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L'epico ‘Shambhala’ del regista nepalese Min Bahadur Bham, il non riuscito lavoro di Brandt Andersen e il sorprendente ‘Shikun’ di Amos Gitai
Si sta svuotando questa Berlinale 2024 che sarà ricordata, più che per l’addio del direttore Carlo Chatrian, per la disorganizzazione totale in cui si è svolta una manifestazione esemplare sotto tutti i punti di vista fino all'arrivo del Covid. Questo molti lo imputano al direttore licenziato più che dimissionario, che a sua difesa, oltre alla pandemia, ha lo sciopero degli sceneggiatori negli Usa e le guerre prima in Ucraina e poi in Palestina. Mai un momento di tranquillità, ma il raffronto con quelli che l’hanno preceduto è a dir poco catastrofico, gli si imputa di non essere mai entrato pienamente in sintonia con le esigenze di un festival ben più complesso di Locarno.
È scaduto l’embargo su ‘Shambhala’ del regista nepalese Min Bahadur Bham che ha offerto una magnifica prova a Thinley Lhamo e l’attrice gli ha risposto con una recitazione straordinaria. Lei è Pema, l’intrattenibile e vivace Pema che contrae un matrimonio poliedrico con Tashi e i suoi due fratelli minori, secondo una tradizione tribale che lei accetta di buon grado: se non avrà un figlio con Tashi toccherà al secondo, il monaco Karma, ed eventualmente poi al terzo che ora è un bambino. Succede che lei resta incinta ma quando Tashi non torna da un viaggio commerciale a Lhasa, la legittimità del nascituro di Pema viene messa in dubbio dalla comunità a cominciare dal maestro di scuola, anche lui innamorato di lei. Determinata a dimostrare il suo amore e la sua purezza, Pema si imbarca alla ricerca di Tashi, e il viaggio diventa un incredibile road movie sulle cime himalayane. Un vecchio e saggio monaco invita Karma ad accompagnarla e i due si dividono un cavallo che sopporta il loro peso alternato e le pesanti borse del viaggio. Un ladro si impadronisce del cavallo, chiedendo dei soldi per restituirlo. Proseguono il viaggio trovando tracce del passaggio di Tashi e incontrando nuovamente il ladro che restituisce loro i soldi e prega il monaco per celebrare una funzione funebre per la figlia, suicida a causa del comportamento del padre. Celebrata la funzione vengono informati che il maestro è morto e Pema invita l’uomo a ritornare per il funerale, prima di partire si taglia tutti i capelli per lutto e Pema si pone il compito di disperderli nella natura. Rimasta sola tra ghiacci e nevi che oggi è difficile dire se saranno eterne, lei tribola all’infinito ma raggiunge Tashi: in una scena memorabile lui la sfida a dimostrare che dice la verità sul figlio. Film epico nel vero senso del termine con paesaggi che incutono rispetto e che sfidano i cuori e le menti di una piccola umanità che si trascina malamente a vivere. Gran film.
Lo stesso non si può dire di ‘The Strangers’ Case’ del noto attivista e artista Brandt Andersen che forte della sua esperienza negli ospedali fuori Aleppo in Siria con CanDo, nell’organizzazione di campi cinematografici per rifugiati in Giordania e Turchia per conto di Care e nel visitare e filmare le condizioni dei campi profughi in Giordania, Grecia, Italia e Turchia con l'Unhcr, si affida a Shakespeare per questo film. Perché, secondo lui, più di quattro secoli fa William Shakespeare aveva scritto un’appassionante difesa dei rifugiati, culminando in un toccante riferimento alla loro condizione, chiamandola ‘Il caso degli stranieri’. E del loro caso si occupa anche lui ma in modo fin troppo prevedibile e didascalico, raccontando traversie e dolori che Amira, chirurgo pediatrico ad Aleppo, deve subire per cercare inutilmente di salvare sua figlia dalla guerra prima e dalla traversata dell’Egeo poi. Concludendo nel ritrovarsi sola, otto anni dopo, a far le pulizie in un ospedale a Chicago. Peccato.
Sempre fuori concorso ‘Wu Suo Zhu’ (Non dimorare in nessun luogo) di Tsai Ming-liang, decimo film che il regista – Leone d’oro a Venezia nel 1994 con ‘Vive l'amour’, Gran Premio della Giuria a Venezia nel 2013 con ‘Stray Dogs’ e Orso d’argento a Berlino nel 1997 con ‘The River’ –, dedica a Xuanzang, un monaco buddista della dinastia Tang che percorse migliaia di chilometri a piedi tra la Cina e l'India. Il suo camminatore con la testa rasata e vestito con una tunica rossa e scalzo è Lee Kang-Sheng (Walker), suo collaboratore di lunga data. Lo vediamo arrivato a Washington e lo vediamo camminare alla velocità di una lumaca lenta per 80 minuti, un invito a un vero esercizio di meditazione. Un invito a guardare liberandosi della fretta di andare al prossimo film.
Alla Berlinale Special abbiamo visto anche ‘Shikun’ di Amos Gitai con una sublime Irène Jacob. Una metafora ispirata alla famosa opera teatrale ‘Rhinoceros’ di Eugène Ionesco, anche qui alcuni iniziano a trasformarsi in rinoceronti, mentre altri resistono, e lo scritto di Ionesco si innerva in dialoghi capaci di dare il senso della nostra storia, quella di oggi. Il titolo, Shikun, significa "case popolari” in ebraico e Gitai ha spiegato: “Lo Shikun in cui ho girato il film è un esempio famoso di edilizia popolare: si dice sia il più lungo del Medio Oriente, misura oltre 250 metri. Si trova nella città di Beer-Sheva, al centro del deserto del Negev, nel sud di Israele.” Qui Irène Jacob mena la danza di personaggi della Israele odierna già pronti a una guerra a Gaza. Il respiro è quello di un tempo che finisce, di una storia al limite e non basta denudarsi per trovare la pace. È un film che sorprende, affascina e fa male, ti rimanda alla Spagna del 1936 e chiama alla resistenza contro chi in nome di una fantomatica democrazia cancella i popoli. Il cinema, quello vero, è Rivoluzione contro i rinoceronti.