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Ogni anno oltre 60’000 persone nel Sud-est asiatico vengono infettate dai pipistrelli con coronavirus simili a Sars-CoV-2. Fortunatamente, quasi sempre, l’infezione non ha la capacità di diffondersi.
È l’ipotesi che arriva da uno studio condotto da ricercatori della EcoHealth Alliance, organizzazione no-profit che studia il legame tra ambiente e salute, e pubblicato su Nature Communications.
I ricercatori hanno sviluppato un modello che sovrappone le mappe relative alla diffusione dei pipistrelli nel Sud-est asiatico con quelle relative alla distribuzione della popolazione; questi dati sono stati ulteriormente incrociati con analisi epidemiologiche e valutazioni del rischio di trasmissione dell’infezione da pipistrello all’uomo. È emerso che in media 66mila persone ogni anno potrebbero contrarre un’infezione da coronavirus direttamente dai chirotteri.
"Gli eventi di trasmissioni di malattie da pipistrello all’uomo – spiegano i ricercatori – possono verificarsi più frequentemente di quanto sia stato riportato, ma non vengono riconosciuti perché causano sintomi lievi, causano sintomi simili a quelli di altre infezioni, provocano un numero ridotto di casi o mancano di catene di infezioni umane prolungate". Ciò avviene perché nella quasi totalità dei casi i virus non sono in grado di replicarsi e trasmettersi in maniera efficiente nell’uomo.
Ciononostante, avvertono i ricercatori, "ogni evento di spillover (il trasferimento di un agente patogeno da una specie all’altra) tra fauna selvatica e uomo rappresenta un’opportunità per l’adattamento virale che potrebbe consentire la diffusione da uomo a uomo". Per questa ragione, concludono gli scienziati, è vitale disporre di sistemi di sorveglianza in grado di intercettare precocemente questi casi di infezione.