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WASHINGTON - L’immigrazione irregolare e l’aborto sono due temi particolarmente sensibili negli Stati Uniti e si mescolano con risultati nefasti nella storia di Jane Doe. La 17enne, entrata in Texas senza documenti, è infatti trattenuta in un centro di accoglienza finanziato dal governo federale vicino al confine, ha scoperto di essere incinta e alla sua richiesta di interrompere la gravidanza si vede opporre un cavilloso “no” da Washington. L’orologio, intanto, ticchetta. Giunta alla 16a settimana di gravidanza, lo Stato americano del sud le dà tempo fino alla 20a per abortire.
Jane Doe - nome di fantasia attribuitole dai documenti processuali - ha scoperto di essere incinta alla 9a settimana, quando già si trovava nel centro di Brownsville, nel profondo sud del Texas. Come riporta il New York Times, la sua richiesta di interrompere la gravidanza ha dato avvio a un braccio di ferro con l’amministrazione Trump. Il Dipartimento di giustizia non contesta il suo diritto ad abortire, ma ritiene che il governo non debba agevolare l’accesso all’interruzione di gravidanza per le persone sotto la sua tutela. Un atteggiamento di cui farebbero le spese anche altre migranti irregolari minorenni, dissuase o osteggiate nei loro tentativi di ricorrere all’interruzione di gravidanza, denunciano le associazioni di difesa dei diritti umani.
Ora il caso di Jane - che proviene da un non meglio specificato Paese del Centro America - è giunto a una corte d’appello federale di Washington, che ha ordinato al governo di permettere alla giovane di abortire. Il sistema: affidarla a un tutore che la accompagni dal medico cosicché non sia l’amministrazione Trump ad agevolare l’interruzione di gravidanza. Difficile però che ciò accada abbastanza in fretta.