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La parola “backstop” è usata per indicare una soluzione di sicurezza sulla frontiera che separa l’Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito) e la Repubblica d’Irlanda (stato membro dell’UE) nel caso in cui la commissione europea e il parlamento inglese non dovessero trovare un accordo sulla Brexit.
Questa “rete di protezione” è una parte fondamentale dei negoziati perché rappresenta un’assicurazione che permette di non avere un confine rigido una volta formalizzata la separazione. Una questione di sensibilità politica e di sicurezza in Irlanda, che ha portato a includere nell’accordo di divorzio sottoscritto nel 2018 la clausola che prevede di non creare nuove infrastrutture di controllo alla frontiera tra le due parti dell’isola irlandese.
Backstop significa che di fatto l’Irlanda del Nord continuerebbe a far parte dell’Unione europea rimanendo nel mercato comune europeo senza il ripristino dei controlli doganali. Un fatto questo che Londra non accetta e che vede come una minaccia dell’integrità del Regno Unito in caso di mancato accordo sul divorzio.
L’ultima proposta del primo ministro Boris Johnson fatta all’UE mercoledì scorso, è un protocollo d’intesa giuridicamente vincolante che si basa su alcuni punti chiave proprio del controverso confine irlandese.
Il primo riguarda l’impegno a rispettare l’accordo di Belfast “Good Friday” del 1998, il quale recita che in nessun caso verrà imposto un confine rigido tra le due parti dell’Irlanda e la creazione di qualsiasi infrastruttura al confine.
Il secondo punto riafferma gli impegni di vecchia data previsti nell’area di viaggio comune. I cittadini inglesi e irlandesi godono di pari diritti sociali e possono viaggiare liberamente senza passaporto nelle isole del Regno Unito e dell’Irlanda.
Il terzo punto rappresenta un cambiamento importante rispetto all’accordo proposto da Theresa May. Si prevede che il Regno Unito consenta di trattare l’Irlanda del Nord come parte di un mercato unico insulare con le stesse regole sia a nord che a sud del confine per quanto riguarda l’agricoltura, la produzione alimentare e l’industria.
Le merci prodotte o coltivate e gli animali allevati nell’Irlanda del Nord, non sarebbero soggetti ai rigorosi controlli obbligatori dell’UE se esportati nella Repubblica d’Irlanda. Le importazioni verso l’Irlanda del Nord provenienti dall’Irlanda sarebbero trattate allo stesso modo. In questo caso si eviterebbe la necessità di controlli transfrontalieri per la qualità dei prodotti e degli alimenti a condizione che le esportazioni del Regno Unito siano originarie dell’Irlanda del Nord. Ma al fine di evitare che l’Irlanda del Nord diventi una porta d’ingresso per i prodotti provenienti dalla Cina o prodotti scadenti che trasportino malattie infettive, sarà necessario condurre controlli sui beni che entrano nella regione al di fuori dell’isola dell’Irlanda ed anche dalla Gran Bretagna. Controlli casuali che sarebbero condotti presso i posti d’ispezione doganale negli aeroporti o nei porti, e presso le fabbriche che riforniscono l’Irlanda del Nord.
Un altro punto è che la zona di regolamentazione di tutte le isole, per essere attivata, deve essere approvata dal popolo dell’Irlanda del Nord alla fine del periodo di transizione nel dicembre 2020. Inoltre il consenso dovrebbe essere approvato ogni quattro anni all’assemblea di Stormont, il castello che sorge nella tenuta della Contea di Down ad est di Belfast e che rappresenta la sede parlamentare dell’Irlanda del Nord. Su questo punto però, il documento proposto da Johnson non è molto chiaro. In particolare non si capisce per ora se una parte dell’Irlanda del Nord possa essere in grado di porre il veto.
L’ultimo punto fondamentale è che l’Irlanda del Nord lascerà l’unione doganale dell’EU insieme al resto del Regno Unito, consentendo di perseguire futuri accordi commerciali per l’intero paese.Visto che il nuovo piano propone che non ci siano controlli al confine o nelle sue vicinanze, questi dovranno essere decentralizzati attraverso documenti elettronici. Una soluzione con ispettori dell’UE o dell’Irlanda che entrano nelle rispettive giurisdizioni nei locali che potrebbero trovarsi ovunque sull’isola. Quest’ultimo punto rappresenta più una promessa che una garanzia.
Più che compromesso con l’Unione europea, è un compromesso con il Partito Democratico Unionista (DUP), partito politico protestante di destra dell’Irlanda del Nord. Un compromesso che consente a Johnson di affermare che possono esserci alcune norme per tutta l’Irlanda per un periodo limitato, e che Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord se ne andranno dall’UE a condizioni diverse.
In primo luogo però, quelli del DUP non parlano a nome dell’Irlanda del Nord, paese che ha votato al referendum del 2016 per rimanere nell’UE, e ignorano quindi la maggioranza che si oppone alla Brexit. In secondo luogo, i piani di Johnson rinnegano i principi e le garanzie dei trattati legalmente radicati che sono stati il fondamento del lento processo di pace in Irlanda del Nord. In ultimo, la poca chiarezza dei piani esposti lascia dei vuoti nel mercato unico dell’UE senza proporre una soluzione praticabile.
L’UE ha fatto sapere oggi, di non trovare nessuna base per un’intesa sulle proposte finali di Johnson. “Non costituiscono neanche in minima misura una base per un accordo che il Parlamento europeo possa approvare”, afferma David Sassoli, presidente dell’assemblea.
Al primo ministro inglese dunque non rimane che una settimana di tempo per presentare un piano che possa essere accolto con favore dall’UE. Altrimenti rimangono due opzioni: uscire senza un accordo, o chiedere una nuova estensione dell’art.50 per posticipare il divorzio.