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Alla madre
Lipsia, 21 maggio 1828
Quest'è la prima lettera che tu ricevi da Lipsia: possa tu, madre amatissima, leggere tutte le mie lettere future con quegli occhi brillanti di gioia e di amore che ai poseranno su questa, e mai con sguardo corrucciato.
Sono arrivato qui giovedì scorso in buona salute, sebbene in una disposizione d'animo piuttosto mesta, e mi sentii subito compenetrato della mia dignità accademica e della mia condizione di cittadino nella vasta città, nella vita attiva e nel mondo intero. Anche ora, dopo aver trascorso parecchi giorni qui, mi trovo bene, se non del tutto felice. Anelo con tutto il cuore al tranquillo focolare ove son nato ed ove ho vissuto dei giorni felici in mezzo alla natura. La natura, ove la trovo qui? Ad essa ovunque s'è sovrapposta la mano dell'artista; non c'è una vallata, una montagna, un bosco ove io possa seguir bene i miei pensieri; non un luogo ove io possa esser solo, eccettuata la mia stanza chiusa a chiave, nella quale però giungono lo stesso i rumori della strada. Ecco la ragione del mio malcontento.
A ciò s'aggiunge ancora la perpetua lotta interiore per la scelta d'un ramo di studi. La fredda giurisprudenza, che, da bel principio, vi atterra con le sue secche definizioni, non mi può piacere; non voglio studiare medicina e non posso dedicarmi alla teologia. Mi trovo in eterno contrasto con me stesso e cerco inutilmente una guida che possa indicarmi ciò che devo fare. Tuttavia non c'è scampo. Devo studiare giurisprudenza: per quanto essa sia arida e glaciale, io voglio superare la mia contrarietà; e quando l'uomo vuole, egli può tutto. I miei studi principali saranno d'altronde la filosofia e la storia. Ma ho parlato abbastanza di ciò. Tutto s'arrangerà, e io non voglio gettare degli sguardi attristati su un avvenire, che potrà essere felice, se io non vacillerò.
A Lipsia ritrova Flechsig e Semmel, fratello di sua cognata Therese. Viene accolto con grandi abbracci e prende subito possesso del suo alloggio di studente. Schumann prende in affitto un pianoforte e appende sopra la sua scrivania i ritratti di suo padre, di Napoleone e di Jean-Paul.
Fin dalle prime settimane, la città e l'università gli riescono sgradevoli. Le lezioni sono prive di interesse.
La sera, tenta di distendere i nervi al pianoforte. Apre uno spartito, legge qualche pagina ma non ha più slancio né curiosità, giacché è privo di maestro, di amici e il suo avvenire è ormai destinato a formarsi al di fuori della musica.
Soffre di solitudine in mezzo alla folla, assenza di tranquillità, senso di soffocazione. Ciò che più gli manca è la natura. A Zwickau aveva preso l'abitudine di fare lunghe passeggiate per i campi. Qui è condannato a camminare per le strade. Non è lontano dal credere che la città, come l'inferno dantesco, sia composta di gironi concentrici dai quali non potrà mai fuggire.
Alla madre
Lipsia, 13 giugno 1828.
La tua lettera così traboccante di tenerezza, madre adorata, è stata per me una prova del tuo costante amore materno, di cui il tuo lungo silenzio m'aveva quasi fatto dubitare! Ricevi dapprima i miei affettuosi ringraziamenti per il tuo dono. Non avresti potuto farmene uno più bello: ogni tratto evoca l'immagine di quella buona madre, che sempre e soltanto mi diede, e alla quale io non ho potuto dar nulla, fuorchò mille tristezze e ben poche gioie. Ahimè! Nessun figliolo dà ai suoi parenti tutto ciò che dovrebbe e potrebbe offrir loro di buono, tutto ciò ch'essi meritano! Quanto sarebbe meglio se i genitori potessero cogliere i frutti piantati e le messi seminate con tanta cura! Ma la vita dispone diversamente, e l'uomo deve rassegnarsi.
Io ho festeggiato il mio compleanno in compagnia del solo Flechsig, in mezzo alla natura, sempre bella e eternamente serena; abbiamo pensato con dolce emozione alla casa paterna, dove l'avremmo celebrato più allegramente, se non più intimamente, nella cerchia dei parenti e dei fedeli amici. Però anche il ricordo è bello, quantunque esso sia talvolta l'angelo sterminatore del presente, e muti in una sorgente di future lacrime ogni istante di perfetta felicità provata dall'uomo in qualsiasi minuto della sua effimera esistenza, e offuschi i momenti in cui egli dovrebbe reputarsi felice.
In quanto alle mie condizioni spirituali, esse non sono migliori nè peggiori di prima. Io seguo regolarmente i corsi, suono ogni giorno due ore il pianoforte, leggo un po' o vado a passeggio. In ciò consiste tutto il mio svago. Qualche volta vado a passare l'intera giornata, solo, in un villaggio vicino, Zweinaundorf, uno dei più graziosi dintorni di Lipsia: là lavoro, compongo versi, ecc. Sino ad ora non ho stretto rapporti d'intimità con nessuno studente. Frequento la sala d'armi, sono cordiale con tutti e credo d'esser ben visto da tutti, ma voglio essere oltremodo prudente prima di legarmi più intimamente con qualcuno. Si può assumere un certo atteggiamento di fronte a questa gente, senza mostrarsi con ciò sprezzanti e allora di riflesso tu non vieni trattato da matricolino. Flechsig e Senunel [4] sono i soli, con i quali mi ritrovo spesso. Nei corsi di «diritto» copio macchinalmente le lezioni; per ora non si può far null'altro. Sarei molto felice se tu volessi mantenere la promessa fattami a proposito delle lezioni d'equitazione.
E ancora: «La vita a Lipsia segue il suo vecchio corso fatale e monotono e mi fa talvolta desiderare di essere in Caienna piuttosto che a Lipsia»; o ancora: «Perché mi è rifiutata qualsiasi gioia in questa Lipsia nauseabonda?».
Decide però di non cedere all'umor nero.
Schumann e Semmel si iscrivono a un club di studenti, la «Marcomannia», ma è una nuova delusione: egli si era fatto dello studente un'idea nobile e piuttosto falsa; constata invece come la maggior parte dei suoi compagni abbia adottato per ideali la caraffa di birra, la pipa di Norimberga, le ragazze prosperose e la Germania guerriera.
Quei giovani provano una specie di bassa voluttà a screditare tutto quanto si fa all'estero; dànno del tu al primo venuto e lo provocano con disinvoltura a duello perché frequentano ogni giorno le sale d'armi. Schumann rifiuta di condividere tali spassi e si rinchiude nella sua camera.
Comprende allora come la soluzione prescelta per porre fine alla sua incertezza sia una soluzione difficile. Mai si appassionerà alla scienza del diritto. Si ripropone l'eterno problema, interrotto per un momento, sulla scelta della carriera. Nel suo spirito la poesia e la musica non riescono a prevalere una sull'altra. Pensa a suo padre, a quanto preziosi gli riuscirebbero oggi i suoi consigli... Il dovere consiste ora nel sottomettersi al desiderio della madre amata.
Rievoca Zwickau e la sua infanzia. Ha già tendenza ad abbellire il passato: rivede la sua stanza verde, il pianoforte a coda Kuntsch, i prati in riva alla Mulda sui quali era cosí dolce stendersi al sole, udire cantare il vento in cima ai pioppi.
Alla madre
Lipsia, 3 agosto 1828
I miei migliori e più teneri ringraziamenti, madre adorata, per il dono così bene scelto. Tutti gli studenti ammirarono la magnifica cravatta e lodarono il gusto della buona madre, che da lontano si cura con amore del figlio.
Io ripenso spesso ai vecchi, cari angoli di Karlsbad, ove da bambino sono stato così felice e spensierato. Ah! perchè si conosce la propria felicità soltanto quando è passata, e perchè ogni lacrima che l'uomo sparge racchiude una gioia morta o una felicità scomparsa?
È stata per me una preziosa, felice notizia l'apprendere che ti trovi bene malgrado la tua solitudine e la vita tranquilla e spirituale. Ti immagino durante le tue passeggiate solitarie gettare uno sguardo malinconico verso il cielo, come per chiedere al Signore delle stelle e alla Guida del destino: «Perché mi hai tolto tutto ciò che la vita e l'avvenire non potranno mai rendermi o sostituire?» Poi, quando i tuoi occhi si chinano sorridenti sull'eterna fioritura della natura ricca e stupenda, il tuo pio cuore mormora: «Dio solo lo sa». Tu guardi allora, rasserenata, attorno a te e quasi vorresti esclamare: «Oh! la vita è pur bella, e l'uomo è una lacrima di gioia della divinità!» Oh, madre mia! E dalla natura che l'anima mia apprende nel modo migliore a pregare e a venerare i doni che ci ha dispensati l'Essere supremo. La natura è come un velo su cui è ricamato l'eterno nome di Dio; ed è a questo velo che l'uomo può asciugare le sue lacrime di dolore ed anche quelle di gioia.
Ma perchè tutti questi godimenti mi sono rifiutati in questa odiosa Lipsia? E perchè un dolce ricordo non può procurarmi che un breve minuto di quella gioia che io ho goduto realmente in altri tempi?
Tuttavia il mio piano è fissato ed io non attendo più che Il tuo consenso. Siccome bisogna che dia l'esame a Lipsia, e, essendo sassone, studi due anni qui, preferisco lasciar Lipsia nella Pasqua del 1829 - dunque l'anno prossimo - per andare a Heidelberg a seguire i corsi dei celebri giuristi tedeschi Thibaut 5), Mittermayer 6) ed altri ancora. Per la Pasqua del 1830 ritornerò qui ad ascoltare di nuovo i professori di Lipsia. Se io voglio frequentare un'altra università, - ciò che dovrò fare:
1) per una soddisfazione personale, visto che sopporto male il soggiorno di Lipsia che mi rattrista;
2) come uomo, per imparare a conoscere altri nomini;
3) come giurista, perchè a Heidelberg vi sono i più celebri professori;
bisognerà necessariamente che vada a Heidelberg già la prossima Pasqua, o mai più. Se vi andassi più tardi, sarei costretto a dare l'esame subito dopo il mio ritorno da Heidelberg, e non avrei tempo di ripassare Il «diritto sassone», che è la parte essenziale di questo esame, e che temo di dimenticare hen presto a Heidelberg, ove dovrò seguire altri corsi di «diritto romano», pandette, i ecc. Perciò all'esame sarei al di sotto di ogni critica, e nè tu nè io ne rimarremmo soddisfatti. Attendo la tua risposta a questo proposito: potremo del resto parlarne a voce, perchè conto di trascorrere a Zwickau le vacanze di S. Michele e di Natale.
Le vacanze diventano il massimo dei suoi desideri; gli appaiono come la promessa di un paradiso terrestre. Le aspetta avidamente, leggendo le pagine più inebrianti di Jean-Paul.
A .G. Rosen [7]
Lipsia, 14 agosto 1828
Dev'essere un piacere di discutibile comicità il decifrare il mio sanscrito, e perciò oggi mi darò la pena di scrivere chiaramente. Faccio una regola dell'eccezione, poiché la regola è che i poeti e i pianisti scrivano come i gatti, cioè come me. Appena ora comincia la vera lettera, termina la 'captatio benevolentiae'.
Mio buon Rosen, «le Baron malgré lui!» Oh, tempi felici in cui tu eri ancor barone: poiché da quando tu hai perso la baronia, cominciata la mia, cioè la mia vita di studente!
Ho dovuto purtroppo constatare che non si trovano rose nella vita nè un Rosen tra gli uomini! Qualche volta la mia fantasia prende il volo, ed io mi rifugio presso Jean Paul o il mio pianoforte, ma i patrioti e i gracchiatori nazionalisti non lo tollerano. Gli areonauti che si librano nello spazio si comportano generalmente con i sedentari e i parassiti come l'ape con l'uomo: quand'essa vola non gli fa alcun male, ma appena egli cerca d'allontanarla dai fiori, lo trafigge col suo pungiglione. Io, veramente, non pungo: preferisco colpire con mani e piedi per mettere in rotta i vaghi concetti di razza, di nazionalità, ecc. Götte [8] è uno di quegli uomini pieni di forza e di carattere ai quali non siamo più abituati, epico e pratico, nemico d'ogni veleno lirico e sentimentale. Lo frequento tutti i giorni ed è l'unico col quale ho stretto una più intima amicizia; tutti gli altri non valgono nulla, e io mi occupo meno di loro; tutt'al più farei un'eccezione per Schültz e Günther, se non fossero così unilaterali. Inoltre si parla adesso di un'abolizione della Costituzione e ciò sarebbe un bene, attenuerebbe le piccole luci per spegnerle,e pulirebbe le grandi per renderle più rifulgenti Semmel si è ritirato del tutto dall'azione; soltanto esprime talvolta delle critiche e perciò si è creato molte inimicizie. Per fortuna egli è tanto superiore da infischiarsene.
A Heidelberg verrò di sicuro, però purtroppo appena per la Pasqua del 1829. Ah, fossi tu ancor lì per vagabondare insieme in quel fiorente paradiso! I graziosi quadretti, per i quali ti ringrazio di cuore, danno ali ai miei sogni, e mi hanno fatto rivivere qualche minuto nella mia patria, la valle del Neckar. Qui non ho ancora assistito a nessun corso di lezioni, ma ho lavorato esclusivamente in solitudine, cioè suonato, scritto qualche lettera e qualche saggio su Jean Paul. Alla tua vasta corrispondenza non ci credo un gran che; ma almeno, non dimenticare quelli che cordialmente ti amano, cioè me. Non frequento la società, e in generale sfuggo i miseri uomini senza saperne il perchè; esco pochissimo e spesso mi sento schiacciato e consunto dalla piccineria e dalla cattiveria di questo mondo egoista. Ah, un mondo senza uomini che cosa sarebbe? Un immenso camposanto, un sonno di morte senza sogni, una natura senza fiori e senza primavera, un caleidoscopio senza immagini.
E questo mondo abitato dagli uomini che cos'è? Lo stesso: un immenso cimitero di sogni svaniti, un sonno di morte con sogni sanguinosi, un giardino con cipressi e salici piangenti, un caleidoscopio muto con figure lacrimanti. O Dio, così esso è in verità!
Se ci rivedremo, lo sanno soltanto gli dèi; tuttavia il mondo non è tanto vasto da poter separare gli uomini e specialmente gli amici ....
Addio, amato amico... La tua vita non abbia più nubi di quante abbisognano a un bel cielo crepuscolare, nè più pioggia di quanta ne occorre a un arcobaleno. Quando la sera siedi in cima a un monte e in estasi guardi la valle fiorita e il cielo stellato, anche allora non dimenticare l'amico lontano che è veramente abbattuto e infelice, e auguragli tutto quello che egli augura a te da qui. Il tuo genio mite e umano sorvoli leggero il fango della vita e tu rimani sempre quello che sei e che sei stato: umano, umano.
Addio.
Ed ecco il cuore di Schumann esulta: la «musa» di Zwickau è arrivata a Lipsia. La sola preoccupazione urgente di Schumann è di precipitarsi nell'appartamento dei Carus dove viene accolto con mille manifestazioni di affetto. La giovane donna si avvicina al pianoforte e canta, risvegliando nel profondo del suo essere il demone della musica. Abbandona egli allora, quasi completamente, le lezioni di giurisprudenza; esce dall'isolamento in cui si compiaceva, si mescola al pubblico dei concerti del Gewandhaus e non manca ad alcuna riunione in casa Carus, ospitale e luminosa. L'affabilità dei padroni crea un'atmosfera di animazione discreta: ogni cosa si compie con misura e con tatto. Un frammento di «Lied» o di Concerto oscilla sempre nell'aria. L'intimità familiare è continuamente interrotta dal passaggio di forestieri illustri.
Schumann stringe amicizia col compositore Marschner, l'autore del Vampiro e con Wiedemann, direttore d'orchestra. A poco a poco, sente svanire l'impressione di soffocamento che aveva provato all'inizio del suo soggiorno a Lipsia. Per trovarsi intieramente a suo agio, abbandona la città tutte le volte che può e va a passare la giornata a Zweinaundorf, nella solitudine campestre talvolta solo, talvolta in compagnia di Flechsig.
Una sera, in casa Carus, vien presentato a Friedrich Wieck
e a Clara Wieck.
Sono padre e figlia; lui un uomo strano, lei una fanciulla precoce. In Wieck si incontrano e si urtano tutti i contrasti: egli è teologo e pianista; è stravagante, come tutti i temperamenti impulsivi, e ostinato, come tutti coloro che racchiudono in se stessi una certa continuità di pensiero. Avido di denaro, darebbe fin l'ultimo centesimo per la difesa dell'arte; apostolo della tecnica del pianoforte, disprezza il virtuosismo. Vive per la musica classica e per Clara, della quale intende fare un'artista senza eguali.
Poiché Wieck mostra passione e sapere a sufficienza per sedurre il giovane che gli chiede di ammetterlo fra i suoi allievi, incomincia da quel momento un periodo di duro lavoro, di giochi, di sorprese: un periodo, d'altra parte, in cui Robert si sente soddisfatto di sé. Il maestro non scherza; avendo a che fare con un allievo di diciotto anni che si è abbandonato finora ai capricci della fantasia, impone una regola più severa che a chiunque altro. Schumann, tuttavia, trova una ricompensa all'imposta costrizione nella scoperta di Bach. Egli scarnifica il Clavicembalo ben temperato senza riuscire a toccarne il fondo. Ricrea nel suo spirito l'architettura delle fughe, la scorrevolezza dei preludi, componendo intanto Polacche a quattro mani, un Quartetto per pianoforte e archi, vari «Lieder» che dedica al compositore Wiedebein.
Il salotto dei Wieck è frequentato da una folla di artisti, alcuni già celebri, altri oscuri. Schumann stringe amicizia con Julius Knorr, con Toeglichsbeck, con Glock e con Soergel. In loro compagnia esegue Quintetti e Quartetti, suona a quattro mani per invito della signorina Reichold e pensa di presentarsi con lei nei concerti dell'inverno prossimo.
È naturale che un giovane musicista, ricevendo per la seconda o terza volta la rivelazione della sua arte, vi si consacri perdutamente. Quello che riesce sconcertante è che Schumann, nelle sue lettere, impiega tutta la forza dialettica acquistata all'Università e cerca di convincere la madre a permettergli di lasciare Lipsia per Heidelberg? Se è sincero quando afferma che la vita è più piacevole nella città del Sud, lo scopo di questa sua manovra sfugge allorché egli mette avanti i nomi di Thibaut e Mittermayer, giuristi eminenti. Forse immagina che sua madre sia inquieta sulla sorte dei suoi studi e crede di rassicurarla, mostrando interesse per le lezioni di tali maestri. O forse dubita ancora della sua vocazione alla musica. Oppure tutto ciò è una prima manifestazione di quella malattia misteriosa che lo trascinerà più tardi in regioni desolate e magnetiche. Non si può tuttavia supporre che abbia ignorato la posizione di capitale dell'Europa musicale tenuta da Lipsia, dove i virtuosi andavano a cercar la consacrazione del loro talento; che non abbia saputo che nessun luogo era in grado d'offrirgli un nutrimento altrettanto eccitante quanto la città di Bach.
Dopo aver trascorse le vacanze a Zwickau, nell'ottobre del 1828 ritorna a Lipsia. Si sente ora più forte; il soggiorno in seno alla famiglia lo ha rinfrancato. Prova piacere a ritrovare la sua camera di studente, e tuttavia scrive a Gisbert Rosen per annunciargli che a Pasqua, con ogni probabilità, la dolce città di Heidelberg conterà un nuovo abitante.
Disprezza il diritto; inoltre sta preparando una specie di divorzio da Wieck. Il maestro è rigido, intollerante, convinto che per Schumann sia urgente sottoporsi a una disciplina. L'allievo, pur ammettendo la necessità di una regola stretta, si sottrae. Talvolta passa tutta una settimana senza che il giovane si faccia vedere dal professore. Lavora ancora, ma come un viaggiatore pronto a partire e intanto tronca i rapporti con gli amici.
Alla madre
Heidelberg, 24 maggio 1829
Prendi le lenti, madre carissima, perchè la posta costa molto cara, e bisogna ch'io scriva con caratteri assai minuti. L'allegro inizio di questa lettera ti dimostra subito ch'io sono ben lontano dalla melanconia. Veramente chi si sentisse triste in questa stanza principesca, da cui si vedono le montagne coperte di verdi querce e il magnifico castello, commetterebbe un peccato mortale verso la sua anima. Se ben ti conosco, non ti dispiacerebbe certamente apprendere qualche dettaglio sul mio viaggetto, ch'io ricaverò dal mio taccuino.
Il viaggio da Lipsia a Francoforte fu come un volo attraverso centinaia di cieli primaverili. Ciò che mi ricompensò delle fatiche e della noia che un viaggio notturno porta necessariamente con sè, fu la compagnia sempre variata di persone colte e gioconde.
Strinsi rapidamente amicizia con Wilibald Alexis, [9] e fummo inseparabili sino al momento in cui egli partì pel Nord ed io pel Sud. Un altro dei viaggiatori della diligenza degno di nota era un segretario dell'ambasciata prussianane si recava a Francoforte per la riunione della dieta federale. Avevo appena scambiate alcune parole con lui, ch'egli si mise a raccoiltarmi ex abrupto i pregi di sua moglie che era a Berlino; e mi disse che tutta la sua felicità e tutta la sua vita dipendevano da lei. Senza esserne richiesto, egli recitò dei poemi e mostrò alcune miniature che rappresentavano la sua consorte, ed altre dipinte da lei. Io confesso che mai m'era accaduto nulla di simile 'in praxi': malgrado ciò egli mi piacque perchè da tutte le sue parole spirava un senso di nobiltà d'animo. Wilibald Alexis non avrebbe di meglio da fare che introdurre subito questo nuovo tipo in uno dei suoi romanzi. Le altre persone incontrate durante il tragitto furono: un commerciante ebreo di Francoforte, che mi parlò di cuoio e di pellami; una buona vecchia matrona, che aveva veduto rappresentare parecchie opere al teatro di Gotha; e due ebrei francesi, che bevettero una enorme quantità di vino, e durante tutta la notte non poterono intrattenersi su nessun argomento. Non potrai negare che in questa descrizione ho fatto pompa d'un gran talento d'osservatore, che depongo ai tuoi piedi.
Il viaggio prese poi un'altra direzione. Appena arrivati a Hanau, volgemmo a destra verso Francoforte. Il cielo si rallegrò evidentemente di questo cambiamento: divenne così azzurro, chiaro e puro com'è ora il mio sguardo, e s'è mantenuto tale durante tutto il viaggio. Poi la scena mutò. Il giocondo Meno, che scorreva ai nostri piedi, solcato da leggeri canotti e da battelli galleggianti sulle sue acque trasparenti, ci accompagnò cianciando sino a Francoforte. Gli alberi erano ricoperti di fronde rigogliose, nei campi le ricche messi ondeggiavano; gialli fiori di rapa crescevano in mezzo ad esse; gli uccelli primaverili volavano alti nel cielo, e tutti cantavano e si rillegravano del mio prossimo arrivo a Francoforte. Perdonami se non mi dilungo maggiormente su tale argomento, ma questa lettera diverrebbe davvero un in-folio... Ora cominciano a cantare nella chiesa cattolica, e quando io sento della musica non posso più scrivere: perciò interrompo. Ti dirò per incidenza che la mia casa confina da una parte col manicomio e dall'altra con la chiesa cattolica, di modo che sono veramente in dubbio se dovrò diventar pazzo o cattolico!
Prima d'arrivare a Francoforte, noi abbiamo fatto una sosta, mia cara madre, ma ora la diligenza dei miei pensieri riparte al galoppo attraverso i ricordi.
Feci il mio ingresso a Francoforte il 13 maggio alle due e mezza pomeridiane; un po' più modestamente, è vero, degli imperatori tedeschi quando vi giungevano per la loro incoronazione; ma il mio cuore era altrettanto pieno di ricchezze del loro. La prima cosa che feci fu di uscire - come una nuova fenice - dalla polvere della diligenza, la seconda di ingoiare una solida bistecca. Poi cominciai a girare con Alexis su e giù per l'interessante città e lungo le rive del Meno.
Il cielo era chiaro ed azzurro; le strade che attraversano Francoforte e i giardini che la circondano sono impareggiabili, e al loro confronto quelli di Lipsia fanno una ben misera figura. Da lontano, attraverso le tinte dorate del sole che tramontava, si delineava la gigantesca catena dei Tauri, dai pendii scoscesi; il Meno serpeggiava come un nastro d'argento fra i giardini ricchi di fiori primaverili. Migliaia di ragazze passeggiavano, due a due, tra i viali, dei fanciulli giocavano gaiamente... Poco a poco si fece silenzio: la luna rischiarava i fiori, gli usignoli cantavano, il sambuco tremante e la leggera acacia spandevano il loro profumo. Io errai senza meta, dal Nord al Sud e dall'Est all'Ovest. Mi sembrava di essere già stato una volta qui in un sogno felice...
Le ultime luci si spensero nei giardini; solo un essere vivente doveva essere una giovinetta suonò il pianoforte fino a tarda ora. Quando cessò, io uscii dal boschetto d'acace, e silenzioso, incosciente, continuai la mia strada... «Quattro soldi d'ingresso!» - urlò il guardiano alla porta vedendomi. Io glieli diedi sorridendo, e di nuovo mi trovai su questa bassa terra... Poi m'addormentai tranquillamente e sognai di Zwickau.
Durante il racconto di questo episodio del mio felice viaggio, il sigaro s'è spento, ma or ora l'ho riacceso; tra parentesi noto, con mia grande soddisfazione, che oggi scrivo proprio bene e chiaramente.
Se ieri ho fatto un'escursione poetica, il 14 di questo mese ne feci una storica, archeologica o artistica. Subito al mattino mi prese un irresistibile desiderio di suonare il pianoforte: mi recai coraggiosamente dal migliore negoziante d'istrumenti, e mi feci passare per il precettore d'un giovane lord che desiderava acquistare un piano a coda. Durante tre ore consecutive suonai, ammirato e acclamato; dopo di che m'impegnai di far sapere entro quarantotto ore se il giovane lord avrebbe acquistato l'istrumento; ma prima del tempo fissato, io mi ero già trasferito a Rudesheim, e bevevo il buon vino del luogo!
Quando viaggio, nulla m'è più piacevole del gironzare senza meta e senza guida nelle antiche città straniere, attraverso stradette e vicoli. Wilibald Alexis aveva lo stesso desiderio, e perciò errammo per quattro ore nei più vecchi quartieri della città. La loro architettura, che ad ogni istante ci presenta un aspetto diverso, quant'è più grandiosa, interessante e poetica della nostra, composta esclusivamente di strade senza fine, uniformi, simmetriche, noiose.
Il pomeriggio eravamo invitati dal consigliere di legazione Giorgio During, ove non incontrammo che sua moglie, una donna molto interessante, e quella di Ferdinando Ries [10], un'inglese meravigliosamente bella. Quando parlava la sua lingua nativa, sembrava d'udire il mormorio d'un angelo. La conversazione si svolse soprattutto in francese. Io lo parlo meglio di Alexis, e per la prima volta ringraziai in silenzio il vecchio Bodmer [11].
Poi andammo con During al museo Städel, alla casa natale di Goethe, al giardino Bethmann. Arianna a Nasso! Dannecker! - Immagina la donna più idealmente bella, superba e delicata; col sentimento della sua dignità e della sua bellezza doma una pantera adirata, che sembra voglia resistere, ma si sottomette alle carezze di quelle mani. La donna guarda fieramente il cielo.
Che magnifica allegoria per mostrarci che la Bellezza può tutto, anche ammansare e incatenare la forza più selvaggia! Il marmo è d'un bianco latteo, il più bello di Carrara; la statua è posta in un gabinetto, ove la luce è attenuata da varie tende, attraverso le quali il sole traspare di color rosso cupo: il marmo brilla come dei fiocchi di neve trasparente su cui si riflette un'alba rosata. Ti ho parlato abbastanza di ciò: non è possibile descrivere una simile cosa; bisogna vederla e sentirla...
[...] Il tragitto per recarsi a Wiesbaden assomigia ad un vivace e gaio quadro di Hogarth o della Scuola fiamminga. Nella diligenza c'erano sei persone: una ragazza di Wiesbaden dal profilo greco, bella e garbata, uno studente, un lugubre commerciante speculatore, due vecchie che andavano a Wiesbaden a far la cura delle acque, e Wilibald Alexis, che aveva mal di testa. il tempo era magnifico; perciò non mi feci pregare per salire accanto al vetturino e condurre di mia mano. Come trottavano i cavalli, come mi sentivo sereno! A ogni albergo sostavamo per rinnovare il foraggio. E come divertil tutta la compagnia, e come furono tristi allorchè mi separai da loro a Wiesbaden! Non mi ricordo d'esser mai stato d'un umore così divinamente gaio! Arrivammo a Wiesbaden sabato, e lì ci fu molto utile una lettera del segretario d'ambasciata Rohde. Wiesbaden è situata in una bella posizione, ma le sue grandi case, le sale e i palazzi di marmo si rassomigliano e lasciano freddi. I viali, i castelli, i parchi mi sono antipatici, e preferisco assai le casette e le strade di Francoforte e di Norimberga.
Partimmo da Wiesbaden alle nove; chiusi gli occhi per poter godere pienamente, dal più profondo dell'anima, la prima visione del vecchio, maestoso «Vater Rhein» [12]. E quando li riaperarsi, il fiume scorreva innanzi a me, calmo, silenzioso, sereno e fiero come un antico dio tedesco; e attorno a lui s'estendeva l'immensa pianura fertile e fiorita, circondata da monti e valli ricche di vigneti. In sei ore attraversammo Hochheim, Erbach, Hattenheim, Markobrunnen, Geisenheim, ecc.
Quante fisonomje interessanti si vedono tra il popolo! Sulle rive sinistre del Reno i lineamenti delle ragazze sono molto fini (ciò è segnato nel mio taccuino) e l'espressione è piuttosto sorridente che intelligente; i nasi sono, per lo più, di forma greca; il viso, molto ovale, è d'una regolarità artistica; i capelli sono bruni - io non ho incontrato una sola biondina - l'incarnato è chiaro, delicato, più pallido che colorito, più malinconico che sanguigno.Al contrario le ragazze di Francoforte hanno un tratto comune che le affratella: l'espressione tedesca d'una sofferenza seria, virile, quale spesso si può notare nelle antiche città dell'Impero, assume, verso oriente, una grande dolcezza. A Francoforte quasi tutte le giovani facce femminili denotano un forte temperamento, ma poche tra esse sono spirituali e graziose. I nasi sono generalmente di forma greca e talvolta camusi. Il dialetto non mi piace. Alle cinque arrivammo a Rüdesheim. Dopo esserci ristorati con cibi e bevande, salimmo da Asmannshausen sulla deliziosa Niederwald, da cui si gode un panorama splendido sull'incantevole vallata del Reno. Le vecchie rocche, di cui in gioventù tanto si sogna e si sente parlare, subiscono la sorte di tutte le cose: la prima stupisce e sbalordisce; si vorrebbe salire su ognuna di esse, ecc.; poi, invece, si passa innanzi a loro con la massima indifferenza. La bella rovina d'Ehrenfels, la prima che vidi, mi guardò con arroganza, e così pure, la Mäuseturm, di cui devi conoscere la leggenda. Il sole tramontava maestosamente e il crepuscolo sorgeva con grande dolcezza. Lungo le sponde del fiume, a Rüdesheim, c'erano dei battelli, sui quali regnava molta animazione. Dei vecchi fumavano la loro pipa seduti su panche davanti alle case; stupendi bimbi giocavano allegramente sulla riva, ed io, ammirandoli, dimenticai quasi il sorgere della luna.
Poco a poco si fece silenzio. Mi feci dare un bicchiere di vino di Rüdesheim, poi il vecchio barcaiolo e sua figlia mi portarono in barca. il Reno era perfettamente calmo, e l'atmosfera lunare era azzurra e chiara. Sotto quella luce magica, Rüdesheim specchiava nei flutti le sue cupe rovine romane; più in alto, appollaiata sulla montagna, s'ergeva, solitaria, la cappella di San Rocco. Navigammo in su e in giù, e il mio cuore era gonfio d'emozione. Il cane scodinzolava ai piedi del pescatore. Io gridai il suo nome all'eco: «Anker»; «Anker» risuonò di nuovo. Poi chiamai: «Roberto!» Feci approdare; la luna splendeva argentea e il mormorio monotono delle onde del Reno invitava dolcemente il pellegrino a chiudere gli occhi al sonno.
[..] Mercoledì maggio, alle 6 del mattino salii, fresco e ben disposto, sul battello a vapore «Federico Guglielmo». La compagnia era abbastanza scelta. Tuttavia evitai il chiacchierio e mi rifugiai in terza classe, presso dei vecchi soldati olandesi. Mi feci raccontare di battaglie, e, tra le altre, di Waterloo. L'arredamento interno del battello è veramente principesco: il via vai sul ponte m'ha divertito enormemente e, se avessi saputo dipingere, avrei ritratto vari graziosi gruppi. [...]
Magonza con le sue magnifiche torri rosse e il suo porto affollato di centinaia di navi, appariva bella e scintillante attraverso gli alberi; vi arrivai alle sette di sera. Per la prima volta durante tutto il viaggio, all'Albergo alle tre Corone mi venne servito un pasto esecrabile, al di sotto d'ogni critica; dopo il quale io errai per le strade e le chiese. La sera feci i conti di cassa e mi accorsi con mia grande - ma non del tutto inaspettata sorpresa di non possedere più di tre fiorini; perciò non m'addormentai senza una certa preoccupazione.
Il mattino seguente, giovedì 21 maggio, salii in una misera vettura da nolo; per fortuna trovai, amabile compagno di viaggio, un vecchio e gioviale maggiore, con un bel paio di baffi, ch'era stato aiutante di Gioachino Murat, aveva trascorso quattordici anni a Napoli e in Spagna, poi era stato condannato a morte con Murat, ma aveva ottenuto la grazia. Naturalmente lo lasciai discorrere assai volentieri. Da Magonza sino a Heidelberg non vidi nessun grazioso visino.
A Worms facemmo colazione, poi visitammo la cattedrale e la chiesa luterana, ove Lutero fece la sua confessione di fede. Chiedemmo alla guida: «Quando è stata costruita que chiesa?» Cento e venti anni fa» rispose. Ridemmo; ma il mio riso non fu dei più gai: la mia mano aveva per caso sfiorato il taschino.
Purtroppo il bravo maggiore mi lasciò prima di Mannheim, ove giunsi verso le quattro. Non potevo prendere una vettura per le ragioni già note; e m'adattai volentieri a proseguire il cammino a piedi, perché prevedevo lo spettacolo di una serata tempestosa e d'uno splendido tramonto. Non mi fermai a Mannhem. Lungo la strada vidi il palo-segnavia (quello ch'è dipinto nel quadro appeso nel tuo salone) dinanzi al quale la Sand stette a meditare. Ciò che avevo previsto avvenne: la sera fu bella e tempestosa, e il sole tramontò purpureo, come un dio, dietro le nuvole nere. Alle nove di sera giunsi, con gioia mista a tristezza, alla tanto agogna Heidelberg!
Ed ora, cara mamma, rinchiudo nella sua cornice questo breve ma grazioso quadretto delle mie impressioni di viaggio. Nella mia prossima lettera t'invierò una descrizione dettagliata della lieta vita di Heidemerg, in cui m'introdusse Rosen, ancora più cordiale del solito. Accogli questa righe con tanta gioia e tanto amore quanto io ne ho provato nello scriverle Spero di ricevere tra breve una tua lunghissima lettera in cui mi darai notizie di tutti i nostri cari, ai quali scriverò presto.
Aggiungo soltanto: «Stammi bene! Tu conosci tutti gli auguri che tuo figlio formula per la tua salute».
Alla madre,
Heidelberg, 17 luglio 1829
Mia carissima madre,
finalmente, dopo otto lunghe settimane, è arrivata la tua desideratissima lettera. La sola vista del suo sigillo rosso mi ha riempito di gioia, ma purtroppo essa era tutt'altro che lieta e conteneva tristezze su tristezze. Ciò che mi ha maggiormente addolorato è la notizia della morte del povero angioletto [13], la cui vita non è durata che una primavera. L'uomo ha il diritto di domandarsi talvolta perchè il cielo agisca così! Seume ha scritto un bel trattato in cui si chiede «perchè la morte dei bimbi ci affligge più profondamente di quella degli esseri già anziani». Come rimproverare ai genitori lacrime così legittime? Mi sono consolato, benché non del tutto, nel sentire che le condizioni di Giulio [14] sono divenute per lo meno tollerabili. In ciascuna delle tue lettere spero di sentirti parlare d'un graduale passaggio dal «sopportabile» al «bene». L'uomo è molto più infelice nel dolore che felice nella gioia, ed il malato capisce il valore della salute molto più profondamente del sano; e ciò è doppiamente doloroso... In quanto a me, io sono sereno, talvolta anche felice. Lavoro con zelo: il «diritto» mi piace per merito di Thibaut e di Mittermayer, e comincio a comprendere il vero valore della giurisprudenza che regola tutti i sacri interessi dell'umanità. Dio mio! Quel professore di Lipsia che stava, come un automa, sulla sua scala di Giacobbe per conquistarsi la cattedra e leggeva con flemma, senza spirito nè eloquenza, i suoi paragrafi!... E Thibaut che, pur essendo il doppio vecchio, è sovrabbondante di vita e d'intelligenza ed ha tante idee da esprimere, che il tempo e le parole non gli basterebbero mai!
Qui la vita è piacevole e facile, quantunque meno grandiosa, lussuosa e variata di quella di Lipsia, che ha, per un giovanotto, i suoi buoni e i suoi cattivi lati: questa è anche l'unica cosa che qui talvolta mi manca. Si ha un concetto errato dello studente di Heidelberg: egli è il più calmo, distinto, freddamente cerimonioso degli studenti e (come se non fosse sicuro della sua perfetta correttezza) ostenta volentieri una cortesia esagerata.
Lo studente è l'essere maggiormente considerato sia a Heidelberg che nei dintorni, ove tutti hanno bisogno di lui: i borghesi e i filistei lo trattano quindi con cortesia eccessiva... Io non ritengo utile per un giovane uomo, particolarmente uno studente, di capitare in una città ov'egli impera e prospera. Soltanto la repressione sviluppa saldamente e liberamente l'uomo giovane e forte, e il continuo andare a zonzo con studenti e sempre studenti causa grave danno alla verrsatilità dello spirito e di conseguenza anche alla vita pratica. Sotto questo rapporto Lipsia è preferibsie a Heidelberg, come in genere le grandi città alle piccole. In tutti i casi, io manderei il mio futuro figlio a trascorrere un anno a Heidelberg e tre a Lipsia. In cambio, Heidelberg ha il vantaggio di affascinare lo studente con la bellezza e il lirismo della natura, di inebriarlo di gioie spirituali che lo sviano dai piaceri peccaminosi e dal vizio del bere. Perciò lo studente è qui molto più serio che non a Lipsia... E tuttavia, mia ridente Heidelberg, tu sei così bella e innocentemente idilliaca, che, se io potessi paragonare il Reno e le sue montagne ad una «beltà virile», direi della valle del Neckar ch'essa è la «beltà femminile». Laggiù tutto è intonato a forti, solidi, antichi accordi germanici; qui tutto è di una tonalità dolce, armoniosa, provenzale. T'invio alcune miniature; la tua anima potrà riconoscermi e, tra le più belle, indovinare quella dove, lontano da te, il tuo Roberto si siede di preferenza per ascoltare, riflettere, non pensare a nulla oppure a Zwickau, a te, a Giulio, a Edoardo e a voi tutti.
Naturalmente qui la musica è molto trascurata; non c'è neppur da pensare a un pianista mediocre. Come tale, io sono già molto conosciuto, ma non mi sono ancora introdotto in nessuna famiglia. Conviene far ciò d'inverno, allorchè è più facile e piacevole, perchè anche qui ci sono delle ragazze che desiderano venir corteggiate. È cosa assai frequente il vedere dozzine di studenti in veste di fidanzati, col consenso dei genitori. Le giovani sentimentali, va da sè, vogliono amare e sposarsi, e, siccome non vedono che studenti, i fidanzamenti sono all'ordine del giorno. In quanto a me, non hai nulla da temere, puoi stare sicura, perchè ti scrivo con tutta franchezza e sincerità
Ho trascurato molto il pianoforte, ma spero di rifarmi quest'inverno: d'estate è bello sognare, di inverno studiare. Oltre a Rosen e Semmel, coi quali trascorro delle buone e belle ore, vedo pure qualche prussiano dell'Est, qualche inglese e un greco, il conte M.: poi ho ancora circa tin centinaio di relazioni che saluto e con le quali scambio delle banalità.
In vista del viaggio progettato, studio l'italiano e il francese. Comincio a scrivere e a parlare discretamente queste due lingue, che mi serviranno nel corso della mia futura carriera. Ti dirò il mio itinerario durante o dopo il percorso. In tutti i casi, la mia prossima lettera sarà datata da Milano o da Venezia. I corsi termineranno il agosto, per causa del Congresso di Scienze naturali che si raduna qui. Io partirei senza dubbio in quella epoca con Rosen. Semmel non attende che del denaro per venire con noi. Tu puoi dunque rispondermi con comodo ancora una volta qui: fammi questo piacere, madre cara, e non lasciarmi più languire così lungamente. Scrivimi molte notizie interessanti, ma più rallegranti di quelle contenute nella tua ultima lettera, che mi hanno lasciato dell'amaro in fondo all'anima. Non dimenticare ad ogni lettera che ricevi di salutare da parte mia Giulio ed Emilia.
Stammi bene, cara madre. Che le ombre della vita non ti impediscano di vedere i raggi del sole; e non fare come gli astronomi che vogliono oscurare il bel sole d'oro scoprendovi macchie nere. La mia prossima lettera, datata da Milano, sarà scritta in italiano. Bodmer o Emma Liebenau te la tradurranno. Addio, addio! Io so gli auguri materni che tu formuli per il mio viaggio.
Alla madre Heidelberg,
3 agosto 1829
Cara madre, adorata dal più profondo del cuore! In questo istante, mentre ero ancora a letto, ho ricevuto la tua lettera; essa m'ha fatto balzare fuori dalle coperte, interrompendo sogni celestiali. L'ho letta e riletta, credendo appena che fosse tua, fino a che la sua tenerezza mi fece riconoscere che non poteva essere scritta che da una madre. Ecco in complesso di che si tratta: le vacanze non sono fatte esclusivamente per me; sono le consuete vacanze di S. Michele, che il Senato accademico di qui prolunga volentieri perchè gli studenti possano visitare la Svizzera e l'Alta Italia. A Lipsia esse durano sei settimane, qui otto settimane; di modo che non ho da trascurare neppur uno solo dei miei corsi. Devi aver ricevuta la lettera in cui ti ho raccontato tutto ciò dettagliatamente. Ora parlo abbastanza bene il francese e l'italiano, che studio con Semmel, e voglio perfezionarmi nelle due lingue durante questo viaggio, che mi tornerà di maggior profitto che non un anno di studio, in cui non mi sarei mai familiarizzato col linguaggio della vita pratica. Inoltre, durante le vacanze dell'università non rimane a Heidelberg nessuno studente. La Svizzera dista dodici miglia da qui, e l'Italia non è molto più lontana. Quanti studenti di Lipsia compiono questo viaggio senza perdere una sola ora dei loro corsi? Ed io che sono più vicino di sessanta miglia ed ho otto settimane di tempo, non dovrei farlo? Ascolta soltanto queste armoniose parole: «Domo d'Ossola, Arona, Lago Maggiore, Milano, Brescia, Verona, Padua, Venezia». Sono certo che già tu mi tendi cordialmente la mano e mi dici: «Mio buon Roberto, un giovane come te deve viaggiare e recidere e arrotondare un poco le sue ali corporali, perchè quelle spirituali possano librarsi meglio; anche se ciò costa del denaro, tu vedrai un mondo nuovo, popolato da uomini diversi. Apprenderai l'italiano e il francese, e ciò merita d'esser pagato, ecc. ecc....» Dunque: 1) siccome mi sono preparato già da lungo tempo a questo viaggio per trarne il massimo profitto, 2) siccome questo viaggio è sempre stato il più bello di tutti i miei sogni, Dio farà (a meno che non sieno Edoardo e il mio tutore) che esso non rimanga una chimera, 3) siccome tutti gli studenti di Heidelberg fanno un viaggio durante le vacanze di S. Michele, 4) siccome ho già due compagni di peregrinazione, Rosen e Ascher (della Pomerania), 5) siccome posso disporre benissimo di due o trecento talleri per visitare quelle magnifiche montagne e vallate, 6) siccome è molto facile ad Edoardo prendere in mano la penna per firmare un assegno, 7) siccome bisogna che io intraprenda prima o poi questo viaggio, e sarei quindi costretto, un giorno o l'altro, a chiedere denaro, 8) siccome non perderò un solo corso (qui è un vero piacere studiar diritto, specialmente con Thibaut e Mittermayer), 9) siccome ogni uomo deve saper parlare bene il francese e l'italiano per poter trarsi d'impaccio con onore nel mondo, 10) siccome questo viaggio non richiede, alla fin dei conti, una grossa spesa, 11) siccome ho già scritto a te e ad Edoardo per ottenere autorizzazione e denaro, 12) siccome ci sono già dodici ragioni - senza contarne le altre che non elencai - tu non mi puoi opporre alcuna seria obiezione.
Avrei l'aria di minacciarti se ti dicessi che potrei prendere a prestito il denaro per il viaggio in dieci posti diversi, in particolar modo presso dieci strozzini, perchè gli studenti godono qui d'un credito illimitato; ma che Dio e Edoardo non permettano che le cose arrivino a quel punto!
Semmel e Rosen salutano tutti affettuosamente. Io scopro giornalmente in loro delle belle qualità e nuove attrattive nei loro amabili caratteri. Rosen è come un ponte tra la mia natura - tutta sentimento - e quella di Semmel - tutta intelletto: noi formiamo un'armoniosa foglia di trifoglio.
Se puoi, mia cara madre, scrivimi ancora una volta una lettera tanto piena di sentimento e d'elevatezza come la tua ultima. Un paio di ducati per scorta di viaggio non verrebbero neppure male accolti.
Vogliano il Cielo e Edoardo che tu riceva la mia prossima lettera datata da Milano. Ti scriverà su questo viaggio dei volumi, la cui lettura potrà abbreviare le tue monotone serate d'inverno.
Addio, mia buona madre; le persone sentimentali amano le forme rapsodiche nelle lettere e nella vita; perdona la seconda parte di questa rapsodia in favore della prima, che fu breve e conclusiva. Lasciami imitare la rondine migratrice; è presso a te che io ritornerà. «Italia! Italia!» Queste parole salgono dal mio cuore sin dalla mia infanzia, ed io t'odo dirmi: «Tu la vedrai, Roberto!» Addio, madre, e lascia mandarmi di denaro! Amami e credimi, carissima, e non essere adirata, se tu riceverai la mia prossima lettera da Milano. Addio! [15].
HEIDELBERG E VENEZIA
La bella stagione porta davvero fortuna a Schumann. Eccolo che lascia Lipsia, in una giornata di maggio piena di ciliegi in fiore e di azzurro, col timore che la diligenza abbia a raccogliere una compagnia insignificante, ed ecco che i passeggeri sono invece tutti simpatici, tutti più o meno singolari. C'è un certo Wilibald Alexis, romanziere in erba, per il quale Schumann prova subito una sorta di infatuazione; c'è un segretario d'ambasciata che potrebbe essere il diavolo in persona e che continua a parlare di sua moglie, donna tanto seducente da incantare chiunque le si avvicini e che per provare il suo asserto tira fuori dalle tasche una collezione di miniature, dipinte alla perfezione. C'è poi un mercante ebreo profumato di cuoio, una vecchia dama che conosce tutto il repertorio dei teatri di Gotha e due ebrei francesi gonfi come barili. Tutta questa gente scende a Francoforte. Schumann e Alexis vanno a passeggiare per la città, s'incantano nei giardini dove la quercia gigante del Taunus allarga la sua ombra e incontrano, nel recarsi verso la casa natale di Goethe, un migliaio di fanciulle che passeggiano tenendosi per mano. Allorché Schumann crede di aver esaurito tutti i tesori della città, il consigliere During lo conduce innanzi all'Arianna di Danneker. «Figurati», scrive poi Robert alla madre, «la donna più idealmente bella, fiera e delicata che si possa immaginare. Col sentimento della sua dignità e della sua bellezza, essa doma una pantera coperta di schiuma accarezzandola con la mano. La belva sembra voler resistere, ma poi si sottomette al tocco di quelle belle mani». Una città come Francoforte, dopo aver colmato Schumann di piaceri artistici, potrà permettergli di partire senza che egli lasci una traccia del suo passaggio? No. Schumann penetra nel negozio di un fabbricante di pianoforti, si presenta come il precettore di un lord e, sotto il pretesto di scegliere uno strumento, scatena un uragano d'accordi e d'arabeschi, poi si ritira, coperto di applausi.
Divinamente gaio, Schumann incanta i viaggiatori, per tutta la strada che corre tra Francoforte e Wiesbaden. Il vecchio Reno gli appare in tutta la sua maestà, con le rive popolate di villaggi e borgate, coi pontili pei battelli e con tante fanciulle le quali, al pari di Liddy, hanno il naso greco.
Si direbbe che le città che attraversa vogliano presentarsi a Schumann nel loro massimo fulgore. Rudesheim gli offre un tempestoso tramonto sul fiume; Bingen fa cantare le arpe eolie nascoste dietro le finestrelle della sua fortezza; Capellen lo accoglie col canto travolgente di centinaia di usignoli. Da Coblenza in avanti il viaggio si fa mediocre. Bisogna forse darne la colpa alla Prussia? Né Magonza né Worms colpiscono la fantasia di Robert; soltanto a Mannheim egli getta un lungo sguardo all'alto pennone presso il quale George Sand si era abbandonata ai suoi sogni.
Arriva a Heidelberg, mèta della sua peregrinazione, verso le nove di sera. Non vede niente della città, ma l'indomani mattina essa si offre tutta innanzi ai suoi occhi. Lo sfondo è costituito da una montagna coperta di querce verdi, coronata da un meraviglioso castello; ai suoi piedi, la città ostenta i suoi giardini, le sue ville splendenti come fattorie provenzali. La Neckar scende mescolando nelle onde oro e argento. Schumann si inebria di luce, di verde, di cielo; si immerge in quella sensazione di dolcezza e di armonia che riempie tutta la valle. Il paesaggio è proprio come glielo aveva descritto Rosen. Quasi senza volere, misura la differenza che separa Lipsia da Heidelberg e sente il cuore che gli batte di gioia. La casa dove va ad abitare, confina da un lato con l'ospizio dei pazzi, dall'altro con la chiesa cattolica. Canti sacri si innalzano sotto le volte e contribuiscono ad accrescere l'esaltazione giovanile e lirica di Schumann. Che c'è di più facile che essere felici a Heidelberg? Gli studenti appaiono tranquilli, distinti e mostrano una cortesia da grandi signori. I borghesi esultano quando uno di quei giovani eleganti si abbassa fino a corteggiare una loro figliola. Le libagioni e le distrazioni che i filistei possono mettere a disposizione degli ospiti si succedono le une alle altre, con varietà infinita. Tuttavia, questi piaceri non hanno niente di basso, inquadrati come sono nella dolcezza del clima e nella straordinaria bellezza della natura.
Schumann, leggero come un pupazzo, si reca all'università e rimane meravigliato dal talento di Thibaut e di Mittermayer. Soprattutto Thibaut desta la sua ammirazione; quel vecchio dai capelli bianchi, fremente di entusiasmo, che fa della sua cattedra un palcoscenico in miniatura. Di volta in volta patetico, sottile, glaciale, crea piani e contrasti, evoca immagini e rende evidente la grandezza della giurisprudenza. Non si tratta più di formule morte, ma di una scienza che ha per oggetto la sofferenza dell'uomo, la sua condizione miserabile, il suo genio malefico.
Questo Thibaut è un melomane appassionato. Ogni venerdì invita in casa sua un gruppo di amici per abbandonarsi con loro al suo piacere favorito. Arriva talvolta a mettere insieme settanta o ottanta coristi in modo da poter eseguire a domicilio qualche Oratorio di Händel che egli accompagna sul pianoforte. Schumann assiste a quelle riunioni e constata, vedendo sfilare tutta l'élite musicale di Heidelberg, che non s'incontra nemmeno un pianista passabile. Mentre a Lipsia si teneva modestamente nascosto fra gli allievi di Wieck, qui egli fa la figura di un eroe, di una stella. Quantunque non sia ancora riuscito a entrare in nessuna famiglia, la sua fama va allargandosi per la città e risveglia la curiosità delle fanciulle innamorate.
Essere felici a Heidelberg, che c'è di più facile? Semmel, Rosen e Schumann, inseparabili, formano una triade perfetta. Il primo è tutto intelligenza, il secondo tutto sensibilità; Schumann fa da ponte fra l'uno e l'altro perché sa penetrare nel mondo dell'intelletto e sa commuoversi alla fiamma del sentimento. Passeggiando lungo le rive della Neckar, essi parlano dell'Italia, che è là, vicinissima in fondo, separata da loro da un paese minuscolo e trasparente. Il cielo che si stende al di sopra delle loro teste è ancora il suo cielo; quegli uccelli, che svolazzano fra un albero e l'altro, non sono forse gli stessi che hanno sfiorato le statue e i cipressi della terra incantata? I tre giovanotti accarezzano la speranza di farvi un'escursione in comune durante le vacanze. Dato che l'università si chiude il 20 agosto, a causa del congresso di Scienze Naturali che si riunisce a Heidelberg, gli studenti godranno di otto settimane di libertà. Bisogna approfittarne.
Schumann rivela il suo progetto alla madre; ma essa vi si oppone immediatamente per ragioni finanziarie. Egli persiste nel suo desiderio e tutti gli argomenti gli sembrano buoni. Getta nella discussione nomi carichi di dolcezza: il lago Maggiore, Domodossola, Milano, Brescia, Verona, Padova, Venezia... Senza neppure essere definitivamente deciso, dà la cosa per fatta e scrive in italiano: «Addio, mamma, e lascia mandarmi di denaro! Amami e credimi, carissima, e non essere adirata, se tu riceverai la mia prossima lettera da Milano. Addio.» Alla fine riesce a vincere ogni resistenza e non gli resta che affrettarsi a fare i preparativi per la partenza.
Italia! Italia! Esiste forse al mondo ebbrezza paragonabile a quella del pellegrino che volge il viso nella tua direzione e si mette in cammino per raggiungerti; soprattutto se nel cuore di questo pellegrino traboccano la poesia di Shakespeare, la grandezza di Beethoven, la tenerezza di Jean-Paul?
Schumann parte nell'agosto del 1829, solo, poiché Rosen e Semmel non hanno potuto procurarsi il denaro necessario al viaggio. La strada sarà forse meno allegra, ma offrirà maggior possibilità di meditare. Il cielo è scuro; da Basilea a Berna un velo ricopre il paesaggio; le Alpi si nascondono, come se volessero far dimenticare a Schumann che hanno eretto una barriera fra Germania e Italia. Fatica inutile: egli le immagina più alte e pii pure di quanto non siano.
Arriva a Milano. Secondo il suo programma, Robert deve fermarsi due giorni; ma nel giardino dell'albergo fa conoscenza con una inglese di meravigliosa bellezza e si mette a parlarle del suo paese, del suo caro Jean-Paul. L'altra gli risponde confessando il suo fervente amore per Bruto, lord Byron, per Mozart e per Raffaello. Il viso di lei riflette una certa durezza di cuore; i gesti sono freddi e precisi. Schumann la trascina verso il pianoforte e si mette a suonare; essa si fa allora tenera, insinuante. «È più innamorata del mio modo di suonare che di me», pensa Schumann un poco triste.
Nello stesso albergo c'è anche un altro ospite che fa colpo su Schumann: un certo conte S. di Innsbruck. I due uomini si scambiano i loro pensieri e vanno a passeggiare insieme, non appena il giovane musicista riesce a staccarsi dalla sua inglese.
Tutte le sere, Schumann assiste alle rappresentazioni alla Scala. Sul davanti del palcoscenico sono i professori d'orchestra. Non si può dire che suonino bene, no, certo, non si può proprio dirlo: grattano con noncuranza, con una volgarità e un ardore difficili da figurarsi. Poi appare la Pasta, vocalizza, tuba, muore, rinasce e ricomincia a far vocalizzi. Che incanto in quella voce magica, in tutta quella musica italiana, rossiniana, che forse non ispira rispetto ma che fa amare la dolcezza della melodia! Schumann risente tutto il godimento che essa può dare sotto un cielo mediterraneo.
Si accorge che son passati sei giorni e che deve strapparsi al fascino della capitale lombarda. L'inglesina gli lascia, quale prova d'amore, una foglia di cipresso, e il conte S. con la mano nella sua, mormora: «Quando andrà sul lago di Costanza pensi a me. È il piùgrande, il piÙ selvaggio, il piùnobile dei laghi.
Poi viene Venezia. Schumann è in una situazione ideale; libero e solo, può errare a suo piacere attraverso il dedalo delle calli, dei canali, delle piazze, dei palazzi. Può incantarsi quanto vuole in mezzo al silenzio delle chiese e fra il languore dei canti che popolano le notti lunari. Tuttavia sembra che non riesca a entrare in comunione con la città morta e voluttuosa. Una sera, mentre è seduto in vicinanza del Palazzo Ducale, gli accade di veder passare sul mare uomini sconosciuti che vengono a sedersi accanto a lui; egli pensa che fra tutti quegli uomini non ve n'è uno che sia desolato quanto lo è lui e scoppia a piangere.
Forse la sua mancanza di entusiasmo va attribuita a malessere fisico e a preoccupazioni di denaro. Pensa allora di raccontare le sue disgrazie in una specie di breve Odissea in sette canti.
[VEDI LETTERA]
Attraversa di nuovo Milano; ma l'inglese angelica e il conte S. sono scomparsi. Passa per Coira, Lindau, il lago di Costanza, e Augsburg. È sempre più povero, stracciato come un mendicante; ma il suo cuore è cosí puro, che non ha vergogna di presentarsi davanti a Clara von Kurrer. Il padre della fanciulla gli fornisce i mezzi per tornare a Heidelberg, attraversando Stoccarda.
È ottobre: Schumann riprende le lezioni di giurisprudenza. Va a passeggio per la campagna autunnale, abbozza una Sinfonia, compone i primi numeri di Papillons e, grazie a Thibaut, suona in un brillante concerto al quale assiste la Granduchessa Stefania del Baden, che applaude con ostentazione; la sala va in delirio.
Da quel momento Schumann non è più padrone di sé. Lo chiamano nei salotti, lo si vuole alla Saxo-Borussia. Benché vada a letto tardi, si alza di buon mattino e la giornata appena gli basta, tante sono le sue occupazioni: diritto, lezioni di francese, musica, lettura del Petrarca e dell'Ariosto, fine della Toccata e delle Variazioni sul nome Abegg. Lo si indica adesso con un epiteto: «Il favorito del pubblico di Heidelberg». Deve dividere le sue serate in modo che tutti restino soddisfatti; lunedì, seduta musicale; martedì, Mittermayer; giovedì, circolo aristocratico delle dame inglesi; venerdì, Thibaut; sabato, Granduchessa. Prende parte a quelle feste dell'inverno durante le quali gli Anseatici attaccavano vascelli alle loro slitte e facevano sfilare una flotta trascinata da cavalli.
È invidiato, ma sotto la scorza del successo si nasconde e si evolve il dramma della sua adolescenza: scegliere. Meno clamoroso che a Lipsia, il conflitto si è fatto più profondo, ora che Schumann ha compiuto vent'anni. Lui, che è nato sotto il segno della schiettezza, soffre di un'incertezza inquietante; non riesce a trovare la sua verità, oppure, se riesce a intravederla, le volge le spalle. È coperto dalla menzogna come da un obbrobrio. La diversità delle sue occupazioni corrisponde al suo disordine interiore. Egli non ha certo sollecitato i favori di cui gode; eppure se ne serve per ingannare gli altri e ingannare se stesso. Nel medesimo tempo in cui scrive a Wieck per dirgli quanto rimpianga i concerti del Gewandhaus e per pregarlo di mandargli tutti i Valzer a due mani di Schubert, il Concerto in sol minore di Moscheles, il Concerto in si minore di Hummel, scrive alla madre dicendole che ogni musica è ormai morta dentro il suo cuore. «Suono raramente e molto male», aggiunge. Contraddizioni che assomigliano in maniera singolare a una mancanza di fiducia in se stesso. Poi il giovane, umiliato, spedisce una terza lettera nella quale si scusa con la signora Schumann pel suo stupido scherzo di studente.
La lotta segreta continua fino al 30 luglio 1830; fino al momento in cui Schumann, vincitore e vinto, decide di farla finita e prende la penna per inviare alla madre una lettera ove aprire interamente il suo cuore. Dirà tutto, proprio tutto. Per questo compito sceglie (o forse è il destino che la sceglie) un'ora simbolica: l'alba.
[LETTERA]
Qui Schumann si interrompe; il suo pensiero resta qualche istante sospeso, prima di fissarsi in parole definitive. Poi prosegue:
[LETTERA]
Johanna Schumann è onesta. Comprende che resistere o sfuggire all'appello disperato di quel figliolo che essa chiama «lichter Punkt» (il punto luminoso della sua esistenza) sarebbe tradirlo gravemente. Essa scrive a Wieck.
Questi risponde: accetta e pone le sue condizioni. Robert lascerà la dolce Heidelberg; prenderà, per un anno, una lezione di un'ora ogni giorno; per due anni studierà la teoria della musica sotto la guida di Wernlich o di qualche altro maestro; farà tutti i giorni, e per parecchie ore, degli esercizi d'armonia che terranno a freno la sua fantasia; infine, bisognerà che si abitui all'idea che un pianista, per vivere, deve dare lezioni. Tali pretese, da un lato, colmano Schumann di gioia, perché corrispondono alle sue decisioni, dall'altro lo riempiono di angoscia, perché il loro rigore lo spaventa. È pronto, tuttavia, ad accettare qualunque costrizione, a lasciarsi mettere sugli occhi qualunque benda gli verrà imposta dal buon pastore. Mentre legge e rilegge la lettera che la madre gli ha mandato, sente salire alle labbra un cantico di giubio: «La Bellezza è la mia dimora, il cuore il mio universo e la mia creazione. Sono libero e infinito; creo; sono immortale...».
Alla madre
Berna, 31 agosto 1829
La mia lettera da Basilea dev'essere giunta a Zwickau; se il mio cuore nuotava già allora nella gioia, ora sono al settimo cielo. L'occhio del poeta è il più bello e il più ricco: io non vedo le cose quali sono, ma quali le concepisco soggettivamente, e così vivo più facilmente e più liberamente. Per esempio, da quattro giorni il tempo è spaventoso e il cielo, cupo e velato, ha nascosto le montagne e i ghiacciai; ma se il mondo esteriore è limitato, tanto più la fantasia è sveglia, ed io, nel mio interno, mi immagino le Alpi invisibili più belle e più elevate di quanto lo sieno in realtà. [...]
Dopo le sapienti dissertazioni che precedono, vi prendo il racconto del mio viaggio da Basilea, e lo farò con brevi tratti alla maniera di Hogarth e di Tiziano. il tempo era al mattino limpido e buono. Gli inglesi che viaggiavano con me non potevano capire perchè avessi scelto un posticino incomodo sull'imperiale della diligenza. Tu lo comprenderai. Dall'imperiale scambiai alcune parole con una giovane, mesta vedova di Havre de Grace, che mi rispose con occhiate fuggevoli, poco tristi. Tu vedi che sono sincero come un fanciullo!... Da un lato il Reno; dall'altro verdi praterie e ridenti montagne, esordio nascente delle Alpi... A Baden (da non confondere con Baden-Baden) trascorsi la notte. Ritrovai qui la gaia vita delle stazioni climatiche: incontrai parecchi tedeschi del resto caso assai raro facemmo della musica e naturalmente si ballò. La mesta vedova svolazzava, come se suo marito fosse ancora in vita.
Da Zurigo salii a piedi, attraverso l'Albis, sino a Zug. Desidererei che tu, leggendo le mie relazioni, prendessi in mano una carta geografica, perchè così potresti accompagnarmi in tutte le mie peregrinazioni. La mia gita a piedi fu splendida e per merito delle continue, magnifiche variazioni di panorama, non riuscì stancante; seguii il mio cammino, solo, col sacco sul dorso, agitando il bastone nell'aere alpino; ad ogni istante mi fermavo e mi voltavo per imprimermi bene in mente tutti gli aspetti di quel paradiso svizzero. L'uomo non è così infelice come crede: egli ha un cuore, che trova la sua migliore eco nella natura. Come una gazzella salterellavo giù per l'Albis, e dinanzi a me s'elevavano i giganti coperti di boschi e di ghiacciai, e s'estendevano i laghi simili ad ali di pavone di color verde oscuro; le greggi pascolavano sul dorso della montagna; dai monti risuonavano le campane dei villaggi ed i campani degli armenti.
Io ero sereno, taciturno, e proseguivo lentamente, affascinato, senza poter staccar gli occhi dai monti.
Oh! risparmiami per ora di descriverti come son salito sul Righi, e come mi sentivo a tante miglia al di sopra della terra, e come il sole tramontò, e come lo vidi nuovamente spuntare, e come gli uomini più estranei stavano l'uno vicino all'altro in confidenza fraterna, e come ho potuto strappare ad una bella inglese degli sguardi dolci, e come tutta la Svizzera giaceva innanzi a me silenziosa e grande come il suo passato...
In contrasto col mondo visivo, nella lontananza dei tempi e dei ricordi, tutto diventa più sicuro, più chiaro e più forte. L'entusiasmo diviene una focosa e allegra pace olimpica e la descrizione riesce più pura, più ponderata, più «goethiana». Perciò guardati dai resoconti postumi, attraverso il cui labirinto di parole tu puoi appena trovare la via d'uscita. Domani partirò da qui, e, attraversato il Gemmi, scenderò sul Lago Maggiore; tra cinque o sei giorni spero d'essere a Milano...
Vi saluto tutti, e vi assicuro che, malgrado tutte le Alpi, Zwickau rimane la mia cara Zwickau. Perché l'amore dell'uomo si sviluppa nella lontananza?... Addio, mia cara madre; perdonami gli scarabocchi, e se venissi travolto da una valanga o colpito da un fulmine o se cadessi in un crepaccio, non piangermi; poiché sarei morto nel pieno delle mie forze, più bello e più gagliardo che dopo una malattia!
Alla cognata Teresa Schumann
Brescia, 16 settembre 1829
Ho veduto adesso una magnifica italiana che ti rassomigliava un poco; allora ho pensato a te e ti scrivo, mia cara Teresa! Vorrei poterti descrivere bene l'azzurro cupo del cielo d'Italia, il verde dell'erba, le piantagioni di limoni, d'albicocche, di canape, di gelso, di tabacco, i vasti prati di fiori invasi da farfalle e da ondeggianti zeffiretti, le Alpi lontane, inflessibili, tedesche, nerborute e angolari, e poi i grandi, belli, languidi e focosi occhi delle italiane, quasi simili ai tuoi, allorquando esprimono l'entusiasmo per qualche cosa...
Sono partito ieri con un tempo meraviglioso da Milano, ove ho trascorso sei giorni, mentre non avrei dovuto trattenermivi che due. Il prolungamento è dipeso da vari motivi: 1) il migliore: che la città, in genere, m'è piaciuta; 2) a causa di certi particolari, per esempio il Duomo, il Palazzo Reale, 'l'escalier conduisant au Belvedere' nell'hotel Reichmann; e un altro fu una graziosa inglese, che mi sembrò innamorata... meno di me che del mio talento di pianista. Le inglesi amano soprattutto col cervello; cioè esse amano Bruto, Lord Byron, Mozart e Raffaello più che la beltà esteriore di Apollo e di Adone, se lo spirito non è bello; le italiane invece non amano che col cuore; le tedesche riuniscono entrambi le cose o amano indifferentemente un cavaliere, un ballerino o un uomo ricco che le sposi subito. Per altro, ti prego di interpretare ciò sans comparaison, e non personalmente. La terza causa fu un certo conte S. di Innsbruck, col quale, benché egli abbia quattordici armi più di me, mi sono legato spiritualmente. Quante cose avevamo sempre da dirci e quanto da chiacchierare insieme! La simpatia, sembra, fu reciproca [...]
Alla cognata
Rosalia Schumann (Schneeberg)
Milano, 5 ottobre 1829
Così si svolge il destino degli uomini, mia cara Rosalia! Sono già otto giorni che avrei voluto e dovuto essere ad Innsbruck, ed eccomi, per la seconda volta, attaccato saldamente a Milano. Oggi mi è impossibile scriverti a lungo, per l'unica ragione che ho poca voglia di annoiare te e me. La storia delle mie tribolazioni dal soggiorno a Venezia ad oggi, redatta in sette capitoli, sarà breve e precisa. La mia lettera scritta ad Emilia da Venezia, è, spero, nelle vostre mani.
Dunque:
I capitolo della Storia delle mie tribolazioni
Una bella sera, il mare mi chiamò. Presi una gondola e mi feci condurre lontano. Dio sa che avevo già navigato spesso; tuttavia al ritorno sentii il primo attacco di mal di mare!...
II capitolo, consistente in:
Mal di ventre, oppressione di stomaco, dolor di testa, vomito, diarrea, nausea... una morte viva e roditrice!
III capitolo:
Spaventato, chiamai un medico, che impiegò per curarmi altrettanto tempo quanto avrei adoperato io per guarirmi da solo, cioè tre giorni. Egli pretese per ciò un napoleone d'oro, che gli accordai di buon grado.
IV capitolo:
Dopo un esame minuzioso del mio borsellino, quantunque, secondo il mio antico sistema, tutto sia sempre possibile, dovetti riconoscere l'impossibilità di ritornare in Germania. Presi allora un'altra risoluzione, che il sesto capitolo ti narrerà.
V capitolo:
Oltre allo stato delle mie finanze e ad altri imbarazzi, dovetti subire una scandalosa truffa, in cui feci la parte dello scroccato! Un mercante, con cui avevo viaggiato da Brescia in poi, mi alleggerì d'un napoleone d'oro, col quale disparve, lasciandomi a mala pena di che pagare il mio alloggio a Venezia!
VI capitolo:
Una tragica lotta si scatenò in me tra il bene e il male. Dovevo o non dovevo vendere l'orologio che mia madre mi regalò tempo fa? il genio del bene ebbe il sopravvento e preferii intraprendere un'altra volta un viaggio di trenta miglia piuttosto che commettere tale azione!
VII ed ultimo capitolo:
Eccomi, dunque, con una faccia triste e pacata, nella corriera, annidato in un angolo, pensando quanto sono felici gli studenti che attualmente stanno seduti presso le loro cognate! Attraverso il mio cupo umore, in preda ad un accesso di nostalgia, immagino la graziosa Zwickau alla luce del sole calante, nell'ora in cui gli uomini si siedono sulle panche davanti le loro case, ed i fanciulli giocano o sguazzano nell'acqua che scende dalla montagna, come facevo io nei tempi passati... Ed altre immagini ancora sfilano davanti a me...
Tali sono, mia cara Rosalia, i piaceri d'un viaggio in Italia. Puoi figurarti con quale gioia ho inteso parlare di nuovo tedesco all'albergo Reichmann. Le prime parole che dissi a Milano furono rivolte a Reichmann, per chiedergli del denaro, che egli m'aveva già offerto durante il mio primo soggiorno qui. Senza prendere informazioni sulla mia situazione finanziaria o su quella della mia famiglia, mi diede all'istante sedici napoleoni d'oro, prestati senza alcun interesse, ecc, ecc.
Che bravo e buon tedesco!
Ed eccoti, cara famiglia Schumann, al corrente di tutte le mie pene, di cui voglia preservarti il Signore! Non aver tuttavia nessuna preoccupazione per il tuo giovane parente che si trova nell'imbarazzo, quantunque egli debba ascendere più d'una maledetta montagna prima di riveder la sua Germania.
Credimi, cara Rosalia, che preferirei tanto tanto ritornare da voi e non a Heidelberg. Le italiane sono belle, ma non più belle delle abitanti di Schneeberg; salutale da parte mia.
La mia prossima lettera sarà datata dalla Germania e indirizzata a Carlo. Abbraccia il tuo piccolo angelo e invia questa lettera a Zwickau, affinchè la mamma non sia inquieta per il suo ultimo nato.
I miei pensieri a tutti e a te dal più profondo del cuore.
A Federico Wieck
Heidelberg, 6 novembre 1829 [16]
Ho messo or ora da parte, mio egregio maestro, il concerto in do minore di Hummel; ho abbassato rapidamente le persiane, ho acceso un sigaro, accostato la mia seggiola al tavolo, affondata la faccia tra le mani, e, in un batter d'occhio, mi son trovato trasportato all'angolo della Reichstrasse [17], con la musica sotto il braccio: andavo a prendere la mia lezione di piano. Ah! perché ho abbandonato la Sua Lipsia, ove s'apriva così maestosamente davanti a me tutto l'Olimpo dell'arte musicale, di cui Lei m'appariva come il sacerdote, quando, con la Sua serena autorità, faceva cadere dagli occhi del Suo discepolo abbagliato i veli che oscuravano la sua vista? Tutto è avvenuto come io prevedevo: in generale, qui c'è un grande amore per la musica, ma poco talento; ogni tanto una critica d'arte degna del buon tempo antico, ma poca genialità attiva.
Lei sa che io sopporto male la teoria assoluta; così ho trascorso la vita in solitudine, abbandonandomi alle fantasticherie e suonando poca musica scritta. Ho cominciato parecchie sinfonie, ma non ho terminato nulla; ho inserito tra il diritto romano e le pandette qualche valzer di Schubert. Il trio, spingendomi al sogno, m'ha richiamato alla memoria le ore divine che ho trascorso presso a Lei; ed è così che credo di non aver fatto nè grandi regressi, nè progressi, il che significherebbe essere rimasto allo stato quo. Sento tuttavia che il mio tocco nel «forte» è divenuto più potente, e nel «piano» più libero e più pieno di slancio; ma devo aver perduto un po' di agilità e di precisione. Senza stimarmi oltre misura, mi rendo conto esattamente con tutta modestia della mia superiorità su tutti i pianisti di Heidelberg... Studio adesso l'ultimo tempo della sonata in fa diesis minore di Hummel, un'opera titanica, realmente grande ed epica, che prospetta uno spirito prodigioso, lottatore, rassegnato. Sarà l'unica opera che suonerò dinanzi a Lei, a Pasqua, e che segnerà la misura delle Sue critiche sui miei progressi...
Da quindici giorni son divenuto più povero di qualche napoleone, ma più ricco di conoscenza, e, nell'intimo del cuore, pieno di elevati e sacri ricordi d'un viaggio in Svizzera e in Italia. Lei non può immaginare, gran Dio, ciò che è la musica italiana, che bisogna udire sotto il cielo del paese che l'ha ispirata. Quante volte ho pensato a Lei, al Teatro alla Scala a Milano, quand'ero entusiasta di Rossini, o ancor più della Pasta [18], al cui nome non aggiungo alcun aggettivo per rispetto e quasi per venerazione. Spesso a Lipsia, in una sala da concerto, io ho rabbrividito d'ammirazione ed ho quasi temuto il Genio della Musica; ma in Italia ho appreso ad amarlo, e c'è una sola sera nella mia vita in cui m'è sembrato che Dio si mostrasse a me, e m'accordasse visibilmente, con dolcezza, la grazia di contemplano per qualche istante. Fu a Milano, allorchè ascoltavo la Pasta e Rossini. Non rida, mio venerato Maestro, perché è la verità. Fu d'altronde la sola volta in cui provai il godimento dell'arte dei suoni nella penisola; del resto la musica in Italia non è quasi degna di venir ascoltata, ché vien strimpellata negligentemente, con una volgarità riunita ad un ardore, che Lei può a mala pena immaginare.
Non le racconterò nessun altro dettaglio di un viaggio che fu per me tanto nuovo e interessante; mi riserbo ciò per altri tempi, in cui potrò chiacchierare e ridere con Lei.
Schubert è sempre il mio «unico Schubert» [19]
Egli ha ciò di comune col mio «unico Jean Paul».
Quando suono Schubert, ho la stessa impressione di quando leggo un romanzo di Jean Paul. Ho eseguito ultimamente il rondò a quattro mani op. 7, che io pongo tra le migliori composizioni di Schubert. Esso mi fa pensare talvolta ad un tranquillo calore di tempesta, tal'altra ad uno di quei prodigiosi furori poetici, crepitanti, lirici. Una malinconia profonda, leggera, eterea volteggia su quell'insieme veramente perfetto e completo. Io vedo Schubert camminare come al solito nella sua stanza; poi, torcendosi le mani con aria disperata, ascoltare ciò che canta in lui, senza tregua:
[esempio musicale]
Siccome non può liberarsi da quest'idea, la riprende di nuovo, rendendo la melodia più forte e più alta; poi, calmato, la ripete ancora alla fine, ove sospira e sembra svanire. Mi ricordo d'aver suonato questo rondò per la prima volta ad una serata dalla signora Probst, dopo di che gli esecutori e gli ascoltatori si guardarono a lungo, senza rendersi conto di ciò che volevano, nè di ciò che Schubert aveva voluto. Lei non m'ha mai, ch'io sappia, parlato di quest'opera: la riguardi, La prego, e me ne dica la Sua opinione. Non c'è, all'infuori delle composizioni di Schubert, nessuna musica che sia così notevolmente psicologica nello svolgimento e collegamento delle idee e nella logica degli apparenti sbalzi. Pochi possiedono come Schubert una particolare individualità che può esprimere una serie così variata di quadri musicali, e pochi come lui hanno composto per sè stessi e per il proprio cuore. Il foglio di carta da musica è per Schubert ciò che per gli altri è il diario in cui scrivono i loro sentimenti fuggevoli; egli gli confida le variazioni del suo muore e, secondo il mio modesto parere, il suo cuore pieno di musica scrive delle note come gli altri scrivono delle parole. È già da anni che io ho cominciato un'estetica dell'arte musicale; essa era già abbastanza progredita, quando mi resi conto che mancavo di un vero discernimento e ancor più d'obiettività, tanto che mi accorsi di aver raccolto qua e là ciò che altri avevano negletto e viceversa. Se Lei sapesse a che punto mi sento internamente oppresso ed angosciato pensando che sarei potuto arrivare all'opera 100 delle mie sinfonie, se le avessi scritte; e come sento di dominare il complesso dell'orchestra, e come mi sentirei la forza di fronteggiare i miei nemici, di dirigerli, di dominarli e di farli indietreggiare. Io sono, per principio, poco superbo, salvo i casi in cui le circostanze mi costringono ad esserlo (fingo d'esser superbo davanti le persone che lo meritano); ma spesso sono talmente riboccante di musica, e soltanto di musica, che mi è assolutamente impossibile metter qualcosa in iscritto; e, in tale stato d'animo arrivo ad essere così prepotente che un giorno, ad un critico d'arte, il quale mi disse che «farei meglio a non scrivere, perché non produco», potei ridere in faccia, dicendogli che non comprendeva nulla!
Ed ora preghiere e null'altro che preghiere! La prima e la più fervida è: «Mi risponda»; e la seconda, ancor più fervida, è: «Al più presto possibile»! Mio Dio! Le Sue lettere son qui per me ciò che mi erano a Lipsia i concerti, di cui son ora privo. Lei ha avuto a Lipsia Paganini ) [20] l'ha udito quattro volte! No! Questo «quattro volte» sarebbe capace di portarmi alla disperazione!
Mi scriva qualche cosa della Sua vita e di ciò che ha fatto durante quest'ultimo semestre, sui Suoi allievi attuali, sulla Sua Clara e i Suoi due altri bimbi dai grandi occhi musicalmente espressivi. Potrebbe mandarmi, per una quindicina di giorni, la Gazzetta Musicale tedesca da aprile a settembre? Qui non la legge nessuno, e forse Lei non ne ha più bisogno...
Alla madre
Heidelberg, 24 febbraio 1830
Thibaut è un uomo splendido, divino, presso il quale io trascorro le ore più ricche di godimento. Quand'egli fa eseguire a casa sua un Oratorio di Händel (egli riunisce ogni giovedì circa settanta cantori), l'accompagna al pianoforte con entusiasmo; alla fine due grosse lacrime sgorgano dai suoi grandi, begli occhi, al di sopra dei quali c'è una capigliatura argentea, e, nella serenità dell'estasi, mi viene vicino e mi stringe la mano, senza che una parola possa uscire dalla sua bocca pura e troppo commossa. Io mi chiedo spesso come mai io, povero straccione, sia giunto all'onore d'esser ricevuto in quella sacra casa. Tu non puoi avere che una pallida idea del suo acume, la sua comprensione, le sue espressioni, il suo gusto così puro, la sua affabilità, la sua eloquenza prodigiosa, la sua avvedutezza in tutto... Tu vedi da tutto ciò, cara madre, che il mio soggiorno a Heidelberg è piacevole, nobile, calmo e variato, e credimi che, prolungandolo, potrei soltanto portare questi aggettivi al grado superlativo. Ciò ti spiegherà la vera causa del mio lungo e timoroso silenzio. La lettera di Giulio vi contribuì pure; egli m'ha scritto:«In nessun caso non verrai qui a Pasqua, devi rimanere a Heidelberg almeno sino a S. Michele, perché altrimenti non valeva la pena di fare un viaggio così lungo per seguire i corsi soltanto per alcuni mesi. Rifletti bene prima di deciderti ad abbandonare Heidelberg, chè, se te ne vai, non vi tornerai tanto presto. In ogni caso, per il tuo ramo di studi, puoi imparare molto di più ed in modo più piacevole a Heidelberg che non a Lipsia, che è così povera di giureconsulti!» Così mi scrive il buon Giulio, al quale io stringo fraternamente la mano per la sua affettuosissima lettera, come pure ad Emilia per le sue deliziose frasi francesi. Dunque, brevemente e senza molte parole, ti rivolgerò una domanda, fondata su ragioni ben ponderate: «Ti dispiacerebbe se io prolungassi da un anno ad un anno e mezzo la nostra separazione?» Prima di tutto ti chiedo di rispondermi al più presto possibile, poiché già da quattro settimane calcolo in silenzio sul tuo acconsentimento alla mia preghiera, e se dovessi partire da qui, mi rimarrebbe poco tempo e molto da fare, da preparare e da pagare. La sola cosa che s'opporrebbe ad un mio più lungo soggiorno a Heidelberg sarebbe l'eterna, odiosa questione finanziaria, perché ciò raddoppierebbe la somma già spesa. E tuttavia io mi chiedo: «Mentre sono nel fiore della giovinezza e non del tutto povero, posso sperare di trascorrer qui nobili momenti e godimenti squisiti, ho per amici degli uomini perfetti e capaci, devo forse rinunciare per duecento formi alla mia situazione presente e a così felici speranze?».
Ti espongo seriamente la questione, che è seria già da per sè: dimmi, cara mamma, il tuo parere, senza temere alcuna opposizione da parte mia. Per quanto il mio desiderio di rivedervi presto sia grande, io non so tuttavia se una più lunga separazione non esalti e non trasfiguri i miei più teneri sentimenti. Il vero amore risiede meno nella sua forma concreta che nello spirito e nel pensiero. Se volete apprendere ad amare bene una persona, mandatela per dieci anni all'estero, e il cuore proverà un sentimento più puro e più illuminato.
Dunque, buona mamma, scrivimi o fammi scrivere, dammi il tuo caro consenso, e l'anello nuziale che mi unisce a Heidelberg non sarà questa volta un anello da lutto. Tu mi dici gentilmente che io rinchiudo in me un capitale che mi darà delle rendite; io l'ho già pensato spesso: nessuna delle parole o delle esortazioni che tu mi rivolgi - raramente e in modo così tenero! - passa senza lasciare un'eco nel mio cuore. Perciò, fidati di me.
Vivo con Rosen intimamente come con un fratello. T'ho già descritto il suo carattere: è uno degli studenti più amati e più conosciuti di tutta Heidelberg. Oltre a lui, ho trovato un altro che mi conosce a fondo e apprezza il mio essere morale. È un italiano di nome Weber, nato a Trieste, ove suo padre è generale del governo monarchico austriaco. Noi ci comprendiamo perfettamente su Petrarca e l'Ariosto... senza contare che egli canta come un dio, e che nobilmente apre il suo cuore al mondo intero. È un italiano divenuto calmo, chiaro e splendente come un mare profondo, leggermente agitato; inoltre, è l'essere meno egoista che io abbia mai incontrato, e il primo in cui abbia notato una ripartizione tanto equamente armoniosa di tutte le forze dello spirito: sembra sempre ch'egli ami col cervello e pensi col cuore. È talmente modesto, che se io gli leggessi questo elogio, non m'amerebbe certo di più...
Arriviamo a qualcosa di più penoso: alla mia borsa! Essa è in condizioni pietose [21], ed io ho persino debiti. Vorrei poterti mostrare nell'originale i conti del sarto e del calzolaio. il sarto ha già ricevuto da me, da Pasqua in poi, 90 fiorini, e gliene devo ancora 55. Il mantello costa 85 fiorini e due paia di calzoni neri 36 fiorini. Inoltre ho dovuto far rivoltare il vestito blu e la giubba nera; ho avuto bisogno di pantaloni da viaggio e di panciotti, e non parlo poi delle spese per le altre riparazioni. Dal calzolaio la mia situazione non è migliore: un paio d scarpe da montagna si sperde tra parecchie paia di stivali; un paio di scarpe comuni tra parecchie tomaie e risolature. È una disperazione. Inoltre mangio, bevo, suono il piano, fumo, vado -quantunque raramente - a Mannheim, seguo i corsi, ho bisogno di libri e di spartiti; tutto ciò costa molto, molto denaro. I maledetti balli mascherati in famiglia, le mance, l'abbonamento al Museo e i sigari - oh, quei sigari! - l'accordatore di piano, la lavandaia, il lustrascarpe, la luce, il sapone, i buoni amici che a volte chiedono un misero bicchiere di birra, il custode del Museo che mi porta i giornali; no, ci sarebbe da cadere nella disperazione, se non vi fossi di già piombato! Da quattro settimane non ho un centesimo in tasca. I segni misteriosi, le sollecitazioni con lo sguardo per la strada non mi mancano quantunque sinora solo uno tra i miei creditori m'abbia direttamente, per quanto cortesemente, fatto un reclamo (gli studenti dicono: intimazione, ciò che è significativo). Io non vorrei raccontarti tutto ciò, ma desidero esser franco con te, non so tacerti nulla; ti direi anche il nome della donna amata, se essa esistesse! Comprendimi dunque, e non amarmi perciò di meno, mia cara madre.
Mi fanno la miniatura; se essa riesce, te la manderò. Il bel mantello cremisi che m'è costato 85 fiorini v'è raffigurato. Di tanto in tanto, una poesia vede la luce; se ciò ti fa piacere, te la invierò. Come stai, mia cara madre? La primavera rende gai, lo sei tu? Scrivimi presto, presto, presto. Come sta la deliziosa Emilia? E i bimbi di Rosalia ? Abbracciali tutti teneramente. Suona la mezzanotte e tre quarti; non ho sonno, perché a Heidelberg ho l'abitudine dandare a letto non prima dell'una: ma camminerò in lungo e in largo per la mia stanza. Il mondo riposa, il Neckar mormora dolcemente e la mia lampada non spande più che un debole chiarore. Fa bei sogni pensando a me. Buona notte.
[ABRAHAM] Robert Alexander Schumann nacque a Zwickau, in Sassonia, 1'8 giugno 1810. Era il quinto e ultimo figlio di August Schumann (nato nel 1773, figlio di un ecclesiastico sassone), libraio, editore e scrittore, e di Johanna Christiane Schnabel (nata nel 1771, figlia di un chirurgo). I genitori si erano sposati nel 1795 ed erano vissuti per più di undici anni a Zeitz; nella primavera del 1807 si trasferirono a Zwickau, dove August Schumann fondò una casa editrice. L'anno in cui nacque Robert, il padre fu colpito da un "disturbo nervoso", da cui fu affetto per il resto della vita. L'educazione del fanciullo ebbe inizio nel 1816, anno in cui fu iscritto a una scuola privata locale, dove non dette prova di doti particolari; più o meno nello stesso periodo, sembra abbia ricevuto le prime lezioni di pianoforte da J. G. Kuntzsch (1755-1855), organista della chiesa di Santa Maria e musicista alquanto pedante e di limitate capacità. Nell'agosto 1819, a Karlsbad, sentì suonare Moscheles e l'impressione che ne riportò fu indelebile; lo stile pianistico di Moscheles è ancora facilmente riconoscibile nelle prime composizioni schumanniane pubblicate. Nello stesso anno, o forse in quello precedente, il fanciullo fu condotto per la prima volta a uno spettacolo d'opera a Lipsia: assistette a Il flauto magico. Nella chiesa di Santa Maria, il 6 novembre 1821, prese parte, al pianoforte, all'esecuzione, diretta da Kuntzsch, dell'oratorio Weltgericht di Friedrich Schneider e, influenzato probabilmente da questo lavoro, che era allora molto popolare, nel gennaio 1822 musicò il Salmo CL per soprano, contralto, pianoforte e orchestra, con l'indicazione «Oeuv. I». Il pezzo (26 pagine di partitura su tredici righi, in carta comune da lui stesso rigata) fu eseguito da un gruppo di suoi compagni di scuola e da altri giovani amici. Per loro compose anche, nello stesso anno, un'Ouverture et Chor fürs grosse Orchester, Oeuv. 1/No. 3 - un'ouverture di nove pagine seguita da un breve coro su un testo che iniziava con le parole «Wie reizend ist der schöne Morgen» - che gli fu forse ispirata da una riduzione per canto e pianoforte dell'Achille di Paër che gli era capitata tra le mani. Intorno alla Pasqua del 1820 era entrato al liceo di Zwickau, dove studiò per otto anni; l'elenco delle sue esibizioni pubbliche ai "trattenimenti serali" organizzati di tanto in tanto dalla direzione del liceo è prova delle sue notevoli doti di pianista.
Negli stessi anni il ragazzo mostrava uguali, se non maggiori, doti letterarie. Parallelamente alla regolare istruzione scolastica, ampliava le proprie conoscenze con eterogenee letture nel negozio e nella biblioteca paterni. Era in ciò incoraggiato dal padre che gli permise, all'età di tredici anni, di contribuire con alcuni brevi scritti a una delle sue pubblicazioni, la Bildergalerie der berühmtesten Menschen aller Völker und Zeiten. Circa nello stesso periodo il ragazzo compilò un'antologia di versi d'album, poesie (in parte proprie, compresa una scena da una tragedia in cinque atti, Der Geist) e passi dalle Ideen zu einer Asthetik der Tonkunst di Schubart, intitolata «Blätter und Blümchen aus der goldenen Aue. Gesammelt und zusammengebunden von Robert Schumann, genannt Skülander. 1823 (November und Dezember)». Nel 1825 iniziò un secondo volume, continuando a lavorarvi fino al 1828: Allerley aus der Feder Roberts an der Mulde - Zwickau è situata sui fiume Mulde -
è costituito soprattutto da versi suoi, che riflettono la pratica scolastica della versione metrica in lingua tedesca di poesie latine (Schumann raccolse in un volume, che ci è pervenuto, le proprie traduzioni di una scelta di odi di Orazio).
La passione per le "società" si palesò per la prima volta nel 1825, quando Schumann ebbe parte preminente nella fondazione di due associazioni studentesche: una 'Schülerverbindung' segreta (fondata il 19 maggio), che si occupava di scherma, ma, pare, non di politica; e un 'Schülerverein' letterario che ebbe la sua prima riunione il 12 dicembre e che si dedicava allo studio della letteratura tedesca. Al periodo dello 'Schülerverein' risalgono probabilmente i primi abbozzi di alcuni tentativi teatrali successivi: un Coriolan; una commedia, Leonhard und Mantellier; Die beiden Montalti e Die Brüder Lanzendörfer, definiti "drammi dell'orrore".
Schumann padre pensò a questo punto di mandarlo a studiare composizione con Weber, ma la morte del maestro mise fine al progetto e il 10 agosto 1826, un mese circa dopo Weber, morì anche August Schumann. La diciannovenne Emilie, l'unica sorella di Robert, invalida fisicamente e psichicamente, era morta poco tempo prima. Innamoramenti giovanili per due fanciulle di cui conosciamo i nomi, Nanni Petsch e Liddy Hempel, fornirono a Schumann ulteriori esperienze emotive che, caratteristicamente, furono elaborate in un racconto autobiografico, Juniusabende und Julitage, che egli descrisse, due anni dopo, come «il mio primo lavoro, il più sincero e il più bello; quanto piansi mentre lo scrivevo e, tuttavia, com'ero felice». Nanni e Liddy furono presto, ma non del tutto, sostituite nel suo cuore da Agnes Carus, la giovane moglie di un medico di Colditz, intelligente e ricca di sensibilità musicale. Alla fine del luglio 1827, dopo aver fatto visita ai Carus a Colditz, Schumann proseguì il viaggio facendo tappa a Lipsia, dove i più intimi tra gli amici di scuola frequentavano allora l'università; sostò poi a Dresda, Praga e Teplièe, dove ebbe un nuovo incontro con Liddy Hempel, con la quale ruppe la relazione. Nelle lettere di questo periodo di vacanza Schumann parla spesso di abbondanti libagioni di champagne, abitudine da cui riuscì a liberarsi solo anni dopo. Un'altra abitudine che si instaurò nel 1827 fu quella di tenere un diario, una sorta di registrazione giornaliera degli avvenimenti; il primo diario fu intitolato Tage des Jünglinglebens. All'estate del 1827 risalgono anche l'entusiasmo letterario per Jean Paul, che ebbe, sulla sua prosa già fiorita, un effetto travolgente, e l'entusiasmo musicale per Schubert. Le sue annotazioni registrano: «improvvisazione giornaliera sullo strumento. Tetativi compositivi senza strumento. [...] Inizi di un concerto per pianoforte in Si minore». Ci sono pervenuti quattro Lieder datati 1827: Verwandlung (su testo di E. Schulze), Lied für xxx (sulla propria poesia Leicht wie gaukelnde Sylphiden), Sehnsucht (pure su testo proprio), composti in febbraio e riveduti in giugno, e un Lied sulla traduzione di I saw thee weep di Byron, musicato in luglio. I Lieder furono senza dubbio composti per Agnes Carus, che era una cantante.
Il 15 marzo 1828 Schumann superò l'esame di fine corso, guadagnandosi il massimo della lode. In osservanza ai desideri della madre, ii 29 marzo si iscrisse controvoglia alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Lipsia. Alcune annotazioni autobiografiche di un periodo successivo registrano: «Pasqua 1828. Estasi notturne. Di giorno, improvviso continuamente. Anche fantasie letterarie alla maniera di Jean Paul. Particolare entusiasmo per Schubert, Beethoven pure, Bach meno. Lettera a Franz Schubert (non spedita)».
Prima di stabilirsi a Lipsia, Schumann organizzò, negli ultimi giorni di aprile, una spedizione a Bayreuth, Norimberga, Augusta e Monaco di Baviera, in compagnia di Gisbert Rosen, una nuova conoscenza che aveva fatta a Lipsia; a Monaco, l'8 maggio, i due si presentarono a Heine e poi si salutarono: Rosen per recarsi a studiare a Heidelberg, Schumann per ritornare, passando per Zwickau, a Lipsia, dove avrebbe diviso l'alloggio con il vecchio amico di scuola Emil Flechsig. Il 15 maggio era a Lipsia; i Carus già vi abitavano e, in casa loro, egli ebbe l'occasione di incontrare diversi musicisti, tra cui Marschner, e di prendere parte a esecuzioni di musica da camera; la sua cerchia di amicizie si limitava peraltro a FlechSig e a pochi altri studenti. Malgrado le promesse fatte alla madre e al tutore di impegnarsi negli studi giuridici, stando a Flechsig Schumann non frequentò una sola lezione, dedicandosi invece ogni giorno per ore a imitare Jean Paul e a improvvisare al pianoforte. Di tanto in tanto, era già ossessionato dal timore di una malattia mentale. La produzione letteraria di questo periodo, registrata in un nuovo diario, «Hottentottiana» (maggio 1828-giugno 1830), comprende appunti per un romanzo, Selene, in cui l'io idealizzato del narratore è raffigurato nel personaggio di Gustav; include poi frammenti di racconti più brevi, Die Harmonika e Weltteil e l'inizio di un libro sull'estetica musicale. L'ammirazione per l'Erlkönig di Schubert lo indusse a comporre a sua volta, in giugno, una ballata goethiana, Der Fischer; tra il 29 giugno e il 10 luglio musicò tre poesie di Justinus Kerner che, insieme forse a qualche Lied composto in precedenza, furono sottoposte al giudizio di Gottlob Wiedebein (1779-1854) che, come compositore di Lieder, godeva di una certa fama.
In una seconda lettera a Wiedebein del 5 agosto Schumann confessò di non essere «né un profondo conoscitore dell'armonia e del basso continuo, né un contrappuntista, ma puramente e semplicemente guidato dall'istinto naturale»; si sarebbe dedicato ora, continuava, al vero e proprio studio della composizione. In questo periodo, tuttavia, compose altri quattro Lieder e di ben tre di essi An Anna II, Im Herbste e Hirtenknabe gli fu successivamente possibile utilizzare il materiale musicale, con piccoli cambiamenti, in composizioni mature e cioè le Sonate per pianoforte op. 11 e op. 22 e l'Intermezzo op. 4 n. 4. In agosto iniziò un corso di studi pianistici con il famoso insegnante Friedrich Wieck e fece quindi la conoscenza di sua figlia Clara, che aveva allora nove anni. Una delle opere che furono oggetto di studio era il Concerto in La minore di Hummel
e allo stesso Hummel Schumann raccontò in seguito di avervi lavorato per un intero anno. Tra agosto e settembre compose una serie di VIII Polonaises pour le piano à quatre mains a imitazione delle polacche per pianoforte a quattro mani di Schubert; esse ebbero in origine il numero d'opus 3, mentre il numero 2 fu assegnato a una raccolta di undici Lieder. Tra le altre composizioni dell'autunno-inverno 1828 si collocano una serie di variazioni per pianoforte a quattro mani su un tema del principe Luigi Ferdinando di Prussia, del quale Schumann ammirava la musica da camera, e, tra gennaio e marzo 1829, un Quartetto con pianoforte in Do minore op. 5 di ispirazione schubertiana che nel gennaio 1830 Schumann cominciò a «risistemare in forma di una sinfonia». In novembre, quando gli giunse notizia della morte di Schubert, secondo la testimonianza di Flechsig, pianse per tutta la notte.
Schumann desiderava molto riunirsi all'amico Gisbert Rosen. Altro elemento di fascino dell'Università di Heidelberg era Justus Thibaut, uno dei professori della facoltà di giurisprudenza, che qualche anno prima aveva pubblicato un libro sull'estetica musicale (Über die Reinheit der Tonkunst, Heidelberg 1825).
Schumann persuase la madre e il tutore a permettergli di trasferirsi in quest'altra università; lasciò Lipsia l'il maggio 1829 e, dopo un giro in Renania che lo lasciò temporaneamente senza un soldo, raggiunse Heidelberg dieci giorni dopo. A Heidelberg si diede alla bella vita e, grazie all'influsso della vivace personalità di Thibaut, seguì anche, almeno per breve tempo, le lezioni presso l'università. Come musicista, Thibaut era più entusiasta che capace, ma aveva costituito un'associazione musicale di studenti e amici e nell'ambiente privato della sua sala da musica Schumann conobbe molta musica corale, prevalentemente, ma non solo, italiana, da Palestrina e Victoria a Handel e Bach. Il trimestre estivo terminò il 20 agosto e Schumann trascorse le vacanze da solo, girando la Svizzera e il nord dell'Italia e spingendosi fino a Venezia; a Milano sentì cantare alla Scala la Pasta nella Gazza ladra di Rossini e per la prima volta apprezzò fino in fondo la musica italiana. Fece ritorno a Heidelberg il 20 ottobre, passando per Augusta e Stoccarda. Sebbene assicurasse il contrario alla madre, nel corso del trimestre autunnale trascurò completamente gli studi giuridici e sembra che Thibaut fosse scaduto nella sua stima anche dal punto di vista musicale, a causa delle idee rigidamente conservatrici e dogmatiche. In una lettera del 6 novembre comunicò a Wieck che si era accinto allo studio dell'ultimo movimento della Sonata in Fa diesis minore di Hummel, «un'opera veramente grande, un epico titano», e gli chiese di fargli avere «tutti i valzer di Schubert - solo quelli a due mani (credo ce ne siano 10-12 raccolte) - il Concerto in Si minore di Hummel» e «qualunque pezzo nuovo di Herz e Czerny».
Giustificò quest'ultima richiesta col fatto che era spesso invitato a suonare in casa di amici, ma un'annotazione successiva del suo taccuino farebbe supporre che abbia ceduto per qualche tempo al «frivolo virtuosismo» di quegli autori, eclissato, di lì a qualche tempo, da quello di Paganini; al 1832, quando il suo entusiasmo per Paganini era al culmine, risale un'incompiuta Phantasie satyrique (nach Henri Herz). Nella stessa lettera a Wieck, Schumann affermava di aver cominciato a comporre un certo numero di sinfonie, delle quali nessuna fu portata a termine; ma si comprende dal contesto che non aveva fatto molto più che improvvisare fantasticherie sinfoniche al pianoforte.
All'epoca era più interessato all'esecuzione pianistica che alla composizione; si esercitava a volte per sette ore al giorno e, nel febbraio 1830, fece un'apparizione in pubblico - l'unica a Heidelberg - eseguendo uno dei suoi cavalli di battaglia, le variazioni di Moscheles su La marche d'Alexandre, ottenendo un brillante successo che gli fruttò inviti a esibirsi a Mannheim e a Magonza, che peraltro non accolse. In quello stesso inverno condusse anche un'intensa vita sociale, partecipando a un gran numero di balli e feste mascherate.