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|Con la conclusione della pace si riaprono le porte del carcere. Come addio alla Svizzera ospitale, Busoni tiene a Zurigo, nell'aprile del 1919, cinque esecuzioni pianistiche per illustrare la storia del Concerto. Parte quindi per Parigi e Londra.

Guardando indietro ai tre anni trascorsi, ha la sensazione di essere stato davvero in una oscura prigione dove tutte le sue energie spirituali si siano fossilizzate.
Penso però - scrive al Philipp - che la mia arte si sia affinata e che essa esprima tutto ciò che di buono rimane dentro di me.
Da questo momento l'esistenza di Ferruccio Busoni sembra tendersi spasmodicamente verso una meta estrema. Il corpo è ancora resistente ed integro, con in più, anzi, quel senso di sicurezza fisica che molto sovente si rivela nell'uomo di sana anzianità e che a lui è mancato in giovinezza. - «Sto bene, grazie a Dio». - [Lettera a Gerda, 19 aprile '19] «Ieri fui dal Dottor.... per essere rassicurato sulla mia salute. Egli mi scandagliò con ogni cura e decise che tutto in me era a posto». - Ma a questo benessere materiale quale travaglio spirituale fa riscontro, quale fermento di idee, di progetti, di dubbi, di aspirazioni! Egli passa dall'uno all'altro lavoro, quasi assillato dal bisogno di fissare quanto più può delle tante cose che urgono in lui. Faust lo pone continuamente di fronte a nuovi, tremendi problemi. L'angoscia per la lontananza del figlio Benni gli si muta ora in orgasmo nella speranza di un prossimo ritorno. S'interessa poi del figlio Lello e delle sue prime affermazioni pubbliche come pittore. Ma sempre e sopratutto lo incatena l'arte. A Gerda:
Ho riguardato la partitura di «Faust» e ne sono soddisfatto; spero che una buona prossima ispirazione mi spinga un bel pezzo avanti. Qualche brano porta la data del 1917. Ma ogni cosa deve esser resa più perfetta possibile. Quando un lavoro giunge a fine, l'autore ha fatto nel frattempo tali progressi che, ammesso che egli progredisca ininterrottamente, il lavoro stesso risulta superato. Questo ci obbliga a cominciarne un altro e in tal modo il progresso avviene senza che mai si sia detto tutto. (Prova ne siano Michelangelo, Goethe e Verdi.)
La vita del girovago continua tuttavia ad attrarlo. Spera di poter abbandonare definitivamente la Svizzera per stabilirsi a Parigi, non vedendo ormai più possibile un ritorno in Italia. Ma l'amico Philipp, pur senza entrare apertamente in argomento, sa fargli intendere ch'è contrario a tale progetto.
Del resto a Parigi Busoni si sente ancor più solo e isolato che a Zurigo. Scrive di là: «Penso a Giotto, e mi commuove vedere un cane!». A Londra è confortato dalla presenza di vecchi amici e dal fascino della città, dall'intenso movimento che gli dà tanta gioia, dopo così lungo periodo di forzata solitudine. Ma, se il pubblico londinese fa ai suoi concerti accoglienze più calorose e intelligenti che nell'anteguerra, immutato appare il livello intellettuale della provincia e Busoni si sente nuovamente accasciato dall'umiliazione.
Il ricominciare questa esistenza da saltimbanco, alla mia età, e nella fase artistica e morale da me raggiunte, è cosa insopportabile. Eppure non vedo come ciò possa finire!
[Lettera a Philipp].
A Londra egli incide anche vari dischi grammofonici, con la pena che bene esprime la lettera seguente:
La mia sofferenza pel travaglio d'incider dischi è terminata ieri, dopo aver suonato per tre ore e mezzo di seguito. oggi mi sento sfinito, ma ormai è fatta! Fin dal primo giorno mi sono sentito depresso, come in attesa di un operazione... Ecco un esempio di ciò che seguì: Volevano incidere il Valzer del «Faust» (che dura dieci buoni minuti), ma esso «doveva occuparne soltanto quattro!» Ciò significava tagliare, impasticciare, improvvisare, in modo che rimanesse ancora alla composizione qualche logica. Dovevo inoltre stare attento al pedale, perché suona male; dovevo pensare che certe note sono o troppo forti o troppo deboli per compiacere questa diabolica macchina; non potevo lasciarmi andare, per tema delle note false, ed essere sempre conscio che ogni nota sarebbe rimasta lì per l'eternità. Come si può parlare di ispirazione, di elasticità, di slancio, di poesia?
Oltre all'interprete, si sta valorizzando, in Inghilterra, anche il creatore. Il Dent, sull'«Athaeneum», dedica a «Busoni compositore» un ammirato articolo. Galsworthy gli scrive un'incitante lettera e lo ringrazia perché, dopo aver ascoltato i suoi concerti, egli può ritornare al lavoro «rinfrescato e ispirato». Un'altra simpatica lettera gli scrive Bernard Shaw, che ha per Busoni rara ammirazione.
È incredibile che un uomo possa fare bene più di una cosa. Quando vi ascoltai suonare, dissi: impossibile ch'egli sappia comporre; non vi è posto abbastanza, in una sola vita, per più di una eccellenza.
Ma le composizioni del Busoni lo hanno persuaso che tale norma può avere eccezioni; consiglia anzi al Maestro ad assumere, come compositore, un pseudonimo, poiché solo in tal modo il pubblico potrà valutarlo in tutta la sua capacità di creatore.
Questi riconoscimenti riaccendono la sua fede in sé stesso; ritorna imperioso il desiderio di lavorare, mentre cresce la nausea pel mestiere di virtuoso.
Dopo aver trascorso a Londra qualche tempo, ospite di Maud Allan, il Maestro parte con lei per Parigi, per rientrare poi in Isvizzera. A Parigi la devota amica prepara un incontro fra Busoni e il Direttore dell'Opéra Comique, nell'intento di fargli eseguire qualcuna delle sue opere. [Non se ne fece nulla.] [...]
Il Natale (1919) riunisce nuovamente a Zurigo tutta la famiglia, compreso Benni, tornato dall'America. Busoni trascorre giorni di pura intimità, dedicandosi alla cura dei due ragazzi e specialmente del rimpatriato che, egli pure, rivela già virtù pittoriche fuor del comune. [Entrambi i figli di Busoni seguirono infatti la carriera di pittori, con notevoli risultati, ed oggi <anni 40> ancora, l'uno a Berlino e l'altro in America, esercitano tal professione.]
Una breve visita all'Italia, nei primi giorni del 1920, non lo incoraggia a ritentare approcci con la sua Terra. Il livello culturale gli sembra ancora abbassato durante gli oscuri anni della guerra. Il diminuito interesse alle cose d'arte lo persuade a non cercare, in patria, atmosfera pel suo lavoro. Non migliore aria del resto, trova in marzo a Parigi, dove si reca per sei concerti, tre da camera e tre con orchestra. L'accoglienza del pubblico parigino è calda e cordiale e i successi tributatigli riaccendono in lui qualche po' di fede. Ma anche colà la guerra ha devastato, come dovunque, il mondo intellettuale, dominio ormai di pochi superstiti. La stessa impressione riporta in Inghilterra dove si reca in giugno, e questa volta più come direttore d'orchestra e compositore che come pianista. Oltre al «Faust» di Liszt vi dirige la Suite della «Sposa sorteggiata» e la «Fantasia indiana». Successo tiepido, che riconferma al Maestro la scarsa sensibilità artistica dei britanni. Lo interessano i fenomeni politici e civili di questo popolo, ne studia i caratteri, medita e commenta con acutezza caustica i risultati della guerra, ma sempre più si convince che sarebbe vano, anche a Londra, il tentativo di una riscossa artistica. «L'aria inglese è assai poco adatta a lavori di creazione». Quasi, dopo tanto maledire l'angusta clausura svizzera, dopo così lungo anelare alle grandi metropoli, ora Busoni rimpiange la serena tranquillità di Zurigo.