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Al varco di Lisone, presso Cademario, dove si congiungono le due strade mulattiere che risalgono da Bioggio e da Agno e mettono nell'alto Malcantone, sorge, a forma di grotta, la cappella della Madonna del cerro, ed è un occhio aperto su un'ampia, variata chiostra prealpina.
La cappella stava un tempo all'ombra d'un maestoso cerro, di cui è tuttora visibile la ceppaia. Da quel posto, il cerro grandeggiava in mezzo alla curva del valico.
Magnifico albero. Assomigliava a una grande lira, da cui gli zefiri traevano delicati accordi. Era abitatrice del cerro la più bella Driade del Luganese, beata di aria, di sole, di armonia.
La Driade, nell'età di mezzo, divenne la Madonna del cerro, e fu venerata nella cappella, eretta sotto quelle fronde protettrici.
Nel risveglio primaverile, mentre tutto il poggio verzicava, il cerro era ancora avvolto nella sua bruna veste autunnale.
Un giorno, un rozzo boscaiolo, armato di scure, cominciò a picchiare forti colpi al pedale dell'albero per abbatterlo; ma questo opponeva tale resistenza da non patire intagli di sorta.
Egli, furente e con più impeto, continuava invano a menar la scure. Altri colpi disperati e la scure gli si spezza. Il boscaiolo impreca, come un ossesso, alla Madonna del cerro.
In quella una garbata voce femminile uscì dal cuore della pianta: "Sono un albero sacro! Rispettami! Devo vivere, ora che tutto rivive! Nessun rampollo è spuntato dal mio ceppo! Mi abbatterai, quando il mio spirito sarà trasfuso in una pianticella della mia famiglia".
Il rude boscaiolo rimase attonito, confuso, sbiancato in volto. Lo spirito immortale della pianta aveva espresso alte parole a quel ruvido uomo.
A maggio, il cerro si rifece la propria veste verde cupa e visse a lungo. Abbatterlo, significava offendere la Driade, la Madonna.
Dal ceppo, nacque a suo tempo un germoglio che, d'anno in anno, saliva su su, tutto fremiti di vita, mentre il vecchio albero, ormai secco, una notte fu stroncato dalla bufera.
Il giovane cerro non conobbe la maestà del suo predecessore. Il quale forse era prototipo d'un cerreto secolare, che formava la chioma rigogliosa del poggio di Cademario, o forse ultimo superstite di un bosco sacro a specchio del golfo d'Agno.
V. Chiesa, L'anima del villaggio, Gaggini, Lugano 1934