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I Paesi dell'OPEC+ sono rimasti parzialmente sordi agli appelli di Joe Biden e hanno deciso mercoledì di rallentare il ritmo degli aumenti della produzione. Il presidente degli Stati Uniti auspicava che i rubinetti venissero aperti in modo più deciso, così da frenare l'incremento dei prezzi, con conseguenze sui carburanti e di riflesso sulla forte inflazione, che getta ombra sulle possibilità dei democratici alle elezioni di metà mandato in novembre.
I produttori di greggio dell'OPEC guidati dall'Arabia Saudita e gli alleati condotti dalla Russia hanno convenuto che in settembre verranno immessi sul mercato 100'000 barili in più, secondo quanto comunicato. Per i due mesi precedenti ne erano stati promessi rispettivamente 432'000 e 648'000 in più. L'effetto immediato è stato il contrario di quanto sperava la Casa Bianca: i prezzi sono saliti. Nella speranza di influenzare la decisione, Biden aveva persino incontrato due settimane fa il principe ereditario saudita, perdonando di fatto l'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.
I 23 membri dell'OPEC dovevano rinnovare un'intesa in scadenza e sulla carta hanno ritrovato i livelli pre-pandemici. Nel 2020 era stato infatti stabilito di ridurre l'estrazione, visto che il rallentamento economico dovuto al Covid non permetteva di assorbire i volumi usuali.
La nuova strategia che non può piacere a Washington fa invece il gioco di Mosca, che ha interessi diametralmente opposti. Allo stesso tempo, però, dimostra che l'organizzazione rimane unita al suo interno e anticipa i rischi di una recessione, che già hanno frenato i prezzi nelle ultime settimane, tanto che rispetto ai massimi di marzo (a inizio conflitto in Ucraina) l'oro nero vale ora un terzo in meno.
- Notiziario 17.00 del 03.08.2022 Petrolio