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Ricorre il terzo centenario della nascita del grande filosofo ed economista scozzese. Ecco perché vale la pena (ri)leggerlo
di Amedeo Gasparini
Adam Smith (1723- 1790) è stato uno dei più grandi economisti di tutti i tempi. Nato il 5 luglio di trecento anni fa aveva studiato filosofia sociale all’università di Glasgow. Poi si trasferì ad Oxford, dove gettò le basi per l’economia politica classica. Fu infatti il primo dei cosiddetti economisti classici e criticò il nazionalismo e il mercantilismo.
Divenuto professore di Logica nel 1751, in seguitò andò in Svizzera, poi a Parigi per comprendere l’Illuminismo francese. Conobbe Jean-Baptiste le Rond d’Alembert, François Quesnay, Anne-Robert-Jacques Turgot; a Ginevra Voltaire.
Poi nel 1764 l’intuizione: avvertì il suo amico David Hume: «Ho iniziato a scrivere un libro per passare il tempo». Quel libro lo avrebbe incoronato come il padre dell’economia classica: Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, uscito nel 1776. Il testo all’epoca fu rivoluzionario e ancora oggi ha parecchio da dire.
Qui Adam Smith toccò diversi argomenti: la critica al monopolio dell’industria manifatturiera, i progressi della prosperità delle nazioni, la divisione del lavoro (a questo proposito si ricordi il famoso esempio della fabbrica degli spilli: “un operaio trafila il metallo, un altro raddrizza il filo, un altro ancora lo taglia, un altro gli fa la punta, un quinto lo schiaccia all’estremità per poi inserire la capocchia – che altri tre, nel frattempo, sono impegnati a fabbricare –, altri la inseriscono negli spilli”).
Smith esaminò anche anche vantaggi e svantaggi della rivoluzione industriale in ambito economico sociale, tra cui il risparmio di tempo e la possibilità di meccanizzare i processi. Interessanti anche le analisi su origini e funzioni della moneta.
Ma la grande rivoluzione fu negli ambiti in cui lo Stato deve intervenire nell’economia: il minimo. Smith discusse anche l’incrocio della domanda e dell’offerta, ricordando che i prezzi li fa il mercato. La famosa nozione della mano invisibile – metafora particolarmente fortunata nella scienza economica – spiega come non sia compito dello Stato entrare nelle transazioni private tra gli individui perché essi si regoleranno da soli.
La dottrina della mano invisibile è alla base della dottrina liberista e del laissez faire. Adam Smith ha spiegato che lasciare la libertà economica agli individui incrementa la produttività degli output. Vale la pena anche ricordare cosa scriveva sulla tassazione.
«L’imposta che ogni individuo è tenuto a pagare deve essere certa e non arbitraria. Il momento del pagamento, il modo di pagarlo, la quantità da pagare, devono essere chiari e evidenti per il contribuente e per ogni altra persona. Se non è così, ogni persona soggetta all’imposta è più o meno in potere dell’esattore, che può aggravare l’imposta su qualsiasi contribuente odioso o estorcere, con il terrore di tale aggravamento, qualche regalo o beneficio a se stesso. L’incertezza della tassazione incoraggia l’insolenza e favorisce la corruzione».
In maniera rivoluzionaria rispetto a sui tempi, Adam Smith era contro il colonialismo. Il dominio coloniale non aiutava la prosperità economica. Non solo il colonialismo era sbagliato e immorale, ma danneggiava il meccanismo della concorrenza. Tra le frasi più importanti per cui il Nostro è ricordato ancora oggi c’è la seguente che riassume l’intera logica smithiana.
«Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro riguardo per il loro interesse». L’uomo è guidato dall’interesse e farà di tutto per raggiungerlo. Adam Smith era inoltre sensibile alla questione della povertà e spiegò che l’educazione poteva essere uno strumento che avrebbe giovato alle generazioni successive. Una società non può essere florida, se gran parte della popolazione vive in condizioni miserabili.
L’economista illustrò come il capitalismo sia mezzo contro il nazionalismo. Non si misurò con il Socialismo, il grande avversario del liberalismo, che sarebbe nato qualche decennio dopo la pubblicazione di Wealth on Nations.
Infine, vale la pena ricordare cosa disse dell’antica Roma ma il concetto, a due secoli e mezzo di distanza dall’uscita del volume, è una critica valida e non solo per l’Italia odierna. A Roma «la povera gente era costantemente in debito con i ricchi e i grandi, che per assicurarsi i loro voti alle elezioni annuali, prestavano loro denaro a interessi esorbitanti, che, non essendo mai pagato, si accumulava presto in una somma troppo grande sia per il debitore che per chiunque altro potesse pagare per lui. Il debitore, per paura di un’esecuzione molto severa, era obbligato, senza alcuna ulteriore gratificazione, a votare per il candidato che il creditore raccomandava».
Non è cambiato molto da allora.