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BERNA - Nel 2020 gli ospedali svizzeri hanno registrato un calo del 40% delle crisi cardiache. Ma non si tratta di una buona notizia: numerose persone hanno infatti preferito non sottoporsi alle visite mediche per paura del virus, o addirittura non si sono presentate in pronto soccorso nonostante i sintomi di un attacco di cuore. Questi dati si sommano poi a quelli delle persone che a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia non hanno potuto sottoporsi alle consuete visite di controllo di routine o a quelle relative agli esami diagnostici.
I numeri sono stati forniti da un rapporto di Helsana. Il picco è stato raggiunto durante il primo lockdown, in cui gli ospedali svizzeri hanno registrato un calo del 50% di crisi cardiache. Ma ciò significa che molto probabilmente molti cardiopatici sono morti a casa loro.
Una situazione che rischia di ripetersi anche quest'anno, soprattutto in Svizzera tedesca, dove le terapie intensive di diversi ospedali risultano già piene, e i nosocomi si vedono costretti a posticipare alcuni interventi o a trasferire i pazienti.
«Sono molti i pazienti che non possono essere trattati come dovrebbero. Spesso anche la diagnostica subisce un freno» ha dichiarato a La Domenica il dottor Roberto Tartini, cardiologo all'Hirslanden di Zurigo, ricordando anche la mancanza di personale.
«Per ora i pazienti acuti riusciamo ad assisterli, mentre gli interventi elettivi, quelli non urgenti, come ad esempio la sostituzione di una valvola cardiaca, potrebbero venir posticipati» ha aggiunto il professor Christophe Wyss, cardiologo della clinica Hirslanden.