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Ben lungi da essere rapida e indolore, la pena di morte di nuovo al centro del mirino dopo due strazianti esecuzioni
Nessuno può immaginare quali siano i pensieri di un condannato a morte mentre percorre la distanza che lo separa dal luogo della sua esecuzione. Che ripensi alla sua vita o si penta di ciò che ha fatto, tutti, credo, nutrono la speranza che quel momento terribile duri il minor tempo possibile. Non è sempre così, e più spesso di quanto dovrebbe mai accadere, mai appunto, il momento della morte si dilata e diventa una tortura dolorosa e angosciante fino a che, o giunge pietosa la fine oppure, con immenso dolore, si sopravvive a essa.
L'agonia finale
Sono in pochi a sapere che la pena capitale, così come la si vede rappresentata nei film di Hollywood, è ben lontana dal vero e la realtà è fatta spesso di vene che non si trovano, di medicinali che mancano e di una morte che viene invocata per ore per porre fine ad un supplizio senza senso. In tal senso, un caso sconvolgente è, senza dubbio, quello di Joe Nathan James Jr, cinquantenne morto il 28 luglio scorso dopo una procedura che ha indignato non solo i suoi familiari ma l'intera opinione pubblica. L'uomo era stato condannato alla pena di morte nel 1996 con l'accusa di aver ucciso, il 15 agosto 1994, la sua ex fidanzata Faith Hall, al termine di un litigio. Il fatto che l'iniezione letale fosse stata fissata per le ore 18 ma che il condannato sia stato dichiarato morto solo alle 21.27 dello stesso giorno, ha indotto la rivista Atlantic a chiedere una autopsia indipendente che ha, infine, portato a galla una realtà difficile da accettare. Secondo quanto riferito dalla giornalista Elizabeth Bruening «le mani e i polsi di James sono stati bucati con aghi in ogni posto che si potesse piegare o flettere».
Il dottor Joel Zivot, professore di anestesiologia alla Emory University di Atlanta ed esperto sul tema dell'esecuzione capitale con iniezione letale, che ha assistito all'autopsia privata, ha dichiarato che sembrava ci fossero stati diversi tentativi di inserire un catetere e di aver visto «più segni di puntura su entrambe le braccia» oltre che due incisioni perpendicolari, di 3-4 centimetri di lunghezza, al centro del braccio che, secondo l'esperto, indicano che gli agenti penitenziari avevano cercato di eseguire una «riduzione», una procedura per cui la pelle viene incisa per poter eseguire una ricerca visiva della vena.
Si tratta di una procedura molto invasiva e raramente eseguita in contesti medici moderni. La difficoltà di trovare un accesso venoso, avrebbe quindi ritardato l'esecuzione di oltre tre ore, durante le quali, il condannato, non si sa se anestetizzato o meno, è stato sottoposto a procedure mediche molto dolorose. La conclusione a cui si è giunti è che l'uomo «abbia subito due esecuzioni: una procedura straziante a porte chiuse e poi una performance per i testimoni». Le testate giornalistiche non possono assistere alle fasi preparatorie dell'esecuzione, ma solo accedere alla camera in cui essa si svolge solo quando il condannato è legato alla barella e con la cannula inserita.
Una sofferenza «illegale»
Come dichiarato da Maya Foa, direttrice del Reprieve Forensic Justice Initiative «sottoporre un prigioniero a tre ore di dolore e sofferenza è la definizione di punizione crudele e inusuale che è vietata dalla Costituzione degli Stati Uniti. Gli Stati non possono far finta che la pratica aberrante dell'iniezione letale sia in alcun modo umana». L'ottavo emendamento della Costituzione statunitense, infatti, recita che «lo Stato non infliggerà punizioni crudeli e inusuali», anche se, come visto, troppe volte succede il contrario. Il caso di Joe James Jr. non è un caso isolato e, negli ultimi anni, è capitato diverse volte che una esecuzione sia stata rimandata o interrotta perché non la si riusciva a portare a termine o mancassero i farmaci necessari per l'iniezione letale. La stessa Ong ha ricordato come, nel 2018, sia stata cancellata l'esecuzione di Doyle Lee Hamm, condannato a morte per l'omicidio di un impiegato di un motel, perché lo staff preposto all'esecuzione, non riuscendo a trovare una vena adatta, «bucò con l'ago almeno undici volte i suoi arti e l'inguine nel tentativo di trovarne una».
Nonostante l'uomo fosse ormai allo stadio terminale di un cancro metastatizzato, il 22 febbraio del 2018 venne comunque fissata, sempre in Alabama, la sua esecuzione. L'uomo venne quindi bucato diverse volte nell'inguine, nella vescica, nell'arteria femorale e, nel tentativo di tenerlo fermo, gli vennero procurati diversi lividi e ferite. Eppure, dopo la fallita esecuzione di Hamm, il quale morì di cancro l'anno successivo, il portavoce del Dipartimento carcerario Jeff Dun, ebbe il coraggio di affermare che «non posso dire che quanto è accaduto stasera sia stato un problema. Al momento non ho alcuna indicazione per dire che si sia trattato di un caso problematico. L'unica indicazione che ho è che, dal punto di vista medico, è stato solo un problema di tempo dato che si è fatto tardi».
Malato terminale e comunque giustiziato
Nel 2017, il detenuto Alva Earl Campbell, sessantanovenne condannato a morte per aver ucciso un passante durante un tentativo di evasione, aveva ricevuto un trattamento simile. Nonostante avesse due tumori in fase terminale, per via dei quali gli erano stati asportati parti di un polmone, della tiroide, della prostata, dell'intestino e del colon, e convivesse con gravissimi problemi respiratori, lo Stato dell'Ohio decise comunque di agire contro di lui e portare a termine l'esecuzione con iniezione letale. L'uomo, inoltre, era risultato fortemente allergico al Midazolam, il primo farmaco previsto nel protocollo di esecuzione dell'Ohio, ma neanche tale elemento gli valse la grazia.
Come è noto, gli Stati Uniti d'America appartengo a quel gruppo di Paesi, 53 al mondo, in cui la pena di morte è comminata come punizione legale dal sistema giudiziario, dato che non hanno mai applicato la risoluzione dell'Assemblea Generale dell'Onu sulla moratoria universale della pena di morte del 2007. L'iniezione letale, nello specifico, venne introdotta, per la prima volta, nel 1977 in Oklahoma e Texas, e, nel giro di qualche decennio venne poi adottata, per ragioni prettamente economiche, da tutti gli Stati ad eccezione del Nebraska che mantiene esclusivamente la sedia elettrica.
Una lunga storia di esecuzioni difficili
Da che tale procedura venne introdotta, si contano decine di casi di esecuzioni che si sono rivelate difficili da portare a termine, con grande sofferenza per il condannato di turno. Le cronache ci ricordano che, nel 1983, una testimone letteralmente svenne addosso a un altra dopo aver visto la violenta reazione di Stephen McCoy alla somministrazione delle sostanze letali mentre, nello stesso anno, venne sospesa l'esecuzione di James Autry a causa del suo stato cosciente. Mesi dopo, l'uomo fu nuovamente condotto nella camera della morte dove venne ucciso tra grida di dolore a causa di una ostruzione di un ago che rallentava il passaggio delle sostanze letali. Nel 2006, invece, nello stato di San Quentin in California, venne giustiziato Clarence Ray Allen, un nativo americano di 76 anni, cieco e costretto su di una sedia a rotelle. Il suo cuore impiegò più di 15 minuti per cessare di battere da quando gli venne somministrata la sostanza velenosa, condannandolo a una agonia straziante.
L'ultimo episodio, in ordine di tempo, risale allo scorso 17 novembre, data in cui lo stato dell'Alabama ha dovuto annullare, per mere questioni organizzative, l'esecuzione di Kenneth Eugene Smith, condannato nel 1988, per aver ucciso, insieme a un complice, la moglie di un predicatore. L'esecuzione doveva avere inizio alle dieci e completata prima della mezzanotte del giorno stesso. Alle 23.21, però, dopo vari tentativi gli operatori penitenziari non avevano ancora trovato una vena adatta e si sono visti costretti a riportare il detenuto nella propria cella.
Nonostante i dati relativi alla pena di morte dimostrino chiaramente come essa non funga da deterrente e che non si disponga di misure adeguate per impedire che venga condannato a morte una persona innocente, ancora oggi la maggior parte degli americani si dice favorevole alla pena di morte in caso di condanna per omicidio. La questione è molto delicata e non facilmente risolvibile se si pensa che, negli Stati Uniti, tale problema etico è strettamente connesso con la questione razziale per cui le persone afroamericane vengono percentualmente condannate a morte più dei criminali bianchi. Ciò che, tra tante discussioni, rimane inaccettabile è che, pur nella condanna a morte, non venga garantita il diritto della persona a morire con dignità e non come un delinquente che merita solo dolore.