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A seguito di un caso nato da una controversia del 2017, la corte del tribunale distrettuale di Hongkou a Shanghai ha deliberato che anche se in Cina Ethereum ed altre criptovalute non sono classificabili come monete, sono da sottoporre alle stessa protezione legale dei beni possedibili in forma di diritto di proprietà, così come appare da un post del portale cinese Baidu.
Il caso nasce da una raccolta di fondi da parte di una società tecnologica di Pechino nell’agosto del 2017 a cui avevano aderito investitori con sottoscrizioni in ETH e BTC.
A seguito del divieto di svolgere ICO emesso in Cina nel settembre 2017, la società aveva restituito i fondi, ma per errore 20 ETH erano stati mandati all’investitore sbagliato che, a questo punto, aveva tagliato tutte le comunicazioni e non rispondeva alla controparte, obbligando la società promotrice a portare il caso in tribunale.
Il tribunale ha stabilito che si tratta di un caso assimilabile all’italiano “Arricchimento senza causa”, nel quale una parte si arricchisce a discapito di un’altra senza che vi sia una causa giuridica per il trasferimento di ricchezza.
La parte beneficiata deve quindi rimborsare la parte danneggiata nel limite dell’arricchimento stesso.
La corte ha inoltre giudicato che, anche se ETH e BTC non sono valute fiat, sono comunque beni degni di tutela giuridica sotto il diritto di proprietà, per cui vengono a configurare questo illegittimo arricchimento.
Al termine della causa i fondi sono quindi stati restituiti.
Il caso viene, di riflesso, a presentare degli interessanti aspetti di carattere giuridico per quanto riguarda il possibile coinvolgimento delle parti, nel caso non sia stato concordato una sede giuridica del negozio che ha generato l’arricchimento illegittimo: infatti, la legge cinese prevede che il tribunale competente sia quello dove l’arricchimento è avvenuto, il che potrebbe giuridicamente spostare fuori dalla Repubblica Popolare la definizione legale della controversia.