Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01200.jsonl.gz/4

di Giuliano Masola. Nel linguaggio corrente, divisa e uniforme sono sinonimi. In realtà, si tratta di una trappola linguistica, poiché un conto è dividere, un altro accomunare. Per chi comincia a giocare, è sempre una emozione indossare la divisa per la prima volta, dalle scarpe al cappellino; una divisa, però, che deve essere uguale a quella dei compagni, cioè uniforme, come dice il Regolamento. Nel tempo, l’abbigliamento è cambiato, si è adeguato a nuove situazioni, a migliori materiali. Come per i giocatori, anche gli arbitri hanno cambiato il vestito. Chi ha sfogliato qualche pagina di storia del Baseball avrà ben chiara l’immagine di arbitri col cravattino, senza maschera o altro per difendersi, posizionati a una certa distanza dietro il ricevitore. Da noi, negli anni Sessanta, come ricorda Corrado Dall’Aglio (il primo arbitro ufficiale di Parma) la società ospitante doveva fornire il materiale all’arbitro, in particolare la pettorina, che all’inizio era una specie di cuscino gonfiabile che si indossava sopra una camicia bianca e una cravatta nera. Poi, ci fu chi scelse la pettorina rigida: una sorta di moderno scudo, che richiedeva una certa abilità nell’uso. Intanto, al di fuori del nostro Paese, il mondo degli arbitri stava mutando, si stava modernizzando; un gioco sempre più veloce richiedeva tempi di decisione sempre più ristretti, per cui chi stava a casa base doveva essere sempre meno impedito nei movimenti. Parma ha avuto la fortuna di avere grandi personaggi, di fama mondiale. Uno di questi è stato Enrico Spocci, scomparso trentacinque anni fa. Enrico, diventato arbitro nel 1967, ha debuttato nel 1970 in Serie A (la massima serie del tempo) a Ronchi dei Legionari. Un anno dopo era arbitro internazionale, dietro la spinta degli esperti cubani che avevano avuto modo di conoscerlo durante un corso dei addestramento nell’Isola. Il suo volo, però, fu rapido e breve. Nell’agosto del 1973, alla fine di ciò che apparve come una specie di scandalo, fu deferito ai Probi Viri da Gian Luigi Prati, Presidente del Comitato Nazionale Ufficiali di Gara, e non fu più designato; motivazione: “per aver indossato… come arbitro capo, divisa diversa da quella federale…”. Le segnalazioni al CNUG erano giunte fin dalla fine di aprile, a seguito di una partita arbitrata a Bologna. Non solo, in un infuocato incontro in Viale Piacenza, Spocci e l’allora Presidente Bruno Beneck si erano scambiati tutto quello che era verbalmente possibile, per cui la rottura fu irreparabile. Enrico era tanto bravo quanto rigido, per lui non esistevano soluzioni politiche: voleva il rimborso di quanto aveva speso per la giacca. Punto! Quale era la pietra dello scandalo? Semplice: una giacca nera che copriva la pettorina sottostante, evitando ingombrati cuscini gonfiabili (modello pubblicità Michelin), che ogni tanto bisognava rigonfiare durante l’incontro, o rigidi scudi. Enrico aveva adottato questa nuova divisa (non uniforme), dopo aver comprato a sue spese la giacca. Era ciò che avevano cominciato a indossare gli arbitri negli Stati Uniti, in particolare, e che si cominciava a indossare anche ai tornei internazionali. Diverse sono le versioni sull’origine di questa giacca. Una parla del risultato di uno stage negli Stati Uniti (ogni volta che poteva, Spocci frequentava corsi di aggiornamento), un’altra dalla partecipazione a un campionato internazionale in cui era stata prevista questa nuova divisa, per cui al rientro aveva continuato a indossarla. Ce n’è una terza, che probabilmente è la più verosimile: a Spocci sarebbe stata promessa la partecipazione ai mondiali, cosa che avrebbe richiesto tale abbigliamento, ma poi sarebbe stato “tagliato”. Una reazione, quindi. Al di là di tutto però, credo che occorra tener presente una cosa: gli astri nascenti producono spesso – se non sempre – invidia; trattandosi di una persona di poche parole, che faceva in campo e fuori il suo compito, e che si guardava bene dall’intervenire anche coi colleghi (anche se avevano bisogno, in verità), la cosa diventava automatica. Ne sapeva troppo, era troppo bravo… e il troppo stroppia. Enrico però aveva il batti&corri nel cuore. Soprattutto si allenava e preparava di continuo. Non potendo più arbitrare cominciò a dare una mano a chi ne aveva bisogno, in senso sportivo, alle ragazze del softball, così come ai ragazzi del baseball. Divenne un coach e ottenne anche dei risultati. A quel difficile periodo è legato l’inizio del mio arbitraggio. Con una maglietta blu della Levi’s comprata in Ghiaia e con una tenuta da ricevitore di recupero, andavamo ad arbitrare come “clandestini” – il baseball a Parma era in grande espansione, non si potevano abbandonare le squadre a se stesse. Tutto ciò sembra lontano, ma pur quasi cancellato dal tempo, ci lascia una serie di interrogativi. Enrico continuò a lavorare per gli arbitri, arrivando alla completa traduzione del Regolamento nel 1980, per cui tutti gli dobbiamo qualcosa. Purtroppo, in quel terribile 1973, nessuno gli fu davvero vicino, nemmeno noi di Parma; nessuno ha cercando di capire che si trattava in realtà di una persona tanto buona, quanto sola, nonostante le mille attività e conoscenze. Certo recitare il “mea culpa” quasi cinquant’anni dopo serve a poco. Ciò che serve, invece, è il suo insegnamento, poiché ci ha mostrato che ci sono tanti modi per raggiungere un obiettivo e lo si raggiunge, se ci si impegna anche quando tutto pare perduto. Rientrato come arbitro dopo i Mondiali del 1978 (in realtà non era mai stato radiato), ricominciò a scendere in campo mostrando quanto fosse grande la sua capacità. Ancora una volta, però, il suo volo sarebbe stato breve, e la caduta irreparabile. Chi arbitra ancora e ha avuto la fortuna di conoscerlo, penso che ogni volta che scenda in campo si rivolga a lui: forse non è fra i santi, ma certamente è fra quelli che ci danno una mano.
Grazie Enrico.
Giuliano Masola
29 agosto 2017