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Nel giugno 2012 avevo scritto un articolo a titolo “Cosa fare contro le frecce avvelenate dell‘ONU?”. Il mio testo fu pubblicato ne “Il Paese”, trovando poi ospitalità anche nell’edizione di luglio 2013 in “Pro Libertate (Comunicazioni PL 4/13). Alcuni ambienti hanno trovato ora il mio articolo essere “razzista” e hanno sporto denuncia al Ministero pubblico di Berna per violazione dell’articolo antidiscriminatorio (Art. 261bis del Codice penale svizzero).
Di cosa trattava il summenzionato articolo? In esso esprimevo semplicemente il mio disaccordo con il fatto che l’incaricato dell’ONU per la libertà di riunione, il keniano Maina Kiai, criticava aspramente nel suo rapporto la legislazione ginevrina sulle manifestazioni, dicendo che in Svizzera esistono gravi limitazioni del diritto di riunione e ponendo il nostro paese quasi allo stesso livello di Egitto, Bahrain, Cina, Siria e Bielorussia (divertente notare che del suo paese natio Kenya non facesse assolutamente menzione).
Nel mio articolo dicevo poi che, non molto tempo prima, un altro incaricato dell’ONU, quello per il razzismo (il senegalese Doudou Diène), nel suo rapporto accusava la Svizzera di razzismo e discriminazione (anche nel suo rapporto non si faceva alcun cenno ad analoghe infrazioni nel suo paese d’origine).
Infine, affermavo nel mio articolo che notoriamente sono dei gruppi e organizzazioni di sinistra a sussurrare alle orecchie di questi gremi ONU tali assurde idee, ponendomi la domanda a sapere cosa abbia la Svizzera da cercare in queste organizzazioni ONU così manipolabili e dogmatiche (che oltretutto finanziamo con importi di milioni).
Nel manifestare la mia opinione avevo scelto accuratamente le parole. Segnatamente avevo detto:
- “Ci deve importare che il primo delegato ONU di colore che piomba qui rimproveri la Svizzera così grossolanamente?„
- „ Primo, perché i delegati ONU scappati dalla foresta africana*) non arrivano da soli a tali assurde idee;…“
- „ Questi poveri africani servono a queste organizzazioni da “utili idioti”, al fine di dare grande risonanza internazionale alle proprie idee tramite le cinghie di trasmissione dei gremi ONU.“
*) Questo non è del tutto corretto dal punto di vista ecologico, avrei fatto meglio a parlare di “foresta pluviale”.
Ma olalà! Con le mie asserzioni sono evidentemente andato troppo in là, secondo una nota attivista svizzera dei diritti dell’uomo (il cui nome non faccio per motivi di protezione dei dati). Infatti, questa ha prontamente querelato “Pro Libertate” (e quindi indirettamente anche me) per violazione dell’articolo antirazzismo (261bis CPS).
Con decisione dell’11 dicembre 2013, il Ministero pubblico di Berna ha saggiamente respinto per comprensibili motivi questa querela emettendo nei confronti di “Pro Libertate” una sentenza di non luogo a procedere. Contro questa decisione la querelante può ancora inoltrare ricorso (se lo faccia o no, non mi è dato di sapere; se poi lo farà, amen).
Ma alla luce d questo caso banale e ridicolo è giusto porsi seriamente la domanda circa la legittimità di questa norma giudiziaria. Se deve servire unicamente alla sinistra quale strumento per zittire le opinioni sgradite o politicamente non corrette, allora è il caso di abolirla il più rapidamente possibile.