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di Loris Prandi
Sul Dovere gli dedicammo una pagina intera. All'inizio degli anni '90 poteva ancora succedere che il boss di una delle scuderie principali concedesse una lunga intervista esclusiva ad un giovanissimo inviato di un piccolo quotidiano. A stupirmi ancora di più fu il modo: noi due soli, nel suo salottino elegante al piano alto del motorhome del team, vetri oscurati, in un'atmosfera totalmente rilassata. Mi raccontò di quando - cercando di evitare patatrac nel duello interno per l'iride tra Jones e Reutemann, entrambi suoi piloti - si sentì mandare a quel paese; lo fece con una sincerità che mi colpì, come - si diceva che nel business potesse essere spietato - la sua spietata autocritica. Non dava colpe ad altri che a sé stesso per l'incidente che lo aveva reso tetraplegico. Riuscì a vivere quella condizione con una forza pazzesca, vincendo addirittura altri titoli mondiali. Di quel giorno ricordo l'emozione per l'incontro con un mito della Formula 1 ma soprattutto con una persona vera.