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Sacha Zala accusa la Confederazione di censura
"In dubio pro censura" è ormai diventato il principio imperante nell'Amministrazione a Berna per quanto riguarda i documenti da consegnare all'Archivio federale: a denunciare il fatto è Sacha Zala, presidente della Società svizzera di storia.
Molti documenti vengono ormai sottoposti a un "termine di protezione" di 50 o addirittura 80 anni invece dei normali 30, rileva il 49enne storico poschiavino in una intervista pubblicata oggi da "Tages-Anzeiger", "Der Bund" e "Berner Zeitung".
L'intervista prende lo spunto dalla notizia, pubblicata dagli stessi quotidiani il 3 febbraio, sulla misteriosa scomparsa di "documenti estremamente sensibili" riguardanti la P-26 (per Projekt 26), l'"organizzazione di resistenza" supersegreta in caso di occupazione comunista della Svizzera costituita a fine 1979 in piena guerra fredda e disciolta nel 1990 a seguito dello "scandalo delle schedature".
Per Zala, questo caso è solo "la punta dell'iceberg" che nasconde un "problema generale" nell'Amministrazione federale, per i cui funzionari l'archiviazione è "soltanto un onere" costoso.
Il problema - afferma - è particolarmente grave al Dipartimento federale della difesa (DDPS), i cui addetti alla tutela del segreto sono "d'ufficio pagati per essere paranoici". La tendenza a limitare l'accesso ai documenti è ormai rilevabile tuttavia in quasi tutti i dipartimenti. "Pessima" è in particolare la situazione al Dipartimento di giustizia e polizia di Simonetta Sommaruga e alla Procura federale.
Zala, direttore dal 2008 dell'istituto di ricerca Documenti diplomatici svizzeri (Dodis), loda invece l'atteggiamento assunto dal Dipartimento federale degli esteri che ha consentito di archiviare in modo "buono e pulito" i suoi documenti del 20esimo secolo.
Per lo storico grigionese vale la regola: "più alta è la densità di giuristi, più difficile e kafkiana diventa la situazione per lo storico". "La Confederazione - afferma - occupa un esercito di giuristi che si occupa solo dei problemi derivanti dalla censura", il che rende di fatto la stessa censura "molto cara". A suo avviso, ci vorrebbero meno giuristi e più archivisti. Inoltre - sostiene - l'Archivio federale dovrebbe poter assumere anche istituzionalmente un ruolo più importante, analogo quello del Controllo federale delle finanze, con possibilità di esigere controlli presso i vari uffici federali, mentre oggi è solo una unità del Dipartimento federale dell'interno con il potere di "un'anatra zoppa".
Zala dice la sua anche sui documenti riguardanti la P-26 scomparsi non si sa dove invece di finire all'Archivio federale. A suo avviso ci sono tre possibilità: sono ancora al DDPS ma non si trovano, sono stati distrutti, oppure qualcuno li ha sottratti.
Sui documenti in questione si è basato il rapporto stilato dal giudice istruttore neocastellano Pierre Cornu e pubblicato solo parzialmente il 19 settembre 1991, riguardante le relazioni della P-26 con la rete di organizzazioni omologhe europee Stay Behind o Gladio. Il Rapporto Cornu sarà reso di pubblico dominio solo nel 2041, dopo 50 anni di "secretazione". "Ciò è assolutamente ridicolo", afferma Zala. A suo avviso, il 99,9% dei documenti della P-26 potrebbe essere reso accessibile già oggi senza problemi".