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La recente notizia che il New York Times starebbe per eliminare la figura del public editor – a volte detto ombudsman, o garante dei lettori – è triste ma non inaspettata. Non molto tempo fa, negli anni Ottanta, erano più di 40 i quotidiani americani ad avere questa figura: il loro ruolo era esaminare le lamentele e le osservazioni dei lettori su questioni editoriali di diverso tipo e rendere pubblico ciò che riscontravano nel dare delle risposte. L’idea era quella di verificare che i giornali restassero coerenti ai loro standard editoriali e fornire al pubblico una valutazione indipendente. “Indipendenza” è proprio la parola chiave.
Oggi non ci sono più grandi testate americane ad avere un ombudsman. I numeri, a dire il vero, hanno mostrato un continuo declino per diversi anni e si è vista una brusca accelerazione a partire dal 2008, poiché la recessione economica, combinata con il rapido cambiamento tecnologico, ha avuto un pesante impatto sulle finanze e sulla redditività dei giornali. Il New York Times, che è giunto con riluttanza e in ritardo solo nel 2003 ad avere un public editor sulla scia di uno scandalo di plagio che aveva coinvolto uno dei suoi reporter, è stato l’ultimo in ordine di tempo a rinunciare al suo garante dei lettori.
Tagliare gli ombudsmen probabilmente è sembrata a tutti una scelta facile, perché significava – in una volta sola – risparmiare spazio, uno stipendio verosimilmente equivalente a quello di un senior editor e liberarsi di quella che frequentemente era una spina nel fianco della redazione. Sebbene la decisione del Times abbia piantato il proverbiale ultimo chiodo nella bara di questa figura, la vera ora fatale era scoccata già nel 2013, quando il Washington Post, dopo 43 anni, aveva deciso di fare a meno del suo ombudsman indipendente.
Il Louisville Courier-Journal, nel 1967, è stato il primo quotidiano Usa a dotarsi di un garante dei lettori, ma questa figura serviva principalmente da collegamento tra il pubblico e il management del giornale e, come il primo ombudsman del Washington Post, Richard Harwood, avrebbe poi detto descrivendo la figura del giornale del Kentucky, “non valutava indipendentemente o criticava le performance del giornale, né pubblicava ammissioni di errori o sermoni moralistici sulla peccaminosità del nostro settore”. È stato invece il Washington Post, nel 1970 e sotto la direzione di Ben Bradlee, a istituire un ombudsman davvero indipendente divenuto poi lo standard di riferimento per il settore, grazie anche alla sua rubrica domenicale che la direzione non poteva vedere fino a dopo la pubblicazione.
Ho speso 35 anni al Post, gli ultimi cinque dei quali come ombudsman, tra il 2000 al 2005. Successivamente sono diventato il primo ombudsman della Public Broadcasting Service (PBS), dove sono rimasto per quasi 12 anni. Ci sono moltissimi lettori, spettatori e, a volte, reporter irascibili, ma, per quanto il panorama mediatico sia cambiato drasticamente, credo ancora che un ombudsman indipendente sia il miglior modo per un’azienda mediatica di mantenere la propria promessa di credibilità nei confronti di lettori e spettatori. Questo è anche il motivo per cui penso che la decisione del Times sia sbagliata e che l’apertura di un nuovo “Reader Centre” interno e gestito dallo staff non potrà rimpiazzare davvero il ruolo cruciale di rappresentanza pubblica offerto da un ombudsman.
C’è una ragione fondamentale per chiedere indipendenza: per i giornalisti, infatti, non è di norma una grande mossa di carriera essere pubblicamente critici, quando serve, nei confronti della propria azienda. Le organizzazioni mediatiche devono far sì che il governo, l’industria e tutte le istituzioni rendano conto delle proprie azioni e dovrebbero fare lo stesso per il loro settore, in un sistema di controllo e bilanciamento reciproco. Ecco perché credo che il ruolo del public editor o ombudsman resti vitale. Al giorno d’oggi tutto finisce online e sui social e c’è un’abbondanza di critica giornalistica. Una parte di queste critiche sa essere davvero penetrante e puntuale, ma una buona parte è invece incorretta e contiene critiche di parte, ideologiche e interessate o ispirate da siti che dicono ai propri lettori o iscritti dove lamentarsi e di cosa.
Le critiche di parte e interessate dimostrano di avere scarso interesse nel migliorare il giornalismo, piuttosto dimostrano quanto spesso si voglia promuovere certi punti di vista o demolire progetti mediatici ritenuti ostili o che potrebbero minacciare qualcuno con una copertura basata sui fatti. Oggi un ombudsman potrebbe essere coinvolto non solo in critiche interne al giornale, ma essere chiamato anche a difendere la propria organizzazione da attacchi diventati virali ma inaccurati. A lettori e spettatori piace vedere che una persona indipendente ed esperta presti attenzione alle loro preoccupazioni. È lì che cercano una risposta, non su qualche sito web o negli strali di qualche critico che magari non hanno mai visto, letto o sentito nominare.
Inoltre, i reporter e i redattori che lavorano per un’organizzazione mediatica che impiega un ombudsman leggono ciò che quest’ultimo scrive perché sanno che i loro lettori e colleghi lo vedranno a loro volta, mentre potrebbero invece non prestare troppa attenzione alle critiche esterne. La presenza di un ombudsman indipendente che pubblica o posta regolarmente potrebbe essere anche un incentivo in più ai giornalisti per fare uno sforzo extra nell’assicurarsi di essere eticamente irreprensibili prima di premere il tasto invio. Allo stesso modo, un ombudsman ha certamente più chance, rispetto alle critiche esterne, di persuadere i redattori e gli editor a spiegarsi e a dare risposte ufficiali. Infatti, la maggior parte dei giornalisti che si occupano di media scrive della propria azienda raramente, se non mai.
Anche se il tempo degli ombudsmen in questo paese sembra essere chiaramente passato, credo che la decisione di eliminare questa figura non sia stata utile. Gli ombudsmen sono ancora il miglior modo di vigilare sulla trasparenza e sull’affidabilità delle notizie, piacciono a lettori e spettatori e possono cementificare il rapporto fra il pubblico e un giornale, rafforzando la credibilità delle organizzazioni. Potrebbe anche essere una buona scelta di business. Un ombudsman dimostra che la stampa può anche incassare un colpo quando serve, non solo assestarlo, e anche che c’è una voce indipendente a contrastare le quotidiane denunce di “fake news” e a difendere il giornalismo, quando è necessario, dal mare di critiche ingiuste e inaccurate.
Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta