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Verso un nuovo ordine mondiale? Il pericoloso gioco del debito pubblico africano
di Vincenzo del Riccio, Toronto
Nella seconda metà del 1800 la popolazione africana era pari a 120 milioni, le previsioni sono che raggiungerà 2,47 miliardi nel 2050 e i 4,38 miliardi nel 2100. Poichè stiamo parlando della più giovane forza lavoro al mondo, la necessità che sorge è quella di gestirla senza costringerla alla migrazione.
La storia della colonizzazione africana comincia con la Conferenza di Berlino del 1884. In quella occasione Francia e Gran Bretagna fecero la parte dei leoni anche se l’egemonia totale duro’ una sessantina d’anni: con la sconfitta di molte potenze occidentali a seguito della Seconda Guerra Mondiale, i paesi africani raggiunsero gradualmente l’indipendenza. Ciò, tuttavia, non ha determinato la fine dell’egemonia straniera sull’Africa. La Francia, in particolare, riuscì a trattenere nella sua orbita 14 nazioni creando il mercato comune della Comunità Finanziaria Africana. All’interno di questa area viene usata come moneta il Franco CFA che ha un cambio fisso legato all’euro pari a 0,0015 euro. Grazie al suo legame con l’euro, il Franco CFA garantisce una stabilità monetaria ed una conseguente credibilità internazionale, ma gli Stati africani sono penalizzati dall’euro forte.
Due episodi hanno segnato il triste destino dell’Africa: lo schok pretrolfero del 1973 e quello del 1979. Con il primo vennero concessi prestiti enormi a condizioni di forti esportazioni. Con il secondo i Paesi debitori si videro costretti a pagare in tre anni l’equivalente dell’intero prestito iniziale. Nell’estate del 1982 parecchi Stati si dichiararono insolventi, causando la crisi del debito internazionale. A quel punto la Banca Mondiale e FMI stipularono con i Paesi Debitori i cd. Piani di Aggiustamento Strutturale: essi avrebbero dovuto tagliare la spesa pubblica e soprattutto sanità ed istruzione, cioè i due cardini fondamentali per lo sviluppo di un Paese. Dal 1982 al 1990 i Paesi Africani restituirono 400 miliardi di dollari di soli interessi. A completare il disastro economico, vi furono e ancora permangono, numerosi conflitti armati. Nel giugno del ’99 i rappresentanti delle potenze industriali annunciarono una manovra di abbattimento del debito da 70 miliardi di dollari che, a loro dire, avrebbe dovuto annullare il 90% dei debiti dei Paesi poveri.
In realtà questi Paesi avevano già restituito completamente il proprio debito estero nei confronti dei creditori: a fronte di un debito capitale pari 617,8 miliardi di dollari americani, avevano sborsato, per colpa dei tassi di interesse della Federal Reserve, un ammontare cumulativo di US$ 7’673,7 miliardi. Ad oggi il debito di molti Paesi Africani permette al Fondo Monetario Internazionale di imporre aggiustamenti strutturali che obbligano i primi ad aprire i loro mercati. Ciò inevitabilmente fa calare i salari e crollare i prezzi delle materie prime. Infine la crisi del 2008 ha fatto si’ che il debito aumentasse ancora passando da 57 miliardi di dollari nel 2007 a 260 miliardi nel 2016.
Il problema è che nonostante in Africa, nel 2015, siano entrati 161,6 miliardi di dollari sotto forma di prestiti internazionali, aiuti allo sviluppo e rimesse dei migranti, l’ammontare complessivo delle uscite è stato pari a 202,9 miliardi di dollari, una cifra che comprende il pagamento dei debiti, i profitti delle multinazionali ma anche moltissime attività finanziarie. I flussi finanziari in entrata e in uscita dall’Africa, nonostante sovvenzioni e aiuti, sono in passivo così da affermare che l’Africa finanzia il resto del mondo per un ammontare di 41,3 miliardi di dollari l’anno.