Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01023.jsonl.gz/811

«Come si cucina un polpo?» I volti dei partecipanti sembrano disperati. «Il polpo è troppo duro. Ti rimangono solo dieci minuti», critica il giurato spagnolo Andoni Aduriz. A questo punto sono rimaste in gara solo tre squadre. Il loro compito? Cucinare questo mollusco ottopode. Ma devono darsi da fare, considerando il fallimento della sfida precedente, quando dovevano cucinare una paella tradizionale spagnola.
Lo svolgimento di «The Final Table» è sempre lo stesso: ogni puntata ha come tema principale un determinato Paese. Le squadre hanno un’ora di tempo per cucinare un piatto tipico che viene poi giudicato da tre illustri giurati del paese ospitante. Un esempio? La paella in Spagna, il Kaiseki in Giappone e l’English Breakfast in Granbretagna. Gli ingredienti necessari si trovano in una dispensa incredibilmente fornita: dai crostacei vivi alle galline da pollaio passate a miglior vita (incluse le uova non schiuse), puoi trovarvi tutto ciò sognano gli amanti di buona cucina. Dopo la prima valutazione data dai tre giurati, le tre squadre peggiori devono cucinare di nuovo. Ma al secondo turno, anziché cucinare un piatto completo devono dedicarsi alla preparazione di uno specifico ingrediente: il polpo in Spagna, i ricci di mare in Giappone e i piselli in Gran Bretagna. L’ingrediente in questione viene selezionato da uno chef stellato del rispettivo Paese. Ancora una volta, i candidati hanno un’ora di tempo per convincere la giuria. La squadra peggiore viene eliminata. Il concetto è semplice, perciò funziona.
Mi è bastata una puntata per appassionarmi in alcune squadre e sperare nell’eliminazione di altre. «The Final Table» ha avuto su di me lo stesso effetto di «The Bachelor» su altri... Finora nelle competizioni di cucina i professionisti competevano con cuochi meno esperti e spesso i singoli episodi erano troppo lunghi. «The Final Table», invece, ha un ritmo intrigante. La puntata dura un’ora. In questo lasso di tempo vengono assegnati due compiti ma riesci a vedere sempre la preparazione di almeno quattro piatti. Gli chef sono dei grandi esperti e ognuno di loro, sia nella dispensa che in cucina, sa sorprenderti con idee grandiose e insolite. L’unico neo: finora c’è stata un po’ troppa cucina molecolare per i miei gusti.
Ovviamente, le emozioni volano alte, alcuni giocatori fanno vedere il loro lato più emotivo mentre altri candidati fanno luce sulla loro carriera. Tuttavia, essendo dei professionisti, il più delle volte sanno trattenere le proprie emozioni senza perdersi d’animo. Inoltre, le squadre sono ben composte e gli chef all’interno dello stesso team si completano a vicenda, senza arrivare a fare brutte figure. Così, se lo scozzese Graham Campbell si sente spacciato con la cucina giapponese, sarà il partner americano Aaron Bludorn ad assumere il comando. In «The Final Table» non girano bestemmie come nel caso di Gordon Ramsey in Hell's Kitchen, il che ci piace.
«The Final Table» convince perché i professionisti di tutto il mondo competono tra loro da pari a pari. Questo show di cucina non inventa nulla di nuovo, ma è ben strutturato. Mi auguro dunque di vedere presto la seconda stagione che non è ancora stata confermata. D’altronde, ci sono ancora molti Paesi da soddisfare a livello culinario. E chissà, forse un giorno sarà il turno della Svizzera? Un grande chef elvetico è già apparso sullo schermo di Netflix: nella serie «7 Days Out» Daniel Humm è stato ritratto sette giorni prima della riapertura del suo ristorante newyorkese «Eleven Madison Park», all’epoca il miglior ristorante del mondo.
Non sei connesso a internet. Assicurati di avere una connessione internet per navigare ulteriormente sul sito.