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1 Corinzi 10,17
Sermone del 6 febbraio 2022
I culti vengono registrati e si possono riascoltare al seguente nuovo indirizzo:
“Io parlo come a persone intelligenti; giudicate voi su quel che dico. Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo non è forse la comunione con il corpo di Cristo? Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane”. (1 Corinzi 10,15-17)
“Siccome c’è un unico pane”, dice l’apostolo Paolo. Ma è proprio così? È proprio vero che c’è un unico pane? No, a pensarci bene non c’è un unico pane. C’è il pane del ricco, e le briciole che cadono dal suo tavolo e che il povero raccoglie – come ci ricorda l’episodio biblico di Lazzaro; c’è il pane del primo mondo e la mancanza di pane del terzo mondo o del quarto mondo; c’è il pane che diventa duro sulle nostre tavole e viene poi buttato via, e il pane che manca su innumerevoli altri tavoli. C’è il pane sognato, come un miraggio, da milioni di persone; e il pane rifiutato, sprecato, il pane che diventa spazzatura per molte altre persone. Succede nelle nostre case.
Non c’è un unico pane. Addirittura non c’è pane. E non c’è pane perché non c’è un unico pane. Non c’è pane per molti perché non c’è un unico pane per tutti. Questa è la nostra esperienza: il pane divide, se non è unico, se non è lo stesso per tutti.
Il pane divide innanzitutto in senso confessionale: l’ostia cattolica divide i cattolici da protestanti e ortodossi; il pane eucaristico ortodosso divide gli ortodossi da cattolici e protestanti; il pane della Cena protestante divide i protestanti da cattolici e ortodossi. Terribile, se uno ci pensa, questa divisione nel pane, questo pane che divide perché non è unico.
Ma questa divisione, benché reale, è in un certo senso un lusso di privilegiati rispetto alla vera, grande divisione intorno al pane, che è quella tra chi il pane ce l’ha, e chi il pane non ce l’ha. Il pane divide l’umanità. Non c’è un unico corpo: c’è il corpo saziato e il corpo affamato, il corpo pasciuto e quello scheletrito, il corpo alimentato e il corpo denutrito. Parafrasando l’apostolo: “Siccome non c’è un unico pane… non siamo un corpo unico”.
Ma il pane può diventare un elemento di unità, anziché un motivo di divisione? Sì, è possibile: è la grande promessa, la grande realtà dell’evangelo. Ne è esempio l’episodio della moltiplicazione dei pani, che è la più grande e la più forte parabola del Regno di Dio, la più audace evocazione di comunione umana e cristiana del Nuovo Testamento.
Le cinquemila persone di quell’episodio sono un unico corpo perché vi è pane per tutti e, per tutti, un unico pane. Quella che di solito viene chiamata “la moltiplicazione dei pani”, in realtà è stata uno “spezzare” il pane, cioè un dividere, suddividere e condividere il pane. La vera moltiplicazione è la suddivisione. Il pane unisce solo se lo si spezza con gli altri, solo se lo si divide.
Questo significa, molto concretamente: il mio pane mi divide da te, finché non lo spezzo con te. Ma bisogna che venga Gesù a prenderlo dalla mia mano possessiva che non vuole spezzare il pane e dividerlo con l’altro; bisogna che venga Gesù e prenda nelle sue mani il mio pane, lo spezzi e lo moltiplichi… suddividendolo. È la moltiplicazione attraverso la divisione: singolare aritmetica di Dio.
Gesù, nell’ultima cena, farà un passo di più e dirà ai discepoli: la comunione dell’unico corpo non è solo la condivisione del pane, ma anche la condivisione di Cristo. Per costituire l’unico corpo non basta l’unico pane, occorre anche l’unico Signore. Ma appunto, non l’uno senza l’altro, non il pane senza Cristo e non Cristo senza il pane.
Abbiamo due figure davanti a noi: la prima è quella di Cristo che distribuisce il pane, la seconda è quella di Cristo che si distribuisce come pane. A volte corriamo il rischio di rimuovere il primo Cristo – quello che distribuisce il pane – , per conservare solo il secondo – quello che si distribuisce come pane.
Quando celebriamo la Cena del Signore, dobbiamo stare attenti a non dimenticare i cinquemila e la loro fame. Non dobbiamo fare della Cena un pasto per pochi intimi, un pasto solo per noi.
“Siccome c’è un unico pane”, dice l’apostolo. In altre parole, il pane quotidiano e il pane della Cena sono un unico pane. Dobbiamo stare attenti a non fare soltanto del pane quotidiano un pane della Cena, e ricordarci che il pane della Cena deve essere anche pane quotidiano.
Per essere un unico corpo dobbiamo condividere il Cristo e condividere il pane, dobbiamo congiungere e celebrare insieme la Cena del Signore e la moltiplicazione dei pani. Affinché la Cena dei discepoli e delle discepole diventi il banchetto dei cinquemila.
Pastore Antonio Tognina