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Si sono estese a tre Stati del Brasile le azioni di protesta degli indios locali per rivendicare il loro diritto alla terra: dopo aver invaso sette proprietà rurali a Sidrolandia, nel Mato Grosso do Sul, comunità indigene hanno organizzato manifestazioni anche a Curitiba, nel Paranà, e Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul.
La rabbia è salita anche nei confronti del governo della presidente Dilma Rousseff, oggetto di pesanti critiche da parte del Consiglio indigenista missionario (Cimi): "Le demarcazioni sono paralizzate dal governo federale e dai ruralisti", accusa in una nota l'organo legato alla Conferenza episcopale brasiliana. I popoli originari del Paese sudamericano, stanchi di attendere invano la realizzazione dell'agognata riforma agraria, hanno così deciso di scendere in piazza, con archi e frecce, per chiedere indietro i possedimenti dei loro antenati.
Nella zona del Mato Grosso do Sul, in particolare - dove la settimana scorsa un indio è morto a seguito di scontri con la polizia durante un'azione di sgombero - la situazione continua a rimanere tesa. Ma il clima è infuocato anche altrove: gli indigeni che vivono sulle rive del fiume Xingu, in Amazzonia, sono tornati ad occupare il principale cantiere della mega-diga di Belo Monte, sempre più disposti ad andare fino in fondo in assenza di risposte concrete da Brasilia sugli effetti collaterali provocati nella regione dalla costruzione dell'impianto.
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