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Vladimir Putin giustifica il suo attivismo nello spazio ex sovietico, tra l’altro, come conseguenza di una promessa non mantenuta. La promessa di un non allargamento a est della NATO è stata a lungo un punto controverso, nella ricostruzione dei negoziati che portarono alla riunificazione tedesca. Dal punto di vista dei russi, fu un errore di Gorbačëv, rinunciare a fissare su carta il principio del non allargamento.
Vladimir Putin giustifica il suo attivismo nello spazio ex sovietico, tra l’altro, come conseguenza di una promessa non mantenuta. Nel 1990, nel quadro dei negoziati per la riunificazione della Germania, gli occidentali avrebbero assicurato che la NATO, dopo la caduta della frontiera tra i due Stati tedeschi, avrebbe rinunciato a ogni allargamento verso est. La frase nella quale sarebbe stata riassunta questa promessa l’avrebbe pronunciata l’allora Segretario di Stato USA James Baker: «La NATO non avanzerà di un pollice verso est.»
Contrariamente a questa promessa, quasi tutti i Paesi dell’Est Europa e precedenti Stati membri del Patto di Varsavia sono poi entrati a far parte dell’Alleanza atlantica. L’allargamento della NATO sarebbe avvenuto a dispetto delle rassicurazioni degli americani: per questo motivo, la Russia di Putin si sente giustificata nel costituire delle proprie zone di influenza nell’area che fu sovietica e a imporre ai suoi vicini la propria visione del mondo, con atti come l’intervento in Georgia, l’annessione della Crimea e il sostegno ai separatisti dell’Ucraina orientale.
Che ci sia stata o no, la promessa non mantenuta secondo cui la NATO non avrebbe accettato fra i propri membri i Paesi dell’Europa orientale non giustifica gli atti di Putin. Il punto, però, è decisivo per collocare i fatti di oggi e per comprendere lo stato d’animo dei russi, se così vogliamo chiamarlo. La disposizione di Mosca rispetto al comportamento degli Stati uniti negli eventi-chiave del 1990 non offre una base giuridica, ma non può essere ignorata, nel chiarire i fatti.
La promessa di un non allargamento è stata a lungo un punto controverso, nella ricostruzione dei negoziati cosiddetti «2+4» che nell’anno 1990 intercorsero fra l’Unione sovietica, gli Stati uniti, la Francia, il Regno unito e i due Stati tedeschi. Le tesi di Putin, gli esiti dell’analisi dei documenti e i ricordi di Michail S. Gorbačëv, allora Presidente dell’Unione sovietica, divergono tra loro, talvolta in modo considerevole.
Il presupposto era la necessità di trovare un argomento utile per Gorbačëv allo scopo di rendere accettabile per la dirigenza e l’opinione pubblica sovietiche la riunificazione tedesca. In gioco non c’era solo la posizione dei sovietici nella politica internazionale; forse ancor più importante era la reazione della popolazione, di fronte al fatto che Mosca approvasse la riunificazione della Germania. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il (Terzo) Reich tedesco era stato rappresentato come culla del nazismo, o, secondo la definizione più corrente a quelle latitudini, del «fascismo,» nemico acerrimo del comunismo. In quel quadro, la Germania est era presentata come baluardo dell’antifascismo. Ora si volevano riunire le due Germanie in un solo Stato: per far digerire questo boccone alla popolazione e ai dirigenti dell’URSS, a Gorbačëv servivano argomenti forti.
Durante i negoziati si pose inevitabilmente la questione dell’appartenenza della Germania unificata a una delle due alleanze militari, alla NATO o al Patto di Varsavia. Quest’ultimo era, a quel momento, già indebolito dagli eventi internazionali e dall’incerto corso della Perestrojka; l’Ungheria aveva già accennato alla possibilità di lasciare il Patto per aderire all’Alleanza atlantica. La dissoluzione del Patto di Varsavia, avvenuta successivamente, era valutata come ipotesi, ma non era ancora concretamente in vista.
Sembrò utile alla causa, secondo i negoziatori occidentali, proporre alla controparte sovietica ciò che segue: se Mosca approva la riunificazione tedesca, la NATO «non avanzerà di un pollice verso est.» Si è a lungo creduto che per est si intendesse solo la parte orientale della Germania. Le nuove ricerche, basate sui documenti desecretati nel 2017 e contenenti gli appunti delle conversazioni di allora, confermano il contrario: si intendevano tutti i Paesi dell’Europa orientale.
La prima proposta, secondo la quale la Germania riunificata avrebbe potuto appartenere a entrambe le alleanze, si mostrò non praticabile. Quando questa soluzione cominciò a prendere piede, l’allora Presidente degli Stati uniti George Bush (padre) s’inserì nei negoziati e pretese una modifica: lo Stato tedesco riunificato doveva appartenere alla NATO con tutto il suo territorio; ai sovietici si promise però che la NATO non avrebbe eretto installazioni sul territorio della ex Repubblica democratica tedesca e che su quel territorio sarebbero stati dispiegati solo soldati tedeschi non appartenenti a strutture NATO.
L’argomento secondo cui «la NATO non sarebbe avanzata di un pollice» non era più realizzabile, in questo modo, almeno per quanto riguardava la Germania orientale. Il Patto di Varsavia perdeva uno Stato membro e la NATO estendeva la propria competenza sino al confine con la Polonia e la Cecoslovacchia, senza truppe e senza caserme, ma pur sempre con la sovranità dello Stato tedesco, che diventava membro della NATO a pieno titolo con l’intero suo territorio. La promessa poteva valere ancora per gli altri Paesi, ma per Gorbačëv e i dirigenti sovietici la posizione di Mosca si indeboliva.
In questo contesto fu discussa anche una terza alternativa. La NATO avrebbe perso peso o addirittura, come ipotizzava l’allora presidente francese François Mitterand, sarebbe stata sciolta. Sarebbe stata costituita un’organizzazione di difesa europea autonoma, comprendente tutti gli Stati europei occidentali e orientali, eventualmente anche la stessa Russia. Questa idea ebbe vita breve, poiché gli statunitensi la liquidarono come illusoria.
Nei primi mesi del 1990 ebbero luogo alcuni vertici storici e molte conversazioni telefoniche tra ministri degli esteri e capi di Stato di tutte le parti coinvolte, in stretta successione. Nel luglio 1990 si giunse al celebre incontro nel Caucaso tra il cancelliere federale tedesco e il presidente sovietico, al cui termine Helmut Kohl annunciò il consenso dei sovietici alla riunificazione tedesca e comunicò, allo stesso tempo, che la scelta dell’alleanza alla quale aggregare lo Stato tedesco riunificato era lasciata ai tedeschi. La questione del non allargamento a est della NATO scomparve improvvisamente dal tavolo dei negoziati.
La spiegazione è nella drammatica crisi finanziaria dell’Unione sovietica di quei mesi e anni. Difficoltà di approvvigionamento causavano crescenti tensioni tra i cittadini e disperazione delle amministrazioni locali; l’insicurezza aumentava e accendeva i movimenti nazionalisti delle repubbliche dell’Unione, i disordini venivano repressi con l’esercito, con l’unico esito di irritare ulteriormente la popolazione. Gorbačëv chiese esplicitamente aiuto a Kohl: denaro contante e crediti bancari, garantiti dagli immobili dell’Armata sovietica in Germania est.
Le fonti non attestano univocamente in che modo e in quale misura, alcune parlano di 12 altre di 20 miliardi di marchi, ma Kohl accettò, perché «la Repubblica federale tedesca ha tasche molto profonde,» come aveva osservato testualmente alcuni mesi prima il presidente degli Stati uniti. In quel momento, Gorbačëv acconsentì alla riunificazione della Germania e all’autodeterminazione dell’alleanza in cui integrarla. Ciò, naturalmente, significava l’adesione alla NATO dell’intero territorio tedesco, ma Gorbačëv non poteva dirlo esplicitamente.
Il fatto che la Germania orientale avrebbe mantenuto uno status particolare in merito alla presenza di truppe NATO venne annotato nel trattato di adesione della Repubblica democratica tedesca alla Repubblica federale tedesca. La frase, più volte ripetuta, secondo cui la NATO «non sarebbe avanzata di un pollice verso est» non fu scritta invece in alcun documento ufficiale. Rimase registrata negli appunti dei negoziati e può essere dedotta dalle dichiarazioni di ministri e capi di governo del tempo. Questo argomento di negoziazione fu di fatto superato dall’aiuto finanziario da parte della Germania alla disastrata Unione sovietica.
Dal punto di vista dei russi, fu un errore di Gorbačëv, rinunciare a fissare su carta il principio del non allargamento; forse proprio per velare questo passo falso, i ricordi di Gorbačëv, secondo il quale la promessa di non estensione a est della NATO non sarebbe mai avvenuta, sembrano divergere dai documenti emersi nel frattempo. L’errore, tuttavia, si può comprendere. In quei mesi di disperazione, per lui erano ben più importanti gli aiuti finanziari. Sperava di risollevare l’Unione sovietica e non poteva ancora immaginare che non sarebbero state le questioni delle alleanze militari in Europa, ma forze interne alla Russia, alla Bielorussa e all’Ucraina, appena 18 mesi dopo, a far esplodere l’Unione, dopo quasi settant’anni di esistenza.
Nel momento in cui sempre più Paesi del Patto di Varsavia, poi disciolto, insistettero per aderire alla NATO, furono accettati, fondandosi sul fatto che la promessa di un non allargamento a est dell’Alleanza non era stata formalizzata in nessun documento. Le amministrazioni Clinton e Bush figlio, ascese nel frattempo, non si ricollegarono all’eredità lasciata dal governo di Bush padre. Dal punto di vista formale, la NATO agì correttamente, ma la delusione dei russi può essere compresa. Questa, però, non giustifica le azioni militari di Mosca, in Ucraina o altrove.
Si sarebbe forse dovuta guardare con più attenzione la terza soluzione, la graduale costruzione di un’organizzazione di difesa europea autonoma. Più lungimiranza e meno brama di potere da parte degli Stati uniti avrebbero forse permesso una soluzione senz’altro difficile da configurare, ma certamente più capace di reggere il futuro. Nei circoli governativi USA non mancarono le prese di posizione critiche, quando gli ex alleati di Mosca divennero uno dopo l’altro Stati membri della NATO. Alcuni esperti di politica estera statunitensi profetizzarono che ciò avrebbe causato problemi con la Russia. La loro voce rimase inascoltata.
La profezia si avverò quando Vladimir Putin, nel suo celebre discorso alla Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza del 2007, riprese l’argomento della promessa tradita di non allargamento a est della NATO e ne fece il cardine della nuova, aggressiva politica estera di Mosca. Solo 18 mesi più tardi, nell’estate del 2008, truppe russe occupavano il nord della Georgia.