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Frankenstein è ginevrino: il personaggio del libro di Mary Shelley nacque infatti 201 anni fa sui bordi del Lemano, durante una "disfida letteraria" tra gli ospiti di Lord Byron – il Mick Jagger dei poeti maledetti di allora - a villa Diodati a Cologny. Un aspetto messo in evidenza nelle celebrazioni per il bicentenario del personaggio, che ha ora una sua statua nella centralissima Plaine de Plainpalais a lato del noto skate-park.
Ma al di là delle circostanze legate al soggiorno ginevrino della scrittrice, il personaggio del dottor Victor Frankenstein è presentato nel romanzo come uno scienziato di Ginevra, figlio di un sindaco. E ginevrina è pure, seppure involontariamente, la sua mostruosa creatura che nel libro non ha nome. Solo successivamente, in particolare con la trasposizione della vicenda nell’immaginario cinematografico, Frankenstein diventerà il nome della creatura stessa.
Marco Cicchini, ricercatore di storia moderna presso l’Università di Ginevra, sottolinea come tutto ciò abbia a che fare con la percezione puramente letteraria che della città di Calvino avevano allora gli ospiti inglesi. Essi ne ignoravano le rivoluzioni politiche del Settecento o il ricco panorama di scienziati locali.
Facevano invece costante riferimento al loro grande mito politico e culturale ginevrino: Jean-Jacques Rousseau, di cui si ritrovano fin nei tratti biografici similitudini con i loro personaggi letterari: come appunto il Prometeo moderno che sfida Dio: il dottor Victor Frankenstein creatore del mostro senza nome.
- Marco Cicchini: "Una creatura che nasce buona, ma che viene respinta dalla società, poichè mostruosa..."
Ma è lo sguardo degli altri, non la natura, che crea il mostro: un tema, questo, pure tipico di Rousseau. Un corpo tra uomo e bestia, un ibrido meticcio che fa pensare che non sia umano: è però questa una percezione prima di tutto estetica, da parte di chi lo vede.
Una creatura senza nome è poi di per sé al di fuori della natura, contro natura, perché non rientra nelle classificazioni dei naturalisti. Un mostro fabbricato dal dottor Victor Frankenstein, che diventa un serial killer perché respinto dagli altri che gli impongono di restare ai margini della società. Malgrado sia tanto pacifico da essere... vegetariano, come sottolinea Fabrice Brandli, anch'egli ricercatore presso l'ateneo ginevrino.
- Fabrice Brandli: "Una storia di volontà sociale abortita; lo sguardo degli altri non vuole sentire le parole del mostro..."
Ma la mostruosità di “Frankenstein”, il romanzo di Mary Shelley, sta forse proprio anche nel fatto di esser un libro fuori norma: scritto da una giovane donna, un’aristocratica inglese diciannovenne, fuggitiva con il suo amante e che ha appena perso una figlia nata fuori dal matrimonio, seppur avuta dal suo futuro marito, il poeta Percy Shelley.
Non solo. Lei stessa è figlia della maggiore femminista liberale dell’epoca Mary Wolstonecraft – autrice della “Rivendicazione dei diritti della donna” - morta a sua volta dandola alla luce - e di William Godwin, un grande intellettuale radicale. Inoltre scrive in un circolo letterario maschile, in un contesto nel quale la scrittura femminile è solo “leggera”. Mary Shelley - come rammenta Lorenzo Rustighi, docente presso le università di Padova e di Buenos Aires - riabilita così un sapere considerato desueto dalla scienza accademica come l’alchimia.
- Lorenzo Rustighi: "Ermetismo, alchimia e stregoneria, messi ai margini dalla scienza, permangono e vengono rielaborati nella letteratura..."
Nella grande mostra conclusiva del bicentenario di Frankenstein - intitolata “Il ritorno delle tenebre” – il Museo d’arte e storia di Ginevra (MAH) ha contestualizzato il personaggio e la sua creazione non solo nella sua dimensione letteraria, ma anche nelle sue discendenze e negli antecedenti artistici.
Beninteso lo ha collocato anche nella scienza del suo tempo, dove pratiche dimenticate dell’Illuminismo tardivo - come il mesmerismo o il magnetismo – convivevano con l’innesto dei prodomi della modernità scientifica, come appunto l’elettricità. Una dimensione storica messa in evidenza da Sara Petrucci, collaboratrice scientifica della mostra allestita dal MAH di Ginevra.
- Sara Petrucci: "Il corpo era veramente motivo di investigazione. E anche da questo scaturì il romanzo di Frankenstein..."
Ma cos’altro si è potuto apprendere dagli studi scientifici, dai convegni e dalle esposizioni del bicentenario? Ad esempio che Frankenstein non è stato solo ampiamente adottato dal cinema ma pure, con tutt’altra valenza politica, anche dal teatro d’avanguardia degli anni Sessanta.
Il Living Theatre newyorkese, allora basato in Italia, creò negli anni roventi della contestazione un Frankenstein che fece scandalo, fino all’intervento censorio della magistratura, per i corpi nudi degli attori che componevano la Creatura. Uno spettacolo che in Francia - ricorda Cristina Tosetto, studiosa di storia del teatro presso l'Università di Bordeaux - diventò invece simbolo di un'umanità in rivolta.
- Cristina Tosetto: "Il mostro leva le mani verso l'alto, mostrando il simbolo della pace..."
Un mito universale quello di Frankenstein: anche se il giovane ginevrino Victor Frankenstein concepirà il suo insano progetto di sfida a Dio nella più gotica Università di Ingolstadt, la domanda se l’Uomo possa lanciarsi in qualsiasi sfida intellettuale era già alla base del mito greco di Prometeo o di quello ebraico del Golem o della figura letteraria di Faust.
Ma nel mondo senza paura dell’Enciclopedia illuminista Mary Shelley introdusse l’orrore necessario all’immaginario onirico, dopo il sangue versato dalla Rivoluzione francese.
Gabriele Fontana
- RG 18.30 del 13.05.16 - La corrispondenza di Gabriele Fontana