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MINNEAPOLIS - Derek Chauvin, l'ex agente di polizia condannato lo scorso 20 aprile per l'omicidio di George Floyd, vuole un nuovo processo. Uno dei suoi legali, Eric Nelson, ha presentato ieri una mozione di quattro pagine in cui vengono elencati una serie di errori - attribuiti sia al giudice Peter Cahill che ai giurati - che avrebbero impedito al suo assistito di avere un processo equo.
Non solo. Come viene riportato dalla stampa d'oltreoceano, il legale di Chauvin ha fatto riferimento nelle pagine del documento anche al "battage pubblicitario" che ha anticipato (e incorniciato) quello che era di fatto uno dei processi più attesi di sempre negli Stati Uniti. Prendendo in prestito le sue parole, l'ha definita una narrazione «tanto pervasiva e pregiudiziale» da generare «difetti strutturali nell'intero procedimento legale». Ai giurati viene invece rimproverata una «cattiva condotta» così come il fatto di essersi lasciati «intimidire» dalle «pressioni dovute alla questione razziale» durante il processo.
Un giurato "nel mirino"
A dare il proverbiale "la" alla mozione presentata ieri sarebbe stato un giurato in particolare: Brandon Mitchell, l'unico ad aver parlato pubblicamente dopo la condanna dell'ex agente. La controversia nasce dal fatto che Mitchell, nell'agosto del 2020, partecipò alla commemorazione della Marcia su Washington - rimasta nella storia anche attraverso le parole di Martin Luther King Jr., che quel giorno (era il 28 agosto del 1963) pronuncio davanti al Lincoln Memorial il suo discorso "I have a dream" -, durante la quale trovò spazio anche un momento di protesta intitolato "Get Your Knee Off Our Necks" (letteralmente: levate il vostro ginocchio dai nostri colli).
Dove sta il nodo? Sta nel fatto che prima del processo fu chiesto a tutti i membri della giuria di compilare un questionario in cui veniva chiesto anche se avessero preso parte - o se conoscevano bene qualcuno che lo aveva fatto - a proteste contro «gli abusi di potere della polizia o la brutalità poliziesca». Mitchell disse di no. E in seguito spiegò che la sua partecipazione fu unicamente motivata dal voler commemorare il movimento per i diritti civili e che «l'opportunità di stare con migliaia e migliaia di persone nere» fosse «una bella opportunità per essere parte di qualcosa».
Una mossa che non sorprende
Detto questo, la mossa di Chauvin e del suo entourage non è stata un "coup de théâtre". Anzi, era attesa ed è una prassi piuttosto comune nel caso di processi che si concludono con una condanna. Tuttavia - come spiegano alcuni esperti legali, citati dal New York Times - è molto difficile che la decisione della giuria possa essere ribaltata dato il peso delle prove del caso. Una su tutte il filmato virale che mostra l'ex agente premere il ginocchio sul collo di George Floyd per 9 minuti e 29 secondi.
Derek Chauvin, lo ricordiamo, è stato dichiarato colpevole di tutti e tre i capi d'accusa formulati nei suoi confronti: omicidio preterintenzionale di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado. Un verdetto che, in attesa della sentenza sulla pena, è già considerato come una pietra miliare nella storia "razziale" degli Stati Uniti. I tre reati prevedono, rispettivamente, pene fino a 40, 25 e 10 anni di carcere. La sentenza è attesa per il mese prossimo.