Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01028.jsonl.gz/1082

«Avevamo un’immagine troppo uniforme dei Paesi del blocco orientale»
Nel 1991 la Svizzera riconosce l’indipendenza degli Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e avvia il programma di sostegno, consapevole che l’immagine diffusa dell’Europa dell’Est quale blocco uniforme non corrisponde alla realtà. L’obiettivo è accompagnare la loro transizione verso la democrazia e un’economia di mercato: una sfida complessa che la Svizzera accetta. Retrospettiva di 30 anni di cooperazione con l’Europa dell’Est.
La storia movimentata dei Paesi post-sovietici e del sostegno svizzero. © DFAE
La vera intenzione di Michail Gorbaciov, ultimo presidente dell’Unione Sovietica, è traghettare l’Unione verso una confederazione di Stati sovrani. Il trattato per la creazione dell’Unione degli Stati sovrani viene accettato a larga maggioranza nel marzo 1991 con il primo e unico referendum dell’Unione sovietica.
Ma come spesso accade, i piani dei politici naufragano quando si scontrano con la realtà. Il 19 agosto 1991, un giorno prima della firma del nuovo trattato, Gorbaciov viene posto agli arresti domiciliari nella sua dacia in Crimea con un colpo di stato. I golpisti, però, hanno fatto i conti senza l’oste: incontrano un’ampia resistenza tra la popolazione, mentre buona parte della polizia e dell’esercito si rifiuta di eseguire gli ordini.
Il colpo di stato fallisce ma porta alla disgregazione dell’Unione sovietica. In dicembre Gorbaciov si dimette dalla carica di segretario generale del Partito Comunista e di capo dello Stato.
Riconoscimento dell’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche
Alcune ex repubbliche sovietiche, come gli Stati baltici, hanno dichiarato la loro indipendenza prima della disgregazione dell’Unione Sovietica, altre invece si alleano per creare, il 21 dicembre 1991, la Comunità degli Stati Indipendenti. Poco dopo, la Svizzera riconosce l’indipendenza della Federazione Russa, dell’Ucraina, delle Repubbliche di Bielorussia e Moldova, del Kazakstan, della Georgia, dell’Armenia, dell’Azerbaigian, dell’Uzbekistan, del Turkmenistan, del Tagikistan e del Kirghizistan.
Quello che fino ad allora in Occidente è visto come un blocco unico oltre la Cortina di ferro si rivela improvvisamente un insieme composito di Stati multietnici. «Avevamo un’immagine troppo uniforme dei Paesi del blocco orientale», dichiara nel 1999 Remo Gautschi, allora capo della cooperazione con l’Europa dell’Est.
Gli Stati post-sovietici, in parte impreparati all’indipendenza, si trovano a dover affrontare sfide enormi nel processo di transizione. Il crollo dell’Unione sovietica implica anche il crollo di una struttura di governo ed economica centralizzata, lasciando questi Paesi praticamente senza istituzioni statali proprie. L’economia subisce una contrazione del 50-60 per cento. I conflitti tra minoranze rimasti fino ad allora sopiti esplodono, provocando sanguinosi scontri.
Sostegno ai processi di sviluppo avviati autonomamente
Nel 1993 la Svizzera stanzia risorse per la cooperazione con l’Europa dell’Est in Russia, Ucraina e Asia centrale con l’obiettivo di sostenere la transizione da un governo monopartitico con un’economia pianificata a una democrazia pluralista con un’economia sociale di mercato. La sua indipendenza e neutralità le assicurano una posizione privilegiata, tanto da essere, nel 1996, il primo Paese europeo a concludere un accordo di cooperazione con la Russia. È subito chiaro che non serve a niente ampliare le infrastrutture e incrementare lo sviluppo economico se non si fanno passi avanti verso il pluralismo e la democrazia. Inoltre, alla fine degli anni 1990 comincia ad assumere un’importanza crescente la questione del mantenimento della pace.
In questo contesto è fondamentale che le parti in conflitto siano disposte a intraprendere autonomamente un cammino verso la pace e abbiano gli strumenti per farlo. Lo stesso vale per la cooperazione allo sviluppo in altri settori: il contributo della Svizzera consiste nel sostenere processi di sviluppo che questi Paesi avviano di propria iniziativa e perseguono con le proprie forze. I processi di trasformazione avviati 30 anni fa richiedono tempo e un cambiamento di mentalità. La chiave del successo dell’impegno svizzero in questi Paesi è stata – ed è tuttora – creare e mantenere rapporti basati sulla fiducia. Il fattore umano assume un’importanza centrale in questo senso, come dimostrano gli esempi menzionati qui di seguito.
Esempio: il sistema penitenziario in Ucraina 1999-2012
Ludmilla Nestryliai lavora come collaboratrice locale della DSC a Kiev dal 2001 e ha maturato una solida esperienza nella gestione di progetti. Le autorità ucraine si sono rese conto che solo attraverso la completa riabilitazione dei detenuti sarebbe stato possibile prevenire la recidiva e hanno quindi riconosciuto l’esigenza di rendere il sistema penitenziario più umano e moderno. Una vera e propria svolta sul fronte dei diritti umani. Il grande istituto penitenziario di Bila Tserkva, vicino a Kiev, è stato oggetto di importanti riforme tanto da essere considerato oggi un carcere modello in Ucraina.
Le giovani detenute che avevano partorito in carcere potevano vedere i loro figli solo due volte al giorno e non potevano quindi allattarli. I bambini erano alloggiati in una struttura annessa alla prigione. Grazie al sostegno svizzero, l’edificio è stato trasformato in modo che le madri possano vivere insieme ai loro figli durante la detenzione. Il sostegno fornito dalla Svizzera non si è limitato alla ristrutturazione: ha permesso di formare il personale, coordinare gli attori e sostenere le detenute anche dopo la scarcerazione, per esempio con misure di formazione professionale, in modo tale da creare le condizioni necessarie per dare alle madri e ai loro bambini nuove prospettive di vita dopo il carcere.
Esempio: promozione della pace nell’Asia centrale 1999-2005
Johan Gély ha iniziato a lavorare come consulente regionale per le risorse idriche a Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan, nel 2001. Insieme al Kirghizistan e al Tagikistan, l’Uzbekistan è uno dei tre Stati post-sovietici dell’Asia centrale in cui la DSC è attiva dalla fine degli anni 1990. Con il crollo dell’Unione sovietica, le strutture governative centralizzate sono venute improvvisamente a mancare e con esse la gestione congiunta delle risorse idriche. L’assenza di strutture politiche è risultata particolarmente problematica nella valle di Fergana, dove convergono molti interessi contrastanti.
L’acqua è un bene prezioso che può innescare conflitti. La valle di Fergana è una polveriera in questo senso: è densamente popolata, etnicamente diversificata e attraversata da confini definiti in epoca staliniana che oggi appaiono privi di logica. Gli affluenti che scorrono nella valle nascono nelle catene montuose circostanti in Tagikistan e Kirghizistan. In inverno le loro acque sono utilizzate per produrre elettricità, mentre in estate servono soprattutto alla popolazione che vive in pianura, in gran parte in territorio uzbeco, e che dipende dall’agricoltura. Per mantenere la pace tra i Paesi e i gruppi etnici, la DSC ha sostenuto la creazione di nuove strutture politiche per la gestione delle risorse idriche. Johan Gély ha affiancato la popolazione locale nella costituzione di comitati per garantire un’equa distribuzione dell’acqua. Sono inoltre stati nominati «ambasciatori di buona volontà» (ambassadors of goodwill) per trovare soluzioni consensuali tra i comitati dei villaggi e le autorità dei Paesi interessati.
Come indica il nome, quest’iniziativa presupponeva la disponibilità a impegnarsi da parte di tutti gli attori coinvolti. Questi programmi, nel frattempo conclusi, hanno permesso di trovare soluzioni sostenibili a livello locale. Le conoscenze maturate sono state determinanti per la moderna diplomazia svizzera dell’acqua, per esempio per l’iniziativa «Blue Peace» lanciata dal nostro Paese.
Esempio: primi soccorsi pediatrici in Moldova 2008-2021
Un bambino è stato investito da un’auto e dev’essere soccorso con urgenza. Né gli agenti di polizia né i paramedici sono addestrati per prestare i primi soccorsi in questi casi. All’ospedale regionale mancano il personale specializzato e le attrezzature necessarie per le emergenze mediche in ambito pediatrico. Quest’esempio fittizio descrive la situazione dei servizi d’urgenza pediatrici in Moldova prima che le autorità locali si decidessero a chiedere aiuto.
Il progetto è stato gestito da Valeriu Sava, coordinatore del programma Salute della DSC a Chişinău, e mirava ad aumentare le possibilità di sopravvivenza dei bambini vittime di incidenti e a incrementare la sicurezza nel traffico. Il progetto ha permesso di formare primi soccorritori, ossia polizia, pompieri e paramedici, insegnare al personale dei servizi di pronto soccorso negli ospedali a fornire le prime cure, rinnovare le infrastrutture necessarie – dall’acquisto di ambulanze alla creazione di centri di emergenza regionali–, e allestire un sistema di allarme efficace che permettesse una comunicazione rapida tra i soccorritori. In un secondo tempo, è stata condotta una campagna di informazione sulle misure di prevenzione e sulla gestione degli incidenti più frequenti in età infantile. Infine è stato migliorato il sistema di formazione e di amministrazione degli ospedali. Questo ha permesso, da un lato, di garantire la formazione continua del personale e, dall’altro, di migliorare i flussi di risorse finanziarie.
I risultati delle misure intraprese parlano da soli : tra il 2009 e il 2017 la mortalità infantile in Moldova è scesa di oltre il 20%. In altre parole, sono state salvate migliaia di giovani vite.
Esempio: creazione di una catena del valore in Armenia 2006-2021
Nelle regioni remote dell’Armenia la gente vive di agricoltura, molto spesso di allevamento. La domanda interna di prodotti lattiero-caseari è forte e l’Iran, Paese confinante, è un mercato di esportazione in crescita. Il problema era dato dal fatto che il latte non arrivava ai consumatori. Mancavano infatti know-how, tecnologie di trasporto e di raffreddamento come pure aziende di trasformazione. Inoltre, in molti casi la quantità di latte prodotta era di poco superiore a quella consumata dagli agricoltori.
Con il sostegno della DSC, l’ONG armena Strategic Development Agency ha trovato delle soluzioni. Ha creato punti di raccolta dove il latte consegnato dagli allevatori viene refrigerato per il trasporto e ha fornito agli agricoltori e ai trasformatori il know-how necessario per aumentare la quantità e la qualità dei loro prodotti. Sono state inoltre adottate misure per migliorare la salute e il benessere degli animali, per esempio creando una rete di veterinari che, oltre a somministrare le normali cure, si occupano dell’inseminazione artificiale del bestiame. Grazie alle soluzioni implementate, la produzione di latte è aumentata assicurando agli allevatori un reddito costante. I prestiti concessi dalle autorità locali hanno permesso a tutti i partecipanti di espandere le proprie attività.
Con queste e molte altre misure è stato possibile, da un lato, chiudere la catena del valore, e, dall’altro, aumentare la quantità e la qualità della produzione lattiero-casearia, a vantaggio di tutti i soggetti coinvolti, dalla mucca al consumatore.
La cooperazione svizzera con gli Stati post-sovietici oggi
La DSC ha ulteriormente sviluppato la propria capacità di reagire alle diverse condizioni e bisogni dei Paesi post-sovietici. Nel dialogo con i partner, la Svizzera ha fornito un contributo sostanziale alla ricerca di soluzioni e all’implementazione di riforme complesse. Questo sostegno, unitamente all’impegno a lungo termine, fa della Svizzera un partner molto apprezzato agli occhi degli Stati post-sovietici.
La cooperazione con l’Europa dell’Est mira a promuovere lo Stato di diritto, la democrazia e l’economia sociale di mercato e a rafforzare la società civile, con un’attenzione particolare ai gruppi particolarmente vulnerabili e alla parità di genere. Eccetto qualche lieve variazione, la Svizzera continua ad impegnarsi nei settori in cui può apportare un valore aggiunto, ossia:
- buongoverno, servizi pubblici di base e lotta contro la corruzione
- sviluppo economico, rafforzamento del settore privato e formazione professionale
- mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai loro effetti, gestione delle risorse idriche e dell’energia
- salute
L’obiettivo e la strategia di cooperazione negli Stati post-sovietici sono in linea con il quadro d’azione di ampio respiro definito nella Strategia di cooperazione internazionale 2021–2024. Conformemente alla strategia di politica estera e all’Agenda 2030 dell'ONU, la Svizzera si impegna a favore della creazione di posti di lavoro, della lotta contro i cambiamenti climatici, dello Stato di diritto e della riduzione delle cause dello sfollamento forzato e della migrazione irregolare in quattro regioni prioritarie.