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Il 3 dicembre 1963 veniva promulgato dal Concilio vaticano II il “Sacrosanctum Concilium”, cioè un corpo di norme che riformava profondamente l’antica liturgia tridentina.
In particolare veniva ridato valore all’altare, da collocare il più possibile vicino e in comunicazione con l’assemblea dei fedeli, veniva sottolineata la grande importanza dell’ambone (non del pulpito) in relazione con la rivalutazione della liturgia della parola, e veniva rimesso in valore il ruolo della sedia del celebrante, chiamato a presiedere la riunione del popolo radunato nell’aula della chiesa.
Ora se si pensa alle chiese ticinesi (ma anche a molte chiese italiane), bisogna considerare che il loro assetto verso la metà del ‘900 era ancora in grandissima parte debitore delle prescrizioni del Concilio di Trento (1545-1563).
Salvo i piccoli oratori periferici, praticamente tutte le chiese possedevano un grande altare di impianto monumentale, nel quale il sacerdote celebrava la messa voltando la schiena al popolo. Spesso appeso ad un pilastro troneggiava un pulpito, minaccioso non soltanto nella forma.
Riassumendo e schematizzando per necessità di spazio le cose si erano svolte, nel passato, pressappoco così.
Tra l’anno 1000 e il 1300 il territorio lombardo si era popolato di un grandissimo numero di chiese romaniche, costruite sulla base di modelli tipologici molto semplici e chiari: le più piccole con un’aula rettangolare, corrispondente all’incirca ad un doppio quadrato, ed un’abside semicircolare; le più grandi ed importanti con spazi a tre navate concludentisi in absidi triple secondo un preciso ordine gerarchico. Gli altari (ne sono rimasti pochissimi) erano corpi semplici a mensa, talvolta sovrastati da splendide tavole intagliate, dorate o dipinte.
Nel Trecento e nel Quattrocento molte chiese furono ingrandite, in modo qualche volta piuttosto casuale, abbattendo facciate laterali, o allungando il corpo principale, o modificando la forma dell’abside (dalla pianta semicircolare alla pianta quadrata). E spesso si sparsero nello spazio delle chiese altari e altarini devozionali, pulpiti, piccoli organi, vasche battesimali, transenne e cancelli. A tal punto che in molte visite pastorali del ‘500 i vescovi denunciavano il disordine imperante nelle chiese e intimavano ai parroci di provvedere, con le loro comunità, a riordinare l’edificio sacro o, eventualmente a farne uno nuovo nello stesso luogo o nelle immediate vicinanze.
Ci pensarono poi le disposizioni tridentine a dettare il modello valido per tutti: grande aula ret-tangolare, coretti laterali uniformi per i culti dei santi nelle chiese maggiori, presbiterio elevato con altare monumentale, gradini, fastigio, pala, e balaustre, il più delle volte marmoree, incaricate di separare il presbiterio dall’aula dei fedeli. E così si andò avanti per tutto il ‘600 e il ‘700, distruggendo anche parecchie testimonianze di pregio d’epoca medioevale. Nell’‘800 successe poco nelle chiese ticinesi. Qualche allungamento del coro per le confraternite, qualche pseudo-transetto “per gli uomini”, decorazioni pittoriche piuttosto pesanti soprattutto verso la fine del secolo, nuovi pulpiti ingombranti, confessionali, statue e statuette su mensole o in nicchia, e in generale, un appesantimento degli apparati liturgici e decorativi, con drappi, baldacchini e quadretti appesi un po’ dappertutto.
Nel primo ‘900 qualche intervento infelice, di scarso valore artistico fece il resto. Ma a ben vedere le iniziative di questo periodo non furono, per fortuna, molto numerose ed incisero poco nella sostanza dei monumenti.
Una svolta importante avvenne nel 1963 e produsse qua e là danni di un certo rilievo pur facendo spazio qualche volta anche ad opere di sicuro pregio. Le vittime principali degli interventi modernizzatori di quel periodo furono soprattutto le balaustre marmoree che separavano i presbiteri dalla navata. Ma anche qualche altare non spregevole fu smontato e disperso nel nome della riforma liturgica del Vaticano II.
I principi che ne stavano alla base erano stati già prima largamente dibattuti in ambito ecclesiale, soprattutto in occasione della costruzione di nuovi edifici di culto.
L’opera di Milo Cleis nelle chiese ticinesi avvenne proprio nell’ambito di queste trasformazioni. La sua attività principale ebbe luogo soprattutto sull’arco di trent’anni, tra il 1964-65 (nuovo altare nella Chiesa parrocchiale di Cademario) e il 1993-94 (nuovo altare e ambone nell’oratorio di San Giobbe a Giubiasco).
Del ’92-’93 v’è però anche l’altare in granito di Baveno per la nuova chiesa della Sainte Trinité, dell’architetto Ugo Brunoni, in Rue de Lausanne a Ginevra.
In tutto il ciclo trentennale di interventi nei presbiteri di chiese generalmente antiche la regia principale fu spesso dell’architetto Alberto Finzi di Massagno. Finzi, come molti architetti della sua generazione, non nutriva grande stima per l’architettura ottocentesca e del primo Novecento, che avevano lasciato il loro segno più decorativo che spaziale in parecchie chiese ticinesi. Ed inoltre aveva fede, se così si può dire, nella nuova liturgia. Sicchè, per prima cosa, egli spogliava i numerosi spazi ecclesiastici che gli venivano affidati da tutte le incrostazioni neo-barocche od eclettiche, grattava tinteggi pesanti, toglieva modanature e cornici di gesso, asportava pavimenti di cemento colorato o di marmo d’Arzo, abbatteva altari di fattura non proprio eccelsa ma non sempre del tutto indegni. Le balaustre sparivano. Arrivavano sempre nuove sedie per i celebranti (talvolta addirittura in pietra), nuovi tabernacoli a lato, nuovi pavimenti, una nuova illuminazione.
Permanevano naturalmente resti d’affreschi che ogni tanto affioravano sotto l’intonaco più re-cente, sempre che avessero qualche titolo d’antichità e qualche qualità pittorica.
In questi spazi operava poi lo scultore, appunto Milo Cleis, con un grado di libertà che credo sia stato sempre abbastanza ampio, sia in termini di scelta dei materiali, che di impostazione simbolica e di definizione formale.
Trattandosi sovente di spazi non molto grandi esistevano ovviamente dei vincoli dimensionali. È interessante osservare come nell’arco di trent’anni il carattere formale delle opere di Milo Cleis abbia variato. Sembra quasi di poter indicare tre periodi. Dal ’60 al ’70, lavori riferibili a certo ro-busto astrattismo plastico alla maniera “svizzera”, con una notevole punta di qualità nel bel lavoro dell’altare della parrocchiale di Castione, dove solidi geometrici elementari ricavati in negativo in un cubo di granito s’incastrano tra loro formando un gioco molto interessante di cavità, di ombre e di spigoli vivi. Non credo vi sia in questo bel lavoro nessun intendimento simbolico.
Nella prima metà degli anni ’70, opere nelle quali sembra manifestarsi la tentazione di far incon-trare la figura con la geometria. Sono significativi a questo proposito l’altare e l’ambone di San Simone a Vacallo del 1971, o quelli della parrocchiale di Porza del 1974.
A parte la difficoltà in taluni di questi oggetti di far incontrare la pesante tavola della mensa con la sottostante “popolazione” di forme, debbo dire che essi riflettono bene la più generale difficoltà della Chiesa di far incontrare l’arte moderna con una simbologia ormai desueta e muta rispetto alle sensibilità percettive e alle intelligenze del nostro tempo.
Ma di questi fatti ebbi già l’occasione di parlare in altre circostanze e so che si tratta di temi molti difficili e intricati dentro i quali molti artisti hanno dovuto dibattersi col rischio purtroppo, anche per i più bravi, di spendere tutte le proprie forze tra i lacci di una contraddizione forse irrisolvibile. E poi mi sembra di intravedere un terzo momento interessante, tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. Riappare la geometria pura ma non nella maniera plastica del primo periodo bensì come composizione quasi architettonica di forme elementari che sfidano addirittura il peso e il tradizionale effetto di pieno della pietra. È il caso dell’altare e dell’ambone di San Giobbe a Giubiasco (1992-93) o dell’altare di Sant’Antonino (1989) o dell’altare di Bedigliora (1993) che esibisce delle sorta di grandi modanature architettoniche, derivate dalla tradizione e ingigantite per l’occasione.
Forse questi lavori sono i più autonomi e non dipendono da nulla fuorché dalle loro misure, dalle loro proporzioni e dalle loro intrinseche qualità formali. Qui nessun prezzo è pagato a improbabili valori simbolici o iconici.
Resterebbero da dire due parole sui lavori nelle chiese nuove, che nel Ticino, occorre dire, sono state poche negli ultimi decenni. Qualcuno potrebbe pensare che proprio in queste occasioni la forza creativa dello scultore dovrebbe trovare il suo spazio più favorevole. Non ne sono del tutto convinto. La chiesa a forma di sfera realizzata da Ugo Brunoni a Ginevra con il nuovo altare di Milo Cleis mi pare lo dimostri assai bene. A ben vedere l’edificio chiesa, sia pure con la sua liturgia riformata dopo il Concilio vaticano II ha oggi qualcosa di poco congruente con la cultura del nostro tempo. E sul piano iconico la Chiesa oscilla ormai tra il recupero di simboli antichi diventati quasi silenti per i fedeli e l’assenza tout court di simboli figurati. Il problema più volte dibattuto se mettere sulla croce la figura del Cristo morente o se non mettervi nulla e limitarsi ai bracci puri e semplici della croce è significativo. Lo stesso edificio della chiesa un tempo prominente e sempre riconoscibilissimo nei tessuti delle città maggiori o nei piccoli villaggi si perde ormai nel magma della città diffusa, non riuscendo a riscattarsi salvo in qualche caso particolare (Mogno per esempio) con forme inedite e stupefacenti.
Sicché dal profilo della sua stessa presenza e rappresentazione, lo si voglia o no, la Chiesa è in difficoltà. Nelle chiese contemporanee non v’è più nessun vincolo tipologico, nessuna prescri-zione architettonica come ai tempi di Carlo Borromeo; in nessun caso vi sono indicazioni d’obbligo, da parte della stessa istituzione che vi presiede. Per cui tutto è possibile. Tutto è affidato alla cosiddetta creatività (od originalità) dei progettisti. Meccanismi simili reggono del resto tutta la produzione pubblicitaria, la moda, lo spettacolo e così via.
Ed allora determinati valori tradizionali come la durabilità (soprattutto la durabilità simbolica ed artistica) lentamente si estinguono lasciando ampio spazio all’evento, all’effimero, alla festa o alla tragedia.
È evidente che produrre sculture in un simile contesto, e soprattutto sculture per spazi cosiddetti sacri, è diventato estremamente difficile.
Per questo personalmente apprezzo molto il fatto che uno scultore come Milo Cleis, abile artigiano nel senso più nobile del termine, collochi ogni tanto con misura e con perizia un bel tabernacolo di bronzo o di legno o un bel crocifisso, in qualche modesta chiesa del Cantone, senza la pretesa di dare troppo nell’occhio.