Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01186.jsonl.gz/1009

LONDRA - La questione immunità per quanto concerne il contagio da Covid-19 è ancora un grosso punto interrogativo; con i “se” e i “quanto” pronti a disseminare ostacoli nel complesso lavoro di medici e ricercatori. E mentre una buona parte dell’Europa si prepara ad allentare gradualmente il lockdown, per riaccendere i propri motori dopo la prima ondata, qualcuno si chiede quante ne serviranno per sviluppare la tanto discussa immunità di gregge.
Uno studio in attesa di revisione paritaria (pubblicato su medRxiv) effettuato da alcuni ricercatori del King's College di Londra - che prende in considerazione la prima ondata di contagi avvenuta in sette Paesi europei (Regno Unito, Irlanda, Italia, Spagna, Francia, Germania e Svizzera) - prova a tracciare i possibili scenari futuri della pandemia, in assenza di un vaccino.
Quante ondate serviranno? - I due modelli presentati nello studio londinese stimano diverse percentuali di popolazione toccata dal coronavirus al termine dell'ondata pandemica. Nella migliore delle ipotesi, il Regno Unito avrebbe sviluppato un'immunità del 19.6% mentre la Svizzera del 12.9%, rendendo necessarie rispettivamente altre tre e cinque ondate per raggiungere un grado di immunità del 60% a livello di popolazione.
Al contrario, il secondo modello stima invece tassi di contagio molto più bassi al termine dell'ondata in corso. Citando gli stessi Paesi di prima, il Regno Unito scende sotto il 5% mentre la Svizzera si ferma poco sopra il 6%. In altre parole, lo studio suggerisce che servirebbero ben nove ulteriori ondate per sviluppare un'immunità di gregge.
Il dibattito non si arresta - La certezza è che, anche nella migliore delle ipotesi, oltre l'80% della popolazione resterà esposta al virus al termine dell'ondata. Future ondate sono quindi «probabili», anche se è «poco realistico» - come sottolineato dagli stessi autori - ipotizzare un andamento del tutto lineare e cumulativo nell'evoluzione dell'epidemia.
Il dibattito quindi prosegue e i risultati offerti dai modelli in questione - per quanto sviluppati «frettolosamente», a causa della crisi - giocheranno quasi sicuramente un ruolo nelle decisioni prese nell'ambito delle cosiddette "fasi due".