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Esattamente dieci anni fa la Confederazione e la Banca nazionale svizzera (Bns) intervennero con un pacchetto di aiuti di 60 miliardi di franchi per salvare l'Ubs, evitandole un fallimento che, secondo il Consiglio federale, avrebbe avuto conseguenze drammatiche per il paese.
L'annuncio era stato un fulmine a ciel sereno: in un comunicato diffuso poco prima delle sette di mattina del 16 ottobre 2008, il governo informava la popolazione del fatto che la principale banca elvetica si trovava sull'orlo del collasso e che lo Stato sarebbe intervenuto in suo aiuto.
La consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf - che per l'occasione sostituiva l'allora ministro delle finanze Hans-Rudolf Merz, assente per convalescenza - informò l'opinione pubblica sulle misure adottate dal governo un mese dopo il fallimento della banca americana Lehmann Brothers, un dissesto che trascinò l'intero settore finanziario nella peggiore crisi dalla Grande Depressione degli anni '30.
Se l'opinione pubblica venne colta di sorpresa, le autorità e la BNS erano da tempo al corrente delle difficoltà della grande banca elvetica ed avevano predisposto il piano di salvataggio. I problemi della società - che a inizio 2005 aveva pubblicamente annunciato l'intenzione di diventare "la numero uno a livello mondiale nell'investment banking" - erano iniziati a fine 2007 sull'onda della crisi dei titoli ipotecari ad alto rischio negli Stati Uniti.
Un rapido declino
Nell'aprile 2008 Marcel Ospel, presidente della direzione, aveva lasciato i vertici della banca. In maggio l'istituto aveva annunciato una perdita di 11,5 miliardi per il primo trimestre dell'anno. In estate i problemi erano diventati ancora più drammatici. Il valore dei titoli del mercato ipotecario in mano alla banca era precipitato e Ubs si era vista costretta a rivolgersi alla Confederazione a causa del massiccio deterioramento delle possibilità di finanziamento.
Concretamente, la Confederazione rafforzò la base dei fondi propri della banca con un prestito di 6 miliardi di franchi da convertire in azioni. I titoli "tossici" per 39,1 miliardi di dollari (all'epoca 45,9 miliardi di franchi) furono rilevati dalla Bns e riuniti nello StubFund, il fondo di stabilizzazione. A differenza di UBS, l'istituto centrale aveva tempo per ricollocarli, in attesa di condizioni migliori.
La Confederazione si sbarazzò della sua partecipazione in Ubs nell'estate 2009 realizzando un guadagno di 1,2 miliardi. Lo Stabfund nel frattempo ha potuto vendere a condizioni migliori quasi tutti i titoli rilevati e ha da tempo rimborsato integralmente il prestito alla Bns. Fino a metà 2013 il fondo di stabilizzazione ha fruttato alla Bns circa 3,76 miliardi di franchi.
Il salvataggio non mancò di sollevare numerose critiche: per molti esso illustrava il principio della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.
Esperti di finanza colti di sorpresa
Se governo e Bns avevano saputo prevedere il tracollo di UBS, le difficoltà della grande banca avevano colto di sorpresa diversi esperti finanziari. È il caso dell'ex banchiere Konrad Hummler - ai tempi socio e direttore della banca privata Wegelin & Co, uscita poi praticamente distrutta dalla vertenza con il fisco americano - o dell'allora presidente dell'Associazione svizzera dei banchieri (Asb) Pierre Mirabaud, che in piena crisi Usa avevano affermato che non vi era alcuna necessità di prevedere misure di salvataggio per le banche elvetiche.
Le grosse difficoltà di Ubs in quel periodo non erano tuttavia limitate alla sua politica spregiudicata nell'investment banking: parallelamente negli USA la grande banca elvetica era finita nel mirino della giustizia per casi di evasione fiscale, anche a causa delle testimonianze fornite dall'ex bancario Bradley Birkenfeld. Per risolvere il contenzioso, UBS era stata costretta al termine di un lungo braccio di ferro - nel quale il Consiglio federale aveva nuovamente giocato un ruolo risolutore - a sborsare 780 milioni di dollari e a consegnare al fisco americano i nomi di numerosi frodatori.
Nessun cambiamento di politica aziendale
Il fatto di aver chiamato in causa le autorità federali e la Bns non sembrò scuotere particolarmente Ubs: la grande banca procedette sì nella primavera del 2009 a un rimpasto ai vertici e mise maggiormente l'accento sull'amministrazione patrimoniale. L'istituto rimase tuttavia fedele a quello che definì un "collaudato modello di business" di una banca universale, che comprendeva generosi bonus ai manager.
Peter Kurer, allora presidente del consiglio di amministrazione di Ubs, all'indomani dell'annuncio del salvataggio della banca da parte della Confederazione, aveva affermato che malgrado il tracollo legato ai subprime l'istituto avrebbe continuato a versare bonus milionari ai manager attivi nel settore dell'investment banking. Ciò aveva sollevato una tempesta di indignazione tra la popolazione.
Complessivamente nell'anno in questione la grande banca aveva elargito bonus per 2,2 miliardi di franchi e nel maggio 2009 aveva autorizzato un aumento salariale per i manager del settore in questione. Ma questa era solo la punta dell'iceberg: i vertici di UBS continuarono infatti a mettere sul conto spese vacanze in famiglia, auto private o visite a strip club.
Il mancato cambiamento di cultura aziendale si è messo in luce anche dall'atteggiamento di Ubs nel periodo successivo alla crisi subprime e alla diatriba fiscale: sia che si parlasse di manipolazione di tassi di cambio o che di tassi d'interesse l'istituto risultava sempre in qualche modo coinvolto. Il suo nome appare anche nell'inchiesta per corruzione sul fondo sovrano malaysiano 1MDB, che ha travolto l'istituto luganese BSI. Basta gettare un occhio sulle cifre: tra il 2009 e il 2018 la grande banca elvetica ha sborsato quasi 12 miliardi di franchi solo per cause legali o multe.
Nel frattempo molte cose sono cambiate, anche grazie alle nuove regolamentazioni in vigore, con ripercussioni sull'organico dell'istituto. Ubs, che nel 2007 su un totale di 84mila dipendenti impiegava 22mila persone nel settore dell'investment banking, ora ha ridotto gli effettivi a 61mila persone, 5mila delle quali nel settore degli investimenti. È invece cresciuto da 7mila a 25mila il numero di dipendenti presso il Corporate Center, unità che si occupa tra l'altro del rispetto delle normative.