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La Svizzera sembra farsi un baffo della Convenzione dell'Onu sui diritti del fanciullo (CDF) nell'applicazione di una politica migratoria restrittiva. La denuncia giunge dall'Osservatorio svizzero sul diritto d'asilo e degli stranieri (ODAS), che in un rapporto illustra una serie di casi di violazioni.
Juliana è brasiliana. Nel gennaio 2006 arriva in Ticino. Inizia una relazione sentimentale con un cittadino elvetico, con il quale decide di convivere, e riceve un permesso di dimora annuale.
Nel febbraio 2007 la coppia ha un figlio, che viene riconosciuto dal padre e ha dunque la nazionalità svizzera. Pochi mesi dopo, Juliana fa venire in Svizzera la figlia di 5 anni, nata da una precedente relazione in Brasile.
Poi i rapporti della coppia si deteriorano. Juliana subisce maltrattamenti sempre più frequenti. Quando il compagno la minaccia di morte con un coltello, la donna lo denuncia e si separa. L'uomo sarà condannato.
Ma per Juliana è l'inizio di un nuovo calvario. Il suo permesso di dimora annuale non è rinnovato, con la motivazione che dal momento che è cessata la convivenza non ci sono più le condizioni per il suo rilascio, subordinato alla creazione di un nucleo familiare. Poco importa se la donna si è rapidamente integrata, ha imparato l'italiano e ha un lavoro fisso con un salario che le consente di mantenere anche i due figli.
Il governo ticinese respinge il suo ricorso. La decisione colpisce anche i due figli, compreso il piccolo di cittadinanza svizzera, che dovrà seguire la madre in un altro continente, non potendo più mantenere un rapporto stabile con il padre.
Questo è uno dei 26 casi concreti di violazioni della CDF, dettagliatamente documentati dai tre osservatori insediati nelle tre regioni linguistiche della Svizzera in poco più di due anni di attività, riportati nel rapporto dell'ODAS.
Vicende di interruzioni brutali di relazioni di figli con i padri, di separazioni familiari coatte, di partenze forzate di bambini a causa del rinvio delle madri, di ragazzi nati e cresciuti in Svizzera costretti a rimpatriare in Paesi dove non hanno mai vissuto, di bambini che non possono più essere nutriti in modo sano e ricevere cure adeguate perché i loro genitori ricevono solo un aiuto d'urgenza sotto la soglia considerata del minimo vitale.
Banalizzazione delle violazioni
Il rapporto dell'ODAS "non è uno studio quantitativo rappresentativo, bensì indicativo dei problemi inerenti ai diritti dell'infanzia nell'ambito dell'applicazione delle leggi sull'asilo e sugli stranieri", ha spiegato l'autrice Yvonne Zimmermann, il 1° settembre in una conferenza stampa a Berna. L'analisi "dimostra chiaramente che i principi della CDF sono calpestati" e che le flagranti violazioni sono considerate semplici "danni collaterali".
Una situazione inaccettabile, poiché la Svizzera nel 1997 ha ratificato la CDF e si è dunque impegnata a rispettare le sue disposizioni. La CDF stipula fra gli altri che in tutte le decisioni relative all'infanzia, "l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione permanente", che "gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella Convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta ed a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza", ha sottolineato la presidente dell'ODAS Ruth-Gaby Vermot-Mangold.
Sotto accusa in questa prassi che sacrifica i diritti dell'infanzia sull'altare di un'applicazione restrittiva delle leggi sull'asilo e sugli stranieri, l'ODAS mette in particolare l'Ufficio federale della migrazione. Sul fronte delle autorità cantonali, invece, le prassi variano. Nei casi documentati sono riscontrate anche violazioni della Costituzione federale e della Convenzione europea dei diritti umani.
Un rapporto che suona l'allarme
Certo il Tribunale federale ha sconfessato a più riprese le decisioni contrarie ai diritti del fanciullo, ma le istanze giuridiche possono intervenire solo se i diretti interessati vi ricorrono, rammenta l'ex presidente della Suprema corte Giusep Nay. Sovente costoro hanno però paura ad adire le vie legali o semplicemente ignorano i loro diritti. Per questo, secondo l'ex giudice federale, è molto importante che l'operato delle autorità sia tenuto sotto osservazione da un ente neutrale.
Il compito primordiale dell'ODAS è effettivamente di osservare e documentare, ha indicato Ruth-Gaby Vermot-Mangold. Ma naturalmente l'ODAS farà lobbying fra i politici e informerà l'opinione pubblica, affinché in futuro nella Confederazione i diritti fondamentali dell'infanzia siano rispettati. Lo scopo del rapporto è che i bambini non siano più vittime di una politica migratoria restrittiva, ha concluso l'ex parlamentare socialista.
Sonia Fenazzi, swissinfo.ch
In breve
Settembre 2006: l'elettorato svizzero approva la revisione della Legge sull'asilo e una nuova Legge sugli stranieri.
Rappresentanti di organizzazioni che si occupano dei diritti umani e della migrazione esprimono il timore che l'applicazione di queste normative conducano a violazioni di diritti fondamentali e in particolare di diritti dell'infanzia.
Febbraio 2007: personalità attive in questi campi fondano l'Associazione per un Osservatorio svizzero sul diritto d'asilo e degli stranieri.
Lo scopo è di dimostrare con esempi concreti ed inequivocabili, le ripercussioni delle due leggi sulla vita dei diretti interessati.
In una prima fase pilota, è istituito un osservatorio regionale per il monitoraggio in Romandia, con sede a Ginevra.
Nel 2008 si aggiungono altri due osservatori nelle regioni di lingue italiana e tedesca, con sede a Lugano e a San Gallo.
L'ODAS, che ha sede a Berna, coordina il lavoro degli osservatori regionali e si occupa delle pubbliche relazioni a livello nazionale.