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“Perché questi monumenti sono stati eretti? Quale significato hanno? Abbiamo il desiderio profondo di confrontarci con la nostra storia ed essere onesti verso noi stessi, per capire ciò a cui diamo valore”.
Il reverendo Robert W. Lee IV porta il nome e il cognome del più celebre condottiero della Confederazione degli Stati del Sud. Ma da anni è schierato in prima linea su un altro campo di battaglia: quello per i diritti.
Lo abbiamo raggiunto al telefono nel giorno in cui il sindaco di Richmond in Virginia – la capitale di quella Confederazione durante la Guerra del 1861-65, quando gli Stati del Sud presero le armi per mantenere la schiavitù – ha ordinato la rimozione delle statue di tutti i generali confederati. Il governatore della stessa Virginia aveva adottato un’analoga decisione poco prima.
Sull’onda delle proteste antirazziste, prosegue in tutti gli Stati Uniti quel processo di revisione del passato recente del paese.
“Se abbiamo eretto monumenti a loro nome, vuol dire che li abbiamo apprezzati. Per me sono invece personaggi altamente problematici, che hanno imbrogliato la nostra gente” dice ancora Robert W. Lee IV.
A suo parere, “meritano il giudizio della storia. Ma non per questo dobbiamo celebrarli nelle piazze pubbliche”.
Ventisette anni, attivista, docente, il reverendo Lee è pastore della chiesa “Unifour” di Statesville in North Carolina.
È cresciuto con la foto del trisavolo appesa nella sua stanza, convinto che si trattasse di un eroe. Fino a quando un professore – alle scuole medie – gli spiegò un punto di vista diverso sul Generale Lee.
Al suo illustre antenato è dedicato di tutto qui in America: una quindicina di monumenti, due parchi, una università, un’ottantina tra strade e autostrade, un college, una base militare e oltre 50 scuole.
Ma questo processo di rimozione, dice ancora il pro-nipote alla RSI, non riguarda solo “monumenti di pietra” o “nomi di scuole”. Il problema – secondo Robert W. Lee IV – “è che nelle scuole ci sono politiche discriminatorie verso i bambini afro-americani; che il nostro sistema sanitario è devastato; che nelle carceri gli afro-americani sono in numero sproporzionato”.
Ecco perché non sono soltanto i monumenti che cadono: “Questo è il primo pezzo di un domino più ampio, che cadendo cambierà in meglio questo paese”.