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La minore incidenza della pandemia ha ormai prodotto effetti di rilievo per il morale della popolazione. È il dato in evidenza nel quadro dell'ultimo monitoring elaborato per la SSR dall’istituto di ricerca Sotomo. Al rilevamento, cui si poteva partecipare nei giorni scorsi sui portali d’informazione della SSR, hanno preso parte più di 23'000 persone di tutte le regioni linguistiche del Paese.
Rispetto al sondaggio effettuato in marzo, l'umore della popolazione appare senz'altro più fiducioso. Assumendo come indicatore un valore che può variare da 1 ("pessimo") a 5 ("ottimo"), sale in media da 2,6 a 3,4 il giudizio dato dagli interpellati sulla situazione dell'economia. Passa quindi da 3,5 a 4 la valutazione che concerne invece la stabilità del sistema ospedaliero. Circa poi la gestione complessiva della crisi, quasi tre quarti dei partecipanti al sondaggio (73%) ritengono che la Svizzera stia affrontando meglio la situazione rispetto agli altri Paesi europei. Quanto però alle prospettive di uscita definitiva dalla crisi, a prevalere è l'idea per cui solo intorno alla metà del 2022 ci si potrà nuovamente muovere in Svizzera senza restrizioni di sorta.
Intanto si consolida la fiducia nell'operato del Governo sul fronte della crisi. Sempre riferendoci ad una scala da 1 a 5, il Consiglio federale incassa uno score pari a 3,3: uno sviluppo significativo se si considera che in gennaio, dopo l'impatto della seconda ondata, il dato in questione era sceso a 2,8. Inoltre, esattamente la metà degli interpellati ritiene che l'Esecutivo debba esercitare fino al termine della crisi le maggiori facoltà decisionali assunte in ragione della pandemia. Tale quota si estende fino al 54% nella Svizzera italiana.
I giudizi si fanno però più articolati, al momento di valutare gli allentamenti alle restrizioni decisi di recente dal Governo. La loro portata e la loro tempistica sono giudicate adeguate dal 34% dei partecipanti. Una percentuale analoga ritiene invece che gli allentamenti siano affrettati. A giudicarli troppo contenuti è infine il 32%.
Per quanto concerne la vaccinazione antiCovid, e la propensione a farla, la "fotografia" che emerge dal sondaggio è la seguente.
Un quarto degli interpellati, a livello nazionale, dichiara quindi di non voler vaccinarsi. Più nel dettaglio si registrano alcuni dati significativi: ad esempio una quota di contrari alla vaccinazione che rasenta il 30% nelle campagne, a fronte del 16% registrato nella grandi città. Ma il rifiuto della vaccinazione assume anche, in un determinato caso, una connotazione che può suonare ideologica: fra i simpatizzanti dei maggiori partiti le quote dei contrari alla vaccinazione variano dal 7% al 14,5%; ma fra gli interpellati che sostengono l'UDC il dato in questione supera il 50%.
Più in generale, quali sono le motivazioni con cui i contrari alla vaccinazione spiegano il loro rifiuto? Dagli esiti del sondaggio emergono soprattutto diffidenze sui nuovi vaccini a RNA messaggero - ritenuti non sufficientemente testati - timori su effetti secondari e un dissenso di principio per la vaccinazione.
Non incassa quindi una maggioranza di sostegni l'ipotesi di un obbligo a vaccinarsi per il personale sanitario. A sostenerla è infatti solo il 46% degli interpellati, mentre il 50% è di avviso contrario. La Svizzera italiana va tuttavia in netta controtendenza, con una quota complessiva del 61% a favore.
Nettamente respinta è invece l'idea di attribuire parte dei costi delle cure mediche, a coloro che hanno contratto il Covid-19 dopo aver rifiutato di vaccinarsi senza precise motivazioni mediche. A condividere tale opinione è, nell'insieme, solo il 36% dei partecipanti al sondaggio.
La campagna di vaccinazione, unitamente alle misure restrittive, ha portato ad un netto ridimensionamento dell'incidenza pandemica. Da una decina di giorni, tuttavia, si sta constatando un nuovo aumento dei contagi. Non pochi interrogativi, e timori, sono poi legati al ruolo delle varianti mutate del coronavirus, come la temuta "delta". Il 23% degli interpellati reputa che le conseguenze prodotte dalle nuove varianti siano sottovalutate. Secondo il 41% i timori sono invece eccessivi.
Per quanto riguarda le mascherine protettive si constata, facendo un raffronto con gli esiti dei precedenti sondaggi, un significativo aumento delle contrarietà all'obbligo di indossarle. Si registrano sempre solide maggioranze per l'applicazione della misura nei trasporti pubblici, negli esercizi commerciali e nelle manifestazioni. Tuttavia, solo una minoranza del 42% sostiene ora l'obbligo di indossarle all'esterno quando le distanze di sicurezza (come nei centri urbani) non possono essere mantenute. Inoltre il 55% si dice contrario all'imposizione dell'obbligo delle mascherine nelle scuole.
Un dato in chiaroscuro emerge infine dalle opinioni espresse in merito al certificato COVID ufficiale. A livello nazionale è il 61% degli interpellati a esprimere un parere di segno favorevole all'introduzione di questo documento. Ma il 41% ritiene che il certificato sia una sorta di obbligo di vaccinazione indiretto; e si dice disturbato da questa percezione.
Alex Ricordi