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Barbitta o semplicemente Barba, come lo chiamavano tutti, era mugnaio a Garaverio.
A furia di portar sacchi, gli si erano incurvate le spalle e anche la testa.
Ogni sabato, servendosi del suo Bigio, un asinello agile e forte, recava ai villaggi del contorno la farina e riprendeva le biade da macinare.
Mugnaio e asino procedevano vicini, le teste ciondoloni, mosse ritmicamente come un pendolo e sfiorantisi quasi per una reciproca carezza.
La collinetta dei sacchi, alta sopra il basto, traballava tutta e pareva dovesse cascare da un momento all'altro, specie quando il somaro, indolenzito nei muscoli, alzava il groppone, dandole certe scosse violente.
Allora, dai sacchi si staccava una nube di polviscolo, e asino e asinaio ne erano avvolti.
La bianca incipriatura sopra i peli del somaro nemmeno si scorgeva, ma addosso a Barba era visibilissima sugli abiti e sul berretto, sugli scompigliati baffi e sul rosso naso da bevitore.
Ecco che i passi di Bigio risonano secchi e distinti sul ciottolato del paesino di Minora.
Barba precede l'asino, per non restare dipinto su qualche muro - come dice lui - chè la massa dei sacchi striscia lungo i fianchi della viuzza.
Al solito cantone della piazzetta, l'asino ha l'abitudine di fermarsi. Barba l'attacca all'anello infisso nel muro, sfibbia una cinghia, scioglie una corda, si tira sulla schiena un sacco, quello della Betta, e con le braccia ad ansa sulle spalle, i pugni alle orecchie del sacco, s'avvia curvo curvo alla casa dal portichetto attiguo all'oratorio di Sant'Antonio.
La Betta dà il benvenuto al mugnaio e, fattasi vicina al suo sacco, lo slega, affonda la destra nella soffice farina, ne trae una manciata, la sogguarda, poi esclama contenta:
"Chi sa che buon pane nero da questa mia segale!"
E soggiunge:
"Ora, Barba, berrete un bicchiere del mio bruschetto, che vi metterà a posto lo stomaco."
Barba segue la Betta in cucina e, prima di bere, scosta i baffoni che gl'ingombrano la bocca, leva il bicchiere contro luce per mirarne il bel rosso rubino, l'accosta al labbro e, alzando la testa, beve a piccoli sorsi come i galli. Poi, deposto il bicchiere, si pulisce i baffi col dorso della mano.
Nella distribuzione dei sacchi ai rispettivi proprietari, non c'era pericolo che il mugnaio di Garaverio si sbagliasse. I sacchi d'altronde erano sempre quelli ed egli li distingueva dal colore e anche dal modo con cui erano legati.
La riconsegna del macinato terminava a Cimapianca.
Nel ritorno, Barba raccoglieva altre biade da macinare.
Soleva ripetere alle massaie di legar bene la bocca del sacco e sentenziava: "Chiusa bene la bocca del sacco non c'è spreco di grano; chiusa bene la bocca delle comari non c'è spreco di parole in pettegolezzi e in maldicenze."
Era affabile e compiacente con tutti il mugnaio di Garaverio, ma sapeva anche rispondere a tono.
Una volta, mentre con Bigio percorreva il lungo Tresa di Cremenaga, s'imbattè nel Mericano di Buseno, che spavaldamente domandò:
"Dove andate voialtre due bestie?"
Barba, sgranando tanto d'occhi e puntando innanzi la testa quasi a cacciargli contro le corna, ribattè:
"Signor Mericano, andiamo a prendere il fieno per noi tre."
Il Mericano capi l'antifona e se n'andò senza fiatare.
Un'altra volta, a Lugano, Barba, attaccato l'asino a una colonna di via Cioccaro, entrò nel bottegone di Piedolce a far provviste.
La commessa non s'era accorta della presenza di lui. Ma Piedolce la richiamò a bassa voce, dicendole:
"Servi quel villan di fuori."
Barba, che allora le orecchie le aveva fine, sentì l'ingiuria e non potè tacere.
"Signor Piedolce" disse "i villani di fuori mantengono i porci di dentro."
Il doppio senso della frase fu capito dal bottegaio e pare che egli da allora smettesse di chiamare i contadini "villani di fuori."
Rientrando a Garaverio, il mugnaio intonava la canzone del cinquantanove:
"La vegn, la vegn a la finestra la dis, la dis che l'è malada
per non, per non mangiaa polenta bisogna aver pazienza
e lasala maridaa."
Nel cortiletto del mulino, Barba durava fatica a sfibbiare le corregge del basto, perché Bigio non stava mai fermo. Ma, tolte le cinghie, il ciuco con un buon colpo di schiena, buttava all'aria basto e sacchi, ed era un piacere vederlo sull'erba fare capriole e corserelle, la coda arrovesciata sulla schiena, e dare ragli di soddisfazione.
Barba lasciava fare. Aveva tentato una sera di ricondurlo subito in istalla, ma ne ebbe tale carezza che n'andò zoppo più d'un mese.
Una volta sbizzarrito, Bigio si dirigeva al suo presepio.
Il garzone riponeva i sacchi nel mulino, ammonticchiandoli sopra gli altri, in modo da
formare una specie di letto, su cui Barba, nella calda ora dell'estate, faceva una dormitina.
Nel mulino volava un polviscolo bigiognolo, attraversato sovente da strisce solari, simili a fasci d'un piccolo riflettore, anzi più belle, perchè dentro vi danzavano miriadi di atomi d'oro.
Vecchio, rustico, romantico mulino, chiuso nel fondo della valle, o per dir meglio nel punto di confluenza d'una serie di valli; mulino primitivo, con al fianco la grande ruota nera, mossa da una cascatella bianca, come se vi avessero convogliato tutto il latte delle vacche di Minora e nell'inferno due enormi macine, che facevano tremare tutta la casa.
A cinquant'anni, Barba tremava, per quel suo vizio di alzare spesso il gomito.
Ma, a sentir lui, la cagione era un'altra; era che, a furia di abitare il mulino, il tremolìo delle pareti gli si era comunicato per un senso di viva simpatia.
Altri acciacchi colpirono il nostro mugnaio. Un mattino, si svegliò sordo, d'una sordità piena, assoluta.
Eppure, il consueto giro nei paeselli lo faceva sempre. Non c'era verso di fargli intendere una parola. Il bicchiere di nostrano lo vuotava ancora. Il vino anzi lo rendeva cordiale, così che talvolta Barba abbracciava i suoi clienti.
Bigio, testimone di tante dimostrazioni di affetto, ragliava, scrollava la testa, quasi a richiamare il padrone a maggiore serietà.
Un gelido pomeriggio di marzo, asino e asinaio, mentre salivano un viottolo ghiacciato, sdrucciolarono, rotolando per una china. Barba se la cavò con poche ferite, ma Bigio si fracassò l'ossa.
Povero Bigio! Finì i suoi giorni press'a poco come l'asino del Mariora, su in Val Colla.
Raccontavano i vecchi che l'asino del Mariora, nonostante le sode bastonate del suo padrone, non riuscisse a tirar su da un'erta straducola un carretto stracarico di legna. Alcuni contadini capitati in quel posto, suggerirono al Mariora d'incurvare l'alta cima d'un frassino sovrastante alla viottola, e di attaccarvi l'asino. Essi anzi si offersero di aiutarlo. S'andò a prendere le corde, venne inclinata la pianta cedevole e tutto fu attaccato per bene. Ma la cima, abbandonata a sè, strappò l'asino dalle stanghe con tale violenza da fargli compiere uno stranissimo volo.
A tanto spettacolo quei burloni di contadini esclamarono: "U va e u par cu gora, ur asen du Mariora." Superfluo aggiungere che l'asino morì e che al Mariora oltre il danno toccarono anche le beffe.
A Garaverio, Bigio fu sostituito da un'asina la più docile e paziente ciucherella che mai calcasse le strade del Malcantone.
In quel cader dell'inverno, la tosse asinina s'era propagata tra i ragazzi della valle. I piccoli tossicolosi facevano la cura del latte di asina.
Tossivo anch'io senza requie e la mia zia Gina - povera, cara zia, bella come la Madonna del Monte, con un volto d'una morbidezza rosea, adorno di tanti riccioli biondi a riflessi d'oro - mi accompagnava alla soglia del portone di casa nostra, dove il vecchio sordo Barba, un ginocchio a terra, mungeva l'asina.
Il latte sprizzava con un suo brusìo dolce, dentro una ciotola infiorata, ed era bianco, spumoso, tutto occhiolini esilissimi, che si aprivano e si chiudevano ad ogni attimo, ed era una gioia vederli.
lo mi sorbivo beato quel buon latte tepido e tanto mi piaceva che avrei desiderato aver sempre la tosse.
Ogni mattina, davanti il mio portone si ripeteva la scena della mungitura.
Prima di congedarsi, Barba diceva:
"E' così buona questa mia asina che non mi camperà."
Pronostico sbagliato. L'asina campò, ma Barha, buscatosi una doppia polmonite, se n'andò al Creatore.
La vedova di lui continuò a riportar sacchi all'affezionata clientela, ma v'andava di malavoglia e per l'età avanzata dovette smettere.
Da allora, il mulino di Garaverio si tace.
Se capito a quel romito, abbandonato, cadente mulino, mi sento invadere da profonda malinconia.
Lo vorrei vedere attivo, animato, vivace come ai bei tempi di Barba.
Mulino venerando, macinò il grano di quasi tutto il Malcantone, rifornì le madìe domestiche di farina schietta, con cui si preparava il pane nostrano, un pane nero, saporoso, il pane che nutrì i nostri avi, buono come nessun altro al mondo.
V. Chiesa, L'anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934