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di Roberto Livi, Avana
Il messaggio rivolto al presidente Joe Biden dal vertice straordinario bolivariano, Alba, riunitosi all’Avana il 27 maggio è stato confermato domenica 29 maggio dal risultato del primo turno delle presidenziali in Colombia.
La netta vittoria del candidato progressista Gustavo Pedro (40,3% dei voti), leader del Pacto histórico (che il 19 giugno vincerà anche al ballottaggio), e soprattutto l’esclusione dal ballottaggio del candidato dell’estrema destra, Fico Gutiérrez, rappresentano un cambio epocale per la Colombia.
Ovvero la sconfitta dell’estrema destra violenta e corrotta, alleata privilegiata degli Stati Uniti, che negli ultimi decenni ha governato il paese con Alvaro Uribe prima (per due mandati) a capo dello Stato e poi come potentissimo padrino. Qualunque sia – il 19 giugno – il risultato del difficile ballottaggio (vinto da Pedro/Francia) tra il candidato del riformismo più avanzato e quello del populismo conservatore, rappresentato da Fernando Hernández (28,1% dei voti), per la Colombia sarà comunque l’inizio di una nuova fase.
All’Avana i leader di Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua e dei governi di sei paesi del Caribe hanno, di fatto, imposto l’agenda del Vertice delle Americhe che inizierà a Los Angeles il 6 giugno. Ovvero, la necessità che i grandi temi epocali per l’emisfero occidentale, l’emigrazione, la salute e lo sviluppo, non possono essere decisi dagli Usa e dai loro invitati (“come se fosse la festa di compleanno di Biden”, ha affermato il presidente argentino Fernández), ma devono essere discussi e affrontati dai rappresentanti politici di tutti i paesi del continente americano. Senza esclusioni «ideologiche e motivate da ragioni politiche interne agli Usa». Altrimenti il vertice è destinato a fallire.
Un segnale, appunto, che l’America è cambiata, in sintonia con il cambiamento dei rapporti strategici mondiali a seguito della guerra in Ucraina e del confronto globale tra Usa Nato e Russia e, probabilmente, Cina. La parte di continente a sud del Rio Bravo, vede rafforzato il suo grado di autonomia e di potere negoziale nei confronti degli Usa. Tanto da chiedere una generale revisione dei rapporti interamericani, compresa la fine sostanziale, anche se non formale, dell’embargo a Cuba.
Il presidente Biden si è dimostrato irresoluto su questi temi epocali – emigrazione e rapporti con i governi di paesi non affini alla democrazia liberista made in Usa – soprattutto a causa delle divisioni interne al partito democratico. I cui vertici sono preoccupati sia di non contrariare l’ala meno radicale dei repubblicani (comunque legati ai falchi di Miami), sia dalle prossime elezioni di medio termine a novembre. Lo scarso interesse di Biden a cambiare la politica del suo predecessore, Donald Trump, su tali temi ha causato la forte delusione (oltre che della vicepresidente Kamala Harris, praticamente bruciata dal dossier immigrazione che le era stato affidato) dei leader di vari paesi latinoamericani.
In primis del presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador, Amlo come lo chiamano i messicani, che, dopo aver tentato – anche con compromessi – di resistere alle politiche ostili di Trump, si aspettava che Biden fosse pronto a trattative sulla vertenza socio-economica per lui più scottante, se non vitale: l’emigrazione. Si tratta di una vera e propria bomba a orologeria che investe tutto il subcontinente latinoamericano e che si scarica sul Messico.
La decisione della Casa bianca di escludere dal vertice di Los Angeles Venezuela e Nicaragua e, seppur con una certa ambiguità, Cuba è stata la scintilla che ha fatto esplodere il dissenso di Amlo e di altri leader latinoamericani. Non solo dell’ala radicale del progressismo latinoamericano, il presidente cubano Díaz-Canel, il venezuelano Maduro e il boliviano Arce ai quali come sempre si accoda il nica Ortega. Ma anche i leader progressisti-riformisti, il presidente del Cile Boric e dell’Argentina, Alberto Fernández, hanno chiesto con forza che la Cumbre de las Americas non escluda nessun paese.
Fernández, in qualità di presidente di turno della Comunità degli Stati latinoamericani e caribegni (Celac, formata da 32 paesi) ha convocato in contemporanea un vertice della Celac a Buenos Aires aperto a tutti i paesi a sud del Rio Bravo.
La vera e propria ribellione a un ruolo imperiale degli Usa e la proposta di maggiore autonomia del sud del continente vengono dunque da leader del progressismo latinoamericano, che tenta così di ridefinirsi nel quadro del riassestamento globale dei rapporti di forza internazionali. All’inizio di maggio era stato Lula da Silva che, presentando la sua candidatura per le presidenziali brasiliane di ottobre e annunciando il ticket con il moderato Geraldo Alckmin, aveva proposto la creazione di una moneta unica come fattore di integrazione dell’America latina.
L’idea di ridefinire sia le basi di una unione latinoamericana sia i rapporti con gli Stati uniti era stata ripresa da Amlo nel corso della sua visita all’Avana, il 7 maggio. Il presidente messicano aveva chiarito che dovevano finire i tempi delle esclusioni decise da Washington e ratificate dalla Organizzazione degli Stati americani, OEA. Parafrasando Fidel Castro che, a suo tempo, aveva definito l’OEA “il ministero delle colonie degli Usa”, Amlo ha chiesto la sua fine in quanto organizzazione lacchè di Washingon. Una nuova organizzazione che favorisca l’integrazione dell’America latina, secondo Amlo, dovrebbe essere fondata sul modello dell’Unione europea e in questo rinnovato ambito avere nuovi rapporti con il potente vicino del Nord, impostati su un piano di indipendenza e parità.
I semi di una ridefinizione del progressismo latinoamericano e del cambiamento delle relazioni tra Nord e Sud del continente sono stati dunque posti. I risultati del ballottaggio delle presidenziali in Colombia e di quelle in Brasile in autunno potranno dare indicazioni sui tempi e i modi nei quali potranno dare i loro frutti. E avranno anche influenza su cambiamenti ormai necessari che portino a un rinnovamento sia della Rivoluzione cubana (“che la Rivoluzione rinasca dalla Rivoluzione” aveva affermato Amlo) sia del governo bolivariano in Venezuela.
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