Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01042.jsonl.gz/344

dal 24 ottobre 2009 al 14 febbraio 2010
Dalla serie „Naturräume“, 2008/09
© Christian Vogt / ProLitteris
Christian Vogt (*1946) si può inserire tra i fotografi elvetici che, sulla scia dei movimenti del '68, hanno contribuito a scuotere le fondamenta della fotografia svizzera, tra quei fotografi, insomma, ai quali era venuta a mancare la fede nella verità delle singole immagini, e che cercavano di annullare il netto confine tra la fotografia di reportage e la "Sachfotografie", più oggettivante e distanziata. La fotografia, per loro, era diventata un medium rappresentativo autonomo, dotato di mezzi propri e di strategie figurative che si avvicinavano a quelle dell'arte e della letteratura.
Appena conclusa la sua formazione a Basilea, Monaco di Baviera e Londra, Vogt si ribellò contro le convenzioni e iniziò la sua ricerca personale di immagini che corrispondessero interamente al suo mondo interiore. Già nei primi anni '70 riuscì a pubblicare alcune prime sequenze nella rinomata rivista Camera e, su Du, una serie di fotografie dedicata alla ricerca di tracce lungo una linea ferroviaria fuori servizio, in Alsazia. Quasto lavoro gli permise di affilare il suo sguardo sui luoghi percepiti attraverso ciò che è noto del loro passato. Nel 1975 Vogt vinse il Grand Prix alla Prima Triennale della Fotografia a Friborgo presentando una serie di fotografie di nuvole in tinte blu d'ispirazione surrealista. L'anno seguente, in occasione di una delle prime esposizioni della Fondazione Svizzera per la Fotografia al Kunsthaus di Zurigo, presentò, tra altre opere, la serie Rahmenbilder, grazie alla quale ottenne riconoscimenti anche in ambiente artistico. In questa ricerca fotografica Vogt metteva in discussione in modo ludico e visualmente convincente le strategie rappresentative abituali in fotografia, suggerendo che una fotografia dovrebbe essere considerata piuttosto come immagine che come riproduzione di qualcosa.
Dalla serie „The Flaxen Diary“ 2003-2009
© Christian Vogt / ProLitteris
Dalla serie „The Flaxen Diary“ 2003-2009
© Christian Vogt / ProLitteris
Vogt finora ha seguito coerentemente la sua linea creativa, sviscerando da ormai 40 anni e in forme sempre nuove il rapporto tra la realtà visibile e l'immagine fotografica di questa realtà, tra immagine e testo, tra sguardo e sapere. La sua grande inventiva artistica si sviluppa in nuove serie e cicli di opere nelle quali il lavoro concettuale e lo scatto sono di pari importanza. Nel suo lavoro si delineano temi ricorrenti: la rappresentazione di spazio e tempo, la relazione reciproca tra corpi, le trasformazioni dei corpi e dei luoghi nel tempo, e anche contemporaneità e durata, testo e immagine. Le polarità si scontrano, creano campi di tensione in cui eventi improvvisi o casualità si concretizzano in immagini enigmatiche.
L'esposizione Today I’ve been you, concepita in stretta collaborazione con Christian Vogt, non intende essere una retrospettiva: si può invece considerarla come un'istantanea dello stato attuale del suo lavoro che non esclude la prospettiva storica sulla sua opera. La serie Fotografische Notizen, avviata nel 1981 e continuata fino a oggi, così come il lavoro più recente, Skinprints (2008/09), contengono elementi testuali analoghi a quelli introdotti da Vogt nei suoi lavori degli anni '70. Se in Notizen appaiono, sotto le fotografie piccolo formato, testi brevi alla maniera haiku, manoscritti come note di diario, in Skinprints il testo stampato con grande precisione diventa immagine e la pelle che lo raccoglie fa da sfondo a questioni esistenziali quali "Am I what I think others think I am". Vogt utilizza sovente la lingua inglese, che gli permette di esprimersi facilmente, o la tedesca se gli sembra più opportuno. A differenza di quelli poetico-associativi di Notizen, i testi di Skinprints sono stati sviluppati durante un lungo periodo di tempo e sono un tentativo di elaborazione in forma concisa di ferite, convinzioni ed esperienze. Nel suo contributo al catalogo, Martin R. Dean scrive che "Today I've been you" è la frase più sconcertante: "È come se la pelle stessa parlasse. Allo stesso tempo la frase contiene una fortissima contraddizione, anche perché chi ama esprime questo desiderio tutte le volte in cui l'amore sta scomparendo".
Dalla serie „Fotografische Notizen“ 1981-2009
© Christian Vogt / ProLitteris
Dalla serie „Skinprints“ 2008/09
© Christian Vogt / ProLitteris
Fotografische Notizen e Skinprints fanno da cornice a tre altri lavori in grande formato degli ultimi anni: Flaxen Diary, Nebelbilder (entrambi del periodo 2003–09) e Naturräume (2008/09). Le fotografie della serie Flaxen Diary creano un effetto peculiare grazie anche all'utilizzo di un flash anulare fissato direttamente all'obiettivo che "congela" un momento o un movimento, non nel senso di "momento decisivo", di culmine di un processo ripercorribile, ma come sotto a un microscopio operativo o su un tavolo anatomico. La scena viene cavata dal suo ordine spaziale e temporale, disombrata e precisata in modo fulmineo, a prescindere da un prima e un dopo.
Queste fotografie a colori, ricche di tensione interiore, contrastano con i Naturräume, grandi formato panoramici a prima vista scuri, quasi impenetrabili. Visti da vicino, invece, vi si scopre una tridimensionalità inaspettata, una profondità che risucchia l'osservatore impercettibilmente: Vogt non gli offre alcun orizzonte, né cielo né terra, nessun appoggio visivo. Al di là della ricchezza di dettagli della superficie si entra in un universo in cui risuona un ricordo personale di vogt, quello del giardino misterioso e intricato di sua nonna. Per abbondanza di rami e rametti non si vede più la boscaglia, si rischia di perdere la visione d'insieme e anche se stessi.
La serie Nebelbilder sorte un effetto simile in modo contrario. Attraverso il solo accenno alla profondità spaziale e al paesaggio dietro a una fitta cortina di nebbia, da un lato Vogt offre superfici di proiezione seducenti per immagini interiori. Dall'altro, queste fotografie suggeriscono in modo quasi doloroso a chi le osserva che ci si trova di fronte a un semplice pezzo di carta costellato da infinite gocce microscopiche di inchiostro. La nostra immaginazione prende il volo e allo stesso tempo cozziamo contro la realtà dell'oggetto. Interiorità ed esteriorità sono i poli che Vogt cerca spesso di mettere in relazione nelle sue fotografie.
Christian Vogt ha dichiarato una volta a proposito di Nebelbilder: "La fotografia è sempre vedere, volere vedere – e ora, andare in regioni dove non si vede nulla è appassionante". La fotografia per Vogt non è solo una riproduzione del reale, ma un chiederesi quale significato o storia si nasconde dietro la superficie, una riflessione sulla soggettività dello sguardo fotografico cosciente del fatto che l'immagine si crea nella percezione di chi osserva. Tutta la sua opera, di cui esponiamo solo una parte, può essere considerata come un'investigazione sul vedere nei suoi rapporti con la fotografia, sul vedere nel senso del verbo inglese "to see", che significa anche comprendere e percepire. E Vogt sa bene che il vedere ha dei limiti invalicabili: "You don't see it, if you don't know it."
Martin Gasser
Traduzione di Giovanni Nicoli