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Ci sono molte parole che mi hanno colpita nella piuttosto vivace settimana luganese che si è appena conclusa. Ma quello che mi ha colpito di più è come il contesto in cui venivano pronunciate e l’identità di chi le pronunciava accentuasse o meno la violenza del loro impatto.
Mi spiego meglio: perché un giovanotto un po’ nervoso che mi apostrofa “ma che c… fai cretina” mentre in bicicletta compio una manovra non proprio da manuale, mi risulta meno violenta del reiterato uso della parola teppista pronunciata con ostentata sicumera da un rappresentante politico nel corso di una trasmissione televisiva?