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La Berna federale si sottomette a Bruxelles
Ha mai qualcuno in Svizzera espresso, sostenuto dai necessari mezzi d’influenza, l’intenzione di violare, tradire, aggirare, rompere o abrogare gli accordi bilaterali con l’UE? Nessuno!
Perché allora il Consiglio federale vuole consolidare nella Costituzione federale, quale diritto superiore, degli accordi bilaterali da niente e da nessuno messi in discussione?
Nessuno Stato libero ha finora mai intrapreso un tale passo.
Libera circolazione delle persone
Prendiamo, per esempio, l’accordo bilaterale di libera circolazione delle persone, per il quale il Consiglio federale mira palesemente alla citata modifica costituzionale. L’accordo bilaterale di libera circolazione delle persone è stato stipulato fra due partner Stati di pari diritto, quindi negoziati e infine sottoscritti da due partner paritari – la Svizzera da una parte e l’UE dall’altra.
Questo accordo contiene anche delle norme di revisione – come del resto quasi tutti gli altri trattati internazionali stipulati fra Stati e/o organizzazioni, risp. Unioni di Stati. Nell’accordo di libera circolazione delle persone è concesso a espressamente ogni partner – alla Svizzera come all’UE – di pretendere nuovi negoziati sull’intero accordo o su singole parti di esso qualora, rispetto alle attese esistenti al momento della sottoscrizione dell’accordo, siano sopravvenuti dei cambiamenti fondamentali o di grande portata. Una richiesta sostenuta da questa norma contrattuale da parte di uno dei due partner contrattuali non ha quindi nulla, ma proprio nulla a che fare con una rottura o una violazione dell’accordo. Il diritto di pretendere degli adattamenti dell’accordo è stato approvato da entrambi i partner contrattuali ed espressamente stabilito nell’accordo di libera circolazione delle persone.
Cambiamenti fondamentali
Rispetto alla situazione dell’immigrazione precedente la chiusura dei negoziati sulla libera circolazione delle persone, dalla sua entrata in vigore l’immigrazione in Svizzera si è quasi decuplicata. Indubbiamente un sostanziale cambiamento rispetto a quanto ci si aspettava dalla conclusione dell’accordo e a quanto era stato annunciato alla popolazione.
In considerazione di questi sviluppi andanti oltre ogni aspettativa, il popolo svizzero, con la memorabile votazione del 9 febbraio 2014, ha incaricato il Consiglio federale di trasmettere formalmente all’UE la richiesta di una revisione dell’accordo, conformemente alle norme inerenti detta revisione contenute nel trattato. Secondo il testo dell’accordo, l’UE sarebbe obbligata ad aderire a questa richiesta. Ambedue i partner contrattuali dovrebbero così discutere in negoziati formali la fissazione nel trattato di nuove norme – fintanto che le due parti si troveranno d’accordo con il risultato, rispettivamente con il compromesso raggiunto.
Per questa procedura, indubbiamente necessitante di tempo e a volte non scevra da difficoltà, ogni Stato incarica degli specialisti, ossia dei diplomatici. I negoziati condotti da diplomatici qualificati per incarico dei propri governi, non sono altro che delle procedure del tutto normali fra partner che cercano di trovare e concordare soluzioni paritarie a problemi pendenti.
Il Consiglio federale renitente al mandato
Il Consiglio federale ha rifiutato in modo anticostituzionale il mandato assegnatogli con la votazione del 9 febbraio 2014, di rinegoziare con l’UE la libera circolazione delle persone. La Berna federale afferma peraltro che il governo nazionale ha sondato al riguardo Bruxelles – ottenendone soltanto dei rifiuti. Se e in che misura ciò sia vero, nessuno, al di fuori di chi è direttamente coinvolto, lo sa esattamente. È tuttavia un fatto che, comunque, sondare non significa negoziare. La Confederazione abusa di questi veri o presunti colloqui di sondaggio, per rifiutare di dar seguito al mandato formale di nuovi negoziati peraltro conformi all’accordo, con il pretesto che sono irraggiungibili – tradendo così la relativa decisione popolare. Se avesse formalmente depositato a Bruxelles la richiesta di nuovi negoziati in ragione dell’articolo di revisione contenuto nell’accordo di libera circolazione delle persone, avrebbe dovuto elaborarne il relativo mandato negoziale. Questo mandato negoziale, secondo le norme legali vigenti in Svizzera, sarebbe poi dovuto essere sottoposto alle commissioni di politica estera di ambedue le Camere.
Tutto ciò non è mai successo. Non perché Bruxelles si sia rifiutata di negoziare – è piuttosto il Consiglio federale, il quale si attiene tuttora al suo “obiettivo strategico: adesione all’UE”, che ha tradito intenzionalmente la decisione popolare del 9 febbraio 2014 perché, in tutta evidenza, non è mai stato disposto alla sua attuazione. È estremamente deplorevole che, recentemente, nell’organo di controllo sul Consiglio federale, ossia il Parlamento, si sia ottenuta una maggioranza per benedire quale misero “compromesso” il rifiuto anticostituzionale del Consiglio federale di attuare una decisione popolare indubbiamente valida, con il pretesto della sua inapplicabilità.
Rinunciando il Consiglio federale – addirittura con l’approvazione della maggioranza del Parlamento – a condurre nuovi negoziati con l’UE, sulla base di valide norme contrattuali, esso dimostra a quale ruolo subalterno dell’UE intende obbligare la Svizzera, senza peraltro la benché minima base costituzionale: dovrebbe essere defraudata della parità negoziale nelle trattative con l’UE. L’immigrazione in Svizzera dovrebbe essere decisa e regolamentata d’ora in avanti solo e definitivamente da Bruxelles. Gli ordini e le disposizioni di Bruxelles, secondo la decisione di non-applicazione, dovranno automaticamente essere riprese dalla Svizzera. Il sovrano – popolo e cantoni – saranno esautorati in materia d’immigrazione.
Controprogetto all’iniziativa RASA
E non è tutto: il Consiglio federale ha in vista ulteriori piani – piuttosto perfidi – che si stanno escogitando adesso nel dipartimento Sommaruga. Questo intende chiedere agli autori della cosiddetta iniziativa RASA (che vuole abrogare “tout court” la decisione popolare del 9 febbraio 2014 contro l’immigrazione di massa) di ritirare la loro iniziativa peraltro formulata in modo maldestro. Ciò perché il Consiglio federale ha un’idea molto migliore per ottenere lo scopo di questa iniziativa RASA: intende, con un controprogetto a questa iniziativa, ancorare formalmente nella Costituzione federale la priorità del diritto di Bruxelles sul diritto costituzionale svizzero.
Per il Consiglio federale non si tratta assolutamente di “salvare i bilaterali”. È un mero pretesto – tanto più che i bilaterali non sono per nulla contestati. Per il Consiglio federale si tratta di privare in generale la Svizzera della parità di diritti con Bruxelles.
Il governo nazionale persegue già questo obiettivo con il cosiddetto “accordo-quadro”. Poiché questo obiettivo prevede un po’ sfacciatamente l’esautorazione del sovrano svizzero, il Consiglio federale lo considera per il momento privo di chance di fronte al sovrano. Tuttavia, il Consiglio federale non ha rinunciato al suo obiettivo di obbligare la Svizzera alla ripresa automatica delle disposizioni di Bruxelles in tutti i settori contemplati in accordi bilaterali.
E ultimamente intende raggiungerlo con il controprogetto all’iniziativa RASA. Lo scopo dell’operazione è quello di esautorare radicalmente il sovrano, ossia popolo e cantoni, in materia di politica europea: ciò che Bruxelles dice, ciò che Bruxelles decide, d’ora in avanti la Svizzera lo dovrebbe ingoiare senza poter dire la sua o co-decidere. Basta con le iniziative autonome svizzere. Basta con il diritto di referendum contro la ripresa delle disposizioni di Bruxelles. La Costituzione federale dovrebbe essere posta in secondo piano rispetto alle decisioni di Bruxelles. La Svizzera non sarebbe più un partner contrattuale a pari diritti con Bruxelles, sarebbe relegata a un ruolo di suddito. Dovrebbe d’ora in avanti ingoiare le decisioni di Bruxelles senza avere alcuna possibilità di influenzarle.
Gravi conseguenze
Se il Consiglio federale riesce a imporre questo punto di vista, ciò comporterà gravi conseguenze. Molto di ciò che finora si decideva in Svizzera in tutta libertà – in certi casi anche in netto contrasto con le disposizioni UE – e che poteva essere votato dal sovrano, sarebbe in futuro deciso in modo definitivo e vincolante unicamente da Bruxelles. E non toccherebbe soltanto la politica d’immigrazione, le cui competenze decisionali sono state cedute a Bruxelles in maniera altrettanto anticostituzionale dal Consiglio federale sostenuto da una maggioranza parlamentare.
L’esautorazione del sovrano svizzero avverrebbe sicuramente anche per ciò che concerne il diritto dei trasporti in vigore attualmente nell’UE: Bruxelles deciderebbe in modo vincolante anche per la Svizzera le regole per il trasporto del bestiame. Che la Svizzera potrebbe continuare ancora ad attuare una politica monetaria utile agli interessi del nostrô paese è quantomeno dubbio. Per la Svizzera risulterebbe impossibile continuare ad applicare dei tassi fiscali più vantaggiosi di quelli dell’UE. La Svizzera sarebbe poi sicuramente soggetta a regole vincolanti dell’UE anche in materia di diritti dei lavoratori, di norme di tutela dei consumatori, di provvedimenti per la protezione dell’ambiente e altro ancora. Che a Bruxelles non piaccia la democrazia diretta dovrebbe essere ben noto ormai. Con ci sarebbe comunque certamente da attendersi un riguardo di Bruxelles per i desideri della Svizzera – in ogni caso per delle decisioni risultanti dalla democrazia diretta.
A cosa mira il Consiglio federale con tale drastica esautorazione del sovrano svizzero? Naturalmente, lo sa anche la Berna federale che il popolo svizzero non approverà mai e poi mai volontariamente l’adesione all’UE. E tuttavia, la Berna federale – intesa come la maggioranza del Consiglio federale, la maggioranza del Parlamento e la maggior parte dell’amministrazione – s’aspetta tutto il bene da Bruxelles. Se il sovrano non compie volontariamente il passo verso Bruxelles, lo dovrà fare, secondo il piano escogitato nel dipartimento Sommaruga, sotto dissimulazione delle vere intenzioni, ingannandolo e condannandolo a un matrimonio forzato con la burocrazia UE.
US