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SION - Il Tribunale federale (TF) ha confermato la condanna a due anni di carcere con la condizionale per infanticidio inflitta a una madre vallesana che aveva soffocato il suo quarto figlio poco dopo la nascita nel 2015. La corte suprema ha così respinto il ricorso del Pubblico ministero, che chiedeva dieci anni per assassinio adducendo la sanità mentale dell'imputata.
Il caso risale al dicembre 2015. La donna, allora 33enne, ha soffocato il suo quarto figlio due ore e mezzo dopo averlo partorito da sola in casa. In seguito, lo ha messo in un sacco della spazzatura e lo ha gettato in un cassonetto.
La donna era divorziata dal marito, da cui aveva avuto i primi due figli, e viveva nello stesso edificio dei suoi genitori. Nel 2013 aveva poi avuto una terza bambina da un vicino di casa sposato, di cui era diventata l'amante.
Nell'ottobre 2015 la donna, beneficiaria di una rendita AI completa, era stata ricoverata per due settimane in un reparto di neurologia per problemi alla vista. Fu così che apprese di essere incinta di un quarto figlio, con nascita prevista per il 10 dicembre circa. Nascose la gravidanza a tutti, compreso l'amante, e disse ai medici di voler far adottare il nascituro. Nei mesi che seguirono, però, non si presentò alle visite mediche previste e non rispose alle telefonate degli operatori che dovrebbero assisterla nel processo di adozione. Il cadavere del bimbo, nato il 2 dicembre, fu scoperto il 23 dicembre.
In prima istanza, nel 2017, il Tribunale distrettuale di Sierre ha giudicato la donna colpevole di infanticidio, condannandola a 24 mesi con la sospensione condizionale. L'articolo 116 del codice penale prevede che «la madre che, durante il parto o finché si trova sotto l'influenza del puerperio, uccide l'infante, è punita con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria».
L'accusa, basandosi su una perizia psichiatrica, ha invece escluso che la madre soffrisse di depressione post-parto e ha ritenuto che abbia agito «con coscienza e volontà». Nell'ottobre del 2019, su ricorso dell'accusa che chiedeva dieci anni per assassinio, il Tribunale cantonale ha poi confermato la decisione di prima istanza.
Nella sentenza pubblicata oggi il Tribunale federale ha a sua volta respinto il ricorso del pubblico ministero, il quale riteneva che l'imputata non presentava un disturbo psichiatrico in senso stretto.
La Corte di diritto penale ricorda che il codice considera l'infanticidio come una situazione particolare che richiede una pena massima ridotta. Si definisce per la commissione dell'atto al momento del parto o sotto l'effetto dello stato puerperale.
L'infanticidio - sottolineano i giudici federali - non presuppone che la madre soffra di un disturbo psichico; al contrario, la legge presuppone in modo inequivocabile che la responsabilità sia diminuita durante il parto e nel periodo successivo. L'interpretazione sostenuta dalla procura vallesana avrebbe l'effetto di privare il reato di infanticidio della portata di applicazione prevista dal legislatore.
Il Tribunale federale (TF) ha confermato la condanna a due anni di carcere con la condizionale per infanticidio inflitta a una madre vallesana che aveva soffocato il suo quarto figlio poco dopo la nascita nel 2015. La corte suprema ha così respinto il ricorso del Pubblico ministero, che chiedeva dieci anni per assassinio adducendo la sanità mentale dell'imputata.