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La sicurezza sociale è legata per diversi aspetti alla condizione professionale. Spesso le persone che esercitano un’attività lucrativa hanno una protezione assicurativa migliore di quelle che svolgono un lavoro non remunerato. Inoltre, molte assicurazioni sociali basano il loro modello di finanziamento su contributi legati all’esercizio di un’attività lucrativa. Quest’ultima comprende i lavori produttivi svolti da salariati o indipendenti. Eppure non tutti i lavori sono considerati attività lucrativa: quelli non remunerati, come il lavoro domestico, l’aiuto di vicinato o il volontariato, che sono svolti prevalentemente da donne, non rientrano in questa categoria.
Lo stretto legame tra condizione professionale e sicurezza sociale ha ragioni di carattere storico. All’epoca della loro istituzione, alla fine del 19° secolo, le prime assicurazioni sociali mirano in primo luogo alla protezione degli operai di fabbrica, ovvero un gruppo che rappresenta l’esempio della moderna forma di attività lucrativa. Lo Stato sociale serve a proteggere la società industriale dai rischi di povertà derivanti da infortuni sul lavoro nelle fabbriche e perdite salariali dovute a malattia, vecchiaia e invalidità. La quotidianità in fabbrica è particolarmente rischiosa e la classe operaia particolarmente bisognosa di protezione. È in questo contesto che si situano i primi interventi dello Stato sociale. Sia le leggi sulle fabbriche e per la protezione emanate a livello cantonale tra il 1840 e il 1870 che la prima legge federale sul lavoro nelle fabbriche del 1877 si applicano principalmente alle attività industriali pericolose. Anche la prima grande assicurazione sociale della Svizzera, l’assicurazione statale contro gli infortuni (INSAI, dal 1996 Suva), fondata nel 1912, copre in primo luogo i lavoratori del settore industriale. Gli indipendenti restano a lungo esonerati dall’obbligo assicurativo, così come gli impiegati e le persone occupate nell’agricoltura. Alla fine del 19° secolo, i sindacati e la socialdemocrazia sono una potente lobby che fa sentire la voce della classe operaia. Anche diversi esponenti del partito liberale sostengono l’istituzione di assicurazioni sociali statali per offrire agli operai un aiuto all’autoaiuto.
La priorità data alla classe operaia nelle prime assicurazioni sociali dipende anche dal cambiamento di significato subìto dal termine «operaio» nel corso del 19° secolo: fino alla metà del secolo questo include non solo chi lavora nelle fabbriche, ma pure altri salariati, quali lavoratori giornalieri, lavoranti, garzoni e servi. Anche il confine con l’attività lucrativa indipendente, quale il lavoro artigianale o a domicilio, è labile. A partire dagli anni 1860 il lavoro in fabbrica è tuttavia sempre più distinto dalle altre occupazioni, in particolare dal lavoro a domicilio e dall’artigianato. Dopo la Prima Guerra mondiale vengono discusse normative legali per la protezione di chi lavora a domicilio, ma una legge federale in materia viene respinta in votazione popolare nel 1920. È solo nel 1940 che la Confederazione emana una legge sul lavoro a domicilio, che prevede, oltre a diverse misure di protezione, anche salari minimi. La situazione sfavorevole del lavoro a domicilio tocca soprattutto le donne, che all’inizio del 20° secolo sono occupate in questo settore nella misura del 10–15 per cento. Ostacoli analoghi incontrano le richieste di tutela dei lavoratori domestici, anche in questo caso prevalentemente donne. All’inizio del 20° secolo varie associazioni femminili borghesi si oppongono a disposizioni di protezione in materia nel diritto del lavoro. Su impulso delle associazioni dei domestici, nel 1923 viene introdotto un primo contratto normale di lavoro per il personale domestico per le Città di Zurigo e Winterthur.
La scarsa considerazione degli impiegati nelle prime assicurazioni sociali ha invece altri motivi. Da un lato, questa categoria, che comprende i lavoratori con un’attività intellettuale, emerge solo nel 1900 e non svolge dunque un ruolo di primo rilievo nei primi dibattiti sulle assicurazioni sociali; dall’altro, il lavoro degli impiegati è considerato di grande valore ed è quindi giuridicamente privilegiato anche senza la protezione delle assicurazioni sociali. Molte aziende offrono agli impiegati termini di disdetta più lunghi rispetto a quelli degli operai, nonché una remunerazione mensile fissa, garanzie di stipendio in caso di malattia o diritti alle vacanze prestabiliti.
La definizione di attività lucrativa consolidatasi nel 19° secolo ha inoltre ampie conseguenze per il moderno concetto di lavoro domestico. Con l’industrializzazione il settore delle fabbriche si espande notevolmente, spesso a scapito della produzione a domicilio. Questo va di pari passo con una separazione fisica più netta tra lo spazio lavorativo e quello abitativo. Il lavoro remunerato si svolge perlopiù al di fuori dell’economia domestica, mentre quello domestico viene fornito sempre più gratuitamente, anche perché nel 20° secolo garzoni e servi perdono importanza. Il lavoro domestico include attività nel settore della gestione dell’economia domestica quali la produzione di alimenti e vestiti, la costituzione di provviste, la pulizia e il bucato, che sono svolte prevalentemente da donne. Con l’affermarsi del modello familiare borghese e dell’ideale dell’uomo quale unico responsabile del sostentamento, la quota delle donne che esercitano un’attività lucrativa rispetto alla popolazione femminile diminuisce fino alla metà del 20° secolo dal 47 per cento (1910) al 35 per cento (1941), per poi aumentare progressivamente a partire dagli anni 1970, attestandosi a circa il 60 per cento nel 2020, e persino a oltre il 75 per cento tra le donne in età lavorativa (2019). La quota delle donne che svolgono lavori domestici non remunerati varia di conseguenza. Nelle assicurazioni sociali come quella contro gli infortuni e contro la disoccupazione tali forme di lavoro domestico non sono considerate assicurate.
Inoltre, il lavoro remunerato svolto dagli uomini gode spesso di condizioni assicurative migliori rispetto a quello analogo delle donne, a causa dei salari nettamente più bassi di queste ultime. Le differenze salariali variano a seconda dei settori e dei rami economici: nel settore pubblico sono minori che in quello privato e nel terziario inferiori rispetto a quello secondario. In media, nel 19° e nel 20° secolo le donne in Svizzera guadagnano tra un quarto e un terzo in meno degli uomini per attività paragonabili. Il lavoro remunerato femminile è molto diffuso sul mercato del lavoro svizzero, soprattutto nei settori secondario e terziario. In questi due secoli l’industria tessile occupa prevalentemente donne, che rappresentano una quota sostanziale del personale anche nel lavoro a domicilio e nel settore alberghiero. Nelle assicurazioni sociali la differenza salariale tra i sessi si ripercuote soprattutto sul sistema di rendite: salari più bassi determinano ad esempio rendite inferiori nella previdenza professionale e, in misura minore, anche nell’AVS. Le donne sono discriminate a lungo pure nell’ambito dell’assicurazione malattie: prima dell’introduzione dell’obbligo assicurativo, nel 1996, pagano di regola premi più elevati alle casse malati. Infine, in Svizzera le donne con un’attività lucrativa sono penalizzate rispetto a quelle di altri Paesi europei anche nell’ambito dell’assicurazione maternità: nonostante un mandato costituzionale conferito già nel 1945, la legge che introduce l’assicurazione maternità obbligatoria a livello nazionale passa solo nel 2004, dopo l'affossamento di tutta una serie di progetti.
Le assicurazioni sociali e la condizione professionale sono strettamente legate tra loro anche tramite i meccanismi di finanziamento. Nel 19° secolo il versamento di contributi in funzione del salario è uno strumento di finanziamento centrale delle prime assicurazioni sociali. Pur essendo previste prestazioni finanziate con il gettito fiscale, questa forma di finanziamento resta marginale, anche perché politicamente controversa. Poiché nell’ottica borghese le istituzioni di beneficenza sono considerate come aiuto all’autoaiuto, va da sé che siano gli assicurati a dover pagare i contributi per le assicurazioni sociali. In Svizzera la maggior parte delle principali assicurazioni sociali (infortuni, vecchiaia, invalidità e disoccupazione) è finanziata mediante contributi in funzione del salario; solo l’assicurazione malattie prevede un meccanismo di finanziamento diverso, ovvero il pagamento individuale di contributi calcolati indipendentemente dal reddito da parte di tutti gli assicurati («premi pro capite»). Il sistema del finanziamento delle assicurazioni sociali in funzione del salario non implica tuttavia automaticamente vantaggi in termini di prestazioni per chi esercita un’attività lucrativa: l’AVS, ad esempio, versa rendite pure agli assicurati che prima del pensionamento non hanno svolto alcuna attività lucrativa.
Literatur / Bibliographie / Bibliografia / References: HLS: Arbeit, Arbeiter, Arbeiterschutz, Bauern, Erwerbstätigkeit, Frauenerwerbsarbeit, Gesinde, Heimarbeit, Verlagssystem, Zünfte; Isler Simona (2019), Politiken der Arbeit. Perspektiven der Frauenbewegung um 1900, Basel; Moser Peter (1994), Der Stand der Bauern. Bäuerliche Politik, Wirtschaft und Kultur gestern und heute, Frauenfeld; Bundesamt für Statistik (2020), Schweizerische Arbeitskräfteerhebung (SAKE). Erwerbsbeteiligung der Frauen 2010–2019, Neuenburg.
(06/2021)