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Se non indossi il calzino sinistro prima di quello destro rischi di passare una brutta giornata? La nostra vita è scandita da una serie di piccole e grandi abitudini, sia individuali che di gruppo. Ed è perfettamente normale.
Prendere il caffè prima della doccia o viceversa. Tagliare la mela in sei fette e non in sette. Andare a correre dopo la riunione settimanale con il proprio capo. Tutti ne abbiamo almeno una. Un'abitudine – o un rituale – che riteniamo indispensabile per il nostro benessere. L'abitudine è più inconscia del rituale che, come spiega Laurence Kaufmann, professoressa di sociologia all'Università di Losanna, viene messo in atto in modo volontario e risponde a determinate regole. Abitudini e rituali possono essere quotidiani oppure avere una frequenza diversa. La ciaspolata che si fa ogni anno con le stesse persone che si incontrano solo in questa occasione può diventare un rituale.
Questi meccanismi hanno uno scopo specifico. «Danno alle persone la sensazione di avere il controllo sull'ambiente in cui vivono, strutturando le loro giornate attraverso una serie di microgesti che possono essere pianificati, anticipati e compiuti qualsiasi cosa accada. In generale le abitudini e i rituali riducono le incertezze della vita e convertono l'ignoto in noto.» Aiutano inoltre a concentrarsi su un compito imminente, aggiunge la studiosa, prendendo come esempio i gesti che i tennisti ripetono ogni volta prima di mettere in gioco la palla.
Mentre alcune abitudini sono individuali, altre si formano e si esprimono in gruppo. Con ambizioni e forme diverse. I raduni e le feste del 1° agosto sono rituali collettivi, così come il pranzo domenicale in famiglia. «Servono essenzialmente a scandire un momento di aggregazione, a sospendere le differenze individuali per ribadire l'unità della comunità e riaffermare i valori comuni», spiega Laurence Kaufmann. Un'attività all'apparenza banale come bere un aperitivo con gli amici è quindi, a suo modo, un gesto che rende omaggio ai valori che ci uniscono a loro.
Sebbene ci permettano di avere il controllo su una parte della nostra vita quotidiana, le abitudini e i rituali sono talvolta complicati da vivere. «Alcune persone sono superstiziose e pensano che se non seguono passo passo tutte le fasi del rituale o non lo eseguono in modo corretto, potrebbe accadere qualcosa di brutto», spiega la sociologa. In un gruppo, quando non si rispettano le regole del rito, si può essere accusati di non prendersi cura della collettività. Durante la pandemia di Covid-19 sono stati creati diversi gruppi WhatsApp. I partecipanti che non erano abbastanza attivi in questi gruppi venivano criticati perché non prendevano parte al gioco collettivo e spesso, come ha avuto modo di osservare Laurence Kaufmann, scoppiavano conflitti. «Ci sono molte attività collettive che si è obbligati a fare ma che ci fanno stare bene», sostiene la studiosa.
La forza di un'abitudine diventa evidente quando ci si deve rinunciare, ad esempio perché il locale dove si prende il caffè ogni giorno alla stessa ora è chiuso per le vacanze. A differenza di quanto succede con il disturbo ossessivo compulsivo, che è una patologia, al rituale personale si può rinunciare. Si può infatti accettare di rinunciare al rituale adesso, sapendo che lo si potrà ricomincare a seguire più in là. Per i riti collettivi è talvolta più complicato. In alcuni casi, come nei gruppi religiosi più inflessibili, solo l'abbandono totale della comunità, o l'esclusione da parte della stessa, permette di allontanarsi dal rituale. Ma nella maggior parte dei casi bastano piccole modifiche, come suggerisce Laurence Kaufmann. Se diventa un'abitudine troppo vincolante, al pranzo domenicale in famiglia si può prendere parte a cadenza mensile invece che settimanale.
I rituali di gruppo seguono l'evoluzione della società. Secondo Laurence Kaufmann i grandi eventi sportivi, come i Mondiali di calcio, stanno diventando sempre più importanti. L'esultanza quasi unanime generata dalla vittoria della Svizzera sulla Francia agli europei di calcio 2021 ne è un buon esempio. La digitalizzazione contribuisce anche a trasformare i riti, che possono essere vissuti a distanza. Il bisogno di scambiarsi decine di messaggi al giorno sui social network, soprattutto da parte degli adolescenti, ha tutte le caratteristiche di un rito collettivo.