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La multinazionale dovrà risarcire le vittime delle emissioni tossiche in Zambia e dovrà pagare 13 milioni di dollari a questo Stato africano per una discutibile pratica fiscale.
Ricordate il polverone sollevato nel 2019 dal viaggio di Ignazio Cassis in Zambia? Il Consigliere federale era stato criticato per la sua visita alla miniera di rame della Glencore a Mufilura e per un suo tweet dove si era detto impressionato dagli sforzi per la modernizzazione dell’impianto. Un commento euforico che la stessa controversa multinazionale ha poi utilizzato per farsi pubblicità. Di recente, dallo Zambia, sono giunte due notizie di carattere giudiziario che rendono ancor più imbarazzante il siparietto promozionale organizzato da Ignazio Cassis.
Il 24 agosto scorso, la Corte suprema dello Zambia ha respinto un ricorso della Glencore e imposto al gigante di Baar (Zg) il pagamento di un risarcimento di un milione di Kwacha zambiani (l’equivalente di 47’000 franchi) alla famiglia di una vittima dei gas di scarico tossici rilasciati dalla miniera. La vittima era la politica Beatrice Mithi, che circa sei anni fa aveva avuto un attacco d’asma ed era morta dopo aver inalato i fumi di scarico dell’impianto di fusione del rame di Mufulira.
Secondo quanto riportato dalla Srf, la Corte ha affermato nella motivazione della sentenza che ci sono “prove schiaccianti” secondo cui la miniera di proprietà di Mopani Copper Mines (Mcs), società controllata da Glencore, “ha ignorato per anni i limiti di anidride solforosa fissati dalle autorità, mettendo così in pericolo il diritto alla vita di un’intera comunità“. La sentenza, definitiva, apre ora la strada alle cause civili di altre famiglie.
Sempre la Corte suprema dello Zambia ha statuato in maggio a riguardo di un’altra vicenda che riguarda la Glencore. Diversi anni fa, l’Ong svizzera Public Eye (allora chiamata la Dichiarazione di Berna) e altre associazioni avevano rimproverato al gigante delle materie prime di manipolare la sua compatibilità in Zambia per ridurre le tasse in questo Paese. Un audit ha poi dimostrato che il rame prodotto qui era venduto dalla Msc alla stessa Glencore a prezzi inferiori a quelli di riferimento sui mercati internazionali. Ciò che viola i principi della concorrenza dell’Ocse che indicano che le transazioni infragruppo devono essere conformi ai prezzi di mercato. Una violazione che è infine stata riconosciuta dall’ultima istanza giudiziaria dello Zambia chiamata ad esprimersi dopo due ricorsi della Glencore. La filiale locale del gigante svizzero dovrà così versare 13 milioni di dollari.
Queste due condanne significano che l’Iniziativa multinazionali responsabili, su cui si voterà il prossimo 29 novembre, non è più necessaria? “Purtroppo no. Certo, per una volta è stato possibile mettere Glencore di fronte alle proprie responsabilità in Zambia, ma, in altri casi come in Congo, Ciad o in Perù, la multinazionale non è chiamata a rispondere delle sue violazioni” spiega Andreas Missbach di Public Eye. In un articolo apparso sull’ultimo numero del magazine dell’Ong, l’esperto spiega che “in numerosi Paesi in via di sviluppo, un processo giusto resta impossibile” e che “anche in Zambia, Beatrice Miti non è stata la prima vittima delle attività di Mopani: altre persone e famiglie non hanno i mezzi per rivolgersi ai tribunali”. La vicenda è semmai un esempio di come una multinazionale svizzera possa causare dei gravi danni alla popolazione locale: “Un sì all’Iniziativa il prossimo 29 novembre permetterà d’impedire che tali ingiustizie possano riprodursi in futuro” conclude Andrea Missbach.
di Federico Franchini, tratto da Area