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Il dollaro, come moneta di riferimento e di riserva nel sistema valutario mondiale, è costantemente sotto i riflettori. I guadagni che aveva messo a segno subito dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza sono ormai azzerati. Gli analisti, quando parlano di un apprezzamento o di una flessione del dollaro, si riferiscono generalmente all’indice del dollaro statunitense. Questo barometro è un utile strumento di lavoro per gli investitori.
Chi investe in azioni presta attenzione in particolare ai dati fondamentali e alle valutazioni delle azioni di una società e osserva i segnali di trading risultanti dalle analisi tecniche dei grafici. Gli investitori privati sono relativamente meno attenti all’impatto dei cambi quando operano sui mercati. Eppure il cosiddetto indice del dollaro statunitense è un valido barometro praticamente per ogni investitore su quasi tutti i mercati.
L’indice del dollaro è un indicatore della competività internazionale degli Stati Uniti, più precisamente dell’area del dollaro.
L’indice del dollaro (Bloomberg: DXY) riproduce un contratto future. I future riflettono le aspettative dell’andamento futuro dei cambi e dei prezzi. Ponderato su base commerciale, l’indice del dollaro misura il biglietto verde rispetto a un paniere composto di sei diverse valute: euro, yen, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero. Con il 57.6% la moneta unica europea riveste di gran lunga la maggiore ponderazione nel paniere, seguita dallo yen (13.6%). Il franco svizzero ha una quota del 3.6%. Grazie all’indice del dollaro, gli investitori individuano immediatamente la forza o la debolezza del dollaro rispetto alle altre principali valute. Se l’indice del dollaro sale, il dollaro è forte nei confronti delle sei diverse valute. Se scende, è debole.
L’indice del dollaro è stato introdotto nel 1973 con un valore iniziale di 100. Un valore inferiore a 100 significa che il dollaro si è deprezzato rispetto al 1973 e viceversa. Questo barometro è dunque un indicatore della competività internazionale degli Stati Uniti, più precisamente dell’area del dollaro. Rispetto al rapporto di cambio tra il dollaro e un’altra valuta, l’indice è dunque più significativo perché rappresenta un cambio per così dire multilaterale. Viene utilizzato, tra l’altro, per assicurarsi contro i rischi del mercato dei cambi o per assumere una posizione in dollari senza esporsi al rischio di una posizione su una sola coppia di valute, ad esempio USD/CHF.
Quali altri vantaggi possono trarre gli investitori dall’indice del dollaro? Le fluttuazioni dei cambi influenzano in misura notevole i risultati societari delle multinazionali. Se il dollaro è forte, le entrate in valuta estera che un’impresa statunitense consegue al di fuori degli Stati Uniti sono inferiori se calcolate in dollari. Oppure, un gruppo industriale orientato alle esportazioni i cui costi sono prevalentemente in dollari può risentire della forza del dollaro poiché si riduce la sua competitività rispetto ai concorrenti stranieri che sostengono costi di produzione in una valuta estera meno forte e la crescita del fatturato e degli utili ne è influenzata negativamente. Le imprese svizzere, ad esempio, hanno subito le conseguenze dello shock sul franco o della forza della moneta quando è stato abolito il cambio minimo con l’euro.
Se il dollaro scende, spesso i mercati azionari dell’Estremo Oriente ottengono performance migliori rispetto a quelli statunitensi.
A un livello più generale possiamo trarre alcune conclusioni. Se l’indice del dollaro si apprezza, le borse asiatiche, ad esempio, si indeboliscono. Se scende, spesso i mercati azionari dell’Estremo Oriente ottengono performance migliori rispetto a quelli statunitensi. I settori economici che traggono particolare vantaggio dalla debolezza del dollaro sono i materiali di base (materie prime), l’energia, l’industria e gli immobili. In generale possiamo constatare quanto segue: sulla scia di una svalutazione del dollaro gli investitori travasano spesso le loro posizioni dagli Stati Uniti ai mercati emergenti, dove le prospettive per gli utili societari e, quindi, per i rialzi delle quotazioni sono più promettenti rispetto al mercato statunitense.
L’indice del dollaro è uno strumento utile anche per chi investe sul mercato del reddito fisso, dei cambi e delle materie prime. Un dollaro debole, ad esempio, produce solitamente un rialzo dei prezzi delle materie prime o della quotazione dell’oro, e viceversa (per gli investitori in franchi è spesso un gioco a somma zero). La valuta statunitense, così come il franco, beneficia di frequente delle crisi internazionali. Nelle fasi di incertezza gli investitori si rifugiano tra l’altro nell’area del dollaro, la cui domanda sale di conseguenza. Una valuta statunitense forte si ripercuote dunque generalmente in un calo dei rendimenti sul mercato delle obbligazioni americane.