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"Fotografo umanità"
© 2018 Ryan Christopher Jones
FdR: Nell'articolo che hai pubblicato sul New York Times (“Come la fotografia sfrutta i vulnerabili”), attribuisci al fotogiornalismo due responsabilità: descrivere le realtà di un mondo spesso devastato e mantenere l'umanità dei soggetti fotografati. La tua conclusione è che il secondo aspetto molto spesso è assente. Perché?
Ryan Christopher Jones: Per due ragioni. La prima: perché immagini violente e sensazionalistiche hanno contribuito a definire il fotogiornalimo in quanto genere. Per i fotografi è difficile spezzare questa tradizione. La seconda: perché questo tipo di fotografia viene ancora premiato ai concorsi e ciò produce una pressione sui fotogiornalisti affinché continuino su questa linea.
Certo, nel mondo ci sono guerre e c'è violenza e vanno mostrate, raccontate. Tuttavia, penso che molte persone sono convinte che il fotogiornalismo sia (e si esaurisca nella) fotografia di guerra. Non è corretto. Quando Daniel Berehulak ha documentato l'epidemia di ebola in Liberia ha mostrato una realtà di brutale devastazione, ma ha anche scattato una bellissima serie di ritratti di chi era lì per aiutare. Vorrei vedere più immagini di questa umanità e non soltanto la devastazione.
FdR: Non temi che quanto tu dici possa rendere le immagini “meno potenti” e quindi spingere chi le osserva a concludere che una data situazione è tutto sommato accettabile?
Ryan Christopher Jones: Non condivido la premessa di questa domanda. Implica che le fotografie che mostrano compassione siano meno potenti di altre. Implica, ancora, che soltanto fotografie violente, fotografie che definisco “di sfruttamento” possono mobilitare l'opinione pubblica su un certo argomento. I giornalisti occidentali pensano ancora che il loro sguardo coloniale – basato sulla violenza e la conquista – sia il modo più importante per capire il mondo. In realtà, è un'interpretazione molto limitata e poco sofisticata del ruolo del fotogiornalismo con la quale, fondamentalmente, sono in disaccordo.
Guardiamo al lavoro di Sim Chi Yin, Lujan Agusti, Todd Heisler, Laylah Amatullah Barrayn, Kholood Eid, Elias Williams, Isadora Kosofsky, Lisa Krantz. È un lavoro “in sordina”. È importante. Può cambiare la pubblica opinione. Dobbiamo mostrare al pubblico che un fotogiornalismo potente ha modi diversi di esprimersi.
FdR: Nel tuo articolo ti concentri sulla crisi degli oppiacei negli Stati Uniti. Le tue riflessioni possono essere applicate anche ad altri argomenti, in particolare ai rifugiati e alla guerra, di cui si parla molto in Europa?
Ryan Christopher Jones: Potrebbero e anzi dovrebbero essere applicate ad altri temi. La tossicodipendenza è semplicemente l'argomento al quale sono più vicino professionalmente. I rifugiati sono fra le persone più vulnerabili e ci sono molte ragioni che ne fanno un tema difficile da fotografare. Una rappresentazione inclusiva di tutto ciò che costituisce un rifugiato sarebbe già un buon inizio.
FdR: Come puoi essere sicuro che una fotografia non sfrutti il soggetto che ritrae?
Ryan Christopher Jones: Le fotografie vanno capite nel contesto di una storia più ampia, ecco perché fotografie pubblicate singolarmente, possono essere pericolose. Per restare al tema della tossicodipendenza, molto spesso si tratta di foto molto generiche di mani anonime di persone che preparano o si iniettano eroina. Le didascalie sono importanti. I nomi sono importanti. Lo sono le istituzioni coinvolte in queste immagini.
Tutte le persone che fotografo sanno che lo sto facendo e sono d'accordo. Tutt'altra cosa, invece, sono scatti come questi: non fanno altro che usare tossicodipendenti senza nome, figure senza volto che probabilmente non hanno mai dato il loro accordo a essere fotografate.
Io scrivo i nomi dei miei soggetti fotografati così che chi guarda questi scatti capisca che sono persone reali con le quali ho avuto un'interazione. Certo, a volte le persone chiedono che non venga scritto il loro nome per motivi di privacy o di sicurezza e in questo caso discuto con i miei responsabili editoriali quale possa essere la soluzione migliore, più accurata e rispettosa per l'utilizzo di queste fotografie.
FdR: I responsabili delle testate o delle redazioni giornalistiche sono consapevoli degli argomenti di cui scrivi nel tuo pezzo sul NYT? Esiste una discussione su come i fotogiornalisti dovrebbero raccontare le loro storie?
Ryan Christopher Jones: Ho avuto una lunga discussione con il mio editor al New York Times, Jeffrey Furticella, sul tipo di lavoro che avrei voluto presentare e pubblicare. Ho subito spiegato ciò che non avrei fatto.
Ci siamo trovati in sintonia sulla necessità di parlare di tossicodipendenza in un modo che andasse aldilà della violenza e della disperazione. Un modo che mostrasse l'umanità e le relazioni interpersonali dei soggetti fotografati.
Da quando è uscito il mio pezzo sul NYT, numerosi editor e fotografi mi hanno contattato. Un editor mi ha detto che era stato pubblicato in un gruppo privato su Facebook riservato ai professionisti del settore e che era stato commentato positivamente.
È rassicurante sapere che chi ha responsabilità redazionali discute di questo argomento o che inizi a farlo.
Osservando i lavori pubblicati nel corso degli anni sulla tossicodipendenza emerge come questa discussione non ci sia stata a livello editoriale. È bello sapere che forse le cose stiano migliorando.
(Intervista di Resy Canonica)