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Berna prende atto, le Chiese evangeliche sono soddisfatte, mentre l'UDC pensa alla reintroduzione dei controlli alle frontiere con l'Italia: queste in estrema sintesi le reazioni alla sentenza odierna della Corte europea dei diritti dell'uomo (Corte EDU), che ha negato alla Svizzera la possibilità di rinviare in Italia una famiglia afghana, a meno che Roma non fornisca garanzie riguardanti l'assistenza dei rifugiati.
L'Ufficio federale di giustizia (UFG), che ha rappresentato la Confederazione a Strasburgo, "ha preso atto con interesse" della decisione dei giudici europei. In un comunicato l'UFG assicura che le autorità elvetiche analizzeranno la sentenza e che esamineranno le misure da adottare in caso di trasferimento di famiglie in virtù del Regolamento Dublino, al fine di garantire un rinvio conforme alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU). Concretamente spetterà all'Ufficio federale della migrazione (UFM) chiedere ora all'Italia le pertinenti garanzie.
Soddisfazione è stata espressa dall'Aiuto delle chiese evangeliche della Svizzera (ACES), l'organizzazione che ha aiutato i rifugiati in questione a redigere il ricorso contro una decisione del Tribunale amministrativo federale. L'ACES si rallegra del fatto che l'esposto sia stato accolto in diversi punti importanti, anche se non risponde in modo chiaro al quesito relativo alla possibilità della famiglia di rimanere nella Confederazione.
La sentenza viene giudicata fondamentale per le famiglie e le persone vulnerabili coinvolte in procedimenti in base al Regolamento Dublino. L'ACES si aspetta da Berna che rispetti le linee guida decise da Strasburgo e promette che continuerà a seguire con attenzione il caso.
Di tenore opposto è la reazione dell'Unione democratica di centro (UDC). "L'accordo di Dublino è diventato definitamente cartastraccia", si legge in una nota. A decidere della politica svizzera d'asilo e degli stranieri - lamenta il partito di Toni Brunner - sono sempre più spesso "giudici stranieri che vivono fuori dal mondo".
"L'UDC si vede confermata nei timori espressi da anni. Se questa sentenza dovesse rendere più difficile o addirittura impossibile rinviare richiedenti l'asilo in Italia la Svizzera dovrà immediatamente reintrodurre i controlli di frontiera con la Penisola e ordinare i rimpatri direttamente verso i paesi di provenienza dei rifugiati".
Sempre stando ai democentristi il giudizio di Strasburgo e la mancata efficacia degli accordi di Schengen/Dublino - intese che prevedono il recepimento dinamico del diritto Ue da parte della Svizzera - sono la migliore dimostrazione di come Berna non debba mai sottoscrivere un trattato istituzionale con Bruxelles.
L'onda lunga dei dibattimenti a Strasburgo si è sentita anche in Italia. Il Consiglio italiano rifugiati (CIR), associazione di difesa degli asilanti, mette in luce quella che ritiene essere una contraddizione. "Sorprende che la sentenza (...) da un lato affermi che non ci siano deficienze sistematiche delle condizioni d'accoglienza e, tuttavia, ritiene che nel caso specifico la Svizzera, rinviando la famiglia in Italia, avrebbe violato i diritti umani", dichiara il direttore Christopher Hein, citato in una nota.
"Sappiamo che il sistema d'accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo in Italia, nonostante i grandi passi avanti fatti proprio negli ultimi mesi, presenta ancora lacune molto gravi", continua Hein. "Speriamo quindi che la sentenza dia impulso a ulteriori sforzi per l'adeguamento del nostro sistema ai migliori standard europei".
Più netto è giudizio di Soumahoro Aboubakar, dell'esecutivo nazionale italiano Unione sindacale di base (Usb) e portavoce della Coalizione Internazionale Sans-papiers. Ai suoi occhi la sentenza è "una clamorosa conferma del fallimento delle politiche della Unione Europea e dei suoi stati membri, tra cui l'Italia, in materia di protezione e di accoglienza dei rifugiati". "La Commissione Europea" - continua Aboubakar in un comunicato - "non può limitarsi a una mera constatazione e a continuare a tenere in piedi la gabbia del regolamento Dublino".