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Alberi linguistici spiegano la complessità sociopolitica
di Roberto Insolia
Già agli inizi del Settecento il filosofo napoletano Giambattista Vico parlava dei “corsi e ricorsi della storia”. Si riferiva ai tentativi dell’uomo di migliorare la propria condizione e la società in cui viveva. Più di una volta l’uomo ci è riuscito, ma allo stesso modo è capitato che fallisse e quindi che si tornasse indietro.
Sebbene supportata da evidenze, questa è una teoria più semplice da elaborare a livello filosofico che evoluzionistico. Infatti, come faremmo se volessimo applicare un metodo rigoroso e scientifico per quantificare i passi, avanti e indietro, che abbiamo fatto? Come faremmo se volessimo misurare la complessità della nostra società? Grazie alla recente pubblicazione di un intrigante articolo sulla rivista “Nature”, ora lo sappiamo.
“Linguaggi non solo per capirsi fra simili, ma anche per capire ciò che ci circonda e come si è evoluto”: questo potrebbe essere il motto della ricerca condotta da Tom Currie, dello University College di Londra. I classici studi archeologici ed etnografici possono classificare un aggregato di uomini secondo alcuni modelli sociali convenzionalmente riconosciuti: il gruppo casuale, la tribù, la contrada, lo stato, l’impero. Questi modelli rappresentano una sequenziale evoluzione di uno status sociopolitico. Tuttavia la storia dimostra che non sempre si è seguita questa precisa successione. Infatti si può anche regredire, oppure si può arrivare allo stesso punto di organizzazione sociale attraverso percorsi culturali e storici differenti.
L’antropologo inglese Currie ha quindi analizzato i linguaggi come se fossero dei geni. Ha pensato di usare uno strumento qualitativo da antropologo, la lingua, come se fosse un dato quantitativo da genetista che indaga il DNA. E’ così riuscito a studiare i meccanismi dell’evoluzione sociale e culturale di una popolazione. Currie ha preso in considerazione 400 linguaggi diversi appartenenti alla famiglia delle lingue austronesiane, che sono attualmente parlate dal Madagascar alle Hawaii, passando per il Sud-est dell’Asia e l’Oceania. Il vocabolario virtuale di queste lingue è stato poi arricchito con informazioni riguardanti le attuali organizzazioni sociopolitiche delle stesse popolazioni. Il tutto è stato poi ordinato sotto forma di albero filogenetico. In questo modo si è riusciti a visualizzare le relazioni esistenti fra i parametri in esame. Per esempio, due linguaggi molto simili sono collocati su due rami vicini dell’albero filogenetico. Con un percorso a ritroso, partendo dai rami più distali, sono stati poi applicati dei modelli matematici, solitamente usati nella genetica di popolazione.
Currie dimostra chiaramente che l’evoluzione sociopolitica procede a piccoli passi, esattamente come quella biologica. Inoltre la complessità di una società può aumentare ma anche diminuire, come provano storicamente le scomparse di grandi imperi. E (attenzione!) spesso la caduta può essere rovinosa. I piccoli e probabilmente sofferti passi in avanti per migliorare la società possono essere vanificati in poche generazioni.
Tutto è molto elegante e innovativo in questa ricerca. Buone premesse perché la pubblicazione sollevi il giusto polverone all’interno della comunità scientifica. Lo studioso di evoluzione umana Jared Diamond, dell’Università della California a Los Angeles, dice che questo è il miglior modo per indagare l’evoluzione della complessità politica. L’antropologo Robert Carneiro, dell’American Museum of Natural History di New York, si mostra invece più scettico, ritenendo l’obiettivo di Currie antropologico, anche se il metodo utilizzato è completamente differente da quelli impiegati finora.
Certamente sarà da verificare se questo tipo di analisi, brillantemente applicato sulle popolazioni austronesiane, possa essere valido anche nel contesto indoeuropeo. E’ questo infatti uno scenario più limitato, dal punto di vista sia linguistico sia di organizzazione sociopolitica, rispetto a quanto studiato da Currie.
Per ora possiamo dire che i vecchi “corsi e ricorsi della storia” ci saranno sempre e in buona parte noi ne saremo gli artefici. Tuttavia potremmo avere in mano degli strumenti per guardare indietro in un modo più critico. E magari per capire gli errori del passato cercando di non ripeterli. Ma oggi ci conviene proprio dimostrare che la complessità politica può andare di pari passo con il grado di evoluzione della nostra società?