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Nel 2004, il tecnico tedesco Otto Rehhagel condusse al titolo continentale la Grecia. E lo fece non soltanto contro i pronostici, ma anche a dispetto delle anime belle che, dopo ogni successo nel cammino verso la finale, gli rimproveravano di trascurare, nel suo gioco, la componente estetica. Lo accusavano cioè di essere un catenacciaro, dimentichi del fatto che nell’albo d’oro ci finiscono le squadre più efficaci, e non quelle più spettacolari. Del resto, privo dei cosiddetti fuoriclasse, mica poteva mettersi ad affrescare la Cappella Sistina. Fece di necessità virtù e trasformò in un gruppo granitico gli underdog che il povero calcio greco gli aveva messo a disposizione, puntando tutto sul pragmatismo, i meccanismi difensivi regolati alla perfezione, i gol di Charisteas e il fosforo di capitan Zagorakis.
Otto Rehhagel, dopo il trionfo continentale ai danni dello strafavorito Portogallo padrone di casa, all’ombra del Partenone è assurto al rango di semidio. Per lui hanno scritto canzoni e poemi, qualcuno lo voleva addirittura candidare premier e c’è chi giura che una sua carezza possa guarire gli infermi. Poteri taumaturgici in cui parve credere anche Angela Merkel, che qualche anno fa, al culmine delle tensioni politico-economiche fra Berlino e Atene, chiese all’ex CT di far parte di una missione diplomatica nella capitale ellenica per favorire la riconciliazione fra i due Paesi. E lui, probabilmente il solo tedesco amato in Grecia, ha risposto presente.