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Frich Fromm in “I cosiddetti sani” edito da Mondadori nel 1996 scriveva che il lavoro è il grande emancipatore dell'uomo. Per Fromm la storia dell'umanità inizia solo nel momento in cui l'uomo comincia a lavorare, poiché è solo allora che egli si separa dall'originaria unità con la natura. In questo processo di separazione e di manipolazione della natura, l'uomo modifica anche sé stesso: anziché essere parte della natura, egli ne diventa sempre più il creatore, sviluppando facoltà intellettuali e artistiche, e cominciando ad esercitare il proprio potere sulla natura. In questo processo l'essere umano si trasforma in un individuo.
Per tutto questo, secondo Fromm, l'evoluzione umana deve considerarsi fondata sul lavoro, in quanto forza liberatrice, emancipatrice, di incentivo allo sviluppo. Fromm, con queste parole, si riferisce al lavoro di soggetti appartenenti ai ceti più elevati, in quanto chi svolge lavori umili e scarsamente qualificati, in tutte le epoche della storia, ha sempre sentito il lavoro soprattutto come un dovere, una inevitabile fatica, per consentire la sopravvivenza a sé stesso e ai propri cari. Il lavoro ha perso questa connotazione di schiavitù quando si sono fatte, all'inizio del secolo scorso, le prime fondamentali riforme: a partire dal principio secondo il quale deve esistere un tempo di lavoro e un tempo di riposo per il lavoratore. Tutto questo ha contribuito a far superare l'idea che il lavoro fosse solo una fonte di privazione. Eppure il lavoro non è solo sforzo fisico o intellettuale: è anche un modo per sviluppare le proprie capacità cognitive, è un modo per diventare una persona migliore, per conoscere sé stessi, per sviluppare i propri punti di forza. Lo psicologo umanista Maslow, diceva: "Un musicista deve fare musica, un artista deve dipingere, un poeta deve scrivere, se vuole essere in pace con sé stesso. Ciò che un uomo può essere, deve essere. Deve essere fedele alla propria natura. Questa necessità si può chiamare l'auto-realizzazione".