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La festa del Primo d’agosto ci dà l’occasione per riflettere sulla vitalità della nostra civiltà. Come ogni "costruzione" umana, anche le civiltà corrono il rischio di finire nei libri o (peggio) nella pattumiera della storia. Il processo, quando si innesca, è irreversibile: l’impero Austro-ungarico, scomparso poco più di cento anni fa, ci sembra altrettanto lontano e impalpabile dell’Antica Grecia. Quando entro in una chiesa, talvolta mi chiedo se i miei pronipoti ci entreranno da credenti oppure se avranno l’atteggiamento di chi oggi visita il tempio di Luxor. Lo storico inglese Arnold Toynbee (1889-1975) scrisse che "le civiltà muoiono per suicidio, non per assassinio".
Il giudizio andrebbe probabilmente sfumato, ma penso sia perfettamente valido per la civiltà occidentale. La nostra civiltà – almeno rispetto a tante altre – è ricca, scientificamente avanzata, politicamente stabile, pacifica, militarmente attrezzata. Nulla sembra poterci minacciare e dovremmo essere entusiasti di progredire e migliorare in ogni ambito: diffondere benessere, debellare malattie, scoprire fonti energetiche pulite, esplorare l’universo ecc. Eppure, spesso si "respira" un’aria di stanchezza, di noia, di rassegnazione. Ogni tanto ci sono degli eventi che sembrano coinvolgere e mobilitare la società, ma nel giro di qualche settimana prevale rapidamente l’indifferenza. Per esempio, la guerra in Ucraina, appena tre o quattro mesi fa, era raccontata dai media in ogni dettaglio ed era generalmente rappresentata come uno scontro epico in cui erano in gioco i valori occidentali. Oggi, la maggior parte dei media riporta solo saltuari aggiornamenti, generalmente riferiti ad aspetti più "pratici" e "nostrano-centrici" come le forniture di gas per l’autunno-inverno.
Talvolta ho l’impressione che il nostro atteggiamento verso il presente sia riassumibile da questa frase di Romano Bertola: "I cavalieri antichi, per amore di una damigella, erano disposti a uccidere un drago. Io al massimo potrei tirare un calcio a un tacchino, ma per quella tizia dovrei aver perso la testa". Come in ogni ambito umano è normale che, quando si ha la sensazione di essere "arrivati", subentri un certo rilassamento e venga meno il "fuoco sacro". Non c’è quindi da scandalizzarsi se a molte persone non viene la pelle d’oca quando ascoltano il Salmo svizzero, oppure se certe istituzioni o tradizioni svizzere non entusiasmano più come una volta.
Bisogna però essere consapevoli che una civiltà non può sopravvivere senza un minimo di convinzione collettiva ed è quindi necessario un certo "esercizio" nel praticare i nostri valori e le nostre tradizioni. Come ha scritto il filosofo francese Pascal "l’abitudine – senza violenza, senza artificio, senza argomentazione – ci fa credere le cose e inclina tutte le nostre facoltà a questa credenza in modo che la nostra anima vi cada naturalmente". In questo senso, il Primo d’agosto deve essere un’opportunità di "ricaricare" la nostra fiducia nei valori essenziali (e non scontati) della nostra civiltà: libertà, solidarietà, democrazia, federalismo, neutralità, apertura al mondo. Soprattutto se ci guardiamo attorno, è facile rendersi conto di come valga davvero la pena impegnarsi (almeno un po’!) per preservare il modello svizzero. Lunga vita alla Svizzera!