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Edizione 21.04.2021 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen
Ancora una volta gli Stati Uniti d'America non lesinano i mezzi. Al più grande piano di stimolo alla congiuntura della sua storia segue ora nell'immediato il più vasto programma infrastrutturale che sia mai stato attuato. Al contempo esplode logicamente il disavanzo pubblico e in questo senso non è un caso che Joe Biden abbia sollevato la questione relativa alla politica fiscale con i paesi dell'OCSE. In linea di principio gli Stati Uniti rivendicano un'aliquota impositiva minima, che valga a livello mondiale per le aliquote contributive nazionali.
L'idea di base numero uno è che, ad esempio, gli Stati Uniti potrebbero imporre a un gruppo affiliato statunitense con sede all'estero di scucire la differenza tra l'importo che il gruppo societario all'estero paga in meno di imposte rispetto all'ammontare che sarebbe effettivamente imponibile in base alla nuova aliquota fiscale minima da stabilire. Questa tassazione riguarderebbe tuttavia «solo» le grandi aziende con una cifra d'affari annua superiore ai 750 milioni di euro. Partendo dal presupposto che possa essere applicata un'aliquota che per ora appare situarsi al 15 % – anziché il 21 % prospettato inizialmente dagli Stati Uniti – questa tassa avrebbe rilevanza anche per la Svizzera, considerato che alle nostre latitudini sussistono innumerevoli Cantoni in cui l'imposizione fiscale ordinaria dell'utile si situa nettamente al di sotto del 15 %. Ad eccezione di Appenzello Interno, che è il Cantone più conveniente in assoluto in termini di imposte sulle società, si tratta infatti dei Cantoni dove hanno anche sede le grandi aziende multinazionali, le quali conseguono considerevoli fatturati in tutto il mondo. Basti pensare ad esempio che attualmente Novartis o Roche vengono tassate dal Cantone di Basilea con un'aliquota unica pari al 13 %. Nel Canton Zugo le aliquote d'imposta sono nettamente inferiori e si situano in media all'11.9 %. Come è ben noto, in questo Cantone hanno infatti la loro sede fiscale non pochi global player, i quali conseguono però gran parte delle loro cifre d'affari all'estero. I Cantoni con aliquote fiscali inferiori al 15 % potrebbero quindi dover far fronte a una perdita per mancati introiti fiscali. I cosiddetti «inferni fiscali» svizzeri, ovvero Berna (21 %), Zurigo (19.7 %) o il Ticino (19.2 %), resterebbero invece fedeli alla loro reputazione di Cantoni con il maggior gettito d'imposta, ma in contropartita potrebbero mettere in tavola magistralmente le loro attuali carte relativamente all'ubicazione, il tutto sempre ben inteso in termini relativi.
Nel frattempo, però, il governo statunitense intende persino spingersi oltre. Infatti, vuole non solo istituire un'aliquota fiscale minima a livello globale per le imposte aziendali, bensì – ossia l'idea di base numero due – anche acquisire l'accesso al substrato fiscale, che finora gli era precluso, dato che incorre all'estero. Questa è artiglieria pesante, una vera e propria cannonata, considerato che si tratta di una nuova ridistribuzione globale degli introiti fiscali. In futuro, ai fini dell'imposizione non avrebbe dunque più rilevanza il paese specifico in cui una società gestisce uno stabilimento di produzione, bensì l'ammontare del fatturato che consegue in quel paese. In questo senso, l'UE ha già anticipato i tempi muovendosi nella stessa direzione, nella misura in cui intende portare avanti un'imposta digitale a livello europeo. La Francia ha persino già introdotto una tale tassa. La Commissione europea è incaricata di allestire una proposta corrispettiva in materia entro fine giugno. Per gli Stati Uniti la questione dell'imposta digitale si è risolta, considerato che i grandi gruppi societari Internet sarebbero comunque soggetti al regime dell'aliquota fiscale minima da stabilire. Di contro, per la Francia l'imposta digitale rappresenta un'iniziativa fondamentale, volta a dimostrare e documentare il modo in cui si intende tenere testa agli onnipotenti grandi gruppi tecnologici d'oltremare. Per farla breve, nel caso in cui la proposta statunitense riscuotesse consensi favorevoli, il Ministro delle finanze francese dovrebbe ammainare le vele e accettare il compromesso. Alla fine sarebbe comunque la Germania a far da ago della bilancia, se bisognerà accantonare l'idea dell'imposta digitale europea. Da una prospettiva statunitense è chiaro che una riforma fiscale deve riguardare non soltanto i giganti tecnologici come Google & company, bensì anche i tradizionali settori dell'esportazione, come l'industria automobilistica e farmaceutica.
Ma ora come va valutato tutto questo? Essenzialmente sussistono due aspetti. Primo, le nazioni industrializzate presumibilmente ricche stanno esaurendo – nel verso senso della parola – i soldi. La pandemia ha strapazzato in misura marcata innumerevoli stati. E secondo – ed è sicuramente l'aspetto più rilevante – sembra che la concorrenza fiscale globale abbia ormai i giorni contati. Con la globalizzazione tale concorrenza si era considerevolmente intensificata. Infatti, dal 1980 ad oggi le aliquote fiscali imposte alle aziende si sono quasi dimezzate a livello globale. Ora però l'ottimizzazione fiscale – che sostanzialmente non è altro che un modo per aggirare le imposte oppure, per usare un eufemismo, quantomeno di evitarle – diventerebbe davvero difficile, nel caso in cui i paesi dell'OCSE imboccassero la via voluta dagli Stati Uniti; eventualità che non è affatto improbabile, malgrado tutti gli ostacoli, che nello specifico andrebbero rettificati. Inoltre, appare evidente che in un avvenire non troppo lontano la competitività della singola sede non sarà l'unico aspetto ad essere determinante per l'imposizione fiscale. E in questo ambito la Svizzera non ha proprio alcun motivo per nascondersi, considerato che nei confronti delle Isole Vergini britanniche e delle Isole Cayman oppure delle Bahamas il nostro paese vanta, oltre alle imposte convenienti, tuttora diversi altri vantaggi in termini di ubicazione. In futuro dovremmo pertanto misurarci con i Paesi Bassi, il Lussemburgo, Hong Kong o Singapore e non più con i paradisi fiscali, che avrebbero già dovuto aver fine ormai da tempo. In conclusione, anche se questa eventualità dovesse avverarsi, non sarebbe poi così male dalla prospettiva svizzera.