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Processioni storiche, Mendrisio TI
La data di nascita della tradizione è tutt’altro che chiarita: una nota spese "per cera et olio" del 1697 è la fonte più antica che faccia menzione della processione del Giovedì Santo, mentre una nota spese del 23 marzo 1711 è il primo documento che si riferisce alla processione del Venerdì Santo, sebbene una Relazione apologetica dei RR. Padri Serviti del 1811 anticipi ulteriormente la data verso la metà del Seicento.
La processione del Giovedì Santo (chiamata anticamente la Funziun di Giüdee [Funzione dei Giudei]) raffigura l’ascesa di Gesù al Calvario. Gli attori sono presi dal popolo, volontari che sfilano a piedi partendo dal nucleo della vecchia Mendrisio, per giungere nella parte moderna del Borgo. Un tempo, i costumi venivano confezionati dai partecipanti stessi alla processione, ma nel 1898 vennero acquistati dai vestiaristi del Teatro alla Scala di Milano (oggi ancora la pratica è corrente). Dei vecchi e rozzi costumi non è rimasta traccia alcuna. Il corteo inizia e si chiude con gli squilli trionfali emessi dai trombettieri. Nella parte iniziale vengono ricordati i capi d’accusa contro Gesù e gli esecutori della condanna, da Longino, che squarciò il costato di Cristo con la sua lancia, al centurione incaricato di constatare la morte del condannato. Seguono i suonatori di tamburi che con una cadenza funebre annunciano il gruppo del Cristo. Il soldato che tira con una corda il crocifiggendo agita un ramo fiorito, poi viene il Cristo, a piedi nudi: indossa una tunica rossa (simbolo della passione) e trascina a stento la croce. I capelli lunghi che gli coprono il volto servono anche a nasconderne l’identità: la tradizione vuole che nessuno sappia chi sia. Lo accompagnano la Veronica, che regge un panno sul quale è impresso il volto di Gesù, ed un ragazzo che porta una tazza per dissetare il Salvatore. La processione continua con il gruppo degli Ebrei, gli unici personaggi parlanti (o meglio urlanti) di una rappresentazione affidata per il resto al silenzio ed alla mimica, come nel caso dei giocatori di dadi o dei due ladroni. Compaiono poi le tre Marie che passano isolate, aralde di un dolore statuario e muto. La coreografia cambia con la terza parte del corteo, che è prerogativa dei dignitari, tutti a cavallo e tutti ben intonati a un gusto fra il maestoso e l’enfatico. Sfilano prima i nemici di Gesù: Anna, l’uomo più influente del Sinedrio e suo genero Caifa, sommo sacerdote nell’anno della crocifissione; poi è il turno di Ponzio Pilato; il crescendo culmina con Erode Antipa, celebre per il grande manto retto dai bambini, e con il sommo sacerdote, che a ben vedere costituisce un doppione di Caifa. Il corteo si chiude con coloro che simpatizzarono per Gesù senza avere il coraggio di manifestarlo apertamente: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che procedono appaiati e recano gli unguenti per imbalsamare il cadavere. Squillano ancora le trombe, con il caratteristico suono già udito all’inizio, e la rappresentazione si chiude.
La processione del Venerdì Santo è invece indissolubilmente legata alla tradizione dei lampioni processionali, abitudine probabilmente introdotta dai Serviti seguendo come modello il loro paese d’origine: la Spagna. I lampioni più antichi erano fatti di carta, all’inizio del Settecento si passò alle tele imbevute di cera e trementina, su cui veniva fissato l’impasto dei pigmenti che devono tenere conto dell’effetto di trasparenza prodotta dalla luce delle candele. Si possono individuare due categorie di lampioni: quelli più antichi si limitavano a rappresentare i simboli della croce e gli strumenti della Passione; i più recenti si aprono al racconto, rappresentando scene della Via Crucis. La qualità artistica è molto difforme: accanto a prodotti artigianali, magari anche seriali, non mancano opere di qualità dovute alla mano di pittori esperti come Giovanni Battista Bagutti (1743-1823), suo figlio Abbondio (1788-1850), Giuseppe Monti (1836-76) e Silvio Gilardi (1873-1943). La sera del Venerdì Santo sfilano oltre seicento persone, recanti arredi sacri di varia natura. Tra questi sono particolarmente antichi e preziosi i grandi strumenti della Passione, che appartenevano un tempo ai Padri Cappuccini, che ebbero il loro convento a Mendrisio dal primo Seicento alla metà del secolo scorso: si tratta di oggetti di legno, finemente scolpiti e dorati, raffiguranti la borsa del traditore Giuda, la mano guantata dello schiaffo, la spugna inzuppata di fiele ed il gallo del rinnegamento di Pietro. Al centro del gruppo che porta questi strumenti spicca un personaggio, in abito di confratello, che porta la colonna della flagellazione. La processione ha il suo culmine religioso ed emotivo in due statue veneratissime dai mendrisiensi, da sempre molto legati alla tradizione delle processioni: la prima è quella raffigurante il Cristo morto, statua in legno stuccato e dipinto, eseguita da un autore anonimo nel 1670 e riverniciata nel 1723; l’altra è quella della Vergine Addolorata, che i Serviti hanno ricevuto dalla parrocchia di Rancate in cambio di una Madonna del Rosario e che sfila in processione dal 1741. La statua ha una struttura eterogenea: la testa e le braccia della Vergine sono innestate sul corpo scolpito di un angelo. Ricoperta da un manto nero, la Madonna esprime solennemente il suo dolore nel volto e ha nelle mani un fazzoletto e uno scapolare. Il cuore della Madonna è trafitto da sette spade, simboleggianti i dolori che dovette patire per essere fedele ai disegni divini di salvezza dell’uomo.
Bibliografia
- Mario Medici, Le processioni storiche di Mendrisio, Mendrisio, Stucchi, 1962;
- Giuseppe Martinola, Inventario d’arte del Mendrisiotto, Bellinzona, Edizioni dello Stato, 1975;
- Giorgio Lazzeri, Flavio Medici, Mario Medici, Angelo Nessi, Amleto Pedroli, Le processioni storiche di Mendrisio, Locarno, Dadò, 1998;
- Anastasia Gilardi, don Angelo Crivelli, Mater dolorosa: sculture e rilievi in Ticino dal XIV al XVIII secolo, Mendrisio, Museo d’Arte, 1998.
Autore: Achille Peternier
Fonte:
Peternier, Achille: Processioni storiche, Mendrisio TI, in: Kotte, Andreas (a.c.): Dizionario teatrale Svizzero, Chronos Verlag Zurigo 2005, vol. 2, pp. 1436–1437, vedi immagine p. 1436.