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Ancora più impressionante la situazione a Detroit:
La segregazione razziale sembra in realtà essere in calo e, come conclude una ricerca citata sempre da Wired, “all-white neighborhoods are effectively extinct”, non esistono più quartieri di soli bianchi.
Wired non cita i lavori dell’economista Thomas Schelling, ed è un peccato.
Negli anni Sessanta, Schelling ha mostrato come non è necessario essere dei fottuti razzisti per arrivare alla segregazione: basta molto meno, ossia non voler essere l’unico bianco/afroamericano/asiatico/latino del vicinato.2
Uno potrebbe dire che si tratta comunque di razzismo, per quanto moderato, e avrebbe ragione. Il fatto è che qui non c’è necessariamente di mezzo la supposto supremazia di una razza su un’altra, ma il semplice disagio nell’essere, ad esempio, l’unico tizio del quartiere che festeggia il capodanno (cinese) in
primavera .
La segregazione studiata da Schelling può del resto accadere anche per questioni che nulla hanno a che fare con la razza, come l’orientamento politico, le preferenze musicali eccetera. In un paese di filosofi, analitici e continentali sarebbero probabilmente rigidamente isolati.
Insomma, la segregazione si evita non con la tolleranza, ma con l’indifferenza: non basta tollerare le differenze, occorre proprio non notarle.
- Le razze umane non esistono, lo so. Però se molti si comportano come se esistessero, per descrivere il loro comportamento occorre parlare di razze e di persone bianche, afroamericane, asiatiche eccetera. [↩]
- Questa è ovviamente una mia interpretazione del lavoro di Schelling. Una bella introduzione al suo lavoro lo si trova su American Scientist. [↩]