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|RASHÔMON

Giappone 1950
Sceneggiatura: Shinobu Hashimoto e Akira Kurosawa, da due racconti di Ryunosuke Akutagawa; fotografia: Kazuo Miyagawa; montaggio: Akira Kurosawa; musica: Fumio Hayasaka; interpreti: Toshiro Mifune, Masayuki Mori, Machiko Kyo, Takashi Shimura, Minoru Chiaki, Kichijiro Ueda, Daisuke Kato, Fumiko Homma; produzione: Jingo Minoru per Daiei.
Un monaco, un boscaiolo e un passante discutono del caso di un bandito accusato di aver ucciso un samurai e di averne stuprato la moglie. Ognuno dei partecipanti (i morti vengono evocati da una maga) racconta una versione diversa dei fatti, accollandosi la responsabilità del delitto, ma scaricandone la colpa sugli altri due. Il boscaiolo riferisce una quarta versione, che non va a onore di nessuno dei tre.
Una parabola sulla relatività della verità, con un'apertura umanitaria nel finale. Congegnato con grande abilità e un superiore senso di ironia, e girato con uno stile nervoso e molto moderno. Il film che ha reso noti Kurosawa, Mifune (nella parte del bandito) e la Kyo (in quella della moglie del samurai) in Occidente, Leone d'oro a Venezia e Oscar per il miglior film straniero. Accusato di essere troppo europeizzante dagli occidentali (ma i racconti di Akutagawa da cui è tratto sono degli anni Dieci), e poco amato in patria (i produttori non volevano mandarlo a Venezia perché pensavano fosse poco esportabile): capita anche ai capolavori.