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di Laura Ebneter e Kristina Lanz
Le Nazioni Unite (ONU) sono nate nel 1945, all’indomani della Seconda Guerra mondiale, e dovevano servire come strumento per garantire una miglior comprensione e cooperazione della comunità delle nazioni, nonché per preservare la pace internazionale. Due delle pietre miliari più recenti della storia dell’ONU sono l’adozione dell’accordo di Parigi sul clima e l’adozione dell’Agenda 2030 che, con i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, funge da bussola internazionale in quest’ambito. Firmando l’Agenda, tutti gli Stati membri hanno reputato che gli obiettivi di sviluppo sostenibile potevano essere pensati e realizzati a livello internazionale solo in maniera globale. Per questo motivo le cinque dimensioni dell'Agenda 2030 sono Popolazione, Pianeta, Prosperità, Pace e Partenariato. Ma la crescente «autocratizzazione», le tendenze nazionaliste, così come l’assenza del dovere di diligenza imposto alle grandi imprese multinazionali, fanno sì che la dimensione popolazione — vale a dire lo sradicamento della povertà e della fame — e quella della prosperità vengono applicate solo a una parte della popolazione mondiale. Di conseguenza le altre dimensioni pianeta, pace e partenariato sono state relegate in secondo piano.
L'illusione dei valori universali
Ci si può chiedere se la comunità internazionale rappresenti i valori fondamentali necessari per attuare l’Agenda 2030 nella sua totalità e in partenariato. Perché i fossati che si schiudono sono sempre di più. L'ONU è confrontata a molteplici sfide: da un lato il numero crescente di organizzazioni sussidiarie specializzate aumenta la burocratizzazione, il rischio di strutture parallele e la concorrenza per delle risorse sempre più striminzite. Al tempo stesso, gli organi decisionali dell’ONU sono sempre più spesso bloccati. Il diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza impedisce regolarmente, in un contesto di rivalità crescenti tra gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, l’approvazione di risoluzioni chiave per il mantenimento della pace mondiale e la protezione dei diritti umani.
Ma anche dal Consiglio dei diritti umani non giungono notizie portatrici di speranza. Da anni, ad esempio, la Cina tenta di rafforzare la sua influenza nelle istanze multilaterali e in particolare agisce in modo mirato per indebolire la definizione dei diritti umani universali. E sembrerebbe che la strategia stia dando i suoi frutti: il Consiglio dei diritti umani ha infatti adottato nel giugno 2020, con 23 voti favorevoli contro 16, una risoluzione della Cina intitolata «Promozione di una cooperazione mutualmente vantaggiosa nell’ambito dei diritti umani», che considera questi ultimi come un oggetto di contrattazioni e di compromessi. Oltre al Bahrain e al Qatar, la maggior parte dei Paesi africani, latino-americani e asiatici si sono schierati dalla parte della Cina.
Anche le recenti discussioni all’Assemblea generale dell’ONU offrono spunti di riflessione. Così, in aprile, una risoluzione volta a escludere la Russia dal Consiglio dei diritti umani, a causa della sua guerra d’aggressione in Ucraina, è stata adottata solamente da 93 Paesi. 24 hanno votato contro e 58 si sono astenuti, tra i quali, oltre alla Cina, un gran numero di Paesi africani, asiatici e latino-americani. La realtà sembra essere un po’ più complessa rispetto a quanto traspare dai commenti che, a tal proposito, parlano in parte di un nuovo fossato Ovest-Est o Nord-Sud.
La Cina è diventata una grande potenza economica nel corso degli ultimi decenni e ha creato delle nuove dipendenze in numerosi Paesi del sud mondiale (leggere il global #86); inoltre, la Russia s’è fatta numerosi amici sostenendo i movimenti anticoloniali. Mentre l’Occidente acuisce sempre di più la sua retorica sul confronto diretto tra le democrazie dai «valori occidentali» e le autocrazie, la Cina e la Russia utilizzano una retorica deliberatamente antioccidentale, ben accolta da numerosi Paesi. Le nazioni occidentali sono così accusate – spesso a giusta ragione – d’ipocrisia, per ciò che concerne l’importanza accordata ai diritti umani e alla democrazia. Nazioni che, troppo spesso, hanno ignorato questi diritti al loro interno e all’estero, e che hanno sostenuto delle dittature ogni qualvolta che a prevalere erano gli interessi economici o politici.
E adesso?
Sembra generalmente incontestabile che l’ONU, malgrado tutte le differenze dei suoi membri, fa parte di un sistema indispensabile della diplomazia e del dialogo internazionali. E a mancare non sono nemmeno i princípi o le visioni e i valori stabiliti. Ciò che manca è la loro applicazione da parte degli Stati. I valori fondamentali originali della Carta – ossia il credere nei diritti fondamentali universali di tutti gli esseri umani, la dignità e il valore della personalità umana, l’uguaglianza tra i sessi e quella tra tutte le nazioni – delimitano un quadro morale solido. Anche le visioni radicate nell’Accordo di Parigi sul clima e nell’Agenda 2030, orientate sugli interessi comuni a lungo termine di tutti gli Stati, indicano la via da seguire. Le soluzioni per una comunità internazionale forte e capace d’imporsi sembrano semplici, ma sono poco realistiche a causa dei rapporti di forza esistenti e dell’importanza, generalmente superiore, accordata agli interessi nazionali.
Per creare un ordine mondiale basato su dei valori, bisogna innanzitutto garantire istituzionalmente che tutti gli Stati promuovano un multilateralismo centrato sull’essere umano e difendano gli interessi della loro popolazione, in particolare dei ceti più poveri e più vulnerabili. Per fare ciò, ci vuole una società civile attiva che possa sedersi al tavolo dei negoziati. Al tempo stesso, bisogna formare e rafforzare coalizioni transnazionali che includano anche la società civile, il settore privato e la scienza, e che s’impegnino senza compromessi per i diritti umani e la sostenibilità, nell’interesse generale.
In questo senso è importante che la polarizzazione attuale in seno alle diverse istanze dell’ONU non venga aggravata, presentandola come un conflitto Ovest-Est o Nord-Sud. Tutti gli Stati sono tenuti a sostenere i diritti umani universali senza compromessi e ad anteporre gli interessi comuni a lungo termine agli interessi personali a breve termine. E qui, nessun Paese del mondo ha la coscienza pulita: anche l’Occidente dovrà scendere dal suo piedistallo e ammettere che numerose delle sue conquiste sono state ottenute a spese di altri Paesi, in cui hanno generato – e continuano a farlo – dei costi sociali, ecologici ed economici.
Alla Svizzera piace ricordare la sua tradizione umanitaria. Con la «Ginevra internazionale» e, da poco, come membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sarebbe nella posizione ideale per promuovere una cooperazione multilaterale fondata sui valori e conferirle l’importanza che merita. Come uno dei Paesi che, anno dopo anno, ha i maggiori effetti di esternalità territoriale (spillover) negativi sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità in altre nazioni, la Svizzera ha inoltre il dovere di far rispettare i diritti umani di tutte e tutti, sempre e senza compromessi, come pure di adattare conseguentemente la sua politica commerciale, finanziaria e fiscale, e infine di attuare integralmente e fermamente gli accordi (non) vincolanti dell’ONU, in particolare l’Accordo di Parigi sul clima e l’Agenda 2030.