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Non so chi siano Joshua Habgood-Coote, Lani Watson e Dennis Whitcomb, ma hanno scritto l’articolo filosofico con il miglior rapporto rilevanza/lunghezza di sempre.
Il primato finora spettava a Edmund Gettier e alle tre pagine del suo Is Justified True Belief Knowledge?; non so se il lavoro di Habgood-Coote, Watson e Whitcomb sarà altrettanto citato ma un po’ se lo meritano.
Le domande retoriche sono, per la retorica, una manna dal cielo. Chi ascolta viene attivamente coinvolto nel ragionamento, o almeno così sembra, e la condivisione della ovvia risposta crea complicità tra chi parla e chi ascolta.
Per la filosofia, invece, le domande retoriche sono una sciagura. Dal momento che spesso la filosofia mette in questione aspetti consolidati della realtà, la domanda autentica da cui si cerca di far partire l’indagine filosofica viene scambiata per domanda retorica, e così al dubbio non seguono risposte, ma adesioni – o critiche – al punto di vista implicito nella presunta domanda retorica.
In filosofia, chiedersi, giusto per fare un esempio, perché punire il responsabile di un delitto non è uno sterile esercizio di moralismo, ma un tentativo di avviare un’indagine o meglio un esame – ‘indagine’ fa pensare a un’accusa di colpevolezza – sulle ragioni di un costume sociale diffuso e solitamente accettato.
In conclusione: su questo sito appaiono molte frasi che si concludono con un punto interrogativo. Spesso si tratta di domande, non di affermazioni.
Tutti gli uomini per natura tendono al sapere.
Aristotele, in questa breve citazione dalla Metafisica, non dice come avviene questa tensione: l’uomo tende al sapere, cerca la verità, ma come avviene questa ricerca, quale è il suo inizio?
L’uomo tende al sapere interrogandosi, ponendo domande.
La domanda è il fulcro della ricerca: è a partire da essa che inizia la ricerca. Continua a leggere “La domanda giusta”