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di Giuliano Masola. Alcuni giorni fa mi è capitato di vedere concessa la base intenzionale allo stesso giocatore della categoria Ragazzi quattro volte, di cui tre in una sola partita, a breve distanza di tempo. Come arbitro non ho potuto dire nulla, ma credo che qualche considerazione vada fatta, riprendendo un po’ la storia di questa giocata. Il 27 giugno 1870, nell’incontro fra i Cincinnati Red Stockings (prima squadra professionistica) e gli Olympics di Washington, il lanciatore di questa fece di tutto per mandare ogni volta in base George Wright, temibilissimo in battuta.
Non c’erano regole che lo impedissero; il lancio doveva avvenire all’interno di un triangolo (originato dal prolungamento delle linee di foul del piatto di casabase) ampio circa 4-6 metri, dove si posizionava il ricevitore; il balk del catcher non c’era; all’epoca occorrevano nove ball per andare in base gratis. Si comprese abbastanza presto che la base su ball intenzionale avrebbe portato a delle conseguenze non sempre positive per cui si adottarono nuove regole limitarne la possibilità. Tuttavia l’opportunità di evitare di far sventolare la mazza a forti battitori, così come quella di obbligare le basi, è rimasta. Ci sono stati casi in cui è stato omaggiato un battitore a basi piene, concedendo automaticamente un punto, per limitare i potenziali maggiori danni. Uno di questi è avvenuto il 17 agosto del 2008. Tampa Bay conduceva 7 a 3 sui Rangers. In quel frangente John Maddon, manager dei Rays, fece concedere la base su ball a Josh Hamilton a basi piene, preferendo giocarsi Marlon Byrd, che finì al piatto per cui Maddon ebbe ragione. Chi stabilisce le regole lo fa cercando di considerarne le implicazioni, sempre però con un concetto di una precisa etica sportiva. Il gioco che spesso definiamo batti&corri, presuppone la battuta, come elemento chiave, a seguito di un lancio; impedire o evitare che ciò avvenga significa, a mio parere, andare “fuori gioco”. Con tutta franchezza, nella partita da cui ho tratto spunto, alla terza base su ball intenzionale ho avuto la tentazione di espellere il manager per mancata sportività (gli avversari avrebbero comunque vinto), ma poiché non ero certo che ciò fosse previsto dal RTG, ho “bevuto da botte”; mea culpa. In Major League, dove si è cominciato a classificarle nel 1955, ci sono diversi casi di battitori che hanno ottenuto molte BBI nella loro carriera (il record è di Barry Bonds con 688, di cui 120 nel 2004). Qui però siamo in un ben altro mondo; siamo soprattutto a un livello, quello giovanile, in cui l’insegnamento tecnico dovrebbe andare almeno di pari passo a quello etico. Ciò non significa rinunciare a qualcosa, ma a far meglio qualcosa, ricordando che stiamo formando donne e uomini per il domani. In Lega Maggiore nel corso degli anni si assiste a un calo del numero delle BBI (da un picco di circa 1400 negli anni ‘80 a 900 nel 2016). Non sempre infatti questa tattica si dimostra vincente. Per esempio, nel 2006 Miguel Cabrera cui stava per essere concessa la base intenzionale da Todd Williams degli Orioles, sorprese tutti sventolando il primo lancio che si trasformò in una valida e in un punto battuto a casa. Alla fine i Marlins vinsero 8 a 5 al decimo inning. Occorre fare attenzione anche alle conseguenza di atti che, se continuamente ripetuti, sanno di presa in giro, se non veramente offensivi e ciò porta a far sorgere o incrementare rivalità che tolgono valore e credibilità a tutto il nostro mondo. In particolare, sono fondamentalmente contrario alla base su ball intenzionale nei campionati giovanili. Spesso i ragazzi che si affrontano frequentano la stessa scuola e le medesime amicizie e il fatto che indossino casacche diverse è molte volte frutto di scelte altrui, per cui sarebbe interessante raccogliere e ascoltare i loro commenti: ci insegnerebbero tanto. La sfida sta alla base del gioco e quando questa viene a mancare il divertimento non c’è più. Forse mi sbaglio, credo che il mancato confronto lanciatore-battitore sia deleterio soprattutto per chi sta sul monte, poiché riceve un messaggio di sfiducia da parte del manager. Si dice che il nostro gioco si impara attraverso tante ripetizioni di gesti, ma alla lunga ciò che fa la differenza è l’approccio mentale, la capacità psicologica di reggere il confronto. Tanti, specialmente quelli della mia generazione, hanno cominciato a giocare nei campetti e lì certamente non c’era posto per la BBI, manco si sapeva che esistesse. Il divertimento è il gioco per quello che sta nella sua essenza: incontro e sfida, a viso aperto. Credo che se usciamo da questo concetto, ci prendiamo grossi rischi, soprattutto non alimentiamo quel coraggio e quella determinazione che chi lancia deve avere sul monte e la capacità di sapergli competere da parte di chi è nel box. Spero di non rivedere casi di BBI concesse a ragazzi, ancor meno ripetuti come una sorta di accanimento terapeutico. Facciamo tanta fatica a trovare giovani e quando li mettiamo in campo credo che il nostro compito sia quello di far tutto per rendere sempre maggiore il loro entusiasmo, evitandone soprattutto la demotivazione. Come ha scritto Rob Rains, “I miei obiettivi sono: insegnare ai giovani a giocare nel giusto modo, avere un impatto positivo nei loro confronti, fare tutto con classe”. Con classe, appunto.
Giuliano Masola, Cannitello, 13 giugno 2021