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Siamo o non siamo in recessione? La risposta tecnica a oggi è ‘no’. Me per la Bce e la Federal Reserve è molto difficile da escludere
"Oh, oh, credo che inventerò l’atterraggio forzato". Un conto è sentire una frase del genere in coda a un brano di Manu Chao. Un’altra storia invece è quando la Bce e la Federal Reserve cominciano ad ammettere che un atterraggio morbido dell’economia mondiale sarà molto difficile da conseguire.
Siamo o non siamo in recessione? La risposta tecnica a oggi è "no". Sarà per questo che alcuni analisti si ostinano a sottolineare la buona tenuta dell’economia, in particolare di quella Svizzera, nonostante il contesto segnato dalle tensioni geopolitiche – invasione russa dell’Ucraina – e dalla crisi energetica intimamente legata all’avventura militare di Putin. Questi osservatori (alcuni dei quali potrebbero essere già al beneficio di una meritata e dorata pensione, "con tutto il rispetto per chi ha problemi di reddito"), abbagliati dalle più estreme teorie monetariste, insistono sulla bontà della politica restrittiva messa in atto dalle principali banche centrali per cercare di contenere l’inflazione. C’è chi, addirittura, scorge all’orizzonte i primi segnali di un allentamento delle pressioni inflazionistiche, riconducibile, ovviamente, al "risveglio" delle autorità monetarie.
Che poi nei giorni scorsi il recente vincitore del premio Nobel Douglas Diamond abbia ricordato la lezione di Milton Friedman secondo la quale, nella lotta contro l’inflazione, "la politica monetaria delle banche centrali agisce sempre con un ritardo temporale", poco importa. Il "maestro" Friedman, ancora oggi, viene seguito pedissequamente dai suoi discepoli sparsi in tutto il mondo (Ticino compreso). Discepoli che pur di vedere corroborate le proprie teorie si ritrovano costretti a forzare la realtà a propria convenienza: diventa quindi trascurabile il fatto che per più di un decennio i mercati siano stati inondati di liquidità senza che ciò comportasse alcun effetto inflazionistico. Col senno di poi, invece, ora che dopo la pandemia e la guerra l’inflazione è ricomparsa, fanno in fretta a dire: "Ve l’avevamo detto, è tutta colpa delle banche centrali".
In verità l’era del denaro gratis fu la risposta politica alla crisi del capitalismo finanziario scoppiata nel 2008. Un’iniezione di liquidità senza precedenti che, prima di tutto, permise alle grandi banche private di ripulire i loro bilanci e sopravvivere. Il sistema divenne rapidamente dipendente dai soldi a costo zero e tutto quel "rinnovato" capitale finì per contribuire a dare il la a un nuovo periodo di forte crescita, durato fino a poco fa, in cui si verificarono risultati straordinari per le Borse. Anni in cui diventarono predominanti i giganti della tecnologia.
Suonerà paradossale, ma il collo di bottiglia a cui è arrivata l’economia mondiale potrebbe essere spiegato non solo con il Covid e la guerra, ma anche per lo spettacolare e vertiginoso sviluppo di ciò che qui chiameremo ‘capitalismo digitale’. L’inflazione per via di uno shock negativo dell’offerta è sintomo dell’esaurimento di un determinato modello di accumulazione, legato al concetto – pure lui inflazionato – di globalizzazione.
D’altronde c’è poco da stupirsi, ciò corrisponde alla natura stessa dell’economia capitalista ed è indipendente dai condizionamenti geopolitici o sanitari: ogni tappa di sviluppo contiene già i presupposti dai quali scaturirà la prossima crisi; crisi che consentirà a sua volta di gettare le basi di un nuovo ciclo di espansione.