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Il 28 dicembre 2006 Cablecom ha annunciato che a partire dal prossimo 3 aprile i programmi televisivi di Rai 1 e Canale 5 migreranno dalla diffusione analogica a quella digitale.
Contemporaneamente, l'azienda numero uno nel settore della ricezione via cavo in Svizzera ha annunciato anche che in giugno 2007 transiteranno dall'analogico al digitale anche Francia 2, TF1 e WDR.
Gli utenti, che a partire da quella data, desidereranno continuare a ricevere dette reti dovranno pagare una tassa supplementare di 6 franchi mensili, passando al digitale. Nei fatti, Cablecom oscura questi canali, attuando una modifica unilaterale di un regolare contratto commerciale.
Ma il vero problema non sta qui. Infatti, gli utenti non soddisfatti da questa decisione di Cablecom - interpretata dalla comunità italofona come un vero sopruso - hanno pur sempre la possibilità di rompere il contratto.
Le decisioni di Cablecom sono però solo la punta di un iceberg. È noto infatti che, da qui al 2012, tutta la televisione in Europa passerà alla diffusione digitale. Inoltre, la normativa europea, alla quale la Svizzera ha deciso di adeguarsi, prevede che chi produce televisione non la può diffondere e chi diffonde televisione non la può produrre.
La liberalizzazione della diffusione del segnale televisivo ha comportato il passaggio da un monopolio di stato ad una sorta di "monopolio privato", consentendo la nascita di società che, vista la limitata concorrenza nel settore, godono di posizioni predominanti.
Vive reazioni
La decisione del 28 dicembre di Cablecom ha suscitato legittime e fortissime reazioni da parte della comunità italiana in Svizzera: nei Comites, nel CGIE, nei parlamentari italiani residenti in Svizzera e nell'Ambasciata d'Italia in Svizzera.
I Comites hanno anche lanciato una petizione per materializzare il forte malcontento della collettività italiana: è difficilmente comprensibile che si oscurino reti televisive di lingua italiana, quando in Svizzera si sa che vivono ca. un milione di italofoni e che la lingua italiana è una lingua ufficiale della Confederazione.
Significativa è la reazione della popolazione locale e delle associazioni svizzere dei consumatori, che hanno condannato violentemente questa decisione. È una reazione che dimostra come il telespettatore svizzero stia prendendo coscienza di cosa vuol dire il passaggio delle reti televisive dall'analogico al digitale.
Oggi, appare evidente il problema che il direttore generale SSR/SRG Walpen aveva paventato il 24 febbraio 2006 in un comunicato stampa, nel quale richiamava le autorità federali competenti ad intervenire per regolamentare il passaggio al digitale, al fine di evitare che i telespettatori si trovino nella sgradita situazione di dover pagare più volte gli stessi servizi televisivi.
Appello per un rinvio
Voglio aggiungere la mia voce all'appello del Direttore Walpen, affinché le autorità federali svizzere intervengano con forza e urgenza per far sì che almeno i segnali dei canali di Enti pubblici dei Paesi confinanti e dei Paesi d'origine delle grandi comunità straniere residenti in Svizzera continuino ad essere distribuiti in analogico. E questo almeno fintanto che tale sistema resterà in funzione.
Bisogna garantire la presenza di queste reti pubbliche nel servizio di base offerto dalle società private di diffusione del segnale via cavo, come Cablecom o tutte le altre attive sul territorio elvetico.
Lunedì 15 gennaio l'Ambasciatore d'Italia in Svizzera, Giuseppe Deodato, ha organizzato un incontro tra i rappresentanti di Cablecom, i parlamentari italiani residenti in Svizzera, i Comites e il CGIE.
Necessaria una riflessione
In quell'occasione i rappresentanti della comunità italiana hanno esplicitamente chiesto a Cablecom di rinviare, almeno fino al 31 dicembre 2007, il passaggio dei programmi televisivi italiani, annunciato per il 3 aprile.
Ciò lascerebbe il tempo per una riflessione e per interventi politici finalizzati a risolvere questo problema in modo definitivo ed equo per tutte le parti coinvolte. Vista la portata politica delle decisioni di Cablecom, credo non sia nel loro interesse esasperare questa situazione.
Sarebbe invece proficuo, anche per loro, accogliere le richieste dei rappresentanti delle comunità italiane e collaborare con le autorità federali per trovare una soluzione che rispetti non solo i legittimi interessi economici della società, ma anche gli altrettanto legittimi interessi generali della popolazione svizzera tutta, indipendentemente dalla lingua che essa parla.
Senatore Claudio Micheloni, Roma
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In breve
Nato a Campli in provincia di Teramo (Italia) nel 1952, emigra con la famiglia nel 1960 in Svizzera dove tuttora risiede nel cantone di Neuchâtel. È sposato e padre di due figli.
Di formazione è disegnatore progettista del genio civile. Prima di assumere numerosi incarichi professionali di impegno sociale e politico è stato attivo nel settore come libero professionista.
Claudio Micheloni è stato eletto nel Senato italiano alle ultime elezioni politiche. Fa parte della coalizione di maggioranza condotta dal presidente del Consiglio Romano Prodi.
L'attività politica e sociale
Dal 1997 al 2000, Claudio Micheloni è stato membro della Commissione Federale Svizzera per gli Stranieri, organo consultivo del Governo e del Parlamento svizzeri.
Dal 1997 è presidente della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera.
Dal 2002 al 2006 è stato segretario generale del Forum per l'integrazione delle migranti e dei migranti in Svizzera.
Nell'aprile 2006 è stato eletto senatore della Repubblica italiana nella Circoscrizione estero, ripartizione Europa. Appartiene al Gruppo dell'Ulivo.