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Le donne, a Vergeletto, non fanno più il bucato con i piedi (notò Angelo Nessi: "Vecchie donne e belle ragazze fiorenti, e bambine garrule mettevano i panni insaponati dove l'acqua è meno fonda, poi, alzate le gonne fino ai polpacci (le ragazze belle e fiorenti, più su, li calpestavano, li ravvolgevano, li strizzavano, ballandovi sopra, con piccoli gridi per la carezza dell'acqua, fredda per le recenti nevi").
I mulini lavorano solo sulle foto di un passato che diede ad essi un nome: v'era quello di Chepp, ovvero dei Garbani, e v'era quello del Venanzi, ossia di Venanzio Terribilini, ai quali si aggiungevano quelli dell'Ulücc, del Rafaèl e del Sindigui.
Dell'Hôtel des Neiges dei Buzzini è rimasta solo una sbiadita insegna: a ricordare che esso fece scrivere, nel 1930, a "L'Adula", che "a Vergeletto trovasi il miglior albergo della valle, l'Hôtel des Neiges, dotato di tutto il confort moderno".
"L'Adula" aggiungeva che v'era la possibilità di fare, a Vergeletto, "comode passeggiate ed escursioni istruttive":
un'affermazione che perfettamente si addice alla gita qui proposta e che da questo onsernonese comune prende avvio, seguendo un percorso già descritto, nel 1898, nella guida "Locarno, i suoi dintorni e le sue valli", dal professor Edmondo Brusoni, il quale spiega che, "uscendo da Vergeletto in direzione del fondo della valle e seguendo un ben tracciato sentiero, c'interneremo nella comoda vallea".
Sopra l'Alpe Porcarescio - egli osserva - "un informe sentierucolo sale attraversando un pendio cosparso di lastroni di gneis e si dirige verso un "ometto" o segnale costrutto per servire di guida agli alpinisti; in mezz'ora ci addurrà alla Bocchetta di Porcareccio o di Cavegna, ove saluteremo con gioia un laghetto triangolare, circondato da scoscendimenti pietrosi e da cespugli di rododendri".
Come non salutare con gioia, come fece nella lontana estate del 1898 il professor Brusoni, un laghetto che, pur se piccolo, ha molto da proporre e da donare?
Ci sono laghetti che si accontentano di essere e apparire pittoreschi: affidano a un colore questa loro scelta estetica e lo conservano come se fosse il proprio immutabile stemma; altri, invece, passano, con frettolosa noncuranza, da un colore all'altro, senza nemmeno lasciarci il tempo di giudicarne le intenzioni e restano, così, mediocremente anonimi di fronte agli interrogativi di chi vorrebbe, seduto sulle loro rive o alto sopra il loro perimetro, classificarli.
Il Cavegna ha diviso in due parti il suo montano spettacolo: la prima è destinata a chi, superato il passo che gli dà il nome, lo scopre disteso, tra i sassi e l'erba, come un manifesto turistico dipinto dal sole; ha una pubblicitaria intensità tonale, una saldezza cromatica affrescata senza risparmio, la spavalderia di chi non teme né la nebbia né la notte.
Il suo azzurro è lietamente propagandistico e lo è ancora di più quando vi fiorisce attorno quello delle genziane che obbliga l'acqua del Cavegna a rendere più squillante il suo blu; e sembra allora che lo estragga, a secchi, dal fondo e lo spinga in superficie, pennellandone anche le onde e i ranocchi.
Il secondo spettacolo il Cavegna lo riserva, invece, a chi sale, per meglio conoscerlo, verso gli effimeri laghetti che lo sovrastano e danno l'idea di essere solo laboratori usati per provare le tonali miscele destinate a quello maggiore: visto dall'alto, il Cavegna si rivela meno vistoso, meno disposto a fare il cartellone d'invito.
Dà sfumature alla sua compattezza, leggerezza al suo impatto, alternative alla sua bellezza, che ritrova balenii tranquilli e ombre paciose, trasparenze mobili e guizzi rivelatori.
Sembra, scorto dall'alto, un laghetto scavato dai ghiacciai a una quota superiore: si presenta più serio, più raccolto, quasi pensasse ai rischi (frane e valanghe) che lo aspettano e ne potrebbero rovinare l'incanto reso più fine dalla discrezione, da quel volersi offrire agli occhi con un garbo che non li abbagli.
V'è poi, a caratterizzare ancora di più il Cavegna, il verde invito delle sponde rastrellate dal vento che va e viene dalla Val di Campo, sul cui versante già si trova: sono comode sponde da rusticano bagno spiaggia, che tentano i tuffi e accolgono la sete delle rose alpine, per le quali l'acqua del Cavegna è un tonico che ne aumenta di continuo il numero e ne rafforza il fiore (fortunato chi, portandosi su questo laghetto nella stagione adatta, può camminare fra i rododendri e dare ad essi un immaginario e unico profumo rubescente).
Il Cavegna è il premio finale riservato a chi fa di questa escursione (una facile e tipica escursione di famiglia) un'occasione per conoscere una regione non solo naturalisticamente meritevole: ci sono da vedere, nell'ambito della stessa, le testimonianze della storia (la strada mulattiera che dal Ponte Oscuro saliva a Vergeletto e Gresso fu realizzata nel 1780 grazie all'avveduta iniziativa di Nicola Garbani, il quale raccolse, con una sottoscrizione indetta fra i convallerani residenti a Roma, la somma necessaria); le prove della fede (nel 1670, Giovanni Pietro Terribilini fece costruire una cappella dedicata alla Santissima Annunziata.
L'oratorio venne poi ingrandito ed è l'attuale chiesa parrocchiale di Vergeletto); il lavoro dell'uomo (da ben 42 anni, Piergiorgio Terribilini è il gerente-casaro dell'Alpe Porcarescio: è una costanza, la sua, che non potrebbe che essere lodata da Evaristo Garbani-Nerini, il quale fu, tra l'altro, direttore dell'Unione Postale Universale ed ebbe a dire nel 1930, per il 25° di fondazione della Pro Onsernone: "I nostri alpi non devono più essere affittati a gente di fuori, ma devono venire, invece, goduti da noi stessi") e la solidarietà dell'uomo (sorse a Vergeletto, primo del Ticino, un campo di lavoro volontario, i cui partecipanti ebbero modo, dopo la rovinosa alluvione del 1978, di rendersi, nella sconvolta zona di Vergeletto, validamente utili, dandovi un indimenticato esempio di amicizia: un esempio ancora più prezioso dell'oro che, stando ad Hans Rudolf Schinz, si cercava, nel 1700, in Valle Onsernone).