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Lo studio CSS sulla salute dimostra che la pandemia di coronavirus ha gravato sulla salute di un adulto su quattro. Come si nota, sono particolarmente colpite le donne in giovane età (fino ai 30 anni), che soffrono oltre la media delle conseguenze psichiche dell’ultimo anno e mezzo. Inoltre, nei giovani adulti la pandemia ha aumentato la paura di essere stigmatizzati a causa di disturbi psichici. Colpisce che, nel bel mezzo di una campagna vaccinale, quasi il 60% degli intervistati affermi che la pandemia non ha influito sulla propria disponibilità a vaccinarsi.
Un adulto su quattro risente degli effetti della pandemia
La percentuale degli adulti che si considera sana o molto sana è scesa dal 78% nel sondaggio di marzo 2020 al 73% nello studio di giugno 2021. Un quarto degli adulti ritiene pertanto di non essere del tutto in salute oppure si considera addirittura malato. Ciò che colpisce è il cambiamento di autovalutazione nei giovani adulti. La quota di coloro che non si considerano in buona salute o addirittura si reputano malati è salita dal 16% risultante dal sondaggio del 2020 all'attuale 26%. Questo netto mutamento evidenzia come l’anno della crisi si sia tradotto, nella vita di molti giovani adulti, in un fattore dannoso per la salute. L’impatto della pandemia sulla forma fisica è stato diverso nei più giovani rispetto ai più anziani. In media, le persone di più di 60 anni sono aumentate di solo un chilo, mentre quelle di meno di 50 anni hanno preso 2,5 chili. Il maggior tempo trascorso a casa ha comportato anche un lieve aumento del consumo di alcol rispetto al periodo precrisi. Anche il consumo del tabacco è aumentato.
Le donne giovani si sentono mentalmente più vulnerabili
L’aspetto mentale ricopre un ruolo importante per la salute. Nonostante la crisi, la maggior parte della popolazione svizzera sta mentalmente bene. Il 15% afferma di sentirsi sempre in salute e il 59% giudica generalmente buono il proprio grado di benessere mentale. Resta quasi un quarto che afferma di sentirsi a livello emotivo «non particolarmente bene» o «peggio». A soffrire di disagi psicologici è il 32% delle donne e il 20% degli uomini. Oltre a questa discrepanza di genere si nota anche una differenza tra fasce d’età: ben il 38% degli intervistati tra i 18 e 35 anni ammette di sentirsi «non particolarmente bene». Preoccupante risulta la situazione delle donne in giovane età (fino ai 30 anni): la metà sostiene di sentirsi «non particolarmente bene» o addirittura peggio.
La pandemia rafforza la psiche dei forti
La pandemia non ha tuttavia avuto ripercussioni negative sulla salute mentale di tutta la popolazione; infatti le esperienze vissute negli ultimi 16 mesi hanno reso il 28% degli adulti svizzeri più resiliente di fronte alle situazioni di difficoltà. Si tratta in questo caso per lo più di persone che affermano di godere di buona salute mentale. Le persone che si considerano sane affermano più spesso di essere diventate più resilienti e di aver riscoperto la voglia di vivere. Al contrario la maggior parte di coloro che non si considerano in buona salute soffre degli effetti della pandemia: quasi la metà menziona stati d’animo depressivi e una maggiore solitudine. Ma anche l’aggravarsi dell’ansia e della disperazione si manifesta più frequentemente. L’unico effetto positivo predominante in questo gruppo è la riduzione dei livelli di stress e di pressione.
Le ripercussioni negative della pandemia sono state osservate più frequentemente nei giovani: il 38% sostiene che la pandemia ha alimentato la propria solitudine, mentre quasi un terzo afferma di soffrire di stati d’animo depressivi e, inoltre, in poco più di un quinto delle persone tra i 18 e i 35 anni si sono intensificati gli stati d’ansia. I risultati dimostrano che le persone non in salute e i giovani sono le categorie che soffrono maggiormente degli effetti della pandemia sulla psiche. Si allarga la spaccatura tra chi è mentalmente forte e chi lo è meno.
Mancanza di comprensione delle malattie e pressione dovuta alla necessità di performance
Sin dall’inizio della pandemia la salute domina il dibattito pubblico. Ciò nonostante l’impressione di imbattersi in una mancanza di comprensione riguardo a una malattia si è intensificata soprattutto tra i giovani adulti. La metà di essi ammette di aver già nascosto in passato una patologia. Con un netto scarto rispetto alle altre malattie, si ritiene vi sia scarsa comprensione verso le patologie psichiche. Questo trova spiegazione nella pressione percepita su performance e stato di salute. Oltre la metà di tutti gli intervistati e quasi tre quarti di quelli della fascia d'età tra i 18 e i 35 anni si sentono sotto pressione per dover essere sempre in salute e performanti.
Disponibilità a vaccinarsi e scetticismo nei confronti della vaccinazione
Quasi il 60% degli intervistati afferma che l’esperienza della pandemia non ha influenzato in alcun modo la propria disponibilità generale a vaccinarsi. Un quinto ora è più propenso a farsi vaccinare, mentre circa un altro quinto lo è di meno. Tra gli over 65 la disponibilità a vaccinarsi è salita, mentre soprattutto tra i giovani è scesa. In generale, i contrari alla vaccinazione anti-COVID-19 si ritengono più in salute di coloro che si sono già vaccinati o che intendono farlo a breve. Apparentemente, la percezione del proprio stato di salute contribuisce a ridurre la disponibilità a farsi vaccinare. Allo stesso modo il 78% delle persone intervistate che non intendono vaccinarsi contro la COVID-19 crede che nei dibattiti il Long Covid sia inutilmente ingigantito. I critici della vaccinazione anti-COVID-19 attribuiscono all’atteggiamento del singolo una grande influenza sulla salute e la malattia.
Qualità della vita più importante della longevità
Dallo studio emerge che quasi l’80% della popolazione intervistata pensa che sia meglio vivere di meno ma in salute anziché vivere più a lungo ma senza essere più del tutto autosufficienti. Con l’aumentare dell’età emerge tuttavia una maggiore incertezza riguardo all’alternativa preferita. Ha registrato un netto incremento la percentuale di persone che ritiene che nel settore della salute si tenda a puntare troppo su misure costose che prolungano la durata della vita, invece che sul miglioramento della qualità di vita. Oggi è di questo parere una chiara maggioranza, pari al 58%, contro il 48% rilevato a marzo 2020.
Più trasparenza e digitalizzazione
La fiducia nel sistema sanitario svizzero resta alta. Tuttavia, sorprende che sia calata rispetto ai livelli prepandemici la fiducia nella qualità del personale medico, che scende al 65% (5 punti percentuali in meno). È diminuita lievemente anche la fiducia nell’informazione e nella trasparenza, calata al 25% (5 punti percentuali in meno), nonché quella nei processi amministrativi, scesa al 14% (3 punti percentuali in meno). In particolare per quanto concerne questi ultimi, con l’aumento della digitalizzazione la maggior parte delle persone intervistate si attende miglioramenti nel settore sanitario.
La cartella informatizzata del paziente e la ricetta elettronica sono accolte positivamente da gran parte della popolazione (rispettivamente dal 76 e dal 72%). Il passaggio dalle cure stazionarie all’assistenza digitale a domicilio nonché l’analisi sistematica dei dati sanitari vengono accettati rispettivamente dal 52 e dal 45% degli intervistati.