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Tra le vittime illustri del bombardamento aereo su Milano dell’8 agosto 1943, il Teatro dei Filodrammatici fu, insieme alla vicina Scala, quella che riportò i danni più ingenti. Il 13 aprile 1945, una seconda bomba completò la distruzione dell’edificio, lasciando in piedi solo i muri perimetrali, corrispondenti al volume della vecchia chiesa sconsacrata di San Damiano, in cui, dal 1798, si era installata la prestigiosa sala a servizio dell’omonima Accademia.
Per risolvere le difficoltà finanziarie dovute all’inagibilità del teatro - che fino agli anni Sessanta si ridusse ad ospitare un cinematografo dentro una “scatola” alloggiata nel vano della sala - il consiglio dell’Accademia co-minciò dunque a valutare la possibilità di vendere l’area e costruirvi un palazzo d’uffici. Già nel 1958, però, il soprintendente Pietro Gazzola impegnò la Soprintendenza ad apporre il vincolo monumentale a ciò che restava dell’originaria fabbrica, costringendo l’Accademia a prendere in considerazione l’ipotesi di un intervento meno invasivo. Nacque così l’opportunità di affidarsi alla sensibilità di Luigi Caccia Dominioni che, proprio negli stessi anni, aveva dimostrato, nella ristrutturazione della Pinacoteca Ambrosiana , come modernità e rispetto della tradizione non fossero affatto antitetici.
La proposta di Caccia Dominioni partiva dall’idea di ricavare la sala teatrale a 9 mt.sotto terra (esattamente secondo l’asse di svolgimento del vano originario) e di riservare lo sviluppo superiore a un palazzo per uffici , delimitato lungo i lati dalle facciate preesistenti, opportunamente consolidate . Un restauro fuori, dunque, e una serie di spazi completamente moderni dentro.
Il piano terra veniva equiparato a quell’idea di galleria pubblica che è un segno costante degli interventi di Caccia nel centro (Galleria Strasburgo in corso Europa; Palazzo per Uffici in corso Italia; etc). Corrispondente a una visione dell’urbanistica come arte di plasmare i flussi (cfr. sistemazione di piazza S.Babila), la strada-galleria rispondeva a una memoria storica ben radicata a Milano, ma ne rifiutava la rigida impostazione ottocentesca ad asse prospettico monofocale. Se nelle case d’abitazione il corridoio diventa spina fluida di distribuzione, nei palazzi urbani la galleria riporta la stessa esigenza di fluidità, di scorrevolezza e di superamento dell’ortogonalità che, non a caso, trova il suo complemento ideale nelle pavimentazioni musive di Francesco Somaini: neoliberty e al tempo stesso informali. Al pian terreno dei Filodrammatici, la galleria compie un percorso sinuoso e nelle anse vengono alloggiati gli ingressi al Teatro (che riceve una sottolineatura dal lucernaio ellittico )e ai vari uffici.
Se la galleria rappresenta la dimensione pubblica, il teatro ripropone le caratteristiche dell’architettura d’interni e il suo talento di “piantista”. In uno spazio stretto che si svolge lungo tre piani, una scala plastica (esempio dell’eccellenza artigianale del made in Milan) figura come un nastro che guida lo spettatore con agevole conti-nuità alle due gallerie e alla platea. Corridoi e foyer sono di nuovo affidati all’interpretazione di Somaini che sperimenta diverse varianti prima di arrivare al disegno “a gocce” che asseconda le curve della planimetria.
I primi disegni sono del 18.05.1962, ma solo il 3.04.1966 la Soprintendenza darà il nulla osta ai lavori, che furono avviati il 5 ottobre 1966 dall’Impresa Castelli.
Fonti:
Archivio della Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio, Milano. Sezione “Monumenti”, cartella “Teatro Filodrammatici”.
Bibliografia essenziale:
F. Guicciardi, Il nuovo teatro di un’accademia milanese, 1798–1970, Accademia Filodrammatici, Milano 1970
Paolo Campiglio, edited by, Il segreto dell’assoluto. Lo scultore Francesco Somaini e Milano,16 giugno 2007, Itinerari di Architettura milanese, Fondazione Ordine Architetti Milano.
D. Kohn, Francesco Somaini, Luigi Caccia Dominioni,In movimento/on the move, Abitare n. 525, settembre 2012