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Il controverso canapaio vallesano rifiuta il cibo da quando è stato riportato in carcere giovedì scorso, in seguito alla decisione della Corte suprema. Sul fronte giuridico la situazione è in fase di stallo, anche se varie opzioni sono al vaglio del suo difensore.
Il Tribunale federale, oltre ad avere respinto la richiesta dell'avvocato di Rappaz di interrompere l'esecuzione della pena, ha stabilito il diritto delle autorità cantonali di procedere all'alimentazione forzata del detenuto, qualora intraprendesse lo sciopero della fame. Cosa che il vallesano ha puntualmente fatto da quando è tornato in cella, ha detto lunedì all'agenzia di stampa Ats il suo avvocato Aba Neemen.
Il legale ha aggiunto che sul piano giuridico per ora non può fare molto. Per decidere il seguito deve dapprima attendere le motivazioni della sentenza della Suprema corte. A quel punto esaminerà l'eventualità di un ricorso alla Corte europea dei diritti umani, come pure la possibilità di un effetto sospensivo nell'ambito della domanda di grazia inoltrata al parlamento vallesano. Quest'ultimo se ne occuperà in novembre.
Ecologista, agricoltore e attivista per la depenalizzazione della cannabis, Bernard Rappaz è stato condannato in via definitiva a cinque anni e otto mesi per violazione grave della legge federale sugli stupefacenti e per amministrazione infedele aggravata. È stato riconosciuto colpevole di aver prodotto a venduto sull'arco di quattro anni 3,75 tonnellate di canapa e suoi derivati.
Incarcerato il 22 marzo, ha avviato un digiuno che nel giro di una quarantina di giorni lo ha debilitato. In maggio gli sono state concesse due settimane di arresti domiciliari per ristabilire le condizioni fisiche. Appena riportato in prigione, aveva ricominciato lo sciopero della fame. Dopo un ricovero all'ospedale, alla fine di luglio gli erano di nuovo stati accordati gli arresti domiciliari, in attesa della sentenza del Tribunale federale sul suo ricorso. Ricorso che la Corte suprema ha poi respinto giovedì scorso.
swissinfo.ch e agenzie