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WASHINGTON D.C. - Mancano poco più di due mesi, la data è quella del 20 gennaio, all'insediamento del prossimo presidente degli Stati Uniti. La transizione di potere fra le mura della Casa Bianca non sembra però destinata ad avvenire, come vorrebbe la tradizione, in modo fluido e indolore.
Da un lato c'è il presidente eletto Joe Biden, che vorrebbe accelerare i tempi. Dall'altro un Donald Trump che non vuole saperne di riconoscere il verdetto delle urne e, da giorni, sembra aver messo in stand-by la sua agenda.
Sulla stessa linea si è espresso anche il Segretario di Stato Mike Pompeo, che ha parlato di una «transizione graduale verso una seconda amministrazione Trump», alimentando un ostruzionismo che pone non pochi problemi al funzionamento di una "macchina" complessa come quella a stelle e strisce.
In questi due mesi il futuro esecutivo federale degli Stati Uniti deve potersi confrontare con decine di singole agenzie che operano a livello governativo - un passo che necessita del via libera della General Services Administration. Lo stesse ente entra in gioco anche nell'assegnazione del personale, per il quale sono necessarie autorizzazioni di sicurezza e (in alcuni casi) accordi con l'Ufficio per l'etica del governo.
Ritardi di transizione in questo senso posso avere conseguenze gravi. L'elezione del 2000 - vinta da George W. Bush grazie a soli 537 voti in più raccolti in Florida - è un esempio estremo: i tempi dilatati dovuti alla lunga attesa per i risultati ufficiali, secondo il rapporto ufficiale della Commissione d'indagine sugli attentati dell'11 settembre 2001, ritardarono l'entrata in azione del team incaricato dal presidente per gestire la sicurezza nazionale. Un fattore che contribuì alla riuscita degli attacchi.