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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione
Non saranno i settanta di regno della Regina, ma sessant’anni dei Rolling Stones non sono bruscolini. Cadono in questi giorni e, a loro modo, sono un regno: quello del rock.
La sera del 12 luglio del 1962 iniziò la leggenda. Mi piace poterla raccontare, in parte, attraverso le storie di alcune canzoni, così come quando sono in Radio. Era un giovedì, e ogni giovedì, al Marquee Club in Oxford Street era la serata del Blues. Avrebbe dovuto suonare Alexis Korner, il padre del ‘blues inglese’ ma la mattina, con una telefonata, diede forfait. Il titolare chiamò allora sei ragazzi che già frequentavano il locale e suonavano da un po’ insieme, con un nome preso in prestito da una canzone di Muddy Waters: ‘Rolling Stone’. In quel momento, su quel palco, iniziò la leggenda più duratura del rock.
Che nel loro destino ci fosse qualcosa d’inscalfibile dal tempo divenne chiaro a tutti due anni dopo, quando scelsero di pubblicare come loro primo singolo ‘Time is On My Side’, brano scritto da Jerry Ragovoy, l’autore prediletto di Janis Joplin. La voce ipnotica di Mick Jagger che ripeteva come un lamento d’amore: "Time is on my side, yes it is" sperando che lei, che lo aveva lasciato, finalmente tornasse. Confidava sul fatto di avere il ‘Tempo’ dalla sua parte. E il ‘Tempo’ è sempre stato dalla parte degli Stones, lasciando che le discese ardite e le risalite si metabolizzassero creando sempre nuovi equilibri.
Nell’estate del 1965, gli Stones piazzarono il primo colpo micidiale: ‘(I Can’t Get No) Satisfaction’. Il 6 maggio, durante il loro primo Tour Americano, suonarono al Clearwater Stadium in Florida davanti a 4mila spettatori. Altrettanti erano rimasti fuori e ci furono scontri con la polizia, tanto che il concerto venne interrotto. Tornato in albergo, Keith Richards non riusciva a prendere sonno; mandò giù un paio di sonniferi e un paio di bicchieri di bourbon. Come capita, seguendo questa personalissima terapia, svanito l’effetto anestesia, si svegliò di botto in mezzo alla notte, con gli accordi di ‘Satisfaction’ in testa; prese la chitarra, un registratorino portatile e incise quei suoni. Poi risprofondò nel sonno. La settimana dopo, portò quella cassetta in sala di registrazione e la diede al fonico: una volta messa nel lettore, si diffusero dalle casse quella decina di note micidiali e poi lui che russava profondamente per tutto il resto del nastro…
L’anno successivo arriva Aftermath, il primo long playing a contenere tutte canzoni con il marchio di fabbrica Jagger-Richards ma che in ‘Lady Jane’ aveva un fantastico arrangiamento elisabettiano di Brian Jones, dei Rolling Stones il più preparato musicalmente, ma il meno forte psicologicamente. Le figure femminili sono ricorrenti nella discografia degli Stones e ‘Lady Jane’ ne è probabilmente la sublimazione. Venne scritta per l’album e Brian Jones riuscì a creare quell’atmosfera sospesa nel tempo con il suono del dulcimer e l’arpeggio morbido della chitarra acustica. ‘Lady Jane’ ha un triplice spunto: il primo rimanda a uno dei romanzi erotici più famosi, L’amante di Lady Chatterley dove la Lady protagonista aveva una storia spregiudicata con il guardiacaccia (i due amanti chiamavano le rispettive intimità ‘Lady’ e ‘Sir Thomas’); il secondo spunto rimanda a Jane Seymour, terza moglie di Enrico VIII, una delle poche a non essere decapitate e che diede alla luce il tanto atteso figlio maschio; il terzo riferimento è Jane Ormsby-Gore, una nobildonna inglese con cui Mick Jagger aveva avuto una relazione. "Mia dolce Lady Jane, ogni volta che ti vedo divento il tuo servitore e, umilmente, sempre lo sarò".
I fermenti giovanili, le proteste studentesche, le manifestazioni di piazza che infiammarono l’Europa nel 1968, con Mick Jagger che partecipò al sit-in londinese contro la Guerra in Vietnam davanti all’Ambasciata degli Stati Uniti, furono il combustibile che portò alla realizzazione di un disco epocale: Beggars Banquet, che si apriva con la spiazzante ma vincente ‘Sympathy for the Devil’ , ispirata a Mick Jagger da alcuni versi di Baudelaire e, soprattutto, dal romanzo di Bulgakov Il Maestro e Margherita, ricevuto in regalo da Marianne Faithfull. E la natura diabolica affibbiata ai Rolling Stones tornò particolarmente utile quando il pezzo uscì. È il diavolo in persona che parla, attraverso la voce di Mick Jagger, ma dietro quei modi gentili e avvolgenti si nascondono i fini più torbidi. La Storia e gli eventi drammatici si susseguono via via, dalla crocifissione di Cristo al duplice assassinio dei Kennedy, dalla Rivoluzione d’Ottobre alla Seconda guerra mondiale. È la metafora della vita. I momenti terribili sono creati dall’Uomo che nasconde Lucifero al suo interno.
L’anno dopo: 1969, la morte improvvisa di Brian Jones, il tentato suicidio di Marianne Faithfull, la tragedia di Altamont, dove gli Stones avevano affidato il servizio d’ordine agli Hell’s Angels, complicarono ancor più le cose. Un momento duro, difficile. E la disperazione sotterranea che ognuno provava esplose tutta in sala di registrazione a Los Angeles, per l’album Let it Bleed, che si apriva con l’urlo di ‘Gimme Shelter’, una delle canzoni più spettrali e dure del loro repertorio, con la voce femminile di Merry Clayton (corista per Elvis e Ray Charles) a evocare uno scenario distopico, privo per l’uomo di ogni rifugio. Ha poi raccontato Mick Jagger: "Volevamo che la canzone fosse buia, cupa, spettrale e decidemmo di inciderla in piena notte: tra le due e le tre. Chiamammo Merry Clayton a mezzanotte e le chiedemmo di venire in studio mentre una macchina andava a prenderla sotto casa. Si presentò assonnata, struccata, con i bigodini in testa e le pantofole ai piedi. Ma appena cantò, svegliò tutto il mondo".
Gli anni Settanta, quelli di Sticky Fingers, la copertina ideata da Andy Warhol con il paio di jeans apribili tramite cerniera lampo e con ‘Brown Sugar’, altro pezzo micidiale del loro songbook, insieme alla morbida e struggente ‘Wild Horses’. Anche se Mick Jagger ha sempre giocato sull’ambiguità, ‘Brown Sugar’ non è l’inneggiare alla droga – anche se una qualità di eroina aveva lo stesso nome – bensì una canzone sugli schiavi partiti dall’Africa e destinati al mercato di New Orleans, dove il negriero con il viso sfregiato non risparmierà a mezzanotte la giovane ragazza appena sbarcata. Sticky Fingers raggiunse il primo posto in classifica, inaugurando l’etichetta personale e il logo con la ‘linguaccia’ decisamente molto più irriverente della ‘mela verde’ dei Beatles. Ma gli anni Settanta non furono facili e la stella degli Stones s’appannò un po’, complice anche l’arresto di Keith Richards a Toronto. Mick Jagger accusò il colpo ma non si fece abbattere, prendendo in mano le redini della band. Si trasferì a New York diventando un assiduo frequentatore dello Studio 54, il club più eccentrico al mondo. Lì assorbì i nuovi ritmi funky e disco, tanto da metter giù un pezzo in 4/4 coinvolgendo tutti gli altri. Durante le prove degli storici due concerti al Mocambo, Billy Preston, che li accompagnava dal vivo, si alzò dallo sgabello del suo pianoforte e sfilò il basso a Bill Wyman dicendogli: "Senti un po’ come si suona adesso il basso a NY". Improvvisò un groove di poche note; Charlie Watts con la batteria cominciò ad andargli dietro e, quando un paio di giorni dopo si ritrovarono in studio per inciderla, arrivò anche l’armonica di Sugar Blue. L’armonica in grado di fendere la notte.
Giornalista e conduttore radiofonico e televisivo, uomo di radio e di musica raccontata tra la Rai (‘Concertone’, ‘Discoring’ , un Sanremo da presentatore) e Radio Capital, dallo storico ‘Area Protetta’ fino a ‘Into the night’, passando per ‘Sentieri notturni’ e ‘Dodici79’.
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