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Perché nel primo capitolo di Il teatro e il suo doppio, certo il più importante testo teorico (e poetico) del teatro del Novecento, Antonin Artaud assimila l'arte drammatica alla peste, paragonando i suoi effetti a quelli di un morbo dilagante? Cosa rappresenta, agli occhi dell'attore, regista e drammaturgo lo scatenarsi del contagio e quale ragione lo spinge ad augurarsi che «nel nostro mondo (...) che si avvia senza accorgersene al suicidio» un «gruppo di uomini» sia capace di imporre un «concetto superiore del teatro» che porti in nuce la medesima forza?
Si è stati abituati a intendere (o meglio a fraintendere) le visioni di Artaud come un mero invito al sangue, alla superficialità delle urla e a facili stagioni all'inferno. Ma tutto ciò non è se non l'increspatura di un'onda che attinge la sua forza in basso, dentro profondità più solide e meno scontate. Anche Freud trent'anni prima, in viaggio con Carl Gustav Jung verso gli Stati Uniti per uno storico ciclo di conferenze, riferendosi alla diffusione della psicoanalisi usava il medesimo accostamento: «Portiamo la peste», diceva al giovane collega, «e loro ancora non lo sanno». Perché?
La risposta, sia per l'uno che per l'altro, la si può trovare nelle pagine del sopraccitato capitolo del testo artaudiano: «come la peste», leggiamo, «il teatro è (...) un formidabile appello a forze che riportano con l'esempio lo spirito alla fonte dei suoi conflitti»; e ancora: «il teatro essenziale è come la peste, non perché contagioso, ma perché come la peste è la rivelazione»; e più avanti: «l'azione del teatro, come quella della peste, è benefica, perché, spingendo gli uomini a vedersi quali sono, fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l'ipocrisia».
Artaud vede nella peste un'occasione di svelamento, azzeramento e rinascita; tre fasi che appunto ricordano un processo analitico. Con l'infuriare del virus «le forme di vita normale crollano: non esistono più né servizi pubblici, né esercito, né polizia, né amministrazione municipale». Si è nel caos. Ecco che, allora, latenze socialmente rimosse erompono con la stessa violenza con cui le vesciche enfiano i corpi: i casti sprofondano nella lussuria, i bravi ragazzi uccidono i propri padri mentre il difensore della patria dà alle fiamme la città per la quale si batté. Tutti, adesso, si mostrano quali sono e il succedersi di atti deliranti testimonia di un disordine originario, che è alla radice dell'esistenza.
Per il cosiddetto vivere civile un'epifania tanto mostruosa rappresenta quindi la resa dei conti, poiché ora i nodi vengono al pettine ed è tempo di pagare il prezzo. Questa però, al contempo, comporta anche una formidabile opportunità di riformulazione, perché «rivelando alle collettività la loro oscura potenza», scrive Artaud, la peste «le invita ad assumere di fronte al destino un atteggiamento eroico e superiore che altrimenti non avrebbero mai assunto». È dunque l'auspicio di una concreta metamorfosi il paradossale dono portato in seno a una catastrofe «dopo la quale non rimane altro che la morte o una purificazione assoluta».
Ed ecco perché il teatro, la piscoanalisi e tutta l'arte devono essere una peste: il loro compito è quello di concretizzare un'esperienza che sancisca un prima e un dopo attraverso un processo di «immensa liquidazione». O per usare un'espressione del grande prosatore rumeno Emil M. Cioran: un'opera «deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in questione» per far sì che, a libro chiuso, il lettore si risvegli con occhi nuovi.
Come accennato all'inizio, nelle ultime righe di Il teatro e la peste Artaud pone infine una domanda cruciale: «nel nostro mondo che decade» – era il 1938 – «sarà possibile trovare» qualcuno disposto ad assumersi culturalmente (in senso profondo) tale incarico? Qualcuno capace di mettere in gioco una posta tanto alta quanto necessaria? A quale visione artistica fare affidamento se, come scrive Artaud, «non è semplicemente questione di arte» ma di altro ancora? Tuttora l'interrogativo permane e la sua eco potrebbe fungere da invito a una profonda riflessione che riguardi, per dirla con un'espressione di Andrea Pazienza, qualcosa di più grande del «barattare una intera Via Crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo».