Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01205.jsonl.gz/138

Nato il 15 giugno 1920, Alberto Sordi inizia la sua carriera andando in giro per i teatri di varietà. A 16 anni si iscrive all’Accademia dei Filodrammatici, ma viene cacciato a causa dell'intonazione romanesca. Nel contempo viene scelto dalla MGM per doppiare Oliver Hardy. Nel ’43 approda nello storico gruppo satirico Za-Bum di Mattoli. Ma il primo vero successo arriva grazie alla radio, dove Sordi presenta i personaggi di Mario Pio, il signor Dice, il conte Claro e il Compagnuccio della parrocchietta, satireggiando l’Italietta democristiana di allora.
Nel 1952 Fellini lo propone come divo dello Sceicco bianco, e poi come uno dei Vitelloni. È il 1953 quando Sordi gira per la regia di Steno Un giorno in pretura, film ad episodi, il migliore dei quali ha come protagonista Nando Moriconi, un bullo logorroico ed esibizionista, maniaco dell’America imparata al cinema e che si esprime in un inglese maccheronico. Nando Moriconi, vestito in jeans e maglietta di filo bianco sopra l’immancabile canotta, diventa il protagonista di Un americano a Roma per la regia di Steno. Il film (che passerà alla storia per la scena dei "maccaroni") è il trampolino di lancio di Alberto Sordi.
Nel ’54 escono 13 film con Sordi che si sposta esausto da un set all’altro, 8 nel ’55, tra cui il Il segno di Venere con cui inizia la felice collaborazione con Dino Risi. Nel ’60 è il trionfo con La grande guerra di Monicelli, in tandem con Vittorio Gassman. Il film, presentato alla Mostra di Venezia, otterrà il Leone d’oro e sarà il primo grande riconoscimento ottenuto da una "commedia all’italiana". Con il personaggio di Oreste Jacovacci, Sordi mette in scena in modo magistrale la figura dell’"italiano medio", figura che ritornerà nei successivi film Una vita difficile e Tutti a casa di Comencini. Da qui innanzi Sordi smette definitivamente i panni farseschi e caricaturali della maschera, per indossare, quelli dell’uomo qualunque, nel quale tutti possono riconoscersi.
Ed è qui che nasce il mito di Alberto Sordi: mito che consiste nel fare del cinema la rappresentazione insieme vera e grottesca degli italiani: un interminabile carnevale della vita e dei rapporti sociali, dove la maschera non assorbe l’attore ma, al contrario, lo rivela, in un susseguirsi di ingrandimenti e agnizioni.
In sessant’anni di carriera e in più di centocinquanta film Alberto Sordi consegna al cinema italiano una galleria di personaggi unici e indimenticabili: il vigile, il medico della mutua, il tassista, il piacione: personaggi semplici, riconoscibili, catalogabili; quasi fossero i nostri vicini di casa: simpatici, antipatici, comunque sempre famigliari. Alberto Sordi interpreta l’italiano nella sua essenza, con i suoi pregi e con i suoi difetti: è il vigliacco, il furbo, l’arruffone, l’idealista, il menefreghista… ed ancora…l’altruista, l’ironico, l’idiota, ...
Ed è così che Sordi si rende protagonista di un’indagine del costume italico tra le più acute che siano mai state concepite, trasformando la commedia italiana, da genere cinematografico, nella fotografia insieme lucida e spietata di una nazione e della sua storia, abbattendo come nessun altro il confine tra il personaggio di celluloide e l’uomo reale.