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ROMA - Sakineh - l'iraniana condannata a morte per adulterio e complicità nell'omicidio di suo marito - "è stata costretta a leggere un testo già scritto, quello della sua confessione. Un testo scritto in persiano, lingua che lei, di etnia azera, non ha mai parlato". A sostenerlo è Taher Djafarizad, attivista del Comitato internazionale anti-lapidazione, commentando il documentario trasmesso ieri dalla televisione iraniana Presstv nel quale Sakineh, parlando dalla scena del delitto, confessa l'omicidio di suo marito esprimendosi in lingua farsi.
Il documentario è stato girato in quella che si presume sia la casa dove viveva Sakineh, a Tabriz. Al suo fianco c'erano il figlio Sajad e l'avvocato Javid Houtan Kian, anche loro attualmente in carcere. Ma il documentario, spiega Djafarizad, "è falso e pieno di errori, anche stupidi". Sakineh, osserva l'attivista, "mentre racconta non guarda mai la telecamera bensì un punto non inquadrato. Evidentemente, lì c'era qualcuno che le mostrava cosa dire in lingua persiana, idioma che lei, peraltro quasi analfabeta, non conosce. Non si può imparare il persiano da un giorno all'altro".
Nelle precedenti due confessioni "televisive" Sakineh parlava infatti azero, ed era sottotitolata in farsi. Inoltre, aggiunge Djafarizad, "Sakineh è truccata, e ciò è impossibile nella tradizione azera. L'Iran non sa come uscire da questo caso che ha avuto grande rilevanza internazionale e sta usando tutti i mezzi possibili per poterla giustiziare".
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