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Sul piano meno superficiale, l’analisi del debito pubblico è strettamente connessa a quella del debito estero. Da un lato il debito pubblico risulta realmente un problema solo quando è correlato a un progressivo indebitamento con l’estero; dall’altro il debito estero è una ragione fondamentale di formazione del debito pubblico stesso.
Generalmente, ossia in presenza di tassi di cambio flessibili, gli squilibri commerciali si correggono attraverso l’andamento della domanda e dell’offerta della valuta. Se aumenta la passività con l’estero, la domanda di valuta estera aumenta, il prezzo della valuta estera cresce, ossia il tasso di cambio della propria valuta si deprezza, quindi si riducono le importazioni e aumenta la competitività delle esportazioni, ripristinando l’equilibrio sul mercato.
La maggior parte degli economisti non sa vedere che questo. In realtà ciò è quello che viene dopo. La sostanza non è nell’andamento dei prezzi sul mercato, e quindi dell’andamento della domanda e dell’offerta; piuttosto rileva la misura effettiva di una valuta confrontata con l’altra. Solo una volta individuata la sostanza del rapporto tra due valute è possibile indagare il movimento oscillatorio attorno alla sostanza. Il tasso di cambio è un prezzo di mercato che oscilla attorno al valore. Quando domanda e offerta si bilanciano e sono su un livello normale il valore di una valuta rispetto all’altra corrisponde al suo rapporto effettivo. La legge della domanda e dell’offerta non determina una misura oggettiva, immanente e qualitativa di un rapporto quantitativo, ma bensì un movimento soggettivo attorno ad un valore oggettivo.
Ogni valuta in quanto carta-moneta, o più correttamente in quanto moneta-credito, rappresenta la forma di pagamento monetario del valore, cioè della sostanza del lavoro socialmente necessario per la produzione della merce. Astraendo dalle differenti produttività del lavoro, in un hamburger sono contenute x ore di lavoro socialmente necessario. Se un hamburger Big Mac costa 4,5 dollari negli Usa e 3,64 euro in Germania allora vuol dire che un euro vale effettivamente 1,24 dollari. Questo è il valore effettivo dell’euro rispetto al dollaro. Se invece l’euro sul mercato è scambiato a 1,3 vuol dire che l’euro è sopravvalutato rispetto al dollaro. Sull’Economist viene riportato il Big Mac Index per analizzare la sottovalutazione o meno delle valute rispetto al dollaro. La teoria della parità dei poteri d’acquisto rappresenta una generalizzazione che consiste nel rapportare il livello generale dei prezzi tra i due stati, anziché il prezzo di una singola merce. Se un hamburger costa 3,64 euro in Germania e 3,85 euro in Italia vuol dire che, pur essendovi una moneta unica, il tasso di cambio reale non è pari a uno perché l’inflazione in Italia è più alta; l’Italia dovrebbe conseguentemente svalutare del 5,8%, ma non può!
Si dovrebbe distinguere allora tra tasso di cambio nominale, tasso di cambio reale e tasso di cambio relativo. Il tasso di cambio relativo dollari per euro è pari al tasso di cambio nominale moltiplicato per il livello generale dei prezzi domestici diviso il livello generale dei prezzi esteri, cioè per il reciproco del tasso di cambio reale; se il tasso di cambio nominale coincide con il tasso di cambio reale allora il tasso di cambio relativo è pari all’unità. Il tasso di cambio relativo viene anche definito come la ragione di scambio internazionale, ossia quante unità di prodotto estero occorrono per acquistare una unità di prodotto interno, e sintetizza la competitività relativa di un paese. Al diminuire del tasso di cambio relativo dollari per euro migliora la competitività perché le merci europee costano relativamente di meno. La variazione negativa del tasso di cambio relativo si ottiene o dalla variazione negativa del tasso di cambio nominale, ovvero dalla riduzione del livello generale dei prezzi domestici, ma anche dalla variazione positiva del livello generale dei prezzi esteri. Di fronte ad un passivo della bilancia commerciale dovrebbe aversi, in un regime di cambi flessibili, una riduzione del tasso di cambio relativo attraverso una riduzione del tasso di cambio nominale, cioè un deprezzamento dell’euro.
In regime di cambi fissi, come in presenza di una valuta unica, ciò non è possibile; tuttavia, la riduzione del tasso di cambio relativo è comunque fattibile o attraverso una inflazione estera ovvero una deflazione interna. Tornando ad Italia e Germania, la soluzione sarebbe o una inflazione tedesca o una deflazione interna. I tedeschi, in quanto creditori, non ci pensano proprio a inflazionare l’economia, rischiando di svalutare i propri crediti, e premono sulla deflazione dei paesi periferici. La riduzione dei prezzi si raggiunge facilmente nell’economia borghese attraverso la riduzione dei salari. Conseguentemente, nell’ottica che i tedeschi hanno impresso alla Unione Monetaria, l’aggiustamento degli squilibri macroeconomici deve avvenire attraverso la deflazione salariale, cosicché la svalutazione del salario monetario avviene in luogo della svalutazione del tasso di cambio. Questa è la legge dell’euro!
Analizzando il saldo delle partite correnti in percentuale del PIL prima e dopo l’euro, emerge un fenomeno inconfutabile che distingue la periferia mediterranea dall’Europa nordica. Riguardo l’Italia, prima dell’avvento dell’euro tutto poneva a suo favore; dal 1999 in poi il disastro. L’Italia ha cominciato a cumulare disavanzi con l’estero sino al 3% del PIL; al contrario, dopo l’euro la Germania è entrata nel bengodi di un 6% di attivo della bilancia delle partite correnti. I PIGS hanno tutti in comune il disastro dell’avvento dell’euro sulla propria bilancia commerciale. La Grecia ha quasi quintuplicato il suo disavanzo con l’estero ed ha la performance peggiore; segue il Portogallo; infine la Spagna che arriva a toccare nel 2007 un disavanzo con l’estero del 10%, mostrando valori inferiori all’1% prima dell’avvento della parità del cambio. Anche l’Irlanda mostra un capovolgimento del segno tra il prima e il dopo. Particolare è la performance della Francia. All’inizio sembrava non aver subito contraccolpi, ma dal 2005 la sua performance somiglia a quella dei paesi periferici.
Se analizziamo il tasso di crescita dei prezzi nei paesi della zona euro, ponendo 100 il livello dei prezzi del 1999, si verifica che nel 2012 la Grecia è a circa 147, la Spagna 144, l’Italia 135, la Germania a 124, il valore più basso. La Germania ha quindi svalutato in termini reali rispetto a tutti i partner, e di converso tutti i partner hanno rivalutato in termini reali. Come è stato possibile? Semplicemente, la Germania, del socialdemocratico liberale Schroeder, ha implementato una riforma del mercato del lavoro che ha determinato, secondo i dati del Bollettino della BCE, il maggior crollo dei salari reali nella zona euro, circa il 6% dal 2003 al 2009. Si tratta della riforma Hartz del mercato del lavoro, quella, per intenderci, che introdusse i sette milioni e mezzo (sino al 2008) di minijobs a 400 euro al mese con esenzione dei contributi sociali. Ciò provocò un’esplosione della precarietà e del lavoro atipico. Anziché assumere un lavoratore a 1200 euro, si potevano assumere tre minijobs senza pagare contributi; anzi, meglio ancora, si poteva assumere tre volte la stessa persona! Quella non fu moderazione salariale, come voleva il salotto progressista, fu comportamento criminale di legalizzazione del mercato nero. Ah, se non si è capito bene, il criminale è il partito socialdemocratico; si ripete giusto per Fassina!
La morale della favola è chiara: di fronte alla moneta unica e alla stabilità monetaria impressa dalla BCE, l’unico modo per guadagnare competitività immediata nei confronti degli altri paesi della zona euro è il crollo dei salari monetari; se persino la Germania, paese egemone per intensità di capitale, cedeva allo sfruttamento del plusvalore assoluto piuttosto che del plusvalore relativo, figuriamoci quale poteva essere la ricetta auspicata per i paesi mediterranei, che certamente non hanno mai brillato per innovazione tecnologica. I paesi maiali erano senza speranze, prima o poi la deflazione salariale sarebbe arrivata come le armi per la macellazione.
La svalutazione dei salari nominali al posto della svalutazione del cambio serve per guadagnare competitività a scapito dei paesi della zona euro in una spirale continua. Chi abbassa di più i salari e rende più flessibile il lavoro vince la sfida della domanda estera e aumenta l’attivo nella bilancia commerciale a scapito del perdente che aumenta il suo passivo. Si chiama in gergo neomercantilismo e si fonda sul principio della beggar the neighbor policy –politica che danneggia il vicino-. Ovviamente, tale politica funziona fintanto che c’è qualcuno che fa la parte del perdente, disposto a comprare all’estero indebitandosi. La Germania, in fin dei conti, ha potuto fare la parte della vincente perché poteva vendere le armi che produceva alla Grecia che faceva la parte della perdente, indebitandosi per comprare. Tuttavia, la domanda sorge spontanea: chi comprerebbe se tutti volessero fare la parte dei vincenti, riducendo i salari e comprimendo la domanda interna?
Se i greci comprano armi dai tedeschi, il prestito, sebbene in una stessa valuta, arriva comunque, in ultima analisi, alle banche greche dalle banche tedesche. Sembra piuttosto ovvio, ma cosa succede se le banche tedesche perdono fiducia e non danno più credito alle banche greche, che è esattamente quanto è avvenuto? In presenza di cambi flessibili ovviamente si deprezzerebbe la valuta greca. In presenza di cambi fissi la banca centrale greca inizialmente sciuperebbe le riserve valutarie estere; poi sarebbe costretta a farsi prestare valuta estera dalla banca centrale tedesca, sempre per mantenere la stabilità del cambio. Alla stessa stregua, nell’Unione Monetaria, le banche greche si rivolgeranno alla banca centrale greca, la quale si rivolge alla BCE, che riceve direttamente valute dalla Bundesbank tedesca -facendo tutte e tre parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali, SEBC-, la quale riceve prestiti dalle banche commerciali tedesche.
Ciò nonostante, quanto si verifica in presenza di due stati con due valute diverse continua a presentarsi nella zona euro in forma meno immediata, ma pur sempre inevitabile; esiste il saldo delle compensazioni dei pagamenti interbancari europei denominato TARGET2 che rappresenta il saldo tra debiti e crediti delle banche dei paesi membri nei confronti della BCE. In altre parole, le banche greche si sono indebitate con il sistema TARGET2, mentre le banche tedesche hanno prestato alla Bundesbank acquisendo crediti nel TARGET2. Ebbene, dall’avvento della moneta unica la Germania, la Finlandia e i Paesi Bassi hanno cumulato crediti nei confronti di Grecia, Portogallo, Spagna e Italia in modo impressionante. Il sistema TARGET2 è rimasto trascurabile finché le banche si sono fidate l’una con l’altra; non appena è arrivato lo stato di coma del sistema di finanziamento interbancario questo è esploso. In altre parole, lo squilibrio finanziario si collassa nel buco nero dei saldi all’interno del SEBC. L’eurozona è, sotto questo profilo, un imperialismo usuraio dei paesi creditori nordici verso i paesi debitori periferici; i primi faranno di tutto per non svalutare i loro crediti. Un’eventuale uscita dall’euro per i paesi debitori potrebbe comportare di non saldare i debiti del TARGET2; questi si ripartirebbero pro quota tra le banche centrali, scaricandosi in modo particolare sui tedeschi. Di qui la contraddizione tedesca di costringere alla deflazione i paesi periferici, ma al tempo stesso evitare una fuoriuscita improvvisa dei paesi debitori e perdere definitivamente i propri crediti.
A molti economisti non sfugge questa dinamica imperialista e repressiva imposta dai paesi dominanti creditori verso i paesi dominati debitori; costoro deducono che la fine della moneta unica è la panacea di tutti i mali e che occorre tornare il prima possibile ai cambi flessibili. Precisiamo che non ci si vuole minimamente accodare alla parrocchia del c.d. terrorismo psicologico nei confronti dell’ora X di una eventuale uscita dall’euro e di ritorno alle vecchie valute nazionali. Molte sono le sciagure che vengono minacciate, ma la maggior parte sono assolutamente ridicole; alcune altre, per quanto con effetti indubbiamente negativi, sono riconducibili ad aspetti inevitabili e molto problematici, ma assolutamente non insormontabili.
Sicuramente, seguirebbe una svalutazione, che per le ragioni prima sottolineate dovrebbe convergere e oscillare nel medio termine attorno al differenziale di inflazione, quindi certamente non della dimensione del 50% come paventato; il tasso di conversione sarebbe inizialmente euro-lira 1:1; solo dopo la lira comincerebbe a svalutarsi; quasi tutto il debito pubblico si svaluterebbe, in quanto è sotto il codice civile italiano e quindi si trasformerebbe inizialmente in due mila miliardi di lire e non resterebbe affatto denominato in euro. L’unico ostacolo reale sarebbe nel movimento dei capitali; se i mercati fossero in grado di anticipare il decreto di uscita dall’euro ciò darebbe luogo a una difficile gestione della fuoriuscita di capitale; pertanto, tale decreto dovrebbe avvenire in modo improvviso durante la notte e durante la chiusura delle transazioni sino alla riapertura dei mercati; esattamente come avvenne per l’uscita dallo SME. Tutto ciò deve ovviamente essere fatto all’improvviso e per mezzo di un decreto legge e non per legge. In sintesi, le minacce della borghesia conservatrice riguardo alla tragedia che seguirebbe all’uscita dall’euro non sono assolutamente credibili. Allora il punto per contrastare la tesi degli economisti di sinistra per l’uscita dalla moneta unica non è certamente quello della modalità formale con la quale avviene, ma bensì quello sostanziale delle sue conseguenze materiali.
La maggior parte degli economisti che rifiutano la logica dell’austerità salariale e del neomercantilismo non riescono a centrare il problema. Essi continuano a anteporre il fenomeno monetario all’essenza dell’economia, ad anteporre il feticismo della finanza alla sostanza dei rapporti sociali. Analizzando la questione sul piano della svalutazione competitiva si comprende che questa non è che un’altra faccia della medaglia dello sfruttamento imperialista. La tesi principale di questi economisti di sinistra consiste nel fatto che i paesi con alta inflazione dovrebbero essere in grado di svalutare le proprie valute per correggere gli squilibri commerciali. Ciò consentirebbe di acquisire una nuova competitività e di riprendere a far crescere nuovamente l’economia. Inoltre, il ritorno alla sovranità monetaria consentirebbe di nuovo la possibilità di frenare l’onere del debito pubblico arrestandone la corsa senza il ricatto dei paesi creditori. Insomma, l’uscita dall’euro sarebbe un paradiso rispetto all’inferno della repressione salariale.
Occorre, tuttavia, ritornare al punto nevralgico del rapporto tra valute. Come si sottolineava, ciò che conta è il tasso di cambio reale piuttosto che quello nominale. Se alla svalutazione seguisse che buona parte di questa si traducesse in inflazione non vi sarebbe un importante guadagno di competitività reale. Ciò che avviene, tuttavia, è che, secondo studi econometrici, solo il 36% si trasforma in inflazione; in altre parole, la spirale svalutazione-inflazione è mozzata.
Astraendo dal contenuto nominale e tornando a ragionare in valori, ci accorgiamo che la svalutazione competitiva, in quanto riduzione dei prezzi all’esportazione, ha ragione competitiva solo se risulta in una effettiva riduzione di valore rispetto ai paesi concorrenti. Tuttavia, è evidente che il costo del capitale costante anticipato è come se fosse relativamente aumentato in valore, piuttosto che diminuito, essendo composto anche di merci-capitale importate a un valore più alto. A questo punto, affinché tutto ciò non si traduca in un incremento di valore non resta altro che la svalorizzazione dei salari reali. Tornando ai prezzi, l’effetto per cui l’elasticità dell’inflazione alla svalutazione non è pari a uno è sostanzialmente, non solo ma principalmente, il frutto della svalutazione del salario reale. L’inflazione che segue alla svalutazione è la componente necessaria e sufficiente per ridurre i salari reali; necessaria perché altrimenti la competitività è scarsa, sufficiente sino al punto di rendere competitive tutte le merci prodotte internamente, compresa la forza-lavoro.
Tra l’altro, in Italia, nessuna svalutazione è stata concepita come competitiva; tutte le svalutazioni hanno seguito l’inflazione, piuttosto che precederla; le prime due seguirono agli shock petroliferi, mentre la terza seguì la crisi dello SME. Nessuna svalutazione è stata aggressiva, piuttosto sono state tutte difensive. La favoletta delle svalutazioni competitive è una grande bufala! Le rivalutazioni, piuttosto, sono state imposte dall’esterno; si pensi all’adesione allo SME, poi allo SME credibile, sino a quella pesante del 1996. Piuttosto che il paese delle svalutazioni competitive l’Italia è stato il paese delle rivalutazioni anticompetitive. La crisi del 1992 dello SME credibile, cioè con oscillazione stretta del cambio, è totalmente paragonabile all’attuale crisi. Dapprima la Banca d’Italia cercò di difendere il cambio sciupando le proprie riserve valutarie, ma poi finì costretta a svalutare; oggi l’Italia è in saldo negativo sul sistema TARGET2 e le banche domestiche sono indebitate, di fatto, con le banche tedesche. E’ chiaro che anche stavolta la situazione non è sostenibile se non a costo di una recessione pesantissima e di un devastante razionamento del credito.
Tuttavia, ciò non toglie minimamente il fatto che l’uscita dall’euro è una parola d’ordine priva di senso. Come si è visto all’uscita dall’euro corrisponde la svalutazione del salario reale, mentre all’unione monetaria corrisponde la svalutazione del salario nominale; in un caso si riducono i salari reali attraverso l’inflazione, nell’altro caso si riducono i salari monetari in modo diretto, dato il contesto di stabilità dei prezzi. Ai fini della lotta di classe, è pura parvenza quella dell’illusione monetaria dovuta al ritorno alla lira. L’effetto finale per la classe lavoratrice è sempre lo stesso, quello di consentire di ripristinare la competitività del capitale. La logica imperialista del beggar-the neighbor policy vale sia per le svalutazioni competitive del costo del lavoro, sia per le svalutazioni competitive del tasso di cambio nominale. Sempre e comunque resta la logica del mors tua vita mea.
La classe lavoratrice europea deve rifiutare ogni logica imperialista sotto qualsiasi forma essa si presenta. Per la forza-lavoro complessiva, semmai il punto minimo di classe sarebbe quello di lottare per la scala mobile dei salari in un quadro di uscita dall’euro, e per la contrattazione collettiva europea dentro l’euro. La questione è mal posta dagli economisti di sinistra: non già uscita dall’euro vs unione monetaria, quanto piuttosto scala mobile dei salari vs contrattazione collettiva europea. Alla classe lavoratrice non importa, formalmente e in prima istanza, che vi sia l’euro o la lira; importa certamente la tutela del salario sociale e relativo.
Eppure, sostanzialmente e in seconda istanza, anche la questione di una unione economica e monetaria non è irrilevante per la classe lavoratrice. L’approccio di tipo internazionalista è, difatti, indubbiamente superiore dal punto di vista della lotta di classe. La duplicità del capitale si pone non solo nello scontro antagonista con il lavoro salariato, ma anche nella concorrenza che innesca tra i lavoratori e le lavoratrici, come altra faccia della medaglia della concorrenza antagonista delle imprese. A questo punto, ai fini della lotta di classe importa la sostanza dei rapporti di forza complessivi. Solo attraverso la contrattazione collettiva su base europea si può definitivamente rompere la concorrenza tra lavoratori e lavoratrici che il capitale impone. La parola d’ordine nazionalista non risolverebbe affatto la concorrenza e la frammentazione della forza-lavoro europea, a meno di non teorizzare scempiaggini reazionarie di tipo autarchico e ultraprotezionista.
L’unica risposta adeguata all’aggressività del capitale è la resistenza complessiva e collettiva allo sfruttamento della borghesia europea. Essa si compone di parole d’ordine internazionaliste: sciopero generale europeo, contrattazione collettiva europea, diritti sul lavoro europei, retribuzione minima europea, indicizzazione automatica all’inflazione dei paesi membri europei, riduzione dell’orario di lavoro su scala europea. Essa si nutre della solidarietà europea del lavoro, ai fini di dichiarare la tomba per la concorrenza e la divisione della classe lavoratrice!
Inoltre, nella teoria comunista al movimento operaio spetta anche il ruolo di rendere progressive le forze sociali della produzione. Sotto questo profilo, è evidente che l’Unione Europea rappresenta una forza imparagonabile rispetto a quella dei singoli stati, nel senso che le potenzialità di crescita della produttività sociale del lavoro sono su una scala molto più elevata e nettamente superiore. La prospettiva nazionalista è quindi, nella teoria comunista, tipicamente reazionaria nel senso di voler ripristinare forme di produzione storicamente superate. La tendenza internazionale del capitale imperialista transnazionale è quella della riduzione della forma di equivalente generale delle merci ad una sola forma di denaro come mezzo di pagamento; per cui in un mercato mondiale che converge ad una valuta unica transnazionale, l’idea di tornare a sistemi monetari particolaristici equivale a cercare di rimettere il dentifricio dentro il tubetto. Riprendendo Trotsky, occorre spezzare i sistemi monetari particolaristici sia agli ordini della borghesia sia nella insurrezione contro di questa.
Vi sono due obiezioni a cui occorre rispondere.
Da un lato si afferma che per il movimento operaio è più facile combattere la propria borghesia nazionale che quella europea, che ha differenti interessi; dall’altro lato, poiché la forza-lavoro dei paesi debitori è isolata di fronte al dominio dell’imperialismo dei paesi creditori, non resta altra soluzione che quella dell’uscita dall’euro.
1. Innanzitutto, la realtà di oggi non è quella degli anni settanta. La sfida del mercato mondiale è tale che la pressione che si eserciterebbe sulla borghesia nazionale sarebbe dirompente e l’egemonia sulla forza-lavoro nazionale sfocerebbe inevitabilmente in una progressiva svalutazione dei salari. Viceversa, la più ampia produzione sociale su scala europea risulta come un contesto relativamente superiore per la lotta di classe, al di là della tendenza del capitale ad essere sempre più aggressivo.
2. Secondo, di fronte alla sconfitta della forza-lavoro europea è chiaro che sarebbe inevitabile il ritorno al particolarismo nazionale; ma questa uscita dall’euro sarebbe appunto una sconfitta, non una vittoria. Ai comunisti interessa lottare per vincere, non per perdere; dunque, interessa l’Europa del lavoro e socialista, non l’Italietta della svalutazione della lira. Se la Merkel avrà la meglio sulla classe lavoratrice europea, l’austerità produrrà nuova recessione e la deflazione salariale persisterà nel neomercantilismo imperialista, questa sarà una sconfitta imponente e, a quel punto, sicuramente l’uscita dall’euro si mostrerebbe come una riduzione del danno. Ai keynesiani di sinistra bisogna rispondere che ai comunisti non interessa gioire per una sconfitta meno peggiore di un’altra, ovvero per una riduzione del danno; interessa piuttosto combattere contro lo sfruttamento imperialista e, semmai, per un compromesso progressivo e non regressivo.
Inoltre, la riduzione del danno può sempre scivolare in un piano inclinato. La dialettica storica prevede certamente anche forme di negazione del progresso, ma spesso queste si mostrano in una forma peggiore di quanto si vorrebbe; il fascismo fu una negazione reazionaria anche nei confronti dell’imperialismo angloamericano; così, persino, la vittoria del particolarismo nazionalista sulla prospettiva europeista potrebbe facilmente assumere una forma di negazione reazionaria nei confronti dell’austerità dell’imperialismo tedesco. Le forme reazionarie fanno sempre emergere il lato peggiore, non quello migliore. E’ facile intuire che l’uscita dall’euro sarebbe egemonizzata dalla destra reazionaria e non dai keynesiani di sinistra.
La costituzione degli stati uniti federati e socialisti è l’unica prospettiva per i comunisti; il resto appartiene alle tesi degli economisti della sinistra reazionaria. Un’Europa autenticamente federale potrebbe affrontare la questione del debito pubblico e del debito estero, attraverso la pianificazione democratica europea. Il debito federale implica la duplicità di una politica monetaria e fiscale federale e subordinata alla sovranità popolare. La questione degli squilibri commerciali deve essere affrontata con una seria politica sociale di trasferimenti fiscali perequativi tra gli stati membri. L’obiettivo è quello socialista della giustizia redistributiva, della convergenza dei tassi di crescita, nonché degli incentivi materiali a non sprecare le risorse. In luogo della legge del branco dei lupi, imposta dall’austerity tedesca, deve valere la logica remunerativa socialista del diritto diseguale per condizioni diseguali, per cui un paese in passivo deve essere aiutato a convergere assieme, e in modo dialetticamente contrario, a un paese in attivo nella bilancia commerciale; in definitiva, l’Europa federale deve essere costruita sulle basi di un External Compact solidale in luogo del Fiscal Compact imperialista.
La lotta internazionalista della classe lavoratrice per gli Stati Uniti d’Europa si pone, al contrario di quanto sembrava in apparenza, immediatamente in dipendenza dal conflitto con la classe borghese europea e, al tempo stesso crucialmente subordinato alla solidarietà della coscienza di classe europea. E’ fondamentale la ricomposizione della classe lavoratrice europea e la costruzione di un movimento sociale e politico su scala europea. Il programma della sinistra di classe è duplice: da un lato le conquiste in termini di salario sociale e relativo; dall’altro la proprietà pubblica europea dei beni comuni, a cominciare dall’esercizio di erogazione del credito da parte delle banche. Risulta, allora, evidente che, affinché l’Europa sociale e del lavoro non sia una conquista effimera e formale, solo la costruzione del socialismo può rendere effettiva la partecipazione della classe lavoratrice all’organizzazione politica ed economica degli Stati Uniti d’Europa.