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LA CARICA DEI CENTOUNO (ANNI)
“Pochi sanno essere vecchi”. (François La Rochefoucauld 1613-1680)
Si racconta che un essere mostruoso, appollaiato sul monte Citerone, costringesse i viandanti a risolvere, pena la morte, un enigma: citare l'animale che all’inizio ha quattro gambe, poi due ed infine tre. L’indovinello, all’apparenza irrisolvibile, era, per così dire, sotto gli occhi di tutti; lo decifrò Edipo pronunciando la parola “UOMO” e la Sfinge sconfitta si suicidò. A ragione, il futuro re di Tebe, aveva ravvisato nell’essere umano il solo animale sottoposto, nel tempo, a trasformazioni così marcate. L’organismo biologico dettava la cadenza del ciclo individuale che l’organismo sociale recepiva assegnando compiti e funzioni ad ogni fascia di età: la formazione del giovane passava per l’attività dell’adulto e si concludeva con la saggia esperienza della senilità. Il ritmo secolare, ordinato dalla concordanza tra natura e cultura, non ha subìto variazioni di rilievo almeno fino al secondo dopoguerra quando l’esplosione industriale non ha imposto le sue regole e, di fatto, scomposto l’assetto collettivo. L’impetuoso progresso tecnologico, per molti versi imprevisto e imprevedibile, ha coinvolto pesantemente, cogliendola di sorpresa, la stessa struttura familiare obbligandola a rivedere gli antichi ruoli, alla luce di un solo parametro: l’efficienza produttiva. In poche parole chi non era in grado di procurare ulteriori vantaggi al gruppo domestico, diventando un impaccio per gli indaffarati parenti, veniva recluso in cronicari più o meno confortevoli con l’ipocrita scusante di farlo a fin di bene.
Il linguaggio, sempre pronto a registrare nei modi di dire i modi di pensare, ha immediatamente collegato l’appellativo di vecchio, una volta pronunciato con rispetto e riferito solo alla misura cronologica, a sinonimi quali arretrato, incapace, inservibile in opposizione a moderno, dinamico, valido.
Al presente, accusare qualcuno di “vecchiaia” suona come un insulto che sottolinea, a seconda dei casi, abitudini pantofolaie, poltronesche, azioni eccessivamente ponderate e, crudele oltraggio, scarsa attività sessuale.
La rivincita, o più pomposamente, la nemesi storica dell’anziano pare abbia trovato nell’ultimo ventennio, proprio nell’evoluzione tecnologica che lo aveva condannato in ambito premortale, se non la soluzione, almeno la via d’uscita a quei problemi fisiopatologici grandi e piccoli che definivano l’età dell’allontanamento e del rifiuto.
Riparati e revisionati da opportuni interventi di chirurgia plastica, implantologica, protesica, gli accantonati “vecchietti” hanno ripreso a marciare e poi, al comparire dell’inquietante crisi economica, molto simile ad una battaglia in bilico, sono stati reclutati come riservisti, passando perfino, malgrado qualche acciacco, all’andatura di carica. Le nuove incombenze, volontariamente e generosamente assunte, di finanziatori, aiutanti domestici, autisti, cuochi, accompagnatori, fiancheggiatori, governanti, e quant’altro, hanno sostenuto e continuano a sostenere la prima linea costituita da figli e nipoti, sfiduciati, depressi, demotivati, imbelli per intenzione o inclinazione, incapaci di soddisfare quel requisito minimo di AUTOSUFFICIENZA, la cui mancanza, reale o presunta, ancora in epoca recente, giustificava a loro stessi e al mondo, il passaggio forzato dell’attempato congiunto dalla solitudine casalinga all’isolamento dei gerontocomi.
Oggi la mitica creatura alata, se volesse ottenere la medesima risposta, dovrebbe, probabilmente, riformulare il suo rebus: “Qual è quell’animale che può essere vecchio da giovane e giovane da vecchio?”
-William