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“Non conosco la musica ma la musica conosce me”
Un’affermazione – in risposta alla domanda di un ufficiale tedesco che, prima di un’esibizione, vuole sapere se Reinhardt sappia leggere uno spartito - che restituisce il valore di un rapporto simbiotico fra un artista e la sua arte. Ma dietro a Django c’è molto di più perché il racconto si focalizza sul difficile periodo storico che va dal 1943, quando il musicista belga di origini gitane si trova a Parigi e deve scappare per via delle persecuzioni naziste, alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945. Un fuga complessa con la moglie incinta (la mora bella e brava Beata Palaya, cui fa da contraltare la bionda amante del marito Cécile de France) e la madre, che lo portò prima a Thonon per poi attraversare il Lago di Ginevra e raggiungere la Svizzera. Sconfitto Hitler, ritroviamo Django a Parigi che dirige un Requiem (da lui composto ma di cui sono arrivati a noi solo alcuni frammenti) in memoria dell’olocausto della popolazione gitana, evento rimasto per decenni nell’ombra.
Un inizio forte emotivamente e politicamente per questo Festival di Berlino che sembra ribadire la potenza dell’arte, in questo caso musica o cinema che sia .
Francesca Felletti
Dal TG20: