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|Durante la Grande Guerra, la città di Zurigo, grazie alla posizione centrale rispetto agli Stati belligeranti e alla neutralità della Svizzera, divenne la più importante città europea, centro di tutte le correnti artistiche e intellettuali dell'epoca. Lo scrittore franco-tedesco Yvan Goll, che fu uno dei protagonisti della vita culturale zurighese di quegli anni, in una lettera scritta una trentina di anni dopo, nel 1949, rievoca commosso il periodo trascorso nella città sulla Limmat e alla fine si meraviglia che nessuno si sia mai dedicato allo studio di questo importante capitolo della cultura del Novecento. A tutt'oggi non sono molti i testi che affrontano questo tema. Di recente in un ampio saggio dedicato all'esilio di Ferruccio Busoni a Zurigo tra il 1915 e il 1920 chi scrive ha smosso le acque, evidenziando ancora una volta con testimonianze e documenti inediti quanto fosse ricca e stimolante la vita culturale della città. Si tratta di un primo contributo, una sorta di preludio a volume ponderoso incentrato ancora sulla figura di Busoni, ma con anche grande attenzione al contesto sociale e culturale e ai rapporti tra i vari artisti.

Chi ha letto l'autobiografia di Elias Canetti ricorda forse una divertente pagina (nel romanzo La lingua salvata) in cui il grande scrittore austriaco, rievocando gli anni dell'adolescenza trascorsi in esilio con la famiglia a Zurigo durante la Grande Guerra, parla dei frequenti, quasi giornalieri incontri con un signore dall'apparenza bizzarra, sempre accompagnato da un enorme san Bernardo di indole talmente anarchica, che raramente ubbidiva agli ordini del suo padrone:
Dalla primavera del 1917 cominciai a frequentare la scuola cantonale nella Rämistrasse. Molto importante diventò per me la strada che percorrevo ogni giorno per andare e tornare da scuola. All'inizio della strada, subito dopo aver attraversato la Ottikerstrasse, facevo sempre lo stesso incontro, che mi è rimasto impresso nella mente. Un signore con una bellissima testa bianca andava a passeggio dritto e con aria distratta, camminava per un pezzetto e poi si fermava, cercava qualcosa e cambiava direzione. Aveva un cane San Bernardo che chiamava sovente: "Dschoddo, vieni dal papà! ". Talvolta il San Bernardo si avvicinava, altre volte invece si allontanava, perché era lui che cercava il papà. Ma non appena il vecchio [aveva 51 anni!] lo aveva trovato, subito se ne dimenticava e si distraeva di nuovo. La sua presenza in quella strada piuttosto comune aveva qualcosa di peregrino, il suo richiamo, spesso ripetuto, induceva al riso i bambini, i quali però non ridevano in sua presenza, perché aveva un'aria che incuteva rispetto quando se ne andava dritto e fiero guardando davanti a sé senza accorgersi di nessuno; ridevano soltanto quando erano a casa, o quando, in sua assenza, avevano il permesso di giocare per strada. Il vecchio era Busoni il musicista, che abitava in una casa d'angolo, e il suo cane, come venni a sapere più tardi, si chiamava Giotto. Tutti i bambini del quartiere parlavano di lui, ma non come Busoni del quale non sapevano nulla, ma come "Dschoddo-vieni-dal-papà". Il cane San Bernardo li aveva conquistati, ma ancor più quel bel vecchio signore che si definiva il suo papà. [testo originale - traduzione in inglese]
Quando la madre di Canetti venne a conoscenza del nomignolo che i bambini avevano appioppato al grande musicista, ne fu molto risentita:
Non perdeva mai un concerto di Busoni, e il fatto ch'egli abitasse vicino a noi (in Scheuchzerstrasse 36) la turbava un poco. Non mi volle credere subito quando le raccontai dei miei incontri con lui e si persuase che erano veri soltanto quando ne ebbe conferma da altre persone, e allora mi proibì di chiamare Busoni 'Dschoddo-vieni-dal-papà' come facevano gli altri ragazzini del quartiere. Mi promise che una volta mi avrebbe portato a uno dei suoi concerti, ma soltanto alla condizione che mai più io lo chiamassi in quel modo. Era il più grande maestro che lei avesse ascoltato in vita sua ed era uno scandalo che tutti gli altri si definissero 'pianisti' come lui.
Non vi è alcuna esagerazione nella testimonianza di Canetti. La fama di Busoni pianista era a quel tempo leggendaria, non soltanto per le sue ineguagliabili doti di virtuoso della tastiera, ma anche per la profondità, la spregiudicatezza e l'inaudita originalità delle sue interpretazioni, che non di rado lasciavano interdetti ascoltatori e critici.
Perché un artista osannato dai pubblici di tutto il mondo e con passaporto italiano faceva parte del folto gruppo di artisti a cui la Svizzera aveva concesso asilo politico durante il periodo della Grande Guerra? Perché si rifiutò di vivere nella sua patria, in Italia? Ho cercato di dar risposte a queste e ad altre domande in un lungo saggio pubblicato di recente nello Schweizer Jahrbuch für Musikwissenschaft. In questa sede cercherò di fare una sintesi del complesso argomento.
Occorre dire preliminarmente che Ferruccio Busoni non era soltanto pianista sommo, ma anche compositore, didatta, filologo, scrittore, poeta, filosofo della musica, operatore culturale, raffinato bibliofilo, collezionista di opere pittoriche e generoso mecenate. La sua cultura umanistica e musicale era talmente vasta che fu paragonato spesso agli artisti rinascimentali. Italiano di nascita, abbandonò in tenera età la sua patria, poiché riteneva deplorevole lo stato in cui versava la musica. Il bisogno di approfondire le teorie musicali lo spinsero dapprima verso la Mitteleuropa: Vienna, Graz, Klagenfurt, poi verso la Germania: Lipsia e infine Berlino. Dal 1894 fino alla morte, salvo linterruzione dellesilio zurighese, ebbe dimora in questa città da lui definita splendente e insostituibile. Fu un artista poliglotta (imparò anche il russo e lo svedese: esiste addirittura un carteggio con Sibelius in questa lingua).
Allo scoppio della prima guerra mondiale, a Berlino, si trovò di fronte al dilemma: trascorrere il periodo della guerra in Germania o in Italia? Pur proclamandosi cittadino del mondo, il concetto di patria gli era tuttaltro che estraneo a quel tempo ed è a mio parere indubitabile che nel 1915 la sua vera patria fosse quella delezione, non solo perché da ventanni abitava a Berlino. Si tenga infatti presente che Busoni, sebbene avesse sempre mantenuto intensi (anche se conflittuali) rapporti con lItalia e dichiarasse di sentirsi latino nellanimo, aveva maggiore dimestichezza con la mentalità e le Gewohnheiten germaniche. È infine innegabile che la padronanza della lingua tedesca, soprattutto del registro aulico-letterario e dei sottocodici artistico-estetici fosse di gran lunga superiore a quella dellitaliano. Tutti i testi teorici, i libretti dopera e gran parte delle lettere furono infatti scritti in tedesco, una lingua nella quale confessò Busoni stesso io mi muovo con maggiore sicurezza.
Egli quindi, nel tragico momento in cui doveva 'schierarsi', non seppe, non volle o non potè scegliere, anche perché era considerato persona non grata nelle sue due patrie. Dopo un lungo periodo di riflessione trascorso negli USA, decise infine, tristemente, di chiedere asilo politico alla Svizzera. Aiutato soprattutto dal direttore d'orchestra Volkmar Andreae (nonno di Marc Andreae, figura ben nota nel mondo musicale ticinese), non ebbe difficoltà ad ottenere il permesso di dimora. Scelse Zurigo come città del rifugio poiché a quel tempo era la più importante città europea, centro di tutte le correnti intellettuali. Busoni vi restò un lustro, dal 1915 al 1920: furono anni laboriosi e fecondi, ma durissimi da reggere sul piano psicologico. L'amico scrittore Jakob Wassermann riferì che molti allievi e amici furono a più riprese agghiacciati testimoni del suo dolore e della sua titanica ribellione contro un evento mondiale che gli appariva del tutto insensato. Uno dei mezzi di cui Busoni si servì per mitigare gli effetti più devastanti dellesilio (lemarginazione, lisolamento e la solitudine) consistette nel creare attorno a sé una ristretta cerchia di amici (svizzeri ed esuli). La sua abitazione in Scheuchzerstrasse 36 divenne sin dai primi mesi del soggiorno zurighese il punto di riferimento di insigni musicisti e intellettuali, tra cui anche Rilke, Zweig, Wolf-Ferrari, Ernst Bloch, Hans Richter...
Busoni lasciò un'impronta indelebile nella storia culturale della città sulla Limmat. Quando prese la decisione di tornare a Berlino, l'Università di Zurigo volle significargli tutta la sua gratitudine conferendogli il dottorato honoris causa in Filosofia. Egli non amava le onoreficenze, ma quando una delegazione di professori nell'agosto del 1919 si recò a casa sua, senza preavviso, per comunicargli la notizia, la sorpresa e la gioia furono tali che il grande artista aveva le lacrime agli occhi. Esibì sempre con fierezza questo titolo e nei quattro anni che ancora visse a Berlino, manifestò in molte occasione la sua gratitudine nei confronti della Svizzera e di Zurigo in particolare.
Il sanbernardo Giotto fu certo una componente marginale degli 'Zürcherjahre Busonis', ma sul piano umano esso contribuì non poco ad alleviare la solitudine dell'esilio. Giotto e Busoni erano inseparabili e nei quattro anni del loro 'sodalizio' divennero una coppia ben conosciuta e rispettata dagli zurighesi, divertiti dall'esuberanza del cane che il padrone non riusciva quasi mai a contenere. Li si poteva incontrare nella Bahnhofstrasse, nelle strade che confluiscono in Rämistrasse, nei pressi della fontana dinanzi alla Stazione Centrale, dove il musicista discuteva animatamente con i dadaisti (con Hans Richter [link II]in particolare) e con lo scrittore espressionista Ludwig Rubiner. Giotto, intanto, si immergeva nella fontana suscitando la stizza e lo sdegno dei poliziotti zurighesi. Il grosso cane era quasi sempre ai piedi del suo padrone quando questi si recava nei ritrovi pubblici della città (all'Odeon, sulla Terrasse, alla Kronenhalle, al Bahnhofbuffet) per bere un bicchiere di rosso, sognando tristemente il buon Chianti della sua Toscana. Si racconta che un giorno, proprio al Buffet della stazione, Giotto fece cadere la spada, appoggiata al muro, di un ufficiale dell'esercito. Busoni, uscendo, passò vicino al tavolo del malcapitato sussurrandogli ironicamente: La prego di volerlo scusare: è antimilitarista come il suo padrone.
Alla fine della guerra, quando potè di nuovo uscire dai confini per le sue trionfali tournée europee, scriveva spesso alla moglie implorandola di spedirgli delle foto di Giotto. Quando prese la decisione di tornare a Berlino, fu costretto a lasciarlo a Zurigo. Nella metropoli prussiana lo colse una profonda depressione. Chi conosce il rapporto che si instaura tra un sanbernardo e il suo padrone, può ben capire che tra le cause di questo disagio interiore (il caos che regnava a Berlino nel 1920, il 'lutto' del trasloco, il distacco dal Freundeskreis zurighese...) c'era anche la forzata rinuncia alla compagnia del suo Giotto Bernardoni (cosî lo chiamava scherzosamente nelle lettere di quel periodo), che forse più della famiglia e degli amici riusciva ad alleviargli lo strazio dell'esilio. Inebetito dinanzi a una bottiglia di vino al Bahnhofbuffet, lo sorprese, una tarda notte del 1917, Stefan Zweig, suo grande amico. Allo scrittore Busoni confidò, con amarezza: Stordirsi! Non bere! Ma qualche volta bisogna stordirsi, altrimenti non ci si resiste. La musica non basta sempre, ed il lavoro non è un ospite di tutte le ore.
Busoni era talmente legato al suo cane che volle immortalarlo in numerose, magnifiche fotografie scattate da Michael Schwarzkopf. Questo grande fotografo, purtroppo oggi quasi dimenticato, nacque nel 1884 in Russia. Si trasferì in tenera età a Monaco dove studiò scultura, ottenendo un premio artistico che gli consentì di continuare gli studi a Parigi. Subito dopo lo scoppio della guerra si stabilì a Zurigo dove sposò una sua connazionale. A causa dei tempi difficili, Schwarzkopf decise di dedicarsi al ritratto fotografico, divenendo ben presto uno tra i più fotografi più richiesti da artisti ed intellettuali svizzeri e stranieri. Quando nel 1916 mostrò a Busoni i suoi lavori, il grande pianista ne fu così entusiasta che decise spontaneamente di farsi fotografare da lui. Si noti che Busoni nutriva avversione per alcuni fotografi che lo avevano ritratto negli anni precedenti; per contro stimava molto Schwarzkopf, di cui divenne ben presto amico.
*Schweizer Jahrbuch für Musikwissenschaft, n. 19 (1999), a cura del prof. Willimann (Università di Basilea), Berna, 2000, pp. 27-106.