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VIVERE IN PICCOLE DIMENSIONI
La concentrazione sempre maggiore della popolazione nei nuclei urbani, l’aumentare dei costi energetici, il ridursi progressivo del terreno edificabile disponibile e il ridursi della dimensione dei nuclei familiari, stanno generando nuove tendenze nel modo di concepire l’abitare contemporaneo.
Negli ultimi anni assistiamo ad una graduale rivalutazione dell’alloggio “minimo”, un tema che in realtà non é nuovo. Era, infatti, già stato trattato e sviluppato, in particolare in Germania, nella prima metà del Novecento e aveva coinvolto alcuni dei più importanti architetti dell’epoca.
Dopo la Prima Guerra mondiale, tra il 1919 e il 1939, sulla base delle riflessioni sul tema dell’alloggio minimo e delle ricerche condotte da architetti quali Water Gropius, Mies van der Rohe e Bruno Taut, erano state realizzate diverse “Siedlungen”: nel 1927 il Weissenhof di Stoccarda, il Siemensstadt di Berlino nel 1930 e le Siedlungen di Francoforte; queste ultime in particolare erano sostanzialmente dei blocchi residenziali caratterizzati dalla prefabbricazione con elementi in cemento armato e da unità abitative minime standardizzate. Non a caso il titolo del Congresso Internazionale Architettura Moderna (CIAM) tenutosi nel 1929 a Francoforte era proprio “Existenzminimum”, ossia l’abitazione che garantisse un livello minimo di esistenza. L’obiettivo era quello di soddisfare in un ambiente di piccole dimensioni tutte le necessità primarie legate all’abitare: tale obiettivo segnerà l’inizio dell’analisi ergonomica dei progetti e del design industriale degli arredi.
Grete Schütte Lihotzky nel 1925 progetterà la “Cucina di Francoforte” per le Siedlungen di Ernst May. Nella progettazione di questo nuovo modello di cucina, Grete Schütte riuscirà a razionalizzare gli spazi e gli arredi secondo i principi dell’economia domestica, come per esempio la continuità dei piani d’appoggio dei mobili e uno schema in pianta ad “U”, per fare in modo che il fruitore della cucina avesse facilmente tutti gli strumenti di lavoro a portata di mano.
Le ragioni che muovono oggi promotori, architetti e committenti a progettare e realizzare abitazioni di piccole dimensioni sono in parte diverse da quelle del secolo scorso. Tornando al tema dell’alloggio minimo, in relazione al cambiamento socio-economico in atto, negli ultimi anni si stanno portando avanti nuovi progetti abitativi rivolti in particolare a giovani, single e anziani.
È il caso del Progetto Ospitalità Solidale promosso dal Comune di Milano: 24 appartamenti “sottosoglia” ovvero di dimensioni inferiori a 28 mq, ristrutturati dal Comune e dati in gestione alla Cooperativa DarCasa; gli appartamenti vengono affittati a giovani studenti o lavoratori precari con un reddito basso; il costo mensile, infatti, é di soli 370 euro. Nell’ottica dell’”abitare Solidale” i locatari si impegnano per contro, a dedicare almeno 10 ore al mese nella realizzazione di attività di vicinato solidale.
In una società in continuo mutamento, un concetto importante è la flessibilità in quanto permette di adattare gli spazi a seconda del variare delle esigenze; negli alloggi di piccole dimensioni, inoltre, l’uso flessibile dello spazio può diventare essenziale.
Nel 1972 veniva ultimata a Tokio, la Nakagin Capsule Tower su progetto dell’architetto Kisho Kurokawa. L’idea progettuale era quella di creare una struttura flessibile con parti sostituibili nel corso degli anni e realizzare un complesso residenziale duttile e mutevole. Il complesso rispondeva inoltre al problema del crescente bisogno di alloggi e aveva privilegiato la quantità riducendo le superfici; ne era scaturito una costruzione molto innovativa: una torre composta da 140 micro-unità abitative di massimo 30 mq ciascuna. L’intenzione progettuale prevedeva anche la sostituzione di queste micro-abitazioni ogni 25 anni per evitare il degrado, anche se, in realtà, questo si rivelò in seguito troppo costoso.
In ambiente urbanizzato un altro fattore che porta alla riduzione della dimensione delle costruzioni é la progressiva diminuzione dei terreni edificabili; non di rado committenti e progettisti si trovano confrontarti con lotti di piccole dimensioni e in posizioni così particolari che sembrano quasi “spazi di risulta” piuttosto che lotti effettivamente edificabili.
Lo studio Lupo & Zuccarello Architekten si è cimentato a Basilea con una situazione di questo genere. Il progetto è stato sviluppato su un terreno vuoto chiuso tra due edifici uno dei quali storico. In questo stretto lotto è stata realizzata una casa indipendente di cinque piani fuori terra con giardino al piano terreno. La casa è composta da una zona giorno al piano terra con cucina e accesso al giardino e una zona notte ai piani superiori caratterizzata da una camera singola con bagno ad ogni piano. Il locale tecnico è stato ricavato nell’edificio storico adiacente ed è condiviso dai due stabili.
È interessante notare che l’edificio storico presentava una facciata con finestre rivolte verso il terreno sul quale si é costruito; queste finestre sono state chiuse, ma si sono mantenute le rispettive cornici e modanature che si possono quindi ancora osservare come una sorta di decorazione scultorea, sulla parete interna dei locali del nuovo edificio. Un aspetto da non sottovalutare è l’installazione di cantiere che in un lotto di così piccole dimensioni e in ambiente urbano si è rilevato particolarmente impegnativo. L’utilizzo di elementi prefabbricati in cemento per la realizzazione della facciata verso la strada, ha permesso di velocizzare e razionalizzare la costruzione.
Sul tema del ridimensionamento della superficie degli alloggi, partendo dalla regola anglosassone delle 3R (Reduce, Reuse, Recycle), si è arrivati persino ad una variante ecologica. Di fronte alle trasformazioni economiche e sociali in atto, diventa inevitabile un’evoluzione in ambito architettonico e urbano e di conseguenza un ripensamento dei nostri modelli abitativi. Forse, come testimonia la crisi economico-energetica, non è del tutto esagerata questa rivisitazione del motto “less is more”; volendo scomodare la filosofia, in una società ormai fondata esclusivamente sull’Avere e non sull’Essere, un ridimensionamento fisico-materiale potrebbe produrre inaspettati frutti positivi.
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