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NEW YORK - Nuove accuse contro Facebook, alle prese con le restrizioni sulla privacy: questa volta il social network è sospettato di una vera e propria operazione globale di persuasione a suo vantaggio con tentativi di esercitare pressioni su diversi politici in varie parti del mondo affinché facessero lobbying a favore dell'azienda contro le leggi sulla protezione dei dati.
Lo scrive L'Observer, domenicale del Guardian, citando nuovi documenti che il giornale ha preso in visione, insieme con Computer Weekly. Tra i politici menzionati l'ex cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne e l'ex primo ministro irlandese Enda Kenny.
Secondo i documenti visionati dalle due pubblicazioni, Facebook avrebbe puntato a esponenti politici di diversi paesi, dal Regno Unito agli USA, ma anche Canada, Argentina, Brasile, Malaysia e tutti i 28 membri dell'UE.
Il Guardian on-line in particolare cita Enda Kenny. Quest'ultimo avrebbe affermato che l'Irlanda poteva esercitare un'influenza significativa in quanto presidente di turno dell'UE, promuovendo gli interessi di Facebook, nonostante per quel ruolo fosse richiesta una posizione di neutralità.
Le carte citate sarebbero emerse nell'ambito di una causa intentata contro Facebook in California e rivelerebbero tra l'altro che Sheryl Sandberg, chief operating officer (COO) dell'azienda, considerava le leggi europee sulla protezione dei dati una minaccia "cruciale".
Secondo la ricostruzione ci sarebbero state da parte di Facebook promesse di investimenti ed incentivi ma anche una minaccia di bloccarli in mancanza di sostegno o approvazione di leggi considerate a suo favore.
Un memo stilato dopo il Forum economico di Davos (WEF) del 2013 farebbe riferimento alla Sandberg che descrive la "battaglia in salita" che l'azienda si trovava a fronteggiare in Europa "sul fronte di dati e privacy" e i suoi "cruciali" sforzi per scongiurare "nuove leggi troppo restrittive".
Oltre a Kenny emergono i nomi di decine di politici, senatori statunitensi e commissari europei, compreso l'ex presidente indiano Pranab Mukherjee, Michel Barnier e George Osborne.
Un portavoce del social network ha fatto presente che i documenti cui si fa riferimento restano riservati come parte di un procedimento giudiziario ancora in corso: "Come altri documenti di cui è stata fatta una scelta selettiva e sono stati diffusi lo scorso anno in violazione di un ordine di un tribunale, raccontano solo una parte della vicenda e omettono elementi importanti di contesto".