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Intelligenza e longevità vanno di pari passo?
Secondo recenti studi condotti presso l’Università di Edimburgo essere intelligenti è sinonimo di longevità
Un gruppo di epidemiologi diretto da Ian Deary, dell’Università di Edimburgo, è riuscito tramite uno studio parecchio complesso, a dimostrare che essere intelligenti aiuta anche a vivere più a lungo. Il team ha messo insieme un vasto campione di soggetti la cui intelligenza è stata misurata, in maniera più o meno costante, fin dalla tenera età.
Uno studio così elaborato e complesso, possibile solo avendo a disposizione elementi risalenti sugli stessi soggetti, è stato possibile solo grazie all’esistenza di dati raccolti su disposizione delle autorità scozzesi che nel 1947 stabilirono di effettuare una misurazione a tappeto dell’intelligenza dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole elementari, utilizzando i test per la determinazione del loro quoziente intellettivo. In sostanza i dati raccolti in passato sono ritenuti un buon mezzo per predire, se non le molte sfaccettature dell’intelligenza degli individui, almeno alcune capacità cognitive e il successo scolastico degli stessi e aiutano a valutare come il tipo di intelligenza misurato da quei test impatti sulla durata della vita degli individui.
Incrociando dunque il valore del quoziente intellettivo dei ragazzi delle elementari degli anni trenta con i tassi e le cause di morte registrati fra le stesse persone nel 2015, gli epidemiologi scozzesi hanno ricavato dei dati sconcertanti in merito allo studio in esame: i bambini che in base ai criteri di quei test erano risultati più intelligenti erano, in effetti, andati incontro ad un rischio di morte nettamente inferiore rispetto a quello dei loro compagni meno dotati: nello specifico, al netto di fattori quali maggior reddito e sesso, entrambi fattori che da soli abbassano la mortalità indipendentemente dal quoziente intellettivo, il team di ricercatori scozzesi coordinato da Deary ha rilevato che un valore di qi più elevato portava ad un rischio di morte per malattie respiratorie inferiore del 28 per cento rispetto ad individui con un qi più basso, mentre in caso di malattie delle coronarie il rischio si abbassava del 25 per cento.
Nel caso più grave di morte per ictus, il rischio si abbassava invece del 24 per cento. Riduzioni di rischio di mortalità evidenti sono state rilevate anche per la morte dovuta al cancro ai polmoni e allo stomaco, a demenza e ad incidenti. “I tipi di morte maggiormente ridotti dall’avere un alto quoziente intellettivo infantile indirizzano verso cause di malattia fortemente legate agli stili di vita, primo fra tutti l’uso del tabacco. Infatti non abbiamo rilevato differenze nella mortalità da tumori non legati al fumare. Però, anche dopo aver corretto i dati per rimuovere il vantaggio dato dal non fumare, una piccola, ma significativa riduzione nel rischio di morte per quelli con quoziente intellettivo più alto resta, e questo fa pensare che ci possano essere altre cause dietro, forse genetiche”, ha affermato Deary commentando i risultati dello studio.
Non si può del tutto escludere infatti che i geni che rendono più intelligenti, quanto meno nel senso misurabile dal qi, siano anche collegati ad una salute migliore. In sostanza lo studio dimostra che alcuni dei fattori che favoriscono la longevità sono legati al livello di qi che porta dunque a correre meno rischi sia per scelte e stili di vita che, non è da escludere, per qualche fortunata combinazione genetica ancora da dimostrare.