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«Ecco perché abbiamo sostenuto l’allontanamento di Djokovic»
Sono passati quattro giorni da quando Djokovic ha lasciato l’Australia. Domenica scorsa la Corte federale aveva sostenuto, nel corso di un’udienza online, la decisione presa dal ministro Alex Hawke sull’annullamento del visto d’ingresso del campione. Nella sentenza, pronunciata dopo una giornata molto intensa, le semplici parole: «La decisione del tribunale è che la richiesta sia respinta con le spese legali a carico del tennista». Oggi, riporta il giornale «The Age», la Corte ha rilasciato ulteriori informazioni sulle motivazioni della decisione. I tre giudici, James Allsop, Anthony Besanko e David O’Callaghan, hanno appoggiato il ministro dell’immigrazione: «L’annullamento del visto non è stato irrazionale o illogico».
Posizione pubblica contro il vaccino
Nella nota pubblicata in giornata, la Corte ha spiegato: «Secondo il Migration Act, basta che la presenza di Djokovic in Australia sia, o possa essere, un rischio per la salute, sicurezza e buon ordine della comunità australiana» perché al ministro Hawke venga concesso di agire come ha fatto.
Gli avvocati di Djokovic avevano sostenuto domenica che la posizione di Djokovic non poteva essere definita «anti-vaccinazione», e che Hawke aveva fatto affidamento su di un articolo della BBC, selezionandone solo alcuni aspetti, per esprimere questo giudizio. Secondo i legali, non poteva essere dimostrato che la presenza in Australia del campione fosse una minaccia alla «coesione sociale», come sostenuto dal Governo. I tre giudici hanno però convenuto con il ministro dell’immigrazione: «Le opinioni di Djokovic, espresse nell’articolo della BBC, erano pubblicamente note anche prima che ci fosse un vaccino contro la COVID-19». Secondo la Corte, il ministro non ha dunque sbagliato nel dedurre che «Djokovic avesse deciso di non vaccinarsi, nonostante i preparati fossero disponibili da un anno. Djokovic ha scelto di non essere vaccinato perché contrario». E data per appurata la sua contrarietà alla vaccinazione, i giudici hanno poi sottolineato: «Una celebrità può influenzare le persone di tutte le età, giovani o vecchi, ma forse soprattutto i giovani e gli impressionabili, ad emularlo», ha detto la Corte.
Norme violate all’estero
I giudici hanno poi anche fatto riferimento alle misure di salute pubblica che, all’estero, Djokovic avrebbe ignorato mentre era positivo. Il tennista aveva ammesso di aver effettuato un’intervista nonostante avesse già ricevuto il risultato del test che ne attestava il contagio.
Questo «può incoraggiare un atteggiamento di violazione delle norme di salute pubblica», hanno valutato i tre giudici.
Galvanizza i no-vax?
Gli avvocati di Djokovic, infine, facevano notare come l’allontamanento di Djokovic potesse avere l’effetto contrario, quello di galvanizzare i sentimenti anti-vaccini. Una tesi respinta dalla Corte: «Non sta al ministro considerare questo aspetto. Il suo unico compito era valutare le conseguenze della sua permanenza nel Paese, se non fosse stato espulso».