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La legge sulla produzione cinematografica risale al 1962. In 40 anni, molti cambiamenti radicali di natura tecnica, economica e sociale sono intervenuti in questo settore. Una nuova legge è dunque necessaria, ma il Consiglio degli Stati ha bocciato a sorpresa la proposta del governo. Delusa e amareggiata la consigliera federale Ruth Dreifuss.Questo contenuto è stato pubblicato il 20 marzo 2001 - 12:39
La bocciatura è stata chiara, con 27 voti contro 12. "Si è delineata una maggioranza che non vuole condurre questa discussione in pubblico", si è sfogata la ministra a capo del dipartimento che si occupa della cultura. "Si trattava di un consenso elaborato con grande fatica fra tutte le parti interessate, ha detto Ruth Dreifuss, e ora sarà difficile mettere insieme una nuova soluzione."
La bocciatura uscita dal Consiglio degli Stati ha evidenziato una contraddizione preoccupante di certi senatori conservatori. Da un lato essi difendono la salvaguardia dei valori tradizionali della Svizzera preconizzando la chiusura nei confronti dell'estero; d'altro lato non esitano però a colare a picco una proposta per la salvaguardia e la promozione della cinematografia svizzera, agevolando così l'invasione dei prodotti americani. "Sono contraddizioni che non mi sorprendono più, ma che continuano a farmi arrabbiare" ha detto Ruth Dreifuss ai giornalisti subito dopo il voto.
La proposta di rinvio al Consiglio federale è giunta dal senatore democristiano appenzellese Carlo Schmid. Per lui, il testo presentato dal governo costituisce un miglioramento rispetto alla legge attuale, ma resta pur sempre inappropriato. Carlo Schmid ritiene che le disposizioni previste siano in certi casi troppo dettagliate e talvolta anche troppo autoritarie. Questo porta la nuova legge ad assomigliare a una "legge poliziesca", che poco ha a che vedere con la cultura. La nuova legge prevede, tra l'altro, che la Confederazione possa intervenire e prelevare una tassa di due franchi su ciascun biglietto per incoraggiare la varietà dell'offerta e la diversità linguistica.
Carlo Schmid vuole che il Consiglio federale elabori una proposta di legge più semplice, mettendo in particolare l'accento sull'applicazione dell'articolo 71 della Costituzione federale in cui è già specificato che "La Confederazione può promuovere la produzione cinematografica svizzera e la cultura cinematografica" e che "Può emanare prescrizioni per promuovere la molteplicità e la quantità dell'offerta cinematografica."
Il senatore radicale democratico ticinese Dick Marty è intervenuto inutilmente alla tribuna per mettere in guardia dai pericoli che incombono sul cinema svizzero. Marty non vuole "essere costretto a vedere soltanto film come Hannibal o Titanic. La cultura non è un prodotto come un altro." Per Marty è normale che si cerchi in questo settore di arginare l'influenza dilagante degli oligopoli cinematografici americani, per impedire che i più piccoli soccombano alla legge del più forte.
A questo proposito, la senatrice radicale democratica vodese Christiane Langenberger ha ricordato che oggi l'80% del mercato svizzero della distribuzione è in mano a società americane. Attualmente il 75% delle entrate nei cinematografi svizzeri riguarda film americani, il 7% francesi, il 5% pellicole britanniche. Lo spazio lasciato ai film svizzeri è dunque molto limitato, anche se lo scorso anno la cinematografia elvetica ha potuto raddoppiare la propria parte di mercato grazie ad alcuni grossi successi, primo fra tutti Pane e tulipani, del ticinese Silvio Soldini.
La proposta di legge potrebbe ora comunque passare all'esame della Camera bassa, dove è possibile che i deputati la modifichino per ripresentarla davanti al Consiglio degli Stati. I senatori dovrebbero allora confermare la decisione di rinvio al Consiglio federale.
Mariano Masserini, Lugano
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