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Dopo oltre mezzo secolo, potrebbe presto concludersi l'esilio della famiglia reale, che potrebbe lasciare la Svizzera per rientrare in Italia.
Il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il cambiamento dell'articolo della Costituzione che proibiva agli eredi maschi di casa Savoia di rientrare in Italia. La modifica costituzionale è stata votata da una maggioranza semplice, inferiore cioè ai due terzi degli aventi diritto.
Pertanto, si dovrà ora attendere tre mesi per vedere se 500'000 cittadini o 5 consigli regionali o un quinto dei componenti di una delle due Camere sceglierà di promuovere un referendum per invalidare la decisione presa.
In esilio dal 1946
Si chiude forse qui una vicenda iniziata 56 anni fa, subito dopo il referendum del 2 giugno 1946, in cui il paese scelse di abbandonare il regime monarchico per diventare una Repubblica. Pochissimi giorni dopo, il 14 giugno, Umberto II e tutta la famiglia reale abbandonarono il paese per l'esilio a Cascais, in Portogallo.
Subito dopo, però, l'ormai ex regina Maria Josè preferì andare a vivere per conto suo dal 1947 in Svizzera, nel castello di Merlinge, vicino a Ginevra. Sembrò a molti una conferma della distanza che la separava dall'atteggiamento tenuto da casa Savoia rispetto al fascismo e all'entrata in guerra a fianco della Germania nazista.
Grande rispetto per la regina
Non è infatti un mistero che la regina unica nella famiglia reale fu sempre trattata con rispetto delle forze antifasciste e repubblicane. Anche i media subirono il fascino silenzioso e riservato della sua personalità, risparmiandole quella continua presenza sui rotocalchi che diventò invece il carattere distintivo degli ex regnanti italiani.
Fecero epoca, in questo senso, i flirt che legarono una delle principesse e l'attore Maurizio Arena, reso famoso dal film "Poveri ma belli". Lo stesso Vittorio Emanuele fece scalpore con il suo matrimonio "borghese" con Marina Doria, cittadina e campionessa svizzera di sci nautico, ma italiana di nascita, figlia di un noto fabbricante di biscotti. Da allora in poi Ginevra divenne la sua residenza abituale.
Vittorio Emanuele nella cronaca
Ma l'episodio più grave, quello che compromise definitivamente l'immagine della "casa reale" agli occhi degli italiani e del mondo, fu certamente quello sull'isola di Cavallo, al largo della Corsica. In quell'occasione fu proprio Vittorio Emanuele, l'erede al trono perduto, a esplodere un colpo di fucile che uccise un giovane velista tedesco che dormiva sulla sua imbarcazione. Processato a Parigi, Vittorio Emanuele venne assolto dall'accusa di omicidio e condannato semplicemente per porto abusivo di arma da fuoco.
Si tornò poi a parlare dell'erede, durante gli anni di Tangentopoli, come socio d'affari dalla sua residenza in Svizzera con numerosi personaggi diventati poi famosi. Cominciò, secondo il settimanale l'Espresso del febbraio scorso, con Corrado Augusta, fondatore della società produttrice di elicotteri e spesso sospettato anche di trafficare in armamenti. Il settimanale Espresso, mai tenero con i Savoia, afferma inoltre che Vittorio Emanuele aderiva pure alla P2 di Licio Gelli: numero di tessera 1621.
Fedeltà alla Repubblica?
L'erede Savoia, dicono anche molti i monarchici, ha complicato spesso con le sue stesse mani l'iter parlamentare del provvedimento che doveva permettergli di rientrare in Italia.
Si è infatti sempre rifiutato di "giurare fedeltà alla Repubblica", alimentando così i sospetti di voler riproporre, dopo l'eventuale rientro, il problema delle pretese della monarchia sul paese.
Ancora venerdì, dopo il sì definitivo del parlamento, ha insistito con questo atteggiamento, subordinando in tono scherzoso il "giuramento" all'eventuale nomina a ministro. Ma soprattutto hanno fatto scalpore, nel corso di un'intervista rilasciata pochi anni fa, i suoi giudizi sulle leggi razziali approvate sotto il fascismo dal nonno Vittorio Emanuele III: "non così terribili come si dice".
Con il prossimo rientro in Italia, insomma, la Svizzera perde un uomo d'affari e l'Italia, forse, guadagna qualche problema in più.
Francesco Dirovio