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GINEVRA - I quartieri più poveri vengono colpiti più violentemente dal coronavirus. È la conclusione a cui è giunto uno studio condotto dagli ospedali universitari ginevrini, l'Università di Ginevra e il Politecnico di Losanna. Il risultato conferma quanto già stabilito da altre ricerche anglosassoni pubblicate quest'estate, che provavano una maggiore vulnerabilità al virus della popolazione economicamente sfavorita.
La ricerca, diretta dal professore Idriss Guessous dell'HUG, ha preso in esame i casi positivi registrati a Ginevra dal 26 febbraio al 30 aprile 2020. Dividendo il cantone in 2'830 "cellule abitative", i ricercatori hanno analizzato la persistenza nel tempo di 1'079 focolai secondo la ripartizione geografica. Il risultato è piuttosto netto: dopo due mesi nelle zone più agiate restava solo il 30% dei focolai, contro l'85% delle zone più sfavorite.
«I focolai si spengono meno velocemente, e le persone sono dunque esposte per più tempo al virus» spiega Guessous. «Non è colpa degli abitanti, è l'ambiente che genera questa persistenza» della trasmissibilità. «Quello che mostra lo studio è che i focolai si organizzano spazialmente in funzione dell'indice di precarietà».
Le spiegazioni sono però molteplici: appartamenti più piccoli o quartieri più popolati generano situazioni che aumentano la propagazione del virus, oltre al fatto che persone meno abbienti possono avere difficoltà nel reperire mascherine e gel disinfettanti.
Un altro studio, basilese e pubblicato in dicembre, concorda con quanto osservato, ma formula ulteriori ipotesi. I ricercatori dell'università renana e del politecnico di Zurigo hanno constatato come il tasso di riproduzione del virus fosse nettamente più elevato nei quartieri abitati principalmente da giovani con un basso reddito, ma molto "mobili". Questa sezione di popolazione è sovente impiegata in settori dove non è possibile ricorrere al telelavoro, e i contatti tra persone sono numerosi.
Anche la massa corporea è stata presa in esame. In altre parole, l'obesità è più frequente nei quartieri meno ricchi, così come l'ipertensione e il tabagismo. E proprio questi fattori aumentano il rischio di sviluppare una forma severa di coronavirus. «È possibile che ci sia una specie di "doppia pena", un'intersezionalità dei problemi» commenta Idriss Guessous. Tuttavia questa ipotesi non è stata provata, «anche perché in Svizzera l'accesso alle cure intense è indipendente dal livello socio-economico dei pazienti».