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Max H. Fisch definì Charles Sanders Peirce “l’intellettuale più originale e più versatile che l’America abbia mai prodotto” (citato sul sito Charles S. Peirce Studies).
I suoi interessi furono effettivamente molteplici e non stupisce troppo scoprire che si improvvisò, con ottimi risultati, detective. A raccontare tutto ciò sono Thomas A. Sebeok e Jean Umiker-Sebeok in “Voi conoscete il mio metodo”: un confronto fra Charles S. Peirce e Sherlock Holmes (in U. Eco e T. A. Sebeok (a cura di); Il segno dei tre; Bompiani 1983).
Nel 1979 Peirce si imbarcò su un piroscafo per raggiungere New York. Sceso a terra in seguito ad un leggero malora, si accorse di aver lasciato in cabina il soprabito e un costoso orologio Tiffany, che ovviamente non trovò più al suo ritorno.
Peirce si rivolse alla celebre agenzia investigativa Pinkerton che ricuperò, ad un banco di pegni, l’orologio senza la catena ma non riuscì a identificare il colpevole e neppure a trovare il soprabito.
Peirce decise quindi di fare da solo, e si recò nell’abitazione del cameriere di colore che, affidandosi all’istinto, aveva fin da subito identificato come il ladro. È Peirce stesso, citato da Sebeok, a descrivere l’accaduto:
Salii tre rampe di scale e bussai alla porta dell’appartamento. Venne ad aprire una donna di razza gialla; un’altra più o meno della stessa carnagione stava proprio dietro di lei, ed era senza cappello.
Entrai e dissi: “Vostro marito finirà a Sing Sing per il furto del mio orologio. Ho saputo che la mia catena e il mio soprabito, anch’essi rubati, sono qui, e vado a prenderli.” Al che le due donne cominciarono a fare un gran baccano e minacciarono di andare a chiamare subito la polizia. Non ricordo con precisione cosa dissi, so soltanto che ero assolutamente calmo e dissi loro che si stavano sbagliando se pensavano di chiamare la polizia, perché ciò avrebbe peggiorato la situazione per l’uomo. Inoltre, siccome sapevo benissimo dov’erano la catena e il soprabito, li avrei presi prima che arrivasse la polizia… non vedevo nessun posto in quella stanza dove avrebbe potuto trovarsi la catena, e mi infilai in un’altra stanza. C’era poco mobilio, oltre a un letto matrimoniale e un baule di legno dall’altra parte del letto. Dissi: “La mia catena è in fondo a quel baule sotto i vestiti, e adesso la prendo…” Mi chinai e fortunatamente la serrature del baule era aperta.
Tirati fuori i vestiti […] rinvenni […] la catena. Subito la attaccai al mio orologio, e nel farlo notai che la seconda donna (quella senza cappello) era scomparsa, nonostante il vivo interesse con cui aveva seguito tutti i miei gesti. “Adesso,” dissi, “resta solo da trovare il mio soprabito leggero.”[…] La donna allargò le braccia e disse: “Favorite pure e guardate dove vi pare…” Dissi io: “Vi sono grato, signora, perché lo straordinario cambiamento del vostro tono rispetto a quando cominciai a frugare nel baule, mi assicura che il cappotto non è qui…” Così uscii dall’appartamento e subito notai che ce n0era un altro sullo stesso pianerottolo:
Anche se non ricordo con certezza, probabilmente ero convinto che la scomparsa dell’altra donna fosse collegata con la mia evidente determinazione di cercare il soprabito nell’appartamento da cui ero appena uscito. Di sicuro pensavo che l’altra dona non doveva abitare lontano. Tanto per cominciare bussai alla porta dell’altro appartamento. Vennero ad aprire due ragazze di razza gialle o simile. Alle loro spalle vidi un salotto dall’apparenza rispettabile con un bel pianoforte. E sul pianoforte c’era un bel pacco proprio della grandezza e della forma adatte a contenere il mio soprabito. Dissi: “Ho bussato perché c’è un pacco, qui, che mi appartiene; oh ecco, è quello là, lo prendo subito.” Così, gentilmente le spinsi da parte, presi il pacco, lo aprii, trovai il mio soprabito e lo indossai.
È difficile, nel leggere questa impresa di Peirce, non pensare a Sherlock Holmes, anche senza l’aiuto del titolo dell’articolo di Sebeok.
Vi è una affinità tra il metodo investigativo e la semiotica: è quello che Carlo Ginzburg chiama paradigma indiziario, la capacità di leggere i segni, di formulare ipotesi, di scoprire le cause a partire dagli effetti.
Il paradigma indiziario non riguarda solo la semiotica e l’investigazione criminale: secondo Ginzburg i primi ad occuparsi di indizi furono i cacciatori, seguiti dai medici. Gli indizi, i segni da leggere, sono in questo caso i sintomi, la conclusione è la diagnosi.
Non è un caso se Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, si laureò in medicina.
Peirce aveva anche lui una ottima conoscenza medica, tanto da semplificare il lavoro del suo dottore G. Alto Pobe:
Quando arrivavo, spesso mi diceva tutti i suoi sintomi e la diagnosi della malattia. Poi mi diceva l’intera storia del trattamento medico di quella malattia. E poi mi diceva che cosa bisognava prescrivere a quel punto. Non si sbagliava mai.
La semiotica, la medicina e le investigazioni criminali condividono lo stesso metodo, forse perché il segno, la malattia e il crimine sono eventi, in una qualche maniera, singoli e irripetibili, irrimediabilmente particolari e mai universali.
Da alcuni anni la medicina ha tuttavia cambiato metodo, o almeno linguaggio, appropriandosi della terminologia bellica. Già nel 1934 il British Medical Journal iniziò a parlare di guerra contro il cancro, lanciata poi in grande stile da Nixon nel 1971.
La medicina è passata dal volto di Vasily Livanov, uno dei più noti interpreti di Holmes, a quello di John Wayne, il colonnello Mike Kirby di Berretti Verdi.
Si tratta di semplici metafore, è chiaro. Tuttavia il linguaggio utilizzato influenza non poco la percezione dei fenomeni: costruisce un quadro dal quale è ovviamente possibile uscire, ma che comunque tende a guidare una determinata lettura degli eventi.
Il cambiamento di paradigma, di per sè, potrebbe non essere una cattiva idea: nonostante l’abilità di Sherlock Holmes, le statistiche dei crimini insoluti non sono confrontabili, ad esempio, con i successi bellici degli Stati Uniti fino alla seconda guerra mondiale. Ci sono pochi dubbi su quale sia il modello vincente.
Non stupisce quindi sentire Richard James, direttore di un centro di ricerche sui batteri resistenti agli antibiotici, parlare dei suoi laboratori come di «un luogo dove verranno sviluppate bombe intelligenti contro bersagli molecolari in modo da potersi difendere dal nemico invisibile».
Bisogna tuttavia capire se l’approccio bellico si adatta bene alle vicende mediche.
Il colonnello Mike Kirby perse due guerre: sia quella del Vietnam, sia quella contro il cancro (John Wayne morì nel 1979 in seguito ad un tumore allo stomaco). In altre parole: se il nemico è la morte, la situazione è ancora più disperata che in Vietnam: non ci sono possibilità di vittoria.
Inoltre, il paziente rischia di trasformarsi in un campo di battaglia. E, per quanto Hitler sia stato sconfitto, credo che a nessuno piacerebbe ritrovarsi sano come la città di Dresda il 16 febbraio 1945.