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<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Il Consiglio federale condivide le preoccupazioni espresse dal presente postulato sugli </p><p>effetti dei cambiamenti climatici nelle regioni di montagna, che potrebbero generare con </p><p>maggiore frequenza valanghe, smottamenti, colate di detriti e inondazioni. Inoltre, il </p><p>Governo è consapevole dell'importanza per il nostro futuro del nesso che esiste fra il </p><p>riscaldamento climatico, la frequenza delle catastrofi naturali e la funzione di protezione </p><p>del bosco di montagna e della necessità di osservare con attenzione nei prossimi anni </p><p>l'evolvere della situazione. Ciò vale in particolare per la ricerca, che deve continuare i </p><p>progetti di osservazione iniziati nel secolo scorso anche nei prossimi decenni e fornire </p><p>le previsioni sull'evoluzione climatica.</p><p></p><p>Il Consiglio federale respinge però il postulato che propone d'innalzare artificialmente il </p><p>limite della foresta. L'argomento sollevato nella motivazione che i cambiamenti climatici </p><p>provvederanno con l'andare del tempo ad alzare il limite della foresta è corretto. Ma gli </p><p>esperti ritengono che i grandi cambiamenti concernenti tale fenomeno dovrebbero </p><p>avere luogo nel corso di secoli e non sull'arco di alcuni decenni. Sussistono notevoli </p><p>dubbi sulla probabilità che il rapido riscaldamento annunciato da un lato e il </p><p>rimboschimento artificiale dall'altro possano comportare in tempi brevi l'innalzamento </p><p>del limite della foresta. Anche l'esame di diverse tecniche d'impianto sperimentate sul </p><p>limite della foresta e la promozione di alberi di determinati habitat, capaci di mantenere </p><p>stabile il limite della foresta, hanno ora mostrato, dopo una ricerca di quasi </p><p>cinquant'anni sullo Stillberg presso Davos e nel Parco nazionale svizzero, condotta </p><p>dall'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio FNP, che non è </p><p>possibile accelerare, né a medio né a lungo termine, i tempi della successione naturale </p><p>della vegetazione ad altitudini vicine all'attuale limite della foresta (oltre i 1800 m.s.m.). Il </p><p>tasso di perdite fatto registrare dalle piantagioni artificiali è, infatti, troppo elevato. Sulla </p><p>base degli esperimenti fatti dalla FNP dal 1960 al 1975 e delle esperienze acquisite nel </p><p>frattempo, possiamo sconsigliare di ricorrere a specie arboree appartenenti ad habitat </p><p>estranei o importate per tentare di risolvere il problema. Sussistono, infatti, molte </p><p>incertezze su come dette specie possano evolvere nel corso dello sviluppo di un albero </p><p>e quali rischi ecologici possano causare. </p><p></p><p>In linea di principio va tenuto conto della notevole complessità del rapporto che vige fra </p><p>il riscaldamento climatico, la frequenza di calamità naturali e la protezione esercitata dal </p><p>bosco di montagna. La questione va quindi affrontata in maniera complessiva. Per tale </p><p>ragione è necessario sostenere i progetti di ricerca e di osservazione a lungo termine, </p><p>che devono servire a promuovere la comprensione dell'interazione che esiste fra il </p><p>clima, la vegetazione, il suolo e i processi legati alle calamità naturali nelle regioni di </p><p>montagna. Dato che siamo di fronte a mutamenti striscianti e i singoli processi possono </p><p>avere luogo sull'arco di decenni, le osservazioni a lungo termine menzionate all'inizio </p><p>assumono un ruolo di fondamentale importanza. Per fare delle affermazioni fondate, il </p><p>Consiglio federale si impegna a preservare a tutti i costi i progetti di osservazione </p><p>concernenti il bosco, il suolo, il clima, la neve, i ghiacciai e la vegetazione.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere il postulato.