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La poliomielite, chiamata spesso polio o paralisi infantile, è una patologia infettiva che al giorno d’oggi conosciamo solo perché figura sul certificato delle vaccinazioni. Alla fine del XIX secolo, però, la situazione era ben diversa. Le epidemie di polio colpivano ogni anno migliaia di persone, tra cui molti bambini.
Una delle vittime più celebri della poliomielite è stato Franklin D. Roosevelt.
Il futuro presidente degli Stati Uniti contrasse la polio nel 1921. Superò la malattia ma rimase costretto su una sedia a rotelle. Non stupisce, dunque, che durante la sua presidenza Roosevelt sostenne la ricerca di un vaccino.
La respirazione artificiale permise di compiere un importante passo avanti nella cura. I cosiddetti polmoni d’acciaio, infatti, ridussero il tasso di mortalità. Tuttavia, a causa degli elevati costi d’acquisto e d’esercizio, questi macchinari non erano disponibili nel numero necessario. La mortalità scendeva notevolmente solo se i pazienti potevano essere intubati e attaccati ad un pallone autoespandibile. Spesso, però, i pazienti guariti rimanevano affetti da paralisi permanenti e irreversibili, impossibili da guarire. Ad oggi non esistono farmaci o trattamenti in grado di curare la poliomielite.
La vaccinazione rimane pertanto di fondamentale importanza. Negli anni ’50 e ’60 la ricerca ha compiuto progressi enormi. Grazie al vaccino, i casi di polio si sono ridotti in breve tempo da centinaia di migliaia a circa mille all’anno, per poi scendere ancora gradualmente negli anni successivi. L’ultima epidemia in Europa occidentale si è avuta nel 1992 nei Paesi Bassi. Secondo i piani dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), il virus della polio dovrebbe essere definitivamente debellato grazie al vaccino nei prossimi decenni.