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30 anni fa
Un ricordo a 30 anni dallo sgombero del Platzspitz: «C'erano siringhe usate dove facevamo il bagno»
Zurigo è stata l'inferno delle droghe d’Europa. Nella memoria di una bambina zurighese cresciuta tra gli anni '80 e '90 il ricordo dei tossicodipendenti sta ormai sbiadendo. Quello che segue è un tentativo di richiamare alla mente quelle immagini.
Riesco ancora a vedere, 30 anni dopo, il volto della giovane donna. Era molto magro, gli occhi grandi ed estranei, i capelli scuri e spessi. Il suo braccio nudo era sottile, sporco di sangue: si stava facendo una dose.
La donna era seduta con la schiena contro un albero. Io, che avevo forse tre o quattro anni, ho stretto più forte la mano di mio padre.
Questo, almeno, è il mio ricordo. Chiaro e confuso allo stesso tempo. Mio papà conosceva quella donna? E io, che ero una bambina, perché ero lì?
«Mi ha colpito la miseria in cui vivevano queste persone»
Per avere delle risposte, chiamo a casa. Mio padre si ricorda subito della donna tossicodipendente di cui gli parlo.
«All'epoca lavoravo come assistente sociale. Nella mia passeggiata mattutina verso l’ufficio passavo dal Letten e dal Platzspitz. Il fatto che lì ci fossero sempre più tossicodipendenti non mi sembrava un motivo per cambiare il mio percorso. Ho anche pensato che fosse importante che i cittadini mostrassero la loro presenza.»
«Non eri nauseato dalla situazione?»
«No. Mi ha colpito vedere la miseria in cui vivevano queste persone. Quando al lavoro ero di picchetto per le emergenze i tossicodipendenti venivano spesso nel mio ufficio. Ogni tanto incontravo dei miei utenti anche al Platzspitz o al Letten. Non avevo paura, le loro storie mi intrattenevano.»
«Volevo metterti di fronte a questa tipo di realtà»
Mio padre mi racconta poi di una donna di cui si occupava, estremamente dipendente dalle droghe, che ai tempi del Platzspitz viveva in uno stato di profonda infelicità. La incontrava spesso durante le sue passeggiate. Poi, un giorno, lei lo aveva chiamato da un altro cantone per dirgli che era pulita, che era riuscita a abbandonare quel mondo. Esperienze come questa rappresentavano un raggio di speranza.
«Abbiamo portato delle siringhe pulite alla donna appoggiata all'albero?»
«No, non ho distribuito siringhe.»
«Nella mia memoria era questo il motivo per cui ci trovavamo al Platzspitz. Altrimenti, perché eravamo lì?»
«Forse stavamo solo tornando a casa dopo una giornata all’aria aperta. Me lo ricordo bene: quando passavamo davanti a quella donna non potevi toglierle gli occhi di dosso. Volevi sapere cosa stava facendo.»
«E?»
«Non penso di esserti stato di grande aiuto. Ho cercato di spiegarti che si stava iniettando del veleno. E che non lo stava facendo perché le piaceva. Lo faceva perché si sentiva sola e aveva dei problemi. E che questo non era un motivo per reputarla una cattiva persona.»
«Come ho reagito?»
«Hai registrato la cosa.»
«Non andavo nemmeno alle elementari...»
Mia madre interviene, in sottofondo: «Avevi tre o quattro anni.»
«Perché mi hai portato lì con te, papà?»
«A quei tempi la scena della droga era in bella vista. Volevo mostrarti che ci sono percorsi di vita diversi dal nostro. Volevo metterti di fronte a questo tipo di realtà.»
I fatti più importanti sull'inferno della droga a Zurigo
Dal 1986 al 1995 Zurigo si trovava in uno stato di emergenza. Migliaia di tossicodipendenti si riunivano tutti i giorni al Platzspitz e, in seguito, al Letten. Solo nel 1992, 419 persone sono morte in Svizzera a causa del consumo di droga, quasi tutte a Zurigo. Quella che ora è una città imborghesita aveva parecchie scene della droga, che attiravano tossicodipendenti e spacciatori anche da molto lontano. Il 5 febbraio 1992, 30 anni fa, la città reagì: durante la notte, gli agenti di polizia del corpo speciale «Turicum» sigillarono il «Needlepark», come veniva chiamato il Platzspitz. Ma lo sgombero fallì. La scena non si dissolse, si spostò semplicemente di qualche centinaio di metri, verso il Letten. La miseria si protrasse per altri tre anni. Il 14 febbraio 1995 la polizia barricò la zona del Letten col filo spinato. Questa volta lo sgombero riuscì, grazie anche ai fixerstübli – i centri di consumo di droga controllati – posti fuori dal centro, a programmi per la distribuzione di metadone, a nuove prigioni e alla deportazione di molti spacciatori. Questo metodo a tre pilastri (prevenzione - intervento - distribuzione controllata) fu poi adottato da altri paesi europei. (aka)
«Non credo sia giusto abbellire la realtà»
Mio padre è silenzioso. «Forse eri troppo giovane», dice pensieroso. Io lo contraddico. Mi fa piacere potergli dire che sono contenta di avere questi ricordi della mia prima infanzia.
«Molti tossicodipendenti apprezzavano la tua presenza. A proposito: la scena non era limitata a Letten e Platzspitz. Nel parco dietro la stazione di Tiefenbrunnen, dove spesso andavamo a fare il bagno, c’erano molte siringhe usate.»
«A proposito di siringhe insanguinate: ricordo che una volta io e mio fratello, insieme a te – c'era anche la mamma? – stavamo nuotando nell'alto Letten. E ci è mancato un pelo che una siringa usata che galleggiava nell'acqua non ci pungesse.»
«Ora stai facendo la drammatica. A me è successo, sì. Ma stavo nuotando da solo. A quei tempi bisognava stare un po' attenti a queste cose, quindi non ho portato voi bambini con me. Comunque, mia suocera pensava che portare mia figlia a passeggiare lungo il Letten alla sua età fosse troppo...»
«Pensavo che fosse la mamma a pensare che fosse da irresponsabili.»
«No, no, lei era d'accordo. O almeno, non ha mai detto niente di negativo. Aspetta, te la passo.»
«Sì, per me andava bene. Io rimanevo a casa con tuo fratello, era troppo piccolo. Abbiamo sempre voluto che voi ragazzi vedeste il mondo così com'è. Non credo sia giusto abbellire la realtà. Era importante per me farvi capire che avete una bella casa e che vi amiamo, ma che non tutti sono così fortunati.»