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Il modello svizzero ha bisogno di una revisione completa? Sì, afferma Peter Grünenfelder, Direttore di Avenir Suisse.
Nei sermoni domenicali si menzionano spesso le conquiste del passato e la prosperità odierna della Svizzera. Tuttavia la Svizzera moderna è giovane; essa esiste solo dal 1848. A quel tempo la prosperità del Paese era decisamente più modesta. Solo nel corso del 20esimo secolo la Svizzera ha raggiunto ricchezza e benessere. Pietre miliari di quest’evoluzione sono state la forza innovativa imprenditoriale, la forte internazionalizzazione e le condizioni quadro favorevoli. Questi pilastri reggono ancora oggi: secondo il WEF, il nostro Paese è il più competitivo al mondo. Tuttavia il cielo si sta oscurando: all’orizzonte si profila lentamente un cambiamento economico d’atmosfera, che mette in discussione il modello di successo svizzero.
La crescita qualitativa misurata dalla produttività del lavoro si situa sotto la media. Fino al 1970 la Svizzera era ancora il terzo paese più produttivo al mondo, dopo il Lussemburgo e gli Stati Uniti. Nel 2014 si trovava in decima posizione. Il divario crescente tra il settore delle esportazioni molto produttivo e il settore domestico parzialmente protetto genera un’economia a due velocità.
Se fino alla metà degli anni ’70 la Svizzera mostrava una quota d’investimento nettamente superiore al 30%, nel frattempo essa raggiunge a malapena il 20%. Anche se i progressi nella produttività dovessero essere realizzati, bisogna assolutamente migliorare la situazione.
Burocrazia: un fattore di costo non trascurabile
Ciò vuol dire dapprima risolvere i problemi «fatti in casa» come gli ingenti oneri amministrativi che incrementano i costi e limitano la libertà d’azione imprenditoriale. Secondo la SECO, oltre il 70% delle PMI e l’88 percento delle grandi imprese considerano l’onere amministrativo nel nostro Paese come elevato. Nell’indice «Ease of Doing Business» della Banca mondiale, la Svizzera in poco tempo è passata dalla 11esima (2005) alla 26esima posizione (2016).
Inoltre, gli attacchi permanenti sul mercato del lavoro (ancora) relativamente liberale mirano a un’ulteriore espansione delle misure di accompagnamento o l’introduzione di salari minimi e massimi fissati dalla legge.
La necessità di intervenire si fa fortemente sentire anche per quanto riguarda una più forte integrazione nell’economia mondiale. In seno al dibattito pubblico si tende a favorire idee di chiusura e isolamento piuttosto che proposte di esplorazione di nuovi mercati e intensificazione delle relazioni commerciali esistenti. La Svizzera è ancora una delle economie più aperte del mondo, e l’Europa rimane di gran lunga il partner commerciale più importante. Nel 2015, il 54 percento di tutte le esportazioni è fluito all’UE, e il 72 percento delle importazioni derivavano da essa. Secondo alcuni studi, se dovessero cadere gli Accordi bilaterali I, il PIL perderebbe un totale di 460 miliardi di franchi cumulati sull’arco dei prossimi vent’anni, e sarebbe accompagnato da perdite significative per quanto riguarda la crescita dei salari.
Il parziale declino della qualità delle condizioni quadro elvetiche si riflette anche nel cambiamento demografico. Dall’introduzione dell’AVS nel 1948, la speranza di vita dopo l’età di pensionamento è raddoppiata. Sul mercato del lavoro, l’età pensionabile fissata dalla legge è obsoleta. Se il trend di crescita persiste, le spese per il sociale presto costituiranno la maggior parte del budget, a scapito di settori importanti, come l’istruzione o le infrastrutture. Nonostante questa situazione allarmante, la riforma dell’AVS 2020 prescinde da un riorientamento completo della politica della vecchiaia.
La nostra democrazia semidiretta, da lungo tempo garante della stabilità politica e della volontà di compromessi, crea sempre più incertezza, tanto sul piano giuridico quanto su quello degli investimenti. Il numero delle votazioni a seguito di iniziative e referendum è quintuplicato rispetto alla metà dello scorso secolo.
In considerazione di questi problemi «fatti in casa» è necessaria un’agenda di riforme orientata alla concorrenza e all’apertura. La fase del confort, del mantenimento delle strutture attuali e dell’isolamento degli ultimi anni deve cedere il posto a un’era di scomodità e di estese riforme strutturali.
Oltre a prevenire nuove regolamentazioni, per esempio attraverso l’introduzione di un freno regolamentare, bisogna fornire una prova di azione che attesti l’intenzione di procedere seriamente con un pacchetto di riforme mirato a ridurre la burocrazia.
Orientamento ai fatti vs ideologia
D’altra parte, nelle discussioni di politica economica estera serve meno ideologia e più orientamento ai fatti. Sette dei dieci più importanti partner commerciali della Svizzera sono membri dell’unione Europea. Se gli USA concludono l’accordo transatlantico di libero scambio TTIP con l’UE, ciò avrà un enorme impatto per le nostre imprese e per i nostri posti di lavoro. Perciò è quindi richiesto maggiore impegno per una Svizzera aperta politicamente (ed economicamente) con un’ulteriore riduzione del numero delle barriere doganali e degli ostacoli tecnici così come maggiore impegno per la libera circolazione delle persone.
Infine, anche le riforme strutturali sono da affrontare in modo più deciso. Considerando che 18 dei 34 stati dell’OCSE hanno già aumentato l’età di pensionamento, e che la Svizzera globalmente presenta una delle più alte speranze di vita al mondo, è giunto il momento di abolire l’età legale fissa di pensionamento, e allo stesso tempo di introdurre il freno all’indebitamento anche per quanto riguarda la previdenza per la vecchiaia. Inoltre bisognerebbe far fronte ai deficit nel settore della perequazione finanziaria. Per i cantoni finanziariamente più deboli non vi sono sufficienti incentivi a migliorare le proprie finanze. Allo stesso tempo sorgono sempre più compiti congiunti tra Confederazione e cantoni, le cui rispettive responsabilità non sono definite chiaramente. Urgono quindi riforme della perequazione finanziaria e una nuova divisione dei compiti tra Confederazione e cantoni. Il sovrano dovrebbe esprimersi su queste proposte. Nel contesto della rivoluzione tecnologica in corso, l’eDemocracy dovrebbe essere sviluppata – e allo stesso tempo bisognerebbe considerare l’introduzione di una componente dinamica che combini il numero di firme richiesto per iniziative e referendum alla crescita della popolazione.
I sermoni della domenica menzionati precedentemente lanciano perlopiù uno sguardo fiero al passato. Ma una domanda rimane: chi oggi sermoneggia, nei prossimi decenni potrà ancora guardare fieramente quest’agenda di riforme completa?
Questo testo è stato pubblicato nella NZZ-Verlagsbeilage dell'8 giugno 2016 in merito allo Swiss Economic Forum di quest'anno.