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Nessuno vuole più aborti, ma l'interruzione della gravidanza deve essere possibile per una donna in difficoltà. È questo il senso della soluzione dei termini, in votazione il 2 giugno.
È partita lunedì con una conferenza stampa a Berna la campagna in favore della soluzione dei termini, approvata dal parlamento e dal governo dopo un lungo e tormentato percorso durato 9 anni. Prevede di depenalizzare l'aborto nelle prime 12 settimane di gravidanza e dopo un colloquio con il medico. In Svizzera, una donna su quattro è confrontata una volta o l'altra durante la sua vita con la problematica dell'aborto.
Tra repressione e liberalizzazione
Oggi, il Codice penale punisce l'aborto, ma la pratica si è fatta negli ultimi anni piuttosto liberale in alcuni cantoni. Da un lato, l'arsenale legislativo repressivo che risale al 1942 ammette l'aborto soltanto in caso di pericolo di vita per la donna incinta e soltanto dopo il consenso dato da due medici. D'altro lato, una pratica quotidiana più aperta. Questo dualismo provoca una notevole insicurezza giuridica per le donne e il corpo medico. Inoltre, la situazione può variare a seconda del medico, della politica di un determinato ospedale o delle direttive delle autorità: tutti fattori che determinano un'ineguaglianza di trattamento per le donne e che possono aprire la porta all'arbitrario.
La soluzione dei termini è un compromesso al quale hanno aderito la maggior parte delle formazioni politiche. Tra i partiti di governo, soltanto il Partito popolare democratico (PPD) si è opposto in blocco e ha lanciato il referendum. Per il PPD, il modello doveva assolutamente comprendere l'obbligo per la donna di rivolgersi a un consultorio famigliare. I fautori della soluzione dei termini considerano questo obbligo incompatibile con il diritto della donna a disporre di sé stessa. "L'obbligo di rivolgersi a un consultorio equivale a mettere la donna sotto tutela", ha detto la deputata liberale radicale Dorle Vallender.
Un conflitto impossibile da risolvere
Per la Vallender, il legislatore si trova davanti a un dilemma: ha l'obbligo di proteggere contemporaneamente i diritti della donna e quelli della vita in gestazione. "È impossibile risolvere questo conflitto. Si può tutt'al più regolamentarlo. La soluzione dei termini si basa sul diritto della donna incinta a disporre di sé stessa, ma senza dimenticare i diritti della vita futura."
Nel comitato in favore della soluzione figura anche il senatore democratico di centro grigionese This Jenny. L'UDC ha combattuto questo modello, ma durante la votazione finale 15 rappresentanti di questo partito di destra hanno finito per accettarlo. Per lui, il diritto attuale non impedirà alcuna donna di abortire. "Vietare è la peggior scelta, perché si spingono donne e medici nell'illegalità. Soltanto la prevenzione può condurre al risultato voluto. Bisogna promuovere la contraccezione e prendere le necessarie misure sociali."
"100 anni indietro, con l'iniziativa degli ambienti fondamentalisti"
Il due giugno si voterà anche sull'iniziativa "per la madre e il bambino", lanciata dagli ambienti ultraconservatori, che vogliono proibire quasi completamente l'aborto. Per i promotori della soluzione dei termini, "questo obbligo a partorire ci riporterebbe indietro di 100 anni."
Accettando la soluzione dei termini, la Svizzera si allineerebbe sugli altri paesi europei. Oltre alla Svizzera, soltanto Polonia, Spagna, Portogallo e Irlanda hanno una politica repressiva. La maggior parte degli altri paesi hanno introdotto da tempo la soluzione dei termini. Il Canada ha abrogato dal suo Codice penale tutte le disposizioni relative all'aborto.
Per la consigliera nazionale socialista Barbara Haering, all'origine dell'iniziativa parlamentare che ha condotto alla soluzione dei termini, "dopo decenni di impegno delle nostre madri, s'intravede finalmente un orizzonte luminoso per le nostre figlie."
Mariano Masserini