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La Suva in difficoltà per un'improvvisa mancanza di soldi
A metà degli anni Ottanta la Suva si avviò pian piano verso un declino finanziario. Questo processo lento e inesorabile era la conseguenza di un deficit di finanziamento cronico, venutosi a creare in parte consapevolmente. In seguito, con la recessione dei primi anni Novanta, la situazione si aggravò in maniera drammatica, tanto che nel 1993 la Suva si ritrovò a un passo dal fallimento. Alla fine, il risanamento fu reso possibile grazie a un aumento dei premi e ai ricavi conseguenti al boom dei mercati azionari.
Già il primo anno sotto il regime della nuova Legge federale sull'assicurazione contro gli infortuni risultò difficile per la Suva. Nel 1984 il bilancio complessivo segnava ancora un utile di 40 milioni di franchi, ma l'assicurazione contro gli infortuni non professionali era già in rosso. Nel rapporto di gestione del 1985 la Direzione riconobbe che si stavano profilando «profondi cambiamenti». Tuttavia non prevedeva una vera e propria tempesta e il Controllo delle finanze della Commissione amministrativa dichiarò ancora nel 1990 che la Suva «gode di buona salute […] malgrado la notevole carenza di riserve tacite».
Pian piano, ma inesorabilmente, la situazione finanziaria sfuggì al controllo: l'ultimo utile registrato dalla Suva risaliva ormai al 1987. Nel 1990 il deficit del conto globale aveva quasi raggiunto i 40 milioni di franchi, e il Controllo delle finanze rimase sconcertato. La perdita complessiva aveva subito un'impennata «repentina e massiccia», riferì al Consiglio di amministrazione, «e non si riesce a trovare una spiegazione valida per questo fenomeno».
La Suva recupera il deficit di finanziamento
Se per questo tracollo improvviso non si trovò alcuna spiegazione, i motivi delle difficoltà finanziarie erano evidenti: il nocciolo del problema era un deficit di finanziamento cronico delle attività assicurative. Negli anni Ottanta i tassi di premio dell'assicurazione contro gli infortuni professionali e non professionali risultavano fino al 30 per cento inferiori rispetto ai tassi di rischio effettivi. Così i premi incassati non bastavano a coprire gli oneri per infortuni. A ciò si aggiunse l'obbligo di legge per la Suva di limitarsi al settore dell'industria e dell'artigianato. In un mercato in declino la Suva aveva perso quasi completamente il proprio margine di azione e le possibilità di crescita erano pressoché nulle.
Nei primi anni Novanta la situazione si aggravò. Sia la globalizzazione con l'esternalizzazione di posti di lavoro sia la recessione, che colpì principalmente l'industria e l'edilizia, fecero sentire i propri effetti sull'attività assicurativa. A complicare il quadro vi fu un aumento delle spese, dovuto in parte all'impennata dei costi della salute e in parte agli obblighi legali, come la compensazione automatica del rincaro per le rendite.
Indispensabile un'«inversione di rotta»
Nel 1991 la perdita salì a 70 milioni di franchi, e le riserve di compensazione dei singoli rami assicurativi erano ormai esaurite. Ai vertici della Suva regnava l'allarmismo.
«L'ammanco che si va accumulando di anno in anno non desta particolari preoccupazioni, ma rende necessario apportare correzioni drastiche»
dichiarò Dominik Galliker, presidente della Direzione della Suva, il 3 luglio 1992 dinanzi al Consiglio di amministrazione. Anche il Controllo interno delle finanze pretese un'«inversione di rotta nell'ambito del finanziamento della Suva».
Nel 1992 il conto annuale evidenziò una perdita pari a 206,5 milioni di franchi e la situazione non migliorò neppure nel 1993. La Suva era a un passo dal disastro finanziario, che poté scongiurare solo grazie al mercato azionario. Da un lato le borse erano in pieno boom, tanto che nel 1993 l'SMI registrò una crescita superiore al 50 per cento, dall'altro, con la realizzazione di utili di corso, la Suva si liberò di una parte di azioni che deteneva ormai da molti anni. Tutto questo, unito agli altri ricavi da capitale, generò un utile pari a 163 milioni di franchi. Rudolf Hüsser, membro del Consiglio di amministrazione della Suva e perito matematico dell'organo di controllo interno, approvò «questa gestione attiva dei titoli», ma al tempo stesso avvertì che «così facendo sono stati ceduti valori patrimoniali in parte assimilabili a riserve tacite». Nel 1993 le riserve legali non bastavano più per coprire gli oneri in eccesso.
Non solo i dati del conto economico della Suva segnalavano una situazione di totale squilibrio, ma anche il bilancio evidenziava un buco allarmante. Sotto il vecchio regime (monopolistico) nessuno metteva in discussione la sopravvivenza della Suva nel tempo. Per questo si costituivano solo accantonamenti parziali per i costi futuri legati agli infortuni già avvenuti. Gli accantonamenti, peraltro, non sempre tenevano il passo con l'andamento sfavorevole dei casi di infortunio. Così il tasso di copertura tecnico, vale a dire il rapporto tra gli accantonamenti disponibili e quelli necessari, scese a un livello inferiore al 90 per cento, mentre la legge richiedeva una copertura integrale, pari al 100 per cento.
Aumento dei premi pari al 25 per cento
Gli interventi del Consiglio federale dimostravano l'enorme necessità di agire. Nel 1992 e nel 1993 quest'ultimo minacciò di negare l'approvazione dei conti annuali e alla fine li approvò solo con riserva. A quel punto non restava che ricorrere ad aumenti dei premi, che risultarono decisamente ingenti e andarono a colpire l'economia in un momento sfavorevole, nel bel mezzo di una recessione. Nel 1993 vi fu il primo aumento, pari solo al 3,8 per cento, nell'ambito degli infortuni non professionali. Nel 1994 e nel 1995, però, i premi salirono fino al 25 per cento sia per gli infortuni professionali che per quelli non professionali. Le associazioni padronali e sindacali erano ormai giunte al limite della sopportazione e iniziarono a protestare, così nel 1996 la Suva rinunciò a ulteriori aumenti dei premi.
Primi utili nel 1995
Gli aumenti dei premi e la strategia di investimento eterogenea della Suva, che poté beneficiare del boom dei mercati azionari negli anni Novanta, determinarono un rapido miglioramento della situazione finanziaria.
Nel 1995, dopo sette anni in perdita, la Suva tornò a registrare un utile. Nel 1997 le riserve infortuni per le rendite non ancora assegnate relative a infortuni già accaduti salirono fino a coprire il 100 per cento del fabbisogno. Il risanamento completo avvenne solo nel 2007, ma già nel 1999 fu possibile accantonare per la prima volta riserve di ﬂuttuazione per i rischi di corso legati agli investimenti in titoli. Questa misura diede i suoi frutti durante le crisi finanziarie del 2001 e del 2008.
Della stabilità finanziaria beneficiarono anche gli assicurati della Suva: dal 2008 i premi furono ridotti per sette volte consecutive, e dal 2013 sono stati complessivamente restituiti alle aziende assicurate dell'assicurazione infortuni professionali 275 milioni di franchi, attingendo dalle riserve di compensazione in eccesso. A decorrere dal 2019 una riassicurazione interna tutelerà le comunità di rischio da improvvisi aumenti dei premi dovuti a danni ingenti.
I problemi finanziari degli anni Ottanta e Novanta hanno influito profondamente sull'atteggiamento della Suva e dei suoi organi di sorveglianza e fatto in modo che alla stabilità finanziaria venisse dedicata la massima attenzione. Oggi la Suva è finanziariamente solida e tutti gli accantonamenti coprono il suo fabbisogno al 100 per cento. Le riserve di compensazione sono inoltre sufficienti a proteggere la gestione assicurativa dalle fluttuazioni congiunturali. Un elevato grado di copertura conduce persino all'opzione di far partecipare gli assicurati, in futuro, anche alla buona performance di investimento degli ultimi anni. Nel tempo i redditi da investimenti hanno contribuito in misura di circa un quarto al finanziamento complessivo della Suva.
Pressione dei datori di lavoro sulla politica di spesa
La situazione della Suva fu risanata per mezzo di misure sul fronte delle entrate. Ciò non significa però che non si prendessero in esame anche le uscite. Tutt'altro: le discussioni furono molto accese, poiché i rappresentanti dei datori di lavoro nel Consiglio di amministrazione della Suva sollecitavano continuamente l'adozione di misure di risparmio e chiedevano persino uno stop alle assunzioni. Nel 1990 Wilfried Rutz, delegato del Consiglio di amministrazione della Debrunner AG di San Gallo e portavoce della Commissione amministrativa della Suva, definì il «ritmo di crescita delle spese» alquanto preoccupante. Di fronte a un aumento stimato delle spese pari al 13 per cento per il 1991, Guido Richterich, direttore generale della F. Hoffmann-La Roche + Co. AG di Basilea, rincarò la dose: «Senza dubbio oggi nessuna impresa privata potrebbe permetterselo […] non ce la farebbe, perché è semplicemente impensabile riuscire ad aumentare i ricavi in misura proporzionale». Non bastava più «prendere atto del budget con atteggiamento lamentoso, nella speranza che la Direzione sia consapevole della necessità di adottare misure di risparmio». Evidentemente mancava «una pressione esterna in fase di allestimento del budget di spesa».
Nel 1991 la situazione si aggravò, e i toni durante le sedute del Consiglio di amministrazione si inasprirono. Quando nel budget annuale fu previsto un nuovo aumento delle spese amministrative pari quasi al 10 per cento, i rappresentanti dei datori di lavoro alzarono gli scudi. «Chiediamo uno stop alle assunzioni non solo nella gestione assicurativa, ma anche nell'ambito della sicurezza sul lavoro» spiegò Heinz Allenspach, vicepresidente del Consiglio di amministrazione della Suva, consigliere nazionale per il PRD e delegato dell'Unione centrale delle associazioni imprenditoriali svizzere. Si chiedeva inoltre «una verifica della rete sociale della Suva». Nel 1991 i contributi del datore di lavoro costituivano circa il 30 per cento della massa salariale, un importo che andava «ben oltre la norma» e rappresentava «un caso unico in tutta la Svizzera» dichiarò Allenspach.
Programma di risparmio con la collaborazione dei dipendenti
Nel 1991, dopo che Franz Steinegger ne aveva assunto la presidenza, il Consiglio di amministrazione della Suva decise di sviluppare una strategia imprenditoriale a medio termine, battezzata «Suva 95 Plus». Preventivò costi di attuazione pari a 20 milioni di franchi e impose il divieto di impiegare mezzi supplementari.
Per finanziare la strategia aziendale serviva un programma di risparmio: per la prima volta dopo gli strascichi della crisi petrolifera degli anni Settanta si tornava a parlare di tagli del personale. Nell'ambito di un programma biennale furono valutate le possibilità di risparmio in collaborazione con i responsabili delle divisioni, delle agenzie e delle sezioni della Suva.
Nel complesso giunsero 375 proposte con un potenziale di risparmio di 218 posti a tempo pieno o 50 milioni di franchi, il che equivaleva a circa il 14 per cento del budget delle spese amministrative. Dopo un'ulteriore fase di selezione rimasero 272 proposte. Si dovevano risparmiare altre 200 unità di personale, a fronte di 65 milioni di franchi. «Anche se nella difficile fase di attuazione alcune proposte inevitabilmente falliranno» come prospettò Dominik Galliker, presidente della Direzione della Suva, nella seduta del Consiglio di amministrazione del 20 novembre 1992, gli obiettivi si sarebbero raggiunti.
Il programma determinò un risparmio concreto sui costi e dal 1992 al 1994 l'effettivo di personale fu ridotto di 133 unità, passando da 2194 a 2061 posti a tempo pieno. Nel 1995 Wilfried Rutz, delegato del Consiglio di amministrazione della Debrunner AG di San Gallo, espresse le sue lodi alla Direzione per il fatto che non si era limitata a rispettare il budget previsto, ma aveva addirittura registrato una spesa inferiore a quella dell'anno precedente. Per quanto poteva ricordare, fino ad allora non era mai accaduto.