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«Spuntai sul campo per la premiazione e rimasi confuso. Pensai: “Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”». Ricorda così l’epilogo della finale di Champions League del 1999 l’allora presidente della UEFA Lennart Johansson. Per dirigersi verso la cerimonia di premiazione, Johansson lasciò il suo seggiolino a due minuti dalla fine, con il Bayern Monaco in vantaggio per 1-0 sul Manchester United. Quando spuntò sul campo, poco dopo il fischio finale, il punteggio era stato ribaltato.
La cronaca della partita, per chi segue il calcio, è nota. Gol su punizione dopo soli cinque minuti di “lagnone” (Trap dixit) Basler, che beffa uno Schmeichel tutt’altro che perfetto sul suo palo. Poi una gara che si trascina senza grossi sussulti fino ai minuti finali, quando Scholl con un pallonetto e Jancker con una rovesciata sfiorano il colpo del ko, ma in entrambe le occasioni vengono fermati dai legni della porta.
Ed è così che la legge del calcio emana la sua sentenza anche la sera del 26 maggio, a Barcellona. Nei tre minuti di recupero concessi da Collina, Sheringham e Solskjaer, entrambi subentrati, ribaltano il risultato e regalano ai Red Devils la seconda Coppa dalle grandi orecchie della loro storia. L’attaccante inglese girando in rete un tiro dal limite di Giggs al 91’, quello norvegese deviando un colpo di testa dello stesso Sheringham, su cross di Beckham al 93’.
Le due squadre si erano già incontrate nella fase a gironi, un Gruppo D (ferro) che comprendeva anche Barcellona e i malcapitati campioni danesi del Brøndby: 2-2 a Monaco, 1-1 a Manchester. Poi l’ascesa fino alla finale, con i tedeschi a vincere il derby con il Kaiserslautern e a battere la Dinamo Kiev di Shevchenko e Rebrov, e gli inglesi a eliminare Inter e Juventus. Bianconeri che dopo il pareggio dell’andata erano avanti 2-0… La sera della finale, entrambe le compagini si giocavano la possibilità di vincere il treble (o triplete, come si usa dire nell’Italia post-Mourinhana), avendo vinto campionato e coppa nazionale.
Ed ecco che nel giro di due minuti gli stati d’animo dei giocatori in campo, ma anche dei 90mila tifosi sugli spalti, si rovesciano. L’illusione diventa sconforto, l’angoscia diventa estasi. Gli inglesi rapiti dalla gioia che solo un successo così, trovato all’ultimo, può regalare. I tedeschi afflitti dal dolore che solo una sconfitta così, subita all’ultimo, può infliggere.
Le capriole di Schmeichel, ma anche un afflitto e incredulo di Tarnat. La corsa gioiosa di Beckham, ma pure le lacrime e le imprecazioni di Kuffour. Ferguson che in panchina mastica un chewing gum diventato improvvisamente dolcissimo e Mattheus, il libero con il numero 10, che seduto sulla panchina opposta dopo essere stato sostituito già rimpiange l’ultima occasione per vincere l’unico trofeo che gli manca, la Coppa dei Campioni.
Quel giorno la leggenda del Manchester United Matt Busby, lo scozzese che nel ’68 aveva guidato i Red Devils alla prima Coppa, avrebbe compiuto 90 anni. 90 come i minuti in cui il Bayern ha cullato l’idea di battere gli inglesi, allenati da un altro scozzese. Credete sia solo una coincidenza?