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BERNA - Le dobbiamo indossare quando saliamo a bordo di un mezzo pubblico. E in determinati cantoni sono obbligatorie anche nei negozi oppure nelle aule scolastiche. Si tratta delle mascherine di protezione, che in Svizzera sono facilmente reperibili in grandi quantità. Ma lo stesso non vale per i paesi africani, dove proprio per la mancanza di mascherine, guanti, tute di protezione e altro materiale protettivo, il personale attivo nell'aiuto umanitario è spesso costretto a limitare o addirittura interrompere il lavoro in luoghi molto affollati, come i campi profughi.
Ecco dunque che la Confederazione risponde a un appello dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR), donando quasi tre milioni di mascherine per un valore complessivo di 1,5 milioni di franchi. Una prima parte del materiale è stata consegnata all'Agenzia ONU oggi, 8 settembre, a Pratteln ed è in viaggio verso la Repubblica Democratica del Congo. Ulteriori mascherine saranno inviate in seguito anche in Sudan del Sud e in Sudan. Tutto il materiale è destinato all'aiuto umanitario e al personale sanitario nei tre paesi.
«Nel settore umanitario abbiamo molte sfide da affrontare. Di solito si tratta di strade impraticabili o di continui scontri a fuoco. Col Covid-19 si aggiunge ora anche un rischio d'infezione» spiega Manuel Bessler, capo dell'Aiuto umanitario della Svizzera, citato in una nota del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).
Le mascherine donate - assicura la Confederazione - non incidono sul fabbisogno interno della Svizzera e non provengono dalle vecchie scorte federali che hanno dovuto essere ritirate nel luglio 2020.