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A sei mesi dal disastro nucleare di Fukushima, provocato da un terremoto di forte intensità e da uno tsunami, la situazione sul posto è sensibilmente migliorata, ma la normalità è ancora lontana.
L'11 marzo scorso, alle 14:46, la terra tremava al largo delle coste del nord-est del Giappone: un terremoto di 9 gradi di nitudo, seguito da un violentissimo tsunami, si abbatteva sulla zona, danneggiando tre dei sei reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi.
Secondo stime dell'Agenzia giapponese per l'energia atomica (Jaea) il materiale radioattivo finito in mare fra il 21 marzo e il 30 aprile scorsi dopo il disastro ammonterebbe a 15.000 trilioni di becquerel di cesium-137 e iodio-131, mentre le stime della società Tepco che gestisce l'impianto limitavano la quantità a 4.720 trilioni.
Lo scarto nel calcolo potrebbe dipendere dal fatto che la Jaea, a differenza della Tepco, ha misurato anche il materiale radioattivo in mare trasportato dall'aria, in aggiunta a quello dell'acqua contaminata proveniente dall'impianto.
La sciagura di Fukushima è stata la peggiore dopo quella di Cernobyl nel 1986. Le aree più colpite sono state le prefetture di Iwate, Miyagi e Fukushima. Più di 20.000 persone, secondo dati sintetizzati dall'agenzia Dpa, hanno perso la vita o sono ancora date per disperse. Un altro mezzo milione è rimasto senza tetto. Altre 80.000 vivono tuttora in centri di evacuazione o da parenti.
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