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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.
Nel 1939, Flann O’Brien sparse Una pinta di inchiostro irlandese per scrivere a mano il suo omonimo libro, ovvero più di mezzo litro, la misura di una birra. Usava la penna anche il suo connazionale James Joyce, poi le dattilografe battevano gli appunti. Prima di loro, in America, Mark Twain scriveva già a macchina. Quanti nastri occorrevano per portare a termine un romanzo? Dipendeva dal narratore, se scriveva di getto o correggeva molto. Arrivato alla fine, il nastro si riavvolgeva automaticamente fino a esaurire l’inchiostro. C’era anche chi non poteva permettersene una, come Ray Bradbury che la prese in affitto per dieci centesimi ogni mezz’ora alla biblioteca dell’UCLA. Oggi, quasi più nessuno la utilizza (Don DeLillo usa ancora un’Olympia SM3 Deluxe), ma è diventata un oggetto di culto tanto che, di certi modelli, si trovano ancora i nastri. A Palazzo Lodispoto di Trani esiste anche un museo.
Possiamo certamente affermare che la maggior parte (se non tutti) degli autori di oggi scrivono al computer. Ma quali macchine per scrivere hanno accompagnato gli scrittori del Novecento nella stesura delle opere più amate della letteratura? La prima a uscire sul mercato fu la Sholes & Glidden, massiccia e pesante, messa a punto dalla Remington, che iniziò la produzione in serie nel 1874, nel suo reparto di macchine per cucire. La Portable N. 2 del 1878 aveva già maiuscole e minuscole, con tasto shift e tastiera alfanumerica QWERTY (dalla sequenza dei primi sei tasti). La Remington N. 5 del 1886 era ancora a scrittura cieca (bisognava alzare il rullo per vedere cosa si era scritto): la macchina di Agatha Christie e Allen Ginsberg era una Remington. Più piccola e leggera, con una scrittura perfettamente regolare, la Hammond N. 1 aveva un sistema che richiedeva meno pezzi, ed era quella di Lewis Carroll. La Underwood del 1893 fu la prima macchina a martelletti con scrittura visibile: usarono questa marca Luigi Pirandello, Ernest Hemingway, Jack Kerouac, Virginia Woolf, F. Scott Fitzgerald. Nel 1906, fece la sua apparizione la Royal N.1, molto robusta, in seguito marchio di riferimento per scrittori come Sylvia Plath e Truman Capote, che però dichiarò di scrivere prima a matita. Era diversa dalle altre, in quanto aveva un design flatbed, a base piana. La versione Portable era lo strumento di lavoro di George Orwell e John Cheever. Nel 1947, fu prodotta una versione limitata placcata oro della Royal Quiet Deluxe: Ian Fleming, autore di James Bond, ne aveva una. Accanto alle pipe di Georges Simenon, vi era una Royal N. 10. La RoyalHH del 1954 è stata una delle macchine più vendute della storia. L’Olympia SG grigio opaco con tasti neri è il modello di macchina per scrivere utilizzata da Charles Bukowsky. La Olivetti MP1 fu progettata nel 1932: disponibile in vari colori, era la macchina per scrivere di John Updike e Marguerite Duras. La Olivetti Lettera 22 portatile fu una delle macchine di maggior successo negli anni Cinquanta; la utilizzarono Cesare Marchi, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Leonard Cohen e Cormac McCarthy. Philip K. Dick aveva una Hermes Rocket, Bertolt Brecht una Erika, Hermann Hesse la Smith Premier N. 4.
Tra pc, smartphone, notebook e tablet, scrivere è sempre più semplice e veloce. Si può addirittura dettare il testo, invece di batterlo. Ma la macchina per scrivere esercita ancora un tale fascino che il suo stile classico è stato rivisitato in chiave due punto zero. Tom Hanks ha creato Hanx Writer, un’app che simula la scrittura di un testo con i tasti di una vecchia macchina per scrivere, incluso il ticchettio e il ding alla fine di ogni riga, sia in versione free che a pagamento. Hemingwrite invece è una macchina per scrivere a tutti gli effetti, solo in versione digitale, e funziona con l’e-ink, l’inchiostro elettronico usato anche per il Kindle, e la batteria dura sei settimane. È poco ingombrante, facilmente trasportabile grazie a una maniglia, bella e soprattutto non distrae come un computer sempre online.
Albert Camus
Fumare non si usa più, come le macchine per scrivere. Nel secolo scorso, non c’era scrivania di scrittore senza sopra un posacenere. Il fumo era comune a molti autori, da Montale a Capote, da Hemingway a Simone de Beauvoir fino ad Alda Merini, che sembra fumasse oltre 60 sigarette al giorno. Spesso questo vizio è stato trasmesso anche ai personaggi dei loro romanzi. “Non capisco come si possa non fumare”, dice Hans Castorp ne La montagna incantata, che si faceva arrivare da Brema i sigari Maria Mancini, il ‘narcotico vegetale’, come lo chiamava Thomas Mann, in “eleganti cassette verniciate, ornate di un mappamondo, di numerose medaglie e d’un palazzo da esposizioni, in mezzo a uno sventolio di bandiere, impresso in oro”. Lo Zeno Cosini di Italo Svevo cerca di smettere di fumare per un intero capitolo. Andrea Sperelli ne Il piacere di D’Annunzio fuma solo sigarette russe, contenute in un astuccio d’argento smaltato. André Gide ebbe a dire: “Scrivere per me è un atto complementare al piacere di fumare”. Si sa che Hemingway fumava sigari cubani. Umberto Saba e Simenon la pipa. Beppe Fenoglio invece, da bravo partigiano, si rollava le sigarette con carta e foglie di tabacco grezzo. Le Gauloises Brunes senza filtro erano le sigarette preferite di Albert Camus, Jacques Prévert, Jean Baudrillard, Julio Cortazar, Jean Paul Sartre. Sull’argomento Pascal Hérault ha scritto il libro La mélancolie du fumeur. Essai de tabagie littéraire (2010).
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