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BERNA - Da alcune settimane lo "Schwitzerdütsch" fa parlare di sé anche nella Svizzera romanda. Oggetto della contesa linguistica: il predominio del dialetto sul buon tedesco. Una prevalenza che, secondo alcuni critici, ostacola la comprensione reciproca.
L'acceso dibattito è stato lanciato un mese fa dal consigliere nazionale Antonio Hodgers (GE/Verdi), che in articoli pubblicati sulla "NZZ am Sonntag" e su "Le Temps" ha criticato l'ostinato diffondersi del dialetto svizzero-tedesco: a suo avviso, infatti, mette in pericolo la coesione nazionale.
Il parlamentare 34enne parla per esperienza personale: trasferitosi a Berna all'inizio dell'anno per migliorare il suo "Hochdeutsch", tutti si rivolgono a lui in "Schwitzerdütsch". Da qui l'invito, indirizzato ai connazionali, a utilizzare il buon tedesco invece del dialetto.
Una proposta che ha scatenato reazioni contrastanti: in una lettera aperta, l'ex consigliere nazionale liberale Charles Poncet (GE) ha chiesto a Hodgers, provocatoriamente in svizzero-tedesco: "ma dove diavolo hai preso l'idea di costringere i tuoi nuovi vicini a cambiare idioma?".
In questo contesto vi è chi ha addirittura esortato i romandi stessi a imparare innanzitutto il dialetto svizzero-tedesco. Ma il giornalista in pensione José Ribeaud, ex presentatore del telegiornale ed ex caporedattore del quotidiano friburghese "La Liberté", respinge tale proposta. "E quale variante si insegnerebbe?", ha chiesto retoricamente nell'ultima edizione del settimanale "Coopération".
Ribeaud ha comunque invitato gli svizzero-tedeschi a parlare maggiormente in buon tedesco, in particolare a scuola e nei media: "la volontà di distanziarsi dalla Germania nazista era giustificata negli anni Trenta, ma ora è solo fonte di isolamento", ha osservato.
Nel dibattito è intervenuto anche Sandro Bianconi, ex direttore dell'Osservatorio linguistico della Svizzera italiana: a suo parere, "la valorizzazione dello Schwitzerdütsch ha fatto progressi tali da mettere in causa il concetto di diglossia" (alternanza di due lingue a seconda delle circostanze, ndr.). Un fenomeno che però non sarà messo in evidenza dal prossimo censimento: "Purtroppo" - ha rilevato Bianconi in un'intervista a "Le Temps" - "non vi saranno più domande specifiche riguardo alla lingua".
Una preoccupazione condivisa dalla giornalista Anna Lietti, che in un editoriale dello stesso giornale sottolinea comunque anche le responsabilità dei romandi, autori di "un autentico genocidio culturale" nei confronti dei propri dialetti. Lietti guarda pure a sud delle Alpi e deplora lo scarso interesse per il dialetto ticinese, la cui "persistenza discreta" potrebbe essere un modello per lo "Schwitzerdütsch", se non fosse che esso ha assunto un carattere identitario.
SDA-ATS