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La pubblicazione del rapporto della commissione Bergier segna una tappa importante per la storiografia svizzera. Ma il confronto con il passato non si esaurisce in uno studio, per quanto voluminoso.Questo contenuto è stato pubblicato il 24 marzo 2002 - 16:41
Quando a metà degli anni Novanta il dibattito sulle «ombre della seconda guerra mondiale» - una definizione coniata dal quotidiano Neue Zürcher Zeitung per riassumere i termini della questione - investì la Svizzera, i politici non furono i soli a essere colti di sorpresa.
Anche agli storici svizzeri la situazione appariva in qualche modo sconcertante. Non certo per le rivelazioni sugli aspetti oscuri della storia svizzera che man mano conquistavano le prime pagine dei giornali. La sorpresa derivava piuttosto dalla constatazione che i temi su cui avevano cercato di far luce negli anni precedenti, scontrandosi spesso con le tenaci resistenze di alcuni settori dell’opinione pubblica, si ripresentavano come se non se ne fosse mai parlato.
Il ritorno della storia
«Erano le stesse domande, solo che ora giungevano dall’esterno, e con veemenza», notava alcuni giorni fa in un’intervista al settimanale Wochenzeitung lo storico Markus Heiniger. Nel 1989, anno in cui i veterani del servizio attivo durante la guerra ricordavano i cinquant’anni dalla mobilitazione e i giovani del Gruppo per una Svizzera senza esercito si apprestavano a dar battaglia con un’iniziativa popolare a quella che chiamavano «vacca sacra» (l’esercito, appunto), Heiniger pubblicò un libro che fece molto discutere.
Il libro si chiamava «Dreizehn Gründe» (Tredici motivi), e riassumeva con tono divulgativo un buon decennio di studi storici sulla Svizzera durante la seconda guerra mondiale. Contrapponendosi alla tesi secondo cui la Svizzera sarebbe stata risparmiata dalla guerra grazie alla volontà di resistenza del suo esercito, Heiniger sottolineava l’importanza per le potenze dell’Asse della piazza finanziaria svizzera, del traffico ferroviario attraverso le Alpi, dell’industria degli armamenti, del credito miliardario concesso alla Germania nell’ambito dell’accordo di clearing…
Sorpreso all’estero del riaffacciarsi del dibattito sulla storia svizzera, confidava ancora Heiniger alla Wochenzeitung, «improvvisamente mi ritrovai, nelle discussioni con degli stranieri, a combattere l’idea che la Svizzera fosse un paese completamente asservito alla Germania e filonazista.»
La guerra che non passa
Una lunga introduzione per dire in sostanza una cosa molto semplice. Anche dopo il rapporto della commissione Bergier, della seconda guerra mondiale si continuerà a parlare. Guai se non fosse così.
Georg Kreis, storico e membro della commissione, ammetteva alcuni giorni fa, in un’intervista con swissinfo, di aver sostenuto altre volte che era ormai giunta l’ora di chiudere il capitolo della guerra. «Un invito, il mio, che evidentemente si è dimostrato errato.»
Ci sono almeno due motivi per continuare a tenere aperto il dibattito su uno dei momenti cruciali della storia del Novecento.
Il primo appartiene agli storici. Il rapporto Bergier, assieme alle migliaia di pagine degli studi monografici curati dai collaboratori della commissione, fornisce certo un quadro ampiamente rinnovato della storia svizzera negli anni del nazionalsocialismo. Ma molte questioni sono ancora aperte e altre si apriranno. Il presente pone sempre nuovi interrogativi al passato.
Il secondo riguarda l’intera società svizzera. Il dibattito degli anni passati almeno una cosa dovrebbe averla insegnata: la rimozione di aspetti inquietanti della propria storia prima o poi si sconta. Occorre un sforzo perché il lavoro della commissione Bergier non rimanga relegato fra le copertine dei libri che ha prodotto.
La ricerca continua
Nei giorni scorsi molti, fra storici e giornalisti, hanno tentato di farsi un quadro rapido dei risultati della commissione, leggendo con particolare attenzione le conclusioni del rapporto. Ma prima che sui testi si possano dare giudizi fondati, su cui costruire nuove ricerche, sarà necessario che essi entrino nel circolo delle attività accademiche, che vengano discussi sulle riviste storiche e nei seminari delle università, che diano spunto a tesi di laurea, che siano magari contraddetti da una diversa lettura dei documenti o da nuove fonti.
Alla fine del rapporto, la commissione ha indicato alcune strade ancora da percorrere, quali lo studio dell’attività di intermediari svizzeri nella gestione di patrimoni di dubbia provenienza, del ruolo delle filiali di ditte svizzere in Italia e nei paesi occupati dalla Germania, del trattamento riservato a cittadini svizzeri vittime del nazismo. Qualcuno forse sarà tentato di colmare un’altra lacuna ammessa dalla CIE: la rinuncia a intervistare sistematicamente i testimoni svizzeri dell’epoca.
Jean-François Bergier ha poi ricordato, anche ai microfoni di swissinfo, la necessità di tenere conto dei risultati delle commissioni che in più di venti paesi hanno compiuto o stanno compiendo ricerche analoghe a quella svizzera. Una prospettiva di analisi comparativa a livello internazionale che promette di dare un apporto significativo alla comprensione di uno dei periodi più tragici della storia del Novecento.
Per gli svizzeri, potrebbe anche essere l’occasione per superare la propensione a guardare alla storia del proprio paese come a una vicenda del tutto particolare - la sindrome del Sonderfall - e a lasciarsi alle spalle quella che con un filo di ironia Georg Kreis chiama la «tendenza a sopravvalutarsi, nel bene e nel male.»
Una storia da tenere a mente
Ma mentre gli storici aspettano di arrampicarsi sulla pila di volumi prodotti dalla CIE - suppergiù 70 cm - per vedere meglio e più lontano, c'è da chiedersi come fare perché il lavoro di cinque anni non vada sprecato, per chi vorrebbe conoscerlo, ma è spaventato dalla mole, e anche per chi magari preferirebbe far finta di niente.
In causa sono chiamati prima di tutto i giornalisti. Ma la stampa, per sua natura, a un tema come il rapporto Bergier non può star attaccata a lungo. Può fornire alcune informazioni di base, può suscitare curiosità, voglia di saperne di più. Ma solo finché altri temi, più urgenti e più attuali, la chiamano altrove.
È quasi scontato dire che un compito più gravoso tocca alla scuola. Non per caso, lo scorso novembre la consigliera nazionale socialista Vreni Müller-Hemmi ha chiesto in un'interpellanza al Consiglio federale se siano previste misure per rendere accessibili i risultati della commissione Bergier a insegnanti e scolari, tramite corsi di aggiornamento e supporti didattici.
Nel frattempo, qualcuno già si sta dando da fare. Il quotidiano Le Courrier riferiva sabato dell'insegnante ginevrino Charles Heimberger, il quale, in attesa di manuali scolastici che tengano conto del rapporto della CIE, ha preparato una raccolta di documenti intitolata «Il rapporto Bergier ad uso degli allievi». Certamente altri lo stanno imitando, nel tentativo di tenere la scuola al passo con la ricerca storica.
Del resto la storia della seconda guerra mondiale è un tema sul quale gli scolari dispongono già di molte nozioni, magari raccolte per caso alla televisione. E su cui sono disposti a dibattere. Rimane il problema didattico della comunicazione di questioni complesse come possono essere le relazioni economiche con la Germania o le transazioni in oro.
A proposito mi viene in mente una studentessa delle magistrali, che mi diceva sconsolata: «Ma che cosa potrò raccontare ai miei allievi, se mi tolgono una storia bella come quella di Guglielmo Tell?» L'ha forse pensato anche Max Frenkel, che nella Neue Zürcher Zeitung ha scritto: «Non esiste un popolo che non costruisca la propria identità su una visione eroica del proprio passato».
Se così fosse, si può almeno sperare che la scelta degli eroi sia oculata come quella della scuola di Ginevra che ha battezzato la sua sala conferenze Aula Paul Grüninger. Un omaggio al comandante della polizia sangallese che permise a migliaia di ebrei austriaci di rifugiarsi in Svizzera nel 1938, falsificando la data d'ingresso, e che pagò la sua disubbidienza alle leggi con il licenziamento e la diffamazione.
Ma attenzione a non nascondere le «ombre della seconda guerra mondiale» dietro a nuovi eroi.
Andrea Tognina
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