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Donald Trump ha vinto. Ha vinto almeno la maggioranza dei voti degli elettori maschi bianchi negli Stati decisivi. Tra i perdenti figurano la protezione del clima, la decenza politica, i musulmani e noi, il continente africano.
Ecco cosa emerge dai commenti dei giornali online in Kenya, in Nigeria e in Uganda dopo le elezioni americane.
Vale la pena dare un’occhiata alla copertura della campagna elettorale negli Stati Uniti attraverso i contributi delle lettrici e dei lettori che non provengono dal ricco Nord. Come riferiscono delle elezioni i media dei paesi in sviluppo e in transizione, paesi toccati proprio quanto noi?
In Bangladesh, numerose testimonianze segnalano la loro grande paura (certamente giustificata) che il cambiamento climatico si amplifichi. Tutti sanno che Trump considera il riscaldamento del pianeta un’orrenda invenzione della propaganda cinese. Perché dovrebbe essere interessato al fatto che l’aumento del livello del mare ha già delle conseguenze e che i maremoti aumentano?
Eppure 48 dei paesi in sviluppo più poveri e dei più toccati dai cambiamenti climatici hanno annunciato nel corso dell’ultima conferenza sul clima di Marrakech di volere d’ora in avanti perseguire degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 ancora più ambiziosi. Quindi, da allora, è ancora più urgente che gli altri paesi ricchi - quindi gli Stati Uniti di Trump - sostengano i loro sforzi e mettano a disposizione i mezzi finanziari promessi.
È dunque molto preoccupante che in Svizzera il Consiglio federale abbia lasciato le proposte corrispondenti in fondo a un cassetto.
Torniamo a Trump. Non solo in Bangladesh, ma anche in Messico e altrove, la gente si preoccupa dei progetti di Trump per l’espulsione degli immigrati «illegali». Dove andranno le decine di migliaia di compatrioti che dovrebbero rientrare nel proprio paese? Come fare senza i trasferimenti finanziari dei membri della famiglia? Cosa ne sarà della cooperazione allo sviluppo degli Stati Uniti? Che fine faranno le esportazioni verso gli Stati Uniti che dovrebbero nuovamente essere tassate con dazi dogali elevati?
Daniel Kalinaki descrive l’elezione di Trump nel Daily Nation in Kenya come «l’elezione più africana» della storia degli Stati Uniti. Qualche lettore ha obiettato: almeno il partito che ha perso ha riconosciuto la sua sconfitta senza fomentare una rivolta.
La questione sollevata da Owei Lakemfa sul Premium Times in Nigeria è quantomeno pertinente: come si può prendere come modello la democrazia di un paese profondamente diviso, che sbatte in faccia al mondo un evasore fiscale, misogino e xenofobo? La Dhaka Tribune condivide le paure di numerosi commentatori del Nord e del Sud secondo i quali l’esempio di Trump potrebbe fare scuola e dare un nuovo slancio politico ai demagoghi bugiardi e xenofobi di questo mondo.
È stato detto numerosissime volte: la nuova amministrazione deve prima mettersi al lavoro e solo dopo si potrà conoscere la direzione che la politica americana prenderà. Tuttavia, c’è poco da essere ottimisti. Una cosa è sicura: quella autorità morale che gli Stati Uniti avevano acquisito otto anni fa con l’elezione del primo Presidente nero è crollata e ha lasciato il posto a un’enorme delusione.
Traduzione Sonia Salmina
(Pubblicato sul Corriere del Ticino, il 6.12.2016)