Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01034.jsonl.gz/272

Non tutte le imprese elvetiche sono tornate ai livelli di vendita pre-Covid, la situazione congiunturale viene osservata con attenzione
GINEVRA - Gli sviluppi congiunturali in Cina sono una delle principali preoccupazioni per le aziende svizzere: è la conclusione cui giunge di un'analisi realizzata dalla banca privata ginevrina Lombard Odier, di cui dà notizia oggi L'Agefi.
Sebbene sia stata accolta con favore la riapertura del paese all'inizio dell'anno, dopo la pandemia, non tutte le imprese elvetiche sono tornate ai livelli di vendita pre-Covid, emerge dai rapporti semestrali pubblicati in queste settimane. La crescita nel paese a partito unico non è così elevata come ci si aspettava: per mantenere il suo obiettivo di espansione economica e rassicurare i mercati globali, il governo di Pechino dovrà adottare misure drastiche volte a stimolare la domanda dei consumatori, sostengono gli esperti.
Niente recupero post-Covid - In Cina c'è stato un effetto di riapertura post-coronavirus, spiega alla testata romanda Samy Chaar, capo-economista di Lombard Odier. «Ma a questo non è seguito un effetto di recupero, cioè il boom dei consumi nei servizi che abbiamo per contro visto negli Stati Uniti e in Europa, dove le famiglie hanno potuto accumulare risparmi in eccesso durante il Covid, grazie agli aiuti ricevuti durante la pandemia».
Nella nazione asiatica il contesto economico è completamente diverso. «I cinesi sono nello stato d'animo di ridurre l'indebitamento, di ripagare il debito, perché c'erano eccessi soprattutto nel settore immobiliare», osserva lo specialista. «È questo duplice effetto - riapertura e ritorno ai consumi nel settore dei servizi - che manca alla Cina per raggiungere il suo obiettivo di crescita, che è del 5% per l'intero anno».
Più offerta che domanda - «Negli ultimi quindici anni circa, le autorità cinesi hanno perseguito una politica economica volta a stimolare l'offerta piuttosto che la domanda», prosegue l'intervistato. «Ma il problema che il paese si trova ad affrontare oggi è quello della domanda: quindi, al di là dei rischi di deflazione, direi che c'è un rischio di stagnazione».
«Nell'attuale contesto geopolitico, dove le tensioni sino-americane sono aumentate dopo la guerra in Ucraina, in un quadro di rivalità tecnologica, la Cina ha bisogno di una vera e propria rottura con il passato, per non dire di una rivoluzione», si dice convinto il 45enne con dottorato in economia conseguito a Parigi. «Oggi la principale fonte di domanda per l'economia cinese restano gli Stati Uniti. Sappiamo che le autorità stanno progettando di sostituire il consumatore americano con quello cinese. Ma finora non hanno fatto molto. E mantengono un'economia essenzialmente orientata alle esportazioni».
Imparata la lezione - «I paesi occidentali hanno imparato la lezione della crisi sanitaria», prosegue l'esperto con trascorsi di lavoro anche in Asia. «Anche se il centro di produzione cinese ha ripreso a funzionare correttamente dopo la riapertura del paese, stanno cercando di diversificare le loro catene di produzione per evitare i rischi associati alla dipendenza da un unico stato, anche per ragioni geopolitiche».
Cina fondamentale - La Cina rimane comunque essenziale anche per le imprese elvetiche. «La Svizzera ha ancora un'importante relazione commerciale con la Cina. Hanno sede molte aziende attive nei settori della chimica, delle materie prime, dei macchinari e della robotica. Esse sostengono la sua forza produttiva, che funziona senza problemi. Nonostante il rallentamento del commercio, legato a un calo generale della domanda globale, questi comparti rimangono relativamente resistenti. Per le aziende attive in settori che mirano a sostenere il consumo locale, come i servizi o i beni di lusso, la situazione invece è ovviamente più complicata», conclude