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L’estate 2011 è stata molto calda in Svizzera, almeno in termini di politica monetaria. In quel periodo la crisi del debito si era aggravata in Europa e l'euro si era fortemente deprezzato. Molti investitori preferivano pertanto investire in franchi svizzeri, una valuta considerata sicura. Di fronte a questa forte domanda, il franco si era velocemente apprezzato rispetto alle altre valute importanti. A volte 1 euro costava soltanto poco più di 1 franco, mentre due anni prima valeva ancora circa 1,50 franchi. La Banca nazionale passava da una riunione di emergenza all'altra. L'economia si era appena ripresa dalla crisi finanziaria e ora doveva far fronte a un forte apprezzamento del franco. L'eccezionale rialzo della valuta elvetica costituiva una grande sfida per le imprese svizzere confrontate con la concorrenza internazionale. L'economia svizzera era gravemente minacciata. Visto il crescente rischio di deflazione, era in gioco la stabilità dei prezzi.
Se voleva adempiere il suo mandato, la Banca nazionale doveva agire. Di conseguenza ha abbassato ulteriormente i tassi d'interesse e aumentato in modo considerevole la base monetaria. Nonostante l’efficacia di tali misure, persistevano tuttavia le pressioni al rialzo sul franco, che si sono di nuovo intensificate a inizio settembre. Per questa ragione il 6 settembre 2011 la Banca nazionale si è spinta oltre fissando un cambio minimo di 1,20 franchi per euro. Ha annunciato che avrebbe difeso questo cambio minimo con tutta la determinazione necessaria. Questa misura le ha permesso di contenere il forte apprezzamento del franco.
Poiché il tasso di cambio riveste un ruolo fondamentale nell'evoluzione dei prezzi e della congiuntura, la Banca nazionale osserva da sempre con attenzione le fluttuazioni del franco. L'introduzione del cambio minimo nel settembre 2011 non è stata pertanto una novità. Già nel mese di settembre 1978, la Banca nazionale aveva fissato un cambio minimo ufficiale: aveva allora annunciato che intendeva difendere un tasso di cambio nettamente superiore a 80 franchi per 100 marchi tedeschi. Anche all'epoca la BNS aveva difeso questo cambio minimo intervenendo all'occorrenza sul mercato valutario.
Per quasi tre anni e mezzo, il cambio minimo è stato lo strumento di politica monetaria idoneo a garantire la stabilità dei prezzi in Svizzera ed evitare una recessione.
Il tasso di cambio non è altro che il prezzo di una valuta espresso in un'altra valuta. Un tasso di cambio di 1,20 franchi per euro significa che 1 euro costa 1,20 franchi. Quando il tasso di cambio è di 1,10 franchi, 1 euro costa solo 1,10 franchi; l'euro è pertanto più a buon mercato, mentre il franco si è apprezzato. In altre parole, se il tasso di cambio dell'euro scende rispetto al franco, ciò significa che il franco si apprezza. Come sul mercato dei beni e dei servizi, il prezzo aumenta quando cresce la domanda (in questo caso la domanda di franchi).
La Banca nazionale ha applicato esattamente questo principio: quando il cambio minimo era sotto pressione, acquistava euro, a volte in grandi quantità, finanziandosi con la creazione di nuovi franchi. Aumentando l'offerta di franchi e accrescendo la domanda di euro, la BNS è stata in grado di mantenere stabile il prezzo del franco e di influire in modo mirato sul tasso di cambio.
Poiché detiene il monopolio di emissione delle banconote, la Banca nazionale può creare franchi in quantità illimitata. Essa aveva pertanto non solo la volontà ma anche la capacità di difendere il cambio minimo, il che le conferiva la credibilità necessaria. Il mercato sapeva che la BNS era sempre in grado di pagare 1,20 per euro, fintantoché intendeva mantenere il cambio minimo.
La BNS ha sempre affermato la sua determinazione a difendere il cambio minimo, acquistando a tal fine una quantità illimitata di valuta. Ciò è accaduto nell'estate 2012 quando ha dovuto acquistare un ingente volume di euro. A partire dall'autunno 2012, la situazione si è calmata e nel 2013 la BNS non ha dovuto acquistare valuta per difendere il cambio minimo. Verso fine 2014, l'euro si è però indebolito nei confronti di tutte le valute. Poiché il cambio euro-franco si era riavvicinato al cambio minimo, la BNS ha dovuto intervenire di nuovo sul mercato valutario. Per ridurre l'attrattiva degli investimenti in franchi e sostenere il cambio minimo, il 18 dicembre 2014 la BNS ha introdotto un tasso d'interesse negativo.
La Banca nazionale ha sorvegliato 24 ore su 24 gli sviluppi del mercato valutario. Ha così potuto garantire il cambio minimo di 1,20 franchi per euro.
Sin dall'inizio il cambio minimo era stato concepito come misura eccezionale e temporanea. Dalla sua introduzione il contesto era molto cambiato: contrariamente al 2011, la situazione di inizio 2015 non era caratterizzata dalla forza generale del franco, bensì dalla debolezza dell'euro. La Banca centrale europea aveva appena lanciato un nuovo programma di allentamento massiccio della sua politica monetaria. Per difendere il cambio minimo, la Banca nazionale avrebbe dovuto effettuare interventi sempre più importanti sul mercato valutario, senza che tuttavia sussistesse la possibilità di stabilizzare in modo duraturo la situazione del cambio.
Questi interventi avrebbero comportato un'espansione incontrollata del bilancio. La Banca nazionale avrebbe così rischiato di perdere il controllo della sua politica monetaria. Il cambio minimo non era più sostenibile, in quanto a lungo termine la BNS non sarebbe stata più in grado di condurre una politica monetaria indipendente nell'interesse del Paese. I rischi legati al mantenimento del cambio minimo sarebbero stati sproporzionati rispetto all'utilità di questo strumento, tanto più che sia l'economia mondiale sia quella svizzera erano molto più solide rispetto al 2011.
La Banca nazionale ha abolito il cambio minimo il 15 gennaio 2015 alle ore 10.30. Tutti sono rimasti sorpresi: i mercati, i media, la politica, gli ambienti internazionali e naturalmente la popolazione svizzera. L'annuncio dell'abolizione ha scosso violentemente i mercati valutari. In pochi minuti, il tasso di cambio dell'euro è crollato a 0,85 franchi. Ma i mercati si sono presto calmati, la situazione si è stabilizzata e le fluttuazioni del tasso di cambio si sono attenuate.
Perché la Banca nazionale non ha optato per un'abolizione graduale del cambio minimo o annunciato molto tempo prima la soppressione di questo strumento? Perché era semplicemente impossibile. In effetti, se la BNS avesse segnalato l'intenzione di non più voler difendere senza riserve il cambio minimo, il mercato valutario sarebbe stato immediatamente sottoposto a forti pressioni e la BNS sarebbe stata costretta a intervenire con maggior vigore per difendere questo strumento.
Una volta risultato chiaro che il cambio minimo doveva essere abolito, la Banca nazionale ha agito rapidamente. Non sarebbe servito a nulla rinviare la decisione. Se la BNS avesse abolito più tardi il cambio minimo, le turbolenze sui mercati finanziari sarebbero state altrettanto forti e le conseguenze per l'economia non sarebbero state meno significative. Inoltre la BNS avrebbe registrato perdite molto più elevate.