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Tradotto dal francese
Non si gioca con il cibo. Ma nel mondo greco, intorno al V secolo a.C., questa moderna regola del galateo non valeva. Pensate: alla fine di un banchetto, gli ospiti, dopo aver tanto bevuto quanto filosofato, si cimentano in un gioco di abilità. A turno, con un abile colpo di polso, fanno ruotare i bicchieri di vino per lanciare i residui di feccia verso un bersaglio posto al centro della sala. Il primo che colpisce il bersaglio vince torte e dolci o, meglio ancora, il presagio di un successo in amore.
Questo gioco è il cottabo (κόττταϐος / kóttabos), antico quanto la parola che lo designa, la cui etimologia pre-greca è oscura. Si pensa che la pratica abbia avuto origine nelle colonie greche della Sicilia, ma è nota anche agli Etruschi. Si diffuse poi in tutto il mondo greco e divenne molto popolare ad Atene. Numerosi autori ne parlano, tra cui Alcaleo di Mitilene, Anacreonte, Pindaro, Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane. In epoca ellenistica e romana gli autori ne parlano ancora, anche se il gioco è caduto in disuso qualche secolo fa.
Il gioco della cottabo è raffigurato anche nella scena del banchetto della cosiddetta “Tomba del Tuffatore” di Paestum, colonia greca sulla costa tirrenica, e su vasi a figure rosse. Il giocatore è raffigurato sdraiato e tiene la sua coppa (di solito una kylix) per un manico con la punta delle dita. Il poeta Antifane fornisce una descrizione precisa del gesto:
B: “Fammi vedere come si prende questo vaso”.
A: “Devi allargare le dita e piegarle un po’, come se suonassi il flauto; devi versare il vino nel vaso, ma molto poco”.[1]
Una libagione sviata
Il gioco non si limita a versare il vino, ma interrompe i riti, in particolare quello della libagione. Nei banchetti, la libagione segna la fine del pasto (δεῖπνον / deĩpnon) e l’inizio della bevuta (πότος / pótos). Consiste nell’offrire alcune gocce di vino puro a una divinità per suscitare la sua benevolenza.
Il cottabo, invece, arriva quando l’ora è tarda. Ed è il residuo del vino, non il più gradevole da bere, che viene sacrificato per scopi profani e spesso erotici… In un momento della serata in cui solo i più resistenti sono ancora capaci di abilità. Inoltre, col tempo, il verbo kottabízô (κοτταϐίζω), “giocare a cottabo“, assumerà gradualmente il significato immaginario di vomitare. Una proiezione vale l’altra.
Ma quali sono le regole di questo gioco alcolico di fine festa? Sono innumerevoli e cambiano a seconda del tempo e del luogo. Quello che hanno in comune è che c’è un bersaglio. Bisogna colpirlo per vincere. A volte si tratta di una semplice tazza. Altre volte bisogna fare affondare piccoli piattini (ὀξυϐάφα / oxybápha) che galleggiano in un contenitore pieno d’acqua. Nella variante più sofisticata, un piccolo disco (πλάστιγξ / plástinx) era appollaiato su un lampione di bronzo; cadendo su una statua o un vassoio, a metà strada o ai piedi del lampione, emetteva un suono simile a una campana che annunciava la vittoria.
Prima di effettuare il tiro, il giocatore faceva una dedica a una persona cara o si giocava le sue possibilità di successo in amore. Il risultato del tiro sarebbe stato di buono o cattivo auspicio. Questo è visibile su uno psykter[2] proveniente dalla bottega del famoso vasaio ateniese Euphronios verso la fine del VI secolo a.C.[3]. Vi sono raffigurate quattro etaire – oggi diremmo escort – che giocano a cottabo. Una di loro, Smicra, scandisce il suo tiro con “Sto giocando questo tiro per te, Leagros”; quest’ultimo personaggio è un archetipo della gioventù dorata ateniese dell’epoca, spesso citato sui vasi.
Donne che giocano?
Se l’Atene dell’epoca può essere stata la culla della democrazia, ma certamente non quella dell’uguaglianza di genere, gli specialisti non prendono alla lettera la raffigurazione delle donne che giocano a cottabo. Potrebbe trattarsi di una presa in giro.
Due indizi supportano questa teoria. Le iscrizioni non sono in greco, ma in dialetto dorico, parlato in particolare a Sparta, eterna nemica di Atene. Le donne sono sdraiate su semplici stuoie piuttosto che su divani, il che si adatta anche allo stereotipo della rozzezza spartana. Viste da Atene, queste donne, che bevono e giocano d’azzardo, non potevano che essere rappresentanti di un popolo non propriamente civilizzato.
[1] Antifane, conservato da Ateneo, Deipnosofisti, Libro XV, 667: ᾯ δεῖ λαβὼν τὸ ποτήριον δεῖξον νόμῳ. Αὐλητικῶς δεῖ καρκινοῦν τοὺς δακτύλους οἶνόν τε μικρὸν ἐγχέαι καὶ μὴ πολύν.
[2] Si tratta di un vaso di ceramica utilizzato per rinfrescare il vino. Lo psykter, riempito di vino, veniva posto all’interno di un cratere con acqua fredda.
[3] classical art research centre, 200078, Athenian, St. Petersburg, State Hermitage Museum.
Per saperne di più
- Sparkes, Brian A. (1960). Kottabos: An Athenian After-Dinner Game. Archaeology. 13: 202–207 – via JSTOR.
- Pascale Jacquet-Rimassa, Κοτταβος. Recherches iconographiques. Céramique italiote. 440-300 av. J.-C., Pallas. Revue d’études antiques, année 1995, 42 pp. 129-170.
- Wikipedia in inglese, articolo Kottabos.
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