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Nato a Zurigo il 15 maggio 1911, Max Frisch esordisce come architetto, disegnando la piscina comunale di Zurigo, che porta ancora oggi il suo nome.
Conosciuti Brecht e Dürrenmatt, abbandona matite e tecnigrafo per tuffarsi nella letteratura e nel teatro. Con vena comica, ironica, a volte grottesca, comincia a porre domande, a sradicare certezze. Mettendo al centro della sua riflessione il rapporto fra l'individuo e la collettività, un rapporto dove a soccombere è sempre il singolo.
Morto il 4 aprile 1991, Frisch non lascia testi consolatori, ma capolavori come Stiller, Homo Faber e Andorra: testi in cui esplora il tema dell'alienazione dell'uomo moderno.
La sua carriera letteraria inizia durante la seconda guerra mondiale, allorché escono i Fogli dal tascapane: diario di riflessione sull'esperienza sotto le armi. Ma è nel dopoguerra che la figura dello scrittore emerge con forza, imponendosi come una delle maggiori voci nel panorama letterario di lingua tedesca.
Influenzate dalla vena civile di Brecht e Thornton Wilder, le opere teatrali di Frisch esplorano con lucidità e sarcasmo la condizione dell'uomo contemporaneo, la sua ricerca di identità, le sue contraddizioni, nonché le ambiguità della società borghese. Adesso cantano ancora (1945) scava dentro le responsabilità dei crimini di guerra; La muraglia cinese (1946) denuncia il pericolo della dittatura; Il signor Biedermann e gli incendiari (1953), «dramma didattico senza insegnamento» smaschera la doppia morale della borghesia; Andorra (1962) evidenzia il lato oscuro del conformismo, che è preludio alla xenofobia.
All’ultimo periodo risalgono Montauk (1975), L'uomo nell'Olocene (1979), e Barbablù (1982): romanzi a sfondo autobiografico in cui Frisch si china in modo serrato sul tema dell’identità dell’uomo: chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. Domande cui lo scrittore non offre risposte pacificanti, ma il rigore di una salda riflessione etica.