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Le chiese accettino le critiche
Il consigliere federale Guy Parmelin, intervistato da reformiert., parla delle sue aspettative nei confronti delle chiese, della sua fede e di ciò che lo preoccupa come politico
in intervista , Svizzera
Eletto nel dicembre 2015 in Consiglio federale come successore di Eveline Widmer-Schlumpf, Guy Parmelin è stato dapprima a capo del Dipartimento della difesa, per poi diventare, nel 2019, capo del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca.
Di fede evangelica, cittadino di Bursins, nel Canton Vaud, dal 2003 al 2015 è stato deputato in Consiglio nazionale per l’Unione Democratica di Centro e in precedenza è stato per nove anni membro del Gran Consiglio del Canton di Vaud per lo stesso partito.
Lo scorso 3 novembre è intervenuto, a Zurigo, nel corso del culto in occasione della Domenica della Riforma, auspicando che lo stato e la chiesa rimangano “al servizio delle persone e non viceversa”.
Che cosa unisce e che cosa divide la chiesa e lo stato?
Ciò che sicuramente unisce lo stato e la chiesa è la responsabilità sociale. Per la maggior parte delle altre questioni ci si può attenere tranquillamente a Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio!”
Guy Parmelin
Quando prendono posizione in merito a questioni sociali e politiche, le chiese devono accettare le critiche provenienti da altri schieramenti
Che cosa si aspetta dalle chiese in qualità di membro del governo?
In qualità di membro del governo non ho nulla da imporre alle chiese. Ma ammiro l’impegno sociale di molti credenti. Forniscono un contributo importante, con il quale sgravano altresì lo stato. Da sempre le chiese e le comunità parrocchiali svolgono un ruolo insostituibile nel sostegno alle persone bisognose, sole e dimenticate.
Certe prese di posizione delle chiese, per esempio in merito alla politica sociale e alla politica migratoria, suscitano regolarmente irritazione tra gli elettori del suo partito, l’UDC...
Al pari di tutti gli altri attori della nostra società le chiese hanno il diritto di esprimere liberamente la propria opinione. Se prendono posizione pubblicamente in merito a questioni sociali e politiche devono però anche accettare le critiche provenienti da altri schieramenti. Anche se le prese di posizione delle chiese si fondano sulla dottrina cristiana, ciò non da loro alcun diritto all’immunità. Proprio per questo motivo oggi abbiamo un ordinamento statale laico che tutela la libera formazione dell’opinione e il libero scambio di opinioni.
Guy Parmelin durante il Sechseläuten
I mutamenti sociali sono talmente rapidi che spesso non lasciano il tempo di negoziare un nuovo consenso
Lei fa parte della chiesa riformata e vi si identifica?
Sì, mi identifico con la semplicità e con quella sorta di rigore che sono scaturiti dalla Riforma. Un ruolo importante nella mia vita lo ha svolto Daniel Curtet, il pastore della mia confermazione. Ammiravo il suo impegno nella nostra comunità. Durante la seconda guerra mondiale fu pastore in Francia e insieme con la moglie salvò molti perseguitati.
Quando il suo villaggio ha festeggiato la sua elezione al Consiglio federale il pastore ha ricordato nel suo sermone la responsabilità dei cristiani nell’accoglienza degli stranieri. In questo modo non ha criticato indirettamente il suo partito?
Non ho notato nulla di problematico nelle affermazioni del pastore. Come membro dell’esecutivo il mio ruolo è quello di attenermi alle nostre leggi e alla Costituzione. La responsabilità in quanto cristiano si inscrive per me in tale contesto.
Frequenta ancora i culti nella chiesa riformata di Bursins?
Purtroppo la mia agenda lo rende pressoché impossibile. Tuttavia nel vangelo di Matteo sta scritto: “Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa!”.
Quali sviluppi sociali la preoccupano maggiormente?
La crescente mancanza di coesione sociale, resa difficile dall’incredibile diversità della popolazione. I mutamenti sociali sono talmente rapidi che spesso non lasciano il tempo di negoziare un nuovo consenso. Per questo motivo l’appello allo stato si fa sempre più insistente. Ma troppo stato non è per me una soluzione.
E che cosa la preoccupa in privato?
La questione del sostegno alle persone che non sono più in grado di condurre la propria vita in modo autonomo. Un’esperienza personale, riguardante la mia famiglia, mi ha mostrato quanto possa essere difficile convincere le persone coinvolte a lasciarsi aiutare. Non è affatto facile trovare un buon equilibrio tra sostegno familiare e sostegno professionale.
Dove trova aiuto nelle situazioni difficili?
Nella fede in Dio. E ovviamente aiuta anche il sostegno di mia moglie, della mia famiglia e dei buoni amici. (da reformiert.; intervista di Christa Amstutz; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)