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La Fed taglia a sorpresa i tassi di interesse. In una mossa d'emergenza per far fronte al coronavirus, la prima del genere dal 2008, la banca centrale statunitense riduce il costo del denaro di mezzo punto percentuale. È il taglio maggiore dalla crisi finanziaria.
L'annuncio segue la riunione del G7, al termine della quale i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali si sono impegnati a sostenere la ripresa anche con stimoli all'economia.
Un impegno che soddisfa le borse europee: chiudono tutte in territorio positivo. A Wall Street invece le parole del G7 non sono bastate: a fronte della mancanza di azioni precise e soprattutto di un intervento non coordinato dei sette grandi, i listini americani aprono in calo.
Poi lo shock della Fed innesca un rally, con gli indici che arrivano a guadagnare oltre l'1%. Ma l'euforia è di breve durata: la sbornia iniziale viene smorzata dal presidente della Fed Jerome Powell e dai timori che un taglio dei tassi non sia sufficiente a combattere l'impatto economico del coronavirus.
La riduzione del costo del denaro - è il parere di alcuni analisti - può infatti poco di fronte a una shock dell'offerta e della domanda, oltre a segnalare un certo panico all'interno della Fed che sembra nascondere dati ancora oscuri al grande pubblico.
Altri osservatori lodano invece l'aggressività con cui la banca centrale americana ha agito: consapevole dei limitati strumenti a disposizione ha tagliato i tassi in una forchetta fra l'1% e l'1,25% per prevenire invece che curare un rallentamento.
Powell cerca di spiegare la logica della Fed. Il coronavirus ha "cambiato materialmente l'outlook dell'economia americana", dice facendo implicitamente riferimento agli ultimi comunicati in cui la banca centrale, mantenendo i tassi fermi, ribadiva di essere pronta a intervenire in caso le prospettive cambiassero in modo radicale. Una risposta con la quale cerca di sgombrare il campo dai dubbi anche su un possibile cedimento della Fed alle pressioni del presidente statunitense Donald Trump. Rispondendo a domande sull'impatto economico del virus, il tycoon da giorni rimanda alla banca centrale e chiede un taglio del costo del denaro.
"Decidiamo nell'interesse degli americani. Non teniamo conto delle considerazioni politiche", risponde secco Powell a chi lo incalza durante la conferenza stampa. Il taglio "non è una mossa politica" gli fa eco il segretario al tesoro Steven Mnuchin, plaudendo comunque alla decisione. Cerca di prendere le distanze dalla mossa della Fed anche Trump: il presidente si mostra insoddisfatto e si spinge fino a chiedere un ulteriore allentamento, che spera possa arrivare alla prossima riunione della banca centrale in calendario il 17 e il 18 marzo. Un taglio è dato per scontato anche da parte della Banca centrale europea (Bce): gli analisti ritengono ci siano il 99% di chance che la presidente della Bce Christine Lagarde riduca i tassi all'appuntamento del 12 marzo.
Rassicurando sull'indipendenza della Fed, Powell comunque ammette: il coronavirus richiede una "risposta su più fronti, da quello sanitario a misure di bilancio. Sappiamo" come banca centrale "di non avere tutte le risposte ma riteniamo che la nostra azione sosterrà l'economia" aiutando la fiducia ed evitando una stretta delle condizioni finanziarie. Di fatto il presidente della Fed sembra rimandare la palla alla politica, l'unica che - è l'opinione degli analisti - ha la forza di spingere la domanda con aiuti diretti all'economia. E gli Stati Uniti e l'amministrazione di Trump sembrano meglio posizionati rispetto all'Unione europea per un eventuale intervento di sistema, tanto che sono già in corso valutazioni alla Casa Bianca su un possibile taglio delle tasse, in grado di aiutare Trump anche nella corsa per un secondo mandato.
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