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Poco più di dieci anni or sono fu pubblicato a Parigi il rapporto commissionato a Régis Debray volto a valutare la possibilità di introdurre nei programmi della scuola pubblica francese l’insegnamento della dimensione culturale delle religioni ovvero, per usare la formula utilizzata per il titolo di quel rapporto, l’insegnamento del fatto religioso o, come poi si dirà, dei fatti religiosi, se è vero che sotto la categoria di religione possono stare fenomeni sociali e culturali molto diversi.
Le religioni non avevano fin lì alcun diritto di cittadinanza nella scuola pubblica francese, in ragione di una certa interpretazione del principio della laicità delle istituzioni statali. Secondo Debray era giunto però il momento di sostituire alla “laïcité d’incompétence” una “laïcité d’intelligence.” Una “laïcité de confrontation”, secondo la formula introdotta dal filosofo Paul Ricoeur, avrebbe consentito ad ogni allievo, quali che fossero le sue convinzioni profonde, religiose o secolari, di acquisire gli strumenti per poter comprendere il significato delle diverse tradizioni di pensiero, la loro storia così come la loro rilevanza culturale nella società contemporanea e avrebbe contribuito a sviluppare in ogni futuro cittadino le virtù politiche richieste per la convivenza civile in condizioni di pluralismo religioso e culturale.
L’insegnamento dei fatti religiosi è oggi una realtà nella scuola laica francese. Come la storia dell’arte, così anche l’insegnamento dei fatti religiosi è stato integrato nei programmi delle materie scolastiche esistenti. I risultati di questa riforma attendono però ancora di essere valutati.
Nel frattempo l’anno scorso, più o meno di questi tempi, il ministro dell’Educazione Vincent Peillon ha suggerito una ri?essione pubblica approfondita, tanto politica quanto pedagogica, sui valori su cui si fonda la scuola pubblica francese, “l’école républicaine”. Per questo egli ha proposto l’insegnamento della morale laica o, piuttosto, l’insegnamento laico della morale (così recita il titolo di un rapporto sul tema recentemente pubblicato), dalla scuola elementare al liceo. Una commissione di esperti si è messa al lavoro per renderlo operativo. L’insegnamento laico della morale sarà una realtà in Francia nell’autunno 2015, con l’inizio del nuovo anno scolastico. Qual è il senso di questi insegnamenti nei piani di formazione della scuola pubblica? Sono rispettosi della libertà di coscienza dell’allievo e della libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni? Qual è il rapporto, se c’è, tra l’insegnamento dei fatti religiosi e quello della morale? Sono i quesiti di cui si è discusso nei giorni scorsi a Parigi in un convegno organizzato dall’Institut européen en sciences des religions che ha riunito una parte importante degli studiosi francesi che in questi ultimi anni si sono occupati dell’insegnamento dei fatti religiosi e di quello della morale (per citare i nomi più noti: J. Baubérot, L. Loeffel, I. Saint-Martin, J.P. Willaime). Il convegno è stato aperto da una relazione di Jean-Paul Delahaye, direttore generale dell’insegnamento scolastico francese, che ha illustrato le buone ragioni che giustificano l’introduzione dei due insegnamenti, senza però nascondersi le insidie politiche e pedagogiche e i numerosi ostacoli che si frappongono al perseguimento delle loro nobili finalità educative.
Nessuno vuole una morale di Stato. Molti peraltro, e non soltanto in Francia, sono però preoccupati per la crisi attuale del civismo, del declino della responsabilità individuale, dell’eclisse del senso del dovere e chiedono che la scuola non si sottragga al proprio compito educativo legittimo. Un insegnamento laico della morale deve poggiarsi necessariamente sulla libertà di coscienza dell’allievo e su una cultura del rispetto delle convinzioni altrui. Un insegnamento dei fatti religiosi deve mirare alla comprensione reciproca tra i membri della società, ma non può rinunciare al principio che a scuola nessun oggetto può essere escluso a priori da una trattazione scientifica e oggettiva e da un onesto esame critico. Si tratta di un equilibrio difficile da garantire, che dev’essere indicato nelle prescrizioni dei programmi, che poi però deve pure tradursi coerentemente nelle scelte didattiche dell’insegnante.
Peraltro in Francia l’insegnamento laico della morale ha un noto precedente, quello che fu messo in atto nelle scuole pubbliche della Terza Repubblica, tra il 1882 e il 1914. Avrebbe poco senso riproporlo oggi nelle scuole: il contesto sociale e culturale è profondamente mutato; cambiata è pure la concezione del rapporto tra diritti e doveri del cittadino; più chiara è per noi inoltre la distinzione tra ciò che fa parte legittimamente del compito educativo della scuola pubblica e ciò che invece in materia di educazione compete ad altri.
C’è però qualcosa di quell’insegnamento che dovremmo imparare a far nostro: il coraggio con cui gli uomini di quel tempo seppero trovare vie nuove e originali per assicurare un’educazione dei cittadini adeguata a quel contesto sociale e culturale, una società vieppiù industrializzata e secolarizzata. Sapremo essere altrettanto coraggiosi e trovare anche noi la giusta via per assicurare ai futuri cittadini la formazione civica e morale necessaria per affrontare senza paure le sfide della società multiculturale?