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Non ha mai perso la sua capacità di indignarsi di fronte all’ingiustizia, si è sempre schierato dalla parte della gente umile, è stato immune all’accomodamento, ha conservato in ogni momento la lucidità analitica e la decisione nell’agire. Sue caratteristiche, come nel caso di tanti/e altri/e rivoluzionari/e, sono state in primo luogo la sensibilità verso l’altrui sofferenza, poi una scelta etica (“con los pobres de la Tierra quiero yo mi suerte echar”, con i poveri della Terra io voglio condividere la mia sorte, come recitava il verso di José Martí), e solo dopo, molto dopo, venivano la tattica e la strategia, il partito e il programma. Neppure un briciolo di ambizione, neanche un grammo di lucro. Con decenza. Austerità. Incorruttibile.
Per questo, già molto logorato dalla malattia, lo si trovava come un pesce nell’acqua nelle piazze del 15-M fra le maree di gente o nelle riunioni e attività formative con giovani della sinistra Anticapitalista. Esattamente come quando cominciò a partecipare al movimento studentesco degli anni Sessanta, nell’identico modo della sua presenza ai picchetti degli scioperi generali, o nelle mobilitazioni prima per l’amnistia, poi contro l’entrata nella NATO e la presenza delle basi nordamericane, nella manifestazioni di solidarietà con la frustrata rivoluzione nicaraguense, o in qualsiasi causa valesse la pena. Soprattutto, in ogni tentativo di organizzare la resistenza internazionale di fronte al capitalismo mondiale; di qui l’intensa attività da lui dispiegata nelle attività dei Social Forum Mondiali, ad esempio quello di Porto Alegre.
Con lo stesso vigore con cui lottò per le conquiste di libertà si batté con i freni e le restrizioni della Costituzione, figlia di una Transizione che accantonò le aspirazioni del movimento operaio di tutto lo Stato spagnolo e delle popolazioni delle nazionalità [interne ad esso]. Scampò il carcere sotto il franchismo, ma i suoi articoli nel dossier Viva la repubblica! della rivista Saida lo condussero in prigione per un mese essendosi rifiutato di pagare la cauzione fissata dal giudice. Paradossi della vita, uno che aveva dedicato tutta la propria giovinezza ad abbattere la dittatura si vide incarcerato dai nuovi democratici per il fatto di difendere una forma di governo e di Stato democratici. È stato un irriducibile, non ha mai accettato la farsa dei Patti della Moncloa e di un regime, quello della riforma che oggi fa acqua e in cui non crede la gioventù stufa, insubordinata e indignata.
“Moro”– Moro – il nome con cui lo conoscevano compagni ed amici, con il quale tra l’altro si identificava appieno – fece parte della generazione del ’68, quando sembrava che potessimo cambiare il mondo, quando – a prescindere dalla repressione – correvano venti di speranza e di generosità, tempi in cui non era follia né una rarità battersi per la Rivoluzione socialista, che concepivamo ben diversa dalla dittatura stalinista e che, ben al contrario, pretendevamo fosse la condizione per una società di donne e uomini liberi ed uguali. Tempi di generosità e di impegno, ben lontani dal maledetto criterio che regge lo spirito del costo/beneficio.
Esattamente allora ci conoscemmo, in momenti in cui, per riprendere alcune sue parole dedicate a Silvino Sariego, stringemmo “un’amicizia sviscerata, creatasi più di quarant’anni fà, quando amicizia e rivoluzione erano inseparabili”. Moro, oltre ad essere n lottatore, un attivista e un politico lucido – di quelli che non presero mai neanche un soldo dalle casse pubbliche – è stato un amico straordinario e incondizionato per noi amici ed amiche che siamo orgogliosi di averne ottenuto l’affetto e la fiducia. E che ne abbiamo condiviso la vita. E di qui nacque la mia amicizia e comune militanza a prova di tutto con Moro, Jaime Pastor, Lucía González (quanta nostalgia!), e con le altre persone che poi si aggiunsero alle nostre vite: Chato Galante, Justa Montero, Marti Caussa, Petxo Idoyaga e altri, tanti altri, tanta gente di un elenco impossibile riprodurre.
Partecipazione politica- Nel ’66, l’anno in cui stava cercando di organizzarsi politicamente, non ci fu bisogno di spiegargliene la necessità, bastò dargli un appuntamento. Mi resi subito conto della qualità del personaggio. E, da allora, non ha mai smesso un solo giorno della sua vita di essere organizzato per lottare. Perché Moro ha sempre pensato che l’azione o è collettiva e condivisa, o non serve all’emancipazione. E alla democrazia. L’azione e l’organizzazione del movimento sociale, per Moro, e per quanti ne abbiamo condiviso l’esperienza, deve essere impregnata di democrazia, di autogestione, di autorganizzazione. Per lui non c’è partito che tenga se, anche nelle peggiori condizioni di repressione, non ha un funzionamento completamente democratico.
Dapprima militò nel Fronte di liberazione popolare (FLP) e dopo il suo scioglimento fu uno dei fondatori del gruppo Comunismo, embrione della Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR) della cui direzione fece parte e che per anni rappresentò negli organismi della IV Internazionale, dove condivise discussioni, progetti e idee con persone della levatura, tra gli altri, di Ernest Mandel (il suo maestro), Francisco Louça e Daniel Bensaïd. Con il “Bensa”, il suo amico francese – punti di riferimento reciproco nelle loro elaborazioni politiche – mantenne un dialogo permanente fino al giorno della morte del filosofo e militante, il 12 gennaio 2010.
Moro svolse un ruolo chiave nell’avvicinamento tra ETA VI e LCR che culminò nella fusione delle due organizzazioni. Per anni animò lo sviluppo delle organizzazioni rivoluzionarie in America Latina, anni nei quali diresse la pubblicazione in castigliano di Inprecor,rivista politica bimestrale della LCR. Ma Il suo maggiore impegno (e l’illusione) giornalistico lo riversò nei suoi articoli per Combate, il giornale di questa stessa organizzazione di cui fu direttore a varie riprese, fino alla fusione del suo partito con il Movimento Comunista (MC). Dopo il fallimento della fusione, fece parte di Spazio Alternativo, tendenza di Sinistra Unita (IU), che nel 2008 abbandonò la coalizione diventando Sinistra Anticapitalista (IA), organizzazione di cui Miguel Romero continuava a far parte attivamente.
Viento Sur– [Il Moro] ha diretto ed è stato il principale animatore di questa rivista bimestrale, una pubblicazione con un’importante influenza sulla sinistra alternativa, per i 131 numeri usciti fino ad oggi. È stato questo il suo principale contributo negli ultimi anni, compresi quelli della sua lunga malattia, dalla rivista cartacea o sul web. Fatica giornalistica che è andata insieme alla sua partecipazione a forum e tavole rotonde, conferenze e colloqui di formazione, lavorando per anni in ACSUR-Las Segovias e scrivendo libri quali ¡Viva Nicaragüa libre! (1979), La guerra civil española en Euskadi y Catalunya: contrastes y convergencias (2006) e Conversaciones con la izquierda anticapitalista (2012), o partecipando come coautor a Porto Alegre se mueve (2003), 1968. El mundo pudo cambiar de base (2008), Enrique Ruano, memoria viva de la transición (2009) e Pobreza 2.0 (2012).
Moro ha vissuto la vita intensamente, esprimendo tutto quel che valeva la pena di esprimere. Si è goduto fino all’ultimo momento la sua famiglia, l’ampio clan dei Romero di cui si vantava. E giustamente, aggiungo, dopo averli conosciuti. Tranne la sua sosta parigina, ha trascorso l’intera sua vita adulta a Madrid, tranne brevi soggiorni in altre città, costretto dalla clandestinità. Ma si è sempre professato andaluso. Un andaluso capace di capire le persone di altri popoli e di rispettare il loro diritto di decidere. Si è goduto le sue amicizie. Le vecchie e le nuove. Di persone di cui era amico di vecchia data e di altre appena arrivate. Non ha perso la capacità di legare con le generazioni successive. Ha goduto dei vari momento, di ogni momento. Ha orientato la sua quotidianità secondo il saggio carpe diem. Per il suo carattere e per la sua visione del mondo “niente di umano gli era estraneo”. Lo interessava tutto, dall’impatto della biotecnologia al significato dell’opera di Brecht.
Ma aveva soprattutto passioni. Grandi passioni. Lo appassionava il flamenco e prediligeva Enrique Morente, si godeva sia la Sinfonia n. 40 di Mozart sia Tristano e Isotta; fan dei Beatles e di Van Morrison e buon conoscitore del jazz: Ma è stato soprattutto un lettore incallito, ovviamente di autori marxisti, ma non solo; leggeva Majakovskij, leggeva e rileggeva Poeta a New York [García Lorca]. Andate a rivedervi tutte le quarte di copertina di Viento Sur e avrete la controprova del suo permanente omaggio a García Lorca. E divorava romanzi fin da quando, mi raccontò, si imbatté da ragazzo nell’Isola del Tesoro. Lo appassionavano in particolare i romanzi polizieschi. Come tanti altri rivoluzionari. E il cinema! Assisteva assiduamente al Festival di San Sebastián, probabilmente ha battuto qualche record nel rivedersi “Roma città aperta” o “Viridiana”, era un ammiratore di Billy Wilder e di Berlanga, in più di un articolo politico – non si sa come mai – trovò il pretesto per citare Lauren Bacall. E vi rivelo un segreto: quando giocava il Barça [il Barcellona] l’orologio si fermava, ed era meglio aspettare e non chiamarlo prima che finisse la trasmissione della partita. Questo, tutto questo ed altro, contraddistinguevano il mondo sfaccettato di uno cha molta gente ha conosciuto soltanto per il suo impegno politico.
Quanto e quante cose, amico, compagno Moro, si potrebbero raccontare di te! Non ne ricordo nessuna cattiva. E, certo, ricorderò sempre i buoni difficili momenti politici e personali in cui ci trovammo insieme, compagno. Fino alla notte stessa in cui sei entrato in coma. Un momento prima avevi ancora voglia di sapere “come vanno le cose”, quelle di sempre, i compiti del momento.
Se Moro potesse tracciare un bilancio della sua vita, niente lo esprimerebbe meglio delle sue parole scritte qualche decennio fa, nell’articolo “Punto e a capo” del n. 518 di Combate che può spiegare il suo tentativo costantedi “collegarsi” con la gioventù indignata, con le nuove generazioni rivoluzionarie e la sua ossessione per il rinnovamento, per lasciare spazio:
“Si guardi soltanto l’abbozzo di articolo che ho davanti. Parla in prima pagina di ‘Cambio’. Non è un’idea particolarmente originale, ma è vero che questo è importante. Passiamo il testimone. Abbiamo fatto il tratto che ci spettava, così diverso da quello che avevamo immaginato, con tutte le nostre forze. Non siamo stanchi. Pur con tutti gli ostacoli e gli inciampi, ci è piaciuta la strada. Ed ora siamo soddisfatti di lasciare il testimone in mani che sono anche le nostre e andare avanti. Questo è quel conta e tutto il resto è secondario”.
Tratto da www.vientosur.info