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Il senso della pena privativa di libertà, secondo la legge, non è la vendetta, ma la promozione del comportamento sociale del detenuto e il suo reinserimento. Al contempo si deve proteggere la società. "Questa contraddizione è una grande sfida", dice il documentarista Dieter Fahrer.
Il regista Dieter Fahrer ha girato per mesi un documentario sui prigionieri e sulla vita quotidiana dietro le sbarre nel penitenziario di Thorberg, nel cantone di Berna. "Tramite tutte le conoscenze che ho fatto, sono diventato una sorta di portavoce per i detenuti, dato che loro non hanno alcuna lobby", spiega.
swissinfo.ch: Come viene preparato un detenuto a reintegrarsi nella società e a vivere senza commettere nuovi reati una volta che ha finito di scontare la pena?
Dieter Fahrer: La questione della reintegrazione è molto complessa. Come vogliamo preparare una persona alla scarcerazione se successivamente viene espulsa, nel Kosovo, oppure in Costa d'Avorio o in qualsiasi altra parte del mondo? In questi casi è irrealistico parlare di reinserimento sociale.
swissinfo.ch: Non tutti i delinquenti vengono espulsi. Cosa si fa per preparare al reinserimento sociale in Svizzera?
D. F.: I detenuti di solito non vengono scarcerati direttamente da un penitenziario chiuso, ma passano attraverso un allentamento graduale della privazione della libertà e una prigione aperta, dove vengono progressivamente preparati a una vita in libertà. Spesso vi è una liberazione condizionale, che è accompagnata da operatori dell'assistenza riabilitativa.
Il problema è che – anche sotto la pressione dei media – non si vogliono correre rischi. Va molto per le lunghe, prima che venga autorizzata una struttura penitenziaria aperta, perché la società ha paura.
Dare fiducia è un punto chiave. Ma nella nostra società domina l'idea che la punizione dovrebbe far soffrire l'uomo perché in fin dei conti ha fatto cose cattive.
swissinfo.ch: Al Thorberg ha incontrato uomini che non sono propriamente simpatici. Il fatto che la società voglia essere protetta contro criminali violenti è comprensibile. Tuttavia, queste persone devono essere reintegrate nella società. Funziona?
D. F.: La società ha il diritto di essere protetta. E gli autori di reati dovrebbero essere reintegrati. Così sta scritto nel Codice penale svizzero. Questa contraddizione è la sfida maggiore e richiede alla società di correre qualche rischio. Accettiamo i rischi residui in tutti i settori: riguardo al traffico, alle centrali nucleari… Eppure non siamo disposti a farlo nel settore penitenziario.
Certo è difficile, perché quando qualcuno dopo il suo rilascio commette nuovamente un reato grave è un grande disastro. Ma una protezione per la società è duratura solo se queste persone ricevono un'opportunità, perché a un certo punto comunque escono. E se non hanno alcuna prospettiva, il rischio di recidiva è enorme.
swissinfo.ch: Come ottenere la massima protezione possibile della popolazione dai criminali recidivi?
D. F.: Un punto fondamentale è una prospettiva di lavoro realistica. E qui si dovrebbe essere un po' più innovativi. Non ha senso fare imbustare biglietti d'auguri ai detenuti del Thorberg per ammazzare il tempo.
Avrebbe senso formarli per esempio come meccanici d'auto, un mestiere che si può esercitare anche in Kosovo o in Nigeria. Oppure in carcere si potrebbero formare istruttori di fitness. Gli uomini spesso fisicamente stanno molto bene insieme. Così si dovrebbero occupare non solo di muscoli, ma anche di anatomia e di nutrizione.
swissinfo.ch: Nella società oggi manca la volontà di reintegrare autori di reati gravi?
D. F.: La nostra società è focalizzata sulla paura e la sfiducia. Se uno esce, dopo un certo numero di anni di carcere, ha scontato la sua pena. Dovremmo veramente essere disposti ad accoglierlo. Ma se non trova né casa né lavoro, la situazione diventa difficile.
Inoltre sempre più criminali sono internati. In parte è giustificato, perché ci sono persone che non sono curabili psichicamente, che sono un pericolo per la società e devono rimanere internate.
swissinfo.ch: Molti detenuti del Thorberg hanno inflitto grandi sofferenze ad altre persone. È importante la discussione sul reato commesso?
D. F.: La riflessione sul reato è certamente un lavoro di base e di solito nelle carceri viene fatta. È importante riconoscere quanto è successo e cosa ha portato ai fatti in questione.
La riflessione sul delitto è anche estremamente difficile. Molti reati sono molto complessi e spesso combinati con la dipendenza. Come si può controllare in carcere se una persona è in grado di vivere in libertà, quando ci sono in gioco anche componenti di dipendenza? Al Thorberg non ci sono giochi da casinò. Certo, circolano droghe, ma non in grandi quantità come all'esterno. È illusorio pensare di poter determinare se una persona sarebbe di nuovo in grado di affrontare tutto questo se fosse in libertà.
Carceri svizzere
Cifre: 2012 (2011)
Numero di istituti di privazione della libertà: 109 (111)
Numero di posti di detenzione: 6'978 (6'869)
Tasso di occupazione: 94,6% (88,3)
Numero totale di detenuti: 6'599 (6'065)
Quota di donne: 4,9% (5,3%)
Quota di stranieri: 73,8% (71,4%)
Quota di minorenni: 0,8% (0,5%)
swissinfo.ch: C'è una pena che abbia veramente senso?
D. F.: L'ex direttore del Thorberg, Hans Zoss, in un'intervista poco prima del pensionamento, ha detto: "Le pene non portano a nulla". Condivido questo punto di vista. Si dovrebbero invece avviare dei processi cognitivi che portano ad assumere la responsabilità di ciò che si è fatto. Cambiare quel che è già stato fatto non si può.
swissinfo.ch: Che miglioramenti sono necessari nell'esecuzione delle pene?
D. F.: Al Thorberg gli uomini hanno solo 5 ore di visita al mese. Manca anche un cosiddetto locale per rapporti per i detenuti che hanno una relazione o una famiglia.
La visita ha luogo in una stanza che viene monitorata per tutto il tempo e nella quale ci sono anche altre persone. In queste condizioni è difficile mantenere una relazione per anni.
Inoltre trovo assurdo vietare l'accesso generale a Internet. Internet offre tante opportunità nella formazione, come anche nel campo della comunicazione. Perché chi ha la famiglia all'estero non può comunicare tramite Skype?
È veramente una contraddizione tagliare fuori dal mondo delle persone che si vogliono reintegrare nella società. La televisione è l'unica finestra sul mondo che hanno.
Il documentario
Il regista Dieter Fahrer, classe 1958, ha lavorato per tre anni sul documentario "Thorberg", per il quale ha girato per oltre sei mesi nel penitenziario nel canton Berna, nel quale sono detenuti 180 uomini di più di 40 nazionalità.
Il film presenta il ritratto di sette detenuti provenienti da altrettanti paesi. Nelle sale della Svizzera tedesca è proiettato dal settembre 2012. In quelle della Svizzera francese lo sarà dal 28 marzo 2013.
Alla 36a edizione delle Settimane cinematografiche di Duisburg ha ricevuto il premio 3sat per il miglior documentario di lingua tedesca. Alle Giornate cinematografiche di Soletta 2012 era stato nominato per il Prix de Soleure.
(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch