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MONTRÉAL (Canada) - Chiuso un capitolo, ne inizia sempre un altro. Lo sa bene Benoît Laporte, personaggio mai banale che dopo una vita sulle piste di mezza Europa è tornato oltreoceano per stare vicino alla famiglia, e non solo. Poteva mancare l’hockey su ghiaccio? Assolutamente no.
«In realtà, in un primo momento, ero rientrato nei pressi di Montréal per aiutare l’azienda della famiglia di mia moglie, impegnata nella produzione di prodotti per la pulizia domestica - spiega Benoît Laporte, reduce da un'esperienza in EBEL alla guida del Fehérvár AV19 - Mi ero detto "basta allenare", ma sono stato subito contattato dai Rivière-du-Loup 3L, club che milita nella Lega Nord Americana».
E così il 59enne, inizialmente piuttosto scettico, ha preso il timone della compagine di LNAH.
«Dopo 24 anni in Europa non volevo allenare "solo per farlo". Dai miei ricordi, in passato, questa Lega era molto differente e poco attrattiva. Per tanti anni era più simile alla boxe… (ride, ndr). C'erano anche 5-6 bagarre a partita, con poco hockey e tanto show, che comunque garantiva piste piene di tifosi. In quelle condizioni però non sarei stato interessato».
Poi però qualcosa è cambiato.
«Proprio così. Negli ultimi 3-4 anni qualcosa è decisamente cambiato. Ho visto tutte le squadre, ho visto il potenziale e mi sono convinto. Ora c'è un buon livello. Ci sono diversi giocatori che hanno militato in campionati importanti come la NHL, la DEL o altre Leghe europee. Nella nostra squadra, ad esempio, c'è Alexandre Bolduc, ex capitano dei Portland Pirates in AHL e già assistente capitano del Medvescak in KHL. Attualmente, in LNAH, giocano anche elementi come l'ex Ambrì Alexandre Giroux o l'ex Berna Maxime Macenauer».
Le bagarre sono diminuite, ma fanno sempre parte del gioco.
«Questo sì. Possono essercene 1-2 a partita, ma ci sono dei ragazzi che fanno solo quello. Ogni squadra ha 3 linee di giocatori, più due elementi - se così si può dire - addetti alle bagarre. In questo modo i giocatori come Giroux possono concentrarsi esclusivamente sull’hockey. Una volta, invece, poteva capitarti un "matto" che puntava i migliori. In quelle condizioni nessuno voleva venire qui. Ora è diverso e la Lega ne ha beneficiato».
Quindi anche voi avete due specialisti delle bagarre.
«Ci sono Sam Lévesque e Ryan Murphy. Quest'ultimo viene dalla provincia della Nuova Scozia, a 10 ore di macchina, per fare parte del nostro team. Quando la squadra avversaria manda sul ghiaccio uno dei suoi "uomini forti", è il loro momento. Il mio compito è però quello di occuparmi esclusivamente del gioco. A questo aspetto pensa un altro membro dello staff».
Dopo oltre 30 anni in Europa nell'hockey professionistico - come giocatore e allenatore -, la tua vita è comunque cambiata.
«Sicuramente, ma anche qui c'è una buona qualità di vita e sono felice. Al lavoro quotidiano è abbinato l'hockey. I giocatori qui non sono professionisti, lavorano 4 giorni a settimana. Mando loro le analisi video, poi ci alleniamo e giochiamo due partite nel weekend. L'obiettivo finale resta comunque la vittoria. Per allenare volevo una sfida e un obiettivo preciso».
L'Europa è un capitolo chiuso?
«Non lo so, mai dire mai. Se un giorno dovesse arrivare una nuova offerta interessante, sicuramente la valuterei. Insieme a mia moglie, in futuro, potremmo tornare a viverci. Poi seguo sempre tutti i campionati, compresa la National League... Sono davvero contento per l'Ambrì: ho visto che Cereda e Duca stanno facendo un ottimo lavoro», conclude Benoît Laporte.
MONTRÉAL (Canada) - Chiuso un capitolo, ne inizia sempre un altro. Lo sa bene Benoît Laporte, personaggio mai banale che dopo una vita sulle piste di mezza Europa è tornato oltreoceano per stare vicino alla famiglia, e non solo. Poteva mancare l’hockey su ghiaccio? Assolutamente no.