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C’è chi ne ha apprezzato l’indubbio talento nella gestione delle relazioni internazionali e chi invece l’avrebbe trascinato davanti al Tribunale dell’Aja
Un Mazzarino a stelle e strisce. Viene in mente un’analogia con il potentissimo cardinale, ministro e ascoltato consigliere di Luigi XIV, riflettendo sulla figura di Henry Kissinger: morto l’altro ieri centenario, dopo una vita da primattore della politica internazionale. Mazzarino o, se si preferisce, Metternich, ma anche Tayllerand, per dare un’idea del potere sottile ma non esente da durezze, esercitato per parecchi anni da questo americano nato in Baviera da famiglia israelita, costretta a fuggire oltreoceano nel 1938 a seguito delle persecuzioni razziali del Reich hitleriano.
Un potere, una lucidità e un’autorevolezza che nel luglio scorso, nonostante l’età, l’hanno portato in Cina a incontrare il presidente Xi Jinping. Il quale ha colto l’occasione per ricordare il suo ruolo nella normalizzazione delle relazioni sino-statunitensi. Il che avvenne nel febbraio del 1972, con lo storico incontro a Pechino tra Richard Nixon e Mao Zedong, al quale Kissinger, allora consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente americano, si prodigò con un efficace lavoro svolto dietro le quinte. Kissinger, da abile stratega, intuì che gli Stati Uniti potevano approfittare del gelo che allora era calato nei rapporti tra Unione Sovietica e Cina, per trovare una sponda a Pechino. Con Richard Nixon, quindi con il suo successore Gerald Ford, il Mazzarino venuto dalla Baviera fu pure Segretario di Stato. In questo ruolo contribuì, in modo determinante, alla fine della guerra del Vietnam. Un successo diplomatico che gli valse, nel 1973, il Premio Nobel per la pace. Un riconoscimento che da molti fu considerato alla stregua di uno schiaffo, se si considera che proprio Kissinger venne accusato di aver ordito l’11 settembre di quello stesso anno, in Cile, il golpe che rovesciò e uccise il presidente Salvador Allende, spianando la via alla dittatura di Augusto Pinochet.
La Casa Bianca, come avvenne successivamente con Ronald Reagan e lo scandalo Iran-Contra in Nicaragua, non tollerava la presenza comunista in quello che riteneva il proprio “cortile di casa”. Non a caso sempre Kissinger, nel 1976, mentre era Segretario di Stato di Gerald Ford, avallò la presa del potere dei militari in Argentina, i quali diedero vita a una feroce repressione durata fino al 1983. A chi gli fece presente che con Videla sarebbe scorso molto sangue, replicò con cinismo che “questo regime è nel nostro interesse e ha bisogno del nostro incoraggiamento”.
Insomma, un uomo dal doppio volto, con una spregiudicatezza e un pragmatismo degni del “Principe” di Machiavelli. C’è chi ne ha apprezzato l’indubbio talento nella gestione delle relazioni internazionali e chi, per contro, l’avrebbe volentieri trascinato davanti al Tribunale dell’Aja per la complicità con le dittature. Oriana Fallaci, con uno dei suoi giudizi sferzanti, lo definì “un’anguilla più ghiaccia del ghiaccio”. Il New York Times, dal canto suo, sottolineò la sua “capacità intellettuale intimidatoria”. Resta il fatto che, fino all’ultimo, le sue analisi sono state richieste e hanno fatto discutere. La Costituzione americana, considerata la sua nascita in Germania, gli ha impedito di coltivare velleità presidenziali. È, peraltro, la stessa costituzione che non impedirebbe a Donald Trump di candidarsi pure se fosse in carcere.