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L’Istituto di ricerca in biomedicina dell’Università della Svizzera italiana, insieme a Humabs BioMed SA di Bellinzona e al National Institute for Medical Research ha annunciato una scoperta che «potrebbe favorire la creazione di un vaccino universale in grado di proteggere da tutti i virus dell’influenza stagionale e da nuove pandemie».
Vaccino, influenza.
È curioso come una scoperta scientifica di valore debba utilizzare queste parole. Una eventuale civiltà aliena che intercettasse queste notizie (e conoscesse alla perfezione le varie lingue terrestri) penserebbe che su questo pianeta le malattie si credono causate da influenze esterne e vengono curate tramite estratti di grossi bovini.
Topo sta correggendo il dizionario, eliminando la parola fortnight. Secondo lui questa parola è inutile: le persone normali dicono “two weeks” (due settimane), non “fortnight” (che potremmo rendere con “quindicina”). Al suo posto, Topo introduce “pompuser”, più pomposo (sovrapomposo?).1
Capra ribatte che pompouser non è una parola, e Topo risponde che questo atteggiamento suona sovrapomposo.
Topo rivendica il diritto di inventare nuove parole, di avere un atteggiamento creativo nei confronti della lingua. Certo, lo fa in maniera curiosa – e in questo Capra ha ragione a criticarlo. Topo pretende di correggere il dizionario in base ai suoi desideri. Quasi che lui fosse un dittatore e la lingua una sistema legale con il dizionario quale codice.2
Le ambizioni di Topo non sono comunque vane: stando a Google, “pompouser” figurava, prima della pubblicazione di questo fumetto, 10 volte. Dopo, sono già una trentina le pagine che utilizzano questo termine3. Topo, o meglio il fumettista Stephen Pastis4, un po’ di autorità linguistica ce l’ha.
Sono curioso di leggere come Linus tradurrà questo fumetto. [↩]
Peraltro, grammatica e legge sono entrambi sistemi normativi. [↩]
Cercando senza limiti di data si trovato oltre duecento risultati: evidentemente il filtro per data esclude molte pagine. [↩]
Le parole, all’apparenza così leggere, hanno in realtà un loro peso.
Le parole sono i mattoni con qui ricostruiamo la realtà, e con mattoni diversi si ricostruiscono realtà diverse (se preferite una metafora meno postmoderna: con le parole interpretiamo la realtà, e con parole diverse interpretiamo diversamente la realtà).
Anna Meldolesi riprende un interessante intervento di Daniel Sulmasy sulla differenza tra “accanimento terapeutico” e a “cure straordinarie”. L’occasione è, ovviamente, la recente sentenza che autorizza la sospensione del trattamento di alimentazione e idratazione artificiale a Eluana Englaro, in coma dal 1992. Continua la lettura di Il peso delle parole→
Il linguaggio dei Mura-Pirahã, popolazione sudamericana veramente singolare, sembra non possedere i numeri: le quantità vengono espresse in maniera qualitativa, tramite tre espressioni che, grosso modo, hanno il significato di “pochi”, “alcuni”, “di più”.
Così la stessa quantità (quella che noi definiamo la stessa quantità) può essere ora “pochi” ora “alcuni”, a secondo della situazione. Continua la lettura di Dare i numeri, vedere i numeri→
Data la possibilità che le opinioni percettive siano fluttuanti, è estremamente interessante che i linguisti abbiano di recente attirato l’attenzione sull’esistenza di linguaggi umani in cui le regole grammaticali richiedono che frasi su ciò che si crede si riferiscano esplicitamente a come tale convinzione sia sta acquistata. Nel linguaggio sudamericano tariana, ad esempio, una frase come “so che sta piovendo” deve essere integrata con un suffisso che indichi coma fa il soggetto a saperlo: “So che sta piovendo visivamente” (ossia lo vedo), in contrapposizione a “so che sta piovendo uditivamente” (lo sento). La richiesta che sia identificata la sorgente dell’informazione è chiamata evidenzialità.
Nicholas Humphrey, Rosso, Torino, Codice, 2007, p. 20
Perr il linguaggio tariana Humphrey cita A. Y. Aikhenvald e R.M.W. Dixon (a cura di), Studies in Evidentiality, Amsterdam, John Benjamins, 2003
Un viaggio attraverso Germania, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia e poi di nuovo Germania significa affrontare salti linguistici notevoli.
Fortunatamente l’inglese lo conoscono un po’ tutti, e anche le interazioni linguistiche più impegnative si possono risolvere tranquillamente a gesti (così è stato a Vilnius, dove la matrona dell’albergo, praticamente una affittacamere, parlava solo lituano, polacco e russo). Ad ogni modo, le guide turistiche forniscono un mini-vocabolario, un insieme di vocaboli ed espressioni utili per la sopravvivenza, quel minimo per non confondere, nei tabelloni degli orari, gli arrivi con le partenze o i giorni festivi con quelli feriali.
Una delle espressioni tradotte è “Parla inglese?”.
Il senso di questa espressioni mi sfugge. Di solito uno inizia a parlare inglese (o italiano: non si sa mai), e se l’altro non capisce si passa a una altra lingua o, appunto, ai gesti, confidando sulla disponibilità e sul buon senso.
Secondo la guida, invece, per le vie di Kaunas o di qualche altra città della Lituania, dovrei chiedere a un passante, con la guida in mano per ricordarmi la pronuncia, “Ar Jūs kalbate angliškai?”
E se questo mi risponde, sempre in lituano “Mi spiace, non parlo inglese, ma lei un po’ di lituano lo conosce, quindi mi dica come posso aiutarla”? O, peggio ancora, “Quello che ha appena detto non ha alcun senso: il suono ricorda vagamente una frase in lituano, ma molto vagamente.”? Continua la lettura di Considerazioni linguistiche→
La realtà viene semplicemente descritta tramite il linguaggio oppure viene anche conosciuta attraverso le categorie linguistiche? Detto altrimenti: se usassimo altre parole la realtà assumerebbe un aspetto diverso?
La domanda suona un po’ ridicola: se la verità è adaequatio rei et intellectus, è difficile pensare che, ad adeguarsi, sia la realtà e non l’intelletto. Tuttavia, una ricerca mostra come i russi, che usano due parole distinte per blu chiaro e blu scuro, riescono meglio a riconoscere questi colori (i dettagli dell’esperimento su Psicocafé).
Tommaso d’Aquino, del resto, l’aveva previsto: “cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis” (l’oggetto conosciuto è nel soggetto conoscente in conformità al soggetto conoscente).
Una sorta di relativismo linguistico (la realtà è almeno parzialmente relativa al linguaggio) comunque limitato: un linguaggio più potente aiuta a discernere i colori, ma di certo non permette di trasformare un oggetto rosso in uno blu semplicemente cambiando nome.
In poche parole: non basta chiamare terrorista qualcuno per trasformarlo in un membro “di un gruppo o di un movimento politico che si avvale di metodi illegali ed efferati per sovvertire il regime politico esistente” (De Mauro). Ma questa è un’altra storia.
Max H. Fisch definì Charles Sanders Peirce “l’intellettuale più originale e più versatile che l’America abbia mai prodotto” (citato sul sito Charles S. Peirce Studies).
I suoi interessi furono effettivamente molteplici e non stupisce troppo scoprire che si improvvisò, con ottimi risultati, detective. A raccontare tutto ciò sono Thomas A. Sebeok e Jean Umiker-Sebeok in “Voi conoscete il mio metodo”: un confronto fra Charles S. Peirce e Sherlock Holmes (in U. Eco e T. A. Sebeok (a cura di); Il segno dei tre; Bompiani 1983).
Nel 1979 Peirce si imbarcò su un piroscafo per raggiungere New York. Sceso a terra in seguito ad un leggero malora, si accorse di aver lasciato in cabina il soprabito e un costoso orologio Tiffany, che ovviamente non trovò più al suo ritorno.
Peirce si rivolse alla celebre agenzia investigativa Pinkerton che ricuperò, ad un banco di pegni, l’orologio senza la catena ma non riuscì a identificare il colpevole e neppure a trovare il soprabito. Continua la lettura di Guerre non convenzionali→