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Una forte rabbia. È questo il sentimento da cui era pervasa l'imputata di 50 anni nei momenti in cui decideva di dare fuoco a strutture o oggetti con lo scopo di provocare danneggiamenti e col rischio di mettere in pericolo l'incolumità pubblica. Lo ha spiegato lei stessa stamattina alla Corte delle Assise criminali di Locarno in Lugano presieduta dal giudice Mauro Ermani (giudici a latere Manuel Borla e Renata Loss Campana) nel processo a suo carico per incendio intenzionale ripetuto, in parte tentato, in parte aggravato. Il dibattimento si è svolto in modo rapido in quanto la donna ha riconosciuto tutti i fatti, e la difesa e l'accusa – sostenute rispettivamente dall'avvocato Sandra Xavier e dal procuratore pubblico Claudio Luraschi – hanno raggiunto un'intesa, avanzando una proposta poi approvata dal giudice: quattro anni di reclusione sospesi per scemata imputabilità a favore di un trattamento in una struttura educativa con l'obbligo di dimorarvi (deducendo l'esecuzione preventiva della misura in atto).
I fatti sono riconducibili a cinque episodi e si sono verificati in due periodi di tempo distinti. Nel gennaio 2016 la donna aveva cercato una prima volta di dare fuoco a un fienile a Tenero, tornando in seguito sul luogo per riprovarci, in quanto il rogo si era spento; al secondo tentativo le fiamme si erano propagate, danneggiando la stalla e due veicoli parcheggiati nelle vicinanze.
Sempre a Tenero, tre anni dopo, nel gennaio del 2019, aveva invece dato fuoco a due riprese al cassonetto della carta da riciclare posizionato nel vialetto d'accesso della palazzina in cui abitava. Il rogo era stato spento la prima volta dall'intervento degli inquilini, la seconda da quello dei pompieri. Il giorno successivo era avvenuto il fatto più grave, e per il quale era scattato l'arresto: nelle cantine della medesima palazzina aveva acceso una confezione di gel combustibile per fornelli e con un ombrello l'aveva spinta oltre una grata di legno per far divampare le fiamme. L'incendio si era così propagato alle altre cantine, e aveva portato allo sviluppo di molto fumo, che aveva invaso completamente la tromba delle scale dello stabile ed era penetrato in numerosi appartamenti. L'immediato intervento dei soccorritori aveva permesso di evacuare il palazzo e domare il fuoco, scongiurando gravi conseguenze per la salute degli inquilini. Il bilancio era stato di una persona leggermente intossicata e ingenti danni materiali.
Un sostegno imprescindibile
Dopo aver scontato 47 giorni di carcere, la donna è stata trasferita prima in una clinica psichiatrica, poi nella struttura in cui sconterà il resto della pena, dove sta aderendo ai trattamenti e in cui dice di trovarsi bene. «Si è capito fin dall'inizio che aveva un problema che causava un grosso pericolo per la sicurezza», ha detto il giudice Ermani accennando a un disturbo della personalità e del comportamento. «L'aspetto principale di un processo come questo un po' sui generis – ha proseguito il presidente della giuria prima di leggere la sentenza – non è la sanzione, quanto far capo alle misure previste dal Codice penale volte alla protezione dell'ordine pubblico e alla presa a carico di chi ha commesso i reati con l'intento di prevenire la recidiva».
Per giungere alla sua decisione, la Corte ha ritenuto importante la risposta al quesito “quando monta la rabbia lei cosa fa?”, a cui l'imputata ha replicato: «Chiedo aiuto». «Chiedere aiuto – ha commentato infine Ermani – è l'unica strategia possibile in quanto i sentimenti negativi legati al suo passato, ai problemi familiari, agli abbandoni e alle violenze che ha subito si faranno risentire: la questione è come gestirli, e questo non può essere fatto accendendo un fiammifero». Ora come in futuro, è il messaggio, c'è gente pronta a sostenerla nel suo percorso.