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«Z, l’orgia del potere» e «Missing» sono i suoi capolavori. L’impegno, la sua missione. Convinto che non c’è crimine peggiore del silenzio, Costa Gavras ha realizzato pellicole che hanno scoperchiato gli armadi dei regimi politici, rivelandone gli scheletri più orrendi.
Nato il 13 febbraio 1933, da padre comunista e madre ortodossa, decise di espatriare al momento degli studi accademici. La prima scelta furono gli Stati Uniti, che gli negarono il visto in nome dell’ostracismo anticomunista. Approdò dunque a Parigi, nel 1949, dove si laureò in lettere alla Sorbonne e studiò cinema (e dove acquisì nazionalità e cittadinanza).
Dopo un apprendistato con René Clair, esordì con il film «Compartiment tueurs» nel 1965. Il successo arrivò con «Z, l’orgia del potere» (1969), pellicola in cui l’impegno si unisce alla suspence, in una trama thriller che gli garantì la fama internazionale. Sullo sfondo aleggia il colpo di stato e la dittatura dei colonnelli in Grecia, e racconta la storia di Lambrakis, professore universitario di sinistra, morto in un incidente stradale per nulla casuale. L’indagine sull'affaire Lambrakis portò ad un nulla di fatto. Costa Gavras mascherò gli eventi ambientando il film fuori dalla Grecia, ma asserendo a fine pellicola che «ogni riferimento a fatti reali e persone era volontario».
Nel 1970 uscì «L’aveu», pellicola ispirata al caso politico di Arthur London, viceministro cecoslovacco, arrestato e condannato all’ergastolo. Fu questo un film importante per Costa Gavras, che dimostrò al mondo intero che essere schierato ideologicamente da una parte non vietasse il fatto di potere (e dovere) criticare i metodi repressivi che i regimi comunisti stavano commettendo nei paesi del blocco sovietico.
Dopo una parentesi poco creativa e di scarso riscontro pubblico, arrivò la pellicola che più di tutte si impresse nella memoria collettiva. Furono gli studios hollywoodiani a tendergli la mano, offrendogli la regia di «Missing». La denuncia della CIA e delle responsabilità Usa nel rovesciamento del governo di Salvador Allende fu scottante. Il golpe di Pinochet e le sue atrocità contro gli oppositori e i resistenti vennero smascherate in modo inconfutabile. Anche in questo caso la storia e la giustizia collisero e l’implicazione degli USA nella vicenda non venne mai dimostrata. La colonna sonora di Vangelis, impregnata di pathos, attribuì alla pellicola il valore di una condanna postuma, conferendogli lo statuto di un risarcimento storico.
A colloquio con Costa-Gavras
Il Quotidiano di giovedì 11.08.2022
- 11.08.2022
- 19:00
Un polverone (soprattutto in Italia) sollevò poi «Amen» dove il regista greco smascherò le collusioni fra Nazismo e Vaticano, ma soprattutto denunciò la prudenza e l’omertà con cui la Chiesa assistette al dispiegarsi delle atrocità nazifasciste. La locandina del film, in cui la svastica e la croce si sovrappongono, contribuì ad animare un dibattito pretestuoso che non seppe guardare al senso profondo della pellicola (ovvero alla denuncia del crimine del silenzio).
Cifra tematica della filmografia di Costa Gavras è stata dunque la condanna irrevocabile della passività. Una filmografia che non si è appiattita alla mera registrazione dei fatti accaduti, ma che ha saputo coniugare la dimensione della critica sociale con quella del coinvolgimento e della suspense, dando origine a film dal forte impatto emotivo.