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Lo scrive il New york Times citando Anatoly Isaykin, direttore generale di Rosoboronexport, il monopolista pubblico russo per l'export di armi. "Voglio affermare che si tratta di equipaggiamenti che sono davvero buoni strumenti di difesa, affidabili contro attacchi dal mare e dal cielo", ha affermato Isaykin, aggiungendo che "questa non è una minaccia, ma chiunque stia pianificando un attacco dovrebbe pensarci".
Sin dall'inizio della rivolta in Siria, Mosca ha affermato e ribadito che le armi che fornisce a Damasco sono sistemi di difesa non adatti alla repressione di sommosse popolari. Anche Isaykin, considerato molto vicino al presidente Vladimir Putin, ha ribadito questo concetto, specificando anche le armi inviate ora in Siria: ovvero dei sistemi di missili e artiglieria a guida radar Pantsyr S1, in grado di colpire aerei ad altitudini ben superiori a quelle normalmente usate dai jet nei raid di bombardamenti; dei missili antiaerei Buk-M2, in grado di colpire aerei ad altitudini ancora superiori, fino ad 82 mila piedi, e bastioni di missili anti-nave in grado di colpire obiettivi fino a 180 miglia dalla costa.
Sul costo di questi armamenti il NYT non fornisce dettagli, ma citando ancora Isakyn afferma che la Siria negli ultimi anni ha speso in media 500 milioni di dollari l'anno in armi russe, una cifra che rappresenta il cinque per cento del bilancio della Rosoboronexpor.