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|A Kamenka, Ciajkovskij non rimase a lungo ozioso. L'impulso a comporre si fece sentire prepotentemente e noi sappiamo che, non appena l'ansia di creare lo afferrava, tutti i buoni propositi di concedersi tregua e riposo svanivano.

Avevo appena trascorso qualche giorno nell'ozio che una specie di inquietudine perfino di malessere mi sopraffecero. Non riuscivo più a dormire e mi sentivo debole e spossato. Oggi non ho resistito più ed ho lavorato un po' alla mia Serenata. Ebbene, immediatamente mi son sentito di nuovo in salute, arzillo e sereno. Si dimostra dunque che non posso passar due giorni senza lavorare, a meno che non mi trovi in viaggio. Questo ha naturalmente i suoi lati buoni e i suoi lati cattivi. Ho gran paura di diventare un grafomane sul tipo di Anton Rubinstein, che ritiene suo dovere far felice ogni giorno l'umanità con le sue composizioni, in tal modo egli ha cambiato il suo grande talento di creatore in moneta spicciola corrente e perciò la più parte delle opere degli ultimi anni sono modesti copechi di rame e non già l'oro puro che avrebbe potuto elargirci se avesse composto meno.
Nell'estate del 1881 doveva aver luogo a Mosca la consacrazione della Chiesa del Redentore, eretta in memoria del grande incendio di Mosca del 1812 e del successivo annientamento dell'armata napoleonica. Per questa solennità e per la celebrazione della vittoria venne dato incarico a Ciajkovskij di scrivere una composizione che dovesse eseguirsi sulla piazza prospiciente la cattedrale. In un tempo incredibilmente breve, Petr portò a termine questa Ouverture 1812, che nella stesura originale era stata concepita non soltanto per un'orchestra colossale rafforzata da strumenti a percussione [nel finale, quando risuona l'inno imperiale, Ciajkovskij mise in partitura anche un cannone, che venne e suonato » nell'esecuzione all'aperto. Ma, di solito, lo sostituisce la grancassa], ma anche per coro. La partitura stampata in Germania ha però eliminato questo coro di grande effetto. Tuttavia, anche senza il coro, l'opera dovrebbe essere eseguita unicamente all'aperto o in sale enormi, dove possa avere pieno risalto il possente ordito orchestrale.
L'Ouverture sarà molto potente e fragorosa, - scrisse il compositore all'amica. La scrissi senza calore e senza amore ed è quindi probabile che manchi di una qualche validità artistica.
Un'altra composizione nacque in quegli stessi giorni e venne anch'essa condotta a compimento in un brevissimo lasso di tempo. È la popolare, deliziosa Serenata per orchestra d'archi.
Alla signora Nadezda:
Si figuri, amica cara, che la mia musa in questi ultimi tempi mi è stata così benigna da farmi corn porre in gran fretta due opere una dopo l'altra, e, precisamente, una grande Ouverture solenne e una Serenata in quattro tempi. Ora sto appunto istrumentandole entrambe. Ho composto la Serenata per impulso interiore, vi ho riversato a profusione fervidi sentimenti e spero abbia validità artistica. Come sempre, nei punti che mi riuscivano meglio ho pensato a lei. Si dice che i grandi attori non recitino mai per il grosso pubblico, ma che si scelgano un determinato ascoltatore, un'anima corn partecipe e che per tutta la sera agiscano soltanto per lei, cercando di conquistarla. Io faccio altrettanto: negli episodi musicali che sgorgano immediatamente dal mio cuore, là dove l'ispirazione mi travolge, penso unicamente a lei, nell'intima persuasione che non esista nessuno capace di corn prendermi meglio...
Desidero ardentemente che ella abbia presto l'occasione di ascoltare la Serenata nella sua versione orchestrale. Al pianoforte, molto del suo incanto credo vada perduto. I due «tempi» centrali avranno, come credo, il suo plauso. Il primo tempo dev'esser considerato come un contributo alla mia venerazione a Mozart; ho imitato intenzionalmente il suo stile e mi reputerei felice se si trovasse che mi sono, anche solo un poco, accostato al modello.
Nadezda a Petr Iljic:
Mio prezioso, impareggiabile amico!
Ricevetti ieri la sua cara lettera nella quale mi esprime i suoi sentimenti amichevoli in relazione alle sue più recenti composizioni. Sì, proprio vero; io seguo con tutto il cuore, con tutta la comprensione, con tutta me stessa la sua musica e ne adoro l'autore. Le sue composizioni sono un'autobiografia, e, quel che vi si legge, mio Dio, com'è bello, nobile, sublime! Nella sua musica non sento soltanto splendidi suoni. In essa parla un'anima come al mondo non ne esiste di eguale.
Perché, Petr Iljic, non ha mai scritto un Trio con pianoforte? Me ne rammarico ogni giorno perché qui si suona spesso in trio ed io desidererei sempre ascoltare musica sua.
Lei mi domanda perché non scrivo un Trio con pianoforte? - rispose subito Petr. - Mi perdoni, mia cara, con piacere esaudirei il suo desiderio, ma ciò esorbita dalle mie possibilità. Forse per la natura stessa del nostro organo uditivo, mi riesce insopportabile l'associazione del pianoforte col violino e il violoncello. Mi sembra che questi timbri non si amalgamino bene insieme, così che per me è un vero tormento ascoltare un Trio, o una Sonata per tali strumenti. Non so spiegare questo fatto fisiologico; lo posso soltanto constatare. Qualcosa di affatto diverso è l'associazione del pianoforte con l'orchestra: anche qui i timbri non possono fondersi gli uni con gli altri poiché il suono elastico del pianoforte si stacca in certa misura da qualsiasi altra massa sonora. Qui però stanno di fronte due forze della stessa natura: con l'orchestra così inesauribilmente ricca di timbri 'entra in competizione un avversario piccolo, quasi invisibile, ma spiritualmente vigoroso, tale da riuscir vincitore, se venga suonato con talento. In questa lotta è insita molta poesia e una quantità di affascinanti possibilità per il compositore.
Secondo la mia opinione il pianoforte dovrebbe trovare impiego soltanto in tre casi: 1°, come strumento solista, 2º, in competizione con l'orchestra, 3º, come accompagnamento (per esempio di un Lied) ossia come lo sfondo in un quadro. Un Trio al contrario presuppone uguaglianza di diritti ed omogeneità, come è il caso nel trio per archi. Ma come può esistere una tale omogeneità fra strumenti ad arco da una parte, e il pianoforte dall'altra? Per questo il Trio col pianoforte ha sempre qualcosa di artificioso, essendo che ciascuno dei tre strumenti suona continuamente non già quello che si addice al suo carattere naturale, ma quello che gli impone il compositore. E il compositore, assai spesso, arriva con fatica a distribuire le diverse parti della sua composizione fra i singoli strumenti.
Ciò nonostante, un anno più tardi Petr si cimentò nel tentativo di venir in chiaro di questo problema e stupì la signora von Meck inviandole un Trio per pianoforte. L'ultimo «tempo», esuberante di temperamento e di impronta tipicamente nazionale, spicca di molto sugli altri per l'invenzione di alcune parti di forte rilievo plastico. L'autore preferiva invece i due «tempi» centrali.
Alla metà di novembre del 1880 Petr partì per Mosca dove, immediatamente, si ritrovò prigioniero della solita gente. Si ripeté la vecchia storia, ricevimenti a non finire, incontri coi vecchi colleghi del Conservatorio, il tutto aggravato dalla necessità di dover procedere alla correzione delle bozze delle sue partiture, lavoro che gli riusciva sempre faticoso e lo costringeva a lavorare quasi tutta la notte.
Grande turbamento gli procurò allora la notizia che Aljoscia, divenutogli ormai indispensabile ed inseparabile, era stato arruolato nell'esercito. Invano il musicista fece di tutto per farlo esentare dal servizio militare. Non ci fu scampo; dovette stare separato da lui per quattro anni.
Intanto Petr era diventato, indubbiamente, uno dei compositori più noti e più amati della Russia, le sue opere venivano eseguite con successo crescente in patria e fuori.
Com'è faticosa questa vita! - scrisse all'amica il 21 novembre da Mosca, alle quattro del mattino. - Che felicità indicibile sarebbe poter fuggirmene altrove, magari in Viale dei Colli, vicino a lei! Eppure non ho diritto di lamentarmi, poiché mai come ora mi furono tributate tante manifestazioni di simpatia e d'affetto da tutte le parti.
La settimana prossima, in un concerto della «Società di Musica», verranno eseguite addirittura due mie composizioni: il Capriccio italiano e la Serenata per orchestra d'archi. In un concerto a parte sarà eseguita la Liturgia. Al Teatro Grande si dà attualmente la mia opera Opricnik e in gennaio, come spettacolo di gala, sarà messo in scena Eugen Onegin. Questo mi fa particolarmente piacere perché vedrò così risolto un problema che mi sta molto a cuore: può quest'opera affermarsi in teatro, oppure no? Infatti io non l'ho concepita proprio per le scene, sicché, in causa di questa circostanza, non ho mai fatto un tentativo serio per offrirla a uno dei grandi teatri d'opera.
Da Pietroburgo, ii 27 novembre 1880:
Sono arrivato questa mattina a Pietroburgo e subito, amica carissima, sento il desiderio di chiacchierare un pochino con lei.
Per amor di Dio, non sia in collera se da Mosca le ho scritto così poco, vivevo veramente come un condannato ai lavori forzati e sono partito quando ancora mi restavano da sbrigare non poche cose. Venni via ugualmente perché avevo necessità di distendere almeno un po' nervi e di riorganizzare alquanto la mia vita. Qui voglio serbare uno strettissimo incognito e non frequentare nessuno al di fuori della cerchia della mia famiglia.
A Mosca, con mia grande sorpresa, fu eseguita la Serenata per archi che ho appena terminato di comporre a Kamenka. Quest'opera, che attualmente ritengo la mia composizione migliore, fu realizzata da professori e allievi del Conservatorio, ma in maniera così soddisfacente da procurarmi grande gioia.
L'11 giugno ebbe luogo la rappresentazione dell'Onegin al Teatro Grande di Mosca e il successo crebbe di atto in atto, tanto che, alla fine, Ciajkovskij venne chiamato alla ribalta innumerevoli volte. Tuttavia le parti dell'opera dotate di maggior valore passarono inosservate; travolgente entusiasmo scatenò invece l'insignificante aria del signor Triquet, che si dovette bissare.
Fu per questo che un bello spirito poté permettersi di osservare sulle colonne di un giornale che l'opera non avrebbe dovuto intitolarsi Eugen Onegin, bensì Monsieur Triquet.
Sia come sia: il successo mondiale di Eugen Onegin incominciò da questa memorabile rappresentazione di Mosca.