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di Rachele Spinedi
Hassan Blasim, scrittore iracheno nato a Baghdad nel 1973, è stato intervistato a ChiassoLetteraria da Gassid Mohammed Hossein Hoseini, professore di letteratura araba, poeta, scrittore e traduttore di origini irachene.
Autore e sperimentatore, Hassan Blasim è una delle voci arabe più importanti del terzo millennio, autodefinitosi «scrittore-artista» per il suo interesse verso altre forme e altri linguaggi che vanno oltre a quelli della letteratura. Il suo ingresso nel mondo dell’arte avviene in Iraq, dove studia cinema negli anni Novanta, durante il regime di Saddam Hussein. In questo periodo realizza un cortometraggio, Gardenia, che riscuote successo tra i suoi professori, ma che non è accolto con il medesimo entusiasmo dal regime. Assieme ad alcuni compagni registi, munito di una fotocamera, comincia a girare dei filmati che si rivelano poi fonte di preoccupazione per il governo.
Il suo rapporto con le autorità non è stato, e non è ancora, dei migliori. Dagli anni liceali fino al 2004 vive sotto una dittatura, è interrogato ripetutamente dalla polizia, vede la brutalità e l’oppressione del regime iracheno e tuttora si domanda perché la comunità internazionale non sia intervenuta, perché i governi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, abbiano sostenuto Saddam Hussein, ponendo un embargo sull’Iraq e bombardando le centraline elettriche.
A un certo punto, in Iraq, la pressione è troppa; la sua vita è costantemente messa in pericolo e la situazione politica non fa altro che peggiorare. La decisione è una sola: andarsene. La destinazione del suo viaggio è l’Europa. Dopo quattro anni di vagabondaggi a piedi, dopo essere stato nel Kurdistan iracheno, aver attraversato infiniti confini, soggiornato in campi per rifugiati, essere stato arrestato e torturato, Hassan arriva in Finlandia nel 2004. Blasim è riuscito ad “andare al di là del sole”, salvandosi e capovolgendo il significato di un detto arabo.
Data la difficoltà nel realizzare film in Finlandia, Hassan Blasim punta sulla scrittura: in italiano sono stati tradotti due suoi romanzi, Il matto di piazza della Libertà (2008) e Allah 99 (2020), e un’antologia di racconti, Il Cristo iracheno (2022), raccolta che viene definita «una commedia dantesca moderna, cui fanno da sfondo un Iraq insanguinato e l’Europa del nord, paradiso terrestre di molti rifugiati di guerra» (dalla descrizione della raccolta).
Durante l’incontro di domenica gli viene domandato il motivo per cui scrive, e perché continua a farlo. Risponde con un «perché non so fare altro», sorridendo, e poi aggiungendo: «se un giorno troverò un buon lavoro, non scriverò più». Blasim si è avvicinato alla scrittura per hobby, quando da adolescente inventava cruciverba. Il passatempo è poi diventato narcisismo, poi una cura per l’anima e infine la ricerca di sé, perché la conoscenza è salvezza, ti aiuta ad affrontare le situazioni della vita.
Nella letteratura di Blasim c’è un aspetto che salta particolarmente all’occhio di chi legge: il ruolo e l’importanza dell’immagine (che deriva dal suo background cinematografico). Il suo interesse per la scena e la sua rappresentazione è immediatamente percepibile, e oltre al cinema confluiscono nelle sua opera anche altre arti figurative. Il modo di descrivere queste vedute ricorda quasi un copione date le sue frasi molto brevi. Eccone un esempio: «La signora è tornata in cortile e ha chiesto a Sawsan di mangiare qualcosa. Lei ha urlato in preda alla rabbia e gli uccellini sono volati via, impauriti. Piangendo e schiaffeggiandosi le guance ha detto che non avrebbe mangiato e che preferiva morire di fame piuttosto che arsa dal sole».
La lingua usata per creare le immagini è chiara, diretta, pratica, in contrasto con gli scrittori e le scrittrici di lingua araba contemporanei che seguono una lunga tradizione di raffinatura linguistica, la quale a volte rischia di oscurare il contenuto e il significato dell’opera. Blasim scrive in dialetto iracheno, la sua lingua, che è diversa dal cosiddetto “arabo standard”, e con degli errori, a volte, perché, dice, «io sogno di creare una lingua messa male per la gente messa male». L’obiettivo è quello di connettersi con i suoi concittadini in maniera il più naturale possibile. La lingua, in fondo, è “solo” uno strumento e ogni lingua può essere usata per scrivere.
Nell’opera di Hassan Blasim emerge anche la costante della dualità: tra il banale e il filosofico, tra la vita e la morte, tra realtà e immaginazione, che alla fine è lo scopo della ricerca letteraria. In Allah 99, per esempio, si legge lo scambio di e-mail tra Blasim e un suo amico iracheno che vive in Danimarca nel periodo in cui l’uomo viaggia per arrivare in Europa: i messaggi virtuali dell’amico e lo sostengono in questi anni difficili che sono però intrisi di filosofia e letteratura in contrasto con la realtà violenta quotidiana vissuta dall’emigrante. L’amico cita Umberto Eco in una lettera che Blasim riceve mentre si trova in un campo profughi in Ungheria dove si sta litigando per dei vestiti. La vita “vera”, però, afferma Blasim, quella pratica e spietata di tutti i giorni, ha comunque diritto di essere raccontata.
Il viaggio di Blasim finisce in Europa, un continente con una lunga storia, che «ha costruito i suoi valori e la sua cultura sui cadaveri», dimenticando il contributo di popolazioni migranti. L’immagine dell’Europa e dell’occidente in generale è ambivalente nel mondo arabo: da una parte c’è una fascinazione per l’arte e la filosofia; dall’altra, però, c’è il lato oscuro: le armi vendute ai regimi dittatoriali e il capitalismo, la cui causa diretta è l’emigrazione verso l’Europa. Ma i migranti sono anche delle vittime, nel Vecchio Continente. Tutto è un circolo vizioso che continuerà a ripetersi finché non verrà trovata una soluzione. La letteratura, in questo senso, è un modo per far provare empatia verso tutte quelle persone che si vedono costrette a migrare abbandonando il proprio paese d’origine.
Hassan Blasim termina il suo intervento riflettendo sulla letteratura d’emigrazione. Inizialmente considerata alla stregua di diari, di letteratura privata, la letteratura di coloro che migrano non veniva considerata dalle case editrici e dai festival letterari. La situazione, tuttavia e per fortuna, sta pian piano migliorando, ma la riflessione di fondo rimane: «in Europa ci sono molti stereotipi nei confronti delle altre letterature, però si dice che la letteratura è la più grande guerra contro gli stereotipi».