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Un sorteggio effettuato con un imbarazzante anticipo di tre anni ha pesantemente condizionato tutta la prima fase del Mondiale in corso in Francia
Dio salvi il re. Anzi, più che il re, l’Inghilterra, più che Carlo III, Kate, gran patronessa della nazionale inglese di rugby, l’unica squadra europea rimasta in gara nella Coppa del Mondo in Francia dopo i quarti di finale. La World Cup 2023 doveva segnare una svolta nella storia del rugby internazionale: alla fine della fase a gironi c’era chi ipotizzava addirittura quattro squadre del Sei Nazioni in semifinale. Sarebbe stata una grande rivincita per un continente che, in 36 anni di storia e 9 edizioni del Mondiale è riuscito a festeggiare il titolo una sola volta, nel 2003 e proprio con l’Inghilterra in Australia. E invece, alla viglia delle semifinali, gli inglesi sono rimasti da soli a rappresentare il Vecchio mondo. E ce l’hanno fatta con fatica, dopo aver battuto 30-24 le Figi nei quarti di finale. Fuori le favoritissime Irlanda e Francia, e fuori anche il Galles, battuto dall’Argentina.
Per irlandesi e francesi, superati rispettivamente da All Blacks (24-28) e Sudafrica (28-29), la delusione è stata enorme ed epocale. L’Irlanda si era presentata alla Coppa del Mondo con il ruolo di numero 1 del ranking: i verdi non perdevano da 17 partite, l’ultima sconfitta – sempre con la Nuova Zelanda – risaliva a luglio del 2022. La Francia aveva cominciato anni fa a investire su un torneo che la vedeva favorita in quanto paese organizzatore. I francesi si erano aggiudicati tutti i Mondiali U20 disputati dal 2018 a oggi, traghettando via via in prima squadra i giovani migliori, molti dei quali facevano parte del gruppo scelto dal coach Fabien Galthié per affrontare questa ultima, attesa competizione. Il Paese intero si era mobilitato per sostenere i Bleus.
E quando, quasi un mese fa, contro la Namibia il capitano Antoine Dupont in uno scontro con un avversario ha riportato la frattura di uno zigomo, che al momento sembrava precludergli il ritorno in campo per la fase a eliminazione diretta, tutta la Francia aveva trattenuto il fiato per giorni e settimane intere. Poi l’operazione e il ritorno in campo a tempo di record per il quarto di finale contro il Sudafrica. Un atto di coraggio che non ha avuto in premio la vittoria. A far deragliare anticipatamente le ambizioni di francesi e irlandesi è stata la follia organizzativa di World Rugby, l’ente che governa il rugby mondiale, con la tipica prosopopea dei parrucconi.
Per motivi commerciali e con una certa miopia agonistica, infatti, i sorteggi e la composizione del tabellone sono stati fatti tre anni fa, sulla base del ranking del 2020. Morale, tre delle squadre che a fine agosto si trovavano ai primi cinque posti della classifica mondiale (Sudafrica, Irlanda e Scozia) sono finite nello stesso girone (poule B), Francia e Nuova Zelanda sono state incluse entrambe nella poule A e, ancora peggio, un incrocio maldestro ha messo le formazioni di questi due gruppi le une di fronte alle altre nei quarti di finale. Così fra le prime quattro approda l’Inghilterra, che nel suo percorso ha battuto una sola squadra di prima fascia, l’Argentina all’esordio, poi il Giappone, il Cile, Samoa, e nei quarti le Figi, una delle (relative) sorprese del Mondiale.
I figiani, campioni olimpici della versione Seven (il rugby con sette giocatori per squadra) hanno dimostrato di essere in crescita anche nel gioco a quindici. Mancano loro risorse e possibilità di confrontarsi regolarmente con i migliori, ma hanno fisici che fanno paura e qualità che contro l’Inghilterra hanno permesso loro di restare in partita fino alla fine. La questione dell’accesso dei nuovi pretendenti alla tavola dei grandi è nota. In 36 anni, solo otto Paesi hanno avuto accesso alle semifinali del Mondiale: Nuova Zelanda, Australia, Francia, Inghilterra, Sudafrica, Galles, Scozia e Argentina. Tutte federazioni costituite prima del Novecento. Il rugby favorisce poco l’inclusione e ciò non aiuta l’afflusso di risorse nuove, soldi e investimenti economici.
Alla Coppa del Mondo di quest’anno il rugby aveva affidato le speranze di un riscatto, soprattutto economico, dopo le difficoltà delle ultime stagioni, in parte determinate dal Covid, in parte frutto del fatto che parliamo di una disciplina che fatica a coinvolgere i grandi Paesi e la loro forza commerciale. Nel 2031 il Mondiale si disputerà in America: “Sarà un’occasione di crescita straordinaria”, ha detto qualche mese fa il presidente di World Rugby, l’inglese Bill Beaumont. In attesa dell’approdo nell’Eldorado ovale, i problemi restano quelli noti.
In Inghilterra, la scorsa stagione, due storiche squadre della Premiership, i Worcester Warriors e il London Irish hanno dovuto dichiarare forfait per motivi finanziari. L’Australia, due volte vincitrice della Coppa del Mondo, naviga in una crisi profonda che ha visto i Wallabies eliminati quest’anno al primo turno per la prima volta nella storia, mentre il Galles soltanto otto mesi fa si era trovato di fronte alla minaccia dei giocatori di non disputare il match con l’Inghilterra, nel Sei Nazioni, se non fosse stata trovata una soluzione ai loro contratti con le franchigie regionali, anch’esse in profonda difficoltà.
Ora alla vigilia delle semifinali, il quadro propone pochi elementi nuovi: a disputarsi i primi quattro posti della rassegna quadriennale restano Nuova Zelanda e Sudafrica, i due Paesi che hanno fatto del rugby una religione e un motivo di identità nazionale, l’Inghilterra, che del pallone ovale è la madre, e l’Argentina, l’unico fra i Paesi cosiddetti “emergenti” a essere arrivato tre volte a giocarsi un posto sul podio alla Coppa del Mondo. Gli “albiceleste”, campioni in carica con il pallone rotondo, si confermano maestri negli sport di squadra: quello sudamericano è l’unico Paese capace di andare sul podio ai Mondiali di calcio, basket, volley, rugby e hockey su prato.
Fuori al primo turno senza neppure una vittoria la Georgia, che da anni bussa alla porta del Sei Nazioni. Fuori Samoa, Tonga e anche il Giappone, sorpresa delle due precedenti edizioni. L’unica vera novità l’ha proposta il Portogallo che contro le Figi (peraltro già qualificate ai quarti di finale) ha conquistato la prima vittoria ai Mondiali in due partecipazioni. Ad attendere i portoghesi al ritorno in patria, c’erano appassionati e tifosi in gran numero. Ma trovare posto per “los Lobos” in un calendario internazionale sempre più congestionato e che cerca di riempire i grandi stadi con incontri di cartello, da vendere agli sponsor e alle televisioni, non sarà facile, nemmeno con le migliori intenzioni.
Fuori al primo turno come sempre anche l’Italia, cui le vittorie ormai lontane con il Galles (febbraio 2022 nel Sei Nazioni) e l’Australia (un anno fa) avevano regalato illusioni. Inseriti nella poule A, gli Azzurri pensavano di poter mettere in difficoltà anche la Francia e gli All Blacks. Volando troppo in alto, come Icaro, si sono bruciati le ali: il passivo subito dalla formazione allenata da Kieran Crowley contro la Nuova Zelanda (96-17) è secondo solo a quello patito alla Coppa del Mondo del 1999, 3-101, sempre contro i Tuttineri, e il 60-7 contro la Francia ha avvicinato quello del 1967 a Tolone (60-13), il peggior passivo di sempre subito dall’Italia contro i Coqs, in oltre 80 anni.
Dal punto di vista del gioco le partite fin qui disputate hanno riproposto il solito dilemma tra la forza e la tecnica, i muscoli e il gesto sofisticato. Eliminata la Francia, che voleva essere la sintesi delle une e delle altre doti, spedita a casa l’Irlanda che aveva costruito una macchina (quasi) perfetta per organizzazione e strutture di difesa, oltre agli All Blacks, che hanno tutte le forme del rugby nel loro Dna, restano tre squadre, tutte con una caratteristica comune: vogliono correre pochi rischi lasciando prevalentemente il pallone agli avversari.
Delle otto formazioni che si sono cimentate nei quarti di finale, gli Springboks sudafricani e l’Inghilterra sono quelle hanno effettuato meno passaggi e hanno corso meno metri palla in mano. Basti dire che contro la Francia sono state 79 le cariche sudafricane, la metà di quelle dei francesi (153), battuti per 1 punto, ma quattro mete a due. Contraddizioni: le due mete dei Bleus sono state realizzate da due giocatori di prima linea, tre delle quattro degli Springboks da trequarti in velocità. Non tutto è così semplice nell’analisi del gioco.
A questo punto, il pronostico dice che sabato 28 ottobre in finale potrebbero arrivare la due squadre che insieme hanno vinto 6 delle precedenti 9 edizioni del mondiale (3 a testa): Sudafrica e Nuova Zelanda. Una finale tra i due colossi dell’emisfero sud permetterebbe a una delle due di sollevare per la quarta volta, nel bicentenario del rugby (1823-2023), la coppa intitolata a William Webb Ellis. Se non è in palio il titolo di squadra più forte della storia, poco ci manca e a impedirlo potrebbero essere l’Inghilterra (sabato ore 21, contro il Sudafrica) o l’Argentina (venerdì, stessa ora, contro gli All Blacks).
Tra Inghilterra e Sudafrica il bilancio delle sfide (sette in tutto) degli ultimi cinque anni premia gli Springboks, 4-3, compresa la finale dei Mondiali del 2019 in Giappone (32-12). Al Sudafrica è andato pure l’ultimo confronto, un anno fa a Twickenham, 27-13. Quanto ai Pumas, hanno dovuto aspettare il 2020 per battere per la prima volta All Blacks, poi hanno replicato a Christchurch, 25-18, poco più di un anno fa. Nell’unico confronto di quest’anno, ad agosto a Mendoza, la Nuova Zelanda ha però vinto 41-12.
Di malavoglia, Parigi si appresta ad accogliere le protagoniste delle due semifinali. Quel coro “Allez le Bleus” che dall’inizio del torneo risuonava in tutti gli stadi, accompagnato dalla Marsigliese anche quando giocavano le altre squadre, ora è un ricordo malinconico. I prossimi Mondiali, quelli del 2027, sono stati assegnati all’Australia, quelli dopo agli Usa. Forse si tornerà in Europa tra dodici anni. Dovrà passarne di acqua sotto i ponti prima di allora.