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Presto la SSR offrirà i suoi contenuti per la metà nei tradizionali programmi radiotelevisivi, per l'altra metà sul web: lo afferma il direttore generale Gilles Marchand.
Il rapporto 50:50 fra fruizione reale e internet "non rappresenta un calcolo preciso o una definizione quantitativa di un obiettivo", spiega Marchand in un'intervista pubblicata oggi dal portale informativo Infosperber. "È un'aspettativa strategica: fra tre, quattro o cinque anni l'uso dell'offerta audiovisiva avrà raggiunto questo rapporto". La quota dell'offerta digitale diventerà sicuramente più ampia, quella lineare invece calerà: è però ancora troppo presto per dire in modo preciso come avverrà la contrazione.
"La divisione 50:50 è una questione del consumo reale: rappresenta semplicemente quanto avviene nel nostro nuovo mondo", spiega l'ex direttore della radiotelevisione romanda RTS. "Oggi viviamo in un mondo à la carte, in cui le persone scelgono il media, il tipo di informazione e i tempi del consumo. Non sto dicendo che questo è giusto o sbagliato. È semplicemente un dato di fatto."
Riguardo alla possibilità che la SSR si ritiri completamente dal mercato della pubblicità, puntando solo sul canone, Marchand ricorda che attualmente il finanziamento è duale: "non rientra nelle mie competenze definire il modello, è una discussione politica". Oggi gli introiti pubblicitari ammontano a 170 milioni: se dovessero scomparire sarebbero necessarie compensazioni.
La SSR in Svizzera sembra molto grande, ma rispetto ai concorrenti è piccola, prosegue il dirigente con studi in sociologia. "Siamo in concorrenza con i canali tedeschi, francesi, italiani, Netflix, Amazon, Disney e altre piattaforme. E ora stiamo raggiungendo finanziariamente un punto in cui sarà difficile lottare, in questa piccola Svizzera che lavora con quattro lingue".
All'intervistatore che chiede perché la SSR, che insieme ai media privati si lamenta della concorrenza sul fronte pubblicitario operata da grandi gruppi internazionali, offre contenuti sui media sociali, Marchand risponde che l'azienda vuole e deve cercare il pubblico lì dove si trova. Ad esempio l'impresa non riceve soldi da Facebook per i contenuti: "utilizziamo queste piattaforme per raggiungere il nostro pubblico con buoni contenuti di servizio pubblico", insiste il 58enne.