Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01029.jsonl.gz/669

Sono passati 27 anni da quel sogno, ma non sembra. Era il 1992 quando quella che è ancora ad oggi la più grande squadra di sempre non solo della pallacanestro ma dello sport venne formata per cambiare la storia: il Dream Team.
I motivi della formazione di quella squadra di fenomeni sono arcinoti: nel 1988 gli Stati Uniti subirono un’atroce sconfitta per mano dell’Unione Sovietica alle Olimpiadi di Seul e colsero un “misero” bronzo, il peggior risultato di sempre. Questo perché gli USA da sempre ai Giochi Estivi schieravano un team di universitari, mentre l’URSS, tramite vari escamotage, di fatto poteva vantare una squadra di professionisti in barba allo spirito olimpico. A seguito di ciò la FIBA decise di cambiare il regolamento aprendo al professionismo e nel paese di George Washington non si fecero certo pregare per cogliere immediatamente la palla al balzo. E schiacciarla a due mani.
La NBA non fu immediatamente entusiasta, incapace di vedere quanto rumore una squadra di All-Star avrebbe generato, ma cambiò velocemente idea. In poco tempo la compagine formata da 11 professionisti e 1 collegiale (tanto per non abbandonare la tradizione) venne messa insieme e i nomi sono scolpiti nella memoria di tutti: al di là dell’esordiente Christian Laettner il roster comprendeva 11 futuri membri della Hall of Fame: David Robinson, Pat Ewing, Scottie Pippen, Clyde Drexler, Karl Malone, John Stockton, Chris Mullin, Charles Barkley e soprattutto Larry Bird, Michael Jordan e Magic Johnson. Quest’ultimo si era ufficialmente ritirato per via dell’HIV ma non si fece scappare quest’opportunità, che in parte funse anche da motivazione a Magic per combattere e sconfiggere la malattia. Le discussioni prima di quesi giochi non mancarono, sia per l’esclusione di Isiah Thomas (star dei Bad Boys di Detroit e quindi nemico giurato dei Bulls di Jordan e Pippen) che per quella, questo soprattuto col senno di poi, di Shaquille O’Neal in favore di Laettner (Shaq era la prima scelta di quell’anno, ma Laettner fu selezionato in quanto trascinatore di Duke alla vittoria NCAA). Queste furono comunque dimenticate in fretta e quei 12 giocatori si guadagnarono subito il soprannome di “Dream Team”.
Con i suddetti nomi in squadra la medaglia d’oro di Barcellona pareva già in tasca, ma per guidare una squadra di stelle venne comunque scelto un coach di polso come il leggendario Chuck Daly (vincitore di due titoli con i Detroit Pistons). Daly sapeva bene la qualità del talento a disposizione, ma sapeva anche che era la prima volta che così tante primedonne si trovavano ad essere compagni di squadra e ciò avrebbe comportato alcuni problemi: rivalità, egoismo, mancanza di fiducia, incapacità a giocare insieme. Al loro arrivo al camp di La Jolla (California) a fine giugno ’92 il Dream Team si trovò come “regalo” una selezione di giovani talenti del college (tra i quali Chris Webber, Penny Hardaway, Jamal Mashburn, Grant Hill e Bobby Hurley) come primo test. I giovinastri, ammiratori delle star di fronte, non si tirarono indietro e diedero il massimo e…vinsero! Il Dream Team si era appena trovato e già aveva perso una partita. Contro dei ragazzi. Lo shock fu enorme per i giocatori (la stampa non lo seppe, si giocò a porte chiuse e il punteggio di 62-54 venne cancellato dal tabellone prima di aprire le porte), ma il grande macchinatore di tutto era proprio Chuck Daly. Il vecchio coach non aiutò i “suoi”, anzì limitò il tempo di Jordan e fece cambi azzardati tutto questo proprio allo scopo di perdere. E di far vedere alle proprie star che nulla era deciso e che se avessero voluto l’oro olimpico avrebbero dovuto giocare di squadra e mettere le rivalità da parte.
Detto fatto. Il giorno dopo il Dream Team cambiò non solo marcia ma anche mezzo: niente macchina, ma razzo fotonico. I ragazzi del college vennero distrutti, non riuscirono a segnare nemmeno un punto. Questo era il vero Dream Team. Con il gioco assestato c’era solo da decidere chi fosse il vero leader della squadra: da una parte c’era Magic e dall’altra Jordan (Bird era ormai afflitto dai problemi alla schiena e si tirò fuori). Negli allenamenti, più intensi di qualunque match, i due cercavano di avere la meglio ma il #23 dei Bulls era quello che ebbe l’ultima parola. Dalla sua aveva l’età e i precedenti (Chicago sconfisse Los Angeles nelle finali del 1991), ma non solo. Jordan era ormai il re assoluto della pallacanestro mondiale, non importava quanto Magic provasse, ormai il suo tempo era passato. Lo stesso Laker affermò, “Jordan disse a me e Bird che c’era un nuovo sceriffo in città…io e Larry ci guardammo e dovemmo ammettere che aveva ragione”. Sua Ariosità era la superstar, ma in un gesto di magnanimità rifiutò di essere il capitano della squadra a favore dei due decani, al loro canto del cigno.
I primi incontri ufficiali del Team USA furono al “Tournament of the Americas“, le qualificazioni alle Olimpiadi per il Nordamerica. Inutile dire che fu una passeggiata (l’esordio con Cuba finì 136-57), con gli avversari che erano più interessati a farsi le foto con Barkley e compagni piuttosto che a giocare. Sbarcati in Europa, prima a Monte Carlo e poi a Barcellona, il Dream Team era la vera copertina dei Giochi. Fuori dal loro albergo si ammassavano migliaia di fan, i poster, le magliette e i gadget andavano a ruba. “Era come avere Elvis e i Beatles insieme” disse Chuck Daly. L’occasione fu grande anche per gli stessi giocatori per conoscersi meglio e passare del tempo insieme. Sul campo invece, ormai già si conoscevano bene. Nessuno, nessuno andò nemmeno vicino a batterli. Gli USA vinsero la medaglia d’oro distruggendo gli avversarsi con una media di 43.8 punti di scarto e senza mai chiamare un time-out. I video di quegli incontri si trovano ancora ovunque, ma non sono che una piccola prova incapace di rappresentare appieno quanto quella squadra valse, quanto fece e quanta importanza ebbe nella storia dello sport.