Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01136.jsonl.gz/34

"Secondo la maggior parte delle persone il capitalismo così com’è non funziona più. (…). Ormai la ricchezza è distribuita in una sola direzione e i poveri restano poveri. Di pari opportunità quasi non c’è più traccia. Il capitalismo ha bisogno di riforme profonde. Altrimenti soccomberà. E sarà giusto così".
Beh, direte, è la solita affermazione di un qualche marxista nostalgico. Nulla di nuovo. E invece no. Ad essersi espresso in questo modo è Ray Dalio: il suo nome a molti non dirà nulla, ma si tratta del fondatore del Bridgewater Associates, il più grande fondo speculativo del mondo, che dispone di un patrimonio personale di 22 miliardi di dollari.
Si potrebbe anche pensare che sia un caso isolato di un eccentrico miliardario che rinnega la sua natura, ma in realtà non è il solo, come si può constatare in un articolo di Der Spiegel, ripreso da Internazionale (nr. 1494, 20 gennaio 2023).
Addirittura, il Financial Times, la bibbia quotidiana dei mercati finanziari, afferma che "per il neoliberismo è arrivato il momento di uscire di scena: ora tocca allo Stato". E grandi gruppi come "Bosch e Goldman Sachs, discutono dell’opportunità di privilegiare gli interessi della collettività rispetto a quelli degli azionisti", che sono stati il Santo Graal degli ultimi quarant’anni.
Ma cosa non funziona più? La lista è lunga e complessa e quindi è necessario sintetizzare.
La pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina hanno mostrato tutti i limiti della globalizzazione. Il mercato globale, costruito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha migliorato il livello di vita di milioni di persone nelle zone più povere del mondo, che hanno visto il loro reddito aumentare grazie all’entrata nella produzione di beni di consumo e di produzione a basso e medio valore aggiunto (ma il fenomeno sembra in regresso o comunque fermo). Questo passaggio è stato possibile a seguito della delocalizzazione della produzione da parte delle imprese dei Paesi industrializzati in quelli dove i costi di produzione erano nettamente inferiori. La contropartita è stata la forte pressione al ribasso dei redditi della classe media occidentale. Ed oggi la catena di produzione mondiale si è interrotta e difficilmente potrà essere ricomposta, per motivi sia tecnici che politici dovuti all’emergenza di nuovi blocchi di interesse (in primo luogo la contrapposizione crescente tra Stati Uniti e Cina).
Ribasso dei redditi accentuato dalle teorie neoliberiste, che hanno imposto una profonda revisione del ruolo dello Stato, del sistema sociale e del principio liberale ottocentesco della progressività fiscale. Lo Stato nemico della libera impresa è stato al centro della battaglia ideologica, con conseguenze drammatiche sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2020 l’1% più ricco della popolazione mondiale ha incassato il 75% della ricchezza prodotta, corrispondente a 42mila miliardi di dollari (ultimo rapporto Oxfam). In generale l’1% controlla il 38% della ricchezza mondiale, mentre il 50% più povero deve accontentarsi del 2%. E i Paesi avanzati non ne sono certo immuni. In Germania, il 10% della popolazione detiene oltre i due terzi della ricchezza nazionale, ma la metà più povera deve accontentarsi dell’1,3%. Negli Stati Uniti il salario medio della popolazione al netto dell’inflazione è praticamente uguale a quello degli anni 80, nonostante un forte aumento della produttività.
Secondo Glenn Hubbard, professore di economia finanziaria e consulente economico del presidente George W. Bush, "per avere successo nel lungo periodo un sistema economico deve migliorare il tenore di vita del maggior numero di persone possibile. Non mi pare che il capitalismo attuale abbia ampi margini per aumentare il benessere collettivo" (op. cit.). Se poi, alla situazione economica attuale, aggiungiamo le conseguenze del cambiamento climatico, il futuro sembra piuttosto fosco.
Per cambiare rotta è necessario cambiare modello. Secondo gli economisti neoliberisti (anche quelli di casa nostra) il mercato è in grado di trovare la soluzione migliore se lasciato libero di agire. Ma la Storia anche recente ci ha insegnato che questo approccio è sbagliato, come abbiamo appreso con la crisi del 2008, quando lo Stato ha dovuto intervenire con miliardi di dollari ed euro. Stesso discorso per la pandemia. Sull’altare della libertà d’impresa, sono stati tagliati – e in alcuni casi annullati – gli investimenti pubblici ai ricercatori che stavano lavorando a un super vaccino. Idem con gli antibiotici. Le imprese private non vogliono investire in un nuovo "super antibiotico" perché i costi sono elevati e i profitti insicuri. Ma poi, quando il disastro sanitario diventa incontrollabile, il mercato si defila e lo Stato – visto come correttore dei fallimenti del mercato – deve intervenire aumentando la spesa pubblica, soldi che potrebbero essere spesi diversamente.
Ma come uscirne? Sicuramente non si tratta di cambiare modello politico, o almeno non necessariamente.
In primo luogo, bisogna modificare il ruolo dello Stato, che deve diventare il motore dell’innovazione, uno Stato imprenditore, come sostenuto da Marianna Mazzucato: "Non bisogna limitarsi ad indirizzare cautamente aziende e settori industriali, bisogna obbligarli con leggi vincolanti" (come, ad esempio, quella per incentivare l’utilizzo di cemento "verde") o assoggettare gli aiuti pubblici alla riduzione delle emissioni inquinanti (op. cit.). Si dovrebbero obbligare le aziende a investire una parte significativa dei loro profitti in innovazioni utili, invece di permettere loro di distribuire gli enormi guadagni agli azionisti o di investirli in strategie finanziarie per il riacquisto delle proprie azioni.
Facciamo un esempio pratico: la parziale liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica ha permesso a molte imprese medio-grandi di risparmiare somme consistenti e quindi di aumentare i propri profitti, ma con l’attuale crisi energetica le loro bollette sono lievitate al punto da rendere – di nuovo – necessario l’intervento dello Stato. Una situazione di questo tipo si sarebbe potuta evitare costringendo le imprese che hanno beneficiato dei prezzi più bassi ad accantonare una parte dei risparmi, e a vincolare eventuali aiuti a strategie volte al risparmio energetico.
Evidentemente si tratta di soluzioni complesse, ma sono le sole che possano garantire la sopravvivenza dei sistemi democratici. La contropartita saranno caos, ascesa al potere di movimenti populisti, disgregazione sociale e crescenti tensioni economiche e politiche. Quarant’anni di neoliberismo sono stati più che sufficienti. Ora è tempo di voltare pagina, come hanno perfettamente compreso imprenditori come Ray Dalio.