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L’aiuto allo sviluppo può essere nocivo?
Alcune riviste di lingua tedesca hanno sostenuto la tesi che l’Africa sarebbe più povera a causa dei troppi aiuti allo sviluppo ricevuti. Una risposta di Peter Niggli, direttore di Alliance Sud.
Tre le argomentazioni più ricorrenti: la prima è che gli aiuti miliardari sarebbero andati in fumo senza alcun effetto – l’africano medio sarebbe oggi più povero rispetto al periodo precedente l’indipendenza. In secondo luogo le élites avrebbero dilapidato le risorse dello Stato a scopi improduttivi o deviato gli aiuti a scopi privati. Infine “si prenderebbero sempre più sul serio le voci africane” che rifiuterebbero ulteriori aiuti. Testimone principale di questa tesi è il trentacinquenne economista keniano James Shikwati, socio di una rete internazionale ultraliberale di origine statunitense, che in Kenia gestisce il relativo movimento di pensiero (Thinktank).
Un dogma, vecchio ormai di trent’anni, considera l’aiuto allo sviluppo nocivo piuttosto che utile, e diventa di tanto in tanto molto popolare quando gli Stati industrializzati pensano di aumentare il loro aiuto. Infatti il tema principale dell’assemblea generale dell’ONU sugli obiettivi del millennio, svoltosi a New York in settembre, è stato l’aiuto allo sviluppo, così come i consigli del vertice dei G8 di inizio luglio hanno spinto verso un maggior aiuto per l’Africa.
I membri dell’UE, anche i nuovi, hanno promesso di aumentare progressivamente dal 2006 i loro budget per l’aiuto allo sviluppo. (Solo la Svizzera ha detto no. Il Consiglio federale ha pronunciato un categorico no: ci mancano i soldi).
L’esportazione di capitali supera l’aiuto
Il maggior aiuto spingerà l’Africa ancor più nel vortice della miseria? E’ quanto sostengono e argomentano tutti gli scettici dell’aiuto statale allo sviluppo.
In realtà molte sono le cause dei problemi economici dell’Africa: interne ed esterne. Tra i fattori esterni determinanti citiamo le imposizioni di politica economica praticate dagli Stati industrializzati sui governi africani, oppure i minori ricavi realizzati dai prodotti africani esportati rispetto alle importazioni, oppure la crisi di molte imprese artigianali e industriali dopo l’apertura accelerata dei mercati da parte dei paesi industrializzati, oppure ancora le pratiche dei consorzi delle industrie minerarie e petrolifere, che esercitano praticamente al di fuori del territorio e i cui fatturati e utili toccano solo marginalmente i paesi africani. Inoltre questi consorzi, nella maggior parte dei paesi, sono esentasse per un periodo che va dai 20 ai 35 anni. In alcuni paesi, come l’Angola, hanno corroso gli ultimi resti di un apparato statale funzionante.
L’aiuto è inoltre da mettere in relazione con altre dimensioni. Circa 400 miliardi di dollari americani di aiuto sono arrivati nell’Africa nera tra il 1970 e il 2000. Ciò nonostante il continente non è diventato più ricco di 400 miliardi. Nello stesso periodo l’Africa ha esportato capitale – e l’esportazione di capitale è stata maggiore dell’afflusso degli aiuti ed investimenti esteri. L’economista ganese Charles Abugre stima a 280 miliardi di dollari l’emigrazione netta di capitale. Questa cifra comprende i capitali in fuga, il servizio dei debiti (interessi e ammoramenti) e il calcolo maggiorato di fatture per l’”ottimizzazione delle imposte”. Oltre i 280 miliardi, l’organizzazione britannica di aiuto allo sviluppo Christian Aid ha calcolato che le economie africane hanno perso altri 270 miliardi di dollari a causa degli effetti negativi della liberalizzazione del commercio a partire dal 1980. Tali calcoli relativizzano considerevolmente l’importanza dell’aiuto.
Regole precise
E’ comunque già noto da tempo come il sostegno diretto ai governi attraverso l’aiuto allo sviluppo sia problematico e come i relativi spazi di manovra finanziari incoraggino le avventure e l’arricchimento personale. L’aiuto viene oggi concesso secondo regole precise, solo con misure precauzionali, salvo se gli Stati donatori seguono un’agenda politica. Oggi quindi, quando i singoli governi africani sprecano gli spazi di manovra finanziari, possibili grazie all’aiuto, nella maggior parte dei casi lo fanno con la copertura degli Stati donatori interessati. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri in Africa propugnano innanzitutto i propri interessi e non hanno mai veramente lasciato l’indipendenza alle antiche colonie, restando legati attraverso una fitta rete militare, di servizi segreti e partenariati politici. L’aiuto è stato spesso utilizzato come un mezzo per le relazioni di partenariato. I più grossi accaparratori - o ladri - del continente erano spesso i migliori amici dei singoli donatori. Questa situazione è migliorata sensibilmente con la fine della guerra fredda, ma i progressi sono pregiudicati da quando gli Stati Uniti si credono coinvolti nella guerra contro il terrorismo e vi implicano gli europei della NATO.
“Cooperazione alla sicurezza”
Ammettendo ora che i principali avversari interni dell’aiuto allo sviluppo impongano la loro linea, l’Africa in futuro non otterrebbe più neanche un centesimo in termini di aiuto. Tutti gli altri interventi dei paesi industrializzati continuerebbero però a funzionare – la tutela economica e lo sfruttamento, la cura (anche pecuniaria) dell’amicizia con i detentori del potere, la sicurezza dell’afflusso. Crescerebbe la “cooperazione alla sicurezza” – per essere d’aiuto ai governi africani nella repressione delle proteste dei popoli.
Peter Niggli, direttore di Alliance Sud,Comunità di lavoro Swissaid, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti, Helvetas, Caritas, Aces
Contatto: Peter Niggli, Alliance Sud
(Pubblicato sul Giornale del Popolo del 10.01.2006)