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Feuersnot di Richard Strauss (1864-1949)
libretto di Ernst von Wolzogen
Poema cantato in un atto
Prima:
Dresda, Königliches Opernhaus, 21 novembre 1901
Personaggi:
Schweiker von Gundelfinken, burgravio (T); Ortolf Sentlinger, borgomastro (B); Dietmut, sua figlia (S); Elsbeth (Ms), Wigelis (A) e Margret (S), sue compagne d’infanzia; Kunrad, livellatore (Bar); Jörg Pöschel, oste (B); Hämerlein, merciaio (Bar); Kofel, fabbro (B); Kunz Gilgenstock, fornaio e birraio (B); Ortlieb Tulbeck, mastro bottaio (T); Ursula, sua moglie (A); Ruger Aspeck, vasaio (T); Walpurg, sua moglie (S); cittadini e cittadine, uomini al servizio del burgravio, bambini
Il nucleo della vicenda, con la vignetta boccaccesca dell’amante sospeso in un cesto a mezz’aria e additato al pubblico ludibrio, risale ad antiche novelle medievali. Proprio da un Volksbuch edito nel 1843 Strauss venne a conoscenza di questo soggetto, di cui parlò occasionalmente a Ernst von Wolzogen durante una serata trascorsa insieme. Qualche tempo dopo, sotto la profonda impressione riportata dall’ascolto di Also sprach Zarathustra , Wolzogen scrisse a Strauss sollecitando una sua collaborazione proprio su questo canovaccio: l’azione si sarebbe dovuta svolgere a Monaco durante la festa di San Giovanni e il linguaggio si sarebbe tinto di vernacolo, come accadrà ancora dieci anni più tardi per il Rosenkavalier .
Nella cornice spaziale ben definita della Sendlingerstrasse di Monaco, ma in epoca imprecisata, i bambini passano di casa in casa a chiedere legna per i tradizionali fuochi della notte di San Giovanni; mentre Dietmut e le sue amiche cantano e offrono doni ai piccoli, esce da un’abitazione abbandonata il giovane Kunrad che, scherzando, fa credere ai bambini di essere un mago. Kunrad è innamorato di Dietmut e la bacia sotto gli occhi delle altre ragazze; punta sul vivo, Dietmut decide di farlo pentire dell’impertinenza e per dispetto rifiuta di partecipare alla festa. Mentre è sola nella sua cameretta, e già si rammarica del suo colpo di testa, sopraggiunge nuovamente Kunrad. Dietmut finge di assecondare le sue ardenti profferte e gli cala un cesto, in cui fiducioso il giovane si infila pensando di venire issato fino alla finestra dell’amata. Scatta invece la ripicca di Dietmut, che lascia penzolare il cesto a metà strada, esponendo Kunrad ai frizzi dei monacensi che accorrono per godersi lo spettacolo. Furibondo, Kunrad maledice l’insensibilità degli abitanti di Monaco e, con un sortilegio, spegne tutti i fuochi di San Giovanni. Al solo chiarore della luna, Kunrad improvvisa un nutrito fervorino, concludendo col dire che le luci potranno riaccendersi solo se nei cuori si accenderà il vero amore; biasimata dagli onesti e spaventatissimi monacensi, e in cuor suo pentita per la propria durezza, Dietmut accetta di accogliere Kunrad nella propria stanza, mentre i concittadini, tornata la luce, riprendono la festa con rinnovata allegria.
In Feuersnot Strauss inserisce una sentita vis polemica contro quella Monaco che lo aveva osteggiato ai suoi esordi: già in Till Eulenspiegel era manifesto l’intento derisorio verso la borghesia ottusa e filistea, e Ein Heldenleben contiene una sezione in cui si sbeffeggia la saccenza professorale dei critici. L’infuocato sermone di Kunrad ai monacensi riassume i motivi della ruggine esistente fra Strauss e la sua città, che naturalmente da questa pubblica parodia trasse nuovi argomenti per irrigidirsi nei confronti del compositore. I ‘fuochi di San Giovanni’ assurgono a elemento simbolico e, se da un lato offrono lo spunto per una strumentazione piena di trovate e di brio, dall’altro si configurano come pendant visivo della ‘fiamma interiore’ necessaria sia alla vita affettiva sia all’ispirazione artistica. Lo sfavillio con cui, fin dalle battute di esordio, crepitano in orchestra trilli e figurazioni nervose e scattanti, inoltre, si addice nel migliore dei modi all’atmosfera notturna da cui la vicenda è avvolta. Sembra di avvertire tremolii di stelle e pallori lunari; e con i fregi dell’ottavino che avviluppano in segni cabalistici l’incantesimo operato da Kunrad, penetra nell’opera una freddezza glaciale, vero sinonimo della ‘Feuersnot’, la penuria di fuoco. Il trattamento riservato ai cori è esemplare, a cominciare da quello di fanciulli che apre l’opera in un clima di trasparenza birichina, confermato dalla leggiadria del terzetto civettuolo di giovinette; splendida è anche la stupefatta pietrificazione dell’ ensemble , sussurrato nel momento in cui la città piomba nel buio. Wagner è ancora presente, ma in citazioni episodiche, da cui si indovina un congedo sofferto quanto ormai prossimo: nel sermone di Kunrad interviene il tema del Walhalla, mentre il duetto “Mitsommernacht! Wonnige Wacht!” è, persino dal punto di vista verbale, un calco disinvolto e provocatorio del Tristan ; già nella parte iniziale dell’opera, quando il bottaio racconta la leggenda della casa disabitata, infestata tempo addietro da un temibile gigante, viene testualmente inserito il tema di Fafner. Quest’ultima citazione sboccia però nel clima festosamente folcloristico che domina l’opera, dal momento che si sovrappone a un antico canto popolare di Monaco: fa sempre capolino un quid ironico, destinato a scomparire nei due successivi lavori ‘espressionistici’, ma richiamato in vita a partire dal Rosenkavalier . Il personaggio di Kunrad introduce nella freschezza popolaresca della partitura una reviviscenza di toni wagneriani, abilmente miscelati con il piglio ardito che aveva già connotato Don Giovanni e che dieci anni più tardi sarebbe valso a designare Octavian.e.f.