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Nell’introduzione all’edizione Einaudi della Lettera al padre di Franz Kafka, Klaus Wagenbach accosta la figura del padre a quella del figlio. Hermann Kafka era nato nel 1852 a Wossek – oggi Osek – ed era quarto figlio di sei del macellaio kasher Jakob Kafka. Nel 1875 arrivò a Praga e abitò presso il cugino fabbricante di liquori, poi padrino di Franz, Angelus Kafka. Si sposò nel 1882 con Julie Löwy, figlia di Jakob Löwy, commerciante del luppolo che viveva nell’Altstädter Ring. Lei apparteneva ad una facoltosa famiglia borghese tedesco-ebraica; lui era un ambizioso provinciale dal tedesco incerto. Nel 1883 nacque Franz. Due fratelli morirono presto, dunque Franz passò alcuni anni da solo prima che nascessero le tre sorelle. Venne mandato alla scuola elementare tedesca di Praga – con il ceco non si faceva carriera oltre la Boemia. Frequentò poi il liceo classico; studiò legge e si laureò con appena sufficiente.
Viveva con i genitori e nell’estate del 1907, dalla Zeltnergasse, la famiglia si trasferì lungo alla Moldava, dove scrisse Il disperso e La metamorfosi. Dottore in legge, aveva il suo posto fisso all’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro per il Regno di Boemia. Nel 1917 Hermann cedette il negozio di galanterie a Palazzo Kinský a un cugino della moglie, Fritz Löwy, che lo gestì senza cambiare il nome ancora per decenni. Franz in quell’anno ebbe il primo sbocco di sangue col quale si annunciò la tubercolosi. La malattia non favorì il dialogo con i genitori, che lui vide sempre come persecutori. La famosa lettera al padre – il suo grande “J’accuse” che però non consegnò mai al genitore – la scrisse a Schelesen (oggi Želízy), in un resort in cui soggiornò con Max Brod tra il 4 al 20 novembre 1919.
La lettera al padre scomparve durante la Guerra e riapparve negli anni Ottanta presso un antiquario di Monaco. Pubblicata nel 1986, ripercorre il rapporto tra padre e figlio. Sin dall’incipit Franz mette in chiaro che il padre gli ha sempre fatto paura e questa l’avrebbe bloccato. Franz non è tenero con il genitore. Lo mette di fronte alle responsabilità che ha avuto nella formazione e fragilità, Franz è trasparente con Hermann: scrive che gli ha sempre rinfacciato tutto. Non ricorda cattiverie specifiche, ma il genitore gli imputava spesso indifferenza e ingratitudine. «Papà, nel complesso io non ho mai dubitato della tua bontà nei miei confronti». Franz non accusa il padre di essere diventato ciò che è solo per via della sua influenza, ma gli rimprovera di essere stato un padre duro con lui, che invece si considerava un Löwy.
Non un vero Kafka, per via della salute, l’intensità della voce, il senso di superiorità, la tenacia. Il ritratto che offre Kafka è quello di un genitore incapace di stabilire un rapporto alla pari con il figlio. «Avrei avuto bisogno di un po’ di incoraggiamento, di un po’ di gentilezza, che qualcuno mi aprisse un po’ il cammino mentre tu me lo sbarravi, anche se con la buona intenzione di farmene seguire uno diverso». Franz rimprovera al genitore di supportarlo soltanto quando egli è coinvolto più o meno indirettamente. «Ero schiacciato già dalla tua sola presenza fisica. Ricordo, ad esempio, le frequenti occasioni in cui ci siamo cambiati insieme nella stessa cabina. Io magro, debole, sottile, tu vigoroso, alto, grosso. Già nella cabina mi facevo pena e non solo al tuo cospetto, ma al cospetto del mondo intero».
E ancora: «perché per me tu eri la misura di ogni cosa quando poi, uscendo, ci mescolavano alla gente, io, condotto per mano, uno scheletrino, […] intimorito dall’acqua, incapace di imitare i movimenti del nuoto». Hermann aveva una fiducia illimitata nelle sue opinioni. «Dalla tua poltrona governavi il mondo. La tua opinione era giusta, ogni altra assurda, stravagante, pazza, anormale. E la fiducia che avevi in te stesso era così grande che anche quando non eri coerente non smettevi di avere ragione». Franz ha sofferto molto per la «totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi procurarmi con le parole e i giudizi […]. Con le tue parole colpivi alla cieca, non avevi compassione […], in tua presenza si era completamente indifesi». Hermann lanciava condanne senza appello.
Non voleva sentire obiezioni. Il figlio perse fiducia nelle sue azioni anche per le minacce paterne – «ti straccio come un pesce». Hermann non picchiò mai il figlio, ma lo umiliava. «Potevo godere di ciò che davi, ma solo nella vergogna, nella stanchezza, nella debolezza, nei sensi di colpa. Per questo riuscivo ad esserti grato solo come un mendicante, non con i fatti». Hermann era autoritario anche nel suo negozio dove urlava e imprecava. Definiva gli impiegati dei “pagati”. Franz è onesto: nella lettera al padre riconosce che Hermann gli ha concesso libertà assoluta in ambito professionale. Ma poi alla fine trovò un impiego per compiacere il genitore al posto di ascoltare la sua vocazione letteraria. L’incapacità del figlio di avere una compagna stabile venne annoverato da Hermann tra uno degli insuccessi del figlio. Che riconobbe avere una famiglia è «l’obiettivo più alto che si possa raggiungere».
Amedeo Gasparini