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Guardo le immagini che arrivano dagli Stati Uniti: le manifestazioni, le proteste, i saccheggi, le violenze della polizia dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia.
Mi pongo alcune domande.
La prima è: se quelle immagini arrivassero da un altro Paese, come reagiremmo – come singoli e come istituzioni? Se invece di “Minneapolis, USA” nella didascalia di quelle fotografie ci fosse scritto, chessò, “Teheran, Iran” o “Mosca, Russia” cambierebbe qualcosa nel nostro modo di vederle e di descriverle? Poco sopra ho scritto “proteste”; in un altro luogo o in un’altra epoca avrei forse parlato di “rivolte”, “ribellione”, “rivoluzione”, “colpo di stato”? Una prima risposta è “certo che sarebbe diverso”: il contesto è importante, per comprendere gli eventi. Ma mi chiedo se non vi sia anche una parte di pregiudizio – che di nuovo ovviamente c’è da parte delle istituzioni che stanno attente ad alleanze e simpatie internazionali.
Ero convinto che avrebbe vinto Hillary Clinton. E pure con un certo margine.
Però, col post di ieri, potrei anche spacciarmi per uno che se lo sentiva, che il candidato repubblicano avrebbe sconfitto la candidata democratica. Ovviamente non avrebbe senso, per me, cercare di spacciarmi per un politologo “in sintonia con il vero volto degli USA”. Anche perché quale sarebbe questo “vero volto”? Stiamo parlando di una nazione di oltre trecento milioni di abitanti sparpagliati in 9 milioni di chilometri quadrati: trovo quasi offensivo pensare che una simile moltitudine abbia un unico vero volto.
Il fatto è che ho l’impressione che molti 1 di quelli che oggi dicono di aver previsto la vittoria di Trump non siano necessariamente più sagaci di me, ma abbiano semplicemente più faccia tosta.
Lo confesso, una parte di me spera che a vincere le elezioni statunitensi sia il candidato repubblicano Donald Trump.
Non perché lo consideri migliore di Hillary Clinton o perché speri che una batosta elettorale possa spingere i democratici a cambiare. Tutt’altro: per quanto Clinton sia tutt’altro che perfetta – ma chi lo è, visto che in politica la perfezione significa spesso “la pensa esattamente come me”? – credo sarà un’ottima presidente degli Stati Uniti. E, siamo onesti, la storia del “non ti voto così impari la lezione” ha mai funzionato? Continua a leggere “Una parte di me ci spera, che vinca Trump”