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La Passione di Michelangelo
Racconto di Arnaldo Alberti
a Mario Botta
L’ape regina
Il signor Li è nato in un villaggio della Cina nordoccidentale. Ebbe un’infanzia e un’adolescenza tranquille. Si ricorda che in quel periodo i genitori lo osservavano furtivamente, con apprensione. Nel momento che lui s’accorgeva della loro attenzione, volgevano lo sguardo altrove e facevano finta di niente. Per parlare di lui s’appartavano. S’accorse di questo vezzo notando che quando entrava improvvisamente nella stanza dove loro si erano ritirati, smettevano di discorrere e si occupavano di altre faccende.Non è che al bambino Li questi atteggiamenti interessassero molto; gli erano solo fastidiosi. Un altro particolare aveva intrigato il signor Li nel periodo della fanciullezza. Nelle visite, con il padre e la madre, a parenti, anche se non faceva assolutamente nulla ed era indifferente a ciò che lo circondava e che avveniva attorno a lui, tutti lo rimiravano con stupore e meraviglia. Poi esclamavano: “Ma quanto è intelligente Li!”. Il padre e la madre, sentendo l’apprezzamento, invece di provare gioia, si guardavano con i segni del disappunto sul volto, quasi del dolore. Durava un attimo quel sentimento dei genitori, ma era sempre condiviso dal fanciullo. Quei due visi, contratti da un male così improvviso, lo colpivano. Allora s’appartava dai cugini che strillavano, correvano e si disputavano facendo qualcosa che stranamente era chiamato gioco, ma che del divertimento fatto per rasserenare lo spirito non aveva proprio niente in comune. Il signor Li, già da bambino, sapeva che interiormente ed esteriormente era uguale a quei mocciosi che facevano cose senza senso. Sapeva, e lo credeva con ferma convinzione, che non era più intelligente, o meno intelligente, di nessuno dei cugini e delle cugine che correvano intorno e starnazzavano come dei gallinacci in un pollaio. L’aveva capito che non era più intelligente, o meno intelligente di nessuno, un giorno. Aveva seguitosenza parlare Ciu, che neanche lui parlava mai, ed erano giunti ad un alveare. Lo zio Ciu era l’unico della regione che teneva le api col sistema europeo. Aveva imparatoda un monaco cristiano a costruire le arnie a cassetta, col coperchio amovibile sopra, dal quale si estraevano i favi gonfi di miele. Ciu, quel giorno, aveva mostrato a Li un favo con migliaia di api sopra. Fra la moltitudine delle api operaie in continuo movimento spiccava un insetto deforme, mostruoso se confrontato alla infinita folla di imenotteri tutti perfettamente uguali. Era l’ape regina l’insetto con l’addome grande quanto quello di dieci api normali. Lo zio Ciu aveva spiegato a Li che erano le aculeate stesse a decidere di trasformare un’ape normale in una mostruosa ape regina. E per far ciò ingozzavano ogni giorno di pappa reale la prescelta, senza che lei potesse opporsi. Era poi la sola, l’ape regina, ad accoppiarsi con i fuchi e adeporre migliaia di uova per garantire la sopravvivenza del suo popolo e per formarne un altro. Bastò un baleno di riflessione al signor Li ragazzo per capire che tutti, e lui quando pensava al significato di tutti intendeva i genitori, i parenti, i vicini di casa amicidei genitori, anche i maestri che a scuola volevano, tuttavia senza un grande successo, insegnargli qualcosa, dicevo, tutti avevano intenzione di fare di lui un essere mostruoso, come era l’ape regina, nell’alveare di gente uguale e normale come era il suo villaggio. Non fu tuttavia l’addome che avevano intenzione di ingrandirgli, ma la sua intelligenza, da sviluppare a dismisura, infarcendogli il cervello a dismisura. Le frasi e gli atteggiamenti destinati a nutrirgli l’intelletto erano simili a una pappa densa e cremosa che a poco a poco espandeva la sua cognizione. Il bambino Li sentiva allora il vuoto attorno alla sua ancora fragile massa cerebrale, vuoto che era subito colmato, senza alcun atto di volontà da parte sua, dall’espansione anormale e sproporzionata della sua intelligenza. Il signor Li, divenuto ragazzo, capì allora che tutto lo spazio occupato dalla sua mortificante solitudine, era qualcosa di straordinario e costringeva la sua intelligenza ad assumere, come l’addome dell’ape regina, una dimensione esagerata ed inaccettabile.
Il Tata Consulting
Trascorsa l’adolescenza venne il momento di decidere cosa fare di Li. Lui non s’accorse nemmeno che si doveva decidere qualcosa che lo riguardava e che era giunto il momento di farlo. Gli era bastato guardarsi attorno, soffermandosi per brevi istanti sulle facce ansiose dei genitori e dei parenti, per capire che tutti avevano deciso che lui doveva diventare un ingegnere. Quando lui lo disse, che voleva fare l’ingegnere, su tutte le facce perfettamente uguali dei parenti e dei vicini, apparve raggiante la soddisfazione. Sulla sua di faccia, invece, non apparve nulla, così come dentro di lui niente si mosse.
Il politecnico per Li fu noioso come il liceo. In entrambe le scuole non dimostrava, poiché non lo aveva, nessun interesse particolare per ciò che studiava. Tuttavia anche nelle aule, al termine delle lezioni, o nei corridoi dell’istituto tecnico superiore, Li non passava mai inosservato. Da quel che sentiva in giro dedusse, così per caso, perché alla cosa era assolutamente insensibile, che non c’era nessuna differenza nel ragionare e nell’apprezzare le cose fra i suoi parenti, che nella gerarchia sociale non godevano di nessun prestigio, e quella massa di giovani che gli stavano, per i suoi gusti, troppo addosso; dicevo, captò proprio per caso che anche loro, proprio loro che erano figli e figlie di genitori che in città e nella regione avevano prestigio e potere, dicevano la stessa cosa che ripetevano continuamente i suoi parenti da quando lui, nella culla, aveva emesso i primi, inarticolati suoni che poi erano divenute parole e frasi perfettamente banali. I compagni di studi dicevano appunto che Li era molto intelligente. Lo studente Li non faceva assolutamente nulla per apparire intelligente. Le lezioni lo annoiavano mortalmente. Per non lasciarsi sopraffare da una frequente, dolorosa angoscia, intanto che dalla cattedra il professore parlava di matematica numerica e il bimer proiettava sulla parete bianca una sequela di formule, lui immaginava unamelodia. Per la testa gli passavano interi brani di composizioni musicali tradizionali cinesi, suonate con lo Zheng, la cetra a ponticelli mobili o il Quin,una chitarra con sette corde di setaspesso accompagnata dal Xiao, il flauto diritto o dal Dizi, il flauto traverso. I brani eranoritmati armonicamente dalla cadenza delle cifre che apparivano sullo schermo bianco sopra la cattedra. Nelle lezioni di scienza dei materiali e di termodinamica, per ben due mesi, si era portato uno dei tre volumi dei Poems, di Emily Dickinson, che cominciò a leggere in cinese, confrontando il senso dato ai versi dalla sua lingua con il testo a fronte, stampato in inglese. Dopo tre o quattro pagine non lesse più niente nel suo idioma, ma continuò nella lingua originale in cui quei testi poetici erano stati scritti. La traduzione falsava il senso delle canzoni della Dickinson. Anche il pensiero degli Analettici di Confucio, che leggeva in inglese durante le lezioni di statistica, impallidiva e perdeva la luminosità e il vigore espressivi quando lui, per curiosità, era andato a vedere come gli americani lo hanno tradotto. La sua disattenzione ed indifferenza per ciò che studiava arrivò al punto che, interrogato dal professore su un problemadi statica, Li,che stava in quel momento leggendolo, recitò un aforisma del Lun-jü. Nell’aula, in cui c’erano 474 studenti, si fece un profondo e rispettoso silenzio, rotto solo da una risata, soffocata bruscamente da chi la faceva senza che si potesse dispiegare come la spontaneità pretendeva. A ridere era il figlio del proprietario della fabbrica di scatole di latta per il paté di fegato d’oca. Lo studente che aveva riso era considerato da tutti un perfetto stupido. Da tutti salvo che da Li. Fra sé pensava che non c’era nessun nesso fra il problema di statica posto dal professore e l’aforisma di Confucio da lui letto ad alta voce eanche lui avrebbe riso di se stesso se avesse potuto farlo. In quel momento purtroppo non poteva ridere di se stesso, appunto perché 473 studenti e il professore non ridevano.
Li ebbe sempre ben presente nella memoria che il giorno in cui aveva letto ad alta voce l’aforisma del Lun-jü di Confucio, proponendolo quale soluzione di un problema complesso e irrisolvibile di statica, ma che secondo 473 studenti e un professore che non avevano riso, la chiave per risolverlo si trovava proprio nell’ esoterico significato di quell’aforisma squisitamente poetico, Li, dicevo, era stato quel giorno, subito dopo la lezione di statica, avvicinato dal docente che aveva parlato, proprio di statica, a 474 studenti, arrivando, con un contorto ragionamento, a un problema irrisolvibile. Perciò era stato avvicinato da quel professore, del quale Li non si ricordava il nome, che, trovandosi in difficoltà, s’era rivolto proprio a lui, scegliendolo fra 474 studenti. Il fatto di non ricordarsi il nome del professore non lo metteva in imbarazzo né lo preoccupava perché, pensava Li, i bytes disponibili sulla corteccia cerebrale sono limitati e non tutto può essere registrato nella memoria. Soprattutto non registrava ciò che gli era indifferente, e quel professore di statica gli era assolutamente indifferente, anche se si interessava a Li al punto di volerlo mandare a Bombay, a lavorare al Tata Consulting nell’ istituto, che ha fama d’essere leader mondiale della programmazionea scopi organici e strumentali. Il signor Li sapeva benissimo che mandandolo in India, dove avevano bisogno di cervelli, il professore di statica voleva in qualche modo sbarazzarsi di lui. Avere bisogno di cervelli era per Li un’esigenza insensata che appunto dimostrava, confermando ancora una volta la fondatezza del suo pessimismo, quanto in basso poteva cadere la natura umana. Si era passati, proprio nel periodo in cui lui studiava, dal bisogno di braccia al bisogno di cervelli che, secondo Li, era la stessa cosa mortificante e nascondeva braccia al bisogno di cervelli che, secondo Li era la stessa cosa e nascondeva una schiavitù generalizzata per l’uomo e la donna attivi in un mondo dove appariva tutto nuovo ma nel quale non era cambiato proprio niente. Li non fece nessuna obiezione alla proposta del professore di statica che, lui ne era convinto, il docente faceva in malafede, anche se l’abbelliva con apprezzamenti lusinghieri ma assolutamente banali, come quello secondo cui in Cina vi era un milione di ingegneri e, su un simile colossale numero, proprio Li era il solo presentabile e all’altezza per operare al Tata Consulting.
Alla proposta di mandarlo in India si erano associati il rettore della Scuola tecnica superiore con, unanime, il Consiglio accademico. Ciò provocò un senso di nausea al signor Li. Quelle brave persone che a prima vista sembrava che compissero un atto di generosità nei confronti di un giovane promettente, al signor Li era invece evidente che lo promuovevano per disfarsi di lui ed allontanarlo da un paese dove molti ingegneri sgomitavano per lavorare ed una decina di loro usavano spudoratamente qualsiasi mezzo per occupare una manciata di posti di prestigio nel politecnico in cui la presunta intelligenza superiore di Li si era manifestata tanto pericolosa da rappresentare una minaccia concreta per tutta la categoria dei professori. Per indurlo a partire subito non pretesero nemmeno l’esame e la discussione del lavoro di dottorato in scienze industriali che Li, senza entusiasmo né passione, aveva scritto. Anzi, Li era sicuro che nessun docente avesse mai letto il testo da lui redatto, perché se l’avesse fatto si sarebbe accorto che l’argomento trattato dal dottorando non aveva nessuna relazione con il tema che il professore gli aveva assegnato. Infatti,nella cartella destinata ad accogliere i fogli del testo della tesi, Li aveva messo uno scritto di un centinaio di pagine che trattava della incompatibilità della guerra con il buddhismo e del fatale, obbligato cammino verso lo scontro e il conflitto che percorrevano le religioni giudaiche, cristiane ed islamiche. Nella frequentazione della scuola buddhista del suo villaggio e nelle letture di testi religiosi e storici, Li era stato particolarmente colpito dal fatto che nessun conflitto era mai stato scatenato in nome di Buddha. Una ragione d’andare in India dunque c’era: quella di avvicinarsi a Kapilawasta, il luogo nell’India settentrionale dov’era nato Gautama, fondatore del buddismo, per meglio capire perché, se ci si scanna, non lo si può fare in nome di Buddha.
La Pietà di Michelangelo
A Li Bombay piacque. È una città su un’isola. Isolato, isolarsi, isola, isolamentoeranovocaboli a lui graditi. Nella città si sentiva protetto . Fra la metropoli e il resto del continente c’è un frammento di mare che la separa da un universosempre più fastidioso ed invadente. Li fu informatoche il Tata Consulting, un edificio in pietra rossa in cui decine di scienziati si occupavano di nuove tecnologie e programmavano cose per il futuro, era stato disegnato da un architetto europeo che aveva lasciato tracce del suo talento un po’ dappertutto nel mondo. Ma a Li non fu concesso il tempo d’approfondire l’aspetto architettonico e la storia dell’edificio perché subito, da colui che doveva essere il suo superiore gerarchico, gli fu sottoposto un progetto il cui mandato di programmazione veniva dalla Scuola politecnica di Zurigo. Il compito doveva essere svolto nel minor tempo possibile e ciò disturbava non poco il signor Li. La delusione e lo sconcerto sopraggiunsero quando il suo superiore gerarchico gli disse che gli svizzeri pagavano bene, erano puntuali nei versamenti, perciò la direzione del Tata Consulting si sentiva in obbligo di privilegiare l’alta scuola tecnica svizzera assegnando il lavoro di programmazione da lei ordinato al migliore cervello disponibile in quel momento.
All’inizio si erano dati tutti un gran daffare per spiegare a Li il progetto che lui doveva elaborare e programmare. In grande sintesi l’ingegnere venuto dalla Cina doveva coordinare le riprese di una miriade di camere miniaturizzate digitali integrate nelle maglie di un tessuto per riprendere le immagini tutt’intorno alla persona: un compito questo che poneva non pochi problemi. Non poneva invece nessun problema la registrazione del suono che, assieme alle immagini, avrebbe dovuto sostituire la memoria dell’uomo e della donna. Realizzato il progetto, chiunque avrebbe potuto acquistare un capo di vestiario con memoria visiva e fonica integrata. Le giacche, i mantelli, le maglie di lana e le camicie con memoria integrata, da scaricare periodicamente attraverso un modem e una porta USB su un minidischetto da usarsi quando si dimenticava qualcosa, sarebbero ovviamente costate di più dei capi normali. Il prezzo dell’articolo finale immesso sul mercato era uno degli infiniti problemi che Li doveva risolvere. Non è che al signor Li il lavoro comandato dagli svizzeri al Tata Consulting interessasse poi molto. Quando si parlava di Svizzera c’erano sempre i soldi di mezzo, e ciò per il signor Li non era di buon gusto. Per svolgere il suo compito, che riteneva sgradevole, programmava, invece del capo di vestiario con microfoni e microcamere integrate nei tessuti, proprio perché i microfoni e le microcamere miniaturizzate sopportano male le centrifugazioni violente nelle lavatrici, programmava, dicevo, degli spray con sostanze che registravano il suono e l’immagine a livello molecolare. Gli spray del signor Li si potevano usare anche d’estate, miscelati con creme solari, sulla pelle nuda, quando non si portavano abiti impregnati. La direzione del Tata Consulting e il Consiglio scientifico dell’istituto, quando esaminarono lasoluzione proposta dal signor Li, in un primo tempo ebbero l’impressione che l’ingegnere venuto dalla Cina si prendesse gioco di loro. Al signor Li il progetto commissionato non lo appassionava neanche quando gli svizzeri s’accorsero che, non solo le soluzioni da lui proposte non erano una presa in giro, ciò che mai e poi mai da un istituto di prestigio universale come era il Tata Consulting ci si poteva attendere, ma anche che ciò che il signor Li aveva programmato, oltre che essere corretto e possibile da produrre, rappresentava una soluzione così avanzata che anticipava di almeno mezzo secolo, secondo quanto il Politecnico di Zurigo aveva calcolato, i tempi di realizzazione di un prodotto avveniristico. Ancora una volta era stato appurato e confermato, anche dal Consiglio scientifico del Tata Consulting, come già del resto si era verificato nell’Istituto tecnico superiore in Cina dove Li aveva studiato, che il signorLi non solo era intelligente, ma che era il più intelligente ingegnere mai conosciutoe che probabilmente la sua capacità cognitiva e creativa andava oltre il concetto di genio che normalmente sino ad allora si aveva. Tutte queste smancerie dei vari consigli scientifici che si interessavano a lui erano molto fastidiose per il signor Li e gli davano un senso appena accennato ma persistente di disagio, diffuso in tutta la persona. Per rimediare a questo suo stato di malessere permanente andava fuori a contemplare la parete di pietra rossa dell’edificio disegnato da Mario Botta. Rifletteva per lunghi attimi sull’identità intima e nascosta della pietra e scarabocchiava qualcosa sui fogli di un taccuino che aveva sempre con se. Poi, rientrato in ufficio e sedutosi alla scrivania, improvvisava sulla tastiera del suo PC, come fa un pianista presodal desiderio di comporre musica, una nuova melodia fatta di calcoli e di formule. Ciò che a lui serviva per distrarsi, gli operatori del Tata Consulting lo usavano per lavorare e rincorrersi, in una spasmodica competizione fra loro e l’irraggiungibile signor Li. I direttori delle sezioni scientifiche avevanopredisposto dei collegamenti in rete dei PC, così che quando il signor Li pasticciava, loro stavano incollati allo schermo e registravano ogni sua battuta. Fu persino istituita una commissione speciale per la sorveglianza e la captazione in tempo reale delle scorie dei calcoli e dei programmi elaborati dal signor Li. Bastò poco per far intuire, poi scoprire a Li, che i colleghi gli stavano addosso e lo spiavano in maniera indecorosa per sottrargli qualcosa che luimai avrebbe preteso di tenere per sé, o di trarre un vantaggio personale da quanto faceva.
William Ganz, collega del signor Li, era uno di quegli scienziati che non si sapeva mai bene se lavoravano esclusivamente per l’Istituto che li pagava o se erano anche collaboratori di qualche agenzia di spionaggio economico ed industriale. La direzione del Tata Consulting era fiera d’avere suscitato l’interesse delle agenzie di spionaggio. Era sempre una referenza di prestigio l’interesse che le agenzie di spionaggio delle multinazionali e delle grandi potenze economiche e militari nutrivano per ciò che si faceva al Tata Consulting. Fatto sta che Li non sopportava il collega ingegner William Ganz e William Ganz non sopportava Li. Il signor Li, non sopportava niente e nessuno e nemmeno lo nascondeva. Quando disse al capoprogetto della MGUE (Memoria Globale Umana Esterna) che ciò che stavano facendo era una grande, immensa stronzata, il direttore del progetto non si scompose più di quel tanto, anche perché gli argomenti portati dal signor Li per ridurre un progetto che era costato alla Confederazione Elvetica una somma enorme, per ridurlo, dicevo, al livello della defecazione umana, gli argomenti erano tutt’altro che impertinenti. Quando è disponibile nell’uomo e nella donna una memoria naturale, selettiva e sorprendente, perché proporre sul mercato, si chiedeva il signor Li, qualcosa di ingombrante materialmente e spiritualmente come può essere la MGUE che stavano studiando? Ma il capoprogetto obiettò seccato che così come c’era gente che comprava un telefono cellulare, un oggetto anch’esso piuttosto ingombrante materialmente e spiritualmente, in più assolutamente inutile, ci sarebbero state al mondo milioni di persone che avrebbero comprato lo spray MGUE conil relativomodem per la registrazione dei dati su mini CD, e tutto ciò, aveva replicato Li,per ricordare fatti e circostanze che nessuno, in condizioni normali, avrebbe mai voluto rievocare. Il signor Li, schifato e stufo di sentire argomentazioni del genere uscì, come usava fare quando qualcuno l’indisponeva, a rimirare le pietre rosse dei muri dell’istituto disegnato da Mario Botta. Contemplava a lungo quelle pietre che erano state trasportate a mano, ad una ad una, dalle donne di Bombay. Erano state pagate le donne,per il lavoro che avevano fatto, un dollaro al giorno. Il signor Li avrebbe voluto leggere quei muri, per sapere cosa le portatrici raccontavano, intanto che, con le loro piccole mani,toccavano le pietre, le sollevavano e le portavano sul cantiere. Allora l’ingegner Li, nei ritagli di tempo libero, concepì un’apparecchiatura complessa e sensibilissima che captava dalla superficie della pietra le tracce di parole e suoni impresse nei momenti in cui era toccata e lavorata. L’ingegner Li ebbe una tremenda disputa col collega William Ganz quando si trattò di usare per la prima volta il delicato strumento. L’ingegner Ganzvoleva che si registrasse qualcosa di veramente importante e propose la voce del Buonarroti, messa in memoria sul marmo quando scolpiva, su commissione del cardinale francese Jean Bilhères, la Pietà vaticana. Il signor Li invece preferiva sentire le parole delle donne affamate di Bombay, le cui tracce erano ben impresse sulle pietre dell’edificio che ospitava il Tata Consulting. Ganz, che aveva finanziato la realizzazione del progetto, nella contesa con Li ebbe la meglio. Dopodue anni di lavoro si trovò, solo, sotto le volte della Basilica di San Pietro, al cospetto di un buon numero di prelati e del comandante della Guardia svizzera, a dirigere i lavori per la riproduzione della voce del grande maestro rinascimentale. La vendita della registrazione di parole dormienti per oltre cinque secoli, incise su milioni di dischi, avrebbe fruttato enormi profitti e William Ganz, che applicava personalmentei sensori sul corpo bianco e livido del Cristo e sulle pieghe del velo della Vergine, di questo fatto se ne rallegrava. Anche i cardinali erano contenti di guadagnare qualcosa. Attivati i circuiti, all’inizio s’udì, per alcuni attimi, qualcosa di confuso, flebile ed indecifrabile. Poi, appena l’apparecchiatura fu assestata, riecheggiò trionfale, sotto le volte della navata del Bramante,la voce di Michelangelo. Pronunciava un’orribile, irripetibile bestemmia.
Tangeri, 20 novembre 2004