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Si svolge oggi davanti al Tribunale cantonale vallesano il processo d'appello di una madre condannata in primo grado a due anni con la condizionale per infanticidio. Il Ministero pubblico, che aveva chiesto dieci anni di reclusione per assassinio, ha presentato ricorso contro la sentenza.
Il caso risale al dicembre 2015. La donna, allora 33enne, soffocò il suo quarto figlio poche ore dopo averlo partorito da sola in casa, mettendolo poi in un sacco della spazzatura e gettandolo in un cassonetto. Il tribunale distrettuale di Sierre, nel settembre 2017, la dicharò colpevole di infanticidio, condannandola a due anni di reclusione con la sospensione condizionale. Per i giudici di prima istanza, la donna agì sotto l'effetto della depressione puerperale. L'articolo 116 del codice penale prevede infatti che "la madre che, durante il parto o finché si trova sotto l'influenza del puerperio, uccide l'infante, è punita con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria". L'accusa aveva chiesto la pena massima prevista per assassinio. Basandosi su una perizia psichiatrica, il Ministero pubblico escluse che la madre soffrisse di depressione post-parto e sostenuto che ha agito "con coscienza e volontà".
Il caso all'epoca aveva fatto molto scalpore. L'imputata, separata e madre di due figli, aveva già avuto una terza bambina da un vicino di casa sposato, di cui era diventata l'amante. Secondo i media, la donna avrebbe negato la gravidanza fino al momento del parto e voleva in un primo tempo dare in affidamento la neonata.
Nell'ottobre 2015, durante un ricovero in ospedale per problemi alla vista, i medici le annunciano che è di nuovo incinta. La donna però nasconde a tutti la gravidanza, compreso l'amante, e dichiara ai medici di voler far adottare il nascituro. Nei mesi che seguono non si presenta alle visite mediche previste e non risponde alle telefonate degli operatori che dovrebbero assisterla nel processo di adozione.
Il cadavere del bimbo, nato il 2 dicembre, viene scoperto il 23 dicembre e la donna viene ricoverata di forza in una clinica per una perizia psichiatrica e per valutare il rischio di recidiva. Per il Ministero pubblico l'imputata non soddisfa i criteri per essere giudicata colpevole di infanticidio. La donna non soffriva di depressione post-parto e, secondo un esperto, non vi è stata nessuna contro-perizia che mettesse in dubbio queste conclusioni.