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''Nessuna responsabilità penale è imputabile a un individuo vivente''. È la motivazione che ha spinto la magistratura svizzera a archiviare la tragedia dell'Haute Route, che il 30 aprile dello scorso anno, tra Zermatt e Chamonix, ha portato alla morte di sette alpinisti tra i quali la guida comasca Mario Castiglioni e sua moglie, residenti a Chiasso, dove erano contitolari di un'agenzia specializzata nell'organizzazione di spedizioni in tutto il mondo. Tra le vittime anche un infermiere comasco di 45 anni che lavorava all'ospedale di Mendrisio, chesi era aggiunto all'ultimo momento alla spedizione, dopo la rinuncia di un altro alpinista.
Castiglioni era il capofila della spedizione che si è trasformata in tragedia. Gli alpinisti si erano persi nella bufera e avevano passato la notte al gelo a 3'270 metri di quota, lungo l’itinerario Haute Route dal Monte Bianco al Cervino. Il 27 agosto scorso la magistratura del Canton Vallese aveva annunciato di voler archiviare il caso e l’8 ottobre sono scaduti i termini concessi alle parti per richiedere l’acquisizione di nuovi mezzi di prova. Contro l’archiviazione è ancora possibile ricorrere al tribunale cantonale.
Tutti i partecipanti all’escursione erano alpinisti esperti. Castiglioni era una guida alpina dal 1992 e, come accennato, da tempo gestiva un’agenzia a Chiasso che si occupava proprio di organizzare e guidare spedizioni in alta montagna. La motivazione con la quale la magistratura svizzera ha decisione l'archiviazione (la non punibilità di un individuo vivente) sta forse a significare che nella tragedia dell'Haute Route ci sono state responsabilità, non perseguibili per la morte del reo? Interrogativo senza risposta.