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In principio fu un testo teatrale, commissionato da Peter Hall e mai portato sul palcoscenico. Da lì Marguerite Duras sviluppa il suo quinto lungometraggio da regista, presentato a Locarno nel 1975 e generatore di un seguito, Son nom de Venise dans Calcutta désert, uscito un anno dopo. India Song è un film volutamente artefatto, ambientato in India ma girato interamente nei pressi di Parigi, senza alcun tentativo di restituire una rappresentazione del paese che aderisse al reale (l’autrice scelse di non avvalersi di materiale fotografico, servendosi solo dei propri ricordi di un viaggio quando era adolescente). Lì si consuma il dramma di Anne-Marie Stretter, moglie dell’ambasciatore francese, che ricorre all’adulterio per eliminare il tedio quotidiano, con il tacito consenso di lui. Tra una scappatella e l’altra si imbatte nel viceconsole di Lahore, il quale cerca senza sosta di sedurla, mentre lei non ne vuole sapere. Il tutto all’interno di un’operazione che aderisce alla poetica di Duras, con un certo straniamento tra suono e immagine che trasforma le avventure erotiche di Anne-Marie in un percorso ellittico, onirico, senza risposte facili o soluzioni narrative convenzionali, che mette in scena un colonialismo malato e in stato di decomposizione. Un film che affascina e confonde in egual misura da quattro decenni, dominato dalle grandissime prestazioni di Delphine Seyrig e Michael Lonsdale.