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La camera alta del parlamento dibatte questa settimana sulla nuova legge sulla tecnologia genetica. E anche se un divieto temporaneo sembra poco probabile, le critiche contro l'uso di organismi geneticamente manipolati nel settore agricolo si stanno moltiplicando, e non provengono più soltanto dalla sinistra e dai verdi - anche i contadini sono oramai in prima fila.Questo contenuto è stato pubblicato il 11 giugno 2001 - 14:09
Il mercato svizzero ha già fatto le sue scelte: sugli scaffali dei supermercati non si trovano alimenti geneticamente modificati, non esistono coltivazioni commerciali e anche per l'allevamento i contadini ricorrono soprattutto a mangimi e foraggi che non sono geneticamente modificati. È quanto vogliono da anni i consumatori e, di conseguenza, anche i grandi distributori.
Da qualche tempo anche gli agricoltori hanno adottato questa strategia. E l'Unione svizzera dei contadini non si limita a giustificare la sua posizione con la paura delle novità, ma sottolinea che "così facendo, l'agricoltura svizzera si può profilare sul mercato nazionale ed estero con una produzione esente da tecnologia genetica".
Il punto di partenza è quindi chiaro. Tuttavia, il ricorso alla tecnologia genetica sarà oggetto di accese discussioni al Consiglio degli stati. E questo, nonostante il governo e la maggioranza della commissione parlamentare siano d'accordo sul fatto che la coltivazione commerciale di piante geneticamente modificate non debba essere vietata, bensì sottoposta ad autorizzazione.
"Gli esami necessari offrono un alto grado di sicurezza", ha dichiarato a swissinfo Philippe Roch, direttore dell'Ufficio federale dell'ambiente - sebbene lo stesso ufficio si fosse pronunciato per una moratoria, all'inizio delle discussioni sul progetto di legge, prima che il governo correggesse il tiro.
Ma le richiesta di moratoria non sono ancora del tutto accantonate. Un'inchiesta rappresentativa del WWF ha dimostrato, lo scorso anno, che il 70 percento degli svizzeri sono favorevoli a una "pausa di riflessione", fintanto che la ricerca non abbia dato risposta a tutti gli interrogativi sui rischi legati alle coltivazioni commerciali di piante geneticamente modificate.
E ora, un'altra inchiesta, realizzata dall'istituto Demoscope, mostra che tre svizzeri su cinque sono fondamentalmente contrari alla tecnologia genetica nell'agricoltura, e che dal 1995 ad ora il grado di accettazione è andato calando.
Nel dibattito al Consiglio degli stati, il democratico cristiano zughese Peter Bieri, docente di agricoltura, si batterà con forza per l'introduzione di una moratoria, sostenendo che bisogna dapprima portare avanti la ricerca sui rischi. E pur senza farsi illusioni che la sua politica possa incontrare il consenso della maggioranza, Bieri sottolinea quanto sia aumentata la sensibilizzazione per i quesiti ancora irrisolti in merito alla tecnologia genetica.
La prova è data anche dalle lunghe e approfondite discussioni in seno alla commissione consultativa, dove non soltanto i rappresentanti della sinistra e dei verdi si sono espressi per una seria valutazione dei pro e dei contro.
Frattanto, il WWF Svizzera insiste per una moratoria, e anche per alcune ulteriori restrizioni nell'ambito dell'impiego di piante geneticamente modificate. Mentre già prima del dibattito parlamentare, l'organizzazione ecologista aveva minacciato di indire un referendum, poiché il "bilancio dell'attuale processo è oramai tratto", secondo la capo progetto del WWF, Bernadette Oehen.
A dire il vero, fino a poco tempo fa le organizzazioni ecologiste volevano lanciare un'iniziativa popolare, per dare maggior peso alle loro richieste. Ora, il fatto che minaccino "soltanto" di indire un referendum dimostra che gli avversari delle tecnologia genetica contano sul processo politico, vale a dire sulle correzioni che verranno effettuate in seguito dal Consiglio nazionale.
Il proverbio vuole che la goccia scavi la pietra. E il dibattito, sui vantaggi e sui rischi legati alla tecnologia genetica nell'agricoltura si sta facendo sempre più serio, dando così ragione alle voci critiche.
Eva Herrmann
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