Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01063.jsonl.gz/997

Alcuni mesi fa ho visitato la mostra “Imagine ’68” al museo nazionale di Zurigo. Fra le variegate opere artistiche esposte vi era anche un fischietto verde in una bacheca, corredato da una piccola targhetta metallica “Frauenmarsch Bern 1969”. Il piccolo oggetto mi ha incuriosito e ho così potuto scoprire che esattamente 50 anni fa, il primo marzo 1969, si è tenuta una decisiva manifestazione a favore del diritto di voto alle donne. Emilie Lieberherr guidò una marcia di più di 5000 donne, e alcuni uomini solidali alla causa femminile, dalla stazione di Berna alla piazza federale e lì tenne un discorso memorabile, considerato uno dei più significativi della storia svizzera. Al termine del discorso, una delegazione di donne cercò di consegnare al Consiglio Federale una risoluzione, ma non fu loro permesso di entrare nel Palazzo federale.
La risoluzione diceva che “La Svizzera non è credibile come paese democratico fintanto che non potrà sottoscrivere la convenzione internazionale per i diritti umani a causa del rifiuto di concessione del diritto di voto alle donne.” Con questo decisivo argomento, non fu più possibile rimandare ulteriormente la questione e il voto alle donne venne poi introdotto in Svizzera nel 1971. Si può quindi affermare che la marcia su Berna del 1969 è stato un avvenimento decisivo per la storia delle donne svizzere. E proprio in questi giorni, i giornali oltralpe stanno dedicando degli inserti speciali dedicati a questo avvenimento.
Per Emilie Lieberherr fu l’inizio di una brillantissima carriera politica, fu infatti municipale a Zurigo per molti anni e consigliera agli Stati, e mai dimenticò di incoraggiare le donne ad emanciparsi perché riteneva che “non siamo state messe al mondo per cuocere la minestra, ma per fare qualcosa di più”.
Sono passati 50 anni e sembra un’eternità. La condizione femminile in Svizzera e in Ticino è sicuramente migliorata, ma in molti aspetti non ha ancora raggiunto quanto è già la regola in molti altri paesi, non solo quelli più civilizzati. Siamo sempre sottorappresentate in politica; le molestie e la violenza domestica non sono state debellate; l’assicurazione maternità viene ancora ritenuta un lusso mentre in altri paesi si pratica già da tempo un congedo parentale; le donne si sobbarcano ancora la maggior parte di lavoro casalingo non retribuito; le scelte professionali si indirizzano ancora troppo sulle professioni “cosiddette femminili” con salari bassissimi. La parità salariale è ancora una chimera.
Molte giovani pensano che il femminismo non sia più necessario. E allora penso che dobbiamo raccontare loro le storie delle donne che ci hanno preceduto, come quella di Emilie Lieberherr e delle molte donne, provenienti da tutta la Svizzera, che hanno partecipato a quel primo marzo del 1969 con tanto coraggio e voglia di migliorare la propria condizione.