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REGGIO EMILIA (Italia) - Nella sua carriera Luigi Mazzola - speaker motivazionale, mental coach e trainer aziendale - ha lavorato per una ventina d'anni nella Formula 1 e più precisamente in Ferrari, dove ha svolto svariate mansioni.
Il 58enne - incontrato a un evento organizzato per i 40 anni del Gruppo Sicurezza di Bironico - ha iniziato a respirare il mondo del cavallino rampante nel 1988 come ingegnere meccanico, dopodiché ha concluso i suoi rapporti professionali con la Rossa nel 2009 in qualità di dirigente coordinatore dello sviluppo della performance. In tutto questo tempo ha avuto la possibilità di collaborare con molti piloti di prestigio - fra i quali Alain Prost e Michael Schumacher - ed è cresciuto gradualmente insieme alla scuderia.
Con il team di Maranello, Mazzola ha conquistato - da Responsabile tecnico delle attività test - otto campionati mondiali costruttori di F1, così come sei titoli piloti con il ruolo di Test team manager.
Luigi Mazzola, quando è approdato in Ferrari, la Rossa non vinceva da una decina d'anni e ne ha impiegati altrettanti per togliersi nuovamente le proprie soddisfazioni. Com'è stato il suo inizio?
«Ero un neo-laureato ed ero ovviamente soddisfatto di aver ricevuto l'onore di poter lavorare per un'azienda di quel calibro. Ciò nonostante, tre anni dopo (nel 1991, ndr), decisi di lasciare la Ferrari poiché non ero d'accordo sulle linee della dirigenza. Mi chiamò quindi Peter Sauber e andai a "crescere" a Hinwil, quartier generale della Sauber. All'apoca ero molto giovane, ma iniziai a mettere in pratica ciò che avevo imparato in precedenza e vedevo che tutto aveva un senso. Nel 1994 poi, voluto da Montezemolo, tornai in Ferrari ed ero consapevole che ci sarebbe stato molto lavoro da fare. Nonostante ci fossero tutti gli ingredienti per vincere, per certi aspetti mancava una base di competenza molto elevata, una mentalità vincente, per cui lavorammo duramente per invertire la tendenza. Così, insieme a Montezemolo, Todt e poi Schumacher abbiamo iniziato a progredire e a migliorare laddove bisognava, mantenendo sempre quella grande voglia, passione e dedizione, per poi fare la differenza».
Cosa è cambiato a partire dal 2000, anno in cui la Ferrari vinse - dopo vent'anni di astinenza - un nuovo titolo con Michael Schumacher?
«All'epoca mancava per esempio una squadra-test e la creammo. Personalmente ero convinto che in questo modo saremmo cresciuti e Todt decise dunque di darmi in mano questo progetto, passando da un contingente di cinque persone nel 1994, a più di un centinaio negli anni 2000. Avevamo inoltre la possibilità di beneficiare di tre circuiti diversi per le prove, due in casa (Fiorano e Mugello) e uno fuori. Abbiamo iniziato a sfruttare quello che era nelle nostre possibilità, progredendo notevolmente sotto questo punto di vista e i test davano la garanzia di uno sviluppo positivo, sia in termini di prestazione che per quanto riguardava l'affidabilità. Si andava quindi in gara a pacchetto chiuso ed è stato proprio questo che ci ha fatto fare il grande salto».
Non a caso nel 2000, quando la Ferrari è tornata a vincere, passò da ingegnere meccanico a coordinatore per tutto cio che concerneva lo sviluppo della monoposto...
«È stato un insieme di fattori, non ho fatto io la differenza, eravamo un bel gruppo. C'era una grande connessione fra tutti i componenti del team e avevamo un'unica condivisione, quella di vincere. Ognuno lavorava per l'altro e in pista era necessario arrivare pronti, per questo motivo fra di noi c'era una stretta collaborazione. Era fondamentale crescere, per cui quando la monoposto scendeva in pista dovevamo essere in grado di capire cosa non funzionava dopo qualche giro, avere colloqui, darci i feedback per poter migliorare. Eravamo tutti coinvolti».
Ha collaborato con due campioni come Prost (4 titoli) e Schumacher (7). Cosa ci può dire di loro?
«Quando ho conosciuto Michael ero già molto più navigato, ci confrontavamo molto, davamo la massima importanza ai test e potevo dirgli le cose senza problemi. Con Prost invece – essendo agli inizi – ho più che altro acquisito. Alain mi ha aiutato a crescere e nei miei confronti è stato molto umile nell'atteggiamento, mettendosi al mio livello senza prevaricarmi e così si è creata la simbiosi. Prost e Schumi erano in ogni caso due competenze diverse, ognuno aveva le sue caratteristiche che li rendeva unici e sullo stesso piano. I migliori piloti della storia sono loro due, insieme a Senna e Lauda, mentre reputo tutti gli altri di un livello inferiore. Hamilton? Un buon pilota, ma non come loro. Lui ha perso sette GP di fila dal suo compagno di squadra (Rosberg, ndr) che gli ha anche soffiato il titolo, impensabile per gli altri quattro. Un aneddoto su Schumi? Arrivò a Maranello nel 1996 e in occasione delle prime prove a Estoril testò la 12 cilindri di Alesi e Berger dell'anno precedente. Andò fortissimo e dopo una serie di cambiamenti che facemmo alla macchina mi prese in disparte e mi chiese come avessimo fatto a non vincere il Mondiale con una vettura del genere. Io gli risposi che prima di lui c'erano Alesi e Berger, due grandi amici e due buoni piloti, ma che non erano paragonabili a lui. E poi vinse la bellezza di cinque campionati con noi...».