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Olio di palma: l'ingrediente esplosivo dell'accordo di libero scambio
L'accordo di libero scambio con l'Indonesia contiene un ingrediente controverso: l'olio di palma. La Confederazione punta sui criteri di sostenibilità, eppure i critici li ritengono fumosi. Una panoramica del progetto di legge sottoposto a votazione il 7 marzo.
Innanzitutto, perché si vota?
Nel 2018, insieme agli altri Paesi membri dell'AELS (Norvegia, Islanda e Liechtenstein), la Svizzera ha negoziato un accordo di libero scambio con l'Indonesia. Durante la sessione invernale del 2019, il Parlamento di Berna ha concesso la propria approvazione, ma un comitato guidato dal bioagricoltore Willy Cretegny ha promosso un referendum a sfavore dell'accordo. Il comitato annovera anche il sindacato agricolo Uniterre, diversi partiti e ONG, nonché il movimento Sciopero per il clima.
Cosa prevede l'accordo?
Il fulcro dell'accordo è costituito dall'abbattimento delle tariffe commerciali. La Svizzera vede nell'Indonesia un importante mercato di sbocco: con 270 milioni di abitanti, è il quarto Paese più grande al mondo e, al contempo, la maggiore economia nazionale dell'Asia sudorientale. Grazie all'accordo, l'economia svizzera potrebbe esportare in Indonesia il 98 % dei propri beni senza dazi doganali. In cambio, anche le esportazioni indonesiane in Svizzera sarebbero esenti da dazi. Ciò, tuttavia, non vale per i prodotti agricoli, per i quali i dazi verrebbero semplicemente ridotti. C'è una ragione per questa decisione.
Qual è il motivo della controversia?
Si tratta dell'olio di palma. Le colture di questo prodotto in Indonesia sono tra le cause del disboscamento della foresta pluviale, già da tempo criticato dagli ambientalisti. Eppure, si teme che l'agevolazione delle importazioni di olio di palma possa nuocere anche all'agricoltura svizzera, danneggiando la produzione locale di olio di colza o di semi di girasole. Infine, l'Indonesia è il primo produttore globale di olio di palma. Tra il 2012 e il 2019, la Svizzera ha importato in media 32'000 tonnellate di olio di palma dall'estero, di cui il 2,5 % dall'Indonesia.
L'olio di palma è dunque così importante?
Parrebbe di sì. L'olio di palma si ricava dai frutti della palma da olio ed è stato protagonista di un boom negli ultimi decenni: secondo l'UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, negli anni Sessanta era ancora «praticamente inesistente», mentre a metà del secondo decennio degli anni Duemila era già diventato la quarta materia prima agricola a livello globale. Il grande vantaggio è che l'olio di palma è particolarmente fruttifero, dunque, a parità di superficie, è possibile ricavare più olio rispetto ad altre varietà. Secondo il WWF, è necessaria una superficie tre volte più grande per ottenere la stessa quantità di olio di colza. In Svizzera, l'olio di palma si trova nei cosmetici, nei detersivi, nei saponi e negli alimenti.
Cosa prevede l'accordo per quanto riguarda l'olio di palma?
Poiché si tratta di un prodotto controverso, l'olio di palma viene trattato separatamente nell'accordo di libero scambio. La Svizzera intende ridurre i dazi solo tra il 20 e il 40 % ed esclusivamente per un contingente da 10'000 tonnellate, da innalzare a 12'500 tonnellate nel giro di cinque anni. Inoltre, le agevolazioni sui dazi relativi all'olio di palma valgono solo se la coltivazione in Indonesia avviene secondo determinati criteri di sostenibilità. I produttori devono dimostrare il rispetto di questi ultimi mediante certificati.
I critici sono soddisfatti?
No. I critici ritengono che tali criteri di sostenibilità siano troppo poco concreti e che l'impegno dell'Indonesia a favore di una coltivazione sostenibile delle palme da olio non sia sufficiente. È stata criticata anche l'assenza di meccanismi di controllo e sanzione efficaci all'interno dell'accordo. A tal proposito, Ronja Jansen, presidente di Giso (La Gioventù socialista), ha dichiarato a SRF «Tagesschau»: «Se i criteri di sostenibilità non vengono controllati, non servono poi molto».
Per di più, non vi sono garanzie che la foresta pluviale non venga abbattuta, che non vengano utilizzati pesticidi ad alta tossicità e che i diritti umani vengano rispettati. Inoltre, il comitato referendario sostiene che, a causa delle piantagioni di palma da olio, le comunità locali e i piccoli agricoltori indonesiani vengano soppiantati dalle grandi aziende.
Non da ultimo, le importazioni ribassate di olio di palma minaccerebbero la produzione locale di olio di colza e di semi di girasole. «Nonostante in Europa siano presenti tutti gli oli vegetali necessari, distruggiamo migliaia di ettari di foreste vergini e sterminiamo la fauna locale, ad esempio l'orango», afferma il bioviticoltore Willy Cretegny.
Qual è l'opinione dei sostenitori?
I sostenitori dell'accordo con l'Indonesia sottolineano che si tratta di una grande opportunità per l'economia svizzera in un importante mercato in crescita. Le aziende svizzere risparmierebbero circa 25 milioni di franchi all'anno sui dazi. Inoltre, poiché attualmente anche l'UE sta negoziando un accordo di libero scambio con l'Indonesia, la Svizzera correrebbe il rischio di uno svantaggio concorrenziale se il referendum fosse accolto.
Per quanto concerne il controverso olio di palma, il Presidente della Confederazione Guy Parmelin, che presiede il Dipartimento federale dell'economia, sottolinea che l'Indonesia si è impegnata, per la prima volta in assoluto, a osservare i criteri di sostenibilità. La Segreteria di Stato dell'economia (Seco) ricorda che l'Indonesia si è impegnata ad «applicare in maniera efficace le leggi per la tutela delle foreste vergini e di altri ecosistemi, a porre fine al disboscamento, al drenaggio delle torbiere e agli incendi, nonché a rispettare i diritti della popolazione e dei lavoratori locali».
Ai timori relativi alla produzione locale di olio di colza e di semi di girasole, il Consiglio federale risponde sostenendo che l'olio di palma resterebbe comunque soggetto a dazi. Si tratterebbe solo di una riduzione di questi ultimi, esclusivamente per un determinato contingente e nel rispetto dei criteri di sostenibilità.
Chi è a favore del sì e chi del no?
Tra i partiti, l'UDC, il PLR e i Verdi liberali sono a favore dell'accordo di libero scambio. I Verdi e il PEV, invece, sono contrari, mentre il PS e l'Alleanza del Centro non si sono ancora espressi. L'Unione svizzera dei contadini e le organizzazioni economiche Economiesuisse e Unione svizzera delle arti e dei mestieri sono a favore del sì. La posizione delle ONG non è unanime: Greenpeace e Pro Natura sono contrarie all'accordo, mentre il WWF si esprime a favore di un «cauto sì». Gli scettici della globalizzazione di Public Eye non si sbilanciano. Il Consiglio federale raccomanda di votare sì il 7 marzo.Tornare alla home page