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Nel loro La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia (Marsilio 2021) Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi esaminano la pandemia di Covid-19 attraverso cenni storici e aspetti medici, filosofia e politica. Il volume si apre con la riflessione che la libertà è come bere un caffè al bar. Nessuno ci aveva mai pensato prima che anche questa semplice libertà economica fosse sottoposta a controlli e limitazioni governative. Prendere un caffè al bar è espressione di una scelta economica individuale. Benjamin Constant spiegava che la “libertà dei moderni” è la libertà di potersi muovere e occuparsi delle proprie faccende personali senza che questo venga impedito da altri. Prima della pandemia di Covid-19, ricordano gli autori, vivevamo «in società relativamente aperte trasformate dall’oggi al domani in società chiuse. Ma società chiuse non soltanto agli individui nati in altri paesi, ai migranti, come alcuni auspicavano».
Una società chiusa in casa, «con i comfort senza pari nella storia (che hanno reso tale chiusura socialmente accettabile)». La società chiusa si contrappone a quella che Karl Popper definiva società aperta, «nella quale i singoli sono chiamati a prendere decisioni personali». Nella società chiusa l’ambito di decisione personale si riduce. Le decisioni individuali sono quelle che vengono prese dai singoli e dal basso; basate su un grande grado di cooperazione. Lo stesso vaccino è frutto delle catene di cooperazione. Le società chiuse preferiscono la tradizione all’innovazione. Sono basate sulla verticalizzazione che gli autori identificano come un pericolo. Nella società chiusa si tende a «indicare la necessità di una guida, di un pastore». E ciò si traduce nei poteri speciali dati ai governi. Pestilenze, guerre carestie e violenza sono stati i cavalieri dell’apocalisse del passato; oggi la scienza ha cambiato la portata delle innovazioni tecnologiche consentendo sviluppo.
«Il mondo moderno ha reso possibile il libero scambio su larga scala, la scienza e lo stato di diritto». La società aperta ha valorizzato le differenze individuali e non smette mai di essere efficiente. La libertà individuale nella società aperta permette l’innovazione. Grazie alla società aperta negli ultimi anni le malattie sono diminuite e sono passate dall’essere causa del 33 per cento dei decessi al 17. Questo è anche la conseguenza di miglioramenti culturali, intellettuali, igienici. Ma anche delle vaccinazioni dei farmaci che hanno aumentato la qualità della vita. Storicamente, «i paesi sviluppati restano esposti a un rischio significativo di nuovi focolai come conseguenza degli scambi del movimento delle persone». La crescita economica aiuta lo svilupparsi di società aperte e libere. Il Covid-19 ha provocato un timore generalizzato e un allarme politico-sanitario che ha indotto all’espansione dei governi e all’aumento delle misure di controllo.
Alexander Rosenberg ha sostenuto che gli esseri umani sono biologicamente dipendenti dalle narrazioni, anche quelle false, basate sulla teoria della mente, ovvero la teoria per la quale noi crediamo di entrare nella testa degli altri. La teoria della mente «entra nella costruzione di narrazioni schematiche», scrivono gli autori. Una «narrativa solitamente lascia da parte le determinanti scientificamente conosciute o conoscibili, per privilegiare aspetti che vadano a conferma delle nostre personali sociali strategie di autoinganno». A sua volta, la teoria dell’auto-inganno suggerisce che creiamo false narrative personali. Ciò prova che è umano credere a certi pregiudizi o paure innate. Con ironia Corbellini e Mingardi spiegano che «tendiamo a pensare troppo ai macro-parassiti (agli esseri umani che […] esercitano un potere su altri […]) e troppo poco ai micro-parassiti». Furono questi, ad esempio a favorire le stragi in America Latina ai tempi dei colonizzatori.
Una delle ragioni per cui Hernán Cortés riuscì a sottomettere gli aztechi fu che le sue truppe portarono con sé il vaiolo. Che in Europa era endemico, ma fu che fu letale per la popolazione locale che non era mai stata esposta a questi patogeni. L’uomo si deve abituare a vivere con i parassiti. E questo è quanto ha fatto per tutta la sua evoluzione. Col tempo, le pestilenze si sono interrotte anche grazie all’immunità di gregge. Tuttavia, spesso le comunità toccate sono uscite devastate dalle epidemie. La società aperta ha contemplato dense aggregazioni urbane che hanno rappresentato un ambiente ideale per i micro-parassiti. Gli autori ricordano le due pestilenze di Siracusa del 397 e del 212 a.C. Come accadde con la epidemia di Cipriano, che imperversò 249 al 270. Fu poi il turno della prima pandemia di Giustiniano, esplosa nel 541 – oltre venti milioni di morti.
Tra il 735 e il 737 d.C. un terzo della popolazione giapponese subì per un’epidemia di vaiolo. Nel 1347 arrivò la seconda ondata di peste che nel complesso cancellò un terzo della popolazione europea. La prima quarantena si registrò nel 1377. Nel Seicento, l’esploratore europeo abituato a vaiolo, TBC e malaria iniziò a diffondere i parassiti adattati in Europa. Popolazioni rimaste isolate immunologicamente per millenni vennero a contatto con questi patogeni e morirono. Nella campagna di Russia Napoleone Bonaparte dovette combattere anche il tifo epidemico che colpì trecentomila soldati. Idem per i combattenti della guerra civile americana. Il milione e mezzo dei decessi della carestia irlandese del 1846 fu dovuto anche a questa malattia. Il Mediterraneo è stato per secoli flagellato della malaria. Lo sviluppo industriale portò poi ad un miglioramento della salute umana, con una crescita dell’aspettativa di vita, un miglioramento dell’imitazione i mezzi di trasporto motorizzati.
Nell’Ottocento, Londra New York erano le città più colpite da TBC. Il primo sanatorio venne aperto in Slesia a metà Ottocento. I medici tedeschi prescrivono trattamenti all’aria aperta e dieta calorica. La TBC è entrata nell’immaginario collettivo come una delle malattie più temute e citate. Una malattia “romantica”, dal momento che la contrassero poeti, scrittori, musicisti. Tra le vittime: Fryderyk Chopin, Edvard Munch, Anton Čechov, Robert Louis Stevenson e Amedeo Modigliani. La malattia che però contraddistinse il secondo Ottocento fu il colera. Poi fu la volta della spagnola. Nel Novecento la poliomielite che ha mietuto milioni di vittime e che oggi è presente solo in Pakistan e in Afghanistan. È stata sconfitta grazie alle campagne di vaccinazione. La rivoluzione industriale portò ad una crescita dell’urbanizzazione e ai vaccini, nati grazie dalla cooperazione tra persone. Gli autori avvertono che il Covid-19 non smetterà di costituire un rischio nonostante le vaccinazioni.
«La strategia delle chiusure ha avuto fortuna proprio perché voleva portare indietro artatamente le lancette dell’orologio: tornare a una situazione nella quale le nostre conoscenze erano sufficienti per gestire la nostra vita i rischi ai quali eravamo abituati, senza ammettere di avere a che fare con un rischio nuovo, dal futuro necessariamente in ignoto». L’uomo ha spesso il bisogno di sapere tutte le informazioni. «Si è ritenuto che i comportamenti di “distanziamento sociale” abbiano un qualche intrinseco potenziale risolutivo, a prescindere dal contesto e dalle circostanze particolari di ciascun individuo. L’idea sottostante è che il mondo sia conoscibile governabile attraverso categorie mutualmente escludenti, ovvero che l’appartenenza di qualcosa a una classe sia definibile sulla base di criteri necessari e sufficienti». Corbellini e Mingardi trattano anche il rapporto vaccini-società. Negli anni, i primi sono migliorati sul piano della sicurezza, ma i pregiudizi contro le vaccinazioni sono crescenti.
«Non possiamo cambiare la nostra percezione del rischio solo sulla base di informazioni corrette», sottolineano gli autori. Anche perché ci sono meccanismi di difesa per cui tali informazioni vengono ignorate. Per oltre un secolo in Inghilterra la vaccinazione dovette confrontarsi con proteste sociali contro l’inoculazione come interferenza della libertà personale. «La nostra mente non si è evoluta per fidarci di persone che non conosciamo». Stimiamo i rischi in modo erroneo, con il rischio di dare enfasi a eventi poco probabili (i terremoti) e scarsa attenzione a quelli più probabili (incidenti d’auto). Gli autori sottolineano anche come durante la pandemia di Covid-19 la libertà sia diventata una sorta di miraggio. «Con il virus dovremmo convivere», avvertono gli autori. Che auspicano che con il tempo si riotterrà la libertà dei moderni di Constant. Ovvero, «andare, venire senza doverne ottenere il permesso, senza rendere conto delle proprie intenzioni della propria condotta privata».
Nella società aperta «la scienza e la tecnologia hanno potenziato le conoscenze e le tecniche in generale per il benessere umano». Le società occidentali hanno accettato di buon grado le restrizioni perché, più ricche che un tempo, hanno compensato i disastri del Covid-19 tramite sussidi. Convivere con la malattia è auspicabile nella società aperta. «Una società che vede nel prossimo un potenziale vettore di contagio […] alla ricerca di indicatori di presenza o assenza di parassiti negli altri non potrebbe sviluppare una divisione del lavoro avanzata». Gli autori sottolineano come le culture con più elevato carico di infezioni siano più collettiviste. «Una costante del collettivismo e l’enfasi sul gruppo: ci si prende cura gli uni degli altri e quindi ci si protegge a vicenda dagli effetti negativi del contagio, all’interno di una ristretta comunità di persone concepite come “simili”, alla stregua di parenti e amici fidati».
Gruppismo verso “noi”, “chiusurismo” verso “loro”. «Le culture collettiviste non si fidano di chi viene da fuori e raccomandano di evitare coloro che si trovano al di fuori della cerchia parentale/amicale/nazionale». D’altra parte, le culture individualiste tendono «a incoraggiare gli individui ad allontanarsi dalle norme sociali tradizionali». Lo diceva anche John Stuart Mill (Saggio sulla libertà): «Perché la natura di ciascuno abbia ogni opportunità di esplicarsi, è essenziale che sia consentito a persone diverse di condurre vite diverse». I governi autoritari non sono necessariamente migliori nell’affrontare il Covid-19 anche perché sono società chiuse che non favoriscono innovazione il lungo termine. Discorso analogo per i leader politici populisti, che «paventano rischi di trasmissione di malattie per alimentare la xenofobia […]. Non è un caso che la minaccia delle malattie infettive […] portate dai migranti sia una costante della propaganda anti-immigrazione».
I politici che adoperano la retorica populista, collettivisti per eccellenza, ipotizzano la difesa dei valori coltivati nel gruppo rispetto a quelli praticati fuori. Questo dà origini a stigmatizzazioni e discriminazioni. La pandemia «ha scatenato un aumento dello stigma del pregiudizio nei confronti delle persone colpite dal virus». Ne è nato uno stereotipo negativo, che parte dall’incertezza verso qualcosa che non comprendiamo a fondo. Sul virus ci sono ancora diverse incognite. Sia nella società aperta venata dal populismo che in quella chiusa il virus viene spesso associato al diverso. Interessante l’analisi di Michele Gelfand, secondo cui il numero dei morti è più alto nelle società rilassate rispetto a quelle rigide. Le prime hanno regole e valori lassi; le seconde hanno valori non negoziabili. Le culture lasse sono più aperte e più disordinate; quelle rigide producono un ordine confortante, ma sono meno tolleranti. Le prime incoraggiano nuove idee; le seconde auspicano prevedibilità.
Questo riflette anche la divisione della società aperte libere e quelle autocratiche nella gestione della pandemia. Corbellini e Mingardi criticano la centralizzazione dell’informazione della gestione statalista. «L’idea che lo Stato sappia meglio come e dove investire nell’interesse generale è […] un avatismo: richiama la sostituzione di un decisore unico informato […] consapevole della complessa realtà del “bene comune”, all’anarchia del mercato, alla pluralità di singoli che decidono ogni giorno, delle risorse a propria disposizione». D’altra parte, gli autori sostengono che il mondo moderno si regge sull’idea che ci affidiamo all’interesse altrui, ma non per senso di appartenenza o altruismo, quanto per migliorare le proprie condizioni personali. Un ragionamento che si rifà a Adam Smith che vedeva nell’interesse del singolo il fine delle azioni individuali. Gli autori riflettono anche sulle vaccinazioni. «Non ci sono dubbi che le persone debbano essere liberi di decidere se vaccinarsi o meno», spigano gli autori.
Se le persone «non mettono a rischio la salute di altri non vaccinandosi, non dovrebbero mai essere obbligate». Analogamente, «se risulta che […] il numero di persone non vaccinate crea rischi per chi non può vaccinarsi a causa di particolari malattie […] potrebbe essere richiesto che […] ci si vaccini». Uno dei motivi per cui le persone non si vaccinano è legato al radicalismo religioso. Che vede la vaccinazione come incompatibile certi valori sociali. La pandemia di Covid-19 è stata la più raccontata della Storia. Gli autori riflettono anche sul come la narrativa della pandemia sia entrata nell’immaginario collettivo. Niall Ferguson (Doom) spiega che non basta la mortalità per spiegare la dimensione epocale di alcuni disastri, ma contano anche le circostanze quali effetti economici e psicologici della pandemia di Covid-19. Noi siamo nella società più informata di sempre. Il ruolo crescente della Rete ha aumentato il flusso informativo.
E con esso, anche il potenziale dilagare di fake news, che hanno moltiplicato l’esitazione a vaccinarsi. Gli autori distinguono tra misinformation (informazione intenzionalmente false create per ingannare) e disinformation (una semplice informazione sbagliata gli scaturisce da un errore involontario). Medicina e vaccini sono un terreo prediletto per le fake news. Nel 1998 Andrew Wakefield diffuse informazioni false su The Lancet ipotizzando un nesso (inesistente) tra vaccinazioni e autismo. Con i social, fake news come queste sono ampliate. Le reazioni popolari di stigmatizzazione del virus rispecchiano quelle della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Eco chambers e filter bubbles caratterizzano la nostra epoca e anche il dibattito sui vaccini. Corbellini e Mingardi ricordano che «il clima da fine del mondo creato dai media ha scatenato la paura e portato le persone a voler tentare qualunque cosa desse loro un senso di controllo della situazione, rendendole facili bersagli di inganni.
Gli autori menzionano l’aspetto mediatico attorno alla gestione del Covid-19. «L’impressione è che molti scienziati, pur autorevolissimi nelle rispettive discipline, si siano fatti dettare l’agenda comunicativa e dai conduttori dei talk show». Questo ha minato la fiducia nei vaccini e nella scienza. Daniel Kahneman (The New York Times Magazine, 19 ottobre 2011) ha spiegato che l’unico metodo per cui possiamo fidarci degli esperti in un mondo pieno di inganni e se l’esperto stesso ammette l’incertezza. «L’eccesso di sicurezza (overconfidence) nasce per il fatto che le persone sono spesso cieche di fronte alla propria cecità». Da qui la sovrastima delle proprie capacità in termini di overestimation, overplacement e overprecision. Si aggiunga poi, che «la fiducia nel potere della propria capacità razionale porta ad abbracciare prospettive irrazionali. […] La fiducia nei poteri illimitati delle scienze matematiche risponde a una domanda di certezze».
Il «bisogno di illudersi porta spesso a individuare nessi causali semplici […] e a proporre soluzioni che fanno leva su un singolo fattore per risolvere problemi di vasta portata […]. Il clima da fine del mondo conforta coloro che pensano che il mondo debba finire e il bisogno di auto illudersi degli specialisti […] inclina in quella direzione: verso l’idea che il mondo sia minacciato da derive inevitabilmente volte ad annichilirlo, che di regola coincidono con l’assenza dei “rimedi” cari agli esperti medesimi». Nel complesso, il volume dà una interpretazione che prevede la pandemia come un fenomeno biologico che non prevede di debellare ad ogni costo il Covid-19. Gli autori sono contro la politica “zero Covid”, ma prediligono un adattamento allo stesso. Premere sulla responsabilità individuale rispetto alla gestione verticale e statalista del Covid-19 non è sembrata essere compatibile con la gestione dal 2020 ad oggi.
La promozione della “salute pubblica” riduce lo spazio della scelta individuale. Uno Stato più “grande” non è necessariamente uno Stato meglio attrezzato per fronteggiare le sfide. «Lo Stato cresce perché le persone “ne vogliono” di più e perché esse avvertono questo di più come un beneficio e non un peso». Lo Stato fallisce meno spesso rispetto ai privati: ecco perché si tende a chiedere più Stato ed espansione dei poteri pubblici. Robert Higgs (Crisis and Leviathan) ha trovato un nesso tra espansione dei poteri pubblici vis-à-vis le emergenze nazionali. Nelle società occidentali, oggi i poteri pubblici sono più ampi di quanto non lo fossero prima della pandemia. Corbellini e Mingardi spiegano che quest’ultima ha accertato tendenze già preesistenti – vedi l’e-commerce. «Ciò che è meno chiaro e se e come questi cambiamenti diventeranno permanenti».
La globalizzazione non si è fermata a causa della pandemia, ma i danni inflitti alle catene di fornitura sono stati importanti. Gli autori criticano il razionalismo e i costanti bisogni di sicurezza. «Il razionalista isola un problema, prova a risolverlo con una cassetta degli attrezzi, ma non riflette mai sulla possibile esclusione di qualche variabile e se l’esito dei suoi interventi sia necessariamente quello atteso». Nei secoli, le società si sono aperte «perché il progresso scientifico ed economico ha consentito di mettere sotto controllo, fra altri problemi, i parassiti, cioè le sofferenze e i danni che per millenni le infezioni […] hanno causato, generando incertezze paure della libertà: un miglioramento sanitario che ha reso possibile investire nell’innovazione, nelle reti commerciali, dell’istruzione di massa e nel funzionamento democratico delle istituzioni pubbliche».
Inoltre, «la razionalità è sempre nelle scelte individuali, le società o le comunità non hanno cervello». Gli autori elogiano la collaborazione spontanea e libera degli individui, dei gruppi di ricerca e delle imprese che hanno consentito di ridurre i tempi di ricerca e la produzione di vaccini. Parecchi hanno festeggiato il “ritorno dello Stato” durante il Covid-19. E «nei momenti di crisi lo Stato si espande […] a scapito dell’attività privata. Ma a livello nazionale quel che si è fatto di solito lo si è fatto male. I governi nazionali non avevano a disposizione le risorse cognitive né per limitare i focolai […] né per sviluppare ricerca […] le risorse necessarie». Thomas Sowell (Knowledge and Decisions) ha spiegato che le società devono essere guardate come unità decisionali e che le conoscenze sono a livello dei singoli. Una politica del “zero Covid”, mina alla radice il pluralismo della società aperta.
Amedeo Gasparini