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BIOGRAFIA, PENSIERI, FILOSOFIA DI
PETR ILJIC CIAJKOVSKIJ
ATTRAVERSO
LETTERE, RICORDI E TESTIMONIANZE

DIMISSIONI DAL CONSERVATORIO
SETTEMBRE 1878
|In quel frattempo la signora Nadezda stava a Parigi dove in settembre, durante l'Esposizione Universale, s'eran dati, sotto la direzione di Nicolai Rubinstein quattro grandi concerti interamente dedicati alla musica russa. Di Ciajkovskij eran stati eseguiti il Concerto per pianoforte, suonato dallo stesso Rubinstein, la fantasia sinfonica La Tempesta, la Serenata ed alcuni pezzi minori.

Rubinstein ottenne per sé e per l'amico compositore un successo travolgente; la quarta sera, il Concerto per pianoforte si dovette replicare tutto.
Nadezda von Meck assistette ad alcune di queste manifestazioni e il 6 settembre 1878 scrisse all'amico:
Prima di tutto le voglio dar notizia del concerto curato dalla Società russa degli Amici della Musica di Parigi. Domenica andai al secondo concerto. La sala era gremita da cima a fondo, gli applausi furono abbastanza insistenti, tuttavia lo stolto pubblico parigino sembrò deluso nelle sue aspettative. Aveva creduto che volessero divertirlo col trepak [danza nazionale russa] e con altre musichette dello stesso genere. Invece gli venne offerta musica sinfonica, una musica, per giunta, a lui assolutamente ignota. Tutti sanno come i Francesi si mostrino ottusi di fronte a qualsiasi progresso musicale. Prima che diano segno di apprezzare la musica nuova questa dev'esser ribadita loro nel cervello per almeno cinquant'anni.
E adesso, caro amico, le dirò le mie impressioni. Mentre entravo al Trocadero, mi sentivo in uno stato di intensa eccitazione nervosa, perché desideravo ardentemente che la musica russa e soprattutto la sua, trovasse in Europa consenso e diffusione. Dapprima venne eseguita l'ouverture dell'Ivan il terribile di Rubinstein. L'orchestra e l'acustica della sala, entrambe piuttosto cattive, mi misero quasi alla disperazione. Con spavento pensavo all'effetto che avrebbe fatto, in quelle condizioni, la sua Tempesta, quella stessa che prima fra le sue opere, aveva prodotto in me un'impressione incancellabile e fatto provare quella sensazione di ebbrezza che mi è cara sotto ogni rapporto. Non appena però si levarono le prime note, dimenticai tutto quel che mi stava intorno, non pensai più a nulla. Nella sala regnava un assoluto silenzio, sembrava che il pubblico trattenesse il respiro. Quando risuonò quell'accordo nel 'ritenuto' i miei nervi fremettero e poi... poi... tutto fu sommerso: Parigi, il pubblico sciocco, la mia ambizione patriottica, il mondo intero. Nel mio cuore c'era posto soltanto per la musica della Tempesta, per l'amore verso il compositore lontano, per colui che sa magicamente dare vita alle note e renderci capaci di stringere in un solo abbraccio il mondo intero, concedere all'umanità beatitudine e gioia.
La sua intenzione di dedicare a me la Suite mi ha colmata di gioia e la prego di formulare la dedica con le stesse parole usate un tempo per la Sinfonia: «Al mio migliore amico». Vorrei procurarmi il piacere di contemplare queste dolci parole sapendo che sono rivolte a me.
Nel frattempo Petr era arrivato a Pietroburgo. Durante il viaggio, aveva comperato un giornale e, sfogliandolo, si era imbattuto in un articolo sprezzante, offensivo sulla situazione del Conservatorio. Bersaglio degli attacchi era soprattutto Rubinstein, il direttore; ma si parlava anche dei singoli professori e delle loro presunte relazioni amorose con le allieve. Si accennava anche a Petr, escludendolo, però, da tali intrighi.
Lei non può immaginare, - scrisse allora all'amica, - quale impressione mi abbia fatto quell'articolo: fu come se mi avessero dato una mazzata in testa... Niente mi riesce più increscioso, più terribile che vedere il mio nome trascinato in pubblico...
Tuttavia, per quanto cattivo e calunnioso, quell'articolo contiene un pizzico di verità. Non si può ignorare che l'avidità di comando di Rubinstein e il suo dispotismo, ignaro di riguardi per chicchessia, non possono mancare di far sorgere inimicizie. Solo chi gli dimostra la più completa sottomissione può respirare liberamente. Per quanto vi sia in quest'uomo energico più di un lato degno di considerazione; per quanto grandi possano esser i suoi meriti nei confronti di Mosca e della musica russa, è tuttavia ben chiaro che egli tollera intorno a sé soltanto coloro che si piegano ciecamente alle sue direttive.
È dunque più che mai logico che io mi senta triste, oppresso, disgustato fino alla nausea al pensiero di dover riprendere la mia attività di insegnante in mezzo a quella gente.
Mi ero appena riavuto un poco dalle sgradevoli sensazioni che quell'articolo aveva suscitato in me, che un nuovo incidente venne a sconvolgermi fin nel profondo dell'animo. Di fronte a me, nel treno, si eran seduti alcuni signori fra cui un musicista di Pietroburgo. Facevano ogni sorta di pettegolezzi sul mondo musicale, sicché, a un certo punto, venne fuori anche il mio nome. Non parlavano della mia musica, bensì della mia persona, del mio matrimonio, della mia pazzia. Mio Dio, com'era avvilente quel che mi toccò udire! Non le starò a raccontare i particolari: tutt'un mare di balordaggini e di invenzioni. L'intero viaggio fino a Pietroburgo si trasformò in una sequela di tormenti insopportabili, derivanti dal trovarmi a contatto con estranei che mi irritavano e che senz'alcun tatto cercavano di frugare nella mia vita privata.
Provai un inesprimibile, irresistibile desiderio di fuggire, di nascondermi, e fui preso da un'angoscia, da un orrore indicibile, pensando alla vita che mi aspetta a Mosca. Mi sembrava di non desiderare, di non bramare altro che la pace assoluta, ossia la morte. Sono riuscito a vincermi ed ora è di nuovo ben desta in me la voglia di vivere, di condurre a termine la mia vita di lavoro, di dire tutto quello che non è stato detto ancora.
Sa, mia cara, che cosa temo soprattutto? Mi fa paura la vita a Mosca, così come me l'andavo figurando durante il viaggio, col Conservatorio e il relativo ambiente antipatico, con tutte quelle lezioni che mi avviliscono, con gli inevitabili attacchi di depressione che mi coglieranno non appena riprenderò l'insegnamento e riallaccerò i rapporti con quelle persone... mi fa fremere il pensiero che dovrò adattarmi a tutto questo e che non mi sarà più possibile opporre alcuna resistenza.
Che cosa direbbe lei se fra qualche tempo, senza farmi troppo notare, abbandonassi il Conservatorio? Se dovessi risolvermi a vivere ancora per un anno o due lontano dal teatro della mia attività didattica? Finora ho sempre considerato un dovere quello di non abbandonare il Conservatorio, mancando la persona adatta a prendere il mio posto. Ma questi ultimi tempi ho cominciato a dubitare di questo mio immaginario dovere. In primo luogo sono e sarò sempre un cattivo maestro perché sono portato a veder immediatamente in ogni allievo e in ogni allieva un nemico destinato a mettermi alla tortura. In secondo luogo mi domando ancora: non vuole forse il mio destino che io dedichi tutto il mio tempo, tutte le mie forze a quell'attività che prediligo, che dà un senso e uno scopo alla mia vita, vale a dire la composizione?
Forse lei si domanderà dove andrei a stabilirmi nel caso decidessi di rinunciare all'attività didattica. Certamente né a Pietroburgo, né a Mosca. Pietroburgo non mi è mai piaciuta; Mosca l'amo, ma con una certa amarezza in fondo al cuore. Mi piace come città, amo la sua architettura, perfino il suo clima; ma lei sa perché adesso, meno che mai, la potrei prendere in considerazione.
Quello che gradirei sopra ogni altra cosa, sarebbe di passar la maggior parte dell'anno in campagna: da mia sorella o a Brailov qualora lei mi concedesse di passar colà qualche periodo in primavera o in autunno. Per farla breve: vorrei condurre ancora una vita svincolata da ogni impegno come lo scorso anno. Oh Dio, come se ne avvantaggerebbe il mio lavoro! Che felicità sarebbe per me fruire di una tale libertà!
Che pace finalmente, al riparo da tutte le contrarietà che la vita finora mi ha date! Con che fervore potrei dedicarmi alla mia attività di compositore!
Ed infine un'ultima considerazione ancora: soltanto in campagna, soltanto fuori dalla Russia, soltanto libero di scegliere la mia residenza, sarei sicuro di evitare ogni incontro con quella tal persona la cui vicinanza fatalmente mi sconvolgerebbe e mi tormenterebbe sempre. Intendo quella donna, quel documento vivente della mia follia, capace di avvelenare ogni istante della mia esistenza qualora fra me e lei non si frapponesse una distanza insormontabile.
Dunque, amica mia, che cosa direbbe se io lasciassi il Conservatorio? Non ho ancor preso una decisione definitiva. Anzi, prima andrò a Mosca e farò ogni tentativo per riabituarmi a quell'ambiente. Devo però assolutamente conoscere la sua opinione in merito a tutta questa faccenda. Non vorrei a nessun costo agire contro il suo consiglio e il suo desiderio. Risponda, la prego, a questa mia domanda.
A Pietroburgo, Petr trascorse ore serene in compagnia del vecchio padre e di Anatol. Non si lasciò però vedere da nessun altro ed evitò qualsiasi incontro con amici e conoscenti. Fece eccezione soltanto per Davidov, direttore del Conservatorio, col quale passò una serata in istato di perfetta grazia, sentendosi del tutto a suo agio. Davidov esplose in frasi indignate quando apprese che Ciajkovskij, considerato ormai un uomo celebre, veniva sfruttato dal Conservatorio di Mosca e sprecato per insegnare i rudimenti della teoria e dell'armonia.
Con le lagrime agli occhi, - scrisse Petr all'amica, - Davidov mi propose una cattedra nel suo Conservatorio. Si tratterebbe di tenere soltanto quattro ore di lezione la settimana con un guadagno quasi doppio di quello di Mosca. Davidov vorrebbe affidarmi una classe libera di composizione, in tal modo che potrei perfino insegnare stando a casa mia. Egli non voleva assolutamente credere che finora, e cioè per dodici anni, io mi fossi dedicato all'insegnamento dell'armonia e fossi stato obbligato a sacrificare al Conservatorio, ogni settimana, ventisei o ventisette ore del mio tempo. Indirettamente mi erano pervenute anche altre volte offerte di trasferimento a Pietroburgo; ma questa era la prima proposta veramente concreta.
Il colloquio con Davidov mi fece molta impressione. Tuttavia il cambiamento di sede non mi attira gran che. Per quanto vantaggiose possano essere le offerte che mi fa Davidov, esse non son tali da concedermi la libertà assoluta. Inoltre, attirato da uno stipendio più alto e da un lavoro gradevole, non potrei mai risolvermi a dare una grossa delusione a Rubinstein e a farmene così un nemico per tutta la vita. D'altro canto però, il colloquio con Davidov mi ha aperto gli occhi su non poche faccende e mi ha rafforzato nell'intenzione di rinunciare a quel penoso impiego in una città dove vivere mi è diventato insopportabile. Può immaginare che sollievo sarebbe, invece di insegnare ogni giorno per quattr'ore di fila le combinazioni degli intervalli di «terza» a quaranta ragazzine che non capiscono né si sforzano di capire nulla, avere soltanto due o tre allievi di talento e soltanto per quattro ore la settimana.
Dopo una sosta di pochi giorni a Pietroburgo, ecco Petr di nuovo a Mosca, incapace, però, di trovare più alcun punto di contatto con la città così amata in addietro, la città dove era stato così bene, dove si era sempre sentito come a casa propria.
Scrive Petr all'amica il 10 settembre 1878:
Con un profondo senso di sgomento, di tristezza, e con l'impulso irresistibile a riconquistare la mia libertà, sono arrivato questa mattina a Mosca. Voglio prender tutte le misure per lasciare pacificamente e senza clamore il Conservatorio verso il quale non provo sentimenti diversi da quelli di un prigioniero per la propria cella. Ma chissà perché non mi sono reso conto prima che, dopo tutto quello che è successo, non avrei mai più potuto fissare a Mosca la mia residenza. Non potrò mai più sentirmi felice qui, neppur per un'ora soltanto.
Se ne sono andati poco fa due amici, Laroche
e Kaskin, - scrive due giorni più tardi, - la cui compagnia un tempo mi riusciva piacevole. Perché adesso invece la loro presenza mi annoia a tal punto che non ho neppur la forza di dissimulare, tanto che l'ho lasciato trapelare ripetutamente? Perché i tre giorni che ho già passato qui mi sembran tre anni, lunghi a non finire? Perché tutto qui mi dà una sensazione di angoscia, di ribrezzo, di nausea? Perché ieri e oggi sono fuggito dal Conservatorio come se qualcuno mi inseguisse, completamente stordito, come uno che sia stato per qualche tempo privato d'aria e di luce e che finalmente le assapora entrambe, felice di averle ritrovate e di potersene ristorare? Possibile che sembrino belli soltanto i luoghi dove non siamo? Eppure a Brailov ero infinitamente felice, così come a Verbovka, a Firenze e in Svizzera ho trascorso ore lietissime, libero, sicuro e sereno. Perfino Pietroburgo, che non mi piace, mi sembra, a paragone, attraente; se non altro perché là vivono persone cui voglio veramente bene e la cui vicinanza dà calore al mio cuore. Mi vado sempre più convincendo che devo fuggire di qui. Con tutto me stesso non aspiro ad altro: andarmene e basta. Un abisso si è spalancato fra il mio passato e l'avvenire: o riesco a superarlo oppure sprofonderò in un pantano di malinconia, di tedio, di nausea della vita.
Mosca, 19 settembre 1878
Mia carissima amica!
Sanremo, 20 settembre 1878
Amico caro!
Mosca, 24 settembre 1878
Rubinstein è arrivato qualche giorno fa. Il Conservatorio gli aveva preparato una accoglienza solenne e la sera stessa all'Ermitage ebbe luogo un ricevimento al quale partecipai anch'io. Rispondendo al primo brindisi in suo onore, Rubinstein replicò dicendosi particolarmente felice del grande successo ottenuto dalle mie composizioni nei suoi concerti ed affermò che io sono artista di tale ingegno che il Conservatorio poteva ritenersi fortunato di contare su un talento della mia forza. Terminò il discorso con un brindisi al mio indirizzo. Può immaginare come mi riuscirono importune quelle parole e quel brindisi. Tornai a casa in preda alla disperazione. Dopo tutti i servizi che Rubinstein mi aveva reso a Parigi, dopo tutti gli onori che mi erano stati tributati quella sera, chieder di andarmene così, sui due piedi, dal Conservatorio sarebbe stato ricambiare tanta gentilezza con un grosso sgarbo e con la più nera ingratitudine.
il tempo di provvedere alle mie classi; secondo, assistere al concerto dell'«Associazione per la Musica russa» nel quale Rubinstein suonerà proprio il mio Concerto per pianoforte e orchestra. Adesso però ho saputo che sarà Hubert e non Tanejev a prender le mie classi superiori; in quanto al concerto, capisco che non riuscirò ad andarci per nulla al mondo.