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Negli Stati Uniti, dove nel basket e nel football oltre il 70% dei giocatori è di colore, gli allenatori afroamericani rimangono una minoranza
In principio fu Frederick Douglass "Fritz" Pollard. Nato nel 1894, 29 anni dopo l’abolizione della schiavitù, fu il primo giocatore di colore della National Football League (nel 1920 portò al titolo gli Akron Pros) e il primo head coach afroamericano (1921, sempre con Akron). Nel 1926, assieme agli altri nove giocatori neri, fu espulso dalla Lega e non vi fece più ritorno. Morto nel 1986, nel 2005 fu introdotto nella Hall of Fame. Ma, nonostante sia stato il primo, non fu Pollard a spalancare alla minoranza afroamericana le porte della professione di allenatore nello sport statunitense. Occorre cambiare palla, passare da quella ellittica a quella a spicchi e, soprattutto, attendere altri 45 anni prima di assistere a una significativa inversione di tendenza.
Nella Nba non vi erano mai stati allenatori neri dal giorno della fondazione della Lega, nel 1946. E nemmeno era un tema all’ordine del giorno, fino a quando al termine di gara 1 della finale del 1966, Arnold Red Auerbach fece il nome del suo successore alla guida dei Boston Celtics: il nero Bill Russell. Nei tre anni nei quali diresse la squadra dal campo (in qualità di giocatore-allenatore, scelta per nulla inusuale a quei tempi), Russell vinse due titoli e disputò una finale di Conference. "Hanno deciso di offrirmi il posto non perché sono un ‘negro’, ma perché ritengono che sia all’altezza", aveva affermato il giorno di una nomina giunta appena un anno dopo l’abolizione delle Leggi Jim Crow, quelle che su base statale regolavano il sistema di apartheid vigente nel Sud degli Stati Uniti (nelle scuole, sui mezzi pubblici, nei ristoranti…). I tempi per il cambiamento iniziavano a maturare, nonostante un mese prima della nomina di Russell, davanti alla platea della Southern Methodist University, il reverendo Martin Luther King avesse ricordato, in un famoso discorso, come la strada da percorrere sul cammino dell’integrazione razziale fosse ancora molto, molto lunga.
L’ingaggio di Bill Russell ha spalancato le porte e spianato la via alla possibilità per i neri di accomodarsi sulle panchine della Nba e in molti ne hanno approfittato, per quanto il cammino verso la piena parità dei diritti rimanga tortuoso e lungi dall’essere concluso. Se all’inizio della stagione 2012-13 gli head coach di colore rappresentavano il 48% del totale, lo scorso anno la percentuale era crollata al 23%. In questa stagione, però, ha conosciuto un’inattesa quanto sensibile progressione. Delle 30 squadre della Nba, ben 13 hanno un allenatore nero e altre due ne hanno uno "non bianco", quindi appartenente a una diversa minoranza etnica: nel complesso 15 su 30, il 50%. Degli otto posti vacanti a inizio stagione, sette sono andati ad allenatori afroamericani, un risultato da mettere sul conto, almeno in parte, della Coaching Equality Initiative, un programma promosso dalla Lega e dall’associazione degli allenatori per sviluppare nuovi tecnici e assicurare la visibilità, in caso di posizioni aperte, ai candidati qualificati. È stata sviluppata anche una app, a beneficio dei dirigenti delle varie franchigie, sulla quale è possibile trovare i profili di oltre 300 allenatori.
Ciò nonostante la strada verso una panchina della Nba, per un coach di colore, rimane lunga. Ne è un esempio Jamahl Mosley, attuale responsabile degli Orlando Magic. Dopo aver svolto la sua carriera da giocatore quasi tutta all’estero (Australia, Spagna, Finlandia e Corea del Sud), per 16 anni è rimasto in seno a tre coaching staff della Nba, senza mai riuscire, nonostante sette "interviste", a trovare un ingaggio da capo allenatore, almeno fino all’estate 2021, quando le sue qualità hanno convinto i dirigenti dei Magic.
Non sempre, però, il processo di scelta appare limpido e rispettoso dei diritti delle minoranze. Qualche polemica, ad esempio, l’aveva suscitata lo scorso anno l’ingaggio da parte dei Minnesota Timberwolves di Chris Finch, in sostituzione dell’esonerato Ryan Saunders. L’annuncio era giunto lo stesso giorno del licenziamento e, contrariamente a quanto solitamente avviene in occasione di cambi in corso di stagione, non era stata presa in considerazione la possibile candidatura di David Vanterpool, assistente di colore di Saunders.
Nella Nba, pur con qualche inciampo, negli ultimi anni le opportunità di lavoro per allenatori appartenenti a minoranze etniche sono sensibilmente aumentate. La Nfl, per contro, non può dire altrettanto. Dopo aver offerto un posto da capo allenatore a Fritz Pollard nel secondo anno di esistenza della Lega, nata il 17 settembre 1920 a Canton (Ohio), la Nfl ha emarginato dalle sideline gli head coach di colore. Considerato ancora negli anni Cinquanta e Sessanta uno sport per soli bianchi (il primo nero a vincere l’Heisman Trophy della Ncaa, premio per il miglior giocatore universitario, fu Ernie Davis nel 1961), il football ha conosciuto pochissimi allenatori afroamericani. Nella storia ultracentenaria della Lega se ne contano 24 su un totale di 511 (il 4,7%) e per trovare il successore di Pollard occorre scorrere l’annuario fino al 1998, quando i Los Angeles Raiders affidarono la squadra ad Art Shell. In tutto ciò non è difficile scorgere tracce di possibile razzismo in uno sport da sempre considerato bianco, conservatore e sudista. Tanto è vero che per decenni gli afroamericani non sono stati considerati sufficientemente intelligenti per ricoprire lo strategico ruolo di quarterback. Negli ultimi anni la situazione è migliorata, ciò nonostante nel 2021 solo 19 dei 62 Qb scesi in campo erano "non bianchi", 18 neri e un hawaiano, in uno sport nel quale oltre il 70% dei giocatori è afroamericano. A livello di capi allenatore, come detto, la situazione è ben peggiore: lo scorso anno erano soltanto 4 su 32 (12,5%) e altrettanti saranno nella prossima stagione (Lovie Smith a Houston, Mike McDaniel a Miami, Todd Bowles a Tampa Bay e Mike Tomlin a Pittsburgh), ai quali vanno però aggiunti altri due "non bianchi" (l’ispanico Ron Rivera a Washington e a New York, sponda Jets, Robert Saleh, di origine libanese).
Il tentativo di invertire la rotta è in atto già dall’inizio degli anni Duemila. Nel 2005, infatti, è entrata in vigore la Rooney Rule, una norma che obbliga le franchigie a prendere in considerazione almeno un esponente di una minoranza etnica per ogni posto da capo allenatore vacante (dal 2009 la regola si estende pure al posto di general manager). A partire dal 2022, le squadre saranno obbligate ad annoverare nel coaching staff d’attacco almeno un allenatore proveniente da una minoranza etnica, oppure una donna (nel 2021 erano 12), mentre dal 2020 i colloqui per il posto di allenatore devono essere due (uno per i ruoli di coordinatore dell’attacco e della difesa). Nel tentativo di incentivare lo sviluppo di allenatori afroamericani (o ispanici), la Nfl, la quale all’inizio premiava con scelte supplementari al draft le società virtuose, a partire da quest’anno ha cambiato strategia e, con scelte al terzo giro del draft, ricompensa chi ha visto un membro del coaching staff partire per assumere il ruolo di capo allenatore o general manager in un’altra franchigia.
Come nel caso della Nba, però, non tutto funziona a puntino. È di questa primavera, infatti, la causa intentata da Brian Flores contro la Nfl, i New York Giants e i Denver Broncos: l’accusa è di razzismo. I fatti: esonerato da Miami dopo tre stagioni (le ultime due con un record vincente), coach Flo, di origine honduregna, come previsto dalla Rooney Rule ha avuto regolari colloqui con Giants e Broncos per il posto di capo allenatore. Prima dell’incontro tra Flores e i dirigenti newyorchesi, però, Bill Belichick, storico capo allenatore di New England, ha avuto la brillante idea di spedire a Brian Daboll (altro candidato alla panchina dei Giants) un messaggio di felicitazioni per l’avvenuto ingaggio: peccato che sul suo smartphone Belichick abbia selezionato il destinatario sbagliato, inviando l’sms non a Daboll bensì a Flores. Il quale si è reso conto che la decisione era già stata presa e che il futuro colloquio sarebbe stato farlocco. Da qui la causa intentata per discriminazione razziale.
Alla luce dei quattro soli allenatori afroamericani per la stagione 2022, si può senza dubbio affermare che la Rooney Rule non ha avuto lo stesso positivo effetto della Coaching Equality Initiative della Nba. Tuttavia, lo sforzo non è da sottovalutare. Già nel primo anno dopo l’entrata in vigore della norma, la percentuale di head coach di colore era passata dal 6% al 22% e in generale, la presenza delle minoranze etniche è aumentata in altre posizioni del coaching staff (ogni squadra conta mediamente una trentina di allenatori). Segnali positivi, dunque, se ne sono visti, come dimostra il fatto che la Ncaa, l’organo che gestisce lo sport a livello universitario, sta seriamente pensando di adottare la Rooney Rule. A livello di college, infatti, il numero di head coach afroamericani raggiunge appena il 6 per cento.
Nelson Mandela aveva intitolato la sua autobiografia "Lungo cammino verso la libertà". Come lungo rimane il cammino verso la piena integrazione della minoranza afroamericana nel tessuto sociale degli Stati Uniti. Un cammino non iniziato attraverso lo sport, ma che lo sport potrebbe contribuire a rendere un po’ meno tortuoso.