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Il maestro di ermeneutica credeva nella tolleranza e ci ha dato una grande lezione di 'etica della discussione'
Quando questa Bustina
uscirà saranno passate quasi due settimane dalla scomparsa di Paul Ricoeur
e l'importanza del suo pensiero è stata testimoniata dai molti articoli che
sono usciti sui giornali di tutto il mondo. Quindi sarebbe inutile riprendere
il tema nel brevissimo spazio di una Bustina. Ma vorrei, al di fuori delle
regole, parlare solo del primissimo e dell'ultimissimo Ricoeur.
Erano i primi anni Cinquanta, e leggevamo con passione 'Esprit', la rivista
di Emmanuel Mounier, e la sezione della rivista che più mi appassionava era
il 'Journal à plusieurs voix'. Erano pezzi brevi, talora annotazioni di costume,
altre volte prese di posizione politica o brevi riflessioni filosofiche.
Credo di avere imparato più dai quei brevi interventi 'impegnati' che da
tanti altri saggi, e uno degli autori che mi colpiva era proprio Paul Ricoeur.
Mi incuriosiva che in questa rivista di cattolici personalisti e (in un modo
molto personale) 'di sinistra', collaborasse un protestante. Ma questo ci
dice quale fosse l'apertura di orizzonti che animava 'Esprit', e in ogni
caso mi fa ricordare un Ricoeur poco più che trentenne, non solo assorbito
dai suoi problemi filosofici ma impegnato in una discussione militante.
Il pubblico conosce maggiormente il Ricoeur delle grandi opere, il maestro
di ermeneutica, ma ecco di nuovo un Ricoeur impegnato, negli ultimi anni
della sua vita, benché fiaccato da terribili sventure familiari, in prima
linea sui grandi problemi del nostro tempo. Parlo del decennio che lo ha
visto membro dell'Academie Universelle des Cultures, la cui Carta ne definisce
i compiti: "Sostenere tutto quello che può contribuire alla lotta contro
l'intolleranza, la xenofobia, la discriminazione contro le donne, il razzismo
e l'antisemitismo. combattere contro la miseria e l'ignoranza e contro la
degradazione di molte forme di vita".
Nei suoi 12 anni di vita l'Accademia ha organizzato una serie di Forum annuali
che hanno discusso problemi come il diritto d'intervento, la dimenticanza,
le migrazioni, la pace, la comunità, la compartecipazione e l'intolleranza,
e Ricoeur è sempre stato presente, quasi sempre con la relazione di apertura,
in tutti questi dibattiti che hanno sempre visto la partecipazione appassionata
di alcune migliaia di studenti arrivati da tutta la Francia.
In questi tempi in cui si parla con preoccupazione del relativismo moderno,
mi sto rileggendo l'intervento del cristiano Ricoeur sulla tolleranza. Egli
tratteggiava alcuni stadi di una presa di coscienza. Il primo, in cui si
tollera ciò che si di-sapprova ma non si può impedire (come è avvenuto alla
fine delle guerre di religione e nei rapporti tra cristianesimo e islam nel
periodo ottomano). Nel secondo si cerca di comprendere le convinzioni altrui,
anche se non vi si aderisce, e questo è stato l'atteggiamento 'timido' di
alcuni intellettuali dal Medioevo al Rinascimento e da parte di alcuni pensatori
ecumenici.
Terzo stadio, il riconoscimento del 'diritto all'errore', e cioè l'idea
che ciascuno ha diritto di vivere secondo le proprie convinzioni, stadio
che Ricoeur vedeva legato all'illuminismo scozzese e inglese. Infine si arriva
allo stadio che per un credente come Ricoeur era il più drammatico, quando
entra in crisi il concetto di verità e "la simpatia per delle idee che non
si condividono cede il passo al sospetto che una parte della verità possa
risiedere altrove, al di là dei convincimenti che sono a fondamento delle
tradizioni nelle quali si è stati educati".
Ricoeur vedeva nascere questo stadio con la 'Encyclopedie' dell'illuminismo
francese la quale già presupponeva uno 'spazio pubblico di discussione' e
quindi un potere politico neutrale capace di proteggere tutti i culti in
nome della libertà d'espressione. Ma è evidente che Ricoeur stava parlando
anche del nostro tempo e del suo personale problema, il problema di chi come
lui sosteneva la tolleranza ma si opponeva alla 'indifferenza'. Situazione
che implica una 'condizione dolorosa', quella di chi, avendo un proprio sistema
di valori a cui non vuole rinunciare, deve continuamente interrogare quelli
degli altri in una sorta di 'ascesi intellettuale'. Ascesi dolorosa, appunto,
che si risolve solo attraverso una 'etica della discussione'.
A questa etica lui credeva. A prova che a qualcosa possa pur condurre, vorrei
citare un fatto di cui si è avuto notizia proprio due giorni prima della
sua morte. Nella Bustina di due settimane fa citavo il libro di Willy Eisner
sui 'Protocolli dei savi di Sion', ricordando come, malgrado siano stati
provati falsi da quasi un secolo, ancora oggi si trovano pubblicati su molti
siti musulmani. Ancora recentemente in Siria se ne è pubblicata una versione
'aggiornata'. Ma ecco cosa comunica la Reuters in data 18 maggio. L'autorità
palestinese ha deciso di rimuovere la versione araba dei protocolli dal sito
ufficiale del ministero dell'Informazione palestinese. Non sarà molto, ma
ci dice che un'etica della discussione è ancora possibile.
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