Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01201.jsonl.gz/815

El Dorado degli emigranti, mercato economico interessante, ma al contempo regno dei cattivi: le relazioni fra Svizzera e Russia sono ricche di contrasti.
A colloquio con swissinfo, lo storico elvetico Hans-Ulrich Jost traccia un bilancio degli ultimi quattro secoli.
Fino al 1918, circa 60'000 svizzeri si sono avventurati in cerca di fortuna alla volta della Russia. Talvolta i loro desideri sono stati esauditi. Ma, con la rivoluzione dei bolscevichi, le cose sono cambiate: l'Unione sovietica è diventata il nemico numero 1.
Hans-Ulrich Jost, fra i più noti storici della Svizzera, è stato professore presso l'Università di Losanna fino al 2005. Secondo lui, il fantasma del comunismo non è ancora del tutto scomparso.
swissinfo: Fino al 19° secolo, la Russia era uno fra i maggiori Paesi di immigrazione. Come mai?
Hans-Ulrich Jost: Per gli emigranti, la Russia era come l'El Dorado, una sorta di California europea dove si potevano guadagnare soldi abbastanza facilmente. Nel 19° secolo, molti industriali, tecnici e specialisti del settore agricolo elvetici contribuirono alla sua modernizzazione. Nel giro di dieci anni, alcuni di loro tornarono in Patria da milionari.
swissinfo: Anche le relazioni economiche fra i due Paesi erano particolarmente forti. Molti ingegneri ed educatori elvetici hanno lasciato la loro impronta in Russia. Come si spiega questo rapporto privilegiato con la Svizzera?
H-U.J.: Nel corso del 18° secolo soprattutto, la Russia ha cercato di crearsi dei legami culturali con l'Ovest dell'Europa. Scienziati, ingegneri e insegnanti elvetici erano molto richiesti. Si annoverano persino dei professori svizzeri presso l'Accademia di San Pietroburgo.
swissinfo: Durante la prima guerra mondiale, la missione sovietica a Berna fu chiusa. Cosa spinse a una decisione tanto drastica?
H-U.J.: Alla fine della prima guerra mondiale, con la Rivoluzione sovietica e l'avvento dei bolscevichi al potere, la Russia non fu più considerata un «Paese amico».
La missione russa a Berna – che non aveva uno statuto ufficiale – fu chiusa nel dopoguerra perché accusata, insieme all'estrema sinistra, di voler fomentare la rivoluzione in Svizzera. Non si sono però mai potuti provare simili «complotti».
La mancanza di relazioni diplomatiche fu per certi versi considerata un handicap. Infatti, malgrado la virulente atmosfera anticomunista e antibolscevica, il settore economico elvetico era interessato a conquistare i mercati russi.
Durante la seconda guerra mondiale la Svizzera stava per concludere un accordo economico con l'Unione sovietica. Ma, dopo l'attacco a sorpresa di Hitler alla Russia nel 1941, i contatti con il regime sovietico subirono un'interruzione.
L'evento provocò una grande crisi nella storia elvetica: dopo la vittoria degli Alleati – di cui facevano parte anche i Russi – il ministro degli esteri svizzero Pilet-Golaz cercò di avvicinarsi in modo non molto delicato all'Unione sovietica. Ma Stalin gli riservò un rifiuto molto severo. Solo nel 1946, dopo un periodo di tensioni, si poterono ristabilire i rapporti diplomatici fra i due Paesi.
swissinfo: La guerra fredda si è tradotta in svizzera soprattutto nella stigmatizzazione del comunismo. Per quali ragioni politiche interne gli attivisti di sinistra in Svizzera furono perseguiti e messi sotto controllo?
H-U.J.: L'anticomunismo è stato uno dei principali leitmotiv politici dei partiti borghesi del 20° secolo, che lo consideravano un elemento importante per la coesione interna del Paese. Al contempo, la sinistra elvetica veniva messa con le spalle al muro ed accusata di bolscevismo.
Tuttavia, la Svizzera era molto interessata a mantenere delle relazioni commerciali con la Russia perché, come nel 18° e 19° secolo, offriva mercati particolarmente allettanti. Questa situazione condusse a una sorta di comportamento schizofrenico della Svizzera nei riguardi dell'URSS. Da un lato infatti, la Confederazione si dichiarava neutrale. Ma dall'altro si dimostrava fortemente ostile al comunismo pur volendo al contempo continuare a fare affari con il «nemico».
Anche dopo la caduta del muro di Berlino, non è stato effettuato un lavoro mentale per liberarsi da questa relazione contraddittoria.
swissinfo: Nella testa degli svizzeri quindi, la guerra fredda non è ancora finita?
H-U. J.: Direi che intellettualmente non si è ancora riusciti a liberarsi della guerra fredda. Malgrado la fine del regime sovietico, le forze di sinistra sono ancora in parte considerate il regno dei cattivi.
Intervista swissinfo: Renat Künzi
(traduzione, Anna Passera)
Fatti e cifre
190 anni fa, la Svizzera aprì il suo primo consolato a San Pietroburgo.
100 anni fa, nella stessa città, la prima ambasciata.
60 anni fa, dopo 28 anni di interruzione, ripresa delle relazioni diplomatiche fra i due paesi.
A fine 2005, in Russia vivevano 576 cittadini svizzeri.
Quest'anno, nei due paesi sono previsti decine di progetti e eventi per festeggiare il giubileo.
In breve
Nel 18° secolo, ingegneri, scienziati e insegnanti svizzeri erano molto richiesti in Russia.
Durante il 19° secolo, la Russia era vista dagli svizzeri come una sorta di El Dorado.
Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917-18, la Russia è diventata un nemico. La rottura dei contatti diplomatici si è rivelata negativa per l'economia elvetica.
Le relazioni economiche sono ricominciate solo dopo la ripresa dei contatti diplomatici nel 1946.
L'attitudine della Svizzera durante la guerra fredda è stata contraddittoria: anche se il comunismo era considerato il nemico numero 1, l'economia elvetica si è sviluppata sul mercato sovietico.
Nel gennaio del 2006, Svizzera e Russia hanno cominciato a discutere un trattato di libero scambio.