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Quando, quel terribile 10 giugno 1981, Alfredino cadde nel pozzo, il tipografo d’origine sarda Angelo Licheri, minuto e magro, tentò, forte della sua corporatura e soprattutto del suo coraggio, di salvare il bambino: si calò nel pozzo per 60 i metri di profondità, poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno.
Angelo riuscì ad avvicinarsi ad Alfredino, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si aprì; tentò allora di prenderlo per le braccia, ma il bambino scivolò ancora più in profondità. Per di più, nel tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione, ma dovette tornare in superficie senza il bambino.
Licheri fu l’unico ad essere riuscito a parlare ad Alfredino. Raccontò di avergli promesso di portarlo in vacanza in Sardegna, e di avergli raccomandato di essere forte. Quando tornò in superficie accusò un malore, non solo per la straordinaria resistenza che si era imposto, ma per il dramma di non esserci riuscito, per così poco. “Per anni”, raccontò in seguito “sognai la morte che veniva a prenderlo”.
Licheri, che si è spento oggi, a 77 anni, era ricoverato in una clinica a Nettuno, vicino a Roma. Originario di Gavoi, in Sardegna, si recò da volontario a Vermicino dopo avere appreso della tragedia. La moglie lo vide esercitarsi in un armadio e comprese la grande impresa che stava per compiere: la tragicità del triste evento non cancellerà il suo cuore immenso.