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La crisi del 1929 e la nostra crisi
26.10.2012
di Fabio Minazzi
Il 29 ottobre del 1929, nel pieno di un’atmosfera di diffusa euforia economica, dovuta alla crescita, senza precedenti, della produzione agricola ed industriale internazionale, improvvisamente crolla la Borsa di New York e si apre una periodo di lunga depressione. Negli Stati Unititi falliscono 640 banche e decine di migliaia di risparmiatori finiscono sul lastrico. Ma la crisi ben presto dilaga in tutti gli altri paesi occidentali e in tutti i paesi occidentali la manifestazione della crisi fu pressoché analoga: ribasso dei prezzi, crollo delle quotazioni nelle borse (25% negli Stati Uniti e 50% in Francia), riduzione della produzione industriale; moltiplicazione della manodopera disoccupata e dei fallimenti; drastica riduzione degli scambi internazionali (ridotti dell’80%); vendita sottocosto dei prodotti.
Questa crisi non era superficiale o passeggera, ma costituiva, di per sé, la crisi di un intero sistema economico, industriale ed agricolo. Inizialmente furono introdotti dei correttivi affidandosi a misure di ordine monetario (controllo dei cambi, abbandono della convertibilità delle monete in oro) ed economico (sovvenzioni, ampliamento delle scorte, distruzione di beni invenduti, etc.). Ma tutte queste misure furono palliativi, giacché la natura della crisi richiedeva profonde trasformazioni delle strutture economiche: la crisi del 1929 non fu infatti una crisi ciclica, ma una crisi che intaccò la natura stessa dell’economia capitalistica. Di fronte alla sua virulenza, a parte vari tentativi di collaborazione internazionale che fallirono tutti, i vari stati reagirono in modo autarchico, dando vita a grandi lavori pubblici e perseguendo una politica degli armamenti. In tal modo la crisi del 1929 pose le basi per il successivo scoppio della seconda guerra mondiale, determinando non solo la creazione di alcuni blocchi monetari - che ruotavano intorno all’area del dollaro (Stati Uniti), a quella della sterlina (Inghilterra) e dell’oro (Francia) – ma indebolendo anche le democrazie di fronte alla dittatura che in Germania giunse al potere proprio grazie alla depressione economica. D’altra parte la crisi del 1929, grazie alla sua radicalità, provocò anche una svolta decisiva nell’evoluzione dell’economia capitalistica. Il NewDeal di Roosvelt e le riflessioni economiche di Keynes consentirono di capire i limiti di un’economia liberale che fu sostituita da un’economia caratterizzata dall’intervento dello stato nei vari settori della produzione, nonché dall’incremento delle retribuzioni dei dipendenti, onde poter formare il mercato interno dei consumi.
La crisi del ’29 fu dunque, in primo luogo, un’occasione per ripensare la struttura economica di un capitalismo che aveva fatto il suo tempo e il quale, per continuare a vivere, ha dovuto subire una metamorfosi radicale. In secondo luogo, la crisi del ’29 costituì un’occasione propizia per trasformare la struttura delle società occidentali: si è reagito alla crisi trovando una nuova strada di crescita, trasformando una difficoltà in una opportunità di sviluppo. In terzo luogo, per noi che stiamo vivendo un momento di crisi, l’esperienza del ’29 ci ricorda che la nostra storia ha già attraversato molti altri momenti di crisi, alcuni dei quali assai peggiori e anche drammatici. Quindi non bisogna farsi paralizzare dalla crisi, ma, al contrario, occorre, saper analizzare criticamente, con lucidità, le inquietudini dell’ora presente, onde poter individuare le certezze e le nuove strategie che ci aiuteranno ad uscire anche da questa crisi. Come insegnava Vico nel Seicento, l’uomo è tale proprio perché con il suo pensiero è capace di trasformare le difficoltà in un’opportunità. Certamente non è facile, ma proprio questa è la sfida che l’intelligenza pone a chi voglia riflettere, ragionare e reagire, senza mai farsi travolgere passivamente dalla crisi.
26.10.2012