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Qualche mese della vita di Michel Houellebecq, ovvero le noiose acrobazie di un erotomane non pentito
È giusto, corretto o anche soltanto opportuno parlare di un libro che non è piaciuto? Raccontare cioè, al pubblico di CentoParole, qualcosa che forse è inutile leggere. Alla fine, le riflessioni di un collega, Pixel, hanno convinto il nostro Dario Campione ad andare proprio in questa direzione. Già, perché Pixel ha detto: «Vorrei poter condividere con te non soltanto il piacere di una cosa bella, ma anche un'arrabbiatura; sentire l'energia di una scarica di collera».
Forse collera è un termine un po' eccessivo, ma l'irritazione o il malessere generati da un'attesa delusa e da pagine che ti fanno rimpiangere i soldi spesi per acquistare il libro, ecco quelli possono essere in effetti un buon argomento di discussione. Tutto ciò per far comprendere i motivi alla base della valutazione che il nostro Dario ha fatto dell'ultima opera dello scrittore francese Michel Houellebecq, Qualche mese della mia vita, un pamphlet uscito in contemporanea per Flammarion e La Nave di Teseo e annunciato come l'ennesimo lavoro geniale di uno degli intellettuali più provocatori e meno compiacenti della scena europea. Mosso evidentemente da un irrefrenabile desiderio di giustificare le proprie azioni, Houellebecq racconta nel suo libro una versione molto personale della battaglia legale che lo ha visto contrapposto al collettivo artistico olandese Kirac (Keeping It Real Art Critics).
Buon ascolto.