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L’articolo pubblicato sul «Corriere del Ticino» prima di Natale, in cui Paolo Pamini ipotizzava d’istituire dei corsi di conoscenza ed utilizzo sicuro delle armi da fuoco nelle scuole, ha scatenato un coro di critiche tanto da destra quanto da sinistra. Non sono mancati commenti ironici e beffardi. Eppure, la tradizione d’istruire i giovani ed i giovanissimi all’uso del fucile militare ha radici solidissime nella nostra storia e cultura.
I corpi di cadetti
I primi corpi di cadetti svizzeri vennero fondati nel 1758 ed offrivano agli allievi dai 10 ai 18 anni varie ore di formazione pre-militare alla settimana. Nel 1803 Johann Heinrich Pestalozzi, il famoso pedagogo e riformatore del sistema scolastico al quale in tutta la Svizzera sono dedicate vie e piazze, organizzò un corpo di cadetti nel canton Vaud: dai 10 anni d’età, gli allievi portavano un fucile ed una fascia con la scritta «Spes in robore».
Con la nascita della Confederazione nel 1848 i Cantoni riorganizzarono i propri contingenti militari ed i corpi dei cadetti vennero maggiormente sviluppati. Vista l’esiguità della popolazione, ci si rendeva ben conto della necessità di far partecipare anche i giovanissimi alla difesa della nazione. Nel canton Sciaffusa, ad esempio, la legge scolastica del 1850 prescrisse l’istruzione pre-militare nelle scuole con almeno 40 allievi. In totale, in tutta la Svizzera, vennero costituiti 105 corpi di cadetti. Nel 1887 si contavano 5503 cadetti con 4880 fucili e 24 cannoni.
Ginnasti e tiratori
Con l’inizio del Novecento ebbe luogo una riorganizzazione generale, con l’istituzione dei corsi di ginnastica obbligatori (intesi come preparazione militare) per gli scolari dai 10 ai 15 anni e, in parallelo, i corsi dei giovani tiratori e l’istruzione armata dei «cadetti popolari». Nel 1907 si contavano 8861 cadetti popolari in 13 cantoni, in particolare Berna, Argovia e Zurigo.
Dopo la Prima guerra mondiale vari corpi di cadetti vennero demilitarizzati e dedicati, piuttosto, alla vita all’aria aperta. Continuò, però, l’abitudine d’istruire i giovani all’uso delle armi d’ordinanza al punto che, durante l’assedio nazifascista tra il 1940 ed il 1945, persino i boy scout vennero armati con vecchi fucili militari.
La svolta degli anni Settanta
La legge federale del 1972 sulla ginnastica e lo sport, che tolse ai cadetti le sovvenzioni statali per la preparazione militare, sancì la fine vera e propria di questi gruppi. Nel canton Argovia, dove esisteva ancora la maggior parte dei corpi con indirizzo militare, si procedette alla loro chiusura. Nei cantoni di Berna, Zurigo, Sciaffusa, Friburgo e Vaud si orientarono invece verso lo sport e aprirono le porte alle ragazze.
Uno sport di massa
Il tiro con arma militare o di piccolo calibro è ancor oggi considerato in Svizzera uno sport di massa di primaria importanza per la sicurezza del Paese, tanto da ricevere un decisivo sostegno dalla Confederazione per le infrastrutture e la munizione.
I tiratori attivi sono 150.000, cioè uno su 40 abitanti di nazionalità svizzera. La Federazione svizzera di tiro offre corsi di tiro ad aria compressa a partire dagli 8 anni d’età e col piccolo calibro dai 10 anni.Nel 2016 l’età per accedere all’istruzione pre-militare di tiro col fucile d’assalto è stata riportata dal Consiglio federale a 15 anni. Da non dimenticare, infine, l’enorme partecipazione popolare (in media 120.000 persone) all’annuale Tiro federale in campagna, che vede intere famiglie andare a sparare insieme ai figli a partire dai 10 anni d’età.
Una tradizione consolidata
È quindi innegabile che l’istruzione al tiro dei giovani e dei giovanissimi sia una tradizione elvetica consolidata da più di due secoli. Una tradizione promossa all’inizio persino da uno dei più grandi educatori della nostra storia e portata avanti ancor oggi con grande serietà dalla Federazione di tiro con il sostegno della Confederazione. Non per nulla, negli ultimi cinquant’anni, nei nostri stand di tiro si sono verificati due soli incidenti mortali. Niente a che vedere con i due o tre morti alla settimana registrati ogni anno con lo sci e l’alpinismo.
Critiche vuote e antistoriche
Lo scandalo suscitato dallo scritto di Pamini lascia dunque stupiti e preoccupati per la superficialità, la vacuità e l’antistoricità delle argomentazioni che abbiamo letto sui giornali e sui blog. I nostri avi avevano capito molto bene che chi possiede le armi detiene il potere. Per questa ragione le armi sono sempre rimaste nelle mani dei liberi cittadini e da secoli godiamo di un grado di libertà sconosciuto altrove.
Il professor Bernard Wicht, specialista di questioni strategiche e docente all’Università di Losanna, ha scritto che «è il fucile che fa di un contribuente un cittadino». Può dar fastidio, può turbare la serenità dei tanti che vivono nella loro bolla, ignari di quanto succede nella vita reale, ma la storia e, ancor più, l’attualità, che vede milioni di persone oppresse e massacrate nei modi più ignobili, confermano che le cose stanno esattamente così.
Quei venti di guerra
Una gravissima crisi politica, finanziaria, sociale, etnica e religiosa sta per investire l’Europa e venti di guerra soffiano impetuosi dal Medio Oriente: i prossimi anni saranno i più duri dal secondo conflitto mondiale e non è possibile sapere come andrà a finire. Di certo la sicurezza interna e quella esterna del nostro Paese saranno gravemente minacciate. Teniamoci, dunque, molto strette le armi ed insegniamo ai nostri figli a conoscerle e ad utilizzarle nel modo giusto. Lo stesso facciamo con le concittadine che, avendo capito come stanno andando le cose e che Parigi e Colonia sono solo un assaggio, desiderano imparare a difendere se stesse ed i loro cari.
«Tra tutti i misfatti perpetrati in India dall’Impero britannico, la storia ricorderà il disarmo di una intera nazione come il peggiore» (mahatma Gandhi)
Iris Canonica, già deputata in Gran Consiglio, e Pio Eugenio Fontana, medico, presidente di Libertà e Valori
Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso degli Autori