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La parabola di un predestinato pronto a scrivere nuove storie in un mondo che si descriveva morente, arrivato alle finali di Torino per ritirare il premio
L’estetica dei palazzetti delle finali Atp è sempre piuttosto gelida, e lo è particolarmente al Pala Alpitour di Torino, da cui nei giorni buoni si possono vedere le Alpi. Lì Carlos Alcaraz è arrivato non per giocare il torneo ma per ritirare un premio. Un premio dedicato al più giovane giocatore di sempre a chiudere l’anno da numero uno della classifica Atp.
Le Finali sono un torneo importante, ma sono anche un momento in cui i migliori tennisti celebrano la loro stagione. Il fatto che il miglior tennista dell’anno, e il migliore al mondo oggi, non giochi e che passi solo per ritirare un premio, rafforza il senso di distanza che sembra esistere oggi tra Carlos Alcaraz e il resto del tennis mondiale. La rottura che ha rappresentato negli equilibri d’alta classifica, che da tempo sembravano appesantiti dagli stessi nomi, dall’incapacità di una generazione, quella di tutti i nati negli anni Novanta, di scalzare i grandi vecchi del tennis. Alcaraz non giocherà per un infortunio agli addominali che ha sofferto durante la partita contro Holger Rune a Parigi-Bercy. La sua assenza ricorda però a tutti che il suo dominio attuale dovrà essere contrastato su palcoscenici più prestigiosi delle Atp Finals di Torino.
In un mondo che va sempre più veloce, il tennis negli ultimi anni è andato lento. Il suo tempo ha preso ritmi lenti e ipnotici. Gli stessi tennisti hanno continuato a vincere gli stessi tornei, per anni e anni. Djokovic, Federer e Nadal hanno vinto 63 dei 78 titoli disputati dagli Australian Open 2003 a Wimbledon 2022: l’81%. Se includiamo Andy Murray nell’equazione la percentuale si alza ancora. Ciò che rimane sono dunque incidenti di percorso, vittorie sporadiche di giocatori che hanno preso le sembianze di parvenu. Tennisti che vincevano per un incrocio di fattori che solo relativamente avevano a che fare col merito. L’espressione "cambio della guardia" è stata ripetuta fino a perdere completamente il suo significato. Abbiamo iniziato a immaginare il futuro con Grigor Dimitrov, con Kei Nishikori, con Milos Raonic, con Marin Cilic e quando loro hanno dimostrato di non potercela fare, a non essere cannibalizzati dai più grandi della storia, si è fatta avanti una nuova generazione di tennisti alla prova della loro inadeguatezza. Thiem, Zverev, Rublev, Tsitsipas sono stati il riflesso della grandezza dei Big-3, e dell’impossibilità per i giovani di prendere il loro posto. Un posto sportivo, ma anche identitario ed esistenziale. La conferma che il talento di Djokovic, Nadal e Federer non è corruttibile nemmeno dal tempo. La loro carriera si è allungata attraverso materiali tecnici sempre migliori, una cura psico-fisica sempre più maniacale e un desiderio di successo inestinguibile.
Questo tempo immobile è cambiato a inizio settembre del 2022, quando Carlos Alcaraz ha battuto Casper Ruud e ha vinto gli Us Open. Il nono teenager della storia a vincere uno Slam nell’era Open. Alcaraz però non ha solo vinto uno Slam ma è diventato anche numero uno del mondo. In un paio d’anni di professionismo è riuscito a raggiungere quello che tennisti più anziani di lui rincorrono da molto più tempo. Con Alcaraz il tennis si è finalmente proiettato nel futuro. Lo spagnolo ha aggiunto una storia di gioventù in uno sport fatto di storie di conservazione dell’esistente. Alcaraz non è stato il più giovane vincitore Slam di sempre: Borg, Wilander, Becker, Nadal, Chang e Sampras sono riusciti a vincere uno Slam prima di lui. Però è stato il primo teenager a riuscirci proprio dal Roland Garros del 2005, quando vinse Nadal. Il suo arrivo ha avuto un grande impatto sportivo, ma anche di immaginario: era arrivato un predestinato e finalmente il tennis è sembrato pronto a scrivere nuove storie.
Per questo l’Atp, attraverso i suoi canali, non si risparmia nel celebrare i successi di Alcaraz, enfatizzare il pathos delle sue partite, ad assegnargli un premio come quello che ritirerà a Torino. Del resto nessuno sport tende a descriversi morente quanto il tennis oggi, e l’arrivo di nuovi campioni è promosso dall’ATP in pompa magna. Lo scontro fra Alcaraz e Sinner a Wimbledon e agli US Open ha prodotto una delle migliori partite dell’anno, ed è stata presentata sui canali ufficiali come l’inizio di una grande rivalità.
È significativo che Alcaraz sia diventato numero uno al mondo appena quattro giorni prima dell’addio definitivo di Federer al tennis. È significativo che Alcaraz ritiri questo premio a Torino, dove Nadal sta offrendo segni inquietanti di cedimento. Rafa ha perso le sue due partite, dando l’impressione di una competitività logora: si muove con più lentezza, i suoi colpi sono poco penetranti, il suo dritto poderoso pare girare a vuoto e, in generale, pare aver perso una frazione di secondo in tutti i suoi movimenti. Rafa che è considerato il padre spirituale di Alcaraz, nonostante il suo tennis ci somigli poco o niente. Nonostante i paragoni legittimi ma un po’ pigri con Nadal, Alcaraz ha sempre detto di somigliare di più a Federer. In effetti, a volersi prestare al giochino delle ispirazioni, sembra una strana crasi tra alcune caratteristiche di Nadal e altre di Federer. Alcaraz gioca col temperamento battagliero di Nadal, nelle sue partite c’è sempre il contrappunto di pugnetti, bicipiti mostrati e "vamos" perenni. D’altra parte i suoi colpi non somigliano a quella gigantesca ed elaboratissima macchina di Rafael Nadal, con la sua biomeccanica peculiare, unica. Alcaraz ha dei movimenti semplificati, che spiccano per fluidità e naturalezza. Il modo in cui, nei momenti migliori, usa il dritto per aggredire, togliere tempo e spazio agli avversari ha più in comune con lo stile di gioco di Federer. Per anni si è detto che nessuno giocava a tennis come Roger, che era un’eccezione nello sport contemporaneo, che avrebbe portato la sua arte nella tomba dopo il ritiro. In realtà la sua influenza sul tennis, a poche settimane dal suo ritiro, si può misurare anche sullo stile di gioco di Alcaraz, o anche di tennisti come Rune o Sinner. Tutti profili molto diversi, che non condividono la sensibilità e la creatività di Federer, ma che ne ereditano la semplificazione dei colpi e l’aggressività tattica.
Alcaraz arriva quindi a Torino da nuovo sovrano del tennis mondiale, e alle porte della nuova stagione tutti si interrogano su quale regno sta preparando. Un assolutismo, in cui lascerà solo le briciole ai suoi rivali, oppure è solo il tennista arrivato prima tra quelli che nei prossimi anni creeranno la nuova oligarchia del tennis?
Alcaraz ha avuto un’annata folgorante, ma altri suoi coetanei sono emersi nel 2022. Rispetto a loro ha brillato per consistenza, e per capacità di vincere tornei. Non è poco, ma d’altra parte finora non ha mostrato una netta superiorità rispetto a quelli che gli contenderanno il trono nei prossimi anni. Contro Zverev, in ripresa da un grave infortunio, ha vinto a Madrid ma poi ha perso al Roland Garros, dove i bookmakers lo consideravano tra i grandi favoriti. Contro Musetti ha perso ad Amburgo; ha sofferto le sue variazioni e i cambi di ritmo sulla diagonale di rovescio. Contro Sinner ha perso a Wimbledon e a Umago, prima di batterlo agli Us Open in una sfida estremamente tirata. Sinner ha avuto un anno discontinuo, ma ha margini (soprattutto sul servizio) per colmare la piccola differenza che oggi lo separa da Alcaraz. A Parigi-Bercy invece sarebbe dovuta andare in scena una prima resa dei conti con Holger Rune, che ha la sua età e con cui da junior ha anche giocato il doppio insieme. Il danese arrivava in uno stato di forma impressionante ed era un test durissimo per Alcaraz, che invece non giocava dal successo di New York. Lo spagnolo è stato costretto al ritiro nel secondo set, dopo aver perso il primo, per un infortunio che poi lo ha costretto a saltare le Finals. Rune poi ha completato l’opera, battendo Djokovic in finale e vincendo il torneo. Tutti loro hanno dimostrato di avere un livello molto vicino a quello di Alcaraz, ma non hanno ancora dimostrato di avere lo slancio per vincere uno Slam: il traguardo che in questi anni ha segnato la differenza tra gli ottimi giocatori e i campioni. Le colonne d’Ercole per tutti i fenomeni mancati degli scorsi anni. Alcaraz, a nemmeno vent’anni, ha già varcato quella soglia, e ora gli altri devono dimostrare di poter essere alla sua altezza.
Il 2023 sarà quindi l’anno in cui il tennis creerà un nuovo star-system. Nuovi campioni si sfideranno col loro peculiare incrocio di stili e personalità, e faremo un passo in più verso un’epoca senza i Big-3. Un ‘plot’ però sottovalutato del nuovo anno sarà quello, solito, della sfida tra il vecchio e il nuovo mondo. Se Nadal fatica durante le Finali di Torino (ma chissà che non torni competitivo sulla terra amica di Parigi) Djokovic sta volando, e pare rigenerato dai mesi di inattività. Il suo rifiuto di vaccinarsi ha forse accelerato i tempi d’arrivo di nuovi campioni, ma nel 2023 se Alcaraz vorrà confermare il suo regno dovrà prima vedersela con un vecchio sovrano, che sembra deciso a riprendersi tutto. Il 2022 è stato un anno di rivoluzione, ma non è detto che il 2023 non diventi quello della restaurazione.