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Ciajkovskij si trova a Pietroburgo. È stanco, deluso e rattristato dalla fredda accoglienza riservata la sera del 28 ottobre alla Sinfonia n. 6, da lui stesso diretta in prima assoluta nella Sala della Nobiltà: la serata si è conclusa con una malinconica cena, in compagnia di Glazunov e di altri amici, al Grand Hotel.
La mattina dopo, 29 ottobre, Ciajkovskij torna subito ad occuparsi della propria musica: in casa del fratello Modest, che lo ospita nel suo appartamento all'angolo tra la Malaja Morskaja Ulica e la strada che costeggia il canale Fontanka, è intento a preparare la partitura della sinfonia per spedirla all'editore Jurgenson. Cerca un titolo, gli sembra che sinfonia «Tragica» non si adatti, accoglie il suggerimento di Modest: «Patetica». Non ne appare del tutto convinto, secondo Modest, ma il titolo resta e accompagna la dedica al nipote, l'adorato Bob.
L'unico evento notevole della giornata una cena in casa di una cantante, a nome Marochetti, che sta preparando la parte di Tatjana in Eugen Onegin.
La mattina del 30 ottobre, Ciajkovskij si reca alla Biblioteca Imperiale per esaminare la partitura di una sua opera quasi dimenticata, Opricnik. Ha promesso all'editore Bessel di rivederla per una ristampa. Tra Bessel e Ciajkovskij fa da tramite un avvocato, Avgust Gerke: è amico e compagno di scuola di Bessel e di Ciajkovskij.
Il resto della giornata è impegnativo: di pomeriggio Ciajkovskij sorveglia le prove di Eugen Onegin in un teatro privato, il Kononov, e di sera assiste alla rappresentazione dell'Onegin al Teatro Marijnskij, facendo pausa per una cena in onore di una pianista che ha interpretato il Concerto n. 1 di Ciajkovskij negli Stati Uniti, durante la tournée americana del compositore.
La sera del 31 ottobre, Ciajkovskij è di nuovo al teatro Kononov ed assiste alla rappresentazione dei Maccabei, un'opera di Anton Rubinstein, maestro ed amico-nemico: un inevitabile gesto di cortesia.
Ma come ha passato Ciajkovskij la mattina di quel giorno? A casa, intento a scrivere lettere, secondo la testimonianza di suo fratello Modest: di queste lettere si ha traccia. Secondo altre testimonianze, invece, Ciajkovskij ha passato la mattina a Carskoe Selo, sobborgo residenziale di Pietroburgo.
Non si tratta di particolari senza importanza. Ormai Ciajkovskij è agli ultimi giorni di vita, forse senza saperlo, e su questi ultimi giorni e sulle loro conseguenze esistono versioni opposte: da un lato quelle ufficiali di Modest e del medici curanti, riprese nel 1987 dalla scrittrice Nina Berberova e nel 1990 dal biografo Alexander Poznansky; d'altro lato quelle derivanti da voci e pettegolezzi, ripresi e documentati (1981 ed anni seguenti) dai musicologi Aleksandra Orlova e David Brown.
Modest Ciajkovskij non fa alcun cenno alla gita di Pëtr a Carskoe Selo. Aleksandra Orlova afferma di esserne venuta a conoscenza attraverso una serie di testimonianze dirette e indirette: gliene ha parlato dettagliatamente nel 1966 un anziano studioso, Aleksandr Voitov, il quale a sua volta ha appreso i fatti nel 1926 dalla vedova di un giudice, Nikolaj Borisovi lacobi: gli lacobi sono stati testimoni oculari della presenza di Ciajkovskij a Carskoe Selo nel 1893 e lacobi ha rivelato alla moglie nel 1902, sul letto di morte, la ragione vera della presenza di Ciajkovskij.
In sostanza, in base a questa trafila di testimonianze, che la scrittrice Nina Berberova considera non degna di fede, Aleksandra Orlova rivela nel 1981 quanto segue: lacobi ha ricevuto una lettera dal duca Stenbok-Fermor, con l'incarico di rimetterla allo zar; in questa lettera si lamenta il fatto che Ciajkovskij abbia sedotto il nipote quattordicenne di Stenbok-Fermor e si invoca l'intervento del sovrano; lacobi convoca Ciajkovskij in casa propria, a Carskoe Selo, e lo sottopone ad un giurì d'onore che lo condanna a suicidarsi entro due giorni, per soffocare l'eventuale scandalo conseguente ad un possibile provvedimento contro Ciajkovskij per un crimine severamente condannato nell'articolo 995 del codice penale; il suicidio avverrà con l'assunzione di un veleno che Avgust Gerke (questi non fa pane del giurì e non è presente) rimetterà a Ciajkovskij il giorno dopo; la morte dovrà apparire naturale. La vedova lacobi non assiste di persona alla riunione, che avviene nello studio del marito (sarà il marito a rivelarle l'accaduto nel 1902) ma si trova in casa, vede Ciajkovskij entrare nello studio, sente gli echi delle voci concitate e dopo qualche tempo rivede Ciajkovskij, pallido e sconvolto, uscire dallo studio.
Con quale diritto lacobi e il giurì d'onore convocano e condannano Ciajkovskij? lacobi è ii decano degil ex-studenti della Scuola di Giurisprudenza, dove hanno studiato i sette membri del giurì, oltre ad Avgust Gerke e allo stesso Ciajkovskij: sono tutti alti funzionari o illustri appartenenti al foro di Pietroburgo ed ex-compagni di studio dell'illustre musicista. Intendono evitare che il disonore di un provvedimento dello zar a carico di Ciajkovskij ricada suUa Scuola.
Questa condanna appare del tutto assurda a Nina Berberova. La scrittrice si è presa la briga di redigere un elenco di dignitari, tra cui otto appartenenti alla famiglia imperiale, apertamente omosessuali e pedofili, i quali non furono mai disturbati; eppure l'omosessualità, classificata tra i crimini di «bestialità», e punita dall'articolo 995 del codice penale con pene che vanno dall'esilio in Siberia alla prigione e all'interdizione di soggiornare nelle città della Russia europea.
Alexander Poznansky costruisce tutta la sua biografia sul fatto che all'epoca l'articolo 995 non ha alcun valore per gli aristocratici e per le persone in vista, che esibiscono tranquillamente la loro omosessualità. Lo zar, in più di un'occasione, ha deliberatamente ignorato pesanti denunce contro personaggi del suo entourage, non dando ad esse alcun seguito. Inoltre, osserva la Berberova, Ciajkovskij può sottrarsi facilmente a qualsiasi persecuzione giudiziaria trasferendosi all'estero, ad esempio in Germania, dove lo attendono pingui diritti d'autore, ampie possibilità di lavoro e pressanti inviti a compiere tournées.
A questo si può aggiungere che molto diffidilmente è possibile «suicidare» un protetto dello zar, quale è in quell'epoca Ciajkovskij: anche se ciò viene compiuto in gran segreto, qualcosa alla fine trapelerà e i membri del giurì corrono il rischio di rendersi responsabili di omicidio. È anche vera l'ipotesi contraria: il segreto viene conservato gelosamente proprio per le responsabilità dei partecipanti al giurì. Insomma, sui piano delle ipotesi non si acquisiscono certezze.
Tuttavia, date le testimonianze dirette ed indirette citate dalla Orlova, si può ammettere ciò che la Berberova e Poznansky non accettano: Ciajkovskij si reca davvero a Carskoe Selo, avviene la riunione del giurì d'onore ed è pronunciata la condanna al suicidio.
Ciò non comporta che Ciajkovskij ottemperi all'imposizione. Almeno così parrebbe dalla cronaca dei giorni successivi.
1º novembre.
Di mattina, Avgust Gerke si reca a casa di Modest per incontrarsi con Ciajkovskij, questo è certo: ma è per consegnargli il veleno? O per mettere a punto il contratto con l'editore Bessel a proposito di Opricnik? Non si saprà mai. Ma la Orlova afferma con sicurezza che Gerke va a consegnare il veleno, benché non sia stato presente al giurì di Caskoe Selo, la mattina precedente.
Ciajkovskij trascorre la giornata in maniera del tutto usuale: dopo l'incontro con Gerke e dopo il pranzo, va a passeggio in compagnia dell'amico Sanja Litke; quindi cena con Vera Davydova, matura vedova e parente d'acquisto che in altri tempi ha nutrito una irrefrenabile passione amorosa per lui e si e perfino illusa di sposarlo, con grande terrore di Pëtr; infine si reca a teatro, questa volta all'Aleksandrinskij, per assistere a una commedia: Il cuore ardente di Ostrovskij, l'autore teatrale che ha fornito i primi libretti operistici a Ciajkovskij. Nell'intervallo, il celebre compositore si reca compitamente a salutare gli attori in camerino; per la cena dopo lo spettacolo va al ristorante Leiner con un gruppo di amici, con Modest e con l'adorato Bob. Modest arriva in ritardo e vede il fratello bere vino bianco. Altri testimoni riferiscono che Pëtr beve anche una caraffa d'acqua gelata.
2 novembre.
Al consueto risveglio di prima mattina, Ciajkovskij accusa dolori di stomaco. Ne ha sofferto per tutta la vita e ha anche cercato di curarli, in passato, recandosi per due volte nella stazione termale di Vichy, in Francia. Non attribuisce loro troppa importanza e va ad un appuntamento col direttore d'orchestra Nápravnik: ma i dolori aumentano ed e costretto a prendere una carrozza e a rientrare a casa. Non chiama il medico. Nemmeno Modest si preoccupa troppo. Ciajkovskij scrive qualche lettera, salta il pranzo, beve un po' d'acqua presa direttamente al rubinetto di cucina, prende uno dei farmaci che ha in casa per simili evenienze e va a riposare; Modest esce per assistere alle prove di una sua commedia, I pregiudizi.
Più tardi Ciajkovskij si sente davvero male, non è in grado di ricevere due visitatori, Glazunov e Müllbach, che egli stesso ha invitato il giorno prima. Sono le cinque del pomeriggio, Modest è rientrato e si allarma, chiama il medico Vasilij Bertenson che però arriva dopo le otto di sera. Bertenson non sa che fare e, spaventato dagli accessi di vomito e di diarrea del paziente, chiede un consuho al proprio fratello Lev, medico di corte: Lev Bertenson arriva a tarda ora, diagnostica il colera. Ciajkovskij è preso da ternbili spasmi, vengono chiamate alcune infermiere dall'ospedale, si praticano massaggi e frizioni per alleviare le atroci sofferenze del malato. Secondo Bertenson, Ciajkovskij è entrato nella seconda fase della malattia, quella cosiddetta «fredda». Cominciano ad apparire le caratteristiche macchie blu dovute a cattiva circolazione.
In seguito, quando si verrà a conoscere il decorso della malattia, il comportamento di Pëtr, di Modest e dei Bertenson darà luogo ad alcuni appunti: il ritardo di Pëtr e di Modest nel chiamare Vasilij Bertenson, l'ulteriore ritardo di quest'ultimo nell'accorrere al capezzale di Ciajkovskij e la sua incapacità a riconoscere il colera, il ritardo di Lev Bertenson, verranno considerati sospetti, quanto meno inspiegabilmente negligenti. I Bertenson e Modest si difenderanno facendo pubblicare sui giornali referti medici e resoconti. I resoconti dei Bertenson e di Modest conterranno qualche contraddizione. Cominciano a serpeggiare i primi pettegolezzi: corre voce che Ciajkovskij si sia suicidato.
A questo punto si inserisce nuovamente la tesi della «condanna al suicidio» propugnata dalla Orlova e da Brown. In ottobre/novembre il clima di Pietroburgo è troppo freddo perché una malattia tipica della sagione estiva come il colera possa ancora mietere vittime. È certo dunque che Ciajkovskij ha assunto il veleno portatogli il giorno prima da Gerke. Pëtr e Modest non hanno chiamato in tempo il medico perché, fedeli all'impegno preso da Pëtr col giurì d'onore a Carskoe Selo, devono lasciare al veleno il tempo di compiere la sua opera; e i Bertenson, complici forse involontari, difendono tenacemente la diagnosi ritardata di colera.
La Orlova a questo punto da per vere alcune sue personali ipotesi, non suffragate da testimonianze dirette o indirette, soprattutto circa la consegna del veleno da parte di Gerke. Ma si spinge anche oltre e avanza come prova una presunta contraddizione fra Modest e i Bertenson: questi ultimi non riferiscono il fatto, sottolineato invece da Modest, che Ciajkovskij è tormentato dalla sete. Il motivo della contraddizione, afferma la Orlova, è che la sete non è un sintomo del colera ma dell'avvelenamento da arsenico: Modest, ingenuamente, lo attribuisce al malato, mentre i Bertenson, prudentemente, non entrano nel merito. I medici, più esperti di Modest, hanno saputo confezionare un falso ben fatto e si sono ben guardati dal citare un sintomo caratteristico dell'avvelenamento.
Ma queste illazioni sono facilmente e clamorosamente smentite: la sete provocata dalla disidratazione è un sintomo del colera, che i medici considerano normale e che, proprio per questo, non mettono in evidenza. E ancora: non è affatto vero che il colera è una malattia soltanto estiva, dato che in quello stesso periodo a Pietroburgo vengono registrati dai giornali otto decessi per colera.
La Orlova insiste: in una famiglia borghese non è possibile contrarre il colera, riservato ai poveri e ai diseredati, impossibilitati o incapaci di prendere quelle precauzioni elementari, ad esempio bere acqua bollita, che sono raccomandate durante le epidemie.
Che dire allora, della morte per colera della governante di casa Ciajkovskij, nel 1848? E della morte della madre di Ciajkovskij, nell'ottobre 1854? Eppure, era una famiglia ben organizzata, guidata da un'attenta padrona di casa e accudita da numerosa servitù: Pëtr e Modest sono invece due scapoli distratti, pasticcioni e abituati a cenare nei ristoranti dove l'igiene talvolta e meno accurata di quanto non si voglia far credere.
3-4 novembre.
La prima notte di malattia, sul 3 novembre, è tremenda, poi Ciajkovskij avverte un certo miglioramento, ma si è manifestato e si acuisce il blocco renale. Durante la giornata, al capezzale si alternano Vasilij e Lev Bertenson e gli assistenti di quest'ultimo, Mamonov e Zandar. Ii giorno successivo, 4 novembre, malgrado il permanere del blocco renale, Ciajkovskij sembra migliorare: dopo un'accurata disinfezione della stanza, del letto e del malato vengono ammessi parenti ed amici, accorsi alla notizia della malattia, ormai diffusa in tutta la città.
Ma è impossibile, osserva la Orlova, che si abbia l'audacia di sfidare il contagio recandosi a visitare un malato di colera. Se ne conclude che tutti i visitatori sono a conoscenza del fatto che Ciajkovskij «non» è malato di colera e che sta morendo per suicidio: il segreto del giurì d'onore a Carskoe Selo, conservato gelosamente fino al 1966, nel 1893 è allora un segreto di Pulcinella, noto a tutta Pietroburgo? In realtà, i visitatori si affollano in casa Ciajkovskij perché è recente la scoperta che il contagio non è temibile, se non si entra in contatto con le deiezioni del malato, nella fase di diarrea e di vomito.
5 novembre.
La notte sul 5 novembre trascorre abbastanza tranquillamente; ma di giorno la situazione precipita. Cajkovskij è intossicato dal blocco renale. Come estremo rimedio si si ricorre al bagno tiepido, per riattivare la circolazione e le altre funzioni vitali. Ciajkovskij, a questo punto, è ossessionato dal ricordo della madre, morta dopo il bagno tiepido: cade in una profonda prostrazione, debilitato dal pur leggero calore dell'acqua. Si tenta di rianimarlo con iniezioni tonificanti, senza esito. Viene applicata la maschera ad ossigeno, ma Ciajkovskij è in coma. Il sacerdote, convocato d'urgenza, non può somministrargli la comunione e si limita a recitare le preghiere di rito.
6 novembre.
Nella notte sul 6 novembre, all'una e mezzo del mattino, un bollettino medico viene affisso sulla porta dell'appartamento: «Le condizioni del paziente si sono aggravate al punto che sono giunti in casa l'ispettore sanitario e gli ufficiali di polizia». Lev Bertenson e l'assistente Zandar lasciano il malato, considerando superflua la loro presenza: resta l'altro assistente, Mamonov. Attorno al letto di Ciajkovskij si stringono attoniti due suoi frateffi, Modest e Nikolaj, l'adorato Bob, il servitore Alësa arrivato da Klin quando ormai il malato ha perso conoscenza; sono presenti anche due amici, Litke e Buchshoevden, e Nazar, il servitore di Modest. Pochi minuti dopo le tre del mattino Ciajkovskij apre gli occhi per l'ultima volta, sembra riconoscere i presenti: un sospiro, la morte.
6-7 novembre.
Per due giorni la salma resta esposta all'omaggio della gente, in casa di Modest: l'appartamento viene disinfettato, il corpo è avvolto in un lenzuolo imbevuto di disinfettanti, un infermiere disinfetta continuamente con una garza il volto dello scomparso, sul quale una folla di conoscenti depone il bacio rituale di congedo. Queste accurate disinfezioni sono considerate sufficienti: a partire dalla primavera del 1893, secondo una notizia riportata da Poznansky, il Consiglio Medico Centrale ha emesso un comunicato per chiarire che il contagio passa attraverso le feci e la saliva e che quindi un cadavere non può trasmettere la malattia: di conseguenza, sono abolite le disposizioni di pollzia che vietano l'esposizione del cadavere e le cerimonie pubbliche in caso di morte per colera.
Questa circostanza toglie ogni valore alle considerazioni conclusive dei sostenitori della «condanna al suicidio», quando affermano che baciare un morto di colera fa correre ii rischio di contrarre ii morbo. Si tratta di un'affermazione priva di fondamento. Il fatto che il cadavere di Ciajkovskij venga baciato dal visitatori non implica che l'illustre compositore sia morto suicida; potrebbe essere morto di colera.
8-9 novembre.
Il terzo giorno dopo la morte, 8 novembre, il corpo di Ciajkovskij viene chiuso nella bara di zinco, secondo le disposizioni di polizia mortuaria. Il 9 novembre hanno luogo i solenni funerali di Stato, un onore concesso in precedenza soltanto a uno storico, Karamin, e a un poeta, Puskin.
Sulla bara viene posta la corona di rose bianche inviata dal lo Alessandro III e il cuscino di velluto nero con le decorazioni dell'ordine di San Vladimiro. Il corteo funebre muove dall'appartamento di Modest, passa davanti al Teatro Marijnskij, giunge alla cattedrale di Kazan tra due ali di folla. Nella cattedrale sono stati messi in vendita i posti ma la folla e cosI folta che invade l'intera Prospettiva Nevskij. Dopo il solenne rito religioso ii Coro dell'Opera canta due inni, il Credo e il Te Deum, nella trascrizione di Ciajkovskij; la marcia funebre è suonata dalla banda militare, come massimo segno di reverenza e di omaggio.
All'uscita della cattedrale, si forma di nuovo il corteo, diretto al cimitero Aleksandr Nevskij: si tengono molti discorsi funebri. Fra gli altri parla Vladimir Gerard, che Ciajkovskij ha amato appassionatamente quando erano ambedue allievi della Scuola di Giurisprudenza: Gerard rievoca le qualità umane dello scomparso. Alla fine, Ciajkovskij viene tumulato accanto alle tombe di Musorgskij e di Borodin. In realtà, Ciajkovskij aveva desiderato riposare in pace nel piccolo cimitero di Maidanovo, in campagna; ma è stato un uomo pubblico ed ha diritto ad una sepoltura solenne.
Il corteo si disperde, Modest si reca ad assistere alla prima della sua commedia, che fa fiasco.
Nei giorni successivi, la voce che Ciajkovskij si sia suicidato comincia a prendere consistenza: si protrarrà per anni, grazie alla passione tipicamente russa per le affabulazioni. Nell'immaginario collettivo un artista celebre e ammirato deve sottrarsi al destino di un comune mortale: può entrare nell'immortalità al termine di una gloriosa vecchiaia, come Goethe; ma se muore prematuramente, come Mozart, ciò appare come un'ingiustizia troppo grave. La morte allora deve ammantarsi di mistero e di circostanze romanzesche perché, anche nel destino avverso, la figura dell'artista conservi qualcosa di eccezionale. La morte di Ciajkovskij è un caso esemplare di affabulazione che, al pari della leggenda sulla morte di Mozart, ancora oggi mette in subbuglio le redazioni dei giornail, all'annuncio di qualche particolare inedito.
Negli anni Trenta affiorano alcune testimonianze in favore dell'ipotesi di suicidio. Almeno una, quella di Vasilij Bertenson (il medico che ha assistito Ciajkovskij e che è vissuto fino al 1933), è la meno trascurabile fra le prove addotte dalla Orlova. Bertenson confessa al musicologo Orlov, futuro marito della Orlova, che Ciajkovskij si è suicidato; questo fatto viene confermato ad Orlov anche dal figlio del dottor Zandar, uno degli assistenti dell'altro medico, Lev Bertenson. La stessa Orlova raccoglie un'ulteriore conferma, alla fine degli anni Trenta, da Aleksandr Osovskij, un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia dove, a detta di Osovskij, tutti sanno che Ciajkovskij si è suicidato.
Ma si tratta di testimonianze non irrefragabili: in prima luogo i testimoni potrebbero essere stati influenzati dal pettegolezzi successivi alla morte di Ciajkovskij; in secondo luogo Vasilij Bertenson, l'unico testimone autorevole e attendibile, parla di suicidio e non di «condanna al suicidio»; e lo stesso fanno gli altri due testimoni, Zander e Osovskij. In tal caso la Orlova potrebbe aver contribuito a chiarire un frammento di verità, ma non la «sua» verità, che è appunto quella legata alla romanzesca «condanna al suicidio» avvenuta in segreto a Carskoe Selo.
Non è affatto escluso che Ciajkovskij abbia cercato la morte, ma per libera e disperata scelta.
Nella sua psiche, la tendenza al suicidio è stata spesso presente: non così decisiva da indurlo a compiere atti definitivi, ma abbastanza forte da spingerlo a desiderare di morire. Più specificamente, a fare in modo di andare incontra alla morte senza raggiungerla con gesti clamorosi, e tali da indurre scandalo e, secondo la sua etica piccolo borghese, gettare discredito sulla sua famiglia. Per questo, molti anni prima, si è immerso nella Moskva gelata, sperando di contrarre una malattia mortale. Non è impossibile che l'aggravarsi della depressione e della nevrosi, il disperato senso di solitudine, il timore di esser giunto alla fine della sua creatività, l'orrore per un precoce invecchiamento che ormai si è fatto sempre più incalzante abbiano indotto Ciajkovskij a trascurare, proprio durante un'epidema di colera, le più elementari precauzioni. Può darsi che Ciajkovskij, bevendo tutti i giorni acqua non bollita, abbia corso deliberatamente un rischio, come all'epoca dell'immersione nella Moskva gelata: allora, ancora giovane e robusto, non aveva risentito alcuna conseguenza di un gesto pericoloso; questa volta il bacillo del colera ha esito letale su un organismo precocemente invecchiato e probabilmente con un basso livello di autodifese immunitanie.
In tal caso, tra morte naturale e suicidio, ci sarebbe una lieve differenza: il fatale bicchiere d'acqua non bollita venne bevuto da Ciajkovskij consapevolmente a inconsapevolmente? Per deliberata trascuratezza o per un incidente?
Il vero segreto, che forse non sarà mai chiarito, sta in questa lieve differenza, morbosamente ciajkovskiana, tra una morte incidentale e ii fatalistico tentativo di lasciarsi morire.
Ciajkovskij aveva scritto a Glazunov: «Avverto una sorta di stanchezza di vivere» e a Modest: «Ho una tendenza all'ipocondria e temo che possa degenerare...». L'inspiegabile rottura con la von Meck gli aveva fatto dichiarare: «Tutto mi pare squallido e sordido». Con Bob si era lamentato del proprio declino fisico e mentale. Sognava di sprofondare inesorabilmente. Gli sembrava di aver esaurito ii suo compito: «Ad ogni passo noto che mi ripeto. Du réchauffé». Sapeva di non poter vivere senza lavorare, ma lavorare gli costava troppa fatica. Lasciando Klin aveva inopinatamente indicato il cimitero di Maidanovo come ideale ultima dimora.
Certo che a giudicare dalle ultime fotografie, in particolare da quella in cui appare canuto, trasandato, appoggiato alla balaustra di una casa di campagna, la sigaretta tra le dita, lo sguardo vitreo e smarrito, l'uomo appare molto vicino ad una morte sulla cui ambiguità non si ha forse diritto di accanirsi.
Il commento più pertinente alla sua tormentata scomparsa in una frase apparsa in un giornale, poco dopo il funerale. Si tratta di una frase in cui si rispecchia lo spirito caustico e rassegnato del popolo russo. Potrebbe figurare in una commedia di Gogol: «Essere Ciajkovskij e morire di colera! È un crudele scherzo del destino!»