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La previdenza professionale, secondo pilastro del sistema pensionistico elvetico, rischia di subire le conseguenze degli scarsi rendimenti dei capitali. Per alleggerire la pressione, e nonostante il rifiuto popolare del 2010, il governo vorrebbe infatti diminuire le rendite.
Nel marzo del 2010, il popolo svizzero aveva respinto – con il 72% di voti contrari – la proposta di ridurre il tasso di conversione della previdenza professionale dal 6,8% al 6,4%.
Concretamente: se la revisione – sostenuta dalla maggioranza di destra del parlamento – fosse stata accettata, un pensionato con un capitale di 100'000 franchi alla fine della sua vita professionale avrebbe ricevuto una rendita annuale di 6'400 franchi invece di 6'800. Combattuta dalla sinistra e dai sindacati, la revisione era stata seccamente rispedita al mittente dai cittadini, contrari a un indebolimento delle loro rendite.
Come ovunque in Europa, anche nella Confederazione la riforma del sistema pensionistico è però un tema che torna regolarmente d'attualità: in un'intervista pubblicata a inizio dicembre dal settimanale Sonntag, Colette Nova – vice direttrice dell'Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) – ha affermato che il tasso di conversione del secondo pilastro dovrebbe essere abbassato, senza tuttavia specificare l'entità.
Al fine di compensare questa diminuzione e di garantire comunque rendite elevate, l'UFAS punta su diverse soluzioni; tra queste: l'aumento dei contributi detratti dai salari oppure e la riduzione dell'ammontare dei salari non assicurati nel quadro del secondo pilastro. Le proposte dell'esecutivo saranno illustrate in un rapporto sottoposto al parlamento entro fine 2011.
Il piatto piange
L'intenzione di modificare lo status quo è la conseguenza delle difficoltà a cui sono confrontate diverse casse pensioni, segnatamente a causa degli scarsi rendimenti dei capitali determinati dalla situazione dell'economia mondiale. Secondo Colette Nova, la maggioranza di esse non avrebbe più riserve e presenterebbe addirittura una copertura insufficiente.
Guy Parmelin, deputato vodese dell'Unione democratica di centro, rileva a questo proposito che «la borsa non fa chiaramente più la sua parte». Dello stesso parere il collega socialista vallesano Stéphane Rossini: «Le casse pensioni soffrono direttamente l'andamento delle borse», osserva, aggiungendo che «si è ritenuto per tanto tempo che l'Assicurazione vecchiaia e superstiti – basata sulla ripartizione – fosse più vulnerabile a causa della speranza di vita in aumento. In realtà, oggi constatiamo che l'AVS è in salute mentre è la previdenza professionale, basata sulla capitalizzazione, a essere più fragile».
Rossini ricorda poi che la previdenza professionale – dopo il periodo positivo fino all'inizio degli anni Duemila, con rendimenti fino al 10% annuo e quindi la possibilità di compensare l'inflazione e di aumentare i mezzi a disposizione – ha dovuto fronteggiare almeno tre crisi borsistiche maggiori.
Rischio d'implosione
«Se non si cambia rotta, il sistema rischia di implodere», avverte Guy Parmelin, che auspica una rapida riduzione del tasso di conversione. Anche se i cittadini si sono recentemente già espressi sul tema, replica, la democrazia svizzera consente di tornare più volte alla carica. Ovviamente, precisa, «si dovranno prevedere misure d'accompagnamento».
Pur riconoscendo che non sono i pensionati a dover fare le spese degli scarsi rendimenti borsistici, Parmelin è decisamente contrario all'ipotesi di aumentare i contributi AVS: «Si colpirebbero di nuovo le aziende, già alle prese con il franco forte».
Stéphane Rossini – che non si oppone di principio a una diminuzione del tasso di conversione – sottolinea l'importanza di «una riflessione non ideologica». Secondo il socialista, «occorre tuttavia evitare che queste misure sfocino in una diminuzione delle rendite, soprattutto per le categorie socio-professionali già in difficoltà». Anche perché il governo ha appena deciso di abbassare dal 2% all'1,5% il tasso d'interesse minimo che deve essere versato sui capitali della previdenza professionale.
Tema caldo
Guy Parmelin fa presente che verosimilmente l’AVS e la previdenza professionale non permetteranno presto più di garantire la rendita pensionistica minima definita dalla Costituzione (60% dell'ultimo salario). Rossini ritiene dal canto suo che «è necessario riflettere all'equilibrio tra primo e secondo pilastro. Nel 2012 festeggeremo i 40 dall'introduzione del sistema dei tre pilastri, grazie al quale abbiamo potuto combattere la povertà tra gli anziani: i mercati non possono rimettere in questione questo progresso».
Una cosa è certa: il grande capitolo delle pensioni sarà uno dei temi principali della prossima legislatura, anche perché il governo intende chinarsi su una profonda riforma dell'Assicurazione vecchiaia e superstiti.
I tre pilastri
La previdenza per la vecchiaia in Svizzera è strutturata secondo il cosiddetto sistema deitre pilastri.
Il primo pilastro è l'assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS), che è obbligatoria per tutti e garantisce il fabbisogno vitale.
Il secondo pilastro è la previdenza professionale (LPP), che è obbligatoria per i lavoratori dipendenti e preserva il tenore di vita abituale.
Il terzo pilastro è la previdenza privata facoltativa, che ha lo scopo di coprire bisogni personali supplementari.
traduzione e adattamento: Andrea Clementi , swissinfo.ch