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BERNA - Dal 2013 a metà 2017 autorità elvetiche di perseguimento penale hanno inviato a Facebook 361 richieste di dati ma hanno ricevuto risposta positiva solo in 110 casi. Lo rileva oggi la "SonntagsZeitung" citando le cifre riguardanti la Svizzera riportate nel "Rapporto sulla trasparenza" della società americana.
Assai generosa nel fornire i dati dei suoi iscritti ad aziende private, come ha mostrato il recente scandalo con al centro la società Cambridge Analytica, Facebook è dunque poco cooperativa quando si tratta di venire incontro alle richieste della magistratura, rileva il domenicale zurighese.
Il "Transparency Report", in cui si elencano le richieste provenienti dagli enti governativi di tutto il mondo, è pubblicamente accessibile (anche in lingua italiana) su Internet all'indirizzo https://transparency.facebook.com/ e fornisce le cifre semestrali a partire dal 2013 su domande totali, account richiesti e e percentuali di domande "per le quali sono stati rilasciati alcuni dati", come nomi, date di iscrizione, indirizzi IP, indirizzi e-mail.
Le 361 richieste riportate dall'inizio del 2013 riguardavano in tutto 540 utenti o account. Le percentuali di risposte almeno in parte positive vanno dal 10,26% del secondo semestre 2014 al 52,5% nei primi sei mesi del 2016, nei quali sono però comprese anche 9 richieste riguardanti casi di "emergenza" (rischio di danni immediati, prevenzione di suicidi e recupero di minori dispersi), che hanno ottenuto un 88,89% di risposte positive.
Per il primo semestre 2017 Facebook segnala 45 richieste legate a procedimenti legali per 51 account. Per il 40,4% di esse c'è stata una risposta almeno in parte positiva. Ci sono state inoltre 12 richieste di "emergenza", per un totale di 57 richieste e un 46% di risposte in cui sono stati forniti dati.
La maggior parte delle richieste elvetiche provengono dall'Ufficio federale di polizia (Fedpol), scrive la "SonntagsZeitung". Il domenicale zurighese cita in proposito la portavoce Lulzana Musliu, secondo la quale fra i reati invocati al primo posto viene "chiaramente il terrorismo". Le richieste provenienti dai cantoni, che vengono trasmessa a Facebook dalla Confederazione, riguardano invece soprattutto reati contro l'integrità fisica e contro l'onore (diffamazione, calunnia).
Un problema per la Svizzera - scrive la "SonntagsZeitung" citando la portavoce di Fedpol - sono in particolare reati che negli Stati Uniti non sono punibili, come la diffusione di propaganda illegale. In tali casi l'informazione viene rifiutata da Facebook.
"Molto bene" funzionano invece, secondo Fedpol, le richieste concernenti emergenze. O perlomeno funzionano meglio rispetto a quelle legate a procedimenti penali. Il sito di Facebook precisa questi dati soltanto dal primo semestre del 2016, quando la società americana ha fornito dati in 8 casi si 9. Nel secondo semestre sono stati 4 su 7, mentre nel primo semestre del 2017 Facebook ha fornito informazioni in 8 casi su 12.
Anche se negli scorsi quattro anni oltre i due terzi delle richieste svizzere sono state respinte, "la collaborazione con Facebook è sicuramente migliorata", secondo la portavoce Musliu citata dal domenicale.
Alla politica però non basta, afferma la "SonntagsZeitung": la Commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati - rammenta - ha adottato lo scorso 26 marzo una mozione in cui chiede che in futuro i social media abbiano una rappresentanza o un recapito in Svizzera, in modo che affermazioni razziste o di odio diffuse mediante le reti sociali, come Facebook, possano essere meglio combattute.
Il Consiglio federale - esige la mozione - deve inoltre adoperarsi a livello internazionale affinché le autorità di perseguimento penale abbiano un migliore accesso ai dati all'estero.