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E' un coro unanime quello che si leva contro Jair Bolsonaro e le sue politiche anti-ambientaliste (mancanza di controlli e di punizioni per chi deforesta, con il risultato che gli incendi in Brasile sono aumentati dell'82%: 72'000 da gennaio, 9'500 dei quali scoppiati solo nell'ultima settimana. Nella sola Amazzonia addirittura del 278% solo a luglio).
Se oggi le ONG respingono, sdegnate, le accuse del presidente brasiliano, che mercoledì ha insinuato una loro responsabilità nell'ondata di incendi forestali che ha colpito il Paese, ieri un esponente dell'Esecutivo Bolsonaro, il ministro Salles è stato fischiato e contestato dai partecipanti alla Settimana latinoamericana e caraibica sui cambiamenti climatici, organizzata dall'ONU a Salvador de Bahia.
E se il Governo Brasiliano accusa di "sensazionalismo" il modo in cui la stampa tratta la questione Amazzonia, basandosi sulle informazioni dell'Istituto nazionale di ricerche scientifiche (INPE), il cui direttore è stato licenziato la scorsa settimana per aver polemizzato con Bolsonaro sui dati della deforestazione, recentemente, anche il quotidiano New York Times e il settimanale Foreign Policy si sono occupati di Amazzonia negli Stati Uniti, e la scorsa settimana il tema è stata la copertina del settimanale britannico The Economist.
"È un problema che riguarda tutti il fatto che il presidente Bolsonaro sia determinato a distruggere la foresta amazzonica", ha scritto il Washington Post nel suo editoriale, dove sottolinea le somiglianze tra Bolsonaro e Trump nel considerare le preoccupazioni ambientali come "cospirazioni straniere".
ATS/M. Ang./sf