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Nonostante una modifica di legge nel 2014, i casi di donne discriminate sono innumerevoli
BERNA - Insegnanti, dottoresse, assistenti di cura. Sono numerose le donne a cui non viene riconosciuto il diritto a pause retribuite per allattare il proprio bambino o tirare il latte. Molte di loro lavorano nei settori colpiti da carenze di personale, come case per anziani e ospedali. Ma l'Associazione svizzera dei datori di lavoro rinvia le accuse alle mittenti.
Secondo una Convenzione sulla legge del lavoro, varata nel 2014, il datore di lavoro è tenuto a «retribuire, in una misura predefinita, il tempo che la collaboratrice dedica all'allattamento».
Che questo avvenga «all'interno o all'esterno dell'azienda». Da otto anni le donne madri di bambini che hanno meno di un anno di età, dispongono quindi di un minimo di 30 minuti a un massimo di un'ora e mezza di tempo durante una giornata lavorativa per allattare o tirare il latte. Se necessitano di ulteriore tempo, questo non viene riconosciuto e quindi si tratta di pause non retribuite.
Su Facebook, però, sono apparsi numerosi post di donne che denunciano la mancata applicazione della suddetta legge. In particolare, affermano di dover utilizzare gli slot di pause normali per allattare o tirare il latte e di non avere il diritto di assentarsi quando necessario.
Il Tages Anzeiger riporta in particolare il caso di un'insegnante di Zurigo che riesce a ritagliarsi solo venti minuti di tempo per nutrire il proprio bambino. Prima di riuscire a trovare una soluzione con la scuola, sono passati quattro anni e la donna, avuto il secondo figlio, per paura di sentirsi nuovamente sotto pressione, ha deciso di diminuire da tre a due i suoi giorni di lavoro settimanali. Altre donne, riporta sempre il quotidiano, hanno ricevuto degli ultimatum da parte dei loro datori di lavoro: «Ho due settimane per passare al biberon».
Interpellata, l'Associazione svizzera dei datori di lavoro ha affermato che la norma del 2014 viene regolarmente applicata e che non sono sopraggiunte segnalazioni dalle lavoratrici. Eppure la Fondazione svizzera per la promozione dell'allattamento al seno riceve ogni anno un centinaio di richieste di chiarimenti inerenti al tema.