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Nel 1976, a Belgrado, per la prima volta un grande torneo si conclude ai calci di rigore. Germania Ovest e Cecoslovacchia hanno chiuso infatti i supplementari sul 2-2. Sono passati i tempi delle finali rigiocate e dunque si procede coi tiri dal dischetto. I cecoslovacchi mettono a segno i primi 4 tentativi, e impeccabili sono pure i tedeschi, che fanno 3 su 3. Ma quando a calciare si presenta Uli Hoeness, l’equilibrio si spezza: il suo missile finisce infatti almeno due metri troppo alto. L’ultimo rigorista cecoslovacco è Antonin Panenka. Se segna, regala al suo Paese un titolo storico. Il baffuto centrocampista prende una rincorsa veloce, vede Maier lanciarsi a destra, rallenta sul penultimo passo e colpisce con un tocco morbido, delizioso, col piede che va a scavare sotto il pallone. La palombella è perfetta, e il portiere tedesco, da terra, può solo restare a guardare un pallone lento e beffardo infilarsi in porta. Un gesto che racchiude poesia, rivincita sociale e trasgressione. Ma soprattutto il coraggio folle del genio che trova il modo per dare luce alle proprie idee, anche se vive dentro un sistema -quello della Cecoslovacchia anni ’70- che aveva fatto delle tenebre la propria gabbia. Panenka fu il primo a calciare in quel modo dal dischetto. Lui firmò dunque il prototipo, il modello attorno al quale provò a conformarsi -con alterne fortune- gente del calibro di Pirlo, Totti e Zidane. In varie parti del mondo, infatti, il rigore calciato a cucchiaio oggi si chiama proprio Panenka.