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In qualsiasi sistema economico, l’impresa è l’elemento principale. È lei che crea valore e distribuisce ricchezza. In un sistema capitalista possiamo esaminare il suo apporto al benessere, considerando due punti di vista diversi: quello degli shareholder e quello degli stakeholder. I primi sono gli azionisti, coloro che detengono una parte del capitale attraverso il possesso di azioni e che sono rappresentati dal Consiglio di amministrazione. Naturalmente possiamo avere shareholder ininfluenti che detengono un numero insignificante di azioni e azionisti che invece hanno un reale potere e sono membri del Cda. Gli stakeholder possono essere sia interni (dipendenti, azionisti e dirigenti) che esterni (fornitori, creditori, comunità e gruppi pubblici). Come vediamo gli azionisti sono anche stakeholder, ma questi ultimi non sono necessariamente anche azionisti. Tra la fine dell’800 e fino agli anni 80 del secolo scorso a prevalere è stato il punto di vista degli stakeholder. L’impresa evidentemente perseguiva il profitto, ma tutti gli attori che contribuivano alla crescita dell’impresa erano considerati importanti.
Un imprenditore non certamente progressista come Henry Ford, decise a un certo punto di raddoppiare lo stipendio dei suoi dipendenti, perché questo avrebbe permesso loro di acquistare la famosa Ford T, che usciva dalla sua prima catena di montaggio. Il fatto che Ford fosse interessato soprattutto a vendere le sue auto ha però permesso anche ai suoi operai e agli altri stakeholder di ottenere dei risultai positivi. Adriano Olivetti a Ivrea, costruì a partire dal 1936 un villaggio futuristico, con alloggi per gli operai, centri sociali, asili e mense aziendali, perché l’obiettivo era quello di garantire un buon livello di vita ai suoi operai e alle loro famiglie. Operai contenti, lavorano meglio di quelli arrabbiati. Negli Stati Uniti e nella maggior parte dei Paesi europei, nei primi decenni del secondo dopoguerra le imprese pagavano aliquote fiscali molto elevate perché sapevano che quei soldi servivano a sviluppare un ambiente economico migliore: formazione della manodopera, servizi sociali efficienti, strade, ferrovia, reti elettriche… Non solo. Il presidente Roosevelt, in parallelo al New Deal, impose regole ferree per la governance delle aziende, come la netta separazione dei ruoli tra direzione e Cda e l’obbligo di una revisione esterna per le aziende quotate in Borsa. Il suo obiettivo era quello di evitare il ripetersi di un’altra crisi come quella del 1929.
Tutto questo fu messo in discussione da Milton Friedman, il quale in un breve saggio apparso sul New York Times Magazine del 13 settembre 1970 con il titolo, ormai divenuto famoso, ‘The Social Responsibility of Business Is to Increase Its Profits’, evidenziava il primato del profitto e degli azionisti. Le teorie di Friedman furono sdoganate da Ronald Reagan e Margareth Thatcher, che progressivamente eliminarono la maggior parte delle regole di governance dell’impresa che avevano disciplinato il loro operato per decenni. Da allora è diventato prassi che membri della direzione facciano parte del Cda (evidente conflitto di interessi) e che le aspettative di rendimento degli azionisti fossero al primo posto degli obiettivi dell’azienda. Se in precedenza gli azionisti erano generalmente pazienti e interessati al lungo periodo ora, grazie anche allo sviluppo dei mercati finanziari, si focalizzano sul rendimento immediato. La direzione deve quindi operare principalmente per soddisfare le aspettative di rendimento, altrimenti i portatori di capitale passano ad altre aziende più redditizie. Questo cambiamento ha avuto spesso effetti deleteri tanto da essere causa di fallimenti come quelli della Enron o di Parmalat, che falsificarono i bilanci (assieme ai revisori esterni) allo scopo di mostrare una situazione finanziaria migliore e quindi per non far scappare gli azionisti. Un meccanismo simile è pure alla base della crisi dei subprime, della crisi del Credit Suisse e – in qualche modo – della guerra tra Russia e Ucraina che assicura ai produttori di armi e di combustibili fossili profitti in forte crescita. La guerra genera più profitti della pace. Possiamo anche pensare alle grandi aziende tecnologiche, che per anni hanno registrato profitti smisurati (con metodi discutibili) e ora licenziano migliaia di lavoratori senza nessun pudore.
Ma la focalizzazione sugli azionisti ha avuto anche la conseguenza di peggiorare la distribuzione del reddito, soprattutto nei Paesi industrializzati. In primo luogo, perché hanno beneficiato di importanti sgravi fiscali, ma anche perché ai partner delle imprese (non azionisti) è andata una parte decrescente del valore creato dall’impresa, in particolare ai lavoratori che hanno visto i loro salari stagnare. Da ultimo, ma non per importanza, ne hanno risentito anche le casse pubbliche (chiamate spesso a riparare i danni del mercato) e le politiche a favore di una crescita non solo economica della nazione. Chiaramente, e per fortuna, non tutte le aziende hanno seguito questa strada. La maggior parte delle piccole e medie aziende hanno continuato a considerare i loro partner come una risorsa imprescindibile, anche se alcune si sono lasciate contaminare dalle sirene neoliberiste.
Quando chiedevo ai miei allievi cosa volessero fare da grandi, spesso la risposta era: il manager. I loro modelli di riferimento erano e sono i vari Zuckerberg e Musk (quest’ultimo considerato il più grande economista vivente!).
È possibile cambiare rotta? Io penso di no, anche se sarebbe auspicabile per un’infinità di motivi. Quando addirittura l’ente pubblico decide di contenere la spesa tagliando sui costi del personale e rompe il patto stipulato sul sistema pensionistico, evidentemente significa che le speranze per una visione diversa del sistema economico sono nulle. Ma alla lunga il gioco diventa pericoloso, perché un giusto equilibrio tra impresa e sistema economico è indispensabile. Oggi sono le grandi imprese (anche attraverso le loro lobby) e dettare le regole politiche, mentre dovrebbe essere l’opposto. Altrimenti lo scontro sarà inevitabile. Parafrasando un famoso libro di Gino & Michele: anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano.