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Nel 2015 è stata adottata l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, celebrata a livello internazionale come una pietra miliare. Finora, però, il Consiglio federale non ha attuato quasi nulla e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) sono poco conosciuti dalla popolazione. Per quale motivo?
Il Consiglio federale non si impegna a sufficienza per l’Agenda 2030. Non vuole stanziare fondi supplementari per la sua attuazione, bensì semplicemente integrare lo sviluppo sostenibile globale nelle politiche già esistenti. Inoltre, sta facendo troppo poco per far conoscere l’Agenda 2030 al grande pubblico. Questo dovrebbe essere il compito delle Organizzazioni Non Governative (ONG), malgrado ora non siano più autorizzate, in seguito all’ordine del capo del Dipartimento Federale degli Affari Esteri, Ignazio Cassis, ad utilizzare i fondi federali per il lavoro di formazione e sensibilizzazione in Svizzera.
Eppure, il Consigliere federale Cassis ha fissato la sostenibilità come obiettivo della nuova strategia di politica estera...
Il Consigliere federale Cassis si è pure distanziato dall’Agenda 2030 nel 2018, un anno dopo la sua investitura! Durante un’intervista alla Basler Zeitung, si è lamentato, infastidito, di non essere mai stato consultato sull’Agenda 2030 nel corso della sua carriera di membro del Parlamento. Ha criticato l’Agenda e il Patto dell’ONU sulla migrazione, affermando che si trattava di un’opera fittizia di diplomazia, in contraddizione con le scelte di politica interna. Nel frattempo però, sembra aver meglio compreso che un mondo equo e sostenibile è negli interessi della stessa Svizzera.
Con l’Iniziativa Multinazionali Responsabili, la società civile svizzera ha ottenuto un bel successo alle urne. In seguito alla votazione, alcuni politici borghesi vorrebbero limitare il margine d’azione delle ONG. Le ONG sono diventate troppo potenti?
(Sorride.) Sembra che le ONG siano corse in massa alle urne la domenica di votazione, per riempirle dei loro bollettini di voto. In realtà, nella democrazia svizzera, è sempre l’elettorato ad avere l’ultima parola sulle questioni. E si forma la propria opinione. Durante la votazione sull’Iniziativa Multinazionali Responsabili, il 50,7% degli aventi diritto di voto si è detto a favore di una Svizzera aperta e solidale. La popolazione ha giustamente dato fiducia alle ricerche di casi ben documentati dalle ONG. Invece, la fiducia riposta nelle associazioni economiche e nei loro gruppi vacilla. Non si crede più alle dichiarazioni che “gli interessi economici rispecchiano sempre ciò che è bene per la Svizzera”. Ovviamente questo genera non pochi grattacapi negli ambiti borghesi della politica.
Nella cooperazione internazionale, la Svizzera punta sempre più sui partenariati con il settore privato. Alliance Sud segnala costantemente i rischi associati, ma non si aprono anche delle opportunità?
Certo, ci sono delle opportunità, ad esempio la creazione di nuovi impieghi, gli investimenti e l’utilizzo di tecnologie rispettose dell’ambiente. Ma questo non ci deve portare a nasconderne i rischi. I gruppi industriali stranieri estromettono frequentemente le imprese locali dei Paesi in via di sviluppo dal mercato, e trasferiscono gli utili privi d’imposizione nei paradisi fiscali come la Svizzera. Per non parlare poi delle violazioni dei diritti umani e dei problemi ecologici. Per i partenariati con il settore privato nell’ambito della cooperazione internazionale, quindi, dovrebbero esserci dei criteri di selezione rigorosi almeno tanto quanto i criteri di partenariato con le ONG. La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), però, sono ancora lontane da questo obiettivo.
Con il movimento a favore del clima e la pandemia di COVID-19, gli scienziati fanno sempre più sentire la loro voce per influenzare la politica: si tratta di un’evoluzione positiva?
Sì, è un buon sviluppo. In una democrazia funzionante, la popolazione e i suoi rappresentanti politici devono poter prendere delle decisioni ben informate. Per fare ciò, vi è bisogno degli esperti, non solo degli scienziati, ma anche delle conoscenze pratiche delle ONG e della competenza etica delle Chiese. Quando il mio ambito d’azione principale era quello scientifico, le dichiarazioni sulle questioni politiche d’attualità erano ancora in gran parte malviste. Persino gli articoli d’opinione apparsi sui quotidiani NZZ o Le Temps provocavano un certo disappunto. Fortunatamente, la situazione è migliorata.
Quest’anno Alliance Sud festeggia il suo 50esimo anniversario: qual è la direzione intrapresa dalla politica di sviluppo? E ce ne sarà ancora bisogno tra 50 anni?
La politica di sviluppo esisterà sempre: si tratta di una politica interna mondiale. Come affermato dall’Agenda 2030, è necessario prendere in considerazione l’impatto di ogni decisione politica sulla popolazione globale e sul futuro del pianeta. Tuttavia, la strada da percorrere per attualizzare il principio dello sviluppo mondiale sostenibile è ancora lunga. Nei potenti Paesi del nord, si costata una rinnovata tendenza a considerare i propri interessi nazionali a breve termine al di sopra del benessere della natura e dell’umanità. La cooperazione internazionale è di nuovo, e sempre più, sottomessa agli interessi di politica economica e migratoria. Ora e in futuro, Alliance Sud sarà pertanto necessaria per promuovere una politica per un mondo giusto.