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Non è stato difficile, vista la sua disponibilità, sottoporre il regista Thomas Imbach a una serie di domande sul suo “Nemesis” e sulle idee che lo popolano. La prima domanda che proponiamo è: “In questo film è stato più importante il pensiero del regista o l’emozione dell’uomo?” La risposta è puntuale: «Né l’uno né l’altro. Tutto è iniziato con la mia decisione di testimoniare la trasformazione della vecchia stazione ferroviaria in carcere e centro di polizia. Durante i sette anni ho sempre scoperto nuove dimensioni della storia. Ad esempio, cosa significa andare in prigione senza condanna? I resoconti dei detenuti mi hanno motivato a proiettare la storia locale su un livello più universale».
La seconda domanda riguarda il significato, per un regista, di un progetto lungo sette anni. Imbach non esita a rispondere: «Ogni film ha la sua durata di produzione. Una volta terminata la ricostruzione, ho deliberatamente smesso di girare per non perdermi nello squallore dell’apertura della prigione. Nel corso degli anni mi sono allenato su un sesto senso di quello che succede fuori dalla mia finestra: gli operai che cantano, certi macchinari e i loro suoni, le condizioni atmosferiche, i temporali seducenti, i fiocchi di neve. Ogni volta si trattava di secondi, e ogni volta mi perdevo scene fantastiche».
Lei parla dello “squallore dell’apertura della prigione”, ma, aveva già in mente nel 2013 il far emergere il dramma dei migranti? «Non appena le prime pareti di cemento della prigione sono diventate visibili, ho iniziato a interessarmi molto alla vita in prigione. Come ci si sente ad essere rinchiusi senza condanna? Cosa significa quando il 70% dei detenuti sono stranieri? Durante la chiusura della stazione merci, ho effettuato una ricerca sui migranti italiani che hanno costruito lo scalo merci nel 1896 in soli nove mesi». Lo ascoltiamo e ripensiamo che nel film racconta di un episodio che alla fine del luglio 1896 nel quartiere popolare “Aussersihl” di Zurigo, scatenò una vera e propria caccia all’immigrato (italiano, in questo caso) che culminò in episodi di guerriglia urbana e tenne occupate le forze dell’ordine zurighesi per diversi giorni.
Un film fatto dalla finestra e allora sorge la domanda: “Come ci si sente a spiare la vita degli altri, penso a Hitchcock di Rear Window?” Che paragone, con Hitchcock, ma lui risponde sicuro: «Non mi sono mai nascosta dietro la telecamera, molte persone mi hanno vista e mi hanno anche salutata. Certo, ci vuole una certa dose di curiosità per un progetto come questo. Quando osservo le persone, non è per metterle in imbarazzo, ma perché il loro “gioco” … il modo in cui si muovono e si parlano – mi racconta qualcosa di molto specifico sulla mia storia. E poi è stata la sfida di creare un universo completamente nuovo dalla prospettiva di una finestra».
Chiudiamo con un’altra domanda cinematografica: ho visto il suo film e all’inizio del ho pensato alle Halles di Parigi e a come le ha usate Marco Ferreri in “Non toccare la donna bianca”; lei ha mai pensato in questi anni di fare del suo buco un set per un altro film?. Aspetta a rispondere, poi: «Una bella idea, purtroppo non conosco il film di Ferreri, ma lo guarderò e mi farò ispirare». Aspettiamo il prossimo film allora, e intanto in quel buco vediamo correre gli attori di Ferreri, che non ci sono più come il regista, d’altra parte, ed erano Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Alain Cuny, Serge Reggiani, tutti morti, ed è solo il cinema che regala loro ancora la vita, almeno finché il cinema vivrà, grazie anche ad autori come Thomas Imbach.