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6 film di ABBAS KIAROSTAMI
In collaborazione con La Cinémathèque suisse
In collaborazione con La Cinémathèque suisse
Nel 1989 il film di un regista iraniano allora pressoché sconosciuto in occidente vinceva il Leopardo di bronzo al Festival di Locarno. Si trattava di Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami. La scarna nota biografica apparsa sul catalogo diceva che Kiarostami era nato a Teheran nel 1940, si era laureato alla facoltà di Belle Arti, aveva lavorato dapprima come disegnatore di manifesti pubblicitari e aveva iniziato la sua attività di regista nel 1970 realizzando cortometraggi e film presso l’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei giovani e degli adolescenti, il Kanun. Il film premiato a Locarno è il suo terzo lungometraggio di finzione, dopo una lunga serie di interessantissimi cortometraggi e documentari che i cinefili occidentali potranno scoprire solo più tardi, in particolare ancora a Locarno nel 1995, dove sotto la direzione di Marco Müller gli viene dedicata la retrospettiva e gli viene conferito un Leopardo d’onore. Dov’è la casa del mio amico? è comunque già un capolavoro ed è il trampolino di lancio per l’affermazione internazionale di Kiarostami come uno dei più talentuosi registi della fine del secolo scorso. Il suo successivo Close-up (1990) trova una larga distribuzione all’estero e diventa un film culto. Due anni dopo E la vita continua viene presentato al Festival di Cannes, dove nel 1997 Il sapore della ciliegia viene giustamente incoronato con la Palma d’oro. E nel 1999 la Mostra di Venezia gli attribuisce il Premio speciale della giuria per Il vento ci porterà via, che costituisce in un certo senso la summa di tutta la sua opera.
Kiarostami si è sempre rifiutato di lasciare il suo paese, dove ha proseguito con estrema coerenza la sua attività di cineasta, di fotografo e di poeta anche dopo la rivoluzione del 1979, quando ha dovuto subire gli interventi censori degli ayatollah della Repubblica islamica, che non vedevano certo di buon occhio la sua libertà espressiva. Solo alla fine della carriera (Kiarostami è morto nel 2016) sarà costretto a girare all’estero due dei suoi grandi film, Copia conforme (2010, in Italia) e Like Someone in Love (2012, in Giappone).
Artista eclettico, agli albori del nuovo millennio preferirà girare in digitale, modalità leggera più consona alla sua natura individualistica, proseguirà ad esplorare territori ai confini della finzione (di cui l’ultimo film di questa rassegna, Shirin, è un esempio significativo) e continuerà ad alternare al cinema la sua ricerca nel campo della fotografia e della parola poetica (si vedano a questo proposito le due raccolte di poesie tradotte in italiano: Con il vento, Il Castoro, 2001; e Un lupo in agguato, Einaudi, 2003).
I sei film di Kiarostami che proponiamo in questa rassegna non sono certo sufficienti ad esplorare tutte le innumerevoli sfaccettature dell’opera di questo grande poeta dell’immagine, che ha saputo ogni volta riflettere sul senso profondo del rapporto tra finzione e realtà, ma sono senza dubbio fra le cose migliori che ha realizzato nel corso della sua carriera. Per chi non li avesse mai visti saranno una sorprendente rivelazione, per chi già li conoscesse un’occasione per rigustarne la sensibilità e l’intelligenza. I film vengono presentati in tutte e tre le località in ordine cronologico. Un consiglio: evitate di andare a vedere il secondo senza aver visto il primo, e il terzo senza aver visto i primi due, poiché i tre film, che costituiscono la cosiddetta “trilogia di Koker” (dal nome del villaggio dove è ambientato il primo), sono intimamente interconnessi, come viene chiarito dalle schede qui sotto.
E ci piace concludere questa breve introduzione con un’acuta osservazione di Jean-Philippe Tessé, che volentieri rivolgiamo agli spettatori: “Le ultime inquadrature dei film di Kiarostami sono indimenticabili, sono le più belle inquadrature della storia del cinema; a lui riuscivano come a nessuno, come a un mago che ogni volta fa il suo numero e ogni volta incanta il pubblico sbalordito […] Le ultime inquadrature dei film del cineasta iraniano sono dei miracoli, non chiudono nulla, ma al contrario aprono su delle immensità” (“Cahiers du cinéma”, 725, settembre 2016).
Michele Dell’Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona
regia: Abbas Kiarostami; interpreti: Babak Ahmadpoor, Ahmad Ahmadpoor, Khodabakhsh
v.o. farsi, st. francese, colore, 83’ – Iran 1987
Per evitare che un suo compagno di scuola venga punito, Ahmad gli deve riportare il quaderno, finito per sbaglio nella propria cartella: ma non sa dove abiti.
Kiarostami mette in scena con apparente neutralità le peregrinazioni di Ahmad tra adulti indifferenti e ostili: ma poco per volta lo spettatore si ritrova dentro la storia, a soffrire con il piccolo protagonista. Si potrebbe citare Rossellini per la purezza dello sguardo e il taglio semidocumentaristico; Bresson per la depurazione formale e per la bellezza mai estetizzante delle immagini; ma non si deve cadere nel vizio di ricondurre al noto ciò cui non si è abituati.
Kiarostami, tra i più conosciuti cineasti del suo paese, è semplicemente un grande maestro: che, con nulla, costruisce una suspense incredibile. Il realismo sfonda verso il fantastico (specie nell’uso del sonoro, con quel vento e quei latrati), e la poesia emerge sorprendendo lo spettatore (come il fiore nel quaderno nell’ultima, splendida immagine), lasciandolo disarmato.
regia: Abbas Kiarostami; interpreti: Farhad Kheradmand, Puya Payvar e gli abitanti di Roudbar e Rostamabad.
v.o. farsi, st. francese, colore, 91’ – Iran 1992
Iran, 1990: dopo il terremoto che ha sconvolto la parte nord del Paese, un padre – alter ego del regista – parte con suo figlio alla volta del villaggio di Potché per scoprire che ne è stato dei ragazzini protagonisti del precedente film di Kiarostami, Dov’è la casa del mio amico? Non è il solito gioco intellettualistico in cui finzione e realtà si confondono (anche se Kiarostami racconta fatti che ha vissuto in prima persona, e distinguere il documentario dalla messinscena è arduo), ma una riflessione disarmante e sofisticata sulla morale dell’immagine.
È giusto invecchiare e imbruttire una persona per girare un film, come contesta un abitante del villaggio? E appassionarsi per una partita di calcio in mezzo alle macerie, come obietta il protagonista agli ospiti di una tendopoli? Di fronte alle dinamiche della vita e della natura Kiarostami si fa piccolo, svaluta la sua stessa arte, dà voce a tutti, e riesce a cogliere frammenti di bellezza nei momenti più inaspettati. Un esempio di cinema pieno di idee e di emozioni.
regia: Abbas Kiarostami; interpreti: Mohamad Alì Keshavarz, Hossein Rezaï, Tahereh Ledanian, Farhad Kheradmand
v.o. farsi, st. francese, colore, 103’ – Iran 1994
Un regista alter ego di Kiarostami sta girando E la vita continua in una località iraniana da poco devastata dal terremoto. Un giovane muratore, assoldato per una particina, fatica a calarsi nel ruolo in quanto nella realtà (ma si dovrebbero usare le virgolette) è vanamente innamorato della ragazza che interpreta sua moglie. Ma la sua testardaggine avrà la meglio sia delle pretese del regista, sia della ritrosia della ragazza.
Il piano-sequenza finale (muto ma commentato da un concerto di Cimarosa) in cui, in campo lunghissimo, Hossein rincorre la ragazza, si ferma un attimo a parlarle e poi si allontana saltellando, è già un classico, e riassume bene la poetica di Kiarostami. Ma Sotto gli ulivi è molto di più di un simpatico bozzetto neorealista: è una riflessione lucida e intellettuale sulla messa in scena e la verità delle immagini, costruita con un vertiginoso gioco di scatole cinesi.
Si tratta infatti del finto making di quello che già era un finto documentario (E la vita continua). Ma per apprezzarlo appieno, occorre conoscere anche Dov’è la casa del mio amico?: altrimenti non si colgono molti rimandi e giochi di specchi: a volte compiaciuti, a volte di raggiante poesia (come quando vediamo vivo e vegeto il piccolo Babak Ahmadpoor, protagonista di Dov’è la casa del mio amico? e dato per disperso alla fine del film seguente). Un’altra conferma del talento del regista, capace di fare grande cinema con mezzi poverissimi, e di osservare criticamente una realtà come quella iraniana destreggiandosi abilmente tra le maglie della censura degli ayatollah.
regia: Abbas Kiarostami; interpreti: Homayon Ershadi, Abdolrahman Bagheri, Afshin Khorsid Bakthiari, Safar Alì Moradi.
v.o. farsi, st. francese, colore, 99‘ – Iran 1997
Badiei, un uomo di mezza età, si aggira in macchina per la desolata periferia di Teheran, cercando qualcuno che l’aiuti a suicidarsi. Un soldato e un seminarista afghano si tirano indietro, ma il tassidermista di un museo accetta di seppellirlo, a patto che quando arriverà davanti alla sua fossa sia morto veramente.
Kiarostami, anche sceneggiatore, non vuole parlare del suicidio del protagonista (i cui moventi restano nell’ombra), ma delle nostre reazioni di fronte alla morte (come testimoniano i lunghi dialoghi girati con una sola inquadratura, senza far mai vedere l’interlocutore, perché è con lo spettatore che il regista vuole interloquire).
Mettendo sullo stesso piano i simboli della nuova realtà iraniana – l’esercito, la chiesa e il popolo – il film rivela uno spirito laico che evita sia la disperazione nichilista sia le facili consolazioni (come quelle simbolizzate dalle ciliegie nel racconto di Bagheri), e lascia libero lo spettatore di trarre la sua morale. Nell’ultima sequenza, che pare sia stata tolta da alcune versioni, vediamo la troupe al lavoro: con l’effetto, consueto nel cinema iraniano, di provocare un ritorno alla realtà per sottolineare la finzione della rappresentazione filmica, ma anche con l’ammissione del fatto che l’arte deve ritrarsi di fronte all’indicibile. Un cinema, comunque, di emozioni autentiche: uno dei pochi che ci sia rimasto, girato con uno stile diretto e rosselliniano, che va sempre a fondo. Palma d’oro a Cannes ex aequo con L’anguilla di Imamura.
regia: Abbas Kiarostami; interpreti: Behzard Dourani e gli abitanti del villaggio di Siah Dareh.
v.o. farsi, st. francese, colore, 118’ – Francia/Iran 1999
Un gruppo di persone arriva in uno sperduto villaggio del Kurdistan iraniano: nessuno sembra sapere cosa fare e uno di loro, costretto a lunghi spostamenti per cercare il luogo migliore da cui comunicare con un telefono cellulare, sembra interessarsi al destino di una vecchia malata.
Kiarostami lascia lo spettatore con tutte le sue domande – chi sono? Chi le manda? Hanno ottenuto quello che volevano quando ripartono? – chiedendo all’intelligenza (e all’immaginazione) dello spettatore di riempire i buchi neri della sceneggiatura (del regista, da un’idea di Mahmoud Ayedin).
Intanto ci fa scoprire la poesia della natura, il valore della tradizione, l’invadenza della modernità, la dignità o l’aggressività delle persone. Un cinema al margine degli avvenimenti che però riesce a essere al centro delle cose, metafisico e insieme ironico. E moderno perché sa interrogarsi sui limiti del cinema (che cosa si può filmare? Come si racconta la realtà?). Senza vezzi cinefili, anche se con un’ombra di autocompiacimento. Premio speciale della giuria a Venezia (con delusione del regista che si aspettava, giustamente, il Leone d’oro).
regia: Abbas Kiarostami; interpreti: Mahnaz Afshar, Pegah Ahangarani, Juliette Binoche, Golshifteh Farahani, Afsaneh Bayegan, Taraneh Alidoosti, Vishka Asayesh, Darya Ashoori, Leila Atami, Pantea Bahram, Hediyeh Tehrani, Niki Karimi.
v.o. farsi, st. francese, colore, 92’ – Iran 2008
In un cinema si proietta un film tratto dal celebre poema Khosrow e Shirin di Nizami Ganjavi (1180). Nella storia (adattata da Farrideh Golbou e molto semplificata rispetto all’originale) il principe persiano Khosrow e lo scultore Fahrad si innamorano della principessa armena Shirin, che poi si suicida.
Mentre sentiamo il sonoro del film, con dialoghi e musiche, noi vediamo solo i volti di 113 spettatrici, che mangiano caramelle, si scambiano sguardi, seguono con trasporto crescente la vicenda, fino a piangere calde lacrime nel finale.