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Una donna torna a Madrid, dove vive, dopo avere trascorso più di un mese nell’appartamento londinese del figlio, costretto a un ciclo di radioterapia per curare un tumore alla prostata. Ora non resta che attendere qualche settimana, sottoporsi a nuovi esami e sperare che la cura sia stata efficace. Mentre è in volo, la donna scambia qualche battuta insignificante col suo vicino di posto. L’aereo ha una prima turbolenza; poi altre, più violente. La donna perde i sensi. Quando si risveglia, sopra di lei c’è un viso che la rassicura: “Soffre di diabete? Sono un medico, stia tranquilla”. All’arrivo, sull’ambulanza che la porterà in ospedale per accertamenti, è raggiunta da un pensiero: suo figlio guarirà. Nel racconto seguente, un uomo d’affari atterra a Dakar. Durante il tragitto che lo porta a casa, nota il silenzio preoccupato del suo autista. Gliene chiede il motivo. Silenzio. Insiste. Nessuna risposta. Prima di riprovarci, gli torna in mente la turbolenza dell’aereo tra Londra e Madrid e il malore che ha còlto la sua vicina. Arrivato a casa, incalza di nuovo l’autista: “Che è successo?”, chiede sempre più inquieto. “Glielo dirà Madame”, si limita a rispondere l’altro, tremando. Solo nel pezzo seguente si saprà (forse) che cosa è successo.
Molti esperimenti empirici e la teoria dei grafi ci dicono che per mettere in contatto due persone che non si conoscono tra loro ne bastano solo altre cinque. Ciò significa che se io desiderassi far recapitare, ignorandone l’indirizzo, una lettera a un falegname norvegese, a un cuoco cileno, a una dirigente d’azienda neozelandese o al presidente degli Stati Uniti, sarebbe sufficiente che la inviassi a qualcuno che ritengo possa conoscere meglio di me il recapito di destinazione; questi farà lo stesso con una persona della sua cerchia, fino, appunto, alla cassetta delle lettere finale. Sorprende un numero così basso di gradi di separazione (sei), sintomo dell’interconnessione tra gli abitanti del nostro pianeta: non a caso, tutta la faccenda è spiegabile con la cosiddetta “teoria del mondo piccolo”.
Non so se ci abbia pensato David Szalay, scrittore canadese accasatosi a Budapest dopo una serie di peregrinazioni, nella pianificazione di 'Turbolenza', ora disponibile anche in traduzione italiana presso Adelphi. Si tratta di una raccolta di dodici (il doppio di sei!) racconti fulminanti (inizialmente commissionati dalla BBC Radio e poi sistemati nella forma libro) che permette la chiusura del cerchio, dato che a uno dei personaggi del primo frammento (l’uomo che ha seguito la radioterapia) si torna nel pezzo che chiude la silloge. Ogni racconto reca come titolo le sigle di due aeroporti, quello di partenza e quello di arrivo, da cui si riparte nel brano seguente.
Il protagonista di ciascun racconto è sempre un personaggio secondario di quello precedente, il cui senso viene pertanto retroilluminato da quanto segue. Ogni frammento ha che vedere con un volo, la cui centralità è variamente declinata; sempre, però, i personaggi sono confrontati con una turbolenza, a volte marginale (una giornalista brasiliana si reca in Canada per intervistare una nota scrittrice, ma questa deve partire d’urgenza per gli Stati Uniti per assistere alla nascita del nipotino), a volte profondamente destabilizzante (nel pezzo seguente, la scrittrice scopre che il piccolo è nato cieco).
Il libro trae gran parte della sua forza dalla dialettica tra i microtesti e il macrotesto che fa da cornice, peraltro già fissata dal titolo al singolare che sintetizza la pluralità di turbolenze su cui sono costruiti i singoli brani. L’interconnessione tra i racconti non gioca mai su uno scontato “effetto palla di neve”: ciò che accade in un frammento non influenza più di tanto quanto accade in quello seguente. Il che mi pare alludere alla concezione per cui i vari personaggi, pur connessi tra loro nel villaggio globale che è il nostro pianeta, sono sostanzialmente soli, ciascuno alle prese con la propria personalissima 'Turbolenza'.
Szalay si conferma maestro nell’arte del racconto: nella capacità di fissare icasticamente un’intera esistenza attraverso pochissimi tratti; nella capacità, soprattutto, di relegare fuori dal quadro, lasciandolo tuttavia intuire, il precipizio che sta accanto a ogni personaggio. E a tutti noi.