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Al parlamento macedone è proseguito oggi l'acceso dibattito in aula in vista del voto cruciale sull'accordo con la Grecia per il nuovo nome del Paese ex jugoslavo - Macedonia del nord.
L'approvazione di tale accordo, per il quale servono modifiche alla costituzione, è stato posto dalla comunità internazionale come condizione per l'integrazione di Skopje in Ue e Nato. Perché l'accordo con le relative modifiche costituzionali venga approvato serve una maggioranza dei due terzi - pari a 80 voti sul totale dei 120 seggi dell'Assemblea.
La maggioranza di governo (coalizione fra socialdemocratici e partiti minoranza albanese) può contare su 71 voti, e finora il premier Zoran Zaev non è riuscito a garantirsi gli altri voti mancanti. L'opposizione conservatrice, nonostante ripetuti contatti con le forze di governo, resta ferma sul no all'accordo con Atene ritenuto anticostituzionale e dannoso agli interessi nazionali della Macedonia.
Se l'accordo non verrà approvato dal parlamento, Zaev ha annunciato elezioni anticipate entro l'anno. L'esame in parlamento ha fatto seguito al referendum consultivo del 30 settembre scorso, che non ha raggiunto il quorum richiesto di affluenza (50% più uno degli elettori), ma che ha fatto comunque registrare oltre il 90% di sì all'accordo tra quelli andati a votare.
Prima della consultazione, numerosi leader europei e internazionali si erano recati in Macedonia per sostenere la causa del sì all'accordo - da Angela Merkel a Donald Tusk, da Federica Mogherini a Sebastian Kurz al segretario alla difesa americano James Mattis. E oggi Wess Mitchell, alto funzionario del Dipartimento di stato Usa, ha lanciato un nuovo appello al sì, con un messaggio al leader dell'opposizione conservatrice macedone Hristijan Mickoski, capo del partito Vmro-Dpmne, che ha invitato a mettere da parte gli interessi di partito e a pensare piuttosto al futuro del Paese e alla sua integrazione euroatlantica. "Questo accordo è una occasione che non si ripeterà nei prossimi decenni", ha detto Mitchell.