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Infuria la diatriba sul disegno intelligente o Intelligent Design (abbreviato con ID).
Secondo questa discussa teoria, la vita e l’universo in generale presentano un tale grado di perfezione e di armonia da rendere necessario, o comunque ragionevole, postulare l’esistenza di una intelligenza divina. L’esempio classico è: se trovate un orologio sulla spiaggia, non ritenete forse ragionevole l’esistenza di un orologiaio?
Purtroppo non è chiaro come il grande orologiaio attui il suo disegno intelligente. Se attraverso l’evoluzione o intervenendo in maniera più diretta. Nel primo caso la teoria non sarebbe del tutto incompatibile con l’evoluzionismo darwiniano, nel secondo caso sì.
Numerose sono le obiezioni alla teoria del disegno intelligente: l’orologio è un artefatto che sappiamo essere prodotto dall’uomo, gli animali no; non è detto che il mondo sia un oggetto perfetto come l’ipotetico orologio dell’esempio (l’orologiaio è un po’ pasticcione, oltre che molto lento); la presenza di un ordine nell’universo costituisce al massimo un indizio, non una dimostrazione di un agente ordinatore; non si capisce bene se essa riguardi la scienza, l’epistemologia o la teologia (ho già scritto sull’utilità di ogni dimostrazione di Dio); la ID non sembra essere in grado di formulare previsioni osservabili.
Un qualsiasi testo di filosofia della scienza può aiutare a dirimere la questione e ad inquadrarla nel giusto contesto. Ma le discussioni non riguardano sono la legittimità scientifica. Vi è un altro aspetto legato all’Intelligent Design che non è infatti riducibile all’epistemologia: l’insegnamento.
Negli Stati Uniti sono numerosi i sostenitori di questa teoria che si battono perché essa venga insegnata nelle scuole pubbliche.
Branden Fitelson ha studiato la questione in un interessante articolo (in inglese) dedicato all’ID. La sua conclusione è che, anche se l’ID venisse riconosciuta come scientificamente valida e più completa dell’evoluzionismo darwiniano (cosa che non è, come viene efficacemente argomentato nelle prime pagine del suo articolo), non per questo dovrebbe necessariamente venire insegnata nelle ore di scienza: nel programmi di scienza delle scuole superiori è presente Newton e non Einstein, nonostante la relatività sia una teoria scientificamente valida e abbia superato per completezza e affidabilità le leggi newtoniane del moto.
Sarebbe invece auspicabile un suo inserimento nei corsi di filosofia, se questa materia venisse insegnata nelle scuole superiori (ovviamente ci si riferisce agli Stati Uniti), al fine di sviluppare il pensiero critico degli studenti.
La prospettiva è interessante e indubbiamente condivisibile. Vi è tuttavia un assunto di fondo che, invece, non è del tutto condivisibile: la contrapposizione tra l’insegnamento delle materie scientifiche come apprendimento fedele di un insieme di conoscenze chiuso e completo contrapposto all’insegnamento della filosofia, aperto e critico.
Non si capisce se questo assunto sia una critica alla filosofia, manchevole di un insieme solido di conoscenze, o alla scienza, sapere acritico. In ogni caso è una prospettiva limitata, sia per la scienza che per la filosofia.
Non è inoltre chiaro a chi spetti il compito di stabilire i programmi scolastici. La scuola ha il compito di formare i cittadini, fornendo gli strumenti intellettuali e le conoscenze indispensabili.
Come decidere quali sono queste conoscenze? Si tratta di uno degli aspetti fondanti della democrazia, e chiaramente simili questioni non possono essere stabilite in base al principio di maggioranza. Ma allora come?