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Riducendo gli ostacoli al voto, il tasso di partecipazione potrebbe crescere soprattutto tra le persone con un livello di educazione e un reddito relativamente basso. Tuttavia, a beneficiarne non sarebbero le politiche in loro favore, ma gruppi di interesse e lobbisti, avverte uno studio recente.
Professore di economia all’università di San Gallo, Roland Hodler ha analizzato le conseguenze di una diminuzione dei possibili ostacoli all’esercizio del voto, come ad esempio la registrazione, il fatto di recarsi fisicamente all’ufficio elettorale oppure di aspettare in coda.
Secondo Roland Hodler, un aumento del numero di cittadini che esercita il proprio diritto di voto non si traduce necessariamente in politiche statali a favore di una fetta più ampia della popolazione.
swissinfo.ch: Chi trae vantaggio da questo aumento del numero di votanti?
R.H.: Si tende a pensare che facilitando l’accesso al voto si aumenti la partecipazione dei cittadini con un livello di educazione e di reddito relativamente basso. Ciò dovrebbe portare a un cambiamento delle politiche statali a loro favore.
Noi sosteniamo invece che diminuendo gli ostacoli al voto, si accresce soprattutto la partecipazione di un elettorato poco informato e più incline a decidere sulla base di campagne e pubblicità, che attraverso un’analisi approfondita della posta in gioco.
Ciò, a sua volta, può amplificare l’influenza di particolari gruppi d’interesse ben organizzati, che hanno i mezzi per finanziare le campagne politiche. I veri beneficiari di una riduzione degli ostacoli al voto sono questi gruppi e non i cittadini con uno status socio-economico più basso.
swissinfo.ch: Quali gruppi di cittadini beneficiano maggiormente delle iniziative popolari?
R.H.: Gli economisti pensano che i cittadini che si situano nel centro dello spettro politico abbiano più da guadagnare da un voto popolare. Dopo tutto, ogni volta che lo status quo favorisce quelli di sinistra o di destra, coloro che stanno nel mezzo dovrebbero essere in grado di proporre una politica meno estrema e trovare una maggioranza che sostenga questo cambiamento politico.
Quando si tratta di questioni legate alla redistribuzione o allo Stato sociale, gli economisti ritengono che il grado di redistribuzione sia determinato in base agli interessi della classe media.
Trovo questo argomento piuttosto convincente, ma aggiungerei che i voti popolari possono anche avvantaggiare i gruppi d’interesse che portano avanti costose campagne politiche.
swissinfo.ch: Si potrebbe pensare che una partecipazione non rappresentativa vada a vantaggio di un elettorato ricco, privilegiato e meglio informato. È così?
R.H.: È una tesi che si ritrova di sovente ed è utilizzata per difendere l’introduzione del voto obbligatorio o una diminuzione degli ostacoli al voto. Probabilmente è attendibile.
Ciò nonostante, il nostro studio mostra che non esiste una soluzione semplice al problema. Facilitare l’accesso al voto, senza assicurarsi che l’elettorato sia ben informato, può essere controproducente, nel senso che rischia di accrescere l’influenza di gruppi ben organizzati invece di aiutare effettivamente i cittadini meno privilegiati.
swissinfo.ch: Cosa si rischia ad avere gruppi d’interesse che cercano di accaparrarsi un elettorato meno informato?
R.H.: L’ideale di democrazia è “un individuo, un voto” e non “un dollaro (o un franco svizzero), un voto”. Ma se specifici gruppi d’interesse riescono a influenzare un elettorato meno informato con costose campagne politiche, ci si avvicina di più al secondo modello che al primo. In parte, ciò sta già accadendo e si traduce in una riduzione dello Stato sociale e dell’imposizione a carico delle multinazionali.
swissinfo.ch: I finanziamenti delle campagne dovrebbero essere limitati?
R.H.: È un grande dibattito negli Stati Uniti. Personalmente non sono necessariamente a favore di una limitazione legale delle campagne politiche, ma difendo la necessità di una maggiore trasparenza. In quanto elettore, voglio sapere quale società, lobbista o altro gruppo contribuisce alle campagne politiche e finanzia i partiti.
swissinfo.ch: L’ideale della democrazia diretta non è quello di garantire una partecipazione più ampia possibile – anche a rischio che le decisioni scaturite dalle urne ribaltino le raccomandazioni del governo o le argomentazioni razionali?
R.H.: In molte votazioni popolari, le argomentazioni razionali non forniscono un verdetto inequivocabile per una o l’altra parte. In genere ci sono tesi razionali a favore o contro ogni cambiamento politico e dipende dalle circostanze personali di un elettore decidere se è contro o a favore di una proposta.
Non credo, inoltre, che i governi siano benevoli e onniscienti. Non vedo dunque alcun problema nelle votazioni popolari che sconfessano i governi.
Una delle votazioni più importanti che ho vissuto in Svizzera è stata la decisione di non aderire allo Spazio economico europeo nel 1992. In quell’occasione il popolo ha sconfessato – e perfino scioccato – il governo e la maggior parte del mondo politico.
Dopo il voto, molti politici e commentatori erano convinti che il popolo svizzero aveva preso una decisione estremamente imprudente (anch’io, tra l’altro). Oggi, però, molti di loro sarebbero d’accordo – per lo meno in via ufficiosa – nel dire che probabilmente si è trattato di una decisione saggia.
Detto ciò, non credo che un aumento della partecipazioni porti necessariamente a decisioni democratiche migliori. Credo che la cosa fondamentale sia garantire che il popolo abbia modo di informarsi in modo adeguato sugli temi in votazione.
swissinfo.ch: Sulla base della sua ricerca, ritiene che la democrazia indiretta o rappresentativa funzioni meglio di quella diretta?
R.H.: Personalmente sono un fervente sostenitore delle istituzioni della democrazia diretta. Tuttavia, sulla base del nostro studio, non condivido l’idea che la democrazia diretta funzioni meglio se quasi tutti vi partecipano. Non sono quindi favorevole a un voto obbligatorio.
Non sono nemmeno convinto che il voto elettronico migliorerebbe il processo decisionale. Se esercitare il proprio diritto di voto è fatto senza sforzi, nello spazio di un secondo, finisce che troppi cittadini mal informati scelgono unicamente sulla base delle campagne pubblicitarie.
Personalmente preferisco mantenere un certo sforzo necessario al voto, in modo che partecipino soltanto quei cittadini per i quali porre una scheda nell’urna ha un significato, quei cittadini che hanno riflettuto per lo meno un pochino sul tema e che sono fiduciosi che l’opinione espressa sia nel loro interesse.
(Traduzione dall'inglese), swissinfo.ch