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Addetti ai lavori e accademici hanno spesso definito il 2013 come “l’anno dei paywall”. Molti si chiedono se questa soluzione potrà davvero risolvere i problemi economici dell’industria dei giornali, dovuta principalmente al calo di introiti da pubblicità. Viktor Pickard e Alex Williams (della Annenberg School of Communication, University of Pennsylvania) si sono chiesti, in uno studio pubblicato su Digital Journalism, se i paywall possano rappresentare la salvezza oppure una follia per il mercato dell’editoria periodica. Gli autori hanno osservato il dibattito sui paywall e hanno esaminato i risultati empirici di questo modello editoriale. Per svolgere la loro ricerca, Pickard e Williams hanno selezionato tre testate americane, l’Arkansas Democrat-Gazette, il Dallas Morning News e il New York Times e analizzato il contesto in cui i loro paywall operano e con che vitalità.
L’Arkansas Democrat-Gazette è stato uno dei primi giornali a lanciare un paywall nel 2011, ma allora la motivazione dietro questa scelta non era quella di generare profitti dai contenuti digitali. Al contrario, la testata voleva non perdere i suoi abbonati cartacei i quali, altrimenti, avrebbero smesso di comprare il giornale in edicola, accontentandosi degli stessi contenuti in rete. La scelta sembra essere stata vincente: tra il 2000 e il 2010, infatti, il quotidiano ha aumentato la sua circolazione del 3,2%, mentre i numeri della maggior parte dei concorrenti scendevano in tutti gli Usa. Comunque, anche se stava facendo riscontrare buoni risultati nel campo delle news online a pagamento, il giornale ha dovuto in ogni caso aumentare il prezzo delle copie in edicola nel 2012 per compensare le perdite della raccolta pubblicitaria.
Per approfondire: Paga, poi leggi. Paywall a confronto
Nel gennaio 2011, il Dallas Morning News ha invece eretto un paywall morbido quando ha iniziato a far pagare per alcuni dei suoi contenuti online. Nonostante il giornale abbia riportato che 50mila persone hanno acquistato il suo abbonamento digitale nel primo anno, la readership annuale complessiva del sito è scesa da 39 a 30 milioni. Con ben pochi dati disponibili sugli incassi del giornale, i ricercatori sostengono comunque che il paywall abbia fallito nel recuperare le perdite precedenti o ad aggiungere nuovi ricavi complessivi. Stando ai dati disponibili, nel 2012 la A. H. Belo Corporation, che possiede il giornale, ha registrato 526 mila dollari di net profit – per la prima volta in cinque anni -, ma a fronte di oltre 10 milioni di dollari di perdite complessive nell’anno precedente. Inoltre, scrivono i ricercatori, i risultati positivi sono dovuti in larga parte al taglio dei costi. Il paywall del Dallas Morning News è stato quindi disattivato lo scorso ottobre.
Il New York Times, invece, ha ricevuto molta attenzione quando ha introdotto un paywall di tipo metered nel 2011. I ricercatori trattano di questo caso come di un “successo inaspettato”, in quanto il giornale è riuscito ad attrarre ben 600mila abbonati digitali. Comunque, anche in questo caso, si registra una grossa discrepanza tra gli abbonati digitali e cartacei del NYTimes quando si guarda ai ricavi che essi generano. Se un lettore che acquista il giornale di carta porta al giornale circa 1100 dollari ogni anno, la controparte digitale ne porta infatti solo 175, come riportato anche da Business Insider. Anche se i risultati più recenti fanno registrare un cauto ottimismo, il NYTimes è comunque considerato un caso speciale per via del suo status di testata e brand globale.
Lo studio si concentra anche su tre aree di dubbio da considerare sull’introduzione di un paywall. La prima ha a che vedre con le questioni legali, suddivisibili in due parti. La prima ha certamente a che vedere con il copyright. Se per la musica e il cinema il discorso è già ampiamente discusso, si tratta di un settore relativamente nuovo per l’editoria periodica. Normalment, chi in questo settore propone leggi per rafforzare il copyright lo fa perché vede nella tutela del diritto d’autore una necessità per prevenire la distribuzione dei contenuti online senza l’approvazione degli autori, come è nel caso degli aggregatori di news. Al momento, comunque, leggi di questo tipo non sono state ancora passate perché, fondamentalmente, i fatti non possono essere soggetti a diritto d’autore.
La seconda area di preoccupazione, invece, ha a che vedere con il pragmatismo economico. La domanda iniziale, in questo senso, era se i paywall sarebbero stati in grado di compensare le perdite della pubbicità. Nonostante le prime proiezioni scettiche, molti siti di news hanno iniziato ad adottare diversi modelli di pagamento per le news online, compresi i micropagamenti. Strumenti simili a Paypal, ad esempio, aiuterebbero la diffusione di acquisti compulsivi di articoli singoli a poco prezzo. La maggiore sfida economica ai paywall, in questo senso, è la non-volontà da parte dei lettori di pagare per contenuti online. Abituati agli articoli gratuiti, gli utenti si adattano a contenuti di qualità più bassa, se questi sono disponibili senza dover pagare.
Per approfondire: Una panoramica sull’avanzata dei paywall
Parlando infine della terza area di dubbio, relativa alle questioni democratiche coinvolte nel modello paywall, gli autori fanno notare come questo violi il principio di openess della rete e crea anche un gap preoccupante tra le persone che possono e quelle che non possono pagare per l’informazione. In generale, i paywall “inscrivono valori commerciali nel processo di raccolta delle notizie”, commentano i ricercatori. Ma nonostante queste difficoltà e nonostante i modelli di pagamento per l’informazione in rete debbano ancora dimostrare la loro efficacia economica, i giornali continuano ad adottarli.
In sostanza, un problema rimane. Lo studio si conclude sostenendo che i paywall non potranno essere una “correzione tecnica” né nel fornire un business model efficace, né nel salvare l’industria dei giornali dalla stagnazione in cui si trova. Certo, diverse soluzioni a pagamento di questo tipo possono far fruttare buoni risultati e diversi livelli di successo, ma quello che ancora occorre veramente per garantire un futuro alle news è un sistema di supporto per il giornalismo di qualità, che non può essere completamente basato sul mercato. Da questo punto di vista, lo studio offre spunti in direzione di un sistema mediatico indirizzato anche verso il “servizio pubblico” (nell’accezione più ampia del termine), supportato da leggi che incoraggino e tasse alternative a basso costo e nonprofit.
Fonte: Salvation or folly? The promises and perils of digital paywalls by Victor Pickard and Alex T. Williams (Digital Journalism, 2(2), 2014).
Articolo tradotto dall’originale inglese
Photo credit: Brian Dewey / Flickr CC
Tags:Annenberg School of Communication, Dallas Morning News, Economia dei media, Economia del giornalismo, giornali Usa, Giornalismo americano, giornalismo digitale, giornalismo online, modello di business, New York Times, paywall, ricerca sui media, startup