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L'iniziativa UDC per un'immigrazione moderata è stata respinta con il 61.7% dei voti.
Chiesa: «È stata una lotta di Davide contro Golia». La Consigliera federale Karin Keller-Sutter: «I cittadini hanno voluto puntare sulla stabilità economica».
BERNA - Niente Brexit in salsa elvetica: il popolo svizzero ha oggi respinto con il 61,7% dei no l'iniziativa UDC per un'immigrazione moderata, che avrebbe portato alla revoca della libera circolazione con l'Ue, mettendo in forse la via bilaterale del paese. A favore si è schierato solo un pugno di cantoni, fra cui un Ticino assai meno convinto che in altre analoghe occasioni.
L'esito finale è impietoso: i sì sono stati 1'233'320, i no 1'988'885, e a livello di cantoni la partita è terminata a 22 a 4. La partecipazione è stata del 59.4%. «La popolazione ha voluto confermare l'impegno della Svizzera per la via bilaterale nei suoi rapporti con l'Ue», ha sottolineato la consigliera federale Karin Keller-Sutter nella conferenza stampa di reazione ai risultati odierni. «I cittadini hanno voluto puntare sulla stabilità economica nella difficile situazione suscitata dalla crisi del coronavirus».
La formazione da poco guidata da Marco Chiesa non è quindi riuscita a ripetere l'exploit del 9 febbraio 2014, quando sola contro tutti con la sua iniziativa contro l'immigrazione di massa ottenne una vittoria di misura, con il 50,3%. Nella costituzione finì un preciso mandato sull'introduzione dei contingenti, dal parlamento uscì però un'applicazione del tutto diversa: light, dissero i politici.
Insoddisfatta di quanto successo, l'UDC ci ha riprovato, ponendo sul tappeto la domanda fondamentale - libera circolazione: sì o no? - ma è stata duramente sconfitta. Ha pesato forse il momento economico - con la pandemia di coronavirus in corso la voglia di esperimenti è poca - e la capacità di coalizzarsi degli avversari: governo, datori di lavoro e sindacati sono scesi in campo compatti, addirittura presentandosi fianco a fianco.
E se il 2014 era solo ieri, politicamente nel frattempo molto è cambiato: stando ai politologi e ai sondaggi il tema dell'immigrazione è chiaramente stato soppiantato da altri nella classifica delle preoccupazioni, a partire da quelli ambientale e delle pensioni. Il tentativo dei promotori di dare un'impronta quasi verde alla proposta di modifica costituzionale odierna, parlando di difesa dell'ambiente attraverso la lotta alla sovrappopolazione, è probabilmente apparso poco credibile. Inoltre l'UDC, un tempo macchina da guerra capace di mobilitare l'elettorato, oggi secondo gli esperti sembra ormai avere un'immagine assai differente: quella di un partito perdente.
I democentristi non sono riusciti a fare il pieno di voti nemmeno in Ticino, cantone che si trova confrontato con una concorrenza pesante da parte di lavoratori italiani, nonché con salari che si allontanano sempre di più da quelli in uso del resto del paese: ha votato per la modifica costituzionale solo il 53,1% dei votanti, assai meno del 68,2% che avevano sostenuto l'iniziativa per l'immigrazione di massa del 2014.
Questa volta insieme al Ticino sono rimasti solo Appenzello Interno (54,3%), Svitto (53,4%) e Glarona (50,5%). I Grigioni, che quattro anni or sono avevano di misura (50,6%) approvato la proposta UDC dei contingenti, ora sono passati chiaramente nel campo opposto (59,1%). Campione del no è stato Basilea Città (74,7%), ma anche in Romandia la proposta ha trovato assai poco sostegno.
Lanciata dall'UDC e dall'Azione per una Svizzera indipendente e neutrale, l'iniziativa chiedeva che Berna tornasse a disciplinare autonomamente l'afflusso di stranieri, revocando in particolare la libera circolazione con l'Unione europea che, secondo i promotori sta mettendo sotto pressione il mercato del lavoro, i servizi sociali e le infrastrutture del paese.
Durante la campagna, l'UDC ha fatto leva sui timori dei lavoratori giovani e anziani di vedersi togliere l'impiego da personale proveniente da altri paesi e disposto ad accettare retribuzioni minori. Oltre al dumping salariale, l'immigrazione definita incontrollata ha inoltre effetti negativi sulle assicurazioni sociali, sugli affitti e la capacità di trovare un alloggio, e porta a un sovraffollamento di treni e strade, nonché all'aumento della cementificazione del paesaggio, affermavano i promotori.
Per gli oppositori la libera circolazione delle persone è invece vantaggiosa per la piazza economica. Le aziende svizzere hanno bisogno di lavoratori stranieri e la fine degli accordi con l'Ue avrebbero messo in forse il benessere nazionale. La maggioranza si è così lasciata convincere, evitando di mettere in serie difficoltà i rapporti con l'Unione europea.
Il dibattito sull'Europa non è però finito. In primo piano nei prossimi mesi tornerà il tema dell'accordo quadro, preteso dall'Ue affinché la Confederazione si sottoponga al diritto europeo nelle questioni che hanno a che fare con l'accesso al mercato. L'intesa negoziata dal governo ha suscitato non poche opposizioni in Svizzera. Gli occhi di tutti sono ora quindi puntati sull'esecutivo, in attesa delle prossime mosse.
Le reazioni:
«È stata una lotta di Davide contro Golia», ha affermato il presidente democentrista Marco Chiesa. Secondo il consigliere agli Stati ticinese ha avuto un ruolo anche il coronavirus, perché la popolazione è attualmente confrontata con le incertezze dello sviluppo economico. Il tema dell'immigrazione rimarrà comunque nell'agenda politica, si è detto convinto: non è solo l'UDC a voler evitare una Svizzera da 10 milioni di abitanti.
Per la vicepresidente Céline Amaudruz ha vinto la clausola ghigliottina: la convinzione che la fine della libera circolazione avrebbe compromesso tutti gli accordi bilaterali con l'Ue ha fatto paura ai cittadini. «Eravamo soli contro tutti», ha ricordato la consigliera nazionale (UDC/GE).
I problemi provocati dalla libera circolazione, come la disoccupazione e lo stress provocato da un'eccessiva densità della popolazione, rimarranno anche dopo il no popolare, ha affermato il capogruppo UDC alle Camere federali Thomas Aeschi. A suo avviso la sconfitta della proposta democentrista non è comunque da interpretare come un segnale positivo per l'accordo quadro con l'Ue.
Sul fronte opposto la soddisfazione è grande presso Economiesuisse, che ha voluto evitare una riedizione della disfatta del 2014. «La popolazione era consapevole di votare sul proseguimento del percorso bilaterale e non sull'immigrazione», ha affermato Monika Rühl, direttrice della federazione delle imprese svizzere.
Secondo Rühl ha giocato anche «una certa stanchezza» da parte del popolo svizzero, che «si è già espresso tre volte di recente, sempre a favore della via bilaterale". Gli oppositori alla proposta democentrista hanno potuto dimostrare i vantaggi dell'approccio elvetico all'Ue.
Per il presidente di Economiesuisse Heinz Karrer il chiaro no crea un importante punto di partenza per l'accordo quadro con l'Unione europea. Ora il Consiglio federale deve comunicare chiaramente a Bruxelles gli adeguamenti che intende apportare ai tre punti in sospeso: misure di accompagnamento, appalti e direttiva sulla cittadinanza dell'Ue. «Si tratta ora di avviare senza indugio i colloqui con l'Ue », ha affermato Karrer.
Per il presidente dell'Unione sindacale svizzera (USS) Yves Maillard la sconfitta dell'UDC è legata anche all'atteggiamento del Consiglio federale, che contrariamente a quanto successo sei anni or sono ha ascoltato le preoccupazioni dei partner sociali.
Il governo ha preso sul serio le difficoltà che esistono in particolare per i lavoratori anziani e ha elaborato una rendita ponte per i disoccupati di oltre 60 anni, ha ricordato il politico vodese. L'attacco dell'UDC alle misure di accompagnamento ha mobilitato anche la base sindacale, ha aggiunto.
Secondo il consigliere nazionale socialista con questo voto gli svizzeri confermano la via bilaterale e tutti gli impegni della Confederazione. «Anche con lo status quo, abbiamo un livello d'integrazione più alto di quello che dovrebbe avere la Gran Bretagna», ha sottolineato. Da parte sua l'Unione Europea non perde nulla. Riguardo all'accordo quadro, secondo Maillard le opzioni sono due: rinegoziare l'accordo con l'UE o interrompere l'esercizio. Così com'è l'intesa è destinata a fallire.
Per Unia il chiaro no all'iniziativa per la limitazione dell'UDC è una vittoria delle lavoratrici e dei lavoratori: il voto rappresenta anche un "sì" alla protezione dei salari e alla parità di diritti fra chi è impiegato in Svizzera.
Anche da Bruxelles sono arrivate le prime reazioni. Il presidente della delegazione del parlamento Ue che si occupa delle relazioni con la Svizzera, il politico CDU tedesco Andreas Schwab, prende atto con favore del no all'iniziativa UDC e si aspetta ora "una rapida firma" dell'accordo quadro.
Per Schwab il rifiuto della proposta di modifica costituzionale è la prova «che i cittadini svizzeri vogliono assolutamente mantenere la cooperazione con l'Ue». Da parte sua, Bruxelles desidera l'accordo quadro, perché crea certezza giuridica per entrambe le parti. «Le forti relazioni con la Svizzera sono nell'interesse dell'UE e la Confederazione deve ora dar seguito alla sua auspicata stretta collaborazione», afferma in una dichiarazione scritta il politico conservatore.
Più sintetica la reazione, affidata a Twitter, di Paolo Gentiloni, commissario europeo all'economia ed ex premier italiano: «Vince il no alla proposta di limitare la libera circolazione delle persone: bella domenica democratica ed europea nel paese dei referendum».
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