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Preistoria dell’Intelligenza artificiale
«Questa testa, signor Don Chisciotte, venne fabbricata ed eretta da uno dei più grandi incantatori e maliardi che siano stati al mondo […] L’artefice notò stelle, dipinse caratteri, osservò astri, guardò punti, e la costruì in fine con tanta perfezione quanta domani noi ne conosceremo per esperienza: […] la signoria vostra potrà predisporre le domande che volesse farle, perché in quanto a me io so già per tante prove che non risponde se non per dire la verità». (Don Chisciotte, II, LXII)
Prima vennero le teste parlanti medievali, poi le macchine parlanti settecentesche e infine i moderni chatbot. Il busto incantato immaginato da Cervantes si situa a metà di questa preistoria dell’Intelligenza artificiale, un congegno assai simile sia alla testa parlante di Alberto Magno, sia ad uno dei primi automi, progettato dall’ungherese Wolfgang von Kempelen.
Una storia tra realtà e leggenda, che risale all’alba dei tempi, e a quegli oggetti che prenderebbero vita attraverso l’astrologia e la magia. Un inganno smascherato da Giovanni Battista Della Porta nel 1611: la voce della statua di Alberto Magno in realtà è la voce di una persona che parla a distanza attraverso un tubo metallico. Lo stesso trucco che utilizza, tre anni dopo, l’acuto studente che si prende gioco di Don Chisciotte, rispondendo accuratamente a tutte le domande che il cavaliere pone alla vuota testa incantata, sogghignando dalla stanza sottostante. Un simile gioco di prestigio ingannerà, dal 1769, gli ingenui spettatori de “il Turco”, un manichino dalle sembianze e dall’abbigliamento orientale, l’imbattibile giocatore manovrato dall’interno da un abile scacchista. Trappola in cui non cadde Edgar Allan Poe, che svelò l’inganno nel 1836, non prima che la creazione di Kempelen si baloccò del competitivo Napoleone Bonaparte e ispirò due inglesi che cambiarono la storia: Edmund Cartwright, a cui si deve il primo telaio meccanico, e Charles Babbage, l’inventore della macchina analitica, il proto-computer funzionante grazie all’utilizzo di schede perforate, come quelle del telaio automatico di Joseph Marie Jacquard.
E a chi si ispirò il francese Jacquard? Al connazionale Jacques de Vaucanson, l’inventore dei primi automi simulativi, progettati nel 1730, tra cui si distingue il Flûteur automate, in grado di intonare delle melodie in maniera completamente automatica, muovendo le dita su un flauto. Se gli ingegnosi androidi di Vaucanson non esistono più, possiamo ancora ammirare i suoi diretti discendenti, al Musée d’Art et d’Histoire di Neuchâtel: i tre automata realizzati dallo svizzero Pierre Jaquet-Droz. Dopo duecentocinquant’anni La musicienne continua a suonare cinque melodie su un piccolo organo a tastiera, Le dessinateur è ancora capace di realizzare quattro diversi disegni, e L’écrivain intinge ancora la penna d’oca nel calamaio, scrivendo testi di massimo quaranta caratteri. La musicista, proprio in questi giorni, è ritornata a vivere, grazie al video How to Become a Thing del Collectif_Fact: con occhi non più vitrei ma umani, ci mostra la sua «vita segreta», da star e vittima dei social, ora si trasforma in un gadget tecnologico, ora in un oggetto di culto.
E noi siamo così diversi dall’ingenuo Don Chisciotte? Non conversiamo forse con una macchina parlante che ben presto avrà un volto, quando la tecnologia implementata da ChatGPT e dalle sue “sorelle” – Bing AI e Google Bard – sarà integrata in un androide? Non dimentichiamo forse che dietro questi prodigi c’è sempre l’uomo? Dovremmo temere di più l’umanizzazione della macchina o la macchinizzazione dell’uomo? La partita a scacchi con l’AI non è finita, ed anzi è solo all’inizio.
Lucrezia Greppi