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BERNA - La raccolta retribuita di firme per referendum e iniziative non va vietata a livello nazionale, così come già avviene nel canton Ginevra. Ne è persuaso il Consiglio federale che respinge una mozione di Mathias Reynard (PS/VS) volta a reprimere una simile pratica sottoscritta da 17 suoi colleghi, tra cui diversi esponenti del PPD e, in ordine sparso, di PLR, UDC e Verdi liberali.
Secondo il consigliere nazionale vallesano, dal primo "no" del governo a una richiesta simile nel 2012 è passata molta acqua sotto i ponti: in Svizzera si ricorre sempre più frequentemente a personale retribuito per la raccolta di firme che, come dimostrerebbero gli "ultimi scandali legati ai referendum contro il congedo paternità e contro la norma anti-omofobia" dimostrano la deriva del sistema che incoraggia la menzogna e i metodi fraudolenti.
Si tratta di fenomeni, a detta di reynard, che danneggiano la democrazia nonché l'immagine dei volontari che si impegnano per pura convinzione personale.
Nei mesi scorsi, il Partito socialista neocastellano (PSN) aveva tentato di far invalidare il referendum contro il congedo paternità di due settimane rivolgendosi anche al Tribunale federale, ma senza successo. Il PSN denunciava i metodi fuorvianti e controversi che sarebbero stati utilizzati per raccogliere firme, mediante l'uso di argomenti falsi: i raccoglitori di adesione, prezzolati, indicavano che si trattava di firmare "per" e "a favore" del congedo paternità e i fogli erano spesso piegati in maniera che le persone apponessero la firma senza sapere effettivamente cosa stavano sottoscrivendo.
Fatti simili erano stati denunciati in passato anche dallo stesso Reynard in occasione della raccolta firme contro la norma penale sul razzismo, che mirava a vietare espressamente le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale.
Per il deputato vallesano, l'esecutivo dovrebbe ispirarsi a quanto avviene già a Ginevra, l'unico Cantone la cui legislazione prevede di punire la retribuzione delle persone incaricate della raccolta delle firme. Il principio di proporzionalità esige che siano punibili soltanto i casi in cui esiste un legame diretto tra il numero di firme raccolte e l'importo della retribuzione.
Quest'interpretazione, secondo Reynard, consente in particolare di non vietare alle segreterie dei partiti, ai sindacati o alle associazioni di impegnarsi nella raccolta di firme.
Seppur condannando i comportamenti volutamente ingannevoli messi in atto durante le raccolte di firme per i referendum e le iniziative popolari, il Consiglio federale si dice contrario alla mozione. Secondo il governo, occorre accertare anzitutto che vi sia un rapporto di causalità fra retribuzione e comportamento sleale nella raccolta delle firme. A partire da singoli casi non è possibile concludere che le raccolte di firme retribuite implichino sempre metodi sleali.
Oltre a ciò, determinati attori potrebbero inoltre vedersi limitato l'accesso ai diritti popolari: per i comitati della società civile che dispongono di scarse capacità finanziarie e che non possono quindi avvalersi di strutture e canali di distribuzione rodati, il fatto di retribuire in modo mirato la raccolta di firme può essere più conveniente che, ad esempio, ricorrere al ben più dispersivo invio di liste in massa. Un divieto potrebbe quindi comportare che soltanto i gruppi con una certa solidità, anche finanziaria, riescano a raccogliere il numero di firme necessarie.
Da ultimo il divieto proposto potrebbe sollevare problemi di delimitazione, segnatamente nei casi in cui le organizzazioni coinvolte impiegano il proprio personale per la raccolta delle firme.
Per il governo, alla luce di queste considerazioni, un divieto di retribuzione è sproporzionato e inopportuno. Spetta ai comitati garantire che le firme siano raccolte con metodi leali, indipendentemente dal fatto che sia prevista o meno una retribuzione.