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La richiesta dell’ex consigliere federale Christoph Blocher di poter beneficiare della pensione di magistrato in via retroattiva sta occupando giuristi e politici, decisamente sorpresi da questa pretesa inusuale, argomentata dallo stesso interessato in modo poco convincente e per alcuni aspetti anche imbarazzante. Ho potuto leggere numerosi commenti (generalmente critici) e già qualche considerazione di natura giuridica. A tal proposito, è condivisibile il parere sull’intervenuta prescrizione delle rendite maturate prima degli ultimi cinque anni. Questa eccezione permetterebbe unicamente di raggiungere l’obiettivo consistente nella riduzione dell’importo vantato; ma non fornisce alcuna risposta sulla natura e il significato di questa rendita prevista in forma diversa anche nei cantoni per i membri a riposo dei loro governi. Recentemente ho letto un intervento di un professore di diritto costituzionale che ritiene la rendita un mezzo per garantire all’ex consigliere lo stesso tenore di vita adottato durante gli anni di carica.
Questa risposta è incompleta, poiché permetterebbe di spiegare solo la quantificazione della rendita. Va aggiunto che l’ex consigliere federale Blocher, così come altri, non dovrebbe ritrovarsi nella condizione di necessariamente far capo a questa entrata per affrontare le sue esigenze finanziarie. La risposta è un’altra e scaturisce da alcune constatazioni che hanno già occupato le commissioni parlamentari nel recente passato. Osserviamo innanzitutto come la maggioranza dei membri dell’attuale Consiglio federale non hanno ancora raggiunto i sessant’anni di età. Inoltre, due degli ultimi tre consiglieri partenti hanno lasciato la carica nelle stesse condizioni, ossia ben distanti dall’età di pensionamento. È altresì innegabile che il percorso politico da seguire per riuscire quantomeno a entrare nella stretta cerchia dei candidati al Consiglio federale proposti dai gruppi parlamentari non si concilia più con un impegno di milizia nella politica federale; detto in altre parole, chi vuole diventare consigliere federale deve dedicare sempre più tempo alla politica, trascurando o addirittura abbandonando la linearità e le sicurezze offerte da un’attività lavorativa. È pertanto di fondamentale importanza creare le premesse, affinché il consigliere in carica possa impegnarsi e lavorare privo di timori sul suo futuro, segnatamente la preoccupazione di reperire un’occupazione di qualsiasi genere, non appena terminato il mandato.
Nel Nostro Paese, caratterizzato da una rete di relazioni complesse e intensi rapporti tra i rappresentanti delle istituzioni e la società, non è difficile immaginare i rischi strettamente connessi alla necessità di procacciarsi qualche mandato ben retribuito, in assenza di alternative. L’obiettivo della rendita consiste nella salvaguardia dell’indipendenza e della libertà del singolo membro di governo, a prescindere dalle sue sensibilità e idee che ne muovono l’azione politica. Questo è l’elemento cardine su cui poggia questa rendita. Ovviamente non possiamo scongiurare problemi generati da decisioni inopportune, come ad esempio quanto accaduto dieci anni fa, ossia la decisione dell’ex capo del Dipartimento dei trasporti, pochi mesi dopo aver lasciato il dipartimento stesso, committente di grandi opere stradali e ferroviarie, di accettare la carica di membro di Consiglio di amministrazione di una delle più importanti imprese di costruzione del Paese. Le polemiche, sfociate anche in proposte assurde di legiferare in materia, hanno poi condotto alla saggia decisione di rinunciare al mandato. Ma proprio questo fatto ha consentito di riflettere sul senso e l’importanza della rendita, valida alternativa a onorari che metterebbero in dubbio la condotta irreprensibile del magistrato in carica.
Fabio Abate, laRegione, 22 luglio 2020