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Alla vigilia dell'insediamento del leader libertario, ripercorriamo con il professor Gambina quattro decenni di governi costituzionali e crisi economiche
Il 10 dicembre del 1983 l’Argentina chiude uno dei capitoli più bui della sua storia. Dopo quasi otto anni di una brutale dittatura militare, la popolazione torna a scegliere democraticamente il governo. Durante l’atto di insediamento, il presidente eletto Raúl Alfonsín pronuncia un discorso memorabile: “Noi argentini abbiamo imparato, alla luce delle tragiche esperienze degli anni recenti, che il valore della democrazia non è soltanto quello di una mera forma di legittimazione del potere; perché con la democrazia non solo si vota, ma anche si mangia, si educa e si cura”.
Quattro decenni più tardi le statistiche mostrano che il 40 per cento della popolazione vive nella povertà. Qualcosa non ha funzionato. «È vero: stiamo celebrando quarant’anni di governi costituzionali – esordisce Julio Gambina, dottore in Scienze sociali e vicepresidente della Sepla (Società di economia politica e pensiero critico di America Latina) –, ma l’Argentina a livello socioeconomico non sta molto meglio rispetto ad altri periodi».
Professor Gambina, in generale quando ci si riferisce alle conseguenze drammatiche della dittatura in Argentina si pensa soprattutto agli abusi in materia di diritti umani. Sembrerebbe possibile però parlare anche di una “eredità” economica delle politiche che il governo militare ha implementato nel periodo 1976-1983.
È chiaro che la questione dei diritti umani è quella che risalta di più ed è logico che sia così. Questo a causa della brutalità di una dittatura che è stata definita genocida. Ma è anche possibile pensare che tutta quella violenza sia stata utilizzata per cambiare il modello produttivo e di sviluppo del Paese. Un cambiamento che in realtà comincia poco prima dell’arrivo dei militari al potere: tra il 1975 e il 1976 l’Argentina inizia a trasformare in maniera profonda il suo modello economico. Una trasformazione che ha avuto nella dittatura la sua tappa cruciale, che è stata consolidata negli anni 90, poi potenziata durante il governo di Mauricio Macri tra il 2015 e il 2019 e che a partire da questo 10 dicembre vivrà una nuova fase con l’assunzione del presidente Javier Milei. Bisogna prendere in considerazione un precedente storico: tra il 1930 e il 1976 ci sono stati diversi colpi di Stato per restaurare il modello agricolo esportatore e conservatore che vigeva nel Paese dal 1880 fino alla crisi del ’29. Quelli sono stati tempi di grande instabilità politica. Il golpe del ’76, l’ultimo vissuto dall’Argentina, è stato più che altro un tentativo di restaurazione conservatrice. Dal 1983 in poi quell’eterna lotta per una restaurazione conservatrice non avviene più attraverso i militari ma grazie al consenso elettorale. Tuttavia, il grande cambiamento strutturale e sociale portato a termine dalla dittatura non è stato più modificato negli ultimi 40 anni. Ci sono stati alcuni tentativi per stimolare l’industria locale e le economie regionali, quello sì: ma non si è riusciti a modificare la struttura produttiva. Purtroppo, il modello di sviluppo imposto dai militari non poteva avere un altro risultato che non fosse questo presente impoverito, con gli attuali indicatori sociali regressivi di povertà e indigenza. Attualmente questo modello che privilegia il settore primario viene addirittura potenziato grazie all’estrazione di idrocarburi non convenzionali e altri minerali (litio, rame e oro). L’aspettativa del nuovo governo che si insedierà domani è di riuscire a riequilibrare la bilancia commerciale dell’Argentina attraverso questa via.
Questo potenziamento del modello agricolo-esportatore al quale punta il programma del presidente Milei potrebbe riuscire a migliorare l’economia del Paese e al contempo garantire l’inclusione sociale?
No. Un conto è la macroeconomia e un altro i suoi effetti sulla popolazione: stiamo parlando di un modello di esclusione. Questo modello che esiste in Argentina dal 1976 non genera uno sviluppo inclusivo. È invece regressivo: si crea un’eccedenza economica che si accumula all’estero. La lotta per impadronirsi di questa eccedenza spiega l’altissima inflazione che subisce il Paese. L’Argentina dovrebbe essere una nazione creditrice nello scacchiere dell’economia mondiale, perché vanta un importante avanzo commerciale e finanziario. Il problema è che tale eccedenza viene tesaurizzata dal settore privato in cassette di sicurezza e in conti all’estero. Si calcola che esistono attivi privati degli argentini depositati in altri Paesi per circa 400 miliardi di dollari. Ciò porta lo Stato argentino ad avere una posizione debitrice con il mondo, ma soltanto nel settore pubblico. L’Argentina infatti vive per pagare il suo debito pubblico, nonostante la sua enorme capacità di produrre eccedenze economiche. È per questo che si parla di “fuga di capitali”: quel denaro non viene reinvestito nel Paese.
Ci sarebbe una quota di responsabilità da attribuire alla classe imprenditrice argentina per le grandi crisi economiche che il Paese ha vissuto in questi decenni?
Nel modello originario del periodo 1880-1930 a predominare era il potere dei proprietari terrieri. Dopo, nella visione di coloro che spingevano per uno sviluppo interno al Paese è stata stimolata la presenza del capitale locale. Con la dittatura invece viene consolidata la preminenza del capitale straniero nella società argentina. Questo era il compito della dittatura militare: modificare l’ordine economico e sociale del Paese, consolidando il modello del capitale transnazionale, il che implica una ristrutturazione regressiva del capitalismo argentino. Questo processo si afferma negli anni 90 con le privatizzazioni delle aziende statali. Il capitale di origine straniero entra in gioco tanto nel settore primario quanto nell’industria, che diventa un’industria che produce soprattutto per il mercato esterno. Il miglior esempio è quello che accade nell’industria automobilistica, dove il 70% dei veicoli prodotti nel Paese viene esportato. Questo di per sé non sarebbe un problema, anzi. Il fatto è che per riuscire a essere competitivi nel mercato mondiale serve ridurre il costo del lavoro. Ciò ha portato a una tendenza al ribasso della parte di reddito nazionale percepito dai lavoratori. L’evoluzione nella distribuzione dell’ingresso è stata regressiva pure con l’ultimo governo peronista: durante la presidenza di Alberto Fernández c’è stata crescita ma senza distribuzione, e questo spiega l’indice di povertà al 40%. Fatto sta che il modello economico di riferimento di Milei è quello precedente all’esistenza dei governi costituzionali: si tratta del modello conservatore del periodo 1880-1930. Milei non crede nella democrazia e in effetti questo può risultare paradossale: mentre si celebrano i 40 anni ininterrotti dei governi costituzionali inizia un nuovo percorso di restaurazione conservatrice, questa volta attraverso il consenso elettorale.
Qual è stato il ruolo dell’indebitamento pubblico in tutto questo processo?
La dittatura avvia un ciclo di indebitamento che successivamente andrà a condizionare tutta l’economia: ogni governo negli ultimi 40 anni si è visto costretto a rinegoziare il pagamento del debito pubblico. Il peccato originale della “deuda externa” della dittatura vige ancora oggi, inclusa la nazionalizzazione del debito estero del settore privato decisa durante il governo militare. È molto interessante osservare che il momento di maggior crescita dell’Argentina si verifica nel periodo 2002-2007, cioè negli anni in cui l’Argentina sospende il pagamento del debito pubblico.
Negli ultimi 40 anni l’Argentina ha vissuto l’iperinflazione nel finale della presidenza di Alfonsín, la ‘festa’ menemista della parità artificiale tra il peso e il dollaro, i ‘cacerolazos’ e il default nel 2001, il decennio ‘vinto’ del kirchnerismo col vento a favore delle commodities, l’indebitamento sfrenato del governo dei Ceo con Macri e il fallimento della gestione Fernández-Fernández. E ora?
L’arrivo al potere di Milei è un nuovo tentativo di consolidamento del progetto originale della dittatura. Di più: Milei potrebbe raggiungere gli obiettivi della dittatura e addirittura con un’ampia legittimazione elettorale. Il fatto è che mentre non ci sia un progetto nazionale di sviluppo inclusivo che riesca a entusiasmare le nuove generazioni, rimarrà la strada spianata per una destra e un’estrema destra contraddittoria e messianica, che per di più si insedia promettendo tagli feroci. Il nuovo governo ha già annunciato che se non si raggiungeranno degli accordi in merito alle loro proposte, la risposta sarà la repressione. Dunque, ciò che sarebbe auspicabile è che la società possa reagire in qualche modo, che si costituisca un nuovo blocco di potere di opposizione, che emerga una nuova alternativa sociale dal contenuto politico. In questo momento infatti, alla vigilia dell’insediamento di Milei, è in corso un processo di raggruppamento sindacale e sociale molto importante: siamo pieni di riunioni e assemblee, si stanno svolgendo incontri intersindacali trasversali che danno luogo a una dinamica sociopolitica molto interessante. Una gran parte della società argentina, insomma, si sta preparando per affrontare una battaglia molto difficile.