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Spazio musicale
Quest’anno il Festival Verdi di Parma ha offerto l’occasione di vedere “I masnadieri”, una delle opere meno rappresentate del compositore. Alla Scala rimase assente dal 1862 al 1978. La prima esecuzione scenica del ventesimo secolo avvenne a Firenze nel 1963. È giustificato questo disinteresse dei teatri?
Il libretto fu scritto da Andrea Maffei, che lo trasse da “Die Räuber”, la prima tragedia di Schiller. Può essere riassunto così. Massimiliano, conte di Moor, su istigazione di Francesco, il figlio minore, ha allontanato Carlo, il figlio maggiore, che ha commesso alcune marachelle giovanili. Francesco, ambizioso e spregiudicato, mira a prendere la successione di Massimiliano il più presto possibile ed elabora un piano per uccidere il padre e far passare per morto il fratello; inoltre aspira alla mano di Amalia, la quale invece ama Carlo e ne è riamata. Carlo spera di ottenere il perdono dal genitore e di rientrare in famiglia, ma siccome Francesco gli fa credere subdolamente che non gli verrà concesso, si allea, nella disperazione, a una banda di masnadieri. Alla fine, nonostante il desiderio di tornare a una vita onorevole, non riesce a svincolarsi dai briganti, con i quali aveva stipulato patti giurati. Amalia gli chiede allora di ucciderla. Carlo la ferisce mortalmente e si consegna alla giustizia.
Benché la vicenda non fosse ideale per una versione melodrammatica e includesse parecchie assurdità, su un punto avrebbe offerto a Maffei e Verdi un’ottima occasione di approfondimento: il contrasto che dilania l’animo di Carlo e alla fine lo porta alla dannazione. Ci sarebbe stato campo per grandi momenti teatrali e musicali. Purtroppo l’occasione non fu colta e il personaggio risultò debole e scialbo. Paradossalmente quanto non si fece per Carlo venne tentato per Francesco, un repellente satanasso, presentato nell’ultimo atto, con impegno e una notevole efficacia, in preda ai tormenti e ai morsi della coscienza per le sue malefatte. Tutto sommato “I masnadieri” non posseggono, per usare una parola cara al compositore, una vera “tinta” e il lavoro critico deve ridursi ad un elenco dei brani riusciti. Ce ne sono parecchi, anche se in numero inferiore rispetto agli altri melodrammi di Verdi. Penso al quartetto che chiude il primo atto, dove si intrecciano la disperazione di Massimiliano, il dolore di Amalia, la gioia perfida di Francesco e il pentimento di Arminio (il servitore che lo ha assecondato nei suoi loschi piani). Penso anche al finale dell’opera, quando i sentimenti dei personaggi diventano roventi e la musica si rivela all’altezza degli avvenimenti. Resta da dare risposta alla domanda posta in principio: dirò che, nonostante le belle pagine segnalate sopra e nonostante il giudizio positivo di Chailly, il quale diresse l’edizione scaligera del 1978 e scrisse alcune note molto elogiative sul programma di sala, trovo comprensibile la scarsa propensione dei teatri a mettere in scena “I masnadieri”.
Grande merito del Festival Verdi è stato quello di aiutare l’opera, con una versione splendida, a superare per quanto possibile le sue insufficienze. La lode vale su tutta la linea. Il direttore musicale Francesco Ivan Ciampa non ha cercato di distinguersi imponendo alla partitura sue visioni personali. Semplicemente ha mirato a presentarla in piena autenticità verdiana: un obbiettivo non facile da raggiungere, che tuttavia il Ciampa ha centrato perfettamente. Ha dato così una lezione non solo interpretativa ma anche morale, visto che l’umiltà nei confronti delle partiture non è virtù di tutti coloro che salgono sul podio. Della compagnia di canto sia detto ogni bene. Il tenore Roberto Aronica (Carlo) ha confermato le sue note capacità con una prestazione di tutto rispetto. Una sorpresa (almeno per chi scrive) è stato il baritono Artur Rucinski (Francesco). Per la sua voce si possono usare gli aggettivi più lusinghieri: bella, potente, omogenea ed estesa. Ma grande ammirazione il cantante ha destato nella caratterizzazione del suo personaggio, toccando il culmine durante la scena degli incubi, dove si è rivelato attore di straordinario talento. È piaciuta anche la soprano Aurelia Florian, che possiede mezzi gradevoli, vellutati, flessibili, non molto voluminosi eppure sempre capaci di “forare” l’orchestra e di farsi sentire nei concertati. Un certo calo di qualità timbrica quando deve aprire la voce tra il centro e l’acuto non ha infirmato la sua prestazione. La Florian è anche ottima fraseggiatrice e ne ha dato un prova subito, eseguendo con grande finezza e ampiezza di respiro musicale l’arcata melodica contenuta nella cadenza dell’aria di sortita. Molto bene tutti gli altri cantanti e il coro, istruito da Martino Faggiani.
Sul piano visivo Federica Parolini ha allestito scene fortemente stilizzate però appropriate, sulle quali Alessandro Verazzi ha proiettato luci di grande bellezza e pertinenza drammatica. Inappuntabile è stata la regia di Leo Muscato, senza colpi di testa bensì al servizio del dramma e della musica (ancora una volta la preziosa virtù dell’umiltà).
La sera che ero presente (quella del 20 ottobre) teatro completo e successo molto caloroso.
“La finta semplice” a Como
Quando si pensa che Mozart compose “La finta semplice” a dodici anni non si può evitare, anche considerando la straordinaria precocità del suo genio, una certa diffidenza: sarà il tentativo ingenuo di un adolescente, certamente dotato ma ancora incerto e capace, al massimo, di produrre una musica piacevole e vivace. Poi l’ascolto fuga i dubbi. “La finta semplice” è un’opera valida, nella quale il talento del compositore non si intravede in lontananza, ma appare già in modo abbastanza sensibile. Non mancano neppure chiare anticipazioni dei grandi raggiungimenti successivi. I pregi dell’opera, insomma, vanno oltre quelli di una felice e briosa vena giovanile. Talvolta penetrano a fondo nell’animo umano. Due delle quattro arie di Rosina (“Senti l’eco” e “Amoretti”), ad esempio, portano una delicata ma intensa e toccante espressione di tristezza.
Dunque ha fatto bene il Teatro Sociale di Como a inserire questo melodramma nel cartellone della corrente stagione lirica. Come di consueto, ha adunato una compagnia di cantanti giovani ma assai ben preparati. Due di loro si sono distinti in modo particolare: la soprano Salome Jicia (Rosina), che possiede una voce dal timbro limpido e morbido e sa usarla con intelligenza (nelle due arie citate non ha fatto rimpiangere le migliori interpreti mozartiane) e il basso Andrea Concetti (Cassandro), dotato di mezzi voluminosi e pregevoli (ai tempi di Mozart non si parlava ancora di baritono, ma penso che il cantante potrebbe affrontare senza problemi parti di questa tessitura). Salvatore Percacciolo ha provveduto alla direzione musicale ottenendo dall’orchestra (quella dei Pomeriggi musicali di Milano, sempre ottima) una prestazione leggera, trasparente e agile; poiché molti valori dell’opera risiedono nello strumentale non mi sarebbe dispiaciuta, in certi punti, una presenza un pochettino più marcata dell’orchestra.
Per comprendere gli aspetti visivi dell’allestimento non servono molto le note della regista Elisabetta Courir sul programma di sala. Quando leggo frasi come questa: “Negli uomini è proprio intorno ai tredici anni che si determina il sesso, mentre prima l’incertezza nè (sic) da (sic) la forma di un carattere ambiguo, una vita bianca che si accresce di divinità” e varie altre del genere, confesso, senza arrossire, di non riuscire a cavarne il significato, ammesso che ne abbiano uno. Mi è sembrata costante la preoccupazione di infondere vita e varietà in un’opera che, a parte i finali e qualche duetto, si dilunga per due ore e mezzo in una successione di recitativi e arie. È stata introdotta una narratrice, i cui interventi sono risultati piuttosto ingombranti e hanno esteso ulteriormente lo spettacolo. Di quando in quando sono apparsi spunti da commedia dell’arte. Al posto delle scene si sono viste tende mosse e illuminate in modo suggestivo, con effetti raffinati.
Poco pubblico, applausi cordiali.
Carlo Rezzonico