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Il mito del sangue
Da sempre, il sangue ha affascinato l’uomo. Già quello preistorico sapeva che perdendo una certa quantità di sangue, un animale sarebbe morto in poco tempo.
Il sangue, era già allora sinonimo di vita. In alcune culture si usava inoltre bere il sangue di certi animali, ad esempio del leone, nella speranza di trarne la forza e il coraggio. In certi casi, si uccidevano persino delle persone per offrire il loro sangue in sacrificio agli dei ed attirarsene così la benevolenza.
Infine, nella nostra lingua, troviamo ancora diverse espressioni che rimandano a miti sul sangue di origine molto antica. Il “bagno di sangue”, ad esempio, veniva usato in Egitto per curare i re affetti da lebbra, che si immergevano nel sangue di persone sacrificate.
L’espressione “di sangue blu”, cioè di origine aristocratica, fu creata dai nobili spagnoli che, vedendo il colore bluastro delle loro vene, ritennero che anche il sangue che vi fluiva fosse di questo colore.
Le prime rudimentali trasfusioni
I primi tentativi di trasferire in un uomo il sangue di un suo simile risalgono già all’antichità. All’epoca, al sangue venivano attribuite proprietà curative e la facoltà di ringiovanire chi lo beveva.
I romani benestanti, ad esempio, bevevano il sangue dei gladiatori uccisi. Una saga narra inoltre che Medea, una maga greca, avrebbe sostituito il sangue del padre di Giasone (Giasone era un eroe greco) con un intruglio magico.
Si narra anche che per salvare Papa Innocenzo III, ormai morente, il suo medico gli prescrisse di bere il sangue di tre giovanetti di dieci anni. La cura non ebbe però l’esito sperato, perché sia il papa che i ragazzi morirono.
La circolazione sanguigna
Una delle principali premesse per la riuscita delle trasfusioni fu la scoperta, nel 1628, della circolazione sanguigna da parte di William Harvey. Il medico inglese, descrisse infatti per primo i due sistemi cardiocircolatori, ossia quello grande in cui il sangue, dal cuore, si estende al corpo e da qui ritorna al cuore, e quello piccolo, in cui il sangue, sempre da cuore, si propaga ai polmoni e da qui rientra al cuore.
Ma prima di questa scoperta, in Inghilterra Richard Lower aveva già eseguito una trasfusione tra un animale e un uomo. In quel tempo, i “donatori” più apprezzati erano le pecore.
Verso la fine del XVII secolo, il medico francese Jean-Baptiste Denis trasferì il sangue di una pecora su un ragazzo quindicenne malato, che apparentemente guarì.
Ad eccezione di questo e di pochi altri casi, la maggioranza delle trasfusioni da animali all’uomo non ebbe però l’esito sperato. Infatti, numerosi pazienti si ammalarono e molti persino morirono. In diversi paesi le trasfusioni vennero quindi proibite.
La prima trasfusione da uomo a uomo
Finalmente, all’inizio del 18esimo secolo venne effettuata la prima trasfusione da uomo a uomo ad opera del medico inglese James Blundel. Il procedimento consisteva nell’aprire un’arteria del donatore, raccogliere in una scodella il sangue fuoriuscito e trasferirlo mediante un tubicino nella vena del ricevente. Un metodo piuttosto primitivo e quindi raramente coronato da successo, anche perché, spesso, ancora prima di venire immesso nella circolazione sanguigna del ricevente, il sangue si era già coagulato. Per accelerare l’operazione vennero quindi ideati alcuni strumenti come diversi tipi di chiusure a rubinetto, valvole e piccole pompe. Ma fu solo verso la fine del diciannovesimo secolo che alcuni abili chirurghi riuscirono a portare a termine con successo la prima trasfusione da vena a vena.
La scoperta dei gruppi sanguigni
Le trasfusioni rimanevano comunque un’impresa assai rischiosa: meno della metà dei riceventi riusciva infatti a sopravvivere.
Solo grazie alla scoperta dei gruppi sanguigni da parte di Karl Landsteiner all’inizio del secolo fu possibile accrescere la sicurezza. Lo studioso austriaco dimostrò infatti che vi sono diversi tipi o gruppi di sangue. Per questa scoperta, che egli chiamò “sistema dei gruppi sanguigni AB0 (zero)”, Landsteiner ricevette il Nobel per la medicina. Operando trasfusioni tra individui dello stesso gruppo sanguigno, la percentuale dei successi aumentò sensibilmente.
La conservazione del sangue
La scoperta, nel 1914, di un’importante proprietà del citrato di sodio costituì un’altra pietra miliare nella storia della trasfusione. Aggiunta al sangue, questa sostanza ne impedisce infatti la coagulazione fuori dal corpo. Venne così creata una premessa decisiva per la conservazione del sangue, che portò, nel 1915, alla prima trasfusione riuscita di sangue conservato.
Cinquant’anni più tardi, i flaconi di vetro vennero sostituiti da sacchetti di plastica e apparvero sofisticati apparecchi per il prelievo e la trasfusione, che consentirono di evitare praticamente ogni rischio di contaminazione del sangue.
Trasfusioni a misura di paziente
Un altro importante progresso fu la separazione del sangue. Oggi, moderni impianti industriali consentono di scomporre questo tessuto fluido nei suoi componenti principali. Il campo di applicazione del sangue in medicina si è quindi notevolmente ampliato.
Oltre al sangue completo, che non viene praticamente più usato, sono oggi disponibili diversi tipi di preparati cellulari ed efficaci farmaci prodotti a partire dai singoli componenti del sangue. Ciò consente di effettuare un trattamento mirato, perché il malato riceve solo quei componenti di cui ha veramente bisogno. Per il donatore, questo significa uno sfruttamento ottimale del sangue donato.