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L'elezioni francesi dimostrano due cose. La prima è che la destra e più "femminista" della sinistra. La seconda è che non serve più un partito per fare risultati elettorali notevoli. Varrà anche per il Ticino?
Il tanto atteso primo turno delle elezioni presidenziali francesi si è concluso ieri e come ampiamente pronosticato dai sondaggi (non sbagliano sempre) ha visto promosso al secondo turno Emmanuel Macron e Marine Le Pen.
Il primo turno francese ci consegna un giovane (tecnocrate, un po' rigido e moderatamente progressista) e una donna (verace, populista, sempre più intenta ad assomigliare a De Gaulle che a suo padre).
Un trentanovenne e una donna, sono una novità nel panorama politico francese. Fa riflettere che la donna non sia espressione della sinistra, bensì della destra nazionalpopulista. Ma d'altronde, la sinistra, da sempre vicina al femminismo, dovrebbe un po' interrogarsi sul perché le tre donne più importanti in Europa, ossia Angela Merkel, Theresa May e appunto Marine Le Pen, siano con sfumature diverse, tutte e tre espressione del mondo conservatore. La sinistra non riesce a produrre una leader donna nel vecchio continente e anche nel nuovo (leggi Usa), non si può dire che la Clinton (sempre che si voglia definire l'ex First lady di sinistra) abbia avuto molto successo.
Se il primo dato da notare è appunto quello che le leadership femminile sono sempre più una prerogativa della destra, piuttosto che della sinistra, il secondo dato è che il Psf, partito socialista francese, vive un'ambivalenza e una contraddizione potenzilmente distruttiva: nel giorno in cui registra il suo peggiore risultato alle presidenziali da 50 anni a questa parte, fermandosi ampiamente sotto il 10% ( più o meno il 6%) con il suo candidato ufficiale, Benoît Hamon (che stando alle dichiarazioni rilasciate ad un portale da Jacques Ducry era il suo candidato preferito), è anche il giorno in cui per la prima volta l'insieme dei candidati socialisti superano il 50% dei voti, infatti sia il moderato Macron (allievo di Jospin, ma soprattutto di Chevènement), sia Mélenchon, (che è stato membro dei governi di Jospin), erano degli iscritti al partito che fu di Mitterand. Certo è un calcolo del tutto teorico. Difficilmente un altro candido socialista al posto di Hamon, sarebbe riuscito a mettere assieme gli elettori di Macron con quelli di Mélechon. Sta di fatto che entrambi provengono dal Psf ed entrambi hanno voluto essere candidati di rottura, di fatto senza partito, con uno che guardava al centro e l'altro alla sinistra radicale.
Dunque checché se ne dica della crisi del Psf francese, è indiscutibile che fra i primi cinque candidati all'Eliseo, ben tre provengono dalle file di questo partito (il più votato al primo turno, Macron, il quarto, Melenchon e il quinto, quello ufficiale, Hamon). In questo senso, l'Ump di Fillon è molto più in crisi, con ancora in giro politici ormai consumati come Juppé e Sarkozy (infatti entrambi hanno partecipato alle primarie dell'Ump che hanno visto vincente Fillon).
Ma quello che è interessante delle elezioni presidenziali francesi è vedere come dei concetti un po' astratti come quello di "società liquida" di Zygmunt Bauman, acquisiscono nuovi significati quando si "materializzano" nel nostro presente.
Dai primi anni '80 la Francia vede una competizione fra gollisti e socialisti per aggiudicarsi maggioranze parlamentari, Eliseo e Governo. Oggi entrambi le formazioni, ossia l'Ump di Fillon e il Psf di Hamon non saranno presenti al ballottaggio. Di fatto ieri sera si sono chiusi 35 anni di alternanza fra socialdemocrazia e gollismo!
Ora la dissoluzione dei vecchi blocchi politici è sicuramente figlia della poco fideilizzazione dei cittadini verso i partiti storici e la mutevolezza degli elettori è sempre maggiore. Ma non solo. La personlizzazione della politica è centrale, per non dire premessa essenziale del successo elettorale.
Un amico, che era candidato al Gran Consiglio per una lista di sinistra, dopo i risultati del 20 aprile del 2015, mi disse che ormai, con l'entrata nel parlamento cantonale di Germano Mattei, era "sdoganata" l'idea del partito-persona e visto il successo ottenuto dall'ex esponente del Ppd del Val Maggia, l'esperimento sarebbe potuto essere ripetuto da altri. Ormai per entrare nel legislativo e far carriera politica non sarebbe stato più essenziale avere un partito alle spalle.
Se il ragionamento valeva per Germano Mattei, tanto più vale per Emmanuel Macron, che in meno di anno, ha dato vita alla sua personale formazione politica denominata "En Marche!". Non solo. Probabilmente se Macron avesse accettato le lusinghe di chi lo voleva (leggi l'attuale inquilino dell'Eliseo, il socialista Hollande) in corsa per il Psf, non avrebbe conseguito questo risultato di voti. Ma il ragionamento va esteso al candidato della sinistra radicale Melenchon, che un anno fa ha deciso di ripresentarsi alle presidenziali e ha lanciato la sua candidatura via internet, senza ancora avere un solo partito alle spalle (solo in un secondo tempo i comunisti e altri "pezzi" della sinistra, un po' forzatamente -della serie prendere o lasciare- hanno sostenuto la sua candidatura). La liturgia della centralità del partito, con i suoi riti pseudodemocratici, è morta!
Tutti (soprattutto a sinistra) possono mettersi in proprio, fare la propria "start up politica" e presentarsi al mercato elettorale con la propria offerta. Nella "società liquida" tutto questo è possibile, tanto i cosiddetti partiti di massa, arrischiano di essere più un ostacolo al proprio successo che un strumento di aiuto.
Non conta più la "macchina organizzativa del partito", bensì i cosiddetti "supertalenti" che creano quel "capitale umano" strategico per il successo della propria impresa politica. La scelta di utilizzare un linguaggio da matricola di Wall Street è voluta.
Infatti le analogie fra le start up di aziende e quelle politiche sono molteplici. La prima è quella, che conta molto di più lo spessore del leader che l'ingranaggio del "pachiderma-partito". La capacità di motivare i propri collaboratori, per fargli fare quello sforzo che nessun partito riesce più a far fare anche al militante più ligio. Gestire i comitati elettorali in modo manageriale come se fossero delle imprese (in questo senso è interessante osservare la contraddizione di Melenchon, tutto proteso a criticare il buon vecchio capitalismo e poi prendere da esso alcuni strumenti molto efficaci).
Chiedersi cosa il mercato (gli elettori) vogliono, confezionare un prodotto adeguato supportandolo di un'adeguata (e possibilmente seducente) narrazione. Non solo. Dotarsi di organizzazioni snelle, selezionare attentamente le competenze di cui si abbisogna, motivare e motivare ancora i propri collaboratori.
In Svizzera e in Ticino il fenomeno non è ancora presente in modo strutturale. Ma escludendo Mattei e la sua "Montagna Viva", qualcuno si chiede cosa succederebbe se un Mario Branda si mettesse "in proprio" politicamente? Ipoteticamente, se nel 2019 vi fosse una lista per il Consiglio di Stato di Mario Branda e una del Ps Ticino di Manuele Bertoli chi dei due farebbe il seggio in Governo? E Claudio Zali se si mettesse "in proprio" ci smenerebbe più lui o la Lega?
Certo, allo stato attuale questa è "fantapolitica" alle nostre latitudini, ma in Francia (e non solo, ma anche in Italia, dove i pentastellati sono nati da una start up di un comico che conosceva il Paese dopo diverse tournée nei Palasport di tutta la penisola) è già realtà.
Prima o poi il fenomeno arriverà anche da noi, dando più importanza ad alcuni singoli talentuosi, che a collettivi mediocri, terremotando tutta la grammatica e le liturgie dei partiti.
Poi analogicamente con le start up, il tasso di fallimento di queste nuove formazioni politiche tutte incentrate sul capitale umano e politico del leader, sarà alto, ma per chi ce la farà, la probabilità di mettere ai margini (o addirittura far chiudere) partiti con tradizioni politiche centenarie alle spalle, sarà molto probabile.
Tutto è in via di dissoluzione, destrutturalizzando il panorama politico, abbandonando la tradizione delle vecchie famiglie politiche (quella lberale, quella socialdemocratica, quella conservatrice, quella comunista,...), per teorizzare in forma nuova vecchi concetti, come il nazionalismo-sovranismo o un liberalsocialismo ancorato all'Ue, sulla falsa righe di quello che fece a metà anni '90 Tony Blair in Gran Bretagna. Ma se quest'ultimo dovette "scalare" il Labur party, per raggiungere il Potere, oggi Macron dimostra che è solo una perdita di tempo indirizzare le proprie energie per "scalare" vecchi partiti, desueti e un po' inutili. Appunto, meglio mettersi in proprio e puntare tutto su se stessi.