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La notizia della scomparsa di Flavio Cotti, genera in me una tempesta di ricordi e di sentimenti.
Avevo seguito i suoi primi passi in Gran Consiglio e la sua entrata in Consiglio di Stato nel 1975, ero stato, negli anni 1976-1978 segretario di concetto del Dipartimento di giustizia da lui diretto. In seguito, eletto in Consiglio di Stato nel 1983, avevo assunto la direzione dei dipartimenti che lui aveva diretto (Giustizia, Economia pubblica e Militare), avevo fatto parte con i comuni amici Alberto Stefani e Camillo Jelmini di uno dei suoi gruppi di sostegno per l’elezione in Consiglio federale nell’autunno 1986, l’avevo ritrovato a Berna come affermato consigliere federale, quando giunsi agli Stati nel 1995.
Con lui ho fatto migliaia di riunioni e conferenze telefoniche o anche semplicemente chiacchierate al telefono (immancabili quelle della domenica sera delle 9, per tutto il tempo del nostro impegno politico), ho percorso con lui centinaia di km a piedi in montagna, che lui adorava. In una cosa sola proprio non ci intendevamo: lui era un appassionato giocatore di carte, mentre a me gli jass proprio non dicono nulla!
Flavio Cotti era un uomo cordiale, che cercava i contatti umani; lui non me lo confessò mai, ma mi è sempre sembrato più felice con un pezzo di formaggio e un tozzo di pane assieme a un alpigiano, che non nei saloni del Lohn con illustri ospiti politici; e ciò anche se quello era il suo mestiere, il mestiere della sua vita!
La politica comunque non è un mestiere come gli altri, perché per fare la Politica occorre avere un orientamento, un riferimento di pensiero. In Flavio Cotti questo era ben percepibile. Lui aveva condiviso lo stesso entusiasmo per la politica di altri intellettuali e politici cattolici (da noi uno per tutti: Alberto Lepori) che, dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo (del 1948), avevano trovato nelle grandi encicliche di Giovanni XXIII e nei lavori del Concilio, nuova legittimità, nuova linfa e nuovi stimoli per l’impegno politico. Per loro, come per lui, lo scopo della politica era la realizzazione del bene comune.
Il terreno della sua politica era il dialogo e lui eccelleva nel ragionamento e nell’argomentazione. Se questo era il suo stile, nei contenuti la sua azione politica era anticipatoria (aveva cioè la capacità di vedere prima le cose e di impostare soluzioni per il futuro). Ma in lui c’era un elemento in più; lo scrupolo costante di individuare soluzioni praticabili, ossia l’esame di fattibilità (si direbbe oggi) riferito ai presupposti politici per l’accettazione di una proposta. A che servono le belle idee e i bei progetti se poi non abbiamo una maggioranza che li sostiene?
Tanto si potrebbe dire di Flavio Cotti politico. E allora qui, mi limito a pochi emblematici aspetti.
Di Cotti consigliere di Stato (nel 1975) mi piace ricordare l’immediato impegno per due necessità avvertite: una diversa ripartizione partitica dei Dipartimenti e la creazione del nuovo Dipartimento dell’ambiente. E poi, di lui mi ha affascinato l’abilità con la quale, dalle ceneri della legge urbanistica (caduta in votazione popolare nel 1969) ha ripreso l’obiettivo di far fronte al caotico sviluppo degli insediamenti, delle attività produttive e delle infrastrutture. «Se non possiamo cambiare la realtà con una legge, allora cambiamo il modo di fare politica» e da lì nasce la “Legge sulla pianificazione cantonale” (del dicembre 1980) per creare trasparenza e coordinamento tra le linee dello sviluppo economico-sociale, la spesa pubblica e la politica di pianificazione del territorio. Un atto “eminentemente politico”, ma innovatore e che ha anche permesso di avviare il mutamento dei rapporti tra i partiti e il governo; dal tavolo di sasso a incontri di tipo istituzionalmente corretto.
Poi arrivarono per lui gli anni culminanti e forse più congegnali del suo impegno politico; quelli in Consiglio federale.
A Berna fu un Signor Consigliere federale e diresse con piglio sicuro il Dipartimento federale dell’Interno (DFI) e quello degli Esteri (DFAE). In questi giorni molto e bene si è detto dei suoi molteplici impegni su importanti dossier. Io vorrei qui ricordare il suo impegno a favore dell’ambiente anche a livello federale. Bastino due esempi: la nomina, a capo dell’Ufficio federale dell’ambiente (che allora faceva parte del DFI) di Philippe Roch, allora responsabile del WWF della Svizzera romanda (come per dire che la politica ambientale lui la voleva fare sul serio) e il ruolo della delegazione svizzera da lui presieduta al vertice di Rio nel 1992 per stabilizzare le concentrazioni atmosferiche dei gas serra considerate pericolose per il sistema climatico terrestre. Nelle edizioni successive di quel summit, politici di altro stampo e caratura si premurarono purtroppo di “limare” le potenzialità di quello spirito.
Ora che il cuore di Flavio Cotti si è fermato e la sua lucida intelligenza si è spenta, a noi rimane il ricordo di un esempio e la riconoscenza per un politico che per visioni, impegno e capacità di realizzazioni è diventato un Uomo di Stato di dimensione nazionale e internazionale.
Flavio Cotti ha speso bene la sua giornata e i suoi talenti per la Politica e per gli altri. Grazie, Flavio!
Renzo Respini