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Gattopardi del Kazakistan e il prezzo della democrazia
Dopo il padre-padrone Nazarbaev e le proteste di piazza del 2022, il Paese prova a cambiare alle urne: ben 6 partiti in Parlamento (nel 2007 fu uno solo)
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Dopo il padre-padrone Nazarbaev e le proteste di piazza del 2022, il Paese prova a cambiare alle urne: ben 6 partiti in Parlamento (nel 2007 fu uno solo)
• – Donato Sani
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• – Donato Sani
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• – Donato Sani
Si tiene oggi a Mosca un evento sempre più tenuto d’occhio e temuto dal regime putiniano, la “Restituzione dei nomi”, organizzata dall’associazione che ha recentemente ricevuto il Premio Nobel per la pace
• – Donato Sani
Dopo il padre-padrone Nazarbaev e le proteste di piazza del 2022, il Paese prova a cambiare alle urne: ben 6 partiti in Parlamento (nel 2007 fu uno solo)
Da Astana
Astana a metà marzo è ancora copiosamente innevata e il termometro non si avventura sopra lo zero nemmeno nelle ore più calde del giorno. Diventata capitale del Paese nel 1997 su iniziativa di Nursultan Nazarbaev, il padre del moderno Kazakistan – lo Yelbasy, “la guida della nazione” in lingua kazaka – la città ha conosciuto da allora una crescita impetuosa (da 300’000 a 1’300’000 abitanti), sviluppandosi in un paesaggio urbano fatto di grattacieli e di costruzioni immaginifiche.
Nell’arco di meno di un secolo la città ha cambiato cinque volte di nome: Akmolinsk, Tselinograd (1961-’92), Akmola (1992-’98), Astana (19982019), Nur-Sultan (1919-’22) e di nuovo Astana da quest’anno. Un’instabilità toponomastica quasi emblematica dei numerosi cambiamenti di paradigma culturale e politico che la nazione centroasiatica ha dovuto affrontare nella sua storia recente: dal Kazakistan pre-sovietico di Akmolinsk in cui dominava ancora il nomadismo, a quello post-sovietico di Astana, capitale di un Paese esportatore di materie prime necessarie alla catena di produzione dell’odierno capitalismo globale.
Negli anni di Stalin la regione era soprattutto la sede dell’ALZhIR (sigla che tradotta sta a significare Lager delle Donne dei Traditori della Patria di Akmolinsk). Un secolo di grande discontinuità storica, sui cui l’attuale repubblica ha costruito un modello di relativo successo – in particolare rispetto ai competitor dell’Asia Centrale – di Stato laico, multiculturale e multietnico. Domenica si sono svolte le elezioni parlamentari. Si è eletta la Mazhilis, la camera bassa che elaborerà le nuove leggi del Paese, e i Maslychaty, gli organi di governo regionale. Queste elezioni sono state annunciate come quelle della svolta verso un modello costituzionale più democratico. Infatti a livello costituzionale e giuridico le differenze rispetto a prima sono colossali.
È finita l’era del superpresidenzialismo in vigore fino alle scorse elezioni. Superpresidenzialismo che si era imposto nell’era del padre-padrone del Paese Nursultan Nazarbaev (ai vertici del Kazakistan dal 1989 al 2019), un’era di accentramento dei poteri e di elementi di quello che chiameremmo un culto della personalità (basti pensare alla capitale rinominata in suo onore mentre è ancora in vita).
L’attuale presidente Qasym-Jomart Toqaev è succeduto a Nazarbaev in una transizione controllata, avviando una stagione riformista. Dapprima moderata e poi più decisa dopo i fatti di gennaio 2022, quando proteste di piazza a sfondo sociale avevano messo a ferro e fuoco alcune delle città più importanti del Paese. Si protestava contro il carovita, contro l’inflazione dei carburanti (segnatamente del Gpl), contro l’ineguaglianza sociale e contro l’oligarchia, puntando il dito proprio contro l’ex presidente Nazarbaev.
In risposta a questi eventi Toqaev ha proposto una serie di riforme ad ampio ventaglio. Nel caso concreto del voto per il Parlamento, le modifiche costituzionali favoriscono il pluralismo, il pluripartitismo e la politica dal basso, permettendo la corsa come candidati indipendenti (“autonominati”) oppure la registrazione di liste politiche con appena 5’000 firme raccolte. Che queste riforme favoriscano una democratizzazione effettiva del Paese e non si tratti solo di gattopardismo dell’élite al potere per ora non ci è ancora dato sapere. Il rapporto preliminare degli osservatori Osce sulle elezioni parla di pecche ancora presenti a livello di libertà di espressione, di spazi informativi adeguati ed equi, di ostacoli amministrativi ancora da rimuovere per la registrazione di tutti i candidati indipendenti.
Si tratta di un partner importante di due grandi potenze confinanti, Russia e Cina, ma pure di diversi Paesi dell’Ue. La Svizzera dal suo canto può contare su delle ottime relazioni economiche e diplomatiche figurando tra i primi investitori esteri. Inoltre la Repubblica kazaka fa parte del cosiddetto Helvetistan, degli Stati rappresentati dalla Svizzera alla Banca Mondiale. Per la sua posizione geografica e il valore strategico della sua produzione di materie prime, il Kazakistan è destinato a incrementare la sua importanza dal punto di vista geopolitico.
Ero già stato in Kazakistan durante le elezioni parlamentari precedenti del gennaio 2021. Ad Almaty ci furono delle proteste di piazza represse dalla polizia. Questa volta non si sono viste. Il dipendente del ministero degli Affari esteri che accompagnava l’allora sparutissima truppa di reporter stranieri simpatizzava segretamente per i manifestanti (di cui seguiva le imprese su Telegram).
I kazaki dimostravano di essere un popolo particolarmente accogliente. Le persone con cui avevo parlato ad Almaty al di fuori degli eventi istituzionali manifestavano apatia e disinteresse per la politica. Alcuni mi dissero che non bisognava usare Whatsapp per parlare di politica. Ad Astana, ai briefing degli osservatori internazionali, un parlamentare europeo ed ex ministro di Fillon e Sarkozy, molto attivo pure in Russia e Azerbaijan, pose alla piccola platea dei giornalisti occidentali presenti una domanda provocante – “un dilemma”: è meglio una democrazia formalmente compiuta che non garantisce benessere socio-economico alla popolazione o una democrazia incompiuta come il Kazakistan che assicura alla popolazione un livello socio-economico adeguato?
Nel 2021 il partito Nur Otan di Nazarbaev e di Toqaev vinse le elezioni con il 71% dei voti. Riuscirono a entrare in Parlamento solo due altri partiti superando la soglia di sbarramento (allora al 7%). In questa tornata elettorale sono entrati nella Mazhilis 6 partiti. Nel 2007 le elezioni avevano portato addirittura a una Majilis monocolore: tutti i 98 candidati eletti appartenevano a Nur Otan guidato da Nazarbaev.
È stato uno degli scopi annunciati dalle riforme costituzionali, sviluppare il multipartitismo e il pluralismo nel Paese. Per questo è aumentato il numero di partiti in lizza per le elezioni ed è stata introdotta la possibilità a candidati indipendenti di correre in collegi uninominali. Yerkin Tukumov, direttore dell’Ufficio di studi strategici del Kazakistan presso la presidenza della repubblica, ha commentato dopo le elezioni che molto rimane da fare per costruire una cultura partitica forte. I giornalisti stranieri presenti a questa Mazhilis sembrano tre volte quelli presenti nel 2021. Segno che l’interesse per le elezioni kazake all’estero è cresciuto.
Alla fine il partito Amanat, ex Nur Otan di Nazarbaev, ha ottenuto, come previsto, la maggioranza. Con il 54% delle preferenze secondo i risultati preliminari pubblicati dal Ministero degli affari esteri. Altri 5 partiti entrano in parlamento. In ordine di preferenze: il partito di tendenze agrarie Auyl (11%), il partito Respublica – appena formato con lo scopo di rappresentare società civile e imprenditoria (9%), il partito di destra liberal-conservatrice Ak Jol (8%), gli excomunisti del Partito Popolare del Kazakistan (7%), il partito Nazionale Sociale Democratico (5%). Quasi il 4 per cento dell’elettorato ha votato per l’opzione “contro tutti”, introdotta anch’essa nelle ultime riforme.
Al di là dei risultati al voto dei partiti, che non sembrano prefigurare dei cataclismi politici nonostante il fatto che i partiti presenti nella Majidi lis sono raddoppiati, c’è un altro dato percentuale che è molto interessante. Quello dell’affluenza alle urne, che complessivamente fa segnare un non altissimo 54%. Il dato è il più basso di sempre per le elezioni kazake e potrebbe essere dovuto a una diffusa sfiducia nelle istituzioni o a una stanchezza dell’elettorato non abituato con questa frequenza a recarsi alle urne: a giugno si era votato su un referendum sulle modifiche costituzionali, a novembre per un’elezione presidenziale anticipata. D’altro canto, potrebbe anche avere una connotazione positiva. Cioè essere il segno di una minor costrizione sociale oppure di metodologie più appropriate a livello di calcolo dell’affluenza.
Il dato più impressionante è quello che riguarda le grandi città. Ad Almaty, la città più popolosa con oltre 2 milioni di abitanti e centro economico e finanziario del Paese, si è recato alle urne meno del 26% degli aventi diritto. Almaty era pure stata sede delle proteste più estese nel gennaio del 2022. Nella capitale Astana l’affluenza alle urne è stata del 43%, mentre nella terza città, Shykment, di meno del 46%. Insomma, nelle grandi città del Paese il tasso di fiducia o di interesse nella politica non sembra essere altissimo…
Ma cosa ne pensa la gente incontrata in questi giorni prima e durante il voto? Svetlana, 71 anni, un figlio imprenditore, entrambi ad Astana. Incontrata per strada, ci dice che non voterà perché non serve a nulla. Suo figlio, dice, voterà per evitare che lo faccia qualcun altro a nome suo. Nazira, 35 anni, project manager di Astana: voterà per i partiti governativi. “Ad Astana nessuno si aspettava le proteste di piazza, qui moltissimi lavorano per il governo. La paura di sommovimenti interni non è più attuale, ora la gente teme soprattutto i russi per via delle forti comunità russofone nel nord del Paese”. Secondo una signora italiana che vive da due decenni in Kazakistan “alcuni voteranno, altri no. L’interesse è in crescita rispetto agli altri anni, ma ancora per pochi”. Un imprenditore nell’ambito degli alimentari con buoni rapporti in Italia, sulla cinquantina, di Almaty, chiede di rimanere anonimo: “In Kazakistan c’è sempre lo stesso autoritarismo e non cambia mai nulla!”. In generale i kazaki si esprimono con grande libertà e schiettezza. È schietta e sincera pure la gente ai seggi elettorali. L’atmosfera è molto accogliente, jingle risuonano in sottofondo; è presente pure una quantità sorprendente di osservatori della società civile. “Le candidature di alcuni candidati indipendenti, attivisti abbastanza popolari, non sono state registrate per ragioni non del tutto chiare” sostiene Kamila Kovjazina, sociologa, 32 anni, osservatrice presso un seggio elettorale di Astana.
Il voto si è svolto alla vigilia del Naurys (Nowruz in altri Paesi), la sentitissima festa dell’equinozio di primavera, che segna tradizionalmente l’inizio dell’anno nuovo in molti Paesi dell’Asia Centrale e del Medio Oriente, secondo un’antica tradizione persiana. In questa occasione nelle sale degli edifici pubblici un posto d’onore è assegnato a iurte montate appositamente. Le Kyjz Uj, le iurte kazake, erano ancora usate dalla maggior parte della popolazione negli anni 1920 e ’30, prima della sedentarizzazione forzosa praticata dall’autorità sovietica.
Al Museo nazionale kazako di Astana la iurta è stata posta nell’atrio principale proprio a coprire la vista della statua in bronzo dorato di Nursultan Nazarbaev [nell’immagine], che altrimenti avrebbe troneggiato nel campo visivo di chi avesse varcato la soglia del museo.
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