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Il linguaggio dei Mura-Pirahã, popolazione sudamericana veramente singolare, sembra non possedere i numeri: le quantità vengono espresse in maniera qualitativa, tramite tre espressioni che, grosso modo, hanno il significato di “pochi”, “alcuni”, “di più”.
Così la stessa quantità (quella che noi definiamo la stessa quantità) può essere ora “pochi” ora “alcuni”, a secondo della situazione.
È interessante scoprire che cosa i pirahã riescano a fare con un linguaggio così povero. Posti di fronte a una fila di bobine, sono stati in grado di «inserire, in una fila corrispondente, un numero equivalente di palloncini sgonfi»: il concetto di equinumerosità non sembra quindi porre loro particolari problemi. Non sono invece stati in grado di memorizzare le quantità: se uno psicologo sadicamente nascondeva alcune bobine e chiedeva ai pirahã di allineare lo stesso numero di bobine che c’erano prima, questi sbagliavano.
Non può non venire in mente il relativismo linguistico: in che misura il linguaggio influenza il nostro modo di vedere il mondo, se lo influenza. Tuttavia, la domanda davvero importante, secondo me, è quanto solida sia la differenza tra vedere e interpretare. Perché in tutti questi esperimenti (giustamente) non si fa altro che risolvere la percezione in una serie di compiti e abilità, e a questo punto la differenza tra ciò che viene interpretato e ciò che viene percepito diventa una differenza di grado.