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Nella Napoli del XIX secolo, il cognome Meuricoffre era sinonimo di banchieri. Questa famiglia, originaria del canton Turgovia, ha ricoperto un ruolo di primo piano nell’economia meridionale.
Per trovare una traccia della presenza della famiglia Meuricoffre in Campania, bisogna recarsi a Cercola, comune confinante con Napoli sulle falde nord occidentali del Vesuvio. Qui un’anonima via, lunga un paio di centinaio di metri, ricorda questa dinastia di banchieri svizzeri. Nella metropoli campana esiste ancora la villa famigliare, Villa la Fiorita, costruita tra Sette ed Ottocento sulla collina del Vomero. Probabilmente, però, non molti napoletani saranno in grado di dirvi a chi apparteneva questa splendida dimora.
Eppure i Meuricoffre svolsero un ruolo importante nella storia di Napoli nell’Ottocento. Catalogarli solo come banchieri è riduttivo: «Erano anche industriali, commercianti, benefattori e mecenati», riassume Elio Capriati, autore del libro Ritratto di famiglia; i Meuricoffre.
Cittadini del mondo
La saga inizia a Frauenfeld, nel canton Turgovia, città d’origine dei Mörikofer. Nel XVII secolo un ramo della famiglia emigra a Lione, dove francesizza il cognome in Meuricoffre. Attiva nel commercio della seta e dei tessuti, la famiglia decide di inviare un suo rappresentante a Napoli, il principale centro di smercio della seta grezza prodotta in Calabria. Frederic-Robert giunge a Napoli nel 1760, appena ventenne. Le attività si sviluppano rapidamente e casa Meuricoffre, anche grazie al matrimonio di uno di loro con la celebre mezzosoprano Celeste Coltellini, diventa luogo d’incontro «per i cultori dell’arte e della musica», sottolinea Capriati. Mozart, ad esempio, durante il suo soggiorno napoletano nel 1770, frequenta la residenza Meuricoffre.
Ad avviare una vera e propria attività bancaria è soprattutto Achille Meuricoffre (1793-1840), figlio del nipote di Frederic-Robert, Jean-George, giunto a Napoli nel 1781. «Inizialmente le attività erano principalmente commerciali, poi la banca si dedicò anche ad attività creditizie e industriali», osserva Elio Capriati. Assieme all’istituto che faceva capo a Carl Rothschild (che però chiuse la filiale poco prima dell’Unità d’Italia), la banca Meuricoffre diventa rapidamente la principale banca privata di Napoli. Achille Meuricoffre era spesso «chiamato dalla corte borbonica per fornire consulenze in materia finanziaria».
Consulenze sicuramente preziose, vista la rete di contatti che i Meuricoffre hanno saputo tessere nel mondo e il loro cosmopolitismo. Achille, ad esempio, dopo aver ricevuto un’istruzione in Svizzera, si sposa con la figlia di un noto banchiere di Francoforte, Victoria Bansa. I figli Oscar (1824-1880) e Tell (1826-1900) studiano a Parigi, Francoforte, Liverpool.
Liberali veri
«Oltre ad essere agenti generali della Confederazione elvetica, erano anche tradizionalmente consoli dei Paesi bassi e si dividevano le cariche in famiglia. Erano molto conosciuti in tutt’Europa ed avevano un’ampia visione dei problemi economici. Inoltre, quasi come se si trattasse di una famiglia reale, combinavano matrimoni con famiglie di banchieri stranieri. Erano una specie di antesignani di una certa globalizzazione finanziaria», spiega Capriati.
I Borbone si accomodavano tutto sommato bene della presenza di questa famiglia di «liberali veri», per lo più protestanti. «Avevano capito che poteva dare un grosso contributo allo sviluppo dell’economia napoletana e fungere magari da esempio». Inoltre, contrariamente alle altre famiglie svizzere, «che si auto-isolavano e cementavano la loro alterità secondo linee religiose», come spiega la storica Daniela Caglioti, i Meuricoffre erano «gli unici ad essere veramente aperti sul mondo napoletano e tra i loro soci vi erano appunto anche dei napoletani».
Non solo banca
Le attività, come detto, non si limitano solo alle attività bancarie. Sale, olio d’oliva, cereali, canapa, tessuti, coloranti… dove vi era possibilità di fare affari vi era traccia della famiglia Meuricoffre. Per le spedizioni via mare, la società commerciale Meuricoffre & Co. possiede anche tre battelli.
Nel 1856, Tell e Oscar Meuricoffre succedono alla testa della banca e della ditta commerciale agli zii George e Augusto. Il periodo è difficile, soprattutto per Oscar, che in qualità di agente generale della Confederazione deve occuparsi anche dei problemi che colpiscono la comunità elvetica: rivolta nel 1858 delle truppe svizzere, problema delle pensioni dei militari dopo lo scioglimento dei reggimenti, problema dei prigionieri dopo la caduta di Gaeta, fine del Regno delle due Sicilie nel 1861…
L’Unità d’Italia è accolta positivamente dai Meuricoffre. «Erano convinti della necessità di unirsi alle altre parti d’Italia, anche se la loro era una visione federalista, osserva Capriati. Ovviamente però collaborarono con questa nuova realtà». E partecipano in prima persona, Oscar in particolare, che entra a far parte del consiglio d’amministrazione di moltissime società attive in campo industriale, finanziario e mercantile.
Dal 1862 al 1868, ad esempio, guida insieme ad altri la Società napoletana del gas, che permette l’illuminazione delle strade di Napoli e l’installazione di impianti di riscaldamento. In ambito agricolo, «introduce nel Sud d’Italia le macchine per sgranare il cotone e per estrarre l’olio di semi dalle piante di cotone».
Il suo nome è accostato anche a moltissime iniziative di interesse scientifico, artistico o letterario, nonché alle realizzazioni di asili infantili, scuole elementari, ospizi…
Con la sua scomparsa nel 1880 inizia anche il declino delle numerose imprese di famiglia. Il fratello Tell, sempre più preso dalle sue numerose passioni culturali, affida pian piano la guida delle attività ai figli John e Fred.
Quattro anni dopo la morte di Tell, i figli decidono di vendere, a causa anche di un’importante malversazione di uno dei soci, che porta la banca sull’orlo del fallimento. Il Credito italiano assorbisce l’istituto (e i 62 dipendenti) e nel luglio 1905 apre una filiale, diretta fino al 1916 sempre da John Meuricoffre. Con la scomparsa di quest’ultimo nel 1931 (John lascia solo una figlia), la saga napoletana dei Meuricoffre cessa definitivamente.
Tracce svizzere in Italia
Soldati, artigiani, artisti, architetti, industriali, banchieri, albergatori, pasticceri: nel corso degli ultimi secoli, numerosi svizzeri hanno lasciato un'impronta significativa nella Penisola italiana.
Nel dossier “Tracce svizzere in Italia”, swissinfo.ch vi invita a riscoprire storie, testimonianze e opere lasciate dall’emigrazione elvetica nelle principali città italiane.
Circa 3'500 svizzeri in Campania
In Campania vivono oggi circa 3'500 cittadini svizzeri; la maggior parte di loro possiede anche la cittadinanza italiana.
In passato a Napoli i cittadini svizzeri sono stati all’origine di numerose istituzioni, come la Scuola Svizzera, l’Ospedale internazionale, la Società elvetica di beneficenza, la Deutsche-Französiche Evangelische Gemeinde (chiesa evangelica)…
La Scuola Svizzera cessò le attività nel 1984, perché non si riusciva più a raggiungere la percentuale di bambini svizzeri prevista dalla legge. L’Ospedale internazionale, fondato nel 1877, esiste invece ancora oggi.
Nel capoluogo campano è tuttora attivo anche un circolo svizzero. «Il nostro circolo riunisce quelle famiglie che hanno tramandato un legame con la tradizione, che hanno ancora vivo questo senso della patria. Il nostro obiettivo è di fungere da collegamento tra queste persone», ci dice il presidente Giacomo Corradini.
La scomparsa della Scuola svizzera ha rappresentato «un duro colpo» per la colonia elvetica di Napoli, poiché l’istituto rappresentava un punto d’incontro e di scambio. Inoltre, al pari di quello che si constata nel resto dell’Italia, il circolo è confrontato al problema dell’invecchiamento dei suoi membri.
swissinfo.ch