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Spazio musicale
Il primo concerto sinfonico del Lucerne Festival estivo è stato dedicato a tre poemi sinfonici di Richard Strauss: “Così parlò Zarathustra”, “Morte e trasfigurazione” e “Till Eulenspiegel”. In tal modo l’orchestra del Festival, che finora non aveva mai eseguito lavori importanti di questo compositore, ha riparato il torto.
“Così parlò Zarathustra” pone, più di ogni altro lavoro musicale, il problema della trasposizione in musica di concetti filosofici. Che le possibilità dell’arte dei suoni in questo campo fossero limitatissime fu presente nei pensieri del compositore. “Non ho avuto l’intenzione”, affermò quando il poema sinfonico fu eseguito a Berlino nel dicembre 1896, “di scrivere musica filosofica nè di esporre musicalmente la grande opera di Nietzsche….” Tuttavia, nonostante il proposito, andò nella direzione di manifestare mediante le note idee alquanto precise, con la conseguenza che l’intelligibilità dei contenuti risultò difficilissima o impossibile senza l’aiuto di un testo esplicativo. Certamente è pensabile che all’inizio, dopo l’esposizione del semplicissimo tema della natura, gli accordi di legni e ottoni alternino modo maggiore e modo minore allo scopo di esprimere il disorientamento dell’uomo di fronte ai misteri della natura stessa, ma quanti ascoltatori arriverebbero a capirlo se non con l’ausilio di mezzi extramusicali? Meglio dunque ignorare i contenuti intellettuali e godere il poema sinfonico come un seguito di visioni, interessanti e suggestive in quanto musica pura: ad esempio ammirando l’esordio, che appare, al di là dei significati che gli si possono attribuire, come uno splendido trionfo di luce e gioia.
L’esecuzione lucernese si presta innanzitutto a una considerazione generale. In musica ci sono interpretazioni analitiche, dove la diligenza si spinge fino al punto di far percepire in modo netto tutti gli elementi della composizione eseguita, risparmiando all’ascoltatore la fatica di andare alla ricerca dell’uno o dell’altro particolare. Tanta scrupolosità tecnica tuttavia può spegnere o far passare in secondo piano l’indagine psicologica, i sentimenti intensi, il fuoco delle passioni o le grandi visioni, che invece appaiono con evidenza, talvolta eccessiva, nel lavoro di certi direttori. I risultati veramente grandi si conseguono quando i due aspetti, la massima diligenza e il massimo approfondimento interpretativi, sono presenti entrambi. Do atto a Riccardo Chailly di esserci riuscito. Ci sono stati momenti di forte esuberanza, con poderose prestazioni dei fiati, sempre però nel quadro di una correttezza e un equilibrio totali, e momenti pacati in cui la musica ha esplorato gli anfratti più oscuri dell’animo umano oppure, come nella parte conclusiva, si è sublimata nell’estasi, dando tanto a singole prime parti quanto alla Lucerne Festival Orchestra come insieme l’occasione di eccellere.
Mentre “Così parlò Zarathustra” si addentra in un labirinto non sempre facilmente comprensibile di elucubrazioni religiose e filosofiche “Morte e trasfigurazione” svolge un programma chiaro e lineare. Strauss descrive le ultime ore della vita di un uomo e il suo ingresso nell’esistenza serena e luminosa successiva al trapasso. Trova spesso idee musicali valide, che gli permettono di presentare in modo convincente e talvolta avvincente sofferenze, pensieri e stati d’animo del soggetto. Qualche eccesso, qua e là, non compromette seriamente l’architettura del lavoro. Nell’introduzione il ritmo irregolare degli archi e poi dei timpani richiama gli stanchi battiti del cuore mentre accordi lunghi e cupi sottolineano, in modo impressionante, la gravità del momento. L’uomo però vuole vivere e nell’”allegro molto agitato” assistiamo a un violento combattimento contro la morte durante il quale convulsioni e urla dominano il campo. Poi, in una breve pausa dei dolori fisici, emergono i ricordi, quelli delicati dell’infanzia, quelli pieni di baldanza e vigore della gioventù, con tante aspirazioni e speranze, infine quelli di una appassionata e folle vicenda d’amore. Ma il ritorno della sofferenza e dei battiti ansanti del cuore pone termine alle rievocazioni e dopo un nuovo inutile combattimento giunge la fine. A partire da questo punto il compositore mette le sue grandi capacità di orchestratore al servizio di un tessuto musicale che piano piano si sviluppa, acquista spessore, si illumina, assurge a imponenza con lo stupendo tema della trasfigurazione per poi sciogliersi in una atmosfera di pace totale e definitiva.
Per l’esecuzione dello Chailly e della Lucerne Festival Orchestra si possono ripetere le considerazioni già fatte in merito a “Così parlò Zarathustra”. Alla massima cura di ogni particolare ha corrisposto un lavoro interpretativo acuto nel riprodurre musicalmente l’introspezione del morente, che da un lato tenta di ribellarsi alla sua sorte e dall’altro, sentendo avvicinarsi inesorabilmente la fine, spazia con la mente nei ricordi. Direi che il valore dell’esecuzione sia stato apprezzato dal pubblico maggiormente qui che in “Così parlò Zarathustra” perchè la semplicità e l’intelligibilità del programma ha orientato maggiormente la sensibilità degli ascoltatori verso i contenuti dell’opera.
Si direbbe che per questo concerto il direttore abbia perseguito la varietà. Pertanto, dopo l’intellettualismo del primo lavoro e le sofferenze del secondo, sono venuti i tiri birboni di “Till Eulenspiegel”, alleggerendo opportunamente la serata. Strauss aveva pensato inizialmente di comporre un’opera sulle vicende del famoso burlone ma ripiegò poi sulla forma del poema sinfonico. Fece bene, poichè l’assenza di un vincolo drammaturgico e di episodi precisi concesse alla sua ridondante fantasia la massima libertà nel dar vita a un lavoro vivacissimo, punteggiato di mille notazioni umoristiche, stringatissimo nei ritmi e scintillante nei colori. Del resto la forma puramente strumentale non gli impedì di produrre effetti teatrali. Un bell’esempio si trova già nelle primissime battute. I violini delineano una melodia semplice e bonaria, come si conviene all’esordio di una favola, seguita da una ascesa dei clarinetti. A questo punto i flauti intervengono con un accordo in “sforzando” subito smorzato al “piano”. Quell’accordo sembra descrivere l’improvviso affacciarsi del protagonista, in alto, dove meno si aspetterebbe, con un tocco di malizia e soprattutto una voglia matta di fare dispetti. Come, appunto, potrebbe avvenire sulla scena di un teatro.
Per la lettura di “Till Eulenspiegel” da parte dello Chailly devo fare qualche riserva. L’esecuzione non ha avuto tutta l’agilità, la leggerezza e la ricchezza coloristica che avrei desiderato. Anche l’accordo dei flauti al quale ho accennato sopra è passato inosservato. Nel punto in cui Till assume la veste di un prete è mancata l’ironia e la predica è sembrata seria per davvero. Insomma un personaggio un po’ meno birbone di quanto sarebbe stato auspicabile.
Carlo Rezzonico