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Per la Procura generale di Bologna la prima destinazione dei fondi documentati nell'Appunto Bologna, sequestrato a Licio Gelli al momento del suo arresto a Ginevra e che illustrerebbe la movimentazione del denaro in parte utilizzato per finanziare la strage, vanno individuati nella cifra di 240mila dollari accreditata il 3 settembre del 1980 sul conto corrente di una banca di Ginevra a Giorgio Di Nunzio: un cambia-valute, mediatore d'affari, morto nel 1981, che incassava i soldi in Svizzera per conto di Gelli e li riportava in Italia.
Già nel 1987 l'informativa della Guardia di finanza che indagava sul crack del Banco Ambrosiano indicava che il conto corrente fosse intestato a un certo 'Nunzio', riferibile a Giancarlo Di Nunzio, nipote e braccio destro di Giorgio, ma il nome di quest'ultimo, cointestatario del conto, venne omesso da due finanzieri: circostanza scoperta dai magistrati bolognesi solo nel corso delle nuove indagini sulla strage.
Oggi in aula, nell'ambito del nuovo processo sulla bomba alla stazione, è stato sentito Roberto Di Nunzio, figlio di Giorgio, che ha spiegato come il padre intrattenesse rapporti telefonici e di persona con Federico Umberto D'Amato e con il giornalista de Il Borghese ed ex senatore dell'Msi Mario Tedeschi, entrambi indicati dai magistrati, assieme a Gelli e Umberto Ortolani, come mandanti, organizzatori e finanziatori della strage. Ma non solo, anche con Francesco Pazienza, il faccendiere dei depistaggi, con il criminologo di estrema destra Aldo Semerari, e con alti ufficiali del Sismi come Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte e lo stesso direttore dei Servizi dell'epoca, Giuseppe Santovito. D'Amato, l'ex capo dell'Ufficio Affari riservati del Viminale, "era uno dei nomi che si relazionava quotidianamente con mio padre - ha spiegato Roberto Di Nunzio -. Una volta venne a casa di mia nonna e si chiuse nello studio di mio padre per mezz'ora. Quando mio padre parlava con D'Amato io avevo la sensazione di un contesto di potere".