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Fra le questioni che più preoccuparono la Svizzera durante la crisi irachena del 1990-91 vi fu quella dei cittadini svizzeri trattenuti in Iraq e Kuwait.
Un delegazione parlamentare si recò a Bagdad per negoziarne la liberazione, attirandosi le critiche di governo e amministrazione.
Poco dopo l'invasione del Kuwait, Saddam Hussein proibì ai cittadini sovietici e degli stati occidentali di lasciare l'Iraq e il Kuwait occupato. Fra di essi vi erano circa 140 cittadini svizzeri.
Gli ostaggi furono piazzati in luoghi strategici, allo scopo di rendere più difficile un eventuale attacco. La Svizzera, analogamente ad altri stati, adottò una linea contraria a qualsiasi concessione al regime di Bagdad.
Pur con il parere contrario del governo, un gruppo di parlamentari si recò però nel novembre del 1990 a Bagdad, a titolo privato, per ottenere la liberazione degli ostaggi.
Alcuni svizzeri trattenuti in Iraq poterono effettivamente lasciare il paese con la delegazione. Tutti gli ostaggi occidentali furono comunque rilasciati entro la metà di dicembre.
La missione dei parlamentari suscitò molte critiche all'interno dell'amministrazione, in particolare nel Dipartimento degli esteri, e nei media. L'accusa era in particolare quella di essersi fatti manipolare dalla propaganda del regime iracheno.
Alcuni anni dopo, anche un membro della delegazione, l'ex-consigliere nazionale Franz Jaeger, ammise di ritenere la missione a Bagdad uno dei momenti "più penosi" della sua carriera di parlamentare.
swissinfo, Andrea Tognina