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Spazio musicale
Il concerto della serie OSI in Auditorio svoltosi il 29 gennaio si è distinto presentando due lavori per quartetto d’archi e orchestra. Il primo era “Introduzione e Allegro” op. 47 di Elgar. Dopo un inizio meditativo ma di scarso interesse la composizione prende quota nella parte veloce, caratterizzata da ritmi serrati e incalzanti. Stranamente il quartetto, che dovrebbe costituire un elemento essenziale, non si mette in evidenza; scarsi sono gli spunti di dialogo o di contrapposizione rispetto ai “tutti”.
Esattamente il contrario va detto di “The Rave and the Nightingale” di Matthew Hindson. Qui il concertino, per adottare la terminologia del concerto grosso, domina. Anzi all’inizio, per un lungo tratto, suona solo. Quando l’orchestra finalmente si fa viva è per assumere prevalentemente una funzione complementare, amplificando le sonorità del quartetto o punteggiando il discorso di questo con forti accordi staccati. Solo nell’incandescente conclusione i “tutti” si impongono con vigore, non senza però lasciar spazio a significativi interventi della formazione solistica. E così se nella prima composizione, quella di Elgar, il “Quartetto energie nuove” è rimasto piuttosto in ombra, qui invece ha potuto mettere in luce le sue ottime qualità. I quattro musicisti, tutti membri dell’Orchestra della Svizzera italiana, si sono fatti onore. Erano Hans Liviabella, violino, Barbara Ciannamea, violino, Ivan Vukcevic, viola, e Felix Vogelsang, violoncello. Ma anche la sezione archi dell’orchestra, sotto la direzione di Nicholas Milton, è stata autrice di una prestazione impeccabile e anche nei più fitti contrappunti non sono mai mancate trasparenza e chiarezza.
La Sinfonia 100 “Militare” di Haydn, che ha concluso la serata, appartiene al gruppo delle cosiddette sinfonie londinesi. Queste furono scritte in seguito a inviti del violinista e impresario Salomon, un tedesco residente nella capitale inglese, dove organizzava stagioni di concerti. Il compositore potè lavorare in condizioni più favorevoli rispetto ai tempi in cui prestava servizio presso il principe Esterhazy. Da un lato non sottostava alle esigenze di questi, anche se completamente libero non fu neppure a Londra, dovendo rispettare le intese con il Salomon. Dall’altro lato disponeva di un’orchestra comprendente una sessantina di strumentisti e quindi tre volte più numerosa del complesso Esterhazy. Videro così la luce dodici sinfonie di alto valore, che vennero accolte con grande favore dal pubblico e procurarono a Haydn anche notevoli benefici finanziari. Quella eseguita nel concerto di cui sto scrivendo è ricchissima di idee non tanto nell’invenzione di motivi quanto nel modo di utilizzarli. Si tratta di idee spesso contrastanti e qualche volta contradditorie, laddove nel secondo caso sminuiscono la compattezza e il valore dell’opera. Per esempio nell’”allegro” il primo tema, portato dal flauto e dagli oboi, è fragile, quasi infantile, e se vogliamo riferirlo all’attività militare fa pensare più a soldatini giocattolo che a un vero esercito. E tuttavia il tempo, che è in forma sonata, quando entra nello sviluppo utilizza – altro aspetto speciale – solo il secondo tema e lo porta a concezioni musicali grandiose. L’”allegretto” si basa su un motivo aggraziato, però lo presenta e ripresenta in versioni diverse, talvolta anche con forza; verso la fine un inatteso squillo di tromba e un rullio di timpani scuotono l’ascoltatore e preludono a una grande esclamazione di tutta l’orchestra, compresa una folta sezione di percussione, cui fa seguito, in modo ancora una volta inatteso, una ripresa delle prime due battute del tema iniziale con la sua elegante delicatezza. Un minuetto densamente orchestrato e un finale sfavillante concludono la sinfonia.
In merito all’esecuzione ascoltata all’Auditorio si può dire che il direttore non ha fatto risparmio di energia e ne ha dato una lettura con dinamica assai rilevata. D’altra parte i legni nell’esecuzione del pigolante primo tema del primo tempo sono stati bravissimi. Leggero, elegante e finemente espressivo è risultato il motivo dell’”allegretto”. Va segnalato peraltro qualche scompenso: verso la fine del secondo tempo l’intervento della tromba avrei voluto sentirlo più deciso mentre subito dopo il Milton, esagerando in senso opposto, ha scatenato una specie di cataclisma poco consono allo spirito della sinfonia.
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Composizioni particolari ha offerto anche il concerto del 5 febbraio. Di Arvo Pärt è stato eseguito il “Cantus in Memory of Benjamin Britten”. Dal silenzio emergono esili fili di musica che si intrecciano, producono suggestive rifrazioni, si rafforzano, espandono il tessuto sonoro e alla fine lo portano in zona bassa facendogli acquisire un tono di solennità e gravità. Improvvisamente il tutto cessa. Il lavoro, nel suo progressivo ampliarsi e nell’allargare a poco a poco il respiro, cattura la sensibilità dell’ascoltatore. Anche i rintocchi della campana contribuiscono a creare una atmosfera affatto speciale. Una composizione di questo genere si regge solo se l’orchestra sa trovare una disciplina e una fusione irreprensibili; condizione soddisfatta a Lugano grazie al direttore Howard Griffiths e alla sezione archi dell’Orchestra della Svizzera italiana.
Non capita spesso di ascoltare un pezzo in cui i solisti sono un tenore e un corno. Questo insolito accostamento esiste nella “Serenade per tenore, corno e archi” op. 31 di Britten. È una musica che, svolgendo melodie a contorni frastagliati, esige molto dal cantante e dal solista o, nel caso di cui sto parlando, dalla solista. Il tenore Thomas Cooley si è rivelato un interprete di valore: ha mezzi molto flessibili e sa farne un uso eccellente producendo con una gamma avvincente di colori ogni sfumatura e ogni sottigliezza. Degna di lui è stata Zora Slokar, primo corno dell’Orchestra della Svizzera italiana, autrice di una prestazione assai bella e molto brava, in special modo, nei dialoghi, spesso alquanto animati, con il tenore.
La sinfonia 102 di Haydn, che ha concluso la serata, presenta come terzo tempo un minuetto gradevole, un poco rude ma bonario, e come finale un “presto” sprizzante gioia di vivere. Ma le parti dell’opera che maggiormente si caratterizzano e ne fanno un lavoro di alto pregio sono il primo tempo e il secondo. C’è una introduzione in “largo” che esordisce con un motivo di scarso significato ma che poi assume un senso di mestizia e di gravità grazie alle sincopi e al ripetersi insistente di una cellula discendente di quattro note. Un inatteso arpeggio ascendente del flauto introduce al “vivace”, che ha spinto certi critici a stabilire una relazione con Beethoven. In effetti il tema fondamentale aggredisce l’ascoltatore con una energia e una combattività che quasi sconfinano nella prepotenza. Queste peculiarità si estendono a quasi tutto il tempo mentre il secondo tema, nel quale si è voluto vedere un omaggio a Mozart, non va oltre una certa grazia; peraltro nello sviluppo anch’esso si scuote e dà contributi al clima generale della composizione. Nell’”adagio” c’è un tema solo, ma di grande espressione, che con svolgimenti melodicamente e ritmicamente complessi emana un senso di turbamento; l’intero tempo, in cui il tema ricompare numerose volte, resta pervaso da questo sentimento. Complessivamente buona è stata l’esecuzione da parte del Griffiths e dell’Orchestra della Svizzera italiana ma qualche aspetto ha lasciato a desiderare; per esempio il primo tema del primo tempo, che è così caratterizzante e importante, andava suonato con più forza e aggressività.
Carlo Rezzonico