Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01245.jsonl.gz/924

L'Unione Fa La Musica - L'archivio
-
Il Corno delle Alpi, di Matteo Previtali e Dario Piffaretti
-
Glenn Miller, di Matteo Soldati
-
Il respiro di una macchina, di Dario Piffaretti
-
L'amore per le proprie origini espresso in musica, di Dario Piffaretti
-
La magia tra le montagne, di Lorenza Bernasconi
-
-
Montagne e sogni, di Matteo Previtali
-
Il Messner Mountain Museum, di Monica Maggi Tschui
Il Corno delle Alpi: da strumento di lavoro a strumento musicale
di Matteo Previtali e Dario Piffaretti
Il corno delle alpi è uno strumento aerofono di origine antichissima. Fa parte della famiglia dei labiofoni e consiste in un corno naturale di legno dalla sezione conica, con un'imboccatura di legno a forma di coppa, usato dagli abitanti delle Alpi, ed in particolare in Svizzera. Corni di legno simili erano usati per comunicare in molte regioni montuose dell'Europa.
Dovete sapere però che, in origine, la funzione del corno delle alpi era ben più umile di quella che conosciamo ora. Infatti, esso veniva utilizzato quale incanalatore d'acqua. La parte che ora chiamiamo banalmente “campana” era l'imbocco dell'imbuto. Essa veniva immersa nei rivoli montani. La sua forma ricurva permetteva all’acqua di uscire rapidamente dal letto del riale. Infine la sua conicità permetteva di aumentare la pressione dell'acqua incanalata e farla uscire nei cosiddetti bagni, fontane o abbeveratoi a mo' di fontana.
A quei tempi però non esistevano griglie o filtri, quindi la sporcizia si accumulava nella cavità conica. Per liberare questo strano imbuto si soffiava dalla parte più fine in modo da far fuoriuscire la sporcizia dalla parte larga. Quel giorno che, per errore, un povero alpigiano durante questa operazione, invece di avvolgere il tubo con le labbra, le appoggiò semplicemente, rimase alquanto sbigottito dal suono che ne scaturì! Dopo lunghe discussioni, venne poi deciso che tale suono venisse utilizzato per segnalare a uomini e ad animali la liberazione della fontana. È solamente a partire dagli inizi del '900 che il corno delle alpi venne riconosciuto come strumento musicale e non più di lavoro.
Il corno delle alpi, come strumento musicale, divenne poi protagonista di diverse composizioni. In ambito sinfonico venne utilizzato per la prima volta da Leopold Mozart (1719-1787), padre di Wolfgang Amadeus Mozart, che lo volle come strumento solista in una sua “Sinfonia pastorella” datata 1755. Senza dubbio affascinò i compositori che ebbero l’occasione d’ascoltarlo: vari riferimenti ai brevi e suggestivi “ranz de vaches”, si trovano in celebri composizioni di Beethoven, Webern, Rossini, Mayerbeer, Wagner e Berlioz. Più recentemente l’Alphorn è stato riscoperto da numerosi compositori come Farkas, Isoz, Daetwiler, che hanno saputo esaltarne le doti evocative, ma l’omaggio più suggestivo offerto dai musicisti allo strumento delle montagne, rimane senza dubbio quello di J.Brahms. Nel 1868 compose per il Corno delle Alpi, dopo averlo ascoltato durante un viaggio in Svizzera, una breve melodia: nove anni più tardi quella melodia risuonava nel celebre assolo affidato al corno che introduce il finale della prima sinfonia.
Per finire, non si può mancare di citare Richard Strauss che nel 1836, all'età di quattordici anni, scrisse il Trio "Alphorn" op. 15 n.3 per soprano, corno e pianoforte, ispirato da questa poesia del poeta romantico tedesco Justinus Kerner (1786-1862):
Alphorn
Sento il suono del corno alpino
che mi richiama: da dove viene questo suono,
dalle foreste o dall’azzurro dei cieli?
Risuona dai monti,
o dalle valli cosparse di fiori?
Ovunque io vada, lo sento,
e con dolcezza mi tormenta.
Nell’ora del diletto, quando balliamo festosi,
così come nell’ora della solitudine,
risuona, e mai non tace,
risuona, profondo nel mio cuore.
Ancora non ho trovato il luogo
dal quale esso rieccheggia,
e il mio cuore non guarirà
finchè continua a suonare.
Vien da chiedersi se quel famoso alpigiano, che per puro caso scoprì il suono del corno delle alpi, avrebbe mai immaginato tali onori musicali e letterari per quel suo “strano imbuto per incanalare l’acqua”!
Glenn Miller - dal primo disco d'oro alle bande militari
di Matteo Soldati
“Il più grande aiuto per il morale dei soldati sul fronte europeo dopo una lettera da casa”. Così si espresse il generale James Doolittle, il leggendario comandante del raid aereo su Tokio del 1942, riferendosi alla rete di orchestre militari create da Glenn Miller nel periodo 1942-44.
Trombonista talentuoso, arrangiatore e compositore, Glenn Miller dominò la scena musicale americana del periodo a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, imponendosi con una sua versione più orecchiabile e ballabile della musica jazz. In particolare, la sua impronta musicale era costituita dall’uso di ottoni con sordine e da un clarinetto che si appoggiava un'ottava sopra il quartetto di sassofoni. Ne risultò un suono più vellutato e meno aggressivo, adatto anche a orecchie meno avvezze all'ascolto del jazz.
Alcuni puristi del genere criticarono la sua scelta di abbandonare improvvisazioni e virtuosismi a favore di spartiti e prove fisse, divenendo di fatto più commerciale. Eppure proprio grazie a queste caratteristiche la sua musica si rivelò un grande successo: dopo aver fondato la Glenn Miller Orchestra nel 1938, brani come Moonlight Serenade, Tuxedo Junction, A String of Pearl, In the Mood e Pennsylvania 6-5000 si imposero nelle hit parade della discografia statunitense. Secondo un articolo di Time pubblicato nel 1939, “dei 12-24 dischi presenti in ciascuno dei 300 mila jukebox americani, da due a sei sono di solito di Glenn Miller”.
ll 10 febbraio 1942 la sua incisione di Chattanooga Choo Choo, che aveva venduto oltre un milione di copie in appena tre mesi, fu celebrata scherzosamente dalla sua casa discografica (RCA) che inventò la trovata pubblicitaria di dipingere d'oro una copia del disco e consegnargliela a sorpresa durante una trasmissione radiofonica in diretta. Era nato il primo Disco d’Oro della storia.
All’apice del suo successo, a 38 anni suonati, Glenn Miller decise di abbandonare la sua carriera civile e di arruolarsi volontario per contribuire allo sforzo bellico del suo paese. Fu assegnato alle forze aeree, con il compito specifico di gestire una banda militare. Inizialmente fondò una grande marching band che doveva essere il cuore di una rete di bande militari. I suoi tentativi di modernizzare il repertorio della musica militare, come ad esempio il suo arrangiamento di St. Louis Blues, non furono accolti con entusiasmo dai suoi superiori. Tuttavia, la sua fama gli permise di proseguire per la sua strada e di fondare in seguito una banda di 50 elementi, la Army Air Force Band, che nel 1944 fu inviata in Inghilterra per l’intrattenimento delle truppe. Organizzò inoltre altre orchestre che davano spettacolo nelle caserme americane, per tenere alto il morale dei soldati. La sola Air Force Band fu accreditata di oltre 800 performance nel 1944.
Il 15 dicembre 1944, Miller fu invitato a Parigi per organizzare l’esibizione della sua band di fronte ai soldati che avevano appena liberato la città. Purtroppo, per cause ancora ignote, il velivolo precipitò mentre sorvolava la Manica e fu inghiottito dalle acque. Glenn Miller aveva 40 anni, e solo da quattro era in vetta al suo successo. Eppure in così poco tempo riuscì non solo a divenire un’icona degli anni ’40, ma anche a lasciare un’impronta indelebile nella storia della musica moderna.
Il respiro di una macchina
di Dario Piffaretti
La locomotiva, il treno, sono stati da sempre ispirazione per brani musicali di diverso genere. Gli esempi sono tanti, ma proviamo a citarne qualcuno, cominciando da un grande classico, risalente al 1971 ma ancora ascoltatissimo, la Locomotive Breath dei mitici Jethro Tull, per proseguire con altro classico, di poco più recente: il suono della locomotiva a vapore riprodotto elettronicamente in Station To Station, con David Bowie in concerto dal vivo. Più recente è il pezzo dei R.E.M. High Speed Train. Volendo rivolgersi a qualcosa di più leggero, troviamo la Electric Light Orchestra con Last Train To London. Passando alla musica italiana, non si può mancare di citare la celeberrima Locomotiva, di Francesco Guccini, così come Edoardo Bennato e uno dei suoi primi pezzi: Ma quando arrivi treno, breve canzone del 1973. Ci sono poi Franco Battiato e Alice con I treni di Tozeur, all’Eurofestival del 1984 e due canzoni di Lucio Dalla: la meno conosciuta, Treno a vela e la più ascoltata Balla balla ballerino. Ovviamente non possono mancare all’appello la famosissima 7 e 40 di Lucio Battisti e I Treni a Vapore, scritta da Ivano Fossati e eseguita nel 2002 da un quartetto d’eccezione (P. Daniele, Ron, F. Mannoia e F. De Gregori). I meno giovani ricorderanno sicuramente Claudio Villa, in una canzone di successo del lontano 1959, la celebre Binario. Tornando all’estero è da citare il video, intitolato Moscow Train, musicato con un pezzo eccezionale dei Radiohead: Exit Music (For A Film). Per gli appassionati di jazz, inoltre, troviamo un classico di John Coltrane: Blue Train. Per finire, un omaggio al grande western: l’introduzione al film 3:10 To Yuma (in italiano: Quel treno per Yuma), nella versione originale del 1957 di Marco Edward Beltrami.
Nel 2013 La Casa da Música di Porto (v. articolo “Luoghi da scoprire”) ha dedicato la stagione, oltre ai compositori italiani (da Berio a Battistelli, da Petrassi a Sciarrino), ad un ciclo sul rapporto tra suono e rumore, musica e macchina. In questo contesto fu presentato dall’Orchestra di Porto lo storico lavoro associato al mondo delle macchine Pacific 231 (1924) di Arthur Honegger, poema sinfonico dedicato a una locomotiva. Honegger lo chiamò dapprima semplicemente "Mouvement Symphonique" poi, visto anche il soggetto dell'ispirazione, decise di intitolarlo "Pacific 231" in onore di un tipo di locomotiva che il compositore amava particolarmente. Honegger era infatti un grande amante dei treni a vapore; scrisse una volta: « Ho sempre amato le locomotive con passione; per me sono esseri viventi, e le amo come altri possono amare le donne o i cavalli. Nel "Pacific" quello che ho cercato di fare non è l'imitazione dei rumori della locomotiva ma la traduzione d'un'impressione visiva e di un godimento fisico in una costruzione musicale. La composizione parte da una contemplazione oggettiva: il respiro tranquillo della macchina in riposo, lo sforzo dell'avviamento, e poi il progressivo aumento della velocità finché si arriva allo stadio lirico o patetico di un treno di trecento tonnellate lanciato in piena notte a 120 all'ora. Ho scelto a oggetto della composizione la locomotiva di tipo "Pacific n. 231" per i convogli pesanti dalle grandi velocità.» (Arthur Honegger, 1923 cit. in Giacomo Manzoni, "Guida all'ascolto della musica sinfonica", Feltrinelli 1966, pag.226)
La Musica Unione di Novazzano non vuole essere da meno e vi propone nel suo Concerto di Gala 2017 “THE GREAT LOCOMOTIVE CHASE” di Robert W. Smith. Ispirato agli eventi che circondano la ferrovia tra Atlanta e Chattanooga nei primi anni della guerra civile, l’autore mette in atto la fuga e l’inseguimento del treno, completo di affascinanti effetti musicali. Gli ascoltatori si faranno coinvolgere dai suoni vividi del brano: potranno addirittura sentire l’odore di fumo! Un’emozionante opera originale per banda, che vi accompagnerà in questo viaggio. E a questo punto….tutti in carrozza, si parte!
L'amore per le proprie origini espresso in musica
di Dario Piffaretti
Il passo dell'Albula (Albulapass in tedesco, Pass da l'Alvra in romancio, Col de l'Albula in francese) è un valico alpino del Canton Grigioni, situato a 2.312 metri di altitudine. Mette in collegamento la valle del Reno Posteriore (o "Hinterrhein") da Thusis, passando per Bergün, con l'Engadina a La Punt. In alternativa, è possibile trasportare le automobili su treni appositi che collegano Thusis a Samedan attraverso la Ferrovia dell'Albula. Il passo si trova nelle Alpi dell'Albula, sottosezione delle Alpi Retiche occidentali. Il nome deriva dal fiume Albula, appunto, che ha la sorgente nel gruppo montuoso e che scorre in direzione nord-ovest. La vetta culminante è il Piz Kesch che raggiunge i 3.418 metri.
A questa regione è dedicato il brano ALBULA di Oscar Tschuor (1912 – 1987), marcia molto nota ai gruppi musicali svizzeri e del nord Italia, eseguita sovente in particolare negli anni ’80-’90. È un piacere per tutti ricordare questo compositore nato a Rueun, frazione di 426 abitanti del comune svizzero di Ilanz nella regione Surselva, che ha saputo portare in musica l’amore per suoi luoghi di origine.
Ecco un piccolo riassunto, in lingua originale, sulla storia e le composizioni di Oscar Tschuor, da cui anche i meno avvezzi alla lingua romancia possono capire quanto era forte il suo attaccamento alle sue regioni:
“Avant 30 onns è il musicist, dirigent e cumponist grischun Oscar Tschuor mort. San Carlo, Scesaplana, Bernina, Arosa, Silvaplana, Muntanella, Fontana, Albula, Casaulta – 21 marschs, 2 polcas, 2 valzers 3 potpourris populars ha Oscar Tschuor cumponì, mo era sco musicist e dirigent ha el gì gronda influenza en la scena da musica. El è stà in dals fundaturs e dirigents da la musica da giuvenils (da lezzas uras musica da buobs) da Cuera e dal Orchester Instrumental Grischun. Plinavant ha el fundà l'uniun chantunala dals veterans igl onn 1975. L'instrumentala sa regorda dal musicist, dirigent e cumponist ch'è naschì ils 2 da fanadur 1912 a Rueun e mort ils 29 da matg 1987 a Cuera.”
(Christa Soliva, 2017, https://www.rtr.ch/emissiuns/l-instrumentala/oscar-tschuor-1912-1987).
La magia tra le montagne
di Lorenza Bernasconi
Come musicista ti capita di suonare nelle grandi città, nei grandi teatri, ma anche in luoghi raccolti o in piccoli paeselli di montagna, di cui la maggior parte delle persone non ne conosce nemmeno l’esistenza. Suonare in posti famosi e conosciuti da tutti ti fa diventare importante, ma, spesso e volentieri, potersi esibire in quella chiesa sperduta in mezzo alle montagne rende un concerto più speciale. La musica è magica di suo, questo è vero, ma quando elementi esterni contribuiscono a rendere l’atmosfera allettante, l’esibizione si arricchisce per il musicista di un valore aggiunto ed emozionante.
La scorsa estate ho avuto il piacere di suonare, con la mia collega violinista, per il Festival di Sobrio che si tiene ogni anno nel mese di luglio. Quando abbiamo deciso di dare la nostra disponibilità non ci siamo messe a pensare a dove si trovasse questo paese, quanti abitanti avesse e quanto ci avremmo impiegato a raggiungerlo. Un musicista pensa dapprima ad altre questioni: Che giorno? Dove? Quale programma propongo?
Quando poi arriva il fatidico giorno, senti aumentare l’adrenalina e la voglia di emozionare il pubblico. Ancora non pensi al posto dove andrai ad esibirti, finché non arriva il momento di inserirlo nel navigatore, per vedere almeno quanto tempo impiegherai per arrivarci. Una volta impostato l’apparecchio, parti tranquilla, pensando che esso ti porti senza problemi alla meta programmata. Sobrio in fondo è un piccolo paese: potresti raggiungerlo anche solo seguendo le indicazioni dei cartelli stradali, ma per pigrizia decidi di lasciarlo acceso. Ovviamente se vi racconto tutto questo è perché qualcosa non ha funzionato come mi aspettavo: con i dati indicati non siamo giunte esattamente a destinazione… Dopo aver girovagato per una mezz’ora abbondante e non aver goduto davvero del panorama che la natura ci stava proponendo, una gentile signora ci dice di tornare indietro “a meno che non vogliate lasciare la macchina qua e continuare a piedi fino al paese”.
Arriviamo così finalmente al vero centro di Sobrio e restiamo ammaliate dalla pace che ci circonda e dalle montagne piene di fascino, che fanno da cornice a questo pittoresco paesello leventinese. Piante con diverse sfumature di verde, fiori che colorano i grandi prati e case di legno e pietra, tipiche di questi paesi di montagna. Ti guardi attorno e ti dimentichi davvero di aver perso tempo per colpa del navigatore; per un minuto ti fermi ad osservare questo paesaggio meraviglioso e magico in mezzo ai monti. Resti per un po’ senza fiato e finalmente torni a pensare al concerto che ti aspetta in Casa Mahler e ti rendi conto che l’esibizione avrà un tocco in più. Il pubblico, poi, che arriva in un luogo simile è ancora più attento e caloroso rispetto a qualsiasi altro che ascolta musica proposta in luoghi abituali. Qui, le sale dove si è invitati a suonare sono in genere molto piccole e l’accoglienza che ti offrono è davvero impregnata di emozione.
Da musicista, ma anche da ascoltatrice di musica, vi dò quindi un consiglio: approfittate dei concerti in mezzo alla natura e godetevi le note suonate tra i paesaggi di montagna, reali o virtuali che siano: ne rimarrete estasiati!
Luoghi da scoprire
di Dario Piffaretti
La Casa da Música è la principale sala da concerto della città di Porto in Portogallo. È la sede istituzionale di tre differenti orchestre portuensi: Orquestra Nacional do Porto, Orquestra Barroca e Remix Ensemble.
C'è, in Portogallo, una realtà musicale che è un piccolo gioiello. Sarà perché l’edificio che la ospita ha la forma di un diamante, ma La Casa da Música di Porto è diventata in pochi anni, dalla sua fondazione, un punto di riferimento per la città e anche uno dei centri culturali più importanti in Europa. Ideata nel 2001, l’anno in cui Porto è stata capitale culturale europea, è stata progettata dall'architetto olandese Rem Koolhaas, che ha ideato un edificio a forma di poliedro di colore bianco, con molte superfici di vetro, costruito nell’area della Rotonda da Boavista, vicino al centro storico di Porto. L’edificio fu ultimato ed inaugurato nel 2005, con una spesa totale di 111,2 milioni di euro.
La Casa da Música organizza una ricca stagione concertistica, corredata di tournée all’estero, allo scopo di promuovere la musica (in particolare quella nazionale) e lo scambio con altre istituzioni culturali portoghesi e straniere. Uno spazio compatto e polivalente, che comprende quattro sale da concerto (la più grande, cioè la Sala Suggia - intitolata alla grande violoncellista portoghese Guilhermina Suggia - può accogliere oltre mille spettatori), oltre a ristorante, bar, parcheggio, biblioteca.
Montagne e sogni
di Matteo Previtali
Da sempre, quando si parla di rilassarsi, di vacanze, di sogni o di viaggi, il primo pensiero vola direttamente al mare. Quella visione degli spazi aperti, impressionante e senza fine. Da sempre però, la massima ispirazione per storie, dipinti, opere e brani, sono le montagne. Quelle imponenti pareti ripide e rocciose che dal basso fanno tanta impressione e quasi opprimono il piccolo e insignificante essere umano, viste da un’altra prospettiva, o addirittura dall’alto, sembrano dei giganti pronti a raccontare le storie più belle, antiche e coinvolgenti. Quanti artisti illustri hanno cercato di rappresentare queste storie con l’intenzione di farne vivere le sensazioni anche a chi queste montagne non sa nemmeno dove siano! Il risultato è spesso notevole e riesce persino a far viaggiare la mente, quasi come fossimo al mare.
Noi, che da sempre siamo confrontati con questi giganti, conosciamo bene le sensazioni provate. Dall’impotenza del minuscolo quando siamo ai loro piedi, all’interessante fatica durante la salita, a quella strana gioia quando ci si avvicina alla cima e si vedono gli altri picchi che la circondano, per finire con la soddisfazione della meta. Lassù, seduti sulla sommità, sguardi e pensieri spaziano come fossero al mare. Lo sfondo riempito di altre cime e di altri sguardi permette ai pensieri e ai sogni di farsi ancora più reali di un’infinita distesa blu. Questa è quella pace, quella sensazione di eternità che questi giganti ci vogliono trasmettere.
Quando, quindi, abbiamo la possibilità di contemplare un dipinto o ascoltare una sinfonia ispirata dalle nostre montagne, le vibrazioni in noi sono accentuate perché sappiamo cosa l’artista sta cercando di farci provare. Ogni nota, ogni pennellata, cadenza, accordo e sfumatura noi la trasformiamo in passi, costruiamo la nostra montagna e con essa, alla fine, riusciamo a costruirci anche il sogno della vetta.
Il mare ci fa sognare quando lo vediamo, ma le montagne ci fanno sognare sempre.
Il Messner Mountain Museum
di Monica Maggi Tschui
Ideato da Reinhold Messner ed ubicato in Alto Adige, il Messner Mountain Museum è un circuito museale composto da sei sedi, ognuna dedicata ad un tema specifico: un percorso interdisciplinare dedicato alla montagna. Le sedi raccolte nel circuito Messner Mountain Museum formano un mosaico unico nel suo genere, fatto di natura e di cultura, in cui comprendere il profondo significato che la montagna riveste per l'uomo. Ogni museo vive di vita propria e rappresenta uno spazio in cui il tema trattato si sposa perfettamente con l'ambientazione e l'architettura. Allo stesso tempo, nel suo insieme, il circuito MMM è un eccezionale luogo di incontro con la montagna per quanti considerano le alte quote molto più di una palestra di roccia o di un obiettivo sportivo. Messner considera questo progetto il suo “15° Ottomila” ed è il luogo in cui rende visibile e fruibile la propria eredità; le conoscenze, le esperienze, le storie dell'incontro tra uomo e montagna.
MMM FIRMIAN: La montagna incantata, il rapporto tra uomo e montagna
Il cuore del circuito museale ideato da Reinhold Messner trova spazio nei pressi di Bolzano, tra le antiche mura di Castel Firmiano, rese accessibili da una struttura moderna in vetro e acciaio. Il percorso espositivo si snoda tra le torri, le sale e i cortili della rocca, offrendo una visione d'insieme dell'universo montagna. Opere, cimeli e reperti naturali raccontano lo stretto rapporto che unisce l'uomo alla montagna, la formazione delle catene montuose e la loro erosione, la maestosità delle vette più famose del mondo, le grandi ascensioni e la storia dell'alpinismo dagli inizi fino all'odierno turismo alpino.
MMM JUVAL: Il mito della montagna, la dimensione religiosa delle montagne
Arroccato su un'altura nella splendida val Venosta, Castel Juval ospita il museo che Messner ha voluto dedicare al “mito” della montagna, alla sua sacralità. Per molti popoli, in tutto il mondo, la montagna è sacra: dall'Olimpo all'Ararat, dal Sinai al Kailash, dal Fujiama in Giappone all'Uluru (Ayers Rock) in Australia. Il museo custodisce una raccolta di dipinti con vedute delle grandi montagne sacre, una preziosa collezione di cimeli tibetani e di maschere provenienti dai cinque continenti, la stanza del Tantra e, nei sotteranei, le attrezzature usate da Reinhold Messner nelle sue spedizioni.
MMM ORTLES: Alla fine del mondo, mondi di ghiaccio
Dedicato al tema del ghiaccio e allestito in una moderna struttura sotterranea, richiama nella sua struttura architettonica i crepacci di un ghiacciaio. Il museo è situato a Solda, a 1900 metri di quota, ai piedi dalla vedretta dell'Ortles, che la famosa carta del Tirolo disegnata nel 1774 da Peter Anich indicava come la “Fine del mondo”. Nel MMM Ortles incontriamo il terrore del ghiaccio e dell'oscurità, i miti dell'uomo delle nevi e del leone delle nevi. Percorriamo inoltre due secoli di storia degli attrezzi da ghiaccio, dello sci, dell'arrampicata su ghiaccio e delle spedizioni ai poli.
MMM DOLOMITES: Il museo nelle nuvole, il mondo verticale
Il Messner Mountain Museum Dolomites sorge sul Monte Rite (2181 m), nel cuore delle Dolomiti tra Pieve di Cadore e Cortina d'Ampezzo. Allestito in un forte della Grande Guerra e dedicato all'elemento “roccia”, il museo racconta la storia dell'esplorazione e dell'alpinismo dolomitico. Dalle finestre del museo si possono ammirare panorami sulle vette circonstanti: Monte Schiara, Monte Agnèr, Cimon della Pala, Monte Civetta, Monte Pelmo, Tofana di Rozes, Sorapis, Antelao, Marmolada. “Il museo nelle nuvole” conserva anche alcune testimonianze dell'origine della roccia dolomitica: fossili di conchiglie claraia di 250 milioni di anni fa, di felci di palma ed altri straordinari reperti, a ricordo di quelle che furono barriere coralline in un mare tropicale.
MMM RIPA: L'eredità delle montagne, i popoli delle montagne
Il MMM Ripa è dedicato alle genti di montagna. L'esposizione comprende opere ed oggetti d'uso quotidiano delle più importanti culture di montagna del mondo. Nel Castello di Brunico, capoluogo della val Pusteria, Reinhold Messner ha allestito il penultimo dei suoi sei musei dedicati alla montagna. Circondato da masi contadini, il castello ospita il museo dei popoli di montagna. Dal museo MMM Ripa (in lingua tibetana “ri” sta per montagna e “pa” per uomo) si gode una splendida vista su Plan de Corones, luogo di forte richiamo turistico, sul paesaggio rurale della valle Aurina e sulle Alpi della valle di Zillertal. Il moderno alpinismo è nato 250 anni fa, ma è da più di 10.000 anni che l'uomo abita e frequenta i rilievi montuosi. Da principio ci si recava per cacciare, poi per condurre mandrie e greggi di pascolo in pascolo, quindi vi si stabilì per lavorare la terra e allevare bestiame. Tra i fondovalli e i pascoli estivi, i popoli di montagna hanno saputo sviluppare una propria arte della sopravvivenza, una cultura che, al contrario della cultura urbana, si basa sulla responsabilità personale, sulla rinuncia al consumo, sul mutuo aiuto. È a questo modo di vivere, che solo a prima vista può apparire diverso da luogo a luogo, che è dedicato il museo MMM Ripa.
MMM CORONES: L'alpinismo tradizionale
Situato sul Plan de Corones (2275 m), al margine del più spettacolare altopiano panoramico dell’Alto Adige, ed inaugurato nel 2015, il MMM Corones è dedicato alla disciplina regina dell’alpinismo: l’alpinismo d’avventura tradizionale, che continua ad ispirarsi alla figura di Messner. La splendida vista sulle pareti delle Dolomiti e sulle Alpi, che si gode dall’inconfondibile edificio progettato da Zaha Hadid, è parte integrante dell'esperienza museale: lo sguardo spazia in tutte e quattro le direzioni cardinali, dalle Dolomiti di Lienz a est fino all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud fino alle Alpi della Zillertal a nord.
Biografia di Reinhold Messners
Reinhold Messner nasce il 17 settembre 1944 a Bressanone, in Alto Adige, secondo di otto fratelli. Trascorre la sua infanzia nelle Dolomiti, in Val di Funes (Villnösstal), e già all’età di cinque anni, in compagnia del padre, scala il suo primo tremila. Dal 1969 intraprende oltre cento viaggi nelle zone montuose e nei deserti di tutto il mondo e racconta le proprie imprese sulle pagine di una cinquantina di libri. Nel 1978, insieme a Peter Habeler, raggiunge per primo la vetta del Monte Everest senza l’ausilio di ossigeno e due anni più tardi ripete l’impresa in solitaria. È stato il primo al mondo a scalare tutti i 14 Ottomila, sempre senza bombole d’ossigeno e ha conquistato le “seven summits”, attraversato l'Antartide, la Groenlandia, i deserti del Gobi e del Takla Makan. Diversamente dagli avventurieri collezionisti di record, Messner ricerca l'esperienza estrema in un paesaggio naturale il più incontaminato possibile, limitando al minimo indispensabile l'uso di mezzi artificiali secondo la sua massima “no artificial oxygene, no bolts, no communication” (rinuncia alle bombole d’ossigeno, ai chiodi ed al telefono satellitare). Negli ultimi 20 anni Reinhold Messner si è dedicato alla realizzazione del Messner Mountain Museum e alla fondazione “Messner Mountain Foundation” (MMF), che dà sostegno ai popoli di montagna di tutto il mondo.