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Il sistema economico e sociale in cui viviamo considera il lavoro domestico e di cura un lavoro gratuito, spesso affidato alle componenti femminili della famiglia. Nel contempo, il sistema associa un valore monetario alle stesse identiche attività se queste vengono svolte da una persona esterna all’economia domestica (come il personale di assistenza agli anziani o educativo in un asilo). Il lavoro domestico e di cura, quello che facciamo in casa, è tuttavia un lavoro a tutti gli effetti. Non lo facciamo solo per amore o per vocazione e ci andrebbe, allora, riconosciuto e pagato.
Mi sono chiesta cosa abbia provato quel giudice spagnolo che qualche settimana fa ha riconosciuto un’indennità maggiore di 200mila euro a una casalinga di Vélez-Málaga, la signora Ivana Moral, che ha scelto di divorziare dopo 25 anni di matrimonio. È il codice civile spagnolo che riconosce questa possibile indennità. Me lo sono chiesta perché sentenze di questo tipo hanno una valenza storica, fanno parte di un principio di rivoluzione. La signora Moral ha richiesto e ottenuto da un giudice un risarcimento dal marito per il lavoro domestico e di cura svolto per metà della sua vita, a scapito di una sua eventuale carriera professionale. Carriera che ha lasciato fare a lui, come spesso accade, mentre lei ha lavorato dietro le quinte, essenziale per la quotidianità di lui. È come se il marito l’avesse pagata, in ritardo e con effetto retroattivo, per i suoi servizi. O, dal nostro punto di vista, sottopagata: 200mila euro in 25 anni sono poco più di 600 euro al mese per un lavoro che, spesso, supera le 8 o 9 ore giornaliere.
Il lavoro domestico e di cura non pagato, l’unpaid full-time work, ha un valore stimato di 11 trilioni di dollari. Lo dice uno studio indipendente dell’International Labour Organization. Questa è la cifra che andrebbe riconosciuta a tutte le casalinghe e i casalinghi, le e i caregiver attivi in questo momento. È il loro stipendio mancato, quello che non viene loro riconosciuto. 11 trilioni di dollari sono tanti, difficili da immaginare, così come tante sono le lavoratrici e i lavoratori invisibili toccati da questo dato. 674 milioni di persone, di queste 606 milioni sono donne. La sociologa femminista Silvia Federici ci accompagna nella riflessione con una citazione del 1974: “Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato”. Un lavoro non pagato che andrebbe riconosciuto. Dovremmo batterci, come lei, per un salario minimo alle casalinghe (e ai casalinghi, quando esistono). A tutte le signore Moral, là fuori.
Il lavoro domestico e di cura comprende una serie di attività che richiedono competenze specifiche. Citando qualche inglesismo, multitasking, problem solving, time e team management, proactivity. Soft skill che, in aggiunta a una generale attitudine a lavorare sotto pressione e in balia degli imprevisti, negli uffici delle imprese vengono riconosciute e valorizzate (socialmente, moralmente e economicamente). Quando parliamo di caregiver, parliamo di persone che hanno la responsabilità di sostenere e accompagnare un’altra vita, di coordinare una rete parentale, amicale o di aiuto, di gestire numerosi impegni e incombenze. Senza ferie, senza sosta; senza soldi, senza riconoscimento. Spesso parliamo di donne che devono chiedere soldi al marito per potersi comprare qualcosa o che non possono scegliere di separarsi o divorziare perché hanno paura di non farcela da sole (soprattutto quando ci sono dei figli). Donne che si dedicano al lavoro domestico e di cura a scapito di un reddito, di un patrimonio o di un’esperienza professionale.
Dove c’è casa, per molte e alcuni, c’è lavoro. Un lavoro che chiede riconoscimento e tutela, come quella che ha preteso e ottenuto la signora Moral dopo una separazione. Le prime risposte stanno arrivando: il lavoro domestico e di cura ha un valore, anche economico. A noi spetta riconoscerlo, ancora di più.
Articolo di Mattea David, Candidata al Gran Consiglio, pubblicato su ticinonews, 27 marzo 2023