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di Giuliano Masola. “Ei fu, siccome immobile…”: Ricordi di scuola, di una delle tante poesie imparate a memoria di “quel tal Sandro, autor d’un romanzetto / ove si tratta di promessi sposi” (giugno, tempo d’esami, è ormai alle porte). Vedo qualche volto perplesso dietro la mascherina; non mi stupisce: i segni della lunga reclusione cominciano a evidenziarsi anche in me, se mi avventuro nell’accostare Napoleone al baseball. Nella sua avventura egiziana, da cui uscì con le ossa rotte, l’Imperatore portò con sé tanti archeologi, ingegneri e abili disegnatori, dando inizio in pratica alla Egittologia: la decifrazione della pietra di Rosetta da parte di Champollion ne è stato il più grande risultato.
Nelle tombe e piramidi in cui questi si sono avventurati è stato ritrovato veramente un mondo tanto antico quanto moderno per certe sue caratteristiche: strutture e monumenti colossali, ricchissime sepolture con pareti riccamente dipinte, e papiri fittamente scritti e disegni comprendenti anche aspetti ludici. L’archeologo olandese Peter Drost nel 2009, durante un’intervista ad Arnhem, dichiarò che gli Egizi praticavano, intorno al 1400 a. C., lo “hit and catch” o “seker-hemat”, traendolo dalla traduzione di un papiro egizio dell’anno precedente. Per questo “batti e afferra” le squadre erano composte di sei giocatori ciascuna; i guanti erano di cuoio grezzo e la palla era realizzata avvolgendo strettamente foglie di palma. Le basi erano tre; l’obiettivo era di battere il più lontano possibile e fare il giro delle basi per segnare. Purtroppo era uno sport anche violento, poiché ai difensori era permesso colpire i corridori che giravano sulla seconda base per raggiungere la terza con dei piccoli pugnali. I giocatori anche per i rischi che correvano erano considerati dei semidei; i sacerdoti facevano da catcher, mentre il faraone e la sua corte stavano seduti in tribune sopraelevate come negli attuali grandi stadi. A fine della partita, feste e banchetti per i vincitori. Il papiro menzionato è una sorta di regolamento, ma non dice quando il gioco abbia avuto inizio; il suo sviluppo e la sua fine, possono datarsi fra il 1440 e il 1390 cioè quasi 3500 anni fa. Non si sa neppure quando e perché si sia smesso di giocare, poiché non ci sono altri scritti che lo testimoniano; forse la gente si era un po’ stufata e voleva qualcosa di diverso, ma è solo una ipotesi. A questo punto l’amico Sal, se non fosse un super fan degli Yankees, avrebbe già cambiato canale, per così dire. Ma “5” e “Di Maggio” (il 3 è Babe Ruth, il 4 Lou Gehrig), sono sinonimi: un indimenticabile campione in una grandissima squadra. A mio parere, quattro sono i momenti che hanno contraddistinto il baseball. Oltre alla mitica fondazione da parte di Abner Doubleday (Cooperstown, 1839), occorre considerare la formazione della prima squadra professionistica, quella dei Cincinnati Red Stockings nel 1869. A queste vanno aggiunte l’entrata in scena di George Herman “Babe” Ruth coi Boston Red Sox nel 1914, considerando anche il suo trasferimento agli Yankees nel 1920, e quella di Di Maggio con gli Yankees nel 1936. Oltre a ciò, vi è la caduta della barriera del colore nel 1947 col debutto di Jackie Robinson nei Brooklyn Dodgers ‒ avvenimento questo’di gran lunga superiore al fatto sportivo, visto che ancora oggi c’è chi si batte per il primatismo razziale. Per Giuseppe Paolo Di Maggio il caso è diverso. Egli comprende che non ci si può considerare sempre emigranti: la nuova terra, all’epoca disposta all’accoglienza, che può offrire tante opportunità non essere più qualcosa di provvisorio. Ciò che i genitori non fanno lui lo fa, diventa Joe, lo Yankee Clipper, il velocissimo veliero con cui i campioni di New York navigano trionfalmente da uno stadio all’altro d’America. Joe non è più un emigrato figli di italiani in America, ma è un americano che combatte nella Seconda guerra mondiale sotto la bandiera a stelle e strisce, mentre i genitori, che non ne hanno la cittadinanza posti sotto controllo. La terra degli antenati, la Sicilia, è sempre più lontana; Di Maggio tornerà a visitare il paese d’origine, l’Isola delle femmine, solo nel 1955, poco dopo il divorzio da Marilyn Monroe. Certo, nel cuore resta sempre qualcosa che finisce per tornare a galla, che ci riporta a casa: non per niente nel baseball si parte da casa per ritornarvi, per fare il punto. E anche noi siamo chiamati ogni giorno a farlo, ponendoci domande anche difficili. In questo tempo più che duro le riflessioni possono essere tante, a cominciare dal tentativo di comprendere il perché di quanto sta accadendo. Nessuna epoca è stata senza grandi problemi e l’uomo, alla fine, è riuscito a superarli; ciò fa ben sperare. Babe Ruth era un discolo, che ha imparato a giocare in una specie di scuola di correzione, mentre il papà di “Joltin’ Joe” era un umile pescatore. Babe per gli emigrati era il “Bambino”, mentre Joe rappresentava per gli stessi un esempio di successo. Proprio per questo Di Maggio usava dire che “un giocatore di Baseball è uno che ha sofferto la fame per diventare un professionista. Per questo nessun figlio di ricchi è stato nelle Major Leagues”. E c’è da crederci.
Giuliano Masola, 27 aprile 2020.