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Da Una linea sottile, Armando Dadò Editore Locarno 2012
Ti troverò - capitolo 1
1
Antonio Maniscalchi: per essere un nome di pura fantasia, suonava bene.
Professor Antonio Maniscalchi, così recitava, da quel 2 novembre, la targhetta argentata fuori dalla porta scura di legno massiccio.
L’appartamento, al secondo piano della palazzina rosa, era ammobiliato, ma, nonostante la grossa valigia depositata al centro del salottino e una tracolla nera sul tavolo, aveva un’aria di precarietà palpabile: nessuno ci aveva ancora abitato, nessuno aveva graffiato il piano di legno che separava l’angolo cottura o lasciato impronte sulla porta a vetri del bagno. Il piumino bianco del letto ad una piazza e mezza sembrava una candida distesa di neve ancora inviolata.
- Ecco, Professor Maniscalchi, queste sono le chiavi - gli aveva detto, una decina di minuti prima, la portinaia della palazzina.
- Dovesse esserci qualche problema mi chiami pure -
La portinaia non rientrava nei canoni estetici della letteratura o della filmografia classica: non era né sciatta, né soprappeso né, soprattutto, scorbutica. La signora Luisa, così aveva detto di chiamarsi, era molto giovanile, forse sulla quarantina, e ben vestita. I lineamenti del viso erano dolci come i suoi modi di fare, il timbro di voce da ragazzina.
- Le posso offrire un caffé, professore? -
- Lei è gentilissima, ma preferirei rimandare – aveva risposto lui, pentendosene immediatamente – Vorrei sistemare i miei bagagli con calma e dare un’occhiata ad alcuni documenti -
Così, ricevute le chiavi dalle mani della giovane portinaia, si era congedato con un sorriso ed era salito al secondo piano. La palazzina non doveva essere stata costruita da molto ed era ben tenuta. Gli affitti piuttosto alti servivano, probabilmente, a selezionare la clientela. In effetti, sulle targhette dell’ingresso aveva intravisto molti “Dottor...” seguiti da varie voci inerenti titoli accademici.
Anche davanti alla porta dell’appartamento 7, secondo piano, la targhetta argentata faceva sfoggio di un elegante “Professor Antonio Maniscalchi”.
All’interno, davanti a una grossa valigia e ad una tracolla nera, gonfia di documenti, stava seduto un uomo di quarantanove anni, di media statura, capelli brizzolati e ben curati, aspetto rassicurante. Lo sguardo, perso oltre la finestra, sembrava rincorrere uno stormo di pensieri. Era contento della sistemazione e dell’accoglienza della portinaia. Era soddisfatto pure del nome sulla targhetta. Suonava bene per uno che non era professore e non si chiamava Antonio Maniscalchi.