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Il 29 novembre 2020 il popolo svizzero sarà chiamato a esprimersi sull’iniziativa popolare «per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico». Tale divieto dovrà valere per la Banca nazionale svizzera, l’AVS/AI, la casse pensioni, le fondazioni, le banche e le assicurazioni. L’approvazione dell’iniziativa nuocerebbe alla piazza finanziaria ed economica svizzera e metterebbe a rischio le rendite di vecchiaia. Durante la conferenza stampa del 9 ottobre 2020 il Consigliere federale Guy Parmelin ha ribadito la posizione della Confederazione e del Parlamento.
I fautori dell’iniziativa chiedono di vietare alla Banca nazionale svizzera (BNS), alle fondazioni e agli istituti di previdenza statale e professionale di finanziare i produttori di materiale bellico. La disposizione costituzionale proposta definisce «produttori di materiale bellico» le imprese che realizzano oltre il cinque per cento del loro fatturato annuo con la fabbricazione di materiale bellico. L’iniziativa chiede inoltre che la Confederazione si adoperi a livello nazionale e internazionale affinché siano applicate condizioni analoghe a banche e assicurazioni.
Il divieto di finanziamento mondiale chiesto dai fautori dell’iniziativa non è realistico, per cui l’accettazione dell’iniziativa non avrebbe alcun impatto sulla produzione mondiale di materiale bellico. L’iniziativa sarebbe quindi inefficace. Avrebbe però un impatto negativo sulla Svizzera, perché limiterebbe fortemente le possibilità d’investimento delle casse pensioni e dell’AVS/AI. I maggiori costi d’amministrazione e rischi d’investimento nonché le minori prospettive di rendimento a lungo termine si ripercuoterebbero negativamente sulle rendite di vecchiaia. La limitazione della libertà d’investimento delle banche e delle assicurazioni indebolirebbe la piazza finanziaria svizzera.
Svantaggi concorrenziali per PMI e per la base industriale svizzera
Consiglio federale e Parlamento respingono l’iniziativa anche per motivi economici e di politica della sicurezza. A causa del divieto di finanziamento imposto alle banche svizzere, nemmeno le PMI otterrebbero più alcun credito dal proprio istituto finanziario perché secondo i severi criteri dell’iniziativa sarebbero considerate anch’esse produttrici di materiale bellico. Questo nuocerebbe alle numerose PMI dell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica (industria MEM) che sono in parte fornitrici delle imprese d’armamento. Se dovessero stentare a ottenere dei crediti, tali PMI investirebbero di meno, a scapito della loro competitività. Ne potrebbe risultare una perdita di posti di lavoro e di know-how. Disporre di un’industria high-tech è importante per il benessere in Svizzera, non da ultimo perché sostituisce la dipendenza unilaterale dell’esercito svizzero dall’approvvigionamento estero con una dipendenza reciproca, facendo sì che le aziende fornitrici svizzere siano integrate nelle catene di creazione del valore di imprese d’armamento straniere.
Esiste già un divieto di finanziamento
La legge federale sul materiale bellico contempla già un divieto di finanziamento per le armi atomiche, biologiche e chimiche e per le munizioni a grappolo e le mine antiuomo. La regolamentazione vigente concede però alle casse pensioni e alla piazza finanziaria svizzera il margine di manovra necessario affinché i patrimoni gestiti possano essere investiti in modo ampiamente diversificato e con pochi rischi in prodotti finanziari diffusi a livello internazionale. Nessun Paese al mondo conosce un divieto di finanziamento così radicale come quello chiesto dai fautori dell’iniziativa.
L’iniziativa popolare «Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico» è stata depositata il 21 giugno 2018 con 104 612 firme valide.