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Il sogno euro-asiatico coltivato dal presidente russo Vladimir Putin non è solo il vagheggiamento di un leader ambizioso, ma un’idea ben radicata nella tradizione storico-culturale e politica russa. Il cosiddetto “eurasismo” (in russo evrazjstvo) era infatti un movimento intellettuale nato nella migrazione russa degli anni ’20 del Novecento, che costituiva l’espressione più radicale della tradizionale aspirazione russa a individuare una via di sviluppo alternativa a quella europea o strettamente occidentale. Il presupposto è chiaro: la Russia non deve far parte dell’Europa o dell’Asia, perché costituisce essa stessa un’area geografica e storica specifica e irripetibile. Nel tempo, soprattutto con il crollo dell’Unione Sovietica, l’eurasismo è diventato un tema caro alla piattaforma ideologica del partito comunista di Gennadi Zjuganov (eterno secondo delle presidenziali russe) ma è stata poi ripresa da numerosi intellettuali, economisti, diplomatici, geopolitici che si sono trovati a dover affrontare il problema di dove collocare la Russia nello scenario post-sovietico e post-bipolare.
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