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Sono, ogni anno, nell'ordine di milioni di persone. Fuggono dalle loro terre, in varie regioni del mondo, dopo le devastazioni provocate da eventi naturali - come uragani, alluvioni e desertificazioni - il cui impatto è alimentato dagli effetti dei mutamenti climatici. Molti riescono magari a reinsediarsi nelle terre d'origine. In certi casi però il livello delle distruzioni è tale da obbligare la gente a cercare un rifugio e un avvenire altrove. Queste persone, ridotte allo stato di profughi dalla furia degli elementi, e costrette a migrare verso altri paesi, vengono ormai identificate con il termine di rifugiati climatici: una categoria di profughi, evidenziata da tempo negli studi legati alle dinamiche migratorie.
In Svizzera uno specialista in materia è certamente Etienne Piguet, docente all'Università di Neuchâtel e attuale vicepresidente della Commissione federale della migrazione (CFM). Si ritiene che la portata del fenomeno - ci spiega - sia stata tale da concernere negli ultimi anni circa 20 milioni di persone. Attualmente queste migrazioni "sono prodotte da eventi assai brutali come uragani ma anche terremoti, che non sono certo causati dal clima ma ovviamente determinano anch'essi spostamenti " di numerose persone, alimentando in tal modo le dimensioni complessive del problema.
Fra le aree del globo più esposte, Piguet cita in particolare le regioni equatoriali e il sud-est asiatico. Fra le insidie sul lungo termine, da ricondurre decisamente ai mutamenti climatici, figura quindi la temuta elevazione del livello dei mari. "Quando si manifestano fenomeni molto bruschi, le persone possono spesso in seguito rientrare nelle loro terre. Ma in presenza di fenomeni come l'innalzamento del livello dei mari, la gente è costretta ad andarsene per molto più tempo o anche per tutta la vita", osserva Piguet, che è anche collaboratore del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti del clima (IPCC).
Si tratta di una problematica sempre più d'attualità. Eppure, come sottolinea Piguet, la comunità internazionale non attribuisce ancora a questa categoria di rifugiati uno status e forme di tutela come quelle ad esempio vigenti, ormai da numerosi decenni, per i rifugiati politici.
Nonostante le loro condizioni di assoluta precarietà, non esiste quindi per i rifugiati climatici una definizione normativa e in tal modo vincolante. Quali sono allora gli ostacoli sulla via della introduzione di uno status, per i rifugiati climatici, internazionalmente condiviso?
Ci sono tuttavia sforzi, in questa direzione, ai quali contribuisce segnatamente la Svizzera. È stata infatti la Confederazione, insieme alla Norvegia, a promuovere la cosiddetta "iniziativa Nansen", con l'obiettivo di affrontare le lacune normative sulla protezione dei rifugiati all'estero a seguito di catastrofi naturali.
Proprio ieri, lunedì, il ministro degli esteri Didier Burkhalter ha aperto a Ginevra i lavori di una conferenza volta a elaborare una serie di raccomandazioni in materia e un piano d'azione. Presenti i rappresentanti di quasi 85 Stati. Un processo di consultazione internazionale, inaugurato dalla Svizzera, sul quale Etienne Piguet si esprime così.
Secondo Piguet il contributo della Svizzera - unitamente all'impegno per un riconoscimento dei rifugiati climatici - può quindi estendersi con efficacia ad un altro fondamentale ambito: i progetti di assistenza allo sviluppo, per le regioni del mondo esposte, nei quali devono ormai trovare un'adeguata collocazione gli effetti dei mutamenti climatici. Una problematica veramente globale.
Alex Ricordi
- RG 12.30 del 07.10.15: il servizio di Mattia Serena