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Profughi ucraini: li aiutiamo o li sopportiamo?
Gentile Signor Silini, come abbiamo accolto i profughi che sono scappati dalla guerra in Ucraina? Non conosco tutte le realtà, ma ho sentito voci a cui fatico a credere perché la Svizzera ha una lunga tradizione nell’accoglienza. Ho aiutato una famiglia di profughi, due donne e due bambini, una delle quali anziana con problemi di salute. Ricevute a Chiasso in un centro di prima accoglienza, hanno passato una settimana in una stanza con altre persone (uomini, donne e bambini tutti insieme, in totale 18 posti letto). La doccia era disponibile in un certo orario, la luce si accendeva e si spegneva automaticamente. Si poteva uscire alle 8.45 e si doveva rientrare alle 18.00. Sui letti a castello non si poteva rimanere seduti per mancanza di spazio. Trasferiti a Bellinzona, sono poi finiti nello spazio sotterraneo di una casa anziani, senza finestre, con letti a castello a tre livelli, senza asciugamani (se li sono dovuti comprare da soli), i letti non avevano la biancheria per il letto ed è stato dato un sacco a pelo per dormire. Infine sono stati trasferiti ad Airolo, in una stanza con altre due mamme con figli di pochi mesi. L'interprete (italiano-ucraino) che li ha accoltui aveva scarse conoscenze linguistiche e questo ha mandato in crisi una delle bambine. Sono già molto provati dalla guerra, hanno lasciato o perso case e parenti, vivono senza certezze per il futuro... Li stiamo aiutando o li stiamo sopportando? La Svizzera ha dato ai profughi per tre mesi l’opportunità degli spostamenti gratuiti. Tanti hanno potuto recarsi in ambasciata a Berna per le pratiche amministrative (molti non avevano documenti o erano scaduti), qualcuno ha potuto andare a scuola e/o ai corsi di lingua italiana. Da giugno l’offerta non vale più. Sappiamo quanto costa in Svizzera il trasporto pubblico. I profughi non possono permettersi di viaggiare. Lei magari pensa: ma se devono andare a scuola riceveranno il biglietto, visto che hanno il giustificativo, ma non è così. Le scuole sono chiuse e i corsi di lingua seguono il calendario scolastico. Ad Airolo o in altri centri le mamme si ritrovano coi bambini ad aspettare la fine delle ferie scolastiche per poter mandare i bambini a scuola e far fare loro qualcosa per non rimanere intere giornate nel centro dei profughi. Credo che il Ticino possa fare di più per sostenerli, soprattutto credo che non debba dimenticarli nei mesi estivi. I profughi non vanno in vacanza!
Vira Shcherblyuk
Lugano
Cara Vira Shcherblyuk, fatta salva la generosità di molti privati e comuni in prima fila, è giusto registrare anche i casi in cui l’accoglienza non è stata all’altezza della situazione umana e psicologica dei rifugiati. Arriva l’estate e forse l’emergenza è diventata una specie di rumore di fondo a cui non si presta molta attenzione. È vero: i profughi non vanno in vacanza. Non li si può lasciare inerti nei centri d’accoglienza. E occorre vigilare perché le condizioni d’alloggio siano dignitose e «calde». Non sono in prigione, sono ospiti in fuga dall’orrore. Confido che i responsabili delle strutture continuino ad occuparsi di loro con la stessa ammirevole dedizione mostrata all’inizio della crisi.