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ZURIGO - Le grandi catene di abbigliamento non mancano di ingolosire i clienti con prezzi bassi. E, sulla carta, assicurano spesso di garantire comunque salari equi a chi, i vestiti, li fabbrica. Non c’è motivo di sentirsi in colpa a risparmiare un po’ insomma, no? Non proprio.
Secondo l’organizzazione non governativa svizzera Public Eye, infatti, si tratta spesso di promesse vuote. Su 45 società di moda internazionali solo due pagano a una parte dei propri collaboratori un salario che assicuri un’esistenza dignitosa. E ciò benché nove aziende - tra le quali figurano C&A, H&M, Inditex, Mammut, Nile e Tchibo - si impegnino a garantire stipendi dei quali si possa vivere, ovvero che permettano ai dipendenti e alle loro famiglie di soddisfare i loro bisogni di base e avere ancora qualche soldo in tasca.
Solo Nile corrisponde a una parte dei propri collaboratori una retribuzione dignitosa. La stragrande maggioranza dei dipendenti riceve invece il salario minimo, che, secondo Public Eye, in Paesi di produzione quali l’India, il Bangladesh e la Cina è troppo basso. Laggiù, i lavoratori continuano quindi a vivere in condizioni di profonda povertà.
H&M, Tchibo e Zalando partecipano dal canto loro al programma volontario ACT, che ha come obiettivo quello di alzare i salari del settore tessile. Le catene di distribuzione, però, sono complesse e gli stipendi bassi rimangono un problema sistematico. Soluzioni dirette quindi non ce ne sono, spiega un portavoce di Tchibo.
Molte catene di moda, insomma, sono impegnate a migliorare le retribuzioni dei lavoratori nei luoghi di produzione. Secondo Public Eye, tuttavia, le misure volontarie non hanno finora portato molti risultati concreti.