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Nel quadro del programma dell'ONU «Global Compact», la Svizzera ha finanziato uno studio sul ruolo dell'economia privata nelle situazioni di conflitto.
Secondo Peter Maurer, ambasciatore svizzero all'ONU, i rappresentanti dell'economia privata devono essere coinvolti nella discussione sull'uso delle materie prime.
Lo studio co-finanziato dalla Svizzera, dal titolo «Enabling Economies of Peace» (Realizzare economie di pace) è stato presentato giovedì nella sede delle Nazioni Unite a New York.
Materie prime come causa di conflitto
Lo studio muove dalla constatazione che il petrolio, le miniere, il gas e il commercio di materie prime sono spesso la causa principale dei conflitti o perlomeno li influenzano in maniera determinante.
Il suo scopo è dunque quello di definire regole che incoraggino uno sviluppo economico pacifico e di proporre ai governi e alle organizzazioni internazionali una serie di strumenti concreti per assistere gli sforzi privati per promuovere pratiche economiche che non alimentino i conflitti.
«Le raccomandazioni formulate nello studio si focalizzano su iniziative esistenti e su meccanismi di sviluppo, attraverso i quali le istituzioni per la promozione della pace possono incorporare nella loro azione l'attenzione per il ruolo dell'economia privata nella risoluzione dei conflitti», ha osservato Georg Kell, direttore esecutivo del programma Global Compact
I rappresentanti dell'economia privata devono essere associati alle discussioni sull'uso delle materie prime nelle regioni interessate da conflitti, ha spiegato Peter Maurer, ambasciatore svizzero presso le Nazioni Unite, durante la presentazione dello studio.
Maurer ha anche ricordato che nel quadro delle previste riforme dell'ONU si prevede la creazione di una Commissione per la promozione della pace. Questa dovrebbe pensare anche a collaborare con l'economia privata.
«In anni recenti un numero crescente di compagnie hanno realizzato che è nel loro interesse adottare un approccio sensibile ai conflitti per minimizzare i rischi sul mercato globale», ha aggiunto George Kell.
Un patto globale che non piace a tutti
Lo studio è stato realizzato nell'ambito del programma «Global Compact», un «patto mondiale» lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan nel 1999, in occasione del Forum economico mondiale di Davos.
Il programma mira a spingere le imprese private nel mondo intero ad adottare volontariamente un codice di comportamento basato su dieci principi nell'ambito dei diritti dell'uomo, delle norme sulle condizioni di lavoro, della protezione dell'ambiente e della lotta alla corruzione.
Circa 2000 aziende hanno già firmato il patto. Le aziende svizzere che aderiscono sono 16, tra cui ABB, Adecco, Credit Suisse, Holcim, Novartis, Nestlé e UBS.
Sostenuto dalla Direzione per lo sviluppo e la cooperazione (DSC). «Global Compact» è stato però spesso criticato dalle Organizzazioni non governative svizzere.
«Siamo piuttosto critici verso Global Compact, perché non è vincolante per le aziende», dice Peter Niggli, direttore della Comunità di lavoro delle organizzazioni di aiuto allo sviluppo svizzere (swisscoalition). «Alcune aziende ne approfittano per migliorare la loro immagine, senza compiere molti sforzi».
«Tuttavia il fatto che nel quadro di Global Compact si discuta del ruolo che l'economia può avere nel favorire la pace e la risoluzione dei conflitti è in sé positivo», aggiunge Niggli.
swissinfo e agenzie
Fatti e cifre
Il patto mondiale Global Compact è stato lanciato al Forum economico di Davos nel 1999 dal segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.
Circa 2000 aziende nel mondo l'hanno già firmato.
16 di esse sono svizzere.
In breve
Global Compact mira a favorire una gestione etica delle imprese private. Per questo propone alle aziende di adottare volontariamente un codice di 10 regole. Le regole si basano sui diritti umani, sulla convenzione dell'Organizzazione mondiale per il lavoro e sui principi di Rio sullo sviluppo sostenibile.
Le organizzazioni non governative hanno spesso criticato questo patto perché non contiene norme vincolanti. Le ONG temo che alcune aziende se ne servano solo per darsi un'immagine eticamente accettabile.