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LOSANNA - Può l'aver lavorato per 20 anni in una stazione di servizio aver fatto perdere l'olfatto a un dipendente? È sulla possibilità o meno di questa "malattia professionale" che il Tribunale federale si è trovato a decidere. Una risposta negativa a questa domanda l'aveva data il 16 febbraio del 2017 la SUVA (il cui compito è proprio stabilire se una malattia sia di origine professionale), cui si era rivolto A*, classe 1955 e dipendente di una stazione di servizio, in seguito alla perdita dell'olfatto «dopo anni di contatto con materiale pericoloso».
Il 7 dicembre 2017 il Tribunale delle assicurazioni del Cantone Ticino respingeva il ricorso dell'uomo che si era appellato contro la decisione della SUVA. Da qui il nuovo ricorso al Tribunale federale.
Il ricorrente, infatti, continua a far leva sul rapporto del suo medico che definisce «molto probabile» la relazione fra la patologia sofferta e la professione svolta. Dall'altro canto, però, il medico dell'assicurazione afferma come «l'esposizione a polveri di ardesia e a vapori di benzina non sia atta a provocare una anosmia (la perdita dell'olfatto)».
Nello specifico il medico incaricato dall'assicuratore, afferma che la patologia può apparire dopo alcuni incidenti o patologie, ma non con l'esposizione «anche continua» a vapori di benzina o esalazioni provenienti da prodotti di pulizia. Il medico va oltre, sostenendo che la problematica sarebbe da ricondurre a una «non meglio precisata infezione di natura virale».
Tuttavia il medico del ricorrente ha dalla sua parte le indagini svolte da una collega che escludono lesioni alle vie olfattorie. Lo stesso dottore riconosce che molto probabilmente la causa sarebbe da ricercare nell'irritazione della mucosa nasale su inalazioni dei suddetti vapori.
Contrariamente alle prime due decisioni, il Tribunale federale dà (in parte) ragione al benzinaio. Ritiene, infatti, che le valutazioni del medico dell'assicurazione si concentrino in un riassunto cronologico della situazione medica del 60enne negando «in maniera perentoria» quanto il medico del ricorrente sostiene avvalendosi «svariate analisi».
Alla luce di ciò, per il TF sussiste «per lo meno il minimo dubbio sull'affidabilità delle conclusioni» del medico dell'assicurazione che «impongono una verifica più approfondita nell'ambito di una perizia». In definitiva, per il Tribunale federale il giudizio cantonale non contiene gli elementi «necessari per poter decidere effettivamente se la patologia possa ricadere nelle malattie professionali». Pertanto, «esso va annullato con rinvio alla Corte cantonale per nuova decisione».
Le spese giudiziarie? A carico della SUVA.