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Capriccio di Richard Strauss (1864-1949)
libretto proprio e di Clemens Krauss
Conversazione per musica in un atto
Prima:
Monaco, Nationaltheater, 28 ottobre 1942
Personaggi:
la contessa Madeleine (S); il conte, suo fratello (Bar); Flamand, compositore (T); Olivier, poeta (Bar); Clairon, attrice (A); La Roche, direttore del teatro (B); due cantanti italiani (S, T)
La scomparsa di Hugo von Hofmannsthal (1929), che era stato l’ispiratore e il poeta di tutti i suoi capolavori operistici, da Elektra a Arabella , creò in Richard Strauss un profondo stato di incertezza e di disagio, da cui uscì grazie all’incontro con un intellettuale come Stefan Zweig, che gli preparò un felice libretto tratto dalla commedia La donna silenziosa (1935) di Ben Johnson. E si deve ancora a Zweig l’idea di un’opera che avesse come soggetto il teatro stesso, la sua vita, ispirandosi al libretto dell’abate Giovanni Battista Casti Prima la musica e poi le parole che, con la musica di Salieri, aveva fatto serata con Der Schauspieldirektor di Mozart. Le vicende della Germania nazista resero impossibile la collaborazione con l’ebreo Zweig, ma nel 1939 Strauss, a settantacinque anni, ritornò sul progetto e, insoddisfatto del suo librettista Joseph Gregor, cominciò da solo a elaborare una commedia, anzi un ‘Konversationsstück für Musik’ in un atto che, con la collaborazione del direttore d’orchestra Clemens Krauss, divenne infine Capriccio .
L’opera, ambientata in un castello presso Parigi, «al tempo della riforma di Gluck» (avverte il libretto), si presenta, appunto, come una diffusa, ‘capricciosa’ discussione sui problemi del teatro: la contessa, padrona di casa, gli artisti Flamand e Olivier, il direttore del teatro, l’attrice Clairon discettano amabilmente di Gluck e del suo recitativo accompagnato, di Lully e Rameau, di Goldoni, di Diderot, di fine del bel canto italiano, di musica e danza, di messinscena, e soprattutto della superiorità o meno della musica rispetto alla poesia, materia, da sempre, motivo di riflessioni e polemiche tra compositori e librettisti. Ma parallelamente allo snodarsi della conversazione, vive un intreccio sentimentale che di quella contesa culturale è la concreta proiezione: il poeta e il compositore sono entrambi innamorati della contessa Madeleine. Olivier, in segno di affetto, le dedica un sonetto, che il rivale Flamand subito riveste di musica, e il brano diviene così l’emblema dell’indissolubilità delle due arti (Wort und Ton), ma anche il segno dell’incertezza, della non-volontà della donna a decidere fra i due spasimanti: sarà questo il tema del monologo della contessa che, musa ispiratrice di quel sonetto divenuto ormai cosa sua, alla fine dell’opera, rimanda la scelta tra il poeta e il musico al domani. E quando il dibattito, fra l’altro, si accende intorno al ridicolo di un’ennesima rappresentazione mitologica, ‘La nascita di Atena’, Strauss si fa portatore di una geniale, molto novecentesca controproposta (come già in Goldoni, come in Pirandello): soggetto di una nuova opera saranno le vicende di quella giornata vissute da tutti i presenti, cui il pubblico ha assistito. In questa trama raffinata e sottilmente intellettuale, sono anche inseriti numerosi episodi ‘di ripieno’, che offrono materiale alla discussione: il bellissimo sestetto per archi, che apre l’opera a mo’ di preludio e su cui gli ospiti iniziano a parlare; i ballerini che si esibiscono in varie danze; i due cantanti italiani che intonano un duetto amoroso del Metastasio e poi lo sviliscono sostituendone le parole.
In questo estremo lavoro Strauss ha recuperato molti luoghi del suo teatro precedente, a cominciare dal prediletto ambiente settecentesco che fa da cornice al Rosenkavalier e soprattutto ad Ariadne auf Naxos , che era già un’opera sul teatro, sui capricci dei cantanti, sui problemi dei musicisti, offesi da borghesi arricchiti che vorrebbero mescolare opera seria e mondo delle maschere italiane. Così, in Capriccio ritornano, come nel Bourgeois gentilhomme , una suite di danze in stile barocco (su cui s’intrecciano, ancora, accese discussioni); una sonorità orchestrale lieve e trasparente (come in Ariadne ); recuperi del canto italiano fiorito (come nell’aria del tenore italiano nel Rosenkavalier , e anche del soldato piemontese in Friedenstag del 1940); in più, la sapienza compositiva di Strauss si esplica non solo nella squisita tessitura strumentale, ma in complesse scene d’insieme a più voci (la ‘Fuga’ danzata, su cui giunge al culmine la discussione su parole e musica, e due ottetti): momenti di altissimo magistero artigianale, nei quali si può cogliere un rimando a episodi analoghi dei Meistersinger di Wagner, appena colorati di una gustosa vena caricaturale. Ma il comico e il senso del grottesco, che pure tanto spazio avevano nelle opere della maturità, in questo Capriccio non si espandono con pari ampiezza; e la protagonista, una nobile vedova, è ritratta – soprattutto nel monologo finale, l’ultima memorabile scena per soprano firmata da Strauss – con i colori autunnali della sua grande sorella, la Marescialla; e in questa estrema sua ‘Conversazione per musica’, Strauss colloca ancora un incantevole terzetto all’insegna dell’incertezza: qui Madeleine tra Flamand e Olivier, nel Rosenkavalier Oktavian dubbioso tra Sophie e la ‘vecchia’ amante. Il tono di sereno ripensamento di tutto il proprio mondo poetico, con venature di lontananza e di malinconia che investono anche il tema d’amore, è il carattere dominante della partitura nel suo insieme: nella quale, semmai, si può accusare non tanto qualche ‘celestiale lunghezza’ nei raffinati colloqui, ma un imprevedibile scarto di tono, quando il direttore La Roche scoppia polemicamente in un amplissimo monologo che diviene un’autobiografica celebrazione dell’uomo di teatro, un epicedio scritto per sé. In questo episodio Strauss abbandona ogni leggerezza ironica e s’identifica totalmente con una figura che diviene via via più grandiosa ai nostri occhi: canto di ammirazione per la saggezza e il magistero artigianale del nobile Hans Sachs dei Meistersinger , estremo atto di ricongiungimento con il maestro Wagner, firmato da Strauss allo scadere della sua storia di musico d’opera.c.o.