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Per Stanislav Horansky, l'avventura che sta vivendo con l'Ambrì Piotta ha il sapore del doppio ritorno. In Ticino, dove, sponda Lugano, aveva giocato nelle categorie giovanili («Ma bene o male in Ticino ci ero comunque già venuto anche dopo, soprattutto in estate, visto che mia madre, pur essendo slovacca vive qui», s'affretta a precisare l'attaccante 26enne), e nel massimo campionato, ribalta che già aveva calcato con la maglia del Bienne, sporadicamente nei campionati 2014/2015 e 2015/16 (facendo la spola con Porrentruy per dare man forte all'Ajoie), e più stabilmente in quello successivo. Poi aveva militato in Swiss League, con l'Olten, fino al termine della passata stagione. Prima cioè di imboccare la strada che porta alla Valascia, dove si è ritagliato un ruolo di primo piano sullo scacchiere di coach Luca Cereda.
Quella che porta il numero 91 dei biancoblù in Leventina è insomma una strada piuttosto tortuosa: «Sono nato a Zilina, città della Slovacchia, dove sono rimasto fino all'età di 11-12 anni. Poi sono arrivato in Ticino, a Lugano, dove ho giocato nella categoria Moskito e un anno nei Mini. Dopodiché sono tornato alla mia città natale, dove ho proseguito la mia trafila nel settore giovanile, finché non sono stato prelevato dal Bienne». E che differenze ci sono tra il tipo di gioco praticato in Slovacchia e quello in Svizzera? «Là l'accento viene messo in particolare sulla tecnica, mentre in Svizzera anche il pattinaggio riveste un ruolo molto importante. Eppoi c'è l'aspetto mentale, dove soprattutto a livello giovanile ho riscontrato una netta differenza: qui si spinge al massimo in ogni settore della pista, cosa che, invece, in Slovacchia non sempre capitava. Tendenzialmente lì si spingeva a fondo solo davanti alla porta avversaria, trascurando un po' l'intensità nelle altre porzioni di ghiaccio. In Slovacchia, almeno a livello giovanile, tutti vogliono segnare, e prestano poca attenzione al gioco di copertura».
Sebbene la realtà della National League l'abbia già toccata con mano, farci ritorno tre anni dopo aver giocato nel campionato cadetto - e per giunta per ricoprire un ruolo tutt'altro che marginale sullo scacchiere - non è evidente. Ciononostante per te le cose stanno andando piuttosto bene... «Sì, sono contento di come mi sono ambientato: piano piano sto trovando il giusto ritmo. Spero col tempo di rimpolpare ulteriormente il mio bottino personale (una rete e tre assist nelle partite di campionato sinora disputate, ndr)». Quali sono le differenze sostanziali che hai notato con la Swiss League? «Qui c'è molto più contrasto fisico. I duelli sono più intensi, e sull'arco di una partita sono molte meno le occasioni per segnare che ti capitano. Ecco perché è indispensabile cercare di sfruttarne il maggior numero possibile. Non da ultimo, hai decisamente molto meno tempo per decidere che fare con il disco quando te lo trovi sulla pala del bastone».
Domani, in calendario c'è il derby numero 236 della storia (il 207esimo in Lna). Che sarà anche il secondo da 'grande' di Stanislav Horansky (aveva saltato il secondo appuntamento), dopo averne già giocati diversi da piccolo: «Ma di quelli ho solo un lontano ricordo, anche se rammento che non erano mai partite come le altre. Quando ero a Lugano ne avevo visti diversi da spettatore, ma viverli da giocatore è tutta un'altra cosa. Il fatto che non ne abbia ancora potuto giocare uno in uno stadio gremito in ogni ordine di posto un po' mi manca, ma anche così l'emozione di questo genere di partite è grande. Già con uno stadio pieno solo per la sua metà, come in occasione del primo derby di questa stagione, l'ambiente che c'era era incredibile... Per ora posso solo immaginare a cosa si potrebbe provare in pista in condizioni normali. Vincerlo sarebbe indubbiamente un bel regalo di Natale, per noi e per i nostri tifosi».