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BERNA - In Svizzera la direttiva dell'Unione europea (Ue) sulle armi verrà applicata in modo pragmatico, sfruttando il margine di manovra disponibile per salvaguardare la tradizione elvetica in materia di tiro. Chi vorrà tenere l'arma dopo il servizio militare dovrà tuttavia fare parte di una società di tiro.
Lo ha deciso oggi il Consiglio federale, confermando che la Confederazione adempierà i suoi obblighi di Stato Schengen trasponendo la direttiva europea nel proprio diritto.
In occasione delle discussioni a livello europeo in merito alla modifica della direttiva, la Svizzera si era già adoperata con successo per la salvaguardia delle tradizioni in materia di tiro, ottenendo deroghe speciali che tengono esplicitamente conto delle peculiarità elvetiche, si legge in un comunicato governativo.
Solo se membri di una società di tiro - Una volta prosciolti dall'obbligo di prestare servizio militare, i militari potranno ancora tenere l'arma dell'esercito con il relativo caricatore da venti cartucce e continuare a utilizzarla per il tiro sportivo. Tuttavia, sarà necessario dimostrare di essere membri di una società di tiro e di esercitarlo con regolarità. La nuova disposizione non si applica però a coloro cui in passato è stata ceduta in proprietà un'arma dell'esercito. Esclusi dalla norma anche i cacciatori.
La Svizzera, prosegue la nota, dispone ora di un periodo di due anni per trasporre nel suo diritto le nuove regole della direttiva europea. L'esecutivo si avvarrà di questo periodo per elaborare un progetto legislativo che tenga conto della tradizione.
Polemiche - La direttiva Ue costituisce uno sviluppo dell'Accordo di Schengen. Il mancato recepimento potrebbe comportare la cessazione dello stesso Accordo.
Lo scopo della direttiva europea è avere controlli più severi sulle armi, anche a salve o non adeguatamente disattivate, come quelle usate al Bataclan di Parigi, imponendo fra l'altro agli Stati membri la creazione di un sistema di monitoraggio per il rilascio o il rinnovo delle licenze. Sono previsti anche controlli più stringenti su alcune armi semi-automatiche, mentre si è rinunciato alle parti più restrittive per cacciatori e sportivi.
La revisione era stata proposta dalla Commissione europea il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo la seconda strage di Parigi. In dicembre era stato raggiunto un compromesso tra Parlamento e Consiglio, apparso al ribasso, soprattutto perché era stata stralciata la proposta di vietare in maniera totale armi semiautomatiche come kalashnikov e fucili d'assalto, e quella di vietare i caricatori con capacità superiore a 10 colpi.
Negli scorsi mesi le nuove normative europee avevano suscitato diverse polemiche in Svizzera, tanto che in marzo il Consiglio nazionale aveva approvato una mozione di Werner Salzmann (UDC/BE) che incaricava il Consiglio federale di prendere contatto con gli Stati contrari alle restrizioni. Già in quella occasione la consigliera federale Simonetta Sommaruga aveva sottolineato che «la Svizzera si è sempre adoperata affinché la tradizione elvetica del tiro sportivo possa essere mantenuta».
«L'Europa decide al posto nostro» - Marco Chiesa, Consigliere nazionale UDC, ha espresso contrarietà sul suo profilo Facebook. E a tio.ch/20 minuti ha precisato: «Credo sia solo il 10% di chi ne ha diritto a tenere l'arma in casa. Non è una questione di numeri, ma di principio. Che poi ciò sia imposto da Bruxelles fa quantomeno storcere il naso. A me le condizioni le detta il mio Paese, non Bruxelles».
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