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BERNA - Venticinque anni fa il popolo elvetico diceva no allo Spazio economico europeo (SEE). Da allora la Svizzera ha optato per il pragmatismo con Bruxelles nonostante l'opposizione costante dell'UDC.
La votazione sullo SEE è uno degli eventi più importanti se non il più importante degli ultimi 50 anni, ricorda Georg Lutz, politologo all'Università di Losanna. Ha messo sottosopra l'agenda politica del Consiglio federale e palesato una nuova UDC che da allora non ha cessato di rafforzarsi.
Lo SEE, tuttora in vigore, è un accordo che lega i Paesi dell'Unione europea (Ue) e gli Stati dell'Associazione europea di libero scambio (AELS/EFTA) (Norvegia, Islanda e Liechtenstein) ma non la Svizzera. Presentato all'epoca come l'anticamera dell'adesione all'Ue, è stato respinto il 6 dicembre 1992 dal 50,3% dei cittadini elvetici.
Per il governo, che aveva già depositato una domanda di adesione presso Bruxelles, lo smacco è stato enorme. La Svizzera non ha tuttavia sofferto economicamente per tale rifiuto come alcuni predicevano. Questa "domenica nera" di Jean-Pascal Delamuraz, capo allora del Dipartimento dell'economia, è stata piuttosto il punto di partenza delle relazioni bilaterali con l'Ue che si sono rivelate molto vantaggiose per l'economia elvetica.
Dal 2000, il popolo accetta tutte le tappe successive degli accordi bilaterali con l'Ue. Nel 2000 più di due terzi dei votanti sostengono il primo pacchetto di accordi che prevede la libera circolazione delle persone. Nel 2005 gli svizzeri dicono sì con il 54,6% agli accordi Schengen/Dublino e con il 56% all'estensione della libera circolazione ai dieci nuovi paesi membri dell'Ue. Nel 2009 la stessa estensione a Bulgaria e Romania passa con il 59% di voti favorevoli.
«La crisi finanziaria, economica e politica nell'Ue dopo il 2008 ha raffreddato il sentimento eurofilo degli svizzeri. Ma una maggioranza resta comunque favorevole alla via bilaterale», ricorda Lutz. L'accettazione dell'iniziativa dell'UDC contro l'immigrazione di massa il 9 febbraio 2014, è secondo il politologo un incidente di percorso. Gli svizzeri hanno voluto limitare l'immigrazione credendo che questo non avrebbe avuto alcun impatto sulla libera circolazione delle persone.
In seguito a questo voto, il Consiglio federale ha dovuto trovare una soluzione pragmatica per non rescindere gli accordi bilaterali I. L'applicazione attraverso una "preferenza indigena" elude senza dirlo la contraddizione tra la Costituzione e la libera circolazione con l'Ue.
Il politologo dà invece poche chance alla nuova iniziativa che l'UDC lancerà nel 2018 per una gestione autonoma dell'immigrazione: il testo entra questa volta direttamente in conflitto con il principio della libera circolazione. «Se si spiega chiaramente il prezzo di una rescissione degli accordi con l'Europa, i cittadini si renderanno conto della posta in gioco, come attualmente i britannici», indica il professore.
Le relazioni bilaterali mostrano segni di affanno in quanto gli accordi settoriali (banche, elettricità) sono bloccati per la mancanza di un quadro istituzionale che coordini il tutto. Le discussioni su questo dossier potrebbero durare un certo tempo, secondo il ricercatore. L'Unione europea, in piena negoziazione sulla Brexit, non ha alcun interesse ad accelerare. Il dossier britannico è evidentemente prioritario rispetto a quello elvetico.
In Svizzera i settori interessati vogliono aumentare la pressione sul Consiglio federale. Ma il responsabile del Dipartimento degli affari esteri, Ignazio Cassis, dovrà confrontarsi con la destra riguardo all'applicazione automatica del diritto europeo.