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Personalità complessa approdata alla serenità malgrado (o grazie a) confronti dolorosi con la società del suo tempo; come pare succeda alle persone sagge
Di Marco Horat
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione
Le foto che ritraggono Kenzaburō Ōe, scrittore giapponese scomparso in marzo all’età di 88 anni -Premio Nobel 1994 – ci presentano un uomo dall’espressione tranquilla che ti guarda da dietro un paio di grandi occhiali tondi sormontati da una criniera di capelli grigi. Un uomo discreto che non ha mai cercato la ribalta, ma che non si è tirato indietro quando c’erano da difendere idee nelle quali credeva. Philippe Pons, iamatologo francese che ha avuto modo di incontrarlo diverse volte, ha raccontato su Le Monde che Ōe era anche un uomo allegro e spiritoso. Due aspetti apparentemente in contraddizione che delineano una personalità complessa approdata alla serenità malgrado (o grazie a) esperienze personali traumatiche e confronti dolorosi con la società del suo tempo; come pare succeda alle persone sagge. La motivazione del Nobel dice che Ōe: “Ha creato un mondo immaginario, nel quale la vita e il mito si condensano per formare una visione sconcertante della situazione umana di oggi”.
Ōe era senza dubbio un personaggio anticonformista per la cultura giapponese, poco propensa ad accettare critiche all’autorità costituita: come quando pronunciò il discorso di ringraziamento a Stoccolma intitolandolo ‘Io e il mio ambiguo Giappone’, per prendere le distanze da quell’‘Io e il mio bel Giappone’ del suo predecessore Kawabata, Nobel nel 1968; era passato un quarto di secolo. In seguito Ōe rifiutò un’onorificenza del governo nipponico e per questo fu aspramente attaccato soprattutto dalla destra nazionalista. Anni prima aveva pubblicato ‘Seventeen’, irriverente storia di un diciassettenne di estrema destra dedito all’onanismo, che finisce per uccidere il segretario di un partito di sinistra nel sacro nome dell’Imperatore; il libro suscitò un tale scandalo, con minacce di morte per l’offesa arrecata alla figura del Tenno, che l’editore si sentì in obbligo di scusarsi con il Paese! L’opera è pubblicata in italiano nella versione integrale da Marsilio, con il titolo ‘Il figlio dell’Imperatore’, che raccoglie sia ‘Seventeen’ sia la seconda parte mai uscita in Giappone, ‘Morte di un giovane militante’, con l’aggiunta del discorso di accettazione del Nobel. Un manifesto del pensiero di Ōe.
La generazione del “sol calante”
Il suo Giappone non è quello della pur apprezzata cultura ‘rarefatta, estetizzante, mistica’ di Kawabata – come la chiama Giorgio Amitrano, conoscitore della materia ed esperto traduttore -, ma quello dei conti non fatti con il passato e delle scelte ambigue per il futuro: il rapporto con il nucleare, le riforme costituzionali sul ruolo delle forze armate, il concetto stesso di progresso e il contrasto tra città e campagna, quest’ultima non idealizzata, ma vista come un laboratorio della realtà in trasformazione. Per comprendere l’autore bisogna ricordare la sua formazione influenzata dalla letteratura francese (l’esistenzialismo, con tesi di laurea su Sartre che incontrerà di persona a Parigi) e anglosassone (Mark Twain, William Butler Yeats, i classici e in seguito i contatti amichevoli con personalità quali Noam Chomsky); presenze culturali che fanno di Ōe un caso particolare nel panorama della letteratura giapponese che qualche critico ha voluto accostare per certi aspetti a Dazai Osamu (‘Il sole si spegne’ e Lo squalificato’), portavoce della generazione di scrittori nichilisti del dopoguerra definita ‘del sole calante’.
Una voce critica nei confronti della società del dopoguerra che gli sembra non rispetti valori che sono fondamentali. “Valori fragili che rimarrebbero inespressi – ricorda Katō Suichi nella sua ‘Storia della letteratura giapponese’ – se uno scrittore non li formulasse. Le condizioni di un’epoca, o la realtà di una generazione, appaiono quello che sono non tanto quando le si accettano e le si descrivono, ma soltanto per quello che significano le critiche, il rigetto e i tentativi di superarle”. Attraverso i suoi libri queste tematiche sociali e umane vengono a galla, sotto forma di potenti romanzi: ‘Un’esperienza personale’ (1964), ‘Il grido silenzioso’ (1967), ‘Insegnaci a superare la nostra pazzia’ (1992), ‘Gli anni della nostalgia’ (1997) per citare alcuni dei capolavori di Kenzaburō Ōe tradotti in italiano.
Il dolore di un Paese
La sua posizione critica veniva da lontano, se è vero che nella scuola che frequentava il piccolo Kenzaburo nello Shikoku, era spesso interpellato dal maestro con un perentorio: “Saresti disposto a morire se l’Imperatore te lo chiedesse?” erano tempi così. Lui rispondeva di sì, ma poi la sera, in cuor suo, pensava il contrario. La nascita nel 1963 del figlio Hikari, affetto da gravi lesioni cerebrali (che non gli impediranno comunque di divenire un celebre compositore musicale) gli fa toccar con mano i pregiudizi sociali di una società rigida e conformista che non accetta le diversità. Hikari significa ‘luce’: una luce che dà il via a una riflessione personale che si allarga poi all’umanità intera: ad esempio sui pregiudizi e le discriminazioni nei confronti dei superstiti di Hiroshima e Nagasaki, i cosiddetti hibakusha, che documenta con viaggi e incontri nell’ospedale dove venivano curati i sopravvissuti della bomba; (tra parentesi dedicato al suo fondatore, il medico svizzero Marcel Junod del quale vi ho parlato, anch’io per esperienza diretta, in questa rubrica, nel luglio del 2021).
Amitrano, che ha scritto di Ōe su Il Manifesto, parla di “un’assunzione di responsabilità nei confronti dei dolori e delle sofferenze accumulate dal suo Paese, ma anche dall’umanità in generale nel corso del XX secolo”. Una battaglia contro il tradimento di basi morali inalienabili, una lotta in difesa dei più deboli (dopo gli hibakusha, anche gli abitanti discriminati di Okinawa e più recentemente le vittime di Fukushima) che O¯e ha combattuto fino alla fine con scritti, prese di posizione pubbliche, partecipando a dibattiti e manifestazioni, nonché sottoscrivendo appelli in favore della pace e della giustizia nel mondo.
Philippe Pons, nell’articolo citato di Le Monde, ricorda come Kenzaburo Ōe gli avesse una volta parlato, con un po’ di amarezza, autoironia ma anche speranza, di questo suo attivismo in favore dei dimenticati dalla società: “Sono come un saltimbanco che gira da un villaggio all’altro per cantare il suo ritornello. Servirà a cambiare qualcosa? Non penso, ma in fondo la cosa più importante è che la gente continui a riunirsi intorno all’idea”.