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ZURIGO - Il regista Simon Bischoff dovrà restituire 30'000 franchi alla Televisione della Svizzera tedesca SRF. Il contenuto del suo film "Aladdin - Weg ins Paradies" (2012) non corrisponde all'accordo tra le due parti, ha stabilito il Tribunale federale.
La SRF non poteva aspettarsi che il film "Aladdin - Weg ins Paradies" ("Aladino - la via del Paradiso") trattasse il tema dello sfruttamento e dell'abuso sessuale di un migrante adolescente, secondo i giudici federali. Era stato infatti concordato che il film avrebbe rappresentato il viaggio di un giovane ragazzo di strada marocchino per diventare un artista visivo grazie all'aiuto di un anziano europeo. Il Tribunale federale conferma così la decisione della Corte suprema di Zurigo dello scorso gennaio contro la quale Simon Bischoff aveva ricorso.
Erotismo fra un adolescente e un anziano - In "Aladdin - Weg ins Paradies", un uomo anziano filma il giovane marocchino sotto la doccia. La scena suggerisce che i due personaggi hanno una relazione sessuale che permette al giovane di lasciare il suo paese e trasferirsi in Europa. La vicenda è presentata in modo banale e non problematico.
La Corte suprema di Zurigo si è pronunciata a favore della SRF e contro il regista, che aveva preteso dall'emittente di lingua tedesca un supplemento di 25'000 franchi come da contratto. Invece di ricevere più soldi, Simon Bischoff ha dovuto restituire 30.000 franchi dei 45.000 franchi che SRF gli aveva già versato.
Il Tribunale federale ha confermato la decisione dato che il regista si è rifiutato di modificare il film secondo le aspettative della SRF. Il contratto non conteneva direttive sul contenuto del film, ma l'emittente non poteva aspettarsi un'opera che trattasse di sfruttamento sessuale basandosi sul dossier presentato dal regista per la preparazione del lungometraggio.
Omofobia, secondo diversi artisti - Il rifiuto finale della SRF aveva spinto diversi artisti a descrivere l'atteggiamento dell'emittente televisiva di lingua tedesca come omofobo in una lettera aperta del 2013. Nel suo ricorso al Tribunale federale, Bischoff ha criticato il fatto che la Corte suprema di Zurigo ha definito il film "pedofilo", mentre in realtà evocava l'omoerotismo e nessuna delle scene poteva essere collegata alla pedofilia.