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Tutto iniziò nel 1965 quando l’imprenditore italo argentino Alejandro de Tomaso si rese conto che, per garantire la sopravvivenza della sua azienda occorresse progettare e produrre una vettura che consentisse di affermarsi sul mercato internazionale rivaleggiando con i marchi più blasonati come Ferrari, Maserati, Lamborghini e Mercedes. Fu realizzato il primo prototipo in collaborazione con la Carrozzeria Ghia di Torino, ma solo in forma statica su disegno del designer americano Pete Brock che era uno stretto collaboratore di Carrol Shelby, leggendario pilota e preparatore americano.
De Tomaso sperava che nella progettazione e nella realizzazione della nuova auto si impegnasse Shelby in persona e sperando che,vedendone il valore tecnico, la utilizzasse per sostituire le auto del suo team, le ormai vetuste Lang Cooper. Niente di più sbagliato. Proprio in quell’anno, La Ford assunse Shelby per la realizzazione di un altro mito dell’automobile: La Ford GT 40. De Tomaso la prese malissimo e dovette ingegnarsi per ridefinire il ruolo della nuova auto: dalle corse al mercato di lusso internazionale. Decise quindi di fare concorrenza alla Ferrari Daytona e Lamborghini Miura a cui voleva sottrarre quote di mercato soprattutto negli Stati Uniti. Nacque così, nel 1967, la Mangusta, chiamata così come l’unico animale che attaccava i cobra. Nome ambizioso, non c’e che dire. In realtà il nome non fu casuale. Fu un dispetto che De Tomaso volle fare proprio a Shelby che aveva come simbolo del suo team una vettura con quel nome.
La Mangusta era dotata di un motore centrale Ford a otto cilindri a V da 4.7 litri da 306 CV accoppiato ad un cambio ZF a 5 marce che male si prestava ad essere strapazzato, duro negli innesti come una betoniera. La carrozzeria definitiva venne disegnata da Giorgetto Giugiaro e presentava l'originale idea del cofano posteriore ad ali di gabbiano che rimase una caratteristica della Mangusta. Era montata su un telaio monotrave in alluminio con appunto il motore al centro. Non fu una buona idea. Il motore, pesante e potente, pesava per il 68% sul retrotreno, creando notevoli problemi di rigidezza e stabilità, poichè la carrozzeria era troppo leggera rispetto alla meccanica, e quindi la Mangusta aveva un comportamento su strada incerto ed imprevedibile, la guida era molto impegnativa, forse troppo rispetto alle sue concorrenti. L’abitacolo era scarno e rifinito con poca cura e d’estate diventava un forno. La Mangusta aveva un enorme parabrezza che abbinato ad uno scarso isolamento della paratia del motore faceva diventare un breve viaggio un inferno.
Per dare sollievo ai clienti si decise di dotare da subito le Mangusta di un impianto di aria condizionata. A pagamento ovvio, e salato. La Mangusta non raggiunse mai i valori di vendita delle sue concorrenti e nel 1971 dopo 400 esemplari venne interrotta la produzione.
Davide Piazza
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