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Un riferimento svizzero per l'ONU
Il Laboratorio AC di Spiez collabora da anni con gli organismi internazionali.
Per l'Organizzazione che controlla il rispetto del divieto di armi chimiche il laboratorio produce sostanze proibite, che poi analizza.
Il Laboratorio nazionale di Spiez, nel canton Berna, è l'ente svizzero specializzato in materia di minacce atomiche, biologiche e chimiche, nonché di rischi tecnologici. Dipende direttamente dal Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS).
Venne creato nel novembre del 1925 e incorporato nel Politecnico federale di Zurigo. Attualmente non si occupa solo di questioni militari ma si dedica sempre di più anche a compiti civili.
Dopo la catastrofe nucleare di Cernobyl, gli esperti di Spiez analizzarono generi alimentari, l'erba dei prati, l'acqua dei laghi, l'aria, alla ricerca di radioattività.
Apprezzato internazionalmente
A livello internazionale, il laboratorio svizzero produce per l'Organizzazione per il divieto di armi chimiche con sede all'Aja (OPCW), le stesse sostanze, bandite dalla comunità internazionale e questo perché per poter controllare l'applicazione del divieto e distruggere le sostanze già sul mercato, bisogna conoscerne l'esatta natura.
Le conoscenze specifiche del laboratorio sono quindi molto apprezzate anche all'estero e la centrale di Spiez è il laboratorio di riferimento dell'ONU. L'istituzione svizzera è diventata famosa negli anni ottanta, quando l'Iraq impiegò gas letali nella guerra contro l'Iran. Migliaia di soldati iraniani persero la vita.
Campioni del gas usato dagli iracheni vennero subito spediti a Spiez, dove passarono al vaglio degli esperti svizzeri. Da allora gli specialisti di Spiez sono richiesti su tutti i fronti di guerra.
Di recente sono stati incaricati, sempre dalle Nazioni Unite, di analizzare le munizioni all'uranio impoverito impiegate dai soldati americani nella guerra del Kossovo e di controllare lo smaltimento di sostanze chimiche tossiche da parte delle Forze armate albanesi.
Elena Altenburger, swissinfo
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