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PALERMO - Il pentito mafioso Angelo Fontana ritratta le sue dichiarazioni sull'attentato al giudice Giovanni Falcone che fu sventato il 21 giugno 1989 sugli scogli davanti alla villa che il magistrato aveva affittato all'Addaura (Palermo) e nella quale erano invitati i due magistrati ticinesi Carla Del Ponte e Claudio Lehmann. Fontana ora dice di essersi inventato tutto e che nei giorni in cui aveva indicato di aver partecipato all'esecuzione dell'attentato - che poteva essere anche solo un tentativo d' intimidazione - si trovava negli Stati Uniti con obbligo di firma.
L'ex mafioso palermitano ha parlato coi pubblici ministeri di Caltanissetta che hanno aperto un'inchiesta per calunnia e autocalunnia, scrive il Giornale di Sicilia.
Alcune dichiarazioni di Fontana, che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, erano state suffragate dall'analisi del dna di alcuni reperti trovati sugli scogli del lungomare palermitano. L'analisi aveva dimostrato che le tracce appartenevano proprio a Galatolo.
Ma Giuseppe Di Peri, il legale di un altro cugino omonimo di Angelo Galatolo, imputato in un altro processo, ha trovato un foglio che dimostra l'obbligo di firma che aveva Fontana a New York nel periodo del fallito attentato. Fontana dunque si è inventato tutto.
Il 21 giugno di 25 anni fa sul lungomare dell'Addaura sulla scogliera presso la villa affittata furono scoperti 58 candelotti di dinamite. Assieme a Falcone avrebbero potuto eliminare anche Carla Del Ponte, allora procuratrice a Lugano, e il collega giudice istruttore Claudio Lehmann, che con con Falcone, poi assassinato a Capaci (Palermo) il 23 maggio 1992, indagavano sul denaro riciclato da Cosa Nostra in Svizzera.
Nel luglio 2010 il pentito fu portato all'Addaura per ricostruire "fisicamente" le scene che aveva raccontato agli investigatori. Fontana aveva accusato di aver piazzato i candelotti di dinamite di fronte la villa di Falcone i mafiosi Salvatore Madonia, Gaetano Scotto, Raffaele e Angelo Galatolo e se stesso.
ATS