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Giordano Bruno il 17 febbraio 1600 in piazza Campo de’ Fiori al centro di Roma fu arso vivo sul rogo. Era l’esecuzione di una sentenza pronunciata dopo un processo durato otto anni: la sua “colpa” era eresia, ovvero idee audaci, contrarie alla dottrina della chiesa cattolica. Si uccideva allora il suo corpo, ma non il suo pensiero, non la traccia di quella filosofia delle filosofie che unisce tutti i saperi e ha il dolce, sublime profumo della verità. Quale verità? L’immortalità dell’essere umano! La sua vita ha segnato la storia del Rinascimento. L’eco della sua esistenza, del lungo processo e del rogo si è poi spenta per più di due secoli, sepolta negli archivi del vaticano. Fu la presa di Roma da parte delle truppe di Napoleone (1809) ad aprire gli archivi e a portare i documenti a Parigi, dove tutta la storia venne alla luce.
Giordano Bruno è ricordato maggiormente per il “torto” che subì piuttosto che per l’eccelso pensiero filosofico che aveva concepito. Questa forse è l’ingiustizia più grande! Lui che ascoltando l’atroce verdetto, sfinito dalle sevizie e da otto anni di dura detenzione, si rivolse ai suoi accusatori con la memorabile frase:
“Forse voi giudici pronunciate la sentenza contro di me con più paura di quanto io ne abbia nell’ascoltarla”
(testo del professor Davide Rossi)