Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01164.jsonl.gz/799

In un mondo immaginario, i partner sociali negozierebbero delle convenzioni collettive di lavoro (CCL) in modo tale che i salari possano permettere a tutti di vivere decorosamente. Ma non viviamo in un mondo immaginario. Solo il 39% dei lavoratori beneficia di un CCL basato su norme salariali. Molto spesso i datori di lavoro rifiutano di negoziare un CCL anche se poi, alla prima occasione, elogiano il partenariato sociale. La piazza finanziaria non è purtroppo immune a questa tendenza: oltre la metà dei datori di lavoro, comprese le banche cantonali, rifiutano di unirsi al nostro CCL.
Senza CCL, i salariati sono dunque soggetti alle leggi del libero mercato, le quali, come ben sappiamo, sono raramente a loro vantaggio. Il risultato è inquietante: il nostro ricco paese conta più di 300’000 working poors che, anche se lavorano a tempo pieno, vivono sotto la soglia della povertà. Molti di loro hanno una formazione professionale. Inoltre, nei settori senza CCL, il dumping salariale è quasi legale.
Il salario minimo legale è la soluzione ideale a questi problemi. Permette a ciascuno di vivere degnamente del proprio lavoro, incrementa l’attrattività della formazione professionale e limita il dumping salariale. Contrariamente a ciò che affermano i suoi detrattori, non è mai stato dimostrato che sia nocivo all’occupazione. Non nuoce neppure al partenariato sociale visto che interviene solo nei settori senza negoziato collettivo.
Jean-Christophe Schwaab, presidente della regione romanda, consigliere nazionale