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L’attuale epidemia di vaiolo delle scimmie si sta presentando con sintomi atipici: i pazienti hanno spesso meno febbre, malessere, sonnolenza e più frequentemente lesioni localizzate nelle aree genitali. È quanto emerge da uno studio del Chelsea and Westminster Hospital Nhs Foundation Trust di Londra, pubblicato su Lancet Infectious Diseases. "È possibile che in diversi stadi dell’infezione, il vaiolo delle scimmie possa imitare, nella sua presentazione, le comuni malattie a trasmissione sessuale come l’herpes e la sifilide. È importante che i medici e i pazienti siano consapevoli dei sintomi poiché una diagnosi errata dell’infezione può impedire un intervento appropriato e l’interruzione della trasmissione dell’infezione", ha avvertito una delle autrici dello studio, Ruth Byrne.
La ricerca ha analizzato le cartelle cliniche di 54 persone che, tra il 14 e il 25 maggio scorso, si sono rivolte al servizio di malattie a trasmissione sessuale dell’ospedale inglese. "La nostra descrizione evidenzia importanti differenze nelle caratteristiche cliniche rispetto a quelle precedentemente riportate in letteratura", scrivono i ricercatori: affaticamento, astenia o letargia sono stati riscontrati nel 67% dei pazienti rispetto a oltre l’80% dei focolai precedenti, la febbre nel 57% rispetto all’85-100%; inoltre un paziente su cinque non riportava sintomi prodromici prima della comparsa delle lesioni cutanee.
Anche la localizzazione delle lesioni era atipica: nei precedenti focolai, tra l’81 e il 100% dei pazienti aveva lesioni sugli arti, il 62-97% sul viso e sul collo. In questo caso, la sede più frequente (nel 94%) erano i genitali o la zona intorno all’ano. Un paziente su 4 aveva anche un’infezione a trasmissione sessuale. Secondo i ricercatori, la localizzazione delle lesioni fa pensare a una trasmissione "basata su uno stretto contatto pelle a pelle, che probabilmente si è verificata durante un contatto sessuale".
Viste le atipicità riscontrate, "riteniamo che le definizioni di caso dovrebbe essere riviste per adattarsi al meglio agli attuali risultati, considerato che almeno uno su sei di questa coorte non avrebbe soddisfatto l’attuale definizione di caso probabile", ha affermato in una nota il primo firmatario dello studio Nicolò Girometti.