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Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori Saggi, 2015 (Oscar 2017)
[Parte I]
Conversando una sera con Charles Hill, suo ex collaboratore della Segreteria di Stato, è sorta in Henry Kissinger l’idea di scrivere ‘Ordine mondiale’: « In quella cena abbiamo concluso che la crisi del concetto di ordine mondiale era il problema internazionale piú importante della nostra epoca ». La soluzione che ci propone Kissinger con questo suo libro è però quanto mai problematica perché se seguissimo i suoi consigli l’America occuperebbe il podio del direttore d’orchestra, con alla sinistra i violini indiani e asiatici e alla destra le trombe i corni e i clarinetti di Europa, Africa e Medio Oriente ; infine in alto a destra i tamburi e i piatti di Russia e Cina ! Siamo spiacenti di riassumere con un’immagine amena un libro che parla di cose molto serie, ma come non figurarsi una simile scena leggendo una delle frasi conclusive del libro : « L’America – come articolazione decisiva del mondo moderno nella ricerca umana della libertà, e come forza geopolitica indispensabile per la difesa dei valori umani – deve mantenere il suo senso di orientamento ». Ma procediamo con ordine.
L’ordine islamico
Va detto dapprima che di ordini mondiali o internazionali ce ne sono già stati. Il primo a essersi presentato come tale è l’ordine islamico. Nato quale parte integrante della religione predicata dal Profeta, esso suddivideva il mondo in due regioni: la prima, comprendente le terre a predominanza maomettana, costituiva un’unità politica chiamata «dar al-Islam», cioè «casa dell’Islam», ossia regno della pace ; la seconda, comprendente le terre non maomettane, veniva definita «dar al-harb» o «casa della guerra». La missione dell’Islam era di incorporare queste ultime regioni nel proprio ordine mondiale allo scopo di instaurare la pace universale. La strategia per realizzare tale sistema si sarebbe chiamata jihad, obbligo che vincolava i credenti a espandere la loro fede «con il cuore; con la lingua; con le mani; o con la spada». Questa concezione è riapparsa violentemente sulla scena mondiale con gli attentati terroristici di Al-Qaïda (fra gli altri) ma già anni prima in veste statuale con l’arrivo al potere in Iran dell’ayatollah Khomeini. L’Iran ha rimesso in auge la visione islamica del mondo e ne ha fatto la sua dottrina ufficiale. La costituzione iraniana proclama l’obiettivo dell’unificazione del mondo islamico come dovere nazionale. Concordiamo quindi con Kissinger quando afferma che la Repubblica islamica (cosí si definisce l’Iran) costituisce per l’ordine mondiale un serio pericolo perché non solo appoggia organizzazioni terroriste, ma sta cercando di procurarsi, a dispetto dei negoziati in corso, l’arma nucleare. Un’arma simile nelle mani di un governo bellicoso – non dichiara forse l’Iran di voler distruggere Israele ? – sarebbe fonte di minaccia per la comunità internazionale poiché con una tale arma l’equilibrio regionale mediorientale verrebbe profondamente sovvertito con conseguenze imprevedibili, ma comunque gravi. La diffusione dell’ordine islamico è dunque da contrastare.
L’ordine vestfaliano
Un altro tipo di ordine internazionale, che ha dato risultati positivi e soddisfacenti per quanti vi hanno aderito, è l’ordine vestfaliano, sorto in Europa nella metà del 1600, che a differenza di quello islamico è un ordine ‘pacifista’, e non poteva essere altrimenti poiché è stato creato per garantire la pace, e in tal senso ha fatto le sue prove in Europa per un secolo e mezzo. Anche se Kissinger non ne è particolarmente entusiasta, vediamolo un po’ da vicino, tanto piú che attualmente è l’ordine preferito dalla maggioranza degli Stati, nonostante le loro diversità politiche, economiche, culturali e storiche. Detto in poche frasi le caratteristiche di quest’ordine sono le seguenti: innanzitutto il nome viene dalla pace conclusa tra il gennaio e l’ottobre 1648 nelle città, a quei tempi appartenenti alla Vestfalia, di Münster e Osnabrück. Dopo trent’anni di una guerra che ha seminato morte e distruzione nel centro dell’Europa per ragioni politico-religiose tra príncipi protestanti e cattolici, le diverse parti hanno deciso di negoziare la pace passata alla storia col nome di Pace di Vestfalia. Un aspetto peculiare di questa pace fu che al tavolo dei negoziati le garanzie di vantaggi e le tradizionali gerarchie tra príncipi o rappresentanti di Stati vennero messe da parte e fu invece decretata l’intrinseca parità degli Stati sovrani, indipendentemente dalla loro potenza o dal loro sistema interno. Anche la Svizzera fu invitata! L’elemento fondamentale dell’ordine europeo non era dunque piú l’impero, la dinastia o la religione bensí lo Stato, e la sovranità statale divenne un concetto valido per tutti. Ogni Stato firmatario poteva scegliere il proprio assetto politico e l’orientamento religioso. I concetti di «ragione di Stato» e di «interesse nazionale» sono nati da questa nuova costellazione. Per Kissinger la «struttura introdotta con la Pace di Vestfalia rappresentò il primo tentativo di istituzionalizzare un ordine internazionale sulla base di regole e limitazioni concordate, e di fondarlo su una molteplicità di potenze invece che sul dominio di un singolo paese». Questa costellazione visse fino al 1789, quando i rivoluzionari francesi dichiararono impossibile la coesistenza tra paesi con differenti concezioni politiche e passarono dalle parole ai fatti seminando guerre e sconvolgimenti politici nell’intera Europa sotto la guida di Napoleone[1].
Ora, come dicevamo prima, molte nazioni al di fuori dell’Europa hanno scelto quest’ordine come base per intrattenere relazioni con altri Stati. Per esempio, nel Medio Oriente Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono paesi con una politica estera che sarebbe difficilmente comprensibile nei suoi legami con l’Occidente e in particolare con l’America, se non fosse vestfaliana. E anche in Asia questo sistema ha fatto proseliti. Molti paesi, prima occupati dai colonizzatori europei, una volta ritrovata l’indipendenza hanno instaurato una diplomazia vestfaliana, ritenuta la garanzia piú sicura per salvaguardare la loro nuova identità politica. L’India pure, se dopo la liberazione ha dichiarato la sua indipendenza come la vittoria di princípi morali universali, ha in seguito tracciato la sua politica estera in base agli interessi nazionali suoi, rinunciando a promuovere la democrazia e il rispetto dei diritti umani a livello internazionale. Il Giappone non subí mai la colonizzazione, ma quando entrò in contatto con il resto del mondo, nel XIX° secolo, vi aderí secondo l’ordine vestfaliano, ciò che non gli impedí di avere relazioni privilegiate con gli Americani (dopo il Secondo conflitto mondiale). La Cina, nonostante sia da sempre il piú vasto paese dell’Estremo Oriente, ha pure subíto i danni della colonizzazione, sebbene parziale, culminati in lotte drammatiche ed esperienze umilianti tra il XIX° e il XX° secolo. Anche lei, una volta conseguito l’assetto definitivo con la conquista del potere da parte di Mao Zedong, si è schierata su posizioni vestfaliane, di cui è una scrupolosa sostenitrice. Alla stregua di chi, circa quattro secoli fa, ha escogitato questo sistema, essa sa che è un ottimo baluardo contro interferenze politiche e ideologiche esterne. Non per niente nel 2013 un alto responsabile militare cinese dichiarava che una delle sfide principali dell’età contemporanea è quella di sostenere «il principio fondamentale delle moderne relazioni internazionali saldamente stabilito nella Pace di Vestfalia del 1648, e soprattutto i princípi di sovranità e parità». E Deng Xiaoping, prima di lui, è stato ancor piú esplicito dicendo che «la sovranità nazionale è piú importante dei diritti umani». Non deve quindi stupire quando, ai governi che le vengono a parlare di democrazia libertà e diritti umani, la Cina oppone un netto rifiuto poiché per lei, dietro un simile messaggio, si cela «un progetto per minare la struttura politica interna cinese»[2].
Ma per Kissinger, come detto sopra, questo ordine non è piú soddisfacente perché non dà «alcuna risposta al problema di come generare la legittimità», nel senso che in un tale ordine prevale solo il principio dell’equilibrio di potere senza che altri princípi – democrazia, libertà, diritti umani – servano di fondamento a una legittimità condivisa. La proliferazione delle armi di distruzione di massa, la disintegrazione di Stati, le pratiche genocide, la diffusione di nuove tecnologie che rischiano di spingere il conflitto al di fuori del controllo o della comprensione dell’uomo, sono alcune manifestazioni, le piú brutali, che illustrano questa crisi dell’ordine mondiale e che pregiudicano la condivisione della legittimità.
L’ordine americano
Qual è allora la proposta di Kissinger ? Ovviamente il nostro autore opta per un ordine ‘americano’. A parte le vicende personali dell’autore che non sono di certo estranee a una tale scelta – «avendo trascorso la mia infanzia prima come membro di una minoranza discriminata in un sistema totalitario e poi come immigrato negli Stati Uniti, ho sperimentato gli aspetti liberatori dei valori americani» – le sue argomentazioni si basano molto sulla storia dell’America e sulla politica dei suoi presidenti. Come tutti sanno, la storia americana è cominciata con una lotta per la democrazia e la libertà, due valori assurti a simbolo della nuova nazione che nel 1783 ha vinto la guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra. Fieri del loro successo e del loro sistema di governo, gli americani hanno quindi dato alla loro politica estera una dimensione ‘missionaria’. Per esempio, Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione d’indipendenza, quand’era presidente ebbe ad affermare: «È impossibile non essere consapevoli che stiamo agendo per tutta l’umanità; che circostanze negate ad altri, ma concesse a noi, ci hanno imposto il dovere di dimostrare qual è il grado di libertà e di autogoverno in cui una società può arrischiarsi a lasciare i suoi singoli membri ». Ebbene da quella data i piú importanti leitmotiv dei presidenti americani sono libertà, democrazia, diritti umani. È in nome di questi valori che Woodrow Wilson è entrato in guerra nel 1917 a fianco di Francia e Inghilterra ; che Franklin D. Roosevelt ha combattuto contro Hitler ; che dalla fine della Seconda guerra mondiale « nel perseguimento della sua visione dell’ordine globale » l’America si è impegnata in cinque guerre « in nome di obiettivi di vasta portata » : Corea, Vietnam, prima guerra del Golfo, Iraq e Afghanistan, senza contare il suo ruolo leader durante la Guerra fredda. Ma questi fatti appartengono ormai al passato, e Kissinger vuol guardare al futuro che, come detto, dipenderà molto dagli sviluppi del presente : un presente dove i concetti di democrazia, diritti umani e diritto internazionale sono interpretati in modo divergente da ognuna delle parti in conflitto, dove « l’ascesa della Cina propone una sfida strutturale » paragonabile a quella della Germania nel XIX° secolo, dove la natura dello Stato è sottoposta a molteplici pressioni, dove l’organizzazione politica e quella economica del mondo sono in contrasto tra loro, vale a dire nazione contro globalizzazione… La ricerca contemporanea dell’ordine mondiale « richiederà una strategia coerente per affermare un concetto di ordine nell’ambito delle varie regioni, e per mettere in rapporto tra loro questi ordini regionali », scrive Kissinger, che aggiunge : « Un ordine mondiale di Stati che affermino la dignità dell’individuo e forme di governo basate sulla partecipazione, e che cooperino a livello internazionale conformemente a regole concordate, può essere la nostra speranza e dovrebbe essere la nostra fonte di ispirazione ». E dopo aver raccomandato all’America, come l’abbiam citato all’inizio, di « mantenere il suo senso di orientamento », Kissinger rammenta (perché l’ha detto piú volte) che nelle « sfide della nostra epoca, un ruolo risoluto e significativo dell’America sarà necessario sia dal punto di vista filosofico sia da quello geopolitico ».
Enrico Valsangiacomo, Marin-Epagnier, luglio 2018
* * *
[1] 40 battaglie condotte da Napoleone in tutta Europa + Egitto + Russia, tra il 1796 e il 1815.
[2] Non possiamo fare a meno di ricordare in proposito le manifestazioni autorizzate dalla presidente della Confederazione Ruth Dreifuss e dal capo della diplomazia elvetica Flavio Cotti in occasione della visita ufficiale in Svizzera del presidente cinese Jiang Zemin nel marzo 1999. Provocazione a scopo di propaganda elettorale interna o mancato rispetto per ignoranza dei diversi ordini internazionali vigenti ?