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A diciannove anni abbandonò la famiglia, teatro di violenze domestiche, e si presentò a un libraio londinese come scrittrice. Divenne la prima, coraggiosa teorica della tesi secondo cui la donna avesse pari diritti all’uomo. Eppure lei stessa, succube dell’amore, ebbe una vita breve e travagliata. Breve storia della madre di Mary Shelley.
Una piovosa mattina del 1788, alle porte di una libreria di Londra, bussò una ragazzina. Aveva diciannove anni, un manoscritto sottobraccio ed era appena scappata di casa. Offriva lavoro come traduttrice. Joseph Johnson, il libraio, l’accolse, poiché quella strana ragazza dai lineamenti fini e dalla straordinaria determinazione, gli era piaciuta a prima vista. Non solo l’assunse, ma le pubblicò il romanzo che la giovane teneva tra le mani al giorno del suo arrivo, la romanzata autobiografia Mary, Una storia. Erano gli anni in cui le prime battaglie sociali si affacciavano alle porte, su un mondo gerarchicamente murato e assai tortuoso da scalare. Mary Wollstonecraft (1759-1797) non si scoraggiò, e nel 1792, all’età di 33 anni, curò la pubblicazione de Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, della De Gouges. Al momento di andare in stampa decise di apporvi una sua personale riflessione, Rivendicazione dei diritti della donna. Si gridò allo scandalo, ma la sua fama sgorgò incondizionata.
La donna, scriveva la Wollstonecraft, nella sua insubordinazione all’uomo adottava una condizione tutt’altro che naturale, quanto piuttosto un’imposizione artificiale e diseducativa. Un’educazione impartita alle donne equiparata a quella degli uomini, continuava, avrebbe reso queste ultime non meno razionali dei primi. In pratica fece sua la polemica che sarà propria di Flaubert, oltre un secolo più tardi, dei romanzi da fanciulle che rendevano le future madri e mogli esseri fragili e in preda al desiderio romantico. Con notevole lungimiranza, Mary Wollstonecraft criticò i modelli di scrittura che insegnavano alle future donne a trovare la felicità soltanto nell’amore, con conseguente pericolo di precipitare, una volta deluse, nel vizio vero e proprio. (La realizzazione letteraria sia avrà con la Fantine, giovane sedotta e abbandonata che muore tragicamente da prostituta, de Les Misérables, per esempio).
“La scarsa castità che si riscontra tra gli uomini e il mancato rispetto del pudore che ne deriva, tendono a degradare entrambi i sessi, e la maggior parte delle follie femminili, deriva dalla tirannide maschile.” Sembra il preludio analettico di Anna Karenina, Emma, e Ressurezione di Tolstoj. Eppure, la determinata Mary, fu succube lei stessa dell’amore, che le si presentò come passione folle e spietata.
A Londra s’innamorò perdutamente (e forse platonicamente) del pittore Fussli, che però era già sposato. “attratta dalla grandezza della sua anima, dalla vivacità del suo spirito e dalla simpatia ispirata dalla sua personalità”. Spregiudicata, giunse a proporgli una convivenza a tre, con il risultato della rottura definitiva per voler della moglie del pittore. Si trasferì a Parigi, per vedere (e condannare, più tardi) dal vivo la Rivoluzione Francese, e scrivere ancora diverse opere; lì conobbe l’avventuriero nordamericano Gilbert Imlay, dal quale ebbe una figlia naturale, Fanny, con la quale fu tuttavia in pochi anni abbandonata. Tornata da Parigi tentò il suicidio gettandosi nel Tamigi, ma fu salvata. Così, nel 1796 tornò dall’ormai anziano libraio Johnson, e riprese a lavorare.
Sul far della sera, visitò la libreria un filosofo di orientamento politico radicale, William Godwin, dal volto cupo e l’aria pensosa. Lo rivide più tardi in un salotto letterario, parlarono, lui le confessò di aver letto una sua opera, Letters written in Sweden, Norway, and Denmark, e disse che era un libro che poteva far innamorare un lettore della sua autrice. Parla dei suoi dolori, in un modo che ci riempie di malinconia, e ci scioglie l’animo in tenerezza, e al tempo stesso ci rivela un genio che esige tutta la nostra ammirazione. Tra i due iniziò una relazione, modernissima per il XVIII secolo, tant’è che dopo il matrimonio, avvenuto segretamente e in seguito alla gravidanza di lei, continuarono a vivere in case separate per vivere con la precedente indipendenza. il 30 agosto 1797 Mary diede alla luce la sua secondogenita, alla quale William diede il nome di Mary. La bambina avrebbe avuto un futuro tragico ed eclatante: alla stregua della madre sarebbe fuggita in Svizzera con Percy Shelley, sposandolo in segreto a diciotto anni, e, in seguito a una sera di tempesta passata col marito e l’amico Byron a discorrere di fantasmi e sovrannaturale, avrebbe dato vita al suo capolavoro, Frankenstein.
Pochi giorni dopo la nascita della bambina, Mary Wollstonecraft morì di setticemia. Aveva 38 anni. Scrisse di lei il marito “credo fermamente che non esistesse una donna eguale a lei al mondo. Eravamo fatti per essere felici e ora non ho la minima speranza di esserlo mai più.” Per onorarne la sua memoria pubblicò le sue Memorie e la sua Rivendicazione. Il libro generò scandalo per i perbenisti dell’epoca, ma il dado per l’emancipazione femminile era stato tratto. In pochi anni le cose, per il genere femminile, avrebbero lentamente iniziato a cambiare. Molte donne sarebbero divenute scrittrici sotto pseudonimi maschili (George Sand, George Elliot, Otto Stern, Daniel Stern), affacciandosi sulla soglia dell’Europa del nuovo mondo.
Chantal Fantuzzi