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Perché l’Associazione AvaEva intende occuparsi del tema degli abusi e dei maltrattamenti ?
Ci sono atteggiamenti, gesti, episodi che ci si pente di aver realizzato.
Ma non sempre è possibile rimediare; ad esempio dopo aver compiuto uno sgarbo, offeso un genitore anziano, magari afflitto da demenza, ecc.
In questo caso nessun pentimento è in grado di cancellare l’atto compiuto, nonostante possa essere la conseguenza del proprio sovraffaticamento o della propria sensazione di impotenza di fronte ad una situazione difficile e talvolta impossibile da accettare.
Per meglio poter circoscrivere quali sono i comportamenti che ci indicano che siamo di fronte a un maltrattamento, ad atti di violenza o a un abuso, e onde evitare di far riferimento soltanto alla violenza fisica o psicologica in generale, ci siamo avvalsi del vocabolario.
Abbiamo così potuto appurare che fanno parte dei maltrattamenti l’offesa, l’umiliazione, l’ingiuria, lo sgarbo, l’aggressività, la brutalità, la veemenza, il torto, la prepotenza, la sopraffazione, il sopruso, la coercizione, l’impeto, la forza, e infine la violenza e la sevizia.
Viceversa risultano sinonimi di abuso l’eccesso, la smodatezza, la sopraffazione, la prepotenza, la prevaricazione, il sopruso, ecc.
Il sostantivo violenza da un punto di vista antropologico e psico-sociologico significa l’uso
della forza fisica, delle armi o delle provocazioni per imporsi, mancando di rispetto per il volere altrui e/o per volontà propria.
In Svizzera, la violenza e i maltrattamenti ai danni delle persone anziane sono una realtà spesso ancora sottaciuta, sulla quale si preferisce glissare, o meglio coprire gli episodi trovando delle giustificazioni nel caso in cui diventino inesorabilmente evidenti o vengano alla luce.
I dati, tuttavia, sono difficilmente equivocabili: 300.000 persone in età avanzata sono vittime di violenze, che nell’80% dei casi avvengono tra le mura domestiche.
Ciò non significa che nelle strutture specializzate non si registrano abusi; generalmente questi sono dovuti ad esempio alla carenza di personale formato appositamente, o al suo frequente ricambio.
Ci permettiamo di sottolineare che la vergogna che non lascia scampo a chi maltratta accomuna quest’ultimo al maltrattato, che sovente non parla di quanto è successo e non sa a chi rivolgersi per condividere l’accaduto oppure per domandare aiuto.
Si assiste oggi alla tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata che ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per molteplici ed eterogenee motivazioni: egli giunge quindi ad instaurare rapporti di dipendenza, che possono essere di tipo domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.
Quando all’anziano sorgono gravi patologie, peggiorano quelle preesistenti, oppure si trova ad affrontare la solitudine in seguito alla vedovanza o compaiono disagi economici, si trova a ricadere in una condizione che lo rende dipendente da altre persone. La soluzione più immediata e solitamente più accettata dall’anziano stesso, è la sua sistemazione nella famiglia dei figli o dei parenti più prossimi.
Questa accoglienza che per l’anziano rappresenta “sentirsi protetto”, può comportare non pochi problemi dal punto di vista prettamente pratico: le prime considerazioni da prendere in esame riguardano le persone che si impegnano alla presa a carico e alla cura dell’anziano dipendente.
Da un punto di vista sociale, l’inserimento di un anziano dipendente in una famiglia moderna necessariamente già ben organizzata dal punto di vista temporale, logistico ed economico, può determinare una situazione di disagio nei familiari, che devono modificare le regole quotidiane di funzionamento.
Tutti i cambiamenti causati dal arrivo del “nuovo membro della famiglia” potrebbero portare il nucleo famigliare a considerarlo come “estraneo” e “violatore della loro privacy familiare”,
aspetti che inevitabilmente portano ad accentuare gli eventuali conflitti preesistenti.
La famiglia attuale è nucleare (genitori che lavorano entrambi e spesso con un solo figlio), che vive in uno spazio contenuto e che spesso consuma un pasto al giorno fuori casa.
Ulteriormente, una condizione di disagio si riscontra frequentemente anche nell’anziano stesso, il quale può arrivare a considerare se stesso, soprattutto se non completamente autosufficiente, come un gravoso onere per il caregiver*.
Per di più infatti per accudire il “nonno o la nonna” uno dei figli di questi ma che contemporaneamente è diventato genitore, deve interrompere il lavoro con una perdita economica anche gravosa. In questo modo l’anziano da risorsa come era in passato, passa a rappresentare un motivo di difficoltà in aggiunta per tutta la famiglia.
Se oltre a ciò aggiungiamo che l’anziano è affetto da demenza, diventa un serio problema sia per la famiglia ospitante sia in caso di collocamento in istituto, dove alcune segnalazioni indicano che i pazienti spesso soli, con turbe psichiatriche o cognitive e frequentemente privi di sostegno familiare, sono maggiormente correlabili a situazioni che possono sfociare in un “maltrattamento”.
La seconda “Assemblea mondiale sull’invecchiamento”, svoltasi a Madrid nel 2002, è la testimonianza di una crescente attenzione agli abusi sugli anziani, che ha coinvolto un numero progressivamente maggiore di nazioni 13.
Il fenomeno è stato oggetto di approfondimento anche da parte della Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2002 ha pubblicato il primo “Rapporto mondiale su violenza e salute”, dedicando un ampio capitolo alla violenza sulle persone in età senile e confermandone la prevalenza del 4-6% dichiarati.
Questi innumerevoli motivi sono posti alla base del lancio della piattaforma nazionale «Vecchiaia senza violenza», nata dalla sinergia tra la Unabhängige Beschwerdestelle für das Alter (Svizzera tedesca), Pro Senectute Ticino e Moesano e alter ego (Romandia). L’iniziativa si rivolge alle persone anziane, ai parenti, a terzi e ai professionisti.
Tramite una helpline chi cerca aiuto viene collegato, a seconda della regione linguistica, ad una di queste tre organizzazioni e può ricevere velocemente sostegno e consulenza. Vengono inoltre messi a disposizione un sito web nelle tre lingue nazionali (vecchiaiasenzaviolenza.ch) e le conoscenze degli esperti, al fine di sensibilizzare e proporre un’offerta di formazioni continue e perfezionamenti.
Il direttore di Pro Senectute Ticino e Moesano, spiega la natura molto diversa tra un maltrattamento a domicilio e uno in un istituto. «In entrambi i casi non è da escludere assolutamente che ci sia uno stress da parte di un operatore o di un’équipe, rispettivamente di un familiare», dice.
Il direttore ricorda comunque che, se la situazione di violenza dovesse insorgere in un istituto, esistono protocolli adottati o in via d’adozione che prevedono una segnalazione interna con conseguente verifica e, se necessario, provvedimenti legati al diritto del lavoro e in alcuni casi di tipo penale.
Per i motivi summenzionati ed in seguito a qualche suggerimento delle socie, AvaEva ha deciso di progettare un momento di riflessione e di discussione approfondita su questa delicata tematica.
Abbiamo inizialmente interpellato quindi chi in Ticino si occupa da tempo di studiare gli aspetti interni alla problematica, mettendo in luce le interconnessioni fra i soggetti coinvolti, e le eventuali ipotetiche possibilità di interventi atti alla risoluzione della questione.
Abbiamo così direttamente contattato due professioniste che si occupano nel cantone di questa delicata tematica. Il riferimento è rivolto a Carla Sargenti e a Francesca Ravera.
La prima è Responsabile della Formazione Continua e del corso di diploma di Advanced Studies in gerontologia e geriatria della SUPSI nel DEASS, mentre la seconda è Psicologa e psicoterapeuta, che svolge l’attività professionale a ProSenctute nel servizio di prevenzione e promozione della qualità della vita.
Riteniamo fondamentale sottolineare gli aspetti che differenziano l’approccio di entrambe.
Sargenti fa riferimento prevalentemente all’abuso in ambito famigliare e/o istituzionale, e affronta la tematica con un riguardo speciale a ciò che potrebbero essere i suggerimenti preventivi e le strategie da mettere in atto per far fronte a situazioni di sopruso o di violenza. Ciò è facilmente spiegabile dal fatto che i suoi interlocutori sono operatori socio sanitari formati o in via di concludere gli studi e di raggiungere un diploma.
Ravera viceversa si rivolge più direttamente agli anziani coinvolti in prima persona, oppure ai famigliari e ai curanti che hanno in carico l’anziano in questione.
Proprio questa distinzione in riferimento ai committenti/destinatari della loro azione professionale, ci ha messo di fronte alla possibilità di ipotizzare due progetti sulla stessa tematica ma articolati differentemente.
Il primo progetto “progetto A” è più semplificato in quanto si realizzerebbe in un pomeriggio e sostanzialmente consisterebbe in una relazione da parte della Signora Sargenti a cui seguirebbe una discussione fra le partecipanti.
La seconda opzione “progetto B” è più articolata, prevede l’intervento di entrambe e occuperebbe inizialmente due pomeriggi con le esperte e altri incontri coordinate da membre del comitato dell’Associazione con esperienza nella conduzione dei gruppi. Questa seconda opzione avrebbe un costo maggiore e non necessariamente dovrebbe concludersi dopo i primi due pomeriggi; anzi si ipotizzano in tutto circa sei incontri.
Questi due incontri iniziali dove come già detto, le due esperte analizzano il problema ma da due differenti angolature, si configurerebbero quali input iniziali ad una serie imprecisata di incontri successivi.
Infatti il progetto B dovrebbe fondare le basi per la creazione di un gruppo di discussione coordinato da uno o più membri del Comitato, che analizzi e approfondisca di volta in volta le varie sfaccettature e le interrelazioni a partire dall’analisi dei casi riportati al gruppo.
Qui sotto la descrizione dettagliata dei due progetti.