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Vaaal propone un interessante argomento a favore non dell’esistenza di Dio, ma del credere nella sua esistenza. Un ragionamento che ricorda molto la famosa scommessa di Pascal:
Ritengo possa essere corretto giudicare l’evento “Credere nell’esistenza di Dio” tramite due parametri
Cred. Es. Dio: p(Ev)*Val(Ev)
e cioè la probabilità che Dio esista rapportata al valore che l’esistenza di Dio assume per noi stessi (Ev sta per Evento: esistenza di Dio). E’ ovvio che stiamo giudicando, in questo caso, non l’esistenza effettiva di Dio, ma stiamo valutando se noi dovremmo credere che esista.
C’è del marcio, in questo ragionamento. 1
Tanto per cominciare, se il valore che attribuisco all’esistenza di qualcosa è zero, non per questo non credo nella sua esistenza. L’esistenza dei calzini di Vaaal non ha alcuna importanza, per me, eppure sono convinto della loro esistenza. Inoltre, è altamente improbabile che uno sconosciuto abbia versato a mia insaputa un milione di euro sul mio conto corrente, ma l’esistenza di questo milione di euro sarebbe per me molto importante; non per questo, però, credo nell’esistenza di questo milione.
Ma il vero errore è un altro.
Vaaal separa il fatto dalla credenza di questo fatto, l’esistenza di Dio dal credere nell’esistenza di Dio. Essere o non essere 2 è questione diversa dal credere di essere. Questa operazione funziona alla perfezione per gli enunciati in terza persona.
Si tratta del famoso paradosso di Moore: posso affermare, “Ho un paio di scarpe marroni, ma Vaaal è convinto che siano nere”, mentre non ha senso affermare “Ho un paio di scarpe marroni ma sono convinto che siano nere”.
Per tornare a Dio: l’espressione “Dio non esiste, ma io credo che Dio esista” è sensata?
Il ragionamento di Vaaal è invece perfettamente corretto per quanto riguarda la valutazione di alternative diverse. È meglio una possibilità su due di vincere cento euro o la certezza di vincere cinquanta? Meglio depositare i propri risparmi in banca, avendo la certezza di un piccolo tasso di interesse, o investirli in borsa, guadagnando di più ma rischiando di perdere tutto?
Meglio credere in Dio, rinunciando sicuramente ad alcuni vantaggi mondani (per un cattolico: rinunciare a un’ora la settimana, niente carne il venerdì di quaresima, niente sesso prima del matrimonio e così via) per avere forse grandi vantaggi nel regno dei cieli, oppure meglio godersi la vita terrena, correndo il rischio di finire all’inferno? Ma in questo caso è la scelta ad essere influenzata dal valore delle alternative, non la probabilità del loro verificarsi (la percentuale di rischio degli investimenti rimane la stessa indipendentemente dalla cifra impegnata).
Oltretutto con Dio, o almeno con il Dio cristiano, questo calcolo non funziona: se uno si professa credente unicamente per i vantaggi nell’aldilà rischia di finire all’inferno!
Per quanto riguarda la fede, non ci sono calcoli che tengano: o si crede o non si crede.
- Che Vaaal non si offenda: ho recentemente visto l’Amleto a teatro, e certe espressioni rimangono.
- Vedi nota precedente.