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Secondo l'organizzazione ambientalista il colosso dell'agroalimentare avrebbe artificialmente aumentato i prezzi contribuendo all'inflazione
BERNA - Nestlé e altri giganti del settore agroalimentare hanno usato la guerra in Ucraina e il la pandemia di Covid-19 per aumentare i prezzi dei propri prodotti. È l'accusa lanciata da Greenpeace.
Tra il 2020 e il 2021 «le cifre di Nestlé sono migliorate, malgrado abbia subito la crisi come tutti gli altri», ha affermato oggi Davi Martins di Greenpeace ai media del gruppo ESH. «Moralmente, questo fa sorgere interrogativi».
In parallelo all'incremento dei prezzi, «abbiamo osservato una crescita dei guadagni delle multinazionali e dei dividendi versati agli azionisti», prosegue Martins. «Questo legame diretto prova che le aziende del settore alimentare hanno ribaltato la situazione a loro vantaggio», commenta l'attivista.
Stando allo studio pubblicato da Greenpeace, le multinazionali studiate hanno versato 53,5 miliardi di dollari ai propri azionisti tra il 2020 e il 2021. Secondo l'Onu, la somma avrebbe potuto far uscire dall'estrema povertà 230 milioni di persone.
Sollecitato sulla questione dai giornali di ESH, un portavoce di Nestlé ha dichiarato che «come molti altri» ha subito «il peso di un'estrema inflazione» nel corso degli ultimi due anni. Il colosso romando ha inoltre precisato di essere tenuto a rispettare gli obblighi nei confronti dei propri azionisti.