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Rivoluzione d’ottobre- atrocità e leggende
dossier Rivoluzione d’Ottobre
1917-2017
Gli artefici della Rivoluzione Russa si macchiarono di ignominiose atrocità, che la storiografia marxista, tuttavia, cela volutamente sotto il relativo successo che la Rivoluzione stessa ottenne, al prezzo, peraltro, di un ingente numero di vite umane.
Raramente viene riportata l’orribile fine che toccò allo Zar e alla sua famiglia, fucilati ad opera dei bolscevichi a Ekarterinburg.
Per anni tuttavia il pubblico borghese volle credere, sognando, che qualcuno fosse sopravvissuto a quella strage.
Coloro che si spacciarono per i Romanov furono duecentotrenta, un numero da record storico.
Anastasia: la leggenda ha inizio.
Colei che tra le granduchesse fu la più ricordata, la più popolare, colei che fu la sola a divenire realmente un mito, e che mito è tutt’ora nell’immaginario popolare, fu la figlia minore dello Zar, Anastasia Romanov. La sua nascita, avvenuta nel mite giugno del 1901 a Peterhof , fu ragione di liberazione da parte dello Zar per gli studenti incarcerati l’inverno precedente in seguito alle proteste di Mosca e San Pietroburgo. Per questa ragione la bambina, la cui venuta al mondo, trattandosi della quarta figlia femmina, non felicitò particolarmente la corte, venne chiamata Anastasia che, dal greco, significa ‘colei che spezza le catene’ ma anche ‘colei che risorge’ ragion per cui divenne, dopo la sua tragica morte, la superstite teoricamente più plausibile. Di corporatura minuta, dai capelli ramati e gli occhi chiari, nonostante fosse costretta a sottoporsi a frequenti massaggi alla schiena per la costituzione fragile e malaticcia e malata ad entrambi di piedi di allux valgus, divenne tuttavia in breve una bella bambina carismatica, poco atta agli studi ma di grande talento teatrale, talvolta dispettosa e miglior confidente della sorella Marija, condusse come tutte le sue sorelle un tenore di vita spartano, essendo atta a dividere la stanza con loro e a dormire in brande senza cuscini. Assai cara alla figura del monaco delle steppe Rasputin, dopo la di lui morte pianse lacrime sincere, la bambina divenne una ragazza sveglia e intelligente, che fu sinceramente disperata alla saputa dell’entrata in guerra della Russia. Durante il conflitto racconta nei propri diari di aver insegnato a leggere e a scrivere ai soldati feriti e di aver loro trascorso più tempo possibile per distrarli dai dolori delle ferite riportati. Un anno prima della morte, nel 1916, la principessa scrive “Oggi ero seduta accanto al nostro soldato gli insegnai a leggere e gli piace molto. Cominciò ad imparare a leggere e a scrivere qui in ospedale. Due sono morti in un incidente, e ieri eravamo seduti accanto a loro”.
Ma la piccola granduchessa, così bella e solare nelle foto dei tempi felici, divenne in breve tempo la pallida figura che compare nelle foto sfocate della famiglia reale, in posa per l’ultima volta, nella loro ultima prigione. Raccontano i testimoni che sostennero d’aver assistito all’esecuzione che per ripararsi dai proiettili, in quell’orrida notte del 1917, Anastasia e le altre ragazze si ripararono disperatamente il capo con le mani, venendo di conseguenza ferite agli avambracci ed essendo finite a colpi di lama. Quando nella cava di Ekarterinburg furono ritrovati i corpi, mancavano quelli dello Zarevitch e quello di una ragazza che si pensò essere quello di Marija o, più plausibilmente, quello di Anastasia.
Nel freddo inverno del 1920 una giovane donna camminava barcollando sulla riva della Sprea, il fiume che attraversa Berlino. Era vestita di stracci e pareva incapace di intendere e di volere. Dopo aver indugiato un istante, si lanciò dal ponte nelle gelide acque della Sprea che la inghiottirono. Salvata dall’eroico gesto pronto di un militare di passaggio, la donna fu subito portata in un ospedale nel quale, pochi giorni dopo, rinvenne. Dopo un periodo di silenzio ostinato, parve riprendere coscienza e girdò: “Sono Anastasia Romanov, la figlia dello Zar, unica sopravvissuta all’eccidio di Ekarterinburg!” alle infermiere, che accorrevano, disse di esser stata erroneamente creduta morta, mentre, martoriata da pallottole degli spari e ferita da baionette, veniva portata via sul carro, assieme ai cadaveri dei suoi familiari. Secondo il suo racconto, la giovane si era lasciata cadere dal carro abbracciata al cadavere del fratellino Alexei e Juronskij, commissario della Ceka e responsabile dell’esecuzione, avrebbe dunque deciso di non raccogliere i due corpi caduti e di bruciarli sul posto. Salvatasi dalle fiamme essendosi rotolata a terra, la ragazza sarebbe riuscita a fuggire da quelle steppe remote e, dopo tre anni vissuti da errabonda, sarebbe riuscita a raggiungere la Germania.
La giovane si chiamava Anna Anderson ed era di origini polacche. Creduta pazza da chi crederle non volle, venne vista come una contadina usurpatrice, ferita in seguito all’esplosione della fabbrica di ordigni in cui lavorava e solo desiderosa di appropriarsi dei fondi bancari dei Romanov; creduta invece , da chi vedeva in lei la Romanov, savia e solo psicologicamente traumatizzata, venne vista come colei che avesse realmente subito serie violenze e, in supporto alla sua tesi, fu scritto ch’ella non parlava russo perché le condizioni della sua mente glielo impedivano, ma riusciva comunque a capire la sua lingua madre e, inoltre, era troppo istruita e acculturata per essere una contadina. Portante del gene dell’emofilia, la Anderson aveva entrambi gli alluci valghi proprio come la giovane Romanov. Creduta da Hollywood che le dedicò diversi film (il primo esordì già nel 1928 ma il più famoso fu quello con Ingrid Berman che per l’interpretazione di Anastasia vinse il premio Oscar), fu internata in un ospedale psichiatrico dal quale uscì solo molti anni dopo, pur non dimostrando, scientificamente, alcuna malformazione mentale. I figli di un nobile esecuto assieme agli altri Romanov, il dottor Botkin, la presero sotto la loro protezione, manovrandone la persona per appropriarsi del denaro dei nobili assassinati, ancor conservato in banca. Divenuta anche a guida di una società per azioni finalizzata a dividere fra gli azionisti il 10 % dell’eredità dei Romanov, fu portata in tribunale nel 1938 per iniziare un processo riguardo la sua vera identità, conclusosi, nel 1977 con il mancato riconoscimento di Anastasia nella Anderson e, al contempo, con il negato consenso ad attingere sia da parte della donna che da parte degli eredi di Boktin, ai fondi bancari russi. Sposato un professore di Storia dell’Arte, Anna Anderson morì nel 1894, senza mai aver detratto la propria tesi.
Considerato dagli storici il peggiore dell’umanità, il Novecento fu soprattutto un secolo privo di miti. E, forse proprio perché privato degli ideali che invece erano stati propri dell’Ottocento, in cui l’entusiasmo romantico era poi sfociato nel nazionalismo del nuovo secolo, divenne teatro di nuovi eroi, non più simboli di virtù ma persone vere nella loro misera realtà. Così, quello di Anastasia divenne uno dei miti portanti del secolo decimo nono e la di lei figura si prestò a innumerevoli romanzi, film, una sceneggiatura Disney e addirittura un musical. Perché quando i miti vengono a mancare i miti, di miti se ne creano di nuovi. Perché il popolo e la cultura di massa in generale di miti necessita, per dar vita alla breve evasione dal quotidiano, nelle sale cinematografiche e ore di lettura. E se non sono più leggendari principi o dei ad essere protagonisti dei suddetti miti, allora tali lo divengono le persone, persone che la storia ha relegato a una fine ingiusta e atroce, ma a cui l’immaginazione vuole regalare fama. Fama immortale.