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Il privato e il pubblico, la storia dei piccoli come riflesso di quella con la maiuscola.
Dalla rivelazione di Platform in avanti il cinema del Leone d'oro veneziano si e' sempre costruito su questo principio. Mai, forse, così radicalmente come in questo docufiction che raramente ha giustificato come qui la sua definizione, 24 City. Dove la trasformazione di una fabbrica di armamenti che aveva fatto vivere un'intera regione durante generazioni viene abbattuta, per costruirvi un complesso di grattacieli. E dove, in esatto parallelo, la Cina della rivoluzione culturale si è trasformata in quella della globalizzazione.
Jia Zhangke traduce questo itinerario incrociato con una intuizione espressiva assolutamente originale. La fa raccontare dagli ex operai della fabbrica. Ma non solo. Il seguito delle interviste, ognuno di quei tranci di vita personale e di riflessi sociali sono in parte autentici. Altri sono invece ricreati, utilizzando attori professionisti: alcuni, come la Joan Chen di Lust, Caution di Ang Lee riconoscibili anche da noi.
Realtà e fantasia, documento e finzione; la storia dalle mille facce di quel paese immenso e contraddittorio è allora avvicinata alla verità utilizzando le medesime contraddizioni, ma inserendole nel linguaggio.