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Adelphi ha rilevato i diritti dell'opera omnia di Carlo Emilio Gadda, il grande scrittore lombardo nato il 14 novembre 1893. L'intenzione di Adelphi (portata avanti inizialmente dal suo deus ex machina Calasso, la cui impronta persiste anche dopo la sua scomparsa), è quella di creare una biblioteca che smentisca l'idea che la letteratura italiana del Novecento sia riconducibile al triangolo Pavese-Calvino-Pasolini, ovvero alla sfera della resistenza, dell'impegno e del territorio (con gli addentellati e le propaggini del caso). Accanto a Gadda, nella biblioteca Adelphi, trovano spazio le opere complete di Ortese, Parise, Cristina Campo, Savinio, Landolfi, Michelstaedter, Manganelli, Morselli, Satta, e altri: tutti autori che manifestano una chiara idea di letteratura, che non è quella che si insegna a scuola.
La letteratura che Adelphi intende promuovere è una letteratura difficile, fatta di tomi che sono sulla bocca di tutti ma che pochi si prendono la briga di leggere. E Carlo Emilio Gadda è, probabilmente, il capostipite di questa letteratura. La sua Cognizione del dolore costituisce infatti il solo romanzo novecentesco che la letteratura italiana possa annoverare in una ideale biblioteca che contempli al contempo il Doctor Faustus di Thomas Mann, l'Ulisse di Joyce, Mentre morivo di Faulkner, Moby Dick di Melville e i pochi altri capolavori che hanno saputo forgiare non solo una storia, ma anche una lingua, fatta di una sintassi aurorale, di ubriacature lessicali e di innovazioni linguistiche.
Le edizioni mandate in stampa da Adelphi sono accompagnate da un apparato filologico notevole e rigoroso. Ne risultano dei volumi eleganti e corposi, piacevoli da custodire sottobraccio, ma che non incoraggiano i già dissuasi lettori di Gadda né i novelli professori (che volentieri lo escludono dalle liste dei romanzi da portare agli esami o da presentare in classe).
Eppure, se si prende ad esempio la Cognizione del dolore, nella sua esile trama, il libro tratta una vicenda assolutamente comune ed accattivante: a Lukones, in una villa isolata, una madre e un figlio si fronteggiano. Lui, don Gonzalo, che le dicerie vogliono iracondo, vorace, crudele e avarissimo, è divorato da un male oscuro, quello che «si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita». Lei, la Signora, è ridotta da una desolata vecchiezza e dal lutto per la morte dell'altro figlio (il «suo sangue più bello!») a una spettrale sopravvivenza. Li unisce un amore sconfinato, li separa un viluppo di gelosia, senso di colpa, rancore, dolore – preludio al più atroce degli epiloghi (come recita il risvolto di copertina).
Al di là della trama, il libro si configura come un'immersione nel dolore che abita il protagonista. Il «male invisibile» di cui è affetto Gonzalo costituisce infatti il cuore palpitante dell'opera. La scrittura assume così una funzione terapeutica, senza offrire però sollievo. ll dolore inscritto nel titolo resterà infatti un grumo irrisolto, e l'opera si rivelerà aperta e incompiuta. Cionondimeno Gonzalo, nelle sue elucubrazioni, sembra individuare i nodi che lo attanagliano, straziandolo. Questi nodi sono l'Io e la proprietà, due elementi che per il freudianissimo Gadda sono insormontabili.
Di ville! (brano tratto dall'Adalgisa)
RSI Dossier 08.02.2018, 16:49
Il nodo narcissico dell'io
celeberrima è l'invettiva contro l'io presente nella Cognizione: I pronomi sono i pidocchi del pensiero e l'io è il più lurido di tutti i pronomi. Affermare l'io significa negare l'universale disordine, la perenne dissoluzione e riorganizzazione del cosmo. La concezione atomistico-combinatoria del mondo, induce Gadda a scagliarsi contro la falsa unità della persona e contro le sue pretese di coerenza e autonomia. Il problema, però, è che sconfessare l'esistenza di un'unità stabile (seppur fittizia) significa cedere alla legge della transitorietà, dell'indistinto e del nulla e questo, freudianamente, genera scompensi. Di qui la nevrosi di Gonzalo, il quale, pur definendosi un dissociato noetico, fa di tutto per affermare una propria unità e dignità, secondo un circolo vizioso che è foriero di insofferenze.
Il feudo consustanziale della proprietà
il rapporto tra madre e figlio nella Cognizione si svolge tutto intorno alla casa di proprietà, epicentro di ogni scompenso. Come in altri romanzi gaddiani, la proprietà assurge a organo rubente od entelechia prima consustanziale ai visceri, e però inalienabile dalla sacra interezza della persona. In altre parole Gadda critica la proprietà perché irrazionale: l'individuo che vuole possederla dimentica infatti che egli non possiede nemmeno se stesso, per cui il concetto di proprietà contraddice la legge della continua dissoluzione e riorganizzazione del cosmo. Eppure, l'individuo sembra non potere fare a meno di possedere qualcosa di duraturo e permanente giacché, in questo modo, rimuove l'idea della transitorietà e della dissoluzione. Anche in questo caso, dunque, Gadda individua il nodo del male ma non riesce a scioglierlo. La proprietà non ha senso perché nega le leggi dissociative e rigenerative del mondo, eppure essa si configura freudianamente come un istinto imprescindibile dell’io, che fa di tutto per non cedere alle leggi che intimamente lo abitano e lo travolgono. Una critica simile concerne anche la famiglia, altro bersaglio delle invettive gaddiane. Seppure priva di senso, la famiglia sembra offrire un surrogato della stabilità ad un io fragile e in continua ricerca di conferme e permanenza.
In conclusione, non foss'altro che per questi nodi esistenziali, la speranza è che Gadda possa tornare ad essere letto. E che si smetta una buona volta di dire che è difficile, complicato, inarrivabile. Perché la poesia, il bagliore, l'energia che le sue pagine comunicano non sono da capire. Sono musica travolgente, che tutto dissocia facendo tabula rasa e offrendo il vuoto su cui risorgere. Basta leggere questo breve passo per intuire, al di là del pastiche linguistico, come tra le righe si nasconda un invito ad andare oltre l'apparenza, a non cedere al rancore a, se possibile, guardarsi dal giudizio, il tutto in una prosa che rievoca Dante, Cervantes e la poesia del Novecento: Cogliere il bacio bugiardo della Parvenza, coricarsi con lei sullo strame, respirare il suo fiato, bevere giù dentro l’anima il suo rutto e il suo lezzo di meretrice. O invece attuffarla nella rancura e nello spregio come in una pozza di scrementi, negare, negare: chi sia Signore e Principe nel giardino della propria anima. Chiuse torri si levano contro il vento. Ma l’andare nella rancura è sterile passo, negare vane immagini, le più volte, significa negare se medesimo. Rivendicare la facoltà santa del giudizio, a certi momenti, è lacerare la possibilità: come si lacera un foglio inturpato leggendovi scrittura di bugìe.