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NEW YORK - La vertenza fiscale con Washington che vede implicate undici banche elvetiche sospettate di aver aiutato clienti americani ad aggirare il fisco potrebbe inasprirsi. È quanto sostengono vari media d'Oltreatlantico e specialisti di questioni fiscali dopo la decisione del Tribunale amministrativo federale (TAF) di impedire l'invio negli Usa di dati bancari di un cliente statunitense del Credit Suisse.
Nella sua edizione on-line, il prestigioso "New York Times" non fa mistero che la decisione del TAF rende più difficile giungere ad una soluzione nella vertenza che vede opposte Berna e le autorità fiscali statunitensi (Internal Revenue service, IRS).
In un primo tempo, l'Amministrazione federale delle contribuzioni aveva concesso l'assistenza amministrativa agli omologhi americani dell'IRS, che ne avevano fatto domanda basandosi sull'accordo di doppia imposizione del 1996. L'IRS esigeva la consegna di dati bancari di contribuenti americani sospettati di frode fiscale.
I giudici hanno ritenuto, basandosi sull'intesa del 1996, che l'invio di documenti da parte elvetica non è ammissibile per la sola evasione fiscale, anche in caso di cifre importanti, e benché alcuni impiegati della banca abbiano assunto un comportamento censurabile. Secondo il TAF, il fatto di non dichiarare un conto non costituisce una frode.
Secondo il quotidiano, il rimprovero indiretto fatto dal TAF all'IRS secondo cui quest'ultimo "avrebbe lanciato la rete troppo lontano", di fatto rappresenta uno grosso smacco per i negoziatori che intravvedevano la luce in fondo al tunnel.
L'estensore dell'articolo, l'analista fiscale per l'organizzazione Taxes Notes Leo Schepperd, rinfaccia alle banche di comportarsi sulla base dei soliti modelli, rifiutandosi di collaborare anche in presenza di comportamenti sbagliati da parte dei clienti americani. Le banche sanno che i clienti Usa pagano affinché venga mantenuto il segreto e sfruttano le loro paure, ha sostenuto Schepperd.
Non tutte le colpe sono tuttavia addebitabili a Berna. Jack Townsend, gestore del blog "Federal Tax Crimes", afferma che il giudizio del TAF avrebbe potuto essere favorevole all'IRS, se solo Washington avesse ratificato il nuovo accordo di doppia imposizione che prevede l'assistenza amministrativa anche in caso di sottrazione fiscale.
Tale intesa è bloccata al Senato dall'esponente repubblicano vicino al Tea Party Rand Paul, secondo il quale il protocollo aggiuntivo negoziato tra i due Paesi dà troppo potere all'IRS nel perseguimento di comportamenti - a suo dire - "non criminali".
Asher Rubinstein, dello studio legale Rubinstein & Rubinstein specializzato in dossier fiscali, ha detto all'ats che se la Svizzera, da un canto, può rallegrarsi per la decisione del TAF dal momento che essa mostra la forza del sistema finanziario elvetico tanto a livello giuridico che istituzionale, dall'altro deve temere una possibile reazione della giustizia americana, dal momento che dopo il caso UBS si credeva di avere trovato una soluzione definitiva.
Secondo Rubinstein, potrebbero essere emesse nuove denunce contro le undici banche svizzere sospettate di aver aiutato cittadini americani a frodare il fisco, sulla base della procedura "John Doe Summons" utilizzata nel caso UBS, espediente giuridico mediante il quale si voleva obbligare la banca a consegnare al fisco USA i dati riguardanti 52 mila clienti statunitensi.
Inoltre, ha aggiunto lo specialista, le autorità americane potrebbero denunciare alcuni dipendenti delle banche in questione. Ad ogni modo, secondo il legale americano, prima o poi le informazioni contese dovranno essere fornite ai segugi dell'IRS.