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Fu in maglia Federale Lugano, in maglia Viganello, in maglia Momò, in maglia Bellinzona; fu dunque identità per tutto il Ticino, nell’arco di una carriera esaltante anche perché in coincidenza con il periodo aureo del basket nostrano, quando i liceali studiavano nella pausa fra una partita e l’altra in qualunque angolo si potesse attaccare un tabellone al muro e si faceva a cazzotti pur di stare sul campetto il più a lungo possibile, ci fosse o non ci fosse la luce. Mancherà a tanti che lo conobbero e che lo incontrarono, dunque, Ken Brady in passaporto Usa e primattore di quei tempi formidabili, purtroppo passato a miglior vita nelle scorse ore, vittima di una malattia da cui era stato aggredito; a Basilea il decesso, neanche la soddisfazione di giungere al traguardo dei 70 anni, per uno come Kenneth Robert (“Mica ci tengo tanto, Ken is enough”) che era innamorato della vita. 208 centimetri per 107 chilogrammi, diceva la scheda nell’annuario dell’Università di Michigan, con i cui Wolverines aveva militato nel percorso accademico dal 1969 al 1973, 12.1 punti e 9.7 rimbalzi per partita in una compagine che ha fatto la storia della Ncaa-1, purtroppo durante una fase opaca (detto fuori dai denti: nessuno buono al di fuori del primo quintetto, dove suoi compagni erano Ernie Johnson e Charles Jerome “Cj” Kupec e Michael Campanella “Campy” Russell; quest’ultimo sarebbe rimasto al massimo livello dei “pro” per una decina di stagioni) ma con il privilegio di essere un classico “local hero” essendo egli nato a Flint nel Michigan ed essendo cresciuto in quel crogiuolo di realtà dall’alto tasso di qualità sportiva che fu (e che è tuttora) la “Flint central high school”.
In “draft” della Nba, anno 1973, per Ken Brady ci scappò una chiamata al quarto giro e con il numero 61 assoluto; firmò con i Detroit Pistons, franchigia – e daje – del Michigan, fu tagliato il primo giorno di ottobre, dopo 48 ore divenne agente libero. Gli venne raccomandata l’Europa, dove dispensò schiacciate a due mani ed un tiro dalla media distanza che fu perfezionato con il trascorrere delle stagioni; il transito a Lugano divenne motivo di interesse per i dirigenti della Victoria Pesaro, che lo portarono in riva all’Adriatico per una stagione in A2, unico straniero ed alla fine anche nella qualifica di miglior marcatore della squadra; poi di nuovo Svizzera, tanta Svizzera, luoghi a sua dimensione e che egli volle legare alla propria dimensione. Come quando, di ritorno da qualche allenamento, passava di fianco ad un campetto e si fermava a far qualche tiro con i ragazzi del posto, una volta ogni tanto dando qualche suggerimento e magari anche raccomandando un impegno organico, “Ehi, vieni a vederci, ti faccio parlare con l’allenatore, it’s never too late to begin again, per me hai i numeri”. Beh, grazie ancora, zio Ken.