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Discorso del consigliere nazionale Yves Nidegger all’assemblea nazionale dei delegati UDC a Ginevra
Tutti i popoli del mondo hanno un esercito sul loro territorio, il proprio o quello del vicino.
Si sente spesso dire del GSsE che merita certamente tutti i rimproveri del mondo, ma non quello di nascondere i suoi obiettivi. Un gruppo che si autodefinisce “per una Svizzera senza esercito” non fa mistero dei suoi obiettivi e se oggi si mobilita per inserire un esercito facoltativo nella Costituzione è perché pensa, e su questo ha ragione, che questa modifica condurrà un giorno o l’altro alla fine dell’esercito svizzero, ciò che è nel contempo sia il suo scopo strategico, sia quello statutario.
Per contro, si possono rimproverare gli altri democratici gentili, quelli che pretendono di sostenere questa modifica non – dicono loro – per aiutare il GSsE a distruggere l’esercito svizzero, ma perché sarebbero presumibilmente convinti dei meriti specifici di questo testo – minori spese pubbliche, più tempo per la vita professionale e per i figli – di essere degli utili idioti di un’opzione strategica dalle conseguenze peraltro perfettamente chiare. Così, sono sostenuti degli argomenti quali l’importante costo di un esercito di milizia, anche se meno caro di un esercito professionista, o le scarse probabilità di una dichiarazione di guerra da parte del Liechtenstein o della Germania o della Francia, sul piano puramente militare, s’intende.
Peraltro, riflettendoci bene, il GSsE non è poi così trasparente come sembrerebbe riguardo ai suoi obiettivi reali.
Non c’è bisogno di essere un premio Nobel in strategia militare per sapere che tutti i popoli del mondo, con qualche rara eccezione, hanno un esercito insediato sul loro territorio. La sola questione da sapere è se si tratti del loro proprio esercito o di quello del loro grande vicino. Così, il vero obiettivo del GSsE non è “una Svizzera senza esercito” – è illusorio e il GSsE lo sa molto bene – bensì “una Svizzera senza esercito svizzero”.
Quanto al metodo, non c’è bisogno di essere un premio Nobel in psicologia adolescenziale per sapere che a 19 anni, uno sforzo co sì importante quale il servizio militare non è di quelli che un giovane medio o una giovane media s’impongono spontaneamente così, per il piacere di rinunciare alla loro recentemente acquisita libertà, di sacrificare il proprio tempo, i loro programmi di carriera, il proprio tempo libero e le uscite, mentre che i compagni si divertono, il tutto per una durata che a quell’età sembra un’eternità.
I volontari saranno rari, le loro motivazioni e la loro qualità tutte da stabilire.
Quale sarebbe la reazione della sinistra di fronte alla proposta di iscrivere nella Costituzione che: 1. Nessuno può essere costretto a pagare le imposte e 2. La Svizzera ha un regime fiscale volontario? È peraltro lo stesso testo dell’iniziativa del GSsE, solo che è applicato a un altro obbligo del diritto attuale: che coloro cui piace pagare le imposte, e sono tanti, ne paghino! La maggior parte degli Svizzeri paga le sue imposte senza lamentarsi, dichiara lei stessa tutti i redditi sui quali intende essere tassata ed è fiera di contribuire così al finanziamento delle strade, delle scuole, degli ospedali. Perché forzare quelli cui questo non piace? Liberati da questo onere, certi ridurranno il loro tempo di lavoro e ne avranno così di più da passare con i propri figli, altri troveranno nell’assenza di imposte obbligatorie un forte incentivo a lavorare per guadagnare di più. Tutto ciò avrà un effetto molto positivo sull’economia e sull’intera società Quelli che amano pagare le imposte ne pagheranno di più e pagheranno meglio, mentre quelli cui non piace saranno finalmente liberati da un costume ancestrale tanto crudele quanto generatore di abusi. Naturalmente lo Stato andrà incontro a qualche difficoltà per stabilire il suo budget non conoscendo il numero di volontari di quell’anno, ma la libertà ha questo prezzo.
La sinistra sa molto bene che, senza l’obbligo di pagare le imposte, ben presto non ci sarebbero più risorse per lo Stato e che, senza l’obbligo del servizio, in breve non ci sarebbe più l’esercito svizzero in Svizzera. Diventando incerti il numero e le motivazioni dei volontari, l’organizzazione della sicurezza civile e militare diventerebbe impossibile e, oltretutto, insostenibile finanziariamente. Inoltre, rinunciando alla coscrizione universale, è al carattere democratico e popolare dell’esercito di milizia svizzero che si verrebbe a rinunciare, a vantaggio di truppe di professionisti, molti meno uomini per molto più denaro, e con molta meno trasparenza. Queste truppe sarebbero integrate nella NATO e nel sistema di difesa europeo, che non è né svizzero, né democratico, né popolare. Questa è la vera prospettiva proposta dal GSsE: una Svizzera senza servizio militare obbligatorio, poi una Svizzera senza esercito svizzero e infine una Svizzera sotto il comando militare straniero.
Anche se dispiace ai “progressisti”, difendere le istituzioni che hanno dato buona prova di sé come il federalismo, la democrazia diretta e il servizio militare obbligatorio in seno a un esercito popolare di milizia non deriva dalla contemplazione nostalgica di un passato ormai finito. Al contrario, è il mezzo più attuale e più sicuro per la Svizzera di oggi di riconciliarsi con sé stessa per affrontare alle grandi sfide del XXI° secolo: la caduta delle frontiere, l’immigrazione di massa e la perdita di riferimenti identitari indotta dal primato del diritto economico internazionale.
Per questo bisogna dire NO il 22 settembre 2013.