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Il cielo di Cannes si è dipinto dei colori della Francia con le scie dei loro top gun, che tracciano anche un saluto a Tom Cruise per festeggiare l’arrivo sulla Croisette del divo a stelle e strisce che qui ha portato l’attesissimo ‘Top Gun: Maverick’, film firmato da Joseph Kosinski, sequel di quel cult che fu ‘Top Gun’ di Tony Scott uscito nel 1986. L’attesa del divo era tale che il Festival ha confezionato per lui un docu-ritratto di una ventina di minuti per celebrarlo prima dell’inizio della proiezione.
Il film si apre proprio con Cruise che trent’anni dopo le imprese del primo Top Gun si ritrova un po’ ingrassato a far da pilota collaudatore per i caccia della Marina degli Stati Uniti. Lui, Pete ‘Maverick’ Mitchell, non smette di sfidare i suoi superiori che lo vorrebbero in pensione, ma che ogni volta si trovano a subire la sua esuberante voglia di superare i propri limiti e quelli degli aerei che si trova a pilotare. Appena terminata una delle sue imprese, Maverick si trova a essere chiamato dal suo vecchio amico Tom ‘Iceman’ Kazansky (Val Kilmer) che sta allestendo una squadra di top gun con uno scelto gruppo di piloti, tra i quali dovranno essere scelti i migliori per bombardare un sito nucleare in un non identificato Paese canaglia. Il tempo a disposizione è poco e lui si sente più pilota che istruttore; il ritorno nella base sulla costa californiana significa anche il ritrovare una vecchia fiamma, Penny Benjamin (una intensa Jennifer Connelly), che vicino alla base gestisce il bar affollato dai top gun. Tra questi nuovi eroi, Maverick incontra il tenente Bradley ‘Rooster’ Bradshaw (un bravo Miles Teller), figlio del suo defunto amico, il navigatore Nick ‘Goose’ Bradshaw: lo aveva visto bambino e aveva raccolto la raccomandazione della moglie dell’amico di non farlo volare. Si pone così a proteggere il ragazzo, il che vuol dire eliminarlo dalla squadra dopo quattro anni di scuola volo speciale. Rooster si arrabbia con lui e questi, oltre a non godere le simpatie del gruppo, lo porta a un rancoroso ritirarsi in se stesso. Maverick viene richiamato da Ice, in uno dei momenti più intensi del film: Val Kilmer non nasconde il suo essere malato di cancro e le poche parole tra i due uomini regalano all’improvvisato istruttore il senso del suo essere ormai destinato a lasciare il posto ad altri. Dalla parte del ragazzo si pone anche Penny, e lui s’inventa quello che spesso gli insegnanti dimenticano di fare: li fa crescere come gruppo e la missione decolla. A causa di un incidente, sarà proprio Maverick a guidarla, rischiando la vita e portando con sé il figlio dell’amico; insieme compiranno la missione pericolosa combattendo nell’aria. Ben teso, il film regala bei momenti d’azione pur nel colore di un autunno che avanza e di una primavera che altri vedranno.
Film fuori concorso è anche ‘Esterno notte’, la serie sul caso Moro firmata da Marco Bellocchio. Dopo ‘Buongiorno notte’ del 2003, presentato con successo alla Mostra di Venezia, il regista riprende in mano il sequestro del presidente della DC che ha malamente segnato la storia italiana. Nato per la televisione, il film – più di cinque ore in sala – è ben girato, ma vive il problema della perdita continua di tensione narrativa: si sente che non è un corpo unico e questo probabilmente permette all’autore di posare vari punti di vista su una vicenda non ancora completamente sottratta a troppo zone di ombra. Certo c’è una lezione fondamentale su film che raccontano di varie testimonianze, ed è quella di ‘Rashomon’ di Kurosawa, ma la necessità della frattura televisiva nega al racconto una vera unità, stavolta non determinata dalle terribili pause pubblicitarie, ma dalla decisione autoriale. Come escono Moro e il terrificante mondo che lo circondava da questo film? Questa è un’altra storia in cui non si capisce chi erano veramente i cattivi, e comunque viene segnalata l’infima qualità del mondo politico militare e religioso italiano, certamente il vero colpevole di quello che oggi sbrigativamente si liquida come ‘Anni di piombo’. Di sicuro il film provocherà nuove polemiche, e già qui a Cannes si parla di una denuncia della famiglia dello statista.
In concorso, due film particolari per il loro essere lontani da uno stile spettacolare globalizzato. Si tratta di ‘Le otto montagne’ di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, coppia nel cinema e nella vita, e di ‘Zhena Chaikovskogo’ (La moglie di Tchaïkovski) scritto e diretto dall’esule russo Kirill Serebrennikov e coprodotto dalla Russia, dalla Francia e dalla Svizzera. Un film, questo, che Owen Gleiberman, uno dei critici di Variety ha definito "uno di quei film d’arte che può essere accolto al Lincoln Plaza Cinemas di New York per un mese o più", di certo non un film per un pubblico generalista e neppure per una critica che non è attenta alla provocazione artistica del russo. Il quale, affrontando la figura di Antonina Ivanovna Milioukova, moglie del musicista, affronta la complessità di una società fondata sulla menzogna, dove perfino l’amore viene usato per mentire, una società dove la povertà è manifesta, dove il ruolo della donna è stare a lato e tra le donne non esiste pietà per l’altra. Antonina viene usata da Tchaïkovski per nascondere la propria manifesta omosessualità; non comprende il perché non è amata dopo un matrimonio la cui sacralità è riconosciuta solo da lei. Il suo amore di fronte all’indifferenza dell’altro diventa furore e follia; si concede a uomini sconosciuti, con un amante che odia, sforna tre figli che muoiono presto in orfanotrofio e la sua mente vacilla; morirà in manicomio, anni dopo la morte di quell’uomo che aveva adorato e di cui non aveva capito il perché non la volesse nel suo letto. Alyona Mikhailova è splendida nel ruolo d’innamorata arpia.
‘Le otto montagne’ è tratto dall’omonimo romanzo del 2017 di Paolo Cognetti e racconta dell’amicizia di due uomini, cominciata da bambini e coltivata negli anni. Uno di loro vive in una montagna abbandonata dagli abitanti in Val d’Aosta, l’altro arriva nel suo paese in vacanza; campi, ruscelli, laghi e soprattutto montagne sono testimoni del loro giocoso giocare, poi del loro crescere e diventare adulti, l’uno incapace di lasciare la montagna e l’altro vagabondo al punto di perdere l’amore di una ragazza che preferisce i luoghi dell’altro. Ma la vita riserva sorprese, come il capire che il proprio disprezzato padre era fraterno padre dell’amico, capace di capire il senso della solitudine della montagna. Ben girato il film ha un problema nell’interminabile lungo finale; da rimediare, se si vuole, in montaggio. Doveva essere a Venezia, ma a Cannes c’è un’aria diversa. Vero Tom Cruise?