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La più antica mummia Tatuatan e i lampi di luce delle caverne
I tatuaggi dell’uomo dei ghiacci erano stati notati fin dal giorno del suo ritrovamento, il 19 settembre 1991. Da allora sono stati svolti diversi studi per cercare di identificarli e di contarli.
Il corpo di Ötzi è stato fotografato da diverse prospettive attraverso tecniche multispettrali in grado di vedere dall’infrarosso all’ultravioletto. Questo ha permesso di identificare con precisione anche tatuaggi situati negli strati più profondi della cute e quindi non visibili ad occhio nudo. I 61 disegni rinvenuti sul corpo di Ötzi sono linee lunghe dai 7 millimetri ai 4 centimetri, nella maggior parte dei casi disposte parallelamente in gruppi di due, tre o quattro. Tra questi anche due croci.
La tecnica utilizzata nel calcolitico appare diversa da quella moderna: non venivano usati aghi, ma erano invece praticate delle piccole incisioni della pelle, poi ricoperte con carbone vegetale per ottenere l'immagine. Si tratta di un sistema più affine alla scarificazione, più visibile sulle pelli scure, e simile alle testimonianze archeologiche presenti sulle sculture di età più antiche.
I tatuaggi dell'uomo del Similaun consistono in semplici punti, linee e crocette: si trovano in corrispondenza della parte bassa della colonna vertebrale, dietro il ginocchio sinistro e sulla caviglia destra. Siccome esami radiologici hanno individuato forme di artrite proprio in quei punti, si presume che tali immagini avessero una funzione di tipo curativo o religioso, al fine di alleviare i dolori.
Questo ha indotto alcuni ricercatori a supporre che i tatuaggi di Ötzi siano, in realtà, punti oggetto di pratiche affini all'agopuntura: che avessero cioè una funzione terapeutica.
Se così fosse, Ötzi dovrebbe essersi sottoposto a numerosi trattamenti, cosa che - data la sua età e i suoi malanni - non sorprende, durati per anni e ripetuti molte volte. Se i tatuaggi dell'uomo del Similaun costituissero davvero la testimonianza più antica dell’uso dell’agopuntura, questa tecnica ne risulterebbe pre-datata di almeno 2000 anni.
Un paio di anni fa è stato notato un nuovo tatuaggio a destra sul basso torace, in una posizione insolita rispetto agli altri, collocati soprattutto sulla parte bassa della schiena e sugli arti inferiori, nella zona compresa tra il ginocchio e il piede. Il nuovo segno riapre il dibattito sull’utilizzo dei tatuaggi in epoca preistorica: perché stavolta non parrebbero esserci patologie articolari, o per lo meno non sono emerse; quindi l'incisione potrebbe avere motivazioni che oltrepassano la funzione medica, per sconfinare verso ragioni culturali, antropologiche, religiose, magiche.
Ovviamente, un uso non esclude l'altro: anzi, potrebbero rafforzarsi a vicenda. Un impiego terapeutico potrebbe avere anche spiegazioni magiche, simboliche e religiose; il corpo tatuato dell'uomo del Similaun potrebbe portare i segni del sacerdozio, del rapporto privilegiato con gli spiriti della natura, così come della leadership militare. Molte cose aspettano ancora di essere rimesse in luce...
Ma chi era l'uomo dei ghiacci e perché si trovava fin lassù? Il luogo è impervio, difficile credere che si trovasse lì per caso, o per portare le pecore al pascolo (benché fosse un pastore, o meglio, provenisse da una tribù in cui si allevavano le pecore), o per andare a caccia (malgrado portasse una faretra piena di frecce di ottima fattura). La posizione stessa degli oggetti che portava con sé, disposti tutt'attorno al cadavere, dimostrano che il suo corpo fu, in un certo qual modo, ricomposto dopo la morte. Il suo decesso appare sempre più come un omicidio rituale di un individuo particolare. Uno sciamano? Un capo guerriero? Forse entrambe le cose.
Dopo esami durati anni, da parte dei migliori specialisti del mondo, si è arrivati alla conclusione che Ötzi fu ucciso con un tiro di freccia scoccato alle spalle. L'esame degli osteociti ha collocato l'età della sua morte fra i 40 e i 50 anni: un'età, per quei tempi, abbastanza avanzata.
In seguito ad analisi sul DNA mitocondriale del corpo mummificato, è risultato che il ceppo genetico dell'uomo di Similaun risulta non più presente a livello mondiale. Una mappa genetica, ottenuta da un gruppo internazionale dell'Accademia Europea di Bolzano, ha rilevato la presenza nel DNA, di tratti genetici comuni a quelli dei sardi e dei corsi: quindi, fa parte della razza preindoeuropea indigena. La sua carnagione è scura.
Ötzi era armato di un oggetto eccezionalmente progredito per la tecnologia di quell'epoca. Il rinvenimento della sua ascia ha fatto retrodatare l’età del rame di parecchi secoli: l’uomo del Similaun portava con sé l’attrezzo più evoluto e raffinato rinvenuto nel Calcolitico a livello europeo. Ciò fa desumere che, all’epoca, le Alpi fossero il territorio tecnologicamente più avanzato del continente.
Non solo, l’uomo dei ghiacci era di sicuro un esperto erborista e viaggiava col kit di pronto soccorso. Appesi a lacci di cuoio, Ötzi portava due pezzi forati di basiodiomiceto (Piptoporus betulinus), che contiene composti attivi (triterpeni) affini agli steroidi, oltre a componenti psicoattive: con ogni probabilità, era usato a scopi medicinali. In un contenitore di scorza di betulla, Ötzi conservava anche alcuni esemplari di Fomes fomentarius, un fungo utilizzato sin dai tempi antichi per alimentare il fuoco, ma che in Alaska è noto anche per le sue proprietà narcotiche, se fumato o inalato. Era dotato anche di un altro contenitore per le esche, fatte di muschio secco, quindi molto più efficienti dei funghi secchi. L’uomo del Similaun è perfettamente equipaggiato per l’alta quota. Porta un cappello di orso, un mantello di paglia, scarpe di pelo imbottite e calze. Ed è completamente tatuato.
L’ipotesi dei fosfeni
Un’ipotesi interessante nel tentativo di interpretare i tatuaggi preistorici potrebbe basarsi sulla teoria dei fosfeni. In effetti, a guardarli bene, i segni grafici di Ötzi sembrano proprio quelle immagini che esplodono nella testa ad occhi chiusi quando si prende un colpo, oppure quando ci si stropiccia gli occhi la mattina, quando si sta per molto tempo al buio o anche quando si prendono droghe o sostanze psicotrope. Di sicuro, questi grafemi sono stati all’origine della simbologia e dell’arte. Espressione degli strati più profondi della coscienza umana, possono essere stati considerati manifestazioni della divinità. Lo sciamanesimo, caratterizzato dall’induzione di stati alterati di coscienza che conducono a veri e propri psicoviaggi cerebrali, ha utilizzato queste figure fin dagli albori della storia.
I fosfeni sono le immagini luminose che vediamo a occhi chiusi, oppure in particolari stati di coscienza. Sono soggettive e si generano a livello dell'occhio o del cervello. Esse probabilmente riflettono l'organizzazione nervosa della visione. Sono “lampi di luce” che sembrano originarsi in punti diversi della trasmissione nervosa della visione. Si può stimolare direttamente la corteccia visiva del cervello in modo da ottenere fosfeni.
Poiché i fosfeni si formano a livello della retina e della corteccia, sono un fenomeno che si verifica in modo particolare nell'uomo e sono estremamente interessanti sia dal punto di vista psicologico che estetico.
L'occhio è un organo di senso la cui attività può essere facilmente interrotta indossando un cappuccio nero o entrando in una stanza completamente buia. Tuttavia raramente si ha l'impressione di una completa oscurità. Man mano che gli occhi si adattano al buio, specialmente se il soggetto è rilassato, possono apparire immagini luminose: flash luminosi generalmente di colore blu, verde, arancione o giallo. Comprimendo i bulbi oculari si possono ottenere altri tipi di immagini. Queste derivano dall'autostimolazione delle fibre ottiche e scientificamente vengono chiamate fosfeni (dal greco phos, luce e phanein, apparire).
I fosfeni possono formarsi spontaneamente oppure essere provocati in diverse maniere. Appaiono naturalmente in assenza di stimoli luminosi specie se questi mancano da molto tempo: molte visioni di mistici che usavano meditare in celle senza finestre o in grotte, possono essere considerate dei fosfeni. Anche le allucinazioni dei prigionieri tenuti al buio o i fantasmi che molti pensano di aver visto non sono probabilmente altro che dei fosfeni. Il buio non è però indispensabile, basta che manchi lo stimolo luminoso esterno.
I bambini hanno una straordinaria facilità nel suscitare fosfeni, che si va man mano perdendo con l'avvicinarsi dell'adolescenza. Probabilmente costituiscono un importante elemento del mondo che circonda il bambino, in quanto non è ancora capace di distinguere bene i fenomeni esterni da quelli originati dal suo organismo.
È possibile che anche l'umanità ai suoi albori usasse fare disegni derivati dai fosfeni. Non è un caso che molte delle cattedrali della preistoria siano in grotte buie: tanto che la prima domanda che il visitatore si pone è come avrebbero fatto quegli antichi uomini a realizzare quei magnifici dipinti senza alcuna fonte di illuminazione. Evidentemente, le immagini affrescate non venivano dall’esterno ma erano suscitate dall’interno. Figure simili a quelle che appaiono nei fosfeni sono state rinvenute sia in grotte preistoriche, che nell'arte popolare, e in opere più raffinate di molte culture in periodi diversi. Gli artisti-sacerdoti-sciamani avevano imparato ad autoindursi l’apparizione di visioni meravigliose che poi sapevano riprodurre anche senza luce. Ricordiamo che molti indovini-sciamani erano ciechi, e che una delle pratiche per indurre la trance consiste nell’assumere sostanze psicoattive indossando cappucci o copricapi che inibiscono la visione.
I fosfeni possono essere prodotti da una grande quantità di sostanze chimiche. L'alcool, per esempio, specialmente a forti dosi, può far vedere lampi di luce e macchie luminose che gli alcolizzati considerano mosche che si muovono sulla parete. Molte tossine, tra cui quelle dovute alla scarlattina, possono provocare fosfeni di questo genere. Gli allucinogeni come la mescalina, la psilocibina e l'LSD spesso provocano fosfeni di forme geometriche. Senza dubbio sono una manifestazione dell'intossicazione psichedelica .
I tatuaggi dell’uomo dei ghiacci assomigliano molto a dei fosfeni. D’altra parte, come messo magistralmente in luce da Laura Leone, nel repertorio astratto degli uomini che realizzarono incisioni e pitture rupestri fin dai primordi, predominano cerchi concentrici, spirali, croci, stelliformi, linee parallele, scacchiere; forme elaborate di doppie spirali, “esse” singole e speculari, labirinti, serpentiformi, catenelle, zig-zag, scutiformi, pettiniformi; e ancora, umanoidi e teriomorfi, esseri simili a fantasmi, spettri e spiritelli bizzarri. Psicogrammi e mitogrammi, rappresentazioni proprie dell’esperienza individuale, interpretate secondo la cultura e la mitologia del tempo . Elementi che compongono un linguaggio grafico-metafisico che viene dall’interno, che gli sciamani sapevano evocare e interpretare. Simboli che Ötzi ha saputo vedere con l’introspezione e magari l’aiuto di sostanze psicotrope, e che poi ha voluto tatuarsi sul corpo.
2 - Maria Laura Leone, La magia dei fosfeni nelle pitture di Grotta dei Cervi a Porto Badisco,
in Ipogei, quaderni dell’IISS “S. Staffa” di Trinitapoli, Giugno 2009, n. 1 101-105