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Mentre per gli europei la frontiera è un limite, per gli americani essa è stata fino alla fine del secolo scorso una zona intermedia sempre in movimento da oriente verso occidente tra un mondo legato all’antica cultura e alle stratificazioni politiche e sociali di derivazione europea, e un mondo ancora vergine, aperto a ogni nuova esperienza che si identifica con la natura stessa. Basti pensare che nel corso dell’Ottocento molta terra vergine fu occupata da popolazioni di origine europea e che nel giro di soli trent’anni, tra il 1850 e il 1880, la popolazione passò da 28 a 50 milioni di abitanti. A partire dalla tesi classica di Frederick Jackson Turner, considerato il padre della storiografia americana, nonostante le continue rivisitazioni, la frontiera rimase per decenni nell’immaginario di molti storici statunitensi come il grande potenziale di espansione e risorse alla base della formazione di una identità americana. Ne parliamo con Arnaldo Testi già professore di Storia degli Stati Uniti d’America presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell'Università di Pisa. Specialista della storia politica e sociale statunitense tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ha pubblicato tra l’altro “Capture the Flag: The Stars and Stripes in American History” (2010), “La formazione degli Stati Uniti” (2013), “Il secolo degli Stati Uniti” (2017).