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Alain de Botton è tornato in Svizzera, suo paese natale, per ritirare il premio europeo di saggistica “Charles Veillon” 2003, conferito al libro “L’arte del viaggio”.
Un’occasione per parlare con il giovane filosofo del suo successo e del ruolo della Svizzera nel mondo.
Nato a Zurigo, Alain de Botton vive oggi a Londra. “The Art of Travel” (L’arte del viaggio, 2002), il suo settimo libro, ha già venduto 400'000 copie. Tra le altre sue opere da ricordare “La consolazione della filosofia”, un approccio divulgativo al pensiero di alcuni autori classici della filosofia occidentale.
Per il prossimo anno è prevista l’uscita di “Status Anxiety”, un libro dedicato all’ansietà provocato dai giudizi degli altri. Un autore estremamente produttivo, Alain de Botton, che trova tuttavia il tempo di seguire gli avvenimenti politici del suo paese natale, la Svizzera.
swissinfo: È rimasto sorpreso del successo di “The Art of Travel”?
Alain de Botton: Sì, perché non ci si aspetta mai il successo. Naturalmente ci si spera sempre, ma ci si prepara al peggio. Pensavo che questo libro sarebbe stato un insuccesso perché descrive un aspetto della vita che non è necessariamente considerato serio o importante.
Inoltre si tratta di un saggio, ricco di digressioni, meditativo e malinconico. Sono perciò rimasto molto sorpreso che una preoccupazione che ritenevo molto personale sia entrata in sintonia con le aspettative di molte persone.
All’inizio del 2003 lei è stato accolto dal Forum economico mondiale nella lista delle 100 persone più influenti del mondo. Come ci si sente in questa posizione?
Durante l’infanzia si ha l’impressione che le persone che occupano le alte sfere della società sappiano quello che fanno e che abbiano delle buone ragioni per farlo.
Ma quando s’invecchia ci si rende conto che ciò non è del tutto vero e che le proprie idee sull’andamento del mondo non sono peggiori di quelle di un qualche capitano d’industria. Ciò non equivale a dire “sono un genio”. Ma permette di rendersi conto che nessuno è veramente in grado di prevedere l’evoluzione delle cose.
C’è una componente liberatoria in questa constatazione, perché apre le porte al dialogo. Il solo fatto che una persona sia potente non significa che non ci sia spazio per il cambiamento. La società appare più flessibile.
Il mondo politico svizzero ha vissuto un anno di grandi mutamenti. Segue da vicino gli avvenimenti del suo paese d’origine?
Sono un po’ turbato dagli sviluppi del paese, come credo lo siano molti svizzeri.
Se si osservano le cose con una certa distanza, si comprende che la Svizzera deve adattarsi alle pressioni che derivano dall’integrazione europea, dalla globalizzazione, e così via.
Il paese ha una storia segnata da un’enorme fierezza e volontà d’indipendenza. Alla sua base c’è il bel progetto di cercare il bene evitando il male. Ma questa ricerca può dare origine a volte a risposte sconcertanti.
La prima reazione è ovviamente quella di alzare le barriere, di restare al di fuori delle organizzazioni internazionali. Ma come molti svizzeri, credo che non si tratti dell’atteggiamento giusto. Anche se capisco le ragioni di chi la pensa diversamente.
Ritengo che la forza della Svizzera sia sempre dipesa dal suo sguardo globale, dalla sua volontà di essere aperta sul mondo. Molti svizzeri danno il meglio di sé quando agiscono sul piano internazionale.
A mio avviso, la Svizzera soffre della tendenza a ritenersi un’isola. È un peccato che questa insularità sia spesso associata alla grandezza della Svizzera. Non credo sia mai stato il caso.
Mercoledì scorso l’Unione democratica di centro (destra radicale) ha ottenuto un secondo seggio nel governo del paese. Come ha reagito alla notizia?
È innegabile che l’elezione di Christoph Blocher non sia ben vista all’estero. Il paragone con il caso Haider in Austria è a portata di mano. Tuttavia non credo che la vittoria di Blocher costituisca un vero problema e questo per due ragioni.
Prima di tutto perché gli aspetti più estremisti della sua politica non sopravviveranno al suo ingresso in governo. In secondo luogo perché un uomo solo non può opporsi al processo di integrazione europeo.
Il lato positivo dell’eleggere in governo persone che incutono un po’ di paura sta nel fatto che queste persone sono costrette a spostarsi verso il centro e a mettere alla prova le loro idee.
La miglior cosa che si può fare quando un partito sta fuori dal coro e continua a criticare il sistema è integrarlo ed educarlo alla complessità dei problemi.
Tra 10 anni si guarderà alla vittoria di Blocher come ad un ultimo tentativo di bloccare uno sviluppo inevitabile per la Svizzera e, spero, come al preludio di una rinascita della Svizzera, basata non sulle porte chiuse, ma sulle porte spalancate.
Guarderebbe con favore ad una Svizzera più attiva sul piano internazionale, come quella che si è vista a Ginevra nel contesto dell’iniziativa di pace per il Medio Oriente?
È esattamente il genere di azioni che la Svizzera è chiamata a compiere. Penso che il ruolo dei piccoli paesi ricchi, la cui popolazione ha raggiunto un alto grado di formazione, sia quello di mettere la propria materia grigia e il proprio talento diplomatico al servizio di obiettivi di questo tipo. In ogni caso il sostegno dato dalla Svizzera al piano di pace mi ha molto rallegrato.
Intervista a cura di Vanessa Mock, swissinfo
(traduzione: Andrea Tognina)
In breve
Lo scrittore e saggista Alain de Botton ha ricevuto per il libro "L'arte di viaggiare" il premio europeo Charles Veillon per la saggistica. Il premio, dotato di 30'000 franchi svizzeri, è stato consegnato il 13 dicembre a Losanna.
Il premio Charles Veillon, fondato nel 1975, viene attribuito per la 29esima volta. L'anno scorso è andato allo studioso della letteratura Peter von Matt.
De Botton è nato nel 1969 a Zurigo e ha frequentato scuole e università in Inghilterra, dove vive tuttora. H apubblicato finora sette libri, tra saggi e romanzi. Fra i più noti "La consolazione della filosofia" e "Come Proust può cambiarvi la vita".