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Più che balordo, come l'hanno tradotto nel titolo italiano l'amore del protagonista andrebbe definito di una follia scatenata. Con una precisa derivazione dal termine "bracco" - la razza canina - cui si riferisce il termine francese.
In quanto alla follia, essa e ancora più ovvia: poiché l'ultimo film dell'autore di L'IMPORTANCE C'EST D'AIMER s'ispira - vagamente ma sufficientemente per essere sottolineato in epigrafe - all'Idiota di Dostojevski. Un esule ungherese, recentemente dimesso da un ospedale psichiatrico, incontra in treno il capo di un gruppo di delinquenti che ha appena assalito una banca mascherandosi da personaggi di Walt Disney. S'innamora - follemente, appunto - della donna del gangster: ed i tre daranno l'avvio ad un ménage senza possibilità di riuscita. Sul piano dei contenuti, della storia come si diceva una volta, è tutto quanto si riesce a capire di L'AMOUR BRAQUE: che anche il celebre itinerario dostojevskiano che dalla pietà dovrebbe condurre alla santità si perde immediatamente nel frenetico carosello imposto al racconto, ed ai personaggi, dal regista polacco. Una volta stabilito il trio centrale che da sempre predilige, Zulawski lascia libero sfogo (e ancora si tratta di un eufemismo) alla propria improvvisazione: il ritmo del film e immediatamente frenetico, i comportamenti dei personaggi isterici ed insensati (qualcuno ha citato giustamente certe prestazioni della "body art" nella quale gli artisti assumono pose stravaganti, spezzano bicchieri coi denti o si sbattono in faccia scodellate di cibo non ben identificato A questo punto la fatica dello spettatore diventa il solo fatto accertato in sala. Ed infatti una parte preferisce andarsene. A questo punto egualmente le opinioni dei critici divergono: per non pochi l'indubbio talento formale di Zulawski volge all'autocompiacimento. Ad un espressionismo manierato, ad una ripetitività di codici usati in passato: la direzione d'attori parossistica, l'uso del grandangolare e del "low-angle", il tema del doppio, la tentazione diabolica, e via dicendo.
Tutto vero. Sennonché da tutto questo bailamme, per chi ha avuto la forza di restare, qualcosa finisce per imprimersi nel ricordo dello spettatore. Qualcosa di più della semplice impressione di uno stile, o della continuità di un discorso, forse discutibile ma comunque marcato dall'impronta dell'autore, in un panorama di qualunquismo cinematografico.
Il ricordo, ad esempio, di momenti d'attori: frammenti forse di psicodrammi nei quali i vari Huster, Karyo, anche Marceau seppure in misura minore delle Kaprisky, per non parlare delle Adjani o Romy Schneider del passato) si direbbero svestire un ulteriore diaframma nei confronti di chi li osserva. Il ricordo di un amalgama d'inquadrature, di ritmi e d'illuminazioni d'impeccabile esecuzione. Il ricordo (forse il più importante, se è vero che cinema significa riuscire ad inserire una costruzione drammatica in uno sfondo, un ambiente adeguato) di un modo di filmare lo spazio - specie quello della città - con una forza angosciosa, che non ricordiamo in nessun altro regista contemporaneo.
Film compiaciuto e regressivo, oppure film volutamente atomizzato in infiniti significati autonomi: l'AMOUR BRAQUE, per irritante che sia invita ad un modo di leggere che è quello che abbiamo appreso per certe espressioni figurative o musicali moderne. Quello di non voler riorganizzare delle forme secondo una logica tradizionale, quello di lasciarsi andare al piacere dell'effetto per poi risalire all'assieme di un unisono, di un'armonia raggiunta a posteriori.
La risposta a tutto ciò potrà venire soltanto dalle opere future di Zulawski: un'attesa che non proviamo per la maggior parte dei suoi colleghi e che, indirettamente, gioca a suo favore.