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La replica è breve e diretta, tutta d’un fiato. "Non ci sarà alcun genere di cambiamento. Non vedo sorprese positive in arrivo", dice Ai Weiwei, il poliedrico artista cinese di fama mondiale conosciuto anche per le sue battaglia a difesa dei diritti umani e la sua aperta e ferma opposizione al Partito comunista, che a suo avviso si sente "più forte e più sicuro che mai". Ai lancia l’allarme di fronte a scenari che, a suo dire, non sono destinati a migliorare con l’imminente XX Congresso nazionale del Pcc che aprirà i battenti a Pechino il 16 ottobre. "La tecnologia odierna rende ogni individuo molto vulnerabile e incapace di parlare, pensare o agire in modi diversi da quelli imposti dal partito. Si sentono più forti e più sicuri che mai", ha spiegato l’artista parlando dal Portogallo, dove vive adesso dopo gli anni trascorsi in Germania, in un incontro virtuale con la stampa estera in Cina.
E non ha dubbi sugli obiettivi del Pcc: "La priorità è mantenere il controllo e garantire che tutta la sua gente sia degna di fiducia". Al Congresso "non c’è alcuna possibilità che qualcun altro oltre a Xi", che si avvia verso un inedito terzo mandato, "possa essere indicato come il massimo leader del Paese per i prossimi anni. Non credo che ci saranno sorprese", ha osservato. "Xi ha vissuto pienamente la Rivoluzione culturale (1966-76, ndr), che lo ha reso molto influenzato da Mao Zedong e dalle teorie marxiste. Crede in quello che fa, ha forti convinzioni e pure questo ha reso inevitabile il confronto con l’Occidente. Crede profondamente che sia il momento della Cina", ha spiegato ancora Ai Weiwei, rimarcando che la sua formazione è stata opposta a quella del presidente: pur avendo "quasi la stessa età (Ai ha 65 anni, Xi 69, ndr), la mia generazione è stata quella che ha avuto l’occasione di andare a New York", aprendosi al mondo.
"La Cina ha avuto un momento di relativa libertà dopo gli anni delle riforme. Poi l’importante era fare soldi e nessuno si è preoccupato di crescere come Paese. Ora le nuove generazioni del Pcc credono che non ci si possa fidare di nessuno e questo ha causato, ad esempio, che molti artisti siano stati costretti a lasciare il Paese. Sono dovuti scappare ed è davvero un grande peccato per la Cina", ha affermato con amarezza. "Alla fine, sono solo un uomo tra tanti. Non sono così importante. Faccio i miei spettacoli, le mie interviste, i miei documentari ed è tutto ciò che voglio e posso fare", ha continuato Ai, che l’anno scorso ha pubblicato il libro ‘1000 anni di gioie e dolori’ in cui illustra il potere dell’arte di generare cambiamento e l’urgenza di tutelare la libertà di espressione. Tutti temi quantomai "complicati" nell’attuale Cina.
Considerato un esponente delle avanguardie del XXI secolo quanto lo furono Marcel Duchamp e Andy Warhol nel XX, l’artista è presente da anni in musei e gallerie di tutto il mondo, dove non trascura mai la lotta per i diritti umani e l’attivismo politico, che lo ha persino portato a essere imprigionato in un carcere cinese per presunta evasione fiscale. Ma ha confessato di sentirsi "come se non esistesse" in Cina, dove è bandito anche il suo nome. Il padre, Ai Qing, fu denunciato nel 1958 durante il Movimento anti-destra cinese. La sua famiglia fu esiliata, mandata in un campo di lavoro e infine trasferita a Pechino. "Mio padre conosceva il papà di Xi Jinping (Xi Zhongxun, caduto in disgrazia durante la Rivoluzione culturale e poi riabilitato nell’era riformista di Deng Xiaoping, ndr), era un grande poeta ma fu mandato in un campo per vent’anni. Ho imparato molto dalla sua esperienza, sia per la mia vita sia per la mia arte. Lasciare la Cina mi ha reso libero di guardare altre cose e studiare altri Paesi. Penso di avere una prospettiva molto più ampia su tutto e la cosa più importante è che siamo ancora vivi".