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di Barbara Finamore
La prima volta che mi son trasferita in Cina nel 1990, l’inverno significava carbone. Nel momento in cui Pechino accendeva il sistema di riscaldamento municipale, le nostre facce si coprivano di cenere.
Le persone impilavano resti di carbone in immensi ammassi fuori dalle loro case per scaldare e cucinare. In lontananza, potevo vedere le ciminiere di quattro grandi impianti a carbone e la più grande acciaieria del paese. La dipendenza della Cina da questo combustibile fossile altamente inquinante rendeva quantomeno fantasiosa la prospettiva di vedere un giorno il paese combattere il cambiamento climatico.
Ora, tra le notizie più importanti del 2020 che potreste esservi persi, la Cina si è spontaneamente ingaggiata come leader nella lotta contro il cambiamento climatico. Il 22 settembre, il presidente Xi Jinping ha annunciato in un video destinato all’assemblea generale dell’ONU che la Cina ambisce di diventare un paese a emissioni zero prima del 2060 – il primo obiettivo a lungo termine fissato da Pechino. Così facendo, si unisce all’Unione Europea, il Regno Unito e dozzine di altri paesi che hanno adottato obiettivi climatici simili entro la metà del secolo, come richiesto dall’Accordo di Parigi.
E non è troppo presto. La Cina è attualmente responsabile per il 28% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, più degli Stati Uniti e dell’Unione Europea messi insieme. Dal punto di vista pratico, per diventare un paese a emissioni zero la Cina dovrà ridurre le sue emissioni di carbonio fino al 90%, e compensare il resto tramite sistemi naturali o tecnologie che assorbono più carbonio dall’atmosfera di quanto emettono. Se avrà successo, questo sforzo da solo permetterà di ridurre di 0.2° o 0.3° C le proiezioni per il riscaldamento globale, facendo della promessa di Xi il più grande impegno climatico della storia.
Raggiungere questo obiettivo sarà una sfida colossale per una nazione che dipende ancora pesantemente dai combustibili fossili. La Cina brucia la metà del carbone consumato nel mondo e costruisce ancora nuovi impianti a carbone, malgrado stiano diventando sempre meno convenienti e necessari. Il paese consuma inoltre carbone nelle sue fabbriche che producono metà dell’acciaio e del cemento del mondo. Un aspetto notevole dei miei giorni di smog a Pechino era l’assenza virtuale di macchine private – le strade erano piene principalmente di biciclette. Da allora la Cina è diventata il più grande mercato automobilistico globale, oltre che il principale importatore mondiale di greggio.
Ma qui c’è un paradosso: la Cina è anche il primo paese a livello mondiale nell’utilizzo di quelle tecnologie pulite che rendono realizzabile il piano di Xi. La Cina è di gran lunga il primo investitore, produttore e consumatore di energie rinnovabili. Un terzo dei pannelli solari e delle pale eoliche presenti nel mondo si trova in Cina. Quest’ultima ospita anche quasi la metà dei veicoli privati elettrici, il 98% dei bus elettrici e il 99% delle due ruote elettriche esistenti al mondo. Il paese è leader mondiale nella produzione delle batterie che danno energia ai veicoli elettrici e trasformano l’energia rinnovabile distribuita sulle reti elettriche. Entro il 2025, i suoi impianti di batterie saranno quasi il doppio di quelli del resto del mondo messi insieme.
Il sostegno del governo cinese all’energia pulita e la gigantesca economia del paese hanno spinto verso il basso i costi un tempo esorbitanti di queste tecnologie, al punto che sono ormai competitive con i combustibili fossili. Pannelli solari fotovoltaici e impianti eolici di grande scala sono ormai la forma più conveniente di produzione di nuova energia per almeno due terzi della popolazione mondiale. Sarà presto più conveniente costruire nuovi impianti solari e eolici che continuare a operare le centrali a carbone già esistenti. Il costo delle auto e dei bus elettrici continuerà a diminuire, e entro i prossimi cinque anni avranno lo stesso prezzo dei loro equivalenti a benzina.
Per raggiungere le neutralità delle emissioni, la Cina dovrà accelerare rapidamente quanto ha fatto fin qui. Dovrà raddoppiare i suoi investimenti annuali nel solare e triplicare o quadruplicare quelli nell’eolico. Dovrà anche incanalare degli sforzi enormi nello sviluppo della prossima generazione di tecnologie costose ma potenzialmente fondamentali come l’idrogeno ecosostenibile, lo stoccaggio di energia e l’eolico offshore. La Cina è già ingaggiata in una corsa con l’UE per condurre questi settori. Questi sforzi trasformeranno la nostra lotta al cambiamento climatico, rendendo disponibili e accessibili in ogni paese delle tecnologie di prossima generazione fondamentali per questo obiettivo.
Possiamo fidarci di queste ambiziose promesse? Penso proprio di sì. I precedenti storici della Cina testimoniano di un paese che ottiene risultati migliori di quelli inizialmente promessi nella lotta al cambiamento climatico. È altamente improbabile che Xi avrebbe fatto personalmente questo annuncio su una importante piattaforma internazionale come l’ONU se non avesse avuto solide prove che l’obiettivo fosse raggiungibile. La tempistica ha anche chiaramente lo scopo di approfittare della mancanza di leadership degli Stati Uniti a livello internazionale sul dossier climatico – e forse anche di prevenire future pressioni ad agire contro il cambiamento climatico da parte di una possibile nuova amministrazione americana. Ma non dobbiamo dimenticare che le parole di Xi avevano anche una funzione per la politica interna. Il progetto manda un forte segnale a tutti coloro che vivono in Cina: la lotta al cambiamento climatico è una priorità numero uno.
Il governo centrale della Cina ha alcuni vantaggi rispetto all’UE e gli USA. Ha gli strumenti necessari per una pianificazione industriale a lungo termine, sostenuta da investimenti massicci e misure politiche di accompagnamento. Può – e lo farà – dirigere ogni governatore provinciale e sindaco di un centro urbano a sviluppare i loro propri piani climatici di lungo termine.
Ma il governo centrale può anche aspettarsi delle forti resistenze da diversi dei forti interessi particolari di cui necessita la collaborazione. I governi locali, ancora dipendenti dall’economia delle energie fossili per i posti di lavoro e il gettito fiscale, continuano a costruire nuove centrali a carbone a tassi preoccupanti, malgrado gli sforzi del governo centrale di rallentare tali progetti. L’industria dell’energia cinese chiede sempre più carbone, mentre la State Grid Corporation of China, la più grande società elettrica al mondo, ha a lungo resistito a cruciali riforme nel settore dell’energia. Il rallentamento dell’economia cinese ha inoltre rinforzato la mano di coloro che chiedono più piani di stimolo ad alta produzione di carbonio.
Malgrado la notizia arrivata dall’ONU possa essere stata rapidamente soffocata nel flusso dell’informazione, rappresenta un gigantesco passo verso la salvezza dalle conseguenze più catastrofiche di un collasso climatico globale. È un cambiamento radicale rispetto a trent’anni fa, quando per la prima volta assistevo di persona mentre i rappresentanti della Cina e di 40 altri paesi in via di sviluppo forgiavano una strategia di negoziazione che li liberava da ogni futura obbligazione in campo ambientale.
Come altri paesi che hanno fatto simili promesse, la Cina deve ora sviluppare piani e politiche di implementazione dettagliati. L’ormai prossimo 14° piano quinquennale (2021-2025) è un punto di partenza fondamentale. Dopo quattro anni d’inazione e di regressione da parte dell’altra superpotenza mondiale, l’annuncio di Xi potrebbe dare lo slancio tanto necessario per rilanciare le negoziazioni internazionali sul clima. Il pianeta ne ha più che mai bisogno.
Fonte : The Guardian, 5 ottobre 2020.
Barbara Finamore è senior director della ONG ambientalista americana Natural Resources Defense Council.