Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01038.jsonl.gz/44

Dalla Weltwoche del 16 giugno 2016 l’editoriale di Roger Köppel
La Croazia e i milioni di Bruxelles per la formazione
Vi ricordate che da mesi discutiamo a Berna dell’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia. Fino ad alcuni mesi fa, il Consiglio federale, il Tribunale federale e verosimilmente la maggior parte dei parlamentari erano dell’avviso che il cosiddetto protocollo sulla Croazia, che esige l’estensione della libera circolazione delle persone a questo piccolo Stato dei Balcani, non dovrebbe in alcun caso essere né ratificata né approvata, dato che questo protocollo, un trattato internazionale, sarebbe contrario all’articolo costituzionale sull’«immigrazione di massa» del febbraio 2014. La Costituzione federale è inequivocabile: «Non possono essere conclusi trattati internazionali che contraddicono al presente articolo». Più chiari di così…
Storie. Il Consiglio nazionale ha infatti appena «dato il nulla osta» al Consiglio federale di concludere, ciononostante, il trattato con la Croazia. Ciò è una flagrante violazione della Costituzione, anche se i responsabili lo negano spudoratamente. Il fatto è che il Consiglio federale e una maggioranza del Parlamento fanno di tutto per non irritare l’UE. Essi hanno drasticamente cambiato opinione sulla costituzionalità del trattato con la Croazia dal momento in cui l’UE ha minacciato di escludere la Svizzera dal programma-quadro di ricerca «Horizon 2020». Conosciamo la musica: l’estero fa pressioni, Berna cede. Si modella e si deforma la propria Costituzione fino a che soddisfa i desideri dell’estero.
Davanti a una tazza di thè al bar di Palazzo federale, un noto radicale mi ha infatti detto: «ma cosa volete in fin dei conti, mica andiamo a rischiare l’esclusione dai programmi di ricerca dell’UE per qualche centinaio di Croati l’anno». Interessante. Per gli architetti radicali dello Stato federale, la loro fedeltà alla Costituzione si misura sulla base del piccolo numero d’immigranti croati. Quando gli ho chiesto a partire da quanti immigranti croati la Costituzione federale riacquisterebbe la sua validità per il PLR, il collega se l’è svignata ostentando il sorriso di un uomo politica che sembra essere convinto di appartenere a un genere umano superiore.
Il PLR non è stato disposto nemmeno al momento del voto a imporre al Consiglio federale la condizione minima e del tutto naturale che, prima di estendere la libera circolazione delle persone alla Croazia, si trovi un’applicazione dell’iniziativa sull’immigrazione compatibile con la Costituzione. Cosa sta succedendo al liberalismo?
Capisco, in una certa misura, che i politici svizzeri abbiano i nervi tesi quando si tratta della formazione. L’UE ha ben compreso – dietro subdola istigazione dei suoi alleati svizzeri pro-UE – che la Svizzera si sente toccata in uno dei suoi punti più vulnerabili quando sono in gioco le sue università e la ricerca. La Svizzera è un paese senza né colonie né materie prime, i nostri cervelli sono perciò la nostra risorsa primaria. Non è un caso se l’UE s’accanisce su questa questione girando il dito sulle nostre piaghe immaginarie. Promettere a degli universitari denaro e fama internazionale agitando lo spettro di privarneli, significa assicurarsi degli alleati indefettibili. La Svizzera paga, mentre che l’UE ridistribuisce, centinaia di milioni di franchi l’anno alle nostre università. Questo denaro crea molti amici dell’UE in Svizzera.
Non perdiamo la testa! La Svizzera ha qualche università veramente senza pari a livello europeo. L’interesse dell’UE in una buona cooperazione è grande perlomeno quanto il nostro. Mendicare servilmente questi miliardi destinati alla ricerca, associati a un grande prestigio, da un’Unione europea che minaccia di inghiottirli per risolvere dei problemi da lei stessa originati, ha qualcosa di miserevole dal punto di vista svizzero. Può darsi che i ricercatori svizzeri traggano vantaggio da questi programmi. Tuttavia, è un controsenso fare di questi aiuti dell’UE un cordone ombelicale vitale.
La Svizzera è membro interamente associato della ricerca dell’UE dal 2004. Da allora non ha ancora sfornato un solo premio Nobel. A differenza degli anni precedenti quando, non ancora sotto respirazione assistita da parte di Bruxelles, ha inanellato tutta una serie di premi Nobel per la scienza nel 1987, 1991, 1992, 1996 et 2002.
Io non garantisco che la Svizzera otterrà in futuro più premi Nobel non partecipando più ai programmi dell’UE, anche se evolversi al di fuori della comoda manna finanziaria di Bruxelles potrebbe rivelarsi stimolante per la creatività e l’efficienza dei nostri ricercatori. Ma mi oppongo con determinazione alla sopravvalutazione stupida e miope dei programmi europei di ricerca. I miei esempi dimostrano che esisteva in Svizzera, ben prima di «Horizon 2020», una via accademica dinamica e coronata da successi. Un ritorno all’epoca dei premi Nobel e dell’indipendenza in materia di politica della formazione, non mi sembra perciò la più oscura di tutte le prospettive.
Ma veniamo al punto cruciale: nemmeno per il migliore accordo di ricerca vale la pena di lasciar cadere la propria Costituzione. Non si capitola per ottenere dall’estero un po’ di denaro e un po’ di considerazione. Nella divergenza sulla Croazia e «Horizon 2020», non si tratta principalmente dell’immigrazione e della formazione, bensì della domanda cruciale in politica: chi fa le leggi? Chi definisce il diritto? In Svizzera, da 700 anni, è il popolo. La Costituzione federale è l’espressione istituzionalizzata di questa volontà popolare, la norma suprema. Il caso della Croazia dimostra che a Berna si soffre di un lassismo acuto nei confronti della Costituzione. Ed è purtroppo vero che la via della dittatura comincia quando i politici si pongono al di sopra delle Costituzioni.