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Con l’uscita di 80 anni Casa d’Italia, si è aggiunta un’altra preziosa tessera al mosaico storico dell’emigrazione italiana in Svizzera e in particolare di quella che, dagli ultimi decenni dell’Ottocento, ha interessato Berna e il suo Cantone.
Gli Italiani a Berna
La prima nostra consistente comunità nella capitale federale risale, infatti, al decennio 1880-1890, quando arrivarono in Svizzera oltre 71.175 italiani, 6.000 dei quali, come risulta dal censimento del 1890, lavoravano in Canton Berna. Poiché i censimenti federali si facevano allora in dicembre, quando la maggioranza degli stagionali erano già ritornati in patria, il loro numero era di certo molto più consistente e, comunque destinato ad aumentare nell’ultimo decennio dell’Ottocento (189.062 arrivi) e nel primo decennio del Novecento (655.668 arrivi). Si tratta di statistiche ufficiali Istat, che non comprendono i clandestini e gli emigranti non registrati dai competenti uffici. La presenza italiana a Berna e dintorni subì un forte aumento in concomitanza con i lavori dei trafori del Sempione (1895-1905) e del Lötschberg (1906-1913). Gli italiani indispensabili nello scavo di gallerie, dove costituivano il 97% della manodopera, non erano sempre graditi agli abitanti delle grandi città, ad eccezione, però di Berna, dove ai primi lievi sintomi di xenofobia, nel giugno del 1893, «l’opinione pubblica fece giustizia subito dando ragione agli operai italiani cui un piccolo drappello di ubriaconi voleva imporsi col diritto di nazionalità». A Berna non ci furono, dunque, le drammatiche scene provocate dalla sollevazione anti italiana (Italienerkrawall) di Zurigo nel luglio del 1896. Berna e Ginevra erano e continuarono a essere considerate tra le città più ospitali e accoglienti della nostra emigrazione in Svizzera che, dopo l’impennata del decennio 1911-1920 con 433.502 arrivi, cominciò la rapida decrescita con saldi negativi. Nel decennio 1921-1930 su 157.056 espatri furono registrati 104.420 rimpatri (—52.636), e in quello successivo (1931-1940) su 85.859 arrivi i rimpatri furono 54.034 con un saldo negativo di —31.825. Nel Ventennio fascista l’emigrazione italiana spinta verso la quarta sponda, quella africana, diminuì di numero. In Svizzera restavano gli immigrati residenti da lunga data e quelli nati qui. Erano comunità stabilizzate e coese, attive nelle organizzazioni culturali, sportive e ricreative, che meno interessavano, invece, l’emigrazione stagionale e provvisoria.
La storia di un edificio
Gli interessi di questa emigrazione permanente trovarono un alleato molto attento nel regime che, dopo aver imposto la fascistizzazione delle associazioni, favorì la voglia di aggregazione, facilitando con sostanziosi contributi le loro attività. Tra le tante iniziative si manifestò la necessità di trovare vere e proprie sedi di aggregazione delle nostre comunità affittando dei locali o addirittura comprando o costruendo vere e proprie Case degli Italiani come, per esempio, a Zurigo (1932), a Berna (1937) e a Lucerna (1938). Nel primo caso, cioè quello di Zurigo, lo Stato si impegnò in prima persona con forti contributi, a Lucerna e a Berna furono, invece, le associazioni e alcuni enti culturali italiani a procedere all’acquisto, sempre con il sostegno di Roma. L’anno appena passato ha visto segnato il destino delle Case d’Italia di Lucerna, venduta ai privati, e di quella di Zurigo, chiusa per essere ristrutturata e destinata a sede del locale Consolato generale d’Italia. Resta quindi aperta e sempre più attiva quella di Berna, il cui edificio, posto alla Bühlstrasse 57, fu acquistato nel 1937 grazie anche «al determinante contributo in forma di lascito» di Fulcieri Paulucci de’ Calboli, il figlio di Raniero, Capo Legazione d’Italia a Berna dal 1913 al 1919. Fulcieri, che si era impegnato attivamente a favore dei connazionali di Berna, facendosi promotore della fondazione della Scuola italiana, si spense, il 28 febbraio 1919, all’età di 26 anni, in una clinica di Gstaad, in seguito alle ferite riportate nel corso della prima Guerra mondiale. Nel 1925, il padre avrebbe venduto la sua residenza allo Stato italiano, che la adibì a sede della nostra Ambasciata, sulla cui facciata fece apporre una lapide per onorare il figlio, per ricordare il quale fu attivato anche un lascito, parte del quale fu impiegato, appunto, per l’acquisto della Casa d’Italia (vedi «La Rivista» di novembre 2017).
La bella storia della Casa d’Italia di Berna è stata ricostruita da Saro Marretta in un volume, riccamente illustrato (le foto che illustrano questa pagine sono tratte dal volume – ndr), per il 50° anniversario nel 1987, adesso aggiornato, nella seconda edizione per i suoi 80 anni dalla fondazione. Grazie a questo lavoro, possiamo, adesso, seguire passo passo, ottanta anni di attività delle associazioni, delle iniziative culturali e sportive, degli uomini che hanno fatto la storia della nostra emigrazione a Berna in stretta collaborazione con le autorità italiane e svizzere. Ne viene fuori un quadro storico confortante che documenta la missione di italianità di questa istituzione, posta al centro della capitale. Un’italianità promossa anche dalla cucina del ristorante della Casa d’Italia che, con i suoi piatti regionali, è un richiamo per tutti i buongustai.
Una pubblicazione curata da Saro Marretta