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L'iniziativa popolare 'Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico' va bocciata poiché limita eccessivamente la libertà di manovra della BNS, delle fondazioni e degli istituti previdenziali, danneggiando nel contempo il settore finanziario e l'industria elvetica. Lo ha stabilito oggi il Consiglio degli Stati, rinunciando nel contempo a proporre un controprogetto. Nel marzo scorso, il Nazionale aveva deciso in modo analogo.
L'iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) ha raccolto 104'612 adesioni. La proposta di modifica costituzionale vuole vietare alla Banca nazionale svizzera, alle Casse pensione e alla fondazioni di investire nelle imprese che realizzano oltre il 5% del loro giro d'affari annuo con la fabbricazione di materiale bellico.
Difficile da applicare e burocratica
Tale limite è stato definito "arbitrario" oggi dal relatore commissionale Thierry Burkart (PLR/AG). Quest'ultimo ha sostenuto come sia difficile controllare annualmente se ogni singola impresa sia sopra o sotto tale soglia, senza contare l'enorme dispendio amministrativo e burocratico che ciò richiederebbe.
Della stessa opinione il consigliere federale Guy Parmelin, secondo cui l'iniziativa non tiene conto delle imprese che producono sia per il settore militare che per quello civile. "Se il testo fosse adottato, non sarebbe solo impossibile investire in produttori di armamenti conosciuti come Lockheed Martin, Thales o Ruag, ma anche in altre società meno note per la produzione di materiale bellico, come Airbus e Rolls-Royce, ma anche in PMI svizzere come Mecaplex AG, Schaublin SA o Mb-Microtec AG, solo per citarne solo alcune", ha aggiunto il ministro dell'economia.
PMI svantaggiate
Parmelin ha fatto notare che ad essere toccate da una simile iniziativa sarebbero anche molte piccole e medie aziende. In Francia, per esempio oltre 4 mila ditte fanno parte della catena produttiva di grandi aziende produttrici di armi. In Svizzera, le aziende coinvolte sono ben 3 mila. Sarebbe insomma impossibile, se non a un dispendio burocratico esorbitante, rintracciare tutti i produttori come vorrebbe l'iniziativa il cui fatturato destinato all'industria bellica supera il 5%. Se queste imprese venissero escluse dai finanziamenti, sarebbero costrette a cercare fondi all'estero a costi più alti. A soffrirne sarebbero quindi le industrie e la stessa piazza finanziaria.
A detta del consigliere federale UDC, inoltre, la Svizzera sarebbe ancora più dipendente dall'estero per la propria difesa. Oltre a ciò, un divieto per la sola Svizzera non avrebbe alcun impatto sulla domanda e l'offerta di materiale bellico a livello internazionale.
Gli istituti di previdenza dovrebbero inoltre abbandonare la loro attuale strategia di investimento in fondi diversificati ed economici, ha proseguito Parmelin. Dovrebbero limitarsi ad investire in singoli titoli. Ciò comporterebbe un forte aumento dell'onere amministrativo.
Un lusso
Per Philippe Bauer (PLR/NE), originario di una regione con una lunga traduzione nell'industria orologiera e meccanica di precisione, se accolta l'iniziativa avrebbe un impatto grave sui posti di lavoro. L'attuale crisi causata dalla pandemia di coronavirus verrebbe ulteriormente ampliata.
Questa iniziativa vuole impedire a determinate imprese di diversificarsi in questo momento storico difficile. "Non possiamo offrirci il lusso di rinunciare a questi sbocchi commerciali e all'accesso al credito", ha sottolineato Bauer.
Almeno il controprogetto
Nel corso del suo intervento, il "senatore" Daniel Jositsch (PS/ZH) ha ammesso che l'iniziativa va relativamente lontano e che il 5% può essere considerata una soglia arbitraria. Tuttavia, nella popolazione c'è molta sensibilità per quanto attiene all'esportazione di armi prodotte in Svizzera, come dimostrano le polemiche sui media ogniqualvolta materiale bellico elvetico emerge sui scenari di guerra dove dovrebbe essere assente. Insomma, una volta che materiale bellico lascia la Confederazione, diventa difficile seguirne le tracce.
Per questo motivo, l'esponente socialista ha perorato la causa del controprogetto, volta a vietare perlomeno il finanziamento indiretto di armi vietate a livello internazionale, come le armi chimiche, batteriologiche o nucleari. Stando a Jositsch, l'attuale divieto di finanziamento indiretto è difficile da far applicare poiché spetta alle autorità provare che vi è stata la volontà di aggirare questa interdizione. Le attuali disposizioni sono insomma inefficaci, tanto che non si conta nemmeno una condanna penale per fatti del genere.
Nel suo intervento, l'ecologista neocastellana Céline Vara si è chiesta se l'export di armi fosse ancora compatibile con la neutralità e la politica estera elvetica volta a promuovere la pace. A suo dire, si tratta di un mito, alla luce degli enormi affari della nostra industria bellica e del ruolo centrale volto dalla piazza finanziaria elvetica nel sostegno al settore bellico. Se calcoliamo i finanziamenti pro capite provenienti dalla Confederazione per la nostra produzione, la Confederazione figura tra i principali finanziatori di un settore il cui obiettivo è produrre oggetti per ammazzare il prossimo.
Il ministro dell'economia, Guy Parmelin, ha replicato come l'attuale divieto di finanziamento concernente armi atomiche, biologiche e chimiche nonché munizioni a grappolo e mine antiuomo, abbia dimostrato la sua validità. Insomma, l'iniziativa è un mostro burocratico che mira a obiettivi sostanzialmente già oggi in vigore.
Al voto, la proposta di rinvio in commissione per l'elaborazione di un controprogetto è stata bocciata per 31 voti a 14. Al voto finale, il plenum ha raccomandato la bocciatura dell'iniziativa per 32 voti a 13.