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Scienze
Tornare a parlare grazie al midollo spinale
La riabilitazione del linguaggio passa anche dal midollo spinale. Uno studio potrebbe mettere in discussione il paradigma dell'emisfero sinistro del cervello come unico...
La riabilitazione del linguaggio passa anche dal midollo spinale. Uno studio potrebbe mettere in discussione il paradigma dell'emisfero sinistro del cervello come unico depositario della funzione della parola. Pensiamo e parliamo con il cervello, mentre il midollo spinale - l'altro componente del nostro sistema nervoso centrale - è deputato al controllo di movimenti che eseguiamo senza pensarci, come camminare, sederci, muovere una mano e tanti altri che compiamo ripetutamente ogni giorno. Ma uno studio apparso questa settimana su Frontiers of Neurology e realizzato dalla Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma con l'Università di Napoli Federico II e l'Università degli Studi e l'ASST Santi e Paolo di Milano, ha sfidato questa evidenza scientifica.
I pazienti afasici hanno perso l'uso del linguaggio per cause come l'ictus. A seguito della lesione dell'emisfero sinistro del cervello che è sede della funzione del linguaggio, la persona non è più in grado di comprendere il significato delle parole. Le terapie cercano di attivare aree sane dell'emisfero sinistro o aree omologhe dell'emisfero destro, nel tentativo di recuperare il più possibile la funzione andata persa. L'ipotesi dello studio realizzato dall'équipe della Professoressa Paola Marangolo in collaborazione con il Professore Alberto Priori è stata invece quella di agire sul midollo spinale con la stimolazione transcutanea spinale a corrente diretta, associata a un trattamento del linguaggio per il recupero di verbi e sostantivi e a una settimana di trattamento associata invece a stimolazione placebo. La stimolazione del midollo spinale per venti minuti al giorno ha determinato un miglioramento del linguaggio, ma non nell'uso di qualsiasi parola, bensì solo dei verbi. E proprio il fatto che il midollo spinale sia deputato a funzioni di movimento sarebbe la spiegazione di questo effetto selettivo.
In Africa i resti dell'antenato comune di scimmia e uomo
Scoperti in Africa i resti dell’antenato comune di scimmie e uomo: risalgono a 13 milioni di anni fa e appartengono a un cucciolo che alla morte aveva solo...
Scoperti in Africa i resti dell’antenato comune di scimmie e uomo: risalgono a 13 milioni di anni fa e appartengono a un cucciolo che alla morte aveva solo 1 anno e 4 mesi e che i ricercatori hanno chiamato Alesi. Il suo cranio completo aiuta a ricostruire una pagina dell’evoluzione. Annunciata su Nature, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Isaiah Nengo, della Stony Brook University di New York, e da Fred Spoor, dell’University College London (Ucl).
Il fossile è stato individuato in Kenya e attribuito a una nuova specie del genere Nyanzapithecus, un gruppo molto vicino sia a una specie di scimmie, i gibboni, sia all’uomo. “Nyanzapithecus Alesi faceva parte di un gruppo di primati vissuto in Africa per oltre 10 milioni di anni’’, ha rilevato Nengo. “La scoperta – ha aggiunto – ci mostra che questo gruppo era africano e si colloca vicino all’origine delle scimmie e dell’uomo’’. Per la prima volta, quindi, l’antenato comune di scimmie e uomo ha un volto e un luogo di nascita. Si sa pochissimo infatti dell’evoluzione di questi antichissimi primati e, soprattutto, finora non si aveva alcuna certezza che fossero nati in Africa. Il cranio ha le dimensioni simili a quelle di un limone e a prima vista il piccolo muso somiglia a quello di un cucciolo di gibbone. Ma le immagini ai raggi X ottenute nelle analisi condotte in Francia, presso il Centro europeo per la luce di sincrotrone Esfr (European Synchrotron Radiation Facility) di Grenoble, hanno rivelato la sua struttura interna. È stato così evidente che la cavità del cervello, i denti, le orecchie interne, con i tubi auricolari completamente sviluppati, hanno caratteristiche comuni tanto alle scimmie che all’uomo.
Nuove speranze di cura per il diabete giovanile
È detto di tipo 1, insulino-dipendente. È il diabete giovanile, la cui l'immunoterapia - una terapia in grado di agire sul sistema immunitario del paziente - si è...
È detto di tipo 1, insulino-dipendente. È il diabete giovanile, la cui l'immunoterapia - una terapia in grado di agire sul sistema immunitario del paziente - si è dimostrata sicura e potenzialmente efficace per fermare la malattia sul nascere su un piccolo gruppo di pazienti cui la malattia era stata da poco diagnosticata. E' il promettente risultato di un primo trial clinico pilota condotto su 27 pazienti presso l'Università di Cardiff e King's College di Londra e pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine.
Il diabete giovanile è una malattia autoimmune, ovvero una condizione in cui il sistema immunitario del paziente in un certo senso va 'in tilt' e comincia ad attaccare il pancreas del paziente stesso, distruggendo la porzione dell'organo deputata alla produzione dell'ormone insulina. I pazienti restano quindi incapaci di produrre da sé insulina e devono prenderla al bisogno per regolare la glicemia. L'immunoterapia è pensata per tenere a bada l'assalto del sistema immunitario contro il pancreas e quindi limitare i danni, ma tanti erano i timori nell'utilizzare questo tipo di strategia.
Gli esperti ne hanno testato la sicurezza su 27 pazienti cui il diabete era stato diagnosticato di recente, non più di 100 giorni prima. A otto di loro è stata somministrata la terapia a base di anticorpi specifici; agli altri placebo. L'immunoterapia ha mostrato di essere sicura (non aumenta né accelera il danno al pancreas dovuto alla naturale evoluzione della malattia) per i pazienti. Inoltre, è risultata in grado di mantiene stabile la malattia per cui i pazienti trattati non hanno bisogno nei mesi successivi di aumentare la somministrazione insulinica per regolare la glicemia come, invece, è successo ai pazienti del gruppo placebo. Il prossimo passo sarà ripetere la sperimentazione su un maggior numero di pazienti per verificarne la reale efficacia terapeutica.
La macchina fotografica per l'energia oscura cattura le galassie del Big Bang
Scoperte le 23 galassie più antiche che hanno illuminato l’universo ai suoi albori: gli astronomi hanno potuto osservarle com’erano...
Scoperte le 23 galassie più antiche che hanno illuminato l’universo ai suoi albori: gli astronomi hanno potuto osservarle com’erano appena 800 milioni di anni dopo il Big Bang, poco dopo la loro nascita. La scoperta, pubblicata sull’Astrophysical Journal, è stata fatta da ricercatori della Arizona State University guidati da Sangeeta Malhotra e James Rhoads, in collaborazione con gruppi provenienti dal Cile e dalla Cina.
Tanto tempo fa, circa 300’000 anni dopo il Big Bang, l’universo era un posto completamente buio, privo di stelle e galassie: queste cominciarono ad apparire solo nel mezzo miliardo di anni seguente, illuminando e trasformando il cosmo. Questa drastica trasformazione è avvenuta in un intervallo di tempo compreso fra 300 milioni di anni e un miliardo di anni dopo l’inizio di tutto e l’attuale ricerca aiuterà gli astronomi a stabilire in maniera più precisa il momento esatto in cui è avvenuto il passaggio dal buio alla luce.
Per riuscire a scovare le 23 galassie, il gruppo di ricerca si è servito di un nuovo strumento nel campo dell’astronomia, una specie di macchina fotografica per l’energia oscura: DECam (Dark Energy Camera), installata sul telescopio Blanco dell’Osservatorio Interamericano del Cerro Tololo (Ctio), ad un’altitudine di 7200 metri nel nord del Cile. La DECam riesce a coprire con una singola immagine un’area di cielo grande 15 volte l’ampiezza della luna piena.
"La combinazione tra indagine ad ampio raggio ed elevata sensibilità degli strumenti ci ha permesso di studiare galassie antichissime che sono molto comuni ma troppo deboli, oppure molto luminose ma estremamente rare", ha detto Malhotra. "Le nostre scoperte – ha aggiunto Junxian Wang, uno dei ricercatori – implicano che gran parte delle prime galassie che hanno illuminato l’universo si sono formate presto, meno di 800 milioni di anni dopo il Big Bang".
Dai topi le cellule della retina rigenerate
Per la prima volta le cellule della retina sono state rigenerate. L'esperimento, condotto nei topi, avvicina la possibilità di riparare i danni prodotti alla retina da...
Per la prima volta le cellule della retina sono state rigenerate. L'esperimento, condotto nei topi, avvicina la possibilità di riparare i danni prodotti alla retina da traumi o da malattie, come il glaucoma, che possono comportare la perdita della vista. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, si deve al gruppo dell'università di Washington guidato da Tom Reh.
A differenza dei tessuti che, come la pelle, possono rigenerarsi grazie alle loro cellule staminali, la retina non ha questa capacità. Per questo quando viene danneggiata si può perdere la vista in modo irreversibile. Si è visto però, in precedenti ricerche, che ciò non avviene in uno degli animali più studiati dai genetisti, il pesce zebra, che ha invece la capacità di rigenerare tessuti simili a quelli della retina. La chiave è in alcune cellule che compongono la retina, chiamate cellule gliali di Muller, che possono rigenerarsi grazie a un gene. Quando si 'accorgono' che la retina è danneggiata, le cellule del pesce zebra si attivano e mettono in funzione il gene Asc11.
I ricercatori hanno voluto vedere, allora, se lo stesso gene funzionava nei topi adulti, che come l'uomo non possono riparare la retina. Hanno quindi ottenuto un topo geneticamente modificato in modo da avere nel suo Dna il gene Asc11 e i risultati sono stati positivi: le cellule di Muller si sono attivate, differenziandosi in cellule della retina che si sono 'fuse' con quelle esistenti e reagito in modo normale ai segnali luminosi.
Domani la giornata contro l'epatite. L'Oms: 'obiettivo la diagnosi'
Nel mondo ben 325 milioni di persone vivono con un’infezione cronica da epatite B o C. La maggior parte non ha accesso a test e terapie...
Nel mondo ben 325 milioni di persone vivono con un’infezione cronica da epatite B o C. La maggior parte non ha accesso a test e terapie salvavita, con il rischio così di veder progredire la loro malattia in cirrosi o cancro. Lo ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in occasione della Giornata mondiale dell’epatite (World Hepatitis Day), che si celebra domani con lo slogan "Eliminate hepatitis". Nel 2015 l’epatite ha ucciso 1,34 milioni di persone, un numero paragonabile a quello causato dalla tubercolosi e dall’Hiv. Tuttavia, rileva l’Oms, mentre la mortalità da Hiv è in calo, quella da epatite è in aumento.
Non manca tuttavia qualche nota positiva. I nuovi casi di infezione da epatite B sono in diminuzione, grazie all’aumento della copertura vaccinale nei bambini. Globalmente, circa l’84% dei bambini nati nel 2015 ha ricevuto le tre dosi raccomandate del vaccino. Il numero dei bambini sotto i cinque anni con l’infezione è sceso dal 4,7% (del periodo precedente l’introduzione del vaccino) all’1,3%. L’epatite B è diffusa soprattutto in Africa (6,1% della popolazione) e nell’area del Pacifico occidentale (6,2%), mentre l’epatite C nell’area orientale del Mediterraneo (2,3%) ed Europa (1,5%). Contro questa forma di infezione non ci sono vaccini disponibili, e l’accesso alle terapie rimane basso.
Uno degli obiettivi dell’Oms è di arrivare a diagnosticare il 90% delle persone e trattare l’80% dei malati entro il 2030. Nel 2015 infatti solo il 9% delle infezioni da epatite B e il 20% da epatite C è stato diagnosticato. Ancora più basse le cifre dei pazienti in cura: rispettivamente l’8% e il 7%. "Sempre più Paesi stanno rendendo disponibili alle persone bisognose i servizi per l’epatite, offrendo i test a meno di 1 dollaro e la cura per l’epatite C con i superfarmaci virali sotto i 200 dollari", commenta Gottfried Hirnschall, dell’Oms. L’obiettivo di eliminare completamente la malattia entro il 2030 non è comunque irrealistico, secondo l’Oms, visti i risultati raggiunti in 28 Paesi con alta diffusione
C'è acqua sulla Luna, così tanta da riscriverne le origini
La Luna nasconde quantità d'acqua sorprendentemente alte all'interno delle rocce vulcaniche che sono disseminate sulla sua superficie. Lo indicano i...
La Luna nasconde quantità d'acqua sorprendentemente alte all'interno delle rocce vulcaniche che sono disseminate sulla sua superficie. Lo indicano i nuovi dati presentati sulla rivista Nature Geoscience dai ricercatori della Brown University di Providence, guidati da Ralph Milliken. L'acqua intrappolata in questi antichi depositi, che si ritiene siano fatti di grani di vetro formati dall'eruzione del magma dalle profondità lunari, fa pensare che il mantello lunare (cioè la parte interna) ne sia ricco, contrariamente alle teorie del passato, che lo ritenevano privo. Il quadro è iniziato a cambiare dal 2008, con la scoperta di tracce d'acqua in alcuni grani di vetro vulcanici arrivati sulla Terra con le missioni Apollo 15 e 17 sulla Luna. Nel 2011 poi lo studio dei minuscoli cristalli dentro questi grani ha mostrato che contengono quantità di acqua simili a quelle di alcuni tipi di basalto terrestre, suggerendo così che il mantello lunare, o almeno una sua parte, contenga tanta acqua quanto la Terra. Combinando le misure fatte sui campioni con i dati sulle temperature della superficie lunare, i ricercatori hanno trovato tracce dell'acqua in quasi tutte le rocce vulcaniche mappate, incluse quelle prese vicino i siti di atterraggio dell'Apollo 15 e 17. "La distribuzione di queste rocce ricche d'acqua è la chiave. Sono diffuse sulla superficie, il che ci dice che l'acqua ritrovata nei campioni dell'Apollo non è l'unica", continua Milliken.
L'idea che l'interno della Luna abbia acqua pone delle questioni sulla sua origine. Finora si pensava che il satellite della Terra fosse formato dai detriti rimasti dallo scontro tra un oggetto grande quanto Marte e la Terra, e che il suo interno fosse secco. Sembrava improbabile infatti che l'idrogeno necessario all'acqua fosse sopravvissuto al calore di quell'impatto. Ma "le sempre maggiori prove della presenza di acqua interna suggeriscono invece che questa sia sopravvissuta, o che sia stata portata poco dopo dall'impatto di asteroidi o comete prima che la Luna si solidificasse completamente", aggiunge Shuai Li, coautore dello studio.
Lo yoga tiene sveglio il cervello degli anziani
Le donne anziane che fanno yoga hanno alcune aree del cervello legate alle funzioni cognitive come memoria e attenzione più sviluppate. Lo ha scoperto uno studio...
Le donne anziane che fanno yoga hanno alcune aree del cervello legate alle funzioni cognitive come memoria e attenzione più sviluppate. Lo ha scoperto uno studio brasiliano pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience, secondo cui questo potrebbe essere un segno di una protezione dal declino di queste funzioni dovuto all’età.
I ricercatori dell’Hospital Israelita Albert Einstein di San Paolo hanno reclutato 21 donne di almeno 60 anni che facevano yoga almeno due volte alla settimana da un minimo di otto anni, anche se in media il gruppo aveva 15 anni di pratica, e altrettante molto simili per età e condizione sociale ma che non avevano mai praticato la disciplina.
Le donne sono state sottoposte ad una risonanza magnetica funzionale al cervello, e quelle che facevano yoga hanno mostrato uno spessore significativamente maggiore in alcune parti del lobo prefrontale sinistro associate all’attenzione e ad altre funzioni esecutive.
"Quando si esegue una posizione dello yoga – sottolineano gli autori – i muscoli sono coinvolti in uno stato di attenzione, coordinato dalla corteccia prefrontale, simile a quello che si ha con la meditazione, e questo processo aumenta il flusso di sangue al cervello. Questo effetto potrebbe essere correlato ad una preservazione delle funzioni cognitive".
Arriva dal Poli il cuore artificiale morbido
Batte il primo cuore artificiale interamente morbido: realizzato in silicone grazie a una stampante 3D, pesa 390 grammi e riproduce fedelmente forma e dimensioni di...
Batte il primo cuore artificiale interamente morbido: realizzato in silicone grazie a una stampante 3D, pesa 390 grammi e riproduce fedelmente forma e dimensioni di quello umano. A svilupparlo ricercatori del Politecnico federale di Zurigo (ETHZ).
Grazie alla sua particolare struttura interna è in grado di contrarsi ritmicamente per pompare il sangue, ma ancora non riesce a ’vivere’ per più di mezz’ora. Lo dimostrano i primi test condotti, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista specializzata Artificial Organs.
"Questa è solo una prova di fattibilità: il nostro vero obiettivo – spiega il ricercatore Nicholas Cohrs – non era quello di presentare un cuore già pronto per l’impianto, ma pensare a un nuovo modo di svilupparne uno artificiale".
Le pompe attualmente disponibili, usate come soluzione ponte in attesa del trapianto, sono dispositivi per lo più rigidi, con parti meccaniche che possono creare complicazioni e soprattutto fanno fluire il sangue in maniera continua, senza il battito fisiologico. Per questo motivo "abbiamo voluto sviluppare un cuore artificiale che fosse grande quanto quello del paziente e che lo imitasse il più possibile nella forma e nella funzione", sottolinea Cohrs.
È nato così il cuore di silicone stampato in tre dimensioni con tecnica di fusione a cera persa: dotato di un volume di 679 centimetri cubi, ha una struttura interna complessa, con i due ventricoli separati da una terza camera che viene gonfiata e sgonfiata con aria pressurizzata per dare la contrazione meccanica necessaria a pompare il sangue.
In laboratorio l’organo artificiale morbido è stato collegato a un circuito idraulico che imita l’apparato circolatorio e, durante i test, ha dimostrato di contrarsi e funzionare in modo del tutto simile al cuore naturale. L’unico problema è che riesce a lavorare per poco più di mezz’ora, perché il monoblocco di silicone resiste soltanto per circa 3000 battiti. Secondo i dati dell’ETHZ, nel mondo 26 milioni di persone soffrono d’insufficienza cardiaca e i donatori sono rari. (Ats)
Sciame di particelle solari: domani problemi per radio e cellulari
Come previsto la gigantesca macchia comparsa sul Sole è diventata irrequieta e ha prodotto un'esplosione che ha scagliato uno sciame di...
Come previsto la gigantesca macchia comparsa sul Sole è diventata irrequieta e ha prodotto un'esplosione che ha scagliato uno sciame di particelle che è diretto verso la Terra. Potrebbe colpire il nostro pianeta domani, generando una tempesta magnetica di media intensità che potrebbe causare problemi alle comunicazioni radio e ai satelliti.
Lo ha detto all'Ansa Mauro Messerotti, dell'Osservatorio di Trieste dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), consigliere per lo spaceweather della direzione scientifica dell'Inaf, e dell'università di Trieste. La macchia, che si chiama AR2665 ed è grande quanto Giove, ha generato una esplosione, ossia un brillamento.
Osservata dal satellite Sdo (Solar Dynamics Observatory) della Nasa, l'esplosione, ha spiegato Messerotti, ''ha emesso raggi X e protoni, cioè particelle elettricamente cariche, e una bolla di plasma''. I protoni, ha aggiunto, hanno già colpito gli strati superiori dell'atmosfera terrestre e hanno causato disturbi alle comunicazioni radio sull'Oceano Pacifico e soprattutto intorno al Circolo Artico.
La nube invece potrebbe colpire il campo magnetico della Terra domani provocando una tempesta geomagnetica con problemi ai satelliti, ai sistemi elettrici, e alle comunicazioni radio ai poli e alle latitudini vicine. (Ansa)
Arrivano le previsioni meteo per il mal di testa
Ecco il ’’meteo’’ del mal di testa: un calcolo per predire gli attacchi "del giorno dopo". E’ stato messo a punto da Tim Houle, del Massachusetts General Hospital:...
Ecco il ’’meteo’’ del mal di testa: un calcolo per predire gli attacchi "del giorno dopo". E’ stato messo a punto da Tim Houle, del Massachusetts General Hospital: si tratta di un modello basato sulla misura dello stress quotidiano per prevedere futuri attacchi di emicrania in coloro che ne soffrono di frequente.
I risultati, presentati sulla rivista Headache, suggeriscono che potrebbe essere possibile prevedere gli attacchi di domani basandosi sullo stress di oggi. Per costruire il modello gli esperti hanno coinvolto 95 individui e raccolto dati relativi a 4'195 giorni; ciascuno in media ha avuto attacchi di mal di testa 1'613 giorni (38,5%).
E’ emerso che la probabilità di un attacco aumenta al crescere degli eventi stressanti del giorno precedente e anche della percezione soggettiva dello stress da parte di ciascun paziente. Sulla base dei dati analizzati i ricercatori hanno costruito il modello per fare il calcolo. Secondo gli esperti quando si arriverà ad un modello sufficientemente accurato lo si potrà usare per fare una vera programmazione delle terapie, e quindi per prevenire tout court gli attacchi con farmaci ad hoc. (Ats)
I muscoli? Questione di geni
Identificati i geni "Braccio di Ferro": sono quelli che influenzano la forza e le prestazioni dei muscoli. Isolati sulla base di un’analisi che ha coinvolto quasi 200.000 persone,...
Identificati i geni "Braccio di Ferro": sono quelli che influenzano la forza e le prestazioni dei muscoli. Isolati sulla base di un’analisi che ha coinvolto quasi 200.000 persone, potrebbero aiutare a individuare nuovi trattamenti per prevenire o trattare la debolezza muscolare.
Annunciata su Nature Communications, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Dan Wright, dell’università britannica di Cambridge. ’’Il gran numero di individui alla base dello studio è stata una potente risorsa per identificare i geni coinvolti in tratti complessi come la forza muscolare, e ci aiuta a comprendere il loro ruolo nella salute’’, ha detto Wright.
I ricercatori hanno utilizzato i dati relativi a 140.000 persone che hanno partecipato allo studio sul Dna dei britannici UK Biobank, promosso Consiglio britannico per Ricerca medica (Mrc) e dalla Fondazione Wellcome Trust, insieme ai dati di altri 50’000 individui di Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca e Australia.
Così è stato possibile identificare 16 varianti genetiche associate alla forza muscolare. Molte di esse si trovano in prossimità di geni noti sia per il loro ruolo in processi biologici legati alla funzione muscolare, compresa la struttura delle fibre muscolari e la comunicazione del sistema nervoso con le cellule dei muscoli, sia per il loro ruolo in sindromi caratterizzate dalla compromissione della funzione muscolare.
Da tempo i genetisti sospettavano che dietro la variazione della forza muscolare e delle prestazioni dei muscoli ci fosse anche lo "zampino" dei geni. Adesso che sono state scoperte le varianti genetiche collegate alla forza, secondo Robert Scott, del Mrc, ’’potrebbe essere stato fatto un passo importante per l’individuazione di nuovi trattamenti per prevenire o trattare la debolezza muscolare’’ e anche il rischio di frattura, perché è stato visto che una maggiore forza muscolare riduce il rischio di frattura. (Ats)
Senza stress l'Alzheimer rallenta: parte la sperimentazione
Al via in Australia, Usa e Gran Bretagna un trial clinico molto promettente per combattere l'Alzheimer, con un farmaco che - a detta dei ricercatori...
Al via in Australia, Usa e Gran Bretagna un trial clinico molto promettente per combattere l'Alzheimer, con un farmaco che - a detta dei ricercatori coinvolti nelle sperimentazioni - potrebbe dare risultati nel giro di soli tre mesi di terapia.
Secondo quanto riferisce online il grande network australiano "9news" (http://www.9news.com.au/), si tratta di "Xanamem", un farmaco che blocca la produzione da parte dell'organismo del principale ormone dello stress, il cortisolo, che si ritiene coinvolto nello sviluppo della demenza di Alzheimer.
Si tratta di una sperimentazione di fase II che prende le mosse da una ricerca pubblicata qualche mese fa sul British Journal of Pharmachology da Scott Webster dell'Università di Edimburgo. (ansa)
Scoperta al Cern la particella che 'incolla' la materia
Scoperta al Cern la particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la ’colla’ che tiene unita la materia, ossia per capire una delle quattro...
Scoperta al Cern la particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la ’colla’ che tiene unita la materia, ossia per capire una delle quattro forze fondamentali della natura: la forza forte. La scoperta, annunciata nella conferenza della Società Europea di Fisica in corso a Venezia e in via di pubblicazione sulla rivista Physical Review Letters, è avvenuta grazie all’acceleratore più grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc).
Vista dall’esperimento chiamato Lhcb, la particella appartiene alla famiglia dei barioni, la stessa di cui fanno parte protoni e neutroni che costituiscono la materia visibile, e come tutti i barioni è composta da tre quark. Tuttavia nei barioni finora noti si trova al massimo un solo quark pesante, mentre la particella Xi ha due quark pesanti. "E’ la prima volta che si osserva una particella simile: un barione con due quark pesanti", ha detto Donatella Lucchesi, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e dell’università di Padova e membro della collaborazione Lhcb. "Osservare una particella del genere – ha detto ancora Donatella Lucchesi – è stato possibile grazie alla grandissima quantità di dati che sta producendo l’acceleratore Lhc. Questo – ha rilevato – permette di raggiungere un obiettivo non facile, come è riuscire a riprodurre la materia in tutti i suoi stati possibili".
Vaccini antitumore, prime conferme: sicuri ed efficaci
Sono sicuri i primi vaccini antitumore progettati ’su misura’: è quanto emerge dai risultati ottenuti in due sperimentazioni condotte su piccoli gruppi di...
Sono sicuri i primi vaccini antitumore progettati ’su misura’: è quanto emerge dai risultati ottenuti in due sperimentazioni condotte su piccoli gruppi di persone, negli Stati Uniti e in Germania.
Descritti nell’edizione online della rivista Nature, i vaccini sono stati entrambi progettati per combattere il più aggressivo tumore della pelle, il melanoma, ma lo fanno con armi diverse, che si sono dimostrate sicure nell’uomo agendo in modo personalizzato, ossia colpendo le particolari mutazioni di ciascun individuo e distruggendo le cellule malate senza danneggiare quelle sane.
Dopo una caccia cominciata 20 anni fa, la strategia che punta a scatenare reazioni contro i tumori riaccende adesso la speranza grazie a questi primi risultati positivi. Si tratta di sperimentazioni di fase 1, ossia condotte su piccoli numeri di persone ad alto rischio di melanoma, ed entrambi indicano, come osserva la rivista, che sono "due strategie di vaccinazione personalizzata" che "mostrano di essere sicure e di offrire benefici clinici a pazienti ad alto rischio di melanoma".
La prima ricerca è stata condotta da Catherine Wu, dell’Istituto Dana-Farber per la ricerca sul cancro di Boston, su 20 persone trattate con sostanze progettate su misura per combattere il particolare tumore di ciascun individuo. La seconda ricerca, condotta in Germania e coordinata da Ugur Sahin, dell’azienda BioNTech (Biopharmaceutical New Technologies), ha utilizzato un vaccino terapeutico (ossia un vaccino che viene somministrato a chi ha già la malattia) diretto a colpire le mutazioni avvenute a livello individuale in 13 persone con il melanoma.
Commentando i risultati sulla stessa rivista, Cornelius Melief, dell’università olandese di Leida, ha osservato che per avere una risposta certa riguardo ai vaccini è passare alla seconda fase della sperimentazione, condotta su un maggior numero di persone. (Ats)
Ondate di caldo torrido sempre più probabili, anche in Svizzera. Colpa del cambiamento climatico
Il cambiamento climatico provocato dall'uomo ha aumentato la probabilità delle ondate eccezionali di calore,...
Il cambiamento climatico provocato dall'uomo ha aumentato la probabilità delle ondate eccezionali di calore, come quella che ha colpito l'Europa nei giorni scorsi, con clima da canicola in Ticino, temperature torride in Italia e l'incendio in Portogallo che ha fatto 64 vittime. Lo sostiene una ricerca del 'World Weather Attribution' (Wwa), una organizzazione internazionale di scienziati che studia l'influenza del cambiamento climatico negli eventi meteorologici estremi.
I ricercatori – scrive l'Ansa – hanno calcolato quanto la crescita dei gas serra emessi dall'uomo (soprattutto anidride carbonica) abbia aumentato le probabilità delle ondate di calore. A loro avviso, il riscaldamento globale ha aumentato di 10 volte le probabilità di un'ondata di caldo eccezionale sull'Europa meridionale e di 4 volte su Inghilterra, Olanda, Francia e Svizzera.
“Abbiamo trovato chiari e forti collegamenti fra il caldo record di giugno e il cambiamento climatico causato dall'uomo”, ha detto Geert Jan van Oldenborgh, del Reale Istituto Meteorologico Olandese.
Misure d'emergenza per la vaquita. Il 'mini delfino' a rischio estinzione: ne restano meno di 30
Nella Giornata mondiale degli Oceani arrivano buone notizie per la salvezza di un rarissimo cetaceo messicano...
Nella Giornata mondiale degli Oceani arrivano buone notizie per la salvezza di un rarissimo cetaceo messicano, la vaquita, di cui restano in natura non più di 30 esemplari. Il Messico ha sottoscritto un accordo con la Fondazione Leonardo DiCaprio e la Fondazione Carlos Slim per l'adozione di misure d'emergenza.
Ne dà conto il Wwf, citato dall'Ansa, che definisce l'accordo un “passo in avanti” nella lotta per questa specie, “drammaticamente vicina al punto di non ritorno dell'estinzione”.
La vaquita è un cetaceo simile alle focene (sembra un mini delfino) che vive nelle acque del Golfo del Messico. Il 90% della specie si è ridotto negli ultimi sei anni per le catture accidentali legate alla pesca di un'altra specie ittica bersaglio, il totoaba. L'accordo siglato dal Messico prevede un divieto permanente sull'utilizzo delle reti da posta - principale causa di morte per le vaquita - e il recupero di tutte le reti "fantasma" abbandonate o perse, nonché lo sviluppo di nuovi strumenti e tecniche di pesca per consentire alle comunità locali di riprendere attività di pesca legali e sostenibili.
Trovato nel cervello l'interruttore della creatività. Per sprigionare il genio occorre zittire la razionalità
Scoperto nel cervello l'“interruttore” per accendere la creatività: in una ricerca su 60...
Scoperto nel cervello l'“interruttore” per accendere la creatività: in una ricerca su 60 individui pubblicata sulla rivista 'Scientific Reports', è stata potenziata la loro “genialità” con una piccola stimolazione (indolore e non invasiva) del cervello che va a sopprimere temporaneamente l'attività di un'area neurale legata a ragionamento e pensiero, la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra.
Condotto tra Queen Mary University e Goldsmiths University entrambe a Londra, lo studio, citato dall'Ansa, suggerisce che, per liberare la propria creatività e riuscire a risolvere problemi nuovi pensando fuori dagli schemi, bisogna sopprimere le nostre capacità di ragionamento e pensiero razionale. Insomma per sprigionare il genio che è in noi bisogna zittire la razionalità.
Gli esperti hanno testato la stimolazione transcranica (in corrente continua) posando degli elettrodi sulla testa dei partecipanti. In modo del tutto impercettibile, a seconda di come vengono disposti gli elettrodi e del tipo di lieve corrente inviata, la stimolazione va a sopprimere o iperattivare una certa zona del cervello, la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra appunto. I ricercatori hanno confrontato la stimolazione vera anche con una placebo (finta, inesistente). Ebbene si è visto che solo la stimolazione che sopprime la corteccia prefrontale dorso laterale sinistra accende la capacità creativa e migliora le performance nella risoluzione di problemi difficili per decifrare i quali bisogna andare oltre gli schemi. Al contrario, iperattivando quella parte della corteccia si diventa meno creativi mentre lo stimolo placebo non ha effetti sulla creatività.
I ricercatori hanno anche notato che quando si sprigiona la creatività si diventa al tempo stesso meno capaci di risolvere problemi classici basati su vecchie regole e ragionamento.
Autismo, il rischio nei metalli tossici
L'assorbimento di sostanze tossiche o, al contrario, il mancato assorbimento di nutrienti essenziali nelle ultime fasi della gravidanza, e immediatamente dopo la nascita,...
L'assorbimento di sostanze tossiche o, al contrario, il mancato assorbimento di nutrienti essenziali nelle ultime fasi della gravidanza, e immediatamente dopo la nascita, possono aumentare il rischio di autismo nei bambini. È il risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista 'Nature Communications' e condotta al Mount Sinai Health System, negli Usa. Lo studio, basatosi sull'analisi dei denti di due gruppi di gemelli, di cui uno autistico, ha portato gli esperti a supporre che l'esposizione a metalli tossici (per esempio il piombo) in certe fasi dello sviluppo prenatale e l'assorbimento di nutrienti essenziali come zinco e manganese, possono esporre o al contrario proteggere dal rischio di ammalarsi in futuro di autismo. Lo studio dei denti, in effetti, può essere in un certo senso paragonato all'analisi degli anelli della corteccia degli alberi per stabilirne l'età.
Infertilità maschile: arriva il 'radar' per gli spermatozoi
Per combattere l’infertilità maschile arriva il ’radar’ per gli spermatozoi, un nuovo strumento capace di esaminarli in maniera non invasiva, per...
Per combattere l’infertilità maschile arriva il ’radar’ per gli spermatozoi, un nuovo strumento capace di esaminarli in maniera non invasiva, per tracciarne l’identikit molecolare, distinguendo quelli ’buoni’ da quelli ’cattivi’.
Presentato sulla rivista Molecular Human Reproduction dai ricercatori dell’università britannica di Sheffield, lo strumento potrebbe essere impiegato per diagnosticare le cause della sterilità maschile e per selezionare gli spermatozoi migliori in vista della fecondazione in provetta. "Avere una tecnica capace di esaminare la struttura molecolare degli spermatozoi senza danneggiarli è molto interessante – afferma Allan Pacey, esperto di fertilità all’ateneo di Sheffield – perché la maggior parte delle tecniche che oggi abbiamo a disposizione per analizzare le molecole presenti negli spermatozoi finiscono per distruggerli, usando coloranti o rompendo la loro membrana cellulare per guardare all’interno".
Questo problema è stato superato grazie alla spettroscopia con tecnica di risonanza magnetica, che finora era stata usata solo per esaminare cellule e tessuti colpiti da altre malattie, come i tumori. I ricercatori britannici, invece, l’hanno applicata per la prima volta a spermatozoi umani viventi, opportunamente separati dal liquido seminale per mezzo di una centrifuga.
Grazie a potenti magneti, il ’radar’ colpisce le cellule sessuali maschili con innocui impulsi a bassa energia e ne ’ascolta’ l’eco di ritorno per ricostruire le molecole presenti al loro interno. "Poter distinguere la composizione molecolare è molto importante – commenta il ricercatore Steven Reynolds – perché offre l’opportunità di sviluppare un nuovo marcatore per la diagnosi. In futuro potrebbe permetterci anche di sviluppare specifiche terapie per aiutare gli uomini con spermatozoi problematici". (Ats)