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In democrazia la macchina elettorale sarebbe di un’assoluta semplicità se, come accade in diversi settori, l’umano non pretendesse di fare meglio. Delle persone si candidano per una funzione – consigliere comunale, municipale, deputato in Gran Consiglio, al Consiglio nazionale, al Consiglio degli Stati o al Consiglio federale – la gente (o, nel caso del Consiglio federale, purtroppo il parlamento) le vota, rispettivamente vota i loro partiti d’appartenenza e finalmente: a) i partiti ottengono i seggi che competono loro sulla base del consenso popolare e, b) chi ottiene più voti nell’ambito del proprio partito viene eletto. Questo, ridotto in parole semplici e con qualche piccola differenza da cantone a cantone, il meccanismo elementare del nostro sistema elettorale proporzionale. Giustamente, si chiama sistema proporzionale, perché altrimenti la presenza dei partiti sarebbe già un fattore arbitrario. Non lo è per una semplice ragione: se non ci fossero, la tendenza preponderante del momento – che fosse di destra o di sinistra (l’assenza di partiti non significherebbe la sparizione di queste due fondamentali correnti di pensiero) – avrebbe abbastanza potere per eleggere la stragrande maggioranza dei deputati, trasformando di fatto il sistema in maggioritario. Il giusto riconoscimento dei diritti delle minoranze ha fatto sì che in Svizzera si optasse per una prima attribuzione dei seggi ai partiti, cui i candidati vengono eletti sulla base del loro rango nella classifica del partito stesso. Ciò significa che, se sei arrivato sesto in una lista che ha diritto a cinque seggi, non sei eletto anche se hai ottenuto dieci volte più voti del deputato eletto in un partito che ha diritto a due seggi. Questo è un correttivo che, seppure dettato dal buonsenso, funzionerebbe in modo ottimale solo in un sistema maggioritario con due soli blocchi, uno al governo e uno all’opposizione. Nel sistema proporzionale dà invece vita a strane alleanze a posteriori, in un gioco di “do ut des” a scopi spesso più mirati a danneggiare politicamente l’avversario in vista delle prossime elezioni, che non a dare una soluzione valida ai problemi della popolazione. Ma, tutto sommato, se non si è a favore del maggioritario, si tratta di un difetto accettabile, con cui anche chi si vede estromesso da parte di un eletto con molti meno voti di lui deve imparare a convivere.
Le assurde “quote rosa”
A scadenze regolari si torna con la “sottorappresentanza” del gentil sesso nei gremi politici, rivendicando per le donne ex officio quei seggi che non riescono a ottenere tramite il consenso elettorale. E giù a piangere amare lacrime per una parità che esisterebbe sulla carta, ma non in realtà per colpa – un seppur minimo esame di coscienza, naturalmente, “kommt nicht in Frage”, come direbbero i nostri cugini confederati – loro, bensì per palese difetto di un sistema maschilista e misogino, nel quale gli uomini votano solo gli uomini. E allora, ecco arrivare ulteriori correttivi: le quote rosa. A prescindere dalle capacità, dall’intelligenza, dall’esperienza, eccetera… – tutte doti comunque solo presunte, almeno alla prima candidatura – deve contare il genere del candidato anzi, della candidata, perché la pretesa è a senso unico.
Ora, se per la quota ai partiti c’è, come detto, una ragione abbastanza logica – evitare un governo maggioritario praticamente onnipotente – non c’è alcuna ragione per estendere non il diritto di far parte dei gremi politici, quello c’è già, bensì di farne parte a prescindere dal consenso elettorale. Perché, a rigor di logica, dovremmo garantirlo allora anche agli ecclesiastici, ai domatori di leoni, agli orologiai, ai gay, agli islamici, eccetera, eccetera. Per garantire un’equa presenza (anche un solo deputato per categoria), non solo dovremmo aumentare il numero dei deputati nazionali, ma anche costruire per loro una sede grande come una decina di campi di calcio. Naturalmente ci sarà chi mi considera un reazionario misogino, non si può paragonare il genere femminile a una categoria professionale, la componente femminile della popolazione è molto più rilevante. E allora, quella religiosa no?
Largo ai giovani: un’altra tendenza assurda
Molte di queste persone che si preoccupano della presunta emarginazione della donna dalla vita politica, sono poi le prime a voler emarginare un’altra categoria tutt’altro che trascurabile, quella degli anziani. Si tratta pur sempre di quasi 1,5 milioni di abitanti, contro i circa 2,2 milioni di persone fra i 20 e i 39 anni (dati del 2015). Largo ai giovani, si dice. Chissà poi perché, mi chiedo, se guardando indietro nel tempo non posso che constatare che le peggiori cavolate della mia vita le ho fatte proprio quando ero giovane. No, io trovo che se i 2,2 milioni di giovani hanno tutto il diritto di essere rappresentati da giovani, nessuno meglio di un anziano può garantire all’1,5 milioni di più “attempati” la tutela dei propri interessi in politica. Ma non è purtroppo questa la tendenza. Infatti, dopo che sono falliti dei tentativi di limitare l’età ammessa per candidarsi e di limitare il numero di legislature, certi partiti hanno introdotto perlomeno il secondo, ossia il tetto massimo di tre o quattro legislature, dopodiché si è perlomeno obbligati a una pausa. Ci sono anche qui diverse possibili obiezioni, fra cui:
- Non è detto che il candidato anziano sia necessariamente affetto da senilità patologica, con conseguenze negative sulle sue capacità d’intendere e di volere. Se lo fosse, il partito lo può sempre non candidare.
- Non è poi neppure detto che dopo quattro legislature (16 anni) un candidato sia necessariamente anziano, spesso non supera nemmeno la quarantina.
- Non sta scritto da nessuna parte che chi subentra all’uscente sia per forza valido e migliore di lui.
- Questo limite ha provocato e causa tuttora dei fenomeni di trasmigrazione in altri partiti (spesso con successo, a dimostrazione che la fiducia del proprio elettorato conta ben di più delle misure pseudo-etiche imposte da un partito) oppure obbliga i partiti a fare a meno di elementi che hanno fino a lì dimostrato di essere validi. L’UDC ha questa regola nella sezione del canton Berna, e si trova a dover rinunciare al Gran Consigliere Thomas Fuchs (51 anni, quindi certamente non da rottamare) e nel 2019 non potrà ripresentarsi per le Camere nazionali nientemeno che l’ex-capogruppo Adrian Amstutz, le cui capacità sono indiscusse in seno al partito.
Sarebbe quindi auspicabile abbandonare queste idee di quote o di limiti d’età imposti dall’alto, e lasciare la più ampia scelta possibile agli elettori. Se considereranno un candidato troppo vecchio o non abbastanza donna, non lo voteranno, ma che siano loro, e solo loro a deciderlo. Perciò, non largo ai giovani o alle donne, bensì largo a chi conquista il consenso del sovrano. Senza correttivi a limitarne la scelta.