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Il Tribunale federale ha respinto il ricorso dell'uomo che aveva inviato nel 2002 alla redazione zurighese del giornale albanofono "Bota Sot" un pacco-bomba il quale, se fosse esploso, avrebbe causato una strage. È così definitiva la pena di 10 anni di carcere inflitta allo svizzero-macedone il 26 settembre 2017 dal Tribunale penale federale (TPF).
Nella sentenza pubblicata oggi, i supremi giudici di Losanna non ammettono gli argomenti presentati dal ricorrente, riconosciuto colpevole di ripetuto tentato assassinio e di infrazione alla legge sulle armi. L'uomo, oggi 42enne, sposato e padre di tre figli, chiedeva loro di rinviare il caso per un nuovo giudizio al TPF di Bellinzona, o di ridurre la pena a otto anni. Egli adduceva in particolare il lungo tempo trascorso dai fatti addebitatigli, oltre che la sua buona condotta, le sue confessioni e il suo rincrescimento.
L'uomo era accusato di aver voluto uccidere i membri della redazione del giornale con un pacco esplosivo contenente una bomba a mano di fabbricazione russa a frammentazione, nascosta in una fornitura di vino e inviata al caporedattore da un ufficio postale di Zurigo-Oerlikon il 26 settembre 2002.
Il pacco non era però stato aperto nei locali della redazione, ma solo il giorno seguente in una abitazione privata, durante una festa famigliare, dal fratello del caporedattore. Dodici persone si trovavano nelle immediate vicinanze, fra le quali diversi bambini. In un raggio di nove metri le schegge della granata avrebbero potuto avere esito mortale. Il meccanismo di detonazione a tempo non si era attivato solo perché il pacco era stato aperto lateralmente e non dall'alto.
Il Ministero pubblico della Confederazione, dopo un anno d'inchiesta, aveva archiviato il caso non essendo stato in grado di trovare un colpevole. Che gli inquirenti siano infine riusciti a risalire al binazionale svizzero e macedone, quasi 15 anni dopo i fatti, è dovuto al caso. Nel dicembre 2016 gli è stato infatti prelevato un campione di DNA dopo che era rimasto coinvolto in una rissa di fronte a un locale notturno di Zurigo ed è stato notato che corrispondeva alle tracce trovate sul pacco-bomba. L'uomo è stato arrestato il 31 gennaio 2017 sul posto di lavoro.
La bomba a mano, stando all'atto d'accusa, sarebbe stata un regalo ricevuto in Macedonia per il servizio prestato nel 2001 nei ranghi dell'Esercito di liberazione del Kosovo (UCK): l'imputato l'avrebbe portata in Svizzera in auto attraversando la frontiera a Chiasso, per poi inizialmente esporla nel salotto di casa.
Egli ha sostenuto di aver preparato il pacco bomba da solo in seguito a uno choc emotivo. In precedenza aveva visto un documentario sul massacro della popolazione civile in Kosovo. A suo dire "Bota Sot" - il nome della testata significa "Il mondo oggi" - aveva indicato durante la guerra le vie di fuga della popolazione, contribuendo così ai massacri. L'imputato ha pure sostenuto che la bomba non era in grado di funzionare e che si trattava solo di far paura ai redattori per "dare loro una lezione".