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So I met this lovely girl who is a filmmaker and wants to produce a documentary about expats. I thought this was a good idea, given the mystery and general misconceptions surrounding these somewhat mystical and elusive creatures.
What surprised me, was that this lovely girl had never been an expat herself, which made me wonder what might have sparked her interest in us in the first place, accustomed as we are to being dismissed by the outside world as arrogant, patronising, privileged, SUV-driving whiny bitches.
She knew NOTHING, so I could unload.
The unbalance, the resentment, and their lovely child: the recognition paradox, which took proper form into my mind and was put into words right there and then, as I spoke to her, like a perfect portrait made by few masterful brushstrokes.
So I said.
The wife is usually the accompanying spouse, meaning that the family has been sent overseas on a contract with the husband's name on it. What the wife does, while changing home/country/language/culture/car/friends/food/life every couple of years, is become a professional relocation master, dealing in several countries with all the little details that daily life is made of, while often in the meanwhile popping out a couple of kids in foreign hospitals where nobody speaks her mother tongue. Which is by the way where the term mother tongue comes from: "The language to be spoken while becoming a mother".
She also becomes a master at denying her own needs, and at trying to suppress the discomfort of not being financially independent.
He, on the other hand, is the captain of the ship, deciding the route, looking into the horizon with a look of purpose in his eyes and his subordinates patting him on the back, while she is down below deck sweating, swearing and shovelling coal into the engines, so that everything runs smoothly.
BUT!
This is the image the rest of the world gets: she is getting a free ride to a luxury lifestyle thanks to his dedication and hard work. She travels the world, doesn't need to work, drives her SUV, hangs out at Starbuck with her expat friends. A free ride on on somebody else's ticket.
She is Jasmine when Aladdin takes her for a ride on is magic carpet while he sings: I can show you the world, shiny shimmering splendid. But then he wisely leaves out the following verses: Tell me princess, now when did you last let your heart decide. AH! The expat-Aladdin is smart enough to never go there.
But then there are also change and courage, and their lovely child: adventure.
And books, art, wine, poetry, and music, and all the other things you don't need to survive.
Or according to that other paradox discovered by Matt Haig's alien after visiting the earth: exactly the things you need to survive.
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Quindi ho conosciuto questa ragazza deliziosa che lavora come produttrice cinematografica e che vorrebbe girare un documentario sugli expat. O meglio SULLE expat. Ho subito pensato che si trattasse di un'ottima idea, considerato il mistero ed i pregiudizi che generalmente circondano queste creature mistiche ed inafferrabili.
Sono rimasta sorpresa dal fatto che lei stessa non fosse mai stata un'expat, e mi sono chiesta che cosa avesse potuto suscitare il suo interesse nei nostri confronti, abituate come siamo ad essere considerate dal resto del mondo come delle stronze arroganti, saccenti, privilegiate e lamentose alla guida dei nostri SUV.
Non ne sapeva niente, e quindi ho VUOTATO IL SACCO.
Lo sbilanciamento, il risentimento, ed il loro figlio prediletto: il paradosso del riconoscimento, che ha preso forma chiaramente per la prima volta proprio nel momento in cui gliene parlavo, un ritratto accuratissimo fatto con poche pennellate perfette.
Le ho detto.
La moglie di solito è quella al seguito, che accompagna, perché generalmente la famiglia è stata spedita all'estero con un contratto di lavoro su cui brilla il nome del marito. Brilla perché la stella è chiaramente lui. Quello che la moglie fa invece, mentre ogni pochi anni cambia casa/nazione/lingua/cultura/macchina/amici/cibo/vita, è diventare un'esperta in traslochi, una maestra nel risolvere in giro per il mondo i mille piccoli problemi di cui è fatta la vita quotidiana, dando nel frattempo alla luce anche un paio di pargoli in ospedali stranieri in cui nessuno parla la sua lingua madre. Eh si, perché è da qui che proviene il termine stesso, lingua madre: "la lingua in cui parlare mentre si diventa madre".
Diventa anche un'esperta nell'arte di rinnegare le proprie necessità, ed una maestra nel cercare di ignorare il disagio del non essere economicamente indipendente.
Lui invece è il capitano della nave, decide la rotta scrutando l'orizzonte con determinazione, con i suoi sottoposti che gli danno pacche d'approvazione sulle spalle, mente lei è sotto coperta che suda e impreca spalando carbone nel motore ed oliando gli ingranaggi in modo che tutto possa continuare a filare liscio.
MA!
Questa è l'immagine che invece il resto del mondo vede: lei ha vinto un giro gratis in un mondo di lusso grazie all'eroico impegno lavorativo di lui. Non ha bisogno di lavorare, guida il suo SUV, si trova da Starbucks con le sue altre amiche viziate. Un biglietto gratuito per merito di qualcun altro.
Lei è come Jasmine quando Aladino la porta a fare il giro del mondo sul suo tappeto volante e le canta: Posso farti vedere tutto il mondo, meraviglioso, abbagliante, splendido. Per poi saggiamente fermarsi prima del verso seguente che dice: dimmi, principessa, quand'è stata l'ultima volta che hai deciso tu qualcosa? AH! L'Aladino-expat sa bene che quello è un argomento che è meglio non toccare.
Ma poi ci sono anche il cambiamento, ed il coraggio, ed il loro figlio prediletto: l'avventura.
Ed i libri, l'arte, il vino, la poesia, la musica e tutte quelle altre cose che non servono per sopravvivere.
O secondo quell'altro paradosso scoperto dall'alieno di Matt Haig dopo aver vissuto sulla terra: tutte quelle cose che servono per sopravvivere.