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Con un brillante (187 su 190 voti validi) quanto scontato (due seggi vacanti, altrettanti candidati: la Confederazione e Malta) risultato, la Svizzera è stata eletta giovedì a New York nel Consiglio di sicurezza dell’Onu per il biennio 2023/2024. ‘laRegione’ ha chiesto a Fabien Merz, ricercatore al Center for Security Studies del Politecnico federale di Zurigo, in che modo un piccolo Paese membro dell’organo esecutivo dell’Onu può lasciare la sua impronta, e se la Svizzera sia in grado di farlo.
La Svizzera sarà membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu nel biennio 2023/2024. ‘Siamo pronti’, assicura l’ambasciatrice svizzera alle Nazioni Unite Pascale Baeriswyl. Lo crede anche lei?
Il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) ha preparato in modo molto minuzioso la candidatura. Ha avuto parecchio tempo per farlo, poiché sapeva da tempo che l’elezione sarebbe stata relativamente sicura. Il fatto che ci fossero soltanto due candidati – oltre alla Svizzera, Malta – ai due seggi vacanti del gruppo regionale occidentale, ha senza dubbio facilitato le cose. Ciò ha permesso al Dfae di lavorare a fondo – anche assieme ad altri Paesi membri, come Germania, Svezia, Irlanda o Norvegia – sui temi che sono regolarmente in discussione al Consiglio di sicurezza. Altro aspetto positivo: il Dfae, attraverso un ‘dialogo strutturato’, ha coinvolto in questo processo le organizzazioni della società civile e del mondo scientifico/accademico.
Il Consiglio di sicurezza è dominato dalle grandi potenze e spesso bloccato dal loro potere di veto. Quale spazio di manovra e di influenza hanno i suoi membri non permanenti?
Sì: i cinque membri permanenti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia) hanno sempre dominato il Consiglio di sicurezza, facendo leva regolarmente sul loro diritto di veto. L’invasione russa dell’Ucraina ha esacerbato le tensioni tra le cinque grandi potenze e reso più difficile la vita ai membri non permanenti. Nonostante questo, il passato dimostra che anche questi ‘piccoli’ possono incidere in maniera significativa.
In che modo, concretamente?
La Svezia (nel biennio 2017-2018) o l’Irlanda (2021-2022), ad esempio, hanno saputo portare avanti con successo i loro temi prioritari: basti pensare all’agenda ‘Women, Peace and Security’ promossa dalla Svezia. Con un approccio comune, Australia, Lussemburgo e Giordania sono riusciti nel 2013 e nel 2014 a migliorare l’accesso umanitario in Siria nonostante la resistenza di Russia e Cina. Questo meccanismo, che va rinnovato ogni anno, in seguito è stato mantenuto in vita da altri Paesi, come la stessa Svezia, il Belgio, la Norvegia e l’Irlanda.
Anche la Svizzera potrebbe portare avanti il lavoro fatto da altri, quindi?
È immaginabile. Ad esempio: la Svezia anni fa ha insistito sul legame tra cambiamento climatico e sicurezza. La Germania, nel biennio successivo, ha portato avanti questa posizione. Poi è stato il turno di Irlanda e Norvegia. Adesso potrebbe toccare alla Svizzera. La questione della sicurezza climatica infatti è una delle priorità definite dal Consiglio federale per il biennio svizzero nel Consiglio di sicurezza.
Cosa può imparare la Svizzera dalle esperienze fatte dagli altri membri non permanenti?
La preparazione è essenziale, soprattutto per un Paese che non ha mai fatto parte del Consiglio di sicurezza. Su questo punto ci siamo, come detto. Poi, una volta eletti, si tratta di lavorare assieme ad altri membri non permanenti che hanno valori e obiettivi simili, in particolare con i Paesi europei. In terzo luogo, bisogna cercare di costruire partendo da ciò che già esiste: questa è l’esperienza – positiva – fatta da altri piccoli Stati membri non permanenti del Consiglio di sicurezza. Infine, importante è agire coerentemente con il proprio profilo. In altre parole: valorizzare le proprie competenze, portare un know-how di cui altri non dispongono. La Svezia, ad esempio, dal 2014 persegue ufficialmente una politica estera ‘femminista’: può offrire molto agli altri Stati, grazie alla credibilità acquisita in quest’ambito.
E la Svizzera, cosa può offrire?
Si può profilare su temi quali la promozione della pace, la protezione dei civili nei conflitti armati, o la riforma delle modalità di lavoro dello stesso Consiglio di sicurezza. La Svizzera si impegna da tempo in queste aree tematiche: ha accumulato e approfondito conoscenze, può contare su esperti riconosciuti e gode di un’ottima reputazione. Non solo: il ruolo di mediatore diventa particolarmente importante, in un contesto geopolitico come quello attuale e con un Consiglio di sicurezza bloccato come non mai a causa delle tensioni fra le grandi potenze. Per Paesi come la Svizzera, molto attivi nella politica dei buoni uffici, si aprono opportunità interessanti.
Si parla molto delle opportunità offerte da un seggio nel Consiglio di sicurezza, meno dei rischi. Lei ne vede?
Sì. L’ingresso nel Consiglio di sicurezza è qualcosa di nuovo per la Svizzera, nonostante la sua attiva e impegnata politica onusiana. Il margine di manovra dei membri non permanenti può essere piuttosto limitato, a causa di diversi fattori. La Svizzera sarà senza dubbio più esposta. In determinate votazioni potrebbe essere considerata come non imparziale, pur astenendosi in alcuni casi. A mio avviso però questi rischi non vanno sopravvalutati. A prevalere sono le opportunità. Essere nel Consiglio di sicurezza permette di contare di più. Anche per quanto riguarda i buoni uffici. La Germania, ad esempio, è riuscita ad assicurarsi la conferenza sullo Yemen durante il suo biennio nel Consiglio di sicurezza.