Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01067.jsonl.gz/320

Giustizia climatica
La questione climatica e i provvedimenti per frenare il riscaldamento globale implicano necessariamente un graduale superamento delle disuguaglianze esistenti fra i vari Paesi del mondo e all’interno di essi. È noto che l’eccesso di gas serra e in particolare di anidride carbonica immesse nell’atmosfera dalle attività umane è la causa principale dell’alterazione del clima in atto.
Un recente rapporto dell’OXFAM, una federazione di organizzazioni senza fini di lucro impegnate nella lotta contro la fame nel mondo, ha analizzato le emissioni di CO2 fra il 1990 e il 2015. Il rapporto spiega che in questi 25 anni tali emissioni sono state pari a quelle prodotte in tutta la storia umana precedente.
Un’analisi dettagliata del fenomeno mostra d’altra parte un forte squilibrio fra le varie parti del mondo; nel 2015, ad esempio, metà di queste emissioni sono state prodotte dai Paesi più avanzati, la cui popolazione complessiva rappresenta il 10% della popolazione terrestre, mentre l’altra metà è stata rilasciata dal 90% degli abitanti del pianeta.
Nel 2015 la metà delle emissioni di CO2 sono state prodotte dal 10% della popolazione terrestre, quella che vive nei Paesi più avanzati. Ma le conseguenze colpiscono soprattutto le aree del mondo più povere.
L’Accordo sottoscritto nel 2015 a Parigi da 196 Paesi si propone, come noto, di limitare progressivamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera per tentare di contenere il riscaldamento nella misura di 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale. Per raggiungere questo scopo, l’accordo ha calcolato il carbon budget (bilancio del carbonio), cioè la quantità di anidride carbonica complessiva che può essere ancora rilasciata per non superare il limite di riscaldamento sopra indicato.Prendendo in considerazione il parametro del bilancio del carbonio adottato nel 2015, il 10% della popolazione mondiale ha già consumato oltre un quarto del budget, mentre la metà più povera solo il 4%. Inoltre, se Il riscaldamento del clima, dovuto in gran parte alle attività antropiche, è un fenomeno globale, le sue conseguenze colpiscono in modo più grave le aree del mondo che ne sono responsabili in misura molto minore.
Si tratta di processi già in atto e destinati, in mancanza di interventi adeguati, ad aggravarsi progressivamente e riguardano, per fare solo alcuni esempi, la crescente desertificazione di vaste zone dell’Africa, le terribili ondate di calore aggravate dalla scarsità di acqua che colpiscono il subcontinente indiano, l’erosione che minaccia di sommergere gran parte della popolazione del Bangladesh e del Vietnam, lo sprofondamento sotto il livello del mare di molti atolli oceanici. In questi e in altri casi il riscaldamento globale causato dai gas serra svolge un ruolo fondamentale. Si tratta spesso di territori strutturalmente fragili e in genere troppo poveri per arginare, da soli, questi fenomeni. All’interno dei Paesi più colpiti questi fenomeni tendono anche ad accrescere le diseguaglianze sociali interne alle singole regioni, a colpire soprattutto le generazioni future e ad aggravare la condizione femminile. Il movimento Fridays for future è già riuscito a far prendere coscienza a milioni di giovani del furto di futuro perpetrato a loro danno dalle cattive pratiche ambientali.
Il degrado ambientale d’altra parte aggrava la condizione femminile, specialmente nei Paesi più poveri, dove le donne rappresentano la maggioranza della forza lavoro agricola e dipendono maggiormente dalle risorse naturali per il loro sostentamento. Risulta perciò evidente come qualunque intervento per limitare il riscaldamento del pianeta non possa essere politicamente neutro ma debba necessariamente mettere in discussione le attuali diseguaglianze, sulla base dei principi della cosiddetta “giustizia climatica”. L’espressione è stata coniata alla fine del secolo scorso per sottolineare le forti ripercussioni sociali dei mutamenti climatici in atto e al tempo stesso per sollecitare scelte radicalmente nuove che tengano soprattutto conto di chi subisce maggiormente le conseguenze di tali mutamenti.
Lo stesso papa Francesco, particolarmente sensibile alle tematiche ambientali e alle conseguenze negative dei cambiamenti climatici soprattutto sui più poveri, ha ripetutamente sottolineato, a partire dall’enciclica Laudato Si’, come la questione del clima sia una questione di giustizia e di solidarietà.
I Paesi più sviluppati, maggiormente responsabili del cambiamento climatico, non dovrebbero assumersi il carico maggiore della riduzione delle emissioni?
Alle nazioni più sviluppate spetta quindi una maggiore responsabilità rispetto alle cause antropiche del cambiamento climatico e, di conseguenza, esse si devono assumere il carico maggiore della riduzione delle emissioni “climalteranti” e della limitazione e riparazione dei danni che esse producono.
Questo processo richiede un grande coraggio e una grande volontà politica nel momento in cui, all’interno delle singole realtà nazionali e nei consessi internazionali vengono prese decisioni che investono le questioni ambientali. Tutto ciò potrà avvenire solo con una spinta dal basso e con la convergenza di tutti i movimenti che si battono per la difesa dell’ambiente, per i diritti umani e per la parità di genere, tutti obiettivi come abbiamo visto indivisibili e strettamente intrecciati fra di loro.