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4 Novembre 2011 – Opinione Liberale – I GRANDI PENSATORI
«Non così analitico quanto Ricardo, non così rigoroso e profondo quanto Marx, Smith è la vera personificazione dell’Illuminismo: pieno di speranza ma realista, speculativo ma pratico, sempre rispettoso del passato classico ma dedicato in definitiva alla grande scoperta della sua era: il progresso” (Encyclopedia Britannica). Adam Smith (1723–1790), partendo dalla filosofia morale, gettò per primo le basi dell’economia politica classica e del liberalismo economico. « Se non vide, o se non previde completamente la Rivoluzione industriale nella sua piena manifestazione capitalistica, Smith osservò con grande chiarezza le contraddizioni e l’egoismo sociale del vecchio ordine. Se egli era un profeta del nuovo, ancor di più era un nemico del vecchio. » (John K. Galbraith). Smith fu un teorico della macroeconomia. Ma il suo modello economico era ricco di considerazioni di tipo politico, sociologico e storico, a differenza della moderna economia. Smith muore il 17 luglio 1790, lasciando istruzioni ad amici di bruciare gran parte dei suoi scritti. E così avvenne.
Pensiero filosofico ed economico
Il pensiero di Smith trae origini dall’idea tipica dei filosofi scozzesi secondo la quale l’uomo è mosso dalle passioni più che dalla ragione. Dell’opera di Adam Smith è stata fornita un’interpretazione basata sulla netta separazione fra la “Teoria dei sentimenti morali” (1759) e “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), secondo la quale nel primo libro l’analisi porterebbe sui sentimenti altruisti mentre nel secondo si tratterebbe di comportamenti egoisti. Più recentemente si sostiene invece l’unità di pensiero di Smith. La giustizia, l’umanità, la generosità, lo spirito pubblico, sono per Smith le qualità più utili, e i doveri necessari, per la convivenza sociale. E la prudenza è la virtù più importante, come ha evidenziato anche il Nobel per l’economia Amartya Sen. Prudenza che, mi permetto commentare, è venuta meno negli ultimi 30 anni con la scuola di Chicago, il liberismo e quindi la crisi finanziaria di cui stiamo pagando ancora le conseguenze. Una lettura attenta della Teoria morale di Smith ci fa comprendere che il suo liberalismo economico non è semplicisticamente solo una tecnica pragmatica, di management per la mondializzazione, bensì una vera filosofia che pone con forza e chiarezza i propri valori etici.
Per Smith non vi sono rigide leggi naturali da svelare poiché la natura umana è strutturata secondo principi immutabili e universali. I comportamenti umani sarebbero uniformi in circostanze identiche. Aspetti, questi, caratteristici dell’illuminismo scozzese.
Principio di simpatia e i fondamenti morali del liberalismo
In modo generico, si identificano due correnti di pensiero su come si formi il giudizio morale: una lo fonda sulla ragione e l’altra nelle passioni e nei sentimenti. Inoltre vi è chi ritiene che il senso morale sia innato e chi sostiene che lo si apprende culturalmente. Seguendo l’approccio basato sui sentimenti, Adam Smith descrive nella sua Teoria morale, un sistema morale fondato sul principio di simpatia che comporta l’immedesimazione nelle passioni e nella felicità altrui. Questo differisce dalla benevolenza e dall’altruismo pur non sostituendosi all’egoismo. La sua teoria morale è la giustificazione della sua idea di liberalismo economico. Per simpatia Smith intende la capacità di identificarsi e mettersi al posto dell’altro e di comprenderne i sentimenti in modo da poterne ottenere l’apprezzamento. E le norme sociali non possono che spingere verso modelli di solidarietà e integrazione sociale. Da questo sentimento si deducono regole morali di comportamento. La coscienza morale, non razionale, scaturisce dal rapporto simpatetico tra gli uomini e presenta quindi un carattere sociale e intersoggettivo. Il principio di simpatia, per Smith, soggiace allo scambio e al mercato: il panettiere produce pane non per farne dono (benevolenza), ma per venderlo (interesse proprio). Il panettiere cerca l’apprezzamento del suo cliente, senza il quale egli non potrà vendere il proprio pane non soddisfacendo così i propri interessi. Gli individui, mossi dal principio di simpatia lavorano, costruiscono e accumulano, favorendo di conseguenza la produzione economica.
I limiti di questo principio risiedono nel fatto che Smith parte dal suo profondo convincimento nell’infallibilità di un ordine naturale prestabilito, direi, trascendentale della realtà. Una sorta di principio, naturale, come quello fisico della gravità di Newton. In realtà, la trasposizione del principio universale di simpatia e armonia nelle sue dottrine economiche, mostra la loro insufficienza non appena si considera l’altra faccia delle cose e si mette in dubbio la stabilità e la finalità provvidenziali dell’ordine che le società umane presentano. Malthus fu tra coloro che per primi misero in luce questi aspetti stridenti.
Mano invisibile
La teoria della mano invisibile è il concetto a noi più noto di Adam Smith e, pure, quello più abusato. La mano invisibile è valida date certe condizioni. Questa teoria prevede che il sistema economico non richiede interventi esterni per regolarsi, non necessita di una volontà collettiva razionale. Il ruolo della mano invisibile è triplice.
1. Dati l’uguaglianza di fronte al diritto, il non intervento dello Stato e il principio di simpatia, la mano invisibile assicura il realizzarsi di un ordine sociale che soddisfa spontaneamente interesse generale e quelli personali.
2. Domanda e offerta, di merci e di lavoro, in liberi mercati tendono a equilibrarsi, a far convergere valore e prezzo di mercato al prezzo reale e a fare scomparire le eccedenze.
Con il celebre esempio dell’acqua e del diamante, Smith introduce la distinzione fra “valore d’uso” e “valore di scambio”. L’acqua, bene necessario, ha un prezzo inferiore al diamante (superfluo fra gli oggetti superflui). L’acqua ha un elevato valore d’uso, ma un basso valore di scambio mentre il diamante possiede uno scarso valore d’uso ma ha un elevato valore di scambio. Questo non è basato sul lavoro, ma risulta dallo scambio stesso: il valore viene determinato dal potere d’acquisto. Il “prezzo di mercato” sarà superiore al prezzo reale se la domanda supera l’offerta, mentre sarà inferiore se l’offerta supera la domanda (teoria di aggiustamento o oscillazione dei prezzi).
Le tre componenti del prezzo reale si determinano in modo distinto:
– La determinazione del salario dipende dal confronto fra l’offerta e la domanda di lavoro, ma anche da altri fattori come la piacevolezza o meno del lavoro, il costo della formazione, la durata dell’occupazione e la fiducia richiesta dalla professione. In La ricchezza delle Nazioni si legge: “c’è un certo livello al di sotto del quale sembra impossibile ridurre i salari anche del tipo più basso di lavoro. Un uomo deve sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario deve essere almeno sufficiente a mantenerlo; direi che nella maggior parte dei casi dev’essere qualcosa di più”. Una sorta di sostegno antesignano ad un salario minimo garantito? A complemento della ripartizione del reddito, Smith distingue fra “lavoro produttivo” (fabbricazione di oggetti) e “lavoro non produttivo” (attività immateriali, servizi). Fra i lavoratori non produttivi Smith inserisce i domestici, i funzionari, le professioni liberali e gli artisti, in quanto vivono con il reddito altrui. Smith s’inganna tuttavia sulla non produttività di questi settori.
– Per il finanziamento del profitto, Smith opta per una complementarietà con il salario, ma cade in un dilemma senza soluzione. Per quanto riguarda il montante del profitto, questo dipende dal valore del capitale impiegato ed è più o meno elevato in proporzione al suo volume;
– La rendita è un prezzo di monopolio grazie al quale i proprietari terrieri approfittano di una situazione in cui l’offerta di terreni è limitata e costantemente inferiore alla domanda di terreni. La rendita è quindi prelevata sui profitti dell’agricoltore, lasciando a questo quel tanto sufficiente per pagare i salari e ammortizzare i capitali.
3. La regolazione si applica alla popolazione attraverso il mercato del lavoro (in caso di popolazione eccessiva, il salario scende sotto il minimo di sussistenza conducendo ad una riduzione della popolazione e viceversa in caso di popolazione deficitaria); la regolazione si applica pure al risparmio, condizione necessaria per l’accumulazione del capitale e quindi alla crescita economica, attraverso una maggiore divisione del lavoro (gli individui tendono spontaneamente a risparmiare per migliorare la propria condizione); infine essa si applica anche all’allocazione dei capitali (investimenti indirizzati spontaneamente verso le attività più redditizie).
La ricchezza s’identificata nel reddito pro-capite e viene prodotta attraverso il lavoro, a cui ci si sacrifica per raggiungere un maggior benessere, e può essere incrementata aumentando la produttività del lavoro o il numero di lavoratori. Il ricco proprietario invece è spinto dal proprio egoismo a far lavorare gli altri alle proprie dipendenze, ridistribuendo così anche la ricchezza. Smith sviluppa una teoria sulla divisione del lavoro illustrata dal celebre esempio della “manifattura di spilli” da cui si conclude che questa consentirebbe: (1) la specializzazione di ogni lavoratore, (2) la riduzione del tempo perso per passare da un’attività all’altra (estrazione materia prima, lavorazione grezza e poi finale), (3) la maggiore produzione di beni grazie anche alla diffusione di invenzioni e macchine che permettono ad un solo lavoratore di realizzare l’attività di più persone. La divisione del lavoro genera un’interdipendenza sociale e presuppone lo scambio e il mercato. Alla sua base non vi è un atto razionale, ma una passione: la tendenza naturale a “trafficare”.
La divisione del lavoro comporta anche conseguenze negative: (1) la specializzazione e la realizzazione di operazioni semplici, ripetitive e meccaniche, non sviluppa l’immaginazione e riduce le capacità intellettuali. Per compensare questo effetto, Smith sostiene lo sviluppo dell’istruzione finanziata dallo Stato; (2) la divisione del lavoro è limitata dall’estensione del mercato, che non sempre può essere esteso attraverso lo sviluppo di mezzi e infrastrutture di trasporto o l’estensione del commercio estero. Ampliando il mercato estero, si possono così trovare sbocchi commerciali. La globalizzazione ce lo ha dimostrato, anche con i relativi inconvenienti di delocalizzazioni; (3) infine, la divisione del lavoro dipende dal livello di risparmio: dovendo disporre di maggiore capitale, il risparmio è dunque un elemento determinante per lo sviluppo economico.
La teoria della mano invisibile non permette di spiegare il fenomeno della disoccupazione e di trattare adeguatamente le produzioni non-mercantili come pure ambiti particolari dove bisogni fondamentali devono essere soddisfatti (educazione, salute). Contestabile anche il ruolo nell’allocazione dei capitali. Smith porta un esempio che ritiene naturale, secondo cui il ricco proprietario, quando accumula più reddito di quanto gli necessita, allora impiegherà il sovrappiù aumentando il numero dei suoi servitori. Il che non appare di contro così scontato. Infine, Smith assimila -discutibilmente- l’ordine economico all’ordine morale, definendo la mano invisibile come conforme alla giustizia.
La metafora della mano invisibile è il cardine della dottrina liberale del laissez faire. Il noto giurista italiano Guido Rossi ha detto al proposito: “Uno dei suoi concetti più equivocati è quello della mano invisibile. Si è imposta l’idea che Smith abbia inteso dire che il mercato deve essere lasciato a se stesso perché raggiunge automaticamente un equilibrio virtuoso. La mano invisibile è diventato l’argomento principe dei neoliberisti. In realtà Smith prende a prestito l’immagine della mano invisibile, con molta ironia, dal terzo atto del Macbeth di Shakespeare. Macbeth parla della notte e della sua mano sanguinolenta e invisibile che gli deve togliere il pallore del rimorso prima dell’assassinio. Smith ha preso in giro quei capitalisti che credevano di poter governare i mercati. Egli capì già allora che la Cina sarebbe tornata a essere una grande potenza economica, e auspicò una sorta di Commonwealth universale per governare il nuovo ordine internazionale”. Con l’opera di Keynes, e la sua nozione di disoccupazione involontaria, si comprese la necessità di un intervento pubblico nel sistema economico a garanzia di un giusto equilibrio.
Libero-scambio e ruolo dello Stato
Smith critica il protezionismo sostenendo, quindi, la soppressione di freni al commercio interno ed esterno, l’accesso a nuovi mercati attraverso lo sviluppo o il miglioramento della rete di trasporti e la divisione del lavoro aumentando di conseguenza la produzione economica e il benessere collettivo. Tuttavia, libero scambio e economia di mercato, per Smith presuppongono il principio di simpatia. Tant’è che « Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze per superare i concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. La società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. »
Il libero-scambio non implica l’assenza assoluta dello Stato, piuttosto ne limita l’influenza. Per Smith, lo Stato doveva ridursi a: (1) tutela della Nazione, (2) amministrazione della Giustizia (un individuo non deve ledere gli interessi di un altro e (3) opere pubbliche e istituzioni pubbliche: per migliorare le condizioni per il commercio e l’istruzione pubblica obbligatoria. Il mercato era un sistema talmente complesso per cui Smith riteneva che meglio valeva non far nulla piuttosto che fare male.
Infine non va dimenticato il contesto storico nel quale Smith emette le proprie teorie, ovvero quello in cui la società inglese aveva realizzato la trasformazione capitalistica della terra e in cui per contro l’attività industriale era al suo esordio. Un contesto da cui nascevano le nuove figure sociali del salariato e del proprietario. Non è intellettualmente corretto estrapolare parti delle teorie di Smith senza contestualizzarle a quanto la storia ci ha poi riservato. Smith non poteva immaginare del tutto le conseguenze dell’industria delle macchine che, se da un lato aumenta la produzione, dall’altro distrugge di continuo competenze e posti di lavoro obbligandoci a un continuo e faticoso adattamento ai nuovi linguaggi delle tecnologie. Il dilemma è tanto più attuale quanto più il ritmo della trasformazione accelera. Vi è chi sostiene oggi che fra il ritmo dello sviluppo umano e quello tecnologico potrebbe aprirsi una forbice: il nostro sviluppo è lineare, quello indotto da informatica o nanotecnologie è in accelerazione esponenziale. Tale sviluppo tocca anche le classi istruite. Vi sono programmi informatici che prendono decisioni al posto dei banchieri sui prestiti da concedere o no. I disegnatori di microchip non aumentano poiché i computer che essi hanno contribuito a creare sono già in grado di sostituirli. Un economista del MIT ha osservato di recente che negli USA la società si è biforcata sotto la pressione dei nuovi strumenti tecnologici: banchieri, attori, campioni dello sport riescono a guadagnare più di prima anche perché la tecnologia moltiplica la loro capacità di operare nel mondo o trovare un pubblico più vasto all’estero. Ma chi è in basso o in mezzo alla scala delle qualifiche rischia di restare ai piccoli e malpagati lavori di servizio solo perché non sostituibili con l’automazione. Smith non poteva prevedere il degrado morale di certa finanza, le delocalizzazioni e che il mondo, idealmente , morale non si è ancora realizzato. Non poteva prevedere il Sessantotto, con la nascita delle politiche dell’identità (neri, donne, gay, ecc…) e nemmeno l’emergere di un egoismo di massa e del mercato che ci hanno portato in un’epoca in cui “nessuno di noi riesce a vivere in armonia con la propria comunità, a operare pensando che ogni contributo al miglioramento di se stesso possa giovare anche a tutti gli altri” come sostiene il filosofo Maffettone che parla di veri e propri “crampi alla mano invisibile” e di necessità di ricreare un legame di fiducia nella nostra società, essendo venuti a mancare quei valori alla base del principio di simpatia e armonia su cui si fondano le teorie di Smith.
Matteo Quadranti