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BERNA - commenti dei media svizzeri alla decisione del Consiglio federale sull'accordo quadro con l'UE sono contrastanti. Alcuni lodano l'esecutivo per aver respinto i "tentativi di pressione" dell'UE, altri sono più critici e imputano il fallimento dei negoziati alle divisioni in seno al governo. La grande domanda per molti è come si procederà ora.
Per la piattaforma online della radio e televisione svizzera SRF la posizione del Consiglio federale è una "chiara risposta ai tentativi di pressione di Bruxelles". L'Unione Europea ha legato "dossier all'accordo quadro che non hanno nulla a che vedere con esso". Con la decisione di ieri, il governo ha chiarito inequivocabilmente che la Svizzera non tollera un tale comportamento.
Stessa analisi da parte della "Berner Zeitung" secondo cui la Svizzera non ha bisogno di un "trattato della paura": non bisogna concludere un accordo "che concede ai cittadini dell'UE un accesso costoso al nostro sistema di previdenza sociale e che integra praticamente la Svizzera nell'UE", scrive il giornale della capitale. Il "Blick" si rallegra anche del fatto che il governo abbia dato a Bruxelles "il benservito". Il governo ha resistito alle "promesse" di concludere accordi lucrativi con l'UE e non ha voluto "ingoiare il rospo", secondo il commentatore.
Rischio per la democrazia diretta
Per il Tages-Anzeiger un accordo che non solo avrebbe obbligato la Svizzera ad adottare le regole del mercato interno, ma anche a rendere il suo diritto sociale e del lavoro compatibile con la Corte di giustizia europea "avrebbe trasformato il nostro sistema di democrazia diretta in una farsa su questioni importanti". Il quotidiano, che denuncia le pressioni e le minacce esercitate da Bruxelles affinché la Svizzera firmi l'accordo, esorta ora i sindacati e le associazioni imprenditoriali a lavorare insieme per proporre un piano B.
La NZZ ritiene che la decisione del Consiglio federale sia stata dettata principalmente da ciò che non voleva e sottolinea la mancanza di una visione comune all'interno dell'attuale governo su come dovrebbero svilupparsi le relazioni con l'UE. Per la "Luzerner Zeitung"non resta molto da fare se non sperare che gli accordi con l'UE siano ancora aggiornati e che la cooperazione resti possibile. "Principio di speranza invece di relazioni regolate? La Svizzera ha urgente bisogno di ripensare il suo concetto di sovranità", afferma il quotidiano.
La "fine unilaterale" dei negoziati è un "enorme spreco", deplora Le Temps. Il Consiglio federale non ha preso abbastanza sul serio la richiesta di protezione salariale dei sindacati, "non ha mai parlato all'unisono e mancava di leadership". Le Temps aggiunge che "questo fallimento è anche quello del ministro degli esteri" Ignazio Cassis, che non è riuscito ad imporsi e la cui "incessante tergiversazione ha destabilizzato i suoi collegi e il mondo politico svizzero".
Incapacità di proiettarsi
La Tribune de Genève e 24 Heures ritengono che, più che il fallimento, è scioccante "l'incapacità del Consiglio federale, dei partiti e dei cantoni di proiettarsi avanti e definire le relazioni che vogliono con l'Unione europea e le concessioni che sono disposti a fare". Solo i Verdi liberali e l'UDC sono riusciti a farlo. La Liberté sottolinea che il governo, alcuni partiti e gruppi d'interesse sono rimasti ancorati "alla loro concezione del percorso bilaterale, considerato come eterno e immutabile", mentre l'UE non lo vuole più in questa forma.
È importante "trarre il meglio da questa situazione difficile prima che diventi drammatica", secondo Agefi, che ricorda le conseguenze immediate per l'industria medtech svizzera. E invita i "responsabili di questo fallimento, i sindacati in particolare" ad essere costruttivi.
Le Courrier concentra invece le sue critiche su Bruxelles, notando che la pressione dell'UE sulla Svizzera "ha lasciato poco spazio di manovra ai negoziatori svizzeri". Ricordando le paure della sinistra, cioè la "liquidazione dei diritti sociali", il giornale deplora "l'iceberg neoliberale che il progetto europeo è diventato". E aggiunge che, paradossalmente, la decisione del governo "rimette sul tavolo una questione fondamentale", quella della "pura e semplice adesione".