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di Loris Prandi
Non passava mai inosservato, nel paddock, Niki Lauda. Con quel palmarès, con l’immancabile cappellino e con il suo carisma rappresentava il legame tra la Formula Uno di oggi e quella della sua epoca, infinitamente più eroica, verace e ricca di storie da raccontare. Tra l’era dominata dalla sua Mercedes e la generazione di quelli che avevano già vinto se erano sopravvissuti, come lui all’inferno del Nürburgring. Dopo l’allarme rientrato dell’anno scorso, un po’ di preoccupazione serpeggiava, poiché Niki quel mondo l’aveva lasciato più volte, spesso per dedicarsi all’aviazione che era la sua grande passione, ma vi era sempre tornato. Ci eravamo abituati al suo viso segnato dal rogo del ’76, un dramma che lui per primo aveva metabolizzato con una forza straordinaria. Ma oggi vien da pensare che quel campione apparentemente indistruttibile debba aver sofferto molto più di quanto immaginassimo per le conseguenze meno visibili ma altrettanto serie dell’incidente immortalato nel film Rush di Ron Howard. Proprio quarant’anni or sono aveva abbandonato di colpo le corse. Era stufo di girare in tondo, disse. Voleva volare. Poi tornò, ma era felice in cielo. Come adesso, libero da dolori e preoccupazioni. O perlomeno, è bello pensarlo.