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Rob Mendez è nato a Gilroy, California, ha 32 anni e nella vita fa l’allenatore di football. A causa di una rara malattia genetica, Mendez è nato senza arti: non ha nè braccia nè gambe, pesa 23 chili e si sposta grazie ad una sedia a rotelle che controlla lui stesso con i movimenti della testa. Questo impedimento fisico però non gli ha impedito di inseguire i suoi sogni e il suo motto “who says I can’t?” lo ha reso una star negli USA.
Quando Josie Mendez scopre della malattia del figlio la gravidanza è già all’ottavo mese e in un primo momento l’unico sentimento che riesce a provare è di disperazione. Ma poi Rob nasce e, nonostante la malattia fortemente invalidante, la sua energia invade la famiglia Mendez come un temporale estivo. Rob non ha le gambe, ma per spostarsi rotola vorticosamente fra le stanze della casa. Rob non ha le braccia e per giocare ai videogiochi si fa mettere il joystick fra il mento e il petto e gioca così. La sorella è sempre al suo fianco e Rob non si sente mai “diverso”.
Gli anni della scuola arrivano e le preoccupazioni dei genitori di Rob sono tante: chi lo terrà d’occhio? Verrà preso di mira dai bulli? Troverà un modo per realizzare i suoi sogni? Tutte queste paure vengono spazzate via e Rob non solo diventa amico di tutti, ma comincia soprattutto a sviluppare una morbosa passione per il football. Gli amici organizzano un torneo online di football a 32 squadre: lui arriva secondo. Ma dal mondo virtuale Rob vuole passare al vero campo di football e così, quando gli amici entrano nella squadra di high school, lui diventa team manager.
Rob finisce la scuola e il suo unico desiderio è quello di diventare coach di una squadra di football: non potrà mai scendere in campo e mostrare fisicamente ai propri giocatori come muoversi, ma la sua capacità di motivare con le parole e la grinta i giocatori è ben più efficace di una dimostrazione pratica. Rob comincia la sua gavetta e farà da assistente al Coach in cinque diverse scuole, spostando l’attenzione dei più dal suo stato fisico alle sue capacità di allenatore.
La vita di Rob nel frattempo è una vita quasi normale: la tecnologia lo porta a riuscire a fare attività una volta anche solo lontanamente pensabili per lui, anche se le protesi per gambe e braccia sono un’ipotesi che per ora ha scartato, vista l’abitudine a muoversi sulla sedia a rotelle, soprattutto sui campi erbosi di football. Uno di quei campi è quello della Prospect High School a Saratoga, California. Nel 2018 la squadra del liceo convoca Rob per un colloquio. Non come assistente, ma come Coach della squadra.
Rob viene assunto e al primo incontro con la squadra, vedendolo arrivare, i ragazzi sono sorpresi, per usare un eufemismo. Uno dei giocatori si alza e se ne va. Rob comincia a parlare. Nessun altro se ne andrà più. La sua storia comincia a fare il giro degli Stati Uniti e viene invitato a conferenze, manifestazioni e a tenere discorsi motivazionali. Lui rifiuta sempre: il suo unico desiderio è allenare, stare in campo con i suoi ragazzi e cercare di vincere il titolo nazionale. Ci andrà solo vicino per due stagioni consecutive, creando però un rapporto meraviglioso con i suoi giocatori che pendono dalle sue labbra e si uniscono con tutta la voce al suo “who says I can’t?” al centro del campo.
La sua storia, dicevamo, fa il giro degli USA e Rob Mendez diventa una vera e propria star. ESPN decide di produrre un docufilm sulla sua storia, in cui Rob e le persone vicine a lui raccontano della sua vita, del football e della rara malattia che non ha fermato le sue ambizioni. Non solo, nell’estate del 2019 Rob riceve anche il Jimmy V Award ( premio per chi, nello sport, con perseveranza e determinazione ha superato importanti ostacoli), il cui albo d’oro vanta fra gli altri lo storico bordocampista Nba Craig Sager e il giornalista Stuart Scott. Rob sale sul palco e pronuncia uno dei discorsi più iconici degli ultimi anni.
La notorietà che Rob acquista lo porta a visitare le facilities delle grandi squadre della NFL, a sedere con Aaron Rodgers a parlare di football. Durante il suo tour a visitare i centri di allenamento di California 49ers, Carolina Panthers, LA Rams, in molti cominciano a parlare di un imminente applicazione di Rob al Bill Walsh Diversity Coaching Fellowship ( un programma che da 30 anni aiuta a dare visibilità a coach con disabilità in ottica NFL). Rob si convince e nonostante l’offerta di rinnovo del suo liceo, decide di spostarsi nel Sud della California per avvicinarsi alla famiglia e, in un certo senso, alla NFL.
Mentre Rob comincia i colloqui per trovare un nuovo posto da head coach, l’emergenza sanitaria colpisce anche gli USA e tutto viene congelato. Nell’attesa della ripresa dello sport e del miglioramento dei contagi negli States, Rob Mendez si è dedicato alla promozione del suo brand “#WHOSAYSWECANT” in supporto alla crisi da Covid-19. In attesa di una nuova opportunità per dimostrare le proprie capacità e soprattutto per inseguire i suoi sogni.
“C’è una parola che mio padre non ha mai amato – ha raccontato nel docufilm Rob – la parola ‘speciale’. Siamo tutti speciali. Mio padre mi direbbe ‘tu non sei speciale, sei diverso’. Ed essere diversi non è così male, perché ti spingi oltre i tuoi limiti”.