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La "Dichiarazione di Berna" si dice soddisfatta del rapporto della Commissione mondiale sulle dighe, presentato giovedì a Londra, e chiede che le relative raccomandazioni vengano accolte.Questo contenuto è stato pubblicato il 17 novembre 2000 - 15:35
Al mondo ci sono circa 45.000 dighe, due terzi delle quali nei paesi in via di sviluppo. La loro utilità s'è rivelata dubbia e la loro costruzione è costata e costa ancora moltissimo alle popolazioni locali, all'ambiente ed ai contribuenti.
Per questo motivo le dighe sono diventate simbolo di opposte filosofie di aiuto allo sviluppo: da un lato vengono considerate strumento di autoemancipazione economica, e dall'altro vengono finanziate dai paesi ricchi.
Da anni, quindi, sono oggetto di forti critiche, in particolare da parte delle Organizzazioni non governative (ONG). Insoddisfatta di questa situazione, la rete delle ONG colse l'occasione di un seminario promosso nell'aprile del 1997 dalla Banca Mondiale, che aveva invitato 25 rappresentanti di industrie, di governi, del mondo scientifico e delle stesse ONG a riflettere sui progetti di dighe, che ogni anno ingoiano circa 20 miliardi di dollari.
Fu allora che la "Dichiarazione di Berna", organizzazione svizzera di aiuto allo sviluppo, insieme alla International Rivers Network (USA) e al Movimento per salvare il fiume Narmada (India) proposero di creare un'istanza indipendente che svolgesse un'indagine sulle dighe.
L'istituzione della Commissione mondiale sulle dighe venne dapprima respinta, finché non ottenne l'appoggio della multinazionale svizzero-svedese ABB, direttamente coinvolta nella costruzione della grande diga delle Tre Gole, sullo Yangtsé, in Cina. Ma la ricerca del consenso sulla composizione della Commissione durò fino al febbraio del 1998.
Ora, dopo due anni di lavoro, il suo rapporto è stato reso pubblico alla presenza di Nelson Mandela, della commissaria dell'ONU per i diritti umani Mary Robinson, del presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn e di altre personalità, che l'hanno lodato come "nuovo modello per la soluzione di conflitti internazionali".
La "Dichiarazione di Berna" ha quindi tenuto venerdì una conferenza stampa a Zurigo - alla quale ha preso parte anche un membro della Commissione, l'australiana Judy Henderson - per presentare il suo giudizio sul rapporto appena pubblicato.
La Henderson ha detto che il rapporto propone "un modo fondamentalmente nuovo di procedere nella progettazione e nella realizzazione di piani idrici ed energetici". Le raccomandazioni avanzate mirano all'esame preventivo di tutte le possibili alternative; alla definizione, già durante il processo decisionale, dei diritti delle popolazioni colpite; all'impegno di evitare le ripercussioni ecologiche negative; e alla corresponsabilità dei diversi centri decisionali verso gli impegni negoziati e assunti.
Da parte sua, Petert Bosshard, della "Dichiarazione di Berna", ha detto che la sua organizzazione è soddisfatta, ma con due riserve. La prima è relativa alla presa d'atto che il processo aperto non potrà essere proseguito senza scendere a compromessi. Anche la Commissione, nel suo lavoro, ha dovuto fare concessioni ed accettare che i governi di Cina, India e Turchia le impedissero di indagare sui rispettivi progetti.
In secondo luogo, la Commissione avrebbe evitato di andare a fondo nell'analisi dei costi sociali ed ecologici dei progetti, in relazione all'economicità dei progetti. "La Commissione si è spaventata davanti alle conseguenze che avrebbe dovuto tirare", ha detto Bosshard.
Silvano De Pietro
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