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Un venerdì come un altro a Kyoto. Nella biblioteca dell’università nazionale gli studenti avvertono le sedie traballare leggermente. "Ah, jishin", qualcuno osa bisbigliare. "Un terremoto". Un elemento della quotidianità nipponica.
Quel giorno, però, era l’11 marzo del 2011 e poco dopo uno tsunami avrebbe devastato le coste della regione del Tohoku, uccidendo oltre 15'000 persone (quasi 20'000, contando anche i dispersi) e gettando il Giappone e il resto del mondo nell’incubo della contaminazione radioattiva. I danni dell’onda anomala alla centrale di Fukushima Daiichi avrebbero provocato la fusione del nocciolo all’interno di tre dei reattori.
Allora ero seduto fra quegli studenti, e nei giorni seguenti ho visto accostarsi al cordoglio per le migliaia di vittime l’apprensione per un nemico invisibile. All’inizio il Governo nipponico parla di un’esplosione, forse di danni all’impianto, una probabile fuga, e infine di una fusione del nocciolo ("parziale"). Oggi, molti esperti danno a Fukushima un valore di 7 sulla scala degli incidenti nucleari (INES), lo stesso di Chernobyl.
Diverse sono state le reazioni dei Governi del resto del mondo nei riguardi dei loro cittadini che si trovavano nel Paese del Sol levante. Parigi ha tagliato le borse di studio di tutti gli alunni francesi, obbligandoli a rientrare. Dal Giappone, ma anche dalla Corea. Berna, invece, ha dato agli studenti la possibilità di scegliere: un rimpatrio gratuito o la possibilità di ritirare all’ambasciata pastiglie allo iodio, nel caso si decidesse di rimanere.
La maggior parte degli studenti elvetici, me compreso, scelse questa ultima opzione. Alcuni giustificandosi parlando di "inutili allarmismi", altri per solidarietà verso i loro amici nipponici: "Io resto perché loro non possono andarsene", qualcuno disse.
Nei mesi seguenti, un paese oramai spaventato anche dalla pioggia che lo bagnava, tentava, a fatica, di rialzarsi, spesso negando che vi fossero reali problemi. Un'immagine mi rimane impressa più di altre nella mente: quella di un festival estivo, disertato da turisti stranieri, e di una bancarella che regala frutta e verdura coltivata nel Tohoku. "Oishii", dice un signore sgranocchiando un cetriolo, "è buonissimo".
Tra ricostruzione e diffidenza
Se in Svizzera l’incidente ha lanciato il discorso per lo spegnimento progressivo delle centrali atomiche, in Giappone il loro arresto è stato ultimato nel 2013. Lo scorso novembre, però, nell’ambito del rilancio del settore voluto dal premier Shinzo Abe, le autorità hanno dato il via libera alla riattivazione della centrale di Sendai, nel sud del paese.
Una politica, quest’ultima, accompagnata dal piano per la ricostruzione e la rivalorizzazione delle zone devastate. Martedì il il primo ministro ha annunciato entro la prossima estate un altro piano quinquennale, dopo il periodo di ricostruzione intensiva che dovrebbe concludersi fra un anno.
Nonostante questa politica, si stima che solo un quinto delle 120'000 persone sfollate voglia ritornare a casa. Tra questi, gli abitanti della città di Futaba il cui Municipio ha deciso, alla vigilia dell’anniversario della catastrofe, di smantellare i manifesti che promettevano un “avvenire radioso” grazie all’energia nucleare.
Zeno Zoccatelli
Dal TG20