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Il film ‘A forgotten man’ propone una riflessione sul concetto di neutralità ancora in vigore, attraverso la figura del controverso ambasciatore
Marcel Bavaud, un 22enne di Neuchâtel, nell’autunno del 1938 partì per Monaco di Baviera con l’obiettivo di uccidere Adolf Hitler. Fermato dalla Gestapo, venne processato e condannato a morte. Salì sul patibolo il 14 maggio del 1941, senza che le autorità elvetiche muovessero un dito. “Dobbiamo mantenere un certo ritegno, viste le abominevoli intenzioni del condannato”, scrisse a Berna l’ambasciatore svizzero a Berlino, Hans Frölicher, il quale non fece nulla per ottenere la grazia di Bavaud. Solo nel 1998 il consigliere federale Flavio Cotti, responsabile del Dipartimento degli esteri, riabilitò Bavaud ed espresse il proprio rammarico per “le dolorose manchevolezze dell’amministrazione dell’epoca”.
Il tragico destino del giovane di Neuchâtel è stato rievocato in un film svizzero del regista ginevrino Laurent Nègre, uscito da poco in diverse sale soprattutto della Svizzera romanda e intitolato ‘A forgotten man’. L’uomo dimenticato è Hans Frölicher, ambasciatore svizzero a Berlino dal 1938 al 1945, che ritenne inopportuno occuparsi del povero Bavaud. Frölicher, già protagonista della pièce teatrale del 1991 di Thomas Hürlimann ‘Der Gesandte’, è un vero e proprio paradigma del ruolo non di rado opaco svolto dalla Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Ben riassunto da una velenosa boutade che circolava, in Germania, su quell’ambasciatore e sul Paese che rappresentava: “Gli svizzeri – sostenevano i tedeschi – lavorano sei giorni alla settimana per Hitler. Il settimo pregano per la vittoria degli alleati”. In realtà Hans Frölicher, una volta caduta Berlino e morto Adolf Hitler, lasciò l’ex-capitale del Reich non prima di aver bruciato tutto quello che poteva collegarlo ai nazisti. Comprese alcune foto del Führer. Convinto di aver svolto un compito essenziale per tener fuori la Confederazione dal conflitto, una volta rientrato in Svizzera si aspettava di essere gratificato, addirittura con l’elezione a consigliere federale. Non andò così. A Berna, con la vittoria degli Alleati, l’aria era cambiata e chi, come Frölicher, sia pure pensando di agire nell’interesse del proprio Paese si era compromesso con nazisti e fascisti, dava solo fastidio. Così l’ambasciatore che non mosse un dito per Marcel Bavaud divenne “A forgotten man”.
Eppure il regista Laurent Nègre ritiene che, nonostante il ruolo discutibile (e accertato dagli storici) assunto dalla Confederazione in campo bancario, industriale e militare, una maggioranza degli svizzeri consideri tuttora che si sia agito per il meglio durante quel periodo. È vero, il Paese è rimasto fuori dalla guerra, di cui ha avvertito le conseguenze soprattutto sul piano degli approvvigionamenti, ma le sue banche hanno prosperato, lucrando sulla spoliazione dei beni degli ebrei, mentre l’industria bellica ha esportato armi per 14 miliardi di franchi, l’84% delle quali destinate alla Germania. Insomma, una neutralità a geometria variabile, decisamente improntata a un cinismo consolidatosi nei secoli.
Un atteggiamento paragonabile a quello attuale nei confronti del conflitto in corso in Ucraina. Berna ha immediatamente aderito alle sanzioni contro Mosca, ma si rifiuta di andare oltre un certo limite nel blocco dei miliardi degli oligarchi russi mentre, sempre invocando lo stesso principio di neutralità sbandierato durante la Seconda guerra mondiale, nega armi e munizioni ai Paesi Nato alleati di Kiev.