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Gli aiuti alle vittime di crimini violenti sono previsti dalla Costituzione svizzera da 25 anni. Tutto iniziò con un appello lanciato dalla rivista “Beobachter” che condusse all’odierna legge sull’assistenza alle vittime di reati. L’autore Andres Büchi, caporedattore di Beobachter, constata che, ancora oggi, il criminale riceve spesso più attenzioni della vittima.
“La Giustizia abita a un piano al quale il sistema giudiziario non ha accesso”. Nessuno come lo scrittore elvetico Friedrich Dürrennmatt, con questa sua frase tratta dal romanzo “Giustizia”, ha analizzato in modo così puntuale come è difficile, con i mezzi a disposizione dell’amministrazione giudiziaria, avvicinarsi alla Giustizia morale.
Con l’entrata in vigore della legge sull’aiuto alle vittime di reati, 25 anni fa, è stato però costruito almeno un ascensore e la porta aperta quanto basta per far passare la speranza che lo Stato, nella sua lotta contro il crimine, non si occupi solo dei criminali ma anche delle loro vittime. Per molto tempo, infatti, non è stato così.
Molto per il criminale, poco per la vittima
Quarant’anni fa, in una notte d’autunno del 1977, Adelheid R. venne aggredita nel sonno a casa sua da un pregiudicato, colpita con una spranga di ferro e gravemente ferita. Subì una frattura al cranio e rimase in coma per diversi giorni. Poco dopo il colpevole venne arrestato, la legge fece il suo corso e l’uomo fu condannato a 5 anni di carcere.
Ma per Adelheid R. la vita non fu più la stessa. Ancora un anno dopo l’aggressione, riusciva a lavorare solo a metà tempo. Il suo reddito copriva solo il minimo esistenziale e non c’era praticamente nessuna prospettiva di risarcimento. Una simile richiesta doveva passare attraverso un processo civile, ma Adelheid R. non aveva né i mezzi, né il supporto necessari. Oltretutto, dal suo aggressore non avrebbe comunque potuto ottenere niente, poiché si trovava in carcere.
La donna si rivolse quindi al nostro giornale, il “BeobachterLink esterno“. Il redattore Peter Rippmann esaminò il caso. Per il navigato giornalista era scioccante che negli anni ’70 si parlasse così tanto della reintegrazione dei criminali, e così poco del risarcimento per le vittime. Il Beobachter decise di fare qualcosa.
Una rivista lancia un’iniziativa
Il 30 settembre del 1978 uscì un articolo intitolato “Risarcimento – a favore delle vittime di reati”. In esso veniva criticato il trattamento che ricevevano le vittime in Svizzera, definito “indegno” del paese e arretrato rispetto ad altri Stati più progrediti in questo ambito. In Germania era stata emessa nel 1976 la “Legge sulla compensazione delle vittime di violenza”. La Svizzera avrebbe dovuto aspirare a qualcosa di simile. Rippman lanciò un appello ai lettori affinché intraprendessero un’”azione a favore delle vittime di reati”. L’eco fu enorme.
Nelle settimane seguenti, il Beobachter pubblicò altri articoli su vittime di violenza abbandonate a loro stesse con le conseguenze di quanto subito. Appena sei mesi dopo il primo appello, la rivista lanciò l’iniziativa “'Per l'indennizzo delle vittime della criminalità violenta”.
"La Confederazione disciplina in via legislativa a quali condizioni lo Stato indennizza adeguatamente le vittime di reati intenzionali contro la vita e l'integrità della persona"Fine della citazione
La richiesta era la seguente: “La Confederazione disciplina in via legislativa a quali condizioni lo Stato indennizza adeguatamente le vittime di reati intenzionali contro la vita e l'integrità della persona”. L’obiettivo era ambizioso. Una modifica costituzionale del 1977 aveva infatti sancito che un’iniziativa popolare, per riuscire, doveva raccogliere non più 50'000 firme, ma 100'000. Ma nessun partito, nessun gruppo di interesse, nessuna associazione aveva contribuito a questa proposta.
Il 15 maggio 1979 fu allegato a ogni copia del Beobachter un formulario per la raccolta delle firme. “Da anni i cittadini si impegnano per sistemi di sanzione al passo coi tempi”, scriveva la rivista, “ma questi sforzi non sono sempre credibili, se nello stesso momento non si considera anche il destino delle vittime”.
La legge c’è, ma gli aiuti restano modesti
A 38 anni di distanza abbiamo una legge sull’aiuto alle vittime di reati, ma la questione riecheggia ancora. Troppo spesso abbiamo l’impressione che nel nostro paese si faccia di tutto per reintegrare i criminali nel migliore dei modi, mentre le vittime trovano relativamente poco sostegno. Il caso “Carlos” è esemplare di quanto si è stati disposti a pagare.
Per decine di migliaia di franchi al mese il giovane avrebbe dovuto essere reintegrato nella società tramite discutibili programmi su misura che comprendevano anche allenamenti di kickboxing… senza successo. Anche se non sono direttamente comparabili, gli indennizzi e le compensazioni per le vittime sono relativamente bassi e nella maggior parte dei casi ammontano a poche migliaia di franchi.
Il pubblico è molto sensibile nei confronti di queste disparità di trattamento tra criminale e vittima. La salutare emozione della gente, la speranza ancorata in ogni essere umano che lo Stato non solo punisca e prevenga l’ingiustizia, ma che promuova una giustizia equa, è uno dei più grandi motori per il buon funzionamento di una democrazia.
La storia delle leggi sugli aiuti alle vittime di reati lo dimostra. Il 27 settembre del 1980 l’iniziativa riesce con 162'000 firme raccolte. Il 22 giugno del 1984 è emesso un decreto federale per un articolo costituzionale. Il testo va anche oltre quanto chiesto dagli iniziativisti, aggiungendo che devono avere diritto agli aiuti statali non solo le vittime di reati volontari ma anche quelle la cui vita è stata messa in pericolo da reati commessi per grave negligenza. Il Beobachter ritirò l’iniziativa a favore del controprogetto.
Il 2 dicembre del 1984 gli aiuti alle vittime vennero accettati da più dell’81% dei votanti. Nonostante il chiaro risultato, si dovette aspettare otto anni, fino al gennaio del 1993, prima dell’entrata in vigore della prima legge federale sull’aiuto alle vittime di reati. La legge fu modificata nel 2009 e oggi include, tra le altre cose: sostegno psicologico e materiale, indennizzi e aiuto giuridico.
Si risparmia sull’aiuto alle vittime
Possiamo dunque rilassarci? Purtroppo no. L’aiuto per le vittime ha bisogno di una nuova spinta. Secondo un sondaggio dell’Istituto di indagini di mercato DemoSCOPE del 2014, neanche la metà delle persone è al corrente anche solo dell’esistenza della legge sull’aiuto alle vittime. In più è stato dimostrato che negli ultimi anni si risparmia sull’aiuto alle vittime e che la generosità in questo ambito varia molto da un cantone all’altro.
Otto anni fa l’importo massimo di riparazione previsto è stato fissato a 70'000 franchi per le vittime e a 35'000 per i famigliari. La conseguenza: l’ammontare dell’aiuto finanziario di ogni caso particolare viene calcolato in base a questi importi e poi corretto tendenzialmente verso il basso. Ma la sofferenza delle vittime di violenza e i conseguenti costi che ne derivano non sono più bassi.
Ma soprattutto: le vittime di violenza devono ancora oggi lottare per ogni franco. All’inizio del 2013, abbiamo scritto a proposito di una 29enne che è stata gravemente maltrattata quando era bambina. Nel 2006 denunciò il responsabile, il padre di un’amica, e domandò un risarcimento. Sei anni dopo, il Tribunale federale confermò la sentenza: “Sei anni di carcere per ripetuto stupro. E un indennizzo per la vittima di 70'000 franchi. La donna si aspettava che il denaro sarebbe arrivato tramite la legge per l’aiuto alle vittime, dato che il colpevole non aveva i mezzi per pagare una tale cifra.
Ma le sue aspettative furono vane. La giustizia zurighese respinse l’indennizzo poiché le violenze avevano avuto luogo prima del 2007. La decisione è probabilmente corretta da un punto di vista legale, ma lo è dal punto di vista della protezione delle vittime?
Altro esempio è la 48enne Nicore Dill. Nel 2007 rischiò di morire quando un uomo la ferì con tre dardi lanciati da una balestra. Dovette poi lottare in tribunale per anni affinché la sua assicurazione infortuni coprisse i costi delle cure.
Con la legge sull’aiuto alle vittime di reati, 25 anni fa, nella porta della Giustizia si è aperta una piccola breccia. Ma se confrontato con quanto si fa per la reintegrazione dei criminali, quanto è concesso alle vittime non sono che briciole. Dopo anni di lotta, Nicole Dille ha dichiarato: “La somma degli indennizzi sono nulla a confronto dei costi per le terapie dei criminali”. Questo stupisce ancora oggi. Ogni vittima ha diritto a un appropriato indennizzo, e questo dovrebbe essere in una corretta relazione con quanto facciamo per il colpevole.
Traduzione dal tedesco, Zeno Zoccatelli