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Quasi normalità
I ghiri stanno uscendo, con prudenza, dal loro letargo. La primavera, col suo rassicurante tepore, sta risvegliando la naturale indole sociale delle persone. Si cerca di riappropriarsi di spazi e ritmi. "Si torna alla normalità", titolano i giornali.
La normalità…
Anche per infermiere e infermieri?
La normalità è, per la categoria, correre da un paziente all'altro senza soluzione di continuità con un organico non sempre adeguato, con l'incombenza di una burocrazia che si è fatta con gli anni più asfissiante e con familiari dei pazienti a volte poco inclini al dialogo e al rispetto dei ruoli o con un fardello di aspettative alle quali non è possibile dare seguito.
Cambierà qualcosa, dopo i tanti applausi dal balcone e le brioches portate nei reparti durante i momenti di grande paura collettiva, o la gratitudine si fermerà a queste manifestazioni a telecamere accese?
Il grande ed enigmatico Writer inglese Banksy, nella sua ultima opera, ad un bambino ha emblematicamente fatto preferire il bambolotto di un'infermiera ai supereroi notoriamente più amati. Sarà (ancora una volta) l'arte a far sbocciare una nuova concezione del mondo?
Lea, infermiera di lungo corso, è seduta su una delle panchine di sasso posizionate fuori dall'ingresso dell'ospedale. Ha appena terminato il turno di notte. È andato tutto bene, per fortuna. Se lo ripete come un mantra.
È stanca e mentre si massaggia le tempie si lascia accarezzare dai primi timidi raggi di sole. Su un angolo della panchina un quotidiano d'oltralpe del giorno prima, sgualcito dall'umidità della notte, attira la sua attenzione. Il titolo, pur se in tedesco, è sufficientemente comprensibile: un noto imprenditore egiziano, il "Paperone delle Alpi", si lamenta del fatto che, per evitare solo qualche centinaio di morti, si sono persi miliardi…
Lea stringe i pugni. In quel momento non può e non riesce a fare altro. Il suo pensiero corre a chi si è salvato per un pelo e a chi non ce l'ha fatta. Rivede gli occhi arrossati dei parenti tenuti prudenzialmente, e dolorosamente, a distanza di sicurezza.
Pur se a bassa voce, le parolacce le sgorgano come un fiume in piena fino a somigliare ad una maledizione. Poi inspira a pieni polmoni l'aria frizzante del mattino, si alza, raccoglie il giornale e lo butta nel cestino dei rifiuti.
È tempo di tornare a casa per qualche ora di sonno.
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Questo angolino è dedicato alle nostre librerie che in settimana, immagino con fatica e apprensione, riapriranno le porte al mondo con la speranza che il mondo non si dimentichi di loro e a Luis Sepúlveda, pure lui vittima della pandemia, amico solo nei pensieri ma vero compagno nelle ore rubate al tempo e trascorse con un libro in mano e la mente altrove.
“Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali. - miagolò Zorba - "Ora volerai, il cielo sarà tutto tuo.”
……
“- Bene, gatto. Ci siamo riusciti - disse sospirando.
- Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante. - miagolò Zorba –
- Ah sì? E cosa ha capito? – chiese l’umano. –
- Che vola solo chi osa farlo - miagolò Zorba.”
tratto da " Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" Luis Sepúlveda, 1996
©giovannisoldati maggio2020