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La Fondazione Cartier per l'arte contemporanea di Parigi dedica una grande mostra alla fotografa Claudia Andujar. Negli anni Sessanta, ad orientarla verso gli Yanomami era stato il ginevrino René Fuerst.
Siamo nel 1974. Claudia Andujar torna nel territorio degli Yanomami dopo aver fatto una prima visita, tre anni prima. Ha previsto tutto per un lungo soggiorno. In particolare, ha imballato un centinaio di rullini fotografici in scatole di polistirolo per proteggerle dall'umidità. Una precauzione indispensabile: in quest'angolo di Amazzonia piove a dirotto. Il suo registratore e la bellissima amaca acquistata a Sao Paulo sono completamente fradici.
Dopo Parigi, l’esposizione dedicata a Claudia Andujar sarà presentata al FotomuseumLink esterno di Winterthur dal 6 giugno al 23 agosto.
La fotografa è febbricitante a causa di un maledetto farmaco contro la malaria, di cui ha a lungo sofferto. Segue i cacciatori Yanomami. "Non ho osato chiedere dove stessimo andando", testimonia in una registrazione dell'epoca. Gli indios portano della selvaggina, tagliata a pezzi e posta su foglie di banano.
Nella foresta la luce è talmente fievole che deve "tirare" la sua pellicola fino a 3'200 ASA. Nello spazio di qualche mese, Claudia Andujar trova sia il suo stile fotografico – scatti in bianco e nero molto vicini al soggetto, con una grana enorme che a volte sprofonda nell'astrazione – sia un senso alla sua vita.
"Come una grande famiglia"
"Gli Yanomami hanno sempre l'aria contenta. Non c'è tensione tra di loro, è come una grande famiglia", racconta nella stessa registrazione. Tutto il contrario degli "Angry Ones", "quelli in collera" che gli indios incontrano sempre più spesso: i bianchi, cercatori d'oro, missionari e militari che si avventano sulla regione negli anni Settanta.
"Credo che sto documentando la vita di un popolo primitivo come non era mai stato fatto finora", scrive alla Fondazione Guggenheim per ottenere un prolungamento della sua borsa.
L'esposizione che la Fondazione Cartier per l'arte contemporaneaLink esterno dedica a Claudia Andujar ritraccia quegli anni in cui questo popolo "primitivo" – oggi opterebbe sicuramente per l'aggettivo "indigeno" – entra in contatto con la "civilizzazione", con conseguenze pressoché tutte nefaste: malattie fino ad allora sconosciute, cambiamenti nell'abbigliamento, intrusioni economiche e così via.
La tragedia della guerra
Claudia Andujar nasce a Neuchâtel nel 1931, figlia della protestante Germaine Guye e dell'ebreo ungherese Siegfried Haas. Cresce in Transilvania, regione a lungo contesa tra Romania e Ungheria. Nel 1940, l'Ungheria finisce sotto il giogo nazista. Suo padre e tutta la famiglia paterna sono mandati nel ghetto di Oradea, poi deportati e uccisi ad Auschwitz. La giovane Claudia fugge in Svizzera e dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti, nel 1956 raggiunge il Brasile, dopo aver sposato a New York il rifugiato spagnolo Julio Andujar.
Inizialmente fa dei reportage fotografici sul Brasile per conto di riviste americane e brasiliane, in particolare sulle popolazioni più povere. Poi incontra il ginevrino René Fuerst, che l'orienta verso gli Yanomami. Etnografo, "autodidatta indipendente" come lui stesso si descrive, Fuerst percorre in lungo e in largo i territori degli indios brasiliani dal 1955. "Claudia cercava un nuovo terreno d'inchiesta fotografico. Eravamo diventati amici e mi sono detto che il suo talento poteva tornare utile agli Yanomami", spiega Fuerst, che recentemente ha pubblicato "Indiens d'Amazonie. Vingt belles années (1955-1975)Link esterno".
Sovrimpressione, vaselina sull'obiettivo
I due approcci fotografici sono ben diversi. Quando René Fuerst parte in missione, acquista armi e munizioni e soprattutto "la moneta di scambio più apprezzata dagli indios, ossia 15 chili di perle di porcellana di color rosso, blu e bianco". Una moneta di scambio che gli serve per riportare degli oggetti che finiranno nei musei di etnografia di Ginevra, Basilea o Berlino.
Se oggi questo comportamento può sembrare scandaloso, all'epoca era moneta corrente: l'antropologo Claude Lévi-Strauss, padre dello strutturalismo, acquistava per le stesse ragioni le perle all'incrocio tra la Rue Réaumur e il Boulevard de Sébastopol a Parigi.
Nel 1970, allarmata per le minacce che planano sui popoli indigeni del Brasile, la Croce Rossa Internazionale decide di inviare una missione in Amazzonia e sceglie René Fuerst come consigliere scientifico. Un'esperienza che gli permette di approfondire ulteriormente la conoscenza delle popolazioni autoctone.
Esperienze allucinogene
Da parte sua, Claudia Andujar si impregna dell'universo Yanomami. Vive e mangia con loro e prova anche la polvere allucinogena yakoana. La prima reazione? "Un'agitazione incontrollabile. Mi sembrava di impazzire e volevo arrampicarmi sui muri", racconta nel catalogo dell'esposizione. Poi inizia il "viaggio". "Si ha l'impressione di non essere più in possesso del proprio corpo e di diventare un essere universale". Per documentare i riti sciamanici, la fotografa utilizza diversi procedimenti: sovrimpressione, vaselina sull'obiettivo per creare dei bordi sfocati, lunghe esposizioni per dare un tocco sovrannaturale alla luce del giorno, ecc.
Ne risultano delle foto scure, affascinanti, nelle quali la spiritualità occupa una parte più importante della vita quotidiana. "Trovo molto bella ma anche un po' triste la prospettiva di Claudia sugli Yanomami, osserva oggi René Fuerst. È vero che la loro situazione è drammatica, ma è una ragione per enfatizzare? Fotografa molto le cerimonie sciamaniche ed ha ragione, ma ci sono mille altri aspetti nella cultura Yanomami". Claudia ha lo sguardo soggettivo di un'artista, concorda René Fuerst, mentre lui quello di un ricercatore.
"Dopo anni di fotogiornalismo, negli anni Cinquanta e Sessanta Claudia Andujar si è allontanata dalla foto puramente documentaria, osserva Leanne Sacramone, conservatrice alla Fondazione Cartier per l'arte contemporanea. Quello che all'epoca era suo marito, il fotografo George Leary Love, la incoraggia ad andare più in là, sulla strada della sperimentazione e a considerare la fotografia come un modo d'espressione soggettivo".
Andujar e Fuerst sono sulla stessa lunghezza d'onda quando si tratta di lanciare un allarme sul rischio d'estinzione del popolo Yanomami. Soprattutto dopo l'elezione alla presidenza di Jair Bolsonaro. "In tutte le terre autoctone ci sono minerali. Oro, stagno e magnesio sono presenti in queste terre, in particolare in Amazzonia, la regione più ricca al mondo. Non mi farò coinvolgere da questa mania di difendere le terre per gli indios", dichiarava Bolsonaro prima di diventare presidente. Un messaggio ricevuto forte e chiaro dai cercatori d'oro clandestini, i "garimpeiros", che dopo la sua elezione si sono riversati in massa nel territorio Yanomami.
Cinquant'anni di lotte
1970: la costruzione da parte del governo militare della strada transamazzonica, nel sud del territorio degli Yanomami, spalanca la regione a progetti di deforestazione e di colonizzazione agricola, provocando la distruzione di intere comunità e favorendo la diffusione di epidemie.
1978: Claudia Andujar fonda, assieme al missionario Carlo Zacquini e l'antropologo Bruce Albert, la Commissão Pro-Yanomami (CCPY) e lancia una campagna per la delimitazione del loro territorio, condizione essenziale per la sopravvivenza fisica e culturale di questo popolo.
1989: in reazione a due decreti firmati dal governo brasiliano per smembrare il territorio Yanomami in 19 micro-riserve, Claudia Andujar crea Genocide of the Yanomami: Death of Brazil (1989-2018), un manifesto audiovisivo realizzato a partire da fotografie dei suoi archivi.
1992: Brasilia accetta di riconoscere legalmente il territorio degli Yanomami. L'integrità di questa regione è però ancora oggi minacciata dall'invasione dei cercatori d'oro e dalla deforestazione causata dai grandi allevatori.
(fonte: Fondation Cartier)Fine della finestrella
Traduzione dal francese di Daniele Mariani