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Preceduta da una serie di crisi tra le grandi potenze europee, ma anche nuovo episodio del conflitto franco-ted., la prima guerra mondiale scoppiò in seguito all'uccisione a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando (28.6.1914), erede al trono dell'Impero austro-ungarico. Per effetto delle alleanze concluse a partire dalla fine del XIX sec., in pochi giorni (1-4.8.1914) l'Austria e la Germania (gli Imperi centrali) si trovarono in guerra contro gli Alleati (Serbia, Russia, Francia, Gran Bretagna e Montenegro, secondo l'ordine della loro entrata in guerra). In seguito, si schierarono con la coalizione austro-ted. Turchia (1914) e Bulgaria (1915), mentre agli Alleati si unirono l'Italia (1915) e gli Stati Uniti (1917). In Svizzera, la mobilitazione generale venne proclamata l'1.8.1914.
Il conflitto, attraverso le colonie delle potenze coinvolte, ebbe portata mondiale; gli scontri decisivi ebbero però luogo in Europa. Per la Svizzera, fu il fronte franc. (attestato nelle trincee dal dicembre del 1914 all'estate del 1918) a suscitare maggiori inquietudini, visti i pericoli per il Giura, mentre il fronte it. rese necessario il presidio delle frontiere soprattutto nella Bassa Engadina. Quella che in origine doveva essere una guerra breve in realtà durò fino all'11.11.1918 (data dell'armistizio franco-ted.), causando enormi perdite umane (8,5 milioni di morti), la Rivoluzione d'Ottobre del 1917 (seguita dalla pace separata russo-ted. di Brest-Litovsk nel marzo del 1918), la caduta delle case regnanti austriache (Asburgo) e ted. (Hohenzollern) nel 1918, l'indebitamento dell'Europa e il radicale riassetto dell'Europa centrale. I vari trattati sottoscritti durante e dopo la conferenza di pace del 1919 non riuscirono a eliminare i contrasti tra i belligeranti. La Società delle Nazioni al contrario riuscì per qualche anno a diffondere lo "spirito di Ginevra".
Malgrado non risultasse direttamente coinvolta nella guerra, la Svizzera soffrì comunque per la lunghezza del conflitto e in particolare per le conseguenze del blocco economico imposto dagli Alleati. In quegli anni il Paese registrò una crescita esponenziale della spesa militare, ma anche lo sviluppo della Piazza finanziaria. Si creò inoltre una spaccatura tra la Svizzera franc. e it., che simpatizzava per gli Alleati, e la Svizzera ted., schierata con gli Imperi centrali, mentre le tensioni sociali culminarono nello Sciopero generale del 1918, che segnò anche la fine dell'egemonia del partito radicale. Durante il periodo bellico, la Conf. cercò di rimanere fedele alla Neutralità e alla politica dei Buoni uffici, perseguita dall'inizio del XX sec. (convenzioni dell' Aia).
Autrice/Autore: La redazione / mku
Lo scoppio della guerra nell'agosto del 1914 non trovò la Svizzera impreparata. L'organizzazione militare del 1907 aveva portato a un miglioramento dell'istruzione e dell'Armamento; in base all'organizzazione delle truppe del 1911 l'Esercito era composto da sei divisioni dell'attiva, composte ciascuna da 25'000-28'500 uomini, a cui si affiancavano ulteriori formazioni della Landwehr e del Landsturm. L'organico totale delle truppe di campagna attive comprendeva ca. 250'000 soldati e 77'000 cavalli e muli, a cui si aggiungevano ca. 200'000 uomini del servizio complementare. L'organizzazione bellica della Conf. venne seguita con attenzione dagli Stati maggiori esteri, dato che la Svizzera costituiva un elemento importante nei loro piani operativi, come ad esempio nel caso del piano Schlieffen-Moltke ted. La forte somiglianza tra l'organizzazione militare sviz. e quella ted., emersa tra l'altro in occasione delle manovre militari del 1912 a cui assistette l'imperatore Guglielmo II, venne vista con sospetto in Francia.
La conclusione di alleanze nel caso di un ipotetico attacco fu al centro delle discussioni dei vertici politici e militari sviz. Seguendo la prassi dei suoi predecessori, il capo del servizio di Stato maggiore generale Theophil Sprecher von Bernegg, di concerto con il Consiglio fed., elaborò progetti di accordo con possibili alleati nell'eventualità di un'aggressione estera. I capi di Stato maggiore degli eserciti austro-ungarico e ted. si informarono più volte sull'atteggiamento che la Svizzera avrebbe assunto in caso di guerra. Sprecher von Bernegg assicurò la neutralità incondizionata e la mobilitazione delle truppe contro qualsiasi aggressore. Dato che la controparte franc. non si rivolse mai con simili richieste a Sprecher von Bernegg, già prima dello scoppio della guerra si era creata un'unilateralità nei contatti preoccupante sotto il profilo della neutralità.
Dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia (28.7.1914) e la mobilitazione generale della Russia (30 luglio), il Consiglio fed. mise l'intero esercito in stato di picchetto (31 luglio) e dichiarò la Mobilitazione generale dell'esercito. Tra il 3 e il 7 agosto ebbe luogo senza grossi problemi l'entrata in servizio attivo di ca. 220'000 uomini. La sera del 3 agosto si riunì l'Assemblea fed., che conferì al Consiglio fed. i Pieni poteri per la salvaguardia dell'indipendenza e della neutralità del Paese. Su pressione del Consiglio fed. e dopo iniziali forti resistenze da parte dei deputati romandi e socialisti, Ulrich Wille venne inoltre eletto Generale. Il giorno successivo, Sprecher von Bernegg venne nominato capo di Stato maggiore generale, mentre Friedrich Brügger, colonnello divisionario, assunse la carica di aiutante generale.
A causa dei combattimenti in Alsazia, l'11 agosto il generale ordinò il concentramento del grosso delle truppe nel Giura, mentre ai reparti restanti venne affidato il compito di presidiare le frontiere meridionali. Le zone operative-chiave di Mont Vully-Jolimont, Olten-Hauenstein e Bellinzona vennero fortificate; dopo l'entrata in guerra dell'Italia ulteriori unità furono trasferite nella Bassa Engadina, nella val Monastero e lungo il confine meridionale. Durante gli anni di guerra si registrarono ca. 1000 violazioni delle frontiere (di cui 800 dello spazio aereo).
Il dispositivo di difesa adottato nell'agosto del 1914 e poi ampliato nel 1915 non subì modifiche sostanziali per il resto della guerra, per cui si sviluppò l'immagine ricorrente dell'"occupazione della frontiera". Una volta allentatasi la tensione lungo i confini, dal settembre del 1914 si procedette alla rotazione delle truppe, in maniera tale da soddisfare le esigenze di manodopera dell'agricoltura e dell'industria. Il livello minimo di soldati mobilitati venne toccato nel novembre del 1916 (38'000 uomini). Nell'inverno tra il 1916 e il 1917, voci relative a una possibile avanzata franc. attraverso il territorio sviz. portarono a un nuovo aumento dei soldati sotto le armi a oltre 100'000 unità. In seguito, fino alla fine della guerra il loro numero scese a 12'500; nel novembre del 1918 a causa dello sciopero generale un terzo degli effettivi tornò però in servizio. Nell'estate del 1919, a causa dei numerosi scioperi in quel periodo, si ebbero gli ultimi richiami di truppe per il Servizio d'ordine dell'esercito.
Durante il servizio attivo, le truppe vennero equipaggiate con il fucile e il moschetto 11 (oltre 255'000 pezzi), la mitragliatrice 11 (1600 pezzi) e granate a mano, tutte armi prodotte prevalentemente in patria. L'artiglieria venne rafforzata, anche se in maniera insufficiente, grazie a obici da 15 cm di produzione ted. e a vecchi cannoni franc. ammodernati. La forza aerea venne ampliata a cinque squadre e dotata di velivoli di fabbricazione elvetica (Haefeli, Wild); un aerodromo militare fu istituito a Dübendorf nel 1914. La produzione di munizioni carente e la mancanza totale di carri armati costituirono un problema per la Difesa nazionale. Anche l'equipaggiamento personale dei soldati risultò lacunoso: la distribuzione delle uniformi grigioverdi fu completata solo alla fine del 1916; gli elmetti d'acciaio risultarono disponibili dal gennaio del 1918. Le 100'000 maschere antigas reperite entro la fine della guerra sarebbero bastate solo a proteggere parte dell'esercito e della pop.
Nel piano Schlieffen-Moltke elaborato prima del 1914 dallo Stato maggiore ted., che prevedeva l'accerchiamento dell'esercito franc., era anche stata considerata l'ipotesi di avanzare attraverso il territorio sviz. invece di invadere il Belgio, anch'esso neutrale: per ragioni geografiche, militari, operative, politiche e culturali tale opzione venne però scartata. Anche il piano "H" (Hélvetie) del comando supremo franc., che prevedeva di procedere contro la Germania attraverso la Svizzera, a sud del fronte occidentale paralizzato dalla guerra di logoramento, nell'inverno 1915-16 non venne attuato, malgrado la contemporanea crisi interna alla Conf. dovuta all'affare dei Colonnelli avesse aumentato l'attrattiva di questa soluzione agli occhi di qualche stratega dell'Intesa. L'attacco ted. a Verdun nel 1916 e la scelta del generale franc. Joseph Joffre di scatenare l'offensiva estiva sulla Somme fecero poi tramontare definitivamente tale soluzione. I vertici militari franc. in seguito entrarono più volte in contatto con Sprecher von Bernegg, al fine di migliorare la loro preparazione nel caso di un attacco ted. attraverso la Svizzera.
Finora non sono stati scoperti piani simili da parte dell'Italia, della Germania o dell'Austria-Ungheria. Nel novembre del 1918, le minacce statunitensi di intervento militare nel caso di una rivoluzione comunista in Svizzera furono vanificate dal veloce esaurirsi dello sciopero generale, che fece rientrare il pericolo di una destabilizzazione politica della Conf.
Il servizio attivo comportò grossi sacrifici per i soldati e la pop. In media i militi rimasero sotto le armi per 500 giorni, con un soldo ridotto e senza beneficiare di un'indennità per perdita di guadagno. La situazione precaria degli approvvigionamenti, la rarefazione e l'aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di consumo, l'introduzione molto tardiva del razionamento e la crescente disoccupazione ridussero in povertà molti soldati e le loro fam.
I metodi di comando di molti ufficiali e sottufficiali presto portarono a una diffusa insoddisfazione tra i soldati, dato che solo raramente l'organizzazione della vita militare teneva conto delle loro esigenze, era focalizzata sugli obiettivi e risultava adeguata alla situazione contingente. Spesso lo scontento era riconducibile alle rigide tecniche di addestramento. I tribunali militari esaminarono 21'000 casi. Durante il servizio attivo persero la vita in seguito a incidenti o malattie ca. 3000 soldati, di cui 1800 per la Grippe del 1918.
L'esercito prestò milioni di ore lavorative in favore della pop. civile (costruzione di strade, aiuto nei lavori agricoli, posa di collegamenti telefonici, soccorso in caso di catastrofe ecc.). Il servizio conferenze dell'esercito organizzò manifestazioni di intrattenimento e di informazione di ogni genere. Il canto militare venne diffuso tra l'altro da Hanns In der Gand; le fanfare militari spesso rinsaldarono i legami tra la pop. e l'esercito. Le neocostituite biblioteche militari promossero la lettura, mentre più di 1000 ritrovi e alcune case del soldato, gestite da donne e dall'Unione cristiana dei giovani, aiutarono i militi a trascorrere in maniera adeguata il loro tempo libero.
Autrice/Autore: Hans Rudolf Fuhrer / mku
La dichiarazione di neutralità del 4.8.1914 fu riconosciuta dalla Francia l'8.8, dalla Gran Bretagna il 9, dall'Austria-Ungheria il 17, dalla Germania il 18 e dall'Italia nel mese di settembre. La Francia e la Gran Bretagna furono le potenze che guardarono con maggiore inquietudine, se non proprio diffidenza, alla volontà della Svizzera di difendere la propria neutralità. La questione legata alla Savoia settentrionale era delicata, in particolare quando l'Italia entrò in guerra nel 1915, ma la Svizzera rinunciò a far valere il proprio diritto di occupare questo territorio per difenderne la neutralità (Zone franche).
Nonostante i belligeranti ne avessero riconosciuto la neutralità, la Svizzera venne progressivamente coinvolta nella Guerra economica che opponeva i due campi. La componente economica acquisì dunque un notevole peso nella politica estera della Conf. e richiese un'attenzione costante da parte dei diplomatici. Sotto Arthur Hoffmann (1914-giugno 1917), il Dip. politico (oggi Dip. fed. degli affari esteri) comprese la divisione del commercio e l'ufficio fiduciario di Zurigo - incaricato di sorvegliare gli scambi commerciali con gli Imperi centrali, che in linea di principio avvenivano sulla base di compensazioni - affidato all'industriale Ernst Schmidheiny. Hoffmann fece da supervisore per la Svizzera ai negoziati imposti dagli Alleati, sfociati nell'ottobre del 1915 nella creazione della Società svizzera per la sorveglianza economica, che limitò ampiamente l'indipendenza economica del Paese. Nel 1918 la Germania ottenne la creazione di un organo di controllo concepito sullo stesso modello; l'ufficio fiduciario di Zurigo venne così trasformato nell'Ufficio fiduciario svizzero di controllo per il traffico delle merci. Con l'arrivo di Gustave Ador alla testa del Dip. politico nel giugno del 1917, che lasciò già nel gennaio del 1918 a Felix Calonder, la divisione del commercio passò al Dip. dell'economia pubblica, diretto da Edmund Schulthess.
Persuaso che la Svizzera neutrale avesse una missione mediatrice da compiere, Hoffmann si sentiva confortato in questa sua idea dai numerosi attestati provenienti dall'opinione pubblica. Fino al 1916 la sua azione fu però improntata a una grande prudenza. Nel novembre del 1914 un primo sondaggio, effettuato con discrezione presso il pres. statunitense Woodrow Wilson per un'azione comune in favore della pace, fu da quest'ultimo ritenuto prematuro. Due anni dopo, all'indomani dell'iniziativa di pace intrapresa dallo stesso Wilson, Hoffmann inviò ai belligeranti, con l'accordo del Consiglio fed., una nota diplomatica a sostegno della proposta del pres.; la nota venne però accolta piuttosto tiepidamente dagli Alleati. Nel febbraio del 1917, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra gli Stati Uniti e la Germania, il ministro di Svizzera a Washington, Paul Ritter, propose di sua iniziativa una mediazione per evitare la guerra fra le due potenze. Ritenuta dagli Alleati una mossa fatta in favore del campo nemico, l'azione nocque alla reputazione della Svizzera negli Stati Uniti, il che spinse Berna a richiamare Ritter (giugno 1917). Dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti nell'aprile del 1917, la Svizzera estese il proprio ruolo di potenza protettrice e assunse la difesa degli interessi di numerosi Paesi belligeranti, in particolare quelli della Germania, in precedenza tutelati dai diplomatici statunitensi. L'invio nel luglio del 1917 di un nuovo rappresentante a Washington, l'industriale Hans Sulzer, accompagnato da una delegazione comprendente lo storico William Emmanuel Rappard, permise di migliorare l'immagine della Svizzera, in particolare grazie ai contatti diretti con Wilson. I risultati concreti che Berna si attendeva, spec. la consegna di cereali indispensabili per l'approvvigionamento del Paese, si fecero tuttavia attendere fino al 1918.
Nel medesimo contesto di mediazione, e in questo caso attraverso la conclusione di una pace separata fra la Russia (governo socialista di Aleksandr Kerenskij) e la Germania, l'affare Grimm-Hoffmann (giugno 1917) costrinse il capo del Dip. politico alle dimissioni. Sulla base di un'analisi della situazione che sottostimava gli effetti dell'entrata in guerra degli Stati Uniti e gli lasciava intravvedere la vittoria della Germania, Hoffmann aveva infatti probabilmente cercato di ridurre la durata della guerra e dunque anche le difficoltà economiche e morali della Svizzera.
Dopo la Rivoluzione russa dell'ottobre 1917, il Consiglio fed. non riconobbe il regime bolscevico (analogamente agli altri Paesi, a eccezione della Germania), ma autorizzò una sua missione a stabilirsi a Berna (maggio 1918), stabilendo de facto relazioni diplomatiche con il nuovo governo. All'inizio di novembre 1918, gli Alleati, che consideravano la missione russa un centro di propaganda rivoluzionaria per l'Europa occidentale, mossero dei passi diplomatici nei confronti del Consiglio fed. Messo sotto pressione anche dall'opinione pubblica e da Ador, che esigeva una maggiore fermezza, l'8 novembre l'esecutivo notificò alla missione sovietica la rottura delle relazioni. Jean Berzine e i suoi collaboratori dovettero lasciare la Svizzera il 12 novembre, allo scoppio dello sciopero generale e il giorno dopo la firma dell'armistizio di Rethondes, che aveva posto fine alla guerra.
Terminato il conflitto, Ador propose ai suoi colleghi di creare una commissione di esperti per riflettere su quanto si doveva fare nel dopoguerra e sull'orientamento da dare alla politica estera sviz. Tale iniziativa fu ripresa dal gennaio 1918 dal suo successore, Felix Calonder, che si avvalse della collaborazione del professor Max Huber, nominato consulente giur. del Dip. politico. Nel giugno del 1918, davanti al Consiglio nazionale Calonder si espresse con convinzione a favore della partecipazione della Svizzera alla futura Soc. delle Nazioni (SdN), con un discorso che attirò l'attenzione anche all'estero. Sulla base di un testo di Huber, una commissione extraparlamentare riunita a Territet (com. Montreux) dal novembre 1918 elaborò un progetto di patto per la futura SdN, approvato dal Consiglio fed. l'11.2.1919. Trasmesso a tutti gli Stati che partecipavano alla conferenza di pace di Parigi, il progetto sviz. giunse troppo tardi per avere un influsso sui redattori della Convenzione. La presenza dei Paesi neutrali, e dunque della Svizzera, alla conferenza di pace (trattato di Versailles) fu in seguito oggetto di aspre discussioni.
Autrice/Autore: Mauro Cerutti / ddo
La storiografia elvetica ha ampiamente evidenziato l'esistenza di un "fossato" fra Svizzeri franc. e ted. durante la Grande guerra. Questa constatazione si fonda soprattutto sull'analisi della stampa, ma nessuno studio ha cercato di capire quanto realmente diffusa fosse questa divisione tra la pop. Già prima del 1914, una parte della borghesia germanofona aveva manifestato una sorta di fascinazione per il Reich di Guglielmo II, accolto con entusiasmo in occasione della sua visita in Svizzera nel 1912. La ratifica nel 1913 da parte delle Camere fed. della convenzione del Gottardo era stata vista dai Romandi come una concessione fatta alla Germania. Le divisioni interne nel periodo bellico furono tuttavia originate anche dal "fossato" sociale, accentuato dalla durata del conflitto, e dall'opposizione dei socialisti al governo e al comando dell'esercito.
Il 3.8.1914 l'Assemblea fed. votò quasi all'unanimità i pieni poteri al Consiglio fed. ed elesse alla carica di generale il germanofilo Ulrich Wille, nonostante l'opposizione della frazione romanda e dei socialisti. Il "fossato" divenne realtà con la violazione della neutralità belga da parte dell'esercito ted. (4 agosto): mentre la stampa romanda denunciò l'occupazione del Belgio, i giornali svizzeroted., a eccezione di quelli socialisti, non presero posizione oppure cercarono di giustificare l'intervento della Germania. L'1.10.1914 il governo ritenne necessario lanciare un appello alla coesione nazionale. Il 14 dicembre, davanti alla sezione zurighese della Nuova società elvetica, il poeta Carl Spitteler tenne una conferenza sul "Nostro punto di vista sviz.", in cui auspicò il superamento dei "fossati". La Censura della stampa, istituita dal Consiglio fed. nel settembre del 1914 in virtù dei pieni poteri e affidata all'esercito, venne messa in discussione nel giugno del 1915 in Consiglio nazionale dai deputati romandi e socialisti; ciò spinse il governo a creare durante il mese successivo una commissione mista di controllo nella quale erano rappresentati i giornalisti e alla quale competeva la censura politica.
Nel gennaio del 1916 l'affare dei colonnelli aprì una grave crisi a livello nazionale. Politici romandi, quali Edouard Secretan, direttore della Gazette de Lausanne, e deputati al Gran Consiglio ginevrino come Frédéric Jules De Rabours e Marcel Guinand ebbero un ruolo centrale nella denuncia e nella drammatizzazione del fatto. Riunioni di protesta ebbero luogo in particolare a Ginevra e a Losanna, dove il 27 gennaio fu tolta la bandiera del Reich posta davanti al consolato di Germania. L'assoluzione da parte della giustizia militare dei colonnelli Karl Egli e Friedrich Moritz von Wattenwyl, cui venne inflitta una semplice pena disciplinare, provocò una nuova ondata di indignazione nella stampa romanda e socialista. Nel Ticino, dove l'opinione pubblica parteggiava in massa per l'Intesa, Gazzetta Ticinese, diretta da Emilio Bossi, invitò il popolo a "cacciare i mercanti dal tempio", ciò che costò all'autore dell'articolo la condanna a un mese di prigione.
Nel giugno del 1917 l'affare Grimm-Hoffmann evidenziò un nuovo aspetto del "fossato", quando l'opinione pubblica romanda insorse violentemente contro il capo del Dip. politico. La grave crisi - durante la quale più di 15'000 dimostranti parteciparono a una manifestazione a Ginevra - si risolse rapidamente grazie alle sollecite dimissioni di Hoffmann, sconfessato dai suoi colleghi. L'elezione di Gustave Ador, pres. del CICR e sostenitore dichiarato dell'Intesa, al Consiglio fed. e alla testa del Dip. politico trovò il pieno consenso dell'opinione pubblica romanda, che riebbe un secondo seggio nell'esecutivo, e rassicurò i governi alleati.
I cittadini furono chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti alle Camere fed. nel 1914 e nel 1917. Nell'ottobre del 1914 inviarono al Consiglio nazionale 19 socialisti, tre membri del gruppo democratico-socialista, 111 radicali, 14 liberali, 38 conservatori e quattro indipendenti, al Consiglio degli Stati un socialista, un membro del gruppo democratico-sociale, 25 radicali, un liberale e 16 conservatori. Tre anni dopo, le acuite tensioni sociali ed economiche favorirono una leggera crescita della sinistra (22 socialisti e quattro del gruppo democratico-sociale), ma il sistema di scrutinio maggioritario la privò di un numero maggiore di seggi. L'iniziativa presentata nel 1913 dai socialisti per introdurre il sistema proporzionale al Consiglio nazionale, respinta dalle Camere nel giugno del 1918, fu accettata dal popolo e dai cant. nell'ottobre 1918, dopo che un precedente tentativo era fallito nel 1910 (Sistemi elettorali).
Sul piano finanziario, le entrate della Conf. derivavano per l'85% dai proventi delle dogane. La quota scese al 52% nel 1916, al 31% nel 1917 e al 18% nel 1918, per poi risalire al 24% nel 1919; tale contrazione rese necessaria l'individuazione di altre risorse. L'emissione di titoli divenne il mezzo privilegiato della Conf. (912 milioni), dei cant. e dei com. Alla fine del 1918 il deficit della Conf. ammontava a 1,5 miliardi di frs., una cifra notevole se si considera che ancora nel 1913 il livello della spesa della Conf. era ammontata a ca. 110 milioni, mentre quello dei cant. e dei com. superava il mezzo miliardo. L'indebitamento complessivo oltrepassava i 5,5 miliardi. Furono introdotte nuove tasse, accettate dal popolo nel giugno del 1915 (imposta unica di guerra) e nel maggio 1917 (Tassa di bollo). La Conf. poté dunque incassare l'imposta di guerra dal 1916 (56 milioni nel 1916, 30 nel 1917, 10 nel 1918), l'Imposta sui profitti di guerra dal 1917 (85 milioni nel 1917, 169 nel 1918, 191 nel 1919) e la tassa di bollo dal 1918 (9 milioni nel 1918). Nel giugno del 1918 l'elettorato rifiutò invece il principio di un'Imposta federale diretta.
I socialisti, che nell'agosto del 1914 avevano votato i pieni poteri al Consiglio fed., organizzarono diverse conferenze intern.: a Lugano nel settembre 1914 (con gli Italiani), a Zimmerwald nel 1915 (movimento di Zimmerwald) e a Kiental nel 1916 (conferenza di Kiental). Il congresso di Aarau (novembre 1915) sconfessò la maggioranza all'interno della direzione del partito e approvò con ampio margine le risoluzioni di Zimmerwald. Gli incontri furono anche un tentativo di salvare l'unità dell'Internazionale, in cui si combattevano le linee rivoluzionaria e moderata. Il partito radicale perse la sua componente operaia; dal 1917 fu inoltre confrontato con un'erosione del suo elettorato di destra, attratto dalla nascita di formazioni agrarie. Il "blocco borghese" (radicali, conservatori e agrari) si formò dopo le elezioni del 1919, che portarono al Consiglio nazionale 41 socialisti.
Autrice/Autore: Mauro Cerutti / ddo
L'inizio della guerra causò il crollo di fiorenti attività quali il turismo e il commercio con la Russia. Impreparata a far fronte a un conflitto di lunga durata, l'economia sviz., che dipendeva dalle importazioni (materie prime e cereali) e prosperava grazie alle esportazioni, riuscì tuttavia a mettere a profitto i propri punti di forza. Il Reich, che aveva bisogno di diversi prodotti sviz., continuò a fornire carbone e altre materie prime. Tenendo segrete alcune transazioni e approfittando della rivalità fra l'Intesa e gli Imperi centrali, fin dai primi mesi di guerra i dirigenti economici sviz. esaminarono le occasioni che si presentavano sul mercato estero. La produzione di munizioni, di alluminio, di rame, di cemento e di altri prodotti utili ai belligeranti conobbe uno sviluppo considerevole. A livello di importazioni, diminuirono quelle dall'Europa e aumentarono quelle dagli Stati Uniti (carbone, cotone, cereali, zucchero).
Nel corso del conflitto, le ass. professionali - spec. l'Unione sviz. del commercio e dell'industria (Vorort), l'Unione sviz. dei contadini e le org. bancarie - collaborarono da vicino con le autorità politiche, che affidarono loro compiti di carattere pubblico. Alfred Frey, membro dirigente del Vorort, ebbe una notevole influenza nel primo quarto del sec. Industriali quali Ernst Schmidheiny a Berlino e Hans Sulzer a Washington occuparono importanti funzioni diplomatiche. Qualcuno accumulò notevoli fortune, guadagnandosi l'appellativo di "profittatore di guerra". Malgrado i pieni poteri, il Consiglio fed. impiegò diverso tempo prima di riuscire a intervenire nell'economia, lasciando l'organizzazione dell'Economia di guerra a un livello embrionale. La lotta alla speculazione e all'accaparramento, la promozione di azioni di soccorso e il razionamento dei prodotti alimentari (Approvvigionamento economico del Paese) non riuscirono a impedire una crisi sociale, legata all'aumento dei prezzi (l'indice dei prezzi al dettaglio passò da 100 nel 1914 a 230 nel 1918) e all'inflazione (raddoppio dei prezzi fra il 1914 e il 1918).
La Grande guerra fu all'origine di cambiamenti di vasta portata. Settori quali l'industria tessile non raggiunsero più i livelli dell'anteguerra; per contro altri rami (metallurgia, industria delle macchine, chimica, farmacia, banche, assicurazioni) divennero quelli trainanti. L'orologeria conservò le proprie posizioni; volta quasi interamente all'esportazione, si adattò alla domanda estera (ad esempio di timer). La piazza finanziaria uscì rafforzata dal conflitto: dipendenti da partner stranieri prima del 1914, le soc. sviz. acquisirono una solidità e margini sufficienti per garantirsi un'autonomia nei confronti dei loro concorrenti e riuscirono inoltre a guadagnare quote di mercato nell'ambito della riorganizzazione dell'economia mondiale.
Se il governo seppe difendere con fermezza la propria neutralità politica e territoriale, la stessa cosa non gli riuscì in campo economico: lo stretto controllo cui fu sottoposto il commercio estero sviz. da parte dei belligeranti ha portato lo storico Roland Ruffieux a parlare di "asservimento economico".
Autrice/Autore: Marc Perrenoud / ddo
Le autorità sviz. si rivelarono impreparate di fronte alla guerra sia sul piano della politica economica, sia nell'ambito della politica sociale. Anche quando divenne evidente che la guerra si sarebbe protratta per lungo tempo, le misure adottate si mostrarono insufficienti. Il Razionamento dei generi alimentari di base, introdotto gradualmente dal 1917, produsse risultati limitati, così come i provvedimenti di emergenza adottati da cant. e com. (creazione di mense, distribuzione di viveri e combustibili a prezzi ridotti). L'Inflazione, originata dalla penuria di beni e dall'afflusso di divise, non venne contrastata; le autorità accolsero per nulla o solo timidamente le istanze provenienti dai rappresentanti dei lavoratori. Venne fatto affidamento piuttosto sull'opera di ass. benefiche quali la Soc. femminile sviz. di utilità pubblica e la Soc. femminile per il benessere dei soldati (oggi SV-Service), in cui donne di estrazione borghese - in conformità ai ruoli di genere - garantirono vari servizi (tra gli altri mense, ritrovi per soldati, lavanderie) alla comunità, sulle iniziative di mutuo soccorso dei sindacati o su misure promosse sul piano aziendale. In base ai pieni poteri conferiti nel 1914, il Consiglio fed. sospese alcuni punti cardine della legge sulle fabbriche sfavorendo così i lavoratori; anche la libertà di riunione venne ripetutamente sottoposta a restrizioni.
Gli operai e gli impiegati dei centri industriali urbani e semiurbani furono coloro che risentirono maggiormente della mancanza di politiche sociali adeguate. Le prime ripercussioni negative vennero avvertite già allo scoppio della guerra, quando molti imprenditori, confrontati con la difficoltà a reperire materie prime, il rientro in patria della manodopera straniera e la mobilitazione dei lavoratori sviz., cessarono la produzione o decurtarono i salari, di fronte a un aumento dei prezzi dei generi alimentari. Anche se in alcuni rami industriali si registrò una ripresa originata dalla domanda interna e dei Paesi belligeranti e una crescita delle retribuzioni nominali dovuta alla carenza di manodopera e agli scioperi, l'inflazione fino al 1918 comportò una flessione dei salari reali del 25-30%. La crisi del settore edilizio provocò una penuria di alloggi e l'aumento degli affitti nelle città. Il costo della vita (alimentazione, riscaldamento, alloggio) crebbe mediamente del 130%, e nelle città del 150%. Il tasso di natalità scese dal 22,4o/oo nel 1914 al 18,5o/oo nel 1917, ciò che equivaleva a un arresto della crescita demografica. Nel 1918 un sesto della pop. svizzera - ma un quarto nelle grandi città - fu costretta a ricorrere a forme di aiuto straordinarie. La diffusione epidemica dell'influenza spagnola scoppiata nel luglio del 1918 aggravò ulteriormente la situazione. L'insufficiente intervento dello Stato favorì, oltre a intermediari e speculatori, i detentori di capitali nei settori alimentare, metallurgico, meccanico, orologiero, tessile e chimico, che beneficiarono di una crescita degli utili e di dividendi in alcuni casi elevati. Nel complesso anche i contadini, la cui condizione materiale al più tardi dal terzo anno di guerra fu buona, risultarono avvantaggiati da una netta crescita delle entrate e degli utili.
Dal 1916 emersero con forza le crescenti disparità sociali. La fine della moratoria conclusa tra il padronato e i lavoratori dipendenti allo scoppio della guerra provocò manifestazioni pubbliche di protesta. Nel 1917-18 le donne socialiste scesero in piazza contro la fame e il rincaro; il numero di membri dei sindacati, delle ass. degli impiegati e del partito socialista crebbe in maniera notevole. Dal 1917 si moltiplicarono gli scioperi, e nell'ottobre del 1918 per la prima volta anche gli impiegati si astennero dal lavoro.
La polarizzazione della vita politica andò di pari passo con una radicalizzazione ideologica, favorita dalle evidenti divisioni di classe e sostenuta sul piano propagandistico soprattutto da una giovane generazione (Gioventù socialista, Vecchi comunisti) che faceva riferimento alla Rivoluzione d'Ottobre del 1917. La borghesia e i contadini respinsero però obiettivi e rivendicazioni socialiste e bolsceviche, che consideravano il frutto di manipolazioni estere. Le tensioni culminarono nello sciopero generale del novembre del 1918, da cui uscì vincente il cosiddetto blocco borghese (radicali, conservatori, contadini), sostenuto dall'intervento di unità dell'esercito formate da soldati provenienti dalle regioni rurali e dalle milizie civiche.
Autrice/Autore: Markus Bürgi / mku
La prima guerra mondiale accentuò numerosi contrasti all'interno del mondo culturale sviz., ciò che ebbe vistose ripercussioni nel dibattito politico-ideologico che percorse l'opinione pubblica. Mentre da una parte si registrò un avvicinamento alle posizioni antimilitariste, socialiste e bolsceviche, all'interno delle cerchie contadine e della destra borghese si rafforzarono le tendenze antisocialiste e antimoderniste, in cui non mancavano venature xenofobe e antisemite, nonché la critica degli stili di vita urbani, degli eccessi dell'industrializzazione, dell'internazionalismo e del cosmopolitismo.
Come era già avvenuto prima del 1914, la vita culturale durante la prima guerra mondiale fu confrontata con il dualismo tra tradizione e modernità, da cui derivarono numerosi contrasti. Esemplari a questo proposito furono le controversie suscitate dalle opere di Ferdinand Hodler e il dibattito sorto prima e durante l'Esposizione nazionale del 1914 a Berna sulle espressioni più moderne dell'arte elvetica. Mentre con la retrospettiva di Zurigo (1917) a lui dedicata Hodler ottenne vasti consensi, gli esponenti dell'arte moderna, alcuni dei quali avrebbero acquisito fama intern. (ad esempio Cuno Amiet, Johannes Itten, Paul Klee), continuarono a essere oggetto della critica conservatrice. Spesso il rifiuto dei principi liberali andò di pari passo con un estetismo antidemocratico, che esaltava il genio artistico di singoli personaggi in opposizione alla mediocrità diffusa. Gonzague de Reynold e Robert de Traz furono due illustri rappresentanti di questa "avanguardia reazionaria" (Hans-Ulrich Jost).
Con lo scoppio della guerra, la Svizzera neutrale (in particolare le città di Zurigo, Ginevra e Berna) divenne luogo di rifugio per numerosi uomini politici, artisti, antimilitaristi, pacifisti e disertori, a grande vantaggio della cultura sviz. La pubblicazione di testi pacifisti assunse una notevole importanza: l'editore zurighese Max Rascher diede alle stampe numerosi romanzi pacifisti e antimilitaristi, resoconti e opere di saggistica, tra l'altro di Carl Spitteler, Paul Seippel e di autori di tendenze patriottiche, sostenitori della neutralità sviz. A Ginevra il massimo rappresentante delle cerchie pacifiste contrarie alla guerra fu Romain Rolland. Henri Guilbeaux, che si avvicinò ai bolscevichi, pubblicò la rivista Demain, che influenzò la sinistra romanda, il tipografo pacifista Claude Le Maguet il mensile Les Tablettes (1916-19), e il giornalista ginevrino Jean Debrit il bollettino giornaliero pacifista La Feuille (1917-20), per cui Frans Masereel fino al 1918 realizzò quasi ogni giorno un'immagine contro la guerra. Dal 1917 l'alsaziano René Schickelé pubblicò la rivista Die weissen Blätter a Berna, dove dal 1917 al 1920 uscì anche la Freie Zeitung (di cui Hugo Ball, trasferitosi nel 1917 da Zurigo, divenne il più importante collaboratore) e nel 1917 pure la rivista Zeit-Echo di Ludwig Rubiner.
La critica più radicale alla guerra e alla società borghese provenne da due gruppi distinti. I bolscevichi attorno a Lenin, che nel 1914 si trasferirono in Svizzera soggiornando fino al 1917 a Berna, Zurigo e Ginevra, senza dare nell'occhio si prepararono sul piano teorico e organizzativo alla Rivoluzione d'Ottobre, sbocco naturale della guerra imperialista e inizio della rivoluzione mondiale. Dopo la Rivoluzione, la casa editrice Promachos dei fratelli Hans e Fritz Jordi a Belp ne pubblicò gli scritti più attuali. Una critica altrettanto feroce nei confronti della guerra, all'origine di distruzioni inimmaginabili, venne espressa dal movimento Dada, nato nel 1915 tra le cerchie di emigrati a Zurigo. Sul palco del Cabaret Voltaire, nel 1916 i suoi esponenti reagirono al crollo della società borghese con varie forme d'arte (letteratura, musica, ballo), in cui la negazione di qualsiasi convenzione sociale mirava tanto alla provocazione quanto al rifiuto di qualsiasi strumentalizzazione. Dopo la guerra il movimento Dada conobbe un effimero epilogo a Ginevra.
Autrice/Autore: Markus Bürgi / ddo
La prima guerra mondiale ebbe effetti così ampi che in molte lingue (ma non in ted.) viene anche chiamata "Grande guerra". Gli orrori della guerra di trincea spinsero i combattenti sopravvissuti a pensare che essa dovesse essere l'ultima. Dominatrice del mondo prima del 1914, dopo di allora l'Europa si avviò verso una fase di declino; lo storico inglese Eric J. Hobsbawm vi ha visto la fine dell'era della borghesia e l'inizio di una lunga crisi, conclusasi nel 1989 con la caduta del comunismo.
Anche in Svizzera la guerra fu all'origine di importanti cambiamenti, spec. politici ed economici. Sul piano sociale e finanziario, le esperienze del periodo bellico servirono da insegnamento. I trattati di pace modificarono solo marginalmente i rapporti di vicinato, dato che la Francia recuperò l'Alsazia e l'Italia si annesse il Sudtirolo, chiamato Alto Adige. Le frontiere, che prima del 1914 non avevano rappresentato un grosso impedimento (si viaggiava senza passaporto nell'intera Europa occidentale), si chiusero dopo il 1918, trasformando la Svizzera in Paese poco accogliente verso gli stranieri durante il periodo interbellico. Il concetto di pertinenza della neutralità uscì rafforzato dal conflitto e caratterizzò la politica sviz. per decenni, sebbene il Paese abbia poi optato temporaneamente per una neutralità differenziata al momento dell'entrata nella SdN. Contrariamente ai belligeranti, la Svizzera non ebbe una "generazione sacrificata", tema illustrato da numerosi scrittori e artisti. Risparmiata dal conflitto, fu comunque segnata da questi quattro anni, raccontati nel romanzo di Meinrad Inglin Schweizerspiegel (1938).
Autrice/Autore: La redazione / ddo