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Mascherina sì o no? E dove? La Svizzera è arrivata tardi a imporne l’uso in determinati spazi, anche all’aperto. Avesse deciso con anticipo, oggi la diffusione del virus sarebbe molto diversa? Cerchiamo risposte nella scienza e nella realtà.
Sono fondate le severe critiche rivolte all’autorità federale per non aver adottato misure di contenimento del virus più severe prima del 28 ottobre? Ci riferiamo in particolare all’obbligo della mascherina. Per molte persone questo è uno strumento che ci avrebbe potuto salvare dalla seconda ondata, ciò che non sarebbe avvenuto proprio perché Berna non ne ha decretato per tempo l’obbligo generalizzato. Sappiamo bene che quello della mascherina è un terreno minato, anche perché le indicazioni iniziali degli esperti e delle stesse autorità non erano state molto lineari. Cercheremo quindi di attenerci ai fatti per giungere poi a una opinabile conclusione.
Premessa. Se una persona è convinta che la mascherina abbia un ruolo risolutore o determinante o comunque importante, non deve attendere che l’autorità imponga di indossarla ovunque. Lo dovrebbe fare di sua iniziativa e indipendentemente da come agiscono gli altri. Non è proibito (tutt’altro) girare con la mascherina in un’emergenza sanitaria. All’inizio era quasi impossibile perché c’erano poche mascherine disponibili.
Primo fatto. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), sulla base degli studi scientifici realizzati in materia, non giunge a conclusioni nette né in un senso né nell’altro (cfr. Raccomandazioni sull’uso delle mascherine nel contesto della COVID-19, 5 giugno 2020). Il mondo non è in bianco e nero. Nel capitolo Orientamenti sull’uso delle mascherine per il pubblico generale (pagg. 7-13 del documento), l’OMS scrive che «al momento attuale non ci sono prove dirette (provenienti da studi sulla COVID-19 e su persone sane della comunità) a proposito dell’efficacia dell’uso generalizzato della mascherina da parte di persone sane della comunità per evitare l’infezione attraverso le vie respiratorie» (pag. 7). L’OMS raccomanda l’uso della mascherina chirurgica alle persone con uno qualsiasi dei sintomi della COVID-19 insieme a tutte le altre misure igieniche che ben conosciamo. L’OMS osserva che «finora l’uso generalizzato delle mascherine da parte di persone sane nella comunità non poggia su dati di ricerca di buona qualità o diretti e per questo conviene soppesare i possibili rischi e benefici» (pag. 8). Tra i rischi l’OMS indica «il possibile aumento della contaminazione della mascherina da parte di chi la usa a causa della manipolazione, seguita dallo sfregamento degli occhi con le mani contaminate, la contaminazione che può avvenire se l’utente non cambia la mascherina che si è inumidita o sporcata. Questo può creare condizioni favorevoli alla moltiplicazione di microorganismi» (pag. 9). Inoltre l’OMS pone l’accento sul rischio di «una falsa sensazione di sicurezza che può propiziare un’osservanza meno rigorosa delle altre misure preventive essenziali come la distanza fisica e l’igiene delle mani» (pag. 10).
Secondo fatto. In un successivo documento (Trasmissione del SARS-CoV-2: ripercussioni sulle precauzioni in materia di prevenzione delle infezioni – Rassegna scientifica, 9 luglio 2020) la stessa OMS raccomanda di usare le mascherine in situazioni specifiche («luoghi pubblici i cui c’è trasmissione comunitaria e dove non è possibile adottare altre misure di prevenzione, come ad esempio la distanza fisica», pag. 5) e ancora «negli spazi chiusi e in quelli nei quali c’è sovraffollamento» (pag. 6 del documento).
Terzo fatto. Gli studi scientifici indicano che, tra le misure di intervento non farmaceutico (NPI), la mascherina può aiutare a contenere la diffusione del virus. Il lettore perdonerà alcune non brevi citazioni testuali dagli studi originali, non dalle sintesi che ne fanno in genere i media.
«Il nostro studio indica che indossare una mascherina per il viso può essere efficacemente combinato con la distanza sociale per appiattire la curva epidemica. Indossare una mascherina rappresenta un modo razionale di implementare le NPI per combattere la COVID-19. Riconosciamo che il nostro studio fornisce una proiezione basata solo sui dati attualmente disponibili e stima le probabilità potenziali. In quanto tale, il nostro modello richiede ulteriori studi di convalida» (Tom Li e altri, Mask or no mask for COVID-19: A public health and market study, «National Library of Medicine», 14 agosto 2020).
«Indossare mascherine chirurgiche o respiratori KN95 (…) riduce sostanzialmente il numero di particelle emesse dalla respirazione, dal parlare e dalla tosse. Sebbene l’efficacia delle mascherine in tessuto e carta non sia così chiara e sia confusa dallo spargimento delle fibre della maschera, le osservazioni indicano che è probabile che forniscano alcune riduzioni delle particelle espiratorie emesse, in particolare le particelle più grandi (…). Non abbiamo misurato direttamente l’emissione di virus; nondimeno, i nostri risultati implicano fortemente che l’uso della mascherina ridurrà l’emissione di aerosol e goccioline carichi di virus associati alle attività espiratorie, a meno che non si verifichi una diffusione apprezzabile di virus vitali sulle fibre della mascherina. La maggior parte delle particelle emesse rientrava nell’intervallo degli aerosol (…). Le nostre osservazioni sono coerenti con i suggerimenti secondo cui l’uso della mascherina può aiutare a mitigare le pandemie associate a malattie respiratorie. I nostri risultati evidenziano l’importanza del cambio regolare delle mascherine usa e getta e del lavaggio delle mascherine fatte in casa e suggeriscono che è necessario prestare particolare attenzione durante la rimozione e la pulizia delle mascherine» (Sima Asadi e altri, Efficacy of masks and face coverings in controlling outward aerosol particle emission from expiratory activities, «Scientifics Reports», 24 settembre 2020).
«La nostra ricerca ha identificato 172 studi osservazionali in 16 paesi e sei continenti, senza studi controllati randomizzati e 44 studi comparativi rilevanti in contesti sanitari e non sanitari (…). La trasmissione dei virus era inferiore con una distanza fisica di 1 metro o più, rispetto a una distanza inferiore a 1 m (…); la protezione è stata aumentata con l’allungamento della distanza (…). L’uso della mascherina facciale potrebbe comportare una notevole riduzione del rischio di infezione (…), con associazioni più forti con N95 o respiratori simili rispetto a mascherine chirurgiche usa e getta o simili (p. es., mascherine di cotone riutilizzabili a 12-16 strati)». Lo stesso studio aggiunge che «sebbene l’evidenza diretta sia limitata, l’uso ottimale di mascherine facciali, in particolare respiratori N95 o simili in ambienti sanitari e mascherine chirurgiche o di cotone a 12-16 strati nella comunità, potrebbe dipendere da fattori contestuali; è necessaria un’azione a tutti i livelli per affrontare la scarsità di prove migliori». (Derek K. Chu e altri, Physical distancing, face masks, and eye protection to prevent person-to-person transmission of SARS-CoV-2 and COVID-19: a systematic review and meta-analysis, «The Lancet», 27 giugno 2020). Altri studi giungono a conclusioni analoghe.
Quarto fatto. Un esperimento recentissimo condotto all’Università di Tokyo ha valutato l’efficacia delle mascherine per la prima volta facendo uso di virus reali. L’esperimento è stato realizzato dall’équipe guidata dal dr. Yoshihiro Kawaoka, dell’Istituto di scienze mediche dell’ateneo nipponico. In un contenitore di vetro, sigillato, sono state collocate una di fronte all’altra due teste di manichino. Uno dei due manichini aveva un nebulizzatore che emetteva il virus, l’altro era dotato di un ventilatore che simulava la respirazione umana. Nel manichino recettore il contagio è diminuito tra il 20% e il 40% con la mascherina di stoffa, tra il 47% e il 50% con la mascherina chirurgica e tra il 79% e il 90% con una mascherina N95. Quando al manichino diffusore è stata messa la mascherina, il contagio del manichino recettore a volto scoperto è diminuito del 70% (mascherina di stoffa e chirurgica) e ancor più con la N95. Il dr. Kawaoka, intervistato dalla televisione pubblica giapponese NHK, ha avvertito che l’uso delle mascherine non evita al 100% l’infezione: «Importante è non fidarsi eccessivamente delle mascherine» (Hiroshi Ueki e altri, Effectiveness of Face Masks in Preventing Airborne Transmission of SARS-CoV-2, «mSphere», American Society for Microbiology, 1. ottobre 2020).
Quinto fatto. Ci sono Stati e regioni che hanno decretato l’obbligo generalizzato della mascherina già prima che arrivasse la seconda ondata. È quindi interessante verificare quale sia stato l’andamento della pandemia in questi paesi. Tra i più rigorosi figurano diverse Comunità autonome della Spagna. La Catalogna è stata la prima. Il 9 luglio è entrata in vigore su tutto il territorio la risoluzione, approvata il giorno precedente, del Dipartimento della salute del Governo catalano «con la quale si stabiliscono nuove misure nell’uso della mascherina per il contenimento del focolaio epidemico della COVID-19» (cfr. «Diari oficial de la Generalitat de Catalunya», n. 8173). Da giovedì 9 luglio tutte le persone che hanno almeno 6 anni di età (quindi anche i bambini a partire dalle elementari) devono indossare la mascherina non appena mettono il naso fuori di casa, indipendentemente dalla distanza interpersonale (articolo 1 della risoluzione), sia all’aperto (strade, piazze, ovunque), sia nei luoghi chiusi aperti al pubblico (a cominciare dai negozi); la mascherina è obbligatoria anche in spiaggia, fintantoché la persona non si accomoda nel suo spazio (ma deve indossare la mascherina se si alza e va al bar per un caffè o se fa la classica passeggiata lungo la battigia). I trasgressori sono sanzionati con una multa di 100 euro (che per lo stipendio medio catalano non è poco).
Confrontiamo la regione spagnola con il nostro Paese. La Catalogna ha 7,7 milioni di abitanti, la Svizzera 8,6 milioni. La piramide dell’età è molto simile: il 19% dei catalani ha 65 e più anni; in Svizzera la quota è del 18,5%. L’8 luglio la Catalogna aveva un’incidenza accumulata della COVID-19 (nuovi casi nelle due settimane precedenti su 100 mila abitanti) pari a 25,7 casi, la Svizzera era a 11,3. Il 30 ottobre la Catalogna era salita a 699,8, la Svizzera a 904,3 (cfr. Actualización n. 158 e n. 240 – Enfermedad por el coronavirus, Ministerio de sanidad, Madrid; Rapporto sulla situazione epidemiologica in Svizzera e nel Principato del Lichtenstein del 1. luglio, dell’8 luglio e del 30 ottobre 2020, Ufficio federale della sanità pubblica, Berna). Visto il forte aumento dei casi di positività, alla mezzanotte del 15 ottobre il Governo catalano ha chiuso bar e ristoranti, ha limitato le riunioni a un massimo di 6 persone, imposto l’insegnamento a distanza nelle università, limitato l’accesso alle chiese e nei negozi. Il 30 ottobre sono scattate altre limitazioni: divieto d’entrata e di uscita dalla Catalogna, confinamento perimetrale dei Comuni, con divieto di entrare e uscire tra le 6 del venerdì e le 6 del lunedì (Risoluzione 2700/2020 del 29 ottobre). Il Governo catalano ha escluso ieri un confinamento totale, ma la mascherina generalizzata da inizio estate non ha evitato le altre drastiche restrizioni.
Sesto fatto. Lo stesso confronto può essere effettuato scegliendo una regione paragonabile al Ticino. Restando in Spagna, si tratta della Comunità autonoma de La Rioja, celebre regione vitivinicola collinare-montagnosa, attraversata da un fiume (l’Ebro), con 320 mila abitanti (il 21% oltre i 64 anni). La mascherina generalizzata, come in Catalogna dai 6 anni in su, è obbligatoria dal 14 luglio, alle medesime condizioni (cfr. Risoluzione del 13 luglio della Consejería de salud, «Boletín oficiale de La Rioja», n. 86, pag. 8160). L’incidenza accumulata nella Rioja il 14 luglio era pari a 8,8 casi ogni 100 mila abitanti per gli ultimi 14 giorni, in Ticino a 13,7. Il 30 ottobre l’indice è balzato nella Rioja a 745,9 casi e in Ticino a 825,5 (cfr. Actualización n. 162 e n- 240 – Enfermedad por el coronavirus, Ministerio de sanidad, Madrid; Rapporto sulla situazione epidemiologica in Svizzera e nel Principato del Lichtenstein del 14 luglio e del 30 ottobre 2020, Ufficio federale della sanità pubblica, Berna; Situazione epidemiologica attuale, rapporti dell’Ufficio del medico cantonale, Bellinzona). Il 29 ottobre sono entrati in vigore nella Rioja provvedimenti limitativi: coprifuoco notturno fra le 22 e le 5, divieto di entrare e uscire dal territorio della Comunità autonoma fino al 9 novembre, chiusura perimetrale della capitale Logroño e del terzo comune per abitanti fino al 9 novembre (Decreto de la presidenta 15/2020, «Boletín oficial de La Rioja», 29 ottobre, n. 145).
Conclusione. Come mai la scienza dice una cosa (la mascherina può ridurre più o meno sensibilmente la diffusione del virus) e la realtà ne dice un’altra (aumento quasi simile nei paesi che hanno imposto la mascherina generalizzata anche all’aperto e in quelli che non l’hanno imposta)? Se si osserva la fotografia dell’esperimento condotto all’Università di Tokyo si noterà un dettaglio fondamentale: i due manichini utilizzati quali diffusore e recettore del virus per via aerea non hanno braccia e mani e indossano le mascherine alla perfezione, senza mai toccarle né abbassarle. La realtà fatta di decine di migliaia di persone che vivono, studiano, lavorano, si muovono in una comunità ha invece migliaia di mani con cui la mascherina viene collocata sul viso, abbassata sotto il naso o sul mento, risollevata, toccata più volte, poi tolta e messa chissà dove, forse utilizzata più di una volta.
Questo cosa si dice? Che tra il dire (della scienza) e il fare (della realtà) c’è di mezzo il mare dell’imperfezione umana e dell’inevitabile disattenzione sociale. La realtà non riproduce, garantendoli, i risultati ottenuti dai ricercatori in un laboratorio in cui il rigore scientifico è assoluto. I due manichini sotto la campana di vetro all’Istituto di scienze mediche di Tokyo non sono i 350 mila abitanti che si muovono e respirano nel nostro cantone. Lo si è visto due settimane fa quando il medico cantonale aveva spiegato in diretta televisiva, durante la conferenza stampa del Consiglio di Stato, con quali accorgimenti e precauzioni igieniche andrebbe messa e tolta la mascherina. Subito dopo la sua dimostrazione pedagogica si son visti almeno tre giornalisti porre domande al Governo toccandosi la mascherina più volte con le mani.
Negli studi scientifici c’è un termine molto importante: l’efficacia della mascherina presuppone un uso ottimale della protezione facciale («optimum use»). Questa condizione non è data nella realtà. Ci sono fondate ragioni per credere che se la mascherina generalizzata (spazi chiusi e all’aperto) fosse stata imposta anche nel nostro Paese fin dall’inizio dell’estate la situazione epidemiologica oggi non sarebbe significativamente diversa da quella che purtroppo abbiamo. Non attribuiamo quindi all’autorità colpe che essa non ha.
I ricercatori che hanno effettuato l’esperimento a Tokyo hanno posto le due teste di manichino a tre diverse distanze: 25 cm, 50 cm, un metro. E hanno modulato anche la carica virale nel diffusore. A quali risultati sono giunti e quali conclusioni hanno tratto? «Le linee guida del CDC e dell’OMS raccomandano di indossare mascherine per prevenire la diffusione della malattia da coronavirus COVID-19. Tuttavia l’efficienza protettiva di tali mascherine contro la trasmissione per via aerea di infezioni da sindrome respiratoria acuta grave, goccioline/aerosol di SARS-CoV-2, non è nota. Abbiamo sviluppato un simulatore di trasmissione aerea infettiva di SARS-CoV-2 contenente goccioline/aerosol prodotti dalla respirazione umana e dalla tosse e valutato la trasmissibilità di goccioline/aerosol infettivi e la capacità di vari tipi di mascherine facciali di bloccare la trasmissione. Abbiamo scoperto che le mascherine di cotone, le mascherine chirurgiche e le mascherine N95 hanno tutte un effetto protettivo rispetto alla trasmissione di goccioline/aerosol infettivi di SARS-CoV-2 e che l’efficienza protettiva era più alta quando le mascherine venivano indossate da un diffusore del virus. È importante sottolineare che le mascherine mediche (chirurgiche e persino N95) non erano in grado di bloccare completamente la trasmissione di goccioline/aerosol di virus anche se completamente sigillate».
Nello studio pubblicato sulla rivista «mSphere», dell’American Society for Microbiology (1. ottobre 2020) i ricercatori dell’Istituto di scienze mediche di Tokyo insistono su un’avvertenza importante: «Esperimenti di simulazione aerea hanno dimostrato che le mascherine di cotone, chirurgiche e N95 forniscono una certa protezione contro la trasmissione di goccioline/aerosol infettati di SARS-CoV-2; tuttavia, le mascherine mediche (chirurgiche e persino N95) non potevano bloccare completamente la trasmissione di goccioline/aerosol del virus nemmeno se ben sigillate». «Con la carica virale inferiore (…) la mascherina N95 sigillata con nastro adesivo mostrava circa il 90% di efficacia protettiva». «Questi risultati – si legge nello studio – indicano che è difficile bloccare completamente questo virus anche con una mascherina N95 adeguatamente applicata. Non è tuttavia noto se la piccola quantità di virus che è riuscita a passare attraverso le mascherine N95 possa causare la malattia».
«La mascherina di cotone ha portato a una riduzione di circa il 20-40% nell’assorbimento del virus rispetto a nessuna mascherina. La mascherina N95 ha avuto la massima efficacia protettiva (riduzione tra l’80% e il 90%) tra le varie mascherine esaminate; tuttavia, la penetrazione del virus infettivo era misurabile anche quando la mascherina N95 era completamente aderente al viso e sigillata con nastro adesivo. Al contrario, quando una mascherina era applicata al manichino che ha rilasciato il virus, le mascherine di cotone e quelle chirurgiche hanno bloccato più del 50% della trasmissione del virus, mentre la mascherina N95 ha mostrato una notevole efficacia protettiva. C’era un effetto sinergico quando sia il ricettore del virus sia il diffusore avevano le mascherine (di cotone o chirurgiche) per prevenire la trasmissione di goccioline/aerosol infettivi».
Tra l’altro i ricercatori osservano che «il virus infettivo è stato rilevato anche a 1 metro di distanza» dalla testa del manichino diffusore, ciò che lascia aperto l’interrogativo sulla riduzione della distanza sociale (interpersonale) decisa in molti Paesi rispetto agli iniziali 2 metri. Attualmente la distanza sociale prescritta nel nostro Paese è di un metro e mezzo.
Fonte: Corriere del Ticino