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Riforma: 500 anni in Svizzera
Cinque secoli che hanno segnato la storia elvetica sotto il profilo religioso, culturale, politico ed economico
Il cinquecentesimo della Riforma si celebra nel 2017. Torniamo pertanto, per capire e affrontare il domani, all'inizio del Cinquecento. Il clima religioso, culturale e sociale era in subbuglio: da tempo circolavano voci che chiedevano una riforma della chiesa, il Rinascimento aveva messo in evidenza una nuova sete di conoscenza, l'invenzione della stampa permetteva una migliore circolazione delle idee, nuove scoperte geografiche stavano cambiando l'immagine del mondo, ceti sociali e autorità delle città chiedevano più spazi di autonomia.
Il movimento che portò, nel giro di pochi decenni, anche in Svizzera, alla nascita di una nuova chiesa, riformata e staccata da quella che rimaneva sotto l'autorità del papa di Roma, scaturì da questa situazione, di cui seppe cogliere le aspirazioni sottolineando nel contempo la libertà e la responsabilità dei cristiani. A livello locale, il movimento di riforma si intrecciò anche con rivendicazioni di tipo politico: nei Grigioni i comuni chiedevano di poter eleggere autonomamente il proprio parroco, a Zurigo e Ginevra il consiglio cittadino si ribellò contro l'autorità del vescovo.
Le guide del movimento furono molte. A Zurigo si impose Zwingli - a cui succedette, dopo la morte, Heinrich Bullinger -, a Ginevra fu Giovanni Calvino, oriundo francese, a Neuchâtel Farel, a Berna Niklaus Manuel e Berchtold Haller, a Basilea Oecolampad, a San Gallo Vadian, a Coira Comander, in Engadina Philip Gallicius, nelle vallate meridionali dei Grigioni Pier Paolo Vergerio e Agostino Mainardo di Chiavenna. A secolo inoltrato e quando il Concilio di Trento - convocato dal papa per serrare le fila di chi gli era rimasto fedele - chiuse i suoi lavori, l'Europa, ma anche la Svizzera, era ormai divisa in due campi confessionali distinti.
La separazione provocò numerosi esodi. Da Locarno partirono, nel 1555, alla volta di Zurigo, oltre un centinaio di protestanti, espulsi a causa della loro fede. Da Lucca una folta colonia di protestanti riparò a Ginevra, città a cui diede commercianti e accademici brillanti. Dalla Valtellina i protestanti scampati alla strage del'estate 1620 ripararono in Val Bregaglia, a Coira e a Zurigo. Dalla Francia, decine di migliaia di protestanti espulsi dal Re Sole fuggirono in direzione dei cantoni svizzeri: a Ginevra, per fare loro posto, le case crebbero di tre-quattro piani raggiungendo altezze vertiginose, a Sciaffusa il numero di profughi arrivò ad essere il doppio di quello della popolazione locale.
Alla fine del Cinquecento il protestantesimo svizzero aveva ormai assunto una precisa forma organizzativa - dettata da Giovanni Calvino -, e una linea teologica comune - riassunta nella Confessione di fede elvetica formulata dallo zurighese Heinrich Bullinger. Non tutti i rivoli sgorgati dalla Riforma si lasciarono però ricondurre a un denominatore comune: l'ala dissidente anabattista si oppose, in nome di una più radicale interpretazione del dettato evangelico. Agli anabattisti non rimase altro che lasciare il Paese - capitò al gruppo che diede origine, negli Stati Uniti, al movimento degli amish -, oppure ritirarsi in aree discoste - fu il caso dei mennoniti, nelle alte valli del Giura bernese.
Superato il periodo delle guerre di religione - e dunque del confronto con il cattolicesimo -, il protestantesimo svizzero entrò in una lunga stagione di dispute interne tra il movimento pietista - di stampo popolare, che promuoveva la devozione personale -, e la corrente influenzata dall'Illuminismo - più elitaria, razionalista, di cui Jean-Jacques Rousseau, e più di lui Albrecht Von Haller, furono esponenti. Le tensioni interne, sul piano teologico, non impedirono al protestantesimo svizzero di mettere in campo, nel corso di tutto l'Ottocento, un gran numero di opere sociali.
Nell'ambito della promozione dell'educazione e della sanità, della missione e della diffusione della Bibbia, dell'aiuto ai poveri, agli orfani e alle famiglie disagiate, nella costituzione di casse di risparmio e di fondi precursori della moderna previdenza sociale, nella lotta all'alcolismo, nel sostegno ai detenuti, furono centinaia, in tutta la Svizzera, le opere promosse da protestanti. È il secolo dell'Esercito della Salvezza e del metodismo, che attecchiscono in Svizzera e rispondono ai bisogni del proletariato. Ma è anche il secolo di Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa, esempio dell'instancabile slancio sociale di cui diede prova il protestantesimo. Ed è il secolo in cui l'etica protestante del lavoro influenza profondamente la società elvetica.
Il 20. secolo si apre con la devastazione - fisica, materiale e morale -, provocata dalla prima guerra mondiale. Un colpo durissimo per quella parte di protestantesimo che aveva abbracciato un'ottimistica teologia del progresso dell'umanità. A riportarlo coi piedi per terra ci pensano il professore basilese Karl Barth - che negli anni Trenta andrà ad insegnare in Germania, a Bonn, e getterà le basi della Chiesa evangelica confessante che si oppone al regime hitleriano - e il teologo e pastore pacifista e socialista grigionese Leonhard Ragaz.
Tra le due guerre mondiali, nasce l'idea di federare le chiese protestanti cantonali, e nel contempo germoglia la pianticella dell'ecumenismo, che porterà alla fondazione del Consiglio ecumenico delle chiese con sede a Ginevra. Sulla scia della neonata Federazione delle chiese evangeliche, nasce, al termine del conflitto, l'ente di aiuto protestante svizzero HEKS che da allora si dedica a curare le vittime della guerra e i profughi.
E finalmente, dopo lunghe discussioni, anche le donne vengono ammesse al pastorato. Comincia, alla fine degli anni Trenta, una grigionese, Greti Caprez, seguita da donne bernesi e zurighesi. All'alba degli anni Settanta, sono teologi e pastori protestanti a fondare la Dichiarazione di Berna e a introdurre nelle chiese e nella società una sensibilità terzomondista ed ecologista.
Maggioritario fino all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso, il protestantesimo svizzero conosce oggi un declino numerico dovuto alla crescita della popolazione cattolica - in seguito ai flussi migratori - e alla secolarizzazione della società. Nel contempo si assiste alla crescita - rumorosa, vivace, seppure numericamente limitata - di un protestantesimo di tipo evangelicale, pentecostale che non si riconosce nella teologia, nella liturgia e nella spiritualità delle chiese originate dalla Riforma del 16. secolo.
È probabile che il protestantesimo storico debba apprendere, dagli evangelicali, l'entusiasmo, mentre questi potranno assorbire, dai riformati, una migliore formazione teologica. Insieme, le due grandi correnti stanno forgiando la nuova identità del protestantesimo svizzero del 21esimo secolo.
Paolo Tognina
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