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Cieli plumbei e coltri di fumo che stringono i polmoni. Esistenze solitarie, corpi e anime spezzate, follie nervose negli occhi di cavalli di legno domati da figure alte e severe. Pallidi re di scuri popoli. Mostri e neonati. Volti senza carne. Fiumi di gente nuda e smunta verso le fauci di enormi bestie.
Questo è il mondo di Alfred Kubin, uno dei più interessanti illustratori moderni. Nato nel 1877 a Leitmeritz, in Boemia, Kubin si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Monaco. Alla Alte Pinakothek vede per la prima volta le opere dei grandi maestri, incontro che gli procura un profondo sconforto; ma presto riprende vigore sondando l’opera grafica, a lui così affine, di Redon, Ensor, Munch, Klinger e Goya.
Nel 1901 il giovane Kubin viene introdotto in alcuni circoli artistici e letterari dal poeta Max Dauthendey. Ma l'iniziazione alla fama è merito del mecenate Hans von Weber che, contrariamente a tutti gli altri critici che aborrono l’opera di Kubin, vede qualcosa degno di essere promosso. Così, l’anno seguente, espone per la prima volta i suoi disegni a Berlino: le tematiche (Suicidio, La grande testa, Autocontemplazione, Il ragno) sono raccapriccianti. Kubin manifesta un gusto per l’orrido e il misterioso: la bile nera emerge dalla grafite e dall'inchiostro così da dar forma e colore al suo temperamento melanconico.
L'arte di Kubin è specchio di una vita difficile. La sua infanzia, infatti, è segnata dalla prematura morte della madre e dall'immagine del padre, sempre così duro, che vaga disperato per casa col corpo di lei tra le braccia. Nel 1903 incontra Emmy Baye, della quale si innamora perdutamente, a tal punto da chiederle la mano. Ma ella muore dieci giorni dopo il fidanzamento a causa di una febbre tifoide. Per sfuggire al dolore e all’isolamento Kubin va a trovare l’amico scrittore Oscar Schmitz a Francoforte. In quell’occasione conosce la sua futura moglie, Hedwig, sorella di Oscar. I due vivono dapprima a Monaco, quindi si trasferiscono in un piccolo castello di campagna nell'isolato paese di Zwickledt, nell’Alta Austria, punto di partenza per innumerevoli viaggi attraverso l’Europa. Là abita con Hedwig fino alla propria morte nel 1959.
Il pessimismo cosmico di Kubin si forma alla corte di Schopenhauer e di Nietzsche. Ma ancor più influente è la lettura di autori come Hauptmann, Dostoevskij, Poe, Hoffmann, Voltaire, Balzac, Hofmannsthal, e molti altri, i quali gli ispirano delle illustrazioni che gli procurano molta fama.
Accanto al Kubin illustratore, c'è anche il Kubin scrittore, la cui opera si iscrive nel solco di Poe e Hoffmann. Il suo primo romanzo Die andere Seite (1909) palesa una totale inclinazione per il fantastico. Illustrato da lui stesso, il testo avrà grande influenza tanto su Kafka e Meyrink quanto presso i surrealisti di area tedesca, per i quali Kubin può essere considerato un pioniere. In Die andere Seite Kubin dà vita ad un mondo onirico: il Regno del Sogno e la mistica città di Perla, i cui abitanti sembrano essere folli, come vittime di un sortilegio... L’esperienza del Regno del Sogno è maledetta: l’atmosfera è magica e surreale, ma crudele e feroce. Vi è una tensione costante tra eventi malefici e allucinazioni deliranti. La città è preda di un sonno narcotico e un’aria malata che spacca i muri delle case e spinge gli abitanti alla violenza o al suicidio. Nucleo tematico del romanzo (evidente sin dal titolo) è l'alterità, il mondo nascosto e inquietante del reale, la dimensione passata e rimossa che riaffiora come perturbante. Al centro dell'attenzione sta quel luogo dove il soggetto entra in contatto con il proprio inconscio e con l’inferno che lì si cela, uscendone turbato a tal punto da dubitare della propria integrità.
In Kubin il quotidiano si apre, si spacca in una crepa profonda, la stessa crepa che si profila ripetutamente sulle case di Perla. Città nella quale si vive solo del passato: Perla è un frammento di ciò che non è più, un passato archeologico che non può più essere decifrato, e proprio per questo inutile al futuro. Perla non è una città ideale, dell’utopia, non è strumento di propaganda, è anzi, nonostante l’atmosfera surreale, l’esplicita condanna a ogni utopia. È la città cruda e concreta, posta a rammentare che non vi è una terra della salvezza verso cui incamminarsi. Lungi dall’essere il tetro ma ludico mondo di Tim Burton, quello di Kubin è manifestazione della sua essenza crudele.
A differenza di molti suoi contemporanei, Kubin non ritrae le guerre e le loro barbarie, crea invece un mondo onirico che conserva le tracce non solo dei drammatici eventi della sua vita, ma anche della sua epoca. In bilico tra la tetraggine di un mondo permeato da un dio sinistro e le cupe angosce dell’io, Kubin dà corpo ad un’estetica e un’atmosfera tanto forti quanto singolari che tuttora esercitano il loro incanto su immagini e narrazioni. Il mondo di Kubin coglie il volto essenziale e crudele della modernità, epoca sulla quale il nostro tempo si poggia a piedi nudi.