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L'Unione europea (UE) costituisce la principale istituzione politica del Vecchio continente. Nel 2012 contava 27 Paesi membri, tra i quali non figurava però la Svizzera. Dal profilo giur., l'UE esiste solo dall'1.11.1993, quando entrò in vigore il trattato di Maastricht. Le sue origini risalgono tuttavia alla dichiarazione Schuman (1950), che propose la creazione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA; trattato firmato nel 1951, entrato in vigore nel 1952). Il trattato di Roma (1957), che istituì la Comunità economica europea (CEE) o Mercato comune (dal 1967 Comunità europea o CE con la fusione di CEE, EURATOM e CECA), ne costituisce il testo fondante, che fu poi modificato dall'Atto unico europeo (1986), dal trattato di Maastricht (1992), dal trattato di Amsterdam (1997), dal trattato di Nizza (2001) e dal trattato di Lisbona (2007). La Costituzione europea, sottoscritta nel 2004, non è mai entrata in vigore a causa del voto negativo espresso dagli elettori di Francia e Paesi Bassi.
Dal 1993 l'UE si basava su tre pilastri: la CE, la politica estera e di sicurezza comune e la cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. La Svizzera si è dovuta confrontare soprattutto con il primo pilastro, il più incisivo, poiché le decisioni erano spesso prese a maggioranza (qualificata o ponderata). La CE si occupava principalmente di questioni economiche (mercato interno, moneta unica e agricoltura) e della maggior parte di quelle legate alla libera circolazione delle persone. I tre pilastri sono stati aboliti nel dicembre del 2009 con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, che ha semplificato le strutture dell'UE, conferendole una personalità giur. intern. La creazione di un mercato interno (o mercato unico) nel 1993 e l'introduzione dell'Euro furono tappe importanti e ricche di significato nel processo di integrazione europea.
Autrice/Autore: René Schwok / gbp
La politica del Consiglio fed. nei confronti del processo di integrazione europea può essere distinta in due fasi. In un primo tempo, dal 1950 al 1992, la Svizzera cercò di evitare l'adesione alla CEE, pur mantenendo con quest'ultima le migliori relazioni possibili. Durante questa fase, che è strettamente connessa alle vicende dell'Associazione europea di libero scambio (AELS), istituita nel 1959, e dello Spazio economico europeo (SEE), la Conf. concluse centinaia di trattati bilaterali e settoriali. La sua domanda di associazione alla CEE presentata nel 1961, legata alla domanda di adesione britannica, non ebbe seguito dopo che alla Gran Bretagna fu negato l'ingresso nel Mercato comune. Il più importante accordo concluso in questa fase fu l'accordo di libero scambio del 1972, che abolì i dazi doganali e i contingenti sui prodotti industriali.
La seconda fase iniziò nel maggio del 1992, quando il Consiglio fed. presentò una domanda di apertura di negoziati in vista dell'adesione alla CE. Tre fattori principali contribuiscono a spiegare questa svolta brusca nella politica europea della Svizzera: la debolezza istituzionale del trattato sullo SEE da poco firmato a Porto, i passi intrapresi dai principali Paesi dell'AELS per aderire alla CE e il rilancio del processo di integrazione europea in seguito al trattato di Maastricht. Il rifiuto popolare opposto all'ingresso nello SEE (6.12.1992) costrinse tuttavia il governo sviz. a congelare la sua domanda di adesione, che rimase comunque un "obiettivo strategico". Ne seguì un periodo di grande incertezza, che coincise con l'avvio nel dicembre del 1994 di negoziati bilaterali e settoriali con l'UE (trasporti terrestri, trasporto aereo, libera circolazione delle persone, ricerca, appalti pubblici, ostacoli tecnici al commercio e agricoltura), resi necessari dalla bocciatura alle urne dello SEE. Il margine di manovra del Consiglio fed. venne limitato da una serie di votazioni popolari, la più importante delle quali fu l'accettazione nel febbraio del 1994 dell'iniziativa per la protezione della regione alpina dal traffico di transito, che contrastava la volontà dell'UE di intensificare il trasporto stradale nord-sud attraverso l'Europa. Una prima serie di accordi (bilaterali I), firmati nel 1999, venne accettata in votazione referendaria nel maggio del 2000. Una seconda serie (bilaterali II), in discussione dal 2001, fu siglata nel 2004; gli accordi riguardavano tra l'altro la lotta contro la frode, la fiscalità del risparmio (il segreto bancario in particolare rimane oggetto di divergenze) e la partecipazione della Svizzera al sistema di Schengen/Dublino (asilo, migrazione, giustizia, polizia). L'iniziativa popolare "Sì all'Europa" (lanciata nel 1995 e depositata nel 1996), che chiedeva di scongelare immediatamente la domanda di adesione, venne respinta nel marzo del 2001.
Autrice/Autore: René Schwok / gbp
Per comprendere le reticenze della Svizzera nei confronti dell'UE, è necessario considerare gli elementi di fondo che hanno caratterizzato il Paese nella seconda metà del XX sec.: difesa della sovranità nazionale, neutralità, particolarismo economico e debolezza dello Stato.
L'integrazione europea si fonda su una parziale rimessa in discussione del nazionalismo, di cui la maggior parte degli Svizzeri non sente la necessità. L'esperienza delle due guerre mondiali indusse infatti la pop. a esaltare le nozioni di neutralità armata e di attaccamento alla patria. La straordinaria crescita economica del dopoguerra e il basso tasso di disoccupazione rafforzarono poi certi sentimenti di superiorità nazionale. Di conseguenza, l'integrazione europea nella sua forma sovranazionale appare spesso come un'idea estranea all'identità elvetica. Occorre inoltre sottolineare un paradosso identitario. L'europeismo degli Svizzeri franc., che approvarono l'adesione allo SEE con oltre il 70% dei voti, è probabilmente una reazione a quella che percepiscono come una dominazione economica e politica degli Svizzeri ted., in maggioranza euroscettici, che a loro volta temono un'Europa dominata dalla Germania. I Ticinesi, dal canto loro, rifiutano le aperture nei confronti dell'UE in opposizione alla Lombardia.
Durante la Guerra fredda la maggioranza della pop. era convinta che la posizione defilata della Svizzera sulla scena intern. rafforzasse la sicurezza esterna, la prosperità economica e l'equilibrio interno del Paese. Nel contempo la neutralità assurse a dogma. Ciò spiega l'adesione tardiva della Svizzera al Consiglio d'Europa (1963), considerato un'org. troppo politica, e all'Organizzazione delle Nazioni Unite (respinta in votazione popolare nel 1986, accettata solo nel 2002). Conformemente a tale logica, numerosi cittadini sono rimasti a lungo reticenti nei confronti del discorso comunitario che propugnava nuove forme di relazioni intern. fondate sull'integrazione economica, politica e sociale.
L'economia sviz. si distingue da quella degli altri Paesi europei per due aspetti principali. In primo luogo, il suo importante settore intern. beneficia delle differenze tra la legislazione nazionale e quella europea. Già negli anni 1950-60 le cerchie industriali rifiutarono di adottare la tariffa doganale esterna comune della CEE, che avrebbe portato a un aumento dei dazi sviz. In generale, le multinazionali e le banche spinsero il parlamento a trasformare la Svizzera in un'oasi di legislazioni "speciali". Tali ambienti temevano di essere trascinati in un sistema interventista di regolamenti comunitari che avrebbero potuto mettere in pericolo questo insieme di norme. Inoltre, alcuni settori molto protetti, cartellizzati e sovvenzionati avevano paura di perdere i propri privilegi. Gli agricoltori, ad esempio, paventavano un'adesione alla politica agricola comune, l'adozione del diritto comunitario sulla concorrenza, l'apertura di tutti i mercati pubblici e la soppressione delle barriere non tariffarie. Alcuni erano inoltre preoccupati di una possibile diminuzione del tenore di vita.
Infine, la Svizzera è caratterizzata da uno Stato centrale debole. Per quanto il Consiglio fed. abbia tentato di far entrare la Svizzera nello SEE e dichiarato l'adesione all'UE suo "obiettivo strategico", non ha avuto i mezzi per imporre la propria volontà. Questa debolezza si spiega con la congiunzione di due fattori: federalismo e democrazia diretta. In ragione della sua struttura federalista, il Paese è diviso in 26 governi e parlamenti cant., caratterizzati da identità specifiche molto pronunciate, che sono all'origine di un forte frazionamento e dispersione del potere. Prima ancora dell'UE e di Bruxelles, sono lo Stato centrale e Berna a essere percepiti come burocratici e distanti. Il secondo fattore - elemento fondante dell'identità nazionale - ha un ruolo ancora più decisivo. La Svizzera è il Paese con i diritti di democrazia diretta più estesi al mondo. Rispetto ai governi europei, il Consiglio fed. possiede un margine di manovra molto limitato, poiché deve ottenere il più ampio consenso possibile prima di poter concludere accordi intern. Dopo il rifiuto popolare dello SEE, ha agito con estrema prudenza nelle trattative con l'UE. Se all'inizio del XXI sec. il tema dell'adesione non era più all'ordine del giorno (dal 2006 l'adesione non è più considerata un "obiettivo strategico", ma un'"opzione a lunga scadenza"), quello dei rapporti con l'UE rimaneva comunque un problema centrale della politica estera della Svizzera.
Autrice/Autore: René Schwok / gbp