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I 60 milioni di franchi svizzeri bloccati da Berna dopo la caduta del regime di Ben Ali si trovano ancora nelle casseforti elvetiche. Gli avvocati svizzeri della Tunisia se la prendono ora direttamente con la banca HSBC Svizzera.
Quattro anni dopo la rivoluzione del 14 gennaio 2011, la Tunisia è ancora a caccia del patrimonio dell’ex dittatore Zine el-Abidine Ben Ali e dei suoi familiari. Finora sono stati recuperati solo due aeroplani, due yacht e 28 milioni di dollari depositati da Leila Trabesi, la moglie di Ben Ali, in Libano. Un magro bilancio, considerando che, secondo un rapporto della Banca mondialeLink esterno pubblicato nel marzo del 2014, il regime corrotto dell’ex dittatore, pronto a manipolare le leggi per fare i propri interessi, alla fine del 2010 aveva il controllo su più del 21% dei profitti realizzati dal settore privato tunisino.
In Svizzera, circa 60 milioni di franchi sono bloccati in base a un procedimento penale federale per sospetto di «riciclaggio» e «partecipazione a un’organizzazione criminale», all’assistenza giudiziaria con la Tunisia e a un’ordinanzaLink esterno del Consiglio federale. La lista delle persone coinvolte comprende 48 nomi, tra cui quello dell’uomo d’affari Belhassen Trabelsi, il fratello di Leïla Trabelsi, condannato più volte in contumacia in Tunisia e contro il quale sono state intentate numerose cause penali.
Nell’aprile del 2014, nell’ambito dell’assistenza giudiziaria, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha ordinato la restituzione anticipata alla Tunisia di 40 milioni di dollari appartenenti a Belhassen Trabelsi, ritenendo che l’origine criminosa dei fondi era «sufficientemente provata». In seguito a un ricorso di Belhassen Trabelsi, il Tribunale penale federale di Bellinzona ha annullato la restituzione degli averi nel dicembre scorso, considerando che il diritto di essere ascoltato del cognato di Ben Ali era stato violato.
«Non succede più niente»
A che punto è oggi la questione? «L’MPC ha preso atto di questa decisione e riprenderà sia il procedimento a livello nazionale, sia nell’ambito dell’assistenza giudiziaria, in modo da determinare con maggior precisione la provenienza dei fondi», spiega la portavoce Jeanette Balmer. «In sé, questa decisione non rimette in questione né la possibilità legale, né la volontà dell’MPC di restituire i fondi in questione alla Tunisia. L’MPC prosegue le sue indagini e prevede delle audizioni».
Dal canto loro, gli avvocati svizzeri della Tunisia criticano la «mancanza di diligenza» dell’organismo federale di investigazione: «Non succede più niente da un anno e mezzo», denuncia Yves Klein, uno dei rappresentanti legali dello Stato maghrebino. «Le inchieste procedono molto lentamente. Per avere chiarezza sull’origine dei fondi di Belhassen Trabelsi sarebbe stato necessario andare in Tunisia e indagare in collaborazione con le autorità locali. La procuratrice incaricata del dossier ci è andata una sola volta in quattro anni [informazione confermata dall’MPC, NdR]. Dire che siamo delusi è un eufemismo».
L’avvocato ginevrino di Belhassen Trabelsi, Jean-Marc Carnicé, si dice dal canto suo perplesso: «Ho presentato argomenti che mirano a dimostrare che i fondi del mio cliente bloccati in Svizzera sono legittimi e non derivano da infrazioni della legge. Ho dei contratti, dei documenti che mostrano quale attività commerciale ha generato questi soldi. Questi documenti non sono stati esaminati dal Ministero pubblico della Confederazione. Lo sono stati oggi. Non ne so nulla».
Verso nuova legge congelamento fondi
La Svizzera dovrebbe presto dotarsi di una nuova legge per bloccare i fondi di potentati rovesciati. La Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale (Camera bassa del parlamento svizzero) ha proposto lo scorso febbraio con 17 voti contro 6 di entrare in materia sul disegno di leggeLink esterno sui valori patrimoniali di origine illecita. Questa legge è stata elaborata per evitare il ricorso quasi sistematico alla Costituzione per bloccare averi di persone esposte politicamente e per prolungarne il blocco.
La maggioranza della Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale ha accolto favorevolmente «l’elaborazione di una legge formale che contribuirà al mantenimento di una piazza finanziaria svizzera sana, alla lotta contro il riciclaggio di denaro e alla coerenza con la politica svizzera di aiuto allo sviluppo». Una minoranza ha ritenuto che il dispositivo giuridico attuale fosse sufficiente. Le discussioni in parlamento proseguiranno nel corso dell’estate».
I procedimenti senza dubbio non saranno accelerati nell’immediato. Secondo le nostre informazioni, la procuratrice incaricata dell’incarto presso l’MPC lascerà le funzioni prossimamente. Interpellata al riguardo, la portavoce dell’MPC Jeanette Balmer non ha confermato, né ha rivelato se è già stato nominato un successore.
La Svizzera ribadisce la sua buona volontà
Sul piano diplomatico, la posizione svizzera rimane immutata: «La volontà politica di rendere i soldi alla Tunisia è intatta, purché sia dimostrato che questi averi sono di origine illecita», afferma l’ambasciatrice svizzera in Tunisia, Rita Adam. I fondi sono bloccati per permettere alla giustizia di fare il suo lavoro. Si tratta di inchieste molto complesse, che richiedono tempo. Quanto ai ricorsi, sono perfettamente normali in uno Stato di diritto. Rita Adam ha incontrato in marzo il nuovo ministro della giustizia tunisino. «Abbiamo affermato la nostra volontà di lavorare insieme».
Per Mouheb Garoui, direttore di I WatchLink esterno, un’associazione tunisina creata dopo la rivoluzione per lottare contro la corruzione e per la trasparenza, non è tanto la collaborazione con la Svizzera a causare problemi («è la migliore, insieme a quella della Francia»), ma «l’assenza totale di volontà politica» in Tunisia: «Non c’è nessuna strategia. Non sappiamo chi fa cosa. Il mandato del Comitato nazionale per il recupero di beni acquisiti in maniera fraudolenta si è concluso in marzo nell’indifferenza generale. Nel frattempo il paese prende in prestito soldi dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. I giudici tunisini, dal canto loro, fanno quello che possono, con i mezzi che hanno a disposizione».
Del resto, Mouheb Garoui dice di essere cosciente che si tratta innanzitutto di una procedura «tecnica». Rivolge comunque un appello alla Svizzera: «I giudici svizzeri dovrebbero venire in Tunisia per discutere con la popolazione e per rendersi conto della situazione difficile di certe regioni. Gli abitanti diranno loro che hanno bisogno di questi soldi. Il sostegno della Svizzera è necessario, soprattutto in questa fase della transizione».
Cambio di strategia
Mentre gli averi bloccati dal governo federale non sembrano in procinto di uscire dalle casseforti elvetiche, tanto più che è prevedibile che vi saranno dei ricorsi, gli avvocati svizzeri di Tunisi prendono di mira direttamente chi avrebbe accettato denaro di origine presumibilmente illecita. Il 19 marzo scorso hanno chiesto di essere riconosciuti come parte lesa nel procedimento penale aperto in febbraio dal Ministero pubblico ginevrino contro la HSBC Svizzera e contro ignoti per «riciclaggio aggravato» in seguito alle rivelazioni sul caso SwissLeaks.
La Tunisia chiede all’istituto bancario 114,5 milioni di franchi più gli interessi per aver accettato i beni di Belhassen Trabelsi. Questo importo, determinato dagli avvocati sulla base di informazioni ottenute nel quadro del procedimento penale federale, corrispondono a loro avviso ai fondi che sono transitati si conti dell’uomo d’affari presso la HSBC e alle commissioni percepite dalla banca, stimate al 2% degli averi in gestione, vale a dire circa 8,4 milioni di franchi.
«Gli atti commessi in seno alla HBSC sono tanto più gravi, in quanto sono avvenuti tra il 2006 e il 2011, quando la corruzione in Tunisia, in balia del clan Ben Ali-Trabelsi, non solo era nota, ma era già stata segnalata dai controlli di conformità interni alla direzione della banca», si legge nella richiesta di ammissione come parte lesa. Contattata da swissinfo.ch, la HBSC non ha voluto rilasciare commenti.
(Traduzione dal francese: Andrea Tognina), swissinfo.ch