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Con un articolo apparso sul numero 3 del mese di marzo 1948 della Rivista degli scambi italo-svizzeri, Giovanni Iviglia, segretario generale e direttore dello stesso mensile della CCIS, lanciava una campagna contro la falsificazione degli strumenti musicali italiani antichi, con particolare riguardo al settore della liuteria. Iniziava allora la cosiddetta guerra dei violini.
Una battaglia di Giovanni Iviglia
Partendo dal presupposto che gli stessi antiquari, che mettevano all’asta strumenti certificati come fabbricati da Antonio Stradivari (Cremona, 1644-1737) o da altri liutai italiani d’epoca, si lamentavano spesso, in privato, delle contraffazioni che inflazionavano il mercato, Iviglia lanciò la sua sfida per smascherare tutto quel commercio. Per le sue doti di intenditore e di valente liutologo, Iviglia sarebbe stato nominato presidente della Giuria delle celebrazioni stradivariane di Cremona 1949.
Per condurre la sua battaglia moralizzatrice e per denunciare quindi tutti gli abusi, che venivano a sua conoscenza, egli creò una Commissione per la liuteria in seno alla stessa Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. La sede della CCIS divenne allora il ponte di comando di questa «crociata personale» del suo segretario generale, che, con lettere, opuscoli, conferenze e incontri a tutti i livelli, promosse un dibattito internazionale sulla spinosa questione.
Antonio Stradivari era stato apprendista dell’illustre liutaio Nicola Amati (Cremona 1596-1684), e dal 1680 aveva aperto la propria bottega in Piazza San Domenico, dove, con l’aiuto dei figli Francesco e Omobono, costruì la maggior parte dei suoi strumenti, modificando i modelli originali del suo maestro, apportando miglioramenti alla curvatura della cassa armonica e uniformando lo spessore e l’inclinazione del legno e, soprattutto, intensificando il colore della vernice. Dalla bottega di Stradivari, oltre ai liuti, uscirono anche arpe, viole, violoncelli, in tutto un migliaio di strumenti.
Accanto ai falsi Stradivari e ai falsi Guarneri, altro grande liutaio suo concittadino e quasi coetaneo (Giuseppe Guarneri detto del Gesù, Cremona 1698-1744), nella prima metà del XX secolo, sul mercato internazionale erano venduti falsi «Amati», «Pressenda», «Rocca», «Scarampella», «Pollastri», «Fagnola», ecc. Tanto per fare un esempio del valore di questi strumenti basti ricordare che, oggi, un violino Stradivari in ottime condizioni di conservazione si aggira dai tre ai cinque milioni di euro. Nel 2011, il violino Stradivari Lady Blunt, del 1721, è stato venduto all’asta per quasi 10 milioni di sterline. A New York, nel 2014, una viola Stradivari del 1719 è stata messa in vendita da Sotheby’s, partendo da una base d’asta di 32 milioni di Euro, è stata poi aggiudicata per 45 milioni di dollari.
Quella di Iviglia fu una lotta senza quartiere, al limite della testardaggine, che si protrasse per oltre un decennio. Egli ci spiega le cause del contendere in un Riassunto in quattro lingue (italiano, tedesco, francese e inglese), in appendice al suo volumetto Scaccomatto alla crisi, lettera aperta ai liutai-antiquari, Zurigo 1956, dal quale citiamo a piene mani. Rifacendosi alle pubblicazioni degli stessi liutai-antiquari, che da più di un cinquantennio avevano denunciato la contraffazione della liuteria classica italiana, Iviglia rimproverava loro di non aver mai fatto niente di serio per combatterla, anzi li accusava di essersi opposti a che altri la combattessero. Egli cercava di provare, documenti alla mano, che persino liutai contemporanei che denunciavano «platonicamente» che i loro strumenti sarebbero stati venduti con falsa etichetta, non facevano tuttavia niente per impedire simili imbrogli. In Svizzera era stato scoperto un falso Augusto Pollastri (1877-1927) e le autorità chiamate a condannare il falsificatore gli avevano addirittura restituito «il timbro a fuoco che confessatamente era servito a contraffarlo!».
Le menzogne certificate
Ancora peggio «la Corte di appello di Zurigo» aveva «inoltre sentenziato che, data la notorietà del fenomeno, una falsa etichetta in un violino» era «una semplice “menzogna scritta”», dando così, come sostiene Iviglia «al commercio liutistico un colpo mortale, facendolo scendere al livello di “un traffico di menzogne!”». Di fronte a sentenze di questo genere, Iviglia partiva, lancia in resta, deciso ad affrontare con energica risolutezza il problema e a fare smettere per sempre quel commercio di falsi, accusando gli stessi falsari e i tenutari di aste di reciproca copertura e di chiara complicità in quei misfatti. Egli svelò addirittura che, nel 1949, a Cremona non poté essere organizzata la prevista mostra di violini antichi, «perché i più autorevoli liutai-antiquari pretesero di essere chiamati loro soli a giudicare l’autenticità» degli strumenti. E «simili mene — sosteneva Iviglia — favoriscono gli scandali, tanto è vero che nel 1937 [duecentesimo anniversario della morte di Stradivari] vennero presentati a Cremona ben 2000 strumenti con etichetta classica italiana di cui solo una quarantina risultarono autentici».
E a falsità si aggiungeva falsità. Racconta ancora Iviglia che, in quel torno di tempo, lo storico cremonese Renzo Bacchetta era venuto in possesso di una lettera inviata da un antiquario di New York a un antiquario italiano, dalla quale risultava che quattro periti giudiziari statunitensi avevano dichiarato autenticissimi uno Stradivari e un Giuseppe Guarneri falsi, danneggiati in seguito a incidente ferroviario, per costringere così una società d’assicurazione americana a pagare migliaia di dollari di indennizzo! Questa rivelazione provava, per Iviglia, che intercorrevano «legami sotterranei» tra alcuni sedicenti «esperti di liuteria dei diversi Paesi e come qualcuno di essi» non avesse scrupoli nemmeno «nell’esercitare la funzione di perito giudiziario». L’azione dei liutai-antiquari interessati allo smercio di falsi si era spinta fino a contrastare «persino gli accertamenti storici cremonesi» al fine di determinare la «bocciatura della data del 1644 per la nascita di Stradivari», a favore di quella del 1649, come da loro sostenuto in mala fede. La loro protervia si era spinta a tal punto da fare incidere «allo stesso Comune di Cremona» la falsa «data 1649» sul monumento dedicato all’illustre liutaio, al posto di quella reale del 1644. E tutto questo al solo scopo di potere meglio manipolare «le attribuzioni stradivariane risalenti al tempo in cui Stradivari era allievo di Nicola Amati e, secondo le severe regole corporative di allora, non poteva apporre le sue etichette agli strumenti rifiniti dal suo maestro».
In occasione dei festeggiamenti del trecentesimo della nascita di Stradivari, che per falsificazione della data si tennero, dunque, nel 1949, organizzati dalla sua città natale, Giovanni Iviglia, chiamato, come detto, a presiedere le giurie riunite delle Celebrazioni stradivariane, onde stroncare il vergognoso commercio dei falsi, propose ed ottenne dal Comune di Cremona la fondazione di un Registro del violino. Tale richiesta fece scoppiare la dura reazione dei «magnati internazionali della liuteria antiquaria», mandando a monte la progettata Mostra dei violini antichi, che avrebbe dovuto coronare le Celebrazioni stradivariane, come d’altronde era avvenuto nel 1937 nel bicentenario della morte del grande maestro. Allora, però, la Mostra era stata affidata a una giuria in cui predominavano i mercanti internazionali di liuteria antiquaria, che avevano trovato modo di allestirla su base di inviti ad personam, mentre adesso si rifiutarono categoricamente di collaborare con estranei, che erano appunto il nostro Iviglia, liutologo di fama, Gioacchino Pasqualini e Enrico Fronticelli, rispettivamente presidente e vice presidente dell’ANLAI (Associazione nazionale liuteria artistica italiana), Renzo Bacchetta, insegnante di storia della liuteria a Cremona e tanti altri esperti del ramo.
La sconfitta dei falsari
La qualifica di estranei, assegnata a tanti esperti diede fuoco alla miccia che avrebbe fatto scoppiare lo scandalo a livello internazionale. Quel fuoco, che covava sotto la cenere, divampò, infatti, dando origine a un vulcano che con la sua lava infuocata avrebbe travolto non pochi falsari. Fra i tanti esperti, soltanto Iviglia era in grado, per la sua posizione di segretario generale di una delle più potenti Camere di commercio italiane all’estero, di portare avanti quella guerra. E lui non si tirò indietro. Per sua iniziativa, nel novembre 1951, la CCIS istituì, infatti, un Servizio di consulenza per proprietari di strumenti ad arco di origine italiana, formando una speciale Commissione tecnica, composta da persone competenti e neutrali, cioè non interessate al commercio della liuteria antiquaria. «Delle prime perizie negative stilate da tale consesso — come riporta la «Rivista» — parecchie riguardavano le vendite di un noto liutaio antiquario svizzero, che venne arrestato, poi rimesso a piede libero, e contro il quale le autorità penali elvetiche, anche in seguito a denunce presentate dai danneggiati, aprirono una vasta inchiesta penale». Di fronte all’accanimento di Iviglia, i falsari cercarono di reagire con tutti i mezzi, soprattutto, dati i personaggi, con quelli illeciti. Una «nota casa londinese», la celebre Hill House, si spinse addirittura a intervenire presso le autorità diplomatiche italiane in Gran Bretagna «per cercare di far cessare l’attività peritale della Camera di commercio italiana di Zurigo», minacciando in caso contrario dannose ripercussioni sugli stessi scambi commerciali tra Italia e Regno Unito.
Mentre la giustizia faceva il suo corso, avviando le prime istruttorie contro i liutai-antiquari elvetici e affidando le perizie giudiziarie alla Polizia scientifica di Zurigo, gli imputati e i loro colleghi rifiutavano di «accettare una discussione a fondo sul problema dell’autenticità degli strumenti antichi italiani, dimostrandosi così adoratori di una loro “scienza occulta”, basata unicamente su “divinazioni intuitive”, ovverosia su di un “fluido” per nulla probante». Per Iviglia il commercio liutistico internazionale era doppiamente colpevole e in mala fede perché, nello stesso tempo in cui ammetteva di non essere in grado di provare l’autenticità degli strumenti, vendeva «a tutto spiano strumenti “garantiti autentici”». Ogni sua denuncia veniva corredata da prove e da fatti incontestabili. Iviglia voleva che anche gli strumenti veramente autentici fossero deprezzati sul mercato in caso di difetti o riparazioni subite, perché la «correttezza commerciale» vuole che nulla sia celato ai compratori. Egli tentò anche di stilare un listino di deprezzamento per strumenti riverniciati o in qualche modo riparati e, quindi, non più del tutto originali, cioè con «contraffazioni patenti».
In seguito alla sua campagna moralizzatrice, il mercato aveva intanto ben reagito e Iviglia poteva con orgoglio citare «una lunga serie di strumenti sedicentemente classici italiani», che diversi liutai-antiquari erano stati costretti a riprendere indietro «dai loro clienti di Basilea, Berna, Göteberg, Zurigo, San Gallo, Bienne, Kreuzlingen, rimborsando loro una cifra totale di circa mezzo milione di franchi svizzeri». Sappiamo così che il famoso Stradivari detto Greffulhe (non Greffuhle), dal nome di un visconte francese suo proprietario, sequestrato in Svizzera, nei primi anni Cinquanta, era stato restituito dalla polizia alla «casa legittima proprietaria con la “raccomandazione” di non offrirlo più come autentico». Questa notizia sensazionale, nel bel mezzo della battaglia, gettava una luce speciale sul commercio liutistico e sulle manovre che, «da parte dei più noti liutai-antiquari, nell’anno 1954 erano state inscenate a Stoccarda allo scopo di tentare il salvataggio di tale strumento, destinato a diventare anche più celebre di quanto non fosse prima».
La spirale delle mistificazioni
E intanto si allungava la lista degli interessati che si rivolgevano alla CCIS per ottenere il certificato di autenticità dei loro strumenti e il controllo dello stato di conservazione e per chiedere l’eventuale rimborso del prezzo esborsato per la compera. Con la sua azione, Iviglia voleva «spezzare la spirale delle mistificazioni». E, per la posizione che occupava, poteva fare la voce grossa e far valere le sue ragioni, che poi coincidevano con gli interessi di difesa dell’autenticità dei prodotti italiani propri della CCIS. Egli lo poteva fare anche perché si trovava in un Paese ricco e neutrale, la Svizzera, dove, nel corso dei decenni, erano «affluiti innumerevoli “giamboni”, venduti a prezzi di “capolavori”». Egli era insomma l’uomo giusto al posto giusto, nel momento giusto, per adoperare un rigoroso setaccio per separare il grano dal loglio o zizzania, per distinguere cioè gli strumenti autentici da quelli falsi.
Nella Confederazione viveva uno dei più fieri e diligenti avversari di Iviglia, il liutaio-antiquario Henry Werro, il cosiddetto «vescovo svizzero», il quale, sentendosi minacciato nei suoi interessi, aveva promosso, a sua estrema difesa, la fondazione di una fantomatica Entente Internationale des Maitres Luthiers et Archetti d’Art, una specie di confraternita dei più noti commercianti di liuteria antiquaria. Nel corso di oltre una decina di cause giudiziarie, nel 1954, Iviglia costrinse Fridolin Hamma, il «vescovo germanico» e grande amico di Werro, a ritrattare tutta una serie di affermazioni diffamatorie nei suoi confronti. Si giunse così a quella che, sulla Rivista degli scambi italo-svizzeri, lo stesso Iviglia chiamò Pax romana. Hamma, sentendosi minacciato nei suoi interessi di liutaio-antiquario, anche a nome dell’Associazione dei liutai germanici, facendo leva sul fatto di essere già noto quale autore di diverse opere sulla storia dei violini, era intervenuto su diversi giornali, tra i quali anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Instrumentebau Zetischrift di Costanza, il St. Galler Tagblatt, per sostenere che i violini sequestrati dall’Autorità inquirente elvetica fossero autentici e non falsi. In pratica, egli accusava il Servizio di consulenza liutistica della CCIS «di aver di proposito periziato come falsi degli strumenti autentici e preziosi, nel tentativo di distruggere valori reali!». Alla fine, come detto, l’Hamma fu costretto a ritrattare tutto e a riconoscere davanti al Tribunale distrettuale di Zurigo la competenza e l’integrità dei periti della CCIS. Nel «compromesso» firmato da Iviglia e da Hamma, il 14 ottobre 1954, davanti al cancelliere Nehrwein del Tribunale di Zurigo, i due riconobbero la reciproca competenza in campo liutistico, impegnandosi a combattere con ogni mezzo «il commercio truffaldino (betrügerische, nel testo tedesco)». Iviglia ritirava allora i due procedimenti intentati contro Hamma, il quale si addossava tutte le spese processuali e risarciva la controparte con un’indennità complessiva di 700 franchi svizzeri. Ritornato in Germania, Hamma riprese la sua attività di liutaio-antiquario in collaborazione con il suo amico svizzero Werro, che nel 1957 sarebbe stato condannato dalla Corte di appello di Zurigo per diffamazione e ingiuria contro Iviglia.
Le perizie disinteressate, stilate dagli esperti nominati dalla CCIS, avevano, intanto, fatto registrare, tra quelli esaminati, «un buon 95% di strumenti che non corrispondevano affatto alle garanzie di vendita ed il principale venditore di strumenti era risultato essere proprio il Werro: contro il quale la giustizia di Berna aveva aperto una mastodontica inchiesta penale verso la Pasqua del 1952». Il processo penale contro Werro ebbe inizio davanti alla Corte di assise di Berna il 24 febbraio 1958, a sei anni di distanza dalla prima inchiesta.
La sconfitta dei tre Signori H
I difensori dell’imputato fecero di tutto per delegittimare l’accusa, ma i guai peggiori per l’accusato dovevano venire dai testi da lui fatti convocare a suo discarico: l’inglese Albert Philips Hill (titolare della Hill House), il tedesco Fridolin Hamma e l’americano Emil Hermann, che la stampa svizzera battezzò prontamente come «i tre signori “H”». Hill si contraddisse più volte nel corso dell’interrogatorio e, messo a confronto con i periti giudiziari, non seppe dare spiegazioni sulle prove di autenticità sulle quali si basavano le certificazioni della sua celebre casa; il tedesco Hamma aveva preferito disertare il processo e abbandonare l’amico al suo destino, anche perché temeva di restare anch’egli invischiato nelle reti della giustizia elvetica; l’americano Hermann, trovatosi «per caso» in Svizzera, si recò a testimoniare, vantandosi di poter spezzare una lancia in favore dell’amico Werro e di poter imprimere «una svolta» al processo. Egli raccontò alla Corte di aver venduto, nel corso della sua vita, 100 Stradivari e 50 Guarneri del Gesù e che quindi di violini antichi se ne intendeva. Poi si lamentò di aver avuto, alcuni anni prima, delle difficoltà in Svizzera, a proposito di un Guarneri del Gesù riprodotto come tale su un libretto dello Hamma, ma che lui, molto più modestamente, intendeva vendere, al prezzo ribassato di circa 4 milioni di lire. Richiesto su dove si trovasse tale violino rispose sicurissimo che era negli Stati Uniti. La Corte usò allora lo stratagemma di nominarlo, seduta stante, perito in quello stesso processo, non senza naturalmente fargli firmare, prima di una pausa, il verbale della sua deposizione. Dopo solo un quarto d’ora dalla ripresa dell’udienza, alla domanda della Corte sull’ubicazione di quello stesso violino, egli ammise che poteva trovarsi in Svizzera. Alla contestazione di aver poco prima dichiarato che esso si trovava negli Stati Uniti, Hermann insinuò che l’errore era stato del cancelliere che si era sbagliato a trascrivere il testo della sua risposta. La Corte revocò allora, con effetto immediato, la sua nomina a perito e aprì un’inchiesta penale contro di lui accusandolo di falsa testimonianza. Alla fine la Corte di assise di Berna emise una «sentenza educativa», riconoscendo l’imputato Henry Werro colpevole di 2 casi di truffa e di 12 casi di falsificazione di documenti per uso di false etichette, condannandolo ad 1 anno di carcere con la condizionale, nonché al pagamento di multe, rimborsi, e spese processuali per circa 60 milioni di lire di allora.
La Corte di Berna, condannando l’uso di etichette falsificate, aveva colpito alla radice le frodi liutistiche, che erano giunte a tanta floridezza grazie al fatto che gli antiquari che vendevano gli strumenti erano gli stessi che ne certificavano l’autenticità. La vittoria principale per Iviglia stava in quella parte dell’arringa del Pubblico ministero della Corte di Berna che riconosceva a ogni Paese il diritto di salvaguardare l’integrità del suo patrimonio artistico e artigianale, dichiarando legittima l’azione di chiarificazione iniziata dalla CCIS contro le frodi riscontrate ai danni della liuteria classica italiana.
Del processo di Berna esiste anche un resoconto in lingua tedesca, a cura della stessa Camera di commercio italiana per la Svizzera. Lo scandalo della «guerra dei violini» aveva fatto scalpore e coinvolto a tal punto anche l’opinione pubblica svizzera, che molti giornali se ne occuparono diffusamente. Tra i tanti ricordiamo l’articolo del Blick, quotidiano a larga diffusione di Zurigo, che, il 16 dicembre 1959, pubblicò un sensazionale servizio in seconda pagina con il seguente richiamo del titolo in prima a cinque colonne: «Geigen-Krieg lebt wieder auf». Il messaggio finale fu che d’allora in poi le Camere di Commercio Italiane nel Mondo potevano farsi difensori a presidio della qualità e autenticità dei prodotti della madrepatria.