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Un importante filosofo del secolo scorso sosteneva che gli individui esistono solo se entrano, e stanno in maniera soddisfacente, in relazione con altri individui. Ora, senza entrare nel merito di cosa significhi il termine esistere, mi sembra che oggi la questione si ponga in termini abbastanza urgenti. Se pensiamo ai nostri ragazzi, ad esempio, in che modo ci possiamo permettere di dire che le nostre relazioni con loro sono (sia per loro che per noi) soddisfacenti?
Detto in altri termini: secondo quali parametri (o indicatori, o punti di riferimento che dir si voglia) siamo in grado di esprimere un giudizio equilibrato, sensato, intelligente sulla qualità delle nostre relazioni con i ragazzi? Proviamo a pensare a ciò che facciamo con e per i nostri ragazzi – tutti noi, indipendentemente dal fatto di avere figli o no e al di là di quanto sta nella propria cerchia familiare. Possiamo sinceramente dire, e se sì, in che misura, che ci stiamo occupando di loro nella piena consapevolezza che gli effetti del nostro lavoro educativo (non dimentichiamolo: non c'è atto che non sia educativo; qualsiasi cosa facciamo, che ne siamo consapevoli o meno poco importa, c'è sempre un ragazzino che ci sta guardando…) si tradurranno in quanto poi i giovani di oggi, una volta diventati adulti, faranno per noi, per il nostro ambiente di vita, per il paese in cui viviamo, per tutti e tutto, insomma? Proviamo a pensarci.