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Rincorrendo la massa stracciata dei senzatetto che vivevano di mille espedienti o i nobili ricchi di ville e palazzi, l'autrice analizza cosa voleva dire avere una dimora o esserne privi, cosa significava mettere su casa, che rapporto c'era tra casa e famiglia. Poi la curiosità si spinge oltre la soglia delle abitazioni permettendo di scoprire chi preparava il cibo e cosa si mangiava, come si è trasformata la dieta e come si stava a tavola, come ci si riparava dal freddo e ci si faceva belli.
Dalla prefazione alla nuova edizione:
«Una stanza affollata. All’estrema destra si intravede un camino presso il quale tre donne si danno da fare. Davanti a loro, appoggiati sul pavimento sciattamente cosparso di gusci d’uovo, ci sono vari oggetti domestici: un mortaio, una griglia, una brocca, un contenitore con coperchio, una ciotola con un cucchiaio, un piatto di peltro con una pagnotta. Sul lato opposto, all’estrema sinistra, si intravede un letto e nel letto una donna, senza dubbio una puerpera. Vicino alla puerpera ci sono altre figure femminili, una delle quali tiene in mano un recipiente e un cucchiaio, nell’atto premuroso di imboccarla. In primo piano, sul pavimento di piastrelle bianche e grigie, fa mostra di sé uno scaldaletto di ottone. Poco più in là c’è una culla di vimini, vuota. Il neonato al quale essa è con ogni probabilità destinata è quasi al centro del quadro, tenuto in braccio da un uomo. Il piccolo è avvolto in un lenzuolino ornato di pizzi e in una copertina rossa molto sgargiante; l’uomo, non più tanto giovane, ha berretta e grembiule. È in piedi vicino ad un tavolo intorno al quale ci sono altre persone, tra cui una ragazza che sta spostando una bella sedia imbottita con tanto di braccioli, forse proprio per farvi sedere l’uomo con il bimbo. Padre e figlio, si direbbe. Ma uno dei presenti fa le corna alle spalle del presunto padre, lasciando intendere che il bambino in realtà non è suo. Si celebra comunque la nascita del piccino: il quadro rappresenta un momento cruciale della riproduzione familiare. La festa implica anche consumi e spese: l’uomo con il neonato – chiaramente il capofamiglia – sta infilando una mano nella borsa che gli pende dalla cintura a fianco di grosse chiavi, come per dare dei soldi ad una delle donne, girata verso di lui con la mano tesa. Organizzazione degli spazi abitativi, arredamento, alimentazione, abbigliamento, consumi, riproduzione familiare, relazioni parentali e domestiche: i principali temi trattati in questo libro sono preannunciati dall’immagine scelta per la copertina, Festa di battesimo di Jan Steen (1664).
Non era tuttavia questa l’immagine con la quale il libro è stato originariamente presentato al pubblico, nell’ottobre del 1999. In quel caso la scelta era caduta su una Cena a Emmaus fiamminga (anonima). Proposto da una collaboratrice di Laterza, Manuela Fugenzi, questo azzeccatissimo quadro di Steen non è comunque l’unico elemento che differenzia questa edizione dalle precedenti. Anche i contenuti sono in parte cambiati.
Inquietamente in movimento, il libro era stato leggermente corretto già nella seconda edizione italiana (2000), e in quella portoghese (ottobre 2001) era stato ampliato e aggiornato in modo più deciso. In quest’ultimo caso, avevo tra l’altro inserito alcuni brani che permettessero di cogliere meglio la logica di chi in case e cose – o meglio: in certe case e in certe cose (aviti palazzi, masserizie, ritratti di antenati, argenterie trasmesse di generazione in generazione o quant’altro) – vedeva un’incarnazione di valori familiari. E avevo cercato di illustrare con maggior precisione le diverse funzioni dei vestiti, in particolare il loro ruolo nella definizione delle identità sociali, nelle relazioni interpersonali e rispetto alla percezione del corpo. Dati per acquisiti tali interventi (a parte una «Postilla» che ho qui deciso di tralasciare), nella presente edizione ho fatto varie altre aggiunte, tanto che essa si presenta leggermente più ricca anche delle traduzioni inglese (ottobre 2002) e olandese (prevista per il 2003). La logica che mi ha guidata nel lavoro di revisione è stata quella di dare al libro un respiro più compiutamente europeo, di rendere meglio conto delle specificità di gruppi particolari, come gli ebrei, di illustrare in modo più chiaro le trasformazioni intervenute negli oltre tre secoli analizzati. Il capitolo sul quale gli interventi sono stati più massicci è quello conclusivo, considerevolmente ampliato.
La nuova versione del capitolo, se da un lato risponde ad un’esigenza personale maturata da tempo, dall’altro è stata resa possibile da alcune recenti pubblicazioni. In questa edizione – come si chiarirà poco oltre – ho infatti notevolmente aggiornato la bibliografia di riferimento. Vorrei tuttavia precisare che il libro non tiene conto di tutte le ricerche, vecchie e nuove, condotte sugli argomenti trattati. Credo che nessuno studioso singolo possa dominare tale massa di studi, in alcuni ambiti già sterminata e su vari fronti in vertiginosa espansione. Così, nel constatare il numero di libri e saggi non ancora letti che ingombrano i ripiani delle mie librerie (quanti non lo saranno mai?), le lunghe bibliografie che ho coscienziosamente compilato ma che poi sono riuscita a vedere solo in parte, oppure la lista dei nuovi testi che di giorno in giorno vengono pubblicati, provo sentimenti complessi e contraddittori: un certo senso di colpa nei confronti dei tanti autori di cui per insufficienza di forze e di spazio non ho tenuto conto si mescola ad un senso di inquieta insoddisfazione e, sotto sotto, di spiacevole impotenza. E se sentimenti del genere accompagnano in fondo la stesura di tutti i miei lavori, in questo caso sono resi più acuti dal fatto che il libro è, e vuole essere, un’opera di sintesi.
Esso, infatti, mira anzitutto a rendere accessibili ad un pubblico di non addetti ai lavori, e in particolare di studenti, temi e problemi che alimentano oggi la ricerca storica. Nel contempo, tuttavia, vorrebbe essere un utile strumento per studiosi di professione. Grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, questa edizione accentua anzi più delle precedenti questa doppia vocazione, dal momento che il volume si presenta in due versioni, una cartacea e una in rete, con caratteristiche in parte diverse. Certo il testo è pressoché identico in entrambe. I riferimenti archivistici e bibliografici, invece, sono stati drasticamente ridotti nella versione cartacea, decisamente ampliati in quella in rete. Il volume a stampa, dotato anche di un agile glossario, si presenta pertanto più «divulgativo» rispetto alle precedenti edizioni. Al contrario – se era anzitutto per la ricchezza dei riferimenti bibliografici che il libro fin dalla sua comparsa ambiva ad essere di qualche interesse per gli storici di professione – mi auguro che gli interventi apportati nella versione in rete (www.laterza.it/vitadicasa) possano accrescerne non solo la fruibilità ma anche l’utilità per ricercatori e studiosi, per quanto i riferimenti espliciti al dibattito storiografico, pur ampliati, restino poco numerosi e per lo più confinati nelle note.
L’allargamento delle letture contribuisce d’altronde a dare maggior spessore a quello sforzo di far interagire filoni di ricerca diversi che pure fin dall’inizio speravo potesse risultare interessante anche per storiche e storici. Nel tentativo di ricostruire la vita materiale delle famiglie europee dalla fine del Quattrocento all’inizio dell’Ottocento, il volume intreccia infatti i risultati di un vasto numero di studi relativi alla storia della famiglia, delle donne e dell’identità di genere, dei consumi, dell’architettura, dell’arredamento, dell’alimentazione e dell’abbigliamento.
Non pretendo certo, comunque, di aver trattato ogni possibile aspetto della vita materiale delle famiglie europee. Sono consapevole di aver disegnato – per competenze, interessi, scelta, banale impossibilità di parlare di tutto – un percorso nel quale restano marginali temi che marginali (almeno ai miei occhi) non sono affatto. Penso ad esempio alle conseguenze patrimoniali e matrimoniali della dissoluzione delle famiglie per separazione o divorzio dei coniugi, quasi del tutto trascurate; al rapporto tra produzione e consumo, oggetto solo di rapidi cenni; al costo dei beni e degli alimenti e al loro peso nei bilanci familiari, cui si sono sì dedicate varie osservazioni, ma senza sistematicità; all’universo appena sfiorato delle «superstizioni» e delle credenze, in particolare quelle relative agli oggetti apotropaici, desiderabili per il loro presunto potere protettivo e salvifico; al tema dell’alienazione dei beni, dalla vendita al dono all’elemosina, che tratterò con un certo respiro in altra sede...
Spero tuttavia di essere riuscita a gettare un po’ più di luce sull’ambito che mi ero riproposta di indagare, contribuendo in particolare a delineare l’ampio ventaglio di funzioni che poteva venire attribuito agli oggetti e ai beni nella vita familiare e domestica in un’epoca in cui le condizioni materiali e i modelli di consumo erano per molti versi differenti da quelli attuali, quantomeno nel mondo occidentale. Cercando di evitare tanto la trionfale esaltazione del delinearsi del mondo consumistico quanto la sua condanna senza appello (cui pure per formazione e sensibilità sarei incline), ho insomma cercato di capire e di mostrare come diversi modi di essere si traducessero in differenti modi di avere e come differenti modi di avere disegnassero diversi modi di essere».
Bologna-Urbino, ottobre 2002