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01.07.2020 | Beate Kittl | News WSL
All’inizio della crisi del coronavirus il Consiglio federale ha reagito con leggi di necessità. Ciononostante, il governo federale ha lasciato ampio spazio di manovra ai Cantoni, dimostrandosi flessibile e disponibile alla sperimentazione. Lo dimostra un’analisi dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL. Quale insegnamento ne possiamo trarre per le altre sfide sociali, come ad es. i cambiamenti climatici o la perdita di biodiversità?
All’inizio della crisi del coronavirus, per quattro mesi la Svizzera è stata governata con leggi di necessità. Dalla Seconda guerra mondiale non era mai successo per un periodo così lungo. La situazione straordinaria secondo la legge sulle epidemie è durata dal 16 marzo al 19 giugno 2020: in questo periodo il governo federale ha potuto decidere tutto ciò che riteneva necessario per arginare la pandemia, senza dover interpellare il parlamento o la popolazione. In questa fase ha emanato circa una ventina di ordinanze di necessità.
Come ha reagito il Consiglio federale a questo potere senza pari? Sono state ascoltate le opinioni di tutti i possibili destinatari delle misure, anche se non ci sono state consultazioni ufficiali? Ed è stato possibile trarne degli insegnamenti per altri cambiamenti di sistema che si renderanno necessari per affrontare altre sfide come i cambiamenti climatici o la congestione della mobilità? In un’analisi pubblicata sulla rivista «Tijdschrift voor Economische en Sociale Geografie», i ricercatori del WSL hanno studiato come si sono svolti i processi decisionali all’interno del governo e della pubblica amministrazione durante la situazione eccezionale.
Dall’analisi è emerso in particolare un aspetto: «La situazione ha dimostrato quanto sono robuste le strutture federalistiche svizzere», spiega Yasmine Willi, autrice principale e ricercatrice post-doc presso il gruppo del WSL Economia e sviluppo regionale. Ad esempio, il Cantone Ticino – che era stato particolarmente colpito dalla COVID-19 – aveva deciso di chiudere i cantieri, andando così molto più in là di ciò che prevedeva l’ordinanza federale. Sebbene in questo modo il Ticino avesse violato il diritto vigente, il Consiglio federale ha lasciato piena libertà al Cantone, legittimando successivamente la sua azione con un adeguamento dell’ordinanza. «I consueti processi federalistici non sono stati interrotti», sottolinea Willi. «Infatti, nonostante il diritto di necessità vigente, in fin dei conti la facoltà di attuare le misure politiche emanate dal Consiglio federale era demandata ai Cantoni.» La solidità del federalismo appare tanto più forte se si considera che i processi democratici sono stati temporaneamente sospesi, con il parlamento eletto che si è autoesautorato rinviando la sessione e le votazioni popolari.
Durante una crisi la situazione cambia rapidamente e le decisioni devono essere prese anche se non si conoscono nel dettaglio le loro conseguenze. Questo obbliga il governo e la pubblica amministrazione a rivedere e adeguare costantemente le proprie decisioni, ad es. sulla base delle conoscenze scientifiche. La pratica politica del costante adeguamento da parte del governo e della pubblica amministrazione in presenza di profondi cambiamenti sociali è detta «transformative governance».
Secondo le autrici e gli autori dell’analisi, il modo in cui è stata gestita la crisi del coronavirus presenta proprio queste caratteristiche tipiche: le decisioni sono state prese nell’incertezza, sono state considerate differenti prospettive e il processo decisionale è stato determinato da un apprendimento basato sulla riflessione e dalla sperimentazione di soluzioni. «In tempi di crisi acuta la politica si affida maggiormente alle conoscenze scientifiche rispetto a ciò che è solita fare in tempi normali», spiega Willi. Durante la crisi del coronavirus, le cifre dei casi positivi snocciolate da virologi ed epidemiologi hanno guidato le ordinanze del Consiglio federale.
Caratteristico è anche l’inasprimento graduale delle misure che hanno paralizzato la vita pubblica. La chiusura delle frontiere, dei negozi e delle scuole è stata una drastica intromissione nei diritti fondamentali della popolazione, mentre nello stesso tempo il governo federale non poteva sapere quali misure avrebbero sortito l’effetto migliore. Per questo motivo ha stabilito una scadenza chiara per ogni singola fase (anche per i successivi allentamenti), che poi è stata prorogata o anticipata a seconda dell'evoluzione.
Yasmine Willi e i suoi colleghi sono particolarmente interessati a ciò che accadrà al termine della crisi del coronavirus: a lungo termine ci saranno cambiamenti per quanto riguarda determinate pratiche dannose per l'ambiente (come ad esempio i viaggi in aereo o l’iperconsumismo) che il coronavirus aveva temporaneamente arginato? Si affermeranno le tendenze sociali verso maggiori incontri digitali e minori consumi? «L’attuale crisi può rappresentare l’opportunità per una svolta sociale sostenibile solo se riusciremo a cambiare a lungo termine il comportamento del consumatore, la produzione di merci e l’utilizzo delle risorse», spiega Willi. Ad esempio, le sovvenzioni che le aziende ricevono a causa della pandemia potrebbero essere legate a determinati criteri per la protezione del clima, oppure lo sgravio finanziario delle famiglie colpite potrebbe attenuare le disuguaglianze sociali.
La crisi del coronavirus ha dimostrato che gli adattamenti sociali possono verificarsi rapidamente, nonostante le gravi incertezze. Le decisioni radicali sono infatti state prese rapidamente e attuate con fermezza, anche se il loro impatto sull’economia e sulla società era incerto. «Sappiamo poco sulla pandemia di coronavirus, ma molto di più sulle crisi ambientali come i cambiamenti climatici o la perdita di biodiversità. Nonostante questo ci comportiamo con meno risolutezza», critica Willi.
Agire in modo risoluto – lo ha reso evidente la crisi del coronavirus – è però più importante che agire in modo «perfetto». Lo stesso vale anche per i cambiamenti climatici. Anche qui si potrebbe ipotizzare un comportamento flessibile e sperimentale. Gli obiettivi climatici a lungo termine, come ad es. il saldo netto delle emissioni pari a zero entro il 2050, potrebbero essere integrati con obiettivi annuali di riduzione. Le misure necessarie verrebbero poi verificate ogni anno e, se necessario, adeguate. In questo modo la crisi climatica potrebbe essere gestita meglio nonostante le incertezze esistenti.