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È trascorso soltanto mezzo secolo, ma sembra quasi un’altra era geologica. I meno giovani ricorderanno infatti che sul finire degli anni Sessanta, per indicare ed evidenziare il vuoto che soprattutto in quel periodo -si era in piena guerra fredda e in un’epoca di forti contrapposizioni ideologiche- separava la realtà e la sua rappresentazione (la “Svizzera reale” e la “Svizzera ufficiale”), uno scrittore e polemista del calibro di Peter Bichsel aveva ironicamente affermato che in sostanza ci sono sempre state due Svizzere: la “Svizzera degli svizzeri” e la “Svizzera dei non svizzeri”, che della Svizzera vedevano soltanto le luci o al peggio i chiaroscuri, ma non le ombre e la “strettezza” tematizzata in quello stesso periodo da Paul Nizon, un altro scrittore molto critico nei confronti del proprio paese.
L’affermazione, chiaramente provocatoria e svolta sul filo del paradosso, ha tuttavia un fondo di verità che riguarda anche la letteratura, in particolare quella prodotta dalla maggioranza linguistica germanofona. Secondo le storie ufficiali, poi cristallizzatesi in un canone largamente e acriticamente condiviso, la letteratura svizzera di lingua tedesca è iniziata nei primi decenni del diciottesimo secolo con la pubblicazione del poema “Le Alpi” dell’aristocratico bernese Albrecht von Haller, che ha esercitato una profonda influenza sul Rousseau della “Nuova Eloisa” e in seguito sul romanticismo, con la sua idealizzazione della Svizzera quale paese di pastorelli felici e al riparo dalle tempeste e burrasche della politica europea.
Così (erroneamente) considerato, Haller sarebbe il capostipite di una tradizione che nel secolo successivo è poi entrata nelle lettere tedesche e nella corrente europea del realismo grazie alla cosiddetta “triade” costituita dal bernese Jeremias Gotthelf e dagli zurighesi Gottfried Keller e Conrad Ferdinand Meyer. Ma la verità è un’altra, di segno profondamente diverso.
La letteratura svizzera tedesca inizia in realtà un secolo e mezzo prima di Haller con l’autobiografia del vallesano Thomas Platter. Ma non solo, ed è questo l’aspetto più importante e per molti versi dirimente: la letteratura in Svizzera non comincia con un’opera che idealizza la montagna e per estensione la natura quale luogo paradisiaco, al riparo dalle contraddizioni della vita e della storia, ma piuttosto con un’opera nella quale il movimento è dalla montagna alla città, dalla natura alla cultura (nel senso della parola tedesca “Kultur”, “civiltà”), all’insegna di un inurbamento, di una dialettica e di una latente conflittualità che poi diventeranno abbastanza tipici per la Svizzera di lingua tedesca, sia in ambito sociale che letterario: la “Svizzera dello svizzero”, insomma, non la “Svizzera del non svizzero”.
Questa dialettica permette di inquadrare l’intera storia della letteratura svizzera tedesca all’interno di una nuova prospettiva. Nel caso specifico dell’Ottocento, ad esempio, si è soliti parlare della “triade” Gotthelf-Keller-Meyer quali maestri del realismo, il che non è privo di un fondo di verità, ma si sorvola sul fatto che la loro opera letteraria nasce da precise circostanze storiche (le rivoluzioni del 1830-31 e del 1848 nel caso di Gotthelf e Keller, la guerra franco-prussiana del 1870-71 nel caso di Meyer) e si configura quale rilettura e reinvenzione della realtà storico-politica, col preciso scopo di sottolinearne le dinamiche sotterranee e i conflitti irrisolti.
E’ un discorso che vale anche per un romanzo come “Il Nero Schumacher” dello zughese Joseph Spillmann, un autore che all’epoca, esattamente come Gotthelf, venne un po’ sbrigativamente derubricato quale “scrittore popolare” (i suoi quattordici romanzi e i suoi racconti erano conosciutissimi e raggiungevano altissime tirature, come i libri di Gotthelf in Germania) e la cui opera narrativa continua ad essere inspiegabilmente negletta o comunque sottovalutata dalle storie letterarie. Non bisogna invece trascurare che precisamente un secolo fa, nel 1923, le sue opere risultavano tradotte in ben quattordici lingue, per un totale di circa un milione di copie vendute in tutto il mondo.
Nato a Zugo nel 1842 e morto in Lussemburgo nel 1905, Joseph Spillmann fu sacerdote cattolico e un autore estremamente prolifico. Oltre a “Il Nero Schumacher” e altri romanzi che all’epoca, come detto, ebbero enorme successo, è autore di molti libri per l’infanzia (tradotti anche in italiano, ma ormai da tempo fuori catalogo), di volumi illustrati sui vari continenti e di un fondamentale studio sulla persecuzione dei cattolici in Inghilterra nel sedicesimo secolo. Il suo stile, soprattutto nei romanzi di ambientazione storica, risente molto dell’influsso di autori come Scott e Dickens, che aveva scoperto durante un soggiorno in Inghilterra poco prima dell’ordinazione sacerdotale.
Un romanzo come “Il Nero Schumacher” (1903), in particolare, che è l’opera più riuscita e artisticamente risolta di Spillmann, merita di essere accostato a taluni esiti della narrativa di Gotthelf e Keller -viene da pensare a romanzi come “Lo specchio dei contadini” e “Martin Salander”, ma nel caso di Keller anche ai cicli narrativi “La Gente di Seldwyla” e “Novelle zurighesi”- e soprattutto a un modello di reinvenzione narrativa del materiale storico come “Jürg Jenatsch” di Conrad Ferdinand Meyer. Accanto alla triade Gotthelf-Keller-Meyer sarebbe insomma necessario riservare un posto anche a Spillmann. Magari non a tutta la sua opera, oggettivamente diseguale, ma senza alcun dubbio allo Spillmann di questo avvincente e attualissimo romanzo.
“Il Nero Schumacher”, nel quale si avverte chiaramente l’influsso di Walter Scott (in particolare di romanzi come “Ivanhoe” e “Waverley”), è infatti il tipico “romanzo ben scritto”: un’opera narrativamente molto strutturata, con personaggi ben delineati e uno svolgimento della trama che trascina il lettore in un susseguirsi quasi picaresco di eventi, situazioni e ribaltamenti di prospettiva. La base è fornita dal materiale storico, al quale Spillmann attinge fedelmente, ma concedendosi anche taluni aggiustamenti e forzature. Sembrerà forse un paradosso, ma il fascino del romanzo consiste proprio in questi aggiustamenti, in queste forzature che rimodellano il materiale storico e reinventano la realtà, conferendo agli eventi narrati una connotazione paradigmatica e molto spesso un’evidente spicco simbolico.
Spillmann si rivela insomma grande narratore e visionario “malgré lui”, vale a dire malgrado gli aggiustamenti e le forzature, e soprattutto malgrado un chiarissimo intento pedagogico che in definitiva nega se stesso, perché la storia che dovrebbe essere “maestra di vita” -e che Spillmann come tale interpreta e reinventa- si rivela un groviglio inestricabile di interessi contrapposti e di errori che tendono fatalmente a ripetersi.
I grandi scrittori sono spesso i peggiori giudici della propria opera. Anche Spilmann, che in questo si rivela obliquamente un grande scrittore, ha fornito un giudizio sbagliato a proposito de “Il Nero Schumacher”, facendo precedere il romanzo da una nota introduttiva nella quale ha fornito tra l’altro questa spiegazione metodologica, se così la si può definire: «Il narratore si è scostato dalla verità storica solo per quanto concerne alcuni aspetti marginali. Il compito che si è posto, infatti, è stato non già di inventare una trama di fantasia, ma piuttosto di presentare i personaggi della vicenda nel modo più veritiero possibile, inserendoli nel quadro e nell’atmosfera della loro epoca e mostrando come vissero, pensarono, agirono, sbagliarono ed espiarono».
Il che è vero, beninteso, ma solo in parte, perché la bellezza e il fascino di questo romanzo consistono proprio nel fatto che la realtà storica (le tutt’altro che remote ombre della battaglia di Arbedo e le violente dispute nel Cantone di Zugo tra i moderati filofrancesi, rappresentati principalmente dalla nobile famiglia Zurlauben, e i cosiddetti “Duri”, i progressisti capitanati da Joseph Anton Schumacher, nei primi decenni del diciottesimo secolo) si sfrangia nella proiezione immaginativa, mentre l’irrisolta dialettica politica sfocia nell’eterno ritorno del settarismo e del fanatismo, in una specie di enorme garbuglio dove tutti hanno ragione ma anche torto (e viceversa), dove i due antagonisti Fidel Zurlauben e il “Nero” Schumacher, ribattezzato “il dittatore di Zugo”, rappresentano le differenti screziature e venature della medesima superficie, come in ogni autentica tragedia.
Il tutto, peraltro, sullo sfondo di una Zugo settecentesca in parte stilizzata ma anche restituita in pagine di grande impatto visivo, che ne fanno uno specchio nel quale si possono individuare i tratti sostanziali di contraddizioni e incongruenze che in Svizzera e altrove, allora come oggi, sono ben lungi dall’aver trovato una plausibile e definitiva soluzione, forse perché affondano nell’irredento e irredimibile cuore di tenebra dell’animale uomo. Una città, la Zugo di Spillmann, che avrebbe davvero tutti i crismi per essere inserita in un ideale atlante letterario elvetico, insieme all’Emmental reinventato da Gotthelf, alla Seldwyla di Keller, alla Güllen di Dürrenmatt e alla Barbarswila/Rapperswil di Gerold Späth, solo per citare alcuni esempi.
La nota introduttiva di Spillmann si chiude con queste parole, che sembrano quasi “istruzioni per l’uso”: «Malgrado la sua durezza, e a dispetto delle misure che Joseph Anton Schumacher adottò, lasciandosi trascinare dalla passione politica, impareremo a rispettarlo e ad amarlo: gli errori che ha commesso nella furia della disputa furono infatti espiati in virtù di un autentico eroismo cristiano». Chiunque voglia accostarsi a questo gioiello nascosto della letteratura svizzera tedesca (è disponibile anche in versione italiana, curato da Francesco Cerea e pubblicato da Mimesis) giungerà probabilmente a una conclusione di segno quasi opposto. “Espiazione”? “Eroismo cristiano”? Sì, no, ma, forse… La questione, tre secoli dopo, rimane aperta. Ed è precisamente questa la grandezza di Joseph Spillmann, visionario e attualissimo “malgré lui”.