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La legione degli ex comunisti non marcia in formazione serrata; è sparpagliata in tutte le direzioni e i suoi membri si assomigliano molto fra loro, ma anche sono diversi. Hanno caratteristiche in comune e connotati individuali. Tutti hanno lasciato un esercito e un campo – alcuni come obiettori di coscienza, altri come disertori, altri ancora come predoni. Un certo numero di essi resta quietamente fermo alle proprie obiezioni di coscienza, mentre gli altri reclamano a gran voce incarichi in un esercito che hanno aspramente contrastato. Tutti indossano logori brandelli della vecchia uniforme, completata dalle più strane e nuove bandiere, e tutti portano con sé i loro comuni risentimenti e i loro individuali ricordi.
I motivi originari dell’adesione al comunismo erano simili, se non identici, in quasi tutti i casi: esperienza di ingiustizia sociale o degradazione, un senso di insicurezza alimentato dalle brusche cadute di prezzi e crisi sociali, e il desiderio ardente di un grande ideale o proposito, o di una sicura guida intellettuale attraverso il vacillante labirinto della società moderna. Il nuovo venuto sente la miseria insopportabile del vecchio ordine capitalistico e la splendente luce delle Rivoluzioni sovietica, cinese e cubana illumina questa miseria con straordinaria vivezza. Socialismo, società priva di classe, il deperire dello Stato, tutto sembra lì a portata di mano. L’intellettuale convertito al comunismo sembra un nuovo Prometeo, salvo il fatto che non vorrebbe essere inchiodato alla roccia dall’ira di Zeus.
«Nulla d’ora in poi (così Koestler ora ricorda il suo stato d’animo di quei giorni) può turbare la pace interiore e la serenità del convertito – salvo il timore che di tanto in tanto lo coglie di perdere nuovamente la fede…».
Peruviano e di recente passaporto spagnolo, scelta che lo ha aiutato a vincere il premio Cervantes, Mario Vargas Llosa, autore di un capolavoro come “La città e i cani”, vive a New York. La qualità della sua opera letteraria non è in discussione, ma mi preme qui sottolineare che il Nobel sembra obbedire, dopo alcuni anni di tregua, a una nuova guerra fredda.
Vargas Llosa esprime il suo dissenso, dalla vicenda elettorale che lo ha visto sconfitto contro il criminale Alberto Fujimori, nei confronti di Cuba, del Venezuela, ma anche del Brasile, dell’Argentina, dell’Uruguay, della Bolivia e dell’Ecuador, su El País, il quotidiano spagnolo del gruppo Prisa.
Così ogni settimana i media europei raccontano il mondo latinoamericano ispirandosi a El País e al pensiero di Vargas Llosa. Adesso non c’è più nemmeno il contraltare di Manuel Vázquez Montalbán, che quando era vivo si divertiva a smentire ogni settimana dalla sua colonna sullo stesso giornale le farneticazioni dello scrittore peruviano.
Gian Piero Bernasconi, presidente del Comitato cantonale del Partito comunista
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