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Il documentario mostra progetti regionali. Ma non sono altrettanto importanti azioni globali concertate?
La sua domanda rispecchia il modo in cui vediamo il mondo, ossia come una grande struttura con un potere concentrato, nella quale per cambiare qualcosa dovremmo agire al vertice della piramide. Ma non funziona in questo modo, poiché chi sta al vertice non vuole cambiamenti. Dovremmo piuttosto lasciarci ispirare dalla natura e in particolare dagli ecosistemi. Nessuno è responsabile del funzionamento degli ecosistemi, bensì ogni singolo elemento ha la sua parte di responsabilità. Pertanto dobbiamo iniziare il cambiamento da noi stessi.
Ma come possiamo sapere se questo basta a evitare il collasso?
Nessuno sa quanto potranno influire queste iniziative. Le persone che abbiamo incontrato non si sono attivate per salvare il mondo e non calcolano nemmeno la propria influenza. Fanno semplicemente il meglio, ciò che possono. Si tratta di dare l’esempio e coinvolgere il maggior numero possibile di persone.
Numerose iniziative sono nate in situazioni molto critiche, come ad esempio a Detroit. Occorre che il vecchio crolli affinché sorga il nuovo? In tal caso la Svizzera sarebbe ben lontana dal cambiamento attivo.
Il nuovo non sorge necessariamente sulle rovine del vecchio. Tuttavia provi a chiedersi: lei quando cambia qualcosa di fondamentale? Quando attraversa una crisi! Molte delle persone nel documentario hanno lanciato iniziative dopo aver attraversato una qualche crisi. Numerose regioni che abbiamo visitato erano alle prese con i pesanti effetti della deindustrializzazione. Ma noi volevamo trovare anche un’altra via per stimolare il cambiamento: semplicemente il desiderio e la voglia di cambiare. Gli spettatori dovrebbero pensare: «Anch’io voglio vivere così, una vita piena di senso».
Perché nel documentario si concentra su iniziative del mondo occidentale come il riciclaggio a San Francisco?
Per far sì che gli spettatori del mondo occidentale possano identificarsi con gli attivisti e affinché le persone dei Paesi lontani possano vedere che comprendiamo la necessità del cambiamento. Da decenni viene diffuso il messaggio che il nostro modello economico è l’unico che funziona veramente. Ancora oggi tutti vogliono vivere come noi e per farlo molti Paesi distruggono le loro consolidate strutture. Il nostro messaggio è invece: non cercate di vivere come un francese o un americano, voi avete strutture preziose. Forse possiamo seguire insieme questa via, guadagnare autonomia e gestire i nostri scambi in modo diverso.
Il suo documentario inizia con un esempio tratto dal settore dell’alimentazione, poi si occupa di energia, economia e democrazia, per concludere infine con il settore della formazione. Perché questa sequenza?
L’alimentazione è il nostro primo bisogno. Gli studi effettuati indicano che in caso di rischio di collasso della civilizzazione, questo sarebbe basato con grande probabilità su un’interruzione dell’approvvigionamento alimentare. Inoltre volevamo evidenziare come tutto è collegato. Quando parliamo di alimentazione, ci rendiamo rapidamente conto della dipendenza dal sistema petrolifero. Per quanto riguarda l’energia, constatiamo che molte regioni non possono partecipare alla svolta energetica, poiché sono fortemente indebitate: perché? Di conseguenza passiamo all’economia e troviamo approcci di soluzione. Ma constatiamo anche che l’economia sottrae potere alla democrazia e ci chiediamo come possiamo riconquistare questo potere. Gli esempi che troviamo si basano tutti sul fatto che le persone prendono sul serio la propria responsabilità sociale. Ed è questo che dovremmo imparare a scuola.