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Votazione popolare del 9 giugno 2013, no all'elezione popolare del Consiglio federale: dichiarazione della consigliera federale Simonetta Sommaruga
Signore e Signori
1. Un’idea allettante – a prima vista
Ieri sono stata a Neuchâtel in visita di lavoro. In aprile i Neocastellani rieleggono l’esecutivo cantonale e le strade del Cantone erano tappezzate di manifesti elettorali – ho quindi provato a immaginare la Svizzera alla vigilia dell’elezione del Consiglio federale. Chissà se c’imbatteremo ovunque – da Ginevra a Rorschach, da Sciaffusa a Chiasso – nelle gigantografie di consiglieri federali in carica e aspiranti tali? Ne ho discusso con il Governo neocastellano, perche difatti i fautori dell’iniziativa si fregiano di un argomento all’apparenza molto persuasivo: gli esecutivi cantonali sono eletti dalla popolazione, e non si può affermare che pertanto i Cantoni siano mal governati.
Nondimeno, il Consiglio federale ritiene che le elezioni governative di un Cantone, che mediamente conta poco più di 300 000 abitanti, non siano del tutto paragonabili a quelle dell’esecutivo nazionale di uno Stato quadrilingue con circa otto milioni di abitanti.
Consentitemi di illustrarvi i motivi per i quali il Consiglio federale reputa che questa iniziativa vada respinta.
Dalla fondazione del nostro Stato, il Popolo svizzero ha concorso a forgiare la politica nazionale recandosi alle urne quasi 600 volte, 200 soltanto negli ultimi vent’anni; vi si aggiungono innumerevoli votazioni nei Cantoni e nei Comuni. Siamo tutti fieri di questo diritto codecisionale – anche se talvolta la popolazione decide senza curarsi delle raccomandazioni delle autorità.
Ora l’iniziativa per l’elezione popolare del Consiglio federale vorrebbe attribuire al Popolo un diritto politico in più: l’elezione del Consiglio federale. A prima vista sembrerebbe una rivendicazione allettante, giacché si tratta di potenziare la codecisione. Difficile trovare argomenti a sfavore; l’impresa si presenta assai ardua per il Consiglio federale, direttamente interessato nella sua qualità di organo istituzionale – si potrebbe rimproverargli di difendere i propri interessi. Ecco perché il nostro Collegio si terrà un po’ più in disparte in questa campagna.
Se oggi intervengo comunque in questa sede, il motivo va ricercato nel timore che proprio l’elezione popolare del Consiglio federale faccia emergere gli interessi particolari dei singoli ministri – il che mal si sposa con il nostro sistema governativo, caratterizzato da concordanza e collegialità, entrambe indispensabili per il suo funzionamento.
Lasciatemelo dire chiaro e forte: il Consiglio federale non teme il Popolo; rispetta le decisioni popolari; crede gli elettori capaci di eleggere i consiglieri federali – proprio come li crede capaci di votare su questioni materiali difficili e complesse.
2. Curare l’immagine anziché fare politica reale
Dopo le elezioni equivale a prima delle elezioni – è lo slogan che descrive la cosiddetta campagna elettorale permanente, tipica delle democrazie rappresentative. E diciamocelo pure: le decisioni di governanti come ad esempio il presidente francese non vengono forse giudicate nell’ottica delle rielezioni? Anche in pubblico? Da noi in Svizzera è diverso, e ritengo che sia un bene. L’elezione popolare del Consiglio federale trasformerebbe indubbiamente la vita politica nel nostro Paese. Accanto alla propria attività governativa, i consiglieri federali dovrebbero adoperarsi in permanenza per assicurarsi la rielezione, investendo tempo ed energie per campagne d’immagine e interventi elettorali su scala nazionale – in 26 Cantoni con quattro lingue e culture differenti. Sono proporzioni che nulla hanno a vedere con le campagne cantonali. Il tempo e le energie spese andrebbero per forza a scapito dell’attività governativa vera e propria.
Tali sforzi per ingraziarsi l’opinione pubblica finirebbero per pregiudicare anche la cooperazione nel collegio governativo. Non che oggi il Consiglio federale lavori sempre in piena armonia: non è comunque questo lo scopo; siamo stati eletti per le nostre posizioni politiche differenti e siamo chiamati a difenderle. È ovvio che nel nostro Collegio si riversano considerazioni di natura partitica – è giusto che sia così, è voluto – ma queste considerazioni non passano in primo piano, non determinano le decisioni adottate dal Consiglio federale.
Questo ci permette di trovare soluzioni consensuali dopo esserci scontrati duramente e – ancor più importante – ci rende più facile adottare l’occasionale decisione impopolare che però apporta una soluzione sostenibile per tutto il Paese.
L’elezione popolare indurrebbe quindi i membri del governo a mettersi in luce cercando di conquistare le simpatie del pubblico più di quanto facciano finora, con il rischio che un consigliere federale non giudica più i propri progetti principalmente in base alla loro utilità per il Paese, ma in funzione delle chance di rielezione che offrono.
Le divergenze materiali e politiche tra i dipartimenti verrebbero reinterpretate come rivalità personali più di quanto non accada già.
Non va del resto sottovalutato nemmeno l’onere finanziario di una campagna elettorale gestita su scala nazionale. I candidati dipenderebbero più di oggi dai partiti nazionali e la Svizzera si ritroverebbe in balia a una specie di partitocrazia. Guadagnerebbero influenza anche individui facoltosi, imprese o organizzazioni lobbistiche in grado di condurre e finanziare una campagna elettorale su tutto il territorio nazionale.
3. Un parlamento debole è un cattivo parlamento
Ed ecco un altro difetto dell’elezione popolare: sbilancerebbe l’attuale equilibrio tra il Parlamento e il Governo. Oggi difatti è il Parlamento a eleggere i consiglieri federali. Un sì all’iniziativa priverebbe il Parlamento di tale prerogativa, smantellando anche il suo controllo sull’operato governativo. Questo controllo però è essenziale, perché l’assetto di potere con un legislativo forte e un esecutivo forte riveste un importanza fondamentale per la qualità della nostra politica. L’elezione popolare del Consiglio federale comprometterebbe tale assetto di forze.
Pensiamo a un caso specifico: la commissione della gestione redige un rapporto critico nei confronti di un consigliere federale eletto con suffragio popolare. A chi deve rendere conto costui? Al Parlamento o al suo collegio elettorale, ossia la popolazione?
I motivi per i quali il Parlamento è contrario all’iniziativa vi saranno illustrati in un secondo momento dal presidente del Consiglio degli Stati Filippo Lombardi.
4. Mantenere il calibrato equilibrio tra le minoranze
Il Consiglio federale ravvisa un ulteriore rischio, poiché l’elezione popolare modificherebbe anche l’equilibrio tra le varie minoranze di cui si compone il nostro Paese. Quadrilingue e multiculturale, la Svizzera è un successo a tutti gli effetti, ma deve prestare particolare attenzione alla propria coesione interna.
E questo vale anche per l’elezione del Consiglio federale: sin dalla fondazione dello Stato federale, il Parlamento ha assicurato una rappresentanza adeguata delle minoranze in seno al Consiglio federale, provvedendo sempre a eleggere anche un rappresentante dei francofoni e degli italofoni – nel complesso qualcuno in più di quanto corrisponda alla loro quota demografica effettiva. L’elezione popolare renderebbe più potenti i grandi Cantoni popolosi. Verrebbe a cadere l’obbligo sancito dalla Costituzione di tenere debitamente conto delle varie regioni del Paese.
L’elezione popolare del Consiglio federale potrebbe quindi mettere a rischio questo collaudato riguardo per le minoranze. Se ne sono resi conto anche gli autori dell’iniziativa, che in questo punto non si affidano al Popolo, ma propongono una quota che garantisca due seggi in Consiglio federale alle regioni francofone e italofone – dimenticandosi, così sembrerebbe, completamente dei romanci (con bella pace della tutela delle minoranze).
Per garantire la quota francofona e italofona, il testo dell’iniziativa prevede un particolare sistema di conteggio dei voti, basato sulla cosiddetta media geometrica. Questa formula matematica attribuisce un peso maggiore ai voti delle regioni francofone e italofone a scapito di quelle della Svizzera tedesca e romancia. In definitiva, i candidati della Svizzera italiana e della Svizzera romanda concorrerebbero per i due seggi loro riservati. È quindi probabile che la Svizzera italiana abbia ogni volta la peggio perché conta quattro volte meno elettori della Svizzera romanda.
A questo punto devo far notare che la quota indicata dall’iniziativa si riferisce esplicitamente al domicilio dei candidati e non alle loro origini. Sarebbe quindi possibile che s’impongano candidati provenienti dalla Svizzera tedesca che fanno politica nelle regioni francofone o italofone.
5. Federalismo sotto stress
L’iniziativa metterebbe quindi sotto pressione il nostro federalismo su due fronti.
La pressione è riconducibile in primo luogo al sistema delle quote, che in pratica comporta la scissione della Svizzera in una parte tedesca e romancia, da un lato, e in una francese e italiana dall’altro; gli abitanti dei Cantoni e delle regioni plurilingui verrebbero computati per gruppi.
In secondo luogo, il federalismo finirebbe sotto pressione perché l’elezione governativa su scala nazionale rafforzerebbe i partiti nazionali a scapito di quelli cantonali. Forze centripete nei partiti e forze disgiuntive tra le comunità linguistiche – un vero fattore di stress per il nostro federalismo.
E per finire un’ultima considerazione: i fautori dell’iniziativa non si stancano di sottolineare che intendono colmare una lacuna perché oggi come oggi il Popolo non è interpellato in occasione delle elezioni governative. È un’affermazione falsa.
Infatti la popolazione non soltanto vota regolarmente su dossier politici, ma elegge anche i propri rappresentanti in Parlamento, i quali poi eleggono i membri del Consiglio federale. Questo meccanismo si applica sin dalla fondazione dello Stato federale, oltre 160 anni fa, e a presente tutti i tentativi di modificarlo e di introdurre l’elezione popolare sono falliti; il secolo scorso ha visto due votazioni popolari in materia – nel 1900 e nel 1942 – entrambe con esito negativo; vi sono stati svariati interventi, iniziative parlamentari e petizioni, nessuna delle quali ha saputo convincere una maggioranza.
L’attuale meccanismo elettorale è quindi stato convalidato a varie riprese in sede democratica; per decenni ha contribuito alla stabilità politica del nostro Paese. Troppi sono quindi gli svantaggio dell’iniziativa – ecco perché il Consiglio federale e il Parlamento la respingono.
Signore e Signori, un sì all’iniziativa non significherebbe la rovina della Confederazione.
Il Consiglio federale si rende conto che in termini politici è sempre pagante chiedere un potenziamento dei diritti popolari. Ecco perché le iniziative di questo tipo sono tanto in voga; l’anno scorso siamo ad esempio stati chiamati a decidere se i trattati internazionali vadano per forza sottoposti a suffragio popolare. L’iniziativa è stata respinta con il 75 per cento di voti contrari.
Noi membri dell’Esecutivo nazionale ci consideriamo difensori della democrazia diretta, che non si contraddistingue per il potenziamento massimo dei diritti popolari, ma per il giusto equilibrio tra Popolo, Parlamento e Governo.
Ecco perché il Consiglio federale e il Parlamento raccomandano di respingere l’iniziativa per l’elezione del Consiglio federale da parte del Popolo.
E ora cedo la parola al presidente del Consiglio degli Stati Filippo Lombardi.
Ultima modifica 26.03.2013