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In vista della votazione dell'8 febbraio, la diaspora elvetica difende i vantaggi della libera circolazione e avverte: in caso di rifiuto, le conseguenze per i cittadini rossocrociati che vivono e lavorano nell'Unione europea sarebbero disastrose.
Tra poche settimane, il popolo svizzero è chiamato a pronunciarsi sul prolungamento dell'accordo sulla libera circolazione delle persone e sulla sua estensione a Romania e Bulgaria. Un appuntamento cruciale per buona parte della Quinta svizzera.
«La questione è molto semplice: vi sono oltre 400'000 cittadini elvetici che abitano nell'Ue. Se la popolazione dovesse rifiutare l'estensione della libera circolazione, Bruxelles non esiterebbe ad applicare la clausola-ghigliottina», afferma Jacques-Simon Eggly, presidente dell'Organizzazione degli svizzeri all'estero (Ose).
In caso di bocciatura di uno degli accordi bilaterali tra la Confederazione e l'Ue, la cosiddetta clausola-ghigliottina prevede infatti il decadimento di tutti gli altri.
Secondo Eggly, «la Svizzera è completamente dipendente dall'Ue in materia di scambi economici, ragion per cui porre fine alla libera circolazione costituirebbe una vera e propria follia».
Timori infondati
Il presidente dell'Ose contesta inoltre le affermazioni dei contrari all'estensione della libera circolazione, secondo i quali vi è il rischio concreto di un'immigrazione massiccia di bulgari e rumeni e di un aumento della criminalità.
«Si tratta di timori assolutamente infondati, poiché la libera circolazione concerne le persone in possesso di un regolare permesso di lavoro, e non – come certi temono – di rom dediti all'accattonaggio».
«Rifiutare la libera circolazione – aggiunge Eggly – costituirebbe un controsenso a livello economico, ma anche sul piano culturale: un'organizzazione come l'Ose non può che sostenere ogni tipo di scambio con l'estero».
Nella sua presa di posizione ufficiale, l'Ose ha sottolineato che, nel corso degli ultimi sei anni, la libera circolazione ha notevolmente giovato all'economia elvetica e ha facilitato la mobilità per gli espatriati, equiparandoli de facto ai cittadini dell'Ue. Gli effetti positivi, si legge nel comunicato, concernono anche l'accesso alle prestazioni sociali e il riconoscimento dei titoli di studio.
Dall'inferno al paradiso
Il professore universitario Jean-Paul Aeschlimann – console onorario a Montpellier e vice-presidente dell'Ose – vive e lavora all'estero da 36 anni. Durante il suo percorso ha potuto constatare di persona il cambiamento avvenuto dopo l'entrata in vigore dell'accordo sulla libera circolazione delle persone.
«Dal 2002 – racconta Aeschlimann a swissinfo – per tutti i cittadini elvetici è diventato molto più facile stabilirsi nell'Ue: non sono infatti più necessari permessi di soggiorno e di lavoro; inoltre, gli svizzeri vengono considerati alla stregua dei cittadini comunitari».
Ben altra musica rispetto al passato: «Dopo il rifiuto, nel 1992, di aderire allo Spazio economico europeo, per un cittadino con il passaporto rossocrociato era diventato difficilissimo ottenere un impiego remunerato in Europa».
Aeschlimann ricorda i tentativi, quasi sempre infruttuosi, per assumere personale svizzero presso il suo laboratorio di ricerca a Montpellier: «Era necessario organizzare un concorso internazionale, dimostrare di aver esaminato tutti i concorrenti e spiegare per quale motivo il candidato svizzero aveva un curriculum migliore rispetto agli altri. Come se non bastasse, nell'unico caso in cui ho avuto successo, l'università ha dovuto pagare una sorta di multa, equivalente a tre mesi di salario!».
«Ora tutto è più facile»
Una posizione condivisa dalla stragrande maggioranza degli elvetici residenti nell'Ue, come emerso dal congresso della Quinta Svizzera tenutosi nell'agosto del 2008 a Friburgo. Roberto Engeler – economista e presidente del Collegamento svizzero in Italia – ha per esempio sintetizzato gli effetti della libera circolazione per i cittadini rossocrociati che vivono in Italia.
«Ora è tutto molto più facile e rapido. In passato, ha raccontato, chi desiderava abitare e lavorare nella Penisola doveva recarsi presso il commissariato di polizia per ottenere le autorizzazioni necessarie. Ciò implicava lunghissime attese in coda e una lotta estenuante contro la giungla burocratica italiana, alla ricerca dei timbri perennemente mancanti. Questo percorso a ostacoli aveva anche un vantaggio: permetteva al postulante di capire subito se era veramente pronto a stabilirsi in Italia...».
Danno d'immagine
Jean-Paul Aeschlimann ritiene che i contenuti del dibattito sulla libera circolazione in Svizzera, incentrato principalmente sui possibili pericoli e sulle questioni finanziarie, rischiano di nuocere all'immagine della Confederazione.
«In generale, i commenti qui in Francia sono molto critici: gli svizzeri sono visti come egoisti, che considerano unicamente il rischio - infondato - di perdere un po' del loro attuale standard di vita, peraltro già molto superiore a quello degli altri paesi europei».
In conclusione, Aeschlimann lancia un monito ai cittadini elvetici: «L'Unione europea può facilmente rendere impossibile la vita agli espatriati. Per esempio, nel 2008 la Francia aveva rimesso in vigore una vecchia normativa che escludeva dalla sicurezza sociale tutti gli svizzeri non attivi professionalmente. Grazie ai bilaterali, però, siamo riusciti a ottenere l'annullamento di questa decisione. Se questi accordi dovessero cadere, i primi a patirne le conseguenze sarebbero gli svizzeri dell'estero».
swissinfo, Andrea Clementi
SONDAGGIO
Nel 2008, l'Organizzazione degli svizzeri all'estero ha svolto un sondaggio presso gli svizzeri residenti nell'Unione europea.
Secondo il 67% degli interpellati, gli effetti della libera circolazione sono positivi. La medesima percentuale ritiene che un eventuale ritiro della Confederazione dagli accordi avrebbe effetti negativi sia per la Svizzera, sia per gli espatriati residenti nell'Ue.
Inoltre, il 47% sostiene che la libera circolazione delle persone ha facilitato l'integrazione nel paese di residenza.
Nella seduta del 23 agosto 2008, il Consiglio degli svizzeri all'estero si è espresso a larga maggioranza in favore del prolungamento e dell'estensione degli accordi.
ACCORDI BILATERALI
Nel 1999 la Svizzera e l'Unione europea, formata allora da 15 paesi, hanno concluso un primo pacchetto di accordi bilaterali, che hanno permesso innanzitutto di garantire una reciproca apertura dei mercati.
Gli Accordi bilaterali I, entrati in vigore nel 2002, concernono i seguenti settori: libera circolazione delle persone, appalti pubblici, ostacoli tecnici al commercio, agricoltura, ricerca, trasporti terrestri e trasporto aereo.
Nel 2004 Berna e Bruxelles hanno concordato un secondo pacchetto di accordi bilaterali, destinati a rafforzare la cooperazione in altri settori.
Gli Accordi bilaterali II, entrati in vigore tra il 2005 e il 2008, riguardano l'adesione della Svizzera ai trattati di Schengen e Dublino, la fiscalità del risparmio, i prodotti agricoli trasformati, i media, l'ambiente, la statistica, la lotta contro la frode, le pensioni, nonché l'educazione e la formazione professionale.
Dopo l'approvazione da parte del popolo svizzero del protocollo aggiuntivo sulla libera circolazione delle persone, gli accordi bilaterali sono stati estesi nel 2006 anche ai 10 paesi che hanno aderito all'Ue nel maggio 2004.
Il popolo svizzero è chiamato a pronunciarsi il prossimo 8 febbraio sull'estensione della libera circolazione delle persone a Romania e Bulgaria, diventati membri dell'Ue nel 2007. I Democratici Svizzeri, i Giovani UDC e la Lega dei Ticinesi sono infatti riusciti a raccogliere le 50mila firme necessarie per il referendum.