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Ritorno sul tema dell’obiezione di coscienza.
Riprendo brevemente la distinzione tra obiezione di coscienza, disobbedienza civile e rivoluzione.
La rivoluzione ha come scopo il cambiamento di tutto l’ordinamento giuridico. La disobbedienza civile ha come scopo la modifica di una legge specifica. L’obiezione di coscienza ha come scopo una sorta di spazio personale di esenzione da una legge specifica. Continua a leggere “Ancora sull’obiezione di coscienza”
Alessandro Gilioli si lamenta, secondo me giustamente, della poca trasparenza delle modifiche alla discussa legge sulle intercettazioni.
È una inezia, ma a un certo punto scrive:
In teoria saremmo noi cittadini sia i mandanti (in quanto elettori) sia i destinatari (in quanto opinione pubblica) di questa legge: invece ciccia, è una discussione privata tra Ghedini, Bongiorno e D’Ambrosio, a noi forse ci avvisano quando hanno finito.
Una legge non ha destinatari: non è una comunicazione, un messaggio che qualcuno manda a qualcun altro.
La legge non è un messaggio – può agire come tale, ma secondariamente. Pensare le leggi come messaggi – mettere quello che è un aspetto secondario al primo posto – significa tornare alle grida manzoniane: norme inefficaci, il cui scopo è rassicurare le persone che si sta facendo qualcosa.
L’obiezione di coscienza è, tra le varie forme di opposizione alle regole e leggi di una comunità, la meno impegnativa. Non si vuole abolire l’intero ordinamento – non è una rivoluzione. Non si vuole nemmeno modificare o abolire una singola norma, cambiando le regole che valgono per tutti – non è la disobbedienza civile.
È semplicemente la richiesta di garanzia di uno spazio di libertà individuale. Un valore che sarebbe bene tutelare: una società disposta a concedere una simile garanzia mi sembra più giusta di una che non lo concede.
L’obiezione di coscienza è meno impegnativa di una rivoluzione o della disobbedienza civile. Ma è comunque una ribellione alle regole che, in teoria, dovrebbero valere per tutti. Una eccezione all’applicazione delle leggi che, se diventasse troppo diffusa, vanificherebbe tutto.
Una società nella quale la maggioranza dei cittadini – o una cospicua minoranza – facesse obiezione di coscienza sulla maggioranza delle leggi vigenti, metterebbe di fatto in crisi l’intero edificio legislativo – si tratterebbe di una rivoluzione.
L’obiezione di coscienza va quindi maneggiata con cura e buon senso.
Il mio buon senso prevede che l’obiezione di coscienza si applichi unicamente alle azioni obbligatorie. Un farmacista non può ricorrere all’obiezione di coscienza per la vendita di determinati farmaci: nessuno l’ha obbligato a fare il farmacista, ci sono tanti altri lavori.
Il mio buon senso prevede anche che l’obiezione di coscienza abbia davvero la coscienza come motivazione. E questo è un bel problema: come accertarsi che tizio non chieda la sospensione di una legge per opportunismo? Se penso a una commissione di controllo, mi spavento: quella che doveva essere una garanzia di libertà rischia di trasformarsi in oppressione e controllo. Però la semplice richiesta di coerenza mi sembra sensata e poco invasiva. Se un consigliere municipale si rifiuta di celebrare le seconde nozze di un suo concittadino perché contrario al divorzio ma è egli stesso divorziato – beh, non vedo perché concedergli il diritto di fare obiezione di coscienza.
Il mio buon senso prevede inoltre di proibire gli appelli all’obiezione di coscienza. La coscienza è individuale, non collettiva. E un appello generalizzato mi fa pensare a un rivoluzionario mancato, uno che non ha il coraggio o i mezzi per cambiare una legge, e allora ricorre all’obiezione di coscienza come strumento per rendere questa legge inefficace. Il carcere a vita è forse troppo, ma 5 anni di reclusione, da raddoppiare in caso di recidiva, mi sembrano una giusta punizione.
La Corte Costituzionale ha bocciato il matrimonio omosessuale o, per essere più precisi, ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Venezia e dalla Corte di appello di Trento.
Ho letto la sentenza.
Potrei affermare di non essere d’accordo con quanto deciso dai giudici, ma la cosa non avrebbe molto senso: solo loro a dover interpretare la costituzione, non io. Per quanto possa essere favorevole al matrimonio omosessuale (ossia a estendere il matrimonio alle persone dello stesso sesso, non a creare qualche nuovo oggetto giuridico a loro riservato – per quanto già questo sarebbe un notevole passo in avanti), non è questa mia opinione ad avere validità giuridica. Continua a leggere “Corte costituzionale e matrimonio omosessuale: un commento”
Più che una definizione, è uno slogan: lo stato di diritto è il governo delle leggi al quale si contrappone il governo degli uomini.
Non credo sia possibile ottenere una definizione migliore di questo slogan uellodi stato di diritto è una prassi più che un concetto, ed è alla prassi, al concreto agire che bisogna guardare, se si vuole comprendere che cosa è lo stato di diritto, e valutare se è preferibile alle alternative. Continua a leggere “Lo stato di diritto”
Il quarto incontro dei seminari SIFA-FilDir (Filosofia analitica e Filosofia del diritto), dedicato agli aspetti giuridici e morali del matrimonio omosessuale, si è concluso con una domanda rimasta aperta: è vero che la società non è (ancora) pronta ad accettare il matrimonio omosessuale?
È una intuizione da poltrona, bisognosa di verifica sperimentale, ma io credo che molte persone siano pronte ad accettare un matrimonio omosessuale, ma non il matrimonio omosessuale.
Una singola coppia di omosessuali potrebbe tranquillamente ricevere approvazione, e questo vale anche per l’immaginario collettivo della televisione, dove in effetti vi sono più coppie omosessuali. Ma la questione del matrimonio omosessuale in generale, la possibilità di aprire (o di non chiudere) il matrimonio alle persone dello stesso sesso è faccenda percepita diversamente. In un certo senso è giusto così: gli argomenti ad hominem (ai quali sarà dedicato, secondo programma, il prossimo incontro) non sono buoni argomenti; rimane comunque curioso come certi (pseudo) argomenti non reggano un esempio concreto.
Quali sono dunque i meriti pratici del concetto più ristretto di diritto per la decisione morale? Perché è meglio, quando si è di fronte a delel imposizioni moralmente inique, pensare «Questa non è una legge in nessun senso» [tesi del giusnaturalismo] piuttosto che «Questa è una legge ma è troppo iniqua per essere obbedita o applicata» [tesi del positivismo giuridico]? Si chiarirebbero così le idee agli uomini o li si renderebbero più pronti a disobbedire quando la morale lo esige? Si otterrebbe un modo migliore di risolvere problemi simili a quelli lasciati dietro a sé dal regime nazista? Senza dubbio le idee hanno la loro influenza: ma sembra poco probabile che lo sforzo di allenare e istruire gli uomini nell’uso di un concetto più ristretto di validità giuridica, nel quale non vi sia posto per le leggi valide ma moralmente inique [tesi del giusnaturalismo], possa portare a un rafforzamento della resistenza al male, di fronte a minacce del potere organizzato, o a una migliore comprensione di ciò che è moralmente in gioco quando si richiede obbedienza.
H. L. A. Hart, Il concetto di diritto, p. 244
Dedicato a Alex (e a Roberto, che non ho il piacere di conoscere).
Perché punire. Il collasso della giustizia penale di Vittorio Mathieu è una appassionata apologia della libertà – del concetto trascendentale di libertà. Continua a leggere “Sperimentare la libertà”
A volte c’è effettivamente giustizia in questo mondo (Sometimes there is indeed justice in this world): è il commento di Massimo Pigliucci alla notizia della condanna di otto anni di carcere la padre che, cercando di curare un eczema della figlia tramite omeopatia, ne ha causato la morte.
Non trovo le parole per definire il comportamento del padre – che nonostante la morte della figlia continua a sostenere la superiorità dell’omeopatia sulla medicina occidentale. Eppure, nonostante l’orrore suscitato da questa vicenda, non riesco a convincermi che questa condanna abbia portato un po’ di giustizia in questo mondo.
Perché punire a otto anni di carcere un padre che ha perso la figlia? D’accordo, è colpa sua – ma quale è lo scopo di questa pena? Non sarebbe stato più proficuo (e giusto?) costringerlo a studiare medicina?
Una premessa doverosa: non ho letto l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. Ho anche ignorato tutti i commenti che sono apparsi un po’ ovunque.
Insomma, non so praticamente nulla di questo testo, se non che parla diffusamente di natura. Continua a leggere “Ricette naturali”