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Tra un appello alla gente affinché si ribelli ai politici ladri che si vogliono aumentare la pensione a un miliardo di euro al mese e la denuncia del complotto delle multinazionali per avvelenare la popolazione mondiale con le nanoparticelle geneticamente modificate contenute nei deodoranti il cui numero di serie è un numero primo divisibile per tre, mi è capitato di avere una discussione filosofica su Facebook. Lo so, frequento gente strana.
Comunque, a partire dall’ultimo articolo, si è parlato delle domande di senso, cioè quelle domande che iniziano con “Qual è il senso di” e finiscono con “l’universo” o “la vita” o “la complessità del cervello” eccetera.
Nonostante alcuni mi credano un neopositivista, non credo che le uniche domande sensate sul senso siano quelle fatte dagli automobilisti sul senso di marcia di una strada1. Innanzitutto perché chiedersi quali domande siano sensate e quali no è, appunto, una domanda di senso.
Che cosa è il senso?
Non ho voglia di scrivere una lezione di filosofia del linguaggio, per cui restiamo al significato intuitivo di senso. Dire il senso di qualcosa significa ricondurre quel qualcosa alla rete di relazioni che danno significato a quel qualcosa, che spiegano per quale motivo c’è quel qualcosa, quali intenzioni e ragionamenti ne hanno determinato la realizzazione. Qual è il senso di una festa di compleanno? I legami sociali tra le persone. Qual è il senso di costruire una nuova strada? Rendere il traffico più fluido per permettere a persone e merci di spostarsi più agevolmente. Qual è il senso di questo post? Condividere con altre persone le mie riflessioni. Ovviamente sono possibili altre risposte: il senso delle feste di compleanno può essere ingraziarsi il festeggiato per ottenere dei favori in cambio; una strada può essere costruita per dare lavoro ad alcune imprese; questo post può essere scritto per soddisfare un onanistico desiderio filosofico dello scrivente.
La tesi che qui voglio sostenere è che le domande di senso sono, in genere, sopravvalutate.
Una tesi che si sostiene su due rasoi.
Il primo è il celebre rasoio di Occam.
Copiando da Wikipedia,2 “a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire” .
Per i fenomeni naturali – dalla rivoluzione dei corpi celesti all’evoluzione degli esseri viventi – abbiamo oggi molte spiegazioni che fanno a meno del senso, ossia delle intenzioni di un qualche agente, intenzione che complica inutilmente la comprensione del fenomeno.
È vero che – e penso ad alcune narrazioni dell’evoluzione – il riferimento a scopi e fini può semplificare l’esposizione; ma si tratta di una semplificazione apparente, perché alla fine l’introduzione di una qualche forma di intenzionalità crea lo spazio per domande alle quali è complicato rispondere.
Del tipo: l’occhio umano si è evoluto così meravigliosamente bene per permetterci di vedere. Come dici, perché senza occhiali non distingui una lucciola da un lampione?3 Perché… oh, guarda!, un asino che vola! Non l’hai visto? Sarà per via del punto cieco dell’occhio. Mi chiedi perché c’è il punto cieco? Mi spiace, il tempo a disposizione per le domande è finito.
Per comprendere i fenomeni sociali, invece, il senso è spesso necessario. Talmente necessario che quando non c’è lo inventiamo, ad esempio quando, per interpretare una legge, si fa riferimento a delle fantomatiche “intenzioni del legislatore”, legislatore che è magari composto da qualche migliaio di persone riunitesi nell’arco di alcuni decenni in una decina di consessi legislativi diversi.
Ma, anche per i fenomeni sociali, non sempre c’è un senso. Le cose, spesso, accadono semplicemente per distrazione. O per stupidita.
E qui arriva il secondo rasoio, quello di Hanlon: “Non attribuire a malafede quel che si può ragionevolmente spiegare con la stupidità”.