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Da lunedì il Consiglio dei diritti umani è riunito a Ginevra per la sua quarta sessione. I suoi 47 membri hanno per mandato di gettare le basi definitive del nuovo organismo dell'ONU entro giugno.
Minati da uno scontro tra blocchi, i negoziati faticano a partorire un risultato migliore di quello della vecchia e tanto discreditata Commissione dei diritti umani.
L'Unione Europea, prossimo presidente del Consiglio, ha ancora la speranza di riuscire a concludere i negoziati entro la data limite del 18 giugno. Tuttavia, se il risultato che ne scaturirà rappresenterà un passo indietro rispetto alla vecchia Commissione, Bruxelles si opporrà. È in sostanza quanto dichiarato venerdì dalla Germania (paese che presiede l'Unione Europea) per bocca del suo ambasciatore a Ginevra, Michael Steiner.
La Svizzera, dal canto suo, utilizza un linguaggio più diplomatico: "La nostra priorità è il consolidamento istituzionale del Consiglio", precisa l'ambasciatore Blaise Godet.
Il capo della delegazione elvetica ricorda che la risoluzione che fonda il Consiglio dei diritti dell'uomo stipula che il nuovo organismo deve riprendere quanto realizzato dall'ex Commissione e – se necessario – apportare dei miglioramenti.
Le esigenze dell'Europa
Per il momento, l'incertezza continua a planare sull'architettura dell'organismo dell'ONU. I negoziati si concentrano su quattro aspetti principali: l'esame periodico universale della situazione dei diritti dell'uomo in tutti gli Stati membri – la grande novità del Consiglio – e la sorte riservata a tre meccanismi ereditati dalla vecchia Commissione, ossia la sottocommissione dei diritti dell'uomo, la procedura di denuncia individuale 1503 e il ruolo e lo statuto degli esperti indipendenti, i cosiddetti relatori speciali.
L'UE insiste, ad esempio, affinché i relatori speciali non siano eletti dalla maggioranza del Consiglio, ma designati in maniera indipendente, come accaduto finora. L'UE esige pure che il Consiglio, al pari della Commissione, possa adottare delle risoluzioni per ogni paese e che la partecipazione delle ONG sia assicurata.
Secondo Adrien-Claude Zoller, i paesi non allineati – maggioritari in seno al Consiglio rispetto ai paesi occidentali – difendono delle posizioni che svuoterebbero questi meccanismi di gran parte della loro sostanza. Il direttore dell'ONG "Ginevra per i diritti umani" cita la proposta dei paesi africani riguardo all'esame periodico universale, proposta che trasformerebbe questo esame in una sorta di autovalutazione, interamente controllata dal paese stesso e dai suoi alleati.
Esito incerto
Una cosa è certa. I mandati di un terzo dei 47 membri del Consiglio e del suo presidente, il messicano Luis Alfonso de Alba, scadranno il 18 giugno. Eletti in maggio dall'Assemblea generale dell'ONU, i 14 nuovi paesi membri integreranno un Consiglio che sarà presieduto dall'ambasciatore rumeno Doru Costea, ossia un rappresentante dell'Unione Europea.
"L'importante non è questa scadenza, bensì il risultato dei negoziati", sottolinea Adrien-Claude Zoller, che stima a diversi anni il tempo necessario affinché il Consiglio diventi uno strumento veramente efficace per proteggere i diritti umani.
Un'altra fonte di conflitto sono le diverse crisi umanitarie, a cominciare da quella del Darfur, sulle quali il Consiglio dovrà soffermarsi nel corso delle prossime tre settimane.
In seguito al rifiuto del Sudan di autorizzare la visita nella provincia limitrofa del Ciad della missione d'inchiesta voluta dal Consiglio durante la sessione speciale del 13 dicembre, l'ambasciatore Steiner ha annunciato venerdì un'azione nei confronti del governo di Khartoum. Una sanzione raccomandata pure dall'Alto commissario dell'ONU per i diritti dell'uomo Louise Arbour.
Il no degli Stati Uniti
"Vi è in gioco la credibilità del Consiglio. Deve assolutamente pronunciarsi sulle gravi violazioni commesse nel Darfur", sottolinea Peter Splinter, rappresentante di Amnesty International all'ONU.
Una credibilità che gli Stati Uniti giudicano già largamente compromessa. Ragion per cui, secondo la versione ufficiale, Washington ha rinunciato a presentare la sua candidatura in occasione del rinnovo del Consiglio il prossimo mese di maggio.
swissinfo, Frédéric Burnand, Ginevra
Appello e critiche al Sudan
La ministra degli affari esteri Micheline Calmy-Rey ha aperto la 4a sessione del Consiglio dei diritti umani lanciando un appello al governo del Sudan e ai gruppi ribelli a rinunciare alla violenza.
La situazione in questo paese dell'est dell'Africa si deteriora di settimana in settimana.
Un gruppo di esperti dell'ONU ha presentato un rapporto nel quale il governo sudanese è messo in causa nelle violenze che insanguinano il Darfur. Il rapporto rende noto che nel paese si registrano giornalmente violazioni gravi e su larga scala dei diritti umani.
Gli autori del rapporto hanno dovuto basarsi su testimonianze rese fuori dalla "zona calda", dove l'accesso è stato loro rifiutato.
Il Consiglio dei diritti umani dell'ONU riunisce 47 Stati fra cui la Svizzera. Ha preso il posto della Commissione dei diritti umani.