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Quando si evoca l’Europa si usa ricercarne le debolezze e le tensioni nelle differenze fra le economie delle varie nazioni che la costituiscono. Si può pensare che questo tipo di riflessione geopolitica, basato sul nesso fra struttura economica e potenza politica, derivi da una scienza recente, o almeno da studi posteriori alla rivoluzione industriale del Sette e Ottocento. Non è ovviamente il caso, dato che sappiamo che fin dall’Antichità il potere militare e politico di una nazione venne determinato dalla sua ricchezza. Uno dei compiti della diplomazia, che mira non solo a negoziare tra i governi, ma anche a indagare sulle caratteristiche delle nazioni, è sempre stato quello di capire quale fosse la politica dello stato ove si recava l’inviato e quali fossero le risorse economiche che la potessero orientare o sostenere. Nell’Italia del secondo Quattrocento e del primo Cinquecento in particolare, quando si comincia a capire che il destino degli stati italiani non dipende più dai loro conflitti interni o regionali, ma dall’intrusione, anche militare, delle grandi potenze europee, come la Francia, l’Impero (comprendente la Germania e l’Austria) e la Spagna (che dal 1519 farà tutt’uno con l’Impero), l’interesse dei dirigenti politici guarda oltre le repubbliche e i principati italiani, per capire quali siano le forze e le debolezze dei grandi stati europei che si contendono l’Italia in quelle che vengono chiamate le Guerre d’Italia.
Nell’ambito delle sue numerose missioni diplomatiche, svolte prevalentemente fra il 1499 e il 1512, Niccolò Machiavelli si reca quattro volte presso il re di Francia Luigi XII e due volte presso l’Imperatore Massimiliano. Oltre alle lettere che scrive a Firenze per informare le autorità sullo svolgimento delle sue missioni, ci sono pervenuti tre rapporti in cui descrive e analizza i pregi e i difetti dei due stati. Il primo è un resoconto sulla Germania (chiamata Magna, per Alemagna) redatto subito dopo la prima missione (17 giugno 1508), mentre gli altri due, scritti fra il 1510 e il 1512 e intitolati Ritratti, sintetizzano le sue osservazioni sui due paesi. Si tratta di ampie descrizioni a tutto tondo delle caratteristiche politiche, militari, economiche, strutturali delle due monarchie. In ognuna di esse uno spazio relativamente ampio viene dedicato alle componenti economiche e, soprattutto, ai nessi fra economia, politica e potenza militare.
Le fonti e la struttura della ricchezza
Nel Rapporto sulla Magna e sull’Imperatore e nel Ritratto di cose della Magna, Machiavelli analizza le caratteristiche economiche del paese, le fonti e la struttura della sua ricchezza e le ragioni per cui tale ricchezza non riesce a concretarsi in una forza militare capace di imporsi in Europa e in particolare in Italia (dove l’imperatore designato vorrebbe intervenire con la forza per farsi incoronare a Roma dal papa secondo una tradizione secolare).
Machiavelli distingue giustamente tra “comunità” (cioè città-stato), che hanno ottenuto di dipendere direttamente dall’imperatore e hanno perciò conquistato una grande autonomia liberandosi dalla tutela feudale, principati ecclesiastici retti da vescovi dal potere spirituale e temporale e l’imperatore con la sua corte. L’autore osserva che la ricchezza risiede fondamentalmente nelle comunità. E subito per colpire l’immaginazione dei concittadini fiorentini sempre alla ricerca di denari e di nuove tasse per il funzionamento dello stato, per la propria difesa militare e per assicurarsi la protezione della Francia, cita una somma enorme quale ricchezza pubblica di una di esse, scrivendo: “Non vi è comunità che non abbia avanzo di danari in pubblico: e dice ciascuno che Argentina
sola ha parecchi milioni di fiorini”. E secondo la sua indole, che non si contenta dei fatti ma ne ricerca le cause, Machiavelli indaga sulle ragioni di tale ricchezza. Le città hanno sempre grandi scorte di generi alimentari e spendono quel poco che basta loro per rinnovarle (“avendo speso un tratto, nel rinfrescarle spendono poco”). Inoltre le comunità non si contentano di avere “da mangiare, bere e ardere per uno anno”, ma hanno anche una riserva di lavoro per la stessa durata nelle loro “industrie”, cioè nei lavori di artigianato, come in quelli manuali (“vivono delle braccia per un anno intero senza perdita”); sono in questo modo in grado di resistere per un anno a un assedio. La ricchezza deriva anche dalla quasi totale assenza di spese di difesa (“in soldati non spendono”) dato che essa viene assicurata dagli stessi cittadini “armati e esercitati”. E per fare capire quanto abbia di “virtuoso” questa autarchia anche militare, Machiavelli traccia un breve ritratto ludico di come i cittadini si riuniscano nei giorni festivi per addestrarsi alle armi e godersi fraternamente frugali premi: “li giorni delle feste, tali uomini in cambio delli giuochi, chi si esercita collo scoppietto, chi con la picca, e chi con una arme, e chi con una altra, giocando tra di loro onori
et similia, e’ quali tra loro si godono”. Si ha quasi l’impressione di leggere la descrizione della giornata di un’odierna festa svizzera di tiro! La ricchezza pubblica deriva anche dalla ristrettezza delle spese dei servizi pubblici, diremmo, con una terminologia moderna: “In salari e altre cose spendono poco: talmente che ogni comunità si truova in publico rica”.
Dall’economia pubblica a quella privata
Dall’analisi dell’economia pubblica l’autore passa poi a quella privata. Più che sulla costituzione di una ricchezza privata viene posto l’accento sul drastico contenimento delle spese individuali: “vivono come poveri, non edificono, non vestono e non hanno masserizie in casa”, mentre le condizioni di vita sono quelle dei bisogni basilari: “e basta loro lo abundare di pane, di carne e avere una stufa [una stanza] dove rifuggire il freddo”. E anche le spese per il vestire sono contenutissime, secondo una regola che si adegua a tutti i gradi sociali: “Spendonsi indosso due fiorini in dieci anni, e ogni uno vive secondo il grado suo a questa proporzione, e nessuno fa conto di quello che li manca, ma di quello che ha di necessità, e le loro necessità sono assai minori che le nostre”.
Da questa descrizione si potrebbe pensare che il commercio trovi pochi sbocchi e che l’economia ne risenta, mentre la ricchezza è apparente. A questo punto Machiavelli, con molta acutezza, va oltre lo studio dell’economia locale per prendere in considerazione le componenti esterne. La scarsa richiesta del mercato interno che vive in totale autarchia (“Per questi loro costumi ne risulta che non esce danari del paese loro, sendo contenti a quello che il loro paese produce”) viene compensata dalle vendite all’estero, che fruttano denaro alle libere comunità (“Nel loro paese sempre entra e son portati danari da chi vuole delle loro robe, lavorate manualmente, di che quasi condiscono tutta Italia”). Sembra quasi di leggere recenti articoli sull’invasione dei mercati italiani da merci prodotte all’estero a basso costo! Proseguendo l’analisi del successo di tali operazioni commerciali, l’autore rileva che questa esportazione è particolarmente redditizia per il fatto che la maggior parte dei guadagni proviene da manufatti dalla materia prima poco costosa: “E tanto maggiore è il guadagno che fanno quanto il forte che perviene loro nelle mani è delle fatture e opere di mano, con poco capitale loro d’altre robe”.
“Quanto meglio stanno li uomini, peggio volentieri escono alla guerra”
Oltre alla grande capacità di analisi economica, che mette in contrasto mercato interno e mercato esterno per spiegare l’accumulo di ricchezze, e che analizza le cause del successo dei flussi commerciali, Machiavelli punta sulle implicazioni politiche di tale situazione: cioè la difficoltà per l’imperatore di mobilitare, previo consenso delle autorità locali, fra gli abitanti delle comunità soldati disposti a partire in lunghe e lontane spedizioni di guerra, allorché si godono la loro vita semplice e felice in città e borghi, ricchi di vivande, di lavoro e di notevoli riserve monetarie. Un ragionamento che, come avviene spesso negli scritti maggiori, Machiavelli sintetizza felicemente in una massima di una particolare concisione ed efficacia: “E però [perciò] bisogna a uno imperatore molti più danari che ad uno altro principe, perché, quanto meglio stanno li uomini, peggio volentieri escono alla guerra”.
L’analisi dei poteri economicamente forti nell’impero non viene praticamente proseguita per le altre classi sociali, dato che la ricchezza dell’imperatore, almeno quella che non proviene dai suoi beni ereditari, dipende da quanto la Dieta imperiale – una specie di parlamento – vuole concedergli, mentre quella dei principi laici ed ecclesiastici è inficiata della suddivisione del patrimonio fra i vari eredi e il relativo indebolimento dei casati ad ogni successione (contrariamente alla regola di trasmissione del patrimonio al maggiore – diritto di maggiorasco – come avviene in altri paesi). Tale indebolimento economico viene analizzato dall’autore come un’altra causa – per ragioni assolutamente opposte a quelle delle comunità – della difficoltà da parte dell’imperatore a trovare un qualsiasi sostegno ai suoi progetti di campagne militari: “Di che ne è nato che né loro né etiam [e neppure] le loro terre, sendo divise insieme, possono favorire le imprese dello imperadore, quando bene volessino”.
Ne risulta che né la vastità dell’Impero né le sue immense ricchezze sono in grado di convogliare forze e risorse al potere imperiale per farne una potenza militare prevalente sullo scacchiere europeo.
Ricchezza e potenza politica
Ancora meglio articolata è l’analisi della ricchezza e della sua trasformazione in potenza politica per quanto riguarda la Francia. Machiavelli distingue tra ricchezza del re, ricchezza della nobiltà (laica e di Chiesa) e ricchezza dei produttori terrieri e manifatturieri. Per la prima, Machiavelli nota che l’ordinamento monarchico della Francia, oltre al potere politico rafforzato dalla concentrazione in mano del re di varie province anteriormente possedute da potenti baroni, dà al sovrano una grande autonomia finanziaria – contrariamente all’imperatore sempre limitato da quanto gli accorda la Dieta imperiale sempre gelosa delle sue prerogative -, tanto che gli risulta impossibile sapere quali siano le sue entrate: “L’entrata ordinaria e estraordinaria della corona non ho possuto sapere […] ciascuno mi ha detto essere tanta quanta ne vuole il re”. Da indagini ulteriori, riesce a quantificare più precisamente le entrate distinguendo tra denaro proveniente da tasse ordinarie, cioè le gabelle sui generi alimentari, che ammontano a un milione settecento mila fiorini; e quello derivato da tasse, che possono essere poste “alte, basse, come pare al re”. Inoltre il sovrano ha la facoltà di chiedere dei prestiti forzosi, che “raro [raramente] si rendono”, con una formula sintomatica dell’ampia facoltà di prelievo delle risorse che gli è concessa: “il re nostro sire si raccomanda a voi, e perché ha faulta d’argento [francesismo per: mancanza di denaro], vi prega li prestiate la somma contenente la lettera”.
A proposito della nobiltà, l’autore distingue fra due fonti: quella tributaria che proviene dai dazi pagati dai sudditi e le rendite in natura (“hanno bestiame assai da mangiare, pollaggi infiniti, laghi, luoghi pieni di venagione d’ogni sorte”); appunto perché le entrate in natura sono così abbondanti, i denari dei dazi vengono quasi interamente capitalizzati (“de’ danari che traggono da’ sudditi, dal vestire in fuori, non spendono niente”). Di modo che il denaro così accumulato (“tutto il danaio perviene nelli signori, il quale in loro è grande”) rimane improduttivo perché praticamente non circola: “come quelli populi hanno un fiorino li pare essere ricchi”.
Per quanto riguarda la Chiesa e i suoi vescovi, Machiavelli sottolinea il carattere quasi esclusivamente tributario delle ingenti risorse: “Li prelati di Francia traggono 2/5 delle entrate e ricchezze di quello”; una situazione derivante dal fatto che i vescovi dal potere anche temporale dispongono di redditi feudali. Ma andando oltre questa constatazione, l’autore rileva che questo denaro non entra nel circuito economico, ma viene o capitalizzato (“tutti li denari che li pervengono in mano non escono mai”) o investito in beni improduttivi (“si spende in argenti, gioie, ricchezze per ornamento delle chiese”). Si tratta perciò di una capitalizzazione certo notevole (“vale un tesoro infinito”) ma ben diversa da quella delle comunità germaniche finalizzata, come abbiamo visto, al sostentamento della popolazione in caso di guerra o di carestia.
Abbondanza di produzione e mancanza di liquidità
Lo studio della produzione di base – primaria e secondaria – è oggetto dell’analisi più acuta. L’autore distingue infatti fra abbondanza della produzione (“La Francia, per la grandezza sua e per la commodità delle grandi fiumane [i fiumi per il trasporto delle merci)], è grassa e opulenta”) e mancanza di liquidità per acquistarla (“dove le grasce [i generi alimentari] e l’opere manuale valgono poco o niente per la carestia de’ danari che sono ne’ popoli”). Il concetto viene poi sviluppato con esempi che permettono di capire che in un paese segnato dall’autarchia produttiva e da una sovrapproduzione diffusa, non esiste richiesta; e non essendoci possibilità di vendita, non c’è nemmeno quella di ricavare denaro, con il quale a sua volta sarebbe possibile acquistare (“se in una terra fussi uno che volessi vendere uno moggio di grano, non troverria, perché ogni uomo ne ricoglie da vendere”).
Il Ritratto di cose di Francia è uno scritto meno strutturato dell’omonimo dedicato alla Magna, e perciò la relazione tra situazione economico-finanziaria dello stato e la sua capacità d’intervento militare è meno esplicita. Inoltre, è stato composto e completato in un periodo di relativo declino della Francia sui campi di battaglia italiani. Tuttavia, si può dedurre da tali osservazioni che tanta ricchezza in quantità praticamente illimitata tanto del re quanto dei nobili, dia alla Francia una capacità di reclutamento e di armamento, nonché di intervento sui campi militari d’Europa, e d’Italia in particolare, senza paragoni (se si eccettua la Spagna). Basta un particolare per capire la differenza di efficienza tra la Francia e gli altri paesi per quanto riguarda il pagamento delle truppe: “L’ordine del re nelle spese estraordinarie, così nelle guerre come in altro, è che comanda a’ tesaurieri che e’ paghino e’ soldati; e loro li pagono per mano di coloro che li rassegnono”. Il soldo viene dunque versato direttamente, senza intermediari, con una chiara visibilità della fonte del finanziamento.
Anche per quanto riguarda la Francia, Machiavelli ne studia i flussi economici e commerciali con gli altri paesi e ne evidenzia le ripercussioni sulla politica di sicurezza internazionale. L’esempio più evidente è quello dei paesi fiamminghi (Belgio e Paesi Bassi). Considerazioni di tipo economico permettono all’autore di affermare in modo perentorio, con una sentenza di grande sinteticità propria al Segretario fiorentino, che: “De’ Fiamminghi non temono e’ Franzesi”. L’argomentazione si basa sulla complementarietà economica dei due stati che rende impossibile un confronto militare che la comprometterebbe gravemente. Infatti da una parte i Fiamminghi hanno bisogno dei prodotti alimentari francesi, che il loro clima non consente di avere: “perché e’ Fiamminghi non ricolgono, per la fredda natura del paese, da vivere, e massime di grani e vini, e’ quali bisogna che e’ tragghino fra di Borgogna e di Piccardia, e d’altri stati di Francia”. E d’altra parte essi hanno bisogno dei mercati francesi per vendere la loro produzione manifatturiera: “i populi di Fiandra vivono di opere di mano, le quali merce e mercanzie loro smaltiscono in sulle fiere di Francia, cioè di Lione e a Parigi, perché dalla banda della marina [cioè per via di mare] non vi è dove smaltirle”. Lo studio dei flussi economici, ed economico-politici, assume addirittura una dimensione europea, quando l’autore prende in considerazione anche la Magna per osservare che essa non può costituire un mercato sostitutivo per i Fiamminghi, dato che la produzione in quel paese è identica alla loro: “e di verso la Magna il medesimo [cioè la stessa impossibilità d’esportazione] perché ne hanno, e ne fanno più di loro”. E dunque, secondo quello schema puramente machiavelliano, che, come in un teorema, inizia con un’ipotesi, la dimostra e la conferma con una specie di “ciò che dovevasi dimostrare”, il concetto iniziale viene ribadito con la frase: “E però [perciò] e’ Fiamminghi mai, se non forzati, aranno guerra con li Franzesi”.
Una visione globale
Questi scritti sulla Francia e sulla Magna confermano dunque la volontà e la capacità di Machiavelli di studiare il funzionamento degli stati in tutte le loro componenti, compresa quella economica, perché solo una visione globale di uno stato permette di capirlo in tutta la sua complessità e diversità. La sua visione inoltre tende a rappresentare lo stato non come un essere vivisezionato ma come un organismo in vita e in movimento, visto dall’interno, nel suo profondo funzionamento – un po’ come il suo contemporaneo Leonardo da Vinci studiava il funzionamento del nostro organismo per rappresentarne meglio il corpo nelle sue opere artistiche. Solo dopo averlo capito in questa dinamica, fatta di forze in lotta e in evoluzione, Machiavelli passerà, nelle opere maggiori, come nel Principe o nei Discorsi, da riflessioni sui singoli stati o dallo studio di rapporti interstatali a una teoria ancora più globale sul funzionamento degli stati in generale considerati nelle loro maggiori tipologie.
di Jean-Jacques Marchand – Università di Losanna