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Entraineuse, divorziata, madre di due bambini e colpevole di aver liquidato a colpi di pistola il proprio amante (mollaccione - anche se questa non era una ragione sufficiente-, figlio di buona famiglia, corridore automobilistico a tempo perso), Ruth Ellis è stata, nel 1953, l'ultima donna impiccata in Inghilterra. Il suo caso desto un enorme scalpore e non solo nel rilanciare il dibattito sulla legittimita della pena di morte: con un'opinione pubblica divisa al cinquanta per cento, giudici ed avvocati, e tutti coloro che seguirono da vicino il processo, si resero conto di condannare una vittima. E di creare, ciò che effettivamente avvenne, un'eroina se non una martire per i diversi movimenti di liberazione a venire.
Mike Newell quasi un esordiente, costruisce un film di notevole interesse e di indubbio fascino (al di là di certe sue debolezze) non sul processo: ma proprio sull'itinerario che, sul filo che conduce dal melodramma alla passione, trasforma in una vittima (psicologica e prima ancora sociale) quella che all'inizio della vicenda appare come una dominatrice.
Biondastra come una Marylin dei poveri, Ruth regna sovrana sul suo night con camere annesse, dispensatrice (dopo aver rimboccato le coperte dei bimbi al piano di sopra) di un po' d'evasione nell'ancora squallido dopoguerra londinese. E in quella pittura d'ambiente, ammirevolmente espressa (precisione della scenografia, delle tinte che dal marrone si smorzano nel caffellatte dei muri: prima degli anni sessanta Londra ignorava notoriamente l'ottimismo degli intonaci bianchi) compaiono gli altri due elementi di quello che potrebbe rimanere un tradizionale triangolo. Il belloccio (ormai celebre e fascinoso, come sanno bene le nostre lettrici, Rupert Everett) che saprà amarla soltanto a letto; e il brav'uomo, capace di amarla tolto che a letto.
I tre, da quel momento, sprofondano in quelli che si usavano definire abissi della passione: quella vera, quella che infatti si conclude doverosamente con la morte. La passione non è facile da rendere credibile, al cinema come altrove. Se Newell ci riesce cosi bene è perché egli (ed il suo sceneggiatore, Shelag Delaney, già con Richardson, Loach, Reisz... ) sa imprimere ai suoi personaggi una determinazione formidabile.
Nell'arte - disgraziata certo - della cocciutaggine che porta alla degradazione, in una società puritana e ipocrita come o più delle altre, la povera Ruth, assieme al giovane appassionato e vigliacco (oltre che condizionato da una casa di campagna con madre e trentadue camere), e al brav'uomo che porta le corna ed i figli a scuola, rimarranno un esempio indimenticabile. Irritanti dapprima commoventi infine nel seguire fino in fondo, contro ogni parvenza di logica o di semplice istinto di conservazione, il loro istinto amoroso. Ed il tracciato indicato, o meglio imposto dalle leggi della convivenza sociale.
Newell dirige tutto ciò con mano sensibilissima, quasi compiaciuta (è uno dei limiti del film) nella tenuta stilistica: gli attori, sui quali si appoggia - come sempre nel cinema più giusto - si esprimono su livelli straordinari. Soprattuto Miranda Richardson (pensate, una sconosciuta!) che si porta appresso sulla faccia, sul corpo, quasi sui vestiti il proprio destino, ingrato ma anche, chi l'avrebbe detto, glorioso.