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BREVI CENNI STORICI
Comune del Distretto di Leventina.
Nel 1171, Hosco; nel XIII s., Oschio; nel 1311, Osgio.
Statuti dal 1237.
Il paese di Osco si presume esista da almeno due millenni. È un agglomerato, situato a 1162 m s/m, tipico di gente di montagna che ha dovuta lottare duramente contro la natura ed il clima per dar vita alla pastorizia e all'agricoltura.
Il suo territorio, che si estende fino oltre il fondovalle, e comprende la gola del Monte Piottino,fu per lungo tempo un passaggio obbligato per somieri che, attraverso il San Gottardo, transitavano dall'Italia alla Svizzera.
Sottomesso per alcuni secoli, come tutta la Leventina, agli Urani, Osco acquistò la sua autonomia di comune ticinese e svizzero nel 1803.
Il comune comprende quattro frazioni - Vigera, Freggio, Brusgnano e Modrengo - ed ospita, oltre alla chiesa maggiore di San Maurizio a Osco, l'oratorio di S. Maria Maddalena a Vigera e di San Bernardo a Freggio.
La casa Comunale e Patriziale (vedi foto 1940) venne costruita tra il 1862 e il 1865 e costò Fr. 9600.-.
A partire dalla fine del Settecento vi fu una marcata emigrazione verso la Francia e l'Italia, ove gli oschesi esercitarono con successo molteplici mestieri.
La Degagna ha pure proprietà alpestri nella valle Bedretto (Crüina) ed aveva un altro vasto possedimento sul Lucomagno (alpe di S. Maria).
Il dialetto locale, difficilmente comprensibile per la gente che viene da fuori, vale per gli oschesi come tessera di identità ed è detto "Taron".
Alcuni nomi di famiglie un tempo abitanti a Osco ed ora esistenti:
Mazzucchi, Pauli, Del Buglio, Bonetti, Taddei, Meiza, Bassenghi, Della Vecchia.
CHI VIENE A OSCO CON ME?
(di A. CALGARI, A zonzo per il Ticino. Ed. Pedrazzini, 1987)
Avete buone gambe? Avete il passo montanaro? Sì? Allora andiamo. Scarpe robuste, sorriso e via. Partenza.
Non vorrei fare del campanilismo affermando che di tutti paesini della media Leventina, Osco è il più solatio, il più grazioso, il più simpatico.
A supporre che il fondovalle sia il pianterreno, Osco si trova a terzo piano. Al primo piano incontriamo Tortengo, nome che ricorda le torte e che converrebbe a una pasticceria. Alcune case bianche e rosa, vegliate dalla presenza buona di secolari castagni.
Al secondo piano c'è Mairengo, con Ia canzone del torrente accanto e Ia vetusta chiesa dedicata a San Siro, di puro stile romanico, dal campanile pittoresco e dagli affreschi ingenui della facciata e dell'interno. È monumento nazionale e data dal quattordicesimo secolo.
Solo cinque minuti di sosta a Mairengo, poiché lassù Osco ci attende, sorridente, festoso con Ia grazia civettuola delle sue ville e quella rustica delle sue case di montagna. per fare presto, prendiamo le tre scorciatoie che più nessuno usa e che quindi sono erbose. Ognuna ha Ia sua cappella per riposare, magari pregando, all'ombra di larici e di betulle d'argento.
E siamo a Osco al terzo piano della "casa". Nel villaggetto non manca nulla. C'è Ia piazza dapprima, intorno a cui gravita Ia vita del paesino. C'è l'ufficio postale con le finestre straripanti di gerani rossi e viola, c’è, naturalmente, Ia fontana, c'è Ia chiesa dedicata a san Maurizio del quale Ia sagra rimane tenace e sentita come in pochi altri Comuni del Ticino.
La piazza di Osco è tutta un poema, tutta una storia. Deserta Ia notte che pare Ia piazza di nessuno.
Invasa dal chiaro di una che parla misteriosi colloqui con Ia fontana. Piena di sole e risonante dei rumori tipici della montagna: il suono deIl'Angelus, il canto dei galli, il belare pettegolo di pecore e di capre, talora il muggito delle vacche, i passi e le voci della gente, il gridare festoso dei ragazzini che giocano.
E d'inverno il lento fioccare della neve che smorza i rumori, ovatta suoni e si accumula silenziosa e implacabile dovunque.
Parecchi anni fa, in piazza di Osco si giocava alle bocce. Era una tradizione, quasi un rito. E non c’è gioco più sano e più schietto. Giocavano d'estate gli emigranti di Osco, poiché dimenticavo di dirvi, che gli Oschesi hanno emigrato a Milano da secoli, come da secoli gli uomini di Chironico andarono a Parigi e a Venezia, quelli di Molare a Londra e quelli di Vigera a Lione. Si dice anzi che un Oschese "inventasse" il caffè espresso, noto ormai in tutto il mondo.
Le ville e le villette all'entrata del paesino appartengono ai fortunati emigranti di Osco a Milano. Perciò a Osco gli uomini parlano spesso il dialetto milanese tanto simpatico e colorito, come parlano il dialetto indigeno duro e pittoresco.
Intorno alla piazza, ecco Ia fila di case e di casette con le finestre fiorite, con gli orti e gli orticelli, ecco il campo da gioco che si trasforma d'inverno in pista di pattinaggio, ecco un simpatico spiazzo erboso di fianco alla chiesa, ecco il cimitero, e Ia casa comunale nel cui archivio ho visto una pergamena del 1237, una pergamena veramente venerabile, scritta in latino e che racconta questa bella e interessante notizia: gli abitanti di Osco fin da quella data remota e prima ancora che Ia Svizzera venisse fondata, si diedero uno statuto, ossia fecero una legge in cui si garantivano le libertà fondamentali sia agli abitanti del luogo, sia alle persone che passavano o transitavano da quelle parti, sul sentiero a mezza costa, in direzione nord-sud e viceversa.
Di tutti i Comuni del Ticino, fu il primo a darsi uno statuto, ossia una "carta" di libertà. Tanto era sentito fino da allora in quei rudi e intelligenti montanari l'ideale della libertà che è poi il massimo bene dell’ uomo. Infatti che sarebbe l'uomo se non fosse libero?
L'esempio di Osco venne seguito poi da Torre per Blenio e da Biasca per Ia Riviera.
Fermiamoci un momento sul sagrato erboso a guardare il fronte lo scenario grandioso dei picchi, dei nevai, dei ghiacciai: il campo Tencia, il Campolungo, il Pizzo Forno. E a nord, Ia catena del san Gottardo con tre “amici” Lucendro, Fibbia e Cristallina.
In basso vediamo Faido sul fondovalle con Ia sua cascata, e Ia gola del Piottino con Ia ferrovia, le gallerie, treni e trenini che sembrano un meraviglioso gioco del negozio Franz Karl Weber.
La stasera sulla montagna sovrastante Rodi, si accenderà il faro rosso, il lumino delle fiabe, che indica Tremorgio e il suo laghetto alpino attorniato da larici.
Andiamo un momento in cimitero. Tante Iapidi, alcuni monumenti artistici, croci di legno, fiori, erba. Un gran sole, un grande silenzio. Una lapide mi richiama ogni volta, quella di un giovanissimo emigrante, un ragazzo di 17 anni, perito in mare nell'aprile 1912 quando il bastimento "TITANIC" affondò, dopo aver urtato un iceberg, una enorme "montagna" di ghiaccio. Alessandro Pedrini si chiamava e Ia lapide dice che partiva "vago e fidente" verso l'America per lavorare e per farsi onore. Caro infelice ragazzo. Con quanta pazienza avrà risparmiato il denaro del viaggio, con quale ansia e quanta speranza avrà lasciato i Suoi, la sua casa di legno, il suo paesino, per lavorare, per farsi strada e poi finire in mare, in quel tragico 12 aprile, solo soletto con Ia sua giovinezza, con suoi sogni. In fondo alla lapide c'è Ia chiglia della nave con inciso il nome "Titanic". II nostro benessere attuale lo dobbiamo anche e specialmente al lavoro umile e intenso dei nostri can emigranti. Chi ci pensa?
Comperiamo una bella dose di pane per compIetare lo spuntino, con salame nostrano e il famoso formaggio Piora, cioè dell’ alpe di Piora, sopra Ambrì. Un formaggio noto da secoli e che fin dal 1500 veniva esportato in Italia, per Ia sua squisitezza e servito anche sulla tavola principesca della famiglia dei Medici, i duchi di Firenze.
Proseguiamo verso una frazione di Osco detta Vigera. Un chilometro soltanto e prati, campi, casette.
II fruscio lieve dell’ aria montana, lo zirlare dei grilli, il canto raro di qualche cincia o di un pettirosso. Non ci sono più "le rascane", ossia le tipiche alte scale di legno, drizzate dal contadino all'aperto, nei posti più solatii, per metterci i covoni di segaIe ad essiccare, a completare Ia maturazione. Scomparse. Come sono scomparsi nelle case gli arcolai per filare Ia lana. Sono divenuti oggetti di antiquariato...
Una civiltà contadina che se ne va, una tradizione agreste che dilegua per lasciare il posto al mondo della tecnica, dei motori, del consumismo, del frastuono.
Rimane l’usanza di caricare gli alpi, ossia di mandare in alto le bestie, mucche e pecore, durante i mesi estivi. L’alpe di Osco è Ia Crüina in fondo alla valle Bedretto, ai piedi della Novena. E in Crüina sono stata con il presidente del patriziato, il Giovannin, uomo e saggio e retto come i Savi della Grecia antica, un bel giorno di agosto, per il lavoro detto "a misura", ossia per ripartire equamente il formaggio dell'alpe a seconda del latte di ogni mucca. Quante genzianelle e quante rose alpine lassù!
Ora anche le mandrie e Ia greggia tornano in treno e in autocarro quando scaricano gli alpi. Ma era bello vedere le pecore di Osco quando scendevano a piedi dagli alpi in una notte di settembre, magari con il chiaro di luna. Un anno, una pecora morì lungo il viaggio, tre si smarrirono, una partorì un agnellino tutto bianco come qual grande chiarore.
Le donne vanno sulla piazza di Osco a ritirare le loro pecore che si riconoscono per via di un segno tipico dietro un orecchio, un segno detto "Ia noda". Ora c'è un gran belare. Ma non dà nessun fastidio, anzi fa allegria.