Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01036.jsonl.gz/399

Si può vedere l’invisibile? O si può solo interpretare la sua presenza?
La mia tesi di laurea riguardava il vedere-come in Ludwig Wittgenstein; un fenomeno che, linguisticamente, si trova a metà strada tra il passivo vedere e l’attivo interpretare: quando vediamo un aspetto, vediamo e interpretiamo, nel senso che usiamo una grammatica che vale un po’ per il vedere e un po’ per l’interpretare.1
Parlo di tutto questo semplicemente per dare una cornice filosofica a questa bellissima immagine2 e dire che d’ora in poi, guardando il famoso dipinto di Raffaello, non riuscirò più a vedere nei gesti di Platone e Aristotele la diversa attitudine filosofica dei due autori.
Dovessi scrivere oggi la tesi, cercherei delle fMRI di qualcuno che cerca di vedere la famosa figura ambigua di Jastrow ora come un coniglio ora come un’anatra. [↩]
«Dammi i colori!”: così il pittore Caravadossi al Sagrestano, nel primo atto della Tosca.
Caravadossi ignora che è possibile creare immagini a colori anche senza i colori, o meglio partendo da un solo colore (e dal grigio).
L’ascensore che utilizzo tutti i giorni ha un grosso specchio che occupa quasi integralmente una delle pareti.
A volte mi capita di non guardare direttamente il display digitale dell’ascensore, ma la sua immagine riflessa: il fatto che questa presenti non i numeri, ma la loro immagine speculare, non è un problema. Non lo è sicuramente per 1 e 8, che sono simmetrici, e non lo è neppure per 3, 4, 6 e 7: anche se quello che mi appare ha la forma una E maiuscola o di lettere greche (gamma minuscola, una sorta di delta minuscola e gamma maiuscola), io vedo i numeri. Al secondo e quinto piano, invece, non riesco a non vedere 5 e 2: pur sapendo che il 5 che vedo è in realtà l’immagine speculare di un 2, continuo a vedere e leggere 5.
Questo mi provoca sempre un leggero disagio, perché l’ascensore sembra passare dal secondo al quinto piano per poi tornare al terzo.
Per superare il disagio, mi concentro sulla bottoniera.
Nella parte alta, subito sotto il display, alcuni disegni mostrano la procedura per lanciare l’allarme in caso di blocco: disegno di un dito che preme un bottone con una campana; disegno di una clessidra; disegno di una testa umana a fianco di una cornetta del telefono.
Una campana, una clessidra, una cornetta del telefono.
Le campane non vengono più utilizzate per dare l’allarme. Le clessidre sono oggetti d’arredamento. Sull’ascensore non c’è un telefono con cornetta, ma un microfono ambientale.
Il simbolo sopravvive all’oggetto.
Il linguaggio dei Mura-Pirahã, popolazione sudamericana veramente singolare, sembra non possedere i numeri: le quantità vengono espresse in maniera qualitativa, tramite tre espressioni che, grosso modo, hanno il significato di “pochi”, “alcuni”, “di più”.
Così la stessa quantità (quella che noi definiamo la stessa quantità) può essere ora “pochi” ora “alcuni”, a secondo della situazione. Continua la lettura di Dare i numeri, vedere i numeri→
Ieri sera, tra Genova e Milano, sono riuscito, gallerie e interferenze permettendo, a sentire almeno una parte della Sinfonia n. 9 di Beethoven diretta da Eliahu Inbal.
Ascoltare la musica e vedere una trafficata autostrada non è una esperienza molto coerente e rilassante, ma le alternative, a parte assistere al concerto sperando di trovare dei posti decenti, sono scarse: le riprese video dei concerti sono, per me, una delle cose più noiose da seguire.
Finito il concerto mi sono chiesto se è possibile rendere visivamente l’esperienza musicale. Questa mattina, per puro caso, mi sono imbattuto in questo video, molto simile a quello che avevo immaginato ieri sera.
L’occhio è in grado di vedere anche quello che non c’è:
Difficile, se non impossibile, non vedere in entrambe le fotografie due volti sorridenti.
Mi chiedo se i progettisti tengano conto di questo “comportamento” dell’occhio: esisteranno, ad esempio, degli indicatori che passano da “faccia sorridente”, quando i valori sono nella norma, a “faccia triste”, quando i valori diventano critici? Lo progettiamo un tachimetro che “piange” quando si superano i 130 Km/h? O un termostato che fa il broncio se imposto il riscaldamento a più di 22 gradi?
Purtroppo siamo tutti condizionati, nel nostro modo di esprimerci, da quella analogia tra sapere e vedere che dai tempi degli antichi greci attribuisce al vedere con gli occhi il privilegio di cogliere l’evidenza del vero. Invece le piccole cose non sono lì per essere guardate ma anche per essere ascoltate, palpate, annusate e, perché no, mangiate. Si chiede quindi al filosofo o all’apprendista filosofo di saper sì vedere le cose, ma anche di saperle ascoltare e gustare, toccare e odorare.
Francesca Rigotti, La filosofia delle piccole cose, Interlinea, Novara, 2004
Nel 1693 William Molyneux pose un interessante quesito all’amico John Locke: una persona cieca dalla nascita, in grado di riconoscere attraverso il tatto un cubo e una sfera, sarebbe in grado, una volta ricuperata la vista grazie a una operazione, di riconoscere quale è il cubo e quale la sfera senza toccare i due solidi? Continua la lettura di Vedere la scienza, vedere la filosofia→
Tra George Clooney e Brad Pitt è in corso una curiosa battaglia mediatica.
Ad aprire le ostilità è stato Brad Pitt, facendo pubblicare su una popolare rivista una vecchia foto di Clooney, nella quale l’attore ha un aspetto decisamente ridicolo. La foto è accompagnata dal seguente testo: Dear George, Congratulations on Being People Magazine’s Sexiest Man Alive (Caro George, congratulazioni per essere l’uomo più sexy secondo la rivista People).
Cloney ha prontamente ricambiato il gesto mostrando, nel corso di una trasmissione televisiva, alcune vecchie foto di Brad Pitt nelle quali il divo assume pose quantomeno curiose. Continua la lettura di Le cose e i tempi→
Immaginiamo di porre questa domanda consegnando un oggetto ad un amico, oppure durante una conversazione telefonica, oppure visitando una esposizione di quadri o sculture. Cosa si può dire a proposito di questa domanda?
La domanda è semplice ed innocente.: non vi è nulla di astruso o di insolito e se la risposta presenta problemi, sono di ordine pratico e non concettuale: magari non si vede bene a causa della distanza eccessiva, oppure non si è in grado di descrivere adeguatamente un oggetto complicato, ma la domanda viene perfettamente compresa.
È lecito aspettarsi una risposta: “Vedo una fotografia” oppure “Vedo una strada” ma anche “Vedo degli uomini che corrono ma non capisco perché” o “Non ho gli occhiali, non riesco a vedere bene”.
La situazione cambia radicalmente se a porre questa domanda è uno scienziato o un filosofo: l’innocenza e la semplicità scompaiono, l’oggetto della domanda non è più il mondo nella sua immediatezza. Si vuole conoscere la visione, la misteriosa capacità umana di vedere. La domanda adesso ignora le fotografie, le strade e gli uomini che corrono: ci si concentra sull’occhio, come se il vedere non fosse essenzialmente vedere qualcosa.
Lo scienziato e il filosofo si aspettano una risposta, ma la risposta migliore è il silenzio.