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08.01.2019
Persone LGBTI: non più indifese di fronte alla legge!
Il 9 febbraio 2020 si terrà una votazione popolare sull’estensione della norma penale per includere il criterio dell’orientamento sessuale. Il 70% dei dipendenti omosessuali ha subito discriminazioni sul lavoro negli ultimi tre anni.
Per consentire la ratifica della Convenzione sulla discriminazione razziale adottata dall’ONU già nel 1965, nel 1995 la Svizzera ha infine rivisto il suo Codice penale e ha aggiunto l’articolo 261bis, comunemente noto come «norma penale sul razzismo». È stata una dura lotta contro i reazionari di questo paese, che presumibilmente «vogliono che sia vietato parlarne».
Una legislazione rimasta indietro
Attualmente la Svizzera è indietro anche in materia di protezione di persone LGBTI (acronimo che sta a indicare lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali). Si classifica al 22° posto a livello europeo per la situazione giuridica e sociale delle persone LGBTI – posizionandosi addirittura dietro l’Ungheria di Viktor Orbán, che non è nota per un clima particolarmente favorevole alle persone LGBTI. Questa classifica della Svizzera ha anche molto a che fare con il fatto che «l’incitamento all’odio» contro le persone LGBTI in Svizzera non può ancora essere punito legalmente. In questo la Svizzera viene regolarmente criticata anche dal Consiglio d’Europa.
Con l’aggiunta del criterio dell’orientamento sessuale alla norma penale, questo finalmente cambierebbe quanto meno per lesbiche, gay e bisessuali. Il nostro collega Matthias Reynard ha già chiesto questa modifica della legge nel 2013 con un’iniziativa parlamentare. Il Parlamento lo ha seguito con un’ampia maggioranza dopo un lungo tira e molla, ma i circoli conservatori di destra legati all’UDC e all’UDF hanno lanciato con successo il referendum (anche se con mezzi sleali: «Firma qui contro l’omofobia!»). La votazione popolare si terrà quindi il 9 febbraio 2020.
La discriminazione avviene laddove le persone trascorrono il loro tempo e quindi sul posto di lavoro. Le persone LGBTI ne sono particolarmente colpite, come rivelano sia i dati statistici che le innumerevoli esperienze individuali. Secondo recenti sondaggi, il 70% dei dipendenti omosessuali ha subito negli ultimi tre anni una discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Nel caso di persone transgender, la discriminazione – addirittura i licenziamenti – è ancora più frequente a causa della loro identità di genere. Purtroppo, questi ultimi, in particolare, sono ora esplicitamente esclusi dall’estensione dell’articolo sul diritto penale, perché il criterio dell’«identità di genere», che per loro è rilevante, è stato ribaltato dal Parlamento. Dopo aver vinto la consultazione popolare, è necessario apportare miglioramenti il più rapidamente possibile in questo senso.
Difendersi in caso di perdita del posto
Sul posto di lavoro, la discriminazione assume molte forme diverse, che vanno dall’esclusione professionale o sociale, alle osservazioni oscene, all’outing forzato e alle molestie sessuali. Tuttavia, a livello materiale la discriminazione per le persone LGBTI è più grave quando culmina nel rifiuto o nella perdita del posto di lavoro. Oggi non esiste una base giuridica in questi casi, come ha ribadito ancora una volta la recente sentenza del Tribunale federale sulla non applicabilità della legge sull’uguaglianza alle persone LGBTI. L’estensione della norma penale cambierebbe finalmente la situazione per le lavoratrici e i lavoratori omosessuali e bisessuali, poiché i contratti di lavoro rientrano chiaramente nell’ambito della protezione di questo articolo. I dipendenti interessati avrebbero così finalmente la possibilità di difendersi legalmente in caso di rifiuto (ed eventualmente di perdita) di un posto di lavoro, ovviamente basato sulla discriminazione.
A parte l’applicabilità tecnica di questo articolo riveduto, la votazione del 9 febbraio ha un importante effetto catalizzatore. Vogliamo una Svizzera dove ognuno abbia il suo posto e si senta al sicuro e accolto? O continuiamo a stare a guardare come pochi riescono a dividere la società a spese delle minoranze?
Un sì è indispensabile, e anche noi sindacati dobbiamo batterci con veemenza per questo!
Testo: Reto Wyss, USS