Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01164.jsonl.gz/238

È senza dubbio una delle idee politiche più insolite lanciata in Svizzera negli ultimi decenni. Eppure i promotori dell'iniziativa che prevede un reddito di base incondizionato per tutti assicurano di aver già raccolto abbastanza firme per far votare gli svizzeri su questa proposta utopica.
È "un'enorme scemenza", brontola un uomo di mezza età, entrando a passo spedito nella stazione ferroviaria di Basilea. Un giovane militante lo ha appena invitato a firmare un'iniziativa popolare lanciata da un gruppo di privati cittadini, senza il supporto di una grande organizzazione politica.
I promotori affermano che è ora di fare un ampio dibattito pubblico sul valore del lavoro nella società e sul crescente divario tra ricchi e poveri. Concretamente chiedono di garantire un contributo a ogni persona che risiede legalmente in Svizzera. L'importo non è fissato nel testo, ma i promotori calcolano che attualmente dovrebbe attestarsi sui 2'500 franchi al mese. L'obiettivo è di dare a tutti il diritto all'autodeterminazione e a una vita decente, indicano in un volantino di propaganda.
Pur essendo ben lungi dall'essere l'unico a reagire negativamente – e ad alta voce –, il passante fa parte di una minoranza di critici, in questa fredda mattina di sabato di fine maggio davanti alla stazione di Basilea. Solo pochi istanti dopo, lo stesso giovane attivista viene coinvolto in quello che sembra essere un dibattito epico e animato, con un insegnante in pensione, sul valore del lavoro e sulla necessità di esercitare pressioni sulle giovani generazioni perché ottengano un posto di lavoro e una formazione.
L'uomo dai capelli grigi per finire non sottoscrive l'iniziativa. "Potrebbe essere una buona idea, ma non riesco ad immaginare che sia realizzabile", conclude.
Ciò nonostante, l'entusiasmo del giovane che raccoglie le firme sembra inarrestabile. Fa parte di un quintetto di attivisti politici che sembrano adorare le discussioni aperte.
Riescono anche ad essere ripagati: un 22enne in uniforme militare, dopo lo scetticismo iniziale, alla fine firma. Una decisione che prende dopo aver soppesato pro e contro, dopo aver espresso elogi e critiche. "È una buona cosa avere una discussione su un'idea", osserva, dando anche qualche consiglio all'attivista su quel che dovrebbe evitare per non rischiare di spaventare potenziali sostenitori.
Pochi mezzi, molto entusiasmo
I promotori dell'iniziativa hanno motivi ideali che potenzialmente potrebbero rompere un tabù in una società ampiamente definita dal lavoro e dal denaro.
Secondo Mark Balsiger, politologo ed esperto di pubbliche relazioni, la campagna ha destato attenzione principalmente quando è stata lanciata. Lo specialista si dice sorpreso del numero delle firme già raccolte. Molti avevano infatti dubitato della capacità dei personaggi indicati come "amici" ufficiali dell'iniziativa di mobilitare i cittadini al di fuori di una ristretta cerchia di persone con ideali umanistici.
Le loro attività di propaganda per strada hanno un tocco simpatico e i loro siti web hanno un aspetto professionale, tanto più se si considerano i mezzi finanziari presumibilmente scarsi a disposizione, riconosce Balsiger.
Guardando la democrazia diretta al lavoro, la sua ipotesi è confermata: la maggior parte degli attivisti sembra essere costituita da entusiasti volontari di ogni età.
"Siamo un nucleo di una quarantina di militanti e siamo stati aiutati da circa altre 200 persone fuori dal nostro gruppo", dice Pola Rapatt di Generation Grundeinkommen (Generazione reddito di base). Istituito lo scorso autunno a Basilea, il gruppo ha dato alla campagna un nuovo impulso, aggiungendo una nota più giocosa, in particolare con l'organizzazione di competizioni tra i militanti delle diverse città.
Far vacillare certezze
Dal canto suo, il politologo Michael Hermann descrive l'iniziativa come un tentativo di "mettere in discussione certezze a livello politico e filosofico". L'esperto ritiene che questa iniziativa abbia solo un limitato potenziale di "provocare uno scandalo", a differenza di alcune precedenti, come per esempio quella per l'abolizione dell'esercito svizzero, o per la reclusione a vita dei criminali pedofili, oppure quelle di movimenti ambientalisti radicali. La questione di un reddito incondizionato è peraltro discussa anche in altri paesi europei.
"Lo scopo principale dell'iniziativa sembra essere un ampio dibattito. Pertanto la campagna è forse la fase più importante", analizza Hermann. È perfettamente legittimo, ma rischia di seppellire la questione politica per lungo tempo. Un successo alle urne non sembra in vista, secondo il politologo.
Discussione di fondo
Lo stesso giorno, un po' più tardi, un gruppo di militanti sta facendo propaganda in strada a Berna. Come a Basilea, la temperatura è fredda, ma non scoraggia una donna di mezza età che si ferma e si unisce spontaneamente agli attivisti per aiutarli a raccogliere firme.
Alcuni militanti sembrano ormai un po' stanchi. Ciò malgrado non vogliono mollare: vanno avanti ancora per qualche altra ora.
"È irritante come poche persone qui vogliano essere coinvolte in una discussione. Dicono: 'Sì, sì, è una grande idea' e firmano, oppure non firmano e continuano per la loro strada", afferma Dani Häni, uno dei leader dei promotori del reddito di base incondizionato.
Quasi a contraddire la sua dichiarazione, una donna sulla quarantina si avvicina al punto di raccolta delle firme nei pressi della stazione. Firma senza esitazione. Sembra un'esperta di scienze sociali e spiega che le piace avere una discussione, perché la politica sociale attuale è segnata dalla sfiducia.
Opposizione
L'iniziativa finora non ha trovato molti amici tra le cerchie economiche, a parte qualche eccezione di rilievo. In un documento di 15 pagine pubblicato lo scorso ottobre, la Federazione delle imprese svizzere economiesuisse sostiene che "l'introduzione di un reddito di base indebolirebbe estremamente l'attività economica e la competitività della Svizzera".
L'organizzazione si oppone a un aumento dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) per finanziare il progetto e respinge gli argomenti secondo cui il sistema di sicurezza sociale del paese potrebbe essere snellito, se fosse introdotto un reddito di base incondizionato.
Economiesuisse calcola che il cambiamento genererebbe costi supplementari pari a circa 140 miliardi di franchi all'anno. Oltre la metà di questo importo dovrebbe essere finanziato tramite un aumento dell'IVA.
"Anche se questa visione è semplicistica ed attrattiva, essa è sfortunatamente troppo bella per essere vera", scrive economiesuisse nelle conclusioni del documento. "L'Eldorado resta un mito e le esigenze degli iniziativisti non fanno altro che costruire delle utopie che si trasformerebbero in una voragine per il nostro paese".
Reddito di base
L'iniziativa popolare "Per un reddito di base incondizionato" chiede di ancorare nella Costituzione federale un articolo che impone alla Confederazione di istituirlo. Il testo precisa che questo reddito "deve consentire a tutta la popolazione di condurre un'esistenza dignitosa e di partecipare alla vita pubblica".
L'idea originale risale al Medioevo e fu dell'umanista e filosofo sociale Thomas More. Nel corso dei secoli venne ulteriormente sviluppata.
Nel XX secolo il filosofo francese André Gorz fu un entusiasta sostenitore di un reddito di cittadinanza garantito.
Tentativi di introdurre un reddito di base incondizionato sono stati lanciati in diversi paesi. Sforzi sono in corso nell'Unione europea e in singoli paesi europei.
In Svizzera l'iniziativa "Per un reddito di base incondizionato" è stata lanciata l'11 aprile 2012. Il termine per la raccolta di almeno 100mila firme valide, per poter sottoporre il testo a votazione popolare, scade l'11 ottobre 2013.Fine della finestrella
Fare i conti con la realtà
Per Rudolf Strahm, ex Mister Prezzi, l'idea di un reddito di base incondizionato a prima vista è affascinante, ma "la disillusione arriva di fronte alla prospettiva che lo Stato debba mantenere delle persone per tutta la vita come pensionati".
L'ex parlamentare socialista apprezza l'immagine idealistica dell'umanità promossa dai sostenitori. Il concetto e le questioni sociali alla base di questa iniziativa dovrebbero essere preso sul serio, precisa Strahm. "Ma la risposta non è stata pensata fino in fondo", afferma.
"Utopie e visioni non devono dare una risposta ad ogni domanda tecnica. Ma l'utopia deve rispondere almeno alle domande fondamentali facendo i conti con la realtà".
Un mondo migliore
I promotori dell'iniziativa non sono sordi alle critiche. Ma un militante di primo piano, l'ex portavoce del governo svizzero Oswald Sigg, ora in pensione, è convinto che valga la pena lottare per una società più giusta e per una distribuzione del reddito più equa, anche se potrebbe sembrare impossibile conquistare la maggioranza dei voti. "La Svizzera è l'unico paese al mondo dove si può votare su un'idea utopica", osserva.
I promotori alla fine di maggio avevano raccolto più di 110mila firme. Per poter essere sottoposta a votazione popolare, un'iniziativa dev'essere firmata da almeno 100mila cittadini con diritto di voto nel giro di 18 mesi. I promotori hanno ancora quattro mesi di tempo per riunire altre sottoscrizioni. Ed è quello che intendono fare.
(Traduzione dall'inglese: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch