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Università di Basilea
Una studentessa si ribella alla lingua tedesca inclusiva
Una studentessa di diritto e scienze politiche dell'università di Basilea balza agli onori della cronaca perché si rifiuta di «gendern», cioè di utilizzare una lingua tedesca inclusiva, che tenga conto dei vari generi.
La vicenda di Sarah Regez – questo il nome della giovane, che è anche affiliata all'UDC – viene descritta oggi dalla SonntagsZeitung.
La 28enne fa sapere ai suoi seguaci su Instagram cosa pensa di quella che considera la mode woke nelle aule. «Questo semestre potrò iscrivermi di nuovo a diversi ottimi corsi di scienze politiche», ha scritto con sarcasmo: ad esempio a «Sessualità ed economia politica».
Il Centro per gli studi di genere ha intanto avviato il progetto «Crowdfunding for Feminist Strike House» e promuove una «cultura linguistica senza discriminazioni», che sta mettendo in moto interi dipartimenti dell'ateneo. «Se hai un lavoro e paghi le imposte contribuisci a finanziare queste baggianate», scrive Regez.
La sua prospettiva nella facoltà di scienze politiche
Il rettorato ha adottato in ottobre delle «linee guida per un linguaggio inclusivo». «Mentre in passato l'attenzione era rivolta a rendere visibili le donne», si legge nel documento, «oggi c'è un crescente desiderio di prendere in considerazione anche le identità di genere non binarie».
Questo può essere fatto, nello scrivere, attraverso l'uso dell'asterisco, dei due punti o del trattino basso. I docenti e le unità amministrative sono tenuti «a comunicare in modo sensibile». Nel lavoro degli studenti, invece, l'uso di caratteri speciali non deve essere prescritto e non deve essere incluso nella valutazione.
Quest'ultimo punto secondo Regez è però solo teoria: a suo avviso le cose funzionano in modo diverso. Attualmente la studentessa frequenta un corso di scienze politiche e proprio all'inizio il docente ha presentato una diapositiva ed elencato cinque punti, sotto il titolo «Welcome», ritenuti importanti per questo seminario. Tra questi: «Linguaggio neutro rispetto al genere» nonché «Spazio sicuro». «Se due dei cinque punti riguardano l'inclusione e il benessere di tutti, allora abbiamo un problema», sostiene l'alunna in dichiarazioni riportate dalla SonntasgZeitung.
Un esempio durante una presentazione
Durante lo stesso seminario uno studente che parlava di pirati ha interrotto la presentazione dopo pochi minuti per scusarsi: «Intendevo dire Pirat*innen, ovviamente». La parola è stata pronunciata facendo una pausa nel mezzo del vocabolo per marcare l'asterisco di genere. «Per me rappresenterebbe una novità sapere che in Africa fra i pirati ci sono anche donne», commenta Regez. «Quando persino una parola del genere viene 'genderizzata' mi innervosisco».
Questa autocensura è il risultato di un clima di intolleranza e di conformismo di opinioni che si è diffuso nelle università, sostiene Regez. Il gendering, ufficialmente, è volontario. «Ma gli studenti e i docenti fanno pressione l'uno sull'altro: ci si aspetta che lo si rispetti e chiunque lo critichi ha tutta la sala contro».
Un tema molto discusso
Le guide al corretto uso della lingua si stanno diffondendo anche altrove nella Svizzera tedesca. Il settimanale cita il caso della scuola universitaria professionale di scienze applicate di Zurigo (ZHAW). L'unità «Diversity» ha inserito le parole auspicabili in una tabella con uno smiley, mentre sopra le espressioni indesiderabili figura una faccina emoji con gli angoli della bocca tirati verso il basso.
Nella lista nera figurano «Lehrling», «Studentenvertretung», «Migranten», «fachmännisch», «Anwaltskosten»: secondo i funzionari si deve dare la precedenza a «Lernender», «Studierendenvertretung», «migrantische Person», «fachkundig» e «Kosten für die Rechtsvertretung». Anche il ben noto «Schwarzfahrer» (colui che non paga il biglietto), va sostituito con «Reisende ohne gültiges Ticket».
Nella firma delle e-mail gli studenti possono indicare come desiderano essere indirizzati. Le scelte sono: «lei», «lui», «they» o «sier». Viene anche specificato che se nei corsi sono utilizzate espressioni discriminatorie o offensive nei confronti di singoli gruppi, o se vengono affrontati argomenti che possono essere traumatizzanti, è importante una «Triggerwarnung», cioè un avvertimento sui possibile contenuti traumatici della lezione.
La controversia tocca anche le valutazioni?
Ma chi non segue le regole «gender» – si chiede la giornalista della SonntagsZeitung – rischia un voto più basso? Coloro che sono critici nei confronti di queste novità nutrono da tempo tale sospetto, ma gli atenei smentiscono.
Un passaggio delle raccomandazioni linguistiche della ZHAW potrebbe però alimentare i dubbi: il documento afferma infatti che è «a discrezione dell'università o dei docenti stabilire criteri di valutazione formali e sostanziali, purché la valutazione sia comprensibile, basata su criteri oggettivi e uguale per tutti gli studenti». Ciò significa che i professori possono richiedere l'uso di un linguaggio inclusivo e segnalarlo nei lavori degli studenti.
Nei suoi studi di legge, Regez non ha invece mai dovuto usare un linguaggio neutro dal punto di vista del genere: non ci sono mai stati problemi. «Ogni avvocato sa che questo tipo di regolamento linguistico è giuridicamente insostenibile», afferma la studentessa. La giovane vuole che continui a essere così anche nei suoi studi di scienze politiche e promette di battersi per questo. «Anche se dovessi subire una riduzione del voto», conclude.
hm, ats