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La nuova tabella di marcia in Europa è molto chiara : si tratta d’ora in avanti di far pagare ai salariati la fattura della crisi. Per spiegare questa nuova condizione, il presente articolo cerca innanzi tutto di evidenziare la traiettoria della crisi, quindi di caratterizzare i dilemmi della fase attuale e infine discutere le implicazioni strategiche di questo nuovo periodo.
1. La crisi del capitalismo neoliberale
Non si può comprendere niente delle cause della crisi attuale se non si guarda al passato. Il punto di partenza dell’analisi, è un’altra crisi – quella degli anni settanta – che segna la fine dei cosiddetti “Trenta gloriosi”. Le politiche tradizionali non riusciranno a rilanciare la macchina del capitalismo, è la grande svolta liberale degli anni ottanta. Viviamo dunque da trent’anni (“I Trenta pietosi”?) sotto un regime di capitalismo neoliberale che possiamo caratterizzare attraverso i seguenti elementi:
– abbassamento deli salari e aumento dei tassi di profitto
-“forbice” creatasi tra profitto e investimento
– aumento dei dividendi distribuiti
L’immagine dell’economia capitalista prima della crisi è dunque quella di una enorme massa di “capitali liberi” alimentati da una compressione dei salari e da squilibri internazionali. Con la deregolamentazione finanziaria, questi capitali circolano liberamente alla ricerca di una iper-redditività che le condizioni concrete di produzione del surplus non possono garantire che virtualmente. È dunque logico che la crescita economica passi attraverso la sfera finanziaria, ma ciò non implica che si tratti di una crisi strettamente finanziaria. Considerare la deregolamentazione finanziaria come la causa prima della crisi significa ignorarne le cause profonde. L’attuale crisi dovrebbe invece esser intesa come la crisi del sistema neoliberale che abbiamo appena descritto e che ha rappresentato, proprio in quanto tale, una soluzione alla precedente crisi. Questo modello è stato coerente, nel senso che i suoi elementi hanno strutturato il sistema economico, ma è allo stesso tempo inegualitario, fragile e disequilibrato. Aveva e continua ad il vantaggio, agli occhi delle classi dominanti, di consentire loro di acquisire una quota crescente della ricchezza prodotta. Il punto importante è che il modello non funziona più e i capitalisti non ne hanno un altro. Il periodo in cui stiamo entrando è interamente dominato da questa contraddizione: ogni sforzo sarà fatto per tornare al “business as usual”, cosa che di fatto è tuttavia impossibile.
2. La crisi: fase 3. Verso una regolamentazione caotica
Non si tratta, nelle righe che seguono, di predire il corso reale del capitalismo negli anni a venire, ma di presentare il quadro di contraddizioni alle quali sarà confrontato. È utile riassumere di nuovo, sotto forma di quattro “dilemmi” che designano una “normativa caotica”, il vicolo cieco in cui il capitalismo si trova e che è costituito da due impossibilità logiche: impossibilità di ritornare al capitalismo normativo dei “Trenta gloriosi” e impossibilità di ripristinare le condizioni di funzionamento del modello neoliberale, perché basate sulla crescita che è oggi completata. La contraddizione, ancora una volta, si riduce a questo: il capitalismo vuole tornare al suo funzionamento pre-crisi, ma è impossibile.
Dilemma della distribuzione : ritorno alla redditività o occupazione ?
La crisi ha bruscamente interrotto la crescita dei tassi di profitto. Questo fatto si spiega in buona parte con la diminuzione della produttività del lavoro, dovuta all’adeguamento parziale degli effettivi (lavoratori e lavoratrici) al calo della produzione. Sotto il fuoco della concorrenza, le imprese cercheranno di ripristinare i loro profitti, sia licenziando parte dei lavoratori, sia congelando o abbassando i salari. Allo stesso tempo, le misure a corto termine come la disoccupazione parziale tenderanno a raggiungere il loro limite d’efficacia, manifestando i propri effetti nefasti. Una delle preoccupazioni principali degli organismi internazionali è quella di contestare le misure adottate nella prima fase della crisi. L’effetto di questi aggiustamenti salariali sarà quello di innescare un nuovo ciclo recessivo che comprometterà i redditi delle famiglie.
Dilemma della globalizzazione: risoluzione degli squilibri o crescita globale?
Uno dei principali motori dell’economia mondiale è stato, prima della crisi, il sovra-consumo delle famiglie statunitensi. Questo, difficilmente potrà essere ristabilito. La “de-finanziarizzazione”, iniziata recentemente con l’aumento del tasso di risparmio, conduce ad una nuova contraddizione dal momento che minor consumo e minor reddito significa una crescita meno dinamica per l’intera economia. La soluzione scelta è di riorientare l’economia americana verso l’esportazione, ma questa opzione significherebbe migliorare la competitività delle esportazioni americane che può esser raggiunta solo tramite una svalutazione del dollaro. Recentemente è stata adottata un’altra misura che consiste in un iniezione monetaria massiccia (Quantitative easing). Ma questa tendenza non può che ampliare gli squilibri nell’economia globale. La svalutazione del dollaro peserebbe sulla già vacillante crescita economica europea. Infatti, la creazione monetaria di dollari “svalutati”, imporrà necessariamente una nuova valutazione delle valute dei i paesi emergenti, causando un’ulteriore suddivisione dell’economia globale.
Dilemma fiscale: riassorbimento dei deficit o spesa sociale ?
La crisi e i piani di rilancio hanno gonfiato ulteriormente i deficit pubblici che i governi, soprattutto quelli europei, hanno deciso di riassorbire, perché non hanno adottato misure efficaci per proteggersi dagli attacchi dei mercati finanziari. È quello che ha annunciato il presidente della Banca Centrale europea Jean-Claude Trichet nel 2009: “i processi di aggiustamento strutturali dovranno cominciare, in tutti i casi, al più tardi nel corso della ripresa dell’attività economica. Nel 2011, bisognerà intensificare gli sforzi”. Ciò significa condannare l’Europa ad una bassa crescita e ad una regressione sociale.
Dilemma europeo: ognuno per proprio conto o coordinamento generale?
L’Europa, intesa come entità economica, sta scoppiando. Il processo di scissione europeo era cominciato ben prima della crisi, ma ha superato il limite con la crisi economica che ha colpito i paesi dell’Unione in modo differente, secondo il peso relativo della finanzia, del settore immobiliare, dell’industria automobilistica e della loro modalità d’inserimento nel mercato mondiale. Un vero coordinamento delle politiche economiche è dunque impensabile, soprattutto perché l’UE si è volontariamente privata di istituzioni collettive che la governino: nessun bilancio, nessuna politica dei cambio, nessun coordinamento fiscale.
L’Europa della concorrenza “libera e non falsata” non può concepire un progetto di costruzione collettivo poiché è condannata ad una logica individualista che la conduce inevitabilmente allo sfacelo.
3. Alcune implicazioni politiche in Europa
Dopo aver fatto passare il debito da privato a pubblico, bisogna ora farlo pagare ai salariati e alle salariate. Questa terapia choc prende la forma dei piani di austerità che sono costruiti tutti sullo stesso modello: riduzione delle spese sociali e aumento delle imposte più ingiuste (come per esempio l’IVA). Non c’è alternativa a questa violenza sociale che quella di fare pagare ai grandi azionisti e ai creditori il costo del salvataggio del loro sistema economico.
Quello che devono oggi pagare i salariati europei è anche il fallimento del progetto borghese di costruzione europea. Dal punto di vista dei lavoratori, le tappe immediate sono chiare: bisogna resistere ai piani di austerità e rifiutare di pagare i debiti pubblici, che non sono altro che il debito della crisi economica. Il progetto alternativo in nome del quale questa resistenza sociale può svilupparsi si basa sull’esigenza di un’altra ripartizione della ricchezza. Una tale esigenza è coerente con l’analisi della crisi: è in effetti la compressione dei salari, ovvero l’appropriazione di una parte crescente di plusvalore da parte della finanzia che ha condotto all’enorme accumulazione dei debiti che hanno causato la crisi. Questa alternativa passa inevitabilmente da una vera riforma fiscale che annulli i regali fatti da molti anni alle grandi imprese e ai ricchi. Essa implica anche, in una maniera o nell’altra, l’annullamento del debito. Vi è una totale incompatibilità tra debito e interessi sociali della stragrande maggioranza della popolazione. Non ci potrà essere una vera uscita progressista dalla crisi se non si annulla questo debito, o sotto forma di ristrutturazione o sotto forma di default. Inoltre, un certo numero di paesi rischia di fallire. Risulta perciò importante anticipare questa situazione, spiegando come il problema del debito vada gestito.
L’uscita dall’euro consentirebbe di allentare la morsa? Questa idea si scontra con una prima obiezione: l’Inghilterra non fa parte della zona euro ma i salariati e le salariate inglesi non sono di certo immuni ai piani di austerità. È inoltre facile comprendere il perché dei continui proclami di uscita dall’euro delle forze di estrema destra, come succede in Francia con il Fronte Nazionale. È un po’ meno facile invece capire la fondatezza di tale slogan dal punto di vista della sinistra radicale. Se un governo liberale sarà chiamato a prendere una tale misura (uscita dalla zona euro) sotto la pressione degli avvenimenti, è chiaro che sarà utilizzato come pretesto per un’austerità ancor più dura di quella che conosciamo oggi e che non permetterà di certo di costruire un rapporto di forza a favore dei salariati. È questa la lezione più importante che possiamo trarre da tutte le esperienze passate. Per un governo di sinistra, uscire dall’euro sarebbe invece un vero e proprio errore strategico. La nuova moneta nazionale sarà svalutata, come è del resto l’obiettivo dichiarato. Ma questo fatto darà una nuova opportunità ai mercati finanziari per lanciarsi in una nuova offensiva speculativa. Si potrebbe aprire un ciclo di svalutazione-inflazione-austerità. Inoltre, il debito, in precedenza conteggiato in euro o in dollari, aumenterebbe sensibilmente a causa degli effetti di svalutazione delle monete nazionali. Tutti i governi di sinistra davvero decisi a prendere misure a favore dei lavoratori saranno sicuramente confrontati a forti pressioni da parte del capitalismo internazionale. Ma da un punto di vista tattico, sarebbe un elemento a favore dei salariati utilizzare, in questo conflitto sociale, l’appartenenza alla zona euro.
Che fare allora in questa situazione estremamente difficile? Piuttosto che sottolineare le differenze, alcune delle quali reali, tra la situazione nei differenti paesi, si tratta di costruire un punto di vista internazionalista sulla crisi in Europa. È il solo mezzo per opporsi all’ascesa dell’estrema destra e di proporre obiettivi e argomentazioni diverse rispetto al solito capro espiatorio. È, inoltre, un modo concreto per affermare una vera solidarietà internazionale con i popoli più colpiti dalla crisi chiedendo la comunione dei debiti a livello europeo. Bisogna dunque contrapporre un progetto alternativo rispetto al progetto europeo borghese che sta conducendo tutti i paesi alla regressione sociale.
Il compito è difficile, come pure il periodo che la crisi ha aperto. Ma la sinistra radicale non deve concentrare la sua attenzione sull’impossibile scelta tra l’ardua avventura dell’uscita dall’euro e un’utopica armonizzazione. Si deve lavorare su obiettivi intermedi che coinvolgano le istituzioni europee vigenti, per esempio:
– gli Stati dell’Unione europea devono poter prendere in prestito direttamente dalla Banca centrale europea (BCE), a tassi di interesse molto bassi, e le banche private devono farsi carico di una certa percentuale di debito pubblico;
– bisogna definire un meccanismo di ricostituzione del debito che ne permetta l’annullamento in modo proporzionale alle riduzioni fiscali per i ricchi e al salvataggio delle banche;
– il risanamento del debito dovrebbe essere raggiunto attraverso una riforma fiscale che miri a tassare, in un sistema armonizzato a livello europeo, i movimenti di capitale e le operazioni finanziarie, i dividendi e gli altri redditi da capitale come pure gli alti redditi.
Dal momento che sarebbe assurdo aspettarsi un crollo simultaneo e coordinato del sistema capitalista in tutti i paesi europei, l’unica ipotesi strategica plausibile deve prendere come punto di partenza un’esperienza di trasformazione sociale che inizi in un paese. Il governo in questione dunque, prenderà delle misure come per esempio l’introduzione di una tassa sui capitali. Ma allo stesso tempo diverrà il bersaglio dei capitalisti e dovrà dunque anticipare le misure di ritorsione instaurando un controllo sui flussi di capitale. Con questa misura protezionista, questo paese entra apertamente in conflitto con le regole del gioco europee. Il fondamento di tale misura risulta dal carattere cooperativo delle normative adottate. È perciò differente rispetto al protezionismo classico, basato sul concetto di concorrenza, che tende a conservare ed allargare la propria quota di mercato. Tutte le misure progressiste, al contrario, sono più efficaci se si estendono alla maggioranza dei paesi. In questo caso si parla dunque di strategia estensiva basata sul seguente principio: noi affermiamo la nostra volontà di tassare il capitale e prendiamo le misure adeguate. Ma questo solo nell’attesa che tale misura venga estesa a tutta l’Europa.
Conclusione: piuttosto che ad un’opposizione fine a se stessa, bisogna riflettere su come conciliare e articolare la rottura con l’Europa neoliberale e il progetto di rifondazione europea.