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Il progetto di ricerca “Teoria e genealogia del clown” si concentra sulla natura paradossale del clown e sulla “empia trinità” – costituita dai tipi “bianco”, “rosso” e “nero” – di questa figura. L’obiettivo è quello di fornire un’analisi completa del clown con le sue molteplici implicazioni sociologiche, filosofiche e antropologiche al di là del suo sviluppo e della sua proliferazione nelle arti.
La Scuola Teatro Dimitri è stata co-fondata dal clown Dimitri e continua a portare il nome di questo artista anche da quando è stata ribattezzata Accademia Teatro Dimitri, mentre parti dei programmi dei suoi corsi di laurea Bachelor e Master sono dedicate alla clownerie: in tale contesto è stato naturale sviluppare una linea di ricerca dedicata specificamente al clown, a completare il più ampio quadro dedicato al physical theatre. L’idea di base è stata di fornire materiale per integrare il lavoro pratico con indagini storiche e teoriche. Queste ultime assumono particolare importanza se si pensa che il clown in diverse enciclopedie teatrali non figura nemmeno. Storicamente il tema delle clownerie spesso non è stato considerato un argomento all’altezza di esplorazioni da parte degli istituti di Studi teatrali delle università, come se il clown fosse una proprietà esclusiva del circo. Gli studi teatrali sembrano aver seguito per lungo tempo le disposizioni della riforma napoleonica dei teatri di Parigi all’inizio del XIX secolo, quando i funzionari divisero le varie forme teatrali in due categorie: i “grandes théâtres” (basati sul discorso letterario e sul canto lirico, cioè il dramma o la partitura basati sul “teatro letterario”) e i “théâtres secondaires” (basati sulla performance, sull’azione, sulla commedia, sullo spettacolo, cioè su forme di “teatro fisico”). Il circo, non considerato una forma di teatro, non figurava in questa distinzione. Ai clown era proibito l’uso del dialogo, per cui erano costretti a recitare come figure mute. Essendo questa figura legata al circo dal XIX secolo in poi, le origini del clown nel teatro inglese del XVI secolo sono state dimenticate, mentre il termine “clown” è stato adottato nella maggior parte delle lingue europee per indicare il personaggio del circo.
Il circo ha creato due tipi distinti di clown: il “bianco” e il “rosso”. Essi costituiscono una coppia simbiotica. Il clown rosso – quello con il naso rosso (noto come “Augusto”) – rappresenta la goffaggine, la ridicolaggine, il fallimento, la disorganizzazione, la trasgressione, l’anarchia, l’emotività, il bambino, la pancia. Il suo contrario, il clown bianco, sta per l’ordine, le regole, l’autorità, le norme, la disciplina, la razionalità, la genitorialità, la testa. Il loro rapporto non è altro che l’esternalizzazione dei conflitti interiori dell’essere umano, espressi nella configurazione di due figure separate. Nei giochi di contraddizione del clown bianco e del rosso riconosciamo la nostra stessa natura. Non è il clown che inciampa, è l’umanità a essere rappresentata dal clown. Il clown accetta e celebra la follia della specie umana, la scissione tra ragione ed emozione, tra capacità razionali e convinzioni irrazionali. Nel circo il clown è l’umano che, nel modo di giocare, riesce a sospendere questa scissione in una paradossale unità di opposti.
Se il clown dal naso rosso è diventato l’immagine iconica del clown nel corso del XX secolo, questa immagine è stata recentemente messa in crisi da un nuovo tipo di personaggio. Dopo Pennywise, il clown della versione cinematografica del romanzo “It” di Stephen King apparso nel 1990, seguito dal violento e criminale Joker del film di Christopher Nolan “Il cavaliere oscuro” del 2008, è emerso nella cultura popolare il “clown malvagio”, variamente definito “horror clown” o “clown killer”. In linea con l’idea di rosso e di bianco, si può definire questo tipo di clown “nero”. Piuttosto che ridere di sé stesso, questo ride degli altri, è lui che si diverte. Il cinema, però, ha reso popolare in questo caso solo il lato oscuro del clown, che d’altra parte è sempre presente in modo latente in figure come l’imbroglione Mefistofele o anche come Arlecchino, il cui nome deriva forse da “piccolo diavolo” (“helleken, hellekîn”).
Il progetto è stato sostenuto dal Fondo nazionale svizzero.
Direzione del progetto: Prof. Dr. phil. habil. Richard Weihe
Collaboratori: Mag. Lena Sharma (Institut für Theater-, Film- und Medienwissenschaft, Universität Wien), Rafiu Raji M.A. (filosofo, Berlino), Prof. Demis Quadri (ATD)