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di Giuliano Masola. Nel 1972 a Managua si svolse la XX Amateur World Series (diventata World Baseball Cup dal 1988 al 2001, poi World Baseball Classic); in pratica i Mondiali di Baseball. A quell’epoca, in Italia, l’uniforme arbitrale non contemplava la giacca; a casa base, si utilizzava la corazza rigida o gonfiabile. All’inizio degli anni ‘70, grazie ad accordi con la Federazione cubana, diversi arbitri e classificatori avevano cominciato a recarsi là per corsi di perfezionamento. Il livello del baseball cubano, quasi impossibile a livello di squadra, poteva però essere raggiunto a livello individuale; un nome per tutti: Enrico Spocci.
A venticinque anni era già conosciuto a livello internazionale e la sua ambizione era quella di imparare, di migliorare, con una caparbietà piuttosto rara. Dall’esperienza dei Mondiali e dagli “stage” a Cuba era tornato con una divisa nuova. Una giacca blu, con tasche laterali porta palline. Ciò non era previsto dalle nostre parti (la miopia non è mai mancata), un paese in cui che continuava a pensare più al regolamento che alla crescita. Il presentarsi in campo in tal modo poteva essere di stimolo al cambiamento, adeguando il nostro a un modello internazionale, oppure suscitare reazioni, quelle che ci sono puntualmente state. La situazione poteva imbarazzare i colleghi e suscitare qualche invidia, con relative segnalazioni, Il 2 maggio 1973, una prima lettera dell’allora presidente del C.N.U.G. (Comitato Nazionale Ufficiali di Gara) richiamava Spocci: “Ti ricordo che la divisa è così composta: camicia bianca con maniche corte – pantaloni blu – cravatta nera – scarpe nere – berretto blu – eventuale giubbotto portatile nero”, invitandolo a uniformarsi ai colleghi. Alla fine di una partita a Ronchi, a un arbitro di Parma fu chiesto che divisa avesse indossato Enrico in quella occasione; la risposta fu volutamente evasiva. Enrico Spocci era molto bravo e preparato, ma con un carattere deciso, non certamente disponibile a discutere su ciò che riteneva giusto, per cui tirò dritto per la sua strada. Di conseguenza il 25 agosto 1973 gli viene scritto che “in data 3 luglio 1973 sei stato deferito al Collegio dei ProbiViri del C.N.U.G.”; contestualmente viene sospeso da ogni designazione. Viene inoltre trasmesso allo stesso Collegio, l’ordine di battuta delle “due gare di Serie A di Softball del 7.7.73 fra Lloyd Intercontinentale e Victoria…” che risulterebbero da te firmati…con la qualifica ‘ass. coach”. Da lì a poco la sospensione a tempo indeterminato. Enrico Spocci sarebbe tornato ad arbitrare ufficialmente solo alcuni anni dopo; nel frattempo, dopo aver seguito il regolare corso, avrebbe fatto l’allenatore di Softball. In quel periodo di astinenza forzata, Enrico comunque arbitrava ogni tanto a livello giovanile, poiché non tutte le partite potevano essere coperte; gli arbitri di Parma lo hanno sempre sostenuto per cui in sede locale ciò non costituiva un problema. A conclusione della vicenda, qualche anno dopo è apparsa una nuova divisa arbitrale con la giacca rossa e la famosa maglietta a righe bianche e rosse. Il caso di Enrico non è unico. Di lettere simili ne ho ricevute anch’io. L’8 settembre 2005, il presidente della D.R.A. Emilia-Romagna, in occasione del Torneo di Collecchio, così scriveva: “La divisa dell’arbitro è costituita da Maglietta Polo di colore blu con distintivo e pantaloni di colore grigio, sotto ai quali devono essere indossati gli schinieri quando si ricopre il ruolo di Arbitro Capo; a questi si aggiunge il cappellino di colore nero”. Ma si sa, la semplicità è essenziale per cui, dopo una serie di cambiamenti alla ricerca della perfezione stilistica, c’è una maglietta senza taschino. Chi guarda le partite di Major League può vedere quanti tipi di uniforme e di quali colori hanno gli arbitri, per cui un po’ di elasticità non farebbe male. Ma il problema è l’apparenza; della sostanza ne parliamo poi. Da Enrico, col quale ho talvolta ho arbitrato con divise fai da te, ho tratto diversi insegnamenti; il primo è stato quello di difendere le miei idee, di non accodarmi, di andare alla sostanza delle cose. So benissimo che il mio comportamento e i miei pensieri non sono condivisi e danno fastidio (in qualche pizzeria della Bassa più che freccette lanciano frecciate), ma sono fatto così. È un gioco è un po’ strano: si pretende questo e quello, ma a tue spese per cui, se devo spendere, uso i miei soldi come ritengo opportuno. Ciò che rattrista è il trovarsi soli in un mondo per il quale mi batto ogni giorno; è il destino degli idealisti, ma cerco di restare fedele ai miei principi. Le chiacchiere li lascio a chi ha tempo da perdere e a chi vuole pavoneggiarsi per meriti non sempre propri. Stare nel mondo dello sport, in qualsiasi veste, significa fare politica nella migliore accezione del termine: arte di governare. E chi è chiamato a governare una partita più di un arbitro? Si tratta di un’arte difficile, poiché occorre comprendere che gli obiettivi si colgono quando tutti i componenti della squadra sanno lavorare insieme facendo delle loro singole abilità un unico grande talento. Il risultato si può raggiungere in diversi modi e ognuno, per quanto criticabile, ha qualche idea da esprimere. Anche squadre piene di talenti non sempre sono vincenti per cui è necessario cercare le specifiche qualità e guidarle in modo coordinato, con una mirata tempificazione. Come diceva Casey Stengel, “Trovare bravi giocatori è facile, metterli insieme per farne una squadra è un’altra cosa”.
Giuliano Masola, 6 novembre 2020