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NEW YORK - Fine di un'era per New York: il Village Voice chiude l'edizione a stampa. Peter Barbey, che nel 2015 aveva acquistato lo storico settimanale della controcultura, ha capito di non essere più in grado di mandare in circolazione l'edizione cartacea di una rivista che ormai da tempo veniva distribuita gratuitamente nell'area metropolitana della Grande Mela.
"Per oltre 60 anni il Village Voice ha avuto un ruolo di primo piano nel giornalismo, la politica, la cultura degli Stati Uniti. È stato un faro per il progresso e le idee di sinistra per migliaia di persone le cui identità, opinioni, idee altrimenti non sarebbero mai state sentite", ha detto l'editore.
Storicamente il Village Voice si è retto sulla pubblicità, ma negli ultimi anni la rivista ha perso colpi sia nella versione a stampa che in quella digitale. Barbey si è comunque convinto che la via da percorrere sia quella della rete: "Saremo online non solo una volta alla settimana ma ogni giorno, mettendo sul web non solo parole e foto ma anche video e podcast".
Il Village Voice nacque nel 1955 a Greenwich Village: Dwight Eisenhower era presidente e nella New York di allora il Village era un quartiere ancora a buon mercato, habitat naturale della beat generation che adottò a manifesto il nuovo foglio fondato da Norman Mailer con Dan Wolf e Edwin Fancher. Fin dall'inizio la testata fu un'icona del movimento anti-establishment con collaboratori, negli anni d'oro, come il poeta Allen Ginsberg e il cartoonista Jules Feiffer che nel 1986 gli fece vincere un Pulitzer. Allora il Voice vendeva per cinque centesimi alla copia.
Nel 1956, in ossequio allo spirito alternativo dei "padri fondatori", cominciò a attribuire gli Obie, premi per il teatro Off Broadway. Negli anni '60 si fece odiare dai miliardari del cemento cominciando a pubblicare la 'top ten' dei peggiori padroni di casa, ma amare dai newyorchesi squattrinati e sempre in caccia di un appartamento grazie a una banca dati di annunci immobiliari. Nel 1978 aprì al primo Gay Pride.
Negli anni '80 l'inizio della fine. Il settimanale cominciò a perdere colpi sotto la concorrenza del New York Observer (ben prima che lo comprasse Jared Kushner) che ne aveva spezzato il monopolio di bibbia dei nottambuli newyorchesi. A dare il colpo di grazia dieci anni più tardi fu Time Out New York, la versione per la Big Apple della mitica rivista londinese di spettacolo ed eventi metropolitani.