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Le ragioni del sì della Danimarca alla difesa comune europea
Finora scettici nei confronti dell’appartenenza all’Unione Europea, i danesi stanno cambiando mentalità dopo la Brexit e la presidenza di Donald Trump. E soprattutto dopo la guerra di Putin contro l’Ucraina
La Danimarca prenderà parte alle missioni militari dell’Unione Europea e alla cooperazione difensiva comunitaria. Il referendum, svoltosi mercoledì nel Paese scandinavo, ha visto il 66.9 per cento di voti favorevoli all’abolizione della clausola di esenzione in materia negoziata tra Copenaghen e Bruxelles nel 1993. L’anno prima gli elettori danesi avevano votato contro il Trattato di Maastricht e avevano cambiato idea solo dopo che Copenaghen aveva ottenuto 4 esenzioni, dagli affari interni alla giustizia passando per la politica monetaria e quella difensiva, nella cooperazione con l’Unione Europea.
L’affluenza, che ha raggiunto il 65.6 per cento degli aventi diritto, è stata la seconda più bassa della storia danese in un referendum e questo testimonia quanto l’anima euroscettica di questa nazione sia ancora forte. Il Primo Ministro Mette Frederiksen aveva promosso lo svolgimento del referendum appena due settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, grazie a un accordo raggiunto con la maggioranza dei partiti del Parlamento e dopo aver assunto l’impegno di portare le spese della difesa al 2 per cento del Prodotto Interno Lordo, come richiesto a tutti i membri Nato, entro il 2033.
A schierarsi contro il Primo Ministro erano rimaste solamente le ali estreme del Parlamento come i sovranisti del Partito del Popolo Danese, quelli della Nuova Destra e i radicali di sinistra dell’Alleanza Rosso-Verde, preoccupati dalla possibile futura partecipazione della Danimarca a un Esercito Europeo, qualora venisse creato.
La presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, su Twitter, ha commentato la vittoria dichiarando «di essere convinta che sia la Danimarca che l’UE trarranno vantaggio da questa decisione». Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, sempre su Twitter, ha dichiarato che «la popolazione della Danimarca ha compiuto una scelta storica» e anche che «il mondo è cambiato dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina» e che «questa decisione porterà benefici all’Europa rendendo l’Unione Europea e la popolazione danese più forte e sicura».
Il risultato, secondo Lykke Friis direttore del Think Thank Europa sentito da Bloomberg, è una svolta per la difesa e per la politica di sicurezza danese e «il grande sostegno per l’adesione al patto di difesa è anche un segno che i danesi, in passato scettici nei confronti dell’appartenenza all’Unione Europea, abbiano cambiato mentalità dopo la Brexit e la presidenza di Donald Trump».
Il voto ha coinciso con la sospensione delle forniture di gas da parte della russa Gazprom dopo il rifiuto espresso da Copenaghen di pagare la risorsa naturale in rubli. Il ministro della Difesa Morten Bodskov, le cui parole sono riportate dal South China Morning Post, ha espresso la propria soddisfazione dichiarando che «i danesi hanno lanciato un chiaro segnale in merito al fatto che vogliamo essere più vicini ai nostri partner quando assumono decisioni comuni». La deputata conservatrice Katarina Ammitzboll, che come ricordato da Le Mondesosteneva le ragioni del sì, aveva chiarito che le minacce ibride alla sicurezza richiedono maggiore cooperazione tra gli alleati europei.
L’aggressione dell’Ucraina, come ricordato da Karolina Mutti sul portale dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), si sta rivelando un boomerang per il governo russo da tutti i punti di vista. A dimostrarlo c’è la potenziale adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato, che in pochi mesi hanno stravolto una politica estera e di sicurezza lunga mezzo secolo. La partecipazione dei due Paesi porterebbe a una significativa espansione del territorio dell’Alleanza Atlantica e ne aumenterebbe la copertura nelle regioni settentrionali e orientali del continente europeo, proprio lungo la frontiera con la Federazione Russa. Il rischio è, ovviamente, quello di alzare sempre di più l’asticella del livello dello scontro con Mosca e con il Cremlino. I prossimi mesi saranno fondamentali per capire l’evoluzione di queste dinamiche.
Nell’immagine: manifesti “musicali” a favore del referendum