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A lui si deve l'introduzione del reato di associazione di tipo mafioso e la confisca dei beni nel codice penale italiano
PALERMO - Erano le 9.20 del 30 aprile 1982. Un venerdì mattina. Esattamente 40 anni fa. Non un periodo qualsiasi in Sicilia, dove è in pieno svolgimento quella che sarà ricordata come la seconda guerra di mafia. Un "golpe" malavitoso vero e proprio, che vide il clan dei Corleonesi - capeggiato dai boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano - imporre la propria egemonia. Quella mattina a cadere sotto i colpi dei "viddani" fu il deputato e segretario regionale del Partito Comunista italiano Pio La Torre.
L'eco dei proiettili risuonò in Piazza Generale Turba, a Palermo. La Torre e il suo autista, Rosario Di Salvo, si stavano recando presso la sede del partito a bordo di una Fiat 131. La vettura fu improvvisamente affiancata da una moto, che la costrinse a fermarsi. Poi subito le raffiche. La Torre, 55 anni, morì all'istante. Il suo autista, che riuscì a impugnare l'arma e a esplodere alcuni colpi, pochi istanti dopo. Ai funerali dell'ex sindacalista siciliano presenziarono quasi 100mila persone.
Come per molti dei delitti eccellenti di quegli anni, anche attorno alla morte di Pio La Torre ci sono ombre che ancora oggi non sono state diradate. La certezza è che Cosa nostra lo considerasse un nemico e lo volesse morte in quanto "padre" di quel disegno legge - concretizzatosi nel settembre di quello stesso anno, e oggi ricordata anche come legge Rognoni-La Torre - che introdusse nel codice penale italiano due misure fondamentali di contrasto alle mafie: il reato di associazione di tipo mafioso e la confisca dei beni di provenienza illecita.
Per l'omicidio di Pio La Torre furono condannati come mandanti, nel 1995, i boss Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Antonino "Nenè" Geraci. Gli esecutori materiali furono invece Salvatore Cucuzza (condannato a soli 8 anni in virtù della sua collaborazione con la giustizia), Antonino Madonia (ergastolo), Giuseppe Lucchese (ergastolo) e Giuseppe Greco, che non fu processato in quanto già morto anni prima, "inghiottito" dalla lupara bianca (nel 1985) per ordine dei suoi stessi capi.