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Per poter comprendere il decorso della crisi finanziaria occorre innanzitutto avere ben chiara una parola fondamentale: «subprime». Non a caso la crisi finanziaria viene denominata anche crisi dei subprime. Per crediti subprime si intendono quei crediti che negli USA venivano concessi a debitori con scarsa solvibilità, ovvero a persone per cui si sarebbe dovuta supporre una certa difficoltà nel rimborsare i crediti. Nel caso della crisi finanziaria si è trattato di prestiti ipotecari, quindi crediti per l’acquisto di abitazioni. In che modo questi crediti hanno scatenato una crisi mondiale? Di seguito una breve spiegazione.
Crisi finanziaria 2008: retrospettiva e insegnamenti
Ha segnato e cambiato il mondo finanziario degli ultimi dieci anni come nessun altro evento è riuscito a fare: la crisi finanziaria, iniziata nel 2007, trovò il suo culmine nel fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008. Quello che inizialmente sembrava essere un avvenimento circoscritto a una determinata area si trasformò in una crisi economica mondiale che ha visto coinvolte anche grandi banche svizzere. Volgiamo uno sguardo al passato per ricostruire gli eventi, i retroscena, gli sviluppi e gli insegnamenti legati alla crisi.
Per poter comprendere il decorso della crisi finanziaria occorre innanzitutto avere ben chiara una parola fondamentale: «subprime». Non a caso la crisi finanziaria viene denominata anche crisi dei subprime. Per crediti subprime si intendono quei crediti che negli USA venivano concessi a debitori con scarsa solvibilità, ovvero a persone per cui si sarebbe dovuta supporre una certa difficoltà nel rimborsare i crediti. Nel caso della crisi finanziaria si è trattato di prestiti ipotecari, quindi crediti per l’acquisto di abitazioni. In che modo questi crediti hanno scatenato una crisi mondiale? Di seguito una breve spiegazione.
L’origine: bassi tassi d’interesse alla base del boom del settore edilizio
Negli anni ’90 gli USA hanno vissuto un boom del settore edilizio, soprattutto dell’edilizia abitativa. Questo boom fu generato soprattutto dalla FED, la banca centrale statunitense, che decise di tenere bassi i tassi d’interesse per stimolare l’economia. I bassi interessi ipotecari permisero a sempre più cittadini statunitensi di concedersi un credito per l’acquisto di un’abitazione propria. In questo modo crebbe non solo la domanda di immobili, ma anche il loro prezzo. Le banche raggrupparono queste ipoteche in pacchetti, noti come Collateralized Debt Obligations (CDO). Tali pacchetti erano negoziabili e le ipoteche in essi contenute potevano essere rivendute. Questi pacchetti venivano, inoltre, sottoposti a valutazioni di qualità da parte delle agenzie di rating. In genere le CDO ottenevano un giudizio AAA, vale a dire la valutazione migliore (per maggiori informazioni sui rating consultare il contributo «Che cosa sono i rating?».
Il problema: sottovalutato il rischio d’inadempimento per i rimborsi
Grazie al loro rendimento interessante, le CDO vennero vendute a diversi investitori (come hedge fund o altri istituti finanziari). La domanda di CDO crebbe in modo costante, portando gradualmente alla loro diffusione in tutto il sistema finanziario. Per soddisfare la domanda elevata, le banche e gli intermediari concessero sempre più ipoteche a persone con cattiva solvibilità, vale a dire sempre più ipoteche subprime. Di conseguenza, la qualità dei pacchetti ipotecari diminuiva sempre più, mentre il rischio d’inadempimento, ossia il pericolo che i debitori non fossero più in grado di pagare i propri interessi ipotecari, aumentava. All’epoca, però, questo non rappresentava un problema per le banche, poiché in caso di insolvibilità dei debitori sarebbe comunque stato possibile rivendere le case poste a garanzia da questi ultimi. Fino a quel momento, quindi, i prezzi degli immobili avevano subito un aumento costante. Per questo motivo le CDO continuavano a ottenere il rating migliore e a essere vendute come possibilità d’investimento sicura, sebbene a quel punto contenessero già molte ipoteche subprime.
Il crash: sempre più casi di insolvenza negli USA
Intorno al 2005 sempre più proprietari di case dovettero vendere il proprio immobile perché, a causa della cattiva situazione economica in cui vertevano gli USA, non potevano più permettersi di pagare gli interessi ipotecari. Il problema interessava soprattutto i proprietari di abitazioni con cattiva solvibilità. Le banche pretendevano garanzie o il rimborso dell’ipoteca. In questo modo il mercato immobiliare diventò saturo. L’offerta era più elevata della domanda, motivo per cui i prezzi degli immobili subirono un netto calo. Gli istituti finanziari e gli investitori in possesso delle CDO e degli immobili a garanzia di tali CDO iniziarono a notare che i loro titoli e i loro immobili perdevano sempre più valore. Per questo motivo erano intenzionati a disfarsi il prima possibile delle proprie CDO. Poiché però le CDO si erano già diffuse in tutto il sistema bancario, gli istituti finanziari non riuscirono a venderle e finirono per possedere miliardi di ipoteche «tossiche». Questo rappresentò la fine degli affari con le ipoteche subprime e l’inizio di una crisi finanziaria mondiale.
Le conseguenze dirette: la crisi approda in Europa
Anche le banche europee possedevano in alcuni casi grandi quantità di CDO nei propri portafogli e temevano perdite. Nessuno era più in grado di definire il valore reale dei titoli, poiché non si riusciva più a capire quali ipoteche fossero contenute in una singola CDO. Anche il commercio interbancario, ossia il commercio mondiale delle banche, non venne risparmiato dalle turbolenze. Le banche non si fidavano più l’una dell’altra e non volevano più prestarsi denaro, nonostante ne avessero bisogno. Di conseguenza, la Banca centrale europea (BCE) iniettò nel sistema bancario europeo 95 miliardi di euro, mentre la FED (la banca centrale USA) mise a disposizione del sistema statunitense 40 miliardi di euro. Sempre più banche, soprattutto statunitensi ma anche svizzere, minacciavano di crollare a causa delle proprie giacenze di CDO: nel settembre 2007 il Credit Suisse fu la prima banca svizzera a tagliare 150 posti di lavoro nel settore ipotecario. A ottobre l’UBS annunciò potenziali ammortamenti dell’ordine di miliardi e una perdita del gruppo stimata fino a 800 milioni di franchi.
Il fallimento di Lehman del 2018 o il vero inizio della crisi
Anche gli istituti finanziari statunitensi dovettero far fronte alla crisi: a marzo 2008 la banca d’investimento statunitense Bear Stearns venne acquisita dalla concorrente JP Morgan Chase e il governo USA salvò le due banche ipotecarie parastatali statunitensi Freddie Mac e Fannie Mae. Per la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers, tuttavia, non fu previsto alcun salvataggio: il 15 settembre 2018 la banca presentò un’istanza di fallimento, dopo essere stata costretta ad effettuare ammortamenti per diversi miliardi. Ogni speranza che il governo salvasse anche Lehman Brothers venne abbandonata. Quasi 25’000 collaboratori vennero licenziati. Se finora la crisi subprime aveva interessato soltanto gli attori del settore economico, ora anche l’opinione pubblica mondiale era a conoscenza degli effetti della crisi sull’economia internazionale. Il fallimento di Lehman Brothers provocò enormi turbolenze sulle borse di tutto il mondo.
Gli stati creavano pacchetti di salvataggio per salvare sé stessi e le banche dalla crisi.
Mentre il governo statunitense salvava dal fallimento AIG, il gruppo assicurativo più grande del mondo, e la cassa di risparmio statunitense Washington Mutual veniva acquistata dalla concorrente JP Morgan Chase, anche in Europa i governi furono costretti a intervenire: in Irlanda il governo annunciò una garanzia di 400 miliardi di euro per le banche principali, anch’esse in difficoltà a causa della crisi dei subprime. In Islanda lo stato assunse addirittura il pieno controllo delle banche. A ottobre 2018, a nemmeno un mese dal fallimento di Lehman Brothers, sette delle principali banche di emissione decisero di ridurre, in un’azione comune, i tassi d’interesse guida. Fra queste anche la BNS, la BCE e la banca d’emissione statunitense FED. Da lì a poco, in Svizzera sarebbe stato varato un pacchetto di misure per il salvataggio del sistema finanziario.
Riforme del vertice G20 per la stabilizzazione dei mercati finanziari
A novembre 2008 negli USA si tenne un vertice dei rappresentanti dei paesi del G20 (più Spagna e Paesi Bassi). In quell’occasione venne varato un pacchetto di misure volto a riformare e stabilizzare i mercati finanziari internazionali. Sebbene più avanti altri istituti finanziari si trovarono in difficoltà e la Banca centrale europea nel 2011 dovette addirittura sostenere attivamente paesi come Francia, Grecia e Italia acquistandone i relativi titoli di stato, tra la fine del 2011 e la primavera 2012 si ristabilì una certa calma. Nel primo semestre 2012 si verificarono di nuovo turbolenze, per cui si rivelò necessaria una garanzia ufficiale da parte della BCE: quest’ultima promise che avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro. Solo in questo modo i mercati riuscirono nuovamente a placarsi.
E oggi, cosa è cambiato rispetto agli inizi della crisi nel 2007?
Nel 2012 la crisi finanziaria non si era ancora conclusa. Una lunga serie di misure e riforme si è rivelata necessaria, sia da parte della BCE sia da parte della banca centrale statunitense, per rimettere in sesto i sistemi bancari. Oggi, a dieci anni dal fallimento di Lehman Brothers, l’economia negli USA e in Europa si è ripresa e numerosi regolamenti e leggi sono stati varati per scongiurare il pericolo che si ricrei una situazione simile a quella del 2007. In particolare, sono state aumentate le quote di capitale proprio richieste dalle banche e la vigilanza sul sistema finanziario è stata rafforzata. Tuttavia, è molto accesa la discussione circa l’effettiva efficacia di queste misure nel proteggere l’economia mondiale da una nuova crisi. Negli USA il rischio di una crisi a causa di crediti gonfiati sembra ripresentarsi. Il volume dei crediti negli ultimi anni, infatti, è di nuovo notevolmente aumentato. Il motivo risiede ad esempio nella concessione di «student loans», ovvero dei molto diffusi crediti di studio che gran parte degli studenti statunitensi deve richiedere per finanziare il proprio percorso universitario. Anche l’indebitamento sempre maggiore degli stati, soprattutto quelli europei, legato ai tassi d’interesse dei mercati dei capitali europei in rapido e netto aumento potrebbero rappresentare un indizio di una crisi futura.
La lezione appresa: come investire il proprio denaro in modo sicuro
Che cosa rappresenta la crisi finanziaria del 2008 per gli investitori di oggi? Per molti investitori è diventato fondamentale investire il denaro in modo sicuro. Anche se un fallimento bancario in Svizzera non sembra prevedibile in un futuro prossimo, esistono comunque dei fattori da tenere in considerazione per investire il proprio patrimonio in modo particolarmente sicuro. Ad esempio, potete investire il vostro patrimonio in fondi. I fondi d’investimento, infatti, non andrebbero a confluire nella massa del fallimento di una banca. Per maggiori informazioni sulla protezione dei fondi potete consultare il contributo «La protezione del fondo d’investimento in casi estremi». Inoltre, nel caso dei fondi il rischio non viene distribuito su singole aziende o settori, ma su un’ampia serie di titoli diversi. Con versamenti regolari, il piano di risparmio in fondi permette di tutelarsi dal rischio di entrare nel mercato al momento sbagliato. Per maggiori informazioni sul piano di risparmio in fondi potete consultare l’articolo «Che cos’è esattamente un piano di risparmio in fondi?». E come sempre vale la regola: non investite in prodotti che non comprendete.
Se desiderate capire a fondo come investire il vostro denaro in modo sicuro, l’articolo «Investire denaro in tempi incerti» vi fornisce maggiori informazioni in merito.