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Il presidente statunitense Donald Trump (foto d'archivio).
KEYSTONE/EPA/ATEF SAFADI(sda-ats)
Il presidente americano Donald Trump chiese invano lo scorso marzo ai capi di due agenzie di intelligence di negare pubblicamente l'esistenza di qualsiasi prova di collusione tra il suo entourage e i russi per smontare l'inchiesta dell'ente investigativo Usa Fbi.
Si tratta dell'ultimo scoop del Washington Post, che cita come fonti anonime due dirigenti americani attuali e due ex.
La richiesta fu rivolta a Daniel Coats, capo della National Intelligence (Dia), e all'ammiraglio Michael S. Rogers, direttore della National Security Agency (Nsa). Entrambi rifiutarono la richiesta, ritenendola inappropriata.
La conversazione di Trump con Rogers, scrive il Wp, fu documentata in un memo interno stilato da un alto dirigente della Nsa. Non è chiaro se un documento analogo fu redatto dall'ufficio della Dia. Anche l'ex direttore dell'Fbi James Comey conservò traccia delle presunte pressioni di Trump in un memo di cui ha già preso conoscenza il super procuratore del Russia-gate Robert Mueller. Se le nuove rivelazioni fossero confermate, per Trump aumenterebbe il rischio di un impeachment per ostruzione della giustizia.
A complicare il quadro è il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale Mike Flynn, orientato ad invocare il quinto emendamento per non consegnare i documenti personali chiesti dalla commissione intelligence del Senato nelle indagini sul Russia-gate, difendendosi cosi' da una eventuale auto incriminazione. Ma alla Camera intanto, i democratici in seno alla Commissione Vigilanza, producono documenti potenzialmente esplosivi, secondo cui Flynn avrebbe depistato il Pentagono, mentendo di fatto su pagamenti ricevuti dai russi.
Flynn, costretto alle dimissioni dopo soltanto 18 giorni alla Casa Bianca per aver taciuto sui contenuti dei colloqui con l'ambasciatore russo negli Usa, si era detto in precedenza disposto a cooperare con la stessa commissione Intelligence del Senato che indaga sui presunti contatti dell'entourage di Trump con i russi e sulle possibili interferenze di Mosca nelle elezioni Usa, ma chiedendo l'immunità. Richiesta che non e' stata accettata.
A complicare lo scenario - e potenzialmente ad aggravare la posizione di Flynn - e' arrivata una lettera redatta dal deputato Elijah Cummings (che rappresenta al più alto livello i democratici nella commissione vigilanza alla Camera) in cui si afferma che da documenti da lui visionati emerge che, in occasione di verifiche circa il suo nullaosta di sicurezza, Flynn mentì sulla fonte dei pagamenti per la partecipazione ad un evento sponsorizzato dal network tv russo RT, che è finanziato dal Cremlino. In particolare - stando a Cummings - in verifiche condotte all'inizio del 2016 relative al nullaosta, Flynn affermò che il viaggio a Mosca in quella circostanza era finanziato da ''aziende Usa'', Cummings sostiene invece che la vera fonte dei pagamenti fu la tv russa RT.
Intanto la commissione Intelligence della Camera ha chiesto la testimonianza di un altro ex collaboratore di Donald Trump: Michael Caputo, ex consigliere per la comunicazione, che ha concordato una deposizione pubblica e avrebbe accettato anche di consegnare qualsiasi documento utile all'indagine. La deposizione pubblica di James Comey davanti alla commissione di controllo è stata rinviata dopo che l'ex direttore dell'Fbi ha manifestato l'intenzione di parlare prima con il procuratore speciale del Russiagate.
La bufera non si ferma, quindi, e insegue il presidente Trump fino in Israele e all'incontro con Netanyahu: ''Non menzionai la parola o il nome di Israele'', ha detto il presidente Usa rivolgendosi ai giornalisti alla fine dell'incontro con il premier israeliano. Il riferimento è al colloquio nello Studio Ovale lo scorso 10 maggio con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e l'ambasciatore russo a Mosca, durante il quale Trump condivise informazioni classificate sulla minaccia dell'Isis, informazioni che secondo indiscrezioni citate dalla stampa Usa, provenivano dall'intelligence israeliana.
SDA-ATS