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Il catalogo delle composizioni è intanto già stato inaugurato con le Variazioni sul nome Abegg op. 1, scritte ad Heidelberg nel '31; segue il capolavoro di questa prima fase: Papillons op. 2, ispirato a 'Flegeljahre' di Jean Paul. Per tutto il decennio '30-'40 si dedicherà con ostinazione al solo pianoforte; i primi ventitré numeri d'opera sono infatti tutti per questo strumento, caso singolare nella storia della musica. Una presenza ossessiva in tale periodo destinata, dopo il '40, a divenire di colpo sporadica e rara allorché il musicista sarà attratto da tutti quei generi che in precedenza non aveva osato avvicinare. Allora un incantesimo si romperà e di colpo a Schumann appariranno orizzonti più ampi.
[...] Sono trascorse tre settimane tra l'inizio e la fine di questa lettera. Durante tutto questo tempo non sono riuscito a concentrarmi per scriverti a lungo, nè ho veduto la vita color di rosa. Son rimasto confinato in camera per sei lunghi giorni. Sento un malessere allo stomaco, al cuore e alla testa; ahimè, dappertutto. Tuttavia sono prodigiosamente pieno di vita e d'immaginazione. Per prescrizione medica, ho dovuto sudare tre giorni interi. Che bel piacere! La mia mano trema ancora nello scrivere. Ho avuto qualche sintomo di colera. Per il primo giugno spero tuttavia, cara mamma, di essermi rimesso in forze e di trovarmi vicino a te. Mi vuoi ancora bene?
Le tue ultime parole d'addio resteranno per me indimenticabili; quando le ripeto, mi sembra che un genio mi prenda tra le sue braccia. Faccio fatica a credere ora che qualcuno possa amarmi, tanto son divenuto diffidente. Non mi ricordo volentieri del mio soggiorno a Zwickau, perché fui d'un umore stupido (io non dovrei pronunciare la parola «umore»!). Ciò non è colpa tua nè degli altri: credo sentire e riconoscere ogni più piccolo segno di affetto. Grazie, dunque, cara mamma, per tutte le tue cure, e grazie di tutto a tutti. Giulio mi è sembrato, questa volta, più affettuoso che mai...
Io continuo la solita vita. Il difetto di tutte le anime giovani e vivaci è di aspirare a varie cose nello stesso tempo; il lavoro diventa perciò più complesso e lo spirito più inquieto; l'età matura, calma e serena, appiana e riordina ogni cosa. Io posso avere soltanto quattro mète: direttore d'orchestra, professore di musica, pianista e compositore. Hummel, p. e., riunisce tutte le quattro cose. Io m'appagherei delle due ultime. Mi basta essere tutto in qualche cosa, e non, come purtroppo feci sinora, qualche cosa in tutto. Ma ciò che importa in primo luogo è che, per esistere, io conduca una vita semplice, sobria e seria. Se m'atterro a questa linea di condotta, il mio genio, che talvolta mi domina totalmente, non m'abbandonerà...
L'8 giugno 1831 Robert Schumann è maggiorenne e riceve da Rudel i conti della tutela. Si trova così svincolato da ogni autorità e libero di disporre a suo piacere di un capitale abbastanza notevole. Egli è però pieno di timore per la propria prodigalità, per quella tendenza al sogno che lo porta a immaginare il denaro come una materia inesauribile, e, infine, per il proprio amore al disordine. Affida allora in gran fretta il capitale a Carl con l'incarico di passargli un interesse annuo del cinque per cento. La combinazione offre vantaggi per entrambi i fratelli, particolarmente per Carl, e Robert la promuove, l'accetta proprio per questo.
Giura che non metterà mai mano al suo capitale, benché sappia che la rendita non basterà a farlo vivere, ed anzi raccomanda alla madre di imporre a Carl e a Rosalie che gli mandino ogni anno gli interessi dovuti, non un soldo di più. Quanto a lui, attende con curiosità ed impazienza di procurarsi, col suo ingegno, i duecento talleri che mancano al suo bilancio.
Crolla in tal modo l'ultima barriera che, a parere di Schumann, lo separava ancora dalla divinità della musica. Ha ottenuto l'indipendenza sociale e, insieme a questa, una rendita; può dunque abbandonarsi, anima e corpo, al genio che lo brucia. Ma non ha ancora adempiuto a una delle condizioni poste da Wieck, anzi ad una fra le più importanti: non ha ancor scelto un professore di armonia. In luglio, finalmente, decide di rivolgersi a Dorn che è un abile maestro e un uomo eccellente. Se ha un difetto è quello di considerare la Fuga come l'essenza assoluta, come il «non plus ultra» di ogni musica.
Che Schumann abbia un'anima troppo generosa per potersi rinchiudere in una concezione così gretta dell'arte vien rivelato chiaramente quando, poco tempo appresso, compaiono stampate le Variazioni sul nome Abegg. Tutto tremante d'emozione, egli stringe fra le mani quei fogli ancora profumati di inchiostro; li accosta al viso, li espone alla luce per meglio cogliere la magia del nero e del bianco. La sua opera prima, la sua creatura! Un moto d'orgoglio gli gonfia il cuore di tale emozione che quasi pensa non potervi resistere. Come allucinato, ha una visione: vede un ampio cielo veneziano percorso da nubi orizzontali, ode lo sciacquio del mare contro le rive stipate di folla variopinta, mentre lui stesso, trasformato in doge, s'imbarca sopra una galea. Il vascello s'allontana verso il largo, al suono delle arpe, e, in alto mare, egli lancia nelle onde un anello: è il fidanzamento con l'Adriatico, l'unione simbolica con l'universo. Ebbrezza dolce e leggera.
Non appena questa si dissipa, egli pensa a tanti cuori feriti, sparsi per il mondo, e dice a se stesso che forse uno di loro sarà consolato dal suo canto. Questo pensiero gli procura una gioia grave, profonda, tale da far riconoscere in lui il vero artista. La creazione del bello non potrebbe mai soddisfarlo se la belleza creata fosse destinata a restar sterile. Egli ha bisogno di credere che esistono corrispondenze fra sensibilità sconosciute e la sensibilità sua. Nell'istante medesimo in cui lui dispererà della propria missione (e ogni mago conosce il dubbio) una fanciulla, seduta al pianoforte, esprimerà forse la sua nostalgia servendosi di un tema offertole dal musicista. È un pensiero infinitamente consolatore e fecondo di felici conseguenze.
La pubblicazione delle Variazioni porta nella vita di Schumann un cambiamento che assomiglia un po' a quello di cui aveva goduto a Heidelberg. Il giovane vien ricercato con interesse; in giro si discute sul suo avvenire, e quelli che lo conoscono sembrano provare piacere a stare con lui. Certe mattine la sua camera è piena di cantanti, di dilettanti, di pittori che discutono d'arte, del momento politico, degli amori della Pasta. Schumann ascolta molto più di quanto non parli; unisce il piacere del silenzio a un'invincibile timidezza. Tuttavia, si trova ín permanente contatto con quell'orgoglioso e perfetto insolente che è Wieck. Il trasloco dalla triste camera nel centro cittadino, cambiata con un piccolo appartamento sulla riva del fiume, porta la sua felicità al colmo. Una delle camere, orientata ad est, permette, al mattino, di scorgere il sole che sorge in fondo a un parco circondato da tante case rosse. L'altra stanza è la camera dell'intimità; è volta al tramonto e, quando si alza la luna, Schumann scopre un paesaggio composto di giardini in fiore, con entro un mulino mosso da un'acqua viva e gorgogliante.
Schumann è adesso in pace con Lipsia, dal momento che la città gli ha offerto tutti insieme i suoi alberi, un ruscello, la Scuola di San Tommaso, i concerti nel Gewandhaus, e meravigliose Messe, cantate nelle chiese senza accompagnamento d'organo o d'orchestra.
A J. N. Hummel [28] (Weimar)
Lipsia, agosto 1831
Egregio Signore,
Voglia perdonare l'audacia di questa lettera, firmata da uno sconosciuto, e giustificarla con la profonda conoscenza che egli ha delle Sue opere. Un giorno, quando le Sue sinfonie diffusero in me chiarezza e luce, concepii il desiderio di conoscere l'uomo a cui l'umanità è debitrice di tanti godimenti. Non credevo allora che questo desiderio avrebbe potuto realizzarsi, ma poi intesi ripetere da tutti che il Maestro non rifiutava mai un consiglio all'alunno che si rivolgeva a lui, e quindi nutrii fiducia.
Prima d'osare di rivolgerLe una preghiera, di cui affido l'esaudimento al Suo giudizio, mi permetto, venerato Maestro, di precisare lo scopo di questa lettera. Dalla mia infanzia, ho sentito un appassionato amore per la musica; trascorrevo intere giornate a improvvisare sul piano. Mio padre, libraio di una città di provincia, uomo di chiare e vaste vedute, constatò questa disposizione artistica con maggior piacere di mia madre, che, come tutte le mamme, preferiva alla pericolosa carriera dell'artista, un mestiere che assicuri meglio il pane quotidiano. Furono tuttavia intavolate trattative con il direttore d'orchestra Weber per la mia educazione musicale; ma, essendo il maestro in Inghilterra, esse i trascinarono per le lunghe, finchè, nel 1826, sopravvenne la morte di mio padre. Come un cieco che segue il suo istinto, continuai la mia strada senza guida. Non potevo trovare degli esempi in una piccola città, dove io stesso rappresentavo forse un modello per gli altri. Senza riguardi per la mia vocazione, per la mia futura carriera, mi iscrissi tre anni fa a questa università; vi frequentai i diversi corsi, ma per fortuna continuai con ardore e sotto buona guida i miei studi di pianoforte e composizione. Lei potrà giudicare facilmente quanto il mio maestro ebbe da correggere e insegnarmi, perché io suonavo a prima vista tutti i concerti, ma dovevo appena cominciare ad imparare la scala di do maggiore. I progressi che feci m'incoraggiarono; lo studio divenne più rigoroso, tanto che nel termine di un anno, potei suonare il Concerto in la minore (non ce n'è che uno) con tranquilla sicurezza, senza sbagli tecnici. Lo suonai anche in pubblico. Nel 1829, a Pasqua, andai a Heidelberg; viaggiai poi a lungo in Svizzera e in Italia, e ritornai per la Pasqua del 1830 a Heidelberg. E allora questo pensiero mi s'affacciò alla mente: «Che vuoi far tu su questa terra?» Non Le dirò nulla della lotta che sostenni durante sei mesi e nella quale finì col trionfare l'amore per l'arte. Pregai mia madre di scrivere a Wieck a Lipsia e di chiedergli il suo parere sulle mie attitudini per la musica. La risposta del maestro fu incoraggiante: egli riteneva che, non essendo completamente sprovvisto di mezzi e non dovendo quindi contare sull'arte per guadagnare il pane quotidiano, potevo affrontare con minor tema di tanti altri la carriera artistica.
Il dado era tratto. Ritornai subito a Lipsia, con grandi progetti e un'ardente volontà; ma che mutamento dovetti constatare nel mio vecchio maestro! Invece di pesar bene ogni suono, di studiare coscienziosamente ogni frase sotto tutti gli aspetti, egli mi lasciò suonare mescolando il buono e il cattivo, senza preoccuparsi del tocco, nè della diteggiatura; bisognava che tutto venisse in modo geniale, alla Paganini. Io non suonavo mai con abbastanza vivacità nè velocità. il mio insegnante non mirava che a strapparmi ad una maniera di suonare in certo qual modo paurosa, quasi meccanica, troppo ricercata. Riconobbi che quel metodo riusciva coli sua figlia, la quale ha un talento veramente non comune, ma non con me, che non oso ancora abbandonarmi con fiducia ad un'esecuzione tanto libera. Riconobbi pure che, durante l'intera annata trascorsa a Lipsia, avevo forse acquistato una maggiore larghezza di vedute, ecc., ma avevo fatto pochi progressi nel virtuosismo.
Io mi rivolgo ora con fiducia al Maestro: vorrà egli accordarmi per un certo periodo la gioia del Suo insegnamento? La mia vecchia ed ottima madre, che vorrebbe vedermi produrre qualche cosa di buono, s'unisce a me in questa preghiera e ripone tutte le sue speranze nell'uomo che il mondo dipinge così amabile e affettuoso verso i giovani artisti.
Sottometto timidamente al Suo giudizio il primo «a solo» d'un concerto, che meglio d'ogni altra spiegazione, Le farà conoscere il punto a cui è arrivata la mia educazione musicale. Per scusarmi d'essermi cimentato in un concerto, devo dirLe che ho già composto parecchi pezzi, piccoli e grandi, e che, secondo me, la forma del concerto, essendo più libera, è più facile, p. e., di quella d'una sonata.
Onoratissimo Maestro, io Le ho scritto a lungo e con tutta sincerità. Per la preghiera che azzardo, non posso offrire che un ringraziamento anticipato, che avrà per Lei ben poco valore. Ma se vorrà tener conto del desiderio lungamente nutrito di poterLa avvicinare e del mio fervente amore per l'arte, forse mi concederà maggiore indulgenza.
Mai ho chiuso una lettera con maggior senso di venerazione, di quanto ne provo ora.
Si sente leggero, libero, non piùvagabondo, allorché, tutto a un tratto, una brutta notizia viene a distruggere il suo equilibrio. I giornali del 4 settembre 1831 annunciano che a Berlino, nella sola giornata del 3, diciassette abitanti sono stati colpiti dal colera. Un panico improvviso si impadronisce di Schumann: teme che in quattro giorni il colera arrivi fin lì e ne resta sgomento come un bambino. Morire a ventun anni, quando si è offerto alla ammirazione delle genti soltanto le Variazioni sul nome Abegg non è ammissibile. Bisogna prendere una decisione, ma quale? Progetti stravaganti passano per la sua mente, poi si dissolvono, poi ritornano. Fuggire..., fuggire... Traccia sulla carta nomi di città e di uomini: Augsburg e Probst, Parigi e Wieck, Roma, Napoli, Weimar e Hummel, la Sicilia. E almeno avesse voglia di viaggiare, ma no, preferisce restare nella sua casetta per continuare a lavorare. E allora? Eccolo in uno stato febbrile, doloroso, come nei giorni piùneri. Fa testamento; ha talmente paura della morte ed esita con tale angoscia a scegliere un rimedio per sfuggirvi, che pensa perfino di farla finita sparandosi un colpo di pistola nel cranio.
Vane paure. Il brutto sogno svanisce così rapidamente com'era venuto. E Schumann tornato tranquillo per breve tempo, può assaporare con tutta calma una critica sulle sue Variazioni che Rellstab [Ludwig Rellstab (1799-1860), scrittore, poeta e critico musicale tedesco molto autorevole; fu lui a coniare l'immagine di «un chiaro di luna sul lago dei Quattro Cantoni» a proposito del primo tempo della Sonata quasi una fantasia op. 27, n. 2 di Beethoven (nota appunto come «del chiaro di luna»).] ha inserito nell'«Iris», giornale musicale berlinese.
Wieck partì infatti con lei per una tournée concertistica che durò dal Natale 1830 fino alla fine di gennaio del 1831; la prospettiva di un'assenza ancor più lunga a partire dal settembre 1831 obbligò Schumann a rivolgersi altrove. Il 20 agosto 1831 scrisse a Hummel chiedendogli di accettarlo come allievo; sul momento non se ne fece nulla, ma nel maggio dell'anno successivo Schumann non aveva ancora abbandonato l'idea. La lettera a Hummel segnala la sua insoddisfazione per l'insegnamento di Wieck e le annotazioni sul diario durante il periodo estivo registrano spesso una profonda sfiducia nelle proprie capacità esecutive e un contrasto con le opinioni di Wieck sulla musica. Nulla s'era fatto dei previsti studi teorici con Weinlig e soltanto nel giugno 1831 Schumann si rivolse infine a Heinrich Dorn, allora direttore d'orchestra al teatro di Lipsia, che il 12 luglio iniziò a istruirlo nel basso continuo; venticinque anni dopo Dorn raccontò a Wasielewski che il primo esercizio di Schumann, un corale a quattro voci, era «un esempio di contrappunto a dispetto delle regole». Nel frattempo Schumann aveva un nuovo idolo musicale, Chopin: completamente affascinato dall'op. 2, le Variazioni su "Là ci darem la mano", tentò, ma senza successo, di impararle a fondo; il 2 maggio aveva già deciso di scrivere qualcosa su di esse.
L'8 giugno scrisse alcune poesie intitolate Schmetterlinge e annotò nel diario la decisione di dare ai suoi amici «nomi più belli e più adatti»: Wieck divenne "Meister Raro", Clara "Zilia", Christel (una ragazza con cui aveva da poco allacciato una relazione più che altro sessuale) "Charitas", Dorn "Il Direttore" e così via. Cinque giorni più tardi ebbe l'idea di usare questi nomi per i personaggi di un romanzo, Die Wunderkinder, nel quale appariva per la prima volta "Florestan l'improvvisatore" e dove Paganini, celato dietro uno pseudonimo, avrebbe avuto un ruolo importante. Il 1° luglio osservava che «personaggi completamente nuovi fanno oggi il loro ingresso nel mio diario - due dei miei migliori amici. [...] Florestan ed Eusebius», ma solo il 13 ottobre Florestan divenne «l'amico del cuore; in effetti, nella narrazione, egli rappresenterà veramente me», mentre Eusebius, Meister Raro e gli altri «hanno cambiato ruolo e da persone reali sono divenuti personaggi di fantasia». Florestan ed Eusebius comparvero nell'articolo su Chopin, Ein Opus II, spedito all'«Allgemeine musikalische Zeitung» il 27 settembre, due giorni dopo la partenza di Friedrich e Clara Wieck per la tournée di sette mesi; l'articolo fu pubblicato solo il 7 dicembre.
La composizione più ambiziosa del 1831 fu una Sonata in Si minore il cui primo movimento (che comprendeva materiale tratto da alcune variazioni sul Rondò à la clochette di Paganini) fu in seguito pubblicato come op. 8. [ABRAHAM]
Al fratello Giulio Schumann (Zwickau)
Lipsia, 5 settembre 1831
Miei cari fratelli,
devo confessarvi che provo una paura dolorosa e quasi infantile del colera, i cui artigli mi strapperebbero senza complimenti alla mia bella vita consueta. Il pensiero di morire ora, dopo aver trascorso soltanto venti anni in questo mondo, senza aver fatto null'altro che sperperare denaro, mi fa uscire di senno. Sono da qualche giorno in preda a uno stato febbrile; mille progetti m'attraversano il cervello e prendono il volo per poi ritornare.
Io sono convinto che un uomo ha il dovere di cercar d'evitare un'epidemia, se può farlo e se le sue condizioni civiche non vi s'oppongono apertamente. Siccome questo non è il mio caso, andrei volentieri a passare sei mesi nella serena Italia, oppure temporaneamente ad Augsburg con Wieck, che va a Parigi assieme a Probst [29]; oppure a Weimar da Hummel. Preferirei rimanere qui, perché faccio progressi nella musica e non ho il minimo desiderio di viaggiare; in una parola, sono in una fatale inquietudine e in una tale indecisione, che mi viene talvolta la tentazione di spararmi una pallottola in capo...
Alla madre
Lipsia, 21 settembre 1831
Mia cara e buona mamma,
com'è gentile da parte tua l'avermi scritto di nuovo: tu mi dai oltre alla gioia procuratami dalla tua lettera, l'occasione di dartene una con la mia risposta! Ti sembro un po' presuntuoso, vero? Ricevi pure i miei ringraziamenti per la tua lettera precedente e per il panciotto che mi sta a pennello. Hai il diritto di essere arrabbiata con me, perché t'invio i ringraziamenti così in ritardo, ma, quindici giorni fa, m'ero ficcato in capo l'idea che prenderò il colera e che avrei dovuto andarmene lontano, molto lontano, in qualche luogo come Napoli o la Sicilia; perciò volevo dapprima attendere il tuo ritorno a Zwickau per consegnare in tue mani le mie carte. E buono o cattivo il genio che m'ha distolto da questo progetto? In breve, da qualche giorno i miei timori sono svaniti, come pure il desiderio di viaggiare, che era poco profondo. In quanto al mio testamento, già scrivendolo, m'ero, a dire il vero, sentito ridicolo. Tnttavia la previdenza è una cosa buona e saggia. Siccome l'ho fatto io stesso, senza consigli, nè notaio, ognuno dei miei felici eredi potrà contestarlo. In fondo, non l'ho redatto che nel tuo interesse, riservando certe cose, come il mio piano a coda, per Rosalia, ecc.
Per il momento non penso più a Weimar. Diverrò, tra breve, padre d'un fanciullo sano e fiorente, che vorrei tenere sul fonte battesimale ancora a Lipsia [30]. Il fanciullo sarà presentato al mondo da Probst; voglia il cielo che tu comprenda i suoi primi vagiti di giovinezza e di vita! Se tu sapessi quali sono le prime gioie di un compositore! Solo quelle del fidanzamento possono forse eguagliarle. Per il mio cuore, il cielo è pieno di speranze e d apprensioni! Fiero come il doge di Venezia che sposa l'Adriatico, io mi unisco, per la prima volta, al vasto universo, che è in tutta la sua estensione il mondo e la patria dell'artista. E non è un pensiero bello e consolante il dirsi: «Questa prima goccia che si perde nell'etere, penetrerà forse in dei cuori straziati, di cui mitigherà il dolore e guarirà le ferite»?
Alla famiglia Schumann
1831
Care e gentili anime!
Fate alla mia creatura un'accoglienza affettuosa! [31]
Se a qualcuno tra voi essa sembrerà muta, perché non potrà comprenderne il linguaggio, avrà il vantaggio d'immaginarla ancora più bella di quanto sia in realtà. Non prendetevela a male, se non ho dedicato questa mia opera a nessuno di voi. M'è sembrato anzitutto che una dedica alla famiglia mi toccasse troppo da vicino, per essere la prima; poi che l'opera non fosse sufficientemente bella; infine parecchie cose migliori che portano il vostro nome sono in preparazione, per esempio «Papillons musicals» per le mie tre cognate, un «Concerto» per mia madre e un «Grande Esercizio» [32] per i miei fratelli.
Siate felici e pensate con gioia al vostro