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Dopo appena due anni di collaborazione, corrispondenti a un'edizione "normale" e a una "digitale", il Festival del Film di Locarno si è separato dalla direttrice Lili Hinstin, che aveva preso il posto di Carlo Chatrian appunto due anni or sono. Per alcuni è stato un "fulmine a ciel sereno".
Abbiamo chiesto il parere su questa vicenda e sul futuro del Festival allo storico critico cinematografico della Rsi Mariano Morace in questa intervista.
È rimasto sorpreso dalla notizia della fine della collaborazione con la direttrice del Locarno Film Festival Lili Hinstin?
Sicuramente mi ha sorpreso. È difficile dare un giudizio dopo di fatto un anno di direzione, visto che l'edizione di quest'anno è stata fortemente condizionata dalla situazione pandemica. Abbiamo dunque solo l'edizione dell'anno scorso per formulare un giudizio. Giudicare un direttore di un festival dopo la prima edizione è complicato. Per di più si trattava di un edizione preparata in tempi abbastanza brevi. Lili Hinstin è entrata in funzione all'inizio del 2019, visto che prima era direttrice del Festival di Belfort. Ha dunque avuto sei mesi per preparare l'edizione del 2019.
Qual è il suo bilancio della prima edizione diretta da Hinstin?
È stata un edizione senza né fama né infamia, direi. Un edizione normale. È stata un po' influenzata da una presenza troppo massiccia della cinematografia francofona. Questo è un vizio tipico di una certa intellighenzia parigina, che ritiene che la Francia sia al centro del mondo. La cinematografia e la cultura francese sono sicuramente molto importanti, ma non è l'unica al mondo. In un Festival internazionale una maggiore apertura al mondo sarebbe stata positiva. Questa è l'unica critica che muovo rispetto all'edizione 2019. Per il resto, abbiamo visto dei film interessanti e abbiamo visto dei film brutti, come succede molto spesso. Non ha avuto tempo di fare dei grandi cambiamenti. Il giudizio era pertanto sospeso.
E l'edizione di quest'anno?
Come detto è complicata da giudicare. Io l'ho seguita poco, visto che era difficile seguire. Il film di apertura non mi è piaciuto, ma ciò non vuol dire ancora niente. Per un festival come quello di Locarno esistere quasi esclusivamente online non ha molto senso. Vi è sì più facilità di accesso ai film, ma si perde quel rapporto con il pubblico che è una caratteristica unica del Film Festival di Locarno. Questo rapporto con il pubblico dà un'anima diversa a Locarno rispetto a Cannes, Venezia e i grandi festival europei.
Come si spiega dunque la decisione di separarsi?
Credo che Lili Hinstin avesse un carattere particolare, secondo quanto dicono le voci, che non si è conciliato con la macchina del festival, in particolare con il presidente. Non solo con il presidente, perché sarebbe riduttivo, ma da quanto ho sentito con un po' tutto lo staff del festival. Si notava una certa rigidità di carattere e forse una scarsa conoscenza della realtà locarnese e svizzera in generale. Quando un direttore arriva dall'esterno e non si confronta o non accetta i suggerimenti di chi conosce bene la realtà in cui lavora si va verso una rottura.
Visto che si è arrivati a questa rottura dopo appena un'edizione e mezza, la scelta di Hinstin è da considerarsi azzardata? Non si poteva sapere prima che questo sarebbe stato il suo approccio?
Premetto che conosco solo alcuni nomi di coloro che hanno partecipato al concorso per la scelta del nuovo direttore. Viene sì il sospetto che alcune questioni siano state sottovalutate. Ho fatto anche il mestiere di selezionatore per tanti anni: so che non è facile capire una persona con uno o due colloqui e con i progetti sulla carta. Con il senno di poi si può però dire che la scelta non è stata azzeccata.
Fare il direttore di un festival non è facile e ci vuole una grande conoscenza del cinema. Questo è però solo uno degli elementi. Bisogna conoscere il mondo del cinema ed essere conosciuti da esso, a livello internazionale. Non è una scelta facile e non esistono scuole di direttori di festival. Il campo è dunque ristretto a coloro sono stati direttori di festival o vicino a queste funzioni.
Rispetto all'edizione di quest'anno, un festival fruito attraverso anche i canali digitali, può essere uno strumento di valorizzazione o il festival deve rimanere un evento fatto di persone che vi assistono fisicamente?
È la domanda che si stanno ponendo tutti i responsabili di festival. Quest'anno abbiamo visto che la maggior parte dei grandi festival ha deciso di non svolgere l'edizione. È un dibattito ancora totalmente aperto. Credo che un festival abbia senso se esiste fisicamente. Se esiste solo online diventa una piattaforma, come ce ne sono già tante altre, e perde molto del suo significato. Se la versione fisica non si potrà fare bisognerà però ragionarci. Se si dovrà fare per forza una formula mista ci si arrangerà, ma Locarno perderebbe quella che è la sua caratteristica principale, ovvero il suo rapporto con il pubblico, e la miscela fra film di ricerca e film per il grande pubblico, che è un'altra caratteristica tipica di questo festival. Se queste caratteristiche spariscono bisognerà domandarsi seriamente se un festival come Locarno ha ancora senso di esistere. Una ricetta però non ce l'ho e capisco che sia difficile trovarla, fino a che le condizioni non saranno chiare, cosa che in questo momento non sono per nulla. L'incertezza è un ulteriore elemento di difficoltà.
Riguardo al futuro del festival, anche tenendo presente la critica che muoveva verso la troppa attenzione alla cinematografia francese, il futuro direttore del festival a cosa dovrebbe guardare maggiormente?
In realtà non dovrebbe guardare da nessuna parte maggiormente, dovrebbe avere uno sguardo il più possibile aperto, tenendo conto sia delle cinematografie già consolidate, che di quelle del resto del mondo. Una volta si diceva il cinema del Terzo mondo, espressione che ora fortunatamente non viene più usata. Bisogna però guardare alle cinematografie minoritarie. Elementi interessanti possono arrivare proprio da questi Paesi. Ci vuole dunque uno sguardo il più aperto possibile e vanno tolte queste influenze culturali così pesanti, che possono essere francesi, americane o altro.
E invece per quanto riguarda il rapporto con il territorio, che sembra essere stato un punto critico della direzione di Hinstin, come se ne esce? Serve qualcuno che conosca già il territorio?
Non necessariamente. Bisogna trovare una persona che sia aperta ed accetti di confrontarsi con chi conosce la realtà, come le persone che operano all'interno della macchina del festival. Non bisogna essere presuntuosi e avere l'umiltà di accettare consigli. L'unica possibilità è questa.
franniga