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Chi legge con cognizione il resoconto su uno studio del Gruppo Lupo Svizzera riportato da TIO il 19.06.20 (“I lupi uccidono sempre meno bestiame”), non può che rimanere allibito dall'ingenuità delle affermazioni e delle deduzioni citate. Il titolo è fuorviante nonostante le cifre siano più o meno corrette e la ragione principale menzionata “poiché la protezione di greggi e mandrie è efficace” è una mera bugia.
È vero che i lupi certificati come "stanziali" in Svizzera da inizio millennio si sono moltiplicati da uno a più di cento. Gli animali da reddito predati sono passati dai 150 nel 1999 ai circa 500 annuali (prendendo la media 2018-2019). Desideriamo spiegarvi come la narrazione pilotata dal Gruppo lupo Svizzera tenti ancora una volta di rovesciare la verità.
Gli attacchi degli anni 1999-2005 erano soprattutto perpetrati da occasionali esemplari problematici di passaggio, provenienti dalle zone di confine. La situazione era fluttuante e sembrava quasi normalizzarsi negli anni 2003-2005 con un numero variabile da 4 a 40 animali predati. Poi inevitabilmente, dal 2006 (con i primi lupi veramente stanziali in Svizzera) è iniziata la salita progressiva fino a raggiungere la media attuale di circa 500 predazioni annuali. Quindi, per rendere onore alla logica, l'aumento vero e proprio delle predazioni sarebbe da calcolare a partire dal 2005-2006, cioè dalla media dei 40 capi di allora ai circa 500 attuali. Questa verità è un po' diversa dalla narrazione pro-lupo ripresa nell'articolo.
Per suffragare la propria ipotesi, i "ricercatori" normalizzano il numero di predazioni dividendolo con il numero di lupi "residenti". A parte il fatto che ciò che conta per gli allevatori è il numero assoluto di animali persi e non il numero relativo, il tasso predazioni pro capite è un indicatore smaccatamente sbagliato poiché non tutti i lupi compiono predazioni. Sono principalmente gli esemplari alpha oppure gli esemplari erranti, cioè quelli cacciati dai relativi branchi ogni anno, che compiono razzie e ingiustificate stragi.
Bisognerebbe semmai normalizzare il numero di predazioni con il numero di branchi e di animali allontanati e non il totale di lupi. I branchi residenti sono passati da 1 a 10 nell'arco di 14 anni, più o meno come il numero di capi predati che è aumentato di circa 10-12 volte. Se rapportata in questo modo, l'analisi dimostra come le tanto decantate misure di protezione che ora vengono applicate servano unicamente a sperperare soldi e sforzi inutili e ad assumere ulteriori funzionari per la gestione di questa pseudo-protezione. La progressione non è terminata poiché si stanno formando dei nuovi branchi e questo porterà a sua volta a un aggravamento della problematica.
Il nostro territorio alpino non è assolutamente idoneo a garantire nel contempo la diffusione indiscriminata di questo predatore e il mantenimento delle condizioni adatte alla sua biologia. Chi insiste ad affermare il contrario sta perpetrando un gravissimo torto a questo splendido animale. Le Alpi non sono paragonabili all'Alaska o al Canada.
Se non intraprendiamo misure attive efficaci perderemo progressivamente le aziende di ovini e caprini che adottano la modalità del pascolo libero. Questa morte silenziosa non genera manifestazioni popolari né crea indignazione di massa. I lupi, fortemente voluti e protetti ad oltranza dagli ambientalisti e dai benpensanti urbanizzati, non uccideranno più pecore e capre perché con la loro presenza avranno sterminato le aziende.
Teniamone conto nel decidere in merito alla votazione del 27 settembre. Votando "No" si accetta un referendum sconsiderato che ci riporterebbe alla versione vetusta di ben 36 anni fa della Legge sulla caccia. Votando "Sì" aderiamo alla ragionevolezza del Parlamento federale che ha proposto un compromesso con modifiche sostenibili e ben calibrate.
Se dovesse passare il No si compirà il destino voluto e disegnato da chi vuole trasformare le nostre montagne in territori inselvatichiti e inaccessibili all'Uomo attraverso operazioni più o meno legali di rewilding. E i formaggini li andremo magari a importare dall'Argentina, alla faccia dell’ecologismo e del prodotto a chilometro 0.