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REYKJAVíK - Una settimana lavorativa più corta, i salari che non vengono toccati e la produttività che non ne risente (e anzi, in alcuni casi arriva perfino a far segnare un aumento). Presentato così ha tutti i contorni di uno scenario ideale e, al contempo, impossibile da realizzare. Ma i risultati di uno esperimento condotto, in due parti, in Islanda e resi noti in questi giorni suggeriscono che così non è.
Il "viaggio dell'Islanda verso una settimana lavorativa più breve" - così si intitola il lungo rapporto pubblicato dal think tank britannico Anatomy - ha i contorni di una storia di successo. La portata dello studio, che ha coinvolto oltre 2'500 lavoratori (ossia una quota superiore all'1% della forza lavoro impiegata sull'isola), «unita alla diversità dei posti di lavoro presi in considerazione e la ricchezza di dati, quantitativi e qualitativi, forniscono argomentazioni rivoluzionarie a favore dell'efficacia di una riduzione degli orari di lavoro».
Non a caso, i due programmi di studio, coordinati separatamente dalla città di Reykjavík (dal 2014 al 2019) e dal Governo islandese (dal 2017 al 2021), hanno permesso ai sindacati dell'isola di conquistare riduzioni di orario permanenti per decine di migliaia di lavoratori in tutto il paese. Dai trial emerge «un significativo aumento del proprio benessere e in termini di equilibrio di vita». Il tutto, lo ricordiamo, senza sacrificare i livelli di produttività e senza dover ricorrere agli eccessi di straordinari. «I timori di trovarsi oberati dal lavoro si sono rivelati privi di fondamento».
Dati alla mano, quasi l'86% della forza lavoro islandese ha potuto "spuntare" la propria settimana lavorativa o perlomeno ottenuto il diritto di accorciarla. Questi riduzioni, si legge nel report, «sono state ottenute nelle negoziazioni contrattuali tra il 2019 e il 2021, e sono già entrati in vigore per la maggioranza dei lavoratori».