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Lo Schweisshund o cane da traccia
Rivista numero 58 – Settembre 2008
Lo Schweisshund o cane da traccia
Testo del Presidente del Gruppo Conduttori Cani da Traccia – Ernesto CERIBELLI
Foto fornite dal gruppo conduttori
Konrad Lorenz è conosciuto come uno dei massimi esponenti nel campo dell’etologia, la scienza che studia il comportamento degli animali, comparandolo a quello degli esseri umani.
Nella sua opera “E l’uomo incontrò il cane”, lo scienziato premio Nobel nel 1973, descrive come potrebbero essersi svolti i fatti che hanno portato un predatore selvatico, lupo o sciacallo, a diventare l’animale domestico che più di ogni altro è stato ed è vicino all’uomo: il cane.
“Migliaia di anni fa gli sciacalli seguivano a distanza gli uomini primitivi e approfittavano degli avanzi di cibo lasciati sul terreno da quelle tribù di cacciatori i quali gradivano la presenza degli sciacalli perché, oltre a fare gli “spazzini” facevano involontariamente la “guardia” segnalando con “la voce” l’avvicinarsi di predatori pericolosi.
Una cerva colpita da una freccia era fuggita lontano ed i cacciatori in quel periodo di scarsità di cibo, più affamati che mai, ne seguono le tracce di sangue lasciate sul terreno; a distanza, gli sciacalli seguono le orme degli uomini. Ad un certo punto le tracce di sangue cessano improvvisamente. La cerva ha, infatti, effettuato un’inversione e ha ripercorso la stessa pista per poi deviare bruscamente a destra. Quello che è sfuggito agli uomini, non sfugge agli sciacalli che hanno ormai associato la pista di sangue al cibo degli uomini, cibo che non sarebbe mancato anche per loro. Nel punto dove la traccia si biforca gli sciacalli cambiano pista, seguono quella della cerva che raggiungono e bloccano abbaiando e ululando.
I cacciatori attirati dai versi degli sciacalli capiscono dove dirigersi e per la prima volta si stabilisce l’ordine in cui l’uomo e il cane seguono la selvaggina: prima il cane poi il cacciatore. La bestia a capo del branco abbaia furiosamente contro la cerva e quando questa viene abbattuta da una freccia le affonda i denti nella gola. Solo quando il cacciatore raggiunge la preda lo sciacallo si ritrae di qualche passo in attesa che l’uomo gli lanci istintivamente un pezzo delle viscere di quella cerva recuperata.”
Migliaia di anni sono passati da quando potrebbe essersi verificata questa storia e da allora l’uomo diventato anche allevatore, selezionando soggetti particolarmente dotati, ha costruito le razze canine per i vari lavori richiesti: la caccia, la guardia, il governo del bestiame eccetera.
La ricerca e il recupero della selvaggina ferita è possibile immaginare sia stato il primo lavoro richiesto dall’uomo al cane e nei secoli il “cane da traccia” non ha mai perso la sua importanza.
Il cane da recupero nella moderna gestione faunistica
Per il recupero degli ungulati possono essere impiegati cani di diverse razze, ma con risultati non sempre eccellenti o con dei limiti nel lavoro. Oggi la cinofilia internazionale riconosce “cani per pista di sangue” quelli appartenenti a tre sole razze: hannoveriani, bavaresi e dachsbrake. Solo hannoveriani e bavaresi però sono “schweisshund” ovvero “cani da sudore”, specialisti nel seguire la pista fredda di un animale ferito, diversa dalla traccia calda lasciata nell’ambiente dal passaggio di un selvatico. Queste due razze sono originarie della Germania dove, circa due secoli fa, dalla selezione di particolari soggetti nacque il Segugio di Hannover e, pochi decenni dopo, il Segugio da montagna Bavarese.
Le prove di lavoro
Essendo destinato a lavorare per terzi, il cane da traccia deve essere dichiarato idoneo allo svolgimento del “servizio di recupero” e per ottenere l’abilitazione deve superare selettive prove di lavoro che riguardano diverse discipline.
Deve essere “educato” e obbedire correttamente ai vari comandi: seduto, terra, al piede, resta ecc. Deve dimostrare obbedienza anche nel rimanere a terra lontano dal conduttore per almeno venti minuti, manifestando indifferenza all’esplosione di colpi di carabina o ad altri disturbi.
La disciplina più importante riguarda il lavoro sulla traccia. La traccia viene artificialmente preparata almeno venti ore prima, simulando per circa 1200 metri il percorso di un animale ferito; il terreno viene marcato con zoccolo di ungulato e qualche goccia di sangue e sono previsti anche alcuni “angoli” e “letti” che il cane deve segnalare.
E’ necessario che l’ambiente dove tracciare sia popolato da ungulati per valutare la capacità del cane a seguire solo la traccia “giusta” e disinteressarsi dell’usta lasciata dagli altri animali presenti.
Lungo la traccia il cane viene tenuto dal conduttore con una cinghia di cuoio di 8 o 10 metri detta “lunga” ed a circa 100 metri dal termine, ove è stata posata la carcassa di un ungulato, viene liberato e da solo deve arrivare alla meta. Giunto sull’animale, l’ausiliare non lo deve rovinare mangiando, ma deve “chiamare il conduttore” o con abbaio prolungato o ritornando a cercarlo per poi condurlo sul posto. Ricevuto qualche bocconcino come premio dalle mani del conduttore, il cane viene poi legato presso il capo recuperato che deve “difendere” impedendo a chiunque di avvicinarsi con minacciosi ma equilibrati abbai.
Il servizio di recupero degli ungulati feriti
Il recupero degli ungulati feriti non è un fatto privato che riguarda solo il cacciatore interessato e non è azione di caccia ma un servizio reso nell’interesse pubblico, nell’ambito della migliore gestione faunistica. Nell’esercizio della caccia è normale che una percentuale di animali colpiti (circa il 10%) non crolli sul colpo, ma si allontani anche di centinaia di metri. Il cacciatore esperto sa che in questi casi è inutile e controproducente tentare le ricerche senza un cane da traccia. Il cane addestrato ha molte più possibilità dell’uomo di seguire la pista del capo ferito. Senza l’ausilio del cane da traccia un alto numero di selvatici feriti vanno persi con gravi conseguenze economiche e gestionali. Anche in Italia, con il ritorno degli ungulati selvatici e con il crescere della caccia di selezione, si sta sempre più diffondendo la conoscenza del cane da traccia (o da recupero), anche tra coloro che hanno compiti amministrativi e gestionali dell’attività venatoria.
Quasi in ogni provincia vi sono regolamenti sull’impiego del cane da recupero e per la preparazione e abilitazione dei conduttori vengono organizzati specifici corsi.
I conduttori dal canto loro si organizzano in Gruppi locali per un a proficua collaborazione. A Sondrio è funzionante il Gruppo Conduttori Cani da Traccia (www.sondrioschweisshund.it) che provvede anche ad organizzare un’annuale prova di lavoro nazionale per bavaresi e hannoveriani.
Oltre all’olfatto particolarmente fine, il cane da traccia deve possedere le altre qualità necessarie per garantire buone probabilità di successo nel lavoro: equilibrio, tenacia, capacità di bloccaggio, voce ecc. Mai come in un’azione di ricerca di un ungulato ferito è necessario inoltre il massimo affiatamento tra conduttore e cane. Per ottenere ciò è necessario impiegare moltissimo tempo nell’addestramento e allenamento del “compagno di vita e di lavoro”; accanto a tale onere, come affermò un esperto del settore, vi sarà per allevatori e conduttori l’onore di poter dedicare parte della vita a cani così speciali, forti, coinvolgenti, dignitosi, mai banali, in una parola sola… assolutamente straordinari.
Breve racconto
Era la vigilia di Natale di qualche anno fa, quando al centralino della Polizia Stradale giunse la notizia della presenza di un “capriolo” ferito che era stato notato accucciato su un prato adiacente la strada provinciale ma poi, alla vista di una persona che lo voleva avvicinare, zoppicando si era allontanato nel canneto che fiancheggia il vicino fiume: l’animale con ogni probabilità, era stato investito da un’auto. Per verificare l’accaduto, anche in considerazione del fatto che in quella zona un animale ferito poteva costituire pericolo per la circolazione stradale, è stato organizzato un intervento di ricerca con il cane da traccia. A mezzogiorno guardiacaccia e conduttore si sono dati appuntamento sulla zona dell’incidente ed hanno iniziato le ricerche con temperatura “meno sette”. Sul prato brinato l’hannoveriano ha subito preso la direzione del selvatico quindi, superato l’argine del fiume si è infilato nel canneto che lo fiancheggia percorrendo per circa duecento metri vari “sentierini”. Ad un certo punto il cane ha fatto capire al conduttore che lo teneva con la “lunga” di essere vicino al selvatico ed è stato allora liberato e lasciato proseguire da solo. Un centinaio di metri più avanti il cane ha trovato il capriolo ed ha segnalato il fatto abbaiando ma l’ungulato, pur zoppicando è riuscito ad allontanarsi dall’inseguitore. Pochi minuti dopo il cane raggiungeva di nuovo la bestiola riprendendo a dare voce ma poi… silenzio.
Presso la riva ghiacciata del fiume nel punto da dove era giunto l’abbaio… nulla.
Il capriolo si era tuffato nel fiume per sfuggire all’inseguitore ed il cane, abile nuotatore anch’esso, ha continuato la braccata anche in acqua; il fiume in quel punto non presenta pericolosa corrente, ma è largo oltre cento metri.
Giunto sulla riva opposta il capriolo, è risalito per alcune decine di metri lungo la riva, ma è poi rientrato in acqua mentre il cane, seguendone la traccia, si è fermato all’altezza del punto dove il selvatico aveva abbandonato la riva senza capire che cosa fosse successo.
Faceva tanto freddo che il conduttore, preoccupatosi delle condizioni del suo cane, si portava velocemente con l’auto dall’altra parte del fiume per raggiungere il “compagno”, il cui pelo stava cambiando colore per effetto del gelo. Il cane, prima di essere “soccorso”, ha indicato il punto dove il capriolo aveva lasciato la riva. Infatti, cinque metri avanti, nel fiume, c’era il selvatico con il solo muso fuori dell’acqua per poter respirare. Con il lungo guinzaglio usato come un lazo è stato possibile catturare il capriolo che è stato immediatamente consegnato al guardiacaccia per essere trasportato al centro provinciale di soccorso della selvaggina e visitato dal veterinario.