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Social housing, l'edilizia sociale come luogo di crescita civile
Servizio comunicazione istituzionale
4 Gennaio 2021
Martino Pedrozzi è architetto indipendente e dal 2016 è docente all'Accademia di architettura dell'USI, dove dirige il workshop sull'International Social Housing (www.wish.usi.ch). Ha pubblicato diversi volumi, l'ultimo dei quali è dedicato all'edilizia residenziale e alle aree pubbliche di Lugano (Casagrande, 2020). Pedrozzi ha tenuto conferenze pubbliche sul suo lavoro sull'edilizia sociale in tutto il mondo, tra cui Brasile, Argentina, Messico, Cina, Sudafrica e Stati Uniti.
All'USI il termine "sostenibilità" è più di un mero vocabolo: è uno degli elementi che sempre più caratterizzono l'offerta formativa la ricerca scientifica dell'Università. È un elemento che viene naturale all'Accademia di architettura dove, da 15 anni, l'architetto svizzero Martino Pedrozzi lavora sul tema dell'edilizia sociale, principalmente attraverso il Workshop sull'Interntional Social Housing (WISH). L'edilizia sociale nasce da una necessità fondamentale: fornire una casa a chi semplicemente non può permettersela in autonomia. Questo può sembrare una preoccupazione un po' distante per la maggior parte di noi, ma l'edilizia abitativa è in realtà una priorità che riguarda milioni di esseri umani in tutto il pianeta - e non solo nei Paesi poveri: la questione dell'alloggio a prezzi accessibili è rilevante tanto quanto per chi vive nelle favelas in Sud America quanto per gli abitanti idelle periferie di Boston. Una delle principali origini del problema è il cambiamento della struttura sociale urbana - dovuto principalmente all'aumento della popolazione, alle migrazioni e all'invecchiamento - che si è verificato negli ultimi decenni in tutte le principali aree urbane del pianeta, e che oggi coinvolge, in modi e dimensioni diverse, anche piccoli centri - tra cui città prospere come Lugano.
Architetto Pedrozzi, di cosa si occupa concretamente il social housing?
L'edilizia popolare mira a rispondere a domande quali come evitare la creazione di ghetti e città di pendolari (o "quartieri dormitorio"), e come incoraggiare l'interazione sociale tra individui e famiglie, negozi e servizi - che sono alla base di una società che può essere definita tale. L'integrazione è il fine ultimo dell'edilizia popolare. Ciò significa, in primo luogo, integrare il Progetto architettonico nel suo contesto: un nuovo quartiere di questo tipo deve essere in grado di inserirsi nell'ambiente esistente, con rispetto, utilizzando o migliorando le vie di comunicazione esistenti, tenendo conto del terreno e del clima, e cercando di minimizzare la formazione di spazi residui. Un nuovo complesso di edilizia popolare non deve essere un corpo estraneo alla città, ma piuttosto una sua naturale estensione. Non è facile perseguire questo obiettivo, soprattutto perché le procedure di "zonizzazione" tendono ad assegnare le costruzioni sociali alle periferie, dove costruire in modo attento e razionale rappresenta una sfida a sé. Anche la standardizzazione dei progetti di edilizia abitativa, che ha l'evidente vantaggio di semplificare i processi di costruzione e di ridurre ulteriormente i costi, può essere un problema: ho visto la costruzione di quartieri "fotocopia" in città completamente diverse da tutti i punti di vista, con l'inevitabile risultato di compromettere l'obiettivo fondamentale e ultimo di un sano progetto di edilizia sociale, ovvero l'integrazione delle persone all'interno di una comunità sociale esistente. Dovremmo immaginare la città come un organismo vivente, dove i quartieri sono gli arti, e le strade, le piazze e i servizi sono i muscoli e i vasi sanguini. Attaccare un nuovo arto senza assicurarsi che sia ben collegato al cuore, attaccare un nuovo organo senza equilibrare le sue funzioni con quelle di quelli esistenti è una pratica pericolosa, che purtroppo è spesso la più comune. Per questo motivo, con il progetto WISH, da 15 anni stiamo cercando di creare una nuova generazione di architetti, che diventino più consapevoli dell'importanza di questo tema e di questo approccio, e che siano sempre più risoluti nell'affrontare le situazioni di pianificazione urbana.
Concorda che la reputazione complessiva dell’edilizia popolare non sia delle migliori?
Qui vorrei spezzare una lancia in difesa proprio della categoria, ovvero degli architetti. Uno dei fattori critici per la riuscita di un buon progetto di edilizia sociale è senza dubbio costituito dalla qualità del Progetto e del progettista, ma manutenzione e amministrazione dello stesso giocano un ruolo altrettanto fondamentale. Se l’immagine e la reputazione di molti complessi di social housing non è sempre buona – per usare un eufemismo –, lo si deve per lo più alla cattiva amministrazione: una buona idea si può facilmente trasformare in un pessimo risultato, a causa di un ambiente politico ed economico spesso fragile e complicato, che a tutto si presta tranne che a una buona ed efficiente gestione. L’architettura è materia viva, evolve con il tempo e per continuare a svolgere il proprio compito ha bisogno di potersi adattare alle mutate circostanze in cui è inserita. Un quartiere pensato bene e amministrato male perde rapidamente la sua forza e il suo senso. Questo settore, per ottenere davvero dei risultati duraturi e sostenibili nel tempo, ha bisogno attorno a sé di una vera cultura professionale, di un dibattito continuo che stimoli le diverse professionalità a un continuo esercizio di miglioramento.
Come vede la situazione in Ticino?
Nel nostro Cantone non mancano esempi di buoni progetti di edilizia sociale, di cui purtroppo a volte non abbiamo una piena consapevolezza. Un esempio è dato dal complesso di edilizia popolare firmato dall’architetto Rino Tami nel quartiere di Molino Nuovo a Lugano, definito da Tita Carloni "un bell’esempio di architettura sociale, secondo la migliore tradizione delle Siedlungen svizzere, temperata da un linguaggio architettonico apparentato con le costruzioni della tradizione ticinese e lombarda". Il progetto fu concepito proprio sul principio di integrazione menzionato prima, con un ampio spazio pubblico verde centrale, connesso al tessuto circostante in un’ottica di socialità viva e aperta sul resto del quartiere. Data l’appetibilità del terreno a fini edificatori di ben maggiore reddito (in linea con quanto successo in buona parte di Lugano), un progetto ne aveva proposto la parziale demolizione, per far spazio ad un complesso di “standing superiore”. Così, per una volta, non è stato: il complesso fu salvato da un compromesso in nome del quale è stato sacrificato "solamente" lo spazio verde pubblico centrale, sul quale – come si vede chiaramente anche da Google map – è sorta una palazzina di diversi piani. Si tratta di una storia significativa, di interessi economici ma anche di normale evoluzione sociale, di una periferia che diventa centro, della difficoltà di proporre soluzioni di integrazione armonica tra necessità divergenti. L’obiettivo che con WISH ci siamo dati è quello di contribuire – in tutto il mondo – alla diffusione di una cultura del social housing, ben oltre i confini professionali dell’architettura in quanto tale. Esiste nel nostro mestiere anche una componente di servizio per la collettività, di impegno per la risoluzione dei grandi problemi del nostro tempo, che richiede di formare una nuova, consapevole figura di architetto.
Oltre al volume che celebra i 15 anni di WISH, quest'anno è stato pubblicato un libro sull'edilizia residenziale e le aree pubbliche di Lugano. Ce ne parli.
Circa due anni fa i miei studenti dell'Accademia di architettura, con i miei assistenti ed io, abbiamo fatto una passeggiata nei quartieri residenziali del luganese, con l'intento di analizzare la struttura urbana e il valore dato al pubblico dominio. Gli effetti dell'ondata edilizia che si è verificata nel corso dei decenni sono evidenti. Gli onnipresenti piccoli condomini non solo hanno contribuito a creare un contesto urbano incoerente e frammentato, ma hanno anche escluso gli spazi collettivi, generando aree prive di identità. Ci siamo poi concentrati su tredici casi in cui il Progetto architettonico è riuscito a relazionarsi con l'ambiente circostante. Questi progetti rappresentano un buon esempio di ciò che riteniamo possa contribuire a forgiare un'identità urbana, per la rilevanza della loro architettura e per il forte rapporto con il contesto generale in cui si trovano.
In generale, se osserviamo la città di Lugano dall'alto, osserviamo un insediamento privo di un sistema urbanistico riconoscibile. La forza trainante dell'urbanizzazione di Lugano risiede ancora oggi nell'ambito della proprietà privata, tanto che l'attuale struttura della città segue spesso il tracciato delle antiche mappe agricole. Per molti anni la mancanza di una regolamentazione adeguata ha reso quasi impossibile affrontare le trasformazioni urbane iniziate nella prima metà del Novecento e proseguite nel dopoguerra, con conseguenze quali la scarsità di soluzioni urbanistiche e architettoniche coerenti e la frammentazione delle aree pubbliche, in genere amorfe. Come accennato in precedenza, il tipico condominio di piccole dimensioni non cerca relazioni con il contesto circostante. Molto spesso, infatti, queste abitazioni sono circondate da un'area che spesso non è altro che lo spazio residuo dato dalle distanze (obbligatorie) tra gli edifici - che sono ulteriormente racchiuse da recinzioni, siepi, muri o cancelli. Inutile dire che la somma degli edifici non genera una città. Al contrario, essa tende a negare lo spazio pubblico, che in questo senso è ingiustamente considerato in forma puntuale e isolata e mai come un Progetto unico e coerente. Il tema dell'edilizia abitativa non è certo una novità per gli abitanti di Lugano. Basti pensare al quartiere Sassello - proprio accanto alla signorile via Nassa -, abbattuto negli anni Trenta del Novecento per far posto agli edifici per uffici, sottraendo così al centro della città un'intera classe di cittadini. Oppure all'attuale e vivace dibattito sul tema delle abitazioni a pigione moderata, che riguarda quartieri come Molino Nuovo, dove l'edilizia speculativa sta estromettendo gli abitanti di vecchia data per far posto a edifici più alti (e costosi).
Tra gli esempi analizzati, vediamo anche il famoso Quatiere Maghetti...
In effetti, il Quartiere Maghetti ha molte qualità. Gli spazi pubblici urbani (la piazza interna, per esempio) e quelli semipubblici (il ponte, il vicolo e gli ingressi alle case), sono tutti elementi che sottolineano l'intenzione di ricreare dinamiche paragonabili a quelle di un villaggio. I punti di accesso al Maghetti si inseriscono bene nel contesto urbano preesistente, che crea uno spazio pubblico continuo e fluido tra l'ambiente circostante e gli spazi interni del complesso.
[La versione orginale di questa intervista, in lingua inglese, è pubblicata su Ticino Welcome, n.68, dicembre 2020-febbraio 2021, pp. 40-42]