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Alcuni suggerimenti sul perché e sul come limitare le dimensioni delle perdite nei nostri investimenti finanziari.
Nel 2013 è stato pubblicato un interessante studio accademico costruito con un approccio innovativo (1). Gli autori di questo nuovo studio, avevano come obiettivo quello di verificare se l’analisi tecnica applicata negli investimenti di tutti giorni potesse fornire all’investitore un qualche tipo di vantaggio. L’innovazione della ricerca in questo nuovo saggio era data dal fatto che, invece di testare regole di trading specifiche come è stato fatto nei precedenti studi accademici, si sono valutati i risultati reali sugli ultimi nove anni, esaminando i portafogli di gestori istituzionali che usano intensivamente l’analisi tecnica, indipendentemente dalla forma in cui viene utilizzata. Non si è andato quindi a verificare la regola specifica di trading che utilizzavano i vari gestori, bensì veniva considerato solo se il gestore usava come criterio primario nelle sue decisioni di investimento l’utilizzo dell’analisi tecnica.
Attraverso un database che raccoglie quasi 15.000 portafogli istituzionali di circa 2000 case di investimento è stata fatta una prima selezione dei portafogli che contenessero le informazioni necessarie per condurre lo studio, arrivando ad un numero di circa 10.000 portafogli. Al loro interno è stato poi ricercato il gruppo di gestori che usa l’analisi tecnica per prendere le loro decisioni prioritarie sull’investimento. Successivamente si sono messe a confronto le performances di chi usa l’analisi tecnica, cioè circa il 30% del campione, e di chi usa invece altri metodi per prendere le decisioni di investimento sul portafoglio. Ne risulta un grafico che misura l’extrarendimento rispetto al mercato fra le due categorie di gestori e che riproduciamo di seguito (grafico 1).
Notiamo che chi usa l’analisi tecnica, rappresentato dalla la curva blu continua, ha per la maggior parte del tempo un maggior extrarendimento rispetto a chi non la usa, ma notiamo che in certi periodi non è proprio cosi: guardiamo per esempio negli ultimi anni, verso la fine del grafico.
Un maggiore chiarezza ci arriva da un dettaglio dell’analisi, dove sono state misurate le performances mensili dividendo il periodo dei nove anni analizzati in funzione del tipo di mercato. Sono stati identificati quattro tipi di mercato. Il mercato reversal, caratterizzato dall’alternanza della performance mensile fra un mese negativo ed un positivo (o viceversa); il mercato continuo, dove le performances mensili hanno avuto sempre lo stesso segno del mese precedente; il mercato negativo e quello positivo, dove rispettivamente si sono avuti nel mese ritorni negativi o positivi. Notiamo che i gestori che usano l’analisi tecnica, hanno avuto il maggior extrarendimento con i mercati negativi (fig. 2). Questo dimostra scientificamente la vecchia regola di tagliare le perdite e lasciar correre i profitti.
Charles Kirkpatrick, vincitore del Dow Award per ben due volte, trader e docente di analisi tecnica presso l’Università di Brandeis, insegna ai suoi studenti l’importanza della exit strategy con un gioco che porta avanti per tutto il periodo del suo corso (2). Ogni studente sceglie un’azione a caso, entra in acquisto lungo o corto in base al lancio di una moneta, esce quando il prezzo scende al di sotto del 5% del prezzo di entrata o ritraccia il 5% dal suo massimo rispetto al prezzo di entrata: la strategia di uscita è più importante di quella di entrata, la maggioranza degli studenti chiude l’operazione in guadagno.
Anche il Dr. Van Tharp, psicologo che ha studiato e modellato i super trader, e Tom Basso, noto trader americano, hanno testato l’importanza della exit strategy costruendo un trading system fatto girare su dieci diversi mercati con le seguenti regole (3): entrata casuale e trailing stop pari a tre volte la volatilità, combinato con semplice sistema di money management che prevede il rischio massimo per posizione dell’uno per cento del capitale: il guadagno si è verificato nel 100% dei casi. Anche qui è stato quindi dimostrato che non è tanto importante il punto di ingresso in un trade, bensì la gestione del punto di uscita e quindi la gestione dello stop-loss.
Tutte queste informazioni ci dimostrano che è ragionevole chiudere una posizione in perdita quando questa comincia ad assumere una certa importanza, ma qual è la percentuale massima di perdita che non si dovrebbe mai superare?
Prima di ragionare su questa domanda, è meglio accennare alla cosiddetta “legge della rovina statistica”, cioè quel fenomeno che matematicamente ci dimostra che la percentuale per ritornare al nostro capitale investito iniziale diventa più che proporzionale all’ingrandirsi della perdita. Guardiamo la tabella sottostante (fig. 3):
Dalla tabella si capisce che, se perdo il 10%, per ritornare alla pari su quanto ho investito dovrò guadagnare una percentuale del 11%, se perdo il 20% i guadagni dovranno essere del 25%, e nel malaugurato caso di una perdita del 50%, dovrò guadagnare almeno il 100% per tornare alla pari.
Ecco quindi l’importanza di non lasciar correre troppo le perdite. Alcuni studiosi però ci avvertono anche dell’effetto contrario: se ho un investimento molto volatile e chiudo la perdita troppo in fretta, nel caso l’investimento risalga velocemente subito dopo la mia uscita, consolido la perdita irrimediabilmente. Quindi, nel caso di un trend rialzista, devo uscire quanto questo trend si inverte, non quando corregge (in un precedente articolo avevamo citato questo fenomeno denominato “ritracciamento”). Guardiamo il seguente grafico per capire meglio quanto detto:
In questo caso A e B sono delle correzioni da ritracciamento, mentre C è una inversione. Già nel precedente articolo dal titolo “Onde e orizzonti temporali”, abbiamo spiegato come si può identificare a livello grafico un’inversione di trend. A questo possiamo aggiungere, a livello approssimativo, che le correzioni degli indici di mercato azionario si possono aggirare attorno ad un 20% e sopra tale percentuale, in genere comincia a crearsi il probabile fenomeno dell’inversione. E’ questa quindi la percentuale, seppure misurata in modo grossolano, che dobbiamo avere in mente come massima perdita accettabile per i nostri investimenti più volatili. A questo si dovrà poi aggiungere un’altra regola fondamentale di cui parleremo prossimamente: il dimensionamento delle singole posizioni di investimento nel nostro portafoglio.
Note a piè di pagina
(1) Smith, Faugère & Wang – 2013 - Head and Shoulders above the Rest? The Performance of Institutional Portfolio Managers who Use Technical Analysis;
(2) C. Kirckpatrick – Investment and trading strategies – 2014 FT press – pag. 7;
(3) Van K. Tharp – Diventare finanziariamente indipendenti – 2007 Trading Library - pag. 225.
Mario Valentino Guffanti, CFTe (Certified Financial Technician) è un consulente finanziario e ricercatore.
E’ Vice President della Samt (Swiss Association of Market Technicians) per la Svizzera italiana e si occupa anche di formazione e coaching finanziario. E’ docente di Analisi Tecnica, e relatore in diverse conferenze sulla materia.
La sua mail è: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.BLOG COMMENTS POWERED BY DISQUS