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Il concerto del 21 ottobre al LAC ha fatto ascoltare «La Valse» di Ravel e «Le sacre du printemps» di Stravinskij eseguiti dall’Orchestra della Svizzera italiana e dall’Orchestra del Conservatorio della Svizzera italiana sotto la direzione di Markus Poschner.
Nella «Valse» la rievocazione dei valzer viennesi viene concepita come un mezzo per cercare di distogliere il pensiero dalla realtà ostica e cattiva che ci circonda. È questo, a mio parere, il senso della composizione. Così, dopo un inizio strisciante e oscuro, emergono a poco a poco, prima vagamente in lontananza, poi più chiaramente presenti, motivi che ricordano, secondo le parole del compositore medesimo, un «palazzo imperiale del 1855 circa». I riferimenti aumentano via via e si rafforzano, arricchiti da un lussureggiante sfavillio di colori. Ma un che di fosco e sinistro sovrasta tutta la composizione. In seguito, i toni diventano affannosi, l’orchestra si scuote rabbiosamente fino alla drastica conclusione, che con una inesorabile perentorietà sancisce il fallimento dell’uomo nel tentativo di abbattere gli incubi.
«La Valse» era stata chiesta da Djagilev, il più illustre impresario della storia della danza, ma questi rifiutò la partitura sottoposta da Ravel giudicandola inadeguata per un balletto. Non si può dargli torto. La composizione trovò invece una collocazione più confacente nei concerti sinfonici e in quella sede conseguì ampi successi.
Anche «Le sacre du printemps» di Stravinskij ebbe problemi sulle scene e bisognò aspettare fino al 1957 per avere, con Mary Wigman, un allestimento veramente in sintonia con la musica. Alla prima assoluta, il 29 maggio 1913, le cose andarono molto male: il compositore disse in seguito che non era in grado di esprimere un parere sull’esecuzione musicale avendo abbandonato il teatro subito dopo l’inizio, disgustato dalle risate e dagli scherni del pubblico. I commenti della stampa furono quasi unanimemente negativi. Ci fu chi parlò di «Massacre du printemps». Un critico trovò che nella musica c’era una ricerca continua del bizzarro. Un altro deplorò la cacofonia e la poetica urlante. Oggi non si è d’accordo con questi giudizi e nella rudezza preistorica lamentata da un commentatore noi vediamo invece la manifestazione di una forza primitiva trascinante. I ritmi incalzanti e violenti, i volumi sonori portati all’estremo e i colori abbaglianti sono gli elementi che assurgono questa composizione al livello di capolavoro.
L’esecuzione ascoltata a Lugano il 21 ottobre è venuta onorevolmente a capo della partitura sotto ogni aspetto: precisione, lucidità e compattezza non sono mai mancate. È stato un atto di coraggio presentare un lavoro riservato di regola a grandi orchestre di fama mondiale mediante un complesso costituito unendo l’Orchestra della Svizzera italiana e l’Orchestra del Conservatorio, composta ovviamente di strumentisti giovani. In ogni caso l’atto di coraggio ha prodotto risultati ammirevoli, grazie alla perizia e alle capacità interpretative del Poschner, come pure grazie all’impegno e alla disciplina di ogni singolo musicista. Sicuramente ha rappresentato un successo di grande portata essere riusciti a offrire una lettura più che decorosa di un capolavoro musicale a grande dimensione attingendo solo a forze locali. Un caldo elogio merita anche l’esecuzione, in apertura della serata, della «Valse» di Ravel, altra partitura di respiro ampio e non facile interpretazione. Vivissimi gli applausi.
Lisette Oropesa a Parma
Quest’anno non sono andato a vedere opere date nel quadro del Festival Verdi di Parma perché il cartellone offriva solo il «Simon Boccanegra» in forma di concerto (penso che un melodramma senza la parte visiva sia monco) e «Un ballo in maschera» con una regia su progetto di Graham Vick (trovo che gli allestimenti del Vick guastino irrimediabilmente gli spettacoli, anche in presenza di una compagnia di canto assai valida). Mi sono rifatto però assistendo al concerto «In salotto con Verdi» con la soprano Lisette Oropesa, accompagnata al pianoforte da Francesco Izzo. Questa rassegna di pezzi appartenenti a un genere oggi quasi dimenticato mi ha convinto che il termine «salotto» sia improprio in quanto fortemente riduttivo. Fa pensare a qualcosa di frivolo, superficiale, scritto per accarezzare le orecchie di un pubblico poco qualificato e conseguire in tal modo un successo mondano. Invece, le arie ascoltate a Parma hanno messo in luce un impegno dei compositori e un livello dei risultati degni di rispetto. La concitazione dei due brani di Mercadante, la drammaticità di «È la vita un mar d’affanni» di Verdi, la bellezza melodica dei pezzi di Bellini sono alcuni esempi tra i tanti che si potrebbero menzionare. A Parma poi c’era un motivo di interesse in più. La soprano statunitense di origine cubana Lisette Oropesa si è rivelata una cantante in possesso di risorse molto considerevoli. La voce si fa sentire senza problemi anche nell’ottava bassa, è solida al centro, splendente e vibrante negli acuti, sicura e penetrante nei sovracuti. Ci troviamo di fronte a una vera soprano drammatica. Due altre qualità siano ancora messe in risalto: la vastissima gamma di colori e sfumature che sa produrre con la voce e il dominio perfetto della respirazione, grazie al quale può svolgere i fraseggi senza frequenti prese di fiato e senza sforzo. Notevoli sono poi le capacità interpretative, che le hanno permesso di impadronirsi in modo inappuntabile dello stile verdiano. Ottima la dizione italiana. I consensi del pubblico sono aumentati via via nel corso della serata fino a raggiungere «temperature» assai alte. Quando poi, come ultimo numero fuori programma, l’Oropesa ha attaccato la scena finale del primo atto della «Traviata», sono bastate le due parole «È strano» per scatenare un’ondata di applausi. Un po’ come succede a Vienna, al concerto di Capodanno, quando l’orchestra accenna al motivo del Danubio blu: però là si tratta di una pigra consuetudine, qui di una reazione completamente spontanea. Come spontanea è stata l’iniziativa di una persona del pubblico che, sorprendendo tutti, compresa la cantante e il pianista, ha eseguito, con buona voce e stile impeccabile, gli interventi del tenore (solitamente sostituiti, nei concerti per soprano sola, da qualche aggiunta all’accompagnamento). Il melodramma, dicono alcuni, è in declino. Non è vero. Riesce ancora a scatenare gli animi in serate incandescenti, come il 7 ottobre a Parma.
Carlo Rezzonico