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di Amalia Mirante *
Questa settimana la nostra sintesi dell'Economia con Amalia inizia riportando la notizia che la Russia è riuscita a pagare le due cedole sul suo debito pubblico che sono scadute mercoledì 16 marzo. L'importo totale degli interessi dovuti ai suoi obbligazionisti stranieri era di 117 milioni di dollari (109 milioni di franchi).
Il pagamento in questo caso non era colpito dalle sanzioni perché il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha chiarito che i pagamenti in dollari della Russia non sono contemplati nelle restrizioni emanate. Una buona parte degli analisti al contrario aveva però previsto due scenari che avrebbero messo enormemente in difficoltà la Russia portandola da qui a qualche settimana al fallimento (ricordiamo che già nel 1998 il paese era fallito).
Il primo scenario prevedeva che non avrebbe pagato il debito, mentre il secondo che lo avrebbe fatto, ma in rubli (valuta ufficiale della nazione che si è fortemente svalutata dall'inizio della guerra). Invece, il saldo è stato pagato interamente in dollari nonostante le sanzioni impediscano alla Banca Centrale russa di accedere alle riserve monetarie che detiene all'estero.
Per chi si domanda come sia stato possibile pagare questi milioni di dollari in questa situazione, ricordiamo che la Russia continua ad esportare petrolio e gas e richiede di essere pagata in valuta straniera. È per questa ragione che se il commercio di queste due materie continuasse come oggi la Russia riuscirebbe a far fede anche alle prossime scadenze sul suo debito previste per il 31 marzo (quasi 450 milioni $ - 420 milioni CHF ) e il 4 aprile (oltre 2 miliardi $ - 1.9 miliardi CHF). Ricordiamo che il debito pubblico russo è abbastanza contenuto, circa al 20% del Prodotto Interno Lordo. Quello in valuta estera sarebbe "solo" di 40 miliardi $ (33.7 $ e 5.2 euro), di cui la metà in mano straniera. Date queste condizioni, se la vendita di petrolio, gas e materie prime continua, non sarà attraverso il fallimento dello Stato che si fermerà la Russia. D'altronde i paesi europei non sono ancora in grado di rinunciare a queste fonti energetiche. Farlo significherebbe mettere in serio pericolo milioni di cittadini e aziende. Il prezzo è al momento troppo alto.
E di prezzi, ma per i consumatori, parliamo ora. I dati settimanali hanno confermato un aumento in febbraio dei prezzi nell’Eurozona del 5.9%; stessa sorte è toccata ai prezzi italiani al rialzo del 5.7% su base annua. Ricordiamo che questi dati non tengono conto delle conseguenze dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Anche se gli indicatori ufficiali non lo hanno ancora calcolato, l’aumento dei prezzi "da guerra" è già arrivato sui nostri scaffali e lo sentiamo sul nostro borsellino quando andiamo a fare la spesa.
Alcune catene del commercio al dettaglio anche in Svizzera hanno annunciato in maniera trasparente i principali aumenti dei prezzi, altri invece fanno finta di niente lasciando al consumatore la brutta sorpresa. Così se da una parte leggiamo che i prezzi di carta igienica, carta domestica, carta d’alluminio, caffè e pasta sono aumentati, dall’altra lo scopriamo, magari, ordinando le nostre solite capsule di caffè. In questo caso, l’azienda non ha ritenuto necessario informare i suoi clienti, eppure quei 2 centesimi di aumento su ogni capsula, rappresentano ben il 4% di rialzo del prezzo. Ma attenzione a dare tutta la colpa al conflitto: l’inflazione era già pesantemente arrivata, ora la guerra “semplicemente” la accelera e la amplia.
E rimaniamo in questo ambito. In settimana abbiamo letto di due politiche monetarie ben diverse. Ciò che le accomuna sembra essere il fatto che nessuna delle due pare essere credibile. Da una parte la Federal Reserve (FED), che è la banca centrale degli Stati Uniti, ha annunciato il primo aumento dei tassi di interesse di un quarto di punto (forchetta tra lo 0.25% e 0.50%). Non accadeva da oltre tre anni (dicembre 2018). La FED ha anche annunciato di voler accelerare questa sua politica monetaria restrittiva prevedendo entro la fine del 2022 un tasso mediano tra 1.75-2% e addirittura 2.75-3% per il 2023. Da parte nostra ritentiamo corretto tentare di frenare la corsa dell’inflazione.
Ciò che ai nostri occhi appare però un po’ bizzarro è prevedere buoni risultati in termini di mercato del lavoro (disoccupazione stabile e stimata al 3.5%) contemporaneamente a una forte riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL), la cui crescita è valutata oggi al 2.8% in netto calo rispetto al 4% di dicembre. Insomma, parrebbe che la FED in contrasto a quanto prevedono tutti i libri di testo e le teorie economiche, riuscirà a fermare l’inflazione aumentando il costo del denaro senza causare una riduzione della domanda dei consumatori e delle aziende e di conseguenza senza che si verifichi un aumento della disoccupazione.
Naturalmente saremo ben contenti se questa accadrà. Ma anche la Bank of England (BOE) ci ha un po’ stupiti: ha deciso di dare priorità alla crescita rinunciando all’aumento dei tassi di interesse e quindi a contrastare il rialzo dei prezzi. Eppure da dicembre la stessa banca aveva mostrato un atteggiamento piuttosto aggressivo nei confronti dell’inflazione, aumentando per prima rispetto a tutti gli altri paesi i tassi di interesse. Anche in questo caso gli analisti sono scettici sul fatto che possa andare avanti su questa linea ignorando l'aumento del costo del denaro.
* economista