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GINEVRA - La Camera penale d'appello e di revisione di Ginevra ha deciso oggi di riaprire il processo di secondo grado a carico di un tassista etiope di 43 anni, condannato in prima istanza a 20 anni di carcere e all'internamento per aver stuprato e ucciso una 12enne nell'agosto 2012. La difesa aveva chiesta la ricusazione di sei dei sette giudici presenti, ma l'istanza è stata respinta.
Il processo d'appello si era aperto già a fine gennaio, ma era stato interrotto e aggiornato dopo che una giudice si era appisolata durante il dibattimento. Oggi la corte lo ha ripreso da zero, con un nuovo giudice assessore (giudice a latere) che ne ha preso il posto. Gli avvocati della difesa Vincent Spira e Yaël Hayat hanno tuttavia sostenuto di trovarsi svantaggiati di fronte a una corte di cui sei giudici su sette avevano già sentito due mesi fa le parti, in particolare la requisitoria del procuratore. A loro avviso sarebbe stato più giudizioso rigiudicare l'imputato solo tra qualche mese con una composizione del tutto rinnovata.
I loro argomenti sono stati respinti dal procuratore Joël Schwarzentrub e dai legali degli accusatori privati. L'avvocato Robert Assaël, che rappresenta la madre di Semhar, la ragazza stuprata e uccisa, ha rammentato la "intollerabile" durata già raggiunta dal procedimento. La Camera penale d'appello e di revisione ha fatto sua la loro posizione e ha respinto la richiesta di sospensione.
Il 22 giugno 2018, il Tribunale criminale di Ginevra aveva condannato a 20 anni di reclusione e all'internamento ordinario il tassista etiope, accusato di aver violentato e strangolato nell'agosto 2012 la dodicenne, che conosceva bene poiché era figlia della donna che frequentava all'epoca. L'uomo era pure stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali commessi nei riguardi di due donne, entrambe rifugiate originarie di Etiopia o Eritrea, con le quali aveva vissuto tra il 2004 e il 2012.
Nella loro sentenza, i giudici avevano rilevato la colpa «estremamente pesante» dell'imputato. Anche se l'uomo ha sempre proclamato la propria innocenza, gli elementi riuniti nell'ambito delle indagini sono sufficienti per dissipare qualsiasi dubbio sulla sua colpevolezza, aveva rilevato la corte.
Sono state infatti trovate tracce del DNA dell'uomo particolarmente compromettenti: attorno al collo e all'interno delle mutandine della ragazza, sotto le sue unghie e sotto il letto dove il corpo della vittima era stato nascosto.
Anche l'alibi fornito dall'uomo per il giorno in cui è morta la ragazzina non gli ha impedito di commettere il delitto: sapeva che la dodicenne era sola in casa e ha avuto sufficiente tempo per nasconderne il cadavere, ripartire con il suo taxi e invitare al ristorante la mamma, la sorella e il fratellino della vittima.
Lo scorso autunno il Tribunale federale ha respinto un ricorso dell'imputato, nel quale l'etiope chiedeva la ricusazione di uno dei periti psichiatri ascoltati durante il processo per una sua presunta parzialità.