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Assai più interessante [rispetto a Die Götterbraut] il libretto Das Wandbild (Il quadro alla parete), scritto negli anni zurighesi per la musica di Othmar Schoeck (1886-1957) - compositore e direttore d'orchestra svizzero di talento e dedicato all'altro suo pupillo di quegli anni, Philipp Jarnach [in realtà Das Windbild è stato composto per Jarnach che poi ha rinunciato dopo aver composto poche pagine; la rinuncia di Jarnach ha convinto Schoeck a musicare il testo - nota del curatore]. Interessante è anzitutto la forma del testo, che consta di una scena drammatica recitata al centro della quale è inserita una breve pantomima con cori e musica (il canto di un vecchio sacerdote e un coro femminile: rappresentato ad Halle nel 1921, ii lavoro ebbe un discreto successo). Vale la pena di soffermarsi un attimo sull'argomento, tratto da una raccolta di antiche storie d'amore cinesi ma rielaborato da Busoni nello spirito del più puro, visionario Hoffmann, con una leggerezza di mano e una carica fantastica ragguardevoli. Vi si racconta di uno studente, Novalis (il nome è chiaramente di Busoni) che, entrato per caso nel negozio di un antiquario (l'azione si svolge a Parigi nel 1830) si innamora a prima vista del ritratto a grandezza naturale di una fanciulla in abito cinese e con i lunghi capelli sciolti. Come per magia, Novalis entra nel quadro appeso alla parete e si trova così d'improvviso trasportato in un ambiente e in un'epoca favolosi per vivere una storia d'amore fantastica (inizia qui la pantomima accompagnata dalla musica di Schoeck). Come simbolo d'amore, le amiche della ragazza le curano per le nozze una bella, raffinata acconciatura. Al culmine dell'estasi, però, la coppia viene sorpresa da un gigante nero vestito d'oro, armato di martello e carico di catene. Alla vista della nuova pettinatura, egli si irrita, incatena la ragazza e la porta via con sé. Riappare Novalis nel negozio dell'antiquario (e qui ritorna l'azione drammatica). Il quadro alla parete mostra ora la ragazza pettinata nell'altra acconciatura. «Come lo spiega Lei?», chiede lo studente al vecchio antiquario. La sua risposta sembra gettare una luce improvvisa sulla visione del mondo di Busoni: «I volti hanno la loro origine in coloro che li guardano!». Novalis fugge, spaventato e fuori di sé.
Nella sua irrealtà fantastica, nel suo surrealismo spettrale, nello sdoppiamento dei luoghi dell'azione (la Parigi del 1830 e la Cina delle favole senza tempo) sottolineato dal passaggio dalla recitazione alla pantomima, infine nello stesso finale aperto e quasi tragico, questo testo è un piccolo modello della drammaturgia busoniana e insieme una smossi dei diversi motivi che pulsano attraverso i suoi poemi teatrali. Peccato che non sia stato lui a musicarlo. Anche questo, come tutti gli altri, non fu tuttavia un esperimento inutile. La strada percorsa attraverso spunti e suggestioni tanto diversi (e vi dovremo aggiungere Aladino, Ahasvero, Don Giovanni, Leonardo da Vinci, Dante...: non si tratta forse di un pellegrinaggio attraverso aspirazioni, sogni, illusioni, alla ricerca angosciosa di se stesso?) è infatti un cammino intimamente consapevole, convergente verso un fine inteso come un'ascesa, al termine del quale - sommo chiarimento e pena massima -. si erge l'utopia del Faust, il sogno della conciliazione eterna che chiuda finalmente il circolo.