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L'accusa ha chiesto tre anni di detenzione di cui 10 mesi da scontare e l'allontanamento dalla Svizzera per sette anni dell'imprenditore alla sbarra oggi (giovedì) a Lugano nel primo processo ticinese per truffa sui crediti Covid, garantiti dalla Confederazione per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia.
Per la procura l'imputato principale ha tradito la Svizzera, approfittando degli aiuti, gonfiando i bilanci delle sue società sapendo che, a causa della situazione di urgenza, non ci sarebbero stati controlli. Inoltre, lo ha fatto per beneficio personale: invece di finire a bilancio, una parte della somma è stata usata per scopi personali, l'acquisto di un'automobile e di orologi.
Il 47enne italiano, di origine saudita, ha detto rispondendo alle domande rivoltegli in aula che non si occupava della parte contabile ma di intrattenere relazioni con società straniere, in particolare in Medio Oriente. Ha confessato di avere percepito la somma anche per espandere l'attività al business di guanti e mascherine (scopo comunque non previsto dalle regole per questi crediti). In totale, aveva ottenuto 660'000 franchi, oggi in gran parte restituiti (ne mancano 170'000).
Per la difesa, invece, l'uomo deve essere prosciolto dalle principali accuse e risarcito per i cinque mesi trascorsi dietro le sbarre. Per i due coimputati, fiduciario e contabile, la procura ha chiesto pene sospese e la difesa l'assoluzione. Il terzetto, in aula, si è rimpallato le responsabilità per l'accaduto. Il caso è il più importante fra quelli di questo tipo finiti sotto la lente della procura ticinese. La sentenza sarà pronunciata domani, venerdì.