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Demenza e Alzheimer: restiamo socialmente attivi
Una persona di 60 anni che frequenta gli amici regolarmente corre il 12% del rischio in meno di sviluppare una malattia neurodegenerativa.
Il contatto sociale può salvarci la vita, soprattutto se guardiamo al futuro, agli anni della vecchiaia. Secondo una nuova ricerca condotta presso la University College London (UCL) di Londra, infatti, restare socialmente attivi fino ad un’età avanzata può contribuire enormemente a prevenire il rischio di sviluppare la demenza senile: parliamo del 12% in meno per chi frequenta un circolo sociale, rispetto a chi invece tende ad essere più solitario.
«La demenza è un'enorme sfida a livello globale, e pensiamo che circa un milione di persone nel Regno Unito l’avranno entro il 2021», dice Andrew Sommerlad, leader dello studio. «Ma sappiamo anche che un caso su tre può potenzialmente essere prevenuto. Nella nostra ricerca abbiamo osservato come il contatto sociale nella fase della mezza età e dell’anzianità, possa abbassare le probabilità di sviluppare la demenza. Questi risultati possono essere integrati nelle strategie di riduzione del rischio per tutte le persone considerate a rischio, e rappresentano un motivo in più per promuovere l’integrazione nelle comunità sociali e ridurre l’isolamento e la solitudine».
I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 10.228 partecipanti, ai quali è stato chiesto di descrivere il loro livello di contatto sociale in 6 diverse occasioni, dal 1985 al 2013. Le stesse persone hanno completato un test cognitivo nel 1997 e sono state ricontattate un’ultima volta nel 2017, per osservare delle potenziali diagnosi.
«Le capacità cognitive – come la memoria e il linguaggio – delle persone socialmente attive sono più esercitate, e questo potrebbe aiutarle a sviluppare delle specie di riserve cognitive», dice la professoressa Gill Livingston, dell’università londinese. «Magari questo non aiuta a cambiare il cervello, ma con una riserva cognitiva le persone riescono a gestire meglio gli effetti dell’invecchiamento e a ritardare i sintomi della demenza».
La ricerca è stata pubblicata nella rivista scientifica PLOS Medicine.
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