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Trentacinque ore addio: è bufera in Francia sulla proposta del neoministro dell'Economia, Emmanuel Macron, di rendere più flessibile l'orario legale di lavoro, che fu ridotto dal governo socialista di Lionel Jospin da 39 a 35 ore settimanali a fine anni Novanta. Per la sinistra e i sindacati è un "controsenso economico e storico" e una "cattiva idea". E l'entourage del premier Manuel Valls ha subito smentito di voler intervenire.
In un'intervista al settimanale Le Point pubblicata oggi, ma realizzata lunedì, alla vigilia della sua nomina a ministro, Macron si era detto favorevole a rendere più flessibile il limite di 35 ore "per liberare le energie per creare posti di lavoro", infrangendo un vero e proprio tabù della sinistra.
"Potremmo - ha detto il ministro, ex banchiere d'affari e simbolo della svolta liberal del nuovo esecutivo - autorizzare le imprese e le filiali, nell'ambito di accordi di maggioranza, a derogare alle norme sull'orario lavorativo e sulla retribuzione".
Immediata la reazione di Matignon: "Il governo non ha intenzione di modificare le 35 ore. Per una modifica dell'orario di lavoro serve l'accordo dei partner sociali che l'esecutivo rispetterà", hanno tagliato corto i servizi del primo ministro, precisando che Macron si è espresso su Le Point "prima della sua nomina a ministro dell'Economia", resa nota martedì scorso.
La riforma delle 35 ore è una delle misure sociali più simboliche e controverse che la sinistra abbia fatto adottare negli ultimi 30 anni in Francia. Varata nel 1998, fissa l'orario lavorativo dei dipendenti a tempo pieno a 35 ore settimanali. Il suo obiettivo è stimolare l'occupazione redistribuendo l'orario di lavoro.