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Pascal Plisson di Sur le chemin de l’école
La prima domanda viene quasi spontanea: per quale motivo ha dedicato un documentario al tragitto casa-scuola di alcuni bambini ai quattro angoli del mondo?
Il mio obiettivo principale era quello di mostrare la difficoltà con cui si raggiungono le scuole in molti Paesi del mondo. Allo stesso tempo, tuttavia, volevo mettere in evidenza la grande forza di volontà di alcune famiglie e la maturità dei loro bambini, il loro essere pronti a tutto pur di accedere a un'istruzione e migliorare il proprio futuro.
Quanto è durata la ricerca delle storie da presentare nel film?
All'incirca sei mesi, un periodo nel quale ho contattato molte famiglie e parlato con decine di bambini. Ciò che ricercavo principalmente era una spiccata volontà di frequentare la scuola. In qualche caso sono stato anche fortunato: in India, per esempio, ho scovato in un piccolo articolo di giornale la storia di Samuel, un ragazzo disabile che ogni giorno raggiunge la sua scuola solo grazie all'aiuto dei due fratelli che spingono la sua carrozzina artigianale – una sedia di plastica con due ruote montate sotto.
Che cosa l'ha colpita in particolare di questa storia?
Il sorriso di Samuel, e questo nonostante tutte le avversità che la vita gli ha messo di fronte. Non volevo un documentario triste o drammatico, e il suo volto rappresenta alla perfezione l'ottimismo che volevo trasmettere al pubblico.
Per quanti giorni ha seguito ogni bambino?
Per me era fondamentale conoscere innanzitutto le famiglie, quindi ho vissuto a stretto contatto con loro per almeno una settimana. Poi ho ripetuto la cosa a pochi giorni dall'inizio delle riprese, che per ogni protagonista hanno richiesto dodici giorni di lavorazione.
Lei ha scelto di far parlare i bambini, senza voce di sottofondo o narrato. Come mai?
L'idea iniziale era di introdurre una voce fuori campo per accompagnare i bambini e narrarne la storia, ma dopo poco tempo ho capito che quella non era la via giusta. D'accordo coi produttori ho deciso di lasciare i loro dialoghi – probabilmente la via più poetica per descrivere il loro viaggio quotidiano.Mattia Bertoldi
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