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Una semplice domanda posta a un filosofo (su AskPhilosophers):
Supponiamo che un feto sia in una fase nella quale è consentito l’aborto. Supponiamo anche che la donna che ospita il feto decida, per qualche motivo, che sarebbe preferibile avere un figlio senza braccia. A tale scopo assume una determinata sostanza e, in seguito, il bambino nasce senza le braccia.
Penso che per la maggior parte della gente l’azione della donna sia errata perché è errato privare il bambino che è nato delle braccia e del loro uso.
Ma se questo è vero, perché è ammissibile privare il bambino che sarebbe nato del suo corpo e del relativo uso?
Richard Heck risponde così:
Non sono sicuro che ci sia un vero rompicapo, qui. Se la donna assume la sostanza descritta, in un certo momento del futuro ci sarà un bambino che non ha braccia ed è facilmente prevedibile che questo bambino futuro si lamenterà del comportamento della propria madre. Se la donna abortisce, d’altra parte, in nessun momento del futuro ci sarà un bambino che non ha un corpo e che possa lamentarsi del comportamento della madre. Il punto qui è che, nel primo caso, l’essere sbagliato del comportamento può essere rintracciato nel fatto che, a un certo punto, ci sarà una persona i cui diritti sono stati violati, anche se quella persona non era una persona quando i diritti sono stati violati. Non ci sarà tale persona nel secondo caso, a meno che naturalmente non si voglia supporre che il feto in questione sia già una persona. Ma questa è una vecchia discussione.
L’orribile traduzione dall’inglese è mia.
Ho utilizzato, come aiuto, il traduttore automatico di google, che ha stravolto la domanda in maniera quasi comica: le braccia del bambino sono diventate armi, mutando drasticamente il quadro etico dello scenario, che ora coinvolge una mamma che sopporta il figlio e lo disarma.