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Eletto in governo nel 1995, l'ex sessantottino Moritz Leuenberger aveva portato un vento nuovo all'interno del governo svizzero. Chiamato a guidare per 15 anni un dipartimento federale sempe più complesso, il ministro dimissionario lascerà un bilancio in chiaroscuro.
Nato a Bienne nel 1946, Leuenberger ha alle spalle una lunga carriera politica che lo ha visto, già molto giovane, ricoprire la carica di consigliere nazionale (deputato alla camera bassa) e occupare un seggio nel consiglio di Stato zurighese, il governo cantonale.
Decano di Palazzo per anzianità di servizio, il ministro socialista è stato presidente della Confederazione a due riprese, nel 2001 e nel 2006. Abile oratore, nove anni fa si era distinto per la sua capacità di gestire con compassione e fermezza la valanga di catastrofi che aveva colpito il paese.
A partire dalla strage di Zugo, quando un folle aveva aperto il fuoco nella sala del Parlamento cantonale uccidendo 14 persone, al grounding di Swissair fino all'incidente nel tunnel autostradale del San Gottardo, costato la vita a 11 persone. Senza contare le conseguenze a livello internazionale dell'attentato terroristico dell'11 settembre negli Stati Uniti.
A difesa del servizio pubblico
Subentrato al dimissionario Otto Stich, nei primi anni di governo l'avvocato zurighese è stato chiamato a rivedere la strategia del suo dipartimento, integrando nelle sue competenze, legate alle infrastrutture tecniche, anche il settore ambientale.
Leuenberger ha dunque trascorso 15 anni alla guida di un dipartimento piuttosto complesso, caratterizzato da dossier controversi come quelli dei trasporti, dell'aviazione civile, della liberalizzazione del servizio pubblico, della protezione del clima o dell'energia atomica.
Un compito che ha svolto con costanza e determinazione, ma che non sempre ha dato i frutti sperati. Il ministro socialista ha dovuto far fronte alle pressioni del mondo economico, favorevole a una liberalizzazione più rapida nel settore dell'energia, della posta, delle telecomunicazioni o delle ferrovie, limitandosi così a lottare per un cambiamento più graduale del servizio pubblico.
Alle ex regie federali, Leuenberger lascia dunque in eredità un'apertura progressiva del mercato. Un'apertura insufficiente secondo la maggioranza borghese in Parlamento, ma ritenuta sconsiderata e pericolosa dai membri del suo stesso partito.
Tra i dossier più tormentati non bisogna poi dimenticare il progetto di trasferimento del traffico su rotaia. Il successo dell'apertura della galleria del Loetschberg nel 2008, è stato infatti adombrato dall'impennata dei costi delle Nuove trasversali ferroviarie alpine (NTFA) e dai continui ritardi nella sua realizzazione.
Una voce tra due fuochi
L'ingresso di un ex sessantottino in Consiglio federale aveva portato un vento nuovo tra i colleghi di Governo. Leuenberger rappresentava una Svizzera più urbana, aperta, dinamica e attenta alle rivendicazioni ambientaliste.
Vero e proprio paladino del Partito socialista, soprattutto dopo la partenza della ministra Ruth Dreifuss, negli ultimi anni ha però dovuto sopportare attacchi sempre più duri non solo dalle forze di destra ma anche dai suoi stessi colleghi.
Entrambi i fronti gli rimproverano una certa apatia nell'affrontare i dossier, quasi preferisse reagire piuttosto che agire. Si è imposta così l'immagine di un politico troppo stanco per difendere con accanimento i progetti in cantiere, per presentare nuove idee in settori di sua competenza, come quello delle energie rinnovabili.
Nonostante i successi ottenuti in campo ambientale, ad esempio con l'introduzione della tassa sul CO2, Leuenberger è accusato dal fronte rosso-verde di non avere la volontà politica necessaria per contrastare i cambiamenti climatici e tener testa alle numerose lobby del settore.
Oratore di successo
Un bilancio in chiaroscuro dunque per Moritz Leuenberger, anche se parte dei suoi fallimenti sono dovuti proprio all'ostruzionismo di un parlamento spesso reticente ad accettare le sue proposte, soprattutto in campo energetico e ambientale.
Dotato di ironia e umorismo, nonostante l'apparente ritrosia, negli ultimi anni Leuenberger ha cercato di rafforzare il contatto con la gente aprendo perfino un blog su internet. Se il suo rapporto con il mondo politico e giornalistico è sempre stato piuttosto difficile, il rappresentante socialista è riuscito almeno in parte a conquistare le simpatie popolari.
E se nessuno è profeta in patria, Leuenberger potrà sempre contare sulle onorificenze ottenute all'estero. Nel 2001 ha infatti ricevuto una laurea honoris causa dell'università di Udine per i suoi contributi a favore di una politica innovatrice dei trasporti in Europa. Nel 2003 è inoltre diventato il primo svizzero ad essere insignito del premio Cicero per il miglior discorso politico tenuto nell'area germanofona.
Stefania Summermatter, swissinfo.ch
Biografia
Moritz Leuenberger è orginario di Rohrbach (Berna). È nato a Bienne nel 1946. Suo padre era un pastore protestante.
Ha cominciato ad interessarsi di politica sull'onda del '68, mentre studiava diritto all'università di Zurigo.
A 26 anni è diventato presidente della sezione zurighese del Partito socialista.
1974-1983: consigliere comunale di Zurigo.
1979: elezione a consigliere nazionale.
1991-1995: governo cantonale di Zurigo, responsabile del Dipartimento degli interni e della giustizia
1995-2010: Consiglio federale.
Capo del dipartimento federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni, Moritz Leuenberger ha rivestito anche la carica di presidente della Confederazione nel 2001 e nel 2006.
Contesto
Dal 1848, il governo della Confederazione elvetica è denominato Consiglio federale.
Composto da sette membri, è eletto o riconfermato dalle due camere del parlamento, riunite in Assemblea federale.
Il parlamento non può destituire i membri del governo, così come il Consiglio federale non può sciogliere le camere.
Ogni consigliere federale è a capo di un dipartimento. Diversamente da quanto succede per i ministeri di altri paesi, i dipartimenti federali si occupano contemporaneamente di più settori.
Ogni anno, uno dei sette membri del governo è nominato presidente della Confederazione, una carica rappresentativa e che non comporta competenze o poteri particolari.