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Il rallentamento dell’economia cinese non è una buona notizia, perché insieme agli Stati Uniti la Cina è un pilastro dell’economia mondiale. Ma a parte il pur importante andamento congiunturale, ci interessa comprendere quali cambiamenti a livello strutturale possono avvenire nell’economia a livello globale.
Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è di circa 25 trilioni di dollari, ossia il 23 per cento del PIL mondiale (111 trilioni di dollari). La Cina da parte sua raggiunge un PIL di 21 trilioni di dollari (19 per cento), ma teniamo conto del fatto che tale quota nell’anno 2000 era del 7 per cento.
Se ragioniamo invece in termini di progressione dell’economia, il contributo dell’economia cinese nel 2022 è stato di oltre il 22 per cento, quello dell’economia americana solo della metà. Il divario di crescita fra le due economie è tuttavia destinato a ridursi già da quest’anno e così sarà anche nei prossimi anni. Ma perché lo stiamo dicendo? I fattori sono due: la sfavorevole evoluzione demografica, anche la Cina sta progressivamente invecchiando, e il rallentamento della produttività.
Se questa evoluzione sarà confermata nei prossimi anni, il rallentamento dell’economia cinese avrà conseguenze di natura strutturale. La Cina è prima di tutto un paese produttore, mentre che gli Stati Uniti sono prima di tutto un paese con una forte domanda di beni e servizi. Nel 2021 e 2022 gli Stati Uniti hanno aumentato le loro importazioni dal mondo del 15 per cento, un valore importante che ha trainato la crescita dell’economia mondiale. Il rallentamento dell’economia cinese significa che la domanda americana di beni e servizi dovrà in parte essere soddisfatta da altri paesi esportatori. Inoltre, il rallentamento dell’economia cinese comporta una minore domanda di materie prime dai paesi in via di sviluppo.
Se da un lato ci si può magari rallegrare del fatto che la Cina potrebbe ridurre la sua influenza economica e politica in alcune aree del mondo, ad esempio nei paesi africani, dall’altro lato occorre essere consapevoli che proprio le economie dei paesi in via di sviluppo potrebbero risentire di un calo dei prezzi delle loro materie prime a causa della riduzione della domanda.
Ma non solo loro, perché miniere di importanti materie prime sono dislocate ad esempio anche in Australia e nell’America del sud.
Soprattutto i paesi dell’area asiatica esportano verso la Cina componenti elettroniche, metalli, energia, prodotti alimentari e altro. Le importazioni cinesi dall’estero stanno però scendendo. Lo stesso sta succedendo come detto anche dall’Africa e in parte dagli Stati Uniti. Un solo esempio: la domanda cinese di componenti elettroniche prodotte a Taiwan e nella Corea del Sud è diminuita fortemente negli ultimi dodici mesi.
La situazione insomma resta ingarbugliata. Il rallentamento dell’economia cinese crea una tendenza alla riduzione dei prezzi del petrolio e la contrazione dei prezzi alla produzione in Cina significa che il costo delle merci esportate da questo paese diminuisce. E’ una buona notizia, soprattutto per paesi come gli Stati Uniti confrontati ancora ad un’inflazione elevata. Dall’altro lato, come abbiamo visto una riduzione del peso produttivo della Cina rispetto al contesto attuale crea contraccolpi negativi in altre aree del mondo: in primo luogo nei paesi possessori di materie prime e in secondo luogo in quei paesi che devono accogliere una richiesta di produzione di beni da esportare che la Cina non soddisfa più.