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BERNA - Il caso più noto di un rifugiato che ha perso il diritto d’asilo a causa di un viaggio nel suo paese d’origine è quello di Abu Ramadan, il controverso predicatore della moschea Ar'Rahman di Bienne. L’uomo ha ottenuto asilo in Svizzera nel 1998, è in possesso di un passaporto libico e dal 2013 si è recato nel paese nordafricano dodici volte. Ramadan non è mai stato interrogato dalle autorità libiche.
Un rifugiato riconosciuto - come ricorda la sentenza del Tribunale amministrativo federale nel caso di Ramadan - non può recarsi nel suo Stato d'origine, altrimenti compromette il suo status.
Nel 2017 sono ben 167 - secondo la St. Galler Tagblatt - i casi in cui la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) è intervenuta nei confronti di rifugiati posti sotto protezione rispetto al loro paese d’origine.
I più toccati sono gli iracheni - Secondo i dati della SEM le persone più toccate da questa misura nel 2017 sono irachene (33 casi), seguite dai bosniaci (25) e da vietnamiti (16). «Il viaggio di “vacanza” verso “casa” non è invece stato evidenziato per gli eritrei», ha specificato Lukas Rieder, portavoce della SEM.
Il numero di casi cresce parallelamente all’aumento dei rifugiati riconosciuti. Da settembre la SEM ha predisposto un centro per le segnalazioni di casi sospetti di viaggio non autorizzati nel paese d’origine.
Dibattito politico - Il dibattito sui viaggi “a casa” dei rifugiati viene considerato anche dalla politica. L’UDC e il PLR chiedono che le norme vengano inasprite.
Per il Consiglio federale spetta ai rifugiati dimostrare che nel paese d’origine «sono esposti a seri pregiudizi a causa della loro razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di essere esposti a tali pregiudizi».