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SERIE NOIR
Episodio 87: L'altro mondo
Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.
Zaynab pensava alle parole. Quelle semplici e gentili della sua infanzia, quelle ardite dell’adolescenza, quelle che durante il regime non si potevano dire, se non a bassa voce, quelle che tutti gridavano nei giorni della rivoluzione. Anche Zaynab, anche lei aveva chiesto ‘adāla, šuġrl, hurriya, karāma wataniya… e come non chiedere tutto questo ? La giustizia, il lavoro, la libertà, la dignità nell’essere cittadini.
Mentre riordinava le medicine di Robbiani nell’armadietto del bagno, pensò alle parole fiorite per desiderio di bellezza, a quelle ripetute per rabbia, a quelle dette senza conoscerne il significato, sperando che con il pronunciarle tutto diventasse più chiaro. Zaynab non aveva vissuto pienamente la rivoluzione, come altre sue amiche. Con i loro ultimi risparmi, lei e Muhammad si erano affidati a uno harrak, a un passatore, ed erano riusciti ad arrivare in Europa.
Ora, con la testa piena di parole smarrite, stava ripulendo il bagno di un uomo che, entrando nella sua vita, aveva portato tante cose nuove. Ma quelle vecchie rischiavano di scomparire: Muhammad era morto, i giorni all’università erano lontani, irreali, come un sogno venuto da un altro mondo. I progetti per il futuro, le discussioni sulla politica, sedute ai tavoli della mensa. Le ragazze che portavano il velo perché venivano dalla campagna, quelle che lo portavano per protesta, quelle che lo indossavano alla moda egiziana o alla turca. Zaynab lo portava perché le piaceva… la sua amica Khadija la prendeva in giro per questo.
Preparò l’asciugamano, la saponetta e il flacone di shampoo. Robbiani era in grado di lavarsi da solo, ma Zaynab sorvegliava che non scivolasse all’ingresso o all’uscita dalla doccia. Poi gli dava una mano a infilare i vestiti, perché l’ex commissario faticava a chinarsi. Zaynab cucinava per lui, lo aiutava a camminare, a mangiare, a sollevare gli oggetti pesanti. Era attenta all’orologio, verificava che Robbiani dormisse all’ora giusta, mangiasse all’ora giusta, si ricordasse di bere. Uscendo dal bagno, Zaynab sbirciò nella camera di Robbiani. Stava facendo la siesta del pomeriggio: i lineamenti erano distesi, l’espressione beata come quella di un bambino.
Silenziosamente la badante si allontanò dalla stanza, lungo il corridoio. Robbiani socchiuse le palpebre. Perché aveva simulato di dormire? Come se dovesse rendere conto di qualcosa a qualcuno! Era a casa sua, era un uomo adulto e maggiorenne (fin troppo, maggiorenne) in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Eppure, quando aveva sentito Zaynab avvicinarsi, aveva finto di fare la nanna.
Gli venne quasi da sorridere. Fare la nanna. Da quanto tempo non usava quella parola riferita a sé stesso? Ma quel bambino era fatto di vento, ormai. Se n’era andato in esilio, decennio dopo decennio, sempre più lontano. Qualche volta, nel dormiveglia, Robbiani rivedeva il movimento di una tenda, l’ombra di un albero sul muro bianco. Anche allora fingeva di dormire, mentre spiava sua madre che riordinava i vestiti ai piedi del letto.
Voltò il cuscino, cercò una posizione più comoda. L’ex commissario sapeva che presto sarebbe venuto il giorno in cui non avrebbe più potuto fare finta di dormire. Anzi, gli altri avrebbero detto: “sembra che dorme, guarda, ha il volto così sereno”. E lui? In quel momento ci sarebbe stato ancora un riflesso della sua identità, un frammento di consapevolezza? Robbiani non osava crederlo. Tossì. Si schiarì la voce, poi si accorse di avere sete. Pensò che forse era giunta l’ora di svegliarsi. Si sollevò contro la spalliera e afferrò il bicchiere d’acqua sul comodino.