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Credit Suisse si appresta a rivelare alle autorità dati di clienti americani sospettati di evasione. L'Internal Revenue Service (IRS), il servizio tributario statunitense, ha infatti presentato alla Svizzera una domanda di assistenza basata sull'accordo di doppia imposizione risalente al 1996. Per quanto si sa non vi sono altre banche interessate.
Nel quadro di questo procedimento l'Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) ha ordinato a Credit Suisse di fornirle il materiale richiesto, ha indicato stamane l'istituto in un breve comunicato. Nel mirino vi sono documenti inerenti a società che avevano o hanno ancora, come aventi diritto economico, cittadini americani. Contattato dall'agenzia finanziaria AWP un portavoce della banca non ha voluto fornire altri dettagli, in particolare sul numero di persone interessate dalla richiesta. Non si sa nemmeno quando avverrà il passaggio dei documenti, anche se secondo l'addetto stampa è chiaro che i tempi dovranno essere rapidi.
Il portavoce ha peraltro confermato che all'interno di Credit Suisse i consulenti sono stati avvertiti su intranet della domanda in corso, come rivelato nella notte dalla Reuters. Secondo l'agenzia in data 2 novembre la banca ha anche scritto direttamente ai suoi clienti, offrendo loro due alternative: o dare l'assenso alla trasmissione dei loro dati all'IRS o, al contrario, opporvisi in via giudiziaria facendo ricorso a un avvocato in Svizzera. Nel secondo caso la legislazione americana impone però al cliente Usa di informare di questo passo il ministero di giustizia del suo paese, ciò che in pratica equivale a rivelare la propria identità come potenziale evasore. Sotto inchiesta - sempre stando alla Reuters - vi sono i conti bancari esistenti fra il primo gennaio 2002 e il 31 dicembre 2010.
Credit Suisse è ormai impegnata su più fronti oltre Atlantico. In luglio il gruppo è infatti stato informato dal Dipartimento di giustizia americano di un'inchiesta penale in corso, che si concentra sulle sue attività offshore. Nel terzo trimestre la società ha quindi accantonato 295 milioni di franchi per far fronte a eventuali impegni.
Ma anche altre banche elvetiche sono nel mirino di Washington. Sia la Banca cantonale di Zurigo (ZKB) che quella di Basilea (BKB) hanno fatto però sapere oggi di non essere al corrente della nuova richiesta di assistenza amministrativa. La ZKB e la BKB, insieme ad altri nove istituti svizzeri fra cui Julius Bär, è sotto indagine negli Usa per complicità in frode fiscale. Julius Bär ha rinunciato oggi a esprimersi sui nuovi sviluppi. Da parte sua UBS ha invece già regolato le pendenze in passato, fornendo dati di oltre 4000 clienti e pagando una multa di 780 milioni di dollari.
Berna e Washington stanno negoziando da mesi un accordo quadro che possa mettere fine a tutte le vertenze fra gli Usa e le banche svizzere. Nei giorni scorsi un dispaccio della Reuters sosteneva che la Confederazione aveva proposto il pagamento di 10 miliardi di dollari per risolvere il contenzioso. L'esistenza di questa offerta è stata smentita a Berna e l'entità della cifra viene messa in dubbio dagli specialisti.
Per Martin Naville, direttore della camera di commercio svizzero-americana, non è realistico né il l'importo, né il fatto che accontentandosi di questo pagamento gli Usa rinuncerebbero a pretendere i dati degli evasori. In un'intervista al "Blick" Naville aveva quindi ventilato la possibilità che si trattasse solo di un modo per fare ulteriore pressione sulla Svizzera.
La fine del braccio di ferro potrebbe però comunque essere vicina: pochi giorni or sono in dichiarazioni rilasciate a "Bilanz" la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf aveva detto di aspettarsi una soluzione entro la fine dell'anno.
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