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LONDRA - «Le app di tracciamento contro il coronavirus aiutano davvero a ridurre il numero di infezioni?».
È ormai da diversi mesi che questa domanda è al centro dell'attenzione in diversi paesi in tutto il mondo, che hanno impiegato numerose risorse per sviluppare e distribuire delle applicazioni digitali per i loro cittadini.
Mentre finora è stato difficile ottenere delle prove che le app siano davvero utili, in particolare vista la raccolta limitata di dati e informazioni a causa delle preoccupazioni sulla privacy, alcuni studi riportati sulla rivista Nature hanno infine dimostrato che le applicazioni possono effettivamente aiutare a prevenire le infezioni.
Regno Unito, Canarie - Una valutazione è stata pubblicata a inizio febbraio dal Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS), dove veniva indicato che l'app ha inviato 4,4 notifiche "di esposizione" per ogni utente risultato positivo al Covid: più del doppio degli 1,8 contatti raggiunti in media attraverso la ricerca tradizionale (contact tracing).
Con un modello matematico e un confronto statistico, i ricercatori hanno poi stimato che l'app potrebbe aver contribuito a evitare più di 224'000 infezioni tra ottobre e dicembre 2020.
Uno studio pilota sull'applicazione spagnola, condotto nelle isole Canarie a luglio e pubblicato il mese scorso, ha mostrato risultati simili. "Radar Covid" avrebbe infatti notificato circa il doppio del numero di persone esposte a infezioni, rispetto alla ricerca manuale dei contatti.
Ciononostante, secondo i ricercatori, ci sono delle condizioni che devono essere compiute: un adeguato sostegno generale e un'ottima integrazione nel sistema sanitario pubblico.
Il sostegno pubblico - In primis è importante che la popolazione sia disposta a scaricare l'app e a seguire le indicazioni di quarantena o test.
L'applicazione nel Regno Unito è stata scaricata su più di 21 milioni di persone, con circa 16,5 milioni di utenti regolari, ovvero circa il 28% della popolazione: «I numeri sono buoni, ma ancora non impressionanti», ha commentato Luca Ferretti, dell'Università di Oxford, Regno Unito, che ha lavorato all'analisi.
Secondo il team ogni 1% di aumento degli utenti dell app - sopra un minimo del 15% - riduce il numero di infezioni dello 0,8-2,3%.
L'integrazione - Della stessa importanza, secondo gli studi, è l'integrazione nel sistema sanitario.
In Svizzera, per esempio, gli utenti dell'app SwissCovid che risultano positivi al test ricevono un codice generato dalla loro autorità sanitaria locale o dal medico, e questo rende il sistema manuale piuttosto che automatico: un procedimento che con un alto numero di contagi rischia di essere sopraffatto.
Una situazione simile esiste in Spagna, secondo Lucas Lacasa, della Queen Mary University di Londra, a causa delle regole diverse nelle 17 comunità autonome (più nel dettaglio, non tutte promuovono l'app). Una dinamica che ha come conseguenza il fatto che non sempre le notifiche vengano inviate agli utenti.
In conclusione - «Questi dati sono davvero apprezzati, soprattutto quando si tratta di prendere decisioni come "dovremmo adottare l'app o no"?» ha dichiarato a Nature l'epidemiologo Viktor von Wyl dell'Università di Zurigo, che ha valutato l'app svizzera SwissCovid.
Da un lato, von Wyl sostiene che è difficile concludere che le infezioni siano state effettivamente evitate grazie all'app, tuttavia, anche se i numeri sembrano bassi, persino un contributo apparentemente minore è significativo: «Evitare anche solo una trasmissione ora, permette potenzialmente di prevenire tutte quelle che verrebbero generate a catena».
C'è chi ha suggerito che per funzionare meglio l'app debba essere sviluppata maggiormente, ma von Wyl non è convinto di questa soluzione per via del sostegno pubblico, relativo alla privacy: «È un sottile equilibrio tra ottenere più informazioni ed eventualmente perdere più utenti, perché aumentano i timori sulla privacy».