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Il buon governo genera opere belle
Per giudicare un sovrano bisogna osservare il tenore di vita della classe media e contare i poveri, che debbono essere il numero più esiguo possibile. Una celeberrima statista che riuscì, con la sua politica conservatrice e l’ardente amore per patria, a dare agio alla classe media e a lenire la discrasia tra i ceti sociali fu la Regina Vittoria d’Inghilterra.
Virtuosa nell’amministrare la Res Pubblica e virtuosa nella vita privata – esempio di moralità, onestà e dedizione alla famiglia – la regina Vittoria riuscì a conciliare sempre con eleganza la vita della donna di classe con quella dello statista dal pugno di ferro pronto a comandar la guerra boera. A dimostrazione del suo sapiente contributo all’umanità vi sono le testimonianze artistiche dell’epoca vittoriana: solo presso un popolo retto da un buon governo, che garantisce a tutti il benessere materiale, possono proliferare opere d’arte squisite. D’altronde, se l’arte è la via con cui si manifesta lo spirito d’ un popolo, non vi è da stupirsi se tutte le più belle creazioni della storia abbiano preso forma in quei tempi in cui vi era un regnante illuminato al potere. Esemplificativo del buon governo dell’ultima sovrana della casata degli Hannover, prolifica madre di ben 9 figli e madrina d’una politica espansionista così massiccia da meritarle il titolo d’Imperatrice d’India, è il tripudio di arti e tecnica che proliferarono durante l’epoca Vittoriana. Architettura, prosa e teatro, grazie alla rivoluzione industriale, iniziano a diventar parte della cultura di massa, e durante i suoi 64 anni di governo nomi come Isambard Kingdom Brunel artefice del celebre palazzo di cristallo di vetro in cui si inaugurò la prima esposizione universale del 1851 o Dante Gabriel Rossetti ebbero modo di dare una virata alla storia della loro disciplina artistica. Mentre Charles Dickens e Henry Mayhew, moralista e cofondatore della celebre rivista satira Punch, denunciavano la piaga della povertà assoluta, e cercavano di arginare il dramma del lavoro minorile, dell’immoralità e disagi, la middle class poteva tirare un sospiro di sollievo ed iniziare a godere di nuovi costumi, dal severissimo pudore sino ai gioielli.
Periodo romantico, nascita d’un impero. Oro e vivaci pietre colorate
La produzione di gioielli durante l’epoca Vittoriana si può suddividere in tre periodi o stili. Il primo periodo, detto romantico o sentimentale, era piuttosto gaio ed allegro, e può essere incluso tra il 1837 ed il 1860. In questo periodo i romanzi sentimentali e la scolarizzazione progressiva delle donne portarono a un dilagare di fasti e colori che si riflettevano anche sui materiali usati dagli orefici. L’entusiasmo dato dal progresso tecnologico e l’improvviso benessere resero di gran moda le pietre preziose. Le gemme più usate erano l’ametista, il turchese, il topazio, il calcedonio, il corallo che proveniva dalle terre colonizzate, il rubino. Anche nuovi metodi di lavorazione videro la luce: l’italiano Luigi Valentino Brugnatelli (1761-1818) inventò la placcatura d’oro all’inizio del 1800, benché vide la sua diffusione grazie all’industria, per mezzo degli artigiani Elkington e Wright, solo negli anni Quaranta. Prima dell’invenzione della placcatura d’oro, ossia il ricoprire i metalli utilizzati con una sottilissima pellicola d’oro tale da renderne irriconoscibile il materiale sottostante, i gioielli venivano prodotti in similoro. Chi a quei tempi poteva permettersi gioielli in metallo nobile era solito ad usare oro che andava dai 18 carati ai 22 carati.
Si scoprì anche la tecnica dell’elettrodeposizione, che andò a sostituire il princisbecco. Sempre in questo periodo vennero perfezionate le tecniche d’imitazione delle pietre preziose: le tecniche introdotte da Joseph Strasser, nel 1700, per creare pietre artificiali vennero migliorate, e si riuscì ad aumentare l’indice di rifrazione dei nuovi cristalli rendendoli più lucenti. Presso un’importante fabbrica di Burslem vide la luce anche un particolare tipo di porcellana, detto “di paro”, così simile all’avorio al punto che, scolpito, veniva usato per cammei, spille e fibbie. I motivi più in voga in questo periodo erano quelli floreali, e nel 1840 vi fu un’esplosione di gioielli a forma di uroboro, allegoria di eternità e saggezza.
Periodo gotico, morte del Principe Alberto . Gioielli in ambra nera e capelli di defunti
Il secondo periodo è invece più cupo, e si estende tra il 1860 ed il 1884. Il 1861 per il Regno Unito fu un mesto anno: morì la Duchessa di Kent, madre della regina, seguita poco dopo dal principe Alberto, il marito di Vittoria. L’intera nazione venne presa dallo sconforto ed in letteratura esplose il genere gotico. Vi fu una riscoperta nel medioevo grazie a Walter Scott, Gran Maestro del Gran Conclave dei Cavalieri Templari di Scozia, che col suo celebre testo Ivanhoe, in cui parla di Riccardo Cuor di Leone, ridona lustro al romanzo cortese ed all’età medievale che per tempo era stata sottovalutata. Fu il precursore di quel genere letterario che poi diventerà il romanzo gotico. Sempre stando sulla via della letteratura gotica e cupa bisogna citare Horace Walpole, celebre autore de Il castello di Otranto, che influenzò molto le arti dell’epoca vittoriana, soprattutto per ciò che riguarda i funesti gioielli da lutto. La regina Vittoria, straziata dal dolore ad accompagnata dal fantasma del marito Alberto, iniziò ad indossare gioielli scuri, per lo più composti giaietto (o gagate), una lignite particolare raccolta sulle spiagge dello Yorkshire. Il giaietto era anche detto ambra nera, ed era già utilizzato presso i romani, ed è un materiale abbastanza tenero, essendo sulla scala di Mohs al livello 3,5. A beneficiare della morte del principe Alberto e dell’improvvisa moda del gioiello di lutto fu certamente la celebre officina Whitby, specializzata proprio in questo settore. Siccome le masse umane non differiscono molto da quelle di bestiame, tutti i sudditi si adeguarono in pochissimo tempo ai dettami estetici della regina: le vedove d’Inghilterra s’accorsero che possedere un gioiello da lutto non era più un semplice capriccio bensì una vera e propria necessità di sopravvivenza: essere fuori moda era un’onta che non potevano tollerare.
Questo tripudio di gioielli funerei permise alla fabbrica di Whitby di raggiungere, nel 1870, una fioritura mai vista prima, ossia ben 1500 impiegati! A rendere la moda dei gioielli gotici ancora più macabra ci pensò il feticismo umano. Ogni buona vedova inglese, per amore della moda, si sentiva in dovere di tagliare i capelli al cadavere del marito per darli poi ad un orefice, affinchè li intrecciasse per farne collanine, orecchini o braccialetti.
Nonostante la materia prima di discutibile provenienza bisogna però essere onesti, e riconoscere la bellezza e la tecnica che si celano in queste tetre creazioni.
Già nel 1700 si usavano i capelli per ricavarne delle vignettes, ma con l’epoca vittoriana questa tecnica venne perfezionata e qualcuno tentò anche di renderla più accettabile, incastonando il materiale organico all’interno di sofisticate spille ed anelli in guscio di tartaruga, brillanti e smalti. Non vi è da stupirsi per fatto che Edgard Allan Poe scrisse i suoi migliori racconti dell’orrore proprio in questo funesto periodo.
L’ultimo periodo dell’epoca vittoriana è compreso tra il 1885 ed il 1901. La regina Vittoria festeggiò le nozze d’argento e ciò fu simbolicamente molto importante, perché equivaleva all’affermare la chiusura del periodo di lutto. Iniziarono di conseguenza a circolare sempre più oggetti preziosi dalle pietre incastonate in strutture metalliche dalle elevate percentuali d’argento. L’oro e i gioielli placcati col prezioso metallo nobile iniziarono a diventare sempre meno di moda: perle e diamanti, pian piano, iniziarono a riapparire assieme a varie tipologie di porcellane finemente decorate con smalti lucidi. I gioielli raffiguravano temi bucolici, animali e si legavano ai piaceri del tempo libero, come la botanica e la caccia. Grande diffusione si ebbe infatti in quel tempo di preziose spille recanti temi venatori e floreali, quasi a voler scordare la mestizia funebre degli anni precedenti. Durante quest’ultimo periodo, segnato dalla frenesia del capitalismo e della rivoluzione tecnologica, i gioielli vittoriani rappresentavano una fuga da questo nuovo mondo composto da città e fabbriche.
Parallelamente alla Gilded Age americana, il canto del cigno dell’ottimo governo della Regina Vittoria inaugurò quegli anni squisiti in cui l’oreficeria, forte della scienza e dei nuovi materiali, cercava ristoro tra i petali, le ninfe e le linee ondeggianti ed oniriche dell’Art-nouveau.
Liliane Tami
Fonti: storia dei gioielli, istituto geografico de Agostini-Novara, a cura di Franco Sborghi