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Nasceva il 25 gennaio del 1939 Giorgio Gaber fra i più importanti cantautori italiani e lucido osservatore delle "miserie" dell'uomo.
Nasceva 80 anni fa a Milano Giorgio Gaber, uno dei più importanti cantautori italiani, scomparso nel capodanno del 2003. Cantautore, regista ed attore teatrale Gaber è stata una delle figure più influenti della musica e dello spettacolo italiano.
Nato da una famiglia della piccola borghesia il suo amore per la musica arriva con la chitarra, che aveva imparato a suonare ispirandosi ai jazzisti statunitensi che amava. Come strumentista partecipa a una tournée di Adriano Celentano, assieme a due altri futuri ”pilastri” della musica d’autore italiana quali Luigi Tenco e Enzo Jannacci.
L’approccio con il canto arriva nel 1958 con la casa discografica Ricordi, con cui incide il suo primo disco da solista. L’anno successivo forma un duo con Enzo Jannacci, “I due Corsari”, ma il successo di pubblico arriva l’anno seguente, in cui Gaber incide una delle sue canzoni più celebri di quel periodo: "La ballata del Cerutti". Negli anni 60’ partecipa varie volte al Festival di Sanremo, ma inizia anche a ricercare un percorso artistico differente. Alla fine di quel decennio la svolta: ”Andavo alla televisione, cantavo una canzone, facevo un bell'inchino. Poi mi guardavo e mi facevo schifo”.
Nel 1970 debutta con lo spettacolo “Il signor G”, a cui seguiranno “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”. Brani quali “Lo shampoo” e “La libertà” risalgono a quel periodo. “Fino al 1976 ho trovato molti stimoli, poi il resto mi è sembrato una ripetizione”, raccontò lo stesso Gaber. “C'è stata, nell'ultimo scorcio del decennio, un'involuzione di tutte le idee che lo avevano caratterizzato sin dalla fine dei Sessanta, da Marcuse alla Scuola di Francoforte in avanti, fino ai movimenti più appariscenti e più violenti, e forse di più grande risonanza”. Non a caso il 1980 è l’anno dell’apocalittica invettiva “Io se fossi Dio” con cui Gaber si scaglia contro l’ipocrisia e le bassezze del mondo politico e non solo. Negli anni ’90 propone lo spettacolo antologico “Il Teatro Canzone”, in cui riprende i vent’anni passati nei teatri. Unico inedito il monologo “Qualcuno era comunista”, in cui riflette amaramente (ma anche ironicamente) sulle speranze e le illusioni degli anni dei decenni precedenti: “No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci si sente in due: da una parte l'uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.