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Nel maggio del 2009 Lin-Manuel Miranda, un giovane compositore di origini portoricane, si presentò al pubblico di uno spettacolo di musica e poesia organizzato dalla Casa Bianca con un pezzo da un concept album a cui stava lavorando. Tra le risate del pubblico – neoeletto presidente Barack Obama e moglie Michelle compresi – Miranda annunciò che avrebbe raccontato la storia di un personaggio che, secondo lui, sarebbe la perfetta incarnazione dello spirito dell’hip hop: il primo Segretario al Tesoro e Padre Fondatore della nazione americana, Alexander Hamilton.
Sette anni più tardi, nel marzo del 2016, Miranda torna alla Casa Bianca. Nel frattempo, il suo concept album è diventato un musical, e la storia di Alexander Hamilton ha conquistato Broadway e l’attenzione dell’intera nazione: Hamilton: An American Musical ha vinto 11 Tony awards (gli Oscar di Broadway), un Grammy e addirittura il premio Pulitzer per la drammaturgia; i biglietti per assistervi, ça va sans dire, sono pressoché introvabili, nonostante lo spettacolo venga rappresentato in pianta stabile a New York e Chicago, mentre una tournée statunitense è da poco partita da San Francisco. Il pubblico, alla Casa Bianca, questa volta non ride più.
Il prossimo novembre, poi, il più grande successo della giovane carriera di Miranda (anche se il suo primo musical In the heights gli era già valso un Tony) approderà in Europa, al Victoria Palace Theatre di Londra – biglietti esauriti almeno fino a giugno 2018. La domanda, dunque, sorge spontanea: perché? Come mai un musical che sembrerebbe tutto sommato un prodotto di nicchia, interessante forse solo per pochi appassionati di storia americana, ha ottenuto un successo così vasto, bipartisan e transnazionale? La risposta, nonostante sia chiaramente molto più complessa di così, si può riassumere in una parola: novità.
Lo spirito rivoluzionario del rap
Hamilton: An American Musical è nuovo prima di tutto nel genere musicale con cui Lin-Manuel Miranda ha scelto di presentare una delle narrative centrali dell’autodichiarato eccezionalismo americano: i celebrati eroi della guerra d’Indipendenza americana – George Washington, Thomas Jefferson, il marchese de La Fayette – si esprimono in gran parte nel linguaggio sovversivo del rap. Nati negli anni Settanta dall’energia rivoluzionaria dei quartieri afroamericani di New York – il Bronx su tutti – la musica rap e più in generale la cultura hip hop sono, secondo Miranda, il veicolo ideale per trasmettere l’impeto collettivo all’origine della Rivoluzione americana. Zeppa di riferimenti alle leggende del rap – da Grandmaster Flash ai Mobb Deep, passando per Eminem – la colonna sonora di Hamilton riscrive il primo capitolo della storia americana a suon di rime e beats forsennati.
Alexander Hamilton, protagonista dimenticato dalla Storia
Nuova è poi anche l’attenzione riservata al personaggio di Alexander Hamilton, messo al centro del palcoscenico nonostante sia (o fosse, prima del successo del musical) tra i Padri Fondatori meno conosciuti. Alla Storia, Hamilton è passato come il Segretario al Tesoro dell’amministrazione Washington, responsabile di varie riforme finanziarie che gli sono valse però soltanto l’onore di figurare sulla banconota da 10 dollari e poco più. Dai palchi di Broadway, invece, l’immagine (ovviamente romanzata) che ci giunge è ben diversa, e certamente più appassionante: nato su una piccola isola dei Caraibi, rimasto orfano di madre e abbandonato dal padre a 13 anni, coinvolto in prima linea nella lotta ai soldati inglesi e infine ucciso in duello dall’amico Aaron Burr, Hamilton sembra un personaggio più adatto a una tragedia shakespeariana che a un polveroso libro di storia.
Le voci marginali al centro del palcoscenico
Nuove sono infine le voci a cui questa riscrittura in chiave rap è affidata: in linea con le origini – in gran parte afroamericane e comunque minoritarie – del genere, il compito di rappare le vicende dei Padri Fondatori (molti dei quali di estrazione sociale elevata e tutti, senza eccezione, bianchi) è affidato ad attori di origine ispanica, afroamericana, asiatica. Le voci femminili, poi, assumono un ruolo centrale nella figura di Elizabeth Schuyler Hamilton, la moglie di Alexander, che si assume il compito di raccontare l’intera vicenda e che quindi, a parole sue, si “iscrive nella narrativa” di prepotenza, rivendicando il diritto a far sentire la propria voce ed estendendolo a minoranze di ogni tipo. Hamilton, in altre parole, ci ricorda in un modo tutto nuovo che le rivoluzioni sono prima di tutto uno sforzo corale, e non l’opera di poche voci soliste che si impongono sulle altre.
Il successo di Hamilton, quindi, si spiega forse nel suo coniugare novità e tradizione in una miscela perfetta di patriottismo e autocritica che riesce a mettere d’accordo conservatori e progressisti. In un momento storico in cui la retorica della divisione e la demagogia della diffidenza prendono pericolosamente piede, dall’America echeggia un nuovo messaggio di unità che parla la lingua, multiculturale e inclusiva, del rap.