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Consiglio federale, Parlamento e tutte le “alte sfere” della politica, nel 1992 volevano che la Svizzera sottoscrivesse con l’UE (allora ancora CE) un trattato per aderire al cosiddetto “Spazio economico europeo” (SEE). Con questo, la Svizzera si sarebbe impegnata a riprendere le leggi dell’UE, compreso il diritto futuro, senza che le cittadine e i cittadini svizzeri potessero decidere in merito. Si sarebbe così rinunciato in gran parte all’autodeterminazione, all’indipendenza, alla democrazia diretta e alla neutralità della Svizzera.
Lo SEE quale trattato coloniale
Anche il Consiglio federale aveva realizzato che un SÌ all’accordo SEE sarebbe stato una scandalosa ingerenza nella forma di Stato svizzera. Per questo scrisse esplicitamente nel messaggio inerente allo SEE: “La nostra partecipazione allo SEE non può che essere considerata l’ultima parola per ciò che riguarda la nostra politica d’integrazione. Essa è da vedere nel quadro di una strategia europea, da attuare in due fasi e con l’obiettivo finale la totale adesione della Svizzera alla CE”.
Il nuovo legislatore sarebbe diventato l’UE. Si trattava, per così dire, di un trattato coloniale. La votazione sullo SEE non era perciò limitata a quest’ultimo, bensì era una votazione sull’UE.
Il giorno di San Nicolao del 1992, quasi l’80% delle cittadine e dei cittadini andò alle urne. Una risicata maggioranza del 50,3% e una chiara maggioranza dei cantoni respinsero l’adesione allo SEE/UE. La Svizzera confermava così il suo plurisecolare modello di successo: apertura verso tutto il mondo, ma gestione autonoma delle nostre scelte politiche.
L’intera “classe politique” imboccò quella volta la strada sbagliata. Il capo-negoziatore per lo SEE, segretario di Stato Franz Blankart, mise in guardia contro un NO, di fronte all’Unione svizzera delle arti e mestieri: “Dopo cinque anni di via solitaria, pregheremo in ginocchio l’UE, per motivi economici, di prenderci quali membri, a qualsiasi prezzo.”
Gli avversari della proposta erano semplici, ma risoluti, uomini e donne del popolo, che venivano tacciati di zoticoni e derisi. Con la puzza sotto il naso, si parlava di “stupido popolo”.
La campagna di voto principale fu condotta dall’«Azione per una Svizzera neutrale e indipendente» (ASNI).
Fu una campagna “artigianale”, senza agenzia pubblicitaria.
Il NO non ancora accettato a tutt’oggi
Tanto piacevole fu il fatto che le svizzere e gli Svizzeri avessero salvato l’autonomia della Svizzera, e tanto deplorevole è il fatto che la “classe politique” non abbia a tutt’oggi mai accettato la decisione.
I consiglieri federali cominciarono a lamentarsi, con facce da funerale, già dal giorno stesso della votazione del “dimanche noir”, la domenica nera. Profetizzarono per i nostri giovani un futuro in disoccupazione (mentre oggi la disoccupazione giovanile raggiunge livelli da record in certi Stati UE).
Per oltre vent’anni, la “classe politique” si attenne ufficialmente all’obiettivo dell’adesione, e lo fa tuttora – sebbene senza dirlo pubblicamente. Il PLR si pronunciò a favore dell’adesione nel 1995, il PPD lo seguì nel 1998, il PS ha tuttora l’obiettivo dell’adesione all’UE nel suo programma di partito. E proprio un convinto euroturbo, il segretario di Stato Jakob Kellenberger, negoziò a Bruxelles gli accordi bilaterali I con una sacrilega “clausola ghigliottina”, i quali includevano la libera circolazione delle persone che, negli anni successivi, ci avrebbero portato un’immigrazione di massa di dimensioni inaspettate.
Bilancio dopo 25 anni
Oggi, dopo 25 anni, possiamo tirare un bilancio valido: gli scenari apocalittici dei sostenitori dello SEE nel 1992, non si sono avverati. Piuttosto il contrario. In paragone agli Stati dell’UE, alla Svizzera le cose vanno decisamente meglio: economicamente, socialmente e per ciò che riguarda la qualità di vita e la pace. Perché? Perché da noi decidono sempre ancora i cittadini, non i politici da soli. Facciamo sì che ciò continui anche in futuro. E che i nostri diritti di cittadini non vengano sacrificati sull’altare dell’interesse personale, della carriera o della vigliaccheria di politici, manager e funzionari di organizzazioni.