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Il referendum è uno strumento democratico molto particolare: la popolazione ha la possibilità di esprimersi direttamente, senza la mediazione dei rappresentanti. È, allo stesso tempo, il trionfo e il fallimento della democrazia: trionfo perché non c’è nulla di più democratico di una scelta che coinvolge tutti e nella quale ogni singolo voto ha la stessa importanza di tutti gli altri; fallimento perché l’interesse dimostrato per questo importante evento è, solitamente, scarso e di dubbia qualità.
Criticare il referendum è una attività pericolosa, come giustamente osserva Massimo Adinolfi su Left Wing: le fondamenta della consultazione popolare sono le stesse della democrazia, e se non si è più che cauti si rischia di predicare il ritorno ad un regime aristocratico.
Molto meglio proporre piccole, magari irrealizzabili, riforme. Si è già iniziato tempo fa, con due semplici proposte. È il momento di aggiungerne una terza.
Il referendum dovrebbe essere la manifestazione della volontà popolare. Purtroppo è una manifestazione parziale: si viene a conoscere il contenuto della scelta, ma non le sue motivazioni.
Questo è vero per tutte le votazioni, comprese le elezioni: si sa che un certo partito ha avuto un certo numero di voti, ma non si sa perché li ha ottenuti. Tuttavia per le elezioni sono solo due le opzioni in campo: o si è soddisfatti dal partito che si vota, o si è insoddisfatti, e magari anche impauriti, dalle alternative (per dirla con Giorgio Gaber: qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona, qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona).
Per un referendum vi sono invece molte più possibilità: una persona può non voler modificare una legge perché la giudica perfetta, oppure perché non apprezza le modifiche proposte, oppure perché le apprezza ma non abbastanza, oppure perché, pur apprezzando le modifiche, disprezza la parte politica che le ha proposte, e così via.
Su questa ignoranza giocano, con variabile abilità, i politici, ossia quelli che, almeno in teoria, sono stati esclusi, o meglio degradati a semplici cittadini, dalla consultazione popolare. La modesta proposta riguarda appunto questa ingombrante fascia oscura: costringere tutti, anche chi si è astenuto, a spiegare i motivi della propria scelta.
L’ideale sarebbe un questionario a crocette: ho votato sì perché me lo ha detto un amico, non sono andato a votare perché sono andato in vacanza, ho votato no perché quel politico mi sta antipatico…
I risultati, una volta resi pubblici, non saranno confortanti. Ma saranno comunque lettura più interessante delle chiacchiere dei politici sul significato del voto.