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L´auto, intestata a una società con sede nella Svizzera romanda, era stata "pizzicata" nell´agosto del 1999 sull´autostrada A1 tra Yverdon e Losanna a 139km/h. Il conducente non era stato identificato e la multa di 180 franchi era stata spedita al propietario della ditta, nonché detentore del veicolo.
Dopo il rifiuto di pagare, il caso era giunto dinanzi al Tribunale di polizia di Yverdon. Il detentore dell´auto aveva ammesso che alla guida vi era un membro della sua famiglia ma si era rifiutato di farne il nome. La legge infatti conferisce ai singoli il diritto di non testimoniare contro i famigliari. La giustizia cantonale aveva però giudicato le motivazioni del presunto colpevole poco convincenti condannandolo al pagamento della multa. Su ricorso dell´uomo il TF ha invece ritenuto le argomentazioni del detentore del veicolo sufficienti.
Nell´ambito della cerchia familiare, l´utilizzo di veicoli in comune è un fatto frequente. La versione fornita dal ricorrente sembra plausibile, hanno rilevato i giudici di Losanna. Inoltre, nessun elemento permette di smontare la tesi da lui sostenuta: le spiegazioni fornite devono quindi essere considerate veritiere.
Nel caso concreto - prosegue il TF - il Tribunale di polizia di Yverdon avrebbe dovuto considerare la colpa del ricorrente "poco probabile": la condanna viola quindi il principio della presunzione di innocenza.
È vero - proseguono i giudici di Losanna - che essere il detentore di un veicolo può essere considerato un primo indice di colpevolezza, ma questo elemento non è sempre sufficiente per una sentenza di condanna, in particolare nei casi in cui il proprietario del veicolo si avvale del diritto di non testimoniare contro i propri cari: moglie, figli, genitori, fratelli e sorelle.
Spetta quindi alla giustizia stabilire la colpa del presunto colpevole e non a quest´ultimo dimostrare la propria innocenza, conclude il TF.