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L'Ufficio federale di giustizia ha annunciato oggi che i contributi sono già stati in gran parte pagati e che entro la fine del 2019 li avrà evasi tutti
BERNA - Sono circa 6'000 le domande per un contributo di solidarietà di vittime delle misure coercitive a scopo assistenziale e di collocamenti extrafamiliari, in vigore in Svizzera fino al 1981, trattate finora dall'Ufficio federale di giustizia (UFG).
Quest'ultimo ha annunciato oggi che i contributi sono già stati in gran parte pagati e che entro la fine del 2019 avrà evaso, come previsto, la totalità delle oltre 9'000 richieste ricevute.
Per poter concludere il trattamento delle domande in modo notevolmente più rapido rispetto al termine previsto dalla legge, il 30 marzo 2021, negli ultimi mesi l'UFG ha messo in atto diverse misure relative al personale, alle finanze e agli aspetti organizzativi che hanno permesso di accelerare i lavori, si legge in una nota odierna. Priorità è stata data alle «richieste prioritarie delle persone gravemente malate o anziane».
Finora, l'UFG ha potuto approvare la maggior parte delle domande e effettuare il pagamento dei contributi da parte dell'Amministrazione federale delle finanze. «Soltanto meno dell'1% delle richieste ha dovuto essere respinto, perché i richiedenti non sono stati in grado di rendere credibile la loro qualità di vittime», precisa il comunicato. Contro le decisioni negative può esser presentata opposizione.
In Svizzera, prima del 1981, decine di migliaia di persone sono state internate sulla base di un provvedimento amministrativo, senza la decisione di un tribunale. Molte donne sono state costrette a sottoporsi a una sterilizzazione o ad abortire, migliaia di bambini sono stati dati in adozione contro la volontà delle loro madri o collocati in istituti e costretti a lavorare senza remunerazione.
Secondo il Governo, il numero complessivo delle vittime è stimato a 12'000-15'000. Stando alla ricerca realizzata da una commissione di esperti indipendenti, le vittime sarebbero invece molte di più, circa 60'000. Molte di queste persone avrebbero infatti rinunciato a chiedere i contributi di solidarietà perché hanno imparato a stare alla larga dalle autorità, si vergognano del proprio status di vittime o non intendono effettuare il necessario lavoro di memoria e vogliono essere lasciate in pace.
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