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Affascinante e irritante, spregiudicato e inconcluso, memorabile o indigeribile BIRDMAN è identico al proprio autore. Il talentuosissimo Alejandro Inarritu, sul quale già ci ponevano il quesito in occasione del precedente BIUTIFUL: non sarà il caso di riesaminare il peso delle sceneggiature del celebre romanziere Guillermo Arriaga, quelle che accoglievano le intuizioni estetiche del regista messicano all'interno di mosaici spaziali e temporali, coincidenze e interazioni fra personaggi che avevano prodotto il fascino intrigante di 21 GRAMMI e BABEL, dopo l'esordio clamoroso con AMORES PERROS nel 2000?
Arriaga e l'architettura delle sue sceneggiature si sono ormai separate da Inarritu: ma in quest'ultimo è sopravvissuta, oltre all'ambizione e un'esuberanza espressiva quasi sfrontata, la moltiplicazione dei personaggi, la voglia della sovrapposizione e della frammentazione. Girato quasi esclusivamente all'interno di un vecchio teatro di Broadway (ad eccezione di due sole , ma sensazionali uscite all'esterno) BIRDMAN è (forse) in primo luogo una storia cara a Hollywood: quella dell'attore, del divo invecchiato che tenta di riacquistare la fama, mettendo in scena, modernizzandola, una pièce di Raymond Carver. Ma non solo. Birdman è interpretato da Michael Keaton, che è stato Batman, protagonista mitico dei due capolavori diretti da Tim Burton. Il quale, anche se non ama parlarne ora che è in corso per gli Oscar, a partire da quegli anni 90 ha visto progressivamente offuscarsi la propria carriera.
All'interno di questo specchiarsi della memoria cinematografica, si susseguono poi in BIRDMAN le tragicomiche, abituali vicissitudini che precedono la notte di una prima teatrale. Sempre più vissute non in una progressione drammatica che risolva il girotondo, ma all'interno dei protagonisti: l'ego vacillante di Birdman, ma egualmente la provocazione beffarda del suo partner in scena (Edward Norton), la laboriosa coabitazione fra le quinte con una figlia in disintossicazione (un'ipnotica Emma Stone), ex mogli o comprimarie come Amy Ryan e Naomi Watts, la malintenzionata critica del New York Times; oltre al coro abituale di un ambiente tradizionalmente nevrotizzato. Aleggia insomma l'eco, purtroppo per Inarritu, del sublime OPENING NIGHT di Cassavetes...
Il film di Inarritu assomiglia però assai ben poco a un'ennesima riproposta dei destini della star declinante, alla Bette Davis del capofila EVA CONTRO EVA di Mankiewicz, Queste stratificazioni, l'arte funambolica del regista messicano le traduce soprattutto in una ricerca formale di certo strabiliante, quanto ossessiva. E, in definitiva, ai margini del fuorviante. Entrare nella mente dei personaggi, in un processo crescente d'interdipendenza: Inarritu li costringe in un movimento inarrestabile, in una serie di piani - sequenza privi ( o quasi: non dimentichiamo di essere in epoca di miracoli digitali) di stacchi e interventi di montaggio.
Tecnicamente spettacolare e ai confini dell'impossibile l'operazione è di certo fonte di meraviglia: tanto più che la fotografia e le luci di di Emmanuel Lubezki sono meravigliose, l'affascinante partizione musicale (Ravel, Mahler, Tchaikovsky, Rachmaninoff) contrasta con la sua sontuosa serenità la convulsione ambientale, le scenografie labirintiche contribuiscono all'enfatizzazione di un itinerario sempre più mentale. Che poi tutto ciò sia sempre di ausilio alla fruizione da parte dello spettatore è tutt'altra storia.