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Svizzera sempre dipendente da Paesi terzi per l’evacuazione dei suoi cittadini. In Parlamento Pierre-Alain Fridez (Ps) rilancia una vecchia idea
«Lavoro con i mezzi che ho». E Serge Bavaud di mezzi di trasporto aereo non ne ha. Il capo del centro di gestione delle crisi del Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) lo ha ricordato lunedì a Berna. Erano le ore cruciali della caotica evacuazione dei cittadini rossocrociati dal Sudan, nel bel mezzo degli scontri tra esercito e paramilitari. Un’operazione complessa e pericolosa, che la Svizzera ancora una volta ha delegato a Paesi terzi. Com’era successo in Afghanistan, nell’agosto del 2021. E come in futuro potrebbe accadere altrove. A meno che il Parlamento decida di invertire la rotta tracciata una ventina d’anni fa, quando rifiutò l’acquisto di due aerei da trasporto militari che avrebbero consentito alla Svizzera di agire in tutta autonomia. O quantomeno senza dover dipendere totalmente dalla buona volontà dei partner internazionali.
Pierre-Alain Fridez ora vuole riprovarci. La prossima settimana, durante la sessione speciale del Consiglio nazionale, il deputato socialista depositerà un’interpellanza: una serie di domande al Consiglio federale, «per vedere se stavolta le cose si muovono». Non si fa illusioni, dato che «la consigliera federale Viola Amherd non è favorevole». Lui ha caldeggiato l’acquisto di un simile velivolo per la prima volta una decina d’anni fa. All’epoca il Consiglio federale la vedeva «con una certa benevolenza». Ministro degli Esteri era Didier Burkhalter (Plr), che aveva lanciato l’idea quand’era ‘senatore’. Ma anche allora il Parlamento si mise di traverso e non se ne fece nulla. Gli attuali eventi in Sudan hanno convinto Fridez che vale la pena fare un altro tentativo: il quarto. «Acquistare un aereo di trasporto militare, per un Paese come la Svizzera, non sarebbe un lusso», dice il giurassiano alla ‘Regione’.
La Confederazione continua invece a giocare la carta della collaborazione bilaterale. Conta su eserciti e mezzi di trasporto aereo di Paesi terzi anche per la dislocazione all’estero della novantina di soldati professionisti del Distaccamento d’esplorazione dell’esercito 10 (Dee 10), specialisti formati per intervenire in contesti di guerra e di crisi tra l’altro per salvare, liberare e rimpatriare cittadini svizzeri. Nel 2021 erano stati inviati in Afghanistan, assieme a esperti del Dfae, per sostenere l’operazione di evacuazione dall’aeroporto di Kabul. In due settimane erano state sfollate 387 persone, grazie alla collaborazione con l’esercito tedesco. Forze speciali dell’esercito sono state inviate anche a Khartum. Dalla capitale sudanese sono stati evacuati finora una trentina di cittadini rossocrociati, tra personale diplomatico e loro parenti, grazie a voli organizzati in particolare da Francia, Germania e Paesi Bassi.
Per Pierre-Alain Fridez è la replica, attesa, di un film già visto. «Viviamo in un mondo sempre più ‘complicato’, con crisi politiche e umanitarie e catastrofi naturali che si moltiplicano. Abbiamo vissuto lo shock dell’Afghanistan, dove c’era voluto un certo tempo prima che gli svizzeri potessero partire: cittadini di altri Paesi avevano la precedenza. Oggi assistiamo alla crisi in Sudan. E in futuro ne scoppieranno altre. Disporre di un aereo da trasporto polivalente sarebbe molto utile per la Svizzera», afferma il consigliere nazionale. Il velivolo militare verrebbe impiegato in qualsiasi situazione straordinaria. «Per rimpatriare concittadini bloccati all’estero, ad esempio. Ma anche per la promozione della pace, come in Kosovo. Oppure per intervenire in caso di catastrofi naturali, come il terremoto che di recente ha colpito la Turchia e la Siria. Potrebbe servire infine anche per la distribuzione di aiuti umanitari o nell’ambito della cooperazione allo sviluppo». I costi potrebbero essere suddivisi tra il Dfae e il Dipartimento della difesa (Ddps).
L’aspetto finanziario è centrale. Il Ddps ha esaminato nuovamente la questione nel 2021 ed giunto a una conclusione «chiara», ha ribadito lo scorso anno al Nazionale Viola Amherd. «Un aereo da trasporto proprio (...) aumenterebbe il margine di manovra della Svizzera, ma verrebbe probabilmente sfruttato poco e avrebbe costi molto elevati», ha spiegato la ministra della Difesa. Per giunta, il numero di velivoli di questo tipo disponibili in Europa è aumentato negli ultimi anni. E in un prossimo futuro potremmo avere addirittura una sovraccapacità, ha detto Viola Amherd. In caso di evacuazioni «la Svizzera dipende sempre dalla cooperazione militare con i suoi partner». Il Consiglio federale, anche sulla scorta dell’esperienza fatta in Afghanistan, continua a credere che «i bisogni della Svizzera potranno essere soddisfatti al meglio attraverso la collaborazione internazionale e il noleggio di mezzi [di trasporto] civili».
Fridez non condivide. «Se abbiamo a disposizione un aereo di questo tipo, verrà utilizzato frequentemente». Il consigliere nazionale dice di essere «a favore di una politica estera ambiziosa». «Vedo la Svizzera come una potenza di pace, in grado di intervenire nel mondo per fornire aiuti, soccorrere, cooperare. Di missioni per un velivolo di trasporto militare ne troveremmo sempre». Il giurassiano deplora il fatto che «siamo pronti a spendere molti soldi per acquistare nuovi aerei da combattimento, lanciamine e altro materiale bellico», mentre «quando si tratta di promozione della pace e di cooperare con altri Stati, non si vuole investire».
Poco più di un anno fa la sua ultima mozione venne affossata dal Nazionale con 144 voti contrari, 37 favorevoli (20 Ps, 16 Verdi liberali e un ecologista) e 8 astenuti. Il fuggi fuggi dall’Afghanistan non era bastato per convincere una maggioranza del Parlamento a invertire la rotta. Riuscirà il Sudan a farlo?