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Il grande sciopero nazionale del 14 giugno 1991
Centinaia di migliaia di donne, in tutta la Svizzera, parteciparono ad azioni di protesta e sciopero. Per rivendicare i propri diritti. La data? 14 giugno 1991. Certo, ancora oggi si discute se quella discesa in campo – la più ampia mobilitazione politica dopo lo sciopero generale del 1918 – possa definirsi a tutti gli effetti uno sciopero, visto che coinvolse anche studentesse, casalinghe, disoccupate e, quindi, non solo donne salariate. Fu, in ogni caso, il primo evento del genere a livello nazionale.
Un'agitazione, perché?
All’origine del movimento di massa, nel 1991, un gruppo di lavoratrici del settore orologiero nella valle di Joux. Le motivazioni della protesta? A dieci anni dall’introduzione dell’articolo sulla parità fra uomo e donna nella Costituzione federale, l’equità salariale era lungi dall'essere raggiunta.
Una delle promotrici dell’agitazione, Liliane Valceschini, convinse quindi Christiane Brunner, segretaria della Federazione svizzera dei lavoratori metallurgici e orologiai, a sostenere l’idea di uno sciopero in seno alla direzione dell’Unione sindacale svizzera (USS). Il 29 agosto 1990, con una maggioranza risicata, il comitato direttivo accettò la proposta. A ottobre, anche il congresso generale dell’USS si espresse a favore di uno sciopero. A dicembre, la stessa USS istituì un comitato centrale di sciopero, cui seguirono comitati di coordinamento sui piani cantonale e locale.
Accanto alle sindacaliste, aderirono pure rappresentanti del Nuovo movimento femminista (Neue Frauenbewegung) e di altre organizzazioni: l’Organisation für die Sache der Frauen (OFRA), il gruppo Frauen macht Politik! (FRAP!), l’Associazione svizzera per i diritti della donna, il Partito socialista dei lavoratori, il Partito socialista (PS), comitati interpartitici per la realizzazione della parità di diritti per le donne.
La data simbolo
Lo sciopero si svolse il 14 giugno del 1991. Una data che, in seguito, divenne simbolo. Tant’è che è stata usata anche nel 2019, oltre a oggi. All’epoca venne scelto il 14 giugno perché erano passati dieci anni esatti dalla votazione con cui il popolo accolse l’introduzione dell’articolo sulla parità nella Costituzione federale.
A discapito delle tante, troppe intimidazioni, allo sciopero aderirono un numero inaspettato di donne. E anche di uomini. Il divieto di sciopero, in molti casi, venne aggirato grazie a diversi stratagemmi.
Le scioperanti, citiamo direttamente dal Dizionario storico della Svizzera, rivendicavano l’equità salariale in applicazione dell’articolo 8 della Costituzione federale, pari opportunità per le donne nella formazione, la lotta alle molestie sessuali sul luogo di lavoro, la parità nell’ambito della sicurezza sociale, più posti di accoglienza per bambini negli asili nido, scuole a orario continuato, una distribuzione più equa dei lavori domestici fra uomini e donne. Chiedevano, altresì, la fine della violenza sessuale, della pubblicità sessista e della pornografia, come pure misure più efficaci contro gli stupri e la violenza all’interno della coppia. Rivendicazioni, manco a dirlo, molto attuali.
Come reagirono i media
L’impatto fu enorme. Non soltanto a livello nazionale, ma anche al di fuori dei confini elvetici. Il Dizionario storico svizzero, tuttavia, fa notare che mancarono quasi totalmente – sui media – analisi approfondite sulle disparità di genere che avevano provocato lo sciopero. I resoconti della giornata, infatti, si concentrarono quasi esclusivamente sul carattere festoso dell’agitazione. La Neue Zürcher Zeitung, per dire, minimizzò la mobilitazione parlando solo di un «bouquet lilla di happening» e trascurando i temi urlati a gran voce dalle donne. Paradossalmente, ma nemmeno troppo, venne dato ampio spazio a uomini che – a mo’ di dimostrazione – quel giorno si misero a cucinare o a stirare.
Per contro, lo sciopero di suo raggiunse l’obiettivo prefissato dal comitato: dare visibilità alle donne e al lavoro femminile, spesso sottopagato o addirittura non retribuito. Fra gli obiettivi a lungo termine raggiunti, di riflesso, ricordiamo l’entrata in vigore della legge federale sulla parità dei sessi nel 1996, l’introduzione della soluzione dei termini nel 2002 (aborto) e l’istituzionalizzazione dell’assicurazione maternità nel 2005 come prescritto dalla Costituzione federale, fra l’altro, sin dal 1945.
Resta aperta, anzi apertissima, ad oggi, la questione della parità salariale. Allora, singole aziende come la fabbrica di macchine utensili Dixi a Le Locle adottarono misure concrete. Ma il divario fra lo stipendio maschile e quello femminile, al netto del discusso studio commissionato dall’Unione svizzera degli imprenditori, in molti contesti rimane addirittura una chimera. Anche per questo le donne scesero in piazza quattro anni fa, nel 2019. Anche per questo scendono in piazza oggi, 14 giugno 2023.
Lo sciopero? È sempre attuale
Chiudiamo con le parole che, proprio nel 2019, Anita Testa-Mader, psicologa e ricercatrice, già membro della Commissione federale per le questioni femminili, rilasciò al Corriere del Ticino. Lei, nel 1991, era in prima linea. «Il contesto socio-economico era diverso, sicuramente. Le rivendicazioni, però, sono le stesse. Allora, lo sciopero era partito da rivendicazioni di tipo salariale nel settore dell’orologeria per poi estendersi a molti altri ambiti. Nel frattempo, ci sono stati alcuni miglioramenti nel campo della formazione e in quello legale, penso in particolare all’introduzione del congedo maternità. Tuttavia, molti dei problemi che le donne vivevano all’epoca li ritroviamo ancora, come le disparità salariali. E attenzione: oggi, conquiste che sembravano acquisite vengono rimesse in discussione un po’ ovunque. Il presente deve insegnarci che nessun diritto è scontato». E ancora: «Nel 1991 ci fu una grande giornata di mobilitazione, non necessariamente legata all’idea del lavoro in fabbrica. Anzi, si rimetteva in discussione la società nel suo insieme, non settori particolari. Le abbiamo provate tutte pur di ottenere condizioni migliori. Eppure, i passi fatti sono ancora insufficienti. Lo sciopero rimane uno strumento attivo, che catalizza l’attenzione e mostra la forza di un movimento, la volontà di cambiamento».