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AMBRÌ - Nella stagione 1999/2000 - con Larry Huras in panchina e con i fratelli Lebeau, nonché Leif Rohlin in qualità di stranieri - l'Ambrì si piazzò quarto in regular season e uscì in semifinale dei playoff, ma ebbe il merito di vincere due trofei in campo europeo. I biancoblù riconfermarono infatti il successo dell'anno precedente in Continental Cup, ma soprattutto ebbero la meglio contro i forti russi del Magnitogorsk, conquistando la Supercoppa Europea (2-0).
Il roster poteva vantare elementi di assoluto valore - sia nel reparto offensivo che in quello arretrato - e fra questi c'era anche il pilastro della difesa Tiziano Gianini. «Era l'anno dopo la famosa finale persa contro il Lugano e bisognava riconfermare quanto di buono avevamo mostrato nel campionato precedente», ha esordito proprio Gianini. «Nonostante avessimo perso qualche giocatore, ricordo che tutto sommato si è trattata di una buona stagione. Avevamo iniziato alla grande dato che, avendo vinto la Continental Cup l'anno prima (paragonabile alla Coppa Uefa del calcio, ndr), ci siamo tolti il lusso di battere nel mese di agosto il Metallurg Magnitogorsk (vincitore della Champions League, ndr) e di conquistare di conseguenza la Supercoppa Europea. Eravamo ovviamente carichi e - dopo aver disputato una buona regular season ed esserci riconfermati in Continental Cup - nei quarti di finale dei playoff abbiamo regolato il Berna, ma purtroppo contro il Lugano al penultimo atto non c'è stato niente da fare».
Nel 2000 Larry Huras lasciò la Leventina dopo quattro stagioni, due semifinali e una finale di playoff raggiunte, nonché tre trofei europei collocati in bacheca. Che tipo era? «La capacità di Huras era quella di riuscire a ottenere più del 100% da ogni singolo giocatore e di fare emergere le qualità di ognuno analizzandole minuziosamente. Oltre a questo era stato in grado di creare in quei quattro anni un ambiente incredibile e, ovviamente, ci faceva lavorare duramente. La squadra era anche forte a livello di individualità ed eravamo un gruppo molto affiatato sia dentro che fuori dallo spogliatoio. In quel periodo abbiamo dato tutto e ci è proprio mancata la ciliegina sulla torta, anche se non dobbiamo dimenticare che sia il Lugano (nel 1999 e nel 2000, ndr) che lo Zugo (nel 1998, ndr) potevano vantare dei giocatori incredibili nei loro roster».
Huras non ha mai digerito il fatto di non essere riuscito a salire con l'Ambrì sul tetto svizzero. In Leventina si è proprio costruito, anche perché poi ha vinto tre titoli: con Zurigo, Lugano e Berna... «Personalmente penso che quell'Ambrì era proprio la sua squadra: costruita e plasmata da lui. Alla fine ci siamo praticamente sempre classificati nei primi quattro posti della stagione regolare e lui credeva veramente nel successo finale. Con le altre formazioni invece, forse è anche riuscito ad arrivare fino in fondo perché si è trovato ad allenare tantissimi campioni con qualità tecniche impressionanti».
E in quell'anno gli stranieri com'erano? «I due fratelli Lebeau erano due giocatori estremamente diversi. Stéphan giocava a tutta pista, era talentuoso e carismatico. Patrick invece era meno appariscente, ma era uno sniper e quando si trovava a sei-sette metri dalla porta era micidiale. Entrambi hanno comunque messo a referto moltissimi punti e ci hanno trascinato ai successi in Europa, nonché al quarto posto in regular season. Dal canto suo Rohlin era un difensore compatto e solido, molto bravo difensivamente e nell'uno contro uno ha perso pochi duelli: davvero uno straniero con i fiocchi».
E tu, nel 1999/2000, eri alla decima stagione in Leventina. Uno dei leader del gruppo insomma... «I ticinesi in quel momento avevano un ruolo importante in squadra, sia a livello di spogliatoio sia a livello di minutaggio sul ghiaccio, sia per quanto riguarda i ruoli, dato che giocavamo tanto anche nelle situazioni speciali. In spogliatoio poi ci siamo sempre dati da fare per mantenere un buon ambiente: quando bisognava caricare il gruppo lo facevamo senza problemi, così come quando bisognava smorzare i toni».
Un aneddoto di quella stagione? «Riguarda la partita di Supercoppa Europea contro il Magnitogorsk. Dopo il warm-up mattutino eravamo nel ristorante della pista a pranzare in attesa della partita serale proprio contro i russi. Nello stesso momento i nostri avversari si stavano allenando e abbiamo potuto ammirarli: ci siamo guardati negli occhi e, dato che sembravano talmente forti, ci siamo detti che le avremmo prese di santa ragione. Invece è successo proprio il contrario. Ci abbiamo creduto e alla fine abbiamo disputato la partita perfetta. In fondo non è importante ciò che si vede o ciò che ci sembra di vedere: anche se l'avversario è grande il doppio e molto più veloce, bisogna sempre crederci e aver voglia di centrare un obiettivo. Noi, in quel contesto, abbiamo avuto una compattezza di squadra incredibile».
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