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Su Internazionale di questa settimana (n 840, 2/8 aprile 2010) un interessante articolo di Alex Ross, critico musicale del New Yorker, sui concerti di musica classica. L’etichetta impone di non applaudire se non alla fine dell’intera composisione, costringendo gli spettatori a reprimere i propri sentimenti di euforia alla fine di movimenti o sezioni particolarmente esaltanti. Secondo Ross questo è uno dei motivi della crisi della musica classica.
L’usanza di trattenere gli applausi fino alla fine risale al tardo romanticismo: non è quindi propria a tutte le composizioni. Ricordo di aver letto che il pubblico interruppe con un applauso il secondo movimento della nona sinfonia di Beethoven, e il problema non fu l’interruzione, ma il fatto che, a causa della sordità, Beethoven non si accorse dell’applauso e continuò a dirigere.
Credo che Ross abbia ragione – ma non credo che mi metterò ad applaudire tra un movimento e l’altro di una sinfonia: troppo forte l’imposizione sociale.
Quello su cui non sono d’accordo è il forte legame tra musica e sentimento che sembra fare da sostrato all’analisi di Ross. La musica sembra esaurirsi nella dimensione emotiva e affettiva. Sono convinto che la musica abbia una forte componente emotiva, ma non credo che sia soltanto emozione. Puntare sugli aspetti emozionali potrebbe attrarre nuovo pubblico, ma sarebbe, ancora una volta, l’imposizione di un modello esterno e, in un certo senso, estraneo.