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Il sistema messo a punto in Svizzera per aiutare i candidati all'asilo bocciati a tornare volontariamente nel paese d'origine è efficace; i costi sono nella media europea e non trovano conferma i timori secondo i quali l'aiuto al ritorno potrebbe indurre molti a venire in Svizzera solo per ottenere sostegno finanziario: è quanto ritiene il Consiglio federale, sulla base di una "valutazione esterna" presentata oggi a Berna. Da quando questo sistema è stato istituito, nel 1997, 84'000 persone sono rientrate autonomamente nel paese di provenienza, ossia la metà dei rimpatriati.
Con il rapporto illustrato in una conferenza stampa, il governo risponde al consigliere nazionale argoviese e presidente del PLR Philipp Müller che aveva chiesto, in un postulato, un esame approfondito dell'aiuto al ritorno, dei suoi costi e della sua efficacia.
Elemento importante della politica svizzera di immigrazione e "cardine della strategia di rimpatrio della Confederazione", il sistema favorisce la partenza "autonoma e definitiva" dei richiedenti asilo respinti e li aiuta a reintegrarsi nel loro paese, offrendo loro anche un futuro professionale, rileva in una nota l'Ufficio federale della migrazione. "Si tratta - aggiunge l'UFM sintetizzando la posizione del governo - di un'alternativa dignitosa, credibile" e anche relativamente poco cara che "ha permesso di evitare costose misure coercitive quali la carcerazione amministrativa o i rimpatri accompagnati".
Secondo Eduard Gnesa, ambasciatore straordinario per la migrazione al Dipartimento federale degli affari esteri, questa politica gode oggi di ampio consenso. "Dobbiamo fare tutto il possibile affinché le persone tornino in patria volontariamente", ha affermato.
L'aiuto individuale al ritorno può essere invocato da tutti i richiedenti asilo, che ricevono il rimborso dei costi di viaggio e un aiuto finanziario iniziale pari a 1000 franchi. I rimpatriati sono poi aiutati anche nel loro paese, con un sostegno di reinserimento fino a 3000 franchi, o anche di più - fino a 6000 franchi - per le persone che tornano in Guinea, Nigeria e Tunisia. I rimpatriati possono così realizzare piccoli progetti, quali un Internet point, con cui guadagnarsi da vivere.
Le cifre in questione hanno sollevato critiche, ma non sono eccessive - è stato rilevato - se si considera che un mese di carcere in attesa dell'espulsione costa 6000 franchi. Un rapporto del Controllo federale delle finanze era giunto alla conclusione nel 2003 che la Confederazione, con il programma di aiuto al ritorno per i kosovari, aveva potuto risparmiare circa 100 milioni di franchi.
La valutazione esterna - secondo il governo - non ha confermato i timori secondo cui l'aiuto al ritorno potrebbe indurre gli stranieri a venire in Svizzera solamente per ottenere un sostegno finanziario. "Non è per contro escluso che in singoli casi l'aiuto al ritorno possa indurre le persone che già si trovano in Europa a venire in Svizzera". La "notevole riduzione" dell'offerta di aiuto al ritorno per i cosiddetti casi Dublino, ossia per le persone che hanno già presentato una domanda d'asilo in un altro Stato membro dello "spazio Dublino", mira a evitare questa evenienza.
Per limitare simili rischi o incoerenze generali con le strategie della procedura d'asilo, la situazione è monitorata costantemente e, se del caso, il sistema viene adeguato agli sviluppi attuali, assicura il governo.
Il rapporto conferma inoltre che i costi dell'aiuto svizzero al ritorno rientrano nella media europea, anche se le condizioni quadro differenti non consentono un raffronto diretto. La maggior parte degli Stati europei corrisponde, come fa la Svizzera, un aiuto finanziario iniziale e un sostegno a un progetto in loco. Quest'ultimo consiste in investimenti a destinazione vincolata nel futuro professionale delle persone che rientrano.
Le conclusioni del rapporto poggiano sull'esame dei programmi nazionali di aiuto al ritorno condotti con Georgia, Guinea, Iraq e Nigeria tra il 2005 e il 2010, come pure sull'aiuto individuale per il rimpatrio in Kosovo, Turchia e Sri Lanka.
SDA-ATS