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Il territorio di Bioggio, si trovava fin dall’antichità in un’area di passaggio per il traffico nord-sud che attraversava il passo del Monte Ceneri e proseguiva verosimilmente per via lacustre verso la valle della Tresa o in direzione del lago Ceresio e poi di Novum Comum (Como). Una posizione privilegiata in uno dei rami del Ceresio, sfruttata in modo particolare in epoca romana, come è stato evidenziato da importanti testimonianze riportate alla luce nel corso del XX secolo.
Nel giugno del 1962, in occasione di lavori per l’ingrandimento del cimitero, vennero identificati oltre una decina di tratti murari, in alcuni casi interrotti, in altri congiunti tra loro a delimitare spazi di forma e dimensioni non definite. Il recupero di elementi architettonici di un sistema di riscaldamento per gli ambienti abitativi e la lettura dei reperti monetali suggeriscono la presenza di uno o più locali riscaldati occupati durante il II e il III secolo d.C. Nel 1992 l’Ufficio Beni Culturali (UBC) eseguì uno scavo di salvataggio svelando i resti di quella che fu definita parte di una villa rustica.Tra i locali di questa struttura spicca un calidarium di cui sono stati individuati in alcuni elementi del sistema di riscaldamento ad ipocausto.
Il complesso, realizzato durante la seconda metà del II secolo d.C. e utilizzato fino ad inizio del V secolo, può essere interpretato, come parte integrante di un complesso dove la struttura aveva funzione profilattica e curativa. Sul medesimo terrazzamento e a pochi metri di distanza, scavi condotti dall’UBC negli anni 1996 e 1998, hanno riportato alla luce i resti di un piccolo tempio edificato nella seconda metà del II secolo d.C. i cui elementi architettonici sono stati custoditi nel tempo all’interno di una fossa- deposito ricavata davanti al podio al momento della distruzione dell’edificio di culto. L’area sacra viene di conseguenza associata alla presenza di terme e mansiones, situate nelle vicinanze di un luogo di culto indigeno allo scopo di romanizzare le popolazioni rurali. Il ritrovamento di alcuni elementi architettonici in marmo grigio-bianco e di un altare ha permesso la ricostruzione di un edificio di culto di dimensioni modeste su un modello architettonico frequentemente impiegato nel mondo romano. La parte anteriore aperta in facciata, era composta da due colonne a fusto liscio sormontate da capitelli di ordine corinzio. Un frontone completava la facciata e sosteneva la copertura del tetto in tegole.
L’edificio era verosimilmente chiuso, nella sua parte posteriore e in modo parziale lungo i fianchi, da una struttura in muratura di cui non si possiede alcuna traccia; la sua altezza doveva aggirarsi attorno ai quattro metri e mezzo. Un accesso frontale era probabilmente consentito da uno o più gradini di un’unica scaletta centrale situata sul lato breve. Il tempietto era consacrato a Giove Ottimo Massimo, come si legge nell’iscrizione dedicatoria della piccola ara. L’altare, sul quale venivano bruciate delle offerte, è da mettere direttamente in relazione con lo spazio antistante il tempietto dove avvenivano la deposizione di offerte e di oggetti a connotazione sacra e lo svolgimento di pratiche rituali.
Tra i reperti venuti alla luce il quantitativo più importante è relativo a materiale ceramico. Pochi sono invece i piccoli oggetti di uso comune, in metallo, come pure quelli in vetro o in pietra ollare. Mentre svariati sono i reperti monetali ritrovati, si tratta di monete romane in bronzo, di tipo e valori differenti (sesterzi, assi, antoniniani, follis, centennionalis, dupondi) ripartite su un periodo compreso tra la seconda metà del I secolo d.C. e la prima metà del IV.