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La morte dell’atleta americano ci ricorda come l’evoluzione di una disciplina olimpica possa dirci molto anche sulle gabbie mentali dei nostri pensieri
Se c’è una cosa che, ironicamente, ci può insegnare un salto verticale è il pensiero laterale. E ce lo insegna due volte, un po’ perché il caso a volte si diverte proprio a non essere casuale, un po’ perché magari così ci arrivano anche quelli a cui non basta un solo esempio.
La prima volta ha un nome che non dirà niente a nessuno, la seconda ne ha uno che dirà molto a molti. Tutte e due hanno a che fare con un nome che potrebbe dire qualcosa a qualcuno.
Il terzo nome è Edward De Bono, che era uno psicologo maltese nato nel 1933, ovvero oltre vent’anni dopo il primo episodio che cambiò la disciplina del salto in alto. A cambiarla fu tale George Horine, un americano di Escondido, in California, non un campione indimenticato, più un nome buono per spulciatori di almanacchi, vincitore di una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912.
La tecnica, per l’epoca innovativa, di George Horine (Wikipedia)
Il salto in alto degli albori veniva praticato con la sforbiciata, una tecnica semplice, in cui in pratica si arrivava davanti all’asticella e si alzava prima una gamba e poi l’altra, imitando il taglio delle forbici. Poi arrivò Horine, con il suo "western roll", il primo arcaico approccio allo stile ventrale, poi dominante fino agli anni Settanta, che permetteva di scavalcare l’asticella di pancia.
Su Horine ci sono due leggende che s’incrociano: la prima dice che s’inventò questo nuovo stile per la conformazione del giardino sul retro di casa, dove si allenava; la seconda risalirebbe a una gara universitaria con la pedana allagata che gli avrebbe fatto venire l’idea di aggirare l’ostacolo con una rincorsa diversa e un salto anomalo, ma efficace. Tant’è, col suo nuovo stile superò i due metri: il primo a riuscirci, facendo anche il record del mondo.
Nel 1967, giusto in tempo per la seconda rivoluzione del salto in alto, arrivò la teoria del "pensiero laterale", coniata da De Bono, lo psicologo maltese. Il pensiero laterale è quello che ci permette di risolvere problemi che paiono irrisolvibili spazzando teorie e idee precostituite che ci bloccano la creatività.
Con il pensiero laterale rinunci ai pezzi con cui vogliono farti fare un puzzle e li si sostituisce direttamente con pezzi nuovi, perché mica detto che se si è sempre fatto con quelli bisogna fare con quelli: è il risultato che conta. Un esempio? Il fast-food, che ha basato le sue fortune stabilendo che non c’erano più i camerieri al tavolo né le posate, o l’Ikea, che un giorno ha deciso che i mobili te li potevi anche montare da solo, risparmiando denaro (ma non tempo né improperi).
Il salto ventrale, spazzato via da Fosbury (Keystone)
Proprio negli anni poco precedenti all’affermazione del concetto di "pensiero laterale", Dick Fosbury (morto domenica scorsa all’età di 76 anni) – atleta di talento, ma nemmeno troppo – si mise in testa che nel salto in alto era meglio superare l’asticella con la schiena. Lui provò prima da solo e poi insieme agli allenatori, che gli sconsigliarono di continuare, eppure i risultati miglioravano.
Durante le prime gare qualche giudice pensò anche di invalidare i suoi salti, ma non c’era scritto da nessuna parte che non si potesse fare così, l’unico vincolo era lo staccare su un piede solo, e lui lo faceva. Da mediocre saltatore da 1,62 arrivò a superare il metro e ottanta e infine – padroneggiando sempre meglio la sua stessa tecnica – a qualificarsi per le Olimpiadi di Messico 1968, quelle rimaste famose per i pugni al cielo di Smith e Carlos dopo i 200 metri. E per lui.
Agli innovatori, però, serve anche fortuna: proprio in quegli anni in cui Fosbury iniziò silenziosamente la sua piccola rivoluzione, comparirono i materassi ad attutire l’impatto dall’altro lato dell’asticella. Prima si poteva scegliere tra sabbia e segatura, che andavano bene per chi cadeva di pancia e metteva avanti le mani, ma per chi cadeva di schiena no. E solo lui cadeva di schiena, facendosi male più volte. Poi per lui e gli altri saltatori arrivarono i materassi. Quel che non arrivò mai fu la cartolina per il Vietnam, evitato per una malformazione alla colonna vertebrale, quella che fletteva a modo suo a dispetto delle abitudini, non delle regole.
Fosbury nel 1967, un anno prima del trionfo ai Giochi (Keystone)
A Città del Messico Fosbury è ancora l’unico a saltare in alto così, fisicamente all’indietro e concettualmente laterale: alla fine, al terzo tentativo supera la misura di 2,24 e vince la medaglia d’oro. Lui, che gareggiando come gli altri, nemmeno sarebbe riuscito a qualificarsi per le Olimpiadi.
A rendere tutto più cinematografico, americano e poetico ci sono le sue scarpe: una bianca e una blu. Nessuna scaramanzia, né idea pubblicitaria, semplicemente erano quelle che sentiva meglio ai piedi per saltare. E quindi basta andare su YouTube e si può rivedere quest’uomo destinato ad altro (c’ha perfino la faccia, le spalle di uno destinato ad altro) che vinceva le Olimpiadi, andando più in alto di tutti facendo in realtà un passo di lato.
Il salto che diede l’oro a Fosbury a Città del Messico (Keystone)