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I vari protagonisti della letteratura gialla ricordano nel cinismo, o almeno nello scetticismo, i moralisti classici. È forse la conseguenza dell’osservare l’essere umano da troppo vicino. Qualcuno inventerà un giorno, ancora, un investigatore fiducioso nell’essere umano? Chesterton e Stevenson ci hanno provato e sono riusciti al primo tentativo. Ma il pessimismo degli indagatori funzionerà sempre: oltre che realistico e credibile, è comico.
Quando vuole Graham Greene sa usare una grande delicatezza, virtù umana che diventa letteraria. Ma non vuole quasi mai. A volte nelle dediche, di certo nelle lettere. Nei romanzi è molto più rara, a meno che sia nascosta sotto finte indelicatezze. ‘L’americano tranquillo’ (1955) comincia con una lunga dedica – a "René e Phuong" – scritta magistralmente e magistralmente ambigua. Greene dice che userà il nome di Phuong "perché è semplice, bello e facile da pronunciare". Phuong è la donna di Fowler nel romanzo. Ora Greene presta molti suoi tratti al corrispondente di guerra Fowler. Se Fowler è Greene e Phuong l’amica reale prima che un personaggio – e René il fidanzato o marito – l’espediente è una specie di (impertinente) omaggio o uno dei giochi pericolosi che permette la letteratura o si permette Greene. Che inizia la dedica mettendo le mani avanti: "Vi ho chiesto il permesso di dedicarvi…".
Sfondo de ‘L’americano tranquillo’ è il Vietnam, parte di quell’entità detta Indocina – che comprendeva anche Laos e Cambogia, Thailandia, Malaysia, Myanmar, Singapore – e che innamorò la Francia fin da metà Ottocento. Con la seconda guerra mondiale gli usurpatori si moltiplicarono: Giappone, Inghilterra, Stati Uniti. Ma "questo è un racconto, non un libro di storia", dice Greene sempre nella dedica, così prendiamo l’altra via.
Pyle è l’americano tranquillo da quando uno degli altri personaggi lo definisce così. Arriva in Vietnam inviato da una Missione per gli Aiuti economici. Ingenuo, idealista, scarso di esperienza e carico di letture. Troppo ingenuo secondo Fowler e con le letture sbagliate. Pyle è convinto di rappresentare e di portare la Democrazia e sa che non può essere in torto. Fowler, il contrario di un idealista, comincia a provare affetto per lui, pur non fidandosene del tutto come se rappresentasse un pericolo, in tanta innocenza: "Una delle voci che correvano a Saigon era che lui lavorasse per uno di quei servizi che vengono inutilmente chiamati segreti".
Tra i due sta Phuong, figura femminile tra le più riuscite di Greene, che non ne ha poche. Phuong molto più tranquilla, circonfusa di autentica serenità, di Pyle stesso. "Si parlava sempre di lei in terza persona, come se non fosse presente. A volte sembrava invisibile, come la pace". Pyle crede nella lealtà ed è sicuro che tutti i suoi atti saranno leali; Fowler non crede nella lealtà e meno ancora in quella delle intenzioni degli Stati Uniti. Tutte le varie tensioni del romanzo si riassumono nell’equilibristico odio-amore tra Fowler e Pyle. Qualcosa tra loro è sempre sul punto di esplodere, non solo a causa di Phuong, e non esplode. Qualcosa minaccia di esplodere nei luoghi della storia, e forse esploderà. Coinvolgendo uno dei due.
Si cerca di trovare un difetto, nel romanzo, una frase traballante. Più procedi nella maliziosa ricerca, più sai che il difetto non lo troverai.
Lasciamo il racconto, rientriamo nel ‘libro di storia’. Certi governi hanno una passione per i ‘luoghi strategici’. Li occupano con le armi, vi fanno gli affari e le vacanze, se possibile per secoli. Sono i cosiddetti colonialisti, parola neutra che fa mal comprendere, da sola, cos’è un colonialista. Evoca immagini che sviano: stile coloniale, colori coloniali… La storia del mondo è costellata di guerre suscitate da tale passione. Ma anche la guerra, in fondo, dipende dai punti di vista: "Dal campanile della cattedrale la battaglia si riduceva a uno spettacolo pittoresco, immobile come un’illustrazione della guerra boera su un vecchio numero della ‘Illustrated London News’".