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Al Kunstmuseum di Winterthur, si è aperta la prima mostra retrospettiva dedicata interamente ai disegni dell'artista italo-svizzero Mario Merz.
Il disegno, punto di partenza dell'opera di Merz, ha sempre affiancato i suoi grandi lavori e può essere considerato l'espressione più intima e diretta del suo pensiero.
Mario Merz aveva 20 anni quando nel 1945 venne rinchiuso per un anno nelle carceri Nuove di Torino. Militante del gruppo antifascista Giustizia e Libertà, venne arrestato per volantinaggio.
"Dopo la liberazione – ricorda Dieter Schwarz, direttore del Kunstmuseum – Merz è andato nei prati e nelle colline intorno a Torino e ha cominciato a disegnare le sensazioni della natura. Così Merz ha raccontato sempre che la sua vita artistica è cominciata col disegno e che questo l'ha accompagnato fino alla morte."
Gli archetipi: una ricerca continua
Nato nel 1925 a Milano da padre argoviese e madre italiana, il nome di Mario Merz è legato anzitutto alla così detta "Arte Povera", un movimento artistico che si è sviluppato in Italia a partire dalla metà degli anni '60 e che si era posto l'obiettivo di impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi.
Merz esordisce con la pittura che presto fonde con scultura, disegno, scrittura, in un tentativo costante di sintesi che sfida generi e cronologie. Degli anni '60 sono i suoi primi assemblaggi tridimensionali, conosciuti anche come "pitture volumetriche", i tubi al neon che perforano la superficie delle tele o trapassano oggetti di uso quotidiano.
Nel 1968, con la realizzazione dei primi igloo, lo sganciamento dal piano bidimensionale della parete è definitivo. Merz realizza igloo di ogni misura usando i materiali più disparati che mette in relazione a contesti sempre nuovi.
L'introduzione nella sua opera della serie numerica di Fibonacci, si rivela un elemento fondamentale nel suo vocabolario e porta l'artista a confrontarsi con la figura della spirale. Solo alla fine degli anni '70 Merz ritorna alla pratica pittorica in una forma rinnovata che si arricchisce di immagini di animali preistorici, su tele senza cornice e di grandi dimensioni.
Le grandi installazioni
In sintonia con il movimento degli artisti dell'Arte Povera, Merz ricorse spesso all'installazione, usandola come luogo di relazione tra l'opera artistica e l'ambiente, come luogo di rappresentazione rituale di una realtà data.
Oggi, le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più grandi musei d'arte contemporanea del mondo e sono note al grande pubblico anche grazie alle grandi installazioni in spazi pubblici, come ad esempio la spirale al neon con la sequenza di Fibonacci che fu esposta sulla balaustra del Museo Guggenheim di New York e lungo la Mole Antonelliana di Torino.
Anche la stazione centrale di Zurigo conserva le tracce di un'opera di Merz. Se vi capita di passarci, alzate gli occhi sulla vetrata centrale, sotto la tettoia dalla parte dei binari: la spirale e i numeri al neon assieme alle sagome di cervi e di rapaci sono gli elementi di una sua grande installazione.
Il disegno, un linguaggio privato
Mentre le pitture e le installazioni di Merz hanno fatto davvero il giro del mondo, ciò che finora è sempre stato difficile vedere sono i suoi disegni. L'artista, che ha disegnato tutta la vita, ha accettato poche volte di esporli e, quando lo ha fatto, ne ha esposti sempre in numero limitato.
"Mario Merz ha sempre esitato a lasciare andare i disegni fuori, perché erano quasi i compagni della sua vita – spiega Dieter Schwarz – ed erano anche il nucleo del lavoro che in qualche modo desiderava conservare. Così il disegno è quasi il pensiero che accompagna l'artista attraverso tutta la sua opera."
Merz ha con il disegno un rapporto intimo, nel disegno prende forma il suo pensiero. Come dichiara egli stesso in un'intervista, "il disegno è una fessura per passare attraverso il kitsch di segni, di teorie, di idee,... il disegno è una cosa sentimentale." (Franco Torriani, L'intensità del disegno, Edizioni Stufidre, Torino, 1981)
Quella di Winterthur una vera "prima"
Quella offerta dal Kunstmuseum di Winterthur è la prima occasione di vedere esposti un così grande numero di disegni di Merz. Nelle sette sale dell'ala nuova del museo se ne possono ammirare più di 250, eseguiti dall'artista nell'arco di circa 50 anni.
La mostra si apre con i disegni più classici del '51, realizzati in pastello-carboncino e si conclude con quelli del 2003, anno della morte di Merz, nei quali l'artista ricorre al bianco e nero e sembra recuperare il linguaggio con cui ha cominciato.
Nei disegni si ritrovano tutti i temi che hanno costellato la sua ricerca: l'igloo, la sequenza di Fibonacci, il cono e lo sviluppo della spirale, gli animali primordiali come rettili e chiocciole. Di piccole e grandi dimensioni, i disegni cambiano stile a seconda dei temi e delle fasi: pieni di diagrammi, teorici e concettuali quelli degli anni 70, figurativi, coloratissimi e più vicini alla pittura quelli degli anni 80.
Anche nei disegni Merz gioca e sperimenta con i materiali e, quando la matita non gli basta più a registrare il mondo, incolla e appiccica sulla carta oggetti dai linguaggi diversi traducendo in forma plastica la sua curiosità e la sua grande libertà di pensiero.
swissinfo, Paola Beltrame, Winterthur
Fatti e cifre
La mostra dedicata ai disegni di Mario Merz in corso al Kunstmuseum di Winterthur, rimarrà aperta fino al 9 aprile. Dopo Winterthur l'esposizione sarà presentata a Torino alla Fondazione Merz.
Fondamentale nell'opera di Merz è la serie numerica di Fibonacci, che deve il suo nome ad un monaco del Xlll°sec. Nella serie numerica in cui ogni numero deriva dalla somma dei due precedenti (0,1,1,2,3,5,8,13, etc.) il matematico aveva individuato I processi di crescita del mondo organico.
In breve
Fu il critico Germano Celant nel 1968 a definire "Arte Povera" un gruppo di artisti italiani che teorizzavano l'impoverimento dei segni per ricondurlo ai loro archetipi.
In aperta polemica con l'arte tradizionale, della quale rifiutavano tecniche e supporti, i cosiddetti "poveristi", facevano ricorso a materiali come terra, legno, ferro, stracci, plastica, scarti industriali, con l'intento di evocare le strutture originarie del linguaggio della società contemporanea.
Oltre a Mario Merz, al movimento aderirono Alighero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio.