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Un po' tutte le manifestazioni sportive - professionistiche, amatoriali, importanti e non - si sono dovute fermare, a causa del diffondersi del Coronavirus. Si tratta di una situazione con la quale si erano già confrontate soltanto le generazioni che hanno vissuto le guerre mondiali del secolo scorso. Si prenda, ad esempio, i Giochi olimpici dell'era moderna. Le edizioni non disputate sono quella di Berlino del 1916, annullata a causa della Grande Guerra; l'edizione del 1940 inizialmente affidata a Tokyo e poi a Helsinki, cancellata per via dello scoppio della seconda guerra mondiale; i Giochi di Londra nel 1944, non disputati sempre a causa del secondo conflitto mondiale; e infine Tokyo 2020, rimandato al 2021 quale conseguenza di una pandemia.
Qualsiasi organizzazione sportiva si trova oggi in grande difficoltà. Che fare dei vari campionati di calcio, dei playoff di hockey, delle competizioni ciclistiche, e chi più ne ha, più ne metta? Le possibilità sono due: annullare il torneo, oppure riprenderlo quando l'emergenza Coronavirus sarà finita. Nel primo caso si perderebbe la stagione formalmente ancora in corso, nel secondo caso, invece, si rischierebbe di ritardare l'inizio dell'edizione successiva. Se e come ricominciare, però, dipenderà sempre dal virus. Al momento non è nemmeno scontato che - una volta superata l'emergenza - le varie attività possano ripartire senza restrizioni. Le misure di contenimento, infatti, potrebbero anche dover rimanere in vigore fino a che non sia stato trovato un vaccino contro il COVID - 19 (vedi qui).
L'ipotesi di vedere eventi sportivi a porte chiuse - un po' come è avvenuto in molti casi, prima che il Coronavirus ci colpisse violentemente - non è quindi fantascientifica. Molti organizzatori, infatti, potrebbero pensare che lo spettacolo (o per meglio dire, il business) debba continuare. Prendiamo, ad esempio, un campionato di calcio. Se questo proseguisse giocandolo a porte chiuse, i club non potrebbero incassare i ricavi derivanti dalla vendita dei biglietti dello stadio e nemmeno gli altri indotti generati dallo stadio (tramite attività di ristorazione, negozi, ecc.), ma beneficerebbero dei diritti televisivi, per la messa in onda delle partite. Se il campionato rimanesse fermo, invece, le società rimarrebbero unicamente con i costi fissi da pagare. Puntare sullo sport a porte chiuse, quindi, ha un senso, almeno nel breve periodo.
Organizzando gli eventi sportivi a porte chiuse, però, verrebbe meno uno degli elementi fondamentali nel business dell'entertainment: l'emozione. Guardare una partita di calcio allo stadio è qualcosa in più che il semplice seguire dei giovani atleti correre dietro un pallone. Lo stadio di calcio suscita delle emozioni forti, così come quelle che possono essere date dalla pista di hockey o dal palazzetto per un partita di basket. È pur vero, però, che anche prima della pandemia, non tutti andavano allo stadio a guardare la partita di calcio. In molti, infatti, seguivano l'evento in televisione: al bar o da casa. In tutti e due i casi, però, giocando a porte chiuse calano le emozioni. Innanzitutto il bar è chiuso, come le porte dello stadio. La partita di calcio vista sul divano di casa - con uno stadio vuoto - è invece più noiosa di una partita vista sullo stesso divano, ma con uno stadio urlante.
Se giocare a porte chiuse potrebbe avere un senso sul breve periodo, a lungo termine - invece - arrischierebbe di creare disinteresse attorno allo sport. Non sia mai che, dopo la pandemia, ci rimangano soltanto i videogiochi.