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Il mercato volontario del carbonio consente lo scambio di crediti di carbonio. Così un’azienda che continua a emettere CO2 può compensare le proprie emissioni finanziando progetti che riducono le emissioni altrove. In teoria, la compensazione del carbonio è considerata l’approccio di mercato più efficace per ottenere risultati in termini di riduzione delle emissioni a livello globale. Si basa sull’idea di massimizzare l’impatto delle risorse che abbiamo a disposizione per ridurre le emissioni utilizzandole laddove sono più economiche. Ad esempio, dopo aver ridotto le emissioni meno costose, un’azienda potrebbe destinare risorse a progetti tecnologici a basse emissioni di carbonio o a progetti di riforestazione, in modo da compensare matematicamente le emissioni che non è ancora riuscita a ridurre. In pratica, però, l’uso di crediti di compensazione a basso costo è fortemente criticato perché compromette la priorità assoluta di ridurre le emissioni e concorre a mantenere uno status quo insostenibile. Il crescente controllo da parte della società civile ha recentemente messo in dubbio le promesse, spesso ingannevoli, di “neutralità carbonica” formulate da alcune aziende con il pretesto della compensazione, quando in realtà le loro emissioni continuano ad aumentare.
I mercati del carbonio: un bilancio
Dalla sua nascita alla fine degli anni ’80, e in particolare dalla firma del Protocollo di Kyoto nel 1997, il mercato del carbonio è sempre stato oggetto di controversie. Il suo sviluppo ha portato alla nascita di mercati paralleli, talvolta difficili da distinguere a causa delle loro potenziali sovrapposizioni: il mercato del carbonio della “compliance” e il mercato “volontario”. Il mercato della compliance prevede riduzioni obbligatorie delle emissioni ed è regolamentato a livello nazionale o regionale. Il più noto di questi mercati è il sistema di scambio di quote di emissione dell’Unione Europea (EU-ETS), al quale la Svizzera ha aderito nel 2020. In base a questo meccanismo, alcuni grandi emettitori – centrali elettriche e grandi aziende industriali – sono soggetti a un tetto massimo di emissioni, che possono compensare acquistando certificati da altri membri che hanno ridotto le loro emissioni oltre l’obiettivo fissato. Tale limite massimo viene abbassato annualmente. Nonostante la sua attuazione estremamente complessa, questo sistema ha contribuito a una certa riduzione delle emissioni nei settori interessati. Tuttavia, è stato criticato il fatto che nei primi tempi l’assegnazione di certificati gratuiti ai grandi emettitori sia stata troppo generosa e che non siano stati prescritti obiettivi di riduzione sufficientemente ambiziosi. Inoltre, il prezzo del carbonio è ancora troppo basso; dovrebbe riflettere i costi sociali di una tonnellata di emissioni ed essere gradualmente aumentato a 200 USD. Il mercato volontario, invece, non prevede attualmente alcun obiettivo minimo di riduzione e rimane in gran parte non regolamentato. In questo tipo di mercato vengono utilizzati anche crediti di emissione di qualità molto diversa e a prezzi molto diversi (talvolta vengono offerti a meno di 1 USD).
I limiti del mercato volontario
La crisi di fiducia che ha colpito il mercato volontario del carbonio è dovuta non solo alla mancanza di regolamentazione e alla frammentazione del quadro normativo, ma anche ai limiti tecnici di questo meccanismo. I crediti di carbonio raramente corrispondono all’esatta unità di “compensazione” richiesta; il loro effetto è sistematicamente sovrastimato. Ciò è dovuto all’inaffidabilità del metodo di quantificazione e alla mancanza di un sistema di controllo integrale e privo di conflitti di interesse. Ma non è tutto, spesso infatti non è chiaro se i progetti di compensazione soddisfino il criterio dell’addizionalità , cioè se non sarebbero stati realizzati lo stesso senza il contributo finanziario dei crediti di emissione. È il caso in particolare dei progetti nell’ambito delle energie rinnovabili, che sono diventati la fonte di energia più economica nella maggior parte dei Paesi. Rappresentano una sfida importante anche le doppie contabilizzazioni , laddove un credito di emissione viene contabilizzato sia da parte del Paese ospitante sia da parte dell’azienda straniera. Questa procedura contraddice il principio secondo cui un credito può essere dedotto solo da un’unica entità. Il rischio di doppie contabilizzazioni è aumentato con l’Accordo di Parigi perché, a differenza del Protocollo di Kyoto, richiede anche ai Paesi in sviluppo di ridurre le emissioni.
Solleva molti dubbi, inoltre, la questione della permanenza delle compensazioni contabilizzate. L’estrazione e la combustione dei combustibili fossili fanno parte del ciclo del carbonio a lungo termine, mentre la fotosintesi e quindi l’assorbimento del carbonio da parte degli alberi o l’assorbimento negli oceani fanno parte del ciclo biogenico del carbonio a breve termine. Sembra quindi illusorio voler compensare l’accumulo a lungo termine di CO2 nell’atmosfera con progetti di compensazione limitati a pochi decenni. Inoltre, gli stessi cambiamenti climatici causati dall’uomo stanno compromettendo la permanenza del carbonio nei serbatoi temporanei come il suolo e le foreste, vista l’intensificazione degli incendi, dei periodi di siccità e della diffusione di parassiti. Esiste anche il rischio di rilocalizzazione delle emissioni (leakage) se, ad esempio, un progetto di protezione delle foreste in una particolare regione porta alla deforestazione altrove. Le prospettive di soluzioni tecnologiche con dispositivi per la cattura e il sequestro del carbonio non devono essere sopravvalutate. Attualmente non sono né competitive né disponibili a breve termine nella misura richiesta. Probabilmente anche in futuro continueranno a svolgere un ruolo limitato, benché necessario.
Il colonialismo del carbonio acuisce le ingiustizie
A prescindere da tutto ciò, un ricorso eccessivo alla compensazione invece di una riduzione sostanziale delle emissioni è assolutamente insostenibile. Come sottolinea CarbonMarketWatch nel suo rapporto (Corporate Climate Responsibility Monitor) sull’integrità degli obiettivi di protezione del clima delle aziende che si autodefiniscono leader in campo climatico, l’attuazione dei loro attuali piani per il raggiungimento delle “zero emissioni nette” dipende fortemente dalla compensazione. Se proseguisse a questo ritmo, il fabbisogno di terreno per generare quote di emissione supererebbe di gran lunga la disponibilità di suolo, minacciando direttamente la sopravvivenza delle comunità locali, la biodiversità e la sicurezza alimentare. Allo stesso tempo, i progetti popolari di riduzione delle emissioni nel mercato volontario, come la riforestazione o altre “soluzioni basate sulla natura”, sono spesso basati su modelli “fortezza” di conservazione della natura, in cui le aree protette sono delimitate e militarizzate – a scapito degli abitanti originari. Questi progetti non nascono affatto in “spazi vuoti” dove chi inquina può piantare alberi a tappeto, bensì interessano spesso aree abitate da comunità indigene. La nuova corsa all’oro delle soluzioni basate sulla natura attraverso la privatizzazione dei pozzi di carbonio naturali esacerba conflitti fondiari storicamente complessi e rischia di significare l’esproprio per le popolazioni locali . A maggior ragione quando questi progetti limitano il diritto delle comunità indigene all’autodeterminazione e al consenso libero e informato prima dell’approvazione di qualsiasi progetto che riguardi i loro territori.
Nel complesso, il sistema attuale è in larga misura inadeguato ad affrontare l’urgenza della crisi climatica ed è anche profondamente ingiusto. Concede diritti di inquinamento ai maggiori emettitori di gas serra, soprattutto alle grandi aziende e alle economie del Nord del mondo, le quali possono continuare a fare affari come prima, mentre limita i sistemi economici e gli stili di vita in particolare del Sud globale. Questo colonialismo del carbonio trasferisce quindi la responsabilità della lotta al cambiamento climatico e alla deforestazione dalle grandi aziende alle comunità locali, che sono le meno responsabili del cambiamento climatico.
Pubblicato sulla Regione il 27 marzo 2024.