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Come avvenne che Camilleri, morto all’età di 93 anni, sia stato uno degli scrittori italiani di maggior successo, e uno dei più tradotti all'estero? Lui che giunse al primo romanzo solo dopo i sessant’anni; lui che focalizzò le trame dei suoi libri su un universo geografico e mentale fortemente provinciale, emblema di un'insularità protoitalica; lui che si servì di una lingua pseudorealistica che non è né il dialetto siciliano né l’italiano regionale di Sicilia, bensì un italiano ri-tradotto in siciliano, un italiano ricondotto alle sue radici regional-dialettali; lui che non mostrò alcuna indulgenza verso il costume italico, condannandone a più riprese il servilismo al potere, il conformismo retrogrado, la miseria intellettuale, atteggiamenti che non lasciavano presagire alcun incontro con la massa dei lettori?
In altre parole: come è possibile che il localismo e l’intellettualismo viscerale di Camilleri abbiano dato origine al più fortunato caso di glocalismo letterario? Le risposte sono molteplici, ma tre se ne vogliono qui eviscerare: la trama gialla, la lingua fantasma, la provincia universale.
La trama gialla
Camilleri nei sui romanzi ci propone sempre un personaggio che indaga, secondo il canone della giallistica. Questo personaggio è confrontato con un enigma da risolvere, e questo enigma rappresenta la garanzia e il successo della trama.
La tradizione del genere giallo ci costringe a fare un parallelismo con altri grandi scrittori quali George Simenon (e il suo commissario Maigret), Carlo Emilio Gadda (e il suo commissario Ingravallo) e Manuel Vázquez Montalbán (e il suo investigatore Pepe Carvalho). Questo parallelismo con i possibili precursori è, del resto, certificato dalla attività che Camilleri svolse prime di diventare scrittore, ovvero l’attività di sceneggiatore e produttore di fiction televisive per la Rai. Ebbene, in questo ruolo Camilleri si confrontò con diversi commissari e tenenti: da Sheridan a Maigret («Simenon era un osso duro» raccontò una volta «andai a trovarlo col regista della serie, Gino Landi e con le foto degli attori: di Cervi fu entusiasta, davanti alla Pagnani mi chiese: "Com'era da giovane?" Bellissima, risposi, "Mi dispiace non va bene, Maigret non avrebbe mai sposato una donna così"»).
Camilleri si inserisce dunque dentro una grande tradizione di genere, ma il suo personaggio è diverso da tutti i precedenti. Fin dal primo libro Il corso delle cose (che lo scrittore siciliano pubblicò a sue spese senza alcun successo), il maresciallo mostra una modalità di azione particolare: egli non si attiene alle regole del bravo poliziotto, mostra una sorta di anarchia procedurale e la sua indagine fuoriesce continuamente dagli schemi. Fin qui nulla di nuovo: già Maigret ci abituò a questo anticonformismo delle procedure.
Poi, con La forma dell’acqua, arriva Montalbano, e con lui arriva anche il successo. Montalbano non solo va contro le regole, ma si oppone anche ai divieti gerarchici, facendo inchieste che non sono sue, indagando su realtà che non riguardano la sua missione, scavando su indagini da cui viene di fatto allontanato o esautorato. Si obietterà: già Maigret lo faceva. Certo, ma a Simenon interessava sviscerare gli aspetti umani e psicologici delle vicende criminali, mentre a Camilleri, e al suo Montalbano, oltre all’aspetto umano, ne sta a cuore un altro, ed è quello che rende i suoi gialli e il suo personaggio unici: ovvero l’aspetto etico.
Montalbano va alla ricerca di verità estranee alla sua competenza e perdipiù spesso coperte dalla prescrizione per sollevare il velo dell'omertà e per restituire la storia al giudizio etico. In tempi in cui le prescrizioni e le omertà cancellano ogni reato Montalbano scava dentro a storie lontanissime: amanti uccisi cinquant’anni prima, come nel caso del Cane di terracotta, un’indagine dalla quale Montalbano non trae alcun gallone per la sua carriera, ma che restituisce un pezzo di verità a ciò che la Storia si è inghiottita.
Insomma, il personaggio Montalbano, si muove secondo una precisa intenzione, che è quella di enucleare la dimensione etica delle vicende. Più che alla questione giuridica, egli si interessa alla questione morale, smascherando non solo l’ipocrisia di una società ma delle sue stesse istituzioni che dell’etica se ne infischiano.
La lingua fantasma
«Ma Andrea, così chi ti legge?» si chiedeva Leonardo Sciascia di fronte al pastiche di Camilleri. Sciascia, amante di una lingua cristallina, fautore di un illuminismo formale e sostanziale, non capiva e storceva il naso quando Andrea gli affidava i suoi dattiloscritti. Eppure, a posteriori, si può affermare che, lungi dall'avere eretto un ostacolo, il pastiche camilleriano sia stato uno dei principali motivi del suo successo. E questo perché la lingua creata da Camilleri non segue il filone espressionistico Dossi-Gadda, che annienta il mondo ricostruendolo dentro una trama manierata e artificiosa. La lingua di Camilleri non segna alcun distacco, bensì procura un affettuoso legame con la realtà, differenziando lo scrittore siciliano da tutti gli altri scrittori italiani contemporanei.
In particolare in Il re di Girgenti Camilleri si fa promotore di una lingua che è una straordinaria mistura di dialetto e italiano, un impasto di siculo-italiano con influenze spagnoleggianti, una lingua beffarda, sorniona, irriverente, popolare e astrusa. Si tratta, insomma, di una lingua inesistente, di una lingua fantasma, che però sembra più vera della lingua parlata, la quale è costantemente minata da standardizzazioni e impoverimenti. Per contro la lingua di Camilleri, seppur inesistente, è vivace, vivida, saporosa, domestica.
E il segreto del successo del personaggio Montalbano sta proprio nel suo "parlare come mangia", nel suo saper declinare il genere giallo dentro una teatralità domestica e melodrammatica tipica dello Stivale.
La provincia universale
Nei libri di Camilleri non si parla né di Catania, né di Palermo, ma va in scena una Sicilia inventata eppure realissima, fatta di piccoli centri, di toponimi che hanno un sapore universale. Ci si trova dentro un'Italia premoderna, municipale, ma in cui si specchiano le piccole realtà di ogni luogo.
Sebbene si faccia riferimento a toponimi reali, i luoghi dei romanzi di Camilleri sono luoghi immaginari, che sfuggono alla cartografia. Camilleri li ha definiti luoghi semifantastici che «esistono come struttura toponomastica di base». Certo, vi sono anche riferimenti precisi, come Porto Empedocle-Vigata (con le sue strade, fabbriche in disuso, la Mannara, il faro, lo scoglio piatto, la Salita Granet, la spiaggia di Marinella, il molo di levante, il commissariato di via Lincoln, il Monte Crasto, il Ristorante San Calogero e la Trattoria da Enzo, le colline di bianca marna) e Girgenti- Montelusa (con la questura, il quartiere Rabato), ma si tratta di riferimenti toponomastici che si allargano e dilatano fino a inglobare vicende e fatti di altri paesi siciliani e quindi finiscono col diventare paradigmatici della Sicilia stessa.
In questo senso Camilleri ebbe buon gioco a definire Vigata come il «centro più inventato della Sicilia più tipica». Ed è proprio in questo territorio letterario e universale, ma geograficamente caratterizzato, che si muovono i personaggi storici e moderni di Camilleri (Zosimo “re di Girgenti”, Montalbano, Catarella, Mimì Augello), i quali sono insieme reali e plausibili così come le storie fantastiche e paradossali ch'egli racconta.
La piccolezza della vita di provincia e la mediocrità dei personaggi di Camilleri assurgono, insomma, ad emblema di un costume universale. Nei fatti quotidiani e nelle relazioni sociali e amorose della provincia si riflette l’essenza della vita italiana, da sempre ancorata al melodramma. Narrare la provincia, i suoi vizi e le sue virtù, senza cadere nei luoghi comuni, è roba per grandi scrittori: e Camilleri è stato uno dei più grandi scrittori della “provincia universale”, avendo saputo bandire dal proprio stile il cronachismo (che si limita alla descrizione dei fatti) e avendo al contempo saputo far emergere il rilievo antropologico, etico e sociale delle vicende narrate.