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Lo sciopero delle donne del 14 giugno scorso va letta come una protesta che non coinvolge soltanto il mondo del lavoro ma che si estende a tutti gli ambiti in cui è presente una discriminazione di genere. Ciò è corretto e va supportato, seppure ritengo sia necessario fare alcuni distinguo. Come Partito Comunista crediamo che la lotta per la parità uomo-donna sia inscindibile dalla lotta di classe. Mi spiego: su quale terreno comune di lotta possono muoversi una donna azionista di una multinazionale e la relativa impiegata sottoposta a tagli sul proprio salario?
Aleksandra Kollontaj, la prima donna ministro al mondo, nel 1913 scriveva: «Qual è lo scopo delle femministe? Ottenere nella società capitalista gli stessi vantaggi, lo stesso potere, gli stessi diritti che possiedono adesso i loro mariti, padri e fratelli. Qual è l’obiettivo delle operaie socialiste? Abolire tutti i tipi di diritti che derivano dalla nascita o dalla ricchezza. Per la donna operaia è indifferente se il suo padrone è un uomo o una donna.»
Ci tengo a precisare che con il termine “femministe”, al Kollontaj intendeva le “femministe borghesi”. Trovo interessante notare il fatto che per lei non fosse necessario fare questa precisazione, anche perché il termine “femministe” si rifà evidentemente alla contraddizione uomo-donna, quando invece il termine “operaie socialiste” si rifà alla contraddizione di classe.
Ora, a che punto siamo 106 anni dopo queste sue parole? Pur facendo le opportune contestualizzazioni storiche, la situazione non è cambiata di molto. Anzi, la distinzione tra queste forme di lotta femminile si è fatta sempre meno netta, al punto che persino le sinistre progressiste sostengono a gran voce le battaglie delle femministe borghesi.
Proviamo a fare un esempio. Nei giorni scorsi il Partito Socialista ha definito un “successo” il fatto che il Consiglio degli Stati abbia votato in favore dell’introduzione della parità dei sessi in seno alle dirigenze della società quotate in borsa oltre che nei loro consigli di amministrazione. Ora mi chiedo, in che misura delle rivendicazioni quali le cosiddette “quote rosa”, la declinazione al femminile o gli asterischi nella grammatica italiana o ancora un accanimento sfrenato ed eccessivo sul genere maschile, possono effettivamente migliorare la situazione delle studentesse, delle madri, delle donne lavoratrici?
Occorre a questo proposito notare che delle eventuali azioni sul piano culturale rischiano di essere fini a sé stesse se non adeguatamente supportate da misure in ambito economico. Ad esempio, è notizia di ieri che la Città di Bellinzona, su proposta del consigliere comunale comunista Alessandro Lucchini, dedicherà una via alla partigiana Nichi della Brigata Garibaldi. È un primo passo, ma certamente non sufficiente. Oltre a questo tipo di interventi culturali è necessario agire sull’economia, e non ci stancheremo mai di ripeterlo: a parità di formazione, parità di salario! È necessario istituire un ispettorato contro le discriminazioni salariali di genere. Il salario non solo deve essere paritario, ma dev’essere pure migliore per tutti!
Altre misure culturali che possiamo ricordare sono la necessità di una maggiore presenza di figure storiche femminili nelle varie discipline scolastiche e, sempre a livello educativo, una maggiore sensibilizzazione sulle questioni della parità uomo-donna, dei diritti LGBT e delle violenze sulle donne.
Quest’ultimo punto è estremamente importante; è necessario lavorare per la prevenzione e la condanna di qualsiasi tipo di violenza, fisica e psicologica, sulle donne. Ad esempio, in occasione dell’8 marzo 2018, il Partito Comunista ha elaborato una mozione indirizzata al Consiglio di Stato per la prevenzione delle violenze domestiche che chiedeva di creare uno spazio di accompagnamento per gli uomini che rischierebbero di compiere azioni violente. Sì, proprio gli uomini, perché non è dividendo che si vince ma unendo donne e uomini per affrontare i problemi sociali che ci attanagliano tutte e tutti.
In conclusione, penso che solamente intervenendo sulla configurazione economica della società, le misure culturali messe in atto possano risultare effettivamente incisive. Credo che l’effettiva emancipazione delle donne possa essere raggiunta unicamente se la lotta per le rivendicazioni femminili venga accostata a una visione d’insieme delle contraddizioni che esistono nella nostra società, in particolare alle contraddizioni economiche.
Non c’è emancipazione delle donne senza socialismo, non ci può essere un socialismo senza la liberazione delle donne!
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