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ZURIGO - La vicenda del giovane delinquente zurighese conosciuto con il soprannome di "Carlos" diventa un caso per la Confederazione: l'inviato speciale dell'ONU sulla tortura è infatti intervenuto presso il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) a causa del regime d'isolamento in cui si trova "Carlos", che ora preferisce farsi chiamare con il suo vero nome "Brian".
Gli avvocati di "Carlos" lo avevano annunciato al processo in corso davanti alla Corte d'appello di Zurigo alla fine di maggio, ora è ufficiale: il relatore speciale delle Nazionali Unite sulla tortura, lo zurighese Nils Melzer, ha chiesto per iscritto ai servizi di Ignazio Cassis una dichiarazione sulle condizioni di detenzione del giovane delinquente.
Secondo gli standard dell'ONU, l'isolamento può essere ordinato soltanto in casi eccezionali e in nessun caso venir prolungato per di più di 15 giorni. «Ma qui siamo quasi a tre anni», ha dichiarato oggi Melzer alla radio svizzero-tedesca SRF. Nella sua lettera, chiede pertanto un allentamento del regime di detenzione per "Carlos".
Esistono anche forme di detenzione che possono essere utilizzate per prevenire atti di violenza, senza bisogno di un isolamento totale, secondo Melzer. La Confederazione ha ora tempo due mesi per prendere una posizione in merito. Nel frattempo, la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (CNPT) visiterà il giovane delinquente e indagherà sulla sua situazione nel carcere Pöschwies di Regensdorf (ZH)
Per il momento, però, nulla cambierà nelle condizioni di detenzione. "Carlos" rimarrà in regime di isolamento, senza contatti con altri detenuti.
Accuse senza conoscenza dei fatti - Prendendo atto delle dichiarazioni del relatore speciale dell'ONU, il Dipartimento di giustizia del Canton Zurigo afferma in un comunicato che "Nils Melzer avanza delle accuse senza aver sentito l'accusato. Senza la conoscenza dei fatti ciò è contrario ai principi dello Stato di diritto".
Inoltre - sottolineano le autorità zurighesi - la lettera del relatore speciale dell'ONU «contiene errori fattuali». Ad esempio non è vero che il detenuto non possa ricevere visite dei familiari: ha diritto di vederli ogni settimana, oppure di ricevere altre visite. Gli è permesso di fare due telefonate al giorno alla sua famiglia e chiamate illimitate ai suoi avvocati. Inoltre, da quando ha una cella con annesso il suo cortile, non deve più mettere le manette o le catene alle caviglie durante l'ora d'aria.
Il Dipartimento di giustizia zurighese ricorda poi che "l'indagine indipendente" chiesta da Melzer sulle condizioni della detenzione di Carlos-Brian era già in programma il prossimo 2 luglio, con una visita della Commissione nazionale per la prevenzione della tortura.
Giustizia e Reintegrazione, come si chiama il servizio carcerario di Zurigo, è comunque «felice di partecipare a un chiarimento rapido e approfondito».
Ennesima sentenza mercoledì - Intanto, questo mercoledì è prevista la sentenza del Tribunale cantonale zurighese nell'ennesimo processo nei confronti del giovane delinquente. Pomo della discordia è la richiesta di prima istanza di sottoporre il 25enne a una terapia in detenzione. Lo scorso 26 maggio i giudici zurighesi avevano respinto la domanda di liberazione di "Carlos", avanzata da uno dei legali in apertura del processo.
L'immediato rilascio dell'imputato era stato sollecitato perché questi è incarcerato in «condizioni di detenzione da tortura», che per "Carlos" sono «pesanti e insopportabili». La corte ha però bocciato la richiesta, ritenendo che una liberazione sarebbe sbagliata e che il regime di isolamento in cui si trova "Carlos" è proporzionato, perché il giovane costituisce ancora un grande pericolo. I suoi difensori comunque non si sono arresi e hanno successivamente presentato una nuova richiesta, dai contenuti uguali.