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di Agnese Codignola
Nei giorni scorsi uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine dai neurologi dello University College di Londra si è guadagnato l’attenzione dei media non specialistici, perché avanzava un’ipotesi che ha sorpreso molte persone: la demenza di Alzheimer (o almeno alcune forme di essa) è trasmissibile, in modo analogo a quanto accade per la variante umana del cosiddetto morbo della mucca pazza, la malattia di Creutzfeldt-Jacob, a causa dell’ingestione di materiale infetto? Ricordiamo che, nel caso del morbo della mucca pazza, i bovini si erano ammalati perché erano stati nutriti con farine animali che contenevano prioni (proteine alterate capaci di autoreplicarsi, come fossero agenti infettivi). A sua volta la malattia di Creutzfeldt-Jakob, che determina un deterioramento delle funzioni mentali negli esseri umani, può essere innescata da prioni contenuti in carne contaminata.
L’ipotesi che anche la malattia di Alzheimer possa seguire un percorso simile di trasmissione, sia pure con sostanze diverse, è nata in seguito a quanto accaduto a cinque persone con una forma precoce (e rara) di Alzheimer. Tutte erano state trattate, durante l’infanzia, per motivi diversi (tumori cerebrali, assenza dell’ormone della crescita, o altro ancora) con un ormone della crescita (in sigla: c-hGH), forse contaminato, estratto da cadaveri (una terapia non più in uso dal 1985). Si è trattato - si sono chiesti i ricercatori londinesi - soltanto di un’evenienza sporadica, casuale, che solo per una strana coincidenza si è verificata in pazienti che erano stati sottoposti tutti allo stesso trattamento, molti anni prima? Questo l’interrogativo posto nello studio, la cui rilevanza va al di là dei casi segnalati. Se fosse andata davvero così, si potrebbero mettere in discussione le teorie oggi prevalenti sull’origine dell’Alzheimer.
In altre paroile, se la malattia fosse davvero trasmissibile (il che non significa affatto contagiosa: non può passare, cioè, da una persona a un’altra per contatti di vario tipo), significherebbe che si comporta come quelle da prioni. Di conseguenza, molto di ciò che si è pensato finora sull’origine dell’Alzheimer sarebbe quantomeno da rivedere.
LA STORIA - Ma andiamo con ordine. Tutto ha avuto inizio quando otto persone sono arrivate alla National Prion Clinic del National Hospital for Neurology and Neurosurgery di Londra. Avevano un’età compresa tra 38 e 55 anni, e presentavano sintomi che facevano pensare a una forma precoce di Alzheimer o, comunque, di neurodegenerazione, molto rara a quell’età. Di queste persone, cinque presentavano una particolarità che le accomunava: come dicevamo, erano state trattate, durante l’infanzia, con l’ormone della crescita estratto da cadaveri, un preparato utilizzato in Gran Bretagna e in altri Paesi tra il 1959 e il 1985 (anno in cui fu vietato) su circa 1.800 persone. Gli specialisti si sono quindi chiesti se ci fosse un legame tra quel trattamento e la demenza. Ed esistevano, in effetti, dei motivi specifici per pensarlo.
I DATI A SOSTEGNO - Innanzitutto, circa 200 persone in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano sviluppato una malattia di Creutzfeldt-Jacob in seguito a trattamenti con l’ormone della crescita. Come si è scoperto in seguito, ciò è avvenuto perché alcuni lotti di c-hGH erano contaminati da prioni. Si tratta di proteine molto particolari, che hanno un comportamento unico, e mai identificato in altre entità biologiche. Sono presenti in tutti gli organismi superiori, con funzioni non chiare, in una forma considerata "normale". Tuttavia, se la loro struttura cambia, diventano "mutanti". E - ciò che è più sorprendente - possono trasferire il cambiamento strutturale, e quindi fisico, ai prioni vicini, senza che tutto questo venga governato dal DNA. In altre parole, "trasmettono" la loro alterazione fino a convertire la maggior parte dei prioni sani in prioni patologici che, per questo, precipitano e si accumulano. E proprio l’accumulo distrugge il sistema nervoso, dando i sintomi della mucca pazza, della Creutzfeldt-Jacob e di diverse forme patologiche descritte in altri animali, la più nota delle quali è nei cervi.
Ma non basta: eseguendo le autopsie di quelle 200 persone, si è scoperto un fatto interessante. Come descritto in uno studio del 2015, il loro cervello conteneva anche un’elevata concentrazione di beta amiloide, una proteina che ha un ruolo di primo piano nell’Alzheimer.
I ricercatori, guidati da John Collinge, avevano poi aggiunto nel 2018 un altro tassello al puzzle, cioè avevano dimostrato la presenza di beta amiloide nel c-hGH. In quel trattamento c’era quindi anche un altro tipo di contaminazione, oltre a quella da prioni. La conferma del nesso con la demenza è giunta dai test sui modelli animali: se si iniettava quel preparato, gli animali sviluppavano tutti i segni dell’Alzheimer.
Questa serie di indizi ha spinto i neurologi a cercare di capire se nei cinque pazienti ricoverati alla National Prion Clinic vi fossero prove di una trasmissione anche dell’Alzheimer attraverso la somministrazione di h-GH contaminato.
Per sgombrare il campo da ipotesi alternative, i ricercatori hanno anche verificato il corredo genetico dei cinque, perché esistono alterazioni genetiche che predispongono all’Alzheimer giovanile, ma nessuna di queste persone ne aveva. Non c’era dunque un motivo genetico evidente, anche se – hanno ipotizzato alcuni – potrebbero esserci mutazioni non ancora conosciute, e molto rare, alla base di queste forme giovanili.
CIÒ CHE NON TORNA - Tuttavia, c’erano anche elementi contraddittori. Per esempio, non c’era l’infiammazione nervosa tipica dell’Alzheimer, e la concentrazione di fibrille di proteina tau, l’altro marcatore dell’Alzheimer, più specifico rispetto alla proteina beta amiloide, di solito molto alta nei malati di Alzheimer, non era affatto elevata.
Come ricorda Nature in un articolo nel quale ha chiesto commenti a diversi esperti, non si sa poi molto su eventuali altre patologie presenti nei cinque, che avrebbero potuto sviluppare una sindrome simile all’Alzheimer come evento secondario rispetto a un’altra malattia.
Più in generale, poi, è noto da decenni che una parte rilevante dei malati di Alzheimer non ha placche di amiloide e, viceversa, che una porzione altrettanto importante di chi le ha non sviluppa affatto Alzheimer: la sola presenza di amiloide – proteina sul cui ruolo, ancora oggi, non ci sono certezze – non è considerata indicativa dell’Alzheimer già da tempo, se non accompagnata da numerosi altri marcatori. Ciò significa che, in teoria, anche assumere un prodotto con elevate concentrazioni di amiloide non comporta necessariamente ammalarsi di Alzheimer.
L’equazione amiloide = Alzheimer, quindi, non regge, neppure in questo contesto.
L’UTILITÀ DEGLI SCENARI POSSIBILI - Siamo quindi ancora molto lontani dal poter affermare che l’amiloide si comporti come il prione, l’agente causale della Creutzfeldt-Jacob e di tutte le malattie appunto dette prioniche, cioè trasmetta le alterazioni da una molecola all’altra fino a precipitare in placche e provocare la neurodegenerazione, e lo faccia anche se assunto dall’esterno.
D’altro canto, l’ipotesi che anche la beta amiloide possa fare qualcosa del genere è già stata avanzata in altri studi. Era già stato ipotizzato, infatti, che un cambio nella conformazione fisica di alcune proteine, tra le quali l’amiloide appunto, sia un possibile fattore scatenante, o comunque un evento molto precoce, e nuove ricerche in questa direzione potrebbero portare a risultati interessanti.
Ma per ora non ci sono certezze.
Per quanto riguarda la trasmissione dell’Alzheimer attraverso qualcosa di assunto dall’esterno come l’ormone della crescita c-hGH, in definitiva, è presto per esprimersi, anche perché cinque casi su 1.800 sono davvero troppo pochi per trarre qualunque conclusione: potrebbero essere casuali.
Gli stessi ricercatori britannici sono molto cauti, e sottolineano che, fino a quando non ci saranno prove più convincenti, non è possibile andare oltre le supposizioni. Ma è giusto continuare a indagare, e ad approfondire.
Data ultimo aggiornamento 10 febbraio 2024
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