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La ragione per cui sono passati quasi dodici anni dall’ultimo sciopero dei dipendenti pubblici in Ticino resta imperscrutabile. Ci sono però fondati motivi storici che spiegano perché l’astensione dal lavoro ha ancora una connotazione negativa nel nostro cantone, come nel resto della Svizzera. A ricordarlo è Nelly Valsangiacomo, professoressa di Storia contemporanea all’Università di Losanna, che su questo tema ha scritto nel 2018, in occasione dei dieci anni dello sciopero delle Officine FFS di Bellinzona e del centenario dello “sciopero generale” che coinvolse l’intero territorio nazionale nel novembre del 1918.
Dove nasce il tabù
Non è qui la sede per ricostruire la spaccatura che, in quegli anni bellici, mise in aperta contrapposizione il mondo industriale e contadino da un lato, con quello operaio dall’altro, ma il tabù ancora attuale deve molto a quell’evento. Basti solo ricordare, con pochi flash, come si concluse quell’esperienza tra sangue, autoritarismo e processi. Prima immagine: il 9 novembre 1918 la cavalleria dell’esercito viene schierata a Zurigo per impedire ai manifestanti di accedere alla Paradeplatz e al quartiere delle banche. Seconda: il 13 novembre 1918 il Consiglio federale pretende la fine incondizionata dello sciopero e il “Comitato di Olten”, l’organo direttivo nazionale della protesta, accetta l’ultimatum. Terza: il 14 novembre 1918, a Grenchen, tre scioperanti vengono uccisi con armi da fuoco. Quarta: il 15 novembre il lavoro riprende quasi ovunque. Quinto, e ultimo, flash: durante l’anno seguente, il 1919, la giustizia militare procede contro 3’500 persone, per la gran parte ferrovieri, di cui 147 vengono condannati (pene detentive vengono comminate anche a tre membri dello stesso Comitato di Olten).
La storica sul mito della “pace del lavoro”
Nonostante le monografie su periodi specifici, spiega Nelly Valsangiacomo, “una storia complessiva degli scioperi in Svizzera deve ancora essere scritta”. Per capire, continua la studiosa, “la reticenza e l’oblio intorno al tema, e anche la percezione relativamente falsata di chi dall’esterno guarda alla Svizzera come a un paese di pace assoluta del lavoro, va ricordato che questa visione deriva da una costruzione di lungo corso che ha condotto a una delegittimazione sistematica dello sciopero, presentandolo come una pratica di importazione, inconciliabile con i valori patriottici, repubblicani e democratici della Svizzera”. Anche attraverso le lenti della xenofobia e dell’anticomunismo, “ogni scioperante - ricorda la storica - era visto come un potenziale agente sovietico”.
Su questa visione si innesta, e in pratica la completa, il concetto di “pace del lavoro”, la cui creazione “in più occasioni è stata commemorata alla stregua di alcuni miti nazionali”. In origine, ricorda Valsangiacomo, “non è una legge che impedisce lo sciopero, ma un accordo specifico iscritto in un contesto di forte corporativismo sindacale”. Firmata nel 1937 tra la Federazione operai metallurgici e orologiai (FOMO), che era parte importante dell’Unione sindacale svizzera (USS), e, dall’altra, l’Associazione svizzera dell’industria delle macchine (ASM), la convenzione mirava a “elaborare una procedura comune per la gestione delle divergenze. Nel suo preambolo si esprimeva sulla volontà di ambo le parti di mantenere la pace sociale, chiarendo le divergenze «secondo le regole della buona fede», e di osservare durante tutta la durata della convenzione una pace integrale. Per questo motivo tutte le misure di lotta, come lo sciopero e la serrata, erano vietate”. Con il tempo, lo stesso tipo di convenzioni si estendono ai contratti collettivi di lavoro e parallelamente, continua Valsangiacomo, si impone “l’immagine di una Svizzera prospera proprio perché si privilegiava la conciliazione allo scontro”. Nella mentalità comune, aggiunge la studiosa, “non si è mai fatta veramente la distinzione tra pace del lavoro assoluta e pace del lavoro relativa”, dove le misure di lotta sono autorizzate se si riferiscono a questioni non regolamentate dal CCL.
Anche allora l'astensione dal lavoro dei docenti fu al centro di polemiche politiche
“I fantasmi agitati a livello politico”
Anche sul piano della codifica, il diritto di sciopero fa la sua apparizione solo nella nuova Costituzione federale del 18 aprile 1999, mentre era del tutto assente in quella del 1874. Un ritardo che, sottolinea la storica, “non ha ancora del tutto scalfito la costruzione collettiva di valori indotti dalla rappresentazione della pace del lavoro”. E ancora: “L’idea che lo sciopero sarebbe del tutto illegittimo, se non addirittura vietato in Svizzera, gioca dunque un ruolo considerevole. Una visione ancora oggi nutrita dai fantasmi agitati anche a livello politico attorno allo sciopero: dall’accusa di un ruolo preponderante di organizzatori e partecipanti stranieri nei conflitti, argomentazione xenofoba evocata con regolarità, a dimostrazione di una pratica «non svizzera», alla richiesta di divieto dello sciopero e dei sindacati, come dichiarato da un politico ginevrino in occasione dello sciopero dei trasporti pubblici del 2014 in quel cantone”. L’intento, sottolinea ancora la storica, è privilegiare la contrattazione individuale, in uno Stato in cui il diritto del lavoro è molto meno strutturato che nelle altre nazioni europee.
“Perché possano essere spenti, i riflettori vanno accesi”
Tutto questo porta a una interpretazione molto svizzera dello sciopero: “Le rivendicazioni dei lavoratori devono attenersi al rapporto di lavoro. Esiste inoltre l’obbligo di preservare la pace del lavoro o di ricorrere a una conciliazione: non si sciopera per avere più forza contrattuale, come in altri paesi, ma si sciopera poiché le contrattazioni non hanno portato a nulla”. L’astensione dal lavoro, sottolinea Valsangiacomo, “è dunque lecita solo come ultima ratio, deve rispettare il principio di proporzionalità e non vi si ricorre per contestare una questione regolamentata dal CCL. Va inoltre ricordato che esistono chiare differenze tra scioperi rivendicativi e di difesa delle condizioni di lavoro, quando non del lavoro stesso e negli ultimi decenni sono chiaramente questi ultimi che prevalgono”.
Paletti che, indubbiamente, contribuiscono a depotenziare l’astensione dal lavoro come forma di lotta: “I risultati degli scioperi - rileva ancora la storica - sono spesso attenuati una volta che i riflettori sono spenti. Ma perché possano essere spenti, i riflettori vanno prima accesi”. Da questo punto di vista, giocano un ruolo importante i media: “Occorre interrogarsi sugli effetti della mediatizzazione di questi avvenimenti, tanto per i risultati che conseguono, quanto per il ruolo che giocano nella costruzione della loro memoria”.
Il sindacalista ricorda l’ultima volta
E si ricorda ancora bene l’ultimo, quello del 5 dicembre 2012, il segretario del sindacato dei dipendenti pubblici VPOD Raoul Ghisletta. Quel giorno, era un mercoledì pomeriggio, in Piazza del Governo a Bellinzona manifestarono a partire dalle 15.00 oltre 1’500 statali scontenti per un annunciato taglio del 2% agli stipendi (questa la cifra riferita allora dai giornali). Ma una cosa è quanti si trovarono davanti a Palazzo delle Orsoline, un’altra il numero dei dipendenti pubblici che quel giorno sacrificarono ore pagate per protestare: “Questa favola che lo sciopero è pagato solo gli svizzeri dalla pancia piena che possono pensarla. Le ore di sciopero, dai tempi di Marx, non sono mai state pagate. Nel 2012, secondo i dati della SECO, furono meno di 300 gli scioperanti codificati, poi sì, alla manifestazione, che è aperta a tutti i cittadini, arrivarono tra le mille e le duemila persone”.
Dodici anni fa, Raoul Ghisletta ricorda
- Tipress
Allo manifestazione che coronerà lo sciopero di domani, 29 febbraio, a partire dalle 16.00 ancora una volta in Piazza del Governo, il sindacalista della VPOD si attende la stessa partecipazione di un decennio fa: “In Piazza possono venire tutti, ma io prevedo che i dipendenti che sciopereranno con una perdita di salario saranno alla fine un migliaio. Ma questo sarà un dato che sapremo solo tra qualche mese”. Anche le opzioni per segnare la propria partecipazione sono quanto mai variegate. “Lo sciopero è inteso la giornata del 29, quindi uno può iniziare il mattino, se vuole. C’è invece chi farà mezza giornata e chi sciopererà per due ore dalle 15.00”. Lo sciopero, sottolinea ancora Ghisletta, “è l’atto più forte che si può fare rispetto alle decisioni che vengono prese sul personale pubblico”. I motivi di scontento sono diversi, e variano anche a seconda del settore di impiego: “Il tema centrale, che accumuna tutti, dal poliziotto, al docente, all’infermiere dell’ente ospedaliero, è naturalmente il mancato riconoscimento del carovita, perché l’una tantum che verrà versato non è un riconoscimento strutturale”. Il sindacalista ha anche una risposta per chi ha suggerito «scioperate, ma nel vostro tempo libero»: “Fare uno sciopero nel tempo libero è un’altra cosa. Quella sarebbe una manifestazione. Si sciopera quando c’è stata una trattativa e non ha funzionato, è sempre l’ultimo strumento. Altrimenti non sarebbe proprio rispettoso della Costituzione”.
L’economista e politico lo ritiene “inopportuno”
La giornata di domani, anche se è bisestile, non esce dal quadro della legalità anche secondo il consigliere nazionale Paolo Pamini (UDC): “Lo sciopero è un diritto costituzionale e in uno Stato di diritto rispettiamo le regole del gioco. Per cui queste persone hanno tutto il diritto di scioperare, piuttosto c’è un discorso di opportunità”. Un concetto che l’esponente democentrista chiarisce ulteriormente: “Secondo noi, e come UDC l’abbiamo detto pubblicamente, non è opportuno che scioperino in questo momento perché fra tutti i salariati nel canton Ticino i dipendenti pubblici sono quelli meglio messi. È chiaro che sono colpiti dalle misure di risparmio, però hanno una grandissima sicurezza del posto di lavoro che non esiste nel privato. Hanno anche la promessa di una continua promozione con gli scatti salariali, per quanto adesso, eccezionalmente, siano stati bloccati. Cose che non esistono da nessuna parte al di fuori delle mura di Palazzo. Se c’è qualcuno che deve scioperare, non sono proprio loro. È, ripeto, una questione di opportunità, non di diritto”.
Gli statali, sintetizzando il pensiero di Pamini, sarebbero insomma dei privilegiati: “Indubbiamente, tanto più ora - conferma il consigliere nazionale -. Un tempo, fino a 15-20 anni fa, all’epoca del vecchio mondo bancario e dell’indotto che arrivava da quell’ambito, si poteva dire che nel settore privato i salari erano più elevati, mentre in quello pubblico erano più bassi, ma c’era la sicurezza dell’assunzione. Oggigiorno, purtroppo non è più così, nel privato, oltre al rischio di perdere il posto di lavoro, abbiamo una pressione sui salari, derivante anche dalla libera circolazione; nel pubblico, in termini comparati, abbiamo salari più alti. Concretamente, per parlare di numeri, il salario mediano nell’Amministrazione è attorno ai 100’000 franchi all’anno, quello tra la popolazione ticinesi di circa 70’000, più il rischio di licenziamento”. Certo, conclude Pamini, “dicono di scioperare per tutti, perché vorrebbero che anche nel privato ci fossero le stesse garanzie. Ma questi sono argomenti dialettici e retorici”.
Cosa resta cent’anni dopo
Ma, visto che siamo partiti con la storia, ad essa lasciamo l’ultima parola. Se è vero che, come sottolinea il Dizionario storico della Svizzera (DSS), lo sciopero generale del 1918 “fu presentato come un tentativo di rivoluzione e servì per decenni a stigmatizzare la sinistra”, va altresì riconosciuto che l’esperienza dello sciopero generale, si legge ancora nel DSS, “favorì la conclusione di contratti collettivi di lavoro ancora prima della fine della guerra e, durante la guerra, la creazione dell’AVS, che segnò una svolta nell’ambito della politica sociale”. Insomma, il passato insegna che scioperare a qualcosa serve.
Lo sciopero del 29 febbraio, il più grande di sempre?
Il Quotidiano 26.02.2024, 19:00