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SERIE NOIR
Episodio 46: Addio mia amata
Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.
L’ultima neve stava morendo agli angoli delle strade, ridotta a un mucchio di fanghiglia sporca. Il cielo grigio pesava come una cappa sopra la città. Nick Charles uscì dalla porta girevole dell’hotel senza voltarsi indietro. Sempre senza voltarsi, si avviò lungo la strada lucida di pioggia. Si fermò al bar di Hickey Dewey.
– Ehi, chi si rivede! – lo salutò Hickey. – Che prendi, il solito?
Dopo aver mandato giù un whisky, Nick si alzò per uscire. Accanto alla porta, abbottonandosi l’impermeabile, pronunciò poche parole a mezza voce, come se parlasse fra sé. – A mezzanotte giù al porto, vicino al dock sette. Forse ci sarà un uomo in più.
Hickey fece un impercettibile cenno di assenso, mentre Nick usciva, sempre senza voltarsi. Non aveva bisogno di voltarsi per sapere che Miles Archer lo stava seguendo fin dall’hotel. In almeno due occasioni si era avvicinato troppo, e Nick aveva colto il suo riflesso in una vetrina.
Fermò un taxi e si fece portare fino all’attico dove abitava Carmen Sternwood. L’appartamento era surriscaldato e Carmen indossava solo un tubino aderente. Anzi, non lo indossava ancora, perché chiese a Nick di aiutarla a chiudere la cerniera. Alle sue spalle, a pochi centimetri dalla pelle nuda, Nick respirò la dolcezza del suo profumo. Ma dietro c’era qualcosa che Nick conosceva bene. Nascosto ma persistente. Era l’odore della paura. Sfiorò con le labbra l’incavo tra il collo e la nuca. Con una mano le accarezzò una guancia. – Che c’è – mormorò con voce roca. – Di che hai paura, piccola?
Lei trattenne il respiro. In quell’istante Nick avvertì la minaccia, la presenza corporea che stava per piombare su di lui. Si girò di scatto, afferrando lo stelo di una lampada e piegando le ginocchia. Il colpo arrivò, ma di striscio sulla spalla invece che sulla testa. Per fortuna, perché Moose Malloy pesava almeno cento chili e con un pugno ben assestato poteva ammazzarti. Nick gli cacciò lo stelo della lampada fra le gambe, facendogli perdere l’equilibrio. Con la coda dell’occhio vide che sul ripiano della credenza c’era la statua massiccia di un falco. L’afferrò e, mentre Moose cercava di rialzarsi, lo colpì in piena fronte. Si sentì il suono del naso che si spaccava. Moose ricadde sulle ginocchia, e Nick lo colpì un’altra volta sulla nuca, mandandolo al tappeto.
Si voltò verso Carmen Sternwood, che nella mano destra teneva una pistola di piccolo calibro. Nick avanzò verso di lei.
– Ehi, restiamo calmi…
– Ti ho visto l’altra sera con Linda Loring. Non muoverti!
Carmen puntò la pistola verso lo stomaco, e Nick ritenne prudente fermarsi. Si fermò e passarono gli anni, con i cambiamenti della giovinezza, le prime vacanze da solo, lo studio, le ragazze, poi il matrimonio con Lucia, il lavoro, sempre il lavoro, la famiglia, la maturità e in un lampo la pensione, la vecchiaia…
– Non avrei mai pensato di ritrovarlo – disse Robbiani. – Pensavo che fosse stato venduto con la roba dei miei genitori. Invece mi ha seguito nei traslochi, è rimasto per anni qui in soffitta…
– Allora abbiamo fatto bene a fare ordine. – Zaynab indicò il libro. – È una bella storia?
– Non l’ho mai finito! – esclamò Robbiani. – Mio padre me lo confiscò, dicendo che era “robaccia”. Da allora per me Nick Charles è rimasto fermo davanti alla pistola di Carmen. Aspetta, senti… – Zaynab si sedette su una scatola di cartone sigillata. La voce di Robbiani, con un lieve tremito, lesse le prime righe del romanzo. – «L’ultima neve stava morendo agli angoli delle strade, ridotta a un mucchio di fanghiglia sporca. Il cielo grigio pesava come una cappa sopra la città. Nick Charles uscì dalla porta girevole dell’hotel senza voltarsi indietro…».