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di Francine Rosenbaum
Attraverso una succinta storia dei migranti che hanno segnato 100 anni fa l’inizio del riconoscimento di Ascona e Locarno come centro artistico, ﬁlosoﬁco e politico europeo, vorrei segnalare il progressivo slittamento squaliﬁcante delle rappresentazioni dominanti sulla migrazione e interrogare il conseguente smarrimento della memoria storica di questo nostro patrimonio non soltanto nelle giovani generazioni.
Nella seconda metà del XIX° secolo la rappresentazione dello straniero diventa un elemento costitutivo della scena socio-politica nazionale, il respingente necessario all’elaborazione di un’identità nazionale confederata ancora mal deﬁnita.
Nel primo periodo della storia moderna della Confederazione i dirigenti politici del paese affermano che l’assimilazione dello straniero viene ottenuta grazie alla naturalizzazione: l’idea dominante non è di limitare l’immigrazione o di espellere, ma di prendere gli stranieri e «farne degli Svizzeri». Per questa élite liberale e repubblicana, è attraverso l’esercizio dei diritti politici che lo straniero è portato a interessarsi alla vita nazionale e alle istituzioni svizzere e soltanto la naturalizzazione può conferire questi diritti agli stranieri. Perciò il pensiero dominante di questo primo periodo è che la naturalizzazione è la condizione necessaria dell’assimilazione.
Ma durante la Prima Guerra mondiale la politica svizzera riguardo agli stranieri si modiﬁca completamente. Questa rottura costituirà un nuovo tipo di rapporti fra Svizzeri e stranieri. D’ora in poi non si tratta più di assimilare gli stranieri ma di controllarli. La concezione e la pratica della naturalizzazione viene capovolta: l’idea dominante diventa che la naturalizzazione verrà d’ora innanzi concessa soltanto agli stranieri già assimilati, cioè a quelli la cui mentalità corrisponde allo spirito svizzero e che vi sono domiciliati da lungo tempo. Si considera la naturalizzazione come l’ultima tappa dell’assimilazione. Questa evoluzione dell’atteggiamento rispetto agli stranieri costituisce il passaggio della Svizzera da una concezione repubblicana a una concezione etnica di nazione.
L’obbiettivo dei politici degli anni ’20 è stato quello di normalizzare le legislazioni d’eccezione adottate durante gli anni di guerra e dell’immediato dopo-guerra.
Appena mezzo secolo dopo, negli anni ’60–’70, assisteremo di nuovo all’espressione di una forte spinta xenofoba. E poi a quella del giorno d’oggi con i Musulmani come nuovi capri espiatori. Ma uno studio che mostrerebbe ﬁno a che punto si può stabilire un parallelismo fra questi tre periodi resta ancora da fare. Infatti i numerosi lavori dedicati alle iniziative lanciate dall’Azione Nazionale o dall’UDC hanno tutti omesso di segnalare l’esistenza di questo precedente nella Svizzera turbata degli anni 20. Un oblio storico che deve continuare a interrogarci.
Quaderno 15 / aprile 2018
Francine Rosenbaum,
saggista e formatrice etnoclinica