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Evangelici d'Europa più uniti
Dal 13 al 18 settembre le chiese protestanti europee si riuniscono a Basilea per ribadire che la loro unità non è condizionata dalle frontiere degli stati
in intervista , protestantesimo
Alla vigilia dell'assemblea di Basilea della Comunione delle chiese protestanti europee (CCPE), il suo presidente, lo svizzero Gottfried Locher, afferma che le chiese vogliono rafforzare i loro legami reciproci, in un'Europa condizionata da interessi nazionali e alle prese con problemi legati alla migrazione.
L'assemblea generale della CCPE si terrà tra pochi giorni a Basilea. Perché proprio nella città sul Reno?
Basilea ha avuto un ruolo importante nella storia della Riforma protestante in Svizzera. A poca distanza dalla città c'è inoltre il centro di studi di Leuenberg, dove nel 1973 venne firmata l'omonima Concordia tra le chiese luterane e riformate che pose fine a secolari divergenze all'interno del protestantesimo europeo e permise la nascita della CCPE, nel 1978. L'assemblea si svolgerà nello storico duomo della città e ricorderà anche il quarantesimo anniversario della fondazione della CCPE. Basilea è infine città di confine, tra Svizzera, Germania e Francia: un luogo ideale dove le chiese potranno ribadire la loro volontà di vivere in una diversità riconciliata.
Quali sono le sue aspettative nei confronti dell'assemblea della CCPE?
Dall'ultima assemblea, svoltasi a Firenze nel 2012, la CCPE ha elaborato dei documenti importanti sull'unità delle chiese, sul pluralismo religioso e sul compito educativo delle chiese. A Basilea quei testi saranno discussi e recepiti. Vogliamo rafforzare la nostra unità.
Gottfried Locher, presidente CCPE
Al momento gli stati che compongono l'Unione europea tendono ad allentare i loro legami e insistono sulla loro sovranità nazionale...
Il modo in cui noi intendiamo l'unità è diverso da quello che caratterizza gli sforzi politici tesi a creare alleanze in cui prevalgono interessi nazionali. Nella CCPE puntiamo su un modello di unità che supera i confini degli stati. Il nostro modello di unità nella diversità riconciliata potrebbe essere un esempio anche per il dibattito politico.
In che senso?
Nel senso di costruire un'unità intorno alle questioni fondamentali che stanno alla base della comunione, senza trascurare la diversità di ciascuno. Questo sarebbe importante anche nella politica europea.
Unità nella diversità riconciliata, è un motto dal gusto molto elvetico. Ma i protestanti d'Europa sono tra di loro molto diversi. Come si conciliano ad esempio le posizioni molto conservatrici delle chiese dell'Europa dell'est con le posizioni liberali tedesche?
La CCPE si occupa in particolare di questioni teologiche, la sua base è l'evangelo. La diversità non si manifesta lungo il confine culturale e politico che separa l'Europa dell'est da quella occidentale, ma intorno a particolari costellazioni confessionali.
Nel programma dei lavori si nota la mancanza di due temi molto attuali: la migrazione e l'ordinazione delle donne al pastorato. Perché?
Il tema dell'ordinazione delle donne al pastorato non rappresenta un problema per le chiese che fanno parte della CCPE. La situazione attuale in Lettonia non è che un'eccezione [nel 2016, il sinodo della chiesa evangelica luterana lettone ha deciso di abolire il pastorato femminile, suscitando vive proteste internazionali, ndr.]. Una questione più importante è quella che riguarda la presenza di donne nei direttivi ecclesiastici. In alcune chiese non è previsto che le donne assumano ruoli di presidenza. E la percentuale di donne tra i partecipanti all'assemblea di Basilea è piuttosto bassa, non raggiungendo che il 30%.
Per quanto concerne la migrazione, l'assemblea della CCPE si occuperà del tema dei rapporti con le chiese dei migranti in Europa.
In che modo le chiese europee possono sostenere gli stati nel campo della migrazione?
Le chiese devono impegnarsi, in ogni paese, per i diritti dei migranti e dei profughi. E devono contribuire a favorire la loro integrazione. A seconda del clima politico presente nei vari paesi, si tratta di un compito che può essere anche molto difficile.
A Basilea, lei e il cardinale Kurt Koch sottoscriverete un documento che segna l'avvio di un dialogo tra il Vaticano e la CCPE. Che cosa si aspetta da questo dialogo?
È la prima volta che il Vaticano avvia un dialogo con una comunione regionale, non globale, di chiese. Questo per me è il segno che Roma riconosce l'affidabilità e serietà del nostro lavoro. Vorremmo avviare, nei prossimi anni, dialoghi simili anche con altre comunioni di chiese e sviluppare dunque maggiormente il nostro modello di unità nella diversità riconciliata.
Nella CCPE puntiamo su un modello di unità che supera i confini degli stati
Alla fine degli anni Ottanta, a Basilea ebbe luogo la prima assemblea ecumenica europea. Si trattò di un momento molto significativo, poco prima della caduta del Muro di Berlino. Il motto di quell'incontro fu "pace nella giustizia". Non sarebbe questo un compito anche per le chiese d'Europa, oggi?
In quell'occasione, le chiese seppero alzare la loro voce, al momento giusto, contro la povertà, la guerra e la distruzione dell'ambiente. Quel messaggio caratterizza fino a oggi l'agenda ecumenica, nella CCPE, nella Comunione mondiale delle chiese riformate, nel Consiglio ecumenico delle chiese (CEC). L'esempio più recente di questo impegno è l'intervento del CEC a favore della riconciliazione tra la Corea del Nord e quella del Sud. (intervista a cura di Tilmann Zuber; in kirchenbote-online.ch; trad. it e adat. Paolo Tognina)