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A cosa dovrebbe servire l'aiuto allo sviluppo? L'obiettivo tradizionale di riduzione della povertà sta lasciando spazio a uno nuovo volto a limitare la migrazione? I criteri di efficienza e il senso dell'impegno svizzero sono sempre più al centro del dibattito.
L'aiuto allo sviluppo non riesce a frenare l'immigrazione proveniente dai paesi più poveri. Al contrario: nelle regioni dove il suo impatto è maggiore, l'emigrazione sembra crescere di pari passo col benessere. È la conclusione alla quale è giunto uno studio realizzato di recente dal Forum di politica estera (foraus), intitolato "Lo sviluppo economico impedisce la migrazione?".
Il rapporto ha suscitato un acceso dibattito, che va oltre la questione della riduzione del tasso migratorio o della lotta contro la povertà, e interessa la Svizzera così come altri paesi occidentali. Oggi l'identificazione dei criteri di successo di questi aiuti appare sempre più importante, ma non senza problemi. Lo dimostrano le discussioni emerse nell'ambito della Conferenza annuale della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e del Segretariato di Stato dell'economia (SECO), svoltasi a metà agosto 2012 a Berna.
La retorica del freno alla migrazione
«Il nostro studio si basa prima di tutto su dati empirici che dimostrano come l'aumento del reddito pro capite favorisce il fenomeno migratorio nei paesi in via di sviluppo», spiega a swissinfo.ch Pablo Padrutt. L'esperto di politica di sviluppo ed ex vicepresidente del foraus sottolinea come nelle regioni più povere l'emigrazione non sia d'attualità. «La gente non può permettersi di pagare un passatore migliaia di dollari».
«Abbiamo osservato che il Parlamento svizzero ha sempre più tendenza a rivendicare l'aiuto allo sviluppo come strumento di controllo della migrazione. I fatti però dimostrano il contrario», prosegue Padrutt.
Lo studio non rimette in questione l'aiuto allo sviluppo in quanto tale, ma critica la retorica dei politici e delle autorità pubbliche. «Temiamo che la cooperazione allo sviluppo si concentri troppo su paesi come la Tunisia, non appena la migrazione economica inizierà ad aumentare ».
Soldi nei paesi sbagliati
La Tunisia, ad esempio, non figura tra i paesi più poveri al mondo, secondo gli standard internazionali. «Gli aiuti non sono destinati alle regioni o alle persone che ne avrebbero maggiormente bisogno, ma alle nazioni più sensibili nell'ambito della politica migratoria elvetica», sottolinea Padrutt.
Soltanto 830 dei 22'551 richiedenti l'asilo che hanno bussato alle porte della Svizzera nel 2011 provengono dai dieci paesi più poveri. Secondo i ricercatori del foraus, continuando a focalizzarsi su una riduzione della migrazione, l'aiuto allo sviluppo perde di vista il suo obiettivo primario: la riduzione della povertà.
La lotta contro la povertà resta prioritaria
«Lo studio fornisce diversi spunti di riflessione. E questo è positivo», ribatte il direttore della DSC Martin Dahinden. «Ma non condivido la conclusione secondo cui l'aiuto allo sviluppo porterebbe a un incremento della migrazione». Stando a Dahinden, non vi sono studi a livello internazionale che lo dimostrano.
«L'obiettivo della cooperazione elvetica è la riduzione della povertà. Migliori condizioni di vita nei paesi del Sud permettono di diminuire la migrazione». La DSC fa molto in questo campo, «in particolare aiutando le persone in loco, come ai confini con la Siria, dove lavoriamo con i rifugiati, cercando di dare loro delle prospettive di vita migliori ».
Sfide globali
Tuttavia, oggi la DSC deve fare i conti con altre priorità, con sfide più globali, sottolinea ancora Martin Dahinden. In questo senso, la cooperazione allo sviluppo svolge un ruolo importante anche nel far fronte a problematiche come la sicurezza alimentare, i cambiamenti climatici, la scarsità di risorse idriche. «E l'obiettivo resta lo stesso: migliorare le prospettive di sviluppo dei paesi più poveri e della loro popolazione».
Anche l'assistenza al ritorno dei rifugiati fa parte di queste sfide globali. «Dal 1990 abbiamo maturato diverse esperienze in questo senso nei Balcani. Cerchiamo partenariati migratori che ci permettano di discutere con i paesi interessati e cercare soluzioni convincenti».
Troppi obiettivi
Per l'esperto in politica dello sviluppo, Pablo Padrutt, una moltiplicazione degli obiettivi rischia però di ridurre l'impatto dell'aiuto . «Non è il compito principale della DSC affrontare problemi come il cambiamento climatico o l'uguaglianza tra i generi, come ripetuto negli ultimi anni. La lotta contro la povertà dovrebbe restare prioritaria. Nel team del foraus ci siamo chiesti in che modo la politica svizzera potrà essere ancora più efficiente attraverso un aiuto allo sviluppo bilaterale più mirato».
Tra gli interrogativi ancora aperti c'è il ruolo svolto dalle istituzioni svizzere nei confronti dei destinatari di questi aiuti. «Per noi non si tratta soltanto di far sapere a chi paga le tasse in Svizzera dove vanno a finire questi contributi. Ma è ancora più importante che la gente di questi paesi lontani possa dire la sua. Nessuno naturalmente rifiuterà un dono, ma sono necessari più feedback da parte loro», prosegue Padrutt.
I ricercatori del foraus si sono inoltre chiesti quali siano le caratteristiche di una politica dello sviluppo coerente. «È coerente sostenere gli agricoltori svizzeri con 4 miliardi di sovvenzioni e dazi doganali e allo stesso tempo aspettarsi che i paesi africani possano esportare i loro prodotti in tutto il mondo, tranne che in Svizzera?».
Ridefinire i criteri d'impatto
Per valutare l'impatto della cooperazione , oggi sono necessari nuovi criteri, sottolinea il direttore della DSC Martin Dahinden. «In passato ci si accontentava di sapere quanti pozzi erano stati realizzati, quante scuole erano state costruite o quante persone avevano seguito un corso di formazione. Ma questo non basta più. La partecipazione a una lezione scolastica non è più un obiettivo. Ciò che conta è che le persone possano imparare qualcosa che permetta loro di guadagnare e dunque di nutrire le loro famiglie. Oggi è questo che deve essere valutato».
Le voci più critiche sottolineano però il rischio che, mettendo troppo l'accento sull'efficienza di un progetto, ci si concentri unicamente sulle attività facilmente misurabili, come la costruzioni di case o ponti. Col rischio di dimenticare progetti fondamentali.
Per il direttore della DSC, non bisogna però modificare il contenuto dei progetti in base alla loro efficienza. «I progetti che riguardano l'acqua sono facilmente valutabili. Possiamo dire che ogni anno permettiamo a circa 35'000 persone di accedere all'acqua potabile. E possiamo dire che è più facile fare progressi nei paesi poveri, ma pacifici, che nelle regioni in conflitto. Ma ciò non significa che dobbiamo ritirarci dai quei paesi dove gli obiettivi della cooperazione allo sviluppo sono più difficili da promuovere».
DSC e migrazione
La migrazione è una conseguenza della povertà, di un contesto economico difficile, di conflitti armati e cambiamenti climatici.
A seguito della globalizzazione i movimenti migratori si sono intensificati e sono diventati fenomeni complessi. La DSC intende cogliere gli aspetti positivi della migrazione, arginandone le conseguenze negative. Se inclusa nelle strategie di sviluppo in un quadro regolamentato e mirato, la migrazione può fungere da motore per lo sviluppo.
La DSC vigila affinché la migrazione avvenga nel rispetto dei diritti e degli interessi delle persone e degli Stati coinvolti e affinché i trasferimenti finanziari e le conoscenze dei migranti siano sfruttati nel miglior modo possibile nei loro paesi di origine. Tra gli obiettivi della SDC vi è anche quello di promuovere il potenziale della diaspora.
Mai prima d’ora così tante persone hanno vissuto al di fuori del loro paese d’origine: secondo le statistiche dell’ONU, nel 2010 sarebbero più di 200 milioni, ovvero il 3% della popolazione mondiale.
I migranti comprendono oggi lavoratori qualificati e non qualificati, studenti e famiglie. Altrettanto vario è il loro statuto giuridico: rifugiati, sfollati, migranti regolari e irregolari,...
(Fonte : DSC)Fine della finestrella
(Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter), swissinfo.ch