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Quella del 1964, in cui vinse il primo Oscar. E quella – calda – del 1967, incredibilmente snobbata dall'Academy. Due notti.
Progresso, avanzamento sociale, speranza, dignità. Sono le parole che da sempre accompagnano l'immagine di Sidney Poitier (20 febbraio 1927 – 6 gennaio 2022) negli Stati Uniti, ricordate nel giorno della sua scomparsa dalla giovane critica cinematografica afroamericana della National Public Radio statunitense, Aisha Harris.
Prima vera star nera di Hollywood, Poitier ha lavorato tutta la vita per incarnare quelle parole e allo stesso tempo non rimanerne imprigionato: un percorso inevitabilmente pieno di difficoltà e contraddizioni, esplose alla fine degli anni Sessanta in due momenti di enorme importanza simbolica. Due notti capaci di segnare la vita, la carriera di Sidney Poitier. E la società americana tutta.
La prima notte è quella degli Oscar 1964, in cui Poitier vince il primo premio per il miglior attore protagonista mai assegnato dall'Academy a un attore afroamericano. Dopo aver ricevuto la statuetta dalle mani di Anne Bancroft – che quell'anno sarebbe diventata la donna più desiderata d'America grazie al Laureato – si limita a pronunciare poche parole di circostanza, ringraziando colleghi, produttori e collaboratori. Solo nel riferimento al “lungo viaggio” necessario per arrivare a quel punto si può leggere tra le righe un riconoscimento dell'importanza storica del momento. Un discorso in perfetto stile Poitier, in linea con il suo personaggio pubblico, aderente ai ruoli che l'attore interpretava sullo schermo: afroamericani che rispettavano gli standard sociali della società bianca senza metterli in discussione, colti, ben vestiti, educati e (non meno importante) spesso privi di carica erotica. Sottomessi, secondo la lettura di molti attivisti neri dell'epoca – a partire da uno dei padri del Black Power, Stokely Carmichael – che vedevano in quei personaggi la perpetuazione degli sterotipi dello “Zio Tom” e dell'“House Negro”.
Gli stessi strati movimentisti della comunità afroamericana nel 1964 giudicano l'Oscar una conferma dei loro sospetti: Poitier era stato premiato dall'Academy w.a.s.p. per I gigli del campo, in cui interpretava un volenteroso manovale che aiutava alcune suore tedesche a costruire una chiesa. Insomma, “il solito personaggio affabile e rispettoso che piaceva tanto ai bianchi”, come chiosa Il Mereghetti.
Da notare che Sidney Poitier è sempre stato estremamente consapevole del suo ruolo artistico e sociale, tanto da dichiarare al New York Times in un'intervista d'epoca che interpretare quel tipo di personaggi era “una scelta, una scelta chiara. Se il tessuto connettivo della società fosse diverso, io pretenderei di interpretare cattivi, di trattare immagini diverse della vita dei negri (sic). Ma che io sia dannato se lo faccio in questa fase del gioco.” Insomma, era convinto che la rivoluzione non sarebbe arrivata in un giorno, ma che fosse necessario procedere a piccoli passi. Pochi anni dopo avrebbe avuto la prova che la strada da fare era ancora molto lunga: ecco la seconda notte, quella del titolo di un film meraviglioso uscito nell'estate 1967.
L'estate del 1967 passa alla storia come The long hot summer, la lunga estate calda dello scontro razziale. In quell'estate, scoppiano oltre centocinquanta rivolte in altrettante città: interi quartieri neri contro poliziotti quasi esclusivamente bianchi. Tra le prime riot ci sono quelle quelle di Cincinnati, all'inizio di giugno: lo stesso periodo in cui esce nelle sale uno dei più grandi successi della carriera di Poitier, La scuola della violenza diretto da James Clavell. Poi, il due agosto, arriva anche La calda notte dell'Ispettore Tibbs (regia di Norman Jewison), la seconda notte che cambia la vita di Sidney Poitier. Quel film contiene la scena celeberrima in cui il protagonista, l'ispettore nero Virgil Tibbs, prende uno schiaffo da un sospettato, bianco e razzista. E immediatamente Tibbs gli restituisce il colpo, con la stessa forza. Altro che porgere l'altra guancia: una metafora visiva che secondo le cronache dell'epoca “fa esultare il pubblico di Harlem”, mentre molti gestori di sale cinematografiche degli stati razzisti del Sud decidono di boicottare il film.
A dicembre infine esce Indovina chi viene a cena, e Poitier diventa un caso unico nella storia di Hollywood: tre successi del genere in soli sei mesi, tutti da protagonista, sono qualcosa di mai visto prima. Pochi mesi dopo, Indovina chi viene a cena e La calda notte dell'ispettore Tibbs portano a casa un totale di diciassette nomination agli Oscar. Eppure tra i candidati non c'è il nome del protagonista di quei film, l'uomo la cui popolarità eclissava in quell'anno perfino quella di gente come Paul Newman (candidato per Nick mano fredda) e Dustin Hoffman (candidato per Il laureato).
A vincere il premio come miglior attore è proprio il coprotagonista della Calda notte dell'ispettore Tibbs, Rod Steiger, che dal palco si dilunga nel ringraziare calorosamente il suo partner nel film, e chiude il discorso con le parole “We shall overcome”, noi trionferemo, il titolo della canzone simbolo del movimento per i diritti civili dei neri. Ma più che quell'augurio, oggi ricordiamo una delle esclusioni più incredibili della storia degli Oscar, più assurda di quelle di Ingrid Bergman per Casablanca o Gene Kelly per Cantando sotto la pioggia. Il sospetto, ovviamente, è che i giurati non abbiano apprezzato del tutto i ruoli di Poitier, che costringevano il pubblico bianco a misurarsi in un caso con un uomo nero nei panni di un poliziotto autorevole e – se necessario – autoritario, nell'altro con una relazione interrazziale (la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva dichiarato incostituzionali le leggi che vietavano i matrimoni misti solo pochi mesi prima). Hollywood, insomma, non è ancora così progressista come la si dipinge.
E non cambierà idea per un bel pezzo: il secondo attore nero a vincere l'Oscar come miglior protagonista sarà Denzel Washington nel 2002, trentacinque anni dopo. La stessa notte in cui a Poitier è stato assegnato il premio alla carriera.