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|Durante quell'inverno [1905] era allo studio un nuovo allestimento dell'Oro del Reno. Si cominciò con una serie di litigi tra Roller e le «Figlie del Reno» che si rifiutavano di cantare sistemate in ceste appese a lunghe aste. Roller le tempestava di multe, ma la sua severità e la sua durezza cominciavano a suscitar malumori tra i cantanti. Le scene erano belle ma scomode per tutti. E Mahler non riusciva a imporsi di fronte a lui; Roller stava prendendo il sopravvento e l'autorità di Mahler era in declino.

Ieri concerto Zemlinsky-Schönberg. Il mio sospetto è stato confermato. Zemlinsky, nonostante una quantità di piccole trovate deliziose e nonostante il suo enorme sapere, non è all'altezza di Schönberg, che è un tipo confusionario ma interessante. La gente se ne andava a frotte sbattendo le porte, durante l'esecuzione. Molti fischi, ma noi due siamo persuasi del suo talento.
Alexander von Zemlinsky era stato mio insegnante di composizione quando avevo vent'anni. Per suo tramite avevo conosciuto Schönberg, suo scolaro. Quando gli manifestai la mia mancanza di simpatia per Schönberg, mi disse: «Lo guardi bene, farà parlare molto di sé.» A quel tempo non mi riusciva di crederci; ma il maestro Zemlinsky divenne più tardi scolaro di Schönberg. Nessuno era in grado di sottrarsi al suo fascino, alla sua superiorità spirituale e alla sua logica inconfutabile.
Ci riunivamo tutte le domeniche in casa della signora Conrat, una amica di Brahms. La domenica in cui fu eseguita la Prima Sinfonia di Mahler eravamo arrivati tutti in ritardo, perché per la strada avevamo discusso appassionatamente sulla musica testé ascoltata, che ci aveva profondamente irritati. Più tardi incontrai di nuovo Schönberg; conoscevo già Mahler, ma nessuno lo sapeva. Domandai a Schönberg se sarebbe andato a sentire l'esecuzione della Quarta Sinfonia, che stava per aver luogo. Mi rispose con uno dei suoi soliti paradossi: «Se Mahler non era capace di far nulla di buono già alla Prima Sinfonia, com'è possibile che sia capace di far qualche cosa di buono alla Quarta?»
Schönberg al cento per cento! Eppure doveva diventare il più grande e più profondo ammiratore di Mahler. Tramite Zemlinsky, Schönberg venne più tardi a casa nostra. Tra Mahler e questi due nacque una singolare amicizia. Un eccesso di orgoglio spingeva Zemlinsky ad essere aspro con Mahler che adorava. «Sì,» diceva «tutti vogliono qualche cosa da lui e per questo gli fanno la corte. Non deve credere che anch'io voglia qualche cosa da lui.» Riferii queste parole a Mahler che mi pregò di dirgli di non essere così complicato e di trattarlo fiduciosamente da amico.
In Schönberg, d'altra parte, ribolliva la giovanile rivolta contro l'artista più anziano, che anch'egli ammirava. Così venivano la sera da noi, entrambi in disarmonia. In casa nostra si mangiava anche troppo semplicemente, poi ci si metteva al pianoforte e si parlava di musica. All'inizio in santa pace, ma all'improvviso - una parola orgogliosa da parte di Schönberg, una messa a punto con un certo tono di superiorità da parte di Mahler - e si accendevano le discussioni. Schönberg si dilettava dei peggiori paradossi; almeno ci parevano tali, oggi li intenderei in altro modo. Mahler rispondeva con piglio professorale e dottrinario; Schönberg si alzava di scatto e scappava salutando appena. Zemlinsky lo seguiva scuotendo la testa.
Non appena la porta si era chiusa alle loro spalle, Mahler mi diceva: «Bada bene di non invitarmi più quel presuntuoso!» Schönberg, per le scale, furibondo: «Non metto più piede in questa casa!» Ma dopo qualche settimana Mahler: «Di' un po', perché Eisele e Beisele* (li chiamava così per scherzo) non vengono più da noi?» Io mi guardavo bene dal rispondergli: «Mi avevi detto che non li volevi», li invitavo invece subito di nuovo. E loro, che non aspettavano altro, venivano subito. Tuttavia solo molto più tardi si arrivò a una cordiale intesa.
Un giorno Mahler venne a casa: «oggi ho rubato per te.» Levò dal portafoglio un foglio piegato in quattro: il frontispizio del Tannhäuser. Nell'angolo a destra in fondo stava scritto: «Ho diretto da questa partitura il... Richard Wagner.»
Mahler aveva diretto il Taunhäuser quella sera e, come già altre volte, anche quella sera aveva sofferto nel vedere quel foglio sacro, logoro e sporco per l'uso e aveva pensato di toglierlo. Ne fui pazzamente felice. Mahler pensava di averlo salvato, perché i signori direttori d'orchestra, nello sfogliare la partitura lo voltavano avanti e indietro senza alcuna considerazione e difatti le parole scritte da Wagner erano diventate quasi irriconoscibili dall'unto e dalla sporcizia delle dita dei direttori d'orchestra. Stirammo il foglio e lo facemmo incorniciare. Lo appesi ingenuamente alla parete dello studio. Ma non molto dopo Rose ve lo scoperse. «Come, lo avete voi? Tutta l'Opera lo sta cercando. No, ragazzi, questo non va!» Prese il quadro, con cornice e tutto e se lo portò via... Non ne abbiamo più saputo nulla.
Mi piacerebbe sapere dov'è oggi.
Tutti gli stranieri di un certo livello intellettuale avevano libero accesso al nostro palco ed erano tanti che spesse volte non v'era quasi più posto per me. Un giorno Mahler rientrò dall'Opera: «Richard Dehmel è a Vienna.
Non mi piace, ma so che a te interessa. Te lo devo portare?» E così una sera venne da noi con la moglie. Eravamo in parecchi, sempre gli stessi: [Alfred] Roller, Klimt, [Kolo] Moser, mia madre e Moll [padre adottivo di Alma].
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__________ALFRED ROLLER________________Selbstbildnis (1916/17) by Kolo Moser
__________________________________________Österreichische Galerie Belvedere, Wien.
Presto si accese una gran discussione su Richard Wagner. Mahler e tutti noi eravamo schierati in favore di Wagner. Mahler amava Wagner senza riserve. Dehmel, misurato e moderno, lo avversava con durezza. La discussione minacciava di degenerare, quando Dehmel disse seccamente: «... del resto Wagner mi ricorda uno di quei rosolacci che danno uno schiocco quando si schiacciano ed io non posso sopportare i rosolacci!».
Tutti ammutolirono, e la serata finì in un'atmosfera di gelo. È strano come scene del genere rimangano impresse e non trovino scusanti.
Un'altra serata molto singolare: a Maiernigg, il compositore Theodor Streicher che soggiornava sulla sponda opposta del lago, venne a farci una visita che gli restituimmo. Durante l'estate non sembrava che volesse qualche cosa di particolare, ed era senz'altro una compagnia piacevole. Ma durante l'inverno si fece di nuovo vivo e le prime parole che uscirono dalla sua bocca furono: «Vorrei farLe sentire alcune mie composizioni.»
Mahler: «Che testi?»
Streicher: «Il corno magico del fanciullo.»
Mahler: «Hm -»
Si fissò una serata. C'erano Streicher, sua moglie, vestita come per un'udienza a Corte, in usi rigido abito di seta di taglio antiquato, Schönberg, Zemlinsky, Klaus Pringsheim [scheda DEUMM] (cognato di Thomas Mann). A tavola si parlò di tutto meno che delle composizioni di Streicher. Finalmente, più tardi, feci cenno a Mahler che lo doveva invitare a suonare. Ma egli rise e alzò le spalle.
La conversazione proseguiva stentata. Streicher e la moglie si scambiavano occhiate meravigliate. Feci ancora cenno a Mahier e, finalmente, era già quasi mezzanotte, mi riuscì di- attirano nell'entrata e lì vedemmo il rotolo spaventosamente grosso che sbucava da una tasca del mantello di Streicher. Mahier entrò sorridendo in salotto col rotolo in mano, e Streicher vi si precipitò sopra, sollevato, e poi al pianoforte.
Suonò un Lied- un secondo - un terzo. Mahler taceva e si mordicchiava l'interno della guancia, cosa che faceva sempre quando si annoiava. Ma non diceva parola. Schönberg e Zemlinsky, che trovavano la situazione imbarazzante, si erano alzati e si erano messi come due uccelli da preda l'uno a destra, l'altro a sinistra di Streicher, che diventava sempre più nervoso. Per buon cuore rilevavano qua e là qualche bellezza nella musica. Streicher aveva la cattiva abitudine di recitare ogni volta il testo prima di suonare il Lied, e eventualmente di spiegarlo; faceva anche osservare delle trovate particolarmente riuscite, delle modulazioni «notevoli», ansava, sudava e faceva la cosa più sbagliata che si possa fare in simili casi, continuava a suonare. Mahler, sdraiato di sghimbescio sul divano, non prendeva più assolutamente nota di tutta la faccenda, Pringsheirn stava appoggiato alla coda del pianoforte, io ero dietro a Streicher. Non dovevamo guardarci in faccia, altrimenti saremmo scoppiati in una risata irresistibile. La signora Streicher ci fissava l'uno dopo l'altro - era una situazione comica e penosa allo stesso tempo. Finalmente gli Streicher si congedarono con grande freddezza e potemmo dar sfogo a tutta la nostra ilarità. Sì - questo era Mahler, tutto lui, incapace di dire una sola parola insincera!
Prova generale del concerto di Lieder* di Mahler. Grande commozione nel pubblico. È la prima volta che la gente apprezza i Lieder di Mahler. Finora avevano suscitato vivace opposizione e critica sia nei giornali sia tra il pubblico.
Alla fine di marzo, dopo molti pro e contro cominciarono le prove della Rose vom Liebesgarten - di Hans Pfitzner. Nel frattempo Pfitzner mi aveva fatto un grande regalo: mi aveva dedicato il suo quartetto. Avevamo avuto una fitta corrispondenza ed eravamo diventati amici nonostante la lontananza. [...]
Ora, col suo contratto in tasca [autunno1907], Mahler era contento e tornò ancora una volta all'Opera nel tardo autunno, completamente mutato, come direttore d'orchestra. Diresse per l'ultima volta le sue opere preferite, diede una meravigliosa esecuzione della Seconda Sinfonia nella Sala dei concerti e, da ultimo, il 15 ottobre diresse il Fidelio.
Mi sento in obbligo di riferire che il pubblico disertò queste ultime esecuzioni e che Mahler dovette sopportare l'estrema offesa: di esser abbandonato dal pubblico.
Quando Mahler firmò il contratto con Conried, vi inserì la clausola che non avrebbe diretto il Parsfal a nessuna condizione, perché non voleva contraddire alle disposizioni testamentarie di Wagner.
Negli ultimi giorni prima della nostra partenza da Vienna, tutti gli amici di Schönberg e di Zemlinsky vollero passare ancora una serata con Mahier. La scelta cadde sull'«Angelo custode», una trattoria di Grinzing. Io ero rimasta a casa. Avevo sempre trovato faticose e inconcludenti quelle riunioni numerose. Verso mezzanotte Mahler entrò in camera mia, estremamente divertito. I suoi vestiti sapevano talmente di fumo, che si cambiò prima di riferirmi l'esito della serata. E si mise poi a raccontare con tanto brio che continuammo a ridere fino a notte avanzata. Aveva dunque raggiunto la compagnia, un solenne silenzio gravava sulla riunione. Senza preliminari chiese la lista dei cibi per riportare l'animazione. Il cameriere arrivò con la minestra con tutti e due i pollici nel piatto. Mahler rimandò indietro la minestra. Il cameriere portò un panino in mano. Mahler ne chiese un altro, il cameriere andò alla credenza in fondo alla stanza, posò lo stesso panino su un piatto e lo riportò a Mahler. Gli scolari di Schönberg che avevano assistito a quanto stava succedendo con terrore e ammirazione, cominciarono a intuire che Mahler si divertiva, e il ghiaccio fu rotto. Ora diventarono allegri e così rumorosi che non si sentiva più neanche la propria voce.
Mahler voleva tornare a casa perché, d'altra parte, non sopportava nemmeno il chiasso. Si era messo d'accordo con Schönberg e Zemlinsky che sarebbe sceso dal tram al ristorante Zögermtz e loro due dietro a lui, per liberarsi dalla turba importuna degli allievi. Ma tutti gli allievi saltarono automaticamente giù dal tram in corsa ed eccoli di nuovo seduti l'uno appiccicato all'altro nel locale fumoso, di nuovo tutti intimiditi e silenziosi e, da ultimo, di nuovo tremendamente chiassosi.
In mezzo alla confusione Mahler lanciò la domanda: «Che ne pensate di Dostoievskij?» alla quale una quantità di voci giovanili rispose: «Non ne abbiamo più bisogno, abbiamo Strindberg!» Questa risposta che conteneva un'affermazione così grave sulla caducità, ci fece molto riflettere quella notte. A quanto sembra Mahler rispose con vivacità. Tutti i giovani hanno bisogno di appoggiarsi a una grande personalità del loro tempo. Ieri Strindberg, oggi Wedekind, domani Shaw, dopodomani Dostoievskij riscoperto, e così all'infinito. Non ha importanza, la moda cambia le proprie divinità. La cosa principale è che esistano delle divinità.
Mi raccontava tutto ciò seduto sulla sponda del mio letto, sorridendo, fumando e cenando, perché dallo schifo non aveva toccato nulla ed io gli avevo preparato uno spuntino in tutta fretta.
Era arrivato il momento di congedarci da Vienna. Schönberg e Zemlinsky avevano radunato i loro allievi e gli amici di Mahler alla stazione. Li avevano fatti entrare di nascosto da un ingresso laterale. Quando arrivammo erano già tutti radunati, le mani piene di fiori, gli occhi pieni di lacrime; salirono nel nostro scompartimento, lo inghirlandarono, i sedili, il pavimento, tutto. Il treno si mosse lentamente uscendo dalla tettoia, non sentivamo rincrescimento, né nostalgia.
Eravamo stati colpiti troppo duramente, volevamo solo andarcene, andar lontano. Anzi eravamo quasi contenti di allontanarci da Vienna. Non sentivamo nemmeno la mancanza della bambina che avevamo lasciato da mia madre. Sapevamo: non c'è premura e amore che possano tener lontane le sciagure. In nessun posto si è al sicuro. Eravamo bruciati. Così credevamo. Ma nonostante tutto eravamo entrambi pieni di speranze per il futuro!
Durante il viaggio Mahler mi disse: «L'opera di repertorio ha fatto il suo tempo. Sono contento di non dover assistere qui alla sua decadenza e di esser riuscito, sin all'ultimo, a non far accorgere il pubblico che lo imboccavo con i cucchiai vuoti.»
[...]