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Come quelle precedenti, Expo.02 ha un percorso difficile alle spalle. Dalla sua concezione all'apertura, tra alti e bassi, l'esposizione nazionale esprime tutte le caratteristiche della Svizzera che cerca sé stessa.
L'identità nazionale va curata e ogni nazione ha la sua ricetta. Ci sono paesi che hanno una monarchia, altri si identificano in una lingua o in una religione. La Svizzera ci prova con l'Expo.
Forse è una sintesi troppo semplice, ma che sembra avere molti sostenitori. È infatti dalla chiusura dell'esposizione di Losanna del 1964 che periodicamente si riparla dell'evento, quasi ogni generazione di svizzeri avesse la necessità implicita di partecipare all'appuntamento specchio della Patria. E finalmente si è arrivati alla sesta esposizione nazionale. Questo malgrado aleggi ancora la questione fondamentale: che senso ha un evento di portata nazionale?
Infatti, se le edizioni precedenti avevano un messaggio concreto da trasmettere al paese dalle diverse realtà sociali, linguistiche e religiose, i cambiamenti radicali vissuti negli ultimi decenni hanno stravolto le sicurezze e gli ideali del passato. Non è un caso dunque che la gestazione dell'edizione del 2002 sia stata più lunga delle altre, provocando un ritardo di oltre un ventennio al consueto ciclo di 25 anni.
Expo, l'idea fissa
Una volta di più, la politica elvetica non si è fatta intimorire e ha osato, anche se trovare l'indirizzo tematico si sia dimostrato un compito particolarmente laborioso. Le mostre campionarie dello sviluppo tecnologico, come le esposizioni dell'Ottocento, non sono più necessarie in un mondo dominato dalla comunicazione globale. I ridotti ideologici e gli appelli all'unità e alla resistenza, offerti dalla "Landi" del '39, non trovano più ragione d'essere in una situazione geopolitica continentale profondamente mutata.
Inoltre le prove autocelebrative del Settecentesimo nel 1991, hanno dimostrato in tutta la loro portata i limiti del richiamo della Patria e le difficoltà dell'evento panelvetico. Noncurante del clima poco favorevole, nel 1994, il Consiglio federale ha lanciato ufficialmente il progetto per un'esposizione nazionale, auspicando una piattaforma aperta, senza moralismi.
Il primo termine era fissato per il 1998, in concomitanza con il 150esimo della Costituzione federale, ma poi ritardi, difficoltà nella gestione, problemi finanziari e ridimensionamenti ne hanno fatto un'"Expo 2001".
I progetti da concretizzare
Al primo appello del governo hanno reagito tre regioni con altrettanti progetti accattivanti, quanto inafferrabilmente generici. Ginevra proponeva un progetto nel segno del cervello. Integrando la comunità scientifica, si auspicava un dibattito su "vita, intelligenza e lavoro". Abbastanza per risvegliare dei sentimenti antiintellettualistici e, inoltre, una seconda edizione consecutiva in riva al Lemano sembrava poco auspicabile.
Il secondo disegno, promosso tra l'altro dall'architetto Mario Botta, prevedeva un'ubiquità espositiva. In riva ai Laghi di Costanza, Lemano e Maggiore avrebbero dovuto sorgere dei centri espositivi incentrati sui "nuovi confini". Implicitamente si integravano lingue, regioni e il ruolo della Svizzera nel mondo. Ma la separazione geografica riproponeva dei dilemmi logistici: una parte dei flop del 1991 si imputava alla frammentazione sul territorio delle manifestazioni.
A spuntarla è stato dunque l'ultimo progetto, presentato da Neuchâtel, in collaborazione con Berna, Friburgo e Vaud. Sulle rive dei grandi laghi dell'altipiano si auspicava la creazione di cosiddette "arteplages" tematiche, un neologismo che accomuna il passato remoto e fantastico delle palafitte, la spiaggia dei laghi e l'arte. Il denominatore comune vincente per la regione ad alta concentrazione di industria orologiera: "Il tempo - la Svizzera in movimento", il futuro ancorato nel passato, assemblato secondo criteri odierni.
Dream Team per "Expo 2001"
La benedizione del progetto da parte della politica è arrivata nel 1996. Con una dote di 130 milioni, il gruppo preparatore è diventato il comitato indipendente di realizzazione. Il piano strategico voleva una realizzazione basata sul contributo dei privati: nella stagione del boom della borsa, si contava sulla generosità delle imprese.
Un comitato dinamico, costituito su nuovi modelli gestionali, con una struttura a rete e una "gerarchia piatta", si è gettato alla ricerca di progetti per dare forma alla vaga idea di base. Alla guida - grande sensazione - due donne: la giovane manager ed ex-campionessa di nuoto basilese Jaqueline Fendt e l'astro nascente dell'arte multimediale, la sangallese Pippilotti Rist, come direttrice artistica.
E il tonfo nel caos
Ma la generosità dell'economia verso il progetto da un miliardo di franchi non ha confermato le attese. Neanche le grandi banche avevano esperienza nella gestione di avvenimenti di tale portata, inoltre non si voleva concedere agli industriali un'azione marketing, ma un mecenatismo schietto. Generosità sì, ma rovinare il lustro al bilancio per una piccola targhetta di ringraziamento...
Pippilotti Rist, abbracciata da un crescente successo a livello internazionale, ha abbandonato presto la barca, lasciando grandiose utopie che trovavano il consenso della stampa e della politica, ma ancora lontane dalla realizzabilità. Contemporaneamente anche il direttore tecnico ha gettato la spugna. Ad un tratto era chiaro: le strutture di Expo non funzionavano, la creatività non aveva più ordine.
Nel 1999, la Fendt stessa viene buttata nel lago, dopo un ulteriore ammutinamento interno e una tempesta di critiche esterne. I conti non tornavano, l'organizzazione democratica non funzionava, si paventava un buco milionario. Una supervisione degli specialisti, guidati da mister Swatch Nicolas Hayek, notificava il pessimo stato di salute, prescrivendo un'energica cura dimagrante.
Dando seguito ai consigli degli esperti, un'altra donna, Nelly Wenger, assumeva il timone; a capo del comitato direttore è arrivato Franz Steinegger, allora ancora presidente del Partito radicale. Con pugno d'acciaio ha cercato di salvare il salvabile. Tagliati 300 milioni al progetto, ristrutturazione, nuova stesura dei contratti con le imprese di costruzione, il termine è rimandato: nasce "Expo.02".
Botte senza fondo
Nell'ottobre del '99 il Parlamento concede un credito straordinario di 250 milioni per supplire alle garanzie bancarie, sparite con l'affidabilità della gestione. All'inizio del 2000, la tempesta sembra calmarsi, l'Expo.02 è ridimensionata, alcuni progetti eliminati e il bilancio è valutato a 1,4 miliardi. Ma Expo.02 ha bisogno di una garanzia supplementare di 338 milioni e le Camere approvano senza batter ciglio.
Ma un anno dopo, le casse sono nuovamente vuote. Le banche concedono 160 milioni e il Parlamento trasforma in credito 300 dei 358 milioni di garanzia. La Confederazione partecipa a questo punto con 718 milioni, tra contributi, crediti e garanzie. Vale a dire la metà del bilancio. Anche il liberale Steinegger ammette l'ingenuità iniziale: un progetto nazionale, senza un serio impegno pubblico, non è realizzabile.
In gennaio 2002 arriva un nuovo appello dei responsabili dell'Expo.02, la botte sembra senza fondo. Il governo propone di accordare altri 120 milioni di prestito e di trasformare anche i restanti 58 milioni di garanzia in prestito. Altrimenti l'assenza di liquidità porterebbe allo stallo dei lavori. Come per Swissair, anche per Expo il termine di "grounding" entra in circolazione. Il nobile progetto a Terra?
Eppure Expo.02 risale la china nelle simpatie popolari. A inizio 2002, sono ben 1,25 milioni i biglietti venduti, malgrado tutto ben 331 sponsor hanno firmato contratti con l'Expo, cantoni e città hanno investito circa 120 milioni. A marzo, due mesi prima dell'apertura ufficiale, con una solida maggioranza, il Parlamento concede altri 120 milioni. L'evento dell'anno può partire.
Daniele Papacella