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Adorno e la cultura dei consumi: perché è ancora attuale oggi
di Edoardo Pivoni
Minima Moralia – Reflexionen aus dem beschädigten Leben, titolo dell’opera in italiano Minima Moralia – Meditazioni della vita offesa, è un testo di critica pubblicato nel 1951, scritto dal filosofo tedesco Theodor Adorno. Oggi, sostiene Adorno, una vita onesta non è più possibile, perché viviamo in una società non-umana. “La vita non vive”, dichiara un epigramma del libro. Si muove dalle esperienze quotidiane e giunge a intuizioni inquietanti sulle tendenze generali della società tardo-industriale.
Adorno nacque a Francoforte sul Meno nel 1903, in una famiglia colta e benestante. Suo padre, un commerciante di vini, era di origine ebraica ma si convertì al protestantesimo all’università. Fino all’età di circa vent’anni Adorno pensava di intraprendere la carriera di compositore, ma alla fine si concentrò sulla filosofia. Nel 1934 gli fu impedito, per motivi “razziali”, di insegnare in Germania. Perciò si trasferì ad Oxford e, più tardi, a New York e poi a Los Angeles. Era nello stesso tempo affascinato e disgustato dalla cultura dei consumi californiana, e rifletté con insolita profondità sull’abbronzatura e sui drive-in. Adorno aveva uno stretto rapporto con il pioneristico Istituto di ricerca sociale, noto anche come Scuola di Francoforte, fondato e finanziato dal suo amico Felix Weil. L’Istituto mirava a elaborare un’interpretazione psicologica dei problemi creati dal capitalismo moderno, soprattutto quelli riguardanti la cultura e la mentalità che genera.
Adorno ha attirato l’attenzione su alcune modalità con cui il capitalismo ci corromperebbe e ci degraderebbe.
Adorno riteneva che un obiettivo fondamentale dei filosofi progressisti dovesse essere lo studio dei pensieri e dei sentimenti delle classi lavoratrici e medie dei Paesi sviluppati e, in particolare, del modo in cui passano le serate e i fine settimana.
Adorno aveva un’idea molto ambiziosa di quale dovesse essere lo scopo del tempo libero. Anziché un modo per rilassarsi e distrarsi, il tempo libero dovrebbe essere la nostra principale opportunità per espandere e sviluppare noi stessi, per conquistare la nostra natura migliore e per acquisire gli strumenti con cui cambiare la società. È il tempo in cui potremmo guardare film che possano aiutarci a comprendere le nostre relazioni con nuova chiarezza o leggere libri che ci diano intuizioni nuove sulla politica o ascoltare musica che ci dia il coraggio di riformare noi stessi e la vita collettiva.
Ma, nel mondo moderno, secondo Adorno, il tempo libero è caduto nelle mani di una macchina dell’intrattenimento onnipresente e profondamente maligna, che chiamò “industria culturale”. I film moderni, la tv, le riviste (e oggi i social media o la pornografia) agli occhi di Adorno sembravano concepiti per renderci distratti, incapaci di comprendere noi stessi e privi di volontà di modificare la realtà politica. Le notizie, per esempio, ci danno in pasto un misto di stupidaggini volgari e cronache politiche che confonde qualunque possibilità di comprendere la prigione a cielo aperto in cui viviamo. Il cinema ci mostra le avventure di un’invasione aliena, mentre le vere calamità del nostro mondo vengono trascurate. La musica pop si concentra senza tregua sulle emozioni dell’amore romantico, suggerendo che la felicità possa arrivare soltanto dall’incontro con una persona molto speciale, anziché sensibilizzarci sui piaceri della comunità e di un’empatia umana più generale e diffusa.
Dietro la patina di liberazione sessuale, la pornografia applica la razionalità formale, quantitativa e performativa del capitalismo al nostro desiderio, che dovrebbe essere magico, qualitativo e irrazionale. All’unicità dei contatti, sostituisce le performance dei corpi: seni enormi e bionici, peni induriti dalla farmacologia, protesi per avere labbra più efficienti per la suzione, glutei più sodi, pettorali scolpiti, mascelle cyborg. Tutta l’industria culturale si pornifica. Le distinte signore della borghesia che passeggiano in una qualsiasi piazza della grande città si vestono come delle pornostar: labbra a canotto, superzigomi e seni al silicone sono lo standard dell’estetica “perbene”.
L’industria dei consumi ama tenerci lussuriosi, confusi, intimiditi o disinibiti. A causa della vasta gamma di beni di consumo disponibili nel capitalismo moderno, tendiamo a credere che tutto ciò che potremmo desiderare sia disponibile. L’unico problema è che non possiamo permettercelo.
Ma Adorno osservò che i nostri bisogni reali ci vengono accuratamente occultati dalla cultura dei consumi, in modo che finiamo per dimenticare di che cosa abbiamo veramente bisogno e ci accontentiamo invece di desideri fabbricati per noi da aziende che non sono affatto interessate a noi.
Anche se pensiamo di vivere in un mondo di abbondanza, le cose di cui abbiamo veramente bisogno per prosperare – tenerezza, comprensione, calma, intuizione, comunità – sono tutte dolorosamente scarse. Quando cercano di venderci qualcosa i pubblicitari ci fanno vedere la cosa che vogliamo veramente e poi la collegano a un’altra cosa di cui in realtà non abbiamo bisogno. Così, possiamo vedere uno spot che mostra un gruppo di amici che camminano su una spiaggia e chiacchierano amabilmente, o cene di famiglia in qualche luogo esotico al lume di candela. Ma l’economia attuale preferisce farci stare soli e consumare. Alla fine dello spot, quindi, saremo spinti a comprare un whisky di trent’anni o un suv così potente che non ci sarà mai una strada in cui sia permesso guidarlo alla massima velocità.
Adorno è stato un pensatore di sinistra che ha riconosciuto che gli ostacoli principali al progresso sociale sono culturali e psicologici e non strettamente politici ed economici. Abbiamo già il denaro, il tempo e le capacità per fare in modo che tutti possano dormire in una casa, smettano di distruggere gli ecosistemi, abbiano un lavoro soddisfacente e si sentano supportati dalla comunità. Perciò la ragione per cui continuiamo a soffrire e a ferirci a vicenda è che “siamo malati”. Questa è stata l’intuizione affascinante e rivoluzionaria di Theodor Adorno.