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ZURIGO - Lo scioglimento del Permafrost preoccupa i gestori delle ferrovie di montagna. L'ultimo esempio è la la chiusura della funivia Fiescheralp-Eggishorn in Vallese, avvenuta pochi giorni fa a causa del cedimento del terreno. Oltre alla questione ambientale, lo scioglimento del suolo ghiacciato pesa anche dal lato finanziario, dal momento che i costi generati dai controlli di sicurezza ricadono sulle funivie di montagna.
Se fonde il permafrost - il suolo che rimane perennemente gelato - manca infatti l'elemento di coesione e di stabilità della roccia. L'argomento non è nuovo. Dieci anni fa, l'Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos (GR) ha pubblicato una linea guida per le costruzioni - ad esempio funivie, pali, opere di difesa da valanghe - e gli edifici in montagna che sorgono nel permafrost.
La novità è che per la prima volta una funivia di montagna è stata chiusa a titolo preventivo per far fronte allo scioglimento del permafrost. Un'analisi della situazione realizzata dal servizio tecnico dell'azienda che gestisce l'impianto, coadiuvato da esperti esterni, ha individuato il problema alla stazione a monte della funivia, sull'Eggishorn.
A un'altezza di circa 3000 metri, la stazione nei pressi del ghiacciaio dell'Aletsch non è però l'unica costruzione in altitudine che sorge nel permafrost. In Svizzera ce ne sono diverse, sostiene Robert Kenner, esperto di neve e permafrost dell'Istituto di Davos. «Ciò non vuol dire automaticamente che tutte le strutture sono a rischio», aggiunge il collaboratore scientifico interrvistato dall'agenzia Keystone-ATS.
Costi importanti per i gestori - L'SLF non tiene un elenco delle ferrovie e delle regioni particolarmente a rischio, ma l'istituto ha tuttavia un mandato di consulenza con alcune ferrovie di montagna. Queste ultime, dal 2008, sono responsabili loro stesse dei rapporti di sicurezza, mentre in passato era l'Ufficio federale dei trasporti (UFT) a effettuare controlli sugli impianti a fune.
Ciò genera costi importanti per le singole società che gestiscono funivie di montagna. Tuttavia, l'UFT ritiene che gli operatori del settore prendono molto seriamente la questione del permafrost ed è anche nel loro interesse fornire ed eseguire controlli di sicurezza in modo coscienzioso. Questi ulteriori fattori di costo - aggiunge l'UFT a Keystone-ATS - sono comunque sostenibili finanziariamente per i gestori degli impianti.
Secondo i dati dell'associazione Funivie Svizzere, il settore nel 2017 ha generato un fatturato pari a circa 1,36 miliardi di franchi. La maggior parte delle entrate sono state registrate in Vallese (315 milioni di franchi), seguito dai Grigioni (243 milioni).
Il numero di passeggeri sulle funivie elvetiche tuttavia non sta progredendo come quello che si sposta su rotaia. Secondo l'Ufficio federale di statistica (UST) il traffico passeggeri sulle ferrovie in Svizzera è più che raddoppiato tra il 2000 e il 2017, raggiungendo i 613 milioni di viaggi registrati. I dati per gli impianti di risalita a fune è invece aumentato del 6,3% a poco meno di 203'000 viaggi.
Permafrost sotto osservazione - Lo scioglimento del permafrost rimane un tema molto seguito dai ricercatori elvetici. I ricercatori del Politecnico di Zurigo stanno studiando l'influenza dei cambiamenti climatici sulla stabilità delle pareti rocciose. A 3500 metri di altitudine, in 29 località - ad esempio sulla cresta dell'Hörnli, sul lato nord-orientale del Cervino - sono state installate apparecchiature che da oltre dieci anni scattano foto, misurano fessure e vibrazioni e registrano segnali acustici praticamente 24 ore al giorno. La ricerca fornirà modelli per effettuare previsioni di possibili crolli.
L'Istituto per lo studio della neve e delle valanghe di Davos, attraverso la Rete svizzera di monitoraggio del permafrost (PERMOS), misura invece le temperature di questo tipo di terreno in 16 località delle Alpi effettuando trivellazioni profonde da 20 a 100 metri.
Secondo le stime dell'Ufficio federale dell'ambiente, la percentuale di superfici instabili è compresa tra il sei e l'otto percento del totale. Sull'Aletsch, il più grande ghiacciaio delle Alpi, nell'ottobre 2016 una parte di roccia è franata ed ha interrato alcuni sentieri escursionistici. Anche sulla cima del Cervino, costituita da un cumulo di rocce unito dal permafrost, la situazione del riscaldamento è seguita con grande attenzione. Se la temperatura sulla vetta della montagna, a 4478 metri, sale al di sopra degli zero gradi centigradi vi è infatti il rischio che il terreno ceda.