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La santità della Terra di Israele
La santità della Terra di Israele
di Elena Lea Bartolini De Angeli
Vorrei iniziare con una riflessione sul significato della santità della Terra di Israele nella tradizione ebraica. Si può essere infatti indotti a pensare che tale dimensione sia percepita e vissuta in modo analogo nell’ambito dei tre monoteismi, soprattutto in riferimento al fatto che sia per gli ebrei, che per i cristiani e i musulmani questo luogo è legato a “segni” importanti per la propria storia e coscienza religiosa, “segni” di un passato che costituisce la radice della propria tradizione. Dal punto di vista ebraico tuttavia, la santità di questa Terra – che non è una Terra uguale alle altre – dipende da una dinamica che potremmo definire “al presente” in rapporto con una “memoria” nell’orizzonte della Rivelazione e dell’esperienza di Alleanza. A tale proposito la Scrittura utilizza termini diversi per esprimere il concetto di terra o suolo in riferimento soprattutto ad una fondamentale distinzione: la terra comunemente intesa, denominata come ’adamah, e la Terra della promessa chiamata invece ’eretz. La terra indicata come ’adamah (termine che contiene la radice sia di “rosso” che di “sangue”) è tutta la terra creata da Dio per gli uomini, mentre ’eretz è lo spazio geografico strettamente connesso alla berit, al “patto” fra Dio e Abramo (Gen 12,1-4) in nome del quale il popolo di Israele è stato liberato dall’Egitto (cf. Es 2,24 e 3,7-8), che pertanto va riconosciuto come un dono divino del quale si deve fare costante memoria (cf. Dt 26,1-11) vivendo alla luce dei suoi insegnamenti. Insegna la tradizione rabbinica al riguardo:
Perché Mosè, nostro maestro, desiderava entrare nella Terra di Israele? Egli doveva mangiare dei suoi frutti o forse doveva saziarsi della sua bontà? Ma così disse Mosè: “molti precetti sono stati comandati a Israele e non sono osservabili che in Terra di Israele, io entrerò nella Terra affinché tutti siano osservati da me” (Talmud Babilonese, Sotah 14a).
Con queste parole si vuole porre l’accento sulla volontà di attingere da questa Terra una vita religiosamente piena attraverso l’osservanza di “tutti” i precetti che il Signore ha rivelato, e che costituiscono la via, la modalità specifica attraverso la quale il popolo di Israele rimane fedele
alla propria vocazione. Molti precetti infatti sono osservabili solo se si vive nella Terra dei padri, ed è la presenza del popolo ebraico che in questo luogo vive la Torah – l’insegnamento divino rivelato al Sinai – a rendere “santa” ’eretz Jisra’el, la Terra di Israele. Si tratta pertanto di una santità in stretta relazione ad una promessa divina e ad una risposta umana: la decisione di Dio di rivelarsi ad Abramo e di “separare” il popolo di Israele dagli altri popoli per un servizio sacerdotale di testimonianza fra le genti (Es 19-5-6), e l’impegno del suo popolo a “fare” e “ascoltare” tutto ciò che è stato rivelato al Sinai (Es 24,7). Come precisa Martin Buber:
Il popolo di Israele può essere considerato come un popolo tra gli altri popoli e la Terra d’Israele come una Terra fra le altre terre, ma nella loro relazione reciproca e nel loro compito comune essi sono una cosa unica e senza paragoni (Sion. Storia di un’idea, Marietti, Genova 1987, p. 9).
Da tale relazione sponsale dipende la santità di una Terra che custodisce il monte Tzion sul quale sorge Gerusalemme, la città santa dalla quale “uscirà” la parola di Dio per tutti i popoli (cf. Is 2,3). In questa Terra non si va, si “sale”, e in ebraico lo si esprime con il termine ‘alijiah configurato dalla stessa radice verbale utilizzata per indicare gli “olocausti”, cioè i sacrifici di comunione presso il Tempio. Abitare in questo luogo implica quindi una grande responsabilità, così come recarsi nel medesimo richiede la capacità di mettersi in ascolto del mistero in esso custodito che non può essere separato dal “popolo della promessa” col quale i cristiani condividono un grande patrimonio di fede (cf. Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, 4), e la cui “elezione/servizio” non è mai stata revocata in quanto dono divino (Rm 9-11).