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di Giuliano Masola. Nel 2007 venne pubblicato un libro importante, almeno i più appassionati e amanti della storia: “Invisible Men: Life in Baseball’s Negro Leagues” (autore, Donn Rogosin, prefazione di Monte Irwin). Come noto, la rottura della barriera del coloro nella Major League nel 1947, con l’entrata in campo di Jackie Robinson ha cambiato sostanzialmente tutto, poiché nel giro di pochissimi anni le leghe della gente di colore, nate negli anni Venti, finirono per scomparire. In queste hanno giocato g grandissimi talenti, come il leggendario “Smoky” Joe Williams, la cui palla veloce sembrava “piombar giù dalla cima di un monte”, Satchel Page, che lanciò nel corso di cinque decadi, e grandi battitori come Josh Gibson e Buck Leonard, “the Ruth and Gehrig of the Negro Leagues”. Benché ignorate dalla stampa e dalle radiocronache in mano ai bianchi, questi campionati paralleli di alto livello riuscirono ad attirare grandissime folle, specialmente in città come Chicago, Kansas City, Pittsburgh, Philadelphia, New York e Washington, Il contributo delle Negro Leagues alla formazione di una società americana meno divisa fu essenziale, contribuendo a risolvere, almeno in parte, i problemi derivanti anche dalla Guerra di Secessione.
Alcuni, dal punto di vista sportivo, si sono chiesti se la scomparsa di quelle leghe, che permettevano di giocare a tutti gli emarginati del tempo, sia stata un bene. La storia dei “se”, nonostante sia accattivante, produce solo fantastoria, anche se conribuisce a fare il successo di abili romanzieri e scaltre case editrici. Ora il colore della pelle non pare più un problema: è l’abilità che conta. Non è più nemmeno il problema della religione, vista la diversa provenienza e cultura dei giocatori; fino a non molti anni fa, ad esempio, giocare il Venerdì Santo era un tabù; ora si gioca normalmente. Invisibilità è una parola non banale. Gli amanti di enigmistica si sbizzarriscono con termini come questo. Intuitivamente significa “non visibile”, con riferimento a oggetti tanto piccoli che non si riescono a vedere ad occhio nudo. Potremmo pensare (schivando le frecciate dei puristi) a qualcosa di diverso, se vogliamo di più crudo, facendo derivare il termine da “inviso”, cioè “malvisto, guardato con disprezzo”. Il motivo è semplice, se guardiamo a casa nostra. Quanto baseball e softball vediamo in TV? Quanto spazio dà la stampa? Poco, molto poco; anzi per quanto riguarda la TV è pressoché zero. Pertanto siamo invisibili. I motivi sono tanti, o forse ce n’è uno solo: ci manca “un santo in paradiso”. Certamente la concorrenza è spietata, poiché ogni giorno si può dire, nascono nuovi sport, con tutto quanto si trascinano dietro dal punto di vista commerciale. Può essere triste dirlo, ma uno sport vive se riesce a fare affari – business, se volete. Come normalmente accade, il gatto si mangia la coda, per cui se il giro si interrompe tutto crolla. In una città di tradizioni come la nostra è difficile trovare materiale sportivo per baseball e softball; bisogna andare a Bologna, ad esempio, così come cinquanta anni fa. C’è però la possibilità si acquisti via internet, ma occorre sempre fare attenzione, poiché costi di cambio e di trasporto non correttamente valutati possono rivelare delle sorprese. La domanda di fondo resta: perché siamo diventati – siamo – invisibili? Rivangare il passato serve a poco, anche se forse paghiamo le conseguenze di aver tentato una scalata “impossibile” negli anni Ottanta, ciò diventare il quarto sport nazionale, dopo il calcio, la pallacanestro e la pallavolo, sopravanzando il rugby. Il motivo per cui dovevamo tornare ad essere invisibili era uno solo: soldi. Salire sulle massime sedie del CONI significava – e significa – denaro, molto denaro per la Federazione da cui si proviene, oltre a onori personali. Finché eravamo poco visti – invisibili – tutto andava bene: potevamo anche espanderci; avendo osato superare quella barriera, però, siamo diventato “invisi”, qualcosa da combattere (i globuli “bianchi” hanno reagito….). Non so se qualcuno sta pensando a scrivere qualcosa sul nostro baseball invisibile, ma forse ne varrebbe la pena (lascio comunque il compito a chi è più bravo e ne sa più di me). Solo un’analisi approfondita dei fatti permette di provare a metter in campo nuove strategie. Prendiamo esempio dal rugby – sport del quale a Parma siamo figliocci; fino a non molti anni fa snobbava le Olimpiadi, ritenendosi talmente forte a livello mondiale da fare da sé; ora è sport olimpico e partecipa. In un mondo sempre più legato ai media sei visibile solo se ti vedono, non è un gioco di parole. Non ho la ricetta in tasca per risolvere il nostro gravissimo problema, e forse non l’ha neppure chi ci rappresenta ai massimi livelli. Fatto sta che siamo sostanzialmente all’angolo, come un pugile che non sa come fare a ripararsi dai colpi. In questi casi, facendo un po’ di attenzione agli effetti collaterali, ci si può rifugiare all’ombra, sorseggiando un “invisble cocktail” (a ognuno la sua ricetta), lontani dalla scena. Invisibili nell’invisibile? Questo è il problema. Giuliano Masola 6 luglio 2017