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Il sosia - Fëdor Dostoevskij
Un romanzo sul tema del rispecchiamento, della coscienza di sé e del mascheramento.
Siamo a Pietroburgo nell' Ottocento. L'impiegato Goljadkin incontra un giorno di novembre il suo sosia. Proverà prima paura, poi affetto e poi avversione per questo personaggio un po' sinistro. Un romanzo sul tema del rispecchiamento, della coscienza di sé e del mascheramento.
Mi chiamo Patrizia Costa e sono una studentessa in Lingua, letteratura e civiltà italiana all'Università della Svizzera italiana. Il libro di cui vi parlo oggi è il secondo romanzo di Fëdor Dostoevskij: Il sosia. Compare per la prima volta nel 1846 sulla rivista letteraria russa Annali Patri e poi fluisce nella raccolta di opere complete dell'autore nel 1866.
Il romanzo, appunto, ambientato a Pietroburgo, vede protagonista un uomo semplice, un funzionario governativo, Jakov Petrovič Goljadkin. E qui già il nome è parlante, perché significa mentalmente sprovveduto, povero di spirito, un disadattato, insomma.
Goljadkin è un uomo volubile, vive nell'incertezza delle sue azioni, si sente rigettato, incompreso dalla società e si muove sempre tra ciò che gli comunica l'onore da una parte e l'istinto dall’altro. Dobbiamo immaginarci un uomo che inciampa fisicamente e verbalmente, impacciato, balbetta… Un giorno, vedendosi comparire in ufficio un suo sosia, è preso dall'inquietudine: è un uomo che in tutto gli somiglia nell'aspetto, nel trascorso, nelle origini, per di più suo omonimo, quindi un vero e proprio doppio. Questo secondo Goljadkin si rivelerà essere però, al contrario del primo, meschino e perfido nei confronti del protagonista. Lo umilia pubblicamente, infanga il suo nome sul lavoro e nell'alta società, gli ruba l'identità comprenderlo di ridicolo, tanto che Goljadkin si vede costretto a un confronto diretto con lui.
Goljadkin, burocrate del ministero russo, è un uomo semplice, incompreso, che vive nella costante paura del fallimento. Questa paura si alimenterà all'inverosimile quando entrerà in contatto con il suo esatto doppio, un suo sosia identico a lui, nell'aspetto e nel nome, che si rivelerà essere il suo peggiore incubo e contribuirà ad alimentare e moltiplicare quelle fratture che Goljadkin già ha insite in sé.
Il romanzo espone un topos letterario, quello del doppio: pensiamo al dottor Jekyll e mister Hyde, il visconte dimezzato di Calvino, il ritratto di Dorian Gray. In questo caso però, la dicotomia non è tra bene e male o tra vanità e vacuità, ma la rottura è qui, tra un mondo esteriore e interiore, tra i moti dell'animo e la maschera sociale, tra falso e autentico.
Il dubbio del protagonista è: “Devo usare scorciatoie poco raccomandabili per arrivare a ottenere ciò che voglio o devo lasciar cadere l'arte della persuasione e agire secondo coscienza e onore?” Beh, il nostro protagonista sceglie apparentemente la seconda via, ma in una società dove è difficile riconoscere il vero dal falso e conta più l'arte persuasiva, per quanto mosso da buone intenzioni, Goljadkin, sarà disistimato e ininfluente.
Questo ci porta a un altro grande tema che qui costituisce lo scheletro della personalità del protagonista, legato appunto al topos del doppio che è il tema del fallimento. E mi sembra che qui, nelle continue ripetizioni dei nomi, nella eccessiva prolissità, nella continua sospensione del discorso, si esprima appunto le elucubrazioni mentali tipiche dell'uomo in continuo conflitto con se stesso.
Goljadkin è volubile, spesso incoerente e la sua paura dell'insuccesso lo porta a immobilizzarsi totalmente, ma è proprio l'assenza dell'azione che lo rende predestinato alla sconfitta. Perché - e credo che qui Dostoevskij ci voglia dire proprio questo - è agendo che il fallimento da certezza diventa solo ipotesi.