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Quando nel 1974 la Svizzera sottoscrisse la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Costituzione svizzera riconosceva unicamente alcuni diritti fondamentali. Col tempo, poi, i diritti fondamentali sono stati sviluppati dalla giurisprudenza del Tribunale federale e codificati nella nuova Costituzione federale entrata in vigore il 1° gennaio 2000.
Nessuno, in un paese democratico, mette più in dubbio i diritti fondamentali, che servono a proteggere ogni cittadino dall’arbitrio dello Stato, fornendo tutta una serie di garanzie minime. Il Tribunale federale si è per lungo tempo attenuto a questi principi.
Nel corso degli ultimi anni, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, cui la Svizzera è sottoposta quale Stato aderente alla Convenzione, ha vieppiù esteso la propria interpretazione della CEDU, deducendone nuovi presunti diritti dell’individuo nei confronti dello Stato, imponendo a quest’ultimo nuovi doveri non direttamente riconducibili alla Convenzione.
Alcuni esempi riguardanti la Svizzera illustrano bene la situazione. In un caso di alcuni anni fa, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che i cambiamenti di sesso devono essere riconosciuti e rimborsati dall’assicurazione malattia obbligatoria LAMal, sconfessando il Tribunale federale e dando un’interpretazione eccessivamente larga della legislazione elvetica.
In un caso più recente, i giudici di Strasburgo hanno evitato che una famiglia afghana fosse rimandata dalla Svizzera in Italia, fintanto che questo Paese non sarà in grado di garantire alla famiglia delle condizioni minime di accoglienza. In questo caso, i giudici sono intervenuti annullando a tutti gli effetti gli accordi di Dublino, che prevedono che una persona possa depositare la propria domanda di asilo in un solo Paese, quello di accoglienza; nel caso concreto, l’Italia.
Si tratta di situazioni in cui evidentemente la giustizia europea ha voluto emettere delle sentenze politicamente corrette, che i tribunali elvetici non avrebbero mai emesso. Per porre un freno a questa deriva interpretativa del diritto non vi è che un modo: modificare la Costituzione federale, indicando chiaramente che essa è la fonte suprema del diritto svizzero e che questo prevale sul diritto internazionale. È fatta eccezione per il diritto internazionale cogente (o imperativo), ovvero quello che comprende il divieto della tortura, del genocidio, della schiavitù e il rinvio in uno Stato in cui una persona è minacciata di morte o di tortura.
È esattamente quanto chiede l’iniziativa UDC per l’autodeterminazione, la cui raccolta firme è in corso. Se l’iniziativa fosse già in vigore, Consiglio federale e Camere federali non potrebbero più, ad esempio, appellarsi al diritto internazionale non imperativo per fare melina e non applicare l’iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri. Essa infatti non viola in alcun modo il diritto internazionale imperativo!
Non vi è quindi alcuno scandalo nel proporre quest’iniziativa, né c’è da temere che la Svizzera perda la propria tradizione umanitaria nel caso la CEDU fosse rescissa, perché la nostra Costituzione prevede già una lunga lista di diritti fondamentali.
L’iniziativa permetterebbe di riprendere il controllo della nostra legislazione, evitando che dei giudici stranieri dall’alto dei loro scranni di Bruxelles, decidano in casa nostra cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perché, fino a prova contraria, in casa nostra decidiamo noi!
Luca Paltenghi, candidato Giovani UDC al Consiglio nazionale