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La tesi difensiva degli avvocati di Joaquin El Chapo Guzman è che il boss del cartello messicano di Sinaloa fosse solo "un subordinato" perché si limitava a ricevere ordini da Ismael El Mayo Zambada, tuttora latitante. Lo spiega a Modem Sandro Pozzi, giornalista di stanza a New York dove sta seguendo il processo a El Chapo per il quotidiano spagnolo El País.
El Chapo, accusato di aver gestito il cartello di Sinaloa dal 1989 al 2014, è fuggito due volte dalle prigioni messicane e, anche se non viene processato per omicidio, secondo l'accusa, ha ordinato la morte di circa 37 persone. Viene descritto dal sistema giudiziario americano come il più potente trafficante di droga dopo Pablo Escobar (boss del cartello colombiano di Medellin, ucciso durante un'operazione di polizia nel 1993). Secondo la procura, il cartello, uno dei più potenti al mondo, ha spedito più di 154 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti, nonché enormi quantità di eroina, metanfetamina e marijuana, per un valore stimato di 14 miliardi di dollari.
Ed è proprio sul traffico di droga che il giudice distrettuale Brian M. Cogan punta per inchiodare alle sue responsabilità El Chapo.
Modem/M. Ang.