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Quello che i miei occhi vedono
© 2019 Giles Duley
FdR: A cosa stai lavorando Giles?
Giles Duley: Sto lavorando al mio progetto Legacy Of War, è un progetto che inizialmente doveva svilupparsi sull'arco di due anni. Se mi chiedi quanto tempo mi prenderà ancora, ti rispondo: tutto quello che prende la guerra. È diventato un progetto più grande. Tutte le fotografie che sto scattando sono collegate con questa idea di “eredità della guerra”.
FdR: Puoi riassumere questa idea?
Giles Duley: L'idea è che anche quando una guerra finisce, non è mai finita per la gente che ci ha vissuto dentro. Le conseguenze andranno avanti per sempre. Parliamo di ferite fisiche, psicologiche, o del fatto che queste persone sono diventate rifugiati.
Il mio lavoro è da subito stato collegato con la crisi dei rifugiati. Ma sto cercando di staccarmi da questa immagine. La crisi dei rifugiati è causata da ciò che sta accadendo: di questo la gente non parla.
Cosa ha causato l'essere rifugiati di queste persone? Per me, la soluzione più semplice per risolvere questo problema è portare la pace nei paesi dai quali le persone fuggono a causa della guerra. Sebbene l'accento messo sui rifugiati sia importante, sono convinto che lo sia altrettanto e anzi di più spiegare perché ci sono i rifugiati, perché queste persone fuggono dal loro paese.
FdR: Il tuo progetto ha per titolo “L'eredità della guerra”. Avresti potuto scrivere “delle guerre”.
Giles Duley: Parliamo delle guerre come eventi separati. La guerra in Siria, la guerra in Vietnam, la guerra nel Sud Sudan come se fossero cose diverse. Invece: non lo sono.
Le guerre sono tutte uguali. Ho sempre cercato di spiegare che dobbiamo guardare alle guerre come a una entità sola. Non importa dove vengono combattute.
Io sono un idealista. Pensa all'ambiente: la gente ha capito che è un problema globale e che forse esiste una soluzione globale. Perché non guardare alla guerra nello stesso modo?
FdR: Sei riuscito a capire che cos'è la guerra, perché gli esseri umani se la fanno?
Giles Duley: Ho letto molti testi, di letteratura, poesia, testi di ogni genere scritti dopo la prima Guerra mondiale. La guerra era considerata una malattia scientificamente studiabile. Le menti più brillanti furono mandate al fronte, allora. Chi ne fece ritorno, giunse alla conclusione che una cosa così non sarebbe mai più potuta accadere. C'era una convinzione diffusa che scientificamente, con la psicologia, le leggi eccetera, sarebbe stato possibile estirpare la guerra, come si estirpa un tumore.
Penso che con la prima Guerra mondiale, la guerra è diventata un fenomeno industriale. Con la seconda Guerra mondiale, invece, è diventata un fenomeno commerciale. Qualcuno capì che con la guerra si potevano fare soldi. Da allora, le cose non sono cambiate. Ho appena letto un'intervista con il generale Eisenhower, che diventò presidente degli Stai Uniti. Sai cosa disse?
FdR: No.
Giles Duley: Eisenhower disse che il più grande pericolo per una democrazia è la relazione fra l'industria e i militari. La guerra è un grande affare. Oltre a questo, c'è il fatto che gli esseri umani continueranno a combattersi, c'è qualcosa di innato, di intrinseco alla nostra natura, sfortunatamente. Vai in un campo profughi e ci trovi i bambini che giocano alla guerra.
Fammi dire ancora una cosa: le armi che stanno usando in Siria dal 2011 non sono state prodotte in quel Paese. Vengono da fuori, Basterebbe dire: “Niente più armi vendute alla Siria" per fermare quella guerra. Hai un'idea di quante pallottole sono state sparate in Siria, di quante bombe sono state sganciate? Qualcuno si è arricchito e molto con questa guerra.
FdR: Hai pubblicato un libro, I Can Only Tell You What My Eyes See. Significa, oltre al fatto che sei un testimone diretto sul terreno, che ti puoi sbagliare, che potresti esserti sbagliato?
Giles Duley: Certamente sì! La fotografia è un'interpretazione della verità. La verità delle mie fotografie è un sessantesimo di secondo di un giorno intero osservato da una certa angolazione. La chiamiamo verità.
Tuttavia, ciò che come fotografo posso onestamente dire è che questo è ciò che ho visto, che questo è ciò che ho provato. Fidatevi, sto cercando di essere il più onesto possibile. Una fotografia è sempre una versione della verità.
(Continua)