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L'AI e il diritto d'autore: il caso «Théâtre D'Opéra Spatial»
Il caso, riportato da Wired, è curioso. Soprattutto, potrebbe diventare un precedente. L'Ufficio per il copyright degli Stati Uniti ha stabilito che Théâtre D'Opéra Spatial – un'opera d'arte realizzata dall'intelligenza artificiale o AI che dir si voglia – non può essere protetta dal diritto d'autore. Boom. L'opera, creata da Jason Matthew Allen, lo scorso anno aveva vinto una competizione organizzata nell'ambito della fiera statale del Colorado. Da allora, tuttavia, è al centro di una controversia legale che, appunto, potrebbe stabilire un precedente. L'immagine, ha spiegato l'Ufficio, non può essere soggetta a copyright. Scatenando l'ira di Allen, che intende intentare causa contro il governo degli Stati Uniti.
Il punto, secondo l'Ufficio per il copyright, è che Allen ha usato Midjourney, un famoso programma di AI generativa. Balzato agli onori della cronaca per un'immagine di Francesco con un giaccone alla moda, ribattezzato «Mon Clero». Ecco, secondo l'Ufficio le tutele garantite dal diritto d'autore non si estenderebbero all'intelligenza artificiale. Neppure qualora un'opera, come quella di Allen, stupisca a tal punto da aggiudicarsi un concorso d'arte. Alla base, insomma, deve esserci un autore umano. In carne e ossa.
E la parola «umano», va da sé, è centralissima. Nel 2018, ricorda proprio Wired, una foto scattata da un macaco venne dichiarata di pubblico dominio poiché il diritto d'autore non può essere applicato agli animali. Di riflesso, una scimmia come il macaco in questione e l'intelligenza artificiale hanno, praticamente, le stesse tutele in materia di copyright. Ovvero, nulle. Vale negli Stati Uniti ma, in pratica, vale in ogni Paese. Svizzera compresa.
Allen, nel tentativo di far valere le proprie ragioni, ha spiegato che – al netto della generazione grezza da parte di Midjourney – dietro all'immagine c'è molto lavoro umano. Ha usato Photoshop per correggere i difetti, innanzitutto, poi Gigapixel AI per aumentare dimensioni e risoluzione. Non solo, l'immagine non è sbucata fuori dal nulla, all'improvviso, per «volere» della macchina. No, Allen ha inviato oltre 600 richieste testuali e modifiche all'interfaccia. L'Ufficio per il copyright degli Stati Uniti, su questo punto, ha dato ragione ad Allen. Ma ha chiarito che, per l'intera opera, non poteva applicarsi il concetto di diritto d'autore. Di qui la decisione finale del 5 settembre.
Decisione che, secondo gli esperti, potrebbe avere conseguenze importanti. E, soprattutto, rappresentare un forte disincentivo per le persone che sviluppano e adoperano l'intelligenza artificiale per produrre arte. Al riguardo, Allen ha spiegato: «Questa è la definizione di soffocamento dell'innovazione e della creatività, che è proprio ciò che l'ufficio del copyright sostiene di proteggere». Detto ciò, e partendo dal fatto che l'Ufficio per il copyright abbia riconosciuto ad Allen una parziale paternità dell'opera, c'è anche chi sostiene che, se l'impatto delle modifiche apportate dall'essere umano fosse rilevante, potrebbe infine bastare per un pieno riconoscimento del diritto d'autore. Una tesi, questa, appoggiata fra gli altri da Matthew Sag, professore di diritto e intelligenza artificiale presso la Emory University di Atlanta. Il punto è capire dove sia il limite. Entro quali termini, cioè, una richiesta può essere accolta.
L'uso dell'intelligenza artificiale e una sua regolamentazione, allargando il campo, sono al centro dello sciopero di sceneggiatori e attori a Hollywood. Entrambe le categorie chiedono una maggiore tutela, su questo fronte. Una decisione come quella appena presa dall'Ufficio per il copyright potrebbe dunque cambiare il quadro generale? Sì, no, forse. Allen, dal canto suo, non intende mollare la presa. Intenterà una nuova causa contro il governo. «Sono certo che alla fine vinceremo. L'Ufficio per il copyright vuole andare sul sicuro e far decidere ai tribunali. Sono dei codardi».