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UN'ESISTENZA CATTOLICA
Tutto è destinato a naufragare, tutto finisce al cimitero. Una persona può fare quello che vuole, la morte viene comunque a prenderla, e con ciò finisce tutto. La maggior parte della gente si lascia afferrare dalla morte già a diciassette, diciotto anni. I giovani di oggi si abbandonano nelle braccia della morte a dodici, quattordici anni. Poi ci sono i combattenti solitari, che lottano fino agli ottanta, novant'anni finché non muoiono anche loro, ma hanno pur sempre avuto una vita più lunga. E siccome la vita è bella ed è un divertimento, essi hanno goduto di un divertimento più lungo rispetto a coloro che sono morti prematuramente, che in fondo sono da compatire, perché non hanno affatto conosciuto la vita con tutte le sue crudeltà.
Per tutta la vita mia madre ha sofferto di un terribile mal di testa, cosa che io, invece, non ho mai avuto. Certo, non ha avuto una vita molto lunga, ma ha pur sempre vissuto i suoi anni. Ricordo che mi mandava a comprarle delle pasticche molto forti contro il mal di testa; un giorno sono entrato nel negozio, chiedendo: «Le pasticche per la mamma». Il commesso le ha tirate fuori con gentilezza da una bottiglietta e io le ho inghiottite - credo fossero una trentina - tutte in una volta. Questa fu la mia salvezza; infatti, siccome erano troppe, le ho vomitate tutte. Ricordo ancora molto bene di essere rimasto a letto per una settimana e di non aver fatto altro che sputare, sebbene lo stomaco nel frattempo si fosse già svuotato. È una sensazione molto sgradevole, sembra che lo stomaco si debba strappare.
I bambini hanno sempre il diavolo in corpo. Se non sono malati e obbedienti, se non fanno attenzione a tutto, si sentono sempre dire: «Tu hai il diavolo in corpo». E così, perché i genitori si arrabbiano e in verità sono sempre i più forti. Il bambino, invece, possiede un intelletto ancora sano, non ancora guastato. I genitori questo lo avvertono e perciò, in fondo, odiano i propri figli e, con il passare del tempo, essendo i responsabili del loro sviluppo, finiscono per odiare anche se stessi.
Non credo di sbagliarmi affermando che quasi ogni bambino è spesso assalito dal pensiero di uccidersi, molte volte ci prova anche, ma alla fine o non lo fa o non ci riesce. Questo è molto forte nei bambini; è come un'ondata, più o meno fra i sette e i dodici anni, poi si placa, allora ci si irrobustisce un po', e poi si sperimenta nuovamente una fase estremamente sensibile, fra i diciotto e i ventiquattro anni; chi riesce a superarla, arriva fino ai cinquanta, si sposa, cammina a testa alta e nel normale flusso della vita. Intorno ai cinquant'anni poi la gente ricomincia a riflettere. Nel frattempo i matrimoni sono falliti, i figli sono diventati orrendi, e il mondo ha mostrato la sua ingratitudine. Fino a oggi ho sempre sentito il desiderio di uccidermi, in ogni istante della mia vita, ma dato che non l'ho fatto, significa che la vita per me vale più di ogni altra cosa. Quindi non so. La mia malattia non è come una sclerosi multipla che scompare e poi torna di nuovo, credo che con essa non sia possibile andare d'accordo. E difficile dirlo, ma forse uno si sbaglia e vive fino a ottant'anni, non si può certo sapere, né stabilire chiaramente. Non serve a niente starsene in carrozza e battere il cavallo, se questo è cadavere da un bel pezzo. Posso dire di essere sempre vicino alla fine.
Ho dei polipi ai polmoni, che probabilmente risalgono alla polmonite che ho avuto da bambino; credo si siano formati allora. Siccome ho un dolore continuo, dovuto alla cardiodilatazione che è una malattia incurabile, posso avere ancora tre quarti d'ora di vita oppure tre anni, così come può darsi che fra sette anni viva ancora. Stando al parere dei medici, dovrei essere già morto da un bel pezzo, quindi sono sopravvissuto molti anni. La morte arriva sempre, in un modo o nell'altro - quindi non ho affatto paura, essa mi è del tutto indifferente. Non riesco a capire come si possa avere paura della morte, perché il morire è un atto naturale, come pranzare. Qualche volta ho paura della gente, ma della morte non si può proprio avere paura. Che vita è, quando non si è più capaci di far niente? In questo caso garantisco che la faccio finita con la vita, non continuo di certo a vivere spegnendomi lentamente. Ognuno è libero di decidere della propria vita, ci si può uccidere in qualsiasi momento. L'unico problema è come. È difficile accettare un'esistenza nella quale non si può più fare quello che si vorrebbe, ma nel mio caso il problema non si porrebbe nemmeno. Quando la gente è sotto terra allora si dicono delle atrocità caritatevoli - del tipo: tutti raggiungono in qualche modo il regno dei cieli - altrimenti nient'altro. A partire dai maltesi fino a non so chi, è tutto disgustoso.
Credo che ciascuno di noi dovrebbe pensare di più a se stesso, per avere la sensibilità giusta, in quel caso allora non avrebbe bisogno di medici omeopatici. Non è necessario che qualcuno mi dica quel che devo fare, lo so da solo; so che devo ingerire cibi leggeri, espettoranti, e che di più non si può comunque fare. Ti devi convincere che stai arrugginendo; anche la gola va pulita come la canna di un fucile. Mangiare cibi leggeri, oleosi, miele e latte e camminare all'aria buona, non è affatto stupido, anzi è proprio così che il male scompare. L'unico problema è che se non scompare definitivamente, resta per tutta la vita.
È vero che nei miei libri ho parlato del mal di testa, il terribile mal di testa, perché mi ha sempre interessato; mio nonno soffriva di atroci mal di testa, come mia madre del resto, in verità come un po' tutti nella mia famiglia, solo che io non so cosa vuol dire avere un mal di testa, a parte quello di cui si soffre quando si beve troppo. Provo un dolore insopportabile quando cambia il tempo, lo si avverte alla testa. In qualche modo dipendiamo dal tempo. Non c'è da stupirsi se a uno fa male la testa, basta guardare il cielo e capiamo subito perché è così. In verità nella mia testa non è mai salito su niente, nel mio caso il dolore sale da dietro, conficcandosi dentro. Non gli si può sfuggire; naturalmente ha anche un effetto stimolante, ma quando non si riesce a chiudere occhio per mesi e mesi, nemmeno per una notte, e si considera una vera fortuna riuscire a dormire tre ore di seguito senza che ci faccia male qualcosa allora naturalmente il piacere è molto ridotto.
Oggi ero insieme a mio fratello, che - per mia fortuna, lavora come internista, facendomi risparmiare ogni tipo di stupida e orribile visita medica - è sempre sorpreso di tutte le cose che riesco ancora a fare. Lui pensa che nelle mie condizioni uno dovrebbe restarsene a letto, e già da molti anni, e fare non so bene cosa; se fosse stato così, probabilmente non sarei più al mondo. Ma sono ancora relativamente in gamba e preferisco fare troppe cose piuttosto che troppo poche, altrimenti si è spacciati.
Mentre mi trovavo a Lisbona ho avuto un blocco all'uretra per tre giorni, poi, all'improvviso, sono arrivati sangue e pus. Allora ho telefonato a mio fratello, che mi ha detto di recarmi immediatamente all'ospedale, che non c'era tempo da perdere. In quei casi, se si aspetta un giorno di più si può morire, proprio come è successo a mio nonno. Ciò nonostante ho deciso di tornare e ho preso l'aereo con il catetere in mano, e siccome non era troppo tardi, ero ancora in tempo e basta.
Mia madre è rimasta a letto per due anni a causa di un tumore, che poi l'ha portata all'altro mondo; alla fine era ridotta a uno scheletro. Invece mia zia - che anche lei ha conosciuto - è dovuta restare a letto per un anno e, praticamente, l'ho curata io. Si trovava costantemente fra la vita e la morte, è stato terribile, erano rimaste soltanto la pelle e le ossa. So bene cos'è la cosiddetta morte naturale e la trovo una cosa tremenda. Infatti questa gente, sebbene non capisca più niente, è ancora attaccata alla vita, e questo è così spiacevole a vedersi che è molto difficile parlarne. La morte e la vita sono processi del tutto naturali e come tali devono essere accettati. La cosa spiacevole è vedere qualcuno in queste condizioni che giunge a tal punto; questo è terribile. Si comincia a perdere le forze e non si possono più fare certe cose. Io, per esempio, non posso più salire al primo piano, proprio come un giorno non si riesce più a nuotare o a correre. E credo addirittura che una persona che non è ancora morta o che non si è uccisa, possa essere considerata in qualche modo fortunata, anche se è colpita da una disgrazia: altrimenti la farebbe finita. Nel momento in cui prevale il disgusto, quando esso è diventato così forte da far desiderare il suicidio, allora si è liberi di decidere della propria fortuna e sfortuna. Perché la fortuna non viene certo giù dal cielo, come si cerca di far credere alla gente. In fondo, ognuno di noi ha la sua vita nelle proprie mani. Credo che si possa affermare - sebbene l'esempio naturalmente sia esagerato - che per un cieco la gioia più grande sarebbe poter vedere ancora per una volta, anche se per questo dovesse sopportare dei dolori tremendi e fosse mezzo morto di fame. In quel momento si riterrebbe fortunato. Per esempio, il fatto che io adesso non la uccida con la zappa è la sua più grande fortuna, perché lo potrei fare veramente. Forse però sarebbe stata la sua maggiore fortuna se l'avessi uccisa, oppure la mia, chissà, non lo possiamo sapere. Succede la stessa cosa all'assassino che, solo due minuti dopo aver commesso l'omicidio, prende coscienza di quello che ha fatto, prima arriva lo choc. Dopo circa due minuti si precipita fuori, gridando: «Ah, ho ucciso un uomo!» Probabilmente, anch'io farei la stessa cosa, non credo che mi allontanerei tranquillamente in Mercedes, gridando dal finestrino aperto: «Ho ucciso il tale». Credo proprio di no. Quindi anch'io mi precipiterei fuori con la camicia sbottonata, o con la cerniera dei pantaloni aperta, insomma in modo tale che chi mi vedesse, pensasse che sono impazzito, per non correre così alcun rischio; credo che in quel momento si agisca già con una certa scaltrezza.
Ogni giorno si ha un po' di fortuna. Credo che la fortuna venga elargita a tutta la gente, proprio come la sfortuna. La fortuna è una cosa del tutto relativa. Perfino una persona con una gamba sola può essere considerata fortunata, perché appunto ha ancora una gamba. Anche colui a cui è rimasto soltanto il torso è da ritenere fortunato. È così fino alla fine, forse consiste in ciò la fortuna, probabilmente è arrogante sostenere che si dovrebbe avere più fortuna. Ma naturalmente non sono certo un curato di campagna; io non contesto niente.
Sono pienamente soddisfatto di tutto.
Probabilmente perché sono contento di me stesso e felice di tutto, nel vero senso della parola. Sono completamente felice, dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, dalla mano sinistra alla destra, come se fossi una croce. E proprio questa è la cosa più bella. Un'esistenza cattolica. Auguro a ogni uomo la religione e tutto quel che è collegato ad essa, perché è una cosa magnifica. È come mangiare una minestra densa.
Allora non si può fare niente. Si riceve un nome, per esempio Thomas Bernhard, e lo si porta per tutta la vita. Se una volta, mentre passeggia in un bosco, qualcuno le scatta una fotografia, per ottant'anni lei sarà solo una persona che va a passeggio nel bosco, e non potrà fare niente per impedirlo.
Se un giornalista seduto in un locale qualsiasi le sente dire: «La carne di manzo non è buona», allora, per tutta la vita, sosterrà sempre: «Questo è l'uomo a cui non piace la carne di manzo». Mentre può darsi che lei, proprio a partire da quel momento, abbia mangiato soprattutto carne di manzo. Quando a uno è stata messa l'etichetta «bue», rimane un bue fino al banco del macellaio. Tutti sanno che in primavera mangia l'erba, poi il fieno di secondo taglio. Per lo scrittore è la stessa cosa, anche lui ha impressa su di sé l'etichetta «scrittore». Così come il contadino vende il bue al macello, allo stesso modo l'editore vende lo scrittore al mercato del libro. Tutti sanno quello che fa uno scrittore. Così come la mucca mangia l'erba, lo scrittore trangugia i pensieri, non ha alcuna importanza se siano sempre gli stessi oppure altri. Quel che conta è la superiore ispirazione. Forse nel mio caso ciò è dovuto al fatto che a diciotto anni sono finito in ospedale, dove mi è stata somministrata l'estrema unzione, dopodiché, per molti mesi, sono stato in un sanatorio in alta montagna. Avevo davanti a me sempre la stessa montagna. Non mi potevo muovere, e la noia e la solitudine di tutti quei mesi davanti alla montagna o finiscono per farti impazzire, oppure ti spingono a scrivere. È stato là che, attraverso la scrittura, sono riuscito a superare l'odio che avevo per i libri, per le matite e per lo stesso atto di scrivere. Questa è sicuramente la causa di ogni male, ma tutto ci spinge oltre; si deve pur vivere di qualcosa e per questo nella vita si fanno appunto soltanto delle sciocchezze. La vita è costituita da tutta una serie di sciocchezze, da poche cose sensate, ma quasi soltanto da sciocchezze; è uguale per tutti, anche per le persone formidabili o considerate tali, si tratta sempre di una miseria che conduce alla fine.
A casa si possono ordinare i libri in una scaffalatura e poi guardarli, ma ciò nonostante il mulino continuerà a girare lo stesso. Come ci si abitua a bere un caffè o un tè al mattino - meglio il tè - la stessa cosa succede con la scrittura, si diventa dipendenti, è come una droga.
Se uno vive volentieri, com'è nel mio caso, allora è costretto a vivere in una situazione costante di amore-odio nei confronti di tutte le cose; è un po' come camminare sul filo, lasciarsi cadere direttamente significherebbe la morte.
Se uno ama la vita, allora non vuole morire. Tutti gli uomini amano la vita, anche il suicida, solo che lui non ne ha più la possibilità. Infatti non si può fare marcia indietro.
La vita ci scaraventa da una parte all'altra; proprio questo è il miglior impulso e stimolo che essa ci possa fornire. Se uno ama soltanto è perduto, così come se odia soltanto; senza erotismo non c'è vita, nemmeno per gli insetti, anche loro ne hanno bisogno. A meno che uno non abbia un'immagine molto primitiva dell'erotismo, ma questo non è il mio caso, perché faccio sempre attenzione a superare quel che è primitivo. Non ho bisogno né di una sorella, né di un'amante. Possediamo tutto in noi stessi, e quando lo desideriamo, possiamo ricorrere a queste risorse. La gente pensa sempre che le cose di cui non si parla direttamente non esistano neppure, ma questa è una stupidaggine. Un vecchio di ottanta anni, che giace da qualche parte e che non prova l'amore da cinquant'anni, è immerso anche lui nella sua vita sessuale. Anzi, è molto più bello vivere un'esistenza sessuale di questo genere, piuttosto di quella primitiva. Allora preferisco osservare un cane durante l'atto sessuale e per il resto rimanere imperturbabile.
In ogni persona la sessualità gioca un ruolo importantissimo, alla pari dell'uso che ne fa - perché la deve usare in qualche modo, dato che ce l'ha a disposizione. Non esistono persone prive di sessualità; anche se alla gente venissero tagliati il seno e il pene, tutto dipenderebbe sempre completamente dalla sessualità. Anche se in quel caso la gente sarebbe morta, e vittima totale della sessualità totale.