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PECHINO - Era nato come versione cinese di Amazon ma, con gli anni, è diventato qualcosa di più: un modo per quel mare di merce prodotta in Cina di arrivare nelle mani degli acquirenti occidentali, tagliando fuori tutti gli intermediari.
Questo ha permesso al gruppo di diventare un simbolo d'innovazione per il modo di fare business cinese, una filosofia scoppiettante perfettamente riassunta nell'ormai ex-capo e inventore Jack Ma la cui ricchezza oggi si aggira attorno ai 50 miliardi dollari.
Da un anno circa a questa parte però, scrive il Wall Street Journal, Pechino ha iniziato a marcare decisamente stretto Alibaba, intervenendo a gamba tesa sul suo sistema di pagamento AliPay, gestito dall'affiliata Ant Group.
Proprio di AliPay, il governo, aveva congelato la valutazione in borsa (con una IPO stimata a 34 miliardi di dollari) a novembre 2020, senza addurre ragioni altre se non generici «rischi commerciali». Di questa, poi, non si era più fatto niente con una rottura aperta fra Ma e il Partito, dopo una lunga e concitata contrattazione.
Per Alibaba si parlerebbe, invece, di «abuso di posizione dominante» con una multa senza precedenti in Cina da parte dell'Antitrust che verosimilmente potrebbe superare il miliardo di dollari. Un colpo duro, ma gestibile da un gigante del genere.
Stando ad alcuni insider, la volontà di Pechino sarebbe quella di non azzoppare permanentemente la piattaforma, popolare in patria e all'estero, quanto piuttosto mostrare i muscoli, affinché la stessa si defili da Ma (formalmente e filosoficamente) avvicinandosi di più alla Partito comunista.