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Daniel Koch, il capo della Divisione malattie trasmissibili dell'Ufficio federale della sanità pubblica, è da settimane in prima linea nella gestione dell'epidemia in Svizzera. Ogni giorno affianca il Consiglio federale e risponde alle domande dei giornalisti, tanto che per molti è ormai "Mister Coronavirus".
Signor Koch, da giorni lei è in prima linea in questa emergenza. Appare sempre calmo e pacato, la sensazione è che lei abbia tutto perfettamente sotto controllo...
"No, non ho certamente tutto sotto controllo, perché non tutto dipende da me. Sono calmo perché sono fiducioso e perché vedo che la popolazione svizzera partecipa molto bene, agisce in modo serio e molte persone si impegnano con forza affinché possiamo superare questa crisi."
In Ticino sono in molti a credere che a nord delle Alpi questa situazione di emergenza viene presa meno sul serio... è vero?
"Il Ticino è stato certamente toccato prima e in modo più forte rispetto alla Svizzera tedesca, anche la Romandia è colpita in modo importante. Credo che la situazione sia considerata dappertutto in modo serio. Nella Svizzera tedesca la situazione è meno grave, ma vediamo che anche in Ticino può essere gestita bene e che non solo le autorità, ma anche la popolazione sta facendo tutto il possibile per portare la situazione sotto controllo."
C'è stato forse un momento dove lei e i suoi collaboratori avete forse sottovalutato questa epidemia. A posteriori prenderebbe delle decisioni diverse?
"È una domanda difficile. A posteriori qualcosa si può sempre migliorare. In generale però direi di no, faremmo le stesse scelte e di nuovo passo per passo. C'è forse un punto, però: all'inizio dell'epidemia non sono state fatte delle raccomandazioni di viaggio nei confronti della Cina. Credo sia stato un errore, a livello mondiale si sarebbe dovuto agire molto prima in questo senso."
...per esempio non chiudere subito le frontiere con l'Italia non è stato un errore?
"No, non credo. Quando abbiamo visto cosa stava succedendo in Italia, molti svizzeri vi erano già stati, una chiusura delle frontiere non avrebbe fatto una grande differenza."
Settimana scorsa lei ha detto che entro pochi giorni gli ospedali in Ticino non avrebbero più potuto accogliere pazienti. Poi non è successo, perché lo ha detto...
"C'era stata un'informazione dal Ticino molto allarmista, ma è normale che in queste situazioni ci siano valutazioni diverse. Ciò però non si è verificato per due motivi: il Ticino ha potuto aumentare di molto la quantità di letti disponibili, e la popolazione ha mostrato una grande disciplina, riducendo l'aumento dei casi gravi"
Quanto contano nelle vostre decisioni di esperti di sanità gli aspetti sociali ed economici? In altre parole: quanto dovete essere anche un po' politici?
“Non devo essere politico in senso stretto, ma ovviamente la politica sanitaria va oltre l'epidemiologia. Non si tratta solo di vedere come si sviluppa un'epidemia, ma anche con quali misure si può agire per contrastarla. Ogni misura ha sempre un "rovescio delle medaglia". L'economia non è qualcosa di astratto, ci dà le risorse per vivere, per questo bisogna sempre soppesare quali misure hanno senso e servono in dato momento e quali invece fanno più male che bene."
Un'ultima domanda signor Koch: lei è stato per molti anni delegato del CICR in Africa, in zone di guerra, ha vissuto situazioni drammatiche... Quanto sono importanti oggi queste sue esperienze?
"Questa situazione viene spesso paragonata a una guerra, penso sia un pessimo confronto. In una guerra la maggior parte delle persone non muore sotto le bombe ma per la povertà. Anche lì è l'economia a soffrire in modo importante. In questo senso un'epidemia è forse paragonabile: bisogna cercare un equilibrio.”