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L'origine dei soldi: aneddoti, curiosità e fatti dal baratto alla carta di credito
Il 7 maggio 1850 il Parlamento prescrive per tutti i Cantoni l’adozione di unità di misura decimali e del franco quale valuta unitaria. Vengono così coniati i primi franchi in monete d’argento - da cinque, due, uno e mezzo franco - e di biglione, una lega di rame e argento - da venti, dieci e cinque centesimi - mentre sono di rame i pezzi da uno e due centesimi. Si trattò di una vera e propria rivoluzione. Fino a quel momento, infatti, erano 860 i tipi di monete in circolazione e nel guazzabuglio monetario questo diventava un ostacolo all’unità economia nazionale. Per arrivare al monopolio di emissione delle banconote da parte della Banca Nazionale Svizzera bisogna aspettare addirittura il 1905. Ma da dove ha origine l’uso dei soldi? Facciamo un tuffo nel passato.
Il Dizionario Storico della Svizzera riporta che «le monete furono per secoli il principale, se non l’unico, corrispettivo fisico del denaro. Comparse in Asia minore nel VI secolo a.C., vennero poi coniate nelle città greche e nelle loro colonie, in particolare a Marsiglia». La fortuna delle monete prosegue durante l’epoca romana e Zurigo ne beneficiò in larga misura. Nel II secolo d. C., infatti, la città sulla Limmat si trovava lungo la principale via commerciale tra il sud e il nord, quindi tra Roma e le province della Gallia. Ogni merce che veniva importata o esportata sottostava ad un dazio di circa 2,5% del suo valore. Ma poi, per dirla con le parole introduttive del curioso saggio «L’invenzione dei soldi» di Alessandro Marzo Magno: «Dopo la fine dell’Impero Romano la moneta va in soffitta. Nel Medioevo non ce n’è granché bisogno, manca uno stato che la promuova e per procurarsi beni basta il baratto. Il ricco medievale non è un signore con la saccoccia tintinnante, ma un proprietario terriero che conta su una schiera di contadini impegnati a lavorare per lui e che gli portano nel castello il grano per fare il pane e gli animali da ridurre in bistecche. Il ricco di allora possiede schiavi, servitori, armi di ferro buone per la guerra e trascorre il tempo trastullandosi in battute di caccia. Noi, ai nostri giorni, più che ricco lo definiremmo potente». Anche la prospera Zurigo torna quindi ad un’economia di scambio, ma la situazione cambia nel 1045 quando l’imperatore tedesco Heinrich III concede alla badessa del Fraumünsterabtei il diritto di battere moneta. Tale conquista non è puramente formale: emettere una propria valuta, infatti, significa sia avere un mezzo di pagamento adeguato, sia acquisire prestigio politico. «Battere moneta», espressione in uso tutt’oggi, deriva dalla descrizione dell’operazione originaria, quando cioè si batteva con un martello su di un punzone, sotto al quale era stato sistemato un dischetto d’oro, argento o di una qualche lega.
Il clero, però, non se la sarebbe passata troppo bene di lì a qualche secolo e, infatti, nel 1425 già in aria di riforma, gli zurighesi si appropriarono del diritto monetario fino ad allora riservato alla badessa e l’imperatore tedesco Sigismund confermò l’accaduto dando il suo benestare. Si trattava di un messaggio politico: mostrare la decadenza della Chiesa cattolica. Ma le monete coniate nel XV secolo a Zurigo non sono ancora d’oro. Questo non significa, però, che non ne circolino. I mercanti si scambiano denaro e i soldi viaggiano. Arrivano così i fiorini di Firenze e i genovini di Genova. Entrambe le monete pesano tre grammi e mezzo e hanno un titolo, ovvero la percentuale espressa in millesimi di metallo prezioso contenuto in ogni pezzo, di oltre 950. Ma il vero «pezzo da novanta» è il ducato di Venezia che conquista subito la fiducia dei commercianti e la mantiene intatta per secoli tanto che, a partire dal ‘400, nel linguaggio comune si utilizza la parola ducato per indicare, genericamente, le monete d’oro. La fama del ducato veneziano è viva, perlomeno a livello linguistico, ancora oggi. Nel 1544, infatti, tale soldo prende il nome di zecchino e la sua purezza aurea è pari a 997 millesimi. La verità diventa leggenda ed è sempre ancora attuale l’espressione «oro zecchino» per indicare l’oro puro.
E se pensassimo, anche solo per un minuto, che i summit d’importanza economica mondiale come quello di Davos, siano materia recente, dovremmo presto ricrederci. Riporta, infatti, Jacques Le Goff ne «Lo sterco del diavolo. Il denaro nel medioevo» che nel 1469 si ritrovarono a Bruges Luigi IX di Francia, Edoardo IV d’Inghilterra, Federico II d’Asburgo, Carlo di Borgona e gli ambasciatori veneziani per «definire chiaramente i rapporti tra le monete. I maggiori capi di stato avevano preso coscienza del disordine monetario e forse dei rischi di penuria di contante». E lo scenario è destinato a intricarsi ancor di più. A partire dal 1500 affluiscono in Europa l’oro e l’argento estratti dalle miniere sudamericane e finalmente, con la concessione del 1521 da parte dell’imperatore Carlo V, anche Zurigo può coniare le proprie monete d’oro. Complici le confische fatte alla chiesa cattolica, ecco che la città diviene ricchissima. Si stima che tra il 1555 e il 1561 vennero coniate più di 9 milioni di monete.
La lunga storia dei soldi è ora pronta per il nuovo capitolo: la concessione del credito. E se è soprattutto in Italia che nascono le prime banche moderne - il primato della banca più antica ancora in attività spetta infatti al Monte dei Paschi di Siena fondato nel 1472 - Zurigo non sta a guardare. Grazie alle ricchezze accumulate, oltre 3 milioni di fiorini, tra il 1672 e il 1798 la città divenne uno dei più grossi concessionari di credito d’Europa. Ed eccoci, pochi decenni dopo, alla nascita del franco e nel 1865 a quella dell’Unione monetaria latina. Si trattava di una convenzione - firmata inizialmente da Svizzera, Italia, Belgio e Francia e integrata poi da altri stati - che regolamentava la libera circolazione di più valute europee all’interno degli stati membri, veniva cioè garantito il corso legale delle monete in tutti gli stati. Il sistema si basava sul quantitativo d’oro e d’argento contenuto nei vari pezzi e proseguì fino al 1927, quando l’Unione si sciolse per via delle eccessive fluttuazioni del valore dei metalli preziosi. Chissà: se la storia avesse seguito un altro corso, forse la Svizzera sarebbe stata tra le fondatrici dell’odierna Unione Europea.
Oggi il monopolio dell’emissione delle monete è, ai sensi dell’articolo 99 della Costituzione federale, di esclusiva spettanza della Confederazione. Le monete sono coniate da Swissmint, cioè la Zecca federale, in una lega di rame e nichel e la loro distribuzione è curata dalla Banca nazionale. La moneta più antica ancora utilizzabile è quella da 10 centesimi coniata nel 1879 che vale tuttora come mezzo di pagamento. Le banconote, invece, sono emesse direttamente dalla Banca nazionale, con la loro stampa da Orell Füssli SA, su delega del diritto esclusivo sempre da parte della Confederazione che resta l’unica ad avere tale diritto. Nel 2019 la quantità media di monete in circolazione è stata di 5,7 miliardi di pezzi, per un valore di 3,2 miliardi di franchi e quella di banconote ammontava, nel 2020, a 513 milioni di biglietti per un valore di circa 84 miliardi di franchi. La parte del leone la fanno i biglietti da 100 franchi che sono ben il 27,4% del totale delle banconote in circolazione. Il costo di produzione di una singola banconota, considerando la progettazione, le materie prime e la stampa, ammonta a circa 40 centesimi e la loro durata di vita varia a seconda del taglio. I biglietti da 10, 20 e 50, cioè quelli più usati, hanno una durata da tre a sei anni; quelli da 100, 200 e 1.000 durano molto più a lungo.
E dopo 8 serie di banconote, eccoci giunti alla nona, messa in circolazione tra il 2016 e il 2019. Ogni biglietto mostra un aspetto tipico della Svizzera, e non più una personalità di spicco, rappresentato graficamente da un elemento principale ed è dotato di numerose caratteristiche di sicurezza, incorporate nel substrato innovativo a tre strati (Durasafe®). Si va, tra le altre peculiarità, dalle lineette sui bordi, percepibili al tatto, agli elementi che luccicano sotto una fonte di raggi UV.
Ma visto l’avvento ormai consolidato di mezzi di pagamento alternativi - carte, app, internet banking - monete e banconote hanno ancora un futuro? Il «Sondaggio sui mezzi di pagamento» effettuato nel 2020 dalla BNS, e che ha coinvolto oltre 2.100 persone domiciliate in Svizzera, mostra un chiaro spostamento verso i mezzi di pagamento alternativi. Seppur è vero che il 97% degli intervistati ha disponibilità di contante nel portafoglio, è altresì lampante l’aumento nell’uso di carta di debito (92%) e carta di credito (78%). Il precedente sondaggio, svolto nel 2017 segnalava come il 70% dei pagamenti non regolari avvenisse con il contante. Tale percentuale è colata a picco e nel 2020 solo il 43% usa ancora il contante. Curiosamente il Ticino è il Cantone dove si mostra più propensione per l’utilizzo di monete e banconote, ma in generale il «vil denaro» viene impiegato principalmente per il regolamento di importi inferiori ai 20 franchi (nel 2017 era per importi inferiori ai 50 franchi). Anche le App di pagamento hanno fatto progressi importanti. Nel 2017 erano usate solo dall’11% degli intervistati, nel 2020 dal 48%. Per non parlare poi della comparsa delle criptovalute... che sia la fine di questa lunga storia? Non possiamo saperlo, ma in ogni caso è bene ricordare che «pecunia non olet» né nella sua forma fisica, né in quella smaterializzata.