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La Svizzera gode di una reputazione internazionale come una nazione politicamente neutrale: il suo mercato azionario non è tuttavia nella stessa posizione privilegiata di poter agevolmente arginare l’influsso di eventi geopolitici di rilevanza. Osservando come il clima politico internazionale si sia recentemente inasprito dopo la decisione di Trump di non aderire agli accordi climatici di Parigi, è interessante esaminare in quale misura anche il mercato azionario, seppure “delimitato” come quello elvetico, in analogia con il clima, sia permeabile agli umori volubili e alle interferenze esterne (ma anche al global warming derivante dalla deregolamentazione) oppure se sia in grado di mantenere un certo grado di neutralità.
Facendo un passo indietro, nel suo primo viaggio all’estero, il Presidente americano Trump aveva fatto la voce grossa denunciando l’eccessivo deficit della bilancia commerciale con la Germania, nazione che è anche il principale partner commerciale della Svizzera, paventando misure protezionistiche che potrebbero coinvolgere il nostro Paese in modo trasversale.
Una sommaria osservazione della nostra bilancia commerciale con gli Stati Uniti rivela come negli ultimi 4 anni si sia aperta una vistosa divergenza a vantaggio della Svizzera, dopo che per anni vi era stato un sostanziale equilibrio, con oscillazioni regolari tra positivo e negativo, interrotte una prima volta nel 2005 a vantaggio degli US. Successivamente, a partire dal 2008, anno marcato dalla crisi del settore finanziario, vi è stata un’inversione di tendenza e la bilancia commerciale si è progressivamente migliorata a vantaggio della Svizzera, ritornando in pareggio nel 2013 per poi prendere l’ascensore con le esportazioni che sono rimaste in tendenza ascendente, ma con una visibile diminuzione delle importazioni. Il picco si è verificato nel 2016 con CHF 13 mia di surplus.
A fronte dei 270 mia USD che hanno suscitato le proteste americane verso la Germania si tratta di ben poca cosa, anche considerato che l’avanzo della bilancia commerciale tedesca è pari al 7.7% del PIL, mentre nel caso della Svizzera siamo solamente al 2%.
Tuttavia, come avvenuto in un recente passato con le pesanti penalizzazioni inflitte alle banche, le principali società del listino elvetico sono esposte a decisioni unilaterali della politica americana e sono quindi potenzialmente permeabili alle conseguenze di eventuali misure protezionistiche.
I settori che maggiormente potrebbero subirne le conseguenze sono quelli principali dell’SMI, primo fra tutti il farmaceutico, al centro del dibattito sulla nuova legge sanitaria americana ma anche un importante concorrente delle multinazionali statunitensi. La sanità americana è inoltre rilevante anche per il settore assicurativo. Più ambigua è invece la posizione del settore bancario. Da una parte, la nuova amministrazione americana ha finora legiferato in modo molto favorevole a Wall Street, ma a vantaggio dell’industria domestica, mentre le banche elvetiche a scadenze regolari incontrano ostacoli di ordine legale che ne frenano la progressione.
La neutralità e la competitività sono in ultima analisi gli argomenti maggiormente utili per promuovere la Svizzera come sede di operazioni internazionali a beneficio dell’economia interna, se non proprio della borsa.