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Uno sbaglio tira l’altro
Se errare è umano adesso sembra che lo sia anche perseverare
Anche i modi di dire devono piegarsi alle scoperte scientifiche: quante volte ci siamo sentiti ripetere ‘se errare è umano perseverare è diabolico’? Ebbene da adesso in poi anche questo ’mito’ è sfatato: perseverare è umano tanto quanto sbagliare; anzi spesso ne è una logica, ed inevitabile, conseguenza.
Nessuna responsabilità di cattivi diavoletti dunque, ma semplicemente l’inevitabile esigenza di un congruo lasso di tempo, indispensabile al nostro cervello per capire di aver fatto un errore; tempo che, se manca, induce inevitabilmente a farne immediatamente un altro.
In altre parole il cervello ha bisogno di tempo per imparare dai propri errori, e se questo tempo manca, come quando ad esempio si è di fronte ad un flusso veloce e costante di decisioni da prendere, anche una distrazione momentanea come quella di notare l’errore appena fatto può diminuire la precisione con cui si fa una scelta successiva, inducendo in un ennesimo errore.
“Abbiamo una regione del cervello che ci dice ‘hai fatto un casino’, in modo da poter correggere il nostro comportamento. Ma, a volte, questo sistema di monitoraggio può ritorcersi contro di noi, distraendoci dal compito che dobbiamo svolgere e facendoci fare un nuovo errore”, spiega uno degli autori dello studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, lo psicologo George Buzzell che con i suoi colleghi della Mason University di Fairfax ha monitorato l’attività cerebrale di 23 persone alle prese con un compito impegnativo.
I partecipanti dovevano rispondere a delle domande poste in sequenza riguardo ad alcuni cerchi concentrici che lampeggiavano su uno schermo di fronte a loro. Se le figure erano dello stesso colore dovevano alzare una mano, se erano di tonalità leggermente diverse dovevano alzare l’altra.
Gli studiosi hanno osservato che dopo aver fatto un errore, i partecipanti rispondevano correttamente alla domanda successiva se era stato dato loro almeno un secondo di tempo per recuperare. Quando invece la domanda arrivava prima (dopo circa 0,2 secondi), la precisione scendeva del dieci per cento, suggerendo che il cervello fa meno attenzione alle azioni da compiere appena dopo aver fatto un errore.
Secondo gli autori, dunque, la richiesta cognitiva di notare e processare l’errore sembrava distogliere l’attenzione che, altrimenti, i partecipanti avrebbero dedicato al compito, come se il cervello fosse andato per un attimo offline. “Nel mondo reale di solito alle persone è dato tempo di riflettere, anche per pochi secondi, su un errore, prima di dover prendere un’altra decisione.
Ma alcune attività, come la guida o il suonare uno strumento musicale, costringono le persone ad avere a che fare con errori in successione molto rapidamente, pur continuando ad eseguire correttamente il resto del compito. Queste azioni potrebbero spostare i limiti di elaborazione degli errori”, ha spiegato Jan Wessel, psicologo dell’Università dell’Iowa.