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MARSIGLIA - Lidl è accusata di mobbing e omicidio involontario. La causa giudiziaria arriva sei anni dopo il suicidio di un impiegato, ritrovato impiccato in un magazzino. Intorno all'inchiesta, diversi casi di pressione psicologica e condizioni di lavoro intollerabili dettati dall'azienda nei confronti di diversi lavoratori.
Era il 29 maggio 2015 quando Yannick Sansonetti si tolse la vita in un magazzino di Lidl vicino a Aix-en-Provence. Svolgeva la mansione di tecnico della manutenzione e aveva 33 anni. Solo un mese prima il suo superiore Patrice Tonarelli era stato vittima di un burnout, uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale.
La catena tedesca di supermercati era stata giudicata colpevole dal Tribunale degli affari sociali di Marsiglia in una causa civile per aver commesso «un errore imperdonabile», in quanto, dopo che era stata allertata dagli ispettori del lavoro dei «rischi psicosociali» a cui il signor Sansonetti era soggetto, non aveva cambiato la sua politica manageriale. Un politica che, stando alle carte del tribunale, «prevedeva degli orari di lavoro insostenibili, con mansioni straordinarie e una continua messa in dubbio delle capacità dei dipendenti». Il tutto era iniziato nel 2014, all'arrivo di un nuovo direttore. Prova di questo, alla sua morte, il signor Sansonetti, era stato sostituito con tre persone.
Sei anni dopo i fatti, con diverse denunce nei confronti dell'azienda da vari dipendenti per mobbing e un tentato suicidio, e la richiesta da parte degli avvocati, è stata aperta una causa giudiziaria nei confronti di Lidl per i casi di Sansonetti e Tonarelli. Come riporta l'edizione francese di 20 minutes l'avvocato della famiglia Sansonetti, François Burle, ha spiegato che «dal momento in cui si viola un obbligo legale di sicurezza o prudenza, e che questo causa un decesso, si è perseguibili per omicidio». Mentre il legale di Patrice Tonarelli ha affermato che «non avevo mai visto una persona così segnata a livello psicologico. Questa storia è per il mio cliente come un terremoto».