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Negli ottavi di finale contro l’Ucraina il selezionatore elvetico, smarrita la lucidità, operò la sostituzione più scellerata della storia del pallone
Se fai l’allenatore, della Nazionale o del Codeborgo, e ti trovi sullo 0-0 quando mancano due minuti al termine dei supplementari – che si tratti dei Mondiali o della Coppa Ticino – c’è una sola cosa che non devi mai fare: togliere dal campo il tuo miglior rigorista. Specie se si tratta, oltretutto, del più prolifico goleador della storia della tua squadra. Sostituirlo equivarrebbe a vibrarsi poderose bottigliate nel bassoventre, alla maniera di Tafazzi. Sarebbe un’azione così sconsiderata da far dubitare della sanità mentale di colui che la compisse. E infatti, a memoria d’uomo, mai nessuno ebbe la scellerata idea di metterla in pratica. O almeno così fu fino al 26 giugno 2006, quando a Colonia, al 118’ degli ottavi di finale fra Svizzera e Ucraina, il selezionatore rossocrociato Köbi Kuhn decise di incidere il proprio nome negli annali del football nel modo meno glorioso immaginabile. Richiamò infatti in panchina Alex Frei – capocannoniere elvetico di ogni epoca e praticamente infallibile dal dischetto – e al suo posto mandò in campo Mauro Lustrinelli, che era un buon attaccante, per carità, ma niente a che vedere con la classe e il killer instinct del centravanti titolare. Una follia che, ovunque nel mondo, sarebbe stata punita con l’esilio. Ma non a Berna, dove con mossa non meno sciagurata provvidero a rinnovare il mandato di altri due anni al coach delirante. Nel 2008, infatti, ci sarebbero stati gli Europei da giocare in casa e i pezzi grossi dell’Asf temevano che, cambiando in corsa la guida tecnica, il gruppo ne avrebbe risentito, giungendo al torneo continentale senza un gioco ben definito e dunque privo di certezze. Fu l’ennesima decisione infausta: a Basilea gli elvetici guidati dal povero Köbi Kuhn persero sia coi turchi sia contro i cechi, vincendo soltanto l’inutile gara conclusiva contro il Portogallo. Terminarono ultimi del proprio girone e stabilirono un altro primato, condiviso con l’Austria, anch’essa padrona di casa ed egualmente ben presto eliminata: per la prima volta la Nazionale del Paese organizzatore non superava la fase preliminare degli Europei.
Quella famosa partita di Colonia si concluse naturalmente coi tiri dagli 11 metri, dove gli svizzeri non furono in grado di segnare nemmeno una volta, stabilendo un ben triste record nella storia della Coppa del mondo. Primato assoluto – e tuttora imbattuto – fu pure il fatto di essere eliminati dalla corsa al titolo senza aver mai perso e senza aver mai subito nemmeno un gol. Dopo aver impattato 0-0 all’esordio contro la Francia, infatti, i rossocrociati avevano superato 2-0 sia il Togo sia la Corea del Sud, prima di chiudere a reti inviolate anche i 120 minuti degli ottavi di finale contro gli ucraini. Venire estromessi non fa mai piacere, ma farlo in questo modo risulta ancor più irritante. A parziale consolazione va ricordato che quell’edizione dei Mondiali fu particolarmente ricca di dati statistici piuttosto stravaganti, a cominciare da quelli riguardanti l’arbitro argentino Elizondo, che fu il primo a dirigere – in una kermesse iridata – sia la gara d’apertura sia la finalissima, oltre a essere stato l’unico, in oltre novant’anni di storia, a fischiare in ben cinque gare nel corso del medesimo torneo. E pensare che la finale, a detta di tutti, sarebbe dovuta toccare all’inglese Graham Poll, che in quegli anni – malgrado i numerosi errori commessi sia in patria sia in tournée – da Uefa e Fifa veniva portato in palmo di mano. Ma designarlo per l’atto conclusivo di Germania 2006, nonostante l’occhio di riguardo nei suoi confronti, fu davvero impossibile: in Croazia-Australia (2-2) espulse infatti Simunic solo dopo il terzo cartellino giallo, una cappellata che non avrebbero potuto perdonargli nemmeno con l’intercessione del Padreterno. A livello tecnico, si trattò senza ombra di dubbio dello sbaglio più clamoroso della storia della manifestazione: può sfuggirti una trattenuta in area, un fallo di reazione, un fuorigioco ignorato dai tuoi assistenti, ci mancherebbe. Ma davvero non si spiega come Poll sia riuscito ad ammonire tre volte lo stesso uomo in meno di mezz’ora. Uno sfondone da ricovero, per dirla senza troppi giri di parole. E assurdo è pure il fatto che nessuno, in campo, se ne sia accorto: che abbiano taciuto i croati è del tutto legittimo, ci mancherebbe, ma il silenzio degli australiani è fuori da ogni logica. La distrazione di quarto uomo e guardalinee, invece, è addirittura criminale. La fortuna, per la Fifa, fu che la squadra potenzialmente danneggiata, cioè l’Australia, decise infine di non sporgere reclamo, ma lo fece soltanto perché, pareggiando 2-2, riuscì comunque a qualificarsi per gli ottavi di finale. Fosse finita diversamente, la gara avrebbe dovuto essere rigiocata, e pure questa sarebbe stata una prima assoluta nelle pagine del libro della Coppa del mondo.
Sempre a proposito di cartellini, da record fu pure la mattanza consumatasi a Norimberga fra Olanda e Portogallo (0-1), capaci di raccogliere ben 16 ammonizioni e 4 espulsioni. Lo spettacolo inscenato agli ottavi da lusitani e oranje fu davvero vergognoso, ma la colpa – di nuovo – fu dell’arbitro. Venti sanzioni stanno infatti a significare che il russo Ivanov, su quel match, non ebbe alcun controllo. Quando una partita prende una brutta piega, andrebbe immediatamente estratta la frusta, altrimenti degenera, proprio come avvenne quella volta al Frankenstadion. Non solo dai record fu comunque caratterizzato il torneo del 2006, ricordato da chi ama la politica anche per aver proposto alcune sfide dalle molteplici implicazioni storiche. Oltre a Francia-Togo (2-0), ci sono stati infatti altri due match dal sapore fortemente coloniale: Inghilterra-Trinidad e Tobago (2-0) e naturalmente Portogallo-Angola (1-0). Nel caso di Germania-Polonia (1-0), invece, non c’erano di mezzo possedimenti d’Oltremare, è vero, ma il potere evocativo di quella partita fu comunque indiscutibile.
Il secondo Mondiale tedesco, il primo dopo la riunificazione, si sarebbe concluso il 9 luglio 2006 col successo ai rigori dell’Italia sulla Francia e con la famosa testata di Zidane sferrata al petto di Materazzi. Proprio come nel 1982, gli azzurri riuscirono a laurearsi campioni in mezzo a scandali e polemiche che gettavano enorme discredito sul loro universo pallonaro, travolto dal sisma di nono grado che fu Calciopoli e dal suo strascico di qualifiche, penalizzazioni e retrocessioni che trascinarono in Serie B la Juventus, club che della Nazionale iridata di Marcello Lippi costituiva l’ossatura. Per il franco-algerino Zidane, che quella sera dava l’addio al calcio giocato, si trattò di un’uscita di scena poco dignitosa, così come per nulla virile fu la sceneggiata dell’interista Materazzi, difensore munito di clava e dai piedi assai sgrammaticati. Il marsigliese della Cabilia salutava il pubblico portandosi a casa un paio di nuovi record. Prima di lui, nella lunga avventura dei Mondiali, solo Cafu era stato capace di collezionare in carriera 6 cartellini gialli, e soltanto il camerunese Song era riuscito nell’impresa di farsi espellere due volte. Dalla sfida di Berlino, ad ogni modo, Zizou non sarebbe uscito portandosi appresso soltanto vergogna: segnando la rete del momentaneo vantaggio sugli azzurri, l’ex juventino aveva ottenuto la tessera del club più esclusivo della storia del calcio, formato da soli tre soci: Pelé, Vavà e Paul Breitner, gli unici capaci di andare in gol in due diverse finali mondiali.
Questa è la diciottesima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.