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I Giochi olimpici e i Mondiali di calcio offrono alle città e ai paesi organizzatori un'occasione unica per mostrare le loro ambizioni di forza sulla scena internazionale. Ma questi mega eventi sportivi non fanno la felicità di tutti.
Se la guerra è «un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi», secondo la celebre formula dello stratega prussiano Carl von Clausewitz, l'organizzazione dei Giochi olimpici è un seguito della guerra, ma con mezzi pacifici.
Secondo Loïc Ravenel, ricercatore presso il Centro internazionale di studi di sport (CIES) di Neuchâtel, le Olimpiadi vengono sempre organizzate nell'ambito di un progetto di affermazione di un paese sulla scena internazionale e nazionale: «È un messaggio prettamente geopolitico: siamo una grande potenza perché riusciamo a preparare una grande manifestazione sportiva. Questo rientra nella cosiddetta soft power, la capacità di ostentare la propria potenza con mezzi diversi da quelli militari».
Si tratta quindi di una strategia di comunicazione su scala mondiale, che tende a dimostrare come un paese sia più o meno in grado di organizzare questo tipo di manifestazioni, prosegue Loïc Ravenel. «È quello che ha fatto Pechino nel 2008 e che oggi ritroviamo a Londra. La Gran Bretagna vuol provare al mondo di essere all'altezza, insistendo molto sul fatto che è già la terza volta che i Giochi olimpici si svolgono sul suo territorio».
Il Regno Unito è dunque sulla buona strada per arrivare a una nuova dimostrazione di forza, un buon colpo se si considera lo stato delle economie europee, paralizzate dalla crisi finanziaria.
Capitale di globalizzazione
«Londra cerca di riaffermarsi come uno dei centri della mondializzazione, mettendosi in mostra come città globale», aggiunge Loïc Ravenel, per poi ricordare che soltanto lo sport è in grado di creare un evento mondiale di questa portata, che coinvolge miliardi di spettatori.
Un successo ancora più notevole in un contesto in cui il mondo occidentale è ormai messo in disparte. «Il "vecchio mondo" (Stati Uniti, Europa e Giappone) non è più presente nella preparazione di questi grandi eventi sportivi e sono pochi i paesi ancora in grado di organizzarli. Se prendiamo ad esempio i Giochi olimpici e i Mondiali di calcio degli ultimi anni, ad essere in prima linea sono le grandi potenze emergenti», sottolinea Loïc Ravenel.
Dopo le Olimpiadi di Pechino nel 2008 e la Coppa del mondo di calcio in Sudafrica nel 2010, spetterà infatti al Brasile ospitare i Mondiali nel 2014. Quattro anni dopo toccherà alla Russia, dove nel 2014 si svolgeranno anche le Olimpiadi invernali. Senza poi dimenticare il Qatar, organizzatore dei Mondiali del 2022.
Rapporti di forza
La geografia di questi grandi eventi sportivi si riflette perfettamente nello stato dei rapporti di forza tra paesi e regioni del mondo, annota Loïc Ravenel. Il ricercatore ritiene dunque che per le nazioni ospitanti la questione della redditività degli eventi sportivi resti secondaria.
«Le valutazioni esistenti, in particolare quelle finanziarie, sono da prendere con le pinze. Ma le ricadute a livello d'immagine e copertura mediatica è reale, seppure difficile da misurare».
Ciò detto, la popolazione locale non ne beneficia necessariamente. L'organizzazione di questi spettacoli sportivi impone uno stato di emergenza che si traduce – ad esempio – con divieti di commercio (in Sudafrica per i venditori ambulanti), con misure contrarie alle leggi nazionali (la vendita di alcool negli stadi brasiliani), o con lo sfratto – più o meno forzato – di centinaia di persone in Cina. Un tema, quest'ultimo, che è stato oggetto di un rapporto al Consiglio per i diritti umani dell'ONU.
Gli emarginati
«L'esperienza dimostra che in molti casi i progetti di riqualificazione urbana intrapresi in vista dei Giochi olimpici hanno portato a violazioni dei diritti umani su larga scala, in particolare del diritto a un alloggio adeguato», scrive Raquel Rolnik, relatrice speciale all'ONU. «Le città ospitanti sono spesso accusate di espulsione o allontanamento forzato delle popolazioni, in relazione alla costruzione di infrastrutture e al rinnovamento delle città, all'aumento degli affitti causato da un "imborghesimento dei quartieri", alle operazioni massicce contro i senza-tetto, alla repressione e alla discriminazione degli emarginati».
«L'impatto di queste misure si fa sentire maggiormente sulle frange più deboli della società, prosegue Raquel Rolnik, in particolare le popolazioni con un reddito basso, le minoranze etniche, i migranti, gli anziani, gli andicappati e gli emarginati come i venditori ambulanti o i lavoratori del sesso».
Una critica che Loïc Ravenel tende però a relativizzare: «Nell'ambito dei Giochi olimpici di Rio del 2016, la rappacificazione delle favelas ha per obiettivo la caccia ai narcotrafficanti, attraverso un impiego maggiore di poliziotti e un incremento di strutture di utilità pubblica. Questi quartieri diventeranno forse più borghesi, ma i loro abitanti potranno finalmente liberarsi dalle grinfie dei narcos».
Gestione del rischio
La situazione è però in qualche modo paradossale, sottolinea il sociologo Pascal Viot, docente al Politecnico federale di Losanna. «Un assembramento di gente è di per sé pericoloso. Con un aumento del numero di abitanti e di utenti, la città che si apre al mondo si mette al contempo in pericolo, si consegna a potenziali hooligan. Si tratta di un'opportunità in termini di immagine, accompagnata però da possibili rischi».
Il fatto di accettare o meno un dispiegamento importante di forze dell'ordine dipende dalla cultura e dal rapporto di un paese con la propria polizia, spiega Pascal Viot, che lavora attualmente a una tesi sull'impatto degli eventi sportivi e culturali sulle città organizzatrici. «Queste culture vanno dall'amichevole lobby britannica a una gestione dell'ordine pubblico molto più dura come in Cina. Non si tratta però di trasformare la città come se fosse in stato di guerra», sottolinea il ricercatore.
Eppure è proprio questa l'impressione che ha dato Londra. «È un caso particolare, ritiene Pascal Viot. Londra è stata colpita da attentati terroristici nel 2005 e questi Giochi olimpici si svolgono esattamente 30 anni dopo i fatti di Monaco».
La sicurezza è diventata uno standard in materia di organizzazione di grandi eventi sportivi, ricorda il ricercatore. «Ci si aspetta che gli organizzatori tengano in considerazione il rischio terrorismo: il meno probabile, ma il più temuto. È un modo di dimostrare la propria capacità organizzativa. Anche in questo caso, siamo di fronte a una dimostrazione di forza degli Stati».
E qui nasce un altro paradosso. «Proteggere una manifestazione festiva provoca tensioni: come riuscire a costruire un sistema di sorveglianza che permetta lo svolgimento della festa? Perché la festa è tripudio, eccesso. È la sua vocazione». È anche un elemento essenziale affinché l'evento sportivo abbia successo, un ingrediente necessario alla diffusione dell'immagine di una città, un tocco obbligato di soft power.
Impatto urbano
Fino agli anni Trenta, le Olimpiadi e gli altri eventi sportivi internazionali hanno lasciato poche tracce nel paesaggio urbano.
Nel 1932 la città di Losa Angeles ha saputo sfruttare i Giochi olimpici per rilanciare l'economia locale. È stato costruito il primo villaggio olimpico, le cui case erano concepite come abitazioni permanenti.
Negli anni Settanta il legame tra organizzazione di eventi sportivi internazionali e pianificazione urbana si è fatto più evidente.
Con la costruzione di installazioni sportive nei quartieri centrali si è cercato di dare nuovo dinamismo alle città.
A partire dagli anni Ottanta il Comitato internazionale olimpico ha iniziato ad associare progressivamente il settore privato alla promozione dei Giochi e a un miglioramento dell'immagine di una città come parte di un'economia globalizzata.
Con le Olimpiadi di Barcellona nel 1992 questa tendenza ha preso definitivamente forma.
L'obiettivo era duplice: modernizzare le infrastrutture e promuovere un nuovo volto della città, privilegiando l'architettura innovativa e di ispirazione internazionale.
Oggi queste due tendenze sono tuttora predominanti, anche se in misura diversa a seconda dei paesi.
(Fonte: Documento della relatrice speciale ONU per un alloggio sostenibile, Raquel Rolnik, 18 dicembre 2009)Fine della finestrella
(Traduzione dal francese, Stefania Summermatter), swissinfo.ch