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Le aspettative nei confronti della Banca nazionale svizzera (BNS) affinché stimoli la ripresa economica sono eccessive: è l'opinione concorde espressa dagli esperti interpellati dall'ats sulla politica monetaria praticata quest'anno dall'istituto.
"Le autorità monetarie stanno facendo tutto il possibile per adempiere al loro mandato", ha recentemente affermato il numero due della BNS, Fritz Zurbrügg. "Ma non possono risolvere tutti i problemi", ha aggiunto. A suo avviso, si sta mettendo troppo peso sulle banche centrali.
Un'opinione, questa, che è condivisa dagli esperti. Chiaramente il mandato principale rimane la stabilità dei prezzi: "ma le banche si preoccupano anche del corretto funzionamento dell'economia, in particolare per garantire l'occupazione", spiega Philippe Bacchetta, professore presso l'Università di Losanna. Le mosse degli istituti devono essere viste in questa prospettiva.
"L'eccesso di aspettative è dovuto al fatto che le banche centrali sono state le sole ad agire in modo sistematico dallo scoppio della crisi finanziaria", sostiene Bacchetta. "Da parte loro i governi non si sono infatti assunti le proprie responsabilità. Tutti confidano solo sui banchieri centrali, che si lamentano giustamente delle attese eccessive nei loro riguardi."
Per Sergio Rossi, docente all'Università di Friburgo, tutte le parti interessate alimentano speranze esagerate per quanto riguarda l'attuale politica monetaria. "I politici evitano di agire attraverso un aumento della spesa pubblica, immaginando che la BNS possa e voglia fare il necessario per rilanciare l'economia e per uscire dalla situazione di crisi che continua ad interessare la Svizzera e gli altri paesi."
"Le aziende" - prosegue Rossi - "confidano nella politica monetaria per ritrovare i loro margini di guadagno. Gli istituti finanziari sperano ancora di poter approfittare della situazione di crisi. L'opinione pubblica crede che la banca centrale sia onnipotente".
Per l'economista Michel Girardin, attivo presso l'Università di Ginevra, "è troppo chiedere alla BNS di lottare contemporaneamente contro la forza del franco e l'entusiasmo per il mercato immobiliare". L'arma dei tassi d'interesse non è sufficiente e i cuscinetti anticiclici di capitale non hanno ancora avuto l'effetto desiderato".
Gli attivi della BNS totalizzano 640 miliardi di franchi, più del prodotto interno lordo (PIL) svizzero, ricorda Angelo Ranaldo, professore di finanza presso l'Università di San Gallo. "Chi ha dato il diritto alle banche centrali di diventare così potenti e di sostituire una parte dell'economia privata?".
Molti economisti ritengono che la BNS abbia raggiunto i limiti della sua strategia. "Non ha proprio più ulteriori strumenti realistici a disposizione", afferma Bacchetta. "Fortunatamente il rialzo dei tassi negli Stati Uniti ha alleviato un po' la situazione".
Secondo Rossi puntare su tassi di interesse negativi e acquisti massicci di valuta per frenare la pressione al rialzo sul franco potrebbe compromettere la reputazione della BNS. "Questa strategia è al tempo stesso inefficace e dannosa a lungo termine per la stabilità economica e finanziaria del paese".
A suo avviso, la BNS dovrebbe al contrario convincere le autorità politiche federali a prendere in considerazione altri strumenti. Ancor prima dell'introduzione della soglia minima euro/franco nel 2011 Rossi si era espresso a favore di una microtassa sugli acquisti di franchi sul mercato delle divise.
Girardin rileva che alcune banche centrali parlano di una possibile eliminazione delle banconote di grande taglio in circolazione, al fine di evitare l'accumulo di contante quando i tassi d'interesse sono negativi. "Un'idea strampalata".
Dalla crisi del 2008 il lavoro delle banche centrali si è fatto più complicato, insiste Bacchetta. E le pressioni politiche sono aumentate. "L'aspetto positivo è che questo obbliga gli istituti a migliorare e a giustificare il loro operato".
Rossi fa però notare che "in Svizzera la BNS non si preoccupa veramente delle pressioni politiche o di altra natura". Secondo il professore friburghese le politiche attualmente praticate dalle banche centrali rischiano però di creare una nuova crisi globale, ancora più grande di quella precedente.
Anche Ranaldo si dice preoccupato nel vedere le banche centrali ergersi a regolatori e controllori della stabilità finanziaria, quando esse stesse sono diventate entità enormi che rappresentano un rischio sistemico.