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Il 2018 è stato l’anno peggiore per i rendimenti delle azioni mondiali dopo la crisi finanziaria globale, con un calo del 9%. Lo dice il Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook, volume di riferimento che fornisce dati e stime considerati attendibili sui 23 mercati azionari e obbligazionari nazionali.
Secondo lo studio, la cui edizione annuale è stata pubblicata oggi e che si concentra sui mercati emergenti e quelli di frontiera rileva che gli scontri internazionali sul commercio globale hanno portato in primo piano una fonte di rischio di mercato ed economico con la quale pochi investitori si erano confrontati in passato.
Nei 119 anni di storia esaminati dallo Yarbook, il decennio post-crisi appare redditizio – e anomalo – per gli investitori in azioni che restano il migliore investimento finanziario nel lungo termine a livello globale, superando obbligazioni e titoli del tesoro, e hanno registrato un tasso di rendimento reale o corretto per l’inflazione di poco superiore al 5%. Nel lungo periodo, la maggior parte delle valute ha perso valore rispetto al dollaro USA, e solo alcune, per esempio il franco svizzero, si sono dimostrate sensibilmente più forti della moneta statunitense.
Dal 1900 al 1940 i mercati emergenti (ME) hanno sottoperformato i mercati sviluppati (MS), mentre dal 1950 i ME hanno superato i MS di poco più dell’1% l’anno. Hanno sottoperformato i MS negli ultimi dieci anni, ma solo a causa dell’eccezionale performance degli USA.
Oggi i mercati emergenti (ME) e mercati di frontiera (MF) costituiscono il 55% del PIL mondiale a parità di potere di acquisto, rispetto al 37% dei mercati sviluppati (MS). La quota di PIL mondiale dei ME ai tassi di cambio di mercato è quasi raddoppiata dal 1980 al 2018, passando dal 18% al 35%. Si è registrata una corrispondente diminuzione della quota dei MS. A fine 2018, ME e MF insieme incidevano per quasi il 40% del PIL mondiale, contro il 57% dei MS e appena il 4% del resto del mondo.
Dal 2007 al 2018 i MS hanno sovraperformato i ME del 52% e il maggior numero di IPO e le offerte secondarie nell’ambito dei ME sono stati insufficienti a superare lo scoglio rappresentato dall’underperformance. I ME hanno avuto un anno deludente nel 2018, con un rendimento del −14%, sottoperformando i MS del 7%. Negli ultimi due anni, hanno registrato un’outperformance. Nonostante la sottoperformance negli ultimi 11 anni, dal 2000 hanno sovraperformato del 2,4% l’anno.
La Cina è di gran lunga il principale ME: il suo peso negli indici dei mercati emergenti è cresciuto rapidamente da appena il 3% nei primi anni del 2000 al 30% attuale. A fine 2018 le azioni cinesi avevano un valore full-cap aggregato di circa USD 10 000 miliardi. Nonostante l’eccezionale crescita economica della Cina, gli investitori globali nei titoli cinesi hanno ottenuto rendimenti appena in linea con altri ME o MS. Al contempo, le azioni cinesi hanno sottoperformato. I fattori negativi che hanno contribuito alla scarsa performance del mercato cinese in passato sono destinati a subire un’inversione, poiché la Cina continua ad aprirsi e riformare il proprio sistema finanziario, con l’espansione dell’inclusione delle azioni A nelle serie di indici anticipatori. La Cina intende – e dovrebbe – rimanere un ME finché non dissiperà le preoccupazioni degli investitori sui suoi mercati e l’accesso agli stessi.
Da un punto di vista globale e storico a lungo termine, il premio associato alle azioni è inferiore rispetto a quanto inizialmente immaginato. Vi è un impiego molto maggiore della tecnologia negli investimenti, che si riflette nella prevalenza di piattaforme di distribuzione e in particolare nella rapida crescita del settore degli exchange traded fund (ETF), al punto che è stato dichiarato che ora vi sono più ETF che azioni.