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Nel 1994 in un celeberrimo poster di Nike, Éric Cantona appariva ritratto di fronte ad una sventolante bandiera inglese, a fianco di una frase perfettamente strutturata sul modello delle battute comiche. Una prima parte che sembra una banale constatazione: ” Il 1966 è stato un grande anno per l’Inghilterra…“. Ma certo, perché è stato l’anno della vittoria ai Mondiali! Ma poi l’inaspettata conclusione: “…perché in quell’anno è nato Eric“.
Grazie al suo magnetico carisma, dopo il ritiro Éric Cantona è stato il protagonista di numerosi spot e film e di recente lo è stato anche del video di “Once”, singolo estratto dall’ultimo lavoro solista di Liam Gallagher. Ambientato nella villa in cui John Lennon suonava al pianoforte bianco le note di “Imagine”, il video ci dice molto – forse anche involontariamente -della storia dell’ex numero 7 del Manchester United.
All’inizio di questa stagione sportiva Cantona aveva fatto parlare di sé quando, alla canonica presentazione dei gironi di Champions League, aveva pronunciato un discorso che un sito inglese aveva definito “bizzarro, ma brillante“, dimostrando l’inadeguatezza del lessico e delle categorie comuni di fronte ad una tale manifestazione di unicità. Un discorso che altro non è che espressione della distanza fra il piano su cui si muove lui e quello su cui si muovono (quasi) tutti gli altri.
Il video di “Once” comincia e un pensieroso Éric canta “Sometimes the freedom we wanted feels so uncool” in playback mentre, solo – in vestaglia, siede ad una tavola imbandita, sorseggiando un calice di vino rosso. Freedom. Una libertà che a lungo Cantona ha ricercato all’interno del rettangolo verde. Non solo tattica, ma anche una libertà creativa che gli permettesse di donare leggerezza al calcio, di sottolinearne l’irrilevanza di fronte alla realtà della vita, di salire con due piedi sul pallone come Ezio Vendrame o di esultare rimanendo impassibili, quasi indifferenti, dopo aver segnato uno dei gol più belli della propria carriera.
Cantona non hai mai giocato un Mondiale di calcio. Un fatto sconvolgente se consideriamo il peso specifico del calciatore, ma anche perfettamente coerente con le pieghe inaspettate che la sua carriera ha costantemente preso. “I remember how you used to shine“: la voce di Liam Gallagher esce dalla bocca di Cantona che all’improvviso indossa un appariscente mantello d’ermellino e una corona dorata per uscire dalla villa e ritrovarsi -solo- sotto ad un cielo plumbeo. Come dimenticare come brillava il suo talento, dall’ Auxerre al Marsiglia fino a quando Michel Platini gli consigliò di allontanarsi dalla Francia e di andare in Premier. Una stagione nel “maledetto United” e poi cinque stagioni nello United di Sir Alex Ferguson, che lo hanno portato a diventare uno dei giocatori più iconici della storia di Old Trafford.
É difficile cercare di capire, figuriamoci di spiegare, le sensazioni e le emozioni che Cantona in quel periodo riusciva a trasmettere in un campo di calcio. Un modo di fare arte che ben presto avrebbe abbandonato per dedicarsi alle “arti maggiori”. Ma non prima di aver fatto qualcosa di speciale, qualcosa di unico. Il 21 dicembre 1996, con quattro giorni d’anticipo, ad Old Trafford fu Natale. E immobile, di fronte a settantamila discepoli, si manifestò l’ostensione di Éric Cantona.
Le note riecheggiano nel giardino della villa, mentre la canzone ripete per l’ultima volta il ritornello con l’ex leader degli Oasis che scandisce: “but it turns out you only get to do it…Once“. Un verso che della vita di Cantona potrebbe essere il titolo, o almeno il sottotitolo: l’unicità, l’irripetibilità della sua storia da un lato e la sua stessa leggerezza, irrilevanza, inutilità nella storia del mondo. Cantona ha vissuto e vive con leggerezza, ma una leggerezza positiva, sintomo della consapevolezza di vivere per la prima ed unica volta la propria vita. Vivere così da accettare che commeteremo errori, magari anche gravi, che avremmo potuto evitare. Potremmo anche volerci riprovare, ma non c’è molto da imparare, perché vivremo una sola volta.