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Cos’è mai la “Tedescheria”? E’ un termine oggi desueto, che secondo il Vocabolario Treccani indica non solo il paese «abitato dai tedeschi» (la Germania, quindi), ma anche «le altre regioni abitate da gente di lingua tedesca». La parola “tedesco” deriva infatti da “Theodiscus”, dalla radice germanica “Theod” (“popolo”), a indicare appunto i popoli che parlavano la stessa lingua (un po’ come il “volgare” in Italia, vale a dire la lingua parlata dal “volgo”, dal “popolo”) contrapposta al latino.
La “Germania” descritta da Tacito, che per troppo tempo e con troppa superficialità (e magari perfino una certa dose di strumentalizzazione) è stata identificata con i confini che sono stati poi tracciati dagli eventi storici, corrispondeva invece alla “Tedescheria” nel suo senso più ampio, non solo geografico ma anche etnografico e antropologico (va dato merito a Dino Baldi, ottimo curatore per Quodlibet della più recente edizione del testo di Tacito, di avere definitivamente chiarito la questione).
L’ultimo scrittore italiano che lo ha utilizzato è stato forse Mario Tobino, che se ne serve con molta frequenza e una certa ironia nel lungo capitolo sulla Germania contenuto nel libro “Passione per l’Italia”, pubblicato nel 1958. Il già ricordato Vocabolario Treccani aggiunge che il termine viene spesso usato con connotazioni vagamente spregiative o comunque scherzose. Sono precisamente le connotazioni che si possono rinvenire nello scritto di Tobino, che prende amabilmente in giro la compagna di viaggio (Paola Olivetti, “Giovanna” nella finzione letteraria, che fu anche sua compagna di vita), di origini austriache per parte materna, che all’arrivo «in Tedescheria, improvvisamente, senza prima averne mai parlato, si infiammò, uguale alla pelle a contatto con le ortiche».
La “Tedescheria”, per il toscano e italianissimo Tobino, era anche una condizione dell’anima che trovava una delle massime espressioni nelle “Autobahnen”, le autostrade che sono come «grandiosi nastri sdraiati per le pianure tedesche». E’ proprio percorrendo le “Autobahnen”, chiosa Tobino in maniera simpaticamente velenosa, che si diventa tedeschi e, da stranieri, si capisce cosa significa essere tedeschi: «Tutto è stabilito, si parte e si arriva, tale è l’orario, immutabile il chilometraggio, il sorpasso si svolge dentro incontrastabili leggi, rompendo le quali si produrrebbe nella testa dei tedeschi una tale confusione che è come nella zucchetta di un burattino si mettesse all’improvviso a funzionare un umano cervello». Vale la pena ricordare che circa quindici anni dopo, partendo più o meno dalle medesime impressioni e suggestioni (il viaggio in autostrada, la striscia di asfalto che si perde nell’infinito come in un miraggio, il paesaggio spesso monotono e uniforme, il sentimento come di una stagnazione spazio-temporale), il gruppo dei Kraftwerk con l’epocale disco “Autobahn” -e soprattutto con l’omonima suite di oltre venti minuti- fisserà una pietra miliare nella storia della musica elettronica. Tanto poté la “Tedescheria”, insomma.
Tobino chiude idealmente un cerchio che si era aperto con lo scapigliato lombardo (ma poi ticinese d’adizione) Ferdinando Fontana, nato a Milano nel 1850 e morto a Lugano nel 1919 (dove aveva trovato rifugio dopo i cosiddetti “Moti di Milano” del 1898), scrittore dallo stile elegante e pastoso, autore di commedie in dialetto milanese, poesie in dialetto e in lingua e non da ultimo di vari libretti d’opera (uno dei quali, “Le vili”, venne musicato nel 1884 da Puccini). Il versatile e poliglotta Fontana, che le storie letterarie relegano un po’ ingiustamente nei secondi ranghi della corrente lombarda della Scapigliatura, fu inoltre per molti anni corrispondente dalla Germania (ma sarebbe meglio dire dalla “Tedescheria”) per vari giornali dell’Italia del Nord -“Il pungolo”, “L’illustrazione italiana” e “Il Corriere della sera”- e nel 1883 raccolse le proprie impressioni di viaggio nelle terre tedesche in un gustosissimo libro dal titolo “In Tedescheria - Quadri d’un viaggio in Germania”, pubblicato dall’editore milanese Giuseppe Galli e meritoriamente riproposto negli scorsi anni in ristampa anastatica da Lampi di stampa.
Se per Tobino, alcuni decenni e soprattutto due conflitti mondiali dopo, in una Germania dove convivono le ferite della guerra e i primi accenni del controverso miracolo economico seguito alla riforma monetaria e al Piano Marshall, il contrassegno della “Tedescheria” è costituito dalle autostrade, prodigio dell’operosità teutonica, per l’ottocentesco Fontana, che ragiona ancora nel solco dei leopardiani “stati d’affezione”, è tutta una questione di cielo e colori. Parlando nello specifico del cielo nella zona di Berlino, Fontana si espresse infatti in questi termini: «I firmamenti del Nord hanno qualche cosa di duro, di crudo, di opaco. Lo scintillio degli astri non ha morbidezze di bagliori, ma rassomiglia piuttosto al corruscare di punte di baionette. Gli orizzonti non hanno vaporosità voluttuose e calde. Quel cielo e quelle stelle sono là, belli, sì, se volete, ma rigidi come soldati. Ogni pianeta sembra che abbia una consegna, e alla luna non siete tentati di domandare ispirazioni poetiche, ma bensì la parola d’ordine».
Dalle parti di Berlino, ma tutto sommato un po’ ovunque nella “Tedescheria” descritta da Fontana in pagine che ancora oggi si leggono con piacere e divertimento, è quindi difficile immaginare un poeta che si rivolge alla luna chiedendole cosa fa in cielo, non paga «di riandare i sempiterni calli». E’ tutto molto più prosaico: la luna è in cielo per impartire la parola d’ordine, le autostrade si snodano perfette in mezzo a sconfinate pianure e «sopra tutte le cime», come ci ricorda Mastro Goethe, «vi è quiete». O almeno così pare. In fondo, cosa aveva fatto dire lo stesso Goethe al suo Faust? «Grigia è ogni teoria…».