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«Chiedo scusa per quello che ho fatto. Sono colpevole e intendo pagare. Ma l'espulsione dalla Svizzera significherebbe dividere una famiglia. Qui in Ticino ci sono mia moglie, che ha problemi di salute, e i miei figli, che rimarrebbero orfani». Riconosce di avere sbagliato, ma chiede che non gli sia imposto di abbandonare il Paese il 39enne dominicano comparso questa mattina alla sbarra di fronte alla Corte delle Assise criminali di Bellinzona presieduta dal giudice Amos Pagnamenta.
L'uomo è accusato di infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti. Secondo il procuratore pubblico Nicola Respini avrebbe spacciato circa 100 grammi di sostanza. Un quantitativo da sommare al chilo trovato nella sua macchina al momento del fermo, avvenuto lo scorso 4 giugno a Bellinzona. La vendita di tale quantità avrebbe permesso di conseguire un guadagno attorno ai 55mila franchi.
L'uomo, difeso dall'avvocato Yasar Ravi, riconosce il reato ma contesta il quantitativo ricostruito nel corso dell'indagine sulla base delle testimonianze degli acquirenti. Per la difesa sarebbero meno, tra i 60 e i 65, i grammi venduti tra il 2018 e il 2019.
Subito dopo il lockdown della scorsa primavera, il 39enne ha deciso di comparare e rivendere altra cocaina. Lui voleva solo 20 grammi, ma nell'ambito dell'acquisto il fornitore gli ha chiesto di consegnare 80 grammi ad una terza persona. L'imputato sostiene tuttavia che non fosse a conoscenza che la quantità, sequestrata pochi minuti dopo, ammontasse a un chilo. La Polizia aveva arrestato l'uomo per casualità. Il 39enne era infatti stato visto entrare nel palazzo dove risiedeva una persona controllata dagli agenti poiché sospettata di essere coinvolta nel traffico di droga.
Per l'avvocato Yasar Ravi è credibile che l'uomo non fosse a conoscenza di avere un quantitativo tale a bordo della sua vettura. «Aveva la disponibilità finanziaria per acquistare un chilo di cocaina? No di certo», ha detto il legale, aggiungendo come non sia nemmeno credibile che il suo assistito abbia ricevuto la sostanza a credito. «Aveva inoltre la possibilità di rivendere un tale quantitativo? Una persona che ha spacciato 70 grammi in due anni? La risposta è senza dubbio negativa», ha proseguito Ravi, convinto che l'imputato si sia accorto di avere in mano un chilo solo durante il fermo. Per il legale, il suo assistito «era un semplice trasportatore», al quale quella sera era stato promesso una sorta di 'regalo' se avesse proceduto con la consegna. «A mente della difesa, gli atti non forniscono sufficienti elementi oggettivi per accertare che abbia acquistato un chilo», ha affermato Ravi chiedendo una pena con la condizionale contenuta in 24 mesi. Nel caso in cui la Corte riconoscesse il dolo eventuale, «la pena deve essere contenuta in 36 mesi; 30 sospesi e 6 da espiare».
Quanto ai grammi spacciati riconosciuti dall'uomo, «ha agito sì per motivi di lucro, ma non per la bella vita, ma per racimolare qualche soldo in più per il mantenimento dei figli e dei genitori malati residenti a Santo Domingo».
In merito all'ipotesi di espulsione, ha continuato Ravi, «questa comporterebbe la separazione dalla moglie e dai figli. Sarebbe una drastica conseguenza e una pesante ingerenza personale, poiché l'imputato non potrebbe nemmeno possibilità di accedere allo spazio Schengen». In caso di condanna, il legale chiede dunque alla Corte di riconoscere questo come «un caso di rigore» e non imporre quindi l'espulsione.
Di parere totalmente opposto il procuratore pubblico Nicola Respini che chiede una pena detentiva di 3 anni e 9 mesi più l'espulsione dalla Svizzera per 7 anni. Il magistrato ha sottolineato le «bugie che l'imputato ha raccontato in sede d'inchiesta per cavarsela a buon mercato e uscirne col minor danno possibile dopo due anni di vendite indisturbate. Quando la polizia lo ha 'sgamato', lui voleva uscirne col minor danno possibile. Con questo obiettivo è sempre andato avanti durante l'inchiesta, non assumendosi a pieno le proprie responsabilità e ammettendo solo il minimo sindacale».
Dopo essere giunto in Svizzera qualche anno fa, ha continuato il pp, l'imputato - impiegato quale autista di un'azienda attiva nel settore degli alimentari - ha avuto due figli e beneficiato di aiuti statali per la sua famiglia. «Poteva tranquillamente cavarsela bene in Svizzera, e pure far fronte alle necessità dei suoi parenti rimasti in patria, senza spacciare cocaina. Ma probabilmente - ha continuato Respini - era più semplice piuttosto che lavorare di più. Poteva sicuramente darsi da fare diversamente, senza violare la legge. Invece non ha avuto alcuna remora, semplicemente perché era facile e veloce guadagnare soldi in quel modo».
La sentenza sarà pronunciata nel corso del pomeriggio.