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La Svizzera degli scrittori [Die tintenblauen Eidgenossen]
In questo volume di saggi, Peter von Matt invita il lettore a un lungo viaggio attraverso la letteratura svizzera di lingua tedesca, da Jeremias Gotthelf a Gottfried Keller, da Robert Walser a Friedrich Glauser, da Max Frisch a Friedrich Dürrenmatt per arrivare ai contemporanei quali Hugo Loetscher, Urs Widmer, Thomas Hürlimann e Gerhard Meier. Quello che si disegna pagina dopo pagina è un vasto affresco che mostra fino a che punto, in Svizzera, letteratura e storia siano sempre state unite e non possano essere pensate a prescindere dalla storia europea e dall'insieme della letteratura di lingua tedesca. Gli scrittori dei quali si parla in questo viaggio nella Svizzera letteraria e politica hanno sempre operato all'interno di questa consapevolezza e hanno contribuito in vari modi a mutare e rinnovare il volto della Svizzera. Peter von Matt li presenta con la competenza dello specialista e insieme col trasporto emotivo del lettore attento e appassionato.
7 domande a Peter von Matt
Peter von Matt, in Un viaggio nel tempo attraverso la Svizzera letteraria e politica, uno dei saggi che compongono La Svizzera degli scrittori (in tedesco Die tintenblauen Eidgenossen, uscito nel 2001), lei insiste su come le grandi date della storia svizzera – 1830, 1848, 1870, 1939-45 – ritornino costantemente negli scritti di gran parte degli autori svizzeri in lingua tedesca, i quali, in un certo senso, ne ridimensionano la portata, svelando alcune verità nascoste. In che misura Gotthelf o Keller corripondono a Frisch, l'autore che forse più di tutti ha lavorato allo smantellamento del mito svizzero?
Ai tempi di Gotthelf e di Keller, il problema dei miti si poneva in modo completamente diverso. La Svizzera, in pieno Sonderbund, attraversava una crisi esistenziale. Il Consiglio federale della nuova Confederazione del 1848 era composto da membri provenienti da un partito unico, il partito radicale. Era necessario consolidare l'unità del paese, dunque, tanto tra i vincitori quanto tra i vinti. È a questo che è servita la coalizione di eroi nazionali comuni: sebbene fossero politicamente rivali, Gotthelf e Keller hanno favorito queste immagini e queste leggende nazionali. Tra l'altro, siamo proprio nell'epoca in cui, per le stesso ragioni, furono eretti in tutta la Svizzera molti monumenti importanti.
Lei, con una voce che ricorda quella di Kundera, evoca a più riprese l'oblio che minaccia la letteratura, oblio contro cui «bisogna sviluppare nuove strategie della memoria». Quali sono, in Svizzera, i processi che spingono un autore a ritrovarsi in quello che lei chiama giustamente l'«Alpenglühen» letterario?
Una cultura viva favorisce gli artisti vivi e mantiene viva la tradizione culturale. Sono due missioni diverse, ognuna importante quanto l'altra. Per quello che concerne grandi autori come Ramuz, Keller, Walser, Dürrenmatt, Frisch, il lavoro di memoria è più facile perché la loro reputazione è internazionale. Per gli scrittori conosciuti a livello nazionale e regionale, invece, il pericolo che i loro libri scompaiano dagli scaffali delle librerie e che siano a poco a poco dimenticati esiste. Di colpo, i giovani lettori non conoscono più alcuni nomi. Tra gli autori importanti che non dovrebbero essere dimenticati figurano Regina Ullmann, Meinrad Inglin, Jakob Schaffner, Kuno Raeber, Hermann Burger e Adelheid Duvanel.
La Svizzera degli scrittori è dedicato in gran parte al patriottismo critico, che, secondo lei, dalla seconda metà del XX secolo determina la scrittura di un autore responsabile. A questo proposito, lei ricorda la massima di Brecht secondo cui bisogna «mostrare il freddo a coloro che gelano». Ma lei insiste allo stesso tempo su un'altra influenza, meno conosciuta: quella dell'esistenzialismo francese, che lei definisce «fattore Parigi»...
È da Parigi, da Sartre, che è arrivato il concetto di «littérature engagée». E sempre da Parigi arrivava la filosofia più attuale del dopoguerra, l'esistenzialismo, che ha impregnato l'opera di Sartre, di Camus e i migliori film francesi. Tutto questo ha avuto il valore di un modello per i giovani artisti tedeschi di allora: si trattava di mettere in risalto e di difendere la libertà del particolare, dell'individuo, contro le costrizioni collettive. Tra esse, figuravano i vecchi miti nazionali, ma anche il pensiero «in blocchi» della guerra fredda.
Uno dei tratti caratteristici del patriottismo critico è di avere affrontato di petto i miti identitari e, in particolare, Guglielmo Tell, la «fiaba delle fiabe», che Frisch demolisce nel 1971 col suo Guglielmo Tell. Per la scuola. Come Denis de Rougemont in La Svizzera. Storia di un popolo felice, però, lei ricorda che queste leggende hanno anche un valore positivo perché hanno contribuito al processo di democratizzazione. Come si pongono oggi gli autori della Svizzera di lingua tedesca nei confronti della smitizzazione dei simboli nazionali?
Il tempo in cui gli scrittori dovevano battersi contro false immagini della Svizzera è concluso. Il patriottismo nazionalista che si è sviluppato in occasione dell'Esposizione nazionale del 1939 e durante la seconda guerra mondiale non esiste più, oggi; se esiste, è soltanto negli ambienti dell'estrema destra. D'altro canto, le funzioni politiche sono anche diventate più pragmatiche, più tecniche, più economiche. Solo la questione dell'adesione all'Unione Europea ha ancora suscitato passioni patriottiche. Si demonizza l'unione dei paesi europei come se la Svizzera vivesse tutta sola in un continente tutto per lei. Gli scrittori di oggi dovrebbero esprimersi chiaramente a questo proposito.
Nell'opera di numerosi autori (Otto F. Walter, Kurt Marti, Peter Bichsel, per citarne alcuni), si ritrova una tendenza alla svalutazione di sé, alla rappresentazione negativa di sé (il concetto di «ristrettezza» di Nizon ne è la formulazione più famosa). A lei, che s'interessa di psicanalisi, cosa rivela tutto questo dello stato d'animo collettivo della Svizzera?
La Svizzera è un paese piccolo. In Francia, Germania o Italia la sua storia è conosciuta molto male e la coscienza di ciò spinge a due riflessi contradditori: un'auto-svalutazione esagerata e un'auto-glorificazione esagerata. Queste due posizioni si alternano. All'auto-glorificazione degli anni '40, infatti, è seguita l'auto-svalutazione, di cui il concetto di «ritrettezza» è stato effettivamente la parola-chiave: svizzero andava con piccolo, striminzito, insignificante, non eroico, escluso dalla storia del mondo, ecc. Oggi, ci situiamo in una fase intermedia, ma il problema continua a porsi. La psicologia dei paesi piccoli ha molto a che vedere con la psicologia del narcisismo. L'io narcisistico si vede grande e magnifico, dopodiché si detesta perché nella realtà non è poi così grande e magnifico, e si discredita perché si trova piccolo e ignobile.
Accanto agli autori del patriottismo critico, lei avverte l'emergenza di una nuova corrente che definisce «surrealismo elvetico». Quali sono i suoi autori più rappresentativi e, soprattutto, quali sono - a livello letterario - i suoi tratti caratteristici?
Questa corrente è stata importante in particolare negli anni '70, con autori quali Franz Böni, Gertrud Leutenegger, Jürg Laederach e anche Urs Widmer. Hanno scritto in una lingua che si distingue fortemente da quella del realismo svizzero tradizionale, privilegiando la fantasia e i giochi di parole. Peter Weber, un autore importante tra i più giovani, continua proprio su questa strada.
In una novella di Die Leute von Seldwyla, Keller inserisce un decoro archetipico: quello di una lurida sala d'albergo con i muri ricoperti da una riproduzione dipinta delle Alpi che, però, «al fatto che già in quanto tale l'immagine è una stampa qua e là difettosa [...] si aggiunge poi il fatto che l'immagine stessa, nel suo insieme, è troppo grande per il locale che ospita»... Lei, in questo, ci vede un'allegoria della relazione tra lo Stato e le immagini attraverso cui esso stesso si dà un'esistenza. Quest'allegoria, oggi, è ancora valida, dopo la crisi dei fondi in giacenza, il fallimento di Swissair, le polemiche riguardanti Expo.02?
Keller, nelle opere della sua vecchiaia, ha criticato l'auto-glorificazione che lui stesso aveva sfruttato nei suoi scritti giovanili. Il suo ultimo romanzo, Martin Salander, è molto vicino al patriottismo critico di Frisch, Dürrenmatt o Meienberg. Dopo la crisi dei fondi in giacenza, il fallimento di Swissair, le critiche internazionali contro la Svizzera, la perdita dell'immagine di un paese accogliente e innocente, esiste tuttavia ancora oggi la possibilità di percepirsi in modo oggettivo e imparziale, con le nostre forze e le nostre debolezze. Il pericolo di ricadere nel ciclo auto-detestazione/auto-glorificazione, però, esiste sempre e comunque. Il compito di uno scrittore dovrebbe essere anche quello di impedirlo.
Intervista di Manuela Camponovo a Mattia Mantovani, traduttore e curatore de La Svizzera degli scrittori
[...] Cliché: da quello del patriottismo a quello del “patriottismo critico”, dal mito alla smitizzazione, alla dissacrazione ad ogni costo, per cui dal modello della “buona” Svizzera si è passati a quello di una “cattiva” Svizzera... Sono le facce opposte di una stessa medaglia?
Sì, sono le facce opposte di una stessa medaglia, però è necessario operare un distinguo. Il “patriottismo critico” di cui von Matt parla in questo volume non nasce come cliché, nasce piuttosto come tentativo (un tentativo pienamente riuscito) di sbarazzarsi di immagini patriottiche che storicamente avevano forse avuto un senso ma ormai erano diventate appunto un cliché. Il “patriottismo critico”, a sua volta, diventa o per meglio dire è diventato un cliché nel momento in cui ha raggiunto il proprio scopo. Ecco perché von Matt, in molti saggi di questo suo volume, dice che l'attuale problema della Svizzera e dei suoi scrittori consiste nello scollamento tra realtà e immagine, o per meglio dire nel vuoto di immagini. Non si può negare, d'altro canto, che da un certo momento in poi il “patriottismo critico” è diventato quasi una moda, un atteggiamento obbligato, e ha prodotto opere di scarso spessore.
Un altro tema che ricorre spesso, in genere, quando si parla di cultura in Svizzera e anche in questo libro a proposito di letteratura, è l'influenza esercitata dall'afflusso, a più riprese, di intellettuali europei... È stata determinante?
È stata assolutamente determinante. Però, più che dell'influsso degli intellettuali, parlerei dell'influsso delle idee provenienti dall'Europa. Tutti i più grandi scrittori svizzeri – non solo i cosiddetti classici, ma anche gli outsider – sarebbero impensabili senza questo influsso proveniente dall'esterno. È così per i grandi dell'Ottocento, ed è così anche per Frisch e Dürrenmatt, che almeno inizialmente hanno scritto e operato all'interno del nuovo clima culturale creato dall'esistenzialismo francese. È così anche per un outsider “apolitico” come Robert Walser, per il quale furono fondamentali i sette anni trascorsi a Berlino, che all'inizio del Novecento era la metropoli europea per eccellenza. Ecco perché von Matt sostiene che non si può pensare a una Svizzera politicamente e culturalmente separata dal resto dell'Europa.
D'altra parte, una questione che torna regolarmente, un tormentone per gli scrittori svizzeri, è la coscienza della doppia frontiera, linguistica e politica, e la necessità di collocarsi sempre in un ambito europeo. Von Matt afferma: «Uno svizzero, da solo, e cioè in quanto svizzero e basta, non può scrivere buoni libri. Un francese sì, e anche un italiano o un inglese...». Ma la buona letteratura, di per sé, non ha sempre un valore universale?
Sì, ma è altrettanto vero che uno scrittore svizzero, quando scrive, si situa fatalmente all'interno di un contesto linguistico che trascende i confini nazionali. Questo può essere avvertito come un limite ma in realtà è una grande chance, soprattutto per gli scrittori di lingua tedesca dei quali parla von Matt, se non altro perché gli scrittori svizzeri di lingua tedesca scrivono in una lingua diversa da quella che parlano nella vita quotidiana. E anche in questo caso torna il discorso dell'Europa: secondo von Matt, lo scrittore svizzero non può pensare a se stesso e alla propria identità prescindendo dall'identità europea. In fondo, è proprio questa coscienza della doppia frontiera a fare la grandezza e il fascino (anche sul piano squisitamente lessicale) di molta letteratura prodotta in Svizzera.
L'effetto boomerang, per cui la gloria di uno scrittore viene riconosciuta in patria solo quando passa il confine, si afferma all'estero e quindi torna indietro... per von Matt è ancora un problema legato alla doppia identità nazionale e linguistica... Ma in senso lato non si può parlare di fattore culturale e di un certo provincialismo? Infatti questo “effetto” non riguarda solo gli scrittori ma anche gli artisti in genere...
Rispondo con una bella frase di uno dei massimi scrittori svizzeri viventi, lo zurighese Hugo Loetscher, il quale ha detto molto giustamente che il provincialismo è il frutto non già di una condizione, quanto piuttosto di una scelta. Per quanto riguarda nello specifico gli scrittori svizzeri tedeschi, la questione del riconoscimento all'estero, soprattutto in Germania, è una mera questione di mercato, perché il bacino dei lettori nella Svizzera tedesca è troppo ristretto.
Rispetto a tutte queste problematiche o tematiche, cosa si può dire oggi, della scrittura svizzera, svizzero tedesca in particolare, in un'epoca globalizzata? Le ultime generazioni si confrontano ancora con questi temi o complessi?
Parto dalla seconda questione e rispondo subito di no, nel senso che le ultime generazioni non si confrontano più con questi temi e questi complessi. Se sia un bene o un male, è troppo presto per dirlo, e del resto anche von Matt lascia la questione in sospeso. Quanto alla globalizzazione, direi che la letteratura svizzera tedesca è né più né meno globalizzata come le altre letterature, nel senso che produce a volte romanzi globalizzati (vale a dire intercambiabili con romanzi prodotti da altre letterature) e tende fatalmente a seguire le mode dettate da altre forme di comunicazione. Però, nelle sue espressioni più alte, continua a possedere una propria specificità e nello stesso tempo una spiccata apertura nei confronti dell'esterno. Questo ultimo aspetto crea un ideale trait d'union tra passato e futuro. (Manuela Camponovo, Giornale del Popolo, 24.05.2008)