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Il nucleare divide l'Europa, ma anche l'Italia. La prova è nel Parlamento di Strasburgo che si frantuma al momento di votare una risoluzione di raccomandazioni per i governi sul tema della sicurezza alla luce dell'incidente di Fukushima. E non riesce ad approvare né il testo comune, né uno di quelli presentati dai cinque principali partiti.
A suscitare le divisioni - non solo tra gruppi politici, ma anche tra 'squadre' nazionali e all'interno degli schieramenti - due temi: una richiesta di exit strategy "a medio e lungo termine" avanzata dai socialisti ed una moratoria per l'attivazione di nuovi reattori almeno fino a che non saranno completati gli 'stress test' che entro l'anno si faranno su tutte le 148 centrali atomiche del continente.
È finita a tutti contro tutti. Eppure alla vigilia, tutti - il Partito popolare europeo (Ppe) dei 21 premier su 27 Ue, i socialisti dello S&D, ma anche i Verdi, i Liberal Democrats dell'Alde (Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa) ed i comunisti del Gue - avevano trovato un accordo su una risoluzione comune che chiedeva di imparare la lezione giapponese e quindi - tra l'altro - di chiudere gli impianti che dovessero fallire i test ed avere esperti indipendenti nella conduzione dei controlli.
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