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Nell'introduzione al Decameron, presentando le sette novellatrici al lettore il Boccaccio, a proposito dei loro nomi, scrive (1, Intr., 50-51):
« Li nomi delle quali io in propria forma racconterei, se giusta cagione da dirlo non mi togliesse, la quale è questa: che io non voglio che per le raccontate cose da loro, che seguono, e per le ascoltate nel tempo avvenire alcuna di loro possa prender vergogna, essendo oggi alquanto ristrette le leggi al piacere che allora, per le cagioni di sopra mostrate, erano non che alla loro età ma a troppo più matura larghissime; né ancor dar materia agli invidiosi, presti a mordere ogni laudevole vita, di diminuire in niuno atto l'onestà delle valorose donne con isconci parlari. E però, acciò che quello che ciascuna dicesse senza confusione si possa apprendere appresso, per nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in tutto o in parte intendo di nominarle; delle quali la prima, e quella che di più età, Pampinea chiameremo e la seconda Fiammetta, Filomena la terza e la quarta Emilia, ed appresso Lauretta diremo alla quinta ed alla sesta Neifile, e l'ultima Elissa non senza cagion nomineremo ».
Il Boccaccio cioè intende dare ai personaggi della brigata nomi significativi e rivelatori del carattere e delle qualità che ogni novellatore assumerà nel corso delle dieci giornate. L'organizzazione dei temi e delle novelle si troverà in tal modo rispecchiata nei nomi stessi dei dieci giovani secondo una programmatica e razionale distribuzione. Ma ancora una volta il Boccaccio esplicitamente afferma che questa architettura presente nel testo non sarà seguita in modo rigido e schematico, ma liberamente e senza pedanteria, come già nella Comedia delle ninfe e nel Bucolicum carmen.
1 nomi delle novellatrici sono, almeno in parte, familiari:
Pampinea ripete infatti un nome allusivo ('la rigogltiosa', suggerisce il Branca nella sua nota al passo citato) già incontrato nell'Ameto e nel Bucolicum carmen; Fiammetta compie qui la sua ultima apparizione dopo essere stata protagonista in quasi tutte le opere giovanili del Boccaccio; Filomena ("lamante del canto' sempre secondo il Branca, o più semplicemente lamata") ha il nome di colei cui fu dedicato il Filostrato; Emilia "la lusinghiera") ricorda tante protagoniste, a cominciare dal Teseida, delle opere minori del nostro autore. Le altre hanno nomi di nuova formazione, o quasi.
Per Elissa è chiara l'allusione al nome della regina fenicia, e il suo nome trova piena giustificazione nei fatti, come conferma la ballata da lei intonata al termine della giornata VI. Neifile rappresenta la "nuova innamorata" o "lamante d'amor nuovo", e si rivelerà caratterizzata subito da una pudica ritrosia che già il suo nome indica. Lauretta, infine, potrebbe rinviare alla Laura petrarchesca, intesa come allegoria della laurea poetica. Ne darebbe conferma un passo tratto dai Cenni intorno a F. Petrarca
(p. 243):
« Et quamvis in suis quampluribus vulgaribus poematibus, in quibus perlucide decantavit, se Laurettam quamvis ardentissime demonstrarit amasse, non obstat nam prout ipsemet bene puto, Laurettam illam allegorice pro laurea corona quam postmodum est adeptus, accipiendam existimo ».
Evidente qui l'interpretazione, tutta allegorica, della donna amata dal Petrarca. I nomi delle sette novellatrici, dunque, si presentano come decisamente allusivi e "parlanti", e chiaro emerge il loro valore di descrizione morale e persino allegorica dei personaggi.
Il Boccaccio presenta queste donne come reali, a tal punto da celarne i nomi veri per non far ricadere su di loro accuse di impudicizia e per difenderle, insomma, dagli "isconci parlari". Poi, però, ponendo a ciascuna di esse nomi trasparentemente allusivi, ne fa sfumare la concretezza realistica. Si delinea così un disegno mirante a porre in luce, in molte di esse, diversi atteggiamenti dell'animo femminile di fronte all'amore, una costruzione gotica e allegorizzante in sostanza non molto dissimile da quella, ad esempio, della Comedia delle ninfe.
E così anche Panfilo, Filostrato e Dioneo hanno nomi che, presentati come reali, svelano subito il loro carattere allusivo, il riferimento a tre diversi modi di essere nei confronti dell'amore. Panfilo è ormai "il tutto amore" o, come preferisce il Muscetta, "colui che ama il tutto"; Filostrato è il "vinto da amore" secondo una falsa etimologia (in realtà significherebbe "lamante della guerra"); Dioneo, infine, come già sappiamo, sta per "il dissoluto".
I nomi dei personaggi, dunque, già di per sé indicativi delle qualità e delle caratteristiche dei vari novellatori, tendono a disporsi secondo una struttura precisa e ben architettata, a comporre un quadro che, seppur non accolto con pedanteria e arida rigidezza, tuttavia sostiene l'organizzazione delle novelle e delle giornate.
(Luigi Sasso, p. 156 sgg)