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Risultato: i prezzi sono aumentati talvolta anche più del 10%. Sia nell’eurozona che negli USA, nel secondo trimestre del 2022 i rincari hanno superato l’8% su base annua.
Nei paesi baltici il rincaro ha superato il 20%. Per la verità, un certo aumento dell’inflazione era nei desideri delle principali banche centrali, come la Fed e la BCE, ma i tassi auspicati per garantire la stabilità dei prezzi si aggiravano intorno al 2%, non di più. Negli ultimi decenni, le banche centrali hanno compiuto grandi sforzi per raggiungere questi livelli e scongiurare una deflazione, ma nel 2022 la situazione si è completamente ribaltata. Né le banche centrali né i grandi istituti di previsioni economiche avevano messo in conto un rincaro così marcato. Per comprendere l’entità del fenomeno può essere utile un esempio: con una svalutazione del denaro costante pari al 10% annuo, dopo sette anni i risparmi perdono la metà del proprio valore; se la svalutazione è del 20%, il potere d’acquisto si dimezza in meno di quattro anni.
Confrontando l’ondata inflazionistica attuale con quella degli anni Settanta del secolo scorso, si nota che in entrambi i casi vi è stato un aumento del prezzo del petrolio, ma altri fattori quali il mercato del lavoro o la politica monetaria non sono paragonabili. All’epoca, la Fed aveva attuato una politica di tassi bassi per finanziare il deficit di bilancio statunitense, lievitato a causa dei costi della guerra in Vietnam e delle vaste riforme sociali, e per tentare di stimolare l’economia in recessione. L’elevata domanda di beni e servizi che ne era derivata aveva innescato un aumento di salari e prezzi al consumo. Solo un deciso rialzo dei tassi di riferimento permise di interrompere questo circolo vizioso. Questa politica monetaria incisiva risultò credibile e riuscì a condizionare anche le aspettative inflazionistiche a lungo termine dei consumatori. Queste manovre hanno inaugurato una nuova era nella politica monetaria e da allora hanno permesso di mantenere relativamente stabili i prezzi nei paesi industrializzati.
L’inflazione odierna, però, è ascrivibile in buona parte all’economia reale. Molti settori economici, in tutto il mondo, risentono di forti squilibri fra offerta e domanda di beni e servizi, a causa della pandemia e della guerra in Ucraina. In seguito alla diffusione globale del Covid-19, una quota considerevole della produzione mondiale di beni ha subìto una forte contrazione o è stata penalizzata dai lockdown imposti dai governi. Nel contempo, la rinuncia forzata ai consumi ha determinato in alcuni casi un raddoppio della quota di risparmio delle economie domestiche. Con sorprendente velocità, le famiglie hanno compensato i mancati esborsi in ambiti quali il turismo e l’intrattenimento con un’enorme domanda di beni di consumo. L’offerta però era insufficiente, in quanto le catene di fornitura globali erano sotto pressione a causa delle chiusure di porti e aziende in Asia. Anche il blocco del Canale di Suez, provocato dalla portacontainer «Ever Given», ha contribuito a complicare la situazione.
«Durante la pandemia di coronavirus, la rinuncia forzata ai consumi ha determinato in alcuni casi un raddoppio della quota di risparmio delle economie domestiche.»Maurizio Gagliano, portfolio manager
Tutte queste perturbazioni nelle forniture hanno determinato, fra l’altro, un aumento dei prezzi nel comparto tecnologico, ad esempio nella produzione di microchip per computer e automobili. In seguito la situazione è migliorata, seppur dopo un certo tempo, e con l’apertura dei porti asiatici l’offerta si è ripresa. Poi è arrivata la guerra in Ucraina, che ha accentuato le fluttuazioni nei prezzi di energia e generi alimentari. Una parte dei campi di grano ucraini è stata resa improduttiva dal conflitto, e per mesi non è stato possibile esportare i cereali già stoccati. Da notare che prima della guerra l’Ucraina esportava circa 18 milioni di tonnellate di grano, pari al 9,1% dell’export mondiale.
La domanda cruciale che le banche centrali si pongono è come garantire la stabilità dei prezzi data la situazione dell’economia reale. Al momento non sembra profilarsi l’eventualità di una spirale salari-prezzi, in cui i lavoratori, spinti dai rincari, chiedono un marcato aumento dei salari costringendo le imprese ad alzare ulteriormente i prezzi dei beni e servizi prodotti. Tuttavia, senza un adeguamento salariale ampie fasce della popolazione dovranno fare i conti con forti perdite di potere d’acquisto. I prezzi alti e i rischi congiunturali offuscano la fiducia dei consumatori, e infatti i relativi indicatori hanno registrato un vero e proprio crollo nel corso del 2022. La contrazione della domanda privata accresce il rischio di recessione. Garantire la stabilità dei prezzi è il compito principale delle banche centrali, che non possono esimersi dal contrastare il rincaro. Un approccio aggressivo con bruschi e consistenti rialzi dei tassi, tuttavia, rischia di indebolire ulteriormente un’economia già allo stremo e di favorire l’innesco della tanto temuta recessione. D’altro canto, però, gli aumenti dei costi costringerebbero le imprese a risparmiare sui salari o addirittura a licenziare i dipendenti. In alternativa, lo Stato potrebbe tentare di compensare almeno in parte la perdita di potere d’acquisto con una politica fiscale e/o sociale mirata, ad esempio attraverso un sostegno temporaneo ad aziende e fasce di popolazione vulnerabili.
Sul fronte dell’inflazione non si intravedono miglioramenti all’orizzonte per l’immediato futuro. La maggior parte degli economisti ritiene che nel 2023 il rincaro nell’eurozona diminuirà, ma si manterrà comunque su un livello relativamente alto. Le previsioni di consenso parlano di un tasso d’inflazione medio del 5,5% per l’eurozona e di un modesto 2% per la Svizzera (dati a fine ottobre 2022). Se però nei prossimi mesi i prezzi dell’energia dovessero aumentare, ad esempio a causa di un inverno freddo, la situazione potrebbe peggiorare.
«La maggior parte degli economisti ritiene che nel 2023 il rincaro nell’eurozona diminuirà, ma si manterrà comunque su un livello relativamente alto.»Claudio Paonessa, portfolio manager
Vi sono comunque buone ragioni per ritenere che nel corso del 2023 i cosiddetti effetti base determineranno un certo appianamento della dinamica inflazionistica. L’effetto base confronta i prezzi attuali con quelli dell’anno precedente. Nel 2020, con l’esplodere della pandemia e i lockdown che hanno limitato la libertà di movimento delle persone, i prezzi di molti beni e servizi hanno registrato un crollo talvolta vertiginoso. La benzina è calata del 20% negli USA e di circa il 12% in Svizzera. Su veicoli, biglietti aerei ecc. sono stati applicati forti sconti, nel tentativo di contrastare il crollo della domanda. Nel 2022 quest’ultima ha registrato una forte ripresa, e anche i prezzi sono tornati a salire, ma dato che partivano da livelli straordinariamente bassi, l’incremento è stato esponenziale (effetto base positivo). È così che l’inflazione ha messo le ali. In seguito, la domanda è aumentata in maniera così forte che si sono verificate inefficienze nelle forniture, e anche questo ha fatto lievitare i prezzi. Sembra comunque che i livelli record raggiunti da molte materie prime (tra cui il greggio) siano ormai acqua passata. Le quotazioni più contenute dovrebbero quindi contribuire, nella seconda metà del 2023, a contrastare l’inflazione (effetto base negativo).
In più, le principali banche centrali si stanno adoperando per sgonfiare l’inflazione alzando i tassi d’interesse: nel 2022 la Fed, la BCE e anche la BNS hanno già operato vari giri di vite e probabilmente continueranno anche nel 2023. Con il senno di poi, possiamo dire che i rialzi dei tassi sono arrivati tardi, ma rispetto al passato gli interventi sono stati relativamente tempestivi. Insomma, le banche centrali hanno imparato la lezione. Purtroppo, però, non sembra facile contrastare la dinamica dei prezzi solo agendo sui tassi. I marcati rincari derivano dall’economia reale, sulla quale le banche centrali e le relative politiche monetarie non hanno alcun influsso diretto.
Riteniamo che nel medio termine i rendimenti dei titoli di Stato decennali rimarranno su livelli simili a quelli attuali, da un lato a causa dell’effetto base previsto sui prezzi di energia e materie prime, dall’altro a causa del perdurare dello «stato di emergenza» negli investimenti. Con rendimenti più alti, l’appetibilità relativa delle obbligazioni rispetto alle azioni aumenta. Ciò fa sì che la domanda di questi investimenti recuperi terreno, e già questo è sufficiente per frenare un potenziale ulteriore incremento dei rendimenti.
A volte anche voi desiderate che i vostri risparmi crescano più velocemente? Tuttavia, soprattutto in periodi di elevata inflazione accade il contrario. Se non intraprendiamo nulla, il nostro patrimonio perde valore. Ma non deve accadere necessariamente. Desiderate far fruttare i vostri risparmi?