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FORT COLLINS - Numerosi cervi dalla coda bianca, una specie ampiamente diffusa negli Stati Uniti d'America, potrebbero aver contratto il coronavirus in natura.
È quanto emerge da uno studio del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), che, come riporta l'emittente National Geographic, ha analizzato tra gennaio e marzo 2021 i campioni di oltre 385 cervi in Michigan, Illinois, New York e Pennsylvania, scoprendo che il 40% di essi aveva gli anticorpi contro la SARS-CoV-2. L'analisi, sebbene non sia ancora stata oggetto di una peer-review, potrebbe aprire nuovi retroscena sull'infezione da Covid tra gli animali selvatici.
I risultati mostrerebbero infatti che cervi hanno probabilmente incontrato il virus, ma sembrerebbe senza ammalarsi, ovvero con un decorso asintomatico. Ciò ha colpito gli scienziati, che non sapevano fino ad ora se delle infezioni si stessero verificando in natura. I risultati mostrano quindi che ci potrebbe essere un «serbatoio» di virus anche tra i cervi selvatici. La preoccupazione, se il virus sta circolando in altre specie, è che potrebbe continuare a evolversi, forse in modi che lo rendano ancor più grave o più trasmissibile.
In ogni caso, «il rischio che gli animali diffondano la SARS-CoV-2 alle persone è considerato basso», ha ribadito l'USDA in una dichiarazione. Non c'è poi «nessuna prova» che si possa ottenere il Covid-19 «consumando, ad esempio, della carne di selvaggina ("contaminata") cacciata in natura».
Fino ad oggi, lo ricordiamo, il virus è stato già scoperto in diversi animali, come gatti, cani, tigri, o gorilla, ma sempre in cattività o negli zoo. Come si sono ammalati i cervi? «Molteplici attività potrebbero portare i cervi a contatto con le persone (operazioni, ricerca sul campo, lavoro di conservazione, turismo, riabilitazione della fauna selvatica, ecc...)» segnalano gli autori dello studio, ma la trasmissione potrebbe essere avvenuta anche per contatti «con altre specie animali infette».
«Non era SARS-CoV-2? Improbabile»
Secondo Daniel Bausch, esperto svizzero di malattie zoonotiche, «c'è la possibilità che i cervi non avessero affatto la SARS-CoV-2». Infatti, una possibile spiegazione è che i test usati dall'USDA abbiano rilevato anticorpi relativi ad altri coronavirus: ciò che è noto come reattività crociata.
Secondo l'USDA, però, questa possibilità «improbabile», poiché è stato usato un test di screening «molto accurato», ed è stato effettuato anche un duplice controllo con un secondo tipo di test anticorpale, «ancora più specifico», che ha confermato i dati raccolti dai test. Anche i campioni di sangue raccolti precedentemente alla pandemia sembrerebbero confermare i risultati, prima della pandemia sarebbero stati rilevati altri anticorpi, invece non sono emersi risultati positivi.
I ricercatori, per indagare ulteriormente l'argomento, raccomandano quindi una sorveglianza attiva della SARS-CoV-2 nei predatori, in particolare quelli che hanno un'alta probabilità d'interagire con i cervi.