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Gli scacchi tra cinema e realtà/4 - "Bobby Fischer against the world" di Liz Garbus
“Gli scacchi tengono prigioniero
il giocatore, incatenano mente
e cervello così che la libertà
interiore del più forte soffra”
Albert Einstein
Dicono che una partita a scacchi sia realmente una battaglia all’ultimo sangue, qualcosa di mentale e fisico, dove la concentrazione interiore e la tensione muscolare e fisica si tendono al loro proprio limite espressivo. C’è chi ha paragonato Bobby Fisher per gli scacchi a quello che fu Muhammad Ali per la boxe, realmente identificando spazio del ring e spazio della scacchiera.
Il documentario realizzato da Liz Garbus e presentato al Festival di Roma del 2011, dopo soli tre anni dalla morte del grande scacchista, è nato per la passione di questa donna che, parole sue, “era sempre stata affascinata dal suo personaggio, dagli scacchi, dal legame tra genio e follia”. Iniziare i lavori per questo documentario non è stato facile, poiché lo stesso Bobby non aveva avuto una vita facile e non aveva vissuto rapporti facili.
Il percorso della sua vita fu tormentato e pieno di contraddizioni; a non bastare le contraddizioni interne alla sua personalità complessa, particolarmente geniale e tendenzialmente ossessiva, vi si aggiunsero le contraddizioni sociali, dettate dal successo, dal crearsi di un’immagine pubblica, dal divenire un simbolo nazionale.
Sono poche le persone capaci di mantenere un reale equilibrio esistenziale all’interno di tali contesti, e Bobby Fischer non aveva le risorse necessarie per farcela. Da simbolo nazionale nel 1972, egli arrivò a essere dichiarato un criminale per aver commesso violazione penale delle sanzioni statunitensi imposte alla Repubblica Federale Jugoslava quando nel 1992 si diede appuntamento con Boris Spassky per un match in Jugoslavia. La sua patria lo rifiutava e lo condannava, e lui era sempre più e arrabbiato. Arrivò più tardi a essere imprigionato in Giappone, condizione che si sarebbe potuta risolvere solo se uno Stato avesse deciso di dargli la propria cittadinanza. Arrivò infine l’Islanda, ancora legata al campione per lo straordinario mondiale che egli aveva disputato nella sua capitale nel lontano 1972. E fu così che Bobby uscì dal carcere e andò a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in Islanda, dove fu accolto e rispettato.
Dicevamo dunque che, per l’andamento incostante della sua vita, fu difficile per la Garbus, riuscire ad iniziare i lavori per questo documentario: “Immaginavo che fare un film sull’ultimo grande maestro di scacchi sarebbe stata una sfida narrativa ed estetica, ma non pensavo che mi sarei avventurata in un’intricata rete di complessi e spinosi legami di fedeltà, di tradimento e promesse infrante, di sentimenti di lealtà talmente intensa da diventare cieca. La domanda “Era o non era pazzo?” divideva i suoi amici in due fazioni in guerra tra loro. (…) I suoi amici mi hanno messa sotto torchio prima di acconsentire a parlare, diffidenti nei confronti delle mie intenzioni. Lo avrei trattato come l’eremita pazzo o come il grande campione che aveva detto cose spiacevoli? (…) Alcuni si sono tirati fuori. Ma molti di più hanno alla fine deciso di farsi avanti e partecipare”.
Il film attinge a una grande ricchezza testimoniale, nelle immagini di repertorio, nei filmati e registrazioni dell’epoca e nelle testimonianze in diretta di quegli amici che hanno infine deciso di partecipare al progetto.
È evidente nell’intenzione registica il desiderio di mostrare l’ampia sfaccettatura della personalità e della vita del campione di scacchi; la sua genialità, il suo profilo umano contorto, inafferrabile e indefinibile, le sue sofferenze, la sua ossessività, prima per gli scacchi e poi per altre paure e paranoie. In un’intervista poco tempo dopo il successo che nel mondiale del 1972 scosse ed esaltò il mondo intero, Bobby dichiarò che si sentiva come se gli avessero tolto qualcosa.
È un’affermazione che rimarrà sempre misteriosa, ma da quel che mostra il documentario della Garbus, pare che il giovane genio non abbia più potuto raccapezzarsi di quella cosa che perse con l’esplodere di una fama assolutamente al di fuori della misura umana.