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23 settembre 2010 – La Regione
Necessità di un nuovo patto
In una pregevole rivista bancaria ho trovato riassunto il pensiero del filosofo liberale e premio Nobel per la letteratura Bertrand Russel in merito al progresso delle società industriali. Ogni società si porta dietro i pregiudizi che ha ereditato dal passato. Più la società è “chiusa” su se stessa e maggiori sono i pregiudizi da scardinare per consentirne lo sviluppo. Sociologi e i politologi, sostiene Russel, “pensano allo Stato come un’entità sostanziale dotata di un proprio bene assolutamente distinto dal bene dei cittadini; e quello che chiamano il bene dello Stato è normalmente ciò che dà loro una certa soddisfazione estetica e morale”. In realtà uno Stato dovrebbe essere un’entità in cui la gente deve vivere, non un’entità su cui dissertare o da contemplare come un paesaggio dall’alto al basso. Russel indica due elementi fondamentali per una buona società: l’effettivo benessere di coloro che la compongono e la sua capacità di trasformarsi sempre in qualcosa di meglio. Questi due elementi non sempre sono presenti assieme. Infatti è possibile che in una società dove vi sia un benessere diffuso, questa non sia progressiva, ma statica, conservatrice e quindi vada incontro alla decadenza. Per raggiungere il primo obiettivo, secondo Russel, occorre che un modello di società non sia né troppo sistematico né troppo ordinato, ovvero non dovrebbe essere imposto con norme e relative sanzioni. Per realizzare un sistema sociale realmente partecipato bisogna che la gente possa credere in esso. Questo pare essere il punto più difficile, considerata la crisi dei valori che ha investito le società industriali negli ultimi anni o decenni e che ha reso sospette tutte le fonti dell’autorità e ridotto il consenso nelle istituzioni, ivi comprese quelle partitiche. Per recuperare i valori occorre che l’uomo, e il politico in primis, accetti l’unico genere di dovere razionale che gli incombe: la coscienza del suo dovere nei confronti della collettività nel suo complesso. Per raggiungere il secondo obiettivo, quello della società progressiva, Russel parla dello sviluppo della creatività individuale, che dovrà provenire principalmente da coloro che assumeranno un atteggiamento critico nei confronti dell’ “ordine” istituitosi: gli uomini di scienza, gli artisti, gli intellettuali. Questo perché tutte le innovazioni sono sgradite alla maggioranza, eppure senza mutamenti nessuna società può progredire ma solo regredire o alla meglio stagnare. Occorrono quindi, quale condizione per il progresso della società, libertà e spazio per queste personalità quando il loro lavoro è creativo e non predatorio. Queste riflessioni mi conducono a qualche breve considerazione sullo stato della nostra democrazia, che seppur tra le meglio funzionanti al mondo, contiene anch’essa qualche rischio di decadenza perché, come scriveva il prof. Giovanni Sartori, il benessere non porta automaticamente ad una migliore democrazia ma semmai ad una cittadinanza “più distratta” verso la politica col rischio che a decidere siano piccole cerchie interessate e quindi non sempre virtuose nel pensare al dovere verso la collettività tutta. A queste si aggiungono le forze demagogico-populiste che di fatto puntano al conservatorismo e alla chiusura facendo leva sulla distrazione, sulle paure dell’altro e del nuovo, presenti nella maggioranza dei cittadini – e tipiche di società invero “chiuse” e con pregiudizi. Di queste forze politiche, che di recente hanno francamente toccato il fondo, ne abbiamo esempi nostrani, ma anche internazionali (non troppo distanti). Dando per scontato che una rinascita dell’originale concezione liberale dello Stato sia auspicabile, si rende necessario coltivare nuovamente i cinque comandamenti liberali: la tolleranza religiosa, il rispetto per la persona (e le etnie), per la proprietà, per la legge e la virtù personale. Circa i primi due possiamo solo dire che ultimamente li abbiamo visti calpestati a sufficienza. Questo modo di far politica è un pericolo per la nostra democrazia. La storia, oltre a teorie politiche, hanno insegnato che alle dittature spesso si arriva dopo la degenerazione di sistemi inizialmente democratici. Quando al popolo si propinano promesse, soluzioni e sogni a scopi elettoralistici, o certe notizie e informazioni fuorvianti; quando si alzano i toni – ma non i contenuti – del dibattito politico in realtà si vuole distrarre i cittadini dai problemi reali del paese e al contempo si vogliono allontanare quei personaggi innovatori, spesso in anticipo sul loro tempo, dall’arena politica. Una politica fatta di proclami ad effetto e di fumo gettato negli occhi non è una politica degna. Sul rispetto della legge si può aggiungere che il comandamento liberale prevede che vivere secondo le leggi presuppone che queste siano numericamente limitate, semplici e coerenti in modo che si possa raggiungere (o almeno immaginare) la proporzionalità, la giustizia e l’onestà. In quest’ottica il Partito radicale svizzero ha lanciato un importante progetto volto a ridurre la burocrazia statale (la quale se talvolta si autoalimenta, sempre si fonda su leggi, troppe e complesse per il cittadino).
Il nostro Cantone ha sfide enormi da affrontare e abbisogna di meno calcoli elettorali e di maggiore unità e serietà per farsi valere e raggiungere obiettivi di progresso. Le beghe tra partiti o movimenti ticinesi, le schermaglie personali, le battute da bar a mezzo stampa non ci permetteranno di fare passi avanti, anzi il rischio è di ritrovarci in un isolamento pernicioso. Ci vuole un nuovo ordine per ridare dignità alla politica, ci vuole maggiore complicità (non asservimento ma neppure scontro) tra partiti e mass media dove nessuno dei due detti l’agenda politica o i contenuti all’altro. Bisogna che la gente torni ad avere fiducia nella politica e nei politici, ad interessarsi attivamente ad essa e a far affidamento su una stampa davvero pluralista, oggettiva e libera.