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Un frate degli Umiliati di Astano era andato alla cerca nei paeselli della valle. Verso il tramonto, sostò a riposare sotto un fronzuto castagno, in un breve pianoro erboso, da dove l'occhio spaziava sopra i più vaghi prospetti di paesaggio.
Veniva giù dalla folta chioma del castagno un canto d'uccelli, dolce e variato, che mai uguale il fraticello aveva udito.
La voce dei pennuti si faceva via via più dolce, e l'umile laìco, sdraiato sulla molle erbetta, chiuse gli occhi, per meglio gustare quelle aeree note.
Il sonno lo vinse e lo spirito gli fuggì lontano, sull'ali leggere di quella melodia divina.
Si svegliò all'alba. Stupito, si passò il dorso della mano sugli occhi, come per levare il velo che ancor copriva belle visioni di sogno e di beatitudine.
Egli aveva trascorsa la notte in aperta campagna. Si caricò sulle spalle la pesante bisaccia e via verso il convento.
Vi giunse, batté alla porta, gli si aperse.
Ma, stupore, egli si vide davanti figure di frati sconosciuti. Qualche cosa di mutato vedeva pure nell'edificio: gl'intonachi erano divenuti più bruni; i fiori del chiostro non erano più quelli; la vite s'era distesa a ricoprire quasi tutte le aperture del porticato.
In una sola notte s'era dunque tanto trasformata la casa degli Umiliati?
E i frati suoi compagni dov'erano? La cosa sembrò molto strana, inaudita. Il laico citò il nome dei religiosi che vivevano con lui il giorno avanti.
Il priore, cui alcuni di quei nomi non riuscivano nuovi, consultò l'elenco dei frati, che si erano succeduti al convento.
Ma quei frati vivevano giust'appunto un secolo prima ed erano tutti morti. Il laico della cerca era stato assente dal chiostro un secolo, rapito per prodigio nei regni ultraterreni. E a lui sembrò una notte!
Si concluse che, nel mondo dei beati, il tempo trascorre con una velocità così grande che lo spazio di una nostra notte equivale a un secolo d'armonia di luci e di suoni.
V. Chiesa, L'anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934