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Quella terra appartiene ai nativi: una sentenza della Corte Suprema statunitense attribuisce quasi la metà del territorio dell’Oklahoma a cinque tribù. Si tratta di una decisione che potrebbe avere significative ripercussioni anche nella gestione della giustizia e per una serie di condanne già inflitte.
L’Alta corte, con cinque voti contro quattro (compreso quello di un conservatore che si è allineato ai togati progressisti), ha stabilito che gli Stati Uniti devono mantenere le loro promesse di autonoma alla tribù native, risalenti a oltre un secolo fa, e per questo quasi la metà dello Stato deve essere riconosciuta come una riserva.
Per i nativi è una delle vittorie legali potenzialmente più significative degli ultimi decenni. Il sistema di giustizia penale e civile di riferimento non sarà più dunque statale e le precedenti condanne nei confronti dei nativi potranno essere riviste. Potrebbero essere concordate anche esenzioni dal pagamento delle tasse federali.
Per David Hill, capo della tribù dei Muskogee– che ha portato avanti il ricorso - è una decisione “storica”. Arriva in un momento particolare per le tribù native in tutti gli Stati Uniti: da una parte duramente colpite dal coronavirus, dall’altra coinvolte in quel movimento di protesta contro il razzismo istituzionale che sta attraversando il paese e che non riguarda solo gli afroamericani.
Pochi giorni fa nativi erano riusciti a ottenere da un tribunale il blocco di un oleodotto che a loro parere distrugge terre sacre delle tribù nel Nord Dakota. E in un momento storico segnato dal tentativo di garantire rispetto alle minoranze anche nella cultura e nello sport, a Washington la squadra di football dei Redskin, cioè “pellerossa”, sta valutando se cambiare nome.