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1 maggio 2018, Roveredo Grigioni
Care compagne, cari compagni,
“Chiunque sappia qualcosa della storia sa che i grandi cambiamenti sociali sono impossibili senza un sollevamento femminile. Il progresso sociale può venire esattamente misurato dalla posizione sociale di tutte le donne.”
Devo scomodare addirittura Karl Marx, con una sua frase di più di 150 anni fa per introdurre il tema scelto per questo primo maggio dall’USS.
La lotta per la parità salariale e per una migliore condizione femminile affonda le sue radici proprio in quegli anni e in Svizzera il partito socialista si impegna per primo in favore del voto alle donne nel 1904.
Proprio cento anni fa, con lo sciopero generale del 1918, il suffragio femminile viene inserito nelle nove rivendicazioni fatte al Consiglio federale dal comitato di Olten. Erano anni difficili con gran parte della popolazione stremata dalla guerra. Fame, grippe, condizioni miserevoli di lavoro degli operai e enormi disparità con i ceti abbienti fecero esplodere la protesta con scioperi generali in diverse città: a Lugano in luglio e a Zurigo in novembre. Care compagne e compagni, scioperare è servito (e serve ancora)!
Con lo sciopero generale del 1918 si è acquisita la pace del lavoro e sono state poste le basi per la sicurezza sociale nel nostro paese.
Tre delle 9 rivendicazioni fatte sono state accolte subito:
• l’elezione dell’assemblea federale con il sistema proporzionale (che ha fatto raddoppiare i seggi al PS),
• la settimana lavorativa di 48 ore (al posto di 59 ore),
• l’introduzione di un’assicurazione vecchiaia e superstiti che si consoliderà nel 1947.
La quarta – il suffragio femminile – è invece rimasta lettera morta per più di 50 anni fino al 1971 (allora avevo già 7 anni).
Care compagne e compagni, questo lungo preambolo per dirvi che le rivendicazioni delle donne impiegano tempi biblici a realizzarsi.
Ci sono sempre delle scuse per rimandare al futuro le nostre richieste e solo con molta insistenza riusciamo a fare lenti passi avanti.
Non possiamo abbassare la guardia: 365 giorni all’anno, donne e uomini assieme, dobbiamo continuare a lottare per migliorare le nostre condizioni sociali.
Il primo maggio è anche una ricorrenza femminista!
“Io l’8 (lotto) ogni giorno” : con questo motto lo scorso 8 marzo le donne hanno portato in piazza le proprie rivendicazioni. Rivendicazioni sacrosante perché da sempre le donne lavorano tanto, in silenzio, spesso senza retribuzione. Sì: noi lottiamo ogni giorno e la nostra pazienza è al limite!
Nonostante i lenti progressi, le cifre della parità presentate recentemente in Ticino (sicuramente analoghe a quelle del Grigioni) descrivono ancora una situazione preoccupante:
• In politica siamo sempre sottorappresentate e le percentuali retrocedono.
• Siamo ancora spesso vittime di molestie e violenza domestica. Il movimento internazionale #metoo lo dimostra ampiamente. È un problema che accomuna tutte noi, in ogni paese, in tutte le generazioni, in ogni ceto sociale (Malala, Marielle Franco)
• Diventare madre è sempre fonte di discriminazioni sul lavoro, e espone spesso alla disoccupazione e alla povertà. L’assicurazione maternità introdotta solo nel 2004 (non ne ho potuto beneficiare) viene ancora ritenuta un lusso, quando in altri paesi si pratica già da tempo un congedo parentale a beneficio di entrambi i genitori.
• Il motto scelto “Se le donne vogliono tutto si ferma” nel 1991 (avevo 27 anni) per lo sciopero delle donne è ancora valevole: le donne si sobbarcano ancora la maggior parte di lavoro casalingo non retribuito.
• Le donne scelgono poche professioni “cosiddette femminili” e accettano salari bassissimi. Le lotte per il salario minimo e per i contratti collettivi sono necessarie per tutti, e purtroppo dobbiamo farle soprattutto per le donne!
• Per coloro che, come me hanno avuto la fortuna di avere una formazione accademica, il famoso “soffitto di vetro” esiste sempre! Dobbiamo dimostrarci ogni giorno migliori degli uomini per poter fare faticosamente carriera (come mi disse chiaramente un anziano collega a cui mi ero rivolta per un posto di lavoro da neolaureata).
Ma quello che scandalizza di più e che ci fa perdere definitivamente la pazienza sono le disparità salariali.
Il principio dell’uguaglianza tra uomini e donne è iscritto nella Costituzione federale da 37 anni (avevo 17 anni) e la legge sulla parità è in vigore dal 1996 (avevo 32 anni). Ho adesso 54 anni ma la parità salariale tra i sessi è ancora una chimera! I numeri sono impressionanti.
A parità di mansione lavorativa, le donne guadagnano ca. il 15%-20% in meno, per ogni categoria professionale e per ogni generazione: in media ca. 900.- fr. in meno al mese.
E non è vero che la causa è il fatto di essere mamme o meno formate: le differenze sono importanti anche per le donne senza figli e per le donne con una buona formazione professionale.
Si tratta semplicemente di ingiustizia, nemmeno le statistiche ufficiali riescono a spiegare queste differenze, tanto che i consiglieri federali Berset e Sommaruga hanno proposto azioni concrete al Consiglio Nazionale per correggere questa situazione. E ancora una volta la maggioranza conservatrice e maschile del parlamento cincischia e rimanda, perché è troppo oneroso. È inaccettabile che le aziende si rifiutino di accettare un’analisi dei salari da parte di servizi di controllo esterni. Probabilmente si scoprirebbe che in molti casi i salari da fame sotto il minimo vitale sono proprio quelli delle donne!
Siamo qui oggi per fare sentire la nostra voce e reclamare subito misure efficaci: salari minimi dignitosi, contratti collettivi e controlli nelle aziende.
Siamo qui oggi uniti – uomini e donne – partiti di sinistra, sindacati e associazioni femminili – per ottenere una società più giusta e un mondo del lavoro più equo: punto e basta!