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Più di trenta aziende si stanno ribellando alla decisione presa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti
WASHINGTON D.C. - La Corte Suprema abroga un diritto e le grandi aziende rispondono picche. Hanno dieci, venti o centomila impiegati, insieme rappresentano una grande fetta dell'economia statunitense e non vogliono che le loro dipendenti siano costrette a lasciare il lavoro per una gravidanza indesiderata. Ecco tutte le big che tutelano l'aborto e quella che non ha ancora chiarito la sua posizione.
Lo scorso venerdì la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la storica sentenza del 1973 Roe contro Wade che tutelava il diritto all'aborto negli Stati Uniti. Ancora prima che la decisione ufficiale venisse presa, alcune aziende hanno messo le mani avanti. Il tre maggio, infatti, è stata resa pubblica una bozza intitolata "Parere della Corte" in cui veniva già ripudiato in modo deciso il diritto all'aborto. In quell'occasione, Patagonia, per esempio, ha annunciato che si sarebbe impegnata a coprire le spese per le proprie dipendenti che necessitano un aborto.
All'azienda di abbigliamento sportivo se ne sono aggiunte man mano altre. Oggi sono più di 30 e tra queste figurano anche Netflix, Google, Warner Brothers e Microsoft. Ognuna a proprio modo offre alle proprie dipendenti la possibilità di scegliere fornendo loro una base economica su cui possono appoggiarsi per poter viaggiare in altri Stati o per potersi permettere la procedura o i medicinali necessari per l'aborto in sé.
Il messaggio di fondo è soprattutto economico, ma anche umano. Levi Strauss - conosciuta meglio come Levi's - la spiega così: «La protezione dei diritti riproduttivi è una questione aziendale critica che ha un impatto sulla nostra forza lavoro, sulla nostra economia e sul progresso verso l'equità di genere e razziale».
Tra le grandi aziende pronte a tutelare l'aborto, una però non figura. Non ufficialmente, perlomeno. E sta facendo parecchio discutere. Si tratta di Meta. Portali come Vice e la Nbc hanno ricevuto varie segnalazioni secondo cui i post pubblicati su Facebook contenenti le parole "aborto" e "pillole" insieme venivano sistematicamente bannati; su Instagram alcuni hashtag come #mifepristone e #abortionpills hanno invece subito delle restrizioni. Secondo alcune organizzazioni i social starebbero oscurando i post inerenti all'aborto e anche alcune pagine come "Abortion Finder".
Su Twitter il portavoce di Meta Andy Stone ha scritto: «I contenuti che tentano di acquistare, vendere, scambiare, regalare, richiedere o donare prodotti farmaceutici non sono consentiti. Sono consentiti contenuti che discutono dell'accessibilità e della convenienza dei farmaci soggetti a prescrizione. Abbiamo scoperto alcuni casi di applicazione errata e li stiamo correggendo».
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