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Greenpeace denuncia nuovamente la presenza di diossine nella discarica di Bonfol (canton Giura), utilizzata in passato dall'industria chimica basilese.
L'organizzazione ecologista teme un'emissione nell'ambiente di queste sostanze tossiche durante i lavori di bonifica, attesi da parecchi anni.
La notizia non rappresenta una novità (la presenza di diossine nella discarica chimica giurassiana è nota già da tempo), ma come ha indicato l'incaricato del dossier di bonifica di Bonfol, «le informazioni pubblicate giovedì da Greenpeace sembrano più credibili di quelle fornite dall'organizzazione delle industrie chimiche basilesi (BCI, ndr)».
«Non capisco perché la BCI tergiversi nel fornire tutte le informazioni che consentirebbero di identificare, nel modo più accurato possibile, il contenuto della discarica», ha aggiunto Laurent Schaffter.
Dal canto suo, l'industria chimica contesta l'esistenza di problemi legati alla sicurezza del sito, affermando che le diossine non giocano alcun ruolo.
Garantire la sicurezza dei lavoratori
Nello studio pubblicato giovedì, Greenpeace ha studiato la produzione dell'industria chimica della regione di Basilea (tra cui Sandoz, Ciba e Ciba-Geigy) negli anni '60 e '70. Le imprese avrebbero prodotto o trattato almeno 38 sostanze la cui fabbricazione genera diossine e altri prodotti tossici.
All'epoca, Bonfol - a pochi chilometri dalla frontiera francese - era l'unica discarica legale per i prodotti chimici, quindi è probabile che parte delle scorie depositate (114mila tonnellate) contenga le sostanze tossiche in questione, ha osservato Greenpeace.
Nel piano di risanamento - deciso nel 2000 dalla BCI e dal canton Giura, ma poi arenatosi - non è prevista alcuna misura di protezione contro le diossine, ha fatto notare il sindacato Unia. Per il canton Giura, le rivelazioni di Greenpeace «confermano la necessità di risanare la discarica senza tardare».
Il progetto di bonifica deve perciò essere rivisto (in particolare creando un nuovo comitato direttivo in grado di adattare l'operazione di risanamento alla presenza di diossine) in modo da garantire la sicurezza dei lavoratori.
Nessuna lezione dal passato
Già nel 2000, Greenpeace aveva dimostrato la presenza di diossina - secondo l'organizzazione una delle sostanze più tossiche che l'umanità conosca - nei liquidi che fuoriuscivano dalla discarica.
«Una scoperta che aveva spinto la chimica basilese ad accettare il risanamento del sito», ha ricordato Matthias Wütrich di Greenpeace.
Oggi, le industrie affermano che le diossine non giocano alcun ruolo a Bonfol, ma lo studio dell'organizzazione prova che «questa valutazione è infondata». La chimica basilese sembra «non aver imparato la lezione dalla catastrofe di Seveso», ha affermato Wütrich.
Nel 1976, migliaia di cittadini del comune italiano di Seveso (Lombardia) furono esposti ad elevate concentrazioni di diossina, dopo la fuoriuscita di una nube tossica dagli impianti dell'Icmesa.
Soltanto delle stime
Per il direttore della BCI, l'attuazione del piano di bonifica di Bonfol non è ostacolata da questioni tecniche o di sicurezza.
«Non sorprende che siano state trovate tracce di diossine. Considerando che la quantità di scorie depositate oltrepassa le 100'000 tonnellate, la presenza di diossine non è determinante», ha indicato Rolf Bentz, aggiungendo che lo studio di Greenpeace non è che una stima.
«I lavoratori saranno protetti in modo speciale e tutto il sito posto sotto sorveglianza», ha dichiarato.
swissinfo e agenzie
Fatti e cifre
La discarica chimica di Bonfol (canton Giura) è stata utilizzata dall'industria chimica basilese dal 1961 al 1975.
114'000 le tonnellate di scorie depositate.
Il canton Giura ha preteso la bonifica totale del sito nel gennaio del 2000.
Il costo dell'operazione è stimato a 280 milioni di franchi.
In breve
Il progetto di bonifica della discarica di Bonfol è stato presentato nel 2003 dalle industrie chimiche basilesi (BCI).
Esso prevede il trasporto delle scorie in treno, principalmente verso la Germania, per essere bruciate.
Il progetto è però stato bloccato: la BCI rifiuta di firmare un accordo nel quale si assume tutti i costi della bonifica e le autorità giurassiane non vogliono rilasciare l'autorizzazione per i lavori prima di avere la garanzia che le collettività pubbliche non dovranno passare alla cassa.