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All’arrivo della tappa lunga, durata 65km, avevo le lacrime agli occhi. Non per la gioia ma per la consapevolezza di aver perso la prima posizione e la gara. Akbar, soprannominato “Zorro” amichevolmente per i suoi baffi e la “Z” che portava come logo sulla canottiera da gara gialla, mi aveva dato 40 minuti, sufficienti a costringermi ad inseguirlo durante l’ultima tappa di 35km e a dover recuperare 20 minuti di distacco.
Le prime tre tappe infatti, avevano mostrato la mia capacità a gestire il vantaggio verso gli altri, anche se Akbar guadagnava sempre qualche minuto. “Tanto nel tappone lo batterò, perché prima o poi crollerà” dicevo fra me e me. Purtroppo però, non è mai crollato. Ha corso ancora più forte di me e non ha mai mollato, meritandosi decisamente la vittoria.
Alla fin dei conti quindi, non ero più triste. Paolo, il mio allenatore che ha anche organizzato questa bellissima gara, mi ha detto che era fiero di me, che avevo corso come un campione. Le sue parole e quello che stavo per scoprire, mi hanno rinvigorito.
L’ultimo giorno a Tehran, aspettando il volo di rientro per Milano, abbiamo scoperto qualcosa di incredibile su Akbar: correndo la maratona di Shiraz (città iraniana), ha chiuso la competizione sventolando la bandiera americana in segno di protesta verso la proibizione dell Repubblica Islamica nel permettere a corridori americani di gareggiare. Akbar è scomparso per una settimana e la sua famiglia, da allora, non gli ha più concesso di gareggiare. Ecco perché, in una casa di Tehran, sono esibite le sue medaglie. Se ne prende cura Mahsood, la prima donna ad avere il coraggio di correre una maratona in Iran (proibito alle donne). “Ma ora Akbar ha vinto. Ha riscattato il suo onore diventando un eroe e quindi potrà tornare a gareggiare, onorando la sua famiglia”. Il ritorno al suo villaggio, vicino alla città di Tabriz, sarà festeggiato sicuramente. Perciò dico: SONO FELICE DI ESSERE SECONDO PER AVER PERMESSO AD UNA PERSONA DI GUADAGNARSI LA LIBERTà DI VIVERE E DI FARE CIÒ CHE AMA, CORRERE.
La storia di Akbar mi fa partire dall’Iran con il sorriso sulle labbra. Per me sarebbe stata una vittoria sportiva, ma per lui è stata una vittoria per la vita, per non nascondersi più. E quindi: EVVIVA AKBAR!
Purtroppo, durante la settimana le comunicazioni sono state sempre poche. Non si è riusciti a mandare messaggi di aggiornamento. La gara è stata strabiliante, l’organizzazione ottima. Paolo Barghini è rimasto solo ed si è fatto in 4 per fare di questa competizione un successo.
La prima tappa è stata molto dura. La partenza è avvenuta da un caravanserraglio, usato nei secoli precedenti come sosta per le carovane che attraversavano il deserto sulla via della seta. Da lì si entrava nel deserto vero e proprio, lasciando ogni segno di civilità. Il vento contrario ha messo allo stremo tutti, facendo diventare l’acqua poca e rallentando il passo. Akbar è crollato e Davide, il primo della gara, ha tagliato il traguardo 15 minuti prima di me. Ho sofferto molto, arrivando con crampi e mezzo disidratato. La pipì, segno d’idratazione, l’ho fatta solo il giorno seguente, per rendere l’idea della difficoltà. I 37km sono stati difficili ma mi hanno permesso di guadagnare 30 minuti sul corridore iraniano.
Il giorno seguente, su un tracciato di 30km, Akbar è andato come una scheggia sin dall’inizio e io sono rimasto sempre ad inseguirlo. Alla fine, ci ho messo poco più di 3 ore a terminare la tappa. Una ritmo decisamente alto per le temperature e le condizioni del deserto. Akbar mi ha preceduto di soli 7 minuti.
La terza tappa poi è stata davvero tecnica. Fango salato e quindi indurito, sabbia morbida e temperature elevate. All’inizio l’ascesa al Gandom Beryan, il famoso plateau dove si registrano ogni anno le temperature più elevate al mondo (più di 70C°, per fortuna era mattina e faceva fresco). La salita è stata veloce ma molto impervia, così come la discesa. Dopo aver attraversato un fiume di acqua salata (simile al Mar Morto), la gara si è velocizzata fino al CP1. Da quel momento il terreno è diventato difficile ma Akbar, ancora una volta non ha dato segni di cedimento. Poi, dal CP3 fino al caravanserraglio Nader, dove avremmo dovuto passare la notte, Akbar ha rallentato un po’, lasciandomi recuperare 5 minuti. Sono entrato nel campo 5 minuti dopo di lui, mantenendo il controllo della prima posizione. Davide intanto è crollato, entrando un’ora dopo e lasciando Akbar e me al comando da soli per la sfida finale.
La tappa lunga inizia presto, alle 5 del mattino. La notte sovrasta ancora il deserto. Le pile frontali illuminano la partenza. “Partire piano e tenere il ritmo” questa è la mia tattica. L’unica possibilità, vedendo che Akbar è più veloce di me, è che crolli con il tempo. Lasciarlo cuocere e poi attaccarlo. Non ho altra scelta. Stare al suo ritmo significherebbe lasciarlo giocare e crollare. Non me lo posso permettere. Siamo partiti, io al comando. Dietro di me un gruppo di 4 runner che cercano di tenere il ritmo. Poi, sempre di meno. Alcuni cedono altri accelerano. Akbar parte con un altro corridore e staccano il gruppo. Io rimango al mio ritmo per evitare di fare il botto. Il sole intanto comincia a comparire dietro le rocce e a mostrare la bellezza del canyon che stiamo attraversando. Formazioni rocciose incredibili con un lenzuolo di sabbia che al solo vedere sembra innocuo, ma che sfianca i polpacci. Per evitare di correre sul morbido, cerchiamo di prendere le dunette indurite, ma molto irregolari, che mettono a dura prova le ginocchia. Dopo il CP3 anche il calore aumenta. 30km dei 65 sono andati. 3h30 di corsa e ormai il sole vuole mostrarsi, entrare in corsa e diventare un avversario. Il calore aumenta quindi subito, anche se sono solo le 9 del mattino. Akbar è partito, non lo vedo nemmeno in lontananza. Dopo il CP4, oramai, so che è passato più di mezz’ora prima di me. Sono deluso, ma non abbattuto. Mi rialzo, batto la mano sul tavolo e dico: “così no, combatti!”. Parto alla carica, ora o mai più. Gli ultimi 20km sono duri. Il canyon sembra non finire mai e soprattutto nessuna traccia di Akbar. Non vuole crollare. Io continuo imperterrito a correre, ad inseguire, non mi fermo mai. Il caldo e la sabbia mi sfiancano ma so che non posso arrendermi. Finalmente il CP6, ultima postazione prima della fine, a soli 5 km. Uscito da lì, una salita. All’orizzonte, la fine del Canyon e degli alberi. “Sarà là il campo?” dico fra me e me. No, infatti, tipica illusione del deserto. Le piante sanciscono la fine del canyon ma non l’arrivo. Attraverso ancora dei fiumi prima di entrare in una specie di giungla fatta di sabbia e alberi, quando finalmente scorgo le bandiere del campo. È finita. Sono felice e rammaricato per non essere riuscito nel mio intento. Akbar non è crollato e la vittoria è sua. Sarà dura recuperare negli ultimi 35km.
Dopo il giorno di riposo, passato sotto la tenda per via del caldo torrido (sudare era dir poco), c’è stata l’ultima tappa cronometrata. Io inseguivo Akbar di 20 minuti. Ancora una volta, l’unica chance era che crollasse. Durante la tappa lunga si era creata sotto la sua pianta del piede una piaga, facendolo zoppicare. ma anche questo non l’ha fermato. La tappa era caratterizzata da dune e salita. Ma ancora veloce. Parto quindi in tromba, senza mezzi termini. Devo vincere. Le dune di 10 metri sembrano piatte per come le attraversiamo e per i primi 10 chilometri il nostro è un vero e proprio testa a testa. Nessuno molla. Poi, prima del CP1, Akbar aumenta. Per essere più veloce al CP prendo la bottiglia d’acqua che mi spetta e parto in volata senza riempire le borracce. Vedo l’iraniano in lontananza che fatica. “Ora lo recupero” dico. Ma lui non molla. Alla fine aumenta e mi stacca. So che non mollerà fino alla fine e so che mi spetterà definitivamente il secondo posto. Ma continuo a spingere. Termino la tappa in 3h12′, appena 10′ minuti dopo di lui. Ci abbracciamo e gli stringo la mano. Ha vinto giocandosela da campione, non mollando mai. Ha meritato. Io invece sono triste all’inizio. L’avevo tanto sognata la mia prima vittoria. Ma nulla. Non è ancora il mio momento, ma sono sicuro che arriverà.
Volevo ringraziare i migliori compagni di tenda e di corsa, che mi hanno fatto passare una settimana incredibile. a Giuseppe, Danilo, Alessandro, Alister e Davide. Tante risate insieme a Paolo. Grazie anche ad Aron per aver fatto un ottimo lavoro di cameraman… e poi… chi lo dice che in Iran non si possa essere fotografati con le donne? haha