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di Giacomo Moccetti
«Arpad Weisz ha compiuto una rivoluzione nel gioco statico dell’epoca, un ribaltamento del pensiero dominante, merito che spinge alcuni a vederne il padre del pallone moderno». Sono parole del giornalista Matteo Marani. E sono parole che spiegano chiaramente la caratura dell’allenatore ebreo ungherese Arpad Weisz. Tre scudetti conquistati in Italia, ma soprattutto un approccio tecnico e tattico innovativo, che lo rese uno degli allenatori più grandi degli anni Trenta. La cosa incredibile, però, è che dei suoi meriti da tecnico fino a pochi anni fa non se ne sapeva nulla. Il suo nome tuttalpiù risultava scritto in qualche almanacco. Quasi che Arpad Weisz non fosse mai esistito. E invece è esistito eccome, costretto a un destino tragico a causa delle sue origini ebraiche. Dopo i successi da allenatore, infatti, Arpad Weisz ha dovuto fare i conti con l’assurda tragedia dell’olocausto, scappando e infine cadendo in un campo di concentramento. Ma i suoi meriti sportivi e soprattutto i suoi drammi umani per sessant’anni sono rimasti sconosciuti, fino a quando Marani non ha ricostruito la parabola che portò Weisz – come recita il titolo del libro - Dallo scudetto ad Auschwitz.
Consigliato a chi: non vuol dimenticare.
Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz, Diarkos 2019, 208 pp.