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Il protocollo di Kyoto, le cui modalità di applicazione sono il tema del negoziato di Bonn, impone a 38 paesi industrializzati di ridurre in media del 5,2 per cento entro il 2012, le emissioni di sei gas a effetto serra, ritenuti responsabili del surriscaldamento del pianeta.Questo contenuto è stato pubblicato il 13 luglio 2001 - 20:57
La quota delle riduzioni è diversa a seconda dei paesi: 7 per cento per gli Stati Uniti, 6 per cento per il Giappone, 0 per cento per la Russia e 8 per cento per l'Unione europea. I 15 paesi membri dell'Ue a loro volta si sono ripartiti le quote di riduzioni: così la Germania dovrebbe ridurre del 21 per cento le sue emissioni, la Gran Bretagna del 12,5 per cento, l'Italia del 6,5 per cento, mentre la Francia dovrebbe semplicemente tornare ai livelli del 1990 e la Spagna potrà permettersi un aumento delle emissioni del 15 per cento. Se però i paesi Ue non dovessero ratificare lo stesso giorno il protocollo, tutti sarebbero tenuti a rispettare l'obiettivo del meno 8 per cento. Anche per la Svizzera, la riduzione è fissata all'8 per cento.
La media annuale del periodo compreso tra 2008 e 2012 sarà comparata a quella del 1990 per le emissioni dei tre principali gas a effetto serra: anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O). L'anno di riferimento per gli altri tre gas, idrofluorocarburo (HFC), perfluorocarburo (PFC) ed esafloruro di zolfo (SF6) potrà invece essere il 1990 o il 1995.
Per raggiungere gli obiettivi prefissati, il protocollo lascia una certa libertà di manovra ai paesi coinvolti, attraverso quelli che sono definiti "meccanismi di flessibilità". Il principale di questi meccanismi è il commercio delle quote di emissione.
Il protocollo permette ai paesi che riducono le proprie emissioni oltre gli obiettivi negoziati di vendere le quote eccedenti ad altri paesi. Inoltre, progetti di riduzione (ad esempio investimenti in tecnologia poco inquinanti) finanziati dai paesi industrializzati nei paesi in via di sviluppo possono essere contabilizzati nel bilancio di emissione dei primi.
A ciò si aggiunge la possibilità di tener conto dell'attività umane a favore dei "serbatoi" di CO2, gli ecosistemi che assorbono anidride carbonica. Nel calcolo delle quote di emissione potrebbero così essere considerate ad esempio attività di rimboschimento o, in negativo, di disboscamento. Attorno alle modalità di applicazione dei meccanismi di flessibilità si sono sviluppati forti contrasti tra i paesi europei, orientati ad un primato delle misure effettive di riduzione delle emissioni, e il cosiddetto Umbrella Group (Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda), favorevole ad un ampio utilizzo dei meccanismi in questione.
Adottato il 12 dicembre 1997 da 159 paesi a Kyoto, in Giappone, il protocollo è stato firmato negli anni seguenti da 84 paesi, tra cui gli Stati Uniti nel novembre del 1998. Per il momento è stato ratificato da 34 paesi, di cui uno solo con un obiettivo di riduzione, la Romania. Gli altri sono paesi in via di sviluppo. Questi ultimi devono soltanto rendere conto dell'evoluzione delle loro emissioni, senza obblighi di riduzione.
Per entrare in vigore, il protocollo dev'essere ratificato da 55 paesi, le cui emissioni raggiungano il 55 per cento delle emissioni di CO2 dei paesi industrializzati nel 1990. Una percentuale difficile da raggiungere dopo la defezione degli Stati Uniti (36,1 per cento delle emissioni di CO2). Una possibilità c'è solo se all'Ue (24,2 per cento) e ai suoi alleati dell'Europa centro-orientale (7,4 per cento) si dovessero affiancare Giappone (8,5 per cento) e Russia (17,4 per cento).
Il 13 marzo scorso, il presidente degli Stati Uniti George Bush ha definito il protocollo "ingiusto" perché esclude paesi come la Cina e l'India dagli obiettivi di riduzione e perché sarebbe troppo restrittivo. Gli USA si sono quindi ritirati dal protocollo. L'11 giugno Bush ha presentato un'iniziativa nazionale di ricerca sul mutamento del clima. Da parte sua l'Unione europea si è impegnata a far entrare in vigore il protocollo nel 2002 se necessario senza Stati Uniti.
swissinfo e agenzie
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