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“Osservo delle nuvole sopra la Terra, piccoli cumuli, e l’ombra che lasciano. Bello, bellissimo!… Attenzione. Vedo l’orizzonte della Terra.” Così Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, descriveva il panorama davanti ai suoi occhi. Sessant’anni fa, alle 9:07 del 12 aprile 1961, la navicella Vostok 1 si era staccata da terra con a bordo il cosmonauta sovietico. Dopo 108 minuti di volo e un’intera orbita attorno al pianeta, Gagarin atterrava sano e salvo.
L’uomo dietro la leggenda
Chi era Jurij Gagarin? Nato nel 1934 in una famiglia contadina del villaggio di Klushino, nella regione di Smolensk, Jurij era il terzo di quattro figli. Gli anni della guerra furono terribili per tutta la famiglia. Il villaggio venne occupato dai tedeschi nell’ottobre 1941, quando Jurij aveva appena iniziato ad andare a scuola. I Gagarin vennero cacciati dalla propria casa, in cui i tedeschi allestirono un’officina, e dovettero costruire un rifugio di terra dove sopravvivere l’inverno. Nel 1943 il fratello maggiore e la sorella di Jurij furono deportati in Germania dai nazisti in ritirata. Dopo la guerra, la famiglia si trasferì nella vicina cittadina di Gzhatsk, che nel 1968 venne rinominata proprio Gagarin. Nel 1949 Jurij si trasferì a Mosca, iniziando un percorso di studi che nel 1955 lo porteranno a completare, con ottimi risultati, la formazione di fonditore presso l’Istituto tecnico industriale di Saratov. Parallelamente si iscriveva a un aeroclub, dove imparò a pilotare piccoli aeroplani: la passione per il volo non lo abbandonerà più. Appena finiti gli studi, venne convocato nell’esercito, e indirizzato all’accademia di aeronautica. Gagarin si dimostrò un ottimo pilota, ma inspiegabilmente non riusciva a compiere correttamente gli atterraggi. Ciò lo portò a un passo dall’espulsione dall’accademia. Sarebbe stata una personale tragedia per il futuro cosmonauta, che all’ultimo momento venne però salvato dal comandante dell’accademia, che, notando la sua bassa statura (157 centimetri), intuì la causa degli insuccessi dell’allievo. La statura limitava infatti il suo campo visivo nella cabina di pilotaggio, e quando il suo sedile venne alzato, Jurij riuscì finalmente a superare le prove di atterraggio.
Ironicamente, ciò che rischiava di costargli la carriera di pilota gli permise di essere reclutato nel programma spaziale. Nel 1959 infatti iniziarono le selezioni dei possibili candidati per il primo volo nello spazio, e una statura contenuta era tra i fondamentali criteri fisici. Tali misure erano rese necessarie dalle dimensioni delle prime navicelle.
La prima squadra di cosmonauti sovietici fu così costituita da venti piloti militari, e Jurij Gagarin fu tra questi. A gennaio 1961, il gruppo era ridotto a sei. Ci sono innumerevoli teorie sul perché proprio Gagarin sia stato scelto tra i sei candidati. Sicuramente il generale Kamanin, addestratore dei cosmonauti, e il progettista Korolëv, leggendario padre della ricerca aerospaziale sovietica, non potevano non rendersi conto che il primo uomo nello spazio sarebbe diventato una celebrità mondiale, e avrebbe dovuto sopportarne il peso. Serviva una persona estroversa, capace di rapportarsi con i media, e – perché no? – anche fotogenica. Gagarin era tutte queste cose.
Infatti, quel fatidico 12 aprile 1961, da perfetto sconosciuto Gagarin divenne l’uomo più famoso del pianeta. Nei mesi e anni successivi visitò una trentina di paesi, tra cui l’amica Cuba, il Canada, il Regno Unito (dove incontrò la regina), ma non gli Stati Uniti. Il presidente Kennedy infatti, spaventato dalla sua popolarità, ne aveva vietata la visita. Jurij conquistò il mondo con la sua simpatia, umiltà e il sorriso carismatico.
Ormai una leggenda vivente, Gagarin venne allontanato, con suo grande dispiacere, dai voli spaziali. Il rischio di incidenti mortali era alto, e il suo mito non poteva essere messo in pericolo. Tuttavia questo non gli risparmiò una sorte tragica: il 27 marzo 1968, nel mezzo di un volo sperimentale, il caccia che guidava insieme al pilota-istruttore Vladimir Seryogin si schiantò al suolo. A soli 34 anni, lasciava la moglie Valentina e le figlie Elena e Galina.
Lo spazio e la Guerra Fredda
Cosa significò il volo di Gagarin? Quel giorno, il sogno dell’umanità intera di raggiungere lo spazio veniva coronato dal successo. Ma per alcuni fu anche una doccia fredda. L’Unione Sovietica batteva sul tempo gli Stati Uniti, come già successo con il primo satellite artificiale, lo Sputnik, e si aggiudicava un altro primato nella corsa alle stelle. L’americano Alan Shepard avrebbe raggiunto lo spazio nel maggio dello stesso anno, ma la Storia non ricorda mai i secondi arrivati. E mentre il mondo socialista esultava, gli americani dovevano prepararsi ad altre delusioni. Nel 1963 Valentina Tereshkova diventava la prima donna nello spazio, mentre nel 1965 Nikolaj Leonov compiva la prima “passeggiata spaziale”. I sovietici fecero da apripista nella corsa allo spazio, fino al luglio 1969, quando gli USA, con l’Apollo 11, si presero la rivincita. Ma anche dopo l’allunaggio americano, l’URSS continuò ad ottenere importantissime vittorie nell’esplorazione del cosmo. Nel 1970, una sonda sovietica per prima atterrava su Venere. Nel 1971, Saljut-1 diventava la prima stazione orbitante.
Il collasso dell’URSS stroncò un programma spaziale ancora dinamico e all’avanguardia. Nel 1986 venne lanciato in orbita il primo modulo della stazione modulare orbitale Mir, precorritrice della Stazione Spaziale Internazionale. Nel 2001 il governo russo prese la controversa decisione di distruggerla, siccome era troppo costosa. Nel 1988, compì il suo primo e unico volo, pilotata da remoto, la navicella Buran, simile allo Space-Shuttle. Nel 1990 il promettente programma fu sospeso, e nel 2002 il Buran stesso rimase distrutto nel crollo dell’hangar in cui era conservato.
Oggi, in questo sessantesimo anniversario, l’impresa di Gagarin testimonia il fondamentale contributo che il socialismo sovietico ha portato all’umanità. E soprattutto, in un’epoca in cui persino la ricerca spaziale viene privatizzata, ci ricorda che “socialismo” è stato in passato sinonimo di “progresso”, e che, inevitabilmente, lo sarà anche in futuro.
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