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Dovrà scontare una pena detentiva di sei anni il regista e oppositore iraniano Jafar Panahi, arrestato l’11 luglio scorso, giorno del suo compleanno, dopo essersi recato alla Procura di Teheran per avere aggiornamenti sul caso di un altro regista, Mohammad Rasoulof, anch’egli detenuto. Dovrà scontare una condanna per "propaganda contro il regime", dopo aver sostenuto il movimento di protesta del 2009 contro la rielezione dell’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad a presidente della Repubblica islamica. La condanna gli era stata inflitta nel 2010, e Panahi era stato detenuto solo per due mesi, godendo poi del regime di semilibertà condizionale che poteva essere revocato in qualsiasi momento. Parallelamente gli era anche stato imposto il divieto di dirigere o scrivere film, viaggiare o addirittura parlare ai media. Negli anni che seguirono, le autorità iraniane hanno chiuso un occhio, mostrando nei suoi confronti una certa ‘tolleranza’, che però si è conclusa otto giorni fa presso l’ufficio del procuratore della capitale.
Varie cancellerie occidentali, fra cui quella francese, hanno denunciato il preoccupante deterioramento della situazione degli artisti in Iran. Negli ultimi tempi la repressione contro il dissenso si è manifestata con numerosi arresti anche nei confronti di varie figure politiche, come l’esponente del movimento riformista Mostafa Tajzadeh, fermato l’8 luglio a Teheran. Tajzadeh è attualmente in custodia cautelare a Evin ed è stato accusato tra l’altro di propaganda contro la Repubblica islamica. Ex viceministro sotto il governo del riformatore Mohammad Khatami, si era candidato alla presidenza nel 2021 come "cittadino, riformista".