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Incontro con lo scrittore
Michahil Schischkin
Lo scrittore moscovita Michail Schischkin,
vive e lavora da 8 anni a Zurigo. Considerato tra i maggiori
scrittori russi contemporanei il 42 enne Schischkin è
anche cittadino svizzero. Per il suo secondo romanzo "La
conquista di Ismail", gli è stato assegnato
nel 2000 il premio Booker, il più prestigioso riconoscimento
letterario russo. Più recentemente ha pubblicato
una sorta di guida alla "Svizzera russa" (Die
russische Schweiz, Limmat Verlag), dedicato alla presenza
e all'attività in questo paese di intellettuali,
artisti e rivoluzionari russi. Della Svizzera si occupa
anche un altro suo libro: Montreux, Missolunghi, Astapowo,
Limmat Verlag, e più precisamente del viaggio a piedi
che fecero prima Byron e poi Tolstoj dal lago Lemano all'Oberland
bernese. Attualmente Michail Schischkin sta lavorando a
un terzo romanzo, in cui confluiscono le sue esperienze
di interprete per l'Ufficio federale dei rifugiati.
Die russische Schweiz
Paradiso e noia. Tra questi due
poli esiste un mondo che in un qualche modo appare singolare.
Il viaggiatore russo scuote stupito la testa: non ci sono
vaste pianure, ma montagne, c'è poca campagna, ma
latte in quantità.
Le strade sono tenute anche in ordine, senza però
che un superiore debba far notare la sua presenza.
L'eroe nazionale è un assassino, i cittadini del
paese tuttavia si sottomettono docilmente alle leggi.
Le tasse vengono pagate anno dopo anno, di fronte al governo
non si trema, non si vive da una guerra all'altra.
Che cosa è mai la Svizzera?
La vetrina di un negozio di giocattoli che si anima? Una
serie di cartoline al posto di un paesaggio? Devota sottomissione
a norme che ci si è dati?
La sacra sicurezza del nonno che un giorno il suo pezzetto
di terra apparterrà al nipote?
Uno stato cucito assieme sul modello del cappotto di Gogol?
La somma del lavoro di generazioni, di fronte al quale tutte
le rivoluzioni e idee sono impotenti?
Una Russia sovvertita?
Questo è l'inizio della
guida letteraria e storica della Svizzera russa. Un volume
di oltre 400 pagine che lo scrittore Michail Schischkin
ha pubblicato dapprima in russo, presso un piccolo editore
zurighese, riscuotendo subito un inaspettato successo. Poi
è uscita l'edizione tedesca ,edita dal Limmat Verlag,
ma in una versione leggermente ridotta, curata dalla moglie
dello scrittore, la slavista Franziska Stöcklin.
MS: A dire il vero, non volevo scrivere
questo libro. Avrei voluto leggerlo. Ma non esisteva nulla
di simile. Arrivato in Svizzera ho avuto la sensazione di
trovarmi in una sorta di deserto culturale russo. In un
deserto non si può sopravvivere bisogna prima creare
una colonia. Quello che qui mi mancava, ho dovuto crearmelo
da solo. Perché infatti non è particolarmente
piacevole vivere in un paese senza parenti e conoscenti.
Così mi sono messo alla ricerca di Gogol, Dostojevski,
Tolstoj in Svizzera, come un povero abitante di provincia
che va alla ricerca dei parenti ricchi in città.
Ho scritto questo libro come la storia di un paese che non
esiste: la storia della Svizzera russa. Non è possibile
vivere in un paese senza conoscere la sua storia, altrimenti
ti trovi davanti a un precipizio, bisogna avere qualcosa
di solido sotto i piedi. E la storia di questo paese è
quello che mi ha aiutato a continuare a vivere in Svizzera.
Dalle intense ricerche condotte
per scrivere la sua guida storico-letteraria è nato
un secondo libro intitolato Montreux, Missolunghi, Astapowo,
edito pure dal Limmat Verlag.
MS: Dopo aver terminato la versione
originale della Svizzera russa, mi sono accorto che il libro
parlava piuttosto della Russia anziche della Svizzera. Delle
impressioni cioè dei viaggiatori e degli emigranti
russi. Poiché però sono qui dal '95 e sono
sposato con una svizzera, mi sono detto voglio conoscere
meglio il paese dove vivo e dove cresce mio figlio. E per
me il modo migliore per capire qualcosa avviene attraverso
la scrittura. Sul genere non avevo dubbi, dato che la Svizzera
è un classico paese dove si pratica l'escursionismo.
Nel 1816 lord Byron andò a piedi dal lago di Ginevra
all'Oberland bernese. 40 anni dopo Leo Tolstoj fece a lo
stesso tragitto, anche a piedi. Tuttavia, se avesse saputo
di trovarsi sulle orme di Byron, sicuramente avrebbe scelto
un altro percorso. Di entrambi abbiamo un diario del loro
viaggio e dunque non mi è rimasto altro che ripetere
a mia volta quel tragitto a piedi munito di laptop.
Nei sette giorni di viaggio ho scritto sette capitoli, sulle
mie prime esperienze in questo paese, sul mio primo amore,
i miei genitori, Byron, Tolstoj, la storia, l'arte. Ho fatto
insomma i conti con gli anni vissuti da me in Svizzera.
Devo però ammettere che non ho raggiunto l'obiettivo
che mi ero prefissato: il libro l'ho scritto ma la Svizzera
non sono riuscito a capirla.
Il suo successo Michail Schischkin
lo deve soprattutto al romanzo "La conquista di Ismail".
Un libro che nel 2000 ha vinto il più importante
premio letterario russo, il premio Booker. Recentemente
è stato tradotto in Francia. E si tratta comunque
del suo secondo romanzo
MS: Il mio primo romanzo, ha come
titolo una frase di Orazio: Omnes una manet nox,
è stato anche premiato in Russia come la migliore
opera d'esordio del 1994. Oggi però lo vedo come
un tentativo fallito di trovare una propria voce, un proprio
linguaggio. Il mio libro più importante è
"La conquista di Ismail", titolo subito comprensibile
per ogni lettore russo perché è un concetto
presente in tutti i libri di scuola. Si tratta di una famosa
battaglia nel 18° secolo in cui il celebre maresciallo
Suvorw prese la fortezza turca sul Danubio. Da noi è
per così dire un simbolo della vittoria russa.
È chiaro che non scrivo di Suvorow, ma scrivo soprattutto
sulle mie esperienze seguendo diversi filoni narrativi.
In definitiva "La conquista di Ismail" è
un simbolo della conquista della vita, o meglio indica come
si può preservarla dalla violenza, come è
possibile riuscire a sopravvivere. E per me ci sono due
modi: anzitutto amare e educare i propri figli e, seconda
cosa, scrivere.
Attualmente Michail Schischkin
sta lavorando a un nuovo romanzo
MS: Inevitabilmente la Svizzera è
presente anche nel mio terzo romanzo, dove seguo diversi
filoni narrativi. C'è il livello della realtà
dove io sono quello che sono: lavoro come per l'Ufficio
federale dei rifugiati e per l'Ufficio emigrazione del cantone
Zurigo, traduco cioè gli interrogatori con i profughi.
Quegli interrogatori, quelle vicende personali mi coinvolgono
e devo in un qualche modo liberarmene altrimenti non sarebbe
possibile continuare a vivere.
L'interprete che ha fatto prima di me quel lavoro se ne
è andata perché, mi ha detto, non posso tornare
a casa e mettermi semplicemente a tavola. Anche se lascio
tutto in ufficio, davanti a me, nel mio pensiero, siede
ancora la donna che oggi mi ha raccontato piangendo come
hanno torturato il figlio davanti ai suoi occhi e come gli
hanno strappato le unghie.
Queste vicende, queste tensioni emotive, le devo trasporre
sulla carta. E dovendo continuamente negli interrogatori
porre le domande e tradurre le risposte arriva il momento
in cui ho l'impressione di parlare con me stesso.
Il mio collega, il funzionario con cui lavoro, si chiama
Peter Fischer. Io vedo questa situazione come una metafora
del paradiso. Le persone chiedono di entrare in paradiso
e davanti l'ingresso siede Pietro con le chiavi e il paradiso
rimane sempre chiuso.
di Raniero Fratini
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