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«Migranti in condizioni spaventose in Libia»
ATS
19.2.2020 - 19:56
«A dieci mesi dall'inizio del conflitto, in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza.
Nelle prime due settimane di gennaio 2020 circa 1000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal Ministero dell'Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia».
Lo afferma l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che lancia un appello alla comunità internazionale, compresa l'Unione Europea, «affinché si trovino alternative e meccanismi di sbarco sicuri per i migranti soccorsi in mare e che sono in fuga dalla Libia» e sottolinea come «circa 200 migranti siano stati riportati a Tripoli poche ore dopo che il porto della capitale libica venisse bombardato».
«La Libia non può aspettare»
«La Libia non può aspettare», afferma Federico Soda, capo missione per l'Oim in Libia. «E' il momento – aggiunge – di mettere in atto azioni concrete per assicurarsi che le persone soccorse in mare siano fatte sbarcare in porti sicuri e che il sistema di detenzione arbitrario venga terminato».
È necessario, secondo l'Organizzazione, «rinforzare un sistema di ricerca e soccorso in mare, che possa essere di ampio raggio e guidato direttamente dagli Stati. Allo stesso tempo occorre realizzare con urgenza un meccanismo di sbarco veloce e strutturato, che preveda che gli stati del Mediterraneo si prendano uguali responsabilità nel assicurare un porto sicuro per coloro che sono stati soccorsi. L'impegno delle navi ONG che operano nel Mediterraneo dovrebbe essere riconosciuto e dovrebbe essere messo un termine a ogni limitazione o ritardo nelle operazioni di sbarco».
Le Nazioni Unite, prosegue l'Oim, «continuano a documentare abusi, torture, sparizioni e condizioni spaventose nei centri di detenzioni libici. È inaccettabile che l'attuale sistema di detenzione sia ancora vigente, nonostante i ripetuti appelli al suo smantellamento e a favore dell'apertura di soluzioni alternative che possano garantire almeno un minimo livello di sicurezza».
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