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Un ruolo minore nel commercio d'armi, ma una posizione preminente nelle transazioni finanziarie e in oro. Gli ultimi studi monografici della commissione Bergier.
Gli ultimi sette studi monografici e contributi alla ricerca sulla storia della Svizzera nella Seconda guerra mondiale, firmati dai collaboratori della Commissione indipendente di esperti (CIE), sono stati presentati venerdì assieme al rapporto finale della commissione.
I temi degli studi vanno dalle transazioni in oro alla politica commerciale, dall'industria degli armamenti al ruolo delle assicurazioni e della piazza finanziaria, dal problema dell'arianizzazione in Austria ad aspetti delle relazioni finanziarie tra Francia e Svizzera.
Il commercio di armi
Negli anni tra il 1939 e il 1945 la Svizzera esportò armi, munizioni, spolette e ottica militare per un valore di oltre un miliardo di franchi. Il settore degli armamenti rappresentò in quegli anni il 14,3% dell'ammontare delle esportazioni svizzere.
Una percentuale importante per l'economia elvetica, ma che rispetto alla capacità produttiva dell'industria bellica tedesca appare irrilevante, come nota Peter Hug, autore dello studio sul settore degli armamenti.
Vi furono però aziende che ebbero un ruolo importante perché in grado di fornire parti essenziali di armi in dotazione alla Wehrmacht. Così ad esempio la fabbrica federale di munizioni di Altdorf, che produceva le munizioni da 20mm per la mitragliera della Bührle
D'altro canto le origini dell'industria bellica svizzera sono strettamente collegate, come dimostra Hug, con l'esportazione di tecnologia, capitali e personale tedesco nel corso degli anni' 20, nel quadro del riarmo occulto della Germania in violazione dei trattati di Versailles. Anche se la Svizzera fu, in questo ambito, meno importante della Svezia, dei Paesi Bassi o dell'Unione sovietica.
Piattaforma per l'oro
Lo studio sulle transazioni in oro, firmato dall'intera CIE, conferma in molti aspetti i risultati già emersi nel rapporto intermedio della commissione pubblicato nel 1998. La Svizzera fu durante la guerra la piazza di scambio più importante per l'oro proveniente dai paesi nell'orbita del Terzo Reich. Quasi quattro quinti delle forniture all'estero di oro da parte della Reichsbank tedesca passarono per la Confederazione.
Per la Banca nazionale svizzera (BNS), le transazioni servivano a garantire la copertura in oro e la convertibilità del franco. La BNS ha in seguito sostenuto di non aver saputo che l'oro acquistato dalla Germania fosse frutto di confische nei paesi occupati.
Secondo la CIE però, l'argomento non regge. Era impensabile che l'oro venduto dalla Reichsbank provenisse dalle sole riserve del periodo fra le due guerre. E anche un altro argomento è respinto dalla commissione: quello secondo cui le transazioni avrebbero protetto la Svizzera da eventuali progetti di invasione tedesca.
La piazza finanziaria svizzera
Grazie alla neutralità, alla stabilità politica e monetaria del paese e non da ultimo al segreto bancario, introdotto nel 1934, la piazza finanziaria svizzera poté godere di notevoli vantaggi competitivi prima e durante la seconda guerra mondiale. Enormi quantità di denaro affluirono nelle banche svizzere.
Stando allo studio - realizzato da Marc Perrenoud, Rodrigo López, Florian Adank, Jan Baumann, Alain Cortat e Suzanne Peters - gli averi patrimoniali gestiti dalle tre maggiori banche svizzere ammontavano nel 1945 a 20 miliardi di franchi.
Nonostante le misure restrittive rispetto alle esportazioni di capitali adottate dalla Germania già nel 1931 e rafforzate dopo il 1933, le banche svizzere riuscirono, grazie a numerosi accordi particolari e a concessioni al regime, a mantenere normali relazioni d'affari con il paese vicino.
Per la Germania, la piazza finanziaria svizzera risultava essenziale per procurarsi divise pregiate sui mercati mondiali, compreso quello statunitense. D'altro canto, le banche svizzere non ruppero mai le relazioni finanziarie con gli alleati, pur difendendosi con successo dalle pressioni che dal 1943 miravano a impedire che il segreto bancario potesse servire da copertura per operazioni occulte da parte tedesca.
Le assicurazioni
Non risulta molto positivo neppure il bilancio sulle relazioni d'affari in Germania delle compagnie assicurative svizzere. Dallo studio realizzato da Stefan Karlen, Lucas Chocomeli, Kristin D'Haemer, Stefan Laube, Daniel C. Schmid, traspare l'immagine di un settore che, non volendo farsi estromettere dal lucroso mercato tedesco, si piegò spesso alle imposizioni di natura antisemita del regime.
Se alcune compagnie resistettero più di altre all'adozione di misure contro i propri dipendenti e clienti ebrei, ciò non fa che dimostrare che vi erano spazi manovra, ma che questi spazi non erano sfruttati da tutti. Come per le banche, l'impressione generale che emerge è che su considerazioni di carattere umanitario, o anche di semplice indipendenza rispetto all'ambiente circostante, prevalesse la volontà di fare affari. Business as usual, insomma.
Andrea Tognina