Document ID: /curiavista/filtered/00000_business.jsonl.gz/214157

<h2>SubmittedText<h2><p>Il Consiglio federale è invitato a rispondere alle seguenti domande sulle esperienze nell'ambito della libera circolazione delle persone durante e dopo la crisi della COVID-19 sul mercato svizzero del lavoro:</p><p>1. Quanti cittadini UE (suddivisi per nazionalità e tipo di lavoro) hanno potuto entrare in Svizzera con una conferma di notifica o la garanzia di un'autorizzazione malgrado la situazione straordinaria? Il Consiglio federale sarebbe disposto, se necessario, a chiudere sistematicamente le frontiere in caso di altre crisi e ad intraprendere misure per le forze lavoro che ritiene mancare? Cosa potrebbero prevedere tali misure? </p><p>2. Come è cambiato il tasso di carenza di lavoro nella popolazione (distinguendo tra Svizzeri, stranieri e cittadini UE) durante la crisi della COVID-19 tra gennaio 2020 e agosto 2020 e quali sono i motivi di queste variazioni? </p><p>3. Quali settori economici avrebbero sofferto di più della chiusura totale delle frontiere durante la situazione straordinaria della COVID-19 e quanti lavoratori sarebbero venuti meno?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Con lo scoppio della pandemia il Consiglio federale ha emanato, il 13 marzo 2020, l'ordinanza 2 COVID-19 (RU 2020 773), basandosi sull'articolo 7 della legge sulle epidemie (LEp; RS 818.101). Quest'ordinanza prevede tra l'altro, con effetto dal 25 marzo, limitazioni del traffico di confine e dell'ammissione di stranieri. Dall'11 maggio 2020 queste limitazioni sono state gradualmente allentate e dal 15 giugno 2020 le disposizioni dell'accordo sulla libera circolazione delle persone sono nuovamente applicabili.</p><p>Domanda 1</p><p>Secondo l'Ufficio federale di statistica (UST), nel primo trimestre 2020 risultavano occupati in Svizzera circa 330 000 frontalieri stranieri, che potevano entrare nel nostro Paese per svolgervi un'attività lavorativa. Nei mesi di aprile e maggio 2020 sono inoltre immigrati in Svizzera 10 262 lavoratori da uno Stato dell'UE/AELS o dal Regno Unito, il che corrisponde a un calo del 48 per cento rispetto agli stessi mesi dell'anno precedente. Il 30 per cento di questi nuovi immigrati provengono dall'Europa meridionale, il 40 per cento dall'Europa settentrionale e occidentale e circa il 30 per cento dall'Europa orientale.</p><p>Si è inoltre osservato un netto calo dei dimoranti temporanei soggetti all'obbligo di notifica: a maggio 2020 esercitavano un'attività lucrativa in Svizzera circa 34 000 persone, ossia il 42 per cento in meno rispetto all'anno precedente. Le flessioni più marcate sono state registrate nelle categorie dei lavoratori distaccati (-50,5 %) e dei prestatori di servizi indipendenti (-60,9 %). Dai dati sull'immigrazione emerge che le attività che assicurano la disponibilità di beni e servizi d'importanza vitale erano escluse dalle limitazioni: nei settori dell'agricoltura e della sanità, infatti, il calo dell'immigrazione è stato meno marcato in tutte le categorie di soggiorno che ad esempio nella ristorazione e nell'edilizia.</p><p>Dall'inizio della pandemia del coronavirus il Consiglio federale si è adoperato per adottare una strategia equilibrata che tenesse conto delle esigenze sanitarie, delle necessità economiche e degli obblighi internazionali della Svizzera. In presenza di nuove crisi analoghe l'Esecutivo dovrà esaminare le misure pertinenti da adottare dando il giusto peso ai diversi obiettivi che si sarà imposto. Per affrontare la carenza di manodopera e promuovere lo sfruttamento del potenziale di forza lavoro nazionale il Consiglio federale persegue una politica di lungo termine. Il Collegio si è sempre impegnato per creare condizioni quadro stabili affinché le imprese svizzere possano sfruttare il potenziale del mercato del lavoro interno e, se necessario, reclutare personale all'estero.</p><p>Domanda 2</p><p>Secondo l'UST, i dati più aggiornati sul tasso di carenza di lavoro nella popolazione concernono al momento il primo trimestre 2020 e riflettono soltanto in minima parte la crisi della COVID-19. Rispetto al primo trimestre del 2019 si osserva un lieve calo dall'11,9 all'11,5 per cento.</p><p>Domanda 3</p><p>La totale chiusura delle frontiere avrebbe colpito maggiormente le regioni e i settori che danno lavoro a un elevato numero di frontalieri. Nel primo trimestre 2020, il 6,5 per cento dei lavoratori in Svizzera erano frontalieri stranieri. La loro percentuale risultava particolarmente elevata soprattutto nei Cantoni Ticino (29 %), Ginevra (24 %), Giura (20 %), Basilea Città (18 %), Basilea Campagna (15 %), Neuchâtel (12 %) e Sciaffusa (11 %). Questi lavoratori frontalieri sono distribuiti in maniera molto estesa su vari settori, seppure in modo diverso a seconda delle regioni.</p><p>Non si può escludere che, nel caso di una chiusura ermetica delle frontiere per i frontalieri, le imprese avrebbero cercato soluzioni adeguate in collaborazione con le autorità competenti (p. es. possibilità di pernottamento).</p><p>In caso di una totale chiusura delle frontiere anche le industrie che assicurano la disponibilità di beni e servizi d'importanza vitale nei settori dei prodotti farmaceutici e delle cure, dell'alimentazione (agricoltura e trasformazione di prodotti alimentari), dell'energia, della logistica e delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione non sarebbero più state in grado di reclutare la manodopera straniera di cui necessitano.</p>  Risposta del Consiglio federale.