Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01124.jsonl.gz/856

Per il procuratore pubblico Moreno Capella, il 39enne è colpevole del reato di assassinio. 'Un egoismo sordo a qualsiasi spiegazione'
«È stata un'inchiesta lunga e difficile: mai, in 18 anni di Pretura, mi era capitato di giungere in aula a tre anni e mezzo dai fatti». Ha esordito così il procuratore pubblico Moreno Capella, sottolineando il lungo periodo trascorso dal 3 luglio 2017: da quella sera si trova dietro le sbarre il 39enne eritreo accusato di avere ucciso la moglie spingendola oltre il parapetto del balcone del quinto piano di una palazzina in via San Gottardo a Bellinzona. Per il marito, il magistrato chiede 18 anni di carcere configurando il reato di assassinio. Se la Corte dovesse invece optare per l'omicidio intenzionale, Capella chiede che la pena non sia comunque inferiore ai 16 anni. Il pp ha inoltre chiesto l'espulsione dalla Svizzera per 15 anni. L'uomo, ricordiamo, si è sempre professato innocente, sostenendo che la moglie si sia suicidata e che lui abbia semmai tentato di salvarla, cercando di trattenerla per un braccio prima che quest'ultima si schiantasse dopo un volo di circa 18 metri.
Per Capella il reato di assassinio è costituito dallo scopo particolarmente perverso del gesto e dalla grande futilità dell'agire dell'imputato. «Ha dimostrato un egoismo sordo a qualsiasi spiegazione, sintomo di un egocentrismo inscalfibile. Su un piatto abbiamo la vita, sull'altro niente. Per l'imputato ha pesato più il niente». La sua colpa è giudicata «gravissima», per il fatto che «egli ha posto le sue condizioni al centro di tutti i suoi interessi, dimenticando il diritto dei figli a essere cresciuti da una madre».
In un processo fortemente indiziario, privo delle cosiddette prove schiaccianti, il pp ha riconosciuto come si siano resi necessari numerosissimi accertamenti, in particolare dal punto di vista tecnico-scientifico. Ma alla fine, tutti gli elementi raccolti hanno fornito alla pubblica accusa «un quadro completo e sufficientemente nitido di quello che è successo la sera del 3 luglio 2017».
Durante una requisitoria durata sei ore, per quasi due il pp si è soffermato sui risultati della perizia affidata all'Istituto di medicina legale dell'Università di Berna: per Capella non ci sono dubbi circa la sua attendibilità: «Sia la distanza del corpo dalla facciata del palazzo che la modalità d'impatto al suolo, accertano che la vittima è stata spinta da una terza persona». Per il pp, la dinamica descritta dall'imputato non trova invece alcun riscontro. Ha spiegato che per poter raggiungere il punto in cui è stato trovato il corpo (il centro di massa è indicato in poco meno di tre metri e mezzo dalla facciata, ndr), è assolutamente necessaria una velocità di partenza pari a 8 km/h. I periti – ha aggiunto il pp – hanno certificato che se si fosse trattato del gesto estremo, la velocità sarebbe stata ben minore, e quindi il corpo sarebbe caduto lontano dal punto in cui è stata trovato. Un lancio 'volontario', ha fatto inoltre notare Capella, non prevede rotazioni del corpo: «chi parte in posizione eretta, arriva generalmente in posizione eretta. Sappiamo invece che la prima parte del corpo che ha toccato l'asfalto è stata la testa». La ricostruzione dell'imputato, ha continuato il pp, «appare inverosimile anche dal punto di vista del buon senso: come può pensare di avere afferrato il polso sinistro della donna prima che precipitasse? Bisogna essere molto rapidi e precisi nei propri movimenti», ha aggiunto, ricordando come, sempre secondo la versione dell'uomo, la donna sarebbe corsa in balcone con l'intento di farla finita.
Capella ritiene poi non credibili le dichiarazioni dell'imputato fornite in sede d'inchiesta. Il magistrato ha parlato di incongruenze nelle varie deposizioni in merito ad alcuni aspetti, come ad esempio la ricostruzione della lite precedente al decesso. Il pp ha in particolare sottolineato come l'imputato abbia menzionato la presenza del coltello solo in occasione del terzo interrogatorio. Coltello trovato dagli inquirenti avvolto in un tappeto. «Se qualcuno nasconde qualcosa, e perché ha una ragione per farlo», ha sottolineato il pp. Dubbi anche sulla consapevolezza dell’uomo riguardo i propositi suicidi della donna. «Prima dice che non si aspettava che la donna uscisse sul balcone per buttarsi, poi che aveva abbassato le tapparelle proprio per evitare che si recasse sul terrazzo». Capella ha poi riassunto in aula le dichiarazioni di alcuni conoscenti della 24enne (tra le quali quella della dottoressa curante): nessuno ha mai ravvisato avvisaglie del gesto estremo. La donna era felice di essere in Svizzera insieme ai suoi bambini.
Sono poi stati elencati altri elementi che per il pp fondano la colpevolezza dell'imputato. A cominciare dal precedente del 29 maggio 2017 (poco più di un mese prima del decesso), quando tra la coppia era scoppiata una lite simile a quella del 3 luglio. Alcuni vicini di casa hanno dichiarato di avere visto la donna con le mani appoggiate al parapetto, braccia tese, facendo forza per tenersi lontano dal vuoto. Per l'accusa, già quel pomeriggio l'uomo stava cercando di riuscire nell'intento che sarebbe poi stato raggiunto. Solo l'intervento di un altro dirimpettaio avrebbe infatti impedito che il dramma si consumasse un mese prima. Su quanto accaduto il 29 maggio, l'imputato ha affermato che anche in quell'occasione aveva impedito alla moglie di suicidarsi. «Per quale ragione – ha sottolineato Capella – i figli piangevano e chiamano la mamma tanto forte da richiamare l'attenzione dei vicini? Perché quel pomeriggio la moglie urlava mentre il marito la colpisce? Perché, dopo i fatti, l'imputato lascia soli moglie e figli sul balcone? Perché, se le cose sono andate come dice l'imputato, alcuni inquilini hanno ritenuto di dover chiamare la polizia? Per Capella anche i fatti del 29 maggio configurano il reato di tentato assassinio o di tentato omicidio intenzionale e costituiscono un indizio del delitto del 3 luglio 2017. Troppa è la similitudine fra i due episodi, ha affermato il pp, sottolineando come la sera del 3 luglio l'imputato abbia chiuso a chiave la camera dove dormivano i figli. La Corte della Assise criminali presieduta dal giudice Marco Villa (giudici a latere Renata Loss Campana e Manuel Borla) dovrà quindi esprimersi anche sull'accusa di tentato assassinio, subordinatamente tentato omicidio intenzionale in riferimento ai fatti del 29 maggio.
Un altro elemento che per l'accusa fonda la colpevolezza del 39enne è la mancanza di contusioni o escoriazioni sul corpo dell'uomo. A causa delle superficie abrasiva del parapetto, per il pp il 39enne avrebbe dovuto presentare dei segni riconducibili allo sforzo per trattenere il corpo della donna. Quanto alla frattura dell'osso ioide riportata dalla donna, Capella propende per un'operazione di strangolamento da parte dell'imputato prima della caduta. «La frattura dell'osso ioide è improbabile anche in caso di cadute da 20 metri». Dal referto medico è inoltre emerso che la donna ha avuto un momento di asfissia prima di precipitare.
Per il magistrato è poi certo che il sospetto di un tradimento da parte della moglie, «fondato su elementi oggettivamente inesistenti», era una costante nei pensieri dell'imputato. “Sospettavano che mia moglie mi avesse tradito”, ha detto l'uomo durante uno dei primi interrogatori. I sospetti erano alimentati dal fatto che la donna avesse contratto l'epatite B e che potesse essere incinta. A questo proposito, Capella ha spiegato che la malattia era cronica e che aveva origini remote. La gravidanza, invece, è stata smentita da un test, ma il marito era convinto che la donna fosse rimasta nuovamente incinta.
Cosa ha fatto l'imputato nei cinque minuti trascorsi dalla caduta all'arrivo dell'uomo sul piazzale dove era appena precipitata la moglie? «Di certo, in quei minuti, ha nascosto il coltello e ha risposto al telefono. Secondo la sua versione ha poi pensato al suicidio. Per quale ragione – è venuto al punto il pp – non è sceso immediatamente per sincerarsi delle condizioni della moglie?».
La parola è poi passata all'avvocata Demetra Giovanettina, legale dell'accusa privata rappresentata dai due figli (di sei e sette anni) dell'imputato. Associandosi alla proposta di pena di Capella, ha chiesto 50mila franchi di risarcimento per ognuno dei due bambini.
L'avvocato difensore Manuela Fertile dovrà invece aspettare fino a settimana prossima (verosimilmente martedì 22) per esporre la sua arringa. La sentenza dovrebbe essere pronunciata mercoledì 23 dicembre, ma non è escluso che possa slittare al 2021.