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Si è conclusa l’indagine relativa al processo canonico che ha coinvolto l’arcivescovo monsignor Anthony Sablan Apuron dell’isola di Guam, parte dell’arcipelago delle Marianne nell’oceano Pacifico.
Nel 2016 l’arcivescovo era stato sospeso dalle sue funzioni in seguito ad una serie di accuse di violenze sessuali che Apuron avrebbe compiuto tra il 1976 e il 1977 ai danni di alcuni chierichetti nella parrocchia “Nostra Signora del Monte Carmelo” e nel 1972 quando era ancora un seminarista. Allo scandalo sessuale ne era seguito un altro legato alle questioni finanziarie dell’arcidiocesi e in passato Apuron aveva già goduto di dubbia fama a causa di alcune considerazioni espresse in una lettera in cui paragonava l’attivismo per i diritti degli omosessuali al terrorismo islamico.
Apuron inizialmente aveva provato a difendersi legalmente contro le accuse di molestie sessuali ma nel giugno del 2016 aveva rinunciato e aveva fatto richiesta di autosospension, accettata dal Vaticano.
Nonostante ciò, Apuron ha sempre negato fermamente le accuse che erano arrivate anche dal suo stesso nipote Mark che aveva dichiarato di essere stato violentato dallo zio all’età di 16 anni, attorno al 1990. “Dio mi è testimone: nego fermamente tutte le accuse di abusi sessuali fatte contro di me e anche quest’ultima” aveva dichiarato il vescovo.
A guidare il rpcesso il prefetto emerito del Tribunale della Segnatura Apostolica cardinale Reymond Leo Burke che si era recato sul posto e aveva viaggiato tra Guam, Hawaii, San Francisco e Phoenix per ascoltare tutte le vittime e pronunciare un verdetto. Verdetto che viene ora reso pubblico attravero un bollettino della Sala Stampa della Santa Sede in cui si legge: “Il processo canonico in relazione alle accuse, incluse quelle di abusi sessuali su minori, imputate contro il Reverendissimo Anthony Sablan Apuron, O.F.M. Cap., arcivescovo di Agaña, Guam, si è concluso. […] Il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, composto da cinque giudici», guidati dal cardinale Raymond Leo Burke, «ha emesso la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato colpevole di alcune delle accuse e imponendo all’imputato le pene di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam”.
La sentenza tuttavia è soggetta ad un eventuale ricorso che secondo alcuni media è stato già redatto dai legali del vescovo.