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Scritta nel 1907, questa che era la sua terza opera non potè andare in scena come previsto causa le dimissioni di Mahler da direttore della Staatsoper di Vienna, e conseguente cancellazione da parte del successore Weingartner di tutti i progetti approvati in precedenza: la partitura non venne neppure pubblicata, emergendo dal totale oblio solo settantacinque anni dopo la sua composizione, messa in scena a Norimberga sotto la direzione di Hans Gierster per la regia di Gilbert Deflo.
Il genere favolistico era molto in voga, al giro di boa del secolo, tanto in musica quanto in letteratura, permettendo di trattare con apparente levità temi anche seriosissimi, in lavori dalla suprema eleganza formale, dove le linee sinuose e i vividi, freddi colori dell'Art nouveau celebravano una delle loro apoteosi maggiori: e proprio in questa direzione si muovono i primi passi teatrali di Zemlinsky. Il suo Görge è difatti un intellettuale sognatore, il cui credo è che «le favole debbono avverarsi»: ha ereditato un ben avviato mulino e sta per sposarsi con la molto più concreta Grete, ma trascura affari e amore passando le giornate in riva al flume, a leggere e a fantasticare, mentre per non annoiarsi troppo Grete passa gran tempo in compagnia del prestante e assai più intraprendente Hans, fresco di congedo militare. Sul fiume, Görge ha la visione d'una bellissima principessa che lo invita a seguire i propri sogni e a conquistare con essi il mondo: fugge quindi lontano, si mette a capo d'un movimento rivoluzionario perché conosce il potere delle parole, ma comprende ben presto come gli ideali umanitari altro non celino che violenza e sopraffazione, così che la delusione lo spinge a tornare al villaggio in compagnia di Gertraud, altra «diversa» condannata per stregoneria e da lui protetta. Ma nell'apparente sconfitta d'un inglorioso ritorno, Görge accetta la realtà della vita: costruisce una scuola, si assume la gestione del mulino, sposa Gertraud avendone un bambino, e nel contemplare la moglie china sulla culla riconosce in lei il viso della principessa del sogno.
Soggetto ideale nel consentire sia la raffinatezza estrema d'una scrittura dove le armonie si disfano in cromatismi di straordinaria luminosità per addensarsi in grumi dai colori densi e smaltati, sia un empito melodico col quale Zemlinsky aggancia - ma sempre con un sovrano e per quei tempi rarissimo gusto della misura - il proprio impressionismo al neoromanticismo che proprio allora, e segnatamente col suo precocissimo allievo Korngold, celebrava i suoi ultimi e sempre più giganteschi fasti.
Albrecht rende in modo ammirevole questo perenne dualismo che regge l'atmosfera così particolare dell'opera: con un'orchestra più ricca di colori e più chiaroscurata, il risultato sarebbe stato migliore, ma molti episodi (l'apparizione fatata della principessa, ad esempio, o lo stilizzarsi sempre più sublimato dell'ultima scena) sono padroneggiati con estrema maestria, consentendo la piena comprensione d'una scrittura tra le più raffinate e suggestive del teatro lirico postromantico.
Cast nel suo complesso ben equilibrato, con un eccellente protagonista in Protschica: voce non bellissima ma estremamente espressiva grazie a un fraseggio nel quale musicalità e intelligenza si fondono senza scadere nel calligrafico, culmine lo straordinario monologo del second'atto in cui Görge, meravigliandosi che Gertraud voglia sempre vicina, nel guardare finalmente entro di sé solleva l'illusoria cortina delle facili utopie. Janis Martin ha voce un po' lisa e disuguale (troppo, per rendere appieno l'iridescente musica della principessa) ma notevole personalità d'accento; vivace e ricca di colori, pur nella limitata estensione, la Coburn; la voce ampia, brunita e incisiva di Welker esprime perfettamente sia la fatua virilità di Hans sia la brutalità di Kaspar, capo di coloro che accusano Gertraud d'essere una strega incendiaria; bravissimo il folto stuolo di comprimari, ed eccellente la registrazione dal vivo.