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Il cittadino Arthur non ebbe una infanzia particolarmente felice. A soli 7 anni perse la madre, morta per un intervento chirurgico sbagliato; il padre era un agente di polizia e faceva il custode di una struttura sportiva in cui si allenavano tennisti neri. Fu proprio lì che il giovane Ashe imparò la materia, dopo aver provato per altro il basket e il baseball, grazie ai buoni uffici di un cugino. Fu soprattutto il suo fisico minuto a consigliarli di cambiare sport. E così cominciò a concentrarsi soltanto sul tennis e nel 1956, dopo aver incontrato Ron Charity, iniziò la sua scalata verso i vertici di uno sport che sino allora era soprattutto per bianchi. In America ma anche in altre parti del mondo. Nel 1957 fu il primo afroamericano a disputare il campionati nazionali juniores nel Maryland, stato che confina con la Virginia. E nel 1963 vinse a Los Angeles. A 20 anni venne pertanto convocato a sorpresa nella squadra americana di Coppa Davis. Un fatto eccezionale, straordinario: non era mai successo che un tennista di colore vi accedesse. La miccia si era già accesa e nel 1968, proprio negli anni della grande protesta giovanile mondiale e dei motti rivoluzionari alle Olimpiadi di Città del Messico per i diritti civili, Ashe vinceva alla grande la prima edizione dell’era open degli internazionali degli Stati Uniti. Fu proprio in quel periodo movimentista che Ashe fondò l’associazione dei tennisti professionisti, la celeberrima ATP.
Vivere in quegli anni in America non era facile per un afro-americano. Ma non solo negli Stati del Sud. Anche nelle grandi città del Nord e nella costa del Pacifico un cittadino di colore era costantemente vittima della discriminazione e del pregiudizio. Malgrado i problemi che ne avevano in qualche modo frustrato la carriera agli inizi, Arthur si costruì una corazza di coraggio e tenacia: e sul campo diventò un punto di riferimento. Nel 1970 conquistò il secondo titolo dello Slam vincendo in Australia. Erano anni in cui sbocciavano grandi quali Bjorn Borg, Jimmy Connors, poi John Mc Enroe. Il tennis assumeva sempre più dimensioni straordinarie a livello mediatico. Al tempo stesso Ashe non mancò di far sentire la sua voce a favore dei diseredati e di coloro che subivano il razzismo nella forma più bieca. E così arrivò il 1975, quando l’uomo di Richmond disputò la sua stagione migliore, quella della definitiva consacrazione. Ashe vinse infatti il torneo più importante del mondo, il torneo di Wimbledon, battendo in finale il connazionale Jimmy Connors. Il 5 luglio, una data simbolo che ci rimanda alla partita Brasile-Italia del 1982 (ne parliamo in un’altra pagina del giornale), Arthur schiantò il più giovane rivale (Jimmy aveva 10 anni di meno) al termine di una partita memorabile che gli permise di vincere il suo terzo Slam e di rafforzare la sua figura di simbolo dei diritti civili.
La finalissima fu preceduta dalle polemiche piuttosto infuocate fra i due tennisti americani. Ashe, sensibile alle questioni razziali, era un vero patriota perché membro di una famiglia che gli aveva permesso di inseguire il sogno di diventare un campione dello sport. Famiglia, patria e naturalmente diritti civili. Suo fratello partecipò alla guerra in Vietnam. Dal canto suo Jimmy Connors crebbe nella bambagia, lontano dai clamori delle proteste. Una vita da bianco. E così poche settimane prima della sfida di finale i due si scontrarono per un cavillo regolamentare che non permetteva a Connors di poter partecipare a tutti i tornei ATP, visto che faceva parte di un’altra organizzazione tennistica parallela. Qualche mese prima gli USA furono sconfitti clamorosamente dal Messico in Coppa Davis, proprio mentre Connors, il loro miglior giocatore, giocava un match di esibizione contro il grande Rod Laver (con una borsa di oltre 100 mila dollari). Ashe si irritò e dichiarò pubblicamente che Connors non era uno che amava gli Stati Uniti ma solo il denaro. Jimmy non ci pensò due volte e lo denunciò. Ma la querela fu in seguito ritirata. Due settimane dopo Ashe vincerà a Wimbledon. Rimarrà ai vertici sino al 1979 ma dopo essere stato colpito da un infarto decise di ritirarsi l’anno dopo. Resta attualmente il solo giocatore afro-americano ad aver vinto tre titoli del Grande Slam e uno dei due tennisti di colore ad aver trionfato nel singolare maschile del Grande Slam con il francese Yannick Noah (nel Roland Garros del 1983).
RED.