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Li chiamano enfants sauvages per rifinire la natura già curiosa ed affascinante delle storie che li riguardano. Loro sono i bambini cresciuti nei boschi e nelle foreste, allevati dagli animali, mentre tutto il resto del mondo fa da spettatore stupito, sconvolto e commosso alle loro vicende. Quando se ne sente parlare è inevitabile ricordare le avventure di Mogwli, il ragazzino allevato dai lupi raccontato da Rudyard Kipling nel suo Il libro della giungla. Ma, come spesso accade, la realtà supera la fantasia ed il destino dei bambini selvaggi risulta frutto di storie drammatiche fatte di abbandono ed abusi. Si sono cimentati studiosi, ricercatori e fotografi per capire e raccontare la vita di queste creature strappate alla vita tra gli umani e scaraventate in una dimensione nella quale forse solo l'istinto, proprio e degli animali che li hanno accolti, ne ha permesso la sopravvivenza. I protagonisti dei progetti, soprattutto fotografici, che raccontano le vicende di bambini ed adolescenti cresciuti con la guida e la compagnia di un branco di lupi o di scimmie. Portati tra gli esseri umani il loro destino non è stato sempre felice.
C'è chi è sopravvissuto al cambiamento riuscendo a relazionarsi con gli esseri umani e chi non è riuscito a compiere il totale cambiamento ed è rimasto a metà tra la vita selvaggia e quella civile. E c'è anche chi non ce l'ha fatta ed è morto.
Quali sono le storie dei più noti ragazzi selvaggi? Il primo caso studiato è quello di Marie Angelique Le Blanc, ricordata come la bambina selvaggia della Champagne, la fanciulla di Chalons, la bambina selvaggia di Songy o Memmie. La piccola era figlia di nativi americani ed arrivò in Francia con la famiglia che l'aveva comprata. La ragazzina scappò di casa nel 1721, mentre era costretta alla quarantena a causa di un'epidemia di peste. Visse 10 anni da sola nei boschi, nutrendosi di animali mangiati crudi e radici, e fu ritrovata a 19 anni con unghie simili ad artigli e peli su tutto il corpo. Si riabituò alla civiltà ed imparò a leggere e scrivere prima di morire a Parigi a 63 anni.
Un altro caso risale al periodo dell'Illuminismo e risente di tutte le teorie che, all'epoca, tentavano di definire la realtà umana secondo prospettive più razionali. Al centro delle diatribe sulla differenza tra uomo e animale si trovò la storia di Victor, il ragazzo selvaggio di Aveyron, che fu letteralmente catturato nel gennaio del 1800 nel sud della Francia, dopo essere stato avvistato più volte negli anni precedenti. Aveva circa 12 anni ed il corpo pieno di cicatrici a far pensare che avesse trascorso gran parte della sua vita da solo nei boschi. Victor morì a 40 anni a Parigi, non imparò mai a parlare e non si scoprì mai perché fosse finito a vivere così.
La storia di John Ssebunya risale alla fine degli anni Ottanta quando il bambino a soli 3 anni, dopo aver assistito all'uccisione della mamma per mano del padre, fu abbandonato o fuggì da solo nella giungla. A raccontare la vicenda è lo stesso protagonista che tornato alla civiltà ha condotto una vita del tutto normale. Nella natura selvaggia fu accolto ed adottato da un gruppo di scimmie che lo nutrirono e lo protessero anche quando gli esseri umani che lo avevano avvistato volevano recuperarlo. John alla fine fu catturato e portato in un orfanotrofio e qui fu curato.
Anche Marina Chapman deve la propria sopravvivenza ad un branco di scimmie cappuccino che la adottarono quando, da piccola, fu abbandonata nella giungla sudamericana. La bambina era stata rapita all'età di 5 anni e poi lasciata nella foresta perché ritenuta morta. Qui aveva vissuto per altri cinque anni abituandosi alle abitudini della sua nuova famiglia adottiva: mangiava banane, bacche e radici, camminava a quattro zampe e dormiva sugli alberi. Marina fu ritrovata da un gruppo di cacciatori che la usarono come fosse una preda e la scambiarono con un pappagallo pregiato e raro. La piccola scappò dal bordello in cui era stata lasciata e visse di espedienti sino a quando non fu portata via dalla strada da una famiglia che ne fece la propria serva. Trasferitisi tutti in Gran Bretagna, Marina si affrancò dalla sua vita precedente, formò la sua famiglia e raccontò la sua storia nel libro The Girl with No Name.
Amala e Kamala rappresentano una delle vicende più note tra i bambini selvaggi. Erano due piccole di 8 e 12 anni, catturate nel 1920 dal reverendo Joseph Singh mentre erano da sole in una grotta, lontane dal branco di lupi con il quale avevano vissuto sino a quel momento. Proprio come i lupi agivano le due piccole: ringhiavano, mangiavano carne cruda, si muovevano a quattro zampe, ululavano di notte e dormivano persino accucciate vicino. Tornate alla civiltà ebbero destini diversi: Amala morì l'anno seguente a causa di un'infezione renale, mentre Kamala imparò a stare in posizione eretta ed a pronunciare qualche parola prima di morire, nel 1929, di tubercolosi. Le uniche testimonianze di questa storia sono quelle del reverendo Singh e questo ha fatto spesso ipotizzare che la vicenda fosse un'invenzione del religioso che aveva bisogno di denaro per l'orfanotrofio che gestiva.
TMT (ti.mamme team)