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Rey
[…] Ne va dell’intima connessione tra storia e immaginazione, che qui trionfa in maniera assolutamente appropriata, dal momento che il progetto di Tounens fu un sogno che si voleva reale.
[…] In questo modo comprendiamo come il potenziale apparentemente anticoloniale del Tounens avvocato delle popolazioni minacciate dal sopruso coloniale si dissolva in una forma di colonialismo ideologico.
Un’avventura giuridica
Orélie Antoine de Tounens era un avvocato e avventuriero francese, come recitano le fonti enciclopediche, che di fatto ha riassunto queste due vocazioni nella singolare “avventura giuridica” di fondare non uno Stato ma addirittura un regno nei territori ancora parzialmente indomiti dell’Araucania e della Patagonia. Siamo a metà del XIX secolo, quando sia il Cile che l’Argentina avevano da poco acquisito l’autonomia e cominciavano ad esercitare il potere di definizione dei confini nazionali. Un esercizio largamente arbitrario e violento, soprattutto nei territori più remoti abitati dalle popolazioni indigene, in gran parte del ceppo dei Mapuche. In questo contesto va iscritta l’iniziativa di Tounens di raggruppare le popolazioni indigene contro le ingerenze di Cile ed Argentina. Finché il progetto rimase nella fase costituente e nei limiti di un’azione giuridica, fu ignorato dai governi, incluso quello francese che avrebbe potuto avere qualche interesse strategico; ma nel momento in cui un’organizzazione armata si costituì per fronteggiare l’armata cilena, Tounens fu catturato ed esiliato in Francia. Per tre volte il nobile francese tornò in Sud America e tentò di ricostituire le alleanze tribali per “difendere” il regno fondato, altrettante volte fu catturato ed espulso, per infine morire in Francia nel 1878.
Storia e immaginazione: un’alleanza tutta cinematografica
Il regista Niles Atallah si è appropriato di questa storia attraverso un racconto filmico che colpisce immediatamente per la libertà del linguaggio cinematografico: l’uso di una profondità di campo corta, di filtri colorati, di immagini di archivio, di una messinscena con maschere che richiamano il teatro di marionette, nonché l’uso della pellicola “lavorata”, creano un’atmosfera leggendaria e onirica che ispira tutta la narrazione. Ne va dell’intima connessione tra storia e immaginazione, che qui trionfa in maniera assolutamente appropriata, dal momento che il progetto di Tounens fu un sogno che si voleva reale. Ne va dell’anelito romantico di materializzare le idee, che siano ideali utopici o spettri chimerici. In questo il cinema è materia privilegiata, con la sua forza illusionistica e proiettiva, materia alchemica che più di ogni altra è capace di trasfigurare e non semplicemente rappresentare il reale. In ciò Rey magnifica l’anima romantica di cui il cinema è fatto, in quanto quest’ultimo è di fatto il risultato di un’elaborazione tutta ottocentesca; con Rey ritroviamo la magia e la libertà della materia cinema, quella magia e quella libertà che hanno connotato gli anni della sua nascita. L’esperienza filmica che ci fornisce Atallah funziona come una rigenerazione dei nostri “sensi cinematografici”.
Colonialismo politico
Magia e libertà costituiscono il filo rosso della storia del Rey non solo dal punto di vista formale e iconico. Sono anche i temi politici che strutturano la vicenda di Tounens: la libertà dell’autodeterminazione dei popoli e la magia che ispira la fondazione di una nazione che è profondamente ancorata al sentimento religioso. La traccia religiosa o spirituale dell’avventura del Tounens rivela una retorica del potere (in tedesco “magia” e “potere” condividono la stessa radice linguistica – e questa fu sottolineatura del romanticismo tedesco…) che sostituisce alla forza prevaricatrice l’autorità divina. In questo modo comprendiamo come il potenziale apparentemente anticoloniale di Tounens avvocato delle popolazioni minacciate dal sopruso coloniale si dissolva in una forma di colonialismo ideologico. Infatti l’idea stessa di costituire una nazione, un regno, attraverso l’autoproclamazione e attraverso un’iniziativa individuale che si ammanta di messianismo, esprime esattamente l’ideologia dell’Europa moderna, un’ideologia che non ha niente a che fare con le popolazioni indigene dell’Araucania e della Patagonia. Tounens si appropria delle tradizioni religiose locali per accentrarle sulla sua persona e sull’ideologia europea del regno che si fonda da sé. La storia di Tounens è così ancora una volta una storia di colonialismo.
Delirio e apocalisse
Nonostante le informazioni con cui Atallah chiude il film ci facciano pensare a una piena assunzione del punto di vista di Tounens come eroe romantico, figura che pare debba ancora oggi ispirare la ribellione delle popolazioni indigene contro i soprusi degli stati moderni, mi sembra che in Rey vi sia anche una prospettiva critica su questa figura romantica. Infatti, Atallah accentua talmente la dimensione delirante di Tounens che durante il film non possiamo che prendere le distanze dal suo fanatismo, pur riconoscendo in lui la buona fede delle cosiddette “anime belle”. Il tema del delirio – che con Gilles Deleuze non va pensato solo negativamente, ma anche nel senso del pensiero globale (e/o totalitario) – emerge con chiarezza particolarmente nella scena della sua febbricitante esaltazione del proprio io, che è associata all’ossessione del suo essere re. Non è un caso che proprio a questo momento di parossismo dell’io segue il capitolo “apocalittico” del film, ovvero la rovina finale dei sogni dell’avvocato francese.
In questo splendido finale Atallah ritrova il tema della congiunzione tra il contenuto narrativo e la materia del film, ovvero tra le avventure di Tounens e le avventure delle forme filmiche che il regista maneggia. L’apocalisse del delirio politico-religioso di Tounens coincide con una consumazione della materia filmica attraverso la corrosione della pellicola (e a questo punto chi non penserà a Nostra signora dei Turchi di Carmelo Bene?) fino alla sua dissoluzione nello schermo bianco. L’avventura cinematografica di Rey si conclude con l’appello ingombrante dello schermo bianco verso il pubblico, interrogazione violenta del - e sfida al - formato illusionistico del cinema di immersione.
Alla luce dello schermo bianco
Cosa avviene fuori dalla sala cinematografica? Un tale Philippe de Tounens si è dichiarato in epoca contemporanea erede legittimo del regno di Araucania e Patagonia, esponendo la sua causa perfino ad una sedua dell’ONU; ma nel 2014 è morto senza successori. Il popolo Mapuche continua le sue battaglie per un riconoscimento ufficiale e contro le discriminazioni che continua a subire. Intanto scopriamo che il magnifico progetto cinematografico di Niles Atallah, lui stesso cileno-statunitense, è il risultato di collaborazioni con molteplici festival (Torino, Amiens, Rotterdam, Toulouse, tra gli altri) e frutto di una produzione internazionale che riunisce Francia, Germania, Olanda, Cile e Qatar. Una nota extradiegetica che ci fa pensare come l’apocalisse di Tounens possa coincidere con l’auspicabile naufragio dei deliri nazionalisti. Quanto al cinema, diremo che …«è dolce naufragare in questo Rey».
Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: November 10, 2017
Rey | Film | Niles Atallah | FR-DE-NL-CHL-QAT 2017 | 93’ | Geneva International Film Festival 2017 | Filmar en América Latina Festival Genève 2017