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Exit potrebbe non offrire più in futuro i suoi servizi solo a persone residenti in Svizzera: lo afferma la stessa organizzazione di assistenza al suicidio in una lettera ai suoi membri resa pubblica domenica dalla "NZZ am Sonntag". La ragione sono le difficoltà burocratiche esistenti in vari paesi dove questo tipo di assistenza non è permesso, ha spiegato al domenicale il portavoce Jürg Wiler. In caso di trasferimento oltre confine, quindi, decadrebbero sia l'iscrizione annuale che quella a vita, mentre non sono state ancora definite le disposizioni transitorie per i soci che già oggi vivono all'estero (2'600 su 130'000 in tutto).
In Ticino, dove i membri sono 2'500, lo scorso anno non c'erano state richieste dall'Italia, mentre quest'anno sono già due. "Il paziente deve entrare in Svizzera per parlare con i nostri medici, poi tornare un'altra volta per confermare la sua volontà. E c'è la difficoltà di dover fare questo accompagnamento al suicidio", spiega il rappresentante nella Svizzera italiana Ernesto Streit.
A differenza di Exit, invece, Dignitas non intende smettere di assistere chi non vive nella Confederazione, nel suo caso anche se stranieri: "La nostra convinzione è che l'autodeterminazione per quanto riguarda la propria fine è un diritto umano e un i diritti umani sono universali", afferma Silvan Lulai.
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