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Una «e» capovolta che incendia l’opinione pubblica
Forse vi sarà già capitato di incontrare in un testo, soprattutto sui social media, questo simbolo «ə». È lo schwa, un segno grafico dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), e da qualche tempo sta scatenando l’opinione pubblica. Questo simbolo è stato infatti proposto come possibile soluzione per rendere l’italiano una lingua più inclusiva e meno sessista. Si tratta di un dibattito che va avanti ormai da qualche anno, complice una realtà socioculturale mutata in cui alcune persone si riconoscono in altri generi oltre a quello femminile e a quello maschile.
La questione di una lingua neutrale, che non faccia discriminazioni di genere, viene affrontata, oltre che in Italia e in Ticino, in vari paesi del mondo. Per esempio in Norvegia, lo Språkråd, il corpo consultivo del Governo sulla lingua, ha proposto di aggiungere la definizione del pronome neutro «hen» nei dizionari. La proposta deriva da un utilizzo sempre più diffuso del pronome nella lingua parlata, sui giornali e nei testi accademici.
In Francia una scelta simile ha fatto molto discutere: il vocabolario Le Robert ha introdotto il pronome neutro «iel», creato dalla contrazione del pronome maschile «il» e quello femminile «elle». Anche in questo caso la decisione deriva dall’uso crescente di «iel», che ha iniziato a circolare all’inizio degli anni Dieci su proposta della comunità LGBT+ francese.
Nella lingua inglese i pronomi vanno sempre esplicitati, così, per risolvere il problema del binarismo, si utilizza il pronome di terza persona plurale «they» anche per il singolare.
A differenza dell’inglese, in italiano i pronomi sono nella maggior parte dei casi impliciti. Il problema riguarda quindi le desinenze di sostantivi, aggettivi e verbi. Lo schwa andrebbe così a sostituire tutte le desinenze maschili e femminili per definire sia un gruppo misto di uomini e donne, sia una singola persona dato che sarebbe sbagliato presupporre che il suo sesso biologico corrisponda al suo genere.
Come già ricordato, lo schwa fa parte dell’Alfabeto Fonetico Internazionale in cui identifica una vocale intermedia, a metà strada fra le vocali esistenti. Questo simbolo fonetico rappresenta la vocale centrale di molte lingue ma anche di vari dialetti italiani, come il napoletano. Per riprodurre il suo suono, la bocca è leggermente aperta e le labbra a riposo. La sociolinguista Vera Gheno, fra le prime a sostenere l’adozione dello schwa, lo preferisce ad altre soluzioni in quanto rappresenta la vocale media per eccellenza. Oltre a ciò, il suo suono è indistinto e quindi neutrale, a differenza della «u» che in alcuni dialetti indica un maschile.
Contro l’abuso dello schwa è stata lanciata una petizione da un nutrito gruppo di scrittori, storici, artisti e linguisti, tra cui Claudio Marazzini, a capo dell’Accademia della Crusca. Proprio l’istituzione linguistica da lui presieduta il 24 settembre aveva chiarito la sua posizione dopo l’alto numero di quesiti pervenuti: «L'italiano ha due generi, il maschile e il femminile, ma non il neutro. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale». Contrariamente, i favorevoli alla scrittura inclusiva ritengono che la lingua dia forma al nostro pensiero, il quale a sua volta condiziona la realtà come pure la percezione di essa. Secondo questa prospettiva, il maschile neutro della lingua conduce in realtà a una superiorità sociale e non solo linguistica dello stesso. Infatti, l’adozione del maschile sovra-esteso per riferirsi anche a donne, persone «non binarie», in transizione, agender può stimolare la nascita di stereotipi, soprattutto nei bambini, quali ad esempio la credenza che l’uomo sia forte e la donna debole. La già citata Vera Gheno sostiene che «La lingua ci permette di sperimentare, ci permette di cercare le formule che funzionano meglio per noi stessi, per definirci».
Se è vero che lo schwa, a differenza di altri simboli come l’asterisco, ha un suono, il suo utilizzo rimane comunque piuttosto improbabile nel parlato a causa delle abitudini consolidate dei parlanti. Le difficoltà non si limiterebbero però solo alla lingua parlata, anche nello scritto il suo utilizzo «potrebbe arrecare seri danni a chi soffre di dislessia e altre patologie neurotipiche», come si legge nella petizione lanciata contro l’uso del simbolo fonetico.
Nella lunga risposta alle domande sul genere presente sul loro sito, l’Accademia della Crusca afferma, inoltre, che la lingua standard, per intendersi quella insegnata a scuola, non andrebbe forzata anche se le motivazioni ci appaiono come giuste e lodevoli. Proprio su questo punto, la linguista Gheno rassicura che questi tentativi non avranno necessariamente un impatto sulla norma dell’italiano: «Nel sistema-lingua possono convivere più o meno serenamente le regole, necessarie affinché il codice funzioni (la cosiddetta “norma”), e un certo grado di libertà».
Sebbene secondo un’indagine dell’istituto svizzero Sotomo il 99% della popolazione elvetica si considera indubbiamente uomo o donna, il disagio e le rivendicazioni delle minoranze meritano attenzione. Inoltre, benché lo schwa presenti dei limiti, il suo utilizzo dipende dai parlanti (o “scriventi”). Probabilmente il simbolo non si imporrà nell'italiano standard, ma non si può proibirlo negli usi più colloquiali, come la scrittura in rete, o di determinate comunità di persone.