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Il 5 giugno 2013 - dieci anni fa - il quotidiano britannico Guardian pubblicava le prime rivelazioni di un 29enne analista della NSA statunitense, che rivelavano al mondo il tentacolare sistema di sorveglianza che permette ai servizi di Washington di acquisire enormi masse di dati su virtualmente chiunque, dai leader mondiali a cittadini comuni, senza risparmiare quelli con il passaporto a stelle e strisce sebbene protetti dalla loro Costituzione. Edward Snowden, questo il suo nome, aveva un passato con diversi impieghi anche per conto della CIA e aveva trascorso un periodo della sua vita pure in Svizzera. Pochi giorni prima di quelle rivelazioni, era fuggito a destinazione di Hong Kong con una chiavetta contenente migliaia di documenti classificati. Lì aveva incontrato segretamente i giornalisti.
Documenti che mostravano come nessuno fosse al riparo dalla "curiosità elettronica" statunitense, una rete creata dopo l'11 settembre in partenariato con agenzie straniere, in particolare il GCHQ britannico. Provavano come fossero sorvegliati i telefoni anche di dirigenti di Paesi alleati e come il programma Prism raccogliesse informazioni da colossi come Google e Facebook, con e senza il loro assenso.
Costretto a rifugiarsi in Russia
Per Snowden, che affermava di aver agito per patriottismo, il principale problema risiedeva nella mancanza di limiti a questa sorveglianza. Per il suo Paese è un traditore, il Dipartimento di giustizia statunitense intende processarlo. Dal 2013 e fino ad oggi ha vissuto a Mosca con la moglie russa e i due figli. La Russia gli ha concesso dapprima asilo provvisorio, poi la residenza permanente e infine la cittadinanza. Non può lasciare il Paese per non essere arrestato. Come dice il suo avvocato Ben Wizner, "vorremmo tutti e due che la scelta non fosse fra vivere in Russia e una cella di massima sicurezza".
Il dibattito fra libertà e sicurezza
A dieci anni di distanza, le rivelazioni hanno certamente avuto un effetto: "Snowden è una persona a cui dobbiamo un dibattito fondamentale sui diritti online e sullo stato di salute della democrazia", afferma Philip Di Salvo, professore e ricercatore all'università di San Gallo, specializzato in questioni legate al whistleblowing e alla sorveglianza di internet. "Un dibattito che va avanti da dieci ed è tutt'altro che puramente tecnico: riguarda cosa è lecito che le democrazie facciano e cosa può essere fatto di internet per trasformarlo in uno strumento di controllo e di dominio". E nella categoria delle persone "che hanno fornito un servizio alle democrazie", Di Salvo mette anche la soldatessa Chelsea Manning (all'epoca ancora Bradley Manning) e Julian Assange, l'editore che su Wikileaks ne pubblicò nel 2010 le rivelazioni sui conflitti in Iraq e Afghanistan.
Le loro scelte sono state a suo avviso "private, umane" di cui hanno pagato conseguenze particolarmente pesanti. La bilancia oscilla sempre "fra la sicurezza e la libertà dei cittadini, ma le due questioni non devono essere poste come una scelta", prosegue Di Salvo intervistato da SEIDISERA: "Dovremmo fare in modo che le democrazie funzionino con un livello di trasparenza sufficiente perché il whistleblowing non sia necessario (...). Se c'è, è il sintomo che qualcosa non funziona".
"L'economia della sorveglianza è già una realtà"
Un'altra questione è quella dell'uso dei dati che noi stessi concediamo forse con troppa leggerezza attraverso internet e non solo. Ci stiamo tutti abituando e magari pure rassegnando alla sorveglianza di massa, tramite la cessione ripetuta e quasi quotidiana di questi dati personali? "Effettivamente assistiamo a una banalizzazione della raccolta ed elaborazione dei dati, spesso invisibile agli utenti, che sta permettendo lo sviluppo di un'economia digitale ma anche di un'economia della sorveglianza, che è già una realtà", spiega a SEIDISERA Solange Ghernaouti dell'Università di Losanna.
SEIDISERA del 05.06.2023: Siamo rassegnati ad essere controllati?
"Parallelamente stiamo assistendo a una deriva verso il rafforzamento della sicurezza, in cui vengono imposte sempre più tecniche basate sulla sorveglianza", prosegue, "e gli spazi di libertà sono sempre di meno: tutti i luoghi pubblici sono dotati di sensori, telecamere di sorveglianza. Le persone non si sentono sotto sorveglianza, ma lo sono non appena usano lo smartphone o sono per strada. E non c'è chiarezza su cosa succeda a questi dati, da chi, dove e per quale scopo vengano conservati". Ghernaouti si domanda se "le garanzie siano ancora sufficienti" riguardo all'uso di questi strumenti.