Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01155.jsonl.gz/763

Gli anni tra le due guerre mondiali sono caratterizzati dall’attenuarsi degli arrivi di italiani, mentre riprende vigore il flusso di esuli politici, in fuga questa volta dal regime fascista. Con la fine della seconda guerra mondiale l’emigrazione dall’Italia riprende con forza. La Svizzera, d’altronde, è protagonista di un eccezionale sviluppo economico: nel periodo 1945-60 il prodotto nazionale lordo raddoppia e il reddito pro capite nazionale cresce del 60 per cento.
Negli anni 1946-51, quando l’esodo italiano riparte con intensità in tutto il mondo, la sola Svizzera assorbe il 48 per cento dell’emigrazione italiana in Europa. Gli italiani diventano in breve tempo la comunità straniera più numerosa: 140.000 unità nel 1950 (49 per cento del totale degli stranieri) e 160.000 nel 1955 (59 per cento del totale degli stranieri). Nel decennio 1955-65 si realizza una radicale trasformazione della provenienza dei flussi dall’Italia. Se, infatti, nel 1955 il 70 per cento degli italiani era originario dell’Italia del Nord, l’11 per cento del Centro e il 19 per cento del Sud e isole, nel 1965 la situazione si capovolge: ben il 60 per cento degli italiani risulta proveniente dalle regioni del Sud e dalle isole.
Il 1965 è l’anno della tragedia della diga di Mattmark: mezzo milione di metri cubi di ghiaccio si abbatte sugli operai che stavano costruendo la diga; 83 sono i morti, 57 dei quali italiani. La catastrofe viene ricordata ancora oggi dalla comunità italiana.
Nel 1975 la popolazione italiana in Svizzera tocca la punta più alta, 573.085 presenze, in un periodo che vede nel complesso aumentare in maniera sostanziale la presenza degli stranieri, che nel 1974 raggiungono la quota record del 16,7 per cento sulla popolazione totale. A partire dalla metà degli anni settanta, tuttavia, le conseguenze della crisi petrolifera e le trasformazioni nel mercato internazionale del lavoro portano a una progressiva forte riduzione della comunità italiana, che passa a 411.913 unità nel 1985, a 361.649 nel 1990, fino ad arrivare ai 319.641 censiti nel 2000 e ai 308.255 nel 2002.
Il processo di integrazione
Robert K. Merton definisce l’integrazione sociale come adattamento individuale al sistema sociale e ne identifica diversi livelli analizzabili in base all’accettazione o al rifiuto delle mete socialmente poste e dei mezzi previsti per raggiungerle. Si va così dalla conformità totale (accettazione delle mete e dei mezzi) alla ribellione (rifiuto sia delle mete che dei mezzi). Il tipo di integrazione più funzionale al mantenimento del sistema è definito da Merton con il concetto di innovazione (accettazione delle mete ma rifiuto dei mezzi istituzionalizzati per raggiungerle).
All’inizio del processo di migrazione, gli italiani giungono in Svizzera quale semplice manovalanza. Separati dai loro cari da una legislazione federale che non permette il ricongiungimento familiare ai lavoratori stagionali, gli immigrati vivono in condizioni molto difficili. Abitano spesso in zone “ghettizzanti” in baracche fatiscenti e non conoscendo la lingua faticano a stabilire contatti con la popolazione locale. Sono inoltre sottoposti a restrizioni legislative, che impediscono loro di cambiare lavoro e limitano il loro accesso ai diritti sociali e assicurativi.
“In quegli anni non esisteva nessun processo né volontà di inserimento sociale. Gli immigrati venivano in Svizzera solo per lavorare, convinti di tornare a casa dopo qualche anno”, spiega Claudio Micheloni, il segretario generale del Forum dell’integrazione dei migranti (FIMM). La maggioranza degli immigrati hanno dichiarato che non volevano andarsene via dal proprio paese se non ci fossero stati problemi politici ed economici.
La situazione cambia dalla seconda metà degli anni 60, quando finalmente migliora la loro tutela giuridica e si permette alle famiglie di raggiungerli in Svizzera. Nascono allora una serie di difficoltà di integrazione, poiché la società elvetica si rivela totalmente impreparata a reagire al problema dell’inserimento scolastico e sociale dei nuovi arrivati.
In questo contesto, le associazioni italiane di stampo soprattutto sociale e assistenziale assumono un ruolo fondamentale, rimediando alla lacuna della legislazione elvetica. Oltre che discutere con le autorità locali per fare valere i diritti degli immigrati, organizzano corsi di lingue e di sostegno pedagogico, cosi come numerose attività di svago per i membri delle comunità .
Gli svizzeri si dimostrano inizialmente reticenti ad accettare i nuovi arrivati: “È una costante. Ogni nuovo gruppo di migranti suscita paure e pregiudizi”, spiega il segretario generale del FIMM. Con il tempo, però, gli italiani riescono a farsi apprezzare, grazie soprattutto al loro importante contributo all’economia del paese, al loro carattere spontaneo e gioviale e agli sforzi dimostrati per adattarsi alla realtà locale.
Oggi Giorno
Oggi gli italiani residenti in Svizzera rappresentano la comunità stranierà più numerosa, 300.000 persone, e costituiscono il 20 per cento di tutta la comunità straniera residente nella Confederazione.
Le nuove generazioni, nate e cresciute in Svizzera, parlano le lingue nazionali e hanno pienamente adottato usi e costumi elvetici. Eppure, la popolazione elvetica ancora non dimostra di averli pienamente accettati. Basta pensare alla naturalizzazione agevolata per gli stranieri della seconda e terza generazione, rifiutata in un referendum popolare lo scorso anno.
Chi non possiede il passaporto rossocrociato non può partecipare alla vita politica del paese. Solo una manciata di cantoni, infatti, accorda ai cittadini stranieri il diritto di voto. Solo quando gli immigrati riusciranno ad ottenere i diritti politici, si potrà affermare che la loro integrazione è ben riuscita.