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Le collezioni universali dei musei europei, che contengono espressioni artistiche di svariate epoche e culture, costituiscono un’eredità fondamentale per l’intera umanità. Tuttavia, oggi un acceso dibattito sulla restituzione di artefatti coloniali mette in questione la modalità di appropriazione spesso discutibile di questi oggetti. Un caso emblematico è quello di ventisei opere che furono saccheggiate nel Palazzo reale di Abomey (nell’odierno Benin) da parte delle truppe francesi durante l’occupazione coloniale nel 1892. Fin dall’indipendenza nel 1960, il Benin ha chiesto ripetutamente la restituzione delle opere, senza ottenere risposta dal governo francese fino al 2017, quando il presidente francese Emmanuel Macron dichia-rò di voler facilitare la restituzione del patrimonio culturale africano. Nel 2021 le opere furono finalmente trasferite dal Quai Branly di Parigi, dov’erano esposte, al Benin. Questo primo grande caso di restituzione coloniale mette in evidenza la complessità del discorso, che contrappone interessi diversi e implica una serie di sfide legali che spesso riemergono in dispute analoghe.
Fin dall’antichità, il furto di opere d’arte è stato un elemento comune ai conflitti armati attraverso la storia ed è sempre stato generalmente accettato, anche giuridicamente, con l’idea che la parte vincente avesse un diritto sulla proprietà del vinto. I primi strumenti di protezione del patrimonio culturale a livello internazionale furono sviluppati alla fine del XIX secolo con le Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907. Successivamente, nel corso del Novecento, è stata regolata giuri-dicamente anche la restituzione con la Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione della proprietà culturale in caso di conflitto armato, e in seguito con altri trattati più dettagliati. Tuttavia, il principio di non retroattività sancisce che per tutti i casi precedenti all’emissione di queste leggi si applichino le leggi dell’epoca.
Una prima sfida della restituzione risiede quindi nell’inadeguatezza degli strumenti legali internazionali a disposizione, che al tempo dell’occupazione coloniale non erano ancora in vigore.
Una soluzione possibile e spesso intrapresa è la stipulazione di accordi bilaterali tra i governi coinvolti.
Ancora, tuttavia, possono sorgere ostacoli a livello delle legislazioni nazionali, che non sempre agevolano la restituzione. In Francia, per esempio, le opere d’arte delle collezioni nazionali sono protette dal principio di inalienabilità. Per poter effettuare il ritorno delle ventisei opere menzionate sopra, il governo francese ha dovuto approvare una legge ad hoc che ne permettesse il trasferimento. Il problema, quindi, non è stato risolto in vista di altri casi futuri. Per questo motivo, gli studiosi Felwine Sarr e Bénédicte Savoy, autori del famoso rapporto Sarr Savoy sulla restituzione, suggeriscono una modifica della legge francese sul patrimonio culturale che preveda delle eccezioni al principio di inalienabilità sulla base di accordi bilaterali. La questione di una base legale che consenta la restituzione rimane quindi aperta e dipende dalle circo-stanze giuridiche nazionali.
Un’altra sfida risiede nella ricerca della provenienza delle opere. Capita infatti che le parti coinvolte abbiano prospettive diverse sulle dinamiche alla base dell’appropriazione, e che le ex potenze coloniali rifiutino quindi richieste di restituzione contestandone la legittimità. La ricerca della provenienza è spesso molto complessa a causa del tempo trascorso e della mancanza di prove, per cui non è facile definire chi abbia ragione in una disputa del genere e di nuovo è necessario affidarsi ad accordi.
Inoltre, la restituzione dev’essere accompagnata da provvedimenti che garantiscano il mantenimento delle opere. Diversi Paesi africani che hanno avanzato richieste di restituzione si sono impegnati nella costruzione di strutture adeguate: in Benin, per esempio, è stato costruito un nuovo museo per ospitare le opere restituite dalla Francia, con un contributo di 35 milioni di euro da parte dell’Agenzia francese per lo sviluppo. Inoltre, il governo del Benin ha approvato una legge sulla protezione del patrimonio culturale.
In conclusione, però, va ricordato come la restituzione rappresenti soprattutto un passo fondamentale nel processo di ri-parazione alle violazioni dei diritti umani commesse durante il colonialismo. Per questo motivo, è importante che le molteplici sfide lasciate aperte dai primi casi di successo siano affrontate e gli strumenti giuridici necessari siano elaborati.
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