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Jamila o Djamila è un nome che attraversa lo spazio musulmano vincendo i continenti. Nel 1958 escono con questo titolo un libro in Unione Sovietica e un film in Egitto. Nel primo caso si tratta di un appassionante romanzo del grande kirghiso Chingiz Ajtmatov che racconta un travolgente amore tra Danijar e Jamila, mentre il marito di lei è nel’Armata Rossa e si sta battendo per la liberazione dell’Europa dal nazifascismo, il film è del geniale e insuperato Youssef Chahine e racconta la storia di Djamila Bouhired, interpretata da Magda al-Sabahi. Djamila è una delle eroiche protagoniste della lotta di Liberazione del popolo algerino contro il colonialismo francese, il suo personaggio compare anche ne “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo. Chingiz Ajtmatov nel frattempo nel 1962, lo stesso anno in cui l’Algeria diventa indipendente, pubblica “Il primo maestro”, storia di un amore contrastato tra un giovane insegnante e una ragazza kirghisa negli anni ’20, quando il socialismo ha vinto in tutta la nazione l’analfabetismo. Dal romanzo il regista Andrej Končalovskij trae la sua opera prima nel 1965, con la bravissima e bellissima, allora diciottenne, Natalja Arinbasarova, poi moglie di Končalovskij, nella parte della protagonista, vincitrice della Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla 27ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Quando tre anni dopo la regista sovietica Irina Poplavskaja decide di trasporre sul grande schermo il romanzo “Jamila” di Ajtmatov, vuole Natalja Arinbasarova, nella parte della protagonista, mentre Končalovskij ha da poco terminato lo straordinario “La storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi”, girato in un kolchoz e che avrà negli stessi luoghi un seguito nel 1994, “Rijaba la mia gallina”, in italiano con il triste titolo di “Asija e la gallina dalle uova d’oro”, documentando i dolorosi anni dell’asservimento russo agli interessi occidentali, dopo la fine dell’esperienza sovietica.
Il film di Irina Poplavskaja è di inusitata bellezza, non solo per la profondità degli sguardi di Natalja Arinbasarova, ma anche per la forza dei luoghi, dai campi coltivati alle sperdute steppe. Irina Poplavskaja si innamorerà del Kirghizistan al punto da tornarvi a girare nel 1972 un altro film, “Io sono il Tien Shan”, tratto ancora una volta da uno scritto di Chingiz Ajtmatov: “Il mio cappello a cilindro in un fazzoletto rosso”, questa volta con protagonista Dinara Ciociunbaeva.
Nel 2017 la regista francese Aminatou Echard torna con un Super-8 in Kirghizistan e realizza un nuovo “Jamila”, documentario capace di unire l’incantata poesia dei luoghi e dei colori e le voci delicate e al contempo decise delle donne che si confrontano con il coraggio della Jamila letteraria alla luce delle trasformazioni sociali intervenute con la fine del socialismo, a partire dal ritorno nella vita personale e collettiva della religione islamica, questo film, in anteprima mondiale alla Berlinale 2018, è passato in anteprima italiana al Festival Sangiò di Verona, vincendo il premio per il miglior lungometraggio.
Al Festival veronese ideato e diretto da Ugo Brusaporco, si è anche potuto ammirare “La guerra del maiale” di David Maria Putortì, tratto dal romanzo “Diario de la guerra del cerdo”, dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, scritto nella temperie della dittatura argentina della fine degli anni sessanta, la pellicola, forte ed efficace, restituisce per intero la violenza dello scontro generazionale. L’ambientazione prevalentemente notturna trasmette per intero la cupezza che avvolge un’Argentina senza tempo in cui i giovani uccidono gli anziani in un vortice abbastanza autodistruttivo, perché eliminando il “peso dei vecchi”, eliminano in qualche modo loro stessi, ovvero la loro stessa proiezione futura.
Pregevole e toccante è il documentario “Vedo rosso” di Sabrina Benussi che scavando negli archivi di TV Koper – Capodistria racconta la vita delle ragazze e dei ragazzi della comunità italiana dell’Istria negli anni ’70, anche ascoltando la loro voce oggi. Una vita contraddistinta da un’intensa formazione socialista, fatta di manifestazioni, inni patriottici e partigiani, visite ai luoghi della lotta di Liberazione, partecipazione alle iniziative culturali e politiche dei Pionieri e della Gioventù socialista, sempre con il fazzoletto rosso al collo e la pilotka, il berretto partigiano blu con stella rossa, sul capo. Molte per quei ragazzi anche le occasioni di buon cinema, come le proiezioni dedicate alla guerra partigiana, in particolare di Stipe Delić del 1973, “La battaglia di Sutjeska”, o più semplicemente “Sutjeska”, a livello internazionale tradotto come “La quinta offensiva”, con Richard Burton nella parte di Tito, il presidente jugoslavo a lungo presente durante le riprese, con le celebri musiche originali di Mikis Theodorakis, film che vince il premio speciale al Festival Cinematografico Internazionale di Mosca del ’73 e “La battaglia della Neretva” del 1969 diretto da Veljko Bulajić con Yul Brynner nella parte del protagonista, l’ingegnere Vladimir Smirnov di origini russo-uzbeke e cresciuto a Belgrado. Bulajić è tra l’altro regista nel 60° dell’azione rivoluzionaria di Gavrilo Princip de “L’attentato di Sarajevo”, in italiano ricordato con il titolo più poetico “Quel rosso mattino di giugno”. “Vedo Rosso” racconta una realtà in cui il mondo era vissuto come fratello, anche in ragione del Movimento dei Non Allineati promosso da Tito, e in cui, tra le case dai richiami veneziani degli antichi borghi marinari di Rovigno e di Parenzo, fin dai banchi di scuola, si trasmettevano i valori della pace e dell’uguaglianza.
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