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|Nell'estate del 1888, e precisamente il 10 giugno, Petr scrisse alla signora von Meck:

Voglio ora lavorare accanitamente; sento in me un impulso fortissimo di dimostrare non soltanto agli altri, ma a me stesso, che la mia capacità di comporre non è esaurita. Spesso mi vengon dubbi e mi domando: «Non è venuta l'ora di smettere? Non ho affaticato soverchiamente la mia fantasia? Non è inaridita la fonte? Una volta dovrà pur accadere, se mi sarà dato di vivere ancora qualche decennio. E chissà se non è già venuto il momento di deporre le armi?». Non so se le ho già scritto che lavoro a una Sinfonia. Dapprincipio procedevo a stento, ma ora sembra che l'illuminazione si sia insediata nel mio spirito.
Si tratta della Quinta Sinfonia, composta nell'estate del 1888 nel breve lasso di tempo di tre mesi, a Frolovskoje, altro piccolo villaggio presso Klin, dove Aljoscia aveva preso in affitto e arredato una nuova casa per Petr.
Solo qualche mese dopo esser stata finita, la Quinta Sinfonia venne presentata in prima esecuzione a Pietroburgo sotto la direzione dell'autore.
Ottenne però scarso successo e Petr ne rimase gravemente deluso, pronto una volta ancora a rinunziare al lavoro.
Di questa nuova crisi abbiamo notizia in una lettera del 2 dicembre, diretta a Nadezna von Meck:
Dopo aver diretto la mia nuova Sinfonia, due volte a Pietroburgo e una volta a Praga, mi sono convinto che essa è mal riuscita. Vi è in quest'opera qualcosa di sgradevole, una certa diversità di colori, una certa insincerità, un certo artificio. Pur senza rendersene conto, il pubblico lo sente. Avvertii chiaramente che le manifestazioni di plauso andavano alle mie composizioni precedenti, ma che questa Sinfonia non riusciva a piacere: constatazione fatta apposta per procurarmi un cocente dolore e una profonda insoddisfazione di me stesso...
Ieri sfogliai la Quarta, la nostra Sinfonia. Che differenza! Com'essa si colloca sopra un piano più elevato! È una cosa molto, molto triste!
Si veda fino a che punto Petr fosse vittima del proprio umor nero e come ricadesse continuamente in crisi di sconforto. Oggi noi sappiamo che la Quinta Sinfonia è di gran lunga migliore della Quarta; secondo alcuni, essa sarebbe addirittura superiore alla Sesta. Certo è più unitaria, più conclusa della Quarta, più originale nell'invenzione.
Analogamente a quanto avviene nella Quarta Sinfonia con il «tema del destino», anche la Quinta si sviluppa intorno a un tema, a una idée fixe che ne costituisce il nucleo centrale. Potremmo anzi dire che nella Quinta ciò si verifica in senso più ampio, giacché il tema fondamentale riappare in tutti e quattro i «tempi», assumendo l'ufficio di un'intrinseca forza di propulsione.
Quando guardo gli autoritratti dei pittori italiani, - scrive Petr a Nadezna von Meck - mi domando con quali mezzi noi musicisti possiamo comporre un autoritratto, intorno a se stessi, come su Amleto o su Romeo, non si potrà mai abbozzare altro che un tema, entità ben lontana dall'essere una composizione musicale. Non è dunque possibile rappresentare musicalmente il proprio Io; si può soltanto esprimere un momento interiore. E il nostro Io, trasferito in musica, non potrà esser nulla più che una idée fixe nel senso di Berlioz.
A Praga, Ciajkovskij diresse non soltanto la Quinta Sinfonia, ma anche l'Onegin che venne accolto con particolare favore. Con autentico entusiasmo un amico di data recente, Anton Dvorak,
gli scrisse qualche settimana dopo:
Con piacere devo riconoscere che la sua opera mi ha dato un'impressione profonda e durevole, quella, cioè, ch'io sempre mi attendo da un'opera d'arte autentica, cosicché non esito a dirle che l'Onegin mi è piaciuto quanto nessuno dei suoi lavori mi era piaciuto finora. È un'opera splendida, piena di calore, di sentimento, di poesia, magistrale in ogni particolare; in breve, la sua musica è così interessante ed ha un potere così intimo di arrivare in fondo all'anima che non è più possibile dimenticarla. Quando l'ascolto in teatro, mi par di esser trasportato in un altro mondo. Mi rallegro per lei e per noi e prego Iddio perché voglia concederle di dare ancora all'umanità molte opere come questa.
L'abbraccia cordialmente il suo devoto Anton Dvorak.
Petr festeggiò il Natale del 1888 nella sua nuova casa a Frolevskoje, e Jurgenson gli preparò una sorpresa particolarmente gradita: gli fece trovare sotto l'albero di Natale l'edizione completa delle opere dell'adorato Mozart, ossia quelle opere ch'egli non si stancò mai di studiare e ristudiare, tenendole sempre sul pianoforte a portata di mano.
Subito dopo, sul principio del 1889, Petr intraprese una nuova grande tournée di concerti che lo condusse da Colonia a Francoforte, da Berlino ad Amburgo, da Ginevra a Parigi e, infine, a Londra. In ognuna di queste città presentò al pubblico composizioni sue. Quando finalmente ritornò a Pietroburgo, diresse, là, in occasione dei festeggiamenti per il settantesimo compleanno di Anton Rubinstein, due concerti intieramente dedicati alle composizioni dell'amico, e poco dopo, a Mosca, presentò la Nona Sinfonia di Beethoven. Questa e le composizioni di Rubinstein furono le prime musiche di altri autori che egli si trovasse a dirigere. Durante le tournées suddette, Petr incontrò famosi personaggi. A Lipsia fece la conoscenza di Edvard Grieg che lo apprezzò molto sia come uomo sia come compositore e di Johannes Brahms, che gli riuscì straordinariamente simpatico, anche se le sue composizioni lo lasciarono piuttosto freddo. A Lipsia conobbe anche Ferruccio Busoni, e ne ascoltò un Quartetto, del quale così scrisse nelle sue «Memorie»:
Poiché ho avuto occasione di conoscerlo personalmente ho ragione di ritenere che questo giovane compositore possegga un forte carattere, un'intelligenza brillante e una nobile ambizione. Non dubito quindi che, fra breve, si sentirà molto parlare di lui. Ascoltando il suo Quartetto mi divertii moltissimo per le originali combinazioni ritmiche; ma mi dispacque però di notare come il signor Busoni facesse violenza alla sua natura e si sforzasse di apparire «tedesco» ad ogni costo. Qualcosa di simile appare evidente anche in Sgambati, altro giovane compositore italiano. Entrambi, Busoni e Sgambati, si vergognano di essere italiani ed hanno paura che nelle loro composizioni appaia qual, è osa capace di assomigliare ad una melodia.
In questo periodo Petr, per desiderio dello zar, compose il balletto La bella addormentata che venne accolto subito con enorme favore dal pubblico russo; un pubblico per cui quella della danza è vera e propria tradizione.
Ed ecco che ancora, nonostante i ripetuti insuccessi nel genere, Ciajkovskij si mette ad affrontare l'opera. Questa volta, però, l'esito sarà felicissimo.
Al principio del 1890, il maestro lasciò la capitale nordica improvvisamente, avendo in tasca il primo atto del testo della Dama di Picche, che Modest si è accinto a ricavare dall'omonimo racconto di Puskin. In breve tempo, secondo le promesse del fratello, egli entrerà in possesso anche degli altri tre atti.
Passando da Berlino, Petr si dirige in gran fretta verso Firenze: ha bisogno di tranquillità e di solitudine; ma questa volta, anziché sul viale dei Colli, egli si rifugia in un modesto alberghetto fornito di bellissima vista in riva all'Arno e là s'immerge nel lavoro. In soli due mesi la composizione è terminata. Ha lavorato così in fretta che più di una volta si è trovato in imbarazzo essendo che Modest non poteva stare al passo con lui nello stendere il testo poetico.
In una lettera all'arciduca Costantino troviamo notizie intorno alla nascita dell'opera:
Poco dopo il mio ultimo incontro con lei, partii per l'estero con l'intenzione di cercare da qualche parte un piccolo posto, completamente appartato, ove poter lavorare e scrivere, nel più breve tempo possibile, un'opera tratta dal racconto La dama di picche. Trovai questo «ritiro» a Firenze e, senza indugio, mi misi a comporre. Il lavoro procedette bene fin da principio... Abbozzai l'opera in meno di sei settimane, feci poi la riduzione per pianoforte ed ora ho già istrumentato quasi metà di tutto il lavoro. Una tale tensione delle mie facoltà creative andò naturalmente congiunta con un crescente logorio di nervi, così che alla fine la mia salute ne risentì alquanto. Adesso, però, sono di umore eccellente, certo di poter ritornare presto a casa, dopo tre mesi di lontananza dalla Russia, con la serena coscienza di aver compiuto un buon lavoro. Può anche darsi che La dama di picche sia una brutta opera e che fra un anno io possa addirittura odiarla, come odio molte fra le mie composizioni. In questo momento, tuttavia, essa mi sembra la cosa migliore che abbia mai fatta. È mio fratello Modest che, sotto la mia guida, ha abbozzato anche la sceneggiatura e steso i versi del libretto.
Il 7 dicembre 1890, sotto la direzione di Napravnik, ebbe luogo a Pietroburgo la prima rappresentazione.
Fu un successo enorme, segnato da ovazioni frenetiche e con un teatro tutto esaurito. Il pubblico si mostrò conquistato, sia dalla vicenda piena di interesse scenico, sia dalla musica ricca di splendore e di pathos. Ben presto l'opera venne riprodotta in altre città, tanto in Russia che all'estero e, col passar degli anni, non perdette di popolarità, al pari di Eugen Onegin. [In Italia, La dama di picche, già apparsa alla Scala ai primi del secolo (direttore Mugnone), venne ripresa nel 1953 proprio a Firenze, dove fu cornposta.]
La dama di picche è la gemma della sua produzione drammatica. Come nell'Onegin, non sono le arie e le danze convenzionali, ma gli ariosi, i recitativi, molti preludi orchestrali, certi sviluppi tematici, che rendono questa partitura veramente unica, senza eguali.
È inoltre efficacissima la caratterizzazione dei singoli personaggi, soprattutto quello della vecchissima contessa, decrepita mummia ostinata e dispotica. Quantunque figura di secondo piano, essa diventa veramente l'intima forza propulsiva di tutta l'opera, uno studio di carattere demoniaco-musicale tracciato con efficace realismo. Accanto a lei vibra l'appassionata Lisa, ed Hermann, natura che non conosce freni, Hermann che di scena in scena resta sempre più irretito nella sua follia, acquista un rilievo musicale di una rara acutezza. I suoi incontri e scontri con la Contessa sono da considerare i punti culminanti dell'opera; soprattutto l'episodio suggestivo e pieno di mistero in cui, perseguitato da visioni e da allucinazioni, egli crede di veder l'ombra della Contessa morta finché costei gli si para dinnanzi in una luce arcana e fantomatica.
L'interesse per la musica di Ciajkovskij andò crescendo non soltanto nei vari paesi d'Europa, bensì pure in America. Appunto dagli Stati Uniti ricevette invito per un giro di concerti: agli americani non bastava ascoltare la sua musica, volevano anche vedere l'autore.
Petr s'imbarcò dunque a Le Havre sul transatlantico Bretagne e, in pochi giorni, giunse a New York. Era partito contro voglia, soffrendo di nostalgia sempre più acuta per la patria lontana. Appena sbarcato, fu travolto nel caos della vita americana e riuscì a stento a rientrare in se stesso; giornalisti, fotografi, cacciatori d'autografi lo assediavano; inviti piovevano da tutte le parti. Egli si trovava al centro di un'attenzione e di un'ospitalità the addirittura lo istupidivano. Dovette esibirsi in sei concerti orchestrali, di cui quattro a New York. I giornali americani lo descrivevano come un signore alquanto corpulento, di circa sessant'anni, un po' impacciato, ma di aspetto simpatico. Petr che, invece, aveva appena varcato la cinquantina non fu certo lusingato da tali ritratti. Tutti i nuovi conoscenti, però, andavano a gara nell'usargli gentilezze: lo coprivano di regali, gli facevano trovare la sua camera d'albergo sempre colma di fiori; il miliardario Carnegie organizzò in suo onore ricevimenti a non finire.
Si trattenne per quattro settimane in questo paese tanto estenuante quanto ospitale. Passò senza alcun dubbio molte ore piacevoli, ma si sentì estremamente contento quando i festeggiamenti arrivarono alla fine ed egli si ritrovò di nuovo a bordo della nave diretta in Europa.
A Frolovskoje, nel frattempo, si erano verificati alcuni episodi spiacevoli così che Aljoscia si risolse a traslocare rapidamente portandosi di nuovo nel vicino villaggio di Maidanovo.
Petr, adesso, meditava di acquistare una casa a Klin; ma mai si decideva e si limitava a prendere in affitto una villa ampia ed ariosa. Al piano terreno insediò Aljoscia con la sua famiglia; nei piani superiori fece la sua abitazione e il suo studio.
Parecchie camere restavano sempre a disposizione degli ospiti, e di esse approfittò assiduamente Vladimir Davidov, detto Bob, figlio della defunta sorella Alexandra e nipote prediletto del maestro.
I rapporti fra Bob e lo zio furono improntati a grande e reciproco affetto. Il giovane frequentava la Scuola di diritto a Pietroburgo, apparteneva alla «jeunesse dorée» della capitale e conduceva vita allegra, spassosa e spensierata. Molto spesso capitava a Klin, per far visita allo zio, sempre in compagnia di amici, e si fermava talvolta per parecchie settimane. A tutti quei ragazzi Petr apriva il cuore e il portafogli. Spedizioni in massa nella vicina Mosca si verificavano di frequente e si concludeva in banchetti e bevute a spese dell'inesauribile zio.
Dato che anche Modest viveva quasi per intiero alle spalle del fratello e Bob, a Pietroburgo, sperperava a piene mani del denaro non suo, Petr, per rifornire la cassa, era ripetutamente costretto a intraprendere nuove tournées, soprattutto in Russia. Per far fronte a tutte quelle spese, i suoi guadagni, ormai molto cospicui, bastano appena e talvolta neppure arrivavano.
In Russia, il maestro passava ormai da una città all'altra e, ovunque, la stessa scena si ripeteva: sia che presentasse in concerti le sue Sinfonie, sia che dirigesse opere nei teatri, sempre era colmato di onori e festeggiato come il più grande compositore nazionale. Dopo La dama di picche, lo accolsero invariabilmente le più vive manifestazioni di plauso.
Frattanto anche dall'Inghilterra gli si rivolse invito di recarsi all'università di Cambridge per esser nominato «dottore in musica». Oltre a lui, lo stesso onore attendevano in quel tempo Max Bruch, Edvard Grieg, Camille Saint-Saëns e Arrigo Boito, cioè i rappresentanti di cinque diverse nazioni. Petr si recò a Londra, vi diresse un concerto, poi a Cambridge, con una solenne cerimonia, venne proclamato dottore «honoris causa».
Spossato e stordito da tutte queste vicende, ritornò a Klin e là diede alla luce, quasi contemporaneamente, due nuove opere: il balletto in due atti Lo Schiaccianoci (da una fiaba di E. T. A. Hoffmann) e l'opera in un atto Jolanta, su libretto, ancora, del fratello Modest.
Il delizioso balletto, tanto ricco di invenzione e destinato ad avere tanto successo (è senza dubbio l'opera meglio riuscita nel genere), fu composto in soli quindici giorni. L'opera, invece, costò al maestro non poca fatica. Procedeva con enorme lentezza: disperato, Petr pensò ancora una volta di avere esaurite le sue forze. Ma quando il 6 dicembre 1892 le due opere vennero presentate insieme per la prima volta, il pubblico fu conquistato dalla profusione delle melodie e dalla felice invenzione.
Dal balletto Lo Schiaccianoci Petr stesso ricavò una Suite per orchestra, eseguita per la prima volta a Pietroburgo il 7 marzo 1892 con trionfale accoglienza. In quella prima esecuzione, cinque, degli otto pezzi che compongono il lavoro, dovettero venire bissati.
Anche in Occidente la Suite Lo Schiaccianoci, con la sua musica scintillante e piena di brio, incontrò e incontra molto favore.