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Chocobar è la sua prima opera di non fiction che qui partecipa al Concorso The film After Tomorow. Lei l’ha definito un documentario ibrido e creativo. Per quali motivi?
Forse “ibrido” e “creativo” non sono i termini migliori per descrivere ciò che stiamo cercando di fare. Questo documentario è molto ambizioso. Intende fuggire da se stesso e interrogarsi sull’idea stessa che gli dà vita e significato: quella del documento. Per effettuare ciò bisogna inventare alcune cose.
Lei è un’autrice radicale e rigorosa nelle sue proposte cinematografiche tant’è vero che le sue produzioni richiedono spesso molto tempo. Con che sensazioni ha dovuto affrontare l’interruzione del film, dopo un percorso di ricerche così approfondito?
La pandemia ha interrotto il concetto dell’impossibile. E per fortuna la pausa può essere un bene per il documentario.
Una cosa che caratterizza i suoi film è l’originalità di una ricerca stilistica che non sembra mai accettare compromessi. Quanto è difficile mantenersi così coerenti con se stessi nel proprio percorso artistico?
Dall’esterno può sembrare coerente. In realtà la narrazione cinematografica mi costringe costantemente ad andare contro ciò in cui credo. Mi costringe a vivere in un ambiente disperato, brutalmente messo a nudo.
È la domanda che facciamo a tutti: secondo lei come cambieranno il cinema e il fare cinema dopo l’esperienza della pandemia?
Sfortunatamente il cinema è in preda a una pandemia particolare, e ben più letale, già da prima: un eccesso di imborghesimento bianco nel discorso attorno ad esso.
Intervista a cura del Locarno Daily