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"La Svizzera è al vertice?"
Discorso del consigliere federale Christoph Blocher in occasione del Forum economico dell’UDC del Cantone di San Gallo, il 26 maggio 2007, ad Altstätten SG
Discorsi, DFGP, 26.05.2007. Fanno fede sia la versione scritta, sia quella orale. L'oratore si riserva il diritto di apportare consistenti modifiche al presente testo.
Altstätten. Al Forum economico dell'UDC di San Gallo il consigliere federale Christoph Blocher ha sollevato la questione se la Svizzera faccia ancora parte delle principali economie nazionali del mondo. Nel passato, ha affermato, le virtù borghesi come la diligenza, l'impegno, l'autoresonsabilità, hanno portato al successo la Svizzera. Oggi non si può sostenere con certezza che la Svizzera è al vertice. Ciò è dovuto alla politica degli anni Novanta, che ha condotto all'estensione dell'attività statale, all'indebitamento e all'aumento delle spese dello Stato.
Se ci chiediamo se la Svizzera è al vertice ovvero se la sua economia nazionale è in grado di competere con le migliori, allora in sottofondo riecheggia sempre la parola “ancora”: la Svizzera è ancora al vertice? Il nostro Paese fa tuttora parte delle migliori economie nazionali del mondo? La Svizzera è ancora sinonimo di ricchezza, ricerca scientifica, esportazione, poca disoccupazione, salari alti, sicurezza, qualità?
La Svizzera è dunque ancora al vertice? Alla domanda non possiamo rispondere subito in modo univoco. Ma possiamo rispondere con certezza alla domanda se la Svizzera sia stata al vertice. Ciò che possiamo dire senza ombra di dubbio è che fino agli inizi degli anni Novanta la Svizzera faceva parte delle prime economie nazionali del mondo. La Svizzera aveva il miglior reddito pro capite e occupava uno dei primi posti per quanto riguarda la produttività, lo sviluppo, l’esportazione e il livello generale di benessere. In tempi di alta congiuntura il nostro tasso di disoccupazione tendeva verso lo zero. La Svizzera era sinonimo di imposte e aliquota statale basse.
A questo punto s’impone un’altra domanda: Come si spiega questo successo? Perché un Paese così piccolo, povero di materie prime, d’impronta rurale, si è potuto sviluppare in modo così fulmineo? Vi erano delle ricetta ed esiste forse tuttora una ricetta per questo successo?
È la Svizzera borghese che ha portato al successo il nostro Paese. È la mentalità borghese che ha portato al vertice il nostro Paese. È la sostanza borghese di cui ancora oggi vive il nostro Paese.
Cosa intendo per “mentalità borghese”?
La bravura,
la volontà assoluta di raggiungere qualità e precisione,
la diligenza,
lo spirito imprenditoriale,
e la responsabilità individuale, sempre e soprattutto la responsabilità individuale.
Il fondamento di questa Svizzera borghese è il nostro sistema federalista di democrazia diretta. Il fondamento della Svizzera borghese è una cultura politica che in generale non si fida della classe politica. Infatti la diffidenza ha un rovescio della medaglia positivo. Diffidare significa: preferisco fare le cose io stesso, preferisco controllare io stesso, preferisco provvedere io stesso affinché le cose vadano bene. Questa è responsabilità individuale vissuta e messa in pratica.
Le virtù borghesi non sono virtù semplici, poiché costituiscono una sfida per l’individuo. Richiedono impegno, forza di volontà, disciplina. Non è una strada comoda. Scegliere la strada comoda significa arrendersi a ogni piccolo ostacolo, chiedere immediatamente l’intervento dello Stato, avanzare sempre delle pretese – ma sempre nei confronti degli altri e mai di se stessi.
Permettetemi un’osservazione tra parentesi. La decadenza nell’ambito dell’educazione ha decisamente a che fare col fatto che le scuole si sono congedate da queste virtù borghesi: dalla diligenza, dal decoro, dall’autodisciplina, dalla felicità dello sforzo, dalla disponibilità a fornire prestazioni. Al posto di queste virtù i pedagoghi riformisti hanno predicato gli ideali dei sessantottini: educazione antiautoritaria, ostilità nei confronti dell’impegno, abolizione dei voti, principio del piacere al posto dell’autodisciplina.
Riassumendo si può dire che la politica degli anni Novanta ha arrecato danni enormi alla Svizzera. D’un tratto abbiamo conquistato una posizione al vertice in ambiti in cui non l’avremmo mai desiderato:
- nessun altro Paese industrializzato al mondo ha ampliato in misura così estesa l’attività dello Stato come la Svizzera;
- le spese della Confederazione sono aumentate da 31,6 miliardi di franchi (1990) a 51,4 miliardi di franchi (2005);
- i debiti della Confederazione sono cresciuti da 38,5 miliardi di franchi (1990) a 130,3 miliardi di franchi (2005). Se si sommano i debiti della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni, si registra una crescita da 97,7 miliardi (1990) a 246,5 miliardi di franchi (2004);
- le spese della Confederazione sono cresciute molto più in fretta dell’economia nazionale. Lo Stato riceve oggi quasi ogni secondo franco guadagnato in Svizzera: il cittadino medio del nostro Paese lavora in media i primi 156 giorni dell’anno – ossia fino alle vacanze estive – esclusivamente per lo Stato.
- abbiamo subito un’immigrazione massiccia non più controllabile. Sono arrivate persone con una pessima formazione che in gran parte non si sono integrate e per molte era più interessante vivere direttamente dello Stato sociale invece di affermarsi sul mercato del lavoro.
Quanto più i problemi crescevano, tanto più sono stati taciuti, smentiti, sminuiti.
Era dovere dell’UDC combattere una politica simile. La politica degli anni Novanta ci ha praticamente costretti ad andare all’opposizione.
Chi in quell’epoca difendeva la Svizzera borghese, doveva necessariamente opporsi a tutti gli altri partiti. La questione europea, che in definitiva ha spaccato il nostro Paese e la Svizzera borghese, lo ha dimostrato in modo lampante.
Negli anni Novanta la Svizzera e la sua situazione privilegiata sono state sistematicamente denigrate. La volontà all’autodeterminazione è stata denunciata come “isolazionismo”. La neutralità è stata liquidata come “superata” e “mendace”. Il federalismo, così importante per la nostra coesione, è stato irriso come “campanilismo cantonale”.
La Svizzera borghese è stata derisa e smantellata. Al suo posto è riuscito a imporre le sue idee lo schieramento politico che è a favore di un maggiore intervento dello Stato in ogni settore. L’indebitamento e l’aumento delle spese dello Stato sono l’espressione concreta di questa politica.
Uno Stato sociale straripante ne è stata la conseguenza. Invece di affidarsi al successo e alle prestazioni e impegnarsi per le persone che si contraddistinguono in quanto si assumono le proprie responsabilità, la politica è stata pervertita: al centro dell’attenzione vi erano di colpo quelli che approfittano dello Stato, che si fanno mantenere dagli altri, che fanno parlare di sé soprattutto a causa delle loro pretese.
Chi denunciava questo malcostume veniva fatto tacere con massicce dosi di moralismo. Gli abusi nell’ambito dell’asilo, la criminalità degli stranieri, i finti invalidi, la decadenza dell’educazione, lo Stato sociale straripante non potevano essere chiamati per nome. Chi non si lasciava intimidire veniva immediatamente condannato dai moralisti: xenofobo! distruttore dello Stato sociale! populista! ultraconservatore!
Noi non ci siamo fatti impressionare da questo falso moralismo.
Oggi in Svizzera si presenta un quadro molto vario. Riassumendo lo si potrebbe descrivere così: l’economia ha fatto i suoi compiti, la politica no.
Nell’ambito della competitività la Svizzera è migliorata e occupa oggi la sesta posizione a livello mondiale. Ogni anno centinaia di ditte trasferiscono la loro sede in Svizzera. La Svizzera è il secondo Paese al mondo per quanto riguarda l’attrattiva per lavoratori stranieri. Anno dopo anno migliaia di cittadini dell’UE affluiscono in Svizzera e anche il numero dei frontalieri è notevolmente aumentato. Cosa ci dicono questi fatti? Primo: la Svizzera ha potuto mantenere la sua attrattiva, perché si è decisa per una via al di fuori dell’UE. Siamo cosmopoliti, amici dell’Europa, ma non ci facciamo coinvolgere istituzionalmente, non permettiamo che la nostra autodeterminazione venga limitata. Ciò ci permette di seguire una politica che poggia sui nostri punti di forza. Secondo: è la nostra robusta economia (esterna) che ci rende attrattivi.
Prendiamo come esempio le imposte e l’aliquota statale. Negli anni Novanta le attività statali e di conseguenza anche le spese sono aumentate notevolmente. In nessun altro stato l’aliquota statale – ossia le spese dello Stato in relazione al totale delle prestazioni dell’economia – è cresciuta così tanto come in Svizzera. Ora, grazie ai programmi di sgravio, siamo riusciti perlomeno a stabilizzare la situazione. Ma la causa numero uno dell’aumento delle spese resta lo Stato sociale straripante – anch’esso una delle fatali eredità degli anni Novanta.
Diamo ancora un’occhiata al mercato del lavoro. Uno dei nostri punti di forza è un mercato del lavoro poco regolamentato e la disponibilità a lavorare più degli altri. Anche questo punto di forza è ora sottoposto a pressioni. I sindacati hanno tentato di imporre salari minimi, protezione dal licenziamento, orari di lavoro bassi, “misure accompagnatorie”, pensionamenti anticipati a scapito di coloro che lavorano – tutte ricette che conducono al declino economico, come lo dimostrano drasticamente i nostri vicini Francia e Germania. Dobbiamo assolutamente opporci a queste tendenze.
Che nel settore dell’educazione ci sia qualcosa di marcio lo dimostra la mediocre posizione che la Svizzera ricopre nello studio Pisa, nonostante le nostre spese per l’educazione siano le più alte al mondo. La mancanza di ingegneri, scienziati naturali e matematici deve farci riflettere. Anche questa è una conseguenza della “pedagogia riformista” ostile alla tecnologia e alle prestazioni.
Ma vediamo anche segnali di miglioramento. La svolta borghese avviata nel 2003 deve essere rafforzata e proseguita con le elezioni del 2007. Per fare ciò è necessaria un’UDC forte.
Dove vediamo miglioramenti?
Il Consiglio federale ha rinunciato all’adesione all’UE come “obiettivo strategico”. Non dice ancora di voler rinunciare all’adesione all’UE. Ma si tratta pur sempre di un progresso.
Per la prima volta dal 1990, nel 2006 il Consiglio federale ha potuto presentare un bilancio equilibrato. Ciò è una conseguenza dei programmi di sgravio e di riduzione delle spese. Stiamo faticosamente correggendo gli errori degli anni Novanta.
Nel mio Dipartimento ho potuto dimostrare che nel settore pubblico sono possibili risparmi sostanziali senza che per questo si debba rinunciare a prestazioni. Rispetto al bilancio prima della mia entrata in carica, nel Dipartimento di giustizia e polizia abbiamo potuto ridurre le spese di circa 230 milioni all’anno.
In questo Paese possiamo finalmente riparlare di abusi. Sia in riferimento all’AI, sia nel settore dell’asilo o in quello sociale. Ovviamente si cerca tuttora di impedire dibattiti urgentemente necessari. Mi limito a menzionare i settori della criminalità degli stranieri, della violenza dei giovani provenienti dai Balcani o la situazione nelle scuole svizzere. Ma stiamo distruggendo anche questi falsi tabù.
Sarebbe tuttavia fatale se ci fermassimo a metà strada. Dobbiamo proseguire la nostra politica. Non dobbiamo tornare agli anni Novanta in cui l’indebitamento e lo sperpero dominavano la politica, in cui i problemi e il malcostume venivano sistematicamente taciuti.
Dobbiamo far vedere ai cittadini la politica che vogliamo; che ci impegniamo a favore di questa Svizzera; che dobbiamo continuare ad adempiere questo incarico. Per fare ciò è necessaria un’UDC forte.
Possiamo fare una politica su misura per un piccolo Stato neutrale e federalista con un’economia fortemente orientata all’esportazione.
Ma soprattutto dobbiamo mettere in primo piano le virtù borghesi che ci hanno portato benessere e successo: la diligenza, la bravura, l’impegno e la responsabilità individuale, soprattutto la responsabilità individuale. Si tratta di una strada faticosa, ma in definitiva proficua.