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Il sito di Schweizerhalle resta contaminato a distanza di 30 anni dalla catastrofe, come confermano le ultime rilevazioni del suolo, che infatti presenta ancora tracce del prodotto fitosanitario Oxadixyl. Una nuova valutazione della situazione dovrà essere eseguita a gennaio.
Il primo novembre 1986, poco dopo la mezzanotte, le sirene svegliarono gli abitanti della regione di Basilea: un enorme incendio divampato al deposito 956 della Sandoz stava bruciando 1300 tonnellate di prodotti agrochimici e aveva generato una nube tossica che aleggiava sull’intera area.
I pompieri lottarono contro le fiamme per cinque ore, impiegando centinaia di migliaia di litri d’acqua che, dopo essere entrata in contatto con le sostanze in combustione, si riversò nel Reno, tingendolo di rosso e provocando un disastro ambientale che coinvolse tutti i paesi che affacciano sul grande fiume, fino alla foce. La fauna acquatica fu pressoché sterminata.
Nei giorni che seguirono il dramma, oltre 1200 persone si recarono dal medico a causa di disturbi della respirazione e di irritazioni agli occhi.
In seguito, l’Ufficio federale dell’ambiente fece sapere che il suolo era stato decontaminato fino a una profondità di undici metri e l’area fu coperta con una lastra di calcestruzzo. La situazione delle acque migliorò rapidamente, al punto che oggi sono più pulite rispetto a prima dell’incidente.
La direzione dell’azienda – che nel 1996 si fuse con Ciba-Geigy, diventando Novartis – non venne ritenuta responsabile del rogo. Tuttavia il colosso chimico fu costretto a risarcire le nazioni coinvolte pagando oltre 43 milioni di franchi.
La sciagura ha dato impulso all’autorizzazione di una serie di provvedimenti in tema di prevenzione quali: l’approvazione dell’ordinanza sulla protezione contro gli incidenti rilevanti; l’elaborazione del catasto dei rischi e l’obbligatorietà della presenza di bacini d’acqua per lo spegnimento di incendi nei pressi degli impianti industriali.
ATS/mamo
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