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Per capire meglio la questione greca, ipotizziamo che un’impresa in crisi, fortemente indebitata verso un gruppo di altre imprese, assuma venti persone per lo svolgimento di un servizio di pulizia degli uffici che fino al giorno prima era svolto da tre o quattro. E che essa continui, incurante del fallimento incombente, a pagare di tasca propria ai propri dipendenti il prepensionamento a 55 anni. Non sarebbe forse ragionevole che le imprese creditrici esigessero – per rinnovare il credito ed evitare il fallimento – l’eliminazione di questi gravi errori di gestione? E questa richiesta non sarebbe ancor più ragionevole nell’ipotesi in cui si stesse progettando una fusione per incorporazione di quell’impresa debitrice nel gruppo delle imprese creditrici?
Ecco: in Grecia tra i primi provvedimenti del Governo Tsipras, insediatosi cinque mesi fa, ce ne sono stati diversi di questo tipo: riassunzione di centinaia di addetti alle pulizie di una sede governativa, che erano stati sostituiti dal Governo precedente con l’appalto a un’impresa capace di svolgere lo stesso servizio con 30 persone. Non si toccano le rendite di posizione garantite ai liberi professionisti protetti da vecchie norme contro la concorrenza. Non si elimina la norma che tuttora consente ai dipendenti statali – già per diversi aspetti privilegiati rispetto alla generalità dei lavoratori – di andare in pensione addirittura prima del compimento dei 55 anni.
Se vuole realizzare l’aspirazione dell’80 per cento dei cittadini greci a che il loro Paese si integri definitivamente e irreversibilmente nell’Unione Europea, Tsipras deve spiegare loro che, per fare cassa comune e moneta comune, occorre darsi regole comuni. E anche rispettarle.
sen. Pietro Ichino