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Vorrei trattare due temi che hanno nelle conclusioni una sicura convergenza.
Il primo. Il Forum economico mondiale, nota e celebre fondazione che ha sede a Ginevra, pone la Svizzera al primo posto nella classifica mondiale per livello di competitività (su 138 paesi che rappresentano il 98 per cento del prodotto lordo mondiale). Competitività vuol dire essere concorrenti sul mercato. Essere primi nel competere con la concorrenza vuol dire saper fare meglio degli altri. Per essere competitivi bisogna però essere bravi anche in produttività. Bisogna quindi far sì che ci sia un ottimo rapporto tra la quantità di beni o servizi che produci e la quantità di fattori che utilizzi per quella produzione. I fattori sono sostanzialmente due: il capitale investito e il lavoro necessario. Si batte il chiodo soprattutto sulla quantità di ore di lavoro necessaria per ottenere un prodotto o un servizio. Più prodotto e meno quantità di lavoro dà più produttività. Anche perché il lavoro ha un costo. Meno costo del lavoro, più competitività (anche per questo si licenzia o si ristruttura). Nella citata classifica si rileva che punto forte della Svizzera è proprio l’efficacia del mercato del lavoro e, quindi, della produttività che ne deriva.
Qui si cade in un mistero svizzero. Organismi ufficiali, federali o regionali, istituti di ricerca referenziali, economisti omologati, un rapporto del Consiglio federale sulla crescita continuano a ripeterci che in Svizzera la produttività è scadente, “è sempre stata comparativamente bassa” (rapporto del Consiglio federale), che non mutando le cose la Svizzera diventerà “il paese più povero dell’Europa occidentale in 25 anni” (come ammoniva qualche tempo fa un ex-segretario di Stato per l’economia).
Mistero perché non si dà alta competitività senza produttività. Qualcosa non gira: confusione nei metodi statistici oppure a qualcuno fa comodo? Rappresentare male la produttività del lavoro può essere utile perché soffoca la pretesa da parte dei lavoratori di partecipare ai guadagni della produttività. In concreto: pretendere che i guadagni di produttività, che danno la competitività, non finiscano solo in profitti o guadagni azionari, ma anche in proporzionali aumenti salariali.
Il secondo tema porta a considerazioni che di solito si evitano. Esso consiste, in pratica, nel deprezzamento delle professioni con forte valore aggiunto sociale (esempio: salute, assistenza, educazione) rispetto a quelle che invece “fanno denaro”. Sembra complicato, ma non lo è. Basta qualche esempio che ricavo e traduco in cifre da uno studio di due economisti inglesi per rendere l’idea. Chi si occupa delle pulizie in ambiente ospedaliero (lavoro posto al basso della scala salariale) produce 13 franchi di valore sociale per ogni franco assorbito dal suo salario (8 franchi l’ora), “calcolando il solo apporto nella riduzione delle infezioni ospedaliere”. Una docente di scuola materna, calcolando l’educazione prodigata ai bambini e il tempo liberato per i genitori, rende alla società 9,53 volte in più il salario che percepisce. Ciò che si vuol dire è che bisogna vedere ogni lavoro, specie se ritenuto “minore”, al di là della sua monetarizzazione attribuitagli da un mercato solo quantitativo, e del costo assunto come unico elemento per determinare la produttività del lavoro (tanto è vero che negli ospedali per aumentare la produttività si riduce il personale mettendo a repentaglio qualità e sicurezza nelle cure).