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Dopo tredici anni di tirocinio in giro per l’Europa, nel 1697 Albertus Seba tornò ad Amsterdam, la sua città, dove superò gli esami di farmacista. Aveva trentadue anni e non perse tempo: sposò la figlia di un collega, comprò una casa e aprì una farmacia poco lontano dal porto. Presto seppe conquistarsi la fiducia di clienti prestigiosi, come lo zar di Russia Pietro il Grande. Seba tuttavia non si limitava a vendere farmaci ad aristocratici e borghesi: ogni volta che una nave entrava nel porto, offriva i suoi servizi ai marinai, affaticati dai viaggi e dalle malattie esotiche. In cambio non chiedeva soldi, ma si accontentava di ciò che avevano raccolto all’altro capo del mondo: conchiglie, erbe, pesci, serpenti, molluschi…
Piano piano, Seba riuscì a mettere insieme 72 cassetti pieni di conchiglie, 32 teche con centinaia di insetti e 400 vasi di esemplari animali conservati sotto alcol. Sapendo che Pietro il Grande amava le meraviglie naturali, Seba approfittò di una sua visita in Olanda nel 1716 per vendergli l’intera collezione. E a quel punto, che cosa fece? Cominciò una seconda raccolta.
Di nuovo salì e scese dalle navi, di nuovo catalogò qualunque cosa avesse un’apparenza esotica, conservando i reperti con un metodo personale a base di alcol, cera colorata e oli. La collezione diventò celebre, tanto che sempre più persone chiedevano di visitarla; fra queste anche grandi naturalisti come Linneo, che stava lavorando alla classificazione delle specie. Seba ebbe allora l’idea d’ingaggiare alcuni rinomati incisori per allestire un catalogo: il lavoro, lungo e dispendioso, cominciò nel 1731. Nel 1734 uscì il primo volume, nel 1736 il secondo; quello stesso anno Seba morì, ma i suoi eredi portarono avanti l’impresa e pubblicarono gli ultimi due tomi (nel 1758 e nel 1765, trentun anni dopo il primo). L’opera omnia, con 446 tavole illustrate, s’intitola Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio. Una copia completa si trova in mostra alla Biblioteca Reale a L’Aia, un’altra è stata venduta all’asta di recente per 460mila dollari. E qualche tempo fa, per caso, mi sono imbattuto nell’edizione tascabile, edita da Taschen Books in tre lingue, al prezzo di 15 euro o giù di lì, con il titolo Gabinetto delle curiosità naturali.
Sfogliare il volume (piccolo ma spesso: 590 pagine) è un’esperienza simile a un viaggio in epoche e terre lontane. Insieme all’interesse scientifico, trapela un gusto per le stranezze, nella tradizione delle “camere delle meraviglie” che andavano di moda fra il XV e il XIX secolo. Seba non lesinò sulle spese (in parte si era finanziato con una sorta di crowdfunding, pre-vendendo l’opera con uno sconto a collezionisti di tutto il mondo). Pagine d’insetti, serpenti, fiori, conchiglie s’incrociano con stramberie quali animali a due teste o creature deformi. Ci sono pure animali in azione: un ghepardo che si gratta la testa, un coccodrillino che esce dall’uovo, un formichiere che si abbuffa e un bradipo che ci guarda e sorride. Non è solo un’opera scientifica: è una testimonianza di come il mondo possa apparire meraviglioso.
Mi chiedo: è ancora così? Il mondo è ancora un luogo meraviglioso? Anche noi viaggiamo, seppure in maniera meno lunga e avventurosa rispetto ai tempi di Seba, e ci stupiamo davanti a paesaggi naturali insoliti. Ma abbiamo l’impressione di conoscerlo, ormai, questo pianeta. Non ci aspettiamo più la bizzarria, il reperto stupefacente: da qualche parte, su internet, c’è un’immagine per ogni cosa. Forse è un processo inevitabile, forse invece è dovuto a una mancanza di preparazione e di allenamento. Il rapporto fra stupore e conoscenza è assai stretto: se dalla meraviglia abbiamo lo stimolo a conoscere, per poterci meravigliare dobbiamo imparare a osservare.
Una delle ragioni per cui amo leggere è proprio questa: mi aiuta a vedere meglio, a essere più consapevole della realtà. Ecco per esempio come il sociologo e poeta Gianni Gasparini scrive di una gita in montagna.
Ho ritrovato l’Eritrichium nanum, un fiore raro che cresce sui 3000 m e che i francesi hanno insignito del titolo di “roi des alpes”. L’ho rintracciato dopo una lunga ricerca vicino al punto in cui l’avevo scoperto anni fa. In un minuscolo incavo della roccia, su un fondo detritico, si trovava un cespo di questo fiorellino piccolissimo, dal blu più intenso che io conosca: l’eritrichio è un nontiscordardimé nano fiorito nonostante la neve, il ghiaccio, il vento impietoso. Mi sono fermato a guardarlo: era una cosa viva, una cosa che era sbocciata da poco ed era sopravvissuta a condizioni severissime. Era un essere vivente come lo sono io. E, in uno sfasciume quasi privo di vegetazione, si accontentava di una nicchia di due o tre centimetri quadrati per vivere, per aderire al terreno con lo stelo quasi invisibile, per germinare e riprodursi in poche settimane durante l’estate, e per mantenersi per il prossimo anno, se le condizioni ambientali non saranno proibitive.
Le annotazioni di Gasparini, anche se non vedessimo mai un Etitrichium nanum, possono aiutarci a guardare con occhio più consapevole i suoi compagni meno estremi, i nontiscordardimé che crescono nelle aiuole delle nostre città. Questo fiore minuscolo, che sboccia nonostante le avversità, stupisce sia per l’aspetto, sia per le riflessioni che riesce a suscitare. Ecco il segreto: la meraviglia non nasce soltanto dell’oggetto, ma anche dalla freschezza dello sguardo.
Quando l’attenzione è guidata, riesce a diventare più acuta, più ricettiva. Questo vale per i fenomeni naturali così come per quelli sociali o psicologici, di cui come romanziere tendo a occuparmi più spesso. Ecco l’utilità di osservare le persone (di ascoltarle, soprattutto), di studiare come si muovono e come interagiscono. Per come sono fatto, mi interessa soprattutto ciò che è umano, ciò che mi parla (anche) di me. Albertus Seba e il suo desiderio di collezionare il mondo, il nontiscordardimé e la sua volontà di sopravvivenza: quando ci penso mi vengono in mente personaggi, atmosfere, storie. Forse è questa la verità, forse il mondo è meraviglioso soprattutto perché meravigliosi – e pazzi, testardi, terribili, misteriosi, commoventi – siamo noi esseri umani.
PS: Taschen ha pubblicato nel 2001 il Gabinetto delle curiosità naturali in spagnolo, inglese e italiano (ristampa nel 2015). Il passo delle stagioni di Gambarini è uscito per Ediciclo nel 2015. Oltre alle immagini tratte dal libro di Seba, avrei voluto inserire la fotografia di un Eritrichium nanum, ma oggi non ho trovato il tempo di salire fino a 3mila metri… Se volete vederlo, ne trovate a bizzeffe nei vasti prati di internet.
La fotografia qui sotto, invece, raffigura una farfalla rarissima. Vi risparmio il nome scientifico; a volte gli esperti la chiamano anche “fiorfalla”: infatti quando si posa su un pezzo di legno, per mimetizzarsi assume l’aspetto di un fiore.
PPS: Naturalmente, la “fiorfalla” me la sono inventata io. È solo un fiore. Anche se… chi può dire quali meraviglie ancora si nascondono in questo vecchio mondo?
4 pensieri su “Il bradipo sorridente”
Tenerissima la fiorfalla 😉
Molto interessante l’articolo. Prima o poi mi metto a collezionare libri di collezioni… scatole, stanze, camere, pagine delle meraviglie.
Eh sì, secondo alcuni naturalisti la fiorfalla è un animale timido, elusivo. Secondo altri, invece, sono numerose; ma non ci accorgiamo di vederle perché le scambiamo per semplici fiori o semplici farfalle. Prima o poi dovrei decidermi a scrivere una monografia: “Catalogo delle principali fiorfalle avvistabili nell’emisfero settentrionale, con cenni sul comportamento e sulle strategie di dissimulazione” (questo il titolo provvisorio, poi forse mi verrà in mente qualcosa di più breve…). Comunque, se comincerai la tua collezione di collezioni, mi raccomando, tieni un posto per il catalogo di fiorfalle!
Grazie Andrea per farci sognare di fiorfalle, collezioni esotiche e terre lontane. Io non sono brava a collezionare conchiglie (finiscono tutte negli angoli più disparati della mia stanza e dei miei vestiti), ma mi impegno nel collezionare ricordi.
Ricordo l’odore del CMC e la marca dell’acqua che tenevi vicino al microfono durante le nostre lezioni, e anche a distanza di anni e parecchi corsi aggiuntivi ricordo tutti gli incipit, i dialoghi e le descrizioni che ho scritto per il Flannery O’Connor.
(Non c’erano bradipi, però. Peccato.)
Un caro abbraccio tra Milano e Norwich,
Elena
PS: La fiorfalla mi ha fregato, ma che vuoi che ti dica, io credo un po’ a tutto se riesce a stupirmi anche solo un po’.
Grazie mille, cara Elena, per il tuo pensiero che approfondisce il senso dell’articolo: in fondo, ogni collezione è una collezione di ricordi. Albertus Seba, per esempio, voleva afferrare la vastità e la meraviglia del mondo; e lo faceva attraverso la concretezza dei fossili, degli animali esotici, delle conchiglie che gli consegnavano i marinai. Certo, lui personalmente non viaggiava, ma… ne siamo proprio sicuri? Ci sono viaggi e viaggi.
Per me, quello della letteratura è uno dei viaggi più affascinanti. Così come quello dell’insegnamento. Le tue parole mi confortano e mi sostengono nel mio lavoro per quanto riguarda sia la scrittura (nel blog, in particolare), sia i laboratori dove tento di condividere la mia esperienza. Sono commosso dalla precisione dei tuoi ricordi. Soprattutto, sono lieto che, pur vivendo lontani l’uno dall’altra, abbiamo l’occasione di continuare a confrontarci su scrittura, lettura, bradipi e fiorfalle…
Un abbraccio, a presto!
Andrea