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Era il dicembre del 2012 quando Sir Lord Justice Leveson, conclusa l’inchiesta sulla cultura, le pratiche e l’etica della stampa inglese travolta dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche del News of the World, consegnava nelle mani di David Cameron il rapporto per una riforma della stampa e della sua regolamentazione. Fu proprio su mandato del Primo ministro inglese che venne commissionata l’inchiesta nell’estate del 2011 (la settima commissionata dal governo inglese in meno di 70 anni) ed era il 14 novembre 2011 quando Leveson diede il via alle udienze (ne abbiamo parlato in modo esteso qui su EJO qualche mese fa).
«La stampa fornisce un essenziale controllo su tutti gli aspetti della vita pubblica. Per questo qualsiasi errore da parte dei media influisce direttamente su tutti noi. L’inchiesta deve partire da una domanda cruciale: chi controlla i guardiani dell’informazione (who guards the guardians)?» disse in quell’occasione.
E se Leveson sulla carta è riuscito a darsi una risposta, nella realtà non è riuscito a fare altrettanto Cameron, il quale ha avuto evidenti difficoltà nel mettere d’accordo editori, politici, opinione pubblica e vittime dello scandalo. Fino a metà marzo, quando in accordo con il vice-ministro Nick Clegg e il leader dei laburisti Ed Miliband, il Primo ministro ha dato una svolta elaborando un accordo per una riforma della stampa: «Abbiamo bisogno di un sistema di autoregolamentazione della stampa che sia solido e indipendente, che tuteli le vittime e rispetti i principi espressi nel rapporto Leveson. Questo sistema garantirà immediate scuse e rettifiche, multe fino a un milione di sterline, un organo regolatore indipendente che monitori su eventuali abusi, un robusto codice etico, un servizio di mediazione gratuito per le vittime volto a risolvere in tempi brevi contenziosi e le lamentele con la stampa.» Tutto questo senza ricorrere ad uno statuto legale ma ad un regio decreto emanato direttamente dalla Regina contenente le norme da osservare. Sulla base di un regio decreto, che regola organismi pubblici o istituzioni professionali senza ricorrere ad una legislazione, sono state fondate anche la Bank of England e la BBC.
Insoddisfatti gli editori e i direttori delle testate inglesi che guardano con sospetto alla proposta e temono l’intrusione del potere politico nella loro libertà di azione. Alan Rusbridger, direttore del Guardian, chiede al governo di incaricare gli editori di costituire un organo regolatore indipendente concedendo un anno di tempo per verificarne l’efficacia prima di sottomettere i giornali ad un regime che minaccia 300 anni di storia della libertà di stampa. Fraser Nelson, direttore dello Spectator, definisce «inaccettabile, uno Stato che ha il potere di autorizzare l’operato della stampa». Una reazione comprensibile anche se, come ha fatto notare Roy Greenslade sul Guardian, non bisogna dimenticare che la stampa inglese ha una sua precisa responsabilità. La pratica delle intercettazioni telefoniche a Fleet Street era cosa nota da tempo, per la precisione dal 2006 quando in prima pagina ne parlò la Press Gazette.
Secondo Greenslade gli editori e i giornalisti che oggi puntano il dito contro News of the World e si dicono contrari ad una riforma della stampa sono colpevoli di essere venuti meno al loro ruolo di cani da guardia e di non avere indagato su un fatto così importante. Si sarebbero potute evitare molte vittime e soprattutto salvaguardare il buon nome della stampa inglese e i suoi 300 anni di libertà.
“Scandalo al News of the World: dov’era la stampa inglese?” Pubblicato su Il Corriere del Ticino, 05.04.2013