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Le difficoltà del Credit Suisse sono il risultato di decisioni manageriali sbagliate. Invece di concentrarsi sulle attività svizzere, che hanno avuto successo, la banca ha perseguito una strategia estera aggressiva. Questa strategia è ovviamente fallita e ora mette in pericolo l’intera banca e migliaia di posti di lavoro. Nel frattempo, la dirigenza ha incassato stipendi milionari senza doversi mai assumere le proprie responsabilità.
Già nel 2014, Christoph Blocher aveva chiesto a CS di fare “pulizia” all’interno del personale per rimettere in sesto l’azienda. La sua richiesta era rivolta all’allora CEO Brady Dougan e al presidente del consiglio di amministrazione Urs Rohner. Secondo Blocher, era “vergognoso” che i dirigenti di CS si preoccupassero principalmente di “salvare la propria pelle” anziché quella dell’azienda. Purtroppo, questo rinnovamento del personale non è stato portato a termine.
Credit Suisse e l’intreccio con il PLR
In questo contesto, va sottolineato anche l’intreccio politico di CS: dal 1999 al 2014, Walter Kielholz ha plasmato la direzione della banca come membro del consiglio di amministrazione e presidente del consiglio di amministrazione. A tutt’oggi, è uno dei più importanti rappresentanti del Partito liberale di Zurigo ed è membro fondatore dell’associazione “Amici del PLR”, che contribuisce a finanziare il PLR con somme milionarie. Kielholz ha nominato Urs Rohner come suo successore (presidente del Consiglio di amministrazione fino al 2021) e i politici zurighesi del PLR Felix Gutzwiller e Ruedi Noser hanno ricevuto lucrosi mandati dalla grande banca.
Quando il presidente del PLR Thierry Burkart attribuisce la crisi del Credit Suisse a un presunto “isolamento” della Svizzera e alla sua posizione neutrale, cerca solo di distogliere l’attenzione dalla cattiva gestione. Sono le stesse scuse che sono state addotte in occasione dell’incidente della Swissair per distogliere l’attenzione dalle decisioni sbagliate prese dai vertici aziendali e dagli intrecci politici. La pressione sul Ministro delle Finanze Karin Keller-Sutter (PLR) per una rapida soluzione sarà stata altrettanto forte.
Pressione dall’estero
L’UDC critica la precipitosa azione del Consiglio Federale. Solo pochi giorni fa, la BNS e l’Autorità di vigilanza per i Mercati Finanziari (Finma) confermavano che CS soddisfava i requisiti di capitale. Come è possibile che ora le regole del “too big to fail”, create proprio per casi simili, non vengano applicate? Il Consiglio federale ha ceduto ancora una volta alle pressioni provenienti dall’estero? A quanto pare, le autorità di regolamentazione e di vigilanza straniere hanno fatto pressione per evitare che venissero applicate le regole svizzere del “too big to fail”. Il Consiglio federale avrebbe dovuto tracciare una linea chiara in questo caso: È inaccettabile che gli svizzeri debbano pagare miliardi dai fondi nazionali per fallimenti normativi all’estero.
Sono in gioco miliardi del patrimonio nazionale
100 miliardi dalla BNS e 9 miliardi direttamente dalla Confederazione: gli svizzeri devono pagare miliardi di franchi svizzeri per gli errori del management del CS e per le mancanze nella gestione.
Inoltre, sono necessarie condizioni chiare per l’acquisizione del Credit Suisse da parte di UBS: il management responsabile del CS deve essere sostituito e la strategia estera dev’essere rivista. Altrimenti UBS diventerà il prossimo pericoloso caso di ristrutturazione. Inoltre, le questioni relative alla legge sulla concorrenza devono essere attentamente esaminate e risolte nel caso di una nuova situazione di monopolio.
Bisogna fare tutto il possibile per garantire che la Confederazione e la Banca Nazionale, e quindi il popolo svizzero, non vengano danneggiati dal salvataggio di CS. Sono in gioco miliardi del patrimonio nazionale.