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La misura era stata introdotta nella lotta contro il coronavirus. Ma ha portato a un aumento di aggressioni e violenza
ZURIGO - Il divieto della prostituzione, introdotto quale misura per combattere il coronavirus, ha avuto più conseguenze negative che effetti positivi. Un gran numero di prostitute ha continuato a lavorare in condizioni precarie e con un rischio accentuato di coercizione e violenza. Lo indica uno studio dell'Alta scuola di scienze applicate di Zurigo (ZHAW).
I ricercatori della ZHAW hanno interrogato quattordici operatori del settore e undici lavoratori del sesso. In Svizzera, Zurigo è il cantone che ha imposto il divieto più lungo di esercitare il mestiere più vecchio del mondo, una prima volta dal 17 marzo al 5 giugno 2020 e poi ancora dall'8 dicembre 2020 al 31 maggio 2021.
Lo studio mostra che in questi periodi sono aumentate le aggressioni e la violenza, così come i tentativi di coercizione e truffa. Confrontati con problemi finanziari, molti lavoratori del sesso hanno continuato a esercitare nonostante il divieto. I clienti erano in una posizione di forza a causa dell'impossibilità di presentare una denuncia.
L'offerta era inoltre superiore alla domanda: molti clienti anziani o appartenenti a gruppi a rischio hanno rinunciato a consumare prestazioni sessuali per paura del coronavirus. I prezzi erano quindi in calo. La proibizione ha accentuato questa tendenza.
Sulla base di tali risultati, gli autori dello studio raccomandano di evitare simili divieti in futuro. Gli effetti negativi sono di gran lunga preponderanti, non da ultimo l'impossibilità di effettuare un contact tracing. Per il responsabile della ricerca Michael Herzig, citato in un comunicato della ZHAW, avrebbe più senso sviluppare misure applicabili e adattate al mercato del sesso.