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I Los Angeles Rams superano Cincinnati (23-20) grazie alle giocate di Stafford, Kupp e Donald. Bengals battuti a un minuto e mezzo dalla fine
Matthew Stafford, Cooper Kupp e Aaron Donald. Su questa triade i Los Angeles Rams hanno costruito la vittoria nel Super Bowl numero 56, battendo in finale Cincinnati con il punteggio di 23-20. Stafford, Kupp, Donald: nel gioco di squadra per antonomasia, a fare la differenza sono state le tre stelle della compagine californiana. Le loro giocate hanno permesso di superare sul filo di lana i Bengals e di conquistare il secondo Vince Lombardi Trophy nella storia della franchigia, il primo a Los Angeles dopo quello ottenuto nel 2000 a St. Louis. Stafford, Kupp e Donald sono stati decisivi nei minuti finali, i più concitati di una partita non particolarmente spettacolare, ma molto intensa ed equilibrata. Con i Bengals in vantaggio 20-16, a 6’13” dalla fine, Stafford ha dato vita a un drive decisivo. Con 5’00” sul cronometro, Kupp ha piazzato il primo colpo di genio, con una corsa in situazione di 4º e 1 e un guadagno di 8 yarde che ha permesso di tenere vivo il drive. La connessione tra Stafford e Kupp, praticamente inarrestabile lungo tutta la stagione, si è accesa a 3’ dal termine, con un passaggio di 22 yarde che ha portato i Rams sulle 22 di Cincinnati e subito dopo sulle 14 con altre 8 yarde di ricezione. A 1’29” dalla fine, con la palla a una yarda dalla linea di meta avversaria, Stafford ha pescato ancora Kupp con un lancio sulla spalla esterna per il touchdown del sorpasso: 23-20.
E Aaron Donald? Per tutta la sera è stato una spina nel fianco di Joe Burrow e dei Bengals. La linea d’attacco è stata costretta a raddoppiarlo in modo sistematico e nelle occasioni in cui la difesa dei Rams ha mandato un uomo supplementare in pressione, nell’uno contro uno non c’è stata storia. E così, a 43” dalla fine, con Cincinnati alla ricerca almeno di un field-goal sinonimo di supplementare, in situazione di 4º e 1, Donald è riuscito a sgattaiolare dalla destra e ad avventarsi su Burrow. Non gli è stato accreditato il sack in quanto il quarterback dei Bengals si è liberato del pallone nel disperato tentativo (andato a vuoto) di trovare un compagno, ma quella è stata l’ultima vera azione del Super Bowl, quella che ha sancito il trionfo dei Rams e del 36enne head-coach Sean McVay, al suo secondo assalto al titolo dopo quello fallito nel 2018 per mano di Tom Brady e dei New England Patriots.
Alla fine l’Mvp è stato attribuito a Kupp, ma andrebbe giustamente suddiviso tra i tre principali protagonisti, lasciandone un pezzetto pure per Odell Beckham, decisivo dei primi due quarti (2 ricezioni per 52 yarde e il touchdown d’apertura), ma infortunatosi da solo al ginocchio sul finire del secondo quarto. Una sorta di maledizione per il prodotto di Lsu, il quale nel 2000, con la maglia di Cleveland, si era rotto i legamenti crociati proprio in una sfida contro Cincinnati.
Ancora una volta, come era già accaduto nel 1989, i Bengals hanno perso la finalissima nei secondi finali, dopo aver disputato una buona (non eccellente) prestazione. La linea d’attacco ha retto nel corso dei primi due quarti, ma negli ultimi due ha esposto Burrow a una lunga serie di colpi e placcaggi (7 sack totali, record del Super Bowl eguagliato). A un certo punto, a seguito dell’ennesimo sack, il giovane quarterback ha subito una distorsione al ginocchio che ha fatto temere il peggio: lo scorso anno, infatti, aveva perso metà stagione proprio per la rottura dei legamenti. Per fortuna, l’infortunio non gli ha impedito di tornare in campo per gli ultimi tre drive.
Di fatto, la spinta offensiva della compagine dell’Ohio si è spenta dopo il primo gioco del terzo quarto, quando Burrow (22 su 33 per 263 yarde e un touchdown) ha pescato Tee Higgins (per altro autore di un face-mask non punito) per un touchdown da 75 yarde, sinonimo di sorpasso nel risultato (17-13). Poi, però, i Bengals non sono riusciti a sfruttare il vantaggio di aver intercettato Stafford nel drive successivo (sulle 17 yarde dei Rams), accontentandosi di un calcio da tre punti (20-13). Da quel momento in poi, la difesa gialloblù ha assunto il comando delle operazioni, ha limitato l’attacco avversario a 11 yarde in quattro drive e ha gettato le basi affinché Stafford (26 su 40, 283 yarde, tre td e 2 intercetti) spostasse la palla per 72 yarde fino all’endzone avversaria.
«Dico la verità, l’ultimo drive non l’ho visto, non ne avevo il coraggio –, ha affermato Stafford, il quale dopo 11 stagioni nella mediocrità di Detroit ha colto al volo l’opportunità offertagli da Los Angeles con un “trade” nel quale i californiani hanno ceduto ai Lions il loro quarterback Jared Goff, due prime e una terza scelta –. Non sapevo nemmeno che fosse il quarto tentativo. Adesso mi ci vorrà del tempo per realizzare quanto è successo. Al momento sono soltanto felicissimo di essere diventato campione. E di far parte di questo gruppo. Perché noi non vinciamo con gli individualismi, ma con il gruppo. Siamo una vera squadra».
I Super Bowl si vincono costruendo a partire dai draft, recita la consolidata teoria del buon general manager della Nfl. Il trionfo dei Rams dimostra che c’è pure un’altra strada percorribile: quella di puntare sui campioni già affermati. Negli ultimi due anni la franchigia di Los Angeles ha ceduto la prima scelta nei draft 2020, 2021, 2022 e 2023, ma in cambio si è portata a casa il miglior cornerback della Lega (Jalen Ramsey, domenica messo per altro in grave difficoltà da Ja’Marr Chase e Tee Higgins) e un quarterback che rappresenta un indubbio “upgrade” rispetto alla situazione precedente. Se al coraggio di andare controcorrente si unisce pure l’abilità di pescare Aaron Donald nel primo turno del draft 2014 e Cooper Kupp al terzo giro del draft 2017, si ottiene la ricetta per una franchigia vincente. Capace di riportare il Vince Lombardi Trophy a Los Angeles (metropoli rimasta senza football Nfl dal 1995 al 2015) per la prima volta dal 1984 (Los Angeles Raiders).