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Per essere incluse nell'accordo globale fra le grandi banche svizzere e la controparte ebraica, le ditte in questione dovranno annunciarsi entro 30 giorni al giudice Korman. In caso contrario, rischieranno nuove denunce negli Stati Uniti.Questo contenuto è stato pubblicato il 28 luglio 2000 - 17:41
Richiederà lunghe e difficoltose ricerche d'archivio la trasparenza imposta dal giudice di New York Edward Korman alle società elvetiche sospettate di aver impiegato lavoratori coatti nella Germania nazista, se vogliono essere incluse nell'accordo globale fra le grandi banche svizzere e la controparte ebraica. Il magistrato ha dato 30 giorni di tempo alle aziende interessate per annunciarsi. Quelle che rifiuteranno di cooperare si esporranno al rischio di nuove denunce negli Stati Uniti.
Più di cento ditte svizzere sono sospettate. Il «Blick» ha pubblicato l'elenco - allestito nel 1946 dalle forze d'occupazione francesi - di 91 filiali di società elvetiche, attive nel sud della Germania durante la Seconda Guerra mondiale, che probabilmente impiegarono lavoratori forzati.
Oltre alle già note filiali di Algroup, Nestlé e Georg Fischer, figura un ampio ventaglio di aziende che vanno dall'industria pesante alle fabbriche di sigari, dalla chimica alle spedizioni, dai tessili alla produzione di pâté.
I tre grandi gruppi Algroup, Nestlé e Georg Fischer hanno già annunciato di essere disposti a cooperare ed hanno aperto i loro archivi agli esperti della Commissione Bergier. Già nel 1995 una ricerca sulle loro filiali a Singen dello storico tedesco Wilhelm Waibel aveva peraltro rivelato il numero esatto di deportati impiegati.
Waibel si era basato su cifre fornite dall'amministrazione di Singen nel 1948. Questa aveva censito 1604 lavoratori coatti (1536 stranieri 68 prigionieri di guerra) alla Georg Fischer, 1195 (792 403) alle Aluminium-Walzwerken (Algroup) e 348 (184 164) alla Maggi (Nestlé). Secondo Waibel, queste imprese erano peraltro parzialmente dirette da fanatici seguaci del partito nazista.
Edward Korman ha chiesto la collaborazione delle società elvetiche per poter identificare gli aventi diritto alla ripartizione degli 1,25 miliardi di dollari stanziati dall'accordo globale. Per cercare la verità, le aziende hanno due possibilità: far esaminare i propri archivi, se esistono, oppure far spulciare quelli delle filiali incriminate in Germania.
Secondo il portavoce dell'Unione svizzera di commercio e d'industria (Vorort), Peter Hutzli, la richiesta del giudice statunitense è comprensibile. A suo avviso, tali informazioni sono indispensabili per determinare chi ha diritto a indennizzi. Hutzli è comunque convinto che le società svizzere collaboreranno con la giustizia americana.
swissinfo e agenzie
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