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La commissione speciale scolastica del Gran Consiglio ha partorito il testo conforme dell'iniziativa popolare generica di sostegno alla privatizzazione della scuola, detta propagandisticamente "per un'effettiva libertà di scelta della scuola". Questo testo, condiviso dagli iniziativisti, riflette bene il pasticcio che si sta profilando all'orizzonte e soprattutto mette in evidenza un fatto che va sottolineato.
Contrariamente a ciò che alcuni affermano e molti sembrano credere, l'iniziativa non è una richiesta di sussidiamento per un limitato numero di scuole in difficoltà (e poi quali difficoltà sono? quelle che consentono grandi ampliamenti edilizi come al Papio e all'Elvetico? o quelle che consentono campagne pubblicitarie a tappeto come fanno le scuole "di educazione cristiana" del movimento di Comunione e Liberazione?…).
E non è nemmeno la richiesta di un aiuto sociale più consistente per le famiglie non benestanti che per varie ragioni devono mandare i figli nella scuola privata che assicura loro mensa e doposcuola.
L'iniziativa mira invece a sovvertire il sistema scolastico cantonale, a insinuare nella legge della scuola il principio del "buono" o "voucher" scolastico, a costruire la base legislativa per la proliferazione delle scuole private, a minare in fin dei conti la salute della scuola pubblica. Infatti l'iniziativa mira a introdurre due grosse novità nella legge della scuola.
Una novità è la definizione di una nuova categoria di scuole private (oltre a quelle parificate - come il collegio Papio, La Traccia, Parsifal, l'Istituto Elvetico, eccetera - e a quelle semplicemente autorizzate, tipo le scuole di lingue), cioè le scuole riconosciute, scuole che pur dicendosi, ad esempio, elementari o medie, potranno escludere allievi con il pretesto della mancanza di spazio, potranno praticare percorsi di istruzione che non portano a titoli di studio cantonali o federali riconosciuti, non saranno sottoposte al controllo pubblico cui sottostanno le scuole parificate ma solo a una generica "vigilanza generale del Cantone".
L'altra novità è il versamento da parte dello Stato cantonale di un contributo finanziario a qualsiasi famiglia che voglia mandare un figlio in una delle scuole, parificate o riconosciute; e non deve ingannare l'apparente modestia delle cifre (dal 50% al 20% del costo medio per allievo della scuola pubblica di pari grado), perché quel che conta è il principio: il 20% dovrà essere dato a chiunque, milionari compresi, un vero e proprio "buono scuola".
Noi a tutto questo non ci stiamo.
Come del resto non ci stiamo a subire la sottile e pervasiva polemica condotta contro la scuola pubblica dai corifei del privato, siano essi cattolici integristi o liberisti estremi: ciellini che ripetono all'infinito che le loro scuole sono "libere" (e pochi sanno che per loro la sola libertà è nell'obbedienza al Papa); liberisti che rinfacciano fino alla nausea agli insegnanti di essere corporativi, solo perché difendono un servizio pubblico e si oppongono ad introdurvi metodi aziendali. Tutti costoro poi coltivano "pro domo loro" le spinte xenofobe piccolo borghesi di quanti non vogliono che i figli si incontrino con coetanei di altre culture ed etnie.
Diciamo allora fuori dai denti qualcosa sulla scuola pubblica.
Il piccolo Cantone Ticino in materia di scuola – prima, durante e dopo l'obbligo – non ha affatto bisogno di supplire alle carenze del servizio pubblico ricorrendo al privato. Sarebbe opportuno smetterla con l'iperbolismo dei grandi confronti fra la presunta arretratezza ticinese e la situazione scolastica degli USA, della Gran Bretagna, dei Paesi Bassi, dell'Italia…
Per l'estensione della scuola dell'infanzia, per la capacità integrativa messa in atto nella scuola dell'obbligo, per i risultati universitari degli studenti delle medie superiori, la scuola pubblica ticinese è ammirata e non sfigura mai nei confronti intercantonali.
In altre parole, la scuola pubblica ticinese è il "gioiello di famiglia" del Cantone Ticino. Orbene, un "gioiello di famiglia" non lo si butta via e nemmeno lo si distrugge. Piuttosto lo si aggiusta e lo si aiuta a risplendere meglio.
Infatti noi non siamo tra coloro che pretendono che la scuola pubblica sia ottima. Riteniamo, e lavorandoci dentro la conosciamo, che sia buona e migliorabile.
Alcune sue strutture sono funzionali, altre reggono con difficoltà le trasformazioni socioculturali in atto.
Nelle persone prevale, ma non è di tutti, la professionalità: in questo il corpo insegnante non è peggiore di tanti altri gruppi professionali, forse anzi è migliore perché capace di supplire a deficienze di direzione. I mezzi che le occorrono sono tanti, Buffi non perde occasione per ripeterlo, ma dimentica di metterli in relazione con la dimensione del compito e con quanto si potrebbe fare in più e meglio: chi vi lavora sa che non sono sufficienti.
Nella scuola pubblica ci sono problemi aperti, ci sono discussioni e anche tensioni, come è normale e giusto che sia in una cosa pubblica, quindi di tutti (e non solo dello Stato), quindi soggetta al controllo dei poteri costituzionali e dell'opinione pubblica.
Lo sviluppo delle scuole private come auspicato dai sostenitori dell'iniziativa non contribuirà a rendere più bello il gioiello, ma concorrerà a rovinarlo.
E quand'anche si volesse ammettere – ma non lo concediamo - che un sistema misto assicurerebbe comunque l'esecuzione del mandato principale oggi assolto dalla scuola pubblica (educazione e istruzione per tutti i bambini e i giovani), due funzioni verrebbero indebolite notevolmente da un sistema misto, che oggi più che mai andrebbero per contro tutelate: quella della scuola come agenzia di socializzazione, su base territoriale, che concorre a frenare la tendenza perniciosa alla solitudine e all'isolamento delle persone e al degrado delle relazioni sociali, e quella, quanto mai attuale, di agenzia di accoglienza, integrazione, di reciproca conoscenza interculturale.
Il confronto è tuttavia, pare, rinviato a settembre. Perciò ne riparleremo.
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