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Galaa[1] e sua moglie Odno sono dei pastori della circoscrizione amministrativa (soum in mongolo) di Tsenkher a circa 450 chilometri dalla capitale Ulan Bator. Hanno due figli: un ragazzo di 30 anni, Tumur, e una ragazza di 20, Tuya. Anche Tumur è un pastore e ancora non ha trovato moglie. In campagna è consuetudine unirsi in matrimonio al più tardi all’età di 25 anni. «Ho cercato una donna da sposare in tutte le valli vicine ma non sono riuscito a trovarne una», confessa. Per quanto riguarda Tuya, sta studiando nella capitale per ottenere un bachelor. «Quando avrò ottenuto il mio diploma non tornerò a casa ma mi trasferirò in città», dice fiduciosa. Interrogata sul motivo della sua decisione risponde: «La vita nomade è così difficile.»
Durante le nostre ricerche nell’ambito del progetto WOLTS[2] siamo spesso stati confrontati con delle costellazioni familiari simili nelle zone rurali della Mongolia. Alcuni uomini non sposati ci rivelano che i pochi ragazzi che si sono trasferiti a Ulan Bator per qualche anno sono poi tornati in campagna. La vita in città potrebbe essere troppo gradevole. Ai giovani viene impedito di spostarsi in città soprattutto dalla famiglia perché la loro presenza è indispensabile in piena natura per portare a termine il lavoro con il bestiame.
Circa il 20% delle famiglie mongole mantiene ancora uno stile di vita seminomade basato esclusivamente sull’allevamento. E noi, uomini e donne della Mongolia, siamo fieri di quest’identità di pastori iscritta nei nostri geni. Da secoli questo modo di vivere si è rivelato la soluzione migliore per adattarci a un ecosistema fragile: se vogliamo che il nostro bestiame possa pascolare dobbiamo spostarci continuamente. Uomini e donne ricoprono dei ruoli diversi in questo stile di vita: i primi lavorano soprattutto all’aperto e si assicurano che le mandrie abbiano abbastanza da mangiare e da bere, mentre le seconde si occupano della mungitura, della trasformazione del latte, dei bambini e dei lavori di casa. Anche nella Mongolia rurale bisogna essere in due per far funzionare le cose.
Il rapido passaggio dalla Mongolia del socialismo all’economia di mercato negli anni ‘90 ha accentuato sui giovani la pressione di guadagnare soldi per la propria famiglia. Molti sono diventati venditori oppure hanno abbandonato la campagna per tentare la fortuna come operai in Corea del Sud, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. Le porte delle università si sono invece aperte alle giovani donne. Durante i miei studi di bachelor mi ricordo che nella nostra classe su 50 studenti solo 4 erano uomini. In campagna i genitori hanno iniziato ad adattarsi al nuovo stile di vita e fanno in modo che i loro figli, o almeno uno di loro, rimangano a casa per condurre il bestiame e in compenso mandano le figlie a scuola e all’università. Il nostro lavoro nell’ambito del progetto WOLTS consiste nell’esaminare alcune delle conseguenze sociali di questa penalizzazione degli uomini in termini d’istruzione. Il nostro lavoro sul campo conferma per le zone rurali quello che mostrano le statistiche nazionali per la Mongolia nel suo insieme: le donne sono nettamente più istruite degli uomini. Il rapporto mondiale sul divario di genere del 2018 indica che l’86,1% delle donne mongole beneficia di una formazione di livello secondario contro il 77,7% degli uomini. Questa disparità di genere al contrario si accentua nell’insegnamento superiore a cui ha accesso il 76,4% delle donne contro il 53,5% degli uomini. Infine, le differenze si riflettono anche nelle percentuali di donne e uomini che esercitano professioni tecniche: il 64,6% di donne contro il 35,4% di uomini.
Secondo la legge mongola del 2002 sulla formazione di base e sull’insegnamento secondario, la scolarità obbligatoria è fissata a 12 anni per tutti i bambini. Di per sé con ottime intenzioni, questa legge mira ad improntare il sistema educativo del paese alle norme internazionali ma esercita anche una pressione supplementare sullo stile di vita seminomade tradizionale che è inevitabilmente sottomesso ai cambiamenti stagionali. Con solo 1,9 abitanti per km², la Mongolia è il paese meno densamente popolato sul pianeta e le scuole si trovano soltanto nelle capitali dei distretti e sono quindi difficilmente accessibili per la popolazione rurale. Questa situazione costringe le coppie di nomadi sposate a vivere separate per la maggior parte dell’anno in modo che le madri possano permettere ai figli di andare a scuola nella capitale della circoscrizione amministrativa.
Abbiamo incontrato Bold, che resta solo almeno 10 mesi all’anno mentre la sua partner vive nel centro del distretto e si occupa dei bambini durante tutto l’anno scolastico. Lavorare con la mandria in sé è difficile, ormai lo deve fare senza alcun sostegno femminile. Bold lotta per la sopravvivenza del suo bestiame, l’unica fonte di guadagno della famiglia, e sembra aver perso ogni speranza. In casa sta tutto andando a rotoli, nessun fuoco riscalda la iurta e nessuno prepara da mangiare. Si lascia andare: «Senza mia moglie, non è più una vera casa, io sono bravo solo a guadagnare». Molti uomini in questa situazione cominciano a bere e in Mongolia l’alcolismo è diventato un problema.
Ma questa situazione in che modo tocca le donne? Molte delle ragazze che studiano nelle università di Ulan Bator, la capitale, dopo aver ottenuto il diploma lavorano come venditrici o diventano cameriere. Sarebbe irrealistico pensare che tutte le giovani donne partite per la città per cercare una vita migliore riescano a fare carriera. La vita in città sarà forse meno difficile dal punto di vista fisico ma si può rivelare brutale sotto altri aspetti. Oggi a Ulan Bator due terzi della popolazione mongola, su un totale di oltre 3 milioni di abitanti, vivono sullo 0,3% della superficie nazionale, e dire che la nostra patria è caratterizzata da delle distese praticamente infinite!
I temi qui trattati contribuiscono ai gravi problemi sociali della capitale. Un gran numero di ragazze e di giovani donne di Ulan Bator senza un alloggio ben definito finisce per prostituirsi o cade vittima della tratta di esseri umani e pure quelle che riescono a fare carriera fanno fatica a trovare un uomo adatto, come lo ha di recente riferito il giornale britannico “The Guardian”.
Nell’ambito del progetto WOLTS, durante il nostro intenso lavoro sul campo in tre diverse regioni della Mongolia abbiamo spesso riscontrato i problemi legati a famiglie separate e pastori abbandonati. Noi, uomini e donne della Mongolia, dobbiamo urgentemente cercare e trovare delle soluzioni prima che la nostra identità nomade e il nostro tradizionale stile di vita pastorale vengano distrutti.
L'autrice Lkhamaa Dulam è la cofondatrice e la presidente dell’ONG People Centered Conservation (PCC) e membro attivo del progetto Women's Land Tenure Security (WOLTS).
[1] I nomi sono stati modificati.
Pubblicato il 26.06.2019
su Il Lavoro
(Traduzione Sofia Reggiani)