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25 aprile 2014 – Opinione Liberale
La macchina idraulica di Phillips e l’etica di Meade.
Se andate al Science Museum a Londra potete vedere la macchina creata nel 1949 da Bill Phillips (ingegnere e economista neozelandese). Sembra quasi un giocattolo: tubi trasparenti, luci, serbatoi, valvole e l’acqua di diversi colori che scorre da una parte all’altra. Questo marchingegno è una rappresentazione idraulica di come funziona un sistema economico. L’acqua del reddito scorre e si divide poi fra consumo e risparmio, secondo percentuali che possono essere regolate da una valvola; il risparmio fluisce nell’investimento, quello che si domanda per consumi o investimenti attiva la produzione di quei beni, la produzione genera redditi per i lavoratori e profitti per il capitale, redditi e profitti vengono spesi, e il cerchio si chiude. Prima di chiudersi, però, ci sono altre complicazioni che Phillips inserì nel suo macchinario: una parte del reddito va alle tasse, le tasse finanziano le spese pubbliche. E poi l’investimento è sensibile a un’altra valvola che rappresenta il costo del capitale, cioè il tasso di interesse. Infine una parte della spesa va all’estero, per pagare le importazioni, e una parte della produzione passa la frontiera (esportazioni). Se l’import è superiore all’export, il flusso dell’acqua non è più sufficiente a riempire il serbatoio principale e la crescita si interrompe. L’apparecchio mirava a evidenziare l’importanza di trovare sempre il punto di equilibrio del sistema economico. Questa macchina portò James Meade, premio Nobel per l’economia nel 1977 a scrivere il suo libro più famoso “Agathotopia”. Meade è stato definito un economista bilanciato, con un cuore caldo a Sinistra, una mano addestrata a Destra e una testa lucida e realistica al Centro. Indignato dall’alta disoccupazione dell’Inghilterra degli anni della Grande Depressione – spesso rievocati anche dopo la crisi finanziaria del 2007 – si impegnò per trovare le politiche giuste per riportare il pieno impiego. Auspicò un’alleanza tra capitale e lavoro, spiegando i sui parametri forse difficili da raggiungere ma coi piedi ben piantati per terra: l’economia della compartecipazione in cui i salari dei lavoratori avrebbero dovuto essere pagati in parte con azioni della società per la quale lavorano e il “dividendo sociale” che garantisce a tutti un reddito che possa permettere l’assunzione del rischio imprenditoriale. Egli era a favore della libertà degli scambi e contro il protezionismo. Meade fu un economista etico: non vedeva l’economia come una scienza neutrale ai valori. Quali insegnamenti possiamo trarre comunque da questo illustre economista? (1) I salari minimi generalizzati a qualsiasi settore economico, quindi indipendenti dalla realtà economico finanziaria della singola azienda per cui si lavora, non sono una soluzione al problema della disoccupazione. Anzi! (2) Meade suggerisce che le dispute salariali devono essere risolte in modo da non far perdere posti di lavoro e possibilmente nel senso di mantenere quelli esistenti o crearne di nuovi. Orbene, anche qui, le iniziative sui salari minimi abbiamo visto che arrischiano piuttosto di far perdere impieghi e comunque non apportano nulla alla risoluzione del problema dei disoccupati ticinesi, anzi arrischiano di favorire ancor più i frontalieri! Attualmente i disoccupati ticinesi sono 7’261 (media annua 2013). Quand’anche venissero interamente riassorbiti, come sperano taluni grazie ai salari minimi (ciò che non è per nulla garantito), resterebbero comunque almeno 52’000 impiegati frontalieri – di cui la nostra economia ha bisogno – che si vedrebbero garantiti pure loro salari da 4’000 franchi! La concertazione tramite partner sociali e contratti collettivi di lavoro sono la via unica percorribile.
Matteo Quadranti, deputato PLR