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L'8 novembre del 1926 Antonio Gramsci venne arrestato dal regime fascista. Durante la sua prigionia - che terminò soltanto nel 1935, quando era in fin di vita - Gramsci scrisse la raccolta di appunti e riflessioni conosciuta come Quaderni del carcere.
Per ricordare Antonio Gramsci, che fu uno degli intellettuali più importanti del Novecento, in questa puntata di Amarcord vi proponiamo un estratto della trasmissione televisiva Rai Quante Storie. Nel video, Corrado Augias intervista lo storico Alessandro Barbero. Dalla discussione emergono alcuni spunti di riflessione interessanti, che proviamo a riassumere e commentare di seguito.
Gli intellettuali, considerati in quanto categoria, avrebbero rinunciato a ricercare la verità e soprattutto a cercare di spiegarla al popolo. Ovviamente, non si tratta di una scelta cosciente degli intellettuali, i quali, forse, hanno esaurito questa loro funzione storica. In fin dei conti, la società di massa (fordista) è finita; soppiantata da un mondo parcellizzato, suddiviso in piccole cerchie, individuabili e individuate con le tecniche di targetizzazione adoperate dal marketing. In questo contesto si è rotto il rapporto dialettico tra intellettuale e popolo, in favore di una sorta di tecnocrazia, da cui il popolo parcellizzato è eteronomamente guidato. Perciò, oggi non è centrale l'intellettuale che studia il popolo (e da esso impara), per poi educarlo. A farla da padrona, invece, è la figura del tecnico, che si rapporta unicamente con la classe dominante. Il popolo è escluso dalla formazione del pensiero collettivo (quel che oggi potremmo chiamare storytelling). In questo vuoto tra intellettuale e popolo e tra informazione e popolo, nascono la disinformazione, le fake news, il complottismo, ecc. Come detto da Barbero nel corso dell'intervista: "il mondo è liquido e la verità non si sa più bene dove sia".
TM