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L’Unione sindacale svizzera si dice soddisfatta degli aumenti salariali per il 2023, ma insufficienti per ‘recuperare il ritardo’ del rincaro
Di fronte alla crescente precarietà e disuguaglianza, i sindacati non sono soddisfatti degli aumenti salariali ottenuti in molti settori per il 2023. L’Unione sindacale svizzera chiede un salario minimo di 4’500 franchi.
Le prospettive congiunturali sono leggermente migliorate dopo due anni di pandemia di coronavirus, si legge in un comunicato odierno dell’Unione sindacale svizzera in occasione della conferenza annuale nella quale viene presentato il rapporto sull’evoluzione del reddito e della ricchezza.
Secondo il sindacato è importante che il potere d’acquisto segua il ritmo della produzione globale altrimenti la domanda sarà insufficiente.
I sindacati sono soddisfatti di aver ottenuto per il 2023 aumenti salariali sostanziali del 2,5% per i settori convenzionati con un’inflazione del 2,8% nel 2022. Ma li ritengono insufficienti alla luce della "necessità di recuperare il ritardo" e del rincaro.
L’Unione sindacale svizzera chiede aumenti salariali reali, compensazione automatica del rincaro e diverse rivalutazioni mirate.
"Un salario deve permettere di vivere. Non ci devono essere stipendi inferiori a 5’000 franchi per i titolari di un certificato di apprendistato Cfc (Certificato federale di capacità, ndr) e non dovrebbero essere inferiori a 4’500 franchi per tutti gli altri", indica Daniel Lampart, economista capo del sindacato citato nella nota.
L’Unione sindacale svizzera chiede anche una riduzione dei premi della cassa malattia: l’aumento di questi ultimi del 6,6% quest’anno è stato uno shock e risulta insostenibile per molte famiglie. È necessario inoltre un cambiamento negli orari di lavoro: invece di chiedere sempre nuove eccezioni alle disposizioni di legge sul tempo di lavoro e sui periodi riposo, i datori di lavoro dovrebbero impegnarsi a ridurre l’orario, per migliorare la tutela della salute e la vita familiare dei dipendenti, sottolinea il sindacato.
Quasi un lavoratore su tre è abbastanza o molto esaurito, viene sottolineato. L’Unione sindacale svizzera deplora un’evoluzione che considera deleteria: "Fino al 1990, l’orario di lavoro normale era stato ridotto di circa una o due ore alla settimana per decennio, mantenendo il salario". In seguito, i lavoratori "hanno dovuto pagare di tasca propria qualsiasi riduzione dell’orario di lavoro, optando per il tempo parziale e quindi per una retribuzione inferiore", sottolinea il sindacato. Quest’ultimo sostiene anche la necessità di "una rivalutazione dei lavori prevalentemente femminili, che sono sempre meno ben pagati".
Attualmente le persone a basso o medio reddito guadagnano meno in termini reali rispetto al 2016. Al contrario, il 10% di coloro che guadagnano di più "beneficia di aumenti generosi". Secondo l’Unione sindacale svizzera queste disparità devono essere combattute.
Il sindacato sottolinea che "i miglioramenti salariali non portano in genere a un aumento della disoccupazione". Il suo presidente Pierre-Yves Maillard elogia i contratti collettivi di lavoro, che a suo parere contribuiscono alla qualità del lavoro e all’aumento di produttività.
"Senza il lavoro svolto dai sindacati, la sola risposta all’inflazione sarebbe stata il giro di vite delle banche centrali, che alimenta la recessione. Ma i lavoratori si aspettano giustamente un’altra risposta a questa situazione, ovvero il rafforzamento del loro potere d’acquisto", puntualizza.
Il bisogno di maggiore uguaglianza sarà il punto centrale del 175esimo anniversario della Svizzera moderna (nel 2023), ricorda Maillard. "Le politiche fiscali hanno aumentato le disuguaglianze e, in un momento in cui giunge l’inflazione, vi è la minaccia di recessione, non vi è alcun segno di un cambiamento di politica".
L’Unione sindacale svizzera, molto combattiva, ha avvertito i "poteri dominanti" che sarebbe opportuno che tenessero conto delle richieste dei sindacati e ha affermato che l’attuale modello di produzione sta "generando sempre più perdenti".
Maillard ha attaccato senza mezzi termini le banche centrali, accusando la Federal Reserve statunitense e la Banca centrale europea di provocare consapevolmente recessione e disoccupazione. L’esplosione della povertà in Francia e in Germania, in particolare, ne è una conseguenza.
I sindacati annunciano di volersi mobilitare in particolare in occasione dello sciopero delle donne del 14 giugno per sottolineare il loro desiderio che "il lavoro sia pagato al suo giusto valore".