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«La recessione negli Stati Uniti, un male necessario»
Sì, la prima economia del pianeta rischia di entrare in una fase di recessione. Ma secondo Michel Girardin, dell'Unione bancaria privata di Ginevra, sarà una crisi salutare.
Per Girardin, gli Stati Uniti devono assolutamente uscire dall'indebitamento eccessivo che li caratterizza da una ventina d'anni.
Spaventati dallo spettro di una recessione negli Stati Uniti, gli investitori hanno diffuso il panico nelle borse di tutto il mondo. La situazione non sembra però turbare Michel Girardin.
Da oltre 25 anni, cioè dagli anni della presidenza Reagan, gli statunitensi vivono al di sopra delle loro possibilità, ricorda il consigliere economico dell'Unione bancaria privata.
swissinfo: Il consumatore statunitense spende spesso soldi che non gli appartengono. Una grossa parte di responsabilità non grava anche sulle spalle delle banche che lo incitano a farlo?
Michel Girardin: Certo. Fino dalla gioventù gli statunitensi prendono l'abitudine di vivere a credito. Ogni giorno nella loro cassetta della posta finiscono tra i cinque e i dieci volantini che pubblicizzano delle carte di credito.
Fino a poco tempo fa potevano comprare una casa senza fondi propri o addirittura senza avere un impiego. Una semplice firma bastava a concludere l'affare.
Oggi ci si aspetta dunque che l'economia statunitense si rimetta su un piano di normalità, con delle regole sul credito conformi alla prassi diffusa altrove nel mondo.
swissinfo: Ha menzionato le carte di credito. Saranno all'origine della prossima crisi? Anche in quell'ambito ci si può immaginare che l'indebitamento raggiunga dimensioni colossali...
M.G.: È certo che oggi i consumatori sono i principali responsabili dell'indebitamento statunitense. Ancora più delle imprese o dello Stato, i cui conti sono migliorati parecchio dopo l'era Clinton.
Per ridare ossigeno ai consumatori – costretti a pagare interessi elevati sui debiti contratti con le carte di credito – la Banca centrale inietta liquidità nel mercato e riduce rapidamente i tassi d'interesse.
Se gli Stati Uniti entrano in recessione, ci saranno una diminuzione dei redditi e dei licenziamenti. Per questo, anche se i tassi d'interesse scenderanno moltissimo, ci si può attendere dei problemi sul fronte delle carte di credito.
swissinfo: Siamo di fronte ad una crisi che segna la fine dell'era degli enormi profitti per il settore finanziario? Non è dunque possibile «fare soldi coi soldi» all'infinito?
M.G.: Anche se ci sono delle esagerazioni in alcuni settori e in determinati momenti, non si possono generare dei profitti senza una crescita economica reale; non lo si può fare nelle banche e non lo si può fare in nessun altro luogo.
Bisogna sapere che banche e assicurazioni rappresentano il più grande settore dell'indice mondiale delle azioni. In termini di capitalizzazione in borsa, rappresentano il 30% circa. Ed è proprio questo che oggi grave sulle borse.
Perché la qualità dei benefici realizzati da banche e assicurazioni è piuttosto mediocre. Hanno dei buoni profitti se i mercati stanno bene; se ci sono dei correttivi, come in questi giorni, annunciano perdite una dopo l'altra.
In definitiva, quando si parla di profitti elevati per banche e assicurazioni bisogna considerare che si tratta di cicli. Si può passare da una crescita del 10% o più in un anno a perdite del 5-10% l'anno successivo. Così, dopo gli utili realizzati nel 2007, il 2008 delle banche sarà all'insegna delle perdite.
swissinfo: Dobbiamo temere una recessione negli Stati uniti?
M.G.: Io resto ottimista. Gli statunitensi stanno affrontando il problema di petto. Le banche mettono in ordine i loro bilanci e lo fanno subito. All'inizio degli anni '90, il Giappone si è ritrovato in una situazione simile, ma ha deciso di nascondere i cadaveri nell'armadio. Risultato: il paese è entrato in una fase di recessione-deflazione dalla quale ancora oggi fatica a riprendersi.
Negli Stati uniti, le cose stanno cambiando rapidamente. Fino all'anno scorso si prendevano crediti a rischio, si imballavano in prodotti strutturati e si rivendevano, per esempio, a banche tedesche...
Oggi, non ci sono più acquirenti per questo tipo di prodotti, ma gli statunitensi continuano ad aver bisogno di capitali. Fanno dunque appello a dei fondi statali che vengono dal Medio oriente o dall'Asia. Queste persone vengono, studiano i bilanci delle banche e concedono dei prestiti, ma non a qualsiasi condizione.
Una parte della soluzione consiste nel combattere l'indebitamento eccessivo. Ciò significa che prima o poi bisognerà tirare la cinghia. Purtroppo, la recessione negli Stati uniti va vista come un male necessario.
Intervista swissinfo, Marc-André Miserez
Traduzione, Doris Lucini e Andrea Tognina
Michel Girardin
Michel Girardin è titolare di un dottorato di ricerca in economia politica dell'Università di Losanna e di un master della London School of Economics.
Ha all'attivo 20 anni di esperienza nel settore bancario privato. Il lavoro l'ha portato a Ginevra, a Zurigo, in Asia e a Milano, dove è stato economista responsabile per l'Italia dell'agenzia Standard & Poor's.
Oggi è membro della direzione e consigliere economico di UBP Gestione Istituzionale, una filiale del gruppo Unione bancaria privata.
Girardin scrive regolarmente per giornali svizzeri e stranieri ed è docente incaricato alla Scuola di alti studi commerciali dell'Università di Losanna.
Taglio ai tassi
Martedì 22 gennaio, la Federal Reserve (Fed, banca centrale statunitense) ha tagliato il suo tasso di riferimento sui Fed Fund di 75 punti base portandolo così al 3,5%. È la prima volta dal 2001, anno dell'attacco alle torri gemelle, che la banca centrale statunitense decide il taglio dei tassi nel corso di una seduta straordinaria.
Si tratta di un intervento massiccio, il più ampio degli ultimi vent'anni, volto a scongiurare la recessione. Abbassando i tassi di riferimento, la banca centrale può influenzare il costo del credito e stimolare l'attività economica.
La Fed ha tagliato di 75 punti base anche il tasso di sconto, sceso al 4%. Nel comunicato in cui è stata ufficializzata la decisione, la banca centrale degli Usa spiega che mentre le condizioni di finanziamento sul breve periodo hanno segnato un miglioramento, le condizioni generali dei mercati finanziari hanno continuato a deteriorarsi, mettendo in difficoltà numerose aziende ed economie domestiche.
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