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La regista Justine Triet, classe 1978, per Anatomia di una caduta ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes di quest’anno. Il suo discorso l’ha usato per dichiarare sostegno al movimento di protesta per la riforma delle pensioni e per opporsi alla repressione da parte del presidente Emmanuel Macron. Ha definito l’approccio del suo governo “neoliberista” e ha aggiunto che «sta mettendo in pericolo il famoso modello francese di finanziamento della cultura e del cinema in particolare, di cui Cannes è la vetrina più eclatante”. La risposta della ministra della Cultura Rima Abdul-Malak è stata dirsi “disgustata del suo discorso ingiusto».
È così raro che una donna riesca a conquistare un microfono in quel contesto, che risulta lodevole l’averlo usato in questo modo. In 76 anni di esistenza del festival di Cannes, Justine Triet è stata la terza donna a ottenere la Palma d’Oro.
Nonostante alcuni giornalisti abbiano definito Anatomia di una caduta un film “femminista” e addirittura “militante” (per esempio in un’ottima recensione su Internazionale), non è ben chiaro cosa ci sia di femminista o militante. Un film con una protagonista donna non è solo per questo un film femminista, almeno a uno sguardo effettivamente femminista.
Non è politico, si limita a essere un bel film. Anatomia di una caduta è piuttosto l’autopsia di una famiglia nucleare (mamma, papà, bambino; collettività non pervenuta).
La trama, in breve: una scrittrice è sposata con un insegnante che ha velleità letterarie, un giorno lui muore in circostanze che fanno scattare le indagini. Tutto il film è basato sul processo che dovrà condannare o scagionare la moglie.
Una frase di Anatomia di una caduta risuona sinistra se sentita in questi giorni, e purtroppo non può non farlo: «Se Sandra è colpevole di qualcosa, è di essere riuscita dove suo marito ha fallito».
Una recensione scritta dall’Italia che ha visto un 22enne uccidere una coetanea, Giulia Cecchettin, raccontandosi e raccontandoci che lei non doveva laurearsi prima di lui, non può esimersi dal mettere il film in un quadro più ampio: il femminicidio è fenomeno sistemico, l’uccisione di un marito per mano della moglie è eccezione assoluta. Per chi conosce i dati, la risoluzione del caso raccontato dal film (vicenda in questo caso frutto d’invenzione) è di certo più semplice.
In Anatomia di una caduta c’è il tentativo di incolpare una donna per la morte del marito, e il tratto più netto del film è il voler restare sui fatti. Un racconto pulito, in cui non entrano mai le posizioni autoriali. La protagonista sembra la carnefice perfetta, perché viene filtrata attraverso gli occhi dell’avvocato che l’accusa, delle dinamiche processuali. La relazione tra lei e il marito appare reciprocamente abusante, con un ruolo tutt’altro che passivo e stereotipato da parte di lei.
È un film di pieni e di vuoti, si diceva, come la sua ambientazione: tre personaggi principali, i due genitori e il figlio rimasto cieco in un incidente a quattro anni, la scena è alternativamente una casa di legno in mezzo alla neve, e il tribunale. Si respira tutta la solitudine di certe famiglie che provano a sostituirsi a collettività basate su altro che non siano i legami di sangue. Sembra che lì possa succedere di tutto. La prima scena è magistrale nel presentare i personaggi: la scrittrice (interpretata ottimamente dall’attrice tedesca Sandra Hüller) beve del vino mentre conduce una chiacchierata-intervista con una studentessa; la cosa è presto resa impossibile dalla musica a volume altissimo che viene dal piano di sopra, che scopriamo essere messa dal marito. Lui non lo vediamo. Lei non dice niente, subisce la cosa per un po’. Poi, interrompe l’intervista. L’incastro disfunzionale nella coppia è evidente già qui: uno dei due occupa lo spazio come se l’altra non esistesse (o ne occupa troppo di proposito, proprio perché lei esiste), l’altra non reagisce.
I più misogini in sala già alla scena del ritrovamento del cadavere decidono che non può che averlo ucciso lei. Peccato che la voce, il volume, il canto, siano tradizionalmente puniti nelle donne e non viceversa. Il fatto che la scrittrice di cui il film parla si distacchi così tanto dallo stereotipo della donna che viene sottomessa è il fulcro del mistero su cui si basa il film, altrimenti caratterizzato da una trama fin troppo lineare: una donna così sicura di sé, così riuscita professionalmente, che non sorride mai, possibile che non sia stata lei a ucciderlo?
Una scena di "Antomie d'une chute"
Il film è anche una riflessione sull’autofiction, sul rapporto tra realtà e finzione, sulla differenza tra ispirarsi a un’idea altrui e il furto artistico e intellettuale, sui pregiudizi e su come agiscono in tribunale e nello spettatore; elargisce en passant consigli che non serviranno mai, ma in caso servano: se qualcuno ha necessità di far vomitare un cane, a quanto pare occorre acqua salata. E, soprattutto, Anatomia di una caduta è un film in cui la disabilità è raccontata in modo intelligente. Notevole l’interpretazione del piccolo Milo Machado Graner (anche se viene da domandarsi come mai non si cerchi effettivamente un attore cieco per interpretare una persona cieca).
In un film che si gioca tutto sui sottintesi e sull’ambiguità, la risoluzione del caso è in mano a una scelta. E il dilemma che si pone al bambino è: certe volte non hai tutti gli elementi per decidere da che parte stare, ma ti tocca scegliere lo stesso. Perché ci sono casi in cui non puoi non farlo. Se c’è una possibilità di lieto fine in un film delicato, psicologico ma permeato di disperazione, è proprio qui: nel prendere una parte. A giudicare dal sorriso scomposto e spontaneo del piccolo in un breve, significativo momento, prendere una parte può essere per davvero una possibilità felice.