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Carlo alla sfida dell’incoronazione
Il Regno Unito si ferma, per un giorno, settant’anni dopo
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Negli ultimi anni di regno della regina Elisabetta II, se un passeggero della metropolitana di Londra o un avventore di un pub di campagna avessero sentito pronunciare la parola coronation, sarebbe stato più probabile che il discorso riguardasse la fortunata soap Coronation Street che l’incoronazione della regina o di uno dei suoi predecessori. L’ultima cerimonia, avvenuta il 2 giugno 1953, era un ricordo lontano e una buona parte dei passeggeri di quel vagone della Tube, o degli avventori di quel pub, non poteva averne alcun ricordo, non essendo all’epoca ancora nata. Quando il re Carlo III varcherà il portone dell’Abbazia di Westminster avrà dunque inizio un evento straordinario, anche perché il Regno Unito è l’unica monarchia europea a prevedere una cerimonia del genere.
Le parole che il monarca pronuncia durante l’incoronazione danno un’idea di come essa affondi le sue radici nella storia inglese e britannica. Carlo giura, ad esempio, di governare i popoli del Regno Unito e degli altri reami del Commonwealth di cui è capo di Stato (14 Paesi fra cui Canada e Australia) secondo le loro leggi e consuetudini: una formula che ha origine nel Seicento, quando l’autorità del sovrano cominciò ad essere vincolata alle leggi votate dal parlamento.
Un altro giuramento riguarda il principio di mantenere la religione protestante e i diritti e i privilegi della Chiesa d’Inghilterra: una formula che evidenzia il profondo legame storico fra monarchia e religione che perdura tuttora, pur in una società sempre più secolarizzata e multiconfessionale. Non bisogna dimenticare che l’incoronazione è essenzialmente una cerimonia religiosa, che ha il suo culmine quando l’arcivescovo di Canterbury unge il sovrano con il crisma, benedicendolo e invocando su di lui la grazia di Dio.
Un evento straordinario ma sempre nel segno della continuità: tutte le incoronazioni di sovrani inglesi, a partire da Guglielmo il Conquistatore nel 1066, si sono ad esempio tenute nell’Abbazia di Westminster. Se i re e le regine sepolti nella cripta si svegliassero durante la cerimonia (come immaginò Thomas Hardy in una poesia del 1911) e potessero unirsi agli oltre 2.000 ospiti presenti troverebbero familiari molte cose: dal rubino incastonato nella Corona Imperiale di Stato, che si dice sia stato indossato sull’elmo da Enrico V alla battaglia di Azincourt nel 1415, alla sedia lignea utilizzata in tutte le incoronazioni dal 1308 in poi, fino alle note di Zadok the Priest, l’inno musicato da Georg Friedrich Händel nel 1727 che ricollega l’unzione del sovrano a quella del biblico re Salomone.
Questi e altri elementi di continuità contribuiscono in modo importante al significato politico e istituzionale della cerimonia: la monarchia conserva infatti un ruolo centrale nell’assetto costituzionale del Regno Unito, e in un paese privo di costituzione scritta i rituali attraverso cui si esercita il potere acquistano particolare importanza. Ecco perché saranno importanti anche gli aspetti nuovi che si è scelto appositamente di inserire nella cerimonia imminente. L’omaggio alla regina da parte delle centinaia di nobili stipati nel transetto dell’abbazia nel 1953 è ad esempio sostituito da un “omaggio del popolo”: una dichiarazione di fedeltà al re proposta ai cittadini britannici e a quelli degli altri Paesi di cui è capo di Stato, che sono invitati a pronunciarla in contemporanea. Concepita probabilmente per coinvolgere di più la popolazione nella cerimonia, la novità ha suscitato però qualche polemica, essendo giudicata da molti non necessaria e perfino inopportuna in una società moderna e democratica.
Un’altra novità di rilievo è la partecipazione alla cerimonia di leader di confessioni religiose non cristiane, fra cui ebrei, musulmani sunniti e sciiti, indù, buddhisti e sikh: una risposta naturale alla diversità della società britannica di oggi, che è anche in linea con l’interpretazione più inclusiva che Carlo sembra voler dare al suo antico titolo di “Difensore della Fede”.
La lista degli invitati è stata ridotta a un quarto di quella del 1953 e il corteo per le vie di Londra è nettamente più breve (1,3 miglia contro le 5 percorse da Elisabetta 70 anni fa). Decisioni che riflettono la visione di Carlo di una monarchia più moderna e “snella” e che probabilmente vanno incontro al desiderio del governo britannico – che organizza la cerimonia e ne sostiene il costo – di evitare un eccessivo sfarzo in un periodo in cui il tema dell’aumento del costo della vita è al centro del dibattito politico. Diverse considerazioni di opportunità politica e diplomatica hanno portato alla rinuncia a utilizzare per la corona di Camilla, la regina consorte, il diamante Koh-i-noor, la cui proprietà è rivendicata da diversi Paesi; restano tuttavia le critiche legate all’origine coloniale di alcune pietre preziose presenti fra i gioielli della corona.
Lo sforzo di bilanciare tradizione e modernità è stato evidente nei preparativi per l’incoronazione, ma vale la pena di chiedersi cosa pensino i britannici di tutto questo. A questo riguardo è stato dato molto risalto a recenti sondaggi secondo cui solo il 29% della popolazione considererebbe la monarchia “molto importante”, il dato più basso dall’inizio delle rilevazioni nel 1983, mentre al 64% importerebbe “poco” o “nulla” dell’incoronazione. Resta il fatto che un’ampia maggioranza (il 64% in una rilevazione del gennaio di quest’anno) preferisce la monarchia a una repubblica, sebbene il dato si riduca sensibilmente con il diminuire dell’età degli intervistati.
La monarchia britannica dunque ha davanti a sé il compito di conservare il sostegno popolare e di mantenersi rilevante anche per le giovani generazioni. Un obiettivo reso certo più difficile, negli ultimi anni, dallo scandalo che ha coinvolto il principe Andrea (connesso alle sue frequentazioni con il defunto miliardario trafficante di minori Jeffrey Epstein) e dalle recenti accuse rivolte alla famiglia reale dal principe Harry e da sua moglie Meghan, duchessa di Sussex.
L’incoronazione di Elisabetta II nel 1953 segnò l’inizio di una nuova era per un Paese ancora provato dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale, e fu al contempo l’ultima celebrazione dei fasti di un impero al tramonto. Nonostante un’opinione pubblica più divisa e più apatica, o forse proprio per questo, l’incoronazione di Carlo III sarà anch’essa un appuntamento storico, per la monarchia e per i Paesi di cui – in forme e gradi diversi – rimane un’istituzione fondamentale.
[Sulla figura di Carlo III e sulle sfide che lo attendono, meritano una segnalazione due recenti documentari prodotti da ZDF e da ARTE accessibili anche in streaming gratuito: si tratta di “Carlo III Re d’Inghilterra – Ritratto di un nuovo monarca” e di “L’Incoronazione di Carlo III: la monarchia si rinnova?”]
Nell’immagine: la Coronation Chair, il trono ligneo sul quale, dal 1308, sono stai incoronati
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