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Da otto anni, Youssef Nada è stato rimosso dalla lista nera delle Nazioni Unite dei presunti finanziatori di Bin Laden e di al Qaida. Per l'ingegnere italo-egiziano, residente a Campione, è la fine di un capitolo buio della sua esistenza.Questo contenuto è stato pubblicato il 25 settembre 2009 - 18:18
La notizia era nell'aria già da qualche giorno, ma Youssef Nada ne ha avuto conferma soltanto nella notte tra mercoledì e giovedì quando ha letto sul sito delle Nazioni Unite la tanto agognata frase «Rimosso dalla lista il 23 settembre 2009». L'incubo, per l'ingegnere italo-svizzero, è iniziato il 7 novembre 2001, poche settimane dopo gli attentati dell'11 settembre che avevano scosso gli Stati Uniti.
In un discorso presso il ministero delle finanze, lo stesso presidente americano George Bush aveva nominato una serie di società sospettate di finanziare il terrorismo internazionale e, in particolare, la rete dell'organizzazione Al Qaida di Osama Bin Laden. Tra queste società vi era anche la Al Taqwa Management Organisation di Lugano, diretta da Youssef Nada e ribattezzata poco tempo prima Nada Management.
L'uomo d'affari aveva visto così comparire il suo nome sulla stampa internazionale, che non aveva esitato a soprannominarlo il "cassiere di Osama Bin Laden". Diversi giornali avevano ricordato che Youssef Nada apparteneva dalla sua gioventù al movimento islamico dei Fratelli musulmani, vietato da molto tempo in Egitto.
Già nel 2005 la Procura federale aveva deciso di abbandonare la procedura d'inchiesta aperta contro Youssef Nada per mancanza di prove a suo carico, ma il suo nome era rimasto nella lista nera dell'ONU per altri quattro anni. E, di conseguenza, anche sulla lista del terrorismo della Segretaria di Stato dell'economia (SECO).
«Prima di morire ho potuto salvare il mio onore», ha dichiarato Youssef Nada al Corriere del Ticino, «e lo devo in gran parte a una persona: Dick Marty». Il senatore del Canton Ticino aveva menzionato il caso Nada nei suoi rapporti sul terrorismo presentati al Consiglio d'Europa e aveva denunciato che l'iscrizione nella lista del terrorismo corrisponde ad una "condanna a morte civile", dal momento che non esistono mezzi legali che permettono alle persone iscritte di fare ricorso.
swissinfo.ch e agenzie
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