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Nella terza e ultima parte di questo viaggio, il secondo giorno a Černivci e poi l'attraversamento della frontiera sud dell'Ucraina verso Suceava, nella Bucovina romena. Da qui passo a Iași, per rientrare da lì in Svizzera. Faccio una prima sintesi di questo viaggio, mentre, in aeroporto, attendo d'imbarcarmi: mille storie che si incrociano in una parte d'Europa un tempo senza frontiere.
I miei diari nascono da appunti presi in tempo reale mentre viaggio. Non hanno pretesa di completezza, sono idee e osservazioni condivise con chi mi legge su Facebook mentre sono per strada. Sono le prime impressioni di ogni viaggio, che poi riporto qui, completandole, per tenere memoria di considerazioni e spunti di approfondimento per il mio lavoro.
20.10.2016 | Giorno 7 | Černivci, museo della cultura ebraica
Rapida traduzione e consegna di una clausola contrattuale per un cliente-amico di quelli che si fanno ancora vivi ogni tanto e ai quali non mi dispiace dire di sì, poi mattinata dedicata al Museo della presenza ebraica in Bucovina. Entrare in questi luoghi fa capire perché, nei romanzi di Joseph Roth e in tutta la letteratura che ruota intorno al mondo austroungarico, la figura dell'ebreo è sempre presente e assume non di rado un ruolo centrale. In queste regioni la comunità ebraica aveva una rilevanza molto superiore a quella che aveva nell'Europa occidentale. Si ridusse poi a causa dell'antisemitismo e delle massicce deportazioni e soppressioni culminate negli anni della Seconda guerra mondiale. Gli ebrei contribuivano in modo determinante alla ricchezza economica e culturale della società, ma erano anche oggetto di critiche e invidie per l'accentramento di poteri e impieghi di responsabilità, che talvolta erano distribuiti esclusivamente all'interno della comunità ebraica.
Qui a Černivci si tenne nel 1908, fra l'altro, la conferenza per decidere se fissare come lingua ufficiale della comunità ebraica l'ebraico o lo yiddish. Tra le correnti più sioniste e conservatrici, favorevoli all'ebraico, e gli esponenti più progressisti, sostenitori dello yiddish, nacque un acceso confronto che si concluse con ebraico pragmatismo: entrambe le lingue furono dichiarate ufficiali. Lo yiddish è oggi una delle lingue comprese nella legge ucraina sulle minoranze, della quale parlavo in un intervento precedente. Nel video qui a lato, una curiosità: l'inno nazionale ucraino cantato in yiddish, preceduto da una piccola scenetta in questa lingua. Per chi conosce il tedesco e il russo, molte parole suoneranno familiari. Non metto la traduzione, l'importante è sentire i suoni della lingua.
20.10.2016 | Giorno 7 | Paul Celan, poeta e traduttore
Dopo il museo ebraico. un piatto di vareniki (simili ai nostri agnolotti) e una birrra scura in un locale semplice, sotterraneo, dal nome che riecheggia dimensioni ticinesi: grot («grotto»). Potevo trascurare la figura del traduttore e poeta Paul Celan? Nato nel 1920 qui a Černivci, da una famiglia ebrea di lingua tedesca, ebbe una vita difficilissima ed errabonda a causa delle persecuzioni. Morì, sembra di suicidio, nel 1970, a soli cinquant'anni. Tradusse una quantità inverosimile di poesia e letteratura verso il tedesco e verso il romeno da molte lingue d'origine, tra le quali l'italiano. Qui, nella sua città natale, gli sono stati dedicati un centro letterario e un monumento.
Rientro sulla piazza centrale ed ecco che anche qui, quando si tratta di chiesa cattolica, ricompaiono puntualmente le scritte in polacco, come a Leopoli e a Odessa. Chiesa chiusa con due invalicabili cancelli.
20.10.2016 | Giorno 7 | Černivci, l'università
Questa è l'università statale di Černivci. In una zona un po' elevata, semicentrale, è ricavata in quello che fu il Palazzo del metropolita, un enorme, stupendo complesso in mattoni rossi che fa parte del patrimonio dell'UNESCO. Classica atmosfera da università, ragazzi, ragazze, negozi di fotocopie, chioschi, uguale in tutto il mondo, tranne l'edificio, naturalmente, che è unico nel suo genere.
Mi inoltro a piedi verso l'altro capo della città, verso la stazione degli autobus. Devo capire dov'è e trovare lo sportello giusto per convertire in biglietto il voucher acquistato via Internet per il viaggio di domattina.
Stazione degli autobus trovata, voucher convertito, rientro in albergo. Il mio autobus parte domattina alle 7:10. Chiedo alla ricezionista, che è la stessa proprietaria di questo B&B chiamato hotel: «Scusi, avrei bisogno di un taxi domani mattina alle 6:30.» Risposta: «No, qui la mattina così presto i taxi non vanno.» Come? Ovunque taxi che ti corteggiano, ma alle sei del mattino tutti ancora a nanna? Incalzo: «E i filobus a che ora cominciano il servizio?» Risposta: «Non lo so, bisogna chiedere in Comune, forse alle sei ci sono già.» Ma come forse? Gestisci una struttura turistica, ma non riesci a farmi arrivare un taxi e manco sai a che ora cominciano a lavorare i mezzi pubblici?
Ho capito, domani sveglia mezz'ora prima e poi bisogna prendere in seria considerazione l'idea di arrivare a piedi alla avtovoksal (autostazione), al 219 della Vulitsja Golovna (Via Principale), cioè dall'altra parte del mondo. Fa freddo, ma non è quello il problema, il problema è che sono 4,7 km. Un amico mi ricorda via Facebook che una bella passeggiata la mattina presto è tutta salute. Vedremo. Ennesima levata antelucana, questa volta partenza per la Romania. Il rientro si avvicina.
21.10.2016 | Giorno 8 | Partenza per Suceava, Romania
Lascio l'albergo alle 5:50, pronto a farmi a piedi i 4,7 km da qui alla stazione degli autobus. La proprietaria esce dalla sua stanza e mi saluta frettolosamente, basta che me ne vado al più presto così torna a dormire. Arriverà il nostro eroe alla avtovoksal, 219 Vulitsja Golovna, Černivci, entro le ore 7:10?
La città è deserta, illuminata, bellissima. Trascino il mio instancabile trolley su per la via Tol'stova, poi davanti alla Filarmonia, poi lungo la via che porta sulla piazza del Municipio. Sinistra, ancora sinistra, poi destra, salitina, sinistra... ormai non sbaglio più un colpo. Qualche spazzino, quattro ragazzi rumorosi già provvisti di bottiglie di qualche alcolico. Sullo sfondo compare ad un tratto l'inconfondibile, tozzo profilo di un vecchio filobus Škoda. Funzionano! Proseguo su, lungo la Golovna, fino alla fermata della cattedrale, arriva il filobus numero tre. Allungo una grivna e cinquanta copechi sul cruscotto dell'autista - a quest'ora il sedile del bigliettaio è desolatamente vuoto - e mi inoltro nella cigolante vettura. È fatta!
Scendo, sono alla avtovoksal e sono le 6:25, ho quarantacinque minuti di anticipo. Buio. Freddo. Approfitto per fare un giro della stazione degli autobus, nell'oscurità, in cerca di un bar per la colazione. Quello che trovo mi fa ricordare che ieri sera, previdentemente, ho cenato abbondante, in fondo alla colazione posso rinunciare. Il pullman per Suceava, Romania, è già allo stallo 11. È un vecchio torpedone della L'vivskij Avtobusnij Avtozavod («Fabbrica di autobus di Leopoli,» in epoca sovietica le fabbriche automobilistiche prendevano il nome dal luogo in cui si trovavano, come «Fabbrica Italiana di Automobili Torino»).
Manca il tergicristallo destro, il parabrezza lato guidatore ha una vistosa crepa che lo attraversa in diagonale. Il bagagliaio è già aperto, il carico dei colli si autogestisce. L'autista, seduto al suo posto, ha smontato il cruscotto ed è intento a riparare qualcosa con l'aiuto di un cacciavite. Salgo e mi siedo, chiuso nel mio giubbotto, non c'è riscaldamento. Per quattro ore questo sedile sarà la mia casa. Tra cinque minuti si parte.
Scosto una tendina dai vetri laterali, che mi lascia sulle dita una sgradevole sensazione di sporco grasso. Sul sedile vicino al mio, vuoto, un vecchio foglio di giornale lasciato lì da qualche preistorico smemorato. Sul montante tra i due parabrezza c'è un vaso con dei fiori, rinsecchiti, chissà da quanto nessuno lo svuota. Un vecchio signore piccolo e grigio sale, recita davanti a tutti una preghiera e si segna con il segno di croce ortodosso. Ci benedice, passa a raccogliere delle offerte con il cappello lurido e scende. Giuro su qualunque cosa, è proprio così. Siamo in un altro mondo: un altro mondo a poco più di un'ora di aereo dal nostro.
21.10.2016 | Giorno 8 | In viaggio per Suceava, Romania
Composizione dei viaggiatori: autista, bigliettaio, due ragazze, un signore giovane, un signore anziano, alcune babuške (nonne, anziane, come usa dire qui), tre suore ortodosse con il loro abito e copricapo che le fa assomigliare a delle caffettiere napoletane ambulanti, una signora distinta sulla cinquantina e più elegante della media, altri occupanti di varia umanità, un italiano residente in Svizzera, un freddo della malora. Il sedile dietro l'autista è occupato da sei forme di pane appena sfornato e profumato, vicino due scope, secchio e prodotti per la pulizia del mezzo.
Il percorso è collinare, una bella campagna poco abitata. Come capita spesso da queste parti, lungo una strada che corre in mezzo a un paesaggio apparentemente deserto compaiono dei viandanti che non si capisce dove possano andare e venire, delle fermate di autobus senza alcun abitato nei pressi, con babuške sovraccariche o persone varie in attesa, provenienti non si sa da dove. Quando la strada sale, il nostro affaticato mezzo ansima, l'autista scala drasticamente di marcia, quarta, terza, seconda, terza, seconda, la velocità nei tratti in salita non supera i trenta all'ora. Abilissimo, evita chirurgicamente i numerosi dissesti della strada.
La Bucovina è esattamente come i viaggiatori del passato la raccontavano. Nonostante la giornata grigia, si è visto bene il paesaggio dolcemente collinare (i due video sono frettolosi, ma danno un'idea), i villaggi di case tipiche decorate e dipinte che purtroppo correvano veloci a fianco del nostro asmatico autobus e non ho potuto riprendere con efficacia (quella nella foto non è indicativa, sono molto meglio).
Se a Černobyl' avevo avuto l'impressione di essere catapultato in un libro di storia, qui sono proiettato in un romanzo: quando Joseph Roth, non ricordo se in Marcia Radetzky o in La Cripta dei cappuccini, descrive l'inserviente del protagonista, che parlava romeno e chiedeva di tornare in licenza dai suoi in Bucovina, chiedeva di tornare qui, in mezzo a queste lievi colline e in queste case di legno.
La Swisscom mi informa con elvetico puntiglio via SMS che il mio cellulare comincia a prendere il campo romeno. Compaiono i primi cartelli in due lingue. Siamo in frontiera. Chi, nell'Unione europea, propone la reintroduzione delle frontiere interne, dovrebbe venire qui e sperimentare cos'è una vera frontiera: più di un'ora di attesa, controllo minuzioso di documenti e bagagli, sali, scendi, passaporti, domande, risposte, ucraino, russo, romeno. Coda interminabile di auto sui due lati. Benvenuti in Romania!
21.10.2016 | Giorno 8 | Arrivo a Suceava, Romania
Suceava, capoluogo della Bucovina romena. Ho mezza giornata, il mio lavoro si concentra sull'Ucraina e non posso distrarmi troppo, ma sapevo che venire fino qui era necessario, per percorrere nella sua interezza questa regione, ed è stata una buona idea. A Suceava il nostro sgangherato autobus si ferma in mezzo a un quartiere commerciale semiperiferico, mi tuffo in mezzo ai mercanti e alle signore cariche di sporte, in cerca dell'hotel, attraversando due piazze dalla tipica architettura socialista. Nel filmato, la piazza del centro, con un malinconico cantore solitario. Il cielo grigio non aiuta a conferire a questo luogo un aspetto meno plumbeo.
L'albergo di Černivci era venduto come hotel, ma era un bed&breakfast senza breakfast e con il bed un po' sfondato; l'albergo di Suceava è un hotel nuovissimo e grandioso venduto al prezzo di una pensione, presumo in offerta-lancio, dato che nemmeno qui si potrebbe stare in un hotel così con poche decine di franchi a notte come sto facendo io. Sul percorso di avvicinamento mi si scarica il telefono con la mappa e perdo l'orientamento, di cartelli non c'è traccia. In Romania i taxi sono economici, ne vedo una fila in attesa vicino a un grosso palazzo pubblico. Chiedo a un taxista, intento a chiacchierare con un collega, di portarmi in hotel. Risposta: «Fai prima ad andarci a piedi, avanti, poi la seconda a destra, in fondo c'è l'hotel.» Si rimette a chiacchierare, io riparto trascinando la mia valigia. Le sue indicazioni, per quanto corrette, si dimostrano un po' ottimistiche in merito alla distanza, ma finalmente ecco l'hotel. La levataccia di stamattina e gli otto giorni di viaggio cominciano a influire sul tasso di stanchezza.
La mancanza della colazione di questa mattina si fa sentire. Pranzo velocemente e poi cerco di conoscere questa città, nella quale vengo per la prima volta, ma alla quale mi legano alcuni bei ricordi a metà tra il professionale e il personale.
21.10.2016 | Giorno 8 | Suceava, Museo storico della Bucovina
Visito il Museo storico della Bucovina, che conferma come l'intuizione di venire fino qui avesse un senso. E' ospitato in un lungo edificio costruito nel 1900, sormontato dall'aquila asburgica. La sua architettura lo unisce immediatamente a tutti gli altri edifici simili delle città dell'Impero. Il palazzo è perfettamente restaurato e il museo all'interno è stato da poco completamente rinnovato. E' uno dei più bei musei che abbia mai visitato. I reperti mettono in evidenza la lunga e ricca storia della Bucovina, sin dall'antichità precristiana, compresa, naturalmente, la parte che oggi si trova in Ucraina e dov'ero sino a questa mattina.
Su una parete c'è una mappa gigante che illustra la strada commerciale che fece grande questa regione e la vicina Moldavia: un tempo il percorso non era interrotto da frontiere nazionali, le culture e le lingue convivevano. Le merci sbarcavano dall'Oriente sulla riva del Mar Nero, a Cetatea Alba («città bianca,» oggi in territorio ucraino, ribattezzata Bilhorod), proseguivano sul territorio dell'attuale Repubblica di Moldova verso Iași per arrivare qui a Suceava. Poi, attraverso Siret, giungevano a Černivci e infine a Leopoli, da dove potevano dirigere verso le grandi piazze mercantili del Centro Europa: Venezia, Trieste, Vienna, Cracovia, Praga. E' lo stesso percorso che ho fatto io, all'inverso: lunedì ero a Leopoli, poi a Černivci, stamattina a Siret, dove adesso c'è la frontiera ucraino-romena, poi qui a Suceava e infine a Iași, dove sarò domani, per prendere l'aereo e rientrare in Svizzera.
Le ultime sale del Museo della Bucovina sono dedicate al periodo comunista e mi ricordano tanti episodi e volti che sono oggetto del mio lavoro di ricerca sul processo che condannò a morte Nicolae ed Elena Ceaușescu, lavoro che ho forzatamente interrotto per occuparmi di Ucraina, ma al quale spero di tornare, oggi più che mai, al più presto. Per il resto, Suceava è un misto di storia, scavi di resti della sua antica grandezza politica, di architettura religiosa antichissima e molto decorata affiancati a sgraziati edifici nati durante il regime di Ceaușescu.
Tra i tanti esempi di architettura socialista, che non sono tutti per forza orrendi, ho sempre pensato che quelli prodotti dagli architetti romeni fossero i più pesanti e infelici. Anche qui a Suceava, come nelle altre città della Romania in cui sono stato, si vedono condomini con i balconi sfasati e verande inguardabili, tetti spezzati in più profili senza apparente motivo, facciate senza scansione logica che alternano materiali incoerenti. Nel tentativo, forse, di essere originali, produssero degli obbrobri nei quali l'occhio non riesce a trovare un ritmo. Sotto a questi casermoni probabilmente ci sono le macerie del vero, vecchio centro storico di Suceava, raso al suolo qui come altrove per «sistematizzarlo» in edifici «razionali,» per usare le stesse parole che usava il regime (sistematizare, raţionalizare). Qui a destra, qualche foto.
21.10.2016 | Giorno 8 | Romania, camera di decompressione
Insegne in una lingua familiare. Ecco perché quando si arriva in Romania, dopo essere stati dieci giorni immersi nei caratteri cirillici, ci si sente subito a casa. È come passare in una camera di decompressione. Mi arrivano via Facebook messaggi e commenti da miei contatti romeni emigrati in Italia, anche da questa regione: ricevo saluti, ricordi e nostalgie di casa.
22.10.2016 | Giorno 9 | In partenza da Suceava, «ritardo imprecisato»
Dev'esserci un'unica, enorme, potentissima centrale che stabilisce quali musiche vengono diffuse nelle sale colazione degli alberghi. Sono sempre le stesse, ovunque. Dopo la colazione arrivo in stazione, situata nel quartiere di Burdujeni, alquanto discosto dal centro. Il treno è in ritardo, approfitto per un giro nell'edificio, che è monumentale, tutto in mattoni rossi. La stazione fu costruita nel 1869 come capolinea della prima linea ferroviaria posata qui, che univa Suceava al comune moldavo di Roman. Completamente restaurata nei primi anni Duemila, le molte lapidi visibili sui muri ne fanno una specie di libro di storia a cielo aperto: tra di esse, quella a memoria della deportazione degli ebrei ordinata nel 1941 dal regime collaborazionista del generale Antonescu, che mi riporta alle storie viste al Museo della presenza ebraica a Černivci. Di qui i deportati partivano verso la Transnistria, allora controllata degli alleati del Terzo Reich, dove furono in gran parte uccisi o morirono di stenti. Un mio contatto mi segnala via Facebook che qui, proprio in questo quartiere della stazione, trovarono accoglienza tutti i membri della famiglia di suo nonno, avendo scelto di rifugiarvisi fuggendo da un paesino della regione di Černivci (dov'ero sino a ieri mattina) per non essere deportati in Siberia dai sovietici.
Il mio treno è annunciato con cinquanta minuti di ritardo, ma, quando arriva, improvvisamente, manca la corrente e i cinquanta minuti diventano, al tabellone, centodieci. Comincio a preoccuparmi: l'aereo da Iași parte nel primo pomeriggio, il viaggio dura un paio d'ore abbondanti, il margine era ampio ma si sta riducendo drasticamente. Un anziano ferroviere addetto alle informazioni mi vede e mi chiede dove vado: «Iași,» rispondo. E lui, sconsolato: «Eeeeh!... Mai aveți de așteptat!» [Eh, ne ha ancora da aspettare!]. Grazie per l'incoraggiamento.
22.10.2016 | Giorno 9 | Partiti da Suceava, ma anche no
Il ritardo si aggrava e diventa insanabile, il mio aereo da Iași è ormai imprendibile. Il treno è uscito già in ritardo dalla stazione di Suceava, ma dopo mezz'ora di corsa si ferma in campagna e non si muove più, sono le 12:16 locali. Il capotreno passa in ogni scompartimento a dire che «nu se circula deloc» [non si circola per niente], tutti i treni della regione sono fermi. Ci dev'essere qualche grosso guasto alla rete. Sulla carrozzabile che affianca la ferrovia, un prete ortodosso avanza curvo a piedi sotto la pioggia svogliata: un pellegrino d'altri tempi che sembra camminare al solo scopo di fare il cammino, non per arrivare in un dove preciso, forse per dare un ritmo a qualche sua imperscrutabile meditazione. Non si vedono in giro case o villaggi da dove potrebbe arrivare e dove potrebbe essere atteso.
Anche questo contrattempo mi permette di osservare un tratto del carattere della gente di qui: tutti prendono la situazione con massima filosofia, nessuno si scalda, nessuno urla contumelie al capotreno, chiacchierano fra loro di tutt'altro, qualcuno telefona ai parenti. Dovremmo già essere a destinazione da quasi due ore, invece siamo a poche decine di chilometri dalla stazione di partenza, fermi, senza idea di cosa succederà. Si prosegue per Iași? Quando? Si ritorna a Suceava? Quando? E che importa! Inganno l'attesa cercando sul mio PC portatile, che mi accompagna sempre, soluzioni alternative per rientrare in Svizzera. Per fortuna il campo Internet funziona molto bene, anche se non posso decidere nulla sinché non so che destino avrà questo treno. Stiamo un po' a vedere.
22.10.2016 | Giorno 9 | Tra Bucovina e Moldavia, la Romania profonda
Si riparte! Il treno si lancia finalmente (speriamo) verso Iași. Ad un tratto sento una corrente d'aria fredda: mi giro e noto che la porta esterna della vettura è aperta, qui non sono automatizzate. Il treno è in marcia a velocità sostenuta, meglio non tentare di chiuderla. E che problema c'è? Mi tengo il freddo.
In questi due filmatini, brevi occhiate sulla campagna tra Bucovina e Moldavia. È la Romania profonda. Colline, greggi, case contadine, villaggi con le strade sterrate. In questi luoghi, che avrebbero meritato un attraversamento sotto un cielo meno grigio, passavano i mercanti che sbarcavano sulle rive del Mar Nero e proseguivano verso Leopoli e l'Europa centrale con le loro stoffe e spezie orientali.
Sulla mia vettura, sotto al sedile, una colonia di scarafaggi morti attende sepoltura da tempo imprecisabile (risparmio la fotografia), non so immaginare da quanto nessuno passi un aspirapolvere o uno straccio in questo vagone. Una bimba di cinque o sei anni, bionda con la treccia, fa capolino nel mio scompartimento, sorride, poi sparisce e ricompare a intervalli. Un signore anziano urla al cellulare come se dovesse farsi sentire direttamente dal lontano interlocutore senza l'intermediazione del telefono.
Sebbene non nuovissima e lurida, questa vettura è dotata di prese elettriche funzionanti e il campo Internet G3 o G4 non molla mai un istante, anche se attraversiamo lunghe campagne disabitate. Posso così utilizzare il tempo di questo infinito trasferimento per riprogrammare il ritorno. I voli per Milano da Iași non sono giornalieri, il prossimo è martedì, ma riesco a prenotare un Iași-Bologna per stasera, pernottamento imprevisto a Bologna e rientro in Ticino domani. Potenza della Rete. Arriviamo a Iași con cinque ore di ritardo. Cosa vuoi che siano rispetto all'eternità?, mi fa notare acutamente un'amica via Facebook. Chissà se nel frattempo quel prete ortodosso, a piedi, è arrivato più lontano di noi.
22.10.2016 | Giorno 9 | Pensieri finali in aeroporto
I libri che acquisto durante i viaggi sono solo la materializzazione visibile di tutto ciò che riporto a casa, ma, in genere, i loro titoli, le loro lingue e i contenuti rappresentano bene il percorso fatto, non solo quello che si misura in chilometri, ma anche quello interiore. Vicino alla conclusione di questo lungo viaggio, seduto nel piccolo aeroporto di Iași in attesa di imbarcarmi, se devo fissare un punto di sintesi lo trovo nel momento dell'incontro con il direttore del Centro culturale romeno di Černivci, quando mi ha detto che suo nonno era nato in quella città ancora da cittadino austroungarico, quando queste terre erano parte dell'Impero. Perché? Perché anche mia nonna, quella paterna, era nata in Trentino quando il Trentino era ancora austroungarico, orgogliosamente trentina e di lingua italiana, non altoatesina, come teneva a precisare. Si trasferì poi a Torino quando sposò mio nonno, ma restò strettamente legata alle sue origini e ne parlava sempre.
Io e la persona che avevo di fronte in Ucraina, perciò, avevamo due antenati che avevano lo stesso passaporto, ma non antenati di secoli fa: basta risalire di due generazioni, la mia nonna trentina morì quand'ero ragazzo, me la ricordo benissimo. Eppure qualcosa ha fatto sì che oggi la mia storia e quella di quel dinamico avvocato di Černivci, più o meno mio coetaneo, siano enormemente diverse. Più fortunata la mia, nato e cresciuto in una parte d'Europa che si è sviluppata e arricchita, tanto che io posso venire qui e mangiare in un ristorante spendendo una cifra che per i nostri standard è quasi ridicola; lui, invece, nato in un Paese chiuso in un regime totalitario, ha vissuto a due passi la catastrofe di Černobyl' e la caduta dell'Unione sovietica. Emigra, prende la cittadinanza romena rinunciando alla sua, ma poi torna e combatte per parlare, conservare e tramandare ai posteri la sua lingua in Ucraina.
Eppure, un secolo fa, se suo nonno avesse voluto venire a trovare mia nonna non avrebbe neppure dovuto tirare fuori il passaporto. Le culture e le lingue erano diverse, ma i valori, il patto sociale che teneva unite tutte le popolazioni dell'Impero austroungarico era uno solo. Cosa è successo, nel mezzo? Due guerre. Due guerre che hanno sradicato lingue, tracciato frontiere dove nessuno avrebbe immaginato, trasformato in miseria antiche ricchezze, in periferie quelle che erano nobili centralità, come quella della Bucovina, convertita, da regione di multiculturalismo, di vie internazionali e di commercio, in un impoverito reticolo di frontiere e gelosie nazionali.
Per me i valori sono questi, ma nelle strade e nei bar di tutti i luoghi in cui sono stato, oggi gli schermi trasmettono le stesse immagini delle TV musicali internazionali, tutte uguali; dalle cuffiette dei giovani che ti passano vicino per strada escono le stesse musiche che si sentono a Zurigo, Milano o Berlino, magari cambia la lingua, a volte neanche, ma i ritmi e le forme sono le stesse. Forse, chissà, per le prossime generazioni i valori diventeranno questi. Per me, il valore resta quella varietà consapevole, quando riesce a convivere con un progetto, non una varietà a caso, quella dell'«accogliere tutti» purchessia, ma quella che si costruisce intorno a un progetto, a un patto sociale, certamente non facile, ma che permette di convivere e crescere nella diversità.
Il totalitarismo ha fatto perdere alle popolazioni dell'Est Europa due, tre generazioni, ma non le hanno perse solo loro. Le abbiamo perse anche noi, all'ovest, perché metà di casa nostra ci è stata tolta, per questo tempo, anche se siamo stati più fortunati dal punto di vista materiale. Questo, credo, di vedere ancora una volta confermato, viaggiando qui: ovunque andiamo, in Europa, anche in queste regioni che ci sembrano molto lontane (ma lo sono in realtà molto meno), come un altro mondo che parla lingue difficili, scritte in alfabeti insoliti, siamo sempre a casa nostra. Ce lo dicono tante cose materiali, come l'architettura tradizionale, le radici comuni delle lingue o gli autori della letteratura, ma anche tante cose immateriali, come quel senso di appartenenza che si prova spontaneamente appena si mette piede in centri dalla grandezza dimenticata come Černivci, Leopoli o ciò che resta del centro storico di Suceava, travolto dalle follie edilizie di Ceaușescu.
Ho avuto un privilegio: accucciarmi su un treno con la platzkart, stringermi nel mio giubbotto in un freddo autobus LAZ, mezzi di trasporto stanchi e cigolanti che mi hanno riportato indietro nel tempo e dato un alito di un mondo che non è più, ma questo è un gioco sporco. Io domani sarò di nuovo sui confortevoli treni svizzeri, mentre la gente di qui continuerà a sobbalzare su questi vecchi mezzi e spererà di averne di migliori, perché anche loro hanno voglia di avere i bus con il riscaldamento d'inverno e l'aria condizionata d'estate, i treni veloci, le auto comode. Perciò, queste cose, presto, non le vedremo più e non sarà un peccato perché si sarà perso un mondo, ma sarà giusto così, perché l'Uomo vuole progredire e fare una vita sempre migliore, anche materialmente.
Il nostro lavoro, allora, fin che possiamo, è far sì che quel mondo, distrutto da due guerre, possa continuare a vivere nei suoi valori anche quando i suoi segni saranno scomparsi, i palazzi sbocconcellati saranno restaurati, i vecchi filobus Škoda, le rugginose auto Lada, Volga e Dacia sostituite da nuovi modelli. Avrò molto altro da dire, ora apre il check-in, si torna a casa, la valigia è sovraccarica di libri che dovrò studiare, il lavoro vero comincia adesso. Grazie a chi generosamente e con simpatia mi ha seguito «in tempo reale» su Facebook e a chi ora legge questi appunti su questo blog. Scrivo queste note essenzialmente per me stesso, sostituiscono i vecchi appunti su carta. Se con ciò riesco a coinvolgere altre persone, ne sono felice e mi aiuta non poco a superare la fatica e i contrattempi. Grazie, però, soprattutto, alle donne e agli uomini che nell'Europa dell'Est hanno tenuto duro per settant'anni: tanti vivono ancora come allora, affinché noi possiamo vedere com'era. A presto.