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(PUBBLICATO ALL'ORIGINE SU AZIONE DEL 9 GIUGNO 1978)
Ad ogni suo nuovo film ci ritroviamo a dire: ecco, Marco Ferreri è giunto al termine del proprio cammino, al limite del proprio discorso. Più in là non si può andare. Il cinema di Ferreri, ecco, è un po' questo: l'arte di andare lontano, più lontano degli altri. Di spingere il proprio pensiero cinematografico oltre quei punti che, per tutti gli altri, sono considerati invalicabili. L'opera di Ferreri, e l'uomo, sono un poco l'immagine di questa concezione di pensiero e di creazione: l'arte dell'eccesso, della provocazione, della tensione portata al limite, non possono significare, allo stesso tempo, equilibrio, serenità, compiutezza. Ed il cinema di Ferreri, infatti, non è né equilibrato, né perfettamente compiuto, né universale nella sua accettazione. E' un cinema che si può ammirare per la genialità di certe sue intenzioni, o che si può detestare per la facilità di certe altre.
Quello che non si può più dire, dopo CIAO MASCHIO (ma dopo anche LA GRANDE BOUFFE) "è, che la sua è semplicemente l'arte della provocazione. Dieci anni fa Ferreri faceva dell'anti-cinema: creava delle situazioni, le illustrava in un modo determinato, con un solo scopo: quello di scuotere lo spettatore, di indignarlo, di farlo reagire. Contro determinate regole, determinati modelli. Oggi, il cinema di Ferreri è ancora in parte questo: ma con in più la creazione di una dimensione, di un pensiero si vorrebbe dire filosofico, che gli appartiene di diritto. Cosa vuol dire, esattamente, CIAO MASCHIO ? Io credo che questa sia una delle sue opere più mature, proprio perché è difficile rispondere esattamente a questa domanda. O perché le si può rispondere in diversi modi, a seconda di come si guardi il film. CIAO MASCHIO sfugge infatti, almeno in parte, a quella schematizzazione, a quel procedimento intellettuale che costituiva il limite del cinema del regista. Quel suo modo di fare a metà fra l'analisi sociologica e la metafora aveva come risultato di creare dei personaggi astratti, dei segni, dei simboli che avevano un valore se presi come dei modelli di comportamento contemporaneo. Ma che non rappresentano degli individui integrati, con dei rapporti con la vita circostante. In CIAO MASCHIO questo è ancora vero, ma non solo in parte. Questi simboli, questi modelli di comportamento che Ferreri usa per indirizzarsi alla nostra intelligenza (ma soltanto a quella, ed è in questo la ragione dello schematismo di certe sue opere) sono qui umanizzati da una tenerezza che sembrava scomparsa dall'opera del regista. In alcune sequenze di straordinaria suggestione formale, sullo sfondo dei grattacieli di New York resi immateriali dalla fotografia, Depardieu trova i resti di un colossale King-Kong, enorme robot disfatto. E, ai suoi piedi, raccoglie uno scimmiotto. Depardieu, attore scimmiesco per eccellenza, ha rinunciato praticamente alla parola: e si esprime con un fischietto fra le labbra. Adotta la scimmia, rìpudia una maternità (vera, quella) annunciatagli da una emblematica americana di belle e fresche fattezze, assiste alla distruzione dì un museo delle cere curato dal suo amico Flaxman (simbolo evidente della fine della cultura umanistica), al suicidio di Mastroianni, nel ruolo curioso di un anarchico emigrato in un mondo ormai non più suo; e, per finire, ad un'altra morte, emblematica. Quella della scimmietta, divorata dai topi, altro simbolo di degenerazione e di corruzione, Su una spiaggia deserta e assolata, Ferreri conclude però con un finale probabilmente ottimistico: una giovane donna ed un bimbo contemplano il mare, nudi e fiduciosi.
Cos'è quindi CIAO MASCHIO ? Parabola sulla fine della nostra civiltà, sulla definitiva abdicazione del potere fallico (già anticipata dalla celebre evirazione del precedente L'ULTIMA DONNA), sulla morte dell'uomo che ha ormai rinunciato all'uso della parola, al riconoscimento della procreazione. Oppure, piuttosto, atto di fede in una continuità, ineluttabile, della nostra società. Nel compimento di un ciclo che ci riporti alle origini della razza umana; garantendo così l'eternità di un ricominciamento che governi dall'alto, e ridimensioni, i nostri piccoli problèmi generazionali ? Il fascino, la poesia, e anche la tenerezza del film stanno proprio in questa sua apertura interpretativa. Senza la quale CIAO MASCHIO sarebbe stato soltanto un arido e probabilmente elementare trattato di sociologia metaforica. Guardate quindi il film per quello che è: un viaggio piuttosto straordinario nella suggestione cinematografica, una galleria di ritratti alcuni di straordinaria intuizione (Depardieu che fischia), altri magari più semplicistici. E, attributo squisitamente cinematografico, un uso dell'ambiente, dello sfondo, di rara intelligenza. Ce n'è a sufficienza per farne uno dei film dell'anno.