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Culture
Tutti i premiati di Cannes #70
Si chiude l'edizione numero 70 di questo festival di Cannes. 'The Square' di Ruben Ostlund, vince la Palma d'oro.
Va a Nicole Kidman il premio speciale.
Il premio per la...
Si chiude l'edizione numero 70 di questo festival di Cannes. 'The Square' di Ruben Ostlund, vince la Palma d'oro.
Va a Nicole Kidman il premio speciale.
Il premio per la migliore regia va a Sofia Coppola per il film 'L'inganno'.
Il Grand Prix va a '120 battements par minute' di Robin Campillo.
Il premio per il migliore attore va a Joaquin Phoenix per il film 'You were never really here' di Lynne Ramsay.
Il premio per la migliore attrice va a Diane Kruger per il film 'In The Fade' di Fatih Akin.
Il premio della Giuria va al film 'Loveless' del regista russo Andrej Zvyagintsev.
Il premio per la migliore sceneggiatura va ex aequo a Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per 'The Killing of a Sacred Deer' e a Lynne Ramsay per 'You were never really here'.
La Palma d'oro per il miglior cortometraggio va a 'Xiao Cheng Er Yue' (A Gentle Night) del cinese Qiu Yang.
Il premio Camera d'or va al film 'Jeune Femme' di Leonor Serraille, sezione Un Certain Regard.
(Ansa)
Tutto il peggio del tabacco nei dati dell'Oms
'Il tabacco è una minaccia per lo sviluppo’. È questo lo slogan scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la giornata mondiale del 31 maggio contro il...
'Il tabacco è una minaccia per lo sviluppo’. È questo lo slogan scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la giornata mondiale del 31 maggio contro il tabacco, che ricorda che oltre a salvare vite e ridurre le disuguaglianze, un controllo del settore offre benefici anche per l’ambiente.
La maggior parte del peso, ricorda l’Oms, ricade sui Paesi a basso e medio reddito, dove si registra l’80% delle morti premature dovute alle sigarette, che sono sette milioni per il fumo attivo, a cui si aggiungono 890 mila persone che perdono la vita per quello passivo. La coltivazione del tabacco richiede grandi quantità di pesticidi e fertilizzanti e usa nel mondo 4,3 milioni di ettari di terra, contribuendo per il 2-4% alla deforestazione. "L’industria del tabacco – spiega l’organizzazione – produce inoltre oltre due milioni di tonnellate di rifiuti solidi".
Fra le armi a disposizione per combattere il fenomeno, ricorda l’Oms, ci sono i ’pacchetti generici’, privi di marchi, il bando alla pubblicità delle sigarette sotto qualsiasi forma, l’offerta attiva di counseling e assistenza per smettere di fumare, che raddoppiano le chance di successo, ma soprattutto l’aumento delle tasse. "Le tasse sul tabacco sono il rimedio più efficace per ridurre l’uso" – scrivono gli esperti -. Una tassa che aumenta il prezzo delle sigarette del 10% porta a una diminuzione del consumo del 4% nei Paesi ad alto reddito e del 5% in quelli con reddito medio-basso".
Cannes, il palmares do Un Certain Regard
Un verdetto "felicemente isterico" per varietà e impegno, l'ha definito la presidente della giuria Uma Thurman, quello della sezione Un Certain Regard a Cannes.
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Un verdetto "felicemente isterico" per varietà e impegno, l'ha definito la presidente della giuria Uma Thurman, quello della sezione Un Certain Regard a Cannes.
Miglior film è Lerd dell'iraniano Mohammad Rasulof, mentre il miglior regista è l'esordiente Taylor Sheridan, a Cannes con Wind River dedicato al popolo dei nativi-americani vittima da sempre dell'ingiustizia dei bianchi. Miglior interprete Jasmine Trinca per Fortunata di Sergio Castellitto, mentre il premio della Giuria è andato al messicano Michel Franco per Le figlie d'aprile.Infine, un inedito premio per "La poesia e la creatività" a Mathieu Amalric autore del francese Barbara.
È morto l'attore Toni Bertorelli
Tra gli ultimi ruoli quello del cardinale Caltanissetta nella serie tv andata in onda su Sky Atlantic 'The Young Pope' del premio Oscar Paolo Sorrentino. È morto Toni Bertorelli. L'...
Tra gli ultimi ruoli quello del cardinale Caltanissetta nella serie tv andata in onda su Sky Atlantic 'The Young Pope' del premio Oscar Paolo Sorrentino. È morto Toni Bertorelli. L'attore aveva 67 anni. Era stato ricoverato all'inizio di maggio. Bertorelli era originario di Barge, nel cuneese, dove era nato il 18 marzo del 1948. Aveva lavorato con registi del calibro di Marco Bellocchio e Nanni Moretti. Fra i suoi lavori si ricordano Il partigiano Johnny (2000), Luce dei miei occhi (2001) e La stanza del figlio (2001), La passione di Cristo con la regia di Mel Gibson (2004) (2003), Romanzo criminale (2005), Il Caimano (2006). Il regista Marco Bellocchio lo ha diretto ne Il principe di Homburg (1997) e L'ora di religione (2002) e in sangue del mio sangue, Cristina Comencini in Latin Lover (2014).
Laura Biagiotti non ce l'ha fatta
È morta Laura Biagiotti. La stilista, che avrebbe compiuto 74 anni ad agosto, era ricoverata da mercoledì sera all'ospedale Sant'Andrea di Roma dopo essere stata colpita da un arresto...
È morta Laura Biagiotti. La stilista, che avrebbe compiuto 74 anni ad agosto, era ricoverata da mercoledì sera all'ospedale Sant'Andrea di Roma dopo essere stata colpita da un arresto cardiaco. La conferma in un tweet sul suo profilo ufficiale, un brano del Vangelo di San Giovanni scelto dalla figlia Lavinia: 'Nella casa del padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lo avrei detto. Io vado a preparavi un posto'.
Amazon apre una libreria a New York
Amazon sbarca a New York e sceglie il Time Warner Center, a due passi da Central Park, per la sua prima libreria newyorkese. Una scelta non causale che la colloca nel ’cuore’ dell’...
Amazon sbarca a New York e sceglie il Time Warner Center, a due passi da Central Park, per la sua prima libreria newyorkese. Una scelta non causale che la colloca nel ’cuore’ dell’industria editoriale e lontano dalle poche e famose librerie, come The Strand a Union Square, sopravvissute al ciclone degli ebook e della stessa Amazon.
Amazon Books, al terzo piano del Time Warner Center, è a distanza ravvicinata dalla Penguin Random House, da Simon & Schuster e da Hachette. Una vicinanza che sembra raffigurare due diverse ere dell’industria dei libri: da una parte la tradizione con i tre colossi editoriali, e dall’altra l’innovazione.
E la libreria di Amazon è proprio questo: i ’Bestseller’ vanno in soffitta e lasciano il posto ai libri che hanno ricevuto rating elevati dai lettori, ovvero un punteggio superiore a 4,8 su Amazon.com. La libreria di Jeff Bezos si basa proprio sui 20 anni di dati raccolti su Amazon.com nell’organizzare i libri in vendita, offrendo ai clienti un’esperienza tutta nuova.
I libri sono tutti senza prezzo: per conoscerlo si può usare l’app Amazon sul proprio cellulare o andare a uno degli scanner elettronici presenti nel negozio. Il pagamento è rigorosamente senza contanti. Nella libreria poche sedie e sgabelli, ma ampio spazio ai prodotti per la casa, da Kindle a Echo.
Nei programmi di Amazon c’è l’apertura di una seconda libreria a New York in estate, vicino all’Empire State Building. Non si tratta dei primi esperimenti di Bezos con i negozi ’tradizionali’: altri sono infatti allo studio in casa Amazon per gli alimentari in modo da consentire al colosso anche di sostituirsi del tutto ai supermercati.
E così mentre a New York apre alla libreria, a Seattle aprono due ’chioschi’ per ritirare gli alimentari acquistati online, in quello che è l’ennesimo tentativo di Amaozn di aggredire il mercato da 800 miliardi di dollari degli alimentari. Iniziano intanto a tremare anche le farmacie: Amazon ha chiesto negli Stati Uniti la licenza per vendere anche prodotti farmaceutici.
Amazon continua così a crescere dopo 20 anni, cercando di conquistare nuovi mercati. Venti anni durante i quali ha rivoluzionato le modalità dello shopping, mandando in pensione quello fisico, e si è affermata come quarta azienda per capitalizzazione di mercato nello S&P 500, con un valore che è il doppio di quello di Wal-Mart.
Lugano: Gran Premio svizzero di teatro a Ursina Lardi
Il Gran Premio svizzero di teatro / Anello Hans-Reinhart è stato attribuito oggi all’attrice grigionese Ursina Lardi. La giuria ha voluto premiarla "per le sue...
Il Gran Premio svizzero di teatro / Anello Hans-Reinhart è stato attribuito oggi all’attrice grigionese Ursina Lardi. La giuria ha voluto premiarla "per le sue eccezionali doti recitative e la radicalità della sua arte".
La cerimonia si è svolta in occasione dell’apertura della quarta edizione dell’Incontro del Teatro Svizzero presso il LAC a Lugano. Onoriamo un’attrice estremamente versatile, ha affermato il ministro della cultura Alain Berset durante la cerimonia di premiazione, sottolineando la sua capacità di tessere legami fra facilità e passione, fra leggerezza e radicalità.
Nata a Samedan nel 1970, Ursina Lardi è cresciuta a Poschiavo e vive a Berlino, indica una nota del Dipartimento federale dell’interno (DFI). È tra le attrici più versatili e apprezzate dell’area germanofona. Ha lavorato in teatri di Düsseldorf, Francoforte, Hannover, Amburgo e Berlino e con registi del calibro di Romeo Castellucci, Einar Schleef, Thorsten Lensing, Katie Mitchell e Milo Rau. Dal 2012 fa parte della compagnia stabile della Schaubühne di Berlino, sotto la direzione artistica di Thomas Ostermeier.
Tra i suoi ruoli cinematografici più noti, quello di una donna incinta di nome Lena in "Traumland" di Petra Volpe (2013), per il quale ha ricevuto il Premio del cinema svizzero nella categoria di migliore interprete femminile, e della baronessa Marie Louise in "Il nastro bianco" di Michael Haneke (2009). Il riconoscimento è dotato di 100’000 franchi e porta avanti la tradizione dell’Anello Hans Reinhart, premio istituito dalla Società Svizzera di Studi Teatrali (SSST) nel 1957 e assegnato fino al 2013.
Altri premi teatrali, già annunciati, sono stati attribuiti a Margrit Gysin, all’attrice e regista Marielle Pinsard, all’autrice e regista Valérie Poirier, che ricevono un premio di 30 000 franchi ciascuna, mentre un premio di 500’000 franchi è andato a Dominik Flaschka & Roman Riklin per il loro teatro musicale e al duo ticinese TricksterP.
Riciclo poetico del reale urbano – I Nouveaux réalistes in mostra al Museo di Ascona
«Non sono io ad aver scelto il Nouveau réalisme. È stato il Nouveau réalisme a scegliere me. Casualmente, ho conosciuto...
«Non sono io ad aver scelto il Nouveau réalisme. È stato il Nouveau réalisme a scegliere me. Casualmente, ho conosciuto i suoi artisti e casualmente ho fatto gli affari con loro», così Reto a Marca, che ama definirsi mercante d’arte.
Il caso lo ha portato a entrare in contatto e sviluppare legami di amicizia con alcuni esponenti del Nouveau réalisme, movimento cui è dedicata la mostra al Museo comunale d’arte moderna di Ascona (dal 25 maggio al 3 settembre 2017), curata dalla direttrice dell’istituto Mara Folini e dallo stesso Reto a Marca. L’inaugurazione è prevista per oggi, 24 maggio, alle 18.
L’allestimento è stato definito come una finestra aperta sul Nouveau réalisme (quello classico, 1960-1970), attraverso il lavoro appassionato e decennale di Reto a Marca, cui la mostra desidera anche rendere omaggio. Una storia di passione, lavoro e amicizia nata negli anni Sessanta e raccontata anche dalle fotografie in esposizione di Jean Ferrero e Stefania Beretta.
Ottanta opere per esprimere l’esistenza moderna
“La pittura astratta rende l’arte di nuovo fine a se stessa: l’arte per l’arte. Ma l’arte non è che un mezzo, il cui rigore d’igiene è vitale. Ecco la posizione fondamentale dei Nouveaux réalistes”. Con queste parole Pierre Restany (critico francese d’arte), esplicita chiaramente l’obiettivo degli artisti del movimento. che egli ha contribuito a fondare negli anni 60.
La mostra asconese (che ha impegnato gli organizzatori dalla scorsa estate) vuole essere stuzzicare la riflessione sul movimento – la sua attualità – e i suoi protagonisti, che a loro tempo sconvolsero il mondo dell’arte attraverso soggetti e molteplici derive stilistiche, nell’intenzione di proporre la realtà colta nelle sue stesse materie. E la riflessione è sostenuta dalle ottanta opere che abitano le sale del museo, alcune, anzi buona parte, importanti pezzi unici.
L’allestimento “pulito”, evitando l’accostamento di troppe opere, permette al visitatore di immergersi nella riflessione, rintracciando anche il dialogo – fortemente ricercato dai curatori – fra i pezzi esposti.
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Infertilità maschile: arriva il 'radar' per gli spermatozoi
Per combattere l’infertilità maschile arriva il ’radar’ per gli spermatozoi, un nuovo strumento capace di esaminarli in maniera non invasiva, per...
Per combattere l’infertilità maschile arriva il ’radar’ per gli spermatozoi, un nuovo strumento capace di esaminarli in maniera non invasiva, per tracciarne l’identikit molecolare, distinguendo quelli ’buoni’ da quelli ’cattivi’.
Presentato sulla rivista Molecular Human Reproduction dai ricercatori dell’università britannica di Sheffield, lo strumento potrebbe essere impiegato per diagnosticare le cause della sterilità maschile e per selezionare gli spermatozoi migliori in vista della fecondazione in provetta. "Avere una tecnica capace di esaminare la struttura molecolare degli spermatozoi senza danneggiarli è molto interessante – afferma Allan Pacey, esperto di fertilità all’ateneo di Sheffield – perché la maggior parte delle tecniche che oggi abbiamo a disposizione per analizzare le molecole presenti negli spermatozoi finiscono per distruggerli, usando coloranti o rompendo la loro membrana cellulare per guardare all’interno".
Questo problema è stato superato grazie alla spettroscopia con tecnica di risonanza magnetica, che finora era stata usata solo per esaminare cellule e tessuti colpiti da altre malattie, come i tumori. I ricercatori britannici, invece, l’hanno applicata per la prima volta a spermatozoi umani viventi, opportunamente separati dal liquido seminale per mezzo di una centrifuga.
Grazie a potenti magneti, il ’radar’ colpisce le cellule sessuali maschili con innocui impulsi a bassa energia e ne ’ascolta’ l’eco di ritorno per ricostruire le molecole presenti al loro interno. "Poter distinguere la composizione molecolare è molto importante – commenta il ricercatore Steven Reynolds – perché offre l’opportunità di sviluppare un nuovo marcatore per la diagnosi. In futuro potrebbe permetterci anche di sviluppare specifiche terapie per aiutare gli uomini con spermatozoi problematici". (Ats)
'Suffer little children', ieri e oggi
"Oh Manchester, so much to answer for" (The Smiths)
'Suffer little children': 33 anni fa gli Smiths – rock band fondata a Manchester nel 1982 – pubblicarono questa...
"Oh Manchester, so much to answer for" (The Smiths)
'Suffer little children': 33 anni fa gli Smiths – rock band fondata a Manchester nel 1982 – pubblicarono questa struggente canzone sulla terribile storia di cinque ragazzini violentati e uccisi negli anni Sessanta nella città inglese. A Manchester, ieri, diversi ragazzi e ragazze sono morti in un attentato terroristico. Altro dolore, altre domande.
Lo spot svizzero di Roger Moore
Forse non tutti lo ricordano, ma un paio di anni fa Roger Moore, scomparso oggi, realizzò con l'attrice Melanie Winiger uno spot per un operatore telefonico svizzero:
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Forse non tutti lo ricordano, ma un paio di anni fa Roger Moore, scomparso oggi, realizzò con l'attrice Melanie Winiger uno spot per un operatore telefonico svizzero:
Si è spento Roger Moore
L’attore Roger Moore – uno dei più noti James Bond, interpretato fra il 1973 e il 1985 – è morto oggi a 89 anni, dopo ’’una breve e coraggiosa battaglia contro il cancro’’, ha confermato la sua...
L’attore Roger Moore – uno dei più noti James Bond, interpretato fra il 1973 e il 1985 – è morto oggi a 89 anni, dopo ’’una breve e coraggiosa battaglia contro il cancro’’, ha confermato la sua famiglia.
"Siamo devastati. È con il cuore colmo di dolore che dobbiamo annunciare che il nostro amato padre, Sir Roger Moore, è morto oggi in Svizzera. L’amore che lo ha circondato nei suoi ultimi giorni è così grande che non può essere quantificato in parole".
Con un comunicato, sono stati i figli Deborah, Geoffrey e Christiane ad annunciare la morte di Roger Moore. "Tutto il mondo lo conosceva per i suoi film, i suoi show televisivi e per il suo lavoro appassionato per l’Unicef che lui considerava il più grande dei suoi impegni. L’affetto che nostro padre sentiva ogni volta che era su un palcoscenico o davanti ad una macchina da presa lo ha riempito enormemente e lo ha tenuto impegnato fino ai suoi 90 anni, con la sua ultima apparizione lo scorso novembre sul palco del Royal Festival Hall di Londra. La platea lo ha applaudito dentro e fuori dal palco, fino a scuotere le fondamenta dell’edificio, a poca distanza da dove nacque".
"Grazie papà per essere stato quello che sei stato, e per essere stato così speciale per tante persone. I nostri pensieri devono ora rivolgersi a sostenere Kristina (l’ultima moglie, ndr) in questo momento difficile e, in conformità con i desideri di nostro padre, ci sarà un funerale privato a Monaco".
Moore ha vissuto a lungo a Gstaad (BE), prima di spostarsi in Vallese, a Crans-Montana. Entrambe le località sono note stazioni turistiche frequentate dagli appassionati di sport invernali e da numerosi vip.
La carriera dell’attore britannico è impressa nell’immaginario collettivo soprattutto per il ruolo di James Bond in sette film della saga (da ’Agente 007 vivi e lascia morire’ del 1973 fino a ’007 Bersaglio mobile’ del 1985) e per il telefilm ’Attenti a quei due’ che lo vedeva in coppia con Tony Curtis. È l’attore ad aver interpretato più volte i panni di Bond.
Il segno universale dell'arte
La creatività è una delle dimensioni irrinunciabili dell’essere umano. Di tutti gli esseri umani, il che significa, in poche parole, che anche i disabili devono poter partecipare – come...
La creatività è una delle dimensioni irrinunciabili dell’essere umano. Di tutti gli esseri umani, il che significa, in poche parole, che anche i disabili devono poter partecipare – come fruitori o artefici – alla creatività. Devono poter lasciare un’impronta e l’arte deve poter lasciare un’impronta in loro.
È un po’ questa la metafora che regge il nome del festival di arti integrate Orme, organizzato da Teatro Danzabile e Inclusione Andicap Ticino (ex Ftia) e giunto alla quarta edizione – a Lugano dal primo al 4 giugno – e dal 2015 sotto il cappello del progetto nazionale, sostenuto dal Percento culturale Migros, IntegrArt che comprende analoghe manifestazioni a Basilea, Ginevra e Berna.
C’era un festival anche a Zurigo, ma Theater Hora – la compagnia teatrale di persone con...
Spente le luci del Barnum L'ic...
Spente le luci del Barnum L'iconico circo di Long Island, dopo 146 anni, chiude i battenti salutando nani, donne cannone, giocolieri, illusionisti e animali esotici, spesso al centro delle questioni animaliste.
Spente le luci del Barnum L'iconico circo di Long Island, dopo 146 anni, chiude i battenti salutando nani, donne cannone, giocolieri, illusionisti e animali esotici, spesso al centro delle questioni animaliste.
Città, bombolette e graffiti: parlano i writer ticinesi.
Lettere giganti, immagini surreali o semplicemente inconsuete, colori che esplodono nei punti più inaspettati della città: da decenni, ormai, i graffiti...
Lettere giganti, immagini surreali o semplicemente inconsuete, colori che esplodono nei punti più inaspettati della città: da decenni, ormai, i graffiti stanno trasformando il volto del nostro tessuto urbano. Alcuni writer hanno raggiunto la celebrità internazionale (pensate a Banksy). E ormai anche le vecchie polemiche hanno lasciato spazio a riflessioni più costruttive.
Ma chi sono, e cosa pensano, i writer ticinesi?
In principio era il disegno
Il primo mito da sfatare è quello del vandalo in guerra col mondo. Certo, c'è anche chi utilizza muri e bombolette per ogni forma di lotta sociale. Ma ad accomunare davvero i writer c'è solo una smodata passione per il disegno. Una passione cresciuta in consapevolezza e dimensioni, fino a passare dal foglio di carta alla strada.
Ce lo spiega bene Ysar, tag (ovvero nome d'arte) di un writer di 26 anni: "La passione per il mondo 'graffiti' è nata da piccolo. Quando prendevo il treno con mia mamma passavo il tempo incollato al finestrino e più che dal panorama ero attratto dalle prime scritte che si vedevano sulla tratta del treno. Poi crescendo, all'incirca alle scuole medie, con il mio compagno di banco ci cimentavamo nei primi graffiti su carta. Nel corso degli anni ho conosciuto un amico che era più esperto di me e mi sono lasciato trascinare nel mondo del writing. Ed eccomi qua."
Poi c'è anche chi ne fa una questione di destino, come un writer che ha chiesto di restare anonimo: "mio papà era un tappino, mia mamma era una bomboletta." Verrebbe voglia di scomodare Sigmund Freud.
Questione di stile
Lo stile, per un writer, è tutto. E può variare da scritte minimaliste a disegni estremamente arzigogolati come il wildstyle, lettere quasi indecifrabili. Scuole diverse, che poi ognuno combina per trovare una sua identità.
"Sinceramente non ho uno stile preciso - ci spiega Big Tato, 31enne di Cadenazzo - ho cominciato dal wildstyle per poi passare al bombing, e ora ho fuso un po' tutti gli stili, cercando per quanto possibile di trovarne uno mio. Ma sono sempre in allenamento per trovare nuove forme."
L'anonimo rilancia: "il mio stile si è sempre mosso in parallelo al mio stato d'animo." E poi ci sono esempi, ispirazioni, veri e propri maestri: "nel mio paese vedevo il nome di un writer scritto ovunque, volevo assolutamente conoscerlo e sapere la sua storia. Poi iniziai anch'io a spingere il mio nome in città."
Qualità da non trascurare, oltre al talento: l'esperienza. Un writer ancora giovane può avere già eseguito cinquecento graffiti, com'è il caso di Ysar. Anche perché non esiste una 'scuola' per writer, e quindi i migliori insegnanti sono l'esperienza, gli amici e gli altri writer. Per questo sono importanti le crew, quelli che una volta si sarebbero chiamati i collettivi: KelsCrew, ZnC, E-Team, C.YOU... Gruppi che spesso accomunano persone da diverse regioni - abbattendo i confini soprattutto con la vicina Lombardia - ma a volte creano reti sociali che accomunano giovani da tutta Europa.
Il mezzo è il messaggio
Parlando con la comunità dei writer, l'impressione è che la tendenza generale rifletta quella della società in generale: ormai tramontata l'epoca delle ideologie e delle militanze politiche, il disegno si libera da ogni zavorra. "Faccio i graffiti perchè mi piace farli," spiega Ysar. "Perchè è un passatempo creativo. È un gioco particolare, e solo chi ne fa parte può capirlo. E Mr. Plustik taglia secco: "Dipingo perchè mi piace la tecnica pittorica e i colori mi fanno felice!" Chiosa Big Tato: "Io personalmente la uso come valvola di sfogo e per dare colore al grigiore di questi muri." Quanto all'ormai trito dilemma 'vandali o artisti?', un altro writer anonimo taglia corto: "io la definisco arte vandalica, poi ognuno punta sull'estremo che più desidera."
Davanti alla Legge
Ci sono writer che operano in maniera del tutto legale: ottengono un permesso dal municipio o dal proprietario di una superficie - su commissione o su loro proposta - e si mettono tranquillamente al lavoro. Possono curare tutti i dettagli per molte ore, e agire alla luce del sole. Con buona pace del solito passante che vede gente 'scarabocchiare' e chiama d'istinto la Polizia. Come è capitato a Big Tato: "anche se era ovvio che avevamo il permesso, dato che avevamo le nostre vetture, musica, scale e anche un grill..."
E poi c'è chi passa al 'lato oscuro': chi non chiede permessi e liberatorie, e si prende muri e cavalcavia senza pensarci due volte. A quel punto la velocità d'esecuzione diventa cruciale: "lo si fa molto in fretta, il che è una scarica di adrenalina, senza curare gli errori, e molto spesso senza sapere come sia uscito il 'pezzo' fino al giorno seguente." A queste parole del primo anonimo fa da corollario Saar (acronimo che sta per Sharp As A Razor, 'affilato come un rasoio'): "Quando stai facendo un pezzo legale puoi davvero fare tutto con calma ed impegnarti bene. Non c'è nessuno che ti insegue o che ti urla che chiama la polizia. Però fare un pezzo legale non ti darà mai quella sensazione che solo un pezzo illegale può farti sentire. So bene cosa significa camminare verso la parete con la bocca secca e mille paranoie in testa e andarsene fieri di sé stessi. È davvero una bella sensazione."
APPENDICE: lo 'slang' dei graffiti
Blocco: graffito spesso molto grande e di due colori con lettere semplici
Bonza: bomboletta spray
Bubble: graffiti di media/ piccola dimensione formati solo da linee curve
Cap: tappino per le bombolette
Crew: gruppo di writer
Crossare: coprire il graffito di qualcun altro
Graffiti: lettere elaborate
Hall of fame: parete legale per i graffiti di una o più crew
Jam: una gara di graffiti legale
Outline: contorno delle lettere
Pannelli: i treni
Pezzo: graffito
Tag: nome d'arte del writer
Throwup: vedi Bubble
Wholecar: mezzo dipinto completamente, ad esempio un treno con tutti i vagoni dipinti
Wildstyle: lettere solitamente molto complesse
Writer: colui che esegue graffiti (non dite "sprayer": non è corretto e fa subito capire che non siete del 'giro'...)
Yard: i depositi dei treni
Per finire, una bella gallery tutta ticinese, e un ottimo video sulle (dis)avventure di un writer ticinese su entrambe le sponde dell'Atlantico.
Ludovico Einaudi, 'popolare' quanto basta
Piemontese, classe ’55, il successo per Ludovico Einaudi non è arrivato in tenera età. Lo spartiacque tra una carriera di musicista affermato (inizialmente in ambito...
Piemontese, classe ’55, il successo per Ludovico Einaudi non è arrivato in tenera età. Lo spartiacque tra una carriera di musicista affermato (inizialmente in ambito classico) e quella di musicista dal successo internazionale è collocabile a metà anni Novanta, nei pressi di “Onde”, album del ’96 che raccoglie ballate per pianoforte ispirate dall’omonimo romanzo di Virginia Woolf. Il progressivo riscontro di pubblico e di vendite delle sue composizioni, dal linguaggio semplice e dall’accurata ricerca sonora, ha aperto poi a un vero ‘caso discografico’, avvicinabile – per numeri, vendite e platee – a quelle di una star del pop. A proposito di altri ambiti, la performance del 2007 durante l’iTunes Festival, su un palco che prevedeva anche Oasis e Placebo, ne mostra i risvolti popolari di ampio respiro. La musica di Einaudi, che esplora in piena trasversalità mondi sonori diversi, include anche colonne sonore di film come “Quasi amici” (tra le motivazioni del cavalierato delle arti attribuitogli in Francia). L’ampia discografia è ferma al 2015 di “Elements”, con appendice in “Elegy for the Artic”, il cui videoclip (mozzafiato) sposa la causa di Greenpeace per un accordo che protegga l’Artico dallo sfruttamento e dai cambiamenti climatici.
Il prossimo 11 giugno (ore 20.30, ticketcorner.ch), Gc Events porterà il pianista in Piazza Grande, trasformandola nell’ennesimo dei grandi teatri che l’hanno ascoltato in tutto il mondo. In questa intervista concessaci in esclusiva, Einaudi parla di musica per istantanee, scattate con un obiettivo dall’apertura massima…
Piazza Grande ha una tradizione rock. Immagino che dopo l’iTunes Festival per lei non sarà un problema…
Capisco l’allusione…ma so bene che si tratta di una piazza abituata a concerti di grande qualità, qualunque sia la musica suonata. So che c’è parecchia attenzione, un pubblico attento. Sono sicuro che sarà una bella dimensione.
In verità, la piazza ‘rockettara’ era per introdurre i suoi trascorsi jazz-rock. A pensarla mentre picchia sulla tastiera si fa una certa difficoltà. Come ricorda quei tempi?
È stato un periodo iniziato con l’adolescenza e continuato per molto tempo, un momento storico nel quale sono stato investito come molti altri dall’ondata del rock inglese e americano. Io sono sempre stato un ascoltatore a 360 gradi, ma credo che l’avvicinamento sia stato facilitato dal fatto che oltre al pianoforte suonavo la chitarra, ed ero un appassionato di blues. Ho ascoltato Beatles e Rolling Stones in adolescenza, passando dai Cream fino ad alcune cose del progressive come King Crimson, o i primi Pink Floyd.
Quanto c’è di questi ascolti in quello che ha composto e compone oggi?
C’è sicuramente l’elemento popolare, parente stretto della musica rock, con tradizioni legate al folk, al blues. Il blues, a sua volta, è di derivazione africana, cosa che apre ulteriori orizzonti musicali. Ci sono mille connessioni che ho poi sviluppato in età più matura, per esempio in Mali, dove ho avuto splendide collaborazioni artistiche, ritrovando elementi moderni nati da grandi culture antiche. La musica tende lunghissimi e bellissimi fili rossi tra epoche, tradizioni, ha una libertà di movimento che era anche prerogativa del rock, quel coraggio di creare nuove connessioni. Ecco, la mia idea di non essere accademico può arrivare proprio da quegli ascolti e da quella libertà…
Ha parlato di musica popolare. Per qualche pianista è naturale aggiungere parole alla musica. Vista la ricchezza dei contenuti letterari dai quali lei attinge, non ha mai sentito il bisogno?
Premetto subito che amo le voci e amo le canzoni. Nella musica, però, sento una libertà di lettura nei confronti della quale un testo, o un tema, a volte possono essere condizionanti. Mi sento più libero di muovermi. Così come sento che il pianoforte abbia anche un suo canto, ed è proprio attraverso il pianoforte che riesco a portare avanti la mia dimensione vocale.
Ho letto che in casa sua ci sono tre pianoforti. C’è uno strumento in particolare sul quale ama comporre?
La correggo: sono tre quelli della mia casa di campagna e due a Milano, quindi cinque. Ce n’è uno sul quale amo scrivere ed è un Bechstein che potrebbe avere la mia età (sorride, ndr), un pianoforte pieno d’imperfezioni, che però mi regala quella sensazione di scrivere su un vecchio foglio di carta. Quello strumento ha una patina molto evocativa nel suono, nonostante i suoi problemi tecnici. Va suonato molto delicatamente, ma per raccogliere le idee è perfetto.
Pianisticamente parlando, c’è stato un idolo di Ludovico Einaudi?
Ci sono stati alcuni pianisti illuminanti per me come, credo, per tutti. In ambito classico dico Glenn Gould per l’idea del canto e della precisione, dell’intenzione quasi ossessiva e maniacale che ti colpisce anche se non vuoi esserne colpito. In altri campi, ho avuto la fortuna di vedere Keith Jarrett nel periodo del concerto di Colonia (“The Köln Concert”, 1975, ndr). Rimasi colpito dal lirismo, dalla trasversalità del suo modo di suonare e di intendere la musica, così libera in quel periodo, un linguaggio senza etichette precise.
Una curiosità su quel video ‘fantascientifico’ registrato nel Mar Glaciale Artico. Ci sono blocchi di ghiaccio che si staccano e cadono a poche decine di metri da lei. Ha mai avuto paura di finire sott’acqua?
A 300 metri di distanza c’era la nave di Greenpeace, dunque non ero abbandonato. C’erano piccoli rischi quando il ghiaccio caduto in mare causava l’onda, e allora i tecnici si precipitavano sulla mia piattaforma per farmi risalire. Non ho mai avvertito il pericolo, forse lo vedevano meglio loro. Con ragione, perché ricordo un momento nel quale il ghiaccio aveva ricoperto per intero la superficie navigabile. La parte di nave dalla quale dovevo risalire era ferma in un unico blocco, così risalii a bordo dalla parte opposta, con una scaletta di corda. Un’esperienza che mi mancava…
Cornell, la famiglia dubita si sia suicidato. Eccesso di ansiolitici?
La famiglia del cantante Chris Cornell dubita che il leader di Soundgarden e Audioslave si sia ucciso, affermando che la sua morte potrebbe...
La famiglia del cantante Chris Cornell dubita che il leader di Soundgarden e Audioslave si sia ucciso, affermando che la sua morte potrebbe essere stata invece un incidente causato da un eccesso di ansiolitici che ne avrebbero offuscato la lucidità. Un medico legale di Detroit ha determinato che Cornell si è impiccato.
I familiari, riporta il Guardian, sono dell’idea che si debba aspettare un esame tossicologico. “Ciò che è avvenuto è inspiegabile – ha detto la moglie Vicky in una dichiarazione scritta –. Spero che altri test medici forniscano dettagli. So che amava i nostri bambini e che non avrebbe fatto loro del male togliendosi la vita”.
Cornell, ha aggiunto, prendeva Ativan, un farmaco prescritto contro gli stati ansiosi e l’insonnia, e il giorno della morte “ho notato che biascicava... mi disse che forse aveva preso uno o due Ativan di troppo”.
Secondo il Detroit News le pillole gli sarebbero state date da una guardia del corpo, che poi avrebbe trovato il musicista sul pavimento del bagno con una fascia elastica attorno al collo. Kirk Pasich, avvocato della famiglia, ha affermato che i parenti “credono che se Chris si è ucciso, non sapeva costa stava facendo e che farmaci o altre sostanze potrebbero aver condizionato le sue azioni”.
Il livello degli oceani racconta la storia della Terra
Alzandosi e abbassandosi periodicamente durante le ere geologiche, il livello degli oceani scandisce la storia della Terra come un metronomo. Lo raccontano...
Alzandosi e abbassandosi periodicamente durante le ere geologiche, il livello degli oceani scandisce la storia della Terra come un metronomo. Lo raccontano gli strati di sedimenti di cui sono fatti i Pirenei, che rivelano esattamente la successione delle condizioni climatiche e geologiche del passato.
Pubblicata sulla rivista Geology e ripresa dall'Ats, la scoperta si deve ai ricercatori dell’università di Ginevra in collaborazione con quelli dell’università di Losanna.
I ricercatori hanno analizzato le rocce dei Pirenei meridionali. Queste montagne sono caratterizzate dalla successione di strati di rocce che si sono formate nell’Eocene, circa 50 milioni di anni fa, dai sedimenti depositati da 'valanghe' subacquee fatte di sabbia e ghiaia, trasportate dai fiumi. “Abbiamo notato che questi depositi si sono formati periodicamente, circa ogni milione di anni. Ci siamo allora chiesti quali fossero le ragioni di questa ciclicità”, ha rilevato uno degli autori, Sébastien Castelltort, dell’università di Ginevra.
Per scoprirlo i ricercatori hanno analizzato il rapporto tra gli isotopi (varianti dello stesso elemento con differenti pesi atomici) del carbonio. Questo rapporto permette di calcolare quale fosse la quantità di materia organica presente nei sedimenti, che è maggiore quando il livello degli oceani è alto. “Abbiamo raccolto un campione di rocce ogni 10 metri per misurare il rapporto tra il carbonio 13 e il carbonio 12”, ha spiegato un altro autore, Louis Honegger, dell’università di Ginevra. I ricercatori hanno così scoperto che questi cicli di sedimenti sono il prodotto dell’innalzamento e abbassamento del livello del mare. Quando il livello del mare è basso, infatti, i fiumi erodono i loro letti per adeguare il livello della foce. Di conseguenza trasportano più sedimenti che depositano alle pendici dei continenti, creando una valanga di sabbia e ghiaia.
Alle radici di sé
È partito a dieci anni, Natale Giacomo Piezzi, con le sue poche cose e la speranza di trovare un futuro di là dal mare, in Australia. Con lui c’era il suo amico Celestino Lesina, dodici anni. Oggi li...
È partito a dieci anni, Natale Giacomo Piezzi, con le sue poche cose e la speranza di trovare un futuro di là dal mare, in Australia. Con lui c’era il suo amico Celestino Lesina, dodici anni. Oggi li chiamerebbero “minori non accompagnati”, granelli invisibili di una storia che ritorna e ritorna. Era la metà dell’Ottocento e di certo, dopo i consueti cinque mesi di viaggio, giorno più giorno meno, in condizioni bestiali, Natale in Australia ci è arrivato e anni dopo si è sposato. Non è mai tornato in Vallemaggia, non è dato sapere se perché arricchitosi o perché, come tanti altri ticinesi, non ha mai guadagnato abbastanza per pagarsi il viaggio di ritorno. Del resto l’andata l’aveva pagata la metà, regalo o ricatto per la sua giovane età. Quel che conta è che Natale Giacomo Piezzi è stato il più giovane emigrante ticinese: aveva dieci anni.
Il protettore di Foscolo a Roveredo
Si fanno scoperte sorprendenti, a volte spiazzanti, quando si entra in un archivio. Lo sa Renato Simona, presidente della Società genealogica della Svizzera italiana che ieri, nella Biblioteca cantonale di Bellinzona, ha aperto la mostra che celebra i vent’anni di attività della Società. Il nome di Natale Giacomo lo ha scovato lui, ricostruendo l’albero genealogico della famiglia Piezzi. All’altro capo della Storia, si è imbattuto insieme con altri soci della Società (sono 200 in tutto, dopo essere partiti in 30 nel 1997) in Clemente Maria a Marca, che sul finire del ’700 studiò anche a Ratisbona, prima di rientrare in Moesa, divenire ultimo governatore della Valtellina, membro del governo grigionese e protettore del soggiorno di Ugo Foscolo a Roveredo nel 1815. Tutto questo dando seguito all’impulso di risalire lungo le generazioni di una famiglia, oppure di andare in profondità, alle sue “radici”, come recita il titolo dell’esposizione.
Nell’atrio della Biblioteca si possono trovare esposti molti alberi genealogici, ma pure documenti, fotografie, testimonianze, frammenti quanto mai eterogenei della storia di questa regione, sottratti alle tante storie delle sue famiglie. Si possono reperire pure le informazioni basilari per avviare una ricerca sul proprio albero genealogico, oppure gli indirizzi dei siti online che a livello svizzero e internazionale si offrono come strumento per ricostruire i movimenti di esseri umani spesso dimenticati, la cui piccola vicenda aspetta di essere strappata all’oblio, per illuminare un brandello di una Storia molto più grande. Fra i tanti: cognomix.it o libertyellisfoundation.org/passenger.
Mussolini in cartiera a Canobbio
Fra le molte curiosità, l’albero della famiglia Fumagalli di Canobbio racconta di una cartiera attiva fra il 1712 e il 1903, dal cui libro paga risulta che a inizio Novecento vi trovò impiego pure un certo Benito Mussolini. Nel vecchio albero dei Riva di Lugano, si arriva a scoprire l’esistenza di un certo Ser Benedetto, nato attorno al 1380, capostipite di una famiglia dalle ramificazioni difficilmente abbracciabili in uno sguardo, ma che arrivano fino a noi. Gli antenati di Giuseppe Zoppi, a Broglio, invece, si viene a sapere che nel ’600 si chiamavano Zoppo. E c’è pure quell’onsernonese che, partito senza niente per la Francia di fine ’700, è diventato generale dell’esercito di Napoleone (ma non si sa se sia finito meglio di lui).
‘Nessuno voleva fare l’albero genealogico.
Ho detto, bon, lo faccio io, anche se non so
da dove cominciare’.
Ieri a Bellinzona ci siamo intrattenuti un po’ con Renato Simona, un signore molto simpatico, nei cui occhi brilla una passione viva, allegra, ma piena di modestia. Tutt’altro che il prototipo del “topo d’archivio”. Lo conferma il racconto divertito del suo viaggio in California, qualche anno fa, per rispondere all’invito di un certo Jim Tunzi e della grigliata entusiasta che li attendeva a Eureka, terra di discendenti di ticinesi. Del resto, ci dice, «ci avevano invitato, non potevamo dire di no». Come dargli torto?
Comunque, ci racconta il signor Renato, lui nella Società è arrivato alcuni anni dopo la sua fondazione. Mentre la Società svizzera di studi genealogici risale al 1933, nel 1997 qualcosa di simile ancora non c’era nella Svizzera italiana. «Io ho iniziato a fare ricerche genealogiche nel 1998 – ci dice Simona – ma non sapevo dell’esistenza della Società. Tutto è partito dall’idea della mia famiglia allargata di fare un grande raduno a Locarno per l’anno 2000. Nessuno però voleva fare l’albero genealogico. Ho detto, bon, lo faccio io, anche se non so da dove cominciare».
E da dove ha cominciato? «Sono andato in parrocchia a Locarno, ho iniziato a consultare i libri di battesimi, matrimoni e morti, dalla fine del ’500 in poi. Alla fine ci ho dedicato circa 1’200 ore di lavoro, ma ho trovato anche i Simona in Argentina, discendenti del fratello di mio nonno. E alla festa sono arrivati parenti anche dal Brasile, dalla Spagna e dall’Italia. È venuta pure la tv, anche se nessuno di noi l’aveva chiamata».
Come lui tanti altri appassionati hanno sviluppato una competenza, che la Società condivide con il pubblico nei suoi “pomeriggi genealogici”. Ecco, da dove cominciare una ricerca? «Il primo passo è nella famiglia, cercando fotografie, lettere e documenti. Poi si passa agli archivi regionali: il comune, il patriziato e la parrocchia. Ci sono poi l’Archivio di Stato ed eventualmente anche altri archivi in Svizzera o all’estero ». A seconda di che cosa emerge dalla ricerca...
Almodovar contro Netflix e Amazon: 'Un paradosso la Palma d'oro a un film che non si vede in sala'
“Sarebbe un paradosso una Palma d'oro ad un film che non si vede in sala”: Pedro Almodovar entra a gamba...
“Sarebbe un paradosso una Palma d'oro ad un film che non si vede in sala”: Pedro Almodovar entra a gamba tesa nel dibattito sulle nuove piattaforme e il loro contributo alla produzione cinematografica da presidente della giuria del 70esimo festival di Cannes che si apre oggi.
Netflix e Amazon sono i nuovi nemici del cinema? Il tema è caldo e a Cannes quest'anno tira aria di barricate.
La vicenda è cominciata a metà aprile in Francia all'indomani dell'annuncio del direttore Thierry Fremaux della selezione di quest'anno, con enormi polemiche da parte di distributori ed esercenti, e sembra tutt'altro che chiusa, anzi potrebbe avere clamorosi sviluppi. Stasera comincia il festival e la competizione per la prestigiosa Palma d'oro: due film in gara sono prodotti da Netflix per la piattaforma web e il colosso dello streaming, almeno fino alla vigilia, ha dichiarato di non voler cambiare idea e di mettere sul mercato (francese) della distribuzione i suoi film, anche perché la legislazione francese prevede un periodo di tre anni dopo l'uscita nelle sale prima di rendere un film disponibile su una piattaforma, mentre Netflix ha una politica opposta: uscita online contemporanea alla loro eventuale uscita in sala.
Dunque è ufficialmente in atto un braccio di ferro tra Francia-Cannes e Netflix e le frasi di Almodovar, che leggeva un suo comunicato, dimostrano a che altezza è arrivato lo scontro. La giuria presieduta da Almodovar come potrà considerare per la Palma i film Netflix Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach? (e quello di Amazon, Wonderstruck di Todd Haynes?)
Ufficialmente il festival di Cannes alla vigilia aveva smentito le voci di espulsione di queste opere (peraltro molto attese) e annunciato un cambio di regole - film con uscita in sala in Francia obbligatoria per essere considerati nella selezione ufficiale del concorso - a partire dal 2018, ma è certo che la frase di Almodovar ha tutta l'aria di voler forzare le cose, magari provocando un ripensamento di Netflix. "Tutto questo non vuol dire che io non sia aperto o non rispetti le nuove tecnologie e tutto ciò che queste tecnologie ci portano", ha aggiunto, "ma il cinema secondo me non dovrebbe essere visto in uno schermo più piccolo della sedia su cui ci sediamo, né queste nuove forme di fruizione devono cambiare le abitudini dello spettatore. Per me la soluzione è semplice: le nuove piattaforme devono - ha detto - stare alle regole esistenti".
(Ansa)