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Quando mi è stato chiesto di intervistare mia madre sulla sua esperienza personale di immigrazione per il nuovo focus tematico di mille et deux feuilles ho preso la palla al balzo. L'intervista è stata per me l'occasione di ascoltare direttamente da Filomena le parole che raccontano la sua storia.
LILA: Ciao Mamma, siamo qui insieme per un'intervista, per conoscere la tua esperienza personale di bambina nata e cresciuta a Bitonto, in Puglia, "al sud". Nel 1960, in piena adolescenza, ti sei trasferita con la famiglia a Torino, in Piemonte, "al nord" e, poi, da donna, a vent'anni, a Milano. Oggi hai 78 anni e, finalmente, ho l'occasione di chiederti: com'è cominciato tutto? E chi ha preso la decisione di partire, e perché?
FILOMENA: Tutto è iniziato da una caduta sul lavoro di mio fratello maggiore, Giacomo. Lavorava al paese come muratore e, in seguito a quella caduta in cantiere, ha cominciato ad avere crisi epilettiche. I miei genitori volevano dare un futuro ai figli, soprattutto al maggiore che non riusciva più a trovare lavoro a causa dell'epilessia. C'era naturalmente anche tanta speranza di trovare, "al nord", buoni medici e buoni ospedali, una cura per lui. Così, per risponderti, la decisione l'hanno presa i miei genitori, però prima di tutti, nel 1958 è partito per Torino mio fratello Vincenzo, il fratello più piccolo: era già panettiere e ha trovato facilmente un impiego in una Panetteria. Alloggiava da una famiglia di conoscenti del nostro stesso paese che erano emigrati tempo prima e che volevano molto bene a mio padre perché lui li aveva aiutati tanto quando loro vivevano ancora "giù al paese". E cosi Vincenzo è stato ospite di questa famiglia, la stessa che, due anni dopo, ci ha aiutato a trovare un appartamento tutto per noi, sempre a Torino.
LILA: E dopo Vincenzo?
FILOMENA: È partito Manuele, l'altro mio fratello e, anche lui, ha trovato subito lavoro. I miei fratelli dicevano spesso che sentivano la mancanza della famiglia, così mio padre e mia madre decisero di lasciare al più presto il loro lavoro di custodi in un collegio per seminaristi al paese, per ricongiungersi con i loro figli.
LILA: E tu?
FILOMENA: E io per ultima. Appena è stata trovata una casa a Torino è partita mia mamma con mio fratello Giacomo e, con loro, un camion traslochi con tutti i nostri mobili. Poi, per ultimi, siamo partiti anche io e mio padre, in treno. Era il primo maggio 1960. Arrivati a Torino ho subito visto tanta gente riunita nella piazza principale e ho chiesto a mio padre cosa stesse succedendo. Ho imparato così cosa fosse il primo maggio.
LILA: Com'è stato per te apprendere la notizia che con la famiglia avresti lasciato il tuo paese per trasferirti "al nord"?
FILOMENA: È stato bello. Nel senso che sapevo che avremmo trovato un futuro migliore, anche per me. Due settimane dopo la mia partenza avrei compiuto quindici anni e avevo già trovato un lavoro. Sono stata per un anno operaia in una fabbrica di viti e poi impiegata nel reparto che produceva le macchine per fare la pasta.
LILA: Come è stato, per te, cominciare a lavorare già a quindici anni in una grande città, lontana da dove eri nata e cresciuta?
FILOMENA: Bello. Era tutto una novità e poi potevo contribuire finanziariamente a pagare l'affitto e le altre spese che servivano in famiglia. Era una vita nuova che stavamo affrontando insieme. Ero svelta, imparavo velocemente e in fabbrica il capo mi apprezzava per questo, mi faceva sempre provare le macchine nuove. Una volta, mi ricordo, mi sono fatta tanto male sul lavoro e mi hanno portato in ospedale. Lì ho cominciato a urlare nel mio dialetto e il medico mi prendeva in giro, ma lo faceva per distrarmi e per non farmi concentrare sul dolore. Mi hanno dato così tanti punti per cucire la ferita che si vede ancora oggi.
LILA: Tu sei cresciuta in Puglia negli anni del dopoguerra. Avevi un accento, il tuo dialetto, le usanze tipiche della regione. Ci sono stati momenti a Torino in cui hai sentito di essere in qualche modo diversa o discriminata?
FILOMENA: Nei primi momenti sì, un pó. Ma non sul lavoro. Lì eravamo tanti emigranti, dal sud e dal nord. Piuttosto in quartiere, nel caseggiato. Ma solo all'inizio. Poi, la gente ha visto come eravamo e ci ha accolto bene. Anche i piemontesi. Tante volte si sentivano per strada parole come "terun", oppure parlare male di noi che venivamo dalla "bassItalia" ... Però noi abbiamo portato le nostre fatiche al nord. A quel tempo c'erano tanti meridionali che lavoravano a Torino e la città si è arricchita anche grazie a noi, a quelli che lavoravano in Fiat, in fabbrica. Era il Boom delle fabbriche. Tutti abbiamo sempre lavorato, anche il fratello che soffriva di epilessia. Forse mio fratello Manuele e mio fratello Giacomo hanno sofferto più di noi altri. Loro erano più grandi di me e avevano già il loro amici nel sud. E poi, non è facile abituarsi ad una mentalità nuova. Comunque poi si sono sposati con donne emigrate al nord dallo stesso nostro paese e hanno vissuto una vita a Torino. Manuele è stato l'unico che, durante la crisi delle fabbriche a metà dell'anni ottanta, è tornato al paese.
LILA: Eri una ragazza giovanissima, un'adolescente. Cosa ha significato per te continuare la tua vita a Torino?
FILOMENA: A me dava la sensazione di costruire un futuro. Io sono una persona positiva, che si adatta facilmente alle circostanze, tant'è vero che, quattro anni dopo, sono dovuta emigrare un altra volta. E sono arrivata a Milano! Ancora, di nuovo, adattarmi a un nuovo modo di vita e ... al matrimonio. Questa volta senza la mia famiglia. E questa è stata la cosa più difficile. Dovevo sposarmi, ero incinta, aspettavo una bambina e così via. Anzi, ho dovuto affidare presto mia figlia alla mamma per poter tornare a lavorare. Volevo a tutti i costi aiutare la mia nuova famiglia e un salario non bastava. Prima sono andata in una fabbrica di spazzole d'acciaio e poi ho saputo da una collega che cercavano personale alla Osram, la fabbrica delle lampadine. Mi sono data malata, ho fatto il colloquio, e sono stata assunta. Si facevano i turni dalle 6 alle 14, e dalle 14 alle 22. Il salario era molto buono, avevamo le ferie pagate e anche la tredicesima. Ho sempre avuto un buon rapporto con il direttore e lui mi ha sempre aiutato quando ne ho avuto bisogno. Anche quando in Metro a Milano mi hanno rubato il portafoglio con i soldi per portare mia figlia in vancanza. Quando ho raccontato il fatto al direttore. Lui mi ha subito fatto un prestito sulla parola. Anche quando ho smesso di lavorare in fabbrica ho sempre fatto tanto lavoro in casa. Ho curato il figlio di mia cognata, poi mio suocero, mia mamma e anche mio nipote, tutto per poter permettere agli altri di andare a lavorare.
LILA: Durante la tua vita, hai mai avuto il desiderio di tornare a vivere in Puglia?
FILOMENA: No. No. No. Mai. Mio fratello quando, nel 1984, è tornato a vivere "giù" ha avuto una profonda crisi, che poi ha superato ma è stato difficile per lui riabituarsi ai modi e alla vita nel meridione. Sopratutto sul lavoro.
LILA: E, oggi come oggi, torneresti?
FILOMENA: No. Io sto bene con la mia famiglia qui a Milano. Mi sono integrata bene. Anche se sappiamo e sentiamo che le nostre origini sono del sud. In casa si è sempre parlato il nostro dialetto. Anche la cultura culinaria che ho imparato dalla mia mamma è rimasta sempre quella. Ma a me piace stare qua. E poi io mi trovo bene e mi sono sempre trovata bene con tutti. Mi piace chiacchierare con le persone e anche viaggiare. Abbiamo sempre viaggiato con il camper e siamo andati a conoscere nuove culture e per me è stato bellissimo. Anche mio marito non ha mai voluto tornare a vivere "giù", sebbene abbia sofferto molto più di me la condizione di emigrato. Aveva già diciannove anni e non voleva lasciare il paese di nascita e gli amici ma aveva tanti fratelli; il più piccolo aveva sei anni quando la famiglia è emigrata a Milano. Cercavano un futuro, il lavoro. Per tutti quei figli.
LILA: Nella tua biografia hai questa esperienza di immigrazione. Cosa pensi delle persone che emigrano oggi verso nord, verso l'Italia, verso l'Europa?
FILOMENA: A me dispiace tanto perché devono attraversare il mare e questo è molto pericoloso. Oggi il viaggio è questione di vita o di morte. Per noi non è stato così. Conosco personalmente tanta gente da tanti posti diversi che vive qui, dall'Albania, dalla Tunisia, dalla Turchia, dal Pakistan. Bisogna aiutarsi. Come noi allora, anche oggi la gente cerca un futuro migliore o un lavoro per stare meglio. A volte, si cerca anche una vita lontano da povertà o dalle guerre. O magari qualcuno come noi viene in Italia per aiutare un familiare ad avere delle cure migliori, per guarire da una malattia. Come abbiamo fatto noi che da Bitonto ci siamo traferiti "al nord" con tante speranze.
Filomena Lisi 1961 © Privato