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LUCERNA - Il Tribunale cantonale di Lucerna ha assolto oggi il capo della polizia cantonale e l'ex capo di quella giudiziaria dall'accusa di omicidio colposo nel caso della donna suicidatasi nel marzo del 2016 a Malters (LU), dopo essersi asserragliata in casa per impedire ad agenti di trovare la piantagione di canapa del figlio. La sua conclusione: la pensionata era in grado di decidere.
Il tribunale ha così confermato il verdetto di prima istanza. La sentenza non è ancora passata in giudicato, seguirà una motivazione per iscritto.
Il presidente della Corte ha comunicato la decisione verbalmente nel tardo pomeriggio. Come già affermato a giugno del 2017 dal Tribunale distrettuale di Kriens, la donna ha scelto autonomamente riguardo al suicidio, ha detto il presidente. L'intervento attuato è stato proporzionato e legittimo.
Secondo i giudici gli atti indicano che la donna si è tolta la vita da sola con un'arma da fuoco e per legge il suicidio non è punibile. Non vi è inoltre stato aiuto al riguardo. Il Tribunale cantonale ha poi ritenuto che la vittima era in grado di decidere. Pertanto, una condanna di colpevolezza non viene presa in considerazione.
Se si fosse aspettato ulteriormente per entrare si sarebbero corsi rischi ancora maggiori, ha aggiunto il giudice cantonale. I capi della polizia non possono dunque neppure essere accusati di violazione dell'obbligo di diligenza.
Le spese del procedimento d'appello sono a carico del ricorrente privato, quindi del figlio della donna. Il suo avvocato, Oskar Gysler, si è detto «deluso». Ha tuttavia affermato che temeva una nuova assoluzione. Il legale rimane convinto che la pensionata non fosse in grado d'intendere, ma non sa ancora dire se il suo cliente ricorrerà.
Le forze dell'ordine lucernesi avevano fatto irruzione nell'abitazione situata a una decina di chilometri a ovest di Lucerna il 9 marzo a causa della piantagione. La pensionata era sola in casa e si è sparata durante l'operazione degli agenti, dopo 19 ore di negoziazioni.
Nel giugno del 2017 il capo della polizia cantonale e l'ex comandante di quella giudiziaria, Adi Achermann e Daniel Bussmann, furono assolti in prima istanza dal Tribunale distrettuale di Kriens dall'imputazione di omicidio colposo. Il figlio della donna - che durante l'operazione si trovava in carcere - aveva però presentato ricorso contro la decisione, ritenendo che gli agenti abbiano agito in modo sproporzionato provocando così il suicidio.
Nell'agosto del 2018 i due comandanti dovettero rispondere in secondo grado al Tribunale cantonale. Pochi giorni dopo la prima seduta del processo d'appello, la Corte cantonale riferì di non essere ancora in grado di emettere una sentenza poiché, sulla base degli atti disponibili, non era possibile valutare in modo affidabile se la donna al momento di suicidarsi fosse in grado d'intendere. Una perizia ha chiarito che con ogni probabilità la pensionata soffriva di schizofrenia paranoica.
Nel corso della seconda udienza di appello di oggi, le parti hanno potuto pronunciarsi su tale valutazione. Nella sua arringa Gysler ha sottolineato che la donna non ha preso liberamente la decisione di suicidarsi, ma sotto pressione. Le mancava la facoltà cognitiva e aveva una percezione distorta della realtà. Credeva di dover rimanere per un periodo prolungato in una struttura psichiatrica e «non ha ricevuto il tempo di riflessione che aveva chiesto». Ciò è equiparabile ad un rifiuto, ha affermato il legale.
Il fatto che la donna non abbia voluto far accedere gli agenti nella sua abitazione, dimostra che ha valutato erroneamente la realtà, ha detto il procuratore straordinario Christoph Rüedi. La considerazione che preferisse il suicidio al ricovero in ospedale non ha senso: «Questa non è una decisione ragionevole», ha aggiunto. Si è evidentemente sentita messa alle strette, ha precisato.
Secondo la difesa dei due imputati, gli esperti hanno stabilito che la donna era «vigile, consapevole e orientata» durante le conversazioni telefoniche con la polizia. «La donna è stata in grado di annunciare in modo chiaro la sua intenzione di non voler mai più essere ricoverata in psichiatria» e ha in ogni momento avuto un «riferimento intatto con la realtà».
Oggi ha inoltre avuto luogo un ulteriore interrogatorio di testimoni, tra questi il responsabile dell'operazione. Esso ha riguardato in particolare una comunicazione radio avvenuta prima dell'irruzione. Alla prima udienza dello scorso agosto, l'avvocato del ricorrente aveva affermato che da un estratto delle comunicazioni emergeva che per il comando operativo era già chiaro in anticipo che si sarebbe entrati prima di pranzo, indipendentemente dall'evoluzione della situazione.