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I soldi ci sono: tassare i super ricchi per finanziare lo Stato sociale
di Fabio Dozio
Nel deserto rosso della sinistra si leva, ormai da qualche anno, una voce che lancia una serrata critica al capitalismo e cerca di aggiornare il pensiero sul socialismo realizzabile.
È Thomas Piketty, economista francese, noto soprattutto per l’opera «Il capitale del XXI secolo», uscito nel 2013. Ha appena pubblicato «Una breve storia dell’uguaglianza» perché i suoi lettori chiedevano una versione più breve «delle cose interessanti che scrive». Sono quasi 400 pagine, limpide e chiare, nell’edizione italiana per La nave di Teseo (2021).
«Tutti i dati di cui oggi disponiamo suggeriscono che i tassi punitivi sono stati un immenso successo storico. Hanno permesso di ridurre fortemente le differenze di patrimoni e di redditi, contribuendo nello stesso tempo a migliorare la situazione delle classi medie e popolari, a sviluppare lo Stato sociale e a stimolare una migliore performance economica e sociale d’insieme. Storicamente è stata la lotta per l’uguaglianza e l’istruzione, e non la sacralizzazione della proprietà, della stabilità e della disuguaglianza, a favorire lo sviluppo economico e il progresso umano».
Basta questa citazione per capire lo spirito e il senso del libro. Piketty parla di dati con cognizione di causa. È una trentina di anni che studia la redistribuzione del reddito e già nel suo «Capitale» aveva scandagliato la storia economica per denunciare lo scandalo delle disuguaglianze sulla base di cifre e di grafici. Disuguaglianza, afferma l’Autore, che è «una costruzione sociale, storica e politica».
Il cammino dell’umanità verso una tendenziale uguaglianza può iniziare solo dopo aver superato l’epoca dello schiavismo e del colonialismo, che lasciano una traccia profonda e negativa nella ripartizione delle ricchezze. L’istruzione e la salute sono due indicatori che ci permettono di vedere che il progresso umano esiste, ma il cammino verso l’uguaglianza è una battaglia dall’esito incerto. Vale la pena citare un paio di dati, relativi alla Francia. Alla fine dell’Ottocento l’1% più ricco della popolazione possiede proprietà e patrimoni pari al 65% del totale. Nel 1914, l’1% di superricchi possiede il 55%. Poi la disuguaglianza si attenua fino al 1980, quando il solito 1% possiede «solo» il 20% dei patrimoni e delle proprietà. Ma, attenzione, gli anni ottanta sono cruciali. Da quel momento, con le politiche liberiste promosse da Thatcher e da Reagan, i ricchi recuperano e nel 2020 raggiungono il 25%. Dal 1914 al 1980 assistiamo alla grande redistribuzione, sostiene Piketty, grazie al progresso dello Stato sociale che, oltretutto, promuove anche il processo di crescita economica.
«Tra il 1914 e il 1980 – scrive Piketty – sono state le lotte sociali e politiche a consentire il cambiamento istituzionale. Senza una forte mobilitazione sociale e collettiva a favore di nuove conquiste, non si produrrà nessun nuovo cambiamento. Se la rivoluzione reaganiana-thatcheriana ha potuto esercitare tanta influenza a partire dagli anni ottanta, non è solo perché essa ha goduto di un ampio sostegno da parte delle classi dominanti, di una forte sponsorizzazione da parte dei media e think tank e di consistenti finanziamenti politici. È anche perché la coalizione egualitaria ha mostrato debolezze, non è riuscita a far leva su un progetto alternativo e su una mobilitazione popolare abbastanza decisa a sostegno dello Stato sociale e dell’imposta progressiva».
Lo Stato sociale e l’imposta progressiva, per Piketty, possono costituire una «trasformazione sistemica del capitalismo». «Se le concepiamo nella misura più radicale possibile, ci accorgiamo che queste due riforme istituzionali costituiscono una tappa fondamentale verso una nuova forma di socialismo democratico, fondato sul decentramento e sull’autogestione, ecologico e meticcio, in grado di strutturare un mondo diverso, ben più emancipatore ed egualitario del mondo attuale». Ecco la sintesi della via pikettiana al socialismo. L’Autore critica la via comunista fondata sulla proprietà dei mezzi di produzione da parte dello Stato e sulla pianificazione centralizzata, perché fallita, e sostiene che l’imposta progressiva non è per niente una forma «molle» (usa questo aggettivo) di socialismo, ma può mettere in discussione la logica profonda del capitalismo. Il senso del capitalismo, afferma, sta nell’egemonia degli azionisti che dispongono dell’intero potere nella gestione delle aziende, grazie al voto censitario che garantisce potere economico. Per questo può essere utile rilanciare il sistema della «cogestione» introdotto fin dagli anni cinquanta in Germania, Svezia, Danimarca e Norvegia.
L’imposta progressiva risale all’inizio del secolo scorso. Negli Stati Uniti in particolare il tasso dell’imposta federale sul reddito è passato dal 7% nel 1913 al 77% nel 1918 fino a raggiungere il 94% nel 1944. Dal 1980, come già visto, la tendenza si inverte. Corollario interessante, i tassi dell’80-90% sotto Roosvelt e nel dopoguerra hanno indotto le imprese a porre fine alla prassi degli stipendi astronomici.
Come si evince da queste brevi annotazioni, l’opera dell’economista rappresenta anche un manuale di critica sociale. Critica il capitalismo e formula proposte per una transizione democratica socialista. Sono spunti che meritano di essere discussi. La creazione di un catasto finanziario pubblico, su scala nazionale e internazionale, per i detentori di titoli finanziari. Un’imposta mondiale del 2% sui patrimoni superiori ai 10 milioni da destinare ai paesi poveri. La discriminazione positiva applicabile nell’ambito della parità di genere. Un concetto che ben si attaglia, in Svizzera, alla riforma dell’AVS che penalizza le donne senza tener conto di quanto siano già discriminate sul lavoro e con le pensioni.
Thomas Piketty conclude la sua indagine sottolineando che la marcia verso l’uguaglianza è una battaglia difficile e radicale: «Solo potenti mobilitazioni collettive, con l’appoggio dei movimenti e delle organizzazioni sociali, permetteranno la definizione di obiettivi comuni e la trasformazione dei rapporti di forza».
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