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Editoriale Il Paese - Tribunale federale: fatti i “cavolacci” tuoi!
Il Tribunale federale ha deciso di estendere i motivi di ricorso contro il rifiuto della naturalizzazione agli stranieri. Mala tempora currunt per la nostra democrazia. Da qualche decennio, ormai, le incursioni arbitrarie del Tribunale federale nella legislazione del nostro paese hanno mandato a ramengo il principio della separazione dei poteri. Al potere giudiziario, infatti, spetta il compito di sorvegliare a che siano rispettate le leggi vigenti, non di modificarle o di emetterne di nuove. Perché quando il Tribunale federale emette una sentenza facente giurisprudenza, modificando di fatto una legge esistente, esso LEGIFERA, invadendo così il campo del Parlamento che è l’organo preposto dalla nostra Costituzione competente per questo compito.
Nel campo delle naturalizzazioni questo arbitrio è a dir poco stridente. A seguito della sentenza del Tribunale federale sul famoso caso di Emmen (dove la naturalizzazione per votazione popolare aveva rifiutato la cittadinanza a 97 persone, decisione poi annullata dal TF), nella Legge sulle naturalizzazioni è stato introdotto l’articolo 15b, che prevede l’obbligo di motivare il rifiuto della cittadinanza, e gli articoli 50 e 51 istituenti, di fatto, il diritto al ricorso contro tale rifiuto. A stretto senso, la competenza del Tribunale federale essendo la sorveglianza sull’applicazione delle leggi, la risposta ai ricorsi di Emmen avrebbe dovuto essere: la legge non prevede il diritto di ricorso, non si entra in materia. E invece no, assumendosi arbitrariamente un ruolo non suo, il TF stabilisce che nella legge debbano essere introdotti il diritto di ricorso e l’obbligo di motivazione. La sentenza fa giurisprudenza, ed ecco che il Tribunale è diventato un organo legislativo. Solo perché l’Esecutivo e il Legislativo glielo hanno permesso, però, emanando le suddette modifiche di legge. In breve, il TF ha giudicato su articoli di legge inesistenti, ottenendo a posteriori l’avallo delle camere e del Consiglio federale.
Se nella legge non erano previsti né la motivazione, né l’istanza di ricorso, la ragione è evidente: quella della cittadinanza è una CONCESSIONE, non un DIRITTO. Ottemperando i requisiti, uno ottiene il diritto di CHIEDERE la cittadinanza, non necessariamente di OTTENERLA. Perché la naturalizzazione è un atto politico, non amministrativo come può essere la licenza di caccia o la targhetta del cane.
Una metafora un po’ surreale: una famiglia ospita un giovane, gli dà vitto, alloggio, affetto e quant’altro. Un giorno può anche decidere di adottarlo come figlio, ma ciò è e rimane una decisione sua che non deve essere né motivata, né suscettibile di ricorsi.
Immaginatevi adesso che un giudice federale venga a dirvi che non avete il diritto di negare l’adozione al giovane in questione - il quale non è neppure orfano bensì ha dei genitori originali e magari è già stato a suo tempo adottato da altre famiglie (multipla cittadinanza) – ma che LO DOVETE adottare affinché possa condividere alla pari i quattro soldi d’eredità da voi destinati ai vostri tre figli legittimi. Se non lo fate dovete dire perché.
Non so voi, ma da parte mia sarebbe l’inizio di una corsa: il giudice in questione davanti e io dietro a sferrargli calcioni nel sedere. Non smetterei prima di essere arrivato perlomeno in Senegal.
Ora, cos’è la naturalizzazione se non l’adozione di un figlio da parte dello Stato? Un’adozione senza la quale lo straniero risiede comunque in Svizzera trattato e rispettato perlomeno nella misura in cui lui tratta e rispetta il paese che lo ospita. Il pilastro primario dell’integrazione – concetto peraltro applicabile solo fintanto che l’immigrazione rimane entro limiti ragionevoli – è l’accettazione da parte della società della quale si intende entrare a far parte. E se, come a suo tempo a Emmen, la maggioranza dei cittadini rifiuta di naturalizzarti, significa che non ti ha accettato, ergo NON sei integrato.
E non devono esistere né motivazioni, né possibilità di ricorso. Il popolo è già l’istanza suprema e inappellabile.
Dobbiamo fare molta attenzione a questa deriva del Tribunale federale che gioca mano nella mano con il potere politico, allo scopo comune di minare sempre di più il sistema democratico diretto della Svizzera, rendendone i cittadini succubi al potere di pochi esaltati internazionalisti. E il primo passo tocca alle Camere: togliere ai giudici quella parte arbitraria di potere che si sono autoattribuiti, ridimensionandoli alle loro precipue competenze. Pena una corsa a calci nel sedere fino a Dakar!
Eros N. Mellini