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Votazione del 26 settembre sulla LADI: tutti uniti a votare NO
Non passerà!
La revisione della Legge sull’assicurazione disoccupazione (LADI) è un attacco frontale a coloro che hanno perso il lavoro o che non lo trovano. Per respingere una proposta che calpesta il diritto delle persone che hanno bisogno di essere aiutate, occorre una grande mobilitazione di tutte le forze progressiste che compongono la società civile.
Mentre la crisi economica continua a fare sentire i suoi effetti sul mercato del lavoro, la maggioranza dei politici di destra di questo paese si ostina a guardare la realtà con gli occhiali deformanti di chi non vuole vedere. Se dovessimo seguire gli orientamenti di tale maggioranza, dovremmo versare 600 milioni di franchi in più in termini di contributi all’assicurazione contro la disoccupazione in cambio di che cosa? Ebbene, in cambio di una riduzione delle prestazioni di 600 milioni! Il motivo è sempre lo stesso: non ci sono abbastanza soldi.
Un regalo di 440 milioni di franchi ai manager? No grazie!
Più si guadagna, meno si contribuisce al finanziamento dell’assicurazione disoccupazione (AD): ecco la più grande vergogna di questo sistema che penalizza le fasce più vulnerabili. La percentuale versata all’AD, infatti, è la stessa per tutti fino a un reddito di 126 mila franchi e corrisponde al 2,2% del salario. Tra i 126 mila e i 315 mila franchi tale percentuale scende all’1%. Al di là di 315 mila franchi di reddito non si paga più nulla! Questo significa che chi guadagna 500 mila franchi verserà proporzionalmente la metà in meno di chi ha un salario normale. Con un reddito di 1 milione si paga addirittura 4 volte di meno! Questa incomprensibile generosità nei confronti dei salari più elevati equivale ad un regalo di 440 milioni di franchi all’anno ai grandi manager e ai redditi più elevati. Tutti soldi che sono sottratti alle casse dell’assicurazione contro la disoccupazione.
Questo significa che i manager e coloro che dispongono di redditi superiori – ovvero coloro che hanno provocato la crisi e hanno fatto perdere il lavoro a migliaia di persone – sono in realtà premiati con tassi di contributi più bassi. Se questa scandalosa disparità scomparisse e tutti contribuissero all’assicurazione contro la disoccupazione al tasso del 2,2% sull’intero salario, il deficit della assicurazione scomparirebbe e non sarebbe più necessario ridurre le prestazioni.
La domanda da porsi è la seguente: vogliamo continuare a premiare queste persone e continuare a punire coloro che hanno perso il lavoro? Assolutamente NO! Per questo è importante votare NO allo smantellamento dell’assicurazione contro la disoccupazione. Votare NO significa anche contestare gli assurdi regali ai baroni della finanza.
Ma come?
Meno di due anni fa la Confederazione non era forse disposta a sborsare 68 miliardi di franchi per salvare UBS? Le casse, insomma, non sono vuote per tutti. Intanto le banche sono tornate a ridistribuire bonus milionari ai loro dirigenti. Non si tratta di populismo o di demagogia: è una realtà scandalosa sotto gli occhi di tutti. Tanto più che non tutti pagano gli stessi contributi per l’assicurazione disoccupazione: più si guadagna, meno si paga. E questa è la più grande vergogna di questo sistema, che ogni anno regala ai manager 440 milioni (vedi articolo sotto).
Durante tutta l’estate l’Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa – che ha promosso la creazione di un comitato allargato che sia espressione di tutta la società civile e delle diverse sensibilità sindacali e politiche – sarà al fronte con un impegno a 360 gradi. La posta in palio è enorme: si tratta di difendere dai continui attacchi, i pilastri dello Stato sociale, prezioso collante della coesione nazionale. L’appello è dunque quello di manifestare apertamente il proprio sostegno alla campagna per il NO, aderendo al comitato, facendo sentire la propria voce, la propria indignazione. La nuova legge non passerà se saremo in tanti ad esprimere il nostro dissenso nelle urne. «No pasaran!», come recitava il motto delle forze antifasciste durante la guerra civile in Spagna.
Françoise Gehring