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Prendo lo spunto da un interessante contributo pubblicato a fine giugno sul CdT e dagli interrogativi posti dal direttore Dillena. L'editorialista si chiedeva se fosse meglio una scuola selettiva che valorizzi i migliori oppure una scuola che si preoccupi prima di tutto di integrare gli allievi «bravi e meno bravi». La riflessione scaturiva dall'analisi dei risultati dell'indagine PISA, secondo la quale la nostra scuola si distingue dalle altre per la sua equità: infatti i risultati degli allievi ticinesi, leggermente inferiori rispetto ai coetanei degli altri cantoni, sono più omogenei: in altri termini la differenza fra i «bravi» e i «meno bravi» è più contenuta.
L'interrogativo sollevato non ha avuto un seguito, fors'anche a causa della pausa estiva. È quindi più che opportuno riproporlo in quest'avvio di nuovo anno scolastico. La mia risposta è questa: non possiamo convivere con una contrapposizione che si rivelerebbe sfavorevole a molti nostri giovani e la nostra scuola deve fare il possibile non solo per garantire l'integrazione ma pure per sviluppare le potenzialità degli allievi che la frequentano. Diverse possono essere le motivazioni a sostegno di questa scelta.
Che la scuola debba assumere il compito di contribuire all'integrazione degli allievi è fatto ormai acquisito, a maggior ragione oggi che la nostra società appare molto più diversificata al suo interno linguisticamente, etnicamente, culturalmente e socialmente. È opportuno quindi che i giovani possano convivere sotto lo stesso tetto, conoscersi vicendevolmente, svolgere insieme attività formative e sociali, indipendentemente dalle loro caratteristiche socioculturali. Lo stesso vale per coloro che presentano delle disabilità: da tempo la nostra scuola dell'obbligo offre anche a questi allievi la possibilità di frequentare, con opportuni supporti, la scuola regolare. Il progetto di nuova Legge sulla pedagogia speciale all'esame del Gran Consiglio rafforza l'impegno della scuola per tutti coloro che dalla nascita fino ai vent'anni d'età si trovano in situazioni sfavorevoli. È una scelta da condividere e sostenere.
La scuola si sta altresì occupando di quegli allievi che presentano doti spiccate. Lo scorso anno il DECS ha avviato un'esperienza rivolta ai bambini e ai ragazzi intellettualmente precoci: sono state elaborate delle direttive per i docenti e per le scuole affinché la scolarizzazione di questi allievi sia confacente alle loro potenzialità, tenendo pure conto che - contrariamente all'opinione assai diffusa - anche loro necessitano di supporti e di modalità d'apprendimento differenziate.
Gli sforzi d'integrazione in atto non possono né devono precludere di rivolgere analoga attenzione alla differenziazione degli apprendimenti e a predisporre concrete opportunità di sviluppo a tutti gli allievi: a quelli «bravi» e a quelli «meno bravi». Il timore di molti genitori, ma non solo, è che la scuola integrativa sia pure una scuola che, livellata verso il basso, appiattisce e penalizza i più bravi. È un'impressione che occorre correggere individuando nuove condizioni d'insegnamento e nuove possibilità di differenziare i percorsi formativi pur restando all'interno del concetto di scuola integrativa (o inclusiva secondo le nuove terminologie pedagogiche). A questo proposito la spesso criticata e contestata pluriclasse delle scuole elementari appare invece come un'interessante occasione per rafforzare e differenziare gli apprendimenti degli allievi. A livello di scuola media, dopo due anni in comune, sono proposti due diversi percorsi paralleli in matematica e in tedesco nonché scelte opzionali. Si può fare di più? Questo è l'auspicio emerso con una certa insistenza dalla campagna elettorale della scorsa primavera, quando per questo settore scolastico si sono formulate proposte di maggior flessibilità e di ulteriore differenziazione. Sono richieste da considerare con la dovuta attenzione, anche perché al termine della scuola media ai nostri giovani si offrono molte strade da percorre, assai interessanti e diversificate, ma tutte altrettanto impegnative. Il settore della formazione professionale assicura oggi una ricca offerta formativa con successive possibilità di sbocco verso le scuole universitarie. La formazione postobbligatoria non è più una via a fondo cieco e i percorsi s'intrecciano. Ne consegue che è nell'interesse di tutti fare in modo che ogni allievo, tenuto conto delle sue capacità e del suo desiderio di apprendere, possa arrivare il più lontano possibile. Ciò significa non penalizzare nessuno e valorizzare al massimo le doti di ognuno, incentivando la voglia e il piacere di apprendere poiché sempre più la qualità è l'unico strumento funzionale di cui i giovani possono disporre per fronteggiare la forte concorrenza che incontreranno sia negli studi sia nelle professioni. È doveroso puntare ad una scuola di qualità e l'impegno convinto di tutti gli attori coinvolti verso questo traguardo è indispensabile. Probabilmente per raggiungere tale obiettivo ci vorranno ulteriori risorse e sempre più docenti preparati, motivati e valorizzati. Si tratta indubbiamente di una sfida, ma è più che opportuno porsi anche questo genere di riflessione affinché la nostra scuola si caratterizzi sempre più come «la scuola delle tre e»: educazione, equità ed eccellenza. Non ne possiamo fare a meno.