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PER CASO
Dietro l'università di Zurigo si estende un vasto giardino, con una casa padronale e un vecchio, piccolo padiglione. In questo padiglione il pittore Mopp occupava tre stanze al pianterreno: un grande atelier tra due vani più piccoli, l'uno camera da letto, con un antico letto Impero coperto da una trapunta gialla, l'altro adibito a biblioteca, con un minimo di libri. D'altronde il pittore Mopp pareva sottostare alla legge del minimo indispensabile: il suo lungo nome «Max Oppenheimer» lo aveva ridotto alle lettere indispensabili, l'orario di lavoro era di un'ora al giorno, e anche il sonno aveva la durata limitata di sei ore: dalle tre alle nove di mattina.
Lo avevo conosciuto per caso, al volgere del secondo anno di guerra. A quel tempo esisteva ancora il Café des Banques all'inizio del Rennweg: una buona orchestrina suonava ogni sera musica classica. Me ne stavo là spesso da solo. Una volta prese posto al mio tavolo una coppia appariscente: uno era in tenuta di equitazione, calzava stivali con gli speroni ed era armato di frustino; con questo batté sul tavolo, mi strizzò l'occhio e disse forte e chiaro: - Ammazzate il borghese! - L'altro pareva un decadente Apollo germanico, una ciocca bionda sovrastava la fronte liscia e bianca, il corpo alto e flessuoso era avvolto in un abito di morbida stoffa azzurra. - Ma no! - disse al compagno con voce affettata. Poi si lasciò scivolare dolcemente sulla panca imbottita e prese a sfogliare con impazienza il terzo volume del romanzo La duchessa di Assy di Heinrich Mann.
L'uomo dagli speroni tintinnanti ordinò un "Berliner", l'Apollo biondo uno sciroppo di lamponi con kirsch. Scambiammo qualche parola, poi il cavaliere si presentò: - Mopp. -
Il compagno borbottò qualcosa d'incomprensibile. In seguito venni a sapere che credeva di essere un figlio illegittimo dell'imperatore austriaco (a quel tempo l'imperatore era molto vecchio e si chiamava Francesco Giuseppe II). Poco dopo il biondo si congedo e mi lasciò solo con Mopp. Ricordavo bene il suo nome, che avevo visto spesso nelle vetrine della bottega d'arte sotto un ritratto di Busoni all'acquaforte.
Mopp mi trascinò sulla "terrazza" e mi mise in mano l'ultimo numero di "Aktion", con la promessa di tornare a prendermi dopo aver concluso i suoi impegni. Ne fui molto orgoglioso, ero disposto a tollerare tutto. Per la prima volta una "celebrità" si occupava di me. In quel tempo così lontano era un avvenimento di una certa importanza per un ventenne.
A mezzanotte il pittore venne a prendermi. Mi propose di bere una tazza di tè a casa sua. Solo allora, alla luce bianca delle lampade ad arco, il suo volto mi apparve chiaramente. Un colorito malaticcio, cereo, la pelle gonfia, gli occhi a fessura che fissavano davanti a sé inespressivi. Labbra tumide su un mento informe. Una pronuncia nasale, volutamente trascurata, con una chiara coloritura viennese. E per tutto il tragitto, poi mentre l'acqua del tè incominciava lentamente a gorgogliare sul fornello a spirito, sgorgarono gli aneddoti, sempre nello stesso tono, e dopo il finale un breve sbuffo che voleva essere una risata e un invito a ridere. Aneddoti su Heinrich e Thomas Mann, su Wedekind: Wedekind ha sposato una donna non molto istruita. Durante una conversazione in presenza di lei si nomina Goethe. E Wedekind: - Bimba mia, era un grande poeta tedesco. - Breve sbuffo.
Ho l'impressione di ascoltare un disco inciso in modo strano, suonato da un grammofono eccellente. L'impressione non inganna. Gli aneddoti, i giudizi, le asserzioni, sono sempre gli stessi: l'esaltazione di Heine, l'odio per i tedeschi, l'ammirazione per la Francia. Li sento ogni volta che Mopp fa una nuova conoscenza. Non cambia mai una parola, il tono resta uguale, e anche la mimica è la stessa, come se dovesse distogliere da una morte interiore.
L'ART NOUVEAU
In un primo momento i lavori di Mopp mi sono molto estranei. Nei giorni successivi, quando vado a trovarlo e mi capita di arrivare durante la sua ora di lavoro, mi spiega volentieri la sua tecnica. Sta dipingendo un ritratto di Busoni, dalle mani, dai capelli del musicista si sprigionano dei raggi che Mopp incide con il temperino nel sottile strato di colore. Questo lo chiama "ritmare". Poi un giorno: - Oggi viene da me la nuova arte, vuole conoscere i fenomeni? - Qualcosa gli pare comico. Emette un breve sbuffo col naso.
Mi viene presentato un omino dalla fronte alta e la parte inferiore del volto come compressa, pince-nez di corno, rughe da impiccione ai lati del naso: - Il poeta Tristan Tzara. -
Lo accompagna un uomo alto e bello dai capelli neri e dal volto regolare: - Il pittore Marcel Janco. - Poiché nessuno dei due sa parlare bene il tedesco, la conversazione fra noi tre si svolge in francese. In mezz'ora devo imparare i nomi di circa una dozzina di celebrità a me affatto sconosciute, e la mia ignoranza mi affligge profondamente. Chi conosceva allora Blaise Cendrars, Jakob, il doganiere Rousseau, Picasso, Derain, Franz Marc e Kandinskij?
Tristan Tzara ha mani molto curate, piccole e infantili. Colui che lo accompagna, il pittore Janco, tace del tutto, di tanto in tanto lancia un'oscenità piuttosto infelice, che non si intona affatto alla conversazione. Mopp assiste, fa una faccia disinteressata, ogni tanto butta lì una parola in francese per lasciar intendere che riesce a seguire la conversazione. Poi mi propone di dargli lezioni di francese. Io accetto di buon grado.
Il pomeriggio è caldo e assolato. Di tanto in tanto fra i rami degli alberi alti e vecchi un uccello pigola nel sonno. Ho la coscienza un po' sporca, perché a dire la verità dovrei assistere a una lezione sulla Canzone d'Orlando. Ma questa conversazione è senza dubbio interessante, sebbene non sia affatto scorrevole.
Tzara racconta del cabaret Voltaire e del suo fondatore Hugo Ball. Senza che lui stesso se ne accorga, pronunciando quel nome la voce di Tzara esprime un rispetto forzato, sopportato controvoglia. Questo Hugo Ball, se ne va sempre in giro con un vestito impossibile; quando è arrivato dalla Germania ha vissuto in profonda indigenza, a Niederdorf, ha lavorato nel varietà con la sua amica, lui come pianista, lei come canzonettista.
Gli ospiti se ne sono appena andati quando Mopp incomincia a darci informazioni nel modo che conosciamo. Questo Tzara è un ebreo rumeno di nome Rosenstock, che ha varcato il confine rumeno con un passaporto falso. Finora non si è riusciti a sapere con quale nome sia comparso a Zurigo. E questo Hugo Ball, di cui si fa gran caso: lui almeno, Mopp, non riesce più a entusiasmarsi per questo genere di art bohème. Che bisogno c'è di andare sempre in giro in modo così trasandato, e magari venire in conflitto con la polizia per storie poco pulite? No, lui non vuole più saperne di tutta questa gente. Un incontro al caffè, va bene, è ancora sopportabile, non crea nessun obbligo, ma altrimenti, alla larga. E l'unico risultato è che si viene spremuti. Certo, si può avere un atteggiamento rivoluzionario. Ma tutto ha un limite. Eh sì, la Rivoluzione Francese, quella era stata una cosa diversa: - Danton! esclamò, entusiasta, e compì un gesto goffo con la mano (una mano che egli ammirava al punto di servirsene come modello per tutti i suoi ritratti): - Robespierre! - Sì, solo i francesi riuscivano a fare la rivoluzione con una certa eleganza. I tedeschi, invece! Dio mio! Non conoscevo la poesia di Heine, dove alla fine Sua Maestà veniva «molto umilmente ghigliottinata»? E così via. Un fiume inarrestabile.
Capitò che io fossi la persona adatta a rendere un servizio a Tzara. La Romania aveva bisogno di soldati. Tristan Tzara aveva ricevuto l'ordine di presentarsi. Ma... uno psichiatra di Zurigo gli aveva rilasciato una perizia: dementia praecox, demenza precoce. Armato di quella perizia, Tzara dovette presentarsi a un tribunale medico di Berna. E aveva scelto me come accompagnatore. Durante il viaggio leggemmo il referto dello psichiatra: era molto divertente. Come prova della follia il medico aveva citato alcune poesie del suo paziente, che dovevano dimostrare senz'ombra di dubbio come ci si trovasse di fronte a un caso estremo di istupidimento.
ALL'INIZIO ERA IL VERBO
Tzara recitò la sua parte in modo superbo. Lasciava pendere il mento e faceva gocciolare delicati fili di bava sulla cravatta storta, che io gli asciugavo con cura. Alle domande dei medici rumeni, riuniti in un auditorio dell'ospedale Insel, dovetti rispondere io. Tzara si limitava a mormorare incomprensibili «ah» e «oh». Pregai insistentemente i presenti di non eccitare il malato con troppe domande, altrimenti si sarebbe irritato e sarebbe stato difficile ricondurlo alla ragione. Quel giorno non riuscì troppo difficile a Tzara simulare un lieve stupore catatonico. A quel tempo Latzko aveva pubblicato sulla Neue Zürcher Zeitung le sue prime novelle di guerra, un orrore profondo varcava lentamente i confini. Non era degno di rilievo che anche Tzara, non appena si trattava della sua persona, sembrasse conoscere il sentimento della paura, lui che di solito voleva cancellare dall'opera d'arte la realtà, i sentimenti e la psicologia. Solo quando fu certo di essere definitivamente riformato (mi misero in mano un foglio che lo attestava), si decise a proferire una prima battuta. Con cautela sospinsi verso la porta l'uomo che incespicava. Là si volse e disse forte e chiaro: - Merde, - e aggiunse come per conferma: - Dada.
"Dada": questa parola non vuole simboleggiare solo il balbettio del bambino, è anche una doppia risposta affermativa, significa "sì sì", nelle lingue slave almeno, e credo anche in rumeno.
Quel dada, uscitogli di bocca del tutto involontariamente, diede molto da pensare a Tzara nei giorni che seguirono. Ricordo una passeggiata a mezzanotte per la Bahnhofstrasse deserta, doveva essere trascorso qualche giorno. Tzara mi confessò che la sua ambizione era quella di "inventare" una nuova tendenza artistica, come diceva lui. La fama di Marinetti, il capo dei Futuristi italiani, gli toglieva il sonno. Mi raccontò con entusiasmo una visita di quella setta estetica a Bucarest. Tutti vestiti allo stesso modo, abiti grigi, cappelli grigi, scarpe di camoscio grigio. La cosa più difficile era incominciare, constatò Tzara con un sospiro, ma lui aveva molte conoscenze a Parigi, in Italia. Il fascicolo del cabaret Voltaire era appena uscito con gli interventi di Hugo Ball, Emmy Hennings, Hulsenbeck, Arp. Ebbe larga diffusione. Poiché non conteneva propositi pacifisti, varcò indisturbato i confini. Ma bisognava trovare un seguito, l'impulso non doveva spegnersi. Tzara sognava la fama. - Dadaismo - disse, - suona molto meglio di Futurismo. E il pubblico è così stupido. - A quel tempo non si prendeva ancora troppo sul serio.
Conobbi il pittore Arp, un amabile alsaziano dal volto cordiale, che parlava contemporaneamente dei mistici tedeschi medievali e di buffi disturbi degli organi digestivi. Eccetto alcuni pittori gotici, accettava solo Leibl e i cubisti. Per me era sempre molto faticoso conversare con lui.
Tutti avevano un'allegria sorprendente. Eppure l'oppressione della guerra cresceva di giorno in giorno. Nessuno l'avvertiva?
IL CAPO
Una sera dovevo incontrare Tzara all'Odeon. Mi voleva presentare Hugo Ball. Quando mi avvicinai a un tavolo accanto alla porta, in un angolo, si alzò un uomo alto, che mi strinse la mano in silenzio, con un sorriso. Già la stretta di quella mano grande, leggermente ruvida era un fatto nuovo. Non era solo un gesto convenzionale, cortese, era un'asserzione semplice, ma del tutto vincolante. Il volto era singolare: la fronte alta e ampia, seminascosta dai capelli, che lasciavano scoperta una linea sottile e bianchissima sopra l'arco delle sopracciglia. Un volto così scavato che nonostante la durezza dei lineamenti, il naso sottile, leggermente ingrossato in punta, le labbra pallide e sottili appare morbidissimo, e le rughe profonde su tutto il viso sembrano simboli sacri difficili da decifrare - geroglifici. Ball non dice molto. Parla con grande tranquillità. Racconta della sua vita a Niederdorf, e che lo hanno messo dentro, all'inizio, lui stesso non ricorda più bene perché. C'era qualcosa che non andava nei suoi documenti. Quando parla del tanfo della cella, delle stoviglie di latta, tutti quegli oggetti banali e sudici sono avvolti in un'atmosfera di sogno.
La porta si apre di nuovo. Una creatura piccola e bionda, cui neppure il maglione verderame riesce a togliere nulla della sua grazia, porta dall'esterno nel fumo del locale uno sbuffo d'aria fredda e nebbiosa. Il volto pallido è molto incipriato, come quello di un pagliaccio bambino. - Questa è Emmy Hennings. - Dapprima mi guarda con diffidenza. La piccola mano con le unghie rosicchiate ha un calore febbrile che non si accorda con il volto pallido. Questa donna minuscola è agitatissima, trema sempre un po', come una stella filante colorata davanti a un ventilatore. S'immerge nel racconto di un'esperienza orribile che ha fatto la sera prima. Passeggia lungo il lago nella nebbia fitta, gli alberi sono avvolti in fili di cotone, e i lampioni fanno poca luce. Non pensa a niente di male (e che non abbia pensato veramente a nulla di male, lo sottolinea due o tre volte, perché se fosse stato così, questo avrebbe in parte spiegato la terribile esperienza). Invece no, pensa solo a cose semplici, che fa freddo, e perché mai la nebbia, che è così fitta e avvolgente, non infonde calore. Ed ecco che d'un tratto, su un albero illuminato da un lampione, vede seduta sua nonna. Proprio così, la sua vecchia nonna, morta da tanto tempo, siede là sul ramo spoglio di quest'albero e guarda giù verso di lei, verso la piccola Emmy Hennings - (Dice proprio così: la piccola Emmy Hennings). Cosa vorrà dire? pensa. La nonna ha uno sguardo cattivo, sembra in collera per qualcosa, la vecchia nonna. Le labbra sono serrate verso l'interno, perché da tempo ha perso tutti i denti. - Io dico a voce alta: «Nonna », ma la vecchia mi guarda e tace. Mi prende un forte spavento. Cosa vorrà dite? È un ammonimento? O forse mi aspetta una grande gioia? Bisognerebbe andare da un'indovina e chiederle cosa vorrà mai dire. Non è possibile - la voce si fa lacrimevole - non posso lasciare la mia nonna morta seduta su un albero. Cosa pensi che si debba fare, Hugo?
Si possono trarre molte conclusioni sul carattere dei propri simili osservando come reagiscono alla cosiddetta eccentricità del prossimo. Tzara fa una risata forzata, con imbarazzo.
- Emmy, eri un po' brilla, - decreta Mopp.
Io taccio e guardo Ball. Sul volto gli passa un'ombra d'irritazione per la stoltezza dei compagni. Ma gli occhi dell'amica sono puntati su di lui. Così frena l'irritazione, un bellissimo sorriso gli fiorisce sulle labbra, non indulgente, ma molto fraterno, si direbbe. - Ma sì, - dice con la sua voce profonda, che suona così calma e naturale, - la vecchia nonna era preoccupata per la nipote, ed è venuta a vedere come stava. La nipotina era certamente indifesa e rabbrividiva nella fredda nebbia. Così la nonna è dovuta venire a vedere.
Tiene la sua grande mano sulla mano dell'amica, e questo gesto protettivo non si adatta al rumore delle chiacchiere vuote, a tutti quei volti grassi che spalancano gli occhi alla ricerca degli ultimi bollettini militari.
Ball era uno di quegli uomini rari che non conoscono vanità né affettazione. Lui non recitava, lui era.
Mentre gli altri mi restano estranei (ho sempre la sgradevole impressione di non poter azzardare giudizi artistici o letterari, perché tutto ciò che mi piace viene liquidato come kitsch sentimentale, con una scrollata di spalle e uno sbuffo sprezzante), Ball è l'unico che io senta come un tranquillo fratello maggiore. Ha già avuto successo, era drammaturgo a Monaco, di recente redattore di un giornale illustrato. Ma come dice lui stesso:
Io non amavo gli ussari col teschio
Né i mortai col nome di ragazza
E quando alla fine vennero i grandi giorni
Me ne andai con discrezione.
Discreto, così era allora, discreto, così è rimasto anche in seguito. Non è mai stato capace di farsi pubblicità, ha scritto libri su cose lontane mille miglia dallo sport del calcio e dai concorrenti alle corse. Mai una volta è riuscito ad abbassarsi a un romanzo d'amore.
DADA, DADA
Nel marzo 1917 si decise di aprire la galleria Dada. In casa del produttore di cioccolata Sprüngli, all'angolo tra la Paradeplatz e la Bahnhofstrasse, Corray aveva affittato un appartamento, un grande appartamento con... aspettate... due, tre, quattro grandi stanze e una piccola retrocamera. C'era anche una cucina, credo. In mano a Corray l'appartamento non fruttava, anche lui vi aveva aperto una galleria che non riusciva a destare un grande interesse. Fu felice di affittarlo a Ball. Arrivarono casse di quadri, la Germania voleva fare propaganda artistica, come ogni stato a quel tempo. La rivista "Der Sturm" mise a disposizione i quadri. C'erano Kokoschka, il cubista tedesco Feininger, Kandinskij, Klee.
Ma l'esposizione era solo lo sfondo, gli eventi principali erano le serate artistiche che si tenevano due o tre volte la settimana. E ogni volta, sebbene non si facesse troppa pubblicità, c'era un folto pubblico.
E anche in queste occasioni, come di solito capita nella sua vita, è Ball che organizza tutto e lascia che siano gli altri, quelli che si mettono in vista, a raccogliere allori. Lo avrò sempre davanti agli occhi, seduto al pianoforte mentre accompagna una danza negra. L'antico canto arabo, Dio solo sa dove lo avesse scovato, che in seguito avrei udito per notti intere nella Legione:
Tra patschiamo guera
tra patschiamo gonooooi.
Io gli siedo accanto e suono un tamburello. Gli altri dadaisti vestiti di maglia nera, ornati di maschere alte e inespressive, saltellano e muovono le gambe a tempo, e grugniscono anche le parole. L'effetto è impressionante. Il pubblico applaude e gusta i panini imbottiti che si vendono negli intervalli.
Ball siede di nuovo al pianoforte, ed Emmy Hennings intona la Danza macabra. Le parole erano di Ball, e si cantavano sulla melodia di Così viviamo, così viviamo, così viviamo ogni giorno. Incominciava così:
Così moriamo, così moriamo,
così moriamo ogni giorno
perché è così piacevole lasciarsi morire
solo ieri nel sonno e nel sogno
a mezzogiorno già defunti
di sera già in fondo alla tomba.
Con quella sua vocina fragile Emmy Hennings cantava l'ultimo verso in modo tale che il pubblico era scosso da un brivido per niente dadaista:
Ti ringraziamo, ti ringraziamo
nobile imperatore per l'onore,
hai scelto noi per morire
dormi pure, dormi tranquillo
finché non ti sveglierà
il nostro povero corpo che l'erba ricopre.
Dopo di lei era la volta di Tristan Tzara, tight nero, ghette bianche sulle scarpette di vernice, che recitava i suoi versi. Versi... lui li chiamava così. Erano in francese, o meglio, una parola francese seguiva l'altra. A metà venivano i titoli dei quadri di un catalogo, messi in fila con o senza congiunzioni (una volta l'ho scoperto per caso). Poi un giovane della scuola di Laban [II] danzava una poesia fonetica di Ball. Questa era molto più comprensibile. Si riesce davvero a mettere in fila vocali e consonanti in modo da creare armonia e ritmo. Io non lo avrei mai creduto possibile; il metodo non era del tutto nuovo. Christian Morgenstern aveva già tentato qualcosa del genere. La mia specialità era quella di preparare un'insalata linguistica. Le mie poesie erano tedesche e francesi. Ricordo solo un verso:
Verzahnt und verheert
sont tous les bouquins.
La sera in cui recitai questi versi era presente per caso J.C. Heer. Fu così soddisfatto dell'allusione al suo nome che la sera seguente m'invitò a cena alla "Apfelkammer". Mi offrirono cosce di rana, e il signor Heer era un buon intenditore di vini.
IL CLAVICEMBALO DEI GATTI
Forse è interessante riportare il programma di una di quelle serate. L'ho tratto dal libro di Ball: La fuga dal tempo.
PROGRAMMA DELLA III SOIRÉE
(28.IV.1917)
I
S[uzanne] PEROTTET: Composizioni di Schönberg, Laban e Perottet (pianoforte e violino).
GLAUSER: "Padre", "Cose" (versi).
LÉON BLOY: Exégèse des lieux-communs (traduzione e lettura di F. G.).
BALL: "Grand Hotel Metafisica", prosa in costume.
II
JANCO: Il Cubismo e i miei quadri.
S[uzanne] PEROTTET: Composizioni di Schonberg, Laban e Perottet (pianoforte).
EMMY HENNINGS: "Critica del cadavere", "Appunti".
TZARA: "Froide lumière", poème simultan, lu par sept personnes.
Ball annota al riguardo: - Tra il pubblico Sacharoff, Mary Wigman, Clotilde von Derp, la signora von Werefkin, Jawlensky, il conte Kessler, Elisabeth Bergner. Le soirée hanno avuto successo, nonostante Nikisch e il quartetto Klingler?
Il poème simultan era concepito come un rinnovamento del coro misto. Ciascuno dei sette personaggi doveva leggere la sua parte, che consisteva in rumori prodotti con la bocca ("Prrrr, ssss, ay a ya, uuuuuh"), tra i quali fiorivano improvvise le parole; vi si mescolavano vecchie canzoni (Sous les ponts de Paris), allora i rumori diventavano un accompagnamento sommesso, e come una cantilena liturgica una parte del coro recitava parole accostate in modo arbitrario. Anche la sintassi, che Rimbaud aveva arricchito, doveva essere uccisa e annientata, poiché aveva un'origine borghese.
La musica non subì una sorte migliore della lingua. Un compositore fece sistemare un armonium a sinistra del pianoforte che lui maltrattava. E mentre si scatenava sulla tastiera, appoggiava l'avambraccio destro su tutti i tasti dell'armonium che riusciva a raggiungere, mentre il piede azionava instancabile un mantice. Ricordava vagamente il clavicembalo dei gatti di Filippo II di Spagna, che De Coster descrive nel suo Thil Uylenspiegel?
Per caso era presente Busoni quando il giovane compositore eseguì il suo esperimento musicale. Al termine del brano Busoni si chinò verso un accompagnatore. - Sì, - mormorò, per restare nello stile di questa composizione bisognerebbe raddoppiare le parole "Da capo" sillaba per sillaba. - E poiché quello non capiva, Busoni aggiunse: - Ma sì: dada... e così via, non è vero?
LA FUGA DAL TEMPO
Il Dadaismo era per Ball una misura difensiva e una fuga, come è già stato detto. A cosa valevano la logica, la filosofia e l'etica contro l'influsso di quel macello che era diventata l'Europa? Era una bancarotta dello spirito. Ogni giorno se ne raccoglievano nuovi esempi: con l'aiuto della lingua si riusciva anche a giustificare l'assassinio. E il tentativo di combattere l'assassinio con l'aiuto di parole, di frasi, doveva apparire subito ingenuo e inutile. Era un tentativo di distruggere i mezzi di cui il materialismo si era appropriato per difendere il proprio mondo. E non solo questo: gli uomini non riescono a distruggere ciò a cui sono da lungo tempo abituati senza cercare subito qualcosa che lo sostituisca. Se negano l'intelletto e tutto ciò che ad esso è collegato, devono mettere qualcos'altro al suo posto: candore, primitività, scultura negra, danze negre, disegni infantili. D'un tratto si accorgono di non vedere più le cose come sono in realtà (e anche questa domanda resta aperta: come sono le cose in realtà?), i loro occhi, i loro pensieri, i loro orecchi sono stati educati dalla tradizione, dalla tradizione "accademica"; essi vedono, riconoscono le cose con occhi estranei, con gli occhi dei morti che sono vissuti prima di loro. Se si considera che il divario tra due generazioni non è mai stato così insormontabile come quello tra la nostra generazione e quella dei nostri padri, paiono sussistere alcune possibilità di comprendere un movimento come il Dadaismo almeno ai suoi esordi.
Fatto strano: odiano la tradizione, eppure non possono vivere senza di essa. Già da lungo tempo ha avuto inizio la battaglia contro questo modo di vedere "accademico", e per la precisione nella pittura. Un filo ben visibile lega pittori come Gauguin, Cézanne ai cubisti come Picasso, Léger. E Derain, che ha aderito al Cubismo, si confronta con i Primitivi italiani. Se si sono letti i Chants de Maldoror del conte de Lautréamont (che in realtà si chiamava Isidore Ducasse, e che probabilmente morì in un manicomio belga), i versi di Hülsenbeck non sembreranno poi così sorprendenti:
Lentamente l'ammasso di case si aprì la metà del corpo,
allora i colli gonfi delle chiese
richiamarono urlando le profondità sopra di loro,
qui si davano la caccia come cani
i colori di tutte le terre mai viste.
Oggi che la guerra si dimentica così in fretta per fare spazio a una nuova, è difficile ricostruire l'atmosfera di quell'epoca trascorsa. Ma a quel tempo il Dadaismo possedeva una qual certa necessità interiore, non v'è alcun dubbio: come si spiegherebbe altrimenti l'interesse suscitato da queste soirée? Nonostante il prezzo alto (o forse proprio per questo), i biglietti erano sempre esauriti. Mi si obietterà: gli spettatori erano snob, attratti solo dalla novità. Certamente, ma non sono il più delle volte i tanto denigrati snob a rendere possibile lo sviluppo di un nuovo modo di vedere?
LA FUGA NEL CANTON TICINO
Venne giugno. A mio padre fu riferito con quale compagnia "andavo in giro". La sua reazione fu comprensibile. Voleva farmi rinchiudere in un manicomio. Quando lo venni a sapere, confidai a Ball la mia pena. Mi promise il suo aiuto. Fu interessato per me lo psichiatra che aveva già aiutato Tzara. Ball mi accompagnò da lui. Fu molto gentile con me. Disse che non dovevo aver paura. Sarei stato protetto nel caso che mio padre avesse attuato la sua minaccia. Ma sopraggiunse un altro triste evento, io non sapevo più dove dar di capo. Poiché nello stesso periodo la galleria Dada stava attraversando una crisi (Ball ne aveva abbastanza di fare tutto da solo, ed essere oltraggiato da Tzara, per di più), Ball decise di recarsi nel Canton Ticino e m'invitò ad andare con lui. Aveva ricevuto un anticipo sul suo romanzo, la Zurcher Post aveva accettato e pagato una mia novella.
Così una sera partimmo per Magadino. Là ci aspettava la signora Hennings con la figlioletta Annemarie. Annemarie aveva nove anni, e disegnava. Mi fu assegnata una grande stanza in una vecchia casa, le pareti erano di un rosa delicato, e il lago davanti alle finestre era di un azzurro tranquillo. Di solito tacevamo, era necessario dopo la confusione di Zurigo. Cucinavamo a turno. Ma a poco a poco il denaro finì.
Decidemmo così di andare su un'alpe, dietro la valle Maggia. Per quattro ore portai la macchina da scrivere e una valigia nel cerlo (una gerla di legno, che invece delle cinghie ha dei rami di salice che si conficcano dolorosamente nella carne delle spalle). Emmy Hennings sospingeva la capra che il proprietario dell'alpe ci aveva dato. La sera giunse Ball ansimante, recando anch'egli i viveri nel certo. Per mano teneva Annemarie.
La nostra casa era un fienile. Dormivamo su un mucchio di fieno. Nelle vicinanze scrosciava notte e giorno una cascata. Cime aguzze circondavano il nostro rifugio, e la neve dei ghiacciai era vicina. Ci dividemmo le ore della giornata per usare la macchina da scrivere: Emmy Hennings stava scrivendo la storia della sua strana vita, Ball lavorava a un breviario di Bakunin, io ero molto pigro e scrivevo solo qualche paginetta di tanto in tanto. L'aria era caldissima, satura del ronzio degli insetti e del delicato profumo delle erbe alpine. Scendevamo a Maggia solo una volta la settimana, per prendere i viveri e la posta. Il cibo principale era polenta e caffè nero. Mungere la capra non era così semplice. Quando restammo senza denaro, ci separammo.
Per Ball il Dadaismo era finito. Per un certo periodo aveva rappresentato una forma espressiva delle sue "risate" (anche una risata può essere un segno di disperazione), ora lo infastidiva. Incontrai ancora una volta Tzara a Zurigo. Curava una rivista: "Dada". Nel primo numero ero stato attaccato come poeta sentimentale, che non aveva nulla a che fare col "mouvement Dada". Ma dopo essermi sorbito un monologo di Tzara per mezz'ora, nel numero successivo di quel giudizio fu incolpato il compositore, e venni reintegrato nella mia dignità di dadaista. Ma poiché anche per me il "mouvement" aveva perduto ogni interesse, quella rettifica mi lasciò piuttosto indifferente. Ero alle prese con la mia vita, e non era un compito facile.
In seguito, dopo una serata memorabile al Kaufleute, il movimento si spaccò nel Dadaismo tedesco e in quello francese. Dopo la guerra Hülsenbeck ne divenne il profeta nella nuova repubblica, a Parigi Tzara fu preso sul serio perfino da André Gide e Cocteau. Un anno fa deve aver sposato una donna ricca, e la vita da milionario gli si confà, a quanto ho sentito. Hülsenbeck ha provato a fare il giramondo, ogni tanto scrive qualche articolo per la Berliner Illustrierte. Fedele al Dadaismo è rimasto solo Arp, il pittore. Poco tempo fa ha curato un libretto. S'intitola: Imbianchi? Annerisci? Lo consiglio a tutti coloro che soffrono di malinconia. Io l'ho letto con piacere, perché i versi sono lievi e fluttuanti, come quei fili bianchi che volano per l'aria in autunno.