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Pechino – Xi Jinping è volato in Tibet per la prima volta da presidente della Repubblica popolare cinese, veicolando un messaggio sulla guida del Partito comunista: l'attuazione delle sue linee politiche è la chiave per governare la regione "in una nuova era" e per scrivere "un nuovo capitolo di stabilità duratura e di sviluppo di alta qualità".
Con una mossa a sorpresa, legata ai 70 anni della "liberazione pacifica" del Tibet e maturata a un anno dalle schermaglie mortali tra India e Cina nella valle contesa di Galwan, Xi ha rimarcato la solida presa di Pechino sulla regione in cui il rafforzamento militare e le politiche di assimilazione etnica hanno suscitato le critiche internazionali. "È stato dimostrato che senza il Pcc non ci sarebbero né la nuova Cina né il nuovo Tibet", ha detto Xi, mostrato spesso con la tradizionale sciarpa di seta bianca al collo nei vari incontri avuti, rimarcando che le politiche del Comitato centrale "sono del tutto corrette".
Malgrado sia arrivato mercoledì all'aeroporto di Nyingchi Mainling, nel sudest della regione, la sua visita è stata menzionata dai media ufficiali solo venerdì, con due giorni di ritardo e con molta enfasi, essendo la prima di un presidente dopo quella del 1990 di Jiang Zemin. Xi si è recato al Museo dell'urbanistica di Nyingchi e in altre aree per esaminare la pianificazione di sviluppo del territorio, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. Giovedì si è diretto alla stazione di Nyingchi per 'ispezionare' la ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno e raggiungere il capoluogo Lhasa.
Nei filmati diffusi dal network statale Cctv, Xi è stato spesso ripreso mentre saluta la folla festante. Dopo un "caldo benvenuto da parte di quadri e masse di tutti i gruppi etnici", il presidente si è recato al ponte sul fiume Nyang per conoscere la protezione ecologica e ambientale, ha aggiunto la Cctv.
Xi è andato al monastero di Drepung, fermandosi coi monaci buddisti, a Barkhor Street e alla piazza del Potala Palace, l'ex scenografica residenza del Dalai Lama in esilio, dove ha parlato e ha esortato i quadri locali a "consolidare le basi" dell'educazione patriottica e "anti-separatista". Ha citato "l'identificazione di tutti i gruppi etnici con la grande madrepatria" e invitato "le persone di tutte le etnie a mettere radici alla frontiera e a difendere il territorio nazionale".
Pechino vede lo sviluppo economico e sociale come antidoto al malcontento in Tibet, dove molti ancora venerano il Dalai Lama e lamentano l'afflusso di turisti e coloni cinesi. Nel 2008, la regione esplose in disordini mortali dopo la crescente rabbia per la percepita diluizione dell'antica cultura a causa del rapido sviluppo. Gli ingenti investimenti hanno reso la regione tra le zone del Paese in più rapida crescita economica, secondo le statistiche locali.
La Cina ha affrontato pesanti critiche per le sue politiche in Tibet, soggetto a intensi controlli sociali, di sicurezza e religiosi, come il vicino Xinjian da cui, nelle ultime accuse, avrebbe mutuato il modello dei lavori forzati.
A maggio, Wu Yingjie, capo del Partito comunista del Tibet, lodò i progressi compiuti da Pechino nello sviluppo della regione, dicendo che "la religione è diventata sempre più compatibile con una società socialista". Passi in avanti verso "l'amalgama nazionale".