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Lo scandalo aveva colpito il colosso Volkswagen otto anni fa.
BERLINO - La sentenza arriverà a giugno, ma oggi Rupert Stadler, l'ex ceo della casa d'auto tedesca Audi, ha fatto un passo che potrebbe evitargli il carcere. Ha infatti confessato la propria responsabilità nell'ambito del processo per truffa sul dieselgate, che ben otto anni fa investì il colosso Volkswagen, portandolo in una emergenza esistenziale.
Stadler è il primo top manager nel gruppo che ha il suo quartier generale a Wolfsburg a fare delle ammissioni sullo scandalo esploso inizialmente, come noto, negli Usa. Per ottenere una sentenza di condanna con la condizionale, però, la sua disponibilità nel far chiarezza non basta: dovrà anche pagare 1,1 milioni di euro, stando all'intesa raggiunta.
La confessione era stata annunciata nelle scorse settimane. Stadler è accusato di non aver fermato la vendita delle auto del marchio di cui era alla guida nel momento in cui aveva appreso dello scandalo dei motori manipolati. Questi, grazie a un software che alterava i dati, producevano più emissioni di gas di scarico di quanto fosse consentito e documentato. Una scoperta che all'epoca ha fatto vacillare le colonne dell'industria automobilistica tedesca.
In aula, la legale di Stadler, Ulrike Thole-Groll, ha letto una dichiarazione che l'ex top manager - 60 anni e ceo dal 2007 al 2018 - ha confermato rispondendo semplicemente «ja» al giudice. E i «sì» sono stati pronunciati due volte, stando alla stampa tedesca. Il manager ha ammesso che «avrebbe dovuto essere più scrupoloso» e intervenire personalmente, senza lasciar fare agli esperti. E di questo sarebbe «molto dispiaciuto». Non gli è riuscito, - è stata l'aggiunta nella dichiarazione letta dall'avvocato - di evitare una crisi nell'Audi. Iniziato nel 2020 il processo potrebbe essere a questo punto alle battute finali, e la sentenza potrebbe arrivare il mese prossimo.