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L'avvocato ginevrino Enrico Monfrini si è specializzato in una missione difficile: scovare il denaro nascosto all'estero – segnatamente in Svizzera – dai dittatori e restituirlo ai paesi di provenienza. Intervista.
Ogni anno, secondo le stime della Banca mondiale, in tutto il mondo scompaiano dai 20 ai 40 miliardi di dollari. Questi fondi sono sottratti al bilancio dello Stato da dittatori e governanti corrotti, che li spostano nelle proprie casseforti personali.
Il nome di Enrico Monfrini è legato a casi simili: grazie alle sue indagini è infatti per esempio stato possibile recuperare parte dei soldi sottratti alla popolazione, e depositati in conti stranieri, dal clan nigeriano degli Abacha e da quello di Jean-Claude Duvalier, ex dittatore di Haiti.
Classe 1944, padre di sette figli, l'avvocato Monfrini non ha alcuna intenzione di andare in pensione.
swissinfo.ch: In che circostanze ha cominciato a svolgere questo lavoro?
Enrico Monfrini: Nel 1999 in Nigeria è stato eletto presidente Obasanjo, il quale intendeva recuperare il denaro trafugato dal suo predecessore Abacha, che l'aveva fatto imprigionare in quanto oppositore. Dall'inchiesta di polizia sono emerse tracce di alcuni pagamenti verso conti svizzeri: a quel punto, il governo di Obasanjo ha cercato un avvocato nella Confederazione per portare avanti la pratica.
swissinfo.ch: Perché hanno scelto proprio lei?
E. M.: Perché cercavano qualcuno di cui potersi fidare. E io, da ormai un ventennio, ero l'avvocato di alcuni oppositori al regime di Abacha residenti in Svizzera. Di conseguenza, una sera di settembre del 1999, mentre ero a cena al ristorante, ho ricevuto una telefonata: un rappresentante del governo nigeriano desiderava incontrarmi immediatamente al suo albergo. Ci sono andato, ho accettato l'incarico e una settimana più tardi sono partito con un mio collaboratore per la Nigeria.
swissinfo.ch: Cosa l'ha spinta ad accettare il mandato?
E. M.: Ho vissuto a lungo in Africa – mio padre era ambasciatore – e amo quel continente. Lì e altrove, non sopporto la profonda ingiustizia commessa dai "cleptocrati", veri e propri ladri-tiranni che intascano illecitamente tantissimi soldi mentre la popolazione vive nella miseria.
Inoltre, il recupero dei soldi ha una valenza simbolica: gli 1,3 miliardi che in seguito ho potuto far restituire alla Nigeria vengono ora impiegati – sotto la sorveglianza della Banca mondiale – per costruire ospedali e strade. Ciò è fondamentale, poiché senza le vie di comunicazione un agricoltore non può per esempio portare il proprio raccolto in città e venderlo. E quindi la spirale negativa prosegue.
swissinfo.ch: Come si è mosso per ritrovare i soldi?
E. M.: Sono partito dalla Nigeria con una decina di pagine che attestavano dei versamenti verso cinque conti svizzeri. Dalle prime indagini è però subito emerso che i conti in questione erano stati chiusi. Che fare? Mi sono quindi rivolto al procuratore generale di Ginevra Bernard Bertossa, presentando una denuncia penale contro i membri del clan Abacha.
Il procuratore aveva il potere di lanciare una sorta di "allarme generale" – ricevuto da tutte le banche in ogni angolo della Svizzera – che obbligava gli istituti a bloccare i conti riconducibili al clan Abacha, in particolare ai due figli del dittatore. Ebbene: in un solo giorno sono riemersi 600 milioni di dollari! I conti erano stati aperti utilizzando nominativi leggermente modificati, grazie a passaporti falsi.
A quel punto abbiamo potuto ottenere la documentazione bancaria, e lì è incominciata la parte più impegnativa del lavoro, eseguito di giorno e di notte: "far parlare" le carte e ricostruire i flussi finanziari. Per me e i miei collaboratori si è pertanto trattato di un apprendistato: conoscevo la legge, ma non la pratica. Nel corso di questi 12 anni siamo dunque diventati un po' contabili, oltre che avvocati.
Si tratta comunque di un lavoro difficile proprio perché – molto spesso – le persone che aiutano i dittatori a nascondere i soldi, e che poi li difendono, sono proprio avvocati.
swissinfo.ch: Ha mai avuto paura? È già stato minacciato?
E. M.: Non ho paura, altrimenti non potrei svolgere questo mestiere. In inglese si dice You don't fear the devil you know [non si ha paura del diavolo che si conosce]. Per quanto concerne le minacce: ne ho ricevute di velate, ma non da parte di africani. Si tratta piuttosto di intermediari finanziari in Svizzera, talvolta avvocati, che fingendosi amici mi consigliano di lasciar perdere. Mi raccomandano di fare attenzione, suggerendomi di "non esagerare", per evitare di avere problemi.
In altre occasioni mi è invece stata ventilata la possibilità di guadagnare molti soldi, se avessi abbandonato questa o quella pratica. Ma ciò non rientra nella mia visione delle cose, quindi da qualche anno purtroppo nessuno tenta più di corrompermi, perché si è sparsa la voce [ride].
swissinfo.ch: Molti soldi dei dittatori sono stati portati in Svizzera, fatto che viene regolarmente rimproverato alla Confederazione. Quali progressi sono stati compiuti? Cosa resta da fare?
E. M.: Il 1° febbraio 2011 è entrata in vigore la legge sulla restituzione degli averi di provenienza illecita, alla quale ho contribuito, necessaria per risolvere il caso degli averi del dittatore haitiano Duvalier.
Si tratta di un passo importante, poiché regola le modalità di blocco e restituzione dei valori patrimoniali quando una domanda di assistenza giudiziaria internazionale in materia penale non può essere concretizzata a causa del dissesto dello Stato richiedente. In futuro sarà inoltre necessario adeguare anche alcune norme del codice penale, che non sono più adattate alla realtà criminale attuale.
In generale: dopo gli sviluppi degli ultimi anni, oggigiorno le banche svizzere non accettano più denaro da parte delle persone politicamente esposte o del loro clan. Non bisogna poi dimenticare che i dittatori sono notoriamente paranoici: in caso di stravolgimenti politici, gli uomini di paglia a cui hanno affidato il loro tesoro potrebbero ritrovarsi con tanti soldi e poca fretta nel restituirli…
È comunque ben possibile che i dittatori cerchino comunque di depositare nella Confederazione i loro soldi, utilizzando metodi più complessi. Per esempio intestando i conti a società – di cui detengono le azioni – basate nelle Isole Vergini britanniche o a Panama.
swissinfo.ch: Se le chiedessero di ritrovare i soldi di Ben Ali, accetterebbe?
E. M.: Ora come ora, no. In Tunisia vi sono dei membri del governo ancora legati a Ben Ali: non augurerei a nessun avvocato – e quindi nemmeno a me – di dover cercare questi fondi, sapendo che chi assegna l'incarico può avere forti interessi personali.
Fondi di potentati
La Svizzera ha lanciato diverse iniziative per promuovere una procedura coordinata a livello internazionale per impedire l’afflusso di questo denaro, bloccare i valori patrimoniali di provenienza delittuosa e rimborsare i legittimi proprietari.
La strategia elvetica si basa in particolare su alcuni pilastri: identificare la provenienza del denaro, denunciare la transazioni sospette, favorire l'assistenza giudiziaria con i paesi di provenienza.
Anche il meccanismo che permette la restituzione è un pilastro importante della politica svizzera per la lotta ai fondi illegali.
La Confederazione, da quindici anni a questa parte, ha restituito approssimativamente
1,7 miliardi di franchi
(per esempio: fondi Montesinos, Abacha, Marcos, …). Nessun’altra piazza finanziaria – di grandezza paragonabile – ha restituito altrettanto denaro.
Legge sulla restituzione degli averi di provenienza illecita
La Legge federale sulla restituzione dei valori patrimoniali di provenienza illecita di persone politicamente esposte (LRAI) è entrata in vigore il 1° febbraio 2011.
Il disegno di legge è scaturito dalle difficoltà incontrate dalle autorità svizzere nella restituzione di fondi bloccati in Svizzera dopo l'esito negativo delle procedure penali nazionali, come nei casi di Mobutu e Duvalier.
La LRAI costituisce un'alternativa al procedimento penale, in quanto rende possibile la confisca degli averi di provenienza manifestamente illecita anche in assenza di una condanna della persona politicamente esposta (PPE).
Se – al termine della procedura – la PPE non è in grado di provare l'origine lecita degli averi, questi sono confiscati e restituiti in modo trasparente allo Stato di provenienza, a beneficio della popolazione mediante il finanziamento di programmi d'interesse pubblico.
swissinfo.ch