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Per la prima volta in Giappone due condannati alla pena capitale hanno fatto causa al governo per una prassi giudicata “incostituzionale”: quella che non consente ai detenuti di ricevere alcun preavviso sul giorno in cui verrà applicata la sentenza finale.
La notifica depositata alla Corte distrettuale di Osaka, sebbene contenga gli estremi per un risarcimento di 22 milioni di yen (177’000 franchi), ha un valore puramente simbolico e richiama a un imperativo morale per proteggere “la dignità umana di ogni persona, compresa quella dei condannati a morte”. L’assenza di ogni forma di preavviso, dicono i legali, non consente per mancanza di tempo ai condannati di appellarsi contro l’ordine di esecuzione della sentenza ed è crudele perché vivono nel braccio della morte il resto della loro esistenza, pensando che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo.
Modalità che violano l’articolo 31 della Costituzione giapponese, dicono gli avvocati, che stabilisce come: “Nessun cittadino dovrebbe essere privato della propria vita o libertà, e nessuna altra pena criminale può essere imposta se non in accordo con le procedure stabilite dalla legge”.
Secondo gli archivi storici citati dall’Afp, fino alla metà degli anni ’70 il ministero della Giustizia nipponico forniva un preavviso sui tempi dell’esecuzione, ma ora la comunicazione avviene la mattina dell’esecuzione “per evitare di alterare lo stato psicofisico” del condannato.
Il Giappone e gli Stati Uniti sono gli unici paesi del gruppo del G7 dove le pena capitale è ancora in vigore, e nel caso del Giappone le esecuzioni vengono condotte quasi unicamente per impiccagione, e riguardano in prevalenza pluriomicida condannati al terzo grado di giudizio.
Il detenuto viene condotto incappucciato in una stanza con le mani e i piedi legati, quando improvvisamente una botola si apre sotto i suoi piedi. Il meccanismo viene attivato nella stanza adiacente da una schiera di secondini che in simultanea premono un tasto senza sapere chi è il diretto responsabile del meccanismo che spalanca le porte dell’abisso e decreta la morte del condannato.
I casi più eclatanti sono state le esecuzioni di 13 membri della setta Aum Shinrikyo, responsabili dell’attacco col gas nervino nella metropolitana di Tokyo nel 1995. La notizia dell’avvenuta esecuzione in quel caso venne resa nota solo dopo essere una stata compiuta. Secondo gli avvocati che hanno impugnato la causa, le autorità legali non rilasciano un numero sufficiente di informazioni, e per questi motivi il dibattito pubblico in Giappone è contenuto, nonostante le critiche a livello internazionale.
Attualmente nelle carceri del Paese del Sol Levante ci sono 112 persone condannate alla pena capitale, sebbene negli ultimi due anni non sia stata eseguita alcuna condanna. In un recente sondaggio governativo meno del 10% degli intervistati si dichiara contrario al suo utilizzo, contro l’80,8% che giudica il sistema utile per la sicurezza dei cittadini.