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TORINO - In Iran "serve una rivoluzione calma, soft, che deve venire da dentro non da azioni esterne". E' l'opinione di Till Schauder, il regista di "When God sleeps" che ieri sera, a Torino, si è aggiudicato uno dei premi del "Seeyousound International music film festival" la manifestazione (alla sua quarta edizione) che fa incontrare cinema a musica e valorizza gli aspetti musicali nella cinematografia.
Till Schauder, filmaker tedesco-americano, ha raccontato la drammatica vicenda di Shahin Najafi, il cantautore e rapper iraniano esule in Germania da quando su di lui sono state emesse due fatwa dal regime sciita della Repubblica islamica.
Il docufilm, premiato a Berlino con il "Cinema for Peace Award" e presentato al Tribeca, ieri ha vinto il "Premio distribuzione Lab 80" ed è stato presentato in prima italiana: è stata naturalmente l'occasione per parlare di Iran con Schauder, già autore di un altro film a tema iraniano, "The Iran job" (2012) in cui si racconta la storia di un ex giocatore di basket americano chiamato ad allenare una squadra a Tehran.
"Io penso che gli stereotipi sull'Iran siano tutti sbagliati - ha detto - e che l'Iran ha un grande potenziale avendo i due terzi della popolazione con meno di 35 anni e un livello culturale molto alto, con più femmine che maschi iscritti nelle università". Nonostante la sua fiducia, in "When God sleeps" affronta una storia scottante, quella del rapper che vive con la paura di essere ucciso da qualche fondamentalista per i suoi testi dissacranti ("Ci rubate i soldi mentre pregate il Corano", ndR) e per la sua posizione contro la teocrazia. Schauder mette così a nudo la parte più rigida del Paese, di quella che "resiste al cambiamento" e che ancora fa valere tutta la sua forza.