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Per tutto l’Ottocento, e ancora fin verso inizio Novecento, il mestiere di lavandaia era svolto da numerose donne luganesi. Alcune si recavano a esercitare il mestiere presso l’Ospedale civico, altre invece acquisivano ordini presso privati e si occupavano del lavaggio e dell’asciugatura privatamente.
Capitava che il mestiere provocasse malumori, oggi scarsamente comprensibili, tra il vicinato; in particolare il 19 maggio 1804 alcune di esse si rivolgono al municipio cittadino informandolo che
un usciere … si presentava questa mattina alle sottoscritte tutte di Lugano, loro domicilio, intimandole che per ordine superiore non sciorinassero più il bucato nella così detta Piazzetta sita nella Contrada di Nassa verso il lago
Le lavandaie però fanno notare al municipio che il guadagno derivante dal bucato è l’unico mezzo di sussistenza che hanno e fanno inoltre osservare che
la suddetta Piazzetta non serve a nessun altro pubblico uso o passeggio, e quindi la temporanea occupazione che ne fanno col bucato non disturba nessuno, e neppure è d’inciampo sia ai passeggieri che ai veicoli
La lettera si conclude con la richiesta di revocare il divieto, concedendole almeno di poter usare quel terreno che resta al di sotto del giardino del dott. Angelo Volonterio fino al lago. Ancora nel 1850 altre otto lavandaie chiedono al municipio di Lugano di poter stendere il bucato sulla riva del lago anche in inverno (262/124).
Qualche decennio più tardi, il 10 luglio 1864 (doc. 290/6), una lavandaia si rivolge alla municipalità cittadina tramite un avvocato esprimendo rincrescimento per il divieto di stendere panni in via Nassa, motivato – lo si evince dalle parole della lettera – con il fatto che gli indumenti avrebbero dato una brutta immagine ai turisti; scrive quindi l’avvocato della nostra lavandaia che
carica di numerosa famiglia, la ricorrente non può darle pane che col prodotto della di lei professione di Lavandaja; ora se dovesse durare il divieto di stendere il bucato sulla solita Piazzetta, la ricorrente dovrebbe cessare dalla propria professione, poiché non avrebbe un sito per stendere la biancheria a meno che assoggettarsi a stenderla in luogo già fissato per le lavandaje della parte settentrionale della città, lo che sarebbe impossibile per la distanza e l’inconveniente di dover colà sempre rimanere per la sorveglianza, o lasciare persona apposita.
La lettera termina con la proposta della lavandaia, esposta con molta deferenza in queste parole: l’umile ricorrente avvanza nuova rispettosa Istanza … offerendosi a stendere le corde non in guisa da intercettare la Vista del Lago ai forestieri, ed obbligandosi a ritirare la biancheria stessa e le corde nelle ore pomeridiane, destinate al passeggio preferibilmente dei forestieri.
In ultima battuta, si propone un’ulteriore soluzione al problema: nel caso che la domanda non venga accolta, spera che – come alle lavandaie della parte superiore della città – le venga dato un luogo apposito in cui stendere.
La questione di un luogo adatto in cui stendere il bucato torna d’attualità, ad esempio, ancora nel 1898, quando Milesbo (al secolo Emilio Bossi), scrive un pezzo su Gazzetta Ticinese dal titolo “Di un lavatoio pubblico”, in cui deplora “che la bella regina del Ceresio difetti tuttora di una… istituzione della quale sono forniti pressoché tutti i più umili villaggi del Cantone: intendiamo dire del lavatoio pubblico” (Gazzetta Ticinese, 15.12.1898)
Nicola Arigoni