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“Qualcuno vicino a”, “un amico”, “un amico intimo”, “un confidente”, “un ex Ministro”, espressioni molto frequenti negli articoli di argomento politico: un pezzo recente di Libération, ad esempio, conteneva ben 11 fonti anonime di questo tipo in 1340 parole. Il giorno dopo, un altro articolo di argomento simile, pubblicato questa volta da Le Parisien, presentava cinque fonti senza nome in appena 460 parole.
Dietro a queste fonti citate negli articoli vi sono politici, eletti o meno, che vogliono dire la loro senza esporsi pubblicamente. Senza i loro nomi o i loro ruoli esplicitati, però, per il lettore è impossibile sapere chi stia commentando o da dove vengano le parole che sta leggendo. Ed è anche impossibile sapere se si tratti effettivamente di più fonti diverse o di una sola, citata più volte. “Il governo”, “qualcuno vicino al Presidente” e “un consigliere” potrebbero ad esempio essere la stessa persona.
Fonti segrete
Nell’articolo di Libération citato qui come esempio vi erano davvero cinque o sei fonti diverse, stando a quanto ha fatto sapere Grégoire Biseau, responsabile della sezione politica del giornale francese, per il quale, però, troppe fonti anonime creano inevitabilmente diversi problemi di trasparenza. Per il giornalista di Libération, servirebbe un maggiore equilibrio tra citazioni anonime e citazioni attribuite. Se quella delle fonti anonime è una questione perennemente aperta nel giornalismo politico, in Francia il problema è ancora più urgente per via del lancio della nuova campagna presidenziale. Nel Paese, infatti, le dinamiche politiche sono piuttosto segrete: da un lato ci sono le citazioni ufficiali, inserite in un frame istituzionale, spesso verificate e approvate prima della pubblicazione, dall’altra, ci sono quelle citazioni che, anche se non scritte nel goffo discorso indiretto giornalistico, non vengono sempre attribuite a chi le ha effettivamente espresse.
“Usare sempre fonti anonime è una soluzione facile”, sostiene Gerard Leclerc, giornalista politico ed ex Direttore del canale tv Lcp, “fa parte della de-accountability giornalistica e della politica. Chi può dirmi la verità? Stiamo trasformando la politica nel gioco delle ombre cinesi”. Al New York Times, ad esempio, una nuova direttiva proibisce l’uso di fonti anonime, eccetto in rari casi in cui è in gioco la sicurezza di chi ha rilasciato la dichiarazione o in altri che vanno a toccare la sicurezza nazionale. All’Agence France-Presse (Afp), invece, l’uso di queste fonti deve essere “l’eccezione, non la regola” e l’agenzia insiste anche che “prima di garantire l’anonimato a una fonte, è necessario indagare le loro motivazioni e assicurarsi che non ci sia il rischio di possibili distorsioni”.
Come controllare citazioni senza fonte?
Le citazioni senza fonte sono rischiose: non solo le dichiarazioni non possono essere verificate, ma una fonte anonima può inventare tutto, rimanendo in incognito, arrivando persino a sfruttare a proprio vantaggio il giornalista a cui confida le sue dichiarazioni confidenziali. “Non necessariamente”, pensa invece Grégoire Biseau, spiegando che le fonti anonime possono anche “fornire un’alternativa alla versione ufficiale: possono aggiungere un tocco di ironia, un commento in controtendenza, un elemento eloquente e non necessariamente interessato”. Contrariamente, Gerard Leclerc crede che stiamo assistendo al trionfo della correttezza politica, un paradosso nell’era digitale: “mentre tutto è conosciuto e tutto viene detto, ufficialmente non c’è mai nulla davvero off-the-records, ma la realtà è spesso diversa”.
Un potere sbilanciato
Convincere una fonte a parlare pubblicamente non fa forse a sua volta parte delle responsabilità di un giornalista? Una battaglia persa, crede Grégoire Biseau: “c’è una sfera del potere governativo che è semplicemente inaccessibile, in cui tutto è ultra codificato”. L’equilibrio del potere non è a favore dei giornalisti, continua: “puoi collaborare con una fonte per cinque anni, ma perderla in cinque secondi per avere usato una citazione senza permesso”. Inoltre, per il giornalista “la pena è immediata poiché la fonte, sentendosi tradita, potrebbe non parlarti per mesi”, sostiene ancora Biseau, aggiungendo anche: “se non c’è una fonte, non c’è informazione che abbia davvero valore”.
La direttiva del New York Times che vuole eliminare le fonti anonime non funzionerebbe nel Regno Unito, sostiene Roy Greenslade del Guardian: “qui, se l’anonimato non è garantito, non c’è nessun articolo: è una maledizione e, allo stesso tempo, una fortuna”. In Francia la situazione è la stessa. E sfortunatamente non cambierà, probabilmente, prima delle elezioni presidenziali del 2017.
Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz