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Lea Goldberg, poliglotta e ambasciatrice di culture
In occasione dell’edizione italiana di Lampo all’alba il professore Giddon Ticotsky ci racconta la grande poetessa
/ 16/01/2023
Sarah Parenzo
Lea Goldberg (1911-1970) nacque a Königsberg nella Prussia orientale (ora Kaliningrad, Russia) e iniziò a scrivere poesie in ebraico quando era una studentessa a Kovno. Ottenne un dottorato in lingue semitiche all’Università di Bonn e nel 1935 immigrò in Palestina, allora sotto mandato britannico. Goldberg fu una nota poetessa che apparteneva al gruppo di Shlonsky; fu anche autrice di libri per bambini, critica teatrale, traduttrice e redattrice. Iniziò a insegnare all’Università Ebraica di Gerusalemme nel 1952 e in seguito vi fondò il Dipartimento di letteratura comparata che guidò per tutto il resto della sua vita.
In italiano è uscita la sua raccolta Lampo all’alba (nella traduzione di Paola Messori per Giuntina), curata da Giddon Ticotsky, professore di letteratura all’Università Ebraica di Gerusalemme e autore del saggio La speranza dell’armonia, nonostante tutto, scritto appositamente per questa edizione. Lo abbiamo incontrato.
Chi è Lea Goldberg e perché il lettore di lingua italiana non la conosce?
Goldberg è stata davvero un’intellettuale di primo livello, ma la scrittura in lingua ebraica l’ha limitata dal punto di vista della ricezione internazionale. Penso che se avesse scritto in italiano, inglese o tedesco si sarebbe potuta collocare a livello di una poetessa come Marina Tsvetaeva o di una pensatrice e saggista come Hanna Arendt.
Goldberg era originaria della Lituania e aveva vissuto la sua giovinezza tra l’Impero russo e la Germania. Eppure la scelta di scrivere in ebraico precede di molto la sua emigrazione in Palestina nel 1935. Come si spiega?
Quella di trasformare l’ebraico nel centro della sua vita già all’età di nove o dieci anni era una scelta molto inconsueta nell’ambiente in cui è cresciuta che non attribuiva all’ebraico nessuna importanza particolare, benché tra le due guerre la Lituania fosse stata un polo sionista. Nella traduzione è presente un atto di sublimazione e riscrivere l’infanzia in una lingua diversa da quella materna e dal russo seconda lingua, consente a Goldberg di mettere in atto una sorta di ribellione acquisendo contemporaneamente controllo sulla narrativa e le emozioni rispetto alla casa di origine. Del resto, se nelle altre lingue sono rari i casi in cui un poeta compone versi in una lingua diversa dalla propria lingua madre, nella cultura ebraica fino a pochi decenni fa era la norma sostituire la lingua dell’anima. Successivamente si è trattato di una scelta ideologica e culturale ben precisa, ispirata al modernismo. Benché non fossero mancati dei tentativi ad opera delle generazioni precedenti, penso a Chaim Nachman Bialik e Micah Joseph Berdichevsky, Goldberg si riteneva tra i primi a operare una trasformazione della cultura ebraica da periferica, religiosa e relegata agli studi biblici archeologici e filologici, a laica, moderna ed europea, con l’ambizione di colmare il divario.
Nel panorama della ricezione della letteratura ebraica in lingua italiana l’opera della Goldberg giunge con un certo ritardo e la maggior parte della sua opera non è ancora stata tradotta. C’è una spiegazione?
Fino all’ultimo decennio anche qui in Israele Goldberg era relegata ai margini. Da un lato era adombrata da colleghi di sesso maschile come Nathan Alterman e Avraham Shlonsky, rappresentanti della poesia nazionale ed esponenti della voce collettiva, nulla a che vedere con l’esperienza del singolo e i cliché di delusioni e amori non corrisposti presenti nella sua opera. Inoltre, anche il suo successo come scrittrice per bambini per anni le ha impedito di rivestire il ruolo centrale e dominante che oggi le viene finalmente attribuito.
Lea Goldberg frequentava i caffè letterari di Tel Aviv e nella sua casa di Gerusalemme si raccoglievano giovani poeti e scrittori. Che influenze ha esercitato sulla letteratura ebraica?
L’influenza di Lea Goldberg sulla letteratura ebraica è riscontrabile su diversi piani. Innanzitutto ha trasmesso alle giovani generazioni (Dahlia Ravikovitch, Yehuda Amichai ecc.) l’eredità della cultura europea umanistica da Petrarca in poi, offrendo loro un’alternativa alla tradizione anglosassone che li orientava. In secondo luogo, in un’epoca che tendeva a sovvertire gli schemi dal punto di vista della forma, Goldberg si impose come una «rivoluzionaria tradizionalista», rispettando le consuetudini in particolare per quel che riguarda la struttura del sonetto.
Nel suo saggio descrive Lea Goldberg come una che procede sempre sul bordo del precipizio senza tuttavia permettersi di cadere. Nonostante le esperienze traumatiche, come la separazione dal padre affetto da una grave patologia mentale, Goldberg sembra sempre lottare per la vita.
Assolutamente, e utilizza consapevolmente l’arte per salvarsi dalle circostanze storico-biografiche. Rispetto al trauma la scelta artistica riveste anche una valenza simbolica che consente di soffermarsi su un’astrazione anziché sui dettagli specifici della realtà. Non si tratta solo di nascondere la ferita, bensì di «abbottonarla» come ha sapientemente suggerito la scrittrice e studiosa israeliana Hamutal Bar-Yosef. Nel preferire la sublimazione in risposta agli orrori e traumi della realtà Lea Goldberg compie dunque una scelta consapevole dalla valenza non solo estetica, ma anche etica: scrivere una cosa bella significa introdurre armonia per contrastare il caos disarmonico. Naturalmente ciò non elimina il senso di colpa per il fatto che mentre l’Europa andava a fuoco qui in Palestina la vita si svolgeva quasi normalmente e la gente cresceva figli. In un’epoca di crisi la sua è una prospettiva molto ottimistica, ma non dettata da ingenuità: pur consapevole della gravità della situazione sceglie «la luce al margine della nuvola».
All’università ebraica negli anni ’50 Lea Goldberg insegna Dante e Petrarca a studenti come lo scrittore Abraham Yehoshua. Cosa ci dice del legame di Lea Goldberg con l’Italia e come contribuisce il suo pensiero ad ampliare una prospettiva sugli autori italiani?
Poco dopo aver studiato l’italiano a Gerusalemme alla fine degli anni ’40 con la professoressa Raanana Meridor, Goldberg cominciò subito a tradurre e, ispirandosi all’esperienza italiana, propose un parallelismo tra il corso della letteratura ebraica e il passaggio dalla lingua sacra a quella vernacolare. In particolare interpretò Dante come migrante proiettandovi la sua esperienza della Prima guerra mondiale e, così facendo, rese l’opera cristiana cosmopolita, moderna e in un certo senso esistenzialista. Un altro aspetto peculiare è costituito dalla sua capacità di affrontare temi come la Seconda guerra mondiale, che pure l’aveva toccata personalmente, ponendosi allo stesso tempo nella posizione di insider e outsider, utilizzando tanto motivi tipicamente ebraici come le domande dei figli alla cena pasquale quanto metafore cristiane del figlio che lavora. Con tali operazioni Goldberg creò collegamenti tra mondi apparentemente lontani.
Perché leggere oggi Lea Goldberg in traduzione italiana?
La traduzione di Paola Messori chiude il cerchio restituendo Lea Goldberg, poliglotta e traduttrice, alla sua dimensione di modernista internazionale che va ben oltre i confini del territorio e del nazionalismo culturale. Figlia di una generazione di uomini dalle grandi certezze Goldberg, che invece non si astiene dal mostrare la propria «debolezza», instaura più facilmente un dialogo con la nostra epoca che contempla più verità contemporaneamente.
In questo volume lo squarcio per la sua ricezione passa attraverso la poesia, tuttavia sappiamo che Goldberg ha scritto di tutto e in svariate forme. Quale pensa dovrebbe essere la prossima opera da tradurre?
Senz’altro le prime opere di prosa, pubblicate tra il 1936 e il 1946, dove Goldberg affronta la separazione dall’Europa, nella doppia prospettiva di prima e dopo la Guerra. In salvo da derive nazionaliste o nazionalistiche Goldberg propone una repubblica letteraria ebraica che vanta filiali anche in Europa, uno spazio pluralista e modernista slegato da un luogo preciso ma accomunato dall’amore per la lingua ebraica. Come in Israele Lea Goldberg si è fatta ambasciatrice dell’Europa, in Italia potrebbe affermarsi quale ambasciatrice di una cultura ebraica moderna e israeliana, offrendo un’alternativa non battuta, svincolata dal territorio e dalla sovranità.