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Da anni, la Premier League è il campionato di calcio più importante al mondo: quello più avvincente, sportivamente di più alto livello, con i club più forti e le società più ricche. La crescita del calcio inglese, però, sembrerebbe dare dei segnali negativi, dall'esclusione del Manchester City dalla Champions League (qui), agli interrogativi che pone la Brexit (qui).
A porre un importante dubbio sulla futura sostenibilità economica di molte delle società della Premier League, inoltre, è il sito calciomercato.com, tramite un approfondimento firmato da Pippo Russo, sociologo dello sport e giornalista.
Secondo Russo, infatti, i club inglesi "si trovano in una condizione paradossale: sono sempre più ricchi e al tempo stesso sempre meno capaci di contenere le spese". Da questa curiosa situazione, le società cercherebbero di uscire finanziando la propria spesa corrente, cedendo crediti a medio termine. Insomma, in Premier League sarebbe in atto una corsa al factoring.
Il factoring non di per sé una forma contrattuale negativa, in quanto può permettere a un'azienda di liberarsi (almeno parzialmente) dai rischi di non incassare le fatture erogate ai clienti, o di incassare con molto ritardo, con conseguenze negative sulla liquidità. Nel factoring, il valore del contratto è generalmente inferiore a quello dei crediti ceduti, ma il rischio di avere ritardi negli incassi - o di non averli del tutto - si riduce.
Il fatto che questa pratica venga adottata da società calcistiche, però, solleva un quesito: i crediti ceduti dai club inglesi pongono difficoltà a incassare? Se questi crediti fossero molto difficili da incassare, nessun soggetto li acquisterebbe. I crediti ceduti dai club inglesi, quindi, una certa sostenibilità ce l'hanno; anzi, di fatto è garantita. I crediti impegnati, infatti, sarebbero prevalentemente di due categorie: la prima legata agli incassi dei trasferimenti dei giocatori, mentre la seconda concernente i ricavi dei diritti televisivi.
Perché rinunciare a un ricavo sicuro del futuro prossimo, sostituendolo con un ricavo immediato e di minore entità? Solitamente, si preferisce l'uovo oggi alla gallina domani, quando si ha fame. Le società della Premier League, invece, hanno sete di liquidità. Se una pratica come il factoring è sistematicamente adottata, probabilmente, è perché i costi delle società crescono più rapidamente dei ricavi.
Uno degli esempi più lampanti è il contratto di factoring che sta dietro al trasferimento del nostro Valon Behrami, dal Watford all'Udinese, avvenuto nel 2017. Come spiegato da Russo, infatti, la società friulana acquistò il calciatore rossocrociato per 2 milioni di euro. Tale credito, però, sembrerebbe essere stato ceduto dal Watford per 1,9 milioni di euro, a una banca d'investimento. Il Watford poteva forse dubitare del fatto che l'Udinese avrebbe pagato con difficoltà la fattura per l'acquisto di Behrami? Probabilmente no, visto che la proprietà di entrambi i club è dell'imprenditore italiano Giampaolo Pozzo. È lecito immaginare che al Watford, quindi, servisse liquidità.
Cercando di anticipare i ricavi, però, le società inglesi fanno finta di non capire che - se la crescita dei costi è costantemente più rapida di quella dei ricavi - la sostenibilità aziendale non è più futuribile. Anticipare gli incassi cedendo i crediti, quindi, è solo un cerotto. Il problema è strutturale: il passo (i costi) è sempre più lungo della gamba (i ricavi).
Tentare di limitare la corsa alla crescita delle società inglesi, però, non è semplice; soprattutto in ragione della forte concorrenza che esiste in Premier League. Ridurre i costi (una sorta di spending review) porterebbe a perdere punti sul campo, a vantaggio di chi, invece, deciderà di proseguire sulla via della crescita oltre le proprie possibilità.
Se nessuno vorrà rivedere le proprie voci di spesa, però, si rischierà di andare verso una crisi, a meno che non si riesca ad aumentare ulteriormente la velocità di crescita dei ricavi. Questo, però, sembrerebbe essere poco probabile (almeno per ora).
Tale paradosso inglese, però, potrebbe essere presente anche in altri campionati. Secondo Russo, anche in Italia il fenomeno esiste. Ma in Svizzera? Forse potremo provare a indagare, per un futuro articolo di questa rubrica.