Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01062.jsonl.gz/217

Due decisioni del Consiglio di Stato hanno avuto il pregio di fare emergere con nitidezza tutta l'ipocrisia del padre della ‘creatura’ morisoliana
È difficile parlare di tagli e non pensare a re Salomone. Narra la Bibbia che il terzo sovrano d’Israele, figlio di Davide, nipote di Saul, un giorno dovette giudicare una causa in cui c’erano contrapposte due donne che vivevano sotto lo stesso tetto e che da poco avevano partorito un bambino. Successe che uno dei neonati morì e così le due madri cominciarono a litigare, contendendosi la maternità del piccolo rimasto in vita. Vista l’impossibilità di stabilire chi delle due fosse la vera madre, al monarca venne un’idea: egli propose di tagliare il bimbo in due parti uguali e di offrire metà a ciascuna. La prima donna fu d’accordo con Salomone. La seconda, invece, pregò il re di non fare del male al bambino. “Datelo a lei, preferisco perderlo anziché vederlo morire”, disse cadendo in ginocchio ai piedi del sovrano. Con questo stratagemma Salomone riuscì a capire immediatamente che quella era la madre legittima del bambino. “Alzati – le ordinò – e riprenditi tuo figlio!”.
Non si può dire che la saggezza sia l’elemento distintivo del Consiglio di Stato, per cui bisogna andarci cauti prima di attribuirgli un qualche merito. Resta il fatto che due recenti decisioni governative, seguendo una logica inversa rispetto a quella del re d’Israele (qui non si è cercato – per ora – di tranciare nessuno, ma di rinunciare a quel ‘nice to have’ di cui ogni buon padre di famiglia avrebbe fatto a meno in periodi di crisi), hanno avuto il pregio di fare emergere con assoluta nitidezza tutta l’ipocrisia di cui è capace il genitore della “creatura” morisoliana. Ci si riferisce, ovviamente, alla reazione dell’Udc dopo che l’esecutivo non ha ritenuto opportuno accogliere l’Olma, la fiera dell’agricoltura di San Gallo, né tantomeno ospitare la partenza in Ticino del Tour de France; impegni considerati troppo onerosi in tempi di finanze magre, soprattutto con l’ingombrante obbligo del pareggio dei conti entro il 2025 imposto dal parlamento e confermato dal popolo.
Immediate e furibonde sono state appunto le reazioni della destra ticinese, sia da parte democentrista, sia dalla Lega (o meglio, da quella parte di Lega che, urlando a squarciagola la domenica mattina, prova a riproporsi come ‘barricadera’ difendendo gli interessi dei più abbienti che vogliono pagare meno imposte). Ciò che il Consiglio di Stato non avrebbe capito, secondo Morisoli e accoliti, è che qui la situazione è talmente “grave” – complice una presunta “perdita” di tempo – da rendere improponibili dei tagli cosmetici di unghie e capelli. Quel che occorre, secondo i liberisti/populisti, è partire subito dalle viscere: personale, beni e servizi, sussidi a enti terzi. È qui che i rigoristi nostrani vedono del “grasso che cola” pronto per essere eliminato.
Dopotutto, che il governo non fosse mai stato entusiasta del decreto pareggia-conti lo si era capito sin da subito. Ma andare a dire che il Consiglio di Stato stia ora agendo per ripicca appare un po’ esagerato.
In fondo, quella che passa è l’impressione di un esecutivo un po’ tentennante: da un lato prova a veicolare un certo messaggio “trasversale” di austerità; dall’altro invece sembra voler temporeggiare, mentre attende il “ritorno dei pesci” della Banca nazionale. Milioni di franchi che, in effetti, potrebbero già esserci di nuovo nel 2024 e che gli consentirebbero di evitare una scomoda manovra a suon di tagli più draconiani che salomonici.