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ROMA - «Nei settanta anni della mia vita, non ho mai avuto rapporti sessuali con alcuna persona, maschio o femmina, giovane o vecchio, chierico o laico, né ho mai abusato di un'altra persona o l'ho trattata con mancanza di rispetto». È la lettera che il 6 agosto 2000 l'allora arcivescovo di Newark (USA) Theodore McCarrick scrisse al segretario particolare di Giovanni Paolo II, mons. Stanislao Dziwisz, per confutare le accuse (attività sessuali con un prete, missive anonime su pedofilia con suoi "nipoti", condivisione del letto con giovani adulti nelle residenze vescovili e con seminaristi nella casa al mare nel New Jersey) riassunte in precedenza contro di lui dal cardinale di New York John O'Connor.
E papa Wojtyla credette a quella falsa negazione, tanto da cambiare idea rispetto alla precedente scelta prudenziale di non spostarlo da Newark, e da nominarlo arcivescovo di Washington nel novembre di quell'anno, e tre mesi dopo cardinale.
È il momento cruciale che emerge dal "Rapporto sulla conoscenza istituzionale e il processo decisionale della Santa Sede riguardante l'ex cardinale Theodore Edgar McCarrick (dal 1930 al 2017)", redatto dalla Segreteria di Stato vaticana per volontà del Papa e pubblicato oggi dopo un lavoro di documentazione e indagine durato due anni.
La conclusione è che quando l'ex cardinale americano, oggi 90enne, accusato di aver compiuto a lungo abusi omosessuali sia su giovani seminaristi sia su minori - e per quest'ultimo delitto privato da papa Bergoglio della porpora nel luglio 2018 e ridotto allo stato laicale nel febbraio 2019 dopo il processo canonico - fu promosso da papa Paolo VI ausiliare di New York (1977), poi da Giovanni Paolo II vescovo di Metuchen (1981), arcivescovo di Newark (1986), quindi arcivescovo di Washington (2000) e cardinale (2001), la Santa Sede o non era al corrente dei suoi abusi oppure, in particolare alla nomina a Washington, ha agito sulla base di informazioni parziali e incomplete.
Il rapporto, quasi 450 pagine, oltre all'esame di una mole di documenti di Curia e in Nunziatura, si basa anche su 90 interviste testimoniali, «di durata variabile tra una e trenta ore». Non affronta comunque la questione della colpevolezza dell'ex cardinale in virtù del diritto canonico, poiché già definita dal processo della Congregazione per la Dottrina della fede, conclusosi con le dimissioni dallo stato clericale.
Sentite, però, «numerose persone che hanno avuto contatti fisici diretti con lui», nelle cui lunghe interviste, «speso emotive», si descrive «una gamma di comportamenti comprendenti abusi o aggressioni sessuali, attività sessuale non voluta, contatti fisici intimi e condivisioni dello stesso letto senza contatti fisici», oltre ad «abusi di autorità e di potere compiuti da McCarrick».
Esaminate anche le "attività internazionali" in 50 anni, i viaggi per enti benefici e per il Dipartimento di Stato americano, la "diplomazia soft" per conto della Santa Sede, l'«apprezzata abilità» nel fundraising, che però «non fu determinante nella presa delle decisioni più importanti che lo riguardavano, compresa la sua nomina a Washington nel 2000».
Inoltre, «l'indagine non ha provato che i doni e le donazioni fatti abitualmente da McCarrick abbiano mai influenzato le decisioni significative prese dalla Santa Sede a suo riguardo».
Nella disamina dell'iter decisionale - che non nasconde omissioni e sottovalutazioni, né le scelte poi rivelatesi sbagliate -, si pone alla base dell'inversione di rotta di papa Wojtyla a favore della nomina a Washington anche il fatto che quattro vescovi del New Jersey interpellati dal nunzio mons. Montalvo non confermarono con certezza «una qualche cattiva condotta sessuale» del presule (dando informazioni «non accurate e incomplete»); la mancanza di notizie dirette da parte di vittime, con buon gioco per i sostenitori di bollare le accuse come "voci" o "pettegolezzi"; l'ammissione come mera "imprudenza" di aver diviso il letto con seminaristi, escludendo atti sessuali; la passata esperienza di Wojtyla in Polonia su false accuse contro i vescovi per minare il ruolo della Chiesa.
Sulla scorta di nuovi dettagli accusatori, con Benedetto XVI a fine 2005 la Santa Sede reinverte la rotta chiedendo a McCarrick di dimettersi "spontaneamente". Le preoccupazioni espresse in Segreteria di Stato da mons. Viganò sono condivise dal card. Bertone e dal sostituto Sandri, senza però che Ratzinger scelga la via del processo canonico (non ci sono ancora accuse credibili di abusi sui minori) ma solo l'«indicazione» a McCarrick di «mantenere un basso profilo e ridurre al minimo i viaggi».
I dettami gli sono però trasmessi dal prefetto dei vescovi card. Re nel 2008 senza l'imprimatur del Papa, né includono un divieto di ministero pubblico. Tanto che l'interessato continua le sue attività negli Stati Uniti e all'estero.
Con papa Francesco, McCarrick è già pensionato e in età avanzata, e le precedenti "indicazioni" non vengono revocate né modificate. E su quanto affermato dall'ex nunzio mons. Viganò nella Testimonianza del 2018 - di aver toccato la questione McCarrick in incontri con Bergoglio del giugno e ottobre 2013 - «nessun documento supporta il racconto di Viganò, e le prove su ciò che ha detto sono oggetto di ampia disputa». In sostanza, «Francesco non vide la necessità di modificare la linea adottata negli anni precedenti».
Fino al giugno 2017, quando l'arcidiocesi di New York apprende la prima accusa di abuso sessuale su un minore, a inizio anni '70, che porta Francesco a imporre a McCarrick la rinuncia alla porpora e l'ex Sant'Uffizio a processarlo, riducendolo allo stato laicale.
«Sono pagine che ci spingono a una profonda riflessione e a chiederci che cosa possiamo fare di più in futuro - commenta il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin -, imparando dalle dolorose esperienze del passato».
Per il l'arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale americana, José Gomez, il rapporto «è un altro tragico capitolo della lunga battaglia della Chiesa per confrontare i crimini di abuso sessuale del clero».