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Corriere del Ticino, 16.10.2012
“Quando era preoccupato per un articolo uscito sul suo giornale, ’Punch’, questo il soprannome con il quale tutti lo chiamavano, discendeva gli 11 piani dello stabile fino all’ufficio del direttore e umilmente attendeva il suo turno per essere ascoltato”. Cosi Max Frankel, per anni direttore del New York Times e vincitore di diversi Pulitzer, ricorda Arthur Ochs Sulzberger, editore della più grande e importante testata del mondo occidentale fino al 1997, quando gli succedette il figlio, morto il 29 settembre 2012. Discendente di una famiglia editoriale e mediatica di lunga e potente tradizione, Sulzberger è stato un editore che non ha mai ordinato di scrivere o cancellare un articolo sulle pagine del suo giornale. “Nel quarto di secolo in cui ho lavorato per lui”, ricorda Frankel, “non mi ha mai chiamato a rapporto nel suo ufficio per lamentarsi delle decisioni prese dalla redazione”. E se la notizia della sua scomparsa all’età di 86 anni in Europa è passata piuttosto inosservata, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama lo ha voluto ricordare come un profondo e fermo estimatore della stampa libera e indipendente, un uomo che non aveva paura di ricercare la verità, di attribuire ai potenti le loro responsabilità e di raccontare quelle storie che dovevano essere raccontate.
E dire che quando Sulzberger a soli 37 anni fu messo a dirigere il giornale e l’azienda di famiglia, diventando di fatto il più giovane editore nella storia della testata, nessuno credeva che nel tempo si sarebbe dimostrato all’altezza. In realtà, per oltre 24 anni ha saputo guidare e condurre il destino del suo giornale attraverso acque turbolenti facendo della sua casa editrice una imponente impresa multimediale. Ma, ancora più importante, soprattutto di questi tempi in cui così tanti manager editoriali si piegano ai diktat economici senza preservare l’integrità giornalistica e salvaguardare il compito di servizio pubblico dei media, egli si è sempre schierato in difesa della qualità giornalistica del suo quotidiano appoggiando in pieno il lavoro della sua redazione.
Fu cosi per la pubblicazione dei „Pentagon Papers“ nel 1971 che segnarono l’inizio della fine della guerra in Vietnam e misero in serio imbarazzo l’amministrazione Nixon che prontamente chiese il fermo delle pubblicazioni chiamando in causa motivazioni di sicurezza nazionale. Ma il New York Times non si tirò indietro e si rifiutò sulla base del Primo Emendamento della Costituzione e vinse il caso davanto alla corte suprema degli Stati Uniti. Un momento storico che molti giornalisti e storici definiscono come il migliore nella carriera di Sulzberger.
Anche nel lavoro quotidiano „Punch“ (soprannome che deriva da Punch e Judy, due maschere inglesi dei teatri dei burattini delle quali Punch è quella clownesca) non si immischiava mai nel lavoro redazionale noncurante se inserzionisti o politici facevano pressione. „Doveva guadagnare soldi non per arricchire la sua famiglia o gli azionisti ma per salvaguardare e garantire l’integrità e l’indipendenza del suo giornale“, confida Max Frankel che aggiunge: „Si è sempre confrontato con le diverse teorie e i concetti del management aziendale ma sin dall’infanzia aveva fatto propri i fondamenti e i valori giornalistici portanti del New York Times“.E quando i tempi iniziarono a mutare, i sistemi informatizzati e il web a stravolgere il mondo della carta stampata, Sulzberger non si lasciò impressionare. Anzi, fino all’ultimo, ha sempre creduto che il New York Times avrebbe prevalso anche nel nuovo mondo, rimanendo quella grande testata, libera, indipendente ed economicamente salda, che per cosi tanti anni ha guidato.
Nell’era Sulzberger il fatturato dell’impresa è cresciuto da 101 milioni a 2,6 miliardi di dollari. Un successo importante del quale però l’editore probabilmente non andava altrettanto fiero come dei premi Pulitzer vinti dal suo quotidiano, ben 32 durante il suo mandato, più di qualsiasi altro giornale.