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di Maurizio Valsesia
«Furono due anni molto difficili, si fece la fame e in alcune zone apparvero focolari di epidemie, ma l’amministrazione pubblica resse il colpo e con essa la società». Cominciamo dal finale della conferenza tenuta ieri sera, in una sala del CC gremita, da Rodolfo Huber, storico e archivista comunale di Locarno. La storia è nota: il 15 aprile 1815 la cima del vulcano Tambora in Indonesia eruttò nell’atmosfera milioni di tonnellate di pulviscolo che ridussero per un paio d’anni l’irradiazione solare globale. L’onda d’urto fece sette volte il giro della Terra e il Tambora passò dai 4200 metri d’altezza slm a 2800. «Non ho trovato dati meteorologici relativi al Ticino - ha spiegato Huber - ma nell’area del lago Lemano l’estate 1816 fu più fredda di 3/4 gradi. Sopra i 1200 metri la neve non si sciolse». Nel 1816 e ’17 la produzione agricola crollò, «ma le conseguenze non furono uguali in tutta la Svizzera». Paradossalmente coloro che in condizioni normali vivevano in maniera più agiata, come gli operai delle prime fabbriche, residenti nelle città, subirono maggiormente la fame rispetto ai contadini che poterono contare sull’auto-sostentamento. «Certo ci fu carestia (il parroco di Minusio lamentava che la gente seminava le patate, ma le riprendeva poco dopo per cibarsene), ma non si moriva di fame nel vero senso della parola», ha puntualizzato Huber. «Ma il ridotto apporto alimentare rendeva l’organismo più fragile davanti alle malattie e le donne partorivano meno».
L’economia ticinese era basata in gran parte sull’allevamento. Il grano veniva importato dalla Lombardia. Quando i prezzi andarono alle stelle le autorità presero provvedimenti mirati. Ad esempio il Cantone mandò degli emissari al porto di Genova ad acquistare grano che veniva poi razionato distretto per distretto. Tra Municipio di Locarno e prestinai era una lotta continua a colpi di regolamenti e furberie. Provvedimenti duri colpirono i vagabondi e gli stranieri che venivano cacciati: non si poteva sfamare nuove bocche. Per il resto, ci si rivolgeva alla provvidenza, facendo celebrare Messe alla Madonna del Sasso.
Alla fine, la società resse il colpo. Non solo. Si tenga presente che il Municipio continuò con le normali attività: la costruzione della strada per Bellinzona e la ricostruzione dei ponti e soprattutto il passaggio della Collegiata da Muralto a Sant’Antonio. Magari a stomaco vuoto, ma al trasloco i locarnesi non rinunciarono.