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L'esperto svizzero in diritti umani Walter Kälin auspica un sforzo internazionale maggiore a sostegno delle vittime del conflitto in Nepal.
In un'intervista con swissinfo, il rappresentante ONU per i diritti degli sfollati indica che nel paese himalayano vige «un clima di paura».
Walter Kälin è appena rientrato dal suo viaggio di 10 giorni in Nepal dove ha visitato numerose province. L'esperto elvetico in diritti umani ha avuto modo di parlare con le persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa a causa del conflitto che oppone ribelli maoisti e forze governative.
Kälin ha inoltre incontrato i ministri nepalesi che si occupano del problema degli sfollati e i rappresentanti dell'esercito. Non ha però avuto modo di intrattenersi con gli esponenti dei ribelli maoisti.
Pochi giorni fa, la Commissione ONU per i diritti umani aveva adottato una risoluzione – il cui testo era stato redatto dalla Svizzera – che chiedeva di ristabilire la democrazia e le libertà individuali nel regno himalayano.
La partecipazione elvetica alle negoziazioni con il Nepal avevano inoltre portato ad un accordo che prevede la presenza di osservatori internazionali in varie zone del territorio.
Intervistato da swissinfo durante il suo passaggio a Kathmandu, Kälin ha tracciato un quadro preoccupante: la situazione nel paese è secondo lui «molto difficile e pericolosa».
swissinfo: Quali sono le ragioni principali che spiegano lo sfollamento interno in Nepal?
Walter Kälin: Numerose persone sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni a causa delle minacce e delle violenze perpetrate dai ribelli maoisti. Molti altri hanno inoltre paura di trovarsi coinvolti negli scontri tra le forze governative e i maoisti. In alcune zone, l'insicurezza rende la vita insostenibile.
Una parte considerevole degli sfollati è fuggita in India con la speranza di trovare un lavoro, sebbene molti siano rimasti in Nepal. La loro situazione non cessa di peggiorare: alcune donne sono ad esempio costrette a prostituirsi. Il quadro generale della situazione per gli sfollati qui in Nepal è preoccupante, in particolare per quel che concerne il rispetto dei diritti umani.
swissinfo: La gente ha dovuto abbandonare i propri villaggi anche a causa delle forze governative?
W. K.: Molte persone hanno paura delle forze governative e temono di subire ripercussioni per il loro sostegno, con cibo e denaro, ai ribelli maoisti. In realtà però, sono spesso forzati ad agire in questo modo e quindi si ritrovano presi nella morsa delle due parti in conflitto.
swissinfo: È scioccato dall'ampiezza della situazione?
W. K.: Non è la prima volta che vengo in Nepal e sapevo cosa aspettarmi. La ragione principale di questa mia visita è di proporre piani di intervento. Credo che il problema degli sfollati sia stato in passato sottovalutato e quello di cui ora abbiamo bisogno sono azioni concrete. Dobbiamo quindi agire in fretta, prima di trovarci di fronte ad una crisi umanitaria su larga scala.
swissinfo: Quale tipo di interventi sono previsti?
W. K.: Finora le agenzie dell'ONU e le organizzazioni internazionali si sono impegnate in particolare in progetti di aiuto allo sviluppo. Ma ora c'è bisogno di un maggior impegno a favore della popolazione per aiutare le persone a vivere degnamente nonostante la crisi.
swissinfo: Lei è sto invitato a venire in Nepal dal re Gyanendra. Quale è stata la reazione dei maoisti alla sua visita?
W. K.: Non ho avuto contatto con i ribelli, ma non credo che siano contrari alla mia visita siccome non ho incontrato nessun problema di sicurezza. Spero che i maoisti accettino la mia richiesta di rispettare i principi basilari delle leggi umanitarie internazionali. Se così sarà, una delle principali cause dello sfollamento degli abitanti sarà sicuramente eliminata.
swissinfo: Non crede però che sarebbe stato importante cercare il dialogo con i maoisti?
W. K.: Naturalmente è molto importante poter parlare con le due parti e il Nepal ha recentemente accettato di firmare una dichiarazione d'intesa con l'Alto commissariato ONU per i diritti dell'uomo. Questo permetterà agli osservatori di accedere ai territori controllati da governo e ribelli.
swissinfo: Da quando il re Gyanendra ha introdotto la censura totale della stampa il 1. febbraio, l'immagine che si ha del Nepal è ancor più offuscata. Quale è il suo giudizio sulla situazione generale?
W. K.: Se si rimane a Kathmandu e nelle valli circostanti, ci si trova in un Nepal. Ma una volta lasciata la capitale ci si ritrova in un altro Nepal e la situazione è ancor più preoccupante. Al di fuori di Kathmandu regna un clima di paura.
Quasi tutti i nepalesi con cui mi sono intrattenuto mi hanno detto che il loro unico desiderio è di giungere finalmente alla pace.
swissinfo: Quale ruolo può svolgere la Svizzera per contribuire a risolvere la crisi in Nepal?
W. K.: Un ruolo molto importante. Una delle ragioni per le quali poco è stato fatto in passato è la mancanza di fondi. In uno dei campi per sfollati ad esempio, la metà delle persone dispone di una casa mentre l'altra metà vive miseramente sotto le tende perché mancano i soldi. La Svizzera può svolgere un ruolo importante sostenendo l'adempimento della dichiarazione d'intesa per quel che concerne la presenza di osservatori internazionali.
La Svizzera ha inoltre contribuito in modo decisivo alla risoluzione dell'ONU e il suo intervento ha spinto le due parti in conflitto a giungere ad un accordo.
swissinfo, Billi Bierling, Kathmandu
(traduzione: Luigi Jorio)
Fatti e cifre
Da oltre 40 anni, il Nepal è uno dei paesi prioritari dell'aiuto allo sviluppo svizzero.
21,7 milioni di franchi l'ammontare degli aiuti elvetici a favore del Nepal nel 2003.
18,8 milioni nel 2004.
Per il 2005 è stato pianificato un contributo di 17,3 milioni.
In breve
Ad inizio aprile, la Commissione ONU per i diritti umani ha raggiunto un accordo con il governo nepalese per l'invio di osservatori internazionali in varie zone del paese.
Il team composto da sei osservatori dovrebbe iniziare i lavori a metà maggio.
I ribelli maoisti sono in lotta con le forze governative da quasi dieci anni; il loro obiettivo è la sostituzione della monarchia con una repubblica comunista.
Il conflitto ha causato finora circa 11'000 morti.