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Fin dall’inizio dei negoziati fra la Svizzera e la Cina, la Piattaforma Cina, che riunisce Alliance Sud, la Dichiarazione di Berna (ora Public Eye), l’Associazione per i popoli minacciati, la Società per l’amicizia elvetica-tibetana e Solidar Svizzera, ha chiesto che, nell’accordo di libero scambio, fossero inserite clausole vincolanti sui diritti umani. In particolare si tratta dei diritti delle minoranze cinesi – ampiamenti violati. Queste clausole dovevano anche garantire il rispetto delle norme fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL): libertà sindacale e d’associazione, eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato, abolizione effettiva del lavoro dei bambini, soppressione delle discriminazioni verso i lavoratori migranti.
Lobbying in Parlemento
Alliance Sud e la Piattaforma Cina hanno intrapreso un importante lavoro di lobbying presso il Consiglio nazionale ed il Consiglio degli Stati: con successo, visto che la Commissione di politica estera del Consiglio nazionale si è pronunciata, nel 2010, a favore dell’integrazione dei diritti del lavoro nell’accordo di libero scambio.
Sensiblizzazione dell’opinione pubblica
Nel settembre 2012, la Piattaforma Cina ha invitato Harry Wu in Svizzera. Stabilitosi in quel momento a Washington, Harry Wu (deceduto il 26 aprile 2016) era un celebre dissidente che per ben 19 anni aveva vissuto l’inferno dei campi di lavoro. Durante i suoi incontri con i politici, le autorità, i cittadini ed i media, ha affermato che, sul mercato mondiale, numerosi prodotti cinesi provengono da oltre 1000 campi di lavoro forzato, dove sono rinchiusi dai tre ai cinque milioni di prigionieri.
Dato l’elevato rischio che queste merci arrivino sul mercato elvetico a condizioni preferenziali, la Piattaforma Cina ha chiesto quindi nuovamente al Consiglio federale di inserire clausole sui diritti umani nell’accordo di libero scambio e di garantire una migliore tracciabilità dei prodotti provenienti dalla Cina.
Petizione consegnata a Schneider-Ammann
Il 25 gennaio 2013, al Forum economico mondiale di Davos, la Piattaforma Cina ha consegnato al ministro dell’economia Johann Schneider-Ammann una petizione firmata da oltre 23'000 persone, che esigeva che l’accordo di libero scambio con la Cina contenesse disposizioni vincolanti sui diritti umani e sulle norme del lavoro, l’istaurazione di una commissione per il controllo della loro applicazione e la creazione di una procedura chiaramente definita in caso di violazione delle norme dell’OIL o dei diritti umani in generale.
Accordo amputato dei diritti umani
Il 6 luglio 2013, la Cina e la Svizzera hanno firmato un accordo di oltre 1’100 pagine. La parola “diritti umani” non vi figura neanche una volta, e nemmeno alcune disposizioni vincolanti sui diritti del lavoro. Certo, il trattato rinvia ad un accordo aggiuntivo sulle questioni del lavoro e dell’impiego, ma contrariamente a tutti gli altri accordi paralleli, questo non è esplicitamente collegato all’accordo di libero scambio. Richiama gli obblighi derivanti dal fatto di essere membro dell’OIL, ma non stipula che le norme minime di quest’ultima siano condizioni del libero scambio.
Sul mercato svizzero, i prodotti locali rischiano così di essere discriminati rispetto a quelli provenienti dalla Cina. Il lavoro dei bambini – ufficialmente vietato, ma nella realtà ancora molto diffuso – così come altre lacune in materia di applicazione delle norme del lavoro, esporranno gli impieghi in Svizzera ad una concorrenza totalmente sleale.
Ratifica del Parlamento
Il Consiglio nazionale, poi il Consiglio degli Stati il 20 marzo 2014, hanno ratificato l’accordo di libero scambio con la Cina, senza farvi il minimo miglioramento in materia di diritti umani e del lavoro. Inoltre, il Consiglio degli Stati si è opposto al fatto di sottoporre questo trattato economico al referendum facoltativo. Una decisione discutibile vista la sua importanza.
Uno spiacevole precedente
La Svizzera è diventata il primo paese europeo a firmare un accordo di libero-scambio con la Cina. L’assenza dei diritti umani e di qualsiasi norma vincolante sul lavoro costituisce uno spiacevole precedente, mentre gli Stati Uniti, l’Unione europea e da poco l’AELS – su pressione della società civile – includono questi paramentri nei loro accordi di libero scambio. La Cina potrebbe prevalersi di queste lacune quando negozierà con altri paesi.
Alliance Sud, dal canto suo, continuerà a battersi non solo affinché i diritti umani e i diritti del lavoro siano parte integrante dei futuri accordi di libero scambio della Svizzera, ma anche affinché le disposizioni dell’accordo aggiuntivo con la Cina sui diritti del lavoro facciano l’oggetto di un sistema di verifica degno di questo nome.