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Le autorità temevano che con l'arrivo delle vacanze estive molti rifugiati sarebbero stati costretti ad andarsene
Ainse e Christian Geiger, domiciliati nel Canton Argovia, raccontano della loro esperienza. Da diversi mesi hanno aperto le porte di casa a una mamma e suo figlio tredicenne
HAUSEN (AG) - Qualche mese fa, iniziava il conflitto che continua a tenere l'Europa con il fiato sospeso. Come tanti altri svizzeri, Ainse e suo marito Christian Geiger, si sono subiti sentiti in dovere di fare qualcosa. La coppia, che vive con due figli in una casa monofamiliare ad Hausen, ha deciso di offrirsi come famiglia ospitante per i rifugiati ucraini. Come si legge sul Tages Anzaiger, Anise gestisce una piccola caffetteria, Christian è un esperto informatico e un pastore in una chiesa libera. «Abbiamo spazio, stiamo bene economicamente, e per una volta, possiamo anche stringerci un po'», afferma Christian Geiger.
Quanto durerà davvero questa "corsa alla solidarietà"?
Vedendo le prime immagini di guerra provenire dal fronte, la famiglia di Hausen non è stata l'unica a essere stata colpita da un moto di compassione. Le autorità temevano infatti che le decine di migliaia di persone che si sono fatte avanti per offrire un alloggio alle vittime della guerra, si pentissero presto della loro scelta. Sarebbe stato un problema in tal caso riuscire a ricollocare tutti i rifugiati.
Nathalie Barthoulot, presidente della Conferenza svizzera dei direttori sociali, ha dichiarato in primavera che le famiglie ospitanti rappresentano una soluzione transitoria ma che in alcuni casi la convivenza si protraggono per più di tre mesi, «ma probabilmente questi casi non rappresentano la maggioranza», ha ipotizzato Barthoulot. Con l'arrivo delle vacanze estive si credeva che gli svizzeri avrebbero trovato più difficile la convivenza.
Secondo un sondaggio della Conferenza svizzera dei Direttori Sociali, al momento però, le paure delle autorità cantonali non si sono ancora avverate. Circa il 60% dei rifugiati ucraini sono alloggiati privatamente, cioè circa 40 000 persone. Prima di giugno, la percentuale di persone che hanno dovuto essere ricollocate era compresa tra cinque e dieci. «Molte famiglie ospitanti permettono alle persone di trattenersi più a lungo del previsto», ha dichiarato a luglio il consigliere di governo zurighese Mario Fehr.
Le previsioni fatte sul tema erano troppo pessimistiche
In base a quanto analizzato dai Cantoni interpellati e dalle organizzazioni umanitarie che si occupano delle famiglie ospitanti, tra luglio e agosto, non si è registrato alcun aumento delle ricollocazioni. Il cantone di Basilea-Città scrive: «Solo in casi sporadici veniamo a conoscenza di situazioni in cui il rapporto si è interrotto già dopo tre mesi di convivenza o anche prima». «Finora, siamo rimasti sorpresi dalla stabilità dei rapporti che si sono creati tra ospiti e rifugiati», afferma il Cantone di Ginevra.
Non ne è rimasta sorpresa Miriam Behrens, direttrice dell’aiuto svizzero ai rifugiati (SFH): «Il panico relativo alle vacanze estive era esagerato». «Certo, ci sono famiglie in cui il rapporto finisce dopo un paio di mesi. Alcune persone volevano riavere l’appartamento tutto per sé, è comprensibile. Una parte dei rifugiati trova la propria casa. Mentre a volte si creano dei conflitti che rendono impossibile la convivenza prolungata. Rispetto al numero di famiglie ospitanti, tuttavia, si tratta di pochi casi», spiega.
Secondo SFH, le possibilità di successo sono maggiori se il collocamento avviene secondo criteri prestabiliti e se le famiglie ospitanti sono accompagnate durante tutto il percorso da realtà come la Caritas o i servizi sociali cantonali. «Non è un caso che nelle città in cui molte famiglie ospitanti e rifugiati si sono trovate da sole, ad esempio tramite Facebook o conoscenti, siano necessarie più ricollocazioni. Se le famiglie fossero accompagnate professionalmente, sarebbero più disposte a impegnarsi in modo duraturo», afferma Behrens.
Una semplice convivenza si trasforma in qualcosa di più
Alla famiglia Geiger non spaventa avere compagnia in casa per un periodo prolungato. Da maggio, vivono con loro una donna ucraina e il figlio di 13 anni. «Possono rimanere quanto vogliono», afferma Anise Geiger. Ciò vale anche se la ricerca di un lavoro da parte della madre avesse successo. «Vivere insieme è una ricchezza per noi».
«L’inizio è stata la parte più complicata», racconta Anise Geiger. «Abbiamo dovuto affrontare questioni organizzative e procedure amministrative. Adesso invece è tutto più semplice, gli ospiti sono molto autonomi». «Certo, a volte ci sono delle divergenze - afferma Christian Geiger - «ma tutto risolvibile. Bisogna solo affrontare i problemi per tempo».
Il fatto che ora ci sia sempre molta gente fra le quattro mura non disturba la famiglia Geiger: «Ci siamo abituati, anche i nostri figli adolescenti invitavano sempre amici a casa», dice Anise Geiger. «La nostra porta è sempre aperta».
Senza la solidarietà delle famiglie saremmo in difficoltà
Miriam Behrens, dell’Ufficio di Assistenza ai Rifugiati, è convinta: «Senza le famiglie ospitanti non sarebbe stato possibile collocare così tante persone». La guerra in Ucraina è stata un fulmine a ciel sereno e senza l'aiuto delle economie domestiche svizzere, non sarebbe stato possibile creare così rapidamente un numero sufficiente di alloggi. Anche nei prossimi mesi queste persone svolgeranno un importante ruolo sociale per la Confederazione.
Anche se in maniera ridotta rispetto all'inizio del conflitto, l'organizzazione Campax continua a registrare nuove famiglie ospitanti. Miriam Behrens ritiene tuttavia che il potenziale non sia ancora stato sfruttato appieno: «Se la domanda aumentasse di alloggi, aumenterebbero anche gli svizzeri disposti ad accogliere persone in casa propria».
Più di 5000 rifugiati sono stati trasferiti direttamente dai centri federali di asilo alle famiglie ospitanti. In futuro, la SFH intende offrire questo tipo di sistemazione anche ai rifugiati provenienti da altri paesi. Un progetto in tal senso esisteva già durante la crisi siriana ma all’epoca, solo qualche centinaio di profughi venivano accolti privatamente.
«Ospitare i rifugiati in casa propria indipendentemente dalla loro provenienza e dal tipo di crisi vissuta, potrebbe facilitare l'integrazione», afferma la famiglia Geiger. «Non trattate i vostri ospiti come visitatori ma come membri della famiglia. Noi non offriamo alcun "programma"- spiega Anise Geiger - viviamo normalmente la nostra vita quotidiana, così ci sentiamo tutti a nostro agio».