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Nel maggio del 1946 Vittorio Emanuele III e la consorte Elena lasciarono l’Italia dilaniata dalla Seconda Guerra mondiale, alla quale il monarca stesso l’aveva consegnata, abdicando in favore del re di maggio Umberto, così chiamato poiché governo soltanto in quel lasso di tempo, prima del referendum che consegnò l’Italia alla Repubblica, il 2 giugno dello stesso anno.
Il 28 dicembre del 1947 Vittorio Emanuele III morì di congestione polmonare, lo stesso giorno in cui si sottoscrisse, a Roma, la Costituzione.
La regina Elena era invece morta l’anno precedente a Montpellier, di tumore.
Oggi la coppia reale si ricongiunge in Italia, nel santuario di Vicoforte, in Piemonte. Infatti la salma del re, partita da Alessandria d’Egitto, è arrivata stamani all’aeroporto di Cuneo.
Fa scalpore, tuttavia, l’insoddisfazione di Emanuele Filiberto, nipote di Umberto, che sostiene come sia “inconcepibile tutta questa segretezza per il ritorno di una regina tanto amata”. E fin qui, ci può stare. Ma non quando sostiene che “le salme saranno in esilio sino a quando non saranno sepolte nel Pantheon.”
Non dimentichiamo che si sta parlando di Vittorio Emanuele III, colui che firmò le leggi razziali, l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, e fu il primo corrispondente del Duce.
Personalmente ritengo assurdo che nel Pantheon di Agrippa, poi di Adriano, accanto alle spoglie dell’insigne Raffaello, sia sepolto colui che consegnò l’Italia alla dittatura e soprattutto, la fece entrare nel macello della Seconda Guerra Mondiale.
Passi per colui che unì l’Italia (nel sangue) e consorte, inumati nel pieno del sentimento risorgimental-nazionalista, ma inumarvi anche l’amico del dittatore, mi pare troppo. Il Pantheon sia il tempio degli Dei dell’Olimpo e degli Imperatori della Città Eterna; il mausoleo dell’angelico urbinate pittore, non il sepolcro dell’amico del dittatore.
Chantal Fantuzzi