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Le multinazionali devono rispondere in Svizzera delle loro azioni all'estero? Il Consiglio degli Stati (camera dei cantoni) dovrebbe discutere per la seconda volta di una revisione di legge che mira a regolamentare la responsabilità delle imprese in caso di violazione dei diritti umani o ambientali. La proposta è la reazione a un'iniziativa popolare sullo stesso argomento. Un riassunto delle discussioni.Questo contenuto è stato pubblicato il 25 settembre 2019 - 15:00
Lavoro minorile nelle piantagioni di cacao, inquinamento delle falde freatiche a causa di attività minerarie, dislocazione di popolazioni indigene per far posto a monoculture di palma da olio, deforestazione: le attività di aziende multinazionali nel mondo sono spesso al centro dell'attenzione, in seguito a violazioni dei diritti umani o a danni ambientali.
Della questione hanno discusso a lungo anche le Nazioni Unite. Nel 2011 il Consiglio dei diritti umani dell'ONU ha adottato dei Principi guida per le imprese e i diritti umaniLink esterno, che chiedono agli Stati di assicurare, con misure volontarie e regole vincolanti, il rispetto di norme internazionali da parte delle aziende. In Svizzera, sede di numerose multinazionali e in particolare di grandi aziende attive nel commercio di materie prime, la questione occupa la politica da tempo.
Cos'è accaduto finora?End of insertion
In seguito alla reticenza del parlamento svizzero ad adottare misure vincolanti in materia, nel 2015 una coalizione di ONGLink esterno ha lanciato un'iniziativa popolare, denominata "PLink esternoer multinazionali responsabiliLink esterno", che chiede l'introduzione di un obbligo di 'dovuta diligenza' nell'ambito dei diritti umani e della protezione dell'ambiente e stabilisce la responsabilità civile delle imprese svizzere per le attività di aziende controllate all'estero.
La responsabilità decade tuttavia se le imprese possono dimostrare di aver rispettato l'obbligo di diligenza, cioè se hanno preso tutte le precauzioni necessarie per evitare il danno.
Nel 2017 il governo federale ha invitato il parlamentoLink esterno a respingere l'iniziativa senza controprogetto, vale a dire senza proporre una modifica costituzionale alternativa a quella formulata dall'iniziativa o una modifica di legge che risponda ai problemi da essa sollevati. Il Consiglio nazionale (camera del popolo) ha però preferito dar retta alla sua commissione degli affari giuridici, esprimendosi nel 2018 a favore di una revisione del diritto della società anonima che tiene conto delle richieste dell'iniziativa, pur attenuandone alcuni aspetti.
Dietro alla decisione del Consiglio nazionale c'è la convinzione che sia meglio trovare un compromesso capace di indurre i promotori dell'iniziativa a ritirare la loro proposta, piuttosto che rischiare una campagna di voto in cui l'immagine delle aziende potrebbe subire gravi danni.
La proposta, che rappresenta un cosiddetto "controprogetto indiretto" all'iniziativa, ha ottenuto il sostegno di alcune associazioni economiche, soprattutto della Svizzera francese, e di alcuni grandi gruppi attivi nel commercio al dettaglio, ma è osteggiata da EconomiesuisseLink esterno e da SwissholdingsLink esterno, che temono una valanga di processi contro le multinazionali svizzere.
La posizione delle due organizzazioni ha contributo nella scorsa primavera a indurre la maggioranza del Consiglio degli Stati (camera dei cantoni) a respingere una variante del controprogetto elaborata dalla sua commissione. Poiché però il Consiglio nazionale ha ribadito il suo appoggio al controprogetto, il Consiglio degli Stati è chiamato il 26 settembre a esprimersi nuovamente sulla questione.
Cosa c'è di nuovo?End of insertion
La commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati ha nel frattempo rielaborato il controprogetto indirettoLink esterno. Al centro della proposta rimane la responsabilità delle aziende svizzere per le violazioni dei diritti umani o delle norme ambientali da parte delle loro filiali all'estero. Alcune modifiche tengono però conto dei timori delle cerchie economiche.
Le organizzazioni che difendono gli interessi delle multinazionali svizzere ritengono che dall'obbligo di diligenza esteso a tutte le relazioni d'affari, come previsto dal controprogetto, possa derivare una responsabilità giuridica anche nei confronti di violazioni da parte di terzi. La bozza della commissioneLink esterno del Consiglio degli Stati esclude esplicitamente questa possibilità.
La proposta contempla inoltre una procedura di conciliazione speciale, a cui le parti lese dovrebbero adire prima di ricorrere a un tribunale. La misura è intesa a garantire le imprese dal rischio di processi ingiustificati. La commissione propone di conferire il ruolo di autorità di conciliazione speciale a un organo già esistente: il Punto di contatto nazionale (PCN)Link esterno, un ufficio che ha sede presso la Segreteria di Stato dell'economia e promuove l'applicazione delle Linee guida dell'OCSELink esterno per le imprese multinazionali.
Cosa accadrà dopo il voto nel Consiglio degli Stati?End of insertion
Sulla questione della responsabilità delle imprese, nella camera dei cantoni non ci sono maggioranze nette. In primavera, i senatori avevano respinto la proposta della loro commissione con 22 voti contro 20. È perciò difficile azzardare previsioni.
Economiesuisse e Swissholdings hanno fatto sapere di essere contrarie anche alla nuova variante del controprogetto. A loro avviso, la procedura di conciliazione al vaglio del Consiglio degli Stati non preserva le aziende da possibili danni e nello stesso tempo rischia di nuocere al ruolo di mediazione svolto finora dal PCN.
Dal canto loro i promotori dell'iniziativa "per imprese responsabili", che pure sono critici verso alcuni punti del controprogetto, hanno segnalato la disponibilità a ritirare l'iniziativa se la proposta attualmente sul tavolo dovesse essere approvata. Il risultato del voto promette dunque di essere serrato.
Se il Consiglio degli Stati dovesse dire sì al controprogetto indiretto, la palla tornerebbe al Consiglio nazionale, poiché tra le varianti votate dalle due camere ci sono numerose differenze e se ne potrebbero aggiungere altre durante il dibattito nella camera dei cantoni. Se invece i senatori dovessero propendere per il no, questo significherebbe la fine del controprogetto indiretto. A quel punto si andrebbe con ogni probabilità al voto popolare sull'iniziativa nel 2020.
E se la decisione fosse ancora rinviata?End of insertion
Nel frattempo il Consiglio federale ha rivisto la sua posizione, annunciando lo scorso agostoLink esterno di voler elaborare a sua volta una proposta alternativa a quella dell'iniziativa. Il suo progetto va però molto meno lontano rispetto a quello dibattuto alle camere, poiché prevede solo un obbligo di rendiconto in materia di rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali e non contempla norme sulla responsabilità civile delle aziende.
Il governo ritiene che la sua proposta corrisponda agli standard internazionali. A suo avviso la regolamentazione proposta dall'iniziativa e dal controprogetto del parlamento andrebbe oltre a quella di altri paesi e comporterebbe uno svantaggio competitivo per l'economia elvetica. Il paragone tra le normative di paesi diversi è però molto complesso e non fornisce risultati univoci, come dimostra uno studio comparativo (in tedesco)Link esterno sollecitato dalla commissione affari giuridici del Consiglio degli Stati.
La suspense aleggia tuttavia sul dibattito alla Camera dei Cantoni, in calendario il 26 settembre: in una mozione d'ordine, il senatore Ruedi NoserLink esterno domanda infatti di rinviarlo. Il liberale radicale zurighese motiva la richiesta con l'opportunità di consentire alla commissione degli affari giuridici "di discutere di nuovo questo dossier alla luce della proposta annunciata dal Consiglio federale".
In una nota, Alliance SudLink esterno, la comunità di lavoro che riunisce varie organizzazioni umanitarie svizzere, denuncia dal canto suo "una nuova manovra della lobby delle multinazionali per rinviare la decisione sine die".
In ogni caso, la discussione su multinazionali e diritti umani potrebbe occupare ancora per qualche tempo il parlamento svizzero.
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