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Sibilla Aleramo, forte e fragile, icona del femminismo
di Fabio Buffa
Tra le figure più tormentate e passionali dell’universo letterario italiano, uno spazio di rilevante importanza lo occupa Sibilla Aleramo, nata 145 anni fa. Fu una personalità poliedrica, ora complicata e dal carisma forte e battagliero, ora semplice e dalla fragilità disarmante.
Il suo vero nome era Rina Marta Felicina Faccio e nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876. Scrittrice, poetessa ed espressione della cultura nel senso più esteso del termine, icona del femminismo e delle lotte di inizio 900 per l’emancipazione delle donne. Nella città natale visse solo il periodo in cui era bambina, con il padre, Ambrogio, la madre Ernesta Cottino il fratello Aldo e le sorelle Cora e Jolanda. Il nucleo di quella che divenne Sibilla Aleramo si trasferì prima a Vercelli, poi a Milano. Il padre era un ingegnere, diventato poi imprenditore; la madre aveva un carattere debole, continuamente sobillato dalla malattia mentale, con frequenti crisi depressive.
Nel periodo milanese Sibilla era ancora semplicemente Rina Faccio: scoprì subito le proprie attitudini intellettuali e letterarie, “soffocate” però da un ulteriore trasferimento, a Civitanova Marche, località scelta dal padre dove venne chiamato a dirigere un’azienda. La “provincia” frenò la vocazione di Rina. Che venne assunta come impiegata nella stessa fabbrica dove lavorava il papà. Qui conobbe Ulderico Pierangeli, che quando Sibilla Aleramo era ancora adolescente, sedusse la ragazzina, provocando un’interruzione violenta e definitiva della sua giovinezza. Con quest’uomo si sposò e qualche tempo dopo nacque il figlio Walter. La nascita del bimbo pareva attenuare lo sconforto e la frustrazione per un rapporto caratterizzato dall’oppressione subita dalla Aleramo da parte del marito. Nel frattempo, il consorte fu licenziato e la famiglia di Rina Faccio si trasferì a Milano. Qui iniziano le collaborazioni con le riviste “Vita Internazionale” e “L’Italia Femminile”, dove diventò anche direttore. Ma il marito volle tornare a Civitanova Marche, dove fu chiamato per coprire il posto che inizialmente era stato dato al papà della Faccio. Il ritorno nella provincia marchigiana per Rina rappresenta un periodo caratterizzato dall’oppressione soffocante e dalla crisi psicologica profonda. Tanto che decide di abbandonare la famiglia per trasferirsi a Roma (era il 1902).
Qui conosce Giovanni Cena, che diventò poi capo redattore de «La Nuova Antologia», una tra le più antiche e prestigiose riviste culturali. Su consiglio dello stesso Cena, Rina Faccio iniziò a scrivere ed elaborare l’autobiografia della sua storia, dall’infanzia fino alla scelta di abbandonare il marito oppressivo e l’amato figlio. Proprio da quest’ultimo episodio scaturì nella scrittrice la consapevolezza che la rinuncia e il sacrificio di sé, si trasformano in una sorta di inutilità individuale che annientano lo spirito umano. Da queste riflessioni nacque «Una Donna», un romanzo composto tra il 1902 e il 1904, che racconta in modo autobiografico la voglia di uscire dall’oppressione maschilista e di avviare un cammino di emancipazione femminile. Si tratta infatti di uno dei primi libri “sulle donne”. Rifiutato da diversi editori, fu pubblicato dalla Società Tipografica Editrice Nazionale.
Questo romanzo fu tradotto in molte lingue e rappresenta un simbolo nel panorama della letteratura femminista mondiale.
Fu in questo periodo che Giovanni Cena trovò a Rina Faccio il nome d’arte che la contraddistingue nei decenni: Sibilla (dal nome mitologico delle vergini dotate di virtù profetiche) Aleramo (tratto dalla citazione della poesia “Piemonte” di Carducci, dove si fa riferimento al suol d’Aleramo). In Sibilla Aleramo nasce così un’unione tra la vita, la quotidianità e la letteratura, che non conoscono punti di discontinuità tra loro.
Sull’onda del successo letterario e stimolata dalla vicinanza di Giovanni Cena, Sibilla Aleramo si occupò in questo periodo della creazione delle scuole nell’Agro Romano partecipando attivamente al Comitato per l’alfabetizzazione del Mezzogiorno. Iniziò la collaborazione con vari giornali: tra cui “La Tribuna”, “Il Resto del Carlino”, “Il Marzocco” e “La Grande Illustrazione”.
Dopo la relazione col Cena seguirono altre storie d’amore tormentate: toccando l’apice con il rapporto instaurato con Dino Campana, poeta con gravi problemi psichici, che morì in manicomio nel 1932.
Dopo aver cullato simpatie e militanze socialiste e antifasciste, Sibilla Aleramo nel 1933 si iscrive all’Associazione Nazionale Fascista delle donne artiste e laureate. In questo periodo pubblica, tra l’altro, le prose “Orsa Minore” e “Dal mio diario” e la raccolta di poesie “Sì alla Terra”. Ricevendo numerosi premi. Finita la guerra si iscrive al Partito Comunista e inizia un’intensa attività di conferenze, momenti di lettura di poesie e racconti, congressi, che affascinano il mondo culturale internazionale. Continua con le sue pubblicazioni, tra cui “Selva d’Amore”, “Il mondo è adolescente”, “Aiutatemi a dire” e “Dal mio diario”.
Sibilla Aleramo festeggia il suo cinquantaseiesimo compleanno con la relazione con il poeta Franco Matacotta, di quarant’anni più giovane di lei.
Negli anni 20 allo scultore casalese Leonardo Bistolfi fu commissionata la realizzazione della moneta da venti centesimi: lui volle raffiguraci il volto proprio di Sibilla Aleramo. Alle prime ore dell’alba del 13 gennaio 1960, dopo una lunga malattia legata ad un tumore al fegato, Sibilla Aleramo muore. Le sue idee femministe vengono portate avanti dalla nipote, Adele Faccio, leader storica del partito radicale e dei movimenti di emancipazione.
In un articolo apparso sulla Stampa alla sua morte, veniva citata la frase che Sibilla Aleramo voleva sulla sua tomba: “Poeta, che credette nel tempo in cui la terra sarà degna del grano, dell’ulivo e della rosa”.