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Una serata al teatro Hébertot o ai Bouffes Parisiens, insomma, una serata a teatro a Parigi. Un trio di attori sul palco esegue uno spettacolo di boulevard. La loro recitazione è talmente esagerata da diventare indigeribile (si parla anche di un problema intestinale). Rabbrividiamo mentre assistiamo a questo e il culmine sembra essere il dilemma: aprirà o meno la porta del frigorifero.
Infine, Yannick, che dà il nome al film, interpretato brillantemente da Raphaël Quenard, interviene con la sua voce forte per graziarci, interrompendo lo spettacolo dal suo posto tra il pubblico. Dio è misericordioso: Yannick ferma la nostra sofferenza e innesca l'azione.
Per il suo nuovo film Yannick, Quentin Dupieux, musicista sotto lo pseudonimo di Mr. Oizo, che articola le sue creazioni attorno al concetto di "grande assurdità", e prolifico regista di oltre tredici lungometraggi a partire da Nonfilm del 2001 (una satira delle riprese di un film) non racconta la storia di uno pneumatico (Rubber), di una giacca (Deerskin), di una mosca (Mandibles) o di baffi sempre più arricciati (Daaaaaali!, presto in anteprima alla Mostra di Venezia) ma sceglie di rispettare le regole del teatro classico, con tre unità: di luogo, di tempo e di azione.
In questo contesto, e seguendo una storia sviluppata in cinque atti, dall'esposizione all'epilogo, cesella il dialogo al vetriolo con una scrittura mirabilmente precisa, immergendoci in ogni situazione vissuta all'interno di questo spazio chiuso che è il teatro. Siamo a turno pubblico, attore o burlone. È l'ambivalenza di ciascuna di queste posizioni e la dinamica, o meglio la ferocia, delle relazioni ad essere messa a nudo.
Da un momento all'altro la situazione oscilla tra l'assurdo, il comico o il tragico, ed emergono le grandi riflessioni senza tempo sull'arte dello spettacolo. Il teatro è una distrazione o un'arte? È incoerente? Uno spettacolo (o un film?) è necessariamente uno spettacolo ed è inteso o richiesto per intrattenere il pubblico?
Questa mise en abyme della performance getta una luce cruda sulla violenza dei rapporti umani, crudele tanto sul palcoscenico quanto tra le platee. Non c'è intervallo sotto forma di tregua. Il film, piuttosto breve, è da vivere tutto d'un fiato. Tra i sussulti delle risate durante la lettura della commedia scritta da Yannick, che ricorda la creatività dell'opera teatrale Un mot pour un autre di Jean Tardieu, la macchina da presa offre un unico momento di dolcezza.
Questa è la prima scena intima che ci viene mostrata: Yannick, dietro le quinte, sopraffatto da un'emozione comunicativa. Perché come non piangere davanti a questa “malattia molto più grave e più diffusa nella nostra società, questo (…) mal d'amore”?
Mathilde Henrot