Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01172.jsonl.gz/639

Fra le voci esemplari, e malamente deformate, del principio del secolo, quella di Carlo Michelstaedter, troppo presto spenta, ma destinata a ispirare a lungo non pochi scrittori del "dissenso": una figura da ricollocare nei luoghi e nei tempi medesimi in cui, appunto, veniva maturando Lukács. La sua amara esperienza avverte che non ogni mediazione si concludeva sulla certezza di magnifiche sorti e progressive. Non a caso tutta la sua riflessione fu una lotta contro le manifestazioni retorico-ideali staccate dall'operare reale, contro il "sapere" separato.
Gli uomini parlano, parlano sempre, e il loro parlare chiamano ragionare... S'adagiano in parole che fingano la comunicazione; poiché non possono fare ognuno che il suo mondo sia il mondo degli altri, fingono parole che contengano il mondo assoluto, e di parole nutrono la loro noia, di parole si fanno un empiastro al dolore, con parole significano quanto non sanno e di cui hanno bisogno per lenire il dolore, o rendersi insensibili al dolore... Hanno bisogno del "sapere", e il sapere è costituito. Il "sapere" è per se stesso scopo della vita, ci sono le parti del sapere, e la via al sapere, uomini che lo cercano, uomini che lo dànno, si compra, si vende, con tanto, in tanto tempo, con tanta fatica. Così fiorisce la rettorica accanto alla vita. Gli uomini si mettono in posizione conoscitiva e fanno il sapere.
La polemica contro le soluzioni verbali (o "ideali") circola ovunque vivacissima; si chiami come si vuole, "filosofia" o no, la soluzione di Michelstaedter, che una volta scoppia dichiaratamente in punte anticrociane, si indirizza contro ogni risoluzione meramente verbale, "ideale" o "mentale", dei problemi della vita.
Quando i giovani battono l'ali per levarsi dalla vita consueta, quando esce loro dal cuore, strano e incompreso a loro stessi, il grido della vita, quando chiedono d'essere uomini veramente - questo non è che "sete di sapere", si dice, e con l'acqua del sapere si spegne la loro fiamma. In fine certo, la ragion d'essere, la libertà, la giustizia, il possesso, tutto è dato in parole...
E, in un frammento del 1908, con grande asprezza:
[
] risolvere problemi, sciogliere indovinelli, fare gli equilibristi, i funambuli, gl'istrioni: questa è la filosofia.
Non a caso la battuta crudele è rivolta ora contro Croce sistematico ("io che
ho un'ammirazione per Benedetto Croce... se... avessi come lui una mente acuta e astratta, di filosofia non me ne sarei mai curato e avrei fatto il giureconsulto - lui fa sistemi"), e ora contro la gnoseologia kantiana.
In realtà la riflessione di Michelstaedter è tutta sul rapporto dialettico fra la fuga nel tempo da ogni impegno "reale", e la "consistenza" in un atto decisivo capace di fondare, contro l'illusorietà di una vita condizionata da un bisogno senza fine, la saldezza del valore profondo della propria vita e, in essa, della vita reale di tutto e di tutti.
Reagisci al bisogno d'affermare l'individualità illusoria, abbi l'onestà di negare la tua stessa violenza, il coraggio di viver tutto il dolore della tua insufficienza, in ogni punto, per giungere ad affermare la persona che ha in sé la ragione, per comunicare il valore individuale: ed essere in una persuaso tu e il mondo.
La tensione fra una continua fuga verso cose - cose e uomini - considerate come strumenti atti a soddisfare i propri bisogni e la risolutezza di una libera affermazione di sé, degli altri e del mondo: ecco i due poli della dialettica persuasione-retorica, che sono termini suscettibili poi di essere variamente espressi e tradotti: non-violenza e violenza, libertà e servitù.
Liberati da ciò che essi credono indispensabile, dalle cure, dal calcolo delle tante piccole cose in cui la loro vita sempre si dissolve e sempre gira, da tutta la miseria della loro meschinità, essi assaporeranno nell'impossibile, nell'insopportabile, la gioia d'un presente più pieno. Vedranno che non c'è niente da temere, niente da cercare, niente da fuggire, che la fame non è fame, e il pane non è pane; poiché in altro modo avranno sentito la loro fame e altro pane sarà stato loro offerto. Non avranno più freddo e stanchezza, questi dolori e quei desideri, non saranno frustati dal bisogno - ma sentiranno nel presente raccolta la loro vita poiché in un punto saranno fatti partecipi d'una vita più vasta e più profonda...
Nell'analisi del bisogno e della strumentalizzazione che, sotto la pressione del bisogno, l'uomo opera delle cose e degli uomini, Michelstaedter senza dubbio, ebbe presenti quei testi capitali della Fenomenologia di Hegel che, tuttavia, non si sono mai debitamente ricordati laddove, sulla scorta di precise citazioni, si è fatto caso piuttosto della Filosofia della storia. Ebbene il preciso riferimento al rapporto servo-padrone, alla strumentalizzazione come aspetto proprio del momento "retorico" o della "violenza"' avrebbe dovuto rendere pensosi del complesso di allusioni contenute in pagine che spesso non superano la provvisorietà frammentaria della nota. Il consistere è veramente il salto oltre il mondo della violenza, dell'asservimento, verso una vita vissuta non contro, ma con gli altri e con le cose.
L'uomo nella via della persuasione mantiene in ogni punto l'equilibrio della sua persona; egli non si dibatte, non ha incertezze, stanchezze, se non teme mai il dolore, ma ne ha preso onestamente la persona. Egli lo vive in ogni punto. E come questo dolore accomuna tutte le cose, in lui vivono le cose, non come correlativo di poche relazioni, ma con vastità e profondità di relazioni. Dove per gli altri è oscurità per lui è luce, poiché il cerchio del suo orizzonte è più vasto... Egli si fa sempre più sufficiente alle cose, basta sempre più profondamente all'eterna deficienza delle cose. In lui quasi in un nucleo individuale si organizzano più vaste, più numerose le determinazioni, in ogni punto della sua affermazione c'è la vicinanza delle cose pia lontane... Il giusto è buono a ogni cosa; chi a nessuna cosa sia ingiusto sa fare ogni cosa.
È chiaro che una posizione come questa non poteva non accentuare il momento polemico, la denuncia spietata della retorica vista piuttosto che come vita "banale", come fuga dalla responsabilità, come mondo delle soluzioni puramente verbali, dei discorsi che per essere esclusivi - puri "discorsi", puro "sapere" - per imporsi devono farsi "violenti". Ed è importante che già allora Michelstaedter liberamente riprendesse le famose pagine hegeliane sul rapporto servo-padrone. In particolare il paragrafo su la sicurezza segue passo passo, liberamente rielaborandolo, Hegel; dal costituirsi dell'uomo attraverso il bisogno, all'appropriazione delle cose, al lavoro come "violenza sulla natura", fino all'incontro con l'altro ("ecco il maggior pericolo.., ecco una potenzialità di lavoro identica alla mia... ecco l'uomo, il mio simile"). Così "sul campo ancora fumante, si rinnova la lotta" e il vinto diventa schiavo, "materia di fronte al padrone... cosa... Il padrone si serve dello schiavo attraverso la di lui forma: attraverso la potenza del lavoro. E gli fa sentire che il suo diritto d'esistere coincide colla somma di doveri verso il padrone, che la sua sicurezza è condizionata dal suo aderire ininterrotto ai bisogni del padrone".
Come si vede, Michelstaedter si rendeva conto che la via alla persuasione, ossia alla libertà, era legata a una consapevolezza chiara della condizione di schiavitù, alla analisi spietata di una situazione compromessa: le sue analisi appuntate verso i temi della violenza, dell'inquietudine, del bisogno, della "strumentalizzazione" degli altri che si rovescia in una perdita di sé, suonavano condanne di una umanità e di una società. E la condanna, ossia la cruda sottolineatura delle vie della perdizione, era veramente la parte essenziale del suo lavoro. Gentile, in una recensione del 1922 su "La Critica", osservò che l'opera di Michelstaedter, se metteva in luce il momento della rettorica, alla persuasione alludeva soltanto. Solo che questo non doveva intendersi come il limite intrinseco a un lavoro giovanile. Concepita la persuasione come Michelstaedter la concepiva, l'analisi non poteva non puntualizzarsi sulla retorica sulla determinazione dei caratteri di una scelta sbagliata, di una strada senza possibilità. Al fondo dell'analisi non poteva esserci che l'invito a una decisione, a un mutamento di rotta, a un salto. Egli non poteva che additare la via della persuasione; e il costruire e il sapere convergono, se il costruire non sia lavoro servile sotto la spinta del bisogno, e il sapere non sia mistificazione verbale.
yyy L'analisi della retorica si tramuta nell'invito a rovesciare la situazione, a rompere le trame che irrigidiscono la nostra vita dentro schematizzazioni vincolanti. Bisogna avere il coraggio, alla fine, di guardare in faccia il dolore; invece di fuggire sempre, eludendo le scelte responsabili, bisogna tornare al punto in cui è possibile rimettere tutto in giuoco. E lì xx bisogna avere il coraggio di non fuggire più, di stare con se stessi, pari a se stessi; e in quel punto trasformare la guerra in pace, la violenza in persuasione. Né va infine passato sotto silenzio come Michelstaedter, in questo suo sforzo di invertire la rotta, di spezzare la rete delle "essenze" in cui la realtà vivente sembra irrigidita per sempre, mettesse in luce, accanto alle più sottili esigenze di un rinnovamento totale della condizione umana, la tessitura profonda dell'esistenza. Come non sottolineare tutta la pagina di questa tesi di laurea fiorentina del 1910, in cui il giovane pensatore presentava con nitidezza singolare il fissarsi delle strutture dell'esistenza:
I bambini, quasi vite in provvisorio, hanno molto meno definita la trama, molto più varia e disordinata, qui densa e luminosa, li sottile e oscuro-trasparente. Essi hanno gioie vive che gli uomini non conoscono più, e molto più spesso degli uomini sono in balia di questi terrori. Nelle tregue delle loro imprese, dei loro piani, quando sono soli, e da nessuna cosa di ciò che li attornia sono attratti o a frugare o a rubare o a rompere o a discorrere o a tutte quelle altre loro occupazioni, si trovano con la piccola mente a "guardare l'oscurità". Le cose si sformano in aspetti strani: occhi che guardano, orecchi che sentono, braccia che si tendono, un ghigno sarcastico e una minaccia in tutte le cose... Poi la vita s'incarica di stordirli; l'essere vivi si fa un'abitudine; le cose che non attraggono non si guardano più, le altre cose sono strettamente concatenate, la trama si fa uguale - il bambino si fa uomo le ore degli spaventi sono ridotte al sordo continuo misurato dolore che stilla sotto a tutte le cose. Ma quando per ragioni che non stanno in loro, il lembo della trama si solleva, anche gli uomini conoscono le spaventevoli soste. Li visitano i sogni nel sonno - quando rilassato l'organismo vive l'oscuro dolore delle singole determinazioni impotenti ognuna per sé di fronte a ogni contingenza, per cui, fatta più sottile la trama dell'illusione, più minacciosa appare l'oscurità.
L'indicazione hegeliana, e proprio di quei temi che, ignorati o respinti con disdegno dal neohegelismo italiano, dovevano invece farsi centrali nelle discussioni filosofiche europee dal 1930 in poi, colloca bene Michelstaedter nel fermento di idee che caratterizzò il primo Novecento finché la situazione culturale non fu bloccata dalla sistematica della filosofia dello spirito, solo apparentemente contrastata dall'attualismo, che in realtà non faceva che esasperarne alcune esigenze di fondo. D'altra parte non è difficile rendersi ragione dell'isolamento di Michelstaedter, e dei tentativi di ridurlo a prospettive non sue. La sua formazione universitaria fiorentina, legata a una tradizione culturale non ancora spenta, gli aveva reso familiare soprattutto il mondo antico: i tragici greci, i filosofi dell'età "tragica", i grandi pensatori classici. Il metodo storico di Villari, e la "filologia" di Vitelli, non rimasero senza eco. Di Villari Michelstaedter parla in una lettera del 1907, in modo commovente: "era una cosa meravigliosa vedere quella cariatide
diventare a un tratto un uomo poderoso nella piena energia della sua intelligenza e con un'eloquenza che in certi punti attingeva al diapason d'un tempo". Sul tavolo di lavoro del giovane studente s'allineavano testi significativi: Platone e Kant, Omero ed Eschilo, Vico, De Sanctis e Rohde. Alla Laurenziana sperimenta quella disciplina di ricerca che forse "non era fatta per lui", ma che chi l'abbia provata una volta non dimentica più, e ne trae rispetto per gli altri e reverenza per l'insegnamento del passato. Fuori i colli toscani: "dalle finestre li vedo con le loro pendici chiare per gli olivi, coi punti bianchi delle case e le macchie scure dei cipressi e degli alberi". Nelle chiese e nelle gallerie la grande arte.
Chi nelle squallide aule di San Marco, con quegli stessi maestri, o con scolari non sempre minori dei maestri, abbia fatto le stesse esperienze, può ancora comprendere l'incontro fra una disciplina di studio intesa a insegnare un rispetto sacro per l'uomo e la sua opera, e una città dove le "cose" e la "natura", gli edilizi e le piante, sono così pacificati con l'uomo, così intrisi del suo lavoro, che non sai mai dove corra la linea di confine, perché il confine sfuma in un'armonia segreta che davvero fa vicine le cose lontane. In una città così poco "filosofica", in una scuola dove i rapporti fra filosofia e poesia, fra filologia e storia sono cosI saldi che filosofi sono i poeti e poeti i filosofi, la meditazione di Michelstaedter, in fondo, era più di casa di quanto non possa sembrare a prima vista: soprattutto se si pensi a Vitelli piuttosto che a Tocco; a Villari e a Rajna piuttosto che a De Sarlo. Da Rohde a Nietzsche e a Schopenhauer, a una visione "tragica" del mondo greco, il passo era breve. E sempre, a Firenze, è stato più facile familiarizzarsi con i framenti di Diels, con Platone e Aristotele, con Omero e con Eschilo, che con l'ultimo scrittore di cose molto "scientificamente" filosofiche.
Tuttavia, proprio per tutte queste ragioni, per queste radici della sua cultura, Michelstaedter non poteva non rimanere, alla fine, un intruso per la filosofia italiana del Novecento. Papini, esponente di atteggiamenti troppo lontani, se intuì il peso del giovane scrittore, trascorse poi ad avvicinamenti e confronti giornalisticamente superficiali, avviando una serie di fraintendimenti che hanno sempre accompagnato un rispetto estrinseco e verbale per una giovinezza tragica e singolare. Quasi dannunziano per gli uni, quasi gentiliano per gli altri, ebbe perfino la mala sorte di essere vestito da "precursore" dell'Italia fascista: "all'Italia risorgente ha legata un'opera forte e non caduca, la coscienza d'un problema che tocca fondo nelle realtà più riposte della vita e, ripetiamolo qui ancora, un esempio: l'esempio della totale adesione, a se stessa, di una umana e italiana volontà". Parole che proprio potevano essere risparmiare al crudo avversario della rettorica, e che vien fatto di ricordare con maggiore pena leggendo della madre quasi novantenne, della sorella, della fanciulla a lui cara, eliminate nel 1943 nei campi di sterminio.
No! la via della persuasione non portava nelle camere a gas: guardava a coloro che "per amore vollero eliminata la lotta fra gli uomini, e dettero loro una legge che, questo amore... presupponendo in ognuno, tutti faceva fratelli e pel vicendevole rispetto li univa". In questo senso vide acutamente Amendola quando, subito, ne accentuò la forte ispirazione morale, e ne interpretò l'opera come richiesta di rinnovamento ("la ragione della vita consiste nel diminuire la deficienza dell'individuo in quanto è cosa, nell'aumentare la sua comprensione di cose"), né a torto Giacomo Debenedetti parlò di un "furore di penitenza", di un ardore capace di ricordare "ritmi deserti da anno mille". Non a caso la presenza di Michelstaedter diventò piü seria e operosa nel punto più crudele della crisi fra le due guerre. Non a caso il suo nome s'incontra subito all'inizio di un libro del 1936 che non fu senza influenza fra molti giovani dei migliori: gli Elementi di esperienza religiosa di xx Capitini; e non a caso il richiamo di Michelstaedter è frequente in un'altra opera di filosofia che ebbe anch'essa un valore particolare nella nostra cultura: Situazione e libertà nell'esistenza umana di Luporini.
Michelstaedter, che non fu affatto uno "spirito della vigilia" dell'anteguerra italiano, non fu soltanto "un'apparizione dell'ultimo romanticismo europeo, teso fra l'esistenzialismo e la volontà di potenza". Fu soprattutto - ed è ancora un giudizio significativo, dato in un momento significativo (di Umberto Segre nel 1945) - un'esigenza morale assoluta di onestà, un "richiamo perentoriamente drammatico alla decisività metafisica della vita morale, all'unicità del suo impegno, all'irreperibilità della sua esperienza". Contro le "definitive salvezze" fu un drammatico invito al rischio delle scelte, alla responsabilità della vita; alla serietà contro la retorica, alla persuasione contro la violenza.
Le pagine di Michelstaedter hanno parlato, sommesse forse ma pungenti, nei momenti piü tragici della nostra storia recente: ed hanno parlato nel punto in cui si credette, o almeno alcuni credettero, che una rigida trama fosse spezzata fra gli uomini, e fosse aperto un discorso umano e una comunicazione nuova, e s'avviasse una società giusta. Parve allora che anche il filosofare potesse essere cosa seria e importante; non continuazione di quegli ismi che Michelstaedter scherniva; non vendita di quelle "parole" e di quel "sapere" in cui vedeva tripudiare la rettorica; non molto ragionevole scoperta del fondamento di sicurissime strutture e di "definitive salvezze", ma operosa e rischiosa ricerca, costruzione attiva di nuovi rapporti con gli uomini e le cose. Oggi, in un momento in cui troppe lotte sembrano essere state invano, le pagine, anzi l'esperienza di Michelstaedter, possono ancora indurre a una raccolta meditazione. E possano i cosiddetti "filosofi", affannati sempre a costruire, secondo le richieste del mercato, sistemi di rispettabili "teologie", o di "scienze rigorose", porgere un orecchio non distratto al suo avvertimento: "Il vero dialettico non si ferma sulla via a tirare le linee e a trarre i concetti, quasi conoscenza finita; non sfrutta la propria vita a foggiarsi una persona, né la difende come finita e assoluta, pretendendo che gli altri la riconoscano per tale. Non largisce agli altri una teoria, né disputando per questa chiede che gli altri lo riconoscano come il filosofo. Ma appunto nel contatto con gli altri proseguendo la sua via, con qualunque persona parli e di che cosa anche, non sarà per lui un incontro indifferente, ma egli si sentirà individuo di fronte a individuo, e non crederà di essere tale fino a che non abbia comunicato il valore individuale, persuasivo".