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FERRUCCIO BUSONI
DELL'ESSENZA DELLA MUSICA
(AVVIO AD UN'INTESA SUL CALENDARIO PERPETUO)
VOM WESEN DER MUSIK*
LO SGUARDO LIETO
pp. 148-153

Un po' alla volta mi sono dovuto convincere, a misura che procedevo nelle mie riflessioni, che la nostra concezione dell'essenza della musica è rimasta ancora frammentaria e imprecisa: che soltanto pochi riescono a sentirla, ancora meno a comprenderla e nessuno a definirla. L'intuizione dell'unità della musica che ho già espresso in passato valga come presentimento di quanto mi accingo a formulare qui: un presentimento finora intuito piuttosto dai filosofi che dai musicisti veri e propri, come da spiriti la cui chiaroveggenza è meno intralciata dal terreno mestiere (quale lo praticano i musicisti). Uno spirito così fatto mi è venuto in aiuto in questi giorni, mentre mi sforzavo di trovare i termini giusti per esprimere il mio concetto. Al frammento che riporto (tratto da un romanzo di Anatole France) potrebbe servire da motto una mia frase, tolta dall'Abbozzo di una nuova estetica della musica: «L'opera d'arte sussiste intera e immutabile prima di risuonare e dopo che ha finito di risuonare.»
Nel romanzo del maestro francese un medico parla a un giovane autore drammatico che con il cuore trepidante aspetta la fine di una sua «prima» (1):
«Non creda che tutto quanto deve accadere non sia già accaduto da sempre» e senza aspettare risposta soggiunse: «Se i fenomeni dell'universo si manifestano successivamente alla nostra conoscenza, non dobbiamo concludere che essi si susseguano veramente, e ancora meno che essi abbiano luogo proprio nel momento in cui noi li vediamo. L'universo ci appare incessantemente incompiuto» proseguì il dottore «e noi abbiamo l'illusione che esso si compia incessantemente. Perché osserviamo i fenomeni in successione supponiamo che in realtà si compiano in successione. Abbiamo l'illusione che quelli che non vediamo più siano passati e quelli che ancora non vediamo appartengano al futuro. Però sarebbe concepibile che esistessero esseri cosiffatti da potere scorgere quello che per noi è passato e futuro. Ci possiamo anche immaginare esseri che osservino i fenomeni in ordine inverso e che li vedano svolgersi dal futuro al passato. Pensiamo, per esempio, a creature che possano usare dello spazio diversamente da noi e muoversi a una velocità superiore a quella della luce; della successione dei fenomeni esse si formerebbero un'idea molto diversa dalla nostra. Noi stessi, in una notte serena, se solleviamo lo sguardo a fissare la costellazione della Vergine che palpita sopra la cima di un pioppo, vediamo contemporaneamente ciò che è stato e ciò che è. E con ugual ragione possiamo asserire che vediamo ciò che è e ciò che sarà. Poiché se la costellazione, come la vediamo, rappresenta il passato rispetto al pioppo, il pioppo rappresenta il futuro rispetto alla costellazione. Tuttavia la costellazione che ci mostra di lontano il suo aspetto sfavillante - non com'è oggidì, ma com'era nella nostra giovinezza, anzi forse prima della nostra nascita - e il pioppo, le cui giovani foglie tremolano alla brezza vespertina, si trovano in noi nello stesso momento temporale e ci sono presenti insieme. Diciamo che ci è presente una cosa quando la vediamo con assoluta precisione. La diciamo passata quando ne serbiamo un'immagine poco distinta. Una cosa è presente per noi anche quando è accaduta milioni di anni fa, se ne riceviamo un'impressione quanto più possibile intensa; per noi non appartiene al passato ma al presente. La successione secondo la quale le cose precipitano nell'abisso del passato ci è sconosciuta. Non conosciamo che il succedersi delle nostre percezioni. Credere che il futuro non esista perché non lo conosciamo equivale a credere che un libro è incompiuto perché non l'abbiamo letto sino alla fine.
Soltanto mentre traducevo questo brano mi venne in mente che tempo addietro anch'io avevo scritto qualcosa da un punto di vista affine; perché noi, misere creature umane, se abbiamo aspirazioni uguali, arriviamo tutti alle stesse conclusioni. In sé non esaurienti né originali, esse trattano indirettamente quegli stessi reperti di verità che presenterò stavolta.
Per destino immutabile l'universo è costruito come un triangolo di cui sono dati un lato e due angoli. Le cose future sono predestinate. Da questo momento esse sono compiute come se esistessero. In realtà esistono. Esistono tanto realmente, che in parte già le conosciamo. E se questa parte è microscopica al paragone della loro infinità, sta però in un rapporto apprezzabile con quella parte difatti compiuti che siamo in grado di comprendere. Possiamo persino asserire che per noi l'avvenire non è molto più oscuro del passato. Sappiamo che le generazioni si succederanno alle generazioni, destinate al lavoro, alla gioia, al dolore. Spingo lo sguardo oltre la durata della razza umana. Vedo mutarsi a poco a poco la configurazione stellare, che pareva inalterabile; sappiamo che domani e per molto tempo ancora il sole sorgerà ogni mattina. Vediamo la nuova luna del prossimo mese. Non la vediamo altrettanto distinta quanto il novilunio di questa notte, perché non sappiamo in quale cielo grigio o rossastro ci mostrerà il suo vecchio fondo di padella. Se lo sapessimo in ogni particolare, questo o quel sorgere della luna ci sarebbero presenti ugualmente. La cognizione di certi fatti è l'unica ragione che ci porta a crederli reali. Poiché sappiamo certi fatti a venire, dobbiamo ammettere che li riteniamo reali. E se sono reali, si sono anche già verificati. Dunque, mio caro, è da credere che il Suo lavoro è stato già presentato, mille anni o mezz'ora fa, il che è precisamente lo stesso. Pensi a questo e si sentirà tranquillo.»
Quando si tratta di definire l'essenza della musica ci si leva di impaccio con una frase sbrigativa: la musica è l'arte dei suoni nel moto del tempo. Oppure: nell'unione di ritmo, melodia e armonia. E simili. Una volta ho letto addirittura: la musica consta di armonia e melodia, quella per la mano sinistra, questa per la mano destra. Anche certe fantastichene poetiche piene di buone intenzioni (come «la musica è una messaggera celeste», con le sue tante variazioni) non esprimono nulla, però avvicinano alla sostanza del nostro argomento più che una stupidaggine specialistica.
In quelle di questo genere si fa uso volentieri di espressioni che hanno acquistato un significato nella nostra «storia della musica», mentre non sono altro che l'enumerazione di alcune parti di un meccanismo d'orologeria che abbiamo costruito per afferrare il concetto del tempo, il quale altrimenti ci sfuggirebbe.
Allo stesso modo che l'elettricità esisteva fin da principio, prima che noi la scoprissimo, come tutto ciò che ancora non è scoperto è esistito sin dal principio ed esiste quindi anche oggi, così anche l'atmosfera cosmica è colma di tutte le forme, di tutti i motivi e di tutte le combinazioni della musica passata e futura.
Il compositore mi fa l'effetto di un giardiniere cui è stato affidato un appezzamento di terreno, più o meno grande, da coltivare; a lui spetta di cogliere ciò che alligna sul suo terreno, comunque di ordinario, di comporlo in un mazzo, quando sarà cresciuto, di farne un giardino. A questo giardiniere spetta di afferrare e dar forma a tutto ciò che con gli occhi e le mani (con la sua facoltà di discriminazione) egli riesce a raggiungere. Così anche un grande, un eletto, un Bach, un Mozart, potrà scorgere, maneggiare e presentare soltanto una piccola parte dell'intera flora terrestre, un infinitesimo della fioritura che copre il nostro pianeta, e di cui un'area sterminata, in parte troppo lontana, in parte inesplorata, resta irraggiungibile all'uomo singolo, fosse pure un gigante. Il paragone è ancora debole e inadeguato, poiché la flora riveste soltanto la terra, mentre la musica invisibile e non udita percorre e compenetra tutto l'universo.
Anche la cerchia entro cui il più formidabile gigante svolge la sua attività deve rimanere limitata. Per quanto spazio egli possa abbracciare, quella distesa dovrà essere per forza infinitamente piccola al paragone dell'infinito dal quale egli attinge, come, per quanto alti ci solleviamo al di sopra della terra, non per questo arriviamo più vicino al sole. Nell'ambito di questa cerchia dominabile da un uomo solo, e assegnatagli dalle circostanze della sua nascita nello spazio e nel tempo, lo spirito individuale si sente più attratto verso certi luoghi e formazioni per una naturale simpatia, derivante da una suapiùstretta affinità con certi elementi, per la somiglianza della sua e della loro natura. Il «creatore» predilige questi momenti in modo così spiccato che vi torna di frequente con predilezione nelle sue opere, tanto che da quelli impariamo a riconoscerlo. Non diversamente ci formiamo un'idea dell'amore da un incontro casuale, ma in fondo predestinato, con poche donne, e non comprenderemo mai l'amore al di fuori di queste circostanze (l'amore è un'attrazione reciproca di creature e di cose attraverso l'infinito e l'eternità).
E dunque per la mediazione di pochi compositori venuti a nostra conoscenza che noi crediamo di avere scoperto l'essenza della musica. Ma ciò che in realtà ne vediamo sono soltanto maniere e peculiarità che, oltre tutto, il minore mutua dal maggiore, finché un nuovo maggiore scopre un angolo non ancora svelato e muove un nuovo passo. Questo compositore «nuovo» è considerato un genio, mentre della sua importanza è in fondo debitore al luogo e all'ora della sua nascita.
L'essenza della musica è intravista da pochi eletti, mentre dalla maggior parte è sconosciuta o misconosciuta. Sarebbe come voler farsi un'idea generale dell'architettura di tutti i tempi e di tutti i paesi da pochi pietre raccolte e messe insieme. (Come prendere da uno sterminato magazzino quel tanto di tesori e di provviste che uno solo può afferrare e portare con sé. - Nella fretta, insieme con quelle utili, si portano via molte cose inutili, a seconda della sicurezza della presa e dell'acume dell'occhio; anche in questo caso la fretta sta a rappresentare la scarsa e incerta durata della vita. È di proposito che moltiplico gli esempi: mi servono a chiarire via via il senso di questa tesi). Al contrario tali cognizioni sporadiche e frammentarie rimpiccioliscono la immagine vera, quale tutt'al piú se la potrebbe formare la facoltà intuitiva di un veggente, in un lampo di particolare intensità visionaria.
Ascoltiamo (con la piú profonda venerazione e la più alta ammirazione) una frase del quasi divino Mozart (uno degli spiriti che all'essenza della musica più si avvicinarono in molti momenti) e dovremo riconoscere in lui, per quanto riguarda la rivelazione dell'essenza primigenia della musica, le limitazioni seguenti:
1. Percepiamo chiaramente la «sfera» dalla quale la sua musica è attinta, la sua estensione, le sue condizioni particolari di tempo e luogo.
2. La scelta dettata dalla «simpatia» del maestro, ciò che egli predilige, ciò che trascura, ciò che corrisponde alle sue inclinazioni personali.
3. La frequente ripetizione e accentuazione di ciò ch'egli preferisce.
Ognuno di questi tre punti fa sì che la porzione affidata dalla natura alle sue cure, per quanto ricca, resta rimpicciolita e tagliata sulla sua misura personale.
Di tutte le innumerevoli forme in cui la musica ci aleggia d'intorno, il maestro ci presenta una scelta limitata, e in questa opera una scelta anche più ristretta a cui torna spesso e volentieri nei particolari, perché la sente più gradevole ed espressiva. Prescelto per questa missione, compierla non è suo merito ma sua destinazione; viceversa io considererei colpevole colui che, non avendo la vocazione, vuol seguirne le orme, così come nemmeno all'eletto è dato varcare i propri limiti. Nessuno invidi il genio; a lui tocca la parte più ardua del compito e la maggiore responsabilità, senza tuttavia che egli possa mai abbreviare la distanza che ci separa dall'essenza della musica.
Non con l'adocchiare nuovi mezzi o particolari trovate si potrà gradatamente diminuire la distanza; ma con l'instancabile assiduità nell'accumulare quel tanto che si è già conseguito e quello che ancora è da conseguire, mentre la supposta importanza individuale dovrà sempre più cedere il passo all'azione, inesauribile e in continua espansione, del dar forma. - Come la maggior parte dei cielo dovrà rimanere eternamente ignota all'astronomo, così non ci sarà mai possibile afferrare l'essenza della musica interamente; e poiché nel regno dei suoni il soldato semplice può permettersi l'impudenza di parlare e di agire come il condottiero più eccelso, il cammino che ci porterebbe più vicini alla meta è continuamente ritardato, ed errori commessi ed esaltati lo intralciano e lo rendono esitante e faticoso.
Che cosa è l'essenza della musica? Non è l'esecuzione di un virtuoso, non è l'ouverture del Rienzi, non è la dottrina dell'armonia, non la canzone popolare che si effonde sul suolo natio dietro ai pali di confine, variamente colorati, che dividono le nazioni (e già dividere, in questo caso, vuol dire negare). Seppure ognuna di queste categorie contenga un granellino dell'essenza intera, in quanto la musica abbraccia tutti gli elementi, appunto dal dividersi in diverse categorie viene sbriciolata, come se si tagliasse in tante minutissime strisce la volta celeste. Che può fare il singolo di fronte ad un'abbondanza di materiale cosí smisurata? Dobbiamo essere riconoscenti dal profondo del cuore a quei pochi eletti ai quali, per gusto e senso della forma, per ispirazione e per magistero d'arte, è concesso di creare almeno un modello in miniatura di quella sfera dalla quale sgorga su di loro ogni bellezza e forza. Gli uomini non conosceranno mai l'essenza della musica nella sua purezza e nella sua compiutezza, potessero almeno giungere a discernere ciò che non le appartiene! Ma a questo si oppone sopra tutto lo «spirito di corporazione», così come alla fede si oppone il dogma.
Talvolta, in rari casi, un essere terreno ha intravisto qualcosa di ultraterreno dell'essenza della musica; ma questo qualcosa non appena vogliamo afferrarlo si scioglie tra le nostre mani, non appena vogliamo trapiantarlo quaggiù avvizzisce, non appena vogliamo trascinano nelle tenebre della nostra mentalità si spegne; pure della sua origine divina tanto resta di riconoscibile da apparirci come quello che vi è di più alto, di più nobile, di più luminoso, fra tutto ciò che di alto, di nobile, di luminoso palesemente ci circonda.
Non la musica è la «messaggera del cielo», come dice il poeta. Messaggeri del cielo sono appunto quegli eletti, cui grava l'alto ufficio di recarci attraverso gli spazi infiniti qualche singolo raggio della luce primigenia. Sia gloria al profeta.

NOTE DEL CURATORE
* Vom Wesen der Musik. Anbahnung einer Verständigung für den immerwährenden Kalender.
H1, R.98 (in una traduzione anonima pubblicata dalla rivista «Il pianoforte», Torino, V, n. 11, novembre 1924). In «Melos», Berlino, IV (1924),n. 1. Nel ms. è datata 8 giugno 1924; Busoni morì meno di due mesi dopo, il 27 luglio.
(**) Da Histoire comique, cap. XIX. La traduzione di Busoni non è integrale, ma amputata dei passi narrativi che interrompevano il discorso del medico.