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Sport e ansia
Del concetto di stress e, a maggior ragione, di quello di stress psichico non esiste una definizione del tutto precisa; per contro, i fenomeni dovuti ad esso sono molto chiari ed evidenti. Della realtà dello stress psichico e degli effetti di quest’ultimo sull’organismo e sulle prestazioni, è necessario cercare di capire le cause e la natura delle modificazioni psichiche riscontrate negli atleti precisando i rapporti che intercorrono tra queste modificazioni e il funzionamento dei diversi sistemi dell’organismo.
In generale lo stress si manifesta nel momento in cui si deve reagire intensamente per adattarsi ad alcune esigenze ambientali; in questo senso non è altro che una reazione dell’organismo a fenomeni, esterni o interni, la cui intensità è tale da sollecitare le capacità fisiologiche e psicologie a livelli che si avvicinano o superano i limiti abituali (Most, 1983).
II fondatore della moderna teoria dello stress, il canadese H. Selye (1956), ha individuato tre fasi nella reazione dell’organismo di fronte a una difficoltà:
- a) inizialmente la fase dell’inquietudine, che corrisponde al momento in cui l’adattamento non è ancora garantito: a questo punto la resistenza dell’organismo si riduce;
- b) segue la fase della resistenza, o della controreazione, in cui l’organismo risponde alle nuove esigenze mettendo in opera meccanismi di difesa e utilizzando una tensione funzionale;
- c) infine sopraggiunge la fase di rilassamento, dato che l’organismo non può mantenere a lungo attiva la tensione. A poco a poco i meccanismi di difesa si dimostrano insufficienti e compare un certo squilibrio tra le varie funzioni vitali. I fenomeni appena descritti sono generali e interessano anche la sfera psichica.
Lo stress psichico presenta, infatti, specifiche caratteristiche in quanto, a differenza di quello fisico, non corrisponde obbligatoriamente a stimoli reali. La particolarità dello stress psichico comporta un processo di riconoscimento, che consente all’essere umano di valutare il carattere minaccioso di un segnale psichico, di anticipare un pericolo imminente prima che si materializzi e, infine, di determinare il tipo di reazione adatta, che si tratti di paura, di collera o di inquietudine (Most, 1983). In questo
contesto generale come si colloca lo sport? Nel senso stretto del termine, se lo stress viene considerato una reazione fisiologica di adattamento dell’organismo all’ambiente, è indiscutibile che lo sport, per natura, è generatore di stress; si potrebbe anche dire che è un agente stressante.
Lo stress si manifesta spesso con sintomi che incidono negativamente sulla prestazione sportiva: scadimento delle abilità motorie, sensazioni di inadeguatezza al compito, diminuzione delle capacità di concentrazione, ecc.
I sintomi dello stress si manifestano, a seconda delle circostanze e delle caratteristiche dell’individuo, su uno o più dei versanti fisiologico, fisico e cognitivo-comportamentale (Robazza, Bortoli, Gramaccioni, 1994).
A livello fisiologico, i segni dello stress, e l’eccessivo incremento dell’arousal, inteso come una funzione che permette l’accesso alle risorse energetiche dell’organismo, determinano aumenti in parametri quali frequenza cardiaca, sudorazione, ritmo respiratorio, pressione del sangue, flusso di adrenalina, accanto a sintomi di disagio psicofisico come difficoltà ad addormentarsi, sonno irregolare, perdita di appetito, problemi digestivi, affaticamento, ecc.
Sul piano fisico, nella muscolatura si manifestano tensioni, rigidità, crampi, dolori, con conseguente rischio di infortuni oltre che perdita delle coordinazioni fini e diminuzione della fluidità del movimento.
A livello cognitivo, infine, si riscontrano disturbi dell’attenzione e della concentrazione (distraibilità e incapacità a sostenere un adeguato focus attentivo), e invasione di pensieri interferenti, catastrofici e di fallimento; l’atleta si dimostra eccessivamente preoccupato per gli esiti della gara o per le valutazioni negative che possono scaturire dalla sua prestazione (Spielberg, 1989).
L’attivazione di un sistema di pensiero disfunzionale provoca una distorsione nella codifica e valutazione degli stimoli interni ed esterni.
L’atleta tende a pensare al peggio, ignorare gli eventi positivi, arrivare a conclusioni in assenza dei fatti, accrescere o minimizzare il significato di un evento, generare stabili attribuzioni interne di fallimento accanto ad instabili attribuzioni esterne di successo; può trasformare situazioni momentanee (“in questa partita non sono riuscito a segnare”) in decisioni categoriche (“non sono capace di segnare”).Questo sistema disfunzionale di pensiero conduce a risposte inadeguate sotto il profilo non solo prettamente cognitivo (scarsa concentrazione, indecisione, basso autocontrollo, ecc.), ma anche fisiologico e comportamentale (Calvo, Almo,1987). Lo stress può essere sperimentato in ognuno dei tre versanti, ma ogni atleta presenta in genere modalità di reazione che chiamano in causa prevalentemente uno di questi anche in situazioni molte diverse tra loro. Ad esempio, competere in uno stadio dove in precedenza si è stati sconfitti può generare uno stato di tensione fisica senza che l’atleta sia consapevole del motivo, in quanto le risposte di attivazione sono state precedentemente collegate agli stimoli esterni in modo condizionato; se l’atleta interpreta il suo disagio come sintomo di stress, questo tenderà a suscitare ulteriori risposte negative (Cormio, 1996).E’ inesatto, però, far dipendere l’insorgenza dello stress psichico soltanto dalla situazione attuale. Diverse osservazioni hanno evidenziato che lo stress è determinato da esperienze individuali e dalla specifica sensibilità di ciascuno; ciò significa che, in una stessa situazione, individui che si trovano in situazioni analoghe reagiscono in modo il più delle volte diverso. In altri termini, molto dipende dalla struttura della personalità, dall’orientamento prescelto dall’individuo e dall’intensità delle sue motivazioni (Most, 1983).
Le diverse modalità di reazione, combinate alle differenze individuali nella reattività del sistema fisiologico, rendono difficile una valutazione unidirezionale dello stress con sole misurazioni fisiologiche (ad esempio, per mezzo di strumentazioni per rilevare il ritmo cardiaco o la sudorazione) o cognitivo-comportamentali (check list di osservazione, questionari di indagine, ecc.). Per questo motivo vengono attualmente sempre più sviluppati ed impiegati strumenti di rilevamento multidimensionali che considerino le diverse aree di reattività individuale. Se si analizza l’attività di un atleta durante un campionato si osserva che, nella maggior parte dei casi, egli svolge un compito identico a quello che svolgeva durante l’allenamento, in certi casi, anzi, nell’allenamento compie un lavoro più intenso e per un tempo più lungo senza affaticarsi tanto. Quando si analizzano le caratteristiche dello stress psichico, in particolare nello sport, bisogna tenere presente il fatto che l’uomo deve reagire non soltanto ad una minaccia reale, ma anche ai segnali che annunciano un’eventuale minaccia, segnali peraltro che gli consentono di prevedere e di anticipare gli eventi. Del resto, l’intensità di un’emozione spiacevole che viene anticipata supera spesso l’intensità dell’emozione provocata dall’evento reale.
Questo è dovuto a ciò che Leonhard (1982 ha indicato come potenziamento delle emozioni: l’uomo, presentando a se stesso alternativamente i possibili aspetti positivi o negativi di una situazione, rinforza l’emozione. È un fenomeno che si osserva spesso negli sportivi prima dell’inizio dell’attività propriamente detta; ne consegue un dispendio di energia e quindi una certa alterazione dell’abilità nell’eseguire i vari movimenti coordinatamente.
Risulta comunque importante la necessità di considerare nel loro insieme tre componenti probabilmente interagenti: l’eccitazione emotiva, le disponibilità energetiche e l’abilità motoria. I meccanismi descritti non sono probabilmente i soli in causa quando si analizza un’attività sportiva durante la competizione.
Il concetto di stress psichico è in ogni caso molto più importante, specialmente quando si analizza la situazione di un atleta nel giorno che precede la gara (Robazza, Bortoli, Gramaccioni, 1994).
Queste considerazioni sono indispensabili alla psicoigiene ed alla psicoprofilassi sportive: lo scopo non deve essere unicamente di assicurare all’atleta uno stato psichico ottimale a fini esclusivamente competitivi, ma di creargli, per un lungo periodo di tempo, una situazione di compatibilità con una vita sportiva armoniosa, durante la quale si possono alterneranno successi ed insuccessi (Most 1983).
Come ho provato ad illustrare, lo stress e l’ansia che ci si trova ad affrontare nella pratica agonistica sono spesso molto intensi: di conseguenza forniscono prestazioni migliori gli atleti psicologicamente maturi, con personalità stabili, sicuri di sé, che si adattano alle differenti situazioni e perseguono razionalmente i propri obbiettivi.
La psicologia, ed in particolare l’approccio cognitivo comportamentale, può diventare quindi una componente importante dell’allenamento sportivo; ogni atleta dovrebbe apprendere a riconoscere la propria attività mentale e le proprie reazioni emotive e ad utilizzarle in modo proficuo. Per rispondere alle richieste di un qualsiasi sport occorre infatti sviluppare, accanto alle specifiche capacità motorie, particolari abilità mentali, come quelle necessarie per affrontare lo stress elevato della gara o controllare pensieri disfunzionali che in assenza di un adeguato supporto possono portare anche al drop out.