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La decisione di separare l'acquisto di nuovi caccia per l'aviazione svizzera da quello della difesa terra-aria, sottoponendo al referendum e quindi al probabile voto popolare a fine 2020 solo il primo, mentre la seconda verrebbe comprata attraverso la normale procedura prevista per l'armamento, evita al Consiglio federale il rischio di un fallimento totale del progetto Air2030 e di dover quindi ricominciare da capo in caso di nuova bocciatura alle urne, dopo il "no" al Gripen nel 2014. Non fa però tutti contenti.
6 miliardi. Troppi? Non abbastanza?
È criticata innanzitutto la spesa di 6 miliardi di franchi, eccessiva per qualcuno, in particolare a sinistra e per il Gruppo per una Svizzera senza esercito, insufficiente per l'UDC (che ne vorrebbe almeno 7 per un minimo di 40 apparecchi) e per la società degli ufficiali.
Il 60% "è un'occasione mancata"
A Swissmem, l'associazione dell'industria metalmeccanica, non piace neanche la riduzione delle esigenze in ambito di affari compensatori: il fornitore dovrà impegnarsi a dare lavoro a aziende elvetiche per il 60% del volume del contratto e non per il 100% come previsto inizialmente. "Un'occasione mancata", si legge in un comunicato in cui si mette in guardia su un possibile impatto negativo al momento del voto. Senza prospettive di vantaggio economico, "gran parte delle industrie non sosterrà attivamente il progetto di acquisizione".
La difesa di Viola Amherd
Per la consigliera federale Viola Amherd, tuttavia, si tratta di una scelta più realistica. La responsabile della difesa si dice convinta del sostegno dell'economia, per la quale "la sicurezza del paese è importante". Inoltre, "il 60% di 6 miliardi sono molti soldi" e tutte le regioni del paese potrebbero approfittarne perché imprese attive in questo ambito tecnologico si trovano sparse su tutto il territorio nazionale.