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La posizione della Russia sull’annessione della Crimea si può riassumere in tre punti. Tra gli altri argomenti, per la Russia il referendum e il passaggio di sovranità sarebbero serviti a prevenire violenze interetniche. Sulla Penisola vivono abitanti di lingua russa e ucraina, con una consistente minoranza di tatari e altri gruppi etnici. La questione è complessa e non si lascia ridurre a facili slogan.
Dopo aver parlato nel precedente articolo (>qui) della illegittimità del referendum svoltosi in Crimea per il passaggio di questo territorio alla sovranità russa, sotto il profilo del diritto internazionale, proseguiamo ora nella valutazione dei fatti provando a considerare gli argomenti portati dalla Russia a proprio sostegno, sulla stessa vicenda. Ascoltando le dichiarazioni rese dai dirigenti di Mosca nei giorni dell’annessione e ribadite successivamente in molte occasioni, la posizione della Russia si può riassumere in questi punti:
1 – La Crimea è storicamente un territorio russo, è stata ceduta all’Ucraina solo nel 1954. Sulla penisola, che ha un ruolo geostrategico essenziale, la Russia ha sempre mantenuto una forte presenza militare, anche dopo l’indipendenza dell’Ucraina.
2 – La Crimea è popolata a grande maggioranza da persone di lingua ed etnia russa, che la Russia ritiene di dover proteggere. In Ucraina, secondo Mosca, sono presenti movimenti nazionalisti che potrebbero causare problemi alla popolazione russofona.
3 – La Russia non gradisce che, dopo la caduta dei regimi dell’Est Europa, un numero crescente di Paesi prima suoi alleati abbia aderito alla NATO. L’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea e la sua possibile adesione all’Alleanza atlantica aggravano lo scontento di Mosca.
Come abbiamo visto nel precedente articolo, in Crimea si è tenuto un referendum nel quale, secondo i dati forniti dalle autorità filorusse, la popolazione avrebbe scelto di passare alla sovranità russa. Secondo Mosca, il referendum e il passaggio di sovranità sarebbero serviti a prevenire lo scoppio di violenze interetniche, perciò sono legittimi. Inoltre, rispondono all’espansione della NATO verso est, realizzata con l’adesione all’Alleanza atlantica di quasi tutti gli Stati dell’Europa orientale che furono membri del Patto di Varsavia (questo punto specifico è approfondito >qui).
La Crimea è effettivamente una penisola di storia e lingua prevalentemente russe, essendo stata parte della Russia dal 1783, dopo essere appartenuta dall’Impero ottomano e dall’Impero mongolo. E’ stata ceduta volontariamente dalla Russia all’Ucraina il 26 aprile 1954: per questo motivo, gli abitanti della Crimea nati prima del 1954 sono nati russo-sovietici. In effetti, in Crimea si parla comunemente russo, non ucraino. Non bisogna dimenticare, però, che nella Penisola vivono anche numerosi parlanti ucraino e una consistente minoranza di tatari, erede del passato turco-ottomano, di religione musulmana.
Questa minoranza, nel 2014, costituiva circa il 12% della popolazione della Crimea, in alcune aree interne sfiorava il 30% (censimento del 2001). I tatari parlano una lingua di ceppo turco e non hanno affatto gradito il passaggio alla Russia, dalla quale li divide un difficile trascorso di esili e deportazioni, durante l’epoca imperiale e poi staliniana. Non è possibile sapere da fonti affidabili cosa ne sia oggi, dei tatari, dopo cinque anni di annessione da parte del regime russo, non tenero con le minoranze etniche.
La cessione della Crimea all’Ucraina avvenne in un quadro giuridico internazionale molto diverso da quello odierno. Nel 1954 Russia e Ucraina erano entrambe parte dell’Unione sovietica. Per la comunità internazionale si trattò perciò di un mutamento amministrativo interno all’Unione, unica titolare della soggettività giuridica internazionale. Sulla popolazione, il passaggio da un’amministrazione all’altra ebbe ricadute meno sensibili di quelle che ha oggi. All’interno dell’Unione sovietica, l’uniformità linguistica era garantita dall’obbligo del russo, il rublo era valuta comune e il sistema economico era integrato. Oggi, l’aggregazione della Crimea alla Russia significa un passaggio fra due Stati diversi, con lingue ufficiali diverse, due valute e sistemi economici distinti e persino un diverso fuso orario.
E’ vero che, dopo la caduta dell’Unione sovietica e l’indipendenza dell’Ucraina, la Russia ha mantenuto in Crimea una forte presenza militare, senza la quale avrebbe perso un essenziale punto di controllo sul Mar d’Azov e sul Mar Nero. Tale presenza, però, era legittima e regolata da accordi presi in materia con l’Ucraina, fino al 2014 ben funzionanti. Una parte dei militari e unità navali russe, che durante i giorni più caldi della crisi venivano rappresentati dai media come truppe d’invasione, aveva in realtà pieno diritto di essere lì. Vero è anche, però, che in quei giorni in Crimea era presente un gran numero di uomini armati e mezzi militari senza mostrine o altre identificazioni, ma evidentemente provenienti dalla Russia, che non avevano nulla a che vedere con la legittima presenza di truppe russe sulla Penisola.
La questione dei diritti degli abitanti di lingua e nazionalità russa non si può ridurre a una contrapposizione schematica. Se è vero che in Ucraina gli abitanti di lingua russa costituiscono la maggioranza a sud est del Paese e in Crimea, mentre quelli di lingua ucraina a nord ovest, i confini tra le due culture e comunità linguistiche non sono così netti come la semplificazione mediatica farebbe pensare. Pressoché tutti gli ucraini si esprimono indifferentemente nell’una e nell’altra lingua. Se l’ucraino è più diffuso nelle campagne, il russo prevale nelle grandi città. Aggirandosi per le vie della capitale Kiyiv si sentono parlare con pari frequenza ambedue le lingue. Per comprendere quanto le due culture siano intrecciate, basta ricordare che il grande scrittore Nikolaj Gogol’, tra i massimi autori della letteratura russa, era in realtà ucraino, come Lev Tol’stoj e Michail Bulgakov.
Dal 1991, anno dell’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione sovietica, la legislazione linguistica del Paese ha subito numerosi mutamenti. Il provvedimento più recente, in materia, è stato promulgato pochi mesi fa. La questione linguistica solleva spesso controversie, in Ucraina, ma, alla luce della situazione concreta, non si può affermare che le diatribe linguistiche possano causare oppressione, discriminazione e violenze paragonabili a quelle avvenute, ad esempio, nella ex Jugoslavia, o sufficienti a giustificare un intervento russo di autodifesa secondo l’art. 51 della Carta ONU (la cui applicabilità in tali fattispecie è, d’altra parte, ampiamente controversa). Tanto meno si potrebbe giustificare un intervento di soccorso umanitario. Anzi: la Crimea, in quanto parte dell’Ucraina, costituisce già un territorio dotato di ampia autonomia, proprio in ragione della sua particolarità etnico-linguistica.
L’idea che l’annessione della Crimea alla Russia sia avvenuta per prevenire violenze interetniche è ben difficilmente sostenibile. Ricorda, pur su un piano diverso, i deprecati argomenti della «guerra preventiva» cari a George W. Bush dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. L’operazione russa ha avuto come esito, piuttosto, di acuire le tensioni fra comunità linguistiche e convincere molti ucraini che prima si esprimevano in russo a passare all’ucraino, per reazione verso la condotta prevaricatrice di Mosca. Come si vede, la vicenda è molto complessa e non si lascia iscrivere in facili schematismi.
Bisogna prendere atto di tale complessità. Non necessariamente prevede soluzioni riassumibili in comodi slogan e ancor meno autorizza azioni che violano i principi più elementari della convivenza internazionale.
(Articolo pubblicato in originale il 15.7.2014, ripubblicato con aggiornamenti il 17.6.2019)