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La foresta amazzonica, costantemente minacciata dall’attività umana, ha già perso il 20% della sua superficie dall’inizio della colonizzazione europea
Sono bastati solo pochi anni all’essere umano per devastare gli ecosistemi amazzonici. Un recente studio pubblicato sulla rivista "Science" – al quale ha partecipato anche un ricercatore dell’Università di Friburgo – ha paragonato il disastro causato da decenni di attività umana a milioni di anni di evoluzione naturale.
Tra i 19 ricercatori provenienti da sette Paesi che hanno contribuito all’analisi c’era anche il friburghese Juan Carrillo. In un comunicato odierno diffuso dal suo ateneo è stato reso noto che la foresta amazzonica, costantemente minacciata dall’attività umana, ha già perso quasi il 20% della sua superficie dall’inizio della colonizzazione europea. Spesso definita come il polmone verde del pianeta, l’Amazzonia ha un’influenza fondamentale sul clima contribuendo al 16% della fotosintesi terrestre e regolando i cicli del carbonio e dell’acqua del nostro pianeta. Questo vasto ecosistema ospita quasi un decimo di tutte le specie vegetali e animali.
Il gruppo di esperti ha ora lanciato un nuovo allarme, dopo aver osservato con non poca preoccupazione come l’attività dell’uomo stia danneggiando gli ecosistemi amazzonici con un impatto da cento a mille volte più rapido rispetto al processo evolutivo climatico e geologico naturale riscontrato negli ultimi milioni di anni.
I ricercatori hanno confrontato la velocità dei cambiamenti ambientali indotti dall’uomo con quelli causati da fattori naturali in Amazzonia, in Sud America e a livello globale, avvalendosi dei dati raccolti nel rapporto "Science Panel for the Amazon" (Spa). Questi ultimi documentano le trasformazioni dell’ecosistema amazzonico nel corso dei secoli, in termini di biodiversità e diversità culturale. I principali fattori della devastazione dell’ecosistema amazzonico sono la deforestazione, gli incendi boschivi, l’erosione del suolo, lo sbarramento dei fiumi e la desertificazione dovuta al cambiamento climatico globale.
Carrillo, paleobiologo all’Università di Friburgo, ha contribuito al rapporto analizzando i fossili della regione e ha avuto modo di osservare "l’estrema rapidità di trasformazione" indotta dall’uomo. "Questi ritmi di velocità non permettono agli ecosistemi, così come alle specie vegetali e animali, nonché agli abitanti stessi che popolano l’area di potersi adattare", afferma lo studioso.
"Preoccupati ma non disperati", i ricercatori sperano che le autorità politiche adottino le misure necessarie per preservare il polmone verde del pianeta. "Ci sono ancora zone di foresta in Amazzonia che possiamo e dobbiamo preservare", assicura Carillo, aggiungendo: "È anche possibile ripristinare le aree devastate e trarre ispirazione dalle comunità indigene che vi hanno vissuto in modo sostenibile per migliaia di anni".