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ATTO PRIMO
L’immobilità regna all’inizio dell’opera: si svolge la cerimonia funebre di Euridice, sposa del cantore Orfeo. Questi, disteso a terra, interrompe la trenodia del coro (ispirata alla scena funebre dei Tindaridi di Traetta, e a quella del primo atto del Castor et Pollux di Rameau), invocando tre volte il nome della sposa. Dopo una danza, il coro è ripetuto, chiuso dal brano strumentale ascoltato come preludio: l’attenzione alla simmetria, alla costruzione bilanciata della scena, è una delle caratteristiche del modo di comporre di Gluck, concentrato non sul singolo brano ma sulla dimensione più ampia e unitaria dell’intero quadro scenico. In questo, come nei successivi episodi, troviamo realizzata musicalmente quella «nobile semplicità e quieta grandiosità» che negli stessi anni teorizzava, nello studio dell’arte classica, Johann Johachim Winckelmann (i Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura sono del 1755). Orfeo si rivolge alla sposa defunta nell’aria successiva, “Chiamo il mio ben così”, nella quale le tre strofe (Gluck conosceva bene la forma ternaria tipica della romance nell’ opéra-comique francese) sono separate da drammatici recitativi (accompagnati dall’orchestra, come avviene in tutta l’opera). Per ogni strofa, Gluck sceglie uno strumento concertante differente: flauti, corni, e poi corni inglesi. Appare Amore e annuncia che Giove, impietosito, permetterà a Orfeo di recarsi nell’Ade per placare con il canto le divinità infernali, in modo da ottenere Euridice, alla condizione che egli non si volti a guardarla durante il ritorno sulla terra, e non le riveli il divieto. Amore esorta Orfeo a rispettare tali condizioni in un’aria disinvolta, su ritmo di danza (“Gli sguardi trattieni”).
ATTO SECONDO
Alle porte dell’Ade, «al suono di orribile sinfonia, comincia il ballo delle Furie e degli Spettri, interrotto dalle armonie della lira d’Orfeo». L’orchestra si scinde in due gruppi timbrici: da una parte l’arpa e gli archi pizzicati, che accompagneranno il canto del protagonista, dall’altra l’orchestra piena, che rappresenta la musica infernale delle Furie. Il coro, su versi sdruccioli, ripete ossessivamente e omoritmicamente la stessa frase ritmica. Orfeo inizia a cantare, interrotto dalle grida isolate («No!») delle Furie. A poco a poco riesce a placarle e le porte dell’Ade gli vengono aperte. Gluck ha tradotto in musica la didascalia del libretto, con un effetto di ‘diminuendo’ che decanta la tensione armonica e ritmica precedente: «le Furie e gli Spettri cominciano a ritirarsi, e dileguandosi entro le scene, ripetono l’ultima strofa del coro; il quale, continuando sempre, frattanto che si allontanano, finisce in un confuso mormorio». Nella versione francese dell’opera, Gluck aggiunse a questo punto una danza delle Furie composta in precedenza per il Don Juan , alla quale si era forse ispirato per il coro che apre l’atto. Il quadro successivo si svolge nei campi Elisi. Orfeo contempla la bellezza che lo circonda: “Che puro ciel”, canta in un arioso in cui la voce declama sognante sull’orchestra, che ha funzione non di accompagnamento ma di pittura sonora in primo piano. Nell’orchestrazione gluckiana, infatti, il timbro assume spesso un valore autonomo, un’importanza sconosciuta ai compositori contemporanei. La scelta timbrica corrisponde a esigenze teatrali, poetiche: in questo brano, la melodia affidata all’oboe è accompagnata da un sussurro orchestrale di archi (terzine dei violini primi e pizzicati dei bassi), con brevi interventi alternati, a mo’ di eco, di violoncello e flauto solisti, a cui si aggiungono i trilli isolati dei violini secondi e le note tenute dal corno. In seguito, «da un coro di Eroine vien condotta Euridice vicino ad Orfeo, il quale, senza guardarla e con un atto di somma premura, la prende per mano e la conduce subito via. Séguita poi il ballo degli Eroi ed Eroine, e si ripiglia il canto del coro: supposto continuarsi sino a tanto che Orfeo ed Euridice siano affatto fuori dagli Elisi»: ormai abbiamo compreso come l’interesse per la dimensione della gestualità e per il balletto, ispirato alla severità del teatro greco, costituisca un’importante caratteristica strutturale del nuovo genere drammatico creato da Calzabigi e Gluck in antitesi alla tradizione dell’opera seria italiana.
ATTO TERZO
In una «oscura spelonca» infernale, Orfeo guida Euridice verso la luce. Ella comincia a porre domande sempre più incalzanti e Orfeo le risponde in modo evasivo, senza guardarla. Dopo un duetto, Euridice manifesta la sua passionalità in un’aria tripartita (“Che fiero momento”), e costringe il consorte a volgersi per guardarla. Euridice muore, perduta per sempre. Dopo un recitativo disperato, Orfeo intona “Che farò senza Euridice”, sublimando il proprio dolore nella melodia dell’aria strofica. Invocando la sposa, decide di togliersi la vita, ma interviene Amore: gli dèi, commossi, gli restituiranno Euridice. L’ultimo quadro celebra il lieto fine in un «magnifico tempio dedicato ad Amore», come in un vaudeville da opéra-comique,
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