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Il concetto di operaio, che ha percorso più periodi storici, non può essere definito in maniera univoca; vi sono stati periodi in cui esso ha avuto contenuti più netti e altri in cui si è fatto più sfuggente. Qui di seguito, pertanto, se ne traccia la storia in riferimento all'immediato contesto storico-sociale.
Secondo la teoria dei tre ceti, elaborata intorno al Mille (Società per ceti), gli operai (laboratores, operatores, spesso non liberi e quindi servi) costituivano la classe sociale che con il proprio Lavoro fisico manteneva la nobiltà e il clero; erano cioè, nella soc. agricola dell'alto ME, i lavoratori manuali (Contadini). Nel sistema della signoria fondiaria ogni persona produttiva libera o non libera per stato giur. poteva essere considerata un operaio. Solo a partire dal basso ME gli operai si formarono, sia dal punto di vista giur. sia da quello economico, come gruppo sociale di lavoratori salariati; il fenomeno si lega alla creazione delle città e alle conseguenti trasformazioni sociali. Con la flessione della riserva signorile fondiaria e delle corvée, si affermò una nuova signoria basata sulle rendite fondiarie, nella quale la pop. rurale asservita andò lentamente liberandosi dai vincoli dell'ordinamento curtense. La circolazione monetaria, lo sviluppo del commercio e dell'artigianato e l'urbanizzazione si accompagnarono a una suddivisione del lavoro fra campagna e città, e fra produzione commerciale e artigianale. I nuovi arrivati dalle campagne trovavano lavoro nelle città, in fase di crescita, andando a costituire i ceti più bassi, spec. dopo la crisi del tardo ME. Nelle campagne i signori fondiari nobili appartenenti alla nobiltà e al clero, i proprietari terrieri borghesi e i contadini facoltosi davano lavoro, per tutto l'anno o solo in determinate stagioni, a salariati provenienti spec. dagli strati inferiori del ceto contadino, cioè dai Tauner.
In alcuni casi gli operai vivevano nella medesima economia domestica del datore di lavoro; essi erano soggetti all'autorità e al potere punitivo del padrone e della padrona di casa. Quest'ultima sorvegliava le domestiche e le apprendiste. Il termine di "servitore" indicava da un lato il personale (ausiliario) maschile non qualificato in casa e nell'azienda, dall'altro gli operai specializzati, qualificati (Garzoni). Il servizio prestato da giovani non coniugati in casa d'altri o in un'azienda artigianale era considerato in generale una fase di passaggio, che normalmente si concludeva con la creazione di una propria impresa e nel matrimonio. Il modello dell'operaio inserito nella comunità domestica del maestro valeva essenzialmente per la servitù delle aziende artigianali e commerciali, ma non per gli operai che lavoravano nei trasporti, nell'edilizia, nell'orticoltura e nella campicoltura cittadine, o nell'industria mineraria. In questi settori, gli operai sposati e con una propria economia domestica prestavano il loro servizio in cantieri, orti e miniere, dove l'offerta di lavoro variava con le stagioni e l'occupazione non era garantita per tutto l'anno. Nell'edilizia, a causa delle numerose festività religiose, vigeva praticamente la settimana di cinque giorni, cosicché gli operai percepivano un salario annuo calcolato in base a soli 265 giorni di lavoro (Salari). Nelle fam. di operai, per assicurare il sostentamento erano necessari i redditi di entrambi i coniugi, ma anche quelli dei figli abili al lavoro. Nel tardo ME e nell'epoca moderna, la protesta sociale proveniva soprattutto dalle org. di operai qualificati.
Nell'epoca moderna i lavoratori assunsero caratteri distintivi rispetto al ME. Nelle città e nelle campagne si formarono nuovi gruppi sociali di operai, al di fuori dell'artigianato e delle corporazioni, con nuove forme di vita e di lavoro: in linea con la crescita demografica e con l'apertura di nuovi mercati per l'esportazione, la produzione decentrata, tipica del Verlagssystem (spec. nell'industria tessile), acquistò sempre maggiore importanza. I commercianti e i fabbricanti delle città basavano le proprie imprese sulla forza lavoro delle campagne, cui fornivano materie prime (ad esempio lana, cotone, seta) da trasformare con il Lavoro a domicilio in semilavorati (filo, tessuti non colorati, componenti di orologi, ecc.) e merci d'esportazione. Come gli artigiani, i lavoratori a domicilio organizzavano autonomamente le proprie giornate lavorative nei loro appartamenti o laboratori. Per la commercializzazione dipendevano invece completamente dall'imprenditore, cui spesso appartenevano anche gli attrezzi da lavoro (telai, ecc.). Sempre più dipendenti dal capitale di esercizio di provenienza cittadina, in alcuni luoghi, ad esempio a Ginevra, maestri artigiani in origine autonomi furono declassati al ruolo di salariati, secondo un fenomeno tipicamente connesso alla Protoindustrializzazione. Nei differenti tipi di economie domestiche rurali, inclusi i professionisti del commercio e dell'artigianato, il lavoro a domicilio ricopriva un ruolo particolare nel bilancio della fam. A seconda del livello salariale o del rapporto fra i salari agricoli e quelli dell'industria a domicilio, del ceto di appartenenza, della quantità di manodopera a disposizione e delle esigenze dell'azienda fam., il lavoro a domicilio veniva svolto per tutto l'anno o solo come attività secondaria (ad eccezione dei picchi di lavoro stagionali legati all'agricoltura). I lavori a bassa retribuzione quali la filatura, l'intrecciatura o l'incannatura del filo, venivano tendenzialmente svolti dalle donne e dai bambini ed erano la fonte di reddito dei ceti contadini più bassi (Lavoro femminile salariato, Lavoro infantile). I lavori a domicilio che richiedevano determinati investimenti di capitali, come la tessitura, si svolgevano invece in aziende agricole meglio organizzate.
Tra la fine del XVI e il XVII sec. la produzione di nastri di seta, controllata dai grandi commercianti basilesi, prese piede nella campagna di Basilea. Nell'area zurighese avevano ancora un ruolo importante la tradizionale produzione di tessuti grezzi di cotone, la pettinatura e la tessitura della lana. La pettinatura della lana veniva spesso organizzata nei centri di produzione principali, situati in città o in periferia. Dalla fine del XVI sec., a Zurigo e nella campagna circostante si svilupparono la produzione della seta (filatura del fioretto, tessitura della seta), l'industria del cotone e la manifattura delle calze. Anche nella Svizzera centrale, su spinta di Zurigo, si diffuse l'industria a domicilio. A Ginevra l'artigianato tessile, spec. la produzione di tessuti e di seta (velluto, taffetà), e la fabbricazione di gioielli e orologi occupavano numerosi lavoratori, in alcuni casi emigrati da luoghi più o meno lontani. Nel XVII e nel XVIII sec. una parte della manodopera protoindustriale era impiegata nella manifattura. Gli imprenditori aprivano manifatture appositamente per la produzione dell'indiana (a Ginevra anche per quella delle calze); qui le fasi di lavorazione del cotone stampato, di solito regolate da una precisa gerarchia e organizzate secondo il principio della divisione del lavoro, venivano unificate, ma gli operai non potevano più adeguare i tempi e il ritmo del lavoro alle esigenze dell'economia fam.
Autrice/Autore: Dorothee Rippmann / did
Nel XIX sec. il termine di operaio assunse un significato sempre più circoscritto, con l'esclusione innanzitutto dei contadini, che vi furono a lungo compresi, e di altri lavoratori autonomi. Ancora dopo il 1850, tuttavia, vi erano incluse ancora molte vecchie categorie quali i giornalieri, gli operai di fabbrica, i garzoni di fabbrica, gli aiutanti, i garzoni, i servi o i manovali. Il termine designava quelle persone che, pur sulla base di un libero contratto di lavoro, erano fortemente condizionate e dipendenti, cioè non usavano propri mezzi di produzione, e svolgevano in prevalenza lavoro manuale. Negli anni intorno al 1860 Karl Marx definì l'operaio "libero, nel doppio senso di una persona che è libera di disporre della sua forza lavoro come di una propria merce, ma d'altro canto [...] è "libera" da ogni strumento necessario per mettere in atto la sua forza lavoro". Per lo sfruttamento della manodopera l'imprenditore o il maestro artigiano dava agli operai un salario. Dalla fine del XIX sec. era l'operaio di fabbrica, non più il lavoratore a domicilio o l'artigiano, l'operaio tipico. Le differenze di diritti e condizioni sociali rispetto agli Impiegati, piuttosto consistenti all'inizio del XX sec., andarono diminuendo dopo la seconda guerra mondiale; una distinzione risultava sempre più difficile sia nella pratica sia nella teoria scientifica. Ancora oggi, tuttavia, il concetto di operaio è riferito soprattutto al lavoro fisico.
Gli operai non hanno mai formato una classe omogenea (Società di classe). Quali criteri di distinzione possono essere assunti il sesso, l'origine regionale e sociale, la lingua, la religione, il mestiere, la qualifica, il ramo economico, ecc. A causa di questa varietà si parlò a lungo di "classi di operai". Solo lentamente si diffuse, a partire dalla Rivoluzione franc., l'uso linguistico, al singolare, di "classe operaia", strettamente legato alle idee di emancipazione politica ed economica, di coscienza, org. e lotta di classe. L'immagine di una soc. divisa, secondo un criterio classista, fra lavoro salariato e capitale (Capitalismo) sostituì quella tradizionale, caratterizzata dalla contrapposizione fra poveri e ricchi. Negli anni 1830-50 si diffuse inoltre il concetto di proletariato, che inizialmente stava a indicare gli strati sociali poveri e disprezzati, depauperati (Lumpenproletariat, pauperismo). Verso la metà del XIX sec. il termine assunse, nel Movimento operaio, una connotazione positiva come termine di lotta del Marxismo; in questo senso venne usato nella frase conclusiva del Manifesto comunista: "Proletari di tutto il mondo, unitevi". Furono soprattutto gli operai qualificati, come dimostra la storia del movimento operaio, a rispondere a questo invito.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Nel XIX sec. si possono distinguere gli operai industriali, che a loro volta si suddividevano in lavoratori a domicilio e operai di fabbrica, gli operai artigiani, soprattutto garzoni artigiani, e alcune categorie speciali come gli operai impegnati nella costruzione ferroviaria, i lavoratori agricoli o i domestici. Una valutazione statistica degli operai nel XIX sec. si scontra con difficoltà insormontabili, che discendono direttamente da una definizione dai caratteri così vaghi; ecco perché sono disponibili solo valutazioni piuttosto approssimative.
|1830/40||1850||1860/65||1870/72||1880/82|
|Industria tessile||99,0||134,0||186,0||189,0||187,0|
|Industria orologiera e metallurgica||21,0||31,0||43,0||67,0||64,0|
|Industria chimica||0,5||0,6||0,8||2,7|
|Industria tipografica e della carta||2,5||2,6||3,0||5,6|
|Industria dei generi voluttuari e alimentari||2,2||5,0||4,6||9,5|
|Industria dell'abbigliamento||3,0||3,0||2,5||3,8|
|Industria del materiale da costruzione e dei lavorati in legno||2,0||3,0||4,5||6,1|
|Totale||175,2||243,2||271,4||278,7|
Si potrebbe credere che gli operai dell'Industria in generale fossero soltanto adulti e di sesso maschile, sia nell'industria a domicilio sia nelle fabbriche; in realtà, le donne e i bambini raggiunsero nell'industria sviz. del XIX sec. un peso considerevole, in alcuni campi persino preponderante.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Fino a XIX sec. inoltrato risulta difficile caratterizzare i lavoratori a domicilio. Da un lato, vi era una transizione fluida tra i piccoli produttori agricoli, che percepivano saltuariamente un'entrata aggiuntiva con la propria attività artigianale o con quella delle mogli, e i lavoratori a domicilio, dalla autosufficienza alimentare molto debole. D'altro canto tutta la fam. prendeva parte al lavoro a domicilio, che diventava per lo più di competenza di donne e bambini.
L'industria del cotone occupò a lungo la maggior parte dei lavoratori (di entrambi i sessi) a domicilio. Intorno al 1800 si stimavano 100'000 filatori manuali; non tutti erano tuttavia filatori di professione. Proprio nella filatura la meccanizzazione soppiantò presto la produzione domestica. La tessitura manuale invece raggiunse il massimo dello sviluppo solo dopo la metà del XIX sec. Numerosi posti di lavoro a domicilio venivano offerti anche dal ricamo, dall'industria della paglia e dalla tessitura di stoffe e nastri di seta. Complessivamente il numero dei lavoratori a domicilio nell'industria tessile raggiunse attorno al 1860 le 150'000 unità, per poi nuovamente diminuire. Un altro nucleo centrale era rappresentato dall'orologeria, che toccò il suo apice intorno al 1870 con ca. 55'000-60'000 lavoratori a domicilio. Un primo rilevamento sistematico fu effettuato nel 1905 nell'ambito del primo censimento delle aziende. I 92'162 lavoratori a domicilio censiti, di cui tre quarti donne, erano occupati spec. nel ricamo (35'087), nell'industria della seta (22'454), nell'orologeria (12'071) e nell'industria dell'abbigliamento (9221). Secondo gli osservatori dell'epoca, l'effettiva estensione del fenomeno poteva essere ancora maggiore. Sebbene alcuni lavoratori a domicilio godessero di una buona condizione finanziaria (ad esempio nel ricamo, nell'orologeria e nella tessitura di nastri di seta), dopo il 1900 la categoria venne per lo più vista come una classe collocata in una posizione sociale sfavorevole. In effetti essi continuarono a rimanere esclusi dalla legislazione sociale e la loro condizione di isolamento sul lavoro, accanto alle spesso modeste qualifiche, rendeva difficile ogni tipo di comunicazione e la possibilità di attività commerciali collettive.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
La Fabbrica, che diede la sua forma moderna al lavoro salariato, rimase a lungo molto lontana, sul piano dell'occupazione, dall'importanza assunta dalle aziende artigianali e a domicilio. La sua ascesa cominciò all'inizio del XIX sec. con la filatura del cotone (San Gallo 1801, Wülflingen 1802, Zurigo 1805). Il lavoro collettivo di marito, moglie e figli, e spesso anche apprendisti, garzoni e servitù, non si svolgeva più in fam. Non di rado però entrambi i genitori e i figli lavoravano nella stessa fabbrica; ancora alla fine del XIX sec. si trovavano offerte di lavoro che rispecchiavano questa strutturazione.
In una prima fase il lavoro in fabbrica era estremamente impopolare e attirava soprattutto chi non aveva alternative, e quindi spec. ex lavoratori a domicilio, a differenza di quanto accadeva in altri Paesi. A questi si aggiungevano gli artigiani caduti in disgrazia e gli appartenenti ai ceti rurali inferiori. Il primo rilevamento completo, il censimento delle fabbriche del 1882, che comprendeva anche le maggiori aziende artigianali, stimò 134'862 operai, di cui 64'498 donne. L'assuefazione dell'essere umano al lavoro regolare fu una delle più radicali conseguenze dell'avvento della fabbrica. Venne a mancare l'autodeterminazione, ancora possibile nell'industria a domicilio, circa il Tempo di lavoro, le pause, i turni, ecc. Le principali richieste dei produttori, che spesso incontravano un'accesa resistenza - ad esempio con il cosiddetto "sciopero delle campane di fabbrica" di Glarona del 1837 (o "lunedì azzurro", blauer Montag) -, erano la puntualità e l'affidabilità. I regolamenti di fabbrica attribuivano inoltre grande importanza all'igiene e all'ordine, all'obbedienza nei confronti dei superiori e all'integrità morale fuori e dentro l'azienda. La maggior parte degli operai di fabbrica lavoravano fino agli anni 1920-30 nell'industria tessile: le stime danno fra il 1830 e il 1840 tra le 10'000 e le 20'000 persone, tra il 1860 e il 1865 ca. 40'000-45'000, mentre il censimento delle fabbriche ne calcolò 84'669 nel 1882 e 102'092 nel 1911. L'introduzione di statistiche più estese ha rivelato una costante preponderanza femminile, soprattutto nell'industria della seta (ca. il 75%), in misura minore nel ricamo (poco più della metà).
In una prima fase gli operai di fabbrica conobbero solo i lati negativi dell'Industrializzazione: occupazione incerta, giornate lavorative troppo lunghe, perdita della tradizionale rete di sicurezza, salari pari al minimo vitale e assenza di istituzioni previdenziali. Un miglioramento duraturo si ebbe, nell'ultimo quarto del XIX sec., da un lato con le Leggi sulle fabbriche e le ispezioni in fabbrica, dall'altro grazie all'azione del movimento operaio.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Un'importante categoria era rappresentata nel XIX e all'inizio del XX sec. dai garzoni artigiani. Verso il 1850 il loro numero fu stimato intorno a 90'000 (di cui probabilmente un settimo costituito da Tedeschi) e verso il 1900 a ca. 130'000, appena il 4% dell'intera pop. Nel corso del XIX sec. si ridussero le loro possibilità di diventare maestri artigiani e aprire una propria azienda. La maggior parte dei garzoni era occupata nell'edilizia (muratori, scalpellini, carpentieri, gessatori, pittori), poiché la penetrazione dell'industria, spec. nelle città sovraffollate, incrementava gli investimenti nelle costruzioni. Altri settori chiave erano il rifornimento di viveri (panettieri, macellai), la lavorazione del legno (falegnami), l'abbigliamento (sarti, calzolai), la metallurgia (lattonieri, fabbri, forgiatori), oltre alla stampa di libri (stampatori, compositori). In misura molto più accentuata che gli operai dell'industria, i garzoni artigiani erano organizzati negli ambiti professionali e politici, e prestavano cura alla propria cultura, in cui giocava un forte ruolo l'idea di poter controllare personalmente il processo di produzione. Fino alla chiusura delle frontiere durante la prima guerra mondiale, essi rimasero estremamente mobili; spesso si trasferivano in diversi Paesi, anche di lingua straniera, e a volte persino in altri continenti. Per questa ragione soprattutto gli artigiani qualificati avevano in molti casi una conoscenza delle lingue e un'esperienza considerevoli.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Verso la metà del XIX sec. si delineò una nuova categoria di operai, quelli che lavoravano nella costruzione ferroviaria, che nei decenni successivi assunse un'importanza considerevole. Mentre nei cantieri più piccoli lavoravano soprattutto uomini del luogo, per i progetti più grandi in zone poco popolate gli operai dovevano essere reclutati anche molto lontano. Nei lavori per la tratta Sissach-Olten (1855-58), che contemplava la prima galleria ferroviaria di una certa lunghezza (Hauenstein), si possono valutare a 5500 gli operai che provenivano da fuori; quasi tre quarti di loro erano stranieri (il 94% Tedeschi). La costruzione delle tratte alpine richiese ancora maggiori energie. Il lavoro, spec. la costruzione delle gallerie, era estremamente duro, pericoloso e in molti casi si concludeva addirittura con la morte dell'operaio. Nei cantieri fuori mano gli operai erano alloggiati in baraccamenti appositamente allestiti; ne derivarono conflitti con la pop. residente, che vedeva minacciate le sue proprietà e i suoi costumi, spec. quando ai Tedeschi si sostituirono gli Italiani, integrati con maggiori difficoltà nella cultura locale. Non di rado condizioni di vita e di lavoro inumane provocarono violenti scontri (sciopero del Gottardo, 1875). La costruzione di centrali elettriche, dalla fine del XIX sec., e delle strade nazionali, a partire dagli anni 1960-70, portò a ulteriori insediamenti temporanei di centinaia di operai.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Nel XIX sec. si svilupparono nell'ambito dei Servizi numerose attività, che offrivano condizioni di lavoro e salari uguali a quelli degli operai. Questi lavoratori erano spesso considerati impiegati, così nel commercio, nell'azienda delle Poste, telefoni e telegrafi (PTT) e nelle vie di comunicazione, oltre che nel settore pubblico. Vi erano tuttavia figure di operai più chiaramente definite, spec. nei settori del magazzinaggio e nelle imprese di spedizioni, ma anche nell'amministrazione e nei trasporti pubblici. Una posizione particolare era quella dei domestici, per lo più donne (33'778 nel 1870, 56'216 nel 1910), nel settore secondario e nel terziario: donne di servizio, cuoche, guidatori, giardinieri, che nella maggior parte dei casi erano strettamente legati all'economia domestica dei loro padroni. Nell'Agricoltura il personale di servizio era piuttosto raro. Nel periodo del raccolto, tuttavia, dovevano essere impiegati lavoratori giornalieri, che all'inizio del XIX sec. venivano spesso reclutati fra i Tauner. Nel 1900 si contarono 114'501 lavoratori che non facevano parte della fam., corrispondenti a ca. un quarto di tutti i lavoratori agricoli. Per lo stretto legame con le fam. dei contadini e per il carattere saltuario del lavoro, il loro modo di vita differiva di molto da quello degli operai artigiani e industriali. A ciò si aggiungevano l'alta percentuale di salari in natura e la costante sottomissione al potere del padrone di casa.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Salari bassi, tempi lavorativi eccessivi e una forte dipendenza dall'azienda consentivano solo a un'élite della classe operaia di emanciparsi da un "tenore di vita proletario". Non di rado gli ambiti esistenziali, al di fuori del tempo del lavoro, assumevano caratteri residuali. Prima dell'istituzione delle assicurazioni sociali, inoltre, si aveva la certezza, una volta raggiunta la vecchiaia e in caso di malattia, infortunio o Disoccupazione, di non percepire alcun salario. Molti operai erano consapevoli di essere vittime delle condizioni sociali e sempre meno le accettavano come volontà del cielo. Il movimento operaio offrì loro una prospettiva comune che favoriva contemporaneamente l'emancipazione individuale e l'integrazione nella società (Società operaie, Sindacati), creando un importante spazio sociale sia nell'azienda sia nel quartiere.
Le industrie moderne esigevano uno sfruttamento più intensivo della forza lavoro (Produttività), che d'altro canto richiedeva un adeguato riposo. Il tempo destinato al lavoro venne separato con crescente chiarezza e regolarità dal tempo libero. Attraverso l'adozione di misure quali la creazione di alloggi per operai (colonie operaie), casse malati e casse pensioni, l'introduzione di salari più alti e di giornate lavorative più brevi, o grazie a ulteriori strumenti, sempre più differenziati, della Politica sociale aziendale, gli imprenditori cercarono di costituire una manodopera stabile. Nelle zone rurali, l'agricoltura come attività secondaria rivestì ancora a lungo un ruolo importante (Contadini-operai).
L'idea di un salario del capofam., diffusa fra la borghesia, esercitò un certo fascino anche sulla classe operaia, pur senza avere in un primo momento un'importanza a livello pratico. Nelle fam. operaie fino al XX sec. il fatto che la moglie svolgesse un'attività remunerativa costituiva la norma. L'impegnativa situazione finanziaria lasciava in genere pochi margini di manovra. Spesso nuclei di sei o più persone vivevano insieme in piccoli appartamenti. Le vecchie case umide dei centri storici erano nella seconda metà del XIX sec. veri e propri bassifondi. Le fam. operaie non conoscevano una sfera privata nel senso odierno. Molte dividevano i propri spazi già angusti cedendoli in subaffitto o per posti letto. Le lunghe giornate lavorative e una forte dipendenza dall'esterno limitavano al minimo, spec. per gli operai di fabbrica, la vita fam. che, a dispetto di numerose critiche di stampo moralistico, probabilmente non era più logorante di quella dell'analogo ceto rurale inferiore. La notevole mobilità iniziale all'interno dei centri industriali e fra un centro e l'altro diminuì dopo la prima guerra mondiale. La creazione di veri e propri quartieri proletari, con enormi casermoni, non andò oltre il tentativo, poiché persino al tempo della peggiore crisi degli alloggi, città come Basilea e Zurigo erano, in un confronto intern., città di modeste dimensioni.
Verso la fine del XIX sec. le diverse categorie operaie si riunirono in uno strato sociale omogeneo, percepito come tale sia all'esterno sia dagli stessi operai. A ciò contribuirono vari fenomeni: la diffusione dell'industria intensificò la comunicazione nelle grandi aziende, spec. a livello geografico e settoriale. Si aggiunsero poi gli effetti della legislazione sociale che, dopo la legge fed. sulle fabbriche (1877) e i dibattiti degli anni successivi al 1880 sull'assicurazione sociale, si rivolse sempre più a una classe operaia omogenea. Non è da sottovalutare, infine, l'attività del movimento operaio con il suo appello a una classe operaia unita. Numerosi sindacati si associarono tra la fine del XIX e l'inizio del XX sec., sostituendo le vecchie denominazioni legate alle professioni (lattoniere, fonditore, bottaio, calzolaio, ecc.) con nomi riferiti alla posizione sociale, come operaio metallurgico, del legno, tessile, della pelle, com. e statale.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
All'inizio del XX sec. il termine di operaio comprendeva le più diverse categorie di lavoratori non autonomi. Ma già la delimitazione rispetto al sempre più numeroso gruppo degli impiegati creava delle difficoltà. Un sondaggio svolto nel 1923 dall'Ass. padronale sviz. dell'industria metalmeccanica presso le grandi aziende rese noto che queste distinguevano tra una retribuzione oraria per gli operai e uno stipendio mensile o annuo per gli impiegati. In generale si può affermare che nella prima metà del XX sec. uno stipendio da impiegato era di regola più stabile e più alto del salario di un operaio, e che il posto di lavoro degli impiegati - anche se non in tutti i settori - era maggiormente garantito.
I contorni così fluidi del concetto di operaio ponevano la scienza statistica di fronte a problemi talvolta insormontabili. Nei primi censimenti fed. non si riusciva nemmeno a distinguere in maniera soddisfacente fra lavoratori autonomi e dipendenti. Solo nel 1900 impiegati, operai e apprendisti vennero classificati distintamente. Dopo la seconda guerra mondiale sempre più lavoratori assunsero la condizione di impiegati, cosicché le due categorie persero di forza espressiva. Per questo il censimento della pop. del 1990 ha di nuovo rinunciato a rilevare separatamente operai e impiegati. Nemmeno altri tipi di statistiche possono colmare la lacuna, visto che solo tra il 1905 e il 1965 i censimenti delle aziende hanno rilevato in maniera differenziata i dati sugli operai. Le cifre più sicure sugli operai di fabbrica sono quelle fornite dagli appositi censimenti eseguiti sin dal 1882 e dai regolari controlli degli ispettori di fabbrica.
|1900||1920||1941||1960||1980|
|Settore primario||264 791||270 527||110 732||66 042||91 561|
|di cui donne||55 245||70 574||3 513||2 145||45 313|
|di cui stranieri||11 927||8 259||2 968||17 764||5 505|
|Settore secondario||466 080||518 326||565 511||821 627||672 611|
|di cui donne||168 429||161 854||137 477||190 180||148 346|
|di cui stranieri||96 188||81 884||39 005||181 136||256 926|
|Settore terziario||117 599||180 760||268 022||382 325||483 657|
|di cui donne||42 317||73 240||164 829||202 985||239 609|
|di cui stranieri||22 477||25 463||21 843||28 380||120 400|
|Totale operai||848 470||969 613||944 265||1 269 994||1 247 829|
|Totale popolazione attiva||1 555 247||1 871 725||1 992 487||2 512 411||3 091 694|
|di cui persone attive dipendenti||1 129 787||1 431 866||1 571 577||2 146 910||2 792 895|
Una certa omogeneità si trova soltanto nei dati relativi all'industria e all'artigianato. Nella produzione di materie prime e nei servizi risultarono, spec. nel 1941, variazioni legate non tanto a reali sviluppi quanto a cambiamenti nei concetti e nel sistema statistico. Nel primo caso i membri della fam. che collaboravano all'economia domestica, soprattutto le donne contadine, non venivano più considerati operai, mentre nel secondo le persone occupate nella gestione fam., spec. le domestiche, erano ritenute lavoratori autonomi. La crescita massima del numero degli operai si ebbe negli anni 1960-70. La loro percentuale sul totale dei lavoratori passò tra il 1900 e il 1980 dal 60% al 41%. I lavoratori a domicilio, ancora numerosi all'inizio del XX sec., nel 1941 corrispondevano a sole 12'154 unità. La percentuale femminile oscillava - con un livello minimo significativo nel 1941 - intorno al 30%; tuttavia, i censimenti sottovalutavano sistematicamente il lavoro femminile. La percentuale degli stranieri, molto alta fino alla prima guerra mondiale, raggiunse il suo livello minimo prima del 1941, per risalire al 30% ca. entro il 1980. I censimenti non prendevano in considerazione gli Stagionali, il cui numero negli anni 1960-70 e nei primi anni 1970-80 si assestò più volte intorno ai 200'000 effettivi.
|1900||1920||1941||1960||1980|
|Edilizia||78 470||74 409||100 617||170 145||143 471|
|di cui donne||408||284||486||804||1 389|
|Industria del legno||35 898||29 251||37 709||38 259||35 094|
|di cui donne||467||767||1 253||1 562||2 831|
|Metallurgia||18 175||29 331||51 945||100 185||95 676|
|di cui donne||877||1 998||3 665||8 573||11 684|
|Industria delle macchine||32 608||74 286||85 978||146 079||131 883|
|di cui donne||696||5 797||10 493||20 131||28 683|
|Orologeria||42 707||47 077||40 155||60 902||36 732|
|di cui donne||15 430||19 823||18 522||30 034||20 873|
|Industria chimica||2 057||13 943||15 758||29 771||29 990|
|di cui donne||222||2 740||2 814||6 724||8 553|
|Industria tessile||146 664||104 014||67 614||62 785||27 538|
|di cui donne||99 211||72 290||43 104||39 127||15 117|
|Industria dell'abbigliamento||54 861||53 211||49 584||59 780||26 309|
|di cui donne||39 370||36 203||33 599||45 779||20 541|
|Industria dei generi alimentari e voluttuari||32 499||44 659||48 879||57 212||50 783|
|di cui donne||7 804||14 172||12 044||16 272||15 734|
|Commercio||10 671||19 783||30 534||57 768||85 714|
|di cui donne||1 131||1 708||4 007||12 994||22 745|
|Trasporti||41 720||58 118||40 831||70 513||75 598|
|di cui donne||1 490||1 504||1 108||2 239||6 781|
|Industria alberghiera||28 497||39 847||47 256||62 181||82 458|
|di cui donne||20 533||29 637||36 696||41 184||54 426|
La suddivisione per settori degli operai cambiò decisamente. Acquistarono importanza soprattutto la metallurgia e siderurgia, l'industria delle macchine, l'industria chimica, il commercio e l'industria alberghiera, mentre l'industria tessile e quella dell'abbigliamento conobbero un'evoluzione inversa. La suddivisione del lavoro in base al sesso si attenuò in determinati settori dopo la seconda guerra mondiale, anche se ne rimasero alcuni riservati esclusivamente ai lavoratori e altri alle lavoratrici. Agli ultimi appartenevano i settori tessile e dell'abbigliamento, entrambi in forte calo, così come l'industria alberghiera, mentre fra i primi vi erano la metallurgia e la siderurgia, in ascesa, l'industria delle macchine e quella chimica, oltre all'edilizia, il settore del legname e i trasporti. Nell'orologeria il numero delle operaie negli anni 1960-70 superò quello degli operai.
Dopo la seconda guerra mondiale cominciò a essere meno rigido il confine fra operai e impiegati, almeno per quelli con la cittadinanza sviz. Le differenze sul piano giur.-sociale non hanno mai rivestito, in Svizzera, la stessa importanza che avevano in altri Paesi; la distinzione si basava per lo più sulla consuetudine. In molte ditte il principale segno distintivo fra le due categorie è stato per molto tempo il rispetto di un Contratto collettivo di lavoro: quest'ultimo ha tuttavia perso valore negli ultimi due decenni. Le differenze di salario sono andate sempre più assottigliandosi, così come la separazione professionale tra lavoro manuale e di concetto. Persino i sindacati hanno seguito questa evoluzione, eliminando (dal 1963) uno dopo l'altro dal proprio nome il termine di operaio.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Abolite le corporazioni, la Formazione professionale rimase a lungo priva di una regolamentazione vincolante. Gli operai artigiani potevano svolgere l'Apprendistato; l'esame conclusivo non era però regolamentato in maniera omogenea per tutta la Svizzera. L'industria occupava all'inizio soprattutto personale non qualificato. La crescente meccanizzazione comportò, spec. nell'industria delle macchine, una maggiore richiesta di operai qualificati. Dal 1870 diverse ditte seguirono l'esempio dei fratelli Sulzer, proprietari di un'officina per apprendisti a Winterthur. Le nuove ass. di categoria artigiane, nel contempo, cercarono di regolare e migliorare la formazione professionale; sul finire del sec. esse riuscirono a municipalizzare, in base alla legge sulle sovvenzioni del 1884, le sempre più diffuse scuole di arti e mestieri. Nello stesso periodo furono introdotti i primi obblighi cant. In questo modo il sistema duale tipico del lavoro operaio si impose grazie all'apprendistato aziendale e alla scuola pubblica obbligatoria. La regolamentazione giur. fed. entrò in vigore solo nel 1930 con la legge sulla formazione professionale. La nuova versione del 1978 ha regolamentato anche la formazione empirica, sancendo la gerarchia, già attuata da tempo nella pratica, fra operai specializzati, non specializzati e non qualificati. Il sistema duale di formazione professionale, con la sua frammentazione delle professioni riconosciute dall'ufficio fed. dell'industria, delle arti e mestieri e del lavoro (dal 1998 dall'ufficio fed. della formazione professionale e della tecnologia), è stato sempre più accantonato di fronte all'avvento delle nuove tecnologie e alle conseguenti esigenze di qualificazione.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did
Dall'inizio del XX sec., le prime categorie privilegiate, come i tipografi, poterono finalmente permettersi qualcosa in più del semplice sostentamento. La riduzione degli orari di lavoro, spec. l'introduzione della settimana di 48 ore subito dopo la prima guerra mondiale, lasciava più spazio per la vita privata. Redditi più alti accrescevano le possibilità. Se alla fine del XIX sec. una fam. di operai destinava ancora i quattro quinti del suo reddito per vitto, alloggio e abbigliamento, durante la seconda guerra mondiale ne utilizzava meno dei due terzi e nel 1970, nonostante le maggiori esigenze, meno della metà. L'affermarsi del salario del capofam. ebbe conseguenze per le fam. operaie; sempre più numerose furono quelle che misero in pratica l'ideale borghese della donna casalinga. Dopo la seconda guerra mondiale un periodo costante di piena occupazione fece dimenticare per qualche tempo la condizione di precarietà dei redditi, nota da sec. agli strati sociali più bassi. Beni di consumo duraturi, come la radio, il frigorifero, l'aspirapolvere, il telefono, la macchina da cucire elettrica, il televisore e l'automobile fecero la loro comparsa, anche se non si assistette ancora a una loro vera e propria diffusione: nel 1960 quasi nessuno aveva una concessione per l'utilizzo di apparecchi televisivi e la maggior parte delle fam. operaie non possedeva l'automobile.
La vecchia immagine della condizione proletaria fu superata con il rafforzamento delle sicurezze sociali. I quattro principali rischi di impoverimento - infortunio, malattia, vecchiaia e disoccupazione - persero significato quando furono create efficaci reti di sicurezza: l'assicurazione contro gli infortuni obbligatoria (1918), la forte diffusione delle casse malati, l'assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) (1948) e l'assicurazione contro la disoccupazione (AD) obbligatoria (1976). Le condizioni di lavoro si stabilizzarono dopo la seconda guerra mondiale, anche grazie a termini di disdetta più lunghi.
Questi sviluppi ridimensionarono il significato dell'appartenenza di classe. L'aspirazione a trasformare la società e la prospettiva collettiva persero la loro forza fascinatoria. Il punto di vista sociale e l'affermazione individuale andarono perduti. Rimasero la rassegnazione o la speranza in un progresso all'interno del sistema costituito.
Autrice/Autore: Bernard Degen / did