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Di che cosa si tratta?
La discussione irta di divergenze fra i consiglieri federali sul cosiddetto «accordo-quadro» fra la Svizzera e l’UE sta da qualche settimana assumendo toni vieppiù accentuati.
Affinché le procedure, a volte ingannevoli, in atto fra Bruxelles, Consiglio federale, Parlamento e pubblico siano rese trasparenti, ricordiamo brevemente la realtà di questo accordo-quadro programmato fra Bruxelles e Berna.
Situazione di partenza
Bruxelles pretende da Berna, da fine 2012, l’«integrazione istituzionale» nelle strutture dell’UE. Il Consiglio federale si era detto disponibile a soddisfare questa pretesa. L’«integrazione istituzionale» dovrebbe, secondo il parere del governo nazionale, essere sancita in un accordo-quadro con le norme per il disciplinamento dei rapporti Svizzera-UE, vincolanti per tutti gli accordi e tutte le convenzioni bilaterali. Nei pre-negoziati, sfociati in un cosiddetto «Non-Paper» sottoscritto da alti diplomatici di ambo le parti, sono stati stabiliti, il 13 maggio 2013, i pilastri dell’accordo-quadro:
Innanzitutto, la Svizzera dovrebbe riprendere automaticamente tutte le decisioni e le leggi dell’UE, attuali e future, su fattispecie regolate in accordi bilaterali. Poiché l’automatismo così previsto ha suscitato qualche preoccupazione nella popolazione, il Consiglio federale parla oggi solo di «applicazione dinamica» del diritto UE – ciò che in pratica ha tuttavia lo stesso significato di ripresa automatica.
Secondo, il Consiglio federale intende riconoscere la Corte di giustizia dell’UE (CGUE) quale istanza suprema e inappellabile da parte svizzera, cosicché questa CGUE potrà decidere definitivamente su divergenze d’opinione concernenti l’interpretazione di accordi e convenzioni bilaterali.
E terzo, il Consiglio federale accetta un diritto unilaterale dell’UE a emanare sanzioni contro la Svizzera – oggi la Berna federale preferisce utilizzare l’eufemistica espressione «adeguate misure di compensazione» – qualora il nostro paese non possa talvolta ossequiare la decisione della Corte di giustizia UE, per esempio, a causa di una diversa decisione popolare votata in Svizzera.
Mandati negoziali
Il Consiglio federale ha inserito questi tre elementi del “Non paper” di fine 2013 nel suo mandato negoziale, facendone il suo filo conduttore delle previste trattative formali con Bruxelles sull’accordo-quadro. L’UE ha reso noto il suo mandato negoziale sei mesi dopo, aggiungendo ai tre pilastri del “Non paper” altre due pretese:
Bruxelles pretende anche la modifica dei pagamenti di coesione, finora effettuati dalla Svizzera di volta in volta quando richiesti da Bruxelles a seguito dell’estensione a est dell’UE. Invece di singoli importi di coesione decisi di volta in volta, la Svizzera dovrà in futuro versare all’UE un importo annuo – esattamente come gli Stati membri. L’UE vuole così, non da ultimo, evitare il possibile lancio del referendum contro i singoli accordi.
Oltre a ciò, l’UE esige l’istituzione di un organo di controllo che – composto da personale assunto da Bruxelles – dovrebbe vegliare a che la Svizzera ottemperi alla lettera gli impegni assunti nei confronti di Bruxelles.
Trattato di sottomissione
In questo modo, Bruxelles vuol ridurre la Svizzera allo stato di territorio suddito e tributario. L’accordo-quadro riveste quindi il carattere di un trattato di sottomissione.
Come sarà intitolato il progetto di accordo-quadro che il Consiglio federale presenterà al Parlamento, rispettivamente metterà in votazione al popolo e ai cantoni, non lo si sa ancora. C’è da aspettarsi una proposta che parlerà di «rinnovamento», di «rinascita» o di «rafforzamento» della via bilaterale.
La realtà è comunque che a Bruxelles, il Consiglio federale – per esempio sulla questione dell’immigrazione – difende a dir poco tiepidamente la posizione della Svizzera. Non di rado, si ha l’impressione che il Consiglio federale si vergogni del suo sovrano: nessuna traccia di una ferma difesa della situazione svizzera peraltro sostenuta da votazioni popolari.
Nel frattempo, si moltiplicano nell’UE i segnali di decadenza: le crisi d’indebitamento e la crisi dell’euro sono tuttora irrisolte.
I contrasti nella politica d’immigrazione hanno scavato profondi fossati fra i diversi Stati membri dell’UE. Schengen/Dublino è crollato. A eccezione della presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga, nessuno sostiene più in Europa la «cultura del benvenuto» della cancelliera tedesca. E in Inghilterra, il «Brexit» è divenuto realtà.
Nonostante queste palesi debolezze dell’UE che, assieme, mettono in grave pericolo l’Europa, il Consiglio federale non riesce a imporsi con un’efficace difesa degli interessi svizzeri.