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Il tecnico del Manchester City, dopo avere stravinto in Inghilterra, è riuscito finalmente a imporsi anche sul massimo palcoscenico continentale
Guardiola passa accanto alla coppa dalle grandi orecchie e non la sfiora nemmeno. I suoi giocatori non l’hanno mai vinta ed era il loro momento, voleva lasciarglielo. Loro la toccano, la baciano mentre le sfilano accanto, e poi la alzano al cielo fra i coriandoli dorati. Lui ci era già passato: sapeva che la coppa avrebbe trovato il modo di finirgli tra le mani nei festeggiamenti; fino a quel momento l’ha osservata a distanza sotto la passerella sistemata per la premiazione. Quando è arrivato il tempo di stringerla tra le mani aveva lo sguardo di chi non aveva più niente da chiedere.
Il ruolo di allenatore è un’invenzione posteriore alla nascita del gioco del calcio. Per anni, prima della sua genesi le squadre erano solite organizzarsi da sole, come fanno i bambini al campetto, come si fa anche da grandi durante la partitella infrasettimanale tra amici. Poi è arrivata questa figura a metà tra il motivatore e lo stratega, colui che ordina cosa fare in campo ma che non può partecipare al gioco. Quanto pesi l’influenza di un allenatore sui risultati di una squadra è un dibattito vecchio come l’invenzione del ruolo.
Il calcio è dei giocatori perché solo loro possono toccare in campo l’oggetto di questo gioco: la palla. Ma mettendo insieme la metodologia in allenamento, la capacità di motivare, le strategie previe alle partite e la loro gestione è subito parso chiaro che alcuni allenatori riuscivano a portare migliori risultati. Fin dagli albori l’interpretazione si è suddivisa in due grandi filoni: quello dell’allenatore architetto e quello dell’allenatore amministratore. La differenza è evidente; i due più importanti interpreti di questi due filoni sono, al momento, Pep Guardiola e Carlo Ancelotti. Philipp Lahm, ex capitano del Bayern allenato da Guardiola, ha scritto: «Le squadre di Guardiola si riconoscono subito anche se la tv dovesse di colpo trasmettere immagini in bianco e nero. La corsa senza palla, la sequenza dei passaggi, il posizionamento in area, i dribbling, il modo in cui la sua squadra porta la palla in avanti e spinge il gioco totalmente nell’altra metà campo. Non è qualcosa che un allenatore ottiene urlando ordini nello spogliatoio. Devi lavorare duro per raggiungere questa superiorità ogni giorno».
Prendendo i nomi dei primi 5 allenatori europei col maggior numero di trofei vinti in carriera (48 Alex Ferguson, 37 Mircea Lucescu, 35 Pep Guardiola, 33 Valeriy Lobanovskyi, Jock Stein 26), quelli in grado di vincere la Champions League più di 2 volte (4 Carlo Ancelotti, 3 Bob Paisley, 3 Zinedine Zidane, 3 Pep Guardiola) e quelli che hanno vinto la Champions League con 2 squadre diverse (Ernst Happel, Ottmar Hitzfeld, José Mourinho, Jupp Heynckes, Carlo Ancelotti, Pep Guardiola), possiamo tranquillamente dire che sono rappresentati entrambi i filoni; allora non ce n’è uno intrinsecamente migliore dell’altro. L’altra cosa che si può dire è che c’è un unico nome presente in tutte e tre queste classifiche. Lo stesso che con la vittoria di Istanbul 2023 per la prima volta ha vinto nella stessa stagione campionato nazionale, coppa nazionale e Champions League per due volte in carriera.
La vittoria della Champions League contro l’Inter non è un punto di arrivo per la carriera di Guardiola, piuttosto rappresenta la cementificazione di qualcosa che già sapevamo, e di cui però avevamo bisogno in modo tangibile per chiudere il dibattito. Ha scritto Jonathan Wilson sul Guardian: «Possiamo dire a noi stessi che sappiamo cos’è Guardiola, come ha trasformato il calcio e la nostra comprensione di ciò che è possibile; che conosciamo la grandezza di Arrigo Sacchi, che ha vinto due Coppe dei Campioni, e di Rinus Michels, che ne ha vinta una, e di Valeriy Lobanovskyi, che non ne ha vinta nessuna; ma, comunque, ci sembra appropriato averne la conferma, così come è stato appropriato avere la conferma della grandezza di Lionel Messi alla Coppa del Mondo».
Guardiola non è l’alchimista che ha trovato la pietra filosofale che trasforma subito la manovra della sua squadra in trofei luccicanti. Guardiola sa di poter sbagliare e che nella capacità di correggere il tiro sta il suo vero successo nel mondo del calcio. Anzi, la sua forza in questi anni è stata di rialzarsi sempre quando sembrava uscire nei modi più crudeli da una competizione che pareva quasi una maledizione più per lui che per le sue squadre. Perché tutto il suo lavoro si riduceva poi alla capacità di vincere o meno la competizione più difficile di tutte. Questa volta ce l’ha fatta, alla terza versione del suo Manchester City, quella che ha aggiunto Erling Haaland al suo arsenale. Quello che viene considerato da molti il miglior centravanti al mondo.
Ci ha messo un po’ per arrivare al sistema con cui ha vinto questa Champions League. Possiamo dire che l’arrivo in estate di Haaland ha portato vantaggi evidenti, che era facile cogliere subito. Eppure soltanto dopo il Mondiale la squadra ha preso la sua forma definitiva. Come dice sempre Guardiola: l’idea è la stessa, i dettami di gioco non cambiano, quello che cambia sono solo le sfumature di alcuni movimenti. Stavolta è arrivato alla conclusione che con quattro difensori in campo si sente più sicuro in fase difensiva, e allora ecco che spunta fuori l’idea del centrale difensivo Stones che si alza al fianco di Rodri per formare il 3+2 in fase di possesso. Un movimento che libera Gündogan e De Bruyne più alti nei mezzi spazi, con Bernardo Silva e Grealish a dare ampiezza sulle fasce per facilitare il controllo del pallone. Davanti a tutti, al centro, Haaland. Lo schieramento cambia in un 4-4-2 in fase di difesa posizionale con il ritorno di Stones nella linea difensiva e Gündogan ad affiancare Rodri. Una volta recuperata palla si ricomincia con Stones che si alza e le varie scalate a formare il 3-2-4-1. E via così per tutta la partita. Ovviamente di partita in partita questo nuovo meccanismo del sistema viene calibrato a seconda delle necessità, ma grossomodo la traccia da seguire è questa.
Guardiola è il migliore perché è quello che più di tutti conosce la storia del calcio, da cui attinge per sviluppare il proprio sistema. L’allenatore che reinventa prendendo soluzioni dal passato. In fondo tutto quello che abbiamo visto negli ultimi 15 anni non è altro che una rielaborazione dalla squadra – in cui lui ha giocato – allenata da Johan Cruyff, quello che notoriamente considera il suo maestro: il falso 9 che tira fuori per far esplodere definitivamente il talento di Messi e che poi riproporrà per de Bruyne nel City, il terzino che entra in campo che ci fa scoprire il talento associativo di Lahm al Bayern e che poi riproporrà nuovamente con Zinchenko nel City, ora John Stones che dalla linea difensiva sale a fare il centrocampista. Quelle che vengono ricordate come scelte che hanno influenzato il resto del calcio dopo che Guardiola le ha messe in mostra con le sue squadre, in realtà, sono tutte soluzioni tattiche già viste nella storia del calcio col Barcellona del Dream Team di Cruyff. Guardiola però le ha ritirate fuori in modo puntuale, per sviluppare meglio un talento o per andare a risolvere una debolezza. Questi strumenti non sono stati sviluppati come esercizio intellettuale, ma per limitare la casualità in campo, e quindi le possibilità di essere eliminato dalla Champions League.
«Ho un’idea per fare le cose in un altro modo, solo per essere più fluidi in attacco. Niente di speciale, non sto facendo overthinking per domani, ragazzi, non preoccupatevi, niente che non abbiamo già fatto in passato», aveva detto nella conferenza prepartita dell’ormai celebre 4-0 al Real Madrid in semifinale. Alla fine è arrivata la migliore prestazione stagionale del City, la partita simbolo di questa stagione vincente. L’overthinking è l’accusa maggiore che si è posta a Guardiola in questi anni di buoni piazzamenti ma nessuna vittoria in Champions dopo il Barcellona. In finale contro l’Inter ha fatto un ultimo ritocco, chiedendo a Stones non soltanto di affiancarsi a Rodri a centrocampo davanti alla difesa, ma proprio di fare la mezzala, di salire a ricevere il pallone lungo tutto il mezzo spazio di destra, anche fino sulla trequarti se necessario alla manovra. In questo modo pensava di sorprendere le marcature del centrocampo dell’Inter e avere un centrocampista libero per gestire più facilmente il pallone. Stones che si è esaltato da questo compito tattico, completando 6 dribbling, più di chiunque altro.
La prestazione generale nella finale non è stata però certo brillante, anche al di là dei grandi meriti dell’Inter di Inzaghi. Il Manchester City ha creato meno pericoli dell’Inter, di fatto ha avuto solo un’altra chiara occasione da gol con Foden oltre alla rete di Rodri. Però questa volta la fortuna, che non era girata in passato, gli ha sorriso. A fine partita Guardiola ha dichiarato: «Se tutto il mondo diceva che avevamo bisogno della Champions League per essere riconosciuti, forse era vero. A volte serve questa fortuna che in passato, contro Chelsea o Tottenham, non abbiamo avuto». Quello della fortuna nel calcio, del caso che domina la competizione più importante, è uno dei grandi topos del rapporto tra Guardiola e il calcio. A fine partita ha rimarcato la cosa con una frase che si era preparato: «La Champions è una moneta». Paradossalmente l’allenatore che ha più conoscenza e strumenti di tutti è anche quello che crede ciecamente nel concetto intangibile di fortuna cieca come vero arbitro di una partita di calcio.
Quella che era mancata al Manchester City in Champions finora, nonostante fosse sulla carta la squadra più forte al mondo nelle ultime stagioni. Il fatto di aver trovato nel Manchester City una squadra dai fondi virtualmente infiniti e le capacità di eludere i flebili regolamenti delle istituzioni del calcio, in grado di accontentare ogni suo capriccio, di tenere per anni i giocatori più forti, con una dirigenza di amici che ne condivide filosofia di gioco e metodologie, ha costruito una corazzata inaffondabile. Il suo Manchester City ha vinto di inerzia l’ultima Premier League, la terza consecutiva, la quinta nelle ultime sei stagioni. Ma secondo Guardiola è questa vittoria in Champions a dare un senso a tutto il dominio in patria.
Secondo le voci da Manchester, ora che non ha più nulla da dover dimostrare, la data di scadenza che si è dato è quella del suo contratto attuale, estate 2025. Sicuramente ha già in mente quale sarà la sua prossima tappa, se farsi un anno sabbatico per ricaricare come dopo Barcellona o se tuffarsi subito nel lavoro come dopo Monaco di Baviera. Dove, però, è presto da dire. Sappiamo che è da sempre affascinato dal campionato italiano, dove ha anche giocato per Roma e Brescia, e che gli manchi la vittoria della Serie A non è certo una cosa che passa inosservata. Sappiamo pure che l’idea di allenare una nazionale in un Mondiale è un obiettivo che si è dato. Ma per tutte queste speculazioni è presto, l’unica cosa certa è che Guardiola è nella situazione ideale per continuare il ciclo e vincere ancora di più.
Già ora sappiamo che il City sarà tra le favorite anche per la prossima Champions League: «Dite quello che volete, l’importante è che siamo sempre stati in alto negli ultimi 7-8 anni», ha detto per chiudere il collegamento con Sky Sport a fine partita. Per ricordarci che comunque il suo posto nel mondo del calcio – fin dalla prima stagione al Barcellona, fino a quest’ultima versione col City – è quello di allenare una candidata alla vittoria della Champions. Cambiano i giocatori, cambiano i cicli, se c’è Guardiola in panchina la squadra che allena può ambire a vincere tutto ogni anno. Poi può succedere che ciò non accada perché per fortuna nel calcio non vince sempre il più forte, però stare perennemente lì ti mette nella condizione di avere prima o poi anche la fortuna dalla tua e allora non ti serve neanche fare la migliore prestazione per vincere. Avere Guardiola significa che, anche nelle giornate no, sei tu la squadra da battere.