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Nella scuola dell'obbligo si ripropone oggi un problema di sempre: creare diversi tipi di scuola su misura per le varie categorie di allievi, oppure privilegiare un'educazione di base comune per tutti come presupposto irrinunciabile per garantire una coesione sociale oggi così tanto in pericolo. Pensiamo ad un passato, non troppo lontano:
- separazione tra allievi ricchi e allievi poveri (ad esempio, scuola maggiore e ginnasio);
- separazione tra allievi maschi e allieve femmine, ecc.
Oggi siamo confrontati con altre categorie:
- allievi dotati e allievi deboli oppure portatori di handicap;
- allievi indigeni e allievi provenienti da altre culture.
In quest'ordine di idee, si inserisce anche l'attuale dibattito sull'eventuale sostegno dello Stato alle scuole private che si rivolgono a specifiche componenti sociali creando, di fatto, strutture differenziate. Si scontrano due principi:
1) quello della separazione per evitare che la mela marcia messa con quelle buone, faccia marcire tutte le altre;
2) quello dell'integrazione dove l'allievo meno esperto può trarre beneficio dallo scambio con i compagni più esperti.
Oggi, in Ticino, si conferma la netta tendenza nel favorire l'interazione delle diverse componenti sociali e fra allievi di diversa capacità. Infatti, la creazione di gruppi omogenei si è dimostrata più volte una scelta deludente.
Ogni tanto però risorgono proposte di creare strutture scolastiche differenziate che consentano soprattutto di preservare le categorie sociali favorite dal possibile "contagio" di allievi diversi e meno favoriti (le mele marce). Si parla allora di creare classi per allievi superdotati, classi per allievi di lingua straniera, classi per allievi deboli, classi per i figli dei rifugiati della guerra del Kosovo, ecc.
Vi è consapevolezza che una politica discriminante non porta a risultati positivi, non solo in ambito sociale, ma nemmeno a livello degli apprendimenti acquisiti. Il concetto di eterogeneità si dimostra più giusto socialmente, ma anche più efficace.
Cerchiamo di caprine le ragioni. I vecchi modelli pedagogici hanno sempre sostenuto la centralità del ruolo del docente. Egli doveva insegnare, cioè mettere nella testa degli allievi le cose importanti che la scuola decideva di trasmettere (istruzione). Proviamo a fare una parodia dell'insegnamento tradizionale: il docente parla (sempre in piedi o seduto alla cattedra) e gli allievi ascoltano il silenzio, seduti al banco; l'unica attività che svolgono è quella di scrivere sul quaderno o sul foglio quello che il maestro dice. Alla fine, chi non ha imparato o è un asino oppure non è stato attento. Al massimo, il maestro ripete ancora una volta la lezione e se c'è ancora un allievo che non ha capito, peggio per lui. È davvero colpa sua.
In passato, il metodo migliore per imparare era ritenuto senz'altro quello dell'imitazione del genitore, del maestro, ecc.) e della ripetizione (studio a memoria). L'allievo restava passivo e doveva adattarsi alle regole rigide degli adulti. Questo modo di concepire l'educazione era funzionale ad un tipo di società statica ed elitaria, che doveva mantenere una sua stabilità e garantire conservazione e privilegi. Ma progressivamente, nel secondo dopoguerra e soprattutto a partire dalla fine anni Sessanta, questo sistema è andato in crisi perché non rispondeva più alle esigenze di adeguamento alla complessità sociale. Si sono allora valorizzati nuovi modelli psicopedagogici. L'apprendimento non è più considerato come semplice trasmissione, ma come costruzione di conoscenza. Si scopre che il bambino, fin dalla sua nascita, è attivo protagonista del suo sapere. È il suo agire che sta alla base del suo sviluppo mentale. I processi d'imitazione sono solo una delle tante modalità di apprendimento. Ci si rende conto che l'attività del bambino è tale che egli non aspetta certo di andare a scuola per imparare. Oggi le situazioni di stimolo in famiglia e nella società si sono estese e i bambini captano, elaborano, imparano. La scuola non è più il solo luogo d'apprendimento, ma può assumere un ruolo compensatorio: offrire valide opportunità anche ai bambini meno favoriti. Vi è un bisogno sociale d'istruzione che deve essere esteso a tutti i bambini: a quelli bravi e a quelli deboli, ai figli dei ricchi e ai figli dei poveri, agli autoctoni e agli stranieri. La scuola diventa istanza di democratizzazione e d'integrazione e sappiamo tutti come questa funzione sia oggi centrale.
L'allievo impara dagli altri, trae profitto quando spiega ad altri e a volte il bambino spiega in modo migliore del docente. È quindi auspicabile una scuola eterogenea, dove gli allievi non abbiano solo il ruolo di imparare, ma anche quello di insegnare. Imparano anche a convivere con chi è diverso, ad essere solidali. Il docente diventa un organizzatore della conoscenza, un mediatore che deve favorire lo scambio e la comunicazione ed un regolatore che tenga conto delle differenze tra gli allievi e metta in atto dispositivi di differenziazione e compensazione per i più deboli. Il docente non perde importanza, anzi il suo ruolo viene valorizzato e cessa di essere semplice esecutore di programmi e dispensatore di contenuti decisi da altri.
In poche parole, la diversità arricchisce lo scambio e favorisce gli apprendimenti scolastici e sociali. Anche per questo la scuola dell'obbligo deve restare la scuola di tutti, cioè pubblica.
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