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BULLE - L'introduzione delle denominazioni di origine controllata (DOP) e delle indicazioni geografiche protette (IGP), avvenuta venti anni fa, si è rivelata proficua. Stando a un'inchiesta condotta per l'occasione, nessuno si è pentito di aver scelto questi marchi visti i vantaggi generati per i prodotti, i fabbricanti e le regioni.
Nel 1997 la Svizzera si è dotata di una base legale per protegger i prodotti tipici regionali. Due decenni dopo l'Associazione AOP-IGP, l'Ufficio dell'agricoltura e l'organizzazione Agridea hanno stilato un bilancio positivo.
Finora 33 specialità hanno ottenuto un marchio protetto: 21 il DOP e 12 l'IGP. Un decina di altre richieste sono attualmente all'esame. A livello ticinese per ora risulta iscritta solo la DOP per il formaggio d'alpe ticinese. I 29 gruppi che tutelano le denominazioni rappresentano 8350 produttori e 1661 imprese di trasformazione, per un totale di circa 15'000 posti di lavoro. Nel 2016 hanno venduto oltre 64'000 tonnellate di prodotti certificati, di cui la metà all'estero.
Far proteggere una specialità è una strada «a volte tortuosa e lunga», affermano gli autori dell'inchiesta. È necessario elaborare direttive di produzione e trasformazione, una strategia di promozione del prodotto e una politica di remunerazioni equa. Gli effetti positivi però sono molti: salvaguardia della qualità del prodotto, la protezione dall'uso illecito delle denominazioni, prezzi stabili e il mantenimento o l'aumento dei volumi di vendita.
Lo studio è stato presentato in occasione del 18esimo Salone del Gusto che si tiene da oggi fino a domenica a Bulle (FR). All'inaugurazione sarà presente il consigliere federale Johann Schneider-Ammann e una rappresentate dell'Organizzazione della Nazioni Unite per l'alimentazione (FAO).