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Evviva il rito degli anniversari quando ci ricorda un grande, anzi il sommo Dante (1265 – 1321).
È colpa sua e del successo dei suoi versi se le nostre numerose lingue locali, dal sud delle Alpi alla Sicilia, sono state retrocesse allo status di dialetti; è colpa sua se oggi chiamiamo “italiano” una lingua d’arte di fatto creata nel Cinquecento sulla base del dialetto fiorentino letterario di due secoli prima. Ma, ancora nel basso Medioevo, e soprattutto prima dell’invenzione della stampa, il testo poetico scritto era quasi una partitura, un supporto per il poeta stesso o per il professionista che “eseguiva” ad alta voce i versi: spesso i dedicatari e i fruitori di poesia, i grandi delle corti, passavano un’intera esistenza senza mai leggere o scrivere, poiché c’era sempre chi leggeva o scriveva per loro sotto dettatura, e godevano della poesia come di un intrattenimento puramente sonoro.
Ai tempi di Dante la poesia quasi coincideva con il canto e con la musica, o ad essa si sovrapponeva.
E così, il successo della poesia toscana medievale, che ha spinto tutta l’Italia a voler imitare il dialetto di Firenze, si intreccia a una prassi musicale complessa e vivace.
Paolo Borgonovo e Giovanni Conti ne parliamo con il musicologo Davide Daolmi, e con il musicista Michele Pasotti.