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BERNA - Il mondo economico sta facendo concessioni, finora impensabili, ai sindacati per comprare il loro sostegno all'accordo quadro istituzionale con l'Ue, che verrà affrontato dopo le elezioni: ne è convinto il presidente UDC Albert Rösti, che non esita a parlare di complotto.
«La mia sensazione è che dietro alle quinte si stia orchestrando un complotto», afferma Rösti in un'intervista pubblicata oggi dal Tages-Anzeiger e testate consorelle. «Le organizzazioni economiche stanno cercando di comprare i sindacati con concessioni in ambito di politica sociale. Da parte loro i sindacati cercano di ottenere il massimo possibile».
Ad esempio l'Unione associazione svizzera degli imprenditori ha approvato per il secondo pilastro un contributo salariale dello 0,5% che verrà ridistribuito come nell'AVS. «È poi strano che la stessa associazione non si oppone quando il consigliere federale Alain Berset presenta una riforma AVS incentrata soprattutto su nuove entrate», osserva Rösti. Inoltre un governo che dovrebbe essere borghese decide una rendita ponte per i disoccupati ultra 60enni.
Tutti elementi che fanno pensare, al presidente UDC, che «i sindacati si stanno vendendo a caro prezzo». Se grazie a ulteriori «sconsiderati regali» saranno convinti, insieme ad altri, ad approvare l'accordo quadro, dopo le elezioni di ottobre si formerà una chiara maggioranza.
Per i democentristi l'intesa con Bruxelles - che il consiglio federale sostiene nel suo risultato negoziale, pur volendo chiarimenti in tre settori - è inaccettabile. Rösti ha di recente paragonato l'atteggiamento del governo con quello del consigliere federale Marcel Pilet-Golat (1889-1958), che in un celebre discorso radiofonico del 25 giugno 1940, dopo la caduta della Francia, aveva pronunciato parole che potevano essere interpretate come un avvicinamento alla Germania nazista.
Secondo Rösti i due contesti storici non sono confrontabili, ma l'atteggiamento dell'esecutivo sì. «Oggi non si parla di guerra, ma certamente di sovranità e di difesa contro le misure di ritorsione dell'Ue. Oggi il Consiglio federale si accuccia».
Per il consigliere nazionale bernese il governo avrebbe dovuto rifiutare una convenzione che a suo avviso provoca l'assoggettamento del Paese. «Il punto focale dell'accordo è la ripresa automatica del diritto Ue, che distrugge la nostra democrazia diretta». Il consiglio federale dice sì su questo punto ed è d'accordo con sanzioni se il popolo deciderà qualcosa che non vorrà l'Ue. E approva anche il sistema di dirimere i conflitti, che sottostà alla corte europea. «L'esecutivo auspica ulteriori negoziati solo su questioni di dettaglio», afferma Rösti. «È un disastro per il nostro Paese».
Ma l'UDC - osserva l'intervistatore - non si sta concentrando sul tema sbagliato, senza dare risposte alla questione del momento, quella ambientale? «Il cambiamento climatico esiste, è indiscutibile, e l'uomo ha un influsso. Punto. Ma la giusta contromisura è la protezione dell'economia regionale», replica il 51enne.
Secondo Rösti la produzione di alimenti deve avvenire nella regione in cui vengono consumati e, nell'ambito della costruzione, muratori e falegnami devono essere del posto. Politiche climatiche che puntano su tasse del CO2 non fanno che penalizzare l'economia indigena: con l'effetto che si importerà di più da paesi meno efficienti dal profilo energetico.
La Svizzera non può assumersi una responsabilità per tutto il mondo. È però chiamata a dare il suo contributo, come fatto a suo tempo nel settore della protezione delle acque. «Può dare il suo contributo all'innovazione, ma non può partecipare a un politica di ridistribuzione interna di stampo socialista che fra l'altro non genera nulla di positivo per clima del mondo». L'idea della presidente dei Verdi Regula Rytz di aumentare il costo della mobilità di 10 franchi ogni 100 chilometri costerebbe 2000 franchi all'anno ad ogni famiglia. «E chi è costretto a ricorrere all'auto la userebbe comunque», conclude Rösti.