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Il tempo sembra essere passato molto lentamente nel villaggio di Rencun da quando la troupe di Chung Kuo ci arrivò, nel 1972. Secondo le testimonianze di chi c'era, Antonioni riuscì a sfuggire ai suoi “angeli custodi” del Partito e a filmare un “vero” villaggio cinese, quasi un'indagine antropologica.
La gente cominciò lentamente a uscire dalla case, intimorita, sorpresa, poi sempre più numerosa, fino a divenire folla, moltitudine silenziosa ma dallo sguardo penetrante. I lavoratori del cinema che li stavano filmando erano i primi stranieri che avessero mai visto.
All'improvviso, l'illuminazione: la troupe si rese conto che i ruoli si erano invertiti.
“Continuiamo a filmarli, ma presto ci accorgiamo che gli stranieri, i diversi, siamo noi. Al di qua della macchina da presa, restiamo per loro come oggetti sconosciuti e forse anche un po' ridicoli. È un colpo duro per il nostro orgoglio di europei. Per un quarto dell'umanità, siamo così sconosciuti da incutere timore”, recita la voce narrante.
Tra quegli sguardi c'era Zhao Guolin. Ha precedentemente accettato di essere ripreso e di parlare. Ma quando arriviamo, sembra di tutt'altro avviso. Non ci accoglie bene, non ci vuole e lo grida per farsi sentire da tutto il villaggio. Perché? Alla fine dice che altri media sono stati lì in passato, nessuno ha lasciato qualcosa dietro di sé: prendevano ciò di cui avevano bisogno e poi sparivano. Per lui non è questione di soldi, ma la gente del villaggio pensa che i forestieri gli diano del denaro ed è gelosa, questo sconvolge le sue relazioni.
Quando ce ne andiamo, ci stringiamo la mano e ci sorride. Non ci odia, ma il suo buon nome nel villaggio è più importante di noi.
Gabriele Battaglia