Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01238.jsonl.gz/1183

“Noi eravamo lì a due metri, ma solo il replay ci ha permesso di capire cos’era appena successo“. Il virgolettato è di un certo Flavio Tranquillo, in cabina di commento con l’inseparabile Federico Buffa. I due stanno commentando un Chicago Bulls-Orlando Magic con D-Rose quando era ancora D-Rose. La telecamera aveva appena indugiato su uno spettatore d’eccezione: un uomo in camicia, sulla quarantina, accompagnato dalla figlia. Sembra un normale impiegato di una qualche ditta informatica. Eppure “Giasone” come lo introduce Tranquillo in telecronaca, altro non è che Jason Williams, detto “White Chocolate“.
I due commentatori stanno parlando di uno dei momenti più iconici dell’Nba degli ultimi decenni. Siamo in un Oracle Arena non ancora calpestata dagli Splash Brothers. Si gioca il rookie game durante l’All Star Weekend del 2000 (quello del reverse 360 di Vince Carter). Raef la Frentz prende un rimbalzo in difesa e parte in contropiede affidando la palla a Williams. Ritrovatosi con i suoi 185 cm di fronte ai 208 di Mr. Lamar Odom, Jason sembra provare la giocata che lo ha reso popolare in NCAA: passaggio con la mano sinistra dietro alla schiena per il compagno che avanza alla sua destra. Ma, nello stupore generale, il pallone si ritrova dall’altra parte, nelle mani di un comprensibilmente incredulo Raef la Frentz che non riesce a fare altro che sbattere sulla difesa avversaria. Williams dirà a fine partita: “L’ho fatto così almeno tutti voi non mi chiederete di rifarlo“. Perché pochi vogliono vedere giocare Jason Williams di Belle, West Virginia, quasi tutti vogliono vedere White Chocolate.
Jason Williams inizia a farsi notare alla Dupont High School, con uno stile di gioco da playground, a tratti irrisorio, con passaggi dietro alla schiena, finte, no look e un portamento da ribelle surfista. Le prestazioni in Florida attirano l’attenzione di diversi college. Alla fine Jason ne sceglie uno di medio livello come Marshall, che però può contare su un coach come Billy Donovan (2 volte campione NCAA, attuale coach di OKC). La coppia viene subito ingaggiata dai Florida Gators. Williams dopo l’anno di inattività imposto dalle regole di NCAA, farà registrare 17.1 punti di media e 6.7 di assist. Nemmeno una sospensione per uso di marijuana (né la prima, né l’ultima per lui) riesce a fermare il percorso di White Chocolate verso l’NBA. Ecco che al draft 1998, i Sacramento Kings col numero 7 chiamano proprio il nostro Jason, che viene scelto prima di futuri campioni come Dirk Nowitzki e Paul Pierce.
La corsa di quei Kings si fermò al primo turno di playoff. Ma Williams fu riconosciuto come uno dei migliori rookie della stagione. Dietro solo a gente del calibro di Mike Bibby e Vince Carter. I due anni successivi non mantennero le aspettative, complice anche un’altra (ve l’avevo detto) sospensione. Certo, sempre per la vecchia cara amica… Williams sembra accontentare quelli che lo vedono come un fenomeno da baraccone. Un globetrotter prestato all’Nba, a cui lascerà come ricordo solo quel meraviglioso, inutile, inaspettato elbow pass.
E tutto sembra portare a questa triste, ma quasi logica conclusione. Williams non convinse la dirigenza di Sacramento e nel 2001 venne spedito a Memphis, nuova sede dei Grizzlies, dove a 26 anni, incredibilmente, si rilanciò. Nelle quattro stagioni a Memphis, Williams migliorò le sue percentuali, divenendo più concreto e accantonando le giocate spettacolari, mettendo da parte per un attimo il White Chocolate del rookie game. La sua seconda giovinezza però non bastò per fargli fare molta strada con Memphis, che si fermò sempre ai playoff. Così eccoci arrivati all’estate del 2005. Williams entra infatti nella più grande trade della storia, che coinvolse ben 5 franchigie. E per volontà di nientepopodimeno che Shaquille O’Neal, il numero 55 divenne il play titolare dei Miami Heat di Pat Riley. Williams divenne il secondo per minutaggio e il terzo miglior marcatore con una media di 12.3 punti. Un comprimario di lusso per il duo Shaq-Wade. E dopo un’incredibile rimonta in finale contro i Mavs di Dirk Nowitzki, Miami vinse il titolo.
White Chocolate era semplicemente diventato il playmaker Jason Williams, titolare e campione NBA. E non da riserva, non da giocoliere ingaggiato per vendere qualche biglietto in più. Da protagonista, da concreto metronomo di una squadra di stelle. Gli ultimi anni di carriera passano senza troppi colpi di scena. E oggi? Oggi Jason Williams non è più White Chocolate da un po’. È un padre di una famiglia che ha messo sempre davanti al basket. Un uomo semplice, che ha saputo dare concretezza ad uno spirito ribelle e potenzialmente auto-distruttivo. Eppure qualche volta, gli piace tornare in campo e far vedere ancora qualche sprazzo del fu White Chocolate. Uno dei giocatori più incredibili di sempre.