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Riportiamo qui di seguito una traduzione non ufficiale dell’intervista a Martin Dumermuth pubblicata dalla NZZ il 19 settembre 2018.
Link all’articolo in tedesco: https://www.nzz.ch/schweiz/die-selbstbestimmungsinitiative-ist-undemokratisch-ld.1421201
Secondo Martin Dumermuth, Direttore dell’Ufficio Federale di Giustizia (UFG), l’iniziativa per l’autodeterminazione limita la flessibilità della Svizzera
Signor Dumermuth, tutti i partiti tranne l’UDC respingono l’iniziativa per l’autodeterminazione, che vuole sancire il primato del diritto costituzionale rispetto al diritto internazionale. Cosa c’è di sbagliato in questa richiesta?
Già oggi la Costituzione svizzera è posta in cima alla gerarchia normativa. Le autorità non possono concludere trattati internazionali che vìolino la nostra Costituzione. Tuttavia, l’iniziativa per l’autodeterminazione chiede molto più che riconoscere la nostra costituzione come la più alta fonte di diritto. Si vuole anche introdurre un meccanismo assai rigido per disdire trattati particolari e si chiede che la Svizzera non rispetti più determinati accordi. Inoltre, l’iniziativa è contraddittoria. Da un lato, esige la superiorità della Costituzione svizzera rispetto al diritto internazionale. Dall’altro lato, afferma che i trattati internazionali che sono stati sottoposti a referendum dovrebbero essere applicati dai tribunali e dalle autorità federali anche se vìolano la costituzione. Ciò aumenta l’incertezza.
Ma il fatto è che la relazione tra diritto internazionale e diritto nazionale non è regolata in modo chiaro.
All’interno di una gerarchia normativa, le tensioni e le divergenze sono sempre possibili ed è imperativo che esse vengano risolte. A questo scopo disponiamo di regole che ci danno una certa flessibilità. Il Tribunale federale ha sviluppato una pratica affermata e molto flessibile. Quando gli iniziativisti affermano che con la sentenza del Tribunale federale del 2012 tutto è cambiato, dicono il falso.
Perché? Dopotutto, il Tribunale federale allora dichiarò che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) avrebbe avuto la precedenza in caso di conflitto con il diritto costituzionale.
In questa sentenza Il Tribunale federale ha messo in pratica la cosiddetta prassi Schubert. Essa prevede che il diritto internazionale prevalga su quello costituzionale, a meno che il legislatore non decida consapevolmente di distaccarsi da questo principio e accetti una violazione del diritto internazionale. Inoltre, il Tribunale federale ha confermato che le leggi e i trattati federali devono essere applicati anche se contraddicono la costituzione. Ciò fa parte della nostra costituzione dal 1874. Ad oggi nessuno ha saputo spiegarmi cosa sarebbe dovuto cambiare nel 2012.
Non avremmo quindi bisogno di una regola severa per risolvere i conflitti tra il diritto federale e diritto internazionale?
Al contrario. Maggiore è l’interdipendenza internazionale e più dobbiamo essere in grado di reagire in modo flessibile. Ci sono stati svariati tentativi di iscrivere una regola nella legge o nella costituzione, ma ogni volta per buone ragioni si è cambiata idea.
Ad esempio durante l’ultima revisione completa della Costituzione, che abbiamo votato nel 1999. Da allora il mondo è cambiato, l’interdipendenza e la complessità sono cresciute.
Ecco perché abbiamo bisogno di mantenere il nostro sistema flessibile. Per affrontare un sistema sempre più complesso gli schematismi non sono efficaci. Il mondo non diventa più semplice solo perché decidiamo di iscrivere regole rigide nella Costituzione. Gli iniziativisti suggeriscono di introdurre la possibilità di recidere alcuni accordi per restituire agli Svizzeri la libertà che avrebbero perso. Non ha senso. Già oggi la popolazione e il parlamento possono chiedere che la Svizzera metta fine ai trattati internazionali. Questo però dev’essere fatto con cognizione di causa attraverso un processo democratico.
Così come l’UDC vuole fare con l’accordo sulla libera circolazione delle persone?
Esattamente. Con l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone (per un’immigrazione moderata), gli iniziativisti dimostrano che il sistema attuale funziona. Se non vuoi più far parte di un accordo, puoi richiederne lo scioglimento.
Afferma che l’iniziativa è inutile, dunque non è nemmeno da considerarsi pericolosa?
Tutt’altro. Il tema centrale dell’iniziativa è che la rescissione di un accordo avverrà come danno collaterale. Inoltre, non saremmo più tenuti a rispettare i trattati in vigore. Iscrivere questo aspetto nella Costituzione è molto problematico. Dobbiamo infatti riflettere sul tipo di segnale che vogliamo mandare. Nessuna azienda scrive nel suo statuto che non rispetta gli accordi, altrimenti sorgerebbero problemi di credibilità.
Al centro dell’iniziativa c’è il timore che i nostri strumenti di democrazia diretta vengano indeboliti. Sembra ci sia bisogno di regole, regole che non possano essere violate semplicemente attraverso argomentazioni legali.
In questo caso gli aspetti principali sono due: la sovranità e la democrazia diretta. L’argomento della sovranità a mio parere non attacca. Sovranità non significa assenza di obblighi. È come l’autonomia privata: ne usufruisco come individuo per stipulare contratti che sono nel mio interesse. Se qualcosa cambia, posso decidere di terminare il contratto. Lo stesso vale per lo stato e la sua sovranità. La Svizzera stipula un accordo solo se esso ci porta dei vantaggi.
E la democrazia diretta?
Nell’ambito della sottoscrizione di accordi, non c’è nessun altro paese con un sistema di democrazia diretta all’avanguardia come il nostro. I nostri accordi vengono confermati tramite la democrazia diretta: se concernono il contenuto di una legge, essi vengono assoggettati al referendum facoltativo. Se il loro contenuto è relativo al diritto costituzionale, si passa invece al referendum obbligatorio.
Dunque l’iniziativa non rende la nostra politica estera più democratica?
No, al contrario. Introdurre un rigido automatismo per disdire gli accordi significa limitare lo spazio di manovra. Prima di interrompere un accordo, dobbiamo essere in grado di discutere democraticamente i pro e i contro di una tale decisione. Ne sono convinto: questa iniziativa è antidemocratica.
Parliamo concretamente. Supponiamo che gli elettori approvino l’iniziativa per l’autodeterminazione. Sarebbe necessario controllare ogni singolo trattato internazionale e valutare se esso viola la Costituzione?
Non si può dire che in passato la Svizzera abbia sempre firmato accordi che violavano la Costituzione. Di conseguenza non credo ci sarebbe un’ondata di denunce. Per me sorgono molte più domande sul futuro: in quali circostanze, accettando un’iniziativa, la popolazione è d’accordo anche ad annullare un accordo? Prendiamo ad esempio l’iniziativa sui minareti. Gli elettori svizzeri non hanno voluto la costruzione di nuovi minareti, cosa che dal punto di vista della CEDU è problematico. Significa che votando sì all’iniziativa la popolazione voleva lasciare ugualmente la CEDU e rinunciare ai diritti fondamentali che essa garantisce?
Se venisse approvata l’iniziativa per l’autodeterminazione dovremmo dunque rinunciare alla nostra adesione alla CEDU?
Gli iniziativisti chiedono che venga rinegoziato e, se necessario, rescisso un trattato internazionale in caso di contraddizione con la legge costituzionale. Ma cosa significa questo? È sufficiente una contraddizione astratta? O è necessaria, come nel caso della CEDU, una corrispondente sentenza di Strasburgo? E cosa significa rinegoziare? Non ha senso rinegoziare trattati multilaterali come la CEDU o gli accordi con l’OMC. Secondo la logica dell’iniziativa per l’autodeterminazione, in questi casi dovremmo uscire dagli accordi. L’intera faccenda non è per nulla chiara.
Gli inziativisti criticano la Corte di giustizia dell’Unione europea e sostengono che essa agisca in modo sempre più interventista.
Da un punto di vista svizzero, credo dovremmo affrontare l’argomento con cognizione di causa: solo l’1,6 per cento di tutti i reclami contro la Svizzera è stato approvato. C’è stata una fase in cui Strasburgo ha voluto approfondire la questione. Da alcuni anni, tuttavia, si sta andando nella direzione opposta. La Corte si concentra maggiormente sull’essenziale sottolineando la sua sussidiarietà. E non dimentichiamolo: molte sentenze contro la Svizzera hanno portato a risultati positivi. La Corte europea dei diritti dell’uomo si è schierata a favore della libertà dei media o delle vittime dell’amianto e ha notevolmente migliorato la protezione giuridica nel settore delle assicurazioni sociali.