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Ma alla fine, verrà detto, le donne non subiranno nessun inconveniente pratico, in quanto donne, per il fatto di non avere diritto di voto. Gli interessi delle donne sono al sicuro, infatti, nelle mani dei loro padri, mariti, e fratelli che hanno i loro stessi interessi, e non solo sanno molto meglio ciò che è bene per loro, ma hanno a cuore molto più di loro ciò che sta a cuore a loro stesse. […]
Mi piacerebbe che questa Camera disponesse di un elenco del numero delle donne che ogni anno vengono picchiate, prese a calci, o calpestate fino alla morte dai loro protettori uomini; e in un’altra colonna, mi piacerebbe che fosse elencato il numero delle sentenze emesse, in quei casi nei quali questi vili criminali non abbiano già avuto modo di darsela a gambe. E mi piacerebbe anche avere, in una terza colonna, l’ammontare esatto della proprietà la cui acquisizione illecita, nelle stessa seduta o assise, lo stesso giudice aveva ritenuto degna di una pena corrispondente.
John Stuart Mill, Discorso alla Camera del 20 maggio 1867 (tratto da Reset n. 106, marzo-aprile 2008)
Quando inizio a leggere un testo non proprio recente, diciamo più vecchio di una quarantina d’anni, avverto un leggero disagio. Credo sia la paura di scoprire la scarsità dei progressi compiuti: la famosa affermazione di Whitehead sulla filosofia contemporanea (che altro non sarebbe che una lunga nota a Platone) significa la grandezza di Platone, indubbiamente, ma anche la pochezza dei suoi successori, i quali da nani sulle spalle di giganti rischiano di ritrovarsi fastidiosi pidocchi.
Se il testo che mi appresto a leggere tratta temi sociali o politici, il disagio diventa più forte. Nel leggere questo discorso di John Stuart Mill, il disagio diviene un vero e proprio malessere.
Mill era un gigante. E noi siamo pidocchi.