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Li guardavo nascosto dietro i miei occhiali da miope, da bambino che non sa nulla della vita e del mondo. Li guardavo correre da un posto all’altro, prendere bus e fermare taxi, accelerare il passo con i sacchi della spesa appesi ai lati, diretti verso casa o allo stadio, al cinema o al lavoro. Non li vedevo quasi mai con la testa sollevata. I loro occhi non incontravano mai i miei. In mano reggevano smartphone ultramoderni, sogghignavano o pigiavano con veemenza le dita sulla tastiera o, come accadeva sempre più spesso, avvicinavano la bocca al piccolo monolite per sussurrargli chissà quali segreti.
Nonno Burt un telefono neanche l’aveva. Diceva che non aveva tempo per simili sciocchezze. Doveva pensare ad altro, a ripulirsi l’anima con la bellezza, a meditare e a riflettere su se stesso, a trasmettermi quello che di buono aveva dentro di sé. «E poi chi diavolo dovrei chiamare?» mi disse una volta, e non toccammo più il discorso. Ma un sabato, mentre camminavamo in centro città, si accorse con sgomento come non ci fosse quasi nessuno, tra i passanti, che non stringesse tra le mani un cellulare. «È maledettamente inquietante» soggiunse. «Cosa?» domandai. «Il fatto che queste persone diano per scontato il movimento del loro corpo. Sono distratte, non sanno nemmeno che stanno camminando».
Poi, come un’immagine apparsa improvvisamente su uno schermo, spuntò un edificio antico, a pochi passi da via della Posta. «Perché ti sei fermato?» domandai. «Qui, tempo fa, abitava una donna di nome Fridolina Walser Schmid. Amava leggere e scrivere poesie. Era riuscita persino a pubblicare una raccolta». Credetti che nonno Burt mi volesse parlare di lei, ma il suo intento era un altro. «Era sposata con Oscar Walser, fratello dello scrittore Robert Walser, originario di Biel, e da molti considerato come il più grande autore svizzero del suo tempo. Kafka, Musil, Benjamin, Hesse, Brod... Alcuni tra i migliori prosatori del Novecento vedevano in Walser un modello, uno scrittore particolarissimo, una sorta di virtuoso del linguaggio in cui convivevano romanticismo e ironia, introspezione e apertura al mondo... E, nondimeno, era un vero e proprio peso massimo della prosa breve». «Intendi dire che scriveva racconti?».«Sì, soprattutto. La sua vena intimista lo portava a prediligere una forma di scrittura adatta alle sue riflessioni e alla sua quotidianità. Era un solitario con un occhio attento ai minimi particolari, e da questi particolari poteva ricavare pagine struggenti e profondissime, oppure estremamente comiche e goliardiche».
Nonno Burt cominciò così a raccontarmi la vita difficile di Walser, che a soli sedici anni perse la madre. «Elisa Walser soffriva di problemi mentali e non riuscì mai a superarli, nemmeno con l’aiuto del marito e dei suoi otto figli. Purtroppo questa non fu l’unica sventura che colpì la famiglia. Il fratello di Robert, Adolf, si spense a soli quindici anni; l’altro fratello Ernst, insegnante e pianista notevole, venne internato come la madre in una clinica psichiatrica bernese, dove morì a soli quarantatre anni; il fratello Hermann, professore di geografia, si tolse la vita a quarantotto anni. Lo stesso Robert, superata la soglia dei cinquant’anni, scelse di ritirarsi in una casa di cura, dove morirà in modo singolare, come aveva addirittura preconizzato in un suo libro, i Fratelli Tanner».
«E come?» chiesi angustiato.
«Per un infarto, mentre faceva la sua solita passeggiata. Cadde sulla neve, il giorno di Natale del 1956. Stava camminando lungo il sentiero che porta alla Wachtenegg, la parte più alta del lato occidentale del Rosenberg. Lo trovarono sdraiato sulla schiena con la mano sul petto e il cappello a pochi metri di distanza. Pensa che nei Fratelli Tanner aveva addirittura ipotizzato di morire il giorno di Natale, cosa che incredibilmente accadde».
Pensai subito che fosse ben più di una coincidenza: Walser doveva aver sentito qualcosa dentro di sé, per essere riuscito a indovinare cosa gli sarebbe successo e quando. Oppure si era condizionato al punto da realizzare la sua macabra profezia.
«La cosa interessante, però, non è affatto questa» mi disse nonno Burt, «quanto la passeggiata in sé».
Nel 1919, venni a sapere, Walser aveva pubblicato quello che, a detta della critica, è considerato uno dei suoi testi più perfetti: un racconto lungo dal titolo, appunto, «La passeggiata», in cui l’autore vagabonda in una piccola città svizzera, incontrando le figure più disparate: da un libraio con il quale intrattiene un dialogo esilarante e surreale, a un impiegato di banca cui confesserà il suo rapporto ostile con il denaro e il benessere, passando per un sarto con il quale si azzufferà verbalmente per un presunto errore di cucito...
«Walser era morbosamente attento ai particolari, si predisponeva mentalmente e umanamente all’incontro con dei perfetti sconosciuti, perché credeva che la vita, nella sua semplicità e abitudinarietà, potesse essere magnifica. Il suo approccio è quello dell’eremita, del diverso, di chi ha già fatto i bagagli e saluta il mondo e al contempo ne è ancora immerso e ne è profondamente affascinato».
L’opera di Walser è costituita da prose brevi e poesie che testimoniano la sua tendenza alla discontinuità, alla visionarietà, all’incredibile umiltà di chi non credeva di essere bravo, e anzi riteneva di non meritarsi alcun prestigio letterario.
«La sua scrittura è metafora di un vagabondaggio più profondo. Quello dell’anima, o dell’uomo che si trova ad affrontare un’esistenza di cui non sa nulla, e giorno dopo giorno compie i suoi passi verso l’ignoto. Walser passerà dalle sue prime esperienze di scrittore sul finire del Diciannovesimo secolo al primo decennio del Novecento, in cui si consacra come prosatore d’eccezione, viaggiando e stanziandosi a Berlino, per poi tornare a Biel e rientrare nell’anonimato collaborando ad alcune riviste e scegliendo, infine, il silenzio assoluto delle case di cura».
Come mi spiegò nonno Burt, per uno scrittore che difendeva l’introspezione, la malinconia, la diversità, non erano certo anni facili. La follia nazista esaltava la potenza e la superiorità della razza ariana, e tutto ciò che era considerato «impuro» doveva essere eliminato.
«Walser, al contrario, celebrava le imperfezioni, le originalità, comportandosi come un bambino perennemente ammaliato dalla magia del mondo, immerso in un incanto perpetuo, fatto di visioni e di sogni. La realtà era fonte continua di stupore, e il fatto di scegliere l’isolamento, il fatto di decidere di compiere la sua ultima passeggiata sulla neve, lontano da tutto e da tutti, dimostra come Robert Walser fosse, prima ancora che uno scrittore capace di raggiungere vette poetiche altissime, un uomo che intendeva esplorare, attraverso il mondo, gli abissi della propria anima».
Quando riprendemmo a camminare, nonno Burt e io eravamo gli unici, in tutto il centro città, a osservare gli alberi, il lago, il viavai di persone lungo l’arteria principale. Eravamo gli unici attenti a ciò che ci accadeva intorno. Gli unici a passeggiare veramente.