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LUGANO - «La morte di Kobe Bryant? È come quella di Kennedy: tutti ci ricorderemo cosa stavamo facendo quando lo abbiamo saputo».
Negli USA hanno tirato in ballo una delle pagine più nere della loro storia per cercare di spiegare il sentimento popolare dopo la tragica scomparsa dell'ex stella NBA. Che Kobe abbia lasciato il segno in una carriera lunga e vincente lo si è capito (anche) dall'enorme numero di messaggi di cordoglio che, non appena la notizia si è sparsa, hanno invaso il web.
«Qualcuno ha usato i social anche per avere visibilità, per far vedere la sua faccia; sono in ogni caso sicuro che la maggior parte delle persone che ha scritto qualcosa in ricordo di Bryant, lo abbia fatto con il cuore». A dirlo è Davide Prati, uno che attorno alla palla a spicchi nordamericana ha costruito la sua vita. Figlio di Renzo, protagonista degli anni ruggenti del nostro basket, il 42enne ticinese è infatti da tempo international scout per i Memphis Grizzlies.
«E ovviamente ho avuto l'occasione per seguire dal vivo Kobe...».
Uno che - prima che l'incidente in elicottero modificasse la percezione generale - in molti definivano tutt'altro che simpatico. O gentile.
«Si deve fare una distinzione tra l'atleta e l'uomo».
Nel primo caso...
«Era come Michael Jordan, un duro. Era uno che non aveva problemi a tirarti un pugno in allenamento, se proprio doveva farlo. Era tosto. Magari anche egoista. E proprio per questo è stato un campione assoluto. Per lui, come per pochissimi altri, la vittoria veniva prima di tutto. Questa mentalità lo ha spinto a curare in maniera maniacale la preparazione fisica come anche quella tattica delle partite. Non era, tanto per citare uno con il quale ha diviso lo spogliatoio, un giocherellone alla Shaq».
Per questo molti atleti NBA lo hanno ricordato tra le lacrime?
«Esatto. Sapevano del suo carattere ma apprezzavano il suo essere un grande lavoratore. Aveva un talento sconfinato e, parlando di basket, un'intelligenza superiore; ciò che però ha sempre colpito di lui è stata la ferocia. Voleva arrivare. Voleva vincere. E dava tutto per riuscirci. Può esserci o meno la simpatia, ma i colleghi riconoscono queste doti...».
Chi gioca a basket per professione come anche le persone normali...
«Vero. Bryant è stato preso come esempio anche fuori dal parquet proprio per la sua determinazione. In tanti si sono ispirati al suo modo di essere e di affrontare le difficoltà».
Poi c'è il Kobe uomo.
«Era semplicemente nel periodo più felice della sua vita, era in pace con se stesso. Chiuso con lo stress della competizione, stava godendosi la vita da miliardario».
Aveva anche smesso di seguire la NBA.
«Aveva staccato un po' la spina, forse per respirare, e si era riavvicinato a quel mondo solo recentemente, per amore della figlia Gianna. Io l'ho visto sereno, tranquillo, sorridente. Aveva superato quel momento - difficile per gli ex sportivi di alto livello - che segue la fine della carriera agonistica e in famiglia aveva trovato il suo equilibrio. Era impegnato, certo: lavorava con la sua Mamba Sports Academy e continuava a essere una macchina da soldi da uomo immagine della Nike e della FIBA. Al momento era però, principalmente un padre e un marito».
LUGANO - «La morte di Kobe Bryant? È come quella di Kennedy: tutti ci ricorderemo cosa stavamo facendo quando lo abbiamo saputo».