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Le due proposte di politica scolastica in votazione il prossimo febbraio hanno in comune l'idea che lo Stato debba sostenere finanziariamente, e dunque favorire, la decisione delle famiglie ticinesi di affidare i figli a una scuola non statale. Perché mai i poteri pubblici dovrebbero assumere un tale, paradossale atteggiamento? Ovvero costringere ogni cittadino ticinese a pagare sia per una scuola pubblica aperta a tutti, sia le famiglie che scelgono la scuola privata? I sostenitori di queste proposte rispondono: per permettere una più libera scelta fra i due tipi di scuola.
Vediamo di saggiare la forza di questa risposta. Cominciamo col chiederci in termini generali in base a quali criteri è legittimo esigere dallo Stato un intervento a sostegno diretto di scelte private. Le giustificazioni di una tale opzione possono essere essenzialmente due:
a) sussiste un interesse generale ad adottare questa linea di condotta;
b) si tratta di soddisfare un diritto fondamentale di certi cittadini. Possiamo ora valutare in che misura le proposte in votazione rientrino in una o in entrambe le categorie.
a) Quale interesse generale può sussistere a far sì che un numero maggiore di famiglie ticinesi mandi i propri figli nelle scuole private?
L'unico interesse ipotizzabile è quello di favorire l'avvento di un sistema scolastico misto, in parte pubblico e in parte privato, con la conseguente riduzione della presenza dello Stato in questo ambito. Sui molti svantaggi di questo modello (perdita del fondamentale ruolo di integrazione sociale della scuola statale, a vantaggio di scuole chiuse e separate; sussistenza del periodo di un'istruzione a due velocità: una per i ricchi, l'altra per i meno fortunati) già si è detto. Essi non sono certo compensati dai presunti vantaggi di una concorrenza fra pubblico e privato nel settore scolastico. Per giustificare questa opzione a favore del privato non basta neppure sottolineare che la scuola statale non è affatto perfetta, ma bisognosa di miglioramenti. Certamente, però, chi pensa che il sistema misto sia migliore, può coerentemente difendere le proposte in votazione. In quest'ottica, esse si configurano esplicitamente come un passo nella direzione della "privatizzazione" dell'istruzione, nella forma del "bonus educativo". Nonostante ciò, molti degli iniziativisti e dei loro alleati parlamentari, promotori del controprogetto, si guardano bene dal mettere apertamente in discussione il primato della scuola statale e minimizzano la portata della decisione da prendere. Nel contempo, però, chiedono al popolo di approvare delle modifiche di legge che innescano dei meccanismi automatici che potrebbero alla lunga sottrarre importanti risorse alla scuola della collettività. Chiedono, cioè, allo Stato di dare una mano a incrinare nei fatti il suo modello di istruzione pubblica, senza avere il coraggio di contestare esplicitamente tale modello. Devono, invece, essere chiare due cose: senza un evidente interesse pubblico, i soldi dei cittadini non possono essere usati per sostenere scelte private; un interesse generale a sussidiare le famiglie che scelgono la scuola non statale nascerebbe solo dalla volontà di modificare radicalmente in senso privatistico il modello di istruzione in vigore in Ticino. Se non si vuole questo, come dichiarano anche gli iniziativisti, non si vede quale interesse generale sussista ad espandere doppioni privati di servizi già erogati dallo Stato.
b) Se non vi è un interesse generale a mandare i giovani ticinesi nelle scuole private, vi può ovviamente essere un legittimo interesse particolare, di questa o quella famiglia, a farlo. Ecco perché la libertà di scelta fra scuola pubblica e scuola privata è giustamente garantita dalla legge. Ma i fautori delle proposte in votazione non si accontentano di questo: affermano che non basta garantire questa libertà, ma occorre garantirne l'universale esercizio, con il sostegno pubblico. Insomma, il fatto di potersi effettivamente permettere la scelta viene considerato un diritto. Saremmo, dunque, nell'ambito del secondo ordine di motivazioni, quello inerente al rispetto di determinati diritti.
Devo dire che trovo questo argomento, che è molto utilizzato, debolissimo. È, in primo luogo, assai peregrina la convinzione secondo cui i poteri pubblici dovrebbero garantire puntualmente l'esercizio di ogni libertà che riconoscono (di ogni azione che non proibiscono). Perché non introdurre, allora, un sussidio che permetta l'effettivo esercizio della libertà di giocare al lotto? Lo Stato non è chiamato a distribuire risorse nel nome della libertà, ma dell'eguaglianza o almeno delle pari opportunità da offrire a tutti i cittadini: pari opportunità anche di esercitare le libertà tutelate dalle legge; libertà, però, considerate nel loro insieme, non ognuna in particolare. Siamo nel campo dei cosiddetti diritti sociali, che, a differenza dei diritti civili e politici, concernono direttamente la distribuzione delle risorse. Nel caso della scuola, il diritto sociale in gioco è quello all'istruzione, bene sempre più importante per determinare l'effettiva possibilità di trovare un'accettabile collocazione sociale e per essere un cittadino libero e consapevole. Il diritto dell'istruzione, non dimentichiamolo, non è un diritto delle famiglie, ma dei figli in quanto individui. Esso, rispetto alle famiglie, si traduce non tanto in una libertà, quanto in un obbligo: l'obbligo di mandare i figli a scuola. Sappiamo quanto sia stato difficile, in passato affermare il valore universale di questo obbligo, di contro anche alle resistenze delle famiglie, in particolare di quelle appartenenti ai ceti rurali, e a ideologie conservatrici che le legittimavano. Ancora oggi, ad esempio, negli Stati Uniti e in Canada vi sono certe sette religiose i cui giovani sono parzialmente o totalmente esentati dall'obbligo scolastico. Fortunatamente nelle nostre società questo obbligo è ora universalmente accettato e fatto rispettare, quale garanzia della soddisfazione di un diritto dei giovani: quello di essere istruiti. Naturalmente, lo Stato, per tutelare questo diritto, deve investire risorse, o impegnandosi direttamente, o dandole ai privati. In Ticino, come già detto, i poteri pubblici si sono assunti in prima persona questo compito, con la creazione della scuola statale. Solo se vi sono esigenze di formazione non direttamente soddisfatte dall'ente pubblico, esso è tenuto a sostenere e sorvegliare iniziative private che assolvono questo compito, il che in effetti avviene (si pensi al settore della formazione professionale). Da questo punto di vista il rapporto fra pubblico e privato deve essere di complementarità, piuttosto che di concorrenza. Non sussiste, invece, accanto al diritto sociale all'istruzione, un diritto sociale alla scelta fra scuola pubblica e scuola non statale. Questa rimane un'opzione privata.
Né il perseguimento dell'interesse generale, né il rispetto dei diritti individuali giustificano, dunque, il fatto che allo Stato cantonale venga chiesto di promuovere, con i soldi di tutti, la scelta delle scuole che non sono di tutti. Naturalmente sappiamo che di questi tempi la retorica della concorrenza e della possibilità di scegliere (anche se in questo caso è una scelta fatta dagli uni, i genitori, per gli altri, i figli) può risultare pagante. Il modello del supermercato si diffonde in molti ambiti, dalla scuola ai mezzi di comunicazione. Pochi sembrano preoccuparsi per la qualità effettiva dei beni offerti, che in regime di concorrenza in questi settori spesso tende a peggiorare, e per le conseguenze a medio termine, come la progressiva distinzione fra una consistente minoranza di istruiti e informati, e una massa di persone sostanzialmente prive di queste risorse. Sono convinto che nella nostra realtà l'abbandono o il ridimensionamento del progetto comunitario di una scuola pubblica pluralista e fonte di integrazione, a vantaggio di un'educazione "fai da te", non potrà che favorire quell'individualismo, quell'appiattimento e quella frammentazione che molti anche fra i sostenitori delle proposte in votazione, paventano. Alla fine non credo che avremmo una scuola complessivamente migliore, ma solo persone che farebbero ancora più fatica a capirsi.
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