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La reintroduzione della specie in Svizzera è un successo. La sopravvivenza di questi grandi avvoltoi è però ancora precaria. Il pericolo principale viene dall'uomo, secondo i risultati di uno studio.
Le prospettive di riproduzione dei gipeti barbuti nelle Alpi sembrano eccellenti, a condizione tuttavia che la loro mortalità non aumenti, rivela un'analisi effettuata da ricercatori dell'università di Berna e della Stazione ornitologica svizzera di Sempach.
In un comunicato diramato giovedì, gli autori dello studio spiegano che il rischio di un aumento della mortalità dei gipeti barbuti è concreto. Vi sono essenzialmente due tipi di minacce. La prima è l'uso illecito di esche avvelenate per eliminare i lupi, che rischiano di attirare e quindi intossicare anche gli avvoltoi. La seconda è la diffusione dei parchi eolici sulle vette alpine: i gipeti non riescono sempre a evitare le pale che possono raggiungere una velocità rotatoria di 300 chilometri orari.
Nell'ambito del programma internazionale per la reintroduzione del gipeto barbuto nell'Arco alpino, lanciato negli anni '80, inizialmente sono stati liberati nella natura fra i due e i dieci giovani esemplari all'anno nati in cattività. La prima riproduzione nella natura è stata registrata nel 1997. Fino al 2008 è stata osservata la costituzione di una quindicina di coppie territoriali.