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La legge sul trasferimento internazionale dei beni culturali ha segnato una svolta radicale. Ha trasformato l'immagine di una Confederazione crocevia del contrabbando dell'arte in quella di allieva modello nella lotta per debellarlo. Una mostra al Museo doganale svizzero illustra questo impegno.
Un lustro di applicazione ha dato... lustro alla Confederazione nella tutela del patrimonio culturale dell'umanità. Alla vernice dell'esposizione "For sale? Il trasferimento illecito di beni culturali e la dogana", il direttore dell'Ufficio federale della cultura (UFC) Jean-Frédéric Jauslin ha espresso "soddisfazione" per un "bilancio estremamente positivo" dei primi cinque anni di attuazione della Legge federale sul trasferimento internazionale dei beni culturali, in vigore dal 1° giugno 2005.
I timori di molti operatori del mercato dell'arte nella Confederazione, secondo cui l'introduzione di disposizioni rigorose per disciplinare e rendere trasparente il trasferimento di beni culturali avrebbe causato un tracollo della piazza elvetica, sono stati nettamente smentiti dai fatti, ha detto Jauslin. Non solo la legge non ha portato la piazza svizzera del commercio d'arte alla rovina, ma ne ha persino accresciuto l'attrattiva.
La Svizzera, infatti, è salita dal 5° al 4° posto nella classifica internazionale, si è rallegrato il direttore dell'UFC. Nel 2009, le importazioni di beni culturali hanno raggiunto 1,39 miliardi di franchi. Solo Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno superato la Confederazione.
Altri dati eloquenti: in questi cinque anni sono stati trattati "più di cento casi di restituzioni. È una cifra enorme rispetto al passato", ha dichiarato Jauslin a swissinfo.ch. Sono inoltre stati eseguiti oltre 400 controlli coordinati – fra Amministrazione federale delle dogane (AFD), Polizia federale (fedpol) e UFC – che hanno condotto all'avvio di 105 procedimenti penali. Nell'ambito del prestito intermuseale, sono state fornite garanzie di restituzione per circa 1'900 beni culturali provenienti da 20 stati.
Cooperazione italo-svizzera rafforzata
La Svizzera ha pure concluso accordi bilaterali che disciplinano il trasferimento di beni culturali con cinque stati: Italia, Perù, Grecia, Colombia ed Egitto. Con queste intese specifiche, la Confederazione mira a rafforzare la cooperazione e agevolare gli scambi con quei paesi che sono particolarmente colpiti dal contrabbando archeologico, ha spiegato il direttore dell'UFC.
Sulla base di tale accordo, in occasione dell'inaugurazione della mostra al Museo doganale di Cantine di Gandria, la Svizzera ha restituito all'Italia frammenti di anfore romane provenienti da fondali marini, trafugati verso la Confederazione e sequestrati dai doganieri elvetici. "È l'avvento di un nuovo giorno", ha affermato il generale Giovanni Nistri, comandante dei Carabinieri Tutela patrimonio culturale, prendendo in consegna i reperti archeologici.
"Questa restituzione ha un alto valore simbolico, perché fra Svizzera e Italia a una ottima cooperazione giudiziaria, si è ora aggiunta una collaborazione amministrativa molto forte", ha quindi spiegato Nistri a swissinfo.ch. Questo "fa capire che c'è una cooperazione tra stati che vogliono interrompere il commercio transnazionale illecito di beni culturali, che è uno dei settori in cui la criminalità organizzata trae i maggiori profitti economici", ha aggiunto il generale dei carabinieri.
Con questa lotta comune, "si toglie l'acqua da quello stagno dove nuotano i pesci del malaffare", ha proseguito. Nistri ricorda che "proprio da un sequestro avvenuto al porto franco di Ginevra nel 1995 è partita una grande attività di polizia giudiziaria in Italia, che ha portato all'incriminazione di grandi trafficanti e a processi contro altri trafficanti e curatori museali. Da quel recupero si è capito come bisognava interrompere il flusso che andava poi a terminare in grandi istituzioni museali".
Combinare prevenzione, coordinazione e repressione
Sia da parte elvetica, sia da parte italiana, comunque, non ci si fanno illusioni: il commercio illegale non potrà essere completamente sradicato. "Ci si deve rendere conto che i beni culturali sono un cibo appetibile per le organizzazioni criminali", rileva Nistri. "Ma dimostrare che la Svizzera prende le cose sul serio, ha un effetto frenante", sottolinea Jauslin.
La Confederazione affronta il problema con tre tipi di misure: informazione, cooperazione e repressione. "Il nostro obiettivo non è di mettere alla gogna chi, in buona fede, si ritrova con beni culturali di provenienza illecita, bensì di creare trasparenza e aiutare queste persone in modo che i beni siano restituiti spontaneamente ai loro proprietari. Con i veri trafficanti, invece, siamo molto rigorosi", precisa il direttore dell'UFC.
La sensibilizzazione, la collaborazione e l'approccio pragmatico hanno condotto a un vero e proprio cambiamento di mentalità, sostiene Jauslin. Da un lato, con la cooperazione fra i diversi servizi all'interno della Svizzera e con altri paesi, i doganieri sono più preparati, dispongono di maggiori strumenti per controlli mirati e sanno anche esattamente come comportarsi e a chi rivolgersi in caso di dubbio. D'altra parte, le cerchie del mercato dei beni culturali si sono convinte dell'utilità di attenersi alle regole.
Mostra di confine per un traffico senza frontiere
Un modo di operare serio che, secondo Jauslin, ha dato credibilità alla Svizzera e che è stato riconosciuto anche dall'UNESCO. Il direttore dell'UFC interpreta il brillante risultato ottenuto dalla Svizzera nell'ottobre scorso all'elezione in seno al comitato del patrimonio mondiale – il migliore dalla sua adesione – come il premio per gli sforzi elvetici.
Un lavoro che la Svizzera è determinata a proseguire. La stessa mostra al Museo doganale in riva al Ceresio è un contributo alla sensibilizzazione alla tutela dei beni culturali.
Suddivisa in due parti, l'esposizione richiama l'attenzione su un compito che i doganieri svolgono per la tutela del patrimonio dell'umanità e mette in risalto tutte le sfaccettature della problematica dei saccheggi e del commercio illegale, tramite immagini, copie di beni culturali sequestrati e informazioni. Gli spunti di riflessione sono incisivi. E il cosiddetto "Museo dei contrabbandieri", sapientemente ristrutturato lo scorso inverno, offre un quadro ideale per stimolare la meditazione.
Sonia Fenazzi, Cantine di Gandria (Lugano), swissinfo.ch
CONTESTO
La Svizzera è una delle principali piazze internazionali del commercio d'arte. L'assenza di una base legale specifica ha fatto sì che la Confederazione per anni fosse considerata un crocevia di traffici illeciti.
Nel 2003, la Svizzera compie un primo passo per colmare questa lacuna ratificando la Convenzione UNESCO del 1970 sulle misure per impedire i trasferimenti illeciti di beni culturali.
Nel 2005, pone definitivamente termine al vuoto giuridico introducendo una nuova normativa: la legge federale sul trasferimento internazionale dei beni culturali (LTBC), che consente di tradurre in pratica la Convenzione UNESCO.
La prima restituzione di un bene culturale basata direttamente sulla LTBC è avvenuta nel novembre 2007. Si tratta di un recipiente in terracotta della cultura Chancay risalente al XII secolo, restituito al Perù.
Dice la legge
La LTBC stabilisce che per tutti i beni culturali devono essere fornite informazioni sulla tipologia, sul luogo di realizzazione e di ritrovamento (beni culturali archeologici). Inoltre occorre specificare, se la loro esportazione presuppone l’autorizzazione di un paese terzo.
L’Amministrazione federale delle dogane (AFD) esegue dei controlli a campione.
Il Servizio specializzato trasferimento internazionale dei beni culturali dell'Ufficio federale della cultura (UFC) sostiene l’AFD esaminando i casi di sospetto contrabbando di beni culturali.
Nei casi in cui i sospetti risultano fondati, l'AFD sporge denuncia alle autorità penali cantonali.
Le dichiarazioni doganali false e l’importazione illecita vengono punite con pene detentive, multe o un’eventuale confisca del bene culturale.
Inoltre, mediante la garanzia di restituzione per musei e altre istituzioni culturali, la LTBC promuove il trasferimento lecito dei beni culturali. La garanzia impedisce a privati e autorità di far valere pretese giuridiche sui beni culturali finché si trovano in territorio elvetico.
LA MOSTRA
"For sale? Il contrabbando di beni culturali e la dogana" è allestita al Museo doganale a Cantine di Gandria, frazione di Lugano. Aperta dal 1° giugno 2010, potrà essere visitata quotidianamente, fino al 15 ottobre, dalle ore 13:00 alle 17:30. L'ingresso è gratuito.Fine della finestrella