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di Luigi Pagani, detto ul matiröö
C’era una volta un castello in un anonimo paesello. Era un bel castello, dai tratti molto moderni per l’epoca, ben frequentato da un via vai di mercanti. Un brutto giorno, quel bel castello, crollò. Tutta la corte ne fu addolorata.
I ricordi volavano alla fastosa cerimonia inaugurale, dove regnanti e cortigiani si baciavano e abbracciavano entusiasti, complimentandosi l’un l’altro per il ruolo avuto nell’edificazione del magico castello.
La più splendente di tutte era lei, la madrina, piccola di statura ma capace di amaliare i suoi cortigiani con incantevoli favole. La sua dolce narrazione aveva il potere di farle apparire vere a chi le ascoltava. Al suo fianco, il figlio prediletto, con quel visino di bambino smarrito, induceva fiducia nella plebe, malgrado, va detto, non fosse un gran narratore, poiché sovente ripeteva a memoria frasi fatte e vacue prive di senso. A lui l’adorata regina aveva regalato il voluminoso castello, affinché potesse farsi vanto coi suoi sudditti, gli abitanti della parcella di feudo a lui concesso, in attesa del grande balzo nella nobiltà del regno.
Tra i presenti alla fastosa festa, vi era anche il discreto Adelio, il servitore personale della Regina, che vegliava nell’ombra. Era riuscito a costruirsi una notevole fortuna grazie alle prebende incassate dai servigi resi ai regnanti e ai loro amici. L’ingegnoso Adelio aveva costruito un complesso quanto efficace sistema volto a derubare gli altri regni a profitto dei mercanti di passagio, amici personali della Regina. I mercanti a loro volta, come si usa fare tra gentiluomini, ringraziavano la Regina con doni preziosi, dispensando nei loro commerci incarichi ufficiali ad amici e parenti reali.
Qualche rivolo di tanta grazia andava a compensare l’intera corte, gentilmente servizievole verso gli amici della Regina. Cortigiani, notai, giullari di corte, dazieri, guardie e banditori (tra i quali spiccava tale Fabietto), si davano un gran da fare per esaudire ogni tipo di richiesta, suggerita dal fedele Adelio, affinché i mercanti potessero trarre il massimo profitto dall’ospitalità della Regina.
I mercanti, astutamente generosi, ricambiavano le cortesie distribuendo ai gentili quanto affabili cortigiani mancette dell’enorme fortuna impropriamente accumulata. Figuratevi che persino alla plebe regalarono un parco giochi dove poter far divertire la propria prole.
Quando il castello crollò, voci popolari di dubbia fede, attribuirono la disgrazia all’opera di nemici stranieri, particolarmente furenti con gli avidi mercanti per esser sfuggiti ai loro doveri nelle rispettive patrie di provenienza.
Con l’immancabile prontezza di spirito con cui era nota in tutto il regno, la Regina subito sdrammatizzò: “Suvvia, il castello è un’opera effimera per sua natura!”. Tutti i cortigiani, plaudenti, condivisero il pensiero maestoso, rapidamente diffuso dai battitori di corte abilmente diretti dal Fabietto, mentre la stordita plebe guardava perplessa quel cumulo di macerie.
Ps: ogni riferimento a persone e luoghi realmente esisti in Ticino è assolutamente casuale. Perché da noi, certe cose non succedono…
Ps2: Un affezionato lettore ci rende attenti che il noto rampollo di cui avevamo narrato tempo addietro le sue gesta, Davide Enderlin junior, è stato assolto in appello dalla corte milanese. Buon per lui che la giustizia italiana sia già arrivata al secondo grado di un caso complesso. In Svizzera, a sette anni di distanza dal fallimento della Pramac per cui Enderlin è indagato, l’inchiesta è ancora aperta. I tempi lunghi non rendono giustizia ne alle vittime ne agli indagati.