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L'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) compie oggi 70 anni. La Svizzera collabora con questa organizzazione di difesa da oltre 20 anni. Ma l'adesione è fuori discussione, per ragioni di stretta neutralità.
Il 4 aprile 1949, a Washington, dieci paesi europei (Regno Unito, Francia, Italia, Portogallo, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Islanda e Norvegia) conclusero un'alleanza con gli Stati Uniti e il Canada. L'obiettivo era di "contenere" l'Unione Sovietica e i suoi alleati, per permettere alla Germania di acquisire autonomia e integrarla nel blocco occidentale, per mantenere una presenza americana e il suo "ombrello" nucleare sull'Europa.
L'organizzazione si è poi sviluppata integrando Grecia, Turchia e Germania negli anni '50, poi la Spagna negli anni '80. Ma è dopo la caduta dell'URSS nel 1991 che l'organizzazione ha conseguito la più ampia espansione, includendo gradualmente la maggior parte dei paesi dell'Europa orientale. Oggi conta 29 Stati membri.
Articolo 5
Sebbene contenga anche aspetti politici, il Trattato del Nord Atlantico costituisce soprattutto un'alleanza militare nel teso contesto della guerra fredda. L'obiettivo era allora chiaramente quello di proteggere i piccoli Stati e le democrazie occidentali da un'invasione dei paesi del Patto di Varsavia.
Anche la Svizzera temeva un'invasione sovietica, ma al contempo non voleva far parte della NATO. In effetti, l'adesione sarebbe stata incompatibile con la sua tradizionale politica di neutralità.
"È soprattutto l'articolo 5 del trattato che è incompatibile con la neutralità. Questo obbliga gli Stati firmatari a intervenire se uno di essi viene attaccato", spiega Alexandre VautraversLink esterno, capo del programma "sicurezza globale e soluzione dei conflittiLink esterno" all'università di Ginevra e caporedattore della Revue militaire suisseLink esterno.
Partenariato per la pace
Ma il fatto di non essere membro non impedisce la collaborazione. Dal 1996, infatti, la Svizzera aderisce al Partenariato per la pace (PpP) della NATO. Si tratta di uno "strumento di cooperazione flessibile" tra la NATO e diversi partner.
Il Ministero svizzero degli affari esteri (DFAE) spiegaLink esterno che il PpP è importante per la Svizzera perché "fornisce un quadro istituzionale per condurre assieme ai Paesi inclusi nella sua area strategica un dialogo sulla politica di sicurezza". Inoltre, esso "contribuisce alla preparazione delle forze armate svizzere destinate a partecipare a missioni di pace all'estero sotto il comando della NATO, dell'UE o delle Nazioni Unite (ONU)".
Non tutti però condividono questa visione. Molte voci – sia negli ambienti della sinistra che in quelli della destra conservatrice – ritengono che il PpP sia incompatibile con la neutralità e costituisca un'appartenenza latente alla NATO. Queste critiche provengono in particolare dal Gruppo per una Svizzera senza esercitoLink esterno, dall' Azione per una Svizzera neutrale e indipendenteLink esterno e da membri dell'Unione democratica centrale (UDCLink esterno, destra conservatrice).
Un partner imprescindibile
Quindi, il PpP, è la porta d'ingresso alla NATO? Alexandre Vautravers relativizza. "Ci sono diverse fasi della storia del PpP. In origine, era chiaramente una mano tesa ai paesi neutrali e agli ex membri del Patto di Varsavia. Nel corso del tempo, questi ultimi sono effettivamente entrati nella NATO, come l'Ungheria o la Bulgaria".
Ora che i paesi dell'Europa orientale hanno aderito all'Alleanza, il PpP rimane una semplice piattaforma di collaborazione con i paesi neutrali dell'Europa occidentale (Svizzera, Austria, Irlanda...) e con paesi dell'Europa orientale e dell'Asia centrale (Albania, Russia, Ucraina, Uzbekistan, ecc...). Questo, per Alexandre Vautravers, non è incompatibile con la neutralità. "Se il PpP è visto come una scala che conduce alla NATO, i paesi neutrali hanno avuto la possibilità di fermarsi al primo gradino e non andare oltre", osserva.
In ogni caso, secondo l'esperto di sicurezza, la NATO resta un partner quasi imprescindibile. "La NATO rappresenta oltre il 70% delle spese militari mondiali. Se si vogliono fissare degli standard, ad esempio nel calibro delle munizioni, nell'organizzazione del lavoro di uno stato maggiore comune di diversi eserciti, un avvicinamento ai criteri della NATO è inevitabile, che lo si voglia o meno".