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Durante gli anni del primo conflitto mondiale, la popolazione svizzera era spaccata in due: da una parte la classe operaia ridotta in miseria, dall’altra imprenditori che si arricchivano con la guerra spalleggiati da governo ed esercito. A partire dal 1917, i conflitti sociali tra queste due parti iniziarono ad acuirsi. Il 10 novembre 1918, durante una protesta, un uomo fu ucciso e la situazione si arroventò fino a culminare nello sciopero generale indetto dal comitato d’azione di Olten, composto dai massimi funzionari sindacali e del partito socialista. In questo sciopero, i ferrovieri svolsero un ruolo di primo piano.
Perché i ferrovieri scioperarono?
Anche i ferrovieri erano rappresentati nel comitato d’azione di Olten: a farne le veci vi era Emil Düby, segretario generale della Società svizzera degli impiegati delle ferrovie. Con un appello mirato la direzione dello sciopero cercò di indurre gli impiegati delle ferrovie ad astenersi dal lavoro. Fecero leva sulla solidarietà che li legava alla classe operaia e li incitarono alla protesta contro l’atteggiamento repressivo del governo. In questo contesto vennero rivendicati pure diversi punti della dichiarazione di sciopero generale come l’introduzione della giornata di otto ore (per sei giorni alla settimana). Un’altra causa di malcontento alle ferrovie erano le strutture gerarchiche esistenti, che generavano differenze a livello di condizioni salariali e di lavoro.
Quanti ferrovieri aderirono allo sciopero?
Le stime parlano di 250 000 lavoratori in tutto il Paese, con differenze a livello di mansione e regione di appartenenza. Mentre le associazioni di lavoratori della Svizzera tedesca si convinsero rapidamente della necessità di scioperare, i colleghi in Svizzera romanda e in Ticino accolsero molto più tiepidamente l’appello. In quello che allora era il circondario III di Zurigo circa il 60 percento dei ferrovieri rimase fermo per uno o più giorni. Va detto, tuttavia, che se nell’amministrazione scioperò solo il 20 percento dei collaboratori, il tasso di adesione alle officine di Zurigo raggiunse il 97 percento.
Con quali azioni i ferrovieri fecero valere le proprie rivendicazioni?
Gli scioperanti si organizzarono in gruppi locali incaricati di controllare e garantire l’immobilizzazione dell’esercizio ferroviario e altre misure. Furono inoltre compiuti piccoli atti di sabotaggio: ci fu ad esempio chi nascose le manovelle per l’apertura dei portoni dei depositi o ancora chi danneggiò i binari. Furono segnalati anche casi isolati di aggressioni a ferrovieri al lavoro.
Che significato ebbe la loro partecipazione?
Il blocco dell’esercizio ferroviario fu una delle iniziative più efficienti dello sciopero generale, poiché colpì al contempo la popolazione, i politici e il settore economico. Lo storico Bernard Degen ha scritto: «A colpire maggiormente fu la partecipazione dei ferrovieri, che portarono la protesta nelle regioni rurali altrimenti poco coinvolte.» Senza treni in circolazione il trasporto merci era limitato, i politici non riuscivano ad arrivare in tempo alle loro riunioni e lavoratori e merci non raggiungevano le aziende. Il Consiglio federale era consapevole dell’importanza della ferrovia e subito dopo lo scoppio dello sciopero dichiarò l’esercizio di guerra: partecipare allo sciopero voleva quindi dire rifiutare di adempiere l’obbligo militare ed essere perseguiti dalla giustizia militare.
Quali conseguenze ebbe lo sciopero per i ferrovieri?
Al termine dello sciopero il Consiglio federale emanò un’amnistia per chi vi aveva partecipato, escludendo tuttavia tutti coloro che erano sospettati di «delitti» aggiuntivi come sommossa, tumulto, uso indebito dei cavi ferroviari, sabotaggio e simili. Più di 3500 persone, perlopiù ferrovieri, vennero processati. Anche in caso di assoluzione, i collaboratori rimasero spesso sospesi dal servizio per mesi senza salario. Alla fine vennero condannate 147 persone e contro numerose altre furono adottati provvedimenti di diritto del lavoro come misure disciplinari. Con il nuovo ordinamento dei funzionari del 1927, fu introdotto il divieto di sciopero. La domanda di principio in merito alla possibilità di un funzionario di essere membro di un’associazione comunista trovò risposta all’inizio degli anni Trenta quando si optò per un chiaro «no». Per quanto riguarda le organizzazioni dei lavoratori, le esperienze fatte con lo sciopero generale accelerarono il processo di raggruppamento delle piccole associazioni in sindacati unitari: nel 1919 nacque il Sindacato del personale dei trasporti (SEV).