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In diverse critiche concernenti il Festival musicale di Karlsruhe che sono venute a mia conoscenza, trovo un punto sul quale pare che gli scrittori siano abbastanza d'accordo: cioè, sulla insufficienza delle mie facoltà di direttore d'orchestra.
Senza volermi qui soffermare a discutere in quale misura e quali preconcetti possano avere contribuito a determinare tale giudizio, e senza voler indagare fino a qual punto abbia infinito su tale opinione il semplice fatto che la scelta sia caduta su di me, con la esclusione dei Maestri direttori delle orchestre di Karlsruhe, di Darmstadt è di Mannheim, non starebbe a me di controbattere le opinioni che tanto zelantemente si tenta di affermare, se queste fossero fondate su qualche elemento concreto o legittimo. Ma appunto queste affermazioni io debbo respingere decisamente.
Innanzi tutto, e per tenerci ai fatti, sembra che nessuno possa negare che l'intero programma si giovò di una ottima esecuzione, e che sia la fusione che l'effetto prodotto dall'orchestra, unito alla sala avvedutamente scelta, possono essere definiti non soltanto soddisfacenti, ma addirittura eccellenti. Tutto ciò è ammesso spontaneamente, con l'aggiunta che ha veramente sorpreso il fatto che l'insieme sia riuscito tanto brillantemente, «nonostante» l'incapacità del Direttore.
Lungi da me l'idea di adornarmi delle penne del pavone delle orchestre di Karlsruhe, Mannheim e Darmstadt; e nessuno più di me pronto a riconoscere i grandi meriti dei loro singoli componenti; ma, sulla fede di quanto scrissero i miei avversari, bisogna anche considerare fuor di ogni dubbio che l'esecuzione sia risultata in qualche momento «sorprendente» e, nel suo complesso, molto superiore a quello che era lecito attendersi dalla mia direzione.
Una volta riconosciuto questo «fatto», resterebbe soltanto da indagare se è proprio vero che io vi fossi proprio del tutto estraneo, come tanto affettuosamente si vuoi pretendere; e per quale ragione si metta così apertamente un direttore d'orchestra sul banco degli accusati, in onta alla eccellenza delle esecuzioni; specialmente quando si voglia tenere nel debito conto che tutte le musiche eseguite erano completamente nuove per l'orchestra stessa.
Poichè, come tutti sanno a Karlsruhe, ad eccezione della composizione di Berlioz - che solo alcuni elementi della orchestra di Karlsruhe conoscevano per averla suonata sotto la direzione dell'autore - la IX Sinfonia, come anche le opere di Wagner, Berlioz e Schumann erano conosciute a fondo soltanto da me, per la semplice ragione che, prima, non erano mai state eseguite in questa città.
Facendomi forte del diritto che mi viene dal giudizio sopra accennato, io domando ora se, stando così i fatti, mi si possa rimproverare in buona fede e con cognizione di causa di essere inesperto, malsicuro, incapace.
Senza volermi difendere, ciò che non credo necessario per coloro che mi conoscono, mi si conceda di fare ancora una osservazione che verte sulla causa stessa della controversia.
Le opere, cioè, per le quali io confesso pubblicamente la mia ammirazione e predilezione, appartengono in massima parte a quelle che i più o meno famosi, e specialmente i sedicenti «virtuosi» direttori d'orchestra trovano punto o poco degne della loro personale simpatia, sì che un'esecuzione di tali musiche, curata dai sullodati, appartiene al mondo delle rarità.
Queste opere si annoverano fra quelle che oggi vengono generalmente catalogate come appartenenti allo stile dell'ultima maniera di Beethoven, alla cui origine si poneva fino a non molto tempo fa, e con nessun rispetto, la sordità e la aberrazione mentale di Beethoven (!).
Tali opere, secondo me, esigono da parte dell'orchestra un progresso al quale solo adesso incominciamo ad avviarci, ma che però è ancora ben lontano dall'essere raggiunto completamente in tutti i suoi sviluppi. Un progresso nell'accento, nel ritmo, nella cura del fraseggio e dei dettagli di alcuni passi determinati; nel declamato e nella dosatura, nell'insieme, delle ombre e delle luci; in poche parole, un progresso nello stile della esecuzione stessa.
Questo modo di fare stabilisce e stringe fra la massa orchestrale e colui che la dirige rapporti ben diversi di quelli che di solito corrono con un imperturbabile battitore di tempo. Perchè in molti passi la dura, la rigida osservanza del tempo e di ogni singola parte della misura (1, 2, 3, 4; 1, 2, 3, 4) ha il sopravvento, contro le ragioni le necessità della espressione e, le soffoca e annulla. Qui, ancora una volta, la lettera uccide lo spirito. È questa, dal punto di vista artistico, una sentenza di morte che io non sottoscriverò mai, per quanto odiosi possano essere gli attacchi che, con simulata imparzialità, mi possono essere rivolti.
Per le opere di Beethoven, Berlioz e altri maestri di simile levatura, mi riesce ancor meno facile che per altri, vedere quali vantaggi - che potrei contestare con piena convinzione anche in casi diversi da questi si potrebbero realizzare se un Direttore si appropriasse delle funzioni di un mulino a vento, e se, copiosamente sudando, si sforzasse di comunicare alla massa orchestrale gli ardori del suo fanatismo.
Specialmente là, dove si tratta di intendere, di sentire, di penetrare spiritualmente, di un infiammarsi di cuori nel comune godimento del bello, del grandioso, del vero nell'arte e nella poesia: specialmente là non dovrebbe più bastare la presunzione soddisfatta e l'abilità meccanica del direttore d'orchestra-tipo, non solo: ma questo dovrebbe essere reputato inconciliabile con la dignità e con l'alta libertà dell'arte.
Con buona pace dei miei gentili critici, io mi terrò pago, ad ogni prossima occasione, della mia «insufficiente » capacità e inettitudine»; e continuerò a seguire le mie profonde convinzioni; che non mi permetteranno mai di abbassarmi al livello di un battitore di tempo; ad una parte, cioè, che venticinque anni di esperienza, e lo studio assiduo, e il mio sincero entusiasmo per l'arte, non sono mai riusciti a rendere di mio gusto.
Con tutta la stima che io tributo a molti dei miei colleghi, e pur essendo pronto a riconoscere volentieri i buoni servigi che hanno reso e che ancora possono rendere all'arte, io non mi credo affatto obbligato ad imitare in ogni punto il loro esempio - e ancora meno ad imitarli nei criteri che li guidano sia nella scelta delle opere da eseguire, che in quelli che li guidano nella loro interpretazione ed esecuzione.
Credo di aver già detto altre volte che, secondo la mia opinione, il vero compito del direttore d'orchestra consiste nel rendersi apparentemente superfluo - e di rendere la sua funzione il meno appariscente possibile. Wir sind Steuermänner und keine Ruder knechte. Noi siamo timonieri e non rematori.
E se anche questa massima dovesse suscitare ancor più grande opposizione da parte di qualcuno, io non sarei capace di mutare un'opinione che ritengo giusta.
Con l'orchestra di Weimar l'applicazione di questo principio ha dato risultati eccellenti: che perfino alcuni dei miei detrattori di oggi riconobbero e lodarono a suo tempo. Perciò io continuerò, senza scoraggiarmi, a dedicare i miei servigi all'arte nel modo che io ritengo migliore - e che sarà probabilmente il migliore.
Raccogliamo dunque il guanto di sfida che ci viene gettato da un branco di dormiglioni senza sale in zucca e senza inquietudini spirituali; e perseveriamo nella coscienza del nostro buon diritto e del nostro avvenire.