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Svizzera, economia e il comune senso del futuro
È ormai evidente che l’attuale crisi sanitaria nei prossimi mesi, forse anni, finirà per evolvere in una crisi economica che oltre i circuiti finanziari condizionerà anche gli equilibri delle nostre società. Ne abbiamo discusso con il Professor Sergio Rossi, titolare della cattedra di Macroeconomia ed economia monetaria presso il Dipartimento di Economia politica dell’Università di Friburgo.
Si è cercato di risolvere la crisi economica del 2008-2009 iniettando liquidità nei circuiti finanziari. Questi provvedimenti hanno favorito le quotazioni borsistiche, ma anche creato disparità sociali. La stessa formula sta per essere usata anche per la crisi economica che vivremo a causa dell’attuale pandemia. Non stiamo per entrare in un circolo vizioso? Esistono eventuali alternative da seguire?
La crisi economica scoppiata a seguito della pandemia del nuovo coronavirus (Covid-19) e a causa della globalizzazione delle attività economiche è molto diversa da quella esplosa nel 2008 a causa della finanziarizzazione dell’economia globale. A quel tempo, si trattava originariamente di una crisi finanziaria di ordine sistemico, che ha provocato numerosi fallimenti bancari, generando quindi un calo dell’occupazione e delle spese di consumo nelle economie occidentali. Ciò indusse una crisi di sovra-produzione a causa della domanda insufficiente nel mercato dei prodotti. Le banche centrali dovettero allora intervenire per evitare una crisi bancaria che avrebbe distrutto il sistema economico nel suo insieme, provocando una grande depressione come quella vissuta negli anni Trenta del secolo scorso. Perciò si sono dovuti salvare molti istituti bancari, a cominciare dalle banche “troppo grandi per fallire” e iniettare un volume impressionante di liquidità nel sistema bancario, allo scopo di interrompere rapidamente l’effetto domino che avrebbe fatto implodere l’insieme dell’economia.
La crisi scaturita dalla pandemia di COVID-19 è molto diversa in quanto colpisce sia l’offerta sia la domanda nel mercato dei prodotti e non è scaturita dal settore finanziario.
Le banche centrali sono oramai diventate succubi dalle istituzioni finanziarie e credono di poter rilanciare le attività economiche iniettando liquidità nel sistema bancario, soprattutto se lo Stato fa da garante per il rimborso dei prestiti bancari concessi alle imprese che ne fanno la richiesta. Questo tipo di interventi del settore pubblico non è tuttavia adeguato e non potrà risolvere i problemi di ordine economico, perché è orientato a sostenere l’offerta nel mercato dei prodotti, ignorando che le imprese non investono per produrre maggiormente se ritengono di non riuscire a vendere i loro beni e servizi. Occorre in realtà sostenere la domanda su questo mercato, aiutando direttamente le famiglie bisognose mediante il versamento di un reddito di base incondizionato che permetta a ciascuno di condurre una vita dignitosa.
Alcuni economisti dicono che l’enorme bolla di denaro a basso costo circolante nei circuiti finanziari prima o poi si tradurrà in inflazione. Questo accentuerà le differenze sociali, perché l’inflazione erode il valore del piccolo risparmio. Cosa può fare un individuo per mettersi al riparo da questa evoluzione?
L’inflazione è data dalla perdita di potere d’acquisto della moneta e si traduce di solito in un aumento del livello generale dei prezzi, che tradizionalmente si misura soltanto nel mercato dei beni di consumo. Ora, viste le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, è impensabile che ci sia un aumento dei prezzi al consumo a seguito dell’aumento vertiginoso del denaro circolante nei mercati finanziari grazie alle politiche monetarie ultra-espansive. Al contrario, questi prezzi diminuiranno a seguito del calo della capacità di acquisto di numerose lavoratrici e lavoratori, il cui stipendio è stato o sarà ridotto a seguito della crisi economica legata al COVID-19. Molte di queste persone perderanno anche il loro posto di lavoro, generando perciò un’ancora maggiore riduzione delle spese di consumo, esercitando dunque una pressione al ribasso sui prezzi in questo mercato.
I problemi con i quali ci dovremo confrontare riguarderanno l’aumento dei prezzi nel mercato immobiliare.
Il problema non sarà pertanto quello dell’inflazione nel mercato dei prodotti, ma l’aumento dei prezzi nel mercato immobiliare, dove le persone benestanti e gli attori istituzionali come le casse-pensioni saranno portate a investire per cercare di far fruttare i loro patrimoni, a maggior ragione visto che sui depositi bancari i tassi di interesse sono negativi. Una simile pressione al rialzo sui prezzi si può anche notare nei mercati finanziari, dove le persone benestanti parcheggiano i loro capitali, al pari delle banche, delle assicurazioni e delle casse-pensioni, per ottenere dei rendimenti finanziari indipendentemente dalla situazione economica generale. Oramai esiste uno scollamento profondo tra l’economia “reale”, che produce beni e servizi, e l’economia finanziaria, che non genera ricchezza per l’insieme dell’economia ma che impone le proprie scelte in questo insieme a discapito della stabilità finanziaria e del benessere generale.
In passato la Svizzera ha goduto di privilegi bancari e fiscali che le hanno consentito di poter sostenere finanziariamente, anche all’estero, le necessità delle fasce sociali più svantaggiate. La crisi economica cui ci stiamo avviando potrebbe portare il nostro paese a favorire l’aiuto alla popolazione residente a scapito dell’aiuto internazionale? La Svizzera potrebbe permettersi questo cambio di rotta, sia pure imposto dalle circostanze?
L’economia svizzera si trova in una situazione relativamente vantaggiosa nei confronti del resto del mondo. La crisi economica attuale potrebbe indurre la Svizzera a ridurre il proprio aiuto internazionale, per spostare questi flussi finanziari verso le fasce della sua popolazione che più necessitano di un sostegno finanziario a seguito della pandemia e della chiusura forzata di numerose attività economiche durante la fase acuta della crisi sanitaria. Le autorità politiche federali dispongono ciononostante di sufficienti margini di manovra per aiutare finanziariamente sia la popolazione residente sia i paesi arretrati sul piano economico. Entrambe queste misure possono essere finanziate da un prelievo fiscale maggiore, restando purtuttavia moderato relativamente agli altri paesi avanzati, presso le persone giuridiche e le persone fisiche benestanti, che hanno beneficiato quasi esclusivamente della globalizzazione dagli anni Ottanta innanzi.
Si potrebbe prelevare una micro-imposta sul traffico scritturale dei pagamenti, dell’ordine dello 0,1 per cento, ossia 10 centesimi ogni 100 franchi. In questo modo le istituzioni finanziarie sarebbero chiamate a partecipare al finanziamento delle misure di sostegno della popolazione, in quanto la stragrande maggioranza delle transazioni è svolta nei mercati finanziari. Con questa riforma dell’imposizione fiscale si potrebbero ottenere tre piccioni con una fava: finanziare in maniera sostenibile le politiche di rilancio economico mediante il sostegno delle persone bisognose, assicurare una maggiore stabilità finanziaria all’insieme delle attività economiche, ed eliminare l’imposta sul valore aggiunto che grava sui consumi. Questi tre risultati favorirebbero l’occupazione, aumentando perciò il grado di coesione sociale e riducendo gli squilibri della finanza pubblica sul piano federale e cantonale.