Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01287.jsonl.gz/1350

Mi vedo da ragazzino quando cominciai a giocare a tennis. Sparavo delle bordate che oggi avrebbero fatto invidia a Roger Federer… se solo fossero rimaste in campo. A quei tempi – a parte che l’unica violenza alla pallina era concessa nello «smash», per il resto si lavorava di cesello – i giocatori più forti si distinguevano perché riuscivano a ad avvicinare il più possibile la pallina alla riga di fondo del campo avversario, impedendo a quest’ultimo di salire a rete. Io ero un «precursore» del tennis moderno, le palline le scaraventavo con forza addirittura oltre la riga di fondo campo. Mi si diceva: «prima devi imparare a tenere la palla in campo, poi potrai aumentare la forza». Evidentemente, l’esercizio non mi riuscì bene, visto che rimasi sempre un giocatore mediocre. Che però riusciva in una partita a mettere a segno due o tre punti da favola, un bilancio costi/benefici, ahimé, piuttosto deficitario dal punto di vista dei risultati. Ma la scuola era quella e, se avessi perseverato sulla mia strada, probabilmente nessuno avrebbe più voluto giocare con me.
Poi vennero i Connors, McEnroe, Borg e compagnia bella cui l’esercizio sembrava essere riuscito, visto che le bordate le sparavano con regolarità durante tutta la partita, mantenendole all’interno del rettangolo di gioco. Che cosa era successo? Posso solo immaginarmi che a un certo momento, qualcuno decise che fosse utile e vantaggioso continuare a «sparare» finché non si fosse raggiunta la misura giusta e la regolarità dei colpi.
Oggi, tutti i giocatori del circuito mondiale giocano un tennis che non ha più niente a che vedere con quello dei Laver, Rosewall e Newcombe che hanno accompagnato la mia infanzia. Non credo di sbagliare dicendo che questi non avrebbero portato a casa un singolo «game» contro uno qualsiasi dei primi cento giocatori dell’odierna classifica ATP. Sono più bravi i giocatori di oggi? No, praticano semplicemente un altro sport. È un bene, è un male, difficile dirlo. Per chi ha la mia età, c’è naturalmente un tocco di nostalgia, in parte compensato dall’impressione di essere stato nel giusto. Infatti, è chiaro che a un certo punto, qualcuno ha preso l’«Eros Mellini» di turno (indubbiamente più dotato) e gli ha permesso di «sparare» prima di aver imparato a tenere la pallina in campo, oppure è riuscito a far procedere le due cose di pari passo, con il risultato che è sotto gli occhi di tutti. Un cambiamento di paradigma, un’inversione a «U» rispetto ai modelli precedenti, concesso da qualche genitore al proprio figlio che voleva giocare come piaceva a lui. Ma di fatto, il vecchio tennis non esiste più.
Questo lungo preambolo è, a mio avviso, traslabile più genericamente alla società di oggi. E non sempre con risultati apprezzabili, a mio modo di vedere. A furia di concessioni, il mondo sta prendendo una piega che non mi piace per niente.
Qualche figlio di papà voleva guidare la macchina precocemente, e si è abbassata l’età richiesta per farlo. Qualche altro voleva votare e si è abbassata la maggiore età. Altri non volevano prestare servizio militare e si è introdotto il servizio civile. Idem per il consumo di alcool, di tabacco e si vorrebbe liberare persino l’assunzione di droghe. Ogni trasgressione – ma spesso anche reato, come nel caso delle manifestazioni violente e non autorizzate – raccoglie sempre più consensi, entrando un passo alla volta nella normalità quotidiana.
Ai tempi dei Laver e dei Rosewall, gli omosessuali erano additati al pubblico ludibrio. Dalla prima concessione – peraltro sacrosanta – di fare i cavoli che vogliono privatamente, si è accettata l’ostentazione delle proprie tendenze sessuali in pubblico nelle «Love parades» o sulle magliette con la scritta «gay is beautiful», si concessa l’unione domestica registrata, e adesso anche il matrimonio con tutti gli annessi e connessi.
Un altro tennis, un altro mondo? Così sembra, ma del secondo non mi vanto di essere un «precursore».