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Qualche settimana fa il comitato organizzativo di «Grigioni 2022» ha presentato uno studio sull’impatto economico dei Giochi olimpici invernali. Secondo il direttore Gian Gilli lo studio è importante «perché i Giochi devono giustificarsi anche a livello economico». Lo studio corrisponde alle attese? O meglio: contribuisce a rispondere alla domanda se i Giochi olimpici invernali vadano o no organizzati nei Grigioni? Ci sono dei buoni motivi per dubitarne.
Il punto di partenza dell’analisi è una stima delle entrate generate dalle Olimpiadi invernali. Queste dovrebbero ammontare a 4 miliardi di franchi; una cifra ragguardevole che i media hanno prontamente diffuso. Di per sé questo importo dice poco: le aziende non cercano di massimizzare la cifra d’affari, bensì l’utile. E i loro dipendenti non ambiscono a un aumento delle vendite ma a salari più elevati.
Di questo sono consapevoli anche gli autori dello studio. Perciò in seconda battuta si concentrano sul valore aggiunto generato dai Giochi, in altre parole la somma degli stipendi e dei profitti. Con 1,8 miliardi di franchi (di cui circa 1,5 in forma di salari), esso è ben al di sotto del fatturato supplementare.
Va rilevato che questa stima tiene conto del fatto che i Giochi si svolgerebbero durante l’alta stagione e che quindi i turisti olimpici non andrebbero semplicemente ad aggiungersi ai turisti abituali, ma in gran parte li sostituirebbero. Questo cosiddetto effetto di «crowding-out» è stato osservato più volte, da ultimo quest’anno durante i Giochi di Londra.
Ciononostante, gli 1,8 miliardi sovrastimano di molto l’impatto economico dei Giochi perché il rapporto ignora altre importanti fonti di crowding-out. Per esempio la maggior parte degli stipendi versati dai Giochi non costituisce una nuova fonte di reddito. Con un tasso di disoccupazione basso come il nostro, la maggior parte dei grigionesi svolgerebbe un’attività produttiva anche senza i Giochi. Secondo un recente studio di economisti dello sport americani (ebbene sì, esistono) gli effetti sull’occupazione creati da Salt Lake City sono stati solo un sesto di quanto previsto. C’è da aspettarsi lo stesso per le entrate legate allo sponsoring di ditte svizzere e dalla vendita dei biglietti agli autoctoni: queste spese sostituiscono spese simili preesistenti.
Chi veramente porta valore aggiunto all’evento sono i turisti stranieri, i diritti televisivi e i contratti di sponsoring internazionali. Queste spese sono un reddito supplementare che senza Giochi non sarebbe prodotto in Svizzera. Solo la metà dei diritti televisivi rimane però al comitato organizzativo grigionese. Il resto – circa 600 milioni – vanno in tasca al Comitato Olimpico Internazionale (CIO).
Più che una serie di cifre lacunose e poco indicative sulla creazione di valore aggiunto servirebbe un’analisi dei costi e dei benefici. Questa dovrebbe prendere in considerazione il fatto che i salari pagati (per via del crowding-out) in verità sono costi. Da chiarire sarebbero anche i costi di opportunità causati dai Giochi all’ente pubblico, cioè le conseguenze della mancata realizzazione di progetti – per esempio nel settore scolastico o sanitario – i cui finanziamenti sarebbero dirottati sui Giochi. Ma anche gli effetti a lungo termine a livello d’immagine meritano uno studio quantitativo più approfondito.
Una buona analisi dovrebbe infine mostrare chi saranno i vincitori e chi i perdenti di questo grosso evento sportivo. Già oggi si può contare il CIO e le federazioni sportive nel primo gruppo, giacché secondo l’articolo 36 della Carta Olimpica la responsabilità finanziaria dei Giochi è in mano agli organizzatori. Saranno i contribuenti grigionesi e svizzeri a sopportare i rischi finanziari di un eventuale disavanzo. Data la necessità di forti investimenti specifici, è ben reale il pericolo che questi ultimi si ritrovino nel secondo gruppo.