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In una attesa storica giornata, che può portare cambiamenti non solo in Argentina, ma anche negli equilibri geostrategici di tutta l'America latina, l'elettorato argentino si è recato alle urne per scegliere il nuovo presidente e rinnovare parte del Parlamento.
All'indomani del voto, qualsiasi governo esca dalle urne, dovrà adottare misure urgenti per contrastare la grave crisi sociale, economica e finanziaria.
L'attesa per i risultati è grande, soprattutto per verificare se il verdetto delle primarie ('Pasos') dell'11 agosto in cui il candidato dell'opposizione peronista di centro-sinistra, Alberto Fernandez, ha superato Macri di oltre 16 punti, sia stato eccessivamente severo. Un candidato vince nelle presidenziali argentine se si aggiudica il 45% dei voti o, in subordine, se ne ottiene almeno il 40% ed un vantaggio di dieci punti sul suo più prossimo rivale.
Quel che è certo è che gli elettori, oggi, sono andati ai seggi per dare un giudizio sui risultati della politica di austerità e risanamento dei conti pubblici del governo di Macri. Ed è un fatto che le misure governative hanno da una parte ridotto il deficit di bilancio e dall'altra riportato in attivo l'export.
Ma allo stesso tempo l'Argentina avrà nel 2019 una recessione del 2,7% (la settima più grave al mondo), segnerà un'inflazione di quasi il 60% ed una disoccupazione ufficiale del 10,6%, la più alta degli ultimi 12 anni. Inoltre il Paese, chiamato 'il granaio del pianeta' per la sua capacità di sfamare 600 milioni di persone, ha oltre il 35% della sua popolazione in povertà.
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