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Piergiorgio Odifreddi se la prende con la narrativa, colpevole di allontanare dalla realtà.
Se le accuse vi suonano familiare, è perché probabilmente vi ricordate la condanna che formulò Platone qualche secolo prima del nostro celebre matematico.
Il filosofo ateniese aveva una imponente metafisica a sorreggere la sua condanna. Non credo che Odifreddi abbia una metafisica: oramai anche i filosofi ne fanno a meno, figuriamoci il nostro prolifico polemista. E allora su cosa si regge la sua condanna?
Sulla scienza, cioè sulla tanto decantata realtà? Non direi: non si citano studi sociologici o psicologici,non si accenna neppure a un qualche esperimento per verificare la tesi portante del discorso. Direi che l’accusa di Odifreddi si basa su un’impressione, ossia su un pregiudizio. Roba da far quasi rimpiangere la metafisica.
Sid Jacobson ed Ernie Colón; 9/11 Il rapporto illustrato della commissione americana sugli attacchi terroristici dell’11 settembre; Alet edizioni, Padova, 2006
Premessa: dei libri
Alcuni servizi online con iscrizione obbligatoria permettono di ritrovare la propria password di accesso grazie ad una domanda segreta impostata durante registrazione: ad esempio “quale è il nome da nubile di tua madre?” o “quale è il tuo libro preferito?”.
A quest’ultima domanda una persona ha risposto, dopo un attimo di esitazione, “La Bibbia”. Percependo lo stupore dei presenti, ha così giustificato la sua risposta: “Non è ovviamente vero, ma almeno sono sicuro di ricordare la risposta.”
Per quale motivo la Bibbia non può essere il libro preferito di una persona?
Molto probabilmente perché non è un semplice libro, non è un testo qualsiasi che racconta una storia qualsiasi: è il libro, il testo che narra la storia, la nostra storia, il libro che ci racconta chi siamo. La formula “Parola del Signore”, spesso usata per accompagnare la lettura della Bibbia, vuole proprio sottolineare l’eccezionalità di questo libro. Continua la lettura di Narrare la Storia→
“Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”: è la celebre sentenza di Friedrich Nietzsche che fa da fondamento ad ogni ermeneutica estrema e ad ogni relativismo.
Non ci sono fatti: tutto quello che si può dire è una interpretazione, una analisi o ricostruzione in una qualche misura arbitraria e criticabile.
Uom gigantesco abita qui, che lunge
Pasturava le pecore solingo.
In disparte costui vivea da tutti,
E cose inique nella mente cruda
Covava: orrendo mostro, né sembiante
Punto alla stirpe che di pan si nutre,
Ma più presto al cucuzzolo selvoso
D’una montagna smisurata, dove
Non gli s’alzi da presso altro cacume.
Così Omero, nel IX libro dell’Odissea (traduzione di Ippolito Pindemonte), introduce la figura del ciclope Polifemo: un gigantesco e orrendo uomo che dedica la sua solitaria vita alla pastorizia ignorando completamente l’arte della coltivazione del grano, dal quale si ricava il pane. Continua la lettura di Polifemo→
Un interessante sito raccoglie i blooper, gli errori cinematografici presenti nella versione definitiva del film.
Anacronismi, spostamenti illogici, impossibili cambi d’abito abbondano nelle pellicole, e dopo aver letto le schede di alcuni film particolarmente ricchi di errori ci si chiede come possano essere sfuggiti, tenendo conto del numero indubbiamente alto di persone che lavorano in fase di ripresa e, soprattutto, di postproduzione! Possibile che un semplice appassionato grazie ad un banale televisore riesca a cogliere particolari sfuggiti a regista e montatore? Possibile che a scenografi e consulenti non si accorgano di usare, durante la seconda guerra mondiale, aerei costruiti vent’anni dopo, mentre un appassionato di modellismo li scopre al primo colpo? Continua la lettura di False verità→
“Se nella vostra storia descrivete un fucile, questo poi deve sparare”: questo è il principio dell’essenzialità narrativa, nella formulazione di Anton Cechov: ogni elemento della narrazione, una scena, una ha necessariamente un ruolo, non può non averlo. Il fucile, come insegna Hitchcock, può anche non sparare, ma di sicuro verrà impugnato da qualcuno con l’intenzione di fare fuoco.
Il principio di Cechov ha senso unicamente all’interno di una narrazione: nella vita reale si possono incontrare decine o centinaia di fucili senza per questo assistere, ogni volta, a delle sparatorie. Un fedele resoconto della vita di una persona risulterebbe saturo di eventi inutili ed inessenziali: incontri casuali, smarrimenti di oggetti, acquisti vari, letture amene e così via. Continua la lettura di Sequenze e conseguenze→
Raccontare la propria vita, scrivere una autobiografia, spiegare se stessi.
Può sembrare facile, ma in realtà è un compito difficile. Lo scopo dovrebbe essere raccontarsi agli altri, in modo che gli altri ci conoscano.
La prima difficoltà è appunto quella della conoscenza: conosciamo gli altri, li frequentiamo, ma non frequentiamo noi stessi, noi siamo noi stessi. Conoscere se stessi non è difficile, è semplicemente impossibile. E forse è anche pericoloso: per riprendere André Gide, il bruco che cercasse di conoscere se stesso non diventerebbe mai una farfalla. Continua la lettura di Raccontare se stessi→
Per scrivere fiabe bisogna aver coraggio: per narrare una storia semplice, lineare e col lieto fine occorre essere abili, altrimenti si è noiosi. Molto meglio scrivere storie intricate, piene di colpi di scena: anche se si è narratori mediocri, un colpo di scena risolve sempre tutto.
Ovviamente, il colpo di scena dozzinale, inserito a mo’ di pezza per nascondere una storia scialba, è ben diverso dal buon colpo di scena. Quest’ultimo deve giungere inaspettato e deve far riflettere. Continua la lettura di Colpo di scena→