Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01094.jsonl.gz/1479

La Corte delle Assise criminali di Mendrisio ha inflitto 5 anni e 6 mesi di carcere all'uomo fermato a Brogeda con 5 chili di eroina nascosti nell'auto
Un «corriere perfettamente consapevole». Così il giudice Mauro Ermani ha definito il 41enne cittadino macedone, domiciliato a Leverkusen, in Germania, comparso stamattina davanti alla Corte delle Assise criminali di Mendrisio. L'uomo è stato riconosciuto colpevole di infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti e condannato a 5 anni e 6 mesi di detenzione. La Corte lo ha inoltre espulso per 10 anni dalla Svizzera ma, «visti gli importanti legami familiari con la Germania» – dove vivono la moglie e due figli in tenera età – ha deciso di rinunciare a segnalare l'espulsione al Sistema informativo Schengen. Il 41enne è stato arrestato il 2 marzo di quest'anno al valico doganale di Chiasso Brogeda con quasi 5 chili di eroina, divisi in 10 panetti occultati nel vano sotto il baule, che avrebbe dovuto consegnare in Svizzera interna. L'imputato proveniva da Bari, dove si era recato per recuperare un telefono cellulare su richiesta di un amico residente nella zona di Basilea (e arrestato dopo pochi giorni a Losanna con mezzo chilo di eroina). Nel passato dell'imputato ci sono già stati 14 anni e 6 mesi di carcere scontati in Macedonia per fatti avvenuti durante la guerra.
Una volta giunto a Bari, dopo 12 ore di viaggio, il 41enne si è incontrato con due persone. «Ero stanco e non volevo aspettare troppo per avere il telefono – ha ricordato in aula –. Uno dei due mi ha chiesto di dargli l'auto per andare a recuperare l'apparecchio». Prima di ripartire, i tre hanno consumato cocaina. Durante il viaggio di rientro, a pochi chilometri dalla dogana «ho sentito dei rumori, mi sono fermato e ho aperto il bagagliaio – ha detto l'imputato –. Ho visto un pacco in un sacchetto con il nastro isolante: non ho visto il contenuto ma ero sotto shock. Mi sono sentito tradito perché mi è stato detto che avrei dovuto portare un telefono. Dall'imballaggio ho capito che poteva essere droga, ma non sapevo più cosa fare e ho continuato il viaggio senza pensare troppo». Perché, ha chiesto il giudice, non si è fermato? «Sono andato per fare un piacere, ma non sapevo di avere della droga in auto. Oggi chiamerei la polizia dicendo di avere subito un'ingiustizia». Una versione, quella della scoperta a pochi chilometri dal confine, alla quale la Corte «non ha creduto – ha motivato il giudice –. Se proprio non voleva avvisare la Polizia o abbandonare il veicolo, poteva tornare indietro e non proseguire. Avere ammesso di aver visto i panetti a qualche chilometro dalla Svizzera conferma che almeno da quel momento era a conoscenza di avere dello stupefacente in auto». A mente della Corte l'imputato «sapeva benissimo sin da subito lo scopo della missione e non ha mai preso in considerazione di rinunciare al compito». Compito per il quale gli era stato promesso un compenso di mille euro a copertura delle spese vive per il viaggio. «Un rimborso insufficiente: gli era noto che una cifra così piccola non poteva coprire tutte le spese», ha aggiunto il presidente.
L'accusa, rappresentata dal procuratore pubblico Moreno Capella, ha chiesto una condanna a 5 anni e 9 mesi di detenzione, 10 anni di espulsione dalla Svizzera e l'iscrizione al Sistema informativo Schengen. «La fattispecie è liquida e gli eventi cristallini», sono state le parole del pp che, nel suo intervento, ha evidenziato come «fin dall'inizio era chiaro lo scopo del viaggio». A partire dal «profilo del mandante», fino ad arrivare alla «comunanza della sostanza e della conoscenza tra i due che va al di là del semplice contatto occasionale». Capella ha inoltre ricordato che “cinque chili non si affidano a gente del tutto sprovveduta» e la «grande sproporzione del chilometraggio» con l'imputato pronto a percorrere «3'426 chilometri con la propria vettura e in tempi stretti per recuperare un telefono». Un telefono «asseritamente proveniente dall'Albania con una tessera olandese e un sistema di gestione remota». Gli specialisti federali del Datec non sono riusciti a ricavare informazioni utili. «Un iPhone è un apparecchio di comunicazione moderno che permette il trasferimento dei dati salvati senza particolari difficoltà anche se criptati – ha aggiunto Ermani –. Oltre alla possibilità di accedervi tramite cloud, anche immaginando che il destinatario avesse urgenza di avere questi dati, sarebbe stato più pertinente chiedere alle due persone di Bari di portargli il telefono, invece che a una persona residente in Germania».
L'avvocata Véronique Droz Gianolli, legale del 41enne, si è battuta per una condanna non superiore ai tre anni e parzialmente sospesa «in considerazione di una prognosi non negativa perché la sua situazione personale è cambiata e il carcere lo ha fatto riflettere». Il fatto che le Guardie di confine abbiano trovato un importante quantitativo di droga «può far sembrare che il mio cliente sia un grande delinquente. Ma non è così: è una persona semplice, influenzabile e che non ha avuto molte fortune nella vita». Per la difesa l'imputato «si è trovato immischiato in un trasporto di stupefacenti: è fedele in amicizia, ma purtroppo le amicizie non sempre sono quelle giuste». Al momento dei fatti «era un disoccupato con tempo libero a disposizione che ha fatto un favore a un amico».