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Da un paio di decenni la Cina è entrata nel contesto africano con strategie e politiche per lo sviluppo allo stesso tempo vecchie e nuove. Vecchie, perché ammantate di retorica sulla cooperazione sud-sud tra regioni del mondo che condividono una storia di dominazione imperialista occidentale; nuove, perché la Cina è sempre più un paese imperialista. La misurazione in termini quantitativi dell’aumento delle attività cinesi in Africa e del parallelo declino del dominio americano in questo Continente è cosa ardua, ancora più difficile è misurare come i mutamenti nel quadro degli aiuti influenzino le scelte politiche degli USA che rischiano di perdere la supremazia. Ci ha provato un gruppo di economisti delle università sudafricane: Kafayat Amusa, Nara Monkam e Nicola Viegi e hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche in The political and economic dynamics of foreign aid: A case study of United States and Chinese aid to Sub-Sahara Africa (Le dinamiche politiche ed economiche degli aiuti esteri. Uno studio sugli aiuti degli Stati Uniti e della Cina all’Africa sub-sahariana). Dalla fine della seconda guerra mondiale l’assistenza allo sviluppo degli USA si è concentrata in tre regioni del mondo: l’Asia, l’Europa e l’Africa Sub-Sahariana. Dagli anni ’80 a oggi all’Africa sub-sahariana sono toccati 120 miliardi di dollari. Tra il 1980 e il 2012 i paesi africani che hanno ricevuto più aiuti da parte di Washington sono stati il Sudan, l’Etiopia, il Kenya e la Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire). Perché questi paesi? Per via della guerre che li hanno attanagliati, provocando centinaia di migliaia di morti, di profughi, di miseria etc. Le atrocità commesse in questi paesi – al di là delle responsabilità degli stessi paesi donatori d’aiuto – rendono plausibile la spesa agli occhi dell’opinione pubblica e del congresso che decidono dove intervenire in base a sensibilità umanitarie. Dal 1960 a oggi, l’aiuto americano allo sviluppo dell’Africa è aumentato del 2600%, passando da 211 milioni di dollari a 5,6 miliardi. L’aiuto allo sviluppo americano in Africa si è concentrato soprattutto nei settori della scuola e della sanità. Oltre a ciò va ricordato che gli USA, come tutti i paesi più ricchi del mondo, contribuiscono in proporzione al budget delle diverse agenzie internazionali come la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo o il Fondo monetario internazionale. Alle infrastrutture e ai servizi sociali sono andati la metà dei soldi mentre l’altra metà è andata a coprire le emergenze umanitarie. Ma quello che i numeri rivelano è un comportamento americano che muta in relazione all’aumento dell’attivismo cinese. Gli studiosi prendono in considerazione due periodi: il primo, dal 1980 al 1999, quando la Cina è presente ma non costituisce una minaccia all’egemonia USA; il secondo dal 2000 a oggi (i dati arrivano al 2012). Prima del 2000 la gran parte dell’aiuto allo sviluppo era destinata a paesi in conflitto come l’Etiopia, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo. Con l’entrata in scena della Cina, la Nigeria, l’Uganda e il Sudafrica sono diventati beneficiari importanti dell’aiuto made in USA. Questi non sono né i paesi più poveri, né i più conflittuali dell’Africa, il Sud Africa e la Nigeria sono le economie più grandi del continente, importanti non solo per le ricchezze del sottosuolo ma anche per i servizi e i sistemi bancari. La distribuzione geografica dell’aiuto americano si concentra nelle aree di interesse economico che sono poi anche quelle che interessano la Cina. Perdere terreno in Africa a favore della Cina non è una sensazione ma una realtà e l’aumento dell’attivismo cinese ha ridotto lo spazio d’azione della politica degli USA in Africa. I ricercatori parlano di ‘squeezing out’ (spingere o spruzzare fuori) degli USA da parte della politica cinese. Gli USA stanno correndo ai ripari attraverso politiche schizofreniche a favore di paesi meno bisognosi di altri, con l’obiettivo politico-strategico di non perdere terreno. Ma è lecito pensare che se per ora gli USA utilizzano gli aiuti, un domani, per contrastare la Cina, potrebbero utilizzare quello che hanno di più efficiente: gli apparati di sicurezza militari.