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In Austria da domani vige l'obbligo di indossare la mascherina nei supermercati. In Svizzera, invece, l'Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) non cambia il suo approccio: sconsiglia di indossarla, a meno di essere malati; e una misura come quella adottata dal Paese vicino "al momento non è prevista", ha dichiarato al 'Blick' Daniel Koch, responsabile della Divisione malattie trasmissibili presso l'Ufsp. Ma di persone in giro con mascherine di ogni foggia se ne vedono sempre di più. Anche in Ticino. E non solo nei supermercati.
L'utilità di questo strumento di protezione resta controversa. Il dibattito viene rilanciato dalle colonne della 'Neue Zürcher Zeitung'. L'epidemiologo del Politecnico federale di Losanna Marcel Salathé non ha dubbi: "che le mascherine possono rallentare la trasmissione del virus è in realtà chiaro da un punto di vista scientifico". "Utilizzare la mascherina mi porta a infettare meno persone, ma riduce anche il rischio che io mi infetti. Ovviamente non ci si deve illudere che una mascherina possa offrire una protezione perfetta, ma il solo fatto di toccarsi meno la bocca e il naso - quando ne indosso una - riduce il rischio di infezione", rileva Salathé. Secondo l'esperto, in Giappone e in altri Paesi asiatici dove le mascherine sono culturalmente accettate il virus si è diffuso meno rapidamente anche per questo motivo.
Un bene raro
Le autorità federali la vedono in altro modo. Le mascherine igieniche in pubblico non proteggono efficacemente una persona sana e potrebbero pertanto infondere un falso senso di sicurezza, indica l'Ufsp. Ancora Koch al 'Blick': "Come prima non c'è alcuna evidenza che l'utilizzo di mascherine in pubblico rappresenti un grande fattore di protezione". Più importante, osserva l'alto funzionario, è il rispetto scrupoloso delle misure relative al comportamento, come il distanziamento sociale.
Ma la questione non va posta su un piano prettamente sanitario. Lo stesso Koch ha più volte rilevato come si tratti anche di un problema di disponibilità. Le mascherine - al pari di altri dispositivi di protezione dal coronavirus - è un bene raro: va usato con parsimonia e riservato in particolare al personale sanitario o a chi ne ha effettivamente bisogno. Ad oggi non esiste una produzione specifica in Svizzera. Due macchinari acquistati dal canton Zurigo e dalla Confederazione dovrebbero permettere a breve di ovviare almeno in parte alle difficoltà di approvvigionamento dall'estero. E a metà aprile, stando al 'Blick', la Flawa Solutions di Flawil (Sg) dovrebbe cominciare a produrre circa 64mila mascherine al giorno.
All'Ufsp non ci si scompone. "Al momento ci sono abbastanza mascherine in Svizzera", afferma sempre Koch, facendo riferimento però non alla popolazione in generale, bensì al personale di cura.
Stando al 'Piano svizzero per pandemia influenzale' del 2018, quattro fattori vanno considerati nella decisione di raccomandare o no alla popolazione il loro utilizzo: la disponibilità, l'utilità epidemiologica, il grado di efficacia delle mascherine e la severità della pandemia. Sul primo e sul quarto elemento non ci sono dubbi. Sul secondo e il terzo invece sì. Lo stesso 'Piano' non fa chiarezza. Il documento rimanda infatti ad "alcuni studi" che hanno accertato ("in via sperimentale") "un certo effetto protettivo". Inoltre: "Anche le esperienze acquisite con la Sars nel 2003 e con l'insorgenza di un'influenza nell'Ospedale universitario di Ginevra nel 2012 lasciano supporre che esse possano limitare la trasmissione di virus".
'Test di massa' all'Abb
Non sono solo i dispositivi di protezione a far discutere. L'epidemiologo Marcel Salathé, sempre sulla 'Nzz', rilancia pure il dibattito sui test. A suo avviso, andrebbero effettuati anche su persone che presentano sintomi lievi, in modo da identificare e isolare rapidamente i nuovi casi. L'epidemiologo propone di applicare il metodo 'Test-Isolate-Quarantine', ovvero testare, isolare e mettere in quarantena. "Con questo metodo è necessario testare un numero significativamente maggiore di persone", spiega.
"Isolare rapidamente i malati però non basta, poiché una persona è contagiosa ancor prima di manifestare i primi sintomi", ritiene Salathé, ribadendo l'importanza di rintracciare e isolare anche tutte le persone con cui un paziente ha avuto contatti. Una pratica in vigore soprattutto all'inizio dell'epidemia in Svizzera: tuttavia, fino a poche settimane fa la Confederazione non disponeva della necessaria capacità, mentre attualmente si possono effettuare fino a 7mila test al giorno. Il metodo 'Test-Isolate-Quarantine', da un punto di vista scientifico, è però efficace quando ci sono solo pochi nuovi casi al giorno.
Intanto, l'Ospedale universitario di Zurigo sottoporrà da domani tutti i nuovi ricoverati (non solo i casi Covid) al test. Obiettivo: migliorare la sicurezza del personale e di tutti i pazienti, anche quelli senza sintomi. L'Unispital può effettuare fino a 500 tamponi al giorno. Fino al risultato del tampone, i nuovi arrivati rimarranno isolati. Il gruppo tecnologico Abb va addirittura oltre: effettua test del coronavirus anche sui dipendenti che non mostrano sintomi. Il 'Tages-Anzeiger', che ha dato la notizia, parla di "test di massa" presso "diverse centinaia" di collaboratori di Abb, una prassi che non rispetta i criteri dell'Ufsp. Quest'ultimo limita i test a persone infette che presentano sintomi gravi, a individui considerati a rischio e a una parte del personale sanitario.
Il braccio scientifico del governo
Le controversie attorno all'utilizzo delle mascherine e ai test evidenziano il bisogno di fondare la lotta al Covid-19 su basi scientifiche solide. Il Consiglio federale ha pertanto deciso oggi di istituire una task force consultiva composta di ricercatori provenienti dall'intero panorama universitario svizzero. Lo scopo è di individuare "il migliore approccio possibile per superare la pandemia". Diretta da Matthias Egger, presidente del Consiglio nazionale della ricerca del Fns, la 'Swiss National Covid-19 Task Force" dovrà fornire consulenza al Consiglio federale, al capo del Dipartimento federale dell'Interno, Alain Berset, e alle autorità federali e cantonali competenti.