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Mi è stato chiesto di scrivere sulla festa del Corpus Domini, istituita da papa Urbano IV nel 1264 e che quest’anno ricorre giovedì 19 giugno. Questo articolo ha la forma di una testimonianza. Quando si è davanti a un corpo, infatti, ci si sente coinvolti. A meno di considerarlo un robot, sia pure di carne. Ma questo sarebbe, nel migliore dei casi, indifferenza, nel peggiore, violenza gratuita, e di fatto Lui è diventato vittima di questa violenza.
Parto da ciò che ho detto festeggiando il 45mo del mio sacerdozio, di fronte ai fedeli radunati nella bellissima chiesa barocca di St. Mariä Himmelfahrt a Colonia. Allora ho lasciato il discorso aperto, in questo articolo tenterò di completarlo.
Così mi esprimevo allora: “Io sono arrivato a sentire con chiarezza che tutto si raccoglie nelle parole che pronuncio nella santa messa: questo è il mio corpo…
Questo è il mio corpo: sono parole di Gesù, dette da lui nell’ultima cena, e dette adesso da me durante la messa. Quando le pronuncio, non ricordo le parole di Gesù, ma in quel momento io sono contemporaneo di Gesù.
Gesù non dice: questo è il mio programma, la mia visione del mondo, e neanche questo è il mio spirito o la mia anima, ma dice questo è il mio corpo. Non intende certo parlare della sua pelle o dei suoi polmoni, ma di ciò che il suo corpo è realmente, cioè lui stesso nella concretezza della sua vita. Pensiamo un momento a noi: se io cancellassi il volto che i miei occhi han visto appena si sono aperti, le mani che mi hanno toccato, gli angoli segreti della casa e della campagna che nell’infanzia costituivano il mio mondo, papà, mamma, fratelli e sorelle, i compagni di scuola con cui ci tiravamo i sassi, e via via tutti gli avvenimenti e gli incontri fatti… senza questo io non avrei un corpo, al massimo sarei un robot. Il corpo di Gesù è il latte del seno di Maria, le carezze ruvide di Giuseppe, i suoi paesani, le albe e i tramonti della Palestina, lo sguardo che si posa su Matteo che lascia tutto per seguirlo, Pietro e Giovanni che gli vanno dietro e gli chiedono “dove abiti?”, Maria di Magdala che lo abbraccia e lo inonda di lacrime, e anche chi lo detesta e chi lo odia: senza tutto questo lui non sarebbe lui, e Gesù dice: questo, tutto questo, è il mio corpo.
Quando io sacerdote dico: questo è il mio corpo, si tratta del corpo di Gesù, ma si tratta anche del mio, perché Dio non si sostituisce mai a noi, ma opera in noi e con noi. Questo non vale solo per i sacerdoti. Anche gli sposi, sposandosi, dicono l’uno dell’altro: questo è il mio corpo, e anche loro devono affrontare il lungo cammino che segue: offerto in sacrificio”.
Ma su questo punto, sul sacrificio, magari sarò pronto a parlarne… per il cinquantesimo”.
Questo era il mio discorso nel 2013 a Colonia. Lo riprendo ora, dopo quasi dieci anni, a Berna. “Offerto in sacrificio” mi è ora apparso in una luce nuova, espresso in modo ammirabile da P. Cantalamessa, nelle sue meditazioni quaresimali davanti a Papa Francesco.
“Dopo aver detto: questo è il mio corpo, Gesù continua dicendo: questo è il mio sangue. Cosa aggiunge con la parola sangue, se ci ha già dato tutto con la parola corpo? Aggiunge la morte. Dopo averci donato la sua vita, ci dona anche la parte più preziosa di essa, la morte. Il termine sangue nella Bibbia non indica infatti una parte del corpo, cioè una parte della parte di una parte dell’uomo, indica un evento: la morte. Se il sangue è la sede della vita, come si pensava allora, il suo versamento è segno plastico della morte. Eucaristia è “mistero del corpo e del sangue del Signore”, diciamo noi, cioè della vita e della morte del Signore.
Cosa offriamo noi, offrendo il nostro corpo e il nostro sangue insieme a Gesù? Offriamo anche noi quello che offrì Gesù, la vita e la morte. Con la parola corpo, doniamo tutto ciò che costituisce concretamente la vita che conduciamo in questo mondo, il nostro vissuto, il tempo, la salute, energie e capacità, affetto, magari anche solo un sorriso. Con la parola sangue, esprimiamo anche noi l’offerta della nostra morte. Morte è tutto ciò che in noi fin d’ora prepara e anticipa la morte: umiliazioni, insuccessi, malattie che immobilizzano, le limitazioni dovuta all’età, alla salute. In una parola tutto ciò che ci mortifica.”
Parlare dell’Eucarestia, oggi, con le scene di orrore della guerra davanti agli occhi, non è un astrarci della realtà in cui viviamo, ma un invito a guardarla da un punto di vista superiore. L’Eucarestia è la presenza nella storia dell’evento che ha rovesciato per sempre i ruoli tra vincitori e vittime. Sulla Croce, Cristo ha fatto della vittima il vero vincitore. Victor, quia victima - lo definisce Sant’Agostino - Vincitore perché vittima.
L’Eucaristia ci offre la vera chiave di lettura della storia, della storia dei popoli e della storia della nostra vita. Il Corpus Domini è il mio corpo, il nostro corpo.
Padre Ermenegildo Baggio
Articolo pubblicato sul mensile insieme di maggio-giugno 2022.