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Tempo fa la Bank Hapoalim, la più grande banca di Israele, ha negato a un proprio cliente un trasferimento in entrata di circa 195.000 dollari, proveniente dal conto di una piattaforma europea di trading di bitcoin.
La banca sosteneva che vi fossero motivi ragionevoli per ritenere che la vendita di bitcoin che aveva portato a questo incasso potesse essere legata a riciclaggio di denaro sporco.
O addirittura al finanziamento di organizzazioni terroristiche.
Il cliente è stato però in grado di fornire documenti che indicavano in modo preciso la provenienza dei fondi utilizzati per l’acquisto dei bitcoin.
Oltretutto, la medesima transazione è stata debitamente segnalata dal cliente stesso all’autorità fiscale israeliana, ma tutto ciò non era stato sufficiente per convincere la banca a ritirare il proprio rifiuto di incassare quel denaro.
A questo punto il cliente si è rivolto alla magistratura,e il tribunale distrettuale di Tel Aviv gli ha dato ragione e ha obbligato la banca ad accettare il trasferimento in entrata.
Le due parti si sono affrontate in tribunale domenica scorsa.
Durante l’audizione dinanzi al giudice Limor Bibi, è emerso come non vi fosse alcun reale sospetto di violazione delle leggi contro il riciclaggio o sui reati fiscali. Pertanto la banca è stata costretta ad accettare di depositare i fondi immediatamente sul conto del cliente.
Parte dell’accordo raggiunto, però, ha previsto anche che il cliente firmasse un modulo IR SW8 in cui dichiarava che non avesse alcun collegamento con gli Stati Uniti.
Pertanto, si ipotizza che la vera preoccupazione della banca in realtà fosse quella di rischiare un intervento da parte delle autorità di regolamentazione americane.
In effetti, le leggi americane sulle crypto sono molto stringenti, e sono molti gli operatori che preferiscono non correre il rischio di dovere averci a che fare.