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Novembre 2016
Impressioni su: CHE GUEVARA AVEVA UN GALLO di Nicola Fantini e Laura Pariani.
Premetto che queste sono le mie riflessioni personali, nulla che abbia a che vedere con la critica o con una valutazione del romanzo che trovo avvincente oltreché interessante.
Sono domande ed osservazioni che mi sono posto come lettore e che giro agli autori per una semplice quanto "compiacente" risposta.
1° Scrittura a quattro mani: perché?
2° Chi fa cosa?
3° Come riconoscere i pregi e i difetti (letterari) di
ciascuno?
4° Questo tipo di collaborazione non è, per caso, un
nascondersi nell'anonimato del collettivo per tema di
affrontare singolarmente un possibile giudizio negativo?
(l'insuccesso condiviso pesa la metà)
5° O non è, per caso,(chiedo scusa per l'azzardo) un deficit
di autostima, un sintomo magari inconscio d'insicurezza
e quindi il bisogno di trovare nell'altro la
compensazione e il sostegno (reciproco)?
[Un lavoro basato sulla collaborazione e l'apporto di
contributi specialistici diversi presuppone un chiaro
riconoscimento ed attribuzione di ciascuno di essi]
Stilisticamente
6° Il corsivo o parte esplicativa (o saggistica), che
dovrebbe rappresentare l'ossatura portante del
romanzo, non la trovo indispensabile in quanto tutto
traspare chiaramente nel tondo, anche al lettore più
superficiale. A chi è attribuibile?
7° Mi pare che nel linguaggio del tondo prevalga la
tendenza a stupire per l'abbondanza delle espressioni
gergali, a volte pirotecniche, pseudo dialettali in italo-
meneghino o citazioni in lingua straniera, non
accessibili ai non poliglotti, in una "misticanza" un po'
snob e che s'imponga sul pathos del contenuto
mettendolo un tantino in ombra.
8° Il titolo è un'ottima operazione di marketing che
incuriosisce ed intriga. Peccato che nel "gallo del Che"
non ho trovato la metafora che cercavo, ma solo il
riferimento alla parodia di una canzoncina infantile
ripescata dal repertorio della contestazione operaia
(pag.110) e al titolo del film dei fratelli Taviani che non
ho visto (pag.262)
9° Il discorso sugli interrogativi che il romanzo suggerisce
potrebbe allargarsi alla crisi del neorealisno, alle nuove
avanguardie letterarie, al mercantilismo, al globalismo
e altro, ma non mi sembra il caso né la sede.
Perché gl'Italiani non leggono? Ovvero il nonsenso di certa critica
Un libro, checché se ne dica, viene scritto, stampato e pubblicato per essere letto e possibilmente capito, qualunque sia l'argomento, da tutti gli alfabetizzati.
Fermo restando che vi sono libri dal contenuto altamente specialistico, scritti esclusivamente per i pochi addetti ai lavori e che, quindi, sfoggiano un linguaggio comprensibile solo alla categoria di professionisti cui sono diretti, non mi pare il caso che la regola vada applicata anche alla letteratura corrente. Non mi riferisco solo alla prosa leggera adatta a riempire i momenti di noia di certe giornate di "svago", ma anche alla letteratura impegnata: per esempio alla poesia, dove spesso e volentieri il lettore comune deve chiedere aiuto al presentatore, commentatore o critico quando la propria sensibilità e cultura non bastano a penetrare appieno il contenuto e a giustificarne la forma.
Pieno rispetto per l'assoluta libertà del poeta nella scelta sia espressiva che di contenuto e quindi d'essere ermetico fino all'incomprensibile, ma tale libertà deve essere accordata anche al critico che lo recensisce e lo presenta?
Fra i lettori potrebbe esserci anche l'uomo della strada, magari plurilaureato, ma in materie tecniche, che, digiuno di Greco, Latino e fors' anche di Storia, non sa neppure in quale secolo collocare Hitler, come si fa ad avvicinare costui alla lettura di un Pasolini se gli si spiega la sua poesia con termini come anafora, deittico, metonimia, eponimo, isonomia, icastico, incoattivo, anafora del pensiero, metaplasmo del leopardiano «clamor de' sepolti» e via discorrendo?
E poi ci si lamenta che l'Italiano medio non legge neppure un libro all'anno e, quando legge, quel che gli piace è spesso spazzatura!
Come si può avvicinarlo alla lettura se il critico per primo ama coltivare più il proprio narciso che spiegare, in maniera comprensibile a tutti, l'opera che ha tra le mani e gioca a fare l'esibizionista anziché il didatta?
Riflessioni su: IL CANTO DELLA FERRATA di Alberto Nessi.
Bello, accattivante e coinvolgente.
Fortemente nostalgico, a volte scanzonato e "goliardico" quando corre sul filo dell'ironia per poi passare improvvisamente al tragico di un verismo crudo nel:«tirami via la macchina che pesa» che tanto ricorda "Il cerusico di mare" di Gabriele D'Annunzio e t'investe e sconcerta come uno sbrego s'una tela vergine di Fontana.
Un racconto crepuscolare in prosa che rivela in tutto e per tutto l'animo del poeta, la sua sensibilità, la sua dolcezza.
Prosa? Poesia? Non saprei dire, visto che l'abito è della prosa rivestente un contenuto altamente poetico. Ma non è su questo che vorrei porre l'accento; non sull'ibridismo della letteratura contemporanea che spesso ci propone una poesia destrutturata e una prosa astrutturata.
Un libro, checché se ne dica, viene scritto, stampato e pubblicato per essere letto, possibilmente da tutti gli alfabetizzati e, volenti o nolenti, si propone comunque come manuale di vita. Esplicitamente o velatamente insegna sempre qualcosa.
Allora mi rivolgo non tanto alla sensibilità, quanto al senso di responsabilità di chi scrive, per quello che scrive e soprattutto per come lo scrive.
Prima di fare le domande cruciali invito a leggere alcuni passaggi:
pag.5-8-10-12-13-15………..
Qual è il magistero di quanto sta scritto per un giovane che non ha ancora le idee chiare su ciò che è bene e ciò che è male? Giusto e sbagliato? Lecito e illecito?
È bene giustificare l'illecito come un giustizialismo alla Robin Hood definendolo "umanità"?
È giusto sdoganare un crimine (furto o appropriazione indebita che sia) come un gesto di giustizia sociale?
Uno scherzo cattivo e un po' vigliacco (il panino al sapone) come una goliardata?
IL CANTO DELLA FERRATA è uno spaccato di vita autentico, un racconto fedele ottimamente narrato, una chicca letteraria, ma privo di un adeguato correttivo, perché indulge su comportamenti incivili e riprovevoli senza il minimo commento e induce a considerare accettabile un'etica alquanto discutibile.
Se così è, non dobbiamo lamentarci quando troviamo i muri imbrattati di sgradevoli murales, le bimbe dodicenni partorienti, le donne scippate per strada e gli anziani ridotti in fin di vita per togliere loro un cellulare, perché queste sono le estreme conseguenze del lassismo e del "tanto è solo una goccia".