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La famiglia Agnelli si è comprata una nuova "pistola". Bernasconi, una scelta unanime?
Pian, piano, si iniziano ad avere, anche se in forma indiretta, le prime risposte di tutto quello che è accaduto in questa fase di emergenza coronavirus.
Non ci riferiamo alle risposte in ambito sanitario, ma politico, economico e di potere.
Nel 2017, dopo un secolo di controllo proprietario, la famiglia Agnelli-Elkann, decideva di cedere la propria testata sabauda, "La Stampa", per fondere lo storico quotidiano torinese con quello di Genova "Il Secolo XIX" (controllato dalla famiglia Perrone, quelli che fino agli anni 20, del '900, erano proprietari dell'Ansaldo e della Banca italiana di Sconto, poi fallita), ma soprattutto con il quotidiano per eccellenza "voce del centrosinistra italiano", ossia "La Repubblica" (il cui maggior azionista era Carlo De Benedetti ed insieme a "L'Espresso" era stato fondato da Carlo Caracciolo, Adriano Olivetti ed Eugenio Scalfari).
L'editoriale Espresso, società editrice anche de "La Repubblica", era molto più grande della società che pubblicava "La Stampa", non solo perchè il quotidiano diretto per molti anni da Scalfari stampava molte più copie, ma soprattutto perchè L'editoriale Espresso era proprietaria di molte testate regionali (una su tutte la toscana "Il Tirreno"), di periodici di approfondimento come "MicroMega" e"Limes" (in passato anche "Surplus") e controllava 2 delle 5 principali radio private italiane: Radio Deejay e Radio Capital (le altre grandi radio sono RTL, Radio Dimensione Suono e Radio 105).
Dunque, nella nuova società editoriale (denominata GEDI)nata dalla fusione delle società editrici de "La Stampa", de "Il Secolo XIX" e de "La Repubblica", era quest'ultima (dunque De Benedetti) a farla da padrone e la famiglia Agnelli-Elkann erano ridimensionati come azionisti di minoranza..
Poi in piena emergenza coronavirus, ecco il colpo di scena: alla vigilia del 25 aprile, Festa della Liberazione, John Elkann si mangia tutta la società GEDI, acquistando le quote degli eredi di Carlo Caracciolo e le quote degli eredi di Alessandro Perrone, ma soprattutto acquisendo il pacchetto azionario della famiglia De Benedetti.
Per gli Elkann-Agnelli, sborsare qualche milioncino di euro per prendere il controllo del più grande editore di testate cartacee (Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX), che contemporaneamente è il più grande editore radiofonico e non se la passa male neanche sul web, non è un problema.
È un problema invece per la famiglia Agnelli-Elkann aprire il proprio portafoglio (o quello della loro cassaforte denominato "Exor"), per far fronte ai problemi della Fiat, o meglio della Fca. Ed ecco che ora passano alla cassa (ovviamente dello Stato) e chiedono un contributo per la Fca dovuto all'emergenza coronovirus della bellezza di 6,3 miliardi di euro. Non male!! Soprattutto se si tiene presente che Fca non paga le imposte in Italia, infatti ha sede legale in Olanda e sede fiscale a Londra.
Detto in altre parole. Da anni la Fiat prima e la Fca dopo, non versano le imposte allo Stato italiano, ma poi per far fronte all'emergenza coronavirus, ecco che vanno a chiedere la carità allo Stato (e che carità, 6,3 miliardi di euro non sono noccioline).
Evidentemente non bastava come arma di ricatto quella "classica" di licenziamenti e delocalizzazione (che comunque fa sempre il suo effetto dissuasivo a chi vuole opporsi alle "regalerie" che da 80 anni lo Stato italiano fa alla famiglia Agnelli.).
Questa volta si può puntare una pistola alla testa del Governo: o ci dai i soldi che ti abbiamo chiesto o il gruppo editoriale che possediamo ti farà una guerra mediatica che in meno che non si dica va a casa il Governo Conti e arriva qualcun'altro (le dieci domandine di qualche anno fa, remember?).
Ecco perchè Exor durante la crisi da coronavirus non ha avuto nessun problema sborsare qualche decina di milioni di euro per acquistare le quote azionarie del gruppo editoriale Gedi. Quei milioni sono stati spesi molto bene. Valgono e rendono 6,3 miliardi. Non male.
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Altra cosa che si inizia a capire in questa fase 2 dell'emergenza da coronavirus, è come mai, nessuno a sinistra ha avuto niente da dire sulla nomina del liberale (gradito a cielle) Renato Bernasconi, coinvolto nello scandalo Argo1, al vertice della Supsi, come direttore amministrativo (carica inventata ex novo per l'uomo che dirigeva la Divisione Azione sociale ai tempi di Argo1).
Nessuno fra Verdi, Mps, Pc e Ps Ticino (ma potremmo aggiungere anche il FA, Forum Alternativo, anche se non è presente in Gran Consiglio) ha fatto "cip".
I rumors dicono pure che nel Consiglio dell'ente autonomo di diritto pubblico Supsi), presieduto dall'ex Credit Suisse Alberto Petruzzella la nomina del buon Bernasconi è passata all'unanimità.
Interessante se fosse provato. Perchè nel Consiglio della Supsi siedono fra gli altri la socialista, municipale di Lugano Cristina Zanini Barzaghi e il consigliere di Stato Manuele Bertoli (ma anche la pipidina, quasi consigliere nazionale Monica Duca Wiedmer).
Veramente Bertoli e Zanini Barzaghi nel Consiglio della Supsi hanno sostenuto la nomina di Renato Bernasconi?
Ma poi in pochi giorni vediamo la nomina di Tatiana Lurati Grassi (figlia di Saverio Lurati, già candidata al Consiglio di Stato nel 2016, quando arrivò penultima) a capo della Formazione continua, in sostituzione del pensionando Furio Bednarz e ieri la nomina di Daniele Rotanzi (membro dell'Assemblea dei Delegati del Pss, il "parlamentino" nazionale dei socialisti) a capo dell'Ipct, la cassa pensione dei dipendenti pubblici.
Bene. Si inizia a capire. Ora ci manca solo di sapere cosa verrà dato ai Verdi, al Pc, al Mps e al FA, per aver glissato sulla nomina di Renato Bernasconi. Il Ps Ticino, invece se non ha propriamente incassato, almeno un acconto l'ha ricevuto.