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Pubblichiamo volentieri l’articolo della scrittrice italo-angolana, oggi residente in Italia, Ondina Coelho: una ricerca storica su di un personaggio forse poco noto, un principe e ambasciatore africano vissuto tra il ‘500 e il ‘600, che aveva “anteposto la sua propria vita al servizio della umanità ed al servizio di Africa”, un esempio attuale ancora oggi.
Perché il nome Negrita?
1. Negrita, fu il nome attribuito al Principe Don António Manuel N-vunda, quando sbarcò in Europa proveniente d’Africa, la difficoltà che ebbero gli europei nel pronunciare correttamente il suo cognome, N-vunda, nome alquanto difficoltoso di pronunciare per gli europei in quell’epoca, identificandolo allora con il colore della sua pelle (Negrita).
2. Chi fu questo Uomo?
Negrita fu un Uomo che antepose la sua propria vita al servizio della umanità ed al servizio di Africa; di quell’Africa sottomessa al potere del colonialismo secolare. Aveva solamente ventinove anni quando fu chiamato dal Re Don Álvaro II, Rei del Congo e Ngola, per la sua prima Missione come ambasciatore. Il giovane Negrita, aveva gia’ una visione molto chiara davanti ai suoi occhi di quello che doveva fare quando ricevette quella missione: l’obiettivo era cogliere l’opportunità per piantare un seme per le future relazioni diplomatiche tra Europa e Africa.
Oggi l’idea e’ di divulgare la storia di Negrita a livello mondiale. Riconoscendolo come cittadino Universale.
Il racconto.
In quel tempo il Regno di Congo e Ngola, si estendeva per gran parte dell’Africa Centrale, dal sud verso l’Est, a partire dalle frontiere dell’attuale Namibia, fino a confinare con il Sudan.
Nel 1595, quando regnava Don Alvaro II, il cui nome indigeno era Mpanzu-a-Nimi, l’Evangelizzazione nel regno aveva già prosperato, essendo già molti indigeni convertiti al Cattolicesimo.
Nonostante ciò, Don Alvaro II, non era più tanto contento delle opere di alcuni missionari portoghesi che iniziavano ad avere dei comportamenti contrari alla parola di Dio, Don Alvaro, voleva approfondire, e sapere di più sulla parola di Dio. Decise allora di inviare un suo emissario, un Ambasciatore per incontrare il Papa a Roma al fine di informalo personalmente della condotta di alcuni missionari portoghesi che esercitavano la pratica di compra e vendita di esseri umani, difendendo cosi la schiavitù. Questi infatti depredavano le proprietà del re e tutti i beni del regno, non avendo nessun rispetto per le regole e le leggi esistenti in quel regno; Don Alvaro voleva quindi aprire un canale diretto con il Papa per sapere di più sulla Evangelizzazione e sulla Parola di Dio.
Fu così che Don Alvaro inviò a Roma nel 1604, per un incontro con il Papa, l’Ambasciatore Don Antonio Manuel N-vunda, chiamato in Occidente di Negrita, il principe Antonio N-vunda. Il Papa a Roma ricevette la notizia dell’arrivo di un ambasciatore africano e si preparò a riceverlo con feste di epifanie ma il viaggio del principe Nvunda fu funesto, costellato da imprevisti ed ostacoli tanto da durare quattro lunghi anni.
Il suo arrivo in Portogallo fu infelice, in quel tempo, infatti, era Re del Portogallo Don Filippo III, re di Spagna e Portogallo, che all’epoca governava entrambi i regni. Quest’ultimo fu molto crudele nei confronti delle popolazioni africane e tentò di bloccare la nave che portava il principe N-vunda. Non poteva, infatti, sopportare l’idea che un nero potesse parlare al cospetto del Papa in nome dei territori africani.
Ma il principe N-vunda, uomo colto e brillante, intelligente che parlava latino, la lingua parlata unicamente tra i nobili dell’epoca, fu capace di convincere il re di Portogallo dell’importanza e la necessità della sua missione a Roma.
Ma era ormai troppo tardi, il principe si ammalò, arrivò a Roma debilitato, già moribondo. Negrita partì dal regno del Congo accompagnato da ventisei assistenti nobili membri della Corte del regno tra di essi molti erano suoi familiari. Ebbe l’infelicità di vederli morire uno ad uno davanti ai suoi occhi, rimanendo infine solamente in quattro.
Negrita lui stesso, dopo quattro anni di duro sacrificio per arrivare a Roma, lontano dalla sua terra, si indebolì al punto tale da non potere più rialzarsi. Aveva febbre, tosse, infezioni urinaria e polmonare con dolori in tutto il corpo. Il Papa Paolo V, pretese di incontrare il Principe nonostante fosse moribondo e N-vunda morì tra le sue braccia all’età di trentatre anni.
Il dolore del Papa Paolo V, per la morte di questo Ambasciatore, fu così grande che organizzò per lui, per onorare la sua memoria una grande processione. Il suo corteo funebre attraversò tutta
la città, da San Pietro fino a Santa Maria Maggiore, dove fu sepolto e dove ancora oggi si trova la sua tomba.
Il suo busto di marmo nero è lì, in Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore, per ricordare a tutti la sua storia. Un affresco che lo raffigura morente con Papa Paolo V al suo capezzale, si trova nella cappella Paolina in Vaticano.