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Rachele Giudici nacque a Giornico il 7 aprile 1887, e fin dai primi anni aveva dimostrato la sua inclinazione verso il disegno e la pittura. Seguì dal 1906 al 1908 i corsi di disegno e di pittura della Scuola d’Arti e Mestieri, presso il Liceo cantonale di Lugano, e, nella stessa città, quelli della Scuola di disegno alla Professionale femminile. Si iscrisse quindi all’Accademia milanese di Brera, ottenendovi, dopo due anni, il diploma di abilitazione all’insegnamento del disegno nelle scuole superiori. Dopo alcuni anni di attività alla Magistrale, abbandonò definitivamente nel 1921 l’insegnamento.
Si definiva un’artista, organizzava spettacoli per bambini e assunse la responsabilità del Segretariato distrettuale della Pro Juventute per la Leventina. Mise a disposizione ad enti e società locali la sua passione di disegnatrice. Non mancava alle manifestazioni patriottiche, a quelle samaritane e di beneficenza. Il disegno e la pittura rappresentavano per Rachele Giudici una necessità e un’evasione.
I costumi costituiscono la parte principale e più interessante della sua attività. Nel 1926 ricevette, dalla Società per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche, l’incarico di raccogliere e ricostruire costumi e tre anni dopo aveva avuto la possibilità di disegnarne un dato numero per il Tiro federale di Bellinzona e per il Festspiel “Vita nostra”. Nel 1928 fondò il Gruppo costumi di Giornico, con il quale amava sfilare. Nel 1937 entra a far parte del primo comitato dell’Associazione del costume ticinese.
Stando a lei il costume ticinese accusava il più preoccupante declino. E si dedicò pertanto, con puntigliosa tenacia, al rinnovamento, che per la Giudici era la rivalorizzazione dei nostri costumi.
Nel giugno del 1959, nell’ambito della Festa federale dei costumi svizzeri, le fu consegnato il diploma di membro d’onore della Federazione nazionale dei costumi svizzeri. Morì nell’ottobre dello stesso anno e un quotidiano scrisse che dall’attività intelligente e fervida di Rachele Giudici ebbe vita la risurrezione dei costumi autentici del Ticino, che seppe ricreare con capace intuizione e con l’arte sua, ispirandosi talora a umili frammenti. La ricostruzione di un costume le dava la gioia che può dare la creazione di un’opera d’arte.
Gli uomini portavano un cilindro a larga tesa e indossavano un vestito di saio o di panno blu intenso, nero, verde o viola. Il colore preferito era tuttavia il blu. All’inizio dell’ottocento usavano calzoni corti fino al ginocchio, bene aderenti alla gamba, che terminavano con un cinturino allacciato da una parte con una fibbia, con uno o due bottoni oppure con un piccolo fermaglio..
Vestito di damasco (le benestanti lo usavano anche di broccato): scialle di seta o di lana tibet, camicia di lino fine, con merletto, cuffia di trine e nastri intonati con il vestito, pettorina di mussola o di seta bianca o crema, ricamata in argento o in oro, grembiule ampio di seta cangiante..
Le contadine dei villaggi montani indossano tuttora il costume raffigurato a destra del disegno. Figurini ricavati da fotografie.
“Oveta”: cuffia, corpino di cotone stampato uso bolero, da indossare alla festa, in viaggio e d’inverno..
Donna a sinistra del disegno: Veste di cotone o percalle stampato – cuffia della medesima stoffa con pizzo – grembiule della stessa stoffa con colore intonato – scialletto di seta, cotone o lana. La veste non ha bottoni; si allacia con un cordoncino e si distingue per la vita corta e la gonna ricca, lunga e cadente..
Contadino vestito di fustagno: cintura di rete di seta rosso/viola – fiocchi al collo – cappello di feltro – calze di lana o cotone. Contadina in abito festivo: lana e seta cangiante blu e nera, verde e rosa o azzurra e verde – scialletto di seta o di rete di seta color viola o rosso cupo – calze bianche e zoccoli. Bambina: abito di seta rossa. Bambino: corpino bianco con righe..
In viaggio, le verzaschesi portavano il cappello di feltro rotondo e avevano una grnade tasca a tracolla. Il cappello di felpa nero, testiera rotonda, tesa larga, era ornato di un nastro di velluto nero, ricamato in seta a vivi colori.
1. Borghese: abito di lana verde o rosso cupo – scialle di cachemire – spadine, costume ricostruito. 2. Patrizia: abito di cachemire di lana e seta, o seta, esistente a Locarno presso la famiglia Buzzi..
Stoffa di lana nera o scura. Nel disegno: fazzoletto celeste con disegni azzurri – bolero e gonna celeste – corpino grigio scuro – grembiule marrone chiaro.
Fazzoletto viola, scialletto con fiori variopinti, camicetta grigia, corpino e gonna a righe grigie e celesti, grembiule celeste, calze azzurre, pantofole marroni, costume completo ricavato da modello autentico..
L’abbigliamento femminile delle cittadine, pur seguendo in parte le linee generali della moda rifletteva sempre un certo qual carattere regionale..
In questa valle, così come nell’Onsernone, si usava sovrapporre alla camicetta il corpino che sostiene la gonna. Stoffa di lana o lana e seta per l’abito festivo; colori scuri, generalmente neutri. Questo costume è ancora indossato ai nostri giorni..
1. retina nera, giacchetto e gonna celesti con bordi rossi, grembiule rosso. 2. retina nera, giacchetto e gonna verdi con motivi a bordi gialli, fiocco viola, grembiule giallo cangiante..
Spadine; abito di cotone o di lana; camicia di tela di lino fatta in casa con pizzo a uso colletto; nastro di velluto con crocetta; corpino di colore chiaro e gonna scura..
Di broccato o di damasco. 1. Colori vivaci, ma scuri. 2. e 3. Colori chiari o anche bianchi..
Di saio o lana tessuto a mano.