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L’incontro fra due mondi nella più grande centrale geotermica d’Africa, nel parco nazionale Hells Gate, nelle vicinanze del lago Naivasha in Kenya.
Nessuno mette in discussione il fatto che la politica climatica deve essere transfrontaliera. Ma quale dipartimento deve occuparsene? Il Dipartimento dell'ambiente (DATEC), responsabile della legge (revisionata) sul CO₂? Il Dipartimento degli affari esteri (DFAE), in quanto l'accordo di Parigi sul clima definisce obiettivi e requisiti transfrontalieri? Oppure il Dipartimento dell’economia (DEFR), poiché la questione del clima riguarda soprattutto le aziende e la ricerca? Anche il Dipartimento federale delle finanze (DFF) potrebbe essere preso in considerazione, viste le manovre considerevoli che la piazza finanziaria svizzera ha a disposizione per smuovere le cose in materia di politica climatica. È chiaro che l’avanzare della crisi climatica può essere contrastato solo con una strategia che vada oltre i singoli dipartimenti, al di fuori dei modelli di pensiero e dei modelli politici convenzionali. Fino ad oggi, tuttavia, la “Berna federale” non ha dato alcun segnale di questo tipo.
Un problema centrale della politica climatica svizzera è la considerazione arbitraria (deliberata) dei confini nazionali. Anche se è chiaro che i gas serra non conoscono confini, la politica si focalizza ancora sulle emissioni nazionali nella propria contabilizzazione dei gas serra. Tuttavia intende ancora "compensare" le emissioni di CO₂ all'estero nella nuova legge sul CO₂. Le possibilità tecniche di catturare CO₂ e di "ridurlo" all'estero sono fonte di dibattito. La politica climatica svizzera deve essere quanto più economica possibile - questa è la Realpolitik e ciò che il movimento dello sciopero per il clima critica giustamente a gran voce - senza mettere in discussione il nostro tenore di vita dannoso per il clima e senza alcuna responsabilità politica per la grande impronta climatica della Svizzera al di fuori dei suoi confini.
La maggior parte dei fondi per la politica climatica internazionale sono attualmente mobilitati dal Dipartimento degli affari esteri, in particolare quelli provenienti dal budget della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC). Questo approccio è sempre più in conflitto con la missione primaria della DSC, ovvero la lotta alla povertà e alle disuguaglianze nei Paesi in via di sviluppo. La protezione del clima globale è indubbiamente cruciale e urgente, ma non può essere compito della sola DSC e non può essere finanziata in primo luogo dal budget per l’aiuto allo sviluppo.
I due esempi che seguono illustrano in che misura la Svizzera persegue in modo incontrollato e scoordinato la sua politica climatica al di là dei suoi confini:
Ricerca industriale con i fondi della DSC. La DSC contribuisce a un progetto di ricerca del settore privato e dell'EPFL (il Politecnico federale di Losanna) su un cemento a basse emissioni (Low Carbon Cement, LCC), prodotto e testato in India, Cuba, Tailandia, Cina e Brasile. Ci si può domandare se ciò andrà direttamente a beneficio delle popolazioni locali più povere.
Progetti di sviluppo presso l’Ufficio federale dell'ambiente (UFAM). A luglio, l'UFAM ha annunciato con orgoglio che in Perù saranno distribuiti 200'000 forni "per ridurre il consumo di legna da ardere". Il progetto è un passo avanti per coloro che respirano fumi dannosi nelle cucine. Sarà difficile verificare in che misura questa iniziativa proteggerà le foreste e ridurrà le emissioni. La Svizzera sarà però in grado di ridurre alcune tonnellate di emissioni di CO₂ dal proprio bilancio interno. Stupisce il fatto che la DSC non sia coinvolta nel progetto.
Conclusione: la politica climatica svizzera è arbitraria e incoerente, soprattutto per quanto riguarda i suoi obiettivi e il suo impatto al di là dei confini nazionali. Dal finanziamento alla scelta degli strumenti, i vari dipartimenti federali promuovono i loro programmi in modo perlopiù scoordinato e con responsabilità parzialmente invertite. Gli attori privati, politici e legislativi stanno agendo in modo contraddittorio e incoerente nello sviluppo della nuova legge sul CO₂.
Una politica climatica (estera) globale, transfrontaliera e interdipartimentale è necessaria e urgente! La Svizzera deve indicare le ragioni e gli strumenti in base ai quali intende ridurre le emissioni globali e promuovere la resilienza, direttamente o tramite terzi (ad es. il Fondo verde per il clima). Inoltre deve indicare come i principi di precauzione e quello del "chi inquina paga" possano essere rispettati in modo coerente. Ciò richiede una chiara ripartizione dei ruoli in base alle competenze e alle capacità della Confederazione e del settore privato, con il coinvolgimento della comunità scientifica e della società civile.
RIQUADRO
Bilancio climatico globale per le aziende e gli Stati
Lo spazio residuo per ulteriori gas serra nell'atmosfera è limitato. Secondo gli obiettivi dell'Accordo di Parigi sul clima, un bilancio completo delle emissioni di gas serra di uno Stato potrebbe basarsi su norme industriali transnazionali contenute nel Greenhouse Gas (GHG) Protocol. Applicato su base volontaria, questo metodo poggia sui conti nazionali, colma le lacune esistenti nel “reporting” internazionale sul clima e distingue tre "gruppi" di emissioni:
- Le emissioni dei gruppi 1 & 2 (Scope 1 & 2) comprendono i gas a effetto serra emessi da un'azienda sia direttamente che indirettamente (ad esempio attraverso l'energia acquistata).
- Le emissioni del gruppo 3 (Scope 3) comprendono anche le emissioni generate dai fornitori e dalla distribuzione, dall’uso e smaltimento dei prodotti dell'azienda.
Applicato ai singoli Stati, ciò significa che, oltre alle emissioni nazionali, devono essere incluse nel bilancio anche le emissioni all’estero derivanti dalla produzione e dal trasporto di beni di consumo e servizi importati (le cosiddette emissioni grigie).
Quanto al gruppo 3, oltre alle emissioni "legate al consumo", devono essere inclusi nel bilancio anche i gas serra emessi dalle multinazionali svizzere e dai loro fornitori al di fuori dei confini nazionali. Ciò comprende in particolare le emissioni derivanti dagli investimenti effettuati attraverso la piazza finanziaria svizzera. Da notare che sono 22 volte superiori alle emissioni nazionali.
Una politica nazionale sul clima è responsabile ed equa a livello globale solo se considera l'impronta di CO₂ che si ottiene tenendo conto dei gruppi 2 e 3 di cui sopra. Ciò permette una limitazione di quei termini molto vaghi ma usati dappertutto, come "netto zero" o "neutro da un punto di vista climatico".
Pubblicato il 25.11.2020
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(Traduzione: Jessica Grespi)