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VENEZIA - "La sua esigenza di dominare è ciò che l'ha fatto crollare". Nella frase di un giornalista sportivo intervistato, c'è una delle chiavi del ritratto di Lance Armstrong realizzato dal premio Oscar Alex Gibney in "The Armstrong Lie", presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e poi distribuito da Warner Bros.
Il film racconta, fra molte ombre e qualche luce, il trionfatore di sette Tour de France (vittorie poi cancellate nel 2012 dalla Union Cycliste Internationale, che l'ha squalificato a vita), diventato un idolo mondiale per la sua forza nello sconfiggere il cancro e nel tornare più forte di prima. Un'immensa bugia, come evoca il titolo del film, visto che, dopo anni di sospetti e accuse, Armstrong ha alla fine ammesso a inizio 2013 in un'intervista con Oprah Winfrey di aver usato doping fin dal 1999, in tutte le sue vittorie importanti.
Gibney, che ha affrontato nei suoi film temi come gli abusi del governo americano dopo l'11 settembre ("Taxi to the dark side", premiato con l'Academy Award), i preti pedofili ("Mea Maxima Culpa: Silenzio nella Casa di Dio") e il Caso Assange ("We steal secrets: The story of Wikileaks"), stavolta offre anche una prospettiva personale. Nel 2008 infatti aveva iniziato le riprese di un documentario sul ritorno del texano Armstrong alle corse, culminato in un nuovo Tour De France, dove finì terzo. Quel documentario si era fermato nel 2010, quando su Armstrong erano piovute le nuove accuse di ex compagni di squadra come Floyd Landis, l'inchiesta federale e quella dell'Usada (US Anti-Doping Agency).
Gibney usa il materiale del 2009 unito a nuove interviste allo sportivo di qualche mese fa, conversazioni con giornalisti, ciclisti, materiale di repertorio, documenti e immagini inedite. Contributi che illustrano anche il (quasi) perfetto sistema per doparsi creato da Armstrong, con l'aiuto di un medico e preparatore sportivo italiano, Michele Ferrari.
Elementi che evidenziano la straordinaria abilità di Armstrong come comunicatore, capace di mentire ripetutamente manipolando la stampa (anche Gibney ammette che nel 2009 si era ritrovato a tifare per lui) usando la sua popolarità per creare un clima di omertà e 'vendicandosi' di chiunque lo attaccasse. Ora però Armstrong fa ammenda e sembra sia stato sincero almeno nel suo spendersi come uomo simbolo nella raccolta di fondi per ricerca contro il cancro (con la Fondazione Livestrong ha raccolto circa 300 milioni di dollari). "Non ho vissuto in molte bugie, ma ho vissuto in una grossa - spiega in una delle interviste recenti - . Ora ci sono due storie completamente opposte su di me. L'unica persona che può far capire alle persone quale sia quella vera, sono io".
Ats