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Saluto del presidente del partito
Gentili Delegate, egregi Delegati,
Niente è più difficile da sopportare dei tempi che fanno seguito a delle belle giornate. Quanto appare vero questo adagio, osservando gli attuali eventi politici a Berna.
Molti politici credono che tutto sia possibile, che potremmo permetterci tutto, che avremmo posto per accogliere annualmente oltre 80’000 immigranti o 30’000 richiedenti l’asilo; cifre che, nel frattempo, sono ormai considerate normali e sostenibili.
La Svizzera sta molto bene. Apparentemente non abbiamo sbagliato nulla negli ultimi decenni. Il NO allo SEE di 25 anni fa ha preservato alla Svizzera l’indipendenza, la sovranità e la democrazia diretta. Così, la popolazione ha potuto e può tuttora correggere gli errori dei politici a Berna. Forse, il popolo non ha sempre ragione. Anche un popolo può sbagliarsi talvolta. Ma la probabilità che un’intera popolazione si sbagli è molto inferiore a quella che si sbaglino i soli 7 consiglieri federali o i 246 parlamentari.
Che delle correzioni da parte del popolo saranno necessarie anche in futuro, è dimostrato dalle discussioni fuori di testa che hanno luogo in Consiglio federale.
Questo ci dice da anni che l’UE bloccherebbe qualsiasi trattativa come, per esempio, l’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Ma invece di porre all’UE delle chiare condizioni, il Consiglio federale discute se non si debba semplicemente pagare un ulteriore miliardo di franchi per l’estensione dell’UE all’est.
La settimana scorsa, è scaduto il termine di dieci anni per il pagamento del cosiddetto «miliardo di coesione» a dieci paesi dell’UE in Europa centrale e orientale. Nell’ambito di questi pagamenti, la Svizzera ha versato all’Unione europea, negli ultimi dieci anni, oltre un miliardo di franchi dei contribuenti. Una gran parte di questo denaro è confluito in progetti più che discutibili. Per esempio, 140’000 franchi spesi per uno studio per esaminare l’introduzione in Bulgaria di un servizio di elicotteri per emergenze. 180’000 franchi è costato un progetto volto ad «aumentare l’efficienza del sistema giudiziario bulgaro in materia di regolamentazioni a protezione dell’ambiente». Un milione di franchi è pure costata una ricerca sulle specie animali minacciate in Ungheria. Quattro milioni di franchi sono invece andati a un progetto con il quale dovrebbe essere migliorata la sicurezza del traffico in Polonia, e 4,8 milioni di franchi per promuovere il turismo nei Carpazi polacchi.
L’UDC era stata, nel 2016, l’unico partito a opporsi in Parlamento a che questo spreco in discutibili investimenti di, ancora una volta, oltre un miliardo di franchi dei contribuenti si ripetesse rinnovando il «contributo di coesione». Per gli anni 2017-2020 è infatti previsto il pagamento di altri 1’040 milioni di franchi. Tocca ora solo al Consiglio federale far sì che questi pagamenti siano perlomeno posti quale importante condizione nelle trattative con l’UE. Dopo che l’UE ha già dettato alla Svizzera come l’iniziativa contro l’immigrazione di massa andava applicata – ossia per nulla applicata – e che ha apparentemente bloccato per anni i negoziati su diversi dossier, tocca ora alla Svizzera adottare una strategia negoziale offensiva. Di questa fa parte il fatto che il denaro dei nostri contribuenti non va semplicemente regalato, bensì semmai venduto al prezzo più caro possibile.
L’UDC esorta quindi con insistenza il Consiglio federale a difendere anche con i fatti, da subito, in questo senso gli interessi della popolazione svizzera nei confronti dell’UE.
Purtroppo, anche questo appello al nostro governo rimarrà senza effetto. Nonostante che il Consiglio federale dovrebbe pur percepire che la politica eurofila conduce in un vicolo cieco. Dopotutto, questa via è già costata al governo un consigliere federale. A volte spero che l’onda domenicale che ha improvvisamente sommerso Didier Burkhalter, non si arresti troppo in fretta e travolga presto anche altri politici che starebbero meglio a Bruxelles che non a Berna.
Ciò non tocca però in alcun modo il Parlamento. Nell’ultima settimana di sessione, una proposta UDC di Roger Köppel volta a impedire un’integrazione nell’UE mediante un trattato di sottomissione, è stata respinta da tutti i partiti a eccezione dell’UDC. Va bene per il PS che vuole aderire all’UE, la sua posizione è chiara. È invece più che strano, che il PLR e il PPD, che sempre sottolineano come anche loro siano contrari a un accordo-quadro, quando si tratta di decisioni concrete si schierino finalmente con la sinistra.
Va bene, parlano anche sempre di una linea rossa che non può essere superata, ma loro spostano la loro linea fino nel campo dei rossi.
Notate che dobbiamo prepararci, quando sarà il momento, a condurre da soli anche la campagna contro un accordo-quadro. L’UDC sta comunque già registrando un successo, altrimenti l’accordo sarebbe già da tempo sul tavolo. Un accordo che, con una subdola tattica di dissimulazione, viene chiamato a volte accordo istituzionale o anche accordo di consolidamento. E chi non vorrebbe, in questi tempi incerti, consolidare – ossia appoggiarsi su quanto sicuro e sperimentato? Questa è manipolazione della lingua! Perché il previsto accordo con l’UE porta al contrario di un consolidamento. Esso distrugge i valori essenziali del nostro paese: indipendenza, sovranità e democrazia diretta.
Tutt’altro che solida è pure un’altra decisione del Consiglio federale della settimana scorsa, quando ha presentato le norme-chiave delle ordinanze che applicheranno la legge d’esecuzione dell’art. 121a della Costituzione federale. Queste non avranno assolutamente alcun effetto sull’incessante immigrazione di massa nel nostro paese. Dell’obbligo di annunciare gli impieghi vacanti deciso in dicembre, beneficerebbero oggi 187’000 disoccupati in Svizzera, dei quali molti stranieri. Il Consiglio federale vuole ora – sentite bene – permettere anche a tutti i migranti e asilanti ammessi provvisoriamente di annunciarsi agli uffici di collocamento. La maggioranza delle persone da collocare diventa così di origine straniera. La quota di disoccupati provenienti da Stati terzi è oggi, con oltre il 15%, quattro volte più alta di quella degli Svizzeri che sono al 4%. Ciò dimostra come il popolo continui a essere menato per il naso dalla maggioranza di Consiglio federale e Parlamento, che in definitiva assicurano gli impieghi a stranieri in Svizzera e, nel contempo, impongono enormi oneri burocratici alle imprese e ai cantoni. Il Consiglio federale ignora così anche il fatto che l’art. 121a della Costituzione federale stabilisce una priorità permanente agli indigeni, senza qualsivoglia valore-soglia e altre condizioni.
Dalla priorità indigena si è passati definitivamente a una priorità straniera. In questo modo, in futuro, un artigiano ultracinquantenne che dopo 30 anni di duro lavoro perde l’impiego senza colpe da parte sua, che ha sempre ottemperato ai suoi obblighi e sempre pagato i prelievi sociali, viene trattato allo stesso modo di un migrante economico che addirittura non dovrebbe nemmeno poter risiedere in Svizzera.
Il Consiglio federale continua così a dare più peso alla volontà di chi sostiene l’immigrazione illimitata, che abbiamo lavoro oppure no, che non a una gestione dell’immigrazione autonoma conforme alla Costituzione. L’accordo di libera circolazione delle persone con l’UE, un trattato internazionale, è considerato al di sopra della nostra Costituzione federale. Per questo è ormai tempo di abrogare il principio della libera circolazione delle persone e la concessione a esso legata del diritto agli stranieri di immigrare nel nostro paese.
A questa iniziativa, essenziale per il futuro del nostro paese, dedichiamo la nostra assemblea dei delegati. Mi rallegro di questa discussione. Con il dibattito di oggi, vogliamo dare alle signore e ai signori di Berna qualcosa cui pensare, con la speranza che le prossime ferie di molti politici che preferiscono fare l’occhiolino a Bruxelles invece di impegnarsi per la Svizzera, possano chiarire loro le idee.