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A Messico i governi degli Stati donatori e degli Stati beneficiari dell’aiuto si incontrano con tutti i più importanti attori della cooperazione allo sviluppo in una conferenza Multistakeholder. A questa conferenza i paesi donatori dell’OCSE desidererebbero profilarsi come gli artefici effettivi di un’agenda post-2015.
Ancor prima che i contenuti dell’Agenda post-2015 dell’ONU siano argomentati e fissati ci si deve porre la domanda di chi un giorno condurrà e sorveglierà la realizzazione degli obiettivi. E secondo quali principi? Questo discorso è di un "Partenariato Globale" nella quale tutti i più importanti attori dello sviluppo si spartiscono la responsabilità per il finanziamento e la realizzazione. Con ciò si intende che d’ora in avanti i governi ed i parlamenti dei paesi industrializzati, dei paesi emergenti e dei paesi in via di sviluppo, le organizzazioni internazionali, le banche di sviluppo e le fondazioni, i portavoce della scienza, la società civile ed il settore privato risolvono insieme le crisi globali incombenti alleggerendo il compito dei tradizionali donatori degli stati industrializzati.
Promesse attrattive, doppi standard
L’idea di una responsabilità comune condivisa suona meglio di quanto possa sembrare. La "Global Partnership for Effective Development Cooperation" presenterà alla conferenza ministeriale in Messico un progetto di ciò che s'intende con responsabilità condivisa. Tuttavia ci sono ancora molti scogli da superare. In un processo decennale, caratterizzato dalle conferenze di Parigi, Accra e Busan, i tradizionali paesi donatori dell’OCSE e quelli beneficiari si sono certamente impegnati con i principi della cooperazione. Questi principi garantiscono ai paesi in via di sviluppo, perlomeno sulla carta, la direzione nella progettazione dei programmi per lo sviluppo. In contemporanea a ciò la società civile internazionale si procurò con i principi di Istambul una struttura per il rafforzamento di condizioni internazionali giuste e favorevoli allo sviluppo. Rientrano nelle tematiche centrali del lavoro per lo sviluppo i diritti umani e la giustizia sociale, la protezione dell’ambiente e la partecipazione democratica. Alla conferenza di Busan del 2011, considerati i nuovi equilibri internazionali di potere, vennero invitati anche gli stati BRICS e attori finanziariamente solidi dell’economia privata. Sia agli stati BRICS che agli attori dell’economia privata venne garantita una piena partecipazione senza impegno.
Tutto ciò con il dubbioso risultato che ora valgano standard doppi <<che permettono a tutti gli attori, secondo le loro possibilità, di giocare di volta in volta il loro specifico ruolo>>. Le imprese hanno evidentemente riconosciuto che per il proprio interesse devono collaborare per una soluzione alle crisi globali. Ciò non cambia nulla al fatto che i gruppi industriali devono ancora principalmente orientarsi alle rendite. La facoltativa partecipazione dell’economia offre ai donatori statali il gradito pretesto di nascondersi dietro agli impegni presi. La trasparenza, il sistematico coinvolgimento dei paesi beneficiari e delle loro istituzioni così come la partecipazione dei beneficiari e di coloro direttamente coinvolti rischiano di rimanere al palo.
Il grande dilemma
In linea di massima le ONG internazionali, vale a dire anche Alliance Sud, approvano gli sforzi di stabilire nell’Agenda post-2015 i principi elaborati insieme per l’efficacia dello sviluppo. Allo stesso tempo temono che la <<Global Partnership>> sancirà rapporti inopportuni. Per evitare che ciò avvenga il settore privato e le banche di sviluppo dovrebbero venir obbligati ai medesimi procedimenti della responsabilità comune, alla trasparenza e al rinforzo sia delle istituzioni locali così come anche dei processi di cooperazione democratica. Questo sotto la direzione dei governi che a livello internazionale sono responsabili per l’attuazione dei diritti umani e dei diritti ambientali.
In seguito alla conferenza di Busan del 2011 il segretariato della <<Global Partnership>> viene finanziato dall’OCSE e dall’ONU insieme. Finora il segretariato non ha fornito nessuno sforzo plausibile. Il primo rapporto di progresso sulla realizzazione dei principi di efficacia sarà disponibile solo a metà marzo, un mese prima della conferenza. Si lotta sempre ancora per le rappresentanze nella commissione dirigenziale, ad esempio per un secondo seggio per la società civile che, in occasione all’allargamento a 24 membri, dovrebbe venir assegnato ad un rappresentante sindacalista. Anche i gruppi di lavoro per lo sviluppo ed il rilevamento dei principi ed indicatori comuni non si muovono di un dito. Solo il cosiddetto <<New Deal>> è riuscito a concepire solidi indicatori per una futura agenda. Esso è un piano che permette di applicare i principi di efficacia per la promozione della pace ed il rafforzamento istituzionale degli stati fragili.
I governi intanto si fanno grandi promettendo soldi alla società civile per il consolidamento della partecipazione democratica nelle questioni di sviluppo locali. Le trattative con il settore privato rimangono confidenziali. Così rimane pur sempre ancora aperto se in Messico, riguardo alla tematica del settore privato, le ONG vengano ammesse al podio dell’oratore. Matt Simonds, un osservatore accreditato della Confederazione sindacale internazionale (ITUC), fa il punto della situazione precisando perché vi sia il rischio che il treno deragli: "Ancora una volta il coinvolgimento della società civile offusca la realtà. Non è ancora chiaro per quale motivo noi combattiamo per ottenere un secondo seggio nella Steering Board. Ogniqualvolta che presentiamo le nostre idee e i nostri concetti veniamo bloccati. Tutte le nostre iniziative per un impegno del settore privato nei confronti dei diritti umani, dei diritti sul lavoro e dei diritti ambientali oppure per un suo contributo alla riduzione della povertà sono gentilmente ascoltate e successivamente ignorate".
I paesi in via di sviluppo del G77 sono poco entusiasti che a questa partnership con disparità interne venga affidata la gestione dell’Agenda post-2015. Essi, piuttosto, vedono adatto a questo ruolo il Development Cooperation Forum dell’ONU (DCF). Diversamente dal <<Global Partnership>>, che venne creato dal Comitato di aiuto allo sviluppo dei paesi dell’OCSE, il DCF garantirebbe un più equo pareggio degli interessi tra gli Stati. Se in seguito alla conferenza sarà presentato come unico risultato un semplice e debole comunicato (come si lascia presumere), allora non si sgretolerà solo un pilastro, bensì le intere fondamenta di una futura Agenda di sviluppo post-2015.
Partenariati pubblico-privato – un modello innovativo per la risoluzione delle crisi globali?
Nelle trattative per l’Agenda post-2015 si presentano in qualità di attori efficienti e non burocratici della cooperazione allo sviluppo gruppi industriali mondiali finanziariamente solidi. Questo rallegra sempre più quei governi riluttanti alla cooperazione che si nascondono volentieri dietro i Forum Multistakeholder. I governi, considerato lo scarso ammontare delle casse dello Stato, lasciano volentieri la responsabilità per la risoluzione delle crisi globali al settore privato.
La legittimità e l’efficacia di questa cooperazione tra governi, organizzazioni dell’Onu e l’economia privata viene fortemente discussa poiché i gruppi industriali transnazionali hanno provocato molte crisi alle quali promettono di porre fine.
Un recente studio del Global Policy Forum, di Brot für die Welt e di Misereor analizza l’influsso che le imprese transnazionali hanno sulla creazione di linee guida internazionali. Lo studio giunge alla conclusione che i gruppi industriali con investimenti diretti non trasparenti, invece di fornire un contributo ai beni pubblici, minano sempre più la partecipazione democratica.
Traduzione Christian Arnold
(pubblicato su Il Grigione Italiano, 10 aprile 2014)