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La comunità nomade chiede alla Confederazione di condannare il programma che, tra il 1926 e il 1972, portò a sottrarre centinaia di bimbi ai loro genitori
In una lettera aperta, i "nomadi" svizzeri chiedono alla Confederazione di condannare il programma "Bambini della strada" come genocidio culturale. Durante tale campagna, svoltasi tra il 1926 e il 1972, la Fondazione Pro Juventute sottrasse centinaia di bambini jenish e sinti ai loro genitori. Membri di questa minoranza furono anche sterilizzati e internati.
Si stima che nel corso del XX secolo Pro Juventute, sostenuta dalla Confederazione, strappò circa 2'000 bambini nomadi alle loro famiglie e al loro ambiente. Ma il numero esatto non è noto, sottolineano organizzazioni e personalità jenish in una lettera aperta alla consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider resa nota lunedì.
Berna ha perseguitato jenish e sinti anche in altri modi, in particolare internandoli per "vagabondaggio", viene precisato nella missiva. Nonostante le scuse e i risarcimenti versati, la Confederazione deve ora riconoscere la campagna "Bambini della strada" come genocidio culturale se vuole assumersi la responsabilità delle proprie azioni, sottolinea la lettera aperta.
Le vittime non sono solo le persone direttamente coinvolte, ma anche i loro discendenti, i loro parenti, le loro famiglie e l'intero popolo jenish e sinti.
La missiva è stata firmata dalla "Radgenossenschaft der Landstrasse", l'organizzazione che rappresenta gli interessi dei nomadi jenisch, sinti e rom elvetici, dall'associazione transnazionale per la cooperazione e lo scambio culturale jenisch "Chefft Quant", nonché dall'organizzazione "Jenisch-Manouche-Sinti" (JMS), attiva nella Svizzera romanda.
L'"Opera d'assistenza per i bambini della strada" di Pro Juventute è stata attiva tra il 1926 e il 1972. Il suo scopo era quello di strappare bambini nomadi dal loro ambiente per avviarli a una vita sedentaria e a un lavoro disciplinato in centri o famiglie di accoglienza, manicomi o prigioni. L'opera era stata sciolta nel 1973 proprio in seguito a pressioni politiche alimentate dai media e a partire dagli anni 1980 il Consiglio federale e Pro Juventute avevano fornito scuse ufficiali.
Tra il 1988 e il 1993, la Confederazione sbloccò 11 milioni di franchi a titolo di risarcimento. Uno studio condotto dal professore zurighese Roger Sablonnier e pubblicato nel 1998 ha poi gettato una nuova luce sulle ingiustizie commesse e su questo triste capitolo della storia svizzera.