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di Francesco Bonsaver
Hans-Ulrich Jost ha insegnato storia contemporanea all’Università di Losanna (1981-2005). Dal 2005 al 2014 ha presieduto la commissione “Documenti diplomatici della Svizzera” ed è autore di numerose pubblicazioni.
Tutte le sue opere si interrogano sulla storia del nostro Paese, sulle sue leggende e sui suoi miti. Negli anni Ottanta fu all’origine di una polemica quando, in un capitolo de “La nuova storia della Svizzera e degli Svizzeri“ (Ed. Casagrande, 1983), mise in discussione il ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale.
Il suo contributo, che contraddiceva la visione del Consigliere federale Georges-André Chevallaz di quel periodo storico, fu confermato quindici anni dopo dalla Commissione Bergier. Non poteva esserci storico migliore a cui chiedere un’opinione sul tema della neutralità svizzera, ritornata d’attualità con la guerra scoppiata con l’invasione russa in Ucraina e dal lancio dell’iniziativa popolare dell’Udc per ancorarla nella Costituzione elvetica.
Professor Jost, in un contributo apparso su Swissinfo nel 2021 lei aveva affermato che “la neutralità svizzera è uno strumento politico”. Qual era il fine di questo strumento e da chi è stato utilizzato negli ultimi cento anni?
La neutralità svizzera è un concetto che presenta due facce. Inizialmente fu imposto alla Svizzera dalle potenze europee durante il Congresso di Vienna del 1815, interessate ad avere un territorio cuscinetto tra loro. La dirigenza elvetica dell’epoca lo accettò malvolentieri, tanto che quando fu redatta la Costituzione svizzera una trentina d’anni dopo nel 1848, la nozione di neutralità non fu inserita negli articoli principali, ma in una norma di secondaria importanza in cui si definiscono i compiti del Consiglio federale in materia di politica estera. Col passare del tempo però, quel concetto fu utilizzato dalla classe dominante elvetica per perseguire i propri interessi economici nel contesto internazionale di quel momento preciso. Internamente invece, la dirigenza politica chiese a degli storici di costruire un’immagine della neutralità elvetica dai risvolti mitologici con lo scopo di promuovere la costruzione identitaria svizzera.
Sarebbe corretto affermare che la neutralità è uno strumento politico internazionale per continuare a fare affari con tutti?
Sì. Questa funzionalità si è andata imponendo dalla prima guerra mondiale, quando le potenze dell’Intesa (Inghilterra e Francia) vollero impedire alla Svizzera di rifornire d’armi il nemico. A quel punto, la dirigenza svizzera intuì l’utilità economica del concetto di neutralità, da adattare a seconda dei bisogni.
La neutralità e il segreto bancario erano legate tra loro?
I due elementi avevano entrambi un valore mitico nell’immaginario sociale elvetico, ma erano altrettanto funzionali al sistema economico svizzero. Le prestazioni delle banche svizzere furono molto apprezzate dai Paesi di entrambi i fronti della prima guerra mondiale. Adolf Jôhr, all’epoca segretario generale della Banca nazionale e in seguito direttore del Crèdit Suisse, lo predisse nel 1912 quando scrisse: «Se la Svizzera riuscirà a mantenere la sua neutralità, è probabile (...) che grandi quantità di valori fuggiranno dai territori confinanti per rifugiarsi nelle banche svizzere, il che dovrebbe portare a una bella crescita dei ricavi».
Anche nel dopoguerra i due concetti si confondevano per essere utilizzati per interessi economici. Fu il caso del rifiuto di applicare le sanzioni dell’Onu contro il regime dell’Apartheid in Sudafrica. La neutralità era concepita quale scusa per continuare a fare affari con tutti?
Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, all’estero la neutralità svizzera fu interpretata come la possibilità di poter nascondere dei patrimoni in Svizzera in modo sicuro, al riparo da eventuali stravolgimenti nel proprio paese. Nel caso del Sudafrica invece, fu il sistema bancario e finanziario elvetico a cogliere al volo, dietro il paravento della neutralità, l’opportunità di conquistare il lucroso mercato dell’oro mondiale conducendo affari esclusivi con il regime dell’Apartheid.
Lei ha avuto anche una formazione accademica in sociologia. Non è sociologicamente comprensibile che una comunità adotti dei miti per costruirsi una propria identità?
Una maggioranza di sociologi e storici crede sia inevitabile la creazione di miti per favorire la costituzione di una comunità. Ed è vero che la mitologia della neutralità ha contribuito alla costruzione di una identità nazionale in un paese linguisticamente, culturalmente e religiosamente pluralista come la Svizzera. Essendo la neutralità un concetto molto malleabile, ben si presta bene a tale funzione. Ancora oggi basta aggiungere “armata ed eterna”, per suscitare un ampio consenso tra la popolazione.
A rinforzare il mito vi è la convinzione largamente diffusa che la Svizzera abbia evitato le due guerre mondiali grazie alla sua neutralità.
Sì, il mito ha contribuito ad offuscare la vera storia. A salvare la Svizzera dal coinvolgimento nei conflitti non fu la neutralità, ma la sua cooperazione con i belligeranti in entrambi i conflitti. La neutralità elvetica dipende molto dalla risposta che si danno le parti in guerra alla domanda: in cosa è utile per noi la neutralità svizzera? Se per esempio la Svizzera durante un conflitto offre dei servizi finanziari importanti o diventa il luogo centrale dell’attività di spionaggio, per entrambi i belligeranti può rivelarsi interessante avere questa zona franca e rispettare dunque la neutralità. Per lungo tempo c’è stata la convinzione che la Svizzera fu risparmiata dalle due guerre mondiali grazie alla neutralità, al suo esercito e infine all’economia. Oggi abbiamo sufficienti prove storiche per sovvertire l’ordine. Determinante fu l’economia, l’esercito giocò forse un ruolo deterrente nella valutazione del prezzo da pagare per un’invasione della Svizzera mentre la neutralità non aveva alcuna funzione se non quella della sua utilità per i paesi belligeranti.
L’iniziativa Udc chiede d’iscrivere nella Costituzione il concetto di neutralità, definendola armata e perenne. Quali conseguenze potrebbero esserci?
Tutto dipenderà dalla sua applicazione futura. Se si ricorrerà ad una interpretazione rigida dell’articolo così come proposto, vorrà dire che la Svizzera dovrà autoescludersi dal mondo. Se lei afferma che neutralità significa non partecipare alle guerre, le chiederei cosa significa partecipare alle guerre del ventesimo e ventunesimo secolo. Partecipare al commercio internazionale significa inevitabilmente partecipare alla guerra in un modo o nell’altro. Prendiamo l’esempio del gas, diventato un’arma di guerra. Poiché la Svizzera ne è sprovvista, da qualcuno lo devi importare e comperare, finendo così per schierarti inevitabilmente. Già nella prima guerra mondiale la Svizzera aveva provato ad escludersi dal commercio internazionale, ma risultò impossibile. La Svizzera ricopriva il ruolo di arsenale per entrambe le parti in guerra. I due fronti avevano tutto l’interesse che la Svizzera continuasse ad esercitare quella funzione indispensabile. Estraniarsi dal commercio internazionale era impossibile già allora, figurarsi nella complessità mondiale del ventunesimo secolo.
L’iniziativa Udc è sostenuta dal Partito comunista ticinese e dalla sezione basilese del partito del lavoro. Il fatto che a sinistra si sostenga un mito patriottico, che effetto le fa?
Sono in difficoltà nell’esprimere una motivazione razionale. Posso solo formulare delle ipotesi. Nel passato, i comunisti svizzeri fecero il possibile affinché i loro militanti potessero partecipare contro i franchisti in Spagna. Lo fecero perché il loro impegno politico era contro il capitale, il capitalismo. Forse i comunisti odierni ritengono utile sostenere la neutralità idealizzata perché consentirebbe alla Svizzera di estraniarsi totalmente dal sistema economico mondiale, dal Capitale. Ma ripeto, sono solo nel campo delle ipotesi. Non so quali siano le ragioni profonde di questa scelta. Ma è chiaro che se dovesse riuscire ed essere approvata l’iniziativa, sarebbe una vittoria del concetto di neutralità assoluta di Blocher. Ciò porterebbe a un poderoso riarmamento della Svizzera, che difficilmente dovrebbe trovare il sostegno della sinistra radicale.
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