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Teoricamente in Svizzera il divieto di ballare in occasione dei giorni di grandi festività vige tuttora in sette cantoni. Attività ritenuta malfamata già prima dell'era cristiana, la danza è stata limitata in particolare dal protestantesimo.
Uri, Obvaldo, Sciaffusa, Basilea Campagna e Soletta proibiscono di ballare nei giorni festivi più importanti: venerdì santo, domenica di Pasqua, Pentecoste, Natale, mercoledì delle Ceneri e Festa del ringraziamento.
Appenzello Interno impone il divieto durante tutta la settimana santa, mentre Neuchâtel in occasione di sette festività, tra cui domenica delle Palme, venerdì santo e domenica di Pasqua. Nel cantone della Svizzera francese questa pratica potrebbe però essere abolita alle urne il 17 maggio.
Di strettissima misura (51 voti a 50) il parlamento cantonale lucernese ha accettato un mese fa di abrogare la restrizione, vecchia di quasi due secoli. La moderna Zurigo ha allentato la regolamentazione in materia solo nel 2000 e mantiene in parte il divieto proibendo le manifestazioni rumorose all'aperto, come danza, sport e proiezioni cinematografiche.
Nella maggior parte dei cantoni il divieto di ballare è regolato dalla legge sul riposo settimanale al fine di tutelare il diritto a recuperare dalle fatiche e non per imporre la morale cristiana.
La risata pasquale
Proibire i balli nel giorno del Venerdì Santo è comprensibile ai più, poiché per la maggioranza della popolazione si tratta di un giorno di lutto supremo, che commemora la morte di Cristo. Stupisce già di più che il divieto valga anche per il lieto evento pasquale, quando Gesù resuscita.
Fino al Ventesimo secolo la domenica di Pasqua era l'unico giorno dell'anno in cui non era sconveniente ridere in chiesa e la predica poteva anche essere di tono allegro.
La tradizione del «risus paschalis» nacque nel XIV secolo e, come il ballo, venne sempre più limitata dall'influenza protestante. Alcuni preti - si lamentava il riformatore basilese Giovanni Ecolampadio - si permettono addirittura di scherzare «su cosa fanno gli sposi in camera loro senza testimoni».
Balli demoniaci
Ma gli effetti euforici ed estatici della danza erano ritenuti quantomeno sospetti già prima dell'era cristiana. Un legame fra il ballo e alcune forze oscure s'era già creato nella preistoria. Stregoni e maghi danzavano sovente portando maschere di animali e demoni.
Anche gli antichi romani vedevano di malocchio chi si dedicava al ballo. Ad esempio, nel I secolo avanti Cristo, il senatore e filosofo Cicerone riteneva che «nessuno danzerebbe da sobrio, se non per improvvisa pazzia».
Il cristianesimo prende presto atto che il ballo alimenta desideri carnali e ne condanna l'uso sociale. Per il dottore della chiesa Sant'Agostino (352-430) «la danza è un cerchio al cui centro c'è il diavolo». Nel Medio Evo menestrelli e giullari sono spesso considerati «ministri di Satana».
Nell'anno 800, l'imperatore Carlo Magno arriva a decretare una proibizione generale della danza. Il popolo comunque non si lascia impressionare e il ballo rimane un divertimento molto apprezzato presso tutte le classi sociali. La chiesa lo accetta quindi come male necessario.
Le autorità cittadine regolano l'attività con «agenti» del buoncostume. Zurigo, ad esempio, nel 1370 emana un divieto di ballare in occasione dei matrimoni ma lo permette per capodanno, carnevale, nelle giornate di mercato e per le feste di villaggio.
Rigore protestante
I protestanti si mostrano più severi. Ginevra decreta la proibizione nel 1539, Berna nel 1573. L'attività viene punita tutto l'anno, e in caso di infrazione si deve pagare con multe, penitenza e, nei casi più gravi, con la perdita dell'anima.
Per eludere i divieti i protestanti si indirizzano verso le zone cattoliche, più tolleranti dei cantoni vicini. Ad esempio, i bernesi vanno a Lucerna, cantone «permissivo» che prevede un «Tanzverbot» solo nelle grandi festività.
Fin nel XVII secolo ecclesiastici pubblicano scritti che definiscono la danza come parte del rito di adorazione del maligno: è un chiaro indizio per riconoscere le streghe, oltre alla loro capacità di attrazione sessuale e di pratica della magia e del sortilegio.
swissinfo e agenzie
Tra divieto e trasgressione
Dopo la Riforma, la danza fu tollerata come usanza nelle regioni cattoliche, mentre fu rifiutata dalla chiesa riformata.
La trasgressione del divieto di danza comportava il rischio di ammende, reclusioni e persino della perdita della salvezza dell'anima.
La regolamentazione forzata fu avvertita come una forma di repressione soprattutto nei Paesi soggetti. Dopo la caduta dell'ancien régime, infatti, intorno agli alberi della libertà furono eseguite spontanee danze di gioia.
L'efficacia delle leggi suntuarie restò comunque limitata; la danza rimase una forma privilegiata di socievolezza e di comunicazione, oltre che un'espressione di solidarietà nell'ambito di cerimonie pubbliche.
Nel XIX sec. i balli della società borghese cittadina rappresentarono degli eventi salienti all'interno della vita sociale e determinarono il calendario delle ricorrenze festive. Caratterizzate da una limitata commistione sociale, costituivano delle manifestazioni istituzionalizzate di incontri matrimoniali.
(fonte: Dizionario Storico della Svizzera)