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02.09.2020 | Diario di Bordo
Grazie alla possibilità di sostituire un altro membro della spedizione, la dottoranda dell’SLF Amy Macfarlane ha deciso su due piedi di rinviare il rientro programmato, prolungando di diversi mesi il soggiorno nell’Artico. Di conseguenza, ha potuto assistere in prima persona alla trasformazione in acqua della "sua" banchisa.
Il 4 giugno 2020, per la prima volta dopo 5 mesi ho rivisto la terra. Tutto il team della Tappa n. 3 della spedizione MOSAiC aspettava questo momento con impazienza, da quando la data di rientro, prevista per la metà di aprile, era stata spostata a giugno a causa delle difficoltà logistiche legate alle restrizioni imposte per la pandemia di coronavirus. Alcune ore dopo, un membro del team Banchisa ha abbandonato la spedizione e così ho avuto l’occasione di entrare a far parte della Tappa n. 4. È stato facile per me decidere di ritornare nel team Banchisa e, dopo una breve telefonata via satellite con il mio supervisore Martin Schneebeli e la mia famiglia nel Regno Unito, ero già mentalmente pronta a trascorrere altri 3-4 mesi nell’Artico!
Al termine della Tappa n. 3 abbiamo abbandonato i ghiacci, due giorni dopo aver affrontato la più grande tormenta, accompagnata da dinamica dei ghiacci, dall’inizio della spedizione. Al mio ritorno al banco di ghiaccio, dopo un mese di assenza, è stata una sorpresa constatare come fosse rimasto sostanzialmente intatto. Si è deciso rapidamente di spostare l’infrastruttura di ricerca principale in un’area più solida, di ghiaccio pluriennale, nota come la Fortezza (figura 1), che era stata monitorata accuratamente nel corso dell’inverno.
Una volta ripreso il lavoro sui ghiacci, ci siamo resi conto chiaramente che dei cambiamenti erano avvenuti, a ogni livello. Inizialmente, la brina di profondità invernale era stata sostituita da grani tondi (figura 2), poiché la temperatura nella neve era costantemente attorno a 0 °C. Il banco di ghiaccio era un’area estremamente umida, piatta, coperta di acqua, con uno strato di neve fangosa molto ricca di acqua allo stato liquido. Si erano iniziate a formare delle pozze di fusione, diffuse su aree molto vaste.
Nel giro di una settimana, abbiamo osservato importanti fenomeni di drenaggio. I canali salmastri si collegavano nella struttura del ghiaccio (figura 3), mentre le pozze di fusione si univano.Questo drenaggio ha rimosso molta dell’acqua superficiale, fenomeno legato all’ampia riduzione dell’area delle pozze di fusione. Il fondo di queste ultime, precedentemente coperto di acqua, ha iniziato a venire in superficie con le sue incredibili strutture (figura 4).
I sedimenti sono diventati sempre più visibili: abbiamo ritrovato grandi massi rocciosi, conchiglie e persino una stella marina (!) nel ghiaccio. Ciò ha confermato, come già sapevamo, che le aree dei ghiacci pluriennali del nostro banco originano da ghiaccio fisso dell’Artico siberiano.
Dopo gli eventi di drenaggio, è riapparsa la superficie del ghiaccio, prima immersa nelle pozze di fusione. L’aspetto affascinante di questa nuova superficie è che non era di ghiaccio esposto, ma si presentava bianca e “nevosa”! Era visibile a quel punto lo strato rifrangente. Ciò accade quando lo strato superiore del ghiaccio è esposto a temperature superiori a 0 °C e soggetto a un drenaggio significativo, che rende il ghiaccio estremamente poroso, ed emergono strutture simili a piccole colonne. Questa struttura influenza in modo determinante l’albedo, ovvero la misura della riflessione della luce su una superficie. Spesso mi viene chiesto quale sia la differenza tra neve e ghiaccio. La risposta è che la neve è di origine atmosferica, mentre il ghiaccio viene creato dal congelamento delle acque dei mari.
Sono bastati alcuni giorni di sole perché le pozze di fusione iniziassero a diventare più profonde, erodendo i bordi, mentre la superficie superiore sciolta era chiaramente visibile con strumenti che ora avevamo appoggiato su piattaforme sopraelevate.
Nel corso della Tappa n. 4 abbiamo avvistato ben 27 orsi polari! Durante una settimana di luglio abbiamo avuto visite giornaliere di questi plantigradi. Ovviamente, questo ha limitato il nostro lavoro sul ghiaccio e, come se non bastasse, credo che l’80-90% delle giornate (secondo una mia stima non ufficiale) siano state di nebbia.
Il 30 luglio il nostro banco di ghiaccio, arrivato alla fine della sua vita, si è rotto in molti pezzi. Avevamo già iniziato a smantellare il campo di ricerca il giorno prima. La "Polarstern" avanzerà ora verso nord, dove presto si riformerà nuovo ghiaccio.
Ora mi sto preparando a passare alla Tappa n. 5. Quindi trascorreremo due settimane a bordo della rompighiaccio scientifica Akademic Tryoshnikov, a recuperare gli strumenti distribuiti nella rete – le stazioni esterne nel ghiaccio -e contiamo di ritornare verso la fine di agosto. Penso che abbandonare i ghiacci dopo una permanenza di sette mesi in questo ambiente sarà un forte shock, ma non vedo l’ora di stare di nuovo con familiari e amici, mangiare insalata e apprezzare di nuovo il buio notturno!
È la più grande spedizione artica di sempre: Dall'autunno 2019 all'autunno 2020, il rompighiaccio della ricerca tedesco Polarstern si sposta attraverso l'Oceano Artico. Scienziati provenienti da 20 nazioni stanno esplorando l'Artico durante tutto l'anno, compresi i ricercatori del WSL e dell'SLF. L'obiettivo del MOSAiC è quello di studiare l'interazione tra atmosfera, oceano, ghiaccio marino ed ecosistema. Il sistema climatico artico, ancora oggi poco compreso, ma di grande importanza per tutto l'emisfero nord, è un particolare centro di ricerca. Il MOSAiC è stato implementato sotto la guida dell'Alfred Wegener Institut, Helmholtz Centre for Polar and Marine Research (AWI).