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PORT-AU-PRINCE - Haiti è un po' meno nel caos, perlomeno sulla carta. Ieri, dopo quasi due settimane dall'assassinio del presidente Jovenel Moïse, il nuovo primo ministro, Ariel Henry, è ufficialmente entrato in carica, lanciando subito un appello di unità nazionale a una popolazione fiaccata da quell'instabilità che è ormai divenuta lo "status quo" tra i confini del Paese più povero del continente americano.
Tra quelle che sono le «sue priorità», il premier ha promesso alla popolazione che sarà fatto «tutto il necessario per ristabilire l'ordine e la sicurezza». Un incarico di cui lo stesso presidente Moïse - che lo aveva nominato prima che un commando armato facesse irruzione nella sua casa, il 7 luglio - «voleva che mi occupassi» in quanto si tratta di un «passaggio obbligato» per sbloccare l'altra grande impasse del Paese: organizzare delle elezioni che siano credibili e trasparenti.
La figura di Henry godeva quindi della fiducia del capo dello Stato. Ma a favorire il suo insediamento ora sono state anche forze politiche esterne all'isola Hispaniola.
E una delle voci forti in questo senso è senza dubbio quella degli Stati Uniti, che ha da sempre una certa influenza sulle questioni haitiane. Lo stesso leader del Senato e presidente ad interim, Joseph Lambert, ha affermato in un'intervista rilasciata al New York Times che la pressione della diplomazia americana ha avuto di certo il suo peso nel "rimpasto" dei poteri a Port-au-Prince. Haiti, ha detto, «è diventata una palla da baseball che viene lanciata tra diplomatici stranieri».