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Una delle più importanti aziende per la raffinazione di oro al mondo, la Metalor Technologies di Neuchâtel, non vuole più trattare oro proveniente da miniere artigianali. Secondo l'azienda, garantire il rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali nelle piccole miniere è troppo difficile.
Nel recente passato, l'azienda neocastellana è stata ripetutamente criticata per le sue relazioni con imprese minerarie in America latina accusate di violare i diritti umani e di utilizzare metodi di produzione poco rispettosi dell'ambiente.
Pur respingendo le accuse e ricordando gli sforzi intrapresi per garantire il ricorso a minerali prodotti in maniera sostenibile, MetalorLink esterno aveva interrotto già lo scorso anno le sue relazioni commerciali con le miniere artigianali peruviane. Lunedì l'azienda ha annunciato di voler rinunciare anche all'oro proveniente dalla Colombia e a tutti i rifornimenti di origine artigianale.
Difficile da controllare
"È per noi estremamente difficile essere sicuri della provenienza dell'oro, sapere se proviene da una miniera artigianale legale o illegale", ha detto Antoine de Montmollin, amministratore delegato di Metalor, alla televisione pubblica svizzera RTSLink esterno. "Abbiamo investito moltissime risorse per farlo, ma Metalor non può assicurare da sola che tutto sia legalmente corretto."
Tra i problemi legati alle miniere artigianali, de Montmollin cita l'inquinamento e in particolare l'uso di mercurio per estrarre l'oro. "In Africa [il problema] sono piuttosto i diritti umani, in particolare il lavoro minorile. E poi c'è il fatto che l'oro è venduto a prezzi troppo bassi".
Metalor non è la prima raffineria con sede in Svizzera a rinunciare all'oro proveniente da miniere artigianali. Tre anni fa un passo analogo era stato compiuto dalla raffineria MKS Pamp, con sede in Ticino.
Serve trasparenza
Per le ONG che da anni denunciano le violazioni dei diritti umani e le attività dannose per l'ambiente legate all'estrazione di oro, è senza dubbio positivo che nel settore ci sia un'accresciuta sensibilità per il problema. Julia Büsser, responsabile di campagna dell'Associazione per i popoli minacciatiLink esterno, avverte tuttavia che il problema non sono le miniere artigianali in sé.
"Per noi la soluzione è ridurre il numero di intermediari e obbligarli a controlli regolari. Inoltre bisogna rendere il commercio d'oro più trasparente, nel mondo e in Svizzera", ha detto ai microfoni della RTS.
Una catastrofe per i minatori artigianali
Secondo Mark Pieth, professore di diritto penale e autore di un recente libro sul commercio di oroLink esterno, la decisione di Metalor evita il problema piuttosto che affrontarlo. "Le raffinerie dovrebbero assumersi le loro responsabilità e contribuire a ripulire il settore, piuttosto che limitarsi a chiudere e andarsene", ha dichiarato Pieth a swissinfo.ch.
In un editorialeLink esterno scritto in inglese per swissinfo.ch, il giurista scrive: "Se altre raffinerie seguiranno l'esempio [di Metalor] piuttosto che affrontare i problemi e cercare di risolverli, sarà una catastrofe per i 100 milioni di persone in tutto il mondo che dipendono dall'estrazione artigianale per il proprio sostentamento."
Pieth avverte d'altro canto che "è un errore fondamentale credere che l'oro proveniente dalle grandi miniere industriali sia più pulito dell'oro artigianale".
La Svizzera, leader mondiale
Quattro delle più grandi raffinerie di oro al mondo hanno sede in Svizzera. Si ritiene che dal paese passino due terzi della produzione mondiale del metallo prezioso. Nel 2018, le importazioni di oro in Svizzera sono state di 2256 tonnellate.
Le ripetute critiche sollevate dalla società civile per i casi di violazione dei diritti umani, di inquinamento e di riciclaggio nel settore del commercio di oro hanno spinto anche la Confederazione a occuparsi della questione. La posizione di leader mondiale della Svizzera comporta notevoli rischi per la reputazione del paese.
Lo scorso novembre il governo ha pubblicato un rapporto sul commercio di oroLink esterno, in cui formula anche varie raccomandazioni all'attenzione degli operatori del settore e dell'amministrazione pubblica. Il rapporto ha tuttavia suscitato critiche da parte di ONG attive nell'ambito delle materie prime, che ritengono quello del governo un approccio eccessivamente basato su misure volontarie.