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Fra i maggiori protagonisti della Coppa del Mondo del 1954, giocata in Svizzera, ci fu anche un direttore di gara brasiliano
Il brasiliano Mario Vianna fu certo uno degli arbitri più chiacchierati della storia della Coppa del Mondo, quasi quanto Byron Moreno - che nel 2002 palesemente decretò l’eliminazione dell’Italia contro la Corea del Sud padrona di casa - e Rudolf Kreitlein, che nel 1966 penalizzò in modo evidente l’Argentina contro l’Inghilterra, a sua volta nazione ospitante. Anche nel 1954 qualcuno parlò di aiuti elargiti dal direttore di gara alla squadra che giocava a domicilio, cioè la Svizzera. Quella volta, però, a lamentarsi dell’operato dell’arbitro furono soltanto stampa e tifosi italiani, inviperiti per l’eliminazione: a differenza dei primi due casi, non ci fu insomma unanimità internazionale nel condannare l’arbitraggio. Ma Mario Vianna, ai Mondiali giocati nel nostro Paese, riuscì indiscutibilmente a lasciare curiose tracce del suo passaggio.
Per festeggiare i suoi primi 50 anni, la Fifa aveva deciso di organizzare la quinta edizione del torneo planetario nella Confederazione, dove ha sempre avuto la propria sede. Città ospitanti vennero scelte Berna, Zurigo, Ginevra, Basilea e Losanna. Alle quali, in ossequio alla solidarietà elvetica, fu aggregata pure Lugano, che ebbe così l’onore di albergare un match iridato nel suo non grande ma nuovo stadio. Fu così che il 20 giugno del ’54, per il 4-1 con cui l’Italia sconfisse il Belgio, a Cornaredo riuscirono ad assieparsi ben 26mila persone, non chiedetemi come. Azzurri e Diavoli rossi erano inseriti – insieme all’Inghilterra - nel gruppo della Svizzera, ma per via di una formula stravagante, e per fortuna mai più rivista, ogni squadra avrebbe affrontato soltanto due delle tre avversarie. Si intendeva, in quel modo, tutelare le due formazioni più forti di ogni girone: considerate teste di serie, avrebbero evitato lo scontro diretto. Nella fattispecie, il privilegio toccò a italiani e inglesi. I rossocrociati poterono così scansare il Belgio, ma non Stanley Matthews e Boniperti.
Fu proprio con lo juventino che il capitano elvetico Roger Bocquet scambiò i gagliardetti alla Pontaise prima di una gara che restò a lungo nella memoria di tutti i tifosi. Per gli svizzeri furono dolci ricordi, dato che dopo il match di Losanna poterono festeggiare il successo contro una compagine ritenuta più forte. Amaro risultò invece il souvenir per gli italiani, straconvinti di essere stati gabbati. Colpevole della disfatta azzurra, a sentir loro, fu dunque Mario Vianna, che annullò per fuorigioco a "Veleno" Lorenzi un gol regolarissimo. Gli azzurri circondarono l’arbitro, che fece l’errore di fornire in pochi secondi due giustificazioni discordanti. Qualcuno osò poggiare una mano sulla spalla del brasiliano, ignorando che aveva un passato da testa di cuoio e guardia del corpo del dittatore Getulio Vargas. L’arbitro reagì sparando un jab al mento di Boniperti, che crollò e dovette essere portato fuori. Avvicinatosi alla barella, Vianna disse al futuro presidente della Juventus che, se fosse riuscito a rimettersi in piedi, lo avrebbe aspettato in campo per il secondo round. L’altro episodio incriminato, secondo la storiografia tracciata nel Belpaese, fu uguale e contrario al primo: il direttore di gara convalidò alla Svizzera una rete viziata da non so più quale infrazione. Sta di fatto che i padroni di casa finirono per imporsi 2-1.
Dal secondo impegno, i rossocrociati uscirono purtroppo con le ossa rotte: l’Inghilterra guidata in panchina dal leggendario Walter Winterbottom vinse al Wankdorf 2-0 e costrinse gli elvetici ad affrontare in uno spareggio di nuovo l’Italia, che grazie al successo luganese sul Belgio terminò il girone coi suoi stessi punti. La gara di recupero si giocò al San Giacomo, dove gli azzurri non ebbero più scuse a cui aggrapparsi: sconfitta 4-1, eliminazione, e corsa in taxi verso la stazione e il primo treno per Chiasso. La Svizzera fece invece rotta su Losanna, dove tre giorni più tardi nei quarti di finale avrebbe sfidato l’Austria. Nativo asburgico era pure Karl Rappan, vincente allenatore di Grasshopper e Servette e – ormai da 18 anni salvo brevi periodi – selezionatore rossocrociato. Ma, soprattutto, era il detentore del brevetto del verrou, sistema di gioco ultraprudente poi assimilato altrove e ribattezzato catenaccio. C’era dunque da scommettere, potendo anche munificamente, che nel derby alpino i rossocrociati non avrebbero subito reti.
Probabilmente, garantivano giornalisti e bookmaker, i padroni di casa avrebbero finito per prevalere 1-0, nettamente in controtendenza: fin lì era stato infatti un Mondiale con moltissimi gol. E a grappoli ne sarebbero ancora giunti: è tuttora l’edizione con la più alta media a partita (5,40). Il match sconfesserà però severamente stampa e allibratori. Gli attaccanti svizzeri, dopo nemmeno venti minuti, avevano infatti già bucato tre volte la retroguardia austriaca. Però almeno sull’impermeabilità della porta elvetica, direte voi, gli esperti ci avevano azzeccato. Come no, ma proprio per poco tempo: ci crediate o meno, al 27’ si era già sul tre pari. Roba da chiodi. Per farla corta, quel 26 giugno 1954 finì 7-5 per l’Austria, a stabilire il record ancora imbattuto di 12 palloni finiti in rete in una sola partita di Coppa del mondo. Primato paradossale, considerato che sulla nostra panchina sedeva il guru della prudenza difensiva, quel giorno pure colpevole di aver confermato in porta il titolare Parlier benché fuori forma. Del resto, aveva pur chiesto alla riserva Stuber se se la sentisse di giocare, ma questi, colto da miedo escenico – il panico da ribalta – vergognosamente declinò.
Ai quarti di finale si arrese pure il Brasile, che di nuovo vedeva sfumare il sogno di un titolo iridato. A eliminarlo fu l’Ungheria, al termine di un match – la cosiddetta Battaglia di Berna – ricordato soprattutto per la violenza. Benché privi del divino Puskas, azzoppato dai tedeschi al primo turno, e con un uomo in campo che non correva più – le sostituzioni ancora non esistevano – i magiari erano comodamente in vantaggio 3-1 e i brasiliani, frustrati, la buttarono in rissa. Furono dapprima espulsi Boszik e Nilton Santos, venuti alle mani, e poi l’inglese Ellis cacciò un secondo sudamericano, Humberto. Mica male, in un’epoca di arbitraggi di manica larghissima. Il triplice fischio fu come il primo gong per i pugili: subito volarono botte da orbi fra giocatori, fotografi, poliziotti e dirigenti. Puskas, in borghese, ruppe addirittura una bottiglia in testa a Pinheiro. E qui torna in gioco quella sagoma di Mario Vianna, che durante il mondiale svizzero non faceva solo il direttore di gara, ma pure il commentatore radiofonico per le gare del Brasile. Infervorato dall’amor patrio, riversò nel microfono i peggiori insulti contro il suo collega arbitro, ma soprattutto definì la Fifa una cricca di ladri. Il giorno dopo, ovviamente, il governo del calcio mondiale lo radiò dalle competizioni internazionali.
Prima di entrare nella polizia speciale, Mario Vianna con due enne – come correggeva se qualcuno chiamandolo dimenticava una consonante – era stato lustrascarpe, giornalaio e imballatore, ma soprattutto andava per conto terzi a riscuotere crediti. 170 cm scarsi per 90 kg abbondanti, compatto come una stufa di ghisa, riusciva sempre a farsi consegnare il dovuto. Allo stesso modo, anni dopo arbitrava urlando, minacciando e – se necessario – mollando sganassoni. Soprattutto non sopportava sentirsi dare del venduto: prima di una partita, a squadre già schierate, l’attaccante del Botafogo Heleno de Freitas lo mise in imbarazzo consegnandogli il disco di bolero che, tempo prima, gli aveva chiesto di portargli dal Cile. Temendo che il pubblico la ritenesse una forma di corruzione, per fugare ogni sospetto Vianna provvide a espellere Heleno al primo minuto. Molte altre volte si fece notare invece per il coraggio: se il pubblico lanciava in campo bottiglie, sassi o bastoni – e succedeva sovente – lui li raccoglieva e li rispediva al mittente, attizzando un’animosità già belluina. E se la gente scavalcava le reti per dargli una lezione, lui non arretrava, si metteva anzi in guardia e affrontava – spesso prevalendo – più di un teppista.
Rientrato dalla Svizzera come un eroe, arbitrò ancora un paio d’anni prima di diventare – forse perché gli si attribuivano doti divinatorie – allenatore di Palmeiras e altre squadre, ma senza troppa fortuna. Tornò presto a Radio Globo, per la quale commentò migliaia di partite coniando slogan entrati per sempre nel lessico dei tifosi brasiliani. Ma, anche, facendola spesso fuori dal vaso, come quella volta che fu cacciato da un programma perché durante un dibattito definì l’arbitro israeliano Klein un ladrone giudeo: l’azienda che sponsorizzava la trasmissione era in mano proprio a imprenditori ebrei. E un altro cartellino rosso lo prese quando, in una tavola rotonda televisiva, esasperato dal fumo di pipe e sigarette degli invitati, pensò bene di invitarli a smettere di riempirsi i polmoni di veleno: peccato che il maggiore azionista della rete era la Souza Cruz, il più grande produttore di tabacco dell’intero Brasile.
Questa è la quinta puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.