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Kristin Rule, Nature of reality
Clandestini per scelta, 11.06.2011 -
A cura di Corrado Antonini
Il cinquantunesimo clandestino della settimana
La questione del sesso del violoncello (sia esso maschio o, come sostiene il celebre violoncellista Mischa Maisky, indubitabilmente femmina) non è meno intrigante di quella che si interroga sul sesso degli angeli. Man Ray trasformò Kiki de Montparnasse nella donna-violoncello, mentre (credo di potermi esprimere a nome della categoria) l’immaginario erotico maschile si accende non appena una donna avvinghia un violoncello, lo serra fra le ginocchia e si dà a percorrerlo coi polpastrelli lungo tutta la sua estensione.
Al triunvirato di violoncelliste che si presentano in scena munite di strumento e di pedaliera o laptop che sin qui conoscevamo – l’islandese Hildur Guðnadóttir, l’americana Zoë Keating e la canadese trapiantata a New York Julia Kent – si sono aggiunte recentemente delle nuove scoperte, a conferma del fatto che il violoncello solo occupa una posizione tutt’altro che defilata sulla scena musicale contemporanea. Subbuglio ormonale percorre la penna del recensore nel digitare i nomi di una musicista svedese che risponde al nome di Linnea Olsson, ma soprattutto quello dell’australiana Kistin Rule, di cui ci occupiamo quest’oggi.
Kristin Rule, nata a Stoccolma, è cresciuta down under, a Melbourne, dove ha iniziato lo studio del violoncello all’età di dodici anni. Laureatasi al Victorian College of the Arts, ha avuto dapprima la fortuna di incontrare uno dei suoi maestri, Mstislav Rostropovich, durante a soggiorno a San Pietroburgo, e poi di studiare con Nelson Cooke, David Joseph e Mark Pollard. Nel corso degli anni ha composto musica per svariati cortometraggi, si è perfezionata in composizione a Parigi con Eugene Kurtz, e ha approfondito la conoscenza delle più diverse tecniche compositive con due importanti musicisti australiani: Larry Sitsky e Jim Cotter.
Nel 2002 il padre di Kristin Rule morì inaspettatamente di leucemia, e il tragico evento la spinse a cercare rifugio nella macchia australiana. È lì, a contatto con la natura selvaggia, che nacque il suo disco d’esordio, intitolato Be not afraid, e dedicato alla memoria del padre. Seguirono due tour, il primo in sella a una motocicletta e un secondo in sella a una bicicletta, trainando un rimorchio su cui trovavano posto il violoncello e i vestiti di ricambio. Convinta ecologista, Kristin Rule ha costruito il rimorchio di propria mano con del materiale riciclato, dotandolo di un congegno a energia solare che funge, tra le altre cose, da generatore di elettricità per la pedaliera con cui si accompagna al violoncello.
L’ultimo disco di Kristin Rule s’intitola The knife that cuts a tear, e ce la ripropone in perfetta solitudine con il violoncello e la pedaliera grazie alla quale si disimpegna come una piccola sezione d’archi ambulante, sovrapponendo una voce all’altra grazie a un peculiare esercizio di loop. È la stessa tecnica che impiegano anche le violoncelliste citate all’inizio, Julia Kent, Hildur Guðnadóttir, Zoë Keating e Linnea Olsson (oltre che innumerevoli altri musicisti in giro per il mondo; lo stesso Zeno Gabaglio, per citare un artista di casa nostra), con differenze più o meno significative l’una dall’altra. Laddove molte delle sue colleghe paiono interessate ad esplorare il lato più scuro e tenebroso dello strumento, Kristin Rule ci offre un disco di illuminata e quasi gioiosa leggerezza. Seguace del concetto schönberghiano di Klangfarbenmelodie, la Rule sorprende per la prorompente vena compositiva, per senso melodico e ricchezza dell’orchestrazione. The knife that cuts a tear è un disco veloce, solare, suonato con piglio sicuro e mano esperta, mentre Kristin Rule è una musicista che meriterebbe ben altro riconoscimento mediatico e una platea degna del suo (per ora) clandestino talento.
La scaletta della settimana:
- Rewrite, Paul Simon, da So beautiful and so what, ed. Hear Music (2011)
- Drover, Bill Callahan, da Apocalypse, ed. Drag City (2011)
- Someone you'd admire, Fleet Foxes, da Helplessness Blues, ed. Sub Pop (2011)
- Nature of reality, Kristin Rule, da The knife that cuts a tear, ed. The Unconventional Cellist (2010)
- Bubble, King Creosote & Jon Hopkins, da Diamond mine, ed. Domino Recording (2011)
Clandestini per scelta, 11.06.2011 -
A cura di Corrado Antonini
Clandestini per scelta, 11.06.2011 -
A cura di Corrado Antonini