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Dopo quello di Federer, si avvicina anche il ritiro dell’iberico, la cui carriera è stata martoriata da traumi e infortuni di ogni genere
Nel 2005 un medico dice a Rafael Nadal che non avrebbe più potuto giocare a tennis. Una malformazione degenerativa allo scafoide tarsale del piede sinistro non è sostenibile in uno sport traumatico come il tennis.
Rafael Nadal ha 19 anni e ha appena vinto il suo primo Roland Garros. Sembra al culmine delle sue possibilità psico-fisiche, eppure qualcuno gli dice che in realtà il suo corpo, che non sembra quello di un teenager ma di un supereroe, è troppo fragile per fare il tennista. Nadal ci pensa. Potrebbe dedicarsi al golf, altro sport in cui eccelle (oltre al calcio e, immaginiamo, tutto il resto). Poi decide di non mollare e di fare quello che avrebbe fatto il Nadal che conosciamo: lottare, trasformare un problema in un’opportunità, spingersi sul bordo dei propri limiti per spingersi ancora più avanti.
Si fa disegnare una soletta ortopedica speciale mentre il suo sponsor, Nike, gli allarga le scarpe per ridurre i traumi. Quando torna è più forte, più veloce. Il suo servizio ha aumentato la velocità, il topspin di dritto è ancora più letale.
L’immensa narrativa di Rafael Nadal si può inquadrare in molti modi diversi e ciascuno può scegliere la propria origin story prediletta. A molti piace quella del giorno in cui, da ragazzino, dimentica la bottiglietta a casa, e lo zio Toni non gliene compra un’altra. Vuole insegnargli la responsabilità, oppure un senso di sofferenza di cui si contaminerà tutto il suo tennis. C’è chi sceglie la sua vittoria su Pat Cash a 14 anni, o quando ha battuto per la prima volta Federer a Miami.
Anche questa diagnosi al piede, però, può essere una buona origin story. Il momento in cui comincia il conflitto tra Rafael Nadal e il suo corpo, tra un tennis fantasmagorico e la sua impossibilità fisica, con la medicalizzazione come conseguenza inevitabile. Il momento in cui il suo corpo si corrompe di una fragilità ontologica, da epica greca. Il piede di Nadal come il tallone d’Achille: unico e circoscritto punto debole di un corpo altrimenti creato per la guerra agonistica e per spingere le possibilità tennistiche su territori prima inesistenti.
Oggi, a maggio 2023, questo conflitto sembra stia per finire. Rafael Nadal ha annunciato che non giocherà il prossimo Roland Garros. Sarà la prima volta dal 2005, dalla sua prima partecipazione, e quindi dalla sua prima vittoria. Lo ha annunciato in una conferenza stampa fatta in borghese, con una polo bianca. Seduto sul bordo di uno sgabello, ha detto che il suo corpo ha deciso per lui: «Il mio corpo ha deciso per me. Non giocherò anche per i prossimi mesi, è il momento di fermarsi».
Stavolta non è stato il piede, ma una lesione muscolare alla gamba sinistra, che lo ha costretto a saltare anche gli Australian Open. Ha detto che non giocherà il Roland Garros, ma pure che il 2024 sarà il suo ultimo anno. Tornerà solo dopo aver recuperato la sua piena competitività, fisica e mentale, e tornerà per provare a vincere.
È sempre stato così: Nadal gioca se sa di poter vincere, altrimenti resta a casa e lascia che il suo corpo trovi pace. Quando è arrivato nel circuito ci si chiedeva quanto avrebbe resistito, con quella malformazione al piede e quello stile di gioco ai limiti dell’impossibile fisico. Ci si chiedeva quando il suo corpo gli avrebbe portato il conto di uno sforzo tanto titanico.
Questo pensiero ha accompagnato come un’ombra la carriera di Rafa, quella lieve espressione di dolore in mezzo ai bicipiti alzati, ai vamos, alla costellazione di tic con cui ha punteggiato le sue partite. Un trofeo alla volta, un’accelerazione di dritto dopo l’altra, è riuscito a farcela dimenticare. Pochi tennisti sono sembrati così indistruttibili in campo da tennis: un fascio di muscoli che guizza, un toro che scalpita. Tutte immagini che abbiamo logorato in questi anni per provare a descrivere il senso d’esplosività e la potenza fisica di Rafael Nadal.
Col passare degli anni, però, più tardi di quanto alcuni ortopedici da tastiera immaginavano a inizio carriera, quel corpo è diventato fonte di patimenti. Il piede che fa sempre più male, le ginocchia logorate nella loro cartilagine che lo spingono sull’orlo del ritiro nel 2009, e poi nel 2012. Ai periodi di dominio si alternano quelli di assenza.
Nel 2013 il suo quadro clinico ispira al New York Times un video cupo che descrive per filo e per segno come lo stile di gioco di Rafa abbia sostanzialmente sbriciolato il suo corpo.
In quel periodo era più semplice fare analisi pessimistiche, ma Nadal ogni volta è tornato forte come prima, persino più di prima. Col tempo ha affinato l’arte di girare attorno ai limiti del proprio corpo. Come Djokovic e Federer, non ha mai smesso di far evolvere il suo gioco. La sua saggezza tattica, la sua capacità superiore di leggere le partite, gli ha permesso di economizzare le forze.
Il pensiero del suo corpo, però, è diventato sempre più presente negli ultimi anni, fino al culmine del 2022: l’anno in cui Nadal si è trascinato in campo ormai consunto, sofferente in ogni partita, eppure vincente. Un uomo capace di attraversare ogni sfumatura del dolore per distillarla in agonismo, in spirito competitivo. La vittoria all’Australian Open, lo Slam a lui meno congeniale, e poi il quattordicesimo Roland Garros, vinto con un piede addormentato, lo consacrano come un martire del tennis. Un’icona penitente ma gloriosa.
Il messaggio di Nadal è universale, il tennis un pretesto per confezionarlo. Un uomo in perenne conflitto con i limiti del proprio corpo: con l’invecchiamento, con la malattia; eppure capace di superare questi limiti in modo epico, manifesto, lucente.
L’opposto di Federer
Per quest’epica, che è un’epica dell’umano, Nadal è stato speciale rispetto a Federer. Lo svizzero ci ha fatto dimenticare degli impacci di un corpo, almeno fin quasi agli ultimi giorni è riuscito a smaterializzarlo in qualcosa di etereo. Ha arrotondato le punte più aspre del tennis, la sua fatica, la sua violenza, mascherandola dentro la sua grazia artistica. Nadal, invece, ci ha ricordato sempre le possibilità e i limiti di un corpo umano. Le asperità le ha sempre portate alla luce per assaporarle e poi vincerle.
Eppure proprio nel 2022 abbiamo avuto la sensazione di aver superato qualche limite. Quella tensione tra Nadal e il suo corpo stava diventando morbosa, insostenibile anche per noi da guardare. Ai quarti di finale contro Taylor Fritz è piegato dal dolore agli addominali, dopo aver perso un brutto set. Suo padre dalla tribuna gli fa segni plateali di ritirarsi. Basta.
Contro Fritz pochi mesi prima, a Indian Wells, ha giocato e perso una finale con una costola rotta. Il tennis lo sta letteralmente mandando in pezzi. Nadal si prende dieci minuti per farsi curare dai fisioterapisti e quando torna in campo non rivolge nessuno sguardo al suo angolo, prende la racchetta in mano e fa quello che fa da inizio carriera: cerca di dimenticare il dolore e di vincere le partite. In semifinale poi dovrà arrendersi e rinunciare al sogno di vincere il terzo Slam dell’anno.
Prima di quel momento sembrava che la capacità agonistica di Nadal riuscisse persino ad affinarsi attraverso il dolore, raggiungendo una forma più pura. Ora però sembra aver alzato bandiera bianca.
È lecito domandarsi se Nadal tornerà davvero, come ha detto, per la Coppa Davis di fine anno. Chiedersi se nel 2024 tornerà davvero, e se lo farà in modo competitivo. Oppure se questo proposito non è solo uno sfoggio di ottimismo, o un ritardo per cominciare a prendere confidenza con l’idea del ritiro. Oppure se forse non tornerà ancora tiranno, dominatore. Sempre dolorante, certo, ma capace di vincere ancora partite impossibili, sporcarsi un’ultima volta con l’argilla rossa del Roland Garros. Sdraiarsi ancora a terra a fine partita, sfilarsi la fascia dalla testa, agitare la testa per scuotere i capelli dal sudore, per ripetere un gesto antico anche quando i capelli ormai non ci sono più.
Sarebbe bello vederlo ancora un’ultima volta sul Philippe Chartier, un campo che probabilmente verrà rinominato in suo onore. Là dove ha alzato la Coppa dei Moschettieri 14 volte.
Al Roland Garros Nadal ha vinto 112 partite sulle 115 disputate. Una statistica disumana che tuttavia non restituisce il senso di dominio di Nadal sullo Slam parigino. Vederlo è stato, ogni volta, osservare un uomo che pareva custodire i segreti più reconditi della terra rossa. Dopo un regno tanto lungo sarà strano guardare il Roland Garros senza di lui, ritrovarsi in quella casa vuota indossando un sentimento simile al lutto.
È difficile persino orientarsi, dare forma concreta ai nuovi favoriti. Il vecchio Djokovic, il rivale di sempre di Rafa? Oppure l’erede al trono naturale, Carlos Alcaraz, con un gioco tanto diverso ma una carica agonistica molto simile alla sua. Gli aveva lanciato un guanto di sfida: «Sono in grado di batterlo al Roland Garros».
Chissà se vedremo mai questa sfida che rischia di somigliare a un regicidio? In fondo, dovremmo davvero augurarcelo? «Qualcuno prenderà il mio posto», ha detto Nadal, semplice e definitivo, quando ha annunciato la sua rinuncia. Ci ha prospettato questo futuro senza di lui, tanto inevitabile quanto difficile anche solo da immaginare.