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Incontri
«Questo tempo un po' impazzito...»
Fosco Spinedi, meteorologo di Locarno-Monti parla delle bizze dell'inverno, dell'importante cambiamento climatico e dei limiti delle previsioni meteo.
Il reportage
Cooperazione: Quest'inverno abbiamo avuto più di due metri di neve nell'alto Ticino, mentre in marzo a Sud del Ticino, c'erano già temperature estive con più di 25 gradi. Il tempo è impazzito?
Fosco Spinedi: Il tempo è proprio un po' impazzito. Dall'inizio dei rilevamenti meteorologici sistematici, cioè dal 1864, non abbiamo mai registrato un inverno così estremo a Sud delle Alpi.
Che cosa intende con la parola «estremo»?
Non è mai stata registrata una quantità simile di precipitazioni in forma di acqua, rispettivamente di neve fusa. A questo si aggiunge una temperatura elevata. Nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio la temperatura media è stata di circa 5 gradi, temperatura che corrisponde più o meno al doppio della media pluriennale. Non si è trattato della temperatura più alta registrata in assoluto: ci sono stati inverni più miti; ma la combinazione di così tanta acqua e temperatura elevata è un fatto unico.
In Ticino si sono visti anche inverni con più neve…
Sí, in particolare negli anni '50. Ma la misurazione della neve non è semplice. La neve quest'anno è stata molta e particolarmente bagnata e ciò si vede dai danni che hanno subito le cascine in montagna. Con il peso della neve si può arrivare a 900 chili per metro quadrato.
Comunque non ci sono state valanghe estreme come nel 1951 oppure nel 1999. Come mai?
Le valanghe di quest'inverno sono state contenute: si sono per lo più verificate valanghe di fondo – cioè con lo stacco di tutta la coltre nevosa fino al terreno – che si sono verificate in quota e che si sono poi riversate nei canaloni e nelle vallette. Con uno strato di neve pesante, ma piuttosto uniforme, non si sono create le superfici di scorrimento tipiche degli inverni normali, con un'alternanza più pronunciata della temperatura, e non si sono praticamente avute valanghe che hanno coinvolto solo una parte della coltre nevosa.
Molti hanno l'impressione che non ci siano più le mezze stagioni. È vero che primavera e autunno durano sempre meno?
In un certo senso è vero, anche se si tratta di una frase spesso ripetuta. È un topos che forse si trovava già 200 anni fa. Ma la durata del periodo freddo si sta effettivamente riducendo. Abbiamo avuto la prova in marzo, con temperature oltre i 25 gradi; e poi, due settimane dopo la fine delle grandi precipitazioni, abbiamo già avuto il primo grosso incendio boschivo. Questo è estremo.
Quali conseguenze può avere la mancanza delle mezze stagioni?
Dalle statistiche appare che l'inizio della primavera, determinato in base allo sviluppo della vegetazione, è anticipato in media di 2-3 settimane rispetto a mezzo secolo fa. Anche l'estate comincia prima e finisce più tardi. Per l'agricoltura questo potrebbe causare un problema: ad esempio gli insetti hanno più tempo per riprodursi.
Questi fenomeni potrebbero essere legati al riscaldamento del pianeta e al cambiamento climatico. Si parla meno di questi temi anche se i fenomeni non sono spariti: perché?
Penso ci sia un'assuefazione al tema. Se ne è parlato molto, ma nessuno sa veramente cosa fare. Ci sono alcuni gruppi che si occupano della problematica, ma a livello governativo tutto è fermo. Soprattutto in tempi di crisi economica. Basta vedere cosa succede nella vicina Italia.
Alcuni sostengono che si esagera, come quando si parla di moria delle foreste. Il cambiamento di clima sarebbe un'evoluzione naturale. In inverno grazie al riscaldamento del clima si potrebbe persino risparmiare energia e anche gli inglesi potranno fare un buon vino…
In inverno forse si potrà risparmiare un po' di nafta, ma non in estate. Ormai si usa molto più energia per raffreddare che per riscaldare. Questo è il vero problema.
Ma che problema c'è di vivere su un pianeta che è qualche grado più caldo?
La popolazione sulla nostra terra vive grazie al fatto che sfrutta le condizioni climatiche che ha trovato. Avremo parecchi problemi per adattarci alle nuove condizioni, per adeguare l'agricoltura alle nuove condizioni ambientali. Oppure si creeranno zone dove la vita umana diventa insostenibile, in seguito all'innalzamento del livello del mare, alle inondazioni o alla siccità. Tale situazione avrà conseguenze in termini di migrazione: pensiamo ad esempio all'Africa.
Cosa fare allora?
La misura concreta deve essere la riduzione di CO2 nell'atmosfera, altrimenti non riusciremo a fermare l'evoluzione della temperatura. Per raggiungere questo dobbiamo ridurre le emissioni e cioè limitare le attività industriali, il traffico; in altre parole, il nostro tenore di vita.
Ma nessuno vuole il rallentamento dell'industria. Una causa persa?
Mi dispiace essere negativo, ma stiamo perdendo la battaglia, anche se la guerra non è ancora del tutto persa.
Torniamo alla meteorologia. La sede di «Meteo Svizzera Centro Regionale Sud» è a Locarno-Monti in una bellissima posizione. Quanto è ancora importante per un meteorologo guardare fuori dalla finestra per le osservazioni?
Professionalmente si guarda sempre meno fuori dalla finestra. Lo trovo un peccato, visto che sono anche un po' romantico. Ma è cosi. La meteorologia e le previsioni del tempo vengono elaborate sempre più al computer. Il nostro compito è quello di analizzare e divulgare dati che ci sono forniti da modelli numerici di calcolo che simulano l'atmosfera. Noi prendiamo i dati e li trasformiamo in un bollettino.
In quale misura il Centro Svizzero di calcolo scientifico CSCS di Lugano è rilevante per voi?
È essenziale. Per avere una supervisione dello stato dell'atmosfera abbiamo dei modelli globali che coprono tutta l'atmosfera. Sono molto costosi e sono gestiti da consorzi. Abbiamo il consorzio «European Centre for Medium-Range Weather Forecasts», che ci propone modelli a livello globale europeo per 240 ore. Vuol dire che abbiamo previsioni per i prossimi dieci giorni. Su questo modello si innesta quello ad area più limitata, alla cui realizzazione ha contribuito anche la Svizzera, che viene calcolato dal nostro computer al CSCS di Lugano. Così arriviamo a 72 ore di previsioni con un elevato grado di dettaglio.
Nonostante questi mezzi molto sofisticati, venite spesso criticati per previsioni sbagliate…
Queste critiche non sono simpatiche. Ma posso assicurare che oggettivamente le previsioni non hanno mai avuto un grado di precisione come oggi. Il livello di qualità è molto alto, ancora impensabile solo 10-15 anni fa. Ma sono aumentate pure le esigenze da parte dell'utenza. La gente vuole sapere non solo il tempo in generale, ma ad esempio se in un determinato pomeriggio in una certa valle soffia il vento. E questo ci mette sotto pressione.
Avete molte richieste sulla vostra «hotline» telefonica?
Il picco delle chiamate è stato all'inizio degli anni '90: avevamo fino a 13mila chiamate all'anno. Le richieste sono diminuite anche grazie alle informazioni online.
Questa intervista esce il 1° aprile: che tempo farà?
La previsione che posso proporre a una settimana di anticipo è che avremo una giornata tipicamente primaverile, mite, con un buon soleggiamento il mattino, ma annuvolamenti vieppiù estesi nel pomeriggio, preludio per un mercoledì variabile e con rovesci.
Il ritratto
Fosco Spinedi
Nato nel 1956 a Mendrisio, Fosco Spinedi ha frequentato il Politecnico di Zurigo, diplomandosi in scienze naturali con una ricerca sugli aspetti geomorfologici di superficie e di profondità (grotte) della zona di Robiei (Bavona). Dal 1982 lavora presso MeteoSvizzera a Locarno-Monti. Principalmente come previsore e come climatologo e archivista/bibliotecario. È pure consulente scientifico per il Parco delle Gole della Breggia; è stato presidente della Società ticinese di Scienze naturali ed era municipale a Cugnasco. È autore di diversi saggi. Nel 2004 con F. Isotta ha pubblicato il volume «Il clima del Ticino» (USTAT Bellinzona). Hobby: attività legate alla natura.
www.meteosvizzera.ch