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La Svizzera è uno dei pochi paesi occidentali a non avere ancora nessuna normativa sul finanziamento dei partiti.
Il dibattito è però stato recentemente rilanciato dopo che un giornale ha pubblicato una lista delle donazioni a un partito da parte di diverse imprese elvetiche e dopo le critiche dell'ONG Transparency International.
Quali ditte finanziano i partiti? Quanto versano? Nelle casse di quali partiti finiscono i soldi?
In Svizzera chi volesse rispondere a queste domande dovrebbe rapidamente abbassare le braccia. A livello federale, i partiti non devono infatti rendere conto a nessuno delle loro entrate. L'unica legge esistente – peraltro assai recente – si limita a stabilire l'obbligo per ogni politico di dichiarare in quali società ed organizzazioni ha degli interessi.
Nessun partito ha mai nascosto di ricevere finanziamenti dall'economia privata, finanziamenti che – è bene ribadirlo – sono legali. È altrettanto vero però che finora non erano mai trapelate né cifre precise né nomi delle società. A rimediare almeno parzialmente a questa pecca ci ha pensato recentemente il quotidiano di Losanna «24 Heures», che è riuscito a pubblicare i conti tra il 2001 e il 2003 del Partito liberale svizzero (PLS), un piccolo partito dello schieramento borghese che nel Parlamento federale conta quattro rappresentanti.
Da questa lista si apprende ad esempio che nel 2003 l'UBS ha versato al PLS 100'000 franchi, la Nestlé 40'000, il Credit Suisse 20'000, la Comunità svizzera dell'industria della sigaretta 10'000 e così via per un totale di 265'090 franchi.
Campagne più care
Il presidente del PLS Claude Ruey ha ammesso senza nessun problema che il suo partito riceve soldi dalle grandi imprese. «Seppur in misura molto inferiore rispetto ai partiti più grandi», ha precisato a «24 Heures».
Fino a pochi anni fa, il problema del finanziamento dei partiti in Svizzera si è posto in maniera molto meno acuta rispetto ad altri paesi occidentali.
«Tradizionalmente nel nostro paese si è sempre potuto fare una campagna elettorale spendendo poco. Poiché i costi sono inferiori anche il rischio di abusi è minore», spiega a swissinfo il costituzionalista Tiziano Balmelli, che al tema del finanziamento dei partiti ha consacrato una tesi di dottorato.
«Tuttavia – prosegue – anche in Svizzera da un paio di legislature si è assistito ad un cambiamento, con delle campagne sempre più care».
Un rincaro che può creare non pochi intoppi al buon funzionamento della democrazia. Da un lato si pone il problema delle pari opportunità. I partiti che hanno più facilità a procurarsi dei fondi possono influenzare più facilmente un voto. Dall'altro, quello delle pressioni che le imprese finanziatrici potrebbero esercitare sui partiti.
Iniziativa parlamentare
Questo vuoto legislativo è stato recentemente criticato anche da Transparency International (TI), un'organizzazione non governativa attiva nella lotta contro la corruzione. Nel suo rapporto annuale, TI ha puntato il dito contro il sistema di finanziamento dei partiti in Svizzera, definendolo «uno dei più oscuri d'Europa».
Il tema dovrebbe inoltre presto approdare nuovamente in Parlamento. Il Partito socialista ha infatti annunciato di voler presentare un'iniziativa parlamentare per legiferare sulla questione.
«La nostra iniziativa chiede che lo Stato finanzi almeno parzialmente i partiti per alcune funzioni di interesse pubblico che svolgono, come ad esempio la ricerca, la traduzione di documenti o la formazione, a condizione che i partiti diano prova di trasparenza sulle loro entrate», spiega la portavoce del Partito socialista Claudine Godat.
Trasparenza, un'utopia
Per Tiziano Balmelli, la trasparenza è sicuramente un aspetto fondamentale della democrazia. Si tratta però di un obiettivo difficilmente raggiungibile, come dimostrato dall'esperienza di molti paesi. «Anche con leggi molto dettagliate sulla trasparenza gli abusi sono sempre stati possibili. Lo si è visto in Germania con le casse nere di Helmut Kohl. A mio modo di vedere è utopico illudersi di ottenere una trasparenza».
E ottenerla attraverso finanziamenti da parte dello Stato è probabilmente ancor più utopico. Negli anni '70 per cercare di risolvere il problema molti Stati hanno introdotto il finanziamento statale, ciò che ha però avuto effetti assai controproduttivi. «Si è iniziato con somme assai modeste, poi il finanziamento pubblico è esploso. Di pari passo è cresciuto pure il finanziamento occulto, poiché, essendo il contributo statale più o meno identico per tutti, era proprio questo che permetteva di fare la differenza», spiega Tiziano Balmelli.
Secondo il costituzionalista, sarebbe molto più efficace intervenire sulle spese. Questo sistema permetterebbe perlomeno di garantire le pari opportunità. «Un simile limite è facilmente verificabile. Gli annunci sui giornali tutti li vedono, i manifesti anche. È molto difficile imbrogliare su queste spese», osserva Tiziano Balmelli.
«Questa soluzione – prosegue – risolverebbe il problema alla radice: dal momento in cui un candidato sa che non potrà spendere una somma esagerata, non ha neanche interesse a procurarsela».
swissinfo, Daniele Mariani
Fatti e cifre
Partito liberale radicale: tre milioni di franchi di budget annuo, di cui il 65% coperto da donazioni di imprese.
Partito popolare democratico: due milioni, 50%.
Unione democratica di centro: due milioni, 35%.
Partito socialista: 2,5 milioni, di cui il 70% coperto dai contributi dei membri. Una sola ditta effettua delle donazioni a questo partito.
A parte il Partito socialista, nessuno degli altri tre partiti di governo comunica i nominativi delle imprese donatrici.
In breve
In Francia, Germania ed Italia, i partiti devono comunicare i nomi dei privati o delle imprese che effettuano dei doni.
In Italia questa dichiarazione è obbligatoria per importi superiori ai 50'000 euro (prima della recente approvazione di un decreto legge la cifra era di 6'614 euro), mentre in Francia ed in Germania è imposta per tutte le donazioni.
In Francia vige un tetto massimo per ogni contributo di 4'600 euro.
In tutti e tre i paesi sono previsti dei finanziamenti pubblici per i partiti.
In Germania non esiste nessun limite di spesa per delle campagne elettorali, mentre in Italia e in Francia sì. In Italia, ad esempio, ogni candidato non può spendere più di 52'000 euro, più 0,01 euro per ogni cittadino residente nella circoscrizione nella quale si presenta.