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Sorvegliare il rispetto delle misure stabilite dal Consiglio federale per chi arriva in Svizzera da Paesi giudicati a rischio a causa della loro situazione epidemiologica è un compito difficile.
Secondo l'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) si può contare solo sul senso civico dei cittadini e su eventuali denunce di terzi.
Settimana scorsa il governo ha stilato una lista di 29 Stati, fra cui Svezia, Russia, Serbia e Kosovo, ma anche Usa e Brasile, considerati a rischio in relazione al coronavirus. Chi giunge nella Confederazione in provenienza da una delle nazioni presenti sull'elenco è tenuto a seguire una prassi decisa dalle autorità.
Tuttavia, ammette l'UFSP interrogato in tal proposito dall'agenzia Keystone-ATS, i controlli non sono evidenti. Garantire il rispetto delle regole da parte di tutti è complicato: non c'è alcuna garanzia che una persona si annunci spontaneamente.
Infatti, fra gli obblighi vi è quello di presentarsi alle autorità cantonali entro le 48 ore successive. In seguito, stando a un'ordinanza entrata in vigore ieri, scatta una quarantena di 10 giorni. Ma in dogana ai viaggiatori viene solo ricordato tale dovere: il diretto interessato deve unicamente assicurare verbalmente che si atterrà alle norme.
Controlli sistematici alle frontiere non sono possibili, sottolinea l'UFSP, che conta sul senso del dovere individuale nonché sull'effetto deterrente delle multe. Chi deliberatamente non rispetta la quarantena può vedersi appioppata una sanzione pecuniaria fino a 10'000 franchi.
Per l'UFSP non bisogna comunque sottovalutare il controllo sociale. Di solito infatti, anche i famigliari, la sua cerchia o il datore di lavoro sanno quando una persona è rientrata da una zona a rischio. Da Berna si spera che questo basti a evitare sgarri.