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Emmanuel Pahud esercita sul pubblico un fascino che ha pochi eguali. Non delude neppure quando smette di suonare per parlare delle sue idee musicali. Fervente sostenitore della musica contemporanea, Pahud è sempre in movimento, alla ricerca di nuove esperienze che possano arricchire la sua vita e quella del pubblico che lo segue con ammirazione in tutto il mondo.
Nato a Ginevra, nel 1990 si è diplomato con il Premier Prix al Conservatorio di Parigi; a ventidue anni è stato nominato da Claudio Abbado primo flauto dei Berliner Philharmoniker, ruolo che ricopre tuttora e a cui affianca un’intensa attività come solista e camerista. Dal 1996 è artista esclusivo EMI/Warner Classics, una collaborazione che si sta rivelando come il più significativo contributo alla musica per flauto finora registrata.
Emmanuel Pahud, quando ha scoperto di avere un talento musicale fuori dal comune?
Ho iniziato a suonare il flauto all’età di 4, 5 anni, grazie ai miei vicini di casa. A quel tempo vivevamo a Roma e accanto a noi c’era un’altra famiglia svizzera. È stato il padre, François Binet, - figlio del compositore ginevrino Jean Binet - ad iniziarmi al flauto. Lo ascoltavo mentre suonava il Concerto di Mozart e ne ero affascinato, già da molto piccolo. Grazie a lui ho anche incontrato tutti i grandi Maestri dell’epoca: James Galway, Jean-Pierre Rampal, Aurèle Nicolet, Severino Gazzelloni; ogni volta che uno di questi grandi Maestri era a Roma, inforcavamo la bicicletta e andavamo ad ascoltarli.
Lei è stato il più giovane musicista ad entrare nei Berliner Philharmoniker.
Sì, per tre mesi sono stato l’orchestrale più giovane dei Berliner Philharmoniker, ma poi è entrato un cornista che era più giovane di me di due giorni, dunque ho perso quel primato. Alcuni anni più tardi abbiamo assunto un contrabbassista venezuelano, che aveva soltanto 17 anni, infatti è stata sua madre a firmare il contratto. Abbiamo festeggiato i suoi 18 anni su un volo, durante una tournée con l’orchestra.
Che cosa non smette di stupirla dell’orchestra in cui lavora?
I Berliner Philharmoniker hanno un rapporto con il suono, un modo di fraseggiare, di far circolare la musica nella sala che ho sempre cercato, fin da bambino. L’ho poi trovato in orchestra ad un livello superiore, più forte, strepitoso direi. Quando sono 130 musicisti a cercare quei colori, quelle dinamiche, tutto diventa uno “tsunami musicale”, un’espressione musicale irresistibile. Questo è ciò che mi ha subito colpito dei Berliner Philharmoniker: il loro fraseggio, le dinamiche, il modo di far fluire il suono, la musica.
Tra le mani lei ha un flauto d’oro. Perché questa lega le si addice meglio di altre?
Ogni flauto ha un suono diverso e ogni flautista ha un modo di suonare diverso, dunque ci sono molte combinazioni possibili. Per quanto mi riguarda, già durante i miei anni di studio ho individuato lo strumento ideale in un flauto americano in oro, costruito secondo la tradizione francese. E a me si addicono i 14 carati. Più recentemente ho lavorato con altre ditte che costruiscono strumenti e ho provato del materiale con più carati, quindi con oro più puro. A 22 carati il flauto sembra avere un suono ancora più ricco, flessibile, espressivo e forse nei prossimi anni suonerò anche altri strumenti, non lo so ancora. Continuo a cercare, tentando anche di migliorare tutto quello che è possibile nella concezione del flauto.
Però, ovviamente, ci sono flautisti che preferiscono il legno o l’argento. In orchestra suoniamo tutti strumenti diversi, perché non è lo strumento a fare il suono, bensì il musicista. Quindi è molto importante sentirsi bene, in armonia con il proprio strumento, per fare la musica nel modo migliore.