Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01127.jsonl.gz/795

In Tibet, si tira fuori la lingua. I Masai, invece, saltano, mentre i giapponesi s’inchinano e gli indiani pronunciano il famoso Namasté con le mani unite come in preghiera. In molte parti del mondo, ci si saluta così, senza toccarsi. Nella cultura occidentale, invece, ci si bacia e abbraccia quando ci si vuole bene e ci si stringe la mano quando il saluto è più formale.
In tempi di coronavirus e di “social distancing”, scopriamo che la stretta di mano risale addirittura all’antica Grecia. Era un modo per dire “vengo in pace”, per suggellare un’alleanza, per giurare fedeltà o dimostrare di non avere armi nascoste nelle maniche.
La stretta di mano è stata a lungo riservata al mondo diplomatico e politico ed è divenuta popolare solo nel XIX secolo. Oggi, è un segno di uguaglianza e vicinanza che, per la sua capacità di trasmettere agenti patogeni, bisogna evitare, anche se ci manca e ci mancherà decisamente molto.