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Il Tribunale federale (Tf) ha confermato la condanna a otto mesi di carcere con la sospensione condizionale inflitta a una madre somala, che aveva fatto subire mutazioni genitali alle due figlie nel suo Paese poco prima di giungere in Svizzera nell'ambito del ricongiungimento famigliare. Per i giudici un tale atto, anche se commesso all'estero, è punibile dato che l'autrice del reato si trova ora nella Confederazione.
La donna e i suoi quattro figli avevano raggiunto il marito in Svizzera alla fine del 2015. Prima di lasciare il Paese – in un lasso di tempo compreso tra gennaio 2013 e novembre 2015 – aveva fatto eseguire le mutilazioni sulle figlie. Queste ultime all'epoca avevano fra i sei e i sette anni di età.
La donna era stata denunciata dal marito, anch'egli somalo. Quest'ultimo era a sua volta stato condannato, nel 2017, per "violenze domestiche estreme" nei riguardi della moglie. La coppia ora vive separata.
Nel 2018, il Tribunale di polizia di Boudry (Ne) aveva condannato la donna a otto mesi di carcere con la sospensione condizionale per "mutilazione di organi genitali femminili" ai sensi dell'articolo 124, comma 2, del codice penale, secondo cui "è punibile anche chi commette il reato all'estero, si trova in Svizzera e non è estradato".
Nella sentenza pubblicata oggi, il Tf respinge il ricorso presentato dalla difesa della madre, secondo la quale questo articolo di legge non consente una condanna se il fatto è stato commesso in un momento in cui l'autore del reato non aveva alcun legame con la Svizzera.