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Non sono un amante dei pamphlet: per quanto interessanti e ben scritti possano essere, possiedono solo la pars destruens limitandosi, quando va bene, ad un accenno di pars costruens. Si critica e si sbeffeggia l’avversario, ma si dice poco o nulla di se stessi; si descrivono le miserie dell’esercito avversario, tacendo i meriti e i demeriti dei propri commilitoni.
Quando si arriva all’ultima pagina, si rimane insoddisfatti, si vuole sapere di più.
In difesa di Darwin. Piccolo bestiario dell’antievoluzionismo all’italiana di Telmo Pievani (Einaudi 2007, 8 €) è un pamphlet e come tale si concentra sull’antievoluzionismo, lasciando da parte l’evoluzionismo. L’autore ha tuttavia un ottimo motivo per farlo: l’evoluzionismo è una teoria scientifica, e come tale ha bisogno di critiche scientifiche, non di critiche alla scienza. In nome di una banale, ma non scontata, autonomia disciplinare, che siano i biologi a parlare della sintesi neodarwiniana, mentre teologi e filosofi discutano delle implicazioni filosofiche dell’evoluzionismo oppure, volendo, dei suoi limiti concettuali. Una filosofia e una teologia dell’evoluzione non possono che essere delle riflessioni che partono dal fatto, ed eventualmente dalla teoria scientifica, dell’evoluzione.
Di queste filosofie Pievani non parla, non sostiene che se si accetta il darwinismo si deve abbracciare una posizione atea e materialistica. Il titolo del libro, inoltre, non deve far pensare a una sorta di agiografia del naturalista inglese, ad una sua elezione a icona di un movimento o una filosofia. Più che di Darwin, la difesa è della “teoria dell’evoluzione neodarwiniana, opportunamente rivista, corretta e aggiornata alla luce delle conoscenze scientifiche del 2007”, ma un titolo simile non suonava molto bene (p. 7).
Due parole anche sul sottotitolo: bestiario è impiegato nel senso medievale del termine: «per descrivere il quadro di personaggi di questa vicenda […] la disposizione anarchica di strani ibridi, di chimere, di animali un po’ leggendari e un po’ reali che troviamo nei bestiari medioevali ci è sembrata la metafora più efficace» (p. 8).
Il libro si apre con l’incidente avvenuto nel 2004, quando dai programmi ministeriali sparì l’evoluzionismo. Pievani riporta fedelmente gli avvenimenti, riportando le dichiarazioni dei vari personaggi coinvolti, da Giuseppe Bertagna, il professore di pedagogia “responsabile” della soppressione, a Rocco Buttiglione, preoccupato che l’evoluzionismo venga insegnato “in età troppo precoce” (p. 22). Per la cronaca: i programmi sono comunque rimasti mutilati, dal momento che la reintroduzione di Darwin ricorda molto una specie di toppa male cucita o un riporto poco convincene. Poco male: i programmi ministeriali non sono necessariamente ciò che i docenti insegnano.
Il bestiario comprende le notevoli dichiarazioni del già ministro Giovanardi, per il quale “legge nazista” e “legge darwiniana” sono sinonimi (p. 28), le “critiche estetiche” (!) al darwinismo del direttore dei programmi di Radio RAI Sergio Valzina (p. 27) e del biologo Giuseppe Sermonti (p. 43).
Oltre a questi mostri, nel senso di esseri eccezionali e notevoli, Telmo Pievani si sofferma soprattutto sulle dichiarazione del cardinale Schönborn sui limiti dell’evoluzionismo e quelle dell’antropologo Fiorenzo Facchini che, su L’Osservatore Romano, ha prima definito corretta la decisione del giudice della Pennsylvania: l’Intelligent Design non è una teoria scientifica, salvo poi concludere l’articolo con un ambiguo «possiamo dire che non siamo uomini per caso e neppure per necessità, e che la vicenda umana ha un senso e una direzione segnate da un disegno superiore».
In praticamente tutte queste dichiarazioni il confine tra scienza e fede, da una parte, e tra scienza e ideologia, dall’altra, è quantomeno elastico: il darwinismo, se non dice nulla su fini e progetti più o meno intelligenti, è ideologia, mentre se non si parla di salti ontologici non si fa scienza.
Le accuse di scientismo e di pseudoscienza propongono una immagine stereotipata di scienza, che dovrebbe ora andare, non si sa bene come, oltre l’orizzonte empirico, ora basarsi esclusivamente sulla matematica (peraltro presente in maniera massiccia nella genetica delle popolazioni, parte integrante della sintesi neodarwiniana: evidentemente i critici dell’evoluzionismo non hanno il tempo di prendere in mano una rivista scientifica).
Il quadro è desolante.
Da segnalare gli ottimi riferimenti bibliografici (a partire dall’interessantissima rassegna stampa curata da Daniele Formenti, professore di antropologia a Pavia) che concludono il libro e che danno, purtroppo, la certezza che Telmo Pievani non si è inventato nulla.