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Il significato della parola “economia” viene quasi sempre indicato come l’unione tra le due parole greche oikos (cioè “casa”) e nòmos (“legge”), ovvero “l’amministrazione (razionale) della casa”. Una spiegazione alternativa, forse sbagliata ma sicuramente più intrigante, propone invece una lettura diversa: non si tratterebbe di “nòmos” ma di “nomòs”, che in greco antico indicava il pascolo. Nomòs non era solo il luogo dove pascolava il gregge – che creava appunto le condizioni per uno scambio “economico” o mercantile, sussidiario all’attività agricola e che garantiva un’entrata supplementare indispensabile nei periodi di carestia e cattivi raccolti – ma rappresentava anche l’equilibrio intrinseco tra l’attività dell’uomo e lo sfruttamento delle risorse naturali. I pastori conoscevano i limiti della crescita del proprio gregge per rapporto all’estensione e alla qualità dei propri pascoli: il binomio formato dal territorio (estensione del termine “oikos”) da una parte e l’attività dell’uomo dall’altra scongiurava l’accumulo infinito di pecunia (da “pecus”, che in latino significa “bestiame”), poiché un gregge troppo numeroso era considerato antieconomico, in quanto non avrebbe avuto né abbastanza spazio né abbastanza foraggio per sopravvivere dignitosamente.
Al contrario, al giorno d’oggi, a livello planetario, il modello economico dominante si fonda sulla produzione e sull’accumulo infinito di merci. Poco importa che le risorse siano limitate: la cultura dell’usa e getta rappresenta l’altra faccia della medaglia di un mondo sommerso dai rifiuti, i cui oceani sono soffocati da arcipelaghi di polistirolo. Nell’Età della Plastica la sobrietà dei pastori è stata soppiantata dalla voracità di una società iperconsumista, ammansita e soggiogata da bisogni indotti e da status symbol farlocchi.
Nel 2018, l’Overshoot day – il giorno del sorpasso del consumo annuale delle risorse naturali disponibili sulla Terra – si è verificato il 1. agosto, mentre la prima misurazione di questo dato (che risale a quarant’anni fa) fissava il termine al 29 dicembre. Il costante superamento della soglia della sostenibilità (che altro non è se non il rapporto tra l’azione dell’uomo e la conseguente capacità reattiva della Natura di rigenerarsi) è tra le principali cause del surriscaldamento climatico e al contempo contribuisce ad ingigantire le differenze sociali su scala planetaria. Il divario tra le società che mediamente gettano nella spazzatura un terzo del cibo prodotto e quelle in cui carestia e malattie gonfiano il tasso di mortalità infantile al di sopra del 50% aumenta inesorabilmente ad ogni crisi economica. La miseria e la speranza in un futuro migliore spingono milioni di persone a rischiare la propria vita per raggiungere i paradisi artificiali delle società del benessere.
Nel nostro microcosmo, le conseguenze di questa economia autolesionista ci hanno spinto ad offrire rifugio fiscale e ad accogliere all’interno del nostro “nomòs” aziende estere in cerca di facili risparmi, rendendoci però complici della sottrazione di risorse fiscali ad altri paesi. L’assenza di un legame con un territorio sempre più martoriato e con un tessuto sociale mai prima d’ora così fragile hanno poi sdoganato salari da fame, istituzionalizzando il dumping e favorendo la sostituzione del personale residente con frontalieri, i quali acuiscono (ma non sono i soli) il problema della mobilità generando un traffico parassitario che a sua volta incide sulla qualità dell’aria.
Per sperare di risolvere l’emergenza ambientale, per quanto virtuosi essi siano e per quanto meritino tutta la nostra approvazione ed il nostro sostegno, non bastano più solo i piccoli gesti quotidiani. Dobbiamo ispirarci dall’esempio dei pastori e cambiare paradigma, ridefinendo un modello di sviluppo più rispettoso del territorio e delle persone che lo abitano, ispirato ad un’economia veramente sostenibile, equa e solidale.
Oppure possiamo continuare a comportarci come pecore e seguire ciecamente chi ci ha preceduto, sfracellandoci in fondo al baratro delle nostre responsabilità ambientali.