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All'esposizione mondiale di Milano nel 1906 (alla quale ho partecipato quale interprete federale) figurava un'esattissima riproduzione del Duomo di Milano della dimensione di un metro cubo.
Detta meraviglia proveniva dal paziente lavoro di due anni dei fratelli Locatelli di Lecco e purtroppo con l'incendio delle arti retrospettive del Padiglione italiano, sviluppatesi la notte del 16 agosto di quell'anno, detto capolavoro fu distrutto dalle fiamme. Da questo incidente sorse il rifiuto di affidare cimeli rari alle esposizioni e, per citare l'autenticità di quanto asserisco, ricordo il rifiuto categorico dell'allora Papa Pio X di prestare il treno papale (temporale) tutto in legno ma di una rarità meravigliosa di lussi e d'intaglio, all'esposizione mondiale di Bruxelles del 1911, benché lo stesso sarebbe stato esposto entro un «tunnel di amianto ».
Per contro (ironia del caso) le famose caravelle di Colombo, riprodotte al minimo, e cioè la Pinta, la Nina e la Santa Maria, ognuna di 400 remi, furono prestate dal reale museo di Madrid alla esposizione mondiale di Buenos Ayres del 1910, e ad esse nulla toccò di sinistro.
Già che sono in argomento, preciso che all'esposizione di Milano del 1906 e proprio al Padiglione svizzero dell'orologeria figurava un revolver d'acciaio che l'imperatore Francesco d'Austria aveva battezzato «Arma della pace». Era un raro capolavoro di precisione della nostra rinomata orologeria svizzera. Detto revolver che ebbi occasione di mostrarlo a più d'un sovrano, aveva la lunghezza di 7 centimetri con la canna rigata, a movimento e scatto perfetto di un vero e normale revolver d'ordinanza.
Ricordo nel 1910 a Buenos Ayres. A quell'esposizione figurava un agnello (rarità mondiale, dell'Australia che era assicurato per fr. 50.000 oro) e che non era più grosso d'un comune nostro gatto, ma dotato di uno sviluppo assai veloce, sì d'arrivare in poche settimane alle dimensioni d'un normale montone.
Rinaldo Ferrari, Almanacco Malcantonese e della Val d'Agno, 1963