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II. Il capitolo 6 della Genesi: i giorni della creazione e il loro significato dal punto di vista biblico
L’opera del primo giorno della creazione ci pone davanti alla differenza fondamentale fra il cristianesimo biblico e il naturalismo materialista: la creazione assoluta a partire dal nulla da parte di un Dio infinito e personale da un lato, e l’eternità della materia o dell’energia, dall’altro. A parte questa differenza, il secondo fossato, profondo e invalicabile, fra l’immagine della realtà fornitaci dalla Bibbia e quella presentata dalla filosofia umanista, è la questione del tempo, e più specificamente quella dell’età dell’universo. C’è bisogno, in effetti, di vasti periodi per poter giustificare un’ipotesi razionalista e impersonale, quale è quella dell’evoluzione, che deve rimpiazzare la creazione divina. Per il fatto dello scivolamento intellettuale, avvenuto agli inizi del XIX secolo, verso la teoria dei grandi periodi nella storia della terra - prima in geologia, poi in biologia e, in seguito, molto presto nella storia e in tutti gli altri campi -, coloro che volevano prendere sul serio la Scrittura si son trovati di fronte a questioni difficili nel momento in cui hanno voluto dare un’interpretazione dei giorni della settimana della creazione.
Così dagli inizi o dalla metà del XIX secolo si è avuta una grande varietà di interpretazioni della nozione di giorno, anche fra i commentatori evangelici della Bibbia.Prima di esaminare queste diverse tesi vediamo, innanzitutto, ciò che dice il libro della Genesi e, dopo, la Bibbia in generale.
A) La nozione di giorno nella Bibbia
Generalmente, la Bibbia adopera il termine giorno (yom, in ebraico) per indicare un periodo di tempo della durata di ventiquattro ore del giorno solare, oppure per quella porzione delle ventiquattro ore rischiarata dal sole. Quando è preceduto da un numero (come, per esempio, il numero ordinale: il primo giorno, il secondo giorno) esso ha costantemente, attraverso tutta la Scrittura, il significato di un giorno solare normale.
Alcune volte la parola giorno è usata nella Scrittura per indicare un periodo di tempo non precisamente definito (come in Gb 7:6: «I miei giorni sono più veloci di una spola da tessitore e si consumano...» o nel Sl 90:9: «... tutti i nostri giorni svaniscono...»). Ma, in questi casi, la parola giorno significa anche una successione determinata di giorni normali, e non un’estensione esegetica dell’immaginazione, di vasti periodi. La parola giorno (yom) può anche designare, in alcuni casi, una parte dell’anno, come per esempio il tempo della mietitura (cfr. Ge 30:14), ma anche qui si tratta di nient’altro che di alcune settimane di normali giorni solari, e non di epoche di migliaia o milioni di anni.
L’espressione profetica «il giorno del Signore» si riferisce naturalmente a una categoria di giorno speciale, che vuole indicare, qualunque sia il senso profetico, un giorno ordinario divenuto straordinario per l’intervento definitivo di Dio. Ciò non può, in alcuna maniera, né indicare vasti periodi di tempo né contraddire il senso generale, nella Bibbia, del termine giorno inteso come un normale giorno solare.
Vi sono tuttavia alcuni testi della Scrittura ove è ben chiaro che la parola giorno è adoperata in un altro senso che il periodo di ventiquattro ore. Il caso più patente si trova nella seconda Epistola di Pietro, capitolo 3, versetto 8: «Per il Signore un giorno è come mille anni...» Ma qui il contesto indica chiaramente che non si è nel senso letterale storico e normale. Si può legittimamente affermare che questo uso eccezionale non può dar luogo ad una lettura riguardante giorni normali, come se si dicesse: a causa di 2 Pt 3:8 (un giorno = mille anni), i sette giorni della creazione sono automaticamente durati settemila anni, salvo che il contesto letterale e grammaticale del passo considerato non richiedesse una tale trasformazione del senso del termine giorno. Ora, in tutta evidenza, il testo dei capitoli 1 e 2 di Genesi non indica affatto una tale trasformazione, ma richiama il senso di una sequenza di normali giorni solari.
Lo scienziato Henry M. Morris sembra essere nel giusto quando ribadisce che il termine giorno dei capitoli 1 e 2 di Genesi significa un normale giorno solare:
Inoltre «Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre notte» (Ge 1:5). Si direbbe che Dio abbia scelto accuratamente le parole in previsione di future confusioni!. La prima volta che egli adopera la parola giorno (yom, in ebraico), la definisce «la luce» per distinguerla dalle «tenebre» che chiama notte.
Avendo separato il giorno dalla notte, Dio aveva compiuto l’opera del primo giorno. «Così fu sera, poi fu mattina: il primo giorno» (Ge 1:5). La medesima formula si trova alla fine di ciascuno dei sei giorni della creazione; è evidente che la durata di ognuno di questi giorni, compreso il primo, è la stessa... È chiaro che col primo giorno e col seguente si stabilisce una successione ciclica di giorni e di notti, di periodi di luce e di tenebre.
Questa disposizione ciclica di luce e di tenebre voleva dire chiaramente che la terra girava sul suo asse e che c’era una fonte di luce su un lato della terra, che corrispondeva al sole, anche se il sole non era stato ancora creato (Ge 1:16). È talmente chiaro che la lunghezza di tali giorni non poteva non essere che quella di un giorno solare normale.
Nel primo capitolo della Genesi, la fine dell’opera di ogni giorno è indicata con la formula: «Così fu sera, poi fu mattina: il primo (o il secondo, ecc.) giorno».
Così ogni giorno della creazione è precisamente delimitato ed è «unico» nella serie degli altri giorni: la congiunzione di questi due criteri non è mai presente negli scritti dell’Antico Testamento senza che vi sia l’intento di un senso letterale. Il redattore della Genesi ha cercato con tutti i mezzi possibili di prevenire che i suoi lettori venissero trascinati in un senso non letterale della parola giorno in questo testo.
Una conferma supplementare del senso proprio di «giorno solare» per il termine giorno nella Genesi ci è data dal quarto comandamento, al versetto 11 del capitolo 20 dell’Esodo: «Poiché in sei giorni l’Eterno fece i cieli e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi e il settimo giorno si riposò; perciò l’Eterno ha benedetto il giorno di sabato e l’ha santificato». Il punto cruciale qui è dato dal fatto che l’opera creatrice di Dio, seguita dal suo riposo, deve servire da quadro per la vita intera dell’umanità, come suo riflesso sulla terra. È evidente che l’umanità è così importante per l’Altissimo che ha voluto disegnare la sua attività creatrice in modo da dare una struttura alla vita dell’uomo. Vi deve essere stato un motivo maggiore perché Dio creasse in sei giorni piuttosto che in una frazione di secondo o in cento miliardi di anni.
Una tale conclusione è lungi dall’essere assurda se crediamo seriamente all’incarnazione del Figlio eterno di Dio in una vera natura umana per riscattare l’umanità. Giacché, se il Dio infinito ha voluto, nella persona del Figlio, discendere nella nostra carne, l’organizzazione della settimana della creazione in sequenze di tempo nell’interesse della razza umana (la futura fidanzata del Figlio di Dio) non è incompatibile col suo patto d’amore e di grande bontà. È proprio vero che l’incarnazione dell’Autore della creazione in mezzo a sequenze temporali finite (senza che lui cessasse di essere infinito) appare come un miracolo più stupefacente della creazione stessa. Nello spirito di un Dio che è venuto ad abitare sulla polvere stessa della terra non può esserci aberrazione nel collocare la sua grandezza meravigliosa e infinita in uno svolgimento specifico del tempo. In fondo, sia il tempo che la polvere sono creature finite di Dio, e suoi servitori, non suoi maestri.
Ci sono tre altri principali argomenti, ricavati dal testo scritturale, i quali potrebbero far ritenere che i giorni non siano normali giorni solari. Li menziono brevemente, ma il terzo merita un’analisi più dettagliata. Il primo argomento è fornito dalla fondata osservazione che, essendo stato il sole collocato nel cielo solamente nel quarto giorno, i primi tre giorni non possono essere chiamati in senso stretto «normali giorni solari». Pertanto si potrebbe pensare che i tre primi giorni abbiano potuto coprire delle ampie epoche. Se il contesto del primo capitolo della Genesi non ci fornisse altri elementi da considerare, questa osservazione potrebbe presentare delle serie difficoltà. Ma, come abbiamo visto, «dal momento che ogni giorno della creazione è ben delimitato ed è unico nella serie degli altri giorni, l’unione di questi due criteri non è mai presente negli scritti dell’Antico Testamento senza che vi sia l’intenzione di un senso letterale»[6]. La presenza di questa realtà costituisce la risposta del contesto immediato della Genesi alla questione. Il testo del quarto comandamento in Esodo 20:11 fornisce una prova supplementare per dare ai sette giorni della creazione il loro proprio senso di giorni normali con la medesima durata.
Il secondo argomento per allungare i giorni di ventiquattro ore della settimana della creazione a lunghi periodi di tempo si fonda sull’assenza, nel testo della Genesi, della frase conclusiva «così fu sera, poi fu mattina: il settimo giorno». Hugh Ross, per esempio, mostra come l’assenza di questa formula «suggerisca fortemente che questa giornata non s’è (o non si era) conclusa». E ne trae questa conclusione:
Da questi passi (Salmo 95 e Epistola agli Ebrei, capitolo 14), deduciamo che il settimo giorno dei capitoli 1 e 2 della Genesi rappresenta un minimo di parecchie migliaia di anni e un massimo che è aperto, ma finito. Mi sembra ragionevole concludere, dato il parallelismo del racconto della Genesi, che i sei primi giorni potrebbero essere stati dei lunghi periodi di tempo.
Il minimo che si possa dire è che ciò equivale a poggiare un’affermazione di un grande peso teologico su una tavola esegetica piuttosto stretta e sottile! Non si è più vicini al senso evidente del contesto di Genesi 2 (e di Esodo 20) dicendo che, essendo il sabato diverso per qualità, sebbene non per quantità - almeno da tutto ciò che si può apprendere dal testo stesso -, sarebbe stata aggiunta una formula conclusiva leggermente diversa per indicare una differenza qualitativa (sei giorni per il lavoro, un giorno per il riposo)?
La formula usata per indicare la fine di questo primo sabato («Pertanto il settimo giorno Dio terminò l’opera che aveva fatto, e nel settimo giorno si riposò da tutta l’opera che aveva fatto», Ge 2:2) dà, a quanto sembra, una fine ben definita alla pari dell’altra «Così fu sera, poi fu mattina: il primo giorno». Tanto più necessaria quando ricordiamo il fine che Dio s’era proposto prendendo sei giorni per operare e un giorno per riposarsi: l’aveva fatto per fornire un quadro di vita ordinata, necessaria per l’esistenza di quelli che dovevano portare la sua immagine sulla terra. Se l’assenza di questa formula finale doveva voler dire che la divina organizzazione del riposo del sabato sarebbe dovuta continuare per migliaia di anni, come gli uomini avrebbero potuto allora cominciare ad osservare il quarto comandamento dell’Esodo (Es 20:9) di lavorare per sei giorni la settimana?
È così che gli argomenti per una settimana della creazione, che dura parecchie migliaia o milioni di anni, appaiono distorti e artificiosi quando si osserva attentamente il testo immediato della Genesi e il più ampio contesto biblico. Gli esegeti sono ora impegnati in una sorta di moderna casistica, allo scopo di voler dimostrare ad ogni costo che il giorno della Genesi è tutto fuorché un normale giorno solare. Nel constatare come questi esegeti si sono aggrappati a ricostruzioni evangeliche della settimana della creazione, similari in tutti i punti, non si può che apprezzare l’onestà di un liberale, il professore scozzese M. Dods, il quale ha scritto che «se, per esempio, il termine giorno in questi capitoli (della Genesi) non significa una durata di ventiquattro ore, allora bisogna disperare di poter mai interpretare la Scrittura».
La fine del XX secolo ha visto svilupparsi una delle varianti più popolari fra le teorie della creazione (almeno nella cerchia dei riformati evangelici): la teoria del quadro, proposta a quanto sembra per la prima volta dal professor Noordzij, dell’Università di Utrecht, nel 1924. Egli ha cercato di distinguersi per una metodologia nuova del senso normale di giorno della settimana della creazione, introducendo una dicotomia fra l’ordine cronologico letterale e il quadro letterario del testo della Scrittura. Avendo notato un parallelo fra i tre primi giorni e i tre giorni seguenti della settimana della creazione, egli ne trae delle conseguenze inusuali. Ecco la trascrizione che ne fa E.J. Young:
Che i sei giorni non abbiano nulla a che vedere con il corso naturale delle cose, pensa Noordzij, si può vedere dal modo con cui il redattore raggruppa il suo materiale. Ci troviamo di fronte a due terzetti di un marcato parallelismo, il cui obiettivo è quello di mettere in evidenza la gloria preminente dell’uomo. Questo raggiunge veramente il proprio destino nel sabato, giacché il sabato è il punto culminante dell’opera creatrice di Dio, e verso di lui essa tende... Ciò che ha un significato, non è il concetto di giorno in se stesso, ma il concetto di sei più uno.
Nel momento in cui l’autore (della Genesi) parla di sere e mattini anteriori ai corpi celesti del quarto giorno, prosegue Noordzij, è chiaro che egli usa i termini giorno e notte come un quadro (kader). Questa frazione del tempo è un’immagine, data non per mostrare il racconto della creazione nella storia del suo corso naturale, ma piuttosto, come avviene già altrove nella Sacra Scrittura, per evidenziare la maestà della creazione nella chiarezza luminosa del piano di Dio per la nostra salvezza.Perché allora, ci si potrebbe domandare, perché parla di sei giorni? La risposta, secondo Noordzij, è che essi non sono menzionati che per prepararci al settimo giorno.
Questa teoria si è molto diffusa nel corso degli ultimi trenta anni attraverso gli scritti del professor Meredith Kline, del Westminster West Seminary, un protestante riformato esperto dell’Antico Testamento, autore di importanti opere di ricerca sul patto di salvezza. Nel suo Commentario sulla Genesi, egli scrive:
Il carattere letterario del prologo (egli si riferisce all’inizio della Genesi fino al versetto 3 del capitolo 2) limita tuttavia la possibilità di un suo uso per modelli scientifici, poiché il suo linguaggio è quello della semplice osservazione e il suo stile è penetrato da una poesia di qualità, riflessa nella costruzione strofica. L’esegesi indica che lo schema della settimana della creazione ha esso stesso una forma poetica e che i pannelli della storia della creazione sono collocati nel quadro della settimana di sei giorni di lavoro non cronologicamente, ma per temi.
Questa teoria del quadro, con la sua scissione fra un senso cronologico letterale e un significato letterario, è stata portata molto più lontano dal professor Henri Blocher, della Facoltà di teologia evangelica di Vaux-sur-Seine, nel suo libro Rivelazione delle origini (Révélation des Origines). H. Blocher si oppone all’interpretazione letterale, che suppone una piena storicità cronologica dell’opera dei sei giorni della creazione con la scappatoia di un’interpretazione letteraria. Nel suo spirito, «la forma della settimana attribuita alla creazione è un arrangiamento artistico, un sobrio antropomorfismo che non deve essere preso in senso letterale». Così, secondo lui, si evita il conflitto fra le ipotesi moderne di un universo estremamente antico, lasciando lo spazio per lo sviluppo di una certa evoluzione.
Una delle componenti della teoria del quadro, quella più frequentemente messa in evidenza per evitare una lettura cronologica dei sette giorni della Genesi, fu suggerita da M. Kline, secondo il quale Genesi 2:5 («Nel giorno che Dio l’Eterno fece la terra e i cieli, non vi era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna e nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché l’Eterno Dio non aveva fatto piovere sulla terra...») fa pensare all’intervento di processi provvidenziali nel corso della creazione, i quali non avrebbero potuto svolgersi nei sei giorni di ventiquattro ore. Così, egli conclude, la Genesi vuole insegnare non una sequenza cronologica della creazione, ma «un quadro figurato, nel quale i dati della creazione storica saranno stati ordinati sulla base di considerazioni tutt’altro che strettamente storiche».
Come allora dobbiamo valutare questa teoria del quadro e la dicotomia da essa sottintesa? Non vorremmo essere alla leggera in disaccordo con così eminenti teologi evangelici, se non vi fosse in gioco una questione d’importanza capitale per tutte le interpretazioni della Bibbia. Vi è sotto molto di più che la questione, certamente complicata, di sapere quale sia l’età della terra. Io dico che anche se si volesse optare per un universo antico, la maniera scelta dai fautori della teoria del quadro per renderla accettabile è un prezzo troppo alto da pagare quando si crede alla veracità del testo biblico nella sua interezza. Infatti, per far funzionare questa teoria, essi hanno introdotto una dicotomia potenzialmente disastrosa, (una rottura) fra la forma letteraria e la viabilità storica e cronologica nell’interpretazione dei testi biblici. Sarebbe ingenuo supporre che un dualismo ermeneutico di tale portata si fermi ai primi due capitoli della Genesi, non venendo più applicato in seguito in alcun altro passo della Bibbia che verrebbe a trovarsi in contrasto con le teorie naturaliste.
Non v’è persona, per quanto m’è dato sapere, che sia penetrata nel cuore di questo dibattito in maniera più incisiva di Jean-Marc Berthoud, autore protestante riformato di Losanna, in Svizzera. In uno scambio epistolare col prof. Henri Blocher (in seguito pubblicato), J.M. Berthoud palesa l’ipotesi di base che fa funzionare la teoria del quadro. Egli mette in questione la critica formulata da Blocher dell’interpretazione letterale (o letteralista) della Bibbia a favore di un approccio letterario.
Rispondendo a questo dualismo tra la forma letteraria e la realtà storica, Berthoud scrive: «L’opposizione letteralista-letteraria che si vede dappertutto nel vostro libro è uno schema inadeguato alle realtà bibliche... Voi partite dal presupposto non formulato che ciò che chiamate raffinatezza letteraria e lettura letterale si escludano quasi obbligatoriamente a vicenda». Berthoud dice giustamente che questa separazione assiomatica tra forma letteraria e senso letterale è una presa di posizione filosofica che non viene dalla Bibbia.
Quale difficoltà ci sarebbe stata (per l’Autore dell’universo) a far coincidere la più complessa, la più raffinata forma letteraria con la maniera con cui egli avrebbe creato tutte le cose in sei giorni? La disposizione artistica non si oppone all’analoga disposizione dei fatti, a meno che, evidentemente, l’Autore del racconto non sia il Creatore dei fatti descritti... Così è la vostra costante opposizione dell’interpretazione letteraria all’interpretazione letterale che io metto in questione.Giacché il contrasto non è affatto fra la prosa contro la poesia, fra l’interpretazione letteraria contro l’interpretazione letterale, ma fra l’interpretazione vera contro l’interpretazione falsa. La vera opposizione è stile letterario vero contro stile letterario falso, stile letterale vero contro stile letterale falso.
James B. Jordan ha ugualmente espresso i propri dubbi su questa dicotomia, inutile ai suoi occhi:
La teoria del quadro... pretende che i sei giorni della creazione non siano una durata nel tempo ma solamente una convenzione letteraria per rappresentare una sestupla creazione. Il problema fondamentale di questo modo di vedere è che esso oppone senza necessità un’interpretazione teologica all’interpretazione letterale... la dimensione teologica della creazione in sei giorni presente precisamente nel fatto che essa copre una sequenza di tempo... Dio non aveva alcun motivo di fare il mondo in sei giorni, se non la volontà di creare un esempio da seguire da parte del suo riflesso, l’uomo. Là dove la Bibbia usa un modello di tre giorni, o di sei giorni, o di sette giorni, è teologicamente sempre nel senso di un trascorrere del tempo da un inizio a una fine. La teoria del quadro «platonifica» (trasforma alla maniera di Platone) la sequenza del tempo in un semplice insieme di idee. Volendola rendere teologica, la teoria del quadro fallisce completamente il punto teologico.
Jean-Marc Berthoud crede che la filosofia sottostante alla distinzione fatta fra letterario e letterale (o, in Jordan, fra teologico e letterale) sia una specie di nominalismo risuscitato, quale era praticato nel Medio Evo dal teologo Guglielmo di Occam. Commentando questa forma di esegesi, di cui l’interpretazione di Henri Blocher gli sembra un esempio, egli dice:
Si tratta in effetti di una esegesi nominalista... Per Occam, la forma, il nome, non avevano una relazione reale, vera, con la cosa nominata, significata. Allo stesso modo qui (nella teoria del quadro), la forma non ha una vera relazione con la realtà temporale della creazione.
In altri passi della Scrittura, una forma letteraria elegante (come, per esempio, la struttura in strofe o alla maniera di un inno di Filippesi 2:5-11) non rimpiazza il senso storico letterale delle grandi tappe dell’umiliazione, e poi dell’esaltazione di Cristo. Se in questo testo non si ha una dicotomia tra la forma letteraria e il contenuto storico e letterale, perché ci dovrebbe essere nei capitoli 1 e 2 della Genesi? Non sarebbe qualcosa di esterno alla Scrittura che verrebbe a introdurre la dicotomia, piuttosto che le considerazioni di ermeneutica che vi sono annesse?
Sia nel XIX secolo che attualmente, si trova un accostamento esegetico più onesto negli scritti dei liberali. Nel secolo scorso, il professor Marcus Dods, del New College di Edimburgo, per esempio notava:
Tutti i tentativi che si fanno per forzare un accordo fra le diverse indicazioni dei capitoli 1 e 2 della Genesi sono futili e ingannevoli... (e) devono essere condannati perché fanno violenza alla Scrittura, inducono uno stile d’interpretazione in cui il testo è forzato a dire ciò che il suo interprete desidera, impedendoci di riconoscere la vera natura di questi scritti sacri.
Da buon liberale, Dods ha anche scritto che se qualcuno è alla ricerca di un’informazione esatta sull’età della terra, o sulle sue relazioni col sole, la luna e le stelle, o riguardo all’ordine nel quale vi sono apparsi le piante e gli animali, bisogna che ricorra a dei libri recenti.
Ai nostri giorni, il professor James Barr, grande teologo liberale, già professore a Oxford, scriveva in una lettera del 23 aprile 1984 a David C.C. Watson:
Per quanto io sappia, non c’è professore di ebraico o di Antico Testamento di qualche università di rinomanza mondiale che non creda che l’autore o gli autori degli undici primi capitoli della Genesi non abbiano cercato di trasmettere ai loro lettori l’idea che:
la creazione si è prodotta in un intervallo di sei giorni, gli stessi giorni di ventiquattro ore come li abbiamo noi oggi;
le cifre delle genealogie contenute nella Genesi sono date per semplice addizione cronologica dall’inizio del mondo fino a momenti posteriori nella storia biblica; e
il diluvio di Noè è ritenuto universale e distruttore di ogni vita umana e animale sulla terra, fatta eccezione per quelli entrati nell’arca.
O allora, andando al negativo, gli argomenti apologetici che sostengono che i giorni della creazione sarebbero delle lunghe ere, numerosi anni non cronologici, che il diluvio sarebbe stato una semplice piena nella Mesopotamia, questi argomenti non vengono presi sul serio da nessun professore, per quanto io sappia.
Come i professori Dods e Barr, i cristiani che accettano l’invito a credere alla Scrittura così com’è scritta, leggono gli undici primi capitoli della Genesi nel loro senso immediato, ma, contrariamente ad essi (che sono liberali), credono che il testo è un racconto storico veritiero, che riporta la situazione dello spazio-tempo alle origini. E piuttosto che lasciare questi appelli alla verità ai teorici naturalisti delle origini del mondo, essi credono che le prove sperimentali scientifiche sono chiaramente a favore della necessaria presenza di un autore esterno intelligente al momento della creazione.
Ma allora quanto è antico il mondo?
La vera ragione per cui si è cercato di trasformare il giorno letterale in un lasso di tempo lungo e indefinito è data dal fatto che si aveva la prova scientifica di un mondo vecchio di un incommensurabile numero di anni. Ma, in effetti, l’età della terra non è assolutamente un dato provato dagli ambienti scientifici. Una maggiore revisione delle prove su questa questione è stata fatta nel corso degli ultimi trenta anni, sebbene la comunità scientifica sia attualmente divisa sulla maniera d’interpretare i dati della geologia, dell’astronomia e di tutto ciò che vi è connesso. Una larghissima maggioranza di scienziati sostengono ancora la tesi di un universo molto antico, ma v’è un numero rapidamente crescente di altri scienziati i quali presentano valide prove per un universo relativamente più giovane (e che entrerebbe nel quadro cronologico generale della Genesi).
Non sono solamente i cristiani fondamentalisti, ci sono anche numerosi esperti, non sospetti di simpatie per il punto di vista biblico, i quali criticano gli argomenti generalmente usati per «provare» che il mondo è vecchio di milioni di anni (piuttosto che di migliaia). Un libro molto utile su questo argomento è quello di Paul E. Ackerman, pubblicato nel 1986: Dopo tutto il nostro mondo è giovane: le prove stimolanti che la creazione è recente.[7]