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ROMA - Si può morire di superlavoro? Secondo le autorità italiane senza dubbio, tanto che la Corte di Cassazione l'ha messo nero su bianco.
Non più solo un'ipotesi o un'illazione, ma una colpa riconosciuta in tribunale: dove l'azienda sanitaria di Enna è stata condannata a risarcire la famiglia di Giuseppe Ruberto, tecnico radiologo in servizio all'ospedale di Nicosia, stroncato da un infarto ad appena trent'anni. Complici turni massacranti, che «possono uccidere». Secondo i magistrati, «l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».
Dal 1991 al 1998, invece, per sopperire alle carenze d'organico l'uomo era stato costretto a tenere un media di 18.564 esami l'anno più 662 tomografie computerizzate. Inaccettabile, hanno stabilito i giudici, «riversare sui dipendenti tutto l'onere di garantire le prestazioni sanitarie ai pazienti».