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Intervista a Petra Köpping, ministra socialdemocratica per l’eguaglianza dei sessi e l’integrazione nel governo della Sassonia
Nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1989 vennero aperte le frontiere della DDR. Gli avvenimenti che seguirono quello storico evento provocarono grandi mutamenti nella società tedesco orientale, con importanti conseguenze fino ai giorni nostri. Ne abbiamo parlato con Petra Köpping, membro dell’attuale governo sassone e autrice del volume Integriert doch erst mal uns! – Eine Streitschrift für den Osten, che molto sta facendo discutere in Germania.
Come ha vissuto Lei la caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989?
Nel maggio 1989 ero stata eletta sindaco di Großpösna, una cittadina alle porte di Lipsia, e perciò ho vissuto i principali eventi dell’autunno dal mio posto di lavoro nel municipio. Ogni lunedì seguivo, sul mio piccolo televisore in ufficio, le famose Montagsdemonstrationen, le dimostrazioni di piazza del lunedì a Lipsia. La notizia dell’apertura delle frontiere sorprese tutti – nessuno, nell’estate del 1989, si sarebbe potuto immaginare che nell’autunno sarebbe caduto il muro e che ci sarebbe stata la riunificazione delle due Germanie. L’intero processo si svolse ad una velocità impressionante. Nel nostro piccolo comune eravamo preoccupati delle possibili reazioni: la situazione rimane pacifica oppure ci sarà una reazione violenta da parte dello Stato comunista?
Nonostante il trattato di riunificazione prevedesse margini di manovra per consentire la correzione di eventuali errori che si fossero manifestati solo dopo la sua entrata in vigore, questi non vennero sfruttati appieno dalla classe politica della Germania unita. Cosa avrebbero potuto fare meglio i tedeschi dell’est?
Non credo che la questione possa essere posta completamente in questi termini. Per una riunificazione dopo la Friedliche Revolution, la rivoluzione pacifica nella DDR, non esisteva un modello. Personalmente ritengo che il trattato in sé sia un buon trattato. Ci si doveva muovere in fretta, dato che – e ciò non dobbiamo dimenticarlo – i cittadini dell’est volevano una riunificazione in tempi rapidi. In una tale situazione è del tutto evidente che non si sia potuto regolare nel dettaglio ogni aspetto di un processo politico, sociale ed economico così complesso. O che addirittura si siano adottate soluzioni rivelatesi poi, a posteriori, sbagliate. Nei primi anni dopo la riunificazione vennero sì prese contromisure e effettuati correttivi, ma non in tutti i settori della società. Le conseguenze di quegli errori si avvertono fino ai giorni nostri, poiché le persone non dimenticano le ingiustizie subite. Le faccio un esempio: giusto in questi giorni ho ricevuto posta da un gruppo di minatori della mia regione che mi esortano a continuare l’azione politica intrapresa per correggere le inique disposizioni pensionistiche.
Fra tutti gli Stati del blocco comunista, l’unico ad essere sparito dopo la caduta del Muro di Berlino è stata la DDR. Il periodo post unificazione nella Germania dell’est fu caratterizzato da grandi sconvolgimenti sociali – il termine “Treuhand” divenne un’ingiuria per molti tedeschi dei nuovi Länder. Nel Suo libro Lei chiede con vigore l’avvio di un processo di analisi seria degli anni post unificazione da parte della società tedesca nel suo insieme, ossia coinvolgendo non solo i cittadini dell’est, ma anche quelli dell’ovest. Cosa deve avvenire affinché una simile analisi possa aver successo?
Innanzitutto è necessario che i cittadini della Germania occidentale, gli abitanti dei cosiddetti “vecchi” Bundesländer, comprendano a fondo cosa abbia significato veramente, per un tedesco dell’est, la riunificazione. Ancor’oggi, se domandiamo ad una persona cresciuta all’ovest che cosa sia cambiato nella sua vita dopo il 1990, otterremo sempre la stessa risposta: nulla. Per noi cittadini dell’est, invece, è cambiato tutto: il lavoro, le relazioni sociali e, spesso, anche la propria vita privata. Da un giorno all’altro siamo stati confrontati con nuove regole in ogni ambito – dall’iscrizione dei figli alla scuola o all’asilo fino alla procedura per ottenere un sussidio, passando per le attività della vita quotidiana come il fare la spesa al supermercato. Con il mio libro vorrei ottenere che si riconoscano i meriti dei cittadini dell’est e che vengano onorati i notevoli sacrifici da loro sostenuti. E, non da ultimo, che si conceda loro di essere giustamente orgogliosi di quanto raggiunto negli ultimi ventotto anni. Esistono, a mio modo di vedere, tre livelli di lettura dell’orgoglio tedesco orientale. Innazitutto noi dell’est, come società civile, siamo orgogliosi del fatto che la riunificazione sia riuscita nell’ambito di una rivoluzione pacifica. Siamo poi orgogliosi dei nostri paesi e delle nostre città, di come queste siano rinate. Chi ha conosciuto la miseria urbanistica che regnava in ampie zone della DDR sa di cosa parlo.
Infine vi è il terzo livello, quello dell’individuo. Vorrei che ci si allontanasse dall’immagine, diffusa soprattutto all’ovest, del cittadino tedesco orientale brontolone, perennemente ingrato per quanto ha ricevuto, e che si restituisse alla singola persona l’orgoglio di poter affermare: ecco, guardate quello che, nonostante tutte le difficoltà, sono riuscito a realizzare in questi anni! L’apprezzamento da parte dell’intera popolazione tedesca dei risultati ottenuti dai cittadini dell’est è una condizione imprescindibile affinché il giusto orgoglio privato ottenga il doveroso riconoscimento a livello sociale.
Quali reazioni ha raccolto finora a questo Suo appello?
Le reazioni sono incoraggianti. Ho incontrato il pubblico un po’ ovunque – per esempio a Bochum, Monaco, Berlino, ma anche in molte piccole cittadine – e dappertutto ho notato come le persone siano molto più avanti di buona parte della classe politica, dimostrando un sincero interesse affinché si svolga un ampio dibattito pubblico, in modo intellettualmente onesto e senza preconcetti, su quanto accaduto nella Germania dell’est nei primi anni dopo la riunificazione. E sulle conseguenze fino ai giorni nostri, nonché sulle possibili soluzioni da adottare, spesso con rilevanza che va ben oltre i confini dei Länder dell’est. Non bisogna infatti dimenticare un aspetto importante: molti dei problemi con i quali siamo confrontati all’est non sono ormai più solo di natura regionale, ma colpiscono l’intera società tedesca – pensiamo ad esempio alla povertà delle fasce anziane della popolazione o all’emigrazione dalle regioni lontane dai centri urbani.
Cleto Pescia
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