Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01219.jsonl.gz/1166

TOKYO - A distanza di dieci anni il Giappone continua a fare i conti con il disastro di Fukushima.
Sono enormi le spese sostenute per le operazioni di messa in sicurezza e per i progetti di ricostruzione delle aree colpite dal terremoto, dallo tsunami e dall'incidente nucleare che hanno reso tragicamente indimenticabile quell'11 marzo 2011. Una stima riportata dal Japan Times parla di circa 38mila miliardi di yen (330 miliardi di franchi svizzeri) nel decennio dal 2011 a oggi. Si va dallo sgombero del suolo contaminato alla ricostruzione degli argini costieri, spazzati via dal maremoto. La cifra include anche i lavori di elevazione di varie aree residenziali e il ripristino della rete viaria.
La previsione di Matsumura: «Molti non torneranno» - Ma, spiega sempre il quotidiano nipponico, molte regioni non sono riuscite a sfruttare appieno i miglioramenti infrastrutturali derivanti dagli investimenti per la ricostruzione: in molti casi la popolazione ha paura e ha deciso di vivere in altre zone. Si assiste così a un singolare fenomeno: città nuove di zecca ma disabitate, o quasi. «Molti non torneranno. Le loro case sono state demolite e hanno nuove abitazioni fuori città. Perché dovrebbero tornare qui?» ha spiegato all'Associated Press Naoto Matsumura, coltivatore di riso e allevatore di bestiame che fin da subito ha scelto di non andarsene. «Non potevo abbandonare gli animali. Il ministero dell'Ambiente aveva annunciato che li avrebbero sottoposti a eutanasia».
Per anni è stato l'unico abitante di Tomioka, comunità che prima della tragedia contava 16mila persone. Matsumura ha dovuto condurre la fattoria senza acqua potabile ed energia elettrica, facendo ricorso a pozzi e generatori e nutrendo i suoi animali con cibo in scatola e pesce pescato in un fiume. La sua storia e il suo volto fecero il giro del mondo, rendendolo il simbolo del Giappone che non si arrendeva al dramma e cercava a tutti i costi di resistere.
Ora Tomioka conta 1600 abitanti, ma Matsumura - che in primavera pianterà per la prima volta il riso in questi 10 anni - pensa che il governo abbia «revocato la zona di esclusione troppo tardi». Il 12% del territorio comunale, infatti, resterà interdetto ancora per due anni. Il paesaggio in quell'area - dove sono stati stoccati i rifiuti radioattivi, tra l'altro - è spettrale: abitazioni, ristoranti e negozi che mostrano evidenti segni del tempo, circondati da erba alta. Tutto sembra essersi fermato a quei giorni di marzo 2011, creando un'atmosfera desolata di giorno e spettrale di notte. «Ci sono voluti centinaia di anni per costruire questa città, che è andata distrutta in un istante» aggiunge Matsumura.
Il Giappone, 10 anni dopo - Che segno ha lasciato il disastro di Fukushima sul Giappone, a un decennio di distanza? Yoichi Funabashi, presidente dell'Asia Pacific Initiative ed ex caporedattore dell'Asahi Shimbun, ha pubblicato un editoriale sul Japan Times nel quale afferma che quella dell'11 marzo 2011 fu «la più grande crisi nazionale del Giappone nel dopoguerra» e che fu merito di una serie di circostanze fortuite (come la direzione dei venti) se i danni e il numero delle vittime furono limitati. In altre circostanze, l'intera parte orientale del Giappone sarebbe diventata un deserto nucleare».
L'essenza di quell'incidente sostiene, fu l'aver voluto credere al «mito sulla sicurezza creato dal “villaggio nucleare”, allestito dai fautori delle centrali che credevano che» gli impianti fossero «assolutamente sicuri». Una convinzione che si scontrava con il profondo sentimento anti-atomico della popolazione giapponese, nato dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaki. Solo dopo il disastro, spiega Funabashi, fu creata un'Autorità di regolamentazione nucleare, in grado di garantire trasparenza e dotata delle «norme di sicurezza più rigorose del mondo». Un'altra dura lezione imparata dal Giappone fu «il riconoscimento della vulnerabilità sistemica del Giappone nelle emergenze».
Il ministro a cui è stata affidata la ricostruzione, Katsuei Hirasawa, ha di recente riconosciuto che si è investito molto in infrastrutture e manufatti, ma decisamente meno per sostenere la salute mentale dei cittadini e permettere loro di ripartire da capo nei luoghi teatro della tragedia.
A distanza di dieci anni il Giappone continua a fare i conti con il disastro di Fukushima.