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BRASILIA - Fino alle metà di febbraio, quando l'emergenza coronavirus è diventata palese nella vicina Italia, l'epidemia di Covid-19 che stava tenendo in scacco la Cina sembrava un fenomeno lontanissimo alle nostre latitudini. Ci si limitava a cancellare voli diretti dalla Cina e a mettere in quarantena le persone che provenivano dalle aree più colpite nella speranza (poi rivelatasi vana) di contenere l'infezione.
Adesso, a distanza di nemmeno un mese, sono gli Stati Uniti a bloccare i voli dall'Europa mentre uno dopo l'altro i Paesi del Vecchio Continente hanno già adottato misure sempre più rigide per rallentare i contagi. E i Paesi del Sud del mondo? Finora tutto sommato risparmiati da questa ondata epidemica che ha proceduto da est a ovest, come si preparano all'arrivo di questa pandemia?
In America Latina «bisogna prepararsi» - Con poco meno di 600 casi di Covid-19, l'America Latina e i Caraibi si concentrano ancora principalmente sulla cancellazione di voli provenienti da aree particolarmente a rischio e sull'isolamento dei casi importati. La situazione, però, è destinata a evolvere velocemente anche qui: «I Paesi dell'America Latina e dei Caraibi sono già in una fase di risposta a casi e a "cluster" di Covid-19», ricordava solo pochi giorni fa la direttrice dell'Organizzazione Panamericana della Salute (PAHO), Carissa Etienne. «Devono essere pronti a rispondere alla situazione che stiamo vivendo oggi con casi importati, ma anche prepararsi per un domani per la possibilità di epidemie locali o persino di trasmissione nella comunità», aggiungeva.
Paese della regione con il maggior numero di contagi, il Brasile, che ne conta 69 senza ancora alcun decesso, si attende «una crescita improvvisa delle infezioni», ha previsto il ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta. Al Parlamento saranno chiesti 5 miliardi di real (quasi 1 miliardo di franchi) per preparare il sistema sanitario all'impatto e affrontare l'emergenza.
In Argentina - 19 casi e un morto, il primo in America Latina - sono stati limitati gli ingressi per le persone provenienti da Cina, Stati Uniti, Corea del Sud e dalla maggior parte dei Paesi europei.
Come riporta France 24, simili misure sono state adottate anche da Colombia (9 contagi confermati) e Perù (15). La Bolivia (2 casi positivi) chiede ai visitatori in arrivo dall'estero di mettersi in autoquarantena per due settimane. Altri Paesi hanno finora imposto restrizioni minori o si sono limitati a cancellare grandi eventi sportivi.
In Oceania circa 132 casi - Da poco uscita da una difficile stagione d'incendi, l'Australia fa i conti con una certa apprensione della popolazione rispetto al coronavirus e il premier, Scott Morrison, ha provato proprio oggi a rassicurarla in un'allocuzione alla nazione. «Stiamo prendendo il coronavirus molto seriamente», ha assicurato. «L'Australia non è immune, ma siamo ben preparati e ben equipaggiati per affrontarlo», ha aggiunto. Morrison ha quindi annunciato un pacchetto da 17,6 miliardi di dollari australiani per affrontare l'emergenza e le sue conseguenze economiche (circa 11 miliardi di franchi). Canberra impone inoltre quarantene di 14 giorni per chi arrivi da o sia stato nei 14 giorni precedenti in Cina, Corea del Sud, Iran e Italia.
La Nuova Zelanda, con soli cinque casi confermati, punta invece a trincerarsi con l'obiettivo di ritardare il più possibile l'epidemia. L'idea è quella infatti d'imporre restrizioni sui viaggi ancora più rigide di quelle già in essere: «Spesso siamo arrivati prima degli altri. Ci siamo mossi per primi per quanto riguarda il Nord Italia, la Corea del Sud e certamente l'Iran», ha ricordato oggi la prima ministra Jacinda Ardern come riporta il New Zealand Herald. «Mi aspetto di ricevere ulteriori pareri nelle prossime 24 ore per andare oltre con le restrizioni sui viaggi», ha affermato.
Africa per ora poco toccata - Con poco più di 100 contagi confermati, l'Africa risulta toccata solo marginalmente dalla pandemia, ma molti Paesi prendono misure più o meno incisive per tentare di tenere fuori il virus.
Paese più colpito con almeno 67 casi confermati, l'Egitto è diviso tra la volontà di continuare ad accogliere i turisti stranieri, così importanti per la sua economia, e limitare il rischio di propagazione del coronavirus. Tra test somministrati a intere comitive e quarantene, ha registrato il primo morto con coronavirus in Africa: un 60enne turista tedesco deceduto in un ospedale di Hurghada, sul Mar Rosso. Secondo Paese per numero di contagi è l'Algeria, con almeno 24 casi, 16 dei quali fanno parte di un'unica famiglia trovatasi infettata e messa in quarantena a seguito di una visita di un parente dalla Francia.
Per il resto, come riepiloga Africanews, il Mali (nessuna infezione) lascia aperte le frontiere, ma impone l'autoisolamento ai viaggiatori provenienti dai Paesi più a rischio, ai quali manifesta del resto la sua «solidarietà». In Senegal è stato confermato un quinto caso di Covid-19, quello di un cittadino del Paese africano rientrato in patria dall'Italia. Il virus è arrivato dalla penisola anche in Costa d'Avorio e Marocco.
Una situazione inspiegabile - Gli scienziati si stanno ancora interrogando su come sia possibile che l'Africa, un continente di oltre 1,3 miliardi di abitanti con stretti rapporti economici con la Cina, abbia ancora un numero così basso di contagi.
Come evidenziato da un recente studio della Sorbona, ciò potrebbe essere il risultato di una combinazione di fattori. Fra di essi spicca la limitata capacità di condurre test che farebbe sì che molti casi non siano individuati. Fino allo scorso gennaio, infatti, sui 54 Paesi del continente, solo il Senegal e il Sudafrica erano già in grado di eseguire test per il nuovo coronavirus. Ora sono 37, ma alcuni dispongono al momento di soli 100-200 kit, fa sapere l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).
Come ricorda al New Scientist l'infettivologo della University of Edimburgh Mark Woolhouse, però, la possibilità che il numero di contagiati venga sottostimato non è una prerogativa dell'Africa. Si riconosce che ciò possa avvenire anche nel Regno Unito ed è probabilmente quanto è accaduto in Italia all'inizio dell'epidemia. «Se da qualche parte in Africa ci fossero grandi focolai delle proporzioni di quelli in Italia o in Iran, mi aspetterei che quei decessi fossero già stati intercettati dai radar (della sanità, ndr)», sottolinea Woolhouse. D'altro canto, in un continente con un'età media più bassa di altri (meno di 20 anni contro per esempio i 32 dell'Asia) è possibile che la percentuale di casi asintomatici non indagati sia maggiore.
La bassa età della popolazione potrebbe essere anche un vantaggio per l'Africa. Potrebbe infatti garantire una percentuale di casi gravi di Covid-19 più bassa. Tuttavia, i sistemi sanitari di alcuni dei Paesi che la compongono - già precari e confrontati ad altre epidemie - potrebbero però non reggere l'onda d'urto.