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La signora Nadezda a Petr:
Interlaken, 10 luglio 1880
Due giorni or sono è arrivato in casa mia un giovane pianista parigino che ha appena terminato, e con lode, il Conservatorio. L'ho assunto come insegnante di musica dei ragazzi, come accompagnatore al canto di Julia e come mio compagno per le esecuzioni a quattro mani.
Questo giovane suona il pianoforte come un virtuoso ed ha una tecnica scintillante. Tuttavia, nel suo modo di suonare, sento la mancanza di ogni partecipazione del cuore. Forse è ancor troppo giovane per giungere a questo. Afferma di aver vent'anni, ma l'aspetto è quello di un ragazzo di sedici.
Quel giovane si chiamava Claude Debussy, aveva in realtà diciott'anni e nessuno a quell'epoca, avrebbe potuto prevedere la sua futura gloriosa carriera.
Debussy diciottenne a destra con i figli di Nadezda von Meck
Le sue composizioni ancora incerte, scialbe, generiche, sembravano ispirate allo stile del Massenet, ch'egli diceva esser stato suo maestro [in realtà, Debussy non era e non sarebbe mai stato allievo di Massenet, ma questo era un nome che allora si imponeva].
Ora, grazie a Nadezda von Meck, quel giovane artista venne in contatto con le opere di Ciajkovskij e parve subito infiammarsi d'entusiasmo per il loro autore. Infatuazione, però, di breve durata. La lenta evoluzione che andava compiendo lo porterà su strade del tutto differenti.
Debussy nel 1875
Era quello il momento in cui le opere di Richard Wagner conquistavano una posizione di predominio anche in Francia. I musicisti francesi tentavano di opporre resistenza alle suggestioni del grande ammaliatore, ma non pochi fra loro soggiacevano al suo prepotente influsso. Anche Debussy si aderse allora contro Wagner. L'effetto rapinoso dei drammi in musica del maestro di Bayreuth, al quale neppur Nietzsche riuscì completamente a sottrarsi, portò Debussy al polo opposto. Portato dalla sua evoluzione artistica, scrisse più tardi quel dramma musicale che ha la lievità di una tela di ragno, vale a dire Pelléas et Mélisande, una specie di «anti-Tristano» oppure di Tristano in chiave capovolta.
Quello che nel capolavoro wagneriano è manifestazione di ebbrezza, di patetismo, di drammaticità; ciò che è saturo di espressione, di colore, di esaltazione, diventerà in Debussy pura lirica, perderà ogni contorno, si trasformerà in un chiaroscuro appena accennato, in un insieme di colori sfumati. Furono i pittori impressionisti francesi quelli che mostrarono a Debussy il cammino. La sua arte procedette con «passi vellutati», e si può definirla come la fondazione dell'impressionismo in musica.
Sul conto di Musorgskij, per il quale Ciajkovskij dimostrava la più radicale incomprensione, Debussy non dovette certo sentire apprezzamenti favorevoli da parte della signora Nadezda. Intorno all'80, però, alcuni musicisti francesi avevano incominciato a scoprire Boris Godunov e ad infiammarsi di un'esaltata ammirazione. Una riduzione per canto e pianoforte di quel «dramma popolare in musica» era capitata fra le mani di Debussy, il quale, acceso d'entusiasmo, aveva passato serate intere suonandola a Ernest Chausson.
Ernest Chausson
È un fatto assai caratteristico che Debussy abbia trovato la strada che doveva farlo approdare al Boris non direttamente, ma passando attraverso le liriche «impressionistiche» di Musorgskij, quali Senza sole e La notte. Nel 1901, a proposito del geniale ciclo di liriche intitolato La camera dei bambini, egli pubblicò un articolo che figura fra i saggi raccolti poi sotto il titolo Monsieur Croche antidilettante. Di là prendiamo i passi che seguono:
Nessuno ha mai parlato alla parte migliore di noi con accento più tenero e più profondo di quanto abbia fatto Musorgskij. Questo maestro è unico nel suo genere e tale rimarrà perché la sua arte risulta immune da ogni artifizio, da ogni formula capace di inaridirla. Mai sensibilità tanto raffinata si espresse con mezzi più semplici. Verrebbe voglia di paragonare quest'arte a quella di un selvaggio curioso che vada scoprendo a ogni passo, con emozione sempre nuova, la musica. Non si tratta neppure di una forma ben determinata, o per lo meno, se una forma esiste, questa è così molteplice che non si lascia assolutamente apparentare con la forma tradizionale, vorremmo dire amministrativa. Il tutto, composto con piccole macchie di colore successive, vien tenuto insieme da misteriosi legami, da un misterioso dono di luminosa chiaroveggenza. Talora Musorgskij riesce anche a dare sensazioni di ombre atroci, conturbanti, che avviluppano il cuore e l'opprimono fino all'angoscia.
Debussy accenna qui a «macchie di colore» nella musica di Musorgskij, a quegli accordi sfumati che più tardi dovranno aver tanta parte nella musica di Pélleas et Mélisande. Non v'è alcun dubbio che il maestro francese si riallacci al russo, per evolversi successivamente verso una forma del tutto personale.
Nel frattempo, ad Arcachon, nella Francia meridionale, Nadezda von Meck giunge con la famiglia ed il consueto seguito. Da qui ella scrive all'amico, alludendo assai spesso al giovane maestro della figlia col soprannome di Bussyk oppure di Bussy.
Io stessa non ho ancora passato Carmen, ma, a quanto ne dice il musico Bussyk, attualmente qui con noi, Bizet deve ora godere in Parigi di una larga considerazione. Il signor de Bussy [sic], questo puro esemplare del mondo parigino, mi ha finalmente persuasa che non si possono paragonare fra loro i pianisti francesi e quelli russi: i nostri stanno ad un livello infinitamente più alto, sia come creatori che come maestri della tecnica.
Il mio pianista ha terminato con menzione d'onore il Conservatorio a Parigi e si prepara ora per il «Prix de Rome». Ma che significato hanno tutti questi premi?.
Ieri finalmente mi son decisa a suonare la nostra Sinfonia, a quattro mani col piccolo francese ed oggi sono quindi tutta sconvolta. Mi è impossibile ascoltare questo lavoro senza piombare in una specie di febbre, sicché per giorni e giorni non riesco poi più a liberarmi da tale sensazione. Il mio compagno suona la Sinfonia senza intima penetrazione, ma del resto in modo eccellente. Il suo unico, grande merito rimane quello di legger bene a prima vista, perfino le sue opere. La seconda virtù che possiede è l'entusiasmo per la sua musica. Egli ha studiato le materie teoriche con Massenet e considera costui un grande luminare. Ieri abbiamo suonato anche la sua Suite e la 'fuga' ha destato nel giovane francese un autentico entusiasmo. Disse che 'tra le fughe dei contemporanei non aveva ancor trovato niente di così bello e che neppure il signor Massenet sarebbe stato capace di comporre qualcosa di simile'. Non gli piace la musica tedesca. A suo avviso, i tedeschi non hanno il nostro temperamento e la loro musica è opaca, pesante. È un purissimo figlio di Parigi, per così dire una creatura del boulevard. Del resto, compone cosette carine, di tipo schiettamente francese.
Mentre la signora Nadezda dopo esser stata a Parigi e a Napoli, si dirigeva a Firenze, Petr era ritornato a Kamenka.
Ella mi chiede, - scrive all'amica -, che cosa pensi della gloria. Quali sentimenti opposti scatena in me una tale parola! Da una parte desidero la gloria e aspiro a conquistarla; dall'altra la odio. Se tutto il significato della mia esistenza fosse racchiuso in ciò che ho creato, devo desiderare la gloria. Fintanto che lo scopo della mia vita consiste nel comporre musica, mi occorre un pubblico folto e comprensivo. Lotto con tutte le forze per la diffusione della mia musica e desidero che quanti più uomini possibile l'amino e trovino conforto in lei.
Ma ahimè! Non appena penso che con la fama cresce di pari passo l'interesse per la mia persona, che la fama mi espone al fuoco di tutti gli sguardi, che si troverà sempre gente curiosa disposta ad alzare il velo sulla mia vita intima, allora mi assale il tormento, il disgusto, il desiderio di ammutolire per sempre e d'essere lasciato in pace. Se vuole, amica cara, in questo contrasto fra l'aspirazione alla gloria e l'orrore delle sue conseguenze è insito qualcosa di tragico. Come una falena volo verso il fuoco e mi brucio le ali. Taltvolta mi assale il desiderio folle di nascondermi per sempre, di darmi per morto affinché gli uomini dimentichino la mia esistenza. Ma poi l'impulso creativo è più forte... e di nuovo corro nel fuoco e mi brucio le ali!
Alla signora Nadezda:
Kamenka, 1º settembre 1880
Adesso, mi è venuto il desiderio di non lavorare per qualche tempo, di riposarmi e suonare musica altrui. Ho cominciato col Flauto magico di Mozart. Mai musica così incantevole è stata scritta per un libretto così insensato. Non può certo credere, amica mia, quale godimento io provi tuffandomi in questa musica. Codesto piacere non si può paragonare a quell'esaltazione quasi tormentosa che suscita la musica di Beethoven, di Schumann, di Chopin. Mentre la musica di questi autori mi procura inquietudine e agitazione estreme, quella di Mozart mi accarezza e mi placa. Fino ai diciassette anni quasi ignoravo che cosa fosse la musica. Fu un'esecuzione del Don Giovanni a risvegliare in me la comprensione, l'amore per quest'arte sublime. I miei compagni, che avevano avuto sin dall'infanzia una grande confidenza con la musica contemporanea, conobbero Mozart soltanto dopo Chopin, vale a dire un maestro che ha rispecchiato intensamente lo spirito del tempo di Byron, la delusione e la disperazione espresse da quel poeta. Io, invece, per mia fortuna sono cresciuto in una famiglia poco musicale e perciò prima di conoscere Mozart, non ero stato imbevuto di quel veleno che pervade la musica di Beethoven. Soltanto nell'adolescenza feci l'incontro di Mozart e attraverso lui scopersi le insospettate vastità del bello in musica. Tali impressioni di gioventù sono decisive per tutta la vita. Sa che io mi sento più giovane, più fresco, quasi un ragazzo, quando suono Mozart?
Nadezda ricevette questa lettera a Firenze, sul Viale dei Colli, dove andò ad abitare villa Oppenheim, come due anni prima, quando l'amico aveva trovato rifugio nella vicina villa Bonciani. Al suo cuore si ripresentarono i dolci ricordi di quei giorni d'incanto, il desiderio di avere Petr vicino, il desiderio di vedere rinnovarsi quei giorni la prese con grande violenza.
Ma lui questa volta non può proprio venire. La Fanciulla d'Orléans si darà in autunno a Pietroburgo e la presenza del compositore durante le prove è giudicata indispensabile da tutti.
La signora von Meck aveva condotto seco a Firenze il suo piccolo pianista francese, e costui aveva scritto in casa sua alcune deliziose composizioni in stile massenetiano, fra cui un Trio. Nadezda pensò allora di mandare quei lavori all'amico perché egli desse il suo parere. Il periodo per il quale il francese era stato impegnato si trovava ormai per scadere ed essa, per sostituirlo, aveva preso in casa il violoncellista Danilscenko.
Tuttavia Bussy è ancora là ed ogni sera, con il violinista Pakhulski e Danilscenko, suona in trio.
Di questo terzetto, di questi tre musicisti, Nadezda von Meck fece fare una fotografia per l'amico. Secondo Petr, Bussy, nel volto e nelle mani, ha una certa rassomiglianza con Anton Rubinstein giovane. «Voglia Iddio, - egli scrisse in quell'occasione, - che a Bussy tocchi in sorte un destino altrettanto felice che al 're dei pianisti'.»
Nadezda trattenne poi il suo piccolo francese due settimane più del previsto.
Mi dispiace molto che egli stia per partire, - scrisse a Ciajkovskij - perché, ha buon cuore e con la sua musica mi ha dato molta gioia. Abbiamo suonato ieri la Suite dell'Arlesienne di Bizet, un pezzo splendido, e la Jota aragonese di Glinka che mi entusiasmò altrettanto. Bussy mi suona spesso parti della sua Fanciulla d'Orléans, una musica che ogni volta mi manda in estasi, soprattutto la scena di Dunois e la grandiosa Marcia del terzo atto.
Anch'io ho notato la rassomiglianza fra Bussy e Anton Rubinstein. Credo che un destino brillante attenda Bussy poiché egli è devoto alla musica con tutto se stesso e non ha mente a nient'altro. Da autentico francese qual è, è gaio, spensierato, ma possiede un cuore generoso.
S'immagini, Petr Iljic, che il nostro piccolo francese versò lagrime amare nel congedarsi da noi. Ciò mi ha molto commosso; egli ha un'anima fedele. Avrebbe preferito trattenersi ancora, ma i suoi superiori al Conservatorio erano già dispiaciuti che egli avesse rimandata la partenza di quindici giorni.
Altre due volte, nell'estate seguente e in quella successiva, Nadezda invitò Debussy presso di lei. Il francese accettò quegli inviti di buon grado dato che segreti legami lo attiravano verso la casa ospitale. Sonja, la figlioletta quattordicenne della signora von Meck, lo aveva ammaliato. La piccola era assai sviluppata per la sua età e «Bussyk» ne cadde innamorato perdutamente. Di tutto questo, naturalmente, la madre non sospettò nulla. Essa aveva simpatia per il suo piccolo francese, ospite piacevole e interessante, ma non si preoccupava troppo di scrutargli il cuore.
La terza estate, ormai ventenne, Claude Debussy chiese la mano di Sonja, la quale, frattanto, aveva compiuto diciassette anni. Ma la signora Nadezda non si mostrò affatto favorevole al progetto. Sposare la sua Sonja a un musicista francese, tipico rappresentante dei boulevards parigini, per di più povero e d'indole piuttoso frivola anche se pieno di talento? Non sarà mai! In conseguenza, il futuro autore di Pelléas, lasciò per sempre quella casa, diventata così cara al suo cuore.
In anni futuri, quando Sonja sarà sposata da grande tempo e Debussy sarà divenuto ormai celebre, si parlerà di lui a lungo e con molta simpatia in casa von Meck; ma nessun incontro avrà mai più luogo.