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“Quasi 10 milioni di bambini potrebbero non tornare più a scuola”. Ad affermarlo è il nuovo rapporto della Ong “Save the Children”, pubblicato lo scorso luglio. Per l’esattezza, si calcola che circa 9,7 milioni di bambini in tutto il mondo rischino di interrompere per sempre la loro educazione.
Durante la fase più acuta della pandemia, oltre 1,6 miliardi di bambini e adolescenti sono stati colpiti dalla chiusura delle scuole ordinata come misura di contenimento del virus. Per la prima volta nella storia dell’umanità, un’intera generazione – si parla di circa il 90% della popolazione studentesca del pianeta – è stata costretta ad interrompere la propria formazione, o per lo meno a modificarne la modalità.
Il rapporto globale di Save the Children denuncia i profondi tagli al budget per l’istruzione in numerosi paesi del mondo e la crescente povertà causata dall’emergenza sanitaria. Secondo l’organizzazione non governativa, i ripetuti tagli e la difficile situazione economica costringerebbero circa 9,7 milioni di bambini ad abbandonare per sempre la scuola entro la fine del 2020. Secondo l’approfondita analisi dell’organizzazione, questo rischio sarebbe molto elevato in particolare in 12 paesi a medio e basso reddito: Niger, Mali, Chad, Liberia, Afghanistan, Guinea, Mauritania, Yemen, Nigeria, Pakistan, Senegal e Costa d’Avorio. In altri 28 paesi il rischio resta concreto.
Oltre alla riduzione dei budget governativi stanziati per la pubblica istruzione, sulla formazione scolastica di un’intera generazione di bambini e di adolescenti dei paesi economicamente più deboli grava anche una profonda recessione. La crisi economica allontanerebbe migliaia di bambini dalla scuola per essere immessi nel mercato del lavoro, in modo da aiutare economicamente la famiglia.
Basti pensare che a causa della pandemia il numero di bambini a rischio povertà assoluta si aggira tra i 22 ed i 33 milioni solo nell’Africa subsahariana. Per il direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), la pandemia ha creato gravi scompigli nelle economie familiari, che potrebbero ricorrere al lavoro minorile se lasciati senza sostegno. Un dato tra l’altro confermato anche dall’UNICEF. In questo scenario, le bambine potrebbero anche essere costrette al matrimonio precoce.
Aumenterebbe così anche la disuguaglianza di genere, con le bambine che sarebbero significativamente più esposte al rischio di abbandono scolastico.
Secondo gli scenari peggiori circa 10 milioni di bambini potrebbero non tornare mai più a scuola. In mancanza di importanti investimenti nella pubblica istruzione, il divario tra ragazzi ricchi e quelli più poveri potrebbe aggravarsi. Non va dimenticato che mentre i ragazzi delle famiglie più ambienti hanno avuto la possibilità di seguire le lezioni online tramite le nuove tecnologie, i ragazzi più poveri ed emarginati – si stima circa 500 mila bambini – siano rimasti senza accesso ad alcun tipo di istruzione per almeno metà anno scolastico.
La chiusura delle scuole non ha significato solo l’interruzione delle lezioni. Per molti bambini la scuola rappresenta un luogo sicuro dove giocare con gli amici, dove ricevere un pasto sicuro e poter accedere ai servizi sanitari. Non va dimenticato che spesso in molti paesi sono gli insegnanti ad occuparsi della salute fisica e mentale dei bambini. L’istituzione scolastica tiene i bambini in un ambiente sereno, lontano dalla strada e dal lavoro minorile, dagli abusi e dalla violenza.
Per questi motivi Save the Children nel suo rapporto chiede ai governi ed ai donatori della comunità internazionali di investire urgentemente nell’istruzione per rispondere tempestivamente a questa emergenza educativa globale.
“Le fondamenta di ogni stato sono l’istruzione dei suoi giovani” scriveva Diogene di Sinope, filosofo greco. Sono certo che se Diogene autodefinitosi “cittadino del mondo intero” abitasse il nostro mondo sempre più interconnesso, sarebbe d’accordo con me nel dire che l’istruzione è alla base della società. Ma bisogna che le fondamenta siano solide e stabili, per poter crescere e svilupparsi!
L’educazione è vita che si forma
Argomentare sul tema l’Educazione è azzardato se non si ha una Richtung da seguire e uno Zweck da raggiungere. È noto infatti, che da secoli affrontano il tema filosofi, psicoanalisti, psicologi, pedagoghi, antropologi, politologi, storici, giuristi, ecc. Pertanto proverò in questa pagina non di fornire una sintesi, sarebbe assai complicato, ma di dare dei ‘punti luce’ per attrarre l’attenzione sul focus e fungendo forse da “tafano” alla maniera socratica istillare la curiosità di saperne di più.
Per comprendere in fondo ciò che dovrebbe interessare l’individuo, la società, l’umanità. Di converso, accade che a molti non importa, per alcuni addirittura non costituisce un bisogno. Eppur tuttavia, capire che “educare” ed essere formati a vivere significa farne della propria esistenza una vita consapevole, chissà magari a qualcuno importerà. Malgrado ciò nella Contemporaneità educare ed essere educati non è semplicemente un bisogno, anzi, è un’urgenza. È sufficiente “alzare lo sguardo” à la Georg Simmel. Per questo e per diversi motivi, ho deciso di intraprendere da qualche anno il pernicioso tema dell’Educazione. E in ciò sono stata aiutata dai Magistri Kant, Nietzsche, Simmel, nonché dai contemporanei, cito fra tutti il Magister Antonio De Simone, filosofo e studioso simmeliano. Ne ho scritto con la consapevolezza di attraversare un campo minato.
Cosa significa educare? Non di certo non dire parolacce, mangiare composti, non essere scortesi, vestire in un certo modo, ma il significato è da ricercare molto più in profondità. Kant ci risponderebbe che “educare è arte” e già in questa affermazione si assaggia la grandezza di un’azione e la bellezza oggettiva, universale nel momento in cui questo agire ricade in modo responsabile e libero. Già. Per essere liberi occorre prima essere responsabili e questo è il compito principale dell’educare e del formare, ben diverso dall’istruire. È chiaro che gli adulti, vale a dire i genitori e in primis i maestri hanno un ruolo fondamentale e ricco di responsabilità. Ce lo ricorda anche Gustavo Zagrebelsky nel suo Mai più senza maestri (2019).
Così come Nuccio Ordine considera l’insegnamento non un mestiere ma una vocazione e ne L’utilità dell’inutile (2020) scrive: «il vero professore prende i voti». Non solo. È forte ed essenziale per il professore Ordine la valorizzazione dei classici e quindi, la ripresa di un’autentica Paideia. Seguendo questo roter Faden tracciato dai grandi, conduco il lettore alle Lezioni simmeliane che l’eclettico filosofo Georg Simmel tiene a Strasburgo nel 1915/1916 e il suo allievo Karl Hauter pubblica successivamente, la Schulpädagogik (1922), tradotta e curata in lingua italiana L’educazione come vita. Per una nuova pedagogia della scuola (2019). Le lezioni pedagogiche di Simmel si propongono di fornire e indagare sulle regole che risiedono nel principio più alto, la vita, e a tenere sempre in considerazione che la “pedagogia è vita”. Che educare significa saper vivere. Ciò che infatti, si intende ribadire è la comprensione del valore della vita, pertanto, occorre una “educazione” atta a condurre appunto alla capacità di viverla in maniera libera e responsabile. Le Vorlesungen forniscono le fondamenta della pedagogia e della filosofia, nella specifica relazione maestro-allievo, affinché sia ancora possibile nel secondo millennio che da una scuola si formino ragazzi maturi e pronti ad affrontare il mondo del lavoro e della vita. Che le scelte non siano frutto di specialismi né di utilitarismi. Se non si ha la coscienza e consapevolezza a sapere ‘cosa si vuole fare da grandi’ non si sarà nemmeno capaci di amare il proprio lavoro. E qui si intuisce un riverbero nicceano. Nietzsche, un altro grande Maestro ed educatore. Chiaro dovrebbe essere che il lavoro costituisce la propria identità. A tal proposito, Simmel aveva analizzato l’alienazione del soggetto nell’oggetto: denaro, merce, lavoro. Non c’è sintesi come osservava tra soggetto e oggetto: uomo/ macchina, ma predominanza dell’oggetto che ha condotto l’uomo nella condizione strumentale perdurante sino alla Contemporaneità. «Il lavoro» – osserva ancora Nietzsche – «è la miglior polizia, che tiene tutti a freno ed è capace di ostacolare energicamente lo sviluppo della ragione, dei desideri e delle velleità di indipendenza». Dà sicurezza ma costituisce un pericolo: «La società brulica di individui pericolosi! E dietro di loro il pericolo dei pericoli: l’individuum!», le parole di Nietzsche sconquassano. Non possono lasciarci indifferenti! Riflettiamo. La vera occasione di vita che dovrebbe costituire il lavoro: l’identità, ossia ognuno dovrebbe lavorare per esprimere sé stesso, le proprie passioni, attitudini, sperimentando una nuova filosofia del ‘cogito ergo laboro’. Questa, la grande rivoluzione! Attenzione! La scuola dovrebbe educare, il condizionale è d’obbligo, ce lo insegna Simmel, a conoscere anche l’autenticità della religione. Che non indica idolatria.
La scuola inoltre, dovrebbe comprendere che la vita di ogni allievo non è un passivo sussistere, ma “vera vita”, processo di creazione e superamento, spontaneità del soggetto che accoglie in sintesi l’obiettività dei dati reali e dei valori culturali: «Nulla è più degno di un uomo del saper tramutare la propria esistenza in una vita» (Simmel), e l’insegnante e l’alunno sono “persone vive” la cui centralità risiede nella responsabilità e coerenza del maestro a considerare in ogni singolo studente competenze, doti caratteriali, instaurando una relazione di fiducia e di dialogo sempre fondato sulla sincerità, mai sulla menzogna: «La fiducia e l’abitudine alla discussione sono un buon mezzo contro la menzogna: è opportuno che i ragazzi discutano, in modo che non si giunga al risentimento, quando si sentono oppressi da qualcosa o trattati ingiustamente» (L’educazione come vita, 2019).
Educare allora significa imparare a conoscere la libertà e ad assumersene la responsabilità di esserlo. Insegnarlo è essenziale e indispensabile: ai bambini, ai ragazzi, a scuola per tentare di riformare, garantire una nuova nascita a una realtà scolastica troppo spesso dimenticata.
Difatti, ad esempio, in Discorsi sull’educazione di Martin Buber, allievo di Simmel, si legge: «Libertà in educazione significa poter sperimentare il legame», che non vuol dire libertà senza vincoli o responsabilità condivisa con gli altri, altrimenti si tratterebbe di «una patetica buffonata». In definitiva, formare i ragazzi con il loro pensiero critico a rinvigorire le radici, la propria identità, a vivere l’alterità come un arricchimento e dunque, a non considerare l’altro, uno straniero ostile, un nemico, risulta fondamentale. Vivere la relazione senza menzogne, la pluralità una forza per conoscersi e conoscere l’altro e a tutelare la democrazia, con la speranza, di salvaguardare l’alterità, abituando così il bambino al dialogo, all’attesa, all’ascolto, al silenzio, invitando l’insegnante alla coerenza, alla giusta valutazione, che costituisca un potenziale per le nuove generazioni, in quanto simboleggia un possibile punto di riferimento e un’opportunità a creare “ponti e porte” tra “costellazioni” sì differenti, ma non di certo oppositive quali scuola, lavoro, famiglia, dove peraltro ogni individuo sia parte integrante di una società che creda nella cultura che assuma però il significato insegnato dai magistri del passato e nel bambino, ragazzo, adolescente si veda la persona che è: generatore del proprio futuro.
In vero, la necessità di riprendere i ruoli evaporati: maestri e allievi, genitori e figli e la sfida nel conflitto della Contemporaneità a cercare una direzione, avendo chiara la meta: vita (Maestro e allievo. Filosofi, educatori: Kant, Nietzsche, Simmel, 2020). Questa è una vera necessità.
Questa l’impellenza.
Alessandra Peluso
Articolo pubblicato sul mensile insieme di ottobre 2020.