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La Chiesa il 1. Novembre celebra la festa di Ognissanti, e cioè di tutti quei defunti, le cui anime, santificate dalla grazia divina, vivono la visione beatifica di Dio. Originariamente riservata ai martiri defunti, cioè a coloro che vissero e morirono sotto il segno della Croce, alla festività di Ognissanti fu poi legata nell’XI secolo, la solennità dei morti, da celebrarsi il giorno successivo.
La posizione del Cristianesimo sulla morte e sul post è così sintetizzabile: la vita del singolo individuo è una e unica. Il che non significa che con la morte naturale si esaurisca il destino dell'uomo. Lo attende, infatti, il Regno dei cieli, laddove, nel giorno del giudizio, per grazia di Dio, la salvezza soprannaturale sarà offerta non solo alla parte spirituale dell'individuo, ma al corpo tutto che risorgerà trasformato nel cosiddetto corpo glorioso. È questa una visione lineare ed escatologica che contempla dapprima la vita, quindi la morte, dopodiché la resurrezione dell'anima e poi nel giorno del giudizio la resurrezione di anima e corpo verso un mondo nuovo: il mondo eterno della redenzione. Garanzia di questa resurrezione è la resurrezione di Cristo.
Ma come è vista la morte in Oriente? Ebbene in Oriente, dove la temporalità non è concepita in modo lineare ed escatologico, bensì in modo circolare, la vita e la morte sono considerate come un unico ininterrotto flusso di coscienza, in cui la fine rappresenta l'inizio di un altro momento di vita e ogni singolo momento di vita è visto come segnato in modo consustanziale dalla sua stessa fine. Il che è come dire che tempo ed eternità sono contesti l'uno all' altra e non separati irrimediabilmente. Ogni singolo istante in Oriente porta in sé la sua vita, la sua morte e la sua rinascita. Anche l'istante della morte non sfugge a questa concezione. Da qui l'idea della reincarnazione, ovvero della rinascita dell'anima in un altro corpo fisico.
La morte, sebbene inserita in un ciclo di continuità, è vista come un momento di passaggio molto importante anche in Oriente. Anzi, proprio perché tutto ritorna e c'è come un residuo che ci si porta dietro nelle vite future, occorre che questo residuo non sia macchiato da cattive azioni, altrimenti, come in una sorta di contrappasso dantesco, nella vita futura ci toccherà scontare le macchie passate. È, questa, in termini orientali, la dimensione del karma che segna uno stretto rapporto fra causa ed effetto e che dovrebbe fungere da motore etico. Ciò che nel Cristianesimo si sconta al momento del giudizio, e quindi in un'altra dimensione (soprannaturale e ultraterrena), in Oriente lo si sconta in terra, nelle vite successive. Secondo la legge del karma, dunque, la reincarnazione si trasforma in un banco di prova che esige, nel corso dell'intera vita, un comportamento etico irreprensibile (non diversamente da quello che chiede l’ortoprassi giudaica e le “buone azioni” cristiane).
Va, però, osservato che se a noi Occidentali (imbevuti fino al midollo d’una visione escatologica) l'idea della resurrezione potrebbe apparire allettante, giacché ci consolerebbe dall’orrore della fine, per un Orientale il ciclo vita-morte-rinascita rappresenta una dannazione. Per le religioni d’Oriente, infatti, la ciclicità dell’esistenza non viene intesa come una consolazione per la nostra transitorietà bensì come una prigionia viziosa che impedisce all' anima di liberarsi definitivamente dalla temporalità. Gli orientali usano il termine Samsara per indicare questa catena di vita-morte-rinascita, che costringe l'individuo a vivere dentro il tempo, dentro il divenire, seppur nella consapevolezza che il tempo e il divenire siano illusione.
In conclusione, sebbene la vita in Occidente sia una e unica mentre in Oriente plurima e potenzialmente infinita, va evidenziato un parallelismo. Per l’Oriente il ciclo delle esistenze è illusione, allo stesso modo per l’Occidente, tutto è vanitas vanitatum. In altre parole: l’essenza, in tutte le religioni, non sta dentro il tempo né tantomeno dentro la nostra piccola storia personale, ma in Dio. E la via per raggiungere Dio è grossomodo la stessa: occorre abbandonare il proprio piccolo io, fatto di illusione-disillusione, di desiderio-frustrazione, di vita-morte. Questo percorso è stato descritto sia dalle religioni d'Oriente sia da quelle d'Occidente. C'è chi ha usato il termine di abbandono (in particolare la mistica cristiana, da Eckhart a Silesius sino a Jean-Pierre de Caussade), chi quello di distacco e Satori (il Buddhismo Zen), chi quello di rinuncia (il samnyāsa induista), chi quello di fanā (il sufismo, ovvero la corrente mistica dell'Islam) chi quello di cancellazione dell'io e della non-azione (il Taoismo). Indipendentemente dalla terminologia utilizzata, questo percorso definisce la necessità di sospendere e obliterare l'io psichico (ovvero l'ego). L'io psichico, infatti, è ciò che determina il nostro percepirci e il nostro esistere secondo le logiche della temporalità, ostacolando l'irruzione dello Spirito. Superato questo ostacolo, ecco che ogni distinzione cade: il tempo non è più opposto all'eterno, l'essere non è più opposto al non-essere, l'individuo non è più opposto a Dio: tutto è uno nell'Uno, indistintamente.