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Il popolo che può votare su nuovi articoli costituzionali: Laura Derrer è affascinata da questa proposta di ampliare i diritti politici in Cile, il suo Paese d’adozione. La diciannovenne, studentessa di diritto, è una delle nuove voci della Quinta Svizzera che hanno costituito il Parlamento dei giovani svizzeri all’estero (PGSE). In una serie di interviste, swissinfo.ch dà la parola a 11 membri del comitato.
swissinfo.ch: Come membro del (PGSE) quali obiettivi intende raggiungere in Svizzera? E in Cile, ossia il Paese in cui vive?
Laura Derrer: In Svizzera intendiamo soprattutto migliorare la considerazione e l’integrazione dei molti giovani svizzeri che vivono un po' ovunque nel mondo. Anche se ci sono molte organizzazioni che si occupano di loro, crediamo che sia possibile fare di più. I giovani svizzeri all'estero sono molto interessati a ciò che avviene in Svizzera e in Europa e vorrebbero prendervi parte ed essere ascoltati.
Qui in Cile ci sono una scuola svizzera e un club svizzero. Tanti connazionali sono molto motivati, ma purtroppo non c'è uno scambio di opinioni in un ambito formale. Sarebbe stupendo se grazie all'aiuto di giovani pieni di entusiasmo fosse possibile dare avvio a una discussione su temi politici e trasformare in realtà delle idee.
swissinfo.ch: Qual è la situazione della democrazia diretta in Cile? Ci sono strumenti che apprezza in modo particolare? E altri che le mancano?
L. D.: Il Cile è retto da una democrazia rappresentativa. Ogni quattro anni, il popolo sceglie una presidente o un presidente e i membri del congresso.
In questo momento c'è un'ampia discussione sulla nostra costituzione, risalente agli anni Ottanta e adottata in maniera non democratica durante la dittatura di Pinochet. Si sta lavorando a un progetto di una nuova costituzione. Quest’ultima prevede l'introduzione di una democrazia diretta in cui il popolo verrebbe chiamato a votare sugli articoli costituzionali.
Trovo stupenda questa forma di democrazia, completamente nuova in Cile. È importante che le cittadine e i cittadini siano adeguatamente formati affinché siano in grado di prendere le decisioni giuste. La democrazia diretta, quella che si conosce in Svizzera, è un buon modello a cui il Cile potrebbe ispirarsi in futuro.
swissinfo.ch: Nella maggior parte dei paesi, la partecipazione dei giovani a votazioni ed elezioni è inferiore a quella delle altre fasce di età. La democrazia diretta non sarebbe proprio il mezzo ideale per i giovani per sviluppare politiche che rispondano alle loro necessità e alle loro idee?
L. D.: Certo, la democrazia diretta è un mezzo efficace per motivare i giovani a partecipare al dibattito politico. Le votazioni suscitano un interesse generale, poiché ogni scheda messa nell’urna è decisiva sul risultato finale.
Piattaforma per giovani svizzeri all'estero
Il Parlamento dei giovani svizzeri all'estero (PGSE) rappresenta ancora una novità, poiché esiste da pochi mesi. Sede dei lavori parlamentari è Internet: dibattiti e scambi tra i circa 350 membri, sparsi in tutti i continenti, avvengono attraverso i social media e skype.
swissinfo.ch ha intervistato 11 giovani svizzeri all'estero, che sono membri del comitato del PGSE. Ha in particolare tastato loro il polso sulla democrazia diretta nei rispettivi paesi di residenza e in Svizzera.
In una democrazia rappresentativa, invece, è più difficile esercitare un influsso efficace poiché vi sono molti interessi in gioco. È ciò che notiamo in Cile nel movimento studentesco; esso lotta per una formazione migliore ed egualitaria.
swissinfo.ch: Dagli attentati di Parigi, l’Europa ha al centro delle preoccupazioni il terrore dell’autoproclamato Stato islamico. La lotta contro l’estremismo islamico, che significa anche limitazione delle libertà individuali, rappresenta un pericolo per la democrazia?
L. D.: Le organizzazioni estremiste sono sempre una minaccia per la democrazia e la libertà individuale. Tutto ciò che tollera un’unica concezione del mondo limita automaticamente la libertà d'opinione. Ciò che è successo a Parigi è terribile; non è soltanto un attentato contro la vita, bensì anche contro la pluralità di culture.
La soluzione non consiste nel far capo agli stessi strumenti dei fondamentalisti. Certo, è giusto impedire agli estremisti di attentare alla vita delle persone e alle loro libertà individuali. Tuttavia non bisogna assolutamente accusare tutti o nutrire sospetti generalizzati sui musulmani. Ciò significherebbe condannare un'intera cultura per la sua diversità.