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Rio +20: dubbi sull’economia verde
Nel giugno 2012 la conferenza Rio +20 cercherà di infondere un nuovo impulso allo sviluppo sostenibile. La sua riuscita dipenderà in particolare dalla volontà del Nord di condividere in modo equo con il Sud le risorse limitate del pianeta.
Nel 1992 a Rio, il Vertice della Terra ha adottato adottare l’Agenda 21. Questo programma d’azione di politica ecologica e di sviluppo è valso fino a oggi quale punto di riferimento principale sulla via di uno sviluppo sostenibile. In questo documento i Paesi industrializzati riconoscevano che - visto il loro maggiore impatto sulle risorse naturali e l’ambiente - dovevano assumersi una più grande responsabilità rispetto ai Paesi in sviluppo nella protezione della natura. Inoltre, promettevano al Sud mezzi finanziari supplementari ed un sostegno tecnologico per uno sviluppo sostenibile, vale a dire equo, rispettoso dell’ambiente e della dignità umana. La conferenza – almeno sulla carta – ha detto addio all’idea che i Paesi in sviluppo dovevano innanzitutto crescere economicamente per poi poter proteggere l’ambiente e ripartire la ricchezza in modo più equo.
Fuga in avanti
Il cambiamento di paradigma – deciso al più alto livello politico - mirante a passare da una crescita economica non sostenibile ad uno sviluppo sostenibile, finora non è ancora avvenuto. L’attuazione dell’Agenda 21 è fallita. L’umanità distrugge il pianeta ad una velocità sempre più elevata. Le ricchezze non sono affatto ripartite in modo equo. La teoria secondo la quale una crescita economica sufficiente andrebbe a vantaggio di tutti - vedi l’immagine di tutte le barche che si rialzano se il livello dell’acqua sale - nella pratica non si è realizzata.
Anzi, è successo il contrario. Come dimostra il Third World Network (TWN) nel suo contributo per Rio +20; se il reddito mondiale per abitante è raddoppiato in 20 anni, il quinto più ricco della popolazione ne accaparra il 70 percento, mentre il quinto più povero ne riceve solo il 2 per cento . Cos’è andato storto e come si può correggere il tiro? E’ ciò che i Paesi in sviluppo vorrebbero chiarire l’anno prossimo.
Se i Paesi industrializzati avessero preso sul serio l’attuazione dell’Agenda 21, questo avrebbe significato dei cambiamenti fondamentali nella loro politica internazionale. Non potrebbero più - attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) – esigere che dei Paesi del Sud smantellino le loro sovvenzioni utili alla promozione di industrie favorevoli all’ambiente e, nel contempo, sovvenzionare la loro propria agricoltura. Dovrebbero, in materia di trasferimento di tecnologia, accordare delle licenze per la produzione di prodotti high tech a prezzi adattati. Se conferissero veramente un’importanza allo sviluppo sostenibile, non solo dovrebbero cambiare il loro “modo di produzione e di consumo” - secondo l’eufemismo usato in numerosi testi dell’ONU – ma anche condividere le rimanenti risorse e consumare meno materie prime.
Rischi della «economia verde»
Esiste dunque un’evidente contraddizione tra lo sviluppo sostenibile come postulato verbale e la persistenza del feticismo della crescita economica. I Paesi industrializzati tentano di mascherare questo divario con una nuova formula molto in voga: “l’economia verde”. Una bacchetta magica che dovrebbe promuovere la protezione dell’ambiente e la giustizia sociale, senza dover rinunciare alla crescita.
La formula, a priori, è allettante: cosa rimproverare ad un’”economia verde” favorevole all’ambiente, che risparmia le risorse naturali, riduce gli inquinamenti e le emissioni nocive? Tuttavia, se la si osserva più da vicino non è chiaro se l’”economia verde” debba piuttosto gestire l’ambiente o piuttosto stimolare la crescita economica. I lavori preparatori di Rio +20 non hanno finora permesso di evidenziare un consenso su cosa significhi esattamente l’”economia verde” e cosa dovrebbe essere.
Il concetto di “economia verde” è in sé già problematico. Omette una dimensione importante dello sviluppo sostenibile: la giustizia. I Paesi in sviluppo però ci tengono molto. Per loro Rio +20 dovrebbe vertere meno sul controverso concetto di “economia verde” e più sulla definizione di come, finalmente, i Paesi industrializzati – con un ritardo di 20 anni – assumeranno la loro responsabilità storica e cesseranno la loro politica di doppia moralità.
I Paesi in sviluppo hanno diverse importanti riserve sull’”economia verde”. Temono sia un contenitore fuorviante che permetta al Nord di creare nuovi mercati per le sue tecnologie ambientali – fosse solo per ridurre le conseguenze economiche della crisi finanziaria. Martin Khor, direttore del South Center (Ginevra) e consulente ai governi dei Paesi in sviluppo, ritiene che l’”economia verde” non dovrebbe servire quale giustificazione ai Paesi del Nord per esigere che i Paesi del Sud abbassino le loro tariffe doganali sui beni ambientali. Non dovrebbe nemmeno servire quale pretesto ad un nuovo protezionismo con il quale i Paesi industrializzati erigerebbero delle barriere doganali sui prodotti che non rispettano i loro standard ecologici .
I governi del Sud temono anche che l’”economia verde” porti a nuove condizionalità. Il Nord, sostiene Martin Khor, potrebbe legare l’aiuto allo sviluppo e la concessione di crediti ad obblighi ambientali. Tuttavia, il protezionismo e le nuove condizionalità andrebbero incontro all’impegno dei Paesi industrializzati ad aiutare efficacemente il Sud sulla via dello sviluppo sostenibile.
Debito ecologico
Il Nord non è solo in una grave crisi finanziaria. E’ pure fortemente indebitato nei confronti del Sud e l’ambiente per il suo sovrasfruttamento delle risorse naturali. Il carico che i Paesi industrializzati hanno riversato – e continuano a riversare – sulle risorse naturali per il loro proprio sviluppo e il loro stile di vita è enorme. Questo riduce fortemente il margine di manovra dei Paesi in sviluppo nel loro recupero industriale. “E’ la ragione per la quale l’uguaglianza nell’uso e il controllo delle risorse naturali deve costituire un elemento centrale dell’”economia verde”, sostiene Martin Khor. Concretamente, i Paesi industrializzati dovranno prendere in fretta delle misure per ridurre in modo massiccio il loro consumo di risorse e la loro impronta ecologica. I Paesi del Sud devono orientare il loro sviluppo economico tenendo conto dei limiti ecologici del pianeta. E’ il solo modo per sviluppare le loro proprie industrie ad alto valore aggiunto e per creare impieghi decenti, senza rischiare il collasso ecologico. Per impegnarsi sulla via dello sviluppo sostenibile, hanno bisogno più che mai del sostegno finanziario e tecnologico dei Paesi industrializzati. In realtà, non è nient’altro che quello che i capi di governo avevano concluso al Vertice della Terra del 1992.
Crescita economica e protezione dell’ambiente
Si è creduto a lungo che il carico ambientale aumentava fino ad un certo livello di reddito, prima di ridiscendere per così dire automaticamente con il proseguimento della crescita del prodotto interno lordo. E’, per esempio, quello che è successo nei paesi industrializzati con l’inquinamento dell’aria con l’anidride solforosa all’origine delle piogge acide. E’ continuamente aumentato fino agli anni 1990, prima di diminuire fortemente. Tuttavia questo fenomeno non è la regola. Prova ne è l’aumento costante delle emissioni di CO2 legate alla crescita economica. Mostrano che una ricchezza in aumento permanente non porta forzatamente ad una protezione dell’ambiente sufficiente.
Nicole Werner , Alliance Sud
Traduzione Sonia Stephan e Anna Rizzo Maggi
(pubblicato su La Regione, 25.05.2012)