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di Giuliano Masola. Chi ama e ha studiato un po’ d’arte si rende conto di cosa abbia rappresentato l’invenzione della prospettiva. Fino a tutto il Duecento le figure erano bidimensionali, piatte come molti credevano fosse la Terra. Nel Trecento Giotto riuscì a dare una visione prospettica in modo empirico inserendo le figure in uno spazio reale, creando il senso della profondità attraverso i volumi e la disposizione dei corpi.
Solo nel secolo successivo, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti e Piero della Francesca stabilirono precise regole matematiche per ottenere qualcosa di stravolgente: per la prima volta la era possibile rappresentare in modo realistico la profondità dello spazio, le diverse dimensioni degli oggetti e le distanze tra di loro. Non solo, poiché l’utilizzo della prospettiva portò a una cesura, approfondendo il distacco col mondo bizantino. Vi chiederete cosa c’entra tutto questo col batti&corri. Nel gergo comune “area” è l’insieme di punti in cui deve giungere il lancio per essere chiamato strike. Ancora oggi nelle pubblicazioni e telecronache si sente questa definizione. Probabilmente ciò deriva dalla famosa tavola delle percentuali apparsa mezzo secolo fa in “The science of Hitting” di Ted Williams e John Underwood. 77 palline (7 in larghezza per 11 in altezza) schematizzate e diversamente colorate evidenziano le aree “calde” e “fredde” del battitore: nella parte centrale si arriva a battere .400, media che “The splendid splinter” (la splendida scheggia) dei Boston Red Sox, nel 1939 superò .406 (dopo di lui più nessuno è riuscito a farlo). Ancor più, in TV vediamo disegnato un rettangolo all’altezza del battitore per mostrare dove è giunto il lancio e in modo virtuale viene proiettata la traiettoria della palla, in particolare delle “breacking ball” (lanci che genericamente chiamiamo curvi o ad effetto). In pratica si vede una palla che attraversa una finestra, per fortuna senza vetri. Non è proprio così, poiché il piatto ha una forma e una profondità, per cui, proiettandolo fra ginocchia e petto, l’area si trasforma in un parallelepipedo che contiene 400 palline, con riferimento alla tavola di Ted Williams. A seguito delle attuali norme sanitarie, la differenza fra area e zona, mostra tutta la sua rilevanza. Fino alla categoria Under 18, l’arbitro deve posizionarsi dietro il lanciatore, per cui nel baseball può trovarsi a una ventina di metri dal piatto, mentre nel softball è a circa quindici. In pratica il direttore di gara si trova davanti un’area, anziché una zona. Ciò pone in seria difficoltà, poiché da dietro la pedana diventa molto difficile giudicare traiettorie ad effetto e valutare cambi di velocità. A livello Under 18 si trovano già atleti che giocano anche a livello superiore, per cui la possibilità di sbagliare aumenta; nel Softball, per la mia personale esperienza, è ancora più difficile. Ciò è tanto vero che nelle fasi finali dei campionati si tornerà ad arbitrare dietro il ricevitore. Infatti, anche la “batteria” deve tener conto del posizionamento dell’arbitro, adattando le strategie; in parole povere si quasi costretti a ridurre la varietà dei lanci, facilitando il battitore. Ogni giorno ci troviamo di fronte ad aree e volumi, anche quando dobbiamo decidere se rispondere immediatamente ad un tweet o approfondire l’argomento. In un mondo sempre più frettoloso e convulso, la frequenza delle domande aumenta, per cui le risposte immediate rischiano di essere sbagliate; si è fagocitati dall’istantaneo e non si guarda avanti. La differenza è evidente. Nei giorni scorsi, per la prima volta è stato collaudato con successo il MOSE, il sistema di dighe mobili che evita l’allagamento di Venezia: in Piazza S. Marco nemmeno una goccia d’acqua, un risultato conseguito dopo diciassette anni di lavori e a oltre trent’anni di distanza dal progetto definitivo. Se non si fosse guardato in prospettiva l’acqua alta avrebbe invaso buona parte della città. Ovviamente non tutti sono contenti, come i fotografi che hanno perso la possibilità di realizzare immagini suggestive. Lavorare in prospettiva non è facile, poiché occorre innanzitutto stabilire il punto da cui vogliamo proiettare la nostra visuale. Come più volte ribadito, credo che si debba partire da quello dei più giovani. I bambini hanno il grande pregio di fare domande e i loro ripetuti “perché?” pretendono risposte; quante volte riusciamo a darle? Mi rendo conto della difficoltà, ma credo che non dobbiamo esimerci dal porci una questione di fondo: la sopravvivenza del batti&corri. Forse dovremmo ricordare che il grande Babe Ruth, “il Bambino”; era idolo dei ragazzi, poiché con loro sapeva stare, avendo sperimentato il duro ambiente in cui crescevano e la voglia di uscirne nel migliore dei modi. E i bambini di oggi, pur sottoposti a martellamenti mediatici, non sono così diversi: pongono le domande di sempre e noi abbiamo il dovere di dare risposte, di offrire un gioco che porti loro fiducia ed entusiasmo. Nel farlo incontreremo ostacoli pressoché insormontabili, ma come ha detto il grande Babe, “devi impedire che la paura di andare strikeout ti faccia star fuori dalla partita”.
Giuliano Masola, 5 ottobre 2020