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Lodovico Castelvetro
Della 'ntitolatione gratiosa de' libri a spetial persona
a cura di Monica Bianco
[124] Se vo' chiaramente fare intendere il parer mio intorno a questo luogo, mi conviene, distendendomi in alquante parole, ragionare pienamente della 'ntitolatione gratiosa de' libri a spetial persona. Adunque ogni intitolatione de' libri gratiosa a spetial persona si fa o per proprio piacere dello 'ntitolatore, o per proprio piacere di colui a cui s'intitola il libro, o per commune piacere d'amanduni. Ma se intenderemo bene il piacere proprio di ciascuno partitamente non farà mestiere che ci fatichiamo a dimostrare quale sia il commune dell'uno et dell'altro insieme, non essendo altro che i propri ristretti in una intitolatione. Adunque il piacere proprio dello 'ntitolatore nasce da due fini et non da più, secondo me, cioè o perché s'habbia d'ammendare il libro intitolato o perché se gli habbia da procacciare un protettore. Ma il piacere proprio di colui a cui s'intitola il libro nasce da tre fini cioè o perché gli s'habbia d'acquistare fama, o perché gli s'habbia da insegnare, o perché gli s'habbia da ubidire. / [125] Hora parliamo separatamente di ciascuno di questi fini. Quando altri intitola un libro altrui per trarne ammendamento par che ciò sia reputata humiltà et cosa necessaria anchora secondo lo 'nsegnamento horatiano, anchora che io dubiti se la cosa stea così o no, percioché, dopo la perfettione dell'arte et tanti insegnamenti nobili datici del far versi et del comporre prose, quale dobbiamci imaginare che debba essere l'ufficio dell'ammendatore? Certo niuno altro se non d'ammendare i difetti del libro secondo l'arte et gl''nsegnamenti datici da comporre simile libro. Bene sta. Ma questa arte et questi insegnamenti non sono così proposti et publicati allo scrittore come all'ammendatore? Certo sì. Adunque che cosa può in ciò sapere l'ammendatore di più che lo scrittore, sì che debba con utile dello scrittore potere essercitare l'ufficio suo? Ma lasciamo al presente questa disputa da parte, non essendo questo suo luogo. In questo fine si pecca perché il libro esce in luce con la domanda dell'ammendatione racchiusa nella 'ntitolatione, senza apparere cosa alcuna dell'effetto, cioè che il libro sia stato in effetto ammendato. La qual cosa gli sciema assai d'autorità veggendo altri che l'autore stesso non è certo della bontà del libro, richiedendo la lima altrui; et, quando anchora apparesse che il libro fosse stato ammendato, non so come mi potessi lodare simile apparitione, giudicando io ciò gran diminuimento della lode dell'autore, convenendosi a buona equità dare la gloria del libro ammendato più tosto all'aveduto ammendatore che all'ignorante autore. Appresso si pecca in questo fine, et parimente negli altri, perché il più delle volte si scrive a' presenti, a' quali niuna cosa vetava il parlare con loro se non la vaghezza d'ingombrare otiosamente le carte, ma peraventura di ciò potremo tornare a ragionare. / [126] Nel secondo fine, che era d'havere a procacciare un protettore al libro, si pecca per poco come si fa nel primo fine, percioché appare la domanda della protettione rinchiusa nella 'ntitolatione, senza apparer punto che altri la prenda. Non dunque la domanda, ma l'approvamento et l'acconsentimento alla protettione dovrebbe uscire in luce, accioché altri credesse che il libro fosse lodato perché il valesse et non perché l'autore con lusinghe et sconvenevoli prieghi havesse accattate queste commendationi. Il che nondimeno molti fanno, domandando a valenthuomini epigrammi, sonetti et pistole in lode loro, le quali cose alluogano nel principio o nel fine del libro. Di che tuttavia non posso dir molto bene, conciosiacosa che la bontà et la lode giusta del libro debba originare dalla virtù interna di se medesimo et non dalle commendationi forestiere altrui, il quale non reputerò io molto migliore perché sia lodato et difeso da persona lodata vivendo tuttavia il lodatore et l'autore del libro. Et, sapendo noi ottimamente come i più degli huomini sogliano indifferentemente lodare ogni cosa anchora quando non sono invitati a lodare, hor quanto più essendo, non solamente invitati, ma pregati anchora et costretti o dagli autori o dagli amici degli autori, che possono loro alcuna volta comandare? Et ciò fanno essi o per fuggire il nome del maldicente, che par recare con esso seco il dire il vero, et per ischifare l'odio di colui il cui libro non fosse stato lodato, o per ubligarsi cosi facendo altrui di dare vicendevoli lodi alle sue cose. Senza che la passione può molto negli animi de' letterati vivi ad una stagione medesima, in guisa che le lodi o i biasimi dati in simile caso rade volte sono senza animosità. Oltre a ciò non è da tralasciare uno errore, che io veggo tutto dì commettere agli 'ntitolatori / [127] in questo fine, et cioè che dovendo essi assegnare, per ragione attrattiva della protettione altrui, la dimostratione della bontà del libro consistente nell'utilità, nell'honestà et nel giusto, non ne facendo pure una parola, si rivolgono in altra parte et si danno a mostrare la grandezza del protettore; ma in ciò anchora peccano non mostrando quella grandezza che converrebbe a protettore di libro, percioché quando dovrebbono mostrare la sufficienza del protettore in giudicio di lettere et di scienze, ché di questo in questo fa bisogno, essi ricorrono ad antichità di sangue, a richezze, a dignità, ad honori, et a simili novelle, et se pure fanno mentione niuna di lettere mentono senza punto di rossore. E tanto basti haver detto del proprio piacere dello 'ntitolatore. Hora parliamo del proprio piacere di colui a cui s'intitola il libro, et prima del primo fine, cioè perché gli s'habbia da acquistar fama, nel quale si pecca per l'autore in superbia et in vanità, percioché altri non può promettersi di procacciare gloria co' suoi scritti altrui senza biasimo di superbia; di che avedendosi, i poeti temperano la promessa dicendo: «Se i versi miei tanto prometter ponno» et altri simili modificamenti di parole. In vanità si pecca perché altri si da a divedere di dovere procacciare fama altrui quando peraventura gli procaccia vergogna, nominandolo fuori di tempo et laudandolo vanamente dove il luogo non richiede. Hor quale argomento può essere più vano di questo: «Io ti dirizzo questo libro per farti famoso»? Ma perché peraventura alquanto parlo chiuso, aprirò il mio chiuso parlare. Altri intitola libro per acquistar fama altrui quando dice: «Io ho lungamente pensato a cui io mi dovessi intitolare il presente libro et niuno mi s'è parato avanti più degno di voi, dal quale io riconosco quello che io sono» (et qui si rallarga in molte parole in narrare i benefici ricevuti) o «del quale io non truovo né il più liberale né il / [128] più magnifico» (et qui si distende a raccontare le lodi altrui), quasi che il mandare un libro ad alcuno che non habbia cosa alcuna del mondo più a far con lui che con qualunque altro, et che non pervenga più alle mani di lui che d'altrui sia per modo ringratievole et lodativo, et non più tosto beffevole. Et tal modo par che tenga il primo epigramma di Catullo, nel quale s'assegnano due ragioni d'intitolare il libro a Cornelio Nipote cioè et perché gli era ubligato in quanto haveva commendati i suoi versi, et perché era historico egregio, benché possa cadere nel fine dell'ubidienza quello che dice essere stati da Cornelio commendati i suoi versi come mostreremo. Il secondo fine d'intitolare per piacere a colui a cui s'intitola il libro, cioè perché gli s'habbia ad insegnare, non pare che possa haver luogo se non nelle persone minori, come in figliuolo et in disciepolo. Ma altri pecca in questo fine quando, dimenticatasi la persona cui si prende ad ammaestrare, ragiona come se la cosa dovesse pervenire nelle mani di tutti et ammaestrare tutti, o quando, scrivendo a persona presente, non rende ragione del suo scrivere, come sarebbe, pogniamo, se dicesse che gli havesse fatta una memoria delle cose già insegnate o cosa simigliante. Io so che Ottaviano, cognominato Augusto, non solamente scriveva a' presenti, ma leggeva egli personalmente lo scritto suo quando voleva ragionare infino con la moglie per non dire se non precisamente quello che haveva scritto, ma fu cosa spetiale in lui et, secondo me, non molto lodevole, per la quale cosa assai chiaramente appare et della quiete dello stato suo publico et privato pacifico, et di non poca vanità del suo ingegno. Il terzo fine, che contiene l'ubidienza, non pare che possa recare con esso seco difetto alcuno percioché, essendo altri domandato a scrivere et ubidendo al domandante, come assegna per ragione / [129] dello scrivere suo la domanda altrui, gitta tutta la colpa, quanta ve ne può essere, addosso al domandante, con somma lode di cortesia dell'ubidente. Vero è che perde lo scrittore la predetta già guadagnata lode se aviene che egli publichi il suo libro, percioché non da lui ma da altrui conviene che si publichi, altrimenti converrebbe assegnare per ragione dello scrivere la domanda di tutto il mondo et non quella d'un solo. Hora dentro da termini di questo fine sono anchora da ristringere coloro che non assegnano la domanda altrui per ragione del suo scrivere, ma sì le ragioni per le quali altri verisimilmente si potrebbe muovere a domandare che si scrivesse. Sì come messer Pietro Bembo intitola queste sue Prose, o Libri della volgar lingua, a monsignor messer Giulio cardinal de' Medici, non perché egli gliele havesse domandate, ma perché il Bembo stima che simili Prose o Libri non gli debbano essere discari et perché esso cardinale è fiorentino et perché legge volentieri cose vulgari: le quali sono ragioni perché verisimilmente potrebbe domandare che gli scrivesse un libro nel quale si facesse memoria di Firenze et de' suoi scrittori et il quale fosse tessuto in lingua vulgare. Le quali ragioni, quantunque fievolissime et generali et communi quasi, per Dio, a tutti i Fiorentini, si potevano presso che sostenere, se esso Bembo non le havesse abbattute mettendo egli il libro fuori et publicandolo, come appare nelle lettere sue stampate già scritte di ciò a messer Giacopo Sadoletto, et appresso affermando di comporre questo libro per giovare agli studiosi (sì come egli dice) di questa lingua. Et tale può essere in parte il primo epigramma di Catullo, nel quale s'assegna per ragione d'intitolare il libro a Cornelio la commendatione fatta da lui de' suoi versi. Percioché è cosa verisimile che altri domandi / [130] i versi di colui del quale n'ha già commendati alcuni. Ma parimente annulla questa ragione pregando loro eternità, che bastava assai se fossero pur durati quanto la vita o l'ardor di Cornelio di leggerli. Tutte le cose dette infino a qui intendo io che sieno dette per gli scrittori o per gli autori stessi intitolanti i suoi libri, percioché io non mi posso assai maravigliare di coloro, che, essendo o stampatori o altri, dirizzano le opere altrui a chi che sia, quasi che essi publicandole habbiano il mandato da gli autori di fare contra ragione quello che essi, potendo peraventura havere alcuna ragione, non hanno voluto fare, o quasi le mandino, accommunandole a tutto il mondo, più ad uno che ad un altro. Laonde Benedetto Varchi, o i fedeli commissari et essecutori del testamento del Bembo, peccando in ciò, non sono fuori della mia maraviglia. Ma in quanto il Bembo dice che il cardinal de' Medici può havere dal buon Lorenzo, che suo zio fu, preso per successione il costume di leggere le prose et le rime thoscane, è da por mente che se l'heredità del buon Lorenzo, della quale parla qui il Bembo, consisteva in molti vaghi et ingeniosi componimenti fatti da lui in molte maniere di rime et alcuni fatti in prosa, il cardinal de' Medici non può haver per successione preso quello che non è nella heredità, cioè tra il trattato delle bisogne di Santa Chiesa il tramettere la lettione delle thoscane prose et il dare gli orecchi a' fiorentini poeti alcuna fiata. Conciosiacosa che sia gran differenza tra comporre prose et versi, et leggere prose et versi.
Nota
Quella che qui si presenta è la prima trattazione teorica fin qui nota relativa all'epistola dedicatoria. Scritta da Lodovico Castelvetro (Modena, 1505 ca - Chiavenna, 1571), si legge nelle Giunte alle 'Prose della volgar lingua' di Pietro Bembo, il commento alle Prose bembiane iniziato dopo il 1549 e terminato nel 1559, quando l'autore decise di pubblicarne una prima parte (Giunta fatta al ragionamento degli articoli et de' verbi di Messer Pietro Bembo), che uscì a Modena presso gli Eredi di Cornelio Gadaldino nel 1563. Costretto a lasciare l'Italia nel 1561, il Castelvetro portò con sé anche il commento, che risulta perduto, con molti altri libri, nel settembre del 1567, dopo la fuga precipitosa da Lione. Forse recuperate, certo in parte riscritte successivamente, le Giunte si trovavano tra i libri ereditati dal fratello Giovanni Maria, che nel 1572 a Basilea pubblicò un'altra parte del commento, la Giunta al primo libro delle 'Prose' di M. Pietro Bembo, dove si ragiona della vulgar lingua, seconda parte di un dittico aperto dalla Correttione d'alcune cose del 'Dialogo delle lingue' di Benedetto Varchi. La breve dissertazione sulle dediche si legge nella 'giunta alla quinta particella' del primo libro delle Prose come approfondimento dell'esegesi alle parole con le quali il Bembo, rivolgendosi a Giulio de' Medici, dedicatario dell'opera, esprime la sua speranza che l'offerta gli sia gradita.
Lo studio degli autografi del Castelvetro ha dimostrato che la trattazione sulle dediche era stata scritta perché figurasse in un'altra opera: l'Esaminatione sopra la 'Ritorica a C. Herennio'. Il commento al trattato pseudo-ciceroniano, elaborato molto probabilmente prima della fuga da Lione nel 1567, rimase inedito tra le carte dell'autore e vide la luce solo nel 1653 (Modena, Andrea e Girolamo Cassiani) per le cure di un pronipote, Giovanni Maria Castelvetro. Come altre opere del modenese, l'Esaminatione fu composta nel corso degli anni per aggiunte e correzioni successive, raggiungendo solo in parte una sua compiutezza. La genesi dell'opera si può ricostruire grazie a tre manoscritti: il ms. Vari B 26 della Biblioteca Municipale 'A. Panizzi' di Reggio Emilia [R], e i mss. α.G.5.25 (It. 419) [M] e α.S.5.1 (It. 284) [M1] della Biblioteca Estense di Modena:
R, autografo, è costituito da fascicoli contenenti scritti relativi a fasi redazionali diverse dell'opera (la più tarda sembra risalire al soggiorno a Vienna del 1569-70);
M1, zibaldone autografo, contiene alle cc. 118v-122v il commento ai primi tre capitoli del primo libro della Retorica ed è databile al soggiorno a Chiavenna del 1568-69;
M, opera di un copista, testimonia il tentativo degli eredi di organizzare, sulla base delle testimonianze parziali in loro possesso, un testo organico da dare alle stampe e fu collazionato con R (da cui non deriva) da Lodovico Barbieri, figlio di Giovanni Maria, amico fraterno del Castelvetro.
Se in R possiamo leggere a c. 1v una prima stesura del discorso sulle dediche, in seguito abbandonata, in M è trascritta alle cc. 8-11 una digressione a proposito «della ragione dello 'nsegnamento dello 'ntitulare gratioso de' libri a speciale persona». Si tratta di una redazione anteriore dello scritto che leggiamo nella 'giunta' alla quinta particella del primo libro delle Prose. Poiché, come abbiamo visto, il commento alle Prose si perse a Lione, è probabile che la 'giunta' sia stata composta, così come la leggiamo, dopo la fuga. Trovandosi a lavorare, come era sua abitudine, contemporaneamente all'Esaminatione e alle Giunte, il Castelvetro dovette riconsiderare la destinazione del breve approfondimento sulle dediche, decidendo di inserirlo nel commento bembiano. Qui infatti, all'interno del contesto più attuale della controversia con il veneziano, poteva assumere una carica polemica ben maggiore contro la pratica, allora tanto diffusa presso gli intellettuali, delle dediche scritte per ottenere protezione e favori da personaggi potenti. La consuetudine a trascinare la composizione delle proprie opere nel corso degli anni - avendole quindi spesso contemporaneamente presenti sullo scrittoio - favorì la tendenza del Castelvetro a considerare i numerosi scritti inediti come serbatoi di materiali da riecheggiare, rimaneggiare, spostare a seconda delle necessità contingenti all'opera su cui concentrava via via la propria attenzione.
La discussione sull'uso delle dediche, che in quegli ultimi decenni del Cinquecento si andava sviluppando, acuì l'interesse del pubblico sul breve scritto del Castelvetro, che ebbe quindi una circolazione manoscritta autonoma rispetto al commento bembiano. Circolazione testimoniata da due manoscritti miscellanei dei secc. XVI-XVII, uno conservato a Siena (Biblioteca Comunale, ms. K V 40: Discorso dell'intitulatione o dedica de' libri a speciale persona) e uno a Venezia (Biblioteca del Museo Correr, ms. Donà delle Rose, 447 busta 32: Della intitulatione gratiosa de' libri a spetial persona).
La trascrizione della 'giunta' che qui si propone è conservativa e segue l'editio princeps basileese del 1572. Il cambio di pagina è indicato con una barra seguita dal numero della pagina successiva; qualora esso cada all'interno di parola, la barra è posta al termine della stessa.
Bibliografia
• V. Grohovaz, Sulla genesi e la datazione della 'Esaminatione sopra la Ritorica a C. Herennio' di Lodovico Castelvetro, in «Italia medioevale e umanistica», xxxviii, 1995, pp. 285-303.
• V. Grohovaz, Il laboratorio del Castelvetro critico ed esegeta, in L. Castelvetro, Correttione d'alcune cose del 'Dialogo delle lingue' di Benedetto Varchi, a cura di V. Grohovaz, Padova, Antenore, 1999, pp. 31-35.
• M. Motolese, Introduzione a L. Castelvetro, Giunta fatta al ragionamento degli articoli e de' verbi di Messer Pietro Bembo, a cura di M. Motolese, Roma-Padova, Antenore, 2004, pp. ix-xxix.
M. B.