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Nel semplice fatto di servirsi dell’uno o dell’altro tipo di orologio, e di attribuirgli maggiore o minor valore, si nascondono indicazioni importanti sul sentimento del tempo che influenza uomini e popoli determinandone i ritmi interiori (Ernst Jünger).
Nel semplice fatto di servirsi dell’uno o dell’altro tipo di orologio, e di attribuirgli maggiore o minor valore, si nascondono indicazioni importanti sul sentimento del tempo che influenza uomini e popoli determinandone i ritmi interiori (Ernst Jünger).
Le prime misurazioni del tempo avvenivano forse con il canto degli uccelli o l’odore dei boschi, col movimento delle stelle, della luna e del sole nel cielo. Lo stesso movimento che i primi uomini vedevano nell’ombra di un albero secco senza rami, rimasto eretto dopo la morte. Allora ci si limitava a osservare la metamorfosi delle cose e a interpretarne i segni numinosi; possiamo solo immaginare la forza che risiedeva nel riconoscere il passare del tempo nel mutamento dell’ombra, un’ombra che si dava a vedere solo per concessione meteorologica – o divina.
A distanza di migliaia di anni Jünger ci invita a prendere sul serio il primo strumento di misurazione del tempo – lo gnomone – e di non vederlo come un precursore grossolano dell’orologio meccanico, come se tutta la storia fosse orientata al nostro tempo. Ogni misurazione del tempo è perfetta nel suo sistema culturale. «I nostri avi non soffrivano per questa imprecisione, possiamo anzi supporre che essi raramente arrivassero troppo tardi» (Ernst Jünger, Il libro dell’orologio a polvere, Adelphi 2008).
Così la clessidra – per la quale Jünger aveva un debole – portò qualcosa di inedito: non solo l’intervento umano sullo strumento fu più forte rispetto allo gnomone, ma si rese visibile anche un tempo lineare. Là dove prima vi era circolarità ora si mostra un inizio e una fine, l’alfa e l’omega. Nel pensiero antico vi era coscienza di questa duplice temporalità, certo, ma il tempo lineare dei viventi (nascita, crescita, morte) era terreno e inscritto nel tempo ciclico della natura. Quando questo tempo lineare iniziò ad essere sempre più dominante, i contenuti e la qualità degli istanti passarono in secondo piano rispetto al tempo in quanto tale e alla misurazione di istanti identici – il fabbricante di clessidre sa che ogni granello di polvere deve essere uguale all’altro, affinché sia possibile uno scorrere uniforme.
Eppure è nell’epoca delle grandi cattedrali gotiche che nasce qualcosa di radicalmente diverso. Non per utilità pratica – economica o astronomica – ma per una più rigorosa osservanza delle ore di preghiera; l’orologio meccanico è nato per il culto. Se con l’orologio solare l’uomo si sente totalmente immerso in un ordine cosmico e con la clessidra abbiamo un venire in primo piano della linearità dell’azione e della temporalità umana, con l’orologio meccanico il rapporto con l’ordine cosmico è del tutto sospeso. È un tempo astratto, intellettuale. Il cacciatore, il pescatore o il contadino erano estranei all’orizzonte del tempo misurabile astratto, il loro era un tempo concreto, scandito dalle attività che svolgevano. Le nostre azioni invece sono ritmate dall’orologio: una lezione scolastica, una seduta in parlamento, un’ora di lavoro possono essere rinviate, dislocate o sostituite; è invece impossibile spostare il momento in cui la selvaggina va ad abbeverarsi o quando un banco di pesci si avvicina alla costa.
Indiscussi sono il fascino e la potenza immaginifica dell’orologio meccanico. Jünger lo considera il simbolo dell’uomo contemporaneo, il quale, costruendo un microcosmo in contrapposizione a un macrocosmo che funziona secondo altri ritmi, si è emancipato dalle forze naturali. Ma quel microcosmo che inizialmente poteva essere salutato come una conquista di libertà, si è trasformato in una gabbia nella quale «siamo prigionieri delle nostre barriere temporali più profondamente e inesorabilmente che di quelle spaziali, sebbene i ceppi siano meno visibili». E se lo spirito dell’uomo si configura in relazione a ciò che produce e agli strumenti di cui si serve, è facile intuire la portata di quella che è un’estensione dell’orologio meccanico capace di irretire il mondo diffondendo le sue leggi e i suoi effetti.
Heidegger stesso dedicò la sua opera maggiore (Sein und Zeit) all’interpretazione del tempo come possibile apertura al senso dell’essere. E nella sua riflessione il tempo non è un semplice fenomeno misurabile secondo una successione di istanti identici, bensì è «il tempo dell’agire» (Martin, Heidegger, Il concetto di tempo, Adelphi 2017). Heidegger, come Jünger, palesa il carattere essenzialmente etico del tempo, mostra come l’esistenza umana sia un perdurare, e come questo diviene un come esistere, come vivere: «il tempo è il “come”».
L’uomo che usa la meridiana è diverso dall’uomo che usa la clessidra, che a sua volta è diverso dall’uomo dell’orologio meccanico: hanno bisogni, prospettive, volontà, paure, valori e questioni differenti. Se nel tempo ciclico l’importante è l’Arché, il ritorno delle stagioni e il pensiero verso gli antenati, nella concezione del tempo lineare, progressiva e finalistica ciò che conta è la meta. «Il tempo ciclico e il tempo progressivo sollecitano due stati d’animo fondamentali dell’uomo, il ricordo e la speranza. Sono i due edificatori della sua dimora. In loro si incontrano padre e figlio, spirito conservatore e spirito riformatore.» (Ernst Jünger, Il libro dell’orologio a polvere)
L’abolizione dell’ora legale può essere indice di un ritorno alla concezione ciclica del tempo, o alla consapevolezza di appartenere a un ordine che eccede il nostro controllo. Ma anche in tal caso sarebbe solo l’inizio a una nuova temporalità; come per l’invenzione dell’orologio al quarzo e dell’orologio atomico, è ancora presto per coglierne la portata, tuttavia possiamo affermare che «i nuovi orologi non sono semplicemente nuovi misuratori del tempo, sono altresì materializzazione di una nuova coscienza del tempo, di una nuova volontà temporale, che si dà una sua strumentazione.» (Ernst Jünger, Al muro del tempo, Adelphi 2000)
Oggi è la temporalità del lavoro a dominare i nostri ritmi. Jünger parla di un tempo morto nel quale la vita umana tende a diventare meccanica, automatizzata, e le fonti primigenie del senso tendono a disseccarsi avendo perso contatto con quelle sfere che si sottraggono ai ritmi seriali dell’orologio meccanico. Ma il punto non è estraniarsi dal mondo, è invece quello di insediarsi nel proprio tempo nel tentativo di cogliere un equilibrio tra moto e quiete. In quelle sfere l’uomo ritrova non solo la sua intelligenza, ma altresì il suo sentimento di vita. Il gioco, gli affetti, l’arte, la riflessione, la contemplazione, la preghiera, queste dimensioni hanno una temporalità e una qualità del tempo altre, e se non cadono in quella struttura meccanica – snaturandosi e trasformandosi in lavoro – rientrano nel tempo propriamente umano, quello dell’otium, quello delle occupazioni più elevate.