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Questa intervista è stata realizzata nel 1990, pochi anni prima della scomparsa di René Huyghe, accademico di Francia, docente al Collège de France, presidente del Consiglio artistico dei musei nazionali francesi, scrittore tradotto in dodici lingue. Il professor Huyghe è stato anche insignito del premio Erasmo per il suo eccezionale contributo allo sviluppo della cultura europea. La portata di questo articolo ci sembra doppiamente significativa in anni come questi, quando l’arte è ormai ridotta a semplice valore d’investimento finanziario.
Professor Huyghe, secondo lei la dimensione del sacro è essenziale alla psiche umana? Per rispondere alla domanda occorre innanzitutto dare una definizione della psiche. Secondo me si potrebbe riassumere questa definizione paragonando la psiche dell’uomo ad un tetto con due versanti, opposti fra loro ma indispensabili al reciproco equilibrio. Questi due versanti si possono identificare con due funzioni: la prima è la percezione del mondo esterno, quello che potremmo chiamare il mondo della materia nello spazio, ossia tutto quanto possiamo cogliere con i nostri sensi.
È ormai un fatto accertato che l’intelligenza razionale non è altro che la capacità di organizzare i dati raccolti dai sensi, rendendoli maneggevoli. L’intellingenza consiste quindi nel sintetizzare sempre più questi dati. Prendiamo l’esempio della parola: che cos’è una parola?È per così dire una maniglia, una cinghia, che ci serve per riunire una serie di significati. Si tratta quindi della designazione collettiva di un gruppo di sensazioni diverse. Il pensiero razionale è la facoltà di sviluppare questa funzione e quindi tutta l’intelligenza razionale si potrebbe definire come un’organizzazione che permette di ridurre in concetti semplificati il materiale complesso fornito dalle sensazioni, sensazioni che – come detto – riguardano essenzialmente la materia nello spazio.
Questo è quello che potremmo definire come mondo oggettivo, un mondo che ha avuto nella nostra cultura una priorità quasi assoluta, in quanto di esso si è occupata la scienza che dall’Ottocento in poi ha conosciuto uno sviluppo divorante. Di conseguenza, per tornare alla metafora del tetto, l’altro versante, quello soggettivo, è stato sottovalutato per il fatto stesso che non rispondeva ai criteri scientifici.
Che cosa rappresenta questo secondo versante? Rappresenta essenzialmente l’energia e la percezione interiore del flusso di tale energia. Il flusso parte dall’inconscio e nutre tutta la sensibilità e la percezione intuitiva.
Possono interagire i due versanti? Come dicevo sono reciprocamente indispensabili per costituire l’equilibrio psicologico. Quindi, se soffochiamo una di queste due funzioni, rompiamo l’equilibrio. Ma torniamo al secondo versante, quello che ci interessa in questo caso. Si tratta della percezione diretta del flusso energetico interiore, o in altre parole della nostra vita soggettiva. In che cosa consiste il flusso energetico? È un flusso che, nel tempo, sposa in un certo senso la percezione della durata che determina l’evoluzione di cui noi tutti viviamo un frammento rappresentato dalla durante della nostra vita individuale. Ogni uomo quindi partecipa a questa corrente, un po’ come una barca che naviga su un fiume e compie una parte del percorso del fiume stesso. Bisogna sottolineare che la percezione dell’energia ha modalità assolutamente diverse dalla percezione del mondo oggettivo che culmina con la razionalità. L’energia si potrebbe definire come la percezione di un’aspirazione. Ecco perché tutta l’evoluzione del creato, studiata dai tempi di Darwin si potrebbe definire come la direzione presa dall’energia.
L’energia ha quindi una direzione? Infatti. Il flusso è ascendente. L’evoluzione, così come è stata percepita, consiste in una serie di abbozzi che partono dalla nascita della materia con, quale tappa intermedia, il raggiungimento di una certa perfezione in determinate forme immobili quali i cristalli. Ma dato che questi stati, sia pure perfetti, soffocavano il flusso dell’energia (ma si potrebbe parlare di soffocamento anche nell’attuale stato razionale che è un gradino superiore), il flusso si è spinto oltre, facendo apparire la vita. Questo non è altro che una serie di forme dinamiche che si sono sostituite alla forme geometriche del primo stadio. Ma la vita è un’avventura che continua nonostante gli ostacoli, e così vediamo apparire la coscienza che orienta la spinta energetica interiore di certe forme viventi. All’inizio ciò avviene tramite dei meccanismo, degli istinti che sono soltanto delle risposte agli stimoli del mondo esterno. Poi nell’uomo avviene una presa di coscienza, ma lo sviluppo prosegue come sforzo per far continuare l’ascesa del flusso energetico.
Questo è ciò che l’antropologo, sacerdote e filosofo Pierre Teilhard de Chardin ha definito come movimento da un punto Alfa verso un punto Omega. Alfa è la nascita della materia e l’avanzare progressivo di cui abbiamo visto alcune tappe porta al punto Omega che rappresenta quello che noi chiamiamo Dio. Ora, tornando al discorso dei due versanti, vorrei dire che mentre il versante esteriore va misurato in termini di quantità, quello interiore è soggetto ad un altro tipo di valutazione, la valutazione qualitativa. Si tratta di una differenza essenziale.
Come si esprime la qualità? Direi che si manifesta in tre modi distinti: il primo è la qualità degli atti, ossia la morale; il secondo è la qualità delle creazioni, ossia l’estetica; il terzo è la qualità in sé, ossia il Divino. Queste sono le tre vie aperte alla spinta energetica verso il continuo perfezionamento.
Quindi l’artista sente la spinta verso la qualità delle creazioni? Quando non si sforza unicamente di accontentare le richieste di un mercante per trasformare l’arte in un mestiere lucrativo, il che è esattamente l’opposto del ruolo dell’artista, direi di si. Ciò che distingue l’artista è la ricerca dell’espressione di qualcosa che non esiste e che soddisferà più profondamente la sua sensibilità. In questo senso l’artista risponde a un’aspirazione che è il movimento verso il punto Omega evocato da Teilhard.
Lei ha scritto che la nostra civiltà è bloccata in una “empasse”. Quale è il motivo di questo blocco? Come ho detto, nella vita psicologica bisogna equilibrare il razionale – che è indispensabile come sono indispensabili le membra di un corpo per fare presa sul mondo esterno, con la parte soggettiva, quella che ci dà una ragione d’essere nella corrente profonda dell’evoluzione. Oggi questo equilibrio, come ho detto, è rotto e il versante esteriore, razionale, ha preso il sopravvento creando il disagio attuale.
Come si è giunti a ciò? Credo che si possa fare coincidere il sopravvento del razionaIe con l’avvento della borghesia. Mi spiego: un tempo la società umana era divisa in tre classi complementari che si equilibravano tra loro. C’erano i produttori, ossia i contadini e gli artigiani; poi c’erano gli aristocratici che avevano il compito di proteggere contadini e artigiani anche a rischio della propria vita, e infine vi era il clero che incarnava l’aspirazione verso il divino. Ma nel corso dei secoli, con lo sviluppo delle città e dei borghi, è venuta a crearsi una quarta classe che si è aggiunta alle tre classi originarie: la borghesia. Dato che la città non ha un contatto diretto con la campagna, il borghese fungeva da intermediario: comprava al produttore e rivendeva in città. Questa attività richiedeva qualità particolari: abilità a calcolare, capacità di gestire le finanze e facoltà di stabilire delle regole, delle leggi, un diritto insomma, per far funzionare il commercio a dovere. Il borghese sviluppa quindi uno spirito essenzialmente positivo e introduce un elemento nuovo nella comunità sociale. Il fatto però è che a partire dall’Ottocento il borghese ha eliminato l’aristoscratico. La Rivoluzione francese è stata infatti questo: l’eliminazione dell’aristocrazia con la ghigliottina. Fino alla Rivoluzione il borghese sfiorava il potere ma non lo possedeva. Aveva dalla sua la finanza, il diritto con il Parlamento, ma la cosa finiva lì in quanto l’aristocratico continuava a dominare. Al momento della Rivoluzione del 1789, la borghesia si allea con il popolo per estromettere l’aristocrazia, ma una volta raggiunto lo scopo prende a sua volta il potere e opprime il popolo; tanto è vero che le rivoluzioni successive sono sempre state rivoluzioni popolari e antiborghesi. A questo punto il borghese, che ha assunto una posizione dominante nella società, si sforza di conformarla alla propria mentalità e questo con il risultato di favorire lo sviluppo della scienza. Infatti il grande progresso scientifico inizia con lo sviluppo industriale e l’avvento della borghesia.
Perché questo legame fra scienza e borghesia? Perché la scienza si basa sull’osservazione concreta, sulla matematica e sulla codificazione di leggi. In altre parole le qualità borghesi sono quelle qualità fandamentali che contribusicono allo sviluppo scientifico. Ed ecco il motivo per cui l’Ottocento, che è il secolo del regno incontrastato della borghesia, coincide con lo sviluppo scientifico che getta le basi della scienza moderna, ma è anche il secolo in cui le qualità spirituali vengono abolite.
Che effetti ha avuto questo processo sulla situazione dell’artista e sull’arte in generale? Ha costretto gli artisti a fare la rivoluzione dell’arte moderna. Il borghese infatti voleva un’arte positiva e soggetta a leggi precise, in altre parole un’arte accademica che riproducesse il reale, piegandolo però a certe regole prestabilite. Un primo tentativo di rivoluzione contro queste imposizioni è rappresentato dal romanticismo, che però è presto fallito, e si è giunti così all’arte assolutamente realistica di un Meissonier: un tipo di pittura che rivaleggia con la fotografia. Ossia la negazione dell’apporto dello sviluppo qualitativo e della proiezione qualitativa che sono il fondo dell’estetica. Di qui la rivolta dell’arte moderna che ha distrutto la figurazione del reale. Si possono rimproverare certi eccessi all’arte moderna, ma bisogna ammettere che erano provocati dalla empasse in cui si trovavano gli artisti. Si è quindi avuta la distruzione del reale cui si sono sostituiti valori sensibili, affettivi ed estetici puri: forma pura, colori puri… l’arte astratta. E ‘stata una reazione che oggi ha esaurito il suo ruolo. Penso che in futuro sarà meno sistematica.
Si tornerà all’arte figurativa? Sono persuaso che gli artisti riprenderanno sempre più un linguaggio figurativo ma per esprimere valori estetici. Oggi non c’è più motivo di distruggere l’arte figurativa che non è più ossessiva e dominatrice come un tempo, ma che può essere ricondotta al suo ruolo di linguaggio, un linguaggio più facilmente comprensibile di quello astratto.
Quindi secondo lei, l’arte ha un ruolo attivo nel processo di ritorno ai valori interiori? Certamente poichè fa parte dei tre rami del qualitativo insieme con la morale (che è anch’essa in crisi di questi tempi) e con la religione.
Esiste un’interazione fra questi tre rami? Appartengono tutti a un’unica corrente. Per questo la religione si accorda con la morale, di cui è il fondamento, ed è anche legata all’arte, lo è stata fin dai tempi della preistoria.
Oggi però questo legame si è rotto… Si è rotto perché all’unione pe subentrata la specializzazione. Le tre vie tendono a specializzarsi nella loro ricerca autonoma. L’arte ha cercato la sua fuzione propria, così come la morale che si è via via consolidata, staccandosi dal suo fondamento religioso originario. Si è arrivati a coltivare l’arte per l’arte, la morale per la morale, la religione per la religione.
In uno dei suoi scritti lei sottolinea che la nostra civiltà si sta sfasciando e che dovrebbe essere sostituita da una civiltà diversa. Infatti. Torniamo al problema dello squilibrio introdotto dalla precedenza data al materialismo borghese. Oggi la nostra cultura non dà più la precedenza alla qualità, ma alla comodità. Per questo motivo il denaro è diventato la misura di ogni cosa. Anche nell’arte l’estetica viene sempre più ridotto ad una serie di trucchi commerciali.
Tornando all’evoluzione, Teilhard de Chardin prevedeva la tappa conclusiva con la nascita di una sorta di anima collettiva dell’umanità. Lei concorda con questa previsione? Il grande merito di Teilhard de Chardin è stato di mostrare che l’universo è in viaggio e che ciascuno contribuisce al movimento dal punto Alfa al punto Omega, passando da tutte le lettere dell’alfabeto. Noi siamo in cammino e quindi non siamo in grado di definire le tappe future.