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Le multinazionali hanno sì bisogno di regole sul rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali, ma non vanno ritenute responsabili per le attività delle società controllate ubicate all'estero.
Lo prevede il controprogetto indiretto all'iniziativa popolare per multinazionali responsabili approvato oggi dal Consiglio degli Stati. Il dossier ritorna al Nazionale.
L'iniziativa mira a obbligare le imprese con sede in Svizzera a verificare regolarmente le conseguenze delle rispettive attività sui diritti umani e sull'ambiente, sia in Svizzera che, soprattutto, all'estero. Le società che non dovessero ottemperare a quest'obbligo andrebbero ritenute responsabili dei danni causati, anche da parte di società che controllano senza partecipare direttamente alle attività incriminate.
Stando al plenum, che ha fatto propria una proposta del Consiglio federale e difesa oggi in aula da Beat Rieder (PPD/VS), le imprese sarebbero tenute a presentare rapporti periodici sul rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali sul modello di una direttiva europea in materia.
L'obbligo di diligenza si limiterebbe ai settori "minerali provenienti da zone di conflitto" e "lavoro minorile" e l'obbligo di rendiconto contemplerebbe un campo d'applicazione meno esteso (nessuna graduazione del campo d'applicazione in base ai rischi e una limitazione alle "società di interesse pubblico").
Tutti d'accordo, ma...
È la seconda volta che la Camera dei Cantoni ha esaminato questo oggetto: la prima volta non era entrata nemmeno nel merito del progetto. Questa volta, dopo che il Nazionale si è pronunciato per una controproposta che prevede una responsabilità limitata, ha dovuto riprendere da capo l'esercizio; i "senatori" sono entrati in materia tacitamente, anche perché il problema ha assunto nel frattempo valenza internazionale: diversi Paesi confinanti, come la Francia, ma anche a livello di Unione Europea e ONU, hanno adottato direttive in materia sulla responsabilità delle multinazionali all'estero.
Tutti d'accordo insomma oggi che bisogna dare risposte, non solo all'iniziativa popolare sostenuta da numerose ONG e che alle urne potrebbe essere accolta, ma anche all'opinione pubblica, molto più sensibile circa il comportamento di certe aziende all'estero che in un passato nemmeno lontano hanno fatto parlare di sé - perlopiù in senso negativo - per i problemi ambientali provocati o la violazione dei diritti umani (come il lavoro infantile nelle piantagioni di caffè in Costa d'Avorio). Nel mirino, in particolare, sono le multinazionali come Glencore attive nel settore minerario, o aziende come Nestlé, leader mondiali nell'industria alimentare.
Nessuna responsabilità
Tutti d'accordo insomma sul principio, ma in disaccordo sulla portata della legge. Mentre la sinistra si è battuta per prescrizioni più stringenti in fatto di responsabilità, la destra (PLR, UDC e PPD) ha preferito eliminare questo aspetto centrale del controprogetto seguendo il parere del "senatore" Beat Rieder.
Quest'ultimo, nel suo intervento, ha messo in guardia dal caricare eccessivamente il controprogetto. È vero che Paesi come la Germania e la Svezia hanno legiferato in materia, ma in nessun caso è prevista una qualsivoglia responsabilità per le aziende con partecipazioni in società estere.
Diversi altri oratori, come Ruedi Noser (PLR/ZH), hanno condiviso questo ragionamento, invitando a non andare più in là di quanto prevedano le raccomandazioni adottate dall'Ue e dall'Onu. Le nostre multinazionali si comportano già in maniera esemplare all'estero, hanno affermato altri esponenti "borghesi".
Il Consiglio degli Stati poteva scegliere tre due opzioni: una con norme sulla responsabilità limitata, come il Nazionale, e una senza. Alla fine ha prevalso quest'ultima, nonostante gli avvertimenti del relatore della commissione, Stefan Engler (PPD/GR), secondo cui solo la versione della Camera del popolo avrebbe spinto i promotori dell'iniziativa popolare a ritirare il loro testo. La maggioranza ha ritenuto che anche una responsabilità limitata nuocerebbe alla piazza economica svizzera.
E la la reputazione?
Come ci si poteva aspettare, a sostenere la versione del Nazionale sono stati soprattutto i "senatori" PS e Verdi. Christian Levrat (PS/FR) ha dichiarato che è in gioco anche la reputazione della Svizzera. Berna ha già cercato di chiudere gli occhi sul segreto bancario e alla fine ha dovuto cedere. Il trucco non ha funzionato e non funzionerebbe neanche in questo caso.
Per il friburghese, l'iniziativa ha buone possibilità di successo alle urne. Per Daniel Jositsch (PS/ZH), la proposta Rieder, difesa dal Consiglio federale, porterà solo a una maggiore trasparenza. Anche Lisa Mazzone (Verdi/GE) ha messo in dubbio l'utilità della versione del Consiglio federale. Ha inoltre indicato gli sviluppi in altri Paesi. La Svizzera potrebbe ritrovarsi a dover rincorrere gli Stati con una legislazione più avanzata, ha messo in guardia.
Nel voto complessivo, il Consiglio degli Stati ha approvato la proposta "edulcorata" Rieder per 39 voti a 3. La palla ritorna nel campo del Nazionale: quest'ultimo prevede che le imprese potrebbero essere perseguite se le filiali violano le disposizioni in materia di tutela dei diritti umani e dell'ambiente, a meno che non siano in grado di dimostrare di aver rispettato il loro dovere di diligenza.
Contrariamente all'iniziativa, i gruppi sarebbero responsabili solo per le società controllate direttamente, non per i fornitori. Il regolamento dovrebbe applicarsi alle imprese di una certa dimensione o con rischi particolari.
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