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Carsten continuava a camminare a passo spedito sotto una fitta pioggia. Le
macchine che sfrecciavano a pochi centimetri da lui, non si curavano più di tanto della sua presenza, finendo, così, per schizzargli acqua fangosa. Il suo giubbotto imbottito blu, era talmente imbevuto di quella poltiglia che Carsten aveva iniziato a sentire umido sulla pelle. Una sensazione decisamente poco piacevole. La pioggia che gli cadeva sui capelli neri, lo irritava, scendeva poi veloce e brutale verso gli zigomi, gli scavava solchi profondi nel cranio come proiettili di latta non abbastanza feroci da oltrepassare la carne e bucare il cervello, ma comunque dolorosi e imperterriti come una scarica elettrica. Quel che più odiava, però, erano le gocce che si depositavano sulle lenti dei suoi occhiali. Non amava vedere a chiazze, non amava quella situazione. A essere sinceri lui odiava la pioggia. Non gli piaceva il fatto che riuscisse a trapassare i vestiti e, non contenta, riuscisse ad avvinghiarsi alla sua pelle sensibile, a bagnarla, a renderla viscida. Fango e acqua
continuarono a volargli addosso senza tregua, lui si limitò a maledire che ogni fibra del suo essere gli autisti per poi accelerare il passo. Decisamente una brutto inizio di giornata. Carsten, però, sebbene molto infastidito, non si lasciò demoralizzare. Quel suo vagare sotto la pioggia aveva una ragione ben precisa e il luogo d’arrivo sarebbe stato il premio più dolce, sarebbe valso ogni schizzo, ogni pozzanghera, ogni singola goccia. Non mancava poi molto, solo un’altra decina di metri e poi sarebbe stato all’asciutto, davanti a un fuoco caldo e scoppiettante, in compagnia di Eira. Eira era una ragazza molto timida e impacciata. Aveva una corporatura esile con vita stretta e fianchi leggermente larghi ma il tutto si armonizzava benissimo. Il suo viso ovale era liscio e talmente chiaro da sembrare essere scolpito nel marmo, gli occhi color nocciola avevano delle dolci venature color miele che risplendevano ogni volta che abbassava lo sguardo. Le labbra non erano particolarmente carnose, sembravano due delicati steli dipinti di un dolce rosa, rosa che si ripeteva sulle guance. I capelli erano dello stesso colore del grano, dorati e setosi, le scendevano dolcemente sino alle spalle. Ma quello che più l’aveva colpito era il suo sorriso, bianco come la luna, innocente come una vergine e delicato come un fiore. Si era innamorato di Eira. Come avrebbe potuto non farlo? Lei era perfetta. Una bellissima ragazza, nel fior fiore degli anni, timida, adorabile, ogni volta che lui la vedeva si sentiva in dovere di proteggerla, di metterla al sicuro come se fosse un prezioso vaso di porcellana. Quel giorno lei lo aveva finalmente invitato a casa sua. Era da un anno che si frequentavano ma lei non aveva mai accennato a dove abitasse. Fu così che Carsten scoprì la riservatezza della ragazza. Scoprì grazie alle comuni voci che girano per i paesini che in passato Eira, aveva sofferto molto, nessuno, però voleva approfondire l’argomento.
Questo lo portò a sospettare che dietro Eira Crable ci fosse molte di più di quello che gli aveva detto, Carsten, tuttavia, era troppo preso dalla così inaspettata novità, da quell’invito così a lungo desiderato, da ignorare tutti i sospetti appena sorti. Era davvero innamorato. Arrivò davanti a una modesta casa giallognola, circondata da un rustico muretto in mattoni. Solo un piccolo portoncino in ferro lo separava da casa Crable. Si fermò. Sospirò ansioso mentre portava l’indice al campanello. Tremava. Forse per il gelo o forse per l’ansia o ancora per una combinazione delle due. Beep. Cloc. Il suono emesso dal portoncino che si apriva, quasi lo spaventò. Lo sgomento provato passò non appena vide Eira sulla soglia, appoggiata allo stipite della porta. Indossava un paio di jeans e un maglioncino nero, portava i capelli sciolti. Era bellissima. Non appena i loro sguardi si incontrarono, gli occhi nocciola di lei si abbassarono timidamente, tentando di coprirsi con le lunghe e così tanto femminili ciglia scure. Da parte di Carsten però, la tentazione di scioglierla con il suo più bel sorriso era troppo forte. Le si avvicinò, mostrando tutta la sua gioia del vederla.
«Buonasera, Eira.» disse chinandosi verso di lei. Aveva una dannata voglia di baciarla, voleva stringerla fra le sue braccia, sentire il suo profumo, il calore della sua pelle. Si era già dimenticato di essere interamente imbevuto d’acqua, a tratti sporco di fango ma ci pensò Eira a ricordarglielo, respingendo il suo bacio e osservandolo per bene. «Carsten! Sei fradicio!» esclamò divertita, prese una ciocca bagnata dei capelli di lui e gliela pose dietro l’orecchio e sorrise «Gli ombrelli, questi sconosciuti! Entra, su!». Carsten entrò divertito mentre la piccola dolce ragazzina gli prese il giubbotto e le scarpe per metter loro ad asciugare davanti alla stufa. Gli portò anche un asciugamano per i capelli. Per fortuna non servirono vestiti di ricambio, anche se la camicia era umida e l’orlo dei pantaloni era annegato nell’acqua, Carsten non volle altro. Sopportare i vestiti bagnati non era un problema, ora che era al caldo. Era la prima volta che entrava a casa di Eira e doveva ammettere di essere rimasto piacevolmente stupito. Innanzitutto, dall’esterno non sembrava che all’interno della casa ci potessero essere stanze così spaziose. Dall’atrio, dove lui si trovava, si apriva un enorme salotto, completo di divano in pelle bianca, televisione, tavolo in legno e persino un pianoforte. Dopo, magari, avrebbe provato a suonarle qualcosa, giusto per rendere l’atmosfera più romantica. Il punto cardine della sala, tuttavia, era rappresentato dal caminetto corniciato da lamine di ardesia, il quale emanava un piacevole calore e rilasciava un debole fascio di luce opaco. Carsten, non sapendo bene dove muoversi (non voleva risultare maleducato), optò per avvicinarsi dove il suo corpo gli suggeriva di stare: il più vicino possibile al fuoco. Decise di sedersi sul tappeto davanti al focolare. Il divano in pelle, sebbene fosse più allettante, era talmente immacolato e lucido da fargli temere di sporcarlo o bagnarlo. Davanti al fuoco scoppiettante tornò a scaldarsi presto, ciononostante non si asciugò altrettanto in fretta. Le piogge torrenziali che si era dovuto subire, parevano annidate in modo perenne nei suoi capelli. Non volevano saperne di rasciugarsi! L’unica possibilità era quella di tamponarseli con l’asciugamano, gentilmente offerto dalla sua ragazza che, al momento si era dileguata in quel che doveva essere la cucina. Gli parve il momento più adatto per tirare fuori il suo regalo. Era più un pensierino che un regalo vero e proprio, un semplice ciondolo che riportava le loro iniziali. Il top della banalità ma era sicuro che Eira avrebbe apprezzato perlomeno il gesto. Non gli pareva affatto una ragazza snob, schizzinosa nei confronti della bigiotteria, anzi. Carsten si portò le mani al disotto del costato, tastando e cercando la tasca con il piccolo pacchetto. Peccato che la camicia non avesse tasche. Il regalo si trovava nel giubbotto che aveva portato via Eira.
«Eira, dove hai messo il mio giubbotto? Devo prendere una cosa…» si limitò a dire Carsten. Voleva restare sul vago, un po’ di mistero non guasta mai.
«E’ in camera mia! Sali le scale, seconda porta a destra!» Non appena udita la risposta, fece un attimo mente locale. Non si ricordava affatto di aver visto delle scale eppure non dovrebbero passare inosservate. A malincuore si alzò e si allontanò dalla fonte di calore, tornò in atrio, guardò verso destra e finalmente le trovò. Non erano mica piccole! Come aveva fatto a non notarle? Non aveva importanza. Le salì di corsa, si guardò circospetto come a non voler essere seguito e si avventurò per il corridoio che portava alla camera da letto. Non ebbe difficoltà nel trovarla, a parte il salotto, che era arredato veramente a regola d’arte, il resto della casa che lui aveva visto, aveva un arredamento piuttosto scarno, quasi spartano. Spinse la porta d’ingresso ma l’aspetto non cambiò di molto. Scarso mobilio, poca luce, colori tetri, erano questi gli elementi che sembravano ripetersi in ogni punto dell’enorme stanza. Gli pareva assurdo utilizzare uno spazio così ampio per un solo letto, un comodino, un armadio e una scrivania. Non ne trovava il nesso. Si accorse, tuttavia, della moltitudine di foto presenti su comò, sulla scrivania e sull’armadio. Persino sulla parete adiacente al letto ce ne erano un bel po’. La cosa più singolare era che tutte raffiguravano sempre le stesse persone: un uomo biondo, molto alto, più alto di Carsten, spalle larghe e fianchi stretti, occhi verdi e una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro e l’altra, Eira.
Spinto dalla curiosità ma anche dalla gelosia, chiese a gran voce una, due, tre volte, finchè non trovò risposta: «Amore, chi è l’uomo che ti sta abbracciando in questa foto?»
«E’ solo mio fratello. Allen, l’ho amato molto. E’ morto qualche anno fa, il cancro me l’ha portato via.»
«Mi dispiace, non volevo evocare brutti ricordi.» lo sussurrò quasi. Provò vergogna per essersi ingelosito del fratello, deceduto. Avrebbe dovuto fidarsi di Eira, non gli aveva mai dato motivo di dubitare di lei. Riaffiorarono, tuttavia, i pettegolezzi del vicinato, lo tormentavano e lo assillavano. Avevano acquistato più spazio nei suoi pensieri nell’esatt‘ momento in cui l’aveva vista in compagnia di un altro. Carsten cercava di cacciarli mentre si dipingeva sul volto l’espressione più affranta che avesse mai fatto. In realtà non era dispiaciuto, era solo irritato che i suoi tormenti non avessero trovato conferma.
«Succede.» fece spallucce, quasi come se non le importasse. Era un comportamento molto strano da parte sua, Carsten non l’aveva mai vista atteggiarsi in quella maniera «Mi preparo e torno subito.»
Fu nuovamente solo. Con la scomparsa della visione del dolce viso candido di Eira, ritornarono prepotentemente i dubbi, le incongruenze e tutte ciò che lei non gli aveva mai detto. Erano davvero tante le cose che lui non sapeva. Lui ignorava chi fossero i suoi genitori, che lavoro facesse, se fosse mai stata sposata o se avesse mai avuto qualche trauma in amore o nella vita in generale, non sapeva nemmeno quale fosse il suo gusto di gelato preferito. Era davvero troppo riservata. Carsten si passò una mano fra i capelli, decisamente meno umidi di prima, e si decise per sottoporre la sua ragazza a un rapido interrogatorio non appena fosse ritornata. Sì, l’avrebbe fatto. Passeggiò in circolo nella stanza, esaminando altri eventuali dubbi, senonché un odore molto pungente e ributtante lo distolse dai suoi pensieri. Continuò ad aggirarsi per la stanza cercando la fonte di quella puzza insopportabile. Si fece letteralmente guidare dall’olfatto, il quale lo portò in fondo alla stanza, vicino a una porta dalla maniglia perfettamente lucida e dorata. Era strano ma quella maniglia stonava completamente con il resto dell’arredamento, era raffinata, ben lavorata non povera come il resto della stanza. Si apprestò a varcare la soglia ma qualcosa gli disse di voltarsi. Eira era tornata, si era raccolta i capelli ma c’era qualcos’altro di diverso in lei… Qualcosa nello sguardo.
«Scusa, Eira, ma si può sapere da dove proviene questo tanfo? Lo senti anche tu?»
«Shh, mi ami?» gli si avvicinò velocemente, poggiando le mani sulle sue spalle e riportandolo verso il centro della stanza, più vicino a gran parte dei mobili. Lo guardò dispoticamente negli occhi, uno sguardo da lei mai fatto in sua presenza. «Certo che ti amo. Sei la cosa più importante per me!» «Ho il tuo cuore? Ci sono solo io?» insisté lei. Carsten non riusciva a capire dove volesse andare a parare, anzi se fosse stata una qualsiasi ragazza si sarebbe come minimo messo a ridere, ma era di Eira di cui si stava parlando. La sua prezios bambola di porcellana da proteggere, perciò sopportò quei piccoli cambiamenti che tuttavia lo destabilizzarono parecchio.
«Hai il mio cuore.»
«E’ ciò che volevo sentire.» rispose avventandosi contro di lui. Finalmente lo baciò. Era da quando l’aveva vista sulla soglia della porta che l’aveva desiderato, solo non se l’era immaginato così aggressivo, per certi versi. Era mancata quella dolcezza così caratteristica di Eira, particolarità che da sempre lo aveva attratto. Anche altro era cambiato in lei: un attimo prima che si lanciasse voracemente verso di lui, sul suo volto era comparso un leggero ghigno malizioso, così inusuale, che per quanto sensuale potesse essere, era in completo contrasto con tutto ciò che Carsten aveva conosciuto di Eira. Mentre si accorgeva di questi, seppur piccoli dettagli, gli tornarono in testa tutti i pettegolezzi del vicinato, le notizie sui ragazzi scomparsi tutti legati in qualche modo a lei, così il suo cuore iniziò a battere più forte, come a voler sfuggire da quella situazione, come se avesse avuto un cattivo presentimento. Eira lo spinse a poggiare tutto il suo peso sullo schienale della sedia, mentre lei si abbassò sorridendo. Questa volta, però, il sorriso della ragazza non era affatto innocente, puro, allegro e nemmeno malizioso come sarebbe stato lecito, data la situazione. Era un ghigno, un ghigno silenzioso ma di glaciale impatto sul povero Carsten. Se ne rese conto subito, si raddrizzò leggermente sulla sedia, sentendosi per la prima volta a disagio in presenza di lei. Eira, mentre lui stava lentamente assimilando il nuovo lato della ragazza, passò la mano sotto il sedile della sedia e prima che Carsten potesse anche solo chinarsi verso di lei per vedere cosa stesse facendo, gli piantò una lunga lama d’acciaio in mezzo al petto. Gli occhi cerulei di lui passarono velocemente da Eira al punto in cui l’aveva pugnalato, increduli. Come aveva potuto fargli questo? La ragazza timida, indifesa che lui doveva proteggere. Non poteva essere. Prima che potesse domandarle “perché”, arrivò un secondo fendente più potente e brutale del primo, poi un terzo un quarto, quinto, sempre più efferati e repentini. Il sangue aveva iniziato a scorrere copioso sul petto di Carsten, mentre i suoi occhi avevano iniziato a diventare vitrei, spenti, pur rimanendo fissi sul volto di Eira, sul suo ghigno. Nel frattempo la ragazza non aveva cessato i colpi, anzi, aveva iniziato a scavare in pieno petto una strada verso il cuore di Carsten. La parte più faticosa, però, fu aprire la cassa toracica. Inizialmente si aiutò con un paio di fendenti, scalfendo le ossa, ma non appena iniziarono a rompersi, Eira decise di passare alle mani. Se solo Carsten fosse stato ancora vivo, non avrebbe più visto il viso marmoreo della ragazza: ora, la pelle pallida della ragazza era coperta di piccole schizzi verticali di sangue, il sorriso era macchiato anch’esso di rosso, mentre le piccole mani si macchiavano sempre più di altro sangue. L’intera stanza era divenuta il teatro di quella feroce carneficina, tutto si era macchiato di rosso borgogna. Tutto si era impregnato di Carsten. Dopo pugnalate, la ragazza infilò la mano nel torace senza vita di lui e afferrò il cuore, per facilitarne l’estrazione, passò la lama d’acciaio accanto a varie vene, tendini e capillari che lo tenevano ancorato in quel punto, poi tirò con tutta la sua forza. Click. Aveva il suo cuore fra le mani. Lo teneva saldamente e lo guardava felice, si fece scappare una risata mentre lo vedeva ancora pulsare, sempre più lentamente. Si scostò i capelli dalla faccia, macchiandosi ancora gli zigomi di sangue caldo, poi si alzò, sempre con il cuore in mano e entrò in quella che era veramente la camera da letto padronale. Più che una camera da letto sembrava un santuario. Tutte le pareti della stanza erano tappezzate di foto di Eira e dell’uomo che lei diceva essere suo fratello. I mobili antichi in legno, erano lustrati, ben tenuti e sopra di essi poggiavano una serie di candele rigorosamente rosse. Non c’era molta luce nella stanza, in parte per la poca quantità di finestre e in parte per le tende chiuse. L’odore nauseabondo che aveva percepito Carsten pochi attimi prima di venir pugnalato a morte, si era fatto più persistente e pungente. Era un odore acre, stantio, talmente forte da far lacrimare gli occhi. Non era un odore comune, usuale, perciò era difficile da paragonarsi a qualcosa. Ricordava la morte.
Eira proseguì il suo cammino, non curandosi del ripugnante fetore, poggiando delicatamente i piedi in modo da non fare troppo rumore sul parquet. Era strano, sembrava non volesse svegliare nessuno ma era sola in casa, se non si contava i cadavere di Carsten. Gocciolando sangue qua e là, si accostò al letto per poi sedervisi. Solo in quel momento comparve una figura scheletrica in evidente decomposizione adagiata sulle lenzuola. Si vedevano chiaramente cuciture: qualcuno doveva avergli cucito addosso della pelle palesemente non del cadavere. La pelle non era l’unico elemento applicato ai resti di quell’individuo, c’erano anche dei capelli biondi, leggermente riccioluti, attaccati al capo, delle piccole orecchie, due labbra carnose molto rosee, un naso importante. La scena più disgustosa, tuttavia, era la visione di due bulbi oculari, dalle iridi verdognole, cucite al resto della salma. Il risultato, seppur scadente e agghiacciante, assomigliava vagamente all’uomo della foto. Eira accarezzò quel che doveva essere un petto, disegnando dei fantasiosi ghirigori su di essi, scese fino ad arrivare al punto in cui si trovava il cuore, vi ci praticò uno squarcio con l’ausilio della fidata lama d’acciaio e, cercando la posizione ideale, vi posizionò il cuore ancora caldo di Carsten. Tirò presto fuori l’arto insanguinato e si accinse a ricucire la lacerazione fatta. Nonostante le dita umide e sporche, Eira non ebbe difficoltà nel far passare il filo nero nella cruna dell’ago, la velocità che dimostrava nel riassemblare i lembi di pelle la faceva sembrare quasi un’esperta, doveva averlo fatto una decina di volte per lo meno. Completò il lavoro in fretta, ci impiegò forse un paio di minuti, poi come a volerlo guarire definitivamente, accarezzò la ferita appena cucita, per chinarsi e baciare l’intera lunghezza del taglio. Proseguì lasciando una scia umida lungo tutto il petto, salì percorrendo l’estensione del collo. Le sue labbra toccavano pelle gelida, fredda e impalpabile come il marmo ma Eira non percepiva quella sensazione, per lei era come riavere il suo Allen, il suo unico vero amore, quando ancora gli batteva il cuore.
Arrivò alle labbra. Indugiò un attimo, guardando fissa negli occhi verdognoli di Allen, un tempo pieni di vita, poi lo baciò. Fu un bacio lungo, appassionato quanto ineluttabile. Qualunque persona sana di mente si sarebbe schifata a quella scena, si sarebbe rifiutata di avvicinarsi così tanto a un cadavere. Eira, però, non riusciva a guardare quella salma come un corpo senza vita, forse non voleva crederci. La morte di Allen l’aveva talmente spiazzata da renderla cieca, negava l’accaduto, l’aveva sempre fatto. Questo suo comportamento aveva da sempre suscitato pena e compassione da parte dei suoi vicini nei suoi confronti. Commiserazione che lei non era mai riuscita a capire: perché compatirla? Cosa era successo?
Per un fugace istante, uno solo, le era sembrato che il suo amato le avesse detto qualcosa, lei subito gli rispose sussurrandogli dolcemente «Lo so, lo so. Ti manca ancora un po’ di sale in zucca, poi potremo stare insieme per sempre, amore mio.»
Quest’ultimo era indubbiamente un vano tentativo disperato da parte di una persona disturbata. Eira Crable, 27 anni, non aveva mai avuto un fratello. Eira era stata sposata con Allen, per poco tempo, ma la loro fu un’unione intensa. Pochi anni dopo il matrimonio, il coniuge fu vittima di un brutale incidente d’auto che lo uccise. Eira non superò mai l’accaduto. Frequentò altri uomini dopo la morte di suo marito ma finivano, anche loro, per morire in circostanze misteriose … A detta dei suoi vicini era solo una sfortunata ragazza a cui morivano tutte le persone care. Era stata soprannominata la “Vedova nera” e tutti in paese sparlavano delle faccende private di lei, eppure nessuno sapeva esattamente cosa accadesse realmente nella vita di Eira. Non sapevano che lei aveva conservato il cadavere del marito. Non sapevano degli innumerevoli cadaveri che puntualmente seppelliva nel suo giardino.
Alessandra Macorig, Universität Udine
Oб авторе: Меня зовут Алессандра Макориг, мне 24 года. Я итальянка и изучаю русский и немецкий языки в университете города Удине. Я начала писать прозу, когда мне было 14 лет, и сегодня пишу главным образом фантастические рассказы, действие которых происходит в далеком прошлом.