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Una raffineria ticinese importa oro proveniente dal Togo. Unico problema: il Togo non è produttore d’oro. Il metallo proviene infatti dal Burkina Faso, dove le condizioni di lavoro delle miniere sono atroci e circa la metà dei lavoratori sono dei bambini.
La Svizzera è leader a livello mondiale nel raffinamento dell’oro. Le ditte aventi sede in Svizzera importano annualmente oro per un ammontare equivalente in grandi linee al 70% della produzione mondiale. Nel settembre del 2015 Public Eye (all’epoca noto ancora come “Dichiarazione di Berna”) ha pubblicato un rapporto sulla lavorazione di otto tonnellate di oro provenienti dal Togo da parte della raffineria ticinese Valcambi. Dettaglio importante: il Togo non produce oro. Difatti questo metallo prezioso proviene dal Burkina Faso, dove viene estratto da piccole miniere. Le condizioni di lavoro dei minatori sono disumane e il 30-50% di essi sono bambini.
L’oro è stato contrabbandato in Togo – con conseguenti perdite finanziarie per il Burkina Faso – per poi essere esportato a Ginevra e infine raffinato in Ticino. La raffineria Valcambi afferma di applicare i più severi standard nell’esaminare l’origine della materia prima, come i Principi dell’OCSE “per la promozione del dovere di diligenza per una catena di approvigionamento responsabile dei minerali provenienti dalle zone di conflitto e ad alto rischio”.
Quel che cambia con l’iniziativa:
Se l’iniziativa fosse già in vigore, la Valcambi e le altre raffinerie svizzere sarebbero tenute a chiarire la provenienza dell’oro e l’estrazione problematica di tale metallo prezioso sarebbe quindi già emersa. Già di per sé, il fatto che l’oro non possa provenire dal Togo, in quanto lì non vi sono estrazioni, avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme.