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"Qualsiasi azione positiva", afferma un celebre testo del buddhismo,"può essere distrutta da un solo momento d'ira". Tra le tante sentenze del pensiero orientale, nessuna forse ci è più familiare di questa. Fenomeno endemico della nostra cultura, l'ira costituisce, infatti, una delle radici indiscusse della discordia e della violenza che caratterizzano il nostro mondo. Viene manifestata centinaia di volte al giorno dai media. La si ritrova nel modo in cui vengono regolate le controversie nella nostra società; nel modo in cui i leader politici si comportano nelle aule del Parlamento; nel senso di odio verso noi stessi che pervade la nostra cultura. L'antidoto contro l'ira è la pazienza, coltivata dalla quasi totalità delle religioni e degli antichi saperi, ma elevata a vera e propria arte soltanto dal buddhismo. Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, svela in questo libro le principali tecniche dell'arte di essere pazienti, e mostra come la pazienza non presupponga affatto passività e arrendevolezza ma, all'opposto, saldezza e risolutezza di carattere
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Libro vivente, in cui l'ideologia e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del mito": così Gramsci definisce Il Principe, il trattato che ha fatto di Machiavelli il profeta dello stato moderno e delle contraddizioni tra "forza" e "morale" e che al tempo stesso lo ha bollato di immoralità. La sua genesi è preparata da quindici anni di studio dell'"arte dello stato" e da una massa di altri scritti, diplomatici e di governo, tesi sempre a evidenziare i processi inerenti alla vita interna ed esterna degli organismi politici, la legge intima che governa la vita politica.
"L'idioma di una nazione - così ci viene spesso detto - riflette la sua cultura, la sua psiche e le sue modalità di pensiero. Le popolazioni che vivono nei climi tropicali, così corrive, lasciano per strada le consonanti, mentre il tedesco, così metodico, è un veicolo ideale per formulare con precisione i concetti filosofici. Nelle impervie intonazioni del norvegese si coglie l'eco dei fiordi, il francese è la lingua romantica par excellence, l'inglese è un idioma adattabile e... l'italiano, ah l'italiano!"
Il dibattito sulla lingua è antico. Dopo decine di anni di confronti e dispute i linguisti sono oggi quasi unanimi nel dire che tutte le lingue sono fondamentalmente simili e pertanto incapaci di filtrare in modo differente la percezione del mondo. La capacità di parlare e di usare sintassi e grammatica è iscritta nel nostro dna e certe fantasticherie sull'influenza della lingua madre nel nostro modo di pensare sono ormai cadute nel dimenticatoio. Ma ne siamo sicuri?
Guy Deutscher sostiene il contrario. Attraverso l'analisi dei termini usati per indicare i colori nelle lingue più disparate, o attraverso i termini di orientamento spaziale usati in lontane tribù, La lingua colora il mondo ci insegna che forse, dopo tutto, la lingua che parliamo può avere un'influenza molto marcata sulle nostre percezioni. Con esempi che spaziano da Omero a Darwin, dall'Amazzonia all'Australia, dal Talmud alla letteratura russa, Deutscher coinvolge il lettore dalla prima all'ultima pagina, con la sua prosa avvolgente e con le sue idee innovative.
Topolino è alle prese con "le meraviglie del domani". Nel mondo che verrà e in cui si è trasferito grazie a un prodigioso mantello invisibile, sembra che il crimine sia estinto, che la polizia non abbia più nulla da fare e che le persone comuni possano godere spensieratamente del loro tempo libero - mentre i robot sbrigano tutto il lavoro pesante. Ma in questa splendida utopia si annidano ancora i germi del male, come il nostro Topolino "futurista" scopre a sue spese, in un crescendo insieme di umorismo e angoscia. Alla fine si rivela il solito, deciso Topo d'azione che, nel tentativo di salvare se stesso, riesce a salvare persino il mondo intero. Senza mai perdere quel misto di autoironia e spregiudicatezza che costituisce il meglio del suo atteggiamento di buon empirista. Perché forse "la filosofia di Topolino" è un continuo ammiccare ai grandi problemi della condizione umana, sempre con l'ombra di un sorriso e una strizzata d'occhi: soprattutto, degli occhi della mente!
Camminare è sicuramente una delle azioni più comuni delle nostre vite. Ma Frédéric Gros, con un libro originale e delicato, ci fa riscoprire la bellezza e la profondità di questo semplice gesto e il senso di libertà, di crescita interiore e di scoperta che esso può riuscire a suscitare in ciascuno di noi. Attraverso la riflessione e il racconto magistrale delle vite di grandi camminatori del passato - da Nietzsche a Rousseau, da Proust a Gandhi che in questo modo hanno costruito e perfezionato i propri pensieri -, Andare a piedi propone un percorso ricco di curiosità, capace di far pensare e appassionare. Nella visione limpida ed entusiasta di Gros, camminare in città, in un viaggio, in pellegrinaggio o durante un'escursione, diventa un'esperienza universale che ci restituisce alla dimensione del tempo e ci consente di guardare dentro noi stessi. Perché camminare non è uno sport, ma l'opportunità di tornare a godere dell'intensità del cielo e della forza del paesaggio.
"In uno dei suoi discorsi brevi, il Buddha afferma che i cavalli si dividono in quattro categorie: eccellenti, buoni, mediocri e pessimi. Attraverso l'esperienza ho capito che la pratica non ha nulla a che vedere con l'essere il cavallo eccellente o quello buono, mediocre o pessimo.
La pratica consiste nello scoprire la nostra vera natura, e nel parlare e nell'agire in conformità con essa."
Pema Chödrön ci accompagna alla riscoperta della nostra vera natura, per scoprire come vivere in equilibrio e con serenità. Tratto da "Senza via di scampo", pubblicato da Feltrinelli. Numero di caratteri: 27365.
La tecnica ci lusinga offrendoci l'antidestino - la vittoria sul destino biologico inscritto nei nostri geni - e la liberazione dai vincoli dell'umano. Ma a quale prezzo? Aldous Huxley riteneva che ci sarebbero voluti secoli per pervenire alla società totalmente organizzata. Pochi decenni dopo esistono invece i mezzi per giungervi attraverso una rivoluzione che mette le mani sulle radici stesse dell'uomo. L'alleanza tra materialismo e tecnica instaura infatti sull'essere umano, ormai inteso come mero pezzo della natura, il potere biopolitico (biopower), che conduce a esiti opposti, ma ugualmente inquietanti: il superamento della barriera uomo-animale da un lato e il "postumano" propiziato dall'ingegneria genetica dall'altro. I massimi fattori di resistenza sono rappresentati dalle nozioni di persona, di umanesimo condiviso, di etica libera dall'utilitarismo.
Il piacere dell'odio è un altro libro di saggi estremi e paradossali del grande pensatore inglese del primo Ottocento, tratti dalla raccolta The Plain Speaker, pubblicata nel 1826. E un libro sferzante e scontroso sui desideri, più o meno confessati, dell'animo umano.
"Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare.Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l'istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori". Così Hazlitt in uno dei sette saggi qui presentati. Tratti dalla raccolta Table-Talk del 1821-22, questi testi rappresentano un primo passo per avvicinarsi alla sterminata produzione saggistica di Hazlitt, vera mente critica del Romanticismo europeo.
Il codice genetico, sebbene sia stata decifrata la sua proprietà di conservare l'informazione necessaria alla sintesi delle proteine, è ancora oggi, per molti aspetti, un mistero, e probabilmente contiene molta altra informazione. La società umana moderna è basata sulla memorizzazione, il reperimento e la trasmissione a distanza di informazione. Tra queste due manifestazioni della natura si colloca il cervello umano, la struttura più complessa che conosciamo, straordinariamente modellato dalla natura per raccogliere, elaborare ed emettere informazione. Nel cervello umano nasce quella sensazione che chiamiamo "consapevolezza dell'Io". Lentamente si sta formando nella società la consapevolezza di una specie.