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Luigi Einaudi, uno dei maestri del pensiero liberale, primo presidente della Repubblica italiana, trovò rifugio in Svizzera nel settembre del 1943.
L’esilio elvetico fu per lo statista, come per tanti profughi italiani, una fucina importante per gettare le basi della futura democrazia italiana.
Il futuro presidente della Repubblica italiana prese “la fuga dei popoli dinanzi al barbaro”, come scrive nel suo diario, per il Col Fenêtre, in Val d’Aosta, nel settembre del 1943, temendo di finire come ostaggio nelle mani della Repubblica di Salò o della Wehrmacht.
Una delle personalità più importanti del liberalismo italiano
Nato a Carrù (Cuneo) il 24 marzo 1874, Einaudi fu redattore dei quotidiani "La Stampa" di Torino e del "Corriere della Sera" di Milano fino al 1926. Divenne poi corrispondente finanziario ed economico del settimanale "The Economist". Fu anche direttore di importanti riviste economiche.
Titolare della cattedra di Scienza delle finanze all'Università di Torino e di Scienza delle finanze all'Università Bocconi di Milano, i suoi altissimi meriti scientifici furono riconosciuti da diverse accademie straniere, di cui fu nominato socio onorario.
Un grande ammiratore della democrazia svizzera
Per Luigi Einaudi l’esilio in Svizzera fu un’esperienza importante. Einaudi era infatti un grande ammiratore della democrazia elvetica, anche prima che la situazione politica in Italia lo costringesse a rifugiarsi a Basilea, Ginevra, Lugano e Losanna.
Einaudi aveva anche fondato la Società per l’amicizia tra l’Italia e la Svizzera e il suo pensiero era stato influenzato da varie teorie di economisti svizzeri o rifugiati in Svizzera, come Wilhelm Röpke, economista tedesco, che frequentò parecchio durante l’esilio.
“Mio padre citava la Svizzera come esempio di stati e paesi, indipendenti l’uno dall’altro, con lingue diverse, che riescono a convivere e creare una federazione unita, uno stato unito, cedendo una parte della loro indipendenza e della loro sovranità ad una cosa superiore che li coordina (…). Citava l’esempio della Svizzera come l’ideale dell’Europa unita".
Questa la testimonianza del figlio Roberto Einaudi, tratta dal documentario del regista svizzero Villi Hermann: “Luigi Einaudi. Diario dell’esilio svizzero”.
Nel "Diario dell’esilio" Einaudi parla delle difficoltà della vita quotidiana e della burocrazia svizzera, delle uscite serali, spesso al cinema e dei tanti incontri con importanti personalità italiane, come Gianfranco Contini, Amintore Fanfani, o i membri della famiglia reale dei Savoia anch'essi fuggiti in Svizzera, o ancora con alcuni Consiglieri federali, come Enrico Celio.
L’ambiente dell’antifascismo in Svizzera
Importante fu per Luigi Einaudi anche il contatto con l’ambiente dei fuoriusciti antifascisti italiani: in Svizzera si erano rifugiati politici di tutte le tendenze antifasciste, dai comunisti, ai liberali, ai democristiani. Un ambiente variegato che costituì una fucina importante per gettare le basi della futura democrazia italiana.
Ma non solo Einaudi e i fuoriusciti politici ebbero la vita salva grazie alla Svizzera. Dopo l’8 settembre 1943, alla firma dell’armistizio, ebbero la possibilità di entrare in Svizzera circa quarantamila soldati italiani sbandati.
Trovandosi vicino al confine erano rimasti completamente privi di ordini, perché lo stato maggiore italiano si era rifugiato a Brindisi assieme alla famiglia reale.
Questi soldati si sottrassero così alla cattura da parte dei tedeschi e alla prigionia in Germania.
Dopo l’esilio in Svizzera, rientrato in Italia nel 1945, Luigi Einaudi fu nominato governatore della Banca d'Italia, incarico che ricoprì fino all’elezione a Presidente della Repubblica, l'11 maggio 1948.
Bio
Nasce il 24 marzo 1874 a Carrù, in Piemonte.
Padre di Giulio, fondatore della famosa casa editrice Einaudi.
Collabora al Corriere della Sera (1903-25) e alla Riforma sociale, di cui è direttore dal 1908.
Collabora (con lo pseudonimo Junius) al foglio L'Italia e il secondo Risorgimento, supplemento di Gazzetta Ticinese.
Muore il 30 ottobre 1961
Contesto
Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica italiana, temendo di finire ostaggio dei fascisti, trovò rifugio in Svizzera per 14 mesi, tra il 1943 e il 1944.
Anche dopo l’esperienza dell’esilio, di cui parla diffusamente nel suo libro “Diario dell’esilio”, continuò ad essere un ammiratore della Svizzera e della sua cultura democratica.
Tra le opere pubblicate dopo la fine del mandato presidenziale si ricorda in particolare "Lo Scrittoio del Presidente".
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