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venerdì 21 aprile 2023.

"Asterisco" e "schwa" una moda culturale
Marco Leardi giornalista che scrive per ilGiornale, quotidiano pubblicato in Italia, si sofferma in un suo articolo sull’uso di "asterisco" e "schwa" e di come la famosa Accademia della Crusca abbia bocciato senza appello la "neolingua gender fluid".
Cito: "In risposta ad un quesito avanzato dal comitato pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione sulla scrittura degli atti giudiziari nel rispetto della parità di genere, gli esperti della prestigiosa accademia fiorentina hanno sentenziato una volta per tutte che le disposizioni linguistiche del politicamente corretto sono frutto di una moda culturale portata agli estremi del radicalismo.
La Crusca ha quindi elencato una serie di "indicazioni pratiche", a cominciare appunto dalla stroncatura senza appello degli asterischi e dello schwa. "È da escludere nella lingua giuridica l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati", si legge nelle disposizioni dei linguisti. Dunque, "va escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (’Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…’). Lo stesso vale per lo scevà o schwa". E pure il riferimento alla corrispondenza tra parlato e linguaggio scritto non è da poco, visto che pure questa attinenza di buon senso viene messa in discussione da quanti vorrebbero un italiano governato non dalla grammatica ma dall’ideologia.
No al riferimento raddoppiato di genere
Ma la nostra lingua ha due generi grammaticali - maschile e femminile - con buona pace della fluidità di genere. Al riguardo, l’Accademia ha spiegato come lo strumento migliore per rappresentare tutti i generi e gli orientamenti non sia "la reduplicazione retorica, che implica il riferimento raddoppiato ai due generi" - italiane e italiani, ad esempio, oppure impiegati e impiegate - ma "l’utilizzo di forme neutre o generiche (per esempio sostituendo ’persona’ a ’uomo’, ’il personale’ a ’i dipendenti’), oppure se ciò non è possibile il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare".
Il maschile non marcato si può usare anche quando ci si riferisce "in astratto all’organo o alla funzione, indipendentemente dalla persona che in concreto lo ricopra o la rivesta". Quindi è corretto dire "il presidente del consiglio", anche se a ricoprire l’incarico è una persona di genere femminile. Stroncate così le polemiche rispetto al fatto che il premier Meloni avesse scelto (correttamente) di declinare al maschile il proprio incarico. "Ha il diritto di farlo", aveva già spiegato in passato Claudio Marazzini, presidente della Crusca. L’Accademia ha comunque approvato il ricorso ai nomi di professione declinati al femminile. Quindi magistrata, avvocata, architetta, procuratrice, questora... Per quanto cacofoniche per alcuni, gli esperti hanno spiegato che si tratta di forme corrette.
Sarebbe invece da evitare l’articolo davanti al nome delle persone ("la Meloni", "la Schlein"...). Oggi - scrive l’Accademia - "è considerato discriminatorio e offensivo non solo per il femminile, ma anche per il maschile". I linguisti della Crusca, tuttavia, hanno aggiunto un’emblematica considerazione al riguardo: "Non entriamo nelle ragioni di questa opinione, che riteniamo scarsamente fondata. Tuttavia, per quanto estemporanea e priva di motivazioni fondate, l’opinione si è diffusa nel sentimento comune, per cui il linguaggio pubblico ne deve tener conto"".
Un po’ di chiarezza, ogni tanto, anche per rimettere il campanile al centro del paese, non guasta!