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(foto dal web)
di Margherita Coldesina
A cavallo tra il 1959 e il 1960 Ferruccio Soleri venne selezionato da Giorgio Strehler per sostituire Marcello Moretti - una volta alla settimana - nell'Arlecchino servitore di due padroni, lo spettacolo che il Maestro aveva dato alla luce in via Rovello tredici anni prima, il 24 aprile 1947. Soleri ne divenne ben presto l'interprete principale e proprio vestendo i suoi panni, la maschera bergamasca per eccellenza, vertice della Commedia dell'Arte, sei anni fa è stato menzionato dal Guinness dei primati per la più longeva performance teatrale nello stesso ruolo.
Ma cinquant'anni di tutina colorata a rombi, maschera nera calata sul viso e cappellaccio bianco non hanno affatto intimidito l'interpretazione dell'attore fiorentino, protagonista di un'ennesima replica martedì sera al LAC (il giorno seguente la replica è stata affrontata da un altro attore, Enrico Bonavera) per la rassegna LuganoInScena.
A oltre mezzo secolo dal suo debutto con Strehler e dopo aver collezionato più di duemiladuecento repliche ovunque nel mondo (Siberia compresa, Nuova Zelanda, Giappone e Stati Uniti, Cina) il capolavoro di Carlo Goldoni si presenta vivo e vispo, veicolo atemporale del manifesto teatrale del regista triestino, il quale volle recuperare la maschera di Arlecchino (adattando anche il titolo, originariamente solo Servitore di due padroni) per garantire una risposta più massiccia da parte del pubblico internazionale.
Palestra di attori fra le più rinomate al mondo (quasi tutti i grandi passano da lì, da questa messinscena ereditata oggi da Soleri), Arlecchino servitore di due padroni è uno spettacolo di tre ore... che vola via in un battibaleno. Buffonesco, vivace, tenero e comicissimo, la pièce è incastonata in un palchetto metateatrale intorno e dentro al quale agiscono un poetico, incredibilmente divertente suggeritore (Stefano Guizzi), Pantalone (immenso Giorgio Bongiovanni), la figlia Clarice (Annamaria Rossano, esilarante nei canti e gli a parte), Beatrice / Federico Rasponi (sempre brava Giorgia Senesi, in coppia con Leonardo De Colle alias Florindo), Brighella (Enrico Bonavera), il dottor Lombardi e figlio (Tommaso Minniti e Stefano Onofri, goffo a puntino) e l'allegra Smeraldina, saltellante e incontenibile, qui Alessandra Gigli.
Lo spettacolo, salutato da generosi applausi a scena aperta, è un prodigio: matrimonio felice fra tecnica e apparente naturalezza del gesto / testo, con il suo virtuosismo e i tempi comici che spaccano il secondo, consegna al pubblico di qualsivoglia cultura, comunità parlante, estrazione una parentesi deliziosa e scattante fatta di acrobazie, litigi, abbuffate e innamoramenti. Lo sfarzo della Venezia settecentesca è dipinta su semplici teli intercambiabili a fondale: una scelta minimalista che accelera il ritmo. I costumi sono rigorosi, un piacere per gli occhi. Con Soleri resosi ponte tra un passato mitico e un presente formidabile, l'affamato Zanni / Arlecchino - mentitore indefesso ma perdonato - ha la stoffa per sopravvivere altri cent'anni. Personaggio che, ha dichiarato l'attore, "è stato il mio amante tutte le sere". Come separarsene? E soprattutto, perché mai?