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|"Un certain sourire" [Françoise Sagan ] - I-D||"Les particules élémentaires" [Michel Houellebecq] - wf|
|"Le ragazze di San Frediano " [Vasco Pratolini] -federica||"I fannulloni " [Marco Lodoli] -federica|
|"Faire l'amour" [Jean-Philippe Toussaint] - ik||"Pensées" [Blaise Pascal] - wf|
|"Le Journal du séducteur" [Sören Kierkegaard] - wf|
|"Le chameau sauvage" [Philippe Jaenada] - wf|
|J'étais allongée contre lui, dans le matin, et il dormait, sa hanche contre ma hanche. Il devait être tôt; je ne pouvais me rendormir et je me disais que pas plus que lui, enfoncé dans ses rêves, je n'étais là. (...)

A nouveau, je le savais, j'étais seule. J'eus envie de me dire ce mot à moi-même. Seule. Seule. Mais enfin quoi? J'étais une femme qui avais aimé un homme. C'était une histoire simple; il n'y avait pas de quoi faire des grimaces.
|"Un certain sourire " [Françoise Sagan] - I-D - novembre 08|
|Pourquoi le modèle de la social-démocratie suédoise n'a-t-il jamais réussi à l'emporter sur le modèle libéral? Pourquoi n'a-t-il même jamais été expérimenté dans le domaine de la satisfaction sexuelle? Parce que la mutation métaphysique opérée par la science moderne entraîne à sa suite l'individuation, la vanité, la haine et le désir. En soi le désir - contrairement au plaisir - est source de souffrance, de haine et de malheur. Cela, tous les philosophes - non seulement les bouddhistes, non seulement les chrétiens, mais tous les philosophes dignes de ce nom - l'ont su et enseigné. La solution des utopistes - de Platon à Huxley, en passant par Fourier - consiste à éteindre le désir et les souffrances qui s'y rattachent en organisant sa satisfaction immédiate. A l'opposé, la société érotique-publicitaire où nous vivons s'attache à organiser le désir, à développer le désir dans des proportions inouïes, tout en maintenant la satisfaction dans le domaine de la sphère privée. Pour que la société fonctionne, pour que la compétition continue, il faut que le désir croisse, s'étende et dévore la vie des hommes.|
|"Les particules élémentaires" [Michel Houellebecq] - wf - janvier 08|
|Il rione di Sanfrediano è “di là d’Arno”, è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo; dall’alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l’Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la curva dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine. Quanto c’è di perfetto, in una civiltà diventata essa stessa natura, l’immobilità terribile ed affascinante del sorriso di Dio, avvolge Sanfrediano, e lo esalta. Ma non è tutto oro ci? che riluce. Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della città; nel cuore delle sue strade, popolate come formicai, si trova il Deposito Centrale delle Immondizie, Il Dormitorio Pubblico, le Caserme. Gran parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro che cuociono le interiora dei buoi per farne commercio, assieme al brodo che ne ricavano; e che è gustoso, tuttavia. I sanfrediani lo disprezzano ma se ne nutrono, lo acquistano a fiaschi.

Le case sono antiche come le pietre, e più per il loro squallore; formano, l’una a ridosso dell’altra, un immenso isolato, qua e là interrotto dall’apertura delle strade, con gli improvvisi, incredibili respiri del lungofiume delle piazze, vaste e ariose queste, come campi d’arme. Ci pensa l’allegro, rissoso clamore della sua gente, ad animarli: dal venditore e stradacciolo, all’operaio delle non lontane officine, all’impiegato d’ordine, all’artigiano marmista, orefice, pellettiere le cui donne hanno anch’esse, nella più parte, un mestiere. Sanfrediano è la piccola repubblica delle lavoranti a domicilio. Sono trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici che dalla loro fatica, sottratta alle cure della casa, ricavano ci? che esse chiamano il minimo superfluo di cui necessita una famiglia, quasi sempre numerosa, alla quale l’uomo apporta, quando c’è, il solo pane e companatico. (...)
(...) Sono quelle stesse donne e fanciulle di cui le novelle e le cronache antiche sono piene: belle, gentili, audaci, sfrontate; e nel volto, nelle parole e nei gesti delle quali la castità medesima acquista un significato di un misterioso e irresistibile adescamento, e la licenziosità il senso tutto esplicito, ignaro e disarmato del candore. Qui, fate un passo e le incontrate. Tra le ragazze, per gioventù, bellezza e becerismo, un’impagliatrice di sedie è la portabandiera. Fu lei che addipan? e poi sciolse, la matassa che legava Bob e le sue amiche. E un’avventura dei nostri giorni, che merita di essere raccontata.(...)
|"Le ragazze di San Frediano" [Vasco Pratolini] - federica - carouge - envoyé le 02.12.07|
|Da ieri è cambiato qualcosa. Sono arrivato a piedi alla stazione Termini; è un'abitudine che mi riprende quando non penso proprio a niente e le gambe vanno per conto loro. Dopo tutto è il luogo che ho frequentato di più, riconosco certi facchini, la cassiera del bar, il giornalaio, l'ansia di chi arriva correndo, o di chi sbarca e si guarda attorno sperduto. C'è un bel clima, ecco: nessuno è sicuro di niente, ma tutti sperano in qualcosa, magari solo di essere giunti in un luogo migliore di quello che hanno lasciato, o di avere davvero un buon motivo per andarsene. E un posto pieno di aspettative e di dubbi , la stazione Termini. E in me, sotto quell'onda di cemento armato, tra tante nervose valige, si fa più forte il sospetto che i miei giorni possano contenere ancora qualche sorpresa, che non debba per forza rimanere fermo o dignitoso a lasciarmi ricoprire i piedi dall'ultima gelida sabbia che sfugge alla mia clessidra. E una fregatura, la dignità, come saggezza, io lo so bene. Vuol dire stare zitti e buoni in un angoletto, accettando ogni torto, ogni ingiuria, e tenere ben pulita la dentiera. Forse per questo mi sono fermato davanti a un ragazzo negro che aveva aperta su un foglio di cartone una piccola collezione di occhiali colorati, strepitosi. Gli altri ambulanti vendevano le solite carabattole, cassette musicali, sigarette, foulard sintetici con la fontana di Trevi, ventagli. Ma lui offriva lenti rosa, verdi, arancioni, incastrate in montature allegre, da zitella impazzita. Stava seduto per terra, avvolto in una bella palandrana, i piedi scalzi. Mi sono chinato (ahi, che dolore alla schiena) e ho preso un paio di occhialetti quadrati, con due alette agli angoli alti, le lenti gialle. Li ho infilati e tutta la stazione mi è parsa inondata da un bel sole estivo, la gente pronta a partire per le vacanze, nonostante i cappotti e le sciarpe. –Quanto costano? – Gli ho domandato senza togliermeli dal naso. Lui si è messo a ridere: forse ero buffo con la mia faccia da bravo pensionato magro, la cravattina a righe, il cappello per non prendere freddo e quegli occhiali scemi e spensierati, ma è cos? che per un po' volevo essere buffo contro ogni dignità. Mi ha messo un braccio robusto sulle spalle e mi ha dato un bacetto sulla fronte:

- Ti stanno proprio bene, te li regalo, amico.
- Posso offrirti un caffé? – ho osato
- Un cappuccino è meglio. Con la cioccolata sopra. – Ha chiuso la sua mercanzia in una scatola ed è venuto via con me.
Ed è cos? che è iniziata la mia amicizia con Gabèn.
Adesso la mattina vado a passeggiare con Gabèn. E mi piace perché lui è speciale, è uno diverso, com'era Caterina. Subito il mondo diventa un'avventura. Non saprei dire quanti anni ha Gabèn, gliel'ho domandato, ma nemmeno lui lo sa di preciso: più o meno trenta, credo, ma potrebbero essere molti meno, quando ride, e molti di più quando gli prende la malinconia. Pure lui a casa ci sta malvolentieri, anche perché casa sua è una stanza con quattro letti, dietro Cinecittà. Oltre Gabèn ora ci vivono due iugoslavi del Montenegro e un tunisino, ma la composizione cambia spesso, qualcuno finisce in galera, qualcuno viene rispedito alla frontiera, uno è in ospedale alcolizzato. Gabèn parla poco di queste faccende, è come chiamarsi addosso gli avvoltoi, mi ha detto.
|"I fannulloni" [Marco Lodoli] - federica - carouge - envoyé le 02.12.07|
|J’avais fait remplir un flacon d’acide chlorhydrique,
et je le gardais sur moi en permanence, avec l’idée de le jeter
un jour à la gueule de quelqu’un. Il me suffirait d’ouvrir
le flacon, un flacon de verre coloré qui avait contenu auparavant
de l’eau oxygénée, de viser les yeux et de m’enfuir.
Je me sentais curieusement apaisé depuis que je m’étais
procuré ce flacon de liquide ambré et corrosif, qui pimentait
mes heures et acérait mes pensées. Mais Marie se demandait,
avec une inquiétude peut-être justifiée, si ce n’était
pas dans mes yeux à moi, dans mon propre regard, que cet acide finirait.
Ou dans sa gueule à elle, dans son visage en pleurs depuis tant de
semaines. Non, je ne crois pas, lui disais-je avec un gentil sourire de
dénégation. Non, je ne crois pas, Marie, et, de la main, sans
la quitter des yeux, je caressais doucement le galbe du flacon dans la poche
de ma veste.

Avant même qu’on s’embrasse pour la première fois, Marie s’était mise à pleurer. C’était dans un taxi, il y a sept ans et plus, elle était assise à côté de moi dans la pénombre du taxi, le visage en pleurs, que traversaient les ombres fuyantes des quais de la Seine et les reflets jaunes et blancs des phares des voitures que nous croisions. Nous ne nous étions pas encore embrassés à ce moment-là, je ne lui avais pas encore pris la main, je ne lui avais pas fait la moindre déclaration d’amour — mais ne lui ai-je jamais fait de déclaration d’amour ? — et je la regardais, ému, désemparé, de la voir pleurer ainsi à mes côtés.
La même scène s’est reproduite à Tokyo il y
a quelques semaines, mais nous nous séparions alors pour toujours.
Nous ne disions rien dans ce taxi qui nous reconduisait au grand hôtel
de Shinjuku où nous étions arrivés le matin même,
et Marie pleurait en silence à côté de moi, elle reniflait
et hoquetait doucement contre mon épaule, elle essuyait ses larmes
à grands gestes brouillons du revers de ses doigts, de lourdes
larmes de tristesse qui l’enlaidissaient et faisaient couler le
maquillage de ses cils, alors qu’il y a sept ans, lors de notre
première rencontre, c’étaient de pures larmes de joie,
légères comme de l’écume, qui coulaient en
apesanteur sur ses joues. Le taxi était surchauffé et Marie
avait trop chaud maintenant, elle se sentait mal, elle finit par enlever
son grand manteau de cuir noir, difficilement, en se contorsionnant à
côté de moi sur la banquette arrière du taxi, grimaçant
et paraissant m’en vouloir, alors que je n’y étais
manifestement pour rien, merde, s’il faisait aussi chaud dans ce
taxi, elle n’avait qu’à se plaindre au chauffeur, il
y avait son nom et sa photo d’identité en évidence
sur le tableau de bord. Elle me repoussa pour déposer le manteau
entre nous sur la banquette, enleva son pull, qu’elle roula en boule
à côté d’elle.

"Faire l'amour" [Jean-Philippe Toussaint] - ik - genève - envoyé le 17.08.07
|La rupture est un fait accompli; forte, hardie, divine, elle s'envole comme un oiseau auquel aujourd'hui seulement il a été permis de déployer son envergure. Vole, bel oiseau, vole! Je l'avoue, si ce vol royal l'éloignait de moi j'en aurais une douleur extrêmement profonde. Ce serait pour moi comme si la bien-aimée de Pygmalion s'était pétrifiée à nouveau. Je l'ai rendu légère, lègère comme une pensée, et maintenant cette pensée ne m'appartiendrait plus? Ce serait à en désespérer. Un instant avant je ne m'en serait pas occupé, un instant plus tard ce me sera bien égal; mais maintenant - maintenant - cet instant qui pour moi est une éternité.|
|"Le Journal du séducteur" [Sören Kierkegaard] - wf|

En route vers chez moi, en regardant les passantes par la vitre de la voiture, étrangères et lointaines, rapides, je me disais qu'il suffirait de quelques jours pour que je prenne l'une d'elles dans mes bras au bord de la mer, qu'elle me parle de ses angoisses d'adolescente, qu'elle me frotte le dos dans une baignoire, que je l'aide à boutonner sa robe. N'importe laquelle de ces passantes inconnues. Un homme est dans un bistrot. A une dizaine de mètres, il aperçoit une femme qu'il n'a jamais vue. Il ne connaît rien d'elle. Elle est comme une bulle opaque dont il ne peut même pas toucher la surface. Il sait qu'il y a tout un monde à l'intérieur, des souvenirs et des goûts, des vices et des souffrances, un amour de jeunesse, une passion pour les westerns, une position préférée, un complexe, un père mort, un problème digestif, un prétendant éconduit, mais il sait aussi qu'il n'aura jamais accès à ce monde, qu'il ne fusionnera jamais avec elle: c'est impossible. Elle est l'incarnation du mystère. Et pourtant, quelques jours, peut-être quelques heures plus tard, ils sont tous les deux dans une chambre d'hôtel en Savoie, dans une ville où ils ne connaissent personne, elle lui demande de lui passer son soutien-gorge, elle est assise toute nue sur le bord du lit, elle lui dit qu'elle n'aime pas ses jambes - elles sont tordues -, il dit qu'elle est bête, qu'elles sont très bien, ses jambes.
|"Le chameau sauvage" [Philippe Jaenada] - wf|

On charge les hommes dès l'enfance du soin de leur honneur, de leur bien, de leurs amis et encore du bien et de l'honneur de leurs amis, on les accable d'affaires de l'apprentissage des langues et d'exercices, et on leur fait entendre qu'ils ne sauraient être heureux sans que leur santé, leur honneur, leur fortune, et celles de leurs amis soient en bon état, et qu'une seule chose qui manque les rendra malheureux. Ainsi on leur donne des charges et des affaires qui les font tracasser dès la pointe du jour.
-Voilà, direz-vous, une étrange manière de les rendre heureux, que pourrait-on faire de mieux pour les rendre malheureux?
-Comment? Ce qu'on pourrait faire? Il ne faudrait que leur ôter tous ces soins, car alors ils se verraient, ils penseraient à ce qu'ils sont, d'où ils viennent, où ils vont, et ainsi on ne peut trop les occuper et les détourner. Et c'est pourquoi, après leur avoir tant préparé d'affaires, s'ils ont quelque temps de relâche, on leur conseille de l'employer à se divertir, à jouer, et s'occuper toujours tout entiers.
Que le coeur de l'homme est creux et plein d'ordure!
|"Pensées" [Blaise Pascal] - wf|