Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01056.jsonl.gz/903

di Marcello Sorce Keller
Ci avete mai fatto caso che si sente suonare e cantare dappertutto, ma raramente si vede gente che balla? Non ci avete fatto caso? Beh, allora, fateci caso. Il punto è che quando ci viene voglia di ballare, raramente è lecito farlo. Perché? Perché la cultura occidentale ha inventato l'idea che la musica importante, quella che fa cultura, quella “profonda”, quella che piace ai “profondisti”, ai palombari dell'estetica musicale, quella si ascolta e basta.
Non sorprende allora che siano spesso proprio i musicisti dediti ai generi più prestigiosi ad essere particolarmente imbranati, se gli chiedete di ballare. Il conservatorio instilla in loro un'inibizione che li rende impacciati e goffi se mai ci provano. Ed è rivelatore il fatto che agli studenti di strumento, canto o composizione non si chieda mai di studiare anche ballo e non si verifica nemmeno come se la cavino in discoteca. È un problema che ha radici lontane. Pensate che lo stesso Beethoven non sapeva ballare. Gli sarebbe piaciuto, ma finiva sempre col pestare i piedi della poveraccia che lo accompagnava in pista.
In altre parole, chi pratica quella musica definita “colta” dai suoi adepti, deve sublimare le pulsioni motorie generate dal suono, e trasformarle in pura esperienza mentale. Negli anni '80 Olivia Newton John ebbe successo con una canzone che diceva “Let's get physical”. È chiaro che nei conservatori l'invito è stato rifiutato.
Ora attenzione. Anche quando il titolo di un brano contiene la parola “danza” o il nome di una danza, questo non vi autorizza necessariamente a ballare. Ed è anche difficile che venga voglia di farlo ascoltando le danze dell'Aida di Giuseppe Verdi, che sembrano pensate per Pinocchio, o la lugubre Passacaglia di Anton Webern.
Come spiegare tutto questo? Ci aiuta George Bernard Shaw il quale con la sua sensibilità rabdomantica, centrò la questione e spiegò che la danza: “è l'espressione verticale di un desiderio orizzontale!” Ed è proprio questo che la cultura cristiana rifiuta. Più in generale, le religioni abramitiche guardano al corpo con sospetto e con sospetto vivono la musica che può attivare sensualità ed erotismo.
La musica, però, se proprio lo si desidera, si può in certa misura decorporeizzare, appiattendo la sua dimensione ritmica. A quel punto la liturgia religiosa, che desidera orientare la riflessione dei fedeli verso la loro anima non verso il corpo, può anche accettarla. Ma la danza non l'accetta mai, perché non si può mai decorporeizzare del tutto – senza corpo non c'è danza. Ecco dunque perché nessun momento della liturgia cristiana la consente.
Questa preclusione alla corporeità è alla base di un lungo processo che approdò nel XIX secolo a costruire il concetto di “musica pura” e, all'inizio del XX secolo, a quello di musica “classica”: per intenderci quella che si ascolta e basta. La decorporeizzazione divenne a quel punto indice di valore: la musica seria non si balla, se si balla non è seria.
Davvero la danza occupa una posizione marginale nella nostra vita! Il balletto classico e la Modern Dance sono forme d'arte per professionisti e dunque non coinvolgono il pubblico. Anche il ballo di intrattenimento in spettacoli teatrali o cinematografici (di solito ben più corporeo e sensuale del balletto classico) è pure per professionisti e non coinvolge il pubblico.
Ma allora chi balla? Lo fanno quasi solamente i giovani nelle discoteche. L'età non gli consente di resistere alla pulsione fisica, per giunta amplificata in un rito erotico collettivo. Non sorprende che, figli come sono di una società che trascura il corpo, per superare inibizioni assorbite sin dall'infanzia abbiano spesso bisogno di aiutarsi con l'alcol o la droga. Quello della discoteca è uno dei pochi riti dionisiaci che la nostra società ancora consenta; riti spesso temuti come potenziali produttori di devianza. E qualche volta lo sono anche. Sono numerose le culture in cui si ritiene che musica e danza (un po' come l'elettricità) siano un fatto naturale ma da gestire con cautela.
Concludiamo. Vi ho spiegato perché la musica occidentale che aspira ad essere “cultura alta”, deve sganciarsi dal corpo e presentarsi in quel rito di sacralità laica, del tutto apollineo, che chiamiamo “concerto di musica classica”. È improbabile che durante un tale concerto vi venga voglia di ballare. Ma se per caso capita, trattenetevi per favore. Non lasciate che il vostro sacrilego piedino cominci a marcare il tempo, evitate di canticchiare! Dimenticate di avere un corpo e concentratevi sull'anima. Se poi l'anima non ce l'avete, come nel mio caso, cosa posso dirvi? Andiamo insieme ad un concerto Rock.