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27.11.2009 - Articolo
Bilanci contrastanti e guadagni sociali minacciati
Crisi finanziaria in Asia Centrale
Come ha affrontato l’Asia Centrale lo choc subìto dalla crisi finanziaria? Il Kazakistan, la Repubblica del Kirghizistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan hanno vissuto questa situazione in modo differenziato.
La crisi economica ha iniziato a farsi sentire dal secondo semestre del 2008, caratterizzato da una riduzione delle possibilità offerte ai lavoratori emigrati e da una flessione dei traffici commerciali e d’investimento. L’impatto maggiore si è manifestato tuttavia soltanto nel primo trimestre del 2009. Il seguito dipende ora dall’attitudine della Cina, della Russia e degli Stati Uniti a fornire un sostegno finanziario in risposta al controllo delle risorse in Asia Centrale, in particolare di acqua ed energia.
Il Kazakistan se la cava piuttosto bene
Il PIL dovrebbe calare del 3% in funzione del prezzo del petrolio, valutato a 75 dollari il barile. La domanda per l’industria che non è legata al petrolio è virtualmente crollata. La disoccupazione dovrebbe prevedibilmente raddoppiare, passando dal 7 al 13%. La causa essenziale della crisi attuale risiede nell’aumento eccessivo del credito bancario finanziato dall’estero e da una concentrazione eccessiva di riflussi finanziari nei settori non commerciali. Ma i Kazaki non mancano di assi nella manica: oltre a vantare spiccate capacità di apprendimento e ad applicare politiche ponderate, dispongono di riserve petrolifere per 22 miliardi di dollari oculatamente gestite; inoltre il governo si adopera al fine di mantenere la stabilità fiscale.
Il Kirghizistan è relativamente protetto
La crescita del PIL è regredita dell’1,4% tra il 2008 e il 2009. La produzione di capi di vestiario si è contratta del 40%. Il settore energetico è andato fortemente deteriorandosi e soffre segnatamente di una cattiva gestione, di perdite secche e di investimenti sufficienti; ciononostante, sono stati registrati progressi significativi volti a ridurre il debito estero. Il Paese è notevolmente retroceduto nell’indice della corruzione allestito da Transparency. L’economia kirghiza permane relativamente al riparo dalla crisi grazie all’importanza e alla flessibilità assunte dalla sua economia parallela, alla qualità dei suoi lavoratori emigranti e all’attitudine del governo di conservare il sostegno internazionale destinato al suo budget.
Il Tagikistan a un passo dall’allarme rosso
Questo Paese ha sofferto una crisi energetica più grave del vicino Kirghizistan e la siccità del 2008 ha ridotto drammaticamente la produzione agricola. Ma l’economia tagika permane vulnerabile a causa della sua eccessiva interdipendenza con le remittance che rappresentano circa la metà del suo prodotto interno lordo e che hanno registrato una flessione del 30%. Tale calo perdura tutt’ora e anche l’esportazione dell’alluminio e del cotone appare indebolita. Questi due principali settori d’esportazione del Paese sono fortemente colpiti dalla crisi a causa della loro sovrabbondanza. Agli aspetti menzionati si aggiunge il limitato sostegno internazionale accordato al budget governativo. Unico punto positivo: l’eccessiva produzione di cotone ha indotto i contadini a diversificarsi in altre colture che si rivelano più interessanti sul mercato. La crisi energetica dello scorso inverno rischia di ripetersi. Disponendo solo di una riserva di un mese d’importazioni, il governo non avrà i fondi per pagare l’energia fornita dall’Uzbekistan e dal Turkmenistan. Un sostegno concertato dalla comunità di donatori si rivela necessario al fine di evitare un indebolimento troppo marcato dello Stato.
L’Uzbekistan: grandi investimenti e sforzi per l’impiego
La crescita del PIL è stata dell’8% nel 2007 e del 9% nel 2008 mentre per il primo trimestre 2009, del 7%. Come le remittance dei lavoratori emigrati, anche i redditi per l’esportazione del cotone e del gas segnano una diminuzione, ma in minor misura; tali versamenti costituiscono una piccola quota delle entrate di preventivo. In contrasto con queste tendenze figurano gli investimenti potenziali di Cina, Corea e Giappone e le esportazioni di oro e gas che permarranno massicce. L’economia uzbeka è in qualche modo protetta dalla crisi a causa del suo isolamento e dal controllo esercitato dal governo centrale. L’impatto maggiore è avvertito in termini di riduzione delle possibilità d’impiego per i lavoratori emigranti. In questa situazione il governo uzbeko non si è limitato ad attirare capitali esteri bensì ha compiuto sforzi tesi alla creazione di nuovi impieghi. Grandi investimenti sono intrapresi nei settori stradale ed energetico.
Futuro roseo per il Turkmenistan
Il Turkmenistan è il Paese meno toccato dalla crisi. Ha ricevuto un’importante ordinazione per la costruzione di una pipeline di gas naturale.
Guadagni sociali minacciati
Durante il periodo 2007-2008 l’Asia Centrale ha registrato una riduzione della povertà e un netto miglioramento della qualità di vita. La probabilità che tali progressi si ridimensionino va seriamente considerata, specie nel Tagikistan e in misura minore nel Kirghizistan e nell' Uzbekistan, Paesi che compiono sforzi sostanziali nell’intento di conservare i vantaggi sociali raggiunti.
Da notare che, diversamente da altre regioni in sviluppo, soltanto una quota modesta del contributo finanziario elargito dai donatori è impiegato per il finanziamento di questo Paese. I guadagni sociali accumulati nell’ultimo decennio minacciano di essere compromessi dalla crisi. La cooperazione si rivela di conseguenza più importante che mai per l’Asia Centrale, la quale deve rimanere stabile e proseguire il suo sviluppo.