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Tutte le dittature e tutti i regimi autoritari censurano i media in un certo modo. Il motivo è ovvio: una stampa libera solitamente indaga le azioni dei funzionari amministrativi, dà spazio all’opposizione e pubblica idee contrarie all’ideologia ufficiale. Ciononostante, persino nelle circostanze più difficili i giornalisti riescono a evadere la censura.
Diversi gradi di autoritarismo portano a diversi gradi di controllo sull’informazione: dalla totalitaria Corea del Nord, dove tutto il giornalismo è controllato, a democrazie semi-funzionali come la Turchia, in cui la stampa indipendente esiste, ma i giornalisti vengono spesso assillati e arrestati se criticano il governo.
Nel mio articolo scientifico per il Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, “Evading the Censors: Critical Journalism in Authoritarian States”, ho indagato come i giornalisti lavorano in un ambiente di censura, parlando con persone del settore mediatico di quattro paesi: Singapore, Malesia, Russia e Venezuela. Queste nazioni sono state scelte perché sulla carta sono tutte democrazie, ma in realtà sono democrazie ristrette. Tutte hanno eletto governi che sono sostenuti da gran parte della popolazione.
Tutti questi paesi garantiscono ai loro cittadini libertà di parola e di stampa attraverso le loro costituzioni, ma in nessuna di loro i media sono realmente liberi. Questi quattro paesi censurano, ufficialmente e anche non. Infatti, sono tutti in posizioni basse negli indici di libertà di stampa pubblicati da organizzazioni non governative come Reporter Without Borders e Freedom House. L’ambiente di censura è diverso nei quattro Stati e i giornalisti operano in modi diversi per aggirarlo, ma si possono comunque individuare dei tratti comuni, che ho identificato sotto forma di sei metodi per evadere la censura.
1. Nascondere contenuti sensibili
I giornalisti possono nascondere contenuti sensibili presentandoli in modi che mascherino il loro vero significato agli occhi dei censori, parafrasandoli in un certo modo oppure collocandoli alla fine di lunghi articoli. Anche se questo metodo era stato sviluppato alla perfezione dai giornalisti dell’Unione sovietica, ora in Russia non è più utilizzato. È in uso, invece, in Malesia e Singapore.
2. Porre domande scottanti durante conferenze stampa
Un modo per i giornalisti per indagare e sollevare critiche in pubblico è porre domande scottanti ai funzionari amministrativi durante le conferenze stampa. Se la conferenza è trasmessa in diretta, il pubblico può sentire le domande. Se non è in diretta, altri giornalisti presenti potrebbero ricollegarsi ai temi e continuare a discuterne su blog o sui social media, dove la censura potrebbe essere meno severa.
3. Pubblicare materiale sensibile sui media che non parlano di politica
I media che generalmente non si occupano di politica ogni tanto potrebbero riuscire a pubblicare testi critici senza essere notati. Gli intervistati per la ricerca hanno menzionato il genere business in Malesia e quello lifestyle in Russia come esempi.
4. Gestire i media dall’estero
Questo metodo è probabilmente il più usato nella lotta contro le nazioni totalitarie. Nei paesi in cui ho indagato, però, l’unico esempio proveniente dalle mie fonti sono giornalisti venezuelani che lavorano dall’estero e pubblicano online.
5. Condividere contenuti su organi di stampa meno soggetti a censura
In alcuni casi, se un editore non vuole pubblicare una vicenda, questa può essere inviata a un medium che probabilmente non verrebbe censurato o, in ogni caso, più favorevole ad assumersi il rischio. Ce ne sono degli esempi in Russia e in Venezuela, secondo una fonte, un giornale a volte manda dei testi a media stranieri, potendo così poi citarli.
6. Media online
Internet ha portato nuove possibilità di pubblicazione sia per giornalisti che per il pubblico in generale. Sia in Malesia sia a Singapore i giornalisti online godono di più libertà che quelli dei media tradizionali. In Venezuela i cittadini contano sui social media per informazioni che non ottengono attraverso le vie tradizionali. Anche i giornalisti se ne servono per pubblicare notizie e commenti che i loro editori non ammettono.
Questa non è una lista esaustiva. Le pratiche di censura governativa variano da un paese all’altro e i giornalisti devono adattare i loro metodi all’ambiente in cui operano. I pochi organi di stampa aperti al giornalismo critico nei paesi da me studiati non fungono da sostituti per la libertà di stampa. Gli organi mediatici più espliciti solitamente hanno una portata minore degli altri, e così il loro impatto è limitato.
Se il loro pubblico diventa troppo grande, il governo potrebbe preoccuparsi e dare un giro di vite. Ma il fatto che esistano e forniscano giornalismo critico per coloro che lo cercano rappresenta una base per una discussione politica variegata che i governi spesso cercano di evitare. Data l’opportunità, i giornalisti trovano i modi per pubblicare contenuti sensibili, mostrando creatività e ingegno nel renderli disponibili.
Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz
Il Reuters Institute for the Study of Journalism è partner dell’Ejo nel Regno Unito
Photo credits: Flickr CC / immediahk