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"Bottecchia è la rivelazione più sensazionale del Tour", disse nel 1923 Henri Degrange, ideatore della Grande Boucle ed ex detentore del record dell’ora. "Povero, scuro, taciturno, questo virgulto d’una famiglia di prodi soldati – senza conoscere una parola del nostro idioma e senza aver mai visto una strada francese – ha dimostrato di essere un grande campione. Immaginatelo l’anno venturo, meglio preparato ad affrontare le incognite del percorso e più esperto dei nostri sistemi di gara, e vedrete ciò che saprà fare il generoso e leale bersagliere italiano".
Al netto dell’enfatica retorica con cui Degrange omaggia l’alleato in una guerra mondiale vinta solo pochi anni prima, rimane il fiuto quasi infallibile con cui il direttore della corsa sapeva riconoscere i fuoriclasse. E a predirne il glorioso futuro.
Dodici mesi più tardi, infatti, Ottavio Bottecchia dominò il Tour: nessuno prima di lui l’aveva fatto vestendo la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Era inoltre il primo italiano a vincere la corsa più prestigiosa al mondo, e l’anno seguente avrebbe concesso il bis. Era la metà dei ruggenti anni 20, il mondo pensava a divertirsi e la crisi di fine decennio non era ancora nemmeno lontanamente ipotizzabile. Era la Parigi travolgente di Picasso e Josephine Baker, del jazz, del charleston, di Gertrude Stein e della Festa Mobile di Ernest Hemingway. Ottavio Bottecchia rientra in Italia ogni volta più famoso, ma anche più ricco: grazie a una sottoscrizione promossa dalla Gazzetta dello sport, vengono raccolte e consegnate al campione ben 70mila lire, cioè il salario che un operaio metteva insieme in una decina d’anni. Quella di Bottecchia, classe 1894, pare dunque la classica storia di un povero che, grazie allo sport, trova riscatto ed eterna felicità dopo una gioventù di privazioni. Ma non sarà così.
Ottavo – ça va sans dire – e ultimo figlio di un carrettiere veneto, svolge i lavori più umili finché a vent’anni viene arruolato e spedito sul Carso come caporale fra i bersaglieri ciclisti. A pedalare, però, deve ancora imparare, non essendo mai montato in sella in vita sua. Al fronte ne passa di tutti i colori: contrae la malaria, viene intossicato dal gas, per tre volte viene fatto prigioniero ma sempre riesce a fuggire. Congedato, rincasa con una medaglia di bronzo al valore militare e un travolgente amore per la bicicletta. Grazie ai mille lavori che si procura, mette insieme i soldi necessari ad acquistare una "macchina", come si diceva allora, e inizia a correre fra i dilettanti, dove viene presto notato da un uomo di Luigi Ganna, colui che per primo aveva vinto il Giro d’Italia. Accetta l’offerta: a 27 anni diventa dunque professionista per la Ganna-Dunlop e subito si mette in mostra chiudendo 8° nel Lombardia, 9° alla Sanremo e 5° nella Corsa rosa. Abbastanza per indurre i francesi a ingaggiarlo per il Tour, dove sotto le insegne dell’Automoto fa sfracelli: porta la Maglia gialla per 6 tappe e chiude secondo nella generale, guadagnandosi le lodi di Degrange riportate a inizio pagina. Se cent’anni fa le corse erano dure, la Grande Boucle era durissima: partenze alle 2 del mattino, 10-12 ore di gara, tappe di oltre 400 km su bici di 28 kg e senza alcuna assistenza tecnica. Su Youtube si trovano spettacolari filmati d’epoca prodotti dalla Gaumont, andate a vederveli, ne vale la pena. Da quelle prove infernali, come detto, Ottavio esce trionfatore per due anni consecutivi e assurge a idolo delle folle. E così, sfruttando una fama ormai sconfinata, entra in società con Teodoro Carnielli e si mette a costruire ottime bici che portano il suo nome: le Bottecchia si vendono bene ancora oggi. La gente lo adora e vorrebbe che, dopo tanti prestigiosi successi all’estero, conquistasse finalmente anche il Giro d’Italia. Il campione promette solennemente che un giorno vi riuscirà, ma purtroppo non succederà mai.
Ottavio Bottecchia morirà infatti nel 1927, ancor prima di compiere 33 anni. Venne ritrovato agonizzante da un contadino il 3 giugno, ufficialmente colpito da malore occorsogli durante un allenamento che stava svolgendo, da solo, lungo una strada di campagna del Friuli. I dettagli di quell’incidente, però, non furono mai del tutto chiariti, e attorno alla morte del campione non si è mai smesso di avanzare le più svariate congetture e supposizioni. All’ospedale di Gemona, dove fu portato non certo celermente, gli vengono riscontrate diverse fratture craniche e alla clavicola destra. Si spegnerà il giorno 15, esattamente 95 anni fa, senza mai riuscire a riprendere del tutto conoscenza. La notizia della sua scomparsa tiene banco su tutti i giornali, ma al suo funerale, dove sono presenti i suoi più forti rivali stranieri, spicca l’assenza dei suoi colleghi italiani, come Binda, Belloni e Girardengo. C’è qualcosa che non va, iniziano a dire i più sospettosi.
La versione ufficiale, quella del malore, andava bene quasi a tutti. A cominciare dalla moglie, che la sostenne fino all’ultimo dei suoi giorni. I più maliziosi, però, fanno notare che ciò le tornava comodo: solo in caso di morte accidentale, infatti, avrebbe potuto incassare il cospicuo premio assicurativo sulla vita di Ottavio. Soldi che, pare, subito investì in case e terreni. Certo è che il referto medico parla di fratture non compatibili con una semplice caduta dalla bicicletta: quel tipo di fratture craniche fanno pensare piuttosto a una scarica di sonore bastonate. La bici di Bottecchia, fra l’altro, non aveva neanche un graffio: davvero strano, nel caso di un volo rovinoso. E così, si fa largo l’ipotesi della vendetta di un marito fatto becco o di un vignaiolo che, sorpreso Bottecchia a rubargli grappoli d’uva, lo avrebbe punito appunto a legnate. Si tratta di una versione poetica che venne sostenuta a lungo, benché facilmente smontabile: l’uva ai primi di giugno è ancora lontanissima dall’esser matura, e risulta dunque impensabile che qualcuno volesse nutrirsene.
La pista più affascinante, e dunque la più battuta, è però quella del delitto politico, sostenuta fra l’altro già negli anni 40 anche dal famoso scrittore e giornalista francese Albert Londres. È in effetti documentato che, dopo il fattaccio, il comandante dei Carabinieri di Gemona fu immediatamente trasferito – in Sardegna, ovvio – e che il verbale che aveva redatto sul caso fu fatto sparire. Inoltre, diversi autori chinatisi sulla questione danno per certa la volontà delle autorità dell’epoca di scoraggiare ogni ulteriore indagine. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe una rivelazione in punto di morte, nel 1973, da parte del parroco che aveva dato al campione l’estrema unzione: Bottecchia, disse, fu vittima di un agguato politico per via del suo antifascismo. Ciò spiegherebbe fra l’altro l’assenza dei maggiori campioni italiani – dichiaratamente fedeli al regime – alle esequie di Ottavio. A tal proposito scrisse Gianni Mura: "Per i nostri, forse, Ottavio era un morto scomodo". Strano fu anche il fatto che Bottecchia si stesse allenando da solo, dato che non lo faceva mai. Inspiegabilmente però quel giorno nessuno dei suoi compagni di pedale volle accompagnarlo. Il suo più fedele gregario Alfonso Piccin, al quale Ottavio aveva addirittura regalato una casa, si tirò indietro dicendo che doveva andare a trovare la morosa. Riccardo Zille accampò la scusa che doveva preparare le buste paga dei suoi operai, mentre Luigi Maniago aveva deciso all’ultimo momento d’imbiancare casa. Si sospetta in realtà che tutti e tre avessero paura di una rappresaglia fascista. Una decina di giorni prima dell’incidente occorso a Bottecchia, suo fratello fu infatti investito e ucciso, mentre pedalava, dall’auto di un grossissimo industriale della zona, molto compromesso col regime. Alla famiglia venne offerto un risarcimento in denaro, ma Ottavio rifiutò insultando il riccastro sulla pubblica piazza. I suoi amici dunque, temendo che presto sarebbe giunta la vendetta, non vollero farsi trovare in sua compagnia su una strada tanto isolata che pareva fatta apposta per tendere agguati.
Tutta la verità molto probabilmente non salterà mai fuori, e la morte di Ottavio Bottecchia, primo italiano vincitore del Tour, rimarrà per sempre avvolta almeno parzialmente nel mistero. Una manna per i diversi scrittori che, nel corso dei decenni, hanno deciso di occuparsene. Fra i testi più stuzzicanti c’è "Il corno di Orlando", documentatissimo romanzo del 2017 del cronista sportivo Claudio Gregori, che ricostruisce magistralmente l’epoca e i protagonisti di quel ciclismo ancora pionieristico. Curioso è pure il giallo "La morte danza in salita. Ettore Schmitz e il caso Bottecchia", firmato nel 2014 da Alessandro Mezzena Lona, che a indagare sulla morte misteriosa del campione mette nientemeno che Italo Svevo.