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Non ci sono fatti ma solo interpretazioni.
E io son d’accordo con questa affermazione, alla quale però aggiungo subito che non tutte le interpretazioni sono uguali, e alcune sono proprio stupide.
Prendiamo un esempio dalla politica ticinese.
Come interpretare l’esito della votazione popolare sull’iniziativa “Prima i nostri!”?
Che la maggioranza dei votanti ha deciso di modificare la costituzione cantonale inserendo, tra le altre cose, il principio che “sul mercato del lavoro [viene] privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero”.
Un articolo banalmente compatibile con la dichiarazione che è “meglio un ottimo insegnante straniero che uno residente sufficiente”, perché banalmente se uno è ottimo e l’altro solo sufficiente, non si rientra per nulla nelle pari qualifiche.
Eppure secondo qualcuno – il politico Massimiliano Robbiani, addirittura con un’interrogazione – quella affermazione è “scandalosa” e un “modo particolare di interpretare la votazione popolare”.
Evidentemente per questa persona non conta il testo della norma approvata. Conta lo spirito, il sentimento della popolazione – e trattandosi di un concetto terribilmente vago, è doveroso aggiungere “quello che secondo lui è lo spirito e il sentimento della popolazione”.
Due interpretazioni diverse. Una logica e razionale, l’altra che vaga, indefinita e potenzialmente pericolosa. Vedete voi.
André Glucksmann, sul Corriere della Sera di un mese fa, fornisce una interessante lettura realista della crisi economica: “Il post-moderno debutta in economia”.
Una bolla speculativa si regge su una scommessa che si conferma da sé. È «performativa », secondo il linguista Austin. Per lo speculatore, accordare crediti significa far esistere. «La seduta è aperta!», proclama il presidente di un’ assemblea—è vero per il solo fatto che lo dice —: la realtà si regola sul dire, mentre nei casi ordinari il dire, che non è più performativo ma indicativo, si regola sulla realtà. La bolla finanziaria accumula crediti su crediti e si arricchisce della propria auto-affermazione. Si rinchiude in un rapporto autoreferenziale e progressivamente abolisce il principio di realtà: sono effettivi soltanto i prodotti finanziari che i miei investimenti inventano.
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In Italia il 12% della popolazione è analfabeta: circa sei milioni di persone non sono in grado di leggere. Se si inizia a considerare anche gli “appena alfabeti”, ossia coloro che sanno a malapena leggere e scrivere, si arriva a circa 36 milioni di persone: il 66% della popolazione.
Il 44% della popolazione in grado di leggere lo sconfortante articolo di Repubblica sull’argomento noterà, nella sezione Link correlati, il riferimento ad un altro articolo curiosamente intitolato Corsivo, lo evita la metà dei giovani: “Mette a nudo paure e angosce”.
Forse l’abbandono del corsivo è davvero un fenomeno preoccupante al quale bisogna, in qualche maniera, porre rimedio. Forse. Immaginiamo una lezione di italiano. Continua la lettura di Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni