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Una crescita del prezzo petrolio potrebbe far cambiare le politiche monetarie delle banche centrali.
Il petrolio ha toccato i suoi massimi da sei mesi a questa parte. Il Brent ha superato i 74 dollari al barile e il Wti i 65 dollari, riportandosi sui livelli dello scorso ottobre, dopo che il presidente Usa ha deciso di bloccare le esportazioni di petrolio dall'Iran. L'aumento del prezzo del petrolio starebbe avendo conseguenze anche sul mercato obbligazionario. "Da circa un mese a questa parte sta tornando a farsi sentire la correlazione tra prezzo del petrolio e rendimenti del mercato obbligazionario", osserva in un articolo Il Sole 24 Ore. "Soprattutto nel caso dei Treasury americani". Ciò sarebbe dovuto alla correlazione fra inflazione e andamento del petrolio (che quando sale, aumenta il prezzo del diesel e della benzina, dunque dei costi della logistica e in definitiva del prezzo delle merci). Come noto le banche centrali monitorano con particolare attenzione l'indicatore dell'inflazione, tentando di mantenerla a un livello inferiore ma vicino al 2%. Se l'inflazione riprendesse a crescere per altri motivi, le banche centrali potrebbero adottare una politica monetaria più restrittiva. La politica monetaria espansiva è stato però il principale sostegno al corso delle obbligazioni negli ultimi mesi. "Da inizio anno le obbligazioni sono andate molto bene è perché sia la Fed sia la Bce hanno rivisto in senso espansivo la loro politica monetaria facendo capire che non è tempo per una stretta", scrive Il Sole 24 Ore. "È ovvio tuttavia che una fiammata inflazionistica innescata dai prezzi del petrolio rischia di far venir meno questo presupposto e quindi può anche fare invertire la rotta al mercato dei bond".