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Nel 1997 la direzione dell'esposizione nazionale ha chiamato a raccolta la popolazione: con un concorso di idee si voleva un progetto democratico. Delle migliaia di proposte è rimasto ben poco.
Era un'altra stagione; con grandi ideali e speranze si progettava la sesta esposizione nazionale. Adesso Expo.02 è una realtà, ma una nuova pubblicazione rievoca un aspetto particolarmente interessante della sua genesi. Allora il team di realizzazione di quella che si chiamava ancora Expo 2001, era guidato da due donne generose e creative: Jaqueline Fendt, direttrice, e Pippilotti Rist, direttrice artistica.
L'idea: un concorso aperto pubblico. Si intendeva così far partecipare la popolazione allo sviluppo dell'evento generazionale per eccellenza della tradizione nazionale elvetica. Allora si conoscevano solo l'ubicazione, la regione dei laghi ai piedi del Giura, e i temi assegnati alle quattro località sede delle arteplages. L'esposizione doveva ancora trovare una forma e dei contenuti di dettaglio.
Expo (poco) democratica
Il concorso del pubblico è stato strepitoso: oltre 3'000 progetti inoltrati e più di 9'000 persone coinvolte nell'ideazione dei concetti e nella redazione dei dossier inviati. Un calcolo approssimativo indica che ognuna di queste persone ha impiegato quasi cento ore di tempo libero per presentare un abbozzo del proprio sogno. Un sogno da condividere con il resto della popolazione svizzera.
Ma di quel tentativo di democrazia di base è rimasto ben poco. Solo cinque proposte sono arrivate alla realizzazione, un minuscolo 1,5 per mille. Il libro, redatto in tedesco e francese, raccoglie una selezione di questi progetti, esattamente 1341. Il titolo stesso è tratto da un'idea inviata: Expomat.
Il libro dell'idealismo...
La pubblicazione non è uno studio sul perché o il percome dei progetti inoltrati e neanche un elogio ad uno slancio organizzativo arenatosi nella valutazione. Tanto meno vi si trova una denuncia alla commissione di esame che ha rigettato sistematicamente tutte le proposte.
Forte di quasi 700 pagine, il volume elenca nomi e cognomi dei partecipanti e riassume i contenuti avanzati. È una sorta di catalogo di creatività democratica, arricchito da illustrazioni tratte dai dossier.
Gli autori Roman Keller e Barbar Wiskemann ripercorrono anche le tappe dell'azione "Facciamo questa Expo insieme", inserendo dei materiali. Un'intervista con l'allora direttrice e prima promotrice dell'azione, Jaqueline Fendt, spiega l'origine dell'azione, concedendo anche informazioni inedite sulle dinamiche interne del primo staff di Expo, poi franato di fronte alle critiche dell'opinione pubblica.
... e del realismo
All'opposto c'e il direttore artistico Martin Heller, esecutore dei progetti visibili in questi mesi all'Expo.02. Lui ha raccolto l'eredità di Pippilotti Rist e ha dovuto codificare l'utopia per realizzare il possibile. Per Heller "la passione e l'estetica non sono compatibili".
E probabilmente questa necessità di realismo e di risparmio hanno portato ad un'elaborazione dei padiglioni da parte di professionisti. Ben poco è sopravvissuto della partecipatione popolare. Ne è uscita comunque una manifestazione costosa, ma creativa.
Niente mongolfiere a forma di bandiera, niente trenini che congiungono i padiglioni, niente piramidi laser, niente alberi solari o parco degli animali. Poco o niente di quello che i cittadini volevano offrire o vedere alla propria Expo.02. Ma adesso tutto questo slancio creativo è raccolto in un libro che permette alle utopie di uscire dall'anonimità. Forse, in un'altra occasione, le idee bocciate torneranno a vivere.
Daniele Papacella