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Di una "domenica nera", riprendendo la celebre frase di Jean-Pascal Delamuraz, parlano ancora oggi coloro che, riguardo all'Europa, hanno una posizione di apertura. Di una domenica radiosa, parlano invece gli euroscettici e tutti coloro che non accettano compromessi di sorta in materia di sovranità. Un dato è comunque certo: il ricordo di quel 6 dicembre del 1992 rimane vivido e continua ad aleggiare sul dibattito che concerne uno dei dossier più cruciali in assoluto per la Confederazione: quello delle relazioni, notoriamente delicate e difficili, fra la Svizzera e l'Unione Europea.
Esattamente 30 anni fa l'adesione elvetica allo Spazio Economico Europeo (SEE) venne respinta alle urne di strettissima misura dai votanti (50,3% di "no"), ma da una netta maggioranza dei cantoni; Ticino e Grigioni compresi. Ma di che cosa si trattava? Lo SEE rappresentava, e rappresenta tuttora, un accordo di allineamento economico fra i Paesi dell'UE e quelli dell'Associazione europea di libero scambio (AELS), di cui la Svizzera è storicamente uno degli Stati promotori. Obiettivo: consentire ai Paesi dell'area dell'AELS una più estesa partecipazione al mercato interno dell'UE. Nel 1992 l'AELS associava alla Confederazione altri 6 Paesi: Austria, Finlandia, Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svezia. L'accordo sullo SEE venne firmato il 2 maggio di quell'anno a Oporto, in Portogallo, e godeva in Svizzera di consensi preponderanti, sia all'interno del mondo politico, che negli ambienti economici. Anche perché, va rammentato, non avrebbe avuto implicazioni per ambiti delicati come la fiscalità, il segreto bancario e la neutralità del Paese.
Il Consiglio federale sottolineò a più riprese i vantaggi dello SEE ma, perseguendo l'obiettivo strategico di un'adesione all'allora Comunità economica europea (CEE), depositò anche, era il 26 maggio, una vera e propria domanda volta all'apertura di negoziati. Fu proprio questo colpo d'acceleratore da parte del Governo, e in tempi così ravvicinati, a creare disorientamento. A quel punto, infatti, l'adesione allo SEE non poteva che apparire come una sorta di tappa intermedia verso l'integrazione comunitaria. L'effetto fu quello di catalizzare nettamente le diffidenze e le critiche sull'accordo in vista della votazione popolare. La campagna per il "no" fu in particolare animata dalla Lega dei Ticinesi, dall'Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI) e da Christoph Blocher che, proprio in quei mesi, rivelò all'opinione pubblica le sue capacità di oratore e polemista, gettando in tal modo le basi di una crescente leadership all'interno dell'UDC.
L'esito della votazione fu una severa scossa per la sfera politica ed ebbe ripercussioni su più versanti. A emergere, e in piena nitidezza, fu anzitutto il fossato fra la Romandia, aperturista, e la Svizzera tedesca e il Ticino accomunati dall'euroscetticismo. Di Röstigraben e dintorni si sarebbe da quel momento sempre più parlato, e sullo sfondo di un copione destinato spesso a ripetersi nelle votazioni legate alle relazioni internazionali. Ma gli effetti più rilevanti si manifestarono sul piano dell'economia, con un clima d'incertezza che si fece sentire per anni in termini di crescita. Da quel "no" prese le mosse, storicamente, l'inizio della via bilaterale nell'approccio all'Europa. Ma le trattative concernenti più settori, dalla libera circolazione fino ai trasporti, si rivelarono complesse e si conclusero solo alla fine degli anni Novanta con la stipula dei primi accordi con l'UE.
L'eredità di allora
Che cosa è rimasto oggi dello SEE, nel dibattito politico in Svizzera? Attualmente, va ricordato, fanno parte dello Spazio solo tre dei Paesi dell'AELS che nel 1992 vi aderirono: Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Austria, Finlandia e Svezia, invece, decisero in un secondo momento di entrare direttamente nell'UE. Ma quel 6 dicembre di trent'anni fa resta comunque un evento miliare per comprendere la carica emotiva che, ancora oggi, suscitano nella popolazione i temi legati ai rapporti con l'Europa. Senza poi contare che, di fronte all'irrigidimento delle posizioni di Bruxelles, c'è chi guarda nuovamente allo SEE come ad un modello per ridare slancio a relazioni ormai da tempo stagnanti.
Un recente studio ha anzi evidenziato che ben il 71% degli interpellati sarebbe oggi favorevole a questa soluzione: un dato che va preso in esame con tutte le cautele del caso, ma che ha intanto rilanciato il dibattito sul tema. A contribuirvi è stato anche il presidente dei Verdi liberali Jürg Grossen, che ha definito il "no" del 1992 come un errore storico, sottolineando come Islanda, Liechtenstein e Norvegia vivano nello SEE "in modo eccellente". Di tutt'altro tenore, evidentemente, le parole usate da Christoph Blocher per ricordare quel 6 dicembre: il leader democentrista ha parlato infatti di una "rinascita della Svizzera, che all'epoca era quasi perduta", decantando i risultati ottenuti dall'Alleingang elvetico.
- SDS 18.00 del 04.12.2022 - L'intervista di Mattia Serena
Posizioni, insomma, sempre molto distanti. Difficile intanto dire in che misura lo SEE potrebbe ancora rappresentare un'opzione percorribile. Per gli Stati dell'AELS che vi aderiscono, l'accordo garantisce in effetti vantaggi e rappresenta ormai da decenni un dato acquisito. Ma è anche vero che l'intesa viene costantemente adeguata al cosiddetto "acquis comunitario", ossia agli sviluppi del diritto pertinente dell'UE. Implica, in altre parole, una ripresa dinamica del diritto comunitario che suscita la netta avversione degli euroscettici e che tanto ha contribuito all'interruzione, da parte di Berna, dei negoziati con l'UE sul discusso Accordo quadro istituzionale. Una conclusione sembra quindi certa: un'ipotetica riproposizione dello SEE, anche 30 anni dopo quel fatidico "no", finirebbe inevitabilmente per dividere di nuovo gli animi.
Alex Ricordi
L’anniversario ricordato a Modem
Anche Modem ha dedicato la sua puntata odierna a quello che, 30 anni fa, è stato un voto spartiacque, proponendo un faccia a faccia tra il presidente dell’U DC Marco Chiesa e il vice-presidente del partito socialista Jon Pult. “La Svizzera è oggi sovrana e indipendente, questo è ciò che rimane di quel voto” ha fatto notare Chiesa che ha voluto ricordare come il governo di allora si fosse spaccato i due sullo Spazio economico europeo, diversi ministri lo ritenevano un accordo che avrebbe avuto conseguenze negative per la Svizzera. “Non hanno però avuto il coraggio di dirlo pubblicamente. Solo Christoph Blocher ha avuto il coraggio di farlo e così la democrazia diretta ha sentenziato questo no”. Jon Pult allora aveva 8 anni e ricorda la delusione dei genitori, europeisti convinti. “È chiaro che è stata una tappa importante per il nostro Paese. Dopo questo no ci è voluta un’altra soluzione, quella degli accordi bilaterali. Una soluzione che ha funzionato a lungo e molto bene, una delle basi del nostro benessere economico. Adesso però le relazioni con l’UE sono finite in un vicolo cieco”. Da qui il confronto tra Chiesa e Pult si è spostato all’oggi e anche al futuro di rapporti tra Berna e Bruxelles. Con Chiesa a difendere la sovranità del Paese, anche per quel che riguarda il ruolo che potrebbe avere la Corte europea di giustizia nel risolvere eventuali divergenze tra Svizzera e UE. Per Pult invece occorre passare a quella che ha chiamata una “ sovranità moderna”. La Svizzera rimane indipendente ma si inserisce maggiormente nelle dinamiche europee, un modo, a suo dire, per difendere al meglio i propri interessi in un contesto geo-politico sempre più complesso.
- Modem edizione del 06.12.2022: Trent'anni dopo quel fatidico "no"