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La più grave catastrofe nella storia della Suva si verificò il 30 agosto 1965 durante la costruzione della diga di Mattmark nel Vallese, una tragedia che causò la morte di 88 persone. Ma non fu l'unico evento di grandi proporzioni di cui la Suva si dovette occupare. Negli anni Sessanta si susseguì una tragedia dopo l'altra.
I grandi cantieri sulle Alpi presentavano condizioni particolari, e di questo la Suva era consapevole. All'inizio degli anni Cinquanta intensificò anche la sua attività di prevenzione, non da ultimo in seguito a una serie di infortuni nelle centrali elettriche del Vallese. Nel concreto assunse un ispettore per la prevenzione degli infortuni, specializzato nei lavori di costruzione, e lo destinò a Sion.
Nel 1952 Walter Amstalden, membro del Consiglio di amministrazione della Suva ed ex membro del Consiglio degli Stati originario del Canton Obvaldo, chiarì in occasione di una seduta della Commissione amministrativa:
L'elevata frequenza infortunistica è dovuta soprattutto […] alle strette tempistiche dei lavori di costruzione, che mettono sotto pressione sia gli imprenditori che i lavoratori, determinando così un aumento del rischio di infortunio».
Questo andava a svantaggio anche dei proprietari delle imprese che dovevano mettere in conto notevoli incrementi dei premi. La Commissione amministrativa, composta da sette persone, decise di visitare ogni anno un grande cantiere diverso in montagna per farsi un'idea precisa delle condizioni.
La Suva era consapevole anche delle conseguenze degli eventi di grandi proporzioni. Nel 1941 iniziò a elencare nei suoi rapporti annuali gli infortuni con cinque o più morti o feriti. Si trattava spesso di sciagure ferroviarie, come l'incidente di Wädenswil: il 22 febbraio 1948 un «treno di sciatori» in viaggio da Sattel a Zurigo, dopo il tratto ripido di Einsiedeln, oltrepassò un fermacarro nella stazione di Wädenswil e andò a sbattere contro l'edificio della Cooperativa di frutticoltura e viticoltura, distruggendolo. Il bilancio fu di 22 morti e 131 feriti; rispettivamente 10 e 37 di essi erano assicurati alla Suva.
Oppure si verificavano esplosioni. Per due volte rimase coinvolta la fabbrica di fuochi d'artificio Hamberger di Oberried sul lago di Brienz: nel 1941 con 12 morti e 7 feriti e nel 1959 con 13 morti e 7 feriti. Nel 1946 esplose anche il deposito di munizioni nella Fortezza Dailly, sopra Saint-Maurice: si contarono 10 morti e 2 feriti.
La Suva reputò eventi gravi anche le «violazioni della neutralità» durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1945 persero la vita 7 assicurati e 43 vennero feriti durante lanci di bombe a Chiasso, Rafz, Neuhausen, Stein am Rhein, Altorf (Canton Sciaffusa), Zurigo e Basilea. La più grave violazione della neutralità si verificò il 1° aprile 1944 a Sciaffusa, con la morte di 40 persone e 271 feriti; rispettivamente 16 e 88 di essi erano assicurati alla Suva.
Anche l'inverno del 1951, funestato dalle valanghe (immagine: valanga a Vals), 1951entrò nel novero degli eventi di grandi proporzioni. In cinque giorni le continue valanghe causarono la morte di 83 persone, 16 delle quali erano assicurate alla Suva.
Gli anni Sessanta passarono alla storia come un decennio funesto, non solo per la Suva. Tutto iniziò con la caduta di due aerei.
Il primo incidente si verificò il 15 maggio 1960 all'estero, nei pressi di El Fasher nella regione sudanese del Darfur, dove un DC-4 della Balair si schiantò contro una montagna causando la morte di 12 persone, di cui 10 membri dell'equipaggio e 2 giornalisti. Il velivolo era in viaggio da Khartoum a Niamey (Nigeria), da cui avrebbe dovuto proseguire verso Dakar (Senegal) e poi verso la meta di pellegrinaggio La Mecca. 11 vittime erano assicurate alla Suva.
Il secondo incidente fu ricordato come una delle più grandi tragedie della storia dell'aeronautica svizzera; era la prima ad avvenire sul suolo elvetico. Il 4 settembre 1963, 74 passeggeri e 6 membri dell'equipaggio della Swissair morirono a bordo del velivolo Caravelle III «Schaffhausen», che precipitò nella periferia del comune argoviese di Dürrenäsch. L'aereo, decollato da Zurigo, era diretto a Ginevra, da cui sarebbe poi ripartito alla volta di Roma. Poco dopo la partenza, però, scoppiò un incendio a bordo e l'aereo cadde in picchiata. Schiantatosi al suolo, si conficcò nel terreno per otto metri ed esplose.
43 dei 74 passeggeri provenivano da Humlikon, un piccolo villaggio nel Weinland zurighese. Erano membri della cooperativa lattiera locale e volevano visitare un centro agricolo sperimentale nei pressi di Ginevra. Quel giorno Humlikon perse quasi un quinto dei suoi abitanti, tutto il consiglio comunale, la commissione scolastica e il buralista postale. Rimasero orfani 39 bambini.
Per la Suva fu una dura prova, in quanto 22 vittime erano assicurate all'Istituto. La questione dell'onere finanziario rimase in sospeso finché il 6 settembre 1963 Willy Wunderlin, sottodirettore della Suva, rassicurò gli animi. Di fronte alla Commissione amministrativa spiegò infatti che la somma da versare sarebbe stata elevata ma «la riserva premi della Swissair è sufficientemente cospicua per reggere il colpo senza grandi sconvolgimenti». Così la politica dei premi che presuppone una «riserva per due catastrofi» dimostrava la propria efficacia.
Non mancarono tuttavia accese liti con Swissair: la compagnia, secondo quanto riportato nel verbale della seduta della Commissione del 5 novembre 1963, voleva «raccomandare alla Suva di rinunciare a priori al regresso ai sensi dell'art. 100 LAMI». La Suva non prese in considerazione questa possibilità perché
«non è lecito privilegiare i passeggeri aerei infortunati rispetto a coloro che hanno subito un incidente stradale»
affermò Fritz Lang, direttore della Suva. Dopotutto, in caso di infortuni collettivi nella circolazione stradale non si era mai deciso di rinunciare al regresso, ossia alla rivalsa sull'assicurazione del responsabile. La situazione sarebbe stata diversa, dichiarò Lang, «se gli abitanti di Humlikon fossero stati assicurati alla Suva. La cancellazione di un villaggio esprime tutta la tragicità di questa catastrofe». Solo due vittime provenienti da Humlikon, di cui il buralista postale, erano assicurate alla Suva.
La situazione giuridica era complessa: per dirla con le sue parole, la stessa Suva ammise di trovarsi in una «situazione scomoda». Ai sensi della Legge sulla navigazione aerea e della Convenzione di Varsavia avrebbe dovuto avviare azioni di regresso direttamente nei confronti degli assicurati. «Una situazione del genere sarebbe insostenibile» affermò Karl Obrecht, presidente del Consiglio di amministrazione della Suva, l'11 dicembre 1963. Pertanto l'Istituto si oppose ai precipitosi versamenti da parte dell'assicurazione di Swissair. Ciò determinò ritardi perché la legittimità delle azioni di regresso dipendeva da un’eventuale colpa di Swissair, e questa poteva essere verificata solo attraverso il rapporto d'inchiesta della Commissione federale sugli infortuni aeronautici. Tale documento non sarebbe stato pronto prima del 1965, pertanto Swissair decise di versare le somme assicurate a Pasqua 1964, dichiarandosi disposta a rimborsare di tasca propria alla Suva un eventuale credito di regresso.
Nella primavera del 1965 venne reso noto il rapporto conclusivo della Commissione federale sugli infortuni aeronautici, che però si limitava a mettere in evidenza la «situazione scomoda». La questione della responsabilità non fu toccata, così Swissair si trovò in difficoltà nel raccogliere le prove. Per non vedersi addossare un'eventuale responsabilità civile doveva dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il disastro. Ma questo era tutt'altro che facile considerando l'incendio scoppiato a bordo dell'aereo e la fuoriuscita di olio idraulico rilevata sulla pista di decollo a Kloten (ZH).
Per la Suva però il tempo stringeva. Se non fosse riuscita a far cambiare idea a Swissair, avrebbe dovuto intentare un'azione; il termine di perenzione per i diritti di regresso era di soli due anni e scadeva nel settembre 1965. Fritz Lang riassunse così il dilemma della Suva: «Se vince l'Istituto, la situazione è chiara; se invece perde, deve macchiarsi dell'onta di aver screditato la nostra compagnia aerea nazionale. In ogni caso la Suva sarebbe finora l'unica istanza ad asserire che Swissair è responsabile della sciagura di Dürrenäsch. Lo può fare?». Dall'altro lato l'Istituto era tenuto a tutelare gli interessi di chi pagava i premi.
Nessuno, né Swissair né la Suva, aveva interesse ad avviare un processo. La compagnia aerea era convinta che sarebbe riuscita a dimostrare la propria innocenza, ma l'accertamento giudiziario in merito alla questione della responsabilità comportava un enorme rischio e avrebbe attirato l'attenzione pubblica. Così Swissair accettò di scendere a patti e di mantenere il silenzio sulle circostanze e l'entità della somma del regresso.
Non si pensò mai all'ipotesi di un regresso nell'ambito della catastrofe di Mattmark. Per la Suva era chiaro che non c'era alcun colpevole; il cedimento del ghiacciaio Allalin, il 30 agosto 1965, fu una catastrofe naturale e una rivalsa verso i costruttori della centrale elettrica era fuori discussione. Completamente diversa era la situazione sei mesi dopo, quando il 15 febbraio 1966 si verificò un'altra grande tragedia sul cantiere di una centrale elettrica sulle Alpi.
Il teatro dell'evento fu Robiei, tra la Val Bavona e la Val Bedretto. Le Officine della Maggia erano impegnate nella costruzione di una galleria lunga 13 chilometri che attraversava le Alpi ticinesi e arrivava nel Vallese al fine di collegare la centrale elettrica di Altstafel (sulla Nufenenstrasse) con Robiei. 17 persone, di cui 15 italiani, soffocarono all'interno della galleria a causa dell'improvvisa fuoriuscita di gas. Inizialmente mancarono all'appello due vigili del fuoco e un direttore dei lavori. Altri 14 operai morirono nel tentativo di salvare i propri colleghi.
Come per Mattmark, anche a Robiei si trattava sopratutto di lavoratori italiani. E anche questa volta il clima politico si surriscaldò. Il Consiglio federale invitò subito l'ambasciatore italiano a Berna per discutere in merito «ad aspetti fondamentali della sicurezza dei lavoratori italiani». Il 25 febbraio 1966 il direttore della Suva Fritz Lang parlò di fronte alla Commissione amministrativa, descrivendo anche l'atmosfera che si respirava in Svizzera:
«La catastrofe di Robiei è sconvolgente, ma si spera che possa avere anche un effetto positivo: frenare l'avversione nei confronti dei lavoratori stranieri, che di certo non vengono in Svizzera per divertimento».
Nell'arco di tre settimane la Suva si era occupata, insieme ai consolati italiani, di «spiegare rapidamente agli interessati le prestazioni erogate dall'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni». Così vennero «fissate rendite eccezionali» ed «effettuati i relativi versamenti».
I media italiani e il Parlamento di Roma lanciarono però accuse alla direzione dei lavori. Anche in Svizzera fu presentato un intervento parlamentare relativo alle disposizioni in materia di prevenzione degli infortuni (di Josef Grolimund, consigliere nazionale per il PRD originario di Soletta). E nel colloquio con l'ambasciatore italiano venne concordato di costituire un gruppo misto di esperti per discutere di questioni correlate alla sicurezza sul lavoro. Per la Suva era chiaro che si potesse «trattare esclusivamente di uno scambio reciproco di esperienze e in nessun caso di controlli tecnici congiunti» dichiarò il Consiglio di amministrazione il 7 luglio 1966.
La prima riunione del gruppo misto di esperti si tenne all'inizio di ottobre del 1966 a Lugano. Il 10 ottobre di quell'anno Stanislas Nicolet, sottodirettore della Suva, constatò di fronte alla Commissione amministrativa che «gli specialisti svizzeri hanno poco da imparare dai loro colleghi italiani». Circa un anno dopo – in seguito a una visita della delegazione italiana a una serie di grandi cantieri svizzeri – pose fine alla collaborazione, provocando «un certo stupore». Nicolet motivò la sua decisione affermando che «questa commissione serve solo a dimostrare, a livello di politica interna, le misure adottate a favore dei lavoratori italiani; la delegazione italiana non capiva nulla di prevenzione degli infortuni nelle zone di montagna». Negli anni seguenti l'ambasciata italiana intervenne più volte a Berna, ma solo nel 1973 ripresero i colloqui e le reciproche visite dei cantieri.
Darfur, Dürrenäsch, Mattmark, Robiei non furono però le uniche catastrofi degli anni Sessanta. Nelle prime ore del mattino dell'8 aprile 1969, martedì santo, nella Schweizerische Sprengstofffabrik AG di Dottikon (oggi Dottikon ES Holding SA) si verificò una delle più gravi esplosioni sul territorio svizzero. Nella cosiddetta «Pulveri», dove all'epoca lavoravano oltre 400 persone, esplose del trinitrotoluene liquido (TNT) provocando 18 morti (di cui 13 svizzeri, 3 italiani e 2 spagnoli) e 108 feriti, alcuni dei quali gravi. Era la quarta esplosione nella fabbrica dopo quelle del 1927, 1956 e 1964. 1300 edifici a Dottikon e nei comuni circostanti subirono danni a causa dell'onda d'urto della detonazione.
Per la Suva fu un evento di grandi proporzioni, anche considerato l'elevato numero di feriti gravi. Complessivamente erano 69 le persone che avevano diritto a una rendita. Entro otto giorni vennero prese le decisioni di rendita per i parenti delle 18 vittime.
Circa un anno dopo, il 21 febbraio 1970, si verificò un'altra grande sciagura che coinvolse anche persone assicurate alla Suva. 38 passeggeri e 9 membri dell'equipaggio morirono a bordo del Coronado «Basel-Land» della compagnia svizzera Swissair, precipitato in un bosco nei pressi di Würenlingen (AG). Nel velivolo diretto da Zurigo a Tel Aviv esplose una bomba. Si trattò di un attentato terroristico organizzato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), che tuttavia non mirava a colpire Swissair bensì la compagnia israeliana El Al. Siccome il volo El Al da Monaco a Tel Aviv aveva accumulato ritardo, il pacchetto in cui si trovava la bomba venne dirottato sul velivolo Swissair. I nove membri dell'equipaggio erano assicurati alla Suva.
Nei decenni successivi non si verificarono altri eventi di grandi proporzioni con conseguenze per la Suva. Nel 1986 scoppiò un incendio nei capannoni industriali della Sandoz nella zona di Schweizerhalle, senza però alcun danno a persone. Anche gli uragani Vivian (1990; nessun morto) e Lothar (1999; 14 morti) non ebbero ripercussioni sull'Istituto. Dopo le tempeste, tuttavia, crebbero notevolmente gli infortuni nelle aree forestali colpite dal disastro.
Immagine iniziale: Fabbrica di fuochi d'artificio Hamberger a Oberried. L'edificio è esploso e ha preso fuoco. Fonte: biblioteca del politecnico di Zurigo, archivio immagini / fotografo: Comet Photo AG (Zurigo) / Com_L08-0111-0001-0003
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