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domenica 10 novembre 2019.

l’altra parte del muro
di Andrea Valente
il nonno abitava dall’altra parte del muro. con lui abitava la nonna e con loro sette figli, uno dopo l’altro, dal più piccolo al più grande, i bisnonni, la prozia e anche una cugina venuta da chissà dove, ma che pareva aver sempre abitato con loro. di là dal muro la città era piena, zeppa, stracolma di nonni, nonne, prozie, marmocchi, neonati, giovincelli e cugine venute da chissà dove. ogni famiglia era un piccolo mondo molto abitato, ogni appartamento era una piccola città e ogni stanza una piccola piazza, dove incontrare chi passava anche per caso. e le case erano una accanto all’altra, senza spazio per respirare o per sbirciare l’orizzonte.
si stava stretti, dall’altra parte del muro, ed era bello quando si aveva voglia di stare in compagnia, un po’ meno quando si preferiva starsene per conto proprio. allora il nonno, ogni tanto, prendeva il cappello e lo posava in bilico sopra il suo testone, dava una carezza al più vicino dei sette figli, un bacio alla nonna e saliva al piano superiore. da lì usciva sul balcone, lo scavalcava e camminava per qualche metro sul tetto sotto i suoi piedi, fino a raggiungere il ramo di una quercia, vi si aggrappava e si arrampicava, tenendosi forte al tronco. di lassù riusciva a dimenticare per qualche istante il mondo là sotto e il cuore e il sorriso gli si aprivano, alla vista del mondo di qua del muro, tutto sommato a pochi metri da lui, ma con un mattone sopra l’altro a segnare il confine. poi il nonno scendeva, rinfrancato dall’immagine dei prati verdi, il cielo sereno e l’aria frizzante e se ne tornava stretto stretto al mondo di là.
finché un giorno il nonno, cappello sulla testa, carezzò tutti sette i suoi figli; abbracciò la nonna e la baciò più a lungo del solito; concesse pure un sorriso alla cugina venuta da chissà dove, quindi salì, uscì, scavalcò e, raggiunta la quercia, anziché arrampicarsi si aggrappò al ramo e si lasciò andare, come un tarzan con la cravatta, lanciandosi nel vuoto sopra le teste dei suoi concittadini, per volare leggero oltre il muro e atterrare tra le margherite.
si guardò intorno un po’ spaesato, il nonno, che sbirciare di qua del muro ed esserci erano cose molto diverse, poi spolverò la terra dalle ginocchia, si tolse le scarpe e si mise in cammino scalzo sull’erba.
di qua del muro c’era spazio per tutti. molto spazio, anche per starsene per conto proprio. i profumi erano intensi, i sapori gustosi e ogni cosa pareva migliore di quanto fosse di là.
non passò, però, molto tempo che, incuriositi dal gesto del nonno, anche la nonna, i sette figli, i bisnonni, la prozia e la cugina cominciarono a sbirciare dal ramo della quercia. e con loro anche i vicini, il panettiere, il farmacista, i compagni di scuola e, via via, tutti gli abitanti dell’altra parte del muro. di più: a metà strada tra l’incoscienza e il coraggio, uno dopo l’altro saltarono anche loro il muro, atterrando sulle margherite che, poverette, appassirono in fretta.
in pochi mesi di qua del muro finì per esserci più gente che di là. molta più gente. troppa più gente. in città si stava stretti stretti, le case erano affollate in ogni stanza e per strada non c’era modo di trovare parcheggio.
non si lamentava, il nonno, che certo non voleva negare agli altri lo stesso suo desiderio di tranquillità, ma a un certo punto si prese mezza giornata di libertà: uscì sul terrazzo, posizionò una sedia sopra il tavolo e vi si arrampicò, raggiungendo il tetto. salì, saltando di tegola in tegola, fino al comignolo, da cui si sporse un po’ e guardò verso il basso la brulicante città. ancora un passo e raggiunse il tronco di un pioppo, si accomodò su un ramo e sbirciò, non senza nostalgia, dall’altra parte del muro. c’era pace, di là: le case erano vuote e spaziose, le strade senza traffico, il cielo di un azzurro che non si ricordava e, in un vaso sul davanzale della sua vecchia casa, era spuntata una margherita.
il nonno salì di qualche altro ramo, fino a raggiungere quasi la cima del pioppo, che un po’ si piegò per il peso, ma ecco che, come nel salto con l’asta, il nonno si fece lanciare da quell’albero nel cielo terso, per atterrare in mezzo alla piazza, deserta, dall’altra parte del muro.
si guardò intorno, il nonno, per riconoscere la sua città di un tempo, poi sorrise, fece un respiro profondo e si accomodò su una panchina, senza dover aspettare il proprio turno per cinque minuti di sosta. era felice di trovarsi solo nella città vuota, anche perché lo sapeva, che quella pace non sarebbe durata a lungo. il pioppo di qua del muro era troppo invitante perché alla nonna, o ai loro sette figli, o ai bisnonni, alla prozia e alla cugina non venisse il desiderio di salirci e sbirciare. e presto le cose sarebbero tornate come prima e come prima di prima.
anzi no: di là del muro, una volta tornati stretti stretti tra la folla, ci sarebbe stato in ognuno lo spazio per il ricordo del viaggio dall’altra parte, sulla quercia e sul pioppo, e di qua e di là del muro sarebbero stati lo stesso, medesimo posto. e il nonno posò il cappello e continuò a sorridere.
© andrea valente

"Megghju aviri a chi fari cu centu briganti, ca cu nu stortu gnuranti."
È meglio aver a che fare con cento briganti piuttosto che con uno solo, ma stupido.
Proverbio calabrese