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BERNA - Per un prodotto "Swiss made", i clienti tendono a spendere di più. Che si tratti di cioccolata, cosmetici o formaggio. E pure orologi, uno dei fiori all'occhiello della produzione rossocrociata.
Tuttavia, ciò di cui il settore vorrebbe non si parlasse apertamente è il fatto che non tutte le componenti di un orologio "Swiss made" provengono necessariamente dalla Svizzera.
È il caso, per esempio, del Gruppo Swatch. Stando a 20 Minuten, infatti, i quadranti di alcuni orologi sono attualmente prodotti a Bangkok. «Il marchio "Swiss made" sul quadrante non è più svizzero. Ed è molto triste», spiega un dipendente dell'azienda.
Interpellato, il gruppo leader nell'orologeria spiega: «Alcuni marchi del segmento medio si servono di fornitori esterni, ma in misura molto limitata». Uno di questi fornitori è in Thailandia e si occupa di un marchio specifico. Di quale si tratti Swatch non lo rivela. L'azienda sottolinea solo che produce una «parte marginale dei quadranti».
L'impero Swatch, ricordiamo, comprende oltre 15 marchi di orologi e gioielli. Il segmento a prezzo medio include Tissot, Hamilton e Certina. Il gruppo possiede tre fabbriche di quadranti in Svizzera: a La Chaux-de-Fonds, Grenchen e a Les Geneveys-sur-Coffrane.
Negli ultimi anni l'azienda ha aumentato enormemente la sua capacità produttiva. «Il nostro obiettivo è di espandere ulteriormente le nostre capacità in modo da poter produrre tutti i quadranti internamente in Svizzera», afferma un portavoce.
Non è però poco corretto riportare la scritta "Swiss made" se questa non è svizzera? Naturalmente il logo si riferisce all'intero orologio, spiega il gruppo Swatch, che assicura di muoversi all'interno dei parametri dello "Swissness". Per essere "Swiss made" il costo del prodotto deve essere sostenuto almeno per il 60 percento in Svizzera.
Secondo Stefan Vogler, esperto di "Swissness", è prassi comune adottare misure simili nei prodotti "fabbricati in Svizzera" dei vari settori. Per il settore dell'orologeria, vede pochi problemi: «La maggior parte dei clienti non è a conoscenza di queste strategie». Secondo Vogler ciò non crea un danno d'immagine: «È importante che sia rispettata la regola del 60 percento e che questa sia monitorata dalle autorità».