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Si moltiplicano le domande di lettori e amici a proposito della crisi greca. Qual è la causa della crisi e chi ne è responsabile? I greci sono «vittime» delle istituzioni finanziarie internazionali e dell’Eurogruppo? Tsipras è un astuto populista o un difensore della dignità del suo popolo? Provo a rispondere qui analiticamente ad alcuni dei quesiti più frequenti.
1. Qual è la causa della crisi e chi ne è responsabile?
La catena della causalità ha un inizio inequivocabile: la cattiva gestione dell’economia greca. Se i greci avessero amministrato meglio il loro Paese, il problema non si porrebbe, almeno non in questa misura. Non il debito pubblico, poiché il debito pubblico si può risanare; la causa è la cattiva gestione dell’economia, che finanzia i privilegi facendo debiti e così trasforma il debito pubblico in una condizione strutturale. La cattiva gestione iniziò subito con la nascita della Repubblica, alla fine della dittatura dei colonnelli (1974), e raggiunse il culmine negli anni Ottanta. Ne sono responsabili i Governi greci. La corresponsabilità è degli elettori, che hanno sempre votato e rieletto quei Governi e partiti, perché come contropartita del loro voto ottenevano posti di lavoro soprannumerari nella pubblica amministrazione, pensioni anticipate e sovvenzioni di ogni tipo. Con il denaro pubblico la Grecia ha alimentato questi centri di costo, anziché investire in uno sviluppo rivolto al futuro. Talvolta si sentono altri tentativi di spiegare la situazione, che si riferiscono anche alla Germania, alle riparazioni di guerra, alle forniture di carri armati e altro. Non ha senso approfondire queste teorie, poiché non cambiano la situazione. Se anche la Grecia avesse avuto delle spettanze, il modo in cui Atene utilizza i propri soldi e i propri diritti dipende dal Governo e dal Parlamento greci, come mandatari del popolo che li elegge. Questa non è politica. E’ diritto costituzionale. Si sarebbe potuti intervenire prima per salvare la Grecia? Naturalmente, ma ciò non cambia la causa del problema.
2. I greci sono «vittime» delle istituzioni finanziarie internazionali e dell’Eurogruppo?
In parte sì. Il Fondo monetario internazionale (FMI) è spesso e a ragione criticato, perché approva i suoi prestiti a condizioni basate su teorie economiche estremamente liberiste. Questi metodi non funzionano sempre e ovunque. Lo stesso si può dire, più o meno analogamente, di altre istituzioni finanziarie internazionali. In Grecia alcune condizioni poste dai creditori non erano realistiche. Tsipras, su questo punto, aveva ottenuto dei risultati. Non si è giunti però a un accordo, perché la condotta dei greci, negli ultimi giorni, ha distrutto la fiducia tra i partner del negoziato. Le ultime proposte di Atene erano semplicemente non credibili. Il Fondo europeo salvastati (EMS) e l’FMI non sono dei serbatoi astratti di soldi. Sono alimentati dalle quote versate da altri Stati. Se la Grecia non restituisce i prestiti ottenuti dall’FMI, ciò mette in pericolo anche le quote versate da Paesi come il terremotato Nepal, El Salvador o il Lesotho, che sono più poveri della stessa Grecia. La Grecia vive da decenni di questo denaro, che, alla fine, è denaro di noi tutti. Atene riceve supporto ancora oggi, anche se il suo capo del Governo e il Ministro delle finanze hanno apostrofato le istituzioni finanziarie definendole criminali. Per questo motivo, la Grecia è solo in parte «vittima» delle istituzioni finanziarie internazionali. Senza FMI e EMS sarebbe già fallita da tempo. Importante: L’osservazione secondo cui «la Grecia ha fatto errori, ma anche le istituzioni finanziarie hanno sbagliato, perciò lasciamo tutto com’è» non porta da nessuna parte. Le istituzioni finanziarie possono correggere le loro condizioni, ma la Grecia deve attuare una politica economica credibile. Può avere un forte orientamento sociale, ma deve essere corretta e sostenibile. I maggiori problemi sono un sistema pensionistico e sociale non equilibrato, una inadeguata regolamentazione del mercato del lavoro e l’evasione fiscale. Che la Grecia debba cambiare qualcosa su questi punti non se lo sono inventati l’FMI o la Banca centrale europea: è un dato di fatto.
3. Ci sono economisti che propongono, per la Grecia, approcci keynesiani. Perché non si fa?
Nessuno contesta le teorie keynesiane. Riassumendo: se l’economia è in difficoltà, lo Stato investe denaro pubblico nel sistema, ad esempio finanziando la costruzione di infrastrutture. Così crea posti di lavoro, rafforza la domanda e induce una ripresa economica. A questo scopo sono necessari due presupposti: a) lo Stato deve avere denaro proprio oppure essere sufficientemente credibile per ottenerne in prestito da istituti finanziari e altri Paesi, a tassi d’interesse ragionevoli; b) lo Stato deve funzionare e saper indirizzare correttamente questi mezzi finanziari. Deve evitare che il denaro investito finisca nelle tasche di bande di corrotti e finanzi costi improduttivi, altrimenti la ripresa dell’economia non ci sarà. Entrambi questi presupposti, in Grecia, non esistono. Se l’FMI e gli investitori internazionali immettessero denaro nell’economia greca, oggi finanzierebbero in gran parte pensionati in giovane età, burocrati in soprannumero di un’amministrazione pubblica allo sfascio e solo una minima parte di attività che generano crescita. A differenza del punto precedente, questa sarebbe una decisione puramente politica dei consigli di amministrazione delle istituzioni finanziarie e dei Governi degli altri Paesi. Le alternative sarebbero queste: (a) vogliamo continuare a finanziare con il denaro dei nostri contribuenti un altro Paese, nel quale gli impiegati della pubblica amministrazione vanno in pensione a 56 anni e con i cui governanti si è dissolta persino la fiducia personale, oppure (b) preferiamo tenere questi soldi in casa nostra? Anche il capo di Governo più amico di Tsipras al mondo non riuscirebbe a far accettare ai suoi elettori l’alternativa (a). Per questo motivo, quando l’altroieri la condotta di Atene si è fatta definitivamente inaffidabile, tutti i capi di Governo della zona Euro si sono unanimemente aggregati alla linea dura di Angela Merkel.
4. Vorrei vedere delle cifre. Non si potrebbero citare dei numeri?
No. Se si vuole svolgere un’analisi tecnica sulla base dei numeri, bisogna prepararsi a una complessa analisi di un bilancio statale. Dei numeri di un bilancio pubblico si può facilmente abusare, se non li si spiega a fondo. Nello spazio di un articolo di giornale o di blog ciò di solito non è possibile. Si vorrebbero leggere dei numeri, perché un testo che cita delle cifre appare più credibile, anche se la maggioranza dei lettori non può controllarle e interpretarle adeguatamente. I numeri non sono gli unici dati obiettivi che si possono usare. Le basi legali, il comportamento e le dichiarazioni dei governanti, delle banche e delle istituzioni internazionali offrono elementi analitici altrettanto solidi. Per questo motivo, le analisi panoramiche che rinunciano esplicitamente a citare numeri sono spesso più credibili di quelle che indicano cifre il cui significato e procedimento di calcolo non può mai essere spiegato a fondo ai lettori.
5. Tsipras è un astuto populista o un difensore della dignità del suo popolo?
Alexis Tsipras è un giovane politico che nel 2015 parla la lingua degli anni Settanta, che guida un governo di sinistra attuando la politica europea delle destre populiste e ha organizzato un referendum al quale invita a votare no, ma molto probabilmente in cuor suo spera nella vittoria del sì. Ho riascoltato più volte i suoi ultimi, drammatici discorsi televisivi e vi ho cercato inutilmente dei punti d’appoggio per un’analisi sostanziale. Solo due argomenti si prestano a una critica, che purtroppo è negativa. Dice Tsipras, che i creditori chiedono riduzioni delle pensioni. L’informazione è incompleta. Nessuno si aspetta che tagli le pensioni da 300 euro. Se vuole continuare a ricevere soldi da noi, deve però, tra l’altro, eliminare i privilegi nel sistema pensionistico e sociale (v. sopra, domande 2 e 3). Non lo fa, perché tra i privilegiati conta molti dei suoi elettori. Tenta un confronto tra il suo referendum e altri avvenuti in Europa negli anni scorsi. Il metodo comparativo non gli porta fortuna. Con l’indizione del referendum, in Grecia si è aperto un pericoloso vuoto di potere. Ciò non era accaduto, nei referendum che lui prende come paragone. Ancora una volta: non è una questione politica, ma istituzionale e costituzionale; non una decisione soggettiva, ma ordinamento oggettivo dello Stato. Tsipras ha rinunciato alla sua responsabilità decisionale e ha riconsegnato lo scettro al Sovrano, cioè al popolo, ma il popolo è davanti a un quesito vuoto. Il referendum potrebbe anche essere dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 44 della Costituzione greca. La base del sì, le condizioni dei creditori, è stata più volte cambiata e oggi è formalmente ritirata. C’è da credere che ben pochi votanti abbiano la competenza tecnica necessaria per valutarne consapevolmente i contenuti. L’alternativa, il no, è molto più semplice: infatti, non esiste, se si esclude la proposta del Ministro delle finanze Varoufakis di introdurre una valuta parallela secondo il sistema dei Bitcoin. L’assunzione di Tsipras, secondo cui un no costringerebbe i creditori a offrire condizioni più favorevoli, non ha fondamento oggettivo ed è pericolosamente azzardata.
Se si osservano le condizioni createsi ad Atene e le si confronta con casi precedenti simili, ad esempio in America latina, si nota che in Grecia ci sono tutti i presupposti per un capovolgimento istituzionale. Gli strati finanziariamente più forti della società si sentono minacciati, non vedono vie d’uscita e sostengono il primo generale che promette ordine e sicurezza per i loro patrimoni. Se ad Atene nessun colonnello prova di nuovo a conquistare il potere, si deve forse anche al fatto che sinora Tsipras ha sempre rifiutato di tagliare le spese della difesa del suo Paese, sproporzionatamente alte, per non scontentare i militari. Per fortuna evito accuratamente ogni approccio storicistico e non sviluppo oltre questo punto.
Tsipras difende la dignità dei greci? Nella sua testardaggine non si vede traccia né di dignità né della simpatia degli inizi. Ha annientato con parole, fatti e ogni possibile arma di distruzione il bene più prezioso che può salvare un debitore: l’affidabilità di comportamento, come base per la costruzione della fiducia personale. Tornare indietro sarà difficile. E’ un peccato.
| >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).
Aggiornamento, 6.7.2015: Yannis Varoufakis ha rassegnato ad Atene le dimissioni dalla carica di Ministro delle finanze. Tra le righe del comunicato, che mette l’accento sui dissensi con la parte europea, si leggono i disaccordi con il Capo del governo, Alexis Tsipras, che nelle settimane scorse aveva già nominato, per le trattative con l’Europa, un negoziatore diverso, pur restando Varoufakis in carica come ministro. Quest’ultimo aveva perso ogni credibilità dinanzi alle controparti negoziali. Nelle relazioni internazionali, particolarmente nei momenti di crisi, i rapporti personali giocano un ruolo importantissimo, più di quanto normalmente si pensi. Se cambia almeno una delle persone più discusse in tutta questa vicenda, vi è forse una possibilità in più che il negoziato riprenda. Vista l’ampiezza del No uscito dalle urne, che supera le percentuali del suo partito, Tsipras potrebbe anche tentare di formare un governo di unità nazionale: l’estrema destra è già coinvolta, trovare il consenso del centro potrebbe non essergli difficile. Si presenterebbe a Bruxelles con un esecutivo depurato dal personaggio meno adatto a trattare e che rappresenterebbe tutto l’arco costituzionale. Resta essenziale che porti sul tavolo proposte credibili.