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Il primo richiedente asilo al mondo, per motivi legati all'ambiente, è stato Ioane Teitiota. Un uomo di Kiribati, che ha chiesto di essere accolto come rifugiato in Nuova Zelanda, perché il suo piccolo atollo natale sta sprofondando nell'Oceano Pacifico. Era il 2013 e il governo di Wellington respinse nel 2014 la domanda di Ioane, rispedendolo a casa. Proprio all'inizio del 2020, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha affermato che quella decisione era sbagliata. “Chi fugge dal cambiamento climatico – dice l'Onu – non può essere messo in pericolo”.
A far scuola, in questo campo, c'è l'Italia. Se non a livello governativo, quanto meno come giurisprudenza. Due ordinanze, negli ultimi anni, hanno riconosciuto una protezione umanitaria internazionale a migranti in fuga per il clima. La prima, nel 2015, a firma del Tribunale di Bologna che accolse il ricorso di Rachid, migrante pachistano sfuggito a un'alluvione. Identico il motivo della fuga del ventenne Milon, che dal Bangladesh ha trovato asilo in Italia, due anni fa, grazie a un pronunciamento storico del Tribunale dell'Aquila.
Gilberto Mastromatteo