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Il sì svizzero alla libera circolazione delle persone, apre nuove prospettive per Berna. Giovedì a Bruxelles è stata rilanciata l'idea di concludere un accordo quadro tra Svizzera e Unione europea. Al centro dei colloqui anche il nodo fiscale.
Nel ricevere giovedì a Bruxelles la consigliera federale Micheline Calmy-Rey, la commissaria europea responsabile delle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner ha rilanciato l'ipotesi di lavoro di concludere con la Svizzera un accordo quadro.
Dopo essersi congrutalata con la sua omologa elvetica per l'esito della votazione dell'8 febbraio, la commmissaria ha dichiarato che "ora occorre pensare all'avvenire". Un avvenire che sarà sempre collocato sotto il segno del bilateralismo.
Se da un lato Berna e Bruxelles hanno già avviato dei negoziati settoriali in diversi campi (elettricità, libero scambio agricolo, ecc.), d'altro lato Micheline Calmy-Rey e Benita Ferrero-Waldner hanno annunciato l'avvio di discussioni per esplorare la conclusione eventuale di un accordo quadro tra l'UE e la Svizzera.
Bruxelles non poteva, inoltre, non ritornare sulla questione fiscale, chiedendo parità di trattamento con Washington, dopo la trasmissione di dati bancari agli Stati Uniti da parte di UBS.
Una procedura delicata
L'accordo quadro in questione, di cui si parla dal 2001, dovrebbe permettere di mettere un po' d'ordine nella miriade di accordi bilaterali (circa 120) che uniscono le due parti, in modo tali da renderli più sicuri. Berna vuole evitare qualsiasi forma di irrigidimento con una "clausola ghigliottina".
L'accordo permetterebbe inoltre di instaurare un meccanismo che consenta agli accordi di adattarsi più facilmente a evoluzioni e cambiamenti della legislazione e della giurisprudenza europea. I 27 paesi dell'Unione, infatti, non intendono più fabbricare degli accordi su misura per la Svizzera.
"Questa procedura - ha dichiarato Micheline Calmy-Rey - sarà delicata e complessa da immaginare, poiché la Svizzera vuole preservare la propria autonomia legislativa". Benita Ferrero-Waldner ha immediatamente rassicurato. "La procedura degli adattamenti normativi non sarà automatica, poiché non vogliamo inficiare la sovranità elvetica".
"Il clima tra Svizzera e Unione Europea - ha evidenziato la consigliera federale - è eccellente". Eppure dopo l'8 febbraio qualcosa è cambiato: sono infatti riemersi due dossier avvelenati: quelli legati alla fiscalità cantonale e al segreto bancario.
Nell'incontro di giovedì questi due dossier sono stati messi sul tappeto. "Crediamo che gli Stati uniti non debbano godere di un trattamento privilegiato rispetto all'UE", ha detto Ferrero- Waldner in un incontro con i giornalisti al termine dei colloqui con Micheline Calmy-Rey.
Le rivendicazioni di Bruxelles
La commissione europea giudica per ora insufficienti le proposte di Berna in materia fiscale e soprattutto nell'ottica di ridurre i vantaggi fiscali che i cantoni accordano alle società domiciliate sul loro territorio, alle holding e alle società miste. Bruxelles assimila tali accordi ad aiuti statali che minacciano il buon funzionamento dell'accordo di libero scambio che Svizzera e UE hanno concluso nel 1972.
Pur riconoscendo la validità delle critiche europee, il governo svizzero si è detto disposto a proporre al parlamento di abolire il regime delle società bucalettere e di vietare alle holding e alle società miste di esercitare un certo tipo di attività.
"Queste proposte vanno nella buona direzione" ha sottolineato Benita Ferrero-Waldner, che ha però rivendicato una maggiore selezione, poiché holding e società miste continueranno a beneficiare di un "trattamento di favore" e di "vantaggi selettivi" inaccettabili rispetto ad altre società con sede in Svizzera.
Micheline Calmy-Rey non ha preso impegni di nessun genere, ribadendo che ogni cantone è libero di fissare liberamente la propria fiscalità. Ha però indicato che il "governo svizzero ha proposto e mandato in consultazione una serie di adattamenti fiscali" che mirano proprio ad eliminare le disparità tra "redditi di fonte svizzera" e "redditi di fonte straniera".
Un segreto che scotta
Intanto la Svizzera deve far fronte ad un altro rompicapo. Dopo la trasmissione di dati bancari agli Stati Uniti da parte di UBS, Bruxelles vuole parità di trattamento con Washington.
La Commissione europea ha ammesso che quella di UBS è una vicenda bilaterale tra gli Stati Uniti e la Svizzera. Ma se richieste simili dovessero essere formulate da uno dei paesi membri dell'UE, "bisognerà che vengano trattate allo stesso modo". "Prendo nota - ha proseguito Benita Ferrero-Waldner - che nel contesto del contenzioso fiscale tra UBS e gli USA le autorità elvetiche hanno chiaramente affermato che il segreto bancario non protegge i frodatori. L'UE se ne rallegra".
Appoggiata da numerosi Stati membri, la Commissione europea passa ora all'attacco e la pressione sulla Svizzera è destinata a crescere.
swissinfo, Tanguy Verhoosel, Bruxelles
(traduzione e adattamento dal francese Françoise Gehring)
accordi bilaterali
Nel 1999 la Svizzera e l'Unione europea, formata allora da 15 paesi, hanno concluso un primo pacchetto di accordi bilaterali, che hanno permesso innanzitutto di garantire una reciproca apertura dei mercati.
Gli Accordi bilaterali I, entrati in vigore nel 2002, concernono i seguenti settori: libera circolazione delle persone, appalti pubblici, ostacoli tecnici al commercio, agricoltura, ricerca, trasporti terrestri e trasporto aereo.
Nel 2004 Berna e Bruxelles hanno concordato un secondo pacchetto di accordi bilaterali, destinati a rafforzare la cooperazione in altri settori.
Gli Accordi bilaterali II, entrati in vigore tra il 2005 e il 2008, riguardano l'adesione della Svizzera ai trattati di Schengen e Dublino, la fiscalità del risparmio, i prodotti agricoli trasformati, i media, l'ambiente, la statistica, la lotta contro la frode, le pensioni, nonché l'educazione e la formazione professionale.
Dopo l'approvazione da parte del popolo svizzero del protocollo aggiuntivo sulla libera circolazione delle persone, gli accordi bilaterali sono stati estesi nel 2006 anche ai 10 paesi che hanno aderito all'Ue nel maggio 2004.
L'8 febbraio 2009 il popolo elvetico ha approvato il rinnovo dell'accordo di libera circolazione delle persone con l'Ue e la sua estensione a Bulgaria e Romania.