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TEHERAN - Niente più “mining” di Bitcoin e altre criptovalute in Iran, almeno fino al 22 settembre. La decisione di Teheran, riporta la BBC, arriva per un motivo più pratico che di politica finanziaria.
L'enorme richiesta energetica da parte degli impianti utilizzati per il processo, infatti, ha causato diversi problemi alla rete elettrica nazionale già sotto grande pressione.
Al momento, l'Iran basa una parte importante del suo sostentamento energetico sull'idroelettrico che - a causa della siccità dell'ultimo anno - sta producendo meno corrente del solito.
Lo stop voluto dal governo interesserà i criptominatori legali, ovvero quelli annunciatisi al Ministero e che versano quanto ricavato nelle borse dello stato in cambio di una contropartita. Secondo le stime, scrive l'emittente britannica, questi sarebbero solo il 15% del totale e molti di loro avrebbero già fermato la produzione.
Il restante 85% del mining "in nero" consuma circa 2'000 Megawatt al giorno, ottenendo l'approvvigionamento energetico in modi truffaldini e creativi (tipo attaccandosi alle centraline delle moschee che non devono pagare l'elettricità), come scrive Al Jazeera.
Per arginare il fenomeno Teheran ha confermato l'intenzione di perseguire i trasgressori, utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione, comprese indagini d'intelligence e spie.