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Archiviato da poco il primo Slam dell’anno, in cui finalmente qualche viso nuovo è affiorato ai piani alti del tennis mondiale, i protagonisti di cui si potrebbe ripercorrere i passi sono innumerevoli.
Brian Baker…
Nella migliore delle ipotesi, pronunciando il suo nome a chi il tennis non lo segue così assiduamente, salta in mente l’immagine di un rampante tedesco dal nome simile, che negli anni Ottanta trionfava a Wimbledon appena diciassettenne e che fino a poco tempo fa sedeva sulla panchina dell’ex dominatore del tennis Novak Djokovic.
Brian Baker, invece, a Wimbledon ha raggiunto come miglior risultato un ottavo di finale nel 2012 e durante gli ultimi Australian Open non si trovava a Melbourne, bensì in un letto del “Marina del Rey Hospital”, intento a farsi scattare una foto mentre teneva il pollice alzato per rassicurare i suoi relativamente pochi followers che stava bene e che di gettar la spugna, a 32 anni, ancora non se ne parlava.
Per accostare Brian al cosiddetto “tennis che conta”, bisogna attrezzarsi di MP3, telefonino dotato di “Snake” e tornare all’inizio degli anni 2000. Correva il 2002 quando la giovane promessa statunitense sollevava il trofeo dell’Orange Bowl, uno dei banchi di prova più significativi per qualunque aspirante tennista che punti a intraprendere una carriera da professionista. L’anno successivo, colui il quale veniva già additato come possibile erede di Andy Roddick, dimostrava un’affinità maggiore del connazionale alla terra battuta. Sui campi del Roland Garros, si faceva largo nel tabellone Junior sconfiggendo tali Marcos Baghdatis e Jo-Wilfried Tsonga (futuri finalisti agli Australian Open nel circuito professionistico), arrendendosi solo in finale a un certo Stan Wawrinka, che avrebbe poi bissato il successo parigino 12 anni dopo, in un’epica finale contro Novak Djokovic… che in molti ricorderanno sicuramente.
Per dare un’idea del talento del giovane Baker, nelle qualificazioni del torneo di Adelaide 2005 lo statunitense sconfigge proprio l’allora giovanissimo campione serbo con il punteggio di 6-2/6-4 . La vendetta di Djokovic avviene nella maniera meno soddisfacente possibile qualche tempo dopo: i due si ritrovano nelle qualificazioni di Wimbledon e sul precoce punteggio di 1-1 Baker si deve arrendere a un forte dolore al ginocchio, che lo terrà lontano dai campi per qualche mese. Ritorna in campo agli US Open, dove raccoglie quella che per lui rimarrà sulla carta la vittoria più importante in carriera: riesce infatti a sconfiggere al primo turno la testa di serie numero 9 Gaston Gaudio, prima che il buio torni a far capolino.
Gomito, anca destra, anca sinistra (due volte) e inguine.
Queste le parti del corpo del giovane Brian che vengono sottoposte ad operazioni negli anni seguenti, impedendogli di competere nel circuito. Alla fine di questo tour de force medico, gli viene consigliato di abbandonare il tennis professionistico, che potrebbe compromettergli del tutto la mobilità in caso di un altro infortunio. Rimesso nel cassetto il sogno di una vita, nel 2008 Baker si iscrive all’Università di Belmont, dove durante gli studi continua a colpire qualche pallina, facendo da assistente al coach dell’istituto. Col passare degli anni, la passione non accenna ad affievolirsi e il fisico sembra tornare all’altezza di palcoscenici più degni del suo talento.
Nel 2011, senza classifica, riceve l’invito per un Futures a Pittsburgh, dove passando dalle qualificazioni trionfa senza perdere neppure un set. I segnali sono davvero incoraggianti e così, con la retta universitaria già pagata, Baker riapre il cassetto e a 26 anni suonati decide di riprovarci. Dopo anni di sofferenze e poche soddisfazioni, l’atleta a stelle e strisce fa incetta di tornei Futures e Challenger nella prima parte del 2012 e a maggio si presenta alle porte di Nizza, dove si gioca un torneo ATP in preparazione al Roland Garros.
Partendo dalle qualificazioni, Baker dimostra nuovamente un’atipica attitudine alla terra rossa (tradizionalmente ostica per i giocatori nordamericani) e raggiunge, superando tra gli altri Gael Monfils, un’insperata finale, persa contro l’esperto spagnolo Nicolas Almagro. Lo statunitense non intende fermarsi e dopo aver ben figurato al Roland Garros (dove perde al secondo turno da Gilles Simon in 5 set), torna sui prati londinesi dove 7 anni prima erano cominciati i suoi guai. Candidamente vestito come vuole la tradizione, Baker vince lo Slam della propria vita: superate le qualificazioni, mette in fila tre grandi vittorie contro giocatori di livello come Machado, Nieminen e Paire e raggiunge il traguardo della seconda settimana nello Slam londinese. La corsa si ferma agli ottavi di finale contro l’ostico tedesco Kohlschreiber, da sempre molto a suo agio sull’erba.
La stagione procede senza grossi scossoni ma con ciò che a Baker è sempre mancata: la continuità. A un anno dall’inizio della sua avventura, il tennista si trova al numero 52 del ranking e si affaccia alla stagione 2013 con un ruolo di possibile protagonista. Il nuovo anno porta con sé sofferenze invece già conosciute. Durante il secondo turno degli Australian Open è ancora il ginocchio a tradirlo. Ennesimo urlo verso una carriera che aveva promesso ben altro e che sembra nuovamente scappar via, mentre Baker lascia il campo in sedia a rotelle. Durante l’anno prova a rientrare, ma il fisico non lo sostiene ed è costretto a prendersi altre pause.
Nel 2016 Baker torna nel rettangolo da gioco, affrontando un’intera stagione da singolarista, a cui affianca però qualche impegno in doppio. A 30 anni suonati ha la maturità e il realismo necessari per capire che non è in grado di sostenere il primo dei due impegni come vorrebbe. Con l’umiltà di chi ne ha passate tante, forse troppe, decide quindi di reinventarsi in una specialità che mini meno il suo fragile corpo. L’anno seguente comincia a frequentare quindi con continuità il circuito di doppio a fianco del croato Mektic.
I due trionfano nei tornei di Memphis e Budapest, permettendo a Baker di raggiungere il numero 29 della classifica di specialità. Forte di vittorie contro esperti giocatori del circuito, la coppia si presenta agli US Open con buone chance di disputare un ottimo torneo. I due subiscono però un’inaspettata battuta d’arresto al primo turno e con essa cala il sipario. Mektic continuerà la stagione cambiando diversi compagni di doppio, mentre Baker non solcherà più un campo per il resto dell’anno. La scarsa attenzione dei media al doppio, unita all’assenza di news sui profili social di Brian, lasciano tutta la questione avvolta da un’aura di mistero che verrà diradata solo lo scorso dieci gennaio, con la foto citata a inizio articolo.
Operato per ernia al disco, Brian Baker accompagna l’istantanea con qualche parola ottimistica su un suo ritorno in campo nel 2018. Ottimismo di chi è passato da situazioni simili molte, troppe volte, ma che sa che da quel letto si alzerà e tornerà a colpire palline sul campo da tennis, accompagnato sì da un fisico fragile, ma sostenuto da una mente in grado di guardare sempre a quello che sarà e non a quello che sarebbe potuto essere.