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Il 16 gennaio 1919, il Congresso degli Stati Uniti approvò il XVIII emendamento, con il quale venne autorizzato il cosiddetto proibizionismo, che entrò in vigore esattamente un anno dopo: il 16 gennaio 1920. 101 anni fa, quindi, cominciò un particolare periodo nella storia degli Stati Uniti, nel quale furono vietate la fabbricazione, la vendita, l’importazione e il trasporto di alcol. Alle radici del proibizionismo vi furono, da un lato, gruppi politici e religiosi che – già nel corso dell’Ottocento – lottavano contro l’eccessivo consumo di alcolici, nel tentativo di estirpare la piaga dell’alcolismo e della violenza sulle donne. Dall’altro, a partire dal Novecento, fu lo sviluppo industriale a preparare il terreno alla stagione proibizionista. Tra le posizioni a sostegno della messa al bando dell’alcol, infatti, vi era la convinzione che il consumo di bevande alcoliche portasse a peggiorare le prestazioni lavorative, all’assenteismo e allo sperperio dei redditi dei lavoratori in alcolici, anziché in beni generati da altri settori del sistema produttivo statunitense.
Considerando l’ambiente sociale e culturale sul quale il proibizionismo poggiò le proprie fondamenta, non stupisce il contenuto del più importante saggio del taylorismo (i cui principi sull’organizzazione del lavoro nelle fabbriche furono tra i capisaldi dello sviluppo industriale statunitense, all’inizio del secolo scorso): L’organizzazione scientifica del lavoro (1911), di Frederick Taylor. Secondo l’ingegner Taylor, infatti, il controllo sociale dei lavoratori è uno dei fondamenti dell’organizzazione del lavoro di cui le fabbriche necessitavano. Tra le applicazioni pratiche della visione del tayloriano controllo sociale, al quale si collega lo spirito del proibizionismo, vi è l’esperienza delle fabbriche Ford. Per lavorare alla catena di montaggio dell’allora più grande casa automobilistica, infatti, era necessario accettare di essere controllati dalla Sezione sociologica, la quale indagava sulla vita privata dei lavoratori e delle loro famiglie. Il divieto di bere era una delle principali regole morali, alle quali i dipendenti della Ford dovevano attenersi, sotto il vigile controllo degli investigatori della Sezione sociologica.
Negli anni Venti del secolo scorso, però, il proibizionismo statunitense diede linfa alla criminalità organizzata, rendendo celebri personaggi quali Al Capone, attivi nel traffico di alcolici. Le storie dei gangster negli anni del proibizionismo hanno ispirato anche il cinema. A tal proposito segnaliamo alcuni dei film sul tema: A qualcuno piace caldo (1959), di Billy Wilder, con Marilyn Monroe, Tony Curtis e Jack Lemmon; Il grande Gatsby (1974), di Jack Clayton (sceneggiato da Francis Ford Coppola e tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald), con Robert Radford e Mia Farrow; C’era una volta in America (1984), di Sergio Leone, con Robert De Niro; Gli intoccabili (1987), di Brian De Palma, con Kevin Costner, Robert De Niro e Sean Connery.
In questa puntata di Amarcord, in occasione dell’anniversario dell’entrata in vigore del proibizionismo, vi proponiamo un approfondimento del programma Rai Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli.
TM