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Il primo ministro del governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay, ha invitato oggi la Svizzera ad esprimersi sulla recente "ondata di immolazioni" da parte di monaci tibetani che con questo gesto estremo hanno voluto protestare contro la repressione cinese. La comunità internazionale, ha deplorato il premier, non presta al Tibet la stessa attenzione che viene invece riservata alla "primavera araba".
Dodici tibetani si sono dati fuoco e si tratta di una vicenda "tragica e molto triste", ha detto Lobsang Sangay ai giornalisti al termine di incontro a Berna con la consigliera nazionale Maya Graf (Verdi/BL), vice presidente del gruppo parlamentare Svizzera-Tibet.
I tibetani hanno commesso "tali atti disperati" perché la situazione è veramente "disperata". La comunità internazionale ha però prestato poca attenzione a questi eventi, contrariamente a quanto avvenuto ad esempio alla Tunisia, "dove l'immolazione di un solo uomo ha condotto in poche settimane alla caduta del governo".
Gli USA, attraverso la segretaria di stato Hillary Clinton, si sono detti "allarmati" e la Svizzera dovrebbe esprimersi su questa questione, ha affermato il premier tibetano, che ha anche avuto colloqui "con alti rappresentanti" del Dipartimento federale degli affari esteri. Lobsang Sangay, 43 anni, giurista e ricercatore dell'Università di Harvard, è stato eletto nuovo primo ministro (Kalon Tripa) del governo tibetano in esilio nello scorso agosto. Il suo obiettivo non è tanto di ottenere il riconoscimento dell'esecutivo che presiede, quanto di proteggere i tibetani.