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Nell’estate del 1958 si tenne a Zurigo la seconda esposizione nazionale del lavoro femminile (SAFFA). Si è trattato di un importante momento di collaborazione femminile svizzera, con l’obiettivo di guadagnare fiducia presso l’elettorato maschile per la concessione del diritto di voto. La SAFFA è stata progettata solo da donne con concetti innovativi. Ed è stata un successo economico tanto che oggi esiste ancora una cooperativa che eroga dei prestiti a progetti imprenditoriali femminili.
Il bilancio politico fu invece negativo. La Svizzera era già divenuta uno dei paesi più retrogradi al mondo in materia, ma alla SAFFA le donne decisero di non affrontare l’argomento del suffragio e preferirono un clima accomodante per non urtare la sensibilità maschile in vista del voto popolare del primo febbraio 1959. In tutti gli eventi non si fece alcun accenno al diritto di voto, nemmeno nella giornata del primo di agosto, che venne dedicata al Servizio Complementare Femminile.
Il discorso ufficiale venne tenuto dal consigliere federale UDC Markus Feldmann, all’epoca principale promotore del suffragio femminile. Si tratta di una figura controversa, molto maschilista ma aperto alla partecipazione delle donne nella difesa nazionale. Egli si rivolse al pubblico della SAFFA con piglio militare: “il nostro Stato ha un bisogno costante di rinnovamento da parte delle forze spirituali e mentali… Bisogna lottare senza sosta contro i nemici della libertà … . Chi non vorrebbe accogliere le donne come coraggiose compagne d’armi in questa lotta?“. Feldmann, che forse avrebbe potuto convincere l’elettorato maschile, morì improvvisamente qualche mese dopo. Il voto del 1 febbraio 1959 fu un disastro, con la bocciatura del diritto di voto alle donne da parte di due terzi degli uomini.
La colpa di questo insuccesso venne attribuita però ad un altro avvenimento concomitante: la pubblicazione nel settembre 1958 del libro “Frauen im Laufgitter” (Donne in gabbia) di Iris von Roten, una delle prime giuriste svizzere. Il testo fece scalpore per l’esposizione realista e senza giri di parole della condizione femminile. Ogni ambito veniva toccato, anche la sessualità. Le principali associazioni femminili se ne distanziarono, creando disorientamento e contribuendo così anch’esse al risultato negativo del voto. La mentalità conservatrice degli uomini dell’epoca venne superata molto più tardi con i movimenti giovanili del sessantotto: finalmente il diritto di voto venne concesso nel 1971. Ma Iris von Roten venne emarginata e il libro, di ben 600 pagine, oggi considerato la Bibbia femminista della Svizzera, cadde nell’oblio fino alla morte della sua autrice nel 1990. Solo alcuni giorni fa è stata pubblicata la traduzione in francese della giovane traduttrice Camille Logoz con il titolo “Femmes sous surveillance”.
I dettagli sono stati raccontati lo scorso 14 settembre a Lugano dalla figlia Hortensia von Roten. Con la visione del docu-film di Werner Schweizer “Verliebte Feinde” (nemici innamorati) abbiamo poi conosciuto meglio la straordinaria vita di questa donna pioniera. Nonostante passi avanti, é un po’ frustrante constatare che a oltre sessant’anni di distanza, molte rivendicazioni dell’estate del 1958 sono purtroppo ancora attuali.
Cristina Zanini Barzaghi
15 settembre 2021