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Mi riferisco qui a un uso specifico del termine inglese failed, nell’espressione failed state: da tempo, dopo gli attentati succedutisi nell’ultimo anno a Parigi e a Bruxelles, alcuni analisti delle relazioni internazionali avanzano una tesi secondo la quale il Belgio, in difficoltà a reprimere l’attività delle cellule terroristiche sul suo territorio, si potrebbe assimilare a un failed state (ad esempio: >qui). Dai media di lingua italiana questa espressione è stata ripresa come «Stato fallito» (ad esempio: >qui). Questa traduzione trasmette al lettore il significato autentico di failed state?
Ho avuto occasione di parlare di questo e altri problemi di traduzione di alcuni termini tipici della disciplina delle relazioni internazionali durante un intervento di formazione per i soci dell’Associazione nazionale italiana traduttori e interpreti ANITI, tenuto a Milano nei giorni scorsi. Riporto qui, da quell’incontro, alcune considerazioni, visto l’interesse suscitato nei presenti, anche per l’infelice attualità del tema. Non intendo stabilire qui se la definizione di failed state sia più o meno adeguata per il Belgio: mi soffermo sulla questione strettamente linguistica.
Cos’è un failed state, per la disciplina delle relazioni internazionali? E’ uno Stato che ha fallito nell’adempiere il suo compito principale, cioè garantire l’ordine e la sicurezza (v., tra molti altri: Völkerrecht, a cura di W.G. Vitzthun, 2010, III, 85). Uno Stato che non riesce a controllare il suo territorio, perché presidiato da ribelli, criminalità e altri poteri non statali; oppure perché attraversato da lotte fra potentati locali, gruppi etnici e linguistici, ma anche a causa di catastrofi naturali di eccezionale gravità. Con questi presupposti, un failed state non è in grado di garantire sicurezza e servizi ai cittadini, di pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, di assicurare il funzionamento del sistema sanitario. Non è neppure in condizioni di rispettare i suoi obblighi internazionali.
Va ricordato che secondo la celebre definizione di Max Weber (in: Wirtschaft und Gesellschaft. Grundriss der verstehenden Soziologie, 1911/20) e per il successivo sviluppo del diritto internazionale, secondo il tradizionale principio di effettività uno Stato esiste quando esercita un controllo su un territorio e su una popolazione per mezzo di un apparato di governo, ed è in grado di intrattenere relazioni con altri Stati (la cosiddetta «sociabilità» o sociability, cfr. A. Gioia, Diritto internazionale, Milano, 2013 e G. Sperduti, Lezioni di diritto internazionale, 1958). Il failed state è uno Stato nel quale vengono meno queste colonne portanti che ne fondano l’esistenza.
Sono esempi di failed state la Somalia dopo la caduta di Siad Barre (1991), la Libia dopo la morte del colonnello Gheddafi (2011), la Bosnia-Erzegovina dopo la guerra intestina fra i popoli della ex Federazione jugoslava. Stati che cessano nei fatti di esercitare la loro azione, talvolta dissolvendosi del tutto: con un esempio banale, ma che rende l’idea, chi volesse chiamare al telefono il primo ministro o una qualunque autorità di un failed state non saprebbe più che numero comporre, sempre che vi funzionasse ancora il servizio telefonico. Analogo, ma meno grave, è il caso dei failing state, Stati che non hanno ancora cessato completamente la loro azione, ma pendono pericolosamente sul crinale del precipizio (si veda, tra i molti possibili esempi, il caso della Repubblica centrafricana fino al 2014), tanto da rendere spesso difficile distinguere tra failing e failed.
L’espressione failed state va letta allora in un senso più ampio di una difficoltà di agire su singoli fronti o della incapacità dello Stato di rimborsare i suoi creditori, alla quale siamo portati a riferirci quando leggiamo il termine «fallito.» Potrebbe darsi, paradossalmente, il caso di un failed state non esposto a fallimento finanziario, ma incapace di esercitare la sua sovranità e funzione per ragioni meramente politiche, etniche o territoriali.
Al contrario, nel 2001 L’Argentina fu ripetutamente definita dai media «Stato fallito,» poiché si dichiarò incapace di rimborsare i creditori che avevano acquistato i suoi titoli di Stato (molti ricorderanno la triste vicenda dei cosiddetti «Tango bond»). L’Argentina non fu, però, un failed state: pur con tutte le difficoltà del caso, infatti, l’apparato dello Stato argentino continuò a funzionare, ad amministrare il territorio e a esercitare la sua sovranità interna ed esterna. Si trattò, per maggiore precisione, di un default finanziario, ossia, per dirlo in italiano, di un caso di «insolvenza.»
Non è pregiudizialmente errato tradurre l’inglese failed state con «Stato fallito:» con questa, come con molte altre espressioni di analoga provenienza, occorre però accertare che il destinatario non vi legga un’affermazione qualunque, ma riesca a recepirne il pieno portato semantico. Talvolta può essere preferibile rinunciare alla traduzione. Una soluzione intermedia, quando praticabile, può essere quella di riportare il termine tecnico inglese vicino alla traduzione italiana. Per citare un esempio, ho utilizzato questo espediente in un articolo di questo blog, non per failed state, ma per un’altra insidiosa locuzione inglese, rational choice. Per avere la certezza che chi legge comprenda che il testo si riferisce non a una qualunque «scelta razionale,» ma a quella specifica teoria analitica delle relazioni internazionali, nota anche in sociologia, definita rational choice, senza però lasciar solo il lettore dinanzi a un anglicismo, ho affiancato i due termini: «Alla base della svolta nelle relazioni tra gli USA, la comunità internazionale e l’Iran vi è una scelta razionale, un processo di rational choice» (testo completo: >qui).
Sarà il caso specifico a suggerire come meglio procedere: l’importante è che non si perda il «valore aggiunto» che ogni termine intraducibile porta con sé in forza del suo specifico retroterra.