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La nave Aquarius non navigherà nelle acque del Mediterraneo sotto bandiera svizzera. Il Consiglio federale ritiene che non ci siano le condizioni per farlo. Per l'esecutivo occorre inoltre promuovere la collaborazione tra gli Stati evitando gli interventi isolati.
In risposta ad alcune interpellanze, l'esecutivo afferma che teoricamente le navi con finalità idealistiche come l'Aquarius possono in via eccezionale essere iscritte nel registro del naviglio svizzero che è in linea generale riservato alle navi mercantili d'alto mare che trasportano merci e persone a scopi commerciali.
Detto ciò, il governo ritiene che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo "richiedano un approccio coordinato" e che a lungo termine l'accoglienza dei profughi debba fondasi "su una distribuzione equa delle responsabilità nei confronti delle persone vulnerabili".
Secondo il Consiglio federale, inoltre, "non è costruttivo intavolare negoziati ad hoc per ogni nave con profughi a bordo costringendoli a errare per giorni". Per l'esecutivo la soluzione va trovata a livello europeo.
Per Berna occorre mettere a disposizione porti di sbarco e prevedere un meccanismo per la ripartizione dei profughi in arrivo. Questo tipo di impegno va inoltre definito "attraverso una procedura coordinata" che coinvolga a lungo termine tutti gli Stati europei.
Riconoscendo che una simile soluzione attualmente non esiste, il Consiglio federale ritiene che "gli interventi isolati celino il pericolo di aggirare la collaborazione tra gli Stati, invece di promuoverla". Per questo motivo non crede possibile adottare, per la nave Aquarius, la clausola derogatoria della legge sulla navigazione marittima sotto bandiera svizzera.
In una prima reazione, l'associazione SOS Méditerranée Suisse critica la decisione del Consiglio federale: "non si possono lasciare morire delle persone unicamente perché non si sa ancora dove sbarcarle", afferma in un comunicato.
Per la sezione elvetica di SOS Méditerranée, l'ong per il salvataggio delle vite in mare con sede a Marsiglia, la Svizzera avrebbe potuto far valere la sua tradizione umanitaria e inviare un segnale forte ai governi europei. Purtroppo però, scrive ancora l'associazione, "considerazioni politiche hanno nuovamente prevalso sul destino di vite umane".