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Nei primi nove mesi dell'anno, le imprese svizzere hanno esportato materiale bellico per un valore di quasi mezzo miliardo di franchi (495,96 milioni). Si tratta di un importo nettamente superiore (+60%) ai 299,2 milioni dell'anno scorso. I dati pubblicati dalla Segreteria di Stato dell'economia si basano sulle informazioni fornite dalle parti interessate nelle loro dichiarazioni di esportazione. Le imprese elvetiche hanno venduto materiale bellico in 66 Paesi.
Il volume delle esportazioni per i primi nove mesi dell'anno supera quello del 2015, 2016 e 2017, sottolinea in una nota odierna il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSoA). Tra i destinatari figurano anche Paesi coinvolti in conflitti armati oppure poco o punto rispettosi dei diritti umani.
L'elenco comprende l'Arabia Saudita, Paese per il quale la Confederazione ha decretato lo stop alle esportazione di materiale bellico a causa del coinvolgimento di questo Stato nella guerra in Yemen. Le cifre in gioco - 1,2 milioni - si riferiscono ai pezzi di ricambio destinati alla difesa aerea importati in Svizzera per riparazione o manutenzione.
Per il resto, le spedizioni più importanti in Asia sono andate al Bangladesh, con un volume di 54,2 milioni di franchi, e verso il Pakistan (le cui relazioni con l'India si sono deteriorate a causa del Kashmir) con 13,3 milioni; si tratta principalmente di munizioni. Il maggior fatturato in Europa è stato realizzato in Danimarca con 107,5 milioni, principalmente veicoli blindati, in Romania con 34,5 milioni e in Italia con 13,5 milioni.
Nelle Americhe la Svizzera ha esportato per 46,8 milioni, di cui 27,1 milioni in direzione degli Stati Uniti. Le vendite al Brasile hanno generato un volume di quasi 12,3 milioni. In Africa, le esportazioni di veicoli corazzati e a motore verso il Botswana sono ammontate a 22,8 milioni.
Il Gruppo per una Svizzera senza esercito ha lanciato un'iniziativa popolare per vietare il finanziamento dei produttori di materiale bellico in tutto il mondo. La Banca nazionale (Bns), le fondazioni e gli istituti di previdenza pubblica e professionale non dovrebbero più investire in società il cui fatturato annuo generato dalla vendita di armi superi il 5%.
Il Consiglio federale ha chiesto di respingere questo testo, che considera dannoso per le casse pensioni, la piazza finanziaria e l'industria meccanica. Il Parlamento dovrebbe presto esprimersi.