Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01139.jsonl.gz/1303

Il presidente eletto Javier Milei ha fatto della proposta un pilastro della sua campagna elettorale. Ma quali sono le implicazioni? Il punto
BUENOS AIRES - George Washington e Benjamin Fraklin al posto di Juan Manuel de Rosas, Julio Argentino Roca ed Evita Perón? Nelle tasche degli argentini, si intende. La vittoria schiacciante di Javier Milei, l'outsider extra-liberista, al ballottaggio delle presidenziali argentine - che ha staccato di 12 punti lo sfidante, Sergio Massa - riaccende la domanda: l'Argentina abbandonerà davvero il peso per passare al dollaro americano?
Milei, nel suo primo discorso da presidente eletto, ha sorvolato sulla questione, non toccando né il cambio di valuta né l'eventuale dissoluzione della Banca centrale argentina. Il prossimo 10 dicembre però, quello che negli scorsi mesi è stato etichettato come il Trump sudamericano si ritroverà al comando di un Paese disastrato, con l'inflazione che nell'ultimo anno ha superato la soglia del 140%, quattro persone su dieci che vivono in povertà e una valuta che possiamo definire, senza neanche esagerare, carta straccia - si pensi che il tasso di cambio del dollaro, da inizio anno, è aumentato del 160% - o, citando lo stesso Milei, «che vale meno degli escrementi».
Durante la campagna elettorale, il presidente eletto ha fatto della dollarizzazione dell'economia argentina una delle sue bandiere. In senso letterale, come ben ricordano le fotografie che lo vedono sventolare un'enorme banconota da 100 dollari, con impresso il suo volto al posto di quello di Benjamin Franklin. E oggi, in un articolo pubblicato dal think thank statunitense Cato Institute, la via proposta da Milei viene descritta, tout court, come «la sola possibilità per l'Argentina di eliminare l'inflazione, riconquistare la sua stabilità monetaria e ritornare alla crescita economica». Certo è che non si sta parlando della proverbiale «pallottola d'argento», in quanto non porterebbe in dote né «tassi elevati» di crescita, né «una sana gestione delle finanze pubbliche». In altre parole: senza le dovute riforme, il problema di fondo, quello di una spesa pubblica fuori controllo, rimane.
La dollarizzazione condurrebbe in ogni caso l'Argentina in un territorio, a oggi, ancora inesplorato. Altri Paesi dell'America Latina hanno scelto di compiere lo stesso salto, ma parliamo di Stati molto più piccoli. Gli esempi sono quelli di Ecuador, El Salvador e Panama. E infatti non sono mancati dubbi e critiche nei confronti della proposta targata Milei. A partire dalla questione della stessa sovranità nazionale. Rimpiazzare il peso con il dollaro significherebbe anche rinunciare all'autonomia che un governo ha di agire e influenzare l'andamento economico attraverso gli strumenti di politica monetaria. La sua politica monetaria a quel punto sarebbe quella di Washington. Niente più signoraggio né interventi sui tassi d'interesse.
Un altro aspetto, sollevato a suo tempo dall'Economist, riguarda poi la disponibilità effettiva di dollari. Secondo le stime effettuate dal team del presidente eletto, l'operazione richiederà una quantità di valuta statunitense che oscilla tra i 40 e i 90 miliardi. Quindi ben più della cifra presente nelle riserve a disposizione di Buenos Aires. E la conversione va eseguita a un tasso di cambio pari o di poco superiore a quello di mercato. "Dollarizzare" a un tasso di molto superiore «produrrebbe livelli di inflazione ancora più alti e per un periodo più lungo», mentre farlo a un tasso inferiore, spiega il Cato Institute, potrebbe innescare una corsa agli sportelli da parte dei correntisti che vogliono «proteggere i propri risparmi da una svalutazione forzata».