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Rimarrà senza controprogetto l'iniziativa "Sì all'Europa"
Il Consiglio degli Stati ha respinto l'idea di una dichiarazione di principio, che sancisca l'adesione all'UE come obiettivo strategico. Dopo mesi di botta e risposta tra i le due camere, i senatori hanno chiuso la polemica sulla politica estera europea.
Ribadendo la propria posizione, il Consiglio degli Stati ha deciso, per 26 voti contro 15, di non affiancare un controprogetto all'iniziativa popolare "Sì all'Europa", lanciata dai movimenti giovanili europeisti, che chiede la riattivazione immediata della domanda di adesione all'Unione europea.
Per indurre i promotori a ritirare l'iniziativa, destinata a fallimento sicuro in votazione popolare con il rischio di bloccare per anni ogni futuro sforzo di integrazione, il Consiglio nazionale, seguendo la volontà del governo, aveva adottato una dichiarazione di principio, in cui si riconosce l'obiettivo strategico dell'adesione all'UE.
Secondo questo testo, iscritto in un decreto che non sarebbe stato sottoposto al voto popolare, il Consiglio federale dovrebbe preparare i negoziati d'adesione e a questo scopo sottoporre al parlamento un rapporto sulle conseguenze istituzionali (democrazia diretta, federalismo, riforma del Governo, ecc.), economiche, monetarie (franco o euro?), finanziarie, ambientali che ne derivano.
La riattivazione della domanda, che era stata inoltrata nel 1992 e poi congelata dopo il no popolare allo Spazio economico europeo, verrebbe decisa da Berna in funzione delle esperienze accumulate con gli accordi bilaterali e previa consultazione del parlamento e dei cantoni.
Se, di fatto, la dichiarazione non modifica in nulla le competenze e la procedura attuali, essa impegnerebbe per la prima volta il parlamento a riconoscere formalmente la politica europea del governo e, soprattutto, agli occhi dei promotori rivestirebbe un alto valore simbolico. Ma come era largamente prevedibile, intorno alla questione si sono formate le tradizionali divisioni politico-regionali.
Profondamente euroscettici, i senatori svizzero-tedeschi dei partiti di centrodestra, in prima linea UDC e PLR, si sono opposti, sottolineando il carattere superfluo della dichiarazione. Solo pochi hanno avuto il coraggio di parlare chiaramente. "Occorre dimostrare che l'adesione all'UE è la migliore opzione", ha detto il PLR sciaffusano Peter Briner, preferendo lasciare aperte altre varianti come la via bilaterale o un secondo Spazio economico, oppure ancora, per alcuni, anche l'"Alleingang".
Lo schieramento pro-europeista, formato da socialisti e rappresentanti romandi, ha ricordato il compito di co-partecipazione del parlamento, sancita nella costituzione, in materia di politica estera. Fare propria la dichiarazione non significherebbe aderire all'UE, ma riconoscere che la Svizzera non può restare estranea allo storico processo di unificazione europea.
"Già oggi le leggi promulgate dal parlamento elvetico devono essere compatibili con il diritto UE", ha voluto ricordare ai suoi colleghi il socialista Ernst Leuenberger. Un controprogetto e dunque il probabile ritiro dell'iniziativa "Sì all'Europa" si imporrebbe anche per ragioni politiche.
Volenti o nolenti, ha osservato il democristiano vallesano Simon Epinay, una sua bocciatura verrà interpretata come un segno di sfiducia verso l'Unione europea, indebolendo così la posizione della Svizzera nei round negoziali bilaterali già in programma con Bruxelles.
Sempre nella mattinata di giovedì, il Consiglio degli Stati ha adottato una mozione del Nazionale per modificare la legge sui cartelli, nell'obiettivo di dare alla Commissione della concorrenza (Comco) maggiori mezzi per lottare contro le intese cartellarie, dato che al momento la Comco deve attendere episodi di recidiva prima di poter intervenire.
Anche il Consiglio federale si era occupato della materia la scorsa settimana, mettendo in consultazione un progetto di revisione, secondo il quale -come giâ è il caso in Europa e negli Stati Uniti - è possibile applicare sanzioni dirette.
Luca Hoderas
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