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“Il giornalismo come legame tra le culture”
Dopo aver studiato relazioni internazionali all'Istituto universitario di studi internazionali di Ginevra, la giornalista svizzera Maurine Mercier si è interessata alla cultura e alla società arabo-islamica. L'ex reporter di guerra lavora oggi in Tunisia, dove vuole dare voce ai musulmani.
Maurine Mercier, figlia di uno svizzero e di una canadese del Québec, non ha esitato per un secondo quando ha ricevuto l’offerta di andare in Tunisia come corrispondente per la RTS, la radio e televisione pubblica svizzera di lingua francese. Oggi, la giornalista vodese fa regolarmente la spola tra la Tunisia e la Libia per riferire dell’attualità nei due paesi nordafricani.
Il mattino è spesso presente nella fascia d’informazione tra le sei e le nove per spiegare, in modo semplice e comprensibile, il contesto degli avvenimenti o per intervistare personalità libiche o tunisine. A volte interviene anche nel programma d’informazione in onda tra le sei e le sette di sera e, a seconda degli eventi, anche nel radiogiornale delle dieci e trenta della notte.
Nel 2014, quando lavorava ancora in Svizzera, ha ricevuto il Premio svizzero dei media per il miglior giornalismo di attualità locale nella categoria radio. La giuria ha voluto ricompensare il suo reportage sulla collisione ferroviaria avvenuta l’anno precedente a Granges-près-Marnand, nel Canton Vaud, in cui i macchinisti hanno avuto la possibilità di esprimere il loro punto di vista. Mercier ha poi lavorato in Ucraina, riferendo sul conflitto attorno a Donetsk, e in molte altre regioni di guerra del mondo.
Ma come mai ha deciso di lasciare la sua promettente carriera giornalistica in Svizzera per trasferirsi in Tunisia? “Dopo aver lavorato per la redazione dell’attualità estera della RTS, nel maggio del 2016 sono arrivata come corrispondente della radio in Tunisia. Da qui ho potuto continuare a seguire gli eventi internazionali, come l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo”. Eventi da incubo, aggiunge Maurine Mercier.
Vi è un’altra ragione: mentre lavorava nella redazione degli esteri della RTS, l’Europa era stata colpita da una serie di attacchi terroristici. Ai suoi occhi, la copertura di questi eventi ha contribuito a produrre un quadro distorto dei musulmani, che non hanno quasi mai avuto l’opportunità di commentare quanto avvenuto.
“Proprio in questi tempi difficili considero che il dovere dei giornalisti è di dare voce ai musulmani”, dice Maurine Mercier. “Dando loro la possibilità di esprimersi nei nostri media, si possono costruire dei ponti tra l’Occidente e il mondo islamico”.
Invece, in caso di attentati, vi è la tendenza a porre sullo stesso piano terroristi e musulmani. “Questa indifferenziazione è sbagliata e pericolosa. Ecco perché nei miei servizi radiofonici mi preoccupo sempre di fare una distinzione chiara e di non confondere i termini”, sottolinea Maurine Mercier, la cui migliore amica è algerina.
Un paese dimenticato
Nel suo lavoro di corrispondente, la giornalista vodese si sforza sempre di dare voce alle persone che, generalmente, nessuno ascolta. “La Libia è un paese in guerra dimenticato dall’Europa”. Anche se fare continuamente la navetta tra la Tunisia e la Libia può risultare faticoso, Maurine Mercier non vuole abbandonare al suo destino nessuno di questi due paesi isolati dal resto del mondo.
L’interesse della Mercier per i conflitti in corso nel mondo, come in Ucraina o in Libia, è dovuto alla sua curiosità: vuole capire le ragioni che si nascondono dietro agli eventi. Suo padre, nato nel 1939, la introdusse già da bambina alle riflessioni dell’umanista Jean Monnet. “Quando ho detto ai miei amici e conoscenti che mi stavo trasferendo in Tunisia, tutti hanno avuto paura per me”.
“Come donna, non ho problemi a visitare le persone a casa loro in Libia. Per la strada mi faccio però sempre accompagnare dal mio produttore”. Maurine Mercier sente la fiducia di un interlocutore quando parla con lui di temi che non conosce ancora. A Tripoli, è rimasta sorpresa nel vedere dei giovani scoppiare in lacrime, parlando con lei dopo la rivoluzione. “Mi hanno detto che non potevano farlo davanti alle loro donne”.
Secondo Maurine Mercier, essere donna non rappresenta uno svantaggio nel lavoro di giornalista in Libia. Considera tuttavia necessario il rispetto delle tradizioni e delle leggi sociali. Così si copre i capelli e indossa abiti sciolti quando si reca, ad esempio, per lavoro a Misrata. In Tunisia, invece, si muove liberamente e rilassata.
“Proprio in questi tempi difficili considero che il dovere dei giornalisti è di dare voce ai musulmani”
Legame tra le culture
Ai suoi occhi, è un dovere comprendere la cultura locale. Solo in questo modo il giornalista può fungere da legame tra le due culture. Per questo motivo, dopo il suo arrivo a Tunisi, ha chiesto un anno sabbatico per poter consacrarsi alla lingua e alla cultura locale. Il giovane libico, che l’accompagna nei reportage, l’aiuta anche come traduttore.
Alla domanda se non abbia ancora rinunciato alle sue speranze, Mercier risponde senza esitazione: “Al contrario, altrimenti avrei lasciato il paese molto tempo fa”. Ogni giorno impara cose nuove dalle persone che incontra, sia dalle donne che dagli uomini. “Voglio rimanere qui e immergermi più profondamente nella cultura e nel paese”, risponde alla domanda sul suo futuro. “Qui posso ancora imparare molto sulla pace e sul movimento delle donne. Vorrei poter coprire l’intera regione come corrispondente – dal Marocco alla Libia”.
Elettricità nell’aria
Mercier descrive la sua passione per il Nord Africa come “una sorta di elettricità”, generata soprattutto dopo la cosiddetta primavera araba. Il suo entusiasmo per la regione non è legato solo agli aspetti culturali, sociali e professionali, ma anche al clima piacevole e alla posizione geografica e strategica favorevole.
Sebbene la giornalista si occupi principalmente degli eventi in Tunisia e Libia, deve tenersi costantemente al corrente sui cambiamenti e gli sviluppi in corso in tutto il Nord Africa. I media si interessano particolarmente ai movimenti migratori dal Nord Africa attraverso il Mediterraneo verso l’Europa meridionale.
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Traduzione di Armando Mombelli
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