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Le uniche insegne rosse ancora in attività in Fleet Street in questi giorni sono quelle dei bus turistici che la percorrono, una conseguenza del boom dell’industria turistica londinese. “Naturalmente, i reporter e i tipografi se ne sono andati da un pezzo”, spiegano le guide che accompagnano i visitatori. Fino all’anno scorso, però, sarebbe stato possibile vedere due giornalisti scozzesi, abbandonati a loro stessi in un angolo inaccessibile dell’ultimo ufficio rimasto del loro giornale, aprile le finestre e gridare ai passeggeri disorientati: “noi siamo ancora qui”.
Nell’agosto del 2016, invece, il loro giornale, il Sunday Post di Dundee, ha deciso di chiudere definitivamente i suoi uffici in Fleet Street. Tredici giorni dopo sono stato io a essere licenziato dopo quasi 40 anni di lavoro per Rupert Murdoch, al The Sun e al News of the World prima e al Sunday Times, poi. Alla mia festa d’addio un collega mi ha suggerito di scrivere le mie memorie. “Non le leggerebbe nessuno”, ho risposto. “Io lo farei” è stata invece la sua incoraggiante risposta.
Un mondo diverso
Quel libro, poi, l’ho scritto davvero. Non come un progetto di vanità, ma più come un’elegia per un’epoca perduta. “Sono storie di un mondo diverso, ahimè, soprattutto quando si parla di spese creative”, recita un pezzo del The Times dedicato al mio testo. Quando ci giunsi la prima volta, negli anni Settanta, Fleet Street era un luogo rumoroso e vibrante. Enormi rimorchi di camion erano costretti a percorrere le strade adiacenti, come Bouverie Street, dove avevano sede il The Sun e News of the World, per consegnare rotoli di carta da giornale alle tipografie. Occasionalmente poteva succedere che un rotolo cadesse dal rimorchio e schiacciasse un operaio sotto il suo immenso peso.
Dopo pranzo – qualsiasi ora dopo le 15 – c’era il maggior rischio di essere travolti da un reporter che tornava in ufficio di fretta o di essere intossicati dal suo alito alcolico. Tornato alla sua scrivania, il reporter poteva scegliere se battere un migliaio di parole in prosa elaborata o addormentarsi sulla sua macchina da scrivere. Oppure optare per entrambe le cose.
Alla fine del mio primo turno al The Sun mi diedero una nota di debito verde su carta intestata per ritirare la mia paga dal cassiere al piano terra. Uno stampatore era in fila davanti a me. Sentitosi chiedere il proprio nome da parte del cassiere, la risposta fu “Mickey Mouse”; “77 Sunset Strip”, quella alla seconda domanda, relativa all’indirizzo. Era facile essere risucchiati da quel mondo: una volta un collega raccontò, durante un pranzo di Natale pieno di reporter e dirigenti, di come avessi coperto un omicidio nella contea di West Midlands, vicino Birmingham. Quando alla fine di tutta quella giornata i giornalisti sul posto si erano raccolti al pub, uno chiese in giro se qualcuno avesse una nota spese per i pasti che gli avanzava. Tutti scossero la testa, finché la richiesta non arrivò a me. Dicono che io abbia frugato nella mia valigetta e abbia chiesto: “Cinese, italiano o indiano?”.
Prigione, famiglia reale e politica
Il fatto che un collega potesse raccontare una storia simile davanti a dei dirigenti è un chiaro indizio della cultura che regnava in Fleet Street in quel momento. Fra il giornale e il giornalista c’era il tacito accordo di sfruttare i rimborsi spese nel miglior modo possibile, a patto di non oltrepassare il limite. Era un beneficio che tornava utile a entrambe le parti: bisogna ricordare che non sono mai esistiti gli straordinari nel giornalismo.
Ho avuto molte avventure e disavventure durante i miei 40 anni nella stampa nazionale britannica. Sono stato coinvolto (naturalmente per caso) nella prima intercettazione telefonica di un membro della famiglia reale, ho aiutato a risolvere un omicidio e ho causato un incidente diplomatico quando fui arrestato nel Borneo a causa di un’aragosta. Mi è stato anche riconosciuto il merito di aver fatto cadere un governo Tory. Fleet Street, la via, potrà non essere più la casa dei giornalisti, ma rimane la nostra dimora spirituale, anche se l’unica volta che simo tornati è stato per onorare un compagno caduto alla Saint Bride, conosciuta come “la chiesa dei giornalisti”.
Da Fleet Street a Wapping
La via aveva una posizione ideale per noi: la City era raggiungibile a piedi, come l’High Court, l’Old Bailey, e persino, in una bella giornata, Westminster. Ma nel 1986 Rupert Murdoch, smaniando per riuscire a spezzare la morsa dei sindacati della stampa, guidò l’esodo spostando le sue testate a Wapping. Ora tutti i giornali e le case editrici se ne sono andate, rimpiazzate da banche, set cinematografici e studi legali. Il vecchio palazzo del Daily Mirror in New Fetter Lane, ad esempio, è stato sostituito da un supermercato. Il popolare pub White Hart, conosciuto come “La pugnalata (alle spalle)”, ha chiuso tempo fa per mancanza di clientela. Fleet Street, l’industria, resiste ancora, ma quanto ancora potrà farlo, in un mondo dove poche persone sotto i 40 comprano i giornali, in cui alcuni titoli perdono il 15% della propria tiratura ogni anno e altri ora chiedono donazioni come se facessero l’elemosina?
La stampa è stata colpita dalla quadrupla sfortuna di Internet, che l’ha derubata dei suoi inserzionisti e ha messo in discussione la sua stessa raison d’etre; dai quotidiani gratuiti, specialmente a Londra e dintorni, che ne hanno abbassato il valore; dai notiziari 24/7 in televisione, con i quali è impossibile competere e che anticipano i titoli prima che che i lettori possano arrivare a un’edicola e infine dai social media, che hanno reso chiunque un potenziale giornalista.
Anche il modo in cui i giornalisti lavorano, però, è cambiato. Oggi i reporter non hanno le stesse libertà di cui godevo io, che potevo decidere da me chi intervistare o dove andare. L’introduzione degli smartphone significa che la redazione può contattare un reporter dove vuole, ma anche questo ha un risvolto negativo: i reporter non pensano più con la loro testa come una volta, né fanno affidamento sullo spirito di cameratismo dei colleghi. Invece chiamano continuamente la redazione per avere istruzioni.
I giornali lottano per bilanciare le proprie strutture della stampa e del digitale
Oggi, in nuovi edifici sparsi per tutta Londra, i giornali lottano per bilanciare le proprie strutture tra carta e digitale. Nel 2016 l’Indipendent ha deciso di non essere più disposto a combattere e si è spostato solo online. Il Guardian, forse il prossimo a seguire questa strada, parla, tra le pareti della sua redazione, “iteration of content atom” (no, neanche io so cosa significhi). Al Sun si parla più di business development che di breaking news e ci sono spinte pubblicitarie sfrontate per Fox e Sky TV. Il Sunday Times ha un barometro “Going Viral” con cui misurare le tendenze di Internet. E il Telegraph gestisce inserti a pagamento per i regimi di Russia e Cina, che sperano così di avere una vita più facile nelle pagine delle news.
Giornalismo, una professione per privilegiati?
Nel pericoloso mondo dei giornali, la sopravvivenza è ora l’impulso primario, eppure i giovani vogliono ancora lavorare in questo settore. Ai miei tempi i più giovani iniziavano in un quotidiano locale, sedendo nei tribunali durante le udienze e tenendo i comitati locali sull’attenti, prima di fare il turno di notte a Fleet Street. Il declino della stampa regionale, e soprattutto la chiusura di molti giornali serali, significa che questo percorso formativo non è più fattibile. L’accesso diretto dall’università ora è la norma e anche io ho contribuito a questo processo.
Per nove anni sono stato Professore a contratto presso il Dipartimento di giornalismo della City University di Londra. Gli studenti della laurea magistrale in giornalismo di quell’ateneo, e delle altre grandi università britanniche, pagano circa 10mila sterline per un corso di un anno e devono anche sostenere il costo della vita a Londra durante i propri studi. Questo significa che gli appartenenti a famiglie benestanti hanno più probabilità di potersi permettersi l’accesso alla professione.
Andrew Neil, il mio editor ai tempi del Sunday Times, una volta sognava per la Gran Bretagna una meritocrazia in cui chiunque potesse avere successo indipendentemente dalle proprie condizioni di partenza, ma ora questo sembra ancora più difficile. Secondo uno studio pubblicato dalla Commissione per la mobilità sociale nel giugno del 2017, i media britannici ora hanno una percentuale, 51%, di giornalisti con alle spalle un percorso di formazione privato più alta rispetto a quella del 1986. Forse questo spiega perché alcuni giornalisti sembrano aver perso di vista gli effetti che le politiche governative e altri fenomeni, come l’austerity o la migrazione di massa, posso avere sulle persone comuni. Il giornalismo è diventato esso stesso una parte integrante dell’estabilishment.
Nonostante il moderno mondo dei media sembri lontano anni luce dalla “Strada della Vergogna” – come alcuni la definivano -, Fleet Street fa ancora parte della coscienza condivisa dei giornali di oggi. Come scrive Alan Watkins nel suo libro A Walk Down Fleet Street, “tutti gli aneddoti vengono da lì”. Ma per quanto? “Per molti giovani giornalisti Fleet Street sembra una realtà più remota dell’Impero Bizantino”.
Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta