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Erano passati quasi nove mesi dalla caduta del Muro di Berlino e Roger Waters aveva una promessa da mantenere: in un’intervista a una radio berlinese, nel luglio 1989, aveva dichiarato che sarebbe stato possibile eseguire The Wall dal vivo solo dopo il crollo del simbolo della divisione tra Est e Ovest. Un anno dopo quell’intervista, simbolicamente, il mega palco fu allestito in quella che una volta era la “terra di nessuno”, la zona di Berlino tra Potsdamer Platz e la porta di Brandeburgo. Così il 21 luglio 1990 andò in scena uno degli eventi live più altamente simbolici della storia del rock. Il concerto di Berlino fu un’impresa realizzata solo da Waters che nel frattempo si era separato da David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason.
In principio si era rivolto ad alcuni suoi amici come Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Eric Clapton, Rod Stewart, ma nessuno di questi accettò. Il cast fu allora formato da Bryan Adams, The Band, Paul Carrack, Cindy Lauper, Thomas Dolby, Joni Mitchell, Ute Lemper, Sinead O’Connor, Van Morrison, gli Scorpions, Paddy Moloney, James Galway.
Una messinscena clamorosa, con momenti di teatro musicale con l’intervento di attori come Albert Finney e Tim Curry, Marianne Faithfull, l’orchestra sinfonica della Radio di Berlino Est e la banda delle Forze Armate Sovietiche, i pupazzi di otto metri e il maiale volante, il crollo del muro che segna la fine del concerto trasmesso in 52 Paesi. La potenza visiva dello spettacolo amplificò il significato simbolico di un concerto fondato su un album che di festoso non aveva nulla. Eppure, nessun’altra opera era più adatta per celebrare un evento che ha cambiato il mondo di fronte a 350 mila persone. (Fonte ANSA).