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Jörg Haider, esattamente 10 anni fa, ovvero sabato 11 ottobre del 2008, si schiantava alla guida della sua auto. Era da poco passata l'una del mattino e, secondo la versione ufficiale, viaggiava a più di 140 chilometri orari con un tasso alcolemico dell'1,77 per mille.
Moriva così il fondatore dell'FPÖ, il partito della libertà austriaco, arrivato al Governo grazie a lui dopo le elezioni del 1999, con in seguito successi alterni. Haider ha rappresentato nei temi, nei toni e nei modi, un precursore dei leader della destra populista che tanto successo stanno conoscendo adesso. Possiamo considerarlo una sorta di modello per i vari Salvini, Orban, Babis, per l'AFD tedesca, e in qualche modo un anticipatore dello stesso Trump?
“Haider è una figura che si è imposta nel panorama della destra populista e radicale a partire dagli anni ’80”, spiega Piero Ignazi, professore di politica comparata all'Università di Bologna e studioso degli estremismi di destra. “Insieme a lui nello stesso momento si imponeva in Francia un'altra figura molto importante: quella di Jean-Marie Le Pen e del suo Fronte Nazionale. Se vogliamo, ci sono anche altri precursori nei paesi scandinavi, ma anche in Danimarca: quelli che si chiamavano partiti del progresso. Questi avevano però una loro particolare versione contro lo stato sociale. Una sorta di sciovinismo del welfare. Comunque è proprio in quegli anni, la metà degli anni ’80, che emergono queste figure che sono poi una sorta di capostipiti di quest’ultima tendenza che vediamo affermarsi oggi”.
L’immagine pubblica, i media e il ricordo del passato
“Haider aveva una grande capacità, e va detto che ce l’aveva anche Le Pen, - prosegue il politologo - di irrompere nella tradizione politica dei rispettivi paesi. Con il vantaggio, rispetto a Le Pen, di essere giovane, dinamico e brillante. Haider aveva anche un volto che non ricordava il passato, anche se a volte giocava su riferimenti nostalgici. Aveva un'aria aggressiva, ma anche sorridente”.
Similitudini e differenze con gli attuali leader
“In realtà non ci sono grandi differenze con gli attuali leader della destra populista - spiega il professor Ignazi - perché i temi fondamentali sono ancora quelli. Noi sappiamo che il suo grande successo è stato in primo luogo dovuto al rappresentare, come dicevano i sondaggi dell'epoca, una “ventata d'aria fresca” contro i partiti tradizionali, contro l'establishment. Solo dopo venivano gli elementi dell'immigrazione e della sicurezza, ma c'era soprattutto questa spinta antiestablishment che è comune a molti dei partiti populisti”.
A vent’anni di distanza
Ma perché è trascorso così tanto tempo dal successo di Haider prima di vedere arrivare al potere così tanti politici con idee simili a lui? “C'è di mezzo la crisi economica", chiarisce il professore. "Non solo un deterioramento delle condizioni di vita di molte persone, ma anche un aumento della distanza tra chi sta non bene (o male) e chi sta invece molto bene. Questo aumento delle distanze ha fatto sì che si generasse una frustrazione in molti settori della società che si sono rivolti contro quelli che considerano “altri”, potenti e forti. Quindi l’establishment”.
Le responsabilità della sinistra
I semi che hanno generato il successo del populismo di destra quindi erano già presenti, eppure c'è stata un’incapacità delle altre forze politiche di trovare delle risposte al disagio di una certa parte dell'elettorato?
“La responsabilità è soprattutto in capo alle forze di centrosinistra e centrodestra che hanno governato in questi anni – conclude Ignazi - e che non sono state capaci di dare risposte efficaci a una parte della popolazione che stava sempre peggio”.