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Mercoledi, 23 Gennaio 2013
Vals, le terme, un grande pianoforte, il contrasto tra il freddo e i volti degli ospiti esposti al sole. Quella sera nella hall blu notai degli occhi che nella penombra non smettevano di seguire le mie mani. Uno sguardo intelligente, con incastonato nell'iride lo stesso colore del cielo che alberga tra queste montagne. Così conobbi Conrad. Era in compagnia di una donna, e i suoi modi gentili ne amplificavano i lineamenti e il fare distinto. Nessuno dei due indossava abiti eleganti, sembravano entrambi appena fuggiti dall'ufficio, ma esibivano in maniera disinvolta una certa classe: un jeans portato come si indossa un foulard di seta avuto in dono da un sultano. Alla fine del concerto, senza aver scambiato una sola parola, eravamo amici.
"Domani ti porto le mie due fisarmoniche, vorrei un tuo parere", così mi disse, con lo stesso bagliore di gloria che hanno certi padri quando raccontano dei figli.
"Verrò io a trovarti", risposi: "due fisarmoniche sono pesanti da portare così in alto".
Cos'è la passione? Me lo chiedevo lì a Castrisch, mentre mi mostrava fiero i suoi figli a mantice, libri introvabili, vinili, il mondo della fisarmonica racchiuso in uno scrigno privato. Era un geologo di indiscusso talento, e dove c'era stata un’opera importante in quel territorio c'era passata sopra la sua mano. Di ritorno, in direzione dell'hotel, mi parve di essere dentro un documentario: mi narrava la storia di ogni pietra, mi svelava dove conduceva ogni sentiero, come a volermi consegnare le chiavi e i segreti dell'intera regione. Da quella bella giornata insieme passarono dei mesi. Quel martedì primo marzo lo aspettai durante tutto il concerto. A Berna non giunse mai. Pensai: "Il solito impegno improvviso, classico affrancamento da libero professionista". Un pizzico di stupida collera mi prese la mano. Nei giorni che seguirono non lo chiamai. Avevamo della musica da scambiare, oltre al piacere di rivedersi, e lui non si era presentato, non aveva avvisato. Qualche settimana dopo seppi da una nipote che il cuore proprio quel giorno aveva deciso di smettere di accompagnarlo, proprio tra le braccia della madre con la quale divideva la casa delle fisarmoniche.
E adesso qualcosa mi attendeva a Castrisch, oltre al mio senso di colpa, di stupidità, di dolore per non aver cercato un'attenuante, un motivo anche piccolo: perché tutto sarebbe stato meglio di quell'epilogo. Qualcosa mi stava aspettando. Il viaggio verso la sua casa fu lungo e triste, sapevo che non l'avrei trovato. Fuori dal treno scorgevo le rocce, fratelli e sorelle di quelle a cui lui mi aveva presentato, e che adesso mi lasciavano passare indisturbato.
Ricordo il silenzio di Castrisch, la calma dei muri, delle foto sopra i pensili che raccontano i tempi buoni. Ricordo me, seppellito nella sua poltrona, in compagnia di una madre e del suo dolore, senza troppe parole da aggiungere, con la certezza di non poter lenire un palmo di dolore.
Le facce dei barman sono carte topografiche. Custodiscono chilometri di boria e miglia di solitudini, e la sfrontatezza di quei vecchi danarosi che si accompagnano a donne troppo giovani, e delle anime in ebrezza che frugano nel sostrato di un bicchiere, al crepuscolo perenne del bar. Non esiste compagnia, solo compassione. Attraverso il bagliore delle bottiglie: whisky, brandy, rum, cognac e acquavite, filtravo la visione della fisarmonica, in mezzo a questo sporco, in mezzo a questo umano, non cercavo le parole di nessuno. La fisarmonica stava lì, inerte, a luccicare come un astro, lì, nella stessa sala dove quell'amicizia era cominciata. Dono e ricordo di un amico scomparso, aveva vissuto quella sera attraverso le mia dita. Pesante come una roccia, ora il mantice si apriva a librarsi fuori nella notte, tra quelle montagne e lande addormentate.
"Scusate, voi non la vedete?"
"Qualcos'altro da bere? il bar chiude".
"No, grazie…Spenga tutto".