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Il 2 agosto 1492, a mezzanotte, entrava in vigore il decreto di espulsione di tutti i cittadini di religione ebraica di Spagna e Portogallo. Il decreto fu firmato nel palazzo dell’'Alhambra, a Granada, dai re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona. Gli ebrei espulsi dalla penisola iberica furono chiamati sefarditi, dalla denominazione Sefarad il toponimo biblico che nella tradizione giudaica identifica la Spagna. La storiografia maggioritaria considera che circa 120 mila ebrei abbiano lasciato dimore, terre e tutte le proprie fortune portando con sé - così si racconta - solo le chiavi di casa, nella speranza un giorno di farvi ritorno.
La maggior parte degli espulsi si diressero verso l’Europa orientale, trovando ricovero principalmente nelle grandi capitali dell’Impero ottomano. Racconta una leggenda che il Sultano Bayezid II, aprendo ai sefarditi le porte di Costantinopoli, avesse ordinato ad un proprio ambasciatore di ringraziare il re Ferdinando che, cacciando gli ebrei dalla Spagna, aveva impoverito il proprio regno per arricchire il suo.
523 anni dopo il decreto di espulsione dei sovrani cattolici, ossia nel 2015, il parlamento spagnolo ha approvato il disegno di legge che concede la nazionalità ai sefarditi discendenti dagli ebrei espulsi nel XV secolo, riallacciando ufficialmente il loro legame con la terra degli avi, a prescindere dalla residenza sul territorio spagnolo e senza rinunciare alla cittadinanza precedente.
Işıl Emanuel, giornalista turca di Şalom - settimanale ebraico che si pubblica a Istanbul ogni mercoledì in lingua turca, ma con un inserto in ladino (l’antico idioma giudeo-spagnolo) - ha fatto formale richiesta e ottenuto la cittadinanza, in ragione delle proprie documentate origini sefardite. Insieme a lei una piccola minoranza di ebrei spagnoli, “cittadini di Costantinopoli” e quindi turchi, mantiene viva una cultura secolare che attorno al proprio idioma celebra una ricca tradizione musicale e gastronomica.
Italo Rondinella