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Convergenze tra Osvaldo Soriano e Robert Altman (un doppio ritratto)
Quanti libri è ‘Triste, solitario y final’? Un pastiche e una parodia malinconica; una comica sonora e un’elegia; un nuovo capitolo delle vite parallele; una sceneggiatura piena di didascalie e un romanzo con il meccanismo a vista; una lunga fantasia o una visione. Il primo romanzo di Osvaldo Soriano è tutto questo restando verosimile, come può esserlo un tale miscuglio di generi e di toni.
Le vite parallele sono quelle di Philip Marlowe e dello stesso Soriano il quale, cominciato il libro come narratore, presto continuerà come narratore e protagonista. I due si incontrano davanti alla tomba di Stan Laurel, uno per rendere omaggio a un vecchio imprevisto cliente, l’altro a un suo mito. Marlowe la disillusione in persona, l’altro meno disincantato e più ingenuo, speranzoso di una speranza da trovare. L’innesco è questo: Stan Laurel chiede all’investigatore di indagare perché non gli diano più da lavorare. Presto assisteremo alla prima scazzottata del libro, anche questa inverosimile e credibile, tra Marlowe e John Wayne. “Scazzottata” è improprio: Marlowe le prende soltanto e non solo da John Wayne.
Quando ha iniziato il suo primo romanzo Soriano non sapeva cosa stesse scrivendo. Forse dei racconti, partendo dalla passione ossessione per Stanlio e Ollio (di cui era diventato il più esperto in Argentina, lettura dopo lettura). Certo non sapeva che ci sarebbe entrato, nella storia, a muoversi, camminare e suscitare risse, scappare e sparare, fumare e dormire e litigare con Marlowe. A un certo punto si accorse di star scrivendo il libro di un altro. Se fai protagonista della tua storia l’investigatore privato Philip Marlowe, allora stai scrivendo un libro di Chandler. L’ottava storia di Philip Marlowe. Ma com’era cominciato tutto?
Se ne andavano per la calle Florida, in quattro amici compreso lui, di notte. Quanto al loro stato di sobrietà o di ebrezza, si intuisce. E uno dei quattro, Norberto Soares, inizia una lunga citazione – avendo l’alcol questo doppio vantaggio: dare l’oblio oppure una memoria minuziosa – e quando gli amici gli chiedono dell’autore: come! non avete letto Chandler? Era una pagina de Il lungo addio. Dopo quella notte, Soriano si impossesserà rapidamente, convulsamente, dei sette ‘Marlowe’ chandleriani. Un giorno al giornale dove lavorava, ‘La opinion’, si mette male. Ne resta fuori non per ragioni politiche – presto le ragioni per star dentro o fuori da un giornale, e di come starci, sarebbero diventate politiche – ma grammaticali. Un’inesattezza da niente sembrò grave al direttore Timerman. Quando si accorse che forse era troppo ‘da niente’ lo richiamò, ma ora si ritrovava senza sezione e senza caposezione, restando disoccupato. Decise di restare a casa tra l’ossessione del momento, Chandler, e quella di sempre: vita e destino di Laurel e Hardy.
Chi avrebbe potuto indagare, in quei destini, se non un investigatore privato? E il click scattò grazie all’apparizione di un gatto in cucina, certo messaggero della gatta di Marlowe. Com’era apparso sparì, e Soriano cominciò a scrivere. Andò avanti per tutto il 1972, e a due mesi dalla consegna del dattiloscritto il romanzo era pubblicato.
Quali Philip Marlowe cinematografici erano già usciti, fino al 1973? Solo quelli di Bogart. Tra gli altri a venire, i più notevoli sarebbero stati quello di Elliot Gould e i due di Mitchum. Il lungo addio di Altman-Gould uscì quello stesso anno, solo qualche mese dopo, sicché il cinquantenario del primo romanzo di Soriano è anche il cinquantenario de Il lungo addio di Robert Altman.
Una colonna sonora con un solo tema, che incanta – come si dice per i serpenti — dai titoli di testa e che ricorre per tutto il film, perfino nel suono del campanello. Un buon quarto della storia si svolge nella casa di Marlowe – l’ascensore a vista sostituisce le lunghe scale del romanzo –: là lo strapazzano i poliziotti prima di chiuderlo in carcere per qualche giorno; là lo minaccia il capobanda di turno, accolto così dall’investigatore: “I banditi li ricevo per appuntamento”; là soprattutto, all’inizio della vicenda, lo incontra l’amico o neo-amico – ma Marlowe è uno che prende le cose serie sul serio, e una di queste è l’amicizia – Larry Lennox, e gli chiede di accompagnarlo all’aeroporto per Tijuana. Se questo non basta a tessere una storia, allora ecco lo scrittore ‘hemingwayano’ con la moglie; la moglie di Lennox, che non vediamo mai, trovata morta... Tutto scorre con la dose giusta di enigma e affianca, supera o investe un Philip Marlowe attento e indolente, in guardia e noncurante fino all’indifferenza. Ha due o tre regole da cui non deflette, o forse una sola. Un’idea della dignità che la vita non ha ancora incrinato o toccato. Tolto questo, può succedere tutto. Niente lo toccherà anche se il rappresentante del momento di quel ‘tutto’ lo prenderà a calci o minaccerà di sparargli. “E ora c’è chi parla della mia prosa – scrive Chandler – e chi parla della mia coscienza sociale. Marlowe ha tanta coscienza sociale quanta ne ha un cavallo. Ha una coscienza personale che è una faccenda totalmente diversa”. E altrove, o poco più avanti: “Se essere in rivolta contro una società corrotta vuol dire essere immaturo, se vedere lo sporco dove c’è, costituisce un’inadeguatezza di adattamento sociale, allora Philip Marlowe soffre di inadeguatezza di adattamento sociale”.
Quanto Chandler c’è nello scrittore ‘hemingwayano’ de ‘Il lungo addio’ cinematografico? Un po’ ce n’è, è evidente. E non fu Chandler a dire che: “Pochissimi scrittori riescono a scrivere quando bevono, ma io sono un’eccezione”? Ma nella battuta di dialogo che segue, tra lo scrittore e Marlowe, c’è più Chandler nella risposta che nella domanda: “Se avessi la tua età decisamente vorrei sputtanarmi in un tipo di attività un po’ più dignitosa di quella che hai tu, garantito”. “Come lo scrivere?” Risposta ben hemingwayana. Che tra l’altro fa venire in mente quella stranezza detta da García Márquez, che Soriano credeva di condividere prima di mettere mano alla sua storia. Avrebbe potuto dire, García Márquez: non scriverò più un romanzo con dei dialoghi, o qualcosa di simile. Invece disse: non si possono più scrivere romanzi con dei dialoghi. Smentito da tutti i romanzieri del mondo, buoni e cattivi, salvo Thomas Bernhard.
Anche Osvaldo Soriano ha scritto, come Chandler, una storia sulla solitudine e sull’amicizia. Sul resistere. Sul cinismo buono di chi non si arrende e sul cattivo di chi si è arreso. Una commedia lirica. La carriera che si era aperta con ‘Triste, solitario y final’ gli portò forse storie più essenziali e coraggiose, ma il suo primo romanzo è come dev’essere un primo romanzo: originale, accattivante e spiazzante. E anche coraggioso nel disinteresse per ogni cosa che non sia l’andar dietro, fiduciosamente, ai due protagonisti, qualsiasi cosa venisse in mente all’uno o all’altro. Con tale libertà, dell’autore e dei personaggi, si possono scrivere solo i primi romanzi o gli ultimi.