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«Sarà come Forrest Gump?»
Pubblicato
12.01.2022
Nella rubrica «Der andere Blick» («Uno sguardo diverso») Sara Satir racconta la propria quotidianità di mamma di un bambino disabile. Da due anni i suoi contributi vengono pubblicati nella rivista della Migros (Migros Magazin) e ora anche singolarmente da Impegno Migros. Per primo, ecco il testo dal quale tutto ha avuto inizio.
Un figlio disabile? Durante tutta la gravidanza non ci avevo mai pensato. Avevo 25 anni, ero sana, la gravidanza procedeva bene e ai controlli era tutto nella norma. Un figlio disabile capita agli altri, certamente non a me. Tutte le statistiche mi davano ragione.
E invece non è andata così. Mio figlio non cresceva come doveva. Gli altri bambini reggevano la testa, afferravano gli oggetti e stavano seduti. Il mio invece no. «Su, non preoccuparti, se la sta prendendo comoda», mi dicevano i miei familiari. «Piacerebbe anche a me avere un bambino così tranquillo come il tuo!», mi disse una volta una mamma al parco giochi. Invece io ero preoccupata. I medici diagnosticarono un ritardo generale dello sviluppo, il che mi fece sperare. Un ritardo si può recuperare, è solo una questione di tempo.
Molti genitori definiscono il proprio ruolo in base allo sviluppo dei figli
Il tempo passava e i bambini delle mie amiche avevano imparato a camminare. La speranza si affievoliva mentre la preoccupazione cresceva. Mio figlio era disabile? Fino ad allora nessuno dei numerosi medici consultati aveva usato la parola «disabile» e quindi mi aggrappavo al ritardo di crescita diagnosticato.
Quando domandai in modo diretto a una dottoressa come avrebbe definito mio figlio parlandone con i colleghi, mi rispose: «Direi che suo figlio soffre di un ritardo mentale.» Non mi aspettavo una tale schiettezza, figuriamoci poi la risposta.
«Ma un giorno potrà essere autonomo?», fu la mia domanda. La dottoressa rispose di no. «Sarà come Forrest Gump?», chiesi poi. (Se ci ripenso oggi, è stata una domanda assurda, ma il protagonista del film fu la prima persona disabile che mi venne in mente.) La dottoressa sorrise e disse: «Forse, ma senza i miracoli di Hollywood.» Era così, e risi e piansi insieme.
Il mio bambino soffriva quindi di un ritardo mentale. Finalmente una certezza! E nel contempo tante domande alle quali rispondere. Camminerà un giorno? Parlerà? Troverà degli amici? Piano piano cominciavo a capire. È stato come se gli altri genitori appartenessero a un club al quale non mi era permesso aderire. Tutti i genitori si immaginano come sarà il loro bambino e vogliono accompagnarlo fino a quando diventerà indipendente. Molti genitori definiscono il proprio ruolo in base allo sviluppo dei figli, alla precocità del momento in cui imparano a camminare o a parlare. Nei parchi giochi queste domande erano onnipresenti e io non riuscivo a reggere il confronto, non facevo più parte di quel gruppo. Altre questioni erano diventate più importanti.
Un bambino disabile non era più qualcosa che succedeva solo agli altri. Ora era successo a me. La mia domanda principale è diventata: «Mio figlio è felice?», i suoi sorrisi la risposta.
Sara Satir (42) ha desiderato formare una famiglia sin da giovane. Il suo primogenito Cem (17) è nato con una disabilità e tutto si è rivelato diverso da quanto sognato. Lavora da 11 anni come coach a Winterthur e accompagna le persone nelle loro situazioni di vita personali.
Foto/scena: © MDB Fotostudio