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L'espressione indica il complesso di regole di comportamento formale verso se stessi e verso gli altri che una società esige più o meno esplicitamente. L'inosservanza di questo insieme di norme può comportare riprovazione, derisione e altre sanzioni sociali. Nell'enciclopedia Conversationslexikon (1851) le buone maniere vengono definite come la condotta esteriore, come il portamento che a seconda dell'età, del sesso e dei modi di vita "si addice a una persona o è da questa coltivato, divenendo così segno di riconoscimento esteriore".
Le buone maniere si svilupparono come autonomo ideale di comportamento solo all'inizio dell'epoca moderna, quando la morale virtuosa (honestum) e le forme esteriori di comportamento (decorum) si precisarono e differenziarono progressivamente. Virtù e contegno esteriore formavano un'unità indivisa sia nella precettistica medievale e nei cosiddetti ammaestramenti destinati alle élite cortigiane e cavalleresche, sia negli ordinamenti delle corporazioni. Nel XV sec., con il declino della cultura di corte, l'ideale di comportamento moralmente ineccepibile e cortese legato all'antica istituzione dei cavalieri divenne collettivo e attraverso la nobiltà si estese a tutta la pop. Uno stimolo a stabilire norme di comportamento più rigide per la borghesia urbana giunse dall'Umanesimo, che per ottenere un controllo omogeneo e stabile su tali regole sviluppò una strategia incentrata sull'autoimposizione dell'obbligo morale piuttosto che sulla coercizione esterna. In questo senso ebbe un ruolo determinante l'opuscolo De civilitate morum puerilium di Erasmo da Rotterdam, le cui indicazioni nei sec. successivi vennero riprese alla lettera oppure adattate alle esigenze del momento. La loro integrazione nelle norme educative protoborghesi relative ai fanciulli e allo stare a tavola fu rapido, per esempio in quelle di Zurigo nel 1539 (Consuetudini alimentari). Tuttavia, fino alla fine del XVIII sec., punto di riferimento dell'individuo civilizzato rimase l'uomo cortese, il Cortegiano, che sapeva affermare i suoi interessi e farsi valere nella società grazie a un raffinato modo di porsi, alla cortesia e all'abilità nel gestire i contatti sociali. Garbo, intelligenza e cortesia, in diversa declinazione, conservarono la loro validità fino al XIX sec. nell'ideale dell'honnête homme risp. gentleman. Rispetto al resto dell'Europa, nella Svizzera repubblicana questo fenomeno risultò tuttavia meno accentuato poiché non esisteva una cultura cortese.
Agli albori dell'epoca moderna le regole della buona educazione, sia cortesi che borghesi, costituivano, unitamente ai precisi dettami dell'etichetta e del cerimoniale inerenti al modo di agire e di parlare in politica e società, una sorta di grammatica del comportamento: definivano cioè la forma corretta e il significato delle diverse azioni nei rapporti interpersonali. Il totale disciplinamento del comportamento, che includeva persino la scelta delle forme più opportune di saluto e di commiato nella corrispondenza epistolare, doveva infondere nell'individuo sicurezza nelle relazioni sociali affinché potesse affrontare qualsiasi situazione con disinvoltura. L'ossequio di un determinato galateo variava a seconda dei ceti: mentre le classi superiori non erano tenute a osservare tutte le regole verso i ceti subalterni, questi ultimi le dovevano sempre rispettare. Questa asimmetria si manifestava anche nei diversi gradi di pudore. Un membro delle classi alte, ad esempio, si spogliava senza imbarazzo di fronte ai domestici, ma non davanti ai suoi pari.
L'Illuminismo sviluppò una nuova visione del comportamento legata al suo interesse per l'uguaglianza e la felicità universali. In opposizione all'immagine pessimistica dell'uomo dell'età barocca, secondo l'Illuminismo tutti i rapporti dovevano naturalmente fondarsi sulla convivialità e sull'amore per il prossimo e la cortesia formale doveva cedere il posto al principio dell'apertura e della naturalezza. Così, ad esempio, anche i membri della Soc. Elvetica, costituita nel 1762, si rivolgevano la parola utilizzando l'espressione "amici, fratelli e conf." e conferivano particolare importanza alle relazioni impostate su basi amichevoli (Titoli onorifici). Tuttavia questa critica dell'ordine gerarchico in base ai nuovi principi risultò ambivalente tanto per gli illuministi che per le classi borghesi emergenti e fu all'origine di insicurezze e incertezze nei contatti sociali. Di queste esperienze fecero tesoro i prontuari di buone maniere pubblicati verso la fine del XVIII sec. Dispensando consigli sul modo di vivere in un mondo che era, e continuava ad essere, organizzato in gerarchie per origine, rango, patrimonio e sesso, questi scritti cercavano di aiutare l'uomo borghese (le donne non venivano quasi considerate) ad adempiere ai suoi obblighi in materia di buona creanza, non solo per migliorare la reputazione dei singoli individui sul piano sociale, ma anche per accrescere la rinomanza e la rispettabilità delle classi intermedie. Ponendosi come obiettivo il conseguimento della società borghese, questa manualistica si proponeva di illustrare ai lettori il rapporto fra l'uguaglianza astratta (borghese) di tutti gli uomini e la diversità concreta risp. la libertà di essere diversi. Al tempo stesso cercava di trasmettere possibili stili di comportamento e le convenienze in uso. La discrepanza fra una visione del mondo utopistico-illuministica e le indicazioni concrete sui comportamenti da assumere emerge in modo tangibile nel libro di Adolph von Knigge Über den Umgang mit Menschen (1788).
Con il declino dell'euforia illuministica e, ancor più, in seguito al bilancio negativo o alla ricerca di una relativa sicurezza, le forme aperte di comportamento sociale persero terreno già all'inizio del XIX sec. Tornarono in auge gli imperativi a dominare corpo, mimica e gestualità. La letteratura sulla buona educazione, spogliata dei suoi fini programmatico-illuministici, suggeriva al piccolo borghese, desideroso di affermarsi, come emergere per mezzo dell'ambizione, della forza di volontà e dell'assimilazione di buone maniere. La buona creanza, investita di nuove connotazioni ideologiche, divenne un'operazione autodeterminata e intenzionale. Ciò fu il caso soprattutto in Svizzera, dove con l'ascesa delle classi medie borghesi, intorno alla metà del XIX sec., vennero esplicitamente indicati a modello comportamenti e valori, quali la modestia, la riservatezza o la parsimonia, in uso presso l'élite borghese nell'ambito delle relazioni sociali, private e commerciali. Le buone maniere borghesi, misura e obiettivo di ogni comportamento, si traducevano nel manifestare e mantenere un contegno, vale a dire nel dominare il proprio corpo, i propri affetti e le proprie emozioni. Chi desiderava farsi strada nella società borghese doveva apprendere un portamento corretto e un linguaggio corporeo compassato. Ciò valeva in particolare per le donne, il cui comportamento e autocontrollo erano soggetti a norme più severe rispetto a quelle destinate agli uomini, come risulta dai manuali di buona creanza per donne e fanciulle scritti dopo il 1850, che dedicavano particolare attenzione alle forme esteriori, alla conversazione e all'etichetta, nonché a questioni riguardanti la moda e la società, lasciando ad altre forme di letteratura l'educazione spirituale e sentimentale. Nel contesto borghese, portamento e buone maniere nelle relazioni con individui appartenenti al medesimo ceto o a classi superiori simboleggiavano padronanza di sé, stabilità, affidabilità e rettitudine, ossia onestà e rispettabilità. Contegno borghese e portamento corretto venivano utilizzati ai fini dell'autorappresentazione e per definire precisi confini rispetto alle classi inferiori. Con l'affermarsi del postulato secondo cui le norme comportamentali delle classi inferiori dovevano essere adeguate a quelle del ceto borghese, le buone maniere conseguirono un carattere universale.
Le regole della buona educazione furono tuttavia anche un importante strumento di Disciplinamento sociale, in particolare in Svizzera. La sobrietà democratico-repubblicana nella condotta, considerata come un valore autonomo sin dal 1850 nei prontuari fam. sviz., rivela infatti una certa distanza rispetto al gran mondo delle élite aristocratiche e altoborghesi e dell'alta società intern. Nel 1933 apparve il primo manuale di galateo sviz. Dopo il 1918, la graduale democratizzazione dello Stato e della società rafforzò anche nel resto dell'Europa la tendenza all'omogeneizzazione e alla semplificazione delle buone maniere. Sebbene i libri di galateo aspirassero ad essere completamente aclassisti, apolitici e astorici, essi continuarono a mantenere il caratteristico indirizzo (piccolo) borghese e rivendicavano validità universale. Le norme della buona creanza (piccolo) borghesi vennero estese ai ceti inferiori in misura ancora maggiore che nel XIX sec. La rivoluzione culturale degli anni '60, richiamandosi agli ideali illuministici di naturalezza e spontaneità nei confronti della propria persona e degli altri, rese le tradizionali regole della buona creanza più flessibili e rafforzò la tendenza all'individualizzazione e pluralizzazione del comportamento esteriore.
Fonti
– Die kluge und einsichtige Schweizerin vom bürgerlichen Stande, 1865 (18806)
– F. Rathgeb, Allgemeiner Haus- und Familiensekretär, 18686
– E. Rocco, Der Umgang in und mit der Gesellschaft, 18855
– R. S. Müller-Müller, Goldene Regeln für den Verkehr in der Guten Gesellschaft, 1903
– A. Guggenbühl Der schweizerische Knigge, 1933 (ed. rivista e ampliata nel 2001)
Bibliografia
– N. Elias, Il processo di civilizzazione, 19883 (ted. 19692)
– H. Heckendorn, Wandel des Anstands im französischen und im deutschen Sprachgebiet, 1970
– U. Im Hof, F. de Capitani, Die Helvetische Gesellschaft, 2 voll., 1983
– H.-V. Krumrey, Entwicklungsstrukturen von Verhaltensstandarden, 1984
– M. Beetz, Frühmoderne Höflichkeit, 1990
– U. Döcker, Die Ordnung der bürgerlichen Welt, 1994
– A. Tanner, Arbeitsame Patrioten - wohlanständige Damen, 1995
– V. D'Urso, Le buone maniere, 1997
Autrice/Autore: Albert Tanner / oma