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BERNA - Il Controllo federale delle finanze (CDF) raccomanda di prendere in considerazione l'introduzione di un'imposizione alla fonte delle rendite AVS versate nei Paesi con cui la Svizzera non ha sottoscritto alcun accordo contro la doppia imposizione. La misura garantirebbe a lungo termine 25-30 milioni di franchi supplementari al fisco, di cui il 10% alla Confederazione.
Il CDF si è occupato della tassazione sia del primo che del secondo pilastro per chi vive all'estero e oggi ha pubblicato un rapporto in merito. Nel 2014 erano 800'000 le persone in questa situazione, ossia un terzo dei beneficiari di AVS. A loro è stato versato il 14% del volume totale delle rendite, ossia 5,6 miliardi di franchi.
Secondo il CDF, per la maggioranza di loro non sussiste alcun problema, visto che vivono in Stati, spesso dell'Ue, con i quali Berna ha siglato un accordo contro la doppia imposizione, che prevede la tassazione nel Paese di residenza.
Ma nel 7% dei casi - pari al 9% delle rendite AVS "esportate" - non esiste alcuna convenzione di questo tipo. La Confederazione ha la facoltà di prelevare un'imposta, ma spesso manca la base legale. I circa 480 milioni versati dall'AVS a queste 57'000 persone rischiano pertanto di non essere tassati.
Il CDF raccomanda pertanto di introdurre nella legislazione il diritto per la Svizzera di tassare alla fonte le rendite AVS che finiscono all'estero. È una pratica che si sta estendendo a livello internazionale, rileva il CDF. Prima di procedere a una modifica è comunque necessario valutarne le conseguenze per le amministrazioni fiscali e la Cassa svizzera di compensazione, con sede a Ginevra.
Per quanto riguarda il secondo pilastro, il sistema è diverso, secondo il CDF: «sembra funzionare bene, malgrado un'organizzazione complessa e molto decentralizzata». Il rischio di non effettuare nessuna tassazione è ridotto, aggiungono gli autori dello studio, facendo tuttavia notare una certa mancanza di trasparenza.