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H.83 (col titolo Zwei autobiographische Fragmente), LM.102, R.105. In «Die Musik», Berlino, XXII (1929-30), n. 1, ottobre 1929. Il ms. del primo, su carta da lettere del Frankfurter Hof, in base alla grafia si fa risalire agli anni fra il 1905 e il 1908. Quello del secondo, su carta da lettere in parte del Grand Hotel de la Ville di Milano, in parte al Grand Hotel du Quirinal di Roma, risale al febbraio 1909, fu spedito a Varese ad un amico, Emilio Anzoletti, il 1º marzo, ed è in italiano. Naturalmente lo riproduciamo nell'originale.

I
Sono nato da una coppia di musicisti il 1º aprile 1866 a Empoli, una cittadina presso Firenze. Mia madre era una pianista ben dotata - per quanto posso giudicarne io - e molto apprezzata nella sua piccola cerchia; si chiamava Anna Weiss. Per parte di padre era di famiglia tedesca, ma italiana per parte di madre. Mio padre invece era di discendenza interamente italiana; le radici del suo albero genealogico sembra fossero in Corsica. Prima che io nascessi mia madre suonava molto in pubblico e con buon successo; aveva suonato a Roma ancora otto giorni prima che io venissi al mondo, e si era fatta sentire anche in casa di Liszt. Mio padre era un clarinettista e trattava il suo strumento in una maniera solistica sua speciale, ora ispirandosi al violino, ora al canto italiano. In vita sua disdegnò sempre di suonare in orchestra, un po' per orgoglio, un po' perché era un artista «naturale» guidato soprattutto dall'istinto, e nella lettura a prima vista e nella divisione del tempo trovava qualche difficoltà. Invece mia madre aveva una scuola corretta, e suonava nello stile di Thalberg: con grande agilità, in modo un po' salottiero e di bravura.
Fin dal mio settimo anno i miei genitori cominciarono a porre sopra di me ogni loro interesse, e via via sempre meno sull'attività artistica loro. A sette anni e mezzo io suonavo in pubblico, a otto eseguivo già con molta precisione e finezza di particolari il Concerto in do minore di Mozart; un anno dopo suonavo in concerto a Vienna, destando una certa attenzione. [1]
II
Arrivato all'età matura di quasi 43 anni ed a qualche segno di maturità nell'arte, e vedendo che altri incominciava ad occuparsi della mia persona con più simpatia che esattezza storica, mi sembra utile e non vana cosa di dare io stesso qualche ragguaglio sulla mia vita, ragguaglio che avrà - se non altro valore - quello d'essere autentico.
Fui battezzato coi nomi di Ferruccio, Dante, Michelangelo, Benvenuto, e mio padre seguì (senza conoscerla) la teoria del vecchio Shandy [2] il quale attribuiva al nome un'influenza sulle capacità di chi lo porta. Carico responsabile di cui mi alleggerii, eliminando i npmi dei tre grandi artisti toscani e conservando solo quello di Ferruccio.
Però da bambino mi firmavo Ferruccio Benvenuto, ed il Busoni mio padre, ricercatore di facili glorie, vi attaccò quello di Weiss, nome di famiglia di mia madre, la quale Anna Weiss aveva conquistata una buona riputazione di pianista.
Mio padre pure godeva in un certo tempo ed in qualche luogo di una piccola celebrità come suonatore di clarinetto, e pensò che, con quei quattro nomi tuonanti ed il prestigio che esercitava la combinazione Weiss-Busoni, suo figlio sarebbe bene al coperto.
Questi Weiss-Busoni erano in piena carriera di concerto allorché la mia nascita s'annunziava prossima, ed ancora otto giorni avanti l'avvenimento, mia madre si presentò al pubblico di Roma; pubblico ed artisti onorati quella volta dalla illustre presenza di Francesco Liszt. L'imminenza del caso genealogico consigliò a mio padre l'idea di rifugiarsi a Empoli, suo paese nativo, dove - attorniato da una grande tribù di parenti - giunsi nella difficoltà quasi disperata a mirare la luce del giorno, il dì I aprile 1866, the fu una Domenica di Pasqua.
Empoli - situata tra Firenze e Pisa - scansata dai forestieri e rimasta perciò vergine nella sua cultura toscana, s'impone primieramente all'olfatto per le esalazioni delle sue concerie di pelli e delle fabbriche di fiammiferi di zolfo; al contrario, al tempo della mia nascita, negativamente alla vista, per la mancanza di illuminazione a gas.
Rimasta piuttosto commerciale ed industriosa non offre che pochi indizii dell'arte toscana. La piazza mostra la facciata d'una chiesa «di stile purissimo» e senza alcuno slancio; davanti ad essa una fontana guarnita di quattro leoni di marmo, dei quali due si asserisce essere «d'autore»; si lascia del resto allo studioso d'arte o all'amatore la cura di decidere qual sia la coppia cui si approprii questa prerogativa. Un po' fuori del centro si stende il «Campaccio», piazzale vastissimo e non lastricato, dedicato al mercato dei cavalli. Ed è in una delle casupole che lo circondano, che venni al mondo.
Degna di nota fu ad Empoli la celebrazione del «Volo dell'asino» che si operava fino a pochi anni fa, nel giorno del «Corpus Domini». Questa cerimonia scherzosa si rivolgeva contro i Volterrani, i quali incautamente avevano sostenuto, che sarebbe altrettanto possibile agli Empolesi di vincerli, che di far volare un asino. Vinsero i prodi Empolesi e per giunta dimostrarono che anche un asino potrebbe volare.
L'idea dell'aviazione animalesca veniva concepita ed eseguita semplicemente. Si portava un asino sull'alto del campanile e di là lo si faceva scendere per mezzo d'un canapo. Per accrescere l'illusione si appiccicava alla bestiola un paio d'ali dorate. A quanto io sappia, fu questa l'unica forma per la quale Empoli potesse vantare una specie di Pégaso. Ché di poeti non ne conta nessuno e l'unico nome giunto ad una qualche celebrità rimane finora quello d'un certo Jacopo pittore.
So che fui portato via dal paese all'età di undici mesi, e che due anni dopo io mi trovavo coi miei genitori a Parigi. I rumori della guerra (che poi scoppiò nel 1870) suggerirono prudentemente a mio padre di allontanarsi da un terreno incerto e pericoloso: decisione che si confaceva alla natura nomade del genitore, che ricominciò a percorrere l'Italia a suon di clarinetto.
L'incertezza di questa vita (incertezza che per lui durò da ora in avanti immutabile) e l'istinto allora ancor buono di risparmiar a mia madre gli incomodi che quella esistenza avventuriera recava con sé, lo indussero a separarsi dalla moglie per lo spazio, credo, di due anni. Durante questi io e la mia mamma ci trovammo a Trieste, alloggiati nella casa di mio nonno «il Sor Giuseppe Weiss».
A quell'epoca mio nonno settantenne viveva nel suo vasto appartamento (rimasto quasi vuoto per l'allontanamento di tutta la sua famiglia) in concubinato con una serva Matilde.
Questa pessima donna tiranneggiava la casa e seppe frapporsi tra mia madre ed il nonno in modo che questa moltissimo ne sofferse. Trovandosi costretta ad albergare nella casa di un padre (da lei adorato) che aveva scacciato suo marito prima del matrimonio (a cui non volle accondiscendere), e ritornata alla casa paterna senza poter dimostrare in nessun modo la giustezza della scelta, anzi avendo tutto lo stato delle cose contro di sé, sofferse per l'assenza del marito, per la indifferenza quasi odiosa del padre e per la prepotenza di una donna inferiore e comune, che approfittava delle circostanze per infliggere a mia madre ogni sorte d'ingiurie, di mancanza di rispetto, fomentando il malinteso tra padre e ilglia, conducendosi da assoluta padrona.
Di mio nonno ebbi una falsa idea fino al momento che cominciai a formarmi i miei propri giudizi. L'impressione di quell'epoca e le continue maldicerie di mio padre sul suo conto, avevano affatto svisato in me il vero concetto d'un uomo, che doveva essere contemplato e giudicato da tutt'un altro punto di vista.
Egli fu di fermissimo carattere, fino alla testardaggine, onestissimo, coscienzioso e dotato di molti talenti. Abbandonato dal suo proprio padre all'età di soli 13 anni, e collocato come mozzo su un bastimento del Levante, mio nonno dovette tutto a sé solo ed alla sua natura energica e diritta. Riuscì a conquistare un'onoratissima posizione a Trieste, dove approdò in età matura, a sposare una signorina di eccellente famiglia, ed a mantenersi nella riputazione acquistata, senza una macchia, fino all'età di quasi 93 anni, quando serenissiniamente, senza malattia né sofferenza, si spense. (Qui seguirebbe una descrizione del porto di Trieste al tempo della mia infanzia: uno dei miei più bei ricordi).
Aggiungo alle noterelle autobiografiche un piccolo episodio, che merita d'esser fissato.
Indimenticabile mi rimarrà una serata, che deve cadere verso l'autunno del 1872. Vivevamo tuttora soli a Trieste, io e la mamma, allorché essa - in quella memorabile sera - volle condurmi ad un «Teatro Meccanico» che per le condizioni topografiche d'allora si trovava un po' fuor di città, all'incrocio della Via del Torrente e della Corsia Stadion. [Oggi rispettivamente via Giosue Carducci e via Cesare Battisti.] In quel Teatro, o baracca, si rappresentavano delle scenette eseguite da fantocci, che si muovevano grazie ad un meccanismo interno, senza l'aiuto di fili visibili. Una scena m'impressionò vivamente, quando uno dei personaggi tracannò una bottiglia di vino, in modo che si vedeva diminuire il contenuto di essa, man mano che il liquido passava nella bocca del fantoccio. Fino a che la bottiglia fu vuotata.
Finita la rappresentazione, ce ne tornavamo verso casa tranquilli, senza tema e senza speranza, in quello stato di indifferenza melanconica che è consueta nelle famigliole italiane, specialmente quando dopo aver gustato qualcosa fuor dell'usato, i pensieri ricorrono alla monotonia giornaliera.
Avevamo fatto una cinquantina di passi, allorché un «Signore» ci sbarrò la strada. Era di presenza abbastanza autorevole e portava una gran barba divisa a due punte e certi stivaloni a tromba che coprivano i calzoni fino al ginocchio. Conduceva un docilissimo e grazioso cane barbone ad una catena di acciaio, come che fosse una belva, e tutto l'assieme dell'uomo col cane aveva un certo che del cavallerizzo o del domatore di belve.
Mia madre lo salutò un po' commossa ed un po' imbarazzata, il Signore mi abbracciò chiamandomi phi volte «Ferruccio» con una voce alterata e precipitata ed io per questi indizii, e per la memoria che mi si risvegliò e che i ritratti e le descrizioni avevano mantenuta viva, riconobbi essere quegli mio padre.
Era tornato all'improvviso e pareva si promettesse da quella sorpresa non so quali feste. Rimase a mia madre sulle labbra quel sorrisetto tra l'affettuoso e l'incerto ed io aveva nel cuore una piccola burrasca che era una copia invisibile ma forse phi veemente di quel sorriso.
Da quella sera la mia vita cangiò completamente.
Mio padre prese subito delle misure energiche, a ciò che la mamma abbandonasse la casa di «quell'assassino di suo padre», come volentieri si esprimeva il genitore riguardo al suocero. Furono prese in affitto due stanze nella Via Geppa dirimpetto al Consolato turco. La figlia del Console - una bambina di forse otto o dieci anni - si mostrava qualche volta alle finestre che si guardavano incontro, e fu là che scambiai le mie prime occhiate galanti.
Mio padre si mise tosto all'opera coll'insegnarmi il pianoforte, istrumento per il quale avevo dimostrato delle attitudini fin dall'età di 4 anni, suonando «ad orecchio» e a quattro mani, colla mamma, certi pezzettini di Diabelli. Il padre, che di pianoforte ne sapeva assai poco ed era anche malfermo nella ritmica, supplì a questi difetti con una energia, una severità, una pedanteria indescrivibili, così che fu capace di star seduto accanto a me quattro ore al giorno, controllando ogni nota ed ogni dito, che non v'era scampo di sorta, né pausa, né distrazione immaginabile da parte sua, né altre interruzioni fuorché quelle provocate dagli scoppi del suo temperamento estremamente irascibile; a cui facevano seguito qualche schiaffo, copiose lagrime, le minaccie, le nere profezie, i rimproveri. Il tutto si terminava nella riconciliazione finale, la commozione paterna, le asserzioni di non volere che il mio bene... per ricominciare il giorno dopo. Fece tanto e così bene che riusci a presentarmi al pubblico un annetto più tardi, credo nell'autunno del 1873, allorquando contavo sette anni e mezzo o quasi otto di età. E dopo altri due anni mi giudicò abbastanza maturo e meraviglioso per condurmi a Vienna nella qualità di pianista, compositore ed improvvisatore, coperto dallo scudo di quel nome di Ferruccio Benvenuto Weiss-Busoni; senza ch'egli, padre, dimenticasse di trascinar seco il clarinetto concertatore; del resto fornito di mezzi appena sufficienti ad arrivare e senza saper una parola di tedesco. Discendemmo all'Albergo dei Principi e delle celebrità (l'Albergo Erzherzog Carl), e fummo abbastanza fortunati d'incontrare là Rubinstein [Anton Rubinstein, 1829-1894], presso di cui mio padre trovò modo d'introdurmi e di «farmi sentire» come si compiaceva di esprimersi. Quel «fargli sentire» mi suona ancora all'orecchio, terribile; e non c'era persona ch'egli incontrasse per la strada o al caffè, a cui non raccontasse di «suo figlio», e terminava col condurre lo straniero a casa dove irrompeva, tirando dietro a sé la sua nuova conoscenza e gettandomi in faccia quel tremendo «fagli sentire!». Quello straniero era per lui sempre «una persona distintissima» fino a che non lo conosceva più da vicino. In seguito, secondo i risultati dell'avvicinamento, diveniva nel suo gergo «quell'imbecille», o «quello spiantato» o altro di simile. Talvolta riusciva ad essere di nuovo «una buonissima persona» dopo aver accondisceso a qualche modesto imprestito di danaro. Perché lo stato della cassa fu e rimase sempre il punto debole nell'amministrazione paterna; e per quanto gli siano passate per le mani somme considerabili, fu un costante togliere da una parte per rimediare dall'altra, senza che gli riuscisse mai di rimediare definitivamente.
Di questo stato di cose ebbi a soffrire tutta la mia fanciullezza e tutta la mia giovinezza, e per quello che si riferisce a Papà esso non cessò mai, né è ancora cessato...
[1] Busoni suonò il concerto di Mozart allo Schiller-Verein di Trieste l'8 maggio 1875, sotto la direzione del padre. A Vienna si esibì la prima volta il 3 febbraio 1876, al Bösendorfer Saal: dove, oltre a collaborare al Trio in re maggiore di Haydn, suonò da solo un rondò di Mozart, un Tema e variazioni di Hummel, e cinque pezzi di sua composizione. Ne scrisse anche Eduard Hanslick, sulla «Neue Freie Presse», con cauta ma viva ammirazione, tra l'altro lodando le composizioni del fanciullo non ancora decenne come «brevi e buone, ma non tanto da lasciar sospettare l'aiuto d'un maestro» (la recensione è ristampata nel vol. di Hanslick Concerte, Compositionen und Virtuosen der letzten fünfzehn Jahre 1870-1885, Berlino 1885). Al concerto partecipava, come violinista, il ventunenne Arthur Nikisch.
2. Tristram Shandy di Lorenzo Sterne. Occorse allo sfortunato padre Shandy, che dopo molte e dotte ricerche sui nomi da scegliersi per il figlio che doveva nascere, questi - per un malinteso - fosse chiamato «Tristram», il nome più triste e disgraziato che vi potesse essere, secondo il pensiero dell'erudito padre. Meravigliosa ed insuperabile mi sembra la traduzione d'altra opera dello Sterne (il Viaggio sentimentale) fatta ed annotata da Ugo Foscolo.