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Incontri
Adolf Ogi: “Regna la gioia”
Il 75enne ci racconta alcuni aneddoti di quando era consigliere federale ed esprime il suo favore per un rappresentante svizzero italiano nel Governo nazionale. — ANDREAS W. SCHMID e REINHOLD HÖNLE
Adolf Ogi, quante volte ha sentito ripetere la frase “Freude herrscht” (regna la gioia)?
Spessissimo. Mi fa piacere che queste parole siano divenute così popolari. Il loro accostamento è nato spontaneamente.
Può spiegarci come è nata questa frase?
È stato nel 1992, quando Claude Nicollier fu il primo svizzero ad andare nello spazio. Il presidente federale René Felber era allora ricoverato in ospedale. Così dovetti intervenire al posto suo in veste di vice. Presso il Museo dei trasporti di Lucerna, dove avrei dovuto mettermi in contatto con il nostro astronauta, esponenti della NASA mi avranno forse scambiato per un addetto alle pulizie e mi misero in mano un testo già preparato, dicendomi: «Questo è ciò che potrà dire al suo concittadino nello spazio». Io risposi che avrei detto a Nicollier quel che volevo. Durante il colloquio mi è uscita spontaneamente la frase «regna la gioia». Oggi molte persone restano deluse se non la inserisco almeno una volta in un discorso di 40 minuti.
Le mie fondazioni. La prima si chiama appunto Freude herrscht, dedicata a mio figlio Mathias, deceduto nel 2009. Vogliamo sensibilizzare i bambini riguardo alla pratica sana dello sport. Lontano dal computer, immersi nella natura. La seconda fondazione si chiama Swisscor. All'inizio abbiamo accolto in Svizzera per un camp di tre settimane alcuni bambini vittime della guerra nei Balcani. Oggi ha più senso portare aiuti direttamente sul posto. Allora potevamo contare sul sostegno di Swissair, ora non più.
Essere popolari come lei è una croce o una delizia?
Le persone hanno il diritto di rivolgersi a me. Lo fanno in modo rispettoso. Nelle mie escursioni in montagna, una persona su due mi saluta per nome. Molti mi ringraziano. Oggi ricevo più dimostrazioni di stima che ai tempi in cui ero consigliere federale. Ma non tendo certo a sopravvalutare questo apprezzamento. Quando mi sono ritirato, ho affermato: «Quando sono stato eletto ero migliore di quanto si dicesse di me; oggi che mi ritiro, non sono del tutto all'altezza degli elogi sul mio conto. Addio a tutti!»
Quante volte le è stato chiesto di tenere un discorso per il 1° agosto?
Sicuramente una dozzina. Da quando mi sono ritirato come Consigliere federale ho sempre rifiutato. Voglio evitare di immischiarmi nella politica.
Ma ci sarebbe molto da dire.
Sicuramente. Attualmente l'argomento di discussione è chi dovrà essere il successore del Consigliere federale Didier Burkhalter. Un romando o un ticinese?
Qual è la sua risposta?
Tutte le regioni del Paese dovrebbero essere rappresentante. Ai miei tempi, quando ero consigliere federale, è stato il caso del ticinese Flavio Cotti.
A quali politici si sentiva particolarmente vicino?
A François Mitterrand. E a Bill Clinton: mentre mi stavo congedando da lui, dopo la mia visita in veste di vicepresidente, mi disse: «Dolfi, you stay!» Sono rimasto e ho pure alzato un po' il gomito, nell'interesse della Svizzera. Clinton è venuto nel nostro Paese durante il suo mandato, Bush e Obama invece mai. Non c'è da meravigliarsi se la Svizzera non è riuscita a risolvere rapidamente i problemi con le banche.
Come ha fatto ad andare d'accordo con Blocher?
Non è stato sempre facile, ma eravamo legati da tante cose. Nel 1979 siamo entrati in Parlamento insieme. Malgrado tutte le dispute sorte tra noi, il nostro rapporto è sempre rimasto civile. E, quando sembrava non esserci via di uscita, ne discutevamo facendo un'escursione a Kandersteg. Una volta siamo andati al Blausee a mangiare trote, riuscendo così a concederci una tregua di qualche mese. Ci rispettavamo. Due settimane fa ci siamo incontrati per caso con le nostre rispettive mogli ai Giochi di Tell a Interlaken.
Come Consigliere federale ha dovuto scendere a compro-messi riguardo alla sua vita privata.
Spero di non aver trascurato la mia famiglia. Sapevo che mia moglie si sarebbe presa cura dei nostri figli. Loro potevano venire da me in qualsiasi momento quando andavano a scuola a Berna. Quando Mathias andava al liceo e il martedì sera si allenava, lo andavo a prendere alle 20.30, nonostante la seduta del Consiglio federale, in modo che non dovesse tornare a Fraubrunnen in treno. Poi lavoravo a casa fino a mezzanotte. Lo stesso è stato per Caroline. Nel fine settimana cercavo di dedicare almeno due mezze giornate su quattro alla famiglia. Nelle altre due mezze giornate dovevo lavorare e leggere i dossier.
Dopo il suo ritiro ha avvertito un senso di vuoto?
No, il che è sorprendente considerando il programma che ho dovuto gestire. Non andavo quasi mai a letto prima di mezzanotte, al mattino alle 5:00 ero già in piedi a fare jogging. Da presidente federale non mi è stato più possibile perché ero sempre stanchissimo. Perciò mi limitavo a camminare. A un certo punto mio figlio Mathias ha lanciato l'allarme perché mi addormentavo quasi in piedi!
Lei è padrino della maratona ciclistica di beneficenza Race for Life a favore della Lega svizzera contro il cancro che si tiene a Berna il 3 settembre. Gareggerà anche lei?
Dipende dal processo di guarigione dopo l'operazione che ho subito alla spalla e che ha avuto qualche complicazione. Anche la schiena e il ginocchio mi procurano fastidi. Forse sarebbe il caso che, alla mia età, dimostrassi di essere diventato saggio… Ho sempre desiderato scalare il Monte Bianco. Oggi è un sogno che ho dovuto abbandonare.
Lei ha sul tavolo uno splendido cristallo. Ha un significato?
Ha un ruolo importante. Da bambini cercavamo il bellissimo cristallo giallo che
si trova nella Gasterntal vicino a Kandersteg. Quando fui eletto consigliere federale, Kaspar Fahner, il famoso cercatore di cristalli della Valle dell'Hasli, mi diede un cristallo come portafortuna. Il cristallo dona particolare forza. Ma bisogna crederci.
Le è stato preziosissimo nella leggendaria visita di Jiang Zemin a Berna nel 1999…
Sì, in quell'occasione stava andando tutto a rotoli. Il presidente cinese venne accompagnato al posto sbagliato durante la cena e poi si arrabbiò quando la presidente Ruth Dreifuss incominciò a parlare di diritti umani. Si alzò esclamando: «Me ne vado!». Io lo presi a braccetto e lo ricondussi alla sua sedia: «No, lei non se ne va». Poi, per calmarsi, chiese un foglio di carta e una matita e iniziò a disegnare fiori cinesi. E allora gli diedi un cristallo: «Senta, mi scuso per il disguido del posto, ma non per il resto. Continui a sorridere e guardi qui. Questo è il mio dono, il mio cristallo. Lo prenda, porta fortuna, benevolenza e tutto ciò che avete bisogno in Cina». E così si calmò. Se avesse lasciato anzitempo il nostro Paese sarebbe stata una catastrofe.
Adolf Ogi in pillole
Nato Kandersteg (BE) nel 1942, Adolf Ogi è stato consigliere federale per l'Udc dal 1988 al 2000. In occasione del suo recente 75° compleanno è stato pubblicato il libro “Unser Dölf” (Il nostro Dölf), contenente 75 contributi di varie personalità. Alcuni interventi lo hanno commosso, come quello di Christoph Blocher. «Ha colto nel segno», ha confessato Ogi.