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Odessa è una città schifosa. Avevo vent’anni, ho letto quel racconto che comincia così, e ho deciso che io a Odessa ci volevo vivere.
Di Sara Rossi Guidicelli
Odessa è una città schifosa. Avevo vent’anni, ho letto quel racconto di Isaak Babel’ che comincia così, Odessa è una città schifosa, era un racconto di due pagine e ho deciso che io a Odessa ci volevo vivere. Finita l’università ho trovato il mio primo lavoro proprio lì, sul Mar Nero. Una città ‘schifosa’, una città dove il sole, come dice Isaak Babel’, se ne sta lì dietro di te come una sentinella col fucile, una città che fino alla Seconda guerra mondiale contava un terzo di ebrei fra i suoi abitanti, una città dove “è facile vivere, dove si vive alla luce del sole”, scrive Babel’ che vi è nato, dove il quartiere ebraico è anche quello più malfamato, povero, con le prostitute e i mascalzoni, chiamato anche la Marsiglia russa, la Palmira del Sud, che in primavera si ricopre dei fiori bianchi delle acacie, Odessa dove quando ci sono stata io il primo d’aprile è festa perché si celebra la Jumorina, cioè il giorno dell’umorismo. Alla Jumorina mi hanno detto: Voi avete dieci giorni per il Carnevale, noi dobbiamo fare tutto in 24 ore: soprattutto bere…
La celebre gradinata Potëmkin
Perché Odessa è meravigliosa
Sono arrivata nel 2004, in autunno. Ho preso un taxi per raggiungere la casa dove avrei abitato e il conducente guidava a zigzag. Ecco, ho pensato, è ubriaco. Poi mi sono resa conto che la strada era piena di buche. Odessa era così, piena di buche. Vivevo a casa della direttrice dell’Alliance Française, Tatiana non mi ricordo il cognome, cresciuta in Uzbekistan, tornata poi in Ucraina; la mia stanza era così fredda che per dormire mi sono rovesciata addosso tutto il contenuto della mia valigia. Mi ha portata al mercato più grande del mondo, si chiama ‘sette chilometri’, dove trovi di tutto, per cercare la trapunta più calda del mondo: 15 chili. Mi ha mostrato la città, il mare, la scalinata Potëmkin. Poi siamo andate alla sede dell’Alliance Française, e quando abbiamo varcato la porta dell’edificio Tatiana ha tirato un calcio a un topo morto che c’era all’entrata, per spingerlo un po’ più in là. Siamo salite al primo piano, era un palazzo di antico splendore, ormai fatiscente, come la maggior parte della città; nel corridoio c’erano i panni stesi delle famiglie che vivevano là, dietro una porta si sentiva qualcuno che si esercitava al violino. All’Alliance Française lavoravano impeccabili signore e ragazze ucraine, e uomini di mare francesi, più che altro sembravano avanzi di galera. C’era un ambiente eccezionale, si giravano le campagne per portare ‘nuovi metodi pedagogici nelle scuole’, e venivamo accolti dalle televisioni locali. Io ero presentata come ‘la francese’. Se pioveva, allievi e insegnanti di regola non venivano al lavoro, e molto spesso saltava la corrente e quindi poi le lezioni proseguivano al buio.
Le lingue di Odessa
Mi è capitato spesso di spiegare da che Paese venissi: un posto dove ci sono due religioni e quattro lingue. E non vi fate la guerra? Mi chiedevano ammirati. Quando poi dicevo che ogni documento ufficiale era scritto in tutte le lingue, si facevano pensosi, leggermente invidiosi. In Ucraina, la lingua di Stato
è solo l’ucraino, perché dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per rafforzare l’indipendenza (Ucraina viene dalla parola russa ‘confine’) si è deciso di tornare il più possibile alle radici del popolo ucraino. Tuttavia, il Sud e l’Est del Paese parlano russo, come adesso si è ben capito, e Kiev, quando ci sono stata io, era considerata perfettamente bilingue. Era normale, per esempio, parlare in russo e sentirsi rispondere in ucraino o viceversa.
Nella zona russofona dove stavo io, gli allievi a scuola avevano l’obbligo di quattro ore di ucraino alla settimana e due all’università, il che non era vissuto male, però gli esami finali erano sempre in ucraino, che per certi invece costituiva una difficoltà. Anche i documenti ufficiali, i nomi delle strade, la radio e la televisione di Stato erano tutti in ucraino. Dopo qualche mese mi ero trasferita da casa di Tatiana in un appartamento per conto mio, in Evreskaja
Ulica (Via Ebraica, vicino alla Sinagoga, la strada che un tempo si chiamava Via Babel’). Era una delle pochissime strade in città il cui nome era scritto nelle due lingue. Un giorno ho fotografato il cartello con la doppia scritta Evreska bulica/Evreskaja Ulica, ma due soldati della sicurezza mi hanno fermata: Ragazza, non si può. È un palazzo governativo. Non si possono fare fotografie. Infatti la scritta era proprio sull’edificio dell’ex Kgb, diventato poi Palazzo della Sicurezza. Mi hanno fatto cancellare la foto, su cui forse si intravedeva un centimetro di palazzo però io sono andata a rifarla all’incrocio seguente. Purtroppo ho perso tutte le fotografie del mio anno ucraino, tranne una.
La foto perduta (Sara)
Uno degli usi più strabilianti del multilinguismo a cui abbia mai assistito, comunque, è stato all’Opera di Odessa. L’Opera di Odessa era uno dei miei luoghi preferiti e ci andavo il più spesso possibile. Avevo anche tentato di intortare il direttore: visto che fin da piccola desideravo assistere alle prove di un’opera lirica, gli dicevo: I vostri cantanti hanno una pronuncia italiana imperfetta, potrei venire e correggerli, che ne dice? E lui mi dava sempre la stessa risposta, dalla grossa scrivania del suo ufficio: Ah, ma davvero? Non è perfetta? Mi sorprende. Prenda questi due biglietti omaggio, venga alla prossima rappresentazione della Traviata e poi torni a trovarmi. Siamo andati avanti così per un po’. Facevo sempre più fatica a trovare modi per dirgli che avevano bisogno di me.
Le opere che andavo a vedere non erano unicamente cantate in italiano. Il coro, che era il coro della città, in generale traduceva in ucraino i testi dall’italiano, dal russo, dal tedesco e così via; alcuni solisti chiamati a rivestire i ruoli principali cantavano nella lingua originale dell’opera, mentre il resto dei cantanti rispondeva in russo… Era molto sorprendente per una come me che aveva visto solo opere cantate tutte nella stessa lingua dall’inizio alla fine, però era un ottimo esercizio linguistico.
L’opera (Wikipedia)
Autostop e rimont
A Odessa ho imparato a fare l’autostop in città. Tutti facevano autostop, anche le madri di famiglia con i bambini. Si mettevano sul marciapiedi, la mano piatta in fuori e agitavano le dita. Una macchina si fermava – vecchie Lada, Volga, Moskva –, l’autista tirava giù il finestrino e tu gli dovevi dire dove volevi andare e a che prezzo. Il conducente tirava su il finestrino e ripartiva oppure annuiva. Non si trattava di una trattativa vera e propria, era un sì o un no, senza perdere tempo. Praticamente tutti gli uomini facevano i tassisti nel tempo libero.
Mi è capitato anche di ‘noleggiare una macchina con autista’ per gite di un giorno. Allora la parola chiave era: rimont. Ogni dieci chilometri il nostro tassista
di fiducia, moldavo, accostava, sorrideva e ci diceva ‘rimont’. Allora noi scendevamo, facevamo una pausa, mentre lui andava sotto l’auto con una chiave inglese o chissà cosa per fare i dovuti rimont, che sarebbero poi le riparazioni. Rimont era un’attività affascinante che investiva tutta la società. Si facevano rimont a casa (oltre alla luce che andava e veniva, accadeva che non ci fosse acqua nei rubinetti, anche se magari fuori pioveva), rimont al lavoro naturalmente, rimont sul tram, per strada e rimont specifici di ogni oggetto. Per andare a prendere ciò che occorreva per il rimont, di solito era usanza recarsi nel bazar più lontano possibile. Ho così scoperto che il ‘sette chilometri’ non era il più grande né il più importante della città. Era forse il
più bello, ma se ti mancava lo scotch per riparare una tubatura, allora dedicavi una giornata alla trasferta in estrema periferia perché lì, solo lì, in una bancarella introvabile al centro di un labirinto, c’era proprio un rotolo di quello scotch al miglior prezzo del Paese.
Era fatta a mano, era riparata a mano, era amata, Odessa. Se non fosse stata così amata, penso io, non si sarebbero fatti rimont con tanta cura, sarebbe bastato cambiare i pezzi.
***
Sette consigli
La corazzata Potëmkin
di Sergej Ėjzenštejn, 1925. Un film di guerra, con morti innocenti, anche solo ‘per un cucchiaio di minestra’, su una nave (la corazzata Potëmkin) e in una città (Odessa). Importante per la storia del Cinema e per aver reso celebre la scalinata del porto odessita, racconta dei fatti del 1905, quando iniziò la Rivoluzione contro gli Zar.
L’uomo con la macchina da presa
di Dziga Vertov, 1929. Vita quotidiana in una giornata in città, dal suo risveglio al tramonto. Il regista esegue le sue riprese a Mosca, Kiev e Odessa, come se fosse il ‘diario di un cameraman’ che gira e visita riprendendo ciò che gli pare più interessante, che non per forza coincide con ciò che generalmente è considerato ‘bello’.
Odessa mama
è una canzone tradizionale yiddish, cantata anche in russo e ucraino, per dichiarare il proprio amore a Odessa. «Meglio di Parigi o Vienna», dice, piena di caffè, gitani e boulevards, birra, vino e shashlik (spiedini di carne), cabaret, pozzanghere di fango e luce elettrica… cosa vuoi di più?
Spettacolo
Adesso Odessa
è uno spettacolo di Moni Ovadia, del 2012: «Volevo mostrare che gli ebrei sono picareschi e sbruffoni e non timidi e trasandati, come ci dipingono i clichés. E anche che gli errori dei sovietici non devono riabilitare l’Impero Zarista né nessun impero di qualsiasi tempo. Babel’ è molto chiaro su questo».
di Isaak Babel’, ed. Marsilio Raccolta di 13 racconti che l’autore ambienta nella sua città natale, dicendo: La amerò sempre perché vi crebbi felice, malinconico e fantasioso. Siamo nella Odessa prerivoluzionaria, quella dove viveva Benja Krik, il Re del quartiere malfamato della città, il Robin Hood ebreo del Mar Nero che mi ha convinta a stabilirmi a Odessa nel 2004.
di Sara Rossi Guidicelli, ed. Ulivo Nataša era la segretaria dell’Alliance Française dove ho lavorato a Odessa, quella che non sapeva se doveva lavarsi i denti prima o dopo pranzo, che mi ha portata a casa sua in campagna e mi ha fatto conoscere il suo straordinario Paese. Anni dopo il mio primo viaggio in Ucraina, occupandomi di Est Europa non ho potuto non pescare nei miei primi amici odessiti per questo libro.
(Edizioni Ulivo)
Porto di Odessa
di Vasilij Kandinskij, 1898. La famiglia del futuro artista si era stabilita a Odessa quando Vasilij aveva pochi anni, e lì lui trascorre infanzia e giovinezza, sul mare, lì ha iniziato a dipingere e ha studiato pianoforte e violoncello.
(Wikipedia)