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L'ex-segretario di Stato per gli affari esteri conosce da vicino gli Stati Uniti, dove è stato ambasciatore.
Attualmente è membro di numerose fondazioni e fa parte del consiglio di amministrazione della Merrill Lynch.
swissinfo: Esistono delle buone ragioni per attaccare l'Iraq?
Non esiste un'equazione «buone ragioni = guerra». È una questione di percezione. Ho l'impressione che per l'amministrazione americana, la guerra sia sembrata dall'inizio verosimile.
L'11 settembre ha reso gli USA fragili e fra i nemici localizzati c'è da sempre anche Saddam Hussein che non ha proceduto al disarmo dopo il 1991. La risoluzione 1441 prevedeva delle «conseguenze gravi» nel caso l'Iraq non avesse corrisposto alle richieste fatte. Da parte americana si interpretano queste «conseguenze gravi» con la possibilità di una guerra.
Le Nazioni unite hanno perso la loro credibilità?
Credo che molte organizzazioni internazionali, un po' tutta quell'architettura che l'Europa, il Nord America e tutti i paesi hanno costruito dopo la Seconda guerra mondiale presenta delle crepe. Questo vale per l'ONU, come per l'Alleanza atlantica e l'Unione europea.
E questo perché ci sono delle percezioni diverse nei vari paesi. Basta pensare al Consiglio di sicurezza che non riesce a trovare delle maggioranze in nessun senso. Ci sono dei blocchi ovunque.
Tutto è in movimento. E l'Iraq è un indicatore di queste frizioni che esistevano già prima? O esiste veramente una causa profonda?
Dovremo riflette bene su una questione: le Nazioni unite resteranno l'organo principale, se non unico, per decidere della pace o della guerra?
swissinfo, intervista raccolta da Chantal Nicolet