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Nel 1821 nel pieno della Prima rivoluzione industriale, segnata dall’introduzione delle telai automatici nell’industria tessile e delle macchine a vapore, uno dei più noti economisti dell’epoca, David Ricardo, parlò forse per primo di “disoccupazione tecnologica” dedicando a questo tema un capitolo del suo libro “Principi politica e dell’imposta” sostenendo la tesi che l’introduzione delle macchine, avrebbe necessariamente comportato la distruzione di posti di lavoro.
Mezzo secolo dopo un’indagine della Banca d’Inghilterra smentì con i numeri questa teoria dimostrando che nei 50 anni successivi alle ipotesi di Ricardo il reddito medio di un lavoratore inglese era aumentato del 40 e che la percentuale degli occupati rispetto al totale della popolazione era passato dal 43 al 47%.
E lo stesso si potrebbe dire per le altre due rivoluzione industriali, quella dell’elettricità e quella dell’informatica. Entrambe hanno contributo a migliorare la competitività delle imprese con effetti che sono andati ben al di là della semplice sostituzione con una macchina o magari con un robot della fatica del lavoro umano. Ma in un medio periodo, mano a mano che il capitale sostituisce il lavoro, il costo di questo capitale tende a diminuire e così come diminuisce il prezzo dei beni e servizi prodotti facendo salire il salario reale, il che porta con se maggiore domanda, crescita della produzione, creazione di nuove imprese e quindi aumento dei posti di lavoro.
L’economista americano Simon Kuznets ha vinto il Nobel per l’economia nel 1971 per la sua teoria secondo cui nella prima fase dei processi di innovazione industriale le disuguaglianze tendono a crescere perché sono pochi coloro che riescono a gestire e controllare le novità tecnologiche. Ma in una seconda fase diventano determinanti le forze che spingono verso una diffusione più equa della ricchezza anche grazie all’aumento generalizzato della specializzazione della manodopera.
Le società occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa, sono tecnologicamente avanzate, presentano tassi di disoccupazione limitati e comunque, grazie alla ricchezza prodotta, sono in grado sono in grado di ridistribuire i redditi per limitare il disagio sociale e per creare le competenze adatte alle innovazioni. Pensiamo alla Germania dove c’è stata negli ultimi anni una forte dinamica dell’innovazione industriale, ma dove la disoccupazione, anche giovanile, è a livelli particolarmente bassi, il bilancio dello Stato è in attivo e nel 2017 sono aumentati del 4% sia i salari reali, sia i trasferimenti sociali.
Come dire. Finora le rivoluzioni industriali sono servite ad affrancare sempre di più l’uomo dai lavori faticosi e ripetitivi, hanno fatto crescere il benessere collettivo, hanno migliorato la qualità della vita. Certo con un’altra faccia della medaglia: danni ambientali e squilibri climatici, inquinamento dell’aria nelle grandi città, crescenti disuguaglianze tra i paesi e all’interno dei singoli paesi. Ma anche con una speranza: questo stesso processo di innovazione tecnologica che ha creato i problemi ha tutte le carte in regole per avviare altrettante soluzioni. Ma a questo punto la palla passa dalla tecnologia alla politica, alla necessità di governare i processi economici, seguendo la strada di un difficile equilibrio tra la salvaguardia di un’economia libera, fondamentale per la crescita, e la diffusione sociale della ricchezza.