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Nove anni di detenzione sospesi per consentire un trattamento stazionario in una struttura chiusa sono stati chiesti stamattina in seconda istanza (Corte di Appello) dalla Pp Chiara Borelli nei confronti del 58enne che nel 2017 aveva appiccato il fuoco nella cantina dello stabile di Solduno in cui abitava. L'obiettivo dell'uomo, secondo Borelli, era distruggere la palazzina e uccidere tutti i suoi occupanti, colpevoli di disturbarlo violando quella sorta di "patto di convivenza" da cui esulavano i normali disturbi domestici.
L'imputato, in prima istanza, era stato condannato a 7 anni (sempre sospesi). La difesa (avvocato Deborah Gobbi) ha invece auspicato una riduzione della pena fino a un massimo di 4 anni, senza il trattamento stazionario. «Che senso avrebbe una cura che viene rifiutata dal soggetto?», ha chiesto alla Corte l'avvocato difensore.
Il processo, come quello di fronte alle Assise criminali, si è tenuto in contumacia: l'imputato, colpito da una patologia psichiatrica grave, ha fatto dire di essere impossibilitato a presenziare: tutto ciò che va oltre il contesto protetto (quale è oggi il luogo di detenzione) – come ha constatato la stessa accusa – è considerato una minaccia troppo grande per essere affrontata.
I reati che pesano sulla testa dell'uomo sono tentato assassinio plurimo, incendio intenzionale, contravvenzione alla Legge federale sulle armi, rappresentazione di atti di cruda violenza e pornografia.
La Corte, presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will, dovrebbe comunicare la sentenza alle parti nella giornata di domani.