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Nel 1989, dopo una serie di telefilm che saranno ricordati fra i più interessanti girati in Germania, il regista autore di AMOUR, IL NASTRO BIANCO o LA PIANISTA gira il suo primo lungometraggio per il cinema. IL SETTIMO CONTINENTE nasce sotto quel segno dell'analisi apparentemente glaciale, in effetti lucida e implacabile che farà di Michael Haneke uno dei grandi registi del cinema moderno. E' Locarno a scoprirlo, che gli assegna nel 1989 un forse troppo timido Pardo di bronzo.
Il male di vivere che porta al suicidio collettivo. Lo stile preciso ma grigio, quasi scialbo, ovvio, sottolinea il semplicismo - quasi perverso, quasi immorale - di un assunto da civiltà dei fastidi grassi: il consumismo, l'alienazione familiare e psicologica che risulta dall'usura dei beni e degli affetti e che porta al suicidio.
Condotto senza un attimo di ripensamento, freddo, razionale, senza l'ombra di spiritualità, d'istinto di sopravvivenza animale: da parte di un essere che è pur sempre programmato per vivere. Colpisce, ciò malgrado, o forse proprio per questo.