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Molte persone considerano questo diritto [il diritto alla vita] il fondamento di tutti gli altri diritti, e giustificano questa opinione con il fatto che la vita è la condizione preliminare per l’esercizio di tutti gli altri diritti. Empiricamente, niente di più incontestabile. Tuttavia, se l’essere umano, fra tutti i viventi, può esigere il rispetto di diritti particolari perché è capace di un impegno libero e incondizionato, e perché la violazione di questi diritti può portarlo a preferire la morte, è evidente che la vita, condizione di tutto il resto, non è per lui il valore supremo o assoluto.
Del resto, possiamo domandarci che cosa significhi il diritto alla vita per un essere che può morire in ogni istante, e lo sa, che è certo alla fine di morire, e lo sa, anche se non sa né dove né quando né come.
L’enunciato del diritto alla vita ha tuttavia un senso forte: esso significa che il regno della forza, riconoscibile nella natura per il fatto che “tutto mangia tutto”, vale a dire che il più forte mangia il più debole, si ferma sulla soglia dell’universo umano nel quale il più debole ha diritto alla protezione della forza collettiva. Qui si compie il rovesciamento decisivo di cui tutto il resto, potremmo dire, rappresenta soltanto delle varianti.
Bisogna poi riconoscere che l’univocità dell’esigenza di questo diritto privilegiato è più apparente che reale. Ci accorgiamo presto che esso comporta dei gradi. A partire da quale momento l’embrione umano, nel ventre della madre, ha diritto alla vita? Detto altrimenti: a partire da quale momento esso appartiene all’ordine umano ed è vietato distruggerlo? Inversamente: quando la sofferenza diventa insopportabile, il diritto alla vita è sostituito dal dovere di vivere. A partire da quale grado di sofferenza, o di perdita di coscienza, il dovere di vivere consente il soccorso della morte?
A ben guardare, il diritto alla vita non è esattamente un diritto umano. Esso corrisponde al «Non uccidere» della Bibbia. Salvaguarda la vita come dato biologico, non la possibile libertà responsabile. Da solo non implica né rispetto né dignità. Si situa sul limite, là dove la natura (la vita) attende da altrove il suo senso umano. Ecco perché l’assoluto in cui si radicano i diritti umano può sempre mettere la vita in questione e, lungi dal salvarla a ogni costo, indurre a preferire la perdita della vita alla mutilazione della libertà.
Jeanne Hersch, I diritti umani da un punto di vista filosofico, Bruno Mondadori editore, 2008, pp. 90-92
7 commenti su “Diritto alla vita”
Bel pezzo, anche se in certi punti un po’ oscuro.
Mi rimane oscuro il punto in cui l’autrice dice che il diritto alla vita viene sostituito dal dovere di vivere. Questa sostituzione mi risulta piuttosto arbitraria, mi chiedo come avvenga e se l’autrice è favorevole o contraria.
Suppongo dovrò provare a leggere il libro. E’ abbordabile per un povero ingegnere a digiuno di filosofia?
@
: Secondo me sì, è abbordabile. Il saggio iniziale (che occupa più di metà libro) è un po’ più tecnico, ma inquadra bene il testo di Jeanne Hersch.
Sul diritto / dovere di vivere: il diritto alla vita, per Hersch, non è un diritto umano vero e proprio. Soprattutto, non è un diritto assolut, ma ha dei limiti, che qui non affronta ma presenta soltanto. Uno di questi è quando il diritto alla vita si trasforma, dato il contesto nel quale non è più possibile una libera scelta, in dovere alla vita, dovere che Jeanne Hersch non concepisce certo come assoluto.
Uhm… temo di essere stato terribilmente meno chiaro del testo originale 😉
Però il fatto che la vita non sia un assoluto mi pare un po’ una banalità.
La vita non è la “condizione preliminare” di ogni azione, come l’aria è il presupposto della vita.
La vita è una species che richiede necessariamente dei genera: respirare, pensare, muoversi, amare, combattere, parlare, vegetare, nutrirsi etc. etc.
La non assolutezza del valore della vita ha anche un’altro lato.
Se è vero che certi diritti possono portare al sacrificio della vita propria e altrui, è hegel da manuale una osservazione.
Il sacrificio di sé e il riconoscimento pieno della dignità c’è solo quando mi accorgo che la vita, pur con un valore incommensurabile, vale meno di me stesso.
Io non sono la mia vita, non la subisco.
Appunto in quel momento io do piena dignità ad essa- io scopro la dignità in quell’istante.
@eno: Sono io ad aver usato l’espressione “diritto non assoluto”, non Jeanne Hersch.
Tieni presente che per lei:
– i diritti umani non sono diritti giuridici in senso stretto;
– il fondamento dei diritti umani è la libertà responsabile dell’uomo, che è condizione diversa dalla mera vita biologica.
Aò, tutti ce l’hanno con sta “mera vita biologica”!
D’accordo che io non sono le mie proteine, però queste distinzioni, non so…
Sia chiaro che questo è uno sfogo un po’ OT di uno che oggi ha mangiato poco.
Ma noi, quante diavolo di vite abbiamo?
Io so di non essere solo il mio organismo, da cui mi distinguo a livello astratto, ma la cosa principale per me è nascere.
Io ho proprio una vita biologica, non la nobile eterea esistenza d’un editoriale di Repubblica dove mr. Galimba mi spiega che della “mera vita biologica” non dovremmo curarci.
A non sapere né leggere né scrivere, e ignorando l’opera minima di Jeanne Hersch, io soo persuaso che la vita personale o comunque la vita umana media sia solo una vita biologica più ricca di quella d’una cavia.
E’ il concetto di “biologico” a essere difettivo.
( Adoro le cavie, eh! niente: “tu dannato specista”! )
Pare che si voglia non sceverare il globulo rosso dal diritto umano, ma negare che formano da principio un tutt’uno coeso.
Lì la famosa “mera vita biologica” è solo una astrazione un po’ caliginosa.
E questa dignità, questi diritti– chissà da dove vengono allora!
Dalla società, dalla autocoscienza, dal partito, dal PSOE y desde la educacion para la ciudania, dalla cattedra di Galimberti? Boh.
buon sabato,
Eno 😀
@eno: Sono tentato di scrivere una difesa del concetto di mera vita biologica (anche se Jeanne Hersch scrive “vita come dato biologico”, che è diverso), ma non credo che tu abbia già cenato, e lascio perdere 😉
(in realtà è un senso di colpa, il mio: dopo un ottimo pranzo mi aspetta una notevole cena – non descrivo le pietanze che poi mi togli il saluto)
Otto e 10. Stavo appunto iniziando a mangiare in un buffet. 😀