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Siamo nell'era della post-verità ed i fatti non contano più. La prova? Più del 66% delle affermazioni del candidato alla Casa Bianca repubblicano Donald Trump, secondo gli esperti di "fact-checking", cioé di verifica dei fatti, non sono vere, ma la sua credibilità non ne risente.
"Post-truth", ovvero, appunto, post-verità: l’espressione è stata inventata nel 2004 da Ralph Keyes e nel 2016 ha acquisito un senso più compiuto: descrive la tendenza riscontrata nelle democrazie occidentali a non credere più ai fatti nel dibattito politico, bensì alle menzogne pronunciate in tono sicuro.
L’ultima menzogna di Trump, rivela Pierre Haski su l’Internazionale, è stata smascherata dal Washington Post, che ha dimostrato che il tycooon "non si è affatto opposto all’invasione dell’Iraq come ha sostenuto più volte. Tre mesi prima della guerra si era detto favorevole all’idea, per poi prenderne le distanze nel 2004 quando sono cominciati i problemi".
Questo vuole dire che non si vota Trump perché dice la verità, ma perché incarna un rifiuto del "sistema". E i social network sono spesso il campo di battaglia e la cassa di risonanza preferite di questo tipo di candidato.
joe.p.