Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01261.jsonl.gz/854

CONTREPOINTS: Potrebbe spiegare ai nostri lettori perché avete lanciato il referendum e qual è l’origine della questione?
Luca Filippini: Il referendum è stato indetto dalla Comunità di interessi del tiro svizzero. È costituita da tredici organizzazioni attive nell’ambito dello sport del tiro, dell’esercito di milizia e della caccia, come pure da una società che lotta per un diritto liberale delle armi. Alla base della decisione di lanciare il referendum c’è semplicemente il contenuto della legge che non vogliamo entri in vigore. La legge è la conseguenza del recepimento deciso dalla maggioranza del Parlamento della nuova Direttiva UE sulle armi approvata nella primavera 2017. Le disposizioni della Direttiva sono profondamente ingiuste e liberticide e quanto al terrorismo – che la Direttiva dichiara di voler combattere – non servono assolutamente a nulla. Piuttosto peggiorano la situazione della sicurezza, e questo addirittura sotto due aspetti…
CONTREPOINTS: Può spiegare con maggiore precisione cosa intende per «ingiuste» e «liberticide»?
Luca Filippini: Senz’altro. Le norme sono ingiuste, perché violano il principio di proporzionalità dell’azione statale secondo l’art. 5 cpv. 2 della Costituzione svizzera. Per giustificare gli inasprimenti legali l’UE ha citato quattro serie di attacchi terroristici islamici compiuti con armi da fuoco.
Ma nessuna delle armi utilizzate per queste stragi era stata acquistata legalmente. Nemmeno una. Per raggiungere l’obiettivo di impedire gli atti terroristici compiuti con armi illegali esiste un’unica restrizione del possesso legale di armi che soddisfa il principio di proporzionalità: la rinuncia a introdurre una restrizione del genere.
Ma la violazione della Costituzione non è ancora tutto. Nel 2011 i socialisti lanciarono un’iniziativa popolare. Questa iniziativa popolare, successivamente respinta in votazione, chiedeva più o meno le stesse cose dell’attuale decisione del Parlamento di recepire la Direttiva UE sulle armi: l’obbligo di dimostrare di avere bisogno dell’arma, l’obbligo di registrare a posteriori le proprie armi e un divieto delle armi «particolarmente pericolose».
È interessante notare come allora gli iniziativisti non presero di mira i caricatori di grande capacità, bensì i fucili a pompa, di cui sostenevano la particolare pericolosità… In altre parole: la legge decisa adesso dalla maggioranza del Parlamento è contraria alla volontà popolare, su tutta la linea.
Inoltre quando nel 2005 si votò sull’adesione allo Spazio di Schengen, il Consiglio federale assicurò al popolo, nero su bianco: in relazione a Schengen non ci saranno né inasprimenti incisivi della nostra legislazione delle armi né l’introduzione di una clausola del bisogno. Proprio così, ma adesso la Costituzione federale, la volontà popolare e le promesse del Consiglio federale non dovrebbero valere più nulla. Voglio dire che in questa situazione il problema serio non è più soltanto la legge delle armi, ma essenzialmente anche lo Stato di diritto.
La Direttiva è così liberticida soprattutto perché sul piano pratico si tratta di un divieto del possesso di armi da parte di privati. Nell’articolo 17 della Direttiva l’UE si attribuisce il diritto di verificare l’efficacia delle sue disposizioni ogni cinque anni e se necessario di inasprirle.
Come già detto, l’efficacia della Direttiva quale misura contro il terrorismo è pari a zero. Pertanto non occorre essere profeti per sapere che in realtà gli ulteriori inasprimenti sono già stati decisi.
In particolare già nel corso dei prossimi anni avremmo un divieto completo delle armi semiautomatiche, test psicologici praticamente per chiunque voglia detenere un’arma e il divieto di ricevere alla fine del servizio militare l’arma di ordinanza in dotazione. Un po’ più avanti sarebbe il turno dei vecchi moschetti di ordinanza e dei fucili da caccia e così via…
CONTREPOINTS: E perché tutto questo le sembra pericoloso?
Perché come presidente della più grande associazione di tiro del Paese trovo pericoloso che i privati cittadini vengano disarmati? Per lo stesso motivo per cui il presidente della Federazione dei viticoltori troverebbe pericoloso che si proibisse ai privati cittadini il consumo di alcolici. Peraltro il confronto zoppica un po’, perché una legge liberale sulle armi non esiste soltanto per consentire ai tiratori di praticare il loro hobby. Il diritto di possedere armi è una delle libertà più importanti in assoluto. Non bisogna certo avere una laurea in filosofia politica per sapere che la civiltà occidentale, l’«Occidente», se vogliamo chiamarlo così, è la civiltà dei diritti umani. Si fonda sull’idea che ogni essere umano, per il solo fatto di appartenere al genere umano, possiede determinati diritti fondamentali inalienabili: diritto alla vita, diritto all’integrità fisica e sessuale, ecc. A questo riguardo la situazione è naturalmente la seguente: i diritti inalienabili possono essere rivendicati sempre, altrimenti non sarebbero inalienabili o non sarebbero diritti.
Se uno Stato può proibire a un cittadino integerrimo il possesso di una normale arma da fuoco, la conseguenza è che degrada i suoi diritti umani a semplici privilegi statali. Senza avere alle spalle il potere dello Stato o addirittura confrontato con un potere statale ingiusto, il cittadino è completamente indifeso e quindi privo di diritti. Purtroppo anche in Svizzera si sente sempre più spesso l’obiezione, secondo cui in una democrazia moderna e illuminata il diritto di possedere armi sarebbe un inutile anacronismo e la migliore protezione contro le violazioni dei diritti umani sarebbe un qualche tipo di dibattito politico «orientato al consenso». Ma un’opinione del genere è di un’ingenuità imperdonabile. Voglio dire, sono perfettamente convinto che ogni Consigliere federale voglia solo il meglio per noi e non abuserebbe mai del suo potere. Né temo che uno dei nostri Stati limitrofi possa improvvisamente invaderci. Ma allora? Seguendo la logica di quelli che ritengono che si possa rinunciare al diritto al possesso di armi potremmo anche abolire la separazione dei poteri e l’Esercito. Senza Parlamento, potere giudiziario ed esercito potremmo risparmiare ogni anno non so quanti miliardi.
CONTREPOINTS: Lei ritiene quindi che il possesso privato di armi sia una specie di meccanismo di protezione dei diritti individuali nei confronti dello Stato e della collettività?
Luca Filippini: Sì. Pensa che sia solo un caso che finora una delle prime cose che ha sempre fatto ogni regime totalitario sia stato abolire il diritto al possesso di armi da parte di privati?
CONTREPOINTS: Potrebbe spiegare, perché il recepimento di questa Direttiva otterrebbe il contrario dell’obiettivo che si vorrebbe conseguire, ossia un peggioramento invece di un miglioramento della situazione di sicurezza?
Luca Filippini: Sì. Da una parte l’applicazione delle disposizioni UE vincolerebbe un volume incredibile di risorse della polizia sia sul piano finanziario che su quello operativo. In Svizzera la densità di armi è una delle più alte del mondo. La stragrande maggioranza di queste armi non sono certo semplici fucili a ripetizione, ma moderne armi semiautomatiche. Il tiro tradizionale è strettamente legato all’esercito e viene praticato prevalentemente con armi di ordinanza.
Già solo dei due fucili d’assalto svizzeri tipo 57 e 90 ce ne sono centinaia di migliaia in circolazione. A questi bisogna aggiungere le armi semiautomatiche di produzione estera molto apprezzate nelle discipline dinamiche – AR15, GALIL, ecc.
Finora questi fucili li può acquistare liberamente chiunque non sia stato condannato ripetutamente per crimini o delitti, non faccia temere che possa mettere in pericolo se stesso o altri e non sia sotto tutela. Con le nuove norme bisognerebbe chiedere un’autorizzazione eccezionale e dimostrare di avere bisogno dell’arma. Occorrerebbe presentare alle autorità un attestato dell’uso regolare dell’arma.
Questo è non solo assolutamente insensato se si vuole impedire un secondo «Bataclan», ma crea anche una vera e propria valanga burocratica per gli uffici responsabili del rilascio dei permessi. Si dovrebbe aumentare il personale e acquistare nuovi sistemi informatici, tutte risorse che mancherebbero poi per la presenza sulle strade.
Inoltre con l’abolizione del diritto al possesso di armi da parte di privati scomparirebbe naturalmente anche il relativo effetto di dissuasione. Purtroppo in Svizzera la quota di furti con scasso è relativamente elevata. Il bottino è più appetitoso che in altri Paesi e se le nostre norme penali siano sufficientemente severe è un tema su cui si potrebbe discutere a lungo. Ciò malgrado, però, succede solo molto raramente che la gente venga rapinata in casa. Il motivo è più che ovvio. In Svizzera la densità delle forze di polizia è bassa, molte località sono in zone fuori mano o si trovano sul pendio di una montagna e il tempo necessario perché le forze di intervento possano arrivare è lungo. Voler metter fine alla sperimentata tradizione di una vasta diffusione del possesso di armi avrebbe conseguenze semplicemente catastrofiche per la sicurezza.
CONTREPOINTS: Perché la Svizzera applica una legislazione particolarmente liberale nel campo del possesso di armi? E perché ciò non ha mai causato il minimo problema?
Luca Filippini: Non so esattamente da dove viene la nostra tradizione del possesso di armi. È un fatto però che dal 1848 la Svizzera si è costituita come Stato federale liberale e come tale ha avuto successo e ha prosperato.
E una società liberale comprende anche il diritto individuale di possedere armi. Inoltre per lunghissimo tempo qui da noi nessuno ha mai contestato il fatto che si possano possedere armi. È solo da uno o due decenni che la sinistra ha «scoperto» come un proprio tema il fucile d’assalto in possesso privato. Peraltro finora senza successo.
Il tiro fa parte della Svizzera. Le competizioni con le armi di ordinanza sono l’unico sport tradizionale solidamente radicato in uguale misura su tutto il territorio, in tutte le regioni linguistiche e le classi sociali del nostro Paese. Ogni anno ci sono innumerevoli tiri storici. Le discipline dinamiche attirano un pubblico sempre più numeroso. La quota di donne registra una crescita notevole…
Nemmeno riguardo al perché da noi l’abuso di armi legali non rappresenta un problema, posso dire qualcosa di preciso. Probabilmente si tratta della nostra cultura, che insegna a ognuno di noi ad assumersi le proprie responsabilità e a praticare la moderazione. E si tratta anche del servizio militare obbligatorio. Da noi a essere molto diffuse non sono solo le armi, ma anche le conoscenze concernenti il loro uso sicuro e corretto. Per questo motivo ci sono anche pochissimi infortuni con le armi.
CONTREPOINTS: Ancora un’ultima domanda: quale pensa che sia lo scopo reale perseguito dall’UE con questa Direttiva?
Luca Filippini: Non lo so. Però è anche difficile non pensare che non si tratta di vietare ai privati di possedere armi. Comunque, alla fine la questione è irrilevante. Le leggi non si giudicano secondo l’intenzione con cui sono state promulgate, ma secondo i loro effetti. E quanto agli effetti, i fatti sono palesi.
Ma ciò che a questo proposito bisogna forse sottolineare è questo: la Direttiva arriva dall’UE, ma chi dobbiamo ringraziare sono Stati come la Germania, la Francia e l’Olanda – sicuramente non i Finlandesi né i Cechi.
In Germania e Francia i cittadini sono disarmati, ci sono un esercito di professionisti e forze di polizia con comandi centralizzati. Se la cosa per loro funziona o meno, devono saperlo i Francesi e i Tedeschi.
Ma da noi la situazione è completamente differente e non è corretto che questi Stati, passando per Bruxelles, cerchino di costringerci ad adottare il loro modello. L’UE si è arrogata il diritto di combattere il terrorismo con le sue direttive sulle armi da fuoco soltanto dopo che abbiamo aderito a Schengen. Per noi ciò è inaccettabile.
Perché l’UE non inserisce nella Direttiva sulle armi anche l’obiettivo di combattere la povertà? In tal caso potrebbe pretendere da ogni detentore di armi una determinata percentuale del suo reddito come tassa contro la povertà. Dal punto di vista dello Stato di diritto una tale misura non sarebbe più problematica delle ridicole disposizioni per combattere il terrorismo.