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Mentre gli Stati Uniti si ritirano lentamente dal loro ruolo di leader nel sistema multilaterale, la Cina sembra colmare il vuoto. Il politologo Daniel Warner guarda alle conseguenze di questo "profondo cambiamento".
Nel mondo naturale, i vuoti non durano a lungo. La biologia parla di omeostasi per descrivere il tentativo di un corpo di raggiungere l'equilibrio. In un vuoto, gli elementi fluiscono verso spazi di minore densità fino a raggiungere l'equilibrio. Lo stesso fenomeno potrebbe dimostrarsi vero anche nei sistemi politici.
Gli Stati Uniti hanno avuto una funzione determinante nella creazione delle Nazioni Unite. Sebbene l'organizzazione comprenda cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, ciascuno con potere di veto, gli Stati Uniti sono stati a lungo la forza dominante del sistema multilaterale.
La campagna di Donald Trump basata sullo slogan "America First" si è rivelata un assalto frontale all'ONU e al multilateralismo. Bloccando i contributi finanziari all'organizzazione (con la conseguente riduzione drastica delle sue attività), ritirandosi dal Consiglio per i diritti umani e nominando rappresentanti a New York e a Ginevra che si oppongono a qualsiasi leadership consensuale, gli Stati Uniti sono andati oltre la "benigna negligenza".
Trump e i suoi seguaci considerano l'ONU un affronto alla loro sovranità e il diritto internazionale (o qualsiasi legge) un'ingiusta limitazione del loro potere.
Cos'è che ci può servire?
Il sistema delle Nazioni Unite si trova in una sorta di limbo da quando Trump è entrato nella Casa Bianca nel 2016. Gli Stati Uniti non hanno rinunciato a guidare l'organizzazione. A New York, l'ambasciatrice Nikki Haley e la sua successora Kelly Craft hanno lavorato con costanza alla svalutazione della leadership consensuale, ripetendo il ritornello ""Cosa c'è qui dentro che ci può servire?"
A Ginevra, dove le fondazioni Carnegie, Ford e Rockefeller hanno contribuito a creare la "Ginevra internazionale", non c'è stato un ambasciatore statunitense per due anni e mezzo. La sedia vuota e rotta della Place des Nations rappresenta simbolicamente l'abbandono da parte del presidente Trump della Ginevra internazionale e del suo ruolo centrale nel campo dei diritti umani e del diritto umanitario.
La Conferenza sul disarmo è bloccata; l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) è diventata la seconda voce in negoziati bilaterali con accordi ad hoc che cercano di salvare l'organo d'appello, poco funzionale.
Neppure la nomina di Andrew Bremberg alla carica di ambasciatore degli Stati Uniti a Ginevra nell'ottobre scorso è di buon auspicio per il futuro della leadership statunitense. Nella sua carriera politica, il 41enne si è occupato di politica interna, in particolare collaborando con il senatore repubblicano Mitch McConnell alla Casa Bianca.
Non è l'ambasciatore Adlai Stevenson, ex governatore dell'Illinois, due volte candidato alla presidenza, che negli anni Quaranta aveva contribuito a fondare l'Onu. Stevensen era poi diventato ambasciatore degli Stati Uniti all'ONU, contribuendo ad alleviare le tensioni internazionali durante la guerra fredda.
La determinazione cinese
Può funzionare un sistema grande come l'ONU senza leadership? Può esistere il multilateralismo senza che una grande potenza ne assuma la guida? Per tornare all'omeostasi: il vuoto politico lasciato dagli Stati Uniti può rimanere vuoto? O qualche altra potenza comincerà a riempirlo?
La visita del presidente cinese Xi Jinping in Svizzera nel 2017 ha dimostrato la determinazione della massima autorità cinese a colmare questo vuoto. Un semplice esempio potrebbe essere la formazione, presso gli istituti specializzati di Pechino e Shanghai, di migliaia di funzionari cinesi, dediti a comprendere le entrate e le uscite dell'OMC.
Pechino mira a svolgere un ruolo di primo piano nel sistema. Xi Jinping non si è limitato a segnalare nel 2017 l'interesse della Cina per la leadership multilaterale; i cinesi hanno anche conseguito dei risultati. Pechino ha avuto un influsso determinante sulla decisione dell'Organizzazione mondiale della sanità di dichiarare il coronavirus un'emergenza internazionale.
I cinesi sono riusciti a far eleggere Fang Liu alla testa dell'Associazione internazionale del trasporto aereo (IATA), Houlin Zhao alla testa dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU) e Qu Gongyu a capo dell'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO). E nella prossima elezione del direttore dell'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI), il cinese Wang Binying ha ottime carte in mano.
Il mio collega Stephane Bussard, giornalista del quotidiano Le Temps di Ginevra, chiede: "La rivalità tra Cina e Stati Uniti rischia di paralizzare l'ONU?" La questione andrebbe forse riformulata in questi termini: "La Cina vuole assumere il controllo del sistema multilaterale?" Ci si potrebbe domandare se la crescente influenza multilaterale della Cina nel sistema delle Nazioni Unite non sia un complemento politico alle infrastrutture fisiche previste dalla Road and Belt Initiative.
Nessuno al di fuori della Cina conosce l'obiettivo dell'improvviso interesse cinese per il multilateralismo. E sarebbe inopportuno colpire la Cina criticandola per la gestione dell'epidemia di coronavirus, che sta causando così tanti danni all'interno del paese. La stampa occidentale ne parla a sufficienza.
Tuttavia, non c'è dubbio che la Cina stia riempiendo il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nel sistema multilaterale. Sia che si veda la Cina come un impero in ascesa, che sta per riprendere il posto che era già stato suo nel corso della storia, sia che si considerino gli Stati Uniti in declino, non c'è dubbio che siamo di fronte a un profondo cambiamento.
Non importa se il cambiamento è accelerato dal concetto di America First del presidente Trump o dal desiderio della Cina di ristabilire il suo dominio imperiale. Un vuoto viene colmato. I vuoti non durano a lungo in natura. E neppure nei sistemi politici.
Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelle dell'autore e non riflettono necessariamente le opinioni di swissinfo.ch.
Traduzione dall'inglese: Andrea Tognina, swissinfo.ch