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Ancora un vertice della FAO sull'alimentazione a Roma. Nutrirsi è un diritto, ma vuoto. La Svizzera vuole far avanzare l'idea. Come Jean Ziegler.
Per Jean Ziegler, relatore speciale della Commissione dei diritti dell'uomo dell'ONU, la fame nel mondo è "un massacro silenzioso". E tanto più scandaloso, si legge nel suo ultimo rapporto, in quanto si verifica "in un mondo più ricco che mai, che produce già più alimenti di quanto ne serva per nutrire la popolazione mondiale".
Cinque anni persi
Non siamo ancora a questo punto, anzi. Ma si sta comunque facendo strada l'idea che i diritti economici valgono tanto quanto quelli politici. E la delegazione svizzera, che partecipa al vertice mondiale di Roma sull'alimentazione, dal 10 al 13 giugno, si dice ufficialmente disposta a partecipare all'elaborazione di un codice in materia.
Questo vertice, che deve fare il bilancio delle buone risoluzioni adottate nel 1996, avrebbe dovuto tenersi lo scorso novembre. Ma fu rinviato, come altri incontri previsti in quel periodo, in seguito agli attentati dell'11 settembre.
Il ritardo non cambia tuttavia nulla alla constatazione, che solo pochi governi si sono impegnati nella lotta contro la fame. Che le istituzioni internazionali non ne hanno ancora fatto una priorità. E che le risorse attribuite allo sviluppo dell'agricoltura non sono aumentate. È quanto afferma la FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'agricoltura e l'alimentazione.
Nel 2002, come nel 1996, "ridurre della metà il numero delle persone sottoalimentate al più tardi entro il 2015" rischia di ridursi, per mancanza di volontà politica, a un puro slogan senza futuro.
"Si tratta di totale cinismo", ci dice Jean Ziegler, "il mondo ricco accetta la fame come una cosa normale". E specifica che, in termini demografici, la percentuale delle vittime della fame è leggermente diminuita, ma in cifre assolute continua ad aumentare.
A cosa può dunque servire un nuovo vertice, in queste condizioni? "Almeno ad attirare l'attenzione dei mass-media durante qualche giorno, magari a suscitare l'insurrezione delle coscienze". Un ottimismo di cui è permesso dubitare, in questo periodo di mondiali di calcio.
La Svizzera mantiene la rotta
Nel 1996, la Svizzera aveva una chiara posizione: bisogna migliorare la capacità di gestione dei paesi colpiti dalla fame, interessarsi maggiormente allo sviluppo delle regioni rurali, impiegare le risorse in modo ecologico e dare la parola alle popolazioni direttamente coinvolte.
Sei anni dopo, l'analisi non è affatto diversa. La Svizzera insisterà più che mai sulla persistenza dello sviluppo agricolo, specialmente nelle regioni di montagna, e sull'equità commerciale, tra l'altro con l'abolizione delle restrizioni alle importazioni dai paesi più poveri.
L'idea di un codice di condotta sembra pure fare l'unanimità in seno alla delegazione svizzera. "Sarebbe una buona maniera", ci dice Jacques Chavaz, vice-direttore dell'Ufficio federale dell'agricoltura, "di concretizzare e accelerare la protezione effettiva delle popolazioni più minacciate". E di responsabilizzare maggiormente i poteri politici ed economici.
Esiste già una prima bozza di "codice di condotta sul diritto a un'alimentazione adeguata", redatta da un gruppo di organizzazioni non governative. "È un buon punto di riferimento", ritiene Jacques Chavaz, e potrebbe servire da base di lavoro, se il vertice di Roma decidesse di seguire questa strada.
Per Jean Ziegler, un codice del genere non rappresenterebbe che una misura intermedia. Tuttavia sarebbe utile, almeno provvisoriamente, passare da lì. Pur sapendo che certi paesi, a cominciare dagli Stati Uniti che puntano unicamente sulle leggi del mercato, non riconosceranno mai questo genere di diritto economico.
Il diritto prima della mondializzazione
"La liberalizzazione del commercio deve cedere la precedenza alla sovranità alimentare", chiede ciononostante l'associazione terzomondista svizzera della Dichiarazione di Berna, che sostiene pure l'introduzione di un codice di condotta.
In altri termini: gli stati hanno il diritto di decidere da soli circa la loro politica agricola e il loro approvvigionamento alimentare. E dovrebbero pure rifiutare le tecnologie (si pensi agli organismi geneticamente modificati) che spingono i contadini in una situazione di dipendenza nei confronti dei mercanti di sementi.
Nella sua lista di rivendicazioni, la Dichiarazione di Berna chiede pure la soppressione delle sovvenzioni agricole del Nord, che incidono negativamente sul reddito dei contadini dei paesi in via di sviluppo e sul loro accesso garantito alla terra, all'acqua e alle risorse genetiche.
Bernard Weissbrodt