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Quello che segue prendetelo un po’ come la supercazzola del lunedì mattina o – per usare un linguaggio più aulico – come una audace ipotesi concettuale che forse vale la pena approfondire.
C’è un filo rosso tra gli organismi geneticamente modificati e la negazione dell’evoluzione tramite selezione naturale. Non nel senso che mangiare OGM abbia strani effetti sul cervello per cui mi mangio un po’ di soia transgenica (o del formaggio prodotto con latte munto da una mucca che ha mangiato quella soia) e improvvisamente mi convinco che Dembski sia più intelligente di Dawkins.
Il filo rosso è concettuale, e richiede una piccola premessa.
Quando gli scienziati, una quarantina di anni fa, iniziavano a giocare con il DNA, si parlava di chimere. Era una bella metafora: una creatura mitologica fatta con pezzi di vari animali (muso di leone, corpo di capra e coda di drago, così mi dice il Devoto-Oli) così come gli organismi geneticamente modificati hanno pezzi di DNA di altre specie.
Però provate voi a vendere una chimera. E visto che il direttore dell’ufficio per lo sfruttamento dei brevetti dell’Univeristà di Stanford voleva provare a vendere queste chimere, incaricò uno studente che faceva lì uno stage di parlare con i due scienziati che avevano inventato la tecnica per giocare con il DNA per vedere un po’ che cosa si riusciva a fare.
Il ragazzo se ne uscì con un’altra metafora, probabilmente usata da uno dei due scienziati: con questa tecnica trasformiamo i microorganismi in fabbriche genetiche. Vendere (e brevettare) una fabbrica è molto più semplice. In quel periodo poi l’industria statunitense era in affanno, e le fabbriche genetiche era un’allettante opportunità per battere le fabbriche tradizionali giapponesi…
Il problema è che se la cellula è una fabbrica, il DNA è il progetto di quello che la fabbrica costruisce, e qualcuno potrebbe chiedersi non solo chi ha costruito la fabbrica, ma anche chi è l’ingegnere che ha sviluppato il progetto.
Quel qualcuno, ovviamente, non ha particolari competenze in biologia, perché basta sapere l’ABC della teoria dell’evoluzione per selezione naturale per rendersi conto che, in quella metafora, l’ingegnere è semplicemente un elemento da trascurare, come il mal di gola per la metafora del collo della bottiglia. Ma le metafore mica le incontrano solo gli esperti, anzi.
E così gli OGM hanno contribuito a diffondere la metafora industriale della cellula, metafora che crea un ambiente più che favorevole per interrogarsi sul Grande Ingegnere (o come volete chiamare il principio che rende possibile in natura un design così complesso).
Per chi vuole approfondire
Quello che ho definito “ufficio per lo sfruttamento dei brevetti” si chiama in realtà Office of Technology Licensing ed era diretto, all’epoca, da Niels Reimers; lo studente (di master) al quale venne affidato l’indagine sulle potenzialità economiche si chiamava William Carpenter.
L’invenzione di cui si voleva tentare lo sfruttamento economico era il DNA ricombinante: la storia del brevetto di Cohen-Boyer (che fruttò diversi milioni di dollari alle università di Standord e della California) è raccontata con dovizia di dettagli in questo interessante articolo: Hughes, S. (2001). Making Dollars out of DNA: The First Major Patent in Biotechnology and the Commercialization of Molecular Biology, 1974-1980 Isis, 92 (3) DOI: 10.1086/385281.
Per gli effetti negativi delle metafore meccaniche e industriali sull’educazione (e sulla ricerca) scientifica, vedi invece Pigliucci, M., & Boudry, M. (2010). Why Machine-Information Metaphors are Bad for Science and Science Education Science & Education, 20 (5-6), 453-471 DOI: 10.1007/s11191-010-9267-6.