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Il leader rivoluzionario filippino Jose Maria Sison, meglio conosciuto come “Joma”, è morto il 16 dicembre in un ospedale di Utrecht, nei Paesi Bassi, all’età di 83 anni. Sison occupava fin dagli anni ‘60 un posto speciale nella storia recente delle Filippine. Aveva fondato il Partito Comunista delle Filippine (di ispirazione maoista) e, al fine di unire tutti i patrioti, inserì il Partito all’interno di un Fronte Nazionale Democratico.
Il movimento di liberazione nazionale
Fin dai primi anni di università, diventato un leader comunista, Sison conobbe il carcere, avendo dato avvio a un movimento guerrigliero composto principalmente da contadini poveri che chiedeva sostanzialmente due cose: la sovranità nazionale e la democrazia per le Filippine! All’epoca “Joma” era il più famoso prigioniero politico sotto il dittatore Ferdinando Marcos, il cui figlio “Bongbong” Marcos è diventato peraltro proprio quest’anno presidente della repubblica.
L’esilio in Europa
Quando Marcos fu spodestato da una rivolta popolare nel 1986, gli succedette Corazon Aquino. Aquino decise di liberare “Joma”, andando però contro la volontà del governo degli Stati Uniti. Nemmeno nel governo filippino tutti i ministri erano soddisfatti che si liberasse un comunista e quando, qualche mese dopo, il professore lasciò il Paese per una serie di conferenze in università estere, gli fu ritirato il passaporto. Questo lo costrinse a trascorrere la seconda metà della sua vita in Europa come esule. I Paesi Bassi gli concessero l’asilo politico e dal suo rifugio a Utrecht, Jose Maria Sison continuò a fare politica sempre contro l’imperialismo e il globalismo.
L’accusa di terrorismo
Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti segnarono una svolta inaspettata nella situazione del leader rivoluzionario filippino. Il governo statunitense e l’Unione Europea stilarono delle “liste dei terroristi” che includevano anche i movimenti di liberazione nazionale di sinistra e i loro leader. I criteri di inclusione nella lista erano spesso ampi e anche Jose Maria Sison è stato etichettato come “terrorista”. Il governo olandese ha congelato il suo conto bancario e gli ha ritirato i sussidi, e non gli è stato permesso di lasciare il Paese. Contro questa ingiustizia nacque un ampio movimento di solidarietà e grazie a migliaia di petizioni e al sostegno di molti personaggi pubblici, Sison e i suoi avvocati finalmente vinsero la causa nel 2009 presso la Corte di giustizia dell’UE in Lussemburgo. Nell’ottobre 2022 – come aveva riportato il nostro portale (leggi) – vi fu poi un’incredibile battuta d’arresto per il governo delle Filippine: un tribunale di Manila respinse infatti in prima istanza la petizione governativa atta a dichiarare il Partito Comunista delle Filippine quale gruppo terroristico.
Influenza politica nelle Filippine
Nel frattempo, Sison rimase politicamente attivo dal suo piccolo appartamento di Utrecht. Egli ha svolto un ruolo chiave nei numerosi tentativi di negoziati di pace tra il Fronte Nazionale Democratico e il governo filippino guidato allora dal suo ex-allievo Rodrigo Duterte, con la mediazione della Norvegia. Sotto la direzione di “Joma” sono stati raggiunti accordi parziali sui diritti umani e sulle riforme socio-economiche, benché manchino ancora risultati concreti sul campo.
L’amicizia dei comunisti europei
Amici e nemici concordano sul fatto che con la scomparsa di José Maria Sison se n’è andato un grande uomo e un grande dirigente comunista, che ha spostato più di una pietra nella storia delle Filippine. Nel farlo, ha sempre avuto a cuore gli interessi dei poveri. Sul giornale del Partito del Lavoro del Belgio (PTB) si legge che “Sison ha sempre portato qualcosa di speciale, grazie alla sua ricca esperienza, alla sua formazione marxista, alla sua visione originale e al suo ottimismo sulla necessità e sulla fattibilità di un mondo diverso e migliore”. Molto accorato il Partito Comunista di Spagna (PCE, attualmente al governo a Madrid) che ha diramato una nota stampa ufficiale affermando che Sison era un “coraggioso attivista, torturato e imprigionato per molti anni dalla sinistra dittatura di Ferdinando Marcos, che aveva il sostegno e la complicità degli Stati Uniti”. Il PCE, nel suo comunicato, non solo accusa la borghesia filippina di aver “sempre fatto ricorso a esecuzioni extragiudiziali e assassinii”, ma ricorda che nelle Filippine “più di un terzo della popolazione vive in miseria”. E tutto ciò mentre il suo governo ha “firmato un accordo militare con gli Stati Uniti (Visiting Forces Agreement) che permette loro di intervenire e controllare il Paese, oltre che a collegarlo alla loro strategia contro la Cina nella grande regione dell’Oceano Pacifico. Jose Maria Sison ha lottato contro tutto questo per tutta la vita, sempre in difesa della libertà, della giustizia e del socialismo”.
I comunisti svizzeri per la mediazione
Anche dalla Svizzera è arrivato un saluto per Sison: il segretario del Partito Comunista elvetico Massimiliano Ay ha scritto su Facebook: “Ho avuto personalmente vari incontri con suoi emissari e capi negoziatori, soprattutto alcuni anni fa quando erano in corso le trattative di pace e avevamo la speranza che la guerra civile nelle Filippine potesse concludersi. Non è stato purtroppo il caso. Non ho mai conosciuto di persona Joma Sison ma alcuni anni fa, proprio per favorire una soluzione mediata e pacifica al conflitto e affrontare la questione dei diritti umani, abbiamo organizzato un incontro fra lui e una delegazione del Partito Comunista nel suo rifugio a Utrecht”. In effetti l’incontro fra il leader filippino e il PC svizzero, rappresentato per l’occasione da Samuel Iembo ed Egon Canevascini, membri del Comitato Centrale, si tenne nel 2017 con misure di sicurezza estreme in Olanda. Nella presa di posizione dei comunisti svizzeri si legge: “fra i nostri due partiti vi sono alcune importanti divergenze di metodo ma Joma Sison era un personaggio che ha fatto la storia del suo popolo contribuendo alla lotta patriottica contro la dittatura di Marcos, subendo la repressione e dovendo vivere per decenni in esilio e in clandestinità. Di noi apprezzava il rigore diplomatico e la difesa della neutralità svizzera”.
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