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Dr. Jeffrey Pedrazzoli e Dr.ssa Elisabetta Colpi (13 aprile 2020 )
TROPPO PRESTO?
A fronte dell’infodinia, in questi giorni si sta delineando un dibattito globale sul "deconfinamento", e ciò sta sollevando timori sulle conseguenze di un allentamento delle misure restrittive che oggi coinvolgono oltre quattro miliardi di persone (più della metà della popolazione mondiale), controllate o costrette dalle loro Autorità a rimanere in casa. Dopo l'Austria e la Slovenia, anche la Norvegia e Portogallo stanno valutando un ritorno alla normalità, rispettivamente a partire dal 20 aprile e dal prossimo maggio.
Ma che cosa vuole realmente dire “deconfinamento”? Che cosa significa per l’Occidente? Per poterlo ben comprendere dobbiamo andare a vedere come hanno agito i Cinesi. Non ci deve interessare “come” l’hanno fatto, ma “cosa” hanno fatto.
A proposito del “picco di un’epidemia”.
Non possiamo determinare a priori quando vi sarà il picco di un’epidemia; se ne comprende la data solo dopo averlo superato. Questo è un concetto cruciale.
“Misure di deconfinamento”: cosa significano in realtà?
Il deconfinamento consiste in procedura estremamente precisa attuabile solo dopo una sequenza parimenti precisa di misure di confinamento. È ciò che è stato attuato in Cina, a Wuhan, a partire dal 17 febbraio.
Possiamo discutere se le procedure di confinamento applicate in Cina sia state rispettose o no della dignità umana, e approvarle o no (ma non è questo l’obiettivo di questo scritto).
A Wuhan, infatti, dopo l’applicazione delle prime misure di contenimento, le Autorità sanitarie si erano rese conto che esse (sia le modalità di confinamento che la quarantena) erano insufficienti, e a partire dal 17 febbraio 2020 iniziarono ad applicare un confinamento più severo.
Si erano infatti rese conto che il picco epidemico non era ancora stato raggiunto, e di non avere quindi l’epidemia sotto controllo, perché, malgrado le misure di confinamento intraprese, il “brassage” della popolazione continuava e con esso la espansione della diffusione del virus. Pertanto, a partire da quella data, la Cina intraprese misure alquanto più rigorose, mettendo in atto un piano di battaglia non al fine di frenare l’epidemia, ma per arrestarla: e questo attraverso un confinamento strettissimo, con isolamento assoluto delle persone per 14 giorni, che impediva loro di incontrarsi e quindi di diffondere ulteriormente il virus.
Se durante tutto il periodo di quarantena (cioè della possibile incubazione dell’infezione) non si presentano sintomi sospetti, la persona può poi essere lasciata uscire in tutta sicurezza. Ma contestualmente è indispensabile “togliere dalla circolazione”, ossia tenere separati dal resto della popolazione, tutti coloro che presentano il virus e tutti i loro contatti: solo così si impedisce loro di contagiare le persone ancora negative.
Nel 15% dei casi il Covid-19 si manifesta in forma severa che richiede ospedalizzazione, ma nell’85% si presenta con sintomi minori (anche se in alcuni individui esso si svilupperà in seguito in forma severa). In Cina tutti i pazienti con sintomi minori furono collocati nelle sale d’esposizione, e i loro contatti furono collocati negli hotel. Questo si rivelò un metodo di confinamento estremamente efficace, atto a bloccare pressoché radicalmente la propagazione del virus: ma tutto ciò è ben diverso da quello in corso di applicazione nei Paesi Occidentali, Svizzera ed Europa inclusi.
Quando fu il momento più propizio per sospendere queste misure così restrittive?
Dati gli ottimi risultati ottenuti con le misure più restrittive di confinamento, documentati dal sostanziale azzeramento dei nuovi casi positivi giornalieri, le Autorità cinesi a Hubei e Wuhan decisero finalmente di procedere al “deconfinamento”.
Che cosa significa esattamente “deconfinamento”?
Si tratta di una procedura totalmente strutturata che fa seguito a procedure sanitarie altrettanto rigorose. È logico p.e. che le scuole siano le prime strutture ad essere chiuse in presenza di una epidemia e che siano le ultime ad essere riaperte.
Come è stata organizzata la ripresa delle attività lavorative?
Al rientro sul luogo di lavoro ad ogni individuo deve essere verificata la temperatura, deve essere fatta indossare una mascherina e imposta un’accurata igiene delle mani; lo stesso deve valere per l’accesso ai trasporti pubblici e ai supermercati. Tenendo un cut-off di temperatura a 37,3°C, si arriva a rilevare la maggior parte di coloro che sono infetti. È meglio definire impropriamente una persona positiva piuttosto che non identificare un vero ammalato.
A queste misure va associato uno strumento informatico, ossia un certificato di buona salute. L’individuo che ha osservato una quarantena sufficientemente lunga senza sviluppare sintomi, e colui che ha superato l’infezione e la cui sierologia documenta l’avvenuta immunizzazione, non possono trasmettere l’infezione, ed avranno pertanto “semaforo verde”.
All’ingresso nel luogo di lavoro, nei mezzi pubblici, nei supermercati, il certificato/codice deve essere esibito/scansionato in modo da permettere al suo portatore di accedere a tali sedi e di entrare in contatto con le altre persone.
In caso di intercettazione di un soggetto positivo, questa procedura consentirebbe di rintracciare tutti i suoi contatti presenti nello stesso luogo e nella stessa fascia oraria e di confinarli per ripetere opportunamente il test, impedendo così un rebound dell’epidemia. Le statistiche ufficiose ci dicono che in data 13 aprile 2020 alle 13:19, il numero dei morti in Europa è di 77.596, in Asia di 11.192 e in Nord America di 23.509. In Cina è di 3341 decessi.
Parlare ora di “deconfinamento”, cioè di allentamento delle misure, in Svizzera come negli altri Stati europei, sarebbe assolutamente prematuro e pericoloso. Sebbene la curva dei contagi stia rallentando, il problema è lungi dall’essere risolto.
Le misure restrittive finora applicate, p.e. in Francia (ad esempio, guarda le foto sui social per vedere quante persone sono in strada a Parigi il lunedì di Pasqua) e nel Regno Unito, sono troppo blande, ed è per questo che il virus continua a circolare. Inoltre, non conosciamo quali e dove sono le persone positive al virus, paucisintomatiche o asintomatiche.
Oggi il medico di base che visita un paziente con una sintomatologia tipica può sospettare una Covid-19, ma se il paziente non è in condizioni critiche lo rinvierà probabilmente al suo domicilio senza neppure eseguire un tampone. E il paziente, recandosi in farmacia per acquistare i medicinali, potrà inconsapevolmente infettare il farmacista e chi gli sta vicino. Poi, specie se abita in un condominio, potrebbe contaminare le aree comuni, p.e. toccando il pulsante dell’ascensore o tossendo e starnutendo, con il rischio di infettare i vicini, prima di rientrare nella sua abitazione e contagiare i membri la sua famiglia.
In sintesi, in questa situazione l’epidemia è molto lontana dall’essere sotto controllo!
Pertanto, prima di poter allentare le misure restrittive, sono indispensabili un periodo di confinamento severo e l’utilizzo di mezzi informatici per sapere dove si trovano tutti i casi positivi paucisintomatici ed i loro contatti sul territorio. I cinesi l’hanno fatto, noi abbiamo fatto diversamente.
Solo in seguito si potrà prendere in considerazione un “deconfinamento”, da associare ad una applicazione generale dei test diagnostici, delle misure di barriera e dell’obbligo di indossare la mascherina per tutta la popolazione. Misura finalmente sostenuta anche dal portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), David Nabarro, in un’intervista eseguita dalla BBC il 13 aprile 2020. “Il coronavirus non andrà via. Non sappiamo se le persone che lo hanno avuto saranno immuni, né quando avremo un vaccino”, ha spiegato “quindi qualche tipo di protezione facciale diventerà la norma” aggiungendo infine “anche se solo per rassicurare le persone”.
Ai vertici del nostro Stato è in atto un aspro scontro tra i fautori della applicazione di misure più rigide e i sostenitori di misure più blande atte a non danneggiare troppo pesantemente la nostra economia. Non mancano di certo proclami giornalieri ampiamente diffusi e ripetuti dai media che, il PIL è sceso per ogni paese e che le previsioni economiche sono catastrofiche. Pur condividendo le preoccupazioni, riteniamo che quest’ultima linea di condotta sia poco prudente e molto rischiosa, anche se in un primo tempo sembrerebbe la soluzione più semplice. Bisogna infatti assumere il controllo della situazione il più rapidamente possibile per consentire una ripresa più sicura delle attività economiche. Questo avrebbe il merito di evitare di vivere in uno stato permanente di insicurezza e di controlli inadeguati, in cui il “deconfinamento” inevitabilmente comporterebbe dei rebound epidemici, e conseguentemente una situazione economica fortemente instabile e di depressione, destinata a perdurare estremamente a lungo.
Niente sarà più come prima, per moltissimo tempo, fin tanto che non avremo dato buona parte delle risposte alle ricerche in atto. Una seconda ondata di Covid-19 è ancora possibile? In Cina non è finita ancora, tra casi importati e casi domestici. Pensate ad esempio, che dal 1985 ad oggi non siamo ancora riusciti ad ottenere un vaccino per l’HIV. Pensate alla classica influenza stagionale, che ritorna ogni anno: cosa accadrà con il coronavirus? Gli anticorpi formatisi dopo aver contratto il Covid-19 daranno un’immunità a vita o addirittura le manifestazioni di una reinfezione saranno ancora più severe? Quale sarà la distanza sociale fra qualche mese? Come comportarsi nei luoghi pubblici? Come gestire le scuole? Quale consiglio dare agli individui a rischio? Quante persone potranno assistere a manifestazioni sportive o musicali e a quali condizioni? Potranno andare tutti al lido per bagni di sole e utilizzare la piscina e le docce? A quale distanza devono stare le persone, se stanno ferme, se camminano o corrono? E in sala di attesa?
Le procedure di “deconfinamento” tra un paese europeo e l’altro rischiano di vanificarsi a vicenda?
E questo potrebbe verificarsi anche nella stessa Svizzera, tra un Cantone e l’altro? Le tante discusse mascherine (ce ne vorranno milioni) saranno messe a disposizione della popolazione? Alcuni farmaci, usati specialmente per i pazienti con Covid-19, scarseggiano già ora, saranno prontamente disponibili in futuro?
Questi sono solo alcuni dei molti interrogativi da porsi.
Se è vero che prendere le decisioni sanitarie importanti è di pertinenza dello Stato, questo non significa che lo spirito critico di ogni singolo cittadino debba affievolirsi. È e sarebbe un dramma se dovesse accadere. Il poco spirito critico verso la Confederazione, in nome di un non precisato obiettivo di “non creare il panico nella popolazione”, non può che metterci a disagio. Allo stesso modo, il singolo individuo non deve domandarsi cosa il governo può, o addirittura, deve fare per lui, ma piuttosto cosa lui stesso può fare per aiutare a contenere la pandemia e dare un aiuto a chi ne ha bisogno.
Letteratura consigliata:
1) Piano svizzero per pandemia influenzale 2018; Strategia e misure di preparazione a una pandemia influenzale; Il Piano svizzero per pandemia influenzale è un importante strumento per Confederazione, Cantoni e privati affinché si possa pianificare la preparazione ad una pandemia e serve da sostegno al coordinamento internazionale. Per ogni fase sono descritti le misure da adottare e il loro scopo nonché il ruolo dei diretti interessati. Ufficio federale della sanità pubblica - UFSP 2018
2) COVID-19 - eine Zwischenbilanz oder eine Analyse der Moral, der medizinischen Fakten, sowie der aktuellen und zukünftigen politischen Entscheidungen; Prof. Dr. med. Dr. h.c. Paul Robert Vogt - Bild: Sandro Diener; 2020
3) Spillover; Animal infections and next human pandemic; di David Quammen; 2012
4) Coronavirus: “Nous devons faire comme les chinois ont fait » selon Phillippe Klein, médecin chef a Whuan ; 2020
5) Worldometer : Covid-19 coronarovirus pandemic
6) Preprint Towards aerodynamically equivalent COVID-19 1.5 m social distancing for walking and running B. Blocken, F. Malizia, T. van Druenen', T. Marchal; April 2020