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Doveva essere estate, era il mio secondo viaggio in Israele, il primo in cui, dopo un soggiorno a Gerusalemme e Tel Aviv, mi portavo a Haifa, la cittadina mediterranea in cui Abraham Yehoshua aveva vissuto gli ultimi anni insieme alla moglie psicoanalista.
Ricordo un’ampia vetrata affacciata sulle luci secche del Medio Oriente, un divano altrettanto ampio in cui si sprofondava fino a sfiorarsi le spalle. Yehoshua aveva risposto a una mia semplice lettera con una disponibilità inaspettata: indicando data e ora, mi aveva chiesto di raggiungerlo a casa senza domandarmi nulla sul mio conto. Era il primo segno del suo vivere al di là del pregiudizio, in quella terra tanto disertata dove le ragioni umane contano più di quelle politiche, etniche, razziali e culturali. Il fatto che provenissi dal Cairo non faceva alcuna differenza, al contrario: lui per primo aveva benedetto gli accordi di Camp David come il possibile avvio di un percorso risolutivo. L’Egitto di Sadat era stata la sua grande ragione di speranza.
Poi le cose sono declinate – “deragliate” come diceva lui – in un ostinato ritorno delle ostilità. La recrudescenza dell’occupazione dei Territori, le politiche del Likud, l’intransigenza di una parte e dell’altra, hanno riportato quello che Yehoshua chiamava l’avvio di un “percorso di pace” – cioè di un percorso che poteva “semplicemente portare” a due Stati o a una confederazione di Stati – al baratro dell’incompensione e del conflitto.
Naso adunco, fronte gentile, occhi sereni e dolci, ma a loro modo fermi e risoluti, zazzera elegante seppur scomposta, Yehoshua parlava quell’inglese tipicamente ebraico che denunciava, insieme alla sua proverbiale erre nasale, l’inflessione israeliana: un inglese morbido, semplice e diretto, umano come le sue posizioni politiche e intellettuali.
Discorse senza quasi mai interrrompersi di letteratura e Storia, di Israele e di Palesina, di sionismo e di ebraismo. Ma come nella sua vasta e tentacolare opera, nessuno dei concetti esposti cadeva da qualche astratta riflessione: ognuna delle sue frasi, come ognuna delle sue pagine, era permeata di realtà e di quotidianità, al punto da travalicare lo stesso realismo. Ed è uno dei punti cardinali della sua narrativa: la grande Storia mediorientale, ma anche Storie di altri contesti geografici come l’India (pensiamo a Ritorno dall’India) e l’Europa, è il riflesso mimetico della grande Storia contemporanea. Nessun suo personaggio è astorico o antistorico, qualsiasi suo eroe esprime il proprio contesto come se ne fosse il condensato.
Mi ricordava, in questo senso, l’importanza delle emozioni: “Quando una lettrice o un lettore mi confessa di aver pianto o riso al leggere una mia pagina, allora so che quello che ho scritto ha avuto un senso”. Gli chiedevo della sua opera, di come la valutasse. Modesto ma consapevole, Yehoshua mi fece una confidenza che non ho mai dimenticato: “Il massimo risultato l’ho raggiunto con Il signor Mani, un libro così non potrò mai più riscriverlo”. In effetti in quel capolavoro la saga dei Mani unisce nella maniera più mirabile realismo a flusso di coscienza, e lo fa in una così perfetta mimesi tra pensiero e sentimenti dei personaggi e linguaggio letterario da lasciare senza parole.
Ma cosa dire dell’Amante, della sua struttura a incastro dove ogni situazione viene rinarrata dalle diverse prospettive dei suoi protagonisti? O di Un divorzio tardivo e di tutti gli altri suoi romanzi? Cosa dire dei Racconti, per esempio, se non che hanno fatto palpitare la realtà di Israele e la pìetas dello scrittore per il destino dei palesinesi con il vigore della più esatta adesione al dettaglio del vissuto mediorientale? Non esiste in effetti pagina di Yehoshua in cui non sia manifesto il gusto del dettaglio: non però secondo una certa sterile esibizione oggettivistica da école du regard, ma perché tutto in Yehoshua è un intreccio indissolubile tra l’immediato e l’eterno, tra le storie e la Storia, tra il microcosmo e il macrocosmo, tra la vita e il Potere che la condiziona.
Dopo oltre due ore di conversazione, ero provato. Lui ancora pronto, da novelliere indefesso, a cominciare nuove evocazioni, nuovi racconti, nuove riflessioni. Pensavo, ascoltandolo, al nonno che tutti vorremmo avere, ma soprattutto a quel modello umano che tanto il Medio Oriente dovrebbe conservare come riferimento morale per non dimenticare mai che “ascoltare e amare il proprio nemico è l’unico modo per raggiungere la pace”. La sua scomparsa lascia un vuoto che spetta a noi colmare.