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Dopo gli accordi di pace del gennaio del 2005, il Sudan meridionale sta faticosamente cercando di superare le conseguenze di 21 anni di guerra civile.
Fra le organizzazioni non governative attive nella regione c'è la Caritas Svizzera, che sostiene progetti volti a garantire i servizi essenziali alla popolazione e a rafforzare la società civile sud-sudanese.
«Il problema maggiore di Torit è l'acqua. Abbiamo una sola pompa che alimenta la rete idrica. Tempo fa si è rotta e la popolazione è rimasta senz'acqua per settimane». A dirlo è Dario Borok, ministro per le infrastrutture del governo dell'Equatoria orientale, uno degli Stati che compongono il Sudan meridionale.
Il problema non riguarda solo Torit, una città di alcune decine di migliaia di abitanti, sede del governo regionale e della diocesi. Uscito da una guerra durata decenni, il Sudan meridionale è quasi totalmente privo di infrastrutture. La rete stradale è rudimentale, il sistema idrico inesistente, i servizi medici sono ridottissimi, nelle scuole mancano gli insegnanti e le strutture.
Gli accordi di pace firmati dal governo di Khartum e dai ribelli dell'Esercito di liberazione del popolo sudanese (Sudanese People's Liberation Army, SPLA) nel gennaio del 2005 hanno dato al sud un'ampia autonomia, ma il nuovo governo insediato a Juba stenta ancora a far sentire la sua presenza, almeno sul piano dei servizi pubblici.
Partenariato tra la diocesi e la Caritas
«I servizi alla popolazione non si sono sviluppati come pensavamo», afferma Akio Johnson, vescovo designato della diocesi di Torit. Durante la guerra la chiesa cattolica ha assunto molti compiti propri dello Stato, in particolare nell'ambito della sanità e della scuola. E in molte località svolge ancora un ruolo di primo piano come fornitore di servizi.
Il radicamento sul territorio ha fatto della diocesi di Torit un partner ideale della Caritas Svizzera nel Sudan meridionale. «Le buone relazioni con la diocesi di Torit ci hanno indotto a focalizzare le nostre attività nell'Equatoria orientale», osserva Marc Bloch, rappresentante della ONG elvetica a Nairobi.
La Caritas Svizzera può così contare sulla rete delle parrocchie e sulle infrastrutture della diocesi per svolgere il proprio lavoro nella regione. Le due istituzioni collaborano ad un programma per migliorare l'accesso della popolazione all'acqua, alla salute e all'educazione.
Isoke, un esempio di intervento sul territorio
Fra le località interessate dal programma c'è Isoke. Circondato da alte montagne, il villaggio è stato vittima di numerosi bombardamenti durante la guerra. «L'aviazione del nord ha cercato di colpire la scuola», racconta suor Pasquina. «Ma le montagne ci hanno in qualche modo protetti».
Oltre alla scuola, la diocesi di Torit continua a gestire a Isoke una clinica che offre servizi sanitari di base. I pazienti più gravi devono però essere trasportati all'ospedale più vicino, nella cittadina di Kapoeta, 25 chilometri di strada sterrata, quasi impraticabile quando piove. «Talvolta il paziente muore durante il viaggio», deplora suor Florence, responsabile della clinica.
A Isoke esiste anche una sorta di giardino modello, dove vengono sperimentate nuove coltivazioni, come quella della manioca, poco diffusa nella regione e adatta ai climi aridi. «Negli insediamenti circostanti i contadini coltivano quasi esclusivamente sorgo», osserva Denis Okumu, responsabile del progetto agricolo. «Noi cerchiamo di convincerli a diversificare la produzione, per garantire una maggiore sicurezza alimentare».
Tra i progetti più importanti realizzati a Isoke con il sostegno della Caritas Svizzera vi è soprattutto la condotta d'acqua potabile. «Captiamo il fiume al di sopra degli insediamenti, per evitare che l'acqua sia contaminata», spiega Benjamin Wekesa, ingegnere keniano. «Agli utenti facciamo pagare un piccolissimo contributo mensile, per coprire almeno in parte i costi di manutenzione».
Rafforzare la società civile e responsabilizzare lo Stato
Per la Caritas è importante che i progetti siano espressione dei bisogni reali della popolazione e che siano in grado di sopravvivere anche quando l'aiuto dall'esterno viene a mancare. Per questo la collaborazione con le autorità locali e con le associazioni comunitarie è di fondamentale importanza.
Il referente della Caritas a Isoke è la Lomohidang Valley Development Initiative (Lovadi), un'associazione fondata da alcuni giovani di Isoke tornati al loro villaggio dopo gli studi in Uganda. «Siamo tornati e ci siamo seduti a discutere con la nostra gente, per sapere cosa potevamo fare», spiega Titus Obura, uno dei membri dell'associazione.
Con l'appoggio ad associazioni come Lovadi, la Caritas non vuole tuttavia garantire solo la sostenibilità dei progetti che finanzia. «Rafforzando queste associazioni, rafforziamo la società civile », chiarisce Abduba Ido, project manager della Caritas Svizzera nell'Equatoria orientale. «La società civile deve sapere richiamare le autorità politiche alle loro responsabilità. Le ONG non devono sostituirsi al governo nella fornitura di servizi».
swissinfo, Andrea Tognina, di ritorno dall'Equatoria orientale
Fatti e cifre
L'Equatoria orientale è uno degli Stati federali del Sudan e fa parte della regione autonoma del Sudan meridionale.
Ha una superficie di 82'542 km2 (pari a circa due volte la Svizzera).
La popolazione stimata per il 2006 è di circa 225'000 abitanti.
In breve
Il conflitto tra il nord del Sudan, a maggioranza araba e musulmana, e il sud, a maggioranza cristiana e animista, ha segnato a lungo la storia del più grande paese africano.
La guerra tra le due regioni sudanesi è scoppiata già un anno prima dell'indipendenza del paese, nel 1955, e si è protratta fino al 1972.
Dopo una decina d'anni di tregua, il conflitto è ripreso nel 1983. Nel gennaio del 2005 il governo del Sudan e l'Esercito di liberazione del popolo sudanese (SPLA) hanno firmato degli accordi di pace.
Gli accordi prevedono l'autonomia del Sudan meridionale e fissano al 2011 la data per un referendum sull'indipendenza. Intanto nel sud si è formato un governo autonomo, con sede a Juba, controllato dall'SPLA.
Gli accordi assegnano al sud anche la metà dei proventi del petrolio. L'80% delle risorse petrolifere sudanesi si trovano nel Sudan meridionale.