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«Ogni Svizzero è obbligato al servizio militare». L’articolo 18 della Costituzione federale del 1848 è inequivocabile. All’epoca, l’obbligo di prestare servizio militare era una premessa fondamentale per garantire la libertà del nostro Paese, che è rimasta tale anche con la stesura della seconda Costituzione dello Stato federale svizzero nel 1874. Il 17 maggio 1992 popolo e Cantoni hanno accolto un’aggiunta a questa disposizione costituzionale: «La legge prevede un servizio civile sostitutivo». Nella versione in vigore della Costituzione federale, che risale al 1999, l’articolo 59 capoverso 1 recita: «Gli uomini svizzeri sono obbligati al servizio militare. La legge prevede un servizio civile sostitutivo».
In questa frase entrambi i periodi sono carichi di significato: la Costituzione prevede l’obbligo di prestare servizio militare; al tempo stesso, riconosce che esistono situazioni particolari, da precisare mediante un atto normativo, in cui a titolo di eccezione, «le persone soggette all’obbligo di prestare servizio militare che non possono conciliare il servizio militare con la propria coscienza» possono prestare servizio civile sostitutivo.
Perché agli occhi di molti l’obbligo di prestare servizio militare era – ed è tuttora – così importante? Senza l’esercito e senza l’obbligo di prestare servizio militare la Svizzera non avrebbe potuto mantenere la sua libertà e restare uno Stato democratico e repubblicano indipendente – l’unico dagli Urali all’Atlantico – in un secolo come quello scorso, passato alla storia per la particolare violenza da cui è stato segnato.
Adolf Hitler definiva la Svizzera come «lo Stato e il popolo più ripugnanti e miserevoli del mondo», e gli svizzeri come nemici giurati della nuova Germania; per lui, Guglielmo Tell era un franco tiratore, tanto che proibì la rappresentazione del dramma di Friedrich Schiller dedicato all’eroe nazionale svizzero. Non occorre avere alle spalle una carriera militare per capire che un simile capo di Stato, alla testa del più potente esercito del continente, non avrebbe atteso neppure un attimo per annientare la Svizzera... se non avesse avuto progetti più importanti, e se non avesse saputo che l’esercito svizzero presente al confine e nel ridotto nazionale avrebbe interrotto, dal primo giorno di offensiva, i trasporti tedeschi di carbone e acciaio, per difendere poi gli accessi trasversali e renderli impraticabili per mesi. Non era questa l’epoca giusta per depenalizzare il rifiuto di prestare servizio militare. Nel 1950, cinque anni dopo la seconda guerra mondiale, il Codice penale militare prevedeva quale pena detentiva l’arresto, rinunciando tuttavia a sanzioni di diritto pubblico nei confronti dei renitenti alla leva in caso di fondate motivazioni religiose e gravi crisi morali.
La riforma Barras e la votazione popolare
Non sono stati solo l’esercito e l’obbligo di prestare servizio militare a mantenere la libertà, ma senza di essi non sarebbe stato possibile. Negli anni seguenti, contraddistinti dalle tensioni della Guerra fredda, questa consapevolezza ha portato il popolo svizzero (e possiamo aggiungere, oggi, comprensibilmente) a rifiutare per ben due volte l’introduzione di un servizio civile sostitutivo, nel 1977 e nel 1984. Solo verso la fine della Guerra fredda una maggioranza si è convinta che occorresse mettere da parte un rigore che oramai non aveva più ragione d’essere e trovare una soluzione, da sancire giuridicamente a livello nazionale, per gli obiettori. Nel 1990 l’uditore capo Raphaël Barras ha indicato la via con un’ulteriore riforma del Codice penale militare, accolta dal popolo tramite referendum nel 1991. Gli obiettori per motivi di coscienza dovevano, da quel momento in poi, poter svolgere un lavoro organizzato dall’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro.
Se Raphaël Barras, con le sue modifiche per rendere la legge meno restrittiva, cercava di stare al passo con i tempi, già dal 1989 il consigliere nazionale Helmut Hubacher perseguiva invece una modifica costituzionale. Il fatto che nel 1992 questa modifica sia stata accolta con oltre l’82 per cento dei voti conferma la volontà di trovare compromessi praticabili, come effettivamente – per nostra fortuna – la politica svizzera ha saputo e sa tuttora trovare in determinate condizioni.
La legge federale del 6 ottobre 1995 sul servizio civile sostitutivo (titolo abbreviato: legge sul servizio civile, abbreviazione: LSC, entrambi ufficiali come il titolo per esteso), che ha subito già 12 modifiche e una rettifica della versione italiana, costituisce la base per l’attuazione del mandato costituzionale dalla sua entrata in vigore il 1° ottobre 1996.
Nella storia del servizio civile, oramai ventennale, si distinguono chiaramente tre fasi.
Le tre fasi della storia del servizio civile
Nella prima fase, dal 1997 al 2008, il numero di ammissioni annue era compreso fra 960 e 1967. Questi numeri rispecchiavano lo spirito della Costituzione, che parte dall’obbligo del servizio militare per prevedere poi un servizio sostitutivo disciplinato a livello di legge. Le domande venivano esaminate da una commissione presieduta in un primo tempo da Anton Keller e, dal 2006, da Monika Bürge-Leu.
La seconda fase copre il biennio 2009–2010 con rispettivamente 6720 e 6826 ammissioni a un «servizio civile sostitutivo (servizio civile) di più lunga durata». L’impennata delle ammissioni è dovuta alla modifica di legge del 3 ottobre 2008, i cui punti cardine erano l’abolizione della commissione di ammissione e la prova dell’atto: «Nella domanda il richiedente deve dichiarare di non poter conciliare il servizio militare con la propria coscienza e di essere disposto a prestare servizio civile secondo la presente legge» (art. 16b). L’articolo 18b recita: «Chi riceve la decisione d’ammissione al servizio civile mentre sta prestando servizio militare, viene licenziato dal servizio militare se possibile il giorno stesso, al più tardi il giorno seguente». Concretamente significa che in presenza di difficoltà, anche modeste, il servizio militare rimanente poteva non essere più svolto sulla base di una semplice dichiarazione e dell’accettazione della domanda.
La revisione dell’ordinanza del 10 dicembre 2010 ha dato il via, nel 2011, alla terza fase. Il numero di ammissioni al servizio civile è oscillato fra 4670 e 5836, senza toccare quindi le cifre record del biennio 2009–2010. Il motivo principale è sicuramente da ricercare nell’articolo 26 capoverso 1 che mirava a frenare potenziali abusi: «L’organo d’esecuzione decide in merito alle domande al più presto quattro settimane dopo il loro ricevimento». Una domanda presentata durante un corso di ripetizione non poteva quindi più essere valutata entro la fine del corso.
Visione futura
I «veri» cittadini accettano la Costituzione federale integralmente, senza eccezioni, poiché solo così è possibile garantire la stabilità della nostra Confederazione, unica nel suo genere, del nostro Stato federalista, democratico e repubblicano. Chiunque si aspetti che gli svizzeri assolvano il loro obbligo militare, come me lo aspetto io, deve accogliere un servizio civile sostitutivo per coloro che non possono conciliare il servizio militare con la propria coscienza. Se questo servizio civile serve effettivamente per «adempiere importanti compiti della comunità», come io stesso ho potuto più volte constatare, anche un anziano soldato non può che augurare al servizio civile un futuro ricco di successi.
Autore
Jürg Stüssi-Lauterburg, Dr. phil., di Windisch (AG) è esperto di storia svizzera e di storia militare. Nel 1984 è stato nominato responsabile della Biblioteca militare federale e, dal 2007 fino alla pensione, nel 2016, è stato capo della Biblioteca am Guisanplatz. Ha inoltre rivestito la carica di collaboratore di Stato maggiore del capo del DDPS sotto i consiglieri federali Adolf Ogi, Samuel Schmid, Ueli Maurer e Guy Parmelin. Jürg Stüssi-Lauterburg ha fatto parte del consiglio comunale di Windisch e del Gran Consiglio di Argovia, ed è ancora oggi giudice distrettuale a Brugg (AG). La sua carriera militare è iniziata come recluta nelle truppe di protezione aerea e si è conclusa con il grado di colonnello di Stato Maggiore generale.
Ultima modifica 10.03.2020