Document ID: /curiavista/filtered/00000.jsonl.gz/62562

<h2>SubmittedText<h2><p>Vista la clamorosa dichiarazione rilasciata il 27 maggio 2005 dal nostro ambasciatore all'ONU di-nanzi al Consiglio di sicurezza, chiedo al Consiglio federale di rispondere alle seguenti domande:</p><p>1. L'indirizzo tracciato dall'importante dichiarazione rilasciata dal nostro ambasciatore all'O-NU, che antepone la concessione dell'indipendenza al Kosovo rispetto all'adempimento degli standard, comporta un cambiamento di rotta nella politica svizzera relativa al Koso-vo, se non addirittura nella politica balcanica. Per quale ragione tale indirizzo non è stato dapprima discusso perlomeno all'interno della Commissione della politica estera (CPE) e della Commissione della politica di sicurezza (CPS)?</p><p>2. Per quale ragione questa dichiarazione, rilasciata in seno al Consiglio di sicurezza dinanzi all'Assemblea degli Stati, è stata emessa quando l'esame dei cosiddetti standard non è nemmeno iniziato?</p><p>3. L'impegno a favore di una soluzione a breve termine per una questione tanto spinosa non mette forse a repentaglio le prospettive di sopravvivenza delle minoranze del Kosovo, già fortemente decimate, e in particolare dei Rom, di cui la dichiarazione non fa parola?</p><p>4. La concessione di un così evidente vantaggio a una delle parti è compatibile con i principi di pace e di neutralità sui quali è imperniata la politica estera svizzera?</p><p>5. La precedenza data (soprattutto dagli USA) alla questione dello statuto (costituzionale) ri-spetto alla questione degli standard (relativi ai diritti umani) può essere ricollegata al re-cente avvicinamento agli USA sul piano della politica estera?</p><p>6. Dalla dichiarazione emerge un atteggiamento contraddittorio, in quanto da un lato si rileva l'importanza della presenza di Stati multietnici nei Balcani e quindi di un Kosovo unito, e dall'altro ci si dice favorevoli alla separazione di Serbia e Montenegro. Quale spiegazione dà il Consiglio federale a proposito di questa contraddizione?</p><p>7. Il fatto di svolgere un ruolo scottante ai massimi livelli non rischia di compromettere la poli-tica dei piccoli passi, i progetti e le iniziative minori in particolare nell'ambito del promovi-mento civile della pace?</p><p>8. Questa precoce presa di posizione non rischia di compromettere i buoni uffici che la Sviz-zera potrebbe prestare in avvenire nel contesto di un percorso consensuale verso l'indipendenza?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>La situazione che regna attualmente in Kosovo non è sostenibile a medio e lungo termine. La verifica degli standard, che dovrebbe terminare entro breve, sfocerà molto probabilmente su una raccomandazione tendente all'avvio dei negoziati relativi allo statuto.</p><p>Alle domande concrete il Consiglio federale risponde quanto segue:</p><p>1. La posizione della Svizzera, così com'è formulata nella dichiarazione rilasciata il 27 maggio 2005 dal rappresentante elvetico davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non antepone la concessione dell'indipendenza al Kosovo a discapito dell'adempimento degli standard. Quindi, non si tratta di un cambiamento di rotta nella politica del Consiglio federale riguardo alla questione balcanica. Di fronte alla volontà, manifestata dalla comunità internazionale, di giungere al più presto a una soluzione della questione dello statuto, la Svizzera, al pari di altri Stati, come ad esempio la Gran Bretagna, ha tenuto a definire con chiarezza la propria posizione, ispirata dalla volontà di difendere gli interessi del nostro Paese: il Consiglio federale ritiene che sia giunta l'ora di tenere una discussione sul futuro politico del Kosovo, e che un ritorno alla situazione del 1999 non sia né realistico né auspicabile; il governo è dell'avviso che nessuna delle parti possa imporre una soluzione per la questione dello statuto, ma che questa debba essere oggetto di negoziati tra le parti e che gli standard continueranno ad avere un'importanza assoluta anche una volta risolta la questione dello statuto ("standards-beyond-status"); infine, il Consiglio federale ritiene che un dialogo diretto sia indispensabile perché il Kosovo possa accedere a una qualsiasi forma di indipendenza. Il Consiglio federale ha discusso della posizione della Svizzera nella seduta di clausura del 18 maggio 2005 sulla politica estera.</p><p>2. La Svizzera ha comunicato la propria posizione riguardo al futuro politico del Kosovo per sfruttare un margine di manovra un po' più vasto rispetto ai Paesi del gruppo di contatto, e per segnalare alle parti coinvolte la necessità di instaurare un dialogo sullo statuto definitivo del Kosovo. Tale dialogo diretto è il prologo indispensabile all'accessione del Kosovo a una forma di indipendenza. L'intenzione era quella di lanciare una discussione sui vari aspetti dell'indipendenza. Con la sua presa di posizione, la Svizzera non intendeva in alcun modo sminuire l'importanza degli standard, ma semplicemente avanzare di un passo e riflettere sul futuro del Kosovo, in quanto la liquidazione della questione dello statuto avrà ripercussioni positive anche sull'attuazione degli standard. Quindi, non si voleva in alcun modo scavalcare le Nazioni Unite anticipando la verifica degli standard in Kosovo. Le nostre riflessioni corrispondono peraltro su punti essenziali alle conclusioni del rapporto che Kai Eide, rappresentante speciale del segretario generale dell'ONU, ha presentato all'inizio di ottobre al Consiglio di sicurezza e che raccomanda l'avvio rapido delle trattative sullo statuto</p><p>3. In Kosovo, la Svizzera si aspetta che la popolazione maggioritaria rispetti i diritti e le libertà delle minoranze, e in particolare il loro diritto alla sicurezza, il divieto della discriminazione, la loro crescita economica, la tutela e lo sviluppo della loro identità, la partecipazione alla vita pubblica e il diritto al ritorno.</p><p>4. La volontà della Svizzera di difendere una posizione propria riguardo alla questione del Kosovo è giustificata dagli interessi svizzeri in tutta la regione balcanica, il notevole impegno del nostro Paese in Kosovo e i fitti rapporti umani tra la Svizzera e i Paesi dei Balcani occidentali. In accordo con la propria politica di neutralità, la Svizzera ha sempre assunto posizioni equilibrate, tenendo conto dei legittimi interessi di tutte le parti in causa. E questo vale anche per la questione del Kosovo, sulla quale la Svizzera tiene a promuovere il dialogo. Tanto più che il Kosovo non si trova più in stato di guerra, ma è ormai entrato in una fase di stabilizzazione mediante l'adozione di misure di mantenimento della pace. In un tale contesto di "peace-building" e di "nation-building", l'impegno della Svizzera non si trova in contraddizione con la nostra politica di neutralità e di pace.</p><p>5. No.</p><p>6. L'impegno della comunità internazionale a favore del mantenimento di Stati multietnici nell'Europa sudorientale è l'unica politica praticabile a lungo termine. Una divisione del Kosovo o della Serbia e del Montenegro lungo confini etnici deve dunque essere categoricamente esclusa, così come un ritorno alla situazione che regnava prima del 1999, caratterizzata dalla discriminazione sistematica della popolazione di origine albanese. Oggi come oggi, nel Kosovo, i diritti delle minoranze e il diritto al ritorno non sono ancora sufficientemente realizzati, il che sta in contraddizione con il principio di una società multietnica. Il regolamento definitivo dello statuto del Kosovo, con diritti garantiti a tutte le minoranze e confini trasparenti, contribuirà notevolmente alla realizzazione dei principi di una società multietnica in tutta la regione.</p><p>7. No. Per addivenire a una soluzione permanente, lo statuto definitivo del Kosovo deve essere accettato dalle autorità di Belgrado. Dovranno essere fatte delle concessioni da entrambe le parti.</p><p>8. No. È importante che le parti si impegnino a favore del dialogo politico, grazie al quale si potrà giungere a una definizione pacifica, e accettabile per entrambe le parti, del futuro statuto del Kosovo. La volontà di dialogo deve essere ulteriormente promossa.</p>  Risposta del Consiglio federale.