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In un'intervista rilasciata a Forbes lo Special One ha parlato delle caratteristiche del leader di successo, che affondano le radici nella psicologia e nell'intelligenza emotiva.
Un allenatore di calcio deve sì conoscere il gioco del pallone, deve saper leggere le statistiche e convertirle in schemi e strategia, ma soprattutto, deve essere un essere umano dalla spiccata intelligenza emotiva.
In uno studio del 2003 la Harvard University confermò che l'80% delle competenze che differenziano i top performer dagli altri appartengono al dominio dell'intelligenza emotiva.
Questo, in breve, è il contenuto delle parole di José Mourinho, l'allenatore della Roma - uno dei più vincenti e celebri in circolazione - intervistato dalla rivista americana Forbes.
«Chi ti segue deve credere in te»
«Per essere un buon manager, la cosa più importante è che le persone ti seguano. E per seguirti, devono credere in te. Di solito, credono in te se sei empatico e onesto» ha detto lo Special One.
José Mourinho, che alcune settimane fa ha conquistato la Conference League con la Roma, in precedenza ha vinto la Primeira Liga (Portogallo), La Liga (Spagna), la Premier League (Inghilterra) e la Serie A (Italia).
«Nel mio caso personale, come leader, so di avere la responsabilità di non deludere le persone all'interno del mio team. Devi essere con loro e per loro, sempre. Devono fidarsi di te».
«Un allenatore che conosce solo il calcio non sa nulla di calcio»
Mancato giocatore professionista, il portoghese si dedicò poi allo studio del caoching seguendo le orme del padre - allora allenatore del Rio Ave.
«Le lezioni che ho imparato sul coaching, direi che le ho imparate molto prima di iniziare a fare l'allenatore. Infatti, avevo un professore universitario che mi diceva sempre: 'un allenatore che conosce solo il calcio non sa nulla di calcio'».
«I giocatori sono soprattutto uomini»
Il 59enne portoghese fu notato dal coach scozzese Andy Roxburgh, che capì quanta attenzione il giovane studente dava ai dettagli teorici, ma altresì agli aspetti motivazionali e psicologici.
"Dobbiamo conoscere fondamentalmente l'essere umano che abbiamo davanti, sono parole che uso ancora oggi. I giocatori di calcio non sono solo giocatori di calcio. Sono uomini che giocano a calcio e questa è una delle grandi lezioni che ho imparato fin dall'inizio».
L'ex coach di Chelsea, Tottenham, Manchester United, Real Madrid, Inter, Porto e Benfica è convinto che bisogna soprattutto sapere che si ha a che fare con persone e non robot.
«Nello sport c'è soprattutto un lato umano, che naturalmente può emergere anche negli affari e in altri settori della vita sociale. Credo che questa sia la cosa più importante che definisce la leadership».
«Ognuno all'interno del team deve sentirsi importante»
Sulle chiavi della motivazione, Mou ha detto a Forbes che «bisogna conoscere i giocatori, conoscerli bene. Sono tutti diversi e hanno bisogno di un modo diverso di comunicare, di ricevere feedback, di motivarsi».
«La cosa più importante è conoscere la loro natura, sapere tutto di loro, in modo da poter interagire con loro quasi individualmente».
«E un po' come quando si va al ristorante e si mangia à la carte, - ha continuato il nativo di Setubal - non bisogna guardarli come se fossero tutti uguali, perché sono tutti diversi».
Più facile a dirsi che a farsi. Come sanno tutti coloro che devono dirigere un gruppo di persone, come il docente che in classe ha davanti a sé 25 scolari. Un ricetta?
«Bisogna far sì che tutti si sentano importanti, che tutti si sentano parte della squadra e per questo bisogna conoscere le persone molto bene».
Colui che ha vinto la Champions League con il Porto (2003-2004) e l'Inter (2009-2010) è dunque convinto che il lato umano dell'allenatore è la cosa più importante.
Ebrima Darboe, 20enne centrocampista gambiano al servizio della Roma ha recentemente lodato proprio questi aspetti del coach portoghese: «Mourinho è un grande e ti dà molte motivazioni e consigli, anche fuori dal campo».