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In senso astratto il concetto di storia si riferisce al passato nella sua totalità. Come disciplina scientifica la storia comprende sia l'attività di ricerca, condotta secondo principi teorici e metodologici, sia l'esposizione e la comunicazione dei risultati.
Durante il ME e il Rinascimento per storia si intendeva, secondo la definizione di Isidoro di Siviglia ( 636), il racconto di fatti accaduti, concepiti come elementi rivelatori del senso del destino umano. La disciplina si occupava dell'esposizione di eventi, dell'evoluzione dell'umanità, di un popolo, di un regno, di uno Stato o di una diocesi come pure di una comunità specifica quali un convento o un capitolo oppure celebrava la memoria di importanti personalità. L'estensione cronologica del racconto, il suo contesto e lo scopo perseguito potevano variare notevolmente da un'opera all'altra.
Nelle scuole e nelle Università la storia non costituiva una materia di studio autonoma, ma una disciplina ausiliaria delle arti liberali, del diritto e della teol. Nell'alto e nel pieno ME i testi di storia erano scritti esclusivamente in lat. Coltivata in un primo tempo dai soli membri istruiti del clero secolare e regolare, protagonisti della cultura scritta, dal XII-XIII sec. la storia risvegliò l'interesse di un pubblico più ampio di laici, dapprima della nobiltà di corte e poi della borghesia. Le opere di storia da allora furono redatte anche nelle lingue volgari. Esse erano perlopiù focalizzate su un determinato territorio e nel XV sec., quale espressione della nuova coscienza di sé della borghesia urbana, sulle città (nella Conf. sui singoli cant. urbani). Con la comparsa di autori o patrocinatori laici, ad esempio commercianti, la storia si allontanò in parte dalla Chiesa per porsi al servizio delle autorità politiche e dello Stato. La Riforma e i conflitti confessionali favorirono il ricorso alla storia per giustificare le diverse posizioni. Solo l'affievolirsi delle lotte confessionali dalla seconda metà del XVII sec. favorì però gli studi basati su un esame critico delle fonti, spec. sulla storia della Chiesa medievale e dei suoi ordini.
Autrice/Autore: Ernst Tremp / frm
Dopo la caduta dell'Impero romano e l'occupazione degli Alemanni, l'odierno territorio sviz. fu diviso, a nord delle Alpi, in una parte alemanna e in una burgunda, che come i territori a sud delle Alpi seguirono un'evoluzione culturale distinta. La varietà che ancora oggi contraddistingue la storiografia sviz., manifestatasi precocemente, riflette questa posizione di frontiera tra culture diverse.
Nella Svizzera burgunda la tradizione romana sopravvisse a lungo, anche all'epoca dei Franchi, come dimostra la cronaca che copre il periodo dal 455 al 581 di Mario, vescovo di Avenches (573-593), considerato il primo storico sviz. Centro del culto dei martiri della Legione tebana, l'abbazia di Saint-Maurice d'Agaune, fondata nel 515, non produsse solo le prime Passiones (Agiografia), all'origine di un ampio ciclo di leggende, ma pure la prima storia abbaziale (Vita abbatum Acaunensium) risalente già al VI sec. Anche la Vita patrum Jurensium (Vie des pères du Jura) data del VI sec. e narra la vita dei padri del Giura, Lupicino e Romano, e di ulteriori figure di rilievo del monachesimo gallico dell'arco giurassiano meridionale. Altre Vitae tramandano le gesta di missionari e fondatori di abbazie dell'epoca merovingia nella parte settentrionale dell'arco giurassiano (Imerio, Ursicino, Germano). L'autore della cronaca di Fredegario (ca. 660), una delle principali fonti per la storia dei Franchi nel VII sec., fu probabilmente originario della Borgogna transgiurassiana "sviz.". Presso la sede episcopale di Losanna l'Annalistica, risalente al IX sec., fu coltivata anche nei sec. centrali del ME e utilizzata spec. da Conon d'Estavayer nella sua cronaca del 1235.
Nella Svizzera alemanna, San Gallo e Reichenau furono i primi centri di produzione storiografica, in stretto rapporto di scambio reciproco: vi furono scritte Vitae dei santi locali (Gallo, Otmar, Magno da Füssen, Wiborada) in diverse versioni (dall'VIII sec.), storie dell'abbazia di San Gallo (Casus sancti Galli, dal IX sec., proseguita fino al tardo ME), annali continuati sotto forma di racconto (XI sec.) che si inseriscono in un contesto imperiale (Hermann von Reichenau, detto Hermann lo Storpio, e Bertoldo di Reichenau). Einsiedeln tenne degli annali dal X sec., Allerheiligen e Zurigo nell'XI sec., Rheinau ed Engelberg dal XII sec. Riallacciandosi alla leggenda della legione tebana e alla tradizione di Saint-Maurice, in epoca carolingia altri capitoli e conventi redassero Vitae dei santi patroni locali (Felice e Regula a Zurigo, Orso e Vittore a Soletta, Verena a Zurzach), seguiti nel X sec. da Säckingen (Fridolino).
Nell'ambito della storia profana, Notker il Balbuziente di San Gallo trattò il periodo da Carlomagno alla fine dell'epoca carolingia e Wipo, cappellano alla corte degli imperatori salici, probabilmente originario di Soletta, quello di Corrado II. Nell'XI sec. la Riforma medievale e la lotta per le investiture diedero origine a una storiografia partigiana, utilizzata come arma dialettica. Sostenitore del papa, Bernoldo di Costanza, monaco nelle abbazie di Sankt Blasien e Allerheiligen, fu autore di una cronaca universale (fino al 1100). Risalgono allo stesso periodo i resoconti sugli esordi di abbazie riformate come Muri (Acta Murensia), Petershausen presso Costanza e Allerheiligen (libro dei donatori, rielaborato nel XIV sec.). Con le grandi opere di Ottone di Frisinga e del suo continuatore Ottone di Sankt Blasien, nel XII e all'inizio del XIII sec. apparvero interpretazioni della storia universale e imperiale a sfondo teol., proiettate verso il Giudizio universale imminente. Esse consideravano anche l'odierno territorio sviz. e furono riprese in alcune parti della Chronica universalis turicensis.
Autrice/Autore: Ernst Tremp / frm
Al XIV sec. risalgono diverse opere di storici religiosi che riferivano del loro tempo o di singoli avvenimenti. Ricchi di informazioni, questi scritti affrontano anche le origini della Conf. Ne sono un esempio l'epopea Cappella Heremitana di Rudolf von Radegg, che racconta l'assalto degli Svittesi al convento di Einsiedeln (1314), o le cronache del francescano Johannes di Winterthur e di Heinrich Truchsess von Diessenhofen.
Il rafforzamento della Conf. nel XV sec. e la conseguente maturazione di un sentimento "nazionale" offrirono un terreno ideale alla storiografia. Le città in pieno sviluppo commissionavano opere agli storici affinché perpetuassero il ricordo delle loro gesta. Nelle cronache urbane prevalevano gli elementi profani. La narrazione della vita movimentata delle città stimolava una riflessione sul loro destino. I cronisti dovevano ancorare lo status e le rivendicazioni della cittadinanza nel passato, legittimandoli sia verso l'interno sia verso l'esterno, e rammentare un passato glorioso alle generazioni presenti e future.
All'inizio del XV sec. la storiografia conobbe un vigoroso sviluppo a Berna, affermatasi dal XIV sec. come principale compagine statale dell'Altopiano. La stesura della sua cronaca ufficiale fu avviata nel 1420 da Konrad Justinger e proseguita fino al 1470 da Benedikt Tschachtlan e Heinrich Dittlinger. Diebold Schilling il Vecchio fu autore del più ampio corpus di Cronache illustrate della Conf. nel tardo ME, comprendente l'Amtliche Berner Chronik (1483), la Spiezer Chronik (1484, commissionatagli da un privato), la Grosse Burgunderchronik (1486) e altre opere andate perdute. Un sec. dopo Justinger, la cronaca di Valerius Anshelm, redatta nello spirito dell'Umanesimo e della Riforma, testimonia l'assidua attenzione dei Bernesi per la loro storiografia ufficiale.
A Zurigo, dove dal XIII sec. diversi autori collaborarono alla stesura della cronaca cittadina, l'Eidgenössische Chronik (1436-1517) del Consigliere Gerold Edlibach costituì una delle principali opere del suo genere prima della Riforma. A Lucerna, dove inizialmente ci si accontentò di annotazioni nei libri del Consiglio e nei registri dei cittadini, la prima cronaca ufficiale è quella di Melchior Russ (XV sec.). La ricerca di radici storiche reali o fittizie coinvolse anche i Paesi soggetti e i cant. rurali. Elogius Kiburger descrisse la storia delle chiese del lago di Thun nella cronaca di Strättligen. Un autore anonimo riferì delle origini degli Svittesi e degli ab. dell'Oberhasli; Hans Schriber, cancelliere di Obvaldo, raccolse nel Libro bianco di Sarnen i miti di fondazione della Conf. Nel suo pamphlet contro gli Svizzeri, Felix Hemmerli sostenne invece posizioni contrapposte. Priva di una cronaca ufficiale, Basilea, che nel tardo ME non faceva ancora parte della Conf. e sul piano culturale si inseriva nella regione del Reno superiore, poté contare sulle opere di alcuni privati tra cui Matthias von Neuenburg, Henman Offenburg, Heinrich von Beinheim, Johannes Knebel e Hieronymus Brillinger.
I contemporanei furono particolarmente indotti a redigere le loro testimonianze da eventi quali i conflitti politici interni (ad esempio il Twingherrenstreit a Berna, di cui scrisse Thüring Fricker, o l'affare Waldmann a Zurigo) o le guerre conf., di cui esistono spesso resoconti da prospettive contrapposte (guerre di Appenzello, Vecchia guerra di Zurigo, evocata nella cronaca di Klingenberg e da Hans Fründ, guerre di Borgogna, di Svevia, d'Italia). Nell'ultimo terzo del XV sec. e all'inizio del XVI sec., l'avvento delle cronache illustrate diede particolare lustro alla storiografia conf.
Autrice/Autore: Ernst Tremp / frm
Dal primo Umanesimo la storiografia si arricchì di nuovi elementi. Albrecht von Bonstetten e Conrad Türst coniugarono storia e geografia. Petermann Etterlin, cancelliere di Lucerna, divulgò i Miti di fondazione nella sua Kronica von der loblichen Eydtgnoschaft (1507, prima storia sviz. pubblicata a stampa) e rafforzò lo spirito di appartenenza comune dei Conf. La scoperta degli Elvezi (Heinrich Brennwald, Glareano) e di un passato comune contribuì a sua volta a rendere la Conf. un orizzonte di riferimento e un oggetto della storia. Per numerosi autori la Riforma segnò una cesura fondamentale.
Con l'Umanesimo, lo stile e l'atteggiamento critico degli storici antichi iniziarono a esercitare un'influenza significativa sulla produzione storiografica. La ricerca sistematica e lo studio minuzioso delle fonti erano integrati dal dibattito scientifico fra eruditi. Ne risultò una serie di grandi opere (perlopiù manoscritte), tra cui le cronache degli abati di San Gallo di Joachim Vadiano, la storia della Riforma di Heinrich Bullinger, la storia sviz. di Josias Simmler, il Chronicon Helveticum di Aegidius Tschudi (che raccoglie una grande quantità di materiali dall'epoca romana al 1470), la storia sviz. di François Guillimann e soprattutto la Chronik der Eidgenossenschaft (stampata nel 1548) del pastore rif. zurighese Johannes Stumpf. Nel solco di quest'ultima sorsero numerose cronache, i cui autori si soffermavano spec. sulla storia del proprio cant.: a Zurigo la Eidtgenössische Geschicht-Beschreibung di Johann Heinrich Rahn, a Berna la storia cittadina di Michael Stettler e la Genaue und umständliche Beschreibung Helvetischer Geschichte di Johann Jakob Lauffer. Ai lavori di ispirazione umanista vanno pure ascritte la cronaca basilese di Christian Wurstisen (Basilea), quella dei Grigioni di Ulrich Campell (capostipite della storiografia grigionese), quella di Sciaffusa di Johann Jakob Rüeger e le Chroniques de Genève di François Bonivard.
Nel periodo delle contrapposizioni confessionali venne dato ampio spazio alla Storia della Chiesa. Sul versante rif. spiccano la Historia ecclesiastica dell'erudito zurighese Johann Heinrich Hottinger, la Helvetische Kirchengeschichte di suo figlio Johann Jakob e, più tardi, le opere del vodese Abraham Ruchat; su quello catt. la Helvetia sancta di Heinrich Murer, certosino a Ittingen, e lo Historisch-theologischer Gründ-Riss di Johann Kaspar Lang, parroco a Frauenfeld. Fra i conventi che si occuparono della propria storia figurano spec. le abbazie benedettine (San Gallo, Rheinau, Einsiedeln, Muri), che seguirono in parte i metodi della congregazione di S. Mauro. Tra le guerre, soprattutto i Torbidi grigionesi furono oggetto di numerose opere commemorative e monografiche, tra l'altro di Bartholomäus Anhorn il Vecchio, Fortunat Sprecher von Bernegg, Fortunat von Juvalta, Ulysses Salis-Marschlins e il duca Henri de Rohan. In Ticino si devono a sacerdoti e monaci di origine locale attivi a Milano, quali Nicolò Maria Laghi ( prima del 1557), Vincenzo Fontana ( 1675), Alessandro Perlasca (ca. 1605-1670), Giovanni Rigolo (1640-1711) e Giuseppe Bellasi ( 1750), importanti opere di storia locale e religiosa, rimaste spesso inedite.
Autrice/Autore: Ernst Tremp / frm
Nel XVIII sec. non era ancora avvenuta la separazione della storia dalla filosofia. Serbatoio di esempi scelti nell'immensità del passato, offriva materiali a cui dare un senso. Nelle repubbliche come nelle monarchie, la conoscenza della storia era strettamente legata alla concezione dello Stato e alla riflessione sulla natura del governo. La predilezione del XVIII sec. per l'antichità dipendeva dal fatto che i modelli di Roma e Sparta sembravano poter legittimare lo Stato repubblicano. Uno storico come Ludwig Meyer von Knonau non mancò così di ammirare Scipione, Catone e il patriziato romano.
I governi dei cant. conf. affidavano generalmente a giuristi o ecclesiastici il compito di registrare gli eventi passati, vigilando sul loro lavoro. Non vi era spazio per la critica e la consultazione di documenti era attentamente sorvegliata, dato che gli Archivi ricadevano sotto il segreto di Stato. Johann Jakob Bodmer, incaricato nel 1729 dal Consiglio di Zurigo di continuare una cronaca, fu sospeso dalla censura e sollevato dalle sue cariche pubbliche. Ancora negli anni 1770-80 il giovane Johannes von Müller si vide rifiutare l'accesso ai Recessi della Dieta fed. Nel 1780 Johann Heinrich Waser, pastore rif. e studioso di statistica, venne decapitato con l'accusa di sottrazione di documenti. L'Histoire de Genève di Jean-Pierre Bérenger fu pubblicamente data alle fiamme nel 1773, poco dopo la sua pubblicazione. I governi temevano infatti che gli archivi fornissero argomenti alla lotta politica. Nel XV e XVI sec. le città sovrane si sforzarono di confiscare gli archivi dei Paesi soggetti. In occasione di disordini, spec. nel periodo dell'Elvetica, il popolo palesò la convinzione che gli archivi nascondessero le prove delle libertà revocate dagli aristocratici al potere (Bourla-Papey).
Confrontarsi con la storia portava immancabilmente a prendere posizione sulle questioni politiche coeve. La Histoire des Helvétiens (1749-53) del barone friburghese François-Joseph-Nicolas d'Alt de Tieffenthal illustrò la storia sviz. da una prospettiva catt. e costituì un'apologia del regime aristocratico, ma criticò anche in una certa misura l'esclusivismo del patriziato cittadino. Storici come il ginevrino Jean-Antoine Gautier e il bernese Alexander Ludwig von Wattenwyl, che avevano iniziato ad applicare i nuovi principi della diplomatica (Scienze ausiliarie della storia) all'analisi critica delle fonti, furono sospettati di ingerenza negli affari politici.
Nuovi aspetti complicarono ulteriormente il compito dello storico. Poiché il rapporto con il tempo si modificò, il corso della storia venne progressivamente interpretato come una serie di tappe sul cammino verso la civilizzazione e il progresso. Le nuove concezioni antropologiche costrinsero la cultura politica sviz., permeata di riferimenti biblici, a rivedere le idee tradizionali. La convinzione coeva che le Alpi ospitassero popoli felici preservati dai mali della civilizzazione poneva in primo piano la questione delle origini della Conf.
Per Bodmer in particolare, ma anche per altri suoi contemporanei, lo scopo della storia era stimolare l'attaccamento alla patria attraverso una conoscenza approfondita delle origini e dei costumi dei popoli dei cant., in contrapposizione all'idea sediziosa del progresso. Bodmer distingueva tre tipi di storici: i copisti che ammassano materiali, i critici in grado di selezionare i documenti e le menti eclettiche, capaci di evocare il passato e il genio della nazione. Le sue preferenze andavano a quest'ultima categoria, sebbene egli stesso non si fosse mai distinto in tal senso. Nella Helvetische Bibliothek, di cui curò l'edizione tra il 1735 e il 1741, pubblicò documenti che attestavano le antiche libertà delle comunità sviz., stimolando così gli studi medievistici. Altre pubblicazioni in serie, come il Mercure suisse e, più tardi, le Etrennes helvétiennes, proseguirono la divulgazione di Documenti, poiché la ricerca ai suoi esordi aveva la necessità di comprovare i risultati dei propri studi. Questo approccio non ruppe tuttavia completamente i legami con i racconti leggendari; Philippe-Sirice Bridel, editore delle Etrennes poi del Conservateur suisse, si occupò nel contempo di studio del Folclore e di storia. Secondo Bridel il montanaro, il solo vero Svizzero, discendeva dai Celti.
La passione per le origini della Conf. e l'esaltazione dell'epoca eroica in cui inizia la storia documentata dei Paesi forestali focalizzarono in un primo tempo l'attenzione degli studiosi. Questo interesse oltrepassava la cerchia ristretta dei letterati, coinvolgendo anche un pubblico più ampio. Con Bodmer lo studio della storia si riverberò sull'insegnamento; egli stesso fu autore di racconti storici per i suoi allievi (Historische Erzählungen). Attraverso il patriottismo naïf degli Schweizerlieder di Johann Caspar Lavater, le generazioni del XIX sec. si entusiasmarono per le prodezze belliche dei Conf. delle origini. Fu però spec. l'opera di Johannes von Müller a gettare le basi della storiografia nazionale. Costruiti come un'epopea, i cinque volumi di Der Geschichten Schweizerischer Eidgenossenschaft (1786-1808) illustrano grandezza e declino di un popolo vicino allo stato di natura e la storia del principio di libertà, che culminò con l'"emancipazione" degli anni 1307-08 (periodo a cui all'epoca si facevano risalire gli eventi che portarono alla conclusione della prima alleanza tra i Paesi forestali). Per Müller la storia restava al servizio della politica.
Autrice/Autore: François Walter / frm
Per riuscire a progredire, la storia doveva però acquisire una propria autonomia. Lo fece gradualmente nel XIX sec., affermandosi come scienza empirica. A partire dalle tracce lasciate dal passato (i documenti) si costruiva ciò che allora veniva considerata l'oggettività storica (Positivismo). Tuttavia, nel solco dello storicismo ted., gli storici sviz. continuarono non solo a descrivere gli eventi passati, ma anche a cercare di comprenderli per trarne insegnamenti per il presente. Per questo duplice obiettivo era indispensabile il lavoro sulle fonti.
Nel XVIII sec. furono gettate le basi per questi sviluppi attraverso iniziative come la pubblicazione del Chronicon Helveticum (1734-36) di Aegidius Tschudi, una fonte del XV sec. Gottlieb Emanuel von Haller compilò, dal canto suo, la prima bibliografia della storia sviz. (Bibliothek der Schweizer Geschichte, 1785-88), che elencava più di 11'000 titoli in sette volumi. Quando però nel 1760, sulla base di un esame critico delle fonti, lo stesso Haller e Uriel Freudenberger sostennero che la storia di Guglielmo Tell era in realtà una "favola danese", il loro libello fu messo al rogo. Dopo il 1820 ciò non sarebbe più stato possibile.
L'approccio critico legò la verità storica all'esistenza di documenti autentici. Joseph Eutych Kopp si spinse molto lontano in questa direzione con l'opera Urkunden zur Geschichte der eidgenössischen Bünde (1835-51), che rifiutava la tradizione narrativa. Per tutto il sec. furono numerosi gli autori a prendere le distanze dalla "falsità" (Pierre Vaucher, 1889) dei racconti romantici di Johannes von Müller e a dissolvere l'"aureola immaginaria" (Albert Rilliet, 1868) che avvolgeva la nascita della Conf. La questione delle origini dominò tuttavia il XIX sec.; gli storici prediligevano le epoche più remote (Preistoria, antichità, ME), studiate anche da archeologi (Archeologia) e specialisti delle scienze dell' Antichità. Nei manuali scolastici più datati la storia biblica e la storia dell'era cristiana si confondevano ancora in maniera naturale. Il XIX sec., laico e nazionalista, non tollerava più tali sovrapposizioni, e nemmeno l'aura leggendaria attorno alle origini della Conf. Il testo del Patto fed. del 1291, noto dal 1758 e pubblicato nel 1760, divenne il documento fondante della Conf. Carl Hilty e Wilhelm Oechsli furono più tardi incaricati ufficialmente di redigere una relazione che giustificasse la scelta del 1891 per la prima celebrazione della Festa nazionale.
Se la storiografia sviz. legittimava in tal modo le origini della Conf., essa si allontanò solo a fatica da una concezione finalista, per cui la storia serviva a spiegare il presente. Gli avvenimenti politici della prima metà del XIX sec. non furono estranei a questa tendenza. Il periodo della Rivoluzione elvetica generò numerose pubblicazioni ideologicamente connotate sui fatti recenti, fra cui quelle di Peter Ochs, favorevole alla Rivoluzione, o di Jacques Mallet-du Pan, contrario. Lo spirito reazionario continuò a ispirare autori come Heinrich Zschokke o Johann Anton von Tillier (le cui opere furono rapidamente tradotte anche in it.).
Il periodo rivoluzionario fu di grande importanza, poiché l'evoluzione iniziata con la caduta della vecchia Conf. giunse a conclusione solo con la creazione dello Stato fed. nel 1848. Le generazioni che si succedettero nella prima metà del XIX sec. tesero a interpretare la storia sulla base delle conquiste del 1798, del 1815 e delle rivoluzioni liberali degli anni 1830-40. I vincitori del 1848 sfruttarono la loro posizione di forza per legittimare sul piano storico gli avvenimenti di cui erano stati protagonisti. La nascita della Svizzera moderna risvegliò una forte domanda di storia, che si tradusse in tutta una serie di iniziative di ricerca legate a nuovi organismi. L'attenzione si concentrò ora sulla Costituzione fed. del 1848, considerata il risultato di un processo lungo e organico. Tale visione, che poneva in rilievo l'opera di liberali e radicali del XIX sec., ebbe una connotazione politica marcata (Storia politica).
Le idee liberali mutarono le condizioni quadro per la ricerca storica. Benché la situazione materiale non fosse sempre delle migliori, la pubblicità delle procedure decisionali rese accessibili le fonti, quanto meno quelle dei periodi precedenti la Rivoluzione franc. Furono istituiti archivi cant. distinti dalle cancellerie; la creazione dello Stato fed. nel 1848 fu seguita l'anno successivo da quella dell'Archivio federale. Si moltiplicarono le edizioni di fonti, tra cui i recessi della Dieta fed. (Amtliche Sammlung der ältern Eidgenössischen Abschiede, dal 1856), i documenti del controverso periodo della Repubblica elvetica (Aktensammlung aus der Zeit der Helvetik, dal 1886), la collana Quellen zur Schweizer Geschichte (dal 1877) e le Fonti del diritto sviz. (dal 1898; Atti amministrativi, Storia del diritto). Le biblioteche cant. e la Biblioteca nazionale, fondata nel 1894, facilitarono la consultazione delle opere a stampa. Risalgono alla fine del sec. i primi repertori bibliografici, fra cui spec. quelli di Josef Leopold Brandstetter e Hans Barth.
Nel contempo la convinzione che la conoscenza del passato permettesse di comprendere il presente portò alla divulgazione della storia, inserita nei programmi scolastici sotto l'influsso delle idee liberali. Furono privilegiati i periodi più remoti e i primordi eroici della vecchia Conf., mentre vennero trascurati i moti del XVIII sec. e gli eventi più recenti. L'insegnamento della storia contribuì comunque a collegare le grandi tradizioni nazionali che avevano reso possibile la creazione dello Stato fed.
L'entusiasmo per la storia si tradusse anche nella nascita di ass. che riunivano eruditi e cultori illuminati della disciplina. Dopo il fallimento di un primo tentativo nel 1811, nel 1841 si riuscì a creare un'org. nazionale, la Società generale svizzera di storia (SGSS). Quest'ultima si profilò come instancabile promotrice di edizioni di fonti e come preziosa piattaforma di scambio scientifico attraverso la sua rivista, pubblicata dal 1843. Sul piano locale e regionale lo stesso ruolo fu ricoperto da innumerevoli Società di storia; la maggior parte di quelle cant. fu fondata tra il 1830 e il 1870.
La doppia esigenza di basare il proprio lavoro sulle fonti e di spiegare la costruzione dello Stato sviz. caratterizzò l'intera produzione storiografica del XIX sec. L'opera di von Müller, che giungeva fino alla fine del XV sec., fu proseguita da quattro autori; l'edizione completa apparve dapprima in franc. (1842-51), poi in ted. (1853). La sua fama di "educatore" della Svizzera liberale e democratica è in larga parte dovuta ai continuatori della sua opera nella Svizzera franc., e spec. a Charles Monnard, capofila del liberalismo vodese. Pur ispirandosi ai canoni della storiografia critica, gli storici continuavano a subire l'influenza delle lotte politiche coeve, come nel caso del radicale friburghese Alexandre Daguet, la cui Histoire de la Confédération suisse fu più volte riedita. Il caso più significativo resta quello di Johannes Dierauer: la sua Geschichte der schweizerischen Eidgenossenschaft (1887-1917) segnò l'apogeo di questa fase della storiografia sviz. Questa magistrale sintesi si basa sulla profonda erudizione dell'autore, interamente votato al suo compito di storico e preoccupato di mantenere una rigida oggettività. Tuttavia la sua opera è completamente orientata verso il 1848, anno in cui termina la sua ricostruzione, e propone una lettura politica della storia sviz. che condiziona ancora oggi l'immaginario collettivo.
Autrice/Autore: François Walter / frm
Nella prima metà del XX sec. la visione liberale della storia mantenne la sua importanza. Gli storici sviz. scrivevano in primo luogo su temi scelti a propria discrezione. Solo pochi prendevano parte ai dibattiti intern. ed erano perciò conosciuti oltre i confini sviz. La notorietà cui assursero in Europa due storici basilesi come Johann Jakob Bachofen, autore di uno studio sul matriarcato pubblicato nel 1861, e Jacob Burckhardt, esperto del Rinascimento it. e autore delle Considerazioni sulla storia universale, elaborate nel 1868-69, rappresentò un'eccezione. I modelli stranieri e le nuove concezioni scientifiche cominciarono tuttavia a farsi strada anche in Svizzera.
Alla fine del XIX sec. in Germania e in Francia si costituirono delle comunità scientifiche formate da storici di mestiere. L'Univ. divenne il luogo in cui si otteneva riconoscimento professionale e in cui veniva giudicata la padronanza del bagaglio scientifico della disciplina. Frequentando gli atenei stranieri, gli accademici sviz. vennero influenzati dalle concezioni naturaliste della storiografia franc. e dalle correnti neokantiane ed ermeneutiche della scuola ted. Nessuno di loro produsse però opere teoriche di rilievo, un fatto riconducibile anche alla dimensione più che modesta della comunità acc. sviz. Le prime cattedre di storia risalgono all'epoca liberale. Zurigo ad esempio istituì una cattedra di storia patria sin dalla fondazione dell'Univ. nel 1833. Generalmente queste cattedre coprivano tutto il campo della disciplina, come nei casi delle Acc. di Berna (dal 1832) e Ginevra (dal 1835). Nella prima metà del XX sec. l'insegnamento univ. si diversificò. Ai suoi esordi (1889-90), l'Univ. di Friburgo contava quattro cattedre di storia, poi passate a nove negli anni 1930-40 (nello stesso periodo Berna ne aveva solamente cinque). Seguendo il modello ted., le discipline storiche furono vieppiù raggruppate in seminari (a Berna e a Zurigo attorno al 1870, a Basilea nel 1887), dotati però di mezzi molto limitati (spec. le biblioteche). Anche la definizione dei corsi di studi che davano accesso alla professione storica richiese diverso tempo. Solo nell'ultimo terzo del XIX sec. si iniziò a organizzare la formazione pratica degli studenti con esercizi di lettura e di critica dei testi.
In seguito la produzione scientifica fu dominata dai titolari di cattedre. L'insegnamento univ. non era incentrato esclusivamente sulla storia nazionale. Se numerosi professori si emanciparono dall'aspettativa di scrivere sul loro Paese per occuparsi di temi di storia europea (come Alfred Stern a Zurigo, Rudolf Wackernagel a Basilea o Gustav Schnürer a Friburgo), la maggior parte di essi assurse a notorietà con studi di storia nazionale. In genere si erano formati al metodo critico nelle Univ. ted. I promotori di un approccio socioeconomico secondo il modello anglosassone occuparono un ruolo marginale, come nel caso di William Emmanuel Rappard, fondatore a Ginevra dell'Ist. univ. di alti studi intern. (1927). Ancora più atipico fu Eduard Fueter. Autore di opere di alto livello, tra l'altro di innovativi studi sulla storia europea che preannunciarono quelli di Fernand Braudel, nel 1928 pubblicò Die Schweiz seit 1848, volume che secondo molti diede avvio al rinnovamento della storiografia sviz.
Negli anni 1920-30 si registrò un ricambio generazionale particolarmente marcato in seguito al ritiro di coloro che avevano vissuto gli anni 1870-1910, periodo decisivo per l'evoluzione politica ed economica della Svizzera. I loro successori dovettero rapidamente confrontarsi con i gravi problemi posti alla Conf. dalla crisi delle democrazie liberali e dall'ascesa dei totalitarismi. Il modo di scrivere di storia della prima metà del XX sec. ne fu nettamente influenzato: sia le monografie sia le grandi sintesi si aprirono alla Storia sociale e alla Storia economica, ampliando la visione troppo istituzionale e politica del sec. precedente. Questo approccio più tradizionale perdurò tuttavia in opere di ampio respiro come la Storia militare sviz. (1915-36, Storia militare) o l'Historisch-Biographisches Lexikon der Schweiz (1921-34), la cui redazione mobilitò accademici, archivisti e intellettuali dei vari cant. (Dizionari enciclopedici). Anche il genere lessicografico non fu però del tutto chiuso alle innovazioni, come testimonia la lunga voce sulla Repubblica elvetica in cui Alfred Rufer rivalutò un periodo controverso in precedenza particolarmente trascurato. Inoltre la Biblioteca nazionale dal 1914 pubblicò una bibliografia annuale di storia sviz.; dal 1921 uscì poi la Rivista storica sviz., organo della SGSS.
Personalità di rilievo come Richard Feller e Werner Näf a Berna, Ernst Gagliardi, Leonhard von Muralt e Hans Nabholz a Zurigo o Emil Dürr a Basilea espressero le loro preoccupazioni di fronte all'evoluzione del mondo contemporaneo. Evidenziando le specificità della storia sviz., contribuirono in misura notevole all'affermazione del concetto di Sonderfall, cioè della tesi che la Conf. costituisca un "caso particolare". Molti di loro si impegnarono a fondo nella Difesa spirituale, che negli anni 1930-40 e durante la seconda guerra mondiale riaffermò la volontà di resistere alle aggressioni esterne e alla sovversione interna. Karl Meyer ripropose una visione tradizionale della storia delle origini della Conf., interpretata come guerra di indipendenza contro il nemico straniero. La polemica suscitata dalla sua opera non può essere compresa se non nel contesto della celebrazione altamente simbolica del 650esimo anniversario della Conf. nel 1941. Lo svolgimento a Zurigo dell'ottavo congresso intern. di scienze storiche (1938) sotto la presidenza di Hans Nabholz rappresentò pure un'occasione per evidenziare il carattere multiculturale della nazione sviz., per cui l'attaccamento alla democrazia costituisce un elemento fondante della propria visione del mondo.
Solo alcuni autori come Robert Grimm, Valentin Gitermann o Hans Mühlestein, furono influenzati dal marxismo e dal socialismo. Esclusi per questo motivo da incarichi ufficiali, produssero alcune opere atipiche per il loro tempo. Altri mostrarono simpatia per la Germania (Hermann Bächtold) o per il nazionalsocialismo (Hektor Ammann). Dopo aver messo in discussione la tradizione liberale della storia nazionale nel suo saggio di filosofia della storia La démocratie et la Suisse (1929), l'aristocratico friburghese Gonzague de Reynold perse il suo posto all'Univ. di Berna.
Autrice/Autore: François Walter / frm
Nel 1951 la Rivista storica sviz., edita dalla SGSS, mutò la sua denominazione in ted. e franc. (da Zeitschrift für Schweizerische Geschichte a Schweizerische Zeitschrift für Geschichte e da Revue d'histoire suisse a Revue suisse d'histoire). Tale cambiamento preludeva a un notevole allargamento degli orizzonti della storiografia sviz. Dagli anni 1960-70 gli studenti aumentarono notevolmente sia nelle Univ. sia nelle scuole in cui era previsto l'insegnamento della storia. Gli incrementi maggiori si ebbero alla fine degli anni 1960-70 e all'inizio degli anni 1980-90. Il numero di studenti delle facoltà di lettere raddoppiò negli anni 1960-70, quello degli studenti di storia negli anni 1980-90 (ca. 8000 nel 2010-11). Alcune discipline (Storia del diritto, Storia della medicina) erano insegnate in altre facoltà. Aumentò anche il numero di docenti-ricercatori e furono istituiti nuovi posti (a Berna il primo assistente di storia fu nominato nel 1942). La carriera acc. si aprì lentamente alle donne. Vista la necessità di seguire un alto numero di studenti, negli ist. e seminari di storia l'attività di ricerca è talvolta passata in secondo piano. Organismi altamente produttivi come il centro di ricerca per la storia sociale ed economica, istituito a Zurigo nel 1971, costituiscono un'eccezione. In effetti, contrariamente agli altri Paesi europei, non esistono strutture di ricerca indipendenti dagli atenei. Dal 1952 il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica fornisce un sostegno a numerosi ricercatori singoli e anche a gruppi di studiosi. Nella maggior parte dei casi la storia è però rimasta esclusa dai grandi progetti di ricerca di interesse nazionale, forse per l'assenza di una forte lobby.
L'aumento degli storici di professione si tradusse in una moltiplicazione delle pubblicazioni. Le collane già esistenti furono affiancate da nuove serie di monografie univ. su iniziativa di case editrici dinamiche (come la Chronos di Zurigo) o di ist. univ. Vennero anche pubblicate nuove riviste, spesso emanazione di soc. di storia costituite non in base a criteri di appartenenza regionale ma per affinità tematica (come nel caso della Soc. sviz. di storia economica e sociale, fondata nel 1974). Fra i progetti di vasta portata vanno menz. la Helvetia sacra (dal 1972), i Documenti diplomatici sviz. (dal 1979) e il Dizionario storico della Svizzera (dal 1988). La seconda metà del XX sec. fu anche caratterizzata dall'uscita di alcune opere di riferimento, significativamente non scritte da un solo autore. Mentre lo Handbuch der Schweizer Geschichte (due volumi, 1972 e 1977) adottò ancora un approccio tradizionale, la Nuova storia della Svizzera e degli Svizzeri, pubblicata contemporaneamente in it., franc. e ted. (tre volumi, 1982-83), si sforzò per la prima volta di avvicinare il grande pubblico alla storia delle strutture economiche e sociali, allora in pieno fermento.
La moltiplicazione dei campi di indagine fu accompagnata da una compartimentazione della ricerca: i docenti univ. in grado di scrivere su temi disparati come il Rinascimento e la storia diplomatica contemporanea lasciarono il posto agli specialisti di un periodo o di un argomento (Storia delle tecniche, Storia del corpo). Gli storici persero anche parte del loro ruolo sociale, insidiati nella loro funzione di custodi della memoria nazionale da antropologi, studiosi del folclore (Etnologia) e sociologi (Sociologia), oltre che da innumerevoli ass. locali e regionali di conservazione del patrimonio storico e dai Musei di storia sempre più numerosi. Molti studiosi abbandonarono completamente la storia nazionale, dato che le cattedre non prevedevano più l'obbligo di insegnare sia la storia generale sia quella sviz. La ricerca divenne inoltre più permeabile a influenze di ordine politico e ideologico. Al relativo isolamento degli intellettuali sviz., impegnati a definire il Sonderfall elvetico tra gli anni 1930-40 e la Guerra fredda, dagli anni 1970-80 seguì una relativa apertura alle grandi correnti che rinnovarono la disciplina in Europa e negli Stati Uniti.
La moltiplicazione delle branche disciplinari rende illusorio ogni tentativo di sintesi e vana la pretesa di identificare delle scuole attorno a questo o quel titolare di cattedra. La storia delle strutture economiche e sociali segnò in modo particolare la ricerca negli anni 1960-80. Accanto a un'innegabile vitalità dei temi tradizionali (storia delle istituzioni, storia religiosa, storia diplomatica), l'industrializzazione della Svizzera, gli effetti dello sviluppo economico sulle strutture sociali e i meccanismi demografici furono all'origine di pregevoli ricerche, perlopiù all'interno di un orizzonte cant. Negli anni 1980-2000 si registrò nuovamente uno spostamento degli interessi. La monografia tradizionale iniziò a cedere il passo a ricerche più tematiche. L'influenza, tardiva, della scuola franc. delle Annales, i nuovi approcci antropologici, l'apertura alle scienze sociali, l'attenzione per la Storia della vita quotidiana e la Storia culturale, le nuove tendenze della storiografia ted. e anglosassone ("storia dal basso", studi di genere; Storia delle donne) e l'analisi del discorso modificarono il modo di scrivere la storia, anche per il ricorso a nuove metodologie (Storia quantitativa, Storia orale). Il tema delle origini della Conf. ha tratto nuova linfa dal recente abbandono della tesi dell'emancipazione dal dominio degli Asburgo. Ricorrenti furono i tentativi di sottoporre a revisione critica il difficile periodo degli anni 1930-40 e della seconda guerra mondiale. Edgar Bonjour, incaricato nel 1962 dal Consiglio fed. di elaborare un rapporto sulla politica estera della Svizzera durante la guerra, nel 1970 pubblicò gli ultimi tre volumi della sua magistrale Geschichte der schweizerischen Neutralität. La nuova generazione di storici continuò a interrogarsi sull'atteggiamento della Svizzera verso i rifugiati e sulle concessioni fatte alla Germania nazista senza timore di finire sotto processo: 74 storici sostennero infatti Walter Hofer, che aveva utilizzato termini molto espliciti per il comportamento di un ufficiale superiore nel 1940, e furono assolti nel 1989. Nel 1997, quando l'immagine del Paese fu rimessa in causa dalle accuse del World Jewish Congress relative al ruolo delle banche elvetiche nel riciclaggio dell'oro sottratto dai nazisti e in merito ai conti in giacenza delle vittime dell'Olocausto, il Consiglio fed. nominò una commissione di esperti (nota come commissione Bergier) per cercare di capire e spiegare la posizione della Svizzera durante il conflitto. Dalla fine degli anni 2000-10 si è riscontrato un rinnovato interesse per la storia della Svizzera dalle origini ai giorni nostri, come attestato dalla pubblicazione di diverse opere di sintesi, tra cui quelle di Volker Reinhardt (Geschichte der Schweiz, 2006, diverse riedizioni), François Walter (Histoire de la Suisse, cinque volumi, 2009-2010) e Thomas Maissen (Geschichte der Schweiz, 2010, diverse riedizioni). La storia è più che mai sollecitata dalle aspettative dell'opinione pubblica e dei politici, sfida che la comunità degli storici cerca di raccogliere.
Autrice/Autore: François Walter / frm