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«Qualunque cosa fosse accaduta avremmo dovuto lottare per nostro figlio», in questa consapevolezza, dolorosa ed amorevole allo stesso tempo, si concentra tutta la storia di una giovanissima mamma paraguaiana che, alla dodicesima settimana di gestazione, ha scoperto che suo figlio sarebbe, quasi sicuramente, nato morto. Alla base di questa certezza c'era la diagnosi di idrope fetale, una malattia che colpisce il feto con accumuli di liquido nei tessuti sottocutanei o nelle cavità sierose. La grave condizione creata da questo disturbo rappresenta una sentenza alla quale non ci si può appellare, si può solo aspettare gli esiti del suo decorso che può sfociare in una rara remissione spontanea prima del parto o nella nella morte intrauterina o subito dopo la nascita del bambino. Il piccolo paraguaiano, Joshua, è morto il giorno dopo il parto cesareo con il quale è venuto al mondo, lasciando ai suoi genitori la pienezza di un amore incondizionato ed il ricordo di una scelta mai rimpianta, nonostante le conseguenze. L'idrope fetale, oltre ad essere estremamente pericolosa per il feto, è altrettanto rischiosa per la mamma che viene colpita dalla cosiddetta «sindrome a specchio».
Come si manifestano queste malattie? Tachicardia fetale, emorragia prenatale, eccessiva produzione di liquido amniotico, scarsi movimenti del bambino sono i sintomi solitamente associati all'idrope fetale e sono accompagnati da ipertensione, proteine nell'urina ed ingente edema sottocutaneo nella futura mamma.
Quali sono le cause di queste condizioni? L'idrope è, prevalentemente, di tipo malformativo, infettivo, immunologico o idiopatico e di qualunque natura sia, richiede la fondamentale distinzione tra immune o non immune. L'idrope immune deriva dalla presenza di anti-eritrociti fetali prodotti dalla madre dopo il contatto con abbondanti emazie fetali. La spiegazione scientifica si traduce semplicemente nella incompatibilità con il fattore Rh del sangue materno, dovuta alla copiosa presenza di un tipo di antigeni diversi che producono anticorpi e, attraverso la placenta, raggiungono il feto provocando la distruzione dei globuli rossi e, quindi, anemia. Gli eritrociti fetali passano alla madre durante il parto, un'amniocentesi o un aborto e risultano dannosi per le gravidanze seguenti. L'idrope non immune scaturisce da un aumento dei liquidi interstiziali, ma anche da linfedema, ovvero ostruzioni linfatiche determinate da disturbi cardiovascolari, anomalie cromosomiche e problemi ematologici. Tra le cause scatenanti ci sono anche l'anemia da carenza di ferro e malattie infettive come toxoplasmosi, varicella, rosolia, Aids, sifilide o infezioni come parvovirus, herpes simplex virus, citomegalovirus ed enterovirus.
Cosa fare? L'idrope fetale causa spesso un aborto spontaneo ma, in caso contrario, si opta per un'interruzione di gravidanza terapeutica, considerate le scarsissime possibilità di sopravvivenza del nascituro, come avvenuto nel caso del piccolo Joshua. Una diagnosi tempestiva del problema, però, può consentire la risoluzione dell'anomalia con interventi di drenaggio fetale effettuati direttamente nell'utero in centri altamente qualificati e specializzati in questa delicatissima tecnica. Per contenere il rischio di sviluppare un idrope fetale, comunque, è opportuna la diagnosi genetica che, grazie ad esami mirati, permette il controllo della gestazione, soprattutto in presenza di pazienti con anticorpi poco reattivi.
TMT (ti.mamme team)