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Il voto elettronico a disposizione di tutti gli svizzeri all'estero entro le prossime elezioni federali del 2019: è quanto chiede il Consiglio degli svizzeri all'estero, il cosiddetto "parlamento" della Quinta Svizzera. Un appello urgente, sostenuto da Ariane Rustichelli, direttrice dell'Organizzazione degli Svizzeri all'estero (OSE).
Il voto online è un tema molto delicato tra gli svizzeri all'estero. Infatti, 24 anni dopo l'introduzione del voto per corrispondenza, più di 142mila cittadini elvetici residenti fuori dalla Confederazione sono registrati in un catalogo elettorale in patria per esercitare i propri diritti politici. Purtroppo, in realtà, è spesso difficile essere politicamente attivi a causa di ritardi di spedizione delle Poste. Quindi, il voto elettronico è spesso l'unica possibilità per gli svizzeri all'estero di esercitare il loro diritto democratico.
Punti di vista
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Nel 1992, il messaggio del governo federale relativo alla legge sui diritti politici degli svizzeri all'estero lasciava intendere che negli anni seguenti tra i 20mila e i 25mila cittadini svizzeri avrebbero esercitato il loro diritto di voto per posta dall'estero. Ora sono sei volte più di più, l'equivalente dell'elettorato di un cantone come i Grigioni. E il loro numero continua a crescere.
Regredire è un cattivo segnale
Il desiderio di fare sentire la loro voce nello scenario politico è un forte segnale del loro attaccamento al paese di origine. Ciò è anche legato ai cambiamenti nella migrazione internazionale, oggi maggiormente caratterizzata da soggiorni di breve durata, qualche anno e, soprattutto dovuta a motivi professionali. Il desiderio di mantenere un forte legame con la Svizzera è dunque centrale. Ma, a causa di ritardi dei recapiti postali all'estero, ciò è spesso impossibile.
La risposta a questo problema è l'introduzione dell'e-voting. Purtroppo, anche se i primi test sono iniziati già nel 2002, attualmente solo sei cantoni offrono questo canale di voto ai loro concittadini all'estero. Paradossalmente, nel 2015, poco prima delle elezioni federali, c'erano ancora 14 cantoni che offrivano il voto per Internet nel 2015. La ragione di questo passo indietro è lo scioglimento del Consorzio voto elettronico costituito da 9 cantoni che facevano capo al software di Zurigo, in seguito alla decisione del Consiglio federale di non più autorizzare l'utilizzazione di quel sistema a causa di una "falla riscontrata nella protezione del segreto del voto".
L'Organizzazione degli Svizzeri all'estero (OSE), che difende gli interessi di espatriati, si è sempre dichiarata a favore dell'introduzione, il più velocemente possibile, del voto elettronico per i membri della "Quinta Svizzera". Consapevoli dei pericoli insiti negli scrutini per via elettronica, l'OSE ha sempre sostenuto anche la politica della Cancelleria federale, secondo cui la sicurezza deve avere la precedenza rispetto alla velocità di introduzione dei sistemi di e-voting nei cantoni. Tuttavia, il passo indietro del voto elettronico è un cattivo segnale inviato agli svizzeri all'estero.
Una questione di pari diritti
La domanda fondamentale da porsi è la seguente: non è forse giusto che, in un sistema politico di democrazia semi-diretta, come quello che esiste nel nostro paese, tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti e possano esercitarli?
Non è forse essenziale conoscere il parere di tutti i cittadini, tanto più quando, grazie alla loro esperienza all'estero, portano una visione magari po' più internazionale su temi dibattuti nel nostro paese? Questa ricchezza di punti di vista deve essere supportata, così come il diritto di ognuno di avere gli stessi diritti e di poterli usare.
Nel caso degli svizzeri all'estero, ciò implica l'introduzione del voto elettronico, l'unico modo per garantire la loro partecipazione al processo politico. Pertanto, l'OSE ha lanciato il 5 agosto scorso, aprendo la sua conferenza annuale, un appello ai cantoni svizzeri, affinché vadano avanti sulla strada di una rapida introduzione del voto tramite Internet per i loro cittadini all'estero.
Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell'autrice e non riflettono necessariamente la posizione di swissinfo.ch.