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La P-26 era un’organizzazione armata segreta messa in piedi nel 1979 senza il consenso del Parlamento, che non ne era stato messo a conoscenza, la cui esistenza non era nemmeno un fatto nota al Consiglio federale, salvo a tre dei suoi membri. L’obiettivo della P-26, che disponeva di armi ed esplosivi custoditi in alcuni depositi dell’esercito a cui i suoi responsabili avevano accesso, consisteva in una resistenza o rivolta armata nel caso in cui in Svizzera fossero andate al potere delle forze politiche vicine al Patto di Varsavia o se si fosse stata un’invasione dello stesso della Svizzera. Tutto ciò in barba tanto alla neutralità svizzera quanto al rispetto delle leggi e del controllo dell’esercito. Un’organizzazione armata segreta, la P-26, finanziata dalla Confederazione, in maniera occulta e senza nessun controllo parlamentare, tanto che nel 1990 – quando lo scandalo emerse– fu istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI), di cui era copresidente l’allora Consigliere nazionale Werner Carobbio.
Perché la P-26, oggi, è di grande attualità?
Il Consiglio di Stato ha recentemente risposto a due interrogazioni e a un’interpellanza dei Deputati al Gran Consiglio Carlo Lepori (PS) e Matteo Pronzini (MPS). Degli atti parlamentari con cui i due Deputati hanno chiesto al Governo dei chiarimenti riguardo alla partecipazione del Consigliere di Stato Norman Gobbi, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, alle celebrazioni della P-26 e dei suoi membri. Una partecipazione che Norman Gobbi non si è limitato ad ammettere quale fatto personale, ma che di fatto coinvolge il Consiglio di Stato attraverso la risposta agli atti parlamentari citati, contenuta in un documento di 24 pagine giunto quasi 8 mesi dopo. Un documento che – fatto perlomeno curioso – riporta interi passi di un articolo sul tema pubblicato nel 2015 nella Rivista militare svizzera, a firma del tenente colonnello Stefano Giedemann.La dimostrazione di come il Consiglio di Stato aderisca a una lettura della vicenda parziale, volta a rivalutare la P-26, in un procedimento di revisionismo, nel senso deteriore del termine, che non può essere accettato. Abbiamo perciò intervistato Werner Carobbio – il quale conserva la memoria dei fatti e delle conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta – la cui lettura del documento del Consiglio di Stato, cui Manuele Bertoli non ha dato il suo accordo, è molto critica.
Quale valutazione alla risposta del Consiglio di Stato alle interrogazioni e all’interpellanza riguardo alla partecipazione di Norman Gobbi alle celebrazioni della P-26 e dei suoi membri?
«La risposta del Consiglio di stato è inaccettabile perché invece di limitarsi a spiegare i motivi per i quali Gobbi ha partecipato alle celebrazioni della P-26 in un lunghissimo esposto tenta di interpretare la storia svizzera del dopoguerra con tesi alquanto discutibili e imprecise. Non è certo compito di un governo ergersi a storico tanto più che non ne ha le competenze».
Nella risposta del Consiglio di Stato appare chiara l’intenzione di proporre una revisione volta a rivalutare la P-26 attraverso il riconoscimento dei suoi membri, la cui partecipazione non è mai stata messa in discussione della Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI)
«Effettivamente con la sua presa di posizione il Governo si allea alle iniziative della destra e dei militari di mettere in discussione gli aspetti politici e istituzionali di una organizzazione segreta messa in piedi al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare e governativo. La commissione d’inchiesta a suo tempo non ha mai messo in discussione i partecipanti alla P-26 ma la sua organizzazione e il suo finanziamento».
La risposta del Consiglio di Stato estrapola alcune tue citazioni, ma anche di altri come quelle di Pascal Couchepin – allora Capogruppo PLR – in un procedimento che appare interessato alla revisione e alla rivalutazione della P-26. Qual è la tua valutazione del procedimento e dell’uso delle citazioni?
«Le citazioni, in particolare quelle tratte dal rapporto della CPI o dagli interventi in Parlamento per illustrare lo stesso, sono parziali e incomplete. L’obiettivo è proprio quello di rivalutare la P-26. In particolare, si omette deliberatamente il fatto che il rapporto della CPI come le sue conclusioni e proposte di mozioni e raccomandazioni al Consiglio federale sono stati approvati a larghissima maggioranza dal Parlamento».
Il documento del Governo ripercorre sommariamente la storia del dopoguerra, anche della Guerra fredda, come a voler dimostrare che la P-26 fosse un progetto legittimato dagli eventi. Perché, invece, era illegittimo?
«Come già detto in precedenza, effettivamente il Consiglio di Stato si erge arbitrariamente a storico di un periodo complesso e articolato della storia del dopoguerra in Svizzera e all’estero. In particolare, la ricostruzione della “Guerra fredda” e del ruolo della Svizzera è parziale e incompleto per non dire anche tendenzioso. Questo proprio perché si è fatto capo a scritti di persone legate alla Società svizzera degli ufficiali».
Sommersa, nella risposta del Governo, una questione fondamentale sollevata nel 1990 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, ovvero il fatto che la P-26 fosse un progetto semisegreto, di cui avevano conoscenza solo 3 Consiglieri federali e il capo dello Stato maggiore, ma non il Consiglio federale né il Parlamento: eppure la P-26 era finanziata dalla Confederazione.
«Il rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta ha chiaramente messo in luce il fatto che l’implementazione della P-26 è stato fatta all’insaputa del Parlamento e di buona parte dello stesso Consiglio federale. La Commissione parlamentare che doveva essere coinvolta per il controllo delle attività della P-26 non ha potuto farlo perché poco informata e senza veri poteri.
Anche il fatto che il “capo” della P-26, il signor Cattelan fosse di fatto un alto funzionario del Dipartimento militare era stato tenuto nascosto. Così come il suo finanziamento confondi prelevati dai budget militari e girati sul conto di una “assicurazione privata” intestata a Cattelan».
Nella risposta del Consiglio di Stato viene negato il fatto che la P-26 avesse una potenza di fuoco, considerata “nulla”, banalizzando la questione: eppure le chiavi per accedere ai depositi esistevano.
«La P-26 nei suoi depositi sparsi un po’ in tutta la Svizzera aveva a disposizione granate, fiale di veleni e altri armi per l’eventuale organizzazione di una “difesa” armata. Il fatto che l’eventuale accesso a tale materiale fosse autorizzato solo ai responsabili della P-26 organizzazione segreta al di fuori di qualsiasi controllo politico e istituzionale costituisce uno degli aspetti discutibili e gravi di tutta la faccenda».
La P-26 era legata ai servizi inglesi in quello che appare chiaramente come il ramo svizzero di Stay-behind, che in Italia fu battezzata “Gladio”. Eppure, oggi riguardo a questo aspetto non è possibile accedere a un solo documento.
«Il legame della P-26 con i servizi segreti inglesi è provato e documentato. Tutto ciò al di fuori di ogni controllo politico e in barba alla “neutralità” di cui ci si lava la bocca anche nella risposta del Consiglio di Sato. Il possibile legame con la “Gladio” è tutt’altro che da escludere. La Commissione parlamentare d’inchiesta su questo aspetto non ha potuto indagare perché non ne aveva il mandato. Il Parlamento ha incaricato il Consiglio federale di appurare la questione che ha delegato il compito al giudice Cornu. Nella sua presa di posizione sul rapporto Cornu il Governo ha escluso tale possibile legame. Il fatto curioso è che una “parte segreta” del citato rapporto non è più rintracciabile. Il dubbio resta che quella parte illustrasse gli eventuali citati legami».
In termini generali, la risposta del Consiglio di Stato afferma l’intenzione di proporre una presunta lettura distaccata, non ideologica: invece nei fatti è chiara l’intenzione – la si legge – di proporre una revisione della P-26. Lo ritieni accettabile?
«Effettivamente la presa di posizione del Consiglio di Stato è tutt’altro che “neutra e distaccata, non ideologica”. Trattasi di una scelta politica di campo per la riabilitazione della P-26 del tutto inaccettabile, politicamente scorretta, imprecisa che – come indicato in precedenza – in più punti omette o addirittura travisa i fatti. Una presa di posizione basata di fatto sul testo di un colonnello della Società svizzera degli ufficiali. Sarebbe interessante sapere chi e quanto è stato pagato per la messa a punto della logorroica presa di posizione del Consiglio di Stato».
- “La P-26”, Televisione Svizzera romanda (Tsr), 28 novembre 1990 con Werner Carobbio e Georges-André Chevallaz
- “Il était une fois l’armée secrète suisse” di Pietro Boschetti, Temps présent – RTS, 21 dicembre 2017
- “La P-26: breve storia dell’organizzazione di resistenza segreta elvetica”, Soggetti smarriti – RSI, 30 ottobre 2016