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La rendita dell’assicurazione invalidità (AI) non può essere tagliata o soppressa anche se il beneficiario potrebbe riprendere un’attività lucrativa dopo che i suoi figli acquisiscono una certa autonomia. Lo ha stabilito in una nuova sentenza il Tribunale federale (TF), allineandosi a quanto deciso l’anno scorso in una situazione simile dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di Strasburgo.
Il caso su cui il TF ha applicato la giurisprudenza europea riguarda una madre di famiglia zurighese alla quale era stato assegnato un quarto di rendita AI. La prestazione era però stata abolita alla fine di luglio del 2014, in quanto l’assicurazione invalidità aveva considerato che, tenendo conto del fatto che i figli della donna fossero ormai cresciuti e quindi maggiormente autonomi, la beneficiaria potesse riprendere a lavorare.
L’ufficio zurighese dell’AI aveva calcolato con il cosiddetto "metodo misto", sistema criticato dalla CEDU, che l’interessata non avesse più diritto alla rendita. La decisione era poi stata confermata dal Tribunale delle assicurazioni sociali del canton Zurigo.
Nella sua sentenza diffusa oggi, il TF si esprime però in favore della donna. I giudici dell’alta corte con sede a Losanna rilevano che la cancellazione o la diminuzione di una rendita AI non è ammissibile quando ragioni famigliari modificano la condizione dell’assicurato.
Il TF ha tenuto conto di una sentenza del febbraio 2016 della CEDU, che aveva condannato la Svizzera per violazione del principio di divieto di discriminazione e mancato rispetto del diritto alla vita privata e familiare. I giudici di Strasburgo avevano accolto il ricorso di una donna sangallese che aveva dovuto ridurre il lavoro a tempo pieno a causa di problemi dorsali. Dopo la nascita dei suoi due gemelli però, la rendita parziale di invalidità che aveva ottenuto le era stata revocata.
La CEDU aveva decretato che nella Confederazione la modalità di valutazione per la concessione di rendite AI discrimina le persone occupate a tempo parziale, per la gran parte donne.
La corte europea aveva sottolineato nella sua sentenza come, al posto di quello "misto", sia possibile concepire altri metodi di calcolo in grado di "rispettare meglio la scelta delle donne di lavorare a tempo parziale" dopo aver messo al mondo un bambino. In questo modo, facevano notare, sarebbe possibile perseguire l’obbiettivo di un avvicinamento della parità fra sessi senza mettere in pericolo il proposito dell’AI. (Ats)