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L’anestesia è sicura oggi?
Almeno il 20% delle persone teme l’anestesia: la teme, a mio avviso, perché non la conosce. Quasi nessuno sa esattamente cosa accada sotto anestesia e la memoria popolare ancora ricorda le morti improvvise dei tempi in cui si utilizzavano farmaci quali l’etere e l’anestesia era indotta da persone che neppure avevano studiato medicina.
L’anestesia assume un’identità verso la fine del 1800 e conosce uno sviluppo senza precedenti durante la Grande Guerra: chi aveva subito ferite non trattabili veniva messo da parte con sigarette e morfina e abbandonato alla sua sorte, chi aveva possibilità di sopravvivenza veniva vestito con abiti puliti, riscaldato con bevande calde e, in compagnia dell’immancabile sigaretta e dell’amica morfina, attendeva il suo turno sul tavolo operatorio. Soldati semplici si occupavano di anestetizzare i propri compagni feriti.
L’esperienza maturata durante la guerra aveva portato a capire cosa fare per ridurre la mortalità dopo la chirurgia: bere the caldo era equiparabile ad una trasfusione per i medici di guerra dell’epoca; oggi sappiamo che non è esattamente così, ma il “riempimento volemico” (ovvero fornire liquido caldo attraverso una vena) è uno dei pilastri della risuscitazione di un malato critico operata dagli anestesisti. I soldati venivano scaldati con bottiglie piene di acqua calda, perché la perdita di grandi quantità di sangue provoca ipotermia e questa veniva egregiamente contrastata da questo semplice escamotage; ancora oggi in rianimazione oppure in sala operatoria si induce il riscaldamento del paziente attraverso coperte riscaldanti oppure attraverso infusioni calde. Ai tempi della guerra moriva circa il 90% di soldati portati sul tavolo chirurgico. A fine guerra ne moriva il 25% grazie ai rapidi progressi operati sul campo di battaglia, dove la mera osservazione di migliaia di feriti aveva portato a comprendere quei meccanismi grazie ai quali una persona sopravviveva anziché morire: mantenere la temperatura corporea, evitare che la pressione sanguigna scendesse troppo, soprattutto in coloro che avevano già perduto molto sangue, limitarne la perdita comprimendo a monte della ferita, evitare che il malato diventasse “grigio”.
L’anestesista del XX secolo somministrava i farmaci e vegliava costantemente sul paziente, fornendo ossigeno a mano (non esistevano i respiratori che oggi usiamo quotidianamente), controllando il colore della cute, palpando il polso arterioso, osservando le pupille.
Ma l’anestesia di oggi si può ritenere sicura oppure siamo ancora ai tempi della Grande guerra? Gli eventi mortali non sono frequenti, i numeri incerti: si parla di una morte su 40000 oppure su 120000. Sicuramente i rischi aumentano se il paziente di per sè è a rischio: più è grave e urgente maggiori saranno i rischi, ma perché giunge all’anestesia fortemente compromesso. Chi fuma, chi è obeso, chi ha patologie croniche risulta essere intrinsecamente più a rischio di un ragazzo giovane e sano. Peraltro, nonostante molti temano l’anestesia, quasi nessuno teme che l’equipe di anestesia non sia adeguatamente preparata, perché oggi tutti sanno che si tratta di personale medico e infermieristico altamente qualificato.
Quali paure hanno, dunque, le persone? Molti non temono per nulla l’anestesia, soprattutto chi ha già sperimentato il suo sonno morfinico; altri (circa un 20%) temono soprattutto la disabilità neurologica dopo un’anestesia spinale o peridurale; alcuni temono di non svegliarsi più. Mi ha sempre affascinato il fatto che pochi esprimano la paura per l’intervento e non temano di rimanere danneggiati per opera del chirurgo che, per definizione, utilizza un bisturi per svolgere il suo mestiere.
A volte, anche quando tutto sembra vada male, la storia finisce bene. Ricordo quando un uomo di circa 60 anni ebbe dolore alla schiena, come una pugnalata tra le scapole, mentre si trovava a sciare sulle Alpi; l’elicottero lo portò al nostro centro e, dopo un veloce passaggio al pronto soccorso e dopo aver confermato la diagnosi di dissezione aortica, il signore giunse direttamente in sala operatoria. Raccolsi un consenso verbale all’anestesia vista l’urgenza di iniziare l’intervento senza neanche un minuto di ritardo, così, nel spostarlo da un lettino all’altro, spiegai al signore che il rischio di avere complicazioni importanti e la mortalità erano altissime; mi chiese quindi se era possibile che non si svegliasse più e che potesse morire sul tavolo operatorio e, pur dicendo che avremmo fatto il possibile e che era giunto in tempo al posto giusto, non potei negare quest’evenienza. Il signore, abbronzato dal sole di montagna, mi fece elegantemente un dito medio e mi mandò proprio a quel paese. Appena posato sul lettino operatorio andò in arresto cardiaco. Praticando il massaggio cardiaco lo intubai mentre il cardiochirurgo procedette rapidamente ad aprire il torace ed iniziare la circolazione extracorporea (che serve a far circolare il sangue quando il cuore è fermo o funziona poco). Mesi dopo un signore mi salutò con allegria per i corridoi dell’ospedale: “buongiorno dottoressa”, io risposi di non sapere chi fosse e lui: “lei non ricorda chi sono io ma io so bene chi è lei; mesi fa mi salvò la vita e io le feci il dito medio”. Molti pazienti finiscono nell’oblio delle cose dimenticate da noi anestesisti, ma alcuni restano vivi e impressi fermamente in noi, senza avere un nome, a distanza di anni.