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A Neggio non mancano le testimonianze di epoche lontane. Alcune tombe risalirebbero ad un periodo compreso tra il IV e II secondo a.C., mentre ulteriori ritrovamenti sarebbero dell'epoca tardo-
Per risalire alle prime testimonianze scritte, dobbiamo invece aspettare il Medioevo. Neggio compare -
Il primo documento in possesso dell'attuale amministrazione patriziale, ed è anche il più importante, è del 15 marzo 1914 e testimonia la costituzione dell'Ufficio patriziale.
Le famiglie patrizie sono: Bolli, Notari, Pianca, Soldati, Banchini, Galeazzi, Orlandi e Sciora (le ultime quattro estinte sul suolo patriziale).
Giovanni Anastasi ha pubblicato nel 1910 (editore Alfredo Arnold, Lugano) un simpatico libretto dal titolo Cognomi ticinesi nel secolo XIX. Ebbene, nelle prime pagine egli pubblica un breve capitolo, dicendo che gli era stata allestita da Cristoforo Casanova, suo amico, e riguardante appunto il Comune di Neggio. Ecco, dunque, l'elenco della denominazione di una ventina di famiglie sulle trenta circa che il villaggio a quel momento comprendeva.
Cà di Pedrota: famiglia di Giuseppe Notari; la nonna era una Pedrotta di Magliaso
Cà du Zambul: famiglia fu Barchi Enea: si chiamava così perchè era il ritrovo degli amici (far sciambola, in dialetto, vuol dire star allegri in numerosa compagnia)
Cà d'Mugena: famiglia fu dottor Antonio Soldati; la nonna era proveniente da Mugena, villaggio dell'alto Malcantone
Cà d'Müsciana: famiglia di Angelo Notari; la nonna era proveniente da Muzzano
Cà da Sila: famiglia di Orlandi Sebastiano; la nonna si chiamava Basilia, abbreviato in Sila
Cà da Giorg: famiglia fu Vittorio Soldati; il nonno si chiamava Giorgio
Cà d'Ana: famiglia fu Giuseppe Soldati; la nonna si chiamava Anna
Cà d'Custanza: famiglia fu Giuseppe Soldati fu Marco; la nonna si chiamava Costanza
Cà d'Barbenga: famiglia fu Bartolomeo Notari; la nonna era proveniente da Barbengo
Cà di Lottonèe: famiglia fu Giuseppe Galli; il nonno faceva il fonditore di ottone
Cà d'Orland: famiglia fu Marco Sciolli; abita nell'antica casa della famiglia Orlandi, di cui uno Sciolli di Pura sposò l'ultima discendente
Cà du Strambu: famiglia di Domenico Strambi; il soprannome è dato dal cognome stesso
Cà di Brè: famiglia di Notari Giorgio; la nonna proveniva da Brè
Cà d'Tognet: famiglia di Pianca Pietro; il nonno era un ometto di nome Tognet (Antonio)
Cà d'Brignon: famiglia fu Orlandi Francesco; dimora nella casa già abitata da certi Brignoni di Breno
Cà d'Catella: famiglia Riva Giuseppe; non si conosce il motivo di questo nome. Forse una donna della famiglia portava il nome di Caterina, abbrevviato talvolta in Catè, Catina, Catella
Cà di Sfei: famiglia fu Angelo Bianchi; non si conosce la derivazione della voce Sfei
Cà di Tünin: famiglia fu Orlandi Domenico; non si rammenta più in paese la derivazione di questo antico soprannome.
E' da notare -
Questa simpatica usanza di chiamare le famiglie dalla nonna, dal nonno, ecc., indice dell'intimità famigliare che regnava nel villaggio, non sarebbe certo comoda in un centro popoloso. La civiltà vuole il cognome; e il cognome c'è. Ognuna delle trentamila famiglie ticinesi possiede il suo e l'orientarsi in questo farraggine di cognomi allo scopo di conoscerne l'etimologia, di trovare il senso e gustarne il sapore, parrebbe arduissima impresa; invece non appar più tale se si pensa che il cognome è di formazione naturale e cioè non casca giù dal cielo bell'e fatto, ma viene elaborato poco a poco con un ristretto numero di elementi primitivi, che sono i medesimi presso tutti i popoli e in tutte le lingue.I cognomi possono quindi venir elencati in un ristretto numero di categorie. In altri termini: le famiglie hanno i loro cognomi, ed i cognomi alla loro volta si possono classificare in famiglie.
Sino allo scorcio dell'Ottocento, tre o quattro volte all'anno, parecchie famiglie di Breno, Fescoggia, Vezio e Mugena lasciavano i loro villaggi per trasferirsi temporaneamente sulle colline di Neggio, Vernate, Cimo, Gaggio e Cademario, dove avevano case e poderi. Non si sa -
I Grandi, i Righetti, i Brignoni, i Pelloni, i Giani di Breno e i Negri di Fescoggia hanno costruito ai Guasti di Vernate e di Neggio le loro case e, nel 1750, l'oratorio di San Mattia. Nel secondo Ottocento, per più inverni, la Musica di Fescoggia risiedeva ai Guasti. Le singole famiglie soggiornavano in collina non solo d'inverno, ma anche al tempo dei fieni, della vendemmia e delle castagne. Dalla famiglia Pelloni è denominata una frazione di Neggio.
A Neggio la casa paterna del rimpianto giudice federale dott. Agostino Soldati è detta Cà Mugena, attribuzione inequivocabile del luogo di provenienza di chi l'ha fatta fabbricare e l'ha abitata. Il nome Vernate (in dialetto Vernà), di orgine romana, viene da ibernare, svernare, e significa dimora invernale di gente dell'Alto Malcantone, famiglie di Arosio comprese. La famiglia Righetti di Breno ha dato il proprio nome a due casali, rispettivamente in territorio di Agno e di Bioggio.
Poco prima del ponte sulla Magliasina, al confine con Magliaso, sulla destra per chi viaggia in direzione di Ponte Tresa, si imbocca una strada che conduce allo Zoo. Ebbene, quella località formata da qualche casa una addosso all'altra -
Racconta Mario Jardini: «Lì vicino abitava il Peppin Bernasconi, che costruiva le ruote dei carri agricoli. Più distante invece vi era il Mulino Sartori per la macinazione del mais e che deve essere scomparso attorno agli anni Venti-
Altri tempi, a riprova del grande fermento di attività artigianali che un tempo vi era ai Mulini di Neggio.
Quel che rimane della zona artigianale: la mola per lavorazione di oggetti metallici.
Briciole di storia a Breno e rapporti con Neggio
Nel volumetto (dattiloscritto) «Spigolature di storia brenese» del prof. Costantino Muschietti (1928) troviamo una paginetta dedicata a «L' oratorio dei Guasti» con diversi riferimenti anche a Neggio. Eccone, pertanto, il testo:
«Com'è noto, da tempo immemorabile brenesi e fescoggesi possedevano beni nelli territori delli Guasti e vi avevano temporanea dimora. Il doppio domicilio suscitava controversie civili ed anche ecclesiastiche. Gli inconvenienti sotto l'aspetto chiesastico sono esposti dal curato di Breno in una sua lettera al vescovo di Como (1711), ... avendo certi suoi parrocchiani certi suoi possessi in territorio di Neggio, altri di Vernate e di Cimo, altri di Cademario e altri di Aranno, occorre che iti a quelli per le faccende rurali, ammalati in quelli ne muoiono, nascono e dalli curati di Neggio, di S. Maria, di Vernate, di Cademario, di Aranno, vien negato di poterli sacramentare quando si ammalano, seppellirli alla propria curia quando muoiono volendo essi il jus della stola con tutti gli emolumenti, inducendo gli eredi dei defunti a farli seppellire nelle loro chiese senza che il curato proprio di Breno possa avere parte in quei funerali ma la competizione indecorosa per gli emolumenti, egli si studia di velare subito dopo col preteso desiderio di serbare incolume la sua giurisdizione che ha nelle proprie pecore e rivendica per sé il jus stolae cogli emolumenti pertinenti. La curia comense consente a tenore del diritto canonico: quei fedeli hanno dimora accidentale nei comuni summentovati, e passano la maggior parte dell'anno a Breno e quivi soddisfano al precetto pasquale (Archivio parrocchiale 16 giugno 1711). In virtù di tale approvazione, quind'innanzi il curato, salvo delegazione affidata al parroco locale, si recò nei Guasti ad amministrare i sacramenti, a seppellire i morti e a battezzare. Bisogna congetturare che il parroco locale frapponesse ostacoli all'esercizio di quel diritto che, ai suoi occhi, doveva parere un'usurpazione. Perciò alcune famiglie brenesi e fescoggesi risolvettero (1750) di costruire a loro spese un oratorio nelli Guasti, nel quale il curato nostro celebrasse come in chiesa propria i divini uffici ed esercitasse il jus stolae. L'oratorio fu benedetto da Luca Rusca, prevosto di Agno (l730-
Entro le mura del Monastero la figlia e i nipoti di Mussolini
Le mura del convento San Domenico a Neggio hanno ospitato per alcuni mesi, in qualità di "profughi" alcuni familiari di Benito Mussolini, precisamente la figlia primogenita Edda con i suoi tre figli. É accaduto a cavallo tra il 1943 e il 1944. Per comprendere il perché di questo episodio, occorre ricordare (almeno sommariamente) che Galeazzo Ciano (Livorno 1903 -
Invano la moglie Edda tentò con ogni mezzo di salvarlo: Mussolini non volle o, più probabilmente, non poté far nulla perché tra l'altro si evitò di sottoporgli la domanda di grazia. Edda Ciano passò allora in Svizzera, con una fuga avventurosa, ed è in questo contesto che si inserisce il soggiorno della figlia di Mussolini e dei suoi tre figli nel monastero di Neggio. Con una precisazione, comunque: i nipoti di Mussolini arrivarono al convento nell' autunno 1943 rimanendovi, e furono raggiunti dalla madre soltanto nel gennaio 1944.
Nei diari, scrupolosamente scritti a mano ed illustrati da una suora del convento, a pagina 57 si legge testualmente: «Credevamo di dover chiudere definitivamente, quando, in modo un pochino misterioso, ci vennero annunciati tre bambini, che avrebbero dovuto soggiornare piuttosto a lungo da noi. La polizia li chiamava i Conti Pini, ma era lampante che si trattasse di un nome fittizio. I tre fanciulli si tradirono però ben presto da soli: Fabio (Fabrizio) di 12, Dina di 10 e Mario (Marzo) di 5 anni cianciavano un po' di nascosto e un po' anche apertamente in modo tale che non tardammo ad apprendere chi fossero veramente: erano i figli del conte Ciano, ministro degli esteri sotto Mussolini e genero dello stesso. Si stava appunto svolgendo il processo contro il padre.
Si viveva all'italiana in casa! Un bene che non ci fossero altri ospiti! I bimbi trascorsero un felice Natale da noi. Esterrefatti, riuscivano a malapena ad esprimere la loro gratitudine per i regalini ricevuti. Ogni sera recitavano ad alta voce un rosario per il padre. Prima di addormentarsi. Nei primi giorni di gennaio la polizia ci condusse, per un soggiorno di circa 8 giorni, anche la madre Edda Ciano, che qui venne informata del decesso del marito. Qui da noi la signora Edda dimostrò un grande amore per i figli, che dal canto loro amavano moltissimo la madre. Un essere umano dilaniato dal dolore, cui non si poteva negare pietà. V' è un solo giudice: Dio».
Uno sconosciuto mastro di Neggio scoperto nell'ambito della ricerca promossa dal Museo del Malcantone sull'emigrazione nel XVIII secolo
Isidoro Torriani di Neggio malcantonese in Piemonte
DI SILVANA GHIGONETTO -
Assieme a molti suoi conterranei -
In prima analisi,«mastro Isidoro» potrebbe essere tornato nel Malcantone, adempiendo a quella prassi tradizionalmente in uso presso le maestranze e sostanzialmente dettata dalla necessità di periodici ricongiungimenti con la famiglia.
Tuttavia, presa in considerazione la lunghezza del periodo (si tratta di ben cinque anni), è da ritenersi forse più verosimile che Torriani possa aver continuato a lavorare in altri cantieri del Roero di cui, per ora, non si ha memoria.
Di certo, nel 1722 Isidoro Torriani risulta essere a Canale. Ed è proprio in questo luogo che sono documentati i suoi lavori «attorno al portico esistente avanti la chiesa parrocchiale»
Poco dopo, nel 1725, lo si trova affiancato a Domenico Pianca di Cademario, con il quale innalza la nuova facciata della stessa chiesa. Il binomio Torriani-
Il cantiere, svoltosi per questa ragione a più riprese, continuò in quegli anni alla guida dei due capomastri fin quando, nel 1739, scompaiono le tracce di Domenico Pianca (forse deceduto), del quale non si ha più menzione e si rileva invece la presenza di Martino Pianca (probabile figlio di Domenico), il quale affianca Torriani nella costruzione del coro, della volta, della navata e della sacrestia, ultimando la chiesa di San Bernardino.
Non tombe galliche ma tombe romane
Sulla «Rivista archeologica della Provincia e antica Diocesi di Como (Antichità e belle arti»> (periodico della Società archeologica comense, fascicolo 59-
Arrivatane notizia alla Commissione del Museo storico di Lugano, questa decise di tosto inviare sul luogo il pittore Berta, che fa parte della stessa e che ad un forte amore per l'arte sua e per l'archeologia unisce una provata competenza nell'esplorazione e escavazione delle vetuste necropoli del suo Paese. Accorse egli munito di apparecchio fotografico, arrivando in tempo a prendere fotografie d'assieme e di particolari, nonché rilievi e note che la Commissione volle mettere a disposizione della Società archeologica della antica Diocesi di Como...».
Più oltre si rileva che «il modo di costruzione delle tombe scoperte,nonché il materiale adoperato sono quelli già in uso da molti secoli anteriori. Sono fatte cioè di lastroni non sagomati di pietra locale (qui schistosa o beola) disposti a cassa nella terra, senza cemento alcuno sia nella copertura come nell'interno; altre lastre di pietre servono da pavimento. Sono a ritenersi tombe ad inumazione (sebbene le ossa degli scheletri siano scomparse per l'azione degli agenti atmosferici), per la deposizione dei vasi ad una sola estremità della tomba, per la mancanza di ossa carbonizzate assai più resistenti, e anche per la lunghezza e la forma rettangolare di tali tombe, sebbene queste non siano un criterio sufficiente per distinguerle da quelle a cremazione. D'altra parte, però, una tomba a cremazione e di forma piccola fu trovata già antecedentemente in luogo».
Segue poi la dettagliata, minuziosissima descrizione dèlle singole tombe per concludere il servizio con quest'annotazione: «Fra la seconda e terza tomba, a due metri più ad ovest, furono in tempo addietro trovate altre cinque tombe, delle quali una era piccola e a cremazione. Di queste, non escavate con metodo, si conservano alcuni oggetti presso il signor dottore Silvio Soldati della famiglia proprietaria del terreno. Il materiale delle tombe di Neggio illustrato è nel Museo storico di Lugano».
Quell'identificazione sulle «tombe galliche a Neggio» oggigiorno non ha più alcun fondamento scientifico. Come infatti ci ha riferito la dott. Rossana Cardani Vergani (capo dell'Ufficio beni culturali al Dipartimento del territorio), si tratta non di tombe galliche ma di tombe romane. A comprova di ciò, ecco quanto si può leggere -
«È però alla lista dei ritrovamenti di questo periodo che devono essere apportate le uniche correzioni di una certa importanza, dal punto di vista dell'informazione, rispetto a quelle contenute nell'Atlante: si tratta di quanto riferito a proposito delle tombe di Neggio e a quelle preromane di Stabio (fondo Realini). Classificando letture di Neggio nell'età del ferro, Crivelli si è basato sull'articolo del Magni (MAGNI 1910) e ha considerato come affidabile la designazione temporale data dall'archeologo comasco. Una recente verifica di questi materiali ha però dimostrato che la suppellettile conservata, caratterizzata da due interessanti recipienti torniti in pietra ollare, non può essere assegnata, nei contesti ticinesi, a momenti precedenti la fine del III secolo d.C. Nella stessa direzione vanno le osservazioni desumibili dai documenti di scavo, per cui queste sepolture devono essere classificate come di età romana e molto probabilmente assegnabili all'inizio del IV Secolo.
L'importanza di questa precisazione è notevole perché mette anzitutto in evidenza la difficoltà di fare affidamento di dettaglio sulle pubblicazioni dei primi decenni del secolo con particolare riferimento al fatto che, nel nostro caso preciso, la pietra ollare di Neggio era stata definita come una ceramica a grana fine dagli autori dell'epoca. A ciò si aggiunge il fatto che i recipienti di pietra ollare sono abbastanza facilmente riconoscibili nella fotografia pubblicata dal Magni e che questa potrebbe essere una delle origini dell'affermazione secondo cui la pietra ollare è già lavorata durante l'età del ferro nell'area ticinese, (DONATI 1986).
I materiali trovati a Neggio sono oggigiorno conservati a Bellinzona, presso l'Ufficio cantonale dei beni culturali.