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A lungo l’Islanda è stata vista come un esempio eccellente di libertà di stampa. Forse, però, questa condizione era semplicemente troppo bella per essere vera. Ultimamente, infatti, i politici del Paese hanno cominciato a cercare di influenzare i media e l’esempio più recente è venuto proprio dai vertici più alti quando David Gunnlaugsson, all’epoca Primo ministro, aveva tentato di nascondere un’intervista televisiva a riguardo di un’azienda offshore a Panama di sua proprieta, finita nell’indagine Panama Papers.
A tentativo fallito, Gunnlaugsson è stato infine costretto a dimettersi. L’intervista, ora divenuta famosa, mostra come il Primo ministro cominci a balbettare quando un giornalista gli chiede conto di Wintris, la sua azienda offshore. Poco dopo la domanda, si vede il Premier lasciare la stanza negando ogni accusa. A peggiorare le cose era stato poi il suo assistente, che che aveva chiamato l’emittente televisiva cercando di impedirle la messa in onda dell’intervista.
I politici e il servizio pubblico islandese
La tentata interferenza di Gunnlaugsson non è la prima da parte dei politici islandesi: in molti, ad esempio, si sono lamentati in Parlamento sostenendo che Ruv, l’emittente nazionale di servizio pubblico, non sarebbe obiettiva. Nell’agosto del 2013, ad esempio, Vigdis Hauksdóttir del partito progressista di Gunnlaugsson e Presidente del Comitato finanziario del Parlamento, aveva anche rilasciato una dichiarazione che suonava come una velata minaccia: “credo che Ruv riceva una somma spropositata, soprattutto considerando che non sta facendo un buon lavoro sulle notizie”.
Alcuni mesi dopo, a dicembre 2013, il budget di Ruv, supervisionato direttamente dal governo, era stato ridotto del 20%. Questo taglio ha suscitato proteste da parte dell’European Broadcasting Union (Ebu) e ha costretto Ruv a tagli ai programmi e al personale, riducendo a esempio il network di inviati all’estero, già scarso, fino a zero. L’emittente si aspetta ulteriori tagli al suo servizio nell’immediato futuro. Valgerdur Anna Jóhannsdóttir, studiosa dei media alla University of Iceland, ha affermato di essere sicura che “le costanti critiche hanno come minimo un effetto deterrente sui giornalisti”. La ricercatrice ha anche aggiunto che in Islanda ci sarebbe meno distanza tra politica e servizio pubblico rispetto agli altri Paesi nordici.
Aziende private: portavoce dei potenti
Molte delle aziende mediatiche private affermate in Islanda sono di proprietà o capeggiate da politici o figure aziendali di rilievo e diverse voci sostengono che queste aziende servirebbero determinati interessi specifici. Quello che ne scaturisce è che la fiducia pubblica nei media è significativamente diminuita negli ultimi anni. Rivale di lunga data di Ruv è il quotidiano Morgunbladid. Spesso accusato dai critici di faziosità, il giornale può essere visto come un esempio sia dei problemi della società islandese in generale, che, nello specifico, del panorama mediatico. Gli investitori del Morgunbladid, ad esempio, fanno parte dell’industria peschereccia d’Islanda e temono che un governo orientato alle riforme possa mettere a rischio i loro guadagni, imponendo un sistema a quote.
“Questo atteggiamento si rispecchia perfettamente nei loro commenti sul giornale”, sostiene Jóhannsdóttir. Il Direttore del giornale, David Oddsson, è una figura molto controversa in Islanda. Membro del Partito d’Indipendenza, è stato Primo ministro dal 1991 al 2003, poi brevemente Ministro degli esteri, prima di diventare Direttore della banca centrale nel 2005. È stato proprio durante il suo mandato come Primo ministro che è avvenuta la privatizzazione del sistema bancario, decisione che ha gettando le basi per l’esplosione della bolla finanziaria nel 2008. I suoi critici sostengono che il suo mandato come vertice della Banca Centrale sarebbe stato prevenire che la bolla scoppiasse, ma che avrebbe fallito. Oddsson è parte della lista delle “25 persone da incolpare per la crisi finanziaria” compilata da Time.
Dopotutto, è profondamente problematico che proprio Oddsson sia diventato una delle personalità più potenti nei media islandesi. Per anni, ad esempio, Oddsson ha utilizzato il suo giornale per riscrivere la storia. Secondo Jóhannsdóttir, di nuovo, “la sua versione dei fatti ha ricevuto molto spazio nel giornale”. Oddsson si è anche candidato come Presidente a giugno di quest’anno; durante la sua campagna il giornale da lui guidato e a suo favore è stato distribuito gratuitamente. Ciononostante alle elezioni è finito soltanto come quarto, con meno del 14% dei voti.
La fiducia nei media islandesi sta diminuendo
Secondo un sondaggio condotto dall’agenzia islandese di sondaggi Mmr, la fiducia nei media islandesi starebbe diminuendo progressivamente dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, portando il giornale Morgunbladid nello specifico a una delle cadute più profonde. Se il 60% dei suoi lettori aveva dichiarato la propria fiducia nel giornale alla fine del 2008, solo il 40% si è sentito di ribadirla nel 2014 (non ci sono dati più recenti). Ruv ha perso invece il 7%, passando dal 77% a appena 70% nello stesso periodo.
Un altro attore importante è l’azienda mediatica privata 365 che, con i suoi giornali, canali televisivi e stazioni radio, è controllata da Ingibjörg Pálmadóttir. Fino alla crisi finanziaria, Pálmadóttir e suo marito, Jón Ásgeir Jóhannesson, erano tra gli investitori più importanti d’Islanda. Jóhannesson ad esempio possedeva azioni della banca Glitnir e aveva anche fatto significativi investimenti all’estero. Nel 2002, 365 aveva preso il controllo del giornale Fréttabladid, un tabloid gratuito a uscita giornaliera che ha la circolazione più alta del Paese. Questa acquisizione ha reso Jóhannesson uno degli uomini più potenti d’Islanda. Il tabloid DV, invece, ora appartiene a Björn Ingi Hrafnsson, un ex politico del Partito progressista (attualmente in una coalizione governativa con il Partito d’Indipendenza di Oddsson).
Oltre alle grandi organizzazioni mediatiche, nel Paese esistono anche alcuni media online minori e siti come Kjarninn, Stundin e Kvennabladid che operano in modo più indipendente rispetto alle grandi testate. La loro portata è minore, ma ciò non impedisce loro di essere notati, anche perché la penetrazione di internet in Islanda è molto alta, anche tra le generazioni più anziane.
Il ruolo dei media stranieri
La celebre intervista sull’azienda offshore a Panama era stata registrata per la televisione svedese Svt ed era basata sulle ricerche del gruppo internazionale di ricerca che ha lavorato ai Panama Papers. Prima che l’intervista andasse in onda, la moglie del Primo ministro, Anna Sigurlaug Pálsdóttir, aveva persino ammesso l’esistenza di quei conti offshore. Tuttavia, quando i media stranieri hanno cominciato a parlarne, la storia si è trasformata in un immenso scandalo.
Anche se la stampa straniera può agire come correttivo, sussiste sempre però il problema legato al fatto che molta cronaca sull’Islanda pubblicata nei media internazionali sia superficiale e basata su stereotipi, fatta per attrarre molti clic e molto traffico con storie sugli elfi piuttosto che con inchieste realmente investigative. Questo potrebbe anche essere dovuto al fatto che sono pochi i giornalisti stranieri che conoscono realmente l’Islanda e che hanno una fitta rete di contatti all’interno del Paese.
Press ranking
Politici potenti, interessi commerciali e tagli ai finanziamenti pubblici hanno contribuito a macchiare l’immagine immacolata dell’Islanda. Non è quindi sorprendente che l’isola sia caduta di alcune posizioni, più in basso di altre nazioni nordiche, nella classifica della libertà di stampa di Reporters Without Bordes. Contrariamente a Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, al vertice della classifica assieme alla Germania e pochi altri Paesi, l’Islanda è posizionata nella categoria seguente, considerata appena “soddisfacente”. Nella stessa categoria ci sono Stati Uniti, Sud Africa, Polonia, Romania e Francia. Chiunque osservi più a fondo l’ambiente mediatico islandese, si chiederebbe sicuramente se la situazione del Paese sia davvero “soddisfacente” o se non sia forse persino un po’ più complicata di quanto la descriva Reporters Without Borders.
Articolo tradotto dall’originale tedesco da Georgia Ertz