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Sull’insegnamento di una seconda lingua nelle scuole elementari dei cantoni svizzero tedeschi si è detto e scritto di tutto e di più. In circostanze in cui il dibattito e la polemica assumono toni forti, si chiacchiera molto e non si dice l’essenziale. Un discorso razionale su quest’argomento è tuttavia necessario per definire finalmente con chiarezza e coraggio cosa è l’inglese, in particolare cosa rappresenta e promuove. La risposta è più che ovvia: l’inglese configura e sostiene gli interessi di un impero. Perciò è un idioma imperiale, da noi apparentemente non imposto con la coercizione, ma diffuso a tappeto per trasmettere un’ideologia che si riassume nella preminenza dell’economia sulla politica. La sottomissione volontaria a una dottrina politica, priva di un forte e identificabile fondamento etico e di valori che si scostano da quelli del dollaro, dimostra quanto diffusa è l’incultura e quanto fragile, o assente, è il pensiero liberale illuminato, fondato sulla classicità. Sono tre le lingue imperiali che l’“occidente” ha assunto o dovu- to subire: il latino, il francese e l’inglese. Il latino è sopravvissuto per quindici secoli alla caduta dell’impero grazie alle caratteristiche egemoniche che la Chiesa di Roma ha espresso, ereditando la tradizione romana. E ciò fino all’avvento del francese: la seconda lingua imperiale. Un idioma, il francese, veicolo dell’illuminismo e della razionalità che avrebbe dovuto limitare la follia della superstizione religiosa imposta dalla secolare collusione del potere politico laico con quello clericale. L’inglese si è diffuso nella seconda metà del secolo scorso dopo l’occupazione dell’Italia e della Germania, da parte delle truppe americane, poi da quelle della Nato che ha esteso il predominio militare a gestione statunitense sul continente europeo fino ai confini con la Russia. Gli Usa, con una sottile propaganda e con mezzi finanziari e tecnologici illimitati, hanno contribuito in modo decisivo a sopprimere ciò che di positivo la lingua latina e la francese, con il loro pensiero dominante, hanno trasmesso e diffuso da noi. Si è dimenticato che la lingua dell’antica Roma, con il supporto di quella greca (sino a pochi decenni fa queste due lingue s’insegnavano nei ginnasi e nei licei di tutta l’Europa), hanno diffuso capillarmente il senso della classicità e la coscienza di possedere un sapere universalmente ritenuto come la principale colonna portante della nostra cultura. Il francese e la Francia, contrariamente all’inglese e allo Stato americano di riferimento, hanno costantemente e prioritariamente mani- festato la vocazione e la volontà d’esprimere una cultura strettamente legata alla classicità. Una testimonianza di questo stato di cose è data dal fatto che molti scrittori e artisti statunitensi, nella prima metà del secolo scorso, fuggivano dall’aridità culturale delle loro città e si esiliavano volontariamente a Parigi. Ogni accademico umanista ancora oggi è certo della superiorità, rispetto all’inglese, per la comprensione e la diffusione di cultura, delle lingue francese e latine. Purtroppo oggi si vuole insegnare prioritariamente l’inglese nelle scuole elementari ai bambini. I minori, invece che con rispetto e in accordo con le norme di protezione dei trattati internazionali, sono considerati poco più di animali da dressare secondo le regole dell’imprinting teorizzate da Conrad Lorenz. L’atto d’imporre una lingua a dei bambini, senza conoscere il loro avvenire e le circostanze future che determineranno le loro scelte, è contrario a ogni principio elementare di etica se non assolutamente sconsiderato. A questo proposito è utile ricordare il destino che ha avuto il russo, insegnato nelle scuole del blocco sovietico. Il problema della lingua inglese, della sua promozione sconsiderata da parte della nostra radio e della tv con la diffusione preminente di canzoni e di film americani, è connesso strettamente con la neutralità del nostro paese. La tutela dell’indipendenza e della neutralità della Svizzera è un compito assegnato dalla Costituzione a un’inadempiente Assemblea federale che lascia fare.