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ZURIGO - Sei mesi di prigione da scontare e altri 30 sospesi con la condizionale per quattro anni: questa la pena confermata oggi dal Tribunale cantonale di Zurigo nei confronti di un padre 35enne che alla fine del 2014 maltrattò i gemellini di poche settimane.
In base agli elementi emersi in aula, i due genitori erano entrambi molto stanchi la notte in cui è avvenuto il fatto. Per permettere alla moglie di riposarsi, il padre prese con sé i figlioletti e per cercare di calmarli li scosse e li lasciò cadere sul lettino da un'altezza di 20-30 centimetri.
I bebè picchiarono anche la testa e a causa dei maltrattamenti riportarono ferite giudicate gravi. Furono però portati in ospedale soltanto dopo alcuni giorni. Per uno di loro, i medici non escludono possibili danni fisici o psichici irreversibili.
Una perizia psichiatrica ha diagnosticato al genitore un «disturbo della personalità combinato»: l'uomo cerca di evitare in tutti i modi possibili conflitti.
L'uomo è reo confesso e in aula si è mostrato pentito per l'accaduto, scoppiando più volte in lacrime. Il tribunale d'appello, chiamato ad esprimersi in seguito ad un ricorso della pubblica accusa (che chiedeva una condanna a 4 anni e 9 mesi da scontare), ha confermato la sentenza della prima istanza, giudicandola «equilibrata ed equa».
I quattro anni di prova fissati per la sospensione condizionale rappresentano secondo i giudici «il giusto segnale». L'uomo ha già scontato i sei mesi di carcere in detenzione preventiva e i rapporti con la moglie sono considerati buoni.
Mandarlo ancora per anni in prigione vorrebbe dire creare ancora più danni alla famiglia e agli stessi figli, ha affermato il presidente della corte. Per motivi legati alla protezione della sfera privata, il Tribunale ha peraltro vietato ai media accreditati di pubblicare qualsiasi dettaglio che possa portare all'identificazione dei bimbi.
Il Tribunale cantonale ha inoltre annullato il divieto di avvicinarsi ai figli che il tribunale delle misure coercitive aveva imposto al genitore. Ciò significa che se l'Autorità di tutela dei minorenni e degli adulti (Kesb) non deciderà altrimenti, l'uomo potrà tornare a vivere con la famiglia.