Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01036.jsonl.gz/611

I baroni dei media, proprietari di aziende mediatiche che utilizzano i loro organi di informazione per esercitare pressioni politiche ed economiche sono diventati più influenti in molti paesi dell’Europa Centrale e Orientale. I recenti accordi negli Usa e in Germania potrebbero indicare come il fenomeno possa diffondersi anche verso Ovest.
È un momento di turbolenza per il mercato dei media. All’orizzonte, non si vedono ancora modelli di business che sappiano rendere il giornalismo nuovamente profittevole. Se una società che si occupa di media non produce più guadagni in modo sistematico, chiunque ne possieda una deve trovare un’altra buona ragione per investire in essa. Non c’è pertanto da stupirsi se, in circostanze così instabili, i baroni dei media possano ricomparire in molti paesi.
Il ricercatore canadese David Taras ha definito la figura di “barone dei media” come “un potente proprietario di media che vede se stesso […] in parte come un uomo di affari, in parte come un giornalista e in parte come un uomo politico. L’influenza dei baroni dei media non deriva tanto dalla pressione commerciale che essi esercitano sui notiziari, quanto dall’estensione a cui portano lo scontro in qualità di imprenditori giornalistici e personalità politiche. Essi hanno acquistato giornali e possiedono stazioni tv proprio a causa della loro ardente militanza politica”.
Il fenomeno dei baroni dei media deve essere analizzato in connessione al problema delle concentrazioni di proprietà nel medesimo settore. Quando i profitti delle società controllate da famiglie o singoli proprietari incominciano a calare, infatti, i titolari possono ovviamente essere tentati di vendere. In questo scenario, i proprietari di gruppi rivali, più potenti o in migliori condizioni economiche, possono volgere la situazione a loro vantaggio, sia politicamente che economicamente.
Tendenze americane:
Anche negli Usa è stata osservata di recente la ricomparsa dei baroni dei media. Già molto prima che Jeff Bezos comprasse il Washington Post e il miliardario John Henry acquisisse il Boston Globe, David Carr ne illustrava numerosi esempi sul New York Times. Secondo Carr, il fenomeno sarebbe profondamente connesso alla crisi dell’industria giornalistica americana, che ha dimezzato le sue dimensioni negli ultimi sette anni: “Se la maggior parte dei giornali sono oggetti antieconomici incapaci di produrre profitti, chi può essere interessato a possederli?”, si è domandato l’opinionista del New York Times. La sua risposta è chiara: “Gente ricca”. Ma Carr è ancora più specifico nel delineare questi profili: “Non semplicemente figure facoltose, ma il tipo di persone che tempo addietro si teneva lontano dalle noiose necessità economiche della vita. Certo, ci sono altri hobby costosi, ma quante auto d’epoca o panorami del 19esimo secolo si possono possedere?”.David Carr prevede che alcuni di questi nuovi proprietari potranno utilizzare le loro “collezioni” per scopi politici o per favorire i loro altri interessi economici.
La situazione in Europa è molto più complicata perché le origini e l’aspetto dei baroni dei media sono più eterogenei che negli Usa. In alcuni paesi come Italia, Francia e Regno Unito, i ”vecchi” baroni dei media hanno fatto parte del panorama mediatico per decenni. Tycoon come Rupert Murdoch, ad esempio, hanno utilizzato la visibilità delle loro imprese per sostenere partiti politici, altri, come Silvio Berlusconi, hanno abusato degli organi di informazione da loro posseduti per insediarsi in posizioni politiche preminenti. Prima della loro morte, Jésus de Polanco in Spagna, Hans Dichand in Austria e decenni prima Axel Springer e Rudolf Augstein in Germania o Alfred Harmsworth (Lord Northcliffe) e Robert Maxwell nel Regno Unito furono tipici baroni dei media e coltivarono l’esercizio del potere in forma più discreta, ma anche occasionalmente mostrando i muscoli.
Al confronto con questi esempi, il fenomeno nell’Europa dell’Est è piuttosto recente. Ma in quella zona i baroni dei media sono diventati talmente numerosi e potenti che il concetto stesso di “barone dei media”, oggi, tende a essere associato principalmente proprio alle nazioni post-comuniste. In quei paesi, i baroni dei media divennero attori politici influenti nei primi anni ’90, anche immediatamente dopo la decadenza dell’impero sovietico.
A parte la Russia, dove alcune personalità di spicco hanno perso il potere nello scontro con il regime di Vladimir Putin, i baroni dei media sono diventati potenti anche in paesi balcanici come Serbia e Albania, o in Romania e Bulgaria. Qui il loro potere ha spesso avuto inizio nella fase iniziale di trasformazione democratica. Altri tycoon locali, invece, sono entrati in scena dopo l’uscita dal mercato di investitori occidentali come Mecom in Polonia e il gruppo Waz in Serbia.
Visibili e invisibili:
In Europa, i baroni dei media possono essere classificati in tre diversi gruppi: baroni dei media “nascosti”, di “alto profilo”, e “potenziali”. I principali esempi di baroni dei media “nascosti” provengono dai Balcani occidentali. In questo contesto è spesso impossibile identificare il vero proprietario di un gruppo mediatico, che potrebbe nascondersi dietro lo schermo di società costituite all’estero. Un recente documento prodotto dall’ente serbo anticorruzione (Serbian Anti-Corruption Council) mostra che sui 30 media più importanti nel paese, i proprietari effettivi di 18 di questi sono sconosciuti. Per citare un esempio: Zeljko Mitrovic possiede TV Pink e una quota pari al 4.95% di TV Avala. “In aggiunta”, spiega il ricercatore serbo Veselin Kljajic (Università di Belgrado), “è noto che la società austriaca Greenberg Invest è collegata a Mitrovic in modo molto stretto e possiede il 48% delle quote di TV Avala. Di conseguenza, si sospetta apertamente che l’emittente sia controllata da Mitrovic con la maggioranza assoluta”.
In Albania la proprietà dei media è leggermente più trasparente ma è comunque di dominio pubblico la convinzione che “i proprietari legali non siano i veri proprietari”, spiega Artan Fuga, professore di comunicazione all’Università di Tirana. “Il numero complessivo di giornali e di televisioni è molto grande in confronto alla popolazione, ma il mercato pubblicitario è ancora piuttosto piccolo. Questo rende difficile avviare un business nel settore dei media”. I proprietari usano i media e il loro potere “per esercitare pressioni e ottenere favori”, dice invece Remzi Lani, direttore dell’Istituto dei Media Albanese (Albanian Media Institute).
Al contrario, in paesi come la Romania – così come in Repubblica Ceca e in Ucraina – i baroni dei media di “alto profilo” sono potenti e visibili. La proprietà dei media è fortemente concentrata, ma trasparente. La Romania può essere definita efficacemente come “l’Italia dell’Est”. Un numero significativo di persone e di famiglie collocate nell’elenco dei romeni più ricchi possiede infatti importanti concentrazioni di media, anche se non è questo il business principale delle loro attività. Fra questi, vanno citati Dinu Patriciu e Dan Voiculescu. Patriciu è l’unico romeno ad apparire nella lista degli uomini più ricchi compilata da Forbes, ed è stato membro del parlamento per il partito liberaldemocratico, e possiede la Adevarul-Holding, cui fanno capo diverse testate cartacee e l’emittente televisiva Adevarul Tv.
Voiculescu si trova invece al secondo posto nell’elenco delle persone più influenti in Romania ed è membro fondatore del partito conservatore locale. Benché al momento siano le sue figlie Corina e Camelia a controllare l’Intact Media Group con i suoi cinque canali tv, quattro giornali, nonché periodici e altre testate, “le sue redazioni rimangono strettamente collegate alle ambizioni politiche di Voiculescu”, afferma Alina Vasiliu, docente di giornalismo alla Andrei Saguna University di Costanza.
Nella Repubblica Ceca, Jaromir Soukup, proprietario di Empresa Media e dell’agenzia Médea, si definisce il “Berlusconi ceco”. Soukup ha sostenuto i verdi, i socialdemocratici, e più recentemente il primo ministro uscente Jan Fischer nella corsa alle elezioni presidenziali del 2013. Un altro uomo d’affari che mescola politica, affari e media è il 58enne Andrej Babiš, che guadagna milioni con la sua società agrochimica Agrofert. La sua attuale espansione verso il mercato dei media si basa sul lancio, avvenuto nel 2012, di un’ampia rete regionale di riviste settimanali indipendenti chiamata 5+2.
In Ucraina, il processo di liberalizzazione economica si è sviluppato mano nella mano con la corruzione crescente e con l’emergere di gruppi finanziari e industriali definiti “clan”. Essi hanno creato enormi imperi economici durante l’ambigua privatizzazione degli anni ’90, sempre in stretta connessione con la classe dirigente politica. Questi gruppi sono fortemente attratti dal possesso dei media e i più ricchi oligarchi ucraini, come Rinat Akhmetov o Victor Pinchuk, sono anche i maggiori proprietari di media, e mantengono forti legami verso i politici locali.
La situazione in Europa occidentale:
Contrariamente alla leggenda che identifica i baroni dei media con gli oligarchi orientali, i cosiddetti baroni dei media di “alto profilo” hanno sempre operato con successo anche in Europa occidentale. In Italia Silvio Berlusconi è da decenni il più potente di tutti costoro. Oltre al controllo dei tre maggiori canali tv privati, Berlusconi possiede anche la maggioranza di Mondadori, la più grande casa editrice di libri e periodici italiana, mentre suo fratello Paolo possiede uno dei cinque maggiori quotidiani nazionali, Il Giornale. Anche il suo principale concorrente Carlo De Benedetti, così come gli imperi commerciali appartenenti ad altre famiglie, hanno sempre posseduto giornali non a scopo di profitto, ma per il loro ritorno in forma di influenza politica. In Italia questo fenomeno viene definito “editoria impura” (cioè il business impuro dell’editoria).
In Francia Martin Bouygues, proprietario della quinta società europea di costruzioni, detiene il 44% di TF1, la maggiore emittente tv francese. Bouygues è stato testimone di nozze del presidente francese Nicolas Sarkozy e della sua prima moglie Cécilia, nonché padrino del loro figlio Louis. Serge Dassault, fornitore di jet da combattimento per l’esercito francese e senatore del partito di destra Ump (Unione per un movimento popolare), è invece ritenuto il nuovo tycoon dominante nel mercato dei media francesi. Dassault possiede infatti il gruppo Figaro che pubblica il maggiore quotidiano nazionale Le Figaro e il principale settimanale televisivo francese TV Magazine.
Nel Regno Unito il magnate più visibile è senza dubbio Rupert Murdoch, che possiede il Times (400.000 copie di tiratura quotidiana) e il Sun (2,6 milioni di copie quotidiane) e la maggioranza di BskyB e Sky News. Il suo utilizzo dei media per influenzare la politica è stato spesso affermato ma difficile da provare. Recentemente l’inchiesta Leveson, che indagava sullo scandalo delle telefonate intercettate dal News of the World, ha fornito evidenze di questo fenomeno.
Molti dei cosiddetti baroni dei media “potenziali” si trovano invece in Europa occidentale e in Polonia. Si tratta di proprietari che dominano il settore nei rispettivi paesi, che potrebbero certamente diventare baroni dei media veri e propri, ma che non hanno finora esibito la necessaria ambizione politica. Ad esempio, in nazioni come Germania e Svizzera, sono attivi pochi baroni dei media. Comunque, mentre progrediscono le concentrazioni di media e che il loro mercato tende a diventare meno profittevole, queste condizioni mutate rendono fertile il terreno per i baroni, creando una minaccia per la democrazia nel caso in cui uno qualunque dei membri della famiglia controllante mostrasse ambizioni politiche.
Le due maggiori case editrici tedesche, Bertelsmann e Springer – con un fatturato complessivo nel 2012 di 16,6 miliardi di euro (Bertelsmann AG) e di 3,3 miliardi di euro (Springer AG) – sono ora entrambe controllate dalle eredi delle famiglie fondatrici: Liz Mohn e Friede Springer sono fra le più influenti imprenditrici nei media al mondo. È comunque difficile immaginare entrambe come “baronesse dei media”, anche perché nella vita privata non cercano le luci della ribalta.
Questi due agglomerati mediatici sono comunque fattori importanti nella partita per il potere politico. Nel caso di Bertelsmann, la fondazione che è strettamente gemellata con l’azienda non è soltanto un think-tank, ma ha fatto di se stessa un centro di potere politico. Per quanto riguarda il gruppo mediatico Springer, molto più dei proprietari o dell’amministratore del gruppo, la figura politicamente più influente va individuata nel direttore del Bild-Zeitung, Kai Diekmann, che più di ogni altro può decidere delle possibilità di carriera di un uomo politico in Germania.
In Svizzera, il recente investimento del politico populista Christoph Blocher nel Basler Zeitung e la sua conseguente ascesa come barone dei media sono state osservate con sospetto. In ogni modo, l’equilibrio del potere nel paese verrebbe seriamente compromesso se uno dei membri familiari delle due principali società private di media, Ringier e Tamedia, mostrasse ambizioni politiche.
Anche in Polonia abbiamo a che fare con baroni dei media “potenziali”, dopo che gli investitori occidentali Orkla Media e Mecom si sono ritirati dal mercato. I nuovi proprietari di media del paese diffidano dal mostrarsi troppo coinvolti politicamente e tendono a ripartire il loro appoggio tra differenti gruppi politici. Questo comportamento può essere favorito dalla notevole mancanza di stabilità politica: in Polonia i rapporti di potere e il governo sono cambiati ogni tre o quattro anni a partire dalla fine del comunismo. In questo clima, sarebbe una follia vincolarsi con un’alleanza ad un solo partito nel breve periodo, dato che la formazione politica in questione potrebbe essere estromessa dal potere dopo pochi anni. I maggiori proprietari di media Zygmunt Solorz-Żak e le famiglie Walter e Wejchert, che possiedono due emittenti tv nazionali private, Polsat e Tvn, hanno infatti puntato principalmente all’equilibrio politico e alla creazione di un ambiente favorevole ai loro affari, piuttosto che alla visibilità e all’influenza sul processo politico.
Mentre gli investitori dell’Europa occidentale sono fuggiti dall’Europa dell’Est, almeno un oligarca russo ha “invaso” con successo l’Occidente. Alexander Lebedev è infatti diventato un concorrente significativo nel mercato britannico dei giornali nonché un altro barone dei media potenziale, dopo aver acquistato il London Evening Standard (un giornale indipendente con oltre mezzo milione di copie di tiratura), The Independent (circa 80.000 copie di tiratura) e il Sunday Independent (circa 100.000 copie di tiratura). Lebedev e suo figlio Evgeny hanno da poco lanciato il nuovo giornale i che punta al mercato intermedio (circa 300.000 copie di tiratura).
Fattori economici:
I baroni dei media sono presenti in Europa in molte forme e dimensioni. Il modo in cui operano e gli obiettivi che sperano di raggiungere variano da paese a paese. La cultura politica, la dimensione del mercato, il benessere, tutti questi fattori giocano un ruolo nelle loro modalità operative, così come il flusso di capitali esteri, in particolare nelle nazioni dell’Est europeo.
Non è facile identificare schemi evidenti nel loro comportamento. Ma è inevitabile concludere che i baroni dei media hanno acquisito potere in un numero significativo di nazioni europee. Tanto l’aumento della concentrazione di proprietà nel settore, quanto la riduzione dei profitti dei media tradizionali hanno giocato una parte nell’emergere della nuova classe di investitori con interessi politici nel mercato. Non è ancora possibile affermare con certezza se queste considerazioni vadano applicate anche a Warren Buffett, il quale ha recentemente integrato nel suo impero parecchi quotidiani Usa.
Gli esempi di Svizzera e Germania e gli sviluppi americani forniscono uno scenario di cosa potrebbe accadere in seguito. Se il giro d’affari dei giornali dovesse continuare a scendere rapidamente come negli Usa, saranno sempre di più i giornali a diventare insolventi come il Frankfurter Rundschau o a chiudere come il Financial Times Deutschland e altre prestigiose “vecchie” testate. Altre come il Basler Zeitung potrebbero diventare facile preda di “nuovi” baroni populisti come Blocher. Questi nuovi tycoon potrebbero non esercitare un’influenza politica incontrollabile come ha fatto Silvio Berlusconi in Italia, ma in un mercato mediatico altamente concentrato un legame pericoloso fra media populisti e politici populisti potrebbe minacciare l’equilibrio dei poteri della democrazia. Abbiamo visto questo fenomeno prendere piede nell’Europa dell’Est. Potrebbe succedere allo stesso modo in Occidente.
Questo articolo è stato realizzato con il contributo di Tina Bettels, Hana Biriczova, Philip Di Salvo, Natascha Fioretti, Cristina Gelan, Jonila Godole, Milica Jevtić, OlenaKutovenko, Marko Nedeljkovic, Dariya Orlova, MeeraSelva e Rrapo Zguri.
Articolo pubblicato originariamente – in una versione più breve – sulla Neue Zürcher Zeitung il 13 agosto 2013.
Photo credits: Christ Devers / Flickr CC
Tags:Agglomerati, Albania, antitrust, Axel Springer, Baroni dei media, Economia dei media, Germania, Intercettazioni, Jeff Bezos, Levenson, libertà di stampa, Media Ownership, News of the World, Romania, Rupert Murdoch, Serbia, Silvio Berlusconi, Svizzera, The Washington Post