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A dicembre 2018 la mia collega Ruth Oggenfuss proponeva in un brillante articolo (in tedesco) dieci riflessioni sul lavoro di sottotitolaggio. Oggi approfondiamo l’aspetto dell’estetica del sottotitolo.
I sottotitoli per il cinema rientrano a tutti gli effetti nella traduzione letteraria: perché chi traduce per il cinema traduce un’opera d’arte cinematografica che interseca piani diversi (immagini, linguaggio artistico, sonoro, dialoghi, script…) in un lavoro complesso. Inoltre il sottotitolo è paratesto, in grado di posizionarsi a metà tra il parlato e la lingua scritta e ciò richiede un passaggio ulteriore in fase di traduzione da parte del sottotitolista: il sottotitolo riassume il parlato in un testo scritto e attinge al registro colloquiale senza mai essere troppo informale (lo spettatore integra alcune informazioni e le caratteristiche del parlato, ad esempio gli intercalari, omessi quasi sempre dal sottotitolista).
Allo stesso tempo il sottotitolo, pur essendo un testo scritto, anche per i suoi attributi di brevità e di rapidità di apparizione sullo schermo non può mantenere tutte le caratteristiche della forma scritta. A conferma del fatto che i sottotitoli per il cinema rientrano a tutti gli effetti nella traduzione letteraria si noti che, come per tutte le traduzioni letterarie, il nome del sottotitolista compare alla fine dell’opera, dopo i titoli di coda.
In Svezia, presso la televisione pubblica, il nome del sottotitolista compare prima dei titoli d’inizio (e non di coda!). Anni fa ho assistito a un dibattito presso la redazione sottotitoli della televisione svizzera svt presso cui lavoravo: per un particolare lungometraggio in cui il nome del regista, niente meno che Woody Allen, non appariva nei primi fotogrammi del film, si discuteva sull’opportunità di inserire il nome del sottotitolista prima del nome del regista. Ebbene hanno scelto di inserire il nome del sottotitolista subito dopo quello del regista (ma non è stata una decisione facile!). Proprio come in qualsiasi opera letteraria tradotta in cui il nome del traduttore compare sul frontespizio.
Ma veniamo al sottotitolo vero e proprio. Premessa: il sottotitolo riporta il contenuto dei dialoghi di un film (o di altro materiale audiovisivo come video pubblicitari). Dev’essere grazioso, mai invadente; si snoda su un massimo di 37 battute (per la televisione) e 41 caratteri (per il grande schermo). Il font normalmente è Arial, colore bianco. Il lavoro del sottotitolista prevede, utilizzando un programma professionale, traduzione e spotting (posizionare il sottotitolo, stabilire su quale fotogramma debba comparire e scomparire il sottotitolo dallo schermo)
Cinque regole d’oro per affinare la tecnica
1. Unità di senso
Suddividendo il sottotitolo su due righe è bene rispettare le unità di senso.
Non così:
|Due anni fa ho|
lavorato a un progetto.
|Una finezza, il pubblico medio non nota una sbavatura così ma per gli addetti ai lavori sarebbe un pugno nell’occhio!|
Ma così:
|Due anni fa|
ho lavorato a un progetto.
2. Con la coda dell’occhio
I sottotitoli devono essere snelli, assecondare il ritmo del parlato e del montaggio. Non devono tenerci incollati allo schermo ma darci la libertà di ascoltare i dialoghi e il suono della lingua, apprezzare la regia e la fotografia, lasciarci cullare dal ritmo del film. Se entriamo in sintonia con il ritmo del film, ci lasceremo accompagnare anche dai sottotitoli. È fondamentale poterli seguire solo con la coda dell’occhio; oppure, se il dialogo offre elementi imprescindibili e non siamo in grado di seguirlo se non con l’aiuto delle didascalie, quest’ultime devono essere talmente leggere da scomparire, facendo spazio all’immagine. In questo contesto si inserisce anche l’aspetto della chiarezza e della semplicità delle scelte lessicali.
2.a. Evviva i sinonimi
I termini troppo complicati sono out. Ad esempio gli avverbi in -mente (salvo eccezioni) e i termini troppo ricercati. Non ha senso tradurre alla lettera il testo del parlato se per coglierlo lo spettatore impiega più tempo a leggerlo. Per gli esempi si rimanda al punto 5 («Citazioni colte»).
2.b. Per chi mastica il francese
Film: Le sel des larmes di Philippe Garrel, presentato alla 70a edizione della Berlinale.
In francese con sottotitoli in inglese e tedesco.
Contesto: due amici scelgono il locale per la pausa pranzo. Uno dei due propone un locale e spiega:
«Le restaurant n’est pas mal, le patron n’est pas mal.» («Il ristorante non è male, il proprietario non è male.»)
Sottotitolo in tedesco: «Der Laden ist ok, der Wirt ist ok.»
Il sottotitolista non traduce letteralmente, preferisce una soluzione breve e di immediata comprensione.
Non così: «Der Laden ist gar nicht so schlecht, der Wirt ist gar nicht so schlecht.»
Nella soluzione «Der Laden ist ok, der Wirt ist ok» il periodo è ridotto al minimo (meno sillabe, meno caratteri rispetto a una traduzione letterale) e si chiude con un laconico «ok». La scelta del sottotitolista permette al pubblico che mastica il francese di ascoltare il dialogo (esercitando le conoscenze della lingua straniera) piuttosto che leggere attentamente i sottotitoli. Se si trattasse di un film di cui lo spettatore non conosce la lingua, sottotitoli altrettanto concisi ci permetterebbero di goderci la fotografia e di assaporare la musicalità dei dialoghi (e non è poco!). Infine, nell’esempio «Der Laden ist ok, der Wirt ist ok», il sottotitolista potrebbe decidere di eliminare la seconda parte del periodo («der Wirt ist ok»), perché in fondo il senso è lo stesso, ma non lo fa per rispettare il ritmo del parlato.
3. La punteggiatura
3.a. No al punto fermo a metà frase
Meglio se il punto arriva solo a racchiudere il sottotitolo al termine dell’ultima parola.
Non così:
|Inoltre l’acqua ci culla.|
L’acqua ci porta avanti.
Ma così:
|Inoltre l’acqua ci culla,|
ci porta avanti.
|Bello! È il punto a fare la differenza!|
3.b. Rétro
Vezzosi, i due punti (:) e il punto e virgola (;) sono segni d’interpunzione assolutamente da recuperare perché un po‘ dimenticati (mai visto dei ragazzi usare i due punti [:] su WhatsApp?). Ma nei sottotitoli, ahimè, vanno evitati (meglio usarli per tradurre letteratura).
4.«A pacchetto»
Se abbiamo a disposizione due righe (dipende dal tempo di lettura a disposizione – due, tre, quattro secondi?) e in linea di massima si può distribuire l’intero periodo su un’unica riga, si preferisce distribuirla invece su due righe e compattare. Quando lavoravo presso la Redazione Sottotitoli della televisione svizzera RSI li chiamavamo in gergo «sottotitoli a pacchetto».
Non così:
|È come vedere le impronte sulla neve.|
Ma così:
|È come vedere|
le impronte sulla neve.
5. Soft cut
Un sottotitolo non dovrebbe mai scavalcare un taglio d’immagine. Se, in una sequenza rapidissima (ad esempio una scena d’inseguimento) è necessario scavalcare un soft cut con il sottotitolo, il sottotitolista farà in modo di far uscire il sottotitolo prima del soft cut successivo.
5.a. Hard cut
In particolare se l’intervallo tra l’inizio del sonoro e l’hard cut è troppo breve per permettere allo spettatore di leggere il sottotitolo, occorrerà anticipare di poco l’entrata del sottotitolo. Il risultato ha quasi un effetto artistico.
6. Citazioni colte
Desidero concludere con un esempio particolarmente eloquente che riassume tutti i punti precedenti e tratto dall’articolo sulla rivista online The Point, «To Surprise a Voice», che consiglio a chi volesse approfondire l’argomento. Si tratta del confronto fra tre differenti versioni dei sottotitoli in inglese di Nuit et brouillard (Notte e nebbia) di Alain Resnais del 1956, documentario sull’Olocausto.
La versione originale:
I sottotitoli nella traduzione commissionata nel 2003 per correggere la prima versione contenente, peraltro, alcune imprecisioni:
There are those who refused to believe,
or believed only for brief moments.
With our sincere gaze
we survey these ruins,
as if the old monster
lay crushed forever beneath the rubble.
Infine, ecco il risultato di uno studio e della rielaborazione dei precedenti sottotitoli da parte di Bernard Eisenschitz e Florence Dauman che tiene conto dei criteri di brevità e di semplificazione, anche per tenere testa al ritmo sostenuto del sonoro (per la citazione completa si rimanda all’articolo «To Surprise a Voice»):
There are those who didn’t believe,
or only from time to time.
And us, who honestly
look at these ruins,
as if the demon behind the camps
lay dead beneath the rubble.
In conclusione, consiglio sempre di scegliere sottotitoli «d’autore» di cinema d’autore. E di diffidare delle imitazioni, ad esempio tutti i film che girano in rete con sottotitoli amatoriali. Stanno al sottotitolista come Google Translate sta al traduttore.
Anna Zuliani
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