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“Saggio è colui che sa di non sapere”…perfino fin dai tempi di Socrate il tema dell’autostima o quantomeno della percezione della stessa ispirava riflessioni filosofiche ancora fortemente attuali.
In tempi più recenti, il tema dell’autostima e della consapevolezza di sè è stato ripreso, tra i tanti, anche dal celebre naturalista Charles Darwin (“L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”).
Declinata nella sfera professionale, la valutazione che ognuno di noi fa di se stesso e la capacità di percepirsi in maniera realistica sono le basi per un corretto approccio al lavoro e, ancor prima, ad un processo di selezione per ricoprire un ruolo cui si aspira.
L’autostima è il frutto di una valutazione di noi stessi rispetto a come ci misuriamo col mondo, non a come il mondo realmente potrebbe essere. Noi, cioè, valutiamo le cose in base alla stima delle nostre possibilità.
Un sano livello di autostima sul lavoro genera indubbi vantaggi: una sana percezione di sè porta a misurare correttamente le possibilità di raggiungere gli obiettivi, genera voglia di imparare, aiuta a pianificare correttamente le tempistiche di esecuzione, non genera false aspettative nel proprio piano di crescita di carriera.
Cosa succede, invece, quando i livelli di autostima non sono adeguati alle reali capacità individuali (errata percezione di sè)? Cosa accade, nello specifico, quando la nostra sovra-stima non è supportata da reali competenze e conoscenze?
Su questo argomento si sono espressi nel 1999 Justin Kruger e David Dunning della Cornell University, i quali hanno reso pubblico il risultato di una serie di studi compiuti sul tema dell’autovalutazione, che hanno ribattezzato “Effetto Dunning-Kruger”: gli studiosi hanno identificato una distorsione cognitiva che si manifesta quando qualcuno sovrastima le proprie conoscenze e abilità pur non avendole e non essendo in grado di metterle in pratica. Tale distorsione sembra essere dovuta ad una incapacità metacognitiva che, di fatto, non permette di riconoscere i propri limiti ed errori. Questa sopravvalutazione di sè inganna costantemente chi ne è vittima, impedendogli sostanzialmente un processo di miglioramento, dal momento che non ne percepisce la necessità.
Il problema si fa serio se si considera che l’autostima, nonostante sia l’elemento principale per superare un colloquio di lavoro, probabilmente è il più sottovalutato dai candidati.
Immaginatevi ora una persona eccessivamente “self confident” ad un colloquio di selezione: senza necessariamente entrare nella psicopatologia, capita più spesso di quanto ci si possa immaginare di non essere in grado di valutare correttamente la bontà o meno della presentazione di sè offerta.
Il più delle volte i candidati tendono a giudicare “positivo” o addirittura “molto positivo” l’esito di un colloquio del quale, dall’altra lato, abbiamo un’azienda che non fornisce affatto lo stesso tipo di feedback.
La mancanza di un corretto esame di sè può portare a non accorgersi “dell’altro”(il selezionatore), concentrandosi su se stessi, soffermandosi sull’ascoltarsi (ammirandosi) ma non sull’ascoltare “l’altro”, senza chiedersi cosa vuole da noi, cosa sta analizzando, perchè sta facendo determinate domande, cadendo così in trappole banali di cui non ci si rende conto perchè occupati a “guardarsi allo specchio”.
Così, un colloquio giudicato “perfetto” si trasforma in un boomerang con conseguenze nefaste.
Il supporto di un consulente HR, in questo tipo di situazioni, si rivela cruciale. Sta a noi, infatti, supportare e sostenere un candidato in un processo di presa di coscienza di sè e dei propri limiti nella propria presentazione personale e delle proprie competenze ad una azienda.
E’ sempre importante, perciò, analizzare e condividere, laddove possibile, i feedback negativi ricevuti a seguito di un colloquio, per avviare un processo virtuoso nell’ottica di un miglioramento che passi dall’acquisizione di determinate competenze tecniche piuttosto che dalla consapevolezza dei propri limiti.