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Nei suoi studi di botanica, che erano una continuazione della letteratura con altri mezzi, Goethe aveva sostenuto l’esistenza di una “Urpflanze”, una “pianta originaria” in virtù della quale sarebbe stato possibile spiegare deduttivamente l’esistenza di tutte le altre piante. In ambito letterario, si potrebbe quindi presumere che in ogni grande scrittore ci sia una “frase originaria” (“Ursatz”) che nella sua espressività restituisce plasticamente il senso di tutta l’opera. E’ una ricerca, quella della “frase originaria”, che vale assolutamente la pena di intraprendere anche nel caso di Friedrich Dürrenmatt.
Le celeberrime «La Svizzera, un carcere» e «Io non vivo nulla, le mie cose me le devo inventare» potrebbero essere due ottime frasi originarie, perché senza alcun dubbio svelano molto di Dürrenmatt: il suo difficile e tormentato rapporto con la patria elvetica, la scrittura come mezzo per inventare la realtà e smantellare ipocrisie civili e storture ideologiche, la costante necessità di opporre al troppo spesso sopravvalutato “mondo reale” un mondo creato e ricreato dalla fantasia, e non da ultimo le affinità e differenze con l’amico-nemico Max Frisch, che da parte sua ha invece inventato e reinventato una propria verità umana e poetica proprio partendo dalle disumane e impoetiche verità/menzogne del “mondo reale”.
Con uno dei suoi tipici, beffardi e gustosi paradossi, dal quale si può desumere quanto gli piacesse indossare i panni dello “Hofnarr”, il “buffone di corte” che smaschera con un ghigno di diabolica naturalezza la perversione del potere in tutte le sue forme (e quindi non solo il potere politico, ma piuttosto la volontà di potenza connaturata a quella «scimmia feroce, aggressiva e irrazionale» -sono sue parole- che è l’essere umano), Dürrenmatt era solito affermare di non saper scrivere in tedesco, perché il suo dettato -ricco di neologismi derivati principalmente dal dialetto bernese- si scostava in maniera sostanziale dalla norma stabilita dai grammatici. Si potrebbe quindi inventare un neologismo à la Dürrenmatt per dire che nel suo caso è necessario trovare un “Ur-Ur-Satz”, una frase doppiamente originaria che permetta di penetrare anche nelle contrade più nascoste di quello che il suo biografo Peter Rüedi ha giustamente definito il “continente Friedrich Dürrenmatt”.
Perché Dürrenmatt è davvero un “continente”. Nato il 5 gennaio 1921 nella località di Stalden presso Konolfingen nell’Emmental, nel cuore di quel “Landbernertum” (la “bernesità di campagna”) che costituisce tuttora una coordinata non solo geografica ma anche esistenziale, è morto il 14 dicembre 1990, tre settimane dopo aver pronunciato il sulfureo e controverso discorso “La Svizzera, un carcere”. Le sue opere complete in lingua originale sono pubblicate in 37 volumi dall’editore Diogenes di Zurigo, è tuttora uno dei drammaturghi maggiormente rappresentati a livello mondiale, in lingua italiana è stato tradotto quasi tutto, dai suoi romanzi e racconti sono stati tratti numerosi film (tra i quali “La più bella serata della mia vita”, dal racconto “La panne”, con la regia di Ettore Scola e Alberto Sordi nel ruolo del protagonista). E c’è perfino una canzone molto bella ed evocativa, utilizzata come colonna sonora per il film documentario “Dürrenmatt - Eine Liebesgeschichte”, uscito nel 2016 per la regia di Sabine Gisiger.
Quanto alla frase doppiamente originaria, è contenuta nel testo teatrale “Un angelo a Babilonia”, pubblicato e portato sulle scene nel 1954. In una Babilonia solo apparentemente lontana nel tempo compare la bellissima Kurrubi, depositata da un angelo sulle rive dell’Eufrate. Intorno a Kurrubi si scatena uno spettacolo tragicomico che permette a Dürrenmatt di porre in evidenza le eterne miserie e illusioni della vita: il denaro, la politica come mera gestione ed esercizio del potere, la bellezza come semplice mezzo per un fine, perfino la letteratura come banale ornamento in un mondo che della letteratura e più in generale della cultura non sa che farsene («il quarto d’ora di svago del banchiere», secondo una sua velenosa e fulminante definizione). E’ su questo sfondo che si staglia la frase, pronunciata nel terzo atto dallo scettico e disincantato sovrano Nabucodonosor: «Non c’è faccenda nel mio impero in cui non possa entrare il boia».
Nell’impero di Dürrenmatt, infatti, entreranno principalmente i boia, ma anche giudici colpevoli e aguzzini senza colpa, vecchie signore assetate di vendetta, grandi dame e baldracche indistinguibili le une dalle altre, scienziati egomaniaci e asserviti al potente di turno, politici corrotti e corruttori, tutta una varia umanità tipicamente novecentesca ma anche degna dell’amatissimo Rabelais e di Hieronymus Bosch. E quello stesso impero andrà via via dilatandosi fino a diventare un’unica e immensa valle del caos, un inferno astratto, uno spazio chiuso e claustrofobico senza più giustizia né vita, senza più redenzione né speranza. Non deve quindi stupire che il suo ultimo romanzo, pubblicato un anno prima della morte, si intitoli proprio “La Valle del Caos”.
Se c’è un’eredità di Dürrenmatt -e soprattutto se c’è una verità su cui riflettere nel centenario della nascita- la si può rinvenire proprio in questa consapevolezza che niente vale niente e nulla è valso a nulla, perché tutte le glorie del presunto progresso non hanno minimamente modificato il dato antropologico di base: nulla è cambiato dal tempo dei cavernicoli, il “vecchio pupazzo” e “immondo bipede”, come lo ha definito Carlo Emilio Gadda, è sempre lo stesso e tale rimarrà. Il compianto Italo Alighiero Chiusano, che tradusse parecchie sue opere e si spese moltissimo per renderlo familiare ai lettori italofoni, ha riassunto in questi termini il “continente” Dürrenmatt: «Un mondo di distruzione e sopravvivenza subumana, di avidità lupesca e sentimenti ridotti al livello di ratti di fogna, dove l’uomo è arrivato al grado zero, senza possibilità di riscattarsi. Ogni illusione è caduta, e il sipario nero scende a coprire per sempre la scena indecorosa dell’umano esistere». Ecco perché oggi, nel centenario della nascita, leggere Dürrenmatt è come guardarsi in uno specchio deformante. E’ un’esperienza totale, affascinante e terribile. Che diventa ancora più terribile nel momento in cui, a uno sguardo più attento, ci si accorge che lo specchio non è affatto deformante e anzi riflette con assoluta precisione il nostro eterno nulla, il nostro vuoto, la nostra fine ingloriosa. Anche per il “gaddiano” Dürrenmatt, insomma, vale la verità espressa dal “dürrenmattiano” Gadda: «Le feci e il sangue sono le sostanze fondamentali della vita. Tutto il resto è solo apparenza».