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Con riferimento all’obbligo di ripresa o estensione dell’attività lucrativa finora, per lo meno fino alla entrata in vigore del nuovo diritto di mantenimento dei figli lo scorso 1° gennaio 2017, secondo la costante giurisprudenza del Tribunale federale valeva il principio secondo cui il coniuge con figli può essere tenuto – di regola – a cominciare o a ricuperare un’attività lucrativa a tempo parziale solo al momento in cui il figlio minore a lui affidato aveva raggiunto 10 anni di età, mentre un’attività a tempo pieno poteva essergli imposta dal momento in cui quel figlio aveva compiuto i 16 anni (principio richiamato ancora nella sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).
Questa regola contempla nondimeno due eccezioni.
La prima eccezione riguarda il caso in cui, già prima della separazione, entrambi i genitori esercitassero un’attività lucrativa. In questo caso, il genitore che si occupava prevalentemente della cura dei figli durante la comunione domestica deve continuare a rispettare – nel segno della continuità – gli accordi intercorsi (e non può quindi smettere di lavorare).
La seconda eccezione concerne la nascita di un figlio non comune dopo la separazione (figlio di un nuovo compagno/a). In questa evenienza si ritiene che manca un accordo sulla ripartizione dei ruoli su cui fare affidamento e quindi che la regola dei 10 e 16 anni non si applica. Pertanto, il fatto che durante la convivenza la madre avesse accudito personalmente i figli comuni è senza rilievo per la cura del nuovo figlio (sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).
Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale i figli hanno diritto – di norma – alla parità di trattamento non solo nella commisurazione del contributo alimentare, ma anche nella definizione del rapporto tra prestazioni in natura e prestazioni pecuniarie. Comunque, in situazioni particolari come quelle evocate in precedenza (ovvero la nascita di un nuovo figlio da un nuovo compagno) si giustifica un riparto diverso. E siccome in situazioni del genere il mantenimento da parte del genitore non affidatario avviene in denaro, l’esigibilità di una ripresa o di un’estensione dell’attività lucrativa si riconduce alla questione di sapere se – e in che misura – la cura e l’educazione del nuovo figlio vi ostino.
Secondo gli studi scientifici, nei primi tempi l’accudimento personale del figlio da parte della persona di riferimento è importante, di modo che non si può pretendere da quel genitore l’esercizio di un’attività lucrativa a tempo pieno, anche se ciò comporta che questo genitore non sia più in grado di assolvere temporaneamente gli obblighi alimentari preesistenti (sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.4 e 3.5).
Secondo la più recente giurisprudenza del Tribunale federale, se nel primo anno di vita l’accudimento personale è indicato e al genitore che se ne prende cura non si può imporre un’attività lucrativa, ciò non vale più in seguito, a meno che il figlio richieda un’assistenza straordinaria.
Di conseguenza, dopo il primo anno di vita non sussiste più un diritto assoluto all’accudimento personale, per lo meno nel caso di famiglie ricomposte con figli nati da più relazioni e in precarie situazioni finanziarie.
Per consentire l’adempimento degli obblighi di mantenimento nei confronti di tutti i figli in condizioni del genere occorre vagliare dunque la possibilità o l’estensione di un accudimento extrafamiliare per il figlio affidato alla propria custodia, se non altro nel caso in cui l’obbligo di mantenimento verso gli altri figli su cui non è esercitata la custodia parentale consista in una prestazione in denaro (sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).