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All’inizio degli anni Novanta, nominato dal Consiglio federale presidente della Commissione federale degli stranieri, m’impegnai a prendere contatto con le numerose comunità di migranti stranieri, per dare nuovo impulso alla politica d’integrazione.
Tra queste comunità c’era quella jugoslava con la quale funzionavano bene vari progetti di formazione, anche professionale, tenuti in lingua serbo-croata. Esisteva anche una notevole collaborazione, con manifestazioni in comune, promosse dalla comunità ortodossa e da quella cattolica.
Poi arrivò il tracollo con lo scioglimento della Federazione delle repubbliche jugoslave. Il primo segnale inquietante giunse dal prete ortodosso. Rientrato da Belgrado mi chiese un incontro per esprimere il più profondo sconcerto sull’atteggiamento del Patriarca al quale aveva reso visita: dopo decenni nei quali il regime aveva creato ogni sorta di difficoltà alla Chiesa ortodossa il Patriarca non finiva più di lodare il sostegno dei nuovi dirigenti serbi, che erano i vecchi dirigenti jugoslavi! Il tentativo del prete ortodosso di rendere attento il Patriarca sul possibile e probabile uso strumentale della Chiesa a sostegno del potere provocò una dura reazione. La conclusione del prete ortodosso: si annunciano tempi grami!
Poi arrivò la richiesta perentoria di tenere separatamente i corsi di formazione del sabato: uno in serbo e uno in croato e garantendo un intervallo di almeno trenta minuti tra la fine di uno e l’inizio dell’altro.
Il prete ortodosso m’informò anche che il prete croato ormai rifiutava qualsiasi contatto. Tentai allora un colloquio con quest’ultimo, che si trasformò in una lezione di razzismo. Tentai di farlo ragionare, facendo presente che la Commissione di politica estera del Consiglio nazionale (di cui facevo parte) aveva appena ricevuto informazioni di prima mano che non suffragavano affatto le sue posizioni. Il riferimento ai dirigenti politici passati dall’ateismo alla religiosità era considerato poco più che blasfemo. L’osservazione che, come cattolico, mi stupivo del suo atteggiamento come prete, portò a rompere definitivamente i nostri rapporti.
Questo schema si è ripetuto in Russia circa un decennio dopo, con enormi mezzi finanziari statali a favore della realizzazione o restauro di chiese e conventi, tenendo presente che la repressione della religione è stata ben più radicale in Russia rispetto alla Jugoslavia di Tito e che comunque la dirigenza politica proveniva da quella nomenclatura atea che aveva combattuto la religione. L’amicizia fra Putin e il Patriarca Cirillo I suggella un’alleanza di ferro, anche se non sono pochi i preti ortodossi che manifestano opposizione alla guerra e in particolare significativa è l’opposizione della Chiesa ortodossa ucraina che fa parte del Patriarcato di Mosca.
Niente di nuovo, si può aggiungere!
Già successe, per esempio, con l’avvicinamento fra Mussolini e il Vaticano. Il prezzo da pagare a Mussolini fu la distruzione del Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo e l’esilio, fin dall’ottobre 1924, dello stesso prete di Caltagirone (prima a Londra, poi a New York). Ciò spianò la strada per la conclusione dei "Patti Lateranensi" nel 1929, che assicurarono privilegi importanti al Vaticano e ampio riconoscimento a Mussolini. Il Papa Pio XI disse: "Forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale…". Toccò poi a Pio XII gestire la difficile eredità dei rapporti con Mussolini.
Del resto l’imperatore Costantino aveva dato l’esempio, con l’Editto di Milano, poi il sostegno dato ai cristiani, la restituzione dei beni confiscati da Diocleziano e i privilegi concessi alla Chiesa, anche quello d’istituire tribunali religiosi che hanno imperversato per secoli.