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Che cosa è la coscienza?
Nel 1989 lo psicologo Stuart Sutherland propose questa definizione:
La coscienza è un fenomeno affascinante ma elusivo; è impossibile specificare cos’è, cosa fa o perché si è evoluta. Non è stato scritto, al riguardo, nulla che valga la pensa di essere letto.
Di fronte a una affermazione simile, si può apprezzare l’umorismo molto british di Sutherland, eventualmente convenire con lui che non c’è nulla che valga la pena di leggere, chiudere il suo dizionario e continuare a fare quello che si stava facendo prima, come se nulla fosse successo.
Nicholas Humphrey, in Rosso. Uno studio sulla coscienza (Torino, Codice, 2007) raccoglie l’implicita sfida della definizione di Sutherland, non solo cercando di scrivere qualcosa di interessante sulla coscienza, ma anche cercando di capire come mai una simile affermazione sia stata accolta con approvazione, nonostante la sua evidente inutilità.
Humphrey identifica tre aspetti della definizione di Sutherland che possono spiegare il suo successo:
In primo luogo, la definizione incide direttamente sul senso che le persone hanno della propria importanza metafisica; la coscienza può essere un enigma ma, almeno, è un nostro enigma. […]
In secondo luogo, la definizione concede alle persone la soddisfazione di avere accesso a informazioni segrete; può risultarci difficile descrivere la natura della coscienza a qualcun altro, ma non è per nulla difficile per noi osservare come funziona nel nostro caso. […]
In terzo luogo, la definizione mette al suo posto la ricerca scientifica. Sebbene, in generale, le persone siano abbastanza contente che la scienza provi a spiegare il modo in cui funziona il mondo materiale, molti, a dire il vero, non vogliono che la scienza spieghi il funzionamento della mente umana, o, comunque, non di questa parte della mente. (p. 4)
In poche parole: la coscienza conta. Lo scopo del libro di Humphrey è appunto di scoprire perché la coscienza conta; perché, in altre parole, la definizione di Sutherland, al di là delle intenzioni dell’autore, descrive così bene la coscienza.
Ecco quindi cinque capitoli nei quali Humphrey, a partire dalla differenza tra sensazione e percezione, tenta di elaborare un concetto di coscienza in grado di rendere conto della sua elusività, un concetto che, per il momento, è meglio lasciare da parte, riportando solo la conclusione del suo discorso: «la coscienza non può che accrescere l’autovalorizzazione metafisica» (p. 91).
Negli ultimi due capitoli Humphrey si chiede, giustamente, per quale motivo l’uomo avrebbe bisogno di questa autovalorizzazione metafisica, che poi è una espressione elegante anche se un po’ ermetica per dire che l’uomo crede di essere qualcosa di più del proprio corpo, arrivando a pensare di «abitare un diverso universo di essere spirituale» (p. 95), illudendosi, in poche parole, di essere (anche) un’anima, e non (soltanto) un corpo.
La tesi di Humphrey è che tutto questo altro non sia che il frutto dell’evoluzione:
Io propongo che nel corso dell’evoluzione umana i nostri antenati – i quali ritenevano le proprie coscienze metafisicamente notevoli (esistenti fuori dallo spazio e dal tempo normali) – si sarebbero presi più sul serio come Sé. Più le qualità della coscienza sono misteriose e ineffabili, più serio è il significato del Sé. E più il Sé è significativo, maggiore è la spinta alla fiducia e all’importanza che l’uomo si attribuisce, e maggiore il valore che gli individui attribuiscono alle proprie e alle altrui vite.
(p. 95)
Humphrey ci ha appena presentato una sorta di storia naturale dell’anima, questa piccola illusione cognitiva la cui utilità è, esprimendosi alla buona, darci la possibilità di dire «Lei non sa chi sono io!», quando in realtà non siamo niente.
O, meglio, non siamo quello che crediamo di essere ma qualcosa, dopotutto, siamo: siamo una coscienza per la quale «ogni momento è sorprendentemente prezioso» (p. 96).
12 commenti su “Un fenomeno affascinante ma elusivo”
LA spiegazione filosofica del “lei non sa chi sono io” è meravigliosa. Ciao.
Ho appena ordinato l’ultimo sulla coscienza di Dennett, e ora mi tocca ordinare questo. 🙂
E c’è anche quello di Minsky, “the emotion machine”.
Grazie della segnalazione. Humphrey è un grande, a proposito.
Due commenti:
1) Ha ancora senso parlare di metafisica o addirittura autovalorizzazione metafisica dopo Carnap ed il Neo-Positivismo Logico?
2) Che ne pensate dei libri, su argomento analogo, di Roger Penrose? In particolare “The Emperor’s New Mind”? Non sono forse tentativi di dare una spiegazione scientifica della mente umana?
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Complimenti per la recensione e per la sintesi. Terrò nel debito conto tali spunti procedendo nella lettura del libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino. Non so perché (o meglio lo so: complici Dennett e Hofstadter nel loro magnifico, L’io della mente) ma io leggo in questa strenua difesa della coscienza, in questa “autovalorizzazione metafisica”, una sorta di presunzione (metafisica appunto) che è necessariamente fonte di male e di “scandalo” (nel senso di skandalon, inciampo). Ossia: se effettivamente, qui e ora, tutti prendessimo “coscienza” che “non siamo quello che crediamo di essere” e che “siamo una coscienza per la quale «ogni momento è sorprendentemente prezioso»”, allora non ritenete che il genere umano avrebbe qualche speranza di pace, amore e libertà in più?
galatea: mi commuovi, perché quel “lei non sa chi sono io” è praticamente l’unica aggiunta mia al discorso di Humphrey!
hertz: Quella che ho presentato è una sorta di speculazione finale di Humphrey, che non sembra convincere del tutto neppure lui. Scriverò, spero presto, qualcosa anche sui 5 capitoli che qui ho saltato a piè pari.
Maurizio: Nonostante Sutherland, di letture interessanti ne trovi!
Lucio: Humphrey qui sembra parlare di metafisica proprio nel senso neopositivista di discorso vuoto e illusorio. I neopositivisti se la prendevano con “l’Assoluto” degli idealisti, Humphrey con “l’anima”: la coscienza è un normale processo cerebrale che inganna il soggetto facendogli credere di essere qualcosa di più.
Lessi il libro di Penrose molti anni fa e non lo ricordo molto bene. Temo però che sia un testo interessante ma, oramai, superato, appunto perché tentativo scientifico, oltre che filosofico, di comprendere la mente, e in questi ultimi anni si sono fatti enormi progressi.
lector in fabula: Grazie!
Luca Massaro: Il libro di Mancuso ce l’ho, ma devo ancora leggerlo, quindi ignoro se la sua sia davvero una strenua difesa o no. Comunque, le implicazioni etiche sono sempre suggestive ma, temo, poco efficaci: non penso che credere o meno nell’anima possa migliorare la situazione.
Interessante. Mi hai fatto venire in mente una cosa letta sul saggio “i barbari” di Baricco:
“Ciò a cui pensiamo, quando diciamo anima, è qualcosa che in realtà è stato inventato abbastanza di recente. E’ un brevetto della borghesia ottocentesca. Furono loro a far diventare di dominio comune la certezza che l’umano avesse, in sé, il respiro di un riverbero spirituale, e custodisse, in sé, la lontananza di un orizzonte più alto e nobile. Dove lo custodiva? Nell’animo.”
http://www.repubblica.it/2006/05/rubriche/i-barbari/capitolo-17/capitolo-17.html
Per fare un paragone informatico, siamo una CPU in continuo update chesi illud che esista un software metafisico indipendente dall’hardware…
Interessante la tesi dell’evoluzione dell’essere umano come evoluzione del sè. Interessante è anche il libro di Jaynes “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”
ferrigno: La citazione di Baricco che riporti è interessante, anche se penso che si riferisca a un concetto un po’ più specifico di anima, altrimenti il brevetto della borghesia sarebbe nullo 😉
Kirbmarc: Il paragone non mi dispiace, anche se da un po’ di tempo le metafore informatiche sono sparite dagli studi sulla coscienza (e non so bene perché).
Emmyfinegold: Grazie per la segnalazione… certo che il traduttore poteva trovare un altra parola: bicamerale, in Italia, fa pensare a ben altre faccende!
“anche se da un po’ di tempo le metafore informatiche sono sparite dagli studi sulla coscienza (e non so bene perché)”
Probabilmente perchè i progetti di Intelligenza Artificale sono progrediti più lrntamente di quanto si pensi.
Kirbmarc: oppure sono progrediti in altre direzioni: penso alla robotica e al fatto che l’intelligenza artificiale viene pensata, appunto, relativamente a un robot che opera, non a un semplice computer che pensa (ma seguo solo distrattamente la cosa).