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LUGANO - È una storia che inizia il 18 novembre 1936, un mercoledì, e termina con una sentenza del Tribunale federale emessa, pure un mercoledì, il 31 marzo 2021. Nel mezzo ci sono 85 anni, un’eredità contesa di 16 milioni e 712 mila franchi e tanti colpi di scena. A partire da quel foglio di carta, rinvenuto nel cassetto di un mobile antico, un giorno di ventisei anni fa.
Il testamento olografo - Quel 7 aprile 1995 nell’appartamento comasco della defunta Maddalena Mattiroli, alla presenza di testimoni, venne trovato un testamento olografo datato 18 novembre 1936. Con quel documento (poi contestato nella sua autenticità e perno della vicenda) Alfredo Airoldi, cittadino svizzero e suo primo marito, lasciava i suoi averi, tra cui un signorile palazzo in centro a Lugano, alla moglie superstite. Ma c’era un vincolo, alla morte della donna, tali beni sarebbero dovuti andare ai figli del fratello di lei, «ai nostri amati nipoti, figli di tuo fratello Alfredo, di cui sono grato per l’aiuto prestato sia a me che ai miei cari genitori».
Il nuovo testamento - Queste volontà, vere o presunte, rimasero però in quel cassetto. Nel frattempo la vedova, che dopo la morte, nel dicembre 1936, del primo marito, si era risposata, non vi fece mai cenno. E molti anni dopo, il 3 novembre 1989 stipulò lei stessa un diverso testamento di cui erano beneficiari il suo medico curante e il figlio di lui, di professione avvocato. Sul piatto c’era la liquidità milionaria proveniente dalla vendita del palazzo affacciato sul Ceresio, dove oggi ha sede la Banca Arner. Per volontà testamentaria di Maddalena Mattiroli, che morì a Como il 30 luglio 1994 alla veneranda età di 97 anni, dieci milioni di franchi vennero inoltre destinati alla costituenda Fondazione Maddalena e Alfredo Airoldi.
La morte del perito - Dal ritrovamento di quel foglio antico la battaglia è proseguita per decenni sul piano civile e anche penale. Fino alla recente sentenza del Tribunale federale che conferma l’annullamento del presunto testamento di Alfredo Airoldi come da sentenza della I Camera civile Tribunale d’appello del febbraio 2019. A un certo punto la bilancia delle perizie sembrava pendere a favore dei beneficiari del testamento datato 1936. Il perito basilese Ernst Martin, nominato dal Pretore di Lugano, dopo un lavoro meticoloso si espresse per l'autenticità, avendo anche appurato come carta e inchiostro fossero compatibili con la datazione del documento. Ma l’anziano perito, trascinato anch’egli nell’aspro scontro giudiziario, perì prima che il suo lavoro potesse essere sottoposto a contraddittorio. Inutilizzabile, secondo il Tf, che ha invece considerato un'altra perizia calligrafica, del Ministero Pubblico, secondo cui «il testamento olografo... risulta con ogni verosimiglianza un falso». Alla parte soccombente s'aggiunge, oltre ai precedenti esborsi, un carico di 50 mila franchi in spese giudiziarie. È l'inconsueta "tariffa" stabilita dal Tribunale federale in base al valore del contenzioso annunciato dagli eredi opponenti. Quasi un monito... a non aprire certi cassetti.
È una storia che inizia il 18 novembre 1936, un mercoledì, e termina con una sentenza del Tribunale federale emessa, pure un mercoledì, il 31 marzo 2021. Nel mezzo ci sono 85 anni, un’eredità contesa di 16 milioni e 712 mila franchi e tanti colpi di scena. A partire da quel foglio di carta, rinvenuto nel cassetto di un mobile antico, un giorno di ventisei anni fa.