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Viviamo in un'epoca in cui di pandemie ne soffriamo a bizzeffe. Ad esempio il dilagare degli anglicismi usati gratuitamente, spesso "con l'aggravante dei futili motivi" come recitano certe sentenze di colpevolezza. Ci sono però termini stranieri più o meno intraducibili che a volte, per varie ragioni, si impongono. Crossover, ad esempio che, in musica, in origine indica i brani che raggiungono la popolarità presso gli appassionati di generi diversi. Tuttavia, poiché il fenomeno della mescolanza dei generi è anch'esso endemico, crossover si applica anche a quella musica che combina in sé stili, linguaggi, pratiche di tradizioni o generi diversi. In italiano, spopola il brutto termine di "contaminazione". Certo, sarebbe meglio dire ibridazione, meticciato, ma nessuno ne fa uso nel linguaggio comune. Ripieghiamo quindi su "crossover" che, in realtà, si riferisce a un processo esistente, in musica e non solo, da che mondo è mondo. Tema quindi vastissimo di cui tratteremo assieme a Giordano Montecchi. E guarderemo, tanto per cominciare, ad un momento specifico e ricco di curiosità: l'incontro della musica afroamericana con la musica classica europea nei primi decenni del Ventesimo secolo e i diversi modi con i quali il ragtime prima e il jazz poi se ne sono appropriati.