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Con l'introduzione delle zone 30 al posto del limite di 50 km/h si eviterebbe almeno un terzo degli incidenti gravi
La riduzione sistematica della velocità massima da 50 a 30 km/h all'interno delle località farebbe diminuire di almeno un terzo il numero degli incidenti gravi. Lo afferma oggi l'Ufficio prevenzione infortuni (Upi), che chiede un cambio di paradigma nella pianificazione del traffico.
Per l'Ufficio prevenzione infortuni, il limite dei 30 non deve essere applicato solo sulle strade non orientate al traffico, come generalmente avviene adesso, ma "ovunque la sicurezza lo richieda". Quindi anche sulle arterie fortemente trafficate in zone urbane con una elevata presenza di ciclisti e pedoni.
"Uno dei fattori determinanti nell'incidentalità è la velocità", sostiene l'Upi. La probabilità di morte per i pedoni in caso di collisione con un veicolo che viaggia a 50 km/h è infatti sei volte superiore rispetto a uno che viaggia a 30 km/h, ricorda l'Ufficio infortuni. Il potenziale in termini di sicurezza stradale è quindi enorme.
L'Upi ricorda poi che diversi studi hanno dimostrano che l'introduzione del limite a 30 non va a scapito della fluidità del traffico e dell'efficienza delle strade: "Di norma una riduzione del limite massimo di velocità non ha un impatto significativo sulla capacità di assorbimento degli assi principali e non provoca importanti deviazioni di traffico su altre strade". Anche gli effetti sui tempi di percorrenza dei trasporti pubblici sono minimi, in particolare negli orari di punta.
Lo scopo di tutto ciò, come detto, è diminuire il numero di incidenti. Attualmente sulle strade dove vige il limite di 50 km/h se ne contano 1’900 all'anno, di cui 80 mortali. L'introduzione su larga scala dei 30 km/h permetterebbe di evitare 640 feriti gravi e 20 morti all'anno.
L'Upi rammenta infine che "la decisione sull'importanza da dare a questa strategia nei centri urbani e rurali dipende comunque dai politici, dalle autorità e dalla popolazione".