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Alle nostre latitudini, quando sentiamo dire “E l’ultimo chiuda la porta”, si pensa subito al Nick Carte di Bonvi, al suo gigantesco assistente e a quel meraviglioso programma di fumetti in TV che fu negli anni ’70 “Supergulp”.
Ai francesi, invece, l’espressione “E l’ultimo chiuda la porta” evoca tutt’altro. Fu infatti coniata dagli immigrati italiani, spagnoli e polacchi - finalmente integratisi a prezzo di sacrifici e umiliazioni - quando dovettero confrontarsi con le nuove ondate migratorie. Quelle, per intenderci, di magrebini e portoghesi, che minacciavano di privarli del lavoro e della stabilità che avevano conquistato con così grande fatica. Una volta entrati noi, dunque, spranghiamo la porta alle nostre spalle affinché nessuno venga a disturbarci durante il pranzo. Un fenomeno descritto in maniera esemplare, ad esempio, nei romanzi del marsigliese Jean-Claude Izzo, che era appunto figlio di un salernitano e di una spagnola.
L’espressione “E l’ultimo chiuda la porta” - assai eloquente - negli ultimi decenni è stata largamente usata negli slogan demagogici di ogni schieramento politico. A mo’ di invito, da parte di chi le porte vorrebbe ulteriormente blindarle. E come monito, invece, da parte di coloro che sognano di eliminare ogni tipo di barriera.