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«Per divina gratia Huomo libero» e «Humile servo».
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Pietro Aretino giunse alla corte romana intorno al 1517, grazie al banchiere Agostino Chigi, trovando così l'occasione di debuttare nella vita cortigiana. Ma la quiete fu di breve durata: dopo la morte di Leone X, l'Aretino militò con la penna a favore del cardinale Giulio de' Medici e, con fervore, a scapito dell'ex precettore di Carlo V, che fu infine eletto papa con il nome di Adriano VI il 9 gennaio 1522. Giudicando rischiosa la sua situazione, l'autore si allontanò per prudenza da Roma, ritornandovi però già nel settembre dell'anno successivo, in séguito alla morte di Adriano VI. A salire al soglio pontificio, questa volta, fu proprio Giulio de' Medici col nome di Clemente VII, al quale l'Aretino si era affiancato già durante l'elezione precedente.
Il secondo soggiorno romano dell'Aretino durò fino al 1525. Nel luglio di quell'anno l'autore fu assalito da un sicario del potente datario papale Gian Matteo Giberti, col quale si era scontrato qualche mese innanzi per aver scritto gli irreverenti Sonetti lussuriosi. Fortunatamente l'Aretino ne uscì solo con un grande spavento. Le richieste presso Clemente VII di intervenire in sua difesa restarono vane. Oramai conscio della sua situazione estremamente precaria, l'autore decise allora di allontanarsi − e questa volta per sempre − dalla corte papale, senza però mai rompere definitivamente i ponti.
A partire da un certo momento l'Aretino tentò di riallacciare i legami con la Curia romana. Ed è qui che entra in scena il gruppo di scritti, tra i quali appunto anche qualche dedica, che non marca un cambiamento nel suo atteggiamento nei confronti della corte romana, ma che testimonia l'ambizione di ottenere dalla Curia un favore inizialmente non ben definito, ma progressivamente sempre più preciso.
Era chiaro che per ottenere qualsiasi vantaggio − anche se non subito promozione all'incarico ecclesiastico − l'Aretino doveva in primis rientrare nelle grazie del papa. Nell'ottobre 1534, infatti, momento dell'elezione di Paolo III, nato Alessandro Farnese e memorabile iniziatore del Concilio di Trento, l'Aretino giudicò favorevole l'occasione per avvicinarsi alla Curia. Appena un mese dopo il conclave, pubblicò i Sette Salmi della penitenza di David, contenente una duplice avance verso il nuovo pontefice. Anzitutto, nei Sette Salmi è inserita una dedica ad Antonio de Leyva, condottiero spagnolo filoimperiale, in cui il dedicante enumera in modo encomiastico diversi suoi sussidiari e sodali. Significativo, per quanto riguarda il tentativo di avvicinamento alla curia, è il desiderio che questa opera d'ispirazione religiosa gli permetta di ingraziarsi «pavlo iii pontefice maximo». Il papa non a caso è esaltato nella lettera dedicatoria anche tipograficamente: con l'uso di lettere maiuscole, riservato a lui e pochi altri personaggi probabilmente ritenuti potenzialmente più proficui per l'autore, rispetto ad altri menzionati invece senza messa in rilievo tipografica. D'altro canto, dopo la dedica al Leyva, i Sette Salmi contengono una lettera di Agostino Ricchi, medico e letterato promosso dall'Aretino, indirizzata al vescovo di Chieti Pietro Carafa. L'epistola, molto probabilmente ispirata o persino dettata dall'Aretino stesso, ha l'obiettivo di felicitare e lodare il nuovo papa. E non è certo senza motivo che l'Aretino invii subito al papa un esemplare dell'opera.5 Nel maggio dell'anno successivo l'Aretino pubblicò i Tre libri dell'Umanità di Cristo con una lettera dedicatoria preteritiva − cioè che si pone in maniera esplicita il problema di chi possa essere il dedicatario − a Massimiliano Stampa, fedele servitore della corte milanese. Come già nei Sette Salmi è menzionato «Paolo, iii+ massimo pontefice», questa volta in un elenco di possibili dedicatari.
I primi tentativi di avvicinamento fruttarono però poco e, di conseguenza, l'Aretino diede avvio a una strategia in cui le felicitazioni e lodi si alternavano con le offese contro il papa e i suoi fedeli. L'intento di questa strategia cominciò a farsi più concreto: se in un'epistola del secondo libro di Lettere, datata 21 aprile 1539, l'Aretino esprime la speranza di ottenere qualche «premio» non meglio specificato, nei mesi seguenti diviene sempre più nitida la volontà dell'autore di indossare l'abito cardinalizio. Egli credeva, infatti, che le sue opere religiose avessero già sufficientemente dato prova del suo essere un «fervido ecclesiastico».6 Ma contro ogni sua aspettativa, la tensione con Paolo III si aggravò notevolmente.
Tra i testi che rivelano una più evidente manovra mirante a benefici ecclesiastici, vi sono due lettere dedicatorie che per la loro collocazione finale all'interno delle opere assumono in qualche modo un ruolo di dediche secondarie e gerarchicamente inferiori rispetto a quelle per così dire "principali", collocate in apertura.
Accanto alla dedica a Maria d'Aragona, la Vita di Maria Vergine, pubblicata nell'ottobre 1539, contiene una seconda dedica, indirizzata «al romano monsignor girola- / mo verallo, legato aposto / lico appresso de l'otti- / mo massimo senato / venetiano» e collocata tra l'opera e il colophon.7 L'epistola dedicatoria si pone parzialmente come una sorta di continuazione della dedica principale. Gran parte della lettera è occupata da lodi rivolte alla dedicataria principale e al suo consorte, i marchesi d'Avalos; note encomiastiche per il dedicatario stesso sono invece pressoché assenti. Come già la dedica principale, inoltre, essa assume una funzione giustificativa: il dedicante dichiara di essere cosciente della difficoltà e della gravità dell'argomento religioso, e tiene a precisare che non ha scritto un'opera sulla Vergine per puro divertimento, bensì per riverirla e per farne dono alla marchesa del Vasto. Quella che inizia come una continuazione della prima dedica, si rivela però nella parte finale intesa a ben altro intento:
Hora Monsignor Reverendissimo riputation de l'honor del Clero fino a quanto debbo io aspettar, che Roma guardi non a i molti anni, che ella ruba a la mia servitù; ma molti libri da me composti in honore di Dio? Ecco i Salmi di David, ecco il Genesi di Moisè, ecco l'humanita di Giesu, ecco la vita di nostra Donna non è vista da lei: perche io non sono approvato nel catalogo de l'hipocrisia+ Ma dove sono le scritture, che han fatto di Christo quegli, che ritranno cotanti gradi, cotanti fausti, e cotante rendite de la chiesa sua? [...] Ma se io disperato da le crudelta de la Corte non manco di mostrar di esser Christiano; che farei io tuttavia, che ella me si mostrasse grata?8
Si tratta come si vede di un appello rivolto alla corte di Roma per ottenere finalmente un riconoscimento dopo la pubblicazione delle opere religiose, che testimonierebbero appunto il suo spirito cristiano. In effetti, la sollecitazione non si manifestò in un momento casuale. Il 19 marzo del 1539 un letterato e amico dell'Aretino era stato nominato cardinale da papa Paolo III. Si tratta nientemeno che di Pietro Bembo, la cui nomina mostrò al nostro autore che la carriera ecclesiastica era del tutto possibile per un letterato.9 A differenza dell'Aretino, il nuovo cardinale non si era cimentato nella scrittura sacra; è però anche vero che non aveva neanche mai pubblicato opere di carattere pornografico. Non stupisce allora che tale elezione accrescesse ulteriormente la delusione dell'Aretino sulla riservatezza della Curia nei suoi confronti. Comincia da lì in poi un tentativo di rivalutazione della propria immagine, visibile soprattutto nelle sue lettere: l'autore mira soprattutto a rappresentarsi come convertito e soprattutto pentito della propria produzione licenziosa.10
Pubblicata nel dicembre 1540, la Vita di Caterina Vergine fu offerta con lettera dedicatoria ad Alfonso d'Avalos. La biografia religiosa fu però munita di una seconda lettera dedicatoria, collocata dopo la dedica principale, intestata «a m+ francesco priscianese+», umanista ed editore fiorentino attivo a Roma come filologo a partire dal 1530.11 A prima vista la dedica non si pone come tentativo di riconciliarsi col papa. Gran parte della dedica è incentrata sugli amici del dedicante, che non a caso sono tutti intellettuali vicini alla curia romana, come il dedicatario. Nella lettera inoltre l'Aretino precisa che, tenendosi alla larga dalla perversa e decadente corte romana, egli non può essere vicino a quelli che ritiene i suoi «amici veri», e coglie l'occasione per augurarsi un miglioramento morale della curia affinché possa rivederli.12 Sembrerebbe però che ad alimentare l'interesse per questi amici romani fosse meno l'affetto e la sodalità artistica, che non precise preoccupazioni di carriera. In effetti, Francesco Priscianese era in grado di rianimare le relazioni con alcuni dei nominati personaggi, che nell'impresa di avvicinamento alla corte romana avrebbero potuto svolgere un ruolo cruciale: soprattutto Claudio Tolomei, incontrato a Roma oltre vent'anni prima, che godeva di un buon credito presso i Farnese, e l'autorevole cardinale Niccolò Ridolfi, che regolarmente accoglieva nel suo palazzo diversi intellettuali. Sebbene l'affetto tra l'Aretino e Priscianese sembrasse tanto intenso da essere sugellato persino dalla «catena de la eterna fratellanza», la loro amicizia si rivelò di scarso valore e di breve durata, e si raffreddò ben presto.13 Ma grazie a essa l'Aretino realizzò il probabile obiettivo della dedica e riuscì a rientrare in contatto con i due personaggi che avrebbero potuto aiutarlo nella tanto auspicata promozione.14
Le due dediche tuttavia non smossero la diffidenza del papa. Le strategie alle quali lo scrittore si era fin lì attenuto non ostentavano forse sufficientemente quanto la questione gli premesse. L'Aretino allora cambiò strategia e ricorse a un mezzo che coinvolgeva più direttamente Paolo III, con un'operazione realizzabile grazie all'intercessione della famiglia Farnese. In effetti, per non rompere del tutto il contatto col pontefice, l'autore aveva mantenuto rapporti con Pierluigi e Ottaviano Farnese, rispettivamente figlio e nipote di Paolo III. L'Aretino ebbe l'idea brillante di combinare il riavvicinamento con l'intenzione, probabilmente congegnata già nei primi anni Quaranta, di comporre una tragedia. Fu così che redasse l'Orazia, pubblicata nel 1546 e di particolare rilievo per essere l'unica tragedia dell'Aretino. Il legame creato tra l'opera e l'intento del progetto è tanto semplice quanto raffinato: l'autore istituisce nel Prologo della tragedia un legame tra gli Orazi romani e il casato Farnese.
Dopo aver esposto la sua idea, il primo gennaio 1546 l'Aretino ricevette una lettera da un cameriere di Pierluigi Farnese che sembrava dargli la speranza di aver raggiunto il suo obiettivo. In questa lettera sono riferite le parole di Pierluigi a Paolo III in favore dell'Aretino:
Voi Padre Santo fate tutto dí Cardinali poveri, di bassa condizione, e simili, solum, perché loro abbino a essere fedeli e procurin in ciascuna occorrenza di casa nostra, cosa per certo ben fatta, e laudabile; ma se sí fatta sorte di persone paiono a Santità vostra a giovarci a tempo, che saria se quella desse cotal degnità a l'Aretino, che se egli è ignobile e povero, ha il credito, che ogni un sa, con i Principi di tutto il Mondo?15
Secondo quanto riferito nella lettera, Paolo III fu allietato della proposta del figlio e accettò di riflettere alla questione. Ma sebbene la situazione sembrasse condurlo finalmente al tanto ambito obiettivo e la promozione al cardinalato sembrasse avviata, il consenso papale annunciato non ebbe nessuna conseguenza concreta.
Non avendo ottenuto il favore promesso, nel luglio 1546 l'Aretino scrisse a Pierluigi Farnese che aveva intenzione di dedicargli l'Orazia. La proposta motivò Pierluigi a concedere centocinquanta scudi all'autore.16 Una volta intascato il denaro l'Aretino non mantenne però la sua promessa e decise - forse a causa dell'indugio della remunerazione, molto probabilmente anche per l'indebolimento del potere farnesiano sulla scena politica - di dedicare la tragedia oramai redatta a Paolo III, anziché al figlio.17 In diverse lettere dell'Aretino si trovano speciose giustificazioni sul motivo della dedica al papa e sul cambiamento del dedicatario, tutte gravitanti intorno alla necessità di rafforzare la chiesa cattolica nel momento della lotta contro i luterani.18 In ogni caso, probabilmente in séguito all'evoluzione non positiva del progetto e delle aspirazioni dell'Aretino legate all'opera, la breve lettera dedicatoria dell'Orazia intestata «a paolo terzo / gran vicario / di christo» si presenta come omaggio discreto, e in rapporto alla prassi dedicatoria aretiniana relativamente breve e senza eccessive lodi.19
Oltre ai centocinquanta scudi già ricordati, l'autore ricavò dall'Orazia ancora cento scudi da Ottavio Farnese e altri duecento da Pierluigi Farnese, senza ottenere invece alcuna ricompensa da parte del papa.20 Sebbene l'opera e la dedica avessero procurato all'autore ben quattrocento scudi, somma non meno considerevole rispetto a quelle ricavate dalle dediche di altre opere, l'Aretino valutò l'Orazia come l'impresa più deludente della sua carriera. Di fronte a questa delusione, è evidente che questa volta egli non si aspettava semplicemente un premio finanziario, bensì l'ambita nomina cardinalizia.21 La sfrontatezza dimostrata a Pier Luigi Farnese col cambiamento del dedicatario non compromise però l'atteggiamento positivo della corte papale di fronte al nostro, che, in quanto mediatore tra Pier Luigi Farnese e l'imperatore Carlo V, rivestiva nella tensione di quel momento un ruolo troppo prezioso per il papa. Fu in séguito all'uccisione del figlio del papa che l'ambizione dell'Aretino fu di nuovo costretta ad arrestarsi per qualche anno.22
La morte di Paolo III, avvenuta nel novembre del 1549, fu un'occasione opportuna per rimettere in moto l'impresa rimasta fin lì inconclusa. Subito dopo la morte del papa, l'Aretino puntò, attraverso un sistematico procedimento d'accerchiamento, al nuovo pontefice Giulio III, nato Giovanni Maria Ciocchi del Monte ed eletto il 7 febbraio 1550. Nonostante il suo quarto libro di Lettere fosse appena stato pubblicato, la situazione suggeriva all'Aretino di preparare la stampa del quinto libro, cosa che comportò una pubblicazione pressoché simultanea delle due raccolte.23 L'evento risulta piuttosto straordinario e rivelatore se si considera che i primi tre epistolari furono pubblicati a distanza di quasi quattro anni l'uno dall'altro.
Non sorprende quindi che, conformemente alle intenzioni dell'autore, il quinto libro fosse dedicato a un personaggio vicino a Giulio III, ovvero al fratello Baldovino Ciocchi del Monte. Egli aveva esercitato cariche politiche importanti già prima dell'elezione di Giulio III, diventando poi collaboratore del fratello negli affari di Stato. Il contatto tra l'autore e il fratello del papa risaliva in realtà a un'epoca anteriore al papato di Giulio III. Nella primavera precedente, infatti, Baldovino aveva inoltrato al fratello un sonetto composto in suo onore dall'Aretino. Questo favore aveva fruttato al poeta il «premio di mille corone d'oro», nonché la concessione del cavalierato di San Pietro, ma la ricompensa che più contava era il cenno d'attenzione del futuro pontefice.24 In effetti la dedica si presenta come omaggio in cambio de «la ricevuta mercede», in cui dona sia il libro in questione, sia se stesso, offerta quest'ultima non rara nella prassi dedicatoria dell'epoca. La motivazione della dedica, quindi, sembrerebbe in primis dettata dal favore concesso all'autore dal fratello del pontefice. Non è però da escludere che Pietro Aretino sperasse in una remunerazione finanziaria ulteriore. Infatti, in una lettera datata gennaio 1551, egli ringraziò Baldovino del Monte per cento scudi, ottenuti probabilmente come ricompensa della dedica delle Lettere.25 Il liberale mecenate gli attribuì inoltre una pensione che fu pagata solo fino alla fine del 1553, ed ebbe di fatto effetti dannosi sul loro rapporto.26
La dedica a Baldovino del Monte non era però motivata esclusivamente dal favore ottenuto anticipatamente e dalla speranza di ricavarne ulteriore denaro, bensì dall'intento di procedere nell'impresa d'accerchiamento del papa. Tre fatti ne forniscono la prova. Il primo è l'incipit della lettera dedicatoria «O del pontifice maßimo, ottimo fratello» che, con l'uso di una perifrasi e con una messa in rilievo tipografica, riesce a invocare sia il dedicante, sia il papa.27 Inoltre, va evidenziato che nel testo di dedica Giulio III è menzionato ben tre volte, insistenza decisamente eccessiva rispetto a quello concesso al dedicatario. Ma l'elemento più rivelatore è l'inserzione, tra un sonetto di Giulio Camillo posposto alla dedica e la prima lettera dell'epistolario, dei ditirambici «ternali in / gloria di givlio ter- / zo pontefice+ cristianissimamente magnanimo+».28 Come gran parte dei componimenti poetici pubblicati nei libri di Lettere, questi Ternali sono accompagnati a loro volta da una breve ed encomiastica epistola molto vicina a una lettera dedicatoria, anche se priva di un atto di offerta esibito, datata «l'ultimo di Ottobre mdl». La data è posteriore a quella della prima lettera dell'epistolario, che a sua volta inaugura un'esposizione delle lettere in progressione cronologica.29 Mentre tutti gli altri componimenti poetici inseriti nell'epistolario sono collocati seconda la loro datazione, i Ternali quindi non rientrano in questo ordine e sono dislocati in posizione prominente, permettendo così all'Aretino di coinvolgere anche più direttamente il bersaglio principale, forse troppo altolocato e non ancora in un rapporto tale da potervisi rivolgere direttamente.30
I Ternali furono tanto graditi al papa che decise di concedere all'Aretino un invito alla corte pontificia, proposta che lasciava sperare un passo in avanti nella sua aspirazione ecclesiastica. Ma i mesi passarono senza che l'invito si realizzasse. Una volta di più l'animo dell'autore fu sottoposto a una dura prova di pazienza.31 Nella primavera del 1551, per mostrare il proprio impegno a favore degli interessi pontifici, l'Aretino fece stampare in un volume autonomo i Ternali ditirambici in onore di Giulio III insieme con i Ternali in gloria de la Reina di Francia Caterina de' Medici, editi a loro volta nel sesto libro di Lettere.32 Nell'edizione ciascuno dei componimenti reca la lettera pseudo-dedicatoria già anteposta nel libro di Lettere in cui erano stati pubblicati.33
In una lettera a Carlo Serpa, uomo al servizio di Giulio III, l'Aretino motiva la pubblicazione che riunisce le due opere con la volontà di pronosticare così «concorde e salutifera amistade ne l'animo e del Papa e del Re», in altre parole di porsi come conciliatore tra i due a favore della fede cristiana; e affinché in séguito egli stesso ne possa trarre un pur minimo sostegno per «comprarne pane e vestir[si]».34 Nella stessa missiva, l'autore annuncia la redazione di una nuova opera religiosa, proposito motivato dalla volontà di difendere gli interessi cristiani e al contempo dotato di un sottile sottotono ricattatorio:
In tanto comincio a metter la penna in tutto il gran leggendario de i Santi, e tosto ch'io l'abbi compito, vi giuro (caso che non mi si provegga da vivere) che al Sultan Solimano35 lo intitolo, facendo in sì nova maniera la Epistola, che ne stupirà ne i futuri secoli il Mondo, imperò che serà Cristiana talmente, che potria moverlo a lasciare la Moschea per la Chiesa. Ma perché non trasferirmi in Turchia quando mi ci chiamò quel Luigi Gritti magnanimo, che impose qui a un suo ministro e mercante, che mi desse quanto spendevo l'anno continuo?36
Per raggiungere l'obiettivo, l'autore non esita quindi a utilizzare la dedica come vera e propria arma di ricatto, atteggiamento reperibile anche in altri casi.37 Secondo Larivaille qualche catalogo dell'Ottocento (non meglio specificato) darebbe prova dell'esistenza di un'ulteriore opera religiosa dell'Aretino, forse proprio quella annunciata nella lettera appena citata. Pur presupponendo che la sua redazione sia stata veramente portata a termine, l'opera rimane tuttavia irreperibile.38 Di conseguenza è impossibile verificare se l'Aretino abbia veramente realizzato la sua minaccia.
Nell'estate del 1551 l'autore apprese senza dubbio dai suoi referenti romani delle trattative per la prossima creazione di nuovi cardinali, evento che rianimò le sue speranze.39 L'Aretino ricorse allora a mosse strategiche in aiuto della sua impresa, tra cui la ristampa dedicata al papa che riuniva tre delle sue prime opere religiose. L'edizione presenta la dedica già sul frontespizio:
al beatissimo giulio terzo,
Itinerario di un'ambizione ecclesiastica attraverso alcune dediche di Pietro Aretino
papa com'il ii. ammirando
il Genesi l'Humanita di Christo, & i Salmi.
opere di m. pietro aretino
Del Sacrosanto Monte humil germe,
& per divina gratia Huomo libero.40
Il volume presenta un'epistola dedicatoria che rivela quanto la «defunta speranza» dell'autore sia risuscitata grazie all'autorizzazione del papa di averlo «{per} servo [...] accettato, insieme co i libri», cioè di aver accettato di essere dedicatario della sua opera, come richiesto dalla prassi dedicatoria.41 Le lettere dedicatorie originarie delle tre opere, invece, sono espunte da questa edizione, contro le consuetudini dedicatorie soprattutto quando il dedicante era stato premiato in maniera adeguata.42 Al loro posto, per ognuna delle tre opere figura sulla prima pagina del testo il titolo nonché la ripetizione della dedica a Giulio III sotto altra dicitura:
a givlio iii. pontefice massimo,
il genesi de l'vniverso,
descritto da m. pietro aretino,
de la sva santitade
hvmil servo.
al nostro signore,
la hvmanita` di cristo,
di m. pietro aretino.
al pastor sommo
i sette salmi de la peni-
tentia di davit.
pietro aretino.43
Il lettore del volume è così ripetutamente confrontato con la dedica. Non risulta quindi troppo audace affermare che la ristampa delle tre opere religiose avesse come fine principale l'adulazione di Giulio III, per guadagnarsene la grazia e avvicinarsi così all'ambito cappello cardinalizio.
Nello stesso periodo Francesco Marcolini fu incaricato di pubblicare, indubbiamente a fini propagandistici per l'Aretino, due volumi di lettere, questa volta però indirizzate all'Aretino stesso. Pubblicati tra luglio e ottobre del 1551,44 ciascuno dei due volumi delle Lettere scritte al Signor Pietro Aretino reca una lettera dedicatoria dell'editore che mette in rilievo i corrispondenti prestigiosi dell'Aretino: il primo è dedicato a Innocenzo Del Monte, cardinale e nipote adottivo di Giulio III; il secondo a Gian Battista Del Monte, anch'esso nipote del papa.45 Sebbene la dedica non fosse firmata dall'Aretino, è molto probabile che l'effettivo agente che si nasconde dietro al nome dell'editore sia comunque l'autore. Non è certo una coincidenza che la scelta dei dedicatari dei due epistolari potesse servire a favorire l'incarico ecclesiastico dell'autore. Presumibilmente il Marcolini fu incitato dallo stesso Aretino a dedicare i due epistolari ai nipoti del papa, permettendogli così un approccio a Giulio III da un altra via.
Giulio III non premiò gli sforzi fatti dall'Aretino fin lì e il 20 novembre 1551 − si era già al secondo concistoro tenuto dal papa dopo le dediche ricordate − nominò tredici nuovi cardinali, tra i quali però lo scrittore non figurava. L'autore deluso in un primo tempo si finse indifferente al fatto di non aver ottenuto «il grado che sempre» aveva avuto «in odio» e che dichiara di non desiderare, per poi riavviare nei primi mesi del 1552 l'auto-propaganda in ambito curiale con un'ultima pubblicazione dedicata al papa.46 Si tratta dell'ultima ristampa collettiva autorizzata dall'autore, che questa volta riunisce le biografie religiose di Maria Vergine, Santa Caterina e San Tommaso d'Aquino
Analogamente alla ristampa delle altre tre opere religiose, il volume eccede nell'uso della dedica a Giulio III, espressa sia sul frontespizio:
a la somma bonta di givlio iii.
pontefice al par del ii. invittiss.
La uita di Maria uergine, di Caterina santa,
& di Tomaso Aquinate, Beato+
compositioni di m. pietro aretino
Del Monte eccelso Diuoto,
& per diuina gratia Huomo libero.47
sia in una lettera dedicatoria priva delle solite allusioni alle aspettative dell'autore ma ricca di obsolete adulazioni del pontefice, e riformulata nei titoli a inizio della prima pagina di ogni Vita:
a sva santita
la vita di ma-
ria vergine.
al beatissimo padre
la vita di ca-
terina santa.
al vicario di christo
la historia del beato
tomaso d'aqvino.48
Anche in questa edizione le lettere dedicatorie originarie sono sistematicamente espunte.49 Le due ristampe non ebbero in comune soltanto l'impostazione formale ma anche il risultato: l'ultimo concistoro tenuto da Giulio III il 22 dicembre 1553 non conferì al Divino la tanto ambita nomina.
Nonostante l'assiduità e la determinazione con cui l'Aretino affrontò l'impresa, l'aspirazione al cardinalato non si realizzò mai. Qualche lettera del sesto libro di Lettere prova tuttavia che l'autore non abbandonò mai la speranza.
Bibliografia
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• C. Schiavon, Una via d'accesso agli epistolari. Le dediche dei libri di lettere d'autore nel Cinquecento. Prima parte, in «Margini. Giornale della dedica e altro», 3, 2009 (http://www.margini.unibas.ch/web/rivista/numero_3/saggi/articolo3/lettere.html).
• C. Schiavon, Una via d'accesso agli epistolari. Le dediche dei libri di lettere d'autore nel Cinquecento. Seconda parte, in «Margini. Giornale della dedica e altro», 4, 2010 (http://www.margini.unibas.ch/web/rivista/numero_4/saggi/articolo4/lettere.html).
• M. A. Terzoli, I margini dell'opera nei libri di poesia: Strategie e convenzioni dedicatorie nel Petrarchismo italiano, in «Neohelicon», 60, 2010, pp. 155-80 (http://www.springerlink.com/content/350301033p204572/ ).
• M. A. Terzoli, L'omaggio al maestro: Giovanni Della Casa a Pietro Bembo, in Letteratura e filologia fra Svizzera e Italia. Studi in onore di Guglielmo Gorni. II, La tradizione letteraria dal Duecento al Settecento, a cura di M. A. Terzoli, A. Asor Rosa, G. Inglese, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2010, pp. 279-310.
M. M.
Note
1 Lo studio seguente è tratto dal mio lavoro di Master "Per divina gratia Huomo libero" e "Humile servo". Pietro Aretino e le dediche (direttrice M. A. Terzoli), consegnato nell'agosto 2011, in cui mi sono occupato delle dediche di questo autore poliedrico. Per il mio lavoro due strumenti mi sono stati di grande utilità: la minuziosa biografia sull'Aretino di Paul Larivaille e il vasto epistolario edito nell'Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino: P. Larivaille, Pietro Aretino, Roma, Salerno, 1997; P. Aretino, Lettere. Libro I-VI, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 1997-2002.
2 Va precisato che nella vasta produzione dell'Aretino sono poche le opere senza dedica. Sebbene l'idea iniziale fosse quella di restringere il campo di ricerca a dediche firmate dall'Aretino e inserite in opere composte dall'autore stesso, ho deciso di tenere conto anche di dediche firmate da terzi e delle dediche dei due libri di Lettere scritte a Pietro Aretino, difficilmente separabili dal discorso tenuto nelle pagine seguenti.
3 Per un approfondimento delle dediche inseribili in ambito politico-diplomatico mi riservo di trattare in un saggio successivo.
4 Per una rassegna degli interventi e uno studio dettagliato in merito all'aspirazione cardinalesca dell'Aretino cfr. P. Procaccioli, Un cappello per il divino. Note sul miraggio cardinalesco di Pietro Aretino, in Studi sul Rinascimento italiano - Italian Renaissance Studies. In memoria di Giovanni Aquilecchia, a cura di A. Romano - P. Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, 2005, pp. 189-226 (in particolare pp. 189-95); cfr. anche E. Boillet, L'Arétin et les papes de son temps. Les formes et la fortune d'une écriture au service de la papauté, in La papauté à la Renaissance, a cura di F. Alazard - F. La Brasca, Paris, Champion, 2007, pp. 325-63. Gli studiosi appena citati giungono a risultati non dissimili dai miei, percorrendo un percorso analogo a quello proposto in questo studio. L'intento principale del mio saggio però sarà quello di ricostruire l'ambizione al cardinalato attraverso le dediche, e anzi di dimostrare quanto la dedica fosse usato come strumento auto-propagandistico.
5 Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., p. 339.
6 Per il premio non meglio specificato cfr. Lett. 99, del 21 aprile 1539, in P. Aretino, Lettere. Libro II, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 1998, pp. 105-07, la cit. è alla r. 70. Per la considerazione sul proprio ruolo ecclesiastico cfr. Lett. 162, del gennaio 1547, in P. Aretino, Lettere. Libro IV, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 2000, pp. 109-10, la cit. è alla r. 28. Vedi anche Larivaille, Pietro Aretino cit., pp. 340-41.
7 Cfr. l'intestazione della lettera dedicatoria in www.margini.unibas.ch (Scheda redatta da M. Molinari). Accanto all'emissione in questione ne esistono due altre, probabilmente non destinate alla vendita: al posto della dedica a Maria d'Aragona, un'emissione presenta una dedica epigrafica sul verso del frontespizio che è riformulata sotto forma di titolo dedicatorio a inizio del primo e terzo libro al Re d'Ungheria Giovanni Szapolyai, mentre il secondo libro della stessa emissione è dedicato alla Regina di Navarra Margherita d'Angoulême; l'altra emissione figura sul verso del frontespizio e a inizio di ognuno dei tre libri una dedica a Margherita di Navarra. Cfr. P. Marini, Nota ai testi, in P. Aretino, Opere religiose, t. II, Roma, Salerno, 2011, pp. 618-21.
8 Cfr. la trascrizione della lettera dedicatoria intestata a Girolamo Verallo in Vita di Maria Vergine, in www.margini.unibas.ch (Scheda redatta da M. Molinari), rr. 45-56.
9 Procaccioli sostiene, con qualche riserva, che il momento in cui scaturì definitivamente l'ambizione cardinalesca dell'Aretino sia stata proprio la nomina del Bembo. Cfr. Procaccioli, Un cappello per il divino cit., p. 199.
10 In una lettera dell'aprile 1539 l'Aretino chiede persino perdono a Paolo III «de la ingiuria fatta a la corte da la stoltizia de le scritture» sue. Cfr. Lettera 99, del 21 aprile 1539, in Aretino, Lettere. Libro II cit., pp. 105-07, la cit è alle rr. 62-63.
11 Cfr. l'intestazione della lettera dedicatoria in Vita di Caterina Vergine, in www.margini.unibas.ch (scheda redatta da M. Molinari). La lettera dedicatoria fu posposta all'opera nell'edizione del 1541. Cfr. Marini, Nota ai testi cit., pp. 635-43.
12 Cfr. la trascrizione della lettera dedicatoria intestata a Francesco Priscianese in Vita di Caterina Vergine, in www.margini.unibas.ch cit., r. 38-39. Sono menzionati Giovanni Guidiccioni, Francesco Maria Molza, Claudio Tolomei, Nicolò Ridolfi, Silvestro Aldobrandini, Jacopo Nardi, Donato Giannotti, Simone della Barba, Lodovico Becci, Nicolò Ardinghelli.
13 Nella lettera dedicatoria l'Aretino parla ancora di un affetto che li ha legati con la «catena de la eterna fratellanza». Ibid., r. 18.
14 Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., pp. 277-78.
15 Cfr. Lettera 248, del 1° gennaio 1546, in Lettere scritte a Pietro Aretino. Libro I, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 2004, pp. 238-39, la cit. è alle rr. 5-12.
16 Cfr. Lettera 101, di luglio 1546, in Aretino, Lettere. Libro IV cit., p. 81 e Larivaille, Pietro Aretino cit., p. 346.
17 La lettera in cui l'Aretino esprime a Pier Luigi l'intento di dedicargli l'opera fu pubblicata nel quarto libro di Lettere, togliendo sintomaticamente la proposta. Cfr. Lettera 101, di luglio 1546, in Aretino, Lettere. Libro IV cit., p. 81; e Larivaille, Pietro Aretino cit., p. 346.
18 Cfr. Lettera 116, del 12 ottobre 1546; Lettera 160, del gennaio 1547; e Lettera 162, del gennaio 1547, in Aretino, Lettere. Libro IV cit., rispettivamente alle pp. 90 e 108-10.
19 Cfr. l'intestazione della lettera dedicatoria della Orazia, in www.margini.unibas.ch (scheda redatta da M. Molinari).
20 Cfr. Lettera 273, del dicembre 1547, in Aretino, Lettere. Libro IV cit., pp. 175-76.
21 Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., pp. 343-47.
22 Procaccioli, Un cappello per il divino cit., pp. 208-209.
23 La data della pubblicazione del quinto libro di Lettere è incerta. Larivaille presume che la stampa sia stata compiuta entro novembre del 1550. Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., p. 507, nota 111.
24 Cfr. Lettera 496, del giugno 1550, in P. Aretino, Lettere. Libro V, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 2001, pp. 394-95, la cit. è alla p. 394. Cfr. anche Larivaille, Pietro Aretino cit., pp. 352-56.
25 Cfr. Lettera 53, del gennaio 1551, in P. Aretino, Lettere. Libro VI, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 2002, p. 64.
26 Cfr. P. Procaccioli, Indice dei nomi, in Aretino, Lettere. Libro VI cit., ad vocem.
27 Cfr. C. Schiavon, Una via d'accesso agli epistolari. Le dediche dei libri di lettere d'autore nel Cinquecento. Prima parte, in «Margini. Giornale della dedica e altro», 3, 2009 (http://www.margini.unibas.ch/web/rivista/numero_3/saggi/articolo3/lettere.html).
28 Si cita dal titolo del componimento poetico incluso nell'epistolario. È stata consultata l'edizione della BNF (segnatura Z-15874).
29 La prima lettera è datata dicembre 1548 e l'ultima ottobre 1550.
30 Le dediche intestate a personaggi vicini ai bersagli effettivi, con evidente scopo di (ri)avvicinamento progressivo, non sono rare nel sistema dedicatorio dell'Aretino. Basta citare i Tre libri dell'umanità di Cristo, le Stanze in lode di Angela Serena, in parte anche i Quattro libri dell'umanità di Cristo, e l'edizione dedicata a Margherita d'Angoulême della Vita di Maria Vergine. Inoltre, come già dimostrato da M. A. Terzoli, è interessante notare che in quegli anni la famiglia del Monte fu oggetto di varie offerte di opere letterarie, spesso attraverso procedimenti complicati e insoliti per il sistema dedicatorio. Cfr. M. A. Terzoli, I margini dell'opera nei libri di poesia: Strategie e convenzioni dedicatorie nel Petrarchismo italiano, in «Neohelicon», 60, 2010, pp. 155-80
( http://www.springerlink.com/content/350301033p204572/ ).
31 In una lettera autografa, del 23 gennaio 1551, l'autore comunica all'imperatore Carlo V, incaricato di presentare a Giulio III delle candidature di cardinali da lui prescelti, persino l'intenzione di «sbatezarsi da senno, caso che il favor lecito da lui chiesto s'indugi». Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., pp. 353 e 507, nota 114.
32 Cfr. Ternali in gloria di Giulio Terzo Pontefice e della Maestà de la Reina Cristianissima, in P. Aretino, Poesie varie cit., a cura di G. Aquilecchia - A. Romano, Roma, Salerno, 1992, pp. 261-83.
33 Tra il frontespizio e la dedica a Giulio III, il volume figura una lettera senza mittente «AL DIVIN PIETRO / ARETINO», datata 17 aprile 1551, che punta a elogiare e difendere l'autore dalle maldicenze. Per poterla classificare come dedica mancano però i requisiti necessari, primo tra i quali l'atto di donazione.
34 Cfr. Lettera 6, dell'agosto 1551, in Aretino, Lettere VI cit., pp. 22-23, la cit. è alle rr. 23-26.
35 Dopo lo schieramento nel partito imperiale l'Aretino scrisse numerose invettive contro il sultano e i suoi alleati. Non è però da dimenticare che prima del cambio di campo politico l'Aretino era in stretto legame con l'impero ottomano. Soprattutto Alvise Gritti, figlio illegittimo del doge della Repubblica di Venezia e uomo tra i più potenti dell'Impero ottomano, tentò di accattivarsi l'Aretino.
36 Ibid., rr. 27-34.
37 Per la dedica aretiniana come strumento di rivendicazione polemica delle proprie pretese si ricordano anche le vicende legate al caso della Vita di Maria Vergine, della Vita di Caterina Santa, della Vita di San Tommaso d'Aquino, nonché del Dialogo delle carte parlanti.
38 Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., pp. 507-08, nota 116.
39 Cfr. Larivaille, Pietro Aretino cit., p. 353.
40 Cfr. il frontespizio di Genesi, Umanità di Cristo, Salmi, in www.margini.unibas.ch (scheda redatta da M. Molinari). Impaginazione e caratteristiche tipografiche del frontespizio non sono innocenti. Le opere in sé sembrano secondarie rispetto alla nominazione in maiuscolo del dedicante e soprattutto del dedicatario, il che sottolinea senza dubbio il valore propagandistico dell'impresa editoriale. Il frontespizio propone inoltre il topos dell'alto e del basso - tipico della dedica d'ancien régime - innestato tra i due agenti della dedica attraverso la gerarchizzazione grafica, nonché attraverso l'attributo perifrastico «Del Sacrosanto Monte humil germe», abile doppio senso quest'ultimo che gioca col monte sacro come simbolo della chiesa cristiana e come rinvio al nome del papa Ciocchi del Monte. Del resto, le perifrasi antitetiche attribuite all'autore «humil germe» e «Huomo libero» sintetizzano, a mio parere, una delle caratteristiche principali del sistema dedicatorio aretiniano, ossia il comportamento oscillante tra sottomissione al patrono e libertà di fronte alla prassi della dedica.
41 Cfr. la trascrizione della lettera dedicatoria in Ibid., rr. 32-33.
42 I dedicatari originari sono rispettivamente Ferdinando I d'Asburgo o Francesco I di Valois (a seconda dell'edizione e emissione), Carlo V ed Elisabetta d'Aviz, e Antonio de Leyva.
43 Cfr. Nota di Genesi, Umanità di Cristo, Salmi, in www.margini.unibas.ch (scheda redatta da M. Molinari).
44 Per via di incongruenze tra le date di frontespizi, colophon e dediche, la data di pubblicazione precisa non è determinabile in modo univoco. Cfr. Larivaillle, Pietro Aretino cit., p. 508, nota 117.
45 In séguito alla morte avvenuta il 14 aprile di Gian Battista del Monte, dedicatario originario del secondo libro di Lettere scritte a Pietro Aretino, e senza dubbio con l'appoggio dell'Aretino, l'editore Francesco Marcolini sostituì la dedica con una al legato pontificio Lodovico Beccadelli per evidenti motivi opportunistici. Cfr. P. Procaccioli - F. M. Bertolo, Nota al testo, in Lettere scritte a Pietro Aretino. Libro II, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno, 2004, p. 393.
46 Cfr. Lettera 78, del gennaio 1552, in Aretino, Lettere. Libro VI cit., pp. 87-88, la cit. è alla p. 88.
47 Cfr. il frontespizio di Vita di Maria Vergine, Caterina, Tommaso d'Aquino in www.margini.unibas.ch (scheda redatta da M. Molinari).
48 Cfr. Nota in Vita di Maria Vergine, Caterina, Tommaso d'Aquino in www.margini.unibas.ch (scheda redatta da M. Molinari).
49 I dedicatari originari sono rispettivamente Maria d'Aragona (e Girolamo Verallo come co-dedicatario secondario), Alfonso d'Avalos (e Francesco Priscianese come co-dedicatario secondario), e Alfonso d'Avalos.