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La copertura giornalistica occidentale sull’Africa viene spesso accusata di essere parziale, euro-centrica e, nel complesso, inadeguata. Un ricercatore dell’Università di Stanford ha dunque preso in esame un campione vasto di articoli francesi e britannici per verificare se il giornalismo occidentale che tratta di Africa sia davvero pessimo come la sua reputazione. Molti osservatori concordano da tempo sul fatto che i reportage occidentali sul continente africano siano indistinti, razzisti, paternalistici, e che spesso dipingano semplicisticamente l’Africa come fosse un Paese unico e omogeneo. Secondo Martin Scott della School of International Development dell’East Anglia University (Gran Bretagna), ad esempio, questo modo di rappresentare le cose sarebbe diventato un “mito” universalmente accettato, pur essendo supportato da ben poche prove empiriche, come Scott aveva già affermato in un saggio del 2015.
Un studio più recente, questa volta di Toussaint Nothias del Center for African Studies dell’Università di Stanford, contribuisce ora alla comprensione del problema, ribadendo come la copertura giornalistica occidentale dell’Africa venga criticata essenzialmente per tre motivi principali: innanzitutto perché l’Africa viene normalmente associata a concetti come “oscurità” e “pensiero tribale”; in secondo luogo, perché l’Africa viene spesso raffigurata come un’entità omogenea; e, infine, perché a essere utilizzate sono principalmente fonti occidentali. Grazie a un’analisi dei contenuti di 282 articoli provenienti da otto giornali britannici e francesi, lo studio di Nothias è andato a verificare la fondatezza empiriche di queste critiche. Gli articoli esaminati sono stati pubblicati tra il 2007 e il 2012 e si concentravano sulle celebrazioni per il 50esimo anniversario dell’indipendenza di 24 paesi africani. Nothias ha inoltre intervistato diversi giornalisti che scrivono dell’Africa per approfondire con fonti dirette gli elementi a disposizione.
Oscura, omogenea e senza una voce?
Secondo Nothias, molti ricercatori concordano su almeno due aspetti: non si fa abbastanza giornalismo sull’Africa e la maggior parte dei reportage disponibili presenta immagini per lo più negative. Anche se il continente africano ospita il 15% della popolazione mondiale, il giornalismo estero europeo tende a non considerare questa evidenza. Uno studio del 2012, ad esempio, aveva preso in esame i servizi giornalistici di sei paesi europei, scoprendo come solo il 3% di questi riguardasse l’Africa. Altri studi hanno fornito risultati simili: de Beer, ad esempio, nel 2010 ha mostrato come l’Africa sia spesso dipinta in modo principalmente negativo. Per la verità, secondo Nothias, si dovrebbe tenere da conto anche che sono le notizie nel complesso a essere tendenzialmente negative, non solo quelle che riguardano l’Africa.
Il ricercatore di Stanford fa notare inoltre come molti studi accademici vengano realizzati da un punto di vista anglofono e che le ex colonie francesi sarebbero oggetto di molte meno ricerche di quelle britanniche. Nella sua analisi, Nothias si è focalizzato quindi un tema specifico (e potenzialmente positivo, come gli anniversari delle indipendenze) che gli consentisse di evitare che i propri risultati venissero dominati da articoli su guerre, crisi e conflitti che avrebbero quindi imposto un bias inevitabilmente negativo al suo campione. Sulla base degli articoli esaminati, Nothias ha estrapolato tre punti di critica che spesso contraddistinguono i reportage occidentali sull’Africa.
“Oscurità” e conflitti tribali
Secondo Nothias, molti autori criticano il fatto che la cronaca occidentale sull’Africa si basi su immagini, discorsi e mezzi linguistici che riprendono le idee coloniali. Il pensiero tribale è spesso menzionato come causa dei conflitti africani, presentati come sostanzialmente diversi da quelli europei. Inoltre l’Africa è spesso linguisticamente associata all’”oscurità”: “Cuore di tenebra”, “il continente nero” e formulazioni simili rimandano ancora a narrazioni coloniali che presentano l’Africa come “diversa”. Nothias ha quindi analizzato anche quali parole comparissero più frequentemente nelle notizie. Ecco i risultati: più della metà (55%) di tutti gli articoli conteneva parole appartenenti alla categoria “instabilità sociale e politica”, seguita direttamente da “violenza e morte” (49%), corruzione (38%) e povertà (34%). La prevalenza di questi campi semantici indica quindi che una parte importante dei reportage è incentrata su questioni negative. Parole inerenti a “progresso e successo”, ad esempio, erano solo quinte nella graduatoria e sono apparse nel 21% degli articoli. Tuttavia, termini che legassero il continente africano con il tribalismo sono state impiegati solo nell’8% degli articoli esaminati e la parola “magia” non è mai comparsa (0%).
L’Africa: un paese “omogeneo”
Tra i punti deboli del giornalismo sull’Africa occidentale ci sono anche la scarsa differenziazione, la rappresentazione del continente africano come un “Paese” omogeneo e la generalizzazione di osservazioni personali all’intera Africa. Nothias ha esaminato con quale frequenza gli articoli riportassero le parole “Africa”, “africano” o “continente” e ha analizzato le strategie linguistiche dei giornalisti. Ai suoi intervistati ha poi chiesto se loro percepissero questa tendenza all’omogeneizzazione: i suoi interlocutori hanno dichiarato di essere consapevoli del problema e di aver cercato di evitarlo. Ciò nonostante, l’analisi ha rivelato che il 72% degli articoli contiene delle chiare generalizzazioni. Nel 33% dei casi considerati, i giornalisti che hanno scritto della celebrazione dell’indipendenza di un particolare Paese hanno affrontato la questione dalla prospettiva generale dell’indipendenza africana. Ciò è risultato particolarmente evidente nei reportage francesi, forse perché proprio nel periodo in cui Nothias stava conducendo la sua ricerca, in Francia erano state organizzate alcune manifestazioni per l’indipendenza con rappresentanti di diverse ex colonie.
Il 42% degli articoli contiene inoltre inutili generalizzazioni e raffronti, ovvero i termini “Africa”e “africano” vengono spesso usati in modo eccessivo: ad esempio, la situazione di un paese africano viene spesso presentata come modello rappresentativo dell’intero continente, oppure i reportage da un singolo Paese sono infarciti di confronti con altri paesi africani. Riferendosi ad altri studi, Nothias spiega che tali generalizzazioni sono significativamente meno comuni negli articoli sull’Asia o sull’America latina.
Predominano le “voci” occidentali
Una terza critica frequente è che il giornalismo sull’Africa spesso privilegi le fonti occidentali a discapito di quelle africane. Le voci di rappresentanti delle comunità locali che non siano quelle di membri di governi o organizzazioni non governative sono particolarmente rare. Di conseguenza, conclude Nothias, l’Africa viene spesso considerata da un punto di vista esterno. L’analisi di Nothias conferma che i politici sono i soggetti più ricorrenti degli articoli, tuttavia, lo studio non supporta l’ipotesi che la stampa inglese e quella francese si affidino prevalentemente a fonti occidentali. Negli articoli francesi sono state parimenti impiegate fonti occidentali e africane (48%), mentre negli articoli inglesi le fonti erano per il 61% africane contro il 32% occidentali. Da una parte, ciò indica che molti giornalisti sono consapevoli del problema della “deformazione” occidentale – fatto confermato da gran parte degli intervistati da Nothias -, d’altra parte, la proporzione di voci occidentali è nondimeno elevata, e tra quelle africane dominano comunque quelle delle autorità. Alcuni politici particolarmente noti in occidente vengono citati molto spesso (nei giornali inglesi, ad esempio, viene spesso nominato Mugabe dallo Zimbabwe), anche quando gli articoli ruotano prevalentemente attorno a un altro contesto nazionale.
Nothias ha esaminato anche quali verbi siano stati impiegati per introdurre citazioni a seconda del soggetto quotato. Le citazioni di soggetti africani sono state per lo più introdotte da verbi che le presentassero come razionali (ad esempio “spiegare” o “annunciare”) meno spesso rispetto alle citazioni di soggetti occidentali. Piuttosto, sono stati impiegati più spesso verbi emozionali (ad esempio “rivendicare” o “lamentarsi”). Secondo l’autore, i risultati del suo studio mostrano che i soggetti africani abbiano meno possibilità rispetto agli omologhi occidentali di presentare le proprie questioni sui media e di essere rappresentati in modo differenziato. Il giornalismo è quindi ancora dominato complessivmaente da protagonisti e politici occidentali.
Alcune critiche sono comunque esagerate
I risultati ottenuti da Nothias mostrano che chiaramente il giornalismo inglese e francese sull’Africa ha problemi parzialmente dovuti alla continuità narrativa coloniale, ma che d’altra parte alcune delle frequenti critiche ai reportage sull’Africa sono esagerate e stereotipate. Il tribalismo e l’“oscurità”, ad esempio, sono emersi raramente dai risultati empirici. Quindi, l’informazione francese e inglese sull’Africa potrebbe essere migliore della propria reputazione? Toussaint Nothias presume che i giornalisti occidentali siano come minimo sempre più consapevoli dei problemi post-coloniali e che in futuro ciò potrebbe aiutarli ad evitare gli stereotipi e le generalizzazioni. Le fonti africane, in ogni caso, dovrebbero essere riportate più spesso: alcuni media stanno già ribattendo alle accuse di diffondere “afro-pessimismo” con la loro esplicita trattazione positiva dell’Africa, dice Nothias nel suo articolo. Al Jazeera English, ad esempio, spiega che la campagna “hear the human story” intende offrire un’alternativa differente alla criticatissima copertura occidentale sulla crisi in Rwanda.
Lo studio complessivo, “How Western Journalists actually write about Africa: Re-assessing the Myth of Representations of Africa”, è disponibile qui. Articolo pubblicato originariamente in tedesco. Traduzione a cura di Claudia Aletti