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In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, il 10 ottobre, Amnesty International punta il dito sulle condizioni di detenzione dei prigionieri in attesa di esecuzione nei corridoi della morte. La Svizzera ribadisce dal canto suo che "respinge categoricamente in tutti i casi la pena di morte e opera per un mondo senza pena capitale".
Amnesty International ha recensito 993 esecuzioni capitali in 23 paesi nel 2017, ciò che equivale a una diminuzione del 4% rispetto al 2016 e del 39% rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. "Abbiamo tolto la Cina dalle statistiche perché mancano di informazioni affidabili. Ma stimiamo che ogni anno varie migliaia di persone vi subiscano la pena capitale", afferma Alain Bovard, giurista presso la sezione svizzera di Amnesty International – un'organizzazione non governativa nata a Londra nel 1961.
"Non bisogna però limitarsi a paragonare i risultati da un anno all'altro", sottolinea il giurista. "Bisogna anche osservare l'evoluzione a lungo termine. 40 anni fa, i paesi abolizionisti non superavano la quarantina. Nel 2017 erano 142. Gli ultimi paesi che applicano la pena di morte sono spesso i più irriducibili."
I corridoi della morte
Ma perché Amnesty ha deciso di puntare il dito sulle condizioni disumane di detenzione dei condannati a morte in cinque Stati, Bielorussia, Ghana, Iran, Giappone e Malaysia?
"Sono i paesi su cui si possono ottenere dati affidabili, a parte la Bielorussia, che mantiene il segreto sulla pena di morte, ma da cui filtrano comunque delle informazioni. Si può dunque parlare di paesi scelti in maniera documentata. Ma il fenomeno concerne ovviamente anche altri paesi, quali la Cina o il Vietnam, dove le condizioni non sono migliori di quelle presenti nei paesi selezionati da Amnesty", risponde Bovard.
"Anche altri fattori hanno contribuito a questa scelta, in particolare il fatto che è forse possibile influire sulle autorità di questi paesi. Al contrario della Cina, dove sappiamo che denunciare le condizioni dei condannati a morte in Cina è una causa persa", aggiunge Alan Bovard.
L'impegno della Svizzera
In una risposta scritta a swissinfo.ch, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) conferma l'impegno di Berna e ricorda le azioni intraprese: "La Svizzera affronta regolarmente la questione della pena di morte durante i colloqui bilaterali e i dialoghi sui diritti umani, nonché nel quadro di interventi specifici, come nel caso di esecuzioni di minori."
Il DFAE aggiunge che in alcuni paesi la Svizzera ha sostenuto iniziative concrete in favore dell'abolizione della pena di morte, per esempio organizzando un'esposizione di immagini realizzate da condannati a morte ospitata in varie università e altri luoghi pubblici importanti negli Stati Uniti.
Alain Bovard conferma la diminuzione delle condanne a morte negli Stati Uniti e precisa che "l'applicazione della pena capitale è concentrata in pochi Stati, in particolare nel Texas. E in quest'ultimo Stato, solo alcune contee applicano la pena di morte."
Iniziative diplomatiche
Paola Ceresetti, portavoce del DFAE, ricorda le azioni intraprese dalla Svizzera a livello multilaterale, in particolare le risoluzioni inoltrate al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, aggiungendo: "Nel 2016 e nel 2018, la Svizzera ha fatto campagna in favore della risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedeva una moratoria mondiale sulla pena di morte."
Alain Bovard dal canto suo spera che l'impegno del DFAE perduri, anche se esprime qualche dubbio. "L'abolizione della pena di morte era la grande priorità del consigliere federale Didier Burkhalter. Ma temo che non lo sia più per il suo successore Ignazio Cassis. Sarà un segno premonitore? Negli ultimi anni ogni 10 ottobre il DFAE faceva pubblicare sui grandi quotidiani nazionali di decine di paesi una dichiarazione contro la pena di morte. Quest'anno questa azione di sensibilizzazione è stata relegata ai soli media sociali."
Traduzione dal francese: Andrea Tognina