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E’ quanto meno dubbio l’esito del passo compiuto dagli Stati uniti nella questione di Edward Snowden, fermo a Mosca in attesa che qualcuno lo accolga dopo che ha rivelato informazioni segrete sulle attività di spionaggio svolte dagli USA nel mondo: far atterrare forzatamente a Vienna il Presidente della Bolivia Evo Morales, sospettando che portasse con sé il giovane Snowden per condurlo nel suo Paese e sottrarlo così alla giustizia statunitense.
Morales stava rientrando nel suo Paese da Mosca, dove aveva partecipato a un incontro fra Stati produttori di gas naturale. Nazioni come Bolivia, Venezuela, Ecuador, Cuba o Nicaragua si collocano in una sfera geopolitica vivacemente contrapposta agli Stati uniti. E’ facile perciò classificare questo evento come episodio della battaglia fra Paesi latino-americani (o almeno alcuni di essi) e il loro potente vicino statunitense, battaglia che assume spesso toni piuttosto accesi.
La questione dell’aereo del Presidente boliviano presenta però degli elementi oggettivi che merita ricordare, poiché nei media sono stati pressoché oscurati dall’immagine di un Presidente in maniche di camicia che si aggira in aeroporto in attesa di poter ripartire, come qualunque turista vittima di una mancata coincidenza. Il profilo oggettivo di questo episodio è totalmente estraneo a valutazioni di carattere ideologico o politico. La vicenda è alquanto imbarazzante. Forse anche per questo è rapidamente scomparsa dai giornali dei Paesi occidentali, mentre continua a tenere rumorosamente banco su quelli latino-americani.
La meccanica dell’episodio è stata raccontata in modo piuttosto dettagliato dal Ministro degli affari esteri spagnolo, José Manuel García-Margallo. Un’informazione proveniente dagli Stati uniti «dava per certa» (così il Ministro) la presenza di Snowden sull’aereo del Presidente boliviano. Nell’impossibilità di verificare l’informazione, Spagna, Italia, Francia e Portogallo negavano con vari pretesti al velivolo presidenziale il permesso di attraversare il loro spazio aereo. Non potendo proseguire, il pilota o rientrava a Mosca o atterrava nel primo aeroporto disponibile, Vienna.
Lo stesso Evo Morales ha dichiarato durante l’attesa nell’aeroporto viennese di aver rinunciato a rientrare a Mosca, poiché ciò avrebbe alimentato il sospetto che il rientro servisse a scaricare lo scomodo presunto passeggero Snowden. E’ così atterrato a Vienna, dove l’aereo non è stato perquisito, mancando i presupposti giuridici per procedere. L’aereo di un Capo di Stato gode di immunità diplomatica ed è extraterritoriale anche quando è posato a terra, a differenza dei normali velivoli civili.
Intanto, l’ambasciatore in Austria della Spagna, Paese chiamato dalla Bolivia a mediare la delicata situazione, raggiungeva l’aeroporto e proponeva a Evo Morales di andare insieme sull’aereo a «prendere un caffettino,» escamotage per salire sul velivolo presidenziale e verificare l’eventuale presenza di Snowden senza che l’atto assumesse il profilo giuridico di una perquisizione. Proposta sdegnosamente rifiutata da Morales. Dopo lunghe ore di attesa e un generico controllo dei documenti, l’aereo presidenziale boliviano ripartiva.
L’informazione fornita dagli Stati uniti era evidentemente infondata, Snowden non era sull’aereo. Per le ragioni che si sono dette, interrompere il volo di un Capo di Stato estero è un atto di estrema gravità diplomatica. Qual è il grado di autonomia decisionale di Stati come Francia, Italia, Spagna e Portogallo rispetto a una comunicazione proveniente dagli Stati uniti, che basta a indurre le massime autorità di questi Paesi a compiere un atto di tale gravità?
Ci si pone tanti problemi di tutela della sovranità degli Stati europei verso le presunte ingerenze dell’Unione europea, ma questi accadimenti fanno pensare che il problema dell’affermazione della sovranità, a quasi settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, andrebbe affrontato piuttosto sul fronte atlantico. Tornano inevitabilmente in mente i casi di Sigonella e di Abu Omar, situazioni nelle quali gli Stati uniti non esitarono a calpestare il principio di sovranità (altrui), o quanto meno a provarci, convinti che l’elemento soggettivo della «buona intenzione» di difendere un loro interesse fosse sufficiente a giustificare la violazione degli elementi oggettivi dettati dalle norme di convivenza internazionale.
Se a rispondere al telefono agli Stati uniti non fossero stati i ministri di Paesi ormai piccoli sullo scenario globale come Spagna, Italia, Francia e Portogallo, ma un ministero degli esteri rappresentante l’intera Unione europea, si sarebbe comunque osato chiedere tanto?, o si sarebbe risposto con la stessa arrendevolezza? Si pone un’altra questione: se davvero Snowden si fosse trovato sull’aereo del Presidente boliviano, come si sarebbe potuto procedere tecnicamente all’arresto, stante l’extraterritorialità del velivolo? Con un atto di guerra? Bisognava forse attendere che scendesse spontaneamente, portando all’esasperazione la delegazione boliviana? Infine, in quale quadro giuridico lo si sarebbe eventualmente estradato verso gli USA? Si resta a bocca aperta, per la leggerezza con la quale sembra essere stato gestito l’episodio.
La questione delle rivelazioni di Edward Snowden e dello spionaggio attuato dagli Statunitensi sulle reti di comunicazione di mezzo mondo (e forse più) è di una delicatezza estrema. Vi sono almeno due profili che vanno ben distinti. Da una parte, se gli Stati uniti hanno violato le norme sulla protezione dei dati (che in Italia piace chiamare privacy), la violazione va trattata e risolta sul piano della lealtà e della trasparenza dei rapporti tra Paesi alleati, oltre che delle norme nazionali e internazionali esistenti in materia.
Dall’altra parte, Edward Snowden si è reso responsabile verso il suo Paese di aver rivelato dei segreti d’ufficio e in particolare dei segreti di Stato. Tutti sappiamo che vi sono aree dove il segreto di Stato farebbe forse meglio a non esistere. Ve ne sono altre, però, dove esso è indispensabile per la sicurezza di noi tutti, delle nostre case e delle nostre famiglie. Se passa il principio che chiunque riveli dei segreti di Stato può trovare facilmente riparo in Paesi compiacenti e sfuggire così alle conseguenze giudiziarie della sua condotta, la nostra sicurezza sarebbe compromessa. Ciò non significa evidentemente che non si debba vigilare affinché gli Stati non abusino della segretezza.
A complicare il contesto vi è anche il dubbio che i servizi segreti di vari Paesi europei, che ora gridano allo scandalo, abbiano in realtà fatto ampio uso delle informazioni raccolte illegalmente dagli Stati uniti, o quanto meno fossero al corrente delle loro attività.
L’interruzione del volo del Presidente boliviano ha dato la stura in tutta l’America latina a infuocate manifestazioni contro gli Stati uniti e i Paesi europei coinvolti, sino alla convocazione di un vertice straordinario dell’UNASUR, l’associazione di cooperazione commerciale e politica tra Stati sudamericani, che ha unanimemente condannato l’episodio. Se, anche grazie alle pesanti pressioni di Washington, questi Stati sembravano essersi raffreddati rispetto alle richieste di accoglienza poste dal fuggiasco Snowden, ora sono loro stessi, Venezuela, Bolivia, Nicaragua e Cuba a offrire a gran voce asilo al giovane, invitandolo a rifugiarsi sul loro territorio come risposta all’affronto subito dal presidente della Bolivia.
Riemergono, nelle dichiarazioni di questi giorni, argomenti anticoloniali e antimperialisti cari alla retorica dei Paesi latinoamericani, Nazioni alle quai tutti dovremmo guardare con un po’ meno di estraneità, vista la loro crescente importanza sullo scenario mondiale dell’economia e degli approvvigionamenti energetici, superando stanchi schematismi ideologici, da parte di tutti. Un atto, l’interruzione del volo del Presidente boliviano, che non tranquillizza sulla consapevolezza di chi ha in mano i destini del mondo e che almeno sinora sembra essersi trasformato, per l’amministrazione Obama, in un clamoroso boomerang.