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Borges concepisce – mi correggo – immagina l’universo come un’interminabile biblioteca composta da infinite gallerie e scaffali e, naturalmente, libri, di ogni genere e natura: libri sul mondo, libri sui libri, libri sui libri dei libri, e sulle lettere e sulle lingue e sulla biblioteca stessa. I mistici di questo mondo sostengono persino che, fra tutte le sale esagonali, ve ne sia una tonda «con un grande libro circolare dalla costola continua», e quel libro sarebbe Dio (Borges in Finzioni, Adelphi 2005). C’è chi pensa che la biblioteca sia finita e quindi intraprende viaggi arditi e perigliosi nella speranza di giungere, prima o poi, alla fine; e poi c’è chi, come Borges, pensa che la biblioteca sia una sfera il cui centro perfetto è qualsiasi punto, e che la cui circonferenza è inaccessibile.
Sul dorso dei libri appaiono delle lettere, ma queste lettere non indicano mai quel che le pagine dicono. Questo perché è stato l’uomo, l’imperfetto bibliotecario, ad averle tracciate. Del resto, come può egli, di fronte ai tomi enigmatici dell’universo, esserne all’altezza? Come dice Borges, per percepire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta confrontare le lettere perfette all’interno dei volumi con i segni tremolanti sulla copertina: nomi inadeguati e coniati da mani maldestre nientemeno. Lo scrittore argentino ribadisce l’inadeguatezza della parola ad afferrare il mondo, così vasto e vertiginoso come le infinite gallerie e pagine della sua Biblioteca. Per quanto ci si provi non si riuscirà mai a giungere a un ordine totale, per quanto si cerchi non si troverà mai un libro identico a un altro, vi sarà sempre una lettera diversa, una tonalità discordante, così come le foglie sullo stesso albero, così come le ali delle libellule. E, del resto, come si direbbe di un sasso o di una nuvola (ma anche di una persona), «i libri in sé non significano nulla».
Tra i bibliotecari è diffusa la speranza, o la superstizione, che su qualche scaffale sperduto riposi un libro che è il compendio perfetto di tutti i libri ma, dice Borges, è lecito sperare di non trovare mai l’origine della Biblioteca. Epperò lo scrittore argentino azzarda una speranza, dettata più dal gusto che dalla logica, e precisamente dal gusto dell’ordine enciclopedico: la Biblioteca potrebbe essere scandita da un ordine che si configura come disordine ripetuto, l’eleganza del periodico. L’ordine di Borges è sempre ricco di paradossi. E allora gli scaffali, i libri e lettere dei libri arriverebbero a un punto nello spazio e nel tempo in cui ricominciano da capo, all’infinito. E qui, tra le infinite lingue di Babele che si oppongono all’idea di un’unica lingua, si apre il mondo di Borges, un mondo fatto di lettere. Ora, da lontano, una certa tradizione cabbalistica risponde all’appello: secondo la dottrina ebraica non solo tutte le lingue ma anche tutto il mondo viene dalle lettere divine, e in particolar modo dalle lettere che compongono il nome di Dio.
In Borges le lettere assumono un carattere allegorico, ma lo scrittore non è spoglio di una forte fede nella realtà dell’allegoria. Così accade che mondi, per il solo fatto di essere stati inventati con rigore e zelo, si insinuano nella realtà con i loro oggetti, le loro lingue e i loro fenomeni fantastici. È il caso del pianeta Tlön, frutto di un lavoro plurisecolare di una confraternita dedita alla stesura di un’enciclopedia di quaranta tomi su quel pianeta e sulla vita e la cultura dei suoi abitanti, il quale irruppe nel mondo reale non appena alcuni lettori entrarono nelle sue dinamiche. Un libro – o una serie di libri – che creano un mondo immaginario che si dirama nella realtà contaminandola secondo le leggi più esplicite dell’idealismo. Non è azzardato pensare all’idealismo magico caro a Novalis, dove la poesia ha potenza reale sul mondo, e il poeta è mago...
Borges dice di poter sognare, immaginare, leggere e a rigore scrivere, ma non ragionare o criticare, questo perché non si ritiene un intellettuale, ma un naif. Tuttavia non si direbbe dalla sua scrittura: precise sono le descrizioni e le logiche dei suoi mondi e numerosi i riferimenti alla filosofia e al mondo libresco. E d’altra parte i suoi racconti non mancano di un certo tono saggistico, lontano da quel genere che spesso si è prestato al fantastico: la fiaba. Ad ogni modo bisogna stare in guardia dal cercare assiduamente un’ideologia dietro le sue parole, perché lo stesso Borges ritiene essere un grave errore subordinare la letteratura all’ideologia; le opinioni – dice – sono ciò che vi è di più superficiale: «le opinioni di uno scrittore non contano», ed è pericoloso giudicare uno scrittore dalle sue idee. Per questo Borges, nonostante non sia cattolico, può dire che la più grande opera di tutta la letteratura è la Commedia di Dante. Borges è un anarchico individualista che ha detestato il nazionalismo non per una questione politica, bensì etica. Quando si parla di letteratura ciò che conta sono le immagini e i sogni che gli scrittori riescono a creare; la forza della letteratura sta lì, non nelle idee e nei concetti.
Attraverso i racconti ci dice che ogni scienza, ogni dottrina, ogni storia, ogni costruzione dello spirito è finzione, come un grande racconto fantastico, un grande sogno. In questo lo scrittore argentino è degno erede de Die Welt als Wille und Vorstellung di Schopenhauer, e direi anche del Nietzsche di Über Wahrheit und Lüge im außermoralischen Sinne. Non certo per l’intenzione di degradare l’opera umana da reale a finta, ma per elevare la finzione a realtà (o la realtà a finzione).
La letteratura inizia sempre con il sogno, con la Musa, con lo Spirito Santo, l’immaginazione, e poi, sull’immagine iniziale, si forma (si inventa) tutto il resto. Borges parte da qui. Il fantastico non è un genere, la letteratura è sempre stata fantastica: dalle cosmogonie del mito e dalle fiabe dei primi focolari. Secondo lo scrittore argentino bisogna ritornare a questa tradizione, «la tradizione principale della letteratura»; il resto è piuttosto storia o giornalismo, non letteratura. Il realismo è solo un periodo, un episodio di due secoli all’interno del vasto arco della letteratura. Il fatto che Borges faccia letteratura fantastica non è qualcosa di nuovo, ma qualcosa che è sempre stato fatto. «Io non sono affatto un innovatore», nel fare letteratura fantastica non ha fatto altro che continuare quello che facevano gli arabi con Le mille e una notte, quello che facevano i Greci dei miti, Shakespeare e quello che faceva anche Dante. Borges è uno scrittore di racconti perché, a differenza della costruzione del romanzo, i racconti sono spontanei, naturali, veri. «Lo scrittore deve essere fedele alla propria immaginazione», questa è la sua sincerità. La letteratura è fatta sì di parole, ma soprattutto di immagini, di sogni.