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Nonostante le minacce del governo statunitense, i lavori della 34a sessione del Consiglio dei diritti umani (CDU), che si è conclusa venerdì scorso, non hanno registrato alcun clamoroso scontro. La Svizzera ha mantenuto la sua linea, compreso il voto a favore di risoluzioni critiche nei confronti di Israele, a differenza di altri paesi europei.
Si trattava di non fornire ulteriori pretesti alle minacce della nuova amministrazione americana? Washington ha infatti fatto sapere che avrebbe osservato attentamente la sessione principale del CDULink esterno, prima di decidere la sua politica in materia. Una decisione che potrebbe cadere prima della prossima riunione del Consiglio, in giugno. Risultato: la sessione è stata piuttosto calma.
"Questa sessione è stata efficace e pragmatica, in attesa della decisione di principio di Washington sulle modalità della sua partecipazione alla CDU", afferma l'ambasciatore Valentin Zellweger, responsabile del campo dei diritti umani alla Missione svizzera presso le Nazioni Unite a Ginevra.
E come sempre, la diplomazia svizzera ha fatto sentire la sua voceLink esterno, che non è sempre in sintonia con quella dei suoi vicini europei e che, talvolta, sulla stessa lunghezza d'onda di quella del gruppo dei paesi non allineati.
È il caso con le risoluzioni adottate nell'ambito del punto 7 dell'ordine del giorno del CDU, ossia "la situazione dei diritti umani in Palestina e negli altri territori arabi occupati" (vedi la guidaLink esterno pratica sul CDU, in inglese, pubblicata dal Ministero svizzero degli affari esteri).
Durante questa sessione, la diplomazia svizzera ne ha sostenute due su quattro. Ciò in nome del rispetto delle Convenzioni di Ginevra, di cui la Svizzera è depositaria. Questo mentre la maggior parte dei paesi europei si sono astenuti, il Regno Unito ha denunciato il mantenimento di questo punto all'ordine del giorno del CDU (Israele come potenza occupante è l'unico paese ad apparire automaticamente nell'ordine del giorno) e gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dal CDU se il punto 7 è mantenuto.
Prevenzione dei conflitti
Tra la quarantina di risoluzioni adottate negli ultimi due giorni della sessione, la Svizzera ha sostenuto in particolare quelle che instaurano o prorogano un'inchiesta sulle violazioni gravi e i crimini di massa commessi in Siria, Sud Sudan, Myanmar (Birmania) e Bahrain. Gli Emirati Arabi Uniti hanno d'altronde convocato l'ambasciatrice svizzera ad Abu Dhabi per protestare contro la posizione elvetica durante questa sessione.
Un altro cavallo di battaglia della diplomazia elvetica è l'abolizione o il blocco della pena di morte in tutto il mondo. La Svizzera ha quindi esortato Bahrain, Kuwait, Giordania e Filippine a non reintrodurre la pena di morte o a non interrompere la sospensione della sua applicazione.
Dopo l'appello del 13 giugno che ha lanciato lo scorso anno per una migliore prevenzione dei conflitti armati, tenendo conto delle violazioni dei diritti umani, Berna prosegue gli sforzi, facendo pressione affinché si svolga regolarmente un dibattito di alto livello "sul contributo dei diritti umani all'instaurazione di una pace duratura".
Una questione che non è per nulla accademica, mentre i bilanci degli armamenti sono in ascensione in una potenza mondiale
(Traduzione dal francese), swissinfo.ch