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Tito Tettamanti, dopo una fulminea e breve carriera politica, ha trovato la sua vera strada: quella di imprenditore e finanziere internazionale di successo. Ma l’amore per la politica non l’ha mai abbandonato e allora egli si è trasformato in un maître à penser del liberalismo. Un liberalismo che, secondo Tettamanti (così ci sembra di capire), naviga oggi in ben cattive acque…
Questo brano significativo, che propongo in traduzione, è tratto dalla sua dissertazione “Schutz von der Wiege bis zur Bahre” (Protezione dalla culla alla bara) pronunciata il 18 aprile 2012 in occasione dell’assemblea ordinaria dell’Associazione per la Libertà dei Media. Notevole è il sottotitolo scelto da Tettamanti per la sua dissertazione: “Come i valori borghesi vengono distrutti”.
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La società odierna – in Occidente, ma soprattutto in Europa – è figlia della lotta tra il potere politico (spesso sostenuto da potenti forze economiche) e la società civile.
Il secolo scorso è stato argutamente definito da Eric Hobsbawm “il ventesimo secolo corto” poiché esso si estende (ai suoi occhi) dallo scoppio della prima guerra mondiale (1914) alla caduta del muro di Berlino (1989), cioè del dominio comunista sull’Europa dell’Est. Un secolo che, sino alla fine della seconda guerra mondiale (1945) e per alcuni tormentosi anni ancora nel dopoguerra (come descritto magistralmente da Toni Judt nel libro “Storia dell’Europa dal 1945 al tempo presente”), è stato afflitto da guerre sanguinose e da dittature spietate.
Dittature e guerre che hanno lasciato dietro di sé profonde tracce, affievolendo e obnubilando lo spirito di libertà dei cittadini e il loro desiderio di autonomia. In una nazione in conflitto regnano economia di guerra, razionamento, costrizione economica, burocrazia, stati maggiori e pianificazione.
Non vogliamo qui addentrarci in un’analisi dettagliata della dittatura comunista (1917), fascista (1922) e nazista (1933). Alla fine della guerra la società europea si ritrovò con un gran desiderio di pace e si sforzò di ricostruire una struttura priva di caratteristiche autoritarie/dittatoriali. Ma dov’erano i quadri, le amministrazioni, le competenze indispensabili alla ricostruzione? Si può tagliare la testa a qualche politico, ma non si possono esiliare nel deserto tutti gli esponenti dell’apparato statale, che con maggiore o minore convinzione ideologica hanno diretto la macchina statale in tempo di dittatura o di guerra. Ad esempio, la burocrazia francese traferitasi a Vichy (sotto Pétain) è ritornata in larga parte a Parigi (dopo la guerra). Coloro che hanno condotto l’economia di guerra nelle democrazie vittoriose sono rimasti al loro posto, anche se le loro funzioni hanno cambiato nome. Il loro compito era diventato quello di ri-costruire di bel nuovo la società e lo Stato dalle rovine della guerra.
In breve, sono rimaste nelle posizioni di comando quelle stesse persone, che, dopo come prima, pensavano in termini di economia pianificata, essendo stati educati in uno spirito statalista. Possiamo comprendere la società odierna solo tenendo presente questa transizione storica dal tempo di guerra al tempo di pace.
C’è un ulteriore punto da evidenziare, e parlo dell’apporto bellico – offerto per ragioni tattiche, o ciniche, poco importa – da un alleato innaturale, intendo il compagno Stalin. Il suo contributo alla lotta contro il nazismo gli valse grandi riconoscimenti in Occidente, anche se lo stalinismo non era affatto migliore delle dittature che combatteva. Ma non si possono dimenticare l’eroica resistenza del popolo sovietico e il sacrificio dei difensori di Stalingrado.
Questa costellazione ha condotto fatalmente alla divisione dell’Europa e all’abbandono da parte degli Occidentali degli stati mitteleuropei, che un così grande contributo hanno dato alla storia del nostro continente. Tali sviluppi furono favoriti dal rispetto per il contributo bellico dato dall’alleato Stalin e ad essi si accompagnò l’entusiasmo di molti intellettuali per l’utopia del marxismo.
Non bisogna inoltre dimenticare che le idee socialiste, che divennero “salonfähig” durante la guerra grazie all’alleanza delle democrazie con l’URSS, costituivano per gli altri partiti una pericolosa concorrenza; e così avvenne che alcuni postulati socialdemocratici si infiltrarono nella politica e nei programmi di partiti che socialisti non erano.
In tali circostanze nacque in modo più o meno unanime l’idea di costruire una società più giusta, fondata sulla solidarietà, affinché nessuno avesse a soffrire per motivi di vecchiaia, di salute o di disoccupazione. E tuttavia questo grandioso progetto – che avrebbe dovuto caratterizzare la seconda metà del XX secolo – fu tradito.
Tradito dal potere politico, tradito dai governi, che operarono instancabilmente per mutare la solidarietà della società civile in un’economia assistenziale gestita dallo stato. Il potere politico tende a trasformare il più gran numero possibile di cittadini in beneficiari di aiuto sociale. Costoro si sentiranno pertanto debitori rispetto all’apparato statale e saranno pronti a rinunciare ai loro spazi di libertà in favore di privilegi garantiti dallo stato sociale.
I sottotitoli scelti da Tettamanti per modellare la sua dissertazione sono eloquenti:
I valori sono insostuibili
Senso di responsabilità
Essere consapevoli e pronti ad affrontare un rischio
Risparmiare significa rinunciare a un consumo immediato
Perdita di compattezza patriottica
Educazione e rispetto
La società odierna
Conclusione
(…) La situazione di certi stati, sovraccarichi di debiti o addirittura falliti, è preoccupante? Sì, e tale miserabile situazione è conseguenza di promesse politiche irresponsabili. (…)
Tito Tettamanti, dopo una fulminea e breve carriera politica, ha trovato la sua vera strada: quella di imprenditore e finanziere internazionale di successo. Ma l’amore per la politica non l’ha mai abbandonato e allora egli si è trasformato in un maître à penser del liberalismo. Un liberalismo che, secondo Tettamanti (così ci sembra di capire), naviga oggi in ben cattive acque…