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Un po’ di storia, per cominciare. Settanta anni fa era stata proclamata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promossa dalle Nazioni Unite a ridosso della Seconda guerra mondiale allo scopo di proteggere i diritti fondamentali delle persone dei Paesi che l’avevano sottoscritta: all’epoca era ancora vivida la memoria della violenza scatenata dagli Stati totalitari in nome di ideologie illiberali contro i propri stessi cittadini. L’anno seguente nel Vecchio Continente aveva preso forma l’idea di dar vita a una giustizia superiore agli Stati per scongiurare un ritorno al passato. Era nato il Consiglio d’Europa e in seguito aveva preso forma la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, il primo tribunale sovranazionale della storia a garantire il diritto di ricorso ai cittadini che non si sentivano protetti dalla giustizia esercitata nel proprio Paese. Anche la Svizzera nel 1963 ha aderito al Consiglio d’Europa e nel 1974 ha potuto ratificare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), una volta riconosciuti i diritti politici alle donne. Da allora la Confederazione ha compiuto progressi sul piano giuridico e i cittadini hanno ottenuto una protezione maggiore dei diritti: basti ricordare che grazie alle pressioni della Cedu nel 1981 venne finalmente abolito l’internamento amministrativo cui erano state sottoposte decine di migliaia di bambini e di giovani donne a partire dagli anni Trenta. La posta in gioco, oggi. Nel mirino dell’iniziativa c’è l’operato del Tribunale federale che ha il mandato di risolvere i conflitti tra diritto costituzionale svizzero e diritto internazionale. Secondo i giovani giuristi ticinesi riuniti nel Comitato di Berna “l’Udc vuole ora togliere questa libertà ai giudici svizzeri”, una prerogativa loro attribuita dalla Legge federale sul Tribunale federale del 2005 nello spirito di adeguare le sentenze agli standard della Cedu. L’iniziativa muove un attacco senza precedenti all’indipendenza del Tribunale federale per spalancare un varco a iniziative popolari lesive delle libertà e dei diritti fondamentali. Sono a rischio di denuncia la Cedu e altri trattati internazionali come la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, la Convenzione sui diritti del fanciullo, lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, l’adesione all’Unesco e le convenzioni emanate dall’Organizzazione internazionale del lavoro. I giudici svizzeri non potranno più difendere i cittadini del nostro Paese richiamandosi ad essi e alla giurisprudenza che si basa su questi trattati. Proclamare oggi il primato del diritto costituzionale in un Paese, il nostro, sprovvisto di una Corte costituzionale, è pericoloso, oltreché anacronistico. Basti ricordare che in passato un solo Stato ha denunciato la Cedu: la Grecia, ai tempi della dittatura dei colonnelli. È più saggio preservare lo Stato di diritto esprimendo un chiaro No all’iniziativa.
Francesca Tognina Moretti, Associazione Uniti dal Diritto
Articolo apparso su laRegione, 15 novembre 2018