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D’altra parte nel 1794 il Municipio rimborsa lo stesso frate per le spese da lui sostenute per fare “i lampioni nuovi”. Mancando altri documenti – che pur dovevano esserci – possiamo soltanto supporre che la questione non venne più sollevata fino alla soppressione del convento, quando almeno tutte le grandi “porte” divennero sicuramente proprietà del Comune.
Ma il genere, i soggetti e le dimensioni erano comunque stati scelti nell’ambito del convento. Eppure ancora presenti i frati nel borgo, il Comune aveva già commissionato nel 1838 sicuramente alcuni nuovi “Trasparenti”: una serie di “fanali” da collocare in Corso Bello, con una qualche scena sacra da un lato e dall’altro lo stemma del Comune, due lampioni per la processione e uno da appendere all’arco di uno dei portoni del borgo.
Anche l’inventario di casa Torriani del 1848 registra ben 12 “fanali” di loro proprietà; poiché due balconcini sono sopravvissuti finora si pensa non fossero lampioni, ma appunto opere da esporre sotto le finestre del palazzo. Questi due casi documentati e diversi dipinti esistenti testimoniano una pluralità di committenti: i frati per le prime opere “maggiori”, il Comune per diverse altre e i singoli proprietari per tutte le rimanenti.
La presenza degli stemmi rispettivamente dei Servi di Maria e del Comune su alcuni lampioni confermano la volontà di segnalare visivamente la proprietà dell’oggetto, ma – come in molte altre opere d’arte – si riscontra anche qualche altro espediente meno esplicito. Ad esempio la piccola serie di balconcini appesi sotto le finestre di casa Soldati all’inizio di Corso Bello ha sui fianchetti scritte in spagnolo, forse ricordando la fortuna fatta in Sud America dal loro committente.
Anche la scelta dei soggetti dev’essere in alcuni casi stata determinata dalla volontà dei proprietari, come testimoniano due dipinti relativamente recenti di Silvano Gilardi: la Natività all’inizio di via Stella, specificatamente richiesta dai committenti nel 1986 in ricordo del figlio, o L’arca di Noè in Piazza del ponte, commissionato da Ada Binaghi nel 2000 per esprimere l’ampiezza della sua spontanea disponibilità persino nel comprendere gli animali.