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Passano i decenni, e i secoli, ma il rapporto fra l'isola e il Dragone è sempre al limite del collasso. Vi raccontiamo perché
L'isola che non c'è, verrebbe da dire pensando a Taiwan, l'isola bella, come era chiamata dai portoghesi intorno al XVI secolo. Anzi, meglio dire lo Stato che non c'è, se si considera che solo tredici Paesi al mondo ne riconoscono la sovranità.
Taiwan rimane una sorta di nebulosa, un inghippo della storia e della politica che hanno creato una realtà difficile da decifrare: uno Stato sovrano che, de iure, sarebbe una provincia cinese, ma che de facto si comporta come uno Stato autonomo, difendendo la propria autonomia con feroce determinazione. In giorni in cui, intorno a Taiwan, si vanno a stringere gli artigli del dragone, deciso a riprendersi ciò che considera suo a tutti gli effetti, sembra quanto mai importante approfondire i motivi di scontro tra Cina e Taiwan, e rintracciare le origini storiche di una tale frattura.
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La firma del Trattato di Shimonseki, in una foto d'archivio.
Una storia bagnata di sangue
Bisogna quindi risalire alla prima guerra sino-giapponese, che si concluse con la vittoria del Giappone, e al trattato di pace di Shimoneseki del 1895 che stabilì che l'Isola di Formosa, e le isole Pescadores, diventassero possedimento giapponese. La Cina, dal canto suo, sostituita, nel 1912 la Dinastia imperiale Qing, dopo duemila anni di dominio, con la Repubblica di Cina, si trovò a vivere una serie di profondi cambiamenti, sia sociali che politici, che culminarono con la contrapposizione del Kuomitang, il Partito nazionalista, capeggiato da Chiang Kai-shek, che auspicava la nascita di uno stato liberal-capitalista, con il Partito Comunista di Mao Zedong, che, durante la famosa 'Lunga marcia' si affermò suo capo assoluto e incontrastato.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a seguito della resa del Giappone, l'isola di Taiwan, ritornò sotto il dominio della Cina e il Kuomitang vi estese il proprio regime di amministrazione militare anche se, fin da subito, vi furono tensioni tra la popolazione taiwanese e il governo cinese, accusato di oppressione e corruzione. Il 28 febbraio 1947, le truppe cinesi, inviate da Chiang Kai-Shek, per sedare una rivolta popolare, massacrarono tra le diciotto e le ventotto mila persone, tra cui moltissimi studenti e appartenenti alla società civile, come medici e avvocati
Dopo la proclamazione Repubblica Popolare cinese, il 1 ottobre 1949, a opera di Mao Zedong, Chiang Kai-shek fuggì a Taiwan, portando con sé, oltre a quel che rimaneva delle forze navali e aeree cinesi, anche beni d'inestimabile valore, come i manufatti provenienti dalla Città Proibita o dal palazzo imperiale di Nanchino, che attualmente sono custoditi al 'National Palace Museum' di Taipei. La rottura fu irreversibile e se, da una parte, la Repubblica Popolare Cinese, subentrata alla Repubblica di Cina, dichiarò illegittimo il governo nazionalista taiwanese, il Kuomitang continuò a considerarsi come l'unico governo legittimo della Cina, eleggendo Taipei come nuova capitale.
Le tensioni con la terraferma e lo zampino americano
Negli anni '50 si assistette all'intensificarsi delle tensioni tra Cina e Taiwan, che sfociarono nella crisi dello stretto di Formosa del 1954, e la crisi dello stretto di Taiwan del 1958, in occasione dei quali gli Stati Uniti decisero di appoggiare Taiwan, schierando delle unità da combattimento dotate di equipaggiamenti molto più moderni di quelli in dotazione all'esercito comunista. Da allora, l'isola venne usata dagli Stati Uniti come base avanzata e diverse missioni di ricognizione furono condotte da aerei e palloni sonda americani.
Con il passare del tempo, però, sempre più Paesi della comunità internazionale scelsero di considerare la Cina continentale come legittimo rappresentante dell'intero Paese e, nel 1971, Taiwan prima perse il proprio seggio di rappresentante della Cina alle Nazioni Unite, e successivamente, nel 1979, si vide abbandonata anche dagli Stati Uniti che smisero di riconoscerla come Stato legittimo a seguito del ripristino delle relazioni diplomatiche con la Cina.
Nonostante questo momentaneo allontanamento tra gli Stati Uniti e Taiwan, però, poco dopo venne siglato il 'Taiwan Relations Act', un trattato che tutt'ora impegna gli Stati Uniti a fornire a Taipei i mezzi necessari per difendersi da attacchi militari.Questa collaborazione ha permesso a Taiwan di dotarsi di un esercito di circa centosettanta mila unità, equipaggiato con armi ultra moderne e addestrato per far fronte a una ipotetica invasione cinese.
Muro contro muro
Nei decenni successivi, entrambe le parti in causa sono rimaste ferme nelle proprie posizioni, fino a quando, nel 2000, il neo eletto presidente Chen Shui-bian propose di riscrivere la costituzione per dare maggiore risalto al carattere “sovrano e indipendente” di Taiwan e sciolse il Consiglio per l'Unificazione Nazionale, costituito dieci anni prima per sovraintendere alle operazioni di riunificazione dell'isola con la Cina.
Il governo cinese rispose a questi slanci di autonomia, emanando una legge in cui si stabiliva che qualsiasi tentativo di legittimare un autogoverno indipendente dell'isola, modificando la Costituzione taiwanese, avrebbe legittimato un'azione militare da parte della stessa Cina.
Il 3 agosto dello scorso anno, la tensione tra i due Paesi è schizzata nuovamente alle stelle a seguito della visita della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, al parlamento di Taipei. Nonostante il presidente Joe Biden avesse dichiarato che Pelosi fosse in viaggio per iniziativa personale, la visita della terza carica di Stato a un Paese, di cui non si riconosce formalmente la sovranità, non può non apparire come un riconoscimento de facto.
«Se giocate con il fuoco finirete per bruciarvi» aveva dichiarato all'epoca il presidente cinese Xi Jinping, convinto che l'atteggiamento degli Stati Uniti fosse vicino a oltrepassare la linea di non ritorno fissata dalla Cina per dare avvio a una operazione militare. A seguito di tale visita, la Cina ha sospeso l'esportazione di sabbia naturale, indispensabile per la produzione di semiconduttori, fulcro dell'economia taiwanese, ed ha imposto delle sanzioni alla Pelosi e alla sua famiglia.
Un'isola ricca e strategica
L'interesse degli Stati Uniti per Taiwan, però, non può essere chiarito del tutto solo alla luce di motivi meramente politici, ma occorre esaminare più approfonditamente quelli che sono i vantaggi, sia economici che strategici, che questa collaborazione può fruttare. Taiwan vanta la ventiduesima economia più fiorente al mondo, movimentando il 40% del commercio mondiale, per un valore annuale di oltre cinque trilioni di dollari. L'isola, inoltre, è uno dei principali hub manifatturieri globali del mondo. Detiene inoltre il 60% circa della domanda globale dei semiconduttori, e il 90% nel settore di microchip di ultima generazione, di cui gli Stati Uniti sono tra i maggiori compratori con la Cina che, nel 2021, ha acquistato il 42% delle merci esportate da Taiwan.
La Taiwan Semicondictor Manifacturing Company, Tsmc, è il più grande produttore indipendente di semiconduttori al mondo, e questo dato permette di capire il ruolo chiave svolto da Taiwan nello sviluppo tecnologico globale. Garantire l'indipendenza di Taiwan, quindi, è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti nell'ambito della corsa all'egemonia tecnologica contro la Cina.
Dal punto di vista strategico, poi, bisogna ricordare che accanto a Taiwan passa una rotta che collega l'Estremo Oriente all'Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo lungo la quale transita il 60% dei volumi commerciali globali.
Non può non comprendersi, quindi, come Taiwan, insieme alle Filippine costituiscano una difesa naturale che permette agli Stati Uniti di tenere sotto controllo le rotte asiatiche dirette nel Pacifico Orientale. Una sorta di 'colonne d'Ercole' che la Cina sarebbe ben felice di poter oltrepassare per dare ulteriore slancio ai propri commerci marittimi.
Con l'implosione dell'Unione Sovietica e il cessato pericolo di una diffusione del comunismo nell'Indo-Pacifico, gli Stati Uniti aveva relegato in una posizione di secondo piano la problematica inerente l'indipendenza di Taiwan che è invece tornata prepotentemente d'attualità con la crescita dell'influenza cinese, in campo economico, politico e militare, dall'inizio degli anni duemila. Così come in passato, soffiano preoccupanti venti di guerra su Taiwan, l'isola bella che fa gola a troppi pretendenti.