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Quando affermi che il linguaggio influenza la percezione della realtà, rischi di di sollevare non poche perplessità. In effetti le esagerazioni – filosofiche e non solo – di questo concetto sono numerose e hanno screditato quella che credo sia una idea sostanzialmente corretta.
Non intendo dire che chiamare dita i segmenti terminali tanto delle mani quanto dei piedi – invece di usare due termini diversi, come finger e toe – comporti il fatto che un madrelingua italiano non veda alcuna differenza tra il dito di una mano e quello di un piede: questa è una di quelle esagerazioni di cui dicevo prima, ridicola perché riguarda un caso a noi vicino e familiare, ma basta rendere l’esempio un po’ più esotico e il ridicolo scompare, come nel caso dei cento e più nomi utilizzati dagli inuit per la neve. 1
Affermare che il linguaggio influenza la nostra percezione della realtà significa semplicemente riconoscere che le parole non sono semplicemente una descrizione della realtà, ma svolgono molte altre funzioni. Con il linguaggio creiamo discorsi e ragionamenti con cui possiamo persuadere, ingannare, raccontare storie, formulare preghiere, impartire ordini eccetera. E qui la scelta delle parole può essere molto importante e cambiare completamente la situazione. Se ad esempio all’inizio avessi formulato la tesi con le parole “il linguaggio influenza le relazioni che abbiamo con ciò che ci circonda” invece che con “il linguaggio influenza la percezione della realtà” avrei forse sollevato meno perplessità, ma probabilmente sarei stato meno efficace nell’esporre il concetto.
La parole contano. Usare una parola invece di un’altra, considerare due vocaboli come perfetti sinonimi o al contrario introdurre differenti significati per le due espressioni, specificare o meno i limiti concettuali di un termine: sono tutte operazioni che possono limitare i discorsi e i ragionamenti, fino forse a rendere impossibile la formulazione di determinati ragionamenti.
Un piccolo esempio: la guerra.
Una guerra, propriamente, è un conflitto armato tra più stati o comunque fazioni organizzate. Una guerra evoca un invasore, un nemico da sconfiggere a ogni costo, evoca una situazione di emergenza e di eccezionalità, evoca il ricorso alla forza, chiaramente giustificata, e a eroici combattenti.
Proviamo ad aprire la homepage di Google e scrivere “war on”, “guerra a” e vedere come il motore di ricerca suggerisce di completare il testo.
Guerra alla droga, guerra alle donne, guerra al terrore, guerra alla povertà… Solo al quinto posto salta fuori una nazione, l’Iran.
Certamente i suggerimenti di Google non sono stati pensati come strumento per le ricerche sociologiche; penso tuttavia si possa tranquillamente affermare che il termine guerra viene in molti casi utilizzato non per designare i conflitti armati tra gruppi grosso modo omogenei, ma per indicare delle politiche, perlopiù governative, volte a contrastare determinati fenomeni. Le guerre metaforiche sono numerose, forse superano, nei discorsi, quelle non metaforiche.
Fenomeni che assumono, se utilizziamo questo termine, le sembianze di un invasore, di un elemento estraneo che va contrastato con ogni mezzo e a ogni costo, mentre chi lotta contro questo fenomeno assume le sembianze di un eroico soldato. 2
Utilizzare e accettare questo linguaggio agevola alcuni ragionamenti e ne ostacola altri. Se il consumo di droghe viene visto come il nemico invasore, chi propone politiche di depenalizzazione – depenalizzazione, non antiproibizionismo! – non può che essere visto come un collaborazionista.
Una retorica per fortuna non sempre molto convincente, ma comunque non trascurabile.
Le metafore – e in generale le scelte linguistiche – creano vincoli, suggerendo alcuni percorsi di pensiero e ostacolandone altri. Concepire il corpo come una macchina, il DNA come un libro o come un progetto, 3 lo stato come un padre o una madre: metafore e similitudini che possono fuorviare.
È ora di dichiarare guerra alle metafore.
- Sembra che l’origine di questa leggende metropolitana stia nel fatto che la lingua degli inuit accorpi in una parola sola espressioni che in italiano e in altre lingue sono rese con più parole.[↩]
- Fa parziale eccezione la guerra alle donne, che richiama altri aspetti, meno gradevoli ed eroici, dei conflitti armati.[↩]
- Sono due dei suggerimenti di Google per “DNA is like”.[↩]
22 commenti su “Guerra alle metafore”
Il finale è superbo – se mi permetti il termine…
@davide: permetto e ringrazio.
Tra l’altro: che cavolo è la guerra all’insulina?
Più che far guerra, regolamentiamo. Sarebbe un peccato sopprimere le metafore. Prevediamo che si possa fruirne (dire o ascoltare metafore) solo con adeguato patentino, in modo tale che sia apprezzata l’espressività del testo, o siano colte le pure analogie in esse contenute, senza partenze per la tangente: se il DNA è un libro, allora Qualcuno l’avrà scritto.
@Marcoz: un avviso tipo quelli che nelle librerie mettono la Bibbia nel settore fantasy? È una idea.
Una patente, una segnaletica. Ottimo. Fila che è un piacere. Come una palla da bowling sulla pista, oserei dire.
@marcoz: Come una palla da bowling? E chi sono i birilli?
Niente birilli. È solo una metafora.
(non ci casco, non parto per la tangente, io)
Marcoz ma la tangente a cosa?
In realtà io non trovo limitanti le metafore, quanto semmai si dovrebbe cercare di aumentare la capacità di astrazione individuale e collettiva.
Alessandro, un cosa è la capacità di astrazione, un’altra è cadere in trappole semantiche, come quelle che le metafore tendono spesso. Pure dire che “la metafora tende una trappola” è una potenziale trappola semantica, perché ci suggerisce qualcosa di esterno che tenta di fregarci, mentre siamo noi, per una certa predisposizione innata, che casomai ci possiamo autoingannare.
(il significato di “partire per la tangente”? mi si perdoni la pubblicità poco occulta, ma ci sarebbe un esempio, che risale a sette giorni fa, sul mio blog)
Guerra alle metafore o alla terminologia impropria, come ad esempio l’uso indifferenziato d’impresa (l’attività dell’imprenditore), di azienda (l’insieme dei beni organzzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa) e di ditta (il nome con cui l’imprenditore esercita l’impresa)? O, ancora, sempre nel linguaggio comune, tra sentenza, ordinanza e decreto? E così in mille altre casistiche, relative a materie diverse, in cui il non specialista irrita lo specialista adoperando a casaccio termini dotati d’una propria autonoma precisa e univoca valenza, com’è malvezzo, ad esempio, dei giornalisti generalisti, abusatori spesso inconsapevoli di metafore, similitudini, metonimie, sineddochi, antonomasie e metasememi vari.
Osserverei però che le parole che usiamo oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, sono il risultato di un’evoluzione in cui la metafora ha giocato un ruolo spesso preponderante, e quando non l’ha giocato esattamente la metafora l’hanno giocato meccanismi mentali molto simili. Di modo che in realtà pochissime sono le parole che hanno mantenuto, dall’origine remota di una lingua sino ad oggi, identica espressione e significato.
Si tratta per lo più delle parole cosidedette onomatopeiche (ma neanche tutte), comuni spesso a più lingue, anche molto estranee fra loro (ieri, in un negozio, ho sentito una ragazza cinese rivolgersi in cinese alla madre, iniziando col vocativo “mamà”).
Ora, è vero che questo genere di voci fanno parte delle lessico più comune di un popolo. Ma è anche vero che, volendo davvero bandire le metafore dalla nostra lingua, rimarrebbero solo quelle. E con quelle (permanendo il bando) si andrebbe davvero poco lontano, perché all’evoluzione generale contribuisce e si conforma immancabilmente una qualche evoluzione della lingua. La mia idea è insomma che l’eventuale bando a ogni termine lessicale che a ragione può essere considerato il risultato, nel tempo, di almeno una storpiatura metaforica durerebbe, come s’usa dire, da Natale a S. Stefano, giorno in cui ci ritroveremmo tar i piedi già almeno qualche dozzina di termini di origine metaforica.
‘When I use a word,’ Humpty Dumpty said, in rather a scornful tone, ‘it means just what I choose it to mean — neither more nor less.’
‘The question is,’ said Alice, ‘whether you can make words mean so many different things.’
‘The question is,’ said Humpty Dumpty, ‘which is to be master — that’s all.’
Allora io rilancio, Ugolino, con un’altra citazione:
“Tutto quello che ho fatto, realmente, è stato sostituire una famiglia di immagini e metafore con un’altra (…). È solo una guerra di metafore, potresti dire – ma le metafore non sono «solo» metafore; le metafore sono gli strumenti del pensiero.” (D.C.Dennett – Coscienza, che cosa è)
Io aggiungo che, come tutti gli strumenti, le metafore possono essere usate bene o male. Si tratta solo di stabilire, appunto, chi decide quale sia il modo giusto.
Che facciamo, si va per alzata di mano?
@marcoz, ritorna qui a mio parere la questione irrisolta se la comunicazione (letteratura, cinematografia, teatro, marketing) registri i cambiamenti e le istanze della società o li induca.
Di sicuro, come dice Ivo, una metafora riuscita influenza la percezione della realtà, ma forse questo dipende dal fatto che questa è solo il catalizzatore di elementi già vivi e in tensione nella realtà.
Molte metafore, quelle prive di aderenza, cadono nel vuoto, spesso non riconosciute.
Il problema, come dice Humpty Dumpty, è chi comanda. Di certo chi vuole comandare deve essere in grado di maneggiare con padronanza le metafore, ma ancora prima deve essere in grado di scegliere quelle capaci di far presa.
Difficile dire, Ugolino, chi induce e chi registra. Probabilmente il fenomeno è reciproco. Infatti, il marketing, dovrebbe proporre in teoria idee “originali” dopo aver analizzato i bisogni.
Pure una proposta di “rottura”, quindi superficialmente considerata controcorrente, potrebbe essere soltanto la soddisfazione di un bisogno di trasgressione già presente.
“una metafora riuscita influenza la percezione della realtà, ma forse questo dipende dal fatto che questa è solo il catalizzatore di elementi già vivi e in tensione nella realtà”
Tutto ciò, per me, è un bias di conferma.
@lector: sollevi una questione interessante. E involontariamente cogli nel segno: un paio di settimane fa ho cambiato, se ricordo bene, un “azienda” in “ditta” nei titoli di un articolo per evitare una fastidiosa ripetizione… Avrei dovuto lasciarla? Non credo: in quel contesto – si stava tracciando il ritratto di una impresa attiva in non so più che settore da non so più da quanti anni – i termini erano perfettamente sinonimi. Diverso il caso di un contesto giuridico-economico, nel quale le differenze tratteggiate hanno una fondamentale importanza. Chiuderei qui il discorso, evitando accuratamente la domanda del posto occupato dagli articoli di giornale quando devono rendere conto di questioni giuridico-economiche…
Le cautele devono essere commisurate al contesto. Per usare una metafora (che poi sarebbe una similitudine), come nel traffico cittadino presto attenzione diversa rispetto alle solitarie strade di campagna, la notte rispetto al giorno eccetera così con il linguaggio.
@Top Ganz: Infatti non si tratta di bandire, ma di sorvegliare e di capire bene quali sono i limiti delle metafore e in generale del linguaggio.
@ugolino: Il padrone è chi parla. Se trova delle persone disposte ad ascoltarlo.
Quindi, alla fine, il padrone sono le parole. Ma poi, in realtà, il padrone è solo una metafora…
@Ivo, le parole sono padrone se viaggiano su canali paritari, come Internet ed in qualche misura la stampa; io, che non ti conosco e non ho nessuna motivazione personale per leggerti, leggo le tue parole “padrone”.
Ma se passano attraverso certe finestre, quella che domina il colonnato del Bernini, per esempio, o quella che si affaccia all’ora di cena sulla maggior parte delle case, il TG1, per esempio, non sono parole-padrone, ma parole-serve di un padrone, talvolta palese, talvolta celato.
“La Signora ci stampa il giornale, e ce lo fa comperare” (L. Dalla)
@ugolino: Non è detto che quello lì che parla dal colonnato del Bernini abbia degli ascoltatori disposti a seguirlo. Un esempio migliore è lo Stato, che può introdurre distinzioni linguistiche anche barocche e pretendere che vengano seguite da tutti. Non a caso la citazione di Alice è molto apprezzata dai filosofi del diritto.
Ma anche qui, l’interpretazione di un testo giuridico fa riferimento al “significato proprio delle parole” (Preleggi).
Alla fine, “which is to be master” è una domanda interessante (ma/perché) mal posta.
Due cose. Mi rendo conto di aver valorizzato solo una parte del tuo post, quella legata al potere, pur trovando invece molto interessante e degna di approfondimenti anche la prima parte, più linguistica. Filologia ed etimologia offrono ampi spazi per questi approfondimenti, solo apparentemente accademici e leziosi, proprio perché “le parole contano”, come hai detto tu.
La seconda, riprendendo il filo dei commenti, è che il “significato proprio delle parole”, con buona pace del legislatore, è una chimera, un miraggio, una cosa che semplicemente non esiste, e ti porto un esempio concreto, proveniente proprio dalla fonte della massima espressione giuridica. Ricorderai la celebre sentenza della Corte Costituzionale sul martimonio omosessuale che tu stesso commentasti (http://www.lestinto.it/articoli/corte-costituzionale-e-matrimonio-omosessuale-un-commento/); come allora resto convinto che l’affermazione di fondo di quella sentenza “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio” sia un eccellente esempio del fatto che il significato delle parole, dato che in nessun punto la Carta afferma niente del genere, lo decide il padrone.
Articolo molto interessante.
Sul fatto che “il linguaggio influenza la nostra percezione della realtà”: a me che faccio l’insegnante questo è del tutto evidente. Quante volte gli studenti non apprendono un concetto perché semplicemente non hanno le parole per dirlo! Per fare un esempio, sono convinto che molte difficoltà dello studio della fisica nascano (anche) dalla confusione con cui nel linguaggio informale si sovrappongono i significati di forza, energia, potenza e velocità. In questo uno studente anglofono, che usa “strength” nella vita di tutti i giorni e trova “force” sui libri di fisica, è senz’altro avvantaggiato. Per fare un altro esempio, a me caro: mio bisnonno morì in piena Era Spaziale, poco prima dello Sbarco sulla Luna. Non riuscirono mai a convincerlo di quello che stava succedendo, perché parlava dialetto, e nel nostro dialetto non si può dire “sulla Luna”, ma si dice invece “nella Luna”. La sua obiezione era insuperabile: come fanno ad entrare nella Luna? Chi ha messo la porta?
Sulle metafore, invece, non sono d’accordo con te: mi sembra che qualsiasi concetto minimamente complesso possa essere affrontato solo attraverso delle metafore. Certo, le metafore non sono neutre, e vanno usate con attenzione. Potrei dire che tutto il lavoro che faccio a scuola sull’evoluzione sia il tentativo di abolire la metafora della scala e sostituirla con la metafora dell’albero. Potrei dire che uno studente può imparare a risolvere equazioni come un gioco di regole formali, ma ha capito veramente quando condivide la metafora della bilancia.
@ugolino: Sulla famosa sentenza sul matrimonio omosessuale, ho avuto il piacere di leggere un testo di Pierluigi Chiassoni che apparirà, o è apparso, in Scritti in onore di Franco Modugno, nel quale si mettono in evidenza diverse debolezze argomentative della sentenza.
@Galliolus: Dovrò tornare sopra le metafore, prima o poi. Sperando che sopportino il mio peso 😉
Le metafore sono solo strumenti linguistici.Possiamo sceglierle secondo la capacità della nostra fantasia.Non sono nè buone nè cattive. Riescono però a far del bene o del male secondo l’intenzione e l’ingegno di chi le usa.