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La spiegazione deve in qualche modo risiedere negli ultimi 100 anni di storia. Ancora allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la quota statale in Europa era appunto circa del 10%. Lo Stato liberale ottocentesco era però degenerato nello Stato corporativo protezionista. Dal 1914 al 1945, la sovranità degli Stati occidentali causò la morte di milioni di cittadini: mandati al fronte, deportati, sterminati, oppure semplicemente denutriti e influenzati (dopo le guerre). Dopo gli anni di sperimentazione delle ideologie totalitarie (poco importa se a vocazione nazional-socialista o internazional-socialista), dagli anni ’50 il continente europeo gode fortunatamente del più lungo periodo storico di pace. Nel contempo, la spesa degli Stati europei è esplosa e con essa la tassazione ed il debito pubblico. Sembrerebbe in altre parole che le società occidentali abbiano trovato un particolare equilibrio tra Stato e cittadini, dove il prezzo della pace diventa una continua e crescente confisca delle risorse prodotte dagli ultimi.
Certamente, le istituzioni europee nacquero sulle ceneri dei due disastri bellici ispirate dai valori umanistici e cristiani. Schumann, Adenauer e De Gasperi erano infatti tre cattolici liberali di lingua madre tedesca. Tuttavia, attraverso il cartello politico che ne è seguito, gli Stati europei hanno potuto armonizzare i propri interventi e ridurre le vie di fuga dei cittadini. Tralasciamo gli eccessi regolatori di Bruxelles, l’esempio forse più lampante è stata l’introduzione dell’Euro, un cartello di banche centrali nazionali che ha obbligato i tedeschi a subire un’inflazione maggiore di prima. Nell’ultimo decennio, lo dice il brillante Hans-Werner Sinn basandosi sulle statistiche della BCE, la Banca centrale greca, italiana, spagnola o portoghese hanno di fatto stampato (elettronicamente) i nuovi Euro che sono serviti a comprare a credito prodotti tedeschi e che hanno ridotto il potere d’acquisto in Germania.
Con una fiscalità che supera la metà di quanto prodotto, non dovrebbe essere una sorpresa che oggi il potere d’acquisto ed i salari siano depressi, che il risparmio è praticamente nullo in confronto con 50 anni fa, che le aziende delocalizzino, e che i giovani restino disoccupati. Quella europea è una società che corre con addosso un’enorme zavorra regolatoria, debitoria e fiscale. Il debito pubblico compreso quello sanitario e pensionistico degli Stati europei supera di molte volte il PIL, ossia di fatto non verrà mai rimborsato, come la storia spesso insegna. Nell’immediato, il prelievo fiscale continua ad aumentare, poco via imposte dirette (cittadini abbienti e capitali sono mobili) quanto attraverso l’IVA, ora che la digitalizzazione ed i big data iniziano a permettere di monitorare le singole transazioni su scala nazionale e transnazionale. Senza cambi di impostazione tuttavia, è la storia economica dei prodigi della statalizzazione che ci dice come andrà a finire: disgraziatamente implodere come URSS, Jugoslavia, Argentina, Zimbabwe o Venezuela. Un profondo ripensamento liberale e solidale (anziché statalista e sociale) diventa pertanto sempre più attuale. In ciò, un certo tipo di cristianesimo e cattolicesimo potranno certamente aiutare.
Paolo Pamini
AreaLiberale e Istituto Liberale
Pubblicato il 24.05.2017 13:30