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«Non c'è evoluzione senza rischio»
Intervista a Rui Furtado
Rui Furtado è a capo dell'équipe di ingegneri al lavoro sul nuovo edificio che ospiterà il mudac e il Musée de l'Élysée a Losanna. «TRACÉS» ha parlato con lui del futuro dell'ingegneria, delle differenze tra Baukultur svizzera e portoghese, di cosa rende un'opera eccezionale e di un edificio concepito come un ponte.
«TRACÉS» – L'edificio che ospiterà il Musée de l'Élysée e il mudac è il suo primo progetto in Svizzera. Qual è la sua percezione della cultura della costruzione del nostro paese?
Rui Furtado – La cultura svizzera e quella portoghese sono molto diverse per quanto riguarda budget, regolamenti, amministrazione e, più in particolare, rigore, flessibilità e gestione dei processi che ruotano intorno a un progetto. Nei concorsi organizzati in Svizzera le soluzioni premiate sono interessanti ma molto pragmatiche e sicure. Quando abbiamo iniziato a sviluppare questo progetto, io e gli architetti Manuel e Francisco Aires Mateus non ne eravamo consapevoli. Questo forse ci ha permesso di proporre un'idea che prevedeva opzioni meno comuni per il contesto svizzero, che presupponevano la gestione del rischio e la possibilità di sperimentare… e di fallire. Quando abbiamo vinto il concorso, veder riposta tanta fiducia in un progetto sperimentale ci ha dato grande sicurezza nel perseguire i nostri obiettivi.
La sua domanda solleva la questione interessante dell'impatto della cultura locale nelle pratiche di progettazione. L'avversione per il rischio si traduce in una standardizzazione e nella tendenza a rovinare le idee migliori. Mentre gli edifici convenzionali guadagnano in qualità, quelli eccezionali diventano meno notevoli. È ovvio, le architetture sperimentali possono generare molti dubbi... Si tratta di una tensione che accompagna sempre il processo di progettazione e va gestita attraverso l'esperienza per non perdere di vista l'essenziale: la qualità dell'edificio. Progetti come questo, lo stadio di Braga o la Casa da Música di Porto sono possibili solo quando gli attori lavorano di concerto con un obiettivo comune: costruire un oggetto trascendente.
«L'avversione per il rischio si traduce nella standardizzazione dei progetti e nella tendenza a rovinare le idee migliori. Gli edifici convenzionali guadagnano in qualità, ma quelli eccezionali diventano meno notevoli»
Quali sono le sfide poste dalla progettazione di questo spazio museale?
La sfida principale è ovviamente rappresentata dalla struttura. Il volume superiore, che ospiterà il mudac, ci ha impegnato per diversi anni. La sua concezione è più simile a quella di un ponte che di un edificio. Ma nonostante le sue dimensioni e la sua complessità, si tratta decisamente di un edificio. È stato quindi necessario assicurarsi che il comportamento della struttura (in particolare le deformazioni) fosse compatibile con la presenza di finestre.1 Chiunque entri nell'atrio del museo ha la percezione di una caverna, con una morfologia sul pavimento e un'altra, specchiata, sul soffitto. Questi due elementi, seppur indipendenti l'uno dall'altro, si incontrano nei tre punti di appoggio della struttura, che sono i tre nuclei di accesso, creando così una continuità nel flusso del carico. Il vuoto tra il soffitto dell'atrio e il pavimento del mudac crea una seconda "caverna" tecnica, che contiene la struttura metallica2 di transizione tra le pareti di cemento delle facciate e i nuclei di accesso, oltre agli impianti tecnici.
Un altro aspetto interessante del progetto è la soluzione sviluppata sul tetto per l'aria condizionata e l'illuminazione naturale del mudac.3 C'erano due vincoli fondamentali: campate di 45 metri (che richiedono strutture con alta inerzia flessionale) e l'orientamento solare dell'edificio. Ispirandoci al Kunstmuseum Liechtenstein4 abbiamo progettato un sistema di shed e un soffitto interno traslucido in telo teso Barrisol. Lo spazio tra questi due elementi è trattato come un plenum in cui viene insufflata aria trattata, che, creando una sovrapressione, scende attraverso le fessure del soffitto.
In questo modo si riesce a liberare lo spazio delle griglie d'insufflazione garantendo la pulizia dei pannelli, in termini sia di accumulo di polvere sia di eventuali ombre, portando a ottenere un soffitto liscio, neutro e astratto, con illuminazione diffusa.
Come si è sviluppato il suo rapporto con l'architettura?
Ho una formazione generalista, il che mi porta sempre a considerare l'edificio nel suo insieme. Visitando strutture monumentali sia antiche (in Iran ed Egitto) che contemporanee, mi sono trovato a cercare di individuare una serie di criteri che permettano di capire cosa contribuisce a rendere un'opera eccezionale. Quando si vuole capire come e perché un edificio è stato fatto proprio in quel modo, niente può sostituire l'atto di visitarlo. Uno dei confronti più sorprendenti per me è stato con la Facoltà di architettura di Vilanova Artigas a San Paolo: un semplice parallelepipedo che diventa un oggetto straordinariamente forte, meraviglioso.5 Gli edifici che mi interessano di più hanno questa qualità, difficile da definire, di non essere ovvi, di gestire bene le aspettative e di suscitare costantemente curiosità, sorpresa e inquietudine.
In ingegneria c'è molta intuizione, ma alla fine tutto può essere ridotto a cifre per arrivare a decisioni oggettive. In architettura mi affascina che si possano fare discussioni interminabili sulle opzioni a disposizione, cercando di capire quale sarà la migliore per l'edificio che si è immaginato. Tra i lavori a cui ho partecipato, il caso più estremo di questo approccio – e quello che ha generato i migliori risultati e la maggiore soddisfazione – è stato lo stadio di Braga. Anche il progetto di Losanna ha queste caratteristiche: genera grandi aspettative quando ci si rende conto che si tratta di un blocco di cemento sospeso sopra una crepa che percorre l'intero edificio.
«In ingegneria c'è molta intuizione, ma alla fine tutto può essere ridotto a cifre per arrivare a decisioni oggettive. In architettura mi affascina che si possano fare discussioni interminabili sulle opzioni a disposizione»
Come vede il futuro della professione?
Non esiste un'industria più conservatrice di quella delle costruzioni, ma gli ultimi anni hanno spinto verso un cambiamento molto rapido delle sue logiche. Il consumo di informazioni immediato e incessante, che ci costringe a posizionarci e a prendere decisioni istantanee, ha un impatto enorme sulle nostre professioni. Questo cambiamento culturale – e specialmente l'avversione al rischio delle società industrializzate – ci costringe a chiederci se ci saranno, in futuro, spazio e tempo per tutte le esperienze che abbiamo appena menzionato.
Questi cambiamenti strutturali, culturali e professionali presentano sfide di tipo diverso per la progettazione. Anche se nel mondo dell'architettura e del suo insegnamento c'è ancora un'eccessiva enfasi sul disegno, la forma e la composizione, è in definitiva una visione multi e interdisciplinare che dà la maggior qualità all'ambiente costruito. Questo approccio plurale si riferisce non solo alle questioni tecniche, ma anche a quelle storiche o filosofiche, così che ogni professionista diventa, nel tentativo di rispondere alle sfide che si presentano con la flessibilità necessaria, una sorta di coltellino svizzero. Questo è il modo più corretto di rispondere alla trasformazione che sta avvenendo nella nostra società, per garantire uno spazio di innovazione e sperimentazione. Con la complessità dei nuovi bisogni e l'emergere di nuove domande, l'essenziale è resistere, rischiare e assumersi la responsabilità di continuare ad ampliare l'orizzonte per trovare nuove risposte. Una ricerca che condivido con alcuni colleghi svizzeri, e che mi ricorda che «non c'è evoluzione senza rischio», come mi ha fatto notare uno di loro.
Note
- La deformazione nel punto critico più esigente della struttura è dell'ordine di 8 mm (istantanea) e 20 mm (ritardata), che è compatibile con i requisiti di un edificio. La fessurazione delle facciate in calcestruzzo, che sono strutturali e non isolate esternamente, è controllata dall'integrazione della precompressione.
- La decisione di utilizzare una struttura intermedia di rete metallica, piuttosto che pareti di cemento, è stata presa per facilitare la gestione delle reti, che possono sempre cambiare durante il progetto, secondo le esigenze del cantiere e durante la vita dell'edificio.
- Il programma del mudac richiedeva stanze con luce naturale e quello del Musée de l'Élysée solo luce artificiale.
- Progetto architettonico di Morger e Degelo, con Christian Kerez, 2000.
- Vedi «TRACÉS» 3502 / ottobre 2020, dedicato all'opera di Vilanova Artigas.
Rui Furtado dirige lo studio di ingegneria afaconsult. Ha partecipato a progetti come il padiglione portoghese per l'Esposizione universale di Hannover 2000 (con Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura), la Casa da Música di Porto (con OMA), lo stadio di Braga (con Eduardo Souto de Moura), il Museo Nazionale dei Carosses a Lisbona (con Paulo Mendes da Rocha), la sede della EDP a Lisbona (con Aires Mateus & Associados) e la stazione brasiliana Comandante Ferraz in Antartide (con Estúdio 41). In Svizzera collabora attualmente alla progettazione del Musée de l'Élysée e del mudac (con Aires Mateus & Associados) sulla Plateforme 10 a Losanna e della Cité de la musique (con il consorzio Pierre-Alain Dupraz e Gonçalo Byrne) a Ginevra.