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LUGANO - «Il mio problema è che sono spaventato dalle malattie, ipercontrollo tutto il corpo. Nel 2010 ho avuto un ictus. Mi sono sentito non più integro nel mio fisico e da allora ho l’angoscia delle malattie». Dopo l’ictus si è rinchiuso in casa. Ha incominciato a vivere nell’angoscia di riviverlo nuovamente. Ha sviluppato un’attenzione ossessiva su ogni sintomo del proprio corpo. John, 78 anni, racconta che l’ictus era stato improvviso, inaspettato e traumatico: non aveva percepito nessun sintomo premonitore. Ha lavorato come responsabile di un’azienda per tutta la vita e dodici anni fa era andato in pensione. Era sportivo: sciava, andava in mountain-bike, nuotava, amava camminare. Nel periodo dopo l’ictus tutto cambiò, iniziò a diventare sedentario, a non uscire più di casa. Le frequentazioni con gli amici si ridussero tantissimo e l’unico suo impegno era rimanere davanti al PC per occuparsi di una sua grande passione: l’informatica.
Progressivamente modificò la percezione del suo corpo: il bruciore nella regione del cavo orale, un formicolio al labbro destro e alla mano destra erano costanti: gli arti inferiori diventarono sempre più pesanti, gonfi e doloranti.
Sotto la spinta della famiglia John si rivolse ad uno psichiatra, con cui non ebbe un buon contatto e ne uscì deluso. Si rinchiuse ancora di più, i sintomi aumentarono e la situazione famigliare divenne insostenibile.
Non voleva nessun aiuto. L’insistenza della famiglia lo convinse a fare un secondo tentativo. L’incontro con lo psichiatra fu vissuto in modo positivo: si creò un buon feeling umano e John iniziò ad ascoltare. Iniziò a capire sia dal lato neurobiologico e neuropsicologico il rapporto fra il dolore fisico e il dolore psichico. Iniziò a ridurre i pregiudizi sulla psichiatria e a seguire le indicazioni terapeutiche. L’ipercontrollo sui sintomi si ridusse progressivamente e iniziò, timidamente, ad uscire di casa e a riprendere un’attività motoria. Trovò un validissimo alleato in un’app dello smartphone, che agisce come personal training: ridusse il suo ipercontrollo delegandolo all’applicazione. Dopo due anni di terapia finalmente uscì dal circuito vizioso negativo dell’ipercontrollo somatico e di una sintomatologia fisica che era diventata sempre più invalidante.
Sgretolando progressivamente i suoi pregiudizi sulla psichiatria, anche dopo un primo approccio vissuto negativamente, egli è riuscito a ritrovare una qualità di vita altamente soddisfacente.