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L’obiezione di coscienza è, tra le varie forme di opposizione alle regole e leggi di una comunità, la meno impegnativa. Non si vuole abolire l’intero ordinamento – non è una rivoluzione. Non si vuole nemmeno modificare o abolire una singola norma, cambiando le regole che valgono per tutti – non è la disobbedienza civile.
È semplicemente la richiesta di garanzia di uno spazio di libertà individuale. Un valore che sarebbe bene tutelare: una società disposta a concedere una simile garanzia mi sembra più giusta di una che non lo concede.
L’obiezione di coscienza è meno impegnativa di una rivoluzione o della disobbedienza civile. Ma è comunque una ribellione alle regole che, in teoria, dovrebbero valere per tutti. Una eccezione all’applicazione delle leggi che, se diventasse troppo diffusa, vanificherebbe tutto.
Una società nella quale la maggioranza dei cittadini – o una cospicua minoranza – facesse obiezione di coscienza sulla maggioranza delle leggi vigenti, metterebbe di fatto in crisi l’intero edificio legislativo – si tratterebbe di una rivoluzione.
L’obiezione di coscienza va quindi maneggiata con cura e buon senso.
Il mio buon senso 1 prevede che l’obiezione di coscienza si applichi unicamente alle azioni obbligatorie. Un farmacista non può ricorrere all’obiezione di coscienza per la vendita di determinati farmaci: nessuno l’ha obbligato a fare il farmacista, ci sono tanti altri lavori.
Il mio buon senso prevede anche che l’obiezione di coscienza abbia davvero la coscienza come motivazione. E questo è un bel problema: come accertarsi che tizio non chieda la sospensione di una legge per opportunismo? Se penso a una commissione di controllo, mi spavento: quella che doveva essere una garanzia di libertà rischia di trasformarsi in oppressione e controllo. Però la semplice richiesta di coerenza mi sembra sensata e poco invasiva. Se un consigliere municipale si rifiuta di celebrare le seconde nozze di un suo concittadino perché contrario al divorzio ma è egli stesso divorziato – beh, non vedo perché concedergli il diritto di fare obiezione di coscienza.
Il mio buon senso prevede inoltre di proibire gli appelli all’obiezione di coscienza. La coscienza è individuale, non collettiva. E un appello generalizzato mi fa pensare a un rivoluzionario mancato, uno che non ha il coraggio o i mezzi per cambiare una legge, e allora ricorre all’obiezione di coscienza come strumento per rendere questa legge inefficace. Il carcere a vita è forse troppo, ma 5 anni di reclusione, da raddoppiare in caso di recidiva, mi sembrano una giusta punizione.
- Il mio buon senso, su questo tema, ha goduto dei frutti di un seminario sul tema tenuto da Emanuela Ceva. Quello che c’è di buono, qui, viene da lei. Quello che c’è di cattivo, da me.