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SERIE NOIR
Episodio 77: Un grumo di vita
Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli
Zaynab aveva un figlio.
Era un bambino dalla faccia lunga, con tante grinze intorno agli occhi. Lo avvolgeva in un panno di colore blu, lo cullava, gli cantava una ninnananna. Percepiva il battito leggero del suo cuore. Quale lingua avrebbe parlato quel piccolo essere umano, quale Dio avrebbe adorato? Uno solo, pensava Zaynab, avrebbe adorato l’unico Dio che provvede a tutti, ai piccoli, ai grandi, alle donne, ai vecchi, a chi tiene gli occhi aperti quando scende il buio…
Poi Zaynab si svegliava, di soprassalto. Il cuore che batteva forte era il suo. Madida di sudore, si girava nel letto, si passava una mano sulla fronte. Non riusciva a comprendere perché si sentisse tanto triste. Come si può avere nostalgia di un figlio che non è mai esistito?
Da quando era disoccupato, Pietro aveva scaricato un’applicazione per contare i passi. Camminava per le vie di Varese, oppure saliva fino al Sacro Monte. Il suo obiettivo era fare ogni giorno diecimila passi.
Aveva lavorato in Svizzera, come insegnante alle scuole elementari. Ma non andava d’accordo con la direttrice, che voleva obbligarlo a usare il cronometro per insegnare a leggere ai bambini. Litiga oggi, litiga domani, Pietro aveva perso il posto.
Quel mattino, salendo verso il Sacro Monte, intorno ai settemila passi giornalieri, gli venne un dubbio. Non era stato troppo arrendevole? Forse avrebbe potuto protestare… ma a chi rivolgersi? Decise di chiedere a Giorgio Robbiani, un amico di suo padre. Era un ex poliziotto: di certo avrebbe potuto dargli un buon consiglio.
Ibrahim girava fra i tavoli del grotto, vendendo collane, braccialetti, foulard, giocattoli, portachiavi. Dalle rocce contro la montagna veniva un soffio di aria sempre fresca, anche nelle serate più torride.
Quando il padrone gli ordinò di andarsene. Ibrahim sentì crescere la rabbia. Sua moglie l’aveva lasciato, non aveva nessun amico, nessuna possibilità di restare in Svizzera. L’uomo da cui comprava la merce aveva smesso di fargli credito. Pensò a Zaynab, un’amica di sua moglie che faceva da badante per un poliziotto. E se avesse chiesto a lei? Forse c’era una via da seguire per lavorare ancora, per non farsi rimandare indietro.
Gaetano amava il suo mestiere anche per quei momenti da solo nell’officina, con l’odore dell’olio, con gli attrezzi lucidi e ogni cosa al suo posto dopo una giornata di lavoro. La sera, dopo aver mandato a casa gli apprendisti, gli piaceva fare un ultimo giro d’ispezione.
Era proprio così che aveva scoperto il primo di una serie di furti, compiuti da uno degli apprendisti. Gaetano non voleva rivolgersi alla polizia, perché avrebbe voluto dire rovinare la vita a quel ragazzo. Preferiva scoprire chi fosse il ladro e fargli un discorso a tu per tu. Ma come sapere quale degli apprendisti facesse la cresta? Gaetano aveva l’intenzione di chiedere aiuto a uno dei suoi più vecchi clienti, l’ex commissario Robbiani.
Mentre faceva il bagno, Robbiani pensò a sua madre.
Un poliziotto gli aveva chiesto consiglio su una serie di rapine. Una vicina non sapeva più come gestire il marito alcolista. Il cugino del marito di sua figlia aveva trovato la sua macchina rigata nel parcheggio. Sua madre avrebbe detto: un passo alla volta si trova la soluzione.
A Robbiani piaceva immergersi completamente, lasciando affiorare solo la punta del naso. Nelle orecchie sentiva lo sciabordìo dell’acqua, il corpo diventava leggero. Era così che si era sentito all’inizio, probabilmente, subito prima di venire al mondo. Robbiani immaginò sua madre viva, giovane, forte. E lui, un grumo di vita minuscolo, abituato al caldo abbraccio del ventre materno, lui nudo e fragile e pieno di paura.
In tanti anni non era cambiato niente.