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Ad un certo punto, sul finire di Anna Karenina, a Levin (alter ego del conte Tolstoj) si appalesa “la soluzione di tutto”, in grado di acquietare le sue pene esistenziali. Questa soluzione risiede nella negazione della ragione e nell’affermazione del primato della fede-amore :
Sono forse giunto con la ragione a convincermi che bisogna amare il prossimo e non soffocarlo? Me l’hanno detto nell’infanzia e ci ho creduto con gioia, perché mi dicevano quello che avevo nell’animo. E chi l’ha scoperto? Non la ragione. La ragione ha scoperto la lotta per l’esistenza e la legge che esige che siano soffocati tutti quelli che ostacolano il soddisfacimento dei miei desideri. Questa è la deduzione della ragione. E che si debba amare un altro non poteva scoprirlo la ragione, perché è una cosa irragionevole. (…) Vera e propria frode dell’intelletto.
Ad un secolo di distanza, l’agnizione di Levin non sembra aver fatto breccia nelle società occidentali, attanagliate dentro odi trasversali, che la “frode dell’intelletto” tende a legittimare ed incancrenire. E questo perché l'amore per il prossimo (indipendentemente dalla sua appartenenza sociale, religiosa, culturale, di genere, ...) è merce rara, mentre imperversa la difesa ideologica e identitaria del gruppo.
Il problema, sia a destra che a sinistra, è che la ragione non basta per definire una linea di condotta. “Non la ragione”, affermava Tolstoj, perché sul piano meramente razionale, anche la decisione più nefasta, come quella di soffocare gli altri pur di soddisfare i propri bisogni, può trovare motivi di legittimazione. E allora che cosa?
Blaise Pascal, in concomitanza con il diffondersi del primato della ragione, allertò i protoillumisti, affermando: Il cuore ha le sue ragioni che la ragione ignora. In questo passaggio viene abbozzato un progetto di condotta morale che si basa sull’integrazione di cuore e ragione. E, forzando l’assunto, viene affermato il primato non della ragione, ma di una razionalità del sentire, senza la quale non è possibile cogliere la realtà e il vero.
Il cuore (o razionalità del sentire) è infatti ciò che consente di vedere le cose nel loro valore (e non semplicemente nella loro fattualità), favorendo la fondazione di una scala valoriale che è il principio dell’etica. Chi pensa di poter affrontare le questioni solo con la ragione incorre spesso in soluzioni prive di etica, sebbene razionalmente inappuntabili. C’è la fame nel mondo, una soluzione strettamente razionale potrebbe essere quella di intervenire sulla popolazione umana, riducendola drasticamente (non importa con quali mezzi e con quanta crudeltà).
Quando le scelte si basano solo sulla ragione, senza l’intervento del cuore, si manifestano per quello che sono: crudeli, disincarnate, prive di umanità. Per la ragione, infatti, il fine giustifica sempre i mezzi. E gli esempi di azioni prive di etica intraprese dai governanti odierni sono infiniti. Tanto che si potrebbe affermare che nella gestione del potere c’è una razionalità del sentire assolutamente lacunosa e limitata, certamente inferiore a quella che pertiene invece ai cittadini che tale potere si vanta di rappresentare.
Introducendo invece le ragioni del cuore nei giudizi di valore, ecco che si viene a definire una soglia etica che non può essere mai varcata. E questa soglia etica, lo ribadiva già Kant (che di certo non può essere spacciato per un filosofo affettivo o sentimentale), è il rispetto. Il rispetto è il sentimento di ciò che è dovuto ad ogni persona in quanto tale. Ed è quindi il sentimento che definisce l’accettabilità morale del comportamento.
Il rispetto non è, come vorrebbero far credere gli assertori dell’identitarismo etnico, culturale o religioso, un'aggiunta sentimentale alle cose, né tantomento una mera distanza che tale sentimento erigerebbe fra il soggetto e la realtà. Al contrario il rispetto è l’atteggiamento grazie al quale si percepisce qualcosa di più, qualcosa che l'irrispettoso non vede e per il quale egli è cieco: il mistero delle cose e la profondità del valore della loro esistenza (Max Scheler, Il valore della vita emotiva).
A volte si è definito il rispetto un sentimento freddo, in opposizione al sentimento caldo dell’amore. Ma non è così. Il rispetto è il preludio all’amore e ad ogni altro sentimento. Il rispetto è fondamento, preludio, aurora, alba, inizio di ogni cosa. E in questo senso è anche preludio e fondamento di ogni etica. Tanto che si potrebbe affermare che il livello morale e civile di una società si misura propriamente con il grado di estensione delle cose che essa ritiene passibili di rispetto. Un paio di esempi: se a Zurigo si è deciso di estendere il sentimento del rispetto alle ville d’epoca, tutelandole maggiormente rispetto a quanto si è fatto in Ticino dove sono state soppiantate da palazzine con pareti vetrificate; se nelle società del Nord si è mostrata maggiore attenzione nei confronti della parità di genere rispetto a quanto è accaduto nelle società mediterranee; se in alcune città si è avuto cura delle aree verdi, altrove sostituite da quartieri residenziali, è perché in queste realtà si è manifestato un diverso e superiore grado di civiltà. L'estensione delle entità degne di rispetto, che varia a seconda delle civiltà, ne definisce altresì il grado di evoluzione. Del resto, come diceva Tolstoj, il sentimento di amore e rispetto è uno dei primi che si apprende nell’infanzia, ma è probabilmente uno degli ultimi che si finisce d’imparare.
In questo senso fa tristezza osservare come le cosiddette società evolute non abbiano ancora accolto come principio fondamentale della convivenza sociale il rispetto non dico di tutti gli esseri viventi, ma nemmeno della singola persona umana, preferendo delegare la coesione sociale a concetti quali l’appartenenza nazionale e politica o la radice storica, culturale e religiosa.
Il valore della vita personale come tale, che dovrebbe essere superiore a quello delle organizzazioni sociali che permettono all’individuo di esistere, non ha trovato ancora pieno riconoscimento nelle società contemporanee. E questo nonostante alcuni semi filosofici fossero stati gettati nel corso del Novecento. A cominciare da Heidegger, il quale aveva insistito sul valore ontologico del reale, non riducibile a fattori spazio-temporali. Poi c'è stato Max Scheler, che ha celebrato l'ordine del cuore, il solo ad essere in grado di cogliere la dignità d’essere del mondo e dell'uomo. E ancora Martin Buber, che non solo ha creato una filosofia della persona ma è andato oltre, dicendo che occorreva dare del tu anche agli alberi e alle cose. E infine Gregory Bateson, che ha parlato di "ragione dilatata", nutrita dall'ordine del cuore, la sola capace di percepire il valore della realtà (il cuore, sosteneva Bateson, spalanca un più di conoscenza; autentica iperscopia, consente di vedere le cose in senso integrale e non riduzionistico).
Insomma, le premesse per uno sviluppo dell’etica del rispetto, da destinare a tutti gli altri esseri viventi (siano essi umani, animali, vegetali o minerali) erano lì da cogliere. Ma non se n’è fatto nulla. Perché in nome del gregge, del branco, del partito, dell’etnia, della nazione, o di altre forme associazionistiche, ci si è dimenticati dell’unicità ontologica di ogni singolo essere vivente e di ogni singola cosa. Avessimo riconosciuto questa unicità, avremmo avuto altri rapporti, non solo fra noi esseri umani, ma anche con gli animali, con la natura, il paesaggio (naturale e costruito), il cosmo.