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La gemma che contrassegna i prodotti biologici svizzeri compie venti anni. I festeggiamenti per ricordare la ricorrenza si sono svolti durante la fine settimana a Möschberg, nei pressi di Berna, dove alla presidenza di Bio Suisse sabato è stata eletta per la prima volta una donna, la 42.enne Regina Fuhrer-Wyss.Questo contenuto è stato pubblicato il 25 agosto 2001 - 16:08
Il primo settembre 1981 è nata Bio Suisse, l'organizzazione mantello che unisce coltivatori e allevatori biologici svizzeri. Ma il vero boom della gemma è arrivato nel 1993, quando il grande distributore Coop ha deciso di offrire i prodotti biologici nei suoi grandi magazzini. Tre anni dopo anche Migros ha seguito l'esempio.
Il marchio di qualità ha definito e accompagnato lo sviluppo di una nuova forma di agricoltura, rivolta alla qualità del prodotto e al rispetto dell'ambiente. Un cambiamento di paradigma che rimane ancora marginale sul mercato dei generi alimentari, ma che ha segnato profondamente l'agricoltura elvetica.
"La crescita delle vendite è da ritenersi una vera sensazione - dice Urs Niggli, direttore del Centro svizzero di studi sull'agricoltura biologica, citando le cifre - malgrado il mercato degli alimentari stagni, i prodotti biologici hanno avuto da allora una crescita che supera il venti per cento annuo". Questo perché la grande distribuzione è riuscita a limitare il divario di prezzo fra prodotti convenzionali e biologici.
Ma la domanda non riesce ad essere soddisfatta. Il tempo di conversione delle aziende è lungo e non risponde ancora in maniera soddisfacente alle necessità dei consumatori. Niggli cita l'esempio più lampante: "La metà dei grani panificabili deve essere importata, perché l'agricoltura locale non ha ancora le capacità".
"Per un contadino biologico i rischi di perdita dei raccolti sono importanti e senza chimica l'impegno sui campi è molto maggiore. Spesso poi i contadini non sono manger e non tutti amano il rischio del cambiamento".
Il ruolo della politica
Nel tentativo di abbandonare una ormai obsoleta politica dei prezzi controllati (e artificialmente gonfiati) lo stato ha cambiato la sua politica agricola. "Con le revisioni legislative degli anni '90 si è progressivamente realizzato un cambiamento di paradigma - Spiega Patrick Aebi del Ufficio federale dell'agricoltura - che non vuole più i contadini come simboli protetti della campagna elvetica".
I contributi dello stato premiano ora l'impegno per il mantenimento e la cura dell'ambiente. Non intervengono dunque più a falsare le regole del mercato. Malgrado ciò il nuovo sistema di sovvenzioni è riuscito a frenare l'erosione dei redditi agricoli e a limitare la crescita dei costi statali per il settore.
Nel 1993 solo il 18,4 per cento della superficie coltivata corrispondeva a dei criteri di ecocompatibilità. Nel 2000, oltre il 95 per cento dei campi elvetici era coltivato secondo i principi della produzione integrata, dunque facendo uso di fertilizzanti e antiparassitari solo in caso di necessità. Nello stesso periodo la percentuale di coltivazioni che rinunciano completamente ai sussidi chimici è passata da 1,8 a 7,3.
Un posto per la qualità
La strategia federale per combattere le montagne di burro e formaggio hanno evidentemente avuto successo e non solo sull'impatto ambientale. Gli impresari-contadini hanno dovuto studiare nuove strategie. "Il mercato dei prodotti biologici ha avuto evidentemente un ruolo importante in questo mutamento",si dice convinto Urs Niggli.
"Dopo gli anni della diffidenza - osserva ancora l'agronomo di Frick - l'agricoltura rispettosa dell'ambiente e degli animali ha conquistato un suo posto come complemento della produzione convenzionale.
Certamente con una presenza sul mercato alimentare che supera di poco il due per cento, i prodotti bio non sono particolarmente rilevanti, ma per Niggli conta un altro fattore: "Quasi il 10 per cento della produzione svizzera è biologica, dunque una fetta importante che suscita anche l'interesse internazionale, come prospettiva di sviluppo verso la qualità e contro la sovrapproduzione alimentare". In proporzione la Svizzera è in testa a tutte le classifiche per il settore biologico, seguono Svezia e Austria. Glia altri paesi sono lontani.
Prospettive
Nelle regioni alpine, come nei Grigioni, già la metà dei contadini produce secondo i criteri della gemma. Nella Svizzera romanda invece la proporzione è minima. "Si tratta in parte di una diversa sensibilità verso l'ambiente - conferma Urs Niggli - ma anche di una diversa struttura di produzione".
I vigneti hanno bisogno di cure diverse, e le aziende senza animali che producono letame da concime non possono semplicemente rinunciare ai fertilizzanti chimici. "Dunque non si può parlare semplicemente di un bio-Röstigraben", tengono a ribadire a Berna.
Il capitolo sviluppo ecologico non è finito per la Svizzera, ma non procederà più con la stessa velocità degli ultimi vent'anni. Confermata è invece la capacità dell'agricoltura biologica di garantire il sostentamento dei contadini di montagna che hanno trovato una nicchia di mercato che va a braccetto con il turismo.
Daniele Papacella
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