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Il Tribunale di Tokyo ha riconosciuto le responsabilità dei dirigenti dell'azienda elettrica giapponese
TOKYO - Dopo undici anni, è stato attribuito un colpevole alla catastrofe nucleare che ha scosso la prefettura giapponese di Fukushima. La nuova sentenza emessa oggi dal Tribunale di Tokyo ha giudicato colpevole l’operatore Tokyo Electric Power (Tepco), già indagata in passato. L'azienda elettrica è accusata di non essere stata in grado di prevenire la catastrofe che nel marzo 2011 ha distrutto la vita a migliaia di cittadini giapponesi e provocato uno dei maggiori danni ambientali della storia.
I dirigenti del gruppo Tepco sono stati ritenuti responsabili dalla Corte suprema giapponese per tutti e tre gli incidenti verificatisi: il terremoto di magnitudo nove, lo tsunami che ne è seguito, e la propagazione delle radiazioni nelle aree circostanti. La sentenza odierna ha regolato un contenzioso mosso contro i capi dell'azienda che, secondo quanto stabilito dal giudice, dovranno versare un rimborso da record, pari a 13.000 miliardi di yen, l'equivalente di 93,6 miliardi di franchi svizzeri.
Il terremoto, lo tsunami e i problemi con la centrale nucleare:
Erano le 14.46 dell'11 marzo 2011 nella prefettura di Fukushima in Giappone. In Svizzera erano quasi le 19, quando un dei terremoti più forti del mondo ha fatto tremare il Paese nipponico. Il sisma fu talmente forte da spostare leggermente la terra del suo asse e causare uno dei danni ambientali più gravi della storia. Il terremoto innescò uno tsunami, che investì l'isola di Honshu velocemente, lasciando solo dieci minuti di tempo agli abitanti per lasciare le loro abitazioni. Intere città vennero distrutte e 18mila persone persero la vita in seguito del maremoto.
Purtroppo però, lo tsunami causò anche l'allagamento della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, situata a circa 220 chilometri a nord-est della capitale Tokyo. I sistemi di rilevamento sismico spensero automaticamente i reattori, ma un'onda alta più di 14 metri travolse le barriere protettive e provocò lo spegnimento dei generatori diesel d'emergenza che garantivano il raffreddamento del nucleo dei reattori. I tecnici dell'impianto fecero tutto il possibile per evitare il disastro ma non poterono evitare, nei giorni successivi, il parziale scioglimento dei nuclei a causa del surriscaldamento di tre reattori. Varie esplosioni danneggiarono gravemente gli impianti, causando inoltre il ferimento di 16 dipendenti.
Il racconto dei sopravvissuti
Questa catastrofe ecologica non ha avuto un impatto solo sul territorio e l'ambiente circostante, ma anche sulle persone che abitavano in quella regione, costrette a lasciare le loro case da un giorno all'altro. Subito dopo l'incidente ai reattori, molti cittadini furono evacuati per evitare contaminazioni provocate dai residui radioattivi presenti nell'area. Ma nonostante siano passati dieci anni dalla catastrofe, un'indagine dell'Università giapponese Kwansei Gakuin condotta tramite questionari nel 2020, ha evidenziato che Il 65% dei residenti di Fukushima non vuole far ritorno alle proprie abitazioni. Nel questionario, nonostante siano passati molti anni dal disastro, il 46,1% dei residenti ha riferito di temere una contaminazione dell'ambiente malgrado le operazioni di bonifica del territorio ancora in corso, mentre il 44,8% ritiene di essersi adattato all'attuale posto di residenza.
Ma non tutti hanno scelto di andarsene, c'è chi con coraggio, è rimasto a vivere nella prefettura di Fukushima. Naoto Matsumura, coltivatore di riso e allevatore di bestiame confermava all'Associated Press quanto evidenziato dall'indagine: «Molti non torneranno. Le loro case sono state demolite e hanno nuove abitazioni fuori città. Perché dovrebbero tornare qui?». Lui è restato perché «non potevo abbandonare gli animali. Il ministero dell'Ambiente aveva annunciato che li avrebbero sottoposti a eutanasia». L'uomo, unico abitante di Tomioka, comunità che prima della tragedia contava 16mila persone, è riuscito a far sopravvivere il bestiame con tutto quello che trovava come pesci pescati nei fiumi e cibo in scatola. L'acqua potabile e l'energia elettrica non erano più accessibili quindi Matsumura si è arrangiato con pozzi e generatori. Ben presto il suo volto è diventato il simbolo della resilienza giapponese di fronte alla catastrofe.