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L’apprendimento da parte dell'Unione Europea (UE) della "democrazia partecipativa" è un processo alquanto laborioso. Molti partecipanti alla "Giornata dell’iniziativa dei cittadini europei 2015" a Bruxelles si sono detti preoccupati.
Come colmare il divario che separa l'UE e i suoi cittadini? I Ventotto paesi membri pensavano di aver trovato la soluzione, introducendo nel Trattato di Lisbona un articolo che accordava un nuovo diritto politico ai cittadini europei. In base al testo, dall’aprile 2012 “i cittadini dell'Unione, di un numero di almeno un milione di persone e appartenenti ad un numero significativo di Stati membri, possono prendere l'iniziativa di incitare la Commissione (l'organo esecutivo dell'UE, ndr), nel quadro delle sue competenze, a presentare una proposta appropriata su temi per i quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell'Unione ai fini dell'attuazione dei trattati".
Tre anni più tardi vi è soprattutto disillusione, hanno testimoniato numerosi partecipanti alla "Giornata dell’iniziativa dei cittadini europei 2015" che si è svolta negli edifici del Comitato economico e sociale europeo (CESE)Link esterno, una delle istituzioni ufficiali dell'Unione europea. Eppure "la democrazia partecipativa è ciò che potrebbe rifondare la costruzione europea" scossa da una crisi finanziaria ed economica in corso da diversi anni, ha dichiarato il presidente della CESE, il francese Henri Malosse.
Tre iniziative prese in esame
Solo tre “iniziative dei cittadini europei” hanno riempito finora tutte le condizioni necessarie per il loro esame da parte della Commissione Europea.
L’iniziativa “Right2Water ", inoltrata nel dicembre 2013, invita Bruxelles a “proporre una legislazione che garantisce il diritto all'acqua e ai servizi igienici, quale diritto umano nel senso dato dalle Nazioni Unite, e a promuovere la fornitura di acqua e i servizi igienico-sanitari, quali servizi pubblici essenziali per tutti”. La Commissione europea si è impegnata a proporre delle misure in quest’ambito.
La seconda iniziativa esaminata dalla Commissione, intitolata “Uno di noi", chiede all'UE di "porre fine al finanziamento di attività che comportano la distruzione di embrioni umani, in particolare nei settori della ricerca, dello sviluppo e della salute pubblica ". La Commissione europea ha deciso nel maggio 2014 di non dare seguito a questa iniziativa.
Una terza iniziativa, dal titolo "Stop vivisezione, chiede un rafforzamento della legislazione UE sulla sperimentazione animale. Questa iniziativa è ancora in fase di esame a Bruxelles: la Commissione esprimerà il suo verdetto entro il 3 giugnoFine della finestrella
Un regolamento definisce i limiti della democrazia diretta a livello europeo, che sono rigorosi. I firmatari di una "Iniziativa dei cittadini europei" (ICE)Link esterno devono provenire da almeno sette Stati e soddisfare condizioni specifiche, criticate da molte organizzazioni non governative (ong).
Pochi eletti
Il 13 aprile, Democracy InternationalLink esterno ha lanciato un "bando pubblico per sostenere la sopravvivenza dell’ICE", minacciata dalla burocrazia europea. La Commissione europea non è infatti tenuta a dare seguito alle iniziative.
Le statistiche sono lì per dimostrarlo, sottolinea Bruno Kaufmann, direttore di "People2PowerLink esterno", una piattaforma ospitata da swissinfo.ch, che vuole contribuire a istaurare un vero e proprio sistema di democrazia diretta nell'UE. Dal mese di aprile 2012, la Commissione europea ha ricevuto 51 domande di esame di ICE. Sedici sono state inoltrate nel 2012, nove nel 2013, cinque nel 2014 e solo una nel 2015. Le altre sono state respinte.
I risultati sono ancora più deludenti: finora, appena tre iniziative dei cittadini europei hanno superato tutte le tappe che, in linea di principio, dovrebbero portare la Commissione a presentare delle proposte legislative da sottoporre alla decisione del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri dell'UE. E ancora, una di queste iniziative non avrà nessun seguito.
Di chi è la colpa?
Il primo vice presidente della Commissione europea, l'olandese Frans Timmermans, ha gettato la responsabilità di questo rovescio sugli Stati membri dell’UE, sottolineando che la Commissione è solo "custode dei trattati europei" ed è prigioniera delle decisioni adottate ad un livello superiore.
In un rapporto pubblicato il 31 marzo, la Commissione riconosce, tuttavia, che "a scopi di efficienza," alcune procedure tecniche potrebbero essere migliorate. Tra queste le disposizioni che regolano la personalità giuridica dei comitati di cittadini all’origine una iniziativa, la registrazione delle loro domande, i tempi della revisione, la raccolta online di firme e il "dialogo" tra i promotori delle iniziative e le istituzioni dell'UE.
Per i sostenitori della democrazia diretta, ciò non è sufficiente, anche se riconoscono che le istituzioni europee hanno compiuto degli sforzi. Il 13 aprile, il CESE ha annunciato che si assumerà la traduzione nelle 23 lingue ufficiali dell'UE del testo di ogni ICE convalidata dalla Commissione europea. "È necessario che i cittadini europei abbiano l'impressione che li ascoltiamo," ha sostenuto la mediatrice dell'Unione, l'irlandese Emily O'Reilly, autrice di un rapporto critico sull’ICE nel marzo 2015.
Per lei, per Malosse e per tutte le parti interessate, ciò implica in particolare che venga lanciato un "dibattito pubblico" su tutte le iniziative dei cittadini europei, qualunque sia il loro grado di ricevibilità da parte della Commissione europea, prigioniera del suo ruolo di custode dei trattati europei.
Frans Timmermans si è detto favorevole: "Ci impegneremo verso un cambiamento delle regole", ha annunciato, evidenziando però i limiti dell'esercizio: ad avere l’ultima parola sono gli Stati membri e il Parlamento europeo. Secondo Bruno Kaufmann, vi sarebbe però “una mancanza di volontà politica" da parte degli Stati per cambiare queste regole.
Traduzione di Armando Mombelli, swissinfo.ch