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Posizione adottata durante l'Assemblea de* delegat* dell'8 dicembre 2018 a San Gallo.
Questa presa di posizione riguarda il concetto di libero scambio e le sue applicazioni politiche. Essa contiene una critica ed una serie di rivendicazioni che rispondono alle principali conseguenze del libero scambio. Non verranno trattati i concetti di movimento dei capitali o della libera circolazione delle persone, anche se concettualmente affini, per focalizzarci sull'aspetto puramente commerciale.
Intendiamo come libero scambio un sistema in cui il commercio tra paesi tende ad essere libero da regolamentazioni finanziarie, dazi doganali e restrizioni commerciali, o che è posto al di fuori delle competenze politiche nazionali. Questa visione è contraria al protezionismo, che invece mira a proteggere le economie nazionali dalla concorrenza straniera mediante l'utilizzo di barriere tariffarie (dazi doganali) o non tariffarie (contingenti di importazione, standard minimi di qualità, ecc.).
Queste politiche si ritrovano negli accordi commerciali internazionali, che regolano le condizioni di vendita, importazione, esportazione ed acquisto di beni e servizi tra i paesi che li sottoscrivono. Dazi doganali, contingenti di importazione e condizioni minime di produzione, intese come standard lavorativi ed ambientali, sono strumenti di controllo del commercio internazionale.
Dal XIX secolo ad oggi: storia del commercio globalizzato
La storia del libero scambio è quindi la storia della politica economica e commerciale internazionale. Questi scambi sono stati a lungo dominati dal mercantilismo, dottrina che mira ad incentivare le esportazioni e a limitare le importazioni, per concentrare maggiore ricchezza monetaria all'interno degli stati. Questa visione prevalse fino alla fine del XVIII secolo, quando i primi teorici del libero mercato (i fisiocrati, Adam Smith, David Ricardo) abbracciarono il desiderio britannico di egemonizzare il mercato grazie alla competitività, istituendo un nuovo sistema commerciale su scala mondiale.
Ma le varie crisi economiche del XIX secolo, così come i conflitti coloniali e le guerre dell'inizio del XIX secolo, hanno riavvicinato alcuni stati al protezionismo.
Dal 1815 al 1914 possiamo distinguere 5 fasi:
- 1815-1846: il libero scambio si sviluppa nel Regno Unito
- 1846-1860: il Regno Unito cerca favorire l'espansione della politica economica liberale in Europa
- 1860-1879: il libero scambio di afferma in Europa
- 1879-1892: parziale ritorno al protezionismo in Europa continentale (es. Bismarck e la realpolitik tedesca)
- 1892-1914: il Regno unito si riavvicina al protezionismo, mentre esso si rinforza nell'Europa continentale
Le conseguenze della Prima guerra mondiale, unite al libero scambio prepotentemente affermatosi, portarono alla crisi del 1929, che causò in molti stati occidentali un ritorno alle politiche protezioniste, nel tentativo di superare la crisi. Questo fenomeno proseguì anche durante la Seconda guerra mondiale.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, divenuti ormai la prima potenza economica globale, adottarono e cercarono di diffondere il libero scambio. Le Nazioni Unite, istituite in quel periodo, posero grande attenzione sulla cooperazione economica internazionale. Su impulso statunitense nacque l'Accordo generale sulle tariffe ed il commercio (GATT). Questo trattato, in particolare, comprendeva:
- la riduzione generale dei dazi doganali
- il divieto di contingenti (sia per le importazioni che per le esportazioni)
- il divieto di sovvenzioni per l'esportazione di prodotti industriali
- l'obbligo di estendere a tutti i paesi firmatari un vantaggio commerciale concesso ad un singolo paese firmatario
- l'obbligo per i paesi di porre uguali regole per aziende e prodotti stranieri rispetto a quelli nazionali
Nel 1994, sulla base di questo trattato e dei suoi negoziati è stata creata l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Da allora il libero scambio si è imposto a livello globale.
Oggi sono in corsi dei negoziati riguardanti nuovi trattati, tra cui i seguenti:
- TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership): il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti è un progetto di Stati Uniti ed Unione Europea mirato a creare la più grande zona di libero scambio della storia
- TISA (Trade in Services Agreement): l'accordo sugli scambi di servizi è ideato per liberalizzare il mercato dei servizi ed impedire agli Stati firmatari di rendere nuovamente pubblici settori già privatizzati anche in futuro. Solo pochi settori verrebbero risparmiati da queste liberalizzazioni.
Gli accordi TTIP e TISA rafforzano ulteriormente il protezionismo dei paesi del nord contro quelli del sud. Questi trattati sono stati avviati dopo il fallimento dei negoziati di Doha dell'OMC, mirati a liberalizzare i mercati agricoli del Sud. Escludendo i cosiddetti "paesi in via di sviluppo" dai negoziati di questi trattati, i loro interessi non sono stati presi in considerazione. Il potere economico e geopolitico occidentale vuole nuovamente costringere questi paesi a conformarsi secondo questi accordi.
Chi si avvantaggia con questo crimine?
L'economia è ovviamente più complessa di una scelta tra protezionismo assoluto o libero scambio, tra i quali gli stati devono scegliere. Questi principi rimangono comunque fondamentali per orientare gli accordi o i trattati durante i negoziati.
È raro che la popolazione sia coinvolta nelle decisioni relative a questi tipi di accordi. Questo accadeva già in passato, ad esempio quando Napoleone III negoziò segretamente con il Regno Unito nel 1860, ma succede ancora oggi, come nel caso dei negoziati ACTA, svolti tra il 2008 e il 2012, o quelli relativi al TISA, svelati da Wikileaks nel 2014. Ciò avviene per un motivo ben preciso: la maggior parte di questi accordi sono sostenuti da grandi istituzioni neoliberali internazionali (FMI, Banca Mondiale, G7, ecc.) che difendono gli interessi dei capitalisti mondiali (finanzieri e multinazionali) e vogliono limitare la capacità degli stati di controllare e regolare il mercato, per permettere una crescita economica capitalista.
Queste politiche di libero scambio possono avere gravi conseguenze per i paesi che le subiscono. Consentire l'importazione massiva di merci in un paese in via di sviluppo che già le produce crea una concorrenza sleale per i produttori locali, ostacolando così lo sviluppo economico.
Analogamente, l'eliminazione di alcune norme ambientali, sanitarie o sociali minime per i prodotti importati, al fine di allinearsi con potenziali partner commerciali, sarebbe un passo indietro e porterebbe ad una corsa al ribasso.
Ma la distruzione del maggior numero possibile di barriere - e quindi della sovranità degli stati in termini di politica economica - serve gli interessi delle élite capitalista mondiale, che può quindi aumentare le proprie quote di mercato in tutto il mondo, a discapito delle varie popolazioni e dello Stato sociale.
Possiamo trarre alcuni insegnamenti dallo sguardo alla storia del libero scambio. Le politiche di libero scambio non possono funzionare ad esempio tra paesi che non hanno un livello di sviluppo simile. Un paese altamente industrializzato, che può esportare molto e a prezzi concorrenziali verso un paese meno industrializzato, sarebbe una minaccia per l'economia nazionale del secondo, non in grado di affrontare questo tipo di concorrenza. Le barriere tariffarie e non tariffarie sono quindi un buon modo per i paesi economicamente meno sviluppati di garantire la saluta dei propri mercati nazionali.
Sembra anche che le lotte interne ai paesi tra protezionisti e fautori del livero scambio siano essenzialmente conflitti interni alla classe capitalista. In Inghilterra, tra il 1815 e il 1846, furono i grandi industriali a sostenere il libero scambio, mentre l'aristocrazia terriera voleva utilizzare i dazi doganali per garantirsi delle entrate stabili. In questo momento, la classe capitalista mondiale sostiene il libero scambio per estendere i suoi guadagni a livello globale, per evitare intralci nei casi in cui paesi meno sviluppati necessiterebbero la protezione della propria economia nazionale. Tuttavia, il conflitto tra protezionismo e libero scambio nei paesi industrializzati, non è per noi rilevante in quanto tale. Il protezionismo, quando la sua considerazione sociale ed ambientale è nulla, favorisce il capitale nazionale; mentre il libero scambio favorisce il capitale internazionale. In entrambi i casi, i perdenti sono gli stessi: i lavoratori.
Va anche sottolineato che queste politiche di libero scambio hanno gravi conseguenze a livello globale. La mancanza di standard sociali ed ambientali per i prodotti importati permette alle multinazionali di produrre in paesi che non garantiscono i diritti umani, in condizioni di lavoro miserabili, per veder accrescere i loro profitti senza mostrare alcun rispetto per i lavoratori.
Una visione da cambiare
L'assenza pura e semplice di regole in materia di scambi economici ha quindi una conseguenza tangibile: permette ai più potenti di imporre la loro visione in tutto il mondo. La possibilità per le multinazionali di citare in giudizio gli stati rei di aver ostacolato il libero mercato è uno degli esempi concreti. Questo tipo di strategie è in aumento, e spesso le aziende finiscono per vincere, siccome il funzionamento dei tribunali competenti in materia è completamente antidemocratico e dimostra una dittatura delle multinazionali sugli stati ed i lavoratori. Per esempio, le procedure non sono trasparenti, i giudici sono scelti in modo arbitrario e lo stato è obbligato a pagare i procedimenti giudiziari.
Come già detto, è importante abbandonare il contrasto tra libero scambio e protezionismo presentato come due vie assolute tra le quali scegliere.
Il commercio internazionale non è di per sé un male: è nel nostro interesse importare alcuni beni e materie prime e commerciare con il resto del mondo.
La protezione di alcuni mercati interni, come quelli relativi ai servizi pubblici (energia, trasporti, acqua potabile, ecc.) o all'agricoltura deve comunque essere efficace contro gli attori economici esterni. Gli stati non dovrebbero essere soggetti ai dettami dei potenti, che imporrebbero loro una perdita di sovranità e competenze. È necessario tenere maggiormente conto delle condizioni economiche, sociali e politiche dei paesi con cui si stipulano gli accordi. Non ha senso consentire l'importazione di merci prodotte in violazione dei diritti umani o dei minimi requisiti ecologici. Analogamente, non dovrebbe essere concepibile consentire esportazioni incontrollate verso i paesi in via di sviluppo, che minaccerebbero la sopravvivenza della produzione locale necessaria per lo sviluppo economico.
Le barriere tariffarie e non tariffarie possono essere utilizzate per promuovere modelli sociali più avanzati, nonché per proteggere gli interessi dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Ciò comporterebbe la definizione di criteri per i prodotti importati (ad esempio il rispetto delle norme dell'Organizzazione internazionale del lavoro, dell'OIL o di altre organizzazioni internazionali come l'Alleanza per un mandato commerciale alternativo), al fine di stabilire delle tasse che, una volta riscosse, non verrebbero immesse nel circuito economico del paese importatore, ma trasferite al paese di partenza (per scopi sociali o ambientali, con condizioni rigorose) o a organizzazioni internazionali di cooperazione allo sviluppo. Questo "protezionismo altruistico" permetterebbe di utilizzare le dogane come strumento di garanzia per gli standard sociali ad ambientali.
Se risulta evidente che gli stati debbano poter commerciare tra loro in tutto il mondo, è altrettanto evidente che questo commercio deve essere disciplinato da criteri rigorosi in materia di ambiente, interessi dei lavoratori e norme sociali. Il commercio tra paesi può funzionare solo se è basato sulla solidarietà e se le sue condizioni sono il risultato di decisione prese democraticamente dai lavoratori. Per garantire questo, sono assolutamente necessarie coalizioni transnazionali di paesi socialisti.
La Gioventù socialista svizzera avanza le seguenti rivendicazioni: A breve termine
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No ai trattati contrari ai diritti umani
La Svizzera deve smettere di negoziare trattati con stati che non rispettano i diritti umani. In questo senso, studi preliminari oggettivi dovrebbero essere condotti negli stati che potrebbero violare i diritti umani. Allo stesso modo, le imprese con sede in Svizzera che violano i diritti umani in altri paesi, devono essere ritenute responsabili e sanzionate, come richiesto dall'iniziativa per le multinazionali responsabili.
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Cartellino rosso in caso di violazioni dei diritti umani
Nel caso si riscontrino gravi violazioni dei diritti umani nelle aziende (schiavitù, lavoro minorile, ecc.), le importazioni da questi paesi devono essere proibite.
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Ostacoli per impedire il dumping internazionale
La Svizzera deve ideare delle barriere tariffarie e non tariffarie per impedire alle aziende di beneficiare di scambi che permetterebbero loro di realizzare profitti a spese dei lavoratori o della natura. Queste barriere dovrebbero tenere conto dell'importo risparmiato dalle imprese rispetto a quello che avrebbero dovuto pagare rispettando gli standard svizzeri. Anche i costi ambientali devono essere presi in considerazione, e gli aumenti dei prezzi devono essere accompagnati da un aumento della qualità di vita.
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Più trasparenza durante i negoziati
Non è ammissibile che durante i negoziati in materia di politica economica della Svizzera i cittadini non siano informati in modo trasparente.
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Le decisioni devono essere prese democraticamente
Alcuni standard internazionali come i diritti umani devono essere principi assoluti ed inattaccabili. Ma le condizioni di importazione, la definizione di standard ambientali ed il loro rispetto negli accordi di libero scambio devono tenere conto dell'opinione pubblica ed essere soggetti a referendum.
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Diritto di prelazione dei lavoratori
Nel caso, ovviamente non auspicato, in cui un'impresa decida di trasferirsi per produrre altrove a prezzi più bassi, i lavoratori dell'azienda in questione devono avere la precedenza nell'acquisizione del luogo e dei mezzi di produzione, con un tasso preferenziale proposto dallo stato.
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I servizi pubblici come beni comuni
Dobbiamo respingere qualsiasi trattato che punti a ridurre i poteri statali in qualsiasi settore, ad esempio attraverso le privatizzazioni. Solo un servizio pubblico forte ed esteso può difendere gli interessi della popolazione.
A medio e lungo termine
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Per un protezionismo altruistico
I profitti realizzati dai paesi ricchi attraverso le barriere tariffarie devono essere utilizzati per promuovere migliori modelli sociali e aiuti internazionali allo sviluppo per gli altri paesi. Il commercio da solo non basta, deve essere diretto e controllato!
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Per la sovranità alimentare
Gli stati devono essere in gradi di definire le proprie politiche agricole, per garantire un'agricoltura locale rispettosa dell'ambiente. Gli agricoltori devono avere accesso privilegiato ai mercati locali, e deve cessare l'assurdità dell'importazioni di prodotti alimentari provenienti da decine migliaia di chilometri di distanza.
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No alla concorrenza distruttiva - garantire l'accesso al mercato locale per i produttori locali
Dobbiamo fermare le esportazioni che potrebbero causare una concorrenza sleale con la produzione locale di altri paesi. Tali pratiche impediscono lo sviluppo e sono assurde dal punto di vista della cooperazione internazionale. È necessario avvicinare il più possibile i luoghi di produzione ed i luoghi di consumo.
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Lotta per un socialismo transnazionale
Per la Gioventù Socialista svizzera è chiaro che il commercio internazionale può essere equo ed ecologico solo se gli stati che lo praticano sono governati in modo socialista e democratico. Un passo importante in questa direzione sarebbe un transnazionalismo nel quale i paesi socialisti si riuniscono in coalizioni per difendere insieme il principio del commercio equo, ecologico e sociale.