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Le truffe sui crediti Covid arrivano in tribunale. Il primo e finora più importante dei casi finiti sotto la lente degli inquirenti ticinesi è approdato in aula oggi, giovedì, a Lugano. Alla sbarra compare un cittadino italiano, accusato di aver gonfiato il fatturato delle sue due società per accedere a una somma maggiore, grazie ai fondi garantiti dalla Confederazione per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia, fondi la cui erogazione si basa proprio sulla cifra d'affari. L'uomo, accusato anche di amministrazione infedele, falsità in documenti e infrazione alle leggi sull'AVS e la previdenza professionale, rischia dai 2 ai 5 anni di carcere.
L'imputato avrebbe inoltre speso parte della somma ricevuta - 660'000 franchi in tutto - per scopi personali: l'acquisto di un'automobile e orologi. L'imprenditore 47enne, che nel frattempo ha restituito gran parte del denaro (mancano all'appello 170'000 franchi), respinge in parte le accuse. Si è giustificato dicendo di non sapere che i crediti non potessero essere utilizzati per sviluppare ulteriormente l'attività.
In aula con lui ci sono chi l'aiutò con la parte contabile e il consulente economico. Il giudice Amos Pagnamenta, durante l'interrogatorio, ha ricostruito i flussi economici e solidità delle due società, che operavano sfruttando opportunità internazionali di natura diversa.