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Nella storia del moderno stato federale, il peso elettorale non è sempre stato determinante per la composizione del governo.
Il Consiglio federale è nominato dalle due camere federali in base a criteri che non sono solo aritmetici, ma anche politici. Paradigmatica è la vicenda del Partito socialista.
Dal 1959 i quattro maggiori partiti si dividono i sette seggi del governo (Consiglio federale) secondo una chiave di ripartizione chiamata “formula magica”.
Questa chiave di ripartizione cerca tendenzialmente di rispettare la forza elettorale dei diversi partiti e l’equilibrio linguistico del Paese.
Il Partito socialista (PS), il Partito popolare democratico (PPS) e il Partito liberale-radicale (PLR) dispongono di due seggi ciascuno. L’Unione democratica di centro (UDC) ne ha solo uno.
Un lungo processo
La nascita della “formula magica” ha tuttavia una lunga storia alle spalle.
Il moderno stato federale svizzero, sorto nel 1848 dopo la sconfitta dei conservatori nella guerra del Sonderbund, era in origine completamente dominato dai radicali.
I sette membri del Consiglio federale appartenevano tutti alla nuova classe dirigente. Ma l’introduzione nella Costituzione di elementi di democrazia diretta, quali il referendum e l’iniziativa popolare, fornì all’opposizione conservatrice uno strumento capace di bloccare il processo legislativo nello stato federale.
La situazione di stallo costrinse i radicali a cedere un seggio in governo ai cattolici-conservatori (oggi PPD) nel 1891. Era il primo passo verso l’attuale sistema di concordanza.
La svolta del proporzionale
Gli equilibri politici svizzeri furono cambiati ancora più profondamente dall’introduzione del sistema proporzionale nel 1919 per l’elezione del Consiglio nazionale (la camera del popolo).
Il numero di seggi dei radicali passò da 105 a 63, mentre i socialisti fecero un balzo in avanti e i conservatori si rafforzarono. Di fronte alla crescita del movimento operaio, i radicali optarono per un’alleanza più stretta con i conservatori, i quali ottennero un secondo seggio in governo.
Nel 1929, quando due seggi radicali nel Consiglio federale si resero vacanti si discusse la possibilità di concedere un seggio ai socialisti. I conservatori si opposero però con forza.
Miglior fortuna ebbe invece il Partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi (antenato dell’UDC), che ottenne un posto in governo. Il Consiglio federale assumeva così il profilo di un’ampia coalizione borghese in funzione antisocialista.
L’integrazione del Partito socialista
Per la maggioranza borghese, il Partito socialista appariva ancora troppo estraneo alla tradizione politica elvetica per aver diritto ad un seggio in governo.
Le cose cominciarono a cambiare solo nella seconda metà degli anni Trenta, quando il PS abbandonò il pacifismo delle origini e si schierò a favore della difesa nazionale.
Il clima di unità nazionale nei primi anni della Seconda guerra mondiale favorì l’accettazione della componente socialista della società elvetica. Dalle elezioni federali dell’ottobre 1943 il PSS uscì come partito più forte nel Consiglio nazionale.
Il successo elettorale e il mutato clima internazionale – la sconfitta della Germania nazista appariva ormai solo una questione di tempo – aprirono le porte del governo al primo consigliere federale socialista, Ernst Nobs.
Il PS dovette tuttavia attendere il 1959 per ottenere un secondo seggio in governo e vedere quindi riconosciuta a tutti gli effetti la sua forza elettorale.
swissinfo, Olivier Pauchard e Andrea Tognina