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Il Guatemala è un paese da cui le persone emigrano, che molti migranti attraversano e in cui molti ritornano come deportati.
Perché le persone guatemalteche emigrano? Perché decidono di lasciare tutto e di cercare di entrare negli Stati Uniti? La storia di A. che lavora in ospedale e collabora con la Casa del Migrante Scalabrini forse può fornire alcuni elementi per aiutare a comprendere qualcosa in più di questo fenomeno.
“Sono A., mi sono sposata a 18 anni quindi molto giovane ed ho due figli. Io sono infermiera e mio marito era cuoco. Siccome non aveva un titolo di studio guadagnava poco. Alcuni suoi cugini vivevano negli Stati Uniti e gli promettevano lavoro e la possibilità di guadagnare. Lui iniziò a valutare la cosa perché le spese erano parecchie. Perse il lavoro e cercò un nuovo impiego, ma era difficile e le necessità aumentavano.
Aiutava in casa mentre io andavo a lavorare, accudiva i figli, ma lui desiderava lavorare. Qui in capitale in Guatemala non è possibile inaugurare nuove attività perché presto si è sotto estorsione e minacce e noi non volevamo entrare in dinamiche di questo tipo e mettere in pericolo la famiglia. Io cercavo di sostenerlo e dirgli che ce l’avremmo fatta ma lui desiderava comprare una nuova casa fuori dalla “zona rossa” in cui viviamo e dare una vita più dignitosa alla famiglia. Dopo aver parlato con i suoi cugini, decise di partire.
Fece diversi tentativi che non andarono a buon fine. Al quarto tentativo lo sequestrarono in Messico: mi mandarono foto di lui rinchiuso, nudo, legato con altri e maltrattato, mi chiedevano molti soldi per il riscatto altrimenti lo avrebbero ucciso. Al debito iniziale, contratto per pagare il viaggio verso gli USA, si aggiungeva la richiesta di riscatto e non c’erano alternative perché c’era in ballo pure la sua vita. Hanno trasmesso la storia di questo sequestro anche in televisione perché uno dei ragazzi sequestrati con mio marito si è lanciato dal terzo piano della casa in cui erano rinchiusi ed è corso dalle autorità a denunciare.
Mio marito è riuscito quindi a fuggire e, tornato a casa ha promesso piangendo che non sarebbe più ripartito. Era dimagrito moltissimo e aveva i segni delle percosse. Provò a cercare un lavoro, ma qui non riusciva a trovare nulla. Disperato decise di provare la quinta volta perché in Guatemala si sentiva inutile, impotente. Dopo 12 giorni riuscì a raggiungere Los Angeles. Adesso si trova lì da due anni, lavora e vive in un appartamento con un familiare e sta ancora pagando il debito che abbiamo contratto per il suo viaggio.
Ci chiama spesso, ma non è ancora in grado di mandarci abbastanza soldi per migliorare le nostre condizioni di vita perché la vita negli USA è cara. La nostra casa era inizialmente di lamiera, adesso ha muri di cemento però uno di essi si affaccia su un burrone. Vorrei riuscire a costruire un muro di contenimento per la sicurezza dei bambini e per proteggere la casa dalle intemperie e dalle infiltrazioni.
Lui a volte mi chiama e mi dice di raggiungerlo, ma io qui ho il mio lavoro che mi piace anche se non guadagno molto e ho paura dei pericoli del viaggio. Quando vedo famiglie intere di venezuelani passare per la casa del migrante penso che è bello che siano riusciti a partire tutti insieme. Non me lo ha mai detto ma credo che non abbia trovato la felicità che immaginava.
Certamente ora sta lavorando molto però mi chiedo se ciò che ha trovato vale ciò che ha lasciato. Continuo a chiedermi se partire anch’io con i figli per raggiungerlo e, nello stesso tempo mi domando anche perché il Signore dentro a questa storia di migrazione mi ha portato a collaborare proprio con una Casa del Migrante e mettermi al servizio dei migranti con la mia professione.
Prestare il mio servizio qui sta aiutando me e vedo che mi permette di aiutare, anche se solo magari con un medicinale, persone in cammino che spero riescano a realizzare i loro sogni. Non so che cosa succederà, solo Dio lo sa e mi affido insieme alla mia famiglia”.
Articolo pubblicato sul mensile insieme di marzo 2023.