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L’area metropolitana di New York è la casa di tre franchigie di hockey che militano in NHL: New York Rangers, New York Islanders e New Jersey Devils. Concretamente però le vere squadre della Big Apple sono due perché i “Diavoli” hanno la loro sede a Newark, città a sé nonostante venga ormai inclusa nell’agglomerazione della City. Prova ne è che girando fra le streets e le avenues di Manhattan, nei vari store o negozi di souvenir, ci si imbatte spesso in maglie o gadget di Rangers e Islanders, ma non v’è traccia del monogramma fra le lettere “N” e “J”. E tra queste due squadre, una è decisamente la squadra di New York, i Rangers. Gli Islanders sono invece l’altra squadra.
Vuoi perché i primi sono stati fondati nel 1926 e fanno parte delle “Original Six”, le sei squadre fondatrici della massima lega hockeistica nordamericana. Gli altri solo nel 1972, arrivando per altro ultimi nei primi due campionati a cui hanno partecipato.
Vuoi perché i primi giocano nel cuore pulsante delle città, nella Midtown a Manhattan, a due passi da Time Square. Gli altri nella “periferia” (si fa per dire) di Brooklyn.
Vuoi perché i primi pattinano in un Madison Square Garden che trasuda di storia, dove Muhammed Ali volava come una farfalla e pungeva come un’ape, dove Marilyn Monroe cantava “Happy Birthday, Mr. President” a John F. Kennedy, e potrei continuare. Gli altri si esibiscono nel moderno – anche troppo – Barclay Center.
Vuoi perché i risultati dei primi, benché altalenanti, sono da diversi anni migliori di quelli degli altri: dal 1994 ad oggi i Rangers hanno giocato due finalissime (vincendone una), gli Islanders sono riusciti a superare solamente una volta il primo turno dei playoff (due anni fa)…
Questa differenza di “appeal” la si nota pure dal prezzo dei biglietti per andare a vedere una partita: Se al Madison – anche per il seggiolino più spuzzo – è difficile accedere con meno di 100 dollari, per entrare al Barclay di dollari ne sono spesso sufficienti solo 20. Ecco perché un mesetto fa, mentre mi trovavo nella Città che non dorme mai e mi son detto che sarebbe stato bello vedere un incontro di NHL, ho scelto di oltrepassare l’East River e di assistere al match fra Islanders e i neonati Golden Knights di Las Vegas. Alla fine ne è valsa la pena, non solo per il risultato (6-3) che ha offerto gol e – a tratti – spettacolo, ma anche perché ho vissuto un’esperienza nuova.
Spesso – da noi, nel Vecchio Continente – si sente dire che l’ambiente nelle piste nordamericane è freddino (non solo a causa del ghiaccio) e che Oltreoceano non hanno una cultura del tifo come c’è in Europa. Devo dire che chi sostiene ciò ha ragione. È vero, probabilmente non ho assistito a una partita di cartello, ma gli spettatori presenti quella sera (11’113) non si discostano molto dalla media stagionale della franchigia (11’636). Tanti? Pochi? Guardando all’intera NHL pochi (peggio hanno fatto solo i Caroline Hurracanes), rispetto alle piste ticinesi tanti, circa il doppio (media stagionale Resega: 5’819, Valascia: 5’057). Eppure il calore del pubblico dell’altro hockey è decisamente minore rispetto al nostro. La “curva” è composta da una ventina di “ultrà” che danno il la all’unico “coro” che conoscono e che recita “Let’s go Islanders”, alternato cinque colpi di tamburo (niente mani). Anche le reti vengono accolte in maniera piuttosto distaccata, sebbene siano seguite da un simpatico “jingle” e da una serie di “yes” ripetuti dal pubblico.
Ciò che davvero caratterizza i match di NHL, ma anche quelli degli altri incontri delle principali leghe nordamericane – che sia football, baseball, basket e da qualche anno pure il soccer – è l’intrattenimento (e il patriottismo) durante la partita: immancabili break pubblicitari, kiss cam, hug cam, dance cam, lancio di magliette verso il pubblico. Non è mancato ovviamente l’inno statunitense cantato con la mano sul cuore, e nemmeno il tributo a un veterano dell’esercito, con tanto di standing ovation.
E poi naturalmente il cibo. Osservando il mio vicino di posto, non ho potuto non notare la quantità di “snacks” che ha ingurgitato: hamburger e patatine in attesa dell’ingaggio iniziale, chicken wings alla prima pausa, pop corn (al burro, sia chiaro) alla seconda. Il tutto accompagnato da svariati bicchieroni di Coca-Cola. Io, con il mio semplice hot dog arricchito di cipolle, cetrioli e salse varie, e la mia umile lattina di birra da 710 ml, mi sentivo quasi a disagio. Ma tant’è, that’s America!