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- Sabato, 31 Dicembre 2016 11:56
- di Marie-Laure Geoffray*
Dopo essere sfuggito a centinaia di tentativi di assassinio ed essere sopravvissuto a diverse operazioni, Fidel Castro è deceduto il 25 novembre all'età di 90 anni. Questa notizia, che ha generato una reazione di stupore a Cuba, ha, al contrario, spinto i Cubani emigrati nelle strade di Miami. La produzione mediatica è l'immagine di questa dicotomia. Da un lato una serie di profili agiografici del leader rivoluzionario e dall'altro una serie di tratti che lo caratterizzano come un leader sanguinario.
Si tratterà qui di stilare un bilancio critico dell'eredità di Fidel Castro, tentando di tenere la linea di una lettura non partigiana, senza peraltro essere esenti da una lettura politica favorevole alla giustizia sociale e alla sovranità nazionale.
Uno stravolgimento mondiale dei rapporti di forza
Allorché gli Stati Uniti, all'uscita della Seconda Guerra Mondiale, diventano egemoni sulla scena internazionale, la rivoluzione condotta da Fidel Castro opera uno stravolgimento nel rapporto di forza tra paesi del Sud e Paesi del Nord, paesi ricchi e paesi detti del Terzo Mondo. Fidel Castro dimostra infatti che è possibile spezzare le catene della tutela neocoloniale degli Stati Uniti senza peraltro infeudarsi totalmente all'Unione Sovietica.
Malgrado le relazioni economiche strette con l'URSS e alcune posizioni sovente allineate all'Unione Sovietica (per calcolo o per convinzione), il governo cubano è fondatore dell'OSPAAAL (Organizzazione di Solidarietà dei Popoli d'Africa, d'Asia e d'America Latina), ospita la conferenza Tricontinentale (1966) e ottiene la presidenza alternante del movimento dei paesi non allineati nel 1979. Molto attivo nella creazione di alleanze Sud-Sud, Fidel Castro ha partecipato alla dinamica emancipatrice di numerosi leader del Terzo Mondo come Mehdi Ben Barka (Marocco), Amilcar Cabral (Guinea-Capo Verde) o Daniel Ortega –all'epoca– (Nicaragua), impegnato contro l'imperialismo delle grandi potenze e per la sovranità nazionale delle nazioni recentemente decolonizzate.
In America Latina, la vittoria della rivoluzione cubana e la sua resistenza sul lungo termine, malgrado il tentativo d'invasione cubano-americano della Baia dei Porci nel 1961 e l'embargo unilaterale imposto dagli Stati Uniti nel 1962, danno una boccata d'aria ai movimenti progressisti che cercano da un lato di emanciparsi dalla tutela americana e, dall'altro, di combattere le elite borghesi locali che si accaparrano ricchezze e potere.
Malgrado lo scacco pesante delle guerriglie dell'America Centrale e la fine improvvisa del governo Allende nel 1973 in Cile –la CIA ha avuto nei due casi un ruolo centrale-, la rivoluzione cubana costituisce un'ispirazione per numerose lotte sociali e politiche latino-americane fino ad oggi, dato che incarna la possibilità reale di prendere il potere e di far cambiare il rapporto di forza, sia su scala nazionale che internazionale.
Progressi sociali indiscutibili
L'eco mondiale della rivoluzione cubana è anche legata alle sue riuscite sociali relativamente uniche per una piccola isola con poche risorse naturali. Si citano di solito –a ragione– l'accesso gratuito e universale sanità ed educazione pubblica. Ma si dimentica spesso il controllo degli affitti, la ripartizione degli alloggi, lo sradicamento delle bidonville e la messa in campo di servizi sociali e la fine delle discriminazioni razziali.
Si tende anche a dimenticare il fatto che lo sviluppo di queste politiche pubbliche andavano ben oltre il loro scopo iniziale (miglioramento delle condizioni di vita della popolazione), diventando anche un mezzo per rivoluzionare le gerarchie sociali e razziali. Infatti, queste politiche hanno concorso a generare una mobilità sociale straordinaria per l'epoca, in particolare per i Cubani più poveri, sovente provenienti da famiglie di colore, contadine e provenienti dalla parte orientale dell'isola. È in queste categorie della popolazione che Fidel Castro ha potuto trovare un sostegno e una legittimità immensa per decenni. Certo, le disuguaglianze sociali aumentano di nuovo negli ultimi vent'anni, ma i rapporti sociali di classe rimangono sensibilmente differenti da quelli che possiamo osservare altrove in America Latina dove le relazioni di dipendenza restano fortemente ancorate.
Infine, si è vero che si torna a notare anche una risorgenza di discriminazioni razziali, non di meno la volontà di Fidel Castro di rivendicare la parte africana della cultura cubana, la sua accoglienza delle Black Panthers in esilio e lo spazio –anche se limitato- accordato alla musica hip-hop avrà influenzato e cambiato sul lungo termine le percezioni razziali a Cuba.
Un disastro economico e un anacronismo politico
Se il bilancio sociale di Fidel Castro è difendibile, il suo bilancio economico e politico è disastroso. Ovviamente, l'embargo imposto unilateralmente dagli Stati Uniti ha avuto un impatto considerevole sull'economia cubana e il suo costo è stimato in 104 miliardi di dollari cumulati. D'altro canto anche le scelte fatte da Fidel Castro hanno concorso al disastro economico cubano.
I suoi azzardi da megalomane hanno condotto a sperimentazioni economiche catastrofiche, come la collettivizzazione delle terre, la nazionalizzazione dei piccoli commerci nel 1968, la grande raccolta di zucchero del 1970 o ancora la chiusura delle centrali dello zucchero negli anni 1990 contro il parere dei suoi consiglieri. Allorché Ernesto Guevara (il Che), ministro dell'Industria negli anni 1960, raccomandava una diversificazione dell'economia per cercare di raggiungere l'autosufficienza alimentare e diminuire la dipendenza esterna, Fidel Castro decise di tornare alla monocultura d'esportazione dello zucchero accettando di entrare nel divisione del lavoro sovietica. Per Cuba si trattava di "zucchero contro petrolio".
Alla caduta dell'URSS, lo choc economico esterno è stato dunque brutale. La sostituzione dell'URSS con il Venezuela (medici contro petrolio) ha certamente permesso la sopravvivenza economica dell'isola, ma se Nicolas Maduro dovesse perdere il potere, l'isola potrebbe conoscere una grave crisi nell'approvvigionamento di materie prime. Evidentemente, alcune scommesse di Fidel Castro sono state coronate da successo –come la ricerca di punta nelle biotecnologie–, ma l'economia cubana che oggi si appoggia sempre di più sul turismo, rimane fragile e sottoposta all'incertezza climatica (uragani) ed economica mondiale.
Infine, il bilancio politico di Fidel Castro è altrettanto disastroso che il suo bilancio economico. Oltre alle violazioni sistematiche dei diritti civili e politici giustificate pubblicamente con l'ostilità americana, la personalizzazione dell'amministrazione pubblica attorno alla sua figura ha creato generazioni di cittadini cubani analfabeti dal punto di vista politico. Da un lato, i Cubani non sono oggi armati per difendere le conquiste sociali della rivoluzione, dato che hanno perso ogni tradizione di lotta sociale (le manifestazioni ufficiali sono orchestrate dalle autorità politiche) e ogni cognizione delle distinzioni politiche storiche; d'altro canto, Fidel Castro ha eliminato sistematicamente ogni figura riformista in seno al partito.
Ha così favorito una polarizzazione dei dibattiti, il che ha fatto sì che l'opposizione più organizzata e visibile al di fuori di Cuba è anche la più virulenta: è quella che celebra la vittoria di Trump negli Stati Uniti, che esige il mantenimento dell'embargo e che potrebbe, se arrivasse al potere in futuro, rimettere radicalmente in questione tutte le conquiste sociali, vale a dire il poco che resta della rivoluzione cubana.
È uno dei problemi principali al quale dovrà far fronte Raul Castro entro il 2018: superare l'anacronismo di un regime politico di gerontocrati che restano aggrappati al XX secolo.
* Marie-Laure Geoffray è membro dell'Associazione francese di Sociologia e della Latin American Studies Association. Ha ricevuto delle borse di studio di Scienze Politiche dall'Istituto delle Americhe e dal Laboratorio CREDA UMR 7227. Maître di conferenze in scienze politiche presso l'Università Sorbonne Nouvelle, Paris 3 – USPC.
Articolo pubblicato sul sito The Conversation, articolo aggiornato il 30 novembre 2016.