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Una sorta di ultimatum a fazioni libiche e potenze straniere per stringere i negoziati e trovare una soluzione alla crisi libica entro ottobre. È questa la lettura, secondo diversi esperti e analisti, dell'annuncio del premier libico Fayez al-Sarraj - arrivato a sorpresa - di voler lasciare entro fine ottobre.
Si tratterebbe di una mossa per accelerare le trattative in vista di un nuovo esecutivo già il mese prossimo, e prima delle elezioni americane.
Ponendo fine a una crisi che dal 2011 ha bruciato una pletora di date limite, sempre solo apparentemente risolutive. Non a caso - si osserva - è arrivata la notizia della convocazione, per il 5 ottobre prossimo, di un vertice internazionale sulla Libia, una sorta di conferenza di Berlino 2. Una riunione virtuale - preannunciata dalla Dpa - con Onu, Germania e le cancelliere di tutti gli attori coinvolti nel dossier, tra cui l'Italia.
Sarraj, in un discorso in tv, ha dichiarato il proprio desiderio di "cedere" le proprie "responsabilità al prossimo esecutivo non più tardi della fine di ottobre". Nell'esprimere più un auspicio che una certezza, il capo dell'attuale governo di unità nazionale, di fatto limitato alla sola Tripolitania, ha auspicato che "la commissione per il dialogo finisca il suo lavoro e scelga un consiglio presidenziale e il primo ministro".
Il riferimento di Sarraj è alle "raccomandazioni preliminari e promettenti" venute dai negoziati svoltisi tra il 6 e il 10 settembre in maniera semi-parallela su tavoli a Montreux (VD) e Bouznika in Marocco. Implicitamente si tratta soprattutto di una riunione virtuale sulla Libia che, come trapelato, Nazioni Unite e Germania pianificano per il 5 ottobre, replicando il formato della conferenza di Berlino del gennaio scorso.
Pochi giorni dunque, ma i lavori sembrano già a buon punto, dato che in ambienti informati girano nomi di ministri, con una casella mobile di rilievo come quella del premier, Moein Kikhia, che sarebbe però sgradito agli Usa. Mentre appare più solida, sempre secondo indiscrezioni, la posizione del presidente del tripartito Consiglio presidenziale, Hussein Kanna.
La lista denota un tentativo di ricomposizione della lotta di potere che si è consumata a Tripoli, sia internamente sia nei 15 mesi di assedio vanamente tentato fino a giugno dall'uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar.
Primo vicepremier e riconfermato ministro dell'Interno potrebbe essere Fathi Bashagha, sospeso per cinque giorni il mese scorso, e poi reintegrato, dal Consiglio presidenziale guidato da Sarraj per aver criticato la mano pesante delle milizie fuori dal suo controllo nel reprimere proteste di piazza e denunciato una diffusa corruzione.
Quale ministro della Difesa viene dato per probabile Abdullah Al-Thinni (o al Thini), dimessosi questa settimana da premier del governo 'parallelo' della Cirenaica non-riconosciuto dall'Onu.
Sulle dimissioni 'tattiche' di Sarraj, diventato premier nel marzo 2016 dopo i 18 mesi di negoziati che nel dicembre dell'anno prima aveva prodotto l'accordo di Skhirat, pesa l'incognita dell'accordo ancora da annunciare sulla composizione dell'esecutivo, che dovrebbe rispecchiare le almeno tre anime della Libia costituite dalle regioni Tripolitania (ovest), Cirenaica (est) e Fezzan (sud).
E perché la sua partenza non sia al buio, i negoziati dovranno tener conto anche delle rivalità e ambizioni geopolitiche fra l'altro di Turchia, Egitto, Emirati, Russia; della ripartizione delle vitali risorse petrolifere attualmente ancora in gran parte in mano ad Haftar e della riottosità delle milizie di Tripoli e Misurata, su cui mettono in guardia gli analisti.