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|Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui son cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l'età d'oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. I diritti da lui concessi ai cittadini erano garantiti dal parlamento, dalla rappresentanza del popolo liberamente eletta, e ogni dovere aveva i suoi precisi limiti. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d'oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuo corrispondente; il funzionario, l'ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l'anno dell'avanzamento o quello della pensione. Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l'affitto e il vitto, per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli imprevisti, per le malattie e il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell'ordine prestabilito. Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell'età della ragione.

Questo senso di sicurezza era il possesso più ambito, l'ideale comune di milioni e milioni. La vita pareva degna di esser vissuta soltanto con tale sicurezza e si faceva sempre più ampia la cerchia dei desiderosi di partecipare a quel bene prezioso. Dapprima furon solo i possidenti a compiacersi del privilegio, ma a poco a poco accorsero le masse; il secolo della sicurezza divenne anche l'età d'oro per tutte le forme di assicurazione. Si assicurava la casa contro l'incendio e il furto, la campagna contro la grandine e i temporali, il proprio corpo contro gli infortuni e le malattie; si acquistavano pensioni per la vecchiaia e si offriva alle neonate una polizza per la dote futura. Alla fine si organizzarono anche gli operai, conquistandosi paghe regolate e le casse malattia, mentre i domestici si preparavano coi risparmi un'assicurazione sulla vecchiaia e pagavano in anticipo un obolo per i propri funerali. Solo chi poteva guardare l'avvenire senza preoccupazioni, godeva il presente in tutta tranquillità.
In questa commovente fiducia, di poter chiudere anche l'ultima falla all'irrompere della sorte, c'era, malgrado l'apparente austerità e modestia nel concepire la vita, una presunzione pericolosa. L'Ottocento, col suo idealismo liberale, era convinto di trovarsi sulla via diritta ed infallibile verso «il migliore dei mondi possibili». Guardava con dispregio le epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero state tempi in cui l'umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata. Ora invece non era più che un problema di decenni, poi le ultime violenze del male sarebbero state del tutto superate. Tale fede in un «progresso» ininterrotto ed incoercibile ebbe per quell'età la forza di una religione; si credeva in quel progresso già più che nella Bibbia ed il suo vangelo sembrava inoppugnabilmente dimostrato dai sempre nuovi miracoli della scienza e della tecnica. In realtà, sulla fine di questo secolo di pace l'ascesa generale si fece sempre più rapida e molteplice. Nelle strade splendevano di notte al posto delle tremolanti lanterne le lampade elettriche, i negozi portavano dalle vie centrali sino alla periferia il loro splendore seducente; già in grazia del telefono si poteva comunicare da lontano, già si poteva correre nei carri senza cavalli con velocità impensate, già l'uomo si lanciava nell'aria attuando il sogno di Icaro. Le comodità della vita passarono dalle dimore signorili a quelle borghesi; non si dovette più attingere l'acqua dal pozzo o dal ballatoio, non più accendere con pena il fornello: si diffondeva l'igiene, spariva la sporcizia. Gli uomini diventavano più belli, più sani, più forti da quando lo sport ne irrobustiva il corpo e sempre più raramente si vedevano deformi, gozzuti, mutilati: tutti questi miracoli erano stati compiuti dalla scienza, arcangelo del progresso. Anche nel campo sociale si andava avanti; di anno in anno venivano concessi nuovi diritti all'individuo, la giustizia veniva amministrata con maggiore senso umanitario e persino il problema dei problemi, la povertà delle masse, non appariva più insuperabile. Il diritto di voto venne concesso ad una cerchia sempre più vasta e con ciò anche la possibilità di difendere legalmente i propri interessi; sociologi e professori andavano a gara nello sforzo di rendere più sana e persino più felice l'esistenza del proletariato... Come stupirsi che il secolo si compiacesse dell'opera propria e vedesse in ogni nuovo decennio solo un gradino verso un decennio migliore? Non si temevano ricadute barbariche come le guerre tra popoli europei, così come non si credeva più alle streghe e ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nella irresistibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevano che i confini e le divergenze esistenti fra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per sciogliersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi.
Oggi, per noi che abbiamo da un pezzo cancellato dal nostro vocabolario la parola «sicurezza», è facile deridere l'illusione ottimistica di quella generazione accecata dal suo idealismo illusione che il progresso tecnico dovesse immancabilmente avere per effetto un non meno rapido miglioramento morale. Noi che nel nuovo secolo abbiamo imparato a non lasciarci più sorprendere da alcuno scoppio di bestialità collettiva, noi che dal domani aspettiamo ancor più atroci eventi che dall'ieri, siamo ben più scettici circa la perfettibilità morale degli uomini. Noi fummo costretti a dar ragione a Freud, allorché egli riconobbe nella nostra cultura e nella nostra civiltà solamente un sottile diaframma, che ad ogni momento può essere sfondato dagli impulsi distruttivi del mondo sotterraneo, e noi abbiamo dovuto a poco a poco abituarci a vivere senza un saldo terreno sotto i piedi, senza diritti, senza libertà, senza sicurezza. Da un pezzo abbiamo rinnegato per la nostra esistenza la religione dei nostri padri, la loro fede in una ascesa rapida e perenne dell'umanità.
A noi, così crudelmente illuminati, quell'ottimismo frettoloso appare banale di fronte ad una catastrofe, che con un solo colpo ci ha rigettato ipdietro di un millennio sulla via degli sforzi umanitari. Ma se anche i nostri padri obbedivano soltanto a un'illusione, essa era ben più meravigliosa ed eletta, più umana e più feconda che le parole d'ordine di oggi. E c'è qualche cosa in me che misteriosamente, ad onta di ogni esperienza e di ogni delusione, non riesce a staccarsi totalmente da quell'illusione. Quello che un uomo ha assorbito durante l'infanzia nel proprio sangue, dall'aria del suo tempo, rimane in lui. E malgrado quanto ogni giornata mi urla nelle orecchie, malgrado tutto quello che io stesso ed infiniti compagni di destino hanno conosciuto di avvilimenti e di sventure, non riesco a rinnegate totalmente la fede della mia giovinezza: che un giorno, cioè, nonostante tutto, la grande ascesa debba riprendere. Anche dagli abissi dell'orrore nel quale noi oggi ci moviamo, semiciechi, a tastoni, con l'animo sconvolto e dilaniato, io torno pur sempre ad alzare lo sguardo verso le antiche costellazioni che scintillavano nel cielo della mia infanzia e mi conforto con la fede innata che un giorno questa nostra ricaduta debba apparire soltanto un intervallo nel ritmo eterno dell'eterno progredire.
Oggi, dopo che la grande bufera lo ha frantumato, sappiamo definitivamente che quel mondo della sicurezza è stato un castello di sogni. Eppure i miei genitori vi hanno sempre vissuto come in una casa di granito. Mai una tempesta, o anche soltanto una ventata troppo forte è penetrata nella loro vita comoda e tiepida. È vero che essi avevano una difesa particolare, erano persone agiate, che a poco a poco eran diventate ricche, ed anzi molto ricche, il che a quei tempi imbottiva sicuramente contro ogni vento muri e finestre. Il loro modo di vivere mi pare talmente tipico per la cosiddetta «buona borghesia ebraica», la quale ha dato valori essenziali alla cultura viennese ricevendone in cambio la totale distruzione, che io so di raccontare, riferendo la loro esistenza comoda e tranquilla, qualcosa di impersonale. In quel secolo dei valori assicurati hanno vissuto a Vienna, come i miei genitori, dieci o ventimila famiglie.
Mio padre proveniva dalla Moravia. In quei piccoli centri rurali le comunità ebraiche vivevano in ottimo accordo con i contadini e coi piccoli borghesi, così che ignoravano totalmente il senso di oppressione e d'altra parte l'impazienza di avanzare insinuandosi, caratteristiche degli ebrei galiziani ed orientali. Resi robusti ed energici dalla vita campestre, andavano per la loro strada con la stessa calma sicurezza con cui i contadini della loro terra nativa andavano pci campi. Emancipatisi presto dall'ortodossia religiosa, erano seguaci entusiasti della religione del tempo, cioè del «progresso», e nell'era politica del liberalismo mandarono alla Camera i più stimati deputati. Trasferendosi dal loro paese a Vienna, si adattavano con stupefacente rapidità alla sfera culturale superiore e il loro affinamento personale si fondeva organicamente allo slancio generale dell'epoca. Anche in questa forma di transizione la nostra famiglia fu tipica. Mio nonno paterno aveva commerciato in manifatture, poi nella seconda metà dell'Ottocento era cominciata in Austria la fioritura industriale. Le filature e le tessiture meccaniche importate dall'Inghilterra determinarono un inaudito abbassamento dei prezzi in confronto all'antica tessitura a mano, ed in Austria i commercianti ebrei furono i primi, con le loro doti di osservazione e le loro cognizioni internazionali, a riconoscete la necessità e la convenienza di orientarsi verso i prodotti industriali. Fondarono, per lo più con modestissimo capitale, quelle piccole fabbriche improvvisate, fornite dapprima solo di forza idraulica, che ti ampliarono poi gradatamente nell'industria tessile boema dominante tutta l'Austria ed i Balcani. Mentre dunque mio nonno, tipico rappresentante dell'epoca precedente, aveva praticato solo la mediazione di prodotti finiti, mio padre entrò con decisione nell'epoca nuova fondando nella Boemia settentrionale a trent'anni una piccola tessitura, da lui poi nel corso del tempo trasformata con cauta lentezza in una grande azienda.
Tale modo prudente di allargarsi, malgrado il favore degli affari, era caratteristico del tempo e corrispondeva inoltre all'indole riservata, priva di cupidigia, di mio padre. Egli aveva fatto suo il credo del tempo 'Safety first'; gli importava molto di più avere un'azienda «solida» (anche questa è una delle parole predilette dell'epoca) con capitale proprio, che non allargarla a vaste dimensioni con crediti bancari od ipoteche. Suo unico orgoglio fu di non aver mai veduto il suo nome sopra una tratta o una cambiale, ma soltanto sull'Avere di una banca, e naturalmente della banca più solida, la Rothschild o il Credito. Ogni guadagno che offrisse anche la più lieve ombra di rischio gli ripugnava, né mai volle partecipare ad un'impresa altrui. Se malgrado ciò si arricchì sempre più, questo non ebbe nulla a che fare con speculazioni temerarie e con operazioni lungimiranti, ma derivò dal suo adattarsi al metodo di quell'epoca prudente consumare cioè sempre soltanto una parte modesta del reddito e aggiungere così di anno in anno al capitale una somma sempre maggiore. Come quasi tutta la sua generazione, mio padre avrebbe già considerato scialacquatore chi consumasse sventatamente la metà dei propri redditi, senza - ecco un'altra formula perenne nell'e poca della sicurezza! - «pensare al futuro». In quel periodo di crescente prosperità, in cui inoltre lo Stato non carpiva che una minima percentuale di tasse anche ai redditi più imponenti e in cui d'altra parte i titoli statali e industriali fruttavano alti interessi, diventare sempre più ricco mettendo da parte i propri guadagni non esigeva dal possidente che una condotta passiva. Passività ben compensata; non era già come ai tempi dell'inflazione, in cui il risparmiatore era derubato e il prudente rovinata. allora il guadagno migliore spettava appunto ai più pazienti, ai non speculatori. Con questa adesione al sistema generale del suo tempo, mio padre già a cinquant'anni poteva essere considerato, anche secondo i concetti internazionali, uomo molto danaroso. Tuttavia il tono di vita della nostra famiglia seguì con molta esitanza il rapido aumento del patrimonio. Ci si concessero piccole comodità; ci trasferimmo da un appartamento più piccolo in uno più vasto, in primavera si teneva una carrozza da nolo per il pomeriggio, si viaggiava in seconda classe e col vagone letto, ma solo a cinquant'anni mio padre si accordò per la prima volta il lusso di trascorrere con la mamma un mese invernale a Nizza. La linea fondamentale rimaneva questo godere la ricchezza in quanto la si ha, ma non in quanto la si mostra; quand'era già milionario mio padre non fumò mai un sigaro di lusso, ma - come Francesco Giuseppe il suo modesto Virginia - sempre il semplice Trabucos e, se giocava a carte, era sempre per piccole somme. Rimase fermamente fedele al suo modo di vivere riservato, comodo ma discreto. Benché molto più signorile e colto della maggioranza dei suoi colleghi - suonava benissimo il pianoforte, scriveva bene, parlava francese e inglese - ricusò costantemente ogni onore e ogni carica, non desiderando o accettando titoli o dignità, che spesso per la sua posizione di grande industriale gli vennero offerti Non aver mai chiesto nulla a nessuno, non dovere a nessuno un «per favore» o un «grazie», ecco un motivo per lui di segreto orgoglio, più importante di ogni esteriorità.
Nella vita di ognuno giunge ineluttabilmente il momento in cui nel quadro della propria indole si ritrova il proprio genitore. Questa tendenza alla riservatezza privata, all'esistenza anonima, si va sviluppando sempre più fortemente in me di anno in anno, quantunque sia in fondo in contrasto con la mia professione, che rende quasi necessariamente pubblicò il nome e la persona. Per lo stesso orgoglio segreto io ho sempre rifiutato ogni forma di riconoscimento esteriore, non accettando né onorificenze, né titoli, né cariche direttive in alcuna associazione, non appartenendo mai ad accademie, comitati, o giurì; persino partecipare ad un banchetto è per me un tormento ed il solo pensiero di chiedere qualcosa a qualcuno - anche se la preghiera è per un terzo - mi inaridisce le labbra prima di aprirle. Lo so quanto siano anacronistiche queste difficoltà in un mondo in cui si rimane liberi soltanto con l'astuzia e con la fuga e dove, come disse nella sua saggezza il padre Goethe, «titoli e onorificenze riparano da molti urtoni nella folla». È mio padre in me, è il suo orgoglio segreto che sempre mi trattiene, né io gli posso resistere, giacché a lui vado debitore di quel che forse apprezzo come mio unico sicuro possesso: il senso della libertà interiore.
Mia madre, che da nubile si chiamava Brettauer, era di un'altra e più internazionale origine. Era nata ad Ancona e l'italiano fu nell'infanzia una seconda lingua; ancor sempre, se voleva parlare con la nonna o con le sorelle in modo da non essere intesa dai domestici, passava all'italiano. Il risotto e i carciofi allora ancor rari, nonché altre caratteristiche vivande della cucina meridionale, mi furono familiari sin dalla prima giovinezza e ogni volta che più tardi andai in Italia, mi ci sentii sempre sin dalla prima ora a casa mia. La famiglia di mia madre non era però italiana, ma coscientemente internazionale. I Brettauer, i quali in origine tenevano una banca, si erano poi - sull'esempio delle grandi famiglie di banchieri ebrei, ma naturalmente in proporzioni ben più modeste - sparsi nelle varie parti del mondo partendo da Hohenems, piccola località al confine svizzero. Gli uni passarono a San Gallo, gli altri a Vienna e Parigi, mio nonno andò in Italia, uno zio a New York e questo contatto internazionale diede loro una certa finezza, maggior vastità di idee ed anche un notevole orgoglio familiare. Non vi erano fra loro piccoli commercianti o mediatori, ma solo banchieri, direttori, professori, avvocati e medici; ognuno parlava più lingue e rammento con quanta naturalezza a Parigi in casa di mia zia si variava dall'una all'altra. Era una famiglia con molto orgoglio e quando una ragazza di un ramo meno agiato giungeva ad età da marito, tutti insieme le davano una buona dote, solo per impedire che facesse un matrimonio «in basso». Mio padre era rispettato come grande industriale, però la mamma, benché unita a lui dal più felice dei matrimoni, non avrebbe mai tollerato che il parentado di lui si ritenesse pari al suo. Quest'orgoglio di provenire da una «buona» famiglia era pervicace in tutti i Brettauer e se uno di loro mi voleva testimoniare la sua particolare benevolenza, diceva con tono di degnazione: «Tu in fondo sei un vero Brettauer» quasi volesse riconoscermi il merito di essere «cascato dalla parte giusta».
Questa specie di nobiltà che molte famiglie ebree si attribuiscono di propria iniziativa, ha ora divertito ed ora irritato me e mio fratello sin da quando eravamo piccini. Ci toccava sempre di udire che gli uni eran gente «fina» ed altri gente «bassa»; di ogni amico si indagava se fosse proprio di «buona» famiglia, analizzandone l'origine, il parentado ed il patrimonio, sino agli ultimi membri. Questo eterno classificare socialmente, che costituiva in fondo l'oggetto di ogni conversazione in casa o in società, ci appariva ridicolo e snobistico, giacché in fondo per tutte le famiglie ebree si tratta sempre di cinquanta o di cento anni più o meno da quando tutte sono uscite dallo stesso ghetto. Solo più tardi mi son reso conto che questo concetto della «buona» famiglia, il quale a noi ragazzi appariva parodia di una aristocrazia artificiale, esprime invece una delle tendenze più intime e profonde dell'indole ebraica. Si ritiene in generale che la tipica e vera meta per l'ebreo sia di arricchire. Nulla di più falso. Arricchire è per l'ebreo soltanto un grado intermedio, un mezzo per giungere al vero scopo, non la meta interiore. La volontà dell'ebreo, il suo ideale immanente è salire nella scala intellettuale, giungere ad una sfera culturale superiore. Già nell'ebraismo ortodosso orientale, in cui si rivelano con maggiore intensità le debolezze e i meriti di tutta la razza, questa supremazia dell'aspirazione intellettuale sulla materia trova plastica espressione: l'erudito della Bibbia, il religioso, vale nella comunità mille volte più del ricco; anche il più agiato preferisce dare sua figlia ad un uomo di studi poverissimo che ad un commerciante. Questo prevalere dell'intellettualità segue negli ebrei «tutte» le classi; anche il più miserando venditore ambulante, che trascina il suo fardello alla pioggia e al vento, aspirerà a far studiare coi più gravi sacrifici almeno un figliolo. Così è considerato titolo d'onore per l'intera famiglia avere nel suo seno qualcuno che visibilmente si dedica a cose intellettuali, un professore, un dotto, un musicista, quasi egli valga col suo lavoro a nobilitarli tutti. Inconsciamente v'è qualcosa nell'ebreo che tende a sfuggire a quel tanto di moralmente ambiguo, di repugnante e di meschino ch'è proprio di ogni traffico, di ogni mero commercio, per elevarsi alla pura sfera dell'intelletto, estranea al denaro, quasi volesse - per dirlo wagnerianamente - redimere sé e tutta la sua razza dalla maledizione dell'oro. Per questo quasi sempre il bisogno di ricchezza si esaurisce tra gli ebrei in due o al più tre generazioni, nell'ambito di una famiglia, e proprio le dinastie più potenti trovano i loro figli restii ad assumere le banche, le fabbriche, le aziende comode e solide dei padri. Non è per caso che un lord Rothschild è ornitologo, un Narburg storico dell'arte, un Cassirer filosofo, un Sassoon poeta: tutti obbedirono all'uguale impulso inconscio di liberarsi da quello che aveva reso angusto l'ebraismo, dal mero e freddo accumular denaro, e forse in ciò si manifesta anche la segreta aspirazione di riuscire con la fuga nel mondo dell'intelletto a perdersi fuor dall'elemento prettamente giudaico in quello universalmente umano. Una famiglia definendosi «buona» non designa quindi soltanto il suo grado sociale; vuol indicare un ambiente ebraico che si è liberato o comincia a liberarsi da tutte le angustie e le meschinità impostegli dal ghetto, assimilando una cultura diversa e, dove può, universale. Che d'altra parte questa fuga nel mondo dello spirito, sovraccaricando sproporzionatamente le professioni intellettuali, sia divenuta fatale agli ebrei non meno della sua precedente limitazione agli interessi materiali, costituisce uno degli eterni paradossi del destino ebraico.
Non vi era forse città europea in cui quest'aspirazione alla cultura fosse appassionata come a Vienna. Appunto perché la monarchia austro-ungarica mancava da secoli di ambizioni politiche e non aveva avuto particolare successo nelle sue azioni militari, l'orgoglio patriottico si era intensamente rivolto al desiderio di un predominio artistico. L'antico impero absburgico, una volta dominatore dell'Europa, aveva da tempo perduto preziose e importantissime province tedesche e italiane, fiamminghe e vallone era rimasta intatta nel suo splendore la capitale, sede della Corte, conservatrice di una tradizione millenaria. I romani avevano erette le prime pietre di quella città quale 'castrum', quale posto avanzato a proteggere la cultura latina dai barbari, e più di mille anni dopo l'impeto degli Osmani si era infranto contro quelle mura. Qui erano passati i Nibelunghi, li aveva mandato la sua luce immortale la settemplice costellazione di Gluck, Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Giovanni Strauss; qui avevano confluito tutte le correnti della cultura europea. A Corte, fra la nobiltà e fra il popolo, l'elemento tedesco era unito per sangue a quello slavo, ungherese, spagnuolo, italiano, francese, fiammingo ed era la vera genialità di questa città musicale il saper fondere armonicamente questi contrasti in qualcosa di nuovo e caratteristico, nell'elemento austriaco e viennese. Questa città assimilatrice e dotata di una particolare sensibilità attirava a sé le forze più disparate, pacificandole e ammorbidendole era dolce vivere in quell'atmosfera di tolleranza, dove ogni cittadino senza averne coscienza veniva educato ad essere supernazionale e cosmopolita.
era per i viennesi e per gli austriaci tutti ben più che un palcoscenico dove attori interpretavano opere drammatiche, esso era il microcosmo tispecchiante il macrocosmo, il variegato riflesso di una società, l'unico vero Cortegiano per il buon gusto. L'attore di Corte mostrava allo spettatore il modo di vestirsi, di entrare in una camera, di conversare, gli insegnava le parole lecite a un uomo di buon gusto e quelle invece da evitarsi la scena non era soltanto luogo di divertimento, ma anche guida parlata e plastica del buon contegno, della miglior pronuncia, così che un nimbo di rispetto circondava al pari di aureola tutto quanto avesse anche i più remoti rapporti col Teatro di Corte.
Il presidente dei ministri, il più ricco fra i magnati poteva girar per Vienna senza che nessuno volgesse il capo a guardarlo, ma ogni commessa e ogni fiaccheraio riconosceva un attore di Corte o una cantante nell'Opera; quando uno di noi ragazzi vedeva passare uno di quegli artisti di cui raccoglievamo i ritratti e gli autografi, ce lo raccontavamo a scuola con orgoglio, e questo culto personale quasi religioso giungeva al punto di trasferirsi su tutto l'ambiente il parrucchiere di Sonnenthal, il fiaccheraio di Josef Kainz erano personaggi segretamente invidiati i giovanotti eleganti andavan superbi di avere lo stesso sarto. Ogni giubileo come ogni funerale di grande attore diventava i un avvenimento che oscurava qualunque fatto politico. Venir rappresentato al Burgtheater era il sogno supremo di ogni scrittore viennese,
perché rappresentava una specie di nobiltà a vita e portava con sé una serie di privilegi, come biglietti gratuiti e inviti a cerimonie ufficiali; si diventava in qualche modo ospite della casa imperiale e io stesso rammento ancora la forma solenne con cui vi entrai.
Al mattino il direttore del teatro mi aveva invitato nel suo ufficio, per comunicarmi - dopo avermi espresso le sue congratulazioni - che il mio dramma era stato accettato, e quando la sera tornai a casa trovai la sua carta da visita. Egli aveva cioè restituita formalmente la visita a me, giovane ventiseienne, perché, quale autore della scena imperiale, solo per l'esservi stato accolto, ero diventato un 'gentleman che il direttore dell'istituto imperiale doveva trattare alla pari. Quel che accadeva in teatro toccava indirettamente ogni singolo, anche chi non era in diretto rapporto. Ricordo per esempio dalla prima giovinezza che un giorno la nostra cuoca si precipitò in salotto con le lagrime agli occhi perché le avevano appena raccontato che Charlotte Wolter, la più celebre attrice del Burgtheater, era morta.
Il grottesco di questo suo lutto stava nel fatto che la vecchia cuoca semianalfabeta non era mai stata a teatro e non aveva mai visto né sulla scena né fuori la Wolter, tuttavia una grande attrice nazionale apparteneva al patrimonio collettivo della città e perfino un estraneo sentiva la sua morte come una catastrofe. Ogni perdita, il distacco di un cantante o di un attore, si trasformava in lutto nazionale. Quando il «vecchio» Burgtheater, nel quale avevano echeggiato per la prima volta le note delle Nozze di Figaro, venne demolito, tutta la società viennese si era radunata con solenne commozione tra quelle mura come a un funerale, e appena calato il sipario tutti si lanciarono sulla scena per portarsi a casa quale reliquia almeno una scheggia delle tavole su cui avevano agito i diletti artisti, così che innumerevoli case borghesi ancor dopo decenni serbavano quei frammenti di legno in una preziosa cassetta, come nelle chiese si conservano le schegge del Crocifisso. Anche noi non ci comportammo molto più ragionevolmente, quando fu abbattuta la cosiddetta Sala Bösendorfer.
Questa sala di concerti, riservata alla musica da camera, era in sé un edificio senza valore artistico, un antico maneggio del principe di Liechtenstein, adattato senza lusso ad uso musicale con rivestimenti di legno. Ma essa aveva l'acustica di un antico violino, era il sacro recinto dei musicomani, perché vi avevano dato concerti Chopin e Brahms, Liszt e Rubinstein, perché molti dei più celebri quartetti avevano avuto li il loro battesimo. Ora la sala doveva far posto a un nuovo edificio razionale, il che appariva inconcepibile a noi che vi avevamo vissuto ore inobliabili. Quando si perdettero nell'aria le ultime battute di Beethoven, sonate più magistralmente che mai dal quartetto Rosé, nessuno lasciò il suo posto. Noi uomini applaudivamo con fragore, alcune signore singhiozzavano commosse, nessuno voleva rassegnarsi al congedo. Furono spente le luci per indurci a lasciare la sala, ma nessuno dei quattro o cinquecento fanatici abbandonò il proprio posto. Rimanemmo per una mezz'ora, per un'ora intera, come se con la nostra presenza potessimo ottenere la salvezza di quell'ambiente a noi sacro. E quanto abbiamo fatto noi studenti, con petizioni e dimostrazioni, con articoli e proteste, perché non fosse demolita la casa dove era morto Beethoven! Ognuna di quelle storiche dimore di Vienna era una parte dell'anima nostra e demolendole ce la strappavano dal corpo.