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Consigliere delle autorità serbe, il professore svizzero Thomas Fleiner critica le raccomandazioni dell'emissario dell'ONU, Martti Ahtisaari, sul futuro del Kosovo.
Ogni soluzione imposta rischierebbe di riaccendere i conflitti etnici, ha avvertito Fleiner sulle pagine del romando «Le Temps».
«Non sono per nulla ottimista. Per me, l'unica soluzione per il Kosovo è chiaramente di giungere ad un consenso tra le parti, e non ad un compromesso zoppicante frutto della pressione internazionale».
Nella sua reazione al rapporto dell'emissario dell'ONU sul futuro del Kosovo, il professore e direttore dell'Istituto del Federalismo di Friborgo, Thomas Fleiner, è chiaro: bisogna insistere sui negoziati.
«Nei conflitti etnici, il processo e il cammino dei negoziati contano più di una soluzione finale. Meglio dieci anni di trattative che una giornata di guerra civile», ha affermato sulle pagine del quotidiano romando «Le Temps».
Agire con calma
Fleiner - che dal novembre 2005 è consigliere di Belgrado per ciò che riguarda il futuro statuto del Kosovo - è convinto che agendo con calma e precauzione gli albanesi potranno convincere la minoranza serba che «si vivrebbe meglio in un Kosovo indipendente che in Serbia».
Altrimenti, avverte il professore, la situazione rischia di essere sfruttata dagli ultranazionalisti serbi, vincitori delle ultime elezioni legislative.
Indipendenza celata
Secondo il progetto del negoziatore finlandese delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, presentato venerdì a Belgrado e a Pristina, il Kosovo otterrebbe i simboli di uno Stato, quali una Costituzione, un inno e una bandiera. In contropartita, dovrà accordare un'ampia autonomia ai 100mila serbi rimasti nella provincia dopo il conflitto del 1998-1999.
Nonostante nel piano non venga mai citata la parola «indipendenza», emerge l'immagine di un Kosovo in grado di aderire a organismi internazionali e quindi sovrano.
La proposta provvisoria di Ahtisaari - che sarà discussa il 13 febbraio con le delegazioni serbe e kosovare - non è ovviamente piaciuta a Belgrado, che ha proclamato che «non riconoscerà mai l'indipendenza del Kosovo».
Citato da «Le Temps», il portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri, Jean-Philippe Jeannerat, ha salutato le raccomandazioni dell'emissario finlandese, sottolineando che «la Svizzera s'impegna in modo particolare per far sì che nel nuovo statuto siano considerate gli interessi delle minoranze».
Svizzera non neutrale
In merito al ruolo della Svizzera, la quale si è apertamente pronunciata in favore ad «un'indipendenza formale» del Kosovo, Thomas Fleiner stima che Berna abbia principalmente evocato una soluzione consensuale.
Il professore invita la Confederazione a proseguire nei suoi sforzi, ma rileva che per il momento non è riconosciuta in quanto paese neutro agli occhi dei serbi.
swissinfo e agenzie
Fatti e cifre
Avvocato e professore, Thomas Fleiner dirige l'Istituto del Federalismo dell'Università di Friborgo dal 1984.
Il governo serbo l'ha ingaggiato nel novembre 2005 come consigliere permanente sulla questione del Kosovo.
Thomas Fleiner ha già lavorato a più riprese sul dossier dell'ex Jugoslavia: aveva in particolare collaborato con Belgrado al momento della creazione della Repubblica di Serbia-Montenegro nel 2003.
In breve
La ministra elvetica degli affari esteri, Micheline Calmy-Rey, si è già espressa pubblicamente in favore dell'indipendenza formale del Kosovo nel 2005, giudicando insoddisfacente lo statuto della provincia (sotto amministrazione dell'ONU).
Per la Svizzera, a questa indipendenza si deve però giungere esclusivamente nel quadro di un dialogo tra le diverse parti.
La posizione di Calmy-Rey aveva sollevato proteste a Belgrado, ma pure in Svizzera, dove i parlamentari le avevano rimproverato di andare contro la tradizionale neutralità elvetica.
Il futuro del Kosovo interessa da vicino la Confederazione: sono infatti 200mila i kosovari residenti sul suo territorio.