Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01022.jsonl.gz/84

Un'unione sindacale punta il dito contro il festival veneziano per aver inserito nella programmazione "Call of God"
VENEZIA - «Il fatto che sia morto, non annulla tutto ciò che ha commesso». Il Sindacato dei Lavoratori Cinematografici della Federazione della Corea punta il dito contro il Festival del Cinema di Venezia che ha inserito nella sua programmazione "Call of god", film di Kim Ki-Duk, regista accusato di aggressione sessuale da numerose donne.
Il regista sudcoreano è deceduto nel 2020, dopo aver contratto il Covid-19. Al tempo, stava lavorando alla pellicola che vedrà la sua prima mondiale il sei settembre a Venezia e i cui lavori si sono conclusi dopo la morte di Kim Ki-Duk.
«Kim non si è mai scusato con le sue vittime, ha invece sempre negato le accuse con una serie di azioni legali. Ma la Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia ha comunque deciso di proiettare il suo film per onorarlo», afferma l'unione sindacale.
Interpellato dall'Holliwood Reporter, Alberto Barbera, direttore della Mostra, ha spiegato che "Call of God" è stato inserito nella programmazione per la lunga storia di amicizia tra il regista e il festival. «Quando gli amici estoni di Kim Ki-duk mi hanno contattato un anno fa dicendo che stavano completando il film che Ki-duk non aveva potuto finire, ho pensato che non potevamo lasciar passare questa opportunità».