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BERNA - Il Consiglio svizzero della stampa critica un reportage del settimanale "Die Zeit" su un imam attivo a Berna. L'edizione svizzera della testata tedesca ha pubblicato dichiarazioni anonime e non provate che fanno pensare a una sua vicinanza con gruppi fondamentalisti.
L'autrice del reportage ha violato il codice dei diritti e dei doveri dei giornalisti, scrive oggi il consiglio della stampa in una presa di posizione. Il pastore musulmano, un uomo fuggito dalla Siria e fra i partecipanti di un corso di studi interreligiosi organizzato all'Università di Berna, era al centro di un reportage pubblicato nel luglio di un anno fa con il titolo "Ci si può fidare di quest'uomo?" ("Kann man diesem Mann vertrauen?").
La giornalista racconta come, durante una visita a una moschea, abbia iniziato a dubitare che l'imam fosse un personaggio moderato come cercava di far credere. Per motivare le sue impressioni ha raccolto dichiarazioni di terze persone, riportandole in forma anonima.
Alcune di queste citazioni facevano pensare che il pastore musulmano fosse vicino a gruppi fondamentalisti. Si tratta tuttavia di dichiarazioni poco circostanziate e non provate, sottolinea il Consiglio svizzero della stampa, secondo cui inoltre non c'era nessuna necessità di garantire l'anonimato alle fonti. Questo perché, secondo l'autrice, si trattava di esperti e in alcuni casi di persone note al grande pubblico.
Il consiglio della stampa rimprovera inoltre alla giornalista di avere "distorto i fatti" nel riferire dei controlli effettuati dai servizi svizzeri di intelligence sull'imam. A chiedere un secondo parere al Servizio delle attività informative della Confederazione è stato in effetti lo stesso imam. "Die Zeit" ha invece dato l'impressione che le autorità avessero motivo di indagare sul suo conto.