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Nel suo primo discorso internazionale in apertura della 37ma sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra, il ministro svizzero degli affari esteri Ignazio Cassis ha insistito sull’interesse della Confederazione di difendere i diritti umani, senza però menzionare i suoi valori. Un approccio pragmatico, quasi freddo, molto diverso da quello dei suoi predecessori. Analisi.
Appena terminato il discorsoLink esterno dell’Alto commissario ONU per i diritti umani Zeid Ra'ad Al Hussein - in quello che è stato un intervento dal forte carico emotivo a causa delle molteplici crisi e atrocità che insanguinano il pianeta - Ignazio Cassis si è lanciato in una difesa molto terra terra dei diritti umani, nel suo primo discorso davanti a una sala riempita di diplomatici e di alti rappresentanti del mondo intero.
Evocando l’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948, il ministro elvetico ha dapprima rammentato la sua missione: difendere gli interessi del suo paese e degli «svizzeri che aspirano alla pace e alla prosperità».
«Da soli, [noi svizzeri, ndr] non possiamo garantire la pace. E per costruire la prosperità abbiamo bisogno di sistemi di scambi stabili e di sbocchi per le nostre esportazioni (…). La chiave è lo Stato di diritto, ovvero un sistema basato sulla legge, e non sulla legge del più forte. Le guerre non sono necessarie [i conflitti costano caro, dirà in seguito Cassis]. La stabilità e la sicurezza giuridica favoriscono gli affari e contribuiscono alla prosperità. Formulando dei diritti riconosciuti universalmente, la Dichiarazione contribuisce al rafforzamento di questo Stato di diritto. Alcuni di questi diritti creano inoltre direttamente le precondizioni della prosperità. In particolare, la libertà di espressione, la libertà di riunione e di associazione, così come la libertà economica e la garanzia della proprietà privata, costituiscono la base di ogni società innovatrice e prosperosa».
Pace e prosperità per gli svizzeri
Dopo aver brevemente evocato il resto del mondo parlando dell’impegno della Svizzera «nel sostenere le popolazioni in difficoltà, nel lottare contro la povertà e nel promuovere il rispetto dei diritti umani, la democrazia e la coesistenza pacifica dei popoli», Cassis ha ripetuto una volta di più che «la ragione più semplice per la quale la Svizzera è in favore della Dichiarazione universale dei diritti umani è che questa è nel suo interesse. Per preservare gli interessi degli svizzeri affinché possano vivere nella pace e la prosperità, è necessario un ordine internazionale solido e funzionale e per questo abbiamo bisogno della Dichiarazione del 1948».
Si tratta di parole, certo, ma in diplomazia le parole hanno il loro peso. Ignazio Cassis ha dato l’impressione di rivolgersi innanzitutto ai suoi concittadini. Un popolo svizzero che dovrà pronunciarsi su un’iniziativaLink esterno dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) che chiede di sancire nella Costituzione la prevalenza del diritto nazionale sui trattati e le convenzioni internazionali adottati dalla Svizzera. Il discorso di Cassis dà così un’idea della linea di difesa che il governo elvetico potrebbe adottare per combattere l’iniziativa.
Ma Ginevra era il luogo adatto per tenere questo discorsoLink esterno pro domo sua? Curiosamente, l’intervento di Cassis fa persino pensare a quello di Donald Trump a Davos, lo scorso gennaio, quando il presidente americano ha insistito sull’«America first, ma non da sola». Di sicuro, le parole di Cassis confermano la sferzata a destra del nuovo ministro svizzero degli affari esteri, rispetto alla linea dei suoi predecessori. Ma la poca empatia verso il resto del mondo espressa nel discorso di Ignazio Cassis rappresenta il miglior modo per incrementare il «goodwill», ovvero la benevolenza che la diplomazia elvetica tenta di ottenere dalla comunità internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale e la promulgazione della Dichiarazione universale dei diritti umani?
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