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BERNA - La Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) ha respinto il ricorso di un kosovaro condannato in Svizzera a 18 anni di carcere per assassinio. Il delitto, avvenuto nel 1997, rientrava in una faida tra due clan.
Nel maggio 1997 il capo del clan del ricorrente era stato ucciso in Kosovo, un mese più tardi un membro della famiglia rivale è stato ammazzato in Svizzera. Il ricorrente e un suo cugino sono stati condannati nel 2010 dal Tribunale distrettuale di Laufenburg (AG) per aver sparato tra i 15 e i 17 colpi in testa alla vittima.
Davanti alla CEDU il ricorrente, che sconta la sua pena in Kosovo, ha invocato una violazione del diritto a un processo equo: lamentava di non aver potuto porre domande a suo zio e al figlio di quest'ultimo, già comparsi davanti alla giustizia nel 2001.
L'uomo riteneva pure che le dichiarazioni fatte da suo padre durante un'udienza del 1998 erano inutilizzabili in quanto questi non era stato assistito da un interprete e da un avvocato. Infine rinfacciava alle autorità svizzere di non aver informato questi tre testimoni del loro diritto all'assistenza consolare.
In una decisione pubblicata oggi la CEDU ha respinto le tre rimostranze per motivazione insufficiente. In dettaglio rileva che le dichiarazioni dello zio e del figlio di questi non sono stati gli unici elementi a carico, mentre il padre era stato informato del suo diritto all'assistenza nel 1998 ma vi aveva rinunciato.
Infine i giudici di Strasburgo ritengono che il ricorrente non abbia dimostrato in quale misura il fatto che i testimoni non fossero stati informati del loro diritto all'assistenza consolare avrebbe avuto effetto sull'equità del suo processo.