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Sto cercando di fornire il massimo di documentazione sul dibattito interno a Syriza. Per questo ho trovato interessante questa dichiarazione di Yanis Varoufakis, che spiega moltissime cose, compreso il suo successivo voto incoerente con quello che ha scritto in questa dichiarazione. È chiaro che Varoufakis era preoccupato di “salvare l’unità” di Syriza.
È bene anche ricordare che Varoufakis non è ne è mai stato un militante, ma un “tecnico”, un economista prestigioso e con ottime amicizie tra i Premi Nobel per l’Economia. Come Stiglitz o Krugman, o il suo caro amico Galbraith, Varoufakis è puntuale nello smontaggio della rozzezza e brutalità della troika, ma non ha idee chiare su quel che si poteva e doveva fare per organizzare una mobilitazione degli strati popolari in Grecia, per prepararli a uno scontro ormai inevitabile. Comunque aspetto la sua nuova dichiarazione, con cui sicuramente spiegherà il suo nuovo orientamento. E rispetto comunque il suo sforzo per non far esplodere Syriza in mille pezzi, perché possa ancora battersi contro i pericoli che Varoufakis ha ben descritto… (Antonio Moscato)
Ho deciso di entrare in politica per una ragione: per essere al fianco di Alexis Tsipras nella lotta contro la schiavitù del debito. Da parte sua, Alexis Tsipras mi ha fatto l’onore di mobilitarmi per una ragione: una concezione molto precisa della crisi, fondata sul rifiuto della dottrina di Giorgos Papakonstantinou [1], secondo la quale tra il fallimento disordinato e i prestiti tossici è sempre preferibile il prestito tossico.
Si tratta di una dottrina che io rifiutavo perché faceva pesare una minaccia costante, il cui scopo era di imporre, nel panico, politiche che garantiscono un fallimento permanente e, in fin dei conti, la schiavitù per mezzo del debito. Mercoledì sera, al Parlamento [nella notte tra il 15 e il 16 luglio], sono stato chiamato a scegliere tra (a) adottare la dottrina in questione, votando per il testo che i «partner» avevano imposto a Tsipras come un colpo di Stato e con una brutalità inaudita, e (b) dire «no»al mio Primo ministro.
«Si tratta di un ricatto vero o falso?» era la domanda che ci ha posto il Primo ministro, esprimendo così l’odioso dilemma di coscienza che poneva a noi come a sé stesso. Evidentemente il ricatto era vero. Io vi fui messo di fronte la prima volta nel mio ufficio, dove il sig. Dijsselbloem [rinominato alla presidenza dell’Eurogruppo per la sua lealtà a Schäuble e le sue conoscenze sull’allevamento dei maiali] mi fece visita il 30 gennaio per pormi di fronte al dilemma «memorandum o chiusura delle banche». Sapevamo già dall’inizio fino a che punto i creditori sono senza scrupoli. E avevamo preso la decisione di mettere in pratica quello che ci dicevamo l’un l’altro, più e più volte, nel corso delle lunghe giornate e delle lunghe notti a Maximou [residenza ufficiale del Primo ministro]: avremmo fatto quello che è necessario per ottenere un accordo praticabile sul piano economico. Avremmo trovato una soluzione senza finire in un compromesso. Saremmo arretrati quanto necessario per ottenere un accordo di soluzione all’interno della zona euro. Ma se fossimo stati vinti dalla logica distruttrice dei memorandum, avremmo lasciato le chiavi dei nostri uffici a quelli che vi credono perché venissero loro ad applicare i memorandum quando noi saremmo stati nuovamente nelle piazze.
«C’era un’alternativa?», ci ha chiesto il Primo ministro mercoledì scorso. Credo di sì, c’era. Ma non dirò di più. Non è il momento di tornarci su. L’importante è che la sera del referendum [il 5 luglio], il Primo ministro ha valutato che non c’era alternativa.
Per questo ho dato le dimissioni, per facilitare il suo viaggio a Bruxelles e permettergli di riportare i migliori termini che avesse potuto. Ma non per metterli in atto quali che fossero!
Nel corso della riunione dell’organizzazione centrale del partito, mercoledì scorso, il Primo ministro ci ha chiesto di prendere una decisione insieme e di condividerne la responsabilità. Molto corretto. Ma come? Una soluzione sarebbe stata di fare, tutti insieme, quello che ci dicevamo e ripetevamo che avremmo fatto in caso di sconfitta. Avremmo detto che eravamo stati battuti, che avevamo ottenuto un accordo che consideriamo non praticabile e che chiediamo ai politici di tutti i partiti che lo considerano almeno potenzialmente praticabile, di formare un governo per applicarlo.
Il Primo ministro ha optato per la seconda soluzione: che il primo governo di sinistra resti in carica, anche al prezzo dell’applicazione dell’accordo – prodotto del ricatto – che il Primo ministro stesso considera inapplicabile
Il dilemma era implacabile e lo era allo stesso modo per tutti. Come Alexis Tsipras ha detto bene, nessuno ha il diritto di pretendere di essere davanti a un dilemma di coscienza più forte che il Primo ministro o gli altri compagni. Ma ciò non significa che quelli che si sono pronunciati a favore dell’applicazione dell’«accordo», inapplicabile secondo il governo stesso, siano abitati da un senso di responsabilità più forte che quelli che tra di noi si sono pronunciati a favore delle dimissioni, consegnando l’applicazione dell’accordo a uomini politici che lo considerano potenzialmente applicabile.
Nella seduta plenaria del Parlamento, la realtà è stata descritta benissimo da Euclide Tsakalotos [che ha accompagnato Varoufakis nei negoziati, e nuovo ministro delle Finanze, NdR] che ha spiegato che quanti valutano di non poter mettere a carico del governo Syriza la ratifica di questo accordo disponevano di argomenti altrettanto forti di quelli che valutavano che il governo Syriza è tenuto, di fronte al popolo, a mettere in atto questo cattivo accordo per evitare il fallimento disordinato.
Nessuno tra noi è più «antimemorandum» di un altro, e nessuno tra noi è più «responsabile» di un altro. Semplicemente, quando ci si trova a un incrocio così pericoloso, sotto la pressione della (mal)Santa Alleanza del Clientelismo Internazionale, è perfettamente legittimo che alcuni compagni propongano l’una o l’altra via. In queste condizioni sarebbe criminale che gli uni trattino gli altri da sottomessi e i secondi trattino i primi da «irresponsabili».
In questo momento, nel bel mezzo di disaccordi ragionevoli, quella che prevale è l’unità di Syriza e di tutti quelli che hanno creduto in noi,accordandoci quel grandioso 61,5%. Il solo modo di garantire questa unità è di riconoscere gli argomenti reciproci, partendo dal principio che i dissidenti ragionano in maniera tanto buona, tanto responsabile e tanto rivoluzionaria quanto noi. [2]
Partendo da questi punti, la ragione per la quale ho votato «no» mercoledì scorso era semplice: avremmo dovuto consegnare le chiavi di Maximou e degli altri ministeri, come dicevamo che avremmo fatto in caso di capitolazione. Avremmo dovuto consegnare le chiavi a quelli che possono guardare negli occhi il popolo e dirgli ciò che noi non potevamo: «l’accordo è duro, ma può essere applicato in modo che lasci una speranza di ripresa e di rovesciamento della catastrofe sociale».
Il governo di sinistra non può prendere, di fronte all’Europa ufficiale, impegni che sa di non potere realizzare. Il bene supremo che il governo Syriza deve proteggere è la promessa che facevamo quando ci recavamo nelle capitali europee: contrariamente ai nostri predecessori, non vi promettiamo qualche cosa (ad esempio un eccedente primario preciso) che non può essere ottenuto. Allo stesso tempo, il governo di sinistra non ha il diritto di saccheggiare ancor di più le vittime di cinque anni di crisi, senza potere almeno rispondere in modo affermativo alla domanda: «Avete almeno ottenuto qualche cosa che compensi le misure recessive?».
Molti compagni mi dicono: «Non è meglio che siamo noi a tenere le redini? Noi che amiamo il nostro paese e che abbiamo buone intenzioni per la lotta contro la corruzione e l’oligarchia?». Sì, è meglio. Ma con quali strumenti lavorare? La decisione del Vertice europeo fissa ed estende l’assenza totale di controllo sociale sulle banche, mentre la società sarà caricata di un debito supplementare da 10 a 25 miliardi per ricapitalizzarle.
E come se questo non bastasse, si crea un super TAIPED (Fondo di sfruttamento della proprietà pubblica), interamente sotto il controllo della troika (indipendentemente dal luogo in cui si trova la sede del fondo) che priverà per sempre la Repubblica ellenica del controllo sui suoi averi pubblici. E come sarà verificata l’austerità, quando un tratto di penna di ELSTAT (Agenzia di statistiche di Grecia che abbiamo ceduto alla troika mercoledì scorso) determinerà la misura dell’eccedente primario?
E quando la società comincerà a sentire nelle sue viscere la morsa dei risultati della nuova disastrosa austerità, quando giovani e meno giovani scenderanno in piazza, o resteranno a casa, disperati, di fronte a questi effetti – queste persone delle quali finora noi portavamo la voce – chi li rappresenterà d’ora in poi nell’arena politica? Il partito che ha introdotto queste misure in Parlamento potrà rappresentare queste persone nello stesso tempo in cui i suoi benintenzionati ministri saranno costretti a difendere queste misure in Parlamento e sulle reti TV, facendosi lo zimbello dell’opposizione al memorandum?
«Ma votando contro l’accordo non servi il piano di Schäuble?» mi si chiede. Rispondo facendo la mia domanda: «Siete certi che questo accordo di capitolazione non faccia parte del piano di Schäuble?»
• L’ultimo rapporto dell’FMI prevede un debito pubblico superiore al 200% del PIL, il che vieta all’FMI di concedere nuovi prestiti.
• Richiesta del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) su ordine di Schäuble, che l’FMI accordi nuovi prestiti, per prestare anche lui alla Grecia.
Lo spettacolo di un governo greco che vota per riforme alle quali non crede, ma per di più, qualifica come prodotto di ricatto.
• Lo spettacolo di un governo tedesco che passa al Bundestag un accordo con la Grecia che lui stesso a priori qualifica come non affidabile e fallimentare.
Non sei d’accordo anche tu, caro lettore, che quelli appena enunciati sono potenti «alleati» di Schäuble? C’è un modo più sicuro per defenestrare il paese dalla zona euro che questo accordo non praticabile, che assicura al ministro delle Finanze tedesco il tempo e gli argomenti per mettere sui binari il tanto desiderato Grexit?
Ma basta per ora. Il mio giudizio mi ha portato a votare contro la ratifica dell’accordo di capitolazione, valutando che la dottrina Papaconstantinou rimane inaccettabile. D’altra parte, rispetto perfettamente i compagni che hanno un altro punto di vista. Non sono più rivoluzionario– morale di loro, ma loro non sono più responsabili di me, non più. Oggi, quel che è in gioco, è la nostra capacità di conservare come la pupilla dei nostri occhi, la solidarietà collettiva, conservando il diritto alla diversità di opinione.
Per concludere, c’è anche un aspetto filosofico al dilemma di coscienza che si pone a noi tutti: esistono momenti nei quali il calcolo dell’utile netto è superato dall’idea in base alla quale certe cose semplicemente non devono essere fatte a nome nostro? Questo momento è uno di quei momenti?
Non ci sono risposte buone. Esiste solo la disposizione onesta a rispettare le risposte che danno i nostri compagni con i quali non siamo d’accordo.
[1] Membro del PASOK e membro del consiglio nazionale di quest’ultimo (dal 2005), ha lavorato 10 anni all’OCSE (1988-1998) come economista. Poi è stato consigliere economico di Costas Simitis sul tema della «società dell’informazione». Ha fatto anche parte del Consiglio di direzione della Società greca di telecomunicazioni (OTE). È stato consigliere di Georges Papandreou, presidente del PASOK. Ha sempre occupato diversi posti. È stato eletto deputato del PASOK dal settembre 2007. Poi, nel 2009 deputato europeo, prima di avere il posto di ministro delle Finanze nel governo Papandreou. Ha negoziato il primo «piano di aiuti» nel maggio 2010. È stato anche ministro nel governo di Papademos, ministro dell’Energia e del cambiamento climatico, con il progetto di «esportare l’energia solare». Nelle elezioni del 6 maggio 2012, è affondato con decine di altri eletti del PASOK. La sua gestione della «lista Lagarde» – 2000 cittadini greci con conti nascosti nella filiale ginevrina della banca HSBC – gli è valsa l’espulsione dal PASOK. Aveva chiesto e ricevuto dalle autorità francesi questa lista. Tre nomi della sua famiglia erano stati cancellati. Nel 2015, un tribunale giudica che la sua azione non ha portato pregiudizio agli interessi dello Stato greco. Attualmente è consigliere nel settore privato. (Redazione A l’Encontre)
[2] Ora il dibattito interno di Syriza è sull’orientamento generale; gli attacchi dei media contro la «piattaforma di sinistra» – e contro Panagiotis Lafazanis con punte personali odiose – sono violenti e non è del tutto impossibile che questo non stia bene alla direzione Tsipras di Syriza. Il suo braccio destro Nikos Pappas è al servizio di diverse cause. Una cosa è pronunciarsi per l’unità; l’altra è di prendere in considerazione la cesura politica esistente, che non riguarda solo il voto, ma le scelte pratiche di Syriza (come coalizione), che potrebbero farne un partito che non ha più niente a che vedere con quello che era e pretendeva di essere al tempo delle elezioni del gennaio 2015. (Redazione A l’encontre)