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Fin dove si può spingere la provocazione artistica? E quando si giustifica la censura di un'opera d'arte? Un'installazione al museo d'arte di Berna fa riflettere.
La testa di un feto umano assemblata al corpo di un gabbiano, il tutto sotto formalina. L'opera del cinese Xiao Yu è stata ora ritirata dall'esposizione «Mahjong», in seguito a una denuncia.
Inaugurata lo scorso giugno nelle sale del Kunstmuseum di Berna, la mostra «Mahjong», dedicata all'arte contemporanea cinese, non aveva finora fatto discutere di sé, se non per la qualità e l'interesse dei lavori esposti.
Molte delle opere, che provengono dalla collezione dell'ex-ambasciatore svizzero a Pechino Uli Sigg, erano state del resto mostrate già nel 1999 alla Biennale di Venezia, curata dallo svizzero Harald Szeemann.
Fra di esse vi era anche «Ruan», di Xiao Yu, un'installazione composta da vari recipienti di vetro riempiti di formalina, in cui galleggiano cadaveri di animali variamente assemblati. In uno di essi sul corpo di un gabbiano è cucita la testa di un feto umano. Nell'intento dell'artista, l'opera rappresenta una riflessione critica sulla tecnologia genetica.
Denuncia penale
Ora l'installazione di Xiao Yu è al centro di un polemica, scatenata dal giovane storico e giornalista Adrien de Riedmatten. Dopo aver visitato l'esposizione, lunedì il giornalista ha sporto denuncia contro l'artista, il Kunstmuseum di Berna e il collezionista Uli Sigg.
La denuncia si basa sugli articoli 135 (che riguarda la rappresentazione di atti di violenza), e 262 (turbamento della pace dei defunti) del codice penale svizzero e sull'articolo 27 (maltrattamento di animali) della legge federale sulla protezione degli animali.
Dopo che l'artista ha ammesso l'autenticità della testa, acquistata a suo dire da un museo di storia naturale di Pechino, il Kunstmuseum ha deciso volontariamente martedì di ritirare l'opera dall'esposizione, in attesa che le acque si calmino. E per il 22 agosto annuncia un simposio sulla rappresentazione della morte nell'arte.
Secondo il giurista Peter Studer, interpellato da swissinfo, il procedimento penale avviato da Riedmatten ha tuttavia ben poche possibilità di riuscita. «L'esposizione di arte cinese non è lesiva della dignità. Inoltre è ben difficile paragonare un feto con una persona che ha vissuto», osserva il presidente del Consiglio svizzero della stampa ed esperto di diritto applicato all'arte.
Limiti dell'arte
Lo scandalo suscitato dall'installazione di Xiao Yu solleva però questioni importanti, relative ai limiti della ricerca artistica e alla capacità della società di confrontarsi con opere provocatorie, che infrangono dei tabù o che mettono in discussione certezze acquisite.
In anni recenti artisti come Damien Hirst, che ha esposto una mucca tagliata a fette e conservata in formalina, o Gunther van Hagens, che mette in scena cadaveri sezionati e plastificati, hanno già spinto molto lontano le frontiere del lavoro artistico con il corpo umano o animale. Ma fin dove è lecito che un artista arrivi?
Nel caso specifico di Xiao Yu e da un punto di vista strettamente legale, andranno valutate le varie fonti di diritto in gioco. «Il procuratore dovrà mettere a confronto gli articoli contenuti nella denuncia e l'articolo costituzionale che sancisce la libertà dell'arte», chiarisce Studer. «A mio avviso in questo caso le libertà artistica prevale chiaramente».
In una prospettiva più generale Stefan Banz, artista e curatore, afferma: «Se qualcuno subisce dei danni fisici o materiali, se qualcuno viene danneggiato dalla produzione di un'opera d'arte, allora lì passa un confine invalicabile».
Per il curatore del padiglione svizzero della Biennale in corso attualmente a Venezia, il confine non può essere tuttavia di natura morale: «Altrimenti non potremmo più neppure proiettare un film western, per il timore che qualcuno imitando un assalto al treno si faccia male».
Banz ritiene del resto che negli ultimi anni la tolleranza nei confronti della ricerca artistica sia diminuita. Forse il problema nasce dall'incapacità di capire che l'arte non è realtà, ma metafora della realtà. «E il problema si fa più acuto in un caso come questo, dove l'opera artistica si avvicina troppo alla realtà».
Discussione necessaria
«La discussione su temi anche controversi deve rimanere possibile», osserva ancora l'artista. «Per questo ritengo preoccupante il fatto che una sola persona, con una denuncia penale, finisca per sottrarre un'opera d'arte agli occhi del pubblico».
D'altra parte Banz capisce la decisione del Kunstmuseum. «In questo modo il museo non sarà sottoposto all'accusa di approfittare dello scandalo per attirare il pubblico alla mostra sull'arte cinese».
Anche Peter Studer ha parole di comprensione per il museo ed è tutto sommato soddisfatto che si sia aperto un dibattito. «Trovo una buona idea organizzare un seminario sulla questione. E ritengo positivo che un'esposizione provochi un dibattito e susciti emozioni. L'arte non è decorazione, l'arte è una forma di pensiero».
Stefan Banz scorge però anche risvolti negativi nella tendenza, presente soprattutto nei media, ad interessarsi all'arte solo quando questa è fonte di polemiche. «Il rischio è che diventino visibili solo gli artisti che suscitano scandalo, mentre opere magari più importanti non hanno più accesso al pubblico».
swissinfo, Andrea Tognina
Fatti e cifre
«Mahjong, arte contemporanea cinese della collezione Sigg» può essere visitata dal 13 giugno al 16 ottobre al Kunstmuseum di Berna.
L'esposizione, che prende il nome da un gioco popolare cinese, propone di ammirare 250 delle 1200 opere raccolte dall'ex ambasciatore in Cina.
Un centinaio di lavori di grandi dimensioni vengono inoltre esposti presso la sede del gruppo Holcim a Holderbank, nel canton Argovia.
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