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Eruzione Hunga Tonga-Hunga Ha'apai: possibili conseguenze sul clima?
Nella storia della Terra, l’attività vulcanica è da sempre un elemento molto importante per il clima del pianeta e, a volte, anche dei suoi cambiamenti. Le più grandi esplosioni vulcaniche della storia sono state in grado, infatti, di causare una diminuzione della temperatura terrestre globale. Sarà il caso anche per la recente esplosione del vulcano Hunga-Tonga?
Nell’oramai lontano 1815, verso la fine della piccola era glaciale (1300 – 1850 ca), l’eruzione di un vulcano in Indonesia (Tambora) immise nell’atmosfera un notevole quantitativo di anidride solforosa. L’anno seguente, ovvero il 1816, viene ricordato come “l’anno senza estate”. Gelate e nevicate fuori stagione vennero registrate verso fine primavera e nella prima parte dell’estate negli Stati Uniti nordorientali e nell’Europa settentrionale. L’ultima esplosione molto potente dei tempi recenti, verificatesi nelle Filippine (vulcano Pinatubo) nel 1991 causò un sensibile raffreddamento del Pianeta che durò circa due anni. Il motivo: gli enormi quantitativi di anidride solforosa immessa nella stratosfera si diffusero in tutto il globo. Gli aerosol ad essa collegati (condensando l’acido solforico crea aerosol di solfati, in grado di riflettere parte della radiazione solare), resero l’atmosfera meno permeabile ai raggi solari. La sua diffusione fu molto rapida, in circa 3 settimane fece il giro della Terra alla latitudine del vulcano, e in circa un anno la stratosfera di tutto il globo fu interessata da tali polveri, dal polo sud al polo nord.
La radiazione solare diretta a livello globale diminuì del 4%, con punte locali del 7 - 15%. Il tutto si tramutò in un raffreddamento della superficie terrestre nell’emisfero nord di 0.5 – 0.6°C, che corrispondono a circa 4 Watt per metro quadrato. A livello globale il raffreddamento fu di circa 0.4 °C e il massimo fu raggiunto tra il 1992 e il 1993. I modelli climatici utilizzati allora riuscirono a prevedere in modo accurato il raffreddamento causato da questa eruzione vulcanica. La colonna di cenere e gas raggiunse i 40 km di altezza immettendo circa 17 milioni di tonnellate (17 miliardi di kg!) di anidride solforosa nella bassa stratosfera. Questo quantitativo rappresenta circa il doppio di quanto nel 1982 l’eruzione del vulcano El Chinchón (Messico) immise sempre nella stratosfera.
L’attuale esplosione di Hunga Tonga ha raggiunto un’altezza che al momento è stimata sui 30 km (dati LIDAR), anche se in base ai dati satellitari, la sommità della nuvola di gas potrebbe aver raggiunto addirittura i 40 km di altezza (il dato è ancora in corso di verifica da parte della comunità scientifica). Anche Hunga Tonga, quindi, è riuscito a immettere anidride solforosa in modo efficace nella stratosfera bassa. Le possibili conseguenze sul clima non dipendono però dall’altezza che la nuvola dovuta all’esplosione può raggiungere (in inglese plume), bensì dal quantitativo di anidride solforosa che esso riesce a immettere nella stratosfera. Il quantitativo di aerosol immesso da Hunga Tonga nella bassa stratosfera è molto inferiore a quanto è stato immesso da Pinatubo: al momento le stime mostrano “soli” 0.4 milioni di tonnellate (400 milioni di kg), ovvero solo il 2% del quantitativo di Pinatubo.
Nessuna conseguenza sulla temperatura globale
I climatologi, sostenuti dai primi risultati delle simulazioni dei modelli numerici, non si aspettano quindi una diminuzione significativa della temperatura globale. La diminuzione, oltre che a essere temporanea, potrebbe addirittura essere inferiore al decimo di grado. Nulla se confrontato con l’aumento di temperatura media globale degli ultimi 150 anni che ha raggiunto oramai i +1.1 °C (+2.1 °C in Svizzera). Inoltre la temperatura media è in costante aumento, fattore che potrebbe ulteriormente rendere invisibile una possibile minima riduzione radiativa dovuta all’anidride solforosa e ai rispettivi aerosol createsi in seguito all’esplosione di Hunga Tonga.
A livello ambientale, la grossa preoccupazione legata al vulcano è data piuttosto dai quantitativi di anidride solforosa imprigionati nella troposfera, la porzione più bassa dell’atmosfera dove si verificano i fenomeni meteorologici: queste concentrazioni potrebbero dar luogo a livello regionale a piogge acide. Il continente più a rischio, data la sua posizione rispetto al vulcano e la rispettiva dispersione dell’anidride solforosa, sembra essere l’Australia. Continente che, dopo le ondate di caldo eccezionali, i devastanti incendi e le seguenti alluvioni, ancora una volta non trova pace.