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Storia
Il 13 febbraio 1908, otto organizzazioni padronali della regione di Zurigo decisero di raggrupparsi per formare l’«Unione centrale delle associazioni di imprenditori svizzeri». Questa fusione avveniva in tempi contrassegnati da gravi conflitti tra datori di lavoro e sindacati. La nuova associazione aveva quale obiettivo principale di contrastare le «esigenze ingiustificate delle organizzazioni operaie».
Concepita in origine come un movimento di difesa, questa alleanza si è in seguito sviluppata nel corso di un secolo per diventare l’organizzazione che conosciamo oggi sotto il nome di Unione svizzera degli imprenditori: la voce dei datori di lavoro, ascoltata dai responsabili politici e riconosciuta quale partner sociale costruttivo dalle organizzazioni dei lavoratori. Impegnandosi costantemente per un mercato del lavoro liberale, un alto livello di formazione e una politica sociale economicamente compatibile, l’Unione svizzera degli imprenditori ha fornito il proprio contributo all’armonioso sviluppo economico della Svizzera.
Per evidenziare il centenario dell’Unione svizzera degli imprenditori, l’associazione ha pubblicato in varie tappe una retrospettiva storica. Per questo abbiamo utilizzato unicamente i 100 rapporti annuali della nostra associazione dal 1908 al 2007. L’accento è stato posto essenzialmente sugli avvenimenti e gli sviluppi più rilevanti per il padronato elvetico, con le posizioni e i commenti dell’Unione svizzera degli imprenditori.
dal 1908 al 1919
L’Unione centrale delle associazioni di imprenditori svizzeri, che contava otto membri in occasione della sua assemblea costitutiva, ha visto i suoi effettivi salire a 13 organizzazioni l’anno stesso della sua fondazione. Queste ultime raggruppavano quasi 4000 imprese e circa 154’000 lavoratori. I primi anni della sua esistenza sono stati contrassegnati da conflitti nell’ambito della politica del lavoro, in particolare la riduzione della durata del lavoro da 9,5 a 9 ore al giorno, dalle trattative per la stipulazione di contratti collettivi e da preoccupazioni per la carenza di manodopera in quasi tutte le professioni. Nel 1912 l’associazione acquisisce il «Giornale delle associazioni padronali svizzere» (dal 1994 «Schweizer Arbeitgeber»), che da oltre 100 anni è la rivista dei datori di lavoro.
dal 1920 al 1932
All’inizio degli anni ‘20, l’Unione centrale deplorava la «rigidità» della settimana di 48 ore e il calo della produzione dovuto alla «rapida» riduzione dell’orario di lavoro. Essa criticava anche le rivendicazioni salariali per un’assistenza ai disoccupati non differenziata tra disoccupazione imputabile a una colpa dell’assicurato o senza colpa da parte sua. Negli anni di crisi 1921 e 1922, il settore industriale era caratterizzato da riduzioni massicce di salari, in media dal 10 al 25%. Nel 1926, l’Unione centrale contava già 33 associazioni padronali con 1000 datori di lavoro e circa 325’000 dipendenti. In tempi di crisi economica globale, esse si opponevano a un’imposizione legale per gli assegni familiari che erano in precedenza facoltativi. Mentre la disoccupazione aumentava, l’associazione vedeva il continuo afflusso di lavoratori stranieri come una «conferma del fatto che le condizioni di lavoro svizzere fossero molto più favorevoli rispetto all’estero».
DAL 1933 al 1945
Negli anni ’30 i datori di lavoro erano confrontati con la crisi economica e il peggioramento della situazione del mercato del lavoro. L’Unione centrale lottava contro l’iniziativa popolare dei socialisti per combattere la crisi economica e i suoi effetti e la settimana di 40 ore discussa a livello internazionale. Grazie all’accordo di pace del 1937, pietra miliare del partenariato sociale svizzero, l’attività di sciopero si è ridotta fortemente. Il numero di disoccupati è sceso sensibilmente nel 1939. L’Unione si oppose a un intervento dello Stato relativo alla gestione privata dei salari. Pur ritenendo indiscussa l’esistenza di un’assicurazione generale per la vecchiaia e per i superstiti, ritenne che l’attuazione fosse «la più difficile dal punto di vista tecnico e finanziario». Nel 1945, 30’000 datori di lavoro e 81’000 dipendenti erano coperti da un contratto collettivo di lavoro vincolante.
Dal 1946 al 1954
Dopo la Seconda Guerra mondiale, il numero di contratti collettivi di lavoro aumentò, ma l’Unione centrale espresse delle riserve generali e si oppose in particolare al carattere obbligatorio generale di alcune disposizioni, affermando che queste avrebbero privato l’economia di una «gran parte del suo margine di manovra e della sua flessibilità». Di fronte alla sensibile riduzione dell’orario di lavoro – parole chiave: settimana di cinque giorni e iniziativa popolare per la settimana di 44 ore – l’Unione mantenne il suo atteggiamento di rifiuto. In occasione dell’introduzione dell’AVS nel 1949, i datori di lavoro sottolinearono con soddisfazione come si sia riusciti, in brevissimo tempo, a mettere in atto un «sistema di assicurazione organizzato essenzialmente dall’economia». Negli anni ’50 hanno inoltre sostenuto la necessità di migliorare la produttività, osservando che ciò avrebbe richiesto imprenditorialità e iniziativa invece di un intervento statale.
Dal 1955 al 1964
Nel 1955 i datori di lavoro mettevano in guardia contro «l’ingerenza sempre più frequente e ampia dello Stato nella vita economica». Essi appoggiarono l’idea di una futura riduzione dell’orario di lavoro, a condizione che fosse giustificata dall’aumento della produttività. Mentre il popolo rifiutava la settimana di 44 ore, l’industria delle macchine introduceva la settimana di 45 ore. In occasione dell’entrata in vigore della legge sull’assicurazione invalidità, l’Unione centrale decise di colmare l’ultima grave lacuna del sistema delle assicurazioni sociali. All’inizio degli anni ’60, di fronte al crescente afflusso di stranieri nell’ambito dell’alta congiuntura e della penuria di manodopera, il Consiglio federale decise di limitare l’ammissione di lavoratori stranieri. Pur definendo questa misura «non conforme ai bisogni dell’economia», l’Unione centrale riconobbe che il ricorso alla manodopera straniera dovesse essere regolato.
Dal 1965 al 1972
Mentre il numero dei contratti collettivi di lavoro rimaneva stabile, il Consiglio federale estendeva il loro campo d’applicazione. A questo proposito, l’Unione centrale affermava che queste non corrispondevano più al loro significato originale quando condizioni di lavoro in senso ampio quali le retribuzioni orarie venivano dichiarate generalmente vincolanti. I datori di lavoro erano contrariati dalle nuove decisioni del Consiglio federale di ridurre il numero di lavoratori stranieri, perché secondo l’unione la domanda di lavoratori negli anni ’70 rimase di gran lunga superiore al livello dell’offerta. I «maggiori aumenti dei salari nominali mai registrati» nel 1971 e nel 1972 erano interpretati come misure volte a prevenire i licenziamenti. L’Unione centrale si preoccupava anche dell’immagine «spesso molto distorta» dei datori di lavoro in pubblico e delle «richieste sempre più ideologiche» da parte dei sindacati.
Dal 1973 al 1981
Dopo il felice periodo congiunturale degli anni ’60, la produzione e l’occupazione registravano un calo. Tuttavia, l’Unione centrale deplorava che la «mentalità di cupidigia» e l’«inflazione delle esigenze» nei confronti dello Stato e dell’economia non fossero diminuite. Le direttive federali sulla «preferenza per i lavoratori indigeni» venivano criticate, poiché un’impresa non poteva licenziare principalmente in base alla nazionalità, ma doveva piuttosto tener conto dell’idoneità e delle prestazioni. Per quanto riguarda l’orario di lavoro, era in discussione la settimana di 40 ore, ma un’iniziativa in tal senso era stata respinta nel 1976. L’Unione centrale vedeva l’opportunità di aumentare l’occupazione e nuovi profili professionali. Nell’ambito delle assicurazioni sociali, essa criticava il finanziamento garantito in maggioranza dai partner sociali, mentre il potere decisionale apparteneva quasi esclusivamente allo Stato. Negli anni ’70, l’Unione centrale intensificò anche il suo lavoro di pubbliche relazioni, ad esempio pubblicando libri, opuscoli o prese di posizione e partecipando a tavole rotonde.
Dal 1982 al 1988
L’Unione centrale accolse favorevolmente la legge federale sulla previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e gli invalidi (LPP), che entrò in vigore nel 1985. Essa denunciò invece ancora una volta le «ingerenze dello Stato nel tessuto imprenditoriale» e i «cataloghi di rivendicazioni» dei sindacati, ad esempio l’iniziativa dell’Unione sindacale per le 40 ore o le nuove esigenze basate sul «rapido cambiamento dei posti di lavoro tradizionali in cosiddetti luoghi di lavoro informatici». Di fronte alla «predominanza» del settore terziario (55% degli impieghi nel 1983 contro il 38% nell’industria), l’Unione centrale rammentò che il settore industriale non doveva essere sottovalutato, essendo il «pilastro centrale della produttività». I datori di lavoro chiesero inoltre al Consiglio federale di adattare meglio la pratica d’ammissione alle priorità economiche globali del mercato del lavoro». La situazione sul mercato del lavoro era di fatto ritenuta tesa, in particolare a causa della mancanza di manodopera qualificata.
Dal 1989 al 1992
In vista della crescente integrazione che si profilava in Europa, l’Unione centrale sottolineava che il partenariato sociale era una «risposta autonoma della Svizzera ai conflitti d’interesse tra datori di lavoro e lavoratori», ma allo stesso tempo che differenziava la Svizzera per la sua posizione secondo la quale la Svizzera fa parte dell’Europa e non può isolarsi. Si rammaricava pertanto del «no» degli elettori all’adesione allo SEE. In termini di politica sociale, essa denunciava l’inadeguata efficienza e l’assegnazione di sussidi ad innaffiatoio. In una presa di posizione sulla revisione parziale della legge sul lavoro, i datori di lavoro chiesero la revoca del divieto di lavoro notturno per le donne nell’industria. Di fronte a normative sempre più numerose si temeva che il partenariato sociale potesse degenerare in un’«appendice legislativa». All’inizio degli anni ’90 gli stranieri rappresentavano circa il 27% della popolazione attiva della Svizzera. A causa della forte dipendenza dai lavoratori stranieri, è necessaria una «politica eurocompatibile nei confronti degli stranieri», vale a dire la libera circolazione delle persone con i paesi della CE e dell’AELS.
Dal 1993 al 1999
La recessione economica perdurava. Con la riduzione delle sovraccapacità e dei trasferimenti, proseguiva l’aumento della disoccupazione (4,7% nel 1994). L’Unione centrale ritenne allora indispensabile «reagire con determinazione al rincaro dei costi del lavoro». Un argomento sul quale si basava, ad esempio, l’opposizione all’assicurazione maternità. L’aver inserito anche il 1. agosto tra i giorni festivi veniva considerato un «onere supplementare inutile e indesiderabile per le imprese». In occasione dell’entrata in vigore della legge sulla partecipazione e della revisione della legge sui contratti di lavoro, l’Unione centrale pubblicò un commento orientato alla pratica. Altre pubblicazioni e il giornale degli imprenditori nonché il rapporto annuale cambiarono veste; fu questo un segnale della modernizzazione che passava anche dalle linee direttive dell’associazione. Nel 1996, l’Unione centrale venne ribattezzata «Unione svizzera degli imprenditori». Tre anni dopo, la fusione giuridica con organizzazioni partner venne chiaramente respinta.
Dal 2000 al 2003
All’inizio del nuovo millennio, l’Unione degli imprenditori costatava che la «politica padronale si effettua essenzialmente attraverso i media» e sottolineava l’importanza crescente di Internet e della posta elettronica. Di fronte a un aumento del 10% dei premi dell’assicurazione malattia obbligatoria, essa chiese «misure di riduzione dei costi e un rafforzamento della concorrenza sul mercato sanitario». Nel 2002 entrarono in vigore gli Accordi bilaterali I tra la Svizzera e l’Unione europea e si prevedevano dunque «effetti globalmente positivi per l’economia svizzera». L’Unione degli imprenditori riconosceva che diverse «mancanze gravi imprenditoriali» avevano intaccato la fiducia della popolazione nell’economia, ciò che complicava il compito di far comprendere le sue richieste.
Dal 2004 al 2007
In previsione delle votazioni sull’assicurazione maternità, l’Unione degli imprenditori optò per la libertà di voto, sapendo che – in mancanza di una soluzione federale – ogni cantone avrebbe rischiato di introdurre una propria soluzione. Essa si mostrò preoccupata del gran numero di giovani disoccupati, anche se il tasso di disoccupazione diminuì nel suo insieme e incitò i suoi membri a creare nuovi posti di apprendistato. Nel 2005 il popolo diede luce verde all’estensione della libera circolazione delle persone, senza la quale «la Svizzera avrebbe avuto gravi problemi», osservava l’Unione degli imprenditori. Di fronte all’invecchiamento della società, essa metteva in guardia contro la tendenza del pensionamento anticipato e sottolineava il «valore e i vantaggi dei lavoratori anziani», dei quali bisognava aumentare il tasso d’attività professionale anche dopo la pensione. Nel settore delle assicurazioni sociali, l’associazione individuava in generale una notevole necessità di riforma ed esprimeva preoccupazione per la futura sostenibilità del sistema di sicurezza sociale.