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‘Totus mundus agit histrionem’, ‘All the word’s a stage’ o, se preferite, ‘Tutto il mondo è un palcoscenico’. Queste le parole che campeggiavano sopra l’entrata del Globe theatre di Londra, palco shakespeariano e teatro elisabettiano per eccellenza. La scritta in esergo alla volta del soffitto è il celebre incipit di un monologo all’interno di ‘Come vi piace’, commedia romantica di William Shakespeare (1599), e paragona la vita a una pièce in cui uomini e donne sono solo attori volti a recitare una parte che non scelgono in un luogo eletto più dal fato che dalla loro volontà. E come nella vita accade di tutto, in perpetua oscillazione tra dramma e commedia, così il palcoscenico può ospitare quel mondo che ci rappresenta, nella sua naturale e inevitabile complessità. Non a caso, il teatro elisabettiano fu per eccellenza la casa della contaminazione di generi e stili, ospitò pubblici di ogni tipo e rivoluzionò temi e metrica.
Nato sotto il regno di Elisabetta I, la sovrana che aveva messo al bando le rappresentazioni sacre dei Misteri, e poi fiorito con Giacomo I, il teatro elisabettiano fu il felice risultato di un cambio strutturale, sia per contenuti degli spettacoli che per il luogo dove questi prendevano vita. Il teatro in quanto edificio aveva caratteristiche che solo un attore avrebbe potuto sognarsi, e infatti il primo fu ideato proprio da uno di loro, James Burbage. Egli riprodusse le condizioni ambientali nelle quali fino ad allora gli attori si erano esibiti, lontano dai luoghi uffuciali, contaminando la struttura delle arene con quella dei cortili delle taverne.
Costruito in un anno, tra il 1576 e il 1577, il Theatre è stato il primo edificio autonomo nell’Europa moderna destinato ospitare esclusivamente spettacoli teatrali: ad opera di attori, non di architetti! Per sfuggire agli impedimenti che la municipalità di Londra imponeva ai teatri, Burbage lo posizionò in periferia, in un territorio che dipendeva dalla corona, era libero di essere profano quanto piaceva, ed era accessibile a tutti. Gli affari andarono così bene che in pochi anni tra i due poli estremi della città spuntarono uno dopo l’altro il Courtain, il Rose, lo Swan, il Globe, l’Hope,… insomma, tra il 1600 e il 1640 la parte sud di Londra (dove si raggrupparono poi tutti) assomigliava a una rive gauche, vero e proprio quartiere dei teatri, andando paradossalmente a realizzare uno dei sogni umanisti nel posto più impensato: in una città mercantile in ascesa, dove la peste si aggirava senza alcuna pietà.
Non ve n’è traccia oggi, l’attacco puritano che portò alla chiusura dei teatri del 1642 ne causò in parte la demolizione, lasciando così che solo pochi disegni e qualche documento indiretto potessero nutrire la nostra immaginazione.
Spettacoli a cielo aperto, come nei cortili, illuminati dalla luce del giorno, in edifici a pianta centrale (interamente in legno) il cui diametro si aggirava intorno ai 30 metri. Tre gallerie sovrapposte aperte verso l’interno come balconate e delimitanti un’area vuota, la platea, e coperte da un doppio tetto a spiovente. E l’edificio scenico, che ospitava il palco, circondato dagli spettatori sui tre lati. 12 metri di altezza che vedevano innalzarsi al cielo anche uno stendardo.
Certo, questa incredibile, straordinaria, impresa durò pochissimo, ma il teatro elisabettiano è diventato ‘non di un’era soltanto, ma di tutti i tempi’, come scrisse Ben Jonson nella prefazione al First folio (la prima raccolta dei drammi shakespeariani successiva a quegli anni).
La corte assisteva alle stesse rappresentazioni della gente comune e il pubblico non era semplice spettatore, ma partecipava alla rappresentazione. L’assenza di effetti speciali raffinava le capacità gestuali mimiche e verbali degli attori, che sapevano ricreare luoghi e mondi invisibili. Il teatro non era aperto solo fisicamente e socialmente, l’apertura riguardava anche il contenuto, dove sogno e realità si fondevano sotto gli occhi di tutti, in drammi che incontravano il gusto più svariato. Il metro rinnovato, la rima liberata, le tecniche d’avanguardia. Tutto ciò, insieme al disfacimento delle obsolete lezioni aristoteliche che volevano unità di tempo e luogo, e alla libertà del blank verse, regalarono spontaneità alla poesia. E i temi? I classici vennero riletti esaltando le qualità universali dei grandi personaggi e non più la loro morale (come la produzione sacra messa al bando in quegli anni) e le tematiche sociali furono affrontate in maniera anche qui innovativa: si infransero i tabù sociali proponendo temi scomodi, imbarazzanti, fuori dal canone e venne presa in considerazione la complessità psicologica.
E infine, ma non da poco, in un’epoca in cui le compagnie erano di soli uomini che rappresentavano indistintamente i due sessi, finalmente facevano capolino sui palchi anche le donne.
Autoironia, metateatro, attori che si prendono gioco di quel che dicono invece di prendersi sul serio, tutte caratteristiche che fecero del teatro elisabettiano un teatro popolare.
Non ne abbiamo più traccia, come detto, ma in questi ultimi tre mesi ne abbiamo avuto uno sotto agli occhi. La Straordinaria Tour Vagabonde, sorta a fine anno sul sedime della Gerra a Lugano, è un teatro elisabettiano a tutti gli effetti, dalla posizione alla struttura. È itinerante, poiché è una costruzione nata a Friborgo, e da 25 anni viene accolta in diversi angoli della Svizzera e dell’Europa. Per la prima volta installata nella Svizzera italiana, ha accolto nei primi due mesi più di 25'000 persone.
La Straordinaria
La Tour Vagabonde arriva in Ticino (Cult+, 26.12.2022)
- 25.12.2022
- 23:00
“Come disse Victor Hugo, il teatro elisabettiano è ‘un luogo di comunicazione umana, un crogiolo di civiltà” racconta Noah Sartori, presidente dell’associazione Idra che ha organizzato l’arrivo della Torre in Ticino. La Straordinaria Tour-Vagabonde è uno spazio interdisciplinare e intergenrazionale, dove si ritrovano studenti, professionisti in giacca e cravatta, anziani e bambini. A orari diversi beninteso, ma sotto lo stesso tetto (perché questo teatro un tetto ce l’ha), per concerti, doposcuola, conferenze e performance. “Lo spazio circolare, il palco al centro, gli attori posti sullo stesso piano del pubblico, questo fa sì che non ci sia una relazione unidirezionale tra performer e spettatori, ma un confronto e uno scambio diretto tra le persone. Per i giovani è qualcosa di originale, una struttura particolare (in aggiunta alle caratteristiche lignee dei teatri inglesi del 1600 un tocco retrò e kitch con lampadari e lucine d’ogni tipo, ndr.). Per i più anziani forse un senso nostalgico, un dolce ricordo del passato, per i bambini un castello incantato. Ogni generazione ci trova qualcosa che la tocca, e la porta all’incontro grazie a questo spazio senza divisioni che permette di vivere le stesse esperienze artistiche e sociali”.
Uno sguardo alla cultura alternativa o indipendente che a Lugano è diventata Straordinaria… (3./3)
A cura di Antonio Bolzani
- TiPress
- 26.01.2023
- 10:05
È straordinaria, perché rimane per soli tre mesi ma ha smosso e attirato moltissime persone. “La programmazione è stata pensata per accogliere più fasce, dagli atelier per bambini alla rassegna di poesia, la musica dal vivo, il cinema, il teatro e senza dimenticare i caffè o le attività di quartiere”. Parola d’ordine insomma inclusività in questo luogo “caotico sì, ma è nel caos che si eliminano gli stereotipi sociali, identitari o di classe, permettendo ad ognuno di riconoscersi”. Un’esperienza che ha dimostrato insomma, come nella Londra del 1600, che si può fare, è possibile creare un luogo simile. “È stata un’operazione di qualità, un punto di partenza, reso possibile anche dal riconoscimento a livello istituzionale. Ha catalizzato molte attività associative, che hanno visto la potenzialità effettiva di progetti del genere, replicabili in futuro”. La Tour Vagabonde insomma ha realizzato, e non solo architettonicamente, quel che già fu il teatro elisabettiano: la comunione di un intero mondo sotto lo stesso tetto.