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Spesso vengono dal nulla e quando si scoprono è ormai troppo tardi. Le malattie professionali sono insidiose e, anche se la causa è nota, il più delle volte hanno esito mortale. Un esempio senza precedenti nella storia dell'industria svizzera è quello della silicosi: migliaia di lavoratori morirono per le conseguenze tardive della polvere di quarzo che avevano inalato nelle fonderie, nelle industrie siderurgiche, nelle miniere o durante i lavori di costruzione di dighe e gallerie. In migliaia subirono gravi danni ai polmoni.
Negli anni Cinquanta era diffusa la credenza secondo cui chi lavorava nelle miniere o nelle gallerie dovesse bere un litro di latte al giorno come profilassi contro la silicosi.
Infatti non esisteva terapia per la silicosi. Per lungo tempo, fino agli anni Sessanta, fu anche difficile diagnosticare la pneumoconiosi poiché le radiografie non fornivano indicazioni sufficienti ed era facile confondersi con catarro o tubercolosi.
In Svizzera non è mai stata scoperta una malattia professionale capace di provocare danni vagamente simili a quelli della silicosi. Neanche le patologie correlate all'amianto le si avvicinano. Negli anni Quaranta morivano in media due lavoratori alla settimana per le conseguenze della pneumoconiosi. Ancora all'inizio degli anni Settanta la Suva constatò: «Il tasso di mortalità dei beneficiari di rendite per silicosi è incredibilmente elevato».
La silicosi comparve in Svizzera già negli anni Venti. I sindacati e i medici premevano perché venisse riconosciuta come malattia professionale. Nel 1932 la Suva decise di versare spontaneamente un indennizzo per i casi di silicosi. Le basi legali vennero create solo nel 1938.
L'unico mezzo per combattere la silicosi erano le misure di protezione e precauzione. La Suva diede prova di grande inventiva sviluppando anche propri apparecchi tecnici, ad esempio un casco a immissione di aria fresca, che venne addirittura prodotto in serie.
Una delle principali difficoltà incontrate nella lotta contro le malattie professionali, non solo la silicosi, era determinata dal continuo rifiuto degli operai verso le misure di protezione. Infatti si toglievano puntualmente il casco a immissione di aria fresca quando era loro d'impiccio.
Rimasero quindi in vigore divieti e controlli. Con molta ostinazione la Suva cercò di far introdurre un divieto di trivellazione a secco nelle gallerie e di far sostituire la sabbia di quarzo nelle sabbiatrici. Ottenne inoltre il diritto di verificare l'idoneità sanitaria dei lavoratori.
«Se non posso lavorare in presenza di polvere di quarzo allora significa sicuramente che sono malato e voi non mi curate!» Lavoratore all'agenzia circondariale di Losanna,
Dopo la Seconda guerra mondiale la Suva condusse regolarmente visite mediche, ma non senza difficoltà: i minatori e gli sbavatori di ghisa si sentivano in buona salute e si vedevano imporre un divieto di lavoro non a causa di una malattia, bensì di un potenziale pericolo. Per molti questo significò un declino professionale e i più colpiti furono i minatori, che svolgevano una delle professioni artigianali meglio retribuite in Svizzera. Alcuni scelsero semplicemente di tornare a svolgere il proprio lavoro.
Non furono solo i lavoratori a ribellarsi in continuazione alle disposizioni della Suva, ma anche i titolari delle aziende, che vedevano spesso gli obblighi e i divieti imposti come limitazioni alla loro libertà imprenditoriale. «Si trattava di cattiva volontà, intransigenza, avidità o indifferenza?» si chiese la Suva nella pubblicazione commemorativa per i suoi 50 anni. «Chi vuole scagliare la prima pietra contro questi procrastinatori?».
Il settore dell'edilizia si era fatto un'immagine distorta della pietra come materiale da costruzione. Il granito non poteva essere un male.
«In Svizzera non c'è nulla di più bello delle vecchie opere realizzate in pietra che hanno resistito a tutte le intemperie… Il granito svizzero veniva utilizzato per realizzare grandi opere anche all'estero, come i moli del porto di Algeri o le dighe contro le inondazioni in Olanda» François Buche, presidente centrale della Società svizzera impresari costruttori e membro del Consiglio di fondazione della Suva, 1963
La Svizzera era notoriamente povera di materie prime, come dichiarò il rappresentante della Società impresari costruttori in occasione della seduta del Consiglio di amministrazione della Suva del 28 giugno 1963, quando si discusse dell'aumento dei premi per le «aziende che svolgevano attività a rischio di silicosi». «In pratica possiede solo la pietra». Pertanto i rincari rappresentavano «un nuovo onere» per un'industria chiave della Svizzera.
Al contempo, però, la profilassi iniziò a rivelarsi efficace e dal 1974 scese il numero dei casi notificati, che prima si attestava tra i 500 e i 900 all'anno. Alla fine degli anni Ottanta il totale annuo arrivò a 30–50.
Il fatto che i casi di decesso o di invalidità vengano registrati solo dopo decenni è una particolarità delle malattie professionali. E questo crea difficoltà non solo nella diagnosi e nella cura ma anche nel riconoscimento da parte dell’assicurazione, tanto più che quest'ultima deve sempre accertare con precisione il nesso tra la causa e la malattia. Altrimenti si esporrebbe al rischio di decisioni arbitrarie.
In tale contesto la pneumoconiosi era sì la malattia professionale più importante, ma ormai da tempo non più l'unica. Negli anni Trenta la Suva si diede molto da fare: creò il servizio d'igiene industriale che si occupava delle malattie professionali ed esercitò un influsso diretto sulle norme legislative. Oltre a sviluppare caschi a immissione di aria fresca costruì anche un proprio laboratorio, emanò divieti e inasprì i controlli.
La Suva dovette confrontarsi sempre con nuovi fenomeni, con vernici al piombo, con patologie causate dal caldo o dall'aria compressa, con il benzene, il trizio, il radon e anche con borsiti e tumori cutanei. Negli anni Cinquanta e Sessanta furono emanate nuove ordinanze e disposizioni a cadenza quasi biennale. Gli elenchi delle sostanze vennero ampliati e i valori limite ridotti, mentre la Suva ottenne maggiori competenze e gli assicurati maggiori diritti.
E continuarono i conflitti con le imprese. Un caso esemplare fu il processo al benzene del 1963. In due piccole fabbriche di quadranti nei cantoni Neuchâtel e Friburgo sette operai chimici morirono per le conseguenze di un'intossicazione da benzene.
«Con l'evoluzione quasi precipitosa dei metodi di fabbricazione e l'utilizzo di sostanze chimiche sempre nuove, soprattutto solventi e leganti, queste malattie sono diventate più numerose. Sovente non vengono riconosciute, le vittime non ricevono cure adeguate, le fonti di pericolo non vengono né individuate, né contrastate» Adolf Ingold, capo dell'agenzia circondariale di Berna (1915–1948), 1937
Nella stampa regionale e nei procedimenti giudiziari contro i proprietari delle aziende venne attaccata anche la Suva, accusata di non avere fatto nulla per evitare i pericoli. Dal punto di vista dell'Istituto, si trattava di «attacchi» che «talvolta rasentavano l'isteria». Proprio le fabbriche di quadranti si «sono rifiutate di eliminare il benzene e di sostituirlo con un altro solvente meno pericoloso», altrimenti non avrebbero più potuto vendere orologi. Alcune aziende, addirittura, avrebbero ordinato al proprio personale di «far scomparire i contenitori di benzene qualora si fosse presentato un ispettore della Suva». Infine l'istituto venne scagionato dai tribunali.
Oggi le malattie professionali rappresentano circa l'1 per cento dei casi nell'ambito dell'assicurazione contro gli infortuni professionali della Suva. In termini di costo, tuttavia, la quota sale circa all'8 per cento. Ciò è dovuto anche ai numerosi casi di decesso, che per oltre la metà sono causati dalle malattie professionali.
«Quando però si iniziò a parlare delle morti di Le Prêlet e quindi venne avviata un'inchiesta penale, il benzene scomparve come per magia dalle fabbriche di quadranti e all'improvviso fu possibile utilizzare altri solventi». Stanislas Nicolet, sottodirettore della Suva (1955–1971), 29 novembre 1963
Originariamente le malattie professionali venivano riconosciute sulla base di un elenco che riportava le sostanze pericolose. Se una sostanza non rientrava nella cosiddetta «lista veleni», come all'inizio la sabbia di quarzo, la Suva non era tenuta a fornire alcuna prestazione. La pressione e il rumore non erano considerati come sostanze.
Nella maggior parte dei casi – per la silicosi fino al 1938 e per l'asbestosi fino al 1953, quando le relative sostanze entrarono nella «lista veleni» – la Suva versò indennizzi su base volontaria.
Fece lo stesso anche nel caso di disturbi che non erano ancora percepiti dall'opinione pubblica come pericoli, ad esempio il rumore. Nel 1956 iniziò a versare prestazioni facoltative, tuttavia solo per danni all'udito che avevano condotto alla «sordità o all'ipoacusia tendente alla sordità», dunque per i casi gravi.
Nel 1963 il rumore entrò a fare parte della lista, che nel frattempo aveva cambiato nome diventando l'«elenco giusta l'articolo 68 della LAMI». Di conseguenza, per centinaia di sostanze, gas, vapori, rumori, laser e radar vennero fissati valori limite che venivano continuamente inaspriti.
Nella lotta contro i danni all'udito la Suva puntò su una soluzione mobile. Nel 1971 realizzò l'«audiomobile», un veicolo con cui si recava nelle aziende per sottoporre i dipendenti a un esame profilattico dell'udito. Già all'epoca oltre 250 000 lavoratori erano interessati dal problema del rumore.
Nel 1977 la Suva possedeva già cinque audiomobili; negli anni Ottanta, come trovata pubblicitaria, questi veicoli possenti e vistosi furono battezzati con i nomi delle città in cui avevano sede le agenzie di circondario.
Diecine di migliaia di lavoratori esposti ai pericoli del rumore vennero sottoposti al test dell'udito, ma l'applicazione concreta delle misure di sicurezza incontrò resistenza. Dopo aver controllato 2500 imprese nel 1985, la Suva rilevò che i dispositivi di protezione contro il rumore (inserti auricolari o cuffie antirumore) venivano utilizzati solo dal 50 per cento dei lavoratori. L'unico dato peggiore riguardava l'utilizzo del casco sui cantieri (35 per cento).
«Il 93 per cento delle aziende forniva dispositivi di protezione contro il rumore e circa la metà dei lavoratori sottoposti a controllo ne faceva uso» Rapporto di gestione della Suva 1985
Vivere con un danno all'udito: alcuni esempi della Suva mostrano come si sentono un brano di musica classica o una conversazione al ristorante quando l'udito è danneggiato.
Già dal 2001 la Suva si occupa anche di «disturbi lavoro-correlati», ossia disagi non definiti come malattie professionali, che hanno in genere più cause e che vengono accentuati da specifiche circostanze lavorative, come la pressione concorrenziale, i ritmi incalzanti, il sovraccarico o un clima di lavoro malsano.
In tale contesto la difficoltà per la Suva consiste nel verificare la conformità alla legge quando intervengono diverse cause. Quando una malattia conclamata – ad esempio il mesotelioma da amianto – deriva per oltre il 50 per cento dall'esercizio di un'attività professionale, la Suva è tenuta a fornire prestazioni. Nel caso di altre malattie la soglia sale al 75 per cento. Il riconoscimento dei casi di burnout, che hanno sempre una componente privata, è quindi praticamente escluso.
Quello che un tempo era la silicosi, oggi sono le conseguenze tardive delle malattie correlate all'amianto, uno dei punti chiave su cui si focalizza l'attività di prevenzione. La Suva, inoltre, si occupa anche di altre malattie professionali talvolta gravi.
Negli anni Novanta la Suva sviluppò ad esempio un programma di prevenzione speciale per gli ospedali e gli studi medici e dentistici. Qui erano sorti nuovi pericoli derivanti da gas anestetici, farmaci utilizzati per le chemioterapie o guanti in lattice che causavano allergie.
In seguito l’attenzione si è spostata sempre più verso le malattie cutanee, che nel frattempo rappresentano circa un quarto dei casi di malattia nell'ambito dell'assicurazione contro gli infortuni professionali. Particolarmente colpiti sono i parrucchieri con circa 60 casi all'anno, ma la Suva si concentra anche sui panettieri, soggetti alla cosiddetta «asma del panettiere» correlata alla polvere di farina. Ogni anno 40–50 panettieri devono fare i conti con una decisione d'inidoneità, e nella maggior parte dei casi sono addirittura costretti ad abbandonare il proprio lavoro.
In origine infortuni e malattie professionali rappresentavano l'attività primaria della Suva. La scelta di includere gli infortuni nel tempo libero all'interno della copertura assicurativa fu assolutamente pionieristica in Europa, e non certo priva di conseguenze. Gli elevati costi degli infortuni non professionali rappresentarono fin da subito un ingente onere per la Suva. Da un lato i rischi erano difficili da quantificare, dall'altro si osservò una svolta nel comportamento durante il tempo libero, accompagnata da un nuovo modo di concepire il rischio, soprattutto nella circolazione stradale e in ambito sportivo.