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Lo ha fatto imponendo, a causa del Covid, un divieto generalizzato e di lunga durata di tenere eventi pubblici e manifestazioni di protesta
Imponendo un divieto generalizzato e di lunga durata di tenere eventi pubblici e manifestazioni di protesta nell’ambito delle restrizioni decise per combattere la diffusione del Covid, la Svizzera ha violato i diritti dell’associazione sindacale Communauté genevoise d’action syndicale. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).
In una sentenza pubblicata oggi quest’ultima giudica "sproporzionato" il divieto decretato a partire dal 16 marzo 2020 e le pesanti sanzioni inflitte ai trasgressori. Secondo i giudici, che hanno accolto il ricorso del movimento sindacale con quattro voti contro tre, pur senza sottostimare la minaccia rappresentata dal Covid una simile ingerenza non era "necessaria in una società democratica".
Secondo i giudici di Strasburgo "un divieto generalizzato di un certo comportamento" è "una misura radicale che richiede una giustificazione solida e un controllo particolarmente serio da parte dei tribunali" sulla compatibilità con la Costituzione.
A loro avviso tale controllo "non è stato effettuato dai tribunali interni", sebbene, nella situazione d’emergenza in cui era stata emessa l’ordinanza, esso sarebbe stato "ancor più imperativo". Il divieto di manifestare era stato allentato dal 30 maggio 2020 e poi revocato dal 22 giugno dello stesso anno.
La Cedu afferma pure che la partecipazione a una manifestazione pacifica "non deve, in linea di principio, essere oggetto di una minaccia di sanzioni penali" e deplora "la severità delle sanzioni previste", ossia fino a tre anni di carcere.
Per la violazione dell’articolo 11 (libertà di riunione e associazione) della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali la Svizzera dovrà pagare 3’000 euro di spese giudiziarie alla Communauté genevoise d’action syndicale, che aveva dovuto rinunciare a organizzare una manifestazione in occasione del 1° maggio.