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Si è tenuta a Milano dal 12 al 18 maggio la mostra-convegno «Un processo, quattro lingue» organizzata presso la Civica scuola per interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» dalla sezione italiana dell’Associazione internazionale interpreti di conferenza. Un’occasione per vedere sotto altra luce un fatto storico che segnò una svolta per le relazioni internazionali, il diritto e la professione di interprete.
Siamo ormai abituati a sentire la «traduzione simultanea» dei discorsi di artisti, politici e personalità straniere: radio e televisione usano quotidianamente questa tecnica, facendoci dimenticare che è un’invenzione recente. Era sconosciuta, infatti, sino al noto «Processo di Norimberga,» un complesso di procedimenti svoltisi in quella città tedesca tra il 1945 e il 1946 per giudicare e condannare i responsabili dei crimini nazisti. Per la prima volta nella Storia si pose il problema di celebrare un processo di grandi dimensioni (oggi diremmo «maxiprocesso») con giudici, imputati e testimoni provenienti da Paesi diversi e che parlavano lingue diverse. La sfida toccava tre cardini del diritto processuale: i principi di oralità, immediatezza e concentrazione. Tradurre tutti gli atti per iscritto, o tradurli a voce a frasi spezzate, avrebbe indebolito il principio di oralità, che è alla base del formarsi di elementi e risultati processuali dinanzi al giudice in udienza; avrebbe dilatato inevitabilmente i tempi e complicato all’inverosimile la circolazione delle informazioni tra i soggetti del già difficile procedimento, facendo crollare gli altri due capisaldi di un giusto processo, l’immediatezza (intesa anche come «assenza di mediazioni») tra le rappresentazioni delle parti e il giudizio del giudice, e la concentrazione nel tempo delle attività processuali.
Il problema fu risolto inventando un metodo di cui tutti noi beneficiamo ancora oggi: fu dato incarico alla società IBM di realizzare un sistema audio bidirezionale che consentisse il dialogo tra giudici e imputati che parlavano lingue diverse, interponendo un interprete che traducesse simultaneamente verso la lingua di una parte, parlando in un microfono, la voce della controparte che gli arrivava in un’altra lingua attraverso un auricolare. Si trattò poi di trovare le persone capaci di questo difficile compito: il mestiere era nuovo e le scuole non lo insegnavano, gli interpretariati sino ad allora si svolgevano solo in modalità differite (che oggi si definiscono «interpretazione consecutiva» e «interpretazione di trattativa»). Gli uomini e le donne che si resero disponibili ad affrontare la sfida presentavano storie personali e professionali originali e di alta qualificazione. Molti, bilingui per natura, perché membri di famiglie che avevano sofferto deportazioni in ragione della provenienza etnica o religiosa; altri, studiosi di lingue dotati di eccezionale talento; tutti, contraddistinti da uno straordinario retroterra di formazione letteraria, giuridica o tecnica.
Non si trattò solo di risolvere un problema soggettivo, cioè di reperire persone dotate delle necessarie competenze, ma anche di superare una difficoltà oggettiva legata alle lingue stesse: per tradurre dal tedesco deposizioni e arringhe sui crimini di guerra, era necessario creare, nelle altre lingue, un complesso di terminologia capace di rendere il linguaggio che si era sviluppato intorno alle istituzioni civili e militari del regime nazista, sconosciute nelle altre culture.
A quegli interpreti è stata dedicata la mostra di Milano, la cui realizzazione è un’iniziativa della sezione tedesca dell’Associazione internazionale interpreti di conferenza (AIIC), mentre la proposta milanese è merito della sua sezione italiana e della Scuola civica milanese per interpreti e traduttori. L’associazione stessa prese vita proprio dopo il Processo di Norimberga, quando si vide che quel modo di tradurre aveva un futuro, per far dialogare il mondo non solo nella tragica e solenne circostanza del processo internazionale contro i criminali nazisti. Molti interpreti del Processo furono promotori del sodalizio.
Nella mostra, a ciascun interprete di Norimberga era dedicata una stele biografica, che ne descriveva le principali tappe di vita, formazione e professione. Molti di quei professionisti, ormai defunti, lasciarono biografie o autobiografie nelle quali descrissero il lavoro durante il Processo. Tutti, nelle loro memorie scritte od orali, affermarono di essere stati toccati nel profondo da quell’esperienza, il cui lascito personale e professionale li seguì poi per tutta la vita. La mostra era completata da un video con estratti originali del Processo e da riproduzioni di diari e memorie degli interpreti. Furono complessivamente svariate decine, se si considera che agli interpreti simultanei delle udienze devono aggiungersi anche i traduttori degli atti processuali scritti, anch’essi in quattro lingue (tedesco, francese, inglese e russo).
Intorno alla mostra, a Milano si è tenuto un convegno articolato in tre incontri. Del primo appuntamento sono rimasti particolarmente impressi gli interventi di Ana Kacic e Christiane Abel, rispettivamente interpreti per il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia e per il Tribunale penale sul Rwanda: hanno saputo rendere con efficacia il rivolgimento interiore che si prova nel tradurre le deposizioni di criminali che riferiscono di genocidi e violenze inaudite commesse con le loro proprie mani. Al loro fianco, Antonio Balsamo, Sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione italiana, ha descritto, dalla sua viva esperienza, le difficoltà di fronte alle quali si trova oggi la giustizia penale, con procedimenti a carico di criminali che parlano le lingue più insolite, ma anche la sfida di far cooperare tra loro amministrazioni giudiziarie di vari Paesi che non solo parlano lingue diverse, ma rispondono a tradizioni giuridiche talvolta profondamente divergenti, sia sotto il profilo sostanziale sia sotto quello procedurale.
Il secondo appuntamento rimarrà nella memoria per l’intervento di Linda Fitchett, che all’interno dell’Associazione internazionale interpreti di conferenza presiede la sezione dedicata agli interpreti destinati alle aree di guerra. Gli interventi di truppe su teatri di conflitto comportano l’impiego di interpreti che assicurano il dialogo tra forze internazionali e soggetti sul terreno. Questi interpreti vengono spesso visti dalle popolazioni locali e dai gruppi più estremisti come collaborazionisti delle forze straniere e sono fatti segno di minacce e violenze che toccano loro stessi e le loro famiglie. Molti interpreti che hanno svolto la loro opera al servizio delle truppe occidentali in Iraq e Afghanistan rischiano la vita, oggi, per aver assunto quel ruolo, sono costretti a nascondersi e fuggire per evitare le peggiori conseguenze per sé e per i loro più stretti congiunti. Le loro richieste di asilo in Europa o negli Stati uniti finiscono però nel calderone di una folla di migranti che a grande maggioranza non hanno alcun diritto di protezione, mentre quegli interpreti, per aver svolto il loro lavoro al servizio degli stessi Stati a cui oggi chiedono tutela, rischiano realmente la vita nei loro Paesi, senza vie fuga, e nell’attesa qualcuno la vita l’ha già persa. Paolo Cappelli, ufficiale addetto interprete militare della Sezione interpretariato e traduzioni dello Stato maggiore italiano della difesa, ha poi riferito delle sue esperienze su alcuni scenari di conflitto.
L’ultimo incontro del convegno si è concentrato sul valore del multilinguismo nelle istituzioni. Tra l’altro, è stato smontato il mito del costo delle traduzioni all’interno delle istituzioni europee: far sì che ogni cittadino europeo riceva i provvedimenti dell’Unione tradotti nella propria lingua costa al contribuente il corrispondente di un paio di tazzine di caffè all’anno, ma garantisce la coesione e la parità di trattamento fra tutti i cittadini che parlano le 23 lingue ufficiali dell’Unione. Sull’importanza e sui particolari processi di funzionamento del multilinguismo nelle istituzioni parlamentari hanno riferito con efficacia e serietà Jean-Luc Egger, capo del Servizio linguistico del Parlamento svizzero, Umberto Cini e Paolo Torrigiani, rispettivamente addetto all’Ufficio interpreti della Camera italiana dei deputati e capo dell’Unità di interpretazione italiana della Commissione europea. Istruttivo e insolito l’intervento di Lucia Rebagliati, Presidente dell’Associazione italiana interpreti di lingua dei segni, lo strumento che consente l’inclusione sociale dei sordi e maludenti e che costituisce una vera e propria lingua a sé, non un modo per comunicare senza suoni gli elementi di una lingua fonetica.
Vanno registrate alcune slabbrature organizzative: peccato che una mostra di tale rilievo sia stata allestita in un oscuro seminterrato. E’ parso strano, poi, che durante il primo appuntamento del convegno proprio la Presidente dell’Associazione internazionale interpreti di conferenza abbia cominciato a parlare in tedesco anche se aveva dichiaratamente visto che molti presenti non avevano ancora ricevuto… la cuffia per sentire la traduzione in italiano del suo intervento (!). E’ spiaciuto che il secondo appuntamento, davvero denso di spunti e cominciato ad aula piena, sia terminato con un manipolo di residui uditori disposti a saltare il pranzo, poiché inspiegabilmente fatto iniziare solo in seconda mattinata.
Infine non è mancato quel retrogusto amaro che resta sul palato sempre più spesso, quando si seguono eventi organizzati in Italia: sono ormai immancabili certi interventi i cui relatori sembrano non riuscire a fare a meno di voler apparire «simpatici,» di dire cose serie con battute scherzose, che è un talento di pochi, anzi pochissimi; certi relatori che parlano a un convegno vestiti come letti disfatti e con barba e capelli ostentatamente incolti; certe relatrici che sembrano rientrate direttamente da un pomeriggio a Ostia lido. Specialmente le signore dovrebbero ricordare che l’appariscenza, il fascino oratorio e una visibile abbondanza di autostima possono non bastare a salvare interventi ridondanti o dai contenuti forse non sufficientemente pensati. Taccio volutamente, poi, di due non ignoti giornalisti che avrebbero dovuto riferire sul loro rapporto con gli interpreti durante i reportage all’estero: i loro interventi si sono convertiti nella triste conferma dei motivi per i quali i servizi esteri di giornali e TV di lingua italiana sono di qualità tanto lamentevole. Piccoli derapaggi che potranno essere corretti in occasione di future presentazioni di una mostra-convegno davvero lodevole e incentrata su un tema che merita attenzione ben oltre gli addetti ai lavori. La storia degli interpreti del Processo di Norimberga ha segnato una svolta per questa professione, in un processo che cambiò per sempre il modo di concepire la punibilità dei crimini di regime. I traduttori e gli interpreti sono operatori delle relazioni internazionali: i profili degli interpreti di Norimberga, che in quel ruolo, allora inedito, seppero inventarsi, ne sono la dimostrazione tangibile.
Gli interpreti di oggi sono senz’altro tecnicamente più preparati di quelli di sessant’anni fa: se è vero che il mondo dovrebbe avere più considerazione per questa professione, in un tempo in cui si pensa che «sapere una lingua» abiliti ex abrupto a tradurre o a sedere in una cabina, anche le scuole dovrebbero fare sempre più sforzi per formare interpreti non solo tecnicamente preparati, ma dotati di quella profondità e universalità di cultura di cui gli interpreti del Processo di Norimberga furono fulgido e primigenio esempio.