di disegno alla Professionale femminile. Si iscrisse quindi all'Accademia milanese di Brera, ottenendovi, dopo due anni, il diploma di abilitazione all'insegnamento del disegno nelle scuole superiori. Dopo alcuni anni di attività alla Magistrale, abbandonò definitivamente nel 1921 l'insegnamento.
Si definiva un'artista, organizzava spettacoli per bambini e assunse la responsabilità del Segretariato distrettuale della Pro Juventute per la Leventina. Mise a disposizione ad enti e società locali la sua passione di disegnatrice. Non mancava alle manifestazioni patriottiche, a quelle samaritane e di beneficenza. Il disegno e la pittura rappresentavano per Rachele Giudici una necessità e un'evasione.
I costumi costituiscono la parte principale e più interessante della sua attività. Nel 1926 ricevette, dalla Società per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche, l'incarico di raccogliere e ricostruire costumi e tre anni dopo aveva avuto la possibilità di disegnarne un dato numero per il Tiro federale di Bellinzona e per il Festspiel "Vita nostra". Nel 1928 fondò il Gruppo costumi di Giornico, con il quale amava sfilare. Nel 1937 entra a far parte del primo comitato dell'Associazione del costume ticinese.
Stando a lei il costume ticinese accusava il più preoccupante declino. E si dedicò pertanto, con puntigliosa tenacia, al rinnovamento, che per la Giudici era la rivalorizzazione dei nostri costumi.
Nel giugno del 1959, nell'ambito della Festa federale dei costumi svizzeri, le fu consegnato il diploma di membro d'onore della Federazione nazionale dei costumi svizzeri. Morì nell'ottobre dello stesso anno e un quotidiano scrisse che dall'attività intelligente e fervida di Rachele Giudici ebbe vita la risurrezione dei costumi autentici del Ticino, che seppe ricreare con capace intuizione e con l'arte sua, ispirandosi talora a umili frammenti. La ricostruzione di un costume le dava la gioia che può dare la creazione di un'opera d'arte.