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Apertura decisiva o tergiversazioni?
Cambiamenti climatici e negoziati post-Kyoto dal punto di vista della politica dello sviluppo - una nuova pubblicazzione di Alliance Sud. Leggi l'introduzione di Peter Niggli.
Nel corso del 2009 e del 2010 saranno prese decisioni d’importanza cruciale per la politica climatica a livello nazionale ed internazionale. Nei prossimi anni, i paesi devono cominciare a ridurre in modo durevole le loro emissioni di gas a effetto serra e abbandonare le energie fossili (petrolio, carbone, gas naturale). In caso contrario, l’umanità rischia un riscaldamento planetario con delle conseguenze incalcolabili e pericolose per la vita di miliardi di esseri umani.
Nella misura in cui i gas a effetto serra si sono accumulati durante i secoli nell’atmosfera, i paesi industrializzati storici sono i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Le prime vittime sono, d’altra parte, i paesi in via di sviluppo: essi soffrono in prima persona del riscaldamento del pianeta, hanno emesso meno gas a effetto serra e non dispongono delle risorse e di sufficienti capacità per adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Questa situazione iniziale contraddistingue e complica i negoziati internazionali.
La base giuridica vincolante a livello internazionale in materia di politica climatica è la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1994. Essa prevede in particolar modo che i paesi industrializzati, in quanto inquinatori storici, devono ridurre le loro emissioni di gas a effetto serra prima che i paesi in via di sviluppo si impegnino a loro volta. Così, il protocollo di Kyoto che è stato ulteriormente negoziato e che comporta i primi impegni di riduzione fino al 2012, si indirizza unicamente ai paesi industrializzati (storici), tra cui figura anche la Svizzera. Sebbene parteciparono in modo preponderante alla sua messa in atto, gli Stati Uniti, infine non ratificarono il protocollo per ragioni di politica interna.
A partire dal 2006, negoziati internazionale sono in corso in vista dell’accordo post-Kyoto, che dovrebbero entrare in vigore dopo il 2012. Questi negoziati dovrebbero concludersi alla Conferenza sul clima a Copenhagen prevista nel dicembre 2009. L’importante numero di divergenze che esistevano all’inizio del 2009, lasciano però un forte dubbio sulla possibilità di rispettare tale scadenza.
Per avere un senso tangibile, il regime climatico post-Kyoto dovrà includere anche i paesi in via di sviluppo, in particolare i paesi emergenti in piena industrializzazione. Anche se il loro contributo in materia di riscaldamento climatico è risultato finora insignificante da un punto di vista storico, le emissioni di gas a effetto serra di tutti i paesi in via di sviluppo sono triplicate dal 1980 e rappresentavano la metà delle emissioni su scala mondiale nel 2005. Questa tendenza è al rialzo. Seppure questi paesi ospitano l’85% della popolazione mondiale, il loro contributo alle emissioni per abitante rimane sempre chiaramente più basso rispetto a quello dei paesi industrializzati. Di conseguenza, se i paesi industrializzati intendono integrare quelli in via di sviluppo in un accordo sul clima, i paesi industrializzati dovranno operare delle concessioni significative.
Il problema del clima figura sull’agenda politica da vent’anni. Questo periodo ha visto svilupparsi una collaborazione esemplare tra gli scienziati di tutti i paesi nel quadro dell’ONU. Le conoscenze sui cambiamenti climatici originati dall’uomo, sono sensibilmente migliorate. Il più recente rapporto del Gruppo di esperti intergovernamentali sull’evoluzione del clima (IPCC-GIEC), che data del 2007, è pure il più allarmante. Dopo anni di indifferenza, esso ha rimesso la questione del clima al centro dell’attenzione della politica internazionale.
Il crollo dei mercati finanziari e la crisi economica mondiale potrebbero influenzare negativamente i negoziati in corso sul clima. I gruppi di pressione legati all’industria mettono in guardia contro le misure di riduzione delle emissioni che potrebbero indebolire la “capacità concorrenziale”. D’altra parte hanno già convinto alcuni governi a non calcare sull’acceleratore. Tuttavia il ritorno generalizzato di programmi pubblici di rilancio potrebbe anche rappresentare l’opportunità in favore di un New Deal verde. Esso potrebbe essere utilizzato per misure accelerate di incremento dell’efficienza energetica e per la conversione verso le energie rinnovabili.
Un punto positivo per i negoziati sul clima è la partenza dell’amministazione Bush. La corrente politica che riteneva il riscaldamento climatico una favola o il complotto di forze “anticapitaliste” ha perso così li suo sostegno più importante. Resta ancora da verificare in quale misura il governo Obama potrà o vorrà realmente mettere in opera la sua visione di una politica climatica forte. Gli Stati Uniti non potranno più, come in passato, bloccare semplicemente e puramente l’avanzata delle trattative.
Un altro elemento positivo risiede nel fatto che il petrolio non è più disponibile a prezzi troppo bassi e in quantità illimitata. Oggi, la maggior parte degli esperti, stima che, tra qualche anno, i nuovi giacimenti non compenseranno più l’insufficienza della produzione dovuta all’esaurimento dei campi petroliferi esistenti (Peak Oil). Ne risulterà così un forte incentivo finanziario a disimpegnarsi dalle energie fossili nei prossimi anni. La caduta del prezzo del barile dovuta all’abbattimento della speculazione sulle materie prime durante l’estate del 2008 (circa 40 dollari a fine anno contro i 140 dollari di luglio) come pure la contrazione della domanda di petrolio dovuta all’attuale crisi economica mondiale, spingono d’altro canto, certi attori a sottostimare e a non pianificare l’aumento a lungo termine del prezzo dell’oro nero (si trovava a 25 dollari dopo l’11 settembre 2001).
La penuria futura di petrolio e il suo rincaro potrebbero sostenere una politica climatica efficace e la conversione alle energie rinnovabili. Nello stesso tempo, bisogna però temere che le grandi potenze cerchino di assicurarsi un acceso privilegiato al petrolio attraverso la formazione di alleanze e, eventualmente, al ricorso ai mezzi militari. Ciò allo scopo di riportare le misure di adattamento.
Infine, la valutazione dei negoziati sul clima deve tener conto del fatto che gli impianti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili sono raddoppiati tra il 2000 e il 2006. La tendenza è di forte crescita. Qualche raro paese industrializzato è leader in questo ambito – la Germania, la Spagna, gli Stati Uniti (grazie ad iniziative locali o private) – come pure la Cina e l’India. La Svizzera in tale confronto fa la figura del paese in via di sviluppo.
Nella sua legge sul CO2, la Svizzera ha definito le misure necessarie per rispettare gli obblighi di riduzione sanciti dal protocollo di Kyoto. L’accordo post-Kyoto esigerà nuovi impegni, probabilmente più radicali. Questi ultimi e le azioni necessarie per concretizzarli sono attualmente oggetto di dibattiti di politica interna. Una grande alleanza di organizzazioni per la protezione dell’ambiente e dei partiti politici dell’ala rosso-verde ha depositato l’iniziativa sul clima nel 2008. Questa esige una riduzione minima delle emissioni del 30% entro il 2020 (nei confronti del 1990), essenzialmente in Svizzera. Nel dicembre 2008, il Consiglio federale ha posto in consultazione due varianti per una revisione della legge sul CO2. Queste serviranno da controprogetto all’iniziativa. Le consultazioni parlamentari saranno i momenti decisivi sull’iniziativa popolare e la revisione della legge sul CO2 nel 2009 e 2010, come pure decisiva sarà l’eventuale votazione popolare nel 2010 o 2011.
Questo documento presenta le conseguenze del riscaldamento climatico, le minacce per i paesi poveri, le misure da adottare per ridurle e i punti di dibattito in materia di politica climatica nazionale e internazionale. Il documento è stato elaborato da Rosmarie Bär, responsabile della politica climatica presso Alliance Sud.
Peter Niggli, Direttore di Alliance Sud
Traduzione dal francese: Eros Lupi
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