Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01199.jsonl.gz/497

Un codice di condotta vincola i servizi privati di sicurezza al rispetto dei diritti umani
Dieci anni fa è stato introdotto il Codice di condotta internazionale per i servizi privati di sicurezza (ICoC), che obbliga le imprese di questo settore a rispettare i diritti umani e il diritto internazionale umanitario nelle loro attività e a evitarne ogni tipo di violazione. La Svizzera ha fornito un contributo decisivo all’istituzione del Codice di condotta e ne presiede il Consiglio di sorveglianza. In qualità di attore neutrale, incoraggia il dialogo tra le imprese private di sicurezza, gli Stati e le ONG.
Il Codice di condotta internazionale obbliga i servizi privati di sicurezza a rispettare i diritti umani e il diritto internazionale umanitario nelle loro attività. © Keystone
Il 16 settembre 2007 i dipendenti di un’impresa di sicurezza privata hanno perpetrato un massacro in Piazza Nisour a Baghdad. Accompagnavano un convoglio militare e hanno diretto munizioni anticarro contro veicoli che non c’entravano nulla. In pochi secondi la pioggia di proiettili ha ucciso 17 civili iracheni.
Fatti come questo, a opera di forze mercenarie private nei conflitti in Afghanistan e in Iraq, hanno scatenato forti reazioni. Poiché il settore della sicurezza privata opera spesso in un limbo giuridico nel contesto di conflitti o di situazioni precarie, l’appello per una sua regolamentazione internazionale si è fatto più forte. La Svizzera ha risposto lanciando, insieme al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), un’iniziativa diplomatica, il cosiddetto «Documento di Montreux», che rafforza gli obblighi degli Stati a livello di diritto internazionale per quanto riguarda le attività di imprese militari e di sicurezza private che operano in zone di conflitto. Il Documento di Montreux rappresenta il consenso sul fatto che il diritto internazionale pubblico vale anche per le società militari e di sicurezza private, le quali non devono poter agire in un vuoto giuridico.
Nascita del Codice di condotta internazionale per i servizi privati di sicurezza
A partire dal Documento di Montreux è stato elaborato il Codice di condotta internazionale per i servizi privati di sicurezza (ICoC). Si tratta del primo strumento internazionale che riunisce – in 70 articoli – gli obblighi legali del personale di imprese militari e di sicurezza private e le buone pratiche da seguire. Le norme di comportamento sancite dal Codice mettono in chiaro gli obblighi di queste imprese in materia di diritti umani, in particolare negli ambiti del ricorso alla forza, degli arresti, del divieto della tortura, degli abusi sessuali, del traffico di esseri umani, del lavoro forzato e del divieto di discriminazione. Il Codice prevede che la forza può essere impiegata soltanto per la protezione propria delle imprese di sicurezza, per esempio in caso di manifestazioni che degenerano e di aggressioni contro le forze di sicurezza o contro persone non implicate, e solo se le misure distensive non hanno dato un esito positivo. I servizi privati di sicurezza possono inoltre usare la forza in modo proporzionato nel caso in cui un oggetto protetto subisca un’irruzione, un furto o un danneggiamento. Il Codice di condotta contiene inoltre una serie di prescrizioni relative alla politica commerciale delle imprese coinvolte per quanto riguarda il reclutamento di personale, le condizioni di lavoro e l’utilizzo di armi.
Dall’introduzione dell’ICoC un centinaio di imprese militari o di sicurezza private si sono impegnate a osservarlo. Si tratta di imprese attive in diversi ambiti. Proteggono missioni diplomatiche e ONG che svolgono un lavoro umanitario, aiutano nella gestione della pandemia di COVID-19 e offrono prestazioni di sicurezza a innumerevoli aziende nelle loro attività quotidiane.
Un meccanismo di controllo con sede a Ginevra
In seguito all’introduzione del Codice di condotta, imprese, governi e ONG hanno collaborato per creare un meccanismo indipendente di gestione e controllo secondo quanto previsto dall’ICoC. Questo meccanismo, chiamato Associazione del Codice di condotta internazionale per i servizi privati di sicurezza (International Code of Conduct Association ICoCA), è stato istituito nel 2013. Si tratta di un’associazione di diritto svizzero con sede a Ginevra. Il Consiglio di sorveglianza si riunisce quattro volte l’anno e si compone di quattro imprese di sicurezza private, quattro ONG e quattro Stati, fra cui la Svizzera, rappresentata dalla Divisione Sicurezza umana (DSU) del DFAE. In quanto Stato neutrale, la Svizzera assume un ruolo centrale nelle discussioni, durante le quali si impegna a favore delle questioni che sono in sintonia con i suoi valori fondamentali.
Durante questi incontri l’associazione elabora procedure per la certificazione ICoCA, il controllo delle imprese di sicurezza private, la valutazione di prestazioni e la gestione delle infrazioni al Codice di condotta. Molte imprese di sicurezza private ora chiedono il certificato ICoCA sul rispetto del Codice, perché sono sempre più numerosi i committenti statali e privati a esigere dalle aziende che lavorano per loro l’adesione all’ICoCA. L’associazione fornisce quindi un importante contributo al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario nelle regioni caratterizzate da conflitti o in contesti fragili.
Dieci anni di ICoC: uno sguardo al passato e al futuro
Nel 2020 il Codice di condotta internazionale per i servizi privati di sicurezza ha festeggiato il suo decimo anniversario. Durante l’Assemblea generale di quest’anno, che inizia il 30 novembre, circa 160 rappresentanti di imprese di sicurezza private, ONG e governi si riuniscono per stilare un bilancio di questi dieci anni e guardare al futuro. Nel suo discorso inaugurale la Segretaria di Stato ad interim del DFAE Krystyna Marty-Lang esprime soddisfazione in particolare per il cambiamento di mentalità di molti committenti in merito al certificato ICoCA. «È uno sviluppo positivo, frutto di un mutamento di strategia in seno a molte istituzioni che dipendono dai servizi delle imprese di sicurezza. Come per la Svizzera, per molti committenti oggi la certificazione ICoCA è un prerequisito per l’aggiudicazione di incarichi».
Secondo Krystyna Marty-Lang, 100 membri sono già un numero considerevole, ma c’è ancora potenziale di crescita. «Tutti noi dovremmo esigere dalle imprese di sicurezza private l’adesione all’ICoCA e incoraggiare i nostri partner a fare lo stesso», sottolinea la segretaria di Stato.
Nei prossimi giorni l’Assemblea generale offre ai partecipanti una piattaforma per discutere sulle sfide future e in particolare sulla gestione delle nuove tecnologie, per esempio sugli aspetti relativi alla protezione della sfera privata delle persone durante l’impiego di droni da parte dei servizi di sicurezza privati. Si parlerà anche di come mitigare le conseguenze della COVID-19 sulle finanze del settore dei servizi di sicurezza privati.
Sensibilizzazione, compravendita equa di armi e reclutamento di personale verificato
La Svizzera sostiene l’ICoCA sin dalla sua istituzione nel 2013 e siede nel Consiglio di sorveglianza. L’impegno dell’associazione dimostra la sua efficacia a diversi livelli. Oltre a dedicarsi al suo campo di competenza principale – il controllo del rispetto del Codice di condotta –, opera anche attivamente in loco. Rappresentanti dell’ICoCA hanno partecipato a missioni sul campo nel contesto dei conflitti in Iraq, Sudan del Sud e Nigeria, incontrando ONG e imprese di sicurezza private per sensibilizzarle all’ICoC e sorvegliare la situazione dei diritti umani. Il Codice di condotta prescrive, per esempio, che le imprese di sicurezza private devono accertarsi che le armi acquistate o vendute non provengano da ambienti criminali e non vengano rivendute in circuiti malavitosi. L’ICoC impone alle imprese di effettuare opportune verifiche quando reclutano nuovo personale: appurare l’origine dei candidati, accertarsi che non vengano da organizzazioni criminali, che non siano coinvolti in crimini di guerra e che non abbiano commesso violazioni dei diritti umani.
Oltre a sostenere finanziariamente l’ICoCA, la Svizzera collabora con il Centro di Ginevra per la governance del settore della sicurezza (DCAF) per rafforzare il ruolo delle organizzazioni della società civile nella sorveglianza delle imprese di sicurezza private. Sono per esempio stati organizzati seminari con le autorità di perseguimento penale e le organizzazioni della società civile in Nigeria, Perù e nella Repubblica democratica del Congo. I partecipanti vengono formati su questioni quali l’uso appropriato della forza nelle situazioni di conflitto.
L’attuazione degli impegni internazionali comincia sul piano nazionale
La Svizzera è attiva anche a livello nazionale. Nel 2015 ha approvato una legge che impone alle imprese con sede in Svizzera e offrono servizi di sicurezza all’estero di aderire all’ICoCA. Oggi due società hanno la loro sede in Svizzera ed entrambe hanno aderito. La legge vieta inoltre a queste società una partecipazione diretta alle ostilità nei conflitti all’estero. Esse inoltre non possono offrire prestazioni associate a gravi violazioni dei diritti umani. Questo è un esempio di come politica interna ed estera siano collegate e mostra che la protezione dei diritti umani inizia con l’attuazione di impegni internazionali sul piano nazionale.
In questa intervista, l’ambasciatore Simon Geissbühler, capo della Divisione Sicurezza umana (DSU) del DFAE, spiega il ruolo della Svizzera nella presidenza dell’ICoCA.
La Svizzera ha contribuito alla fondazione dell’ICoCA. Quale valore aggiunto porta a questa associazione?
La Svizzera è riconosciuta a livello internazionale in quanto attore neutrale e legittimo per promuovere l’applicazione del diritto internazionale. Non ha interessi specifici nel settore della sicurezza privata ed è per questo particolarmente autorevole. Poiché presiede il Consiglio di sorveglianza dell’ICoCA, la Svizzera è in una buona posizione per facilitare il dialogo tra organizzazioni della società civile, imprese private e Stati. In molte occasioni è riuscita a trovare compromessi e a dirigere le discussioni tra i membri.
Tracciando un bilancio dei primi dieci anni, quali sono state le sfide affrontate dall’ICoCA e su quali temi si concentrerà nel prossimo decennio?
La sfida più grande è stata quella di creare un meccanismo di gestione e monitoraggio del rispetto del Codice di condotta che coinvolgesse tutti gli attori coinvolti, e ci siamo riusciti. Hanno aderito all’ICoCA 100 imprese di sicurezza private, di cui 30 sono già state certificate, mentre le restanti 70 si trovano nel processo di certificazione. Il numero di imprese aderenti è cresciuto negli ultimi anni, ma evidentemente è importante che le adesioni all’ICoCA aumentino ancora.
Dobbiamo collaborare con i clienti delle imprese di sicurezza private, per esempio le aziende che si occupano di commercio di materie prime, e assicurarci che nelle loro procedure di reclutamento tengano conto del Codice di condotta internazionale per i servizi privati di sicurezza. La COVID-19 ha avuto un impatto anche nel ramo dei servizi privati di sicurezza e ha messo sotto pressione le finanze di diverse imprese. Le ricadute sul settore e le conseguenze sulla situazione dei diritti umani andranno valutate nei mesi a venire.
Dietro ogni azione del DFAE c’è una riflessione. In che modo il sostegno all’ICoCA si integra nella politica estera della Svizzera?
L’impegno per la pace e la sicurezza è uno dei punti centrali della Strategia di politica estera 2020–2023 della Svizzera. Il sostegno all’ICoCA è in linea con l’impegno a favore della difesa universale dei diritti umani, sancito anche dalla nostra Costituzione.
La nostra cooperazione nel quadro dell’ICoCA con la società civile e con entità del settore industriale consapevoli delle loro responsabilità ne è un esempio concreto.