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Nuovi particolari sulla "rapina del secolo" alla Fraumünster Post di Zurigo. Metà del bottino è stata recuperata. Ma il resto?
Alle 10.37 di lunedì 1. Settembre 1997, cinque uomini rapinavano a viso scoperto la Fraumünsterpost, il più importante ufficio postale di Zurigo, a due passi dalla Bahnhofstrasse, la via delle banche. Con un'azione fulminea, i rapinatori entravano in un cortile interno della posta e caricavano su un furgoncino, un Fiat Fiorino, tutte le cassette piene di soldi che il mezzo poteva contenere. Dopo tre minuti erano in fuga, con 53,1 milioni di franchi.
Il bottino costituiva l'incasso degli uffici postali della città, che veniva raccolto alla Fraumünsterpost prima di essere depositato nella vicinissima sede della Banca nazionale. I rapinatori s'erano ovviamente serviti delle informazioni di un dipendente della posta, loro complice.
Ma commettevano un errore: nella fuga, perdevano un sacchetto di plastica nel quale c'erano le foto del cortile interno della posta, e su una di quelle foto c'era l'impronta digitale di uno di loro.
Quel fatto sollevò scalpore anche all'estero, per la facilità e il modo "pulito" con cui venne eseguito la rapina, e per il bottino straordinariamente grande. Si spiega così il costante interesse dell'opinione pubblica per lo svolgimento delle indagini; e si spiega anche la pubblicazione di un articolo sulla rivista "Kriminalistik", ripreso in versione abbreviata dal "Tages-Anzeiger", scritto a quattro mani dall'ex-procuratore distrettuale Rolf Jäger (ora giudice a tribunale di Winterthur) e dal capo dello speciale nucleo investigativo appositamente costituito, André Beck.
La polizia arrivò sul luogo della rapina dopo due minuti dalla fuga dei delinquenti.
Ma le prime indagini si rivelarono senza esito. Per due ragioni, dicono Jäger e Beck. Innanzitutto, la segnalazione del numero di targa del furgoncino dei rapinatori si rivelò inesatto. E poi questi scaricarono il furgone e si spartirono il bottino in un garage nascosto agli sguardi esterni, situato in un edificio non frequentato.
Inoltre, nella Fraumünsterpost era stato installato poco tempo prima un sistema di sorveglianza con dodici telecamere, di cui una nel cortile interno, ma la visione della registrazione delle immagini si rivelò deludente: la telecamera era stata piazzata in una posizione infelice, per cui nessuno dei rapinatori poté essere identificato.
Le cose cambiarono solo quando, il 3 settembre, un libanese segnalò agli inquirenti di essere stato incaricato da un suo connazionale di trasportare 2,9 milioni di franchi. Grazie a quella prima soffiata, fu quindi possibile risalire, anche con buona rapidità, a tutta la banda.
21 giorni dopo la rapina, erano già state arrestate 26 persone, eseguite 50 perquisizioni domiciliari e recuperati 23,94 milioni di franchi, sviluppando un'azione investigativa anche in altri paesi: Germania, Francia, Italia, Austria, Belgio, Olanda, Spagna, Svezia, Macedonia, Grecia, Argentina, Brasile, Venezuela e USA.
Ma ciò che è interssante sono i particolari inediti e le osservazioni critiche del procuratore Jäger. Al momento di procedere a due perquisizioni domiciliari, "per motivi incomprensibili" gli inquirenti ne eseguirono una e rinviarono la seconda, nell'abitazione di un ricettatore, "a un altro giorno". Nel frattempo l'appartamento in questione veniva svaligiato ed otto milioni di franchi prendevano il volo.
Un altro particolare discutibile è il comportamento delle autorità italiane, che dopo aver arrestato a Milano il capo della banda, il libanese Elias Alabdullah, con un suo connazionale e le rispettive compagne, volevano rimetterli in libertà se non fossero arrivati entro mezzanotte (erano le 9 di sera) i relativi mandati di cattura internazionali. Neppure il fatto che nell'armadio dell'appartamento zurighese di una delle donne arrestate erano stati trovati in un sacco di plastica 19 milioni di franchi, bastò alla procura milanese.
Dei 53,1 milioni di franchi del bottino, finora ne sono stati recuperati soltanto 25,8 milioni. "Se della rimanente somma verrà mai trovata e messa al sicuro una parte significativa, oggi è lecito dubitare", conclude il procuratore Jäger.