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Una biblioteca fatta per le studio:
le regole di conduzione di una biblioteca del xv secolo
Opere giuridiche
a) Il card. Firmano e la sua biblioteca
Il cardinale Niccolò Cusano é certamente conosciuto per lo più e giustamente come umanista, come filosofo e teologo, di meno come canonista. Eppure anche il Cusano si sottoscrisse talora come « decretorum doctor » [1] e la sua biblioteca personale, da lui poi donata alla fondazione dell’Hospitale Sancti Nicolai, in Kues[2], città natale del cardinale del titolo di San Pietro in Vincoli, contiene ancora vari manoscritti di diritto canonico tra cui una Summa di S. Raimondo da Pennaforte, il compilatore del Liber Extrauagantium Decretalium, promulgato da Gregorio IX nel 1234.
Già nel corso del xiv secolo, risiedendo i papi ad Avignone, alcuni cardinali (tra i quali Pietro Corsini, Jean de Brogny, Amadeo da Saluzzo) possedettero biblioteche personali assai fornite di libri di carattere giuridico, attesa l’attività amministrativa e pratica da essi svolta[3].
E’ noto poi come diversi cardinali abbiano posseduto nel successivo xv secolo una biblioteca personale assai ricca di codici contenenti opere di teologia (sacra scrittura, patristica e liturgia), filosofia, diritto canonico e civile nonché opere di classici latini e greci, talora nella traduzione latina di umanisti dell'epoca. Tra questi cardinali possiamo ricordare in primo luogo il card. Bessarione (morto nel 1472), il detentore forse della biblioteca personale più ricca, da lui poi donata a San Marco di Venezia[4] nonché il card. Giordano Orsini[5] oltre al citato card. Cusano. Ma si possono ricordare anche le biblioteche[6] dei cardinali Antonio Correr (morto nel 1445) [7] e Juan Torquemada[8].
Ad esse si aggiungono quelle del card. Jean Jouffroy (morto nel 1473) [9], di Francesco Gonzaga (morto nel 1483) [10], di Ferry de Clugny[11], di Guillaume d’Estouteville (morto nel 1483) [12], di Jacopo Ammannati Piccolomini (morto nel 1479) [13], di Marco Barbo (morto nel 1491) [14].
Accanto alle menzionate biblioteche cardinalizie di carattere pratico del xiv secolo viene collocata anche la biblioteca del xv secolo di un altro cardinale, Domenico Capranica (1400 circa[15] – 1458), vescovo di Fermo, dapprima cardinale diacono di Santa Maria in Via Lata, indi cardinale prete del titolo di Santa Croce in Gerusalemme, Penitenziere maggiore[16].
La biblioteca del cardinale di Fermo (Firmanus nuncupatus) si colloca certamente da un lato anche tra quelle biblioteche di cardinali del xv secolo aventi una oggettiva rilevanza in quanto ricca di opere svariate di teologia, filosofia, letteratura, ma si contraddistingue d’altro lato come la biblioteca di un amministratore, che necessita soprattutto di testi giuridico-amministrativi utili per lo svolgimento della sua attività[17].
Non vi é dubbio che la biblioteca del cardinale Capranica rispecchiasse anche le legittime pretese di ecclesiastico colto, bibliofilo, collezionista e pertanto nella sua ricca biblioteca, da lui donata per testamento al collegio pauperum scolarium da lui fondato, si trovavano numerosi codici di teologia, di filosofia, di patristica, di lettere classiche e di diritto. Tuttavia, nonostante le pressanti istanze del cardinal Firmano in ordine alla conservazione della sua biblioteca e a differenza, ad esempio, della biblioteca donata dal cardinal Cusano all’ospedale di San Nicola e che ivi ancora in gran parte si trova[18] o di quella del Bessarione che si trova ancora a Venezia nella biblioteca marciana o anche a quella del cardinale G. Orsini, che venne donata in gran parte alla Basilica di S. Pietro (più esattamente alla chiesa di S. Biagio della Pagnotta annessa alla basilica), essa non é più conservata nella sede del collegio di studenti, da lui fondato, che porta ancora il suo nome. Detto collegio continua da un lato, dopo oltre cinque secoli, la stessa opera di formazione accademica auspicata dal fondatore, dall’altro quella di preparazione specifica alla vita sacerdotale, promossa in seguito dal concilio tridentino.
Questa attività formativa accademica é infatti presente in analoghe fondazioni antecedenti, contemporanee o successive a quella del card. Firmano[19]. Si possono tra le altre menzionare quella del card. Jean Lemoine[20] (morto nel 1313), che durante la sua vita fece donazioni al Collége de Cholets a Parigi e che fondò a sua volta un collegio portante il suo nome all’Università di Parigi ; del card. Niccolò Capocci[21] che fonda un collegio nel 1362 ; del card. Egidio Albornoz (morto nel 1367) [22] ; del card. Talleyrand de Périgord (morto nel 1364) ; del card. Jean de Dormans che istituisce un collegio a Parigi nel 1362 e a cui dona i propri libri; del card. Branda Castiglioni fondatore di un collegio a Pavia[23]; del card. Nicola Albergati che apre una biblioteca a Bologna; di Stefano Nardini, arcivescovo di Milano, fondatore di un collegio a Roma nel 1480[24]; di Niccolò Fortiguerra, che istituisce un collegio a Pistoia nel 1471, con annessa biblioteca; del card. Pierre de Foix (morto nel 1465) che dà vita a un collegio a Tolosa.
La sorte riservata alla biblioteca che il card. Firmano donò al collegio da lui fondato non é stata dunque del tutto favorevole agli auspici del fondatore. Nonostante infatti le rigorissime norme per la tutela, la conservazione, il prestito e l’acquisto dei libri redatte dallo stesso cardinale ed inserite con minuzia negli statuti del collegio[25], la biblioteca andò nel corso dei secoli successivi variamente dispersa. In un primo tempo tuttavia la biblioteca, secondo i voti del fondatore, si accrebbe ulteriormente : la conferma, almeno per i primissimi anni di vita del collegio e della biblioteca, viene dal catalogo del 1486 che registra un notevole aumento di codici rispetto al precedente catalogo redatto il 25 febbraio 1480[26].
Si può comunque affermare, tenendo conto degli studi e delle ricerche effettuate sinora in ordine a detta biblioteca, che molti codici di cui al duplice elenco, redatto rispettivamente nel 1480 e nel 1486 e conservato nel manoscritto Vat. lat. 8184 della Biblioteca Apostolica Vaticana[27], codice proveniente peraltro esso stesso dalla biblioteca Capranicense, sono alla fine approdati nella biblioteca Vaticana stessa, a varie epoche e in vari gruppi, il più notevole dei quali é certamente quello appartenente al fondo rossiano[28], confluito dopo alterne vicende nella biblioteca Vaticana il 3 dicembre 1921[29]. Un altro gruppo (una ventina circa) di manoscritti della biblioteca del card. Capranica era già confluito in quella Vaticana nel 1798[30]. Altri manoscritti o incunaboli dovevano essere pervenuti anche nel corso dei secoli precedenti, in particolare durante il xvii secolo. Alcuni furono trasferiti già durante il pontificato di Paolo V (1605-1621) [31]. Urbano VIII, papa Barberini avrebbe poi fatto confluire nel fondo Barberini della Vaticana, secondo le annotazioni del Contelori[32], manoscritti di diverse bibloteche ecclesiastiche romane, tra cui taluni manoscritti della Minerva[33], mentre quelli della biblioteca Capranica sarebbero stati fatti pervenire più tardi[34]. Altri codici furono trasferiti alcuni anni dopo, verso il 1657, forse per volere di Alessandro VII, Chigi[35] e tra questi possiamo citare con certezza il MS Chigi E.VII. 208[36]. Ulteriori perdite si verificarono anche a favore di altre biblioteche[37].
Non é nostra intenzione seguire la traccia di tutti gli oltre 430 codici (per 1750 opere complessive) elencati alla fine del xv secolo, lavoro non certo facile, ma in parte possibile tenendo conto dei dati a disposizione[38]. La nostra analisi vorrebbe inoltre limitarsi unicamente ai codici e alle opere giuridiche. ancorché in senso lato[39]. A quelle che tengono conto vale a dire per un verso solo del diritto canonico[40] e del diritto civile e per l’altro delle opere concernenti la struttura e la costituzione della Chiesa. Di questo tema infatti si era molto discusso nel corso del xv secolo, in particolare del papa, del concilio ecumenico, dei rapporti tra papa e concilio, della riforma della Chiesa in capite et in membris nei relativi numerosi « avisamenta » prodotti in quegli anni.
Se come erudito e bibliofilo il card. Capranica non solo acquistò fin dai giovani anni numerosi libri ma ne scrisse anche uno sulla loro raccolta e conservazione[41], come canonista e amministratore continuò ad arricchire la sua biblioteca di opere giuridiche, non solo collezionando ma anche facendo scrivere direttamente per suo conto opere che lo interessavano sia come giurista sia anche come persona attenta alla riforma della Chiesa[42], alla quale contribuì tanto con la sua attività di prelato rigoroso e austero, quanto con taluni scritti di riforma[43]. Di queste opere giuridiche se ne può seguire dunque un poco la traccia, anche per mettere in evidenza l’attività del card. Firmano come canonista e come canonista riformatore delle strutture della Chiesa.
Oltre agli elenchi del xv secolo di cui al codice Vat. lat 8184 sono infatti pervenute anche talune liste successive del secolo xvii[44], contenenti tuttavia un numero di codici assai inferiore rispetto a quello di due secoli prima, ma che continuano comunque ad elencare un grande numero di volumi a carattere giuridico.
Anche l’elenco, compilato il 29 aprile 1657, forse in occasione del trasferimento di una parte dei codici alla Vaticana voluto da Alessandro VII, di cui si é sopra accennato, si trova nell’archivio del Collegio ed é stato pubblicato per intero dal Tietze[45]. E’ possibile pertanto condurre un confronto tra gli elenchi del 1480/1486 e questo del 1657. Mentre al momento della fondazione la biblioteca si trovava al centro della casa del cardinale, un locale unico con tre finestre, nel 1657 essa era collocata in quattro grandi scansie o forse stanze : due a destra e a sinistra dell’entrata e due a destra e a sinistra del crocifisso.
Secondo il catalogo del 1480/1486 le opere giuridiche si trovavano nei banchi a sinistra dell’entrata dell’unica grande stanza e occupavano le prime sette o rispettivamente nove sezioni o banchi. Nella biblioteca, come si presentava secondo il catalogo del 1657, le opere giuridiche di diritto canonico si trovavano tanto nella scansia (o stanza) a destra (oltre una quarantina di volumi) quanto nella scansia (o stanza) a sinistra dell’entrata che conteneva altrettanto numerose opere (una sessantina circa di volumi) di carattere canonico, in particolare le opere di Egidio Bellamera (Gilles Bellemere) [46]. Nella scansia a sinistra del crocifisso erano poi collocate, quasi tutte nel primo scaffale superiore, unicamente opere di diritto civile (oltre cinquanta volumi).
Studiosi non interessati direttamente ad opere giuridiche possono ritenere una analisi dei libri di diritto posseduti dalla biblioteca Capranicense meno ovvia[47] e semplicemente affermare che qui si tratta della tipica biblioteca di lavoro di un cardinale del xv secolo, che, dopo aver ottenuto una licenza in diritto canonico, é assurto ad alti compiti di governo ed è quindi coinvolto nell’attività amministrativa della Curia[48]. Forse alcune opere di carattere più tecnico quali le Regole di cancelleria di Martino V[49] o le Decisiones novae rotae Romanae[50] possono confermare una siffatta prospettiva. Ma essa ci sembra alquanto riduttiva se si tiene conto piuttosto delle opere dottrinali ed anche delle opere di carattere pubblicistico possedute dalla biblioteca Capranicense.
Se é vero che il secolo XV si presenta soprattutto come il secolo dell’umanesimo, della predilezione per i libri, della riscoperta degli autori classici pagani letterati, poeti e filosofi (ma anche dei padri classici della Chiesa e delle Sacre Scritture nella loro lingua originaria) neppure é trascurabile l’attività storico-teologica ed anche canonistico-giuridica, che ha contraddistinto taluni chierici dell’epoca, i cui scritti venivano accolti nella biblioteca del cardinale di Fermo, uomo dotto ma anche di azione, politica e religiosa al tempo stesso. Senza comunque dimenticare che l’esame complessivo delle biblioteche cardinalizie del XV secolo porta alla conclusione di una larga prevalenza dei libri giuridici[51].
b) Canonisti nella cerchia degli amici e collaboratori del card. Firmano.
Il cardinale Firmano, egli stesso canonista di formazione[52] ma soprattutto uomo di governo[53], ebbe canonisti come maestri illustri, quali Giovanni da Imola[54], le cui opere si ritrovano nella Biblioteca Capranicense. Ebbe parimenti canonisti come amici fidati. Tra essi possiamo citare anzitutto Domenico da San Gimignano[55], illustre canonista del xv secolo, di cui parimenti numerose opere[56] facevano parte della biblioteca Capranicense ; Juan Gonzàlez[57], vescovo di Cadice, autore di trattati di riforma della Chiesa, Petrus de Monte[58], vescovo di Brescia, canonista, bibliofilo e collezionista di libri, la cui biblioteca fu in seguito ereditata dal cardinale veneziano Pietro Barbo, poi papa Paolo II (1464- 1471) ; Leonardo Mansueti[59], maestro generale dell’Ordine dei predicatori.
Inoltre si circondò anche di collaboratori aventi una formazione letteraria, giuridica e teologica. Tra questi, a parte i secretari personali al Concilio di Basilea, Pietro da Noceto[60], Enea Silvio Piccolomini[61] e Jacopo Ammannati[62], occorre ricordare, soprattutto per la redazione e la trascrizione di manoscritti, anche se certamente non solo di carattere giuridico, Francesco da Toledo[63], poi vescovo di Coria, Bruno Johannes de Daventria (Daventer) [64] e Johannes Dorenborch de Gronlo[65], ambedue copisti e letterati, sacerdoti di origine olandese. Tra gli altri collaboratori del cardinale addetti alla copiatura di manoscritti vanno annoverati Johannes da Linz[66] e Bernardus de Albericis Cumanus[67]. Fu collaboratore anche Johannes de Gistrella[68], chierico « Morinensis » che avrebbe accompagnato il Capranica nei suoi viaggi a Basilea, Bologna e Ferrara[69]. Altri copisti di cui si ha notizia furono Andrea Alberti de Alamania[70], Antonius de Cannario[71]
Bartholomeus de Magistris o de Vicecomitibus[72], Leonardus Antonii[73], Johannes Caldarifex[74].
c) Gli inventari del 1480 e del 1486.
La biblioteca capranicense conteneva all’inizio alcuni pochi libri di diritto civile (che nell’elenco del 1480 sono conservati insieme a testi di diritto canonico nell’armadio sesto). Ma in seguito alla donazione di Giovanni Battista Brendi la bibioteca si arrichisce di numerosi volumi di diritto civile che occuperanno per intero i tre armadi o banchi successivi (da 7 a 9), come emerge dal catalogo del 1486.
Tra l’inventario del 1480 e quello del 1486, ambedue riportati nel Codice Vat. Lat. 8184 (fol. 2r- 47v e fol. 48r- 72r, rispettivamente) non sussistono palesi differenze quanto ai libri di carattere giuridico, se si fa appunto eccezione della citata donazione del Brendi. Nel primo elenco i banchi (o armadi) a sinistra che contengono libri giuridici (soprattutto diritto canonico) vanno da uno a sei; nel secondo elenco i banchi (o armadi) da sette a nove contengono praticamente le opere donate dal Brendi.
Non sussiste una grande differenza invero tra i libri giuridici posseduti dalla biblioteca nel xv secolo e quelli posseduti nel xvii secolo, ma i primi inventari sembrano molto più dettagliati e meticolosi, indicando ad esempio ad uno ad uno i capitoli o canoni commentati da Bartolo di Sassoferrato, come si può rilevare dalla pubblicazione in appendice di ambedue gli elenchi. Qualche perdita pur sussiste, ma non sembra essere di grande rilievo.
d) Le opere di diritto canonico presenti nella biblioteca Capranicense nell’elenco del 1657.
Nessuna opera canonistica, precedente il Decretum Gratiani sembra essere presente nell’elenco del 1657, mentre il fondo rossiano annovera soltanto la Collectio Canonum di Bonizone di Sutri. Peraltro già nell’elenco del 1486 non si rinveniva alcuna opera canonistica precedente il Decreto.
La biblioteca comprende anzitutto le fonti del diritto canonico alto e tardo medievale, quello che viene indicato come il Corpus iuris canonici. In particolare nel 1657 troviamo ben cinque codici del Decretum Gratiani. Nel fondo rossiano si rinvengono solo due codici contenenti il Decretum, cui va però aggiunto un terzo codice che contiene un Decretum Gratiani glossato.
Alcuni codici dell’elenco del 1657 riportano un commento al decreto, in particolare il Rosarium di Guido da Baysio, il Trattato di Dino de Mugellis e la Lectura sulla prima parte del Decreto di Dominicus de S. Geminiano, ancora presente nel fondo rossiano. Occorre poi aggiungere ben 5 codici contenenti il commento al Decretum Gratiani di Giovanni Torquemada. di cui ancora tre sono rinvenibili nel fondo rossiano.
Quanto al Liber Extra di Gregorio IX sono presenti nella Biblioteca Capranicense, nel 1657, due codici cui ne va aggiunto un terzo « cum summariis multorum Dominorum ». A questi due codici occorre aggiungere altri due codici contenenti solo il libro terzo. Per contro un solo codice contenente il Liber Extra é presente nel fondo rossiano.
Naturalmente sono assai numerosi i codici che contengono in varia misura commenti al Liber Extra. Tra questi il noto commento di Innocenzo IV, quello di Antonio de Butrio (5 codici), di Henricus Bohic (2 codici), di Egidio Bellamera (numerosi codici), di Nicola dei Tudeschi, il Panormitano (con almeno 3 codici, ancora rinvenibili nel fondo rossiano), di Giovanni d’Andrea (2 codici), di Philippus Francus e di Johannes d’Anania, di Felinus Sandeus (1 codice rispettivamente). Nel fondo rossiano é ancora presente il codice con il commento di Innocenzo IV, un codice con il commento di Giovanni D’Andrea sulle Novelle al libro terzo già esistente nell’elenco del 1657, un codice con il commento di Henricus Bohic
Il Liber Sextus di Bonifacio VIII é presente in 3 esemplari (tra cui un incunabolo, stampato a Roma nel 1472 e citato come « Sexti liber decretorum Politiani » nell’elenco del 1657). Uno dei tre esemplari, quello con le glosse di Giovanni d’Andrea, é ancora presente nel fondo rossiano..
Per i commenti al Liber Sextus, troviamo 4 codici con commenti di Dominicus de S. Geminiano, di cui due ancora presenti nel fondo rossiano e almeno 4 codici con commenti di Gilles Bellemere.
Per le Costituzioni Clementine troviamo un solo esemplare nel 1657, mentre nel fondo rossiano sono compresi due codici : il primo reca insieme con le Costituzioni di Clemente V anche glosse di Giovanni d’Andrea ; il secondo comprende anche le Costituzioni di Giovanni XXII con apparati di glosse di Guglielmo de Monte Laudano, di Zenzelino de Cassanis ed altri.
Commenti alle Clementine sono rinvenibili nell’elenco del 1657 : un codice con commenti di Francesco Zabarella, un codice con commenti di Giovanni da Imola e almeno due codici con commenti di Egidio Bellamera.
Occorre poi aggiungere altri diversi codici dell’elenco del 1657 contenenti Repetitiones (di Antonio de Butrio), Repertoria (di Petrus de Barache, Dominicus de S. Geminiano, Antonio de Butrio, Gilles Bellemere, Panormitano, Petrus de Monte), Consilia (di Johannes Calderini e Francesco Zabarella). Anche nel fondo rossiano si ritrovano codici con trattati di diritto canonico, Repetitiones, Questiones e Instituta canonica.
Anche nell’ambito del diritto processuale e amministrativo sono presenti alcuni codici, oltre alle Additiones di Giovanni D’Andrea al libro terzo dello Speculum iudiciale di Guglielmo Durantis, lo Speculatore. Si tratta del codice contenente appunto i libri terzo e quarto dello Speculum nonché di quello con le Regole di Cancelleria di Martino V. Ad essi va aggiunto un codice contenente le Decisioni della nuova Rota Romana (tra il 1376 e il 1381) raccolte da Wilhelm Horborch. Quest’ultimo codice é ancora presente nel fondo rossiano.
In ogni caso occorre ribadire come alla metà del xix secolo, al momento della vendita al fondo De Rossi, numerose opere di diritto canonico ancora presenti nel xvii secolo fossero già scomparse dalla biblioteca Capranicense.
Tali opere erano già presenti sin dall’inizio. Le opere di diritto, sia canonico, sia civile si trovavano nei banchi o armadi del lato sinistro della biblioteca, che era formata complessivamente di 12 banchi o armadi, dodici a destra e dodici a sinistra.
Nei dodici banchi o armadi di destra si conservavano quasi esclusivamente le opere teologico-filosofiche (testi della Bibbia, testi dei padri, testi di teologi contemporanei, testi di filosofia antica, in particolare le opere di Aristotele, e più recente).
Nei banchi o armadi di sinistra la maggior parte dei libri si riferiva o al diritto canonico (armadi da 1 a 6) o al diritto civile (armadi da 7 a 9), mentre gli ultimi tre armadi o banchi consevavano le opere dei classici, degli umanisti o di vario genere.
e) Le opere di diritto civile nell’elenco del 1657
Anche per le opere di diritto civile l’elenco del 1657 é ben più consistente di quanto rinvenibile nel fondo rossiano, che annovera comunque un’opera non elencata nel xvii secolo, ma presente nel sec. xv, la Summa di Azone sul Codice e sulle Istituzioni.
Quanto alle fonti e ai testi legislativi Codice, Istituzioni e Digesto sono presenti ciascuno con 3 codici, mentre l’Infortiatum é rappresentato da un solo volume.
Circa la dottrina sono presenti i civilisti più noti del tardo Medioevo, da Bartolo (4 codici) a Baldo (7 codici), ad Angelus de Ubaldis (almeno 3 codici), a Alessandro da Imola (numerosi codici : quello che Gilles de Bellemere rappresenta tra i canonisti, Alessandro Tartagni da Imola lo é tra i civilisti), ad Angelo Aretino (5 codici). A questi occorre aggiungere, con un codice ciascuno Jasone de Marino, Lanfrancus, Lodovico Romano, Martino de Gasparis, Federico de Lenis, Ancaranus, Jacobus de Alvarotis, Nicola de Ubaldis. Vi sono inoltre alcune opere di canonisti menzionati in antecedenza, che si sono cimentati anche nel diritto civile, quali Giovanni da Imola, (2 codici) e Giovanni da Legnano (1 codice). Nel fondo rossiano sono soltanto presenti due codici rispettivamente di Baldo e di Angelo Aretino (de Gambilionibus), già rinvenibili nel 1657 nonché un codice di Bartolo.
f) Le opere di diritto pubblico ecclesiastico.
La biblioteca Capranicense offre inoltre alcune opere che oggi cataloghiamo sotto la rubrica di diritto pubblico ecclesiastico (sia interno, sia esterno) assai vicine comunque a trattati di ecclesiologia[75]. Tra di essi anche due scritti dello stesso card. Firmano sull’ufficio del vescovo nonché sulla riforma della Chiesa. L’interesse del card. Capranica per la situazione della Chiesa del suo tempo si manifesta in due codici contenenti rispettivamente gli atti del Concilio di Costanza e del Concilio di Basilea, al quale ultimo il Capranica partecipò e in un codice intitolato «De synodo seu ecclesiastica potestate». Ad essi vanno aggiunti i trattati di Petrus de Paludibus e di F. Augustinus « de ecclesiastica potestate ». Altri codici si riferiscono all’eresia (Beati Jacubi de Marcia de oppugnatione hereticorum, Tractatus contra Michaelem de Cesena et eius socios, nonché, ma più tardiva l’opera del card. Caietanus « de schismate »)
Circa il diritto pubblico ecclesiastico occorre ancora menzionare un « Tractatus de sacro principatu contra pragmaticam sanctionem » ma soprattutto il « De regimine principum » di Egidio Colonna (Romano) che é presente in due esemplari anche nel fondo rossiano. In esso ritroviamo anche il manoscritto con gli atti del Concilio di Costanza nonché l’opera di Alvaro Pelagio « De planctu ecclesie », codice quest’ultimo non elencato nel 1657.
In appendice vengono di seguito pubblicate in modo più dettagliato sia le opere (di diritto canonico, di diritto civile e di diritto pubblico ecclesiastico) di cui all’elenco del 1657 sia quelle (delle medesime discipline) contenute nel fondo rossiano.
g) Conclusione
La biblioteca del card. Capranica riflette sotto il punto di vista della composizione la media statistica presente nell'insieme delle bibliotheche dei cardinali romani del XV secolo, dopo il ritorno del papato a Roma. Il diritto ottiene la maggioranza relativa di codici (ed opere) contenuti nella biblioteca Capranicense con oltre il 25% nel catalogo del 1480 e con oltre il 30% nel catalogo del 1486 (di cui il 70% circa di diritto canonico ed il 30% di diritto civile e di utrumque ius) [76]. Si conferma dunque senza esitazione l'osservazione per cui si tratta prevalentemente di una biblioteca a carattare pratico. Ma accanto a questo carattere pratico (e cioé per il restante 75% circa) la Biblioteca contiene la stessa proporzione di altri codici ed opere che si trovano nelle restanti biblioteche. Anche il numero di codici (tra 300 e 500) si riscontra in media nelle diverse biblioteche, evidenziando come il potere d'acquisto dei cardinali fosse pressoché equivalente, anche se alcuni disponevano certamente di risorse ben superiori (ad esempio il card. d'Estouteville) a colleghi che sopperivano con la passione (come il card. Bessarione).
Anzi il ripetersi degli stessi codici e delle stesse opere fa pensare che esistesse un reciproco scambio per la copiatura di dette opere, confermato dal fatto che lo stesso copista si poneva al servizio di più cardinali, come ad esempio Iohann Kessler, che lavorò sia per Capranica, sia per Bessarione.
Inoltre si é in precedenza accennato a come il card. Firmano abbia scritto un opuscolo (di cui ci é rimasto solamente il titolo) sui libri in generale e sul modo in cui egli procedette alla raccolta dei suoi libri e alla formazione della sua biblioteca personale[77] e si é notato come, secondo alcuni[78], la sua biblioteca sia piuttosto da annoverare tra quelle aventi un carattere pratico, mentre altri[79] abbiano messo in evidenza l’interesse del card. Firmano per la riforma della Chiesa. Interesse che trova anche una riflessione teorica in due scritti attribuibili al card. Capranica stesso e conservati nella sua biblioteca cui si é fatto cenno: un trattato sull’ufficio del vescovo[80] e un opuscolo contenente ‘avisamenta’[81] su una possibile e necessaria riforma della Chiesa ‘in capite et in membris’.
Quanto al primo aspetto occorre non dimenticare da un lato il ruolo politico e amministrativo svolto dal card. Firmanus in ordine al governo degli stati della Chiesa, come responsabile in alcune legazioni. Fu uomo duro e severo, se si pone mente ad alcune gravi decisioni da lui prese per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza dei governati. Dall’altro nella sua funzione di Penitenziere maggiore svolse un’intensa attività più consona ad un pastore d’anime, soprattutto in occasione dell’anno giubilare 1450, in cui numerosi pellegrini giunsero a Roma e l’attività della Penitenzieria apostolica dovette moltiplicarsi (assoluzioni da delitti canonici, concessione di dispense, elargizione di privilegi, redazione di rescritti vari).
In ambedue queste attività emerge comunque l’aspetto giuridico e canonico e la sua biblioteca é testimone dello scrupolo dottrinale che lo spinge ad esaminare le varie questioni pratiche e risolvere casi concreti, confortato dall’autorevolezza di maestri riconosciuti del diritto della sua epoca. E’ significativa ad esempio la presenza nella sua biblioteca dell’opera di carattere morale-pastorale di Sant ‘Antonino di Firenze, Confessionale, opera che il card. Firmano, lo si é messo in evidenza, fece copiare per la sua biblioteca dal suo collaboratore, il sacerdote olandese Johannes Dorenborch de Gronlo.
Quanto al secondo aspetto, alla riflessione teorica personale, si aggiunge anche l’attività di bibliofilo e collezionista. Anche in questo caso infatti il card. Firmano dà specifico incarico a suoi collaboratori affinché gli atti dei concili di Costanza e di Basilea siano trascritti per la sua biblioteca. Intende inoltre che talune opere relative alla riforma della Chiesa, scritte anche da amici del cardinale, siano parimenti copiate in codici da conservare nella sua propria biblioteca. Il MS Vat. Lat. 4309, già appartenuto alla Biblioteca Capranicense. offre al proposito un esempio davvero significativo delle intenzioni di riforma del card. Firmano[82].