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LOS ANGELES - C'è ben poco da dire sul 2018 di Drake: per il rapper canadese è stato un anno semplicemente fenomenale.
Basti pensare al record che ha infranto lo scorso mese di ottobre e che apparteneva ai Beatles: mai nessuno dal 1964 a oggi era riuscito a piazzare 12 canzoni nella top ten della Hot 100 di Billboard. Bene, Drake c'è riuscito, così come è stato il primo artista a superare la soglia dei 50 miliardi di ascolti digitali.
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Quest'anno il 32enne è riuscito a trasformare in oro tutto ciò che ha toccato ed è stato pure capace di neutralizzare la “bomba” lanciatagli contro dal collega Pusha T, ovvero la notizia dell'esistenza di Adonis, il suo figlio segreto. Drake ha reagito con dignità, ammettendo l'esistenza del bambino e dedicandogli una canzone, “March 14”, che altro non è che una lettera aperta di un padre al proprio figlio.
Il pubblico, che avrebbe potuto voltargli le spalle dandogli dell'ipocrita - con un danno d'immagine per la sua immagine da bravo ragazzo potenzialmente devastante - ha reagito positivamente. La dimostrazione è il successo di “Scorpion”, l'ultimo album, molto amato dalle masse (e un po' meno dalla critica, che probabilmente si aspettava di più). L'album però potrebbe restare nella storia della musica come una pietra miliare dell'era dello streaming: i suoi brani non sembrano essere stati pensati per l'ascolto canonico, uno in fila all'altro, ma per essere la colonna sonora di video social, spunti per meme, colonne portanti di playlist eccetera.
Drake è l'artista mainstream che sembra aver capito meglio di chiunque altro come tenere in pugno la platea dei suoi potenziali ascoltatori. “Vecchio” del mestiere nonostante non lo sia come età, ha saputo intercettare i gusti dei giovanissimi - e le tendenze musicali attuali - con dei sapienti featuring (vedi “Sicko Mode” di Travis Scott e “Mia” di Bad Bunny). Oggi c'è poco da fare: piaccia oppure no, quello di Drake è un nome che conta. Tanto.