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Il tennista numero uno al mondo Novak Djokovic ha ammesso in un post su Instagram che la dichiarazione di viaggio rilasciata alle autorità di frontiera al suo arrivo in Australia conteneva informazioni non corrette, avendo affermato nel questionario sul Covid-19 che non aveva viaggiato nei quattordici giorni precedenti, mentre in realtà si era recato in Spagna dalla Serbia.
Il serbo, che dopo una prima vittoria in tribunale attende ancora la decisione definitiva del governo di Canberra sul visto per restare nel paese e partecipare agli Australian Open, ha parlato di un “errore umano e certamente non volontario" di un membro del suo staff, precisando che “nuove informazioni” sono state fornite alle autorità australiane per "chiarire questa questione”.
Informazioni che, stando a quanto riportano i media australiani, riguardano anche la richiesta di esenzione medica a causa di una precedente infezione da coronavirus del tennista serbo e che sono attualmente al vaglio del ministro dell’immigrazione Hawke, che sarebbe intenzionato a seguire tutto il processo anche se questo, nonostante le pressioni di alcuni deputati, potrebbe far ulteriormente slittare di alcuni giorni la decisione sulla cancellazione o meno del visto di Djokovic.
«Voglio sottolineare che mi sono attenuto alle regole per il tracciamento e che ho provato a mettere tutti in sicurezza» ha dichiarato il serbo. «Ho assistito a una partita di basket a Belgrado il 14 dicembre, dove c’è stato un focolaio Covid. Nonostante non avessi i sintomi, il 16 ho fatto un test rapido che è risultato negativo. Per sicurezza lo stesso giorno ho eseguito anche un test molecolare. Il giorno seguente ho partecipato a un evento di tennis a Belgrado e ho fatto un test rapido (ancora negativo) prima di andare all’evento. Ero asintomatico e mi sentivo bene, in quel momento non avevo ricevuto la notifica di un risultato positivo del test molecolare. Il 18 dicembre ero a Belgrado per un’intervista e un servizio fotografico con L’Equipe fissati da tempo. Mi sono sentito obbligato ad andare avanti perché non volevo deludere il giornalista, ma mi sono assicurato di restare a distanza di sicurezza e di indossare la mascherina, tranne quando mi è stata scattata una foto. Quando stavo rientrando a casa per isolarmi, dopo il colloquio, ho capito che il mio è stato un errore di giudizio e ammetto che avrei dovuto rimandare l’appuntamento».