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Neue Zürcher Zeitung, 21.11.2003
Una retrospettiva sulla corrispondenza di guerra in Iraq
Le due riviste di settore più importanti degli Stati Uniti sono giunte alle stesse conclusioni valutando la corrispondenza americana dall'Iraq. I media, in particolare le reti televisive, hanno trattato il governo Bush con i guanti invece di formulare le necessarie domande critiche. Ma nell'analisi dei motivi la Columbia Journalism Review e l'American Journalism Review si differenziano sostanzialmente.
Entrambe le riviste iniziano la propria retrospettiva con un unico caso particolarmente imbarazzante, che serve a mostrare le dimensioni del problema. 94 giornalisti, stando all’American Journalism Review, si radunarono alla Casa Bianca per partecipare ad un raro evento: il presidente Bush diede, da solo e in prima serata, una conferenza stampa per spiegare la sua guerra contro il terrorismo e per affermare che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa, una diretta minaccia agli Stati Uniti. Furono poste 30 domande, nessuna delle quali relativa a problemi interni – come il sempre maggiore deficit del bilancio dello Stato, l’aumento dei prezzi del petrolio, il rapido aumento della disoccupazione o il drammatico aumento dei prezzi dei medicamenti. Se quella sera ci fu un perdente, si trattò certamente di tutti i giornalisti presenti alla Casa Bianca. Citando un osservatore, la marmaglia di giornalisti sembrava «completamente addomesticata».
La Columbia Journalism Review ha contato che in quella conferenza stampa, in 52 minuti, Bush menzionò 13 volte Al-Quaida e gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Nessun giornalista mise in dubbio l’accusa infondata di una relazione tra l’Iraq e Al-Quaida, nonostante persino la CIA avesse espresso dubbi in proposito. Allo stesso modo, nei mesi che precedettero la guerra, in dozzine di articoli e trasmissioni furono abbozzati gli scenari del dopo guerra. Ma quasi nessun articolo toccò il delicato tema delle molteplici e plausibili complicazioni nelle quali sarebbe caduta l’America dopo la caduta di Saddam. Questo cambiò solo in febbraio, quando il presidente stesso inserì il tema nella propria agenda.
Nel tentativo di spiegare come mai i media americani si siano comportati da cani da salotto, invece di adempiere al loro compito di cani da guardia, gli animi si dividono. Le due analisi si compensano però in modo sensato, più che escludersi a vicenda.
Nell’American Journalism Review («Are The News Media Soft on Bush?», Oct./Nov.2003) si analizza come gli interi Stati Uniti, dopo l’attacco dell’11 settembre, furono presi da un’ondata di patriottismo. Il governo cavalcò questa onda e approfittò delle debolezze dell’opposizione. Fecero da deterrente anche le intimidatorie trasmissioni di destra delle radio e televisioni via cavo che, da anni, si schieravano contro i media della sinistra liberale. «Il giornalismo americano è stato letteralmente foxificato», in questo modo il capo ufficio della CNN a Washington di allora, Frank Sesno, descrisse la crescente influenza del canale notiziario Fox di Rupert Murdoch.
Altri fattori si sommarono a questa analisi: dopo la fine della guerra fredda i giornalisti accreditati alla Casa Bianca persero prestigio. Secondo Mark Halperin, capo della redazione politica e del telegiornale della ABC, oggigiorno i giornalisti che vi lavorano sono molto meno esperti e di talento di quelli di un tempo. Inoltre il presidente e i suoi collaboratori sapevano quanto la fiducia dell’opinione pubblica nei media fosse diminuita; anche questo fu uno dei motivi per cui il governo poté «scavalcare e sovrastare» i giornalisti.
Esistono anche voci fuori dal coro: il Council for Excellence in Government, indipendente dai partiti, ha analizzato i contenuti dei media concernenti il primo anno di governo dei presidenti Ronald Reagan, Bill Clinton e George W. Bush e ha scoperto che in tutti e tre i casi i presidenti ne uscirono negativamente. Robert S. Lichter, presidente del Center for Media and Public Affairs, che ha elaborato il sistema di analisi, giunse così alla conclusione che i media trattano duramente tutti i presidenti.
A questo proposito Rachel Smolkin, autrice del rapporto AJR, obietta giustamente che si deve differenziare tra scetticismo adeguato e negativismo ingiustificato. Anche Clinton, riassumendo le sue argomentazioni, è rimasto vittima di un giornalismo da «buco della serratura», che si è interessato molto più agli sbagli personali dei personaggi famosi che non alla politica. Il predecessore di Bush fu una preda perfetta per i media e per la loro fame per storie semplici. «Gli scandali di Clinton», citando un ex-aiutante del presidente e attuale collaboratore della Fox, «erano facilmente comprensibili: ha o non ha tradito sua moglie, ha o non ha svolto affari immobiliari sporchi, ha o non ha molestato sessualmente Paula Jones?». Temi molto più comprensibili in confronto all'intricata problematica della guerra contro il terrorismo.
I media americani avrebbero fallito anche perché hanno ripreso e discusso troppo poco il perché «francesi, tedeschi, cinesi, giapponesi e turchi» avevano un’opinione della guerra così diversa. «Mancava uno sano scetticismo nei confronti del governo» disse il vice-presidente della CNN, Sasno. L’editore del New Republic, Peter Beinart, aggiunge che determinate dichiarazioni sono state affermate e ripetute dal governo così spesso, che alla fine i media le hanno prese per oro colato. Al posto di dire che l’Iraq «avrebbe potuto sviluppare un programma di armamento», i media avrebbero affermato precipitosamente che l’Iraq «ha» e che «possiede» determinate armi.
Argomenti simili li si trovano anche nel Columbia Journalism Review («Rethinking Objectivity», luglio/Agosto 2003), ma vengono elaborati da un punto di vista completamente diverso. Per l’autore, il Managing Editor della rivista Brent Cunningham, la norma dell'obiettività è il tallone d’Achille del giornalismo americano. Essa non vincola i giornalisti solo all’imparzialità e alla lealtà, ma li porta alla pigrizia. Invece di fare ricerche approfondite sulle notizie e di giungere a una comprensione completa dei fatti, i giornalisti caccerebbero ossessivamente l'attualità e, in caso di dubbio e per essere equilibrati, giustaporrebbero un’affermazione non verificata contro l’altra. La regola dell’obiettività istigherebbe a credere troppo alle fonti ufficiali, perché questa è la strada più facile e più veloce per ottenere citazioni come «lui disse» e «lei disse», allo scopo di equilibrare una notizia. Secondo l’analista dei media, Andrew Tyndall, di 414 articoli trasmessi dai tre Networks NBC, ABC e CBS nel periodo dall’inizio della guerra nel settembre 2002 fino al febbraio 2003, quasi tutti hanno fonti riconducibili alla Casa Bianca, al Pentagono e al State Departement. Solo 34 storie, quindi appena l’otto percento, avevano una fonte diversa.
La macchina delle PR, ha «maturato a uno Spin-Monster così onnipresente che quasi ogni parola che un giornalista riceve ufficialmente viene prima adattata e lucidata», secondo Cunningham. In tali condizioni l’importante regola della lealtà è degenerata a una «scrupolosa passività», a un accordo silenzioso; la storia «non viene più descritta così come è successa, ma come è stata presentata e aggiustata».
La regola dell’obiettività fallisce anche quando si tratta di descrivere il contesto dei fatti in maniera giornalistica: «per esempio quando in un articolo si discutono le armi di distruzione di massa in Iraq è rilevante accennare che gli Stati Uniti potrebbero aver aiutato Saddam Hussein nella creazione del suo arsenale negli anni Ottanta? Bisogna accennarlo tutte le volte? O non farlo del tutto?» Le regole dell’obiettività non danno risposta a questa domanda.
Alla fine, Cunningham, con il suo attacco frontale all’obiettività ci lascia una grande incertezza. Certamente il suo rapporto, arricchito da numerosi esempi attuali, riassume abilmente ciò che, anche nelle scienze della comunicazione, è stato detto da decenni a riguardo di questo tema. La domanda su cosa potrebbe prendere il posto dell’obiettività, rimane però irrisolta. Probabilmente la risposta la si trova all’inizio del rapporto CJR: «La regola dell’obiettività è sopravvissuta a causa di alcuni buoni motivi. Probabilmente il più importante è che non la si è potuta sostituire con nulla di meglio».