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BERNA - Gli svizzeri sono meno propensi a lavorare all'estero: nell'ultimo sondaggio realizzato da Jobs.ch in collaborazione con altri portali e con la società di consulenza Boston Consulting Group (BCG) non più del 44% si dice pronto a spostarsi professionalmente oltre le frontiere nazionali.
Il dato non solo è inferiore al 50% osservato a livello internazionale, ma è anche sensibilmente inferiore a rilevamenti precedenti: la quota era del 60% nel 2018 e del 77% nel 2014, emerge dai grafici pubblicati oggi dal Tages-Anzeiger, che al tema dedica un articolo.
Tradizionalmente gli svizzeri si spostavano volentieri in paesi stranieri, sia per migliorare le loro competenze linguistiche, che per accumulare esperienze in grado di favorire la carriera. Ora la situazione è cambiata: la colpa, in un'ottica più recente, è della crisi del coronavirus, afferma il direttore della filiale elvetica di BCG Daniel Kessler. «Le restrizioni e le incertezze non sono buone condizioni per considerare di lavorare all'estero» afferma l'esperto in dichiarazioni riportate dal quotidiano zurighese.
Ma anche prima della crisi gli svizzeri erano meno attratti dall'impiego oltre i confini della Confederazione. Secondo Kessler, questo potrebbe essere legato a un aumento dei movimenti nazionalistici, nonché alle norme più severe sull'immigrazione negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Per gli emigrati elvetici al momento il paese più popolare è la Germania, seguita da Stati Uniti, Canada e Francia. Negli ultimi tempi si è peraltro assistito a una minore propensione ad andare molto lontano, una tendenza osservata anche in altri paesi europei.