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Quando si parla di ricerca, di sicuro avete già sentito nominare i termini “Ricerca traslazionale” e “dal laboratorio al letto del paziente” oppure “from bench to bedside”.
Ma cosa significano esattamente?
Queste parole indicano un tipo di ricerca più snella, con un obiettivo chiaro e possibilmente orientata ad ottenere un risultato tangibile atto ad affrontare problematiche irrisolte.
Ci si potrebbe chiedere il motivo per il quale si necessita di una denominazione particolare: infatti, non è questo il metodo usuale in cui la ricerca viene trasferita alle scienze applicate, nel nostro caso alla medicina? La risposta è che si merita un’apposita denominazione poiché non si tratta di “ricerca tradizionale”.
Qual è la via tradizionale? Di regola, i ricercatori di base cercano di comprendere e descrivere i processi naturali o patologici seguendo un piano di ricerca ideato appositamente per condurli al risultato nel modo più efficiente possibile.
Ipotizziamo di lavorare ad un progetto di ricerca sulle cellule staminali e la loro interazione con i processi infiammatori: il piano di ricerca prevedrebbe lo sviluppo sia di tecniche immunologiche per identificare l’infiammazione attiva di cellule e cellule staminali, sia di un appropriato modello in vitro/in vivo. In caso di risultati scientificamente provati e riproducibili, il passo successivo è quello di scrivere un articolo e pubblicarlo su una rivista scientifica previa verifica e accordo da parte della direzione medica della rivista stessa. Di seguito i risultati vanno presentati ad un congresso di genere, valutando le critiche dei colleghi per cercare di migliorare il progetto. Così funziona la ricerca di base.
A volte può emergere un’applicazione clinica, ma questo succede quasi sempre “post hoc”, vale a dire quando i risultati sono pubblicati e qualcuno ne identifica un potenziale uso.
Dall’altro lato, un clinico lungimirante (che sia medico o chirurgo) può identificare un fabbisogno clinico oppure non accettare un determinato tipo di complicanze, sollecitandolo a cercare una soluzione.
Il primo passo é quello di contattare più persone possibili per discutere quanto riscontrato e ricercare se nel determinato ambito esista già qualcosa a lui non conosciuto che possa contribuire alla soluzione da lui auspicata.
Cosa succede se questa ricerca non dà i frutti sperati? O si accetta la situazione o ci si attiva!
Per attivazione si intende contattare un laboratorio di ricerca e spiegare ai ricercatori la natura della problematica da risolvere. Insieme, inizieranno un processo creativo, in inglese “brainstorming”, atto a trovare l’approccio migliore per la soluzione della questione. Questo processo può diventare un percorso molto lungo, coinvolgendo altri laboratori, facendo ricerche più approfondite delle pubblicazioni esistenti e da ultimo vari approcci di “prove ed errori”.
Nasce quindi un nuovo progetto di ricerca con un chiaro obiettivo, promosso dalla richiesta del clinico, al termine del quale viene sviluppata una possibile soluzione che, nelle migliori delle ipotesi, viene applicata al paziente.
Questa è ciò che viene nominata ricerca traslazionale, la cui caratteristica principale è quella di essere avviata da un fabbisogno clinico e condotta con un preciso obiettivo di poterla utilizzare sul paziente.
L’applicazione clinica del risultato del progetto di ricerca (quindi il passo finale della traslazione, al letto del paziente) non è così semplice come sembra! Ecco quindi il nuovo termine “trasferimento della conoscenza”, che indica il trasferimento del risultato della ricerca traslazionale alla pratica medica.
Il risultato fisico del progetto di ricerca è un prodotto: un prodotto può essere sia diagnostico che terapeutico, un dispositivo medico o una sostanza; in ogni caso è una proprietà intellettuale, presentata scientificamente e/o brevettata.
I canali abituali che portano tutto ciò alla pratica clinica sono delle società di start-up o degli spin-off; l’alternativa è di accordare una licenza per il prototipo ad una società privata.
Una nuova sostanza farmaceutica necessita di essere riprodotta su larga scala, superare la sperimentazione su animali e successivamente i test clinici per certificarne la sicurezza, e da ultimo la sua efficacia. Occorrono in seguito ampie e costose sperimentazioni cliniche prima che la nuova sostanza possa essere commercializzata. Per ciò che concerne i dispositivi medici, è pressoché previsto lo stesso percorso, siano essi impiantabili (procedura più complessa) che utilizzabili temporaneamente a scopi diagnostici o terapeutici.
La procedura di studio e certificazione di dispositivi medici negli ultimi anni è divenuta ingiustificatamente complessa, complicata e molto costosa e verrà trattata in un prossimo post.
In breve, esiste una sostanziale differenza di concetto fra ricerca di base e quella traslazionale: quest’ultima promossa da un fabbisogno clinico insoddisfatto. Il requisito principale per i clinici che desiderino effettuare ricerca traslazionale è quello di avere curiosità intellettuale e apertura mentale, intrecciare un’interazione efficace con i ricercatori che a loro volta dovranno apprezzare e comprendere i loro omologhi clinici e le problematiche da loro esposte.
Il coinvolgimento di ricercatori nella pratica clinica e di clinici nelle ricerche di lab-oratorio può creare un’interazione magica, che abitualmente genera idee vincenti e produce risultati eccellenti e soprattutto applicabili. Tuttavia, l’esito positivo di questa stretta collaborazione non è scontata: al contrario, è un raro privilegio.
Una nota personale: mi ritengo fra i pochi fortunati ad aver avuto questo privilegio con il nostro ingegnere responsabile della ricerca cardiovascolare, PD Dr. Stijn Vandenberghe, PhD. Nel campo della chirurgia cardiaca, così come in altre discipline all’avanguardia del progresso medico e tecnologico in generale, questo tipo di stimolazione traslazionale e creativa è, a mio avviso, assolutamente essenziale per garantire un miglioramento continuo alla cura che forniamo ai nostri pazienti.