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Il viaggio verso le mete d'oltremare era lungo e ricco d'insidie. Nonostante le promesse delle agenzie di emigrazione, molte persone non realizzarono mai i loro sogni di successo. Intervista allo storico Giorgio Cheda.
Autore di diverse pubblicazioni sul tema dell'emigrazione ticinese, Giorgio Cheda ha trascorso buona parte del suo tempo libero a frugare in archivi, biblioteche e musei di tre continenti.
Le lettere e i documenti degli emigranti raccolti in Europa, California e Australia costituiscono un prezioso patrimonio storico che illustra - con toccante drammaticità - la condizione di chi partiva e di chi restava.
swissinfo: L'emigrazione ticinese è un tema che le sta molto a cuore, non soltanto per lavoro e passione...
Giorgio Cheda: In effetti è così. Mio padre è partito per la California all'età di 19 anni. Nel 1929, dopo quasi un decennio lontano da casa, è tornato in Ticino per sposarsi e fondare una famiglia. È anche grazie ai suoi racconti che ho iniziato le mie ricerche sulle lettere dei migranti.
swissinfo: Gli emigranti hanno scelto destinazioni diverse: Australia, California, America latina. Perchè?
G.C.: Ci sono diversi fattori. Quello più importante è legato al fenomeno dell'emigrazione a catena. Una persona tenta l'avventura in un paese: se va bene altri seguiranno. Chi ad esempio riusciva ad acquistare un ranch in California, scriveva a casa chiedendo degli aiuti (mungitori) per portare avanti i lavori.
Poi c'è anche il fatto della propaganda delle agenzie di emigrazione. Perché in Australia sono andate solamente undici persone della regione di Mendrisio, nel Sottoceneri, e quasi 2'000 dal Sopraceneri? Perché le agenzie erano a Locarno.
swissinfo: Quale è stato il ruolo di queste compagnie di viaggio? Nei suoi libri Lei parla di una propaganda «sfrenata e disonesta»...
G.C.: Gli armatori di Amburgo avevano investito parecchio per coinvolgere i migranti nella corsa all'oro in Australia. Quando le autorità tedesche si sono rese conto che quell'emigrazione era anche una speculazione e che le clausole dei contratti non venivano rispettate, le agenzie sono state maggiormente controllate. Si sono così concentrate sulla Svizzera, e più precisamente sul Ticino.
Il Ticino era infatti l'unico cantone a non disporre di una legge che regolasse le attività delle compagnie di migrazione, le quali hanno potuto, tra il 1853 e il 1855, fare il bello e il cattivo tempo.
Attraverso la stampa, contatti personali e altri mezzi, gli agenti hanno potuto reclutare circa 2'000 ticinesi, promettendo guadagni fino a 20 volte superiori al reddito giornaliero ticinese (in media 1,50 franchi). Come evidenziato dalle prime lettere giunte da Melbourne, il gold rush australiano era però già sul viale del tramonto. Le condizioni durante il viaggio erano inoltre pessime e i termini del contratto non erano rispettati. Alcuni emigranti non hanno esitato a definire i responsabili delle agenzie dei «macellai di carne umana».
Nel giugno 1855 le autorità cantonali hanno fortunatamente adottato una legge per controllare l'attività delle agenzie.
swissinfo: Il viaggio oltreoceano poteva costare fino a 1'000 franchi dell'epoca. Come si trovavano i finanziamenti necessari, considerato il contesto di estrema miseria?
G.C.: È un aspetto molto importante che spiega anche la differenza tra l'emigrazione in Australia, durata circa due anni, e quella in California, molto più numerosa e diluita sull'arco di un secolo.
La stragrande maggioranza degli emigranti partiti per l'Australia ha fatto ricorso a prestiti privati o pubblici. I giovani sottoscrivevano un contratto di emigrazione a responsabilità collettiva: se qualcuno moriva sulla nave o nei primi tempi in Australia, i soci del contratto dovevano rimborsare anche il debito del compagno defunto.
Come detto, l'emigrazione in Australia fu un disastro. I prestiti per il viaggio sono stati rimborsati dalle famiglie rimaste in Svizzera, che hanno svenduto case, stalle, terreni. Parte dei debiti è poi stata ripagata 10-15 anni dopo coi risparmi messi da parte dai parenti emigrati in California.
A differenza di quelli andati in Australia, i migranti californiani hanno fatto fortuna. Il debito di viaggio è stato ripagato e coi soldi spediti in patria si è favorita la partenza di altre generazioni. Ciò ha permesso a molti espatriati di ricostruire una famiglia di stampo ticinese nei ranch della valle di Salinas, Sonoma o West Marin.
swissinfo: Partire a piedi verso mete distanti migliaia di chilometri non doveva essere facile. Come si svolgeva il viaggio?
G.C.: Gli emigranti verso l'Australia si sono imbarcati quasi tutti su un veliero ad Amburgo, dopo aver lasciato il villaggio a piedi ed essersi diretti verso nord in diligenza, in treno o in battello. Il viaggio poteva durare anche sei mesi.
Per la California il punto di partenza era solitamente Le Havre, in Francia; dopo circa tre settimane di piroscafo si approdava a New York, da dove si ripartiva in veliero per circumnavigare l'America latina.
Con l'entrata in funzione delle linee ferroviarie transcontinentali americane, nel 1869, il viaggio fino a San Francisco si ridusse drasticamente. Una novità che spiega i frequenti ritorni in Ticino di fine '800 e inizio '900.
swissinfo: Come erano accolti gli emigranti?
G.C.: In California erano bene accolti, sia dalla popolazione locale che dalle autorità. Rispetto alla massa di migranti dall'Italia o dalla Cina, i ticinesi erano in pochi e quindi facilmente assimilabili. Inoltre, non davano fastidio e non creavano problemi.
È interessante sottolineare che gli emigranti si erano dati da fare in un settore agricolo che non toglieva lavoro ai residenti locali: mentre i californiani erano in pianura, i valligiani ticinesi si stabilirono sulle "terre ingrate" delle montagne, più difficili da coltivare ma più a buon mercato.
In un certo senso, gli emigranti si sono ritrovati su terreni simili a quelli ticinesi. In California la terra era però più fertile e il clima decisamente più mite.
Si può dire che i nostri avi hanno esportato un certo savoir-faire. Basti pensare all'allevamento delle mucche o alla produzione di burro e formaggio, che a San Francisco andavano letteralmente a ruba.
Non stupisce quindi che alcuni ticinesi siano diventati, 20 anni dopo essere emigrati, sindaci delle proprie cittadine.
swissinfo, intervista di Luigi Jorio
Giorgio Cheda
Nato a Maggia nel 1930, Giorgio Cheda ha studiato lettere all'Università di Friburgo.
Nel 1976 ha conseguito il dottorato con una tesi sull'emigrazione ticinese in Australia.
Autore di diverse pubblicazioni (libri, epistolari), Cheda vive a Solduno, vicino a Locarno, ed è sposato e padre di tre figli.
Le menzogne degli armatori
Tra le cause principali dell'emigrazione in Australia vi è stata l'incessante propaganda delle agenzie di navigazione. Un "confortevole" viaggio in bastimento costava tra i 500 e i 1'000 franchi dell'epoca (mediamente, un manovale guadagnava poco più di un franco al giorno).
Ecco uno stralcio di un annuncio apparso su un giornale (testo originale*):
"Durante il viaggio di mare i Passeggeri ricevono alimenti di ottima qualità, a norma delle prescrizioni della legge vigente nel porto d'imbarco, e vengono loro somministrati in tre pasti al giorno. Il Camerone d'alloggio è perfettamente ventilato e salubre; i primi posti sono forniti d'ogni comodo, ed è mantenuta a bordo la più perfetta polizia".
Dalle lettere degli emigranti si viene invece a sapere che:
"Il vito era pessimo che non potevamo gustarlo".
"Alla mattina once 3 di pan biscotto nero ammuffato e composto di tuttaltra sostanza che di farina di fromento, ed una tazzina di caffè ammaro e puzzolente".
"Il giorno 5 ottobre la Società Rebora sbarcò nel porto di Sidney in Australia una compagnia di 176 passeggeri così magri e consunti dalla fame e dalla miseria, che noi altri [...] non conoscevamo più i nostri cari compatrioti".
* Giorgio Cheda, L'emigrazione ticinese in Australia, Edizioni Armando Dadò, 1979