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Venti anni fa Zurigo viveva la notte dei disordini dell'Opernhaus, preludio di una serie di dimostrazioni che si protrassero per due anni. Il movimento giovanile salì sulle barricate per ottenere un centro autonomo e spazi per la cultura alternativa.Questo contenuto è stato pubblicato il 30 maggio 2000 - 16:07
«Il rock non è cultura!»: quest'affermazione del sindaco zurighese dell'epoca, Sigmund Widmer, ben sintetizza l'incomprensione che regnava, agli inizi degli Anni Ottanta, fra le autorità ed i giovani, sempre più scontenti della cultura chiusa dentro i confini delle istituzioni ufficiali.
Per anni i politici ignorarono i bisogni dei giovani, ha recentemente osservato il politologo Hanspeter Kriesi in un articolo apparso sul quotidiano zurighese «Tages Anzeiger». In barba ad una votazione popolare che già nel 1977 sanciva la trasformazione della «Rote Fabrik» -una fabbrica tessile in disuso in riva al lago - in centro cuturale, le autorità rimasero inattive.
Fu un credito di 60 milioni di franchi per la sistemazione del teatro lirico cittadino ad accendere la miccia dello scontento giovanile. Il 30 maggio 1980, una settimana prima della votazione popolare per quel credito, circa 200 giovani si riunirono davanti all'Opernhaus, lanciando uova marce e vernice contro l'elegante pubblico che si apprestava ad assistere ad uno spettacolo.
Quella che seguì fu una notte di violenti scontri tra manifestanti (ormai un migliaio) e polizia: barricate, vetri infranti, gas lacrimogeni, saccheggi, l'assalto a un posto di gendarmeria, dieci feriti, un poliziotto morto per attacco cardiaco e danni per un milione di franchi ne furono il pesante bilancio.
E quello fu soltanto l'inizio: nei 18 mesi successivi ci furono un centinaio di altre dimostrazioni che la stessa «Bewegung» documentò in un video intitolato «Züri brännt» (Zurigo brucia).
Una delle rivendicazioni dei manifestanti fu soddisfatta il 28 giugno 1980, quando fu aperto l'AJZ, il centro autonomo che si insediò in una vecchia fabbrica a pochi passi dalla stazione. La volontà di creare uno spazio fuori dai vincoli della legge portò però ben presto a nuove violente manifestazioni.
Vi furono attentati incendari, una giovane si immolò con il fuoco alla Bellevueplatz, i presunti «caporioni» delle manifestazioni furono più volte arrestati. Intanto, in mancanza di altre strutture, l'AJZ attirava sempre più tossicomani e marginali. In settembre, dopo una retata della polizia, l'esecutivo della città ordinò la chiusura del centro autonomo. Nell'aprile del 1981 ci fu un nuovo tentativo di ripetere l'esperimento, che fu messo a tacere definitivamente un anno più tardi dalle ruspe.
Il movimento giovanile diede comunque un impulso decisivo alla politica culturale della città, fino ad allora molto elitaria. Nell'ottobre 1980, la «Rote Fabrik» fu trasformata in centro culturale alternativo e altre strutture analoghe, come la «Kanzlei» o la «Gessnerallee» seguirono negli anni successivi.
In 20 anni la città sulla Limmat si è dovuta a più riprese confrontare con i problemi e le rivendicazioni dei giovani: dalla repressione contro i tossicomani, al lancio dei programmi di somministrazione controllata d'eroina, fino alle manifestazioni contro la carenza di alloggi dei primi Anni Novanta.
Anche se oggi ci sono dimostranti che a margine dei festeggiamenti del Primo maggio cercano regolarmente il confronto con la polizia, la situazione è molto cambiata. Gli spazi alternativi sono diventati elementi irrinunciabili della politica culturale cittadina. E la stragrande maggioranza dei giovani è quella che si identifica con la «Street parade», la «manifestazione per la pace e l'amore» ormai trasformatasi in attrazione turistica.
Swissinfo e agenzie
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