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Le 24 immagini al secondo nel riavvolgersi di una pellicola hanno creato da sempre un legame particolare tra il cinema e il tempo. Qualche cineasta, Alain Resnais uno fra tutti, ne ha fatto addirittura il segno del proprio linguaggio nel corso di una vita. Cosi Richard Linklater.
BOYHOOD (Orso dArgento all'ultimo festival di Berlino) racconta infatti la storia di Mason (Ellar Coltrane) che ha 6 anni e vive in una modesta periferia texana con la madre (Patricia Arquette), la sorella maggiore (Lorelei Linklater) e un padre (Ethan Hawke) che riappare soltanto di tanto in tanto. Seguiremo la crescita (materialmente, come vedremo!) di Mason, della sua famiglia, del Texas quotidiano che sta loro attorno dalla prima inquadratura del film: con il ragazzino sdraiato nel prato, a seguire il tragitto delle nuvole e dei suoi sogni, fino alla sua partenza per il college.
Fanno 12 anni: di una progressione banale, vista un'infinità di volte, con il bacon and eggs della colazione, accanto al padre infantile e alcolizzato, la madre che non ne può più, il campeggio estivo, il bowling del sabato sera. Ma dodici anni assolutamente straordinari, inediti, perlomeno in quel genere di fiction nella storia del cinema: in quanto non rappresentati a colpi di occhiaia e stratificazioni di cerone, baffi ingrigiti e attori bambocci sostituiti progressivamente da adolescenti vagamente pelosi. Linklater, che è nato nella stessa Houston, e che già aveva affrontato con una medesima coppia di attori (Julie Delpy e Ethan Hawke) lo scorrere del tempo nella trilogia composta da BEFORE SUNRISE, BEFORE SUNSETe BEFORE MIDNIGHTsi è buttato qui in una scommessa folle: girare BOYHOOD sull'arco di 12 anni, dal 2002 a oggi, riunendo ogni anno per una decina di giorni di riprese i medesimi attori, possibilmente con la stessa squadra tecnica, congelando un budget di produzione, inventando una progressione drammatica che si aggiornasse, invecchiasse sulla pelle dei protagonisti, della vita e pure del cinema.
Tutto ciò avrebbe potuto tradursi in una curiosità spettacolare ma fine a sé stessa, un procedimento che finisse per mostrare le corde, un compiacimento puramente aneddotico su un'America che invecchia assieme ai suoi abitanti durante gli anni della crisi, dall'Iraq di Bush a Osama, ripetutamente citato nel film. Al contrario, la progressione priva di stacchi per non parlare di soprassalti di BOYHOOD si traduce in un lento fluire del tempo, destinato a sfociare in una sorta di vertiginosa poetica: il regista non forza mai i toni, non sottolinea gli aspetti esteriori e banali dei passaggi temporali, restando incollato all'intimità più semplice, infine commovente dei personaggi. Quasi che l'ambizione smisurata del progetto si confrontasse con l'umiltà, quand'era giunto il momento di invadere il privato dei personaggi.
Il film opera cosi nei confronti dello spettatore come uno specchio davanti al quale ritrovarsi quotidianamente: senza permetterci di notare i mutamenti minimi in atto, ma identificandoci sempre più con quanto ci viene rimandato. Nello scorrere di una contemplazione permessa dalla materializzazione del tempo, dalla mutazione fisica dei corpi, dall'evoluzione impercettibile degli ambienti nasce allora la tenera normalità delle situazioni, la vicinanza comprensiva per i personaggi, l'affettuosa partecipazione agli avvenimenti. Come il suo ordinario protagonista Mason, il film ha impiegato dodici straordinari anni per farsi adulto; ma nel frattempo si è fatto di tutti, si è fatto semplicemente vero.