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Nel 1698 lo zar Pietro il Grande istituì una cosiddetta tassa sulla barba. Dopo un viaggio in Europa si rese conto che la società russa – a suo modo di vedere – era in ritardo rispetto ai paesi «moderni» occidentali. L’obiettivo della tassa era di scoraggiare gli uomini a portare la barba, considerata un simbolo di arretratezza.
Allo scopo di forzare l’estinzione delle barbe dalla società, lo zar autorizzò la polizia a radere in pubblico gli uomini che si rifiutassero di versare la tassa. Molti vecchi credenti si rifiutarono di radersi completamente, poiché ritenevano che portare la barba fosse un precetto religioso.
L’ammontare della tassa dipendeva dal reddito: i ricchi mercanti dovevano pagare 100 rubli l’anno, i nobili attivi alla corte, i militari e i funzionari governativi 60 rubli, i semplici commercianti e gli abitanti delle città pure 60, mentre i moscoviti ne pagavano soltanto 30. Ai contadini veniva chiesto un copeco ogni volta che visitavano una città. Un rublo equivaleva a cento copechi.
Chi versava la tassa per tenersi la barba doveva portarsi appresso un bollo che certificasse il pagamento. Il bollo era costituito da una medaglietta di rame o d’argento recante un’aquila russa su un lato e un volto barbuto sull’altro. Chi non fosse stato in grado di presentare il bollo veniva rasato a forza.
La tassa fu rinnovata nel 1722 e abolita soltanto nel 1772 dalla zarina Caterina II, che voleva ingraziarsi i vecchi credenti che, a causa del dilemma religioso che li rodeva, erano fuggiti all’estero, dove non erano confrontati con lo smacco di una rasatura forzata.