Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01268.jsonl.gz/688

«Ogni lavoro è sacro»
syndicom: Quando è nata in lei la vocazione che l’ha portata al presbiterato?
Don Sandro: Potrei dire dal momento in cui ho avuto la possibilità di esprimermi. Il desiderio di farmi prete era tanto che una mia zia, sarta, mi preparò dei paramenti da indossare quando, bambino, celebravo su una cassa di mele rivoltata come un altare. Già allora «arringavo» i presenti con le mie «prediche»! (sorride).
La sua famiglia ha influito in questa decisione?
Nessuno mi ha influenzato. Anzi, mio papà era del parere che prima facessi gli studi alla scuola pubblica e poi entrassi in seminario. Mio padre gestiva un’impresa di legnami e combustibili, mia sorella era pianista, i miei due fratelli aiutavano il papà, io ero l’ultimogenito. A Melide, dove ci eravamo trasferiti durante la Seconda Guerra mondiale, mio padre ebbe un vivace confronto con il parroco, don Cesare Biaggini, che la spuntò; così dopo due anni di ginnasio pubblico fui inviato in seminario. Ho seguito i corsi universitari a Friborgo, dove mi sono laureato nel 1961 con una tesi sulla nozione di accoglienza nel Nuovo Testamento.
C’è stato qualcuno che l’ha guidata e ispirata nel suo cammino?
Quando nel 1942 sono andato a stare con la famiglia a Melide, don Cesare Biaggini ha coltivato la mia vocazione dandomi l’esempio di un prete zelante. Il suo è stato un aiuto davvero notevole.
Come ha vissuto il contatto con il mondo del lavoro?
Direi per esperienza diretta. Sono figlio di un operaio che è diventato «padrone», come si diceva un tempo. A soli 10 anni, mio padre ha fatto lo scalpellino a Lugano, a 15 è partito per gli Stati Uniti sempre come scalpellino. Tornato per la Prima Guerra mondiale, dato che conosceva bene le automobili, ha vissuto il conflitto come autista della Croce Rossa, provando un’esperienza della morte molto profonda, mentre accompagnava feriti gravissimi negli ospedali. Tornato dalla guerra, comperò la prima barca a motore che circolasse sul lago di Lugano e da operaio divenne imprenditore. Lo vidi lavorare molto e mi resi conto della fatica che anche un imprenditore deve assumere. A fine mese e alla fine dell’anno, quando salari e assicurazioni erano incombenti, mi rendevo conto di come la gestione di una piccola ditta privata non fosse senza problemi. Il lavoro è sacro per chi lo compie, sia per chi lo dà da compiere. Mio padre ha speso la sua esistenza al servizio dei fratelli. La stessa sua morte, nel 1965, è stata causata dalla silicosi, proprio a motivo del suo lavoro come scalpellino.
E come prete?
Come studente al seminario, ho seguito corsi teoretici anche a proposito del lavoro. La diocesi di Friborgo era particolarmente sensibile a questi problemi: il suo vescovo era stato assistente degli operai e viveva a contatto con la classe operaia e le sue necessità. Tornato in diocesi, venni nominato assistente spirituale dell’OCST e ho seguito il sindacato dando una direttiva di tipo spirituale per mostrare che il lavoro non sia semplicemente qualcosa che si fa ma qualcosa che si vive, una missione che compiamo al servizio del mondo intero.
C’è un aneddoto che ricorda durante gli anni all’OCST?
Di fronte a una situazione grave, l’OCST si preparava a uno sciopero. All’assemblea avevo detto che avrei partecipato alla manifestazione per far valere i diritti dei lavoratori, ma anche se fui applaudito non venni invitato! Qualcuno aveva pensato che un prete in ambito di comizio non fosse presentabile… E questo è singolare per l’OCST, perché monsignor Luigi Del Pietro partecipò a diverse manifestazioni operaie e questo suscitò da una parte ammirazione e dall’altra quasi del disprezzo…
Il rapporto tra Chiesa e sindacati potrebbe essere quindi più stretto?
Direi di sì. Nel libro della Genesi, all’uomo (Adamo) viene affidata la coltivazione della terra: dunque ogni uomo è un giardiniere, un lavoratore, collabora con il creatore nella costruzione di un mondo migliore. Mi piace ricordare la sacralità del lavoro attraverso una storia che vede tre costruttori della Cattedrale di Notre-Dame. Quando chiesero al primo cosa stesse facendo, egli rispose: «Sto scolpendo delle pietre» e il secondo «sto guadagnando il pane per la mia famiglia». Il terzo, quasi trasfigurato, nella sua attività di scalpellino vedeva invece una realtà sacra, perché costruiva non solo una cattedrale ma un mondo nuovo. Credo sia importante poter dare un senso al proprio lavoro. Se una persona viene considerata un numero che deve produrre ma non viene messo in evidenza il suo valore, allora questo non è degno dell’uomo. Sono anche scandalizzato dal divario tra i salari minimi e gli altissimi salari: credo che questa ingiustizia sia da colpire e da denunciare, anche perché più la forbice tra i salari si attenua, più la nostra civiltà cresce. Forse la Chiesa fa ancora poco per far riflettere: ogni lavoro è sacro. Lo spazzino come il medico servono alla società, hanno la stessa importanza e meritano la nostra considerazione che si esprime anche con un salario adeguato. La Chiesa stessa dovrebbe applicare tutto questo con maggior vigore; nelle case religiose e parrocchie, a volte, abbiamo del personale sottopagato. Dobbiamo agire in modo coerente, non soltanto parlare! «Vi ho dato l’esempio», dice Gesù: la sua non è una dottrina teoretica ma una realtà pratica!
Che cosa può anticipare dell’immortalità, tema di cui parlerà il 25 aprile a Rivera?
Le rispondo polemicamente. Da bambino fino a studente di teologia, non ho mai sentito una lezione o una predica dedicata al Paradiso. Nell’ambito delle Chiese si vede la vita eterna a volte come un mito, una realtà consolatrice, «un’invenzione delle chiese che rendono meno amara la pillola della morte», per dirla con lo scrittore Emile Zola. Penso che la certezza della vita eterna, diffusa in tutto il mondo e nelle diverse religioni, non è molto ancorata alla fede. Sempre polemicamente, come docente ho insistito su questa realtà un po’ lasciata da parte. Tanto la lezione inaugurale all’Università di Friborgo, quanto quella finale vennero da me impostate su questo tema della vita eterna, ovvero l’escatologia. È una realtà alla quale siamo confrontati ogni giorno. Santa Teresa di Lisieux mentre moriva, diceva «non muoio, io entro nella vita!». Per arrivare alla convinzione della vita eterna bisogna anticipare questa vita eterna nell’amore. Ovvero, l’essenza del cristianesimo, basata su bontà, servizio del prossimo, dedizione, lotta contro ogni forma di ingiustizia, denuncia del male, capacità di sopportare il martirio pur di non accettare l’ingiustizia. Più si assimilano questi valori, tanto più ci si rende conto che sono immortali e noi con loro. È un’esperienza di amore che va al di là di ogni limite, anche quello della morte.
Ha qualche rammarico nella sua esistenza?
Se anche non ci fosse niente nell’aldilà credo che non cambierei niente della mia vita, perché credo che una vita impostata sul Vangelo sia una vita che dia serenità, equilibrio e gioia anche in situazioni difficili. L’amore ricompensa l’amore. Ci sono tuttavia due rammarichi che mi feriscono e ai quali speravo di vedere una soluzione già in vita. Il primo è l’unità delle Chiese. Il secondo, che ci siano ancora oggi uomini e bambini che muoiono di fame, quando sappiamo che la produzione è tale per cui non solo tutti avrebbero da mangiare, ma addirittura un terzo di ciò che si produce viene mandato al macero.
Come prepararci alla stagione finale della nostra vita? Lo scrittore Tolstoj diceva che dobbiamo pensare al cappotto che indosseremo nell’inverno dell’esistenza, che prima o poi arriverà…
Credo che il cappotto che dobbiamo indossare, anzi la pelle, è l’amore per tutti, il perdono, la capacità di essere buoni anche con i cattivi.