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La scena britannica del community journalism hyperlocal ha provocato reazioni diversificate. I detrattori vedono questi progetti come amatoriali, fragili e con poca rilevanza per il “vero” giornalismo. I sostenitori, al contrario, sono convinti che abbiano già posto le basi per una funzione importante e duratura per l’ecosistema del giornalismo in tutto il mondo. La buona notizia è che tutte le opinioni su questo settore possono ora essere sostenute su una buona base di evidenza, grazie a quanto emerso dall’ultima conferenza organizzata dal Centre for Community Journalism che si è tenuta presso la Cardiff University. Gli organizzatori hanno chiesto a Damian Radcliffe di scrivere un un report sul tema: What next for community journalism?
Questi sono alcuni spunti fondamentali che sono emersi dal report:
- Ci sono più di 400 siti hyperlocal nel Regno Unito
- Il loro utilizzo continua ad aumentare
- Il loro coverage si concentra principalmente sugli eventi locali quotidiani e sui servizi ma la maggioranza di questi (72%) ha fatto del campaigning journalism e quasi la metà ha invece condotto un’indagine investigativa
- Questi siti sembrano essere più interessanti per le persone con meno di 44 anni che per quelli con più di 55, ma i lettori sono distribuiti su tutto lo spettro anagrafico
- La maggior parte dei siti si autofinanzia
- Circa la metà dei proprietari dei siti ha una formazione giornalistica
- Gli investimenti totali nelle testate hyperlocal britanniche negli ultimi tre anni sono stati meno di 5 milioni di sterline, ben poco rispetto ai 400 milioni di dollari negli Usa negli ultimi due anni
L’autore del report conclude che per quanto i siti hyperlocal abbiano fatto grandi progressi per fornire un servizio di valore nel Regno Unito, questi non sono ancora stati in grado di superare le difficoltà che erano state evidenziate già tre anni fa. Questo è chiaro, in particolare, per quanto riguarda la sostenibilità economica, il finanziamento, la possibilità di trovare questi siti, l’accesso a risorse non finanziarie e il riconoscimento da parte dei regolatori dei media e da parte dei policy-maker.
I siti hyperlocal usano infatti una varietà di business model: pubblicità, grant, filantropia, membership o abbonamenti ma, secondo la ricerca, tutti questi approcci sembrano essere ancora instabili o a rischio. A questo proposito, il report propone ben 35 raccomandazioni per i governi a diversi livelli e per le organizzazioni come la Bbc che, di recente, ha mostrato interesse nel collaborare con i siti hyperlocal per la fornitura di notizie locali e per il finanziamento stesso della Bbc. Si tratta di un programma di policy importante e che merita grande attenzione. Il mio punto di vista sulla questione è che il movimento hyperlocal ha raggiunto ora un punto decisivo di maturità grazie al quale la sua esistenza e crescita non sono più in discussione. Aiuterebbe forse superare l’ingombrante etichetta “hyperlocal” per focalizzarsi, al contrario, sul miglioramento dell’ecologia complessa dei servizi di news indipendenti e comunitari che, nel frattempo, continua a sbocciare su tutti i media. Lo spettro del community journalism, infatti, è ben più grande che digital only.
The Bristol Cable, ad esempio, è un buon esempio di servizio news finanziato e gestito in modo cooperativo e con una forte connotazione “di servizio”. La radio online e il video offrono a loro volta grande potenziale per il community journalism in un contesto dove, sia le testate maggiori che quelle comunitarie devono lottare con la sfida di fare un uso intelligente di piattaforme come Facebook e YouTube e, allo stesso tempo, cercare di non essere soffocate da queste ultime mentre cercano qualche rendita pubblicitaria. C’è un paradosso da tenere in considerazione: siamo coinvolti simultaneamente in come le comunicazioni digitali incontrano i limiti umani e fisici mentre, allo stesso tempo, incontriamo ancora un’intensa turbolenza digitale, ad esempio nel cambiamento repentino dell’esperienza di consumo delle news digitali in mobilità.
I governi e i regolatori giocano un ruolo importante nel garantire che i grandi media e le grandi aziende che operano nei social media si impegnino a far sì che l’ambiente dei media sia abitabile anche dai player più piccoli, quelli in crescita e quelli che non puntano espressamente a fare grandi guadagni e non solo per le imprese più grandi, più commerciali e con una storia lunga alle spalle. Le università possono aiutare a loro volta fornendo dati dalla ricerca per il community journalism e con formazione accessibile a chi lavora in questo settore.
Il pionieristico MOOC della Cardiff Universitzy dedicato al community journalism (un grande corso open online) è un buon esempio e ha attirato già 10mila persone in 40 paesi diversi. Il citizen journalism, come un tempo si era soliti chiamare il community journalism, potrebbe non aspirare a generare il suo proprio Citizen Kane, ma si è ritagliato uno spazio significativo e ha portato in superficie una storia di successo nel contesto più ampio della cittadinanza creativa. Di questo tema scrivo in The Creative Citizen Unbound: how social media and DIY culture contribute to democracy, communities and the creative economy. Il libro, co-editato da me e da John Hatley è il risultato di un progetto di ricerca AHRC/EPSRC di tre anni. Il testo uscirà la prossima primavera per Policy Press e inquadra il community journalism in un contesto sociale, economico e politico più ampio.
Articolo tradotto dall’originale inglese