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Lo scorso 14 gennaio, Zine El-Abidine Ben Ali, al governo in Tunisia dal 1987, è stato costretto a fuggire in Arabia Saudita a causa delle manifestazioni di protesta esplose nel paese. Alla guida di una “dittatura morbida” e di un regime familiare e oppressivo, Ben Ali era stato confermato al potere per la quinta volta da elezioni bulgare nel 2009, causando una nuova ondata di malcontento tra la popolazione. Rabbia esplosa in rivoluzione lo scorso 17 dicembre, quando Mohammed Bouazizi, ventiseienne laureato in economia e costretto a vendere frutta e verdura in strada, alla revoca della licenza da parte della polizia, si era dato fuoco davanti alla sede del governo. “Pane, dignità e libertà” recitavano alcuni cartelli portati in piazza dai manifestanti dopo il gesto di Bouazizi. Come già avvenuto nel 2009 per le manifestazioni in Iran, internet e i social network hanno giocato un ruolo fondamentale nella circolazione delle informazioni in Tunisia nei giorni della rivolta e nell’organizzazione pratica delle manifestazioni. Ma c’è un dato in particolare che non si può sottovalutare e che è oggetto di forte dibattito tra gli esperti di social media: la Tunisia è il paese africano con il tasso più alto di diffusione di Facebook. Si calcola che circa il 18% dei tunisini abbia un profilo Facebook, in una regione, quella del Nord Africa, dove più della metà della popolazione ha meno di trent’anni. Louis Gordon Crovitz si è chiesto sul Wall Street Journal se l’altissima diffusione dei social media in Tunisia abbia giocato un ruolo importante o se non sia la vera ragione del successo della rivoluzione tunisina.
La prima reazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano alle rivolte all’inizio di gennaio sembrava vedere un rapporto di causa-effetto tra i social media e il ribaltamento del regime di Ben Ali, facendo diretto riferimento alle interferenze del governo tunisino contro internet e in particolar modo Facebook. Tuttavia il ruolo delle reti sociali e del web nell’attuazione di processi politici di questo genere è oggetto di dibattito anche tra i digital utopist. In tempi recenti Evgeny Morozov, autore di The Net Delusion, ha fatto notare come internet sia spesso sopravvalutato per il modo in cui influenzerebbe i moti politici ma poco criticato per come diventerebbe, al contrario, uno strumento di propaganda e oppressione da quei regimi che, invece, vorrebbe ribaltare. L’esempio eloquente, secondo Morozov, sarebbe proprio quello iraniano dove, in seguito al fallimento della rivoluzione contro il regime di Ahmadinejad, il medesimo regime avrebbe aperto diversi blog di progadanda pro-governo, sfruttando le medesime armi, e con maggior forza, dei propri oppositori.
A questa visione hanno risposto Zeynep Tufekci, sociologa dell’univesità del Maryland e Clay Shirky, noto per il suo saggio Here comes everybody, che hanno richiamato il collegamento tra Rivoluzione Francese e stampa. E’ evidente, nella loro impostazione, come strumenti quali i social media non siano in grado di rendere possibili le mutazioni politiche di per sé, ma funzionino in maniera debordante quali ausilio e strumento di rafforzamento delle forze in gioco, aiutando l’organizzazione pratica delle manifestazioni, la circolazione delle idee e fungendo da amplificatore per le istanze sollevate dagli insorti. Il regime di Ben Ali è stato uno dei più oppressivi quanto a censura telematica e sono stati riportati numerosi abusi da parte dell’internet provider nazionale, controllato direttamente dallo stato, alla privacy degli utenti tramite software in grado di accedere agli account Facebook di persone sospettate.
Il grado di censura, il controllo serrato sui mezzi di comunicazione, soprattutto quando social, amplifica, loro malgrado, le potenzialità di diffusione che questi strumenti possono generare. In Tunisia malcontento e rabbia hanno incontrato terreno fertile per la loro diffusione, in uno scenario socio-politico pronto ad esplodere, nei social media. Crovitz ne è certo, ed è impossibile non dargli ragione, quando afferma che l’informazione è un prerequisito dell’azione e che la sua circolazione assume forza se diffusa e condivisa da strumenti quali i social media in un modo molto più concreto di quello che otterrebbe se fosse semplicemente trasmessa dai media tradizionali. Rispondendo proprio a Morozov Riccardo Luna, direttore della versione italiana di Wired, ha fatto notare come internet intervenga nei processi politici non come semplice mezzo, come è stato per la radio e la televisione nel secolo scorso, ma come rete di persone “connesse e informate” in grado di aumentare e diffondere consapevolezza e conseguentemente, speranze. Ora che la rivolta si è spostata, con portata ancora più ampia, nelle strade egiziane, il governo di Mubarak si è immediatamente preoccupato di far oscurare quasi interamente tutta la circolazione internet nel paese e le reti cellulari. Perchè un quarto della popolazione egiziana è un utente di internet e a sua volta la diffusione dei cellulari è altissima. E questo fa di ogni egiziano connesso un nodo nella circolazione della rivoluzione.