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Vecchi e felici? È possibile
/ 01/01/2024
Ovidio Biffi
La notizia che mi offre lo spunto è di qualche mese fa ma i dati conservano un fondo di interesse: l’aspettativa di vita in Ticino è mediamente di 85,7 anni e la classifica vede gli uomini primi in Europa con 83,4 anni e le donne seconde con 87,9 anni. Per commentare questo primato europeo (non proprio invidiabile, poiché parla anche di una parallela denatalità) faccio ricorso a un interrogativo che ogni tanto si sente nei talk-show televisivi o compare nei sondaggi dei media: gli anni in più che conquistiamo saranno anche più felici o diventeranno solo più difficili? La domanda se l’è posta anche Arthur Brooks, scrittore americano ed editorialista del mensile «The Atlantic», che alla felicità degli anziani ha dedicato un saggio partendo da un’indagine della Harvard Medical School iniziata nel lontanissimo 1938, quando alcuni docenti e studiosi decisero di coinvolgere i loro studenti in una ricerca alquanto visionaria per quei tempi: li avrebbero seguiti dalla gioventù all’età adulta. Orbene, la ricerca non solo è continuata nel tempo, ma si è allargata a diverse migliaia di ex-studenti a cui gli studiosi chiedevano notizie sui loro stili di vita e sulle loro abitudini, ricavando dai dati pareri e giudizi utilissimi anche per stabilire il loro grado di felicità.
In un articolo di presentazione, Brooks ha rivelato che ai suoi studenti laureati, di età media poco oltre i 20 anni, pone regolarmente questa domanda: fra 10 anni pensate di poter essere più o meno felici di oggi? Ebbene, la maggior parte di loro immagina che sarà più felice; ma aumentando le previsioni sino ai prossimi 50 anni, i valori cambiano: la maggioranza dei giovani perde gran parte dell’ottimismo. La mega-ricerca (denominata Harvard Study of Adult Development) conferma anche che, con l’invecchiamento, la popolazione dei partecipanti subisce molte variazioni ma agli estremi presenta conclusioni quasi parallele. Stando ai ricercatori che esaminavano i dati in base alla felicità e alla salute, la maggior parte delle persone in giovane età adulta e della mezza età vede diminuire a poco a poco il suo tasso di felicità per arrivare a toccare il punto più basso intorno ai 50 anni. Poi capita qualcosa di strano. Dapprima, alla metà dei 60 anni, torna a salire tanto che è possibile dividere gli anziani in due gruppi: quelli che diventano molto più felici e quelli che diventano molto più infelici. Secondo Brooks questo accade perché «in questo periodo della vita chi ha pianificato e risparmiato in anticipo si rende conto di avere maggiori probabilità di mantenersi in modo confortevole. Al contrario, molti di coloro che non l’hanno fatto, devono affrontare il problema di un drastico cambiamento». Qualcosa di simile lo si prova anche con la felicità: ognuno di noi si porta dentro una sorta di «quarto pilastro» pensionistico in cui cerca di accumulare felicità quando è giovane per goderne quando è anziano. In altre parole, proprio come i pianificatori finanziari per aumentare il risparmio, durante la nostra vita operiamo scelte nella speranza di poter avere i nostri ultimi decenni molto più felici.
Ma da anziani è ancora possibile aumentare, o perlomeno modificare, il nostro tasso di felicità? Se non una risposta perlomeno un suggerimento ci giunge da Sonja Lyubomirsky, psicologa all’università della California, che sostiene di aver scoperto ben 12 attività «che rendono felici le persone che le fanno spontaneamente». Se siete in vena di buoni propositi, eccole riassunte: esprimete riconoscenza; evitate ogni forma di ossessività per quanto fanno gli altri; siate cortesi, più del normale; trovate tempo per gli amici; coltivate l’ottimismo; sviluppate strategie per affrontare le difficoltà; imparate a perdonare; appassionatevi a qualche attività ed esplorate nuovi orizzonti; gustatevi le gioie della vita; puntate sempre verso obiettivi importanti; coltivate il senso religioso e la spiritualità. E da ultimo: impegnatevi a mettere in pratica questi obiettivi in modo da fare felici anche quanti vi circondano. Forse è solo un caso, ma quest’ultimo punto risulta fondamentale anche nella mega-ricerca di Harvard: per garantirsi contentezza nell’ultima parte dell’esistenza basta mostrarsi felici di essere vecchi.