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Ci credereste se qualcuno vi dicesse che con delle telecamere di sorveglianza si può fare un film? L’operazione non è solo possibile, ma è addirittura alla base di Qing Ting zhi yan (Dragonfly Eyes) di XU Bing, uno dei film presentati al concorso internazionale al Festival di Locarno. In questo film non ci sono attori che recitano, ma solo immagini che provengono da archivi di telecamere di sorveglianza. Il regista cinese XU Bing, chiamato sul palco da Carlo Chatrian per introdurre la proiezione, ha confessato al pubblico locarnese che era da tempo stava pensando di realizzare un film in questo modo; purtroppo l’accesso alle immagini dei circuiti di sorveglianza gli era stato sempre negato. Il suo sogno è stato esaudito quando, di recente, il governo cinese ha deciso di rendere accessibili su internet migliaia di ore di archivi di sorveglianza.
Da quest’enorme archivio, il regista attinge a piene mani e compone una vera e propria trama. In che modo? La sua tecnica è assimilabile a quelle del collage e del bricolage, e non è così diversa da ciò che facevano i surrealisti quando associavano idee e pensieri che trovavano sul momento in modo apparentemente fortuito; e poi formavano una narrativa che il più delle volte sfidava la logica. Nel caso di Qing Ting zhi yan, però, la trama è costruita in un modo tutto sommato lineare, e non pone troppi problemi di lettura. Ci sono un uomo e una donna, i cui destini si incrociano, e fra i quali si sviluppa una relazione al confine fra l’amicizia e l’amore. Poi la donna scompare, e l’uomo parte alla sua ricerca. Nulla di rivoluzionario.
Ora, se la procedura di XU Bing si annuncia, da un certo punto di vista, veramente innovativa, da un altro punto di vista egli interviene quasi immediatamente sul materiale grezzo per selezionarne dei campioni, che poi combina, associa a piacimento usando le tecniche del collage e del bricolage. Il grande antropologo Claude Levi-Strauss diceva che in fondo ogni cultura non fa altro che attualizzare la tecnica del bricolage, poiché la cultura (nel senso antropologico del termine, per cui anche allacciarsi le scarpe è una forma di cultura) è come una tavolozza in cui incessantemente si compongono e ricompongono colori associandoli fra loro. Sotto questo aspetto, le procedure compositive di XU Bing confermano la regola, ma non inventano nulla di nuovo.
Ma torniamo all’uso delle immagini di sorveglianza: esso presuppone, apparentemente, la non-intenzionalità e il loro carattere fortuito. Ma ne siamo certi? Non bisogna aver letto Michel Foucault (a cui fra l’altro si può far risalire un campo di studi denominato Surveillance Studies, particolarmente presente nel mondo anglosassone) per sapere che qualsiasi telecamera di sorveglianza è messa in un luogo preciso secondo una logica e un’intenzione altrettanto precise. È quindi difficile credere fino in fondo al mito della non intenzionalità, e che le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza siano realmente aleatorie. Se poi ci soffermiamo sulla tipologia di immagini che il regista privilegia nel suo collage, ci si chiede come mai, nella profusione di immagini a disposizione, abbia selezionato così tante scene di incidenti, di violenza, di catastrofi naturali. Perché? Qual è il valore di queste immagini, tanto è evidente il fatto che il regista le ha messe lì intenzionalmente, nel senso che ha scelto proprio quelle immagini quando poteva selezionarne altre?
E perché non mostrare delle immagini pornografiche, persone che fanno sesso? O dei corpi nudi che fanno la doccia? Non erano accessibili queste immagini? Forse perché le immagini pornografiche sono censurate dal governo cinese, mentre quelle degli incidenti stradali no? Se così fosse (ed è probabile che lo sia), sarebbe addirittura il governo cinese a intervenire nel film, ancorché indirettamente, per decretare un limite di decenza oltre il quale non si può andare. Quindi, in ogni caso, la trovata delle telecamere di sorveglianza e l’apparente libertà compositiva che consentono, va ridimensionata, e non poco. La sorveglianza, inoltre, non è solo un fatto legato alla presenza di telecamere, ma è un fenomeno molto più complesso (Orwell e Huxley insegnano) che coinvolge componenti culturali, mentali e psicologiche. Una società non ha bisogno di telecamere per sorvegliare. Basta un’ideologia condivisa dalla collettività e interiorizzata dal singolo. Anzi, a quel punto le telecamere sono superflue, perché ciascuno sorveglia sé stesso ancora prima di sorvegliare gli altri.
Altra questione: l’immagine, in qualunque modo essa venga generata, non può essere dissociata dalla manipolazione che subentra quando qualcuno decide di usarla. Per il semplice fatto che noi vediamo un’immagine l’abbiamo già manipolata. È diventata nostra. Non esiste immagine svincolata da un soggetto che la guarda, da uno sguardo, seppur astratto, che la inquadra. Non esiste un’immagine se non esiste un occhio. Così come non esiste uno specchio senza che vi sia, potenzialmente, un mondo riflesso.
Noi pensiamo che siano le immagini a sorvegliare noi, e ci dimentichiamo che siamo noi, o qualsiasi istanza autoritaria (il governo cinese, o chi per esso) a sorvegliarle. Per quanto l’idea di XU Bing di utilizzare footage di circuiti di sorveglianza sia obiettivamente interessante, ci si dovrebbe anche chiedere, a un certo punto (meglio tardi che mai), quale tipo di riflessione sul tema il film incoraggia, quale discorso autoriflessivo promuove. Perché la sorveglianza, come detto, non può essere ridotta a degli aggeggi tecnologici, ma è un fenomeno che investe un network di attori, spesso istituzionali, che hanno un’agenda precisa a partire della quale decidono come e perché inserire nel paesaggio una tecnologia di sorveglianza. Chi fa un film non può fare finta che questo network non ci sia, a meno che l’intento (ma non credo che sia il caso) sia di fare puro e semplice illusionismo cinematografico.
Perché la verità è che a essere sedotti dalla tentazione del cinema-illusione, ci si dimentica che il film di XU Bing è circondato da un vero e proprio circuito di sorveglianza invisibile, che per di più è a geometria variabile. E cosa pensate che sia il pubblico, se non una grande quantità di occhi in una sala che sorvegliano uno schermo, delle immagini, delle storie?
E poi, che ci sta a fare sennò una giuria?