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Le personalità di spicco del romanticismo elvetico oggi non riconoscerebbero più i soggetti delle loro opere. Né Johann Heinrich Wüest, che nel 1795 realizzò il suo dipinto più celebre «Il ghiacciaio del Rodano», né Alexandre Calame, che mezzo secolo dopo lo rese famoso dipingendo suggestivi paesaggi fluviali e lacustri. Oggi il ghiacciaio del Rodano è ormai solo l’ombra di se stesso e i paesaggi golenali dipinti da Calame sono in gran parte scomparsi.
La causa dello scioglimento dei ghiacciai è nota a tutti, ma spesso non siamo consapevoli del motivo per cui i paesaggi fluviali e lacustri svizzeri sono cambiati in modo così notevole. L’impatto più marcato deriva dalle importanti correzioni di corsi d’acqua attuate nel XIX secolo. In seguito, migliaia di chilometri di corsi d’acqua di dimensioni minori furono arginati, canalizzati, rettificati artificialmente e interrati. Oggi quasi un quarto di tutti i tratti fluviali e i corsi di ruscelli è segnato da interventi antropici. Nell’Altipiano, regione sfruttata in modo intensivo, il 40 per cento dei corsi d’acqua non presenta più il suo stato naturale.
In Svizzera i corsi di fiumi e ruscelli subivano modifiche già nell’antichità e nel Medioevo. Nel 1462, ad esempio, il Cantone di Nidvaldo decise di abbassare i tre bracci dell’Aa di Engelberg. Il profilo del torrente fu modificato su insistenza dei contadini, i cui campi nella piana di Stans venivano inondati in caso di piena. Questi primi interventi, tuttavia, erano limitati a livello locale. La situazione cambiò all’inizio del XVIII secolo con la deviazione del fiume Kander, che segnò la prima correzione in grande stile di un corso d’acqua. Anche in questo caso lo scopo era la protezione contro le piene ricorrenti. Un secolo dopo, in occasione della correzione della Linth, furono fissati nuovi criteri per la sistemazione dei corsi d’acqua.
Con l’andar del tempo, tuttavia, non si mirava più solo alla protezione contro le piene: la correzione, l’arginamento e la deviazione di fiumi consentì anche di guadagnare superfici agricole e spazi urbani per la popolazione in forte crescita. Un esempio in tal senso è costituito dalla maggiore impresa di sistemazione di un corso d’acqua compiuta in Svizzera, vale a dire la correzione delle acque del Giura tra il 1868 e il 1891. In un’epoca caratterizzata dall’industrializzazione, le importanti correzioni di corsi d’acqua attuate nel XIX secolo erano opere imponenti che simboleggiavano il progresso. Esse furono possibili soprattutto grazie alle conoscenze degli ingegneri istruiti dalla metà del XIX secolo presso il neo istituito Politecnico federale [1].
Tuttavia, domare le acque non ebbe soltanto vincitori ma segnò anche la sconfitta di un’importante protagonista: la natura. Fino all’inizio del XIX secolo, le piane fluviali in Svizzera erano caratterizzate da vasti paesaggi palustri e golenali non sfruttabili in ambito agricolo e infestati dalla malaria, che rappresentavano però un biotopo unico per la fauna e la flora. Questo contesto è nel frattempo cambiato in modo radicale. Entro la metà del XX secolo, praticamente quasi tutti i corsi d’acqua di grandi dimensioni sono stati corretti. Oltre a contribuire ad esempio alla sparizione della malaria, le correzioni hanno causato soprattutto una perdita notevole di zone golenali, pari a quasi il 90 per cento della superficie originaria. Il prosciugamento delle zone umide ha anche decimato le popolazioni di specie animali e vegetali igrofile.
Poiché gli ecosistemi sul confine tra acqua e terra rappresentano uno scrigno in termini di diversità delle specie, la loro perdita si ripercuote sulla biodiversità. Le Liste Rosse rivelano che oltre un quinto delle specie minacciate di estinzione o già estinte è legato alle acque e un altro quinto alle sponde e alle zone umide. Il 60 per cento delle piante acquatiche è considerato minacciato – un valore nettamente più elevato di tutti gli altri gruppi di piante. Solo circa un quarto dei pesci e ciclostomi è considerato «non in pericolo», nove specie sono estinte, mentre cinque specie hanno lo statuto «minacciato di estinzione» [2]. In conclusione, i deficit ecologici delle acque sono in buona parte responsabili della notevole minaccia cui la biodiversità in Svizzera è esposta.
Gli anni Novanta hanno coinciso con un cambiamento del modo di pensare nella protezione contro le piene. La legge federale sulla sistemazione dei corsi d’acqua emanata nel 1991 [3] segna un vero e proprio cambio di paradigma. Secondo la nuova visione, la protezione contro le piene deve essere realizzata nel modo più naturale possibile (fig. 1-3). Le acque vanno rispettate in quanto biotopi ed elementi paesaggistici. Una protezione sostenibile contro le piene è possibile soltanto se consente anche di eliminare i deficit ecologici. Concretamente, d’ora in poi i progetti di protezione contro le piene devono lasciare a fiumi e ruscelli sufficiente spazio per sviluppare una varietà strutturale naturale nei biotopi acquatici, anfibi e terrestri. Inoltre, la Confederazione e i Cantoni finanzieranno soltanto progetti che contribuiscono alla valorizzazione ecologica delle acque.
Ma torniamo alle importanti correzioni di corsi d’acqua del XIX secolo. La perdita di acque naturali riscontrata in Svizzera non si evince soltanto dai dipinti storici. Un’impressione dei vasti paesaggi golenali è fornita anche da alcuni grandi progetti di rivitalizzazione svolti negli ultimi anni, ad esempio la valorizzazione ecologica del Chly Rhy (fig. 1) a Koblenz (AG), nell’ambito della quale è stato dissotterrato un braccio interrato del Reno, oppure il progetto Thurauen nei pressi di Ellikon (ZH), la maggiore zona golenale protetta in Svizzera, dove il fiume Thur ha ripreso in modo graduale un corso naturale tortuoso a seguito della rimozione delle arginature delle sponde e dello scavo di insenature.
Se si considerano i paesaggi golenali un tempo esistenti in Svizzera, queste rivitalizzazioni (fig. 2-3) costituiscono solo una prima tappa nel processo che consentirà di ottenere ruscelli, fiumi e laghi più diversificati e più naturali. Ciò nonostante, le rivitalizzazioni mostrano come la nostra visione delle acque sia cambiata negli ultimi 20 anni: ora, infatti, non sono più considerate solo un pericolo da contenere. La loro importanza in ambito ecologico è in crescita, come pure il valore aggiunto fornito da fiumi, ruscelli e laghi più naturali alla popolazione in cerca di svago. Inoltre, si è imposta la convinzione che spesso le rivitalizzazioni portino a sinergie importanti per la protezione contro le piene.
Un segnale del fatto che la situazione si sta sbloccando è dato anche dal «paesaggio dell’anno 2017». Con il conferimento del premio nel 2017, la Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio non ha onorato una valle idilliaca bensì il «paesaggio di infrastrutture elettriche» sul canale dell’Aar di Hagneck, dove, riferisce, si è sviluppato «un equilibrio delicato tra utilizzo e protezione» (fig. 4). Nonostante la perdita di biotopi e specie in seguito alla correzione delle acque del Giura e alla costruzione di centrali idroelettriche, altrove si sono sviluppati nuovi biotopi interessanti. In particolare, i gestori delle centrali idroelettriche hanno adottato misure di valorizzazione ecologica [4].
Ciò nonostante, non si deve dimenticare che dal XIX secolo lo sfruttamento idrico ha contribuito in modo decisivo a frammentare i biotopi delle specie e a causare deficit strutturali nelle acque. L’impatto negativo della produzione di energia spazia dai deflussi residuali insufficienti all’impedimento della libera circolazione dei pesci fino al deficit nel bilancio in materiale solido di fondo e alla problematica dei deflussi discontinui. 1000 ostacoli di impianti idroelettrici impediscono ad esempio la libera circolazione dei pesci, mentre circa 100 restituzioni di acqua provocano variazioni artificiali considerevoli del deflusso delle acque.
La gestione di fiumi, ruscelli e laghi è cambiata, come si evince soprattutto dalla modifica della legge sulla protezione delle acque entrata in vigore nel 2011 [5]. La legge persegue un compromesso tra utilizzo e protezione basandosi sugli elementi centrali seguenti: la rivitalizzazione di fiumi e ruscelli, l’aumento dello spazio riservato alle acque e la riduzione dell’impatto negativo dello sfruttamento idrico. Inoltre esige un miglioramento generale del pessimo stato in cui si trovano le acque. L’obiettivo concreto della legge, vale a dire la copertura dei deficit concernenti lo spazio necessario e l’ecomorfologia dei corsi d’acqua, è un compito che impegnerà diverse generazioni. Il risanamento ecologico della produzione di energia idroelettrica dovrà essere concluso entro il 2030 (fig. 5) ed entro il 2090 occorrerà rivitalizzare 4000 chilometri di corsi d’acqua. La modifica della legge sulla protezione delle acque è stata decisa nel 2009 sulla scia dell’iniziativa popolare «Acqua viva», il cui obiettivo era la rivitalizzazione di tutti i corsi d’acqua svizzeri.
La nuova legge mira in particolare a restituire alle acque parte dello spazio che hanno perso negli ultimi 150 anni. A tal fine i Cantoni devono delimitare un cosiddetto spazio riservato alle acque. Si tratta di una fascia di terra lungo entrambe le sponde in cui la dinamica delle acque consente lo sviluppo di biotopi variati con contesti differenti. L’ampiezza di tale corridoio dipende dalla larghezza del ruscello o del corso d’acqua. La fascia può essere gestita in modo estensivo a livello agricolo ed è considerata una superficie di promozione della biodiversità. Lo spazio riservato alle acque non serve soltanto per la valorizzazione ecologica, bensì contribuisce anche a proteggere contro le piene. I corsi d’acqua con sufficiente spazio a disposizione rallentano le piene con il loro corso naturale e la loro vegetazione. Lo spazio supplementare può trattenere l’acqua e rallentarne il deflusso, contribuendo così a indebolire i picchi di piena.
La nuova legge sulla protezione delle acque è paragonabile alla legislazione in vigore nei Paesi limitrofi. Le condizioni per la sua attuazione sono favorevoli, poiché il Parlamento ha approvato anche le relative basi finanziarie: le rivitalizzazioni sono finanziate in larga misura dalla Confederazione, che a tal fine mette a disposizione 40 milioni di franchi l’anno, pari in media a due terzi dei costi delle rivitalizzazioni. In caso di risanamento di impianti idroelettrici, invece, i responsabili dei danni coprono la totalità dei costi. Tutti i consumatori pagano una tassa di 0,1 centesimi per chilowattora sui costi di trasporto delle reti ad alta tensione, da cui deriva un importo pari a circa 50 milioni di franchi l’anno.
Breve conclusione intermedia: sebbene il modo di pensare stia cambiando, sotto alcuni punti di vista lo stato delle acque in Svizzera è tuttora pessimo. La morfologia monotona, la mancanza di dinamica e ostacoli derivanti dallo sfruttamento idrico, dalla protezione contro le piene e dalla bonifica di terreni hanno distrutto le acque che fungevano da biotopo per molte specie da sempre presenti. In particolare, circa 2000 chilometri di corsi d’acqua subiscono in modo evidente le conseguenze del deficit di materiale solido di fondo. Ciò significa che là dove le dighe di sbarramento, le zone di deposito di ghiaia o altri ostacoli impediscono il naturale bilancio in materiale solido di fondo in fiumi e ruscelli, il letto di questi ultimi a valle presenta una carenza di ghiaia e sabbia con la conseguente scomparsa di un biotopo importante per la fauna e la flora.
Per quanto concerne la qualità dell’acqua, purtroppo, la situazione non è certo rosea. In breve, nonostante la Svizzera in passato abbia raggiunto molti obiettivi nell’ambito della protezione delle acque, oggi deve affrontare nuove sfide, in particolare l’immissione di microinquinanti, tra cui residui di farmaci, detergenti, pesticidi e prodotti cosmetici. Nei piccoli corsi d’acqua la situazione relativa alle concentrazioni di prodotti fitosanitari è critica e richiede interventi particolarmente consistenti.
Un esame più accurato fornisce un quadro complesso della situazione attuale della qualità delle nostre acque. Da un lato sono senz’altro inconfutabili i successi raggiunti nell’ambito della protezione delle acque in Svizzera. Importanti investimenti nello smaltimento delle acque urbane e nella depurazione delle acque di scarico consentono oggi di prevenire l’immissione nei corsi d’acqua di molte sostanze inquinanti. In Svizzera oltre il 97 per cento della popolazione è allacciato a un impianto di depurazione delle acque di scarico (IDA); un valore che fra i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) è superato soltanto dai Paesi Bassi [7]. Le immagini di ruscelli coperti di schiuma e laghi ricoperti di alghe, ancora frequenti negli anni Ottanta, sono sparite grazie alla protezione tecnica delle acque. Fra l’altro si è potuto ridurre in modo considerevole i valori elevati di fosforo nei corsi d’acqua e nei laghi, che, nel frattempo, si sono riavvicinati in molti luoghi alle concentrazioni rilevate negli anni Cinquanta. Tuttavia, alcuni laghi situati in regioni ad allevamento bovino intensivo, come ad esempio il lago di Baldegg o di Zugo, presentano tuttora un tenore di fosforo elevato. Il problema consiste nel fatto che il fosforo favorisce la crescita di alghe, la cui successiva decomposizione assorbe molto ossigeno, che è così sottratto all’acqua dei laghi e alla fauna ittica e provoca l’impoverimento della biodiversità. Per rimediare al problema diversi specchi d’acqua vengono aerati artificialmente, alcuni da decenni.
La carenza di ossigeno, tuttavia, non porta soltanto allo sviluppo di acque con un tenore eccessivo di fosforo. Circa la metà dei laghi di grandi dimensioni viola ancora le disposizioni legali sul tenore di ossigeno. Infatti, anche il crescente disturbo alla circolazione delle acque si ripercuote sull’approvvigionamento di ossigeno nei laghi, un problema che in futuro potrebbe acquisire importanza. L’aumento della temperatura dell’acqua provocato dai cambiamenti climatici, abbinato ad altri fattori, limita infatti lo scambio tra le acque superficiali e le acque profonde. Ne consegue una maggiore carenza di ossigeno in profondità e la perdita di biotopi. Inoltre, la carenza di ossigeno causata da processi chimici favorisce la liberazione dai sedimenti di sostanze indesiderate, ad esempio metalli pesanti e nutrienti.
Per la valutazione della qualità dell’acqua è importante anche il giudizio della popolazione. Come mostra un’indagine dell’Eawag, l’Istituto per la ricerca sulle acque dei Politecnici federali, oltre l’80 per cento delle persone interrogate reputa «molto buona» o «buona» la qualità dell’acqua [8]. Non sorprende che questa visione soggettiva sia in realtà troppo positiva. Carenze a parte, la qualità igienica delle acque dei fiumi e dei laghi svizzeri è «molto buona» grazie a un sistema di depurazione delle acque di scarico ben sviluppato, come indica l’UFAM nella sua Valutazione delle acque di balneazione. Il tenore di germi patogeni nelle acque di balneazione è quindi basso e d’estate si può fare il bagno nel lago di Costanza, nell’Aar o nel lago Maggiore senza troppe preoccupazioni, anche in pieno centro città.
L’analisi dello stato delle acque richiede pertanto una distinzione specifica. Dal punto di vista biologico lo stato dei corsi d’acqua svizzeri è buono ma occorre differenziare (fig. 6-7). I risultati dell’Osservazione nazionale della qualità delle acque superficiali (NAWA) mostrano che almeno il 30 per cento delle stazioni di misurazione registra una funzionalità ecologica delle acque insufficiente. Questo monitoraggio fornisce le basi per la valutazione dello stato e dello sviluppo delle acque svizzere a livello nazionale. Secondo l’ultimo rapporto NAWA, si riscontrano deficit in particolare nell’Altipiano, la cui utilizzazione intensiva compromette la struttura delle acque e conduce a un eccessivo tenore di sostanze inquinanti. [9].
I microinquinanti giungono nelle acque attraverso le acque di scarico depurate e tramite immissioni diffuse da fonti quali l’agricoltura. Si tratta in particolare di residui di pesticidi, farmaci, prodotti cosmetici o prodotti per il trattamento del legno, che possono avere un impatto negativo già a basse concentrazioni. Questo perché molti organismi acquatici sono più sensibili dell’uomo ai microinquinanti e la situazione per alcune di queste specie animali o vegetali è talmente grave da metterne a rischio la sopravvivenza.
Uno studio pubblicato nel 2017 dall’Eawag giunge alla conclusione che i piccoli corsi d’acqua presenti nelle aree dove si pratica un’agricoltura intensiva sono fortemente inquinati da numerosi prodotti fitosanitari. Sono state superate persino concentrazioni di sostanze la cui tossicità per gli organismi acquatici è considerata acuta [10, 11]. Tali organismi sono esposti anche alla persistente minaccia costituita da diversi prodotti fitosanitari. I piccoli ruscelli sono particolarmente importanti dal punto di vista ecologico, poiché fungono da rifugio nonché da luogo di cova e di allevamento per gli organismi acquatici che li popolano, in particolare per la fauna ittica.
Oltre allo stato dei laghi e dei fiumi, anche la qualità delle acque sotterranee riveste un’importanza capitale per la Svizzera. Esse sono infatti la nostra principale riserva di acqua potabile, più dell’80 per cento della quale è captata dal sottosuolo. I dati dell’Osservazione nazionale delle acque sotterranee (NAQUA) illustrano lo stato delle risorse idriche sotterranee rilevate presso oltre 600 stazioni di misurazione in Svizzera.
Sostanze particolarmente persistenti e molto mobili possono penetrare anche nelle acque sotterranee. Tracce di sostanze estranee o inquinanti si rinvengono nelle acque sotterranee soprattutto negli agglomerati e nelle regioni agricole. Nitrati e prodotti fitosanitari di degradazione finiscono nelle falde infiltrandosi nel suolo e compromettono la qualità dell’acqua.
Le acque sotterranee sono sottoposte a una pressione crescente anche per altri motivi (fig. 8). Ad esempio, i terreni sono edificati in continuazione sulla scia dell’aumento delle superfici d’insediamento e delle vie di comunicazione e, di conseguenza, perdono la capacità di depurare le acque meteoriche inquinate. Inoltre, la carenza di spazio induce a costruire insediamenti, strade e linee ferroviarie sempre più spesso nel sottosuolo, minacciando così le falde. Pertanto, la nostra principale riserva di acqua potabile è sempre più esposta all’immissione di sostanze estranee e agenti patogeni e alla crescente perdita di superfici aperte da adibire a zone di protezione, dovuta alla continua diminuzione delle captazioni di acqua potabile. Inoltre, è sempre più difficile che nuove captazioni di acqua potabile si rivelino fruttuose. Sebbene molte captazioni siano protette in conformità alla legge, in particolare quelle minori sono gestite senza rispettare le disposizioni previste in materia di protezione. Se intendiamo garantire un approvvigionamento idrico sicuro anche alle generazioni future, dobbiamo fermare questi sviluppi negativi.
La protezione delle acque in Svizzera ha raggiunto buona parte dei suoi obiettivi in materia di qualità dell’acqua, ma cosa bisogna fare per tagliare nuovi traguardi? Sono essenzialmente due i grandi ambiti in cui occorre agire: uno è quello dei microinquinanti provenienti dalle zone densamente popolate, l’altro quello dei residui di prodotti fitosanitari immessi nei corsi d’acqua e nelle acque sotterranee direttamente dai campi.
Nel caso dei microinquinanti provenienti dalle zone ad alta densità di popolazione, la via da percorrere è già scritta. Come deciso dal Parlamento, gli IDA saranno dotati di accorgimenti tecnici. Una quarta fase di depurazione consentirà di eliminare dalle acque di scarico, oltre all’azoto e al fosforo, anche i microinquinanti. A tal fine, nei prossimi 20 anni saranno potenziati i principali tra i circa 800 impianti presenti in Svizzera. In futuro sarà pertanto possibile eliminare i microinquinanti da quasi due terzi di tutte le acque di scarico esistenti. Attualmente sono già in funzione tre IDA dotati di tecnologia di ozonizzazione e trattamento con carbone attivo in polvere, mentre altri nove sono in fase di costruzione. Il potenziamento, dal costo complessivo di 1,2 miliardi di franchi, sarà finanziato principalmente con la tassa sulle acque di scarico, riscossa presso tutti gli IDA, di un massimo di 9 franchi l’anno per abitante allacciato.
Inoltre, nel 2017 il Consiglio federale ha approvato un rapporto che illustra come ridurre i microinquinanti alla fonte. In particolare occorre attuare in modo più coerente le regolamentazioni vigenti e promuovere un’applicazione favorevole all’ambiente e lo smaltimento di prodotti quali farmaci o pesticidi. In una piattaforma Internet specifica [12] l’associazione svizzera dei professionisti della protezione delle acque (VSA) mette a disposizione informazioni sulle tecnologie per la rimozione dei microinquinanti negli IDA comunali.
Decisamente più delicata è invece la situazione sul fronte dei prodotti fitosanitari: per prevenire un forte inquinamento dei ruscelli di piccole e medie dimensioni e dei fiumi occorreranno grossi sforzi. In Svizzera, infatti, la riduzione dei rischi è difficoltosa a causa delle condizioni strutturali, topografiche e climatiche, e di una quota relativamente elevata di colture speciali trattate in modo intensivo con prodotti fitosanitari. Questi ultimi sono utilizzati in grandi quantità in diverse colture e sono immessi nelle acque attraverso numerose vie. Pertanto, il tenore di prodotti fitosanitari nelle acque può essere ridotto in modo sostenibile soltanto adottando una serie di misure.
Il Consiglio federale ha riconosciuto che occorre intervenire e, nel settembre 2017, ha approvato un piano d’azione per la riduzione del rischio e l’utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari [13]. L’obiettivo generale del piano d’azione, che comprende circa 50 misure, è dimezzare i rischi collegati ai prodotti fitosanitari. Inoltre, sono stati definiti obiettivi specifici per le acque sotterranee e superficiali.
Il piano d’azione si basa su tre pilastri fondamentali: mira infatti a ridurre l’utilizzo dei prodotti fitosanitari e le emissioni a esso connesse e a garantire la protezione delle colture. In particolare, per ridurre l’utilizzo occorre sviluppare la protezione fitosanitaria non chimica o integrata. La riduzione delle emissioni (immissione di prodotti fitosanitari applicati nelle acque) presuppone l’adozione di misure specifiche nelle aziende agricole come pure sul terreno.
L’attuazione efficace del piano d’azione esige che le misure siano sostenute e completate con strumenti complementari quali la ricerca, la formazione/consulenza, il monitoraggio e l’informazione delle persone interessate. Il terzo elemento centrale è costituito dall’autorizzazione dei prodotti fitosanitari, la quale consente di assicurarsi che l’utilizzo appropriato di tali prodotti non abbia effetti collaterali su persone, animali e ambiente.
L’attuazione del piano d’azione richiede il forte impegno comune di tutti gli attori coinvolti. Inoltre, sono necessarie condizioni quadro volte a favorire la riduzione dell’utilizzo di prodotti fitosanitari. Per questo motivo è molto importante, ad esempio, l’impostazione della politica agricola. Con la politica agricola 2022, attualmente in fase di elaborazione, il Consiglio federale mira a una produzione più sostenibile.
Occorre anche proteggere la nostra principale riserva di acqua potabile: le acque sotterranee. Poiché l’urbanizzazione sfrenata sottopone le captazioni di acque sotterranee a una pressione crescente, è necessario pianificare in anticipo l’approvvigionamento idrico e proteggere con coerenza le acque sotterranee. In conclusione, occorre investire nell’intero sistema delle risorse idriche svizzere, ovvero provvedere alla manutenzione dell’infrastruttura che ci rifornisce di acqua potabile ed elimina le acque di scarico.
Un ulteriore campo d’azione deve essere la riduzione dell’immissione di nitrati nelle acque sotterranee e superficiali, in particolare al fine di proteggere l’acqua potabile ma anche per prevenire problemi nel Mare del Nord. I residui del concime sparso nei campi in Svizzera favoriscono infatti in modo critico la crescita di alghe nel mare.
Per il futuro della protezione delle acque non bisogna poi tralasciare un ultimo aspetto: i cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature che ne consegue modifica, ad esempio, gli ecosistemi acquatici. È per questo che i nostri ruscelli, fiumi e laghi vanno resi più naturali e quindi più resistenti. Solo se sono in buono stato possono esplicare tutte le loro funzioni, siano esse quelle di fornire acqua potabile, spazi ricreativi alla popolazione o biotopi per la fauna e la flora.
Infine, anche le specie non indigene (neozoi) influenzano in misura crescente gli ecosistemi fluviali e lacustri, in quanto si stanno diffondendo in modo inosservato. I limiti naturali della diffusione delle specie ittiche sono stati indeboliti in modo considerevole dalle pratiche della pesca (p. es. il ripopolamento), dalla costruzione di canali, dal traffico fluviale e lacustre nonché da cambiamenti ecologici nei biotopi delle acque. Ad esempio lo spinarello, la cui presenza in Svizzera verso la metà del XIX secolo era limitata alla regione di Basilea, si è ora insediato in quasi tutto l’Altipiano quale specie invasiva. Nel lago di Costanza è addirittura diventata la specie più diffusa.
Da quasi 20 anni, inoltre, numerose specie di Gobidi provenienti dalla regione del Mar Nero si diffondono a macchia d’olio nel Reno a Sud di Basilea. Nel 2011 i Gobidi sono stati avvistati per la prima volta a Basilea, dove ora risultano essere la famiglia di pesci più numerosa. La diffusione a monte del Reno è continua. L’impatto sull’ecosistema è attualmente noto soltanto in modo approssimativo. In base alle esperienze maturate in altri Paesi, tuttavia, si temono ripercussioni gravi sulla fauna ittica locale a causa della competizione per occupare biotopi e garantirsi la propria alimentazione, come pure del fatto che i Gobidi potrebbero nutrirsi di uova e di pesci giovani.
In generale le conoscenze sulle complesse correlazioni vigenti negli ecosistemi lacustri sono di gran lunga ancora insufficienti, ma nei prossimi anni la situazione nel lago di Costanza potrebbe cambiare grazie a un progetto mirato [14]. Questo progetto di ricerca transfrontaliero, denominato «Seewandel», mira a comprendere meglio le interdipendenze complesse e le correlazioni dei cambiamenti, attualmente molto rapidi, negli ecosistemi lacustri. L’obiettivo è in particolare quello di esaminare l’impatto dell’aumento delle temperature sulla circolazione delle acque lacustri. Le osservazioni indicano, infatti, che gli inverni sempre più miti hanno portato a un peggioramento dell’approvvigionamento di ossigeno nelle acque profonde. Questa evoluzione potrebbe ripercuotersi in modo negativo sulla biodiversità e sull’approvvigionamento di acqua potabile.
Considerando gli obiettivi raggiunti e le nuove sfide in materia di protezione delle acque, il bicchiere di acqua è mezzo pieno o mezzo vuoto?
Anche a questa domanda è difficile dare una risposta, ma in conclusione si può affermare che occorrono sia misure alla fonte sia soluzioni tecniche. Il modo migliore per far funzionare la protezione delle acque in Svizzera è garantire la collaborazione di tutti gli attori ai diversi livelli, dall’industria e dall’artigianato alla ricerca, alle autorità e alle associazioni d’interesse. Tutti questi attori devono fornire contributi innovativi per consentire un ulteriore miglioramento della protezione delle acque. In generale occorre continuare a percorrere il sentiero battuto con successo nell’ambito della protezione e della valorizzazione delle acque e rappresentare con coerenza gli interessi della natura. Altrimenti non sarà possibile cogliere l’obiettivo della politica di protezione delle acque, ovvero di consentire alla Svizzera di avere di nuovo acque possibilmente variate. In altre parole: i nostri ruscelli, fiumi e laghi devono tornare a poter svolgere le loro funzioni naturali. A tal fine dovrebbe contribuire non per ultima la politica agricola. Insieme al settore agricolo, dobbiamo garantire l’attuazione efficace del piano d’azione sui prodotti fitosanitari.
[1] Vischer D. (2003): Die Geschichte des Hochwasserschutzes in der Schweiz – Von den Anfängen bis ins 19. Jahrhundert. Rapporti dell’UFAEG, serie Acque n. 5.
[2] Gattlen N., Klaus G., Listios G. (2017): Biodiversità in Svizzera: stato ed evoluzione. Risultati del sistema di monitoraggio della biodiversità, stato 2016. Ufficio federale dell’ambiente, Berna. Stato dell’ambiente n. 1630.
[3] Legge federale sulla sistemazione dei corsi d’acqua del 21 giugno 1991
[4] Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio (2017): Landschaft des Jahres 2017: Energieinfrastrukturlandschaft am Aare-Hagneck-Kanal. Comunicato stampa del 25 aprile 2017.
[5] Legge federale sulla protezione delle acque (LPAc) del 24 gennaio 1991
[6] Associazione svizzera dei professionisti della protezione delle acque (2017): Moderne Siedlungshygiene verdoppelt die Lebenserwartung. Comunicato stampa del 22 marzo 2017.
[8] Logar I. et al. (2014): Cost-benefit analysis of the Swiss national policy on reducing micropollutants in treated wastewater. Environmental Science & Technology 48(21): 12500-12508.
[9] Kunz M., Schindler Wildhaber Y., Dietzel A. (2016): Stato dei corsi d’acqua in Svizzera. Risultati dell’Osservazione nazionale della qualità delle acque superficiali (NAWA) 2011–2014. Ufficio federale dell’ambiente, Berna. Stato dell’ambiente n. 1620.
In passato le acque sono state sfruttate anche per smaltire le acque di scarico provenienti da economie domestiche, industria e artigianato. Per secoli le città erano pervase da miasmi ed epidemie quali il tifo erano all’ordine del giorno. Di conseguenza, la speranza di vita era bassa. Soltanto nel XIX secolo, il deflusso delle acque di scarico iniziò a essere controllato su richiesta di medici, urbanisti e architetti. Questa richiesta sfociò in particolare nella riforma delle cloache del 1867 a Zurigo. Una migliore igiene negli insediamenti e l’ampliamento delle infrastrutture di trattamento delle acque di scarico hanno consentito da allora di aumentare la speranza di vita da 40 a oltre 80 anni [6].
Nonostante il miglioramento delle condizioni igieniche nel XIX secolo, le acque si inquinarono sempre più e svilupparono deficit a livello qualitativo. La situazione migliorò in modo duraturo soltanto quando, a cavallo tra metà e fine XX secolo, furono costruiti su vasta scala IDA e infrastrutture di smaltimento delle acque urbane. Lo smaltimento delle acque urbane, di cui il pubblico prende atto a malapena, fornisce tuttora un contributo importante a favore dello stato di salute generale della popolazione. Tuttavia, un eventuale inquinamento dell’acqua potabile da acque di scarico può avere conseguenze molto gravi: ad esempio, un inquinamento rilevato nel 2015 a Le Locle ha causato 1000 casi di malattia.
A prima vista può sembrare che in Svizzera la protezione delle acque sia una storia di successo, ma un’analisi differenziata mette in evidenza deficit considerevoli per quanto riguarda la loro gestione. Correzioni importanti di corsi d’acqua e deviazioni di fiumi e ruscelli hanno fatto sparire biotopi di grande interesse. Inoltre, lo sfruttamento idrico causa deficit ecologici e i corsi d’acqua che scorrono nell’Altipiano sono caratterizzati da una morfologia monotona e da una dinamica insufficiente. La legge sulla protezione delle acque, entrata in vigore nel 2011, ripone grandi speranze in una rivalutazione ecologica dei corsi d’acqua svizzeri. Inoltre esige un miglioramento generale del pessimo stato delle acque e mira a stabilire un compromesso tra l’utilizzo e la protezione delle stesse. La legge punta sulla rivitalizzazione di fiumi e ruscelli, sull’aumento dello spazio riservato alle acque e sulla riduzione dell’impatto negativo dello sfruttamento idrico. La sua attuazione impegnerà diverse generazioni.
I microinquinanti costituiscono una nuova sfida nell’ambito del miglioramento della qualità dell’acqua. Si tratta in particolare di residui di pesticidi, farmaci, prodotti cosmetici o prodotti per il trattamento del legno, che possono avere un impatto negativo sulle biocenosi acquatiche già a basse concentrazioni. Tuttavia, l’ammodernamento tecnico degli impianti di depurazione delle acque di scarico (IDA) deciso dal Parlamento è già iniziato: nel corso dei prossimi 20 anni, i principali tra gli 800 impianti svizzeri saranno equipaggiati per consentire l’eliminazione dei microinquinanti dalle acque di scarico.
La situazione relativa alla presenza di prodotti fitosanitari è invece più complessa. Attualmente occorrono ancora sforzi considerevoli per prevenire l’immissione di tali prodotti nei fiumi e ruscelli di dimensioni medio-piccole. Pertanto, nel 2017 il Consiglio federale ha adottato un piano d’azione per la riduzione dei rischi e l’utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari.