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La votazione sull'Onu del 3 marzo scorso ha mostrato una crescente spaccatura fra i partiti borghesi sulle questioni di politica estera.
Il dato emerge dall'analisi VOX pubblicata lunedì. Secondo il sondaggio effettuato dall'istituto di ricerca GfS che ha interrogato 1'010 persone, il 90% dei membri e simpatizzanti del PS ha messo un «sì» nell'urna, mentre l'84% dell'elettorato UDC ha votato "no".
Fra i simpatizzanti del PLR i "sì" sono stati il 69%, tra quelli del PPD il 58%. Si è così chiaramente confermata la tendenza alla spaccatura tra l'UDC e gli altri due partiti borghesi di governo in materia di politica estera, commenta l'istituto GfS.
Uno schema non nuovo
Dalla votazione chiaramente negativa del 1986 la percentuale di favorevoli all'ingresso nell'Organizzazione delle Nazioni Unite è aumentata di 20-30 punti in tutti i ceti ed in tutti i gruppi sociali. La crescita è stata tuttavia di 36 punti percentuali nelle grandi città della Svizzera tedesca, mentre non ha superato il 20 per cento nelle campagne.
Fondamentalmente, prosegue l'istituto GfS, nella votazione sull'Onu si sono ripresentati gli stessi elementi di conflitto già riscontrati in altre decisioni popolari su questioni di politica estera. Hanno votato "no" soprattutto elettori che si situano politicamente a destra, che sono poco interessati alla politica, che non hanno avuto altra formazione dopo le scuole dell'obbligo o l'apprendistato, che vivono in regioni rurali della Svizzera tedesca e italiana.
Fra chi ha votato "sì", il motivo decisivo è stata la paura di un isolamento politico della Svizzera con un'ulteriore autoesclusione dall'Onu. Più del 50% degli interpellati favorevoli all'adesione hanno menzionato questo argomento.
Molti avversari hanno giustificato la loro decisione con gli alti costi di una adesione. Più della metà degli anti-Onu non hanno addotto argomenti specifici, limitandosi a giudicare l'adesione "non necessaria" e "stupida".
Neutralità meno importante
Rispetto al 1986 c'è stato un profondo ripensamento sulla questione neutralità. Allora il 54% aveva ritenuto che l'ingresso nell'Onu avrebbe compromesso la neutralità. Nel 2002 la proporzione è scesa al 28%. Persino tra gli avversari dell'adesione la quota è scesa al 58%, contro il 76% del 1986.
E il no alle 36 ore?
Un'analisi simile è stata condotta anche per l'altro tema in votazione lo scorso 3 marzo: l'iniziativa "per una durata ridotta del lavoro", il cui rifiuto si spiega essenzialmente con il timore di una perdita di competitività per l'economia svizzera.
Circa un terzo degli oppositori temeva le conseguenze negative per i salariati. Quasi la metà si è semplicemente limitata alla considerazione «non è una buona cosa» o «la proposta è irrealistica».
Per chi ha votato «sì» (poco più del 25 %), il motivo decisivo è stata la speranza di avere più vacanze e più tempo libero per i divertimenti e la famiglia. Ci sono però stati anche molti voti tattici, volti a sostenere una diminuzione meno radicale della durata del lavoro aumentando la proporzione dei «sì».
In definitiva, l'iniziativa per una media di 36 ore settimanali ha ottenuto una maggioranza (57 %) soltanto nell'ala sinistra dell'elettorato socialista, mentre membri e simpatizzanti dei sindacati hanno detto «sì» solo nella misura del 44 %.
L'analisi rivela pure nette differenze secondo l'età dei votanti: solo il 9 % delle persone sopra i 70 anni ha appoggiato l'iniziativa, contro il 35 % dei 30-50enni.
swissinfo e agenzie