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L'ultima età dell'oro per il fumetto popolare americano è l'ultima delle strisce a fumetti pubblicate sui giornali, prima che la rete si mangiasse gli uni e le altre: più o meno corrisponde agli anni Ottanta e si estende fino ai primi Novanta. In quel periodo, mentre autori di strip già stranote come Charles Schulz (Peanuts) e Garry Trudeau (Doonesbury) andavano incontro a periodi di grazia artistico/narrativa, altri capolavori si rivelavano agli occhi di una generazione di lettori. Tra questi, Calvin e Hobbes di Bill Watterson, il capolavoro di una golden age durata lo spazio di un decennio circa. Nel caso di Watterson, esattamente dal 1985 alla fine del 1995, quando avvertì i primi sintomi di una stanchezza creativa che avrebbe potuto rendere meno perfetto il prodotto del suo lavoro, e così depose matita e pennino. A venticinque anni di distanza, possiamo dire che quell'addio rappresenti una delle più profonde forme di rispetto a cui un lettore possa aspirare. E che Watterson ha senza dubbio dato vita a uno dei capolavori americani del Novecento, indipendentemente da quale sia il campo artistico di riferimento.
Calvin e Hobbes – la storia di un bambino di sei anni e del suo tigrotto di pezza – era pubblicato da 2.500 testate in tutto il mondo, eppure il suo autore era pressoché sconosciuto ai media. Il suo unico interesse era mantenere la sua creatura integra, lontana da ogni tentazione commerciale. Charles M. Schulz vendeva ogni anno tonnellate di merchandising di Snoopy e Charlie Brown senza che questo intaccasse il valore della sua striscia, ma Watterson era convinto che non fosse questa la strada: la sua portava dritta verso la trasformazione in J.D. Salinger del fumetto.
Quando Bill Watterson si alzò dalla sua sedia, per iniziare un discorso davanti al pubblico del Festival of Cartoon Art organizzato dall'università di Ohio State, nel 1989, la metamorfosi era pressoché completa: vita ritirata, nessuna intervista. Il pubblico presente con ogni probabilità era consapevole dell'unicità dell'evento, ma nessuno immaginava che le parole di quel signore alto e magro, dall'aria timida, con i baffi e un paio di occhialoni tondi a incorniciare il viso, sarebbero stato piene di livore. Per essere uno che si guadagnava da vivere disegnando strip per i quotidiani, le sue parole furono sorprendentemente feroci: accusò i distributori – che facevano da intermediari tra autori e giornali – di tenere in vita le strisce di maggior successo anche dopo la morte dei loro creatori, riempiendo le pagine dei quotidiani di fumetti-zombi che toglievano spazio alle nuove idee dei giovani cartoonist, mentre proprio i migliori tra questi ultimi accettavano di diventare automi frustrati, intenti a sfornare gag da mettere in scena attraverso personaggi nei confronti dei quali non provavano alcun tipo di affetto. Concluse con amarezza che la maggior parte dei cartoonist era ansiosa di vendere il cuore e l'anima dei mondi che avevano creato, in cambio dei soldi assicurati dal merchandising e dalla pubblicità. Era almeno un anno che i suoi distributori gli chiedevano di approvare contratti di licenza: Watterson non li degnava di uno sguardo. Né mai l'avrebbe fatto.
La sua potrebbe apparire una posizione ridicolmente fuori dal tempo. Eppure, rileggendo le strisce di Calvin e Hobbes, tutte quante insieme, si capisce perché sarebbe stato un errore, far produrre un Hobbes di peluche. La forza del personaggio di Hobbes è che rimane, allo stesso tempo, inanimato e vivo: una bambola per gli adulti, un amico per il bambino che vive con lui. Se Hobbes fosse diventato davvero un bambolotto, chi avrebbe potuto togliere quella realtà tristemente univoca dalla testa dei lettori? Hobbes non è un manufatto magico che prende vita, non è un Pinocchio qualsiasi. Hobbes è un modo di vedere il mondo. Evidentemente, per Watterson quel modo di vedere il mondo valeva più di qualche milione di dollari. Valeva più di un rifiuto che sembrava perfino anti-americano, come ha detto il critico Charles Solomon.
Quando, nel 1992, apparvero sui giornali americani alcune strip in cui Calvin offriva la sua versione di ciò che chiamava "arte popolare di massa", forse solo alcuni lettori attenti notarono il tono più rancoroso rispetto alla media. Ma il messaggio, quello l'hanno recepito tutti quanti.
In quelle stesse strisce, la purezza etica ricercata da Bill Watterson si rifletteva nella purezza estetica del suo fumetto: era riuscito non solo a rendere il suo mondo grafico incredibilmente caldo, pulsante e vivo, ma anche a spogliarlo di ogni riferimento cronologico e geografico che potesse minarne l'universalità: più la striscia procedeva, più il set diventava minimale. Allo stesso modo i riferimenti culturali apparivano sempre più generici, fino a costruire un'opera iconica non solo dal punto di vista grafico, ma anche che da quello narrativo. Tendendo verso quella che si può considerare una forma più pura di fumetto.
La purezza di Calvin e Hobbes appare lampante ancora a un quarto di secolo di distanza, impossibile corromperla: non ci riusciranno il tempo né le ristampe. Merito anche di un autore che ha difeso strenuamente l'integrità della sua creazione, anche a costo di trasformarsi in eremita.