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Con la clinica di riabilitazione di Bellikon la Suva esplorò una nuova dimensione dell'attività assicurativa. Nel 1974, quando inaugurò il «Centro di terapia reintegrativa», l'idea non era solo quella di adottare un approccio innovativo. Anche il progetto edilizio, un complesso da 80 milioni di franchi immerso nel verde sopra la Valle della Reuss (AG), diede un segnale forte. Era frutto di una strategia lungimirante e determinata, benché non esente da errori e complicazioni.
Le discussioni continuavano a infiammarsi: non spettava forse all'Istituto di assicurazione contro gli infortuni occuparsi del reinserimento degli infortunati, soprattutto dei feriti gravi e delle persone parzialmente invalide? Nel 1928 la Suva decise di fare un primo passo acquistando il «Quellenhof» a Baden, dove realizzò uno stabilimento di cure termali che in seguito poté vantare anche una scuola di rieducazione per gli amputati e un laboratorio di protesi.
Tuttavia, il Consiglio di amministrazione si oppose per ben due volte alla creazione di un proprio istituto o reparto per il reinserimento, prima nel 1928 e poi nel 1938, quando la commissione di esperti della Confederazione, dopo aver condotto un'analisi globale sulla Suva (dal 1934 al 1937), formulò una raccomandazione in tal senso. Una commissione del Consiglio di amministrazione chiese quindi alla Suva di fondare uno «stabilimento di cura per lavoratori» simile alle «scuole di riqualificazione» diffuse in Germania, ma il Consiglio respinse la richiesta. Il problema non era la disabilità ma la disoccupazione, come risultò negli anni Trenta anche in Svizzera.
Seguì un altro tentativo negli anni Cinquanta. Nel 1952 il Consiglio di amministrazione della Suva discusse in merito alla «creazione di uno speciale servizio assistenziale per il collocamento e la riqualificazione professionale». Anche questa volta il risultato non cambiò: il reinserimento professionale non era compito della Suva, come dichiarò l'allora direttore dell'Istituto Ulrich Oertli. A Baden ci si concentrò quindi sulle terapie mediche successive.
Negli ultimi anni era sorta una serie di organizzazioni private che si occupavano della riqualificazione professionale e dell'assunzione di invalidi. Alcuni nomi: «Verein für eine schweizerische Stätte zur beruflichen Eingliederung Gebrechlicher», «Arbeitsgemeinschaft Milchsuppe» del Bürgerspital Basel, «Pro Infirmis» con l'annessa federazione «Schweizerische Arbeitsgemeinschaft zur Eingliederung Behinderter in die Volkswirtschaft». «L'istituto collabora con tutte queste organizzazioni» assicurò Oertli, sebbene non vi fosse un'esigenza immediata.
Lo testimoniò anche l'esempio di «Le Repuis» a Grandson. Con l'istituto finalizzato ad aiutare i giovani tramite il lavoro («Entr'aide aux jeunes par le travail») venne concluso un accordo per l'assunzione di invalidi. «Da due anni nessun assicurato ha espresso la volontà di aderire a questo istituto» dichiarò il direttore della Suva.
Dopo il tentativo del 1952, da un'indagine interna «sul futuro di 234 assicurati con un'invalidità pari o superiore al 50 per cento» emerse che la stragrande maggioranza degli invalidi in seguito a infortunio presentava una situazione «economica stabile» e fu tratta la seguente conclusione: «Se un infortunato oggi non ha un lavoro o quello che ha non è adeguatamente retribuito, la colpa – salvo qualche rara eccezione – è della sua particolare indole».
Nel 1954 la Suva fece un ulteriore passo avanti versando un contributo di sostegno di 100 000 franchi a favore di un progetto di ampliamento della «Milchsuppe» a Basilea, seguito nel 1957 da un contributo di 10 000 franchi all'Office romand d'intégration professionnelle pour handicapés.
Ma la situazione restò insoddisfacente. Nel 1955 seguì un nuovo tentativo finalizzato alla creazione di un «servizio di reinserimento proprio dell'Istituto», particolarmente utile per il settore dell'edilizia in quanto
«le piccole imprese costruttrici non sono quasi mai in grado di dare lavoro a persone che per un certo periodo risultano parzialmente invalide»
dichiarò Fritz Malzacher, segretario dell'Unione svizzera dei sindacati autonomi, nella seduta del Consiglio di amministrazione il 29 giugno 1955.
Nel 1958 intervenne anche il Parlamento. Werner Allemann, consigliere nazionale per il PS originario del Canton Argovia, promosse l'«introduzione del servizio di collocamento in seno alla Suva». All'epoca, tuttavia, era già prevista l'entrata in vigore dell'assicurazione per l'invalidità (AI) a partire dal 1° gennaio 1960. Nei dibattiti parlamentari, non vi era alcun dubbio circa la divisione dei compiti tra l'AI e la Suva: entrambe si occupavano di reinserimento, la prima sotto il profilo professionale, la seconda sotto l'aspetto medico.
Tuttavia, anche per le terapie mediche reintegrative le capacità si rivelarono insufficienti già all'inizio degli anni Sessanta. Allo stabilimento di cure termali di Baden c'erano lunghe liste di attesa, e per motivi di spazio non era possibile ampliare la struttura.
Nel 1962 la Direzione si guardò attorno alla ricerca di una nuova sede. Dopo aver scartato Leukerbad e Rheinfelden, cercò una soluzione a Zurzach, ma qui non era certo che l'acqua della sorgente sarebbe stata sufficiente per un'ulteriore struttura e in più lo stabilimento si sarebbe trovato in un quartiere industriale.
Alla fine la Direzione cambiò idea: un nuovo istituto specializzato in terapia reintegrativa non doveva «disporre per forza di acqua termale» scrisse il 28 giugno 1963 al Consiglio di amministrazione.
«È più importante avere in primo luogo spazio a sufficienza, una grande piscina, altre strutture idroterapeutiche, una palestra e un'area esterna per gli esercizi».
Si pianificava di gestire in parallelo una nuova struttura e lo stabilimento termale di Baden già esistente.
A quell'epoca la Direzione aveva già sottoscritto il contratto di acquisto per un immobile agricolo a Bellikon, a dieci minuti di distanza da Baden. 96 000 metri quadrati per 1,35 milioni di franchi. Dal punto di vista medico, il «versante soleggiato e tranquillo» sul Mutschellen, situato a un'altezza di 600 metri sul livello del mare, limpido e privo di nebbia, era «il luogo ideale per un istituto specializzato in terapia reintegrativa», fu la motivazione addotta per la scelta. All'epoca Bellikon era ancora un villaggio di contadini con circa 500 abitanti.
La Suva compì il grande passo in un'epoca in cui i comuni e i cantoni di tutta la Svizzera erano impegnati nella costruzione di nuovi ospedali. Ovunque si progettarono anche reparti specializzati in terapia reintegrativa. Il 28 giugno 1963 il direttore della Suva Fritz Lang constatò che «in Svizzera la quantità e l'efficienza degli ospedali sono tali da non rendere superflua la costruzione di [proprie] strutture per casi acuti». Ed era lieto che la pianificazione degli ospedali tenesse in debito conto anche la chirurgia traumatologica, dando così seguito a «una richiesta formulata tempo addietro dalla Suva». Un confronto con altre strutture all'estero, tuttavia, fece emergere la necessità di migliorare gli ospedali specializzati in terapia reintegrativa.
Nel 1965, quando furono realizzati i progetti sul Mutschellen, la Commissione amministrativa e la Direzione della Suva si recarono all'estero «per conoscere più da vicino i problemi legati alle terapie reintegrative moderne», come riportò Karl Obrecht, presidente del Consiglio di amministrazione, il 28 ottobre 1965. «Questo è il primo viaggio all'estero intrapreso dalla commissione» aggiunse. I due organi si recarono in Alta Baviera per visitare l'ospedale pubblico di Bad Tölz e l'ospedale traumatologico di Murnau. Queste esperienze permisero di avviare le discussioni preliminari per la realizzazione del centro di Bellikon sulla base di «conoscenze specifiche più approfondite», dichiarò Obrecht.
Le cose però andarono diversamente da come aveva sperato il presidente del Consiglio di amministrazione. Siccome la Direzione presentò una domanda di costruzione senza informare l'opinione pubblica, una parte del piccolo villaggio di contadini si sentì colta alla sprovvista. Una persona in particolare oppose «una forte resistenza», spiegò Obrecht, perché «non voleva vedere invalidi camminare per le strade di Bellikon».
Questa persona era il castellano di Bellikon. Il centro di terapia reintegrativa avrebbe confinato a nord con la proprietà del castello, che risaliva al 14° secolo e rappresentava le origini dell'insediamento sul Mutschellen. Nel 1954 l'edificio in rovina venne acquistato dall'uomo che in seguito si sarebbe opposto con veemenza alla costruzione del nuovo centro della Suva. Il nuovo proprietario trasformò il castello in un'imponente residenza, che possedette fino al 1987.
In ogni caso questa accesa diatriba provocò una forte agitazione non solo a Bellikon, ma anche nei comuni vicini. La Direzione della Suva decise prontamente di tenere una conferenza stampa e una riunione informativa per la popolazione, suscitando così involontariamente una reazione collaterale di malcontento tra le proprie file. Com'era possibile che alcuni membri del Consiglio di amministrazione della Suva non disponessero di informazioni sul progetto benché fosse già stata presentata la domanda di costruzione?
Ma la questione non era ancora risolta per la Direzione della Suva. Dopo la comunicazione dei progetti di costruzione la Federazione architetti svizzeri (FAS) si rivolse all'opinione pubblica con una dura lettera di protesta. «In una posizione così esposta», doveva essere una giuria specializzata a pronunciarsi in merito a un progetto di queste dimensioni. Bisognava
«opporsi per non consentire a un ente statale (presso il quale sono assicurati tutti i grandi studi di architettura) di assegnare un compito di tale rilevanza con un incarico diretto».
Karl Obrecht, presidente del Consiglio di amministrazione, rispose che non pensava a un concorso per architetti. Considerati i vincoli imposti dalle disposizioni in materia di concorrenza ci si sarebbe trovati «completamente in balia degli architetti»;
a questo si sarebbero aggiunti «i rincari e la perdita di tempo» come era accaduto a Lucerna, dove l'opera di ampliamento alla Fluhmatt aveva subito un rincaro di circa 150 000 franchi e un ritardo di due anni a causa del concorso indetto per gli architetti. Inoltre, le proteste formulate nella lettera e il periodo di tre mesi trascorso dal deposito della domanda di costruzione fecero pensare a un mandante: il proprietario del castello. Era anche possibile che l'intervento fosse diretto più contro l'impresa generale, la Karl Steiner AG di Zurigo, che contro Bellikon.
Indipendentemente dalle possibili spiegazioni, vista l'opposizione manifestata da Bellikon la domanda di costruzione venne respinta dalla autorità comunali.
La seconda domanda di costruzione venne presentata un anno dopo. Il fallimento del primo tentativo era servito da lezione. In primo luogo si ridusse l'altezza del complesso (rinunciando a piani di degenza) e si spostò l'intero edificio di 15 metri verso valle affinché potesse inserirsi in modo più armonioso nel contesto paesaggistico. In secondo luogo venne nominata «una piccola commissione di specialisti esterni» per una consulenza in ambito estetico-architettonico, finanziario e medico. In questo modo si volle sottolineare l'ampio sostegno di cui godeva il progetto.
Neanche le autorità comunali vi si opposero e il 24 agosto 1966 concessero la licenza edilizia. Nel complesso vennero presentati quattro ricorsi, rispettivamente dalle istituzioni cantonali per la salvaguardia della natura e del paesaggio, dalla fondazione «Freie Reuss», dal gruppo di pianificazione regionale Rohrdorferberg e dal vicino castellano, tutti respinti nell'estate del 1967 dal governo del Canton Argovia e quindi non inoltrati al Tribunale federale.
Più ostinati furono invece l'Heimatschutz Svizzera e la Lega svizzera per la protezione della natura, che presentarono un ricorso al Dipartimento federale dell'interno e richiesero una perizia da parte della Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio (CFNP).
Quando arrivò l'esito il 28 febbraio 1967, il Consiglio di amministrazione fu indotto a porsi una domanda fondamentale: il progetto si sarebbe potuto realizzare anche dovendo accogliere le richieste delle istituzioni per la salvaguardia della natura e del paesaggio. La commissione minacciò a chiare lettere che avrebbe fatto ricorso a tutti i mezzi giuridici a sua disposizione. Nei punti chiave le posizioni della CFNP e della Suva erano inconciliabili. La Suva non poteva rinunciare a un altro piano di degenza come richiesto dalla CFNP, perché con soli 180 posti letto anziché 270 non era possibile realizzare un profitto economico, né tantomeno era praticabile spostare nuovamente il complesso in quanto ciò avrebbe violato le condizioni imposte dal comune.
Secondo il verbale della seduta del Consiglio di amministrazione dell'8 settembre 1967, il cui ordine del giorno era il «dibattito su Bellikon», la Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio voleva addirittura proporre un fondo alternativo a Bergdietikon, di proprietà del castellano di Bellikon. Questo sito, ubicato sul versante settentrionale ed esposto alla bise, non venne però preso in considerazione dalla Suva. Piuttosto crebbe il malumore dopo che il progetto era già stato ridimensionato e si era disposti a rinunciare alla costruzione di una casa del personale. Il grigionese Ettore Tenchio, consigliere nazionale per il PPD, affermò che il progetto era «stato realmente concepito per creare armonia tra la natura e gli interessi dell'uomo». Aveva
«rispetto per questi signori, che però purtroppo, nonostante la buona volontà, si spingono spesso all'estremo»,
Il conflitto giunse a una soluzione quando la Suva si rivolse al Consiglio federale. Hans Peter Tschudi, che in qualità di capo del Dipartimento dell'interno era responsabile di questa faccenda, si offrì di fare da mediatore tra le parti. In occasione di un sopralluogo tenutosi l'8 luglio 1968 si riuscì a «ottenere l'appoggio della CFNP», come riferì in seguito Karl Obrecht al Consiglio di amministrazione. La commissione accettò di concordare una particolare strutturazione del piano superiore anziché rinunciare a un piano di degenza e non difese a oltranza la sua idea di spostare l'intero edificio. Si poteva quindi passare alla progettazione dettagliata.
A metà del 1969 la Direzione presentò la domanda di credito per un totale di 67 milioni di franchi.
L'acceso dibattito del 1° luglio 1969 riguardò tanto i costi complessivi quanto il ruolo dell'impresa generale. Willy Messmer, lui stesso costruttore e presidente centrale della Società svizzera degli impresari-costruttori, era «turbato dal fatto che l'Istituto si lasci vincolare così strettamente nel proprio contratto con l'impresa generale». Fritz König, direttore dell'Associazione padronale svizzera lattonieri e installatori, accusò la Karl Steiner AG «di avere il monopolio alla Suva».
Stanislas Nicolet, sottodirettore della Suva, dichiarò che l'impresa generale era stata scelta per le buone esperienze maturate in passato e che «in futuri progetti di costruzione si prenderanno in considerazione anche altri appaltatori». Per contro, non si poteva rinunciare a un'impresa generale. «Gare d'appalto o concorsi costringerebbero l'Istituto a creare un apparato tecnico simile a quello delle FFS o della PPT» dichiarò. Ma la Suva non disponeva di un numero sufficiente di edifici nuovi.
In seguito agli interventi venne modificato il contratto con la Karl Steiner AG e nell'agosto del 1969 fu posata la prima pietra, dopodiché i lavori di costruzione proseguirono senza intoppi. Nel 1972 fu autorizzato un credito supplementare di 10 milioni di franchi (per più camere da 2 letti anziché da 4) e i costi complessivi (compreso l'acquisto del terreno e il rincaro) vennero stimati nel frattempo intorno ai 100 milioni di franchi. Alla fine la spesa effettiva ammontò a 92 milioni. Siccome a causa dell'opposizione delle istituzioni per la salvaguardia della natura e del paesaggio si era deciso di rinunciare a una casa del personale per le infermiere, venne acquistato un complesso residenziale da dare in locazione a Dietikon e si costruì una palazzina di sedici appartamenti a Bellikon.
Si arrivò così al 1974, anno in cui venne inaugurato in tre tappe il nuovo centro di terapia reintegrativa. La prima tappa fu la conferenza stampa del 5 marzo 1974, «alla quale erano presenti 40 rappresentanti della stampa, della radio e della televisione di tutta la Svizzera», come si legge nella relazione annuale del 1974. Fu «piuttosto deludente», secondo il Consiglio di amministrazione, «il fatto che alla conferenza non fosse presente alcun rappresentante della Svizzera romanda».
Le giornate delle porte aperte di marzo riscossero un successo clamoroso: in due fine settimana oltre 30 000 persone si recarono a Bellikon per visitare il nuovo centro. Anche nei primi mesi di attività l'interesse dimostrato a livello nazionale e internazionale fu enorme. Nel 1974 e 1975, a Bellikon vennero in visita rispettivamente 1000 e 1700 specialisti da 14 Paesi.
La terza e ultima tappa fu l'inaugurazione ufficiale il 28 giugno 1974, alla presenza di esponenti di spicco del mondo economico e politico.
Il consigliere federale Hans Hürlimann, capo del Dipartimento federale dell'interno, tenne il discorso di benvenuto. Bellikon fu «una pietra miliare tangibile e imponente» per la Suva, «una conferma decisa» dell'opera di solidarietà federale.
Fu lieto di constatare che la Suva, dopo l'introduzione dell'assicurazione per l'invalidità, aveva riconosciuto la necessità di ampliare la riabilitazione medica come stadio preliminare del reinserimento professionale. Un motivo particolare di soddisfazione fu la collaborazione con l'AI: in tale contesto «la cooperazione che ci crea così tanti problemi in altri ambiti dell'assicurazione sociale» sembrava già funzionare.
I primi pazienti arrivarono a Bellikon nel marzo 1974 e aumentarono gradualmente, tanto che a ottobre se ne contarono 160. Solo a metà del 1975 si arrivò a occupare tutti i 241 posti letto disponibili.
Bellikon venne costruita per offrire terapie di medicina infortunistica a pazienti con lesioni all'apparato locomotore e lesioni cranio-cerebrali. La clinica poneva al centro dell'attenzione la fisioterapia, l'ergoterapia e gli accertamenti riguardo alle attività professionali che il paziente poteva svolgere, il tutto in collaborazione con l'assicurazione per l'invalidità.
Bellikon era però anche la nuova sede della scuola di rieducazione per gli amputati, che il giorno dell'avvio dell'attività venne trasferita da Baden al nuovo centro di terapia reintegrativa sul Mutschellen.
Subito dopo l'inaugurazione del centro si delineò un cambiamento fondamentale nella medicina riabilitativa. Nel 1978 la Suva constatò che la durata dei soggiorni a Bellikon si stava allungando, in quanto «si è sempre più convinti dell'importanza di una riabilitazione precoce dopo un infortunio». Soprattutto nel caso di lesioni cranio-cerebrali queste terapie andavano praticate «già nella fase post-acuta». Nel 1980 e 1981 il numero di tali lesioni registrò un'impennata, pari al 15 per cento ogni anno. Questo era dovuto al fatto che sempre più infortunati, soprattutto quelli coinvolti in incidenti stradali, riuscivano a sopravvivere. Se nel 1970 morivano ancora più del 25 per cento delle persone con lesioni cerebrali, alla fine degli anni Ottanta la percentuale era scesa sotto al 10 per cento (con una differenza di circa 400 pazienti sopravvissuti ogni anno).
Ben presto il termine «terapia reintegrativa» venne sostituito da «riabilitazione». Nel 1984, con l'entrata in vigore della nuova Legge federale sull'assicurazione contro gli infortuni, il centro di terapia reintegrativa prese il nome di «clinica di riabilitazione di Bellikon». Oltre al nome, cambiò anche la filosofia: nell'arco di dieci anni la riabilitazione divenne parte integrante del percorso di cura dei pazienti.
Questa filosofia si concretizzò con l'intervento di ristrutturazione dell'area di degenza, eseguito tra il 1989 e il 1990. La Suva rinunciò così a 80 dei 241 posti letto al fine di creare spazio per accogliere e assistere infortunati gravi e pazienti politraumatizzati, inviati direttamente dagli ospedali acuti. In questo modo era possibile iniziare la riabilitazione anche se i pazienti non erano ancora del tutto autonomi.
Il rapido sviluppo della medicina riabilitativa e l'adozione di un approccio globale fecero emergere tuttavia l'esigenza di realizzare un ampliamento e una modernizzazione generale della clinica. Il progetto fu avviato nel 1992 e i lavori di costruzione durarono dal 1993 al 1998, per un costo di 58,5 milioni di franchi. Al contempo la clinica aprì i battenti e accolse anche pazienti della regione, delle casse malati e degli assicuratori privati.
Negli anni Novanta il laboratorio ortopedico della clinica di riabilitazione divenne un vero e proprio laboratorio high-tech. La prima svolta risale al 1990: nell'ambito di un progetto congiunto con il Politecnico federale di Losanna fu realizzato il prototipo di una mano artificiale in grado di imitare movimenti inconsapevoli.
Per favorire il progresso tecnologico e le innovazioni nel campo delle protesi, nel 1996 la clinica creò un proprio reparto di ricerca e sviluppo, che già nel primo anno di attività fece parlare di sé sviluppando l'analisi funzionale computerizzata del passo o «Gait Analysis», che serviva a effettuare una valutazione rapida e precisa dei disturbi deambulatori. Con un apposito dispositivo guidato manualmente lungo la schiena venivano registrate sia la forma che la mobilità della colonna vertebrale.
Il reparto di ricerca sviluppò anche alcune apparecchiature mediche come «Armeo», un nuovo sistema per la riabilitazione neurologica delle braccia ideato nel 2009. Compensando il peso proprio del braccio, questo apparecchio consentiva ai pazienti di allenare la muscolatura degli arti superiori poco dopo un infortunio.
Quello che sembrava impossibile nei primi anni della Suva e che Hans Hürlimann, già in occasione del suo discorso inaugurale a Bellikon, definì come un'interazione positiva, è divenuto realtà negli ultimi 25 anni: la riabilitazione medica e il reinserimento professionale sono finalmente collegati.
Nel 1994 l'assicurazione per l'invalidità e la Suva firmarono un accordo di cooperazione volto a semplificare in modo sostanziale competenze e processi. In questo modo la Suva poteva adottare più facilmente misure per il reinserimento professionale, anche quando la responsabilità era dell'AI. Per creare un punto di contatto tra la terapia e il reinserimento introdusse la «ergoterapia orientata al lavoro», che doveva prevenire la cronicizzazione di disturbi e disabilità. Al contempo creò postazioni di allenamento e sviluppò un training di forza e resistenza inerente all'attività professionale.
Nel 2001 intensificò i propri sforzi per reintrodurre nel processo lavorativo anche le persone difficili da collocare, ossia i pazienti con scarsa formazione o conoscenze linguistiche limitate. Ogni anno in questa categoria si contavano circa 100 infortunati. In tale contesto cooperò con agenzie di collocamento. Nel 2002, inoltre, la Suva aprì un centro diurno per la riabilitazione professionale che attraverso programmi di training basati sull'ergonomia assisteva soprattutto i pazienti della regione, ma anche di tutta la Svizzera. Nel 2014 fu possibile reinserire nel processo lavorativo oltre l'80 per cento dei 9698 infortunati gravi.
Con i nuovi sviluppi della medicina riabilitativa, all'inizio del nuovo millennio la clinica dovette fare nuovamente i conti con i propri limiti strutturali. Per prima cosa, dal 2003 al 2005, furono rinnovate le due aree di degenza e l'area 2 venne rialzata di un piano.
L'ampliamento non fu però una soluzione definitiva. Nel 2010 per la clinica venne avviato un progetto di ristrutturazione e nuova costruzione. Nel 2012 il Consiglio di amministrazione della Suva diede il proprio consenso, nel 2013 il comune di Bellikon concesse la licenza edilizia e nel 2014 presero il via i lavori di costruzione. Dopo quasi quattro anni e con un volume di investimenti pari circa a 300 milioni di franchi, nella primavera del 2018 si è concluso l'intervento di ristrutturazione e nuova costruzione, che ha consentito da un lato di accogliere un numero maggiore di pazienti direttamente dai reparti di cure intensive delle cliniche acute, e dall'altro di rinnovare le infrastrutture nei reparti di diagnostica e terapia nonché nelle aree pubbliche. Degno di nota è l'edificio annesso sul lato rivolto a valle, lungo 147 metri e largo 48, che comprende anche una piscina e una palestra. Nel 2013 la clinica si specializzò, oltre che nella riabilitazione classica, anche nella medicina e riabilitazione sportiva e dal 2014 si fregia del marchio «Sport Medical Base» di Swiss Olympic.
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