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Sino alla fine dell’Ottocento, quando in Francia, Germania e Italia nascono le prime fabbriche di automobili, a circolare sulle strade sono prototipi di carrozze alle quali viene applicato un motore a combustione interna. Quest’ultimo aveva visto la luce in Svizzera nel 1807, con un’alimentazione a idrogeno, grazie all’inventore François Isaac de Rivaz. Nel corso del XIX secolo i successivi prototipi sperimentano diverse forme di alimentazione con miscele di gas, alcol, benzina.
Si arriva così al 1886, quando il tedesco Carl Benz brevetta il suo triciclo a motore. Pochi anni dopo Rudolf Diesel getta le basi per quello che diventerà il motore poi battezzato con il suo nome.
È però solo ai primi del Novecento che l’automobile inizia ad avere una propria fisionomia distinta dai mezzi di trasporto precedenti e a essere prodotta in serie. A dare il via al nuovo sistema industriale è il modello T della fabbrica statunitense di Henry Ford, che dal 1913 inizia a essere realizzata in milioni di esemplari grazie alla catena di montaggio.
Henry Ford
I regimi degli anni Trenta del Novecento sostengono la diffusione dell’automobile non solo tra le classi più agiate, con l’obiettivo di creare nuova occupazione nel settore manifatturiero. Le case automobilistiche puntano quindi a realizzare modelli dal prezzo abbordabile anche per il cittadino medio, allo scopo di aumentare le vendite.
Negli anni antecedenti la Seconda guerra mondiale nascono la Fiat Topolino in Italia e la Volkswagen Maggiolino in Germania (che continuerà a essere prodotta sino all’inizio del XXI secolo diventando il modello d’auto più venduto al mondo, con oltre 23 milioni di esemplari). Nello stesso periodo prende forma anche il prototipo della Citroën 2CV, che debutterà dopo il conflitto, nel 1948.