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I. Non è il momento di scherzare
Il debito pubblico della Svizzera ha raggiunto la ragguardevole somma di 250 miliardi di franchi. E questo non perché negli ultimi 20 anni siano diminuiti gli introiti - no! Anzi, dal 1990, le imposte e i tributi sono aumentati di più che in ogni altro Stato industriale al mondo. Ma perché hanno continuato a crescere le uscite della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Anche se oggi è il 1° aprile, di fronte a una tale somma, un imprenditore può perdere del tutto la voglia di scherzare in politica.
250 miliardi di franchi di debiti corrispondono a cinque volte le spese globali annue della Confederazione. Riuscite a immaginare un imprenditore che, trovandosi in una situazione simile, non metta subito in atto misure di risanamento, di riduzione dei costi e di aumento dell'efficienza? No di certo, a meno che pensiate a un imprenditore già fallito o sul punto di fallire. Così dice la legge dell'economia. Soltanto la politica sembra poter trascurare tale regola. Mi direte: altrimenti le imprese falliscono. E io Vi rispondo: anche gli Stati!
Di recente ebbi tra le mani il postulato di una consigliera nazionale - per puro caso di una consigliera nazionale del Cantone di Turgovia -, sull'indebitamento dei giovani. Può darsi che già minorenni vivano al di sopra dei propri mezzi e conducano uno stile di vita che non sono in grado di finanziarsi da soli. Ma è ben più preoccupante quando politici adulti fanno sì che uno Stato viva al di sopra dei propri mezzi più colposamente di teenager minorenni. Preferirei che tutti i politici avessero riconosciuto e affrontato il problema della propensione alle spese e all'indebitamento della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Come è possibile che i giovani prendano esempio dai politici su come gestire economicamente i soldi, quando gli stessi politici producono disavanzi annui dell'ordine di miliardi, che sono accettati come il succedersi delle stagioni? La consigliera nazionale turgoviese critica la gestione scriteriata dei soldi: "per i giovani è oggigiorno facile accumulare debiti". Ma il giovane è pur sempre egli stesso responsabile delle sue spese. Come imprenditore lo ero anch'io. Come politico non sono io stesso a dover rendere conto. No, nessuno risponde personalmente, e per di più il politico può acquisire, con i debiti pubblici, nuovi elettori riconoscenti e addirittura apparire "sociale" e "solidale".
Dobbiamo liberarci da questo circolo vizioso. Certo non sarà né facile né popolare, ma è indispensabile.
II. Rafforzare la consapevolezza dei costi
Signore e Signori, sono consigliere federale da quindici mesi. Purtroppo non si può rimproverare al Consiglio federale che in questi quindici mesi non abbia fatto altro che diminuire le spese e quindi aumentare la competitività dell'economia svizzera.
Certo, abbiamo parlato di ridurre i costi, limitandoci però a correggere verso il basso i preventivi attuali. Il Consiglio federale ha dato prova di coerenza inserendo il risanamento delle finanze federali come problema primario nel programma di legislatura. Tuttavia una vera e propria riduzione delle spese non è ancora a portata di mano. Per contro sono stati decisi e incassati nuovi tributi e nuove tasse.
Come vedo, in quanto ex imprenditore, lo Stato in veste di esecutore di compiti? La cosa che più mi colpisce è la mancanza della consapevolezza delle spese a tutti i livelli: Parlamento, Governo, Amministrazione! Come imprenditore avevo una certezza: i costi e gli utili sono i fattori di decisione più importanti. Non così nella Confederazione. Risposte stereotipate - a domande finora mai formulate - si trovano fino ai più alti livelli, che recitano per esempio: "nella Confederazione non è necessario calcolare né con ammortamenti né con interessi. E non occorre nemmeno tener conto dei costi del personale, visto che gli impiegati sono comunque presenti!" Con tali premesse non è assolutamente possibile procedere a riduzioni mirate delle spese.
Per ogni artigiano va da sé che nella sua azienda deve aumentare le prestazioni e l'efficienza, migliorare la qualità e, nello stesso tempo, contenere i costi. Soltanto per lo Stato dovrebbero valere altre regole? Perché uno Stato non dovrebbe essere in grado di lavorare in modo più efficiente? Perché un'azienda federale non dovrebbe poter migliorare la sua offerta senza nello stesso tempo aumentare i prezzi? Ridurre i costi sarebbe possibile. Ma manca la volontà!
Per tale ragione, non soltanto non si vogliono ridurre i costi, ma non si vogliono nemmeno conoscere. Non si vuole sapere quanto costa una prestazione di servizio. Agendo in tal modo non possiamo certo riconoscere dove sono possibili riduzioni dei costi e tanto meno attuarle. In quanto ex imprenditore so che negli anni d'oro del dopoguerra vi furono ditte con un'analoga scriteriata concezione dei costi. Ebbene tali ditte o sono fallite oppure - se hanno avuto fortuna - sono state rilevate da terzi che possedevano la necessaria consapevolezza dei costi.
In fondo ognuno di noi lo sa: dobbiamo rimettere in ordine le spese della Confederazione. Ma come già detto, non vogliamo. Qui sta il problema! Il cammino è difficile, impervio e, soprattutto, esige autodisciplina. Per questa ragione nessuno si muove. Come scrive la già citata consigliera nazionale turgoviese: "per i giovani è oggigiorno facile accumulare debiti". Ma lo è ancora di più per lo Stato!
III. La "Svizzera dell'ancora"
La lingua tradisce quello che in fondo noi tutti sappiamo, ovvero quanto lo sviluppo proceda verso un destino fatale! Chi presta attenzione al modo - inconsapevole - di esprimerci, lo nota. Infatti spesso diciamo: ci va ancora bene; facciamo ancora parte dei Paesi più ricchi del mondo; comparativamente le aliquote fiscali sono ancora basse; le prestazioni statali aumentano ancora e i mezzi per finanziarle sembrano illimitati. Insomma, viviamo nella "Svizzera dell'ancora".
Ma questa Svizzera dell'ancora è un'immagine illusoria. Questa Svizzera come Stato del benessere è un parto del desiderio, una vana promessa di prestigiatori politici che con futuri debiti comprano i favori del presente. Chiamare "sociale" e "solidale" una tale politica, è puro cinismo.
La situazione della Svizzera va paragonata a quella di un'impresa di fatto fallita che non ha ancora dovuto rendere pubblica la sua insolvenza. Perché no? Si crede di poter evitare l'insolvenza aumentando continuamente le imposte, i tributi e le tasse. Sul fatto che in tal modo si indeboliscano le fondamenta del benessere - soprattutto l'attività economica - si preferisce tacere. Gli stipendi sono ancora versati; i responsabili hanno ancora il sorriso stampato sul volto e assicurano che tutto è in perfetto ordine; sfrenate feste aziendali sono ancora l'occasione per distribuire a tutti allori; le apparenze sono ancora salve, le strade pulite, i treni arrivano puntuali e i giardini pubblici sono fioriti. A prima vista, viviamo in uno Stato che funziona bene. A un esame più approfondito, il sistema è fatiscente. Si fa credere alla gente che gli standard sociali possano essere mantenuti, anzi ampliati. In realtà si aprono innumerevoli buchi dell'ordine di miliardi di franchi: nelle casse pensione, nell'AVS, nella sanità pubblica, nell'AI, nei trasporti pubblici. Non sto parlando di un paio di miliardi mancanti, ma di dozzine, addirittura di centinaia di miliardi.
Viviamo nella Svizzera dell'ancora.
La Svizzera è ancora considerata uno Stato liberale con imposte relativamente basse. In verità, dal 1990, nessun altro Paese industrializzato ha registrato un così marcato aumento delle aliquote fiscali.
Comparativamente abbiamo ancora un basso tasso di disoccupazione; tuttavia negli ultimi tempi tale tasso si è stabilizzato intorno al quattro per cento, vale a dire un tasso molto più elevato che in passato, ma che oggi è accettato come inevitabile.
Abbiamo ancora uno dei tassi d'occupazione fra i più elevati (intorno al 70%), ma tale tasso continua a diminuire. Sempre più persone, anche giovani, dipendono da prestazioni sociali e dall'assistenza, oppure beneficiano di una rendita AI, e grazie a tutti questi sussidi sono poco inclini a voler cambiare tale situazione.
Siamo ancora contenti di avere uno Stato sociale che funziona bene. Tuttavia questo Stato sociale si rivela sempre più come una costruzione asociale perché salassa le persone capaci e vive a credito. Questo principio socialista ingenera una mentalità che spinge le persone a pretendere dalla società invece che da sé stesse.
Siamo ancora considerati come uno Stato con un'elevata capacità e disponibilità all'integrazione. Ora però tale disponibilità è esaurita e il crescente malumore della popolazione nei confronti di un'immigrazione illimitata ha senz'altro i suoi motivi. Dal 1990 sono immigrate in Svizzera più o meno un milione di persone (per essere più precisi, 1,2 milioni di immigrati contro 800 000 emigrati nello stesso lasso di tempo). Percentualmente, più che nei classici Paesi d'immigrazione come il Canada o l'Australia. Il tasso d'occupazione dei nuovi immigrati è sceso drasticamente rispetto a quello delle loro precedenti generazioni (dal 1990 la percentuale degli immigrati esercitanti un'attività lucrativa è scesa dal 53% al 38%). Osserviamo viepiù un'immigrazione nel sistema sociale invece che nel mercato del lavoro - fatto appunto che è una conseguenza del nostro Stato fondato sul benessere. Una libera immigrazione può tuttavia funzionare soltanto in una libera economia di mercato. Se però gli immigranti sfociano in misura sproporzionata nella disoccupazione, nell'invalidità, nelle offerte pedagogiche speciali, nell'assistenza, una tale situazione rende più difficile la convivenza e la disponibilità ad aprirsi verso l'esterno.
Viviamo nella Svizzera dell'ancora.
La Svizzera è ancora formata da cittadini volonterosi e autoresponsabili che non chiedono l'aiuto dello Stato ogni volta che incontrano una difficoltà o devono fare uno sforzo. Ciononostante un socialismo strisciante ha pervaso il nostro Paese, forse un po' in ritardo, ma profondamente. Un vero e proprio programma di rieducazione ha fatto sì che all'improvviso le qualità imprenditoriali appaiano sospette. L'obbligo precipuo di un datore di lavoro, ovvero ricavare utili, è oggi criticato sul piano morale. Per quanto riguarda lo Stato, poi, il fatto è considerato completamente fuori luogo. Come imprenditore, ho sempre rivolto tutte le mie forze verso il conseguimento di utili. Lo sapevo: soltanto così posso garantire il futuro dell'impresa. Perché non dovrebbe essere vero anche per il nostro Paese? Lo sapevo: soltanto chi ha successo, crea nuovi posti di lavoro. Da quando sono consigliere federale mi rendo conto che gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti capaci, la cui azione è rivolta verso il conseguimento di utili, sono i veri "operatori sociali" del nostro Paese: perché provvedono a una sana crescita dell'economia privata e di conseguenza al benessere della comunità.
La Svizzera dell'ancora è osannata da un coro di misconoscitori della realtà adepti del consenso, mentre gli ammonitori si tengono ancora da parte e sono demonizzati. Se continuiamo ad accettare questo stato di cose, finiremo definitivamente in un vicolo cieco mentale ed economico. Il che significa: diminuzione del livello di vita per gran parte della popolazione. Il che significa: disoccupazione, stasi - appunto fallimento.
Il successo della Svizzera si fonda su un modello di Stato moderato con un'economia libera e prospera. Non esiste alcun motivo valido per voltare le spalle a questo modello! Semplicemente, negli ultimi anni, non siamo rimasti fedeli a noi stessi. Dovremmo di nuovo ricordarci del nostro retaggio liberale: solerzia e responsabilità individuale, concorrenza e mercati aperti, libera formazione dei prezzi e politica monetaria stabile, proprietà privata invece che ridistribuzione, e più libertà e meno Stato! Ve l'avevo già detto prima come imprenditore e parlamentare. Da quando sono consigliere federale, questo mio convincimento si è ancora rafforzato.
IV. Dallo Stato responsabilizzante a quello assistenziale
Individuiamo i problemi e non rifuggiamo dall'approfondirli.
Se una volta la Svizzera era considerata uno Stato esemplare, munito di una forte dose di responsabilità individuale, nel frattempo anch'essa si è trasformata in uno Stato assistenziale. Il mio giudizio può apparire esagerato, ma più siedo nel Consiglio federale, più documenti ho a disposizione, più la diagnosi si aggrava. Attualmente lo sperimento nel mio proprio Dipartimento, per esempio nella politica in materia d'asilo. Come si è arrivati a tal punto?
Nel dopoguerra il nostro Paese ha subito una metamorfosi, mutando da Stato responsabilizzante in Stato assistenziale. La forte crescita economica ha alimentato la chimera delle possibilità illimitate. Sin dagli anni settanta è stato un continuo istituire e ampliare di assicurazioni sociali a colpi di nuove prestazioni che di lì a poco avrebbero fatto lievitare a dismisura i costi. Basti pensare all'AI e all'assicurazione malattia. Soltanto oggi gli effetti di questo rapido potenziamento si manifestano in tutta la loro gravità.
Oggi tale potenziamento utopistico, che eccede di gran lunga le nostre capacità economiche, pone in bilico tutto lo Stato assistenziale: ne è la prova la pessima situazione finanziaria della Confederazione e di molti Cantoni. Il tono di fondo statalista, che regnava soprattutto negli anni ottanta e novanta, e che del resto non aveva contagiato soltanto i partiti di sinistra, ha fatto della Svizzera un sofisticato Stato fornitore di prestazioni, che illude i cittadini con il miraggio della presa a carico totale a costo zero. Per finanziare la strisciante nazionalizzazione, è stato necessario contrarre nuovi debiti di enorme entità: se nel 1990 l'indebitamento della Confederazione raggiungeva i 38,5 miliardi di franchi, nel 2003 erano già 123,7. E ci stiamo avvicinando alla soglia dei 150 miliardi, benché già nel 2001 tutti i Cantoni e l'85 per cento della popolazione abbiano approvato il freno all'indebitamento!
È incredibile come oggi si accetti di buon grado la crescente pressione fiscale che negli anni elettorali 1999 e 2003 aveva perlomeno sortito aspre controversie. Sorprende la noncuranza con cui si sopportano sviluppi del genere.
- I deficit miliardari accumulati anno dopo anno e che non accennano a diminuire? Accettati come fossero una legge della natura.
- Da tempo i crediti supplementari, i sorpassi di spesa e le pianificazioni non rispettate sono all'ordine del giorno.
- La reazione all'aumento record delle rendite AI è al massimo un'alzata di spalle.
- Il costo miliardario delle nostre relazioni con l'estero è sottratto a ogni discussione a suon di slogan tipo "apertura", "giustizia" e "solidarietà internazionale".
- L'impennata delle uscite prevista nei prossimi anni è in gran parte negata. C'è chi mette in giro la favola che lo Stato stia risparmiando, che stia riducendo le uscite, che stia stringendo la cinghia. Altri parlano di risparmi disastrosi e di smantellamento dello Stato. Ma io vi chiedo seriamente: dove sta risparmiando questo Stato? Sta forse riducendo le uscite rispetto agli anni precedenti? Qualcuno ha fatto circolare la voce che la Confederazione stia riducendo le uscite. E tutti giù a spappagallare. E a scopiazzare. Guardiamo in faccia la verità nuda e cruda: nei prossimi anni è preventivata una crescita delle uscite pari al 10 per cento. A dispetto di tutti i programmi di sgravio. Non c'è stata e non c'è riduzione delle uscite statali. Certo, si può provare a scongiurare ogni sforzo deplorando a titolo preventivo le conseguenze di una misura inesistente. Che le cerchie politiche interessate adoperino tale tattica fa parte dell'ordine del giorno e non è molto grave. Quando però il rifiuto di accettare la realtà contagia il Consiglio federale e la maggioranza dei parlamentari borghesi - ed è quel che sta accadendo - le decisioni sbagliate e la rovina sono inevitabili.
- Da cosa nasce questa noncuranza, questo rifiuto di accettare la realtà? Prendere atto dei problemi è un compito fastidioso e ingrato perché costringe ad agire. È più comodo far finta di niente. La politica dello struzzo potrebbe però essere dovuta anche ad altro che a un mero fatto di comodità. Che siano sempre di più coloro che cedono alle tentazioni dello Stato assistenziale? Anche negli strati professionali più elevati, ai piani alti della politica e dell'economia? Siamo forse arrivati al punto in cui le persone preferiscono pensare a come farsi mantenere dallo Stato, ossia dalla comunità, piuttosto che dare prova di responsabilità individuale, migliorando la propria vita e quella dei propri familiari e procurandosi da sé beni e servizi? È molto pericoloso penalizzare il successo e il rendimento assoggettandoli a imposte più elevate, per premiare nel contempo l'insuccesso e la pigrizia elargendo aiuti sociali.
V. Stato sociale e indebitamento
Signore e Signori, esiste una stretta correlazione tra conti statali e crescita economica. Chi vuole attaccare alla radice i problemi esistenti, deve scavare in profondità e chiamare le cose col loro nome. Facciamolo in due, tre settori sottaciuti particolarmente a lungo!
A tale proposito occorre rilevare che la crescita esponenziale della quota delle spese sociali è imputabile in primo luogo al potenziamento delle assicurazioni invalidità e malattie, ovvero all'aumento dei beneficiari della rendita d'invalidità e alla nuova legge sull'assicurazione contro le malattie. Nelle ultime settimane sono stati resi noti i più recenti dati sulla sanità pubblica:
Nel 1950, appena introdotta l'AVS, le spese sociali in Svizzera ammontavano a 1,5 miliardi di franchi. Fino al 1990 - prima che entrasse in vigore la nuova legge sull'assicurazione contro le malattie - le spese sociali erano salite a 63,2 miliardi di franchi. Ma il peggio doveva ancora arrivare: dodici anni più tardi, nel 2002, le spese erano raddoppiate raggiungendo ben 123 miliardi di franchi. La quota delle spese sociali in relazione al reddito nazionale (prodotto interno lordo) è passata da 19,3 (nel 1990) a 28,8 (nel 2002). Questi sono tassi di crescita che superano di gran lunga quelli conseguiti dall'economia, rincaro incluso. Alla luce di tali cifre, chiunque parli di "smantellamento dello stato sociale" ha perso ogni senso della realtà.
Tra le assicurazioni sociali oggi è soprattutto l'AI a gravare sulle finanze federali. Mi rallegro che i problemi legati all'AI siano infine discussi in un contesto più ampio, come pura dai media. È un buon inizio. Cominciamo dai fatti: se nel 1990 i beneficiari della rendita d'invalidità erano circa 160 000, nel 2003 erano oltre 280 000. Non sono aumentati soltanto in termini assoluti, ma anche in proporzione alla popolazione attiva, rispetto alla quale il loro tasso è più che raddoppiato dal 1990. Un uomo 64enne su cinque percepisce una rendita d'invalidità. Questo sviluppo allarmante si ripercuote anche sulla voce delle spese; infatti nel 1990 gli Svizzeri spendevano circa 4 miliardi di franchi per l'assicurazione invalidità, mentre oggi i miliardi sono circa 11 all'anno.
Dalla composizione della popolazione invalida si evince che sempre più spesso la rendita d'invalidità è concessa per motivi psichici (40% dei nuovi beneficiari). Una miriade di nuovi quadri clinici funge da espediente poco confutabile per accedere all'invalidità. Vi cito soltanto qualche esempio: fobia sociale, dipendenza da Internet, colesterolemia elevata, obesità, menopausa, reumatismi extra articolari, sindrome da intestino irritabile, disturbi del sonno, costipazione, sindrome da burnout, iperattività, ipersudorazione, sindrome da sradicamento, depressione psicosociale, tinnitus (acufene) o carenza vitaminica. Considerata tale vasta gamma di patologie, ogni cittadino diventa un potenziale nuovo beneficiario. Ognuno di Voi può certamente far valere uno di questi sintomi.
Altrettanto elevato è il numero di beneficiari AI che lamentano dolori alla testa o alla schiena o le conseguenze di un colpo di frusta. Salta all'occhio pure il numero particolarmente elevato di impiegati del settore pubblico dichiarati anzitempo inabili al lavoro. Pertanto l'argomento secondo il quale sia soprattutto l'economia privata a "liberarsi" dai lavoratori più deboli spingendoli nell'AI, non sta in piedi. Altrettanto non pertinente è l'affermazione secondo la quale il mercato del lavoro diventerebbe sempre più duro, con la conseguenza di creare sempre più invalidi. Ma allora come si spiega l'elevato tasso di beneficiari AI fra gli ex impiegati statali che non sono mai stati e non sono esposti al duro clima dell'economia privata?
Signore e Signori, sono argomenti spiacevoli, ma bisogna parlarne. Occorre finalmente il coraggio di guardare la realtà in faccia! Purtroppo anche il mondo politico ha la sua parte di persone che rappresentano interessi particolari, traendo vantaggio da tali problemi, dall'enorme business sociale, e che fanno il possibile affinché le entrate fiscali miliardarie continuino a fluire e a disperdersi nelle loro tasche.
VI. Qual è la posizione dell'economia?
Negli ultimi anni il mondo politico non ha fatto progressi nella politica finanziaria ed economica. Ma qual è la posizione dell'economia? In una democrazia diretta la voce dell'economia nelle questioni di politica finanziaria ed economica è decisiva. Ma dov'è questa voce? Nessun Consigliere federale ha l'impressione che l'economia lo metta alle strette per costringerlo a darsi da fare. Tanto meno si sente incalzato dalle associazioni economiche. L'idea di una buona politica regolamentare, fondamento principale di una piazza economica funzionante, sembra essere caduta nel dimenticatoio. Anzi, la condotta delle associazioni responsabili è in netto contrasto con il disappunto dei loro membri. Queste associazioni economiche producono splendidi e prolissi opuscoli, ricchi di illustrazioni colorate, che predicano l'equilibrio della politica in materia di entrate e di uscite. Tuttavia, appena si va al sodo, tutte queste belle parole vanno in fumo.
Ho pure l'impressione che, dopo la sconfitta subita nella votazione sul pacchetto fiscale e l'AVS, l'economia abbia perso il coraggio di battersi per i propri interessi. Alla Svizzera non serve un'economia che preferisce scendere a patti con il Parlamento, il Consiglio federale e i media al fine di ottenere maggioranze sicure per le nuove avventure di politica finanziaria e l'esoso attivismo di politica estera. Il vostro mandato primario è di provvedere a una buona politica economica.
Penso sia urgente che le imprese non si limitino a deplorare la carente politica regolamentare all'origine di imposte troppo elevate e di oneri sociali in continua ascesa, ma che comincino finalmente ad attuare una politica finanziaria ed economica credibile, soprattutto in termini reali e nel loro piccolo. Dovreste dare ai Consiglieri federali e ai parlamentari una dimostrazione continua di buona politica economica. In quanto rappresentanti dell'economia, dovreste sottoporre i vostri problemi a Palazzo federale. Noi a Palazzo lavoriamo in un laboratorio protetto. Veniamo a conoscenza della lotta quotidiana per la sopravvivenza, della concorrenza gravante su economia e industria soltanto attraverso le statistiche, i rapporti e i media, che spesso sono anche abbelliti. Voi lavorate a contatto più stretto con la realtà.
Come rappresentanti dell'economia dovreste anche consigliare i partiti, anzi credo che dovreste addirittura guidarli nella politica economica. Magari vi prenderanno per profeti nel deserto. Tuttavia, senza questi profeti nel deserto, presto la Svizzera sarà un deserto senza profeti! I partiti possono fare a meno degli "amici" legati in qualche modo al mondo economico e ansiosi di veder accolte le loro richieste particolari in politica. Ai partiti, ai governi e ai parlamenti servono ammonitori e voci che parlano a favore di tutta l'economia per il benessere del Paese e del popolo.
VII. Conclusione
Signore e Signori, la Svizzera è in grado di affrontare tali grandi sfide? Purtroppo non posso dare una risposta affermativa a questa domanda. Per farlo occorrono la denuncia inflessibile dei problemi e la volontà di affrontare tali compiti. Ecco a cosa dobbiamo lavorare. Fate la vostra parte perché gli abusi non vengano passati sotto silenzio.
Ultima modifica 01.04.2005