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Le navi di organizzazioni umanitarie con la Sea Watch che fanno attività di ricerca e soccorso in mare possono essere controllate dallo Stato di approdo ma “provvedimenti di fermo possono essere adottati soltanto in caso di evidente pericolo per la sicurezza, la salute o l’ambiente, il che deve essere dimostrato”.
Lo ha stabilito oggi la Corte di giustizia Ue rispondendo alle questioni che le sono state sottoposte dal Tribunale amministrativo regionale (TAR) della Sicilia nella causa intentata dalla Sea Watch contro l’Italia.
“Vittoria per il soccorso in mare”
La sentenza della Corte di giustizia Ue “è una chiara vittoria per il soccorso in mare”. Lo afferma Sea Watch sostenendo che con la decisione dei giudici europei l’Unione europea “ha dichiarato che il salvataggio in mare è un dovere e i controlli dello Stato di approdo non devono essere usati in modo arbitrario contro le Ong per trattenere le navi e impedire loro di svolgere il proprio lavoro”. La Ong ricorda che le navi SeaWatch3 e SeaWatch 4 “sono state trattenute per mesi con motivazioni assurde: certificazioni mancanti e troppe persone soccorse”. In base alla sentenza, sostiene però Sea Watch, “l’Italia non può pretendere una certificazione che non esiste e il numero di persone salvate non è un motivo di fermo”: i controlli dello Stato di approdo “devono essere effettuati quando previsto e con valida motivazione”. Secondo Sea Watch, che ci siano dei controlli sulle navi delle Ong “è un fatto positivo” poiché lo scopo è “garantire la sicurezza delle navi”, ma le verifiche “arbitrarie devono finire”. “La sentenza di oggi fornisce una base legale alle Ong e rappresenta una vittoria per il soccorso in mare. Le navi - conclude l’organizzazione tedesca - potranno continuare a fare ciò che sanno e che devono fare: soccorrere le persone e non rimanere bloccate in porto per decisioni arbitrarie e pretestuose”.
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