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Una specie vivente su otto è a rischio di estinzione in tempi brevi: a lanciare l'allarme è la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità (Ipbes). A colloquio con l'esperto svizzero che ha partecipato alla stesura del primo rapporto globale sulla biodiversità.Questo contenuto è stato pubblicato il 08 maggio 2019 - 17:13
"La natura declina globalmente a un ritmo senza precedenti nella storia dell'umanità e il tasso di estinzione delle specie si sta accelerando. Questo ha già oggi effetti gravi sulla popolazione umana del mondo intero", si legge nel rapporto della Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (IpbesLink esterno). Il riassuntoLink esterno del rapporto è stato approvato sabato dai delegati di 140 paesi a Parigi.
Il bilancio degli oltre 400 esperti di tutto il mondo che hanno partecipato alla stesura del documento è drammatico. Oltre un milione di specie animali e vegetali, su un totale di circa 8 milioni di specie viventi, rischia di scomparire a causa delle attività umane. Dal 1900, l'abbondanza media di specie locali nella maggior parte dei grandi habitat terrestri è diminuita di almeno il 20%.
Questa estinzione di dimensioni colossali va di pari passo al rapido deterioramento degli ecosistemi. Dal 1992 le aree urbane sono raddoppiate. Tra il 1980 e il 2000 sono stati abbattuti 100 milioni di ettari di foreste tropicali, poco meno della superficie di Francia, Italia e Gran Bretagna messe insieme. E l'elenco potrebbe continuare.
Salvaguardare la biodiversità
Il termine 'biodiversità' si riferisce alle molteplici sfaccettature assunte dalla vita sulla Terra, alla ricchezza di specie animali e vegetali, alla diversità genetica all'interno delle specie e ai differenti tipi di habitat.
Il 22 maggio viene celebrata la Giornata mondiale della biodiversitàLink esterno. Nel quadro dell'iniziativa denominata Missione BLink esterno, la Società svizzera di radiotelevisione, di cui fa parte swissinfo.ch, invita i cittadini a creare nuovi spazi per la natura in giardino o sul balcone.
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Tre quarti delle superfici terrestri e due terzi degli ambienti marini sono stati significativamente modificati dall'azione umana. Lo stato di degrado della biodiversità è tale da mettere seriamente in pericolo i servizi che la natura fornisce all'umanità, dall'impollinazione alla protezione delle coste dall'erosione, dai principi attivi utilizzati in medicina agli effetti sulla qualità dell'aria.
Andreas Heinimann, docente all'istituto di geografia e direttore associato del Centro per lo sviluppo e l'ambiente dell'università di Berna, è uno degli autori del rapporto.
swissinfo.ch: Signor Heinimann, da oltre 40 anni gli scienziati mettono in guardia dall'estinzione di specie viventi. Quali sono le novità del rapporto dell'Ipbes?
Andreas Heinimann: Prima di tutto la novità sta nel processo. Centinaia di scienziati di diversi paesi e discipline hanno lavorato insieme, sapendo di doversi confrontare con i delegati dei governi in seno all'Ipbes. Questo offre l'opportunità di tradurre le conoscenze in azioni politiche.
In secondo luogo il rapporto non vuole sottolineare solo i valori intrinseci della natura, che sono indiscussi, ma anche considerare i servizi che la natura offre agli uomini, il suo contributo alla nostra qualità di vita.
Il rapporto fornisce un enorme quantità di informazioni sullo stato della biodiversità nel mondo, sulle cause e sulle misure da prendere per la sua salvaguardia. Qual è a suo avviso il messaggio più importante?
A. H.: Direi questo: oggi non basta più procedere a piccoli aggiustamenti del sistema, è necessario un cambio di paradigma. E questo è l'aspetto allarmante del rapporto, perché tutti sappiamo che un simile cambiamento si scontra con gli interessi di molti attori che approfittano dello status quo.
Lei da scienziato compie un passo che non è usuale. Non si limita a descrivere un problema, ma formula delle rivendicazioni. Non è problematico?
A. H.: Le devo dare una risposta personale, che rispecchia il modo in cui lavoro: credo che la scienza debba assumere posizione, non può nascondersi in cantina. Abbiamo bisogno di una "scienza trasformativa", di una scienza che affronti temi socialmente rilevanti confrontandosi con la società.
Non si tratta di assumere posizioni politiche. La scienza deve basarsi su fatti accertati, ma se nel suo sforzo di generare sapere dialoga con gli attori coinvolti, allora può anche innescare un cambiamento.
La situazione descritta dal rapporto appare drammatica, eppure affermate che c'è ancora spazio di azione. Non siamo dunque ancora a un punto di non ritorno?
A. H.: Ci sono ragioni di speranza. La politica può generare cambiamenti. Prendiamo l'esempio della protezione delle acque in Svizzera negli anni Novanta: con strumenti relativamente semplici è stato possibile migliorare sensibilmente la qualità delle acque.
Oggi la società è pronta a mobilitarsi per temi ambientali, basti pensare alle recenti manifestazioni per il clima. La mobilitazione dei cittadini è fondamentale. Anche la digitalizzazione può avere un ruolo importante, per esempio rendendo trasparenti gli effetti dei nostri consumi.
Può citare qualche misura più concreta?
A. H.: Occorre per esempio eliminare le sovvenzioni per comportamenti che sono dannosi per l'ambiente e creare un nuovo sistema di incentivi. Poiché ne va delle basi della nostra vita, gli interessi della collettività devono prevalere sugli interessi privati di chi approfitta dello status quo.
Nell'economia ci sono anche approcci positivi, come le strategie sostenibili di investimento a impatto sociale e ambientale (impact investment) e l'economia circolare. E a livello individuale occorre mirare a una riduzione dei consumi e a maggiore consapevolezza.
Qual è la situazione della biodiversità in Svizzera?
A. H.: In Svizzera la proporzione di specie minacciate è più alta della media globale. Le cause principali sono note: infrastrutture e agricoltura. In fondo è una situazione paradossale. Sappiamo quel che si dovrebbe fare, nell'agricoltura i pagamenti diretti Link esternodella Confederazione agli agricoltori offrirebbero uno strumento per incentivare una produzione più sostenibile. Manca però la volontà politica.
La Svizzera ha d'altro canto un forte impatto sulla biodiversità all'estero. Oltre il 70% delle terre che servono ad alimentare i consumi svizzeri si trovano al di fuori dei suoi confini. È una grande responsabilità. Servono trasparenza e regole per il commercio. Ma perché questo avvenga occorre una pressione da parte della società.
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