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Per rilevare questa 'meta' del cielo' a noi invisibile, il telescopio Blast, ideato e realizzato dal team guidato da Devlin, "ha fatto uso di sensori (bolometri) sensibili alle onde sub-millimetriche, ed in particolare -spiega l'Inaf- al cosiddetto 'lontano infrarosso', a quella regione cioe' dello spettro elettromagnetico situato fra l'infrarosso e le microonde. Ma si tratta d'una radiazione che non riesce ad attraversare la nostra atmosfera e per catturarla Blast ha dovuto volare appeso a un pallone fino a 35 km d'altezza".
Durante il secondo e ultimo volo, effettuato in Antartide nel dicembre 2006 e durato ben 11 giorni, Blast ha cosi' collezionato una tale quantita' di dati che sono stati necessari ben due anni di analisi per interpretarli. "L'articolo uscito su Nature ne e' il coronamento, e -sottolinea l'Inaf- pone fine a una domanda sulla quale gli scienziati s'interrogavano da anni: a cosa e' dovuta la radiazione di fondo nel lontano infrarosso?"
"Ora dunque si ha la conferma che a produrla -continua l'Inaf- e' una miriade di singole galassie, molto distanti dalla Terra, lontane tra i 7 e i 10 miliardi di anni luce, e pullulanti di stelle in formazione. La luce prodotta da tali stelle, riscaldando le nubi di polvere che le avvolgono e le nascondono all'interno delle loro galassie, viene assorbita e riemessa sotto forma di radiazione infrarossa, quella appunto catturata da Blast".
Risultati eccezionali per un esperimento quanto mai avventuroso, per certi versi secondo gli scienziati addirittura epico, al punto che ne e' stato tratto un lungometraggio, "Blast", del 2008, che dura 74 minuti. "Uno fra i momenti piu' drammatici l'abbiamo vissuto al termine del volo" ricorda Luca Olmi, tecnologo dell'Inaf-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, che collabora con l'Universita' di Portorico (Usa).
"Il paracadute, che ha permesso al telescopio di adagiarsi al suolo alla fine del lungo volo -ricorda ancora Olmi- non s'e' sganciato come doveva, cosi' il vento ha trascinato il telescopio sul ghiaccio per circa 200 chilometri".
"Ci sono venuti i brividi, la gravita' della situazione -continua Olmi- era sconcertante, stavamo lasciando pezzettini d'esperimento sparsi su tutto il pack antartico. Quello che ci premeva era recuperare il cilindro pressurizzato che conteneva i dischi rigidi, 11 giorni di preziosissimi dati. Solo che era stato dipinto di bianco, insomma... sulla neve era mimetico. Ma alla fine il cilindro e' stato recuperato. E la fatica e' valsa la pena".
Tra gli autori dell'articolo uscito su Nature, Olmi ha contribuito alla progettazione dell'ottica del telescopio di Blast, che ha uno specchio di 2 metri di diametro, molto grande per un volo su pallone stratosferico. Olmi ha inoltre contribuito all'analisi delle altrettanto importanti osservazioni di Blast delle primissime fasi di formazione stellare nella nostra galassia, la Via Lattea.
Info: www.inaf.it