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Per concludere un'eloquente cartolina del 1942 segnalataci da Lorenzo:
sabato 10 febbraio 2018
TUTTO QUEL CHE DOVETE SAPERE SULLA GERMANIA, SULL'EURO E SUI "CORRIVI"
1. Affinché si comprenda a fondo come e perché l'attuale situazione politica tedesca sia oggetto di speranzose attenzioni che corrispondono a un wishful thinking (solo) italiano, (relativo a un reale e non immaginario mutamento della natura e degli scopi essenziali dei trattati europei), forniamo un quadro schematizzato della politica e dell'ordinamento che hanno caratterizzato la Germania.
E ci limiteremo alla coerenza ed alla prevedibilità delle linee politico-economiche, espresse da tali aspetti, entro l'arco di tempo che ha visto nascere, attraverso una serie altrettato coerente di trattati, il c.d. federalismo europeo.
2. Quanto a ciò che ha preceduto, durante l'epoca nazista, l'attuale Germania ordoliberista, vale comunque la pena di rinviare ad altri documenti di certa e diretta provenienza, ed alle analisi relative, che attestano un'irresistibile vocazione tedesca al dominio "federato" sul resto del continente (un approfondimento coordinato di questo insieme di indicazioni storiche ed economico-politiche, senza trascurare quanto peso esse ebbero sullo stesso "percorso circolare" del Manifesto di Ventotene, richiederebbe la scrittura di un intero libro...):
IL MONDO SECONDO HITLER
Per concludere un'eloquente cartolina del 1942 segnalataci da Lorenzo:
Per concludere un'eloquente cartolina del 1942 segnalataci da Lorenzo:
3. Rammentiamo, nell'introdurre l'argomento, che la Costituzione tedesca prevede bensì la realizzazione di "un'Europa unita", ma all'interno "di un'espressa norma di intenso filtro nell'adeguamento tedesco all'ordinamento dell'Unione europea, posto in modo da far prevalere, nello sviluppo di tale processo, il punto di vista dell'interesse nazionale, e insieme prefissando, come contenuto stabilito unilateralmente da tale norma costituzionale tedesca, quali siano i principi fondamentali a cui si deve ispirare la stessa Unione...
Ne consegue perciò la definizione della stessa Unione europea, dall'invalicabile punto di vista costituzionale tedesco, come mera Staatenverbund, cioè "associazione tra Stati", che produce norme tutte indistintamente di livello inferiore a quelle costituzionali tedesche.
4. Svolte queste premesse muoviamo dall'affermazione, così spesso fatta dai nostri leader di governo, che la Germania sia un "modello" per noi, suggestione tanto forte che, ancor oggi, viene espressamente proposta dai più illustri commentatori mediatici persino con riferimento alla fase di crisi politico-elettorale in corso, in ogni suo sviluppo (!).
Abbiamo quindi a suo tempo segnalato come questo modello (e se avete letto anche solo una buona parte dei links che precedono, dovrebbe essere storicamente molto chiaro), sia il "mercantilismo".
Non esattamente un modello cooperativo ed adatto a portare la pace e la prosperità tra i popoli europei:
"Qui vorremmo completare il panorama delle caratteristiche e conseguenze del capitalismo mercantilista, quali ricostruite da Galbraith nel suo "Storia dell'Economia" ...:
a) "l'avvento dello Stato nazionale fu accompagnato dalla stretta, intima, associazione tra l'autorità statale e l'interesse dei mercanti" (pag.47), "...Lo Stato è una creatura dei contrastanti interessi commerciali, che avevano in comune l'obiettivo di uno Stato forte, a condizione di poterlo manovrare a proprio esclusivo vantaggio" (pag.48).
a1) L'interesse nazionalistico organizzato nello Stato e nella sua sovranità escludente è una fondamentale caratteristica del mercantilismo, in sè palesemente antitetica alla cooperazione necessaria in un'unione economico-monetaria.
a2) Piegarsi al modello tedesco significa amplificare e propagare questa NON COOPERAZIONE, con ciò minando lo stesso scenario della "pace" tra i popoli europei, sempre più spinti verso l'interesse nazionale-commerciale incarnato egoisticamente dal proprio Stato contrapposto agli altri ("competitori"; enunciato che per la verità troviamo nell'art.3, par.3 del TFUE, e fa dubitare della conformità a costituzione del Trattato stesso ai sensi dell'art.11 Cost.);
b) "nel pensiero e nella pratica mercantilistici i salari contavano poco o nulla...Non c'era nulla su cui costruire una teoria dei salari; e infatti nessuna teoria del genere figurò in una posizione di rilievo nel pensiero mercantilistico." (Pag.50);
c) pur nella ovvia attualizzazione del mercantilismo innestato sullo Stato nazionale moderno, e coscienti dell'evoluzione tecnologica e produttiva, vale ancora il seguente "decalogo" del mercantilista (pag.56, elaborato da Mun, in England's Treasure, nell'800):
- " un eccessivo consumo di merci straniere nella nostra alimentazione e nel nostro abbigliamento.." va scongiurato;
- "se il consumo debba essere eccessivo che lo sia dei nostri propri...manufatti...dove l'eccesso del ricco può essere il lavoro del povero";
- "vendi sempre agli stranieri a caro prezzo quel che non hanno, a buon mercato quel che possono ottenere altrimenti...dove possibile, compera a buon mercato da paesi lontani anzichhè da mercanti dei vicini...";
- "non dare occasioni di affari a concorrenti che operano nelle tue vicinanze".
5. Questa sostanza invariabile dell'approccio tedesco alle relazioni economiche internazionali, d'altra parte, spiega anche perchè, di fronte ai costanti problemi suscitati dall'assetto dell'euro (che, all'interno della relativa area valutaria, deve agire come un gold standard, come affermano all'unanimità i suoi stessi ideatori), risultino come meri esercizi di propaganda sedativa, o evocativa di false speranze, tutti i "vertici" tra leaders €uropei e le proposte di riforma che raccontano di un "nuovo" atteggiamento tedesco.
Con periodicità quasi comica, con i tempi di un consumato comico che dal palcoscenico elargisce un "tormentone" sicuro del suo effetto sul pubblico, si discute, tra leaders serissimi (quando vanno alle conferenze stampa finali) di un (improvviso) ripensamento tedesco, solidaristico con gli altri paesi-membri, e, in particolare, collaborativo sul piano di politiche fiscali e salariali (reflattive) volte a riequilibrare il costante attivo delle partite correnti che la Germania accumula religiosamente, ogniqualvolta si trovi in condizione di imporre un vincolo monetario ai suoi nalcapitati - ma indubbiamente e non casualmente corrivi - partners europei.
6. Ed infatti, già (da anni) avevamo evidenziato:
"In realtà, il complesso della discussione comunicata all'esterno, non fa emergere alcuna intenzione di revisione dei trattati rispetto alla loro attuale impostazione: e lo diciamo per coloro che credono che si possa discutere con la Germania per chiedere misure riequilibratici che presuppongono, per necessità logica, tale revisione.
Facciamo un esempio che nella situazione contingente, è il più significativo e attuale.
Supponiamo cioè che si muova, in una formale trattativa di salvezza dell'eurozona (e, con essa, della parte più importante del motore presuntamente "cooperativo" europeo) una richiesta alla Germania di reflazionare: cioè di rivalutare, per via di politiche fiscali (espansive) e del lavoro (adeguate politiche salariali), il proprio tasso di cambio reale, allentando la pressione sulla correzione imposta agli altri paesi in termini di svalutazione interna (e quindi di politiche deflattive operate tramite austerità fiscale nonchè legislazione del mercato del lavoro che, attraverso disoccupazione e precarizzazione accentuate, portino alla riduzione dei salari nominali, riallineandoli alla rispettiva produttività reale, cioè inseguendo la Germania sul piano delle sue proprie politiche deflattive anticipate dalla fine degli anni '90).
Per poter ottenere un qualche risultato in questa direzione, occorrerebbe che il sistema sanzionatorio attuale, praticamente a effetti nulli, fosse profondamente rivisto: invece della procedura avviata, nel 2013 (!) dalla Commissione per lo squilibrio eccessivo dei conti esteri tedeschi non s'è saputo più nulla e la Germania continua imperterrita nel suo atteggiamento mercantilista.
Il quadro attuale, fondato sugli artt.articoli 119, 121 e 136 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), conduce al massimo, e senza alcuna garanzia che ciò debba essere portato a tali conseguenze, alla comminatoria di un deposito infruttifero, trasformabile in equivalente sanzione, dello 0,1% del PIL a carico della nazione che inadempia a piani di correzione e reiterate (negli anni!) raccomandazioni.
In pratica, il quadro legale europeo, sugli squilibri da avanzo eccessivo delle partite con l'estero, è un mero palliativo sprovvisto di qualsiasi persuasività normativa.
Va poi precisato che senza intaccare questo pseudo-sistema di inefficace correzione del più anticooperativo degli squilibri macroeconomici, con ciò arrivando a una revisione dei trattati e delle fonti da esso derivanti (in particolare del regolamento concernente la Macroeconomic Imbalance Procedure — MIP), l'Italia non ha alcun speranza di vedere accolta la proposta di "avere margini di flessibilità per tagliare l’Irpef e per gli investimenti".
Una tale pretesa, infatti, allontanerebbe l'Italia dalla strada della correzione svalutativa interna imposta dal bench mark della produttività reale e del CLUP tedesco, portando l'Italia stessa, e non la Germania, a reflazionare e, quindi, a subire ancora di più la pressione competitiva dei prodotti tedeschi (e non solo) sul nostro mercato interno, rimangiandosi, mediante un ritorno al disavanzo estero, la poca crescita che tali misure, comunque molto limitate nelle dimensioni che sarebbero consentite, potrebbero innescare.
Ma, senza aggiungere altro discorsi fatti in fin troppe occasioni, si comprende anche come una trattativa per far reflazionare la Germania, o anche concedere a un paese "debitore" dell'eurozona una maggior flessibilità fiscale, scivolando, agli occhi dei tedeschi e dei nostrani liberal-europeisti, nel "vivere al di sopra dei propri mezzi", sia completamente al di fuori di ogni possibile orizzonte culturale, direi del bagaglio concettuale, disponibile alla classe dirigente che governa l'€uropa.
E che non vorrà, a qualsiasi costo, rinunciare alle sue prerogative: meno che mai attraverso un “calendario stretto e a impegni precisi”, nel senso di rivedere dei trattati che, allo stato, consentono legittimamente all'impostazione tedesca di intendere ogni rilancio della stessa €uropa solo e sempre come un inasprimento delle condizioni di consolidamento fiscale mediante "regole automatiche" e nella ricerca della stabilità dei prezzi e della moneta, facendo esclusivamente pagare ai propri partners più "deboli" ogni aggiustamento.
...
Non aver chiaro questo retroterra ideologico, fideistico e economico-negoziale, e illudersi di una ragionevolezza e di una "disponibilità" tedesche, non può che portare ad una perdita di tempo prezioso e a un disastro per l'intera €uropa.
7. Ne deriva che finché non si abbia chiaro cosa sia la moneta unica e perché, per i vari suoi sostenitori distruibiti nelle elites capitaliste dei vari paesi aderenti, la Germania debba necessariamente esserne parte, non si potrà mai comprendere la realtà.
La moneta unica, infatti, è un successo, per queste elites: e la Germania un elemento benefico di propulsione del modello sociale che considerano irrinunciabilmente da realizzare.
Le riforme dei trattati, quindi, non possono servire ad altro che a consolidare tale successo.
Certo, è anche importante disporre di una narrazione che possa far apparire questi obiettivi, elitari e timocratici, come "qualcosa di sinistra", come una rivoluzione liberale benefica per le classi sociali più deboli.
La smania di pervenire a un definitivo successo non fa arrestare questi sostenitori (oligarchi e mediatici) di fronte a nessun ossimoro:
"...Non mi stancherò mai di ripetere che tutto il battage, sulla crisi della costruzione europea e sul risultato "sconcertante", costruito dai media intorno alle elezioni tedesche, dipende dal concetto cosmetico di "destra" che si è costruito per simmetria al (neo)concetto di sinistra ridotta alla promozione dei diritti cosmetici (qui, p.2, infine): l'idea-guida è assuefare l'opinione di massa alla prevalenza di minoranze sezionali "deboli" per rendere accettabile la prevalenza della minoranza di classe timocratica, come fatto compatibile con "l'essere di sinistra".
In ciò sta il capolavoro del controllo mediatico del neo-liberismo e della idraulicizzazione della democrazia liberale, fatta passare come evoluzione naturale delle democrazie sociali in virtù della "globalizzazione" (che è invece un fenomeno di pervicace istituzionalizzazione intenzionale condotta dalle stesse elites e nient'affatto naturalistico).
...
Una volta capito che questa schematizzazione destra-sinistra non è fatta per descrivere la sostanza dell'evoluzione dell'UE ma per dissimularla, cioè per dissimulare i suoi fini originari, si capisce che, finora, la "costruzione" è stata un indiscutibile successo.
Ma proprio per questo, cioè per essere stata efficace ed efficiente nel rendere irrilevanti "i parlamenti" nazionali, e quindi il suffragio universale, ed assorbire la sovranità degli Stati in un "buco nero" da cui non dovesse più riemergere (v. qui, le ormai celebri parole di Amato), - proprio per costituire ciò la forma più efficace di restaurazione dell'ordine internazionale dei mercati, (cioè istituzioni sovranazionali fondate su: a) gold standard (ovvero valuta de-nazionalizzata con banca centrale indipendente "pura"; b) free-trade; c) flessibilità del mercato del lavoro)-, questo successo lascia inevitabilmente sul campo di battaglia una quantità di vittime che, nell'ideologia neo-liberista dei vincitori, sono assunte come "costi".
Ma sono classificabili come costi solo in quanto le vittime (chiamate elegantemente "i perdenti della globalizzazione") sopravvivano fisicamente, continuando a gravare sull'efficiente allocazione delle risorse necessariamente scarse quali disoccupati e anziani improduttivi: nei prediletti termini malthusiani, se fossero fisicamente morte o MAI NATE, queste vittime sarebbero un asset.
...E non a caso, la massa degli immigrati chiamati a sostituire i mai nati, i suicidati e i pensionati (di cui accorciare opportunamente le aspettative di vita) sono denominati "risorse": in effetti servono a ricostituire e possibilmente ad ampliare le fila dell'esercito industriale di riserva dei disoccupati e dei precarizzati, spingendo, attaverso una costante destabilizzazione sociale (che è il "costo" del successo, già messo in conto) verso la piena realizzazione del lavoro-merce (cioè della condizione di equilibrio teorizzata dai neo-ordo-liberisti come "flessibilità" che consente di negare persino il verificarsi periodico delle crisi, viste come mere fasi di aggiustamento verso gradi più intensi di flessibilità, come postulato della mai abbandonata visione teocratica della Legge di Say).
...
Ribadiamo un passaggio di Wolf , dal post sopra linkato (p.9), che proprio perché scritto a maggio, cioè ben prima delle elezioni tedesche, mostra come il "cul de sac integrazionista" che si sarebbe creato ora è pura fantasia (dei media italiani in particolare):
"La soluzione alle divergenze di competitività che propone la Germania (ndr; e che piace agli spaghetti-liberisti sopra ogni altra cosa e, aggiungiamo, valeva ieri come vale oggi essendo del tutto indifferente il risultato elettorale), è che ognuno segua il suo modello.
Nel 2016 tutti i membri dell'eurozona hanno così conseguito, eccetto la Francia, un surplus delle partite correnti (ndr; problemino non da poco...per Macron e la popolarità che ne ricaverebbe ove volesse accodarsi agli altri nel realizzare rapidamente, alla Monti, l'aggiustamento delle partite correnti).
Il saldo corrente complessivo dell'eurozona è passato da un deficit dell'1,2% nel 2008 ad un surplus del 3,4% nel 2016 (ndr; complice un dollaro forte che, però, dopo un transitorio effetto elettorale "Trump", sta tornando sui suoi passi)."
...E dunque? Ecco:
"Se la Francia fosse indotta in una prolungata deflazione competitiva, Marine Le Pen diverrebbe presidente alla prossima tornata.
Macron deve chiedere ad Angela Merkel se la Germania sia disposta a rischiare questo risultato. Le "riforme" (ndr; del mercato del lavoro, beninteso) in Francia sono essenziali. E così lo sviluppo di istituzioni di condivisione del rischio (ndr; nella migliore delle ipotesi e al netto delle condizionalità giugulatorie volute dai tedeschi, da realizzarsi al più nel 2024, a "Macron" ormai giubilato).
Ma l'eurozona ha bisogno di un grande salto in avanti nelle retribuzioni dei tedeschi. Potrà accadere? Ho paura di NO (ndr; questa risposta logico-macroeconomica, cooperativa e anche democratico-sostanziale, non è più "praticabile" sol perché il malcontento sociale ha portato voti a AfD e...ai liberali)."
...
Sarà allora meglio rammentare in cosa consista, e sia sempre constistito, il capitalismo tedesco e quale sia stato sempre, ed invariabilmente, il suo ruolo, promosso dai veri fondatori USA del federalismo L€uropeo, all'interno della costruzione.
Ci richiamiamo a uno scritto di Halevi, già più volte citato in questo blog, ma che oggi è straordinariamente attuale. (Halevi, va precisato, non è un keynesiano, tantomeno "post": ma è quantomeno un euro-realista, privo di illusioni sulla riformabilità dei trattati).
Appunto: da rileggere.