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Assoluzione piena; oppure, in caso di condanna, riconoscimento della concolpa della vittima, il ventenne lanciatosi con la moto a tutta velocità in un luogo il cui accesso ai non addetti sapeva bene essere vietato. Questa la richiesta fatta nel pomeriggio dall'avvocato Brenno Canevascini, difensore del 41enne a processo per l'incidente mortale verificatosi sulla pista dell'aerodromo di Lodrino nell'agosto 2014. «L'imputato è entrato in pista con la vettura di servizio e si è fermato nella mezzeria – ha sottolineato il difensore – non certo per sfidare i due motociclisti partiti a tutta velocità dall'estremità nord verso sud, ma per assicurare la sicurezza del traffico aereo, come il suo datore di lavoro (Ruag) gli aveva chiesto di fare».
In mattinata Accusa e patrocinatori degli accusatori privati hanno insistito sul fatto che l'imputato avrebbe fatto meglio a non entrare in pista. Tesi respinta dall'avvocato Canevascini: «Si è messo lì perché è al centro della pista che i piloti di aereo guardano per accertarsi della regolarità del campo d'atterraggio».
Altra tesi respinta dalla difesa, quella che avrebbe potuto accendere i fari, le frecce e azionare il clacson per farsi vedere e sentire, oppure spostarsi all'ultimo momento. «La vittima era lanciata a 200 km/h col volto abbassato sotto il cupolino della moto – ha risposto l'avvocato Canevascini – ciò che spiega come mai non si è accorto del veicolo in fase di accelerazione. Inoltre la traiettoria iniziale era laterale rispetto al veicolo e solo negli ultimi 100 metri, dopo aver alzato il casco sopra il cupolino, il 20enne l'ha cambiata in frenata andando a cozzare mortalmente. L'addetto alla sicurezza ha avuto 2-3 secondi per reagire. Impossibile farlo».