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di Giuliano Masola. Come diceva Casey Stengel: “Ero un battitore così pericoloso che mi davano la base ball intenzionale anche in allenamento”. La base intenzionale, che da circa un secolo è entrata di diritto nel gioco, ha sostanzialmente per due obiettivi: forzare il gioco per aumentare la possibilità di eliminazioni, oppure mandare in base un battitore particolarmente potente, cercando di ridurre i danni. Negli Stati Uniti, fino al 1920, il ricevitore poteva posizionarsi in un qualsiasi punto di un triangolo equilatero, dietro il piatto, profondo circa 3 metri: con due lati di 4,20 metri e l’altro di 6,10 metri; chiamando lanci impossibili da colpire. Il numero delle basi ball intenzionali, però, crebbe talmente tanto da suscitare forti critiche, in particolare da parte di giocatori come Babe Ruth. Poiché ciò riduceva lo spettacolo e poteva influire negativamente sul numero degli spettatori, i proprietari delle squadre inizialmente pensarono di far dichiarare “balk” tale azione; di conseguenza, ci sarebbe stato l’avanzamento automatico dei corridori sulle basi, ma Hank O’Day, un arbitro veterano della National League, evidenziò che, secondo il regolamento, il ricevitore era solo obbligato a stare con entrambi i piedi nel box fino al momento del distacco della palla dalla mano del lanciatore (come ora). Alla fine si decise di modificare il box del ricevitore, riducendo la profondità a 2, 40 m. e i lati a uno. La storia è ricca di aneddoti, poiché si tratta di una mossa che può riservare delle sorprese, a meno che il regolamento non preveda la semplice indicazione da parte del manager (nel baseball; nel softball può farlo il lanciatore, il ricevitore o il manager). Un caso particolare riguarda Mel Ott. Il 5 ottobre 1929 nella prima partita di un doppio incontro fra Giants e Phillies, Chuck Klein, soprannominato Hoosier Hammer (il“Martellatore ignorantone”), era andato in testa alla classifica dei fuoricampo. A quel punto, il manager dei Phillies ordinò di lanciare in modo da impedire a Ott di contendere il titolo a Klein. All’inizio del nono inning della seconda partita, con le basi piene e i Giants in testa sui Phillies, con il conto di 3 ball e 0 strike, Ott sventolò due lanci, poi accettò la base, spingendo a casa il punto. Altre storie riguardano Babe Ruth. Nel 1926, sempre a basi piene, il manager degli Indians decise per la base ball intenzionale, ma il grande campione non lo accettò: sventolò la mazza e finì strikeout. Nello stesso anno, il 10 luglio, Joe Shaute, lanciatore degli Indians, mandò in base Ruth tre volte. In tempi molto vicini a noi, Barry Bonds ha accumulato 663 basi intenzionali, di cui quattro in una sola partita; Pujols ha già superato le 300. “Il salutino a quattro dita” (“four-fingered salute”) è entrato nella norma ed è registrato dai classificatori (IBB). Pur trattandosi di una mossa consolidata dalle regole e dalla tradizione, non mi trova completamente d’accordo. Se il gioco è definito come batti e corri, mi pare evidente che sia insito in esso il concetto di sfida fra chi lancia e chi ha la mazza in mano, per cui non si dovrebbe impedire al battitore di esercitare il proprio compito con dei sotterfugi. In particolare, sono contrario alla possibilità di concedere la base su ball intenzionale nelle categorie giovanili (fino agli under 14, per esempio). Diversi anni fa, la Little League (Ragazzi( e la Pony League (Allievi) erano ufficialmente dichiarati non tanto campionati, ma tornei di addestramento. Ciò significava ‒ e significa ‒ utilizzare quelle fasce di età per insegnare i fondamentali, anche dal punto di vista psicologico. In campo ne vedo un po’ di tutti i colori. In una partita di ragazzi, sullo stesso battitore, prima è stata data la base ball con il salutino; la volta dopo i lanci fatti indirizzare allo stesso erano imbattibili. Il manager, quel giorno, ha portato a casa il risultato, ma cosa ha imparato il lanciatore? Forse il sentirsi sfiduciato, nel senso che non si è avuto fiducia nelle sue capacità. La stessa cosa può valere anche in ambito amatoriale: credo infatti che si poco amichevole concedere una base su ball nello slow pitch, come accaduto, sotto mentite spoglie. In buona sostanza, ritengo che insegnamento e divertimento debbano stare sullo stesso piano. Soprattutto è fondamentale lavorare sull’aspetto formativo dei giovani, e non solo. Lanciare quattro ball intenzionalmente non è così banale, anche perché il ricevitore deve stare, come detto, all’interno del box fino alla spedizione del lancio, ove non previsto diversamente. Posso tranquillamente assicurare che spesso il ricevitore si è salvato dal “balk” solo a causa delle righe del box diventate invisibili; poi, c’è pure la possibilità che il lancio sia imprendibile o buono da battere. Forse, vale la pena di renderci conto che in ogni momento dobbiamo confrontarci col prossimo e ciò vale ancora di più in un mondo in cui la tendenza all’individualismo e alla esclusione sono in aumento. Girare la faccia dall’altra parte è come concedere una base ball intenzionale: pensiamo di aver sfuggito il problema, ma in realtà esponiamo una parte ancora maggiore del nostro viso a chi ci può fare del male. Avere una strategia e utilizzare tattiche che portino al risultato è importante, ma occorre anche essere ben consapevoli che queste si confrontano con quelle altrui, e non è detto che siano le nostre a prevalere.
Giuliano Masola, 24 maggio 2018