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Nella calda mattinata di una assolata giornata estiva, due persone percorrono di buona lena il sentiero di montagna che porta al passo di XXXXX.
Lui: Oggi fa molto caldo: forse era meglio rimandare a domani la passeggiata.
Lei: Cammina pigrone: voglio arrivare al passo per l’ora di pranzo. Ti concedo solo dieci minuti di pausa, ma non prima di mezz’ora.
Lui: Nessuno ci obbliga ad arrivare fino al passo: possiamo anche fermarci prima.
Lei: Zitto e cammina.
Quaranta minuti dopo.
Lui – appoggiando lo zaino e sedendosi su una grossa pietra: Adesso ci riposiamo un po’.
Lei: Va bene
Lui apre lo zaino e prende un libro e una bottiglia d’acqua, che inizia avidamente a bere.
Lei: Non bere tutta l’acqua! E non vorrai metterti a leggere: non possiamo fare una sosta di un’ora!
Lui: Va bene, lascerò un po’ d’acqua anche per dopo. E ho intenzione di leggere solo cinque minuti: ho acquistato ieri un libro che sembra molto interessante.
Lei: Come si intitola?
Lui: Proibito – La libertà di parola da Socrate a Nelson Mandela. Appartiene alla collana Pillole BUR: contiene alcuni testi di vari autori che hanno conosciuto, in un modo o nell’altro, la censura. Socrate e Gesù Cristo, ad esempio, condannati a morte per quello che hanno detto, oppure Nelson Mandela e Oscar Wilde, che finirono in carcere per le loro idee.
Lei: Oscar Wilde? Se non ricordo male, era finito in carcere per colpa del padre di un suo giovane amante.
Lui – sfogliando il libro: Esattamente. Il giovane amante, come lo hai chiamato tu, era Lord Alfred Douglas e Wilde denunciò il padre per diffamazione. Da accusatore divenne però accusato e alle fine venne condannato a due anni di carcere duro.
Lei: L’accusa quale era?
Lui: Omosessualità o, meglio, “grave immoralità”, “gross indecency”.
Lei: Quale testo di Wilde è riportato sul tuo libro? Il ritratto di Dorian Gray? Oppure qualche lettera scritta da Wilde per difendersi?
Lui: No, il libro riporta uno degli interrogatori di Wilde.
Lei: Sembra interessante. Leggi un po’. Ma solo l’inizio: dobbiamo rimetterci in cammino al più presto!
Lui: Va bene.
L’avvocato Carson, dopo aver stabilito che Wilde ha più di quaranta anni mentre il giovane Lord Alfred Douglas ne aveva venti quando iniziarono a frequentarsi, porta l’argomento su alcuni testi pubblicati sulla rivista Chamaleon.
Carson: Secondo lei le poesie contengono allusioni sconvenienti?
Wilde: Certamente no.
Carson: Ha letto Il prete e il chierichetto?
Wilde: Sì.
Carson: Non ha dubbi che quello fosse un racconto sconveniente?
Wilde: Dal punto di vista letterario lo era altamente. Per uno che si occupi di letteratura, è impossibile giudicarlo diversamente; per letteratura intendo il trattamento, la scelta del tema, e via dicendo. Giudicai pessima la forma e pessimo l’argomento.
Carson: Lei se non sbaglio è dell’idea che non esistono libri immorali.
Wilde: Infatti.
Carson: Posso concludere che secondo lei Il prete e il chierichetto non era un libro immorale?
Wilde: Era peggio che immorale. Era scritto male.
Carson: Non racconta la storia di un prete che si innamora di un ragazzo che lo serve all’altare, il quale viene poi scoperto dal curato nella stanza del prete, e ne segue lo scandalo?
Wilde: L’ho letto una volta sola, nel novembre scorso, e niente al mondo mi indurrà a rileggerlo. Non mi piace. Non mi interessa.
Carson: Ritiene il racconto blasfemo?
Wilde: Ritengo che sia contro ogni forma di bellezza artistica.
Carson: Questa non è una risposta.
Wilde: Ma è l’unica che so dare.
Carson: Sto cercando di capire quale sia la sua posizione.
Wilde: Non credo che abbia il diritto di dire una cosa simile.
Carson: Non ho detto niente di illecito. Voglio sapere se considerò quel libro blasfemo.
Wilde: Mi riempì di disgusto. Il finale era sbagliato.
Carson: Risponda alla domanda, signore. Considerò il racconto blasfemo, o no?
Wilde: Lo considerai disgustoso.
Lei: C’è qualcosa, nel discorso di Wilde, che non mi convince.
Lui: Come può non convincerti? Wilde parla della libertà dell’arte e dell’artista. Non mi dire che per te esistono opere morali e immorali.
Lei: Assolutamente no: sono d’accordo con Wilde, la letteratura, e l’arte in generale, va giudicata semplicemente in base alla bellezza, non alla moralità. Eppure il discorso di Wilde mi sembra troppo semplice. Ma adesso basta: riprendiamo il cammino.
Lui: Ma hai visto come è carino qui? Non potremmo fermarci qui qualche ora, mangiare e poi tornare indietro?
Lei, senza neppure rispondere, si infila lo zaino sulle spalle e riprende a camminare. Lui, rassegnato, la segue.
Un paio di ore dopo i due arrivano al passo.
Lei: Siamo arrivati. Dietro di noi c’è la val YYYYY e davanti a noi, invece, la val ZZZZZ. Valeva la pena arrivare fin qui?
Lui – esausto, si sdraia su un grosso masso: Certo, come no. Adesso mangiamo.
Dopo aver mangiato, lui riprende la lettura, ad alta voce, dell’interrogatorio di Oscar Wilde.
Carson: Ammetterà, immagino, che chiunque approvi un articolo del genere posa a reo di atti sconvenienti.
Wilde: Non direi, se vuole alludere alla persona di un altro collaboratore della rivista. Sarebbe indice di un pessimo gusto letterario. Io espressi la mia tenace disapprovazione nei confronti del racconto in toto. Non intrapresi alcun passo per esprimere una condanna del Chamaleon perché mi sembrava che sarebbe stato contrario alla mia dignitià di letterato l’associarmi ai prodotti di uno studente di Oxford. Mi rendo conto che la rivista può essere circolata fra gli studenti di Oxford. Ma non ritengo che nessun libro o opera d’arte abbiano mai avuto la minima influenza sulla morale.
Lei: Ecco cosa mi lasciava perplessa del discorso di Wilde!
Lui: Cioè?
Lei: L’hai appena letto: le opere d’arte non hanno influenza sulla morale. Ma questa affermazione è falsa, e credo lo dimostri proprio Wilde: è forse anche grazie alle sue opere che la moralità è fortunatamente cambiata e gli omosessuali non vengono più condannati a due anni di carcere duro.
Lui: Capisco cosa vuoi dire: se vuoi affermare la libertà dell’arte, la sua indipendenza dalla morale, devi anche accettarne l’inutilità. Vediamo come prosegue l’interrogatorio.
Carson: Ho ragione se dico che lei non si preoccupa degli effetti morali o immorali cui un’opera può dare luogo?
Wilde: Certo, è così.
Carson: Per quanto riguarda le sue opere, lei posa a non far caso alla moralità o all’immoralità?
Wilde: Non so se lei usi la parola “posare” in un senso preciso.
Carson: Non è un termine che lei predilige?
Wilde: Crede? Ma io in questo campo non ho pose. Quando scrivo una commedia o un libro, mi occupo solo di letteratura, cioè di arte. Non mi propongo di fare del bene o del male, ma cerco di creare una cosa che possegga un certo grado di bellezza.
Carson: Ascolti signore. Ecco una delle Frasi e filosofie a uso dei giovani che lei ha scritto per la rivista: «La malvagità è un mito inventato dai buoni per spiegare la curiosa attrattiva dei non buoni». Secondo lei è vero?
Wilde: Raramente penso che qualcosa che scrivo sia vero
Carson: Ha detto “raramente”?
Wilde: Ho detto “raramente”. Avrei potuto dire “mai”: non vero nel senso autentico della parola.
Lei: Wilde è delizioso.
Lui: Lo credo anch’io. Però continua ad estraniare l’arte dalla realtà.
Lei: Secondo me ha ragione: un artista non è un politico o un rivoluzionario. Se vuole fare del bene (o del male), invece che darsi alla letteratura o alla pittura dovrebbe dedicarsi ad altro. L’artista non deve neppure preoccuparsi della verità: il suo interesse è l’arte.
Lui: Però pensa, ad esempio, ai film di Ejzenštejn come La corazzata Potëmkin o Alexander Nevskij. Anche se sono film politici, commissionati dal regime comunista dell’Unione Sovietica, sono belli.
Lei: L’hai detto tu: sono belli anche se sono film politici. Ejzenštejn è un bravo artista ed è riuscito a dirigere dei capolavori, ma il giudizio sui suoi film non verte sul successo politico e sociale delle idee espresse: rimane un giudizio estetico.
Lui: Sì, capisco cosa vuoi dire. Però l’arte ha influenza sulla società, trasmette dei messaggi, agisce sulla morale. Non è un affare per fini esteti che si sollazzano l’anima chiusi nei loro salotti!
Lei: Continua a leggere: vediamo cosa ha ancora da dire Wilde sull’argomento.
Carson: «Se si dice la verità si può essere certi, prima o poi, di venire scoperti»?
Wilde: Questo è un paradosso divertente, ma come massima non posso dire di attribuirgli troppo valore.
Carson: Lo trova utile per i giovani?
Wilde: Qualsiasi cosa stimoli a pensare è utile, a qualunque età.
Carson: Che sia morale o immorale?
Wilde: Moralità e immoralità non esistono per il pensiero. Esiste l’emozione immorale.
Lui: La moralità riguarda quindi i sentimenti, non il pensiero.
Lei: Come se la differenza tra emozione fosse semplice. E poi secondo alcuni l’arte è il regno dell’emozione, non del pensiero.
Lui: Evidentemente per Wilde è il contrario.
Lei: Continua a leggere.
Carson: Cito dalla sua introduzione a Dorian Gray: «Non esistono libri morali o immorale. Il libri sono scritti bene o scritti male». Questo esprime la sua opinione?
Wilde: La mia opinione sull’arte, sì.
Carson: Ne deduco che quando un libro è scritto bene, per quanto immorale possa essere, a suo giudizio è un buon libro?
Wilde: Sì, se è scritto così bene da suscitare un senso di bellezza, che è il senso più alto di cui un essere umano possa essere capace. Se fosse scritto male, produrrebbe un senso di disgusto.
Carson: Allora un libro ben scritto che sostenesse dei principi morale depravati potrebbe essere un buon libro?
Wilde: Nessuna opera d’arte promuove dei principi. I principi appartengono a chi non è artista.
Carson: Un romanzo depravato potrebbe essere un buon libro?
Wilde: Non so che cosa intenda lei per romanzo “depravato”.
Carson: Posso dire allora che Dorian Gray può essere considerato tale?
Wilde: Solo da parte di bruti e illetterati. Le opinioni dei filistei in arte sono di una stupidità incalcolabile.
Carson: Un illetterato che leggesse Dorian Gray potrebbe considerarlo tale?
Wilde: Le opinioni degli illetterati sull’arte sono bizzarre. A me interessa soltanto la mia opinione personale sulla questione. Di quel che ne pensano gli altri non m’importa nulla.
Carson: La maggior parte della gente rientra nella sua definizione di filistei e illetterati?
Wilde: Ho trovato delle meravigliose eccezioni.
Carson: Crede che la maggior parte della gente3 si al aliberro che lei attribuisce a noi?
Wilde: Temo che non sia abbastanza colta.
Carson: Che non sia abbastanza colta per distinguere fra un libro buono e uno cattivo?
Wilde: Proprio così.
Lui: Direi che può bastare così.
Lei: Mi sembri deluso.
Lui: Il discorso di Wilde mi piaceva molto, all’inizio: l’arte deve essere libera. Però non credo che sia priva di principi. Forse, come dici tu, l’artista deve resistere alla tentazione di fare del bene o del male, di comunicare qualcosa o di salvare il mondo. Però l’opera d’arte avrà comunque un messaggio, un significato per la comunità.
Lei: Sì. Il problema è che se ammetti che l’arte abbia un simile potere, che un’opera d’arte possa davvero veicolare dei messaggi tra le persone, allora dovrai anche ammettere che, proprio in virtù di questo suo potere, è lecito che venga affrontata e giudicata da un punto di vista sociale e quindi morale.
Oppure, se vuoi lasciarla libera da ogni influenza nonostante il suo potere, dovrai ammettere che solo alcune persone possano godere dell’arte e leggere alcuni libri.
Lui: Anche questo è un discorso che non mi piace. L’arte è universale, non è necessario essere colti o intelligenti per apprezzare il bello.
Lei: Wilde sembra avere una concezione molto intellettuale dell’arte e del bello, e può quindi giustificare così la libertà dell’arte: è una faccenda meramente estetica, non può essere morale o immorale perché non riguarda i sentimenti e quindi non ha influenza sulla morale.
Lui: Già, ma a me piacerebbe difendere la libertà dell’arte ma senza farla diventare esclusivamente una faccenda da intellettuali: l’arte è in grado, eccome, di criticare e cambiare la morale e la società!
Lei: E allora dovrai ammettere che, in alcuni casi, è comprensibile se non lecito il voler censurare l’arte.
Lui: Prova a farmi un esempio.
Lei: L’esempio è di Feyerabend: in una società sull’orlo di una guerra civile uno scrittore sta scrivendo un libro che potrebbe provocarne l’inizio. Tu cosa faresti? In nome della libertà gli lasceresti pubblicare il libro, un autentico capolavoro, o proibiresti la sua pubblicazione?
Lui: È una domanda difficile. Probabilmente ostacolerei la pubblicazione, anche se non mi piace il ruolo del censore.
Lei: Si è fatto tardi: torniamo indietro.
Lui: Va bene.
Un’ora dopo, sulla via del ritorno.
Lei: Stavo ripensando a Oscar Wilde.
Lui: Anche io: ho sempre considerato la censura una attività riprovevole.
Lei: Ma lo è: è una porcata. Però, a volte, potrebbe essere necessaria: per salvare vite umane evitando una guerra, ad esempio.
Lui: Oscar Wilde non ha certo rischiato di provocare guerre.
Lei: Infatti nel suo caso la condanna, e la conseguente censura sociale, è stata una infamia.
Lui: Ma come distinguere una infamia da un atto legittimo?
Lei: Concentriamoci sul sentiero: se continuiamo a parlare rischiamo di inciampare.