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Se potessi esprimermi con le parole, non
ci sarebbe nessuna ragione per dipingere.
La mostra antologica milanese dedicata a Edward Hopper (1882-1967) e curata da Carter E. Foster è la più ampia mai allestita in Italia. Sono esposte oltre 160 opere che danno una visione pressoché completa del fascinoso misterioso rigoroso iter creativo di Hopper e del suo processo mentale nel passaggio dagli studi preparatori (ne sono esposti più di 60) all'opera compiuta, dai primi anni del Novecento in cui si recò tre volte a Parigi fino all'ultimo periodo, che si conclude, mestamente, con lo struggente dipinto Due commedianti (cat. p. 85): in esso Hopper e la moglie Jo sono raffigurati come due attori al termine del loro spettacolo: la commedia della loro vita che si è svolta in tutti i dipinti precedenti.
Compaiono inoltre tutte le tecniche impiegate dall’artista: l’olio, l’acquerello, l’incisione, il disegno a matita e a carboncino, senza dimenticare le detestate illustrazioni che nella difficile fase iniziale della sua attività pittorica gli permettevano di sbarcare il lunario.
In mostra anche uno dei suoi famosi taccuini in cui, con il contributo della moglie, abbozzava i suoi dipinti a olio.
Infine, a conclusione del percorso espositivo, grazie all’installazione di Gustav Deutsch che ricostruisce la scenografia raffigurata nel dipinto Sole del mattino (cat. 5.52), i fruitori della mostra hanno la possibilità di entrare fisicamente nel mondo di Hopper e di diventare protagonisti del dipinto. Straordinaria esperienza!
Rembrandt (in particolare La Ronda di Notte), Goya, Degas, Thomas Eakins e Charles Méyron furono alcuni tra i pittori prediletti da Hopper. Nonostante abbia dichiarato di essersi sempre riferito a se stesso (Non so se qualcuno mi abbia mai influenzato), la sua esperienza artistica trae chiaramente origine dal realismo dei primi dell'Ottocento che faceva capo a Gustave Courbet e che reagiva al classicismo e al romanticismo con un ritorno alla natura e ai soggetti quotidiani.
Hopper infatti non amava l'arte astratta: L'arte per l'arte, portata alle estreme conseguenze, diventa flebile, evirata. A essa contrapponeva l’efficacia per così dire fotografica della sua arte figurativa.
L'Annus Mirabilis della vita di Hopper è il 1924, poiché segna la sua definitiva affermazione come artista (soprattutto con il distacco dai modelli francesi). Può così abbandonare l'odiata attività di illustratore. Inoltre nel luglio di quell'anno sposa la compagna Jo (Josephine V. Nivison, pure pittrice: 1883-1968), conosciuta due anni prima e modella di tutti i suoi dipinti con figure femminili (È sempre Jo che posa in ogni quadro) tra cui lo stupefacente Girlie Show (cat. 6.16) esposto per la prima volta in una mostra insieme a due studi preparatori (cat. 6.16–6.18): l'immagine di Jo nei panni di una spogliarellista dall'espressione dura, proterva, crudele, appare persino misogina.
In altri dipinti Jo appare invece assorta, smarrita, malinconica, bramosa o frustrata da un desiderio insoddisfatto.
Tumultuoso fu il rapporto tra Edward e Jo, ma sarebbe riduttivo spiegare lo stato d'animo della moglie raffigurata nei suoi dipinti ricorrendo soltanto al dato biografico esterno: La grande arte è l'espressione esteriore della vita interiore dell'artista, che rivela questa vita interiore nella sua visione personale del mondo. E questo vale sia per i personaggi sia per i soggetti dei suoi dipinti: interni, stanze squallide nei motel, l'atrio di un albergo, vagoni di un treno, edifici, tetti spioventi illuminati dal sole, strade desolate e torride, margini di boschi (quasi sempre minacciosi), rocce, bar e tavole calde nel cuore della notte, granai, fari, fabbriche, binari, stazioni ferroviarie...
In questi soggetti Hopper esprime la vacuità dell'uomo contemporaneo, il carattere anonimo della città moderna, l'incomunicabilità, l'attesa sempre disattesa...
Alba in Pennsylvania (cat. 5.37), per esempio, racchiude un paradosso tipicamente hopperiano: ci si sente intrappolati in una stazione ferroviaria, un luogo destinato al viaggio...
La sospensione del tempo e la tensione immobile in cui l'azione è fuori campo avvicinano il mondo pittorico di Hopper a quello cinematografico di Antonioni.
E molti sono i registi che si sono ispirati alle "inquadrature" pittoriche di Hopper: celeberrima la dimora vittoriana di House by the railroad (1925 – cat. p. 86) riprodotta da Hitchcock in Psycho.
Mai i temi hopperiani, pur nel loro squallore, esprimono denuncia sociale, mai mostrano un frammento di narrazione, colto tra un prima e un dopo: ogni azione è infatti svuotata, come se la pittura potesse isolare dal tempo esseri e cose.
Nei suoi dipinti laconici la banalità del quotidiano si trasforma in archetipo. Ciò conferisce alla sua arte una dimensione metafisica e l'estrema chiarezza descrittiva racchiude un che di arcano, di vagamente surreale che ricorda la pittura di De Chirico.
Nei quadri di Hopper – scrisse il poeta Mark Strand – ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro.
Contemplando le sue opere è difficile immaginare che Hopper dipingeva nell'epoca dei grattacieli, della frenesia metropolitana, delle ambizioni imprenditoriali e culturali che l'America esprimeva per mezzo dell'architettura.
La luce, soprattutto quella del sole, così studiata, così amata da Hopper (Tutto quello che volevo fare era dipingere la luce del sole sul lato di una casa) appare come magica nel tempo sospeso. Essa diventa persino, come in un altro capolavoro Cittadina mineraria in Pennsylvania (cat. 5.46 – 1947), una sorta di annunciazione: secondo M. Strand lo sguardo dell'uomo raffigurato in questo dipinto ha lo spessore della trascendenza, come se chissà quale rivelazione fosse a portata di mano, come se qualche segno foriero di una trasformazione fosse criptato nella luce.
Nelle numerose tele con donne sole, calate in interni anonimi e spogli, spesso nude o discinte, sempre assorte, la luce sembra prendere il posto di un amante assente o forse inesistente.
Quel sole invisibile, verso cui le figure spesso alzano lo sguardo, sempre chiuse nel loro silenzio, è – come scrisse Elena Pontiggia nel fondamentale volume E. Hopper: scritti, interviste, testimonianze – il segno di una tensione metafisica, di una domanda d'infinito che cerca risposta.
MILANO / PALAZZO REALE /
MA/ME/VE/SA/DO: 9.30-19.30
LU: 14.30-19.30
GIO: 9.30-22.30
Dopo Milano la mostra sarà allestita a Roma (dal 16.2 al 13.6 2010 e a Losanna nell’estate 2010. Approfondimenti e immagini in www.rodoni.ch/hopper/