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Nel 2012, il 29% degli uomini e il 17% delle donne di più di 15 anni, intervistati nel corso dell’Indagine sulla salute in Svizzera, dichiaravano di aver già consumato delle droghe illegali. A questa stessa domanda, nel 2007, il 25% degli uomini e il 15% delle donne avevano risposto in maniera egualmente affermativa. Per la maggior parte di loro, si trattava unicamente di cannabis.
La proporzione di persone che ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita non è cambiata nel corso degli ultimi dieci anni. In confronto al 2002, una percentuale appena più alta di persone aveva consumato almeno una volta cannabis, cioè il 3,1% degli uomini e il 2,3% delle donne.
Promuovere la salute dei bambini contribuisce a prevenire le dipendenze
La promozione della salute ha lo scopo di conferire agli individui una maggiore padronanza del proprio benessere, di rendere possibili dei modi di vita sani e di migliorare le condizioni di vita, nonché i fattori sociali ed economici che determinano la salute. Le misure preconizzate devono consentire agli individui di trarre profitto dalle proprie competenze sociali, capacità fisiche e intellettuali. Queste competenze e capacità sono fondamentali anche per la prevenzione delle dipendenze.
La promozione della salute e quella delle dipendenze non sono due attività chiaramente distinte, perché la prevenzione mira non solo a ridurre i fattori di rischio, individuali o ambientali, ma anche a rinforzare i fattori di protezione.
Uno degli aspetti particolarmente importanti della prevenzione delle dipendenze è il rafforzamento delle competenze psicosociali, le competenze di vita. Promuovere le competenze psicosociali permette di promuovere la salute, la qualità di vita e il benessere.
I comportamenti proposti dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come competenze di vita sono dieci:
- avere coscienza di sé;
- provare empatia per gli altri;
- saper gestire il proprio stress;
- saper gestire le proprie emozioni;
- saper comunicare efficacemente;
- essere abili nelle relazioni interpersonali;
- avere un pensiero creativo;
- avere un pensiero critico;
- saper risolvere i problemi;
- saper prendere delle decisioni.
Possiamo parlare quindi di competenze sociali, cognitive ed emozionali.
Queste competenze devono essere promosse in tutti i luoghi (in famiglia, a scuola, in azienda, nelle associazioni, ecc.) e a tutte le età.
Degli elettrodi nel cervello per mettere un termine alla dipendenza
Utilizzando la stimolazione cerebrale profonda, alcuni ricercatori ginevrini sono riusciti a curare durevolmente la tossicodipendenza di topi “cocainomani”. Lo stesso procedimento potrebbe essere applicabile agli esseri umani.
La stimolazione cerebrale profonda ha già mostrato la sua utilità in neurologia. Questo metodo, che consiste nell’attivare dei nuclei situati all’interno del cervello tramite degli impulsi elettrici ad alta frequenza, è utilizzato per trattare la malattia di Parkinson. È molto efficace, perché permette di arrestare i tremori dei pazienti. Tuttavia, appena si interrompe la stimolazione, i sintomi riprendono immediatamente. I malati devono quindi vivere in permanenza con degli elettrodi piantati nel cervello e collegati a una batteria.
Per poter essere utilizzabile nel trattamento della dipendenza, questa tecnica richiedeva un adattamento. Ed è quello che hanno fatto due ricercatori del dipartimento di neuroscienze fondamentali dell’Università di Ginevra (UNIGE). Per il momento, sono stati trattati soltanto dei topi, ma il protocollo elaborato è considerato promettente.
Squilibrio della comunicazione tra neuroni
Costi quel che costi, e qualunque siano le conseguenze, alcune persone provano un bisogno irrefrenabile di consumare cocaina, eroina, alcool, tabacco o di darsi al gioco. È segno che soffrono di una dipendenza, una malattia psichiatrica che risulta da uno squilibrio del funzionamento del cervello.
Le droghe favoriscono il rilascio di dopamina, un potente neuromodulatore, cioè un messaggero chimico che permette ai neuroni di comunicare tra di loro. Ne risulta una modificazione delle sinapsi, le zone di contatto tra le cellule nervose. Questa alterazione si osserva in zone particolari del cervello che sono coinvolte nel circuito della ricompensa. Le droghe deviano questo sistema dal suo funzionamento normale e causano i comportamenti compulsivi che caratterizzano la dipendenza.
Riparare le sinapsi danneggiate
Una volta delucidato questo meccanismo, i ricercatori hanno intrapreso la correzione delle sinapsi che erano state sregolate dalle sostanze psicotrope. Hanno inizialmente cercato di trattare, con l’ausilio dell’optogenetica, alcuni topi resi dipendenti alla cocaina. Questa tecnica combina genetica e ottica, e consiste nell’attivare delle proteine introdotte sulla superficie dei neuroni. Il metodo è efficace, ma la sua realizzazione necessita l’impiego di virus e quindi non può essere trasferito agli esseri umani.
I ricercatori hanno allora avuto l’idea di orientarsi verso la stimolazione cerebrale profonda, testando i suoi effetti sui topi resi tossicodipendenti. Come i neurologi che trattano i pazienti affetti da malattia di Parkinson, i due ricercatori hanno impiantato nel cervello dei roditori degli elettrodi, attraverso i quali hanno fatto passare della corrente elettrica a bassa intensità e ad alta frequenza. Le prime sperimentazioni si sono rivelate infruttuose perché l’effetto benefico ottenuto scompariva dopo quattro ore.
Un trattamento di dieci minuti è sufficiente
I due neuroscienziati hanno allora analizzato le ragioni del successo del metodo basato sull’optogenetica per poi ispirarsene. Hanno quindi stimolato elettricamente le stesse cellule, utilizzando questa volta una frequenza più bassa (tra 10 e 15 Hz invece di 130 Hz) che permette di invertire il processo di cambiamento nelle sinapsi indotto dalla droga. Agendo in questo modo, però, essi aumentavano anche il rilascio di dopamina, che contrastava gli effetti del trattamento, impedendo alle sinapsi di ritrovare il loro funzionamento normale.
Gli scienziati hanno quindi associato alla stimolazione cerebrale profonda un farmaco che blocca la produzione di questo neuromodulatore. Questo test è stato quello buono. Il trattamento è durato dieci minuti e, una settimana dopo, i topi ai quali è stata data una seconda dose di cocaina hanno reagito come se non avessero mai consumato droga. La loro memoria era libera dalle tracce patologiche lasciate dallo stupefacente, che sono all’origine delle ricadute dopo la disintossicazione. Erano guariti dalla dipendenza.
A priori, questo metodo è applicabile sugli esseri umani, ma bisognerà testare i suoi effetti sui primati, prima di lanciare i primi test clinici.