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BERNA - Per la prima volta da cinque anni l'Etiopia si è dichiarata disposta a riaccogliere suoi cittadini la cui richiesta d'asilo in Svizzera era stata respinta. Tale decisione è legata a un accordo tra l'Unione europea (Ue) e l'Etiopia che vale anche per la Svizzera in qualità di paese membro dello spazio Schengen.
La Svizzera e l'Etiopia, in occasione di un «dialogo politico» in marzo, hanno convenuto che l'accordo di «riammissione dei cittadini etiopi senza diritto di soggiorno o in soggiorno illegale» sarà valido anche per la Svizzera, ha indicato oggi all'ats la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) confermando così un'informazione della stampa svizzerotedesca.
Per poter essere riammesse le persone interessate devono essere riconosciute quali cittadini dalle autorità etiopi. Se non dispongono di documenti di identità o di viaggio validi dovranno «in primo luogo essere identificate dalle autorità etiopi», viene precisato.
Per l'identificazione dei propri cittadini l'Etiopia ha designato il Servizio di sicurezza, la National Intelligence and Security Service (NISS). La Svizzera fornisce al Servizio unicamente i dati necessari a stabilire l'identità e che potrebbero essere trasmessi in modo legale, aggiunge la SEM.
Per Amnesty international (AI) questa collaborazione con il NISS è «altamente problematica». L'Etiopia è conosciuta per i suoi metodi di sorveglianza e il NISS ha poteri estesi in questo Paese. Si deve presumere che la diaspora in Svizzera sia già monitorata. Con questa cooperazione soprattutto l'opposizione sarebbe ulteriormente in pericolo.
Secondo la SEM attualmente si trovano in Svizzera circa 300 etiopi «con una legittima decisione di espulsione». Tra questi vi è anche l'ex imam che in un sermone pronunciato nell'ottobre del 2016 nella moschea An'Nur di Winterthur (ZH) aveva incitato a uccidere i musulmani non praticanti.
Status di diversi eritrei riesaminato
Ieri la trasmissione "Rundschau" della tv della Svizzera tedesca SRF aveva reso noto che la SEM intende riesaminare lo status di 3200 dei circa 9400 eritrei ammessi provvisoriamente.
Nella lettera inviata agli interessati viene indicato che la Segreteria intende revocare l'ammissione provvisoria e «ordinare l'esecuzione dell'espulsione». Alle persone colpite dal provvedimento viene segnalato che hanno la possibilità di presentare ricorso e che ogni caso verrà valutato individualmente.
Il giro di vite della SEM fa seguito a una sentenza del Tribunale amministrativo federale (TAF) pubblicata a fine agosto 2017, in cui si rilevava che i profughi eritrei respinti dalla Svizzera e costretti a tornare nel proprio Paese non corrono il rischio di subire trattamenti disumani, specialmente se hanno adempiuto agli obblighi militari. Chi non ha più obblighi nei confronti delle forze armate non deve temere di essere convocato nuovamente dall'esercito, né di essere punito penalmente dopo aver rimesso piede su suolo eritreo, ha ritenuto il tribunale con sede a San Gallo. Nella sentenza si afferma anche che attualmente l'Eritrea non conosce una situazione di violenza generalizzata.
L'Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (OSAR) ha espresso oggi la sua incomprensione nei confronti di questa decisione e chiede alla ministra di giustizia e polizia Simonetta Sommaruga di rinunciare immediatamente all'esame dei dossier degli eritrei con lo status di persone ammesse provvisoriamente in Svizzera. Le persone interessate resterebbero malgrado tutto nella Confederazione e verrebbero semplicemente spinte verso l'aiuto d'urgenza.
Per il Consiglio svizzero della pace, la Svizzera sostiene così direttamente la dittatura in Eritrea. Riesaminando lo status di oltre 3200 eritrei ammessi provvisoriamente in Svizzera, la Confederazione attua una politica puramente simbolica a spese dei più deboli della società. Il Consiglio svizzero della pace chiede alla SEM di bloccare subito il riesame di questi dossier.
Anche Amnesty chiede che la SEM non metta in pratica le «minacciate sospensioni in massa» delle ammissioni provvisorie.