Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01265.jsonl.gz/1406

Buona parte degli economisti sostiene che i rincari sono determinati dall’eccesso di denaro in circolazione, confondendo l’effetto con la causa
Venticinque chilometri al litro, o quasi. Un consumo in autostrada davvero efficiente, quello della mia piccola Polo 1.0. Almeno a priori. Ora invece, sull’asfalto rovente di fine giugno, con cinque persone a bordo e il bagagliaio pieno di roba, i valori cambiano. A queste condizioni, per ogni chilometro percorso, il motore a bassa cilindrata richiede una dose maggiorata di carburante, talmente grande da renderlo inadeguato al tipo di viaggio effettuato.
Di recente, pure la politica monetaria ultra-espansiva delle principali banche centrali è stata ritenuta inadeguata. La Federal Reserve prima e la Banca Nazionale poi hanno deciso di cambiare marcia: i tassi d’interesse a bassa cilindrata – minimi o addirittura negativi – fra poco saranno soltanto un retaggio del passato. L’aumento del costo del denaro mira a contrastare quell’alterazione nei prezzi al consumo che in economia si chiama inflazione. Un fenomeno che a prima vista sembra essere esclusivamente monetario: in effetti, in un processo inflazionario, ogni bene o servizio richiede una quota sempre più grande di moneta per poter essere acquistato. Buona parte degli economisti dirà quindi che l’inflazione è determinata dall’eccesso di denaro in circolazione, confondendo l’effetto con la causa.
"La teoria di Hume è sbagliata, va capovolta", diceva il prof Glavich all’università. Il comportamento dei prezzi nell’ultimo decennio sembra infatti voler dare ragione al mio vecchio insegnante: mentre le banche centrali continuavano a "inondare" i mercati di liquidità, l’inflazione non ha mai dato segni di vita. Ciò che invece è accaduto è che i prezzi hanno ricominciato a correre, soprattutto negli Stati Uniti, all’uscita dalla pandemia, quando agli stimoli monetari si sono aggiunte le politiche fiscali dell’amministrazione Biden di sostegno ai consumi. A quel punto la domanda è diventata troppo robusta di fronte a un’offerta piuttosto statica, andando a configurare ciò che Keynes chiamava il "divario inflazionistico". L’economia americana, insomma, è entrata in una spirale inflazionistica per cause che possiamo definire endogene.
In Svizzera, invece, oltre a viaggiare a un ritmo molto più moderato (le previsioni parlano di un rincaro inferiore al 3% per il 2022 contro il quasi 9% americano), l’inflazione ha poco a che vedere con un’euforia dei consumi, anzi. Da noi l’aumento dei prezzi riguarda esclusivamente certi fattori esogeni: le difficoltà per reperire le materie prime da un lato, l’incremento dei costi dei prodotti energetici dall’altro. Trattandosi di beni importati, però, l’ancora del franco forte attutisce l’impatto sull’economia. La strategia della Bns sembra, in effetti, essere proprio questa: lasciare che la valuta si apprezzi per assorbire i rincari attraverso il cambio favorevole.
Resta il fatto che applicare la stessa ricetta degli Usa – inasprimento della politica monetaria – di fronte a un’inflazione di tutt’altra natura, potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’economia Svizzera, "una spirale che invece di contenere la crescita dei prezzi al consumo, ottenga l’effetto contrario", ha affermato su queste colonne il professor Sergio Rossi. Staremo a vedere.
Quello che è certo è che la ricomparsa dell’inflazione sulle due sponde dell’Atlantico è il segno inequivocabile della fine del paradigma di una crescita economica alimentata dal "carburante" illimitato messo a disposizione dalle banche centrali.