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di Giuliano Masola. Duecento anni fa baseball e softball non era ancora ufficialmente nati. Nonostante ciò se ne faceva menzione. Nel romanzo “Northanger Abbey”, pubblicato nel 1818, la grande scrittrice americana Jane Austen, così descrive Caterina: “Non deve meravigliare che Caterina, a quattordici anni preferisse il cricket, il baseball, l’andarsene a cavallo per la campagna ai libri…” (a quell’età, salvo qualche eccezione, a star sui libri si fa fatica, specialmente nelle belle giornate). Nel 1860, quando il “vecchio gioco” cominciava a rappresentare una realtà, le signore più lungimiranti e accorte, sentivano la necessità di fare attività fisica, anche per mantenere e accrescere il loro charme; così il baseball trovò un suo spazio e si attrezzarono luoghi per poterlo praticare. I maschi (che ieri come spesso peccano di miopia) ritennero però che si trattasse di uno sport troppo rude e rischioso per le giovani e, da metà degli anni Settanta dell’Ottocento, del tutto inadatto. I libri che dettavano il galateo, in particolare quelli del professor Thomas E. Hill, consigliavano il croquet e le escursioni per la pesca, al posto del baseball. In ogni caso, la prima partita storicamente documentata di donne che giocano a baseball negli Stati Uniti si ha dalla lettera che Annie Glidden, studentessa del Vassar College (Poughkeepsie, New York, sorto nel 1861 e ancora oggi particolarmente attivo anche a livello internazionale) scrive alla sorella il 20 aprile 1866. “Stanno sorgendo molte società per attività all’aperto: floricultura, canottaggio e baseball. Mi piace particolarmente l’ultima e mi diverto tantissimo, te lo assicuro”. “The girls of summer”, da non confondere “Ragazze vincenti” (“The League of their own”), è un libro pubblicato nel 1876 da Gene Smith, che racconta proprio la storia di due squadre femminili del Vassar.
Però, mentre al tempo di Annie Glidden il baseball era considerato un gioco adatto alle donne, in quel momento non era più vero: il baseball, sotto la pressione dell’opinione pubblica, divenne solo maschile, per cui è rimasta solo la foto dell’ultima squadra del college (1876). Le donne non rinunciarono facilmente: intorno al 1890 le “Barnstorming Ladies” ebbero un notevole successo. Si trattava di squadre femminili, in cui potevano esserci da uno a tre maschi, che giocavano con squadre completamente maschili.
E qui viene il bello. La più grande e nota lanciatrice del tempo Clementina Brida, sposata Nelson e per questo chiamata anche Maude Nelson, era una italiana nata nel 1881 in Trentino, all’epoca facente parte dell’Impero Austro-Ungarico. Prima di acquistare il Cherokee Indian Baseball club, assieme al marito, aveva giocato nelle Boston Bloomers e poi Star Bloomers. Una volta smesso di giocare, continuò a fondare e dirigere squadre di successo. La Grande Depressione colpì duramente anche il baseball femminile, che, con l’avvento de softball nei primi anni Trenta del secolo scorso, finì quasi per scomparire. Una resurrezione temporanea, dovuta agli effetti della Seconda guerra mondiale, fu la creazione della All American Baseball League (AAPBL), composta da dodici squadre e vissuta dal 1943 al 1954: è stata la fonte di ispirazione del bellissimo film che penso tutti abbiamo visto almeno una volta. Ora il baseball al femminile sta riprendendo piede un po’ dappertutto. Qualche ragazza viene anche invitata alle selezioni di club importanti, ma non si va oltre. Ogni attività, per potere avere continuità e successo, ha bisogno soprattutto di uno impegno continuo, adattando gli sforzi agli obiettivi. Dai racconto di Gene Austen al riconoscimento di diritti, alla parità giuridica e politica le donne hanno dovuto lottare per oltre due secoli. Molto difficilmente Clementina Brida, emigrata trentina, poteva pensare che il suo successo potesse dare un contributo all’emancipazione femminile, ma è stato così. Nella nostra realtà, in cui tutto è, al contempo, drammaticamente virtuale e reale, non riusciamo più a cogliere i segnali deboli, eppure sono gli infrasuoni quelli cui dovremmo prestare più attenzione. Purtroppo i numeri contano: fingere che non lo siano rappresenta una pia illusione. In ogni attività, alla fine si fa un bilancio e, se è negativo, occorre far qualcosa per recuperare. Forse vi chiederete perché sto a parlarvi di storie lontane, superate, forse noiose. Il motivo è molto semplice. Il non conoscere, il non studiare la storia, come ha detto qualcuno più grande di me, significa non comprendere soprattutto tragici errori, con la grande probabilità di commetterne di nuovo, ancora peggiori. Credo che lo sforzo comune sia quello di tornare a crescere, o almeno di non arretrare ulteriormente, per cui dobbiamo darci una mossa, liberandoci dalle pastoie di concetti superati. Non si tratta di inventare, ma di cogliere il meglio di ciò che c’è e renderlo vivo, comune, proponibile. Le buone idee non costano molto, costa applicarle. È per questo che il nostro è un gioco difficile, un gioco in cui non si può essere soli, un gioco che ha bisogno di un continuo scambio di esperienze. Se ci limitiamo a dibattere solo su regole e regolamenti, senza averne una profonda consapevolezza, a mio parere, siamo sconfitti in partenza. Per questo non dobbiamo perdere alcuna occasione per essere insieme, per discutere dei nostri problemi; soprattutto, per tirar fuori nuove idee. Se continuiamo ad andare in campo, qualche buona ragione ci deve essere. Far sentire la propria voce e far in modo che altri possano esprimere la loro sta alla base della democrazia, anche nello sport.
Buon S. Valentino a TUTTE!
Giuliano Masola, 14 febbraio 2019