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ZURIGO - Cinque anni fa, il 15 gennaio 2015 poco prima delle 10.30, la Banca nazionale svizzera (BNS) ha abbandonato la soglia minima di cambio di un euro per 1.20 franchi, in vigore dal 6 settembre 2011. Vero colpo di scena, la decisione ha seminato scompiglio sui mercati e non solo.
La decisione è stata una vera e propria sorpresa, anche perché solo dieci giorni prima il presidente della BNS Thomas Jordan aveva detto in un'intervista televisiva che la soglia minima era «assolutamente centrale» e irrinunciabile.
Dopo la decisione, durante una conferenza stampa convocata alla sede di Zurigo, Jordan ha spiegato che l'euro si era nettamente deprezzato rispetto al dollaro, portando a una perdita di valore del franco: «In questo contesto, la Banca nazionale è arrivata alla conclusione che non è più giustificabile mantenere la soglia di cambio».
Secondo Jordan, la decisione era inevitabile, ancora più perché la soglia di cambio era fin da subito stata applicata quale misura eccezionale e temporanea per proteggere l'economia elvetica. Quest'ultima aveva in effetti così avuto il tempo di adattarsi alla situazione.
Le reazioni sui mercati erano state immediate: se all'annuncio della BNS l'euro valeva 1.20 franchi, era poi crollato la mattinata seguente toccando il minimo storico di 96.52 centesimi. Nel pomeriggio la valuta europea era poi risalita a 1.04 franchi. Attualmente l'euro è scambiato a 1.08 franchi, ma nel 2018 era tornato a superare 1.20 franchi.
Nelle ore seguenti all'annuncio gli ufficio di cambio erano stati presi d'assalto, sia da svizzeri che da frontalieri. Postfinance aveva temporaneamente sospeso il prelievo di euro, mentre il sistema informatico di UBS aveva praticamente raggiunto i suoi limiti.
Anche la Borsa svizzera aveva subito un forte contraccolpo, con una perdita dell'8.67% in solo giorno. Ambiti economici avevano attaccato duramente la decisione della BNS. Nick Hayek, CEO di Swatch Group, aveva ad esempio parlato di "tsunami per l'economia svizzera". Anche i sindacati si erano fatti sentire, intimoriti da una possibile perdita di posti di lavoro.
Cinque anni dopo, il commercio al dettaglio non si è ancora ripreso del tutto. Dal 2015, il giro d'affari stagna e per certe categorie di merce, come abbigliamento e calzature, netti cali si sono registrati ogni anno. Il settore, confrontato anche al turismo degli acquisti e a cambi strutturali, ha perso migliaia di impieghi.