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Cristiane Brunner, un’icona della politica femminile degli anni Novanta, lascia la presidenza del Partito socialista dopo soli tre anni e un bilancio controverso.
Donna di sinistra, sindacalista, mancata consigliera federale, la Brunner è una figura importante della politica elvetica.
Per alcuni Christiane Brunner è stata un’icona, per altri ha dimostrato invece poca dimestichezza dirigenziale e forza tattica alla guida del Partito socialista.
Ma certo, la donna che ha riempito le piazze a inizio anni Novanta, è riuscita a ricompattare le fila del suo partito negli ultimi tre anni, riportando la sinistra elvetica sulla via del successo nelle elezioni di ottobre.
Alla testa del partito
L'ex presidente del Sindacato dell'industria, della costruzione e dei servizi (FLMO) venne eletta alla testa del PS dal congresso del partito il 15 ottobre 2000 a Lugano, in sostituzione della dimissionaria Ursula Koch, che aveva gettato la spugna invocando motivi di salute, dopo un mandato caratterizzato da conflitti interni. La missione principale affidata a Christiane Brunner era di ricucire gli strappi e di riportare il partito ad occuparsi delle questioni di fondo.
Già al momento della sua elezione c’era chi osava dubitare della correttezza della scelta. All’alba della sua elezione aveva confidato di essere «stanca» delle lotte logoranti della politica. Ma oggi il partito è sicuramente più forte e unito.
Il partito si è anche ripreso sul piano elettorale, dopo le pesanti perdite subite a livello di cantoni e comuni, in particolare nel 2001. Nelle elezioni federali di quest'anno i socialisti sono leggermente avanzati, guadagnando un seggio al Nazionale e tre agli Stati.
«Effetto Brunner»
Con Christiane Brunner si ritira dai riflettori una figura di spicco della sinistra elvetica. Nata in una famiglia di condizioni modeste nel 1947, ha studiato legge e da subito ha trovato nel sindacalismo una patria politica. Dal 1992 al 2000 è stata presidente del FMLO e dal 1994 al 1998 ha condiviso con Vasco Pedrina la presidenza dell’Unione sindacale svizzera.
Nel 1976 è entrata a far parte del Partito socialista della sua città, Ginevra. La sua carriera nelle istituzioni è iniziata con la nomina nel gran consiglio cantonale. Nel 1991 c’è stato il passo al Consiglio nazionale.
Donna, madre e lavoratrice, ha rappresentato per anni un modello di vita nuovo che infrangeva i canoni della famiglia classica. E il suo successo sociale più importante è legato allo sciopero delle donne del 1991, una giornata dedicata all’emancipazione.
In quell’occasione centinaia di migliaia di donne si fermano a vent’anni esatti dall’introduzione del diritto di voto femminile. Al centro della protesta c’erano le disparità ancora presenti fra i sessi.
Due anni dopo, segue l’attacco al bastione maschile ormai secolare: il suo partito la propone quale candidata al governo. La maggioranza borghese elegge un altro candidato, il neocastellano Francis Mathey. A furor di popolo – oltre 20'000 dimostranti erano scesi davanti a Palazzo federale per sostenere la candidatura femminile – fu eletta al suo posto la sua «gemella politica» Ruth Dreifuss. Per la maggioranza borghese era ormai una persona non grata.
Negli anni seguenti il numero di donne elette in tutti i legislativi svizzeri è aumentato considerevolmente. Questa nuova ondata di partecipazione è stata appunto chiamata «effetto Brunner».
Oltre lo zenit
L’annuncio delle sue dimissioni è arrivato immediatamente dopo i due appuntamenti autunnali. Sembra sia proprio stata l’elezione del Consiglio federale il 10 dicembre ad aver fatto maturare la decisione.
Il successo elettorale del suo partito è coinciso infatti con un’avanzata ancora più importante dell’UDC. Questo ha portato al mutamento della formula di governo con l'espulsione di Ruth Metzler e la disfatta della candidata radicale Christine Beerli. Davvero un'amara conclusione dell’anno elettorale per il PS e per Christiane Brunner.
La presidente socialista aveva evocato la possibilità di sostituire un consigliere federale PPD con un UDC, ma le sue dichiarazioni non hanno suscitato reazioni unanimi all'interno del partito. E la strategia non ha portato al successo dello scorso anno, quando la ginevrina era riuscita a far eleggere Micheline Calmy-Rey in governo, al posto della dimissionaria Ruth Dreifuss, grazie a una strategia ben studiata.
Reazioni
L’annuncio delle dimissioni non ha peraltro sorpreso i presidenti degli altri partiti. Il principale oppositore politico, il presidente dell’Unione democratica di centro Ueli Maurer, ha lodato la sua capacità, ma ha al contempo aggiunto di averla vista «stanca e poco motivata» negli ultimi mesi.
Anche il Partito democratico cristiano e i liberali hanno lodato la figura, sottolineando però che adesso il partito dovrà cercare una nuova personalità che oltre alle doti conciliatorie porti anche un bagaglio programmatico nuovo.
swissinfo e agenzie
In breve
Christiane Brunner si dimette dalla presidenza del Partito socialista svizzero (PS): la 56enne consigliera agli Stati ginevrina, che era in carica da poco più di tre anni, lo ha annunciato venerdì in una conferenza stampa.
Il successore sarà designato il 6 marzo dal congresso straordinario del partito a Basilea. Rimane invece consigliera agli Stati del canton Ginevra.