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Ambasciatore Long, come spiega che i paesi dell’OCDE, di cui la Svizzera fa parte, hanno sino ad oggi mostrato una posizione estremamente difensiva nelle discussioni del Gruppo di lavoro intergovernativo dell’ONU (IGWG) che presiede?
E’ vero che ci si è trovati di fronte ad un atteggiamento timoroso, perfino ostile, di certi paesi dell’OCDE, da quando la Risoluzione 26/9 del Consiglio dei diritti dell’Uomo è stata adottata nel 2014. Ma dopo le sessioni del 2015 e del 2016, il clima è diventato più amichevole e favorevole al momento della terza sessione di fine ottobre del 2017, anche se le discussioni rimangono tese e difficili. Numerosi paesi non avevano partecipato, oppure avevano boicottato la prima sessione. Anche se gli Stati Uniti e il Canada non sono presenti, l’Australia ha aderito alle discussioni e l’UE si impegna ora molto più attivamente su questo dossier.
Una quantità enorme di interessi sono in gioco, dal momento che si tocca al cuore di un sistema economico mondiale che ha garantito molta impunità al grande capitale e alle grandi imprese senza pretendere da loro alcuna responsabilità (accountability). Lo strumento in preparazione non va inteso come misura contro gli investimenti stranieri (FDI), il cui ruolo è importante nel processo di sviluppo. Ma l’investimento privato deve rispettare i diritti umani, i diritti del lavoro e l’ambiente, ciò che non è sempre il caso.
Importanti passi avanti sono stati fatti in questi ultimi anni con l’adozione delle Linee guida - volontarie - all’ONU e all’OCDE. Sono sviluppi importanti, ma non si può fare a meno di osservare che per certi paesi sembra essere sempre tabù parlare di norme vincolanti per ciò che riguarda i diritti umani, contrariamente a ciò che accade in altri campi come il commercio e l’investimento. Per l’Ecuador e altri paesi, si tratta di “due pesi e due misure” (doppio standard) e questa posizione rappresenta una divergenza importante con quella dei paesi dell’OCDE. Grandi interessi finanziari e commerciali impediscono lo sviluppo di norme vincolanti riguardanti i diritti umani.
Contrariamente ai paesi dell’OCDE, i grandi paesi emergenti come la Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica, sostengono questo processo multilaterale. Non hanno niente da temere, questi paesi, per le loro grandi imprese diventate protagoniste negli investimenti e nel commercio mondiale?
Gli Stati che hanno capito che questo trattato non è “contro gli investimenti”, che non mira a scoraggiare o punire gli investitori, lo sostengono. Le imprese multinazionali dovrebbero poter dire: non abbiamo paura di un tale strumento. E’ nel nostro interesse investire in modo responsabile e stabilire un level playing field per assicurare una concorrenza a pari condizioni. Parecchi paesi del Sud sono stati vittime di abusi da parte di imprese multinazionali, come l’India (catastrofe di Bhopal) oppure il Sudafrica segnato dal suo passato storico dell’apartheid, politico ma anche economico che ha visto delle imprese beneficiare di questo sistema, specialmente in fatto di condizioni di lavoro e di sfruttamento della mano d’opera. La Cina, le cui imprese sono attive nei paesi in via di sviluppo, tra cui l’Ecuador, ha, in passato, pure lei visto imprese abusare di situazioni di povertà sul suo territorio. Detto questo, questi paesi hanno –per certi aspetti- situazioni divergenti.
E’ interessante notare che il volume degli investimenti stranieri è più elevato nei paesi ad alta densità “normativa” , com’è il caso in Europa, che presenta il contesto più regolamentato nel mondo in fatto di diritti del lavoro e di protezione dell’ambiente. Gli investitori cercano delle opportunità (a lungo termine) dove la mano d’opera è qualificata, il sistema giudiziario non è corrotto e le istituzioni funzionano. In altre parole, dove possono usufruire di un level playing field, di condizioni propizie. I paesi in via di sviluppo che hanno identificato questa esigenza, sostengono il trattato.
Il mondo degli affari (ICC, IOE, BIAC, FTA-BSCI) non dovrebbe battersi per un global level playing field, mentre i loro rappresentanti (vedi le varie associazioni padronali internazionali) si oppongono con fermezza al negoziato di un trattato multilaterale, adducendo in particolare, che quest’ultimo metterebbe in pericolo l’attuazione delle Linee guida dell’ONU relative alle imprese e ai diritti umani?
Questo discorso è spiacevole. Occorre tuttavia osservare che le posizioni di quelle organizzazioni non fanno l’unanimità in seno alle imprese. Certe, infatti, non temono di assumersi le loro responsabilità. Spero che in futuro esse prenderanno le distanze dai loro portavoce.
Siamo qui di fronte ad una contraddizione “civilizzatrice”. Negli anni 1980, il diritto a investire si è parecchio rinforzato, con l’avvio dell’ISDS (Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) e delle corti di arbitrato previste negli Accordi di protezione degli investimenti (“BIT”) che hanno concesso molto peso agli investitori. L’investimento nei paesi in via di sviluppo era considerato “vulnerabile”, i sistemi giudiziari non destavano fiducia. Sono state istituite delle corti internazionali di arbitrato, mentre invece quando si tratta di avviare delle giurisdizioni competenti in materia di diritti umani, ciò sembra “molto complicato” e si frappongono numerosi ostacoli. E’ una flagrante contraddizione denunciata da paesi come l’Ecuador. Non si tratta di seguire un approccio anticapitalista, ma di riconoscere la supremazia dell’essere umano sul capitale, ciò che significa non confondere il fine con i mezzi. Il capitale è un mezzo –importante- che consente ai paesi di svilupparsi, per raggiungere obiettivi umanistici, incluse la felicità dei cittadini e la loro realizzazione; ma il fine non è quello di accumularlo.
La Svizzera ha precisato in occasione della terza sessione del Gruppo di lavoro che intende “identificare eventuali sinergie e complementarità” con la messa in atto delle Linee guida dell’ONU e degli elementi che caratterizzano un progetto di strumento vincolante, e ha nel contempo sottolineato che la priorità va data alla messa in atto delle Linee guida stesse. Che cosa pensa di tale posizione?
Questa posizione è la stessa di quella segnatamente di numerosi paesi dell’OCDE e dell’UE. Detto questo, la Svizzera non ha chiuso le porte alla discussione e non ha manifestato alcuna aggressività al riguardo. Ciò è positivo. Stando così le cose, è una posizione di difesa (di principio) delle Linee guida dell’ONU relative alle imprese e ai diritti umani. In quelle Linee guida sono compresi degli elementi importanti che richiamiamo, in modo trasversale, in tutto il documento “elementi” discusso in occasione della terza sessione. Essi rappresentano un passo fondamentale, un trampolino di lancio verso qualcosa di più vincolante in diritto internazionale. Quelle Linee guida non devono per contro diventare un pretesto per sfuggire alle nostre responsabilità e ostacolare l’introduzione di uno strumento vincolante. Questo potrebbe diventare problematico se certi paesi – che ritengono importante il rispetto dei diritti umani da parte delle loro imprese – si chiudessero in un mantra volontaristico al fine di frenare il dibattito.
La Francia ha adottato nel febbraio del 2017 una Legge sul dovere di vigilanza delle società (..); in Svizzera è stata depositata un’iniziativa popolare che esige il rispetto dei diritti umani e l’ambiente da parte delle imprese. Questi sviluppi risultano essere un valido complemento all’elaborazione di un trattato ONU? Possono essere fonte di ispirazione nei vostri negoziati?
Certamente. La Legge francese rappresenta al riguardo un grande passo avanti, in un processo che passa dal volontario al vincolante. Mentre si può constatare un’accelerazione nell’adottare Piani d’azione nazionali dal 2014 (tre anni dopo che le Linee guida dell’ONU siano state adottate nel 2011) –di cui, forse, si può calcolare che mirava a dimostrare l’autosufficienza delle misure volontarie- la Francia ha varato il suo Piano d’azione nazionale (che raccomanda misure volontarie / CSR) e adottato una legge sul dovere di vigilanza (…), dimostrando così la compatibilità tra le misure volontarie e quelle vincolanti. Sarà importante vedere se altri paesi membri dell’UE e la Svizzera adottano tali legislazioni.
L’elemento centrale è il “dovere di vigilanza” che deve vertere sull’insieme della catena dei valori, nella misura in cui dei partner commerciali possano commettere abusi sui diritti umani. E’ evidente che uno strumento vincolante debba risolvere questo problema di giurisdizione. Questo sta nel cuore stesso della problematica. Un’impresa multinazionale che viola i diritti umani in un paese in cui si stabilisce deve, se del caso, far fronte a delle conseguenze giuridiche nel proprio paese di domicilio. E’ importante che se dei paesi concedono delle agevolazioni fiscali alle imprese affinché si stabiliscano sul loro territorio – ciò che consente di pagare meno imposte-, questi stessi paesi impongano loro degli obblighi. Questo fa parte del contratto sociale. Se quelle imprese commettono dei misfatti nei paesi in via di sviluppo, ciò deve avere delle conseguenze. La due diligence deve fare parte di queste contropartite.
Guillaume Long - una carriera atipica
L’ambasciatore Long, di origine franco-britannica, è stato professore di storia e relazioni internazionali in Equador, prima di essere nominato Ministro delle Conoscenze e del Talento Umano nel governo del Presidente Rafael Correa, poi Ministro della Cultura e del Patrimonio nel 2015 e Ministro degli Affari Esteri dell’Equador nel 2016.
(Versione originale in inglese)
Pubblicato il 17.01.2018
Su Il Corriere degli Italiani