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La proposta di modifica costituzionale volta ad aumentare da 7 a 9 i Consiglieri federali per favorire un'equa rappresentanza delle minoranze linguistiche è pronta per essere esaminata dal Parlamento, probabilmente in giugno.
Il cammino si presenta tutt'altro che semplice: il progetto elaborato dalla Commissione delle istituzioni politiche del Nazionale (CIP-N) è stato infatti approvato per un solo voto di scarto (11 a 10 e 3 astensioni).
Oltre a menzionare espressamente che il "Consiglio federale è composto di nove membri", il disegno di modifica dell'articolo 175 prevede un'aggiunta in cui si specifica che "le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese sono equamente rappresentate".
La CIP-N non nasconde che il progetto, nonostante la forte portata simbolica, non piace ai più. In procedura di consultazione, ben 30 prese di posizione su 45 sono sfociate in un parere negativo, indica una nota odierna dei servizi parlamentari.
Soltanto cinque Cantoni (Lucerna, Friburgo, Ticino, Vaud, Giura) l'hanno accolto positivamente. Per quanto riguarda i partiti, tra i favorevoli figurano Socialisti e Verdi, assieme al partito borghese democratico. Scettici invece UDC, PPD, PLR e Partito Verde Liberale.
La CIP-N non intende però darsi per vinta in partenza: più della metà dei pareri negativi provengono dai Governi cantonali, poiché temono "una diminuzione dell'influenza dei singoli membri". La CIP-N "attribuisce invece alla composizione linguistica e politico-regionale del Consiglio federale un'importanza simbolica considerevole, probabilmente sottovalutata dai Governi cantonali". La riforma è fattibile "senza eccessivi oneri di coordinamento e senza burocratizzazione", si legge nel comunicato.
Una minoranza condivide invece l'opinione espressa da numerosi partecipanti alla consultazione secondo cui la scelta di rappresentanti di diverse regioni e componenti linguistiche dipende dalla volontà politica e dalle qualità delle capacità a disposizione e non può essere imposta con una riforma strutturale.
Un'estensione del Consiglio federale a nove membri, "condurrebbe non a un rafforzamento, bensì a un indebolimento del Governo". Un Governo più grande avrebbe più difficoltà ad agire all'unisono: il principio di collegialità rischia insomma di essere compromesso.
Viste le resistenze, anche i fautori di questa riforma non si fanno eccessive illusioni. Nel dicembre scorso, nel corso del tradizionale incontro con i media durante le sessioni, la deputazione ticinese alle Camere federali aveva giudicato poco probabile un esito positivo in parlamento, e ciò a prescindere dal voto popolare.
SDA-ATS