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Rezension
von Yari Bernasconi
Publiziert am 16/07/2010
Mikhail Shishkin, nato a Mosca nel 1961 e residente a Zurigo, è considerato uno dei più importanti scrittori russi contemporanei. À juste titre!, verrebbe da dire a caldo, dopo la lettura di Lezione di calligrafia , la terza traduzione italiana dello scrittore, pubblicata alcuni mesi fa dall'editrice romana Voland e curata da Emanuela Bonacorsi.
Questo nuovo libro ritorna a quel filo conduttore che si dipanava nei romanzi precedenti, La presa di Izmail (2007) e Capelvenere (2006), dove già si esclamava: «Noi siamo quello che raccontiamo. Il destino appena varato è stracolmo come un'arca di persone che non servono a nessuno e tutto il resto è abisso. Noi diventeremo ciò che sarà messo a verbale. Parole». E infatti Lezione di calligrafia è prima di tutto una grande riflessione in due tempi sulla scrittura o, meglio, sull'atto dello scrivere. Due tempi: quelli battuti dal racconto (poco più di una ventina di pagine) che apre e dà il titolo al libro, e dal seguente romanzo Memorie di Larionov.
Il primo dei due testi, la Lezione di calligrafia , è un dialogo tra un uomo, Evgenij Aleksandrovic , che ricopre in un certo senso il ruolo d'insegnante, e una donna, anche se - come anticipa una "Nota dell'editore" - «il personaggio femminile si sdoppia di continuo assumendo nomi che fanno riferimento a tutta la tradizione letteraria russa»: si passa dunque da Sof'ja Pavlovna (da L'ingegno porta guai di Griboedov), a Tat'jana Dmitrievna (dall' Evgenij Onegin di Puškin), Nastas'ja Filippovna (da L'idiota di Dostoevskij), Anna Arkad'evna (dall'Anna Karenina di Tostoj) e Larocka (da Il dottor Živago di Pasternak).
La «lezione» comincia con la lettera maiuscola, «l'inizio di tutti gli inizi», e si carica immediatamente di un peso allegorico: «In quanto primo movimento della penna che tende verso il punto, è anche segno di speranza e paradosso dell'essere. Nella prima lettera, come nell'embrione, è racchiusa tutta la vita a venire fino alla fine, lo spirito, il ritmo, l'impeto e l'immagine». Nasce così quella che è una sorta di confessione da parte del personaggio maschile, senza inibizioni: «Possono odiarsi e uccidersi, tradirsi e impiccarsi, tutto questo è solo alimento per una calligrafia, materia prima per la bellezza. E in questi incredibili minuti, quando vuoi scrivere ancora e ancora, provi una strana, inesprimibile sensazione. È questa la felicità!». Le voci femminili avanzano dei dubbi, oppongono una resistenza giocosa in un saliscendi di scambi: «Al diavolo la calligrafia! Il fatto è che lei è un vedovo furbacchione, mi fa la corte, ne racconta d'ogni sorta per imbambolare una donna ingenua e credulona. Io le leggo dentro anche senza calligrafia». Ma anche quando si giunge al bivio del paradosso, con Anna Arkad'evna che lo apostrofa «lei è pazzo!», Evgenij Aleksandrovic non vacilla e sceglie senza esitazione: «perdere la ragione è privilegio dei beati, il premio per gli eletti».
Più poderoso quanto a massa narrativa, il romanzo Memorie di Larionov - che si divide in tre “quaderni” - riparte proprio dal binomio calligrafia-vita. L' io narrante, Aleksandr L'vovic Larionov, si rivolge al depositario della sua testimonianza con una breve lettera introduttiva, nella quale annuncia: «eccovi su carta ordinaria fitta di una calligrafia vecchio stile la storia della mia vita».
Dell'infanzia e della prima giovinezza racconta poco («la memoria che resta dell'infanzia è capricciosa»; «d'altronde cosa sono per il mondo i ricordi infantili di qualcuno se non bugie?»): la mania per la lettura, le angherie subite al ginnasio, l'inquietante figura del padre malato, con i suoi deliranti e gratuiti attacchi d'ira, e Dašen'ka, primo, triste amore. Finché, quasi sedicenne, per continuare la formazione si staglia all'orizzonte una nuova prospettiva, una nuova città: «Il trasferimento in un posto così lontano, la vita a migliaia di verste dai miei cari, tra estranei, non certo bendisposti verso un adolescente occhialuto, come mi insegnava l'esperienza, mi spaventavano, ma quel luogo remoto era Pietroburgo, parola magica per un provinciale, e io aspettavo la mia sorte con timore e impazienza insieme». Anche in questo caso, però, le pagine sono secche e rapide: la scuola militare, il nonnismo, la goffa morte del padre («durante l'ennesimo attacco aveva scaraventato via la colazione, era scivolato sulla marmellata e nella caduta aveva picchiato la testa contro lo spigolo della stufa»), l'inutile tentativo di umanizzare - come ufficiale - i propri soldati, la rabbia contro il sistema militare vizioso, irrazionale e superficiale, l'improvvisa malattia («era come ritrovarsi nel vuoto, precipitare. [...] Cominciai ad avere l'affanno. Capii che il mio malore era vicino alla pazzia»), il ritorno a casa, il frettoloso matrimonio con Nina (un'orfanella che sua zia aveva adottato) e la fuga - mascherata da un interesse professionale - nell'unico, vero luogo delle Memorie, Kazan': «Ricordo l'esaltazione di quei primi giorni a Kazan'. Dopo la lunga reclusione della campagna rimasi stordito da quella trafficata città variopinta che racchiudeva in sé i tratti dell'Europa e del mondo tartaro».
Con Kazan' si apre un lungo capitolo della vita di Larionov, seppure limitato nel tempo (due anni): l'allontanamento da Nina («Passò un mese, due, tre, senza che riuscissi a decidere niente. Sapevo soltanto che da Nina non sarei tornato»), nuove conoscenze e frequentazioni, l'amore per la frivola Ekaterina Alekseevna. È la parte del testo a cui Larionov consacra più spazio e più tempo, in netta contrapposizione con la rapidissima e convulsa parte finale, che corrisponde al “Terzo quaderno”: meno di venti pagine per rendere conto del ritorno dalla moglie Nina, che rimane incinta e muore partorendo il «piccolo Sašen'ka», e ancora della morte della madre, dell'infanzia e della complicata educazione del figlio, che si fa uccidere - dopo avere ingannato i familiari, che lo credevano a Mosca, all'università - sotto le armi, della morte della zia... Il Larionov che scopriamo nelle ultimissime pagine è un uomo con uno spazio vitale che si è «ridotto al letto e alla poltrona» e che non ha paura di morire: «Quel che deve succedere, succederà. E quando sarà l'ora, sarò felice. In fondo ho vissuto, ho consumato la mia vita, che altro serve? [...] Non mi pento di nulla. Non rimpiango nulla. Tutto è come deve essere». Riaffiorano le parole della moglie dell'impiegato di cancelleria Kostrickij, più di centocinquanta pagine prima, mentre si prodigava nella lettura del palmo della sua mano: «Ohimè, la natura è stata nei vostri confronti più generosa del destino».
Rispetto alla prorompente polifonia e all'impasto di generi a cui le precedenti opere di Shishkin (tradotte in italiano) ci avevano abituato, le Memorie di Larionov rappresentano un'altra esperienza: una narrazione molto più lineare (malgrado le accelerazioni temporali), misurata e intimistica. Una costruzione a strati, dove ogni strato sembra essere un microcosmo a sé. Quando un personaggio emerge dal proprio strato e si trasferisce momentaneamente in un altro, l'effetto è malinconico e imbarazzato (si pensi per esempio all'incontro, dopo diverso tempo, con Dašen'ka, l'amore giovanile: «Con una trepidazione sciocca e quasi infantile aspettavo di rivedere Dašen'ka. Sapevo che si era sposata e viveva a Simbirsk. Il nostro incontro, a una festa d'onomastico [...] fu ridicolo»). Ma la densità e il vigore del testo, sempre pregnante e sempre coinvolgente, non permettono certo all'insieme di diventare monotono. La presenza di chi scrive, l' io narrante, è continua e credibile, e avvolge il lettore dall'inizio alla fine, rendendo evidenti i legami sotterranei tra vita e scrittura. Tanto da permettersi, in coda, un epilogo aperto, che sovrappone i due piani: «Volevo scrivere qualcosa, qualcosa di importante, ma ho dimenticato cosa e non riesco a ricordare. Non fa niente, finirò domani di scrivere». E noi di leggere, di vivere.