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La crisi finanziaria avrà forti ripercussioni anche sui paesi del Sud e dell'Est. Gli effetti della recessione sulle regioni più povere del mondo sono al centro delle preoccupazioni della Direzione svizzera dello sviluppo e della cooperazione (DSC).
La crisi è partita da Wall Street, ha investito l'Europa, ma non è destinata a fermarsi alle frontiere dell'occidente industrializzato. I suoi effetti rischiano anzi di essere ancora più pesanti nei paesi economicamente meno sviluppati.
La DSC si prepara perciò a reagire alla situazione, hanno sottolineato mercoledì i responsabili dell'agenzia svizzera di aiuto allo sviluppo in una conferenza stampa a Berna.
«Nei paesi dell'Est, la crisi ha avuto degli effetti soprattutto sul piano finanziario», ha osservato il direttore della DSC Martin Dahinden a colloquio con swissinfo. «Nei paesi del Sud ad essere toccata è invece l'economia reale».
Investimenti, materie prime, rimesse
Secondo Dahinden, la crisi sta colpendo i paesi del Terzo mondo a tre livelli. Prima di tutto, le valutazioni dei rischi per gli investimenti da parte dei paesi sviluppati sono cambiate e i paesi del Sud sono confrontati con l'annullamento o la procrastinazione di importanti investimenti.
In secondo luogo, il mercato delle materie prime si sta raffreddando. Il calo della domanda nel Nord del mondo si traduce in un forte calo delle esportazioni dai paesi produttori di materie prime e in un crollo dei prezzi.
La crisi sta inoltre determinando un rientro nel loro paese di lavoratori emigrati. La conseguente perdita delle rimesse avrà conseguenze di ampia portata su alcuni paesi. Dahinden ha ricordato che il totale delle rimesse nel mondo raggiunge i 300 miliardi di dollari, una somma che è di tre volte superiore all'aiuto pubblico allo sviluppo.
L'esempio boliviano
Per illustrare l'effetto della crisi sui paesi del Sud, la DSC ha presentato alcune stime relative alla Bolivia, un paese in cui l'agenzia elvetica è presente da 40 anni e in cui i progetti di sviluppo pubblici elvetici ammontavano lo scorso anno a 14,45 milioni di franchi.
Il tasso di crescita economica del paese andino potrebbe diminuire dal 6,5% del 2008 al 2%, soprattutto a causa della riduzione del prezzo delle materie prime. Il 70% delle esportazioni boliviane sono costituite da minerali, petrolio e gas.
Nello stesso tempo si registra una forte tendenza al rientro degli emigranti. Il fenomeno può avere conseguenze disastrose, in un paese in cui un quarto della popolazione vive all'estero e in cui le rimesse rappresentano il 7,5% al prodotto nazionale lordo.
La Bolivia, ricorda la DSC, rimane un paese con un alto tasso di povertà, soprattutto nelle aree rurali, dove 8 persone su 10 vivono in condizioni di miseria. La crisi rischia di peggiorare ancora la già precaria sicurezza alimentare.
Una reazione flessibile
«Credo che dovremo far confluire maggiori risorse nei progetti che riguardano la sicurezza alimentare e i mutamenti climatici», afferma Edita Vokral, vicedirettrice della DSC e capo del settore Cooperazione regionale. «Sono del resto aspetti che esistono già nei nostri programmi, per esempio nell'ambito di un'agricoltura sostenibile o nel sostegno alle piccole imprese».
Anche Martin Dahinden è convinto che non siano necessarie modifiche dell'orientamento strategico generale della DSC per affrontare gli effetti della crisi, ma solo di adattamenti dei programmi nei singoli paesi, a seconda delle situazioni concrete. «Seguiremo la situazione da molto vicino», ha sottolineato il direttore della DSC
La riorganizzazione dell'agenzia, avviata la scorsa estate, ha del resto già focalizzato le sue attività su tre programmi quadro nell'ambito della sicurezza alimentare, della migrazione e dei cambiamenti climatici. «Non posso dire che avevamo previsto la crisi», ha detto Martin Dahinden durante la conferenza stampa mercoledì a Berna, «ma gli strumenti che abbiamo approntato si adattano bene alla situazione attuale».
Crisi come opportunità
Dahinden ha d'altronde messo in rilievo anche gli elementi che nell'attuale situazione di crisi possono indurre ad un certo ottimismo. «Si tratta di una crisi grave, che si svolge però in un contesto diverso da quello della crisi degli anni Trenta».
Per il momento gli Stati hanno confermato i loro impegni finanziari in favore della cooperazione. Il parlamento svizzero ha approvato il principio di un aumento graduale dei mezzi finanziari destinati all'aiuto allo sviluppo allo 0,5% del prodotto interno lordo entro il 2015.
Secondo il direttore della DSC, che ha citato l'idea di un «Green New Deal» lanciata dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, la crisi potrebbe rivelarsi un'opportunità in vista di una trasformazione in senso sostenibile dell'economia mondiale.
swissinfo, Andrea Tognina
Fatti e cifre
La DSC dispone di un budget annuale di 1,4 miliardi di franchi (2008)
L'agenzia dà lavoro a 600 persone. 340 impiegati hanno cambiato attività nell'ambito della ristrutturazione in corso.
La direzione è stata ridotta da 11 a 7 membri.
Riorganizzazione della DSC
La riorganizzazione della DSC è stata la risposta alle critiche formulate nel 2006 dalla Commissione di gestione del Parlamento.
La Commissione aveva sollecitato una maggiore concentrazione geografica e tematica dell'aiuto umanitario. Aveva pure invitato a dar prova di maggiore efficienza modificando gli strumenti a disposizione della DSC.
Dal 2012 la DSC concentrerà i suoi aiuti in dodici fra i paesi più poveri del mondo: Benin, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Mozambico, Tanzania, Bangladesh, Nepal, regione del Mekong, Bolivia e America centrale.
L'agenzia si ritirerà invece da Buthan, Ecuador, India, Pakistan e Perù, mentre porterà avanti sei programmi speciali nell'Africa orientale e meridionale, in Afghanistan, in Mongolia, a Cuba e nei Territori palestinesi.