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A Taverne un'azienda di mascherine ha chiuso tra le polemiche in aprile. L'Ocst chiede il fallimento
Intervista all'ex Ceo della ditta, protagonista di un altro grande fallimento e di nuove curiose avventure
TAVERNE - «Una persona sicura di sé, un imprenditore di successo, o almeno come tale si presentava». Un creditore descrive così il co-fondatore di un'azienda produttrice di mascherine anti-Covid che ha chiuso i battenti a Taverne ad aprile. Dopo la notizia riferita da tio.ch/20minuti la società ha cambiato nome a registro di commercio. Ed è stata presentata istanza di fallimento.
È l'onda lunga della pandemia? Diverse aziende di mascherine "made in Ticino" sono entrate in difficoltà con gli allentamenti primaverili: la decisione del Consiglio federale di rimuovere le misure anti-Covid è «la ragione della chiusura» addotta dall'azienda di Taverne ai giornalisti, ai lavoratori licenziati (una decina) e ai creditori. Ma tra questi c'è chi pensa che il caso sia anomalo.
La lista dei debiti è lunga: 35 creditori per un totale di 327mila franchi. I primi precetti risalgono all'aprile scorso. «I problemi sono cominciati almeno un anno fa» sottolinea l'avvocato di un fornitore del Mendrisiotto che reclama quasi 100mila franchi di merce non pagata (contro il precetto è stata presentata opposizione). A posteriori, dice il suo assistito, «avremmo dovuto insospettirci».
I motivi c'erano anche. Prima di occuparsi di mascherine il fondatore dell'azienda di Taverne è stato protagonista di un altro fallimento rumoroso, nel 2014. Anche allora aveva "bruciato i tempi" fondando un'azienda in un settore caldo, quello dei bitcoin. Ma da pioniere celebrato sui media il 40enne del Luganese si era ritrovato in breve tempo accerchiato da creditori arrabbiati, che sulla stampa ticinese e d'oltre Gottardo raccontavano di avere pagato per degli impianti di "mining" mai recapitati.
«È stata un'esperienza terribile» racconta a tio.ch/20minuti l'uomo, che si definisce «un imprenditore seriale» con diverse aziende aperte e chiuse alle spalle. «Alcune vanno bene e altre no» dice. «Sono cose che capitano purtroppo». Pochi mesi prima della pandemia l'imprenditore aveva chiuso un'altra società, attiva nel settore informatico. E dopo le mascherine è tornato a occuparsi di informatica - «il campo da cui provengo» - con un'azienda di Taverne di cui è titolare dal 2005. «Sono qui, non scappo, non sono un truffatore» assicura.
Ma di stare con le mani in mano non vuole saperne. Durante la pandemia il 40enne stando al Foglio ufficiale ha investito in un'azienda di computer e in due società attive nella blockchain a Zugo e a Bellinzona. Un procedimento penale aperto a suo carico dal Ministero pubblico all'epoca del primo fallimento «sembra si sia concluso con un abbandono, o almeno io non ne ho saputo più niente» dice. Ai creditori di allora disse (e ribadisce) che «tutto era nato per dei problemi con il nostro fornitore in Cina». A quelli di oggi, che si è dimesso da Ceo dell'azienda di Taverne a dicembre: «Ho consegnato dei conti perfettamente in ordine. Quello che è successo dopo non lo so». Nel frattempo un'istanza di fallimento è stata depositata a Zugo dall'Ocst per i lavoratori ticinesi che reclamano fino a cinque mesi di salario.
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