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Quando un film arriva da un paese nel quale non vige precisamente la libertà di espressione è sempre difficile stabilire se è oscuro per necessità o per eventuale virtù. Andrej Tarkovski è giustamente celebre per essere l'autore di uno dei capolavori (alcuni dicono IL capolavoro) del cinema sovietico del dopoguerra, ANDREJ RUBLOV (1969).
Di questo suo LO SPECCHIO, che è del 1974 e che segue l'altrettanto lento e poco ameno SOLARIS presentato nel '72 a Cannes, si capiscono alcune cose. La prima, che il regista non è d'accordo sull' idea della Storia, marxista quindi, intesa come progresso umano e civile. Il che è stato sufficiente per creare al film un mucchio di difficoltà quando si trattò di farlo uscire dal paese di origine, un anno fa. Quindi, che lo specchio del quale si parla è una specie di barriera, posta tra il regista e la realtà osservata. Una barriera che gli rimanda le proprie proiezioni mentali, i propri ricordi personali. Mentre il ruolo della memoria collettiva, quello della Storia, è svolto da una serie di spezzoni documentaristici, inseriti nella vicenda. La medesima attrice interpreta il ruolo della moglie e quello della madre dell'autore. Da cui rinvii psicanalitici d'obbligo.
Condotte sul leitmotiv visivo di una ventata impetuosa che agita il verde intenso dell'estate russa, e che si ripete periodicamente per l'intera durata della pellicola, le immagini di questi ricordi sono estremamente suggestive. E denotano uno sguardo cinematografico di indubbia maturità, d'improvvise intuizioni, di laboriosa decifrazione. Ma dirne di più, invero, spetta al futuro.