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Quindici anni di reclusione e l'espulsione dalla Svizzera per dieci. È la pena che merita l'uomo di 35 anni, albanese, residente nel nord Italia, accusato di aver trasportato oltre 152 chilogrammi di cocaina in nove viaggi effettuati da e verso il nord Europa. Ne è sicura la procuratrice pubblica Marisa Alfier, secondo la quale «siamo di fronte a un valzer delle bugie e una serie di frottole che ha raccontato l'imputato nei verbali e oggi in aula penale». Il debito che sarebbe all'origine di questi traffici, stando alle versioni dell'uomo, nasce a Tirana «in un luogo definito un bar, poi un casinò e infine un casinò bar», ha continuato Alfier. L'uomo non è credibile, non ha mai collaborato durante l'inchiesta e non è affidabile perché dice di non essersi presentato mai per restituire quei 220'000 euro. L'accusa, che non si è 'bevuta' le dichiarazioni dell'imputato, evoca anche l'episodio legato al noleggio della vettura che gli sarebbe servita per cercare in Europa materiale per il fratello. L'auto, però, è quella che ha i ricettacoli per nascondere la droga. Ed è la stessa del giorno dell'arresto, effettuato dopo un controllo da parte delle Guardie di confine al valico di San Pietro di Stato il 23 aprile 2019. Purtroppo, non è stato possibile risalire agli altri correi dell'imputato, ha osservato la pp, secondo cui così tanta cocaina con un elevato grado di purezza (tra l'88 e l'89%) nessuno la darebbe in mano a una persona inaffidabile. L'accusa presume che l'uomo abbia effettuato nove viaggi trasportando in totale un quantitativo di 152 chili di droga.
Sono dichiarazioni poco convincenti e in palese contraddizione con le versioni rilasciate nei verbali di interrogatorio, quelle che ha fornito l'imputato. Alle domande di Amos Pagnamenta, presidente della Corte delle Assise Criminali di Mendrisio riunite a Lugano, l'uomo non ha saputo fare chiarezza né dirimere resoconti contrastanti. L'imputato sostiene di non sapere cosa stava trasportando e di averlo scoperto solo il giorno dell'arresto. Il 35enne ha tentato di difendersi ribadendo in aula che non ha mai fatto parte di alcuna banda. Dice di essere stato costretto fare numerosi trasporti sotto minaccia per rimborsare il debito di 220'000 euro accumulati nei confronti di connazionali che gli hanno chiesto tassi d'interesse del 30% per la restituzione. Sostiene di essere stato picchiato due volte dai creditori. Dice che il debito è cominciato a Tirana dove si era recato nel settembre 2017 per il funerale di un suo zio. Dopo il rito funebre, è andato in un bar (o casinò) a bere e lì ha cominciato a giocare alle Slots Machines perdendo tutto. In seguito, sostiene di essere stato avvicinato da un uomo che gli prestato dei soldi per continuare a giocare e tentare di recuperare la perdita, ma ha fallito perdendo tutto. Così, continua, ha cominciato ad accumulare debiti perché l'uomo gli ha chiesto il 30% di tasso d'interesse per ogni settimana di ritardo nella restituzione del denaro. In carcere dal 23 aprile 2019 al 24 luglio 2019 e da allora in esecuzione anticipata della pena, l'imputato è difeso dall'avvocato Stefano Ferrari che pronuncerà l'arringa nel pomeriggio.