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A dieci anni dall'entrata in vigore della libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l'Unione europea, non vi è stata alcuna erosione dei bassi salari. Sulla base di un nuovo rapporto, la Segreteria di Stato dell'economia (SECO) ha confermato la propria analisi, nonostante le critiche dei sindacati e di vari partiti.
Sebbene le imprese abbiamo "approfittato notevolmente" della possibilità di reclutare mano d'opera europea, "le conseguenze negative per i lavoratori indigeni restano relativamente contenute", sostiene la SECO. Questo risultato è dovuto "al buon livello della formazione dei giovani, ai contratti collettivi di lavoro e alle misure accompagnatorie", ha spiegato oggi alla stampa il capo della Direzione del lavoro della SECO, Serge Gaillard.
Da 10 anni, l'immigrazione netta proveniente dagli Stati dell'UE/AELS è stata di 370'000 persone. In questo lasso di tempo, in Svizzera sono stati creati 500'000 posti di lavoro. Inoltre, il tasso occupazionale degli Svizzeri tra i 25 e i 64 anni è aumentato, salendo dall'82,5% nel 2003 all'84,6% nel 2011, ha precisato la direttrice della SECO, Marie-Gabrielle Ineichen.
Con la libera circolazione, l'immigrazione in provenienza dall'UE "si basa maggiormente sulla domanda di mano d'opera delle imprese", ha proseguito Serge Gaillard. Così, durante la crisi del 2009, essa è notevolmente diminuita, per stabilizzarsi nel 2010 e per riprendere nel 2011, seguendo l'evoluzione congiunturale.
Se le misure accompagnatorie hanno nel complesso permesso di evitare abusi, esse contemplano ancora qualche lacuna, ha ammesso Gaillard. Egli ha ricordato che la settimana prossima, il parlamento esaminerà provvedimenti che consentono alle autorità di lottare meglio contro i fenomeni d'indipendenza fittizia o di subappalto a catena.
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