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Per ripartire e tentare di lasciarci dietro le spalle un declino economico quasi certo, ecco che l’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate (2009) merita di essere riletta e studiata. La dottrina sociale della Chiesa oggi come allora mira alla salvezza dell’uomo e in materia economica non smentisce ma traduce in chiave attuale concetti e pensieri maturati lontano nei secoli (medievali). Ad esempio al numero 21 si può leggere: «(…) Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e di creare povertà». Oppure al numero 36 è sintetizzato il risultato in modo cristallino di oltre due secoli di dispute medievali: «La Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. (…) Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale». Per chiudere, e a riconferma dell’esistenza, sebbene spesso messo al margine, di un forte pensiero economico laico e cristiano-liberale ecco la rima di Wilhelm Röpke definito un ordoliberale, membro della Mount Pelerin Society (liberisti): «Se gli uomini che competono sul mercato - e nel mercato mirano a conseguire un profitto - non sono fortemente legati a vincoli morali e sociali alla comunità, anche la concorrenza degenera gravemente. Ciò significa, come ho avuto modo di dire più volte, che l’economia di mercato non è tutto». Crisi e progresso. A mezza estate del 2009 esce un Papa e ci dice, in modo fermo che stiamo sbagliando ma con altrettanta dolcezza ci corregge e scrive che nulla è perso offrendoci una via per uscirne (Caritas in veritate). Viene in nostro soccorso paradossalmente proprio in questi ultimi anni in cui il progresso nelle forme dell’economia in crescita senza fine, della scienza che svela ogni segreto, della tecnologia che crea sé stessa, sembra correre senza freni. Proprio quando ci sembrava di non dover più necessitare di “ispirazioni esterne” immateriali e irrazionali; proprio quando l’uomo è al massimo della convinzione che è diventato lui l’unica misura di tutto grazie al fatto di essere in contemporanea homo faber, homo oeconomicus e homo politicus; proprio quando sta per riuscire a costruire “sistemi talmente perfetti che l’uomo non necessita più di essere buono» (T. Eliot) ecco che qualcuno con carità, misericordia, compassione e simpatia mette in guardia l’uomo post moderno da questa presunzione fatale. Dopo 42 anni della Popolorum progressio di Paolo VI, papa Ratzinger ha il coraggio di fare una verifica su cosa e su come l’uomo ha sfruttato questi anni di grazia, di opportunità e di benessere. Ci rilancia, ci stimola a continuare, a trarre i giusti insegnamenti da quello che abbiamo vissuto e sperimentato in questi decenni (“Vagliate tutto e trattenete il buono”, S.Paolo) e ci sprona a mettere a frutto i talenti ricevuti e sfruttare la nostra “imago dei” ma ad operare nella verità ultima delle cose (“Tutto quello che l’uomo sa fare, non significa che è lecito che lo faccia”, R. Guardini). È un’enciclica che ridà la giusta connessione a scienza e tecnica, a economia e mercato, a politica e Stato, a pluralità e globalizzazione; che promuove l’uomo attraverso un umanesimo integrale (J. Maritain) rendendo inseparabili spirito e materia, fede e ragione, sottraendolo dal pericolo di conquistare tutto ma di perdere sé stesso.