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In molti paesi, dei giornalisti sono perseguitati o uccisi, mentre in Stati democratici, come la Svizzera, subiscono violenza sociale. Per questo, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) presenta oggi al Consiglio dei diritti umani dell'ONU una convenzione per migliorare la loro protezione e indipendenza.
Dal 1990, in totale 2'469 giornalisti hanno perso la vita nell'esercizio delle loro funzioni. Altre centinaia sono in carcere, molti di loro in condizioni disumane, altri soffrono di attacchi informatici o molestie online, spiega in un'intervista a swissinfo.ch Anthnoy Bellanger, segretario dell'IFJLink esterno, la federazione ombrello che riunisce circa 600mila professionisti di 140 paesi.
D'altra parte, le concentrazioni dei media, le ristrutturazioni con licenziamenti e le politiche antisociali di alcuni editori minacciano la qualità e la pratica del giornalismo. La Convenzione internazionale sulla sicurezza e l'indipendenza dei giornalisti e altri professionisti dei mediaLink esterno cerca di instaurare nuovi meccanismi per rispondere a queste sfide.
swissinfo.ch: Perché l'IFJ ritiene necessario promuovere una nuova convenzione internazionale per i media?
Anthony Bellanger: Constatiamo con preoccupazione che la situazione dei giornalisti diventa sempre più difficile. Molti sono stati uccisi: 97 solo nel 2018. Tanti altri vengono molestati, minacciati o arrestati. Oggi, nel mondo sono incarcerati più di 400 colleghi, di cui 160 in Turchia. Inoltre, come sottolinea l'articolo 1 della nostra proposta di convenzione, ci preoccupiamo di migliorare la protezione, sia nell'ambito dei conflitti armati che nei paesi in pace.
swissinfo.ch: Anche in paesi democratici?
A. B.: Sì, ci impegniamo a preservare l'esercizio della professione in modo libero e indipendente in un ambiente favorevole. Gli Stati devono svolgere un ruolo decisivo in questo senso.
swissinfo.ch: Come dovrebbe posizionarsi un Paese come la Svizzera nella prospettiva della nuova convenzione?
A. B.: La Svizzera è uno dei Paesi in cui i giornalisti possono lavorare in modo sicuro e indipendente. Non corrono il rischio di essere uccisi o imprigionati per un'indagine o per aver criticato il governo. È il frutto di una vera tradizione democratica, alla cui costruzione hanno partecipato attivamente i movimenti dei lavoratori, i sindacati.
Tuttavia, come in altri paesi democratici, ci possono essere forme di violenza sociale che non devono essere dimenticate ed è importante che vengano osservate.
swissinfo.ch: A cosa si riferisce concretamente?
A. B.: Penso ai piani di licenziamento di centinaia di giornalisti, all'insicurezza professionale, con ripercussioni anche sulle loro famiglie.
È ciò che è accaduto nel 2018 all'agenzia di stampa nazionale elvetica – l'Agenzia Telegrafica Svizzera [ATS, oggi Keystone-ATS] – dove c'è stata una sostanziale riduzione di personale. Oppure il conflitto legato alla soppressione della versione cartacea del giornale Le Matin, con 41 giornalisti licenziati. Questo conflitto è peraltro ancora in corso.
E tutto questo, senza dimenticare il rischio legato all'iniziativa popolare No-Billag [che proponeva l'abolizione del canone radiotelevisivoLink esterno] dell'anno scorso, un attacco frontale alla radio e alla televisione pubbliche svizzere.
È preoccupante che da oltre un decennio i giornalisti della Svizzera tedesca e italiana non abbiano un contratto collettivo di lavoro. Ciò indebolisce le loro condizioni di lavoro.
Sono solo alcuni esempi di situazioni sociali violente della realtà svizzera che l'IFJ e le organizzazioni affiliate denunciano e includono in questa proposta di convenzione internazionale sulla sicurezza e la protezione dei giornalisti.
(Traduzione e adattamento: Sonia Fenazzi)