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PARIGI - «La vita è un gioco e va giocata sapendo che si può perdere. Ma che senso ha non giocarla?».
Da un piccolo paese ai confini della Lorena fino al tetto d’Europa, passando sotto i riflettori di tutto il mondo, illuminando le partite con le sue giocate geniali: Michel Platini è stato un talento unico e probabilmente irripetibile, unanimemente annoverato tra i migliori giocatori della storia del calcio.
Il cognome italofono deriva dal nonno paterno, un muratore piemontese appassionato di sport, che giunto in Francia aprì un locale chiamato Café des Sports. Prima il padre Aldo, professore di lavoro, giocatore e allenatore dilettante nel tempo libero, e poi lo stesso Michel, seguirono le orme del nonno. Dopo essersi messo in luce in tornei giovanili, il futuro re di Francia si trasferì al Nancy, club dove militò per sette stagioni, sollevando da capitano 22enne la Coppa nazionale. Spostatosi poi al Saint-Étienne, vinse un campionato da protagonista.
Platini, tuttavia, viene ricordato soprattutto per le gesta con la maglia della Juventus, che portò alla vittoria di ogni titolo possibile. Il suo palmarès conta 2 scudetti, una Coppa Italia e una Coppa dei Campioni vinta nella drammatica finale dell’Heysel nell’84. Individualmente venne premiato con ben tre Palloni d’oro consecutivi tra l’83 e l’85, nelle stesse annate in cui guidò la classifica marcatori del campionato italiano.
Una delle sue inimitabili peculiarità fu proprio la spiccata vena realizzativa per un “numero 10” dell’epoca, essendo in grado di trovare la rete regolarmente con inserimenti in area, tiri dalla distanza, calci piazzati e perfino colpi di testa.
In patria ottenne la nomea di “Le Roi” per aver portato la sua Francia al primo trofeo internazionale, l’Europeo del 1984 dominato con 9 reti, ancora oggi record di una singola edizione.
Terminò la carriera precocemente a 32 anni a causa di continui problemi fisici, ma con le sue magie sul campo verde la sua leggenda rimarrà impressa per sempre.
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«La vita è un gioco e va giocata sapendo che si può perdere. Ma che senso ha non giocarla?».