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Un paese sull’orlo del vulcano
Meta di molti turisti per il suo patrimonio naturale e culturale di
incomparabile bellezza, il Guatemala si trova confrontato con una
situazione sociale difficilissima.
A dieci anni dalla firma degli accordi di pace tra governo e guerriglia
le cause sociali del conflitto rimangono attuali: povertà, distribuzione
ineguale della ricchezza, discriminazione della popolazione indigena.
”Quanto costa studiare in Svizzera? Che automobile preferisce la gente?
Quanto vale il franco svizzero?”. Salomon è un giovane produttore di
tessuti di San Cristóbal Totonicapán, nell’altipiano occidentale del
Guatemala.
Lo incontro su una camioneta (i gringos, vale a dire gli statunitensi,
la chiamano chicken bus, autobus delle galline) che da Quetzaltenango,
la seconda città del paese, conduce a Santa Cruz del Quiché, passando
per Chichicastenango, cittadina che ospita uno dei mercati più noti (e
più turistici) del Centroamerica. Chiacchieriamo per mezz’ora, urlando
per superare il volume del reaggeton (una fusione tra musica latina, hip
hop e reagge) sparato dagli altoparlanti del bus.
Intanto il senato degli Stati Uniti si appresta a discutere un progetto
di legge che prevede sanzioni più dure contro gli immigrati clandestini.
Fra le misure previste vi è l’erezione di un gigantesco muro lungo la
frontiera tra gli USA e il Messico, il muro più lungo nella storia
dell’umanità.
”Non è una contraddizione? Aprono la frontiera per le merci, ma la
chiudono per le persone”, osserva Salomon, mentre fuori dal finestrino
del bus scorrono valli, montagne, boschi e campi di mais. Quando il bus
attraversa un villaggio i bambini, scorgendo il mio viso pallido,
salutano o ridono, correndo fra i vicoli polverosi.
La dittatura delle banane
Dieci anni fa, nel dicembre del 1996, la firma di un accordo di pace tra
il governo guatemalteco e la guerriglia mise fine ad una delle guerre
civili più lunghe e sanguinose nella storia dell’America latina. Tra il
1960 e il 1996 morirono, secondo le stime più prudenti, 250’000 persone.
I desaparecidos (persone scomparse, generalmente vittime della
repressione governativa) furono 50’000. Oltre un milione di persone
dovette abbandonare le proprie case, 150’000 si rifugiarono nel vicino
stato messicano del Chiapas.
In alcuni periodi, in particolare all’inizio degli anni Ottanta, la
strategia di lotta contro la guerriglia assunse il carattere di un vero
e proprio genocidio sistematico della popolazione indigena. Per isolare
la guerriglia dalla sua base sociale, interi villlaggi furono rasi al
suolo, in base alla strategia della tierra arrasada (terra bruciata).
Alla radici del conflitto c’erano le enormi disuguaglianze sociali del
Guatemala e la chiusura di ogni spazio di azione politica dopo il colpo
di stato del 1954 contro il governo democraticamente eletto di Jacobo
Arbenz..
Arbenz, un ufficiale dell’esercito di orgini svizzere, aveva varato un
progetto di riforma agraria che intendeva distribuire appezzamenti
agricoli ai contadini senza terra. Il progetto tangeva però gli
interessi del maggior proprietario terriero del paese, la compagnia
statunitense United Fruit Company (la produttrice delle banane Chiquita,
per intenderci). Il governo degli Stati Uniti organizzò e finanziò il
golpe contro Arbenz.
Dieci anni di pace senza giustizia
Oggi, dopo dieci anni di pace, i problemi del paese appaiono irrisolti.
I responsabili delle gravissime violazioni dei diritti umani durante il
conflitto rimangono impuniti. Uno di essi, il generale Efraín Rios
Montt, presidente del Guatemala tra 1982 e 1983, si è anzi ricandidato
alla presidenza due anni fa.
Secondo stime molto prudenti, oltre sei milioni di guatemaltechi (circa
la metà della popolazione) vive tuttora in gravi condizioni di povertà,
vale a dire con meno di due dollari al giorno. Due milioni e mezzo
vivono in condizioni di estrema miseria, potendo contare su meno di un
dollaro al giorno.
Ad essere maggiormente colpita è la popolazione indigena di origine
maya, che continua a rappresentare la maggioranza della popolazione
guatemalteca (le stime parlano del 60-70% della popolazione). La
divisione della ricchezza rimane molto ineguale: il 4,4% della
popolazione possiede il 51% della ricchezza prodotta nel paese, mentre
il rimanente 96% si spartisce il 49% della ricchezza.
A questa situazione già estremamente delicata si aggiunge un tasso di
criminalità fra i più alti dell’America latina. Il Guatemala è area di
transito per la cocaina colombiana diretta verso gli Stati Uniti e la
criminalità organizzata ha radici profonde in molte regioni del paese.
Il livello di violenza è impressionante: nel 2005 vi sono stati 5338
omicidi; dall’inizio del 2006 le cronache hanno registrato una media di
16 morti violente al giorno. La stragrande maggioranza dei delitti
rimane impunita.
Una situazione senza via d’uscita? Nonostante tutto molti guatemaltechi
continuano a sperare, a lottare, a lavorare per un futuro migliore. Nei
campi di mais e nelle piantagioni di caffé, nelle università, nelle
maquiladoras, negli alberghi e nei cantieri statunitensi. ”Se il popolo
guatemalteco saprà acquistare una maggiore consapevolezza della
situazione e si saprà organizzare, allora le cose potranno cambiare”,
dice Pedro, un leader campesino (contadino) del dipartimento di San
Marcos.
All’inizio degli anni ’80 Pedro fu arrestato dall’esercito e torturato
per 15 giorni. Eppure continua a camminare dritto.
Da Quetzaltenango
Redatto da Andrea Tognina – <email-pii>