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Avevamo riferito nell‘Angolo dello scorso aprile di come l’exit tax tedesca fosse stata dichiarata non conforme agli Accordi Bilaterali nei confronti della Svizzera in virtù della libertà di stabilimento e circolazione di persone e della possibilità di ottenere in Svizzera, sulla base delle varie normative, quella reciproca assistenza che permette la riscossione del credito.
Nella stessa direzione va anche la sentenza della Corte Europea del 26 febbraio 2019 concernente la legislazione CFC tedesca (Hinzurechnungsbesteuerung, X-GmbH, C-135/17), secondo la quale tale legislazione, che prevede l’imposizione in Germania in capo al socio tedesco dei profitti passivi realizzati in società estere (in casu svizzera) con tassazione inferiore al 50% rispetto a quella tedesca, è contraria alla libertà di circolazione dei capitali nella misura in cui la Germania abbia la possibilità, grazie agli accordi esistenti di verificare nello Stato della società estera a bassa imposizione che la stessa società estera (i.c. svizzera) non sia un semplice artefatto atto ad aggirare gli obblighi fiscali.
Il quesito era stato presentato alla Corte da un’istanza inferiore per chiarire una questione preliminare ed è sfociato non nella costatazione che le CFC tedesche nei confronti della Svizzera sono contrarie alla libertà di circolazione dei capitali, bensì in quella che la libertà di circolazione di capitali, che grazie agli Accordi Bilaterali puo essere invocata anche dalla Svizzera, non osta all’applicazione delle norme CFC nei confronti di stati terzi e della Svizzera, a meno che non esista un quadro legale che preveda obblighi tali da permettere alle autorità dello stato (tedesco) di verificare la correttezza delle informazioni concernenti la società-contribuente atte a provare che la stessa non costituisce un artefatto (künstliche Gestaltung), fermo restando che la Corte non ha confermato né tuttavia smentito dove l’artefatto di cui sopra sia diverso dallo stesso concetto utilizzato nella sentenza di Cadbury Schweppes.
Alla luce
- dei Trattati sulla doppia imposizione con clausole di scambio di informazioni che la Svizzera ha concluso con tutti gli stati che ne hanno fatto domanda e
- degli Accordi sullo scambio di informazioni nonché
- della giurisprudenza del Tribunale Federale, sin troppo ansioso di far trasmettere agli Stati roganti qualsiasi purché minimamente rilevante informazione,
non vi sono dubbi che le condizioni di ottenimento delle informazioni sono adempite nei confronti della Svizzera.
La sentenza getta anche un’ombra sulla direttiva europea ATAD elaborata in collaborazione con l’OCSE sulla base dei lavori preliminari di Stati con grande esperienza in materia di CFC (Germania, Italia, Francia ecc.). Di fatto la sentenza mette in dubbio la legalità della stessa direttiva nei confronti perlomeno della Svizzera quale Stato terzo che grazie agli Accordi Bilaterali può invocare la libertà di circolazione europea. Se ne capisce l’importanza dalla partecipazione al procedimento non solo dei rappresentanti del governo tedesco, ma anche di quello francese e svedese nonché della Commissione Europea.
Anche se la Svizzera con la votazione del 19 maggio u.s. ha accettato di abrogare i privilegi fiscali delle società di capitali holding e miste, sembra quindi che per il sistema fiscale svizzero possa esistere anche in futuro uno spazio di manovra relativamente importante all’interno del quadro dei Bilaterali. Per gli uni motivo di soddisfazione, per gli altri forse motivo di attaccare i Bilaterali.
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