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Non da sindacalista o da lavoratore impegnato, ma da semplice osservatore “esterno” ci si può chiedere: perché il lavoro non è più forte e spesso perdente? (Per converso, c’è l’altra domanda: perché il capitale è invece sempre più forte e predatore?).
Ci si pone la domanda forse per due ragioni. La prima è che si rileva una difficoltà crescente a far valere i diritti del lavoro (anzi, si tende a scardinarli). La seconda è che se i lavoratori si organizzassero meglio, acquisterebbero più forza. Più potere e forza si ottengono però unendosi.
Capito su un saggio di un noto economista francese (Thierry Pech), saggio già intrigante nel titolo (traduco: Il sindacalismo alla prova del capitalismo separatore) che sembra porre analoghe domande. Le risposte fanno riflettere.
Si parte da una constatazione: il sindacalismo (inteso come potere organizzato e contrattuale dei lavoratori) non ha la forza e la rappresentatività che dovrebbe avere; sarebbe la giusta e logica controparte (soprattutto di fronte all’ascesa incontenibile del capitale e alle aberrazioni politiche e finanziarie che hanno mortificato il lavoro,) ma si è indebolita in tutta Europa. Un non-senso. Si imputa la causa agli stessi sindacati, istituzionalizzatisi e divenuti agenzie sociali para-pubbliche (si ricorre al sindacato come a uno sportello pubblico; sali sul carro del sindacato, come il viaggiatore clandestino, quando vedi che ti difende). Che, paradossalmente, così finiscono per dissimulare o attenuare la realtà.
La tesi sostenuta nel saggio è che l’indebolimento dei sindacati non è però tanto una debolezza sindacale, ma è una debolezza minacciosa delle società occidentali. C’è una spiegazione economica: sono le grandi trasformazioni avvenute nel sistema produttivo che hanno allontanato i salariati dal sindacato.
Esse, che hanno una portata transnazionale, operano con una triplice azione: di dispersione, individualizzazione e separazione. Dispersione del salariato (che si va a trovarlo dove costa meno, che lo si spezza con la flessibilità e l’instabilità); individualizzazione sistematica del rapporto di lavoro e del contratto d’impiego; separazione maggiore degli interessi rispettivi di chi opera per un’intesa sulla quale si costruiva la regolazione interna del capitalismo.
Questa situazione deve preoccupare non solo perché tende di fatto a demolire le basi di un movimento che vuole unire i salariati attorno a condizioni comuni e a prospettive di negoziato, ma soprattutto perché istituisce un “capitalismo separatore”, sgretolante, demolitore della comunità, generatore di divisioni, di contrapposizioni, di ingiustizie. Insomma, la causa di una conflittualità che diventa incontrollabile, imprevedibile, esplosiva. La storia ci dice che così si è sempre creata la culla dei fascismi.
C’è una spiegazione sociologica (o culturale), frutto di quella economica: i lavoratori (e persino coloro che ricorrono al sindacato) sono diventati più individualisti e utilitaristi che non nel passato; pretendono dal sindacato un servizio personalizzato e pragmatico (unicamente sui loro momenti problematici), rimangono restii o perplessi nei confronti di forme di impegno generale o ideologico, quelle che un tempo facevano l’anima del sindacato.
Forse (suggerisce l’autore) il maggior problema che si presenta al sindacato è di riuscire ad articolare meglio il movimento sindacale con il movimento associativo in generale.