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La globalizzazione e la rivoluzione digitale stravolgono il nostro mondo del lavoro. Gli stipendi sono sotto pressione. Milioni di impieghi vengono delocalizzati. Ciò offre un terreno fertile alla diffusione di idee politiche radicali. Ma proprio la Svizzera è un esempio di come superare la trasformazione economica.
Lo scorso anno la Apple ha ottenuto un utile strepitoso di 53 miliardi di dollari. Eppure il gruppo ha un organico di appena 110’000 persone, da cui risulta un enorme profitto di mezzo milione di dollari per dipendente in un solo anno. Google (con la sua casa madre Alphabet) raggiunge un utile di «soli» 16 miliardi, ma con un numero ancora inferiore di occupati, cioè 60’000.
Guardiamo al passato: alla fine degli anni settanta il primo gruppo industriale al mondo in termini di valore era ancora General Motors. Il costruttore automobilistico occupava allora una schiera di 850’000 persone che generavano un utile di 3 miliardi di dollari. Alla General Electric 400’000 dipendenti ottenevano un utile di circa un miliardo di dollari.
Dal raffronto emerge un’evoluzione preoccupante.
Gli attuali gruppi lavorano in modo enormemente redditizio, ma hanno bisogno di sempre meno personale.
Questa tendenza si rivela chiaramente anche nei dati macroeconomici: nella maggior parte dei paesi la cosiddetta quota salariale, quindi la quota delle retribuzioni sul reddito totale, ha subito un crollo dal 1980 (v. grafico). Ma risulta che la Svizzera è riuscita a muoversi in controtendenza (approfondirò questo punto in seguito).
Che cosa ha provocato la flessione di queste quote salariali? In primo luogo la globalizzazione: dagli anni ottanta i grandi gruppi industriali hanno trasferito una parte sempre più importante della produzione nei paesi dove potevano risparmiare costi. In particolare i mercati emergenti hanno un’enorme riserva di manodopera i cui salari sono notevolmente più bassi, indebolendo così la forza negoziale dei lavoratori nei paesi industrializzati.
Come dimostra il seguente grafico, le retribuzioni si sono mosse a lungo di pari passo con la crescente produttività. Ma da circa quarant’anni il vento è cambiato: le paghe orarie reali dei lavoratori ristagnano, benché la loro produttività continui ad aumentare. I dati si riferiscono agli Stati Uniti, ma fenomeni analoghi si riscontrano in altri paesi occidentali.
Anche le nuove tecnologie hanno contribuito a spingere al ribasso la quota salariale. Con la rivoluzione digitale molte professioni diffuse sono sparite. Se un tempo le aziende avevano bisogno di tecniche produttive ad alta intensità di lavoro per conseguire un vantaggio competitivo, oggi è sufficiente una app pionieristica sviluppata da pochi specialisti, come avviene per il servizio di trasporto automobilistico privato Uber. Nel contempo, una rapida diffusione su scala mondiale consente di conseguire utili elevati.
Non è un caso, dunque, che quattro delle cinque aziende più importanti in termini di valore provengano dal settore tecnologico.
Apple, Google, Microsoft e Facebook totalizzano un valore di borsa di oltre 1700 miliardi di dollari, ma impiegano appena 300’000 dipendenti. Al quarto posto della classifica si colloca tra l’altro, come rappresentante della «old economy», il gruppo petrolifero Exxon Mobil, il cui organico non supera tuttavia le 75’000 unità.
Persino nei settori classici ad alta densità di occupazione, come il commercio al dettaglio, lo sviluppo tecnologico ha prodotto una rivoluzione. La catena di supermercati Wal-Mart, il maggiore datore di lavoro privato del mondo, ha 2,3 milioni di dipendenti, ma il suo valore di borsa è pari appena a due terzi di quello del rivenditore online Amazon, che conta solo 230’000 collaboratori circa, quindi appena un decimo.
Questo terremoto che si è abbattuto sul mondo del lavoro spiega in gran parte le forti pressioni subite dai politici al governo in molti paesi. Gli elettori si rivolgono piuttosto ad outsider provocatori: Donald Trump, Marine Le Pen, Beppe Grillo o Alexis Tsipras festeggiano grandi successi, mentre crollano i vecchi partiti affermati.
Le richieste politiche radicali raccolgono consensi.
Dietro tutto ciò si cela spesso il desiderio o la voglia di poter tornare indietro nel tempo. Ma è un’aspirazione realistica? Quale consumatore sarebbe disposto a rinunciare ai vantaggio degli smartphone o dei motori di ricerca, anche se le nuove tecnologie distruggono occupazione? Come si può vietare ai paesi emergenti di copiare le ricette occidentali per il successo e quindi di competere anche con i nostri posti di lavoro?
La Svizzera offre spunti interessanti per capire come i paesi industrializzati possano affrontare i radicali cambiamenti con la globalizzazione e la rivoluzione digitale. Come illustra il grafico qui sopra, nel nostro paese si è riusciti a mantenere stabile la quota salariale da decenni.
Quali fattori vi hanno contribuito?
Prima di tutto è fondamentale un eccellente sistema formativo: la Svizzera si colloca ai primi posti nella formazione professionale, nelle scuole universitarie e nella ricerca. La manodopera qualificata è difficile da sostituire con l’outsourcing e i robot.
Un altro motivo è costituito dal mix di settori che compongono l’economia: una quota particolarmente elevata di aziende fa parte dei settori che creano un alto valore aggiunto, ad esempio l’industria farmaceutica o la tecnologia medica. Molte di queste aziende si sono specializzate in nicchie di mercato nelle quali offrono prodotti o servizi di qualità. La Svizzera deve questo mix vantaggioso al fatto di non aver impedito la trasformazione del mondo delle imprese. I settori minacciati, come quello dell’acciaio, non hanno ottenuto aiuti statali.
L’esempio della Svizzera dimostra che il mantenimento di una quota salariale elevata deve costituire un obiettivo a lungo termine.
Strutture economicamente sane, di cui fa parte anche una buona rete sociale, sono più utili ai lavoratori che avventate prove di forza. In ultima istanza il progresso tecnologico schiude nuove opportunità. Pur occupando soltanto 110’000 persone, il gruppo Apple ha creato tanti posti di lavoro al di fuori dell’azienda. Basti pensare ai milioni di sviluppatori di app nel mondo che programmano le nuove applicazioni per lo smartphone superando già i dieci miliardi di fatturato.
Nota: il contributo è stato inizialmente pubblicato in questa sede il 13 giugno 2016.