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Presente in concentrazioni eccessive nel 95 per cento dei boschi svizzeri, l’azoto altera lo sviluppo degli alberi e degli ecosistemi forestali.
Testo di Urs Fitze
Il terreno è coperto di rovi. Senza lo stretto sentiero battuto attraverso il denso sottobosco sarebbe impossibile accedervi: siamo nella regione del Brislachallmet (BL), dove il giorno di Stato Stefano del 1999, la tempesta Lothar - la peggiore del secolo - ha fatto strage di alberi, abbattendo ettari ed ettari di foresta. Snodandosi tra la fitta vegetazione, il sentiero conduce a una piccola radura al centro della quale troneggia un palo di legno munito di un imbuto. È una delle stazioni pluviometriche automatiche appartenenti a una rete di apparecchi di misurazione installati su 179 superfici di monitoraggio permanente che coprono l'intera area forestale svizzera.
Un'abbondanza nociva
Nel corso degli ultimi anni, sulle rovine della tempesta si è sviluppato un nuovo bosco e alcuni alberi si alzano già di parecchi metri sopra la densa copertura di rovi, di felci e di sambuchi. Prima, queste piante eliofile sarebbero gradualmente scomparse o sarebbero state spinte verso il margine del bosco, ma adesso non è detto, visto che l'abbondante disponibilità di azoto offre loro condizioni di crescita più che ideali. Non per niente la foresta svizzera viene progressivamente invasa da cespugli che ne compromettono spesso e volentieri il naturale ringiovanimento.
I boschi svizzeri sono in effetti fertilizzati quasi a tappeto da composti azotati bioattivi provenienti dall'atmosfera. Nel Ticino meridionale, che rappresenta il caso più estremo, questi apporti toccano i 60 chilogrammi di azoto per ettaro l'anno, un valore largamente superiore alla soglia dei 10-20 chilogrammi giudicata accettabile dalla Commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite (UNECE) nella sua Convenzione sull'inquinamento atmosferico trasfrontaliero a lunga distanza. Carichi di 40 chilogrammi per ettaro non sono però una rarità neppure sull'Altipiano e nelle Prealpi.
Il peggio è alle spalle
I livelli critici di azoto fissati per le foreste sono superati sul 95% della superficie forestale svizzera. «Ogni anno, sull'insieme dei nostri suoli forestali ricade lo stesso quantitativo di azoto bioattivo per ettaro che nel XIX secolo veniva sparso su una superficie agricola delle stesse dimensioni sotto forma di concime», spiega Sabine Braun dell'Institut für Angewandte Pflanzenbiologie (IAP) di Schönenbuch (BL). La biologa, nonché cofondatrice dell'IAP, studia da 30 anni i boschi svizzeri, gestendo le superfici di monitoraggio create da alcuni Cantoni negli anni '80 per poterne analizzare l'evoluzione su base scientifica.
All'epoca infuriava in Europa il dibattito sulla morte delle foreste. E si temeva il peggio anche in Svizzera. Grazie alle misure adottate nel 1985 con l'introduzione dell'ordinanza contro l'inquinamento atmosferico (OIAt) si è però riusciti ad attenuare sensibilmente il problema. A partire dalla metà degli anni '80, grazie al drastico abbattimento delle emissioni di diossido di zolfo - il principale responsabile delle piogge acide - il deperimento tanto temuto delle foreste non è avvenuto, perlomeno nella misura in cui ce lo si aspettava.
Il pericolo non è però del tutto scongiurato. Ha preso solo un altro nome: azoto, uno degli elementi indispensabili alla vita. In natura si tratta di un bene raro e quindi prezioso, che circola in sistemi chiusi di crescita e decrescita. Apporti permanenti e troppo elevati di questa sostanza producono perciò cambiamenti indesiderati e insidiosi all'interno del bosco. Se è vero infatti che gli ossidi di azoto emessi dai trasporti e dall'industria sono stati dimezzati, lo stesso non si può dire dell'ammoniaca prodotta dall'agricoltura, che è diminuita solo leggermente.
Un processo strisciante
Negli anni '80, le conseguenze dell'eccesso di azoto sul suolo e sulle piante erano ancora poco conosciute. Nel frattempo una serie di ricerche approfondite ha tuttavia permesso di comprendere meglio il fenomeno. A migliorare le conoscenze ha contribuito in particolare un programma regionale permanente di monitoraggio dei boschi unico nel suo genere. La rete, costantemente estesa dal 1984, conta oggi 179 superfici campione e segue l'andamento di 13 500 abeti rossi, faggi e querce.
Una delle prime fu delimitata nel 1983 proprio nel Brislachallmet, dove predomina il faggio, ma oggi sono rappresentate nella rete tutte le associazione forestali indigene tipiche di diverse altitudini. A scadenze regolari Sabine Braun e i suoi colleghi si recano sul terreno per misurare la crescita dei tronchi, fare prelievi dell'acqua e del suolo a diverse profondità, misurare i livelli di precipitazione, determinare la crescita delle radici e raccogliere campioni di foglie. Un forestale specializzato si cala invece da un elicottero per prelevare i campioni di rami dalle corone. In seguito, tutto il materiale viene trasportato e analizzato in laboratorio.
Una crescita dopata
Questi rilevamenti a lungo termine forniscono informazioni importanti sullo sviluppo del tronco, sull'andamento della proporzione di nutrienti nelle foglie di faggio o negli aghi di abete, sulla crescita dei ricacci, sul tenore di nitrati e sul rapporto tra i maggiori elementi nutritivi e i composti nocivi dell'alluminio nel suolo. L'interpretazione di questo enorme corpo di dati, combinata ai risultati di numerosi altri studi, giunge a una conclusione netta: le piante reagiscono a un abbondante apporto di azoto con una forte accelerazione della crescita. «Non possono fare altrimenti», spiega Sabine Braun, «perché sono abituate ad utilizzare tutto l'azoto di cui dispongono». Ciò crea tuttavia dei disequilibri rispetto ad altri nutrienti, assunti invece in minore quantità. Gli alberi diventano così più sensibili al gelo e meno resistenti ai parassiti e alla siccità.
Questo sviluppo accelerato può però presto innescare un effetto inverso. L'azoto è infatti estremamente nocivo per le micorrize, le associazioni di funghi che intessono un fitto reticolo attorno alle radici fini degli alberi fornendo loro acqua e sali minerali in cambio di carboidrati. Il loro danneggiamento nuoce all'assimilazione di nutrienti importanti e in particolare del fosforo, di cui c'è attualmente grande penuria, arrestando così la crescita degli alberi. Nella foresta del Brislachallmet quest'involuzione ha preso a delinearsi alla fine degli anni '90 e continua tuttora, così come nella maggior parte degli altri siti poveri in fosforo.
Il suolo si acidifica
A mettere a dura prova gli alberi concorre anche l'acidificazione dei suoli, una conseguenza diretta delle emissioni di ammoniaca provenienti dall'agricoltura. Nel terreno, questo gas viene trasformato in nitrati dai batteri e nel processo vengono prodotti degli acidi. «L'acidificazione provoca l'impoverimento di altri importanti elementi assimilabili dalle piante, creando uno squilibrio a livello nutritivo», spiega Elena Havlicek della sezione Suolo dell'UFAM. Gli alberi concentrano così la crescita delle radici negli strati superficiali del terreno dove l'approvvigionamento di nutrienti è ancora garantito dalla lettiera di foglie e dove l'alluminio è presente in composti organici meno tossici. Gli alberi diventano così meno stabili e più vulnerabili al vento.
La tempesta Lothar, che aveva infuriato nel Brislachallmet, ha anche causato danni ingenti in molte altre superfici campione, alcune delle quali hanno dovuto addirittura essere abbandonate. Analisi più approndite hanno successivamente messo in luce una chiara relazione tra l'entità delle devastazione e l'acidificazione del suolo: sui terreni acidificati gli alberi sradicati erano quattro volte di più che sulle superfici di controllo meno toccate. E questo è un chiaro segno dell'indebolimento su larga scala delle foreste prodotto dall'acidificazione. Per il resto, gli alberi non mostrano alcun segno di deficit cronico neanche agli occhi degli esperti, il che può indurre a sottostimare la gravità della situazione.
Agricoltura, è tempo di agire
«Benché negli ultimi anni gli apporti siano diminuiti, il superamento dei carichi critici su ampia parte della superficie boschiva è preoccupante», sottolinea Sabine Augustin della sezione Prestazioni e qualità della foresta dell'UFAM. «Abbiamo ancora molto da fare sul fronte della lotta contro l'inquinamento atmosferico». E poiché gli apporti di azoto sono essenzialmente di origine agricola, occorre potenziare ulteriormente le misure di riduzione delle emissioni, specie nel settore dell'allevamento. Fortunatamente, l'agricoltura è sempre più sensibile al problema. Secondo stime prudenziali le misure già adottate sarebbero in grado di consentire un'inversione di tendenza. Resta però da vedere se saranno o meno sufficienti.
C'è poi la selvicoltura: «Le misure di gestione dei boschi dovrebbero mirare, dal canto loro, a conservare una stratificazione diversificata di alberi e arbusti, favorendo le specie con radici profonde in grado di attingere nutrimento dagli strati di terreno più bassi», continua Sabine Augustin. Ciò permetterebbe di evitare il dilavamento dei nitrati nelle acque sotterranee e la perdita di nutrienti. La gestione del legno andrebbe inoltre fatta in modo sostenibile, cioè lasciando foglie, rami e altri residui legnosi sul posto, in modo da non impoverire inutilmente i depositi di sostanze nutritive.
Ulteriori informazioni
Ultima modifica 21.05.2014