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Guardo le date di apparizione delle due opere eseguite giovedì scorso dall’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Robert Trevino: 1917 la trascrizione per orchestra d’archi della ‘Verklärte Nacht’ di Schönberg; 1916 la ‘Kammersymphonie’ per sette fiati, undici archi, arpa, celesta, armonium, pianoforte, timpani e percussioni di Schreker. Rubo allora il titolo al romanzo di Thomas Mann (1875-1955) apparso nel 1924, quando Arnold Schönberg (1874-1951) e Franz Schreker (1878-1934) sono in prima fila tra Vienna e Berlino a rianimare la vita musicale tedesca, nel caos del dopo Grande Guerra e nell’umiliazione per gli Imperi perduti.
‘La montagna incantata’ è una descrizione ironica che Mann fa di una società socialmente privilegiata, destinata a perdere quei privilegi, ma ancora con risorse intellettuali che le consentono di indagare “l’idea dell’uomo e la concezione di un’umanità futura”.
Schönberg resta nella storia della musica come il creatore della dodecafonia, secondo Adorno, il principale artefice del progresso armonico dalla tonalità all’atonalità, che compie a piccoli passi perché è rispettoso della storia della musica. La ‘Verklärte Nacht’, scritta per sestetto d’archi vent’anni prima della trascrizione per orchestra, si ispira a un testo poetico di una drammaticità adatta a un’opera lirica, ed è forse riduttivo ascoltarla come musica pura.
Anche Schreker è alla ricerca di un nuovo linguaggio musicale e in Germania gode della stessa autorevolezza di Schönberg quando compone la ‘Kammersymphonie’, che forse resterà il suo maggior esito sinfonico: un’allegra rassegna di colori timbrici, degna di un giorno di festa sulla piazza del villaggio.
Quando nel 1929 Mann riceve il Premio Nobel per la letteratura, Schönberg ha già composto le sue prime opere rigorosamente dodecafoniche. È un momento di gloria per la cultura tedesca, sulla quale incombe la tragedia del nazismo. Tre anni dopo i due musicisti, perché d’origine ebraica, e lo scrittore, perché intellettuale, sono esuli negli Stati Uniti, dove hanno salvato la vita assieme a migliaia di altri europei.
Come hanno affrontato due partiture da noi raramente in programma e la temperie culturale del primo Novecento tedesco la nostra Orchestra e il direttore venuto dal Texas? L’Osi è stata splendida, Robert Trevino è da invitare ancora per quanto possibile. Trovo quasi imbarazzante cercar ogni volta parole di lode per esecuzioni impeccabili ed entusiasmanti. Provo a farlo citando il pubblico raffinato che la nostra Orchestra ha saputo crearsi in pochi anni e che la segue con commozione e affetto. Non ricordo un direttore ospite che in due o tre giorni di prove sia riuscito a riunire un dominio delle partiture e dell’Orchestra come Robert Trevino.
L’interpretazione della ‘Verklärte Nacht’ è stata di una drammaticità estrema come il testo poetico che ha ispirato Schönberg: due amanti fianco a fianco in una notte di luna, la donna confessa all’uomo che attende un figlio da un altro uomo, l’uomo rassicura la donna che il nuovo nato sarà accolto come un frutto del loro amore. Un inno alla natura e all’amore capace col tocco dell’arte di regalare momenti d’incanto.
Poi per contrasto la ‘Kammersymphonie’, una festa dei colori timbrici dei fiati, che ha riportato il sorriso sui volti degli ascoltatori, li ha invogliati a sgranchirsi le gambe in pausa e prepararsi al gran finale con la Quinta Sinfonia di Mendelssohn. Una risalita di un secolo nella storia della musica e, per i veterani delle sale da concerto, il ricordo di tanti ascolti che hanno permesso di apprezzare la bellezza della musica e l’abilità degli interpreti, ma hanno trasmesso poche emozioni.
Giovedì sera la gradita sorpresa: Robert Trevino e l’Orchestra della Svizzera Italiana hanno cercato un’interpretazione della Quinta di Mendelssohn, per quanto possibile nuova e irripetibile, legata alle contingenze, allo stato d’animo degli interpreti, degli ascoltatori col loro flagrante silenzio. E affatto nuove sono sembrate le scelte ritmiche e dinamiche, la misura degli interventi solistici.
Poi, allo spegnimento dell’ultima nota, felicissimo il gesto di Trevino, immobile con le braccia alzate, per chiedere un lungo silenzio prima di sciogliere l’applauso.