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ROMA - La decisione della comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, di entrare nel porto di Lampedusa il 2 luglio dell’anno scorso - ignorando il divieto imposto dall’allora ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e forzando il blocco navale della Guardia di Finanza - è stata presa nel rispetto delle disposizioni sul salvataggio in mare ed è quindi «giustificata».
A spiegarlo è la Corte di Cassazione che ha reso note le motivazioni con cui lo scorso 17 gennaio ha respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro l'ordinanza che ha rimesso in libertà la comandante, dando ragione alla giudice per le indagini preliminari Alessandra Vella che non aveva convalidato l’arresto.
Secondo la Suprema Corte, «l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro».
La gip aveva a suo tempo derubricato il reato di resistenza e violenza a nave da guerra. Quest’ultima natura - riferiscono i media italiani - è stata ora legittimamente esclusa in quanto al comando della motovedetta che bloccava l’accesso al porto non c’era un ufficiale della Marina Militare ma un maresciallo delle Fiamme Gialle.