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Che il sottosviluppo sia una conseguenza dello sviluppo altrove è la tesi centrale del libro di Eduardo Galeano ‘Le vene aperte dell’America Latina’ a cui devo il titolo di questo articolo. Con tutto il rispetto per il grande Galeano mi sono permesso di aggiungere il ‘sempre’. Sempre perché anche oggi, come ieri e come probabilmente domani, le vene dell’America Latina sanguinano.
Sabato scorso in occasione del ‘giorno di Colombo’, una volta anche chiamato ‘giorno della razza’, in Ecuador si contavano i morti della rivolta popolare guidata dalle comunità indigene-contadine. Una crisi innescata dal piano di risparmio attuato dal governo del presidente Lenín Moreno che, accogliendo le condizioni imposte dal Fondo monetario internazionale per la concessione di un nuovo credito, tra le varie misure ha sospeso i sussidi pubblici al carburante, gettando le basi di un processo inflazionario che andrà a colpire una popolazione già ridotta in condizioni pietose. Il 12 ottobre in effetti è il giorno in cui viene ricordato lo sbarco del 1492 di Cristoforo Colombo nel continente americano, momento in cui ebbe inizio uno dei più grandi genocidi che l’umanità abbia mai conosciuto. Cinquecentoventisette anni dopo l’America Latina è oggi un esempio lampante di ciò che molti accademici chiamano il ‘capitalismo periferico’: un capitalismo più imperfetto, più duro e forse anche più autentico rispetto al modello di accumulazione dei Paesi centrali. Un sistema economico di “libero” mercato in cui la politica è esplicitamente subordinata alle necessità dei potenti del mondo. Una regione in cui ‘si fa ciò che si deve fare’ per garantire la continuità del processo di valorizzazione del capitale. Gli esempi sono clamorosi: quando le libertà individuali sono un ostacolo, si sopprimono. Quando le istituzioni rallentano gli affari, si corrompono. Quando i movimenti popolari si trasformano in una “minaccia”, si annientano. Lo scenario attuale è piuttosto desolante: la rivolta sociale in Ecuador, il parlamento sciolto in Perù, il caos in Venezuela, la repressione in Nicaragua, la crisi economica in Argentina, il fuoco in Amazzonia… Forse ogni tanto Donald Trump si chiederà ‘cosa diamine sta succedendo nel mio cortile?’ o forse no, visto che è già troppo impegnato su altri fronti. Infatti l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina è uno degli elementi cardine che spiegano le vicissitudini del continente negli ultimi cent’anni.
Ma c’è anche un altro aspetto da prendere in considerazione. Ed è la capacità dei popoli latinoamericani, dal Messico fino all’Argentina, di sopportare e reagire, di cadere e risollevarsi. Ciò può anche farci riflettere, a noi che godiamo delle ‘bontà’ del Primo mondo. Innanzitutto sarebbe importante ricordarci, come diceva Galeano, che il nostro benessere si sostiene in buona parte sulle disgrazie altrui. E poi, visto che anche da noi queste ‘bontà’ cominciano a dimostrarsi sempre più fragili, sempre più di pochi, potrebbe essere interessante osservare come la gente in America Latina impari a vivere senza certezze, in contesti che dall’oggi al domani possono mutare radicalmente dal punto di vista economico, politico e sociale. Persone che sono o diventano consapevoli, nonostante le carenze alimentari, educative e sanitarie, che le possibilità di un cambiamento riguardano loro. E agiscono, stanchi di essere schiacciati e disperati per non avere nulla.
Una prima conclusione potrebbe essere che la nostra fortuna in quanto cittadini del mondo sviluppato è anche la nostra condanna.