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Una donna siede ferita e stordita, la sua maglia è distrutta. Un’altra, di fianco a lei, anch’essa ferita, telefona in cerca di aiuto. Ci troviamo pochi minuti dopo i due attacchi kamikaze all’aeroporto di Brussels e l’immagine, presto divenuta iconica, è stata scattata da una giornalista georgiana, Ketevan Kardav. Più tardi, molti si chiederanno se la reporter non avesse dovuto mettere giù la sua macchina fotografica e aiutare le vittime, invece di fotografarle. “Non so come ho fatto. Non so come ho scattato quella foto. Come giornalista è stato un mio istinto”, ha dichiarato Kardav più tardi, “in quel preciso momento, ho realizzato che per mostrare al mondo cosa stava succedendo in quegli attimi di terrore, una foto era più importante”.
È lo stesso dilemma affrontato nel 1993 da un fotografo sudafricano, Kevin Carter, che ha vinto il premio Pulitzer per la sua foto che ritrae un bambino sudanese denutrito seguito da un avvoltoio. Non si sa cosa ne sia stato di quel bambino, ma un anno dopo, Carter si è tolto la vita. Le immagini di sofferenza portano sempre con sé l’interrogativo riguardo ciò che dovrebbero fare i giornalisti: intervenire o semplicemente registrare ciò che vedono? Quali sono le linee di confine in questo dilemma morale ed etico, e chi – se c’è qualcuno – dovrebbe esserne responsabile?
I fotogiornalisti possono davvero essere oggettivi?
Il dibattito su come i professionisti dovrebbero porsi in modo distaccato di fronte a quello che vedono è legato a un altro serio problema: i fotoreporter possono davvero essere oggettivi quando essi sono, in realtà, gli intermediari che decidono quali informazioni visive vengono fornite agli spettatori? Le fotografie possono essere accettate come una prova di qualcosa che è avvenuto – per citare il filosofo Roland Barthes, che si è occupato del ruolo dell’emozione e della soggettività nella fotografia – come un modo per “rendere la realtà permanente”? Tuttavia, l’azione di congelare un momento nel tempo dipende comunque dalla personalità, dal punto di vista e dal processo decisionale del fotogiornalista che offre di conseguenza una sorta di realtà parziale o ritagliata.
L’impatto della tecnologia digitale sull’etica del fotogiornalismo
La rivoluzione digitale ha essa stessa problematizzato ulteriormente la credibilità e l’autenticità del fotogiornalismo. Le tecnologie digitali consentono infatti di applicare alterazioni quasi senza sforzi superiori a quello per premere il pulsante dell’otturatore. Qualunque elemento della fotografia può essere migliorato, modificato o aggiunto e quel che è peggio è che la manipolazione delle immagini digitali è spesso quasi impossibile da rintracciare. Un recente studio sui fotogiornalisti attualmente al lavoro nell’Europa Centrale (Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia), ha però rivelato che questi hanno un forte senso della professionalità e una forte consapevolezza etica.
Lo studio, condotto da alcuni ricercatori dell’Institute of Communication Studies and Journalism della Charles University di Praga, ha riscontrato che le decisioni prese dai fotogiornalisti dipendono sempre dal contesto e dalla valutazione di ogni singolo caso. Quindi anche l’attività più discutibile può essere accettabile a certe condizioni, emerge dalle interviste. Le pratiche eticamente ambigue possono includere messa in scena di fotografie; pagare per un’esclusiva, per informazioni o per accesso; o scattare e pubblicare foto di qualcuno che ha rifiutato di essere fotografato. I fotogiornalisti intervistati per lo studio spesso hanno comunque marcato la distinzione fra hard news e soft coverage, ambito cui fanno capo temi come il lifestyle, il feature e la fotografia illustrativa: le alterazioni e le manipolazioni, invece, sarebbero tollerate molto meno nel caso delle hard news.
Le preoccupazioni etiche vengono espresse anche in relazione alla rappresentazione delle crisi umanitarie e della sofferenza umana. Decidere se scattare una foto di un evento drammatico o se “salvare” la vittima è una questione morale, umanitaria e legale. Di nuovo, i fotogiornalisti sostengono che ogni situazione richieda un’attenta analisi, ma concordano sul fatto che ci siano certi limiti entro cui la notiziabilità non deve mai prevalere sull’obbligo di fornire un primo soccorso. La maggior parte degli interrogati non approvava, ad esempio, lo scatto o la pubblicazione di alcun tipo di immagine o fotografia di bambini fatta senza il consenso dei genitori. In altri casi, come quelli di immagini scioccanti di disastri, vittime, violenza e nudità, i partecipanti allo studio hanno espresso un livello abbastanza alto di responsabilità nelle loro risposte. Inoltre, essi sono apparsi conservatori nel dibattito sulla tabloidizzazione dei media e sul cosiddetto infotainment.
Le foto non dovrebbero essere alterate digitalmente, se non a certe condizioni
Il nostro studio ha rilevato che tutte le fotografie pubblicate oggi sui media di news sono editate in un qualche modo usando software di imaging digitale. Alcuni cambiamenti sono considerati pratica comune, come il miglioramento e il bilanciamento del colore, il contrasto o il ritaglio. Altre alterazioni sarebbero invece accettate dai photo editor e dai giornalisti solo a specifiche condizioni. La maggior parte dei rispondenti, infatti, non approva alcun tipo di editing digitale dell’immagine al di fuori di quello che è pratica comune e solo se non modifica il significato complessivo della fotografia. Una minoranza si è opposta anche a questi cambiamenti, specialmente al ritaglio.
D’altra parte, le risposte hanno confermato anche una generale maggiore rilassatezza nei confronti dell’alterazione digitale se applicata a contenuti soft e illustrativi. In questi casi si spazia dal livello del semplice ritocco fino al fotomontaggio. Diversi partecipanti allo studio hanno detto di non avere problemi con nessun tipo di alterazione a patto che una didascalia appaia a fianco dell’immagine. In altre parole, la manipolazione è possibile per qualunque contenuto, a condizione che il pubblico ne sia consapevole. Secondo i risultati del nostro studio, infine, i fotogiornalisti dell’Europa Centrale tendono a stabilire i propri standard e codici etici in base ai bisogni delle proprie redazioni, invece che secondo un’esplicita regolamentazione e ai limiti imposti da un’organizzazione ufficiale. In effetti, i fotogiornalisti hanno dimostrato di battersi contro l’implementazione di tali standard “dall’alto”.
A causa della storia della regione, vi è una prevedibile sfiducia verso le associazioni professionali, i sindacati e altre organizzazioni simili, perché queste furono abusate dai regimi totalitari durante la seconda parte del ventesimo secolo. Questo potrebbe spiegare perché, ad esempio, pochi fotogiornalisti siano membri di una qualsiasi associazione professionale. Nei paesi analizzati, inoltre, non ci sono organizzazioni attive dedicate ai fotogiornalisti, come è invece nel caso della NPPA (National Press Photographers Association) negli USA. Il futuro dibattito sulla professione fotogiornalistica dovrebbe includere la possibilità di formare associazioni professionali funzionali dedicate ai contenuti visivi, le quali contribuirebbero senza allo sviluppo del fotogiornalismo nella regione e a migliorare la sua cultura e a redigere un Codice Etico.
Articolo basato sui risultati del progetto “Central European Photojournalism – Changes of Structure and Content of Photojournalistic Practice in the Era of Social Media” condotto dal team ceco dell’Ejo (Filip Lab e Sandra Stefanikova). La ricerca è finanziata dal Charles University Research Development Schemes (PRVOUK).
Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta