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Forse non esiste al mondo sport tradizionale più conosciuto del sumo. Le origini di questa lotta giapponese affondano le proprie radici a più di 1500 anni fa, quando nacque nel contesto rituale della religione scintoista. Ogni signore e ogni provincia aveva i propri lottatori come “rappresentanti” che si sfidavano in tornei organizzati dalla corte imperiale. Il sumo professionale risale all’epoca Edo (XVII secolo) e all’inizio la maggior parte dei lottatori erano ex samurai o ronin che avevano bisogno di soldi. Col passare del tempo la struttura organizzativa di queste competizioni è diventata sempre migliore e pure il fisico dei lottatori è cambiato.
Ma come funziona? Due rikishi (o sumotori, il termine con cui vengono definiti i lottatori) si sfidano su un ring chiamato dohyo sotto gli occhi di un arbitro. Le regole appaiono piuttosto semplici, per vincere si deve atterrare l’avversario oppure spingerlo fuori dal dohyo. In realtà però molti sono i divieti come colpire con un pugno, prendere per i capelli, afferrare per la gola, ecc.; c’è pure il divieto di perdere il mawashi, l’enorme perizoma tipico dei lottatori, perché il rimanere nudi equivarrebbe a una squalifica! Anche le mosse utilizzate non sono casuali, ma rientrano in un codice di colpi permessi (kimarite) che tradizionalmente sono 48 (in realtà sono di più) e si distinguono in 4 categorie: mosse di spinta, di traino, proiezioni e sollevamenti. Il tutto naturalmente sempre contorniato da rituali prima e dopo l’incontro, come ad esempio lo shiko (il classico sollevamento alternato delle gambe) che serve a scacciare i demoni o il lancio del sale, che è invece un gesto propiziatorio.
Sono sei i tornei che si svolgono durante l’anno, tre a Tokyo, uno ad Osaka, uno a Nagoya e uno a Fukuoka. A sfidarsi non sono certo dei lottatori qualunque, visto che come in molti altri sport anche nel sumo vi è un ranking. Vi sono sei divisioni, delle quali solo la massima (makuuchi division, con 42 lottatori) viene generalmente mostrata in televisione e della quale fanno parte i migliori rikishi del paese e sono coloro che davvero possono considerarsi professionisti, visto che nelle divisioni inferiori non si ricevono salari ma piuttosto dei rimborsi. Nella competizione, che dura 15 giorni, i lottatori hanno un incontro al giorno nel quale sfidano un altro wrestler della stessa divisione e alla fine colui che ha ottenuto il maggior numero di vittorie si aggiudica il torneo (in caso di parità tra due rikishi c’è un match di spareggio). Avere 8 vittorie in un torneo (ovvero più vittorie che sconfitte) permette al lottatore di mantenere il proprio ranking all’interno di una divisione, perderne di più significherebbe rischiare di “retrocedere”, mentre vincerne di più potrebbe portare a una promozione.
Il grado più alto raggiungibile è quello di yokozuna, il miglior lottatore della makuuchi division. Per raggiungere questo titolo però non basta vincere, dato che i criteri per diventare yokozuna sono un po’ diversi. Un lottatore deve avere abbastanza forza, talento e dignità per ricevere questo status. Non ci sono caratteristiche o limiti assoluti, tanto che vi sono stati periodi senza yokozuna e altri in cui ve n’erano fino a quattro. Tutto sta alla JSA (Japan Sumo Association) che può decidere o meno se premiare un sumotori particolarmente bravo e che deve però pure avere la responsabilità di essere la “faccia” dello sport.
In un mondo sempre più mediatizzato anche il sumo lo è diventato, pur restando fermamente attaccato alle tradizioni forti di un paese come il Giappone. I sei tornei annuali attirano un sacco di spettatori e sebbene i prezzi per poter assistere ad una giornata di lotte siano notevoli, c’è praticamente sempre il tutto esaurito. Oggi più che mai però il sumo è sull’orlo del non ritorno, macchiato da sempre più scandali e confrontato con problemi che ne hanno tacciato la secolare immagine e da cui dovrà letteralmente lottare per riuscire ad uscirne.
In primis c’è da sapere che anche nel giapponenesissimo sumo negli ultimi anni vi è stata una vera invasione di stranieri. Negli anni 90′ vi furono gli americani Akebono e Musashimaru, che costituivano una piccola e per certi versi folkloristica percentuale, ma oggi vi sono un gran numero di europei (estoni, georgiani, bulgari) e soprattutto di mongoli che hanno trovato notevole fortuna nel sumo. Non a caso tra il 2003 ed il 2017 vi sono stati quattro yokozuna e tutti venivano dalla terra di Gengis Khan, inclusi i due recordmen Asashoryu e Hakuho. Questi due sono però stati coinvolti in parecchie discussioni. In particolare Asashoryu è stato più volte al centro di critiche, dalle accuse di combine, alla mancanza di etica e di doveri da yokozuna, come pure di aggressione ad un ristoratore da ubriaco che poi fu alla base del suo ritiro. Non certo l’esempio di “dignità” di uno yokozuna…e infatti ciò ha portato come conseguenza il problema dell’avere dei gaijin (stranieri) che ricoprono posizioni così importanti.
L’avvento ed il successo degli stranieri è in parte però dovuto anche alla sempre maggiore “latitanza” di talenti giapponesi. Sono infatti sempre meno i giovani del paese del Sol Levante che vogliono dedicare la propria vita al sumo. Una volta era anche un modo per uscire dalla povertà, ma oggi un impegno così duro e difficile, una vita quasi da clausura che non garantisce nemmeno un salario degno di nota (uno yokozuna prende “appena” 300.000 dollari l’anno…), non è certo il lavoro che i giovani sognano. Proprio in questo senso più volte sono uscite storie riguardo a vari giovani sumotori che venivano picchiati e bullizzati dai propri maestri per “forgiarne” il carattere, cosa che recentemente ha costretto alle dimissioni dalla JSA un lottatore leggendario come Takanohana. Non solo, ma come dimenticare lo shock degli incontri truccati che nel 2011 portò all’espulsione di ben 14 lottatori o i legami con la mafia giapponese, la yakuza (nel 2010 un gruppo della Yamaguchi-gumi comprò tutti i biglietti a bordo-ring per apparire in televisione così che il loro capo li potesse vedere dal carcere).
Il sumo sta quindi attraversando uno dei periodi più bui e duri della propria millenaria esistenza, ma c’è da credere che un popolo così dedicato e legato alle proprie radici come quello giapponese riuscirà a far fronte anche a questo problema facendo tornare a splendere uno sport così importante e ricco di fascino, che da sempre suscita l’interesse e la curiosità di migliaia di persone.