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Recentemente l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali ha presentato i risultati di uno studio volto a analizzare gli effetti dell’introduzione dell’assicurazione maternità.
Lo studio ribadisce come la strada per l’affermazione del diritto a questa assicurazione sia stato lunga e tormentata; il progetto approvato dal popolo nel 2004 ( ed entrato in vigore nel 2005) viene giudicato dallo stesso Ufficio federale come “modesto”.
In effetti attualmente le madri che esercitano un’attività lavorativa, dipendente o indipendente, hanno diritto all’indennità di maternità. Il congedo dura 14 settimane durante le quali le donne ricevono l’80% del reddito lavorativo medio conseguito prima del parto, ma al massimo 172 franchi al giorno. Durante la discussione del progetto il movimento delle donne aveva messo in evidenza i limiti di una simile proposta che assicura solo una parte delle madri (le madri adottive e le non lavoratrici non sono contemplate dalla legge), prevede congedi troppo corti, non garantisce una copertura salariale adeguata e non prevede congedi parentali.
Lo studio presentato aveva come primo obiettivo quello di valutare se l’introduzione dell’assicurazione maternità avesse modificato l’atteggiamento dei datori di lavoro in materia di assunzione delle donne. La risposta è semplice: secondo i datori di lavoro l’introduzione dell’assicurazione maternità non ha modificato molto il loro modo di agire; a pesare maggiormente nelle scelte del personale da assumere non è tanto una possibile maternità, ma in particolare la presenza di bambini piccoli e questo, soprattutto, per il ruoli dirigenziali.
La ricerca voleva inoltre verificare se le aziende che per contratto prevedevano già coperture più elevate rispetto alla legge federale avessero diminuito le loro prestazioni. Da questo punto di vista il 25% delle aziende ha peggiorato le prestazioni previste per adeguarsi a quelle federali: si tratta soprattutto di aziende attive in settori “prevalentemente maschili”, ma anche di piccole e medie imprese del settore della ristorazione e dell’alberghiera dove sono impiegate numerose donne. Nel settore pubblico invece le prestazioni generalmente più elevate, sia in termini di indennità che di durata del congedo, sono state mantenute.
I dati più interessanti riguardano però le neo-mamme interrogate. Tra le donne interpellate, l’84% ha ripreso il lavoro dopo il congedo maternità, questo soprattutto per motivi di carattere finanziario ma anche per la volontà di non interrompere una carriera professionale. Tra coloro che non hanno ripreso il lavoro, il motivo principale risiede nell’assenza di strutture che potessero accogliere i figli durante il tempo di lavoro e la difficoltà a conciliare lavoro e famiglia.
Il 60% delle donne ha avuto e chiesto un congedo superiore alle 14 settimane, per la metà di esse si tratta di un congedo non pagato dal datore di lavoro. L’8% invece ha avuto un congedo inferiore alle 14 settimane legali e questo soprattutto a causa della richiesta del datore di lavoro.
In generale lo studio conclude che l’introduzione dell’assicurazione maternità non ha avuto effetti evidenti sull’assunzione delle donne; infatti l’aumento dell’impiego femminile non può essere attribuito a questa assicurazione.
Essa da una parte ha permesso ad alcune donne lavoratrici di veder migliorate le loro prestazioni e la loro sicurezza. Rimane comunque evidente come questa legge, frutto di un compromesso tutto elvetico, abbia peggiorato la situazione di alcune lavoratrici, generalmente quelle impiegate già in settori meno remunerati e meno protetti, e non corrisponda pienamente alle aspettative delle neo- mamme le quali, molto spesso e a loro spese, allungano i congedi maternità per poter rispondere meglio ai loro bisogni e a quelli dei loro figli. Si tratta anche qui di quelle donne che per ragioni finanziarie e per condizioni lavorative possono permettersi scelte di questo tipo che rimangono comunque “costose”.
Una legislazione più vincolante e meno modesta, con congedi più lunghi e meglio retribuiti per padri e madri, avrebbe permesso di evitare queste discriminazioni e avrebbe garantito a tutti, mamme neonati e papà, una migliore qualità di vita.