Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01143.jsonl.gz/859

Due notizie di cronaca.
La prima: Maurizio Crozza e Fiorello dedicano alcuni minuti delle loro trasmissioni comiche al Papa. Protesta del quotidiano Avvenire: una satira volgare, fallimentare e vigliacca che non rispetta gli spettatori. Seguono reazioni e appelli in difesa della satira (appelli che ignorano la differenza tra comicità e satira, ma è un altro discorso).
La seconda: la RAI ha in programma una fiction (quando l’uso di termini italiani non era out, si chiamavano sceneggiati) su un matrimonio omosessuale. Proteste di alcuni giornali e associazioni: secondo loro una trasmissione televisiva che, in una qualche maniera, presenta un matrimonio omosessuale come simile o identico a un matrimonio eterosessuale sarebbe pericolosa. In altri ambienti, invece, il programma viene apprezzato in quanto costituirebbe «un messaggio positivo nei confronti di una realtà troppe volte male rappresentata nei media».
C’è qualcosa di sorprendente in queste vicende.
A stupire è soprattutto l’ingenuità di certi atteggiamenti nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa. Nelle preoccupazioni dei contrari e negli apprezzamenti dei favorevoli si legge uno schema che non può non spaventare: il cervello viene visto come una sorta di registratore che accoglie passivamente tutto quello che trasmettono per radio e televisione. Come se fosse sufficiente mostrare in televisione una mela per far crollare le vendite di pere e viceversa, come se esistesse un solo livello di significato, come se non esistesse alcun processo di elaborazione delle informazioni. Come se l’uomo fosse più semplice di una macchina.