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LA PAZ - Luis Arce Catacora, vincitore delle elezioni svoltesi in Bolivia il 18 ottobre per il Movimento al socialismo (Mas), ha giurato oggi a La Paz come nuovo presidente del Paese per i prossimi cinque anni.
Nato nella capitale boliviana il 28 settembre 1963, "Lucho" Arce è un economista ed ha svolto per due volte le funzioni di ministro dell'Economia durante la presidenza di Evo Morales.
Arce, in giacca elegante scura ma senza cravatta, ha ricevuto le insegne della presidenza (banda e medaglia) dal suo vice, David Choquehuanca, che aveva giurato prima di lui nell'Assemblea legislativa plurinazionale boliviana.
Con questa cerimonia il Mas è tornato al potere dopo un anno di governo transitorio della presidente Jeanine Añez.
Il presidente Arce ha preso per la prima volta la parola nell'Assemblea legislativa dopo il discorso del suo vice Choquehuanca, che è stato molto inteso e con suggestivi riferimenti alla tradizione culturale andina, «sopravvissuta al colonialismo».
In un discorso di 30 minuti, Arce ha ricordato che dal 10 novembre 2019 «la Bolivia è stato teatro di una guerra interna, soprattutto combattuta contro i più umili». «Si è seminato morte e discriminazione - ha aggiunto - e si è usata la pandemia per prorogare un governo illegittimo». Ma nonostante questo, ha proseguito, «non è l'odio quello che spingerà la nostra azione di governo, ma la passione per la giustizia».
Arce ha quindi ricordato che nelle elezioni «abbiamo avuto oltre il 55% dei voti e che quindi siamo maggioranza, un potere che non vogliamo usare a favore di alcuni, ma per tutti».
Dopo aver assicurato che l'impegno del suo governo sarà prima di tutto per ottenere «una redistribuzione del reddito e un recupero della crescita economica», il capo dello Stato ha detto che «nell'anno trascorso c'è stato un retrocesso in tutte le conquiste del popolo boliviano», causato da «un cambiamento della politica economica precedente».
Riferendosi infine alla politica internazionale, Arce ha sostenuto che «siamo una Nazione sovrana e che, come tale, vogliamo operare per favorire un mondo multipolare, senza minacce né pressioni di alcun tipo». Siamo favorevoli, ha indicato, «all'autodeterminazione dei popoli, alla fine delle ingerenze negli affari interni degli Stati, rivendichiamo una integrazione sud-sud e un mondo senza muri, e il rilancio dell'Unasur» fondata nel 2008 in Brasile.