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Lo speaker della Camera silurato e la sua difficile successione. Il tutto con l'ombra dello shutdown all'orizzonte. Facciamo il punto
WASHINGTON D.C. - La parola caos, utilizzata come "didascalia" dello scossone politico che ha terremotato nelle scorse ore il Campidoglio degli Stati Uniti, è probabilmente quella più azzeccata. La "cacciata" di Kevin McCarthy, oramai ex speaker della Camera, sfiduciato dai voti di una fronda radicale del suo stesso partito - quello Repubblicano -, è un fatto senza precedenti nella storia a stelle e strisce, che rischia di paralizzare il Congresso americano.
Cosa succederà ora? Indicarlo è scontato: dovrà essere eletto un nuovo speaker. Molto meno scontato sarà invece individuare chi prenderà il posto che era di McCarthy. Soprattutto perché quest’ultimo si è tirato fuori dai giochi, annunciando subito dopo il voto l'intenzione di non ripresentarsi. E per il momento la posizione è stata occupata ad interim dal repubblicano Patrick McHenry; che è vero, vi potrà restare per tutto il tempo che si renderà necessario alla successione del ruolo, ma che non può disporre dei poteri previsti nel corredo di uno speaker regolarmente eletto.
La sua priorità, de facto, è una soltanto: impugnare il martelletto nell'aula "bassa" del Capitol e supervisionare l'elezione del nuovo speaker a cui poi passare quello stesso martelletto. Ed è a questo punto che il "meccanismo", in considerazione della situazione, si inceppa. Andiamo con ordine. La procedura è semplice: Democratici e Repubblicani selezionano i rispettivi candidati. Si vota fino a quando un candidato non riceve la maggioranza ed ecco il nuovo speaker. Nel concreto la situazione è però più complessa.
Chi al posto di McCarthy?
Secondo la stampa d'oltreoceano, i Dem pensano al nome di Hakeem Jeffries, l'attuale leader della minoranza della Camera, che già aveva sfidato lo sfiduciato McCarthy nove mesi fa. Una sua ascesa allo scranno più alto viene tuttavia considerata «molto improbabile», scrive il New York Times, dato che la maggioranza è colorata di rosso (221 contro 212). Sul fronte opposto le difficoltà si sono manifestate con uno step d'anticipo, perché anche il nome su cui puntare, per ora, non c'è. Soprattutto dopo il passo indietro pronunciato da McCarthy dopo il suo siluramento. E sebbene qualche ipotesi abbia già iniziato a circolare, «nessun altro repubblicano si è per il momento fatto avanti», precisa il foglio newyorkese.
Una volta superato lo scoglio, la Camera passerà alle votazioni, che andranno ripetute fino a quando uno dei candidati non sarà in grado di ammassare almeno 218 preferenze tra i deputati. A gennaio furono necessarie 15 tornate - in cinque giorni - per eleggere McCarthy. Un record negativo nell'epoca moderna. In un certo senso un'altra prima volta, poco onorevole, per l'ex speaker. Per trovare di peggio bisogna tornare indietro alla metà del 1800, con i 44 turni necessari per l'elezione di William Pennington (1859) e i 133 di Nathaniel Prentice Banks (1855), che richiesero un paio di mesi.
Lo shutdown resta dietro l'angolo
Precedenti estremi, chiaramente. Il tempo, tuttavia, resta tiranno anche nel presente. Soprattutto in virtù del compromesso che il Congresso ha dovuto sfoderare nello scorso fine settimana per disinnescare l'eventualità di uno shutdown. Un compromesso che, lo ricordiamo, ha prolungato, fino alla metà di novembre, il tempo a disposizione del legislativo a stelle e strisce per approvare le dodici leggi con cui finanziare il prossimo anno fiscale. Ma per riuscirci occorre una Camera che funzioni.