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Esattamente 150 anni fa, il 18 marzo 1871, nasceva a Parigi la Comune, il governo municipale operaio che per due mesi amministrò la capitale francese, realizzando – malgrado il durissimo assedio – riforme ed opere pubbliche rimaste impresse nella storia del movimento comunista. Secondo Karl Marx, quello della Comune costituì infatti il “primo governo della classe operaia” della storia, a cui si ispireranno i rivoluzionari dei decenni seguenti – a partire dallo stesso Lenin. In occasione di questo importante anniversario, ripercorriamo le principali conquiste di questa eccezionale ed eroica impresa di emancipazione popolare, la cui eco giungerà fino in Svizzera influenzando in profondità il movimento operaio allora in grave difficoltà.
Il 18 marzo 1871, gli operai parigini insorgono contro i monarchici
A seguito della cocente sconfitta di Sedan, dove il 2 settembre 1870 Napoleone III venne fatto prigioniero dalle truppe prussiane del cancelliere Bismarck, la tensione in Francia non fece che crescere. Nemmeno la proclamazione della Repubblica, avvenuta il 4 settembre, o l’elezione della nuova Assemblea Nazionale dell’8 febbraio 1871 poterono contenere il malcontento popolare: l’accettazione delle durissime condizioni d’armistizio da parte del governo monarchico di Adolphe Thiers non fece che accrescere il risentimento della classe operaia e della piccola borghesia, i cui sentimenti patriottici venivano mortificati dalla resa e i cui interessi materiali venivano colpiti dai decreti volti a coprire le durissime condizioni di pace (mentre veniva invece risparmiata la grande borghesia “capitolarda”). Nella notte tra il 17 e il 18 marzo, la tensione accumulata esplose in seguito al tentativo del governo di disarmare gli operai parigini, organizzatisi nella Guardia Nazionale per difendere il paese dall’invasione straniera: il trasferimento dei cannoni dalla collina di Montmartre venne bloccato dalla Guardia Nazionale, sostenuta dalla popolazione parigina che di lì a poco scatenò una vera e propria insurrezione, occupando le sedi del potere governativo e costringendo il gabinetto di Thiers ad una precipitosa fuga verso Versailles. La sera del 18 marzo, la capitale era ormai interamente in mano agli operai insorti che, capitanati dalla Guardia Nazionale, iniziava a riorganizzare le strutture dello Stato.
Le realizzazioni della Comune: lavoro, casa e istruzione per tutti
Dopo le elezioni del 26 marzo, il governo della Comune – proclamata due giorni dopo – entrava ufficialmente in carica. Sotto la guida del proletariato parigino, il governo municipale avviò importanti riforme economiche e sociali, che trasformarono in profondità la capitale francese. Nei soli due mesi di governo, la Comune di Parigi abolì l’esercito permanente e la polizia, sostituiti dai corpi popolari della Guardia Nazionale, stabilì l’elettività e la revocabilità di tutti i dipendenti dello Stato (che non potevano essere pagati più del salario medio di un operaio) e adottò una nuova prassi di esercizio del potere, integrando le funzioni legislative e quelle esecutive in un unico organo – la Comune per l’appunto.
In campo economico, i comunardi adottarono dei primi provvedimenti in vista dell’espropriazione dei capitalisti, instaurando il controllo statale e operaio sulla produzione in alcune grandi imprese (come quelle di armamenti). Vennero anche introdotte svariate misure volte ad assicurare la protezione dei disoccupati, così come venne introdotto un salario minimo per gli operai e vennero requisiti tutti gli appartamenti sfitti per alloggiare coloro che avevano perso la casa a causa dei bombardamenti dell’artiglieria nemica. In campo educativo e culturale, la Comune decretò la separazione tra Stato e Chiesa, lottando in tal modo contro l’influenza del clero cattolico e garantendo il diritto alla scolarizzazione primaria. Ma vennero anche riorganizzati musei e biblioteche: per dirla con le parole della dirigente comunarda Louise Michel, “Si voleva avere tutto in una volta sola: l’arte, le scienze, la letteratura, le scoperte. La vita aveva un nuovo impulso. Tutti si affrettavano a fuggire dal vecchio mondo”.
Vecchio mondo che venne però brutalmente ristabilito alla fine di maggio, quando l’offensiva delle truppe monarchiche del governo di Versailles, sostenute dall’acerrimo nemico prussiano, fecero breccia nelle mura della capitale e – malgrado l’eroica resistenza condotta sulle barricate dai comunardi – ne ripresero il controllo, abbandonandosi ad una settimana di atrocità – la celebre “Semaine sanglante” – che provocò la morte di svariate migliaia di persone (tra cui numerosissimi civili, colpevoli unicamente di non essersi ribellati al governo della Comune).
Un’esperienza ricca di insegnamenti per il movimento operaio
Malgrado la durissima repressione della Comune, questa prima, storica esperienza di governo popolare fu ricca di insegnamenti per il movimento operaio e comunista, che videro nel suo esempio un modello di riscatto ed emancipazione. Proprio durante la Comune, Marx scriveva ad esempio che “La lotta della classe operaia contro la classe dei capitalisti e contro lo Stato, che ne rappresenta gli interessi, è entrata, grazie alla Comune di Parigi, in una nuova fase. Comunque finisca, questa volta un nuovo punto di partenza di importanza storica mondiale e stato conquistato“. Anche dal profilo pratico, la Comune aveva molto da insegnare al movimento rivoluzionario: nel suo scritto “La guerra civile in Francia”, redatto per conto dell’Internazionale, Marx annotava infatti che “questa forma di organizzazione politica della società è la più completa per il passaggio dal capitalismo al socialismo. Gli operai parigini e la Comune saranno sempre salutati come i gloriosi precursori della nuova società”.
Ricco di significato fu in particolare il rapporto della Comune con le strutture statali, radicalmente rinnovate nel corso del suo governo, al punto che nella prefazione all’edizione del 1872 del “Manifesto del Partito Comunista” Marx e Engels scrissero: “la Comune ha dimostrato che la classe operaia non può semplicemente impadronirsi della macchina statale come è, e metterla in moto per i propri obiettivi”. Un pensiero sviluppato successivamente da Lenin, che in “Stato e Rivoluzione” annotò: “la classe operaia deve rompere e distruggere la macchina statale già pronta e non limitarsi ad impadronirsi di essa”. Non solo i successi, ma anche gli errori commessi dai comunardi vennero attentamente valutati e soppesati: numerose furono infatti le scelte errate, sia in campo sociale ed economico che in campo militare, che ne affrettarono la caduta. In ogni caso per Lenin, “nonostante i suoi errori, la Comune è l’esempio più grande del grandioso movimento proletario del XIX secolo”.
L’eco della Comune in Svizzera, tra solidarietà e miseria
Gli avvenimenti di Parigi risuonarono in tutt’Europa, Svizzera compresa. Come ha rilevato nei suoi studi lo storico ginevrino Marc Vuilleumier, nella Confederazione il movimento operaio si trovava all’epoca in una situazione di forte debolezza: le divisioni ideologiche (lo scontro Marx-Bakunin aveva riguardato direttamente anche la Svizzera) e lo scoppio del conflitto franco-prussiano avevano infatti gravemente indebolito le sezioni elvetiche dell’Internazionale operaia (concentrate perlopiù nella Svizzera romanda). Queste ultime vennero però velocemente rivitalizzate dalle incoraggianti notizie provenienti dalla Francia, dove oltre a Parigi anche altri centri industriali si ribellavano al governo monarchico proclamando numerose Comuni di provincia. A Ginevra in particolare ebbero luogo svariate ed affollate assemblee che votarono delle dichiarazioni di solidarietà, mentre un comitato d’azione venne fondato al fine di sostenere gli insorti. La Comune parigina inviò nella città lemanica un inviato per organizzare la propaganda nel Sud-Est della Francia, mentre il comitato ginevrino organizzava l’accoglienza per i rifugiati provenienti dalle effimere Comuni provinciali e si sforzava di sostenere le insurrezioni ancora in corso (come ad esempio quella della vicina Lione).
In seguito alla brutale repressione di Thiers e del suo governo, numerosi furono i comunardi che scelsero la Svizzera quale luogo d’esilio: sugli oltre 6000 insorti sfuggiti ai massacri e alla prigione, circa 800 trovarono rifugio nella Confederazione (numerosi dei quali proprio a Ginevra e nel Giura). Fra questi, numerosi volti celebri della Comune che non mancarono di proseguire la propria attività anche al di fuori dei confini francesi: da qui gli svariati tentativi del governo di Versailles di ottenerne l’estradizione, perseguita attraverso una dura offensiva diplomatica ma sistematicamente rifiutata dalle autorità elvetiche. Benché liberi di organizzarsi ed esprimere le proprie idee (numerosi di loro fondarono dei giornali, aderirono alla locale sezione dell’Internazionale e parteciparono ad alcune agitazioni operaie), svariati comunardi in esilio in Svizzera conobbero anche la miseria, finendo per isolarsi dalla realtà sociale e da un movimento operaio in via di rinnovamento.
L’accoglienza elvetica ebbe dunque anche un lato nascosto, di povertà e di abbandono, frutto dell’immutato regime socio-economico che continuava (e continua) a sfruttare lavoratrici e lavoratori, svizzeri e stranieri. L’esempio parigino del 1871 rimane dunque ancor oggi un ineludibile punto di riferimento per chi, come chi scrive e questa stessa testata, aspirano ad una radicale trasformazione della società.
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