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Giorno 632: quando mia suocera ha urlato tre volte il nome di mia figlia, sono scappato da una riunione di Zoom in sala da pranzo e ho capito subito che forse mia figlia di dodici mesi stava per morire. Aveva il respiro debole, il suo corpo era flaccido e aveva gli occhi all’indietro. “Chiama il 911 [il numero per le emergenze negli Stati Uniti, ndr]!“. Non gridavo così forte da sei mesi, da quando cioè avevamo iniziato a vivere a casa dei miei suoceri. Mentre la tenevo per le ascelle, la mia mente sfrecciava in una decina di direzioni diverse: Non farla morire; ma anche Ha il Covid?; mi venne in mente anche un’immagine della sesta stagione de I Soprano, una delle quattro miliardi di serie di cui ci eravamo abbuffati dal marzo del 2020: Assomiglia a Christopher Moltisanti quando la sua auto è rotolata giù dalla collina? E poi: M****,sono ancora in riunione? La telecamera e il microfono sono ancora accesi? Quando mia figlia aveva più bisogno che io mi comportassi da genitore, ero ovunque e da nessuna parte, ero tutti e nessuno.
Dopo due anni di questa pandemia, siamo in preda a quello che il mio cervello sballottato riesce soltanto a definire come la Grande Poltiglia. Questo termine, che non è stato approvato dagli esperti, si riferisce al fenomeno dello schianto e appiattimento delle nostre personalità, responsabilità e identità, guidato dai nostri dispostivi super efficienti e sensibilmente accelerato da Covid-19. Le nostre identità e i nostri ruoli come genitori, figli, amici, colleghi, amanti, tutori, e così via, sono stati ammassati in un unico essere confuso. Molti di noi rimangono ingobbiti e agitati nella stessa stanza, che sia per lavorare su Slack o Zoom, leggere email o scommettere, su app di incontri, a trollare sui social media o in sedute con lo psicologo, a vivere un lutto o ridere, singhiozzare o urlare a estranei, e a identificarsi con una nave container incagliata da 200mila tonnellate, tutto sugli stessi piccoli schermi giorno dopo giorno, con sempre meno posti aperti nel mondo esterno per potersi stiracchiare, trovarsi, mettersi alla prova o perdersi in sicurezza, o per essere una qualsiasi versione di sé stessi in un dato momento. Nella mia esperienza, i sintomi di questa poltiglia includono scombussolamento, disorganizzazione, disperazione e passività.
Fortunatamente, pare che l’operatore del 911 non presentasse nessuno di questi effetti collaterali, e ha agito con autorità. Mi ha suggerito di girare mia figlia a testa in giù. Non appena l’ho fatto, i suoi occhi sono tornati a incrociare il mio sguardo terrorizzato e ha iniziato a piangere. Un minuto dopo, io e mia moglie eravamo su un’ambulanza per scoprire cosa fosse appena successo e se sarebbe potuto succedere di nuovo. Mentre mia figlia era legata alla barella intontita, la mia mente continuava a correre verso gli stessi pensieri sparsi, pieni di vergogna e ridotti a poltiglia: Starà bene? Come ho potuto non essere all’altezza della situazione? Ci sarà il wi-fi al pronto soccorso?
em>Avete una sola identità – disse notoriamente un venticinquenne Mark Zuckerberg al giornalista David Kirkpatrick nel 2009 –. I giorni in cui avevate un’immagine per i vostri amici, una per i colleghi e una per le altre persone che conoscete stanno probabilmente per finire molto presto“. E infine la chiosa moralizzatrice: “Avere due identità è un esempio di mancanza di integrità“. Coprendosi gli occhi, magari con un visore Oculus, e tralasciando il fatto che presumibilmente ci sono state occasioni in cui Facebook (che ora si fa chiamare Meta) ha dato mostra di identità multiple o di mancanza di integrità, la profezia di Zuckerberg si è realizzata appieno.
Gli inizi e le conseguenze
La poltiglia è iniziata molto prima del 2009 – probabilmente con l’avvento dei personal computer e la possibilità di aprire più finestre simultaneamente – ma è nel corso degli anni Dieci che lo schiacciamento delle nostre vite ha subito un’accelerata. Nell’arco del decennio, la percentuale di americani che possiedono uno smartphone è passata da circa il trentacinque all’ottantacinque per cento. La quota della nostra vita che abbiamo compresso negli smartphone è cresciuta più o meno allo stesso ritmo. Negli Stati Uniti, un adulto medio oggi trascorre più di nove ore al giorno piantato davanti a uno schermo, più della metà della nostra vita da svegli schiacciata in un dispositivo Apple, Google o Microsoft. Il costo di questa comodità è un io tascabile.
Queste trasformazioni hanno collettivamente eroso i confini fisici e mentali entro i quali giochiamo e costruiamo diversi aspetti delle nostre identità. Quando le nostre connessioni sui social media si sono allargate dagli amici più stretti ai cugini di secondo grado, fino ai compagni dell’asilo e a Taye Diggs, la pressione per far sì che ci presentassimo con un’identità generalizzata è cresciuta. Come scrive Joshua Meyrowitz in Oltre il senso del luogo, “abbiamo difficoltà a proiettare una definizione marcatamente diversa di noi stessi a persone diverse quando così tante altre informazioni su di noi sono disponibili per ogni nostro pubblico“. In Come non fare niente, Jenny Odell aggiunge che questa generalizzazione crea anche un'”incapacità di cambiare pubblicamente le nostre idee, cioè di esprimere diversi sé nel tempo“.
Nel frattempo, l’aria tra le nostre identità generalizzate e non fungibili sui social media e ogni altra versione di noi continua ad assottigliarsi. Potrebbe sembrare un segno di estrema efficienza evitare di andare in banca, in un negozio o persino al ristorante e spostare invece le dita a pochi millimetri da Instagram per aprire l’app della banca, una di food delivery o Wordle. Ma come spiega Cal Newport, professore associato di informatica alla Georgetown University e autore di Un mondo senza email, dal momento che possiamo aprire o fare tutto sullo stesso dispositivo o browser, senza una rigida disciplina, cerchiamo di fare ed essere sempre tutto. “La tua mente inizierà a dire: ‘Perché non ora? Perché non ora?’. Puoi vincere questa discussione solo un certo numero di volte“, ha spiegato. Perdere questa discussione non solo frantuma la nostra attenzione – la cosiddetta “attenzione residuale” – ma rappresenta una catastrofe anche per la nostra identità: “Il cervello umano non può saltare rapidamente avanti e indietro tra diversi ambiti“, ha spiegato Newport. Passare costantemente da un contesto all’altro – da un’app di appuntamenti a una riunione di Zoom, per esempio – fa sì che il modo in cui ci presentiamo nell’uno sia destinato a infiltrarsi nell’altro, un fenomeno che potrebbe essere definito “identità residuale”.
Naturalmente, essere in grado di farsi schiacciare – guadagnarsi da vivere dal letto o dal divano e potersi permettere i dispositivi su cui schiacciarsi – è un lusso incredibile. Non c’è dubbio che i lockdown, le chiusure e il distanziamento sociale che hanno esacerbato questo fenomeno abbiano salvato delle vite. E ci sono innumerevoli esempi di come internet possa essere un mezzo per consentire a chi è isolato, oppresso o incompreso di trovare una comunità ed essere una versione di se stesso che non può esprimere altrove. Ma mantenere questa separazione delle nostre identità sembra sempre meno possibile. E qualsiasi tesi secondo cui la fine della pandemia segnerà anche la fine della poltiglia è ridicola. Presto saremo sicuramente in grado di condurre una parte ancora maggiore della nostra vita sui nostri dispositivi, in modo ancora più agevole. Cos’è il metaverso se non la finalità ultima dell’editto sull’identità unica di Zuckerberg – una manovra disperata (e finora stupida) per farci immergere così profondamente in un visore da non avere alcuna identità nella realtà?
Percepisco la poltiglia in maniere vivida da quando ho avuto la mia primo figlia, nel novembre del 2020. Per diversi mesi, mentre io e mia moglie lavoravamo entrambi senza avere nessuno che potesse aiutarci con nostra figlia, il nostro monolocale era un turbinio di identità sfocate: far fare il ruttino alla bambina mentre l’avvocato di una fonte per un articolo mi torchiava al telefono, dando allo stesso tempo un’occhiata ai numeri dei contagi sul mio portatile, mentre l’istruttore online della cyclette incitava mia moglie durante l’allenamento. La modalità genitore si infiltrava nella modalità lavoro, che a sua volta si infiltrava nella modalità matrimonio: e io stavo fallendo in tutte quante. Più di ogni altra cosa, la decisione di trasferirci dall’altra parte del paese e vivere con i miei suoceri (e avere così un aiuto gratuito per nostra figlia) per sei mesi è stato un tentativo di non farsi schiacciare. Evidentemente, neanche questo ha funzionato.
Dopo una serie di esami, il medico ci ha spiegato che mia figlia aveva un attacco febbrile. Sono abbastanza comuni nei bambini piccoli, non inficiano lo sviluppo e il più delle volte passano senza bisogno di intervenire. Questa notizia mi ha portato un sollievo cosmico. E poi una vergogna cosmica. Tutti quegli interminabili secondi in cui la tenevo in piedi, dandole colpetti alla schiena, in preda a pensieri frammentati, stavo facendo la cosa sbagliata. Avrei potuto sapere quale fosse la cosa giusta da fare con facilità – semplicemente farla sdraiare sul fianco senza costrizioni- visto è scritta nei nostri libri sui neonati. Non c’era modo di evitare la paura e il panico in quel momento, ma probabilmente sarei stato molto più attento nella mia versione “padre” se in quel momento non fossi stato anche pezzi di tutte le altre versioni di me.
Come ci ha spiegato il neurologo, un picco improvviso della temperatura di un bambino può “mandare in tilt il suo cervello non ancora maturo“. Questa è la migliore analogia della poltiglia che abbia mai sentito. Troppi aspetti delle nostre identità stipati insieme hanno mandato in bambola il nostro cervello. Per evitare le crisi febbrili, il segreto è dare a mia figlia il paracetamolo al primo sintomo di febbre. Ma qual è la medicina per la poltiglia?
La prima terapia è capire che Zuckerberg si sbaglia: abbiamo un sacco di identità. Sia che crediate che il concetto di sé sia illusorio, come i buddisti, o che pensiate che abbiamo diversi sé discreti che a intermittenza controllano il modo in cui pensiamo e agiamo, come fanno alcuni psicologi, sapete già che il vostro capo non è il vostro partner, vostro fratello, o vostro figlio, né tantomeno il vostro rabbino. Essere presenti per ogni persona nella vostra vita richiede di mostrarsi in molti modi diversi. Gli studi di Sarah Gaither, una psicologa della Duke University, hanno scoperto che ricordarsi delle proprie identità multiple (genere, etnia, ruoli sociali, e così via) spinge a risolvere i problemi in modo più creativo. Ognuno di noi ha ottantasei miliardi di neuroni e formula circa seimila pensieri al giorno. L’idea che dobbiamo relegare tutto questo a un’unica identità è pure fantasia. La poltiglia rende però questa fantasia una realtà soffocante.
La soluzione, naturalmente, è stabilire dei limiti. Una cosa più facile a dirsi che a farsi, soprattutto considerando come la pandemia continui a confinare molte persone nelle loro case. Ma può essere d’aiuto riconoscere che, se la tecnologia in sé non è il problema – qualsiasi app o strumento può aiutarci a trovare una versione più completa di ognuno di noi -, lo schiacciamento di tutti questi strumenti ci opprime , ed è una cosa che dobbiamo contrastare. Se potete permettervelo, usate dispositivi diversi per le cose personali e il lavoro. Come predica Newport, dimenticatevi delle lista di cose da fare e comprate un’agenda divisa in blocchi temporali, che consente di dedicarsi a solo un tipo di pensiero o compito alla volta. Andate in bagno senza il telefono. Concedetevi di essere una sola versione di voi alla volta quando possibile.
È molto difficile elaborare il fatto che l’anno della più grande gioia della mia vita, assistere all’approccio festoso alla vita di mia figlia neonata, sia stato anche l’anno in cui la mia salute mentale è stata nella condizione peggiore. Ho passato moltissimo tempo online, e mi sono sentito costretto, ansioso, frenetico. Cercando di essere tutti contemporaneamente, non sono stato la migliore versione di nessuna delle mie identità. Ma poi mi rendo conto che una delle tante identità di mia figlia, anche se non se ne rende conto, è quella di guida. Lei, come ogni bambino molto piccolo, dimostra che il modo migliore per non essere schiacciati è essere. Non si fa problemi a comportarsi in modo incoerente, non si preoccupa di essere percepita in alcun modo, si getta completamente in ciò che la affascina, la seduce o la trascina in quel momento. Fa versi con ferocia per mezz’ora, si siede in un silenzio da Buddha per i successivi venti minuti, e poi si dimena nella sala da pranzo, con gli occhi spalancati dalla gioia e dall’orgoglio, allungando la sua piccola mano paffuta per mostrarmi la sua ultima scoperta.
Fonte: Wired.it