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Non sarebbe invece il silenzio, la voce più potente della pietà e dell'amore?
di Franco Clementi
"La Claque", di Guido Messer
Gli storici raccontano che le ultime parole dell'imperatore Augusto sul letto di morte furono: "Ho recitato bene la mia commedia? Se sì, applauditemi...".
Non c'è dubbio che l'approvazione cui si riferiva per similitudine il monarca romano non fosse quella di un pubblico teatrale, ma piuttosto quella legata al giudizio della Storia.
Da pochi lustri invece da noi ha preso piede l'abitudine, prima del tutto sconosciuta, di manifestare il collettivo cordoglio nel corso delle esequie con un concreto, niente affatto metaforico, rumoroso battimani.
Si cominciò una ventina d'anni fa, in occasione della scomparsa di un popolare attore. E fin lì la manifestazione ci poteva anche stare, per l'affinità di materia con l'estinto; come a dirgli: "Ecco, vedi, ti siamo vicini e ti apprezziamo anche al calare del tuo ultimo sipario...". Ma poi l'usanza si ripeté, prima timidamente, per qualche uomo politico, poi, sotto il cogente influsso della televisione, sempre più velocemente dilagò in tutti i funerali d'Italia che avessero destato un minimo di commozione al di sopra dell'indifferenza.
E bisogna dire che la nuova usanza è un'invenzione tutta nostra, italiana, non imitata almeno per ora, ch'io sappia, da altri popoli. Ad esempio durante la traslazione della salma di Lady Diana a Londra potemmo vedere gente che piangeva, ma non ascoltammo applausi. Per non parlare della Spagna, dove quel che si osserva in Italia è un trattamento riservato solo al toro nella corrida, allorché, se l'animale si è comportato bravamente, una volta morto viene trascinato fuori dell'arena tra applausi scroscianti e sventolio di fazzoletti.
Quali sono le ragioni del nostro ormai irrefrenabile impulso a battere le mani al passaggio di un feretro? Penso che esse siano più complesse e numerose di quel che potrebbe apparire ad un esame superficiale. Senza la pretesa di dirle tutte o di dirle giuste affaccio alcune ipotesi:
- Una manifestazione di infantilismo comportamentale culturale collettivo, per cui si ricorre a un gesto primitivo e rumoroso per dire di essere presenti.
- Una interpretazione della vita come spettacolo, quasi una continuazione del mondo virtuale di un serial televisivo. Per cui tutto è spettacolo, dal dibattito politico al deragliamento di un treno, dall'andamento del tempo meteorologico al volo d'una navicella spaziale: in tale contesto anche i riti funebri seguono la logica di tutto il resto. Ci si comporta come a teatro.
- Una perdita del senso religioso, per cui non si è appagati dalle sacre liturgie dei riti di suffragio, che pure hanno gesti e canti bellissimi e suggestivi. Si ricorre perciò non più a un segno di croce, ma a un gesto "laico", battere le mani una contro l'altra, come manifestazione valida per credenti e non credenti, come segno anonimo che sostituisca l'articolazione di una preghiera.
- Una ingravescente, progressiva incapacità dell'uomo moderno di affrontare il silenzio, specie se questo lo induce a dover riflettere sulla vita, sulla morte, sui perché di questo mondo: allora è meglio agitarsi, sbattere le mani perché quel silenzio ci opprime mettendoci di fronte a noi stessi.
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Negli stadi per la scomparsa di qualche personaggio più o meno illustre c'è l'abitudine di interrompere il gioco e osservare un minuto di silenzio, con l'arbitro e i giocatori, col lutto al braccio, fermi sull'"attenti". Beh, è difficile che si tratti di vero silenzio, perché in realtà scende dagli spalti un sordo brontolio, come di pentola che sta per bollire, con qualche scalmanato che non riesce a frenarsi per gridare uno slogan, e il minuto programmato si accorcia a quaranta, a trenta secondi... Insomma non ce la facciamo, non resistiamo a starcene zitti.
Ai funerali avviene lo stesso: non si apprezza abbastanza che talora il silenzio è la voce più potente della pietà e dell'amore.