Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01114.jsonl.gz/1017

Signore e Signori,
1. Le barriere linguistiche individuali
Il vostro spettabile Istituto mi ha invitato a condividere le mie considerazioni sulle "frontiere linguistiche".
Già nel momento in cui mi accingo a pronunciare la prima frase mi rendo conto cosa significhi dover superare una barriera linguistica. Infatti devo parlare in francese. Non è la mia lingua madre, non è la lingua di cui ci serviamo dal mio lato della frontiera linguistica. Le "frontiere" ci pongono un "limite" e difatti si può dire che la mia capacità di esprimermi in francese è "limitata".
2. Parole prese in prestito
Non tutte le frontiere possono essere varcate. Quelle linguistiche però sì, perché le lingue si possono imparare anche in luoghi diversi dalla terra in cui sono parlate. Spesso le parole della propria lingua si mescolano con quelle della lingua straniera, avvicinando le persone – o spaventandole. Come quei Francesi che, udendo un discorso zeppo di anglicismi, chiedono in tono di rimprovero: "Parlez-vous franglais?".
Anche i Ticinesi utilizzano molte espressioni il cui significato sfugge agli abitanti della vicina Penisola. Infatti, la Svizzera romanda ha foggiato l’italiano parlato nel nostro Paese: se in Italia ti "avvertono" di un incidente "stradale" durante un "programma televisivo", in Svizzera interrompono "l’emissione" per "prevenire" gli spettatori dell’incidente della "circolazione".
Certo, non diranno "émission" né "prévenir" o "circulation", ma si tratta comunque di vocaboli presi in prestito dal francese.
È innegabile dunque che ogni nazione cede all’altra parte della sua lingua e quindi della sua cultura.
Infatti la cucina francese va ad arricchire anche il nostro linguaggio: "gratin", "baguette", "bignè", "dessert", "flambé" – chi mai vorrebbe rinunciare a tali prelibatezze o "delikatessen"? (Tanto per utilizzare un termine che ci giunge dal tedesco, che a sua volta l’aveva ripreso appunto dal francese, lingua in cui però si parlerebbe piuttosto di "comestibles de choix".)
L’apporto teutonico alle cucine latine è comunque un po’ più modesto e prosaico: "speck", oppure "emmental". Ad ogni modo la "cuisine française" non detta legge soltanto in fatto di ingredienti, ma anche di preparazione: una "tranche" di salmone sembra comunque più raffinata di una profana "trancia".
A "der Grappa" si contrappone il germanismo "il kirsch", a "das Ambiente" fa eco "il kitsch".
Mi preme ricordare un’espressione esportata con grande successo in tempi recenti: negli anni Ottanta è stato coniato il termine «Waldsterben», ripreso tale e quale in italiano e in francese. Dopotutto, "il waldsterben" è stato in realtà un fenomeno dettato dai media germanofoni e non una calamità naturale di fatto avvenuta – e le altre lingue sembrano essersene rese conto!
Concludiamo con un altro esempio assai rivelatore: anche i Romandi parlano del "Sonderfall" svizzero. Magari l’intento è di distanziarsi dal concetto anche sul piano linguistico bollando il "Sonderfall" come invenzione svizzero tedesca? Perché mai la Svizzera non dovrebbe essere un "cas particulier"? Certo, ormai anche la Svizzera romanda non si professa più favorevole all’adesione all’Unione europea. A questo punto anche il "Sonderfall" linguistico dovrebbe aver smesso di costituire un caso speciale.
3. Non siamo una "Sprachnation"
Abbiamo parlato di barriere e di come superarle. In Svizzera la lingua non è mai stata mistificata. Da noi sarebbe impensabile pronunciare una frase come "la lingua tedesca è l’organo tra le lingue".
Dopotutto, il nostro Stato non si definisce né attraverso la religione né attraverso la lingua, ma attraverso la storia comune, la lotta per la libertà, la democrazia diretta, la sete di indipendenza, la neutralità.
La Svizzera non dev’essere nemmeno una nazione linguistica. È nostra premura che le minoranze linguistiche non si sentano penalizzate rispetto alla maggioranza germanofona.
Possiamo dire che, a differenza di altri Stati, da noi non esistono veri e propri divari.
Prendiamo ad esempio il Belgio. Questo Paese conosce una separazione culturale, ma anche politica, alquanto netta tra i Fiamminghi, di lingua olandese, e i Valloni francofoni. A settentrione le tendenze separatiste sono assai più accentuate, perché è da qui che provengono i sostanziosi trasferimenti a favore della Vallonia.
4. Federalismo a tutela delle minoranze
A differenza sempre del Belgio, la Svizzera non è mai stata concepita come uno Stato unitario. Il nostro Paese ha aggregato una miriade di staterelli, senza però distruggerne la sovranità nelle questioni di rilievo.
Un sistema centralizzato minaccerebbe l’esistenza stessa della Svizzera, anche perché le frontiere linguistiche rischierebbero di essere violate; ciò va detto in termini inequivocabili.
Comunque la Svizzera non ha un centro strapotente come lo è la capitale belga. Ginevra e la regione del Lemano equivalgono, per potere economico, alla regione di Basilea o di Zurigo, mentre il polo amministrativo di Berna – della capitale – è di importanza marginale.
Naturalmente i contrasti nel nostro Paese non mancano nemmeno al giorno d’oggi. La cosa può sembrare deplorevole agli occhi dei maniaci del livellamento e dell’armonia, ma per me è una fortuna che vi siano questi contrasti: sono la prova tangibile della pluralità di una nazione. Soltanto le dittature abbattono i contrasti.
Fortunatamente, però, in Svizzera i contrasti sono ripartiti in modo da collimare soltanto di rado con un’unica comunità linguistica.
Troviamo socialisti in tutte le parti del Paese e borghesi che parlano tedesco, francese o italiano.
Abbiamo cattolici e protestanti ovunque: Friburghesi e Appenzellesi cattolici, Sciaffusani riformati e Ginevrini calvinisti. Oggi le differenze di religione sono state soppiantate da una contrapposizione città-campagna, che non coincide con le regioni linguistiche.
La pluralità della Svizzera, che abbraccia anche contrasti talvolta massicci senza (voler) escludere i potenziali conflitti, è garantita dal federalismo e dalla democrazia diretta.
Il federalismo concede ampia autonomia ai Comuni e ai Cantoni consentendo loro di vivere secondo la propria lingua, religione, cultura e natura. I confini cantonali non sono all’origine di conflitti – tanto meno nelle questioni linguistiche.
Il federalismo tutela in primo luogo le minoranze, mentre il centralismo, la forza dominante, non può proteggerle.
Teniamolo a mente quando riattaccano con le nenie sul "campanilismo cantonale". Un federalismo forte risponde in particolare all’interesse di chi, come voi, appartiene a una minoranza linguistica. Non so se le minoranze se ne rendono sempre conto.
5. Quando la politica mette il becco
Discorrendo di federalismo, dei quesiti fondamentali dell’ordinamento statale, ci siamo inoltrati – volenti nolenti – nel campo della politica. Anche la capitale federale – il potere centrale – si sente in dovere di intervenire nella questione linguistica.
Il pomo della discordia è la lingua straniera da insegnare alle elementari. L’inglese? Il tedesco? Il francese? Perché non il latino o forse addirittura il cinese, visto che la Cina è la superpotenza di domani?
Ad ogni buon conto devono essere i Cantoni a decidere in merito. Perché mai gli Urani, confinanti con il Ticino, non dovrebbero imparare l’italiano come prima lingua straniera? E se un bambino urano traslocasse nel vicino Cantone di Nidvaldo, dove alle elementari insegnano il francese? Io vi chiedo: sarebbe veramente questo gran dramma? Dobbiamo mettere a repentaglio un sistema funzionante soltanto per gestire eventuali casi individuali? Più il nostro federalismo sarà coerente, meglio risolveremo i problemi laddove si presentano, restando più vicini alle persone e rispettando quanto meglio le circostanze del caso.
6. Superare le barriere linguistiche
Le barriere linguistiche esistono, che le vogliamo o no. Esistono barriere linguistiche artificiali e naturali, necessarie e superflue. Esistono barriere linguistiche che dobbiamo rispettare e molte che invece possiamo superare senza abbatterle.
Ultima modifica 12.11.2007