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Spazio musicale
La Passacaglia e fuga in do minore di Bach si attaglia perfettamente al balletto “Le Jeune homme et la Mort” di Roland Petit. Se due secoli buoni non separassero il compositore dal coreografo si sarebbe indotti a pensare che quella musica sia stata scritta espressamente per quel balletto. Il basso ostinato ha una grande semplicità ritmica (ogni battuta, a parte le ultime due, comprende una minima seguita da una semiminima), si muove lentamente, è massiccio e imponente e sembra una terribile minaccia. Le ripetizioni lungo quasi tutto il brano, conformemente alle caratteristiche della passacaglia, costituiscono una grave, incombente e alla fine ossessiva presenza tragica. D’altra parte le voci superiori si lanciano in un intreccio di figurazioni musicali sempre più rapide, che può essere inteso come espressione di tormento e ansia.
Tormento e ansia che, appunto, dominano la vicenda del protagonista. Questo attende in uno stato di eccitazione e disordine spirituale la ragazza che ama. La quale però, quando arriva, lo illude perfidamente, lo beffeggia, lo respinge e alla fine se ne va. L’uomo si impicca. Poco dopo entra in scena una donna avente l’aspetto della Morte ma che, quando si toglie la maschera, si rivela essere quella di prima; con lei l’uomo si avvia a passeggiare sui tetti di Parigi.
Il soggetto venne suggerito al giovanissimo Petit (aveva allora ventidue anni) da Jean Cocteau. Il coreografo si mise al lavoro con entusiasmo, anche se l’eminente letterato che l’aveva indirizzato su quella strada fu alquanto invadente e influì fortemente sulle sue scelte. Nacque così un balletto che, con le modifiche introdotte più tardi da Petit, non più condizionato dalle interferenze di Cocteau, è ancor oggi apprezzato e rappresentato frequentemente. I mezzi usati per il protagonista sono eterogenei e comprendono movimenti e pose tanto di stampo accademico, non di rado viruosistici, quanto di concezione più moderna e libera. Ma entrambi i filoni vengono unificati dal comune impeto e dall’urgenza di far risaltare ogni moto psicologico del protagonista. Per la ragazza Petit usa ancora un linguaggio misto, qui però con la prevalenza di una danza stilizzata. A ragione, dovendo far emergere la perfidia di un cuore gelido e di una mente cinica che distrugge l’uomo e lo induce al suicidio.
“Le Jeune homme et la Mort” venne rappresentato l’ultima volta alla Scala nella stagione 2007/2008. Nella ripresa effettuata tra maggio e giugno di quest’anno si è fatto ricorso, per la parte musicale, non alla trascrizione orchestrale di Ottorino Respighi, ma alla partitura originale per organo. È stata una decisione opportuna. Le caratteristiche dell’organo evocano le più recondite regioni dello spirito e il loro travaglio in un clima di ineluttabile corsa verso il suicidio meglio di una composizione adorna di ricchi timbri orchestrali, seppure assai belli. In palcoscenico si sono alternati, nei panni del protagonista, alcuni ospiti di spicco a livello internazionale (Bolle, Vasiliev) e diversi membri della compagnia del teatro milanese (Zeni, Coviello). Ho voluto vedere una rappresentazione, quella del 17 giugno, con Mick Zeni. Questo ballerino non era nuovo nella parte, avendola già sostenuta nel 2006 e
nel 2008. Che avesse già avuto una esperienza con il personaggio si è visto subito, sia per la sicurezza tecnica sia per l’approfondimento psicologico. È stato un “Jeune homme” di tutto rispetto. Marta Romagna, come Ragazza-Morte, si è disimpegnata diligentemente. Ma da una fine e valida ballerina come lei mi sarei aspettato qualcosa in più della pura diligenza. Sul piano interpretativo la sua prestazione non ha convinto.
La seconda parte dello spettacolo è stata dedicata al “Pink Floyd Ballet”, su musica dei Pink Floyd. Nella sua intensissima attività come coreografo (l’elenco dei suoi lavori impressione per la lunghezza) Petit non ha rifiutato nessun genere. Questo balletto, creato in seguito a un suggerimento della figlia Valentina, immediatamente accettato, ne è una delle tante prove. In esso confluiscono almeno tre delle qualità più notevole riscontrabili nella sua produzione. In primo luogo menziono l’aderenza alla musica in ogni suo aspetto, il ritmo naturalmente, ma anche melodie e timbri, specialmente quando suscitano atmosfere, ora di indiavolata energia ora di soffuso lirismo. Non sono un ammiratore della musica dei Pink Floyd ma devo dire che, intesa come ispiratrice e accompagnatrice di una coreografia avente un così alto valore, l’ho trovata se non altro adeguata. In secondo luogo il lavoro di Petit rinuncia interamente alla mimica e ai movimenti vicini a quelli della vita reale, poco pertinenti a un balletto, ma è sempre pienamente danzato e non disdegna geometrie e simmetrie. Inoltre – giungo ora al terzo punto – presenta in ogni scena tratti di distinzione, finezza ed eleganza; i peggiori luoghi comuni di molta produzione moderna, ossia gli eccessi sessuali, la violenza e l’oscenità, sono completamente assenti. Del resto, quando la fantasia genera molte idee belle, non si formano vuoti nello spettacolo e l’artista non sente il bisogno di mendicare l’interesse del pubblico con stramberie e volgarità. Accomuno tutti gli interpreti scaligeri in un grande elogio. Qualche piccolo sfasamento c’è stato. Ma bisogna tener conto che la coreografia è esigentissima e soprattutto impegna spesso gruppi assai numerosi di ballerine e ballerini. In tali condizioni la perfezione è pressoché irraggiungibile. D’altra parte le piccolezze scompaiono dietro l’energia, la vitalità e la piena dedizione che la compagnia scaligera ha saputo mettere in campo.
Ha assistito alla rappresentazione uno strano pubblico, insolitamente scarso e comprendente parecchi turisti, più impegnati a scattare fotografie per mostrare agli amici, dopo il ritorno a casa, di “essere stati alla Scala”, che ad apprezzare i fatti artistici (ma non è proibito scattare fotografie? e perchè le maschere lasciano correre?). Tuttavia non è mancata una parte di pubblico competente e attenta; questa ha manifestato intensamente la sua soddisfazione sia dopo “Le Jeune homme et la Mort”, particolarmente all’indirizzo di Zeni, sia dopo il “Pink Floyd Ballet”, al punto che un numero di questo è stato bissato.
Carlo Rezzonico