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Guerra sesso-grammaticale al consiglio comunale di Zurigo: l'ufficio competente dell'organo legislativo a maggioranza rosso-verde si è rifiutato per due volte di accettare un'interpellanza perché nel testo figurava solo la forma maschile di parole come "attivisti" o "occupanti" e non anche quella femminile. Anche il plenum ha seguito questo approccio, ma il caso potrebbe arrivare sino al Tribunale federale.
La vicenda, che sta suscitando forte dibattito sulle rive della Limmat e che viene ripresa in questi giorni da varie testate, è nata da un'interpellanza della consigliera comunale UDC Susanne Brunner e del collega di partito Stephan Iten. Nel documento i due politici utilizzavano termini come "Aktivisten" (attivisti) e "Besetzern" (occupanti). L'ufficio del consiglio comunale ha dichiarato però il testo irricevibile, perché non equo dal profilo del genere.
Le regole che lo stesso ufficio si è dato nel maggio 2018 prevedono infatti che in tutti i documenti si faccia riferimento anche al sesso femminile. Concretamente Brunner avrebbe quindi dovuto scrivere "Besetzerinnen und Besetzern", oppure "Besetzenden" - un uso del participio, quest'ultimo, che fa peraltro storcere il naso ai cultori della lingua.
Brunner aveva perciò ripreso in mano l'interpellanza, aggiungendo una premessa. "Nel testo che segue si usa il maschile generico per descrivere gli individui", scriveva la 47enne. "Questo include le donne e gli individui che non vogliono o non possono riferirsi ad alcun genere, così come gli individui di sesso maschile. Donne, uomini e diversi vengono così trattati linguisticamente allo stesso modo".
Anche in questa versione l'interpellanza è stata però respinta dalla maggioranza del Büro, l'ufficio del legislativo composto da 12 membri. Brunner si è così rivolta al plenum, chiedendo che il suo esposto fosse ammesso. Il verdetto, giunto mercoledì sera al termine di un dibattito di un'ora e mezza, è stato chiaro: l'interpellanza rimane non ammissibile, con 77 no e 35 sì. Hanno sostenuto Brunner solo UDC, liberali radicali ed evangelici: contrario si è mostrato compatto tutto il fronte composto da PS, Verdi e Verdi liberali.
Brunner si ritiene limitata nella libertà di espressione. Che un parlamento non permetta a un politico di avanzare le sue idee solo sulla base delle norme linguistiche è a suo avviso triste per la Svizzera. La decisione del consiglio comunale - ha argomento - presenta tratti totalitari e non è degna di una democrazia. "Linguisticamente non trovo bello dover citare in ciascuna frase i due generi grammaticali: non è il mio stile", ha spiegato la deputata.
Di tenore opposto la posizione della maggioranza: il regolamento contiene disposizioni di attuazioni che valgono per tutti. Vi figurano ad esempio proprio le norme riguardo alla formulazione di atti parlamentari, anche in relazione alla parità linguistica tra donne e uomini. Se a Brunner ciò non piace deve semplicemente presentare una mozione per modificare la normativa. "Abbiamo lottato 50 anni per una lingua equilibrata: non ammettiamo alcun passo indietro", ha sostenuto Kathrin Prelicz-Huber (Verdi).
I politici borghesi non esitano a parlare di un caso di "Genderpolizei" (polizia di genere): si tratta della prima volta che viene respinta un'interpellanza in base a queste regole, ma il Büro è intervenuto in passato già più volte con correzioni, fra l'altro anche nei confronti dei deputati di sinistra che usavano l'asterisco (Besetzer*innen), che non è ammesso.
Stando a un'inchiesta realizzata questo mese dalla SRF il parlamento di Zurigo è l'unico di una grande città svizzera ad avere norme tassative in materia di formulazione rispettosa del sesso.
Nel frattempo Brunner - che è anche candidata al Nazionale - non intende mollare l'osso: ha annunciato che porterà decisione del consiglio comunale davanti alla giustizia, se necessario passando attraverso tutte le istanze, sino al Tribunale federale. La donna politica si dice sostenuta dalla popolazione e in tal senso ha lanciato un'operazione di raccolta fondi per sopportare le spese giuridiche.