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La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (CEDU) ha respinto il ricorso di due genitori cittadini svizzeri di religione musulmana residenti a Basilea che si erano rifiutati di far partecipare le proprie figlie, entrambe minorenni, alle lezioni di nuoto obbligatoriamente miste previste per gli allievi delle scuole elementari. Si pone così la parola fine su una vicenda che durava dal 2010.
Secondo i giudici di Strasburgo le autorità di Basilea “non hanno violato la libertà di coscienza e di religione” delle due giovani, comminando ai loro genitori anche una sanzione amministrativa di 1.400 franchi (circa 1.400 euro.)
Dal documento, reso noto il 10 gennaio scorso, emerge che le autorità cantonali di Basilea non hanno quindi “oltrepassato il margine di apprezzamento considerabile di cui godono”. Nella sostanza, i giudici del Tribunale di Strasburgo hanno voluto “far primeggiare l’obbligo per i bambini di seguire integralmente la scolarità e il successo della loro integrazione sull’interesse privato dei genitori di vedere le loro figlie dispensate dai corsi di nuoto misti per motivi religiosi”. I due genitori, di origine turca ma naturalizzati svizzeri, avevano già perso il primo ricorso nel marzo 2012 al Tribunale Federale Svizzero che aveva confermato la prima sentenza emessa del giudici di Basilea nel luglio 2010, con decisione confermata anche dal Tribunale amministrativo cantonale nell’agosto 2011. La coppia aveva motivato il suo veto nell’agosto 2008, epoca nella quale le due bambine avevano sette e nove anni, con la precisa volontà di educare le figlie seguendo strettamente i precetti coranici.
Dei corsi di nuoto misti dissero: “sono incompatibili con il senso del pudore che desideriamo inculcare alle nostre figlie ancor prima della loro pubertà”.Ma i giudici del Tribunale federale elvetico respinsero in toto la loro linea difensiva facendo valere una sentenza emessa tre anni prima nella quale si diceva che “l’obbligo di partecipare ai corsi di nuoto misti non costituisce una violazione inammissibile della libertà religiosa, nemmeno per i bambini di confessione musulmana”. Alla vicenda si era subito interessata anche l’organizzazione salafita svizzera del Consiglio centrale islamico svizzero (CCIS) dell’Imam Nicholas Blancho, messo sotto inchiesta nel novembre 2016 dal procuratore generale della Confederazione Michael Lauber. I sospetti sui vertici del Consiglio centrale islamico svizzero sono caduti in seguito alla pubblicazione di un filmato girato in Siria nel 2015 dal militante salafita Naim Cherni, ripreso con molta enfasi sul sito internet del gruppo.
La laicità dello Stato è un tema molto discusso in Svizzera visto che un residente su quattro è straniero e che sono in molti coloro che arrivano da Paesi musulmani. Sempre nella zona di Basilea nel 2016 fece discutere il respingimento della domanda di naturalizzazione della famiglia dei due fratelli di 14 e 16 anni i quali, per motivi religiosi, si erano rifiutati di stringere la mano a una loro maestra.
Anche in quell’occasione Nicholas Blancho si precipitò subito sul posto convocando una conferenza stampa dove definì la Svizzera come “islamofoba e razzista”, facendosi intervistare più volte da diverse emittenti del Golfo Persico che lo ospitano regolarmente nei loro telegiornali. Nei numerosi viaggi che fa nei Paesi del Golfo, l’imam svizzero si fa chiamare Abdullah Al Swissiri (Abbdullah lo Svizzero). In precedenza, sempre dalla filiera di Blancho, era arrivata la richiesta di autorizzazione per l’apertura di un “asilo islamico” a Volketswil (Canton Zurigo). Il progetto dell’Associazione Al Huda, strettamente legata al CCIS, prevedeva che nel primo “giardino d’infanzia islamico” della Svizzera due maestre d’asilo, ciascuna con un posto di lavoro al 60%, si sarebbero occupate di 15-20 bambini. Con loro avrebbero operato (al 20%) altre due insegnanti, una di lingua araba e una di Corano. Sia l’Ufficio della scuola pubblica cantonale che il governo zurighese dissero no al progetto sia nel maggio che nel dicembre del 2014, sostenuti in seguito anche dal Tribunale amministrativo cantonale che ritenne problematico lo stretto legame esistente tra Al Huda e il Consiglio centrale islamico svizzero.Con l’ultima sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per gli integralisti musulmani svizzeri arriva adesso una nuova sconfitta, dopo il no alla costruzione dei Minareti e i divieti – per il momento a livello cantonale – in attesa della votazione a carattere nazionale di indossare il burka.
(foto alliance/Dpa/Rolf Haid)