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Indagini archeologiche condotte nel 1994 hanno documentato la presenza romana nell’area, testimoniata dal rinvenimento di un’ara del II o III secolo d.C., tegoloni, marmi lavorati e reperti in bronzo.
Nei secoli VII-VII sorse un piccolo edificio quadrangolare, forse un sacello funerario, cui fu aggiunta in seguito un’abside semicircolare. La struttura fu completamente demolita in età romanica, quando fu costruita la nuova chiesa, epoca cui potrebbe risalire anche il campanile rialzato nel periodo barocco[1]. Alcuni frammenti di affreschi romanici rinvenuti durante lo scavo, risalgono alla seconda metà del secolo XI, tra cui una testina femminile che presenta molte affinità col volto del Cristo della chiesa di Sant’Ambrogio vecchio (oggi dedicata a San Carlo Borromeo) a Negrentino. Nel corso del Trecento fu aggiunto ad ovest un portico, tamponato all’inizio del secolo XV.
La navata medievale fu demolita tra gli anni 1578 e 1599 ed eretta quella attuale, mantenendo solo il coro poligonale, costruito nella prima metà del secolo XVI al posto dell’abside semicircolare romanica; durante la visita pastorale del vescovo della diocesi di Como Filippo Archinti[2] fu eretta a parrocchiale[3]. Sul portale sud l’architrave reca al centro le Chiavi di san Pietro, del Quattrocento. Subì restauri e ristrutturazione negli anni 1905, 1994-1996, diretti da Claudio Pellegrini (nato nel 1938) di Manno e dall’architetto Gianfranco Rossi (nato nel 1927) di Brusino Arsizio che nel 2000 ristrutturò il campanile. La chiesa fu abbassata di 25 cm per la posa di un riscaldamento a serpentina.
Internamente la navata è coperta da un soffitto con orditura lignea a vista, sorretto da due archi trasversali a sesto acuto. Accanto al coro si aprono due cappelle del 1670 circa; quella a nord contiene un altare con statua della Madonna del 1750 circa: quella a sud, dedicata a San Carlo Borromeo, ha un altare in stucco della seconda metà del Seicento con mensa in marmo datata 1747, la mostra incornicia un olio su tela raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi sant’Andrea, Carlo Borromeo, Francesco d’Assisi, Domenico di Guzmán, Giacomo Maggiore e Giuseppe, opera del 1675 circa di Carpoforo Tencalla (1623-1685) di Bissone[4], cui sono ascritti anche gli affreschi della volta. Sui piedritti del secondo arco trasversale: figure affrescate di Sant’Antonio abate e di San Bernardo di Chiaravalle, del tardo Cinquecento.
Il coro è ornato di dipinti murali eseguiti da un Riva di Ravecchia nel 1905; sulla parete di fondo: olio su tela (cm 232 x 132) del 1756 con Sant’Elena in adorazione della Santa Croce, attribuito a Giuseppe Antonio Maria Torricelli (1710-1808) di Lugano: la tradizione narra che Elena, madre dell’imperatore Costantino I, giunta a Gerusalemme nel 327, riunì una commissione di sacerdoti e di archeologi per stabilire dove si dovesse scavare per ritrovare la croce di Gesù; trovate tre croci, il vescovo Macario invocò il Signore perché indicasse quale fosse quella del Figlio, allora si trasportò una donna moribonda che, toccata dal legno della vera croce, guarì.
Le vetrate del 1996 sono di fra’ Roberto Pasotti di Bellinzona; lo stendardo con la Madonna del Rosario e i santi Pietro e Paolo è del secolo XVIII; l’arredo liturgico nuovo (l’ambone, l’altare, i sedili, il fonte battesimale e il cero pasquale) è stato ideato da Gianfranco Rossi. Il prezioso tabernacolo ligneo è stato restaurato da Donatella Beretta di Origlio. La consacrazione del nuovo altare è avvenuta il 13 aprile 1996 ad opera del vescovo della diocesi di Lugano Giuseppe Torti. Nel 1999 il campanile è stato dotato di due nuove campane, portando il concerto a cinque.