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Eugenia Roccella, in un articolo su Avvenire del 7 novembre 2006, cita un racconto di Philip K. Dick:
Coraggio: stiamo entrando nel terrorizzante universo descritto in un vecchio racconto fantascientifico di Philip Dick, Le pre-persone, in cui l’autore immaginava una società in cui i bambini erano considerati pienamente persone solo quando in grado di risolvere un’equazione algebrica. Solo allora entravano nel cerchio privilegiato di coloro la cui esistenza ha valore sociale.
Quale sconvolgente evento faccia presagire l’avvento di un terrorizzante universo è spiegato, oltre che nell’articolo originale, in un interessante post di Bioetica.
L’idea di legare il concetto di persona alla capacità di risolvere, o comprendere, le equazioni algebriche è, secondo me, una delle migliori invenzioni letterarie di Dick. Non era tuttavia necessario scomodare il noto scrittore di fantascienza: il concetto di pre-persona esisteva già prima del 1974, quando venne scritto The Pre-persons.
Il concetto di persona è infatti essenzialmente sociale: è il ruolo che un individuo assume all’interno della società, è la sofisticata rete di relazioni che intercorrono tra lui e gli altri.
I bambini, quindi, non sono persone, o almeno non lo sono come lo è un adulto. Si può parlare ai neonati, ma questi, di solito, non rispondono e anche quando, più grandicelli, saranno in grado di parlare, faranno discorsi molti diversi da quelli degli adulti.
Questa differenza è, giustamente, riconosciuta dalla legge: un bambino di sei anni non può firmare contratti, non ha doveri (e, di converso, neppure diritti).
Tutto ciò, ovviamente, non significa che si possa disporre in piena libertà dei neonati o degli animali. Gli eventuali divieti, tuttavia, non dipendono dal loro essere persona, altrimenti si dovrebbe concedere il diritto di voto anche ai neonati.