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Alcuni specialisti ritengono che la crescita incontrollata delle aziende elvetiche attive nel commercio delle materie prime costituisce un pericolo sia per diversi paesi poveri, sia per l'immagine della Svizzera stessa.Questo contenuto è stato pubblicato il 03 ottobre 2011 - 16:07
L'organizzazione non governativa svizzera "Dichiarazione di Berna" ha pubblicato in settembre un libro – Rohstoff: Das gefährlichste Geschäft der Schweiz ("Commercio di materie prime: l'affare più pericoloso della Svizzera") – che analizza questo settore industriale e in cui viene auspicato un maggior controllo da parte delle autorità della Confederazione, le quali sembrano però piuttosto intenzionate a mantenere lo status quo.
Secondo il volume, questo settore ha infatti vissuto un aumento esponenziale delle transazioni tra il 1998 e il 2010, con un volume cresciuto di ben 15 volte. A titolo di esempio, un litro di petrolio su tre smerciato sul mercato globale delle materie prime è venduto o acquistato da aziende basate nella Confederazione. Lo stesso vale per la metà delle transazioni di caffé e zucchero, e per un terzo di quelle di cereali.
Delle 12 imprese svizzere con la cifra d’affari più importante, ben 7 sono attive nel commercio di materie prime oppure nell'estrazione di materiale grezzo; tra queste figurano Glencore (145 miliardi di franchi) e Trafigura (80 miliardi di franchi).
Chi guadagna e chi perde
«La Banca nazionale svizzera calcola che il giro d'affari del settore costituisce attualmente circa il 3% del prodotto interno lordo, un valore equivalente a quello dell'industria delle macchine e del turismo», fa notare Olivier Longchamp, esperto di questioni finanziarie presso la Dichiarazione di Berna.
Una crescita – sottolinea l'ONG – che comporta però un prezzo elevato in termini di squilibri sociali e conseguenze ambientali nei paesi poveri, ma ricchi di materie prime. Secondo l'associazione, questi sono infatti privati ogni anno di 100-250 miliardi di introiti fiscali.
Nelle 353 pagine del volume vengono presentati diversi esempi pratici. Uno dei casi considerati è quello dello Zambia, dove nel giro di 12 anni i proventi derivati dalle tasse sul rame esportato sono scesi da 200 milioni di dollari a soli 8 milioni, mentre nel contempo il valore di una tonnellata di rame sul mercato è aumentato di un quarto.
Immagine a rischio
In uno dei capitoli del volume pubblicato dalla Dichiarazione di Berna, Mark Pieth – professore di diritto penale all'Università di Basilea – critica apertamente le autorità svizzere. A suo parere, per lungo tempo non vi è stato alcun controllo sul settore, «con una situazione simile a quanto accaduto per l'evasione fiscale, il commercio d'armi, il furto di opere d'arte e la violazione degli embarghi».
Secondo l'accademico, «l'esecutivo elvetico non è finora stato capace di agire con decisione per combattere la reputazione della Svizzera quale porto sicuro per i "pirati". Il commercio di materie prime in sé non è riprovevole, ma nella sua forma attuale costituisce un rischio per l'immagine del paese».
Pareri diversi
La Dichiarazione di Berna ritiene che la crescita delle aziende di questo settore in Svizzera è stata possibile soltanto grazie ai regimi fiscali cantonali favorevoli, alla presenza di importanti centri finanziari, alla scarsa regolamentazione e al lassismo delle autorità.
«Per le aziende è facile agire senza far sapere di cosa si occupano, e da questo punto di vista il sistema giudiziario svizzero è relativamente permissivo e poco curioso, differentemente da quanto avviene nei paesi anglosassoni», ritiene Longchamp.
Dal canto suo, Emmanuel Fragnière – che tiene corsi sul commercio di materie prime alla Scuola universitaria professionale di Ginevra – giudica il rapporto dell'ONG pertinente, ma ritiene piuttosto «estrema» la posizione della Dichiarazione di Berna. A suo parere, «non si deve dimenticare che questo è un pilastro importante per la nostra economia».
Fragnière ha però ammesso che il settore – ancora destabilizzato dalle recenti crisi economiche – necessita effettivamente di una maggiore regolamentazione e di più trasparenza per continuare a crescere in Svizzera senza sottostare a logiche di solo opportunismo. «Spero che il libro spinga le autorità a trovare una strategia ben concepita e a lungo termine per assicurare lo sviluppo del commercio di materie prime».
Trasparenza invocata
Tra i cambiamenti più urgenti – secondo gli esperti – figura la necessità di considerare chi commercia materie prime alla stregua degli intermediari finanziari, e quindi soggetto legislazione svizzera sul riciclaggio di denaro, e di imporre il rispetto degli standard fiscali dell'OCSE: ciò consentirebbe di controllare meglio le multinazionali.
Queste rivendicazioni erano già state sollevate in passato da alcuni parlamentari svizzeri, ai quali era però stato risposto da parte del governo che la regolamentazione attuale costituisce una base sufficiente per garantire la trasparenza.
Dal canto loro, sia gli Stati Uniti che l'Unione europea si stanno invece muovendo verso una modifica delle rispettive legislazioni volta a ottenere maggiore trasparenza da parte delle aziende che commerciano petrolio, gas e minerali.
Dichiarazione di Berna
Nel 1968 la Dichiarazione di Berna (DB) è stato il primo appello per rendere più equi i rapporti tra la Svizzera e i cosiddetti "paesi del Terzo Mondo". Nel 1971, al fine di concretizzare questi intenti, è quindi stata creata l'associazione omonima.
In particolare, la DB informa l’opinione pubblica svizzera sulle relazioni Nord-Sud, così come sui rapporti tra paesi asiatici, africani, latinoamericani e la Confederazione. La DB è inoltre attiva nei campi delle relazioni economiche, della cultura, della letteratura, dell’alimentazione e delle questioni riguardanti il consumo e la vita quotidiana.
Attualmente l'associazione conta circa 20'000 in tutta la Svizzera membri. La DB è un’organizzazione indipendente da partiti ed istituzioni: è sostenuta dai propri membri e dai loro contributi, nonché da donazioni e dai proventi delle proprie pubblicazioni.End of insertion
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