Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01250.jsonl.gz/338

Blog – PCL Personal Consulting SA
Creatività e cultura
Creatività e cultura, due parole che sembrano non avere nulla in comune ma che in realtà scopriremo che una varia a seconda dell’altra. La creatività porta alla novità e all’evoluzione infatti molte aziende che ne hanno compreso il potere scelgono collaboratori creativi in grado di portare innovazione e sviluppo. Può la creatività variare in base alla cultura? Alcuni ricercatori dell’Università Concordia a Montreal affermano che ciò è possibile. In un articolo tratto da https://lamenteemeravigliosa.it viene spiegato lo studio svolto:
“Lo studio, pubblicato di recente sul Journal of Business Research, ha messo a confronto circa 300 persone tra Taiwan, dove vige una società collettivista, e Canada, un paese più individualista.
I risultati mostrano che le persone appartenenti a società individualiste generano un maggior numero di idee rispetto alla loro controparte collettivista. In ogni caso, le due culture si sono trovate quasi alla pari per quanto riguarda la qualità dell’output creativo.
La società condiziona la creatività
Secondo le teorie dei ricercatori, la situazione di un paese che passa dal collettivismo ad uno stadio di individualismo, influenza i flussi creativi che possono scorrere tra i membri di una determinata cultura.
“Il brainstorming è un valido strumento per misurare la creatività, per questo abbiamo deciso di realizzare attività di scambio di idee utilizzando stimoli culturalmente neutrali in Taiwan e in Canada”. Queste le parole di Gad Saad, professore della John Molson School of Business dell’Università Concordia e coautore dello studio.
Pensare fuori dagli schemi
Saad e i suoi collaboratori hanno lavorato sull’ipotesi che i membri di una società individualista sono particolarmente portati a svolgere bene un’attività che promuove il pensiero fuori dagli schemi, venendosene fuori con la proverbiale idea da un milione di dollari.
Al contrario, i membri di un gruppo collettivista sarebbero meno disposti a partecipare a questo tipo di pensieri perché farebbero più fatica a mettersi in luce all’interno del gruppo.
I ricercatori hanno coinvolto studenti di due università, in particolare di Taipei (Taiwan) e di Montreal (Canada). I dati raccolti sono stati i seguenti:
- Numero di idee generate.
- Qualità delle idee secondo parametri stabiliti da giudici indipendenti.
- Numero di dichiarazioni negative pronunciate all’interno dei gruppi di scambio di idee, quali “quest’idea è una stupidaffine che non avrà successo”.
- Il livello di negatività delle dichiarazioni, ad esempio “questa è l’idea più stupida di tutti i tempi” ha una connotazione negativa più forte che “quest’idea è banale”.
- Livello di fiducia dimostrata dai membri del gruppo quando gli è stato chiesto di valutare il proprio rendimento a confronto con quello di altre squadre.
Quando si tratta di creatività, la qualità batte la quantità
“Lo studio avvalora in gran misura le nostre ipotesi” dice Saad. Il ricercatore ha spiegato che secondo i risultati ottenuti, gli individualisti hanno generato molte più idee e pronunciato un numero maggiore di dichiarazioni più negative. Il gruppo canadese ha inoltre mostrato un maggior eccesso di fiducia rispetto a quello taiwanese.
Quando si tratta della qualità delle idee prodotte, i collettivisti si sono dimostrati superiori agli individualisti.
Saad spiega come questo sia in linea con un’altra importante caratteristica notoriamente propria di alcune società collettiviste. Si tratta della tendenza ad anteporre il piano riflessivo a quello concreto dell’azione, il che si riflette nell’abitudine a pensare di più prima di intraprendere un’azione.
Il ruolo della creatività nella cultura e nel mondo del lavoro
Studi come questo sono fondamentali per la comprensione delle differenze culturali che al giorno d’oggi sono sempre più presenti, tenendo conto che il centro economico mondiale si sta spostando sempre più verso l’est e l’Asia.
“Per massimizzare la produttività di un team internazionale, le imprese globali devono comprendere le importanti differenze culturali tra la mentalità occidentale e quella orientale”, spiega Saad.
Il ricercatore spiega che il brainstorming, tecnica usata di frequente per generare idee innovative – ad esempio per innovare i prodotti –non è efficace allo stesso modo in tutti i contesti culturali.
Saad specifica anche che, nonostante i membri delle società collettiviste potrebbero apportare minori quantità di idee creative, la qualità delle loro idee tende ad essere altrettanto buona o persino migliore di quelle della loro controparte individualista.”
Secondo te è vero quanto affermano? Credo che sia dal lato personale che professionale la creatività sia un elemento essenziale e che andrebbe coltivata sempre. Esistono diversi elementi che influenzano questo fenomeno oltre la cultura e che come in tutte le cose è la persona che deve scoprirsi, sperimentare ed imparare e che le aziende dovrebbe continuare ad incentivare e supportare questo aspetto.
Articolo rivistato da Francesca Belleno
Come le stagioni influiscono sul nostro cervello
Secondo te le stagioni hanno una certa influenza sul nostro cervello? Ti è mai successo durante un periodo dell’anno o un cambio di stagione di sentirti stanco e di non riuscire a rendere come fai solitamente? Pensa che uno studio svolto dalla PNAS (Proceedings of National Academy of Sciences) ha scoperto che le stagioni hanno un forte impatto sulle funzionalità del nostro cervello e che gran parte del nostro stato fisico e mentale è condizionato da questo fenomeno. Un articolo di www.focus.it parla proprio di questo:
“Vi riesce difficile concentrarvi a primavera? Non riuscite a svolgere un calcolo complicato a mente anche se l’autunno è solo all’inizio e siete appena tornati dalle vacanze? Potrebbero non essere solo scuse (o un frutto dell’immaginazione). Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Pnas, le stagioni possono influenzare in maniera significativa il funzionamento del nostro cervello. Mentre osservazioni simili sono già state ampiamente fatte per l’umore – si sa per esempio che in inverno si soffre di più di depressione – è la prima volta che stagionalità e capacità cognitive vengono messe in relazione.
MISURE DI ATTENZIONE. Per lo studio, un gruppo di ricercatori dell’Università di Liegi, in Belgio, ha misurato le funzioni cognitive di 28 volontari, che partecipavano a un esperimento più generale sulla deprivazione di sonno, in diversi periodi dell’anno. Ogni volta, ciascun volontario ha trascorso quattro giorni e mezzo in un laboratorio isolato dal mondo esterno, con luce e riscaldamento artificiale e senza nessun indizio della luce e della temperatura di fuori. Alla fine del periodo, i volontari sono stati sottoposti a due test, uno per misurare la capacità di attenzione, l’altro compiti intellettuali più complessi che coinvolgevano la memoria di lavoro, mentre il loro cervello veniva osservato in una risonanza magnetica funzionale.
SOLSTIZI ED EQUINOZI. Mentre le prestazioni in entrambi i tipi di test sono rimasti costanti per ciascun individuo durante l’anno, i ricercatori hanno osservato che le risorse cerebrali impiegate per portarli a termine sono stati diverse al variare dei mesi. In particolare, l’attività cerebrale collegata all’esecuzione dei test di attenzione è risultata massima in giugno, vicino al solstizio d’estate, e minima a dicembre, intorno al solstizio d’inverno. Viceversa, l’attività delle aree del cervello impegnate nei compiti di concentrazione e memoria ha avuto il suo picco in autunno ed è stata minima a primavera.
FERIE CEREBRALI. Come possono essere interpretate queste differenze? Si potrebbe dire che, per ottenere gli stessi risultati, il cervello deve impegnarsi di più o di meno – e anche utilizzare strategie diverse – a seconda della stagione. Secondo gli autori, ciò significa anche che “il costo” della cognizione (cioè le risorse impiegate o a disposizione) è più alto in certi periodi dell’anno, ovvero – in altre parole – che per concentrarsi o imparare ci sia da faticare di più.
Che dipenda dalla lunghezza del giorno, o dal fatto che siamo abituati così dal calendario delle ferie, ci sarebbe insomma una stagione in cui è il nostro cervello a chiedere di andare in vacanza.”
Sentirsi stanchi o strani durante un periodo dell’anno non è poi così bizzarro… anche il nostro cervello ha bisogno di ferie ma non sempre è possibile fare una bella e lunga vacanza. In questi casi avere una sana ed alta qualità della vita personale e professionale può sicuramente essere d’aiuto durante questi periodi.
Articolo rivisitato da Francesca Belleno
Consigli per superare la paura di parlare in pubblico
Oggi ci si interfaccia costantemente con un pubblico, basta pensare a quando si partecipa a meeting, colloqui di lavoro oppure ad eventi e conferenze e così via… a dipendenza dei casi si interagisce addirittura con persone di mentalità e cultura diverse. Spesso e volentieri la maggior parte delle persone ha difficoltà nel esporsi e parlare in pubblico… ma per quale motivo? Per il terrore di essere giudicati o di non essere all’altezza? Paura di non risultare perfetti o di non trovare le parole giuste?
Esiste un modo efficace per affrontare questa situazione? Certamente! Avanti, ogni persona in questo mondo ha il diritto di esprimersi e TU non sei da meno… In un articolo pubblicato su http://blog.omnama.it/ vengono dati dei suggerimenti interessanti:
“#1. Diventa il Primo Fan di te Stesso
Come ogni paura, anche la paura di parlare in pubblico nasce dentro di te e si alimenta della tua carenza di autostima.
Se continui a ripetere a te stesso che non ce la farai mai, che non sei una persona adatta, che la tua voce è orrenda, è ovvio che avrai grandissime difficoltà a farcela.
Se continui a ripeterti che sei inadeguato e incapace, con tutta probabilità anche le persone intorno a te finiranno per pensarlo.
Quello che devi fare è essere il primo a credere nelle tue capacità di parlare in pubblico.
Continuare a prestare attenzione alle tue convinzioni limitanti, non può che portarti dentro un vicolo cieco, senza via d’uscita.
Cambia visone, usa la forza dei tuoi pensieri, crea la tua realtà come vuoi tu.
Lo sapevi che il pensiero positivo è la chiave che apre le porte della nostra realizzazione, permettendoci di manifestare i nostri sogni?
Esatto, coi tuoi pensieri crei la tua realtà.
#2. Ammetti di Aver Paura e Sii Te Stesso
Non c’è nulla di male ad ammettere di aver paura.
Anzi, il solo ammetterlo, prima a se stessi e poi alla platea, crea un effetto molto positivo, e come se manifestando la paura, una parte di essa uscisse dal tuo corpo.
Confida alla platea il tuo nervosismo senza problemi.
Questo produrrà un’empatia con il pubblico: è un modo infallibile per accattivarsi le simpatie! : )
Questo succede perché nel momento in cui dichiari la tua paura alla platea, il pubblico ti percepisce come una persona “normale”, come loro.
Ricorda che il tuo pubblico è composto da persone tali e quali a te, che come te conoscono il dubbio, la paura e l’incertezza.
In questo modo le persone che ti ascoltano si identificheranno in te e perdoneranno eventuali errori che potresti commettere.
Ricorda che i tuoi interlocutori non sono dei nemici.
A volte pensiamo che parlare in pubblico significhi essere assolutamente impeccabili e privi di incertezze, in realtà non è affatto così.
Se parlerai col cuore, il pubblico ti apprezzerà per la sincerità e l’umiltà.
#3. Preparati al Meglio
Un aspetto fondamentale del public speaking è una buona preparazione. Anche i più bravi oratori del mondo prima di un discorso pubblico si preparano molto bene.
Ti assicuro che ogni discorso di Obama, che è considerato il miglior oratore dei nostri tempi, è preparato con anticipo nel dettaglio, non si tratta semplicemente di talento naturale, ma di studio e lavoro.
Non fraintendermi, non sto assolutamente dicendo che devi imparare a memoria il tuo discorso, questo sarebbe sbagliato perché è molto probabile che il tuo discorso risulterà artificiale e al primo vuoto di memoria, ti bloccherai.
Piuttosto struttura bene il tuo intervento e suddividilo in una parte iniziale, centrale e finale.
Dai al discorso un filo logico che lo percorre da l’inizio alla fine e tieni sottomano una scaletta con le frasi o le parole chiave del discorso.
È di fondamentale importanza organizzare e strutturare bene il discorso: puoi dividerlo in fasi e costruire una mappa mentale.
Esercitati più volte, di fronte a uno specchio o meglio ancora con un amico, concentrati sulle tue reazioni e focalizzale, per poi essere in grado di deviarle.
#4. Sperimenta e Mettiti alla Prova
Per superare la paura di parlare in pubblico devi… parlare in pubblico!
Aspetta, non sono impazzita, so benissimo che non ti senti ancora pronto, però puoi fare piccoli esperimenti.
Puoi sfruttare tutte le occasioni che ti capitano ogni giorno per confrontarti con gli altri ed esporre la tua opinione, partendo da piccoli contesti.
Puoi iniziare col frequentare piccole associazioni locali, e partecipare ad incontri o eventi che sono di tuo interesse.
Vai alle riunioni scolastiche dei tuoi figli, prendi parte ad un circolo di lettura, e prova a prendere la parola durante gli incontri.
Sul lavoro prova a proporti come portavoce del tuo team di lavoro, durante le riunioni.
Insomma, sfrutta ogni occasione per esporre il tuo punto di vista e tocca con mano l’emozione di condividere con gli altri le tue idee.
#5. Aiutati con la Respirazione
Il tuo modo di respirare è molto più importante di quello che credi.
Una corretta respirazione è in grado di attivare la tua Energia Interiore e tramite essa potrai migliorare la tua performance.
Lo stato d’animo, influenza il respiro e, viceversa, il tuo modo di respirare influenza il tuo stato d’animo.
Inizia a fare esercizi di respirazione diaframmatica già da qualche giorno prima del tuo discorso, almeno qualche minuto al giorno.
Ogni volta che soffi fuori l’aria immagina di eliminare anche i tuoi timori.
Mentre inspiri ed espiri lentamente, concentrandoti solo sull’aria che entra e che esce, se si affaccia un pensiero, lascialo andare, e ascolta solo il tuo respiro.
Aiutati con la visualizzazione e immagina l’aria che entra dal naso e lentamente riempie i tuoi polmoni, osservala, guardala.
Mentre espiri immagina che tutta la tensione, le paure, i pensieri negativi escano dal tuo corpo sotto forma di fumo nero.”
Ora non ti resta che provare e lavorare su te stesso per iniziare a sentirti libero di interagire con il tuo pubblico. Buon lavoro!
Articolo rivisitato da Francesca Belleno
La scelta di vedere il bicchiere mezzo pieno
Vedere il bicchiere mezzo vuoto è facile ma vederlo mezzo pieno non è da tutti, spesso ci si focalizza su quello che non c’è o che non funziona invece di oltrepassare il limite e considerare quello che invece si ha e che si può migliorare. In questo articolo tratto da www.lamenteemeravigliosa.it si osserverà come possono modificarsi le situazioni se si vede ” il bicchiere mezzo pieno”:
“Cambia il tuo punto di vista! Scommetti sul bicchiere mezzo pieno
Abbiamo un grande potere su noi stessi, siamo noi ad avere il controllo dei nostri comportamenti e, soprattutto, dei nostri pensieri. A volte, però, la cosa più semplice è lasciarci trasportare dal primo pensiero che ci viene in mente e che va nella direzione opposta a quella che dovremmo seguire. Sarà capitato di sicuro anche a voi.
I pensieri di questo genere, negativi per l’effetto che producono, spesso dipendono dalla stanchezza accumulata dopo una giornata di lavoro, da problemi familiari o da preoccupazioni personali. Tuttavia, i pensieri negativi sarebbero un mero fatto mentale aneddotico se li ignorassimo, invece di seguirli fino al precipizio, una sorta di cimitero degli elefanti dove si riproducono.
E se invece di concentrarci sui pensieri negativi ci lasciassimo guidare da quelli positivi? Se invece di vedere il bicchiere mezzo vuoto iniziassimo a vederlo mezzo pieno? Cambiare prospettiva è molto più semplice di quanto non si creda. Una volta generato il primo pensiero positivo, questo ci condurrà irrimediabilmente in un luogo del tutto diverso dal cimitero degli elefanti, dove ci saranno altri pensieri simili.
Sono pensieri che si alimentano a vicenda e che sopravvivono per inerzia.
Il semaforo rosso
Adesso provate a chiudere gli occhi e ad immaginare questa situazione. Ogni volta che siete di ritorno a casa in macchina, trovate il semaforo rosso. Tutte le volte è rosso, come se lo facesse apposta per infastidirvi. Ovviamente arrivate più tardi a casa, già stanchi dopo una giornata in ufficio che per di più potete raggiungere solo in auto.
Un giorno tornate a casa in compagnia di un amico. Quando ormai siete vicini al semaforo, iniziate a dire: “Un’altra volta il semaforo rosso! Non so come mai, ma non riesco mai ad arrivare quando è verde”. Il vostro amico vi sorride e dice: “Io sono contento che sia rosso, invece! Tu pensi solo a ciò che hai davanti, il semaforo rosso. Se ti guardassi intorno, vedresti il mare e un tramonto meraviglioso!”.
In quel preciso momento vi rendete conto che, in una stessa situazione, ognuno presta attenzione a elementi diversi, ognuno con una prospettiva diversa. Il semaforo rosso per alcune persone può essere fonte di stress e lamentele, mentre per altre è un’occasione per fermarsi ad ammirare il mare o il paesaggio oppure per godersi la compagnia di un amico o il programma in onda alla radio.
Sono queste ultime a vedere il bicchiere mezzo pieno. Semplicemente guardano oltre quello che hanno davanti, si godono il momento che stanno vivendo senza anticipare future conseguenze negative.”
La psicologia positiva sostiene che avere pensieri positivi migliora la qualità della vita ed il benessere dell’individuo, infatti, credo che vedere “il bicchiere mezzo pieno” sia importante per poter vivere meglio il presente e costruire un futuro più sereno. Se anche tu vuoi avere un cambiamento perché non ci provi? Verificare non costa nulla…
Articolo rivisitato da Francesca Belleno
L’importanza della lettura
Leggere è una di quelle attività che ha un impatto molto positivo sul nostro cervello e non solo, anche sulla nostra vita. Non tutti sono amanti della lettura forse perché non sono a conoscenza dei benefici che può portare e si preferisce passare il tempo davanti ad uno schermo grande o piccolo che sia… In questo articolo tratto da www.lamenteemeravigliosa.it ci tengo a puntualizzare alcuni dei benefici che ha la lettura in generale:
“I cambiamenti cerebrali nella percezione
La nostra percezione del mondo cambia quando leggiamo. Secondo quanto afferma Keith Oatley, professore di Psicologia Cognitiva presso l’Università di Toronto (Canada), leggere una scena ben descritta equivale a viverla.
La mente recupera dalla memoria oggetti simili a quelli descritti nella scena del libro. È come se creasse una sorta di fotografia mentale. Quindi, si attivano molti processi simultanei che coinvolgono la memoria, la percezione e la creatività.
Alla fine, una lettura ricca di scene dettagliate ci dà la possibilità di creare un nostro album personale di scene e fotografie. È la nostra mente a riunire tutti gli elementi, stabilendo delle associazioni tra ciò che leggiamo e ciò che già sappiamo. Questo genera dei cambiamenti reali nel cervello in termini di percezione ed intelligenza.
Leggere è anche vivere
Il ricercatore Raymond Mar, dottore in Psicologia presso l’Università di York, ha approfondito l’argomento. Secondo i suoi studi, tutto sembra suggerire che il cervello non sia in grado di distinguere bene ciò che legge da ciò che vive. Una cosa simile accade quando guardiamo un film, ma nel caso della lettura l’esperienza è più intima, più profonda, dunque i cambiamenti a livello cerebrale sono più significativi.
Il cervello si comporta in maniera molto simile quando immaginiamo una storia e quando la viviamo davvero. Secondo il Dottor Mar, quando leggiamo di un personaggio che sta svolgendo una determinata azione, nel nostro cervello si attivano le stesse zone che servono a quel personaggio per compiere quell’azione. In altre parole, viviamo la lettura come se fossimo noi stessi i protagonisti.
I cambiamenti cerebrali sono talmente rilevanti che è stato possibile localizzarli ed identificarli mediante prove di neuroimaging. Ad esempio, quando il personaggio cammina, nel cervello si attivano le stesse aree motorie legate all’atto di camminare. Viviamo letteralmente ciò che leggiamo e tutto grazie ad un tipo particolare di neuroni, i neuroni specchio. Proprio così, sono gli stessi che ci fanno sbadigliare quando vediamo qualcuno farlo o che fanno sorridere un bambino quando gli sorridiamo.
La lettura e l’empatia
I ricercatori hanno sottolineato soprattutto i cambiamenti legati all’empatia. In primo luogo, hanno scoperto che le zone del cervello coinvolte nella lettura e nella comprensione delle azioni svolte dai personaggi sono le stesse che usiamo per comprendere gli altri. Alla fine, alla base di entrambe le esperienze c’è un processo di comunicazione.
Da una parte, dunque, viviamo ciò che il personaggio fa come se lo stessimo facendo noi stessi; dall’altra, con questo esercizio, sviluppiamo la nostra capacità di comprendere gli altri, di associare situazioni ed emozioni. In conclusione: leggere è un ottimo modo per allenare e arricchire la nostra empatia. In un modo o nell’altro, alteriamo il nostro punto di vista quando la lettura implica la narrazione di una storia.
Il Dottor Mar ci dà un esempio concreto. Si rifà al caso di un personaggio disabile. Se le sue esperienze sono narrate nel dettaglio, pur non avendo alcuna disabilità, arriviamo a comprendere come si sente davvero quella persona. In altre parole, impariamo a metterci nei panni degli altri.
Questi sono solo alcuni dei benefici della lettura. Sono moltissimi i cambiamenti cerebrali che si producono se prendiamo un libro tra le mani e ci lasciamo trasportare da esso. Una buona lettura ci trasforma, ci cambia in senso positivo. Ci permette di crescere, di entrare in profonda connessione con il resto dell’umanità e di diventare più intelligenti.”
Credo che la lettura sia un’attività ricca di benefici non solo per il cervello ma anche per la nostra persona. Inoltre leggere può essere un ottimo modo per informarsi, per scoprire e conoscere qualcosa di nuovo ed essere una forte leva motivazionale per fare un cambiamento sia nella vita personale che professionale.
Articolo rivisitato da Francesca Belleno
Quando valori lavorativi e bisogni personali entrano in conflitto
Ti piace il tuo lavoro ma sei in crisi? il pensiero di lasciarlo ti tormenta e credi che il licenziamento sia l’unica via d’uscita? Questo molto spesso accade perché i valori lavorativi e bisogni personali entrano in conflitto. Per ovviare a tutto questo ci potrebbero essere delle soluzioni che ci suggerisce questo articolo di Annalisa Piersigilli pubblicato su http://d.repubblica.it/:
“Il tuo mestiere ti piace perché ti permette di sviluppare nuove competenze e di crescere come persona e professionista, ma… vivi continui problemi relazionali, per motivi caratteriali o di mancanza di fiducia, con i colleghi o con il capo?
Questo è tra i motivi principali di abbandono. Da un sondaggio condotto dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, per 6 persone su 10 lo stress da lavoro è causato da relazioni problematiche in ufficio o in fabbrica. Non riuscire a risolvere questi conflitti, nel tempo può portarti a stress emotivo.
COSA PUOI FARE: La vita è fatta di scelte, non sappiamo con certezza quale sarà la migliore per noi, ma se l’insoddisfazione porta più frustrazione che piacere, allora è il caso di cambiare contesto. Con il collega più odiato, però, puoi tentare un confronto. Prima osservalo in modo distaccato e azzera i preconcetti che hai su di lui. Poi, cerca un canale di comunicazione alternativo che vi avvicini. Anche un corso di team-building potrebbe essere un’ottima idea da proporre al boss.
Sei ben retribuito e allineato con quello che sai fare, ma… l’organizzazione aziendale non rispecchia il tuo modo di essere o non condividi i suoi valori?
Magari è troppo rigida e macchinosa, oppure non hai fiducia nei tuoi responsabili perché non approvi alcuni loro comportamenti (per esempio, non mantengono la parola data o si comportano in modo poco etico). In questo modo, c’è il rischio che il lavoratore diventi apatico o sempre con morale basso. Fattori che portano quasi sicuramente a essere non performanti.
COSA PUOI FARE: Distingui il valore sociale da quello economico e poniti questa domanda chiave: «Quali sono gli aspetti del mio lavoro che mi rendono felice?». Poi mettili su una bilancia e vedi se superano quelli negativi. Valuta con attenzione la tua insofferenza prima di prendere decisioni affrettate.
Lavori in un settore che ami ma… ti senti sottoutilizzato e poco valorizzato?
È il caso in cui potresti dare di più, ma non c’è spazio per esprimerti e ambire a una carriera. Fare le stesse cose ogni giorno influisce sulla qualità delle prestazioni. Uno studio condotto dall’Aragon Institute of Health Sciences pubblicato su BMC Psychiatry sottolinea che chi fa lo stesso lavoro per oltre 16 anni risulta 5 volte più a rischio esaurimento di chi cambia lavoro periodicamente. Se i dipendenti non vengono attivati in compiti sfidanti, possono perdere interesse e avere voglia di cambiare aria per cercare un contesto più stimolante.
COSA PUOI FARE: Chiedi di parlare con il capo e tira fuori la parte più proattiva di te. Se le opportunità sembrano dribblarti, pensa a costruirtene di extra. Focalizza i punti deboli del tuo lavoro e trasformati in un vulcano di idee. Lo sforzo sarà comunque molto apprezzato.
È la professione dei tuoi sogni ma… ti richiede anche troppo impegno?
Il carico di lavoro è così eccessivo che non permette di curare altri aspetti personali della tua vita e di dedicare tempo alle tue passioni. Inizi a pensare di essere sfruttato, soprattutto se non vedi mai alcun riconoscimento, promozione o bonus. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Lancet, la produttività diminuisce bruscamente se vengono richieste oltre 50 ore di lavoro a settimana. Mentre la performance migliora se il lavoratore riesce a recuperare spazio vitale anche fuori dall’azienda.
COSA PUOI FARE: Cerca di ricavare qualche momento in cui riprendere fiato. Come? Imparando a pronunciare qualche no, e a delegare. Ma non quando sei sull’orlo di una crisi e non sai più dove mettere le mani: fa che diventi una buona abitudine sul lavoro. Essere troppo assertivi o passivi non è il segreto per farsi apprezzare dagli altri.”
Yvonne Cedraschi: in questi 18 anni di lavoro presso PCL Personal Consulting SA, mi è successo di “pensare di farla finita” alcune volte, ebbene sì sono umana anche io! Credo che il lavoro sia un pochino come una relazione,.. momenti di crisi, di sconforto, di delusione, di noia,… ma lavorando su se stessi e confrontandosi con i colleghi, i famigliari, gli amici le situazioni posso assolutamente migliorare; insomma non è sempre necessario “divorziare eh”!
Il nostro BLOG, vi saluta e vi aspetta a settembre, giustamente ha deciso di prendersi un periodo di ferie….
Articolo rivisitato da Yvonne Cedraschi
Parte 2
Siamo pronti a riprendere il nostro discorso, ricordo a tutti che proseguiamo a parlare dell’articolo dal titolo “Sono io il mio libro: lo riscrivo, lo sottolineo e aggiungo nuove pagine” tratto dal sito web https://lamenteemeravigliosa.it/.
Quali sono state le vostre riflessioni? Come avete pensato di riscrivere il vostro libro? Ecco cosa suggerisce il nostro articolo:
“All’inizio dell’articolo parlavamo dell’importanza di conservare sempre dei fogli in bianco nel nostro libro personale. Quei fogli perfetti e vuoti sono le opportunità per creare un futuro pieno di speranza, di aprire il cammino ad altre storie, nuovi capitoli, appassionanti e più felici.
“Ogni giorno è un foglio bianco sul quale scrivere la propria storia.”
Non è sempre facile rendersi conto di questa opportunità, quella di riscriverci. Un’infanzia traumatica, un dramma familiare, l’infedeltà o la perdita ci fanno pensare molto spesso che il libro della nostra vita si sia concluso con quell’ultimo e terribile capitolo.
Vediamo di seguito tre strategie che possono aiutarci a cambiare questa visione:
Il primo passaggio consiste in un processo interiore e delicato, quello di ripassare i propri capitoli vitali. Dobbiamo essere capaci di valutare in maniera reale ed obbiettiva la trama della nostra vita, quel ciclo dall’infanzia al presente. È importante che in questa prima tappa evitiamo di cercare o ricordare i responsabili di ognuna delle cose che ci sono capitate, lasciando da parte i colpevoli. Dobbiamo concentrarci su noi stessi, su come vediamo quelle tappe.
Guarigione.
In questa seconda tappa dobbiamo accettare che modificare il passato è impossibile, ma che possiamo cambiare il nostro atteggiamento verso il passato. È giunto il momento di spezzare il vincolo con il dolore, di accettare, perdonare e guarire il nostro Io presente dalle ferite del passato.
Il terzo gradino di questo viaggio è il più speciale: dobbiamo aggiungere pagine bianche al nostro libro. Questo si può ottenere in diversi modi, perché parliamo di ricominciare, dell’opportunità di sperimentare e di concederci cose nuove: nuovi amici, nuovi progetti, nuovi ambienti, nuove passioni…
Man mano che diventiamo grandi e maturiamo, ci rendiamo conto di una cosa molto importante: i nuovi inizi ci mantengono uniti alla vita, ci permettono di abbracciare la felicità reale, quella tangibile e, soprattutto, quella in accordo alle nostre necessità. Dobbiamo trovare il coraggio necessario a scrivere il libro che vogliamo, quello che ci identifica.”
Cosa ne pensate? Qual è la vostra conclusione? Credo che nella vita esistono momenti positivi e negativi, una volta i momenti difficili li vivevo come “problemi”. Oggi vedo queste esperienze come delle opportunità per crescere, come avvenimenti che fanno parte della vita. Sono fermamente convinta che in ogni singolo istante della nostra vita possiamo scrivere qualcosa di diverso, che ci può rendere felici. Il passato se compreso, può essere un enorme punto di partenza da dove poter prendere spunto per una nuova pagina, capitolo o addirittura storia.
Mi auguro che questo articolo possa essere uno spunto per un nuovo inizio.
Articolo rivisitato da Francesca Belleno
Parte 1
Spesso si vivono le proprie giornate immersi in quello che è la nostra quotidianità, da quello che riguarda il lavoro, i figli, la scuola, il giudizio altrui, gli amici, i pettegolezzi, l’immagine, le spese, è così via… ma non siamo capaci di fermarci almeno una volta a chiederci se siamo felici… tu te la sei mai fatta questa domanda? qualsiasi sia la tua riposta sei consapevole che l’unica soluzione per arrivare a rendere la felicità uno stato d’animo costante è il cambiamento, e chi può farlo se non te stesso? ci dimentichiamo che siamo come un libro e che possiamo scriverlo o addirittura riscriverlo…
Questo articolo dal titolo “Sono io il mio libro: lo riscrivo, lo sottolineo e aggiungo nuove pagine” tratto dal sito web https://lamenteemeravigliosa.it/ parla proprio di questo:
“Tutti noi siamo il nostro libro: abbiamo la capacità di riscriverlo, di sottolineare la nostra identità e anche di strappare quelle pagine che non servono, che fanno male o che rendono troppo pesante la novella della nostra vita. Lasciamo sempre delle pagine in bianco, perché si ha sempre l’opportunità di iniziare nuovi capitoli….
Borges diceva che c’è chi non può immaginare un mondo senza uccelli, chi non può immaginarlo senza acqua e chi, invece, non può immaginarlo senza libri. Ebbene, qualcosa che ci insegnano tutti libri che abbiamo letto, e che conforma parte della nostra personalità, è che tutti noi siamo una storia. Esistere significa formare parte di un tessuto magico in cui trasformarsi negli autori di un filo argomentativo che si sviluppa e viene scritto ogni giorno.
“L’avventura della vita è imparare, l’obbiettivo della vita è crescere, la natura della vita è cambiare”
-William Ward-
Tuttavia, e qui si presenta uno dei problemi più evidenti, troppo spesso pensiamo di essere soggetti ad una sola linea narrativa, alla classica struttura composta da introduzione, trama e conclusione. Nessuno ci ha detto che, in realtà, il libro della nostra vita non ha sempre un ordine logico, ci sono capitoli che rimangono a metà, paragrafi che dobbiamo cancellare e riscrivere e molte pagine che è bene eliminare affinché la trama abbia più senso.
D’altro canto, dobbiamo anche tener conto che il libro della nostra vita ha senso completo solo per una persona: noi stessi. Ogni esperienza, ogni incontro, ogni decisione presa, ogni sensazione, carezza, brivido o casualità vissuta ha un significato speciale per noi, che nessun altro può comprendere. Nel nostro caos risiede la logica, nel nostro libro fatto di capitoli disordinati e di continui punto e a capo si nasconde la migliore delle storie mai scritte: la nostra.
Quando non rimane altra soluzione che riscrivere il nostro libro
Joan Didion è una famosa scrittrice che viene spesso definita “la balena bianca della saggistica nordamericana”. Oggigiorno ha 82 anni e si tratta di una delle poche autrici ad aver utilizzato la scrittura ad un fine interessante: far tornare in vita i propri cari. Nel Dicembre del 2003, dopo essere tornati a casa dall’ospedale, dove si trovava la figlia ricoverata, il marito di Didion, lo scrittore John Gregory Dunne, morì improvvisamente nel salotto della loro casa.
Qualche mese dopo, morì anche sua figlia di polmonite. Dopo questi fatti, e durante 88 giorni, Joan Didion scrisse ininterrottamente e con frenesia il suo libro più famoso: L’anno del pensiero magico. Gli psichiatri e gli psicologi definiscono il pensiero magico come un atteggiamento mentale in cui le persone arrivano a credere che i loro pensieri possano influire sullo sviluppo di determinati avvenimenti. Joan Didion sperava che la sua famiglia fosse di nuovo con lei, che tornasse in vita…
Ovviamente questo non accadde, ma il libro venne pubblicato e Didion comprese che era il momento di iniziare un nuovo capitolo: quello della vita reale. La scrittura le era servita da catarsi, come un mezzo tramite il quale canalizzare il dolore. Ciò nonostante, la vita doveva andare avanti, le imponeva di continuare a respirare, di proseguire e scrivere nuove pagine, di seguire il ritmo dell’esistenza come faceva con le parole e le frasi che scriveva.”
E tu cosa pensi? Sei felice di te stesso e della tua vita? Credi che sia arrivato il momento di fermarti e iniziare a scrivere qualcosa di nuovo? Nel prossimo articolo vedremo cosa propone l’autore come soluzione…Restate con noi e intanto buona scrittura.
Articolo rivisitato da Francesca Belleno
EVVAI, abbiamo compiuto 18 anni,.. vi rendete conto 18 anni!
Per me, per noi è un traguardo importantissimo, di grande soddisfazione… ora ci auguriamo di arrivare ai 20 anni, 25, poi ai 30 e per me va bene così eheheh…. poi vado in pensione eh!
Nel nostro sito internet www.pclconsulting.ch mi presento così:
“PCL Personal Consulting SA nasce il 1° giugno nell’anno 1999 in Ticino! L’idea sboccia quasi per gioco, un progetto di cambiamento ed il desiderio di affermazione nel mondo del lavoro; la cosa chiara sin dall’inizio è stata la decisione di lavorare con e per le persone, dedicare il nostro tempo e le nostre competenze accompagnandole nella ricerca di una nuova opportunità professionale e nel contempo personale. Dall’altra parte siamo riusciti ad individuare e fare nostra una buona fetta di aziende che ha creduto in noi e continua a darci fiducia. Ci riteniamo degli ottimi mediatori e consulenti”
Il 1°giugno 1999 è stato il nostro primo giorno di lavoro, due scrivanie, un paio di sedie, 2 PC (2 cassoni,..) e NOI, io e Claudia.
Ci siamo guardate in faccia un pochino sconsolate ma,… ci siamo subito “ripigliate” e messe all’opera.
La prima ricerca/posizione l’abbiamo “rubata” dal Corriere del Ticino,..(c’era solo quello eh… niente internet, niente email, niente siti internet … na tristezza) e cercavano un Contabile!
Prepariamo l’annuncio da pubblicare sempre sul famoso Corriere del Ticino e cercammo il contabile da sottoporre al potenziale cliente.
Un paio di giorni e arriva per posta il CV perfetto, Massimo, incontrato, presentato e piazzato!
WOW la prima soddisfazione e, da quel giorno il lavoro non si è mai fermato..
Durante questi anni ci sono stati momenti di gloria e momenti di sconfitta ma non ho mai mollato!
PCL Personal Consulting SA ha dato a me, alla mia famiglia ed ai colleghi la possibilità di vivere bene amando il nostro lavoro, cosa chiedere di più??
Evviva NOI!
Ringraziamo di cuore i nostri amici, clienti, candidati, famiglie, pelosi,… insomma tutti quelli che ci hanno sostenuto e creduto in noi!
Articolo di Yvonne Cedraschi
Il potere dei verbi servili
Un articolo di Giuseppe Salvato su www.giuseppesalvato.it parlano di quanta forza e potenza possono avere i verbi servili:
“Rammento la professoressa di lettere che, alla scuola media, ci aiutava nel comprendere la lingua e pazientemente snocciolava le regole della nostra complessa grammatica. Ricordo la lezione sui verbi servili o modali, detti così perché supportano un verbo d’azione principale: voglio/non voglio mangiare; so/non so imparare, ecc… I quattro verbi sotto rappresentati sono stati da me collocati lungo due assi, che rappresentano in orizzontale lo stato di necessità o bisogno dell’individuo, da un livello ridotto (a sinistra) ad uno elevato (a destra); in verticale, poi, misuriamo il livello di minor (in basso) o maggior (in alto) desiderio o motivazione, che spinge le persone verso determinati comportamenti.
Ebbene, nell’angolo in basso a sinistra dello schema si colloca il nostro “sapere”: bassa necessità associata a scarsa motivazione non spingono le persone oltre un pur adeguato livello di conoscenza e di comprensione di una situazione, di un’esigenza. Esse sono soddisfatte di essere informate, appunto, ma poco o nulla fanno per andare oltre questo stato. Quando, invece, innalziamo il nostro desiderio pur senza smuovere la nostra necessità, ci identifichiamo nel quadrante del “volere”: speranzosi di fare ma ancora poco attivi, in mancanza della spinta energetica che caratterizza lo stato di necessità. Se quest’ultimo è elevato, infatti, pur in assenza di desiderio, è capace da solo di spingerci verso l’azione e l’intrapresa a costo di una grande fatica percepita a causa del dovere a cui siamo obbligati, costretti. In definitiva, solo la combinazione di un’elevata necessità e di un grande desiderio dà forza e potere alle persone, che si sentono così capaci e desiderosi di essere pienamente artefici del proprio destino.
E il senso di “potere” non è una forza gigantesca che ci aiuta a tirar fuori di noi le nostre migliori energie? Che ci fa venire la voglia di provarci? Che ci fa rialzare ogni qualvolta cadiamo di fronte ad un ostacolo? Siamo veramente vivi solo quando agiamo: mi vien voglia di mandare in pensione Cartesio e il suo cogito ergo sum per sostituirlo con un più prosaico ma vivifico “agisci nel presente”. Dà vita perché dà forza.
“Non è quello che non sappiamo che ci impedisce di avere successo: è quello che sappiamo che costituisce il nostro ostacolo principale” (Josh Billings)”
Yvonne: Sono diversi anni che utilizzo la parola volere e non dovere per le mie azioni, pensieri, progetti e confermo che cambia la visione dell’evento, diventa leggero, facili da gestire, non faticoso,… consiglio di provare ed adottarlo!
Articolo rivisitato da Yvonne Cedraschi