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Lo spettacolo racconta gli ultimi tre anni di vita di Etty Hillesum (1914-1943), una donna olandese deportata e uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz a ventinove anni.
Ebrea non osservante, Etty Hillesum cresce in una famiglia di intellettuali e si forma ad Amsterdam in legge e in lingue slave, per poi svolgere un impiego amministrativo presso il Consiglio Ebraico. Allo scoppio della guerra lavora nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale dei prigionieri, finché non si trova anch’ella prigioniera del campo. Poco dopo, il 7 settembre 1943, viene deportata insieme alla famiglia ad Auschwitz, dove muore poche settimane dopo. Gli ultimi tre anni della sua vita sono registrati in un diario (dal 1941 al 1943) e in alcune lettere (dal 1942 al 1943), attraverso cui Etty Hillesum è al contempo cronista della sua vita interiore e testimone dell’Olocausto. I suoi diari e le sue lettere, pubblicati nel 1980 dall’editore olandese Gaarlandt, sono stati il punto di partenza per Marina Corradi, giornalista e scrittrice che ha curato la sceneggiatura dello spettacolo. Ne parliamo con Angela Dematté, attrice che nello spettacolo interpreta Etty Hillesum.
Come è nato questo spettacolo?
Lo spettacolo è nato nel 2007, quando Andrea Chiodi (regista) e io siamo venuti a conoscenza di Etty Hillesum attraverso la pubblicazione per Adelphi di parte del suo diario e delle sue lettere, rimanendone subito molto colpiti. In quel periodo abbiamo inoltre conosciuto Marina Corradi, una giornalista che pone una visione umana molto profonda in quello che scrive; anche lei ha letto i diari e le lettere, e anche lei è entrata subito in empatia con questa donna. Marina ha quindi elaborato la riduzione dei diari e delle lettere che portiamo in scena.
Abbiamo debuttato nel 2007, con una tournée consistente, e da allora facciamo repliche ogni anno, non solo nel periodo in cui si commemora la giornata della memoria: Etty Hillesum infatti è non solo testimone dell’Olocausto, ma anche una donna intera, passionale, con molte contraddizioni interne, di cui evochiamo la vicenda interiore. Punto di partenza, infatti, è un diario personale e non una drammaturgia chiusa, e la riduzione mantiene l’apertura tipica della scrittura del diario.
Cosa rivela il diario privato di Etty Hillesum? Che tipo di persona era?
Era una donna che prendeva sul serio tutta la sua interiorità, che andava a cercare la radice dei suoi desideri. Per esempio, mi capita spesso di parlare dello spettacolo con i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori, che rimangono molto colpiti dal suo rapporto con il desiderio, con il maschile; Etty era piena di domande su come gestire la sua parte desiderante.
Inoltre, era una donna estremamente libera, che non conosceva censure: viveva le emozioni in modo molto forte – oscillando tra momenti di euforia e momenti di tristezza – in un periodo storico difficile. Un passaggio del suo diario recita: “Ieri passavo per la strada, e ho pensato che se una bomba mi avesse colpito in quel momento non avrebbe fatto la differenza; non vivere è più facile che vivere”; Etty non censurava pulsioni di morte in un contesto di guerra e persecuzione, qualcosa che potremmo percepire come scomodo e politicamente scorretto.
Faceva quindi un lavoro su di sé che non scontava niente; non lasciava niente di non risolto. Il diario le serviva proprio per esplorare il suo animo, per guardarlo dal di fuori – come spesso accade con la scrittura -, per guardare a quello che accadeva alla società del suo tempo. In questo modo, Etty ci dà modo di entrare nella complessità dell’anima, qualcosa che la rende una donna vera e non un personaggio: una donna con contraddizioni che la rendono vicina, poiché tutti noi le abbiamo. Aggiungo che Etty sognava di diventare scrittrice, e grazie a questo diario lo è diventata, pur senza saperlo.
Quali sono le relazioni che vengono raccontate nel monologo?
Il monologo è un dialogo con se stessi, in cui si pongono domande a parti di sé, su se stessi e su quello che si vive; in questo senso, le relazioni hanno aiutato Etty ad approfondire la conoscenza del suo animo – relazioni molto profonde sviluppate in un contesto di guerra e di persecuzione. Una relazione importante è stata quella con Julius Spier, analista che l’ha introdotta agli scritti di Rilke, San Paolo – in particolar modo le lettere sulla carità – facendole scoprire una parte spirituale che Etty ha coltivato e che l’ha trasformata, facendole raggiungere una profonda tranquillità interiore. È qualcosa di misterioso e complesso da comprendere, ma anche da interpretare come attrice; quando sono in scena cerco di “tramandarla”, spero di riuscire a comprenderla, di riuscire ad arrivarci vicino. Aiutano a evocare la parte spirituale le canzoni Yiddish che abbiamo scelto di suonare durante spettacolo, ricordando la radice ebraica di Etty.
Il diario e le lettere sono una testimonianza diretta dell’Olocausto. Etty Hillesum sapeva, poteva fuggire, ma ha scelto di restare e rischiare la vita. Perché?
Etty lavorava per il Consiglio Ebraico, istituzione in cui gli ebrei stessi decidevano come gestire la comunità e le partenze per il campo di smistamento di Westerbork. Etty aveva ottenuto una carica nel Consiglio Ebraico poiché faceva parte dell’intellighenzia locale, e per tale motivo si sentiva in colpa, tanto da arrivare a non riuscire più ad accettare il suo privilegio nei confronti degli altri. Nel frattempo, infatti, in Etty stava maturando il processo di trasformazione interiore e l’apertura a una visione cristiana: seguendo il processo del suo animo con uno spirito di totale libertà, giorno dopo giorno, Etty capiva di non poter fuggire, bensì di dover vivere la stessa realtà di amici e conoscenti – con i quali le relazioni erano diventate rarefatte, non nel senso di trascurate, bensì più dense, più legate alla vita e alla morte.
Bisogna ricordare comunque che non si sapeva esattamente cosa succedesse oltre il campo di smistamento di Westerbork: i treni partivano carichi di persone, che poi non tornavano, quindi si intuiva che le cose potessero andare a finire molto male. Bisogna anche ricordare che pur accettando le circostanze, Etty viveva la paura. Spesso guardando dal di fuori una persona come Etty Hillesum può essere percepita come un santino, qualcuno di staticamente santo, quando invece si tratta di un processo sviluppato passo dopo passo, in cui le emozioni vengono pienamente vissute – e, solo al termine del processo, si arriva a poter dire “questa vita è meravigliosa, il mio cuore si è schiuso” in qualsiasi circostanza.
Anche oggi viviamo un periodo storico relativamente incerto e drammatico. Qual è il messaggio di Etty Hillesum per noi?
Penso siano due. In primo luogo, stare in ascolto di sé, poiché è nella profondità di sé che si trovano la pace e la verità; inoltre, se si entra dentro di sé come ha fatto Etty, allora si può dialogare con tutti.
In secondo luogo, rendersi conto dell’inutilità dell’odio. Cito le sue parole in un dialogo con l’amico Klaas: “Non si combina niente con l’odio. La realtà è diversa da come ce la immaginiamo noi. Prendi quel nostro assistente: lo vedo spesso nei miei pensieri, mi colpisce il suo collo dritto e rigido. Odia i nostri persecutori con un odio che suppongo essere giustificato, ma anche lui è un uomo crudele, e sarebbe perfetto come capo del campo. Sarebbe un perfetto carnefice. Eppure anche per lui provo pena”. Bisogna interrompere l’odio: anche se è giusto odiare chi ci perseguita, ogni atomo di odio che aggiungiamo a questo mondo lo rende ancora peggiore: “La terra può diventare più abitabile solo con quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto”, ovvero la carità.
“Etty Hillesum. Cercando un tetto a Dio” è in scena il 09.11 al Teatro Foce nell’ambito della rassegna GARDEN.
Maggiori informazioni: foce.ch