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Alcune considerazioni filosofiche sulle ultime elezioni politiche o, meglio, su alcune analisi dei risultati delle ultime elezioni politiche.
Per la prima volta, in parlamento non ci sarà nessun esponente di un partito comunista o socialista: né il Partito Socialista né la Sinistra l’Arcobaleno sono infatti riusciti a superare la soglia di sbarramento. La parte a sinistra del parlamento (il perché di questa espressione poco elegante si capirà più avanti) verrà occupata dal Partito Democratico di Walter Veltroni e dall’Italia dei Valori di Di Pietro,
Da più parti si riassume così la situazione: la sinistra è fuori dal parlamento, e la colpa è del Partito Democratico di Walter Veltroni che ha sottratto voti alla sinistra e non al centro.
Sulla correttezza politica di questa analisi non mi pronuncio, mi interessano invece i presupposti impliciti: il PD non è di sinistra (non è la vera sinistra) e i voti sono qualcosa che è possibile sottrarre.
A sinistra
Perché il Partito Democratico non è di sinistra? I Democratici di Sinistra, chiaramente, lo erano, ma il PD, che nasce dalla fusione tra DS e Margherita, no, e così viene accusato di tradimento degli ideali originari.
Dal momento che, come suggerisce già il nome, l’essere di sinistra dei DS non era un qualcosa di accidentale ma, al contrario, ne era un tratto caratteristico, qualcosa, nel processo di fusione, non deve essere andato per il verso giusto. Oppure ha funzionato tutto a dovere, ma non era una fusione, bensì di una sorta di reazione chimico-politica, e il risultato di questa reazione è completamente diverso da quel che uno si aspettava (avete presente l’acido cloridrico? Ecco, uniteci della soda caustica e avrete acqua e sale: ve lo aspettavate?).
Il quadro si complica ulteriormente se pensiamo al Partito Socialista: il Partito Socialista di Boselli è lo stesso Partito Socialista nato nel 1892? E quale partito è l’erede del Partito Comunista Italiano? I DS (e quindi il PD)? Rifondazione Comunista (e quindi la Sinistra l’Arcobaleno)?
Per dare un senso a queste domande occorre capire che cosa è un partito politico.
Una associazione? Indubbiamente sì, ma le cose non possono essere così semplici: se un partito fosse solo una associazione, non ci sarebbero problemi di identità tradita: il problema diventa meramente burocratico, basta controllare verbali e statuti e la cosa finisce lì.
L’identità di un partito potrebbe allora risiedere nelle idee. Ipotesi suggestiva, ma anche questa perlomeno incompleta: le idee, almeno quelle politiche, non sono qualcosa di immutabile. Gli ideali sono già più stabili, ma per esserlo devono pagare il prezzo della genericità. Libertà e uguaglianza, ad esempio, sono ideali che vanno bene per tutti i partiti: chi si direbbe contrario alla libertà o nemico dell’uguaglianza? Al massimo cambiano le priorità, ma mi deprime un po’ pensare che l’identità dei DS risiedeva in una particolare scala di valori (una cosa tipo: libertà 75%, uguaglianza 95%, solidarietà 82%).
Un partito è allora formato dalla sua classe dirigente? Difficile affermarlo: i politici cambiano partito, e come ha notato qualcuno, in parlamento ci sono ancora molti socialisti, basta cercarli nelle file degli altri partiti.
Gli elettori, allora? In questo caso, nessun partito potrebbe dirsi erede del Partito Socialista del 1892: difficile trovare qualcuno che votò sia per Turati che per Boselli.
Delle due, l’una: o le analisi politiche che ho letto in questi giorni sono insensate (non sbagliate o incomplete, ma proprio prive di senso), oppure i partiti non sono oggetti solidi e ben definiti, e la loro identità dipende in parte dagli statuti e dai verbali, in parte dalle idee espresse, in parte dagli elettori, in parte dagli eletti, in parte da qualche altro fattore che non sono stato in grado di identificare.
Sottrarre il voto
Il giorno delle elezioni, ognuno vota per il partito che, in quel momento, considera essere il migliore, il più adatto. Se le cose stanno così, non si capisce come possa esserci una sottrazione di voti: se una persona alcuni anni fa ha votato il partito A e adesso vota il partito B, non è il partito B ad aver sottratto un voto al partito A, ma è la persona che ha cambiato idea: prima il miglior partito era A, adesso è B, alle prossime elezioni magari sarà C, oppure di nuovo A.
Se prima si è provato a sostenere che un certo partito è costituito dai propri votanti, chi parla di sottrazione di voti pensa che un partito possieda, in una qualche maniera, i propri votanti. E questa possibilità mi sembra ancora più stupida della prima.