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Dal 1963, la Svizzera ha investito oltre 500 milioni di franchi nella cooperazione allo sviluppo e nell’aiuto umanitario in Ruanda. Vent’anni dopo il genocidio, uno studio e un documentario ritornano sui legami oscuri tra Berna e Kigali.
Lo studio dettagliato di Lukas Zürcher “La Svizzera in Ruanda (1900-1975)” e il documentario di Thomas Isler “Eravamo venuti per aiutare" illustrano, ognuno a modo suo, due progetti faro della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC).
Si tratta della cooperativa dei consumatori e dei produttori di caffè Trafipro, scomparsa durante il genocidio, e della rete di banche popolari ispirata alle casse Raiffeisen. Un progetto, quest’ultimo, che in parte esiste ancora oggi, ma senza alcuna partecipazione elvetica.
Agli occhi dello storico zurighese Lukas Zürcher, «il governo svizzero ha avviato delle relazioni con il Ruanda siccome voleva correggere l’immagine della sua neutralità, mal vista e criticata dopo la Seconda guerra mondiale. La Confederazione desiderava far parte della comunità di aiuto internazionale che stava emergendo attorno al concetto di sviluppo», mettendo in avanti le sue qualità in materia di controllo e gestione.
Il Ruanda è stato considerato «una piattaforma e una vetrina delle competenze elvetiche», prosegue Lukas Zürcher. «Dal 1961, la Svizzera è attiva nella cooperazione bilaterale. A partire dal 1963 fa del Ruanda il suo primo paese prioritario. Nel conflitto interetnico, gli svizzeri stanno ripetutamente dalla parte del regime Hutu fino al 1994».
Aiuto disinteressato
«Abbiamo scelto il Ruanda perché è un paese piccolo. Per questo paese, ciò che facciamo riveste una certa importanza», afferma nel documentario l’ambasciatore August R. Lindt, che nel 1962 era il secondo delegato della Cooperazione tecnica del Dipartimento politico federale (poi diventata DSC). August R. Lindt aveva situato il Ruanda in pole position per l’aiuto allo sviluppo svizzero appena creato.
Quella della Confederazione è stata una cooperazione bilaterale disinteressata? «Assolutamente no», risponde Lukas Zürcher. «S’iscriveva perfettamente nella storia della colonizzazione dell’Africa, delle relazioni diplomatiche e della geopolitica. Nella logica dei blocchi della Guerra fredda, la Svizzera partecipava alla lotta contro il comunismo sul continente africano. Voleva però anche soddisfare il suo bisogno, in quanto ‘piccolo paese’, di essere riconosciuta sulla scena internazionale».
Nel film di Thomas Isler, un reportage dell’epoca vanta le realizzazioni della Trafipro affermando che la Svizzera ha portato in Ruanda una scuola di democrazia e di dibattito sul modello della landsgemeinde. «La Svizzera ha esportato un modello e ricreato una visione del paese natale in un quadro post-coloniale in cui si evangelizzava. Il paradosso risiedeva nell’idea della neutralità della Svizzera, secondo cui non si interferisce negli affari interni. I fatti hanno però mostrato l’opposto», spiega Chantal Elisabeth, cosceneggiatrice del documentario.
Per Chantal Elisabeth, le persone sul terreno e i cooperanti erano «disinteressati e sinceri nel loro impegno e credevano nella missione che si erano fissati».
Doppio discorso
Nel documentario appare Jean-François Cuénod, l’unico collaboratore ancora attivo alla DSC a voler testimoniare. «Se la Svizzera si fosse ritirata dal Ruanda nel 1992 o nel 1993 - afferma - avrebbe forse avuto la coscienza pulita. Ma non avrebbe avuto la possibilità di sostenere le personalità moderate che si sono battute fino alla fine».
Secondo Chantal Elisabeth, nessun collaboratore della DSC sul posto parlava la lingua locale, il kinyarwanda. Jean-François Cuénod, coordinatore da Berna dei progetti in Ruanda dal 1990 al 1994, sottolinea che tra i ruandesi vi era «un doppio discorso: uno in francese rivolto alla comunità internazionale e poi un altro che non capivo. I nostri colleghi ruandesi che parlavano il kinyarwanda ci dicevano: ‘quello alla popolazione ruandese è un altro discorso’».
Dal loro arrivo, gli svizzeri si sono allineati sulle posizioni del primo presidente ruandese Hutu, Grégoire Kayibanda (in carica dal 1962 al 1973), che nel 1962 ha chiesto alla Svizzera d’impegnarsi nell’aiuto allo sviluppo. Dal 1963 al 1993, Berna ha investito 340 milioni di franchi.
Una particolarità della cooperazione elvetica è stato l’invio di sei consiglieri alla presidenza, dal 1963 al 1975 e dal 1982 al 1993. Come rileva Lukas Zürcher, l’influenza sul governo dei primi cinque consiglieri era limitata. Il sesto, lo svizzero Charles Jeanneret, che ha assistito l’ultimo presidente Hutu Juvénal Habyarimana (1973-1994), ha guadagnato 200'000 franchi all’anno per 11 anni. Il suo ruolo preciso non è ancora stato valutato.
Il documentario parla anche del caso di Jean Kambanda, direttore della rete delle banche popolari fino al 1994. Primo ministro ad interim durante il genocidio, è stato giudicato dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda e nel 1998 è stato condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità.
Trailer di "Eravamo venuti per aiutare", un documentario di Thomas Isler (in tedesco e francese)
Ruanda e Svizzera del Medioevo
La Confederazione non ha minimizzato le tensioni etniche, osserva Lukas Zürcher. Non ha però denunciato le violenze che sono sfociate in numerosi massacri. «Dal 1959 al 1964, ci sono stati molti atti di violenza di massa che hanno spinto circa 200'000 Tutsi a fuggire verso l’Uganda, lo Zaire e il Burundi».
«È interessante notare - prosegue - come i cooperanti svizzeri arrivati in Ruanda si siano rassegnati di fronte a queste violenze su grande scala e non abbiano praticamente reagito. I pregiudizi di allora accecavano una Svizzera che riteneva che i ruandesi erano lontani dal raggiungere un livello di civiltà sufficiente. Da qui è nata una volontà attendista fatta di pazienza e di accettazione per ciò che stava succedendo».
Lo storico precisa che «si era tracciato un parallelismo tra la situazione ruandese e la Svizzera del Medioevo, in cui i Tutsi erano assimilati agli Asburgo e gli Hutu ai Confederati. La violenza era allora considerata come un’azione di difesa legittima». Dopo il genocidio del 1994, i rimproveri sono piovuti sulla DSC, accusata di non aver fatto nulla per placare il conflitto e di essersi messa dalla parte della popolazione Hutu.
Nel controverso rapporto redatto dall’ex direttore dell’Ufficio federale di giustizia, Joseph Voyame, su mandato del Dipartimento federale degli affari esteri, il comportamento della DSC viene giustificato mettendo in avanti il carattere imprevedibile della futura catastrofe e soprattutto della sua dimensione. Si sottolinea comunque una mancanza di reazione decisa di fronte al problema etnico all’inizio degli anni Novanta.
«La Svizzera avrebbe potuto fare di più»
Come numerosi altri paesi, la Svizzera ha interrotto i suoi progetti di aiuto e ritirato i suoi collaboratori dal Ruanda nell’aprile 1994. Negli anni successivi ha versato milioni di franchi per l’aiuto umanitario, afferma Giorgio Bianchi, responsabile dei programmi della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) nella regione di Grandi Laghi.
«Gli orribili eventi in Ruanda hanno scioccato numerosi svizzeri», ricorda Giorgio Bianchi. «All’epoca la Confederazione si sentiva molto vicina al Ruanda e l’aiuto allo sviluppo elvetico ha perso dei collaboratori locali» durante il genocidio, spiega. Quando le tensioni tra Hutu e Tutsi si sono accentuate all’inizio degli anni Novanta, la Svizzera ha ridotto i suoi progetti di aiuto e riesaminato annualmente la sua cooperazione con il Ruanda (fino appunto alla sospensione delle attività nel 1994).
«La Svizzera avrebbe certamente potuto fare di più», riconosce Giorgio Bianchi. «Avrebbe potuto analizzare meglio la situazione politica e coordinarsi con gli altri paesi donatori», aggiunge, relativizzando comunque l’influenza politica della Confederazione. Quello elvetico rappresentava infatti soltanto il 5% dell’aiuto allo sviluppo globale fornito al Ruanda.
Il Ruanda non fa oggi più parte dei paesi prioritari della DSC. La Confederazione è comunque attiva attraverso il suo programma nella regione dei Grandi Laghi. L’accento è ora posto sul rafforzamento dei processi democratici, indica Giorgio Bianchi. La Svizzera segue attentamente lo sviluppo politico nel paese e conduce un dialogo «aperto» con Kigali.
Fonte: ATSFine della finestrella
Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch