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Neanche la pandemia e la relativa crisi economica sono riuscite a fermare l’inarrestabile corsa degli stipendi dei ceo. Tralasciando la facile demagogia, è evidente però che il sistema dovrebbe interrogarsi sui criteri che portano a simili retribuzioni. Nel 2021 Carlos Tavares, ceo di Stellantis, ha guadagnato 19,1 milioni di euro. Una cifra che la maggior parte della classe politica e dell’opinione pubblica francese ha definito «scioccante». Il presidente Emmanuel Macron si è spinto oltre sostenendo che l’Europa deve creare una nuova governance e imporre un tetto agli emolumenti dei manager, altrimenti la società civile «esploderà».
Una giusta riflessione visto che l’inflazione a due cifre si farà pesantemente sentire sugli stipendi dei dipendenti. Resta il fatto che l’assemblea Stellantis ha bocciato, pur non essendo il voto vincolante, la proposta di politica di remunerazione. I soci contrari sono stati il 52,1%. Lo Stato francese, azionista della casa automobilistica (con una quota del 6,15%), ha respinto il maxi stipendio. Il presidente John Elkann (nel 2021 ha ricevuto compensi per 7,8 milioni, in aumento dai 2,4 milioni incassati da Fca) ha difeso il suo ceo dicendo che «lo stipendio è giustificato dalle dimensioni del gruppo caratterizzato da una cultura meritocratica».
Mettendo da parte le riflessioni etiche, vediamo come si è arrivati a questa cifra. Accanto a un salario fisso di 2 milioni, Tavares ha la maggior parte della retribuzione variabile, pari all’89% del totale. Di questa quota 7,5 milioni sono dovuti alla performance annuale, 1,7 milioni di bonus alla creazione della stessa Stellantis e 5,6 milioni di premi. In sua difesa va detto che in un contesto difficile per l’industria automotive, l’azienda ha generato un utile netto di 13,4 miliardi, quasi triplicato rispetto al 2020. Quel che nemmeno Elkann può sottovalutare è che Tavares incassa oltre 19 milioni per un gruppo che fattura 152 miliardi mentre Herbert Diess, suo omologo alla Volkswagen, ha avuto un compenso di oltre 8 milioni con vendite pari a 250 miliardi. Alcuni azionisti si sono posti altre domande. La società di gestione PhiTrust ha chiesto se il compenso «è socialmente giustificato nel momento in cui il gruppo dovrà probabilmente affrontare una massiccia ristrutturazione con conseguenti tagli di posti di lavoro, data la capacità produttiva in eccesso».
Ma gli altri ceo di aziende automobilistiche quanto guadagnano? Luca de Meo, numero uno di Renault, dovrebbe prendere 4,7 milioni di euro, parte dei quali soggetta a obiettivi triennali. Il suo predecessore Carlos Ghosn aveva ridotto lo stipendio del 30% nel 2018, a 4,7 milioni all’anno, proprio per la pressione dello Stato francese, principale azionista.
Superiore lo stipendio dei ceo americani e in particolare di quelli che lavorano nelle società hi-tech. Mary Barra, ceo di General Motors, ha intascato 22 milioni di dollari. Il ceo di Apple, Tim Cook, ha guadagnato 98,7 milioni tra stipendio base, azioni e altri compensi. Secondo quanto riportato nella dichiarazione presentata alla Sec, lo stipendio base è tre milioni a cui vanno aggiunti oltre 82 milioni in azioni. Nessuno di questi titoli è stato però ancora conferito. Ci sono poi 12 milioni di incentivi dovuti al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale e finanziaria e quasi 1,4 milioni di altri compensi.
Ma Cook non è certo tra i più ricchi. Ai primi posti c’è David Zaslav di Discovery con uno stipendio annuo di 247 milioni. Poi Andy Jassy di Amazon che ha ricevuto 212,7 milioni mentre Pat Gelsinger, ceo Intel, ha incassato 178,6 milioni. Come si arriva a stabilire simili cifre? Le regole per definire la remunerazione dei top manager attengono ad alcuni principi generali. Per quanto riguarda i ceo è fondamentale la professionalità, la credibilità e la capacità di attrarre manager. La parte fissa è diretta principalmente a remunerare le competenze e le funzioni connesse al ruolo ricoperto. C’è poi la parte variabile, legata agli obiettivi raggiunti.
I bonus devono essere collegati alla effettiva performance d’impresa, e in modo simmetrico rispetto ai risultati positivi e negativi. In poche parole, si cerca di spezzare quel legame pericoloso che spinge a ricercare tagli troppo onerosi e investimenti rischiosi per garantire una elevata redditività. Questo vuol dire che i bonus, per esempio, dovrebbero essere dilazionati nel tempo adottando forme di azioni vincolate o stock options per tener conto del reale andamento dell’azienda.
E la situazione in Italia? La retribuzione degli amministratori delegati delle grandi banche e delle principali compagnie di assicurazione quotate a Piazza Affari è più alta rispetto a quella dei ceo di aziende che operano in altri settori.
Anche quest’anno lo stipendio di Andrea Orcel, ceo UniCredit, è stato nuovamente al centro dell’attenzione. Dopo il via libera relativamente di misura dello scorso anno, la politica di remunerazione ha diviso i proxy. Glass Lewis è rimasto contrario, mentre Iss ha approvato parzialmente la nuova retribuzione. Orcel ha chiesto di lasciare invariata la componente fissa (2,5 milioni) e di ancorare la maggior parte della retribuzione al raggiungimento dei risultati. La decisione è stata di mantenere il piano approvato nel 2021, quando però il bonus azionario di 5 milioni era scollegato dai risultati finanziari. Adesso la quota variabile sarà erogata «al raggiungimento degli obiettivi assegnati», che riguardano per il 70% target finanziari e per il 30% «cultura e priorità strategiche», a partire dalla sostenibilità. La retribuzione di Orcel, visto che è stato nominato ad aprile, è stata di 6,7 milioni: vale a dire più di 120 volte la media dei dipendenti del gruppo. Il salario degli amministratori italiani è finito anche nel mirino di Norges Bank. Il fondo sovrano norvegese ha dichiarato: «Il cda è responsabile di attrarre il ceo giusto e stabilire una remunerazione adeguata». Il gestore Nicolai Tangen ha spiegato che «il consiglio dovrebbe fornire trasparenza sulla retribuzione totale per evitare esiti inaccettabili» e «dovrebbe garantire che tutti i vantaggi abbiano una chiara logica aziendale. Una parte sostanziale dello stipendio dovrebbe essere fornita sotto forma di azioni vincolate da cinque a dieci anni, indipendentemente dalle dimissioni o dal pensionamento».
Le critiche di Norges non riguardano soltanto le aziende della galassia Exor. Nelle settimane scorse, per esempio, il fondo sovrano norvegese ha espresso voto contrario alla remunerazione presentata da Tim che ha corrisposto fra l’altro all’ex ad, Luigi Gubitosi, una buonuscita di 6,9 milioni. Più o meno sulla stessa linea Allianz Global investors. L’accusa è sempre la stessa: gli stipendi dei top manager sono spesso troppo alti e non legati alla performance Esg. L’asset manager ha annunciato che nelle assemblee voterà contro gli stipendi che non includono indicatori di performance legati ai criteri sostenibili. Le proposte in materia di retribuzioni, sottolinea il gestore tedesco, rappresentano l’area di governance più controversa a livello globale. Lo evidenzia il fatto che Allianz Gi ha votato contro il 47% delle proposte. Le astensioni sono rimaste sostanzialmente invariate al 6%, un dato che riflette il numero crescente di engagement intrapresi con le società partecipate per cercare di migliorare i piani retributivi. Per non predicare bene ma razzolare male, il gruppo Allianz ha comunque annunciato il taglio dei bonus per il ceo e i membri del cda dopo le perdite subite dalla divisione dei fondi.