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Studio su 111 donne operate di tumore al seno e sottoposte a due anni di terapia ormonale per limitare le ricadute: quelle, fra loro, che avevano affrontato le cure con aspettative di segno negativo hanno subito più effetti collaterali
Quanto può influire un atteggiamento psicologico negativo del paziente (il “non crederci”, il pensare che le cure possano determinare più danni che benefici) sull’esito finale di una terapia? Molto, in certi casi, ma è difficile misurare questo “effetto nocebo” (l’esatto opposto dell’effetto - positivo - placebo), che può avere un peso più o meno forte, a seconda delle persone. Ci hanno provato, con successo, i ricercatori di tre ospedali tedeschi e del Dipartimento di psichiatria della Harvard Medical School di Boston (Stati Uniti), coordinati da Yvonne Nestoriuc, dell’Università di Amburgo, che hanno poi pubblicato i risultati del loro lavoro sul sito degli Annals of Oncology.
Gli studiosi hanno tenuto sotto controllo 111 donne che erano state operate per un tumore al seno e poi sottoposte a una terapia ormonale adiuvante, come si dice in gergo (una terapia, cioè, predisposta per ridurre il rischio di ricadute). Le pazienti sono state seguite dai ricercatori nella prima settimana del post-intervento, e poi dopo 3 mesi e dopo 24 mesi di terapia adiuvante. Durante questo periodo la maggior parte delle donne ha dovuto affrontare diversi tipi di effetti collaterali dovuti alla terapia (dolori alle articolazioni, aumento di peso, vampate di calore) e anche problemi che con i farmaci antitumorali non avevano, in realtà, alcun collegamento, come alterazioni del respiro e palpitazioni. Ebbene, i ricercatori hanno potuto verificare che le aspettative delle singole pazienti prima dell’inizio della terapia hanno poi influito in modo significativo sul risultato finale. In particolare, gli effetti collaterali si sono rivelati molto più pesanti nelle donne che si aspettavano un impatto più duro dei farmaci.
«Le aspettative di segno negativo - scrivono gli studiosi - incrementano il rischio di problemi collaterali legati al trattamento, e fanno comparire anche altri disturbi per l’effetto nocebo. “Ottimizzare” le attese individuali può diventare, a questo punto, una strategia promettente per ridurre gli effetti collaterali, migliorare la qualità della vita e incrementare l’adesione, da parte dei pazienti stessi, alla terapia proposta».
Altri studi saranno necessari per capire i meccanismi cerebrali (e le correlazioni con il sistema endocrino e quello immunitario) che portano a questi effetti. Ma perché è così difficile individuare i "circuiti" che permettono al nostro apparato nervoso di condizionare, in positivo o in negativo, i risultati di una terapia farmacologica? «Siamo tutti indissolubilmente formati da mente e corpo che coesistono, si sviluppano, lavorano e interagiscono continuamente - dice Mauro Bologna, professore ordinario di patologia generale presso l’Università dell’Aquila e presidente eletto della Societa’ Italiana di Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia. - Nasciamo tutti (animali e uomini) da una cellula uovo fecondata, che per divisioni successive (embriogenesi) genera l’organismo intero con i suoi sistemi di regolazione (ghiandole endocrine) e di difesa (sistema immunitario) e di governo (cervello), che ci rendono adattabili a ogni situazione. Tutto il corpo dialoga al suo interno mediante una rete fittissima di messaggi chimici complessi. E questa rete è spesso difficile da districare».
Certamente è più conosciuto e studiato l’effetto placebo. «Sì, è noto da tempo - continua Bologna - ma è stato identificato scientificamente nei suoi dettagli molecolari solo negli ultimi dieci-quindici anni. Possono avere un effetto placebo tante situazioni o azioni differenti, dall’attenzione del medico curante (una parola ben detta, un tempo adeguato di visita, un contatto fisico, una stretta di mano prolungata e consolatoria), a misure speciali (somministrazione di un farmaco generico, dallo zucchero a un blando lenitivo, presentati, però, come sostanze “potenti”; e finanche una pratica chirurgica finta, con incisione e sutura, in anestesia locale, e senza alcuna azione chirurgica specifica). L’effetto sulla persona che riceve il placebo si tramuta quindi, possiamo dire, in un vero farmaco, formato dalle molecole che il cervello del paziente rilascia e che contribuiscono ad attenuare il dolore (endorfine) e a migliorare le difese immunitarie e gli equilibri ormonali».
Le sperimentazioni dei farmaci in doppio cieco, come vengono definite dai tecnici, confermano questi effetti. Come funziona il doppio cieco? Né i pazienti, né i medici sanno se il medicinale che viene somministrato è quello che contiene il principio attivo, oppure una sostanza inerte. Ebbene, mettendo poi a confronto il gruppo di pazienti che hanno realmente ricevuto il farmaco con quelli che, inconsapevolmente, hanno introdotto nel loro organismo sostanze inattive, o con pazienti che non hanno ricevuto nessun farmaco, si vede che quasi sempre il placebo ha effetto, a volte addirittura in percentuali simili a quelle del medicinale vero.
«Le patologie per cui si ricorre al placebo con maggiore frequenza e con migliori risultati - conclude Bologna - sono soprattutto quelle legate al dolore cronico intrattabile. Se il paziente riesce, nonostante tutto, ad avere un atteggiamento positivo, soffre generalmente di meno (in modo misurabile)». Ribaltando la situazione, un atteggiamento oscuro tenderà ad accentuare, invece, la percezione del dolore.
Costanza Naguib
Data ultimo aggiornamento 16 ottobre 2016