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Rocco Cattaneo non finisce di stupirci. Dopo avere allineato una serie impressionante di proposte di risparmio sul Preventivo 2013 del Cantone (per la maggior parte contraddittorie, sbagliate ed inaccettabili), eccolo passare all’attacco sulla presenza di quelli che lui chiama “i politici” nei consigli di amministrazione degli enti a capitale pubblico.
Con il suo intervento (che qualcuno, evidentemente in vena di scherzare, ha addirittura definito “rivoluzionario”) il presidente PLRT vorrebbe che nei consigli di amministrazione delle società “pubbliche” e “parapubbliche” sedessero solo persone “competenti” e “indipendenti”. Interrogato, per illustrare il proprio pensiero, lo ha esemplificato riferendosi a BancaStato, affermando che questa dovrebbe “essere gestita da un banchiere oppure da un ex-banchiere. Se mi chiedessero di entrare nel Cda di questo istituto, io rifiuterei. Cosa ci entrerei a fare?”.
Evidentemente Rocco Cattaneo, almeno su alcuni aspetti di questo problema, ha cambiato opinione (cosa, d’altronde, legittima: l’importante è dirlo in modo chiaro). Infatti, pensando al suo passato di amministratore, ci si potrebbe chiedere: lui, che postino non è, cosa “ci è entrato a fare” nel consiglio di amministrazione della Posta, dove ha occupato un seggio (ben remunerato) fino a un paio d’anni fa?
Ci potrebbe rispondere: sono un economista ed un imprenditore e quindi so come si dirige un’azienda. Ma la Posta non è ( meglio: non dovrebbe essere) solo un’azienda. È, o dovrebbe essere, un’azienda pubblica, laddove il termine “pubblico” dovrebbe assumere perlomeno la stessa importanza del termine “azienda”. E allora: cosa c’entra un imprenditore liberale, molto orientato sul privato, senza alcuna esperienza di un settore pubblico nel consiglio di amministrazione della Posta? Uno che vanta simile curriculum può capire cosa significa “pubblico”? E Rocco Cattaneo è stato un amministratore “competente” di questa società “pubblica”?
La risposta a questa ultima domanda ci pare chiara: Rocco Cattaneo è stato un amministratore “pubblico” incompetente. Infatti ha contribuito ad orientare in un’ottica tutt’altro che “pubblica” una delle maggiori aziende pubbliche del paese, spingendola a fare i modo che meccanismi di mercato (ed in particolare quelli legati alla redditività del capitale) diventassero determinanti. Ha contribuito, in altre parole, a trasformare una grande azienda pubblica in un’azienda che funziona secondo regole e obiettivi del settore privato. Può vantarsi di avere tagliato prestazioni, di avere peggiorato quelle rimanenti e di aver contribuito ad aumentare la tariffe. La “competenza” di Cattaneo (e di quelli come lui) ha fatto sì che gli utenti della Posta pagassero di più per ricevere prestazioni peggiori. Bel risultato! A questo si aggiunge il degrado profondo delle condizioni di lavoro del personale che ha visto peggiorare i livelli salariali, precarizzare l’occupazione, diminuire prestazioni sociali e diritti.
A questo punto Cattaneo potrebbe sostenere che si tratta di considerazioni politiche e non tanto legate alla competenza degli amministratori. Appunto! E questo spiega perché le sue considerazioni sono assolutamente sbagliate. Perché in realtà egli tenta di gabellare per competenze quelli che altro non sono se non semplici orientamenti politici. Affermare che i “politici” debbano stare fuori dai Consigli di amministrazione delle aziende pubbliche per Cattaneo significa far credere che gli amministratori “competenti”, “professionali”, “del mestiere” non abbiamo opzioni politiche, non si muovano sulla base di precise ideologie. Come se le competenze fossero totalmente neutre. Dimenticando che si può essere “competenti” e mettere in atto una politica con un certo orientamento oppure, partendo dalle stesse “competenze”, sviluppare un orientamento politico radicalmente diverso.
Nei consigli di amministrazione delle aziende pubbliche abbiamo certamente bisogno di persone competenti che siedano in quei consigli con l’obiettivo di rafforzare e sviluppare al meglio il ruolo “pubblico” di queste aziende. Ma, soprattutto, abbiamo bisogno di far tornare queste aziende ad una logica pubblica, rimettendo al centro della loro azione il mandato pubblico. E questo sarà possibile solo coinvolgendo i lavoratori di queste aziende e gli utenti. I lavoratori dell’Officina di Bellinzona, ad esempio, hanno mostrato tutta la loro grande competenza nell’analizzare i problemi della loro azienda, molto meglio di quanto non siano riusciti a fare i numerosi direttori che si sono avvicendati alla testa dell’Officina e la stessa direzione delle FFS.
Per concludere: è urgente che la politica ritorni ad essere protagonista dei destini delle nostre aziende pubbliche; è urgente che ritorni al centro la discussione su cosa significa essere un’azienda pubblica; è urgente che questo dibattito sia condotto dal personale e dagli utenti-cittadini. Se tutto questo significherà eliminare i galoppini di partito dai consigli di amministrazione, potremmo anche essere d’accordo con Cattaneo. Ma se questo significherà sostituire i galoppini con persone con le stesse “competenze” mostrate da Cattaneo, sostanzialmente contrari alla logica del servizio pubblico, non potremo che esprimere la nostra netta opposizione.