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Alla parete azzurra dell’open space c’è scritto “Trasparenza, responsabilità, partecipazione”. È un motto, è un monito. Sono nella sede di FACT Coalition, una ONG progressista che si batte per la trasparenza e l’equità fiscale, “per la giustizia fiscale”, aggiunge Ian Gary – il direttore – che da un quarto di secolo si muove tra i gangli della politica di Washington DC per promuovere i tre principi dipinti sul muro. I “Pandora Papers”, spiega, hanno rivelato a tutti gli americani una verità che lui conosce bene: “Questi documenti hanno mostrato come gli Stati Uniti sono un paradiso fiscale e come al suo interno ve ne siano altri, come il South Dakota e il Nevada. E i problemi che pongono altri rifugi offshore globali sono sostenuti e crescono grazie a quanto viene fatto negli USA”.
Proprio gli Stati Uniti che accusavano la Svizzera di essere un luogo di evasione fiscale?
Ian Gary: “Ancor di più. Secondo l’indice dei paradisi fiscali pubblicato dal Tax Justice Network, gli Stati Uniti sono al secondo posto, davanti alla Svizzera. E l’indagine dei Pandora mostra la quantità di denaro che passa attraverso i nostri Stati. Pensate che nel South Dakota, con una delle minori popolazioni del nostro Paese, sono nascosti 360 miliardi di dollari. È sbalorditivo. Sono soldi che il sistema finanziario degli Stati Uniti aiuta a nascondere”.
Quali sono i paradisi fiscali americani?
I.G.: “Secondo le ultime rivelazioni South Dakota, Nevada, Delaware, New Hampshire e Alaska”.
Ma queste enclave fiscali agiscono sempre nella legalità, no?
I.G.: “Sì, ma… permettono di nascondere il ricavato di comportamenti illegali. Ad esempio, nei Pandora Papers si svela il tesoro in South Dakota di una società che produce zucchero nella Repubblica Domenicana accusata da anni di non rispettare i diritti umani. E ci sono molti altri esempi, non solo di mancato rispetto dei diritti umani, ma pure di cleptocrazia e questa società prima aveva i conti alle Bahamas…”
E poi cosa è successo?
I.G.: “Questo produttore di zucchero dominicano prima aveva una società di comodo alle Bahamas, ma recentemente le Bahamas hanno varato una nuova Legge che richiede di rivelare l’identità dei proprietari delle società e allora cos’hanno fatto? Hanno registrato la società di comodo in South Dakota, dove la legge sulla privacy e la riservatezza sono più strette”.
Come è possibile che in pochi anni uno stato rurale come il South Dakota diventi un paradiso fiscale (con oltre 100 trust e vedendo decuplicare i patrimoni gestiti)?
I.G.: “Perché a livello statale, chi ha interesse diretto nella gestione della ricchezza, come gli avvocati e i fiscalisti, scrivono direttamente loro le leggi dello Stato che poi i deputati approvano. È quello che è successo in South Dakota, è quello che sta avvenendo in Alaska. E senza nessun tipo di controllo pubblico”.
Lunedì, la Casa Bianca ha ribadito che la presidenza Biden continuerà a impegnarsi per la trasparenza del sistema finanziario globale. Questa presidenza non ha un problema perlomeno di immagine?
I.G.: “La nuova Amministrazione ha sempre detto che per proteggere la democrazia bisogna combattere la corruzione e mi pare che i passi intrapresi siano coerenti. Il primo passo per risolvere i problemi di immagine è ammetterli e i passi intrapresi dalla presidenza vanno in questa direzione e al Congresso si sta implementando il “Corporate Transparency Act” che darà più strumenti per combattere l’evasione e il riciclaggio e promuovere la trasparenza”.
Il “Transparency Act” è una legge votata a gennaio e che entrerà in vigore nel 2022. In particolare, si prevede un registro pubblico con l’identità di azionisti e beneficiari di fondi. C’è chi teme che in quest’anno di interregno avvocati e tributaristi trovino scappatoie per i loro clienti…
I.G.: “È un timore fondato. Noi abbiamo appena presentato le nostre osservazioni al Dipartimento del Tesoro affinché siano limitate il più possibile le eccezioni e speriamo che chi deve implementare la legge tenga conto delle modalità di elusione emerse con i Pandora Papers. E noi siamo tornati alla carica con le commissioni del Congresso affinché vi sia una nuova legislazione per reprimere gli abusi illustrati dall’indagine del consorzio giornalistico”.
Ma al di là dell’indignazione fiscale, perché per i contribuenti sono particolarmente importanti rivelazioni come quelle emerse in settimana?
I.G.: “Il costo per i contribuenti americani è stato stimato in 77 miliardi di dollari all'anno dal trasferimento dei profitti attraverso i paradisi fiscali da parte delle società multinazionali. E poi ci sono ancora quelli celati dagli alti redditi individuali. Sono soldi che vengono a mancare altrove. Quando parliamo di spese per la salute o l’educazione, di infrastrutture o crisi climatica, il cittadino americano deve sapere che grazie a questi paradisi fiscali gli USA perdono centinaia e centinaia di miliardi di risorse finanziarie. E ci sono costi umani reali che devono essere sostenuti dalla gente comune e non dai ricchi. Il mondo non può sopravvivere con questi due sistemi. Deve cambiare”.