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Lo scorso anno le azioni cinesi sono state deludenti. La crisi immobiliare, la disoccupazione giovanile, la politica economica e le tensioni geopolitiche pesano sulla fiducia nel mercato cinese. La Cina ha perso l’attrattiva per gli investitori o il mercato azionario cinese ne sta risentendo troppo?
Un anno fa, gli analisti erano concordi nel ritenere che gli Stati Uniti sarebbero caduti in recessione e che la Cina sarebbe uscita vincitrice dalla riapertura dopo la pandemia. Dopo tre anni di severe misure anticovid, con lockdown e rigidi controlli, tornava finalmente la normalità. Ci si aspettava che dopo questo periodo i cinesi sarebbero diventati degli appassionati consumatori e che ci sarebbe stata la cosiddetta «rivincita dei consumi».
Come sappiamo tutti oggi, le cose sono andate diversamente: l’anno scorso l’economia statunitense si è dimostrata estremamente solida grazie ai più che elevati risparmi dei consumatori, mentre l’economia cinese ne ha risentito. È un andamento che si osserva anche negli indici azionari: mentre lo scorso anno l’indice statunitense S&P 500 è salito di quasi il 24%, nello stesso periodo l’indice cinese Hang Seng ha perso il 15%. Se si osserva la valutazione, appare evidente la riduzione per le azioni cinesi: le azioni dell’indice Hang Seng sono attualmente negoziate con un rapporto prezzo/utile (P/U) di 8,7, mentre le azioni dell’indice S&P 500 a un P/U pari a 22,6. È giustificata questa evidente riduzione o l’attuale bashing cinese è oltremodo esagerato?
La crisi immobiliare frena la ripresa post-pandemia
In Cina la ripresa dopo la pandemia è stata molto breve. Pur essendoci stato un boom turistico, esso non si è tradotto in una crescita generalizzata. Già la scorsa primavera, con la crisi immobiliare, è emerso il problema successivo, che ha colpito in modo particolarmente duro la classe media. Una parte consistente dei suoi risparmi è investita in immobili, il cui valore non faceva che aumentare da tempo. La crisi immobiliare ha provocato un crollo dei prezzi degli immobili, assottigliando così anche i risparmi dei cinesi. Le turbolenze che hanno colpito i grandi promotori immobiliari in Cina, Evergrande e Country Garden, ormai non più in grado di far fronte ai loro debiti, hanno portato a una grande incertezza e a un contenimento dei consumi. In generale, la domanda dei consumatori privati in Cina svolge un ruolo meno importante nel sostenere la crescita rispetto all’OCSE. Il consumo rappresenta solo il 38% del prodotto interno lordo cinese, contro una media OCSE del 60%.
La crisi immobiliare ha provocato un profondo crollo della fiducia nell’economia e nella politica cinesi. Il conseguente calo della domanda ha intensificato la concorrenza sul mercato del lavoro. Le aziende, sotto pressione, hanno effettuato licenziamenti. Particolarmente colpiti sono i giovani cinesi che, dopo la conclusione della loro formazione universitaria, cercano lavoro nelle grandi aziende Internet o nel settore educativo e immobiliare. Nell’agosto dello scorso anno la disoccupazione giovanile ha raggiunto un livello record del 21%. In realtà, però, questa cifra potrebbe essere molto più elevata perché il governo cinese abbellisce spesso le statistiche, e da tempo non le pubblica neanche.
Cruciale per l’economia cinese la linea di politica economica
Un altro fattore negativo per l’economia cinese è l’incertezza generale sulla linea di politica economica del governo cinese. La politica cinese è nota per intervenire nell’economia per motivi ideologici. Nell’estate del 2021, ad esempio, la Cina ha imposto la pubblica utilità al settore dell’istruzione privata e ha vietato l’ottenimento di profitti mediante ripetizioni private. Il mercato cinese delle lezioni private, uno dei settori in più rapida crescita, è stato distrutto in breve tempo dagli interventi normativi e le azioni dei gruppi educativi cinesi sono crollate del 90%. Tali decisioni di politica economica spaventano gli investitori e vanno a scalfire gravemente la fiducia nell’economia e nel mercato azionario.
Acute tensioni geopolitiche
A preoccupare gli investitori sono anche le tensioni geopolitiche, che si sono nuovamente aggravate lo scorso anno con i palloni spia e i disordini sulla questione Taiwan. Le relazioni tra Cina e Stati Uniti vivono il loro peggiore momento da quando sono state stabilite le relazioni diplomatiche nel 1979. La rivalità tra i due Paesi è forte: entrambi aspirano alla supremazia globale.
Tuttora questa situazione è particolarmente evidente nel settore della produzione di semiconduttori. Qui la Cina vuole rendersi indipendente dagli altri Paesi. Gli Stati Uniti, invece, cercano di bloccare l’accesso della Cina ai chip. La settimana scorsa, ad esempio, il presidente degli Stati Uniti ha imposto ad ASML, fornitore olandese di chip, un blocco alle consegne di macchinari per la produzione di chip. Questi blocchi non solo danneggiano le relazioni tra Cina e Stati Uniti, ma hanno anche un impatto negativo sull’intera economia globale, ad esempio mettendo a rischio la stabilità delle catene di approvvigionamento globali.
Prospettive
L’attuale riduzione nella valutazione degli indici azionari cinesi è probabilmente giustificata dalla prospettiva odierna. Tuttavia, guardando al futuro, l’economia cinese non andrebbe sottovalutata. Non tutto nell’economia cinese è negativo. Un esempio ne sono le energie rinnovabili. In questo ambito la Cina possiede il più ampio know-how al mondo. Gli sviluppi sono sorprendenti anche nel settore dell’elettromobilità. L’anno scorso, ad esempio, il produttore automobilistico cinese BYD ha venduto complessivamente circa 3 milioni di automobili (1,59 milioni di modelli completamente elettrici e 1,44 milioni di ibridi plug-in), mentre Tesla ha venduto solo 1,81 milioni di nuove autovetture. Nonostante la forte influenza della politica, anche l’imprenditorialità in Cina deve essere messa in rilievo e considerata positiva. Nella città di Shenzen, nella Cina meridionale, l’anno scorso 124 società, appartenenti soprattutto al settore tecnologico, hanno festeggiato la loro quotazione in borsa.
Tuttavia, l’attuale incertezza politica offusca al momento gli aspetti positivi dell’economia cinese. Non è chiaro come si comporterà la dirigenza politica di Pechino in futuro e come si svilupperanno le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina. Nei prossimi anni la crescita dell’economia cinese tenderà a normalizzarsi. Gli elevati tassi di crescita dell’ultimo decennio sono dovuti in gran parte agli investimenti guidati dallo Stato in infrastrutture e immobili. Si può prevedere che il settore delle infrastrutture e degli immobili non continuerà a crescere allo stesso ritmo a causa della crisi immobiliare e dei segnali di saturazione del mercato. Occorre piuttosto un aumento dei consumi da parte della popolazione cinese.
Resta da sperare che la Cina possa affermarsi come partner di cooperazione per l’Occidente in un lontano futuro e compiere la transizione da un’economia guidata dallo Stato a un’economia orientata al consumo, anche con una diversa concezione della leadership politica e della prosperità economica.
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