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Ricordi di un cittadino svizzero che ha partecipato alla gestione di uno dei più importanti esodi durante la Guerra Fredda.
La Svizzera ha fornito grandi sforzi di cooperazione con Cuba anche durante la “crisi camarioca”, tra il 1965 e il 1973). In questo periodo, oltre 260’000 cubani lasciarono l'isola, prima via mare e poi per via aerea, con l'approvazione dei paesi di origine e di destinazione.
È stato un compito arduo, ricorda Werner B*, assunto allora a Berna per rafforzare il personale dell’ambasciata svizzera a Cuba, oberato di lavoro. "Tra tre e quattromila persone partivano ogni mese. Gli aerei erano pieni. C'erano due voli giornalieri. Il primo giungeva a Varadero tra le sei e le sette del mattino. A bordo c'erano due funzionari dell'immigrazione e un medico. Controllavano i documenti e la salute dei viaggiatori".
"Ricevevamo centinaia di lettere ogni giorno da persone che chiedevano quale fosse la procedura di registrazione e cosa dovevano fare per essere inclusi nella lista di emigrazione. Abbiamo risposto a tutti. Alcuni con modelli standard. È stato un lavoro enorme".
"Non eravamo noi a decidere chi poteva partire e chi no", aggiunge Werner B. "Abbiamo intervistato persone con problemi particolari o che superavano l’età militare (15-27 anni), i cui nomi figurano nelle liste che ci facevano pervenire le autorità cubane. Dovevamo poi trasmettere i formulari alle autorità statunitensi."
Più tardi, il nostro interlocutore è entrato definitivamente al servizio del Dipartimento federale degli affari esteri, per il quale ha soggiornato in diversi paesi. Ancora oggi, in pensione, ricorda con particolare emozione l’anno trascorso sull'isola. E, soprattutto, l'apprensione degli intervistati; il dolore della separazione e la generosità di un popolo disposto a condividere quel poco che aveva. "A Cuba ho capito veramente cosa è condizione umana".
*Nome modificato per salvaguardare l'anonimato dell'interlocutore
Traduzione di Armando Mombelli, swissinfo.ch