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Editoriale di Franziska Schwarz, Vicedirettrice UFAM
Verso la seconda metà dell'Ottocento, di cervi, stambecchi e cinghiali non ce n'erano più in Svizzera. Il castoro e altri grossi predatori erano stati sterminati. La lontra e gli uccelli rapaci erano considerati animali nocivi e per questo erano spietatamente braccati. Solo rare colonie di camosci e di caprioli sopravvivevano, nascosti fra dirupi inaccessibili. Qualche decennio dopo la Rivoluzione francese e il disgregamento del sistema feudale dalle cui ceneri era nata la nuova Svizzera, la liberalizzazione della caccia, unita ai vasti dissodamenti e all'eccessivo sfruttamento delle foreste, avevano provocato la scomparsa di tutta la grossa fauna selvatica indigena.
All'inizio del Novecento lo scenario cambia: cos'è successo nell'arco di poco più di un quarto di secolo? Grazie all'impegno della Confederazione la Svizzera riesce a superare la crisi e ad arrestare la massiccia perdita di biodiversità. L'adozione di leggi incisive permette di preservare la superficie forestale e di istituire divieti di caccia periodici delle madri con i piccoli. Si delimitano inoltre delle bandite di caccia federali per permettere alla selvaggina di rigenerarsi. E per sorvegliare il rispetto delle regole da parte di cacciatori e cittadini si assumono dei guardiacaccia stipendiati dallo Stato.
Oggi, il nostro Paese vanta nuovamente delle buone popolazioni di tutte e cinque le specie di ungulati indigeni: capriolo, camoscio, cervo, stambecco e cinghiale. E anche la lince e il lupo - a volte anche l'orso - sono tornati a vivere tra noi e con noi. Il nostro territorio ha tuttavia subito profondi cambiamenti nel corso degli ultimi 150 anni e l'ambiente che gli animali trovano facendovi ritorno è molto diverso da quello che conoscevano un tempo.
La Svizzera è oggi un Paese densamente urbanizzato, frazionato da una fitta rete di strade e ferrovie, che deve conciliare in un piccolo territorio interessi molto diversi e spesso in conflitto con le esigenze di spazio dei grandi mammiferi ed uccelli. Come un secolo e mezzo fa, la nostra società è dunque nuovamente chiamata ad agire: siamo pronti a condividere il nostro territorio con gli animali selvatici? Senza tolleranza e disponibilità al compromesso è improbabile. Ma facendo prova di comprensione e di buona volontà è possibile farcela.
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Ultima modifica 17.02.2016