Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01069.jsonl.gz/1140

Sessione straordinaria dai toni duri: approvata dal Consiglio degli Stati, l'erogazione per salvare la seconda banca svizzera non passa.
Dopo un lungo dibattito, un'alleanza sinistra-Udc ha respinto al Consiglio nazionale le garanzie finanziarie della Confederazione, pari a 109 miliardi di franchi, per l'acquisizione del Credit Suisse (Cs) da parte di Ubs. In precedenza gli Stati le avevano invece approvate.
I due crediti d'impegno - 100 miliardi erogati dalla Banca nazionale svizzera (Bns) al Cs sotto forma di prestito coperto da garanzia federale nonché di una garanzia di 9 miliardi di franchi della Confederazione a Ubs per ridurre i rischi derivanti dall'acquisizione di alcune attività potenzialmente in perdita - sono stati approvati dagli Stati con 29 voti contro 6 e 7 astenuti. Il "niet" del Nazionale è giunto con 102 voti contro 71 e 2 astensioni. Il dossier torna ora ai "senatori", che si riuniranno già domani alle 08.15.
In apertura di seduta, i relatori commissionali delle due camere, Johanna Gapany (Plr/Fr) per la Commissione delle finanze degli Stati (CdF-S) e Alex Farinelli (Plr/Ti) per quella del Nazionale (CdF-N), hanno brevemente ricordato le tappe che hanno portato alla situazione attuale. Per Gapany il salvataggio di Credit Suisse era un passo necessario: in caso di fallimento della banca le ripercussioni per l'economia svizzera sarebbero ammontate, nella migliore delle ipotesi, a 146 miliardi di franchi. Molte Pmi dipendono dal Credit Suisse: il 20% dell'economia sarebbe stata colpita, ha aggiunto da parte sua il "senatore" Olivier Français (Plr/Vd).
Sottolineando come il Credit Suisse abbia commesso gravi errori e corso rischi insostenibili, il vodese ha detto che il Consiglio federale ha fatto bene a ricorre al diritto d'urgenza. "Con il diritto ordinario - ha spiegato - non sarebbe stato possibile salvare il Cd". La consigliera federale Karin Keller-Sutter e i suoi collaboratori hanno fatto un ottimo lavoro, ha aggiunto il consigliere agli Stati Benedikt Würth (Centro/Sd).
La "senatrice" Adèle Thorens (Verdi/Vd) ha da parte sua evocato la lunga lista degli scandali che hanno coinvolto il Credit Suisse. Per l'ecologista, "quello che deve sorprendere non è la crisi del Cd ma il fatto che c'erano ancora persone disposte a concedere fiducia a una banca dove l'incompetenza e l'assenza di scrupoli erano alla luce del giorno". In questo contesto il sostegno della Confederazione è una aberrazione morale e un distorsione del liberalismo.
Marco Chiesa (Udc/Ti) ha criticato i manager del Cs che, incassando bonus sempre più giganteschi, hanno voluto allargare il loro raggio d'azione "perdendo così l'anima svizzera" della banca. In questo modo "il Cs ha letteralmente perso il suo credito presso gli investitori e con esso anche la sua credibilità".
Alcuni "senatori" si sono poi detti preoccupati dalla dimensione della nuova Ubs. Per Hansjörg Knecht (Udc/Ag) ciò rappresenta un enorme rischio per la Svizzera. La manovra ha generato un "mostro bancario", ha detto Carlo Sommaruga (Ps/Ge). Per Olivier Français andrebbe studiata l'eventualità di separare le attività svizzere del Credit Suisse.
La consigliera federale Karin Keller-Sutter ha detto di comprendere le critiche, ma ha ribadito di aver agito con l'unico scopo di limitare il più possibile i danni. Era necessario concedere una garanzia statale per ripristinare la fiducia delle altre banche. "Un fallimento avrebbe avuto conseguenze catastrofiche". La Confederazione ha studiato altre alternative, ma i rischi erano troppo grandi.
Questi argomenti sono stati ripetuti in serata al Consiglio nazionale. "L'avidità e la propensione al rischio, incoraggiato dal versamento di bonus incedenti, ha portato il Credit Suisse in una situazione insostenibile", ha sostenuto Jean-Paul Gschwind (Centro/Ju). "Il gruppo Plr deplora il fatto che i dirigenti strapagati della banca abbiano messo in serio pericolo la nostra economia e il sistema finanziario globale e che lo Stato abbia dovuto intervenire per evitare il peggio", ha aggiunto Anna Giacometti (Plr/Gr).
È stato giusto salvare il Credit Suisse ma ora è necessario adottare condizioni quadro per limitare i rischi, ha detto Sarah Wyss (Ps/Bs). La popolazione svizzera è preoccupata della grandezza della nuova UBS, ha sostenuto Felix Wettstein (Verdi/So). "Non vogliamo più banche che dominano il mercato, vogliamo che in futuro non esitano più banche troppo grandi per fallire", ha detto Pirmin Schwander (Udc/Sz).
Illustrando le scelte che oggi il Parlamento era chiamato a prendere, i due relatori commissionali hanno sottolineato che qualsiasi decisione sarebbe stata presa, le garanzie finanziarie della Confederazione di 109 miliardi di franchi sarebbero state in ogni caso erogate.
Il Consiglio federale, dopo aver avuto il via libera della Delegazione delle finanze del Parlamento, ha infatti preso, in accordo con l'Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma) e la Bns, degli impegni "giuridicamente vincolanti", ha ricordato la relatrice della CdF-S Johanna Gapany. Il margine di manovra del Parlamento è insomma limitato alle condizioni che la Confederazione può esigere dalle due banche.
A tal proposito, i "senatori" hanno deciso senza voti contrari che la Segreteria generale del Dipartimento delle finanze dovrà esaminare "in maniera approfondita le possibilità di azioni in materia di responsabilità contro le istanze dirigenti di Credit Suisse". Con 28 voti contro 14 la Camera dei cantoni ha inoltre stabilito che eventuali garanzie supplementari non potranno essere concesse tramite procedura urgente.
Gli ex dirigenti del Credit Suisse devono rispondere delle loro azioni, ha sostenuto Olivier Français. "Dovrebbero restituire i bonus ricevuti e non dovrebbero riceverne altri", ha aggiunto.
Più in generale, la "non scelta" lasciata al Parlamento è stata fortemente criticata dal "senatore" Hansjörg Knecht (Udc/Ag). "Non è accettabile che Consiglio nazionale e degli Stati possano solo approvare i crediti; in futuro il Parlamento dovrà avere maggiore voce in capitolo", ha sostenuto.
Ciò passa per la modifica delle disposizioni "too big to fail", hanno affermato vari oratori, sia al Consiglio nazionale che agli Stati. Non c'è però unanimità sulla velocità con la quale adottare le riforme. Per la sinistra e l'Udc vanno fatte rapidamente: "il Consiglio federale deve fare una prima analisi entro l'estate", ha sostenuto Jakob Stark (Udc/Tg). Secondo Adèle Thorens è chiaro che le misure prese dopo il dissesto di Ubs nel 2008 sono risultate alla luce dei fatti "chiaramente insufficienti".
Una visione condivisa da Marco Chiesa che non ha esitato a parlare di "corresponsabilità dei politici". Per il ticinese ora l'esecutivo deve fare in modo che non ci siano più aziende "too big to fail": un'impresa deve poter fallire senza trascinare la Svizzera o il mondo intero nel baratro, ha sostenuto.
"Bisogna mantenere il sangue freddo", ha replicato Olivier Français. Per Thomas Hefti (Plr/Gl) non si deve cadere in una frenesia legislativa: "la colpa della crisi non è dei politici, ma del CS", ha sottolineato. Da parte sua, Benedikt Würth si è chiesto quale margine di manovra abbia la Svizzera, dato che le regolamentazioni del settore bancario dipendono anche dalle disposizioni prese a livello internazionale.
Gli Stati hanno quindi tacitamente approvato un postulato che chiede al governo di presentare modifiche della regolamentazione "too big to fail" per obbligare le banche a cessare l'attività delle succursali estere o delle parti di rilevanza sistemica. Dovrà inoltre esaminare diverse disposizioni per ridurre drasticamente i rischi per le finanze federali e l'economia svizzera dovuti agli istituti di rilevanza sistemica. Atti parlamentari simili sono stati depositati anche al Nazionale.
Da notare che al Consiglio nazionale durante le discussioni poi sfociate nella bocciatura dei due crediti d'impegno, erano state approvate le proposte dell'Udc che volevano esaminare le responsabilità dei dirigenti di Credit Suisse e garantire la concorrenza nel settore bancario dopo la fusione tra Ubs e il Cs.
Era invece stata bocciata invece la richiesta ecologista di modificare le basi legali per fare in modo che le imprese che ricevono aiuti dalla Confederazione si impegnino a rispettare obiettivi di sostenibilità. Questi aspetti, ha spiegato Alex Farinelli a nome della commissione, saranno discussi in un postulato che sarà trattato separatamente. "No" infine anche alle richieste della sinistra che voleva creare un gruppo di lavoro volto a salvaguardare i posti di lavoro. "È un compito dei partner sociali", ha sostenuto Farinelli.
Concretamente, oggi gli Stati e il Nazionale erano chiamati ad esprimersi su due crediti d'impegno. Il primo riguarda una garanzia sul rischio di insolvenza di 100 miliardi che la Confederazione metterà a disposizione della Bns. Questo mutuo disporrà di un privilegio in caso di fallimento del Credit Suisse. Ciò significa che il suo rimborso avrà la precedenza sulle pretese di altri creditori (ad eccezione di salari, oneri sociali e alcuni altri impegni privilegiati).
L'altro credito riguarda Ubs: Berna fornisce una garanzia a Ubs per eventuali perdite derivanti dalla vendita degli attivi del Credit Suisse pari a 9 miliardi. Questa garanzia verrebbe applicata solo se le perdite per Ubs saranno superiori a 5 miliardi.
Da notare infine che alle due garanzie concesse oggi vanno aggiunti l'assistenza straordinaria di liquidità (Ela) di 50 miliardi di franchi richiesta da Credit Suisse alla Bns già il 15 marzo e il sostegno aggiuntivo di liquidità (denominato Ela+) di 100 miliardi liberati il 19 marzo. Questi aiuti non sono garantiti dalla Confederazione, e quindi non sono soggetti ad approvazione da parte del Parlamento.
In totale, la Confederazione e la Bns sono quindi esposte per complessivi 259 miliardi.