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BRISSAGO - Potrebbe essere stata messa la parola "fine" alla vicenda che ha portato alla morte di un richiedente l’asilo, originario dello Sri Lanka, ucciso durante un intervento di polizia il 7 ottobre del 2017. La Corte dei reclami penali (CRP) ha infatti respinto il reclamo inoltrato dai congiunti della vittima contro il decreto di abbandono nei confronti dell'agente che aprì il fuoco, emanato dal procuratore pubblico Moreno Capella lo scorso 11 novembre.
In particolare - fa sapere il Ministero pubblico -, la CRP ha concluso che «il diritto a un'inchiesta efficace e approfondita non è stato in alcun modo violato». Inoltre, «tutti i mezzi di prova rilevanti sono stati raccolti in modo imparziale, in tempi brevi», rispettivamente «sono stati approfonditi da periti laddove si trattava di accertamenti di tipo scientifico». Mezzi di prova alla cui assunzione «sia l'imputato, sia l'accusatore privato hanno potuto partecipare», e «tutte le circostanze fattuali rilevanti sono state oggetto di contraddittorio».
La sera del 7 ottobre 2017 - lo ricordiamo - l’agente salì le scale della palazzina in Piazza Municipio, una struttura privata che ospita asilanti a Brissago, preceduto da due richiedenti l’asilo. Una volta sul pianerottolo, il loro connazionale uscì dall’appartamento armato con due coltelli. Dopo aver intimato per due volte l’alt, l'agente aprì il fuoco. Due colpi in rapida successione ai fianchi. Il cittadino srilankese però non si fermò e l’agente sparò un terzo colpo, questa volta diretto al torace. Il 38enne morì pochi istanti dopo.
In sede di abbandono del procedimento, era stato stabilito che l'impiego della pistola d'ordinanza era «da ritenersi giustificato e le modalità messe in atto, proporzionate alle circostanze». Questo alla luce del fatto che «malgrado l'esito finale letale» tali modalità erano «l'unica soluzione possibile per evitare che l'aggressore potesse attuare le sue intenzioni essendo la vita di terze persone realmente in pericolo».
La Corte dei reclami penali ha stabilito ora che «l'agire dell'agente era giustificato da legittima difesa esimente, per proteggere terze persone».