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Il nuovo governo degli Stati Uniti d’America di Joe Biden vanta un’altissima presenza di donne e rappresentanti delle minoranze, a cominciare dalla Vicepresidente Kamala Harris, prima donna nera e afroamericana a ricoprire questo ruolo.
La musica degli africano-americani (termine che oggi viene preferito ad «afroamericano») ha contribuito in modo determinante a formare i generi e gli stili musicali di tutte le comunità statunitensi, forse solo con l’esclusione di alcuni ambienti della musica colta fortemente ed esclusivamente collegati alla tradizione europea.
L’influenza africana ha agito fino dai primi tempi della colonizzazione, con gli schiavi ai quali spesso erano affidate mansioni musicali per le loro capacità (e anche per tenerli lontani da incarichi più delicati). Ma il processo che più ha influito sulla formazione di uno stile musicale, per quanto possibile, «nazionale», è stato la crescente appropriazione da parte di musicisti nordamericani di origine europea di materiali e stili dei quali gli africano-americani erano portatori: è la storia del minstrel-show, del ragtime, del jazz, del blues, del rock’n’roll, del rap, ed è la storia di come musicisti colti statunitensi, alla ricerca di un’identità nazionale, abbiano adottato senza esitazione come punto di riferimento la musica dei «neri»: come fece Gershwin, e come fece (fin dalla scrittura della sua tesi di laurea) Leonard Bernstein. È comunque un processo reciproco, di transculturazione, nel quale rientra anche il contributo della musica europea alla formazione del blues, il ruolo dei musicisti creoli che suonavano nell’orchestra della French Opera House di New Orleans nella nascita del primo jazz, le influenze del modernismo europeo nell’evoluzione del jazz da musica da ballo a musica d’arte.
Claudio Farinone e Giovanni Conti ne parlano con il pianista Emanuele Arciuli e con il musicologo Franco Fabbri.