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Aiuto allo sviluppo e politica d’asilo
Il Consiglio degli Stati ha rifiutato una mozione dell’Unione democratica di centro (UDC) che chiedeva di congelare l’aiuto allo sviluppo nel caso in cui le autorità dello Stato beneficiario non si fossero mostrate cooperative. Qui di seguito alcuni argomenti che dimostrano la saggezza di questa decisione.
Che cosa porterebbe l’abbinamento tra l’aiuto allo sviluppo e la cooperazione in materia di politica d’asilo? Nel 2011, solamente 25.4 per cento delle domande d’asilo provenivano da paesi nei quali la Svizzera svolge una cooperazione allo sviluppo a lungo termine. A questo s’aggiungono i rifugiati originari degli Stati postrivoluzionari del Nord Africa, dove la Confederazione si è impegnata con un programma speciale; questi rappresentano il 13 per cento delle richieste. In altri termini, nel 2011, la Svizzera avrebbe potuto utilizzare l’aiuto allo sviluppo come leva per il 38.4 per cento di tutti i richiedenti d’asilo.
Cosa farebbe con i paesi d’origine del 61.6 per cento restante, che non ricevono aiuto allo sviluppo o solamente aiuto umanitario. Tra questi figurano 14 dei 20 principali paesi d’origine, ossia l’Eritrea, la Nigeria, la Siria, la Cina, la Somalia, l’Algeria, la Turchia, l’Irak, il Marocco, lo Sri Lanka, l’Iran, la Guinea, la Gambia e la Russia. Quid per esempio della Turchia, un partner commerciale importante con il quale la Svizzera non ha accordo di riammissione? Quid anche della Cina e dell’Algeria, con i quali la Svizzera negozia alcuni trattati di libero scambio? Non esiste alcun accordo di riammissione con la Cina, con l’Algeria sì. Eppure l’Ufficio federale delle migrazioni è confrontato a problemi sistematici di riammissione con l’Algeria.
In questi diversi casi, la Svizzera non dispone di alcun mezzo per obbligare un governo a cooperare. E’, al contrario, l’altra parte che dispone di una leva. Questo è il primo problema quando si vuole imporre una condizionalità rigorosa tra la questione dell’asilo e l’aiuto allo sviluppo: la Svizzera sarebbe portata a perseguire una politica di doppio standard e ad inclinarsi davanti agli Stati più potenti. E’ una delle ragioni per le quali il Consiglio federale rifiuta le mozioni. Intende piuttosto privilegiare la via del dialogo per cercare soluzioni corrispondenti agli interessi delle due parti.
Un secondo problema si pone: la Svizzera dovrebbe anche applicare standard diversi ai paesi d’origine ai quali concede un aiuto notevole. Così, il 5.6 per cento dei richiedenti d’asilo – la maggior parte della Serbia – proviene da paesi che appartengono al gruppo di voto della Svizzera nelle istituzioni di Bretton Woods. E’ difficile immaginare che la Svizzera possa conservare i suoi seggi controversi al Consiglio d’amministrazione ricorrendo a misure coercitive verso la Serbia o altri membri del gruppo.
Sarebbe anche problematico voler imporre tali misure ai paesi del Sud che sono prioritari per la Segreteria di Stato dell’economia (Seco) e da dove proviene il 4.6 per cento dei richiedenti d’asilo. La Svizzera ha firmato accordi di libero scambio con l’Egitto, il Sudafrica, la Colombia ed il Perù. Altri accordi sono previsti con l’Indonesia, il Vietnam ed eventualmente il Ghana. E’ poco probabile che la Svizzera dia ai suoi interessi di politica d’asilo il primato sui suoi interessi economici.
Ne va altrimenti dei paesi dei Balcani che ricevono aiuto dalla Svizzera. Forniscono l’8.2 per cento dei richiedenti d’asilo (senza la Serbia). Non si conoscono problemi sistematici con gli accordi di riammissione esistenti. Una ragione essenziale di aiutare questi paesi è la volontà di rendere stabile la loro società e ridurre i motivi d’esilio. Ritirare l’aiuto sarebbe come de facto incoraggiare quello che precisamente vuole evitare.
Resta ancora un gruppo di paesi verso i quali la Svizzera potrebbe agire in maniera categorica senza nuocere ai suoi interessi, se non forse alla sua immagine. Si tratta di dodici paesi prioritari della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) in Africa nera, Asia ed America latina. La Svizzera non ha interessi economici importanti in questi paesi. Solamente l’1.3 per cento dei richiedenti d’asilo proviene da queste aree.
Che ne è alla fine dei tre paesi postrivoluzionari del Nord Africa, all’origine del 13 per cento dei richiedenti d’asilo, la maggior parte dalla Tunisia? Hanno governi ed istituzioni statali che non sono ancora veramente stabili, ma che si trovano confrontati ad una montagna di problemi. L’Egitto ha vincolato la firma di un accordo di libero scambio con la Svizzera alla condizione di ottenere aiuto. Nessun budget è previsto per la Libia. Resta la Tunisia. Là, secondo la pratica corrente in altri paesi, la maggior parte dell’aiuto svizzero (24 milioni nel 2012) va ad organizzazioni private ed alle autorità locali e provinciali.
Questo ben dimostra il terzo problema di uno stretto abbinamento tra aiuto allo sviluppo e politica d’asilo: non serve a niente minacciare un governo centrale di un ritiro di fondi di cui non può disporre lui stesso. Tanto più che quando lo stesso governo conta sulla restituzione dei 60 milioni di franchi – bloccati in Svizzera – dell’ex potentato. Va da sé che, anche in questo caso, solo negoziati permetteranno di trovare soluzioni corrispondenti agli interessi dei due paesi. L’aiuto allo sviluppo può costituire un argomento tra gli altri, ma in nessun caso può servire da leva.
Peter Niggli, Direttore Alliance Sud
Traduzione Anna Rizzo Maggi
(pubblicato sul Corriere del Ticino, 12.03.2012)