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Il Prof. James Rodgers sostiene che gli studenti di giornalismo, politica e storia dovrebbero avere la possibilità di studiare tutte e tre le discipline in modo molto più dettagliato di quanto molti corsi consentano attualmente.
Il mio lavoro da giornalista è iniziato proprio quando la storia si è conclusa. Il mio primo incarico internazionale fu infatti a Mosca nell’estate del 1991. Due anni prima, nel suo saggio ‘La fine della storia’, Francis Fukuyama aveva scritto di “una spudorata vittoria del liberalismo economico e politico”. Nel 1991 assistetti effettivamente alla disfatta dell’Unione Sovietica e alla fine del marxismo-leninismo in Europa (anche se Fukuyama aveva previsto che alcuni veri true believer sarebbero potuti sopravvivere in posti come Managua, Pyongyang o Cambridge, Massachusetts).
Ripensando a come venne narrata allora la fine della Guerra fredda, e alla mia esperienza personale come docente di giornalismo, nel corso degli anni mi sono convinto sempre più che il nostro Dipartimento dovesse offrire dei nuovi percorsi di studi, oltre a quelli che hanno educato con successo gli studenti di giornalismo per più di 40 anni.
Da settembre 2022, noi della City, University of London offriremo un nuovo BA in Giornalismo, Politica e Storia.
Questo è il motivo.
Un importante contesto storico
Il mondo di cui ho parlato per due decenni, prima di diventare docente universitario nel 2010, è stato testimone di cambiamenti difficilmente prevedibili ai miei tempi da studente universitario. Gli attacchi dell’11 settembre, le guerre che sono seguite e la crisi finanziaria del 2008 sono stati i più importanti eventi ad aver scosso, e poi rimodellato, le società di tutto il mondo. In alcune di queste società, la fine della storia non è mai stata dichiarata.
Pensate ad esempio al conflitto israelo-palestinese – dove i reporter stranieri appena arrivati sono spesso interrogati sul ruolo del loro paese nella creazione delle ingiustizie che esistono oggi. Come corrispondente a Gaza nel 2002, sono stato ammonito da un residente della zona per il fatto che il governo britannico nel 1917 avesse redatto la dichiarazione Balfour, che indicava il sostegno britannico alla creazione di una patria ebraica in Palestina.
Ma pensate anche al modo in cui Vladimir Putin ha fatto della glorificazione del sacrificio sovietico nella sconfitta della Germania nazista uno dei vertici della sua politica. In queste realtà – solo due esempi tra i tanti – il discorso politico contemporaneo, quotidiano, deve reggere il peso della storia così come quello dell’attualità.
Per la maggior parte del tempo intercorso dalla pubblicazione de La fine della storia (l’articolo di Fukuyama fu pubblicato nel 1989), questo non è stata l’esperienza dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. Ci sono eccezioni a questo, naturalmente – l’Irlanda e la Spagna sono due casi lampanti. In generale, però, la storia non ha avuto la stessa influenza sul dibattito politico che in altre parti del mondo.
Adesso non è più così. Se si pensa al modo in cui la storia è una parte indispensabile della comprensione delle proteste “Black Lives Matter” negli Stati Uniti; e se si pensa a come quelle proteste abbiano attraversato l’Atlantico per accendere il dibattito sull’eredità dell’imperialismo e della schiavitù; o al modo in cui entrambe le posizioni del dibattito sulla Brexit nel Regno Unito abbiano cercato di sfruttare la storia per promuovere la loro causa, ci si rende conto che il peso della storia non è più un fenomeno che si trova per lo più nelle relazioni diplomatiche o nei conflitti armati che avvengono lontano dalle parti più comode delle democrazie capitaliste occidentali.
Rispondere alla sfida
Come giornalista, mi sono occupato di affari internazionali in parti del mondo – come il Medio Oriente e l’ex Unione Sovietica – dove le persone avevano un senso molto acuto della storia che aveva plasmato la loro realtà contemporanea. Per essere chiari: questo accade in ogni società. A essere cambiato in Occidente, in particolare nel Regno Unito e negli Stati Uniti, è il senso della sua presenza nelle questioni quotidiane.
Questa è la sfida a cui il nostro giornalismo deve saper rispondere. Negli ultimi decenni, mentre il cambiamento tecnologico ha portato nuove opportunità e causato il crollo dei flussi di reddito tradizionali, l’industria si è comprensibilmente concentrata sul venire a patti con il potere e la portata delle aziende tecnologiche.
Questo obiettivo è stato condiviso tra gli insegnanti di giornalismo desiderosi di assicurarsi che i loro studenti potessero capire la natura e il ritmo del cambiamento tecnologico che continua a rimodellare la professione. Eppure questa non è tutta la storia. L’ampiezza del contesto che può realisticamente essere inserito in una notizia è argomento di eterno dibattito, ma in un’epoca in cui i fatti stessi sono contestati come lo sono stati talvolta nella più feroce propaganda bellica, c’è anche bisogno di porre l’accento su una nuova forma mentis editoriale – oltre che tecnologica.
Questo significa formare giornalisti e giornaliste capaci di trattare le fonti storiche per capirne l’influenza sugli eventi più attuali, dando al pubblico una chiara visione del modo in cui questi pezzi di storia vengono sparati come pezzi di artiglieria nelle guerre discorsive contemporanee.
Il nostro nuovo corso di Giornalismo, Storia e Politica è stato progettato col fine di completare quelli già esistenti, offrendo un’opzione alternativa agli studenti che potrebbero voler studiare storia, politica o giornalismo – per dare loro la possibilità di laurearsi con tutte le competenze necessarie alla professione giornalistica, insieme agli strumenti necessari per sfidare le falsità mediatiche. Vediamo i nostri futuri laureati inseriti in diverse carriere, da eccellenti comunicatori nelle industrie del patrimonio culturale; a politici o attivisti che possono argomentare le loro cause in modo particolarmente efficace.
Chiunque scriva la prima stesura della storia – come è stato spesso descritto il giornalismo – scriverà molto meglio conoscendo anche la storia che è stata scritta in precedenza.
Articolo tradotto dall’originale inglese
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