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Riassunto
Il presente studio esamina da un lato il ruolo svolto dalla Svizzera quale polo di scambi e transazioni commerciali di opere d'arte in epoca nazista, dall'altro gli eventi successivi e in particolare il modo in cui le autorità svizzere, nell'immediato dopoguerra, elaborarono, sul piano giuridico, quanto avvenuto fra il 1933 e il 1945. Al centro dell'interesse sono sia i proprietari dei patrimoni sia le altri parti in causa (commercianti, musei e collezionisti). L'indagine si concentra soprattutto sulle opere d'arte; molti suoi punti affrontano sì altre categorie di beni culturali, senza però poterne dare una trattazione approfondita.
La Svizzera fu piazza di trasbordo per beni depredati e beni in fuga dalla Germania nazista o dai territori sotto occupazione tedesca. Per «depredati» si intendono i beni culturali rapinati, confiscati o sottratti in altro modo dalle istituzioni naziste ai loro legittimi possessori. La nuova categoria dei «beni in fuga», introdotta appunto per questa ricerca, indica i beni culturali trasferiti in Svizzera dai legittimi proprietari nel tentativo di metterli al sicuro dagli interventi delle autorità naziste. Un altro gruppo esaminato - quello dell'arte bandita dal regime nazista perché «degenerata» - comprende opere che potevano giungere in Svizzera sia come beni depredati sia come beni in fuga.
Per la prima volta è stata studiata l'immigrazione in Svizzera di studiosi, commercianti e collezionisti d'arte provenienti dal Terzo Reich; con costoro finirono in territorio elvetico anche alcune collezioni, o almeno parti di esse. Rilevanti ai fini di questo studio sono una dozzina di commercianti tedeschi emigrati che, rifugiatosi e stanziatosi in Svizzera, vi portarono le proprie competenze e la propria professionalità. Dalla loro presenza sul mercato d'arte svizzero, inoltre, derivarono stretti rapporti con la Germania; in qualche caso è stato possibile mostrare che questi commercianti, fra cui anche alcuni ebrei, raggiunsero un'importanza considerevole nel loro settore, fungendo in un certo qual modo da anello di congiunzione fra le collezioni già sottratte - o rimaste ancora nei territori sotto controllo nazista - e il mercato d'arte svizzero (capitoli 2 e <ip-pii>). Se responsabili della sottrazione di beni artistici e culturali nella Germania di allora furono soprattutto gli uffici centrali delle finanze (Oberfinanzpräsidien), i musei e la «Camera della cultura» (Reichskulturkammer), tuttavia il trasferimento dei beni sottratti non avvenne per il tramite di organi ufficiali o di funzionari del Reich, ma quasi esclusivamente a traverso il commercio d'arte. In Svizzera quest'ultimo restò pressoché privo di regolamentazioni legali fino a quando negli anni 1935, al 1938 e al 1944, i controlli varati allora, benché più restrittivi, servirono più a tutelare gli artisti autoctoni che a fare scattare indagini scrupolose sulla provenienza delle opere importate o esportate. Un certo effetto limitante ebbero anche le manovre di compensazione fra Svizzera e Germania, introdotte nel 1934, ma acquisti e vendite a mezzo clearing svolsero un ruolo piuttosto trascurabile rispetto alle permute, soggette anch'esse ad autorizzazione. A canto a questi canali di importazione ne esistevano altri: alcuni beni culturali entrarono in Svizzera anche grazie a punti franchi, a valigie diplomatiche, a operazioni di trasloco e al contrabbando (capitolo 3.1.2).
Quanto al comportamento dei maggiori operatori attivi sul mercato d'arte svizzero (musei, collezionisti e commercianti), si costata quanto segue: complessivamente i musei seguirono una linea di riserbo nell'acquisto di oggetti di dubbia provenienza, pur svolgendo un ruolo significativo in fasi successive (custodia e poi utilizzo in occasione di mostre). Tramite fondazioni e donazioni, tuttavia, opere di provenienza discutibile entrarono a far parte di fondi museali (capitolo <ip-pii>). A differenza dei musei, certi collezionisti privati acquistarono beni in maggiore quantità e senza scrupuli, come è stato possibile mostrare nel caso di Emil G. Bührle (capitolo <ip-pii>). Dei commercianti sono stati studiati i margini di manovra e, soprattutto nel caso dell'emigrato ebreo Fritz Nathan, le coercizioni a cui furono sottoposti (capitolo <ip-pii>): Nathan, per esempio, non solo aiutò individui perseguitati dal regime nazista che volevano mettere in salvo le loro collezioni, ma consigliò e assisté anche musei tedeschi e svizzeri nelle loro operazioni di acquisto e di permuta.
Particolare attenzione è stata attribuita sia a una fiduciaria - la Fides, appartenente in maggioranza al Credito Svizzero - il cui ruolo sul mercato dei beni culturali finora non era stato preso in esame, sia a una galleria di Lucerna, la Fischer. A causa dei controlli sulle divise e al conseguente blocco dei conti in marchi, la Fides entrò attivamente nel mercato d'arte tedesco e riuscì, acquistando opere soprattutto per committenti che si trovavano in territori non soggetti al Reich, a esportare in tale forma dalla Germania una parte dei patrimoni bloccati, per poi trasformarla in divise (capitolo 3.2.3). La Fischer, casa d'aste che allora era la più grande della Svizzera, raggiunse un fatturato notevole scambiando lavori di impressionisti francesi, organizzando «aste di emigrati» e fungendo da mediatrice per opere destinate alla collezione di Hermann Göring e al «Führermuseum» di Linz, tutti aspetti specifici del mercato d'arte in epoca nazista (capitolo 3.2.4). Per quanto riguarda il commercio dell'arte «degenerata», lo studio mostra chiaramente che la notissima asta organizzata a Lucerna nel 1939 da questa galleria contribuì a creare intrecci più stretti fra il mercato d'arte elvetico e il Terzo Reich. Nel complesso va costatato che sulla piazza commerciale svizzera la Fischer ebbe un ruolo ancora più centrale di quanto ipotizzato finora, ma dallo studio risulta che l'importanza del commercio di arte «degenerata» in terra elvetica è da relativizzare: a parte l'asta lucernese del 1939, che apportò al Reich mezzo milione di franchi svizzeri in divise, in Svizzera tale commercio restò - per motivi di saturazione del mercato - soltanto marginale (capitolo 4.3). Per il presente lavoro i fondi dell'archivio federale di Coblenza sono stati vagliati alla luce di questo quesito: quanti oggetti d'arte provenienti dal mercato elvetico entrarono nelle due maggiori collezioni naziste, quelle di Hitler e di Göring (capitoli 4.4 e 4.5). L'esempio dei legami esistenti fra commercianti svizzeri e mercato d'arte parigino ha consentito, a sua volta, di mostrare l'iter che portò su suolo elvetico singoli oggetti «arianizzati» (capitolo 5.2). Lo studio affronta, infine, la politica della Svizzera in materia di restituzione dei beni artistici e culturali giunti nel paese (capitolo 6), mostrando che la legislazione elvetica, fortemente influenzata dal modello britannico, divideva i perseguitati in due classi: da un lato quelle che vennero derubate nelle zone sotto occupazione tedesca durante gli eventi bellici, dall'altro quelle che subirono i vari provvedimenti della politica di rapina nazista già prima del 1939 e durante l'intero periodo del «vecchio Reich». La massima parte degli oggetti d'arte depredati che gli Alleati scoprirono in Svizzera - quadri e disegni, salvo due eccezioni - venne restituita nel dopoguerra, ma le autorità inquirenti omisero di compiere indagini accurate su altri beni della stessa origine. Tutti i possessori svizzeri di quadri derubati furono riconosciuti - dopo i relativi processi, celebrati presso un apposito tribunale (Raubgutkammer) - in buona fede, e quindi risarciti dallo Stato per la loro restituzione. La Confederazione, a sua volta, si fece risarcire interamente dalla Repubblica federale tedesca le spese sostenute.
Va osservato, in chiusura, che le fonti disponibili consentono di ricavare dati quantitativi solo per filoni parziali della materia in esame. Si può però costatare che in Svizzera entrarono, nel complesso, non tanto beni depredati quanto beni in fuga; è stato possibile dimostrare, inoltre, che i secondi vennero acquistati sia da musei sia da privati, mentre i primi soprattutto da privati. Nel caso dei beni in fuga la Svizzera funzionò in misura maggiore da piattaforma di scambio verso paesi terzi, invece in quello dei beni depredati fu spesso la piazza di vendita definitiva.