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La sera del 16 novembre, il Palazzo federale era ornato con i tricolori della bandiera francese. Un importante segno di solidarietà rivolto alle vittime degli attentati terroristici di Parigi. E’ però anche un richiamo del suo approccio selettivo. Cosa farebbero il Consiglio federale e il Parlamento per esprimere la loro solidarietà con le vittime di paesi che non sono nostri vicini europei? Il Palazzo federale con i colori della bandiera del Mali o del Libano? O anche di Tuvalu, dove il cambiamento climatico ha già delle conseguenze devastanti? La conferenza di Parigi sul clima è una prova per verificare il grado di solidarietà della Svizzera con il mondo.
Un altro buon indicatore per misurare l’atteggiamento della Svizzera verso le popolazioni sfavorite del pianeta è l’ammontare dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Da qualche settimana si può leggere sul sito del Dipartimento degli Affari esteri (DFAE) che l’aiuto ha raggiunto l’obiettivo dello 0.5% del reddito nazionale lordo (RNL), fissato dal Parlamento - nel 2014 era perfino lo 0.51%. Tuttavia, non è il caso di vantarsi. Anche il DFAE ha preferito tenere per sé questo risultato di per sé soddisfacente e ha rinunciato elegantemente a un comunicato stampa.
Il fatto è che una parte considerevole delle spese svizzere di cooperazione è un aiuto fantasma. Nel 2014, le spese interne per i richiedenti d’asilo rappresentavano circa il 17% del budget dell’aiuto bilaterale. In altri paesi, queste spese non superano in media il 4 – 5%. Se queste spese, dalle quali i paesi in sviluppo non traggono alcun beneficio, non fossero contabilizzate, l’aiuto pubblico svizzero allo sviluppo avrebbe raggiunto, nel 2014, lo 0.44% del RNL.
Il silenzio del DFAE ha anche un’altra ragione. L’aiuto allo sviluppo è già sotto pressione e subirà una massiccia riduzione nel budget 2016, come pure nel programma di stabilizzazione 2017-2019. Dovrebbe raggiungere solo lo 0.47% del RNL nei prossimi anni, costi per i richiedenti d’asilo inclusi. Questo contraddice non solo la decisione del Parlamento del 2008 di aumentare l’aiuto allo 0.5%, ma anche l’interesse a lungo termine della Svizzera a promuovere un ordine mondiale stabile e pacifico. Resta una piccola speranza che il nuovo Parlamento si attenga allo 0.5% e corregga l’incoerenza del Consiglio federale.
La volontà della Norvegia, della Svezia e della Finlandia di utilizzare in futuro una parte crescente del loro aiuto allo sviluppo all’aiuto interno per i richiedenti d’asilo, non faciliterà le cose. In Norvegia, questo potrebbe addirittura raggiungere il 21%. La differenza rispetto alla Svizzera è che l’aiuto pubblico norvegese allo sviluppo supera l’1% del Reddito Nazionale Lordo (RNL). Anche se questi paesi nordici destinassero fino a metà del loro aiuto alle spese per l’asilo, la loro cooperazione allo sviluppo – in proporzione al RNL – rimarrebbe sempre più elevata rispetto a quella della Svizzera dei tempi migliori.
pubblicato sul Corriere del Ticino, 03.12.2015