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I Pagliacci, dramma in un prologo e due atti di Ruggero Leoncavallo, su libretto dello stesso compositore, andò in scena per la prima volta al Teatro dal Verme di Milano il 21 maggio 1892. Interpreti furono Fiorello Giraud (Canio), Adelina Stehle (Nedda), Victor Maurel (Tonio), Mario Ancona (Silvio) e Francesco Daddi (Beppe); un cast di tutto rispetto, la cui direzione fu affidata all’allora venticinquenne Arturo Toscanini. Fu un clamoroso, prorompente, successo, che Leoncavallo non sarebbe più riuscito ad eguagliare nel corso della sua successiva carriera, e che vide il nome del compositore associato in maniera apparentemente indissolubile a quello di verismo. Ma in che modo Leoncavallo aderì all’estetica verista? In che misura la sua posizione riflette gli orientamenti di fine secolo? L’idea di una possibile drammaturgia verista in ambito operistico era già stata accolta tra i più giovani compositori italiani attivi nell’ultimo decennio dell’Ottocento, ed una breve disamina delle circostanze che precedettero la prima milanese de I Pagliacci può aiutare a fare chiarezza su alcuni dei fattori che portarono alla sua composizione.