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Tra i leader sovietici e russi è stato il meno popolare, quello meno amato o più odiato che dir si voglia. L’immagine che Mikhail Gorbaciov ha avuto in Occidente è sempre stata opposta a quella in casa propria. Nei sondaggi ripetuti degli ultimi anni, regolarmente dietro a Vladimir Putin, Josif Stalin, Nikita Krushchev e persino a Boris Eltsin. Il perché non abbia trovato posto nel cuore dei russi è presto detto: il suo nome è legato indissolubilmente al crollo dell’Unione sovietica, intesa sia come potenza mondiale sconfitta dagli Stati Uniti nella Guerra fredda, e soprattutto come sistema in cui il cittadino sovietico, seppur privato di alcune libertà fondamentali in Occidente, ha vissuto in un mondo considerato stabile e sicuro.
La glasnost (trasparenza) e la perestrojka (ristrutturazione), avviate da Gorbaciov nell’allora Urss, sono state un fallimento, sfociato nel 1991 nello sfaldamento dell’Unione, nella nascita di quindici stati indipendenti (definita da Putin “la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo) e nel tracollo transnazionale sul piano economico e sociale. Mikhail Gorbaciov, per i russi, è stato insomma il simbolo del periodo più difficile della transizione comunista e post-comunista, che da segretario generale del PCUS ha iniziato e in realtà, dopo aver ceduto la redini del comando, è stata appunto condotta in Russia da Eltsin, l’altro presidente che gli contende lo scettro di peggior leader.
In Occidente l’immagine di Gorbaciov è andata di pari passo alla politica internazionale, al disgelo con gli Stati Uniti, al riavvicinamento con l’Europa, in primo luogo con la Germania del cancelliere Helmut Kohl, il tutto accompagnato dal glamour di Raissa, la moglie che ha veicolato le simpatie di una coppia sovietica che ha fatto più breccia a ovest della Cortina di ferro che non da Mosca fino alla Siberia.
In Unione Sovietica è arrivato al potere nel 1985, dopo Yuri Andropov e Konstantin Chernenko, che nei tre anni precedenti non si erano staccati dalla linea di Leonid Brezhnev, al Cremlino dal 1964 al 1982, e subito si era incagliato nel disastro di Chernobyl, nel 1986, per certi versi il vero catalizzatore del crollo dell’URSS. Gli osanna occidentali per la fine della Guerra fredda e il Nobel per la pace nel 1990 mal si sono conciliati con quello arrivato immediatamente dopo: le file per comprare il pane a Mosca, il collasso del sistema sanitario, la povertà diffusa e tutto il resto, non solo in Russia, ma nelle altre repubbliche ex sovietiche, le guerre civili in primo luogo.
La turbolenta transizione interna nel 1991, con il colpo di stato di agosto e il sequestro a Foros, in Crimea, il duello perso in maniera umiliante con Eltsin per la presidenza, la fine ufficiale dell’URSS, siglata nella foresta bielorussa di Belavezha e annegata nella vodka, dal nuovo uomo forte Eltsin e dai rappresentanti di Bielorussia e Ucraina, sono state le tappe di un’uscita di scena progressiva a cui i russi hanno dovuto assistere. Nel 1996, quando si presentò alle elezioni presidenziali, vinte da Yeltsin con il decisivo aiuto degli oligarchi e degli Stati Uniti che volevano evitare il ritorno dei comunisti di Gennady Zyuganov, raccolse solo lo 0,50%, travolto dal peso del presente e del breve passato.
Il resto è storia più recente, ma Mikhail Gorbaciov ha mantenuto sempre in Russia un ruolo di basso profilo, fuori dai giri del potere, ascoltato in Occidente più per le sue critiche verso il sistema autoritario messo in piedi da Putin e i suoi sforzi per mantenere in vita un giornale come la Novaya Gazeta, che non quando criticava il ruolo degli USA e della NATO sullo scacchiere internazionale. In questi anni i suoi libri sono stati pubblicati e venduti in mezzo mondo, l’ultimo nel 2020, poco invece il successo editoriale in Russia, dove il grande pubblico non è mai riuscito ad amarlo: né come scrittore né come politico.
Stefano Grazioli