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Un emigrante dei nostri paesi, tale Giacomo, artigiano muratore, lavorava a Verona nelle importanti opere edilizie di quella città proprio all'epoca delle guerre d'indipendenza. Trovandosi poco lontano dalle linee di combattimento, durante l'estate sospese il suo lavoro per arruolarsi volontario nell'esercito francopiemontese che combatté nella sanguinosa battaglia di Solferino.
Giacomo si era battuto da bravo soldato per la causa italiana; aveva pure sacrificato una parte dei suoi risparmi per contribuire all'opera di soccorso, organizzata da Enrico Dunant, dei feriti e dei caduti e che fu l'inizio della grande opera umanitaria della Croce Rossa Svizzera.
Il nostro malcantonese uscì salvo da quella lotta inaudita che seminò morti e feriti sui campi di San Martino e Solferino. Fece ritorno a Verona e lavorò fino a dicembre per raggranellare qualche risparmio; non voleva rimpatriare a mani vuote. L'antivigilia di Natale lasciò la città per ritornare al suo paese nella Val Tresana. Un duro e aspro cammino a traverso l'immensa pianura padana avvolta nella nebbia fredda e grigia e su per strade impraticabili verso le regioni dei laghi. Quando giunse sui colli del Varesotto, si sentì rincuorato nell'intravvedere lontano le vette dei suoi monti. Aveva sorpassato l'altipiano di Marchirolo, sopra Ponte Tresa, e, costeggiando la montagna, si trovò, proprio la notte di Natale, sui sentieri che lungo la foresta scendono verso la valle della Tresa.
La notte era limpida e stellata. Di fronte, nell'ampia cerchia che racchiude il Malcantone, vedeva tremolare le luci dei casolari dispersi e quelle delle case dei grossi borghi. Di tanto in tanto, gli giungeva un lontano squillo di campana, ululati di cani e tutto ciò gli rammentava la veglia di Natale. Anche sua moglie e i bimbi aspettavano raccolti attorno al camino; li vedeva ansiosi e trepidi nella dolce attesa e a questo pensiero accelerava il passo.
Ma ad un tratto, con grande disappunto, si avvide di aver sbagliato strada: il sentiero, invece di scendere a valle, saliva verso la montagna. Si arrestò e stava per ritornare sui suoi passi quando gli giunse all'orecchio lo squillo d'una campanella. Pensò: "Non v'è neppure un villaggio da queste parti: possibile che suoni la Messa di mezzanotte in una chiesuola solitaria a richiamare carbonai, pastori e boscaìuolì?" Rimase un po' perplesso ad ascoltare, poi, come un automa, seguì il suono argentino, ininterrotto, che si perdeva nella solitudine della grande foresta e che sembrava un ripetuto richiamo. Giunto a una svolta, sopra un poggio, scorse una chiesuola: si diresse lassù, confortato dal pensiero di poter fare una breve sosta nel piccolo tempio per riprendere nuova lena nel lungo andare.
Entrò nella chiesina, appena rischiarata da un raggio di luna: sull'altare semìspoglìo stavano due candelabri, accesi a illuminare un quadro rappresentante San Rocco fra gli appestati. Nella chiesa deserta, che sentiva di umido e di rinchiuso, si guardò attorno. Sulle pareti sgretolate, spiccavano avanzi di antichi affreschi; si avanzò verso l'altare e vide spuntare, da una porta laterale, un vecchio sacerdote, rìcurvo, tremante, che s'inginocchiò nell'atto d'iniziare il Santo Sacrificio. Ma il sagrestano tardava a venire, così pure il popolo dei fedeli.
Dopo un istante, il sacerdote fece un breve cenno all'emigrante ch'era rimasto impalato in mezzo alla chiesa. Giacomo comprese che doveva sostituire il cerimoniere ritardatario; accorse pronto e giulivo, poiché si ricordava ancora del tempo beato della sua fanciullezza quando, assunto chierichetto dal suo prevosto, aveva adempito fedelmente con orgoglio quella mansione e, dopo tanti anni, non aveva dimenticato né versetti né salmi. L'emigrante girò lo sguardo dietro la navata, ma non scorse anima viva; neppure un segno di vita; era proprio solo col sacerdote che leggeva sommessamente sul messale sgualcito; osservò una cosa strana, che cioè il celebrante non aveva consumato l'ostia santa nè accostato il labbro al calice benedetto.
Sul finire della Messa, quando il vecchio prete s'inginocchiò a recitare l'Ave Maria, Giacomo, da bravo chierichino, chiuse il messale, ripose il leggio a lato dell'altare e s'avviò verso la sacristia precedendo il celebrante; ma, nel voltarsi, s'accorse d'essere solo. Disse fra sé: "Il buon curato deve avere molta fretta; che debba andar ancora lontano?". Entrò nella sacristia: era vuota; da un'apertura ogivale filtrava un raggio di luna. In un angolo vide qualcosa che attirò la sua attenzione. Sopra un vecchio tavolo stava un messale aperto; la luce incerta e tremolante di una candela illuminava un crocefisso di legno e una grande pagina scritta a grossi caratteri. Giacomo si avvicinò, incuriosito, e vi lesse:
"O viandante, che entrasti in questa romita chiesa, ove un vecchio sacerdote celebrava la Santa Messa solo, senza sagrestano, né chierichino, né fedeli e hai voluto inginocchiarti all'altare, a lato del ministro di Dio, per seguirlo nel sacrificio incruento, che tu sia benedetto per questo umile atto di pietà. Tu aiutasti così un sacerdote che, in punizione di una gran colpa, era stato inviato da Dio sulla terra durante la notte di Natale a celebrare la Messa. Questa non era accetta all'Onnipotente se non veniva servita da un uomo dall'anima semplice, pura e generosa. Un anno passò di qui un ricco mercante che si unì al mio sacrificio, ma egli, battendosi il petto al Mea culpa, pensava alla borsa d'oro che sotto vi si celava, e l'olocausto fu vano. Venne pure un contrabbandiere, che si tramutò in chierichino, ma il suo spirito nel pronunciare le sacre parole era lontano, volto alle bricolle e alla meta del suo guadagno. Una volta passò un emigrante che ricordava bene salmi e laudi, ma, nel recitarli, il suo cuore era assente, pensava alla gioia del ritorno e al gruzzolo che aveva accumulato. Un inverno entrò nella chiesa un carbonaio, s'inginocchiò compunto e devoto, ma troppo pensava al fuoco che ardeva in vetta alla montagna e ai sacchi di carbone che temeva cadessero in mano ai ladri.
Nessuno di quei sacrifici valse a lavare le mie colpe, ma tu venisti da lontano, col cuore semplìce e puro; nessun pensiero di mondana preoccupazione t'annebbiava lo spirito, avendo dato parte del tuo guadagno a sollievo degli infelici ti fermasti in questa chiesa anche se ti urgeva il desiderio di riabbracciare moglie e figli.
Tutto ciò ti ha reso grande davanti l'Eterno e ha avvalorato l'olocausto che da tanti anni e invano gli offrivo per averne misericordia. Che tu sia benedetto e benedetti siano i tuoi discendenti fino alla quinta generazione e benedetta sia la terra che t'ha dato i natali."
La pagina si chiudeva con tali parole; Giacomo si sfregò gli occhi, credendo di sognare, poi chiuse il breviario e seppe allora di aver servito la Messa allo spirito tormentato di un sacerdote. Spense la candela e uscì dalla chiesuola per avviarsi nel fitto della foresta, sotto un cielo tempestato di stelle.
Giù, in lontananza, si annunziava una luce, preludio dell'aurora, ed egli andava come San Francesco, per i sentieri boschivi, sotto gli alberi ricamati dalla brina d'argento e gli sembrava di camminare in un luogo incantato.
Allungò il passo, chè gli premeva di giungere presto al paese a raccontare il prodigio di quella notte benedetta e portare così la benedizione del vecchio sacerdote alla sua casa e alla sua terra.
Maria Cavallini Comisetti
La rivista dei fanciulli, n. 2324. 1943; Fiabe e leggende del Ticino, Vol. 1 Sottoceneri, Centro didattico cantonale, Massagno