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Gestione della crisi poco lungimirante? «Serve un cambio di paradigma»
«All’interno dell’Amministrazione federale la crisi è stata talvolta gestita senza lungimiranza; questo è stato evidente soprattutto nell’autunno 2020, quando l’ampiezza della seconda ondata di COVID-19 ha colto impreparati l’Amministrazione federale e i Cantoni». Si tratta di una delle considerazioni contenute nel rapporto di valutazione della Cancelleria federale concernente la gestione di crisi dell’Amministrazione federale durante la seconda fase della pandemia di cui il Consiglio federale ha preso atto nella seduta del 22 giugno 2022. Berna ha accolto le 13 raccomandazioni del rapporto e incaricato i dipartimenti e la Cancelleria federale di metterle in atto. Prioritari sono l’organizzazione futura della gestione di crisi, il coordinamento in seno al sistema federale e l’istituzionalizzazione della consulenza scientifica agli attori politici.
«È un rapporto piuttosto completo - commenta Patrick Trancu, consulente di gestione e comunicazione di crisi -. È stato svolto un ottimo lavoro di analisi e di autocritica rispetto alla gestione della pandemia. È un ottimo punto di partenza per ragionare su come il sistema deve cambiare».
La crisi sistemica del XXI Secolo
Trancu, anche autore del libro Lo Stato in Crisi (FrancoAngeli), pone l'accento sulla necessità di un cambio di paradigma rispetto alla passata gestione delle crisi. «Dobbiamo partire dall'osservazione di quello che ci sta accadendo. Il XXI secolo ci ha proiettato in una versione diversa delle crisi: la crisi sistemica. L'evento non è più contenuto, ma il punto di origine di una serie di fratture e di eventi che poi si sviluppano a domino. Lo dice anche il rapporto: superiamo l'idea di affrontare le crisi a silos, a compartimenti stagni, e applichiamo piuttosto una visione d'insieme».
Dall'instabilità all'incertezza continua
Crisi sitemiche, dunque. Ma siamo davvero pronti ad affrontarle? «In realtà, siamo ancora ancorati a una cassetta degli attrezzi che funzionava bene nel XX secolo ma non oggi - chiarisce l'esperto -. Nei primi vent'anni di questo secolo abbiamo dovuto affrontare cinque crisi sitemiche, perché le società sono interconnesse come i Paesi e le economie. L'attacco alle Torri gemelle è stata la prima e ci ha proiettato nell'era dell'instabilità. Poi la crisi dei subprime, la crisi migratoria, fino alla pandemia. La crisi climatica - iniziata prima ma i cui effetti sono oggi ben visibili - è la quinta. Oggi siamo nel 2022 e stiamo vivendo la sesta: la guerra in Ucraina, che non è un evento contenuto ma ha una serie di ripercussioni. È un'altra situazione estremamente complessa». Ed è proprio questa caratteristica a rendere il momento attuale differente: la concatenazione di due crisi sitemiche. «L'incrocio della crisi COVID-19 con la crisi Ucraina. Abbiamo fatto il salto dall'era dell'instabilità all'era dell'incertezza continua».
Popolazione co-gestore di crisi
Tra le 60 pagine di rapporto di valutazione di gestione della crisi da parte dell'Amministrazione federale emerge un altro aspetto: durante la seconda ondata ci si aspettava una reazione diversa, una maggiore preparazione. «Era il momento di entrare in una logica di anticipazione. Che oggi è la logica chiave nella gestione di crisi. Bisogna prepararsi, essere pronti: essere un passo avanti alla crisi e non in continua rincorsa». Patrick Trancu non usa mezzi termini: «Non siamo ancora pronti perché non abbiamo ancora preso coscienza di questo salto di qualità che dobbiamo fare. Siamo ancora ancorati a una visione vechia delle crisi. Dobbiamo ripensare le organizzazioni, il quadro legislativo e normativo. La gestione oggi è condivisa, non possiamo pretendere che sia lo Stato a gestire tutto, ma anche come cittadini siamo diventati co-gestori delle crisi. Con il COVID ci è stato chiesto di fare delle cose: distanziamento sociale, indossare la mascherina, stare a casa, vaccinarci. Di fatto siamo diventati co-gestori di una situazione che ha toccato tutti».
La comunicazione di crisi
La maggioranza degli interpellati ha valutato positivamente la comunicazione durante la crisi. Il 72% degli intervistati ha ritenuto che la comunicazione dell’Amministrazione federale sia stata funzionale alla comprensione delle decisioni del Consiglio federale. Sono poi emersi problemi quando i Cantoni o la Science Task Force e il Consiglio federale hanno assunto posizioni diverse. «Abbiamo imparato che sempre più spesso avremo bisogno di esperti - commenta Trancu -. Perché gli eventi ci sfuggono. Abbiamo bisogno di persone che hanno le conoscenze per interpretarle». Che a questo punto cita la «Lady di ferro»: «Margaret Thatcher diceva "il consulente consiglia, il politico decide". Troppo spesso la politca non si è assunta le proprie responsabilità anche di prendere decisioni impopolari. Come regoliamo il rapporto tra comitati di esperti e Governi? La libertà di espressione deve essere mediata. Perché l'esperto (lo scienziato, il tecnico) è esperto della sua materia ma non vuol dire che sia un buon comunicatore, un buon divulgatore. Le task force di esperti devono essere affiancate da esperti di comunicazione di crisi. Bisogna essere sicuri che il punto di vista sia correttamente interpretato da chi è il ricettore del messaggio».
«Nella crisi la comunicazione non è l'azione del comunicare, ma il comunicare l'azione», aggiunge ancora il nostro interlocutore. La chiarezza della comunicazione delle istituzioni è fondamentale, perché deve orientare i comportamenti. E risulta necessario «utilizzare tutte le piattaforme possibili con i linguaggi corretti. Riflettere sull'audience che deve recepire il messaggio». Vari social media sono stati sfruttati troppo poco: la comunicazione del Consiglio federale si è infatti limitata, in questo ambito, a Twitter, si legge nel rapporto. «Quello che comunicherò sul sito del Consiglio federale non è la stessa modalità di comunicazione che utilizzerò sui social», fa notare Trancu.
Autocritica: il primo passo verso il miglioramento
Il Consiglio federale ha dato mandato alla Cancelleria di fare proprio il contenuto di quelle 13 raccomandazioni. «Bisogna essere lieti di avere accesso al rapporto e del lavoro fatto in termini di autocritica, che è il primo passo verso il miglioramento - conclude l'esperto di gestione di crisi -. Si è indagato in maniera completa, approfondita, si sono individuate una serie di criticità. Ora è importante cambiare paradigma, abbandonare alcuni aspetti che ci trasciniamo dal passato e ragionare in termini di nuove organizzazioni. Forse delle strutture permanenti sono oggi all'ordine del giorno».
Rapporti come questo, insomma, aprono le porte alla riflessione. «L'invito alle autorità svizzere è di non chiudersi su sé stesse, non essere autoreferenziali rispetto a cosa deve cambiare, ma di aprire il dialogo anche con gli esperti che questa materia la studiano da tempo, mettere insieme le tante teste pensanti per trovare un sistema che ci permetta di essere meglio preparati, meglio organizzati e pronti».