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Il problema attende soluzioni da decenni: la Svizzera come può garantire che i suoi cittadini all'estero non siano trattati peggio di quelli in patria? In gioco c'è soprattutto la partecipazione degli svizzeri all'estero ai processi democratici in patria. Ma non solo. Gli espatriati sono svantaggiati anche nei rapporti con le banche svizzere.
Nei dibattiti sull'e-voting, l'Organizzazione degli svizzeri all'estero (OSE) parla di "cittadini di seconda classe" e di "discriminazione". Senza di esso, a causa delle lungaggini postali, in molti luoghi all'estero resta impossibile ricevere e rispedire i documenti di voto in tempo debito.
I cittadini svizzeri residenti all'estero spesso non hanno quindi la possibilità di votare o di eleggere, anche se è conferito loro questo diritto. Si tratta di una contraddizione di cui si discute anche nella politica svizzera. Infatti, c'è ancora un interrogativo aperto: il diritto di voto e di elezione degli svizzeri all'estero comporta per lo Stato l'obbligo di renderlo possibile di fatto, contro ogni resistenza pratica?
La speranza di molti cittadini all'estero che la trasformazione digitale portasse anche alla digitalizzazione della democrazia svizzera è ormai svanita. Questa speranza era già germogliata nel 2003 con le prime limitate prove di voto elettronico. Si era consolidata con l'entrata in vigore della Legge sugli svizzeri all'estero nel 2015, con la quale il governo federale si è impegnato a promuovere "l'attuazione di prove di voto elettronico per gli svizzeri all'estero". Era un'ambizione che si è rivelata politicamente poco sostenuta e tecnologicamente troppo ottimistica.
Il Cantone di Ginevra, da un lato, e La Posta Svizzera, dall'altro, avevano già sviluppato sistemi di e-voting che complessivamente sono stati utilizzati in oltre 300 votazioni. Tuttavia, la svolta è avvenuta nel 2018: sono sorti problemi di sicurezza.
Il Cantone di Ginevra ha annunciato l'abbandono del suo sistema, cui facevano capo altri sei Cantoni, rinunciando al suo sviluppo per motivi di costi. Un test d'intrusione nel sistema della Posta, indetto a livello internazionale, nel 2019 ha evidenziato gravi lacune nella sicurezza. I politici hanno reagito, la resistenza è cresciuta: "Nessun esperimento con la nostra democrazia" è diventato un leitmotiv.
In occasione delle elezioni parlamentari dell'autunno 2019, nessun Cantone ha più offerto un canale di voto digitale. Un capitolo si era chiuso. Un'iniziativa popolare per una moratoria sul voto elettronico, attualmente ancora pendente, non farebbe altro che rafforzare lo status quo, poiché in pratica non rimane quasi nulla da cambiare.
Quando si parla del parlamento, emerge un altro elemento, che è certamente percepito come una discriminazione nella Quinta Svizzera. A differenza dell'Italia o della Francia, ad esempio, la Svizzera non garantisce agli espatriati una loro rappresentanza permanente nel parlamento nazionale.
Ciò è sorprendente se si pensa alle dimensioni del corpo elettorale degli svizzeri all'estero, che con circa 180'000 aventi diritto di voto iscritti nei cataloghi elettorali nella Confederazione è paragonabile a un cantone svizzero di medie dimensioni.
I tentativi di smuovere le acque in termini di rappresentanza politica finora sono stati piuttosto timidi. Ciò è comprensibile se si considera che negli ultimi anni preoccupazioni politiche ancora più moderate della Quinta Svizzera hanno regolarmente incontrato forti venti contrari.
Gli svizzeri all'estero subiscono un altro tipo di discriminazione – completamente diverso e per motivi completamente diversi – quando vogliono aprire o mantenere un conto in una banca svizzera. Depositi minimi elevati, commissioni esorbitanti o esclusione tout court: sulla scia dello scambio automatico di informazioni, spinto dagli Stati Uniti, dopo il 2008, le banche svizzere hanno iniziato a disdire le relazioni con i clienti residenti all'estero.
Anche i cittadini svizzeri all'estero ne sono stati colpiti. Attraverso la loro lobby, l'OSE, hanno lanciato diversi atti parlamentari volti a costringere i singoli istituti bancari a fare concessioni. Ma tra i politici è finora prevalsa l'opinione che lo Stato non debba intromettersi nel settore privato.
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