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Metà aprile 2019. La presidenza della Repubblica mauritana, con un decreto, ha fissato il calendario degli eventi legati alle prossime elezioni presidenziali: sabato 22 giugno ci sarà il primo turno e sabato 6 luglio il secondo turno in caso di ballottaggio. Fra una settimana, il 22 maggio, sarà pubblicato l'elenco definitivo dei candidati alle elezioni. Venerdì 7 giugno, infine, ci sarà l’apertura della campagna elettorale che si concluderà il 20 giugno.
Quest'anno però il presidente di Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, non ci sarà. Ma la corsa alla sua successione avrà un concorrente d'eccezione. Si chiama Biram Dah Abeid e ha la pelle nera. Figlio di uno schiavo affrancato, da anni combatte per i diritti di chi vive in catene, in un Paese dove la schiavitù di nascita è ancora una realtà.
Su 3 milioni e mezzo di abitanti, sono fino a 40'000 le persone in totale asservimento. Una nazione spaccata in due. Da una parte i neri haratine, gli schiavi liberati. Dall’altra i bianchi bidane, discendenti delle tribù arabe e berbere.
La schiavitù, in Mauritania, è stata abolita nel 1981 e dal 2007 è un reato. È però ancora diffusa. Per questo, dopo aver militato nel gruppo Sos Esclaves, nel 2008 Abeid ha fondato l’Ira (Initiative de résurgence du mouvement abolitionniste). È finito in carcere cinque volte, per aver denunciato lo schiavismo. Un impegno che gli è valso il premio delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel 2013.
Gilberto Mastromatteo