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I fautori delle magnifiche sorti e progressive, quando prendono la parola (a mezzo stampa o nelle arene televisive), si appellano di norma a dati incontrovertibili, come a ribadire l’apoditticità di un verbo inciso nella pietra. Maestro di questo verbo è Steven Pinker, scienziato cognitivo di fama mondiale, da anni votato in una campagna culturale e filosofica in favore del Progresso. I dati su cui Pinker fonda la sua campagna sono presto detti: la mortalità infantile che precipita; l’aspettativa di vita che aumenta, la crescita demografica, le conquiste della medicina (la scoperta di antibiotici, di vaccini, dell’anestesia), l’aumento della ricchezza, del PIL, …
Eppure, a guardare bene, la stessa pietra su cui Pinker incide dati incontrovertibili, grida silenziosamente per essere letta in modo diverso. Il Progresso, se da un lato è innegabile, dall’altro sembra essersi dispiegato in modo per nulla uniforme. Basti pensare che l’accesso alle cure, ai sistemi sanitari, alla dignità economica e alimentare sono ancora oggi negate a buona parte della popolazione mondiale. Oppure basti pensare alla ricchezza che segna una drammatica involuzione: nel 2017 le persone che possedevano la stessa ricchezza di tre miliardi e mezzo delle persone più povere erano 42; nel 2018 si sono ridotte a 27. Ma forse anche questo è progresso: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. A questo proposito si ricordi un altro dato che grida ribellione: l’1% della ricchezza di Jeff Bezoz corrisponde al budget che l’Etiopia spende per le proprie spese sanitarie, come a dire che basterebbe il gesto di un miliardario per cambiare i destini di un’intera popolazione. Eppure, chissà perché, nessuno si ribella.
Il Progresso, dunque, se è vero che ha generato benessere, è altrettanto vero che non lo ha generato per tutti, accentuando piuttosto disuguaglianze, ingiustizie e discriminazioni. Per cui, al minimo, occorre affermare che il Progresso è un motore che ha dato origine a un’evoluzione ancipite.
Ed è proprio da un punto di vista evolutivo, come ci ricorda Telmo Pievani nei suoi libri, che Homo sapiens, da sempre votato al Progresso, mostra una traiettoria ambivalente. Da un lato esso si è affermato, si è diffuso, è progredito, ha sviluppato utensili, mezzi industriali, tools tecnologici conquistando ogni area del pianeta, dall’altro lato, però, lo ha fatto in modo imperialistico e sconsiderato, distruggendo ecosistemi e biodiversità. Secondo Nature e Science Homo Sapiens ha distrutto il 35-40% delle altre specie viventi. In altre parole, noi esseri umani, nel nome e nell'affermazione della nostra specie, abbiamo annientato un terzo delle specie del pianeta.
Non solo abbiamo distrutto le altre specie, ma abbiamo anche stravolto l’ambiente: il che da un punto di vista evolutivo (tralasciando l’etica, che sembra essere al di là di Sapiens) non è per nulla lungimirante.
Due esempi, il primo sull’annichilimento delle altre specie, il secondo sullo stravolgimento degli ecosistemi: se gli insetti subiscono l’avanzata di Sapiens, buona parte delle colture mondiali (che dipendono dall’impollinazione) subiscono un arresto e a rimetterci è Sapiens stesso; se Sapiens stravolge l’ambiente, immettendo microplastiche (nel 2050, secondo la Ellen McArthur Foundation, la massa delle microplastiche nei mari sarà superiore a quella dei pesci) esso in ultima analisi le immette in se stesso (visto che si pone all’apice della catena alimentare), minando la propria sopravvivenza. La stessa cosa vale per il cambiamento climatico, innescato dalle attività umane, le cui conseguenze, in diverse modi, ricadono e ricadranno su Sapiens.
Nessuna sapienza, nessuna lungimiranza soggiace alla traiettoria evolutiva innescata dal nostro modo di saccheggiare le risorse naturali. Certo, questo nostro atteggiamento ha decretato il successo della nostra specie, esso però ci sta esponendo ad un baratro evolutivo e fors’anche all’estinzione.
Homo sapiens è l’unica specie che ha scelto di non adattarsi all’ambiente, all’ecosistema pre-esistente, ma ha deciso di stravolgerlo, rendendolo congeniale alle proprie esigenze. In altre parole: abbiamo stravolto l’ambiente, costruendo a nostra immagine e somiglianza la nostra nicchia ecologica: questo ha decretato il successo della nostra specie (con buona pace per le specie estinte), consentendoci di progredire, ma ad un prezzo incommensurabile, non solo per le altre specie o per il pianeta, ma in ultima analisi per noi stessi.
Il nostro benessere si fonda sulla distorsione degli equilibri naturali. Ed è proprio questo paradigma che occorre rivedere, anche a costo di perdere ricchezza e supremazia. Dobbiamo, insomma, tornare ad essere una specie come tutte le altre, senza stravolgere le nicchie ecologiche, cercando piuttosto di adattarvisi e mitigandone le insidie. Dobbiamo cessare di comportarci in modo predatorio ed imperialistico nel nome del Progresso. E ad insegnarcelo è lo stravolgimento che abbiamo prodotto noi stessi. Si prendano due esempi: il climate change e il coronavirus.
Climate change. Con le nostre attività inquinanti abbiamo adulterato l’ambiente, generando un surriscaldamento che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Desertificazione, siccità, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, inondazioni, uragani tropicali, acidificazione degli oceani. Di fronte a questo stravolgimento, non ci resta a questo punto che tornare alle regole delle altre specie: adattamento e mitigazione. In altre parole, dobbiamo tornare a comportarci come gli altri esseri viventi, che si adattano all’ambiente, cercando di mitigarne le insidie (e il paradosso è che dobbiamo farlo con un ambiente assolutamente più pernicioso a causa dei nostri stessi comportamenti). Ma soprattutto dobbiamo dismettere tutte quelle attività predatorie che stravolgono gli ecosistemi.
Coronavirus. Il patogeno era in un pipistrello. Modi barbari di allevamento, di alimentazione e di saccheggio della natura ne hanno favorito il salto di specie. Distruggere ambienti ad alto tasso di biodiversità per impiantare coltivazioni intensive, per installare allevamenti verticali, per ampliare megalopoli genera disequilibri letali per la specie umana e per l’ecosistema. Di fronte a questo improvviso stravolgimento, Homo Sapiens ha dovuto dismettere i panni imperialistici e dominanti e indossare quelli che applicano tutte le altre specie. In altre parole abbiamo dovuto cercare di adattarci alla situazione (che abbiamo innescato), cercando di convivere con la presenza del patogeno, mitigandone l’insidia (le armi che i virologi ci hanno indicato sono state infatti quelle della prevenzione, del contenimento e della mitigazione, armi che ogni specie vivente, sotto forma di istinto di sopravvivenza, avrebbe saputo mettere in campo, mentre l’arma del dominio e della sopraffazione che di solito Homo Sapiens ama dispiegare nei confronti delle altre specie gli è implosa fra le mani).
L’evoluzione di Homo sapiens sembra dunque essere in bilico fra Progresso ed Estinzione, e solo rinunciando a parte dell’uno si potrà evitare di precipitare nella braccia dell’altra. Perché, in fondo, a guardar bene il problema è la nostra sopravvivenza e non tanto quella del piantea. Il pianeta, infatti, si salva comunque e sempre da sé. Evoluzionisti hanno infatti dimostrato che anche un conflitto nucleare, il quale annienterebbe la nostra specie, non sarebbe determinate per la vita sulla terra. Il pianeta, ripartendo da rettili e da scarafaggi si rigenererebbe, secondo un nuovo ordine, con un’esplosione formidabile della natura (in altre parole la nostra assenza sarebbe una ripartenza lussureggiante, una volta superata la contaminazione).
Dunque il cambiamento di paradigma si impone, non tanto e non solo per il pianeta, ma per la sopravvivenza stessa di Homo Sapiens, che è parte integrante di un Tutto. Dare la priorità al principio della Convivenza, della Tutela della biodiversità, del Rispetto degli altri esseri viventi (siano essi umani, animali, vegetali o minerali) anziché al Progresso (o alle sue declinazioni: l’Utile, il Benessere, la Ricchezza, …o a altre invenzioni umane, troppo umane per essere onnicomprensive), è imprescindibile per la nostra stessa sopravvivenza, e di conseguenza per la sopravvivenza dell’ecosistema di cui siamo parte integrante (una parte assolutamente non indispensabile).