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Dall’ultima revisione dell’AVS nel 1997, l’importo totale delle rendite per gli uomini tra il momento del pensionamento e quello del decesso – tenuto conto dell’inflazione – è aumentato del 25 percento. Siccome l’età di pensionamento delle donne è aumentata da 62 a 64 anni, per loro la somma totale è aumentata solo del 2 percento. Secondo le proiezioni dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali, senza una riforma nel primo pilastro entro il 2030 si accumulerà un deficit di 50 miliardi di franchi. Una speranza di vita più elevata dovrebbe condurre automaticamente a una durata di pensionamento più lunga?
I tentativi di aumentare il numero di settimane di vacanze pagate hanno vita dura in Svizzera. Nel 2012 il popolo ha rifiutato l’iniziativa a favore dell’introduzione di sei settimane di vacanza obbligatorie. Di recente, la proposta di un congedo paternità di due settimane non è nemmeno riuscita a superare gli ostacoli del Consiglio nazionale.
Tuttavia esiste un settore in cui, senza negoziazioni né votazioni popolari, è possibile ottenere sette – ulteriori – settimane di vacanze pagate all’anno: l’AVS. Dal 1981 infatti, la speranza di vita all’età di 65 anni aumenta in media di circa sette settimane ogni anno. Siccome però l’età di assoggettamento all’AVS e quella di pensionamento da allora sono rimaste invariate, questi guadagni in termini di speranza di vita corrispondono a sette settimane di rendite in più ogni anno.
25 percento di rendite in più
Dall’ultima revisione dell’AVS nel 1997, l’importo totale delle rendite per gli uomini tra il momento del pensionamento e quello del decesso è aumentato del 25 percento in termini reali, ovvero al netto dell’inflazione. Per le donne il bilancio è più modesto (2%) poiché la loro età di pensionamento in questo periodo è aumentata da 62 a 64 anni. Di per sé, l’aumento della durata di pensionamento non è nulla di contestabile, finché il finanziamento di questi anni di rendite supplementari è assicurato. Dovrebbe essere così nel secondo pilastro, dove ciascuno accumula il proprio capitale pensionistico. Purtroppo l’aliquota di conversione in vigore oggi si basa ancora sulla speranza di vita risalente alla fine degli anni ‘80 e su rendite del 4 percento e oltre. Una redistribuzione di diversi miliardi di franchi dagli attivi ai pensionati ne è la conseguenza. Anche il finanziamento dell’AVS non è più garantito. Nel 2015, il deficit del primo pilastro ammontava a 558 milioni di franchi. Secondo le proiezioni dell’UFAS, senza una riforma entro il 2030 si accumulerà un deficit di 50 miliardi di franchi. In un tale contesto è ancora giustificato che i guadagni di speranza di vita portino automaticamente a un aumento della durata di pensionamento?
La durata di pensionamento più lunga del mondo
La Danimarca ha trovato una risposta a questa domanda. Per assicurare un finanziamento stabile della previdenza per la vecchiaia, entro il 2027 l’età di pensionamento sarà gradualmente innalzata a 67 anni, e in seguito sarà legata all’andamento della speranza di vita. Se quest’ultima dovesse crescere, allora l’età di pensionamento sarà adeguata di conseguenza. Dettaglio piccante: la durata media di pensionamento in Danimarca sarà così limitata a 14,5 anni in media. In Svizzera, ogni pensionato gode in media di 21 anni di rendite. Ciò rende la Svizzera – insieme al Giappone – campionessa del mondo per quanto riguarda la durata di pensionamento.
Due terzi, un terzo
Un buon compromesso svizzero consisterebbe nel dimezzare la mela acerba, o anzi tagliarla in tre pezzi. Oggi si trascorrono 40 anni a lavorare e 20 in pensione: perché non suddividere secondo questo schema anche gli anni di speranza di vita supplementari ottenuti?
Alla luce delle cifre rosse del nostro sistema di previdenza è legittimo chiedersi come siano da ridistribuire i guadagni di speranza di vita all’interno della nostra società. È giunto soprattutto il momento di mettere in discussione questa conquista «automatica» di sette settimane supplementari all’anno di vacanze pagate, che va a scapito dei nostri figli e delle future generazioni.
Questo articolo è apparso nel numero di settembre 2016 della rivista «Ticino Business». Per gentile concessione di «Ticino Business».