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Autor
Karl Johannes Rechsteiner è presidente della fondazione Cooperaxion per lo sviluppo sostenibile e lo scambio interculturale. <email-pii>
Nella cooperazione allo sviluppo è necessario prendere coscienza del passato e comprendere le connessioni globali. Per questa ragione la fondazione Cooperaxion opera lungo le vie storiche del cosiddetto commercio triangolare tra Liberia, Brasile e Svizzera. Il coinvolgimento della Svizzera nel colonialismo ha influito in modo decisivo sulle idee razziste di oggi.
Il dibattito attorno al movimento Black Lives Matter sta accelerando la presa di coscienza della storia coloniale, e questo anche in Svizzera. Molti dei risultati ottenuti negli ultimi decenni dai ricercatori sono finalmente accessibili al grande pubblico. In una recente discussione su Facebook in merito alla partecipazione svizzera allo schiavismo qualcuno ha scritto: «Sarebbe più utile guardare avanti invece che indietro». Si tratta di una tipica reazione dinanzi al racconto di storie del colonialismo. È proprio così: schiavismo, sfruttamento, relazioni neocolonialiste e razzismo perdurano purtroppo ancora ai giorni nostri e sono ingiustizie inaudite.
Ma il razzismo di oggi non sarebbe concepibile senza il contesto storico in cui si è sviluppato. Perché il commercio transatlantico di merci e schiavi praticato tra il XVI e il XIX secolo ha influenzato profondamente la nostra società, la nostra economia e la nostra cultura. La Svizzera, allora «Confederazione Elvetica», non era una potenza coloniale né tantomeno un Paese di navigatori. Ciò nonostante, persone e istituzioni erano coinvolte nel colonialismo a vari livelli:
Emigrazione
Le persone lasciavano la Svizzera a causa delle difficoltà economiche o per realizzare nuovi profitti. L’emigrazione diventava spesso anche una colonizzazione: si pensi all'insediamento e alle piantagioni di New Bern, negli Stati Uniti, che portarono alla cacciata e all’annientamento del popolo indigeno dei Tuscarora.
Commercio
Commercianti svizzeri trattavano prodotti coloniali come zucchero, tabacco, caffè o cotone. Producevano stoffe indiane per l’esportazione e il baratto sfruttando la manodopera di persone in schiavitù, per esempio in Africa occidentale.
Finanziamento
Banchieri, famiglie facoltose e anche attori statali come la Città di Berna finanziavano la tratta di schiavi attraverso investimenti in azioni o assicurazioni. Le loro navi schiaviste portavano nomi quali «La ville de Bâle» o «Hélvetie».
Mercenari
Tra il 1450 e il 1850 oltre un milione di Svizzeri ha prestato servizio in eserciti stranieri. In alcuni villaggi le persone impiegate come mercenari superavano il 10 per cento della popolazione. Nelle colonie olandesi, interi reggimenti di Berna aiutarono a soffocare le rivolte degli schiavi: spesso questi soldati non tornavano più a casa e i loro ufficiali facevano buoni guadagni.
Mentalità coloniale
Studiosi e ricercatori hanno elaborato e diffuso il concetto di «razzismo scientifico» legittimando in questo modo la schiavitù.
Abolizionismo
In particolare nella Svizzera occidentale, cerchie ecclesiastiche e personalità come Madame de Staël si impegnarono per l’abolizione della schiavitù. Il «Groupe de Coppet» della letterata rappresentò un importante anello di congiunzione per la lotta allo schiavismo in Inghilterra e in Francia.
In Svizzera, la mentalità coloniale è parte indissolubile, assieme alla parallela raffigurazione del Paese attraverso il mito delle Alpi, dell’identità nazionale. «I nostri selvaggi» montanari erano considerati più civilizzati delle persone con un altro colore della pelle che venivano messe in mostra nelle esposizioni etnologiche e negli zoo umani. Il folclore intriso di costumi e strumenti tradizionali come il corno delle alpi, promosso anche per interessi turistici, differenziava gli Svizzeri dagli «altri». In base al concetto di othering, ci si differenzia in modo mirato dagli «altri» forgiando così la «propria» immagine. Non c’è dunque da stupirsi che a un’esposizione nazionale il «villaggio dei negri» si trovasse poco lontano dal «villaggio vallesano».
Per poter sconfiggere il razzismo strutturale e la sistematica riproduzione di stereotipi, bisogna dunque lavorare sull’identità. Il superamento di prospettive nazionali artificiali agiterà ancora parecchio gli animi, come dimostrato dalla discussione sul nome delle «teste di cioccolato» (conosciute come «moretti»). Che le cose possano andare anche diversamente lo dimostra la mia esperienza di artista di musica popolare: quando attacco una «masollke» appenzellese, riecheggiano nell’aria anche le mazurke dei Balcani. Nella canzone «Vreneli ab em Guggisberg» si riconoscono in sottofondo tonalità della tradizione musicale sinti e rom. Quando mio padre mi accompagna con il salterio suonandolo come lo suonano in India o nei Balcani, diventa evidente quanto siamo debitori delle influenze provenienti da tutto il mondo che costituiscono per noi un arricchimento.