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Dal 2001, la Svizzera ha notevolmente migliorato la protezione dei propri cittadini contro eventuali attacchi bioterroristici. La coordinazione deve tuttavia essere migliorata, dicono gli esperti.Questo contenuto è stato pubblicato il 20 luglio 2007 - 15:30
A tal proposito, la Commissione europea ha rivolto un analogo appello agli Stati membri affinché si giunga a una politica comune in questo settore.
La probabilità che i terroristi utilizzino virus quali vaiolo o Ebola nel quadro di attacchi contro la Svizzera restano piuttosto remote, sottolineano gli esperti in materia di sicurezza.
"Le conseguenze potrebbero comunque essere gravissime", avverte Patrick Mathys della Sezione Diagnosi precoce ed Epidemiologia presso l'Ufficio federale della sanità pubblica, che aggiunge: "dobbiamo quindi essere pronti a questa eventualità".
Nel 2001, la Svizzera è stata confrontata per la prima volta a questo tipo di minaccia: anonimi avevano infatti inviato un migliaio di finte lettere all'antrace, prendendo spunto agli attacchi perpetrati negli Stati Uniti in cui cinque persone erano decedute dopo essere venute a contatto con il batterio.
Centinaia di uffici postali svizzeri e l'aeroporto di Zurigo erano stati momentaneamente chiusi a causa del pericolo.
Da un'analisi dei fatti eseguita nel 2004 del Politecnico federale di Zurigo erano risultate lacune in materia di preparazione e di attribuzione delle competenze nonché una strategia di comunicazione insufficiente.
Colmare le lacune
"La situazione è assai cambiata dal 2001", afferma Marc Cadisch, direttore del laboratorio di Spiez, il più importante centro di ricerca elvetico in materia di minaccia nucleare-atomica (A), biologica (B) e chimica (C). Sono infatti stati creati sei laboratori cantonali, per consentire di analizzare i campioni in condizioni di sicurezza."
Il laboratorio di Spiez sta inoltre edificando una struttura in cui potranno essere studiati tutti i germi, compresi quelli più pericolosi come l'Ebola.
La Commissione federale per la protezione ABC è stata a sua volta incaricata di elaborare una strategia a livello nazionale, la cui prima versione è stata presentata al Governo nel mese di giugno 2007.
"Uno dei punti fondamentali è costituito dal miglioramento della coordinazione tra Confederazione e Cantoni, garantendo nel contempo che vi sia un livello di preparazione uguale tra tutti i Cantoni", afferma Sergio Bonin, autore del volume "International Biodefense Handbook". Un altro aspetto critico è costituito dall'esistenza di numerose "task force" e cellule di crisi a livello federale, senza però una chiara ripartizione delle competenze.
Cooperazione europea
Ciononostante, anche le migliori strategie possono presentare dei punti deboli. "Non si è mai pronti abbastanza per fronteggiare un attacco bioterroristico: è necessario rielaborare costantemente i piani in funzione di come agisce l'avversario", sottolinea Mathys.
Inoltre, vista la struttura federalista della Svizzera, i livelli di preparazione contro questo tipo di minaccia variano parecchio da un Cantone all'altro. A ciò si aggiunge il fatto che non è semplice lavorare con l'Unione europea (Ue) nella condizione di Stato non-membro.
"È necessario fare molto di più, e ci impegniamo al massimo per mantenere i contatti con l'Ue: per noi sarebbe importante partecipare al sistema di informazione e allarme istituito da Bruxelles, ma purtroppo non ci è consentito. È questo lo scotto da pagare per la posizione della Svizzera", commenta Mathys.
Un problema reale?
Secondo Sergio Bonin, il livello di preparazione della Svizzera di fronte alla minaccia bioterroristica sta evolvendo nella giusta direzione. "Tuttavia – aggiunge a titolo d'esempio – un'eventuale offensiva al vaiolo colpirebbe gravemente il Paese, come il mondo intero d'altronde".
"Non siamo esattamente al livello auspicato - prosegue - ma non si tratta di un problema unicamente svizzero. Anche gli Stati Uniti, nonostante le enormi somme spese dopo gli attentati del 2001, non riescono a concretizzare un numero importante di progetti a causa della carenza di personale qualificato e con sufficiente esperienza".
Anche la Svizzera, spiega Bonin, è confrontata con questo tipo di problema. Sono infatti pochi i medici a disporre di conoscenze specifiche in merito al bioterrorismo e alle malattie direttamente correlate.
"Il problema principale è quello di stabilire cosa si vuole fare", conclude Bonin: "Il bioterrorismo ha conseguenze gravissime, ma la probabilità di questo tipo di attacchi è relativamente bassa, ragion per cui attualmente si dicute sull'importanza reale di tale problema".
swissinfo, Simon Bradley
(traduzione e adattamento, Andrea Clementi)
In breve
Dopo l'11 settembre 2001, la Svizzera ha creato una speciale commissione competente per la minaccia biologica; ne fanno parte esperti cantonali e rappresentanti dell'esercito, del laboratorio di Spiez e dell'Ufficio federale della sanità.
La commissione analizza periodicamente la situazione per accertare i nuovi sviluppi, trarre le conclusioni e attuare i provvedimenti.
La Commissione opera segnatamente su 5 scenari: antrace, vaiolo, peste, botulino e tularaemia.
L'11 dicembre 2003, la direzione del Dipartimento federale della difesa ha incaricato la Commissione di elaborare un progetto per la protezione ABC su scala nazionale.
Su tale base sono stati formulati i nuovi obiettivi, compiti e principi della protezione ABC ed analizzati in dettaglio i possibili scenari. Fino al novembre 2005 è stato quindi elaborato un piano di "protezione ABC nazionale", in seguito presentato al governo.
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