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"Siamo arrivati a un punto di non ritorno". La voce di Clarence B. Jones è stentorea, risponde al telefono dalla sua casa di Palo Alto, in California.
Di fronte alle proteste che stanno portando milioni di americani (e non solo) in strada per denunciare le violenze della polizia e il razzismo – "è come se il messaggio portato avanti negli anni insieme a Martin Luther King non bastasse più" ci dice Jones.
Gli costa fatica ammetterlo: lui è stato amico e confidente del pastore più famoso d’America. Lo ha seguito per tutti gli Anni Sessanta, ha scritto per lui alcuni discorsi, compreso una parte del celebre "I have a dream", pronunciato alla marcia di Washington nel 1963, come lo stesso Jones ci aveva raccontato un paio d’anni fa in una lunga intervista.
La morte – anzi – "l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto" afferma Jones, hanno aperto un nuovo capitolo. "Non sono a mio agio nel dire questo a lei e agli ascoltatori. Ma devo farlo, perché voglio dire la verità per come la vedo io".
La verità, a suo parere, è che non si sa ancora se e come il paese supererà questo momento critico. Il messaggio comunque è chiaro. Le giovani generazioni – sostiene – ci stanno dicendo che "il troppo è troppo".
La differenza con le proteste e i movimenti degli Anni Sessanta, secondo il collaboratore di Martin Luther King, è la straordinaria partecipazione dei bianchi. Eppure, malgrado la portata di questo movimento, Donald Trump sembra "sordo e cieco alla disperazione e al dolore" di tante persone.
"Questo – conclude – non solo mi fa rabbia. Mi rattrista e mi angoscia".