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Invisibile e invisibilità. Al centro del lavoro si pone la questione di «come diventare invisibili», un paradigma che prende una particolare valenza nel campo dello spettacolo e della performance, in cui il mostrare e il visibile sono tra i presupposti fondamentali del linguaggio scenico.
Dazzle interroga l’invisibilità, il diventare invisibile, come azione performativa attraverso l’asse visivo – il camouflage - diventare invisibile; l’asse percettivo – deviare i sensi, confondere e l’asse metafisico e testuale – trasmettere l’invisibile.
Il verbo dazzle significa letteralmente “abbagliare” e deriva dall’espressione americana razzle-dazzle che esprime il tentativo attivo di confondere le idee. Quest’espressione ha dato il nome anche, durante la Prima Guerra Mondiale, ad un’innovativa tecnica militare di camouflage dell’epoca sviluppata dagli artisti pittori del movimento cubista: la modalità dazzle.
Questo motivo è dunque costituito da forme geometriche irregolari composte da contrasti di colore importanti, come il bianco ed i nero, ed é stato particolarmente utilizzato per le navi da guerra.
Considero l’atto di danzare e di creare come un atto di mediazione tra una dimensione invisibile (delle idee, dell’immaginazione, delle immagini, insomma del sensibile) e quella visibile (la realtà concreta, i corpi, lo spazio, il tempo: l’intelligibile). L’atto di creazione si situa nell’esperienza che si compie fra queste due dimensioni.
(dalle note di Lorena Dozio)