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Ho trovato in rete questo articolo di Luigi Bernardi, per anni editore di Magnus, in un articolo apparso sul volume celebrativo "Al servizio dell'eroe", della Punto Zero (articolo che confesso di non ricordare, anche se ho quel volume. Forse è che all'epoca non mi fece provare la perplessità di oggi, per giudizi di fatto tendenti a ridurre il capolavoro nel semplice manufatto di un grande artista).
La nobile sconfitta di Magnus
Amava il fumetto, Magnus. Lo si capiva da come pronunciava i nomi dei grandi eroi del passato. Gordon, per esempio, con una bellissima “o” aperta, apertissima, quasi un oblò spalancato su altri mondi che lui soltanto poteva vedere. O Gim Toro, o il Principe Valiant. Amava il fumetto, ma solo quello nel quale era impresso il sudore della fronte degli autori. Una volta litigammo perché era sconcertato dal fatto che sulla rivista Nova Express avessi pubblicato le tavole di Give me Liberty: non gli piacevano i disegni sbrigativi e un po’ volgarotti di Dave Gibbons. Io difesi il disegnatore inglese e lui mi tolse il saluto per almeno tre mesi. Ripensandoci, aveva ragione lui. Il fumetto ha bisogno di un impegno totale, fisico, dell’autore, e non soltanto di una svagata partecipazione.
Anni fa, quando si cominciò a parlare di una riedizione in grande formato de La Compagnia della Forca, insistette a lungo perché il rimontaggio prevedesse come dimensione finale quella degli albi pubblicati negli anni Sessanta dai fratelli Spada, il formato di Flash Gordon e del Principe Valiant. Fu difficile convincerlo che quel tipo di pubblicazione, quasi quadrata con l’altezza di poco superiore alla base, non aveva alcun riscontro a livello europeo e che, se riedizione doveva essere, si sarebbero dovuti tenere presenti certi standard. Si convinse, ma credo ne sia restato amareggiato. Forse si era innamorato dell’idea di vedere la sua Compagnia nello stesso scaffale delle opere di Alex Raymond e di Harold Foster.
E Saturnino Farandola… quante volte nel bel mezzo di un discorso tornava a quelle tavole, disegnate forse maldestramente ma proprio per questo intrise di stupefacente naiveté, da Pier Luigi De Vita, o ancora le saghe del Vittorioso, le pillole di ingenuità degli albi a striscia. Perché in Magnus l’amore per il fumetto si estendeva all’immagine, tattile, sensuale della loro pubblicazione. A un certo punto, aveva persino pensato di realizzare una sorta di Avventuroso Anni Novanta, con la ristampa dei grandi classici del passato e alcune sue storie, disegnate per l’occasione.
Solo questo aspetto, questo amore storico di Magnus per il fumetto, per la classicità del fumetto, può spiegare il suo contatto con il mondo di Tex. A prescindere da questa profonda passione per i capisaldi della propria arte, non c’era infatti alcun motivo perché i due si incontrassero. Magnus è il cantore della Vita. Tex il protagonista dell’Avventura. Magnus guarda la storia (e le sue storie) dalla parte dei perdenti. Tex non può neppure concepire l’idea della sconfitta. Magnus vive e suda. Tex è solo un freddo simbolo. Ci torneremo sopra.
Un aspetto poco analizzato dell’amore di Magnus per i fumetti è il profondo rispetto che ha sempre nutrito per i suoi personaggi. Quando lo contattai per convincerlo a riprendere le storie de Lo Sconosciuto per la rivista Orient Express, riuscii a vincere ogni sua perplessità accettando di pagargli un breve racconto di dieci pagine (La fata dell’improvviso risveglio, che avrebbe disegnato più tardi), nel quale descriveva l’operazione chirurgica subita dal personaggio per giustificarne la rimessa in sesto, dopo che tutti lo avevano dato per morto in seguito agli avvenimenti dell’ultimo episodio della serie tascabile. Amava gli eroi, Magnus, ma non poteva tollerare che non venissero trattati come persone comuni. Sempre a proposito de Lo Sconosciuto – una sorta di simbolo del proprio vagabondaggio spirituale – poco prima di morire aveva accettato di dare una terza vita al proprio personaggio. E non è un caso se il primo (e unico) di questi siparietti – apparso sulla rivista Comix – lo ha impiegato per regalargli un'intera collezione di denti nuovi, i vecchi andati distrutti durante l’epilogo della sua seconda esistenza, nel romanzo per immagini L’uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara.
Detto questo, si capisce che se fosse stato per lui Tex lo avrebbe disegnato con il volto e il corpo deturpati di cicatrici, ognuna a testimoniare una battaglia, una vittoria. E infatti ci aveva pensato. Ma non era soddisfatto e alla fine aveva concluso che mai avrebbe potuto scalfire il personaggio di Giovanni Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini. Tex aveva regole proprie, che bisognava accettare a priori.
Molti hanno detto che a un certo punto della sua carriera, il contatto di Magnus con Tex era inevitabile: non è forse vero che prima o poi tutti i Grandi si incontrano? È probabile, e comunque così è stato. Il libro che avete fra le mani documenta questo lungo rapporto, sofferto ai limiti della consunzione.
C’è però qualcosa di incomprensibile nella scelta di Magnus di realizzare un’avventura di Tex Willer: nel suo viaggio attraverso le religioni e le filosofie orientali, l’autore bolognese era giunto ad abbracciare l’idea di quanto nobile potesse essere la sconfitta, e di quanto altrettanto nobile potesse essere il raccontarla. Le femmine incantate, le Storie da Calendario, Le avventure di Giuseppe Pignata, Il Conte Notte, lo stesso Sconosciuto: tutti sconfitti, tutti dignitosi e nobili davanti al fallimento della propria esistenza, tutti animati da una umanità che solo chi perde può orgogliosamente detenere. D’altra parte, anche tutta la carriera di Magnus è all’ombra della sconfitta: è stato uno dei quattro/cinque grandi autori del secolo, ma a parte l’affetto dei lettori non gli è rimasto quasi nulla, neppure i diritti d’autore di gran parte del proprio lavoro.
Personalmente, ho sempre nutrito il sospetto, qua e là avvalorato da alcune conversazioni avute nel corso del tempo, che Magnus si sia posto di fronte a Tex come i minuscoli kamikaze giapponesi di fronte al potente esercito statunitense. Come quei piloti che davano la vita per arrecare una perdita anche minima al nemico, così Magnus ha messo tutta la propria arte, la propria straordinaria capacità di disegno, per restituire una parvenza di umanità all’eroe Tex Willer (che, sia chiaro, non ha mai considerato un nemico), storicizzandolo e ambientandolo in contesti estremamente credibili. Che altro senso poteva avere tutta la fatica documentata in questo libro, se non quella di smitizzare l’eroe, farlo divenire partecipe delle cose del mondo? Poteva il piccolo Magnus infliggere ferite nel corpo di Tex? Poteva restituirgli la fiamma della vita? Poteva farlo diventare uno dei suoi personaggi scalcinati, offesi, umiliati, deperiti? No, non poteva. L’Eroe è troppo forte, troppo forte anche per il più grande. Così, il suo Tex è – appunto – una delle tante storie di Tex, e non un’opera di Magnus. Qui sta tutta la dignità di Roberto Raviola, ancora prima che del Maestro Magnus. Accettare, a un certo punto, di perdere.
Non è un capolavoro, La valle del terrore, come hanno raccontato i soliti gazzettieri del fumetto. Non lo è a partire dal titolo, che riporta alla mente popolaresche narrazioni anni Cinquanta. Non lo è perché la trama è scontata. Non lo è perché alla soglia del terzo millennio l’intrattenimento non può generare capolavori. Sono già stati scritti tutti. La valle del terrore non è un’opera di Magnus. È una storia di Tex, magistralmente interpretata da Magnus. Magnus ha dato tutto se stesso a Tex. È stato sconfitto e il fato ha voluto che questa sconfitta fosse l’ultima. La più nobile.