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WASHINGTON - È morto da più di sessant'anni, ma il mito di Al Capone continua a vivere e a scatenare passioni. Stavolta si tratta dello scontro tra i suoi discendenti, raccontato in prima pagina dal "Wall Street Journal".
Al centro della guerra tra i "Capones", non c'è alcun patrimonio da ereditare. Le enormi proprietà di "Scarface" furono infatti tutte confiscate dallo Stato. Piuttosto, a provocare la faida familiare è un altro bene altrettanto prezioso: la memoria, il marchio, e i possibili guadagni conseguenti.
È bastato che una pronipote, Deirdre Marie Capone, oggi settantenne, scrivesse un libro di ricordi per far scoppiare la bagarre tra i discendenti, veri o presunti. Il volume in questione, che uscirà in autunno, s'intitola "Uncle Al", dedicato appunto ad Alphonse Gabriel Capone, il boss dei boss, simbolo del gangsterismo americano, morto per un arresto cardiaco nel 1947 a soli 48 anni.
Un libro che non è andato giù ad altri discendenti di Al. "Lo zio è morto sessant'anni fa. Lasciamolo riposare in pace...", protesta Theresa Hall, anche lei pronipote del boss. La pensa cosi' anche un'altra parente, citata dal "Wall Street Journal": "È il momento di fermarci, e chiederci tutti a chi giova riparlare di quella storia". Ovviamente Deirdre replica a ogni critica senza battere ciglio: "Sono stata seduta sulle sue ginocchia, ho toccato la sua cicatrice: quanti storici hanno scritto di lui senza aver mai ascoltato la sua voce?".
Ma il libro non è l'unico motivo di scontro tra i "Capones". Chris Knight Capone, un giovane newyorchese, ha scritto due anni fa un libro in cui sostiene di essere il nipote di Scarface: il padre Bill sarebbe il frutto di una relazione extramatrimoniale. E per dimostrarlo ha chiesto alla Corte di Chicago di riesumare il corpo di Al Capone e fare il test del DNA. Richiesta che ha fatto insorgere indignati decine di eredi.
SDA-ATS