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Il 31 dicembre 2019 il Governo cinese notificò all’Oms un focolaio di polmonite grave a Wuhan, una città di circa 11 milioni di persone nella provincia di Hubei. Da quel giorno la domanda principale è stata: come è potuto succedere? Inizialmente i sospetti erano legati a un incidente di laboratorio, ma ad oggi un gruppo di ricercatori dello Scripps Research Institute di La Jolla ha condotto due nuovi studi in cui questa prima ipotesi viene considerata improbabile, anche se non è ancora stata smentita. Il punto di partenza, riporta la rivista Science, sarebbe da ricondurre a un mercato all’ingrosso di animali a Wuhan. Le indagini hanno infatti dimostrato che è inverosimile che il virus sia stato introdotto nel mercato di Wuhan se non attraverso il commercio di animali selvatici.
Gli studi
Se i primi contagi di Covid-19 si erano verificati in tutta Wuhan, la maggior parte di questi era concentrata nel centro della città, vicino alla riva occidentale del fiume Yangtze, con un elevata densità di casi vicino e attorno al mercato di Huanan. Gli scienziati sono giunti a questa conclusione in seguito a una ricostruzione delle coordinate geografiche di 155 dei primi 174 casi censiti e riportati nel primo rapporto stilato dall’Oms. Anche se i primi casi siano stati attribuiti a Wuhan, il coronavirus ha iniziato a circolare in un’area decisamente più ristretta della città: quella a ridosso del mercato di Huanan, considerato fin dal principio la miccia che ha dato il via alla pandemia.
Animali possibile causa del contagio
Con alte probabilità, il Covid-19 è da ricondurre al contatto con alcuni animai che venivano venduti vivi nell’area sudoccidentale del mercato, come ad esempio volpi rosse, tassi naso di porco settentrionale e i cani procione. Anche se mancano i paragoni del contagio sugli animali, le tracce del virus sono state rilevate in una bancarella e in diversi campioni di acqua provenienti da quest’area del mercato; un segno che il passaggio del coronavirus nell’uomo possa essere avvenuto proprio da qui, senza più quasi alcun dubbio. Tuttavia, secondo il docente di immunologia e microbiologia e coordinatore dei due studi, Kristian Anderson, “per andare a fondo dell’origine del coronavirus occorre definire cosa è accaduto prima che queste specie arrivassero nel mercato di Huanan”. Un passaggio che “non può prescindere da una stretta collaborazione e cooperazione tra i ricercatori di tutto il mondo”, fondamentale per una conferma all’ipotesi che il microrganismo che sta dietro al Covid-19 derivi dai pipistrelli per poi attaccare gli altri animali selvatici, tramite contatto in natura o in allevamento. Da qui, il contagio sull’uomo.
Due salti di specie
I due salti di specie sono stati confermati da un altro lavoro pubblicato sempre sulla rivista Science, firmato da un gruppo di virologi e biologi evoluzionisti. In base a un’analisi svolta sui dati genomici relativi ai primi contagi, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che i primi casi legati al virus erano in realtà da attribuire a due diverse famiglie di Sars-CoV-2. Il primo salto di specie avrebbe coinvolto il lignaggio B (nel periodo compreso tra il 23 ottobre e l’8 dicembre 2019), il secondo è quello nell’uomo ed è del lignaggio A, che si sarebbe registrato solo poche settimane dopo, il giorno prima della chiusura del mercato ittico di Wuhan (1 gennaio 2020). Risultati che alimentano l’ipotesi che la pandemia sia il risultato di diversi eventi zoonotici registrati in un breve lasso di tempo.
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