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Domenica gli svizzeri voteranno sulle iniziative popolari "per imprese responsabili" e "contro il commercio di materiale bellico". Il voto giunge dopo una campagna singolare e particolarmente aggressiva.Questo contenuto è stato pubblicato il 28 novembre 2020 - 11:00
La campagna sull'iniziativa "per imprese responsabili" si distingue chiaramente in un panorama politico svizzero generalmente placido e prevedibile. In primo luogo, è iniziata più di due anni fa, mentre di solito i sostenitori e gli oppositori si impegnano a fondo in una campagna solo pochi mesi prima del voto.
Poi è stata caratterizzata dalla massiccia distribuzione di striscioni e bandiere arancioni comparse su davanzali e balconi di tutto il paese. Un'occasione per coinvolgere i cittadini e creare una sorta di "comunità" attorno alla causa difesa dall'iniziativa, una strategia ancora rara in Svizzera.
Infine, gli attacchi da entrambe le parti sono stati insolitamente intensi: alcuni sono stati diffamati per i fotomontaggi sui loro manifesti e la distribuzione di articoli di giornale senza il permesso dei media interessati, mentre altri sono stati criticati per le notevoli risorse investite nella campagna e per gli stretti rapporti con il governo del Burkina Faso. Il 29 novembre il ministro del commercio burkinabé si è addirittura recato in Svizzera per difendere il "no".
L'iniziativa popolare "per imprese responsabili" è stata lanciata da diverse organizzazioni non governative (ONG) e partiti di sinistra. Il comitato promotore è guidato dall'ex senatore liberale radicale Dick Marty, che ha acquisito notorietà internazionale grazie alle sue indagini sulle prigioni segrete della CIA o alla denuncia del traffico di organi in Kosovo.
Responsabilità delle imprese svizzere che operano all'estero
Il testo chiede alle aziende svizzere di rispettare i diritti umani e gli standard ambientali internazionali anche all'estero. Ciò significa che le persone o le organizzazioni che ritengono che la filiale di un'azienda svizzera abbia causato un danno nel loro paese potrebbero intentare un'azione civile per danni in Svizzera, dove si trova la sede centrale della società.
Le aziende dovrebbero inoltre esercitare la dovuta diligenza per prevenire possibili abusi ambientali e dei diritti umani nella loro filiera.
Gli iniziatori ritengono che le multinazionali svizzere che causano danni e beneficiano del sistema giudiziario disfunzionale di alcuni paesi debbano essere ritenute responsabili. Una posizione che non è condivisa dal governo, dal parlamento e dai partiti di destra. Essi ritengono che l'iniziativa sarebbe dannosa per la piazza economica svizzera e che il controprogetto indiretto elaborato dal parlamento sia una soluzione migliore.
Quest'ultimo prevede l'obbligo per le aziende di riferire in materia di ambiente, diritti umani e corruzione. Impone inoltre un obbligo di diligenza nell'ambito del lavoro minorile e dei minerali estratti nelle zone di conflitto. Se la maggioranza dei votanti o dei cantoni domenica dirà no, il controprogetto entrerà automaticamente in vigore.
>> Il nostro dossier sulle votazioni del 29 novembre, con gli argomenti, analisi, interviste e grafici:
Limitare il sostegno all'industria degli armamenti
La campagna sul secondo oggetto presentato al popolo è stata meno virulenta. Anche il comitato per l'iniziativa "contro il commercio di guerra" ha distribuito bandiere e striscioni, ma in misura minore. L'iniziativa è stata lanciata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito e dai Giovani Verdi. È sostenuta da partiti di sinistra e da organizzazioni non governative attive nella promozione della pace.
Il testo vuole che la Svizzera vieti il finanziamento dell'industria degli armamenti. Ciò significa che la Banca nazionale svizzera, le fondazioni e le casse pensioni non potrebbero più concedere crediti o investire in imprese il cui fatturato annuo deriva, anche solo in parte, dalla produzione di materiale bellico. I sostenitori dell'iniziativa ritengono che tali transazioni siano incompatibili con la neutralità della Svizzera e con i suoi sforzi per la pace, poiché il denaro investito verrebbe utilizzato per fornire armi nelle zone di conflitto.
Il governo, il parlamento, i partiti di centro e di destra e gli ambienti economici si oppongono a questa iniziativa. Essi ritengono che il testo pregiudicherebbe il principio dell'indipendenza della Banca nazionale svizzera e ridurrebbe i rendimenti degli investimenti della previdenza per la vecchiaia. Temono inoltre che le PMI che forniscono alcuni componenti all'industria degli armamenti siano colpite dalle nuove esigenze e costrette a tagliare i posti di lavoro.