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Il 7 febbraio 1991, come presidente della prima sessione delle donne, Josi Meier ironizza, capovolgendoli, gli stereotipi sul ruolo delle donne. Il 25 novembre, diventa la prima donna presidente del Consiglio degli Stati. I giornali coniano l’espressione madre della nazione.
Josi J. Meier è una delle dodici donne elette al Parlamento federale nel 1971 dopo l’introduzione del suffragio femminile in Svizzera. Vent’anni dopo è la prima donna a diventare presidente del Consiglio degli Stati, a coronamento di un lungo impegno politico.
Nel 1967 Josi Meier venne chiamata dal consigliere federale Friedrich Traugott Wahlen a far parte, assieme a otto uomini, della commissione incaricata di preparare la revisione della Costituzione federale con cui si intendeva introdurre il suffragio femminile a livello federale. La giurista si era già impegnata pubblicamente per il diritto di voto delle donne e seguiva con attenzione le votazioni cantonali su questo tema. L’accettazione del diritto di voto femminile nel Canton Lucerna, suo Cantone d’origine, nell’ottobre 1970, a pochi mesi dalla votazione federale, fu per lei un segnale positivo importante.
Josephine Johanna Meier (1926-2006) non era predestinata a una carriera politica. Il padre era portiere all’albergo «National» di Lucerna, in seguito lavorerà come portinaio presso una banca. La madre da nubile era stata cameriera di sala, all’epoca un’occupazione tipicamente femminile. Figlia unica, Josi Meier studia diritto a Ginevra e dopo gli studi apre uno studio d’avvocatura a Lucerna.
Nella sua attività professionale ha occasione di constatare dal vivo le discriminazioni subite dalle donne in Svizzera. Definisce «patriarcale» il diritto matrimoniale dell’epoca e quando diventa deputata in Parlamento si impegna a favore di una sua riforma. È attiva soprattutto negli ambiti del diritto sociale e della politica estera. Diventa inoltre vicepresidente della Commissione d’inchiesta parlamentare sul Dipartimento federale di giustizia e polizia (incaricata di indagare sul cosiddetto affare delle schedature).
Legenda: Josi Meier, prima donna presidente del Consiglio degli Stati 1991–1992 (Fonte: Walter Rutishauser, fotografo - Biblioteca Am Guisanplatz, collezione Rutishauser).
(L’immagine può essere scaricata in due dimensioni.)
«Sì, il nostro posto è tra le mura di casa …»
Josi Meier intendeva la parità come causa comune di tutte le donne. Ha difeso questa causa con grande competenza e anche con una buona dose di humour. Lo testimonia il suo discorso in occasione della sessione delle donne 1991, in cui smonta la visione passatista della donna traendo spunto da vecchi articoli di enciclopedia o riflettendo su designazioni obsolete come «signorina». La sua visione del rapporto uomo-donna è il partenariato al posto del paternalismo.
Suscita l’ilarità delle 200 donne presenti alla sessione quando dice: «ora abbiamo capito perché si dice che il posto della donna è tra le mura di casa: ebbene sì, le donne devono stare tra le mura delle case comunali, dei palazzi governativi e del Palazzo federale.» Il gioco di parole fa allusione a uno slogan, creato dalla grafica lucernese Karin Wallimann all’epoca della campagna sul diritto di voto femminile, che il discorso di Josi Meier renderà celebre.
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Il prezzo da pagare per avere una propria opinione
In un altro discorso del 1991, tenuto durante un ricevimento organizzato in suo onore dalla Città di Lucerna, Josi Meier, che non ha mai accettato nessun mandato in un consiglio d’amministrazione, affermerà che «c’è chi si offre il lusso di un cavallo da corsa o di uno yacht, io mi offro il lusso di avere una mia opinione: il prezzo da pagare è più o meno lo stesso.»
Un discorso rivolto sia agli uomini che alle donne
L’impegno di Josi Meier per la causa femminile si è svolto più all’insegna della mediazione che non del conflitto, e spesso in chiave umoristica. Rivendica la partecipazione delle donne alla politica, ma invita anche gli uomini a collaborare. Nel discorso di insediamento quale presidente del Consiglio degli Stati, si rivolge alle donne ma non omette di coinvolgere gli uomini, che peraltro erano ancora in forte maggioranza nella Camera alta, chiedendo anche a loro di impegnarsi per i diritti delle donne, come mostrano i seguenti estratti.
Voi tutti, onorevoli colleghe e colleghi, avete dato prova di una grande fiducia nei miei confronti, consentendomi di saltare le tappe usuali della presidenza della Camera, che prevedono il passaggio dalla funzione di scrutatore supplente dapprima a quella di vicepresidente in seguito. Questo percorso accelerato è reso possibile soltanto grazie alla professionalità e alle competenze della segretaria del nostro Consiglio, Annemarie Huber-Hotz, che da molti anni è un sostegno imprescindibile per i presidenti. (…) L’elezione odierna la interpreto anche come segno della disponibilità degli uomini presenti in questo Consiglio a cooperare attivamente. Ve ne sono molto riconoscente.
La seconda Camera, perfettamente parificata alla prima, è un elemento costitutivo dello Stato federale svizzero. Sopprimerla equivarrebbe ad amputare una gamba a Elvezia, costringendola alla sedia a rotelle. Significherebbe subordinare la riflessione, l’approfondimento e la prospettiva regionale al populismo, invece di farne un correttivo. Significherebbe anche rinunciare con noncuranza al potenziale creativo dei Cantoni di dimensioni piccole e piccolissime. (E che non mi si dica che in questi Cantoni non vi sono donne innovatrici: sono convinta che tra di esse vi sarà chi un giorno rappresenterà al 100 per cento un Semicantone in questa sala).
Il primo oggetto all’ordine del giorno sono i patti internazionali dei diritti dell’uomo, e ciò mi sembra di buon auspicio. Non dobbiamo sdoganare l’immagine caricaturale di una «Svizzera SA», paradiso dei riciclatori di denaro, ma rafforzare invece l’immagine di una Svizzera aperta al mondo e ispirata a uno spirito umanitario: la Svizzera di tutti coloro che, pur sapendo che nulla può essere distribuito che non sia dapprima stato ottenuto con l’impegno, ritengono però che nella successiva distribuzione di questi beni si debbano applicare i tradizionali criteri della solidarietà tra deboli e forti, tra giovani e anziani, tra donna e uomo e tra chi è sano e chi è malato, a prescindere da confini e frontiere. Nella misura in cui applichiamo questi criteri possiamo anche restituire ai giovani di questo Paese l’interesse per la politica, e questo è uno dei nostri compiti.
L’ho già detto? Accetto la mia elezione, a nome e per conto di tutte le donne svizzere. (Applausi)