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In Svizzera le donne guadagnano in media il 20% in meno rispetto agli uomini. Per far fronte a questa discriminazione, i partner sociali tentano la via del dialogo, invitando le aziende ad analizzare e migliorare il proprio sistema di retribuzione.
Il progetto «Dialogo sulla parità salariale», che riposa su base volontaria, gode del sostegno delle autorità federali, dei sindacati e degli imprenditori. Per aderire all'iniziativa, le aziende sono invitate a sottoscrivere con il sindacato competente o con una rappresentanza di collaboratori una convenzione ad hoc, attraverso la quale s'impegnano ad esaminare spontaneamente il proprio sistema di retribuzione e ad adottare le misure necessarie per porre fine ad eventuali discriminazioni.
Nonostante il principio di un salario uguale per un lavoro di pari valore sia iscritto nella Costituzione sin dal 1981, «le donne continuano a guadagnare in media il 20% in meno rispetto agli uomini», ha dichiarato il ministro dell'interno Pascal Couchepin. Il Consiglio federale giudica questa forma di discriminazione «problematica e ingiusta sia per le donne che per le imprese che rispettano la legge».
La via prescelta è senza dubbio innovativa, ha aggiunto il presidente dell'Unione sindacale svizzera Paul Rechsteiner, ma esige un importante sforzo da parte del mondo economico, che finora si è mosso a passo di lumaca.
Il padronato ha da parte sua posto l'accento sul carattere facoltativo del progetto. Stando al direttore dell'Unione svizzera delle arti e mestieri, Hans-Ulrich Bigler, «voler imporre il rispetto dell'uguaglianza salariale attraverso un controllo statale sistematico sarebbe un approccio sbagliato al problema». Dello stesso parere Thomas Daum dell'Unione svizzera degli imprenditori, secondo cui una strategia statalista non permetterebbe di tener conto delle particolarità di ogni azienda.