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La recensione di Daniel Hürlimann
18.05.2009
Per fare la Storia il campo del vicino è sempre più verde
Un film di Ang Lee. Con Liev Schreiber, Emile Hirsch, Jeffrey Dean Morgan, Paul Dano, Eugene Levy
Commedia, durata 110 min - USA 2009
1969. l'uomo va sulla Luna. Gli americani sono impastoiati in pieno Vietnam. E in un prato sterminato in cui fino al giorno prima pascolavano le vacche va in scena una delle pietre miliari della musica del ventesimo secolo, nonché la più spettacolare aggregazione di giovani che si ricordi. È Woodstock, il concerto leggenda, la tre giorni che richiamò mezzo milione di persone e i maggiori musicisti dell'epoca (memori dell'esperienza di due anni prima a Monterey). Ma raccontare Woodstock in un ennesimo film sarebbe stato banale – lo hanno già fatto documentaristi eccelsi – e quindi Ang Lee segue una chiave laterale, una storia piccola piccola di persone piccole piccole. Che è un po' come dire che dietro ad ogni impresa, se la si riduce all'osso, c'è l'afflato di creatività di individui comuni.
E allora pochi sapevano, almeno fino a questo film, che il concerto di Woodstock non avrebbe dovuto svolgersi nella location in cui andò in scena. Gli organizzatori avevano scelto Wallkill, sconosciuta località del New York State. Tra loro c'era Elliot Tiber (interpretato nel film da Demetri Martin), l'autore del libro autobiografico che ha generato il film (“Taking Woodstock: A True Story of A Riot, A Concert, an A Life”), in cui si racconta di come l'ipotesi Wallkill andò a monte perché la popolazione insorse contro l'idea di veder arrivare un branco di hippies devastatori.
Era il 14 luglio, un mese esatto prima dell'evento. A fronte del milione di dollari già speso, i promotori del concerto danzavano sul posto in cerca di una soluzione. Che arrivò per l'intraprendenza del protagonista scelto da Ang Lee, il preannunciato uomo qualunque con l'intuizione straordinaria. Si tratta di Jake Teichberg, interpretato da Henry Goodman, un giovane dalle ambizioni artistiche che dopo un periodo passato a New York viveva a quell'epoca nello scalcagnato e fallimentare motel di famiglia, a White Lake, New York State. I genitori erano due soggetti folkloristici che si appoggiavano completamente a lui. E la vita di Jake scorreva nella più ignota desolazione campagnola. Ma un giorno, in cerca di soluzioni per non chiudere il motel, Jake legge la notizia di Wallkill e si accende la lampadina. Contatta l'organizzazione, propone uno spiazzo acquitrinoso di sua proprietà per il concerto e a fronte delle logiche perplessità indica come alternativa lo sterminato pascolo di un vicino, l'allevatore Max Yasgur (nel film Eugene Levy, il papà sopraccigliuto di “American Pie”). Si tratta del sito di Woodstock, ovviamente.
E di lì in poi parte la frenetica e gioiosa macchina organizzativa che porterà agli indimenticabili 15-18 agosto 1969. “Tre giorni di pace e di musica”, come recita il proclama originale, di cui in questo film non si rivede un solo cantante, una sola immagine di repertorio. Si sentono i suoni, certo, ma ad Ang Lee premeva il contorno, la febbre dell'evento, la combriccola di campagnoli straniti che si ritrovò a viverlo quasi per caso. Per farlo usa toni di commedia rievocativa, con qualche briciola epica che non guasta, e un cast ricco di piccole perle scaramatte: da Emile Hirsch (Nelle terre selvagge) che fa il reduce del Vietnam disadattato, a Liv Schreiber (il cattivo dell'ultimo X-Men) nei panni dell'ex-marine transessuale in parrucca bionda, alla fenomenale Imelda Staunton (Il segreto di Vera Drake) che è l'avarissima e pestifera mamma Teichberg, a Paul Dano “Little Miss Sunshine, Il petroliere) che interpreta un mistico dell'lsd, allo stesso Eugene Levy nel ruolo del contadino bertoldianamente scaltro.
Un modo diverso, piacevole, un po' buonisticamente sognante di rievocare uno dei periodi profondamente significativi della seconda metà del ventesimo secolo (in quello stesso anno l'uomo va sulla Luna, Martin Luther King e Bob Kennedy vengono assassinati, Nixon diventa presidente, le guerre asiatiche si allargano senza soluzione...), curiosamente raccontandolo dalla parte del villico. L'atmosfera ricorda quella paradossale di un grande fumetto americano dell'epoca, Lil' Abner, che metteva in ridicolo i campagnoli ma contemporaneamente ne sanciva il ruolo, la titolarità, di veri rappresentanti dello spirito, del modo d'essere, della natura stessa degli Stati Uniti. Ang Lee, cinese di Hong Kong ma ormai profondamente americano, di passaporto e come scelte narrative, dimostra una volta di più la sua capacità di reinventarsi e la sua volontà di capire il paese che lo ha accolto. Se è vero che l'idea di questo film gli è venuta parlando con l'autore del libro ad un talk show televisivo, è solo la dimostrazione del grande intuito con cui il regista di La tigre e il dragone e Brokeback Mountain lavora.
16.05.2009
18.05.2009