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Claudio Baccalà
04.09.1923 - 09.12.2007
L'ottantenne Claudio Baccalà ha dipinto per oltre 60 anni, senza aver frequentato scuole d'arte, in un "atelier" rustico attiguo alla sua casa collinare, dove la natura apre bellissimi incanti e lo spettacolo del lago che lambisce Brissago è tutto spalancato ad accogliere l'ammirazione di chi guarda. Inizi contadini e pastorali, dunque, ma non certo tali da isolarlo lassù, sopra l'enorme parata d'acqua. Baccalà ha infatti viaggiato non poco, è stato a lungo assente dal suo paese e vi è tornato dopo aver esposto anche all'estero, oltre che a Basilea e a Zurigo. Strinse inoltre rapporti con Jean Dubuffet (1901-1985), l'ultimo dei "grandi" prodotti dalla Francia: l'arte spontanea del pittore ticinese si fece subito guardare da lui con simpatia. Come comprova la mostra luganese, le fonti dei dipinti di Baccalà non sono tuttavia paragonabili a quelle della cosiddetta "art brutt", così chiamata da Dubuffet perché aliene da preoccupazioni di stile e talvolta perfino da abilità tecnica. Il linguaggio dell'espositore può far pensare, si, al primordiale, ma non è mai tentato dall'ebbrezza del "lasciarsi andare" a una "brutta pittura" nel nome dell'abbandono all'estro. L'artista di Brissago è sorvegliatissimo anche quando associa il vigore cromatico a sottigliezze materiche simili a elementi di mosaico. Manovra sempre con cautela le trappole della pittura, e riesce a prendere vivi i suoi simboli. "Sebbene possa sembrare assurdo, ancora oggi qualcuno vive come se credesse nell'armonia del creato", scriveva tempo fa Pietro Citati. "Sono strane persone", aggiungeva: una di queste è appunto Baccalà, e in quanto tale egli vedeva in sé e attorno a sé la materializzazione di un qualcosa che ci trascende. La sua pittura può quindi far pensare anche alla ricerca di un'armonia in senso pitagorico, cioè al giusto equilibrio dei contrari di cui parlava Simone Weil. Non a caso, al pari della filosofia-martire francese, egli amava Mozart, il prodigioso amalgamatore di forze contrastanti, e della musica, quando va a questo o quel concerto in San Francesco di Locarno, si sente avvolto e stimolato a non fare un'arte tutta di testa. Di qui la funzione liberatrice d'una tavolozza trattenuta dalla spessa grafia dei contorni, dentro i quali la geometria dei piani assicura l'architettura dell'opera e la rifinitura degli effetti. Lo stile non accusa pertanto sbandamenti. Nasconde bene sotto gli archetipi il concetto sacrale che tiene i fili della composizione.