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Un disco condizionato da un fatto di cronaca, che tutti conoscono grazie a un brano diventato leggendario
MONTREUX - Il 25 marzo 1972 i Deep Purple davano alle stampe "Machine Head", uno disco leggendario per varie ragioni.
Dalla cronaca al mito - A partire dalla sua genesi, piuttosto complicata. Per quale motivo? Lasciamo che a spiegarlo sia il testo di "Smoke On The Water", uno dei brani culto dell'album. Una vera cronaca poetica di un episodio che condizionò tutta la lavorazione: l'incendio del Casinò di Montreux del 4 dicembre 1971 in occasione di un concerto di Frank Zappa e The Mothers of Invention. «Siamo andati a Montreux / sulle rive del lago di Ginevra / per fare delle incisioni con uno studio mobile (il celeberrimo “Rolling Stones Mobile Studio”) / non avevamo molto tempo. / Frank Zappa e The Mothers / erano nel miglior posto nei dintorni / ma qualche stupido con una pistola lanciarazzi / ha bruciato il posto fino alle fondamenta. / Fuoco sull'acqua / un incendio nel cielo / fuoco sull'acqua».
Registrare al Grand Hotel (chiuso) - La band britannica ebbe così uno spunto creativo memorabile, ma si trovò senza la location designata per incidere l'album. Prosegue la canzone: «Bruciarono il casinò / collassò con un suono orribile / Claude (Nobs, lo storico patron del Montreux Jazz Festival ndr) correva dentro e fuori / tirando fuori bambini dalle macerie. / Quando tutto finì / dovemmo trovarci un altro posto / il tempo svizzero stava per finire / sembrava che stessimo per perdere la gara, ora». Che fare, quindi? «Finimmo al Grand Hotel / Era vuoto, freddo e spoglio / con il furgone dei Rolling Stones appena fuori / abbiamo fatto la nostra musica. / Qualche luce rossa e vecchi letti / abbiamo creato un posto dove sgobbare». Gli ultimi due versi cantati da Ian Gillan sintetizzano le aspettative della band su questo brano: «Non importa cosa ne abbiamo ricavato / So, lo so che non lo dimenticheremo mai».
Un elenco di capolavori - Infatti "Smoke On The Water", nata sul posto, venne inserita in "Machine Head" come mero riempitivo e non si puntò su di lei come singolo. Mentre oggi è forse la canzone più popolare dei Deep Purple, grazie a quel riff di chitarra che tutti conoscono (e che non molti negozi di musica è vietato tentare di suonare). "Smoke On The Water" è dove il talento del chitarrista Ritchie Blackmore viene messo maggiormente in mostra, proprio come "Pictures of Home" è la tavolozza sulla quale il tastierista Jon Lord ha potuto spaziare a piene mani, con tanto di assolo che voleva ricreare le folate di vento alpino (come ebbe modo di dire durante un documentario, alcuni anni fa).
"Machine Head" presenta una tracklist più che solida, aperta da un classico come "Highway Star" e nella quale anche un pezzo tutto sommato più debole come "Maybe I'm a Leo" riesce a trovare una sua ragion d'essere. Ma il vero capolavoro nascosto del disco è "Lazy", una lunga cavalcata blueseggiante (di un blues in pieno stile Deep Purple, però) e costruita come un brano jazz, con spazio per le varie evoluzioni soliste (c'è anche un solo d'armonica di Gillan). Dei sette brani della versione originale non faceva parte la struggente ballata "When a Blind Man Cries", che è comparsa in ogni riedizione successiva.
La forza del gruppo - Di chitarra e tastiera, i marchi di fabbrica dei Deep Purple, abbiamo già parlato. Ma non bisogna dimenticare la granitica sezione ritmica formata dal basso di Roger Glover e dalla batteria di Ian Paice, entrambi quasi mai protagonisti ma grandemente funzionali alla creazione dell'amalgama sonora perfetta. Infine Ian Gillan e la sua voce: dominante quando serve, ma capace di farsi da parte e lasciare spazio ai compagni. Il perfetto accordo tra i vari musicisti è uno dei segreti del successo dei Deep Purple, band "anomala" rispetto ai coevi Led Zeppelin, The Who, Black Sabbath e così via - perché non basata principalmente sull'asse voce-chitarra, ma con il fondamentale apporto dell'organo di Lord e la predisposizione ad affrontare anche i brani in studio come se si fosse sul palco di un concerto.
Disco non perfetto ma ugualmente leggendario - Un disco non perfetto, "Machine Head", che parecchi esperti della band britannica considerano inferiore a "In Rock" di due anni prima. Certo si notano le approssimazioni negli attacchi e nelle chiusure di alcuni brani (vedi "Maybe I'm A Leo" e "Space Truckin"), figlie anche della lavorazione non proprio agevole - cavi tirati lungo i corridoi e che finivano, attraverso una finestra aperta, nel furgoncino dello studio mobile dei Rolling Stones, materassi usati per insonorizzare le pareti. Il risultato finale è comunque una pietra miliare dell'hard rock, che a distanza di 50 anni regge benissimo la prova del tempo. Una buona fetta di quei brani hanno costituito l'ossatura dei successivi concerti della band, culminati negli show di Osaka e Tokyo che sono stati eternati in "Made in Japan", forse l'album live migliore di tutti i tempi.