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L'ex direttore del Fondo monetario internazionale (FMI), il belga Jacques de Groote, è stato condannato per truffa nell'ambito della vicenda della privatizzazione dell'ex società mineraria MUS in Repubblica ceca. Il Tribunale penale federale lo ha tuttavia assolto dai capi d'imputazione di riciclaggio e amministrazione infedele.
Secondo una sentenza pubblicata oggi, al 92enne è stata inflitta una pena pecuniaria di 230 aliquote giornaliere da 170 franchi l'una con la condizionale. Inoltre, la Confederazione ha diritto a un risarcimento pari a 20'000 franchi e de Groote è anche tenuto a contribuire con 20'000 alle spese del processo, che si attestano a un totale di 519'000 franchi. La sentenza non è definitiva e vi è ancora la possibilità di ricorrere al Tribunale federale.
Lo scorso luglio il belga era stato riconosciuto colpevole di truffa - e condannato a una pena pecuniaria di 270 aliquote giornaliere da 190 franchi l'una, sospese con la condizionale per due anni - dai giudici di Bellinzona, ma a fine dicembre aveva ottenuto davanti al Tribunale federale l'annullamento del verdetto.
I giudici supremi hanno criticato il modo di procedere del TPF che aveva rinunciato ad ascoltare in aula l'ex funzionario internazionale, poiché riteneva che i fatti fossero già stati chiaramente stabiliti.
Secondo Mon Repos il compito del TPF era quello di determinare se il cittadino belga fosse consapevole di commettere un'infrazione e di arrecare danni con le proprie azioni. Per questo avrebbe dovuto ascoltare la versione di de Groote. Il dossier è quindi tornato a Bellinzona per un nuovo processo, in cui l'uomo è stato ritenuto nuovamente colpevole per truffa.
Il caso legato al gruppo ceco MUS (Mostecka Uhelna Spolecnost) si trascina da diverso tempo. Nel 2013 de Groote era stato condannato per aver agito intenzionalmente collaborando all'acquisizione della società mediante fondi sottratti tra il 1997 e il 2003. I soldi erano stati piazzati su conti bancari svizzeri.
Negli anni '90, durante la privatizzazione dell'economia ceca, alcuni investitori si erano impossessati grazie ai fondi illeciti - e alla complicità di alcuni dirigenti - della maggioranza delle azioni dell'azienda mineraria. A tal proposito, la giustizia elvetica ha ritenuto colpevoli di vari reati - truffa, falsità in documenti, riciclaggio - anche degli uomini d'affari cechi. Questi sono stati condannati dal TPF a pene detentive e pecuniarie.
La Corte penale ha inoltre ordinato il sequestro di 243 milioni di franchi. Il denaro dovrebbe essere restituito in futuro alla Repubblica Ceca al termine di una procedura ancora pendente.