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di Fabio Poma*
“Non vogliamo pensioni insanguinate” … “È sbagliato investire in un business sanguinario” ... “La Svizzera smetta di investire nel commercio di guerra”. Sono solo degli slogan utilizzati da alcuni sostenitori dell’iniziativa popolare “per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico”.
Sono gridi di allarme giustificati o frutto di paure ingiustificate? Atteniamoci al teso in votazione, all’Art. 107° Divieto di finanziare i produttori di materiale bellico. Per finanziamento dei produttori di materiale bellico s’intende: a. concessione a produttori di materiale bellico di crediti, mutui, donazioni o vantaggi finanziari comparabili; b. partecipazione a produttori di materiale bellico e l’acquisto di titoli emessi da produttori di materiale bellico; c. l’acquisto di quote di prodotti finanziari quali investimenti collettivi di capitale o prodotti strutturati, se tali prodotti finanziari contengono prodotti d’investimento ai sensi della lettera b.
Come prima considerazione rilevo che, chi ha redatto il testo, dimostra di perseguire altri fini. Se veramente si fosse voluto legiferare per proibire alla BNS, alle fondazioni e agli istituti della previdenza statale e professionale un finanziamento a imprese con produzione bellica, gli iniziativisti avrebbero dovuto attenersi al sopraccitato paragrafo a., semmai aggiungendo la parola “finanziamenti diretti”. Con i paragrafi b. e c. si vuole, invece, proibire l’acquisto di azioni in quelle imprese che realizzano oltre il 5% di cifra d’affari annua con la fabbricazione di materiale bellico. Mi auguro non sia ignoranza, perché sarebbe grave sostenere che, acquistando azioni si finanzia la società. È il venditore dell’azione a ricevere il denaro. Si verifica semplicemente un trapasso di proprietà. Alla società non va un solo centesimo ed è un passaggio totalmente ininfluente ai fini del suo bilancio.
Solo in caso di un aumento di capitale si finanzierebbe una società, evento però raro, che come detto avrebbe potuto essere regolato nel paragrafo a. Lo stesso vale anche per il mercato obbligazionario, perché, quando si acquista sul mercato secondario un’obbligazione, i soldi vanno al venditore e la società è totalmente estranea alla transazione. È soltanto all’emissione del prestito obbligazionario che la società riceve il finanziamento ma nel paragrafo a., fosse accettata l’iniziativa, la sottoscrizione sarebbe vietata. Paradossalmente, se veramente vogliamo sensibilizzare le nostre industrie, che producono quel poco di materiale bellico ancora tollerato dal nostro ordinamento giuridico, dovremmo, invece, acquistare le azioni, perché è soltanto attraverso l’espressione del voto durante l’assemblea generale che si potrà sensibilizzare e reindirizzare il management.
Se, non è ignoranza, quali altri fini veramente persegue l’iniziativa? Si vuole interferire sull’indipendenza costituzionale della BNS, che se messa in discussione aprirebbe la via a un’ingerenza della politica i cui limiti non avrebbero confini. È evidente che l’obiettivo sarebbe poi la gestione dei loro utili. Dal testo di legge traspare chiaramente, con le assurde restrizioni proposte, più comuni a Paesi totalitari che non, invece, a una società liberale, la volontà di combattere la finanza e la sua piazza finanziaria. Tant’è che al punto 4. del testo in votazione si chiede alla Confederazione di adoperarsi a livello nazionale e internazionale affinché alle banche e alle assicurazioni si applichino condizioni analoghe. Un’ingerenza inaccettabile. Banche e assicurazioni sono società private e non statali (salvo una qualche eccezione).
Per giunta, sfatiamo il mito che siano le banche a finanziare le industrie belliche. Semmai sono i capitali della loro clientela, che in uno Stato di diritto, è libera di far quel che vuole se rispetta le regole internazionali. È raro che le banche utilizzino i loro capitali propri per questi investimenti. Ma ci rendiamo conto degli enormi danni che questa iniziativa porterebbe alla nostra piazza finanziaria? È la sensibilità di ognuno che deve essere responsabilizzata per sperare in un mondo migliore. Guai se fosse perseguito attraverso regole figlie di pensieri ideologici statalisti. Se l’iniziativa fosse veramente voluta per porre fine ai conflitti mondiali, pensiero nobile che sottoscriverei senza indugi, dovrebbe rispondere a questa domanda: se il popolo l’accettasse, aiuteremmo al disarmo mondiale? La mia riposta è NO.
La produzione in CH, del materiale bellico ancora permesso, rappresenta 1% di quanto viene prodotto nel mondo. Sappiamo tutti che se non verrà prodotto dalle nostre imprese, sarà prodotto altrove. Come tutti sappiamo che se proibiremo in Svizzera tutti finanziamenti in società legate al materiale bellico, ancorché ingiustificato se pensato a partecipazioni azionarie o acquisti sul mercato secondario, i clienti dei nostri intermediari finanziari si trasferiranno in altre piazze finanziarie per mantenere la loro libertà d’investimento.
Dopo il presunto obiettivo di combattere la guerra, arriverà quello sul clima, sull’ambiente e quale altra imposizione? Temi importanti per l’umanità che andrebbero però combattuti attraverso l’educazione ma non certamente con iniziative illusorie che se anche accettate non realizzerebbero mai quanto vendutoci. Temo molto tutti quei progetti di legge camuffati da temi che catturano la sensibilità e l’etica di ognuno di noi, ma fondamentalmente basati su dogmi ideologici più volti a smantellare e controllare la libertà individuale che non a perseguire i veri obiettivi.
*gestore patrimoniale