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di Giuliano Masola. Fra i tanti luoghi comuni c’è quello di associare la Colombia al narcotraffico, al Cartello di Medellin e alle serie televisive che ne trattano; generalizzare però non va mai bene. La Colombia è grande quasi quattro volte l’Italia con circa 50 milioni di abitanti; oltre al castigliano, sono parlate diverse lingue amerinde; al Sud, fu abitata anche dagli Incas. Gli spagnoli la conquistarono a partire dalla fine del Quattrocento e ne rimasero padroni fino al 1819.
Pochissimi italiani arrivarono in Colombia prima dei moti indipendentisti capeggiati da Simón Bolívar, tuttavia, anche se pochi, questi primi nostri emigrati giunsero ad essere presenti in quasi tutti i livelli più elevati della società colombiana: nel 1812 Juan Dionisio Gamba, figlio di un mercante di Genova, fu presidente della Colombia. Gli italiani in cerca di fortuna provenivano principalmente dalla Liguria e dall’Italia Meridionale (Basilicata e Calabria); furano particolarmente attivi a Barranquilla, la “porta della Colombia”, che divenne rapidamente una città colma di traffici di ogni tipo. Il suo strepitoso decollo economico, negli ultimi decenni dell’Ottocento è legato al collegamento del porto fluviale sul Rio Magdalena. A ciò si unisce la grande espansione dell’industria “bananiera”, che finisce per trasformare parte del paese; gli italiani vi partecipano attivamente. La colonia italiana di Ciénago è diventata fonte di ispirazione per “Cent’anni di solitudine”, il famoso romanzo del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez: fra i suoi personaggi inserisce la drammatica vicenda di Pietro Crespi, insegnante di ballo e suicida per amore. Ora Barranquilla supera il milione di abitanti ed è anche meta di un importante turismo. Cartagena, altra sede dei Mondiali di Baseball 1970, dove erano ubicati gli Azzurri, ha avuto vicende storiche importanti, per la sua posizione strategica. Gli spagnoli per difenderla costruirono imponenti e sofisticate fortificazioni, grazie all’ingegneria italiana, che ancora oggi ne rappresentano la caratteristica; vani furono i tentativi inglesi di conquistarla. Ma furono gli italiani a lasciare un segno tangibile; l’esempio più significativo è Giovan Battista Mainero di Pietra Ligure. Arrivato diciottenne nel 1849, grazie alla gestione di una rete di navigazione fluviale e a una serie di investimenti ben mirati, nel giro di alcuni decenni arrivò a possedere i tre quarti del patrimonio immobiliare di Cartagena, favorendone la conservazione: la “Ciudad Amurallada”, è stato dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1984. A Cartagena e Barranquilla, nell’ultima settimana di novembre del 1970, si è svolto il XVIII Campionato Mondiale di Baseball. (Serie Mundial Amateur de Béisbol) Alla competizione non erano ammessi atleti che avessero avuto un trascorso da professionista: Alberto Rinaldi, che aveva avuto un contratto coi Cincinnati Reds pertanto non poté prendervi parte, come pure Luciani. La partecipazione era riservata a nativi degli stati partecipanti, per cui ci fu la distinzione fra Olanda e Antille Olandesi. Fu il primo Mondiale che vide la presenza di due squadre Europee (il primo, nel 1938, fu disputato in Gran Bretagna fra i soli Stati Uniti e Inghilterra con la inattesa vittoria dei padroni di casa). La nostra Nazionale, guidata da Chet Morgan si comportò bene. Fu sconfitta di misura dal Guatemala (1-0), dalle Antille Olandesi (4-2) e dal Portorico (4-0). Particolarmente drammatica la sconfitta con gli Stati Uniti: 3-2 al nono inning. L’Italia stava vincendo e 2-1 con due out; lanciava Giacomo Bertoni. Due fucilate di Castelli in seconda su due diversi corridori fecero urlare alla vittoria, ma il giudizio arbitrale fu sfortunatamente l’opposto. La sconfitta più marcata venne con i padroni di casa; nel finale, per risparmiare lanciatori, Morgan chiese a Gianni Gatti di salire sul monte, La palla colpita con un “tremendo batazo” del maggior fuoricampista colombiano ancora la si cerca… Ma faceva parte del gioco; l’obiettivo era battere gli olandesi, cosa che avvenne il 28 novembre. È la “Gazzetta di Parma” ad annunciare che “Castelli trascina l’Italia alla vittoria” sull’Olanda, per 6 a 2; Giorgione in quel decisivo incontro aveva subito dato il là, sparando fuori la palla al primo inning. Unica vittoria, ma doppiamente importante, poiché l’Olanda aveva vinto il Campionato Europeo. Barranquilla e Cartagena sono città hanno da sempre una vocazione al commercio e sono disponibili all’accoglienza: chi c’è stato ricorda con commozione quei giorni ricchi di baseball e di umanità. La “novena italiana” venne accolta con particolare calore e interessamento, diventando la beniamina della stampa. “El Universal” in un articolo a tutta pagina spiega i motivi e l’importanza della presenza italiana, con la foto di Pietro Monaco che campeggia. Sulla prima pagina de “El Expectador” vi è l’immagine della nostra Nazionale alla sfilata inaugurale allo stadio “Once de Noviembre” di Cartagena. Il “Lunes deportivo” mette ben cinque foto dell’Italia contro il Portorico: al centro quella dell’ambasciatore italiano, “fanatico” che sventola il Tricolore. Sempre su “L’Expectador” vi è la presentazione della partita con la Colombia con la foto dell’Italia a colori. Infine è “L’Heraldo” a mostrare “una singular manera de ganarse la simpatia del publico”, con Claudio Iaschi che sventola il cappellino insieme agli altri nei pressi del monte di lancio. Vinse Cuba contro gli americani, conquistando il titolo per la decima volta. Ma la vera vittoria è stata nostra, era quella dello sforzo di chi come Bruno Beneck e Aldo Notari aveva compreso che lo sviluppo tecnico e la maggiore popolarità del baseball sarebbero venuti dall’esperienza e dal confronto internazionale. Cinquant’anni sono tanti, ma sono pochi e decisivi per chi li ha vissuti intensamente e fa di tutto per non farli dimenticare. E se ciò a qualcuno da fastidio, pazienza!
Giuliano Masola, 18 novembre 2020.