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Tutto ha inizio con un appello del 24enne Dalai Lama. Dopo la repressione sanguinosa della rivolta a Lhasa, la capitale del Tibet, da parte dell’esercito cinese, il capo spirituale si rifugia con altre decine di migliaia di tibetani a Dharamsala, nel Nord dell’India. Da qui lancia il suo invito all’Occidente di accogliere i profughi tibetani. Il Dalai Lama vuole formare una élite all’estero, medici o ingegneri, che lo aiutino a ricostruire lo Stato tibetano o a gestire la comunità in esilio. L’appello viene raccolto anche dall’industriale di Olten Charles Aeschimann, uno dei padri della centrale atomica di Gösgen-Däniken e delegato del Consiglio di amministrazione dell’azienda elettrica Atel.
Dopo aver ottenuto l’affidamento di un bambino tibetano, promette al Dalai Lama di muovere tutte le leve in suo potere per permettere a una trentina di giovani profughi di trasferirsi nel villaggio Pestalozzi di Trogen, nell’ Appenzello Esterno. In piena Guerra fredda, le autorità federali vedono di buon occhio l’iniziativa di Aeschimann e concedono un permesso generalizzato d’immigrazione. Per la Svizzera è un’opportunità per dimostrare il suo impegno umanitario nei confronti di un popolo sottomesso a un governo comunista. Anche la popolazione elvetica abbraccia subito la causa tibetana, quella di un popolo di montanari che lotta per la sua indipendenza.
Charles Aeschimann gestisce di proprio pugno questa azione, senza chiedere e ascoltare i consigli di nessuno. Decide autonomamente a quali famiglie affidare i 160 bambini tibetani, di cui solo 19 sono orfani. L’industriale di Olten sceglie soprattutto famiglie della élite svizzera: professori, medici, industriali, insegnanti. I bambini, di età compresa tra i quattro e gli undici anni, dimenticano in fretta la lingua e la cultura tibetane. Per molti i traumi vissuti durante la fuga e il distacco forzato dai genitori naturali lasciano ferite insanabili. Durante l’adolescenza, molti di loro vivono una grave crisi identitaria: 9 tibetani su 160, ossia il 5 per cento, si toglie la vita, altri muoiono a causa dell’abuso di sostanze che generano dipendenza, 12 finiscono in un centro educativo per minorenni.
Con il libro «Tibetische Kinder für Schweizer Familien» le giornaliste Sabine Bitter e Nathalie Nad-Abonji fanno luce su un fosco capitolo della storia sociale della Svizzera legata ai collocamenti extrafamiliari.