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domenica 5 maggio 2019.

buon oggi anche a te
di andrea valente
che giorno è?
tanti, tanti, tanti anni fa, prima ancora dell’invenzione del calendario, del mercoledì pomeriggio e del gelato al pistacchio, pare che i giorni non esistessero per nulla e la gente andasse a zonzo per la città senza chiedersi perché, però e chissà.
l’importante era non darsi appuntamento per il venerdì pomeriggio alle sei o per la domenica mattina alle nove, perché il venerdì non esisteva, né la domenica, mentre il numero sei probabilmente sì e il nove pure. per il resto ogni cosa funzionava per bene: le pollastre facevano l’uovo ogni mattina, il nonno borbottava bofonchiando e non si capiva nulla di quello che diceva e per strada non si trovava mai parcheggio, ma a quel tempo non esistevano automobili e motorini e non c’era nulla da parcheggiare. meglio così.
finché un giorno non arrivò in città un tipo alto più di me. forse era un filosofo o un astrofisico, oppure semplicemente un viaggiatore che aveva perso l’orientamento e si era fermato per un ristoro. fatto sta che, prima ancora che qualcuno gli chiedesse alcunché, esclamò:
«ieri era ieri, oggi è oggi e domani chissà.»
non ti dico l’espressione stupefatta degli abitanti, accorsi sulla piazza a scrutare il nuovo venuto, che nemmeno sapevano cosa fossero questi strani ieri, oggi e domani e cominciarono a galoppare con la fantasia: sono i cavalieri dell’un due tre! sono i tre che senza due non ce n’è! sono questo e sono quello, più quell’altro ancora perché, appunto, eran tre.
il tipo provò a spiegarsi meglio, cercando di mettere in chiaro, per cominciare, che l’oggi era lì, con loro, in quel momento. e non ce ne fu uno che non si guardò alle spalle per vedere se per caso non fosse nascosto lì dietro.
«oggi, ieri era domani!» esclamò, lasciando metà dei presenti a bocca aperta e l’altra metà con gli occhi sbarrati.
«quindi non sono tre, ma in realtà è uno solo...» provò a intervenire un ragazzino, convinto di aver capito qualcosa, ma cosa, nessuno lo sapeva.
«in un certo senso sì, ma non del tutto... – rispose il viaggiatore – perché tutti gli oggi sono stati domani e un domani saranno ieri. un po’ come tutti noi, che siamo stati più giovani e saremo più vecchi, mentre adesso siamo quel che siamo.»
«stai forse insinuando che sono vecchio?!» strillò il bisnonno di non so chi, brandendo in aria il bastone della sua vecchiaia e barcollando un po’. una risatina allargò i sorrisi di ognuno.
fu così che la giornata trascorse senza che nessuno capisse alcunché, ma con tutti convinti di aver capito qualcosa, tranne il tipo passato di lì, che sapeva benissimo quello che diceva, ma si accorgeva anche che aveva una certa difficoltà a lasciarsi intendere.
«domani, ben presto sarà oggi...»
«ieri non sarà mai più domani...»
«oggi è solo per oggi...» e via così. vallo a capire.
per tutto il giorno si brontolò, si litigò, ci si azzuffò, si tracciarono schemi, si scrissero filastrocche, si scrutò nelle nuvole finché non piovve. al tramonto si era ancora lì, ognuno della propria opinione, e nessuno con una opinione precisa. finché, a notte inoltrata, uno dopo l’altro gli abitanti lasciarono la piazza per rincasare e coricarsi. molti di loro continuarono a discutere anche in sogno.
l’indomani, di buonora, in una città ancora piuttosto addormentata, con le prime luci dell’alba a rischiarare il cielo d’oriente, un altro tipo passò.
aveva i capelli ricci, il naso a punta e un sorriso che metteva il buonumore.
il primo a incontrarlo gli disse buongiorno e nulla più, poi corse di casa in casa ad allertare i suoi concittadini. prima di colazione la piazza era gremita e tutti, in silenzio, a guardare quel tipo, i suoi ricci e la punta del suo naso.
«buon mattino a tutti – esclamò lui – mi chiamo lunedì.»
rieccoci al punto del giorno prima, che dopo esser stato oggi per tutto il giorno era ormai diventato ieri per tutti. non ce n’era uno, in paese, che avesse mai sentito anche una minuscola notizia su questo tal lunedì. per evitare nuove baruffe, però, nessuno parlò.
anzi no. un bambino si fece largo, gli si piazzò davanti e, guardandolo dal basso lo interrogò.
«se tu sei lunedì oggi, ieri eri qualcos’altro e domani chissà?»
il tipo lo guardò, continuò a sorridere, poi cominciò a raccontare.
«mi chiamo lunedì e sono lunedì tutti i giorni dell’anno, come filippo è filippo e camilla è camilla.» da qualche parte si sentì un respiro di sollievo, o forse era soltanto la solita brezza mattutina.
«sono il primo di sette fratelli – continuò lui – sei fratelli e una sorella, per la precisione. domani sono certo che arriverà martedì. fa sempre così, lui.»
il racconto proseguì per l’intera giornata. non lo avrei mai detto che un semplice lunedì avrebbe avuto così tante cose da narrare.
arriva la sera, arriva la notte, poco prima della mezzanotte il tipo si stiracchiò, salutò tutti cordialmente e diede appuntamento alla settimana seguente, puntuale, per la prossima storia da raccontare. e se ne andò.
da quel giorno per sempre, anche oggidì, il lunedì arriva immancabilmente appena dopo che la sorellina domenica se ne è andata, e resta in città per un’intera giornata. sempre e per sempre, ora come allora, con la sola differenza che adesso sì, in qualsiasi città, è sempre più difficile trovare parcheggio.

“Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie... lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità.”
ORIANA FALLACI