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"Quando nel 1969, Bob Fosse passa alla regia cinematografica con SWEET CHARITY ha già dietro di sé una lunga carriera sui palcoscenici di Broadway.
Al cinema, cioè, apporta un bagaglio impeccabile di quelli che sono gli ingredienti tradizionali della commedia musicale, l'arte della coreografia, della scenografia, della partizione musicale, la direzione degli attori, l'uso del colore o della luce. Ma giunge al cinema proprio quando Hollywood, e quindi il mito del cinema americano, è al punto più profondo della propria crisi. Dire Hollywood, mito e commedia musicale significa nominare tre elementi così interdipendenti da rendere a priori impensabile una loro scissione. Bob Fosse giunge quindi al cinema quando la commedia musicale sta morendo.
Ecco quindi delinearsi il secondo aspetto dell'arte di Fosse (il primo essendo l'eredità del talento espressivo della commedia musicale americana): una riflessione sul proprio ruolo, la propria professione. E sul ruolo della commedia musicale nei confronti della realtà, della vita quotidiana. Da SWEET CHARITY a CABARET, a LENNY e a ALL THAT JAZZ Fosse mette in scena, in un egocentrismo sempre più sfrenato e raffinato, l'opposizione fra il mondo dell'invenzione, della follia o della poesia e quello di una minaccia, di una oppressione esterna. La follia del nazismo nascente in Cabaret, l'oscurantismo della società puritana in Lenny, la morte medesima in ALL THAT JAZZ .
Da questo breve elenco è facile notare la disparità, l'originalità e la gravità dei soggetti toccati. "Credo che con la musica, con la coreografia, si possa trattare qualsiasi argomento", dice Fosse. E, in effetti, lo sta dimostrando: se Minnelli, Gene Kelly o prima ancora di loro Mamoulian o Busby Berkeley avevano emancipato questa forma di spettacolo, elevandola da quelle forme di operetta, di vaudeville o di minstrel-show che avevano contraddistinto i primi spettacoli di Broadway, il lavoro di Fosse s'iscrive naturalmente in quella continuità. E basterebbe a dirne tutta l'importanza. Al tempo stesso, mentre progredisce di film in film la carriera di Fosse, si accentua il carattere narcisistico della sua opera. Se in Lenny egli parlava di se stesso e dei suoi problemi nel mondo dello spettacolo americano, ma descrivendo la drammatica esistenza di un noto entertainer americano, Lenny Bruce, in ALL THAT JAZZ jazz rompe gli indugi. Ed il personaggio febbrilmente interpretato da Roy Scheider è dichiaratamente quello di Bob Fosse.
Amore e morte o, meglio, sessualità e morte sono alla base del film. Quella morte che Fosse aveva sfiorato due anni prima di girare il film, quando era stato vittima di un grave incidente cardiaco. E quella sessualità che, da sempre è una delle componenti base di ogni spettacolo di commedia coreografica e musicale. In ALL THAT JAZZ la morte è avvicinata fisicamente. Il mistero che la circonda Fosse lo traduce sensualmente con gli strumenti che egli possiede, la danza, la musica. Oppure il montaggio, la scenografia, la fotografia. Il tutto fuso da una padronanza splendida dell'arte di riempire gli spazi, di far muovere i corpi o di appoggiare le luci.
Parlare di esibizionismo appare assurdo, proprio perché l'elemento narcisistico è parte integrante, come abbiamo detto, del discorso di Fosse. E così quello di aver plagiato il Fellini di Otto e mezzo, così lontano dalle ragioni e dalle giustificazioni di Fosse. Certo si può amare, o meno la commedia musicale, il modo di giocare con la realtà e con il mito che è proprio di questa forma. Ma sembra molto difficile non riconoscere a Fosse una grande originalità, una notevole conseguenza, oltre ad una magia espressiva fuori dal comune."