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Il Consiglio federale respinge l’iniziativa popolare «Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico»
Berna, 14.09.2018 - Il Consiglio federale respinge l’iniziativa popolare «Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico», senza controprogetto. Lo ha deciso il 14 settembre 2018. L’iniziativa limita troppo la libertà di manovra della Banca nazionale svizzera, delle fondazioni e degli istituti previdenziali. Il divieto, inoltre, colpirebbe anche il settore finanziario svizzero e l’industria meccanico-metallurgico e dell’elettricità. La legge federale sul materiale bellico contempla peraltro già un divieto di finanziamento diretto del materiale bellico proibito in Svizzera e un divieto di finanziamento indiretto nei casi in cui costituisce una modalità per aggirare il divieto di finanziamento diretto.
L’iniziativa popolare chiede di vietare il finanziamento da parte della Banca nazionale svizzera, delle fondazioni e degli istituti della previdenza statale e professionale delle imprese che realizzano oltre il 5 per cento della loro cifra d’affari annua con la fabbricazione di materiale bellico. Tra i finanziamenti vietati figurano per esempio la concessione di crediti, mutui e donazioni oppure la partecipazione e l’acquisto di titoli e quote di prodotti finanziari quali investimenti collettivi di capitale o prodotti strutturati.
Ciò riguarderebbe tutta l’industria d’armamento nonché svariate aziende fornitrici, in particolare del settore meccanico-metallurgico (MEM) e dell’industria elettrica. Secondo i fautori dell’iniziativa, inoltre, la Confederazione dovrebbe adoperarsi a livello nazionale e internazionale affinché alle banche e alle assicurazioni si applichino condizioni analoghe.
Conseguenze per la Svizzera
Un’accettazione dell’iniziativa significherebbe che la BNS, le fondazioni e il fondo di compensazione AVS/AI/IPG non avrebbero più il diritto di detenere quote di partecipazioni ad aziende che superano la suddetta soglia del 5 per cento. Di conseguenza dovrebbero rinunciare a investimenti valutari a basso costo e ben diversificati (es. fondi) perché potrebbero comprendere quote di un produttore di materiale bellico. Ciò comporterebbe un’impennata dei costi amministrativi e farebbe inoltre aumentare il rischio dell’investimento.
L’attuazione dell’iniziativa avrebbe pertanto conseguenze economiche negative, in particolar modo per la BNS, le fondazioni e gli istituti previdenziali svizzeri. A seconda della configurazione concreta del divieto, colpirebbe anche e soprattutto il settore finanziario svizzero e l’industria meccanico-metallurgica.
Anche il fatto di escludere l’industria d’armamento dai finanziamenti delle banche svizzere non è nell’interesse della Svizzera. I produttori svizzeri di materiale bellico dovrebbero finanziarsi rivolgendosi a banche straniere, con costi di capitale maggiorati. La piazza economica svizzera perderebbe attrattiva e, a seconda delle circostanze, ciò potrebbe comportare un esodo di attività commerciali e posti di lavoro all’estero. Ciò indebolirebbe la sicurezza per l’approvvigionamento dell’esercito perché così aumenterebbe la dipendenza unilaterale dai Paesi esteri per i progetti d’acquisto. Per garantire la propria sicurezza la Svizzera necessita di una base industriale autonoma nel settore dell’armamento.
Iniziativa inefficace
Il divieto di finanziamento che la Svizzera dovrebbe propugnare a livello internazionale, è irrealista: la volontà di adoperarsi in tal senso non si ravvisa né nell’ambito delle Nazioni Unite né in altri organismi internazionali. A livello mondiale l’offerta, così come la domanda di beni d’armamento rimarrebbero invariate anche in caso di accettazione dell’iniziativa. Contrariamente a quanto sostengono i suoi fautori, pertanto, non contribuirebbe a un mondo più pacifico né a ridurre le cause della migrazione e dunque sarebbe inefficace. Ciò nonostante la Svizzera dovrebbe subirne le conseguenze economiche, specialmente nel settore della previdenza.
La legge sul materiale bellico (LMB), inoltre, contiene già un divieto di finanziamento diretto per le armi proibite ai sensi della LMB.
La Svizzera vanta un regime di controlli rigorosi ed efficaci: per ogni singola domanda di esportazione si procede alla verifica del Paese destinatario stesso e del suo contesto regionale e internazionale. Le domande di esportazione vanno obbligatoriamente respinte quando si prefigura un rischio elevato che il materiale bellico da esportare venga utilizzato contro la popolazione civile oppure perché vi è motivo di credere che con esso vengano violati in modo grave e sistematico i diritti umani. Nel valutare le domande si considera anche quanto intrapreso dalla Svizzera nell’ambito della collaborazione allo sviluppo. Attraverso il controllo delle esportazioni la Svizzera contribuisce in particolare al mantenimento della pace, alla sicurezza internazionale e alla stabilità regionale. Infine, nel commercio mondiale di armi la Svizzera detiene una quota inferiore all’1 per cento.
L’iniziativa popolare è stata depositata il 21 giugno 2018 con 104 612 firme valide. Il DEFR presenterà al Consiglio federale una bozza di messaggio entro il 21 giugno 2019.
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Antje Baertschi, responsabile Comunicazione, SECO
tel. 058 463 52 75, <email-pii>
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