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Si discuterà il 18 febbraio a Catania l'udienza preliminare in cui verrà discussa la richiesta di rinvio a giudizio per istigazione al suicidio mossa a carico del torinese Emilio Coveri, 70 anni, presidente dell'associazione Exit Italia. Il caso è quello di Alessandra, una 46enne siciliana che nel marzo del 2019 si lasciò volontariamente togliere la vita in una clinica svizzera.
"La signora Alessandra - spiega Coveri - era una nostra associata e le abbiamo semplicemente fornito, su sua richiesta, le informazioni che le servivano per prendere una decisione. Una procedura normale. Abbiamo 5000 iscritti, e ogni settimana riceviamo almeno 90 telefonate di gente disperata. Ma siamo rispettosi della legge italiana, e sappiamo che l'eutanasia nel nostro Paese non è ancora consentita". "È la prima volta - dice il medico Silvio Viale, responsabile scientifico di Exit - che viene messa sotto accusa una società per la sua attività ordinaria. Perché quello di Coveri non fu un gesto di disobbedienza civile, come avvenne per esempio nella vicenda Cappato. Fu semplicemente il servizio che offriva ai soci". "Sarei preoccupato - ha concluso Coveri - se avessi sbagliato. Ma non ho sbagliato".
"L'impressione - ha detto l'avvocato Roberto Mordà, che assiste Coveri insieme alla collega Arianna Corcelli - è che in questa vicenda si voglia cercare un colpevole a tutti i costi. Ma io non difendo soltanto una persona innocente. Difendo, e porto avanti, un'idea: ci sono diritti e libertà che devono essere riconosciute a tutti". Silvio Viale chiede che "il Parlamento cominci finalmente a discutere la legge sulla materia, di iniziativa popolare, che è stata depositata nel 2013".