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Artemis 1 si tuffa nell’oceano e scrive un capitolo di storia
12 dicembre 1972. Mezzo secolo prima che leggeste queste righe, il comandante Eugene Cernan e il geologo Harrison Schmitt stavano camminando sulla Luna. Lo avrebbero fatto tre volte in pochi giorni, passeggiando per 22 ore in tutto prima di ricongiungersi al terzo astronauta della missione Apollo 17, Ronald Evans, rimasto ad aspettarli, in orbita, sul Modulo di comando «America». Cernan e Schmitt sarebbero stati gli ultimi uomini a calcare il suolo selenico, salutato il 14 dicembre; sebbene fossero inizialmente previste altre tre missioni, infatti, Apollo 17 concluse il glorioso programma lunare statunitense, dopo circa un decennio di lavoro forsennato, tragedie sfiorate (Apollo 13) e consumate (Apollo 1), e dopo aver portato per la prima volta nella storia dodici esseri umani su un altro mondo.
Lì, sulla Luna, Cernan e Schmitt erano arrivati la sera dell’11 dicembre.
Esattamente cinquant’anni dopo, in una ideale prosecuzione dell’eterno viaggio cosmico del genere umano, ieri sera, alle 18.40, la capsula Orion della NASA si è tuffata nell’oceano Pacifico, al largo di San Diego. Dopo aver percorso più di due milioni di chilometri, in quel momento è finito il viaggio di Artemis 1, la missione inaugurale del nuovo programma lunare dell’Umanità, battezzato come la divina gemella di Apollo, «Artemide», e deputato a riportarci sul satellite terrestre.
Beninteso, non con la missione conclusa poche ore fa e partita da Cape Canaveral il 16 novembre: a parte il pupazzo Shaun the Sheep, dell’Agenzia spaziale europea, due torsi femminili (Helga e Zohar) e un manichino per il monitoraggio delle radiazioni e di altri parametri, Artemis 1 non trasportava persone. Il suo principale obiettivo era qualificare tutti i sistemi coinvolti, cioè provare che qualsiasi cosa funzionasse come progettato, dalla rampa di lancio alla Orion, fino alla nuova manovra di rientro in atmosfera, chiamata «Lunar Return Skip Entry» e pensata per garantire un maggiore controllo del punto di ammaraggio, il cosiddetto splashdown, e una decelerazione meno stressante per i futuri equipaggi.
Un trionfo
Risultato? Nonostante alcune perdite di connessione con il Centro di controllo a Houston, fra passaggi radenti che l’hanno portata due volte a sfiorare la Luna – l’ultima, lunedì scorso, a meno di 130 chilometri di quota -, decine di foto meravigliose, il record di maggiore distanza raggiunta da una capsula per il trasporto umano poi tornata sulla Terra (più di 434 mila chilometri dal nostro Pianeta) e una serie di dati cruciali per il prosieguo del programma, Artemis 1 è stata un trionfo. Quando ieri, dopo essere entrata in atmosfera a più di 11 chilometri al secondo – per dire, lo Space Shuttle iniziava la sua manovra «solo» a 7,7 chilometri al secondo – Orion ha finalmente aperto i suoi 11 paracadute e si è dolcemente immersa nell’oceano, l’entusiasmo non ha coinvolto solo l’equipaggio della USS Portland, deputata a recuperare una capsula spaziale che non sarebbe esagerato considerare già storica. Perché sarà lei, la Orion con i suoi dati, a confermare come continuare il programma che già la prossima volta, con la missione Artemis 2 prevista nel 2024, riporterà qualcuno a guardare la Luna da vicino. Anche questa volta, però, senza poterla toccare. Cosa che succederà con Artemis 3, a oggi prevista non prima del 2025, quando la prima donna e il prossimo uomo potranno tornare là dove, dopo Cernan, nessuno mette più piede dal ‘72.
Dopo di loro è previsto che in molti vadano con continuità, europei compresi. E non è da escludere che prima o poi, magari quando si parlerà di un insediamento scientifico sulla superficie – il cosiddetto «Moon Village» -, a lavorare sulla Luna voli anche Marco Sieber, da una settimana fra i cinque nuovi astronauti dell’ESA, il primo svizzero dopo Claude Nicollier.
Perché fra le caratteristiche più significative di Artemis, che, bene ricordarlo, è un programma della NASA, c’è un’ampia collaborazione internazionale, in particolare con l’Agenzia spaziale europea, quella canadese e quella giapponese. Un fatto che dice molto di come sia cambiato lo spazio dai tempi delle Apollo e che in breve racconta anche perché, dopo 50 anni, la brama lunare sia tornata a ispirare l’agenda geopolitica (a partire da quella cinese, visto che Pechino ha già annunciato di voler realizzare una propria base robotica fra i crateri selenici entro il 2036).
L’Eldorado di metallo e acqua
Sono gli obiettivi diversi da Apollo a fare di Artemis una novità, pensata per rispondere a necessità ed esigenze emergenti: 60 anni fa la prima «space race» declinava oltre l’atmosfera la guerra fredda, diventando anche una valvola di sfogo della contrapposizione fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi Artemis punta a una permanenza umana stabile sul suolo lunare, alla luce della sua importanza tecnico-scientifica e, nondimeno, economica.
Artemide richiede scienza e ricerca innovative, reclama infrastrutture da sviluppare, promette scoperte a beneficio collettivo. Non ultimo, custodisce un eldorado di metalli preziosi e acqua ghiacciata, «il petrolio dello spazio». Ma anche, o forse soprattutto, di elio 3 e terre rare. Mentre il primo, disponessimo della fusione nucleare, aprirebbe le porte del nirvana energetico, le terre rare rischiano di diventare oggetto (e casus belli) di appetiti non così futuribili: trattasi di 17 elementi chimici già oggi essenziali per l’industria elettronica e tecnologica, «verde» compresa, e a dispetto del nome non sono esigue sulla Terra, ma costose da estrarre e per la maggior parte controllate dalla Cina, che ne detiene circa il 37% delle riserve.
Non è casuale che pur di raggiungere l’obiettivo, le più grandi agenzie spaziali si avvalgano anche della nuova imprenditoria privata, che con Elon Musk e la sua SpaceX in testa – sarà loro il lander di Artemis 3 – è via via sempre più competitiva. Perché lì, dove Artemide promette di riportarci, convergono scienza, tecnologia, interessi privati e pubblico prestigio. Per questo è fondamentale che si ricominci da dove Cernan e Schmitt, esattamente mezzo secolo fa, si erano fermati.
Il sogno del miliardario giapponese
Che la nuova avventura lunare coinvolga anche aziende e interessi privati non lo ricorda solo il coinvolgimento di SpaceX fra i fornitori della NASA, cui l’azienda di Elon Musk dovrà consegnare una versione modificata del nuovo veicolo riutilizzabile Starship, in grado di allunare. Attraccata alla capsula Orion, sarà Starship a posare sulla Luna gli astronauti di Artemis 3.
Come spesso accade con l’azienda di Musk, infatti, i test di una nuova tecnologia – che prevedibilmente finiranno nel 2024 – diventano occasione di business: annunciato nel 2018 e finanziato dall’imprenditore giapponese Yusaku Maezawa – fondatore dell’online shop Zozotown e collezionista d’arte -, il progetto «DearMoon» sfrutterà Starship per portare in orbita lunare (fino a 200 chilometri dal satellite) otto artisti, i cui nomi sono stati resi noti l’8 dicembre: nell’impresa, Maezawa si farà accompagnare dal dj statunitense Steve Aoki, dallo youtuber Tim Dood (fondatore del seguitissimo canale Everyday Astronaut), dall’attore indiano Del Joshi e dal cantante Top, nome de plume del coreano Choi Seung Hyun. Con loro anche il coreografo Yemi Akinyemi Dele, i fotografi Rhiannon Adam e Karim Iliya, e il filmmaker Brendan Hall. Nel caso di defezioni, sono già state indicate due riserve: la ballerina giapponese Miyu e la snowboarder americana Kaitlyn Farrington. La composizione dell’equipaggio non stupisca: con DearMoon, Maezawa ha promesso di trasmettere nella maniera artisticamente più completa le emozioni e il significato di un viaggio attorno alla Luna.
Un approccio unico, che tuttavia potrebbe essere ritardato: previsto nel 2023, è più probabile il lancio di DearMoon avvenga nella seconda metà del decennio, proprio per sottoporre Starship alle qualifiche necessarie. Il sistema non ha ancora volato nello spazio, traguardo che si prevede di tagliare entro il prossimo febbraio. Poi occorrerà testarlo in orbita terrestre, cosa per cui SpaceX ha già annunciato il programma «Solaris Dawn». Un altro mix di business e avanguardia.