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Con una quota pari al 57 per cento circa della produzione di energia svizzera, la forza idrica costituisce la maggiore fonte energetica della Svizzera. L’utilizzazione della forza idrica iniziò verso la fine del XIX secolo e raggiunse il suo apice nel periodo tra il 1945 e il 1970. Oggi sono oltre 1300 le centrali idroelettriche che producono energia in tutto il Paese. Il potenziale della forza idrica è stato sfruttato quasi completamente: il 95 per cento dei fiumi e dei ruscelli idonei a tale forma di produzione energetica è infatti già utilizzato.
L’energia da forza idrica presenta vantaggi ecologici: è rinnovabile ed rispettosa del clima. Tuttavia, si ripercuote sulle acque: le captazioni d’acqua e le dighe costituiscono degli ostacoli per i pesci e per altri esseri viventi e trattengono materiale roccioso (il cosiddetto materiale solido di fondo). Le centrali ad accumulazione causano oscillazioni artificiali delle acque (deflussi discontinui), che spingono gli organismi acquatici su banchi di ghiaia in secca.
A monte dei prelievi d’acqua si costruiscono dighe. Tali costruzioni modificano il paesaggio e le specie che hanno bisogno dei corsi d’acqua rimangono senza spazi vitali idonei. Tra il prelievo dell’acqua e la sua restituzione a valle rimane spesso soltanto una parte minima del deflusso naturale, lungo i cosiddetti tratti con deflusso residuale.
Complessivamente, sono circa 1400 i siti in Svizzera dove si preleva acqua dai corsi d’acqua per l’esercizio di impianti idroelettrici. I singoli tratti con deflusso residuale sono, in parte, lunghi diversi chilometri.
All’epoca in cui fu costruita e messa in servizio la maggior parte delle centrali idroelettriche, la nostra società aveva scarsa considerazione di temi come la protezione dell’ambiente e delle acque. Non esisteva nemmeno una base legale volta a proteggere le acque dallo sfruttamento eccessivo. Di conseguenza, tutta l’acqua disponibile era utilizzata ai fini della produzione di energia elettrica, uno sfruttamento intensivo che in molti posti ha comportato la frammentazione e la distruzione degli spazi vitali acquatici.
Fiumi e torrenti possono svolgere le loro molteplici funzioni soltanto se dispongono di acqua a sufficienza. L’assenza di acqua comporta in primo luogo la scomparsa degli spazi vitali per la flora e la fauna acquatiche. Inoltre, i tratti di torrenti con poca o senza acqua costituiscono un ostacolo per i pesci e altri organismi. L’interconnessione di habitat e popolazioni differenti non è più garantita.
I pesci migratori, ad esempio le trote di lago, intraprendono lunghi viaggi per tornare ogni anno ai loro luoghi di riproduzione. Questa migrazione rappresenta uno sforzo notevole per i pesci, reso ancora più difficile dall’intervento dell’uomo. I tratti di ruscelli caratterizzati da un’insufficienza d’acqua pregiudicano o rendono impossibile la migrazione.
I prelievi d’acqua riducono inoltre la dinamica naturale dei deflussi di un corso d’acqua. Per gli habitat golenali, particolarmente preziosi dal punto di vista ecologico, si tratta di un aspetto molto importante. Senza una dinamica di deflusso sufficiente, questi habitat vanno infatti irreversibilmente persi.
La presenza di acqua a sufficienza è importante anche in relazione al cambiamento climatico. In seguito al calo delle precipitazioni estive, in futuro i corsi d’acqua dovranno sopravvivere con deflussi residuali minimi. Meno acqua scorre nei fiumi, più in fretta questa si riscalda, una situazione che esercita ancora più pressione sui pesci e sugli organismi acquatici.
La Svizzera ha riconosciuto già negli anni ‘70 l’importanza di avere deflussi residuali sufficienti. Nel 1975 è stato sancito nella Costituzione che la Confederazione deve garantire deflussi minimi adeguati. Nel 1984 venne esercitata pressione politica con l’iniziativa popolare «Per la salvaguardia delle nostre acque». Nel 1991 il Parlamento adottò nella legge sulla protezione delle acque l’obbligo di avere deflussi residuali sufficienti. Questo obbligo costituiva la proposta indiretta all’iniziativa e fu poi approvato con una maggioranza del 66 per cento nell’ambito della votazione popolare del maggio 1992.
Le prescrizioni stabilite dalla legge costituiscono un compromesso tra l’utilizzo della forza idrica e gli interessi ambientali. I Cantoni decidono al riguardo nell’ambito del margine di manovra loro concesso. Ai fini della produzione energetica, le nuove centrali idroelettriche possono pertanto utilizzare in media dall’88 al 94 per cento circa dell’acqua. Per le esigenze della natura rimane soltanto il 6-12 per cento d’acqua.
Per gli impianti autorizzati prima del 1992 si applicano requisiti meno severi fino alla scadenza dell’autorizzazione d’utilizzazione degli impianti (cfr. riquadro).
Ai fini della produzione energetica, la legge consente di utilizzare in media dall’88 al 94 per
cento dell’acqua. Per le esigenze della natura rimane soltanto il 6-12 per cento d’acqua.
La pressione sulle acque continuerà ad aumentare. Nel quadro della svolta energetica, la politica svizzera mira fra l’altro ad aumentare del 6 per cento entro il 2050 la produzione energetica da forza idraulica. Le prescrizioni vigenti in materia di protezione delle acque devono tuttavia essere pienamente rispettate. I deflussi residuali richiesti dalla legge costituiscono infine il minimo necessario alle acque in quanto spazio vitale per garantire la sopravvivenza della flora e la fauna come pure per svolgere le loro altre funzioni ecologiche.
La biodiversità in Svizzera subisce forti pressioni dovute in gran parte ai deficit ecologici delle acque. Il 18 per cento circa delle specie che dipendono direttamente dalle acque è minacciato d’estinzione, mentre il 4 per cento è già scomparso. Gli ecosistemi che si trovano tra acqua e terra sono particolarmente importanti per la biodiversità. La loro perdita ha quindi un impatto particolarmente negativo sulla biodiversità.
Per rendere in futuro la forza idrica non soltanto rinnovabile e rispettosa del clima ma anche sostenibile dal punto di vista ambientale, occorre ridurre le ripercussioni sugli spazi vitali acquatici. Costituiscono una premessa in tal senso la presenza di deflussi residuali adeguati secondo le prescrizioni della legge, l’adozione di misure volte a ridurre i deflussi discontinui, il ripristino della libera circolazione dei pesci come pure un bilancio naturale del materiale solido di fondo.
Le prescrizioni legali relative al calcolo dei deflussi residuali adeguati sono in vigore dal 1992. Il Cantone fissa i deflussi residuali secondo tali prescrizioni quando si costruiscono centrali idroelettriche nuove o si rinnova l’autorizzazione d’utilizzazione di centrali esistenti. Le esigenze in vigore per le centrali idroelettriche autorizzate prima del 1992 sono meno severe fino alla scadenza dell’autorizzazione d’utilizzazione, che in genere è di 80 anni. Per queste centrali i deflussi residuali rilasciati devono essere sopportabili dal punto di vista economico. Se le autorità chiedono alle centrali esistenti deflussi residuali più elevati (ad es. nel caso in cui interessano una zona golenale d’importanza nazionale), il gestore della centrale idroelettrica ottiene un risarcimento.
La conclusione del risanamento di tratti con deflussi residuali di centrali idroelettriche esistenti era prevista all’origine entro il 2007 e, in seguito a una proroga di cinque anni, entro il 2012.
Dall’ultima inchiesta condotta dall’UFAM presso i Cantoni (PDF, 2 MB, 03.07.2019) si evince che a fine 2018 era stato risanato l’87 per cento delle circa 1000 captazioni d’acqua delle centrali idroelettriche.