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La leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi è la grande vincitrice delle elezioni suppletive in Myanmar. La sua entrata storica in parlamento non risolve tuttavia i grandi problemi a cui è confrontato il paese, dichiara a swissinfo.ch Léon de Riedmatten, ex mediatore svizzero in Myanmar.
I risultati definitivi dell’elezione del 1. aprile 2012 saranno comunicati ufficialmente soltanto nei prossimi giorni. Lunedì, i media di stato hanno comunque già annunciato che la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, ha ottenuto almeno 40 dei 44 seggi per i quali aveva presentato un candidato.
Aung San Suu Kyi si è imposta nella circoscrizione di Kawhmu e conquista così un seggio in parlamento, ha indicato il responsabile della Commissione elettorale della regione di Yangon. Per il premio Nobel per la pace si tratta del primo incarico politico dopo quasi 15 anni passati agli arresti domiciliari. Icona della lotta non violenta per la democrazia in Myanmar, Aung San Suu Kyi, 66 anni, ha parlato di «un inizio di una nuova era».
Per analizzare i cambiamenti in atto nel paese asiatico, swissinfo.ch ha raggiunto telefonicamente Léon de Riedmatten nel suo ufficio di Bangkok. L’ex delegato svizzero del CICR è stato il rappresentante in Myanmar del Centro per il Dialogo Umanitario di Ginevra, per il quale ha svolto un lavoro di mediazione tra Aung San Suu Kyi e le autorità birmane.
Per oltre 20 anni ritenuta il nemico pubblico numero uno del regime, Aung San Suu Kyi entra a far parte della vita politica del paese. Un momento storico per l’ex Birmania?
Léon de Riedmatten: Non soltanto le elezioni, ma tutto ciò che è successo negli ultimi otto mesi è per me qualcosa di assolutamente impensabile fino a un anno fa. Non avrei mai immaginato che il partito di Aung San Suu Kyi avrebbe conquistato tutti i seggi per i quali era in corsa. È come un sogno che si avvera, anche se non bisogna cedere all’euforia.
In qualità di deputata in parlamento, cosa potrà fare concretamente Aung San Suu Kyi per il suo paese?
Con la nomina in parlamento, Aung San Suu Kyi entra a far parte del sistema attuale. Ciò è positivo, ma a una condizione: le autorità e la maggioranza devono consentirle di cooperare alla realizzazione delle riforme previste.
Aung San Suu Kyi rischia però di ritrovarsi in una posizione difficile se sarà considerata come un pericolo per il paese da chi detiene il potere e da coloro che vogliono mantenere i militari alla testa del paese.
Rischia in effetti di ottenere delle funzioni che non hanno nulla a che vedere con lo sviluppo del paese e con le riforme politiche e democratiche di cui la Birmania ha bisogno. Questa posizione intaccherebbe la sua credibilità.
Decisivo sarà dunque il rapporto tra Aung San Suu Kyi e i militari…
Aung San Suu Kyi è sempre stata pronta a dialogare e a collaborare con i militari. Il suo desiderio è che in Birmania si instauri una vera democrazia e che i militari ritornino alle attività che spettano loro.
I militari non hanno tuttavia l’intenzione di ritirarsi e di lasciare il potere ai civili. Il risultato delle elezioni rappresenta uno schiaffo sia per i militari sia per il partito al potere [Partito Unione Solidarietà e Sviluppo, ndr]. Bisognerà vedere se accetteranno questa nuova realtà. Se l’esercito non vorrà seguire la via tracciata dai riformatori, sarà impossibile avanzare.
Le posizioni dei militari e di Aung San Suu Kyi sono sulla carta inconciliabili: il grande interrogativo da qui alle elezioni del 2015 è chi riuscirà ad imporsi sull’altro.
Diversi segnali positivi sono giunti dal Myanmar negli ultimi mesi. Basti pensare alla liberazione di prigionieri politici e agli accordi di cessate il fuoco con i gruppi ribelli. Come valuta questo periodo di cambiamenti?
Per il momento, a livello concreto è stato fatto ben poco. Se mi metto nei panni di un comune civile in Birmania, la mia situazione non è cambiata. L’unica differenza è che oso esprimermi più di prima. Per il resto sono solo belle parole.
Sì, certo, ci sono stati dei cessate il fuoco. Ma non si sa in che modo questi accordi saranno utili alle popolazioni locali e allo sviluppo delle regioni periferiche. In Birmania si ricomincia da zero e i problemi da risolvere sono molti.
Quali sono le sfide maggiori che dovrà affrontare il paese?
La sfida principale del Myanmar è la questione etnica. Un problema che rischia di provocare tensioni e rallentare lo sviluppo del paese. È da 60 anni che birmani e minoranze etniche non si capiscono o non vogliono capirsi: non sarà facile fare in modo che tutti i cittadini della Birmania abbiano gli stessi diritti e doveri.
Inoltre bisogna affrontare la questione della concessione di una certa autonomia alle regioni periferiche e, magari, della costituzione di uno Stato federale. Ma ci vorrà del tempo, anche perché le regioni frontaliere sono ricche di risorse naturali e sono un importante punto di passaggio, data la posizione della Birmania tra l’India e la Cina.
Unione europea e Stati Uniti hanno annunciato la loro disponibilità a revocare le sanzioni imposte al Myanmar. È questo il passo principale verso il miglioramento della situazione socio-economica del paese?
È necessario sostenere le persone che intendono riformare il paese. Un primo passo è dunque la soppressione delle sanzioni. Questo permetterà ai riformatori di avere maggior peso e più credibilità al momento di opporsi ai falchi del sistema. È un punto cruciale.
Fatto questo, i paesi occidentali dovranno continuare a spingere per un miglioramento, ad esempio nel campo dei diritti umani.
La revoca delle sanzioni non rischia di esporre il paese all’avidità di grandi compagnie, che non aspettano altro che mettere le mani sulle immense risorse del paese?
In Birmania ci sono già dei predatori, principalmente dei paesi limitrofi, che stanno approfittando delle ricchezze del paese senza condividerne i profitti con il popolo birmano. Con la nuova situazione, se i dirigenti si dimostreranno competenti, si può sperare che a beneficiare degli investimenti saranno anche gli stessi birmani.
Quando tornerete in Myanmar?
Il mio nome figura sulla lista nera. Ma da quello che mi hanno detto le autorità, il mio ritorno è programmato per la fine di aprile. Non so ancora quale sarà il mio ruolo in Birmania. L’unica certezza è che intendo contattare Aung San Suu Kyi al più presto per congratularmi con lei.
Aung San Suu Kyi
Nasce il 18 giugno 1945 a Rangoon (oggi Yangon).
Suo padre, il generale Aung San, è tra i promotori dell’indipendenza birmana. Viene assassinato dai suoi rivali politici nel 1947.
Negli anni ‘60 Suu Kyi si trasferisce dapprima in India e poi in Gran Bretagna, dove studia all’Università di Oxford. Si laurea in filosofia, scienze politiche ed economia.
Nel 1972 sposa l’inglese Michael Aris, con il quale avrà due figli.
Nel 1988 rientra in Birmania per assistere la madre ammalata. Nel mese di settembre, poche settimane dopo le proteste popolari, partecipa alla fondazione della Lega Nazionale per la Democrazia.
Nel luglio 1989 viene posta agli arresti domiciliari per il suo crescente criticismo nei confronti della giunta militare. Due anni più tardi le viene attribuito il Premio Nobel per la pace.
Viene liberata nel 1995, ma preferisce non lasciare il paese per timore che i militari le impediscano di rientrare. Non può così essere a fianco di suo marito quando nel marzo 1999 è stroncato da un tumore.
Negli anni 2000 è costretta nuovamente agli arresti domiciliari a due riprese: dal settembre 2000 al maggio 2002 e dal maggio 2003 al novembre 2010.
Nell’elezione suppletiva del 1. aprile 2012, organizzata per assegnare i seggi lasciati liberi dai deputati passati al governo, Aung San Suu Kyi accede per la prima volta al parlamento birmano (camera bassa).Fine della finestrella
Meno sanzioni
Le reazioni internazionali alle elezioni di domenica, giudicate tutto sommato corrette, non si sono fatte attendere.
Martedì, la Svizzera ha annunciato un allentamento delle sanzioni nei confronti di alcuni dirigenti birmani, analogamente a quanto fatto in precedenza dall’Unione europea.
Il Dipartimento federale dell’economia ha abrogato il divieto di entrata sul territorio nei confronti del presidente birmano Thein Sein e di altre 86 persone.
I loro averi restano tuttavia congelati, ha precisato la portavoce Marie Avet. Anche le altre sanzioni economiche, che prevedono ad esempio il divieto di importare legno e pietre preziose, rimangono in vigore.
Nel febbraio 2012, Bruxelles aveva affievolito le medesime sanzioni dopo i segnali positivi giunti dal paese asiatico, in particolare le riforme annunciate da parte del presidente Thein Sein.
Il governo svizzero aveva deciso nel 2000 di adottare una serie di sanzioni nei confronti del Myanmar in seguito alle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime militare.Fine della finestrella
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