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Gli Stati Uniti sono il paese più potente del mondo e non è certo un caso. Il dollaro statunitense è la valuta di riferimento per eccellenza. In quanto tale ha un ruolo fondamentale nel sistema monetario internazionale.
Il dollaro viene usato volentieri come valore di riserva o per le transazioni. È inoltre rilevante per stabilire il valore di altre valute. In passato anche valute come le conchiglie di ciprea e la sterlina britannica hanno svolto un ruolo simile.
Il dollaro deve la sua pole position in buona parte a due eventi storici del XX secolo. Il primo sono gli Accordi di Bretton Woods del 1944. Alla fine della Seconda guerra mondiale, 44 Stati accettarono di entrare in questo sistema imperniato sul dollaro americano, che da allora è il fulcro dell’economia del pianeta.
Il corso di tutte le altre valute è da allora come riferimento il dollaro, mentre il valore di quest’ultimo doveva essere garantito dall’oro. Un’oncia d’oro equivaleva a 35 dollari. Il secondo avvenimento importante risale a un anno più tardi, quando il presidente degli Stati Uniti Roosevelt siglò un accordo con il re saudita Ibn Saud, che da allora si mise a vendere il petrolio solo in cambio di dollari. Molti paesi seguirono a ruota.
Gli Accordi di Bretton Woods entrarono in crisi negli anni Settanta, ma la preminenza del dollaro nelle transazioni finanziarie internazionali e sui mercati delle materie prime rimase intatta. Secondo le cifre del 2017 della Banca dei regolamenti internazionali il dollaro è rappresentato nell’88% di tutte le transazioni e nel 63% di tutte le riserve monetarie. A titolo di paragone, l’euro è rappresentato soltanto nel 31% delle transazioni.
L’ex presidente francese Giscard d’Estaing aveva definito l’egemonia del dollaro un «privilegio esorbitante». Gli Stati Uniti intanto continuano a beneficiarne. Le imprese statunitensi sentono per esempio molto meno gli effetti delle fluttuazioni monetarie. Anche il governo americano ne trae vantaggio grazie ai titoli di Stato. Poiché sono considerati particolarmente sicuri, il loro rendimento è basso e quindi il paese può indebitarsi a condizioni più favorevoli di altre nazioni.
Un altro vantaggio è il cosiddetto signoraggio: produrre una banconota da 100 dollari costa meno di 15 centesimi, ma il consumatore statunitense che la spende in un determinato paese ne ricava beni o servizi per un valore di 100 dollari. Questo reddito dovuto alla stampa di moneta non va sottovalutato: tra il 40 e il 70 per cento del contante americano circola infatti all’estero.
Capobranco tra le valute, il dollaro esercita anche un potere politico. L’attuale presidente Donald Trump usa lo strumento delle sanzioni economiche per fare pressione e per punire gli Stati terzi che fanno affari con i paesi colpiti dalle sanzioni. Un buon esempio è quello dell’Iran, paese contro il quale Trump ha decretato sanzioni economiche. Nel 2015 la tedesca Commerzbank è stata multata per un importo di 1,45 miliardi di dollari per avere consentito transazioni finanziarie in Iran e nel Sudan.
Non tutti gli Stati accettano questo modo di fare. In primavera la Russia ha venduto il 69% dei suoi titoli americani e sta ora cercando strumenti alternativi in cui investire le sue riserve valutarie. Secondo gli esperti, si tratterebbe di una strategia per affrancarsi dalla dipendenza dal dollaro. La Banca Popolare Cinese ha invece fatto indebolire lo yuan allo scopo di rilanciare l’economia. In questo modo i prodotti cinesi diventano meno cari e quindi più richiesti. Trump non è stato contento e in uno dei suoi famosi tweet ha accusato la Cina di manipolare la propria valuta. Nonostante la crescente pressione internazionale, appare tuttavia improbabile che il dollaro perda la sua posizione egemonica in un futuro prossimo: la sua rilevanza globale è ancora troppo grande.