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Dagli orrori della guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è emerso un fatto positivo: la distinzione, quasi unanime nella riprovazione, da una parte Putin e dall’altra il Popolo russo. Quindi l’accesso, nella coscienza universale, dell’individuo con la personalità giuridica internazionale, ciò che comporta la diretta responsabilità per suoi atti quale detentore del Potere. È la vittoria della Ragione, perché giorno verrà in cui le armi taceranno e la pace dovrà essere costruita, però non più esclusivamente in base ai rapporti tra Stato e Stato, la cui soluzione racchiude fatalmente il germe della rivincita: in prima linea comparirà l’individuo e questo, non solo giudiziariamente come nel processo di Norimberga, ma nella Weltanschauung (visione del mondo), quindi si dovrà ricucire, ma sulla base dei rapporti tra Popolo e Popolo. Vittoria grande se si pensa che ancora durante la Prima e la Seconda Guerra mondiale, questo germe dominava. In particolare, nella prima, l’espressione "le boche payera" (nel senso il Popolo tedesco pagherà) era sulla bocca di tutti. Per questo, alla Conferenza della pace di Versailles,1919, prevalse la rigidità sovranista del Primo Ministro francese Clemenceau, sulla preveggenza del presidente degli Usa Wilson, il quale voleva la pace fondata su un patto morale tra i Popoli che chiamava "convenant." Con che risultato? 14 anni dopo, Hitler era al potere.
Come tutte le rivoluzioni, questa mutazione della mentalità collettiva non è l’opera di una improvvisazione, ma il risultato di una evoluzione di idee, man mano concretizzatesi, che risalgono lontano nel passato. Infatti, sin dagli albori della Civiltà, si è avvertito il bisogno di evitare la responsabilità collettiva, dissociando il colpevole dal gruppo monolitico al quale apparteneva.
Fu nel Medioevo, grazie alla Chiesa, che la guerra ha ricevuto la prima regolamentazione etica, ossia la distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta con la punizione di chi intraprendesse la guerra senza una causa giusta o non rispettasse le regole che devono presiedere la conduzione delle ostilità. Purtroppo, la formazione degli Stati sovrani non ha consentito che questa dottrina si trasferisse nel diritto positivo, fin quando la recrudescenza dei mali della guerra aumentò al punto di imporre una regolamentazione positiva, prima unilaterale: le istruzioni del 1863 per le armate degli Stati Uniti durante la Guerra di secessione; indi "contrattuale": la convenzione di Ginevra del 1864, quella di San Pietroburgo del 1870 e quelle dell’Aia del 1899 e 1907. Queste ultime, soprattutto, hanno fatto progredire notevolmente la scienza giuridica sulle barbarie, ma rivelatesi insufficienti, in quanto il conflitto è diventato generale e universale: la leva obbligatoria; l’uso di nuove armi di sterminio generale; l’estensione territoriale delle ostilità; il coinvolgimento, a dispetto della distinzione classica, di tutte le persone uomini e donne, giovani e vecchi, combattenti e non combattenti; il coinvolgimento economico e sociale anche degli Stati neutri; la persistenza dopo la pace dei suoi effetti militari, politici ed economici. Questa generalizzazione ha però avuto il merito di mettere in evidenza, sia pure in modo brutale, l’interdipendenza che regna nel "genere umano".
Non è però bastata la Guerra del 14’ (benché considerata "l’apogeo della violenza bruta", al punto che ancora oggi, nonostante la Seconda guerra mondiale, viene chiamata la "Grande Guerra"), per concretizzare i buoni propositi attestati durante ogni conflitto. Infatti, il Trattato di Versailles nei suoi articoli 228/230 ha sì sancito il diritto degli Alleati di tradurre davanti ai loro Tribunali le persone accusate di atti contrari alle leggi e costumi della guerra, ma dopo che, con il consenso degli Alleati stessi, la competenza venne trasmessa alla Corte suprema tedesca, il tutto si esaurì nel ridicolo processo di Leipzig del 1921. Quanto alla responsabilità dell’imperatore, Guglielmo II, l’art. 227 prevedeva sì la creazione di un Tribunale "ad hoc" composto da cinque Giudici, nominati dagli Allerti, ma il rifiuto di estradarlo opposto dall’Olanda, dove si era rifugiato, ha vanificato anche questo proposito.
Questo doppio smacco ha però indotto gli Alleati a sottoscrivere a Londra l’8 agosto 1945 l’Atto "per perseguire e castigare i grandi criminali di Guerra dell’Asse (Germania, Italia e Giappone)" e la contestuale creazione del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, ove seguì un processo vero e proprio, iniziato il 20 novembre 1945 e terminato il 1° ottobre 1946 con 12 condanne a morte (di cui una in contumacia), 7 a pene privative della libertà e 3 assoluzioni. Si è quindi trattato di una tappa di estrema importanza nell’evoluzione della responsabilità internazionale dell’individuo, nonostante le ragionevoli obiezioni che ha sollevato, in particolare la qualità "ad hoc" del Tribunale, la violazione del principio fondamentale "nullum crimen, nulla poena sine lege" (non vi è né crimine né pena se non si fondano su una legge preesistente) e la competenza solo su colpevoli appartenenti agli Stati sconfitti ("vae victis", guai ai vinti, insomma!). Però queste obiezioni sono state superate con la firma a Roma il 17 luglio 1998 dello Statuto della Corte penale internazionale, il quale, oltre a istituire un Tribunale permanente per giudicare "persone fisiche", prevede, tra l’altro, all’art. 8 i crimini di guerra e all’art. 8bis il crimine di aggressione.
La Russia (come la Cina, il Giappone, l’India e gli Usa) non ha sottoscritto lo Statuto, per cui Putin non può essere tradotto dalla Russia in Tribunale. Tuttavia, essendo pacifico che, in qualità di Presidente della Federazione russa, ha fatto invadere l’Ucraina e quindi violato l’art. 8bis, già ora può essere colpito da un mandato internazionale di arresto, ciò che lo costringerebbe (per sempre in quanto il reato è imprescrittibile, art. 29), a non varcare i confini della Russia, per non essere arrestato e consegnato al Tribunale qualora si recasse in uno Stato firmatario, facoltà che è data anche a uno Stato non firmatario. Il che non è poco, soprattutto per Putin, se si pensa alle difficoltà dei contatti internazionali che gli incombono, alla sconsiderazione popolare non solo all’estero, ma anche con il passar del tempo, in Russia e al turbamento del suo ossessivo orgoglio, quindi indubitabilmente una pesante sanzione.