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UN MACBETH VERAMENTE... REGALE
Allestito a Zurigo il capolavoro verdiano.
Un trionfo sul piano musicale. Qualche dissenso per la regia di David Pountney.
Macbeth fu rappresentato per la prima volta nel 1847, ma subì una vigorosa revisione una ventina d'anni dopo, nel 1865, in occasione delle rappresentazioni parigine dell'opera. In quel lungo lasso di tempo lo stile di Verdi, la sua visione della realtà e dell'arte, l'approccio al mondo shakespeariano mutarono profondamente. E radicalmente cambiato era anche il contesto storico-sociale in cui il compositore viveva e agiva: essendo Macbeth un'opera sulla degenerazione del potere, anche la situazione politica scaturita dall'unificazione dell'Italia non poteva non influire sul lavoro di riassestamento musicale e drammaturgico. Fu un intervento singolare, perché non coinvolse tutta la partitura: Verdi infatti lasciò ampi spezzoni della prima versione, sostituendone altri che riteneva deboli o stereotipati. In Macbeth il cosiddetto "primo Verdi" coesiste quindi con il "Verdi maturo", miracolosamente. .
Le leggendarie esecuzioni scaligere di Claudio Abbado, per nostra fortuna riassunte in una memorabile registrazione discografica, e la folgorante regia di Giorgio Strehler ad esse legata, hanno infatti inequivocabilmente provato che questa commistione stilistica non cagiona squilibrio alcuno; è anzi, essa stessa, una componente fondamentale dell'opera, soprattutto nel suo rapporto con il composito testo shakespeariano da cui deriva. In quel Macbeth i protagonisti, subdoli, efferati e deliranti, si stagliavano in una dimensione atemporale e in uno spazio semideserto, plumbeo, dalle linee essenziali e scarne, che conferiva risalto estremo alla musica e agli intricati rapporti tra i personaggi.
Agli antipodi rispetto alla lineare concezione strehleriana sta quella del regista americano David Pountney, estremamente (troppo secondo alcuni) complessa e densa, basata sulla contrapposizione tra elemento maschile (soldati, Macbeth) e femminile (streghe, Lady Macbeth), con palesi riferimenti alle interpretazioni psicanalitiche del dramma shakespeariano. Il re Duncano in quest'ottica sta... nel mezzo: è infatti un eunuco informe, malfermo, mellifluo, molle, giallo, vizioso e... arabo, simbolo di un potere equivoco, debole e malato.
Se per Verdi i protagonisti dell'opera erano soltanto tre (Macbeth, sua moglie e le streghe), per Pountney diventano quattro, proprio per l'importanza data al coro dei guerrieri. E forse cinque, se si pensa all'inusitato rilievo che il regista assegna al figlio di Banquo, a cui affida la conclusione, amarissima, dell'opera: il bambino, solo sulla scena, depone sul pavimento la "regal corona", subito trafitta da un enorme, lunghissimo raggio rosso-arancione dal significato inequivocabilmente ferale.
Spettacolo magnifico, a parere di chi scrive, che però forse non susciterà entusiasmi in quei fruitori legittimamente legati a scene e a regie più tradizionali e non trasgressive.
Thomas Hampson ha debuttato nel massacrante rôle en titre giganteggiando sul piano scenico; la sua interpretazione è stata stupefacente pure vocalmente, nonostante qualche (inutile) eccesso,per esempio nella scena delle apparizioni.
eccellente anche la performance di Paoletta Marrocu nel ruolo impervio della perfida moglie; buoni gli altri interpreti, ad eccezione del tenore Luis Lima che si è trovato in palese difficoltà impersonando Macduff.

Superba e illuminante la direzione di Franz Welser-Möst. Mai vi son state cadute nella routine: tutta l'opera, anche quelle parti che sotto una direzione scialba potrebbero sembrare musicalmente volgari o banali, è sostenuta nella più alta dignità. Un'interpretazione cesellata, differenziata, limpida, coesa e non di rado sorprendente per i colori che il direttore austriaco ha saputo sprigionare dall'orchestra. Alla prima del 7 luglio si è a tratti udito... l'inaudito. L'entusiastico coro finale, a livelli interpretativi abbadiani, risulta agghiacciante in antitesi alla visione politica pessimistica per non dire marcescente di Pountney.
Applausi lunghissimi e fragorosi. Ovazioni per la coppia regale e per il direttore d'orchestra. Lievi contestazioni al team di regia.