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È un Harvey Keitel in grande forma, quello che hanno incontrato i festivalieri allo spazio Forum. Sorridente e desideroso di raccontare aneddoti e di elargire piccoli grandi consigli.
Sollecitato dal critico newyorkese Dennis Lim, Keitel è partito subito ricordando il primo incontro con Martin Scorsese. «Mi fece un provino particolare. Era di notte e quando entrai in questa sala le luci erano spente. Alcune persone mi dissero: siediti, alzati. Eseguii, ma non riuscivo a capire. A un certo punto mi spazientii e li mandai a quel paese. Qualcuno mi rispose a tono. Io, arrabbiatissimo, lo cercai, ma quello mi urlò: sono Martin. Questa è un’improvvisazione. Risposi dicendo che suggerivo di avvisarli gli attori quando debbono improvvisare. In questo modo ebbi il primo ruolo in Chi ha bussato alla mia porta».
Harvey Keitel ha iniziato tardi, dopo i 20 anni, a recitare. «Prima ho fatto tanti lavori: dal cameriere al marine. Tutte esperienze che mi sono servite anche in questo mestiere». Ha lavorato anche parecchio in Europa. «Il primo film lo feci con Bernard Tavernier. Un regista che ho ammirato molto. Un incontro strano, il nostro. Mi ricordo che feci una dichiarazione positiva su di lui a un giornale e pochi giorni dopo lessi la stessa cosa da parte sua per me. Allora presi il telefono e lo chiamai».
Molto intrigante anche il primo incontro con Quentin Tarantino. «Lui era un perfetto sconosciuto, ma appena lessi la sceneggiatura de Le iene, capii che era tra le più strane e originali che mi fossero mai capitate tra le mani. Così ci incontrammo. Lo feci venire a casa mia, ma commisi il grave errore di lasciare del cibo nel frigo. Me lo mangiò tutto. Le volte successive che arrivò nascondemmo le cose più buone. All’epoca era affamato e senza un soldo».
Un altro incontro magico fu quello con Abel Ferrara che gli ha consegnato il premio sabato sera in Piazza Grande. «Ricordo che mi fece avere la sceneggiatura de Il Cattivo tenente. Era sottilissima e scritta in caratteri cubitali. Mi chiesi: ma cosa diavolo è? E la buttai senza terminarla. Poi ci pensai su, la ripresi dal cestino e la finii. E appena lessi la scena in cui la suora perdona i suoi abusatori, mi convinsi che era fantastica e che il mio ruolo era solamente stato abbozzato».
Come ha spiegato ancora Keitel lavorare con registi provenienti da diversi paesi in fondo è indifferente. «Ho capito che tutti hanno in comune un desiderio: la ricerca di autenticità che c’è dentro di noi. Tutti, in definitiva, stanno cercando di capire chi sta bussando alla loro porta. E quando mi chiedono di Hollywood e di come poter arrivare a fare un film lì, io rispondo sempre che ognuno può riuscirci. Ognuno può riformare il cinema hollywoodiano. Basta essere davvero autentico e avere una storia».