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Testo
di Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati
La Svizzera non è nata perché i signori Tell e Gessler litigavano per questioni di cappelli, mele, frecce e tiro con la balestra! All’inizio del XIII secolo, il passaggio dal Nord al Sud delle Alpi avveniva principalmente attraverso i passi del Lucomagno e del Septimer, dotati di una strada atta al passaggio dei carri. L’itinerario del San Gottardo, benché nettamente più corto, offriva unicamente una mulattiera, e a dorso di mulo si poteva trasportare solo un terzo delle merci portate da un carro trainato dal medesimo numero di muli.
Grazie alla nuova tecnica dei ponti, che permise la costruzione del primo “Ponte del Diavolo” sulle gole tumultuose della Schöllenen – e di conseguenza la pima strada del Passo – questo handicap fu levato fin dal 1230, facendo del S. Gottardo la “via delle Genti “ per eccellenza. Ciò permise alle vallate urane di ottenere nel 1231 la franchigia imperiale per prelevare i pedaggi e diventare in pochi decenni una terra prospera e forte. I successivi tentativi degli Asburgo di riprendere il controllo dei pedaggi scatenarono la resistenza degli Urani, che nel 1291, col Patto del Grütli, ottennero il sostegno perenne dei “compagni giurati” (Eid-Genossen) di Svitto e Unterwalden. La Confederazione era nata, grazie al S. Gottardo!
Tutta la storia successiva della Svizzera si è scritta attorno a quest’asse di transito, e ben inteso il Ticino è divenuto svizzero solo perché gli Urano prima, i Confederati poi, vollero prolungare il controllo della “via delle Genti” il più lontano possibile, verso l’opulenta metropoli di Milano.
Nel 1478 i Leventinesi si batterono a fianco di un pugno di Svizzeri a Giornico per impedire ai Milanesi la conquista del S. Gottardo, nel 1500 i Bellinzonesi scelsero liberamente di darsi ai Confederati, tre secoli più tardi i Ticinesi si opposero con successo ai piani di Napoleone per integrarli alla Repubblica Cisalpina, e infine lo stesso Maresciallo Radetsky dovette rinunciare ai suoi piani di “rettificare le frontiere” con la cessione del Mendrisiotto alla Lombardia in cambio della zona ad est della Tresa fino a Luino.
Bisogna ricordarsi di questa Storia – che si materializza nei due ultimi secoli con la Tremola ed il traforo ferroviario, con la nuova strada del Passo e con il traforo autostradale, fino all’odierna linea di base dell’ AlpTransit – per comprendere il significato non solamente turistico, economico e logistico della battaglia che il Ticino combatte oggi per evitare ad ogni costo l’isolamento che risulterebbe dalla chiusura triennale per causa di risanamento della galleria autostradale, che fra tutti resta sempre ancora il principale asse Nord-Sud attraverso le Alpi, per le persone come per le merci.
Questo isolamento avrebbe certo conseguenze drammatiche per l’economia ticinese e probabilmente mortali per buona parte delle (poche) imprese leventinesi, che si battono anno dopo anno per salvare le poche centinaia di impieghi industriali e turistici rimasti in Valle. Ma la questione di fondo è ancor più identitaria che economica: come abbiamo visto, il San Gottardo È la Svizzera! E per il Ticino, il S. Gottardo è la porta, il simbolo, l’icona stessa dell’appartenenza a questa Svizzera. Ecco perché la voce del Ticino si alza ogni giorno per chiedere ai Confederati: “Non lasciateci soli, non dimenticateci , non condannateci all’isolamento dall’altra parte delle Alpi!”.
La storia dovrebbe insegnare anche un’altra cosa a chi pensa che tre anni d chiusura in fondo non sono granché (o addirittura li spaccia come “opportunità”): nel 1703 l’ingegnere locarnese Pietro Morettini, scavando il primo tunnel dell’Urnerloch sopra il ponte del Diavolo permise di migliorare sostanzialmente la capacità della strada del Passo e dunque di tutto l’asse del San Gottardo. Ne seguì una nuova fase di prosperità del Canton Uri e dei baliaggi ticinesi, che terminò bruscamente nel 1799, quando la battaglia della Schöllenen fra i Francesi e le truppe del Generale Suworov rese inutilizzabile il ponte. La sua ricostruzione durò vent’anni, durante i quali il traffico Nord-Sud si diresse verso altri itinerari (Brennero, San Bernardino) causando una pesantissima crisi di cui Uri stentò a riprendersi ancora decenni dopo la riapertura della via delle Genti.
È proprio questo che teme oggi il Nord del Ticino: la chiusura triennale della sua principale via di approvvigionamento e di smercio della produzione porterebbe alla chiusura di aziende, che non riaprirebbero più. Altrettanto vale per le aziende turistiche, e persino per un glorioso club sportivo come l’HCAP, il cui pubblico proviene per un terzo da oltre S. Gottardo. Le conseguenze di simili chiusure si farebbero poi sentire per decenni!
Siamo però chiari: nessuno in Ticino chiede una nuova “votazione Avanti”: nel 2004 la proposta sottoposta ai cittadini voleva modificare l’articolo costituzionale sulla Protezione delle Alpi onde consentire un aumento di capacità fra Göschenen e Airolo, con due tubi e quattro corsie di circolazione. Nulla di simile adesso: i Ticinesi come il resto della Svizzera vogliono unicamente mantenere la capacità attuale nel ripsetto dell’articolo costituzionale. Chiedono dunque come situazione finale – dopo la costruzione del nuovo tunnel e il risanamento di quello vecchio – un sistema a due tubi con ciascuno una corsia di scorrimento e una di sicurezza, il che garantirebbe in più un notevole aumento della sicurezza in una galleria che rimane per ora oggettivamente pericolosa.
Respingendo “Avanti” nel 2004, i cittadini potevano basarsi sulle assicurazioni dell’allora ministro dei Trasporti Moritz Leuenberger, secondo cui il risanamento totale della vecchia galleria non sarebbe stato necessario prima del 2030-35 e sarebbe durato qualche mese. Con stupore hanno dovuto apprendere nel 2010 – grazie agli atti parlamentari dei Consiglieri agli Stati ticinesi – che il risanamento era urgente e che sarebbe durato tre anni. Nel 2011 hanno poi appreso che le misure di accompagnamento previste durante il risanamento sarebbero state molto costose, in grado di accogliere al massimo la metà del traffico attuale, e soprattutto che si sarebbero scontrate ad opposizioni locali ancora superiori all’idea medesima di secondo tubo.
Sono l’ineluttabilità e la gravità di questa interruzione che impongono di prendere adesso delle misure non previste nel 2004. I Ticinesi non hanno scelto il calendario, lo devono subire! Per questo è profondamente ingiusto accusarli di voler sovvertire il risultato di 2004, oppure di esigere per il S. Gottardo un grado di priorità superiore ad altri progetti in Svizzera.
La mia speranza è dunque che il Ticino sia il più unito possibile dietro a questa richiesta, e che il resto della Svizzera – tradizionalmente federalista, rispettosa delle minoranze, delle regioni periferiche e sfavorite – capisca che non può permettersi di isolare il Ticino e penalizzare pesantemente la Svizzera italiana. Viva la Svizzera, sì, ma viva anche il suo cuore, che è il San Gottardo!