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Il Bangladesh si è preparato per tempo nel proteggere il paese e la sua popolazione dai cambiamenti climatici. Un «Climate Change Strategy and Action Plan» (CCSAP) dettagliato prevedeva, già nel 2009, sei assi strategici per gli interventi più urgenti in materia d’adattamento climatico e di riduzione delle proprie emissioni.
Per attuare il piano d’azione, il governo è stato obbligato a creare un fondo statale. In questo modo la popolazione stessa del Bangladesh finanzia, da diversi anni, delle misure urgenti di protezione del clima – come ad esempio l’innalzamento delle dighe attorno a Dacca, che datano degli anni ’60 – per una somma che si aggira sui 100 milioni di dollari all’anno.
Nel frattempo, i Paesi industrializzati continuano a temporeggiare. Eppure, secondo l’Accordo di Parigi, essi dovrebbero coprire queste spese con dei contributi al finanziamento climatico che raggiungano annualmente almeno i 100 miliardi di dollari.
Come giudica Saleemul Huq, uno degli intellettuali più influenti del Bangladesh, questo sviluppo (e il ruolo dei responsabili del cambiamento climatico)?
Alliance Sud: Com’è possibile che dal 2009 il Bangladesh – una delle nazioni più povere al mondo – preveda nel proprio budget il finanziamento delle misure d’adattamento al cambiamento climatico?
Saleemul Huq: In quel periodo non esistevano ancora strumenti importanti di finanziamento del clima. Sapevamo d’aver bisogno dei finanziamenti internazionali, ma non siamo stati ad attenderli.
Visti i cambiamenti climatici estremi, il Bangladesh non poteva nemmeno permettersi d’aspettare…
Esattamente. La filosofia era: procediamo, pur conservando la nostra esigenza di sostegno. Il nostro denaro è stato versato nel «Climate Change Trust Fund». A ciò si sono aggiunti più tardi dei contributi bilaterali di Paesi donatori come la Danimarca, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, l’Australia o l’UE nel «Climate Change Resilience Fund». Ed è così che finora abbiamo raccolto circa 700 milioni di dollari nel nostro proprio fondo, più circa 300 milioni di dollari in quello dei donatori. Ma i due fondi finanziano le stesse misure del piano d’azione. Ora, finalmente, il Fondo verde per il clima (Green Climate Fund, GCF) è pure pronto e le due istituzioni pertinenti del Bangladesh sono accreditate; abbiamo presentato una prima richiesta.
Il Bangladesh ha lanciato a Bonn il Bangladesh Climate Finance Transparency Mechanism, che riunisce le risorse dello Stato e quelle dei donatori. Perché?
Da non molto, la società civile è implicata nel monitoraggio delle attività. Ci sforziamo così di migliorare la trasparenza e l’impiego dei soldi destinati a finanziare il clima. L’idea non è quella di rendere maggiormente conto ai Paesi donatori, bensì alla nostra popolazione – è quello che noi chiamiamo downward accountability.
Questo modello può essere applicato ad altre nazioni?
Sì, lo spero! Tutti i 48 Paesi riuniti nel Climate Vulnerable Forum (di cui il Bangladesh è uno dei fondatori) hanno deciso di passare al 100% d’energie rinnovabili – e questo senza condizioni, ossia senza dire «se ci date dei soldi o della tecnologia». È la nostra promessa, la nostra aspirazione! E vogliamo che gli altri ci seguano. Le nazioni più vulnerabili assumono così una leadership morale e prendono sul serio la transizione. Vogliamo imboccare questa strada poiché è l’unica ad avere un futuro!
Come vede il legame tra sviluppo e protezione del clima?
I Paesi in via di sviluppo si sono battuti per anni allo scopo d’ottenere dei mezzi finanziari nuovi e addizionali per delle misure di protezione del clima e d’adattamento, che vadano oltre l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) promesso. A mio avviso, abbiamo perso questa sfida. Ogni Paese donatore ha la sua propria interpretazione del finanziamento del clima e mischia i fondi.
Ciò vuol dire che lei non fa più la distinzione tra finanziamento dello sviluppo e del clima?
Su questo punto ho forse una posizione un po’ più radicale rispetto ad altri: certo, è stato promesso lo 0,7 % (del reddito nazionale lordo delle nazioni ricche per finanziare lo sviluppo), ma nessuno lo rispetta. E voi, i donatori, scegliete i Paesi e le priorità che preferite. Ma va bene. Finché si tratta di contributi volontari ciò è legittimo; non possiamo chiedere conti a nessuno.
Per contro, il finanziamento del clima fa parte d’un accordo internazionale, della Convenzione quadro sul clima e dell’Accordo di Parigi sul clima. Si tratta d’un pagamento secondo il principio del “chi inquina paga”, non di carità. L’APS è beneficenza, mentre il finanziamento del clima è un obbligo contrattuale. Dunque, quando la DSC viene in Bangladesh, la Svizzera è una benefattrice. Ma quando la Svizzera partecipa ai negoziati sul finanziamento del clima, le chiediamo dei conti in quanto è parte di un accordo, poiché ha contribuito a provocare un danno.
Basta temporeggiare!
J.S. Sul principio, la Svizzera e il Bangladesh potrebbero anche concordare: l’attuazione dell’Accordo di Parigi manca d’ambizione e di senso delle responsabilità. Ma è sempre colpa degli altri...
Doris Leuthard, la presidente della Confederazione, è stata molto esplicita davanti alla comunità internazionale: abbiamo bisogno «di regole vincolanti e di trasparenza». Il «tempo delle discussioni» è terminato, ora bisogna agire concretamente.
Prima dell’apertura della 23a conferenza sul clima, presieduta dalle Figi a Bonn, la delegazione svizzera aveva già parlato di «COP tecnica», in cui sarebbe stato semplicemente elaborato il corpus di regole dell’Accordo quadro di Parigi sul clima. Le attese erano quindi sobrie e razionali, come se, dopo Parigi, gli Stati fossero sulla stessa linea d’onda in materia di politica climatica. I segnali delle nazioni sempre più toccate dai cambiamenti climatici erano stati ignorati.
La Svizzera e altri Paesi occidentali sembravano dunque esser sorpresi nel vedere che, sin dal primo giorno della conferenza, venivano messe sul tavolo delle esigenze politiche. Esse non riguardavano solo la riduzione delle emissioni dopo il 2020, ma anche il ritardo nel sostegno accordato ai Paesi in via di sviluppo per lottare contro il cambiamento climatico. Gli Stati insulari volevano pure iscrivere la questione dei loss and damage nell’agenda di negoziati: ossia il sostegno finanziario per i danni climatici e il rischio di perdita di territori.
Alcune nazioni in via di sviluppo sono state accusate da quelle industrializzate, tra le quali la Svizzera, di «sabotare» i negoziati e di voler «reinterpretare» l’Accordo quadro di Parigi sul clima, col pretesto che i Paesi in via di sviluppo non sono pronti a fissarsi degli obiettivi climatici ambiziosi. Essi vogliono sempre più soldi e concessioni, nonostante non abbiano piani d’adattamento e non sappiano come utilizzare i fondi climatici già a loro disposizione.
L’intervista qui accanto, che riguarda un Paese direttamente toccato dal cambiamento climatico come il Bangladesh, dimostra che ciò non è il caso. Le 47 altre nazioni in via di sviluppo del Climate Vulnerable Forum (CVF) aspettano sempre il sostegno che è loro dovuto, in virtù del trattato, da parte dei principali responsabili del cambiamento climatico.
In una certa maniera, i membri del CVF possono approvare l’analisi della presidente della Confederazione: malgrado un progresso storico a Parigi, gli interessi nazionali e i movimenti tattici ostacolano ancora il dibattito sul clima e inoltre mancano l’ambizione e il senso delle responsabilità. Salvo che le popolazioni del sud, contrariamente a noi, sentono sempre maggiormente che ciò mette in pericolo la loro vita.
Pubblicato il 4 gennaio 2018 su La Regione
(Traduzione: Fabio Bossi)