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Per ricordare la figura di Sergio Salvioni abbiamo voluto intervistare l'ex segretario politico del Plr (a cavallo fra gli anni '80 e '90), Venanzio Menghetti, che in questa intervista ha voluto sottolineare l'importanza del "duello" fra Sergio Salvioni e Franco Masoni nel 1991.
Venanzio Menghetti, lei fu segretario del Plrt quando Sergio Salvioni era a Berna, prima in qualità di consigliere nazionale e poi di consigliere agli Stati. Ha avuto modo di conoscere approfonditamente Sergio Salvioni. Che ricordo ha di lui?
Per me Sergio Salvioni, assieme a pochi altri, è stato un punto di riferimento nel partito. Grazie a politici come lui, e non molti altri, l'idea che ci si poteva fare di quel partito era un'idea che a me, e non solo, piaceva molto.
È stato un piacere poi conoscerlo personalmente. Nel 1987, quando i giovani liberali radicali mi hanno candidato al Consiglio nazionale, lui era per la seconda volta in lista, da uscente. In quella campagna elettorale, nell'autunno del '87, instaurai un bel rapporto con lui.
Il Ticino perde un esponente di quella generazione, nata verso la fine degli anni '20, che ha rappresentato forse l'ultima ondata di politici di peso. Ve ne sono stati ancora in seguito, ma sono stati un po' delle mosche bianche. In quella generazione invece, soprattutto nei liberali, ma anche in altri partiti, c'era una classe politica composta di persone di grande spessore, che erano in grado di esercitare il loro fascino sui giovani, con una grande caratura anche a livello nazionale.
Salvioni verrà poi eletto nel 1991 in Consiglio degli Stati, battendo l'uscente Franco Masoni, esponente dell'ala della destra liberale del Plr, in quello che molti leggono come l'apice dello scontro fra radicali e liberali all'interno del Plrt. Oggi questo confronto fra le due ali sembra essersi assopito. È un elemento positivo o meno da suo punto di vista?
Quel duello fu quello che salvò il Plr dall'avvento della Lega dei Ticinesi. Alle precedenti elezioni cantonali, nell'aprile del '91, il partito che più subì le conseguenze dell'arrivo sulla scena della Lega fu il Plr. Perse cinque seggi in Gran Consiglio. Gli avversari politici, come il Ppd, si illusero che la Lega fosse un problema solo per i liberali. I leader del Ppd, compreso l'allora consigliere federale Flavio Cotti, avevano dei rapporti molto "teneri" con la Lega, proprio per questo motivo. Vedevano un opportunità in questa dinamica. Così non furono molto attenti a preparare le loro campagne federali.
Quella del "duello" non fu un'idea della dirigenza del partito, che non voleva più ripresentare Franco Masoni, ma presentare un nuovo candidato, di sicuro valore, ma che nel confronto fra Giorgio Morniroli (candidato per la Lega, ndr) e Camillo Jelmini (Ppd, ndr) sarebbe con tutta probabilità arrivato terzo. Il Plr dunque senza il traino di questo duello avrebbe perso le elezioni federali, e probabilmente anche le successive comunali, e la presidenza di Fulvio Pelli avrebbe probabilmente preso una direzione differente. Fu questo duello, che nacque da un accordo fra i due, che salvò il Plr. Ci fu una forte mobilitazione, sia all'interno del partito, ma anche al di fuori. Masoni raccoglieva i voti della destra, anche al di fuori del suo partito, e così faceva Salvioni a con il centro sinistra.
Dunque quella del confronto interno secondo lei era una dinamica positiva?
Se all'interno del Plr si discute di politica, un confronto fra l'ala di coloro che rappresentano gli interessi dell'economia, e di chi invece vede quelli dell'economia come degli interessi legittimi, ma non gli unici da difendere, è inevitabile. Un Plr con consensi, come li aveva, che superano il 30%, deve avere questa dialettica. Oggi nel Plr questo confronto non c'è più, ma non è un problema solo del Plr. Questa dinamica si nota anche in altri partiti, non solo in Ticino. Il Plr svizzero è il partito delle aziende e difende le esigenze del mondo economico. Di dibattito non ce n'è più. Un tempo era differente: persone come Salvioni, ma anche Argante Righetti o Dick Marty, vantavano una maggiore indipendenza e non facevano politica per rappresentare un solo settore. Per rispondere alla sua domanda dunque l'elemento negativo non è tanto che non c'è più questo confronto, ma il fatto che nei partiti non si discute più di politica, né a sinistra né a destra.
Sergio Salvioni seppe anche nella sua attività politica anticipare i tempi con uno sguardo rivolto al futuro. È stato molto ricordato negli ultimi giorni il suo ruolo nel progetto Swissmetro, di cui fu presidente, che avrebbe dovuto collegare la Svizzera con delle gallerie ferroviarie sotterranee. Un progetto che però si è poi arenato. È stato troppo "visionario"?
Sergio Salvioni non era un visionario, era una persona lungimirante. Era prima di tutto una persona intelligente. Da persona intelligente, che non si occupava di fare battaglie di retroguardia o di difendere piccoli privilegi o interessi, guardava al futuro del Paese. Swissmetro era un'idea geniale, che se oggi fosse realizzata farebbe della Svizzera un Paese ancora più moderno. Ho avuto modo di discutere personalmente con lui di Swissmetro. Era piuttosto deluso dell'atteggiamento delle Ffs, che avrebbero dovuto essere promotrici di questo progetto, e invece lo vedevano come una forma di concorrenza. Per la Svizzera, che in particolar modo nell'Altipiano si conforma come una grande città divisa in quartieri, avere un metro oggi sarebbe un valore aggiunto importantissimo.
Salvioni, nella sua attività professionale di avvocato, difese gli interessi del Governo delle Filippine nel recupero dei fondi illegali del dittatore Ferdinand Marcos. Un impegno per cui fu anche premiato, nel 1995, dalle stesse Filippine...
Delle persone di qualità, con carattere, intelligenza e forza di volontà, lavorano bene, sia che facciano politica, che nella loro professione. Salvioni ha dimostrato indipendenza e anche coraggio. Assumendo quel mandato da parte del Governo filippino, appena caduta la dittatura di Marcos, Salvioni si schierò contro le banche. Ma non solo quelle. Allora come oggi c'era un'ampia fetta dell'opinione pubblica svizzera secondo cui era legittimo che le banche potessero conservare questi capitali prelevati da un dittatore al suo popolo senza restituirli. Lo vediamo ancora oggi, quando l'abolizione del segreto bancario viene dipinta come una sorta di tradimento della patria. Salvioni riteneva invece che il segreto bancario in questi casi fosse una vergogna.
Su La Regione Pier Felice Barchi ricordava Sergio Salvioni dicendo che questo coraggio di saper andare contro e seguire i propri ideali era in un certo senso il suo punto di forza. Lei concorda?
Si. È un coraggio che dovrebbero avere tutti i politici. Oggi (ieri ndr) su La Regione sono due i politici liberali che lodano Sergio Salvioni, ma non l'hanno imitato. I politici indipendenti da interessi particolari come Salvioni, ma posso citare anche Argante Righetti o Dick Marty, non sono tanto amati dal popolo. Oggi ci si lamenta del lobbismo di Ignazio Cassis, ma poi quando non si fa parte di una lobby non si piace per forza a tutti. Salvioni, come gli altri due nomi citati, furono oggetto di campagne stampa denigratorie, sia prima che nascesse il Mattino, che dopo, sullo stesso domenicale. Senza politici di questo tipo però, un partito ai miei occhi non suscita un grande interesse.