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Da dietro le sbarre
Sarà per la sua voce, sarà il personaggio, sarà che Johnny Cash è sempre riuscito a catalizzare un certo pubblico e sarà che alcuni dischi live ti trasportano dentro al concerto come se fossi lì, tra la folla che si accalca attorno al palco. Mettiamoci anche il fatto che fu il live peggio organizzato della storia, poiché lo stesso Cash volle fare due spettacoli, uno alle 9:40 di mattino e uno all’ora di pranzo, nel caso il primo non dovesse andar bene. Aggiungiamo pure che i detenuti furono obbligati a non applaudire fino a quando Cash non si sarebbe presentato. In circa un anno Johnny Cash si esibì nei due penitenziari più pericolosi degli stati Uniti (Folsom e San Quentin), scoppiò quasi una rivolta e vennero registrati due dei più bei dischi live di sempre.
Cash è sempre stato affascinato dalla vita dei detenuti, già dai tempi in cui serviva la patria per l’Air Force Security Service, quindi poter suonare in una prigione è stata quasi la realizzazione di un sogno per il cantante allora trentaseienne. Una cosa talmente importante da portarsi June Carter con sé, innamorata ma non troppo entusiasta all’idea di essere la sola donna che quegli uomini vedevano dopo anni di vita dietro le sbarre.
Sì perché anche se gli hippy erano dietro l’angolo e il movimento giovanile stava crescendo, le carceri statunitensi straripavano, confinando un’umanità particolare di cui raramente si poteva dire. Il galeotto era tabù, l’America aveva appena spiegato le ali della rivoluzione culturale e non era in grado di parlare dei perdenti. Così almeno erano giudicati gli uomini che, per qualche errore nel corso della loro strada, erano inciampati finendo in una stanza di 4 metri per 4 con le sbarre alle finestre. Nei periodi di grande cambiamento spesso si manifestano dei paradossi. I musicisti che si opponevano alla guerra nel Vietnam erano moltissimi, mentre il tema dei detenuti nelle carceri statunitensi, seppure attuale, non faceva parte dell’attualità.
È il 10 gennaio del 1968, a Sacramento la giornata è uggiosa, il cielo è plumbeo ed è piuttosto strano per essere in California. June arriva intorno alle 10 di mattina al motel El Rancho, insieme al padre di Johnny e al produttore Bob Johnston. Dopo due giorni di prove intense, continuamente disturbati da una sfilata che si teneva nella sala da ballo del motel, arriva il fatidico giorno: il 13 gennaio del 1968.
Prima di Johnny Cash salgono sul palco Carl Perkins e i The Statler Project, il primo canta Blue Suedes Shoes e i secondi Flowers On The Wall e This Old House. I detenuti quasi non ci credono, applaudono, fischiano e battono le mani sotto lo sguardo vigile dei secondini, pronti a intervenire al minimo accenno di insubordinazione. Finita la loro esibizione i detenuti non si contengono più: “We want Johnny Cash! We want Johnny Cash”. C’è un attimo di tensione, Glen Sherley (detenuto che scrisse per Cash Greystone Chapel), va al microfono e prega i suoi compagni di sventura di trattenersi fino a quando Cash non sarebbe salito sul palco.
Il cantante fa i tre scalini in legno che lo portano sul palchetto, si avvicina al microfono e saluta: “Hello, I’m Johnny Cash”. La folla esplode in un applauso, alcuni detenuti ignorano il divieto e si alzano in piedi. Poi inizia quel bellissimo giro di chitarra e Johnny Cash comincia a cantare Folsom Prison Blues.
Nel tempo, il ricordo di quest’album e di quel concerto sono rimasti vivi nella sua memoria, gli sono serviti, parecchi anni dopo, per concentrarsi sul lavoro evitando di pensare troppo alla morte della sua amata moglie June. La bravissima Sylvie Simmons ha intervistato Cash in due occasioni, sempre per Mojo, nell’agosto del 2000 e nel gennaio del 2003:
“L’ho detto a Rick quando June morì. La gente vorrebbe vedermi riposare e superare il lutto e calmarmi per un po’ di tempo, ma io non ho nessuna intenzione di distendermi o rilassarmi. Devo lavorare. Se voglio davvero gestire questa terribile disgrazia che mi è capitata in questo momento della mia vita, se voglio riuscire a superarla, devo lavorare usandola come stimolo. È proprio quello che sto cercando di fare . Tre giorni dopo il funerale ero in studio. Qualcuno mi ha detto: ‘Tu sei pazzo, non dovresti lavorare così presto.’ E gli ho risposto: ‘Dimmi perché non dovrei. È stato come quel concerto a Folsom, dovevo farlo esattamente quando l’ho fatto, anche se Rick e Bob, e perfino June, mi avevano detto che sarebbe stato molto intenso. E lo è stato!”
Grazie Johnny, diavolo se lo è stato!