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Washington – Non brilla più l’ormai ex stella della destra Usa, Sarah Palin, la "pitbull col rossetto" che fece la storia nel 2008 diventando la prima candidata repubblicana a vice presidente nel ticket (perdente) con il senatore John McCain. L’ex governatrice dell’Alaska sognava il ritorno sul palcoscenico politico dopo oltre 10 anni con la benedizione di Donald Trump, di cui è considerata una progenitrice.
Invece è scivolata sui ghiacci di casa, perdendo la ‘special election’ suppletiva per l’unico seggio del suo Stato alla Camera Usa, vacante per qualche mese dopo la scomparsa del repubblicano Don Young, il deputato più longevo del suo partito (49 anni alla Camera). A batterla è stata Mary Peltola, che a sua volta fa la storia diventando la prima donna, la prima nativa (è una eschimese Yup’ik) e il primo esponente democratico in quasi mezzo secolo ad occupare questo scranno in uno Stato che ha sempre votato repubblicano in tutte le elezioni presidenziali sin dai tempi di Lyndon Johnson.
La vittoria (51,5% a 48,5%), arrivata nel giorno del suo 49esimo compleanno, è stata resa possibile anche dal nuovo sistema di voto a scelta multipla: gli elettori esprimono le loro prime tre preferenze, ma se nessuno ottiene il 50% passano i due candidati con più voti e le seconde scelte di chi ha votato per il perdente vengono redistribuite tra chi resta.
L’eliminato, Nick Begich, era anche lui un repubblicano e questo aveva fatto ipotizzare che la 58enne Palin potesse incassare gran parte dei suoi voti. Invece metà ha preferito Peltola, una dem moderata che ha fatto campagna sul diritto di aborto e sulla pesca (settore chiave in Alaska), ricevendo le congratulazioni di Joe Biden e della speaker della Camera Nancy Pelosi. Palin si è vista voltare le spalle dai repubblicani moderati e dagli indipendenti. Potrà tentare di rifarsi a Midterm, quando i tre candidati si sfideranno nuovamente per un mandato - stavolta biennale - nello stesso seggio.
Ma la sua sconfitta sembra l‘ennesima prova delle difficoltà dei repubblicani e del buon momento per i democratici, che in un sondaggio del Wall Street Journal sorpassano per la prima volta il Grand Old Party nelle intenzioni di voto a novembre: 47% a 44%. Un recupero legato all’accresciuto sostegno tra indipendenti (38% contro 35%), donne e giovani. E alla mobilitazione sull’aborto e sui diritti, dopo che la corte suprema ha cancellato la storica sentenza ’Roe v. Wade’.
La debacle della Palin è un brutto colpo anche per Trump, che l’aveva sostenuta. E per il partito, sempre più timoroso che alcuni candidati estremisti appoggiati dal tycoon in Stati in bilico facciano sfumare la riconquista del Senato. Ma non è l’unica cattiva notizia per l’ex presidente, costretto a firmare un accordo con la commissione vigilanza della Camera per consegnare i suoi documenti finanziari, comprese le dichiarazioni fiscali. E sempre più incalzato dall’inchiesta dell’Fbi sui documenti classificati sequestrati nella sua residenza di Mar-a-Lago, dove la sua richiesta di nominare un ‘arbitro’ per esaminare le carte si è trasformata per ora in un boomerang, consentendo agli inquirenti di rivelare foto e ipotesi d’accusa pesanti. Come l’ostruzione alla giustizia.