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Nella società, i criteri di concessione dei diritti politici non hanno cessato di evolversi. La democrazia atenese riservava tali diritti a una cerchia ristretta di persone abbienti, libere e residenti. Anche in Svizzera, in un primo tempo il diritto di cittadinanza fu associato alla proprietà fondiaria e al patrimonio: solo i borghesi – ovvero i membri di comunità locali e di corporazioni – potevano partecipare alla vita politica. La società del tempo propendeva per la sedentarietà: chi se lo poteva permettere economicamente, continuava cioè a vivere nello stesso posto generazione dopo generazione.
Lo sviluppo industriale e la libertà di circolazione da un Cantone all’altro hanno portato a un mescolamento della popolazione. Nella Svizzera moderna, l’integrazione di questa popolazione eterogenea costituiva un obiettivo prioritario. Durante le deliberazioni sul progetto della Costituzione federale del 1848, alcuni si opposero alla proposta di concedere i diritti politici a persone esterne ai Cantoni adducendo che chi non conosceva sufficientemente la situazione politica locale non avrebbe potuto esprimersi con cognizione di causa. Alla fine, però, i diritti politici furono estesi ai cittadini di sesso maschile, di religione cristiana, non originari dei Cantoni in cui risiedevano. Dal 1866 – sulla base dell’accordo di domicilio concluso con la Francia – la Confederazione concesse i diritti politici anche agli ebrei svizzeri. Con l’integrazione della popolazione dei diversi Cantoni nello Stato federale, aumentò la differenziazione tra cittadini dello Stato e stranieri.
Dopo la Seconda guerra mondiale, i diritti civili e sociali sono stati gradualmente estesi alla popolazione straniera, mentre i diritti politici restavano tuttavia appannaggio esclusivo dei cittadini svizzeri di sesso maschile. Fu solo nel 1971 che le donne svizzere furono finalmente integrate politicamente. Altrettanto lunga fu la lotta affinché il diritto di voto e di eleggibilità venisse concesso agli Svizzeri residenti all’estero. Negli anni Ottanta gli stranieri residenti in Svizzera iniziarono a rivendicare il loro diritto di votare nel Paese d’origine, il che a sua volta spronò i cittadini svizzeri che vivevano all’estero a rivendicare il diritto di influire sui dibattiti politici in Svizzera. Nel 1989 ottennero i diritti politici. Sei anni più tardi, il diritto di voto e di eleggibilità a livello federale fu esteso anche alle persone più giovani i quanto la maggiore età fu abbassata da 20 a 18 anni.
Come dimostra questa retrospettiva storica, il processo di concessione dei diritti politici continuerà a evolversi nel tempo. Ma questa graduale estensione non è che una delle strade possibili per allargare l’accesso alla partecipazione politica nel senso della «citoyenneté», ovvero come impegno delle persone che partecipano all’organizzazione della società e delle sue strutture. La partecipazione intesa in questo senso va ben oltre il fatto di avvalersi dei diritti di voto, di elezione e di eleggibilità e implica un cambiamento di prospettiva: tutti gli abitanti del Paese – indipendentemente dalla loro nazionalità – devono essere considerati «citoyen» e trattati in quanto tali. La CFM si augura che gli sviluppi futuri continueranno a seguire questa direzione.
Ultima modifica 02.05.2019