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«I musei possono sfruttare di più la tecnologia odierna»
Diane Drubay, artista e imprenditrice culturale, ha una chiara visione del futuro: i musei devono intervenire nei processi sociali e diventare luoghi di scambio, in cui si riflette sul futuro guardando al passato. I musei possono assumere un ruolo precursore mostrando com’è possibile coniugare esigenze umane e tecnica. E quindi essere anche un laboratorio per l’evoluzione umana.
Nei suoi scenari sul futuro parla di «musée humain», di un museo come luogo per le persone. Vuol dire che i musei odierni non sono per le persone?
Molti visitatori non si trovano del tutto a proprio agio nei musei e hanno la sensazione di essere al posto sbagliato. Non c’è da meravigliarsi, in quanto spesso domina un’atmosfera sterile che induce i visitatori a un comportamento innaturale. Ci si guarda intorno in maniera riverente, quasi come in una chiesa, e non si fanno più domande, anche se ciò sarebbe una reazione umana. In Brasile, ai visitatori è stato dato il computer parlante Watson della IBM, programmato grazie all’intelligenza artificiale, a cui potevano chiedere tutto quello che volevano. E, dal mio punto di vista, la valutazione di queste domande è stata molto significativa.
«I musei inducono spesso i visitatori a un comportamento innaturale.»
Ma che cosa vogliono sapere i visitatori?
«Chi è Picasso?», è stata la domanda più frequente oppure: «Quanto costa questo quadro?» e: «A chi è appartenuto?» Domande che in realtà dovrebbero essere ovvie, ma che molte persone in un museo non osano porre. Per questo motivo mi auspico istituzioni dal volto umano, luoghi in cui ci si reca come in un bistrò e dove ci si comporta anche di conseguenza.
Come diventa dal volto umano un museo?
Per il cambiamento ci vuole molto tempo. E le seguenti tre cose: in primo luogo, una direttrice o un direttore che abbia la visione di rendere il museo un luogo più aperto. Occorre un dirigente che non abbia paura di pensare al contempo in maniera globale e locale. Troppo spesso, i direttori e i curatori sono ancora molto ancorati all’idea di presentare in modo ottimale le loro collezioni e i loro oggetti, invece di porre al servizio della società la propria attività.
E le altre due premesse?
In secondo luogo, i direttori e i curatori dovrebbero riguardare le loro collezioni con altri occhi. Davanti a ogni oggetto dovrebbero non soltanto chiedersi ciò che esso ha significato per l’epoca in cui è stato realizzato, ma piuttosto ciò che esso può dirci sul nostro tempo. In tal senso dovrebbero essere anche esposti gli oggetti: con un forte riferimento al presente.
E in terzo luogo, i musei dovrebbero parlare alle persone del posto, ai cittadini, ai loro vicini. I musei devono essere parte del sistema economico locale. E lo diventano soltanto se sono in contatto con il loro ambiente, assorbendo anche idee dall’esterno e mettendole in pratica in collaborazione con il proprio contesto. I musei devono diventare punti d’incontro per i partecipanti della nostra società. Luoghi di scambio, in cui si riflette sul futuro.
Ci sono già dei musei che corrispondono alla sua visione?
Sì, ce ne sono un paio che mi piacciono molto: ad esempio, il Mima – Middlesbrough Institute of Modern Art in Inghilterra. Si tratta di un museo che cerca di collegare le persone e di fare appello ai loro sentimenti. Oppure il museo olandese no hero, al cui centro vi è l’esperienza con l’arte, non i quadri. Poi c’è tutta una serie di musei che già rispondono alla mia visione per determinati aspetti.
«Grazie alla tecnologia odierna, i musei potrebbero rispondere in modo ancora più individuale ai singoli visitatori.»
Ad esempio?
L’area d’ingresso del Centre Pompidou di Parigi è una "calamita" e invita a soffermarvisi. Tuttavia, anche lì, non appena oltrepassata la soglia per lo spazio espositivo, l’individuo diventa un visitatore che, a partire da quel momento, compie un percorso. In tale contesto, grazie alla tecnologia odierna, i musei potrebbero rispondere in modo ancora più individuale ai singoli visitatori e offrire loro esposizioni su misura.
Potrebbe spiegarcelo?
Se i musei rilevano dati e si scambiano tra di loro, è possibile fare esposizioni che rispondano meglio alle esigenze delle persone. Nella sfera virtuale sono addirittura pensabili esposizioni che si adeguino completamente all’individuo e alle sue esigenze. In questo modo, il museo – oppure come vogliamo chiamare questo luogo – può accompagnare le persone, fare appello alle loro emozioni e interessarsi di loro. Ma ci vorrà ancora del tempo finché avremo raggiunto tale obiettivo. Tuttavia, i musei possono assumere un ruolo precursore mostrando com’è possibile coniugare esigenze umane e tecnica ed essere un laboratorio per l’evoluzione umana.
Concentrandosi sui rapporti che esso può creare verso i visitatori, il museo può diventare un attore nello sviluppo di società di governance, di valori, di etica, di individui, tramite l’evoluzione emozionale, sperimentale, sensoriale e cognitiva dei visitatori, come pure nello sviluppo di un’umanità nel suo complesso consolidandosi come punto di osservazione di cambiamenti. Il museo dev’essere rilevante per ogni singolo e apportare un vantaggio a tutta la società. I musei dovrebbero essere vivaci e assumere un ruolo attivo.
«In tempi in cui si fa politica con le ‘fake news’, ci vogliono dei contrappesi.»
I musei devono intervenire nei processi sociali?
Sì, soprattutto se si tratta di avvicinarsi alla verità all’interno di un discorso sociale. Naturalmente, la verità è una parola grossa. Ma in tempi in cui si fa politica con le ‘fake news’, ci vogliono dei contrappesi. I musei godono di un’elevata credibilità, dispongono di molte conoscenze e oggetti per mostrare alle persone in che modo si è verificato un fatto e le conseguenze che ne sono scaturite. Essi dovrebbero assolutamente sfruttare tutto ciò, in quanto non hanno uno scopo fine a se stesso, ma sono parte della società.
Quindi, il museo come custode della verità?
Sì, un museo non è semplicemente neutro. I musei dovrebbero essere un luogo degno di fiducia, per le persone ma anche per le informazioni. Il museo come rifugio. Mi auspico che i musei diventino luoghi, dove si possano inoltre abbattere pregiudizi e che raffigurino anche una realtà: le nostre società sono, soprattutto in occidente, già da molto tempo multiculturali. Il «musée voisin», il museo vicino, è una raffigurazione delle comunità locali. Se i quartieri vengono abitati da culture diverse e le città diventano interculturali, il museo dovrebbe essere permeabile a queste differenze e a ciò che effettivamente diventa una straordinaria identità multipla. Nei musei queste culture possono incontrarsi e mischiarsi. E da ciò può anche nascere qualcosa di nuovo.
Chi è Diane Drubay
Diane Drubay è specialista di strategie museali digitali. All’evento di stimolo Reframe! Il futuro inizia al museo di Engagement Migros ha illustrato il 26 aprile 2018 modelli del futuro di musei in quanto nodi di reti di intelligenza collettiva e volani del cambiamento sociale.
Nel 2007 Diane Drubay ha fondato Buzzeum, un’agenzia per i nuovi media e la comunicazione rinomata a livello internazionale. Nel 2011 ha cofondato Museomix, un hackathon per musei. Nel 2013 ha fondato We Are Museums, evento europeo tra cultura e innovazione che si tiene annualmente. Dal 2014 è curatrice del programma di conferenze della fiera specializzata internazionale Museum Connections di Parigi. Insegna presso Sciences Po e l’EAC di Parigi e partecipa regolarmente come relatrice a conferenze internazionali per condividere la sua visione del futuro dei musei.