Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01134.jsonl.gz/334

Sono passati 15 anni dall'entrata in vigore del protocollo di Kyoto, il primo trattato internazionale a tutela dell'ambiente che fissava gli obiettivi di emissioni nocive per lottare contro il riscaldamento globale. Era il 16 febbraio del 2005. Lo ratificarono più di di 170 paesi. Entro il 2012 l'emissione di gas inquinanti avrebbe dovuta essere ridotta dell'8,65% rispetto alle emissioni del 1990. Furono esonerati i Paesi in via di sviluppo, come Cina e India. E i più forti inquinatori, gli Stati Uniti, non ratificano l'accordo. Alla fine i risultati sono stati fallimentari e non hanno raggiunto gli obbiettivi.
Nel 2015 si rilancia il tema. Alla cop21 di Parigi, oltre 190 paesi firmano un nuovo accordo che sostituisce quello di Kyoto. E si impegnano a limitare l'aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. E questo da qui al 2100. Anche i Paesi in via di sviluppo sono chiamati a fare la loro parte. Risultato? Oggi gli esperti prevedono che, continuando così, nel 2100 la temperatura si alzerà ben oltre i 2 gradi, addirittura di 3 gradi e mezzo. Verso il punto di non ritorno.
Una delle ultime delusioni arriva nel dicembre 2019, con la conclusione dei tempi supplementari della COP 25, la conferenza ONU sul clima di Madrid. Molti delegati esprimono tutta la loro frustrazione, soprattutto per la mancata intesa sull'articolo 6 dell'Accordo di Parigi, che regola il mercato globale del carbonio. I 196 paesi più l'UE, presenti al meeting, non riescono ad accordarsi per il via libera al documento finale.