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Arrivarono nel porto di Bari l’8 agosto del 1991. Erano in ventimila, tutti sulla stessa nave. Complici i filmati dell’epoca e il mese estivo - in cui in tv non c’era mai niente e fioccavano repliche - non sembrava un tg, non sembrava cronaca. Pareva avessero messo su una Vhs con una scena di massa di qualche vecchio kolossal alla Ben Hur, quando gli effetti speciali non c’erano e le case di produzione non potevano far altro che ammassare comparse.
Li guardavi, gli albanesi, e non capivi come potessero stare in piedi: loro e la Vlora. Si chiamava così, la nave. Voleva dire Valona, ma non lo sapeva nessuno. Non sapevamo un sacco di cose.
Li guardavi e non credevi che potessero starcene così tanti su una nave sola. Eppure a vederli sembravano il doppio, il triplo, il quadruplo. Era come se avessero svuotato tutta l’Albania e l’avessero caricata su una nave direzione Italia, che era dove non potevano andare, ma anche dove volevano andare da sempre.
Parlavano l’italiano perché avevano la tv continuamente sintonizzata sulla Rai: Domenica In, 90° Minuto, Sanremo. Gli stessi programmi che guardavano, con apparecchi migliori, i ticinesi: la loro Svizzera, però, era l’Italia. Sognavano Eros Ramazzotti, Raffaella Carrà e Totò Schillaci.
Oggi quell’invasione la chiameremmo “emergenza umanitaria”. Al tempo non c’era una parola per descrivere quella marea di gente in cerca di libertà. A dire la verità non c’era la forza per aprire bocca e dire una parola, una qualsiasi. Guardavi e pensavi: e ora?
Un gruppo di albanesi mentre scende dalla Vlora (Keystone)
C’è un articolo di Massimo Cirri, bellissimo, scritto nel 2016 per i 25 anni dello sbarco della Vlora. Si trova ancora sul sito del Post. S’intitola “Che fine hanno fatto gli albanesi?”. L’autore ricorda il loro arrivo e le preoccupazioni di tutti: dove li mettiamo? Sono violenti? Non possono tornare a casa loro? La risposta, 25 anni dopo, era che gli albanesi erano spariti dal dibattito pubblico, ma c'erano e non erano più un problema. Facevano - e fanno - soprattutto i muratori; e i cuochi, i cantanti, i calciatori. Insomma vivono, lavorano, si sposano, fanno figli, con italiani e non.
Ora che di anni ne sono passati trenta, alcuni tornano indietro, su navi più comode o in aereo, perché non volevano invadere nessuno: cercavano solo libertà e benessere. E ora che possono avere entrambi anche a casa, tornano a casa. Poi ci sono quelli che ormai l’Italia è casa, come la Svizzera è oggi casa di tanti slavi e albanesi-kosovari scappati dalla miseria e dalla guerra. Basta vedere i nomi di chi gioca in Nazionale, basta vedere le formazioni di Svizzera-Albania a Euro 2016: Xhaka nella Svizzera, Xhaka nell’Albania. Sono i due fratelli Granit e Taulant, che dimostrano come si possa essere due cose diverse essendo però la stessa cosa: esistere senza negare l’altro è la grande lezione degli albanesi che arrivarono tutti assieme diventando silenziosamente parte del tutto. Neri di pelle bianca discriminati e poi accettati da un’Europa impaurita che scopriva - sulla sua, di pelle - i dolori altrui.
Oggi, da un’altra sponda del Mediterraneo, arrivano su barconi di fortuna a decine, centinaia. Mai 20mila per volta, cosa che ci costringerebbe a non far più finta di niente, come allora. Per molti invece resta facile voltare lo sguardo, scrollare le spalle, urlare “noi”, “loro”. Gli albanesi ci hanno dimostrato che il confine tra “loro” e “noi”, se mai c’è, è sottilissimo e, rispetto al Mediterraneo, è anche molto più facile da attraversare.