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Un afroamericano, nel cuore dell'America segregata, in Georgia, condannato a morte per l'omicidio peraltro confessato di una donna bianca, da una giuria tutta 'bianca' nel lontano 1986.
La vicenda giudiziaria di Timothy Tyrone Foster, in attesa da trent'anni nel braccio della morte, è arrivata oggi davanti alla Corte Suprema Usa. Con l'appello del condannato ad un nuovo processo per 'discriminazione' razziale.
Il caso - sul quale si attende un verdetto per la prossima primavera - potrebbe influenzare la selezione dei giurati negli Stati Uniti: la maggior parte dei giudici Supremi, sia pure nelle espressioni contenute delle loro osservazioni, è apparsa oggi 'preoccupata e turbata'. La difesa di Foster - condotta dall'avvocato Stephen Bright - si basa sulla scoperta degli appunti presi a mano dall'accusa durante la selezione dei giurati, in cui venne scartato ogni possibile membro afroamericano.
In uno di questi appunti, attorno ai nomi di 6 potenziali candidati alla giuria di cui 5 neri, l'accusa fece un segno con la penna scrivendo "Decisamente No"; la sesta persona era una donna bianca che espresse la sua assoluta opposizione alla pena di morte: "Ma persino lei - ha osservato Bright - risultò più accettabile".
Pesanti le parole del giudice della Corte Suprema, Elena Kagan: il caso di Foster - ha detto - appare una chiara violazione "almeno per quanto un tribunale possa mai osservare" delle regole contro la discriminazione razziale nella selezione delle giurie. Persino Samuel Alito, il giudice solitamente favorevole ai procuratori statali, è apparso seccato davanti ad alcuni tentativi di spiegazione sulla mancata selezione di alcuni giurati neri. Il caso ora è finito davanti alla Corte Suprema e una decisione sarà probabile solo nella prossima primavera.
SDA-ATS