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Il parlamento svizzero ha avallato l'accordo su UBS, ma restano degli interrogativi in merito alle reali intenzioni delle autorità statunitensi. Gli sguardi sono ormai puntati sull'accordo di doppia imposizione con gli Stati uniti.
Invitato a Berna dall'Associazione svizzera di politica estera per un dibattito sulle relazioni con gli Stati uniti, Urs Zwiler, ambasciatore a Washington, non ha nascosto di essersi sentito «sollevato», il giorno in cui il parlamento ha approvato l'accordo con gli Stati uniti su UBS.
Era il 17 giugno e con il loro sì – sofferto, ma definitivo – le camere accettavano la trasmissione alle autorità fiscali statunitensi dei dati bancari di 4450 clienti della banca svizzera.
Fine dei problemi?
Nel corso del suo intervento, Urs Zwiler ha affermato che il caso – nato dalle pratiche illegali di UBS negli Stati uniti – aveva gettato delle ombre sulle relazioni delle due «repubbliche sorelle», in genere «eccellenti».
Ma l'adozione dell'accordo su UBS da parte del parlamento mette davvero le banche svizzere al riparo da futuri guai con la giustizia statunitense? Interrogato da swissinfo.ch, l'ambasciatore Zwiler risponde in modo diplomatico: «Non possiamo escludere che altri istituti elvetici abbiano agito seguendo le stesse modalità di UBS. Possiamo però escludere che l'abbiano fatto in modo altrettanto importante».
Se i fautori dell'accordo – tra questi c'è Martin Naville, direttore della Camera di commercio Svizzera-USA – hanno tirato un sospiro di sollievo, altri nutrono qualche preoccupazione per quanto riguarda le prossime mosse di Washington, nel cui campo si trova ora la palla.
Fishing expeditions
Margrit Kiener Nellen, presidente della Commissione delle finanze della camera bassa del parlamento, si domanda per esempio se gli USA, ora che hanno l'accordo su UBS in tasca, approfitteranno della situazione per rimandare la ratifica del nuovo accordo bilaterale sulla doppia imposizione, accordo già accettato dal parlamento svizzero.
La socialista Nellen ricorda che una dichiarazione unita all'accordo su UBS, firmato nell'agosto 2009, potrebbe aprire la strada a nuove domande d'assistenza amministrative volte a mettere sotto pressione altre banche svizzere.
Questa autorizzazione indiretta a delle cosiddette fishing expeditions si basa su una interpretazione non restrittiva dell'accordo di doppia imposizione attualmente in vigore. Il testo, del 1996, potrebbe quindi paradossalmente essere più interessante per gli Stati uniti del nuovo accordo, che pure abolisce la distinzione tra evasione e frode fiscale.
Interrogato su questo punto, l'ambasciatore Zwiler risponde che il destino della convenzione di doppia imposizione è ora nelle mani del senato americano. Zwiler spera che venga ratificata entro la fine dell'anno, ma ammette: «Non posso dire di non avere alcun dubbio».
Colti di sorpresa
Anch'egli presente al dibattito organizzato dall'Associazione svizzera di politica estera, Raymond Loretan ha detto di provare un «profondo disagio» di fronte a un accordo che crea «un precedente dubbio». Già console generale svizzero a New York e segretario generale del Partito popolare democratico, Loretan ritiene che non si sia riusciti a spiegare agli americani «come funzionano le istituzioni svizzere».
Di avviso contrario Martin Naville, per il quale finalmente la Svizzera ha dimostrato di non essere «uno stato che difende chi froda il fisco».
Per Raymond Loretan, però, si tratta di una dimostrazione arrivata troppo tardi. La Svizzera è stata colta di sorpresa dalla crisi, non ha saputo anticiparla. «Le minacce provenienti dagli Stati uniti non sono state prese sul serio. Si sarebbero dovuti intavolare dei negoziati molto prima».
Restare svegli
Per Urs Zwiler non è il caso di recriminare; c'è un'evidente situazione di disequilibrio tra una superpotenza e uno stato piccolo come la Svizzera. «Quello che è importante, ora, è di non tornare a dormire». Per questo, ritiene l'ambasciatore, è più che mai necessario continuare il lavoro di comunicazione nei confronti degli Stati uniti.
Dal canto suo, la giornalista Myret Zaki, autrice di un libro sul segreto bancario, prevede che gli istituti finanziari elvetici si ritireranno almeno in parte dal mercato statunitense, giudicato ormai troppo rischioso. Da un punto di vista finanziario, gli Stati uniti non navigano in buone acque e questo – secondo la Zaki – potrebbe spingerli ad una dichiarazione di guerra economica (e sleale) nei confronti dei gruppi esteri.
Per Martin Naville, si tratta di timori che non hanno nessuna ragione di essere. Non ci sarebbe infatti alcun indizio che lasci supporre un ritiro degli investitori svizzeri dal mercato statunitense.
Federico Bragagnini, swissinfo.ch
(traduzione, Doris Lucini)
Relazioni economiche
Gli Stati uniti sono il secondo mercato d'esportazione della Svizzera (2009: 19 miliardi di franchi, fonte SECO). Al primo posto c'è la Germania.
La Svizzera importa merci dagli USA per poco meno di 10 miliardi di franchi. Gli Stati uniti si piazzano così al quarto posto dei paesi esportatori verso la Svizzera dopo Germania, Italia e Francia.
Per quanto riguarda gli investimenti diretti di ditte svizzere all'estero, gli USA fanno la parte del leone: 150 miliardi di franchi, il 20% del totale, ovvero più di Germania, Francia, Italia e Austria messe insieme (15%).
Nel 2008, le imprese svizzere davano lavoro su suolo americano a 350'000 impiegati. La Svizzera è il sesto investitore straniero negli Stati uniti.
Dopo i Paesi bassi, gli USA sono il secondo investitore straniero in Svizzera (86,5 miliardi di franchi nel 2008, 18,5% del totale).
UBS, seconda banca svizzera dopo il Credit Suisse, è uno dei leader mondiali per quanto riguarda la gestione patrimoniale. Dà lavoro a 64'000 persone; il 37% di queste vive negli Stati uniti e in Canada.