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Sono ore cruciali per il Manchester City: la sentenza del Tas sul ricorso inoltrato dalla società inglese contro l'esclusione per due anni dalle Coppe europee, voluta dall'Uefa per il mancato rispetto del fair play finanziario è attesa per le 10.30 di domani. Se la sanzione venisse confermata, sarebbe un duro colpo per il City e il suo mecenate sceicco Mansour, accusati di aver aggirato le regole del fair play finanziario tra il 2012 e il 2016 e di aver mentito alla Uefa. Il tribunale europeo, che ha pure inflitto al City una multa di 35 milioni di franchi, ha accusato il club inglese di aver sopravvalutato i contratti firmati con gli sponsor legati all'Abu Dhabi United Group, anch'esso di proprietà del proprietario della squadra, lo sceicco Mansour.
Dall'acquisizione del club nel 2008 da parte del membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, la colossale fortuna iniettata nel club ha permesso agli Skyblues di uscire dall'ombra del loro rivale Manchester United e di conquistare undici trofei, tra i quali quattro volte il campionato. Ma non la Champions League, il trofeo più desiderato dal facoltoso proprietario, ma che fin o ad ora è sempre sfuggito ai Citizens. E l'edizione che in agosto si concluderà con la Final 8 di Lisbona, potrebbe rappresentare l'ultima opportunità di successo per i prossimi due anni, nel caso in cui il Tas dovesse dar ragione all'Uefa. Un'eventuale assenza dalla competizione più prestigiosa (e remunerativa) rappresenterebbe un duro colpo per i City, che lo scorso anno dalla Champions aveva raccolto 100 milioni, suddivisi tra diritti di partecipazione, diritti televisivi, biglietti ed entrate accessorie.
Senza le entrate della Champions sembra difficile che il club possa mantenere le attuali standard di rendimento e, nel contempo, soddisfare i criteri del fair play finanziario. Una situazione che potrebbe spingere il club ad essere più morigerato sul mercato e a lasciar partire qualche giocatore delle pretese economiche troppo elevate. La sospensione biennale dalle Coppe europee potrebbe costringere alcuni dei protagonisti della squadra, come Kevin de Bruyne o Raheem Sterling, ad andare in esilio. «Due anni sarebbero un tempo lungo. Un anno lo potrei sopportare, ma due...», ha detto Kevin de Bruyne a giugno a un media belga.
L'allenatore dei Citizens, Pep Guardiola, ha solo un anno di contratto ed è improbabile che lo prolunghi l'accordo in caso di decisione sfavorevole. «Siamo pronti. Sono molto fiducioso e penso che avremo il diritto di giocare in Champions League – ha detto il catalano la scorsa settimana –. Il 13 luglio conosceremo il risultato e spero che tutti i dipendenti, i giocatori e tutti i presenti possano continuare a sviluppare questo club».
Perdere questo processo potrebbe anche rappresentare un duro colpo per Abu Dhabi, la cui motivazione a promuovere un'immagine positiva degli Emirati attraverso la popolarità del City non è un segreto. Un altro "nuovo ricco" nel mirino della Uefa è il Psg, di proprietà di un fondo d'investimento del Qatar, che l'anno scorso aveva vinto la sua battaglia legale contro le imposizioni del fair play Uefa, grazie alla senenza a suo favore emanata dal Tas.
La decisione di domani peserà quindi pesantemente sull'Uefa, la quale rischia che il principio del fair play finanziario, tanto caro all'organismo confederale, possa essere messo in discussione.