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I dirigenti di Celsius avrebbero ritirato circa 42 milioni di dollari in criptovalute prima di bloccare i prelievi dei clienti.
Lo riferisce Bloomberg Law citando i documenti depositati presso il tribunale fallimentare del distretto meridionale di New York.
Summary
I prelievi effettuati dai dirigenti di Celsius
I prelievi dei dirigenti sono avvenuti tra maggio e giugno, ad opera dell’allora CEO Alex Mashinsky, del co-fondatore Daniel Leon e del Chief Technology Officer Nuke Goldstein. I prelievi sarebbero stati fatti in Bitcoin, Ether, USDC e nel token CEL di Celsius.
Celsius sospese a tempo indeterminato i prelievi dei clienti il 13 giugno, affermando che c’erano condizioni di mercato estreme che l’avevano reso poco liquido. A luglio, una volta ammesso che in realtà non avevano più fondi per soddisfare tutte le richieste dei loro clienti, hanno dichiarato bancarotta.
I precedenti prelievi dei dirigenti probabilmente erano legittimi, ma evidentemente suggeriscono che sapevano già dei problemi da diverse settimane, se non addirittura da un mese. Nonostante ciò hanno deciso di nasconderli agli utenti, limitandosi a sospendere i loro prelievi nel momento in cui si accorsero che non erano più in grado di soddisfarli.
La cosa davvero curiosa è che invece altri dirigenti, tra cui il Chief Compliance Officer dell’azienda, Oren Blonstein, il Chief Risk Officer Rodney Sunada-Wong, ed il nuovo CEO Chris Ferraro, non effettuarono alcun prelievo significativo durante il lasso di tempo che va dall’implosione dell’ecosistema Terra alla sospensione dei prelievi su Celsius.
Quindi è possibile immaginare che fossero ben pochi i dirigenti della società a conoscenza della gravità della situazione.
Ricostruendo le varie movimentazioni secondo quanto riportato nella documentazione presentata al tribunale, a maggio Mashinsky avrebbe ritirato circa 10 milioni di dollari, mentre Leon 7 milioni in criptovalute ed altri 4 in token CEL.
Invece, Goldstein ha ritirato circa 13 milioni di dollari in criptovalute e 7,8 milioni in token CEL, ma li ha depositati su altri conti gestiti da Celsius. Quindi solo 550.000$ sarebbero usciti effettivamente dai conti della società per finire nei suoi. Anche la società Bits of Sunshine, di proprietà di Goldstein, ritirò 5,7 milioni di dollari in token CEL, ma solo per depositarli su altri conti Celsius.
Mashinsky e Leon nelle ultime due settimane si sono dimessi, mentre Goldstein risulta ancora essere in carica.
Un portavoce di Mashinsky ha poi dichiarato che questi prelievi erano già stati pianificati in precedenza, ed avevano come scopo quello di consentire il pagamento delle imposte sul reddito derivanti dal rendimento degli asset. Ha anche dichiarato che la sua famiglia al momento della sospensione dei prelievi aveva ancora 44 milioni di dollari sulla piattaforma.
I dati dei clienti della piattaforma
Inoltre, alcuni dei documenti processuali sono stati resi disponibili pubblicamente, rivelando i dati di migliaia di clienti della piattaforma.
Si tratta di un documento di addirittura 14.500 pagine con nomi, importi, criptovalute possedute e tempistiche delle transazioni.
La gestione del problema di liquidità di Celsius non è stata per nulla trasparente, ed i dirigenti potrebbero avere forti responsabilità per la perdita dei fondi dei clienti. Per questo motivo sono in pochi ormai coloro che credono alle loro dichiarazioni, dato che la loro reputazione ormai è decisamente compromessa.
Basti pensare che dopo il 13 giugno per un mese continuarono ad affermare che stavano lavorando per poter poter riaprire i prelievi, ed invece a luglio furono costretti a dichiarare bancarotta perché i fondi semplicemente non c’erano più.
Inoltre, in quel periodo negarono più volte la perdita dei fondi, di fatto mentendo. Anzi, hanno continuato a parlare di un possibile piano di ristrutturazione, mentre in realtà stavano andando dritto verso il fallimento. Infatti il tribunale ha poi semplicemente deciso di procedere come per qualsiasi altro comune fallimento con la messa all’asta di tutti gli asset per cercare di rimborsare i creditori.
La vicenda pertanto è ancora un po’ oscura, e non denota certo una particolare onestà e trasparenza nel modo in cui i dirigenti dell’azienda l’hanno raccontata agli ex clienti, ora creditori, mentre la società stava letteralmente affondando.
In questo scenario i prelievi da milioni di dollari a maggio suonano particolarmente sospetti, anche perché se sapevano già a cosa stavano andando incontro avrebbero potuto anche decidere di sospenderli anche se erano stati pre-programmati. Oltretutto negli USA la legge fallimentare prevede anche la possibilità di imporre la restituzione dei fondi prelevati dalle aziende fallite nei 90 giorni precedenti alla dichiarazione di bancarotta.