Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01289.jsonl.gz/294

Per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile. Due frasi per le quali ci sarebbero volute le virgolette: infatti, costituiscono una citazione presa a prestito dal grande scrittore sudamericano Eduardo Galeano (1940-2015), che le ha consegnate al suo volume «Splendori e miserie del gioco del calcio» (1997).
Chi ha visto Real Madrid-Manchester City l’altra sera non potrà fare a meno di concordare: il calcio continua a essere l’arte dell’impossibile e le reti firmate da Rodrygo a cavallo del novantesimo minuto ne sono l’esempio lampante. Spezzato il sogno di rivincita di Pep Guardiola, il quale ha conquistato tutto a livello nazionale col City – società che ha speso 2,2 miliardi di euro in trasferimenti dal suo arrivo nel 2016 – ma non ha mai vinto la Champions League in sei tentativi con lo stesso City, mentre non è riuscito a conquistare il titolo in tre stagioni alla guida del Bayern Monaco. Il tecnico spagnolo non solleva il trofeo dal 2011, quando ha vinto la sua seconda Champions in tre anni insieme a Lionel Messi al Barcellona. Una vera maledizione, che rischia – come scrivevano dopo la partita alcuni giornalisti inglesi – di avere un peso psicologico notevole e di perseguitare il tecnico per tutta la vita. Tra l’altro, l’eliminazione per Guardiola dev’essere stata ancora più dolorosa perché avvenuta a vantaggio del Real Madrid, un avversario storico per uno come Pep, il quale ha passato una vita con cucita addosso la maglia dei rivali del Barcellona ed è un sostenitore dell’indipendenza della Catalogna.
I gol di Rodrygo e il rigore trasformato con una lucidità e una freddezza da far paura da parte di Benzema, ci hanno evitato la terza finale tutta inglese in quattro anni e questo è un bene per il calcio europeo, ormai devastato dalla potenza delle società che abitano la Premier. Un campionato che per il triennio 2022-25 è riuscito a garantirsi qualcosa come 12,4 miliardi di euro di diritti televisivi, suddivisi tra ricavi nazionali e internazionali. Poco più di 4 miliardi a stagione da dividersi fra i club, col vincitore del titolo che incasserà 210 milioni, ma con l’ultima della classe che ne porterà a casa 126, ossia più di quel che incasseranno i campioni di Spagna, Germania, Italia o Francia. Come si potrà garantire una sana concorrenza tra club europei nei prossimi anni? «La Premier attirerà tutti i migliori talenti in circolazione sui campi di calcio» dice quasi sconsolato Andrea Agnelli, presidente della Juventus, uno dei principali sostenitori della Superlega europea, che di fatto esiste già e ha passaporto inglese.
Stiamo assistendo ad una sorta di paradosso: nel corso dell’imprevedibile semifinale dell’altra sera – che ci ha confermato quanto sia affascinante e imprescindibile questa formula delle coppe europee con partite di andata e ritorno – abbiamo fatto il tifo per il Real Madrid contro il City, nella convinzione che sia giusto sostenere chi ha meno potere economico, il «debole» opposto al «forte». Ma stiamo parlando del Real Madrid, a sua volta una potenza economica, una delle società che sino a pochi anni or sono figurava tra le protagoniste assolute del calcio mercato!
Infatti, la squadra diretta da Carlo Ancelotti il 28 maggio a Parigi disputerà la sua 17.ma finale di Champions League (ne ha vinte 13), mentre il Liverpool giocherà la decima finale della sua storia e cercherà di prendersi la rivincita sul 3-1 rimediato dal Real nel 2018 (c’è un’altra finale tra le due squadre, nel 1981 s’impose il Liverpool per 1-0). Da qualsiasi parte la si guardi, quella in arrivo si annuncia davvero come una finale meraviglia.