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Era comunista, per un quarto ebreo, ma divenne uno dei quattro mercanti d’arte ufficiali di Hitler. Un nuovo libro ricostruisce la straordinaria ascesa di Hildebrand Gurlitt, la cui collezione di capolavori è stata riscoperta nel 2012 ed è andata in eredità al Museo d’arte di Berna.
Le 1280 opere d’arte rinvenute dalle autorità fiscali a Monaco di Baviera, nell’appartamento di Cornelius Gurlitt, figlio di Hildebrand – tra cui opere di Picasso, Renoir e Matisse – sono state descritte da Ronald Lauder, presidente del Congresso mondiale ebraico, come «gli ultimi prigionieri della Seconda guerra mondiale».
Nel suo libro, The Munich Art Hoard: Hitler’s Dealer and His Secret Legacy (Il tesoro d’arte di Monaco: il mercante di Hitler e la sua eredità segreta), la giornalista Catherine Hickley ricostruisce puntigliosamente la storia della collezione ed esamina gli aspetti legali ed etici della gestione di opere d’arte razziate.
La famiglia Gurlitt
Cornelius Gurlitt è nato ad Amburgo il 28 dicembre del 1932 da Hildebrand Gurlitt (1895-1956), uno dei quattro mercanti d’arte ufficiali dei nazisti, e Helene Gurlitt, una ballerina.
La sorella di Hildebrand, Cornelia (1890-1919) era un’artista. Il nonno di Cornelius, anche lui di nome Cornelius (1850-1938), era un architetto e storico dell’arte.
Il bisnonno, Heinrich Louis Theodor Gurlitt (1812-1897), noto con il nome di Louis, era un pittore di paesaggi danese-tedesco. Il fratello di questi, Cornelius (1820-1901) era un compositore.Fine della finestrella
I lettori sono condotti dall’atmosfera antisemita della Germania prima della guerra, quando molti ebrei disperati erano costretti a vendere le loro proprietà a prezzi ridicoli, fino ai dilemmi del Museo d’arte di Berna, che lo scorso novembre ha infine affermato di voler accettare la collezione ricevuta in eredità da Cornelius Gurlitt.
Durante il percorso tracciato dal libro, Hickley traccia il profilo di un «uomo delle contraddizioni»: Hildebrand fu il primo direttore di un museo tedesco a essere licenziato per aver difeso l’arte «degenerata» aborrita dai nazisti, ma più tardi fu accusato di essere un opportunista senza scrupoli, per poi essere scagionato dagli alleati nel dopoguerra. Morì in un incidente stradale nel 1956 all’età di 61 anni.
swissinfo.ch: Quando giunse la notizia del tesoro artistico ritrovato a Monaco di Baviera nel novembre del 2013, fu subito chiaro che si trattava di una grande storia da raccontare. Ma sebbene al centro dell’attenzione ci fosse Cornelius Gurlitt, lei nel suo libro ha preferito parlare di suo padre. Perché?
Catherine Hickley: Cinque dei primi sei capitoli sono incentrati su Hildebrand Gurlitt. Per me è stato subito chiaro che era lui la figura più interessante di tutta questa storia. Cornelius è la figura di gran lunga più tragica: condusse una vita molto solitaria – sempre chiuso in casa – ed ereditò da suo padre un’enorme responsabilità, a cui non seppe far fronte, soprattutto negli ultimi anni della sua vita.
Hildebrand Gurlitt era una figura ambigua e paradossalmente per questo mi interessava davvero. Ho cercato di scoprire come quest’uomo, che fondamentalmente era contrario al nazismo, forse era comunista, era per un quarto ebreo e amava l’arte odiata dai nazisti, potesse finire a lavorare per Hitler e acquistare opere d’arte per il museo del Führer a Linz.
Ho scoperto che fu una combinazione di avidità, ambizione e il desiderio di accrescere il suo status a condurlo a sacrificare la sua integrità morale. Non c’è dubbio che acquistò opere d’arte a prezzi molto ridotti da ebrei che stavano cercando di lasciare il paese e quindi le vendette con profitto. E non c’è dubbio neppure sul fatto che comprò arte che sapeva essere stata sottratta a collezionisti ebrei.
Tutto ciò dimostra che quando si opera in un regime criminale, quando si lavora in condizioni simili sotto un governo totalitario, l’unico modo per far carriera è scendere a compromessi che incidono pesantemente sulla propria etica.
Per fare la cosa giusta – per mantenere una posizione moralmente accettabile – bisognerebbe dare la priorità all’etica e questo vorrebbe dire, in molti casi, rischiare la propria vita. E, come sappiamo, molte persone non lo hanno fatto. Per questo per me Hildebrand Gurlitt è uno dei tanti tedeschi che fecero compromessi piuttosto che assumere il rischio di opporsi pubblicamente al regime. Ma non credo fosse uno dei più malvagi. Credo che fu semplicemente uno che rinunciò alla sua bussola morale perché voleva far carriera in un regime malvagio.
swissinfo.ch: Detto questo, dopo la guerra non fece grandi sforzi per aiutare gli ebrei che stavano cercando di rintracciare i loro dipinti. Sarebbe stata una buona occasione per redimersi, no?
C.H.: Sì. Credo sia stato uno degli aspetti più imperdonabili della sua carriera. Quando degli ebrei che gli avevano venduto delle opere d’arte tornarono a trovarlo per sapere dove erano finite e cosa ne aveva fatto, si rifiutò di fornire loro informazioni. Spesso ricorreva a ottimi avvocati per rispondere alle loro lettere e diceva di non ricordare ciò che era accaduto e che tutti i registri erano stati bruciati durante la guerra.
swissinfo.ch: Che lezioni sono state tratte dalla vicenda della collezione Gurlitt?
C.H.: Al momento mi chiedo quanto la lezione sia stata davvero imparata. Quando ho scritto il libro ero più ottimista, ma negli ultimi sei mesi molte cose che speravo sarebbero successe non sono successe. Solo due quadri della collezione Gurlitt sono stati restituiti ai legittimi proprietari; un risultato piuttosto scarso. Di altri due sappiamo che si tratta di opere rubate, ma ancora non sono state restituite.
La burocrazia coinvolta nel processo di restituzione è stata orribilmente lenta e ha creato molti intralci. I richiedenti ne sono molto frustrati.
Catherine Hickley
Catherine Hickley, giornalista, è esperta di opere d’arte razziate dai nazisti. Ha scritto anche per swissinfo.ch.
Durante i 16 anni in cui ha lavorato per Bloomberg News, ha trascorso otto anni a Berlino come corrispondente di arte e cultura.Fine della finestrella
swissinfo.ch: Un anno fa il Museo d’arte di Berna ha deciso di accettare la collezione Gurlitt assegnatagli dal testamento di Cornelius. Attualmente l’istituto è coinvolto in molte questioni legali – alcuni parenti dicono che Cornelius non era sano di mente quando ha redatto il testamento – e neppure un dipinto è stato finora esibito. Pensa che il museo si stia pentendo di aver detto sì?
C.H.: Spero di no. Il mio augurio è che il Museo d’arte di Berna consideri l’eredità una fantastica opportunità. Prima di tutto perché si tratta di una grande collezione, in secondo luogo per fare la cosa giusta e mostrare cosa va fatto in questi casi. Ciò vuol dire naturalmente esporre le opere d’arte, ma mettendo online i dettagli sulla provenienza di ogni singolo pezzo. Significa chiedere informazioni ad altre persone, sollecitare i possibili proprietari a farsi avanti. Vuol dire per quanto possibile cercare attivamente i proprietari.
Ma se si fa la cosa giusta e ci sono le risorse giuste per farla – e credo che Berna le abbia – allora si può dare un esempio al resto del mondo e nello stesso tempo disporre di questa meravigliosa collezione, che completa molto bene la collezione del Museo d’arte di Berna.
swissinfo.ch: Il pubblico vorrebbe vedere alcune di queste opere. Quando accadrà?
C.H.: A questo stadio ancora non lo sappiamo. Si tratta solo di speculazioni finché il tribunale di Monaco non si sarà espresso [sul ricorso contro il testamento]. Sembra che ci sarà una decisione in febbraio, ma vedremo. Potrebbe anche essere rinviata per vari motivi. Ma appena la questione sarà chiarita, spero che ci sarà presto una mostra.
È comunque ovviamente una cosa su cui bisogna riflettere molto bene e va fatta con molto tatto e diplomazia, coinvolgendo i potenziali proprietari.
Traduzione di Andrea Tognina, swissinfo.ch