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Con un po’ d’improntitudine possiamo sostenere che il turismo iniziò quando ai nostri cavernicoli progenitori venne l’uzzolo di andare a scoprire
che cosa ci fosse dall’altra parte dell’orizzonte, un viaggio esplorativo che, di solito, essi compivano a piedi almeno fin quando non furono in grado
di addomesticare animali da soma come cavallo, asino, bue e cammello e di costruire natanti, all’incirca 130.000 anni fa. Va da sé che tali viaggi erano, come s’inclina a dire oggi, ecosostenibili nel senso che richiedevano il solo impiego delle gambe per spostarsi e, in un certo senso, contribuivano anche a migliorare la vita vegetale e animale delle regioni attraversate mediante gli escrementi umani e animali che via via essi producevano perché si era in un contesto ambientale a “circuito chiuso” secondo lo schema cibarsi – defecare – concimare – coltivare per continuare a cibarsi. Poi quel circuito è stato “aperto”, alterato dall’utilizzo del petrolio, dalla scoperta della plastica e dai fertilizzanti chimici sicché adesso per arginare il danno, l’industria occidentale sta tentando di ricorrere alle produzioni ecosostenibili, includendovi anche il turismo che come fenomeno di massa nacque quasi due secoli fa in Inghilterra. Infatti, il 5 luglio del 1841, il pastore protestante Thomas Cook organizzò, a pagamento, una gita in treno per 570 persone da Leicester a Loughborough e le cronache dell’epoca riferirono che la sua iniziativa era stata un successo.
Ma se il reverendo Cook può essere considerato l’ideatore delle agenzie di
viaggio, fu di certo anche il primo inquinatore per ragioni di turismo, se si
pensa che i treni dell’epoca erano alimentati con la prima forza motrice del
XIX e XX secolo: il carbone minerale.
Questo piccolo excursus storico ci porta a una domanda: il turismo moderno,
che è sinonimo di spostamenti rapidi e veloci da un punto all’altro della terra,
può essere eco-sostenibile? Sì, purché si abbia il coraggio di dire che quello
eco-sostenibile è l’esatto contrario del turismo di massa, che ogni anno
(almeno così era prima della pandemia) portava milioni di visitatori nelle
tradizionali mete turistiche italiane. E il nostro Paese, come si sa, per il suo
retaggio storico è un sito turistico, artistico e culturale a cielo aperto, dove
anche i ciottoli delle strade consolari parlano di storia.
Come se ne esce, allora, come si può inventare un altro tipo di turismo di
massa pur senza diventare tutti dei novelli naturalisti alla James Audubon?
Come ne usciamo senza condannare all’inedia le attività che di turismo
vivono? La risposta è semplice e difficile allo stesso tempo perché implica
il soddisfacimento di diverse esigenze, come la salvaguardia del
patrimonio culturale, le condizioni di vita dei locali, l’insufficienza dei servizi
offerti. Al riguardo si pensi a che cosa succede nei periodi di punta delle
vacanze estive in città come Roma, Venezia, Parigi, Praga o Barcellona nonostante i servizi offerti perché – e questo dovrebbe essere chiaro – per quanto bene organizzato nessun servizio può reggere in presenza di un’alta concentrazione di persone su di un’area ristretta, quale può essere quella di una città.
E allora sarebbe opportuno che le istituzioni locali favorissero concretamente il “turismo responsabile” con regole e accorgimenti come strutture alloggiative eco-friendly, ristoranti che facciano uso di prodotti biologici, percorsi turistici da farsi a piedi o in bicicletta, la limitazione dell’utilizzo della plastica. Tutto questo in aggiunta al ripensamento dei vettori quali aerei, navi e auto perché la loro alimentazione elettrica, od anche a metano, potrebbe ridurre il primo impatto negativo sull’ambiente provocato dallo spostamento di grandi masse d’individui. In alcune località si potrebbe ricorrere anche alla limitazione di utilizzo dei veicoli a motore come, peraltro, già avviene nelle isole di Capri, Ischia, Alicudi, Panarea, Stromboli, Lipari, Filicudi e Vulcano. E, dove dovesse rendersi necessario, imponendo anche il totale divieto di discesa a terra come sulla spiaggia di sabbia rosa dell’isola di Budelli. Limiteremo al turismo la possibilità di godere della bellezza in nome dell’ambiente? Certamente no, perché con un po’ di buonsenso delle istituzioni e qualche sacrificio da parte dei cittadini, la bellezza artistica sarebbe comunque godibile, perfino da casa, grazie ai nuovi sistemi informatizzati, quelli che “traportano” – accrescono la realtà e la fanno interagire con altri sistemi. “Vizual”, ad esempio, è il più completo e moderno tra essi.