Document ID: /curiavista/filtered/00000.jsonl.gz/168662

<h2>SubmittedText<h2><p>A prescindere dai negoziati con l'UE sull'iniziativa "contro l'immigrazione di massa" e sulla questione istituzionale, secondo quanto riferito dai media il Consiglio federale ha intenzione di esaminare quest'anno, con il Dipartimento federale degli affari esteri come forza trainante, l'eventualità di un nuovo accordo quadro con l'UE per una "politica estera e di sicurezza comune" (PESC). Per il Consiglio federale il punto è la partecipazione del nostro Paese alle operazioni di prevenzione dei conflitti, di gestione delle crisi e di mantenimento della pace nell'ambito della politica di sicurezza e di difesa comune. </p><p>È interessante notare che dal nuovo Libro bianco del governo tedesco sulla politica di sicurezza e sul futuro della Bundeswehr (forze armate) è possibile dedurre il ruolo che l'UE intende svolgere con le forze armate da potenziare. Il Libro bianco illustra le misure previste per intensificare la potenza e la capacità bellica e armonizzare gli eserciti nazionali. A proposito del futuro della PESC, si parla di potere deterrente, difesa collettiva, rafforzamento della presenza con formazioni mobili e a rapido dispiegamento, alleanza nucleare e contributi durevoli in linea con gli obiettivi pianificati dalla NATO. Il governo tedesco parla di capacità deficitarie degli Stati terzi e del rafforzamento delle loro strutture di sicurezza mediante consulenza, istruzione ed equipaggiamento. </p><p>Se ora la Svizzera siglasse come Stato terzo un accordo quadro PESC con l'UE impostato principalmente - dal punto di vista di quest'ultima e dei suoi Stati membri - sul rafforzamento della comune capacità difensiva, la questione susciterebbe non poche domande per il nostro Paese. </p><p>Pertanto il Consiglio federale è invitato a rispondere alle seguenti domande:</p><p>1. Come si concilia un simile accordo quadro PESC tra la Svizzera e l'UE con i nostri principi costituzionali, e in special modo con il principio di neutralità? </p><p>2. Quale significato avrebbe questo accordo per la Svizzera a livello di politica istituzionale e di sicurezza? </p><p>3. Quale potrebbe essere il suo influsso sulla nostra politica estera ed europea? </p><p>4. Quali sarebbero le ripercussioni sulle strutture di comando, sull'istruzione, sull'equipaggiamento e sul budget del nostro esercito? </p><p>5. Il Consiglio federale intende veramente assoggettare truppe dell'Esercito svizzero al comando dell'UE? </p><p>6. In generale, come giudica questo tipo di riflessioni sulla cooperazione internazionale a livello di politica di sicurezza? </p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1.-3. Già nel 2004 l'UE aveva invitato la Svizzera a concludere un accordo per disciplinare le modalità generali di partecipazione del nostro Paese ai suoi interventi di promozione della pace. L'UE organizza questi interventi nel quadro della propria Politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) che è parte integrante della Politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'Unione. L'accordo proposto non ha nulla a che vedere con un'associazione della Svizzera alla PESC o alla PSDC. Il suo scopo sarebbe unicamente quello di facilitare e accelerare la partecipazione della Svizzera agli interventi di promozione della pace dell'UE dal punto di vista amministrativo. L'accordo che il Consiglio federale intende negoziare regolamenterebbe inoltre solo il contributo del personale civile a questi interventi, non l'invio di personale militare. Il Consiglio federale non ha ancora approvato il mandato di negoziazione, ma prevede di prendere una decisione in merito entro il 2017.</p><p>In mancanza di un accordo generale ogni partecipazione della Svizzera a interventi dell'UE nell'ambito della promozione della pace mediante l'invio di personale civile richiede un accordo di partecipazione specifico, una situazione che provoca ritardi, anche di diversi mesi, nel reclutamento degli esperti. Un accordo generale ridurrebbe il carico amministrativo. La Svizzera deciderebbe tuttavia volta per volta in merito alla partecipazione a un intervento concreto. Di conseguenza un tale accordo non cambierebbe nulla dal punto di vista dell'autonomia della Svizzera in questo ambito basata sulla legislazione vigente. La conciliabilità tra la neutralità della Svizzera e la sua partecipazione continuerebbe a essere verificata per ogni singolo intervento.</p><p>Attualmente la Svizzera invia un esperto civile per ognuna delle seguenti tre missioni UE: in Ucraina, in Kosovo e in Mali. L'interesse per il nostro Paese, come recentemente affermato nel rapporto sulla politica di sicurezza 2016, è duplice: da una parte questi tre interventi hanno un rapporto diretto con la sicurezza della Svizzera, dall'altra permettono alla Svizzera di cooperare con l'UE e i suoi Stati membri nel campo della promozione della pace. Con un accordo che disciplini le modalità amministrative di partecipazione con esperti civili agli interventi di promozione della pace dell'UE la Svizzera potrebbe perseguire in maniera ancora più efficace i suoi obiettivi di politica estera ed europea.</p><p>4./5. Il Consiglio federale intende negoziare con l'UE un accordo che disciplini unicamente l'invio di personale civile. Di conseguenza l'esercito e la partecipazione a interventi di promozione della pace da parte di personale militare non sono interessati. Un simile accordo non avrebbe alcuna conseguenza per l'esercito svizzero.</p><p>6. In merito agli sviluppi dell'architettura europea di sicurezza il Consiglio federale si è espresso di recente in maniera dettagliata nel rapporto sulla politica di sicurezza. Di questi sviluppi fanno parte la nuova strategia globale dell'UE per la politica estera e di sicurezza e varie proposte volte a rafforzare la cooperazione nel campo della difesa. Il Consiglio federale continua a seguire la questione. Non ritiene tuttavia che tali cambiamenti possano influire sulla prassi seguita finora per decidere in merito alla partecipazione della Svizzera a specifiche missioni UE di promozione della pace. Un accordo generale, che fissasse le condizioni quadro della partecipazione della Svizzera, con personale civile, alle missioni non avrebbe a sua volta alcuna ripercussione su questa prassi.</p>  Risposta del Consiglio federale.