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ZURIGO - Trent'anni fa, e in modo inaspettato, oltre un terzo degli svizzeri si pronunciò a favore di un'iniziativa che chiedeva l'abolizione dell'esercito.
Il 26 novembre 1989, due settimane dopo la caduta del muro di Berlino, l'iniziativa lanciata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) raccolse i favori del 36,5% dei votanti, in una consultazione che vide un'affluenza alle urne di poco inferiore al 70%. I promotori mancarono il loro obiettivo, ma grazie a quel risultato riuscirono a mettere in discussione il ruolo delle forze armate.
L'esercito di oggi non è più quello di trent'anni fa: nel 1989 il budget della difesa era di 5,5 miliardi di franchi, contro i 4,8 miliardi attuali, mentre il numero degli effettivi è sceso dai 600'000 della fine degli anni Ottanta ai 140'000 di oggi.
L'esercito oggi è apparentemente poco attraente per un numero sempre maggiore di giovani. Secondo il Dipartimento federale della Difesa (DDPS), lo scorso anno 16'306 reclute hanno completato la formazione militare, un numero che non era mai stato tanto basso.
Una delle ragioni è da ricercare nel crescente successo del servizio civile: una valutazione del DDPS indica che circa la metà dei giovani dichiarati abili al servizio militare lascia l'uniforme all'età di 26 anni. Nel 2018, l'esercito ha perso 3'303 soldati per motivi medici e altri 6'205 perché ammessi al servizio civile.
In generale l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle spese militari è diventato più cauto. Nel 1993, il 57% degli elettori votarono a favore dell'acquisto di 34 nuovi caccia F/A-18 per l'aeronautica militare, ma le forze in campo si ribaltarono oltre un ventennio più tardi, quando nel maggio del 2014 l'acquisto di 22 aerei da combattimento Gripen del produttore svedese Saab venne respinto nella proporzione del 53,4%.
L'anno prossimo il popolo svizzero dovrà nuovamente pronunciarsi su questo tema, per una spesa prevista di 6 miliardi, e probabilmente anche sull'inasprimento delle regole che consentono l'ammissione al servizio civile. In futuro gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi anche sull'iniziativa popolare denominata "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili" e su un'altra iniziativa, del GSsE, che vuole vietare alla Banca nazionale svizzera e alle Casse pensione di investire nelle industrie d'armamento.
Contattata in occasione del trentesimo anniversario la Società svizzera degli ufficiali (SSU) ha relativizzato l'impatto di quello storico voto: "il risultato della votazione fu certamente uno choc, ma non costituì una svolta", secondo il presidente della SSU Stefan Holenstein.