Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01151.jsonl.gz/598

In un'epoca nella quale molto spesso i racconti di viaggi erano narrati in maniera molto approssimativa, quello del poeta è di una precisione sorprendente. Tutto è giusto a parte il fatto che dalla vetta, non si può vedere il fiume Orbe, perché nascosto dalla Crêt delle Alouettes.
Goethe visita la Svizzera e l'alta valle dell'Orbe nel 1779, in compagnia del suo amico principe Charle-Auguste de Saxe-Weimar e del barone De Wedel, grande maestro delle acque e foreste. Lui aveva 30 anni, il principe 22. Goethe era molto amico della Signora de Stein, dama di onore alla corte di Weimar, alla quale inviava un resoconto di ogni tappa. Queste lettere furono raccolte e pubblicate dallo stesso Goethe, con il titolo "Lettres de Suisse", tradotte poi in francese verso il 1840 da Jaques Porchat, professore all'università di Losanna.
Partiti da Rolle a cavallo, il pomeriggio del 24 ottobre, i viaggiatori arrivarono al tramonto, verso il colle di Marchairuz: Dall'altro lato noi credevamo di vedere un grande lago ma invece era la nebbia che copriva la Valle, nella quale siamo entrati.
Arrivati al Brassus, trovarono alloggio in una casa particolare, esistente ancora oggi, descritta da Goethe e letta molto attentamente dai suoi ammiratori: Avevamo trovato posto in una casa che normalmente non ospitava viaggiatori, che si distingueva dalle altre, perché il grande spazio centrale serviva di cucina, vestibolo, luogo di riunioni comunicante con le porte e scale del pian terreno. Su un lato, c'era un grande e largo camino, rivestita con robuste tavole e il fuoco acceso. In un angolo si vedevano le porte del forno. C'era un bel pavimento su tutta la superficie salvo in un angolo pavimentato in pietra, dove c'erano una finestra e la lavanderia. Sulle pareti e ad una certa altezza, c'era il vasellame, utensili e attrezzi vari molto in ordine e tutti puliti.
Questa è la bella descrizione di una casa tipica dell'epoca, con il suo grande camino centrale. L'indomani, Goethe e suoi amici, guidati da un capitano guardia forestale del cantone vodese, arrivarono sulla vetta della Dent del Vaulion:
Rientrando per Le Pont, avevamo preso una guida per salire sulla Dent. Di la si vedeva tutto il lago. Delimitato all'est da Noiremont, con dietro la cima spoglia della Dôle, all'ovest dalla parete rocciosa vicino a Lieu. Era mezzogiorno e il sole splendeva. S'intravedeva il lago di Rousses e tutto il cammino fino allora percorso più quello che ancora restava da percorrere. Solo le cime delle montagne, vere signore della natura, erano visibili, mentre una coltre di nebbia illuminata dal sole, che si estendeva dal nord di Ginevra fino all'orizzonte copriva la vallata. All'est svettavano le montagne coperte dai ghiacciai, senza distinzione di nazioni né principi che credevano esserne in possesso ma sottomesso ad unico e grande signore, il Sole. Il Monte Bianco visto di fronte sembrava il ghiacciaio più alto di tutte le montagne del Vallese e di quelle più piccole dell'Oberland bernese. Al tramonto la nebbia sembrava un mare infinito. Sulla sinistra si vedevano le montagne di Soleure, più vicino quelle di Neuchâtel, di fronte qualche vetta del Jura, le colline boscose della Franche-Comté delimitano l'orizzonte e sotto le case del villaggio della Dent e l'omonima montagna che porta il suo nome, che scender a picco sulla vallata, dei boschi e dei prati. Si vedevano pure Orbe e Vallorbe. Ripartimmo a malincuore. Con una sosta più lunga e senza nebbia, avremmo potuto vedere la pianura e il lago Lemano ma una soddisfazione è completa solo quando non è completamente appagata. Scendendo, la vista sulla Valle di Joux era nitida e luminosa. Arrivati a Le Pont avevamo ripreso i nostri cavalli e poi rientrando costeggiando la riva orientale, passando per l'Abbaye.
Alla fine del periplo, i nostri viaggiatori ritornarono a Le Brassus. nella stessa accogliente casa del giorno prima.
La fama del poeta allora poco conosciuta, sarebbe poi diventata universale ma, il capitano forestale, che le autorità di Berna avevano inviato quando il Pays de Vaud era sotto la dominazione della capitale, per accompagnare il poeta, aveva già intuito le qualità dei viaggiatori e sopratutto quella del principe.
Altri scalatori della Dent du Vaulion:
Jean-Antoine Deluc, 1778
Horace-Benedict de Saussure, 1779
Ami Mallet, di Ginevra, 1786
Yvan Antonovich, 1789
Henri Venel d'Orbe, 1795
Ognuno di loro lasciò una testimonianza dell'ascensione.
Jean-André Deluc, autore delle lettere fisiche e morali sulla montagna, merita una citazione a parte. Nato a Ginevra nel 1727, morto a Windsor nel 1817, si interessava sopratutto alla descrizione dei diversi effetti luminosi causati dalle condizioni meteorologiche, sopratutto nelle condizioni nebbiose. Il suo modo di scrivere è classico e tipico del XVIII secolo, quando la scrittura era un'arte. La descrizione della sua scalata alla Dent du Vaulion, da lui soprannominata Chechevau, è un capolavoro letterario:
Ci eravamo prefissi di uscire di buon mattino ma, siccome la notte aveva fatto freddo, il lago era coperto dalla nebbia. Bisognava quindi aspettare il sorgere del sole, affinché riscaldasse l'aria. Questo contrattempo, ci permise di preparare con calma il carro, che ci doveva portare sulla vetta più alta, chiamata Dent dei tre cavalli. Il carro era diverso di quelli utilizzati a Grindenwald e a Chaumont. Aveva la forma di un lungo paniere, montato su quattro ruote, che d'abitudine serviva al trasporto del carbone estratto nella vallata sottostante, reso più agevole dalla paglia e alcuni materassi.
I versanti di questa vetta che noi salivamo erano opposti a quello del lago e delle Alpi e con vegetazione in legno. man mano che si saliva, si scoprivano delle belle vallate della catena del Jura, tutte costellate di piccole frazioni nella parte appartenente alla Svizzera. Il lago di Joux, con i tetti delle case circostanti animava il paesaggio, cosi come uno specchio con una bella cornice rallegra un abitazione. La brina mattinale non aveva coperto le erbe odoranti disseminate nei prati e che profumavano l'aria durante la nostra ascensione.
Percorrendo questi sentieri gradevoli, arrivammo sulla vetta con un bellissimo panorama, che faceva dimenticare tutti gli inconvenienti passati. Tutte le cime delle montagne sgombre di nebbia erano illuminate dal sole, mentre la pianura sottostantene ne era ricoperta. Da questa posizione elevata tutto era diverso e questo allargava la vista sulla pianura eterea e sulle montagne ghiacciate delle Alpi.
Il seguito, è un lungo poema in onore di questa bella natura.