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ATTO PRIMO
Il pifferaio Svanda riceve in casa sua, senza riconoscerlo, il celebre ladro gentiluomo Babinsky, il cui contrassegno ordinario è un polsino di camicia liso che lascia a mo’ di firma nei luoghi in cui passa per farsi poi riconoscere. Dorota lascia marito e ospite in conversazione, ma al ritorno trova solo un polsino liso; Svanda ha seguito Babinsky nel paese della regina triste che, rallegrata dal suono della cornamusa, chiede al giovane di sposarla. I due si sono appena scambiati un bacio quando sopraggiunge Dorota; irritata dall’improvvisa riluttanza di Svanda a celebrare le nozze, la regina lo condanna a morte, ma l’intervento di Babinsky strappa fortunosamente il giovane al suo destino. Di fronte ai rimproveri di Dorota, Svanda giura («Mi portasse il diavolo se mento!») di non aver baciato la regina; nello stesso istante una voragine si apre ai suoi piedi, facendolo sprofondare all’inferno.
ATTO SECONDO
All’inferno. Il diavolo è affranto: nessun argomento riesce a distogliere Svanda dalla sua nostalgia per Dorota e a farlo suonare. Alla fine il diavolo fa sottoscrivere al nuovo ospite un contratto in cambio del quale riavrà Dorota; Svanda firma senza nemmeno leggere e si trova ad aver venduto l’anima al diavolo, situazione che lo obbliga a suonare per il nuovo padrone. Compare Babinsky, che sfida il diavolo a una partita a carte in cui riesce a barare meglio del rivale; visto che la posta in gioco era l’anima di Svanda, questi può tornare sulla terra, da Dorota, non senza aver concesso ai poveri diavoli, annoiatissimi, il piacere inconsueto di una suonatina.