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Dove si celano i coronavirus, quanto a lungo resistono su vestiti e mascherine e come proteggersi al meglio.
Dipende dal materiale, dalla temperatura e dall'umidità dell'aria. Se, per esempio, le particelle di virus si seccano su una piastra metallica, il loro numero si riduce a meno di un centesimo della quantità iniziale nel giro di un'ora. I ricercatori hanno però trovato particelle contagiose dopo più di una settimana. In un altro esperimento, sul rame non erano più presenti virus attivi già dopo quattro ore, sul cartone solo dopo 24 ore. I nuovi coronavirus (Sars-CoV-2) erano invece ancora presenti dopo tre giorni sull'acciaio inossidabile e sulla plastica se le condizioni erano favorevoli.
Ecco i risultati dei test di laboratorio. In primo luogo, nella vita reale, i virus sono influenzati dalle condizioni ambientali. Ciò include, ad esempio, un forte calore. In secondo luogo, perché avvenga un contagio, è necessaria l'esposizione a un'alta carica virale. Terzo, il virus deve passare da una persona infetta a una superficie e, successivamente, arrivare alle vie respiratorie di un'altra persona. Quarto, i coronavirus possono essere facilmente eliminati lavando le mani e utilizzando disinfettanti per superfici. Quindi, se nessuno è malato, basta semplicemente pulire le superfici comuni con detergenti appositi.
Se nessun componente del nucleo familiare è infetto, non si rileveranno nemmeno coronavirus sul posto. Presso gli ospedali che ospitano i malati di Covid-19, gli esperti d’igiene hanno ricercato la presenza di particelle di virus, accertandola, tra l’altro, su mouse del computer, maniglie di porte, secchi dell’immondizia, corrimano e suole delle scarpe. Probabilmente, è proprio attraverso le calzature che i virus erano riusciti a raggiungere anche i locali più remoti; ciò che invece rimane ignoto è l’intervallo di tempo in cui i patogeni restano contagiosi. In genere, una vasta serie di microbi prolifera su tutti gli oggetti che vengono spesso a contatto con le dita, per esempio pulsanti di chiamata degli ascensori o tasti di terminali di pagamento elettronico.
A tale proposito è disponibile l'apposita scheda informativa della Merkblatt der Deutschen Gesellschaft für Allgemeinmedizin und Familienmedizin und Familienmedizin (Società tedesca di medicina generale e di famiglia). Tutto ciò che il paziente tocca regolarmente dev’essere sottoposto a regolare disinfezione.
Nel caso del personale sanitario che prestava assistenza ai malati di Covid-19, sono state rilevate particelle di virus sulle maniche dei camici; non è tuttavia certo se tali virus fossero ancora contagiosi o già «prosciugati». Nell’ambito di un esperimento, alcuni scienziati cinesi non hanno rilevano più alcun coronavirus sui tessuti già a partire dal secondo giorno (ad esclusione delle mascherine chirurgiche, dove in alcuni casi si ritrovavano virus ancora contagiosi addirittura dopo sette giorni sul lato esterno). I virus della Sars, imparentati con i virus Sars-CoV-2, rimanevano contagiosi sui tessuti di cotone anche per 48 ore – tuttavia, solo in presenza di una massiccia contaminazione virale. Se il numero di virus era limitato, nel giro di un’ora essi non risultavano più contagiosi. La biancheria dei malati va dunque maneggiata e scossa quanto meno possibile, trasferendola preferibilmente subito in lavatrice o raccogliendola all’interno di un sacco.
No, poiché i nuovi coronavirus non sono in grado di penetrare la barriera cutanea. L’importante è che non raggiungano bocca, naso e occhi, e questo può succedere sia con i guanti che a mani nude toccandosi il viso (oppure se, per esempio, si mangia un panino con i guanti o con le mani non lavate). Inoltre, i virus sulla plastica rimangono contagiosi più a lungo che sulla pelle. Indossando sempre guanti di plastica, inoltre, la pelle ne risente.
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Questi virus sono sensibili all'essiccamento. Anche in presenza di un valore di acidità (valore pH) inferiore a tre i virus non sopravvivono. In uno stomaco vuoto non avrebbero quindi alcuna possibilità poiché il succo gastrico ha un valore pH più basso. Anche la luce UV distrugge questi virus. Per quanto riguarda le temperature, i risultati delle ricerche sono divergenti. In un esperimento, i virus Sars strettamente imparentati sono risultati disattivati dopo circa 15 minuti ad una temperatura di 56 gradi. Per la sterilizzazione si consigliano però temperature più elevate e una durata più lunga.
In Asia scoppiano regolarmente nuovi cluster di casi di coronavirus nei mercati del pesce. Gli scienziati hanno scoperto che i nuovi coronavirus possono rimanere attivi per più di una settimana a una temperatura di quattro gradi Celsius, ad esempio sul salmone refrigerato.
Finora non sono tuttavia noti casi di contagio attraverso il cibo. In teoria però è immaginabile ad esempio che il coronavirus dei bovini possa contagiare l'insalata nel frigorifero per un periodo di almeno 14 giorni, e tali virus appartengono alla stessa famiglia dei nuovi coronavirus umani. «Ma la nostra insalata non viene a contatto con feci o saliva infette, e per di più la si lava prima del consumo. In più, aceto e succo di limone utilizzati come condimento prima e succhi gastrici poi, li distruggerebbero», spiega Alfred Metzler, ex Professore di virologia veterinaria di Zurigo, che raccomanda pertanto di adottare gli accorgimenti sempre validi: lavare, pelare e cuocere la verdura – oppure rinunciarvi. E, naturalmente, lavandosi le mani prima della preparazione e del consumo. Seguendo queste indicazioni, si scongiurerà un contagio per via alimentare.
No. Esistono in effetti alcune tipologie di virus e altri agenti patogeni trasmissibili da parte di zanzare e zecche, ma non è il caso dei nuovi coronavirus.
Gatti, cani, criceti, furetti, visoni, scimmie, grandi felini come ad esempio la tigre sono già tutti venuti a contatto con i nuovi coronavirus. In un esperimento con una dose molto elevata di virus, i ricercatori sono riusciti a contagiare alcune scrofe, ma solo in una di esse sono stati trovati virus contagiosi. Anche i conigli sembrano esposti al contagio, mentre galline e anatre invece no. E, perlomeno nel caso di gatti e furetti, i nuovi coronavirus possono essere trasmessi da un animale all’altro, con reciproco contagio. Alcuni veterinari hanno rilevato tracce dei virus anche nelle feci di un gatto, sebbene non se ne sia appurata la potenziale carica infettiva.
A tutt’oggi, tuttavia, non sono noti casi di proprietari contagiati dal proprio animale domestico. Teoricamente, ciò potrebbe verificarsi solo se, per esempio, una persona malata tossisse nel palmo della mano e poi accarezzasse il proprio animale e, subito dopo, un’altra persona sana toccasse a sua volta quest’ultimo, facendo penetrare in seguito i virus nel cavo orale o nelle vie respiratorie. Tuttavia, la durata della carica infettiva dei virus sul pelo degli animali non è nota. Essi sono stati comunque inattivati attraverso un semplice lavaggio di toelettatura, rassicurano gli esperti dell’Università di Vienna.
I ceppi di coronavirus specifici degli animali, a cui risultano vulnerabili gatti, cani, cavalli, vitelli e maiali, non costituiscono un pericolo per l’uomo. «In linea teorica si può ipotizzare una potenziale insorgenza di virus di nuova generazione qualora un animale venisse infettato contemporaneamente da diversi tipi di coronavirus», spiega Alfred Metzler. L’Ufficio federale della sanità pubblica consiglia pertanto di evitare il contatto con gli animali se si è affetti da Covid-19. Anche l’autorità sanitaria statunitense «CDC» raccomanda di praticare il «social distancing» dagli animali domestici e, laddove non fattibile, il ricorso a protezioni per la bocca.
Praticamente no, a meno che la persona in questione non tossica, starnutisca o urli proprio in quel preciso momento. Attraverso la respirazione, si emettono in media da 50 a 5000 goccioline, tossendo circa 3000 e starnutendo 30 000. In una persona infetta, queste contengono i virus. Con un colpo di tosse, dunque, possono essere rilasciati nell’ambiente circostante 200 milioni di virus, stima il professore statunitense di biologia Erin Bromage nel suo blog.
Le goccioline più grandi, che contengono anche una maggiore carica virale, cadono rapidamente al suolo. Ad ogni modo, quanto più si mantengono le distanze e quanto più si riduce il tempo che si trascorre insieme, tanto minore è il rischio di contagio. Per infettarsi, infatti, è necessaria una certa quantità di virus – sebbene non sia ancora nota nel dettaglio.
I nuovi coronavirus sono regolarmente presenti e infettivi nella saliva dei malati, così come spesso nelle feci sia di malati che di guariti, mentre se ne ritrovano tracce minime nell’urina. A tutt’oggi, non risultano nemmeno contagi avvenuti attraverso questi materiali organici. Non è invece accertato se tali virus siano sessualmente trasmissibili: alcuni medici cinesi hanno rilevato tracce virali nello sperma di 6 su 38 uomini esaminati, ma non è chiaro se essi fossero potenzialmente contagiosi. Nei pazienti più gravi, i nuovi coronavirus erano presenti anche a livello ematico.
Se una persona contagiosa parla, respira o canta possono formarsi aerosol contenenti virus che rimangono nell'aria anche per più ore. Quando si fa jogging o si cammina, di regola questi aerosol vengono però spostati dal vento creato dalla persona che corre, scrive il New York Times in un'intervista con un virologo. Da un piccolo studio effettuato con malati di influenza è emerso che una persona su tre ha rilasciato virus nell'aria respirando. Erano tra i 190 e 1200 ogni ora, tuttavia non tutti erano infettivi.
Per quanto riguarda il Sars-CoV-2, i ricercatori sono ancora in disaccordo sul ruolo che svolgono gli aerosol nei contagi. È successo che persone siano state contagiate con il Sars-CoV-2 nel bus, in ufficio, al ristorante o durante una festa, probabilmente tramite aerosol. Specialisti cinesi consigliano anche di chiudere il coperchio del WC prima di tirare lo sciacquone per evitare di creare aerosol. Si potrebbero infatti sollevare eventuali coronavirus espulsi con le feci.
Fonti: «Science»
Un fattore determinante è la quantità di virus che una persona «riceve» e il numero di «porte d'accesso» che i virus trovano nel corpo. Essi scelgono punti ben precisi sulle cellule. I cosiddetti recettori ACE2 si trovano per esempio nella faringe, nei polmoni e nell'intestino. I bambini hanno meno porte d'accesso di questo genere rispetto alle persone anziane. Il decorso della malattia può dipendere anche da un'immunodeficienza finora non individuata, dai geni, dalle patologie pregresse e da altri fattori sconosciuti.
Fonti (in inglese o in tedesco): NEJM, The Lancet, Jama Network Open, Clinical Infectious Diseases, WHO, Int J Environ Res Public Health, World Journal of Clinical Cases, Robert Koch Institut, Journal of Hospital Infection, Emerging Infectious Diseases, Medrxiv, CDC, PLoS One, Food Microbiology, The Lancet Infectious Diseaes, Infection Control & Hospital Epidemiology, Primary Care, Nature, The New York Times, Universität Wien, Jama, Science, Science