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di Giuliano Masola. Febbraio è il mese dedicato al ricordo delle Negro Leagues, di quando a persone di colore (non solo neri) era impedito di giocare coi bianchi (ciò però non escludeva il contrario). Lunga è la carrellata di personaggi e fatti cui attingere. Nel 1996 uscì un film per la televisione, Soul of the game (oppure Field oh honour). Era la storia di tre grandi: Josh Gibson, ricevitore, Satchel Page, lanciatore e Jackie Robinson secondabase. Talenti diversi, le cui vicende sono abbastanza note a tutti coloro che amano ripercorrere la memoria, a chi trova nelle memories elementi soprattutto positivi. Fra i tre, per la sua drammaticità, emerge la vicenda di Josh Gibson “il Babe Ruth nero” (ciò era detto, al contrario, per Ruth). La sua abilità di ricevitore e la sua potenza in battuta erano inarrivabili. Nel 1933 totalizzò 59 fuoricampo in 137 partite; la sua media battuta è la più alta della Negro League (.359) ed è stato il secondo giocatore di colore a entrare nella Hall of Fame nel 1972. La targa che lo ricorda parla di oltre 800 fuoricampo lungo una carriera di 17 anni. Un grande campione, ma non certo dei più fortunati.
Nonostante la sua abilità, per il salto nelle Grandi Leghe, gli venne preferito Robinson e ciò lo mise in crisi. Nel 1947, proprio nell’anno in cui la barriera del colore veniva spezzata dal più giovane talento, Josh Gibson morì, a 36 anni non ancora compiuti, a causa di una tumore al cervello; il male gli era già stato diagnosticato nel 1943, ma aveva rifiutato l’intervento chirurgico. Secondo Larry Doby, altro talento che spezzò la “barriera” nel luglio dello stesso anno nell’American League, ebbe a dichiarare: “Una cosa che non andò giù a i giocatori di colore era il fatto che il migliore non era Jackie. Era Josh Gibson il migliore. Ciò fu la ragione per cui morì così presto: gli si spezzo il cuore”. Nato a Buena vista (Georgia), si spostò con la famiglia a Pittsburgh, in Pennsylvania, dove a16 anni cominciò a giocare come terza base e, soprattutto, riuscì a trovare un lavoro come ascensorista. A 17 anni si sposò e continuò a giocare e lavorare contemporaneamente. Il 31 luglio del 1930 debuttò con gli Homestead Grays. Undici giorni dopo, perse la moglie Helena, a causa del parto prematuro di due gemelli, cresciuti poi dai genitori di lei. Le leghe riservate alle persone di colore non si guadagnava molto; chi aveva famiglia doveva anche lavorare. Gibson non si tirò mai indietro, giocando il più possibile anche in Messico, a Portorico, Cuba e nella Repubblica Dominicana. La sua potenza in battuta è stata leggendaria; una palla da lui spedita fuori allo Yankee Stadium concluse il suo volo a 180 metri dal piatto. Un’altra storia fa parte della sua leggenda. Una sera, a Pittsburgh, alla fine del nono inning, sotto di un punto e con un corridore in seconda, Gibson spedì la palla tanto lontano da perdersi nel crepuscolo; apparentemente la partita era vinta. Il giorno dopo, a Washington, le due squadre si ritrovarono. Come entrambe le squadre ebbero trovato posizione in campo però, mentre era in battuta, una palla volò dal cielo e un esterno di Washington l’afferrò. “Sei out! ‒gridò l’arbitro ‒ questa è la palla battuta ieri a Pittsburgh!”. Il baseball è anche questo: ciò che sembra il più lungo dei fuoricampo può essere preso al volo, in barba a ogni regola. Leggende e memorie si intrecciano. Non importa che tutto sia esatto e provato; la memoria è qualcosa di personale, che ci lega a un momento, a una azione, a una particolare situazione. Man mano che passa il tempo, ogni episodio cui siamo stati partecipi si arricchisce di particolari nuovi, tutti da provare ovviamente, per mostrare che c’eravamo davvero. Josh Gibson ha lasciato una grande eredità, anche se apparentemente tanto lontano da noi; una fondazione caritativa lo ricorda. Non è facile per noi comprendere come poteva essere la vita di un giocatore delle Negro Leagues negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso; nessun albergo lussuoso, anzi il problema era di trovare un motel disposto all’accoglienza. Ciò che vediamo nei film è solo un frammento di una realtà dura, di una situazione non ancora completamente risolta, nonostante gli sforzi per riuscirci. La MLB può avere molti difetti, ma senza dubbio insiste nella sua volontà di apertura e coinvolgimento globale. Certo, non si fa nulla per nulla, ma chi conosce anche poco la società “di la dall’acqua” riesce ad afferrarne il significato. Qui da noi abbiamo avuto diversi esempi di “giganti buoni”, da Cotton a Roman, per citare solo un paio di nomi. Non c’è nessun campo intitolato a loro, ma le loro personalità e imprese continuano a rivivere nel cuore di tanti. Potenza, abilità e simpatia riescono a vincere la mediocrità e la stupidità. In quest’inverno che sa di primavera, portiamoci nel cuore qualche buon esempio. Credo che ognuno abbia voglia di uscire, di stare all’aperto, nonostante i tanti problemi, per stare insieme, per giocare insieme. Se facciamo attenzione, può darsi che una palla piova dal cielo; se siamo bravi e fortunati la possiamo cogliere al volo e rilanciarla verso un futuro migliore, con gli auguri di Josh.
Giuliano Masola
23 febbraio 2020