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Che tempo fa a Bucarest?
Nell'aprile 1969, il consigliere federale Willy Spühler visitò la Romania. Era la prima volta che un ministro degli esteri svizzero si recava in un paese dell'Europa orientale. Il viaggio, nato nel clima di distensione tra blocco sovietico e paesi occidentali, marcava un nuovo corso nella diplomazia svizzera.
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"[…] La conversazione durante le due visite e durante il pranzo tra pochi intimi è stata amichevole e aperta. Mentre il presidente [del consiglio dei ministri Ion Gheorghe] Maurer, gioviale e pieno di vitalità, non ha dato prova di molta discrezione nelle sue dichiarazioni, il presidente [del consiglio di Stato e capo del partito Nicolae] Ceausescu si è presentato nelle vesti di puritano del partito, che riflette e soppesa ogni parola. Era evidente che non voleva far sorgere alcun dubbio sulle sue convinzioni politiche e sulla sua fedeltà al campo comunista. D'altro canto ha anche ribadito con altrettanta chiarezza e inequivocabilità il punto di vista rumeno sull'indipendenza e la sovranità delle nazioni e sul principio di non ingerenza nelle questioni interne […].
NotaLink esterno di Hans Miesch, caposezione del servizio Est del Dipartimento politico federale (DPF), all'attenzione del capo del DPF Willy Spühler, 30 aprile 1969End of insertion
A metà degli anni Sessanta, un vento nuovo spirava nei rapporti tra l'Europa dell'est e i paesi occidentali. Soprattutto dopo la crisi dei missili di CubaLink esterno nel 1962, nei due blocchi si era fatta strada l'idea che occorresse trovare un terreno di dialogo comune per diminuire i rischi di conflitto.
Nel luglio 1966, nell'ambito della Dichiarazione di Bucarest, i paesi del Patto di VarsaviaLink esterno avevano auspicato un clima di distensione nei rapporti con i paesi dell'Europa occidentale, proponendo la convocazione di una conferenza continentale sulla sicurezza e la cooperazione.
Non era il primo segnale in tal sensoLink esterno che giungeva da oltre cortina. E il messaggio fu recepito anche a Berna. Poco dopo la Dichiarazione di Bucarest, l'ambasciatore sovietico aveva invitato esplicitamente la SvizzeraLink esterno a unirsi agli sforzi di distensione in Europa. Questa nuova dinamica nelle relazioni internazionali pose la diplomazia elvetica di fronte alla necessità di ripensare i propri rapporti con l‘Europa dell‘est e sollevò la questione di una possibile visita in un paese del blocco comunista.
Questo articolo è parte di una serie dedicata alle "Storie della diplomazia svizzera", realizzata in collaborazione con i Documenti diplomatici svizzeri (Dodis).Link esterno
Il centro di ricerca Dodis, un istituto dell'Accademia svizzera di scienze umane e socialiLink esterno, è il polo di competenza indipendente per la storia della politica estera svizzera e delle relazioni internazionali della Svizzera dalla fondazione dello Stato federale nel 1848.End of insertion
Ministri che non viaggiano
"In linea di principio, all’epoca i consiglieri federali non viaggiavano spesso all'estero", ricorda Thomas Bürgisser, collaboratore dei Documenti diplomatici svizzeri (DodisLink esterno). La tradizione repubblicana elvetica era poco propensa a delegare ai membri del governo compiti di rappresentanza politica all'estero.
C'erano state delle eccezioni e, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, la partecipazione a conferenze ministeriali o a incontri multilaterali era diventata una pratica frequente e generalmente accettata (un saggio dello storico Georg Kreis sull'argomento è disponibile online, in tedescoLink esterno).
Le visite ad altri paesi da parte dei ministri degli esteri continuavano tuttavia a essere guardate con sospetto. Si trattava almeno in parte di un’eredità dell'epoca in cui la direzione della diplomazia rientrava nelle responsabilità del presidente di turno della Confederazione e si riteneva che il presidente non dovesse lasciare il paese. "I viaggi dei ministri degli esteri non potevano d'altronde essere limitati solo a questioni tecniche, ma assumevano anche un significato politico", osserva Bürgisser.
La questione dell'opportunità di adeguare la prassi diplomatica, in particolare nei confronti dei paesi del blocco comunista, fu discussa a varie riprese nel 1966. L'esito delle discussioni confermò tuttavia l’approccio tradizionale: "Lo svizzero ha orrore delle persone che si muovono troppo e delle chiacchiere politiche; inoltre non ama che gli si getti fumo negli occhi. Restiamo dunque alla nostra diplomazia discreta e seria, che non si presta a visite spettacolari", annotòLink esterno il funzionario del DPF Antonino JannerLink esterno.
Comunisti, ma indipendenti
Il consigliere federale Willy SpühlerLink esterno, che nel 1966 aveva assunto la direzione del Dipartimento politico federale (il futuro Dipartimento degli affari esteri), si attenne inizialmente alle raccomandazioni dei suoi funzionari. Nel 1967 visitò l’AustriaLink esterno e la SveziaLink esterno, due paesi neutrali che non ponevano problemi dal punto di vista diplomatico. L’ipotesi di un viaggio nell’Europa dell’est era però solo rinviata.
Il ghiaccio fu rotto quello stesso anno da Rudolf Gnägi, capo del Dipartimento federale dei trasporti e dell’energia, che si recò in Unione sovieticaLink esterno per l’inaugurazione del volo di linea della Swissair tra Zurigo e Mosca. Si trattava di un viaggio di rappresentanza, senza colloqui diplomatici, ma costituiva comunque un precedente.
Nei mesi successivi, all'interno del DPF prese forma il progetto di un viaggio di Spühler in Romania. "La Romania era particolarmente interessante per la Svizzera, perché faceva parte del Patto di Varsavia, ma seguiva una linea molto indipendente da Mosca", nota Thomas Bürgisser. Vari contattiLink esterno tra le due parti confermarono agli occhi del DPF le "tendenze indipendentiste" di Bucarest nei confronti di Mosca, tanto da spingere il dipartimento a esprimere un parere favorevole a una possibile fornitura di materiale bellicoLink esterno alla Romania.
Ribadendo inviti precedenti, nel febbraio 1969 l'ambasciatore rumeno propose a Spühler di visitare il suo paese in occasione di un'esposizione industriale svizzera a Bucarest prevista per aprile. Pur con qualche preoccupazione per la possibile evoluzione politica nell'Europa orientale dopo la crisi cecoslovacca, il DPF ritenne l'occasione propiziaLink esterno, tanto più che una simile visita avrebbe suscitato "meno scalpore di una vera visita di Stato".
Prove di disgelo
Il ministro degli esteri svizzero giunse a Bucarest la sera del 18 aprile. Il giorno successivo incontrò il suo omologo rumeno Corneliu MănescuLink esterno: le discussioni si concentrarono soprattutto sul progetto di conferenza sulla sicurezza in Europa, un tema che negli anni successivi sarebbe stato al centro di un'intensa attività da parte della diplomazia svizzeraLink esterno.
Altre questioni bilaterali e di politica internazionale furono affrontate nei colloquiLink esterno con il premier Ion Gheorghe Maurer e il leader del Partito comunista rumeno Nicolae Ceaușescu.
L'incontro con quest'ultimo appare sintomatico della cautela con cui i rappresentanti dei due paesi si avvicinano: "Aprendo la discussione […] il presidente Ceausescu inizia a parlare del lungo inverno. Il capo del Dipartimento riprende questo tema e lo sviluppa in modo che improvvisamente ospitante e ospite – in maniera sottintesa, naturalmente – non parlano più del tempo, ma di politica."
Dal punto di vista dei rapporti bilaterali, la visita del ministro degli esteri svizzero a Bucarest ebbe un impatto relativamente modesto. "Il viaggio di Spühler segnò però l'inizio di una normalizzazione della politica estera svizzera", osserva Sacha Zala, direttore di Dodis. "Il coinvolgimento nella Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa fu una tappa decisiva nell'evoluzione della politica estera svizzera in direzione di una maggiore apertura. Tuttavia una parte dell'opinione pubblica svizzera continuò a guardare con scetticismo ai viaggi dei consiglieri federali, come dimostrano le polemiche che ancora nel 1979 accompagnarono il viaggio di Pierre Aubert in Africa."
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