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Esattamente 25 anni fa, il 1° ottobre 1996, entrava in vigore l’Ordinanza federale sul servizio civile, l’ultimo tassello del percorso legislativo che portò all’introduzione di questo impiego sostitutivo al servizio militare. Un percorso lungo e tormentato, segnato dalla tenace lotta del movimento pacifista ed antimilitarista, senza il quale non esisterebbe oggi questa utile e preziosa alternativa alla leva militare. In occasione del 25° anniversario dell’entrata in vigore della legge e della relativa ordinanza, vale la pena rievocare le battaglie che permisero di ottenere questa importante conquista, tutt’oggi vittima di attacchi dai quali va difesa con altrettanto impegno.
Alle origini dell’obiezione di coscienza: l’antimilitarismo operaio in Svizzera
Oltre che dal pacifismo cristiano e da quello borghese-umanitario, l’antimilitarismo in Svizzera prende origine dal movimento operaio: il frequente ricorso alla truppa per la repressione degli scioperi sul finire dell’Ottocento (tra il 1880 e il 1914 si contano una quarantina di interventi di questo genere) spinse i sindacati e il Partito Socialista ad adottare una posizione risolutamente antimilitarista. È proprio in questo contesto che avvengono le prime obiezioni di coscienza di massa: in occasione dello sciopero generale a Ginevra (1902) e dello sciopero dei muratori a La Chaux-de-Fonds (1904), diverse centinaia di uomini non ottemperano alla leva. È d’altronde in questa fase storica che prendono avvio le riflessioni sulle alternative al servizio militare obbligatorio: una prima petizione per l’introduzione del servizio civile viene respinta dal Consiglio federale proprio nel 1903.
La prima guerra mondiale e lo sciopero generale del 1918 confermano le preoccupazioni emerse in seno al movimento operaio: l’esercito si conferma essere uno strumento di controllo delle coscienze, di divisione dei lavoratori (messi gli uni di fronte agli altri nelle trincee di tutt’Europa) e di repressione di classe (le truppe vengono infatti mobilitate per soffocare lo sciopero). I sindacati e la sinistra elvetica continuarono dunque ad opporsi alle politiche di armamento promosse dalla borghesia, dividendosi però a partire dalla metà degli anni ’30: mentre il Partito Comunista (fondato nel 1921) continuò a perseguire una linea antimilitarista, nel 1935 il Partito Socialista riconobbe invece la necessità di una protezione armata dei confini e si allineò alla difesa nazionale spirituale voluta dalle classi dirigenti per impedire qualunque cambiamento sociale nel Paese.
L’ottenimento del servizio civile: una battaglia durata decenni
Al termine della seconda guerra mondiale, il prestigio di cui godeva ormai l’esercito rese molto più difficile qualunque conquista sul piano dell’obiezione di coscienza: chi stigmatizzava gli abusi relativi al servizio militare rischiava gravi punizioni, i renitenti alla leva continuavano ad andare incontro all’arresto ed alla prigione, mentre la questione dell’introduzione del servizio civile fu sostanzialmente abbandonata.
Fu solo a partire dagli anni ’60, con il forte aumento del numero di renitenti alla leva, che vennero ottenute delle conquiste per gli obiettori di coscienza: con la revisione del Codice penale militare del 1967, le ragioni etiche di un rifiuto di servizio furono equiparate alle motivazioni religiose, fu ridotta la durata della pena e agevolato il servizio militare senz’arma.
Parallelamente a questo incremento del numero di obiettori (passati da poche decine a quasi 800 nel giro di vent’anni), nel Paese riprese anche il dibattito sul servizio civile sostitutivo: due iniziative popolari che ne proponevano l’introduzione furono bocciate nel 1977 e nel 1984, rispettivamente dal 62.4% e dal 63.8% degli elettori. Sulla spinta del movimento antimilitarista ormai ritornato sulla scena (il Gruppo per una Svizzera senza esercito viene fondato nel 1982), si trattava però ormai solo una questione di tempo: nel 1991, con la “riforma Barras”, venne infatti introdotto un servizio di lavoro per gli obiettori di coscienza che, benché decriminalizzati, rimanevano però assoggettati alla giustizia militare.
L’anno successivo, il popolo svizzero approvò con l’82.5% di sì la modifica costituzionale proposta dal consigliere nazionale socialista Helmut Hubacher per istituire il servizio civile, di durata pari ad una volta e mezza quella del servizio militare e da prestare in attività di utilità pubblica. La legge e l’ordinanza di applicazione prevedevano che l’obiettore dovesse presentarsi di fronte ad una commissione d’ammissione per un colloquio personale (il cosiddetto “esame di coscienza”): una pratica laboriosa e repressiva che fu abolita nel 2009 e sostituita dalla cosiddetta “prova dell’atto” (accettando di prestare servizio per una durata superiore a quella del servizio militare, il candidato “prova” il suo conflitto di coscienza).
Una conquista da difendere e da estendere
Sarebbe però errato ritenere che queste conquiste abbiano “esaurito” la battaglia anti-militarista e che il servizio civile sia adeguato così com’è oggi. Prima di tutto perché, come la storia recente insegna, la borghesia non ha accettato questo stato di cose e ritorna regolarmente alla carica per rendere nuovamente più difficile l’obiezione di coscienza: solo l’anno scorso è stato infatti sventato per poco il rischio di una nuova controriforma che avrebbe reso meno accessibile il servizio civile. In secondo luogo, perché lo stesso stato attuale del servizio civile è ben lungi dall’essere soddisfacente: nonostante essi forniscano alla collettività un apporto ben più prezioso ed utile dei soldati (e la recente pandemia lo ha ben dimostrato), i civilisti devono ancora prestare un servizio lungo una volta e mezza quello militare. L’ammissione al servizio civile resta laboriosa e complessa malgrado l’introduzione della prova dell’atto, specialmente per coloro che iniziano la scuola reclute ma si accorgono solo una volta giunti in caserma di vivere un conflitto di coscienza. L’informazione sul servizio civile è lacunosa, per non dire assente: durante le giornate informative dedicate ai neo-diciottenni, così come durante il reclutamento, non viene fornita alcun chiarimento sulle procedure di ammissione e alle domande in materia non viene data alcuna risposta.
Molto resta dunque ancora da fare: gli obiettori che hanno lottato per quasi un secolo per ottenere il servizio civile ci devono essere d’esempio e devono ispirarci a proseguire la lotta per difendere ed estendere il diritto all’obiezione di coscienza, con l’obiettivo di giungere – presto o tardi – all’abolizione dell’obbligo di leva.
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