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Una carrellata sul cinema a Poschiavo.
Sviluppi e tendenze dell’intrattenimento del Novecento
Sommario
A livello mondiale il cinema fu senz’altro lo spettacolo più caratteristico del Novecento. Le informazioni primarie disponibili sulla presenza del cinema in Val Poschiavo sono prevalentemente frutto della pubblicistica d’epoca, reperibili in particolare sulle colonne del settimanale Il Grigione Italiano, edito a Poschiavo, mentre scarse sono le informazioni negli archivi locali.
Possiamo rilevare che, considerata anche la posizione geografica periferica, il cinematografo giunse eccezionalmente presto in Val Poschiavo. Gli esordi a livello europeo si situano nel novembre 1895 a Berlino e il mese successivo a Parigi; mezzo anno più tardi vennero presentati e girati alcuni film all’esposizione nazionale di Ginevra, ciò che segnò l’avvento dello spettacolo cinematografico in Svizzera. E già l’anno successivo, dunque nel 1897, si svolse la prima proiezione cinematografica a Poschiavo. Fu opera di proiezionisti ambulanti che, provenienti dall’Italia, si recavano negli alberghi dell’Engadina Alta per dare spettacolo. Gli ambulanti facevano occasionalmente tappa a Poschiavo e qualche volta pure in altre località della Val Poschiavo, perché il pubblico valligiano accorreva numeroso e apprezzava le esibizioni, permettendo così di aggiungere una o più serate alla loro trasferta in terra elvetica. Una sala dell’Hotel Bernina (oggi caffè Flora) era un luogo di sosta particolarmente apprezzato. Le proiezioni facevano parte di uno spettacolo complesso e articolato. La parte cinematografica si componeva di una decina di brevi filmati della durata di circa un minuto l’uno, i quali spesso mostravano agli spettatori frammenti di realtà lontane o immaginarie, spezzando così legami e ampliando orizzonti, insomma allargando lo sguardo.
Il 19 gennaio 1913 presero l’avvio al Teatro di Poschiavo le prime regolari proiezioni cinematografiche a scopo di lucro. Questa sala, costruita nel 1852 per dare una sede alla neonata filodrammatica, era situata in Plazola al primo piano della casa Lardi (ora Lardelli), che ospitava a pianterreno anche la birreria Gambrinus. L’intrattenimento del Borgo si arricchiva quindi, dopo aver scoperto il teatro amatoriale, di una nuova offerta. Anche qui l’esperienza arrivata dall’emigrazione dei pasticceri nelle maggiori città europee portò a riproporre attività di svago prettamente urbane. I fratelli Giuseppe e Antonio Lardelli offrivano infatti alla popolazione valligiana uno spettacolo cittadino di tutto rispetto, presentando i film celebri del tempo poche settimane dopo la prima visione nelle metropoli Parigi, Milano o Torino. Proiettate su un lenzuolo bianco, queste immagini fotografiche a volte confuse, sbiadite e tremolanti – ma per la prima volta in movimento – resero più concreti i sogni e le fantasie degli spettatori, modificando l’immaginario popolare. L’insegnante di musica Luigi Gandolfi accompagnava al pianoforte le proiezioni cinematografiche. L’attività venne interrotta della Prima Guerra Mondiale.
Il periodo del cinema muto spazia dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento. L’opinione corrente immagina questo cinema come un oggetto di nostalgia. Lo crede composto da immagini confuse, personaggi che si muovono come congegni meccanici, vicende banali e poco comprensibili per la mentalità odierna e soprattutto lo crede uno spettacolo a base di immagini in bianco e nero. Si tratta ovviamente di un grosso equivoco: il cinema muto era provvisto di colori eccezionali: questi film rivelavano colori di sgargiante bellezza, grazie a vari procedimenti di colorazione. Negli anni Dieci e Venti i film erano abitualmente colorati con metodi chimici e i colori usati rispettavano, almeno in parte, un codice narrativo tacitamente concordato tra produttori e spettatori: il blu significava che la scena era notturna e il giallo che si svolgeva in piena luce, in rosso erano colorate le esplosioni e gli incendi, in marrone chiaro gli interni, in verde i boschi. È inoltre interessante rilevare la coesistenza di vari tipi di spettatori che attesero, in maniera a volte del tutto opposta, le diverse portate del menu offertogli. Il programma era abitualmente composto da un film «dal vero» (documentario in senso molto largo che include i primi cinegiornali detti «l’attualità», la volgarizzazione scientifica, film paesaggistici e altro ancora), seguito dal «dramma» (a volte si trattava di una commedia) e concluso da una «comica finale». Ogni tipo di film aveva un pubblico specifico. Il documentario fondava le sue ragioni sull’aspetto istruttivo ed era la leva per poter portare al cinematografo fasce di pubblico più esigenti, rappresentate da una certa élite operaia e piccolo borghese, che vedevano in questo tipo di film un mezzo per istruire il popolo. Il dramma era considerato tipicamente un prodotto per il consumo femminile. Mentre in generale il film comico era rivolto ai bambini e a coloro che dal cinema erano semplicemente affascinati. In cartellone a Poschiavo troviamo così, sotto la categoria del dramma, opere quali L’orfana (Cines, Italia 1912) oppure Les misérables di Albert Capellani (SCAGL, Francia 1912). Ma l’indiscusso beniamino del pubblico valligiano fu senz’altro il comico francese Max Linder – ciò che dimostra il buon gusto del pubblico poschiavino.
A partire dal 1922, su iniziativa di Adolfo Pozzy-Mathis, si svolse una seconda attività stabile di proiezione cinematografica al Teatrino (la stessa sala chiamata più pomposamente Teatro di Poschiavo un decennio prima). I programmi presentati ricalcarono il modello di quelli precedenti. Ma, dato che la Grande Guerra aveva definitivamente spazzato via l’estetica dell’Ottocento, lo spettacolo offerto, cittadino negli anni Dieci del Novecento, risultò provinciale negli anni Venti. Così questo periodo segnò un primo declino della qualità degli spettacoli cinematografici proposti alla popolazione valligiana.
Tutte le proiezioni finora citate si svolsero nel formato professionale 35 mm. Nel 1937 Felice Menghini diede vita alla terza serie proiezioni pubbliche, usando tuttavia il formato amatoriale 16 mm, perché il cinema professionale in 35 mm – nel frattempo diventato sonoro – superava le possibilità finanziarie. Gli spettacoli avevano luogo in una sala del Monastero. Poche e contraddittorie sono le informazioni riguardanti la forma esatta che avevano questi spettacoli, ma è certo che il formato usato segnò un ulteriore declino della qualità degli spettacoli cinematografici proposti alla popolazione valligiana.
Non stupisce che si cercarono soluzioni che permettessero una proiezione più professionale dei film. La quarta stagione cinematografica si svolse di nuovo in 35 mm, durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Palestra (ubicata là dove oggi si trova la piscina coperta). Il responsabile Enrico Lardi già preparava tuttavia la costruzione di una vera sala cinematografica.
E la fine settimana del 3 e 4 aprile 1948 si svolse l’inaugurazione ufficiale del Cinema Rio a Poschiavo, garantendo un’eccellente qualità di proiezione. Durante un quarto di secolo il Rio ebbe sia momenti di grande gloria, sia momenti di crisi profonda. Nel 1960 la gestione della sala passò da Enrico Lardi ai signori Pola. Ma l’attività commerciale cessò nel 1973, non da ultimo in seguito alla concorrenza che rappresentava la televisione.
Grazie alle iniziative di Alfonso Colombo e di Felice Luminati, volte a evitare la perdita di un’importante infrastruttura culturale regionale, nel 1974 si costituì l’associazione Centro Culturale Poschiavino. La sesta e ultima epoca, articolata in diverse iniziative che qui non precisiamo, non perseguì fini di lucro, ma scopi prettamente culturali. In seguito al costante calo di spettatori, nel 2007 l’attività di animazione cinematografica al Rio dovette tuttavia essere interrotta – esattamente 110 anni dopo la prima proiezione cinematografica a Poschiavo – e il Centro Culturale Poschiavino venne sciolto.
Reto Kromer
Reto Kromer si occupa di salvaguardia del patrimonio audiovisivo dal 1986. Dopo essere stato responsabile del catalogo, della conservazione e del restauro delle collezioni film presso la Cineteca svizzera dal 1998 al 2003, ha aperto reto.ch, il proprio laboratorio. Svolge un’intensa attività d’insegnamento in Svizzera (Accademia di Belle Arti di Berna e Università di Losanna) e all’estero.
Questo articolo è uscito nel volume: Daniele Papacella (a cura di): Il Borgo di Poschiavo. Un paese si reinventa: Storia, società e architettura tra Ottocento e Novecento, Società Storica Val Poschiavo, 2009, pp. 166–173. Le illustrazioni non sono qui riprodotte.
Il testo riprende e amplia la relazione «Felice Menghini e il cinema a Poschiavo», tenuta il 9 dicembre 2007 a Poschiavo nell’ambito del convegno L’ora d’oro di Felice Menghini. Si basa essenzialmente sul volume Cinema e spettacolo in Val Poschiavo 1850–1950, Losanna 1991.
2017–12–10