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ROMA - L'Accademia della Crusca boccia gli asterischi e l'uso della schwa per un linguaggio maggiormente inclusivo. Anzi, per l'autorità italiana in materia di lingua, si dovrebbe usare semplicemente... il plurale maschile.
Dunque, non solo no a quelle forme che in teoria dovrebbero togliere le divisioni di generi (ovvero dire "car* amic* o "carə amicə"), ma anche all'articolo davanti al cognome di una donna ed anche alle reduplicazioni retoriche (dunque "figli e figlie, cittadini e cittadine). Sono queste le decisioni dell'Accademia in risposta alle domande del comitato pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione sulla scrittura negli atti giudiziari rispettosa della parità di genere.
"È da escludere nella lingua giuridica l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati. Va dunque escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico", si legge nella nota.
Cosa fare, quindi? Si usi il caro e vecchio plurale maschile, "cari tutti", dove esso è inteso come inclusivo e non prevaricativo. Chi vuole smarcarsi dalla divisione per sessi può cercare termini alternativi, per esempio "persone" anzichè "lavoratori".
Viene invece dato il via libera al termine femminile per le professioni, come "avvocata" o "magistrata".