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Seppure ancora fragile, la Corte penale internazionale inizia le sue attività il 1° luglio 2002. La Svizzera figura tra i paesi promotori e fondatori.
Da lunedì, la comunità internazionale dispone finalmente di uno strumento fondamentale per punire i crimini contro l'umanità, atrocità perpetrate durante le guerre e i genocidi. Fondata in seguito al trattato di Roma del 1998, la Corte penale internazionale (CPI) entra in funzione dal 1° luglio nella sua sede provvisoria, in un grattacielo alla periferia dell'Aja, in Olanda.
"La CPI rappresenta un passo decisivo per lottare contro l'impunità di dittatori e massacratori che commettono crimini in nome della ragione di Stato e si rifugiano dietro le barriere nazionali" osserva Dominique Raymond, consigliere personale di Carla del Ponte, la procuratrice dei tribunali internazionali istituiti per l'ex-Jugoslavia e il Ruanda.
Principio di sussidiarietà
Il tribunale non esiste ancora completamente: inizierà a funzionare normalmente solo nella seconda metà del 2003. Per il momento sarà composta da un gruppo di esperti internazionali che daranno avvio ai primi lavori per organizzare le attività future.
In settembre, i 74 paesi aderenti alla Cpi (se ne aggiungeranno sicuramente altri) adotteranno tra l'altro il bilancio. Nel gennaio del 2003, saranno nominati i giudici, il presidente e il procuratore capo.
La Cpi non si occuperà evidentemente di ogni singolo caso di violazioni gravi dei diritti umani. In base al principio della sussidiarietà, interverrà quando le corti nazionali non saranno state in grado o non avranno voluto assumere le loro competenze.
Una nascita difficile
La nascita della Cpi, sostenuta soprattutto dai paesi europei, tra cui la Svizzera, fa seguito ad un lungo e difficile processo politico e diplomatico. A lungo si è temuto di non raggiungere le sessanta ratifiche nazionali, il numero necessario per dare vita alla Corte.
Molti Stati hanno esitato a rinunciare ad una fetta di sovranità nazionale. Nell'aprile scorso la sbarra delle sessanta ratifiche è stata finalmente superata, fino a raggiungere il totale attuale di 74 adesioni.
La Corte nasce però con molte fragilità. Dopo aver firmato con Bill Clinton il trattato di Roma, il nuovo governo americano di George Bush ha deciso di ritirare la firma e anzi di combattere la nuova giurisdizione.
Gli Stati Uniti hanno posto il veto al rinnovo del mandato della Sfor in Bosnia, suscitando il rammarico del presidente di turno dell'Unione europea, il ministro degli esteri danese, Per Stig Moller, ma hanno promesso di risolvere la vertenza nei prossimi tre giorni.
Anche Russia e Cina finora non hanno aderito alla Cpi, come tanti altri paesi importanti tra cui l'India, il Pakistan, la Turchia, Israele e la maggior parte delle nazioni africane e mediorientali.
La delusione della Svizzera
La missione permanente svizzera all'ONU si dice stupefatta dal veto posto dagli Stati Uniti al rinnovo del mandato ONU in Bosnia. E' una maniera - ha affermato il suo consigliere diplomatico Valentin Zellwegger, di indebolire la Corte penale internazionale.
L'opposizione americana è di "natura ideologica", ha detto Zellweger, secondo cui la volontà degli USA è di andare il più lontano possibile in questa opposizione. Egli ha tuttavia commentato che in questo modo gli USA si stanno isolando. La loro reazione - secondo Zellweger - è incomprensibile, tanto più che i soldati americani presenti in Bosnia dipendono dal Tribunale penale internazionale per l' ex Jugoslavia (TPI).
Da parte sua il consigliere federale Joseph Deiss, raggiunto a Mosca dove è in visita, ha detto che il ritiro dei soldati Usa dalla Bosnia contribuirebbe un pericolo per l'instabilità nella regione. Il Trattato di Roma (testo istitutivo della Corte penale) non deve essere svuotato del suo contenuto, secondo Deiss.
La speranza della Bosnia
Il governo bosniaco auspica invece che "prevalga il buon senso" e che il Consiglio di sicurezza proroghi la missione della Polizia internazionale dell'Onu in Bosnia (Iptf) per altri sei mesi, per assicurare il passaggio del suo mandato al corpo di polizia europeo che dal 1 gennaio si occuperà della ristrutturazione della polizia locale.
La mancanza dell'Iptf creerebbe un "vuoto" di sei mesi, proprio ora che la Bosnia "si sta avviando verso una gestione autosostenibile", ha detto il portavoce del ministero degli esteri Amer Kapetanovic, aggiungendo che per superare questo periodo la Bosnia non dispone di risorse finanziarie e umane.
"Ci sono allo studio diverse varianti per la continuazione della missione dell'Iptf" - ha annunciato l'ambasciatore bosniaco all'Onu Mirza Kusljugic, ed ha aggiunto che la cosa più importante è che l'attuale crisi non si rifletta sul mandato della Forza di stabilizzazione a guida Nato (Sfor).
Riferendosi alla Forza di pace Nato, anche l'ambasciatore statunitense a Sarajevo, Clifford Bond, aveva dichiarato che "le truppe Usa resteranno in Bosnia" nel quadro della Sfor, le cui regole d'ingaggio si basano sull'accordo di pace di Dayton.
swissinfo e agenzie