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La lotta per la parità ha acquisito maggiore visibilità dopo lo sciopero delle donne del 14 giugno 2019. L'aumento della quota femminile in Parlamento è di buon auspicio per ulteriori progressi in questo settore, ma altrove la Svizzera è ancora in ritardo.Questo contenuto è stato pubblicato il 14 giugno 2020 - 11:00
Il 14 giugno 2019 un'onda viola ha sommerso le strade della Svizzera. Mezzo milione di donne ha scioperato per chiedere la parità. Un anno dopo, alcuni progressi ci sono stati, anche se l'Unione sindacale svizzera (USS) ritiene che siano "troppo lenti".
Due settimane di congedo di paternità
Sulla scia della mobilitazione, il Parlamento ha accettato una delle richieste dei manifestanti: l'introduzione di un congedo di paternità di due settimane. "Questo è un piccolo successo", dice la segretaria centrale dell'USS Regula Bühlmann. Ritiene tuttavia che la decisione non sia sufficiente: la Svizzera su questo punto è in ritardo a livello internazionale. In media, il congedo di paternità nei 35 paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) è di due mesi.
Più donne in Parlamento
L'onda viola ha mutato anche la composizione del Parlamento. Se la parità non è ancora stata raggiunta, le elezioni federali dell'ottobre 2019 hanno tuttavia permesso di aumentare la presenza delle donne in entrambe le camere. La quota di donne elette al Consiglio nazionale (camera bassa) è passata dal 32 al 42 per cento e al Consiglio degli Stati (camera alta) dal 15 al 26 per cento.
La Svizzera è oggi uno dei paesi al mondo con la più alta percentuale di donne nella Camera dei deputati.
La legislatura appena iniziata dovrebbe così far avanzare la causa delle donne. "Sono coinvolte nel processo decisionale e questo permette di sviluppare una politica di parità più ambiziosa e di cambiare la vita quotidiana delle persone", afferma la direttrice dell'Ufficio federale per l'uguaglianza fra donna e uomo (Ufu) Sylvie Durrer.
Più visibilità
Lo sciopero del 2019 ha posto sotto i riflettori i temi dell'uguaglianza. "La questione è più presente nel dibattito pubblico e nella società in generale", dice Regula Bühlmann.
Una visibilità che non è stata messa in ombra dalla pandemia di Covid-19, dice Sylvie Durrer. Fin dall'inizio del confinamento parziale, la Confederazione ha istituito una task forceLink esterno per valutare le misure da adottare in caso di aumento della violenza domestica. "Questo esempio riflette un cambiamento di prospettiva. Se una crisi del genere si fosse verificata qualche anno fa, non sarebbe stata fra le questioni principali. Oggi è apparso ovvio a tutti che lo fosse", dice la direttrice dell'Ufu.
Nessun aumento della violenza domestica
Contrariamente ai timori di alcuni ambienti, i casi di violenza domestica segnalati durante la crisi del coronavirus sono rimasti stabili. "Il messaggio che volevamo trasmettere sembra essere stato ascoltato, cioè che le vittime possono farsi avanti e ricevere cure in qualsiasi momento", osserva Sylvie Durrer. Tuttavia, un confronto definitivo con i dati dell'anno scorso potrà essere effettuato solo quando saranno disponibili le statistiche sui reati e sull'assistenza alle vittime.
La crisi ha messo in luce il lavoro delle donne
"L'emergenza sanitaria ha dimostrato chiaramente l'importanza delle donne nella società nel suo complesso", dice Sylvie Durrer. Professioni prevalentemente femminili di infermiera e cassiera si sono trovate in primo piano.
Il riconoscimento dei cittadini che hanno applaudito il personale infermieristico sul balcone non è tuttavia sufficiente, sottolinea l'USS. L'organizzazione chiede ora degli atti concreti e rivendica un aumento sensibile dei salari nelle professioni a basso reddito, che sono tipicamente assunti dalle donne.
Donne più esposte alla precarietà
Il confinamento ha però danneggiato gravemente l'economia. E le donne soffrono più degli uomini. "Poiché spesso si trovano in una situazione economica meno favorevole, un deterioramento della situazione economica può avere un impatto maggiore su di loro", osserva Sylvie Durrer.
Persiste la disuguaglianza salariale
Le donne continuano a guadagnare meno dei loro colleghi maschi, anche se il divario salariale si sta leggermente riducendo. Secondo gli ultimi dati dell'Ufficio federale di statistica, nel 2018 era dell'11,5%, contro il 12% nel 2016 e il 12,5% nel 2014. Di questo passo, ci vorranno altri 46 anni per raggiungere la piena parità retributiva.
La revisione della legge sulla paritàLink esterno, che entrerà in vigore il 1° luglio, è un barlume di speranza in questo senso. Richiederà alle aziende con almeno 100 dipendenti di controllare ogni quattro anni che non paghino in modo diverso i loro dipendenti, se si riscontrano disuguaglianze. Le prime analisi devono essere effettuate entro la fine di giugno 2021. Non sono tuttavia previste sanzioni.
Anche se la nuova legislazione è meno restrittiva della formula favorita dai sindacati, ha il potenziale per migliorare la situazione, dice Sylvie Durrer. "Osserviamo che le aziende si stanno preparando per la sua entrata in vigore. Molti ci chiamano per avere informazioni. Gli auditor che dovranno effettuare le analisi sono in corso di formazione. Sono cose che danno motivo di ragionevole ottimismo", commenta.
La divisione del lavoro lascia a desiderare
Secondo gli ultimi dati dell'UFSPLink esterno, due terzi del lavoro domestico in Svizzera sono ancora svolti da donne. Ed è possibile che abbiano dovuto svolgere la maggior parte dei compiti aggiuntivi legati al confinamento: la scuola a casa, la cura dei bambini, la gestione dello stress, i lavori domestici o la cucina. Su questo tema sono stati avviati studi sociologici.
In Francia, secondo un'indagineLink esterno condotta e pubblicata un mese dopo l'inizio della quarantena, il 58% delle donne ritiene di aver dedicato più tempo del proprio partner a compiti domestici ed educativi, ma un terzo di loro considera che la distribuzione dei compiti sia stata equa (32%).
"L'emergenza sanitaria ha dimostrato in modo drammatico l'importanza delle donne nella società nel suo complesso".End of insertion
La custodia dei figli, il grande neo
La parità dovrà essere raggiunta migliorando l'assistenza all'infanzia fuori casa. Questa sarà la lotta femminista dei prossimi anni. "Le soluzioni sono ancora troppo onerose dal punto di vista finanziario per molte famiglie, il che incoraggia molte donne a rinunciare a un lavoro", deplora Sylvie Durrer.
Per mancanza di mezzi, l'assistenza all'infanzia è spesso lasciata ai nonni. Quando i nonni non possono essere chiamati per motivi di salute, come è successo durante la pandemia, alcuni genitori si trovano senza una soluzione alternativa. "La Svizzera investe meno dei paesi limitrofi per fornire un aiuto finanziario alle famiglie che affidano i loro figli a strutture di assistenza all'infanzia", osserva Sylvie Durrer.