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Intorno a eventi di grande risonanza, come le Olimpiadi o le esposizioni universali, emergono più facilmente gli aspetti economici o sportivi. Analizziamo il ruolo che queste occasioni d’incontro svolgono nelle relazioni internazionali e conosciamo un significato poco noto del termine «regime.» Perché l’organizzazione di giochi internazionali ed Expo è diventato un «regime» di cooperazione.
L’idea di organizzare delle esposizioni universali nacque a metà Ottocento (la prima si tenne a Londra nel 1851). Singoli Paesi, in occasione di eventi particolari, organizzavano fiere che radunavano espositori di ogni genere: prodotti industriali, naturali o artistici, provenienti da tutto il mondo conosciuto. Si giunse a «esporre» rappresentanti di popolazioni indigene dei territori coloniali, presentati, con raccapricciante noncuranza, quasi come animali esotici. In un’epoca che ignorava le comunicazioni veloci e assisteva appena ai primi vagiti della fotografia, per conoscere la varietà del mondo e i frutti del progresso era necessario presentarli in uno spazio limitato, facilmente visitabile.
Sorsero in fretta i primi problemi: un numero crescente di Paesi cominciò a organizzare esposizioni universali, che si moltiplicarono in modo incontrollato, in un quadro regolamentare non sempre chiaro. Nel 1928 fu siglata una Convenzione internazionale che diede vita a Parigi al BIE, il Bureau International des Expositions. Da allora, il BIE regola lo svolgersi di questi eventi.
Allo stesso modo, il Comitato olimpico internazionale o CIO (Comité International Olympique, >sito) fu fondato nel 1894 da Pierre de Coubertin per coordinare le attività degli Stati partecipanti ai Giochi olimpici dell’era moderna, riportati in auge dallo stesso de Coubertin allo scopo di favorire, attraverso lo sport, la pace e la cooperazione internazionale, nello spirito dei Giochi olimpici dell’antica Grecia.
L’organizzazione delle esposizioni universali e dei giochi olimpici, guardata dall’ottica delle relazioni internazionali, è un regime. Una parola che siamo abituati a usare per indicare governi illiberali o dittatoriali, ma che, nelle relazioni internazionali, assume anche un altro importante significato. Un regime è un sistema di norme che regola una certa area di cooperazione fra Stati. Stabilisce delle gerarchie in settori in cui una concorrenza sregolata tra gli attori sarebbe dannosa o troppo costosa, definisce un quadro di cooperazione. I regimi non sono gestiti necessariamente da enti governativi o di diritto pubblico: può trattarsi di organizzazioni non governative o di altre forme di cooperazione, a cui gli Stati aderiscono e si impegnano a partecipare.
La gara tra Paesi che organizzavano di propria iniziativa le esposizioni universali stava mettendo in pericolo l’esistenza stessa di questi eventi, che avevano e mantengono una funzione importante, nella cooperazione internazionale. Il BIE fissò regole condivise e indicò i processi decisionali secondo i quali si sarebbe stabilito quale Paese avrebbe organizzato un’Expo, quando, dove e di che tipo. Allo stesso modo, il Comitato olimpico internazionale stabilisce i criteri e per l’organizzazione dei giochi, valuta le candidature e indica i Paesi che li ospitano.
Possiamo fare altri esempi di regimi: il WTO o World Trade Organization, i numerosi trattati internazionali in materia di tutela ambientale, gli stessi accordi europei che hanno portato alla nascita dell’euro. Grazie ai regimi, Paesi diversi cooperano su materie specifiche. La loro azione non coinvolge soltanto i Governi, ma normalmente si estende alla società civile, alle imprese, a organizzazioni sportive, ambientali o di altra natura. Lo vediamo bene negli esempi che abbiamo citato, che mobilitano moltissimi attori.
Sia le Expo sia i giochi olimpici sono serviti a far cooperare Stati divisi da forti contrasti: si pensi all’Expo di Bruxelles del 1958, che fece esporre l’uno vicino all’altro Paesi dell’Europa occidentale e dell’Europa orientale, sfidando le tensioni acutissime che in quei decenni rendeva difficili i rapporti tra le due parti d’Europa, fra Stati uniti e Unione sovietica. L’Expo belga fu uno dei primi segnali della possibilità di avere obiettivi comuni tra i due blocchi, nonostante le reciproche differenze e diffidenze.
Non si possono dimenticare i casi in cui queste occasioni di cooperazione sono state, invece, occasione di scontro. Le Olimpiadi di Montreal del 1976 furono boicottate da numerosi Paesi, per protesta contro la politica razziale dell’Apartheid in Sud Africa. Nel 1980, gli Stati uniti, seguiti da decine di altri Stati, ritennero di non partecipare alle Olimpiadi di Mosca del 1980, per reazione all’invasione dell’Afghanistan da parte dei sovietici. Resta tristemente nella memoria il tragico caso delle Olimpiadi di Monaco del 1972, durante le quali un commando di terroristi palestinesi uccise e prese in ostaggio gli atleti israeliani partecipanti ai giochi. Rimasero a terra 17 morti.
Nel 2015, l’Italia ha ospitato una Expo dedicata al tema dell’alimentazione umana, al quale sono strettamente legati quelli della povertà e della tutela ambientale. Alimentazione, povertà e tutela ambientale, oltre che essere gravi problemi del nostro tempo sotto il profilo sanitario e umanitario, sono elementi di grande importanza per gli equilibri globali e le relazioni internazionali. Nella scelta della sede per le Olimpiadi invernali 2026, recentemente assegnate alle città di Milano e Cortina, ha avuto un peso determinante l’aspetto della sostenibilità: il riutilizzo di infrastrutture già esistenti e il rispetto di standard ambientali verso i quali la popolazione manifesta sempre maggiore sensibilità.
Lette dalla prospettiva delle relazioni internazionali, perciò, le Olimpiadi e le esposizioni universali sono regimi di cooperazione che coinvolgono attori governativi, non governativi, imprese e società civile, facendoli incontrare in eventi che diventano occasione per richiamare l’attenzione su temi centrali per gli equilibri globali, tentando di superare le divisioni politiche o ideologiche.