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Amaro Freitas è nato e cresciuto a Recife, città situata sulle sponde dell’Atlantico nello stato del Pernambuco, nel nord-est del Brasile. A 12 anni viene introdotto al pianoforte e alla batteria dal padre, direttore musicale della chiesa locale, scoprendo il suo talento per la musica. Da adolescente viene ammesso al Conservatório Pernambucano de Música, senza poterlo frequentare a causa delle difficoltà economiche della sua famiglia. Nonostante ciò, Amaro si dedica completamente alla musica: non possedendo uno strumento, si esercita al pianoforte di un ristorante durante gli orari di chiusura. A 22 anni diventa uno dei musicisti più richiesti di Recife e il pianista residente del jazz bar Mingus; nello stesso periodo incontra il bassista Jean Elton e il percussionista Hugo Medeiros, che lo accompagnano in tutta la sua carriera. Nel 2016 pubblica il suo primo album, “Sangue Negro”, che l’anno successivo porta in tour in Brasile. Il secondo album, “Rasif” (2018), lo porta in tour in Europa fino al 2019, anno in cui collabora con la leggenda della musica brasiliana Milton Nascimento in un EP. Nel 2021 pubblica il suo terzo album, “Sankofa”, una ricerca musicale sulla propria identità, a partire dal titolo: “sankofa” è un simbolo Adinkra (simboli del Ghana che rappresentano concetti o aforismi) che raffigura un uccello in volo, ma con lo sguardo rivolto all’indietro, verso ciò che sta abbandonando. Un simbolo diventato celebre per indicare la diaspora africana, che incoraggia a guardare alle proprie radici per esprimere il proprio potenziale. Le origini sono quindi il fulcro dell’ultimo lavoro di Amaro Freitas: se da un punto di vista musicale, utilizza schemi ritmici e variazioni che reinterpretano i disegni degli antenati, dal punto di vista lirico ogni traccia racconta una storia, passando dalla cultura africana prima dello schiavismo (praticato nel 1800 anche nello stato del Pernambuco) alla tranquillità della foresta amazzonica.
Intervista originale in inglese.
Hai iniziato a suonare il pianoforte da adolescente. Cos’era per te la musica, prima di imparare a suonare?
Sono cresciuto in una casa povera su una collina nel quartiere di Cavaleiro nella città di Recife, insieme ai miei genitori e a mia sorella. Da piccolo mi addormentavo con le ninne nanne della tradizione musicale brasiliana che mi cantavano i miei genitori. Mi ricordo anche che nel cortile di casa giocavo a fare il pane con gli utensili di mio padre, un provetto panettiere. Poi giocavo con mia sorella a rincorrerci, e salivo a cavalcioni sulla schiena di mio padre. È impossibile dimenticare la cucina di mia madre: la migliore. Ne ricordo ancora il profumo, è il motivo per cui torno sempre a casa: non posso perdermelo. Questi ricordi sono molto forti dentro di me.
Infine, dato che i miei genitori sono protestanti praticanti, andavamo in chiesa ogni domenica ed eravamo coinvolti nelle attività della chiesta. Ho iniziato a cantare nel coro della chiesa da molto piccolo. Questo ha decisamente influenzato la mia musica.
Prima di diventare un musicista affermato hai dovuto superare diverse difficoltà. Cosa ti ha spinto a continuare?
Ho sempre creduto nel potere della musica. Nel mio caso, penso a “Alive” di Chick Corea: questo album, registrato nel 1991 al jazz club Blue Note di New York, il primo DVD di musica live che ho ricevuto, ha cambiato il modo in cui percepisco la musica. Ascoltare la musica di Chick Corea ogni giorno mi ha toccato profondamente: ho iniziato a esplorare l’universo jazz e a capire che avrei fatto del jazz la mia professione. Una grande opportunità è stata debuttare nella scena jazz di Pernambuco al jazz club Mingus; questa esperienza mi ha fatto raggiungere un più alto livello nella comprensione della musica. Jean Elton, bassista e componente dell’Amaro Freitas Trio, è una presenza eccezionale nella mia vita, con cui ho condiviso molte esperienze. Altri momenti importanti della mia vita sono stati registrare le mie canzoni in un album, eseguirle ed essere parte di uno studio alla Montreux Jazz Academy con musicisti da tutto il mondo, suonando con Milton Nascimento, e andare in tour internazionalmente suonando in templi del jazz come il Lincoln Centre e il jazz club Ronnie Scott. Non posso dimenticare il batterista Hugo Medeiros, il mio manager Laércio Costa, e l’etichetta discografica Far Out Records come opportunità eccezionali che mi hanno fatto crescere come musicista professionista.
I riferimenti alla tradizione classica brasiliana sono evidenti nella tua musica, soprattutto a Heitor Villa Lobos. Che rapporto hai con la tradizione?
L’influenza degli inni religiosi di origine europea è innegabile nella mia musica. Di sicuro, comunque, il calore della mia regione geografica, le origini indigene e africane, come anche quelle legate ai primi arabi che arrivarono in Brasile, hanno costruito la musicalità tradizionale che è la base delle mie composizioni, le mie perle. Una grande influenza musicale per me è Moacir Santos, un pianista originario di una città di campagna del mio stato (Flores do Pajeú) che ha ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo, ma non tanto in Brasile. Moacir Santos suona il sassofono e il piano con una impostazione Afro-Brasiliana, grazie alle sue origini africane: questo è quello che in qualche modo cerco di portare alla mia musica.
Jean Elton al basso e Hugo Medeiros alle percussioni ti accompagnano da anni e partecipano alla composizione degli album. Come vi siete trovati, musicalmente?
Ci conosciamo da tanti anni, abbiamo suonato insieme nei jazz club di Recife, e da allora abbiamo condiviso le stesse idee e riferimenti musicali.
Il tuo nuovo album ha un titolo particolare. Ci racconti cosa significa per te e come l’hai scelto?
Questa parola significa per me la connessione tra passato, presente e futuro: molte persone hanno permesso che io sia qui, ora, e questo album è un ringraziamento ai miei antenati. Sono grato a Tereza de Benguela, Abdias do Nascimento, Zumbi dos Palmares, tutti i miei antenati abolizionisti, Mahommah G. Baquaqua, come a tutti coloro che hanno combattuto per le vite dei neri, sensibilizzando sulla causa e offrendo speranza alle generazioni future. A queste persone vorrei dare un grande abbraccio e dire grazie per tutto quello che hanno fatto per noi. Per quanto riguarda il titolo, durante i tre anni della realizzazione dell’album molti nomi e riferimenti sono emersi per onorare i miei antenati; Sankofa è arrivato per ultimo, e rappresenta splendidamente tutto quello che pensato e realizzato nell’album.
L’album è una ricerca sull’identità afro-brasiliana attraverso storie poco conosciute dal grande pubblico. Quali sono state le tue scoperte preferite?
Una delle mie scoperte questo viaggio è stata Tereza de Benguela. La canzone “Vila Bela” rappresenta l’abbraccio che vorrei darle. Abbracciare è molto importante, di questi tempi, perché a causa della pandemia è stato a lungo impossibile. Mi è mancato molto abbracciare le persone care. Le note che suono rappresentano un abbraccio, anche se non c’è contatto fisico.
Qual è l’aspetto più bello di suonare la tua musica dal vivo in Europa?
Poter mostrare che la musica è la nostra più grande e comune antenata; incontrare persone e creare una connessione attraverso la musica, generando un flusso di energia positiva. Amo suonare il pianoforte nei club e nei festival europei, sono i migliori.
Infine, cosa significa per te fare jazz al giorno d’oggi?
Il jazz è un canale che ci permette di tradurre il nostro DNA in musica.
Amaro Freitas presenta il suo ultimo album, “Sankofa”, allo Studio Foce giovedì 19.05 alle 21:30.
Maggiori informazioni su foce.ch