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La cosiddetta “crisi del debito pubblico” e quella di numerose banche della zona euro attualizzano quei capitoli de “Il Capitale” di Marx che indicano come il debito pubblico sia un ingrediente essenziale “della capitalizzazione della ricchezza e dello sfruttamento delle masse” come anche dell’espansione della “bancocrazia moderna” e dei “giochi in Borsa”. Questo testo di François Chesnais ne chiarisce alcuni aspetti.
Il suo libro “Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, Quando sono le banche a dettare le politiche pubbliche” (Ed. Derive Approdi, www. deriveapprodi.org) permette di cogliere i meccanismi socio-economici e politici in vigore oggi. (Red)
La lettura di Marx permette di comprendere la crisi del capitalismo finanziario? Le sue analisi sono ancora pertinenti? Nel rileggere i sedici capitoli del terzo libro de Il Capitale, si scopre come nel suo esilio a Londra e attento alle attività della City, aveva previsto i pericoli del “capitale fittizio” e del “feticismo del denaro”
Marx era molto interessato alla finanza: non solo per comprendere lo sviluppo a lungo termine del capitalismo, ma anche come osservatore ironico della scena londinese. Già a metà del XIX secolo, Londra ospita il più grande mercato finanziario al mondo. Le banche britanniche che hanno la loro sede sociale nella City sono già le artefici di vaste operazioni di prestito nei paesi emergenti dell’epoca. La Borsa di Londra era una delle piazze, se non l’epicentro dei primi grandi casi di panico finanziario, come è stato chiamato per lungo tempo. Marx era dunque in prima fila durante le tre maggiori crisi finanziarie, nel 1857, 1866 e 1873. Ha visto anche come è nato “tutto un sistema di truffa e di frode per quanto riguarda la fondazione, l’emissione e il traffico dei titoli”. “Le Banche e la Borsa” ne sono il motore, al punto che, durante la fase di euforia finanziaria, persino nei paesi dove nasce la rivoluzione industriale “il processo di produzione capitalista appariva solamente come un male necessario per fare soldi”. Scrive che si vedono “le nazioni abbandonarsi completamente al modo produttivo capitalista [dedite] periodicamente alla vertigine di voler far soldi, senza l’intermediazione del processo di produzione. Si vivono momenti paradossali di un meccanismo ben più profondo, ancorato nel processo di valorizzazione del denaro come capitale e che vede la società catturata dal “feticismo del denaro””.
Accumulazione di quale capitale?
Ciò che nel XIX° secolo era solo una vertigine periodica, negli anni 1980 e 1990 è diventata una prerogativa sistemica centrale e permanente delle economie capitalistiche avanzate. La liberalizzazione della finanza che ha segnato l’inizio dell’era neoliberale, ha permesso all’accumulazione di capitale portatore di interesse o di capitale denaro di poter contare, grazie all’azione dei governi, su basi istituzionali e politiche così solide che, nella crisi, il salvataggio delle banche e dei fondi di investimento appare come un imperativo categorico al quale né i governi né i cittadini che ne sopportano il peso potrebbero sottrarsi. Occorre distinguere adeguatamente l’accumulazione del capitale denaro dall’accumulazione vera e propria del capitale. La prima si fonda su dei titoli – azioni ed effetti del debito pubblico – che sono solamente dei valori potenziali sulla produzione presente e futura. Il capitale portatore di interessi vive sulla spartizione dei profitti. Come indica la lettura marxista, più le sue pretese sono alte, maggiore è il plusvalore che i capitalisti industriali devono estrarre dal lavoro dei loro salariati. Più lo Stato ricorre al prestito, più si sviluppa una “classe di creditori dello Stato, autorizzati a prelevare per sé alcune somme prelevate sul totale delle imposte”. A causa della capitalizzazione delle borse e dei mercati, dove i titoli possono essere acquistati e venduti, questi attivi sono, per i loro detentori, un capitale. Si tratta di un capitale “fittizio”e le transazioni e le speculazioni che ne derivano sui mercati finanziari non fanno che accrescere questo aspetto fittizio ed alimentare il feticismo del denaro.
La trappola del risparmio salariale
Al momento in cui Marx scrive, la crescita delle banche si alimenta soprattutto attrverso i “depositi dei capitalisti industriali”, tesoreria delle imprese e profitti non investiti. Ma “verranno depositati anche tutti il risparmio monetario e il denaro non impegnato di tutte le classi. Piccole somme, ciascuna, isolata, è incapace di agire come capitale denaro, vengono riunite per formare una massa importante che costituisce una potenza finanziaria”. Marx mette in guarda sulla trappola del risparmio salariale: “La cassa di risparmio è la catena d’oro con la quale il governo tiene legata una gran parte dei lavoratori”. Esso crea “una scissione tra la parte della classe lavoratrice che partecipa alle casse di risparmio e quella che non vi partecipa”, i lavoratori “mettono così nelle mani dei loro nemici armi utili alla conservazione dell’organizzazione esistente”. È questo un punto sempre più essenziale. Semplici “contribuenti” a sistemi di pensionamento a capitalizzazione nella prima fase, i salariati pensionati, senza volerlo, diventano parte integrante di meccanismi di appropriazione di redditi la cui origine si trova nello sfruttamento dei salariati sul lavoro.
Più cresce l’accumulazione finanziaria, più “l’interesse [all’epoca forma principale di reddito finanziario] diventa autonomo rispetto al profitto” e più i proprietari e i gestori dei titoli si posizionano al di fuori della produzione, prima di situarsi in bilico sulla società tutta intera. Marx, lettore di Balzac, afferma che agli occhi di coloro che vivono di rendite finanziarie “il denaro acquista la proprietà di creare valore in modo del tutto naturale come dal pero nascono le pere”. E’ un capitale cullato da questa illusione, che oggi domina con una potenza ed una capacità di nuocere decuplicate. Le banche sono state al centro dei processi che hanno generato la crisi attuale. Centralizzando una gran parte del denaro desideroso di valorizzarsi finanziariamente, hanno potuto estendere le loro operazioni di credito in modo tale che “ogni capitale sembrava sdoppiarsi ed anche persino triplicarsi, grazie alle diverse forme attraverso le quale il medesimo capitale, o semplicemente il medesimo credito, può apparire in mani differenti, sotto forme differenti” , meccanismo che ha raggiunto il suo culmine attraverso la cartolarizzione.
Come è stato possibile convincere non solo i governi, ma anche numerosissimi cittadini che era ed ancora di più oggi indispensabile salvarle? Un grosso ruolo ha giocato la larga diffusione del feticismo del denaro, ma anche la forte dipendenza del circuito di produzione e degli scambi sul credito. Ecco la ragione per invitare alla lettura degli scritti di Marx sulla finanza, in particolare i sedici capitoli del III libro de Il Capitale che vi sono dedicati.
* Questo testo di François Chesnais è pubblicato nello speciale di Le Monde, dedicato a Karl Marx: “Karl Marx, l’irréductible”(http://boutique.lemonde.fr/hos-serie-monde-karl-marx.html). François Chesnais è autore di diverse opere, tra le quali il recente: “Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, Quando sono le banche a dettare le politiche pubbliche” (Ed. Derive Approdi, www.deriveapprodi.org). La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.