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Edizione 07.10.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen
La globalizzazione è un termine molto ampio: definisce l'interconnessione globale in economia, in politica, nelle scienze, nella cultura e in molti altri ambiti della società. Nell'area linguistica anglofona la definizione di questo concetto circolava già negli Anni '30 e '40, ma poi finì nel dimenticatoio. Non c'è da stupirsi dato che durante la seconda guerra mondiale e persino anni dopo tutti i paesi erano strettamente orientati a costruire un'economia autarchica, ossia dell'autosufficienza.
Solo verso gli anni '60 il termine «globalizzazione» apparve di nuovo nella letteratura. Nel luogo in cui sono cresciuto io, piano piano si cominciava già a percepirla questa globalizzazione. C'erano le banane e sulle strade circolavano i primi, anche se pochi, veicoli giapponesi. Nei primi anni '80 il ricercatore americano di tendenze John Naisbitt e l'economista tedesco di Harvard Theodore Levitt resero definitivamente popolare il concetto di globalizzazione attraverso i loro libri e i loro articoli.
Quanto ampia è stata definita la globalizzazione, tanto fortemente discordanti sono altresì le opinioni in merito al momento in cui questo fenomeno ha avuto effettivamente origine. Alcuni storici situano ad esempio l'inizio della globalizzazione nell'anno 1492 in concomitanza con la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo, altri invece lo collocano nel tardo diciottesimo secolo parallelamente alla rivoluzione industriale in Inghilterra, e altri ancora nell'anno 1991 con la caduta dell'Unione Sovietica. Non sussiste un chiaro consenso a tal proposito nemmeno nel campo dell'economia, anche se la teoria più frequente situa l'inizio nell'anno 2001 in contemporanea all'accettazione della Cina nell'organizzazione mondiale del commercio (OMC). In effetti quest'adesione ha aperto le porte del mondo al Regno di Mezzo e in contropartita ha messo a disposizione del mondo una fabbrica gigante, la quale da allora ha inevitabilmente inondato tutto il globo con articoli di massa a basso prezzo. Dall'oggi al domani i consumatori dell'occidente si sono così ritrovati con un maggiore potere d'acquisto. Con il passare degli anni, la stessa Cina si è trasformata da paese agricolo a superpotenza, e tra pochi anni raggiungerà il prodotto interno lordo degli Stati Uniti d'America consacrandosi così quale principale economia del mondo in assoluto.
Crisi finanziaria e corona quale veleno per la globalizzazione
Anche in passato la globalizzazione era già stata criticata, soprattutto dalla sinistra, ad esempio da parte di Attac l'organizzazione non governativa fondata nel 1998. Si contestava l'ampio potere delle società multinazionali o l'inquinamento ambientale, ad esempio derivante dalle navi cisterna giganti che solcano i mari mondiali, ma anche la disuguaglianza nella distribuzione degli utili della globalizzazione. Ma a far cadere la globalizzazione in un vero e proprio discredito ci ha pensato la crisi finanziaria del 2008/2009, soffocando il boom di globalizzazione che regnava ancora fino a poco prima. Infatti, dalla crisi finanziaria in poi l'economia mondiale non ha mai più conseguito tassi di crescita altrettanto elevati. Nei paesi emergenti, con eccezione della Cina, è dunque sfumato il sogno di poter essere presto annoverati tra i paesi più ricchi al mondo. Nelle nazioni industrializzate, invece, le banche centrali hanno dovuto approvvigionare i mercati di liquidità per anni, al fine di poter conseguire – semmai – una crescita economica seppur magra. Ad oggi la politica monetaria non è ancora rientrata nel suo corso ordinario. Lo stesso dicasi altresì per l'indebitamento statale, che in numerosi paesi ha ormai raggiunto un livello ampiamente più elevato rispetto a dieci anni fa. Infine, il Corona-Virus ha ulteriormente accentuato questa nefasta tendenza a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Al contempo le persone vengono rinviate nel giardinetto del loro paese e possono soltanto sognare il profumo del vasto mondo proprio come un tempo, prima dell'avvento della globalizzazione, faceva chi è nato negli anni del boom demografico, per cui un viaggio oltre l'Atlantico per fare shopping natalizio sembrava del tutto utopico. Con il passare del tempo nella popolazione di innumerevoli paesi ha preso piede l'ipotesi che la globalizzazione non sia la soluzione, bensì piuttosto la causa di numerosi problemi economici, come ad esempio la bassa crescita dei salari. Già anni prima i posti di lavoro dell'industria venivano trasferiti all'estero in massa, ma sono state la crisi finanziaria e la ripresa atrocemente lenta che ne è seguita ad alimentare in misura consistente l'indignazione in merito. Politici astuti hanno cercato di sfruttare questa insoddisfazione della popolazione. Ad esempio la Brexit oppure l'elezione di Donald Trump non si sarebbero probabilmente mai verificate in un contesto meno surriscaldato e meno polarizzante.
Il globetrotter incontra la «flight shame»
In passato i giramondo, detti anche «globetrotter», erano considerati una specie rara da ammirare, prima che si trasformassero grazie alla globalizzazione in una massa impossibile da controllare, che ci ha fatto vedere i limiti della globalizzazione. Il termine «flight shame», che significa letteralmente vergogna di volare, non potrebbe essere più azzeccato nel descrivere questa situazione. Ora si ha infatti vergogna per qualcosa che avrebbero sempre voluto permettersi (le persone nate durante gli anni del boom demografico) o che potevano permettersi (le generazioni successive ai baby boomer). La globalizzazione non si è arrestata nemmeno nell'ambito linguistico. Nell'area italofona come in altre da allora si è imprecato in un linguaggio volgare, con espressioni come ad esempio «merda» o «vaffanculo». Oggi nell'area anglosassone, ma anche in quella mediterranea, le parolacce a connotazione sessuale ampiamente diffuse si sono ormai affermate a livello globale. «Fuck (you)», anche se inappropriato, è ormai sulla bocca di tutto il mondo. Persino il termine «globalista» viene utilizzato oggi come insulto, quantomeno da Donald Trump. In questo contesto un globalista rappresenta un agente del libero commercio senza scrupoli, che pone il profitto delle società multinazionali al di sopra dell'interesse della nazione. Dal 2016 e dall'elezione di Trump gli USA portano avanti coerentemente una politica commerciale protezionistica. A quasi la totalità delle importazioni dalla Cina vengono nel frattempo imposti dazi doganali punitivi, cosa impensabile solo pochi anni fa. L'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) con sede a Ginevra ha dichiarato illegali i dazi doganali punitivi poche settimane fa, ma ormai quest'organizzazione un tempo rispettabile, la quale dovrebbe in teoria provvedere affinché siano rispettate determinate regole eque nel commercio, viene da tempo ignorata dagli Stati Uniti (come pure da altri Paesi). I trattati commerciali negoziati oggi sono bilaterali. Non ci sono quasi più colloqui multilaterali su un approfondimento del libero commercio internazionale.
La Svizzera colpita in ogni caso
Per la Svizzera queste sono notizie meno buone. Il commercio mondiale era in contrazione già nel 2019 a causa del conflitto commerciale tra gli USA e la Cina. Ora la crisi del corona comporterà un'ondata persino maggiore di protezionismo, come è spesso il caso durante i periodi difficili. Quale economia politica aperta nel bel mezzo dell'Europa, la Svizzera è però fortemente dipendente dal commercio estero. Il mercato nazionale è semplicemente troppo piccolo e di conseguenza l'industria è orientata all'export. Nella classifica globale degli abitanti la Svizzera si colloca solo al 99esimo posto. Ciononostante, i suoi prodotti di esportazione di primissima qualità sono talmente richiesti sul mercato mondiale che soltanto 17 altri Paesi esportano più merce di noi. Per il benessere della Svizzera è pertanto decisivo che il commercio internazionale non subisca ulteriori contraccolpi dopo la crisi del corona. La critica alla globalizzazione esposta sopra è sicuramente inconfutabile e giustificata sotto numerosi punti di vista, ma nel caso della Svizzera sussistono però palesemente numerosi vantaggi, che sono riconducibili alla globalizzazione. Pertanto, chi alle nostre latitudini attacca il libero commercio deve anche essere consapevole che la propria attitudine sarebbe connessa a un peggioramento del benessere proprio in Svizzera. D'altro canto il nostro Paese ha sempre dimostrato nel corso dei secoli di poter trarre il meglio da ogni situazione e di poter portare avanti soprattutto anche soluzioni diplomatiche vantaggiose. Al momento non occorre il commercio, bensì la trattativa.