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Editoriale di Pascal Kesseli, Oxford (GB), membro UDC International, candidato sulla lista UDC del canton Zurigo
Come studente all’università di Oxford in Gran Bretagna, intrattengo contatti con studenti del mondo intero. Discutendo con loro, ho rapidamente constatato che gli studenti svizzeri non si rendono conto di quanto siano trattati bene! Tanto per ricordare: le spese pubbliche in Svizzera per il sistema di formazione sono ammontate nel 2012 a 34,7 miliardi di franchi, di cui circa un terzo (11,4 miliardi) è andato alle università e alla ricerca. Ciò significa che i cittadini svizzeri, di tutti gli strati della società e di tutti i livelli di reddito, accettano di pagare ogni anno di più per offrire a degli studenti come me una buona formazione e l’opportunità di fare una bella carriera professionale. Questi contribuenti fanno già oggi uno sforzo enorme, finanziando tutti gli istituti di formazione che, altrimenti, dovrebbero esigere delle tasse di studio molto costose.
NO a un reddito minimo incondizionato per gli studenti
Un confronto: degli studi di bachelor all’università di Oxford possono facilmente costare da 15’000 a 30’000 franchi l’anno. Molti studenti svizzeri non sembrano tuttavia aver capito che in Svizzera sono i contribuenti ad assumersi questi costi enormi. Come spiegare, altrimenti, le spudorate esigenze degli autori dell’iniziativa sulle borse di studio? Mentre che, personalmente, io provo una profonda gratitudine nei confronti delle mie concittadine e dei miei concittadini, gli autori di questa iniziativa vogliono sempre di più. Come si può osare chiedere il finanziamento incondizionato di “un livello di vita minimo” per tutti gli studenti ossia, di fatto, un reddito minimo per tutti gli studenti? Questa gente ritiene dunque che non si abbia il diritto di chiedere a uno studente che guadagni un po’ di denaro con un impiego a tempo parziale o durante le vacanze.
Ancora di più da pagare da parte dei contribuenti
Questo atteggiamento è incomprensibile per me. Che una categoria privilegiata come quella degli studenti osi domandare ancora più soldi ai contribuenti, è assolutamente ingiustificabile. Naturalmente, le spese per la formazione possono essere considerate un investimento e sono infine utili per la società. Ma non bisogna illudersi: infatti, sono innanzitutto gli studenti a trarre beneficio da questo denaro. Sarebbe ora che la Svizzera sorvegliasse più attentamente le sue spese per la formazione, garantendo che questo denaro pubblico sia impiegato nel modo più utile possibile. I cittadini hanno il diritto di esigere dei meccanismi di controllo, atti ad assicurare che il loro denaro vada a beneficio di ricerche realmente utili alla popolazione. Un reddito minimo incondizionato come chiedono gli iniziativisti, avrebbe l’effetto esattamente opposto: dei settori di ricerca e dei percorsi di formazione che non apporterebbero alcun valore aggiunto misurabile alla collettività, diventerebbero altrettanto attrattivi quanto le scienze naturali o l’ingegneria. La carenza di manodopera qualificata s’aggraverebbe.
Rafforzare il federalismo
Questa iniziativa riflette una volta di più le tendenze centralistiche della sinistra politica. Quanti franchi di aiuto alla formazione bisogna accordare alla periferia bernese o al centro-città di Zurigo? Occorre incoraggiare certi percorsi di formazione rispetto ad altri? Bisogna introdurre un meccanismo per il controllo del successo degli studenti sovvenzionati? Gli iniziativisti credono che un ufficio centralizzato a Berna sarebbe meglio in grado di rispondere a tutte queste questioni. Io mi oppongo categoricamente a questo concetto. I cantoni devono decidere loro stessi quanto denaro vogliono investire nei diversi percorsi di formazione. Essi devono poter applicare delle soluzioni differenti che rispondano a condizioni e a bisogni differenti. Devono trarre insegnamento dal successo o dall’insuccesso dei cantoni vicini. L’autonomia cantonale garantisce delle soluzioni flessibili e una sana concorrenza fra i cantoni sul piano dell’innovazione. Essa deve assolutamente essere mantenuta nel settore della formazione.
Autonomia invece di centralismo, flessibilità invece di rigida uniformità – sono sempre e stesse alternative a emergere dalle iniziative lanciate dalla sinistra. Ma la risposta è chiara: io punto sul federalismo e sul modello di successo svizzero, e dico NO all’iniziativa sulle borse di studio.
Berna, 28 maggio 2015