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Quando si pensa al modo in cui la Cina ha affrontato il coronavirus - la “guerra di popolo”, come l'ha chiamata il presidente Xi Jinping - si fa ricorso di solito alla categoria dell'autoritarismo: Pechino ha rinchiuso 60 milioni di persone e poi ha messo in atto una colossale operazione di tracciamento digitale alla Grande Fratello. In realtà, in questa occasione come in altre emergenze o eventi eccezionali, lo strumento più efficace è il vecchio dispositivo della mobilitazione di massa aggiornato al presente: non solo decine di migliaia di operatori sanitari mandati a Wuhan, ma il ruolo centrale svolto in tutta la Cina dalle organizzazioni di base, le comunità di caseggiato, di quartiere, di strada, di villaggio. Abbiamo chiesto a due intellettuali cinesi che hanno studiato questo fenomeno - Wang Hui e Xiang Biao - di descriverci queste organizzazioni, per poi passare ai temi del controllo sociale, della mobilità, della vicinanza-distanza tra le persone, fino a ipotizzare la società che viene.