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Il servizio militare non diventerà volontario in Svizzera: la proposta abolire l'obbligo è stata bocciata nella votazione popolare di domenica, indica il primo trend dell'istituto gfs.bern per conto della SSR. Un sì si profila invece per la legge sulle epidemie, mentre l'esito sulla modifica della legge sul lavoro è incerto.
Le urne si sono chiuse alle 12:00 e lo spoglio delle schede è in corso, ma il destino dell’iniziativa popolare "Sì all’abolizione del servizio militare obbligatorio" appare già segnato: la prima tendenza dell'istituto gfs.bern per conto della Società svizzera di radiotelevisione (SSR) indica che sarà bocciato, confermando le previsioni della vigilia.
L’obbligo del servizio militare è giudicato anacronistico dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) che ha lanciato l’iniziativa. Questa chiedeva che il servizio militare e quello civile fossero prestati da uomini e donne su base volontaria.
Secondo il GSsE, il fatto che la stragrande maggioranza dei paesi che circondano la Svizzera hanno abbandonato l’arruolamento obbligatorio dopo la fine della guerra fredda è la dimostrazione della sua inutilità dal profilo della sicurezza. Un obbligo superfluo che porta a un esercito sovradimensionato dai costi miliardari e che intralcia studi, carriere professionali e vita familiare degli uomini svizzeri in età di coscrizione, argomentava il GSsE.
Opinioni condivise dai partiti di sinistra, che sostenevano l’iniziativa. Tutte le altre formazioni politiche, così come il governo, invece, la combattevano. A loro avviso, con un arruolamento volontario, la Svizzera non avrebbe più la garanzia di disporre di sufficienti effettivi idonei per la sicurezza del paese. Concretamente ciò significherebbe la fine della milizia, denunciavano gli avversari dell’iniziativa, che paventavano il ricorso a un esercito di professionisti, dai costi incalcolabili.
Per gli oppositori dell’iniziativa, il sistema basato sul principio dei cittadini soldati resta irrinunciabile per la Svizzera. Un principio che anche la maggioranza dei cittadini elvetici considera un pilastro portante della nazione, secondo quanto emerso dai sondaggi in vista del voto.
Per il GSsE si preannuncia quindi una nuova battaglia persa. Quasi certamente in modo più secco del novembre 1989, quando, due settimane dopo la caduta del muro di Berlino, la sua prima iniziativa popolare, che chiedeva l’abolizione pura e semplice dell’esercito svizzero, ottenne il sostegno del 35,6% dei votanti.
Orari che dividono
Grande incertezza caratterizzava invece il voto sulla modifica della Legge sul lavoro, che consentirebbe ai negozi situati nelle stazioni di servizio lungo le autostrade e i principali assi stradali con traffico intenso di impiegare personale 24 ore su 24 per la vendita di prodotti "che rispondono principalmente ai bisogni dei viaggiatori".
Attualmente queste stazioni di servizio sono autorizzate ad impiegare ininterrottamente personale per vendere carburante e servire caffè e spuntini, ma non per prodotti che non possano essere consumati sul posto: la vendita di questi ultimi è vietata la domenica e la notte tra la 01:00 e le 05:00. L’accesso agli scaffali e ai congelatori deve essere bloccato.
Una situazione considerata assurda dalla maggioranza parlamentare, composta di partiti di destra e di centro, che ha adottato la modifica legislativa. I fautori del cambiamento sottolineavano che in queste stazioni di servizio il personale è comunque presente per le vendite alle pompe di benzina, al bar e al chiosco. Non si tratterebbe dunque di prolungare l’orario di lavoro dei dipendenti, ma di permettere di vendere tutti i prodotti.
Di parere diverso i sindacati, i partiti di sinistra e associazioni legate alle Chiese che hanno impugnato il referendum contro la modifica legislativa: quest’ultima, a loro avviso, sarebbe il primo passo in direzione della liberalizzazione generalizzata degli orari di apertura dei negozi. Ciò che farebbe cadere un pilastro fondamentale per i sindacati nella protezione dei salariati: il divieto di lavoro notturno e domenicale.
Interpretazioni diverse su cui l’elettorato sembra spaccato: al momento non si delinea alcuna chiara tendenza. Nell’ultimo sondaggio gfs.bern non c’era alcuna maggioranza assoluta. I favorevoli alla modifica legislativa prevalevano leggermente sugli oppositori: il 48% contro il 45%. Ma il 7% di indecisi avrebbe ancora potuto far pendere dall’altra parte l’ago della bilancia.
Legge sulle epidemie approvata
Tendenza verso un sì popolare infine per la revisione totale della Legge sulle epidemie (LEp). Approvata a stragrande maggioranza dal parlamento, essa comporta una ripartizione chiara dei compiti e un rafforzamento del ruolo strategico, di coordinamento e di controllo della Confederazione. La nuova LEp contempla anche un programma di lotta contro le malattie nosocomiali, ossia quelle contratte negli ospedali, che finora non dispone di basi legali.
Un punto era però controverso: l’introduzione della possibilità per la Confederazione di rendere obbligatoria una vaccinazione "se c’è una situazione particolare" e dopo aver "sentito i cantoni". Finora solo i cantoni avevano questo diritto.
Gruppi di oppositori e critici delle vaccinazioni hanno lanciato con successo il referendum. A loro avviso, ci sarebbe il rischio di un aumento delle pressioni economiche – ossia dell’industria farmaceutica – affinché Berna dichiari obbligatorie delle vaccinazioni per le quali non vi sarebbero necessità epidemiologiche.
Un rischio minimizzato dai fautori della riforma, che in proposito ricordavano l’esistenza di meccanismi di controllo. Per i sostenitori della revisione, prevale la necessità di adeguare la legge, risalente al 1970, alle esigenze attuali della prevenzione, l’individuazione precoce, il controllo e la lotta contro le malattie trasmissibili. La diffusione di queste ultime è infatti cresciuta negli ultimi decenni a seguito delle trasformazioni delle condizioni di vita in una società globalizzata e dei mutamenti climatici.
Su questo referendum, nel sondaggio a due settimane dal voto, i sì erano chiaramente superiori ai no: il 49% contro il 39% e il 12% di indecisi.
Burqa in Ticino, carbone nei Grigioni
Oltre che sui tre temi a livello federale, in 12 cantoni l’elettorato domenica si è espresso su questioni di carattere regionale. Fra i temi in votazione c’erano in particolare due iniziative con i relativi controprogetti parlamentari: per il divieto di coprirsi il volto in luoghi pubblici in Ticino e per impedire società energetiche a partecipazione pubblica di investire in centrali a carbone nei Grigioni.
Entrambi i testi sottoposti al voto popolare in Ticino introdurrebbero il divieto di dissimulare o nascondere il viso nelle vie pubbliche e nei luoghi aperti al pubblico (ad eccezione dei luoghi di culto) o destinati ad offrire un servizio pubblico. L’iniziativa lo proponeva a livello costituzionale, il controprogetto parlamentare a livello di legge. Di fatto, nel cantone italofono non circolano quasi mai islamiche che indossano il burqa o il niqab. Ma i promotori dell’iniziativa sostenevano che occorre agire preventivamente.
Nel mirino dell’iniziativa grigionese c’era il piano della Repower – società controllata per il 58% dal Cantone – di costruire una centrale termoelettrica a carbone a Saline Joniche, in Calabria. Il controprogetto parlamentare non impedirebbe l'investimento nella centrale calabrese, ma chiede che in caso di investimenti in centrali a carbone siano decise misure per una "sostanziale riduzione" delle emissioni di CO2.Fine della finestrella
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