Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01039.jsonl.gz/74

E se dai vecchi pneumatici ricavassimo carburante più green?
Era il 21 gennaio 1990 quando lo Springfield Tire Fire, l'incendio di pneumatici di Springfield, fece la sua prima apparizione nella celebre serie televisiva I Simpson, nella puntata 01x03. Da allora, quella dell'incendio indomabile e super-inquinante, scoppiato nella discarica di copertoni e mai (o brevemente) spento, è diventata una gag ricorrente del cartone animato ideato da Matt Groening, tanto da entrare a pieno diritto nella sigla iniziale. Una stagione dopo l'altra, gli abitanti della ridente cittadina hanno ignorato il problema, metafora dell'inazione umana di fronte a pericolose crisi, specialmente quella climatica.
Altamente durevoli e non biodegradabili, i copertoni rappresentano un grossissimo rischio ambientale. Smaltirli è difficile e, troppo spesso, finiscono in enormi discariche dove — e qui non è una gag — finiscono davvero per prendere fuoco, rilasciando nell'ambiente pericolose sostanze tossiche. Si pensi ad esempio al più grande cimitero di pneumatici al mondo, situato a Sulaibiya, Kuwait, dove nel 2020 in un solo evento hanno preso fuoco oltre un milione di copertoni.
Da qualche anno, tuttavia, alcune aziende hanno iniziato a studiare un'idea alternativa. Perché non trasformare le gomme usate in carburante, così da alimentare gli stessi veicoli dai quali provengono?
Oggi
Secondo un rapporto del Tire Industry Project per il World Business Council for Sustainable Development, citato da Forbes, ogni anno più di un miliardo di pneumatici termina la propria vita. Secondo questo rapporto, i tassi di recupero delle componenti sarebbero aumentati esponenzialmente negli ultimi 15 anni in Europa, Giappone e Stati Uniti, complici leggi ambientali più severe. Ma, attualmente, almeno quattro miliardi di copertoni si trovano ancora in discariche e depositi sparsi in tutto il mondo.
Nel riciclaggio degli pneumatici il cosiddetto recupero energetico è il metodo comune. La pratica vede le gomme bruciare in un inceneritore per generare elettricità o come combustibile (tire-derived fuel, TDF) per fornire calore ai forni per il cemento e ad altri processi industriali. Negli Stati Uniti, nel 2017, circa il 43% dei resti di vecchi pneumatici (106 milioni) è stato riutilizzato con questa tecnica. Un altro 25% dei rottami di pneumatici è stato utilizzato per produrre gomma macinata (utilizzata, ad esempio, per campi sportivi e parchi giochi), il 17% è stato smaltito in discarica e circa il 15% ha trovato altri usi (come la costruzione di argini nell'ingegneria civile). In questo 43%, la produzione di cemento è stata la più grande utilizzatrice di TDF (46%), l'industria della carta ne ha utilizzato il 29% e le utenze elettriche il 25%. Il processo tuttavia, produce altro inquinamento.
Il progetto
Per questo, dicevamo, alcune aziende progettano da tempo un'alternativa più ecologica. Poiché gli pneumatici sono per lo più composti da idrocarburi, perché non riutilizzarli come carburante? Una delle compagnie più ambiziose che perseguono questa idea, rivela un articolo dell'Economist, è Wastefront, con sede a Oslo, in Norvegia. Il progetto è già ben avviato: alla fine di quest'anno, Wastefront inizierà a costruire il proprio impianto di riciclaggio di pneumatici a Sunderland, nel nord-est dell'Inghilterra. Entro un paio d'anni, spiega il settimanale britannico, l'impianto sarà in grado di trasformare 8 milioni di vecchi pneumatici in nuovi prodotti, tra cui circa 25.000 tonnellate di un viscoso liquido nero chiamato TDO (tire-derived oil). Ma come funziona questa trasformazione? Il processo funziona decostruendo un pneumatico nei suoi tre componenti principali: acciaio (utilizzato per sostenere la struttura), nerofumo (per migliorare la durata) e gomma (naturale, ottenuta dalla linfa degli alberi della gomma, e sintetica, prodotta da petrolio grezzo). Triturati, i copertoni vedono la separazione dai rinforzi in acciaio. Il materiale rimasto viene quindi sottoposto a pirolisi, l'esposizione ad alte temperature in assenza di ossigeno. Ciò porta alla decomposizione della gomma in una miscela di nerofumo e gas idrocarburici. Una parte di questi, raffreddata, diventa TDO. Il resto (metano e altri gas) vengono utilizzati per alimentare nuovamente il processo. Secondo il leader di Wastefront, intervistato dall'Economist, il ciclo permetterebbe di dividere un copertone secondo queste percentuali: 40% TDO, 30% nerofumo, 20% acciaio e 10% di altri gas. Mentre il nerofumo sarà utilizzato per la produzione di nuovi pneumatici, il TDO — simile per proprietà al petrolio greggio — sarà adatto alla produzione di diesel. È vero: il diesel comporterà delle emissioni di CO2. Ma evitando sprechi e riutilizzando i copertoni, il ciclo virtuoso permetterà di tagliare dell'80-90% le emissioni di anidride carbonica rispetto a quanto prodotto da un carburante prodotto, normalmente, con l'estrazione.