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14.09.2019
Notizie positive
I paesi asiatici si ribellano alla marea di rifiuti di plastica
Articolo del 24 gennaio 2020
La Cina ha già vietato nel 2017 l’importazione di rifiuti di plastica dagli Stati Uniti e dal Canada. Da alcuni mesi anche la Malesia, l’Indonesia e le Filippine hanno deciso di rispedirli ai mittenti. La Cina ha inoltre deciso di vietare la plastica monouso
Che cosa ci fa un vasetto dello yogurt di un supermercato tedesco su una spiaggia della Malesia o una busta di plastica di una boutique parigina su una spiaggia dell’Indonesia? Da quando la Cina ha deciso di vietare l’importazione di rifiuti di plastica, milioni di tonnellate di rifiuti di plastica in provenienza dall’Europa, dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Australia e da molti altri paesi industriali finiscono in altri paesi asiatici, come l’Indonesia, la Malesia e le Filippine. Un esempio: nel solo 2017 sono finite in Malesia ben 870'000 tonnellate di rifiuti di plastica, ufficialmente per essere riciclate. Ma la realtà è ben diversa: nel migliore dei casi questi rifiuti finiscono in una discarica a cielo aperto, oppure vengono bruciati, inquinando gravemente aria e suolo, nel peggiore vengono riversati direttamente nei fiumi e nei mari. Ma ora gli stati asiatici ne hanno abbastanza di essere la pattumiera dell’occidente. La scorsa estate l’Indonesia ha rispedito ai mittenti 65 container di rifiuti di plastica, la stessa cosa l’hanno fatta le autorità delle Filippine con 69 container, che sono stati rispediti nel Canada, e ora anche la Malesia ha rispedito ai mittenti 4'000 tonnellate di rifiuti di plastica, ossia 43 container verso la Francia, 42 verso la Gran Bretagna, 17 verso gli Stati Uniti, 11 verso il Canada, 10 verso la Spagna e diversi altri verso paesi come Giappone, Singapore, Portogallo e Lituania, mentre altri 110 container ritorneranno ai mittenti nei prossimi mesi. Sì, perché in questo sporco commercio di rifiuti di plastica sono coinvolti praticamente tutti i paesi industriali
La Cina vieta anche la plastica monouso
Per quel che concerne la plastica monouso, il governo cinese ha preso una decisione radicale: a partire da fine anno ai fast food delle grandi città sarà vietato l’utilizzo di cannucce e stoviglie in plastica, divieto che sarà esteso anche alle piccole città a partire dal 2022. Anche agli alberghi sarà vietato mettere a disposizione gratuitamente piccoli prodotti in plastica come pettini o spazzolini da denti. Se i clienti ne avranno veramente bisogno, dovranno procurarseli a pagamento presso distributori automatici. Sempre a partire dal 2022, sarà vietato ai servizi postali e ai corrieri dei grandi centri industriali l’utilizzo di imballaggi di plastica. Questo divieto verrà esteso a tutta la Cina nel 2025. Sarà pure vietato l’uso di buste di plastica e dei teli di plastica in uso nell’agricoltura. Parallelamente il governo cinese ha avviato, nell’ambito della sua lotta ai rifiuti e della sua politica di ottimizzazione dell’utilizzazione delle materie prime, la costruzione di dozzine di nuovi impianti per il riciclaggio della plastica.
Finora sono finite in natura oltre 6 miliardi di tonnellate di plastica
Oggi circa il 4% del petrolio estratto dal sottosuolo viene utilizzato per produrre plastica e la produzione mondiale di plastica aumenta di anno in anno. Dal 1950, quando è stata di soli 1,5 milioni di tonnellate, è passata oggi a circa 400 milioni di tonnellate all’anno, ossia oltre un miliardo di kg al giorno. Per dare un’idea del problema basta una sola cifra: le migliaia di fabbriche di bottiglie di plastica sparse per il mondo sfornano circa 20'000 di queste bottiglie ogni secondo. Si calcola che la produzione cumulata mondiale di plastica dal 1950 ad oggi ammonti a oltre 8 miliardi e mezzo di tonnellate, 6,5 miliardi delle quali sono finite in natura. È come se ogni singolo abitante del nostro pianeta si trascinasse appresso oltre una tonnellata di plastica. Infatti, quando questa plastica non viene più utilizzata, il 78% finisce in discariche o viene dispersa nell’ambiente, il 12% viene bruciato negli inceneritori e solo il 10% riciclato. Si stima che in ognuno degli ultimi anni almeno 8 milioni di tonnellate di plastica siano finite nei mari e che ad oggi, negli oceani, vi siano più di 150 milioni di tonnellate di plastica. La plastica si trova ormai ovunque: sparsa sui terreni, sulle spiagge, nelle grandi fosse marine fino a 10 km di profondità; sotto forma di microplastiche ce n’è anche nei ghiacci dell’Artico e dell’Antartide, nell’aria, nell’acqua piovana e in quella di falda, nel cibo e nelle bevande che consumiamo. Stando a uno studio del World Economic Forum l’industria della plastica è l’archetipo di un’economia cosiddetta “lineare”, ossia l’esatto opposto di un’economia circolare. Solo il 2% della plastica prodotta viene riciclato e riportato in circolazione sotto forma di prodotto identico all’originale, meno dell’8% viene riciclato in prodotti di qualità inferiore e ben il 32% dei rifiuti di plastica non finisce nelle discariche e non viene nemmeno bruciato, ma finisce direttamente nell’ambiente.
Vantaggi e svantaggi della plastica
Non c’è certamente materiale più pratico della plastica: costa poco, è facile da lavorare, versatile, duraturo, leggero, resiste ai cambi di temperatura, è resistente agli urti ed è elastico, è un eccellente sigillante e isolante, sia dal punto di vista elettrico, sia da quello calorico, per cui la plastica è utilizzata come isolante ad esempio per limitare il consumo energetico degli edifici nei climi freddi o per produrre frigoriferi. Ma la plastica ha anche svantaggi considerevoli: viene ricavata da idrocarburi fossili la cui estrazione causa ingenti danni all’ambiente, contiene innumerevoli additivi, molti dei quali tossici, al contrario dei polimeri naturali non è biodegradabile e infine la stragrande maggioranza dei rifiuti di plastica finisce, come abbiamo visto, in discariche e nell’ambiente. Il problema più grave è rappresentato dai miliardi di imballaggi di plastica, come bottiglie, vaschette, buste, ecc., e dalle plastiche monouso, come cannucce, filtri per sigarette, posate bicchieri, piatti, cotton fioc, ecc., che finiscono spesso nei mari, dove rilasciano per secoli sostanze tossiche.
Il 74% delle plastiche contiene sostanze tossiche
Poco si sa finora degli effetti a lungo termine di queste sostanze, ecco perché un gruppo di esperti della Goethe-Universität di Francoforte sul Meno, diretto da Lisa Zimmermann ricercatrice del Dipartimento di Ecotossicologia acquatica, s’è messo al lavoro per analizzare 34 prodotti di plastica di uso quotidiano, come vasetti da yogurt, sacchetti da freezer, borracce, ecc., oggetti fabbricati con 8 tipi diversi di plastica, fra cui PET, PVC e Poliuretano. Secondo i risultati di questo studio, pubblicato nella rivista scientifica “Environmental Science & Technology”, nelle plastiche sono state rinvenute ben 1'411 sostanze chimiche diverse, l’81,5% delle quali, ossia 1'100, non hanno nemmeno potuto essere identificate. Test in vitro hanno poi rivelato che nel 74% dei prodotti analizzati ci sono sostanze tossiche e in alcuni di questi prodotti sono stati riscontrati dei veri e propri cocktail di sostanze nocive. Ecco perché i ricercatori si sono espressi a favore dell’imposizione di regole molto più severe per quel che concerne l’impiego di additivi nella produzione di plastica. Non è infatti accettabile che si utilizzino sostanze senza nemmeno sapere se sono, o meno, tossiche per l’uomo e per l’ambiente.
.. e come stiamo con le plastiche bio?
Molto s'è parlato in questi ultimi anni di plastiche bio come rimedio universale del problema della plastica. Su molti di questi prodotti troviamo simboli come gemme, fiori o foglie che suggeriscono al consumatore una loro compatibilità con la protezione dell’ambiente. Il problema è che non esistono norme per definire chiaramente che cosa significa bio o biodegradabile. Vi sono infatti plastiche prodotte con materie prime rinnovabili, come ad esempio la canna da zucchero, che sono marcate bio, ma che non sono biodegradabili, o non lo sono in tutti gli ambienti. Se ad esempio una busta fatta di plastica a base di canna da zucchero finisce in mare, non può degradarsi e il suo impatto sarà altrettanto problematico di quello di qualsiasi altra busta non biodegradabile. Vi sono poi altre plastiche prodotte col petrolio che sono invece biodegradabili. Tutto dipende infatti dal tipo di polimeri che si producono e dagli additivi utilizzati. Bisogna poi anche considerare la durata del processo di biodegradazione. Ne sanno qualcosa coloro che producono compost dai rifiuti organici. Se il compostaggio di questi rifiuti dura una manciata di mesi, ma quello della plastica biodegradabile 3 anni, ecco che ci si ritrova con un prodotto invendibile pieno di brandelli di plastica. Ecco perché negli impianti di compostaggio non solo la plastica normale, ma anche quella biodegradabile, che teoricamente dovrebbe marcire, devono essere faticosamente filtrate ed eliminate. Ciò non significa tuttavia che tutte le plastiche siano dannose per l'ambiente: vi sono infatti plastiche a base di mais o di alghe, ma anche plastiche a base di petrolio che sono perfettamente biodegradabili e che non rilasciano sostanze tossiche.