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il Caffè, 22 marzo 2020.
Nenad Stojanović *
Viste con un po’ di distacco, i periodi di grande crisi – le guerre, le carestie, le epidemie – possono essere sia un’opportunità sia un pericolo per la democrazia.
Sono un’opportunità perché una volta finita la crisi le cittadine e i cittadini – ai quali lo Stato ha chiesto di fare sacrifici per diversi mesi o anni – rivendicano non solo un ritorno alla normalità ma anche più diritti sociali e democratici. Non a caso, la maggior parte delle democrazie ha introdotto il suffragio femminile alla fine della Prima Guerra mondiale (Austria, Canada, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti) oppure in seguito alla Seconda Guerra (Argentina, Belgio, Francia, Giappone, Italia). Una delle ragioni era questa: se le donne possono lavorare nelle fabbriche sostituendo gli uomini andati a combattere, perché privarle del diritto di voto? E forse non è un caso che in Svizzera, non direttamente coinvolta nei due conflitti mondiali, le donne hanno dovuto attendere qualche decennio in più.
Un altro esempio è legato all’introduzione del referendum facoltativo a livello federale, nel 1874. Questo diritto popolare, che oggi ci sembra un’ovvietà, era per decenni osteggiato dalle élite economiche e politiche. Era una rivendicazione del cosiddetto “movimento democratico” emerso in diversi cantoni della Svizzera tedesca negli anni 1860. Le sue rivendicazioni rispecchiavano la grave crisi economica di quegli anni, caratterizzata da fallimenti, rincaro e forte indebitamento della popolazione. Ma la vera svolta arrivò soltanto con l’epidemia di colera scoppiata a Zurigo nel 1867. È in quel contesto di crisi che il movimento democratico riuscì a guadagnare consensi e a ottenere, l’anno successivo, la revisione totale della costituzione cantonale, ampliando i diritti popolari. Le riforme democratiche di Zurigo si diffusero a macchia d’olio in quasi tutti gli altri cantoni (ma non ancora in Ticino) e ebbero un impatto anche sulla revisione della Costituzione federale del 1874, che fra le varie cose introdusse il referendum facoltativo. La democrazia diretta a livello federale fu poi completata con l’introduzione dell’iniziativa popolare nel 1891.
Ma i momenti di crisi comportano anche tanti rischi. Per affrontare la crisi occorre infatti agire rapidamente, non c’è tempo per seguire l’usuale iter democratico che spesso, specie in Svizzera, dura diversi anni. Lo stato di emergenza viene proclamato proprio per permettere al governo di prendere decisioni senza dover consultare il Parlamento o il Popolo. Al governo si permette di fare ciò che nei tempi normali non oserebbe: restrizione delle libertà individuali (inclusa la libertà di movimento), sistemi di sorveglianza (oggigiorno usando i droni o i segnali che emettono i nostri cellulari e che rivelano i nostri sposamenti) oppure l’annullamento degli appuntamenti elettorali. Alcune di queste misure possono anche essere condivise, ma si corre sempre il grosso rischio di strumentalizzazione politica dovuta a calcoli meramente partitici. Perché il governo ticinese ha deciso di rimandare di un anno le elezioni comunali (nonostante il fatto che la cittadinanza avesse già ricevuto il materiale di voto e diversi cittadini avessero già votato), ma non la votazione sull’aeroporto di Lugano? Anche le ragioni presentate dal Consiglio federale per rimandare sine die le votazioni federali del 17 maggio non convincono, visto che si può votare via posta e che oggigiorno i media elettronici permettono la libera formazione delle opinioni.
Ma il grosso rischio non sono tanto le misure ad hoc prese durante la crisi. Il vero pericolo è che il governo ne approfitti per mantenere alcune di queste misure anche una volta finita la crisi. Come tentò il Consiglio federale alla fine della Seconda Guerra mondiale (vedi sotto).
L’epidemia di colera del 1867 influenzò l’introduzione del referendum facoltativo in Svizzera nel 1874.
L’appetito vien mangiando: i pieni poteri del Consiglio federale anche dopo il 1945
Il 30 agosto 1939, meno di 48 ore prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, il parlamento concesse al Consiglio federale i cosiddetti “pieni poteri”. L’esecutivo ottenne così la possibilità di decidere in piena autonomia, senza vincoli parlamentari e – ça va sans dire – senza coinvolgere il Popolo. Il parlamento, in compenso, ottenne la facoltà di usare la “clausola d’emergenza” per fare leggi che non sottostavano al referendum facoltativo. Il veto popolare fu così messo da parte.
Il problema è che, una terminato il conflitto, le autorità federali evocarono ogni scusa possibile (fra cui il “pericolo rosso”…) per non ridare al Popolo i poteri che aveva prima della guerra. “Passata la festa, gabbato il santo”, verrebbe da dire.
Fu necessario lanciare due iniziative popolari, nel 1946, per ottenere il ritorno alla democrazia diretta. Nonostante avessero raccolto le firme necessarie, il Consiglio federale fece di tutto per rinviare le rispettive votazioni.
Zaccaria Giacometti, uno dei più illustri professori di diritto costituzionale, professore a Zurigo e originario della Val Bregaglia (era infatti cugino degli artisti Alberto e Diego Giacometti), fu uno dei principali avversari del regime dei pieni poteri. Lo considerava illegale e anti-democratico, visto che non poggiava nemmeno sulla Costituzione. Ancora oggi, d’altronde, il cosiddetto “diritto di necessità” non è contemplato nella Costituzione federale.
Ma non bisogna pensare che ci troviamo necessariamente di fronte a una situazione che vede Governo e Parlamento opporsi al volere chiaro del Popolo. In effetti, l’iniziativa popolare denominata “Per il ritorno della democrazia diretta” fu messa in votazione (soltanto) l’11 settembre 1949 e passò per il rotto della cuffia: (soltanto) 50,7% sì, contro 49,3% no, e una partecipazione molto bassa (42,5%). Andò bene, quindi, per i diritti popolari. Grazie al Popolo. Malgrado il Popolo.
* politologo, Università di Ginevra