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Plusvalore
Giovedì 10 dicembre 2015 - 12:20
- Plusvalore del 10.12.15
Nel corso degli ultimi tre decenni la disuguaglianza di reddito all’interno dei paesi industrializzati è aumentata considerevolmente. Una delle componenti è la crescita eccezionale dei redditi piu’ alti, in particolare dell’1% piu’ ricco dei contribuenti. Negli Stati Uniti, per esempio, l’1% piu’ ricco guadagna il 23% del reddito totale del paese, mentre lo stesso numero era intorno al 10% all’inizio degli anni 80. Se poi guardiamo alla ricchezza anzichè al reddito, il divario è ancora maggiore. L’1% piu’ ricco possiede il 40% della ricchezza nazionale, tanto in Svizzera come negli Stati Uniti. In questi ultimi, l’1% piu’ ricco controlla una ricchezza maggiore che il 90% piu’ povero.
Se I fatti sono chiari, la spiegazione lo è molto meno. In uno studio recente dal titolo Innovation and Top Income Inequality, cinque ricercatori di fama internazionale quali Aghion, Akcigit, Bergeaud, Blundell e David Hemous (quest’ultimo all’Università di Zurigo) mostrano che negli Stati Uniti l’innovazione è uno dei fattori determinanti. Per esempio, se si guarda alla lista delle persone piu’ ricche elaborate da Forbes, 11 tra le 50 persone piu’ ricche sono inventori che possiedono un brevetto di successo. Ancor piu’ alto tra questo gruppo di paperoni è il numero degli imprenditori che gestiscono una impresa propria.
Lo studio evidenzia come nel periodo tra il 1975 ed il 2010 vi sia una forte correlazione a livello di stati americani tra la percentuale del reddito che va all’1% piu’ ricco e l’innovazione misurata dal numero di brevetti ponderato per il numero di citazioni. Si potrebbe sospettare che questo sia dovuto alla tendenza delle persone piu’ ricche ed alle imprese piu’ innovative a localizzarsi in regioni che offrono piu’ amenità, senza che vi sia una relazione di natura causale. Tuttavia, gli autori dimostrano con varie metodologie statistiche che la relazione è causale. Per esempio, quando uno stato ha un numero piu’ grande di rappresentanti nella commissione federale che decide i fondi per la ricerca, tale stato tende sistematicamente ad avere piu’ risorse e a svolgere piu’ attività innovative. Proprio in tali stati si osserva un aumento significativo della disuguaglianza di reddito.
Come tutti gli studi seri, questo lavoro non pretende di identificare la causa unica dell’aumento della disuguaglianza. Di fatto, la stima econometrica conclude che circa il 17% della crescita della disuguaglianza puo’ essere ricondotto al fattore innovazione. Tuttavia, il risultato deve far pensare. L’innovazione è il motore della crescita economica, e in un periodo che già non è di vacche grasse sarebbe poco raccomandabile adottare politiche che soffochino gli incentivi ad innovare. Una politica estrema che punisse i redditi piu’ alti avrebbe come effetto collaterale quello di ridurre l’innovazione, per esempio inducendo le persone piu’ qualificate a spostarsi verso alter regioni od altri paesi.
I risultati non vanno letti in chiave ideologica. Se i cittadini volessero perseguire politiche di redistribuzione, è importante compensare queste con interventi in favore dell’innovazione, quali sussidi alle imprese innovative, o esenzioni per chi coloro il cui reddito contribusca alla scienza, ricerca o innovazione. E’ inoltre opportune pensare alle conseguenze di politiche sull’immigrazione che ostacolino ricercatori o docenti stranieri. Si legge talora che gli immigrati ad alta qualificazione limitano le opportunità per i locali. E’ vero piuttosto l’opposto: la ricerca e l’innovazione richiedono massa critica
e sinergie, e la capacità di attrarre talenti da oltre confine è una delle risorse piu’ importanti su cui la confederazione fonda il proprio successo.