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Nel 1921, alle elezioni comunali di Bienne il Partito Socialista (PS) ottenne una leggera maggioranza, conquistando 29 seggi su 60 nel Consiglio comunale e aumentando di due seggi la propria presenza in Municipio. Come sindaco fu nominato il socialista Guido Müller, ex-ferroviere. In un contesto segnato da importanti contraddizioni, caratterizzato anche dai compromessi che i socialisti fecero con la borghesia, il Partito Socialista implementò una serie di riforme (volte soprattutto a combattere la disoccupazione e a promuovere degli alloggi accessibili alla classe lavoratrice), dando così inizio al ventennio durante il quale la città fu chiamata “Bienne la rossa”.
Proprio questo ventennio è attualmente oggetto di una piccola esposizione presso il Neues Museum di Bienne, nel quale un’intera sala è stata dedicata, temporaneamente, ai 100 anni di “Bienne la rossa”. Una mostra piccola, povera in oggetti, ma molto ricca in informazioni e foto d’epoca e che merita dunque di essere visitata. I principali temi toccati in questa esposizione sono la lotta alla disoccupazione, la lotta alla crisi dell’alloggio e dell’igiene ed il ruolo delle donne nella Bienne della prima metà del ‘900.
La disoccupazione: la risposta cittadina alla crisi sociale post-bellica
In seguito alla Prima guerra mondiale e ai problemi socio-economici che ne conseguivano, la disoccupazione a Bienne raggiunse dei livelli elevatissimi. Ciò si iscriveva in un contesto di subbuglio sociale generalizzato, che si era del resto già manifestato nello Sciopero generale del 1918, violentemente represso dalla borghesia elvetica per mezzo anche dell’esercito svizzero. Dunque, con la disoccupazione alle stelle, nel 1921 il Partito Socialista si impegnò innanzitutto a offrire aiuti sociali ai disoccupati, a far lavorare diversi uomini su cantieri d’occupazione e ad attirare delle aziende sul terreno cittadino. Queste misure permisero effettivamente di rendere la disoccupazione praticamente nulla entro il 1924 e a mantenerla stabilmente bassa fino al 1931, quando riaumentò vertiginosamente a causa della crisi economica provocata dalla borghesia internazionale. Nonostante questi successi, non tutti i lavoratori erano contenti delle condizioni di lavoro e vi furono degli scioperi anche durante la gestione socialista della città, come ad esempio in una fabbrica di gas il 7 giugno 1926. Müller, in quell’occasione, definì i lavoratori in sciopero degli “egoisti”.
La crisi dell’alloggio: dalla penuria alle case popolari
Agli inizi degli anni ’20, Bienne era colpita da una grave crisi dell’alloggio. Durante la Prima guerra mondiale, infatti, si bloccò quasi completamente la costruzione di nuove case, portando così a una carenza di appartamenti. Oltre a ciò, i costi degli affitti continuavano ad aumentare vertiginosamente. Questo portò la classe lavoratrice ad abitare nei quartieri poveri ed in condizioni igieniche pessime (favorendo così la propagazione di malattie come la tubercolosi) e ben più di 40 famiglie non avevano un tetto sotto il quale dormire. Per risolvere questo problema, il Partito Socialista favorì la costruzione di alloggi cooperativi, pensati per la classe lavoratrice. Furono così costruiti un centinaio di alloggi accessibili ai lavoratori e alle lavoratrici, e questo seguendo una pianificazione dettagliata, che aveva come scopo quello di rendere migliori le condizioni di vita della classe operaia.
Le donne a Bienne: in lotta per la distribuzione gratuita del latte
Nonostante le donne non avessero ancora il diritto di voto (rivendicazione del resto contenuta nel piano d’azione del 1919 del PS di Bienne), esse erano molto attive nel mondo politico, sebbene non istituzionale. Un esempio particolarmente lampante di questa loro attività è la cosiddetta “Guerra del latte” che si svolse fra il 1930 ed il 1931. In questi anni, infatti, un gruppo di consumatrici condotto da Hedi Hug-Rüegger et Alice Boder-Lauper, rivendicò che la fornitura del latte tornasse ad essere un servizio gratuito, come già lo era in diverse altre città. In seguito alla Prima guerra mondiale, infatti, questo servizio fu reintrodotto soltanto parzialmente e favorendo soltanto i quartieri più agiati. In seguito a un tentativo di dialogo fallito, ben 800 donne manifestarono per le strade della città e decisero di boicottare il pagamento dei debiti contratti tramite l’acquisto del latte. Nel 1931, poi, le consumatrici in protesta fondarono una propria latteria che assicurava la consegna a domicilio e che, di fronte al boicottaggio dei produttori locali, doveva rifornirsi a Lucerna e Friborgo. Questa guerra del latte terminò soltanto con l’introduzione della consegna a domicilio gratuita del latte tramite un’ordinanza federale, a dimostrazione che la lotta organizzata porta i suoi frutti.
Il Partito Comunista Svizzero a Bienne: una presenza significativa
Anche se la mostra del Neues Museum lo omette (ciò purtroppo non sorprende troppo, dato il clima anticomunista fortemente presente in Svizzera), se Bienne poteva essere chiamata “la rossa” era anche grazie alla presenza del Partito Comunista Svizzero, che salvo durante un periodo durato qualche anno godeva di una presenza sul territorio tutt’altro che insignificante. Alle elezioni del 1921, infatti, l’eletto comunista permise di avere una maggioranza relativa di sinistra (i socialisti avevano conquistato “solo” 29 seggi su 60). In seguito a un periodo di assenza, i comunisti rientrano in Consiglio comunale nel 1932, nel contesto di una crisi economica e sociale particolarmente virulenta. Nel 1936, poi, il PCS ottenne ben il 6% delle preferenze (che permise di eleggere tre consiglieri comunali comunisti) e nel 1944, quando il Partito fu rifondato con il nome di Partito del Lavoro in seguito alla clandestinità imposta dalla borghesia svizzera (con il benestare della socialdemocrazia), furono eletti addirittura nove consiglieri comunali comunisti sui sessanta totali.
Interessante anche da notare l’atteggiamento del PCS (e successivamente del PdL) nei confronti della gestione socialdemocratica della città. Se in un primo momento i comunisti si opposero fermamente alle cosiddette municipalità rosse (ovvero socialdemocratiche) in Svizzera, con l’inizio della politica dei fronti popolari questo atteggiamento cambiò ed i comunisti iniziarono a diventare maggiormente unitari, seppure critici nei confronti delle politiche riformiste dei socialdemocratici e delle misure antisociali talvolta adottate dai loro rappresentanti. Un approccio dunque, questo, ben paragonabile all’opposizione propositiva promossa in questi anni anche dal Partito Comunista in Ticino, sia nelle istituzioni comunali, sia a livello cantonale.
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