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|Nel 1876 Ciajkovskij assistette al «Festspiel» di Bayreuth e cercò di farsi un'idea della musica di Wagner che, pur facendogli una notevole impressione, gli rimarrà estranea, in fondo, per tutta la vita.

Ho qui incontrato gran numero di personalità, - scrive il 2 agosto 1876 a Modest, - e mi son trovato immediatamente preso nel vortice della baraonda del festival girando tutto il giorno come un invasato. Fui anche presentato a Liszt che mi accolse con estrema cortesia.
Altre notizie a proposito dell'arrivo dell'imperatore Guglielmo, si leggono in un articolo per il periodico «Notizie russe»:
Assistevo allo spettacolo dalla finestra di una casa vicina. Davanti a me passarono alcune scintillanti uniformi, poi sfilarono i musicisti del Teatro Wagner con a capo Hans Richter, quindi apparve l'alta figura e la caratteristica testa dell'abate Liszt, del quale avevo già avuto occasione di ammirare il ritratto e finalmente, in un'elegante carrozza, un ometto dal naso aristocratico, dalle labbra sottili, ironiche: Richard Wagner, il nume tutelare di questa cosmopolita festa d'arte...
La piccola città offre agli stranieri alloggi sufficienti, ma non è in grado di nutrire tutti i suoi ospiti. Accadde dunque che subito, fin dal primo giorno, appresi che cosa significa «lotta per l'esistenza»: ogni pezzo di pane, ogni bicchiere di birra può essere conquistato soltanto a prezzo di lotta, di astuzia, di ferrea tenacia...
Un grido di giubilo si alzò da migliaia di gole, quando il treno imperiale entrò lentamente in stazione. L'anziano imperatore salì nella carrozza che lo attendeva e andò al castello.
Wagner, che lo seguiva da presso, era fatto segno a manifestazioni di non minor entusiasmo. Quali sentimenti di orgoglio dovevano gonfiare il cuore di quell'ometto che contro tutte le difficoltà, grazie alla sua energia e al suo enorme talento aveva saputo tramutare in realtà gli ideali più arditi e i piani più audaci!
Circa l'opera del maestro di Bayreuth scrive:
Ho avuto l'impressione che la Tetralogia dell'Anello del Nibelungo contenga musica di straordinaria bellezza, soprattutto nel campo sinfonico, il che però mi sembra molto strano poiché Wagner non può aver voluto scrivere un'«opera in stile sinfonico». Ammiro sinceramente il possente ingegno del compositore e la sua abilità tecnica, mai rivelatasi prima di lui. Eppure dubito assai che la concezione operistica wagneriana sia giusta. Voglio però proseguire nello studio di questa musica tanto ardua e complicata.
Tre anni dopo il nostro musicista scriveva:
Ieri ho cominciato a studiare la partitura del Lohengrin. Per Wagner come uomo non ho simpatia, ma devo tuttavia render giustizia al suo genio musicale. Esso si rivela in modo più lampante proprio nel Lohengrin, gemma di tutta la produzione wagneriana. Dopo il Lohengrin, il talento del compositore cominciò a declinare... Perse ogni senso della misura, cominciò a passare i limiti.
Nel 1884 Ciajkovskij arrivò ad affermare che non potrebbe far meraviglia se opere eccellenti come Lohengrin, Tannhäuser, L'Olandese volante dovessero restare in repertorio. Opere di teatro come queste di un maestro di grande ingegno devono, prima o poi, diventare patrimonio comune. Le opere dell'ultimo periodo invece, sono, a suo avviso, piene di menzogne, poggiano su principi sbagliati, mancano di semplicità, di verità.
Si sa che Wagner, pressapoco a partire dal 1870 e per quasi mezzo secolo, esercitò grandissima influenza sui compositori di quasi tutto il mondo. Intere generazioni di musicisti si votarono a lui e dovettero pagargli un tributo a spese della propria originalità. Fra essi i più insigni riuscifono, come Richard Strauss, Mahler e Debussy, a liberarsi da tale influenza e a trovare nei loro più maturi lavori, uno stile personale. Neppure Verdi, coetaneo di Wagner (erano nati entrambi nel 1813), poté sfuggire interamente, in tarda età, a tale suggestione: si suole infatti affermare che la lunga pausa fra Aida ed Otello sarebbe dovuta al fatto che Verdi, dopo aver studiato le partiture di Wagner, venisse indotto a dubitare della validità di quanto aveva fino allora composto e soprattutto della forma detta «grand-opéra», bestia nera di Wagner. Nacque così, dopo una lunga pausa creativa, Otello, la cui musica non deve certo nulla a Wagner, ma la cui forma di dramma in musica risale immediatamente a quanto prescritto da Wagner in proposito della riforma scenico-drammatica. Aida fu l'ultima «opera» di Verdi; Otello il suo primo «dramma musicale».
Su Ciajkovskij, Wagner esercitò influenza assai limitata. Scrivendo nel 1877 all'allievo Tanejev, qualche tempo dopo aver terminata la Fantasia sinfonica Francesca da Rimini egli riconobbe:
L'osservazione di Cui secondo la quale io avrei scritto la mia Francesca sotto l'impressione dei Nibelunghi di Richard Wagner è assolutamente esatta. L'ho notato io stesso mentre lavoravo. Se non mi inganno, ciò è evidente soprattutto nell'introduzione. Non è strano che io subisca l'influenza di un'opera d'arte per la quale provo repulsione?
Nonostante queste ammissioni, è quasi impossibile trovare nella Francesca di Ciajkovskij reminiscenze wagneriane, neppure nell'introduzione. Soltanto verso la fine, dopo che è svanita la magica seducente melodia del canto d'amore immortale ed eterno, quando a un rullar di timpani in «crescendo» succede l'erompere «fortissimo» di tutta l'orchestra, si fanno udire velati accordi di trombe che possono vagamente ricordare l'Anello del Nibelungo di Wagner. Non sarebbe tuttavia possibile scoprire una qualsiasi traccia di spirito wagneriano in nessun'altra opera del maestro russo.
Se Peter riconobbe spregiudicatamente il genio creatore di Wagner, non provò però la minima attrazione per la sua musica. Un amore appassionato nutrì invece per Mozart, che considerò quasi un dio soprattutto a causa di Don Giovanni. Quest'opera lo accompagnò dai primissimi anni della giovinezza fino all'ultimo periodo della sua attività creativa e rappresentò per lui il vertice di ogni forma creativa.
La signora Nadezda non riuscì mai a condividere questo suo entusiasmo.
Perché lei non ama Mozart? - le scrive da Clarens il 16 marzo 1878. - Io non soltanto l'amo, io l'adoro. Per me Don Giovanni è la gemma più splendente fra tutte le opere che mai siano state scritte. Ella, che è dotata di un intuito musicale così raffinato, dovrebbe venerare quest'ideale di artista. Consideri le sue opere drammatiche, due o tre delle sue Sinfonie, il Requiem, i sei Quartetti per archi dedicati a Haydn, il Quintetto per archi in sol minore. Non le dicono dunque nulla queste composizioni?
Mozart è riuscito a creare un tipo di figura tragica, a dar corpo a un personaggio nel modo più vigoroso e impressionante che sia mai riuscito alla musica. Intendo riferirmi a donna Anna in Don Giovanni. Non mi è possibile descriverle quello che provo quando in teatro ascolto quest'opera e sulla scena appare la figura dell'orgogliosa donna Anna assetata di vendetta. Non c'è un'altra opera che mi procuri altrettanta emozione. Quando donna Anna riconosce in don Giovanni l'uomo che ha offeso il suo nome, ucciso suo padre; quando la sua collera, come un torrente impetuoso, prorompe in un geniale recitativo al quale segue quell'aria meravigliosa in cui ogni accordo, ogni figura orchestrale, esprimono il suo furore e la sua fierezza, un brivido mi corre per tutto il corpo e sono sul punto di mettermi a urlare, a piangere, sopraffatto dalla violenza della suggestione. E poi, con quali accenti commoventi dà sfogo al suo dolore accanto al cadavere del padre! Amo con tanto ardore la musica di Don Giovanni che in questo momento, mentre scrivo, ho gli occhi pieni di lacrime di commozione. È impossibile: non posso parlarne pacatamente.
Nella musica da camera, Mozart colpisce per la purezza e la grazia della forma così come per la sorprendente bellezza della condotta delle singole parti. Guardi l'«adagio» del Quintetto in sol minore. Nessuno ancora aveva saputo esprimere così efficacemente con la musica l'impenetrabilità del dolore. Mentre il violinista Laub suonava quell'«adagio» io me ne stavo nascosto nell'angolo più appartato della sala perché nessuno potesse osservare in che stato mi metteva quella musica.
Mozart inventava la musica così, come gli usignoli cantano, ossia senza pensarci, senza sforzo alcuno. E con che facilità il lavoro gli usciva dalle, mani! Mai ha tracciato un abbozzo. La sua genialità era così prepotente che egli scriveva la sua musica direttamente in partitura. Aveva l'abitudine di elaborar la sua musica mentalmente, fin nei minimi particolari.
Potrei raccontarle cose a non finire a proposito di questo genio luminoso per il quale ho un autentico culto. Don Giovanni è stato la prima musica della mia vita che mi abbia commosso fino al midollo. Fin d'allora essa suscitò in me una specie di sacro furore che doveva più tardi dare i suoi frutti. Fu attraverso quella musica che ebbi coscienza di quel mondo della bellezza artistica che si dischiude soltanto agli spiriti eletti.