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di Mattia Cavadini
Ogni volta che cantava, era come se cantasse per la prima volta e, allo stesso tempo, come se fosse per sempre, consegnando all’ascoltatore versioni sempre sublimi delle sue canzoni.
Prendiamo come esempio il cavallo di battaglia, My Way. Ogni interpretazione che Sinatra compie, dal 30 dicembre del 1968 (allorché incise –controvoglia– la versione inglese di Comme d’habitude di Claude François, di cui l’amico Anka aveva comprato i diritti) sino al 20 dicembre 1994 (quando, con My way, si congedò in lacrime davanti a quasi centomila fans), è stata vera, vibrante ed autentica. In questa verità interpretativa c’è la grandezza impareggiabile di Blue Eyes. Una grandezza che potremmo riassumere nell’attenzione minuziosa posta su ogni singola parola, e più in generale sul senso del testo da interpretare. All’attenzione interpretativa, si aggiungeva, ovviamente la Voce, ma andiamo con ordine.
Figlio di un pompiere siciliano e di un’ostetrica ligure, emigrati nel New Jersey quando Frank (12 dicembre 1915-14 maggio 1998) aveva un anno, iniziò a lavorare come giornalista sportivo, la sera cantando nei bar. Nel 1939 esordì con l’orchestra di Harry James, il grande trombettista, e nel 1940 con quella di Tommy Dorsey, dove si accollò il ruolo di primattore. La sua voce baritonale era dirompente, tanto che si narra che quando lui cantava la gente smetteva di ballare. La pastosità vocale gli consentiva interpretazioni originalissime, anticipando o ritardando a suo piacimento i metri della partitura, come ad esempio in Night And Day, Stormy Weather, White Christmas o Ol’ Man River.
Il successo presso il pubblico femminile lo spinse a lanciarsi nella carriera solista, conquistando orde di fan, affascinate anche dal debutto (in quegli stessi anni Quaranta) nel cinema. L’esordio si ebbe nella pellicola Due marinai e una ragazza (dove Gene Kelly ne fece un abile ballerino), ma l’alloro fu conquistato con Da qui all’eternità (che gli valse, nel 1953, l’Oscar come miglior attore non protagonista). Recitando in ben 70 film, la carriera cinematografica accompagnò quella canora, senza mai eguagliarla.
L’essenza di Sinatra fu la voce, una voce talmente perfetta da essere considerata un archetipo, l’incarnazione di un’idea, la sintesi di una possibilità espressiva.
Figlio della verve melodica italiana, Sinatra seppe coniugare la melodia con la lezione della musica d’Oltre Oceano (dal blues allo swing, dal pop al jazz), rivoluzionando la vocalità maschile. La bellezza del suo canto, insieme sensuale, romantico e puro, seppe esprimere le emozioni più intense, senza mai cedere alla pura potenza o al melodramma, restando sempre dentro il ritmo.
Frutto di un precipuo equilibrio fra melodia e swing, le interpretazioni di Sinatra esprimono in modo personale ed unico la grande lezione del jazz, che gli infuse la padronanza ritmica degli accenti, degli attacchi, la durata delle note e il gioco dei fraseggi. In 64 anni di carriera (durante i quali incise all’incirca 2200 canzoni, vincendo per nove volte il Grammy ed eseguendo concerti in tutto il mondo) Sinatra seppe trasformare i brani romantici degli anni Quaranta e quelli più complessi degli anni Cinquanta e Sessanta “da gradevoli espressioni di un’epoca in musiche di bellezza immortale, sonorità personale ed eterna emozione” (Chris Ingham).
C'è, infine, il capitolo dell’uomo Sinatra. Un capitolo i cui capisaldi ruotano attorno ai temi della vanità, del narcisismo, del dongiovannismo, dei contatti, veri o presunti, con la mafia (l'FBI accumulò su di lui un dossier di oltre 2000 pagine), delle controverse posizioni politiche, del suo fanatismo cattoreligioso, ... Ma è un capitolo che conta poco. Conoscere le fragilità e le traversie dell’uomo non inficia né mina l'ascolto di capolavori quali Young At Heart, Stranger In The Night, New York New York, The Lady Is A Trump, I've Got You Under My Skin, o My Way. La riprova sta nel fatto che tutti i più grandi cantanti della scena pop&rock, anche i più lontani politicamente e moralmente, hanno cantato e omaggiato Sinatra, da Bono a Dylan, da Springsteen a Vicious, da Rod Stewart e Tony Bennett, passando per i più affini Boublé, Cincotti e Robbie Williams.