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Le diverse comunità residenti in Svizzera che fanno riferimento all'ex-Iugoslavia, hanno seguito con apprensione l'estradizione del deposto presidente della Repubblica Serba, verso il Tribunale internazionale dell'Aia. Le loro reazioni sono contrapposte. Le testimonianze di un serbo e di un kosovaro.Questo contenuto è stato pubblicato il 30 giugno 2001 - 15:17
Milan Bondi, pensionato, vive da anni in Svizzera. Lui ha partecipato alla nascita di un'associazione, chiamata "La voce della diaspora Iugoslava", che si occupa di informazione per la comunità serba in territorio elvetico. Lui ha seguito con apprensione l'estradizione di Slobodan Milosevic all'Aia.
Quando l'abbiamo raggiunto, era intento a trascrivere il discorso del presidente Vojislav Kostunica, diffuso giovedì dalla televisione serba. "Lo distribuirò domenica all'uscita della chiesa russo-ortodossa di Ginevra".
Lui condivide il pensiero espresso dal presidente serbo - "speranza per tutti i serbi e per tutto l'occidente" - che condanna l'estradizione che, a suo avviso, non può essere ritenuta né costituzionale, né legale. Bondi ritiene la decisione una minaccia per lo stato, per i suoi cittadini e per la pace regionale ancora tanto fragile.
La data del 28 giugno non è casuale per l'esponente dell'emigrazione in Svizzera. Per i serbi - ha spiegato a swissinfo - la data è collegata alla memoria imperitura della battaglia del Kossovo, persa nel 1389 contro i turchi. Una sconfitta che ha segnato molti secoli di privazione dell'indipendenza per le popolazioni dei Balcani. Una data che dunque carica di significati simbolici.
Ma la decisione di estradare Slobodan Milosevic è stata presa dalle autorità serbe. "Sono dei venduti", esclama amareggiato il nostro interlocutore, perché avrebbero ceduto alle pressioni internazionali. L'allusione è alle promesse d'aiuto finanziarie dell'occidente e in particolare dagli Stati Uniti.
Luftim Kelmenti, originario del Kossovo, e più precisamente di Mitrovica, una città simbolo delle difficoltà di riavvicinamento tra le comunità serba e kossovara. Lui è vicepresidente dell'Università popolare albanese di Ginevra e si occupa regolarmente dei contatti con i numerosi kossovari presenti in Svizzera. Ma preferisce parlare a titolo personale.
L'estradizione di Milosevic all'Aia? Luftim Kelmendi si dice soddisfatto, come tutti i compatrioti con cui ha parlato. Per lui, si tratta di un primo passo verso la riconciliazione. anzi molto più, un primo passo verso il rispetto reciproco fra le diverse comunità balcaniche.
"Milosevic rimarrà nella storia come un personaggio che ha fatto del male per raggiungere il potere con la violenza. Non dimenticheremo il suo agire. E il suo processo deve servire a tutti quelli che in futuro vorranno perseguire la stessa strada."
Ma l'estradizione non potrebbe provocare un rigurgito di tensioni fra le comunità? "No - risponde convinto Kelmendi - non c'è niente da temere, anzi al contrario aiuterà a calmare la situazione. Prima Milosevic sarà giudicato e prima la situazione potrà tornare alla normalità".
Questo kossovaro, stabilitosi in Svizzera da una decina di anni, pensa effettivamente che la maggioranza dei serbi prenderà le distanze dall'agire della propria classe dirigente del passato.: " La responsabilità della guerra, deve essere ricondotta a quelli che l'anno gestita e non sul popolo intero".
Bernard Weissbrodt
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