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Dopo aver parlato nel precedente articolo (>qui) della illegittimità del referendum svoltosi in Crimea per il passaggio di questo territorio alla sovranità russa, sotto il profilo del diritto internazionale, proseguiamo ora nella valutazione dei fatti provando a considerare il punto di vista della Russia.
Ascoltando le dichiarazioni rese in questi giorni dai dirigenti di Mosca, gli argomenti principali sostenuti dalla Russia si possono riassumere in questi punti:
- La Crimea è storicamente un territorio russo, è stata ceduta all’Ucraina solo nel 1954. Sulla penisola, che ha un ruolo strategico essenziale, la Russia ha sempre mantenuto una forte presenza militare, anche dopo l’indipendenza dell’Ucraina.
- La Crimea è popolata a grande maggioranza da persone di lingua ed etnia russa, che la Russia deve proteggere. In Ucraina sanno crescendo movimenti nazionalisti che potrebbero causare problemi alla popolazione di lingua russa.
- La Russia non gradisce che, dopo la caduta dei regimi dell’Est Europa, un numero crescente di Paesi prima suoi alleati abbia aderito alla NATO. L’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea e la sua possibile adesione alla NATO aggravano questo scontento.
- In Crimea si è tenuto un referendum, nel quale la popolazione ha scelto a maggioranza schiacciante di passare alla sovranità russa. Secondo la Russia, che si richiama al precedente del Kosovo, il referendum è legittimo, poiché anche in Kosovo un referendum analogo avvenne senza il consenso dello Stato centrale (la Serbia). In Crimea, il referendum e il passaggio di sovranità sono serviti a prevenire lo scoppio di violenze interetniche, che invece si ebbero in Kosovo.
La Crimea è effettivamente una penisola di storia e lingua prevalentemente russe, essendo stata parte della Russia dal 1783, dopo essere appartenuta dall’Impero ottomano e dall’Impero mongolo. E’ stata ceduta volontariamente dalla Russia all’Ucraina il 26 aprile 1954: per questo motivo, gli abitanti della Crimea che oggi hanno più di sessant’anni d’età sono nati russo-sovietici. In effetti, in Crimea si parla comunemente russo, non ucraino. Non bisogna dimenticare, però, che nella Penisola vivono anche degli Ucraini e una consistente minoranza di Tatari, erede del passato turco-ottomano, di religione mussulmana. Questa minoranza costituisce circa il 12% della popolazione della Crimea, in alcune aree interne sfiora il 30% (censimento del 2001). I Tatari parlano una lingua di ceppo turco e non gradiscono affatto il passaggio alla Russia, dalla quale li divide un difficile trascorso di esili e deportazioni.
La cessione della Crimea all’Ucraina avvenne in un quadro giuridico internazionale molto diverso da quello odierno. Nel 1954 Russia e Ucraina erano entrambe parte dell’Unione sovietica. Per la comunità internazionale si trattò perciò di un mutamento amministrativo interno all’Unione, unica titolare della soggettività giuridica internazionale. Sulla popolazione, il passaggio da un’amministrazione all’altra ebbe ricadute meno sensibili di quelle che ha oggi. All’interno dell’Unione sovietica, l’uniformità linguistica era garantita dall’obbligo del russo, il rublo era valuta comune e il sistema economico era integrato. Oggi, l’aggregazione della Crimea alla Russia significa un passaggio fra due Stati indipendenti, con due lingue ufficiali diverse, due valute e sistemi economici distinti e persino un diverso fuso orario.
E’ vero che dopo la caduta dell’Unione sovietica e l’indipendenza dell’Ucraina, la Russia ha mantenuto in Crimea una forte presenza militare, senza la quale avrebbe perso un essenziale punto di controllo sul Mar d’Azov e sul Mar Nero. Una parte dei militari e unità navali russe, che durante i giorni più caldi della recente crisi venivano rappresentati dai media come truppe d’invasione, aveva in realtà pieno diritto di essere lì. Vero è anche, però, che in quei giorni in Crimea era presente un gran numero di uomini armati e mezzi militari senza mostrine o altre identificazioni, ma evidentemente provenienti dalla Russia, che non avevano nulla a che vedere con la legittima presenza di truppe russe in Ucraina secondo gli accordi fra i due Paesi.
La questione dei diritti degli abitanti di lingua e nazionalità russa è oggetto di controversie, in Ucraina, sin dall’indipendenza del Paese e non si può ridurre a una contrapposizione schematica. Il dissenso verte, in particolare, sul riconoscimento del russo come seconda lingua ufficiale, a fianco dell’ucraino. Se è vero che in Ucraina gli abitanti di lingua russa costituiscono la maggioranza a sud est del Paese e in Crimea, mentre quelli di lingua ucraina a nord ovest, i confini tra le due culture e comunità linguistiche non sono così netti come la semplificazione mediatica farebbe pensare. Moltissimi Ucraini si esprimono indifferentemente nell’una e nell’altra lingua. Se l’ucraino è più diffuso nelle campagne, il russo prevale nelle grandi città, compresa la capitale Kiev. Per comprendere quanto le due culture siano intrecciate, basta ricordare che il grande scrittore Nikolaj Vasil’evič Gogol’, tra i massimi autori della letteratura russa, era in realtà ucraino.
Nel 2012, dopo lunghe discussioni, si era giunti al riconoscimento del russo come seconda lingua ufficiale nelle regioni ucraine in cui è parlato almeno dal 10% della popolazione. Questo provvedimento era stato poi abolito da una recente legge, che abrogava il russo e fissava nuovamente l’ucraino come unica lingua riconosciuta. Proprio nei giorni della crisi, però, il Governo transitorio ha rapidamente revocato questa legge abrogativa, che dava ai Russi un argomento per affermare che la popolazione russofona in Ucraina fosse sottoposta a discriminazioni.
E’ vero, perciò, che lo status della popolazione di lingua e cultura russa in Ucraina è oggetto di controversie. Altrettanto vero è che in Ucraina crescono movimenti nazionalisti che intendono restringere i diritti della popolazione russofona. Alla luce della situazione concreta, però, non si può affermare che tali controversie causino una condizione di oppressione o discriminazione tale da far temere lo scoppio di violenze paragonabili a quelle avvenute della ex Jugoslavia, o sufficienti a giustificare un intervento russo di autodifesa secondo l’art. 51 della Carta ONU – la cui applicabilità in tali fattispecie è, d’altra parte, già ampiamente controversa – e tanto meno un intervento di soccorso umanitario. L’idea che l’annessione della Crimea alla Russia sia stata fatta per prevenire lo scoppio di violenze interetniche, espressa dal Ministro degli affari esteri russo, richiama, pur su un altro piano, i deprecati argomenti della «guerra preventiva» cari a George W. Bush dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. L’operazione rischia, piuttosto, di acuire le tensioni in altre regioni ucraine a maggioranza russofona.
Come si vede, la situazione è assai complessa. Se su singoli punti è possibile dare giudizi netti, il quadro complessivo della vicenda non si lascia iscrivere in facili schematismi, a meno di non scivolare nella chiacchiera e nell’ideologia. Bisogna rassegnarsi al fatto che la complessità esiste, che richiede sforzo per essere interpretata e non necessariamente prevede soluzioni riassumibili in comodi slogan. Nei prossimi articoli, il tema dell’allargamento a Est della NATO e la delicata questione del parallelo con il Kosovo.