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Soletta, 29 aprile 2012. Riuniti il 28 e il 29 aprile a Soletta in occasione dell’Assemblea generale, i membri della Sezione svizzera di Amnesty International invitano le imprese svizzere a rispettare i diritti umani, ovunque nel mondo, qualsiasi siano le loro dimensioni o il loro settore di attività. Esortano il Consiglio federale e il Parlamento a creare delle basi legali affinché le aziende svizzere possano essere ritenute responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse all’estero. La Sezione svizzera ha inoltre espresso preoccupazione per il coinvolgimento della Svizzera nei conflitti legati alla «primavera araba , causato da un cattivo controllo delle esportazioni di materiale bellico.
315 membri della Sezione svizzera, su un totale di 45'000 in tutto il paese, erano presenti a Soletta in occasione dell’Assemblea generale. Hanno espresso il bisogno di far sì che il numero eccezionale di multinazionali con sede in Svizzera concludano i propri affari in modo più responsabile. Crocevia dello scambio di materie prime, la Svizzera ha quindi una responsabilità in questo settore.
«È necessario creare con urgenza una base legale che permetta di chiedere alle aziende responsabili di violazioni dei diritti umani di rendere conto delle loro azioni, anche se i fatti avvengono in paesi lontani e sono commessi da filiali o fornitori», ha dichiarato Manon Schick, direttrice generale della Sezione svizzera di Amnesty International. «L'autoregolamentazione delle imprese non può sostituire delle direttive giuridiche chiare, e la debolezza delle legislazioni locali laddove sono commessi gli abuso non può essere una scusante.»
In occasione della tavola rotonda «Multinazionali: fine di un regno assoluto ?», tenutasi il 28 aprile a Soletta, lo specialista nigeriano di questioni ambientali Nenibarini Zabbey ha portato l’esempio dell’inquinamento del Delta del Niger da parte delle multinazionali petrolifere. «Gli effetti delle attività della multinazionale Shell sulle condizioni di vita e i mezzi di sussistenza delle popolazioni locali, i cui diritti economici, sociali e culturali sono lesi, sono tragiche.», ha dichiarato nel corso della tavola rotonda.
Stando a una valutazione indipendente che si sono procurate Amnesty International e il Centro per l’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo (CEHRD), nel Delta del Niger sono state versate quantità molto più importanti di petrolio di quanto abbia ammesso Shell. Questo documento rileva come il gigante petrolifero abbia sottovalutato in modo importante le quantità di petrolio disperse nell’ambiente.
Armi svizzere nei paesi del Medio Oriente
I membri della Sezione svizzera di Amnesty International hanno inoltre espresso la propria preoccupazione rispetto al cattivo controllo dell’esportazione di materiale bellico. A causa di un’interpretazione a volte troppo lassista della nostra legislazione queste attrezzature sono state coinvolte nei conflitti legati alla «primavera araba». Nel marzo 2011 l’esercito saudita, in Bahrein, ha impiegato contro la folla di manifestanti dei Piranha fabbricati in Canada con licenza svizzera. Nell’estate dello stesso anno le munizioni svizzere prodotte dalla RUAG, esportate in un primo tempo in Qatar, sono state ritrovate tra le mani dei ribelli libici.
In parlamento sono state avanzate delle proposte volte ad indebolire la legislazione svizzera sull’esportazione di armi. Queste proposte rischiano di autorizzare in futuro la consegna di armi a dei paesi in guerra o nei quali avvengono gravi violazioni dei diritti umani. La Sezione svizzera chiede quindi al Consiglio federale e all’Assemblea federale di rinunciare a qualsiasi tentativo di indebolire la legislazione sull’esportazione di armi e, al contrario, di applicare il diritto con maggior rigore in modo da evitare nuove violazioni dei diritti umani. Inoltre si chiede al Consiglio federale di sostenere con forza, alle Nazioni Unite, la creazione di un trattato internazionale obbligatorio sul controllo delle armi.