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"Con un'adesione all'ONU il bilancio dei danni sarebbe enorme"
Il 3 marzo 2002 l'elettorato elvetico vota a favore dell'adesione della Svizzera all'ONU. Il risultato delle urne mette fine a un'anomalia durata cinquant'anni. Ma il Paese rimane diviso.
"Ricorderemo con forza ciò che vuole dire neutralità", avverte Christoph Blocher. Il consigliere nazionale e leader carismatico dell'Unione democratica di centro (UDC) è affiancato da due figure di spicco del suo partito: il presidente Ueli Maurer, oggi consigliere federale, e il consigliere nazionale Christoph Mörgeli.
È il 10 agosto 2001. Il partito della destra nazional-conservatrice ha convocato una conferenza stampa a Berna per illustrare la sua posizione nel dibattito parlamentare sull'iniziativa popolare per l'adesione della Svizzera all'ONU.
1986-2002: le immagini del cammino della democrazia diretta svizzera verso l'adesione della Confederazione alle Nazioni Unite:
"Il compito della Svizzera non consiste nel fare la stessa cosa degli altri Stati, ma di rimanere più libera, più indipendente e più democratica degli altri", afferma Mörgeli. Ai suoi occhi il Sonderfall ("caso particolare") elvetico non è un'anomalia, ma una missione.
L'obiettivo dell'UDC è chiaro: porre il tema della neutralità e dell'indipendenza al centro del dibattito. La sua interpretazione del principio di neutralità non si limita agli aspetti militari, ma mira anche a impedire alla Svizzera di adottare le sanzioni economiche decise dall'ONU. E questo nonostante il fatto che già dal 1991 Berna applichi autonomamente le sanzioni ONU.
UDC sola contro tutti
Le posizioni di Blocher e compagni si scontrano con molta incomprensione, anche fra gli esponenti degli altri partiti borghesi. "Saremmo catapultati fuori dalla comunità degli Stati di diritto", commenta Christine Beerli, consigliera agli Stati del Partito liberale radicale (PLR).
Nell’autunno 2001, il dibattito nel Consiglio nazionale (Camera bassa) è segnato dagli attentati terroristici negli USA. "Non c'è neutralità […] rispetto al terrorismo, ma solo vigliaccheria", osserva la deputata socialista Anita Fetz.
Anche un giornalista conservatore come Max Frenkel, nota firma della Neue Zürcher Zeitung, si schiera contro l'isolazionismo dell'UDC. "Dovremmo […] avere un po' più di fiducia nella nostra capacità non soltanto di suonare un flauto solitario sul Finsteraarhorn [la montagna più alta delle Alpi bernesi], ma anche di affrontare volontariamente una partitura importante in un'orchestra", scrive a inizio settembre.
A Palazzo federale, l'UDC si trova isolata. Gli altri gruppi parlamentari più importanti sono compatti a favore dell'adesione. L'esito del voto nelle Camere federali è scontato. Dopo il Consiglio degli Stati, anche il Consiglio nazionale approva l'iniziativa per l'adesione.
Soli e neutrali
Eppure l'UDC guidata da Blocher sa di potersi richiamare a una lunga tradizione elvetica di isolazionismo e di scetticismo verso le Nazioni Unite.
Se nel 1920 la Svizzera aveva aderito alla Società delle Nazioni, dopo aver ottenuto il riconoscimentoLink esterno della sua neutralità perpetua, nel 1945 la situazione è diversa. Nell'immediato dopoguerra, la Svizzera è isolata. Alla conferenza di fondazione delle Nazioni Unite non è fra gli invitati.
Nell'ottobre 1946 il tentativoLink esterno del ministro degli esteri svizzero Max Petitpierre di ottenere il riconoscimento della neutralità elvetica da parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite non sortisce effetti. L'ipotesi di un'adesione rapida all'ONU è abbandonata, Berna si arrocca in un'interpretazione restrittiva della neutralità.
La Svizzera riesce tuttavia a ritagliarsi uno spazio nella nuova architettura delle relazioni internazionali. Grazie agli edifici della Società delle Nazioni, Ginevra diventa la seconda sede dell'ONU. La Svizzera aderisce fin dal 1947 a numerosi organismi "tecnici" delle Nazioni Unite, tra cui l'Unesco, la Fao, la Corte di giustizia dell'Aia e l'Alto commissariato per i rifugiati.
Una batosta densa di conseguenze
Fino a metà degli anni Sessanta la questione di un'adesione non si pone più. La Svizzera non cambia attitudine neppure quando nel 1955 l'Austria, che ha adottato uno statuto di neutralità, diventa membro dell'ONU.
È solo nel corso degli anni Settanta che a livello politico il tema assume una nuova dinamica. Il Governo federale si occupa ripetutamente della questione, schierandosi a favore dell'adesione e abbandonando i suoi timori per la neutralità. Nel 1984 anche il Parlamento approva il progetto di adesione.
Nell'opinione pubblica elvetica però l'ONU non gode solo di simpatie. Quando nel 1986 il Governo si decide a sottoporre l'adesione al voto popolare, ambienti conservatori guidati dal consigliere nazionale Christoph Blocher e dall'ex direttore dell'Unione svizzera di arti e mestieri Otto Fischer si oppongo con forza al progetto.
Gli oppositori mettono in guardia dai rischi per la neutralità. Con un'adesione all'ONU, la Svizzera sarebbe "in balia delle grandi potenze" (Spielball der Weltmächte), dicono. L'elettorato dà loro ragione: il 16 marzo 1986, il 75,7% dei votanti e tutti i Cantoni respingono la proposta del Governo.
Il lento riaffiorare del progetto
Per il Governo è una sconfitta pesante. All'indomani del voto, i campi contrari all’adesione, trionfanti, danno vita a un'organizzazione che avrà grande influsso sulla politica estera della Svizzera negli anni successivi: l'Associazione per una svizzera neutrale e indipendente (ASNI).
Per qualche anno il tema sparisce dall'agenda politica, anche se i mutamenti geopolitici seguiti alla caduta del muro di Berlino spingono la Svizzera a collaborare sempre più strettamente con l'ONU. Riaffiora nel 1992, dopo l'adesione della Svizzera al Fondo monetario internazionale, ma è di nuovo accantonato in seguito al “no” popolare all'ingresso nello Spazio economico europeo nel dicembre 1992.
Nel 1998, il Consiglio federale ribadisce in un rapporto l'obiettivo strategico di una piena partecipazione alle Nazioni Unite. Nello stesso anno è lanciata l'iniziativa popolare per l'adesione della Svizzera all'ONU.
"L'estero non capirebbe"
Dopo l’approvazione del Parlamento, la campagna per il voto si avvia verso la sua fase calda. Nel gennaio 2002, il comitato contrario si presenta alla stampa. Blocher e consorti ripetono gli argomenti che hanno consegnato loro la vittoria nel 1986.
Il Governo è accusato di aver voltato le spalle alla neutralità e di mettere in gioco la sovranità del Paese. Si evoca lo spettro di costi incontrollabili. "Le finanze dell'ONU sono un barile senza fondo", scrive nella Basler Zeitung il consigliere nazionale UDC Jean Henri Dunant. "Con un'adesione all'ONU il bilancio dei danni sarebbe enorme", riassume Blocher.
Memore della precedente sconfitta, il Consiglio federale non rimane però a guardare e s'impegna a fondo nella campagna, con il sostegno degli ambienti economici e finanziari, dei sindacati, del mondo della cultura. Il ministro degli esteri Joseph Deiss mette in chiaro: "Un no sarebbe difficilmente compreso all'estero".
Nel suo discorso di Capodanno il presidente della Confederazione Kaspar Villiger ricorda che l'operato dell'ONU in favore dei diritti umani, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta alla fame e alla distruzione ambientale è nell'interesse della Svizzera. "È tempo che la Svizzera aderisca a pieno titolo all'ONU, faccia sentire la sua voce e acquisti maggiore influenza."
Bye bye Vaticano
Il risultato che scaturisce dalle urne il 3 marzo mostra tuttavia un Paese ancora diviso. Il 54,6% dei votanti approva l'adesione, ma in quasi la metà dei Cantoni prevale il no.
Il voto segna comunque una svolta. Fra i primi a esprimere la soddisfazione per il risultato c'è il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Due giorni dopo, il quotidiano francese Le Monde titola il suo editoriale "La grande Svizzera". Il quotidiano francese è categorico: "È il rifiuto dell'isolazionismo egoista".
Il 10 settembre 2002, la delegazione svizzera all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, guidata dall'ambasciatore Jenö Staehelin, si alza dal banco degli osservatori, si congeda dai rappresentanti del Vaticano e raggiunge, tra gli applausi, il suo nuovo posto in seno all'assemblea, tra Svezia e Siria.
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