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Scriveva il 23 aprile 1890 madame Proust al figlio Marcel: «Questa mattina ho fatto pulire la tastiera del piano di mio figlio su cui si erano formate stalattiti di polvere e candela». Nella casa di Auteuil non era ancora arrivata la luce elettrica e la sera per esercitarsi al pianoforte occorrevano la lampada a petrolio o le tradizionali candele. Passare un panno umido su una tastiera non è un’operazione eccessivamente faticosa; come mai allora quel “far pulire”? Per una questione di prestigio: i lavori a contatto con lo sporco vanno eseguiti dalla serva.
Dal salotto della signora Proust al Fieri Fecit sugli archi di trionfo o sopra il portale dei palazzi nobiliari: nessun imperatore, nessun re o visconte o duca si è mai messo in ginocchio a squadrare pietre respirando polvere e schegge. A loro si addicevano piuttosto il decidere, il progettare, il dirigere o il finanziare. Anche il manifesto pubblicitario commissionato dalla Confederazione, dai Cantoni e dalle organizzazioni del mondo del lavoro apparso nell’estate del 2015 suggeriva ai giovani l’allettante possibilità di passare dal “fare” al “far fare”: «Inizia come muratore, diventa impresario costruttore». Fino ad arrivare al cristianesimo goffamente rovesciato con la semplice aggiunta di un verbo per giustificare nuove crociate: il “non rubare!” è diventato “non devono rubare a noi” e il “non uccidere!” è diventato “non devono uccidere noi”.
La riscrittura disinvolta dei Comandamenti si accompagna alla sociologia approssimativa che ha prodotto quell’invenzione demagogica che va sotto il nome di effetto sostituzione. Le giovani della Valle Maggia che andavano a servizio nelle famiglie borghesi di Locarno non hanno mai sottratto il posto di lavoro alle ragazze della città che verosimilmente non morivano dalla voglia di servire. Gli uomini della Valle di Blenio che esercitavano il mestiere di facchini a Milano e cercavano di vendere qualche pezza di lardo della loro mazza, suscitando talvolta le lamentele della corporazione dei pizzicagnoli, non hanno certo rovinato l’economia milanese, anzi, erano così ben integrati da dare il loro nome e il loro dialetto a un’accademia di poesia controcorrente fondata in quella città nel 1560, poesie pubblicate in edizione critica da Dante Isella nel 1993. E così i marronai sempre bleniesi nelle città della Svizzera interna, i muratori e gessatori del Sottoceneri in Austria, in Polonia e in Russia, i magnani della Valcolla, gli spazzacamini delle Centovalli, i falciatori bergamaschi, i segantini del Trentino, gli impagliatori di sedie bellunesi, e poi i minatori italiani in Belgio, gli operai spagnoli, portoghesi, iugoslavi e turchi nel Nord Europa, le badanti polacche, i braccianti africani nel Sud Italia e in Andalusia. Nessuno di loro ha sottratto il lavoro ai residenti, semplicemente perché svolgevano e svolgono i lavori più umili e disprezzati.
Se un ragazzo pugliese alla fine della scuola dell’obbligo dicesse ai genitori di voler fare il bracciante nei campi di pomodoro, questi si domanderebbero: «In che cosa abbiamo sbagliato nell’educare nostro figlio?», allo stesso modo di un ragazzo di Lugano che esprimesse il desiderio di fare il cameriere: verrebbe portato subito dallo psicologo scolastico. Nel Mendrisiotto ad esempio già verso il 1870 la maggior parte della popolazione attiva non era ormai più impiegata nell’agricoltura, e all’inizio del Novecento circa un terzo della manodopera dei campi proveniva dall’estero, e questo a causa delle condizioni gravose imposte dai patti di mezzadria, insopportabili per i massari ticinesi.
Probabilmente anche la candidata al Consiglio comunale di Chiasso che ha dichiarato nel suo programma «In merito al lavoro, posso solo dire, prima i nostri e poi tutti gli altri!» (la versione meno educata dell’effetto sostituzione) nel proprio intimo sa che il suo partito in tutte le sedi, a livello cantonale e nazionale, afferma invece «Prima quelli che costano meno», e non è una bella cosa.