Document ID: /curiavista/filtered/00000.jsonl.gz/13959

<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1.Il Consiglio federale è dell'avviso che non sussista alcuna necessità di un'inchiesta storica commissionata dallo Stato ed eseguita da un ufficio neutrale e competente sui rapporti intercorsi tra la Svizzera e il regime sudafricano dell'apartheid. I fatti sono sufficientemente noti. Rispondendo a numerosi interventi parlamentari, nel messaggio concernente l'adesione della Svizzera all'ONU del 21 dicembre 1981 e nella sua dichiarazione del 22 settembre 1986, il Consiglio federale ha illustrato in maniera esauriente la politica perseguita allora nei confronti del Sudafrica. Questi fatti vanno corredati da un apprezzamento fatto nell'ottica odierna. </p><p></p><p>Il Consiglio federale svizzero si è occupato assai presto della possibilità di adottare sanzioni economiche contro il Sudafrica. Già due anni dopo l'uscita del Sudafrica dal Commonwealth, avvenuta nel 1961 e favorita dalla politica di discriminazione razziale del "Partito Nazionale" (National Party), la Svizzera ha emanato un divieto unilaterale di esportazione di materiale bellico verso il Sudafrica. Con questo decreto del Consiglio federale del 6 dicembre 1963, la Svizzera ha assunto a livello mondiale il ruolo di battistrada nella critica coerente all'apartheid. Solo nel 1977,  quindi ben quattordici anni dopo l'introduzione del divieto svizzero di esportazione di armi,  con la risoluzione 418  del 4 novembre 1977 il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha emanato una sanzione imperativa, ovvero di obbligatorietà generale, conformemente al capitolo VII dello statuto dell'ONU, vietando la fornitura di armi al Sudafrica.</p><p></p><p>Tale sanzione venne esaminata dal Consiglio federale innanzitutto nell'ottica della politica di neutralità adottata dalla Svizzera in politica estera. Il Consiglio federale ritenne che l'embargo sulle armi emanato nel 1963 concordasse con quest'ultima (quale reazione alle sanzioni sulle esportazioni di armi decretate dall'ONU nel 1977, FF 1982 I 488 segg.).</p><p></p><p>Impressionati dai sanguinosi disordini in Sudafrica, a metà degli anni Ottanta numerosi Stati e comunità di Stati intensificarono gli sforzi per ottenere sanzioni economiche più severe. Nel 1985, il Consiglio di sicurezza dell'ONU propose sanzioni economiche allargate, concretizzatesi parzialmente nelle misure adottate in seguito dalla CE e dagli Stati Uniti. Già prima della proposta dell'ONU di adottare sanzioni economiche contro il Sudafrica, le esportazioni di capitali svizzeri verso questo Paese passarono da un totale annuo (esportazioni di capitale con e senza tetto massimo) di 760 milioni di franchi svizzeri (frs.) nel 1984 a 471 milioni nel 1985 e a 38 milioni nel 1986, un ventesimo quindi del totale delle esportazioni di capitali registrate due anni prima. Dal 1984 diminuirono di oltre la metà anche le esportazioni di oro verso la Svizzera. E a proposito del mercato aurifero, fatta eccezione per il commercio del "Krugerrand", né gli Stati Uniti, né gli Stati della CEE  adottarono sanzioni. D'altronde, Zurigo non era un mercato aurifero specificatamente sudafricano, bensì era nato nel 1968 quale mercato privato mondiale.</p><p></p><p>In reazione alla raccomandazione dell'ONU e alle sanzioni adottate da alcuni Stati, nella sua dichiarazione del 22 settembre 1986, il Consiglio federale così illustrava la posizione della Svizzera riguardo alle sanzioni economiche: "Sostanzialmente, la Svizzera mantiene la propria posizione tradizionalmente negativa rispetto alle sanzioni, per cui le misure economiche al fine di raggiungere obiettivi politici vanno per principio respinte", poiché "indirettamente colpirebbero anche gli altri Paesi della regione" e così "provocherebbero una grave crisi economica nella parte meridionale dell'Africa." Il Consiglio federale ribadiva inoltre il principio dell'universalità delle relazioni economiche quale pilastro della politica estera svizzera.</p><p></p><p>Nonostante che, in sintonia con il tradizionale orientamento della politica estera svizzera, fosse contrario alle sanzioni economiche, il Consiglio federale non voleva comunque che con il suo atteggiamento la Svizzera diventasse un Paese dove fosse possibile eludere le sanzioni. Perciò nel 1974, quando nessun altro Paese aveva ancora introdotto sanzioni contro le esportazioni di capitali, fissò il tetto massimo delle esportazioni di capitali  a 250 milioni di frs. all'anno, aumentandolo poi a 300 milioni annui nel 1980 in considerazione dell'inflazione. La base giuridica era costituita dalla legge federale dell'8 novembre 1934 su le banche e le casse di risparmio secondo la quale, tra l'altro, determinati investimenti e crediti delle banche private nei Paesi esteri sottostanno all'obbligo di notifica della BNS, a eccezione dei crediti per un periodo di meno di 12 mesi, dei crediti e prestiti di importo inferiore ai 10 di milioni di frs. e delle notes che non raggiungono l'importo di 3 milioni, dei crediti alle esportazioni e crediti finanziari alle esportazioni, delle conversioni o proroghe di affari già conclusi (crediti, notes) e delle partecipazioni che in effetti necessiterebbero di autorizzazione, se effettuate dalle banche svizzere su prestiti sindacati a livello internazionale in valuta estera. Queste operazioni commerciali non ricadevano sotto il tetto massimo stabilito dal Consiglio federale, poiché non dovevano essere segnalate alla BNS.</p><p></p><p>Dal 1986, un gruppo di lavoro interdipartimentale iniziò a occuparsi del controllo statistico degli scambi economici tra la Svizzera e il Sudafrica. Il gruppo aveva il compito di garantire un controllo sistematico di quei settori già sottoposti alle stesse sanzioni da parte dei principali Paesi industrializzati. Il controllo includeva il traffico commerciale e quello di capitali che, pur non essendo convergente,  considerata l'importanza della piazza finanziaria svizzera era da tenere particolarmente in considerazione. Nel 1992 il gruppo di lavoro venne sciolto, poiché la situazione in Sudafrica faceva presagire riforme fondamentali. Dal 1991, la maggior parte degli Stati o delle comunità di Stati hanno allentato le sanzioni o le hanno addirittura tolte.</p><p></p><p>Una grande parte delle importazioni svizzere dal Sudafrica riguardava però categorie di beni che non sottostavano a sanzioni convergenti (vale a dire che non sottostavano a sanzioni generali ma erano sanzionate, eventualmente, da singoli Stati in misura diversa). Un divieto di importazione di beni quali oro in lingotti, diamanti e carbone fossile non era stato né suggerito dal Consiglio di sicurezza dell'ONU né emanato dalla CE. Ma erano proprio questi beni, durante gli anni Ottanta,  a essere al centro di ampi dibattiti pubblici e oggetto di costanti a critiche. Essendo "scottanti", anche questi beni sono stati inclusi nel controllo statistico. Le stesse considerazioni hanno fatto sì che anche l'esportazione di capitali verso il Sudafrica dovesse venire inclusa nell'osservazione.</p><p></p><p>All'inizio degli anni Settanta, l'esportazione di capitali dalla Svizzera verso il Sudafrica era aumentata notevolmente, passando dai 31 milioni di frs. del 1972 ai 530 dell'anno successivo. Come già segnalato, nel 1974 , d'intesa con le autorità federali competenti, la BNS decise di fissare un tetto massimo per le operazioni di esportazione di capitali. Nel 1978 vennero vietati i prestiti pubblici al Sudafrica e da quel momento in quel Paese ebbero luogo solo collocamenti privati. L'anno seguente, all'epoca del boom economico sudafricano, l'impegno svizzero (con e senza tetto massimo) raggiunse il suo vertice assoluto con un totale annuo di 1'006 miliardi di frs.. Il surriscaldamento economico in Sudafrica causò ben presto problemi di crescita e la congiuntura si raffreddò. Inoltre, calando il prezzo dell'oro, si ridusse la voglia di investire in Sudafrica, poiché vennero improvvisamente meno i mezzi liquidi e diminuirono temporaneamente anche le esportazioni della Svizzera, mentre si raggiunse nuovamente il tetto massimo nel 1983 e nel 1984, l'apice degli anni Ottanta con un totale annuo di 760 milioni di frs., dai 592 del 1983. Balza all'occhio come in quell'anno le conversioni aumentarono di oltre un terzo (da 110 milioni di frs. nel 1983 a 460 nel 1984), mentre scomparirono completamente i crediti alle esportazioni e i crediti finanziari alle esportazioni (nel 1983 erano ancora 182 milioni di frs.). Questo fenomeno era legato da un lato alla durata dei prestiti, che alla loro scadenza potevano essere trasformati in conversioni (spesso i prestiti hanno una durata di cinque anni e fra i due apici nel 1979 e nel 1984 intercorre esattamente questo lasso di tempo), dall'altro le conversioni e i crediti alle esportazioni e i crediti finanziari alle esportazioni situati al di fuori del tetto massimo erano esposti a forti oscillazioni. Dal 1984 le banche avevano continuamente ridotto i propri impegni, una situazione che si spiega, tra l'altro, con la maggiore prudenza delle banche svizzere che avevano valutato i rischi politici ed economici connessi alla concessione di prestiti al Sudafrica. Ma nel 1989 si registrava una nuova avanzata dei prestiti (dal 1986 al 1989 0 frs., nel 1989 crescita a 189 milioni di frs. e nel 1990 a 245 milioni). Questa impennata si spiega con la scadenza dei prestiti concessi nel 1984/85, che nell'interesse dei clienti vennero convertiti. Anche dopo l'abolizione del tetto massimo, nel luglio 1991, non vi fu un boom delle esportazioni. Da quando gli  sono state tolte le sanzioni, il Sudafrica sembra prediligere il mercato europeo dei capitali.</p><p></p><p>La statistica del commercio estero svizzero disegna un quadro chiaro delle importazioni di beni. Dal 1962 al 1986 le importazioni dal Sudafrica, senza quelle di oro, non contemplate nella statistica, si sono mosse in una fascia tra i 24,6 milioni di frs. nel 1962 e i 212,2 milioni di frs.. Con 154 milioni di frs., vi è quindi in pratica un aumento lineare con una crescita molto esigua dal minimo del 1962 al 1986. Dal 1986 si verifica un incremento eccezionale, che si interrompe improvvisamente nel 1989 dopo aver raggiunto un picco di 1178 milioni di frs. In questo periodo, le importazioni dal Sudafrica raddoppiarono in pratica ogni anno, fenomeno che si spiega con il fatto che dal 1987 le importazioni di diamanti grezzi sudafricani vennero effettuate di regola direttamente da quel Paese, mentre fino al 1986 essi erano importati passando dalla Gran Bretagna e nella statistica del commercio estero risultavano sotto quest'ultimo Stato. Dal 1987 la Diamond Trading Company a Lucerna (una filiale della compagnia sudafricana DeBeers), un istituto a economia privata, assunse grande importanza per il movimento di diamanti. Poiché non vi erano sanzioni convergenti per l'importazione di diamanti e la Gran Bretagna non ne aveva adottate, non si trattava di operazioni per eluderle. Dopo il 1989 le importazioni di diamanti calarono di nuovo rapidamente e nel 1991 raggiunsero l'ammontare di 113 milioni di frs., che corrisponde a una diminuzione, in base al valore, del 52% rispetto al 1990.</p><p></p><p>Oltre ai diamanti, anche l'oro assume una posizione importante nelle esportazioni sudafricane. Dal quaranta al cinquanta per cento dei proventi delle esportazioni sono generati dalle operazioni con l'oro. L'eccezionale importanza della Svizzera per il commercio internazionale dell'oro va visto in relazione con la genesi di quest'ultimo. Quando nel 1968 il commercio dell'oro fu ripartito tra un mercato aurifero valutario dai prezzi regolamentati e un mercato aurifero privato con prezzi liberi, quella che sino ad allora era stata la più importante piazza commerciale del mondo, Londra, fu chiusa per due settimane. I motivi di tale decisione sono ignoti. Le grandi banche svizzere sfruttarono questa impasse, riunendosi immediatamente in un consorzio e avviando quell'attività commerciale. Da mercato secondario qual era, il consorzio zurighese dell'oro divenne la maggiore piazza di commercio aurifero a livello internazionale, poiché da allora in poi il Sudafrica, ma anche l'allora Unione Sovietica, scelsero Zurigo quale luogo di transito. All'inizio l'ottanta per cento dell'oro sudafricano passava per Zurigo. Nel 1979/80 questa quota scese al 55 - 60%, per essere poi ridotta al 40% a metà degli anni Ottanta. Le ragioni di questo calo stanno nell'interesse degli esportatori d'oro sudafricani a diversificare i loro mercati.</p><p></p><p>Solo l'oro sotto forma di Krugerrand era sottoposto a sanzioni analoghe (Stati Uniti 1985, CE 1986). Come per altre categorie di beni che sottostavano a questo tipo di sanzioni, da quel momento l'importazione di Krugerrand fu controllata statisticamente. Anche qui fu appurato che la Svizzera non era utilizzata per eludere le sanzioni e che il volume annuo delle importazioni di Krugerrand diminuì drasticamente a partire dalla metà degli anni Ottanta.</p><p></p><p>Pur essendo registrata statisticamente, dal 1981 l'importazione di oro in lingotti non è più pubblicata  per ogni Paese. Fra il 1984 e il 1988 l'importazione è diminuita della metà a 198 tonnellate, o 4,1 miliardi di frs., mantenendosi a questo livello fino al 1992, quando fu sospeso il controllo statistico, con l'eccezione del 1990, quando si verificò un aumento in volume del 39% rispetto all'anno prima. La statistica registra invece solo le importazioni dirette dal Sudafrica e non si può quindi escludere una distorsione dell'effettiva entità degli scambi, poiché l'oro in lingotti potrebbe essere giunto in Svizzera dal Sudafrica attraverso Paesi terzi. Ma, e questo va sottolineato ancora una volta, le importazioni di oro in lingotti dal Sudafrica non erano sottoposte a sanzioni analoghe.</p><p></p><p>Con l'oro e i diamanti, il carbone fossile è tra i tre più importanti beni d'esportazione sudafricani.  In particolare nel periodo dal 1987 al 1991, la Svizzera ha importato dalla Repubblica del Capo mediamente l'85,25% del proprio fabbisogno totale annuo. Dal 1983 si registra un aumento continuo. Il massimo nelle importazioni è stato raggiunto nel 1990 con 422'294 tonnellate e un valore di 41 milioni di frs., mentre l'anno prima erano state solo 24'000. La quantità del 1987 (370'000 tonnellate per un valore di 26,1 milioni di frs.) fu comunque raggiunta anche nel 1980, quando nessun Paese aveva ancora adottato sanzioni. L'incremento può essere spiegato con la svalutazione del rand rispetto al franco svizzero, cosicché il carbone fossile sudafricano aveva un prezzo nettamente più favorevole rispetto ai prodotti concorrenti europei. Nel 1991, l'ultimo anno del controllo statistico introdotto dal Consiglio federale, l'importazione di carbone fossile scese del 19% a livello quantitativo a 340'000 tonnellate e del 34% in termini di prezzo  a 27 milioni di franchi svizzeri. Ma a quel tempo le importazioni dal Sudafrica coprivano addirittura il 92% del fabbisogno svizzero totale. Se ne può dedurre che è soprattutto la minore domanda svizzera complessiva di carbone fossile nel 1991 la responsabile della diminuzione delle importazioni. Non vi sono segnali per cui le importazioni di carbone fossile siano servite per eludere le sanzioni contro il Sudafrica, e fra l'altro non ne erano state adottate di convergenti nei confronti di questo tipo di merce. Sono poi improbabili operazioni del tipo appena accennato in quanto i margini di guadagno sul carbone fossile erano esigui e riesportarlo non avrebbe avuto economicamente senso. Si può quindi giustamente supporre che le importazioni di carbone servivano al consumo proprio del nostro Paese. Il Consiglio federale ha effettuato questa analisi già nel 1988 rispondendo all'interrogazione ordinaria Rechsteiner del 23 giugno 1988 (88.685).  Anche in questo caso, come per l'interpellanza Braunschweig, 86.948, per l'interpellanza Rechsteiner, 87.918, e per altre, non è stata presentata nessuna mozione vincolante per il Consiglio federale. Quest'ultimo poteva dunque supporre che il legislatore sosteneva in gran parte le misure adottate sino a quel momento e situate nel quadro delle basi giuridiche esistenti, e che egli non chiedeva ulteriori ingerenze nel principio della libertà di commercio e d'industria sancito nella Costituzione.</p><p></p><p>L'atteggiamento intransigente del Consiglio federale nel condannare la politica dell'apartheid del Sudafrica è chiaramente documentabile. Il capo della delegazione svizzera alla conferenza dell'ONU sui diritti umani, svoltasi a Teheran nel 1968, non lasciò adito a dubbi sull'atteggiamento svizzero,  definendo l'apartheid una costante violazione dei diritti umani che parte dall'ingannevole idea che i rapporti discriminanti tra razze diverse siano giustificabili dal punto di vista biologico. Nel suo discorso del 2 maggio 1968 egli afferma che "la discriminazione razziale è assurta a sistema politico, che rinnega apertamente un principio consolidato e riconosciuto universalmente, l'uguaglianza di tutti gli esseri umani. Il sistema è inoltre in contrasto con la dignità umana e con il rispetto dei diritti individuali. In questa comunità le persone sono completamente isolate le une dalle altre unicamente a causa della loro differenza razziale. Una minoranza impone a una maggioranza di un'altra razza uno sviluppo diverso a livello giuridico, economico ed educativo, senza consultare questa maggioranza, senza accordarle il benché minimo diritto di concorrere a decisioni che determinano in maniera così fondamentale il suo lavoro, la sua educazione, la sua intera esistenza e il suo destino. È perciò importante ricordare questo stato di cose, così come l'hanno fatto giuristi, economisti, e sociologi, che non si possono certo tacciare di parzialità, e gli studi dell'ONU, dell'UNESCO e dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Confrontando il sistema dell'apartheid e le condizioni di vita che esso impone a un gruppo etnico con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ne risulta un'evidente inconciliabilità. La Svizzera ha sempre rispettato la Dichiarazione e non può quindi tacere se essa viene deliberatamente e costantemente violata. La tradizione democratica e umanitaria della Svizzera respinge il modello di comunità creato dall'apartheid. Le autorità svizzere non possono fare altro che condannare moralmente questo sistema."</p><p></p><p>Da allora il nostro Paese ha ripetutamente condannato pubblicamente l'apartheid e la discriminazione razziale, denunciando le violazioni dei diritti umani e l'uso della violenza, e chiedendo la liberazione dei prigionieri politici.</p><p></p><p>Nel riassumere la posizione svizzera sulla questione delle sanzioni e sull'apartheid, alla fine della sua dichiarazione del 22 settembre 1986, il Consiglio federale afferma in modo coerente: "Se la Svizzera non crede all'opportunità di sanzioni economiche e resta fedele al principio dell'universalità delle sue relazioni commerciali, una simile scelta non va interpretata assolutamente come un sostegno all'apartheid."</p><p></p><p>Gravi rimproveri sono stati rivolti alla Svizzera da parte dell'ONU nel Consiglio economico e sociale (Commissione per le aziende transnazionali), nella Comitato sull'embargo sulle armi e nel Consiglio per la Namibia delle Nazioni Unite. La Svizzera e gli altri principali partner commerciali occidentali sono stati accusati, nonostante ripetuti appelli, di non avere adottato sanzioni e al nostro Paese, essendo il quinto maggiore investitore con Gran Bretagna, Stati Uniti, Repubblica federale di Germania e Francia, è stato dato un rilievo particolare. Secondo la Commissione per le aziende transnazionali, con i loro crediti le banche svizzere avrebbero contribuito in maniera fondamentale a sostenere l'economia nazionale sudafricana nei momenti particolarmente critici. La Svizzera, i cui rappresentanti avrebbero sempre fermamente respinto l'adozione di misure economiche, è stata inoltre accusata di avere consentito operazioni commerciali volte a eludere le sanzioni adottate da altri Stati. Inoltre, il Comitato sull'embargo sulle armi nominato dal Consiglio di sicurezza aveva invitato la Svizzera a impedire l'esportazione di circa sessanta aerei da addestramento Pilatus verso il Sudafrica. Il Centro dell'ONU contro l'apartheid deplorava che le operazioni creditizie (che tra l'altro sono state effettuate anche da istituti finanziari svizzeri) rappresentassero una parte importante capace di garantire la sopravvivenza dell'economia sudafricana, contribuendo così indirettamente al mantenimento del sistema. In  questo rapporto si menziona poi che la Svizzera non avrebbe sostenuto la campagna di disinvestimento di altri Paesi (tra i quali gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i Paesi nordici).</p><p></p><p>Nonostante che, nel 1985, l'ONU avesse solo consigliato sanzioni economiche, le sanzioni parziali adottate da vari Stati, in particolare gli Stati Uniti e gli Stati della CE, nonché la dissoluzione dell'Unione sovietica accelerarono nondimeno l'inizio della fine dell'apartheid in Sudafrica, visto che per quest'ultimo peggiorarono chiaramente le condizioni generali in materia di politica internazionale. In un'ottica politica attuale, la Svizzera avrebbe probabilmente adottato misure economiche autonome in sintonia con la politica delle sanzioni economiche dell'ONU. Negli ultimi anni è stato dato infatti inizio a un "nuovo orientamento della politica estera svizzera in merito alla neutralità", come spiegato dal Consiglio federale nel suo Rapporto sulla politica estera della Svizzera negli anni Novanta (FF 1994 I 215).</p><p></p><p>Che la Svizzera abbia agito diversamente è spiegabile solo per la posizione allora certamente chiara e compatta del Consiglio federale, basata in primo luogo su convinzioni legate alla politica di neutralità in relazione alla politica di sanzioni nei confronti del Sudafrica, posizione che in seguito si è rivelata comprensibile in quel contesto storico ma non certo lungimirante a livello politico. Sarebbe tuttavia sbagliato affermare che dal 1985 la Svizzera  divenne la "stampella" economica del Sudafrica. Come già menzionato, dal 1984 le esportazioni di capitali e le importazioni di oro erano rapidamente diminuite, mentre le importazioni di diamanti erano irrilevanti in quanto avrebbero potuto essere effettuate legalmente anche da società in Gran Bretagna. Merita inoltre di essere citato il fatto che la Svizzera, grazie alle misure prese dal Consiglio federale non divenne il punto di snodo dove eludere le sanzioni adottate.</p><p></p><p>Ma la spiegazione del Consiglio federale del 1986 ha aperto un'ulteriore nuova dimensione nei rapporti con il Sudafrica, e cioè la costituzione di un "Programma dei provvedimenti positivi", mediante il quale la Svizzera ha sostenuto con progetti molto concreti il superamento dell'apartheid e l'affermarsi della democrazia.</p><p></p><p>Dal 1986 alla primavera del 1994 ha messo a disposizione circa 50 milioni di franchi per tale scopo. Una buona parte di questi fondi è andata a ONG sudafricane impegnate nella lotta contro la politica di violazione dei diritti umani propugnata dall'apartheid e in favore della tutela e della riabilitazione delle vittime di questo regime (Legal Resource Centre, Black Sash, Lawyers for Human Rights e altre). Un'altra parte è stata impiegata per promuovere la democrazia. La Svizzera ha fra l'altro cofinanziato lo storico incontro del 1987 a Dakar tra esponenti dell'ANC e dell'economia sudafricana, mentre nel dicembre del 1993 e nel luglio del 1994 ha ospitato colloqui costituzionali. Le prime elezioni democratiche dell'aprile del 1994 si sono svolte anche grazie ai circa 1,7 milioni di franchi e ai 100 osservatori inviati dal nostro Paese. La Svizzera ha inoltre intrapreso numerosi interventi bilaterali presso il Governo sudafricano allora in carica al fine di aiutare direttamente le vittime dell'apartheid.</p><p></p><p>L'instaurazione dei primi contatti fra gli ambienti politici ed economici svizzeri e l'ANC si è rivelata assai ardua. Il processo di reciproca conoscenza è andato avanti lentamente, poiché si contrapponevano convinzioni politiche differenti. Nel 1987 la Svizzera sostenne finanziariamente il Congresso dell'ANC a Dakar, in occasione del quale si incontrarono per la prima volta rappresentanti dell'ANC e rappresentanti economici del regime dell'Apartheid. Da parte svizzera i contatti con il presidente dell'ANC Oliver Tambo, che soggiornò privatamente più volte in Svizzera, si intensificarono a partire dagli anni Ottanta. La visita dell'allora vicepresidente dell'ANC Nelson Mandela al consigliere federale Felber (1990) fu il primo passo verso uno sviluppo incoraggiante delle relazioni fra la Svizzera e il Sudafrica. I contatti elvetici con l'ANC conobbero tuttavia in seguito anche alcuni momenti difficili, fra cui quello legato a una vendita di aerei PC-7 e risolto soltanto nel maggio del 1993 con la visita di Thabo Mbeki ai direttori del DFAE e del DMF. Con quella visita iniziò un dialogo costruttivo, che ha favorito l'instaurarsi di contatti stretti, intensi e oggi particolarmente amichevoli.</p><p></p><p>Lo sviluppo delle relazioni con l'ANC ha consentito di giungere già nel 1995 alla firma di due importanti contratti fra la Svizzera e il Sudafrica, segnatamente una convenzione per la protezione degli investimenti e, con il coinvolgimento dell'organizzazione internazionale del lavoro, un accordo sulla "prevenzione e la soluzione di conflitti e il promovimento della democrazia sul posto di lavoro in Sudafrica".</p><p></p><p>Le attuali relazioni con il Sudafrica sono ottime e sono state intensificate negli ultimi anni. Attraverso numerosi contatti, la Svizzera ha sostenuto in modo mirato lo svolgimento di elezioni democratiche. Dopo l'esemplare successo di queste ultime, è stato deciso di sostenere lo sviluppo del Sudafrica e la costituzione del nuovo ordinamento democratico statale con 80 milioni di franchi per il periodo 1995 - 1999: 60 milioni sono destinati alla cooperazione allo sviluppo, 20 per misure volte a promuovere la pace e la democrazia. In questo contesto il nostro Paese appoggia poi la "Truth and Reconciliation Commission" sudafricana, che rivisitando il passato fornisce un importante contributo alla riconciliazione nazionale. L'UFEE, con 10 milioni di franchi,  sostiene inoltre lo sviluppo del settore privato e promuove in particolare  imprenditori dei gruppi di popolazione svantaggiati. I numerosi contatti bilaterali avuti negli ultimi anni ai massimi livelli (visite del presidente della Confederazione Stich, del consigliere federale Cotti (1994) e del presidente della Confederazione Delamuraz (1996) in Sudafrica; viste del presidente Mandela (1995, 1997), del vicepresidente Mbeki (1995, 1996, 1997), del vicepresidente de Klerk (1995) e dell'arcivescovo Tutu (1995) in Svizzera) hanno offerto l'opportunità per un'esauriente esame delle relazioni elvetico-sudafricane. Punto culminante di questi contatti è stata indubbiamente la visita ufficiale del presidente Mandela il 3 settembre 1997 a Berna.</p><p></p><p>Il Sudafrica rappresenta un esempio efficace di come un Paese possa superare rapidamente e con successo una situazione conflittuale drammatica grazie a comportamenti improntati alla saggezza, alla tolleranza e alla riconciliazione. Oltre a ciò il Sudafrica, e di questo la Svizzera  è profondamente cosciente, rappresenta una grande speranza per l'intero continente africano. Questo ruolo del Sudafrica, il grande Paese del presidente Mandela e del vicepresidente Mbeki, emerge da numerosi contatti con responsabili politici di altri Paesi africani.</p><p>                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       2. Secondo il parere del Consiglio federale, l'istituzione, in base a un decreto del Parlamento, di un gruppo di esperti indipendente incaricato di rivisitare storicamente questioni riguardanti la politica svizzera dovrebbe avvenire unicamente in casi eccezionali. Il Consiglio federale è dell'avviso che la rivisitazione di avvenimenti storici è sostanzialmente compito della libera ricerca scientifica nel quadro delle condizioni legali vigenti in merito. Sta ai ricercatori scegliere le questioni che paiono loro interessanti quale materia di studio. Si può quindi facilmente immaginare che singoli ricercatori possano occuparsi anche dei rapporti Svizzera-Sudafrica, ad esempio nell'ambito di progetti del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica.</p><p></p><p>3. Come già illustrato nella risposta alla prima domanda, nelle sue relazioni con il Sudafrica all'epoca dell'apartheid il Consiglio federale ha sempre perseguito una politica coerente, che anche e soprattutto in ambito economico poggiava su principi chiari. Una valutazione è già stata effettuata nella risposta alla prima domanda.  Se occorra trarre conclusioni di qualsiasi genere per la politica (economica) svizzera del presente e del futuro sulla scorta dei risultati di ricerche che oggi non sono ancora disponibili, è una questione puramente ipotetica alla quale non si può rispondere.</p>  Risposta del Consiglio federale.