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Non si può fare un ritratto del defunto Presidente del Venezuela, Hugo Chávez, se non lo si sente parlare senza traduzioni. Era un oratore efficacissimo: aggettivi potenti, reiterazioni, abile modulazione della voce, del ritmo e delle pause. Metafore fulminanti («la mia opinione è ferma, piena come la luna piena»). Nel discorso in cui presentò il vicepresidente Nicolás Maduro come suo successore, si sciolse spontaneamente nel canto dell’inno del Battaglione Bravos de Apure (Patria, patria querida…). Interviste e discorsi pieni di ricordi di gioventù e immagini quasi bibliche, come la vocazione al servizio del Paese che lo folgorò contemplando i Monoliti degli eroi a Caracas, o il bacio al Crocifisso prima di partire per Cuba per l’ultima operazione.
Vi sono successi apprezzabili del governo Chávez. La percentuale di Venezuelani sotto la soglia della povertà è scesa dal 40% degli anni del suo insediamento al 27% del 2011. Il tasso di alfabetizzazione è cresciuto, sebbene i dati siano meno aggiornati. E’ calata dal 26 al 20 per mille la mortalità infantile (fonte: CIA World Fact Book). Circolano anche altre cifre basate su sistemi di calcolo diversi, ma tutte indicano un progresso. Una Nazione con questi numeri resta piena di problemi, ma un miglioramento c’è stato. Anche altri Paesi dell’America latina hanno registrato un progresso, ma non tutti. Chávez è riuscito a collocare il suo Paese tra quelli in crescita.
Per giungere a questo risultato, Chávez ha puntato sulla nazionalizzazione delle società petrolifere e di altre industrie (ad esempio le catene della grande distribuzione). Le ha trasformate in imprese controllate dallo Stato e ne ha utilizzato i ricavi per finanziare lo sviluppo sociale (programmi d’istruzione, cibo a prezzo politico), guadagnandosi il consenso della popolazione. Ciò ha suscitato reazioni negative negli ambienti economici. Vero è, però, che i privati ancora una volta avevano abusato delle loro posizioni: come accaduto anche in altri Stati sudamericani, i Governi si riprendono le imprese dopo che i privati hanno mancato le promesse d’investimento e creato situazioni socialmente insostenibili, come la vicenda degli idrocarburi in Argentina o le disparità di prezzo dell’elettricità in Colombia. Gli espropri di Stato sono strumenti fuori dal tempo, ma è difficile nascondere che molti imprenditori sembrano andarseli a cercare.
Così facendo, Chávez ha trasformato il Venezuela in una monocultura petrolifera: il 95% delle sue esportazioni è fatto di petrolio. Poiché il ricavo viene speso a sostenere la socialità e l’economia nazionale, ma non viene reinvestito nello sviluppo di industrie diversificate, il Venezuela, oggi, dipende quasi totalmente dall’andamento del prezzo del petrolio, cioè proprio da uno di quei «poteri forti» del mercato dai quali Chávez voleva liberarlo. A causa degli espropri, inoltre, più nessuno investe capitali esteri nel Paese. Le conquiste sociali, così, hanno i piedi d’argilla e i segni della crisi sono ben visibili. Lo scorso febbraio (con Chávez già nuovamente malato) il Governo ha disposto una svalutazione della moneta nazionale (il Bolîvar), vecchio trucco per dare fiato all’economia. Il risultato immancabile è stato l’aumento ulteriore dei prezzi, con un’inflazione al 25%. Intanto la criminalità ha raggiunto un tasso che mette il Venezuela tra i Paesi più pericolosi al mondo, con quasi settanta omicidi al giorno.
Impressiona il calore popolare intorno alla figura di Chávez. Osservando la marea umana in rosso che salutava il feretro nelle vie di Caracas, sembrava di rivedere le manifestazioni di omaggio ai dirigenti dei partiti comunisti dell’Europa dell’Est. Solo che a quei cortei i cittadini erano obbligati ad andare dai capi-partito di condominio, che li stanavano fin nei loro appartamenti. Ieri, a Caracas l’emozione e la partecipazione erano spontanee. Intervistata per strada, spesso tra le lacrime e con un’emotività a mille, la popolazione definiva Chávez un padre, un fratello, un amico, un rivoluzionario, un filosofo. Mai, o molto meno, semplicemente un presidente. Lo stesso dicevano i ministri del suo Governo e i dirigenti di altri Paesi sudamericani, che con la voce rotta dall’emozione definivano Chávez «comandante-presidente.»
Il popolo si è legato alla persona, non alla carica. Chávez lascia un Paese diviso, affezionato a lui, non al presidente di uno Stato di diritto che in Venezuela, sotto il suo regime autoritario, non esiste. Anche il movimento chavista è diviso tra un’ala civile e una militare. Era il carisma di Chávez, che teneva insieme le sue anime. Se negli anni del suo governo vi è stato un parziale riscatto di fasce sociali prima escluse, d’altra parte oggi vi sono altri gruppi sociali, particolarmente le classi medie e imprenditoriali, che potrebbero ricostruire un’economia più capace di affrontare le sfide del tempo, ma non hanno più alcun interesse a farlo. Si è passati dal predominio di un gruppo sociale a quello di un altro, senza fondare un nuovo patto di convivenza. La credibilità dell’intero Venezuela è stata messa in forse dalle amicizie di Chávez con gli imbarazzanti regimi dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad, della Siria di Bashar al-Asad e della Corea del Nord della dinastia Kim.
La vicenda di Hugo Chávez è un monito a noi Europei. Su un piano diverso, l’Europa attraversa un periodo di forti difficoltà e disparità sociali che hanno fatto sorgere anche nel nostro Continente movimenti autoritari (definiti «populisti» con un pavido eufemismo) di varia ispirazione. Una società più equa non si realizza sostituendo la prevaricazione di un gruppo con quella di un altro, ma costruendo un più equo patto di convivenza nel quale tutti possano riconoscersi. Non può fondarsi sulla sola redistribuzione di risorse ricavate da fonti non sostenibili, ma su un’economia autenticamente capace di produrre ricchezza e sviluppo all’altezza dei tempi.
La capacità di comunicazione di un leader è importante ma il suo ruolo istituzionale lo è di più. Il dominio carismatico di singole persone scalda i cuori ma non risolve i problemi e lascia uno strascico di divisioni difficili da risanare. Sembrano solo osservazioni di buon senso, talmente di buon senso che anche in Europa molti le hanno dimenticate.
La soluzione efficace dei problemi sociali non si deve cercare stravolgendo i principi dello Stato di diritto. «Le rivoluzioni non si fanno con i miti e le leggende.» A dirlo è proprio Hugo Chávez, in una delle mille interviste mandate in onda ieri dai media sudamericani. La «rivoluzione» oggi potrebbe essere prendere atto dei cambiamenti epocali che sono avvenuti ovunque, nell’ultimo decennio, e incominciare seriamente a governarli con gli strumenti dell’ordinamento democratico. Se non lo si farà, inizierà a farlo qualcuno capace di incantare le folle, ma che sostituirà la prevaricazione degli uni con la prevaricazione di altri, lasciando tutto come e peggio di prima.