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Come sono fatti gli apiari della Svizzera Italiana?
Un apiario, dice il vocabolario della Treccani, è il "luogo dove sono sistemati gli alveari; anche l’insieme degli alveari riuniti in una stessa località". La definizione è innocua, ma l'organizzazione di un apiario rivela da un lato la 'filosofia' dell'apicoltore, e dall'altro spesso è indice di potenziali problemi che la pratica apistica (per quanto di lunga e consolidata tradizione) potrebbe creare alle api.
Consideriamo alcuni di questi problemi. Il primo è legato alla distribuzione fisica delle arnie. Sebbene le api abbiano un buon senso dell'orientamento, che permette loro di trovare la via di casa con buona precisione, si sa da tempo che arnie collocate in fila, una vicina all'altra e magari anche del medesimo colore, facilitano quel fenomeno che gli apicoltori chiamano 'deriva': le api possono sbagliare entrata e andare a finire in un'altra arnia. Si è calcolato che fino al 40% delle api di una colonia in realtà non sono nate lì [1] . Questo è problematico in quanto contribuisce alla trasmissione orizzontale di patogeni e parassiti, quindi alla diffusione di malattie tra una colonia e l'altra. Il devastante acaro parassita Varroa destructor, peraltro, induce le bottinatrici a sbagliare direzione al fine di colonizzare nuove famiglie, e il collocare le arnie una vicino all'altra le facilita nel loro compito [2]. Quando poi ad andare a deriva è la regina al ritorno dai voli di fecondazione, le conseguenze possono essere fatali per la colonia [3]. Infine, la stretta intimità delle colonie induce al saccheggio delle famiglie più deboli o con qualche problema da parte di famiglie più forti.
Il secondo è legato al numero di colonie in un apiario. Elevate concentrazioni di colonie in uno spazio limitato —quando la distribuzione naturale si aggira attorno a una arnia per km2 in una foresta [4], probabilmente qualcuna in più in spazi variegati che possono offrire fonti di cibo più diversificate— possono causare diversi tipi di problemi, a maggior ragione se l'apiario in questione è situato in prossimità di altri apiari.
- In primo luogo, tante più colonie ci sono, tanto mggiore è la concorrenza che si fanno tra loro per le risorse alimentari, in particolare in periodi dell'anno in cui vi è scarsità di nettare e/o di polline (circostanza che, con il cambiamento climatico, si può sospettare stia diventando sempre più frequente e prolungata nel tempo).
- In secondo luogo, aumenta ulteriormente la probabilità di deriva rispetto ad apiari più piccoli, così che eventuali problemi epidemiologici possono potenzialmente dioventare più seri.
- È anche possibile che al crescere della densità di apiari le api finiscano per fare concorrenza anche alle api selvatiche. Non si sono ancora raggiunte conclusioni certe riguardo alla possibile competizione tra api mellifere e le altre specie, ma è chiaro che un maggior numero di colonie non può che aggravare eventuali problemi.
Anche la posizione degli apiari, al sole o all'ombra, su superfici fresche o calde, influisce sul benessere delle api: il riscaldamento climatico rende sempre più difficile, ed energeticamente costosa, la gestione delle temperature estive tenendo conto del fatto che le api devono termoregolare per permettere lo sviluppo della colonia
Anche il tipo di 'case' che gli apicoltori forniscono alle api possono essere problematici. L'alloggio naturale delle api mellifere è in cavità protette nei tronchi degli alberi, molto ben coibentate, in nidi relativamente piccoli (mediamente arttorno ai 40 litri). Gli apicoltori tendono a fornire nidi grandi (le arnie di tipo Dadant comunemente usate da noi hanno un volume di 58 litri, ulteriormente estese al momento del raccolto del miele) e molto male isolati: 2.5 cm di legno riparano dalla pioggia e in parte dal vento, ma non dal freddo e tanto meno dal caldo. [4]
|Per finire, gli apiari nomadi che dislocano api al momento del raccolto tendono a sommare contemporaneamente buona parte dei summenzionati problemi e ad aggiungerne di nuovi, poiché spesso si compongono di molte colonie, sistemate in file strette e collocate vicino ad altri apiari, e a volte non sono neppure annunciati alle autorità sanitarie competenti (come nell'esempio dell'immagine: transumanza di numerose colonie in due file, arnie del medesimo colore, una vicino all'altra, non dichiarato alle autorità sanitare, in stretta prossimità di una zona di quarantena per peste americana)
Naturalmente molte delle configurazioni concretamente impiegate rispondono a pressanti problemi logistici degli apicoltori: in particolare, dati gli spazi a disposizione e la configurazione del terreno, è difficilmente immaginabile di riuscire a gestire colonie di api distanziate anche solo qualche decina di metri le une dalle altre. Ciò non toglie che i problemi elencati sopra siano reali.
Mancando statistiche affidabili sulla configurazione degli apiari, sosteniamo il progetto del nostro socio Marco Beltrametti (Beo), che vuole documentare fotograficamente gli apiari della Svizzera Italiana. A Beo interessano più che altro il lato estetico e il segno che gli apiari lasciano nel territorio. Ma a noi interessa anche farci un'idea di come siano fatti questi apiari, come stimolo a riflettere sulle condizioni nelle quali alleviamo le nostre api. Invitiamo dunque i nostri soci a permettere a Beo di fotografare i loro apiari e di condividere il risultato (garantendo l'anonimato dei proprietari), secondo le modalità specificate nell'articolo che volentieri ospitiamo.
[1] v. per esempio J.B. Free, The drifting of honey-bees, The Journal of agricultural Science 51:3, December 1958 , pp. 294 - 306; W. Boylan-Pett, R. Hoopingarner, Drifting of Honey Bee foragers within and between apiaries pollinating blueberry, Vaccinium corymbosum, ISHS Acta Horticulturae 288: VI International Symposium on Pollination; R W Currie & S C Jay, Drifting behaviour of drone honey bees (Apis mellifera L.) in commercial apiaries, Jurnal of Apicultural Research 30:2 (1991), pp. 61-68; K.J. Pfeiffer and K. Crailsheim, Drifting of honeybees, Insectes soc. 45 (1998) 151 – 167.
[2] R M Goodwin, M A Taylor,H M Mcbrydie and H M Cox, Drift of Varroa destructor-infested worker honey bees to neighbouring colonies, Journal of Apicultural Research 45(3): 155–156 (2006); Peck DT, Seeley TD (2019) Mite bombs or robber lures? The roles of drifting and robbing in Varroa destructor transmission from collapsing honey bee colonies to their neighbors. PLoS ONE 14(6): e0218392.
[3] J. Gąbka, Drifting of honey bee queens returning from flights, Journal of Apicultural Research 57:4, 2018, pp. 580-585.
[4] T. D. Seeley, La vita delle api, Edizioni Montaonda, 2019.