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A questa domanda ha cercato di dare una risposta il convegno tenuto mercoledì al Politecnico federale di Zurigo, su iniziativa della Commissione federale contro il razzismo e dal Forum contro il razzismo, in vista della Conferenza mondiale dell'Onu che, su questo tema, si terrà in settembre a Durban, Sudafrica.Questo contenuto è stato pubblicato il 21 marzo 2001 - 14:55
Nel dicembre 1997 l'Assemblea generale dell'Onu prese la decisione di tenere una terza conferenza mondiale contro il razzismo. Le prime due, svoltesi nel 1979 e nel 1983, ebbero soprattutto lo scopo di lottare contro l'apartheid: operazione che si concluse con successo una decina d'anni fa.
Purtroppo nel frattempo razzismo, intolleranza religiosa, xenofobia e sessuofobia continuano ad imperversare in gran parte del mondo. La lotta contro queste piaghe va ripresa con energia e, in preparazione della conferenza mondiale, il Consiglio d'Europa ha già tenuto lo scorso ottobre a Strasburgo una conferenza europea contro il razzismo.
Tra questi due importanti appuntamenti, il convegno indetto mercoledì a Zurigo cerca di fare il punto sull'impegno del nostro paese in questo campo. La politica interna della Svizzera nella lotta al razzismo è stata presentata con una relazione di Claudia Kaufmann, segretaria generale del Dipartimento federale dell'interno e capo della delegazione elvetica alla conferenza europea.
Lo Stato - ha detto in sostanza la signora Kaufmann - non può delegare alle Organizzazioni non governative, per quanto siano importanti, la vigilanza della società nel suo insieme: battersi contro il razzismo è un compito quotidiano degli organi dello Stato come della società civile.
I risultati di questa azione congiunta sono: l'adesione, nel 1994, alla convenzione internazionale contro il razzismo; la votazione popolare che ha approvato una nuova norma penale in questo campo; la creazione della Commissione federale contro il razzismo, che s'è rivelata un'istituzione critica e indipendente; la recente costituzione in seno all'amministrazione di un organo specializzato nella lotta al razzismo e incaricato anche di difenderne attivamente le vittime.
L'ambasciatore Peter Maurer, capo della divisione "diritti dell'uomo e politica umanitaria" del Dipartimento federale degli esteri, ha invece esposto le linee guida della politica estera perseguita in materia dalla Svizzera. Maurer ha ricordato in particolare il contributo dato dal nostro paese alla definizione di norme comuni sul piano internazionale, alla promozione civile della pace ed alla lotta contro i siti Internet a carattere razzista.
Il documento che scaturirà dalla conferenza mondiale di Durban - ha concluso Maurer - potrà prendere in considerazione molte proposte svizzere, ma non sarà sufficiente se non riconoscerà un accesso non discriminatorio alla formazione e non qualificherà gli atti di razzismo come delitto da perseguire d'ufficio.
Alle relazioni è seguita una tavola rotonda, nella quale alcuni operatori in campo sociale, una docente e un giornalista hanno discusso le questioni relative all'applicazione della politica svizzera contro il razzismo. Al di sopra dei tanti problemi, piccoli e grandi, due sono emersi in modo particolare: la necessità di formare psicologicamente e culturalmente gli operatori (poliziotti, insegnanti, assistenti sociali) che devono far fronte a situazioni reali di razzismo; e l'eccessivo paternalismo, invece di un effettivo rispetto dei diritti umani, con cui certi gruppi sociali trattano gli stranieri e per questa ragione faticano ad accettare la critica.
Silvano De Pietro
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