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Contrariamente a quanto molti pensano, gli scienziati non sono in generale materialisti o atei militanti, piuttosto hanno un approccio un po’ particolare ai problemi posti dalla trascendenza e dalla religione. Questa particolarità è legata al modo di procedere dello scienziato nello sviluppare le sue ricerche. A partire dalla mia esperienza in quanto fisico teorico cercherò di spiegare in poche parole di che si tratta. Uno scienziato cerca di comprendere i fenomeni naturali tramite esperimenti e modelli matematici a essi connessi. I risultati di questo processo di comprensione sono espressi in termini di teorie.
Queste ultime però devono essere giustificabili tramite altri esperimenti e altre considerazioni teoriche. In sostanza i risultati delle sue ricerche e la loro rielaborazione sono sempre
radicati nella realtà delle osservazioni e sostenuti da teorie logicamente coerenti. Egli diviene un critico molto severo se si cerca di introdurre nel discorso scientifico qualcosa che non
è né il risultato di un’osservazione né la conseguenza logica di una teoria.
Faccio un esempio: la scienza contemporanea descrive l’universo come originato da un’esplosione (big bang). L’energia liberata in questa esplosione si è in parte trasformata in materia secondo una legge che specifica l’equivalenza tra materia ed energia. Dalla materia così generata con lo scorrere del tempo (14 miliardi di anni) e attraverso molte trasformazioni si è formato l’universo in cui viviamo. Se si volesse utilizzare il “big bang” per giustificare il discorso biblico della creazione, un fisico si opporrebbe. Per lui un legame tra l’ipotesi scientifica e l’interpretazione teologica non è dimostrabile e quindi dal punto di vista scientifico non ha nessun valore. Sembrerebbe allora che uno scienziato fedele ai suoi valori intellettuali non darà mai un significato a ciò che trascende il suo intelletto e che chiamerò trascendente o trascendenza. Le cose stanno davvero così? Non proprio, e per capirlo bisogna cambiare punto di vista.
Finora ho considerato lo scienziato sotto l’aspetto del suo lavoro intellettuale per comprendere che cosa lo rende critico fino al rifiuto della trascendenza. Ora è necessario guardarlo sotto il profilo umano, chiedersi quale sia il suo atteggiamento come uomo di fronte ai problemi che la vita e non solo la scienza gli pongono e alla religione che volere o no fa parte del mondo in cui vive. Per uno scienziato il rapporto tra il suo lavoro e quello che crede o non crede è un rapporto tra onestà intellettuale e esigenze spirituali. A me preme sottolineare che non appena si passa dal discorso puramente scientifico e dalle sue regole precise a un discorso esistenziale entra in gioco la sensibilità di ogni singolo ricercatore nei confronti del trascendente. Entra in gioco una convinzione o una fede che può rivolgersi a un Dio personale o a un essere che sta di là da noi, o ancora può esprimere il senso di non poter andare oltre a quello che la ragione ci dice. Tutti questi atteggiamenti sono un segno della ricchezza umana che è inerente al processo del conoscere. Certamente non è mai indifferenza di fronte al problema della trascendenza. Come si comporta uno scienziato che è anche credente in questo contesto? Naturalmente quanto ho scritto sopra si riferisce anche a lui. Per di più, in quanto credente, per lui il rapporto con Dio è centrale, ma è un rapporto che si presenta nella vita senza aver bisogno di una giustificazione intellettuale.
È un rapporto che si realizza nello stare insieme agli altri e nel collaborare con loro sia a livello personale che a livello ecclesiale come parte di una comunità. A livello personale è anche una continua e non sempre facile ricerca di chiarire a se stesso e agli altri i rapporti tra scienza e fede entrambe vissute.
Articolo pubblicato sul mensile insieme di marzo 2018.