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La Camera alta del parlamento svizzero ha dato il via libera giovedì alla legge che agevolerebbe il blocco e la restituzione di fondi illeciti appartenenti a dittatori. Diversamente dai colleghi della Camera bassa, i senatori hanno rifiutato di annacquare la nuova normativa, che comunque non risolve tutti i problemi.
Mobutu, Duvalier, Marcos, Abacha o, più recentemente Ben Ali, Mubarak e Gbagbo: tutti dittatori che hanno derubato la propria popolazione e nascosto parte degli averi in casseforti nella Confederazione. Il danno d'immagine è stato notevole ogni volta per la Svizzera e la sua piazza finanziaria. Sotto la pressione internazionale e desideroso di dimostrare che la Confederazione non è più un rifugio per i soldi provenienti dalla corruzione, il Consiglio federale (governo) negli ultimi anni ha rafforzato il dispositivo per il blocco e la restituzione di fondi simili.
Anche alcuni spettacolari fallimenti hanno contribuito ad accelerare il processo legislativo. È stato in particolare il caso nel 2009, quando la Svizzera è stata costretta a restituire quasi 8 milioni di franchi agli eredi dell'ex dittatore zairese Mobutu Sese Seko, non avendo raggiunto un accordo con il governo della Repubblica democratica del Congo (RDC). Per evitare che si verifichi di nuovo un tale scenario, il Consiglio federale ha elaborato l'anno successivo una normativa con la clausola d'urgenza che mira ad impedire che l'ex dittatore di Haiti Jean-Claude Duvalier rimetta le mani sui suoi averi bloccati in Svizzera da 25 anni.
"La Confederazione ha pure intrapreso negli ultimi cinque anni notevoli sforzi affinché i soldi restituiti ai paesi di origine non ritornino nei circuiti della corruzione, come è molto probabilmente stato il caso con una parte dei fondi di Abacha ridati nel 2005 alla Nigeria", sottolinea Mark Herkenrath, direttore di Alliance Sud, l'associazione ombrello delle opere umanitarie svizzere. A tal punto che la prassi elvetica è ora considerata dall'organizzazione di lotta contro la corruzione Transparency International come "una delle più progressiste al mondo".
UDC sola contro tutti
Nel maggio 2014, il governo elvetico ha presentato un disegno di legge che formalizza, consolida e riunisce in un unico testo queste misure e che in futuro gli eviterà di ricorrere alla clausola d'urgenza (diritto di necessità) per bloccare i fondi. Già approvato nelle grandi linee dal Consiglio nazionale (Camera bassa) lo scorso giugno, il testo ha ora ottenuto il sostegno unanime del Consiglio degli Stati (Camera alta).
Enorme fuga di capitali
Secondo le stime dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ogni anno sarebbero illecitamente trasferiti circa 850 miliardi di dollari dai paesi in via di sviluppo ai paradisi fiscali.
Questo importo supera di gran lunga il contributo (circa 130 miliardi di dollari all'anno) di governi, organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative all'aiuto allo sviluppo.
Secondo le stime della Banca Mondiale, tra i 20 e i 40 miliardi di dollari verrebbero sottratti ogni anno nei paesi in via di sviluppo tramite appropriazioni indebite, corruzione e abusi di potere di dirigenti e funzionari pubblici.
"Questo progetto mette in linea gli interessi e i valori della Svizzera, ha sottolineato il ministro degli esteri Didier Burkhalter dinanzi ai senatori. Esso rafforza la reputazione della piazza finanziaria elvetica, evitando al contempo che gli investimenti nell'ambito degli aiuti allo sviluppo siano annullati da una politica troppo lassista nel campo degli averi illegali".
"Che lo si voglia o no, in Svizzera continuano ad esserci averi sospetti di potentati. Questa legge permetterà di restituire con più facilità il denaro che appartiene loro alle popolazioni in stato di bisogno", ha dal canto suo rilevato la senatrice socialista Liliane Maury Pasquier.
Solo i rappresentanti dell'Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) alla Camera Bassa si sono opposti all'adozione della legge, sostenendo che è superfluo legiferare e illusorio credere che ciò permetterebbe di restituire dei fondi a delle popolazioni depredate.
Tentativo di indebolimento
Se sulle linee di principio c'è l'accordo, le due Camere divergono però su due disposizioni chiave della nuova legge. Sotto la pressione della lobby degli avvocati, il Consiglio nazionale ha deciso lo scorso giugno di introdurre un limite di tempo – 15 anni da quando gli atti illeciti sono stati commessi – per la confisca dei beni.
Secondo Didier Burkhalter, la possibilità di invocare la prescrizione penale rappresenta un grande passo indietro. Questo "non avrebbe permesso alla Svizzera di vincere nel caso Duvalier", ha ricordato. Un avvertimento ascoltato dai senatori, che hanno rifiutato di ammorbidire la legge su questo punto.
La Camera dei cantoni non ha seguito quella del popolo nemmeno nella volontà di restringere la cerchia dei familiari e collaboratori di potentati prevista dal diritto internazionale. I deputati hanno auspicato che la legge sia applicata solo alle persone che hanno contribuito o sono state utilizzate per stornare i fondi. Una definizione troppo restrittiva che porrebbe enormi problemi di applicazione, e che "toglierebbe i denti alla legge", secondo Didier Burkhalter.
«Una piazza finanziaria pulita non ha bisogno di questi soldi dubbi, se non affinché i banchieri possano incassare dei bonus generosi.»
Thomas Minder, senatore
Problema principale irrisolto
Il senatore indipendente Thomas Minder ha espresso dubbi circa l'impatto stesso del disegno governativo di legge. La nuova normativa regola dettagliatamente il blocco e la restituzione di averi di provenienza illecita, ma non risolve "il problema principale": l'accettazione di tali fondi e la loro detenzione in banche svizzere, ha denunciato.
"Perché è così difficile dire che non vogliamo denaro dei potentati nelle nostre banche? Una piazza finanziaria pulita non ha bisogno di questi soldi dubbi, se non affinché i banchieri possano incassare bonus generosi. Un membro serio di un governo serio non colloca la sua fortuna in Svizzera", ha dichiarato Thomas Minder.
Effettivamente il testo adottato giovedì dai senatori regola soltanto una parte del problema, ha riconosciuto Didier Burkhalter. Ma "gli strumenti che consentono di agire a monte esistono e funzionano", ha relativizzato, facendo in particolare riferimento al dovere di diligenza delle banche quando fanno affari con persone politicamente esposte (PPE). "Forse non funziona ancora abbastanza bene, e per questo occorre una legislazione sulla questione dei beni illeciti, dato che ce ne saranno sempre e che non si potrà mai evitarli completamente", ha concluso il ministro degli esteri.
Collaborazione più attiva
Tra i punti più importanti della nuova legge figura l'inversione dell'onere della prova. Non tocca più alla Svizzera o ai paesi interessati, come l'Egitto e la Tunisia, dimostrare che i beni dei loro ex dirigenti provengono da attività illecite. Spetta invece agli ex despoti dimostrare che i loro averi sono stati acquisiti correttamente.
Un altro aspetto cruciale: in base alle nuove disposizioni proposte dal governo, la Svizzera in futuro collaborerà più attivamente alle indagini con i paesi spogliati. In particolare, potrà fornire informazioni sui conti bancari dei potentati, anche prima di ricevere una richiesta di assistenza giudiziaria. Un punto contestato soprattutto dalle cerchie bancarie, ma che ha ottenuto l'avallo di entrambe le Camere, grazie all'introduzione di qualche clausola di salvaguardia.
Inoltre, se lo Stato d'origine non sarà in grado di farsi avanti, il governo potrà congelare i soldi in vista di un procedimento di confisca. In merito, il progetto legislativo riprende le disposizioni della legge sulla restituzione degli averi di provenienza illecita (detta anche Lex Duvalier), entrata in vigore nel 2011. Infine, la nuova legge prevede esplicitamente che il denaro restituito deve esser utilizzato per migliorare le condizioni di vita della popolazione e per rafforzare lo Stato di diritto nel paese d'origine.
(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi)