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Aria nuova
Juan Manuel Chaves
Settimanale Brecha, Montevideo, 23-9-2011
Risalgono a maggio le prime mobilitazioni degli studenti cileni per una “educazione gratuita e di qualità”. La curiosità del caso sta nel fatto che la stanchezza non si è ancora fatta sentire, nonostante le crescenti pressioni del governo. Il movimento ha già avuto ripercussioni sul livello di popolarità di Sebastián Piñera, uno dei più bassi conosciuti da un presidente dalla caduta della dittatura, e nel rilancio della protesta sociale nel paese. E continua ad avere conseguenze al di fuori delle frontiere.
Il seguente rapporto comprende una cronaca “da dentro” di un movimento che in ogni modo cerca aria nuova, e la descrizione di una delle conseguenze dell’iniquità del sistema educativo cileno: l’”esilio” di studenti in Argentina.
Andrés si è laureato nel 2010 all’Università Bernardo O’Higgins come professore di educazione fisica, sport e salute. Il corso di studi è durato quattro anni, adesso ha 24 anni e un debito di 60 mila dollari da pagare. I suoi piani di vita sono fortemente condizionati: sperava di fare un viaggio di alcuni mesi per “aprire un po’ la testa” ma non può concedersi questo lusso; in qualche modo deve trovare il odo di pagare le rate del prestito che ha richiesto per sostenere i suoi studi universitari. “La mia famiglia ha pagato la mia formazione durante la primaria e la secondaria, adesso vorrei essere autosufficiente, ma è difficile farcela con meno 60 mila, entro nel mondo del lavoro già indebitato”, racconta Andrés a Brecha durante il corteo di giovedì 14.
La sua situazione è molto simile a quella di un milione e mezzo di studenti universitari cileni che si sono stancati di continuare a pagare per la propria formazione.
Fino al 2006 molto pochi studenti delle classi media e bassa si avventuravano nella carriera universitaria, e il mezzo più alla mano erano le borse di studio dello Stato, che arrivavano solo a una parte della popolazione. Attualmente gli altri studenti possono ricorrere a due tipi di crediti: uno fornito dallo Stato con un interesse al 2%, le cui quote sono detratte dal salario (5% di questo) per 12 anni (ciò che suppone il 50% del costo totale della carriera) ma che è concesso solo agli studenti dell’educazione pubblica; e un secondo credito, diretto a studenti dell’educazione privata (la maggioranza), chiamato Credito garantito dallo stato (Credito con Aval del Estado – CAE), che prevede che lo studente si indebita con la banca privata del prestito che si ammortizza a due anni dalla laurea con un interesse del 6,4% e che si paga nella sua totalità. Con questo nuovo meccanismo le famiglie che prima non potevano accedere all’educazione lo fanno, e le Università permettono di entrare con punteggi più bassi. Il sistema di selezione degli studenti si rilassa dal momento che lo Stato appare come un sostegno alla banca privata, cosa che porta a una moltiplicazione delle istituzioni universitarie.
In questo contesto la preoccupazione di Andrés appare minore rispetto a quella di Ileana, sua compagna di corteo, che sta finendo gli studi di medicina (circa nove anni) grazie a questo secondo tipo di prestito. I suoi studi costano circa 1'700 dollari al mese. “So che quando finirò l’Università dovrò andare immediatamente a lavorare. Addio al sogno di una casa propria, dell’auto e ai piani di farsi una famiglia, almeno nell’immediato futuro”. La possibilità dell’educazione pubblica c’è in entrambi i casi, ma sanno che le opportunità sono migliori laureandosi in un’istituzione privata.
Siamo stati pingüinos
Il precedente movimento studentesco in Cile è stato quello dei cosiddetti “pengüinos” (pinguini), studenti di secondaria sul punto di passare all’Università e preoccupati per la situazione critica che avrebbero affrontato. Sorto nel 2006, il movimento, nonostante la sua capacità di mobilitazione, ha fallito. Il progetto di discussione è stato messo in un cassetto dalla presidente socialista Michelle Bachelet, e tutto si è risolto con riunioni chiuse con i principali attori del conflitto. Molti di coloro che oggi sono presenti nella mobilitazione c’erano anche in quelle del 2006 e non vogliono che si ripeta la stessa cosa.
I dirigenti studenteschi Giorgio Jackson e Camila Vallejo sono i volti più visibili di queste mobilitazioni. I loro discorsi coincidono con i propositi degli studenti, e la loro capacità di trasmetterli ha conquistato la simpatia del resto della società cilena. I leader del movimento hanno affrontato continuamente accuse di promuovere la violenza nelle manifestazioni e di essere agenti politici del Partito Comunista (Camila Vallejo è militante del Partito Comunista). Loro sono gelosi guardiani della propria indipendenza. La Concertación è stata tentata di “collaborare”, ma il “pudore o realismo politico” le ha impedito di avvicinarsi al movimento sociale, “perché in parte sono stati al governo dal 1990 al 2010 e sono responsabili di ciò che sta succedendo oggi”.
Settimana scorsa gli studenti hanno chiesto che siano loro garantiti quattro punti per cominciare un dialogo con il governo di Sebastián Piñera: posticipare il termine per chiudere il primo semestre dell’anno, congelare i progetti di formazione che sono in discussione nel Congresso, rendere trasparente il dialogo e che non si mettano più risorse a disposizione delle Università che fanno guadagni. Il ministro dell’Educazione, Felipe Bulnes, si è nettamente rifiutato a posticipare la chiusura del primo semestre di studi e a congelare i progetti in discussione al Congresso. E martedì 19 Piñera ha annunciato che “purtroppo” circa 70 mila studenti, il 2% delle matricole di secondaria, perderanno l’anno. “Devo pensare al resto”, e “adesso è ora che gli studenti si mettano al lavoro”, ha detto il presidente. La risposta dei giovani è stata una nuova manifestazione, ieri giovedì (22 settembre, ndt), nella quale hanno insistito che non si sarebbero lasciati dividere. “Tutti vogliamo studiare e lavorare: per questo siamoi qui, nella strada, perché ci sia possibile farlo”, ha detto Camila Vallejo.
Un buon affare
In Cile, chiunque può fondare un’Università, per questa ragione nascono centri educativi in ogni momento. Così hanno spiegato a Brecha i docenti dell’Università Alberto Hurtado, Marcos Fernández e María Teresa Rojas. I due concordano che l’educazione in Cile è “mercificata” e punta all’arricchimento di pochi. Nonostante siano docenti di istituti prvati (“imprese”, si accalorano a dire) sono coscienti che è necessario un cambiamento del sistema e che questa è una buona opportunità.
Secondo quanto spiega un altro professore, Alberto Harambour, dell’Università Diego Portales, in Cile una legge del 1981 proibisce espressamente che ci sia lucro nella formazione superiore, e stabilisce che tutte le entrate devono essere reinvestite. La legge contiene però una clausola che è una specie d’invito ad aggirarla: permette la creazione di “società specchio” che abilitano il rettore di un’università a essere anche –ad esempio- proprietario di un’immobiliare che affitti l’edificio all’Università a un prezzo molto superiore al mercato. Lo stesso vale per la prestazione di servizi. Il meccanismo ha condotto a che sempre più imprenditori desiderino farsi carico di centri educativi, da cui estraggono un buon guadagno. L’affare è tanto visibile e redditizio che all’inizio del 2009 il gruppo statunitense Apollo ha comperato l’Università privata cilena uniacc per 400 milioni di dollari, e lo stesso è accaduto per un fondo d’investimento canadese (KKR), che ha acquistato l’Universidad de las Americas e parte della Andrés Bello, entrambe con la maggior quota di “mercato” di formazione universitaria privata. Ogni Università privata ha i suoi curricula di studi. È il “mercato” a unificare la loro offerta. “Le regole della domanda e dell’offerta fanno sì che tutte insegnino più o meno le stesse cose”, dice. L’unica carriera che vede regolati i propri contenuti è Medicina: il Collegio Medico stabilisce che prima che un medico eserciti, deve aver superato un esame con i principali contenuti necessari alla pratica.
Maria Tesesa Rojas ha raccontato a Brecha la diseguaglianza tra i laureati di diverse Università e in alcuni casi la bassa qualità della formazione. “Per ottenere una maggiore quantità di studenti (“clienti”, ironizzano i tre docenti), le università abbassano i requisiti d’entrata e le esigenze dei corsi. “Il sistema è pensato in modo tale che se uno studente abbandona i suoi studi universitari, chi deve rifondere il debito che ha generato è l’Università stessa. Perciò, si forma quella che chiamiamo “titulación oportuna”, nella quale i centri di studio cercano in tutti i modi possibili di far laureare gli studenti, meglio se nella minor quantità di anni possibile.
La terra si muove
Nella giornata di sciopero del 24 agosto, un rumoroso corteo di giovani è arrivato all’incrocio tra Andrés Bello e il ponte sopra il fiume Mapocho. Si trattava di giovani studenti della Pontificia Università Cattolica che si dirigevano a Las Condes, uno dei quartieri più ricchi di Santiago. Era l’ora della merenda e della pausa di centinaia di lavoratori edili di un importante edificio. Improvvisamente, un giovane dirigente studentesco ha lanciato il classico slogan degli universitari di sinistra: “Operai e studenti, uniti e avanti!”. Gli operai edili si sono mostrati sorpresi, ma dopo sorrisi e commenti, è cominciato a salutare con i caschi in aria. Una studentessa in bicicletta ha riempito l’aria con l’allendista: “El pueblo unido jamás serà vencido!”. Tutti i pugni si sono levati. Un’elegante signora accompagnata da sua figlia, sull’atro marciapiede, osservava quello che succedeva con stupore. Uno dei risultati raggiunti dalle mobilitazioni è che hanno saputo trascendere gli studenti, arrivando tanto ai settori popolari, quanto a una classe media che è andata impoverendosi man mano che cresceva il suo livello d’indebitamento.
Le mobilitazioni studentesche sono cominciate più di tre mesi fa. Le consegne sono cambiate per evitare un esaurimento, dice Camila Vallejo, presidente della Federazione di Studenti dell’Università del Cile e portavoce della Confederazione degli studenti del Cile. Nelle strade di Santiago, studenti dei licei “occupati” sollecitano soldi per “resistere” e la maggioranza della popolazione accompagna i propri contributi con parole d’incoraggiamento. Un cacerolazo di massa in vari quartieri è stato il riflesso dell’appoggio. “Questa volta la famiglia di classe media soffre, accompagna la mobilitazione, perché è indebitata e vede che questa realtà non cambia senza una partecipazione popolare”, sostiene María Teresa Rojas. Tutto un progresso.
In occasione dello sciopero nazionale convocato dalla Centrale Unitaria dei Lavoratori (CUT) il 24 e il 25 agosto, il governo ha cominciato a preoccuparsi per l’ampiezza delle mobilitazioni studentesche. E ha cominciato una campagna per tentare di dividere e indebolire il movimento che si è andato estendendo ai docenti e persino al personale più anziano di alcuni centri educativi.
Ai settori che avevano mostrato una certa simpatia per gli studenti mobilitati, la promessa iniezione di 4'000 milioni di dollari supplementari nel sistema educativo è bastata per calmarli. Adesso richiamano i giovani “alla calma” e a “negoziare”. Gli studenti mobilitati sostengono che i nuovi fondi annunciati dal governo, così come la riduzione degli interessi dei prestiti, anche se sono dei progressi, significheranno poco, se non saranno accompagnati da un cambiamento di fondo del “modello educativo”.
D’altro canto, il governo ha ricattato gli studenti dicendo che se non tornano ai corsi prima del 10 ottobre e non si impegnano in un programma speciale di esami, non solo perderanno l’anno, ma saranno responsabili del licenziamento di docenti e della chiusura di Università. Un giovane consultato da Brecha nel corteo di giovedì 14 ha spiegato: “Non ci iscriviamo in questo programma perché stiamo lottando per un’educazione di qualità, il governo invece ci ha inventato uno stratagemma per uscire rapidamente. Quello che noi vogliamo è tornare a frequentare i corsi quest’anno, ma in altre condizioni”.