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BERNA - Sulla scia della crisi del coronavirus nel 2020 la Banca nazionale svizzera (BNS) è intervenuta massicciamente sui mercati delle divise, in misura maggiore di quanto avesse mai fatto, per contrastare il rafforzamento del franco.
Stando al rapporto d'esercizio pubblicato oggi, l'istituto d'emissione ha comprato valute estere per 110 miliardi di franchi, a fronte dei 13 miliardi del 2019. Con il trascorrere dell'anno l'attività della BNS è però diminuita: è stata di 39 miliardi nel primo trimestre e di 52 miliardi nel secondo, nel pieno della pandemia, per poi scendere a 11 e 9 miliardi negli ultimi due trimestri.
La cifra annuale risulta però molto elevata, superiore agli 86 miliardi del 2015, ai 67 miliardi del 2016 e a i 48 miliardi del 2017, cioè gli anni successivi all'abolizione della soglia minima unilaterale nel cambio franco-euro (15 gennaio 2015). Il 2018 si era per contro rivelato un anno tranquillo: a bilancio erano stati inseriti 2 miliardi.
Per la BNS gli interventi sul mercato dei cambi sono uno degli strumenti principali - accanto al tasso d'interesse negativo del -0,75% in vigore dal 22 gennaio 2015 - per prevenire un apprezzamento indesiderato del franco svizzero. Dallo scoppio della crisi del Covid-19 la banca ha sottolineato che si sarebbe attivata sempre più sul mercato, se necessario. Questo perché a suo giudizio il valore della monetata elvetica è ancora elevato.
Come noto questa politica ha portato gli Stati Uniti a bollare la Confederazione come paese manipolatore di valuta, una definizione che il presidente della BNS Thomas Jordan ha più volte respinto. A suo avviso gli interventi dell'istituto sono necessari per assicurare condizioni monetarie appropriate e quindi la stabilità dei prezzi: non mirano quindi a dare un vantaggio competitivo alla nazione di Gugliemo Tell.
Passando a un'ottica più domestica, sono scesi a 1,4 miliardi di franchi (da 1,9 miliardi) gli interessi negativi che le banche nel 2020 hanno versato per i loro depositi presso la BNS: questo perché è stato aumentata la soglia di esonero. Complessivamente alla fine di dicembre gli averi a vista detenuti dall'istituto centrale ammontavano a 702 miliardi, in forte crescita rispetto ai 590 miliardi di dodici mesi prima.