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In America la voglia di correre non ha età
Già altre volte negli ultimi mesi si era esposto, dichiarando di avere «un lavoro da finire», ma due giorni fa c’è stata la vera e propria ufficializzazione: il presidente americano Joe Biden ha deciso di correre per un secondo mandato. Dal canto suo, l’ex presidente Donald Trump aveva già lanciato la sua candidatura, desideroso di rivincita, non avendo potuto trascorrere otto interi anni alla Casa Bianca, come, tra gli altri, il suo predecessore Barack Obama. Lui ci sperava: e ci spera ancora, ça va sans dire. In entrambi i casi potranno esserci, evidentemente, altri candidati, ad esempio tra i repubblicani, dove non tutti sono convinti che la leadership di Trump sia quella giusta per la sfida del 2024. La campagna elettorale sarà ad ogni modo faticosissima, sullo sfondo di tensioni sociali che negli Stati Uniti non sono mai propriamente rientrate dopo la pandemia. Già quest’estate ci saranno i primi dibattiti televisivi, a gennaio del prossimo anno si terrà la prima riunione dei dirigenti repubblicani in Iowa per la scelta dei candidati, il mese successivo inizieranno le primarie dei democratici in South Carolina. Da marzo, per i candidati definitivi, sarà tutta una sfiancante maratona in salita (congressi, comizi, voli aerei da uno Stato all’altro, interviste ai media, e probabilmente scandali di ogni tipo da fronteggiare) fino al fatidico Election Day del 5 novembre.
Merita una riflessione il fatto che il desiderio di intraprendere una simile sfida – estenuante dal punto di vista fisico, sfibrante da quello mentale – arrivi da due politici in là con gli anni. Biden ne ha compiuti 80 a novembre scorso, Trump ne ha comunque quasi 77. In caso di vittoria il primo – che ha già battuto ogni record di anzianità per un presidente USA in carica – resterebbe potenzialmente alla Casa Bianca fino alla veneranda età di 86 anni, il secondo vi potrebbe rientrare a 78 suonati. A titolo di esempio, il nostro Consiglio federale ha un’età media di 58 anni. Altri leader mondiali hanno chi solo 45 anni (Emmanuel Macron) chi qualcosa in più (lo spagnolo Pedro Sánchez ne ha 51, come il canadese Justin Trudeau). Non solo negli Stati Uniti viene posta la domanda se sia corretto che Biden e Trump gareggino per una simile posizione di comando globale, che richiede un impegno quasi sovrumano – al di là del grande e necessario aiuto che la pletora di collaboratori potrà dare – e una presenza mediatica forte. Da questo ultimo punto di vista, i due, chi in un modo chi nell’altro, hanno dimostrato di sapersela cavare bene, usando l’ironia laddove non arrivava la prestanza fisica. Resta la domanda politica. In passato, negli Stati Uniti, gran parte dei presidenti aveva intorno ai 60 anni al momento dell’ingresso alla Casa Bianca. Che succede? Mancano giovani aspiranti alla presidenza degli Stati Uniti? Non si tratta di questo. Sia tra i democratici che tra i repubblicani, vi sono possibili candidati di prim’ordine. Una spiegazione paradossale potrebbe essere che nei momenti difficili – l’economia occidentale è al palo, c’è una guerra in corso e la NATO è coinvolta – i candidati anziani riescono a trasmettere più ottimismo a una società inquieta come quella americana. Con una lunga pratica di gestione delle crisi, essi sanno dove mettere mano e come farlo senza creare ulteriori fratture sociali. Anche Trump, nonostante alcuni recenti appelli un po’ sopra le righe per compattare e motivare l’elettorato, non è più lo stesso dei concitati momenti dell’assalto a Capitol Hill. Perfino Macron è sembrato, nelle ultime settimane, in qualche modo più «estremo» di lui, e le piazze sono lì a testimoniarlo. Biden, dall’altra parte, sta dimostrando di saper gestire la guerra in Ucraina senza cedere a facili provocazioni. Forse è questo che gli elettori americani cercano: sangue freddo e un po’ di sana ironia per scongiurare l’età che avanza inesorabile anche (e soprattutto) per un presidente.