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La Svizzera deve contribuire a creare migliori prospettive economiche per la gioventù nei Balcani. In caso contrario, i giovani saranno costretti ad emigrare.
È quanto affermato dalla ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey durante la Conferenza annuale della cooperazione svizzera con l'Europa dell'est.
Secondo Micheline Calmy-Rey, la cooperazione con l'Europa dell'Est costituisce un investimento per la sicurezza e la stabilità della regione.
La responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) si è espressa venerdì a Losanna nel quadro della conferenza annuale sulla cooperazione tra la Svizzera e l'Europa dell'Est.
La conferenza, organizzata dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e dal Segretariato di stato dell'economia (SECO), era essenzialmente dedicata alla gioventù della regione balcanica occidentale.
Disoccupazione giovanile
«Molti giovani con una buona formazione vivono nei Balcani, ma spesso non trovano le condizioni ed i mezzi adeguati per poter esprimere il loro talento», spiegano in un comunicato congiunto la DSC e il SECO. In alcuni stati dell'ex Jugoslavia, la disoccupazione giovanile raggiunge infatti quasi il 50%.
Cercando di rafforzare l'economia locale migliorando l'accesso al piccolo credito, la Svizzera vuole facilitare l'entrata nel mondo del lavoro dei giovani balcanici.
Allargando il discorso, il direttore della DSC Walter Fust ha ricordato a swissinfo che il 54% della popolazione mondiale ha meno di 24 anni. «Eppure le decisioni che riguardano la politica di sviluppo non tengono conto in maniera adeguata delle esigenze dei giovani. E l'investimento nella gioventù è un investimento nel futuro».
Un investimento utile
Nei Balcani occidentali la Svizzera ha investito in totale 1,5 miliardi dal 1995, ha ricordato dal canto suo Micheline Calmy-Rey. Un simile investimento corrisponde sia agli interessi degli stati della regione, sia a quelli della Svizzera. Le crisi e i conflitti nei Balcani si ripercuotono anche in Svizzera, ha osservato la ministra degli esteri.
La Svizzera sostiene dal 1990 i paesi ex comunisti. In totale sono stati investiti 3,45 miliardi di franchi. Con questi aiuti, la Confederazione sostiene la transizione verso l'economia di mercato e la democrazia in questi paesi.
Micheline Calmy-Rey ha colto l'occasione per difendere il «miliardo di coesione» per i nuovi paesi membri dell'Unione europea in votazione il prossimo 26 novembre.
Un no sarebbe «irragionevole, poiché non minaccerebbe soltanto la prosecuzione della nostra cooperazione con l'Europa dell'est, ma comprometterebbe anche il successo delle relazioni bilaterali della Svizzera con questi paesi», ha ammonito Calmy-Rey.
Walter Fust ha da parte sua affermato che un un no il 26 novembre sarebbbe «grave», perché nell'immediato non esistono delle soluzioni di ricambio per la legge sugli aiuti ai paesi dell'est.
swissinfo e agenzie
Fatti e cifre
Dal 1990, la DSC e il seco hanno realizzato più di 1000 progetti in 23 paesi dell'est.
Oltre 20 milioni di persone hanno potuto ottenere un miglior accesso al sistema sanitario
Tre milioni hanno a disposizione acqua più pulita grazie all'assistenza tecnica e finanziaria della Svizzera.
10 anni di cooperazione con la Bosnia
Dalla fine della guerra nell'autunno del 1995 circa 15'000 bosniaci e bosniache sono rientrati in patria dopo un asilo temporaneo in Svizzera.
La Svizzera ha fornito aiuti per ricostruire scuole ed ospedali, ripristinare condotte idriche e linee elettriche e creare posti di lavoro.
Per la ricostruzione materiale e istituzionale del paese devastato dalla guerra, la Confederazione ha finora impiegato complessivamente 486 milioni di franchi. La Svizzera è così diventata uno dei principali paesi donatori in Bosnia ed Erzegovina.