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PARIGI / BERNA - UBS avrebbe preferito trovare un accordo transattivo con la Procura nazionale finanziaria francese (Parquet national financier, PNF) e pagare una multa nell'ambito della vertenza fiscale che vede accusate la casa madre e la sua filiale francese.
«Di fronte alla vacuità del del dossier, se UBS avesse potuto trovare un accordo ragionevole con la PNF l'avremmo fatto», ha dichiarato in un'intervista pubblicata oggi da Le Temps il presidente della direzione di UBS Francia Jean-Frédéric de Leusse. A suo avviso, un accordo a condizioni accettabili per i nostri clienti e i nostri azionisti (...) avrebbe dovuto essere la soluzione.
Il dirigente ritiene che un processo penale nei confronti di imprese può «diventare una pena di morte ancora prima che la sentenza sia pronunciata». In questi casi la giustizia attuata con una transazione, come è avvenuto per UBS negli Stati Uniti e in Germania, costituisce la miglior soluzione.
In un processo iniziato l'8 ottobre e conclusosi il 15 novembre a Parigi - la sentenza sarà pronunciata il prossimo 20 febbraio - UBS doveva rispondere di fornitura illecita di servizi finanziari a domicilio ("démarchage") e di riciclaggio aggravato del provento di frode fiscale. La filiale francese, dal canto suo, era accusata di complicità nei medesimi delitti.
Alla sbarra sono stati chiamati a comparire anche sei alti dirigenti dell'istituto in Francia e Svizzera. Fra loro figura Raoul Weil, ex numero tre del gruppo bancario, già giudicato e poi assolto negli Usa, e l'ex numero due di UBS Francia, Patrick de Fayet.
La PNF ha richiesto una multa di 3,7 miliardi di euro (4,23 miliardi di franchi al cambio attuale) - un importo senza precedenti in Francia - nei confronti della casa madre di UBS. Una multa di 15 milioni di euro è stata reclamata nei confronti della filiale francese di UBS e pene pecuniarie fino a 500'000 euro e due anni di reclusione sono state chieste per i sei ex responsabili dell'istituto. Lo Stato francese, in quanto parte civile, ha rivendicato un risarcimento danni per 1,6 miliardi di euro.
La difesa ha attaccato a tutto campo un atto d'accusa volto a dimostrare un presunto "sistema di frode", ma che non fornisce prove dei presunti reati commessi.