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Recentemente il governo della Tanzania ha firmato un contratto con una multinazionale britannica, in cui è previsto che i profitti generati dalla vendita del nichel siano equamente ripartiti e che la fusione del metallo avvenga in loco. Questa tendenza all'interventismo statale è visibile anche nella vicina Zambia. La Svizzera ha riorientato la sua strategia di sviluppo in Africa e deve supportare la giusta ripartizione dei guadagni. Isolda Agazzi
Il sole tramonta all’orizzonte quando il traghetto proveniente da Zanzibar entra lentamente nel porto di Dar Es Salaam, la capitale economica della Tanzania. Dietro il campanile della cattedrale si scorgono i grattacieli di Kisutu e Geresani, i quartieri commerciali della "Casa della Pace" - il nome che il sultano di Zanzibar ha dato alla città nel 1866. Dall'altra parte del fiume, i pescatori si preparano a salpare sull'Oceano Indiano per una lunga notte di lavoro.
L’ambizione del porto di Dar Es Salaam è quella di diventare il più grande dell'Africa centrale e orientale, superando addirittura quello di Durban, in Sudafrica. La Tanzania ha difatti una posizione geografica ideale: offre l’accesso più diretto al mare per sei Paesi - Uganda, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Ruanda, Burundi, Zambia e Malawi. I lavori, volti a espandere il porto e permettere l'attracco di grandi navi da carico, proseguono a pieno regime. Stando al Daily News, uno dei due giornali in lingua inglese, il 90% del lavoro è già stato completato. Anche la Cina, in collaborazione con un fondo di investimento omanita, sta costruendo un grande porto a Bagamoyo, l'ex capitale dell'Africa orientale tedesca.
Punto di transito di materie prime
Dal porto si esportano i minerali estratti in Tanzania e si prevede che il loro volume aumenterà significativamente. Il 19 gennaio, il governo ha firmato un accordo con la multinazionale britannica Kabanga Nickel per sfruttare il più grande giacimento di nichel del mondo - un minerale che viene utilizzato nelle automobili e nelle batterie. Ciò ha portato alcuni osservatori locali a chiedersi, non senza un certo entusiasmo, se la Tanzania detiene la chiave per un'economia globale a basse emissioni di carbonio.
La “joint venture” denominata Tembo Nickel Corporation si impegna nell’estrazione del nichel e nella costruzione di una raffineria per fonderlo in loco, il che è in linea con la politica della Tanzania di aggiungere valore ai minerali, piuttosto che esportarli allo stato grezzo. Con una quota dell'84%, Kabanga Nickel è il maggiore azionista della società, mentre il governo deterrà il restante 16% - la partecipazione abituale della Tanzania nei progetti minerari. Il Paese si aspetta di guadagnare 664 milioni di dollari all'anno. I profitti saranno divisi in egual misura tra il governo e la società britannica.
Dettaglio piccante: il deposito era precedentemente di proprietà della multinazionale svizzera Glencore e della canadese Barrick Gold. Fu dopo una rivisita del regime fiscale e normativo del settore minerario che John Magufuli decise, nel 2018, di dare un taglio alle licenze minerarie dei due investitori – come quelle di altri 10 – nel Paese. L’intento era quello di garantire allo Stato maggiori entrate.
A lungo termine prevista la produzione di batterie locali
La Tanzania intende inoltre attrarre investitori per produrre le batterie a livello locale. Il denaro proveniente dal progetto dovrà restare nelle banche locali e sono previste restrizioni sul flusso di capitali in uscita. Il settore minerario rappresenta il 3,5% del PNL della Tanzania - che è il terzo produttore d'oro in Africa - e il governo vuole aumentare questa quota al 10% entro il 2025.
La promozione e la facilitazione degli investimenti stranieri e nazionali è al centro della strategia di sviluppo del presidente John Magufuli (morto il 17 marzo 2021, nota della redazione), che mira a raggiungere una crescita annuale dell'8% e a creare otto milioni di posti di lavoro nei settori formali e informali entro il 2025. Il Paese intende inoltre portare avanti la sua industrializzazione. Nell’edizione del 4 gennaio di The Citizen, Kitila Mkumbo, Ministro di Stato incaricato della gestione degli investimenti, basandosi sul Blueprint for Regulatory Reforms to Improve The Business Environment della Tanzania, “ha ribadito l'impegno del governo tanzaniano a migliorare il clima degli affari e degli investimenti per attrarre, mantenere e sostenere gli investimenti esteri e nazionali". Il Blueprint mira ad eliminare la regolamentazione eccessiva, senza tuttavia rimuovere la supervisione del governo. Allo stesso tempo vuole permettere di lanciare un investimento in modo più rapido e a costi inferiori mediante uno sportello unico. La Tanzania intende anche migliorare la sua posizione nel rapporto Doing Business della Banca Mondiale (attualmente 141° su 190). Quest’ultimo è stato recentemente criticato da Alliance Sud poiché incita i Paesi a una competizione basata sulla deregolamentazione, a scapito dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente.
Abitanti di alcuni villaggi risarciti in Zambia
Il porto di Dar Es Salaam è anche uno snodo per le materie prime provenienti dai Paesi vicini, a cominciare dallo Zambia, grande esportatore di rame. Da qui ci arriva una notizia interessante: il 19 gennaio, il gigante minerario britannico Vedanta ha accettato di risarcire 2.500 abitanti di alcuni villaggi, dopo che la Corte Suprema britannica ha accolto – con una decisione storica - le denunce sporte dagli abitanti dei villaggi davanti ai tribunali inglesi per l’inquinamento causato dalla società indiana Konkola, azienda controllata da Vedanta. Se l'Iniziativa per multinazionali responsabili fosse stata accettata questa opzione sarebbe stata possibile anche in Svizzera.
Una buona notizia? Secondo Rita Kesselring, antropologa sociale all'Università di Basilea ed esperta di questioni minerarie in Africa: "Gli accordi extragiudiziali sono sempre ambivalenti. Da un lato, portano un certo sollievo ai querelanti, in questo caso famiglie povere i cui mezzi di sussistenza sono stati parzialmente distrutti dai danni causati dalla miniera di Konkola. D'altra parte, tuttavia, questi accordi impediscono la creazione di un precedente giudiziario importante in materia di ingiustizia causata dalle aziende."
Un mix di nazionalizzazione e parziale privatizzazione
Recentemente il governo zambiano ha liquidato "provvisoriamente" la miniera sostenendo che Konkola non l’aveva gestita correttamente (come esposto nella denuncia sporta davanti ai tribunali inglesi). Poi ha diviso la società e ha venduto il 49% della fonderia a un investitore. "Quello a cui stiamo assistendo è una sorta di ‘nazionalizzazione’, accompagnata da una ‘parziale privatizzazione’. La stessa cosa è successa alla miniera di Mopani a metà gennaio, ma in quel caso il governo ha comprato la miniera dopo aver contratto un prestito da Glencore. "Il governo zambiano vuole avere una maggiore partecipazione nell’industria mineraria sul suo territorio e i casi delle miniere di Konkola e Mopani ci danno un'indicazione della sua strategia. Ci sono interessanti parallelismi con la Tanzania", aggiunge Rita Kesselring.
Per la studiosa questa manovra rappresenta uno sviluppo promettente, ma la sua fattibilità dipende da una serie di fattori sui quali si hanno attualmente poche informazioni: chi è responsabile di ripulire dall'inquinamento causato da queste miniere negli ultimi 20 anni? Sia Konkola che Mopani hanno dei cattivi precedenti. Nel caso di Mopani il fatto è stato pure confermato da un tribunale zambiano.
Resta aperta la questione della responsabilità sociale delle imprese.
Pubblicato il 12.04.2021
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(Traduzione: Jessica Grespi)