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Il 7 marzo, gli svizzeri voteranno sull'accordo di libero scambio con l'Indonesia. Al di là della controversa questione dell'olio di palma, secondo il promotore del referendum e viticoltore biologico Willy Cretegny è l'intero meccanismo che deve essere messo in discussione, perché segue unicamente una logica di profitto a scapito della gestione delle risorse.
La Svizzera deve attuare l'Accordo di partenariato economico globale tra gli Stati dell’AELS e l’Indonesia? Questa è la domanda a cui le cittadine e i cittadini dovranno rispondere il prossimo 7 marzo.
Il trattato facilita le esportazioni svizzere eliminando quasi tutte le tasse doganali e alcuni ostacoli tecnici. I dazi sono aboliti anche per i beni industriali importati in Svizzera. Sono previste riduzioni tariffarie per alcuni prodotti agricoli, ad esempio l'olio di palma, di cui l'Indonesia è il maggiore esportatore mondiale.
L'accordo include un articolo specifico sullo sviluppo sostenibile, in cui le parti si impegnano a preservare l'ambiente così come a rispettare i diritti umani e dei lavoratori. Si specifica che l'olio di palma potrà beneficiare di una riduzione delle tariffe doganali solo se prodotto in modo sostenibile.
Link utili
Il sito web del comitato referendarioLink esterno
Il sito web del comitato di sostegno all'accordoLink esterno
Il testo integrale dell'accordo firmato con l'IndonesiaLink esterno
Spiegazioni della Segreteria di Stato dell'economiaLink esterno
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Willy Cretegny ha lanciato il referendum contro questo accordo, con il sostegno del Partito ecologista svizzero (i Verdi), dei Giovani Verdi e di Gioventù socialista. Secondo Cretegny, viticoltore biologico attivo nel canton Ginevra, è l'intero sistema degli scambi commerciali che deve essere messo in discussione.
swissinfo.ch: Cosa la preoccupa del principio del libero scambio?
Willy Cretegny: Il suo obiettivo è di ridurre o abolire tutte le barriere tariffarie e non tariffarie, che invece sono estremamente importanti per il commercio equo e per evitare distorsioni della concorrenza. Le tasse riequilibrano i prezzi da un'economia all'altra e hanno un impatto cruciale su un problema importante: i consumi eccessivi. Con il libero scambio, abbiamo accesso a molti beni a costi che non hanno alcun legame con il nostro potere d'acquisto, quindi consumiamo sempre di più. E la distorsione della concorrenza fa scomparire interi settori dell'economia locale, sia qui che altrove.
Faccio spesso l'esempio di IKEA, che produce la maggior parte dei suoi mobili a basso costo in Asia, li importa in Europa e in Svizzera praticamente senza tasse e poi li vende a prezzi molto bassi, ciò che ha rovinato la maggior parte dei mobilieri delle nostre regioni. I dipendenti sono pagati secondo il contratto collettivo, ma si tratta di salari che richiedono l'aiuto dello Stato per l'alloggio e l'assicurazione sanitaria. E alla fine la famiglia proprietaria dell'azienda è una delle più ricche della Svizzera. Con l'abolizione delle misure tariffarie, il libero scambio è uno strumento di defiscalizzazione.
Cosa propone invece?
Mi batto per accordi commerciali che siano vantaggiosi per entrambe le parti, paesi esportatori e importatori, affinché tutte le economie locali possano funzionare. Propongo semplicemente di riconoscere l'importanza delle barriere tariffarie e non tariffarie.
Lo chiamano protezionismo, ma per me è una politica di apertura perché si basa sul rispetto delle scelte di ogni popolo, mentre l'OMC e gli accordi di libero scambio si basano esclusivamente sulla crescita del commercio e del profitto. Oggi si tende a livellare e uniformare, stiamo sviluppando un sistema estremamente dannoso per il pianeta in termini di ambiente, inquinamento e sovraconsumo.
La Svizzera dovrebbe dare il buon esempio. Naturalmente non possiamo cambiare le nostre pratiche dall'oggi al domani, perché siamo già impegnati in diversi accordi. Ma da subito dobbiamo dare ai nostri negoziatori un mandato diverso, affinché i trattati tengano conto di queste questioni sociali e ambientali e mirino a far rispettare le norme locali.
Lei ritiene che i requisiti di sostenibilità introdotti nell'accordo di libero scambio con l'Indonesia non siano sufficienti. Perché?
Le parti hanno convenuto di non sottoporre ad arbitrato in caso di controversia il capitolo 8 dell'Accordo, che riguarda proprio lo sviluppo sostenibile. Ciò significa che considerano questi elementi come poco importanti, o almeno non abbastanza da mettere in discussione gli altri termini del trattato. È quindi un requisito di sostenibilità che offre poche garanzie.
Il comitato referendario afferma che l'olio di palma sostenibile non esiste. Cosa significa?
Negli ultimi anni l'Indonesia ha disboscato moltissime terre per favorire l'esportazione di questo prodotto. Anche quando è certificato come biologico, l'olio di palma comporta spesso la scomparsa di una parte della foresta tropicale.
Importare olio di palma in Svizzera significa trasportare una merce dall'altra parte del pianeta, che non è sostenibile. Tanto più che possiamo coprire parte del nostro fabbisogno con gli oli vegetali locali, come la colza e il girasole, e il resto con oli importati dall'Europa, come l'olio d'oliva.
L'articolo sulla sostenibilità nell'accordo di libero scambio non è almeno un primo passo verso delle colture più rispettose dell'ambiente in Indonesia?
Ha senso praticare un'agricoltura sostenibile in Indonesia, non produrvi olio di palma per l'esportazione in Svizzera o nei Paesi europei. Bisogna avere una visione globale della sostenibilità.
Nella produzione di derrate alimentari, oggi abbiamo sostituito quasi tutto il nostro fabbisogno di olio con l'olio di palma per pure ragioni finanziarie, perché è un prodotto che non costa quasi niente. È questo il problema principale del libero scambio: usciamo totalmente da una logica di gestione delle risorse, è unicamente una logica di mercato e profitto.
Questo accordo con l'Indonesia consente anche alle aziende svizzere di esportare i loro prodotti a condizioni migliori. Non siete a favore di un sostegno dell'economia elvetica?
Non sostengo un'economia che distrugge. Il libero scambio mette tutti i paesi in competizione tra loro, è una corsa al vantaggio. Se invece gli scambi commerciali fossero sottoposti a barriere tariffarie e non tariffarie, i prodotti e i servizi verrebbero scelti in base alla loro qualità e non solo al prezzo.
Capisco perfettamente che oggi le industrie di esportazione e la produzione nazionale siano in difficoltà, perché sono sotto pressione a causa dei prezzi mondiali. Non è sostenibile: così dobbiamo sacrificare tutto per far girare l'economia.
Io sono difensore di un'economia che ha margini, che dà garanzie per il futuro delle imprese e dei posti di lavoro. Oggi non facciamo altro che indebolire l'economia locale e ci troviamo sempre più spesso di fronte a enormi gruppi industriali. Stiamo perdendo il controllo.
Come spiega il fatto che molte associazioni ambientaliste, come Public Eye o Greenpeace, non appoggino il vostro referendum?
Secondo le nostre informazioni, non sostengono questo approccio per questioni puramente politiche. Il WWF, ad esempio, è partner di organismi di certificazione. Questi gruppi hanno anche sezioni locali e temono per il loro futuro sul posto.
Purtroppo, queste associazioni si accontentano di un'iscrizione dello sviluppo sostenibile in un accordo, anche se offre poche garanzie. Non hanno capito che sono il principio del libero scambio e la sua politica di distruzione che devono essere messi in discussione.
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