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La favola vera di Rosa Parks
di Alessandro Vaccari
I movimenti di massa, anche quelli che perseguono i più nobili obiettivi, hanno comunque bisogno di essere innescati da singoli episodi, non necessariamente casuali e spontanei, di cui siano protagonisti personalità in cui molti si possano identificare.
La storia di Rosa Parks, con tutti i retroscena e gli antecedenti che l’accompagnano, costituisce al riguardo un esempio illuminante che può fornire elementi di riflessione estremamente attuali: anche le buone cause (ambiente, diritti ecc.) hanno bisogno di una narrazione adeguata per essere vincenti.
Ogni anno il primo dicembre viene rievocato il gesto da lei compiuto in quello stesso giorno del 1955 quando, tornando dal lavoro su un autobus della città di Montgomery, in Alabama, respinse l’invito dell’autista a cedere il posto a un passeggero bianco che era rimasto in piedi e fu quindi tratta in arresto.
In quell’epoca gli autobus della città dell’Alabama erano divisi in tre settori: quello anteriore riservato ai bianchi, quello intermedio considerato un settore misto, quello posteriore in cui erano confinati i neri(*). Per il settore misto però un regolamento municipale prevedeva che, qualora nella parte anteriore del bus non ci fossero più posti liberi, i bianchi avessero comunque la precedenza sui neri. Rosa Parks fu liberata su cauzione dopo una telefonata all’avvocato Nixon, presidente della N.A.A.C.P, da parte di un influente movimento che si batteva per i diritti civili della popolazione nera, di cui la Parks stessa era responsabile locale.
Durante la notte iniziò la preparazione del boicottaggio degli autobus della città con l’appoggio anche del giovane pastore Martin Luther King, che accettò di mettere a disposizione la sua chiesa come luogo di incontro per organizzare la protesta. Il boicottaggio durò oltre un anno, ebbe un grande seguito anche in altre città e risultò vittorioso. Il 13 novembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti decretò il divieto di discriminazione razziale sui mezzi pubblici.
Questa battaglia, oltre ad avere un valore in se stessa, è considerata anche una tappa fondamentale della lotta per i diritti civili dei neri americani. Il gesto di Rosa Parks, che viene generalmente presentato come l’azione spontanea di una lavoratrice che tornava stanca dal lavoro, fu invece il naturale sbocco di un progetto politico dei dirigenti della N.A.A.C.P e di altre organizzazioni, che interpretavano – e tentavano di indirizzare verso efficaci forme di lotta non violenta – la diffusa insofferenza della comunità nera verso la segregazione razziale.
Circa nove mesi prima del gesto della Parks, il 9 marzo, l’allora quindicenne Claudette Colvin aveva compiuto un gesto analogo ed era stata a sua volta arrestata. In attesa del processo, la Colvin fu contattata dai dirigenti della N.A.A.C.P, fra cui Rosa Parks che, nelle sue memorie del 1992, sostiene di aver invitato Claudette a un incontro della sezione giovanile del gruppo.
La stessa Parks racconta però che, quando si venne a sapere che la giovanissima Colvin era incinta, probabilmente di un uomo bianco sposato, i dirigenti del movimento decisero che la sua persona non appariva adatta come simbolo della lotta della popolazione nera. Schiacciata dal peso dei pregiudizi anche interni alla comunità afro-americana, Claudette lasciò nel 1958 l’Alabama per trasferirsi con il figlio a New York, dove ha trascorso gran parte della sua vita, prima di tornare nel suo stato di origine, dove vive tuttora. Solo negli ultimi tempi il suo ruolo nelle lotte degli afroamericani sta avendo il giusto riconoscimento.
Rosa Loise Mc Cauley, che era nata del 1913 e sposò nel 1932 Raymond Parks, un attivista del movimento dei diritti civili a cui lei stessa aderì, arrivò a rivestire il ruolo di segretaria della sezione di Montgomery della N.A.A.C.P.
Jeanne Theoharis, autrice di una documentata biografia della Parks, afferma che la celebre foto, che ritrae la donna seduta sull’autobus, fu scattata mesi dopo il fatidico episodio e che “il bianco” seduto dietro di lei è un giornalista. La stessa autrice definisce l’episodio una favola, con tanto di morale, creata appositamente per fornire agli americani un insegnamento. Jonathan Safran Foe, a sua volta, ha scritto in proposito: “Da parte di Rosa Parks, essere l’eroina della propria storia fu un atto di coraggio, ma esserne uno degli autori fu un atto di eroismo”.
Rosa Parks, nonostante la sua grande popolarità presso la comunità nera, fu in effetti costretta a lasciare la sua città per le minacce ricevute e per la perdita del lavoro. Trasferitasi a Detroit continuò, insieme al marito, la sua militanza a favore dei diritti civili ma ebbe grosse difficoltà a trovare un lavoro adeguatamente retribuito, almeno fino al 1965, quando fu assunta come segretaria da un membro del Congresso. Rosa Parks è morta a Detroit nel 2005, all’età di 92 anni.
Nel 2019 a Montgomery è stato eletto per la prima volta un sindaco afroamericano.
(*) Nel testo viene usato il termine nero e non afroamericano per “fedeltà storica”: riferendosi il testo ad eventi avvenuti negli anni ’50 il termine afroamericano risulterebbe anacronistico (Accademia della Crusca)