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di Corrado Antonini
Cicloni, nubifragi, carestie, siccità, pestilenze, uragani, incidenti aerei, ferroviari, tragedie minerarie, incidenti sul lavoro, annegamenti, suicidi, omicidi, malattie, e ovviamente incendi devastanti. La canzone, in senso lato, non si è fatta mancare nulla. Quando un disastro o un evento tragico si abbatte su una comunità, ecco che la canzone popolare immediatamente la registra, e restituisce quel fatto. Un po’ per darne notizia, un po’ per commentarla, un po’ per aiutare ad elaborare il lutto e magari anche, dopo, per sdrammatizzarla e riderci sopra.
Innumerevoli sono ad esempio le canzoni che raccontano di violenti incendi. Il 21 aprile del 1930, negli Stati Uniti, tre carcerati appiccarono un incendio nel penitenziario di Stato dell’Ohio, provocando la morte di 322 detenuti. Due dei tre piromani si tolsero la vita poco dopo i fatti, mentre tre giorni dopo la tragedia, ancora sull’onda dell’emozione, Charlotte e Bob Miller scrissero e interpretarono una canzone che dettagliava la tragedia, intitolandola semplicemente “Ohio Prison Fire”.
Da notare anche un dialogo, una vera e propria recitazione in verità, fra la stessa Charlotte Miller, che interpreta la madre di uno dei prigionieri periti nell’incendio, e Bob Miller, che interpreta invece una guardia carceraria.
Di tono ben diverso è la prossima canzone. Arriva dall’isola di Trinidad, e cioè l’isola del calypso. Il calypso è un genere musicale che si presenta, storicamente, come una sorta di gazzettino del popolo, dove vengono narrati ogni sorta di fatti, mondani, di rilevanza politica oppure sportiva, di attinenza locale ma anche internazionale. Un tale viene scoperto in flagrante adulterio e il giorno dopo, per le vie di Port of Spain, ecco che viene pubblicamente messo alla berlina, nome e cognome, il suo, e quello dell’amante. Lo stesso vale per eventi di rilievo politico, come le visite dei nobili inglesi o del presidente americano Roosevelt, al quale fu dedicato un celebre calypso ripreso anche da Ry Cooder. Lungo tutto l’Ottocento i calypso erano cantati in creolo, e poi, dall’inizio del Novecento, cominciarono ad esserlo soltanto in inglese.
La particolarità del calypso è che, come il blues, ha una struttura estremamente semplice dal punto di vista della strofa musicale oltre che dal punto di vista più schiettamente ritmico e melodico. Tutti i calypso si assomigliano, al punto che un ascoltatore esterno, un non appassionato, può facilmente reputarlo un genere di una monotonia sconsolante. L’altro lato della ripetitività è l’immediatezza. La semplicità formale del calypso consente a chi li scrive e li interpreta di raccontare i fatti della comunità un attimo dopo che sono avvenuti.
Successe, ad esempio, dopo l’incendio che devastò, in un sol colpo, la tesoreria, l’ufficio postale e la banca di Port of Spain, la capitale di Trininad, nel 1932, oltre a numerosi magazzini che contenevano enormi riserve di rum. Fatto che, questo del rum, per un povero indigeno di Trinidad rappresentava certo una perdita più grave rispetto ai risparmi dei signori depositati in banca. Subito dopo l’incendio un interprete di calypso molto popolare come Lionel Belasco, scrisse e incise la canzone “The Treasury on Fire”, dove si soffermò in particolare proprio sulla irrimediabile perdita di tutti quei galloni di rum, con metà della cittadinanza richiamata sul luogo dell’incendio dalle fiamme, e l’altra metà dall’odore dell’alcool che se ne andava in fumo.
E se non è un incendio, è un naufragio. Di tutti i disastri registrati in canzone, l’inabissamento del Titanic è probabilmente quello che è stato più cantato nel corso dell’ultimo secolo. Esistono decine e forse centinaia di canzoni dedicate a quella tragedia. E nel caso del Titanic è interessante notare la persistenza con cui autori e interpreti continuano, a tutt’oggi, a cantare quella sciagura.
La canzone che vi vorrei proporre risale al 1938, quindi più di un quarto di secolo dopo l’inabissamento del transatlantico, ma l’eco della tragedia fu tale che qualcuno dopo tanti anni sentiva ancora la necessità di narrarne la vicenda, e con non meno evidenza c’era ancora qualcuno disposto a lasciarsi sopraffare dall’emozione ascoltando quel racconto. La canzon è dei Dorsey Dixon Brothers e si intitola "Down with the old canoe".
Gli inabissamenti di transatlantici erano eventi tutto sommato rari, mentre assai frequenti nell’800 e ancora nei primi decenni del Novecento, erano gli incidenti ferroviari. Nella canzone americana di fine Ottocento/inizio Novecento c’è tutto un filone di canzoni che narra dei diversi incidenti che hanno punteggiato da un lato la costruzione dell’immensa rete ferroviaria americana, e dall’altro la conquista del west a mezzo del treno. Ci sono decine e decine di canzoni ad esempio dedicate a Casey Jones, l’ingegnere che perì in un tragico incidente al passaggio del secolo, nel 1900, e che diventò un eroe nazionale sacrificandosi per salvare la vita dei passeggeri del treno su cui viaggiava. Vedendo che sul binario su cui correva il treno stazionava, fermo, un altro convoglio, il macchinista saltò giù dalla locomotiva in corsa, mentre Casey, che era a bordo in qualità di ingegnere, si lanciò dritto sul freno, riuscendo a ridurre la velocità del treno da 120 km orari a 56. Salvò i passegeri ma perì nello schianto.
Ma non è di disastri ferroviari che accadevano in quegli anni che tratta la prossima canzone, né di Casey Jones, ma di incidenti assai più peregrini, quelli che potevano occorrere, ad esempio, se vi trovavate a bordo di in dirigibile. Non lo Zeppelin ma l’Akron, che si schiantò in mare al largo del New Jersey il 4 aprile del 1933 uccidendo tutti i 73 passeggeri a bordo. Il giorno dopo, 5 aprile, neanche 24 ore dopo lo schianto, ancora sull’onda dell’emozione, Bob Miller scrisse e registrò questa “Crash of the Akron”.
Ci sarebbe davvero da ricamarci sopra, tante furono le tragedie, d’ogni genere, di cui s’è cantato in canzone. Noi ci siamo limitati alle canzoni americane, con una veloce scappata sull’isola di Trinidad, ma chiaramente ogni epoca, ogni luogo e ogni comunità ha avuto le proprie tragedie da elaborare in canzone.
Ancora non abbiamo parlato delle esondazioni del Mississippi che pure hanno generato, accanto ai morti e alla distruzione, un numero impressionante di canzoni. L’esondazione più tragica fu quella del 1927, e c’è un blues di Kansas Joe and Memphis Minnie che racconta proprio di quando l’argine del fiume cedette, “When the levee breaks”, che fu registrato due anni dopo i fatti, nel giugno del 1929.
Anche qui, come per la tragedia del Titanic, la memoria di quegli eventi non si spense nel giro di pochi giorni o di settimane, ma perdurò a lungo nella memoria collettiva delle comunità che ebbe in sorte una sciagura tale da mettere in pericolo l’incolumità delle persone, tale da privarli dei loro beni, o tale da distruggere o compromettere il suo patrimonio culturale o i suoi luoghi di culto, come nel caso della cattedrale Notre Dame a Parigi.
Non è un caso se cinquant’anni dopo l’esondazione del Mississippi del ‘27, un cantante come Randy Newman, nel dedicare un intero disco al profondo sud degli Stati Uniti, pensò di scrivere una canzone che tornasse proprio su quella vicenda. Lo fece in una canzone che è ormai, a suo modo, un classico della canzone americana: “Lousiana 1927”, dove si racconta sì del fiume che distrugge, ma dove Randy Newman prova anche ad evocare l’antico risentimento reciproco fra stati del nord e stati del sud.
In quanto esseri umani, e in quanto abitanti di uno stato del sud che crediamo abbandonato a sé stesso dall’Unione, arriviamo ad attribuire la responsabilità di quella sciagura non alle nubi, ma al fatto che le nubi arrivino da nord. Randy Newman con pochi tocchi, con la grazia e la sensibilità che gli è propria, tratteggia in tre minuti di canzone che parlano di un fiume che esonda, un pezzo di storia d’America. È il sud povero, rurale e orgoglioso che si rivolge al ricco nord: ecco, non vi siete accontentati di ridurci in miseria. Avete dovuto mandarci anche questo flagello. Louisiana, dice il testo della canzone, stanno cercando di spazzarci via. Un piccolo grande gioiello della canzone americana.