Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01280.jsonl.gz/864

Lo sviluppo dell’economia capitalista si snoda attraverso un cronico squilibrio tra la velocità degli investimenti da un lato, che risponde alla necessità essenziale del capitale di una permanente ‘riproduzione ampliata’, e le capacità di consumo della popolazione dall’altro. Tale squilibrio fondamentale sfocia periodicamente in crisi generali dell’economia: esse hanno la capacità di “aggiustare” ciò che per definizione è in contrapposizione. Per un determinato periodo, più o meno lungo, più o meno violento, vengono distrutti profitti, capacità produttive, impiego e reddito. Non tutte le crisi però sono uguali. La prima differenziazione che spesso fanno gli accademici è tra quelle che si scatenano per via di fattori esogeni al sistema, e quelle che invece sono determinate da deficienze endogene del modo di produzione capitalista. A questo secondo gruppo apparterrebbe dunque una crisi come quella dei mutui ‘subprime’ del 2008, così come la Grande Depressione del ’29. Mentre eventi come la Seconda Guerra Mondiale, e anche l’attuale coronavirus, vengono analizzati quali cause specifiche ed esterne al sistema.
Ma tra le crisi endogene e quelle esogene esiste comunque un legame. Pensare per esempio al cambio di paradigma avvenuto a livello planetario a seguito della Seconda Guerra Mondiale, e cioè al consolidamento dello Stato sociale, nonché alla preminenza dell’ideologia keynesiana nelle politiche economiche, teoria che privilegia gli interventi di sostegno ai consumi e una massica presenza pubblica nell’economia, senza tenere conto del precedente della Grande Depressione di 1929 porta a delle conclusioni parziali. Un’analisi più approfondita rivela che il periodo 1929-1945 può essere considerato un'unica fase di crisi dell’economia mondiale. La conferma di una tale ipotesi è data dal fatto che un vero e sostenuto recupero economico ha avuto soltanto luogo una volta concluso lo sforzo bellico delle principali potenze.
Sarebbe questo il punto di aggancio alla stretta attualità: la causa esogena ‘coronavirus’ è andata a colpire un modello economico, quello del capitalismo finanziario neoliberista, già fortemente ferito dalla crisi dei mutui ‘subprime’ di dodici anni fa. Tale crisi è stata superata (per così dire) attraverso un intervento senza precedenti delle banche centrali, le quali hanno iniettato fiumi di liquidità nel sistema per evitare il fallimento in blocco delle banche private. Da quell’episodio derivano almeno quattro conseguenze principali: 1) né i mercati finanziari, né tanto meno le autorità chiamate a regolare le loro attività, hanno imparato la lezione. Tant’è che superata la fase più acuta della crisi Wall Street ha ripreso il suo modello di business basato sulla speculazione; 2) il sistema è diventato dipendente della liquidità ‘easy’ messa a disposizione dalle banche centrali; 3) con il costo del denaro praticamente azzerato o addirittura negativo, i rendimenti di titoli e obbligazioni sono diventati esigui o nulli; 4) ciò a sua volta ha determinato una marcata preponderanza degli investimenti nei mercati azionari e immobiliari, mercati che hanno raggiunto livelli record negli ultimi anni.
I segnali di una frenata dell’economia mondiale erano già presenti ancora prima del coronavirus: era noto quindi che ci si avvicinava a una nuova ‘regolazione naturale’ della discrepanza fondamentale del modo di produzione capitalista (nessuna reminiscenza malthusiana per carità, qui ci si riferisce alla ‘normale’ durata dei cicli economici). Con un aggravante però: l’impossibilità per gli Stati di avvalersi dallo strumento della politica monetaria per rilanciare l’economia, reso praticamente sterile dalle misure ultra-espansive attuate nel decennio precedente e dalle quali il sistema è diventato dipendente.
Escluse a priori le teorie complottiste, restano le domande indispensabili di questo momento straordinario: cosa accadrà dopo? Sarà il coronavirus, come lo è stata allora la Seconda Guerra, l’evento che sancirà la fine di un paradigma economico, in questo caso quello del ‘capitalismo finanziario neoliberista’? Verrà dato luogo a un nuovo modello di accumulazione? Quali saranno le sue caratteristiche?
Nell’attesa di capire quando potremo tornare alla normalità, sarebbe opportuno iniziare a pensare in quale delle varie normalità possibili vogliamo vivere, una volta che questo ‘incubo’ sarà finito.