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Storia naturale della distruzione - Georg Winfried Sebald
Una raccolta di diversi scritti dell'autore sul tema della memoria collettiva, della percezione della storia e dell’identità personale.
Ancora nel 1950 si potevano vedere, nella città di Pforzheim, innalzate su cumuli di macerie, delle croci di legno inchiodate. Erano queste il triste lascito di una campagna di distruzione che, tra il 1942 e il 1945, aveva raso al suolo la maggior parte delle città tedesche. Un’immensa opera di bombardamento che, alla fine della guerra, lasciò alle proprie spalle più di sette milioni di sfollati e senzatetto, mentre più di seicentomila persone persero la vita.
Ciao a tutti, sono Michele Marchioni e studio letteratura all’Università della Svizzera italiana. Il libro che ho deciso di portare per l’incontro di oggi tocca un tema tanto lontano quanto vicino. Lontano perché tratta avvenimenti distanti nel tempo – cioè la Seconda guerra mondiale – e vicini, perché parla di problemi molto attuali anche per noi.
La Storia naturale della distruzione è il titolo di una raccolta di diversi scritti di Georg Winfried Sebald sul tema della memoria collettiva, della percezione della storia e dell’identità personale. È il frutto di un lavoro che confluì in un unico volume a seguito di un ciclo di conferenze che lo scrittore tenne a Zurigo. Nel 2004 Adelphi ne ha pubblicato la versione italiana.
A partire dal 1942, quando già le sorti del conflitto stavano delineandosi a sfavore dei tedeschi, le forze britanniche e americane misero in atto una campagna di bombardamento aereo sul territorio nemico, per indebolirlo e per fiaccare il morale della popolazione. Nessuna città tedesca fu risparmiata dalle bombe. Nel suo libro Sebald si interroga su quali furono le conseguenze della guerra condotta dagli alleati contro la Germania nazista.
Come racconta molto bene lo scrittore, i danni materiali e morali portati dai bombardamenti alleati sulle città tedesche furono enormi. Ma che cosa provarono milioni di persone nel momento in cui le proprie case crollavano a pezzi, mentre le bombe al fosforo appiccavano incendi che si propagavano per le strade e per i tetti?
La devastazione portata dalla guerra divenne in Germania, secondo Sebald, un infame segreto di famiglia, un argomento da dimenticare. “Ma ciò rappresenta un insieme di circostanze assolutamente paradossale” – sostiene Sebald – “se si pensa a quante persone furono in balia di quegli attacchi – per giorni e giorni, mesi e mesi, anni e anni – e per quanto tempo, nel lungo periodo del dopoguerra che ne seguì, esse dovettero misurarsi con conseguenze tali da soffocare qualsiasi atteggiamento positivo nei confronti della vita”.
D’altronde, nota lo scrittore, come avrebbe potuto il popolo tedesco pretendere risarcimenti e giustificazioni per le violenze subite, dopo quanto esso stesso aveva causato? I tedeschi erano colpevoli e non avevano diritto di elaborare la propria colpa. Fu così che l’argomento fu messo a tacere, divenendo nel corso degli anni, il grande rimosso del popolo tedesco.
Cercando di ricostruire come i generali inglesi e americani avessero progettato e portato avanti il proprio piano di azione, Sebald si chiede fino a che punto un’operazione di questo genere fosse strategicamente e moralmente giustificabile. La domanda, naturalmente, vale anche per noi. Ci basti riportare un particolare inquietante, che spero farà riflettere. Nel 1952 il generale di brigata Frederick Anderson concesse un’intervista a un giornalista di Halberstadt. Il giornalista chiede all’intervistato se l’attacco alla città si sarebbe potuto evitare, innalzando, ad esempio, una grande bandiera bianca sul tetto del campanile della città. Nella sua risposta il generale rileva che il carico di bombe costituisce una merce costosa, nell’atto pratico non la si può buttare via, scaricandola sui monti o nelle campagne, dopo tutta la fatica fatta in patria per produrle.
Come ricordava Wiston Churchill, costruire può essere un lento e laborioso compito di anni, distruggere può essere l’atto sconsiderato di un solo giorno.