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Diverse aziende internazionali, tra cui anche società svizzere attive nel commercio petrolchimico, venderebbero carburanti altamente tossici in Africa, approfittando di standard locali insufficienti dal profilo della protezione della salute e dell’ambiente. È l’accusa lanciata giovedì da Public Eye.
In un rapporto di 160 pagine, intitolato "Dirty dieselLink esterno", l’organizzazione non governativa punta il dito contro la vendita di questi prodotti, che “contribuiscono all'aumento dell'inquinamento dell'aria nei villaggi africani e mettono a rischio la salute di milioni di persone”.
Dopo aver fatto analizzare campioni di carburanti prelevati in otto paesi africani, l’organizzazione governativa definisce “scioccante” il risultato. Il tenore di zolfo, ad esempio, è risultato 378 volte superiore ai limiti ammessi in Europa. Questi prodotti contengono poi altre sostanze altamente nocive, come benzene e idrocarburi policiclici aromatici, a livelli egualmente proibiti dalle norme europee.
I paesi africani esportano verso l'Europa petrolio di buona qualità e ricevono in cambio "carburanti tossici", rileva Public EyeLink esterno (ex Dichiarazione di Berna), che ha annunciato il lancio di una petizione in cui chiede alle società svizzere attive nel commercio di materie prime di vendere anche in Africa solo carburanti conformi agli standard europei.
“Qualità africana”
Secondo l’organizzazione non governativa, alcune aziende svizzere non solo vendono carburante tossico, ma addirittura lo producono mescolando diversi prodotti petroliferi semilavorati ad altre sostanze chimiche al fine di creare ciò che l'industria chiama “la qualità africana”.
Questi carburanti altamente inquinanti vengono principalmente prodotti nella regione ARA (Amsterdam-Rotterdam-Antwerpen), dove gli imprenditori svizzeri dispongono di importanti infrastrutture, quali raffinerie e depositi. Le società svizzere producono in Europa carburanti che non potrebbero mai essere venduti nel vecchio continente e sono responsabili di buona parte delle esportazioni verso l'Africa occidentale di gasolio e di benzina ad alto tenore di zolfo, afferma Public Eye, secondo cui si tratta di pratiche “illegittime”.
L’organizzazione non governativa cita l’esempio di Vitol, Trafigura e Addax & Oryx. Queste aziende approfitterebbero dei deboli standard africani per vendere carburanti di bassa qualità e realizzare guadagni a discapito della salute pubblica degli africani. Secondo un recente studio dell'OMS, l'Africa è vittima del più elevato aumento di inquinamento dell'aria nelle zone urbane a livello mondiale.
Importazioni controllate dai governi locali
Tra le aziende menzionate, Vitol ha reagito, accusando Public Eye di distorcere diversi fatti, tra cui l’importanza del ruolo svolto dalle società attive nel commercio di materie prime per quanto riguarda la possibilità di dettare la qualità dei carburanti esportati nei paesi africani.
“In Africa i governi controllano e gestiscono le importazioni di carburanti e solo loro possono determinare gli standard locali. Vitol non controlla la rete di approvvigionamento in questi paesi, in cui vengono mescolati prodotti di diversi fornitori, compresi quelli delle grandi compagnie petrolifere. La nostra società non è in grado di determinare la qualità dei carburanti venduti alle stazioni di rifornimento”, dichiara Vitol in una nota scritta.
Da parte sua, Trafigura ha dichiarato di rispettare i regolamenti in ognuno dei vari paesi africani in cui vende carburanti. Nessuna impresa, però, può sfuggire, da sola, alle regole del mercato. Anche secondo questa società, spetta ai governi legiferare sui valori massimi di zolfo autorizzati in ogni paese africano.
Trafigura ha inoltre indicato di sostenere gli sforzi promossi dalla Società africana per la raffinazione (SAR) per ridurre i valori di zolfo contenuti nei carburanti venduti sul mercato africano.
swissinfo.ch