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Fantoccio, bambola, automa, manichino, androide, sono gli abitanti della terra dei pupazzoidi
Pulegge, calibri e spirali, bacchette e leve, denti, rulli, cilindri, tiranti, dischi, calamite, bascule: questo nascondevano, tra l'altro, nei loro meccanismi i marchingegni che simulano la figura umana antichi e moderni. Erone di Alessandria (II secolo d.C.) illustra un complesso teatrino di cui non abbiamo altre tracce, ma così nel dettaglio lo descrive che certo fu realizzato. Nell'Alto Medioevo gli automi prosperavano. Uccellini che oscillano sul loro ramo e muovono le ali e cantano. Interi alberi pieni di uccelli diversi, specialmente amati e creati nel mondo musulmano. Apparati sempre più complessi impiegati da re e duchi nelle feste per divertimento e impressionare i sudditi. Un angelo che scende dal tetto di Notre-Dame, incorona la regina e se ne torna sul tetto. Paggi che appaiono per percuotere la campana di una chiesa. Ercole che esce da dodici finestre, secondo le ore, a illustrare le sue dodici fatiche.
Crearono mode che declinavano fino a sparire. Secoli dopo il declino, ecco un bambino che scrive e un altro che disegna, una donna che suona il clavicembalo. Riaccendono la sorpresa fino a costringerli a un tour europeo. Li crearono i Jaquet-Dorz orologiai svizzeri, padre, figlio e operaio poi figlio adottivo. Di città in città finirono in Spagna, a Saragozza. Rapiti dall'esercito napoleonico inventore della depredazione moderna e sistematica, ispirandosi all'iperattivo capobranco, tornarono in Francia. Si dispersero di nuovo, cambiarono proprietà. Nuovo giro europeo compresa l'Italia, poi Boston, poi addirittura Hong Kong. Ma la loro città d'origine, Neuchâtel, non li aveva dimenticati e li rintracciò. Tornarono a casa, e al disegnatore fu insegnata una nuova frase: "Non lasceremo mai più il nostro paese". Il disegnatore e lo scrivano hanno appena compiuto 250 anni. La musicista ne ha uno in meno. Tra un'esecuzione e l'altra fa una riverenza. China il busto e volta la testa, muove gli occhi. E nel gesto "sembra assumere un'aria divertita".
Chi sa che non siano tutti imparentati i simulacri della figura umana: fantoccio, bambola, automa, manichino, androide. Vivono tutti a Manichinia. La terra dei pupazzoidi.
La parola robot nasce in Cecoslovacchia quando il Paese si chiamava ancora così, dall’ingegno stralunato, lieve e patetico di due fratelli, Karel e Josef Čapek. Josef illustrava le storie che Karel creava. E come chiamare gli automi nati un giorno dalla fantasia di Karel, fu il fratello a suggerirglielo. Di tutte le fantasie sulle macchine inventate dall’uomo che a un tratto acquistano vita autonoma, meglio dirlo subito, nessuna risulta ottimistica. Gli scrittori di fantascienza o non immaginano nulla e nulla scrivono della società ultra-tecnologica, o immaginano il peggio. Čapek pensò una società in cui una folla di robot si ribella all’essere umano e minaccia la sua esistenza. Intitolò il suo dramma R. U. R., vale a dire Rossum’s Universal Robots. E "robot" deriva dal vocabolo ceco robota: servizio pesante. Ma rimanda anche al termine russo per "lavorare" e da lì la parola che indica il lavoratore instancabile: nei lager russi, i condannati addetti ai lavori più pesanti. Il robot si porta dentro l’inquietante fin dall’origine.
Per noi resta simpatico finché non si distacca dal manichino. Con le articolazioni pieghevoli, l'espressione sorridente. Quando prova a staccarsi dai suoi gesti abbozzati e legati, non ci sta più simpatico. Più si sforza di somigliare a un essere umano, crescendo in altezza e modellando il volto, raffinando i movimenti, meno gli somiglia. Ci fa sorridere invece l'aspirapolvere circolare che se ne va in giro per la stanza. Il braccio meccanico enorme che prende un biscottino con la massima delicatezza e lo poggia proprio lì dove noi non riusciremmo a poggiarlo, se non con una serie di tocchettini di assestamento.
Pensiamo all'avvento della sartoria di larga diffusione e vediamo busti e figure intere stilizzate, modelli su tre gambe e senza braccia, o con braccia e gambe snodabili, per le vetrine. Altri manichini, tre secoli prima, erano ancora più snodabili. Elaborati marchingegni di legno per pittori, da usare come pazientissimi modelli. Vasari dice che il primo fu Frà Bartolomeo, ma qualche decennio prima un architetto suggeriva: “Fa’ d’avere una figuretta di legname che sia disnodata le braccia e le gambe e ancora il collo, e poi fa’ una vesta di panno di lino, e con quello abito che ti piace..."
Una parola curiosa, manichino. Nata nell'olandese, l'ha diffusa il francese lingua dell'alta moda. Dato che "manneken" è diminutivo di uomo, manichino vuol dire alla lettera omino od ometto. Pupazzo che riproduce la figura umana, da abbigliare e servirsene da modello, o per esporre gli abiti in vetrina. Nato piccolo uomo diventò donna per designare le indossatrici, le mannequins.
Quanto all'androide, per fare un brusco salto in avanti, ci accorgiamo invece che è un salto all'indietro. Pare tanto avveniristico ma è nato con Alberto Magno, mille anni fa. Secondo alcuni, da bravo servitore apriva la porta e faceva accomodare gli ospiti; secondo altri era solo un busto, che non solo parlava ma non stava mai zitto. E un bel giorno Tommaso d'Aquino, esasperato, lo mandò in frantumi.
Coetanei più o meno degli androidi musicisti di Neuchâtel, formidabili scacchisti giravano il mondo a sfidare scacchisti umani. Il più famoso era detto il Turco, per via del vestito. Ma si può chiamarlo manichino senza offesa, forse: un valente scacchista umano giocava per lui. E il Turco vinceva sempre sbalordendo per l'eccellenza del meccanismo. (Lo sfidò anche Napoleone, e perse). Due secoli dopo, nel 1996, una macchina senza inganni, computer di nome Deep Blu (IBM), è battuta dal campione del mondo di scacchi Kasparov. Vincita illusoria: nella rivincita, l'anno dopo, Deep Blu batte Kasparov e la bella non fu mai disputata. In alcune delle foto che ricordano l'impresa si vede Kasparov con la testa tra le mani. Davanti a lui, un po' di sbieco, Deep blu che ha l'aspetto del computer di un quarto di secolo fa. Il campione in carica nel 2006, Vladimir Kramnik, volle riprovarci. Sfidò Deep Fritz e perse 4-2.
Per questo a scacchi con un robot non ci vogliamo più giocare.