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La totalità della comunicazione all’interno dei confini svizzeri è soggetta alla legge sulla conservazione dei dati. La legge sulla conservazione dei dati (LSCPT) colpisce, senza alcuna eccezione e indipendentemente dalla presenza o meno di sospetti, tutta la popolazione. Questa sorveglianza è in collisione con alcuni diritti fondamentali, come la riservatezza della comunicazione e la protezione della sfera privata. Per queste ragioni il gruppo Digitale Gesellschaft ha inoltrato all’ufficio responsabile della sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni un reclamo in cui viene richiesta la cessazione della conservazione dei dati. Se dovesse rivelarsi necessario, il gruppo Digitale Gesellschaft è disposto a portare il reclamo anche davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU).
Zurigo, 21 Febbraio 2014 – All’interno dei confini svizzeri, tutti gli enti che offrono la possibiità di effettuare corrispondenza postale o traffico di telecomunicazioni, sono tenuti a conservare i metadati concernenti la totalità della comunicazione dei propri utenti e utentesse per la durata di sei mesi, nonché a mettere questi dati a completa disposizione delle autorità.
Le basi giuridiche che rendono possibile la conservazione dei dati sono date da una frase apparentemente innocua della legge federale sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni (LSCPT):
«[Gli offerenti] sono tenuti a conservare, per sei mesi, i dati necessari all’identificazione degli utenti come anche i dati relativi al traffico e alla fatturazione.»
Attraverso i dati conservati si può rispondere a diverse domande concernenti il comportamento degli utenti e delle utentesse nonché redigere un profilo completo dei movimenti da essi effettuati. Chi, per esempio, ha telefonato quando e con chi? Dove si trovava il cellulare al momento della telefonata? Chi ha in quale momento consultato la propria casella di posta elettronica e da chi provengono le E-Mail ricevute? Chi ha utilizzato negli ultimi mesi quali indirizzi IP o quali cellulari e dove? Chi si trovava contemporaneamente nello stesso luogo?
La conservazione dei dati non è un atto di sorveglianza giuridicamente approvato per sospetto coinvolgimento nella commissione di un reato. Al contrario: il comportamento concernente l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di tutta la popolazione (senza alcuna eccezione e indipendentemente dalla presenza o meno di sospetti) viene salvato e messo a disposizione delle autorità per la durata di almeno sei mesi. In questo modo tutta la popolazione svizzera sottostà al sopetto generale di commettere reati. Secondo i membri della Digitale Gesellschaft, in un paese liberale come la Svizzera questo sospetto generale nei confronti della popolazione è indegno.
La sorveglianza mediante la conservazione dei dati di tutta la popolazione senza alcuna eccezione e indipendente dalla presenza o meno di sospetti è in collisione con alcuni diritti fondamentali dichiarati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU). Accanto ai diritti della protezione della sfera privata e della riservatezza della comunicazione sono toccati anche i diritti della libertà di espressione e di presunzione di innocenza. Nella comunicazione con medici, preti e giornalisti vengono inoltre messi a repentaglio l’obbligo del segreto professionale e la protezione delle fonti.
I cellulari odierni sono uno strumento di sorveglianza. Essi comunicano ininterrottamente, anche quando non vengono utilizzati attivamente dai singoli utenti. Per mezzo di essi non si può soltanto mostrare chi, in quale momento e dove si trovava, ma anche con chi egli si trovava e magari anche con quale scopo. Questo per la seguente ragione: dalla sorveglianza generale imposta senza alcuna eccezione a tutta la popolazione non sono esclusi né la chiamata al proprio avvocato, né le E-Mail spedite all’ufficio di consulenza, né l’incontro con la giornalista e nemmeno la frequentazioe di un bar piuttosto equivoco.
Il gruppo Digitale Gesellschaft ha inoltrato all’ufficio responsabile della sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni un reclamo in cui viene richiesta la cessazione della conservazione dei dati in Svizzera. Se dovesse rivelarsi necessario, il gruppo Digitale Gesellschaft è disposto a portare il reclamo anche davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU).
Tra i firmatari del reclamo troviamo Norbert Bollow (Responsabile della comunicazione del gruppo Digitale Gesellschaft), Dominique Strebel (Giornalista e direttrice degli studi alla Schweizer Journalistenschule MAZ a Lucerna) e Balthasar Glättli (consigliere nazionale dei Verdi). Essi vengono rappresentati da Viktor Györffy (avvocato di Zurigo).
Il reclamo contro la conservazione dei dati è stato reso possibile grazie alla Wau Holland Stiftung, l’Associazione dirittifondamentali.ch, il Chaos Computer Club di Zurigo (CCCZH), la Swiss Privacy Foundation, la Enter SA (Hartwig Thomas) e il Swiss Internet User Group (SIUG).
Vede anche:
tradotto da: con.tessa(at)access.uzh.ch
21. Februar 2014
Kire
En Suisse, toutes les communications font l’objet de collecte de données personnelles. Même sans soupçon, la population entière est surveillée. Cette surveillance est effectuée en contradiction avec les droits fondamentaux, comme par exemple le secret des télécommunications et la protection de la sphère privée. Pour cette raison, une plainte a été adressée au Service Surveillance de la correspondance par poste et télécommunication (service SCPT). Si nécessaire, la plainte sera maintenue jusqu’à la Cour européenne des droits de l’homme.
Zurich, le 21 février 2014 – En Suisse, tous les fournisseurs de services postaux et de télécommunications doivent conserver les métadonnées de toutes les communications établies par leurs usagers et les mettre à disposition des autorités pendant au moins 6 mois. La base légale autorisant cette collecte de données personnelles se limite à une seule phrase dans la loi fédérale concernant la surveillance de la correspondance par poste et télécommunications (LSCPT):
«Ils [les fournisseurs de services de télécommunications] sont tenus de conserver durant six mois les données permettant l’identification des usagers ainsi que les données relatives au trafic et à la facturation.»
Avec un tel stockage de données personnelles, on peut imaginer l’établissement de profils de comportement des usagers, par exemple leurs déplacements, mais pas seulement: par exemple qui téléphone avec qui et quand, où s’est trouvé le téléphone concerné? Quand a-t-on consulté son courrier électronique et qui en était l’émetteur? Quelles adresses IP et quels téléphones mobiles ont été utilisés et où? Qui se trouvait à proximité?
Nous ne parlons pas ici de surveillance ordonnée par un juge en cas de soupçon et lors d’une enquête légale suite à un délit. Au contraire, il s’agit d’une surveillance massive de toute la population, dont les données personnelles sont sauvegardées et mises à disposition des autorités pendant au moins six mois: une surveillance totale et non liée à un soupçon de délit. La population suisse est donc soupçonnée, par défaut, d’avoir des activités criminelles. Un tel soupçon généralisé ne semble pas adéquat à nos yeux, en particulier au sein d’un Etat désireux de garantir les libertés fondamentales, comme la Suisse.
Cette surveillance totale et non fondée à travers la collecte de données personnelles est incompatible avec de nombreux droits fondamentaux garantis par la Constitution fédérale et la Convention européenne des droits de l’homme. En plus du droit à la protection de la sphère privée et du secret des télécommunications, les droits de libre expression et la présomption d’innocence sont aussi concernés. Rappelons que certaines professions sensibles (médecins, avocats, prêtres et journalistes) sont soumises au secret, ou à la protection des sources.
Aujourd’hui, les téléphones portables sont des moyens de surveillance de masse. Ils communiquent tout le temps, même sans intervention active de leurs propriétaires. En conséquence, il n’est pas seulement possible d’établir où et quand une personne s’est trouvée (ou où elle se trouvera demain, avec une grande probabilité grâce à l’analyse statistique), mais aussi avec qui et peut-être même dans quel but. Il n’est donc plus possible de téléphoner à un avocat, d’envoyer un e-mail à un conseil, ou même de fréquenter un bar mal famé sans être fiché.
Digitale Gesellschaft (Société Numérique) a adressé une plainte au Service Surveillance de la correspondance par poste et télécommunication (service SCPT). Si nécessaire, la plainte sera maintenue jusqu’à la Cour européenne des droits de l’homme. La plainte a été déposée (entre autres) par Norbert Bollow (Société Numérique), Dominique Strebel (journaliste et maître d’étude auprès de l’Ecole de journalisme MAZ à Lucerne) et Balthasar Glättli (conseiller national, les Verts). Ces personnes sont représentées par Viktor Györffy (avocat à Zurich).
La plainte contre la collecte de données personnelles est soutenue par la fondation Wau Holland, l’association droitsfondamentaux.ch, le Chaos Computer Club de Zurique (CCCZH), l’Association pour la sphère privée suisse (Swiss Privacy Foundation), la Enter SA (Hartwig Thomas) et le Swiss Internet User Group (SIUG).
Voyez aussi:
traduction par: schaefer(at)alphanet.ch
21. Februar 2014
Kire
Wer gewerbsmässig IP-Adressen von mutmasslichen Urheberrechtsverletzern im Internet sammelt, um diese an Rechteinhaber zu verkaufen, verstösst gegen das Datenschutzgesetz in der Schweiz – so entschied das Bundesgericht in seinem Logistep-Urteil von 2010. Massenabmahnungen gegen Filesharing durch die amerikanische Unterhaltungsindustrie sind in der Schweiz seither faktisch nicht mehr möglich. Auf amerikanischen Druck hin traf sich deshalb seit Anfang 2012 beim Staatssekretariat für Wirtschaft (SECO) ein geheimer amerikanisch-schweizerischer Runder Tisch mit insbesondere dem Ziel, Massenabmahnungen wieder zu ermöglichen.
Der Runde Tisch mit Vertretern von Schweizer Behörden, der amerikanischen Botschaft in Bern und der amerikanischen Unterhaltungsindustrie traf sich jeweils im Geheimen. Nun endlich hat das SECO – wenn auch in ungewohnter Heimlichkeit – einen ersten Bericht zum Runden Tisch (PDF) veröffentlicht, wie die Neue Zürcher Zeitung aufgedeckt hat. Im Ergebnis enthält der Bericht die üblichen Forderungen der amerikanischen Unterhaltungsindustrie, die weiterhin nicht bereit ist, die bestehenden rechtstaatlichen Mittel zu nutzen, sondern sich auf Kollisionskurs mit europäischen und schweizerischen Grundrechten begibt.
Bestandsdatenauskunft
So fordert der Bericht unter anderem eine Bestandsdatenauskunft auf Grundlage der bestehenden Vorratsdatenspeicherung: Die Identität von Anschlussinhabern, über deren IP-Adressen mutmasslich Urheberrechtsverletzungen begangen wurden, würden damit ohne Strafverfahren und rückwirkend gegenüber der amerikanischen Unterhaltungsindustrie offengelegt werden. Die amerkanische Unterhaltungsindustrie argumentiert zynisch, ein solches Vorgehen sei «mit Blick auf die Schwere des Delikts angemessener, für die Betroffenen weniger traumatisierend und schone überdies die Ressourcen der Strafverfolgungsbehörden.»
Netzsperren
Ausserdem werden unter anderem auch Netzsperren gefordert – eine Forderung, die bereits in den umstrittenen Empfehlungen der Arbeitsgruppe zur Optimierung der kollektiven Verwertung von Urheberrechten und verwandten Schutzrechten (AGUR12) enthalten war. Die amerikanische Unterhaltungsindustrie ist sich dabei nicht zu schade, das Verfolgen von mutmasslichen Urheberrechtsverletzungen direkt mit der Verfolgung von Kinderpornografie zu vergleichen, obwohl sich gerade dabei «Löschen statt Sperren» anstelle von Netzsperren bewährt hat.
Runder Tisch und AGUR12
Der Bericht zeigt deutlich, dass der Runde Tisch in einem erheblichen Ausmass dazu beitrug, dass sich die AGUR12 entgegen ihrem ursprünglichen Mandat in erster Linie mit repressiven Massnahmen zur Durchsetzung des Urheberrechts im schweizerischen Internet befasste. Der Runde Tisch setzt denn auch darauf, dass die Empfehlungen der AGUR12 zu gesetzlichen Anpassungen im Sinn der amerikanischen Unterhaltungsindustrie führen.
Musterstrafverfahren
Gleichzeitig läuft seit Anfang 2013 im Kanton Zürich ein Musterstrafverfahren, dass Werder Viganò Anwälte für die Swiss Anti-Piracy Foundation (SAFE) gegen einen (bislang noch) unbekannten Internet-Nutzer führt, der mutmasslich rund 1’500 urheheberrechtlich geschützte Werke über ein P2P-Netzwerk zugänglich gemacht hatte. Mit dem Musterstrafverfahren möchte SAFE für die amerikanische Unterhaltungsindustrie klären, unter welchen Bedingungen wieder Massabmahnungen gegen Filesharing in der Schweiz möglich sein sollen. Gemäss Bericht wird damit gerechnet, dass das Bundesgericht noch in diesem Jahr einen Entscheid dazu fällen könnte.
17. Februar 2014
Martin
Vor einem Jahr hat die !Mediengruppe Bitnik im Rahmen eines Kunstprojektes ein Paket an Julian Assange in die ecuadorianische Botschaft gesendet. Die darin enthaltene Kamera hat live Bilder in die Welt gesendet und den Weg zu einer von den USA meistgesuchten Person – vorbei an der Überwachung und Abschirmung durch die Behörden in London – aufgezeigt.
Seit dieser Woche gibt es zur Aktion eine Kunstausstellung im Zürcher Helmhaus. Sie dauert noch bis zum 6. April. Am Samstag 8. März sind Workshops, eine Buchvorstellung und ein Ferngespräch mit Julian Assange geplant.
16. Februar 2014
Kire
Foto: optikfluffel
Im aktuellen Plädoyer 1/14 wurde Rainer J. Schweizer, emeritierter Professor für öffentliches Recht, Europarecht und Völkerrecht an der Universität St. Gallen, interviewt. Einige Aussagen bleiben leider etwas unklar – da wäre eine Diskussion oder ein Nachfragen interessant gewesen. Der ehemalige Präsident der Eidgenössischen Datenschutzkommission findet zum Datenschutz und der Überwachung durch Geheimdienste jedoch deutliche Worte:
Das amerikanische Verständnis im Datenschutz ist: «Jeder soll sich selbst wehren. Business geht vor.» Die Schweiz wird als Kleinstaat von den USA kein Datenschutz und schon gar kein No-Spy-Abkommen erhalten. Es ist also unerlässlich, dem Wildwuchs von staatlichen und privaten Schnüffeleien Grenzen zu setzen und im europäischen und schweizerischen Recht gezielt Instrumente für den informationellen Persönlichkeitsschutz zu entwickeln.
Zudem muss das unbefugte Verwenden von Daten zur Identifikation einer Person bestraft werden, wie in Frankreich. Solche neuen Gesetze wären erhebliche Schritte. Ich spreche im Konjunktiv. Die Politik bewegt sich kaum. Es ist erschütternd.
Spannend ist die Feststellung einer Schutzpflicht des Staates gegenüber seiner EinwohnerInnen hinsichtlich einer ausufernden Überwachung – und dass diese bspw. über eine Strafanzeige, wie sie die Digitale Gesellschaft eingereicht hat, eingefordert werden kann:
Der Staat hat gemäss der Theorie des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte, die das Bundesgericht zögerlich mitträgt, gewisse fundamentale Schutzpflichten. Doch sie bestehen nur bei schwerer Gefährdung. Man darf daraus nicht generelle Leistungspflichten und Rahmenbedingungen ableiten. Aber es fragt sich, ob in der elektronischen Kommunikation nicht schon eine schwere Gefährdung vorliegt, sodass sich Schutzpflichten über Feststellungsbegehren oder Strafanzeigen einfordern liessen.
Es sind Strassburg und Luxemburg, die heute die EMRK und nach dem Lissaboner Vertrag nun die Grundrechts-Charta der EU wirklich ernst nehmen. Davon verspreche ich mir, dass die Gerichte die Unabhängigkeit haben, den Individualrechtsschutz in Europa zu sichern. Was das Bundesgericht in Lausanne anbelangt, bin ich mir nicht so sicher. Die informationsrechtlichen Urteile der letzten Jahre zeigten wenig Grundsätzlichkeit.
Für den geplanten, massiven Ausbau der Überwachungstätigkeiten des Nachrichtendienstes des Bundes hat Rainer J. Schweizer dann wenig Verständnis:
Ich habe in den 1990er-Jahren die These vertreten, dass der Bund in einem Kernbereich von gewalttätigem Extremismus oder Spionagebekämpfung eine gewisse Kompetenz haben soll. Das ist wohl weiterhin richtig. Aber die VBS-Vorlage bringt eine extreme Ausweitung: Der Nachrichtendienst will nämlich präventiv-polizeilich weit über den Staatsschutz hinausgehen, inklusive Einsatz von neuen Zwangsmassnahmen – aber ohne offene gerichtliche Kontrolle. Es geht hier um ein Rechtsstaatsproblem: Geheimdienst und Staatsschutz ziehen ausserhalb aller justiziellen Verfahren im Inland und mit dem Ausland geheime Kommunikationen auf. Sie unterlaufen mit diesen Datenaustauschen jegliche gesetzliche Überprüfung. Der Verkehr mit ausländischen Diensten ist in der Schweiz bisher völlig regelfrei.
Wir müssen uns eingestehen, dass die bisherigen Kontrollmechanismen in der Schweiz wie im Ausland kaum viel taugen – sogar die parlamentarische Kontrolle. Die für den Staatsschutz zuständige Delegation der GPK hat nun immerhin begonnen, Fälle anzusehen. Nun werden auch mal Akten angefordert. Das ist eine erfreuliche Entwicklung. Aber man wird dennoch an der Nase herumgeführt. Ich musste als Gerichtspräsident diese Nachrichtendienste 13 Jahre lang im Falle von Auskunftsgesuchen überwachen. Wenn jemand ein Auskunftsgesuch stellt, wird zuerst der Datenschutzbeauftragte beigezogen. Dann entscheidet heute ein Abteilungspräsident des Bundesverwaltungsgerichts, früher war es eine Kammer des schweizerischen Datenschutzgerichts. In jenen Jahren lagen dem Gericht praktisch nie dieselben Akten von einer Sitzung zur anderen vor – und kaum je dieselben Akten, die der Datenschutzbeauftragte Thür zuvor gesehen hatte! Ein direkter Zugriff auf die Dateien wurde nie zugelassen. Ein solcher Kontrollmechanismus ist untauglich.
Es müsste ein kontradiktorisches Gerichtsverfahren geben mit mindestens einem unabhängigen Datenschutzanwalt mit Klagerecht. Ein Datenschutzbeauftragter ist in Ordnung, da er Protokollierungen und Löschungen in der Informatik kontrollieren kann.
Die parlamentarische Kontrolle müsste auch viel mehr eine Fallkontrolle sein. Sie müsste vor allem über jeden Einsatz von geheimen Zwangsmitteln informiert werden, so wie in Deutschland.
Um die Sache gerade zu rücken, brauchte es jedoch eine umfassendere Herangehensweise und verschiedene Massnahmen:
Es sind gezielt Verteidigungsrechte für die einzelnen Menschen zu schaffen – im nationalen, europäischen und internationalen Recht. Darüber hinaus ist zu prüfen, welche Instrumente einsetzbar sind. Voraussetzung ist, dass der Bundesrat hinsteht und sagt, dass das Handeln von Unternehmen, anderen Staaten und eventuell gar von eigenen Dienststellen kriminell ist und dass unser Recht verbessert werden muss, um den Bürger zu schützen. Wie sich Behörden bislang vor der Verantwortung drücken, erinnert an die Zeit vor der Fichen-Affäre! Doch immer sind wir selber verantwortlich für unseren Privatsphärenschutz, und wir müssen die Situation auch kulturell überdenken.
Das komplette Interview steht leider nicht online zur Verfügung.
13. Februar 2014
Kire
Mit dem reviderten Bundesgesetz betreffend die Überwachung des Post- und Fernmeldeverkehrs (BÜPF) und dem neuen Nachrichtendienstgesetz (NDG) soll in der Schweiz unter anderem eine Rechtsgrundlage für die Überwachung mittels IMSI-Catcher geschaffen werden. IMSI-Catcher werden allerdings auch ohne diese Rechtsgrundlage bereits eingesetzt, beispielsweise im Kanton Zürich wie die «Schweiz am Sonntag» aufgedeckt hatte.
Die Digitale Gesellschaft gelangte deshalb am 20. Januar 2014 mit einem Auskunftsbegehren an die Kantonspolizei Zürich und stellte mit Verweis auf das Öffentlichkeitsprinzip zahlreiche Fragen zu den IMSI-Catchern im Kanton Zürich. Wir fragten unter anderem nach der heutigen Rechtsgrundlage für Beschaffung und Einsatz, nach dem Hersteller und den Kosten, nach der Art der geplanten Einsätze und nach der Aufbewahrungsdauer der gesammelten Daten. Ausserdem forderten wir Zugang zu den Verträgen der Beschaffung sowie zu Handbüchern und vergleichbaren Dokumenten.
Als Ergebnis unseres Auskunftsbegehrens haben wir heute eine Antwort von der Chefin der Kriminalpolizei erhalten, die allerdings die meisten unserer Fragen unbeantwortet lässt. Die unbefriedigende Antwort beschreibt im Wesentlichen in verschiedenen Allgemeinplätzen, dass die Kantonspolizei Zürich davon ausgeht, rechtskonform zu handeln, was in einem Rechtsstaat eine Selbstverständlichkeit darstellt. Wir bleiben dran und werden erneut Transparenz fordern!
7. Februar 2014
Martin
Mitte Dezember wurden die besten Geschichten aus dem Schreibwettbewerb «Vorratsdaten und Überwachung» prämiert. In einer losen Folge werden hier einige Texte veröffentlicht, die alle unter einer CC BY-SA-Lizenz stehen. «HEOB» hat es auf den dritten Platz geschafft. Nochmals herzliche Gratulation.
«HEOB» von Kilian Semmelmann
Alte Bekannte
„Specki? Specki, bist du das?“
Die Worte trafen Armin völlig unvorbereitet. Und dennoch erkannte er die Stimme sofort. Unwillkürlich, mit einem tief sitzenden Automatismus drehte er sich um, während ihm die Röte ins Gesicht schoss. Dort stand er, im schwarzen Anzug mit roter Krawatte. Gut gebaut, die Haare top gestylt, grinste er herüber.
„Du bist es ja wirklich.“
Das makellose Gesicht hielt Armin fixiert, der versuchte so selbstsicher wie möglich zu antworten.
„Thomas. Lange nicht gesehen.“
Thomas machte eine ausladende Geste, streckte die Hand aus und kam ihm zwei Schritte entgegen. Da war sie wieder, die Herausforderung, die Falle zur Demütigung. Armin schluckte. Er quälte sich ein Lächeln auf die Lippen und ging seinerseits die restlichen vier Schritte, um die Hand zu schütteln. Kaum hatten sie sich wieder voneinander gelöst, griff Thomas nach einem Taschentuch und rieb sich damit die Fingern. Armins Schmach kam zurück, Stück für Stück.
„Das muss ja zehn Jahre her sein, dass ich dich das letzte Mal gesehen habe. Unglaublich, was für ein Zufall“, lies Thomas ihn wissen, um gleich fort zu fahren. „Bist du nun unter die Blauwale gegangen?“
Dort war er. Der Schlag in die Magengrube. Die geschickt verpackte Beleidigung, eine Anspielung auf sowohl sein Gewicht, als auch das blaue Diensthemd das er trug, ließ Armin den Schweiß auf die Stirn treten. Wie früher in der Schule legte Thomas bei denunzierenden Wortspielen eine Kreativität an den Tag, die jeden Autor erblassen lassen würde.
„Ich.. Äh.. bin nun bei der Polizei, falls du das meinst, ja…“, stammelte er als schwächsten Konter von allen möglichen. Noch während er die Worte formulierte, wurde ihm bewusst, dass dies nur mehr Nährboden für Thomas Stichelei bieten würde. Abrupt fügte er hinzu “…und was Beamtenbeleidigung ist, wirst du ja wohl
wissen, nicht?”
Durch die hastige Ergänzung verschluckte sich Armin fast an seinem eigenen Speichel, was die als Warnung geäußerte Frage eher als Komik erscheinen ließ.
Thomas hob abwehrend die Hände. „Dies käme mir niemals in den Sinn, Herr Wachtmeister“ lachte er ihm ins Gesicht und zeigte dabei seine reinweißen Zähne. Anschließend drehte er seinen Kopf leicht zur Seite und rief über seine Schulter. „Jungs, darf ich vorstellen, Wachtmeister Saller.“
Armin sah zwei weitere Männer, beide im Anzug, an Thomas‘ Seite schlendern. Sie fixierten ihn mit ihren Blicken und wie abgesprochen kristallisierte sich auf beiden Lippenpaaren ein leicht abfällig angehauchtes Grinsen.
„Freut mich“, entgegnete der eine, während der andere ihn nur still musterte. Armin ballte unbewusst die Hand.
„Und dies hier, mein lieber Specki, sind meine beiden Herren Geschäftspartner.“
Thomas ließ keine Zeit zur Widerrede gegen diesen unsäglichen Spitznamen und fuhr sogleich fort. „Wir haben heute Vormittag einen Vertrag mit der größten Sicherheitsfirma der Welt abgeschlossen – und nun sind wir auf dem Weg um es zu feiern.“
Thomas hielt inne, als würde er seine Worte wirken lassen wollen. Sogleich legte er seine Arme um die beiden anderen, was ihn noch größer und breiter erscheinen ließ, als er ohnehin schon war. „Willst du denn nicht mitkommen?“
Armin blickte verdutzt drein, als er die Frage hörte. Nie hatte ihn Thomas zu etwas eingeladen – geschweige denn auf eine Feier. Acht lange Schuljahre musste er die Klasse und ein halbes davon sogar die Bank mit ihm teilen. Und das war mehr als genug für seine Psyche und seinen Körper, der unter den vielen Sticheleien und
Gemeinheiten immer weiter anschwoll. Bis er endlich das Abitur hatte und ihn dieser Abschnitt seines Lebens nur noch im Schlaf verfolgte.
„Ich, äh…“ setzte Armin an, aber wurde sogleich von Thomas unterbrochen. „Ach, du musst sicher Streife schieben, nicht wahr?“
Armin schluckte abermals die Schmach hinunter, die mit dieser eindeutigen Abfuhr einherging, wie er es gewohnt war. „Ich arbeite in einem Büro, aber sonst hast du recht“ stammelte er hervor, wobei er versuchte, noch einen letzten Rest Würde zu behalten.
Mit einer Bewegung, die wie tausend Mal praktiziert aussah, zauberte Thomas eine Visitenkarte hervor. Er streckte sie ihm hin, als wäre es eine Ehre, diese zu empfangen. So lässig wie es ihm möglich war, nahm Armin diese entgegen und stopfte sie in die Hosentasche, ohne einen weiteren Blick darauf zu werfen. Als Armin keine Anstalten machte, ihm die seine zu geben, wie es bei einem solchen Vorgehen üblich war, legte Thomas den Kopf schief, zog die Augenbrauen hoch und blickte ihn fragend an. „Müsst ihr denn schon an der Pappe sparen, im Öffentlichen?“
Armin durchlebte einen erneuten Schweißausbruch, als er seinen Fehler bemerkte. Hektisch holte er seine Geldbörse aus der hinteren Hosentasche und fummelte umständlich seine Karte hervor. Seinem flüchtigen Blick entging nicht, dass sie einen kleinen Knick im rechten unteren Eck hatte und die Ränder bereits etwas schwarz-grau waren. Er hielt sie Thomas mit zitternder Hand entgegen und erntete dafür einen mitleidvollen Blick der Begleiter.
„Super! Da du nun weißt, wie du mich erreichen kannst, musst du mir unbedingt einmal schreiben. Auf ein Bier, der alten Zeiten willen“ ließ Thomas ihn mit überschwänglicher Freundlichkeit wissen, während er sie entgegen nahm. Armin nickte teilnahmslos, als er das erneute Grinsen seiner Gegenüber aufkeimen sah.
„Dann mach’s so gut wie ich“ meinte Thomas grinsend, bevor er die Hand zum Abschied hob und sich mit seinen Geschäftspartnern abwandte.
Während Armin ihnen vollkommen entkräftet nach sah, bemerkte er, dass Thomas die Visitenkarte in den nächstbesten Abfalleimer warf, als sie die Straße hinunter schlenderten, lachend und scherzend. Der Groll in Armin stieg weiter an und er zwang sich, in die entgegen gesetzte Richtung zu laufen, nur um nicht in Gefahr zu
laufen, ihnen nochmals zu begegnen.
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25. Januar 2014
Kire
Um über die Aktivitäten der Digitalen Gesellschaft auf dem Laufenden zu bleiben, bestehen verschiedene Möglichkeiten: Selbstverständlich kann dazu hin und wieder dieser Blog gelesen werden. Für Interessierte besteht aber ebenfalls die Möglichkeit, uns wie bereits eine Vielzahl auf Twitter zu folgen, zusätzlich den RSS-Feed zu abonnieren oder neu auch die Blog Posts per E-Mail zu erhalten:
21. Januar 2014
Kire
Medienmitteilung vom 19. Januar 2014
Nach mehrmonatigen Beratungen zur Revision des Bundesgesetzes betreffend die Überwachung des Post- und Fernmeldeverkehrs (BÜPF) hat die Kommission für Rechtsfragen (RK-S) in der letzten Woche ihre Empfehlungen an den Ständerat veröffentlicht.
Der Entwurf des Bundesrates wurde im Vorfeld vielfältig kritisiert: Der Entwurf beinhaltet unter anderem eine Verdoppelung der verdachtsunabhängigen Vorratsdatenspeicherung von 6 auf 12 Monate, neue Überwachungsmassnahmen wie IMSI-Catcher und Staatstrojaner sowie eine Mitwirkungspflicht selbst für Privatpersonen und ihre WLANs.
Dennoch stehen für die Mehrheit der Kommissionsmitglieder ausschliesslich die Interessen der Strafverfolgungsbehörden im Zentrum: Die strafprozessualen Zwangsmassnahmen werden nicht auf ihre Verhältnismässigkeit geprüft, sondern die Kommission sorgt sich vor allem, «dass die hohen Überwachungskosten die Strafuntersuchungen beeinträchtigen könnten».
In der Folge sollen gemäss der Kommission die Entschädigungen für Überwachungsdienstleistungen der Telekommunikationsanbieter vollständig gestrichen werden. Die Telekommunikationsanbieter werden nicht nur zur Strafverfolgung verpflichtet, sondern müssen diese Dienstleistungen auch noch gratis erledigen. Bezahlen werden dafür – es geht um Dutzende Millionen Franken pro Jahr – alle Kundinnen und Kunden der Telekommunikationsanbieter.
Die Digitale Gesellschaft fordert vom Ständerat, auf jegliche Ausweitung der heiklen Überwachungsmassnahmen zu verzichten. Der Grundsatz der Verhältnismässigkeit ergibt sich zwingend aus der Bundesverfassung und der Europäischen Menschenrechtskonvention (EMRK). Ausserdem ist die Mitwirkungspflicht bei der Überwachung weiterhin auf die Zugangsanbieter unter den Telekommunikationsanbietern zu beschränken. Die Telekommunikationsanbieter müssen für Überwachungsmassnahmen vollständig entschädigt werden.
Die Digitale Gesellschaft hat sich bereits mehrfach kritisch zur Gesetzesrevision geäussert:
Die Digitale Gesellschaft ist ein offener Zusammenschluss netzpolitisch interessierter Gruppen und Einzelpersonen. Dazu gehören unter anderem der Chaos Computer Club (CCC), die Digitale Allmend, der Verein grundrechte.ch, die Piratenpartei Schweiz und die Swiss Privacy Foundation.
19. Januar 2014
Kire
Im Februar 2013 hat der Bundesrat die Botschaft und den Entwurf zur Revision des Bundesgesetzes betreffend die Überwachung des Post- und Fernmeldeverkehrs (BÜPF) sowie der Schweizerischen Strafprozessordnung (StPO) bekannt gegeben. Das Geschäft wird zuerst im Ständerat behandelt. Voraussichtlich wird es für die kommende Frühjahressession im März 2014 traktandiert.
Die Digitale Gesellschaft hat sich mehrfach kritisch zur Vorlage geäussert. In diesem Dossier sind die wichtigsten Punkte zusammengefasst und weiterführende Informationen verlinkt.
Zusammenfassung der wichtigsten Kritikpunkte
Anders als in der Botschaft versprochen, wird mit der vorgeschlagenen Revision die Überwachung stark ausgeweitet. Wurde bis anhin bei den Post- und Fernmeldedienstanbieter angesetzt, sollen nun beide Enden der Kommunikation mit einbezogen werden: Auf dem Benutzer-Computer per GovWare und auf der Server-Seite durch Ausweitung des Geltungsbereichs auf sämtliche Diensteanbieter. Zusätzlich soll die Dauer der Vorratsdatenspeicherung verdoppelt werden.
Ausweitung des Geltungsbereichs
Bisher beschränkte sich die Mitwirkungspflicht bei der Durchführung von Überwachungsmassnahmen auf die Post- und Fernmeldedienstanbieter. Die Ausweitung auf Gewerbebetriebe wie Hotels oder Internet-Cafés und insbesondere auf die sehr offen formulierte Kategorie von Anbieterinnen abgeleiteter Kommunikationsdienste bürdet einer grossen Anzahl von (Privat-) Personen und Organisationen Pflichten auf, denen diese nicht nachkommen können. Die Kompetenz, den maximalen Geltungsbereich festzulegen, wird dem Gesetzgeber entzogen und dem Bundesrat übertragen.
Angesichts der Tatsache, dass etliche der populären Anbieter wie GMX oder WhatsApp weder Geschäftssitz noch Infrastruktur in der Schweiz haben und deshalb nach wie vor nicht zur Mitwirkung verpflichtet werden können, ist diese Verschärfung noch weniger nachvollziehbar.
Ausbau der verdachtsunabhängigen Vorratsdatenspeicherung
Die verdachtsunabhängige Speicherung der Randdaten sämtlicher Telekommunikationsteilnehmer stellt einen unzulässigen Eingriff in das verfassungsmässig garantierte Fernmeldegeheimnis dar, insbesondere da während eines grossen Zeitraums aufgezeichnet wird, wer wann mit wem wie lange kommuniziert hat. In der Botschaft des Bundesrats zum neuen BÜPF steht einzig, dass die Vorratsdatenspeicherung zur Bekämpfung der Kriminalität unerlässlich sei. Allerdings wird diese Aussage nicht weiter begründet. Vergleicht man die Aufklärungsrate der schweizerischen Polizei mit derjenigen der deutschen (wo die Vorratsdatenspeicherung nicht zulässig ist), sind allerdings keine Unterschiede ersichtlich.
Die Verlängerung der Aufbewahrungsfrist ist nicht zielführend und deshalb unnötig.
Einsatz von GovWare
Der Einsatz von Spionage-Software soll erlaubt werden, um den Inhalt von Kommunikation und Randdaten in unverschlüsselter Form abzufangen, falls dies nicht anders möglich ist. Das Gesetz rechnet bereits damit, dass die eingesetzte Software über weiterreichende Funktionen verfügt und schreibt daher vor, dass gesammelte Daten, die nicht zu den erwähnten Kategorien gehören, sofort gelöscht werden müssen. Erkenntnisse, die auf solchen Daten beruhen, sollen nicht verwendet werden dürfen. Es ist schwer vorstellbar, wie ermittelnde Personen den Verstoss gegen diese Vorschrift vermeiden sollen.
Das Einschleusen von GovWare via Internet ist mit erheblichem technischen Aufwand verbunden, da Schutzmechanismen auf dem Zielgerät umgangen werden müssen. Gelingt es, die Software zu installieren, beeinträchtigt deren Betrieb die Sicherheit des Systems und stellt daher die Integrität der potentiellen Beweise infrage. Der technische Fortschritt kann diesen Widerspruch nicht auflösen.
Das Gesetz erlaubt den Einsatz von Spionage-Software bereits bei relativ geringen Delikten wie Diebstahl und schwerer Sachbeschädigung.
Risiken und Nutzen stehen beim Einsatz von GovWare in keinem Verhältnis, und daher ist von einer Legalisierung dieses Mittels abzusehen.
Weiterführende Informationen
18. Januar 2014
Kire
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