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Per l’uomo vigeva il divieto di entrare nel nostro Paese. La Corte ha optato per l’espulsione immediata senza pena detentiva.
Si è svolto quest’oggi, mercoledì, alle Assise correzionali di Mendrisio (in Lugano) il processo a un cittadino bosniaco e kosovaro di 44 anni accusato di aver violato il divieto di rientrare in Svizzera, dopo che era stato espulso dal Tribunale correzionale di Ginevra nel 2019 per furti di vario genere.
L’uomo era, infatti, già stato condannato il 10 settembre 2019 dal Tribunale correzionale di Ginevra all’espulsione dal nostro Paese per un periodo di dieci anni, a partire dall’8 marzo scorso, e a una pena detentiva di oltre tre anni, parzialmente scontata. Tra i vari crimini compiuti dall’imputato si annoverano una quindicina di furti, con scasso e violazione di domicilio, ai danni di diversi esercizi pubblici. L’11 gennaio di quest’anno, però, è stato colto a violare tale divieto al valico di Chiasso-Brogeda. Da allora si trova in stato di carcerazione, preventiva la prima settimana, e in seguito di sicurezza.
Secondo quanto dichiarato dall’imputato, egli lavorerebbe come operaio in un’officina e come rivenditore di auto usate insieme a suo fratello. Per motivi lavorativi l’uomo si è spesso trovato a doversi recare in Francia per acquistare auto e pezzi di ricambio da rivendere nel suo Paese. Viaggi che effettuava solitamente in autobus, a un prezzo per lui non indifferente. Sempre stando alle sue dichiarazioni, per risparmiare sui costi di trasporto avrebbe chiesto di dividere le spese con un cognato residente a Neuchâtel, che in quel momento si trovava nello stesso paese in Kosovo. Per vergogna, non avrebbe informato il cognato del suo divieto di entrare in Svizzera.
Colto sul fatto, il 44enne si è immediatamente dichiarato colpevole. Pur ammettendo di essere al corrente del divieto di entrare in Svizzera, l’imputato ha però dichiarato di non sapere che il divieto si estendesse anche al semplice transito. «Mi dispiace molto e mi vergogno per quello che ho fatto – ha dichiarato davanti alla Corte, aiutato da una traduttrice –, ma non avevo alcuna intenzione di fermarmi in Svizzera».
«Al mio paese in Kosovo ho un lavoro, una moglie e due figlie. Prego la Corte di concedermi una pena leggera, per poter tornare al più presto da loro».
Secondo la procuratrice pubblica Valentina Tuoni, la violazione del bando non andrebbe presa alla leggera. Secondo Tuoni una pena pecuniaria non fungerebbe da deterrente, al contrario della detenzione. L’accusa ha pertanto richiesto una pena detentiva di sette mesi.
Decisamente più mite la richiesta della difesa, rappresentata d’ufficio da Barbara Pezzati, che ha chiesto la scarcerazione immediata e una pena pecuniaria sospesa (le possibilità economiche dell’uomo non gli permetterebbero comunque di far fronte alla spesa). «Anche se l’ignoranza dell’imputato non lo giustifica, bisogna tenere conto della sua situazione».
Il giudice Villa ha fatto riferimento a diverse sentenze emesse in passato in casi simili. Nonostante in molti casi sia stata pronunciata una pena detentiva, di mezzo vi era un soggiorno illegale in Svizzera. In questo caso, la Corte ha ritenuto che l’imputato non avesse intenzione di soggiornare nel Paese e, dal momento che non ha nemmeno tentato di entrare da un valico notturno, che non avesse intenzione di compiere alcuna azione illegale.
Il 44enne è stato quindi condannato a 30 giorni di detenzione, di cui 29 già scontati. Domani l’uomo sarà dunque scarcerato e mandato a Ginevra, dove verrà posto in stato di carcerazione amministrativa in attesa dell’espulsione.