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Quando nel 1925, l’International Board modificò la regola del fuorigioco, passando da 3 a 2 difensori come numero massimo per tenere in gioco un attaccante, la cosiddetta piramide (per semplificare, un 2-3-5) entrò in crisi. Le due risposte a questa necessità di innovazione furono il Sistema (3-2-2-3) e il Metodo (2-3-2-3). Entrambe le proposte fornirono un gran numero di prove a sostegno della propria superiorità sull’altra. Dalla grande Italia di Vittorio Pozzo per il Metodo all’Arsenal di Herbert Chapman per il Sistema. Un’ulteriore proposta si sviluppò in seno al Sistema, per diventare uno degli schemi più discussi e longevi della storia del calcio. In Svizzera, nei primi anni 30 sarebbe nato il Catenaccio.
Dopo una modesta carriera da giocatore fra le fila del Rapid Vienna, nel 1931 l’austriaco Karl Rappan assunse l’incarico di allenatore-giocatore del Servette. In quel periodo il Sistema Chapman, era la tattica prediletta di una buona parte delle squadre della Mitteleuropa. Con il suo arrivo in terra rossocrociata, Rappan decise di elaborare il sistema Chapman togliendo una mezz’ala e aggiungendo un difensore agli altri tre già schierati. In questo modo i due terzini centrali potevano alternarsi nella marcatura del centre forward avversario, garantendo una copertura ulteriore. Semplifcando, da uno schieramento che oggi chiameremmo 3-2-2-3 si passò ad una sorta di 1-3-2-1-3, con la nascita dello stopper.
L’idea del verrou, oggi internazionalmente indicato con il sostantivo italiano catenaccio, nasce sicuramente da una finalità di rafforzamento della difesa, ma non è uno schema necessariamente incentrato sulla fase difensiva. Il Servette di Rappan era infatti una squadra di semiprofessionisti, che nella maggior parte delle partite incontrava squadre di professionisti. L’idea del tecnico austriaco era quella di assorbire il pressing avversario e ripartire velocemente, sfruttando le doti di regia del centromediano e gli inserimenti delle due mezz’ali. Dopotutto possiamo chiamare “difensivo” uno schema che schiera sistematicamente tre giocatori offensivi?
Il catenaccio divenne il segno distintivo di Rappan che vinse ben 18 titoli svizzeri, arrivando a guidare più volte la rappresentativa nazionale. Furono proprio i rossocrociati a giocare la partita-capolavoro di Karl Rappan: ai mondiali del 1938, la Svizzera affrontò la Germania di Herberger, sconfiggendola per 4-2. Una vittoria che assume toni epici considerando che quella selezione tedesca era stata arricchita dei migliori giocatori austriaci a seguito dell’ Anschluss hitleriana. Solo l’Ungheria, poi finalista contro l’Italia, riuscì a fermare quella squadra e Rappan, che si ritirò dopo aver alleanto per 5 anni il Losanna e rimane ad oggi l’allenatore più importante della storia del calcio svizzero.
Il Catenaccio proseguì ad essere utilizzato e adattato in diverse situazioni. Spesso associato al cosiddetto gioco all’italiana, trovò terreno fertile proprio in serie A dove Nereo Rocco lo utilizzò fra Triestina, Padova e Milan. Ma fu con la grande Inter di Helenio Herrera che raggiunse la sua sublimazione. Grazie ad uno schieramento ibrido del catenaccio, in cui Jair e Facchetti bilanciavano la loro azione sulle fasce, i nerazzurri vinsero due Coppe dei Campioni consecutive e due Coppe Intercontinentali.
Oggi, il termine catenaccio viene utilizzato in maniera spesso scorretta, volto ad indicare un approccio alla partita prettamente difensivo, che rifiuti una fase offensiva propositiva, puntando al solo logoramento dell’avversario. Niente di più sbagliato: il lavoro di marcatura a cui è sottratto il centromediano nel catenaccio rispetto alla piramide dimostra come la ripartenza rapida ma ragionata sia tanto fondamentale quanto la parte difensiva.