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Rischia di essere in salita la strada verso l'applicazione della nuova legge sulla cittadinanza. Nel corso della procedura di consultazione, che termina oggi, molti cantoni e formazioni politiche hanno chiesto al governo di rivedere l'ordinanza.
In base alla nuova disposizione legale, potranno ottenere il passaporto elvetico i titolari di un permesso di domicilio residenti in Svizzera da almeno dieci anni e integrati. I candidati dovranno inoltre dimostrare di avere conoscenze linguistiche orali e scritte necessarie nella vita quotidiana e non aver beneficiato dell'assistenza sociale almeno per tre anni.
Secondo i sindacati Unia e Travail suisse, i criteri relativi all'integrazione sono troppo vaghi e restrittivi e aprono le porte agli abusi. Per Unia è difficile distinguere fra una persona "integrata" e una per la quale "le condizioni di vita svizzere sono familiari".
Mentre il PPD approva i criteri proposti, i partiti più a destra li ritengono troppo poco restrittivi. Secondo il PLR, "la naturalizzazione non è un metodo d'integrazione, ma ciò che ne risulta". L'UDC, che boccia il progetto di ordinanza, vuole che la naturalizzazione avvenga solo se c'è integrazione "locale" (nel quartiere o nel comune) e, come il PLR, insiste sulle competenze linguistiche, che dovrebbero essere maggiori rispetto a quanto proposto dal governo.
Critiche anche per quanto riguarda i test di lingue e conoscenze generali: il canton Vaud chiede che l'ordinanza sia più precisa e lasci ai cantoni la possibilità di introdurli o meno, mentre Neuchâtel teme che spetti ai cantoni offrire a ciascuno la possibilità di acquisire le conoscenze richieste.
L'esclusione di chi ha beneficiato dell'assistenza sociale almeno per tre anni fa infine storcere il naso ai sindacati Unia, Travail suisse e ad alcuni cantoni. La disposizione è ritenuta sproporzionata ed eccessivamente rigida. Al contrario, il PLR chiede che prima di attribuire il passaporto svizzero venga preso in considerazione anche l'eventuale versamento di prestazioni complementari.