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Privato di visto elvetico per una parte della sua delegazione attesa a Ginevra, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe minaccia di attaccare le imprese svizzere che operano nel suo paese. Decrittazione di un'offensiva anti-occidentale.
Robert Mugabe è arrabbiato con la Svizzera. La Confederazione non ha concesso i visti a parte della delegazione dello Zimbabwe attesa a Telecom World, il vertice organizzato recentemente dall'Unione internazionale delle telecomunicazioni (UIT) a Ginevra. Fra le persone alle quali Berna ha negato il visto figurano la moglie di Mugabe e i ministri degli affari esteri e delle telecomunicazioni.
"Ora (gli svizzeri, ndr) dimostrano di essere faziosi e noi li pagheremo con la stessa moneta, perché hanno le loro proprietà qui. Noi non siamo privi di mezzi per vendicarci", ha minacciato Mugabe dalle colonne del quotidiano filogovernativo The Herald in edicola il 31 ottobre.
In una risposta scritta a swissinfo.ch, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) replica che "le decisioni della Svizzera in materia di visti sono adottate alla luce delle norme vigenti e tengono conto degli obblighi della Svizzera quale stato ospite dell'UIT. Trattandosi di una delegazione ufficiale ad una conferenza tenuta da un'organizzazione internazionale con la quale la Svizzera ha concluso un accordo di sede, le questioni che possono eventualmente sorgere in questo contesto sono, se necessario, discusse con l'organizzazione interessata. In questo contesto, la Svizzera deve conciliare i propri obblighi secondo il diritto internazionale e gli imperativi derivanti dalle sanzioni adottate nei confronti di determinate persone".
Potenziali bersagli
Secondo il DFAE, 284 cittadini svizzeri, tra cui 120 con la doppia cittadinanza, risiedevano nello Zimbabwe,alla fine dello scorso anno. Il ministero aggiunge che, a sua conoscenza, sette aziende svizzere sono presenti nell'ex Rhodesia del Sud, per la quale Robert Mugabe ha ottenuto l'indipendenza nel 1980 con il suo partito, l'Unione nazionale africana dello Zimbabwe.
La più nota è la Nestlé Zimbabwe con la sua fabbrica ad Harare, dove produce minestre, latte in polvere e cereali per il mercato locale. "La Nestle Zimbabwe non è stata contattata dalle autorità locali in merito a questo tema. Siamo in contatto permanente con le autorità svizzere", ha precisato per iscritto a swissinfo.ch Chris Hogg, portavoce del gruppo agroalimentare.
Lo scorso anno, alla Nestlé Zimbabwe, come ad altre multinazionali, è stato ordinato di vendere il 51% delle sue società insediate nello Zimbabwe, in nome di una politica di "indigenizzazione" dell'economia.
"La Nestlé Zimbabwe ha presentato un piano per l'indigenizzazione nel novembre 2010. Abbiamo anche risposto ad una lettera inviataci dal Ministero dell'indigenizzazione il 18 agosto 2011 e siamo in contatto con le autorità competenti", spiega Hogg.
Robert Mugabe cerca così di accelerare una possibile nazionalizzazione della fabbrica Nestlé? Sollecitato dalla stampa locale, il portavoce del presidente dello Zimbabwe ha rifiutato di confermare questa ipotesi. "Se non volete ricevere visitatori nello Zimbabwe, perché volete fare soldi nello Zimbabwe?", ha semplicemente risposto il portavoce.
Conoscitore del continente africano dove ha lavorato come un giornalista, Stephen Smith mette in dubbio la politica di indigenizzazione. Essa "è l'equivalente dell'invasione delle terre degli agricoltori bianchi lanciata nel 2000. Ma si scontra con problemi pratici ancora più acuti che con le tenute agricole: come farle funzionare senza i proprietari precedenti"?
Attenzione alle sanzioni
Sta di fatto che dall'espropriazione degli agricoltori bianchi e dalle aspre reazioni dei paesi occidentali, Mugabe appare sempre più intrattabile. Tanto più che l'Unione europea e poi la Svizzera, che quasi dieci anni fa hanno adottato una serie di sanzioni a causa di manipolazioni elettorali e repressioni sanguinose.
Il procuratore generale dello Zimbabwe ha d'altronde annunciato di recente l'intenzione di sporgere denuncia contro l'UE per le sanzioni contro il suo paese. "Abbiamo preparato il dossier. Ci mancano solo i documenti necessari per andare in Europa", ha dichiarato il procuratore Johannes Tomana all'Herald.
Si tratta di gesticolazioni di un presidente 87enne e di un regime agli sgoccioli, isolati dalla comunità internazionale? Al contrario, afferma Stephen Smith. "Le dichiarazioni tonanti e le risoluzioni della comunità internazionale contro il regime non hanno avuto grande effetto".
Un pugno di ferro
"Con le sue forze di sicurezza, tiene il paese con il pugno di ferro. Quel che succede agli occidentali è solo una piccola parte del terrore subito dai cittadini dello Zimbabwe negli ultimi anni", prosegue.
Ufficialmente, il paese è guidato da un governo di unità nazionale, emerso dai negoziati con l'avversario Morgan Tswangirai, sotto l'egida del Sudafrica. "Questo governo non ha un potere reale. Inoltre, Robert Mugabe sta cercando di provocare elezioni anticipate per sbarazzarsi di Tswangirai. Lo scrutinio potrebbe svolgersi nella prima metà del 2012 e non c'è alcun dubbio sul risultato. Robert Mugabe non avrà nemmeno più bisogno di fingere di condividere il potere", prevede Stephen Smith.
Inoltre, l'isolamento diplomatico è relativo. Ancora considerato un liberatore e un oppositore delle ex potenze coloniali dai suoi colleghi africani, Mugabe beneficia anche dell'attrattiva economica crescente dell'intero continente.
"Robert Mugabe qualche anno fa ha dichiarato: 'ci staccheremo dall'ovest, dove il sole tramonta, per rivolgerci ad est, dove il sole sorge', rammenta Stephen Smith. Lo Zimbabwe non intende limitarsi alla Cina. Ci sono molti potenziali partner con una nuova corsa all'Africa di diversi paesi intermedi, come la Turchia e la Corea del Sud. Se ha la possibilità di nazionalizzare aziende occidentali per offrire la stessa nicchia a un partner più compiacente, senza dubbio non esiterà".
contesto
A causa delle violazioni dei diritti umani, dal 2001 a Mugabe e a circa 200 membri della sua cerchia è stato bandito l'ingresso in numerosi paesi occidentali. Al presidente viene consentito l'accesso solo nel caso in cui si rechi in qualche sede delle Nazioni Unite
La Svizzera si è associata nel 2002 alle sanzioni internazionali contro lo Zimbabwe, seguendo l'Unione europea. Queste prevedono il divieto di fornire armamenti, il congelamento dei beni in Svizzera e il divieto di mettere fondi a disposizione, come pure il divieto d'ingresso per un certo numero di esponenti del regime.
La 46enne Grace Mugabe figura, con il marito Robert, tra le 198 persone incluse nell'ordinanza al riguardo, in quanto "moglie del capo del governo e, come tale, coinvolta in attività che costituiscono una seria minaccia per la democrazia, il rispetto dei diritti umani e lo stato di diritto".
In seguito al rifiuto elvetico del visto alla moglie e a parte della delegazione dello Zimbabwe, lo stesso Robert Mugabe ha cancellato il viaggio a Ginevra, dove sarebbe dovuto intervenire al vertice dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni il 31 ottobre.
Fonte: AtsFine della finestrella
(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch