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Fra le maestranze del Luganese, emigrate nella Moscovia, Malcantone primeggiava per genialità artistica, per sapienza tecnica, per alacre intraprendenza.
Capolavori d'armonia, le sue architetture. Degno figlio dei grandi costruttori comacini, Malcantone, co' suoi valorosi compagni di lavoro, apportava ai popoli della Moscovia la luce dell'arte, che è la luce di civiltà.
Fin oltre i settant'anni, il nostro architetto fu sulle impalcature a dirigere fabbriche di chiese, di regge, di teatri, di palazzi, a risolvere problemi statici, con una logica affilata alla cote del suo agile e vigoroso ingegno.
Un malaugurato giorno, la paralisi, una maligna paralisi, lo immobilizzò.
Il povero uomo si sentì preso da viva nostalgia per il suo villaggio, sperduto in una piega de' monti, tra il lago di Lugano e il lago Maggiore. Quivi, nella quiete domestica e nella pace agreste, egli avrebbe trascorsi gli ultimi anni della sua esistenza, ricreandosi dei ricordi della sua arte.
Ma, senza di lui, che ne era il capo, la corporazione si sarebbe trovata in serie difficoltà. I compagni allora tanto lo pregarono, che Malcantone rimase con quella sua grande famiglia a continuare, come avrebbe potuto, la propria missione di artista.
Nell'impresa di voltare le cupole di un tempio, si costruiva e si demoliva senza venire a capo di nulla.
Malcantone, cui i capimastri erano spesso ricorsi, aveva, con l'abituale chiarezza, spiegato e indicato quel che si dovesse fare. Ma erano sorti nuovi ostacoli, che, per opinione unanime, apparivano insormontabili.
L'infermo Malcantone, volendo rendersi conto esatto dei lavori, venne portato in lettiga sugli alti ponti.
"Vado in Paradiso!" diceva egli celiando ai lettighieri e si sovveniva dell'ottuagenario pastore del Lema, che, paralizzato anche lui nelle gambe e bramoso di rivedere la sua mandra al pascolo e gli aperti orizzonti di Lombardia, lo avevano adagiato sopra una barella e portato all'alpe.
Malcantone esaminò l'ossatura delle basi, su cui dovevano impostarsi le cupole e, prontamente intuito l'errore incorso, si mise a dirigere l'opera lui stesso, come a' suoi bei dì.
Il suo spirito, in un impeto di volontà, si adergeva vittoriòso sulla carne inferma.
La sua voce secca e animatrice dava ordini precisi e il lavoro procedeva sicuro e spedito. Un mese dopo, le cupole s'incurvarono sopra i fastigi del tempio, tra il giubilo dei lavoratori, che sentirono per Malcantone la più cordiale riconoscenza: chi gli stringeva le mani, chi gli baciava la fronte, chi gli rivolgeva calde parole di omaggio.
Egli rispondeva col sorriso velato dalle lagrime e mai un capo fu oggetto di tanta venerazione da parte de' suoi dipendenti.
Quando la lettiga fu sollevata per ridiscendere, Malcantone troneggiava sopra le cupole, nello zaffiro del cielo. La maestranza scattò in entusiastico applauso.
Malcantone si tolse il cappello.
La sua testa, dalla folta capigliatura d'argento, rifulse nel sole, recinta d'un nimbo, come la testa d'un santo.
V. Chiesa, L'anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934