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Con il termine di sciopero generale (ted. Landesstreik, cioè sciopero nazionale) la storiografia sviz. designa abitualmente la più grave crisi politica dello Stato fed. ovvero lo sciopero che coinvolse l'intero territorio nazionale nel novembre del 1918. Costituì il punto culminante dei violenti conflitti sociali che verso la fine della prima Guerra mondiale scossero la Svizzera così come altri Paesi europei. Negli anni bellici si era aperto un profondo divario tra alcuni imprenditori che avevano realizzato enormi profitti di guerra e un ceto contadino favorito da una congiuntura positiva sconosciuta da tempo, da una parte, e una classe operaia colpita da un crescente impoverimento, ma consapevole del suo peso, soprattutto in tempo di guerra, dall'altra. L'occupazione delle frontiere e il buon andamento delle imprese avevano creato condizioni favorevoli sul mercato del lavoro accrescendo così le possibilità di successo degli Scioperi, che si moltiplicarono dal 1917. Le org. operaie, le cui richieste trovavano scarsa eco presso le autorità, individuarono nell'astensione dal lavoro un mezzo di pressione politica. Il comitato di Olten che, su iniziativa di Robert Grimm e travalicando gli organismi ufficiali, nel febbraio del 1918 aveva riunito i massimi funzionari sindacali e partitici di nuova generazione, presentò numerose rivendicazioni al Consiglio fed. accompagnandole da minacce di sciopero. Le autorità, diversamente dal passato, dovettero almeno in parte tenere in considerazione tali richieste.
Nell'autunno del 1918, la caduta imminente della monarchia e l'ascesa del Movimento operaio divennero evidenti in Germania e Austria e nei circoli borghesi crebbe la paura di uno sviluppo analogo in Svizzera. Alcuni esponenti del blocco borghese videro addirittura nell'agitazione degli impiegati di banca zurighesi (il 30 settembre e primo ottobre), appoggiato da uno sciopero generale locale dell'Unione operaia, la prova generale della rivoluzione. Altri volevano dare una lezione agli operai insorti mentre l'esercito era ancora mobilitato. Il 7 novembre, dopo la decisione del Consiglio fed. di intervenire militarmente, i vertici dell'esercito fecero sfilare le truppe a Zurigo a fini dimostrativi.
L'arrivo delle truppe provocò l'indignazione generale degli operai organizzati spingendo il comitato di Olten a riunirsi lo stesso 7 novembre in seduta straordinaria. Nel tentativo di canalizzare la protesta, dopo un ampio dibattito, incitò all'astensione dal lavoro. Lo sciopero di protesta in 19 centri industriali indetto sabato 9 novembre (data della caduta dell'Impero ted.) si svolse nella calma. A Zurigo, l'Unione operaia decise di continuare le manifestazioni fino al ritiro delle truppe. Il 10 novembre sul Münsterplatz si verificarono violenti scontri tra dimostranti e militari, ciò che arroventò ulteriormente gli animi. Di fronte a questo sviluppo il comitato di Olten si trovò a dover decidere se unirsi agli Zurighesi o perdere la propria influenza. Proclamò uno sciopero generale a tempo indeterminato da martedì 12 novembre, presentando inoltre un programma di rivendicazioni politiche e sociali in nove punti: il rinnovo immediato del Consiglio nazionale secondo il sistema proporzionale (accettato dal popolo il 13 ottobre), l'introduzione del suffragio femminile, il dovere per tutti di lavorare, la settimana di 48 ore, una riforma dell'esercito, la garanzia dell'approvvigionamento alimentare, un'assicurazione vecchiaia e superstiti, il monopolio statale sul commercio estero e un'imposta sulla sostanza per ridurre l'indebitamento pubblico.
L'11 novembre (data della firma dell'armistizio di Compiègne) si riprese quasi ovunque a lavorare; Zurigo costituì l'eccezione più significativa. Lo sciopero generale su tutto il territorio nazionale iniziò il giorno seguente. L'USS contò ca. 250'000 scioperanti. La partecipazione dei ferrovieri, che portarono il movimento nelle regioni rurali altrimenti poco toccate, suscitò profonda impressione. In molti luoghi della Svizzera occidentale e in Ticino l'appello allo sciopero venne accolto tiepidamente. In generale lo sciopero generale si svolse nella calma, anche grazie ad alcune misure preventive imposte dalle org. operaie, come il divieto di consumare alcol. A Basilea, dove persino il giornale radicale National-Zeitung pubblicò senza commenti l'appello allo sciopero, governo e dirigenti operai collaborarono allo svolgimento ordinato delle manifestazioni. La situazione sfuggì al controllo solo in poche occasioni, generalmente in seguito all'apparizione delle truppe; i disordini più gravi si ebbero a Grenchen dove il 14 novembre tre scioperanti furono uccisi con armi da fuoco.
Già l'11 novembre, avvalendosi dei pieni poteri, il Consiglio fed. decise di sottoporre il personale della Conf. alla legge marziale. Dopo un primo momento di sorpresa, in cui si erano mostrate pronte a concessioni, le autorità fed. inasprirono nettamente la propria posizione; diversi governi cant. reagirono allo stesso modo. Da un lato ci si rese conto di aver sopravvalutato il pericolo, dall'altro l'ala intransigente dello schieramento borghese guadagnò rapidamente terreno, in particolare durante la riunione dell'Assemblea fed. del 12 novembre. Inoltre, i servizi essenziali furono provvisoriamente assicurati grazie all'aiuto di alti funzionari, studenti e guardie civiche in via di formazione. Così rafforzato, il 13 novembre il Consiglio fed. pretese la fine incondizionata dello sciopero. Il comitato di Olten, che temeva un intervento dell'esercito, accettò l'ultimatum il 14 novembre. Venerdì 15 novembre il lavoro riprese quasi ovunque; a Zurigo gli operai del legno e del metallo continuarono lo sciopero fino al fine settimana.
Lo sciopero generale ebbe conseguenze molto diverse, che andarono dalla repressione all'adozione di riforme. Per una parte dei lavoratori le condizioni di lavoro peggiorarono. La giustizia militare aprì procedimenti contro oltre 3500 persone, soprattutto ferrovieri, di cui 147 si conclusero con una condanna. Nel processo principale, che durò dal 12.3 al 9.4.1919, un tribunale militare inflisse pene detentive a Robert Grimm, Friedrich Schneider e Fritz Platten del comitato di Olten così come a Ernst Nobs. In seno al blocco borghese, l'ala riformista dei radicali perse importanza; a Basilea ad esempio due Consiglieri di Stato moderati dovettero dimettersi anzitempo. Le neocostituite guardie civiche consolidarono le loro strutture (Federazione patriottica svizzera). Presentato come un tentativo di rivoluzione, lo sciopero generale servì ancora per decenni a stigmatizzare la sinistra (Anticomunismo). I risultati delle ricerche storiche in parte disponibili fin dagli anni 1950-60, che scagionavano ampiamente i capi dello sciopero, trovarono larga diffusione solo dopo l'anniversario del 1968.
La capitolazione della sinistra determinò a lungo una valutazione negativa dello sciopero generale, lasciando nell'ombra i successi ottenuti, a partire dalla riduzione massiccia del tempo di lavoro già nel 1919 (settimana di 48 ore). Inoltre le relazioni tra datori di lavoro e operai cambiarono profondamente. L'industria di esportazione, in cui solo alcuni rami avevano condotto negoziati limitati con i sindacati, si mostrò ora disposta a concludere accordi di ampia portata. Le autorità fed., soprattutto il Dip. fed. dell'economia pubblica, inclusero in misura crescente i rappresentanti sindacali nei processi decisionali. L'esperienza dello sciopero generale spinse le autorità a premurarsi, durante la seconda guerra mondiale, di coinvolgere tempestivamente le org. operaie nell'economia di guerra e ad accordare un'alta priorità alla distribuzione delle risorse. Essa favorì inoltre la conclusione di contratti collettivi di lavoro ancora prima della fine della guerra e, durante la guerra, la creazione dell'AVS, che segnò una svolta nell'ambito della politica sociale.
Fonti
– Der Landesstreik-Prozess gegen die Mitglieder des Oltner Aktionskomitees vor dem Militärgericht 3 vom 12. März bis 9. April 1919, 1919
– W. Gautschi (a cura di), Dokumente zum Landesstreik 1918, 19882
Bibliografia
– W. Gautschi Der Landesstreik 1918, 1968 (19883, con rapporto di ricerca di H. U. Jost)
– M. Mattmüller, Leonhard Ragaz und der religiöse Sozialismus, 2, 1968
– AA. VV., La Grève générale de 1918 en Suisse, 1977
– B. Degen, Abschied vom Klassenkampf, 1991
– V. Boillat et al. (a cura di), Vom Wert der Arbeit, 2006, spec. 125-129, 146-166
Autrice/Autore: Bernard Degen / sma