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Al tempo dei tempi, Origlio era un paesucolo accovacciato dov'è ora il suo delizioso laghetto.
Coloro che vi abitavano, non erano gli antenati degni degli ottimi origliesi che noi conosciamo, ma gente inospitale, perversa, vendicativa, vero terrore dei paeselli vicini.
Su quel covo di facinorosi gravava il castigo del cielo.
Il padrone dell'universo comparve a Origlio, nelle sembianze d'un vecchio mendico, lacero e cencioso.
Era una sera temporalesca.
Il povero accattone tutto fradicio andava bussando dall'una all'altra porta, in cerca d'un tozzo di pane e di un rifugio. Alcuni gli rispondevano con villani rifiuti, altri gli sbattevano la porta in faccia.
Scacciato da tutti, riparò egli in un tugurio, un po fuori del villaggio, dove fu accolto con ogni premura da una pia vecchietta.
Il mendico s'asciugava al camino e veniva lamentandosi con la donnicciola, della mala gente d'Origlio, quando una vivissima luce lo avvolse e se lo portò via, lasciando abbagliata la sua interlocutrice.
La notte, si scatenò un vero diluvio.
La terra si aperse. Origlio co' suoi abitanti ne fu inghiottito e l'acqua vi si distese so-pra.
Soltanto l'ospitale casupola con la sua abitatrice rimase salva.
Il primo sole non indorò più gli abituri di Origlio, ma un tranquillo laghetto, ignaro della tragedia a cui doveva la sua origine.
V. Chiesa, L'anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934