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Nel XVI e nel XVII secolo, Venezia era il punto di riferimento dell’arte vetraria. Il cristallino veneziano (così chiamato per la sua somiglianza con il cristallo di rocca), talvolta inciso con punta di diamante o impreziosito da un motivo a filigrana, rese gli oggetti in vetro prodotti di lusso. Nel corso del tempo, la tecnica venne imitata in tutta Europa e nacque così lo stile Venezia, non sempre facile da distinguere dall’originale.
In parallelo, come testimoniano le creazioni del mastro vetraio francese Bernard Perrot (1619-1709) o quelle secentesche e settecentesche provenienti dal Nord delle Alpi, si portò avanti la tradizione, antica e medievale, del vetro colorato in massa (attraverso l’impiego di ossidi metallici). Un altro metodo diffuso, specialmente nella Svizzera centrale (il cosiddetto vetro Flühli), era quella della pittura su vetro, colorato o incolore, con smalti policromi.
A Praga, verso la fine del XVI secolo, l’incisore di pietre dure Caspar Lehmann (1563/4-1623) adattò la tecnica della ruota all’incisione del vetro. Questa procedura, che permette di incidere le superfici in profondità, rimpiazzò ben presto la tecnica alla punta di diamante. Grazie al sostegno mecenatesco dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612), fu possibile sviluppare un nuovo tipo di vetro, particolarmente duro e brillante, a base di potassio, che si rivelò ideale per essere inciso alla ruota: il cristallo. Nel corso del Seicento, il cristallo di Boemia spodestò il cristallino veneziano e conquistò l’Europa.
In Inghilterra, tuttavia, l’industriale George Ravenscroft (1632-1683) non tardò a inventare un altro tipo di cristallo in cui l’ossido di piombo sostituisce il potassio. Fu quindi tra il 1674 e il 1676 che nacque il vetro piombico inglese, ossia il vero e proprio cristallo, ancora più duro e solido del cristallo di Boemia. Questo nuovo materiale si diffuse a sua volta sul continente e si consolidarono in tal modo le relazioni commerciali con i Paesi Bassi, specializzati nell’incisione del vetro.