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Un'Iva ridotta per i ristoranti causerebbe perdite milionarie alla casse della Confederazione, non porterebbe alcun vantaggio tangibile ai clienti e obbligherebbe la Confederazione ad aumentare il tasso di Iva minimo per i commestibili al fine di compensare le minori entrate, penalizzando in questo modo i bassi redditi.
È quanto sostenuto stamane da un comitato formato da associazioni professionali e in difesa dei consumatori che ha invitato popolo e cantoni a respingere, il prossimo 28 di settembre, l'iniziativa popolare di Gastrosuisse.
I ristoratori chiedono lo stesso tasso d'imposizione praticato per i "take-away" e gli alimentari venduti nei negozi, ossia il 2,5% invece dell'8%.
Stando ai membri del comitato contrario all'iniziativa, nel quale sono rappresentanti un nutrito gruppo di consiglieri nazionali e agli Stati di tutti i partiti (ma non l'UDC), gli esercenti non sono obbligati a ripercuotere i vantaggi derivanti da un tasso inferiore ai dipendenti, per esempio con un aumento dei salari, o ai clienti, mediante una riduzione dei prezzi.
Esperienze all'estero, come in Francia, hanno dimostrato che un taglio anche sostanzioso dell'Iva - dal 19,6% al 5,5% - non si è tradotto in una diminuzione sensibile dei prezzi al cliente. "Anzi, il governo ha dovuto ritoccare il tasso verso l'alto per compensare parte dei mancati introiti fiscali", ha affermato la consigliera nazionale Ruth Humbel (PPD/AG).