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BASILEA - Novartis sotto pressione negli Usa, dove è accusata di aver pagato tangenti ai medici affinché favorissero i suoi medicamenti nelle prescrizioni ai pazienti. Se non opterà per un accordo extragiudiziale si arriverà al processo.
Un giudice federale di New York, Paul Gardephe, ha respinto l'istanza del colosso farmaceutico elvetico di escludere le prove presentate dall'accusatore, il governo americano, riferisce la Reuters.
Secondo Gardephe l'esecutivo non deve dimostrare un "quid pro quo" (espressione che in ambito anglosassone viene usata con il senso che il parlante italofono odierno ritrova in "do ut des", cioè dare per avere) fra Novartis e i dottori per statuire sulla responsabilità dell'impresa.
«Siamo delusi dalla decisione e guardiamo alla possibilità di presentare il nostro caso in Tribunale», afferma la multinazionale in una presa di posizione di cui parla l'agenzia finanziaria Awp. «Siamo sempre dell'opinione che il governo non disponga di prove sufficiente per dimostrare le sue asserzioni».
L'inizio della vicenda risale al 2011, quando Oswald Bilotta, un ex rappresentante commerciale di Novartis si trasforma in allertatore civico e avvia un procedimento sulla base del Federal False Claims Act , la legge - risalente alla Guerra civile americana - che permette di rendere responsabili privati o aziende per aver raggirato il governo federale. L'esecutivo può associarsi all'azione, cosa che ha fatto nel caso di Novartis: dal 2013 sono parte in causa anche il governo federale e lo stato di New York.
L'accusa: Novartis fra il gennaio 2002 e almeno il novembre 2011 avrebbe proceduto a suon di mazzette, camuffate ad esempio quali onorari per interventi durante eventi, con l'obiettivo di spingere i dottori a prescrivere diversi suoi farmaci, fra cui i preparati per l'ipertensione Lotrel e Valturna, nonché quello per il diabete Starlix. Per "oliare" i rapporti d'affari non sarebbero mancati anche pasti pantagruelici: secondo l'accusa la società avrebbe pagato 9750 dollari per un pranzo per tre persone in un ristorante giapponese.
A farne le spese sarebbero stati i programmi governativi di assicurazione sanitaria Medicare e Medicaid, chiamati a versare milioni di dollari per rimborsare i farmaci di Novartis. Il governo cerca ora di ottenere un risarcimento danni pari a tre volte l'importo che gli è stato fatturato per pretese che considera fraudolente.
Novartis ha peraltro già pagato in passato per archiviare accuse relative a metodi illegali per promuovere i suoi prodotti. Nel 2010 ha accettato di versare 422,5 milioni di dollari per risolvere varie accuse civili e penali, comprese tangenti ai medici. Nell'ambito di quell'accordo Novartis si era dichiarata colpevole di aver erroneamente etichettato un farmaco, ma per il resto non aveva ammesso alcun reato. Nel 2015 il gruppo ha pagato 390 milioni di dollari perché accusato di aver versato tangenti alle farmacie affinché vendessero medicinali della casa renana invece che i preparati della concorrenza. Anche in questo caso non vi era stata alcuna ammissione di colpa.
Negli Stati Uniti hanno fatto anche discutere le relazioni che l'azienda ha intrattenuto con Michael Cohen, il legale che ha lavorato come avvocato personale del presidente Donald Trump e che è nel frattempo stato condannato per vari reati. Novartis ha ammesso di aver sottoscritto nel febbraio 2017 un contratto da 1,2 milioni di dollari con la Essential Consultants, società di consulenza di Cohen. Obiettivo: fornire suggerimenti riguardo alla politica sanitaria. Secondo i critici la manovra aveva in realtà quale scopo quello di garantirsi un accesso privilegiato alla nuova amministrazione Trump.
Le elargizioni che l'industria farmaceutica promuove nei confronti di medici, ospedali e organizzazioni di pazienti e altri organismi sanitari sono un tema anche in Svizzera: nel settembre scorso il periodico Beobachter riferiva che nel periodo 2015-2017 i versamenti in questione ammontavano a oltre 455 milioni di franchi. Ai medici le aziende pagano le tasse di partecipazione ai congressi, le spese di pernottamento e gli onorari dei relatori, mentre per le associazioni vengono distribuite generose donazioni. La gran parte dei dottori incassa in tal modo alcune migliaia di franchi all'anno, ma c'è anche chi vede lievitare il conto in banca di 100'000 franchi o anche più, riferiva il bimestrale. «I grandi regali preservano l'amicizia», titolava la storica testata di difesa di piccoli risparmiatori e consumatori.
Il periodo al centro delle nuove accuse negli Usa è quello caratterizzato dalla figura di Daniel Vasella (oggi 65enne), che è stato Ceo di Novartis dalla fusione fra Ciba-Geigy e Sandoz nel 1996 al 2010, nonché presidente della direzione dal 1999 al 2013 (fra il 1999 e il 2010 ha quindi ricoperto il doppio mandato).
Attivo in gioventù nel comitato direttivo dell'associazione studentesca marxista-leninista "Cercle Grachus", Vasella si era laureato a Berna e nel 1978 aveva sposato la figlia di Marc Moret, manager che tre anni più tardi sarebbe diventato presidente della direzione di Sandoz. Dal 1988 lo stesso Vasella era passato al servizio di Sandoz, arrivando ad essere il numero uno della divisione Pharma.
Quale numero uno di Novartis è stato uno dei principali bersagli - se non il principale - delle critiche sui salari dei dirigenti di grandi aziende, che hanno portato il popolo ad approvare nel marzo 2013 l'iniziativa popolare dell'imprenditore sciaffusano Thomas Minder sui salari abusivi. Due settimane prima del voto si era venuto a sapere che Vasella aveva diritto a un compenso di 72 milioni di franchi per una clausola di non concorrenza al termine del suo mandato. Su pressione dell'opinione pubblica l'interessato aveva però rinunciato pochi giorni dopo al denaro.