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Intervista ad Alfredo Jaar
12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino
12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino
Nato in Cile nel 1956, ma dal 1982 residente a New York, Alfredo Jaar è una delle grandi figure del panorama artistico contemporaneo e il massimo rappresentante di un'arte che non si sottrae al confronto con la realtà politica e sociale. Le sue opere sono state esposte nei principali musei del mondo. Recentemente, ampie retrospettive sul suo lavoro sono state presentate a Berlino (2012) e Helsinki (2014). Ha partecipato a numerose edizioni della Biennale di Venezia, della Documenta di Kassel e della Biennale di San Paolo. Alfredo Jaar è il terzo artista che interviene con una sua opera nelle pagine del Corriere del Ticino, nell'ambito del progetto di eventi collaterali alla mostra «And Now the Good News», in corso al Museo d'arte della Svizzera italiana.
Nel suo lavoro si è occupato spesso del modo con cui i media hanno rappresentato i fatti drammatici del mondo, penso in particolare al suo progetto sul Ruanda. Oggi, uno dei temi all'ordine del giorno è quello delle stragi dei migranti. Com'è cambiato rispetto a 20 anni fa il modo con cui i media affrontano questi temi?
Negli ultimi anni i media europei hanno quasi completamente ignorato la crisi dei migranti, un'indifferenza che definirei criminale. Raramente abbiamo letto riguardo alle vite scomparse in mare o sulle nostre spiagge. Fino a poco tempo fa le vittime erano in gran parte neri che cercavano di raggiungere il Sud dell'Europa: Italia, Spagna e Grecia. Tutto è cambiato dal 3 settembre 2015. Quel giorno, la foto di un bambino curdo di 3 anni è stata pubblicata su tutti i giornali del mondo. Il suo corpo era stato trascinato dalle onde su una spiaggia della Turchia. Quest'immagine ha rappresentato un punto di svolta: improvvisamente l'Europa e il mondo hanno aperto gli occhi e la crisi siriana è diventata finalmente reale per l'Europa. Turchia, Libano e Giordania avevano già accolto quasi 5 milioni di siriani e l'Europa non se n'era accorta. Ma appena la fotografia del bambino è stata pubblicata l'intera crisi siriana è diventata una crisi europea.
Qual è il ruolo dell'arte rispetto all'informazione? L'arte è in qualche modo una forma di contropotere?
Gli spazi dell'arte e della cultura sono gli ultimi spazi liberi rimasti, per questo sono preziosi. La cultura è il nostro vero capitale. È un nostro compito, come artisti e produttori di cultura, rendere visibile l'invisibile, dare voce a coloro che i media preferiscono ignorare. Ma come possiamo fare arte a partire da un'informazione che la maggior parte di noi preferirebbe ignorare. Questo è il nostro dilemma. Non ho risposte a questa domanda. Ma è per questo che sono un artista, perché lavoro costantemente alla ricerca di una risposta. Però so una cosa: l'artista è potente, perché crea modelli per pensare il mondo.
In Svizzera e in Europa in generale, negli ultimi anni vi è una crescente diffidenza e paura nei confronti di rifugiati e migranti. Cosa direbbe alle persone che avvertono questi arrivi come una minaccia alla sicurezza del loro mondo?
Questa paura è ingiustificata. Siamo tutti migranti, dopo tutto. L'Europa è vecchia e sta morendo e ha bisogno di rinnovarsi con urgenza: ci vogliono nuove idee, nuovi colori e nuovi suoni. Questo rinnovamento è una priorità se l'Europa vuole sopravvivere nel nuovo secolo. Ma non è solo questo, è anche un obbligo morale aiutare le popolazioni che soffrono. A renderci umani è la capacità di riconoscere l'umanità degli altri. L'attuale arrivo di migranti e rifugiati è il risultato di vecchie ferite coloniali inflitte dall'Europa e dai più recenti interventi errati dell'Occidente nell'area del Medio Oriente. Se ci pensiamo, tutto il Medio Oriente è il brutto risultato di un colossale errore di valutazione dell'Occidente.
Quello tra etica ed estetica è un rapporto spesso difficile. Come è possibile farle convivere senza che una prevalga sull'altra?
È impossibile produrre qualcosa che non abbia contemporaneamente una dimensione etica e una estetica. La difficoltà sta nel trovare il giusto equilibrio tra questi due aspetti. Quando il lavoro è puramente etico è spesso didattico e pericolosamente vicino alla propaganda. Quando è soprattutto estetico, è semplicemente decorazione, non è arte. Quando trovi il giusto equilibrio, il lavoro non solo informa lo spettatore, ma lo emoziona. Produce gioia e illuminazione.
Gramsci, Pasolini, sono figure cui ha fatto spesso riferimento nei suoi lavori. Qual è il suo rapporto con la cultura italiana?
Ho una profonda ammirazione per entrambi. Gramsci è stato un riferimento essenziale per la sinistra cilena negli anni della resistenza alla dittatura militare di Pinochet. I suoi Quaderni dal carcere circolavano ampiamente e hanno diffuso molta luce in quei tempi oscuri. Pasolini è stato un intellettuale straordinario: regista, attore, scrittore, poeta, critico e polemista. È stato profondamente coinvolto nella vita politica e culturale del suo tempo. È il modello di intellettuale a cui aspiro. Gramsci e Pasolini sono due dei più fondamentali e indispensabili giganti della cultura italiana. Mi mancano molto le loro voci. Gramsci scriveva: "il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri". Basta che diamo un'occhiata al mondo di oggi per capire l'importanza di Gramsci. Come per Pasolini, la sua vita potrebbe essere definita con le sue stesse parole: "odio gli indifferenti".
Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicata sul Corriere del Ticino sabato 11 giugno 2016
Intervista ad Alfredo Jaar