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BIENNE - Il Ministero pubblico del canton Berna non ha dato seguito alla denuncia penale contro ignoti per presunta violazione del segreto d'ufficio nel caso di Abu Ramadan, il controverso predicatore della moschea Ar'Rahman di Bienne (BE), a carico dell'aiuto sociale per anni.
Nel dicembre 2017 il Municipio di Nidau (BE), pur reputando che i servizi sociali del comune avessero trattato in maniera corretta il caso Ramadan, aveva tuttavia sporto denuncia contro ignoti, auspicando che si potesse scoprire chi avesse reso pubblici documenti e dati confidenziali del dossier. La procura bernese ha ora sospeso le indagini perché, a suo avviso, non sussistono indizi concreti di violazione del segreto d'ufficio.
Abu Ramadan è stato al centro della cronaca un anno e mezzo fa dopo la pubblicazione di un articolo sul Bund e sul Tages Anzeiger, in cui veniva accusato di essere un predicatore di odio. L'interessato ha poi contestato queste accuse. Ramadan, che aveva ottenuto asilo in Svizzera nel 1998, è in possesso di un passaporto libico e dal 2013 si è recato nel Paese nordafricano dodici volte.
Procedimento penale - Nel marzo 2018, la Procura del Giura bernese-Seeland ha aperto un procedimento penale contro Abu Ramadan. Il reato ipotizzato è quello di discriminazione razziale.
L'apertura del procedimento fa seguito a una indagine preliminare nel corso della quale è stata tradotta una predica tenuta da Abu Ramadan che aveva attirato l'attenzione, nell'agosto 2017, dei quotidiani "Tages-Anzeiger" e "Der Bund", come pure della tv svizzerotedesca SRF.
Secondo questi media, l'allora 64enne libico, un agronomo disoccupato a carico dell'Assistenza sociale - avrebbe incassato a Nidau presso Bienne, dove vive, circa 600'000 franchi tra il 2014 e i il 2017 senza mai lavorare - si sarebbe così espresso durante una preghiera del venerdì nella moschea biennese: «Oh Allah, ti prego di annientare i nemici della nostra religione, gli ebrei, i cristiani e gli indù, i russi e gli sciiti».
Versione contestata - L'interessato ha tuttavia contestato tale versione, non esitando a definire il traduttore un «bugiardo». La traduzione è stata subito contestata anche dal Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS), secondo il quale i media avrebbero male interpretato un verbo arabo usato da Abu Ramadan nella sua invocazione ad Allah.
La Procura dovrebbe ora chiarire come siano da interpretare e capire nel contesto dell'Islam le parole del predicatore e se contravvengano all'articolo 261bis del Codice penale. Questo punisce con una pena detentiva fino a tre anni o pecuniaria «chiunque incita pubblicamente all'odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione».
Abu Ramadan ha nel frattempo perso il diritto di asilo e lo status di rifugiato in Svizzera che aveva ottenuto nel 1998.