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Cos’è lo Schwa? Chiedetelo ai napoletani…
I forti movimenti per l’uguaglianza fra i sessi che si sono sviluppati negli ultimi decenni stanno avendo un forte impatto sulla lingua, sia quella parlata ogni giorno che la lingua letteraria. Vecchie abitudini vengono messe in discussioni e si tende a eliminare ogni uso del maschile e del femminile che possa dare origine a discriminazioni e diversità nei comportamenti.
L’uso del maschile o del femminile non è sempre legato a discriminazioni o a forme di potere, in genere dell’uomo sulla donna, ma deriva da eventi e situazioni del passato che si sono cristallizzati negli usi linguistici. Alcuni di questi usi sono chiaramente discriminatori. Così, l’uso del maschile e del femminile per le professioni è un derivato storico della dominanza di un genere in ciascuna professione, il notaio è maschile ma l’ostetrica o levatrice femminile, l’infermiera è al femminile e il medico è maschile, tutti residui di una ineguale distribuzione dei sessi nelle diverse professioni.
Maschile o femminile?
Così c’era la ‘domestica’ o ‘donna di servizio’ o la ‘donna delle pulizie’, ma non ‘l’uomo di servizio o delle pulizie’, nelle elementari c’era soprattutto la maestra, perché a frequentare la scuola magistrale erano soprattutto le ragazze, ma c’era il professore nei licei. L’idraulico è al maschile e la cameriera al femminile. Per alcuni di questi usi è stato facile rispettare l’eguaglianza di genere. Alla maestra si associa il maestro, al professore la professoressa, alla cameriera il cameriere. I nomi di alcune professioni non pongono alcun problema, perché basta usare il giusto articolo, come il preside e la preside, il presidente e la presidente, anche se talvolta si dice la presidentessa.
Per altri nomi è invece più difficile, come ad esempio ‘direttore d’orchestra’, dato che ‘direttrice d’orchestra’ fa piuttosto pensare alla direttrice di un asilo nido, per cui le donne che dirigono l’orchestra, per fortuna sempre di più, talvolta preferiscono loro stesse farsi chiamare direttore d’orchestra o maestro. Le professioni militari continuano a conservare un dominio di genere, storicamente determinato, anche se le donne nelle forze armate e di polizia sono sempre più numerose. Così si parla di ‘donna soldato’ e quando si dice ‘la capitana dei carabinieri’ qualcosa non va, anche perché ‘marescialla’ è stato un termine molto usato per indicare una donna dal forte carattere e la Bersagliera a Napoli è un antico ristorante di pesce e cucina tipica.
L’uso del maschile o del femminile per parlare dei luoghi geografici è il risultato di scelte del passato, consolidate dall’uso. La montagna in genere è femminile, ma i singoli picchi hanno nomi sia maschili (il Cervino, il Gran Sasso, il Rigi) che femminili (la Marmolada, la Jungfrau). Questa variabilità, che non porta con sé alcuna connotazione, si ha anche fra le lingue. Così il picco in italiano è l’ Aiguille, femminile, in francese mentre la roccia diventa ‘le rocher’, il mare italiano è la mer in francese. La stessa variabilità si ha per i nomi dei fiumi, dato che c’è il Tevere a Roma e la Senna a Parigi, il Danubio a Vienna e la Garenna a Bordeaux, la Moldava a Praga e il Reno a Colonia e Rotterdam.
Alcuni fiumi talvolta cambiano genere e molti fiumi il cui nome ha la vocale finale in -a anticamente erano probabilmente femminili, diventando invece maschili con l’apposizione dell’articolo ‘il’: il Brenta, il Livenza e il Sarca. Il cambio di genere sembra essere avvenuto anche per il Piave, così legato alla storia italiana, dato che nel dialetto veneto il nome è femminile (la Plaf) e si dice anche ‘ la Piave vecchia’. Questo cambio di genere sembra essere avvenuto a partire dal Settecento e nell’Ottocento Carducci in una poesia scrive che « del Piave ode basso lo strepito », anche se lo stesso Gabriele D’Annunzio nella Nave (1908) scrive che « la Piave e la Livenza coprono tutti i pascoli». Il maschile si è imposto durante la prima guerra mondiale, quando ‘il Piave mormorava’, perché il fiume che aveva permesso di respingere il nemico austriaco dopo Caporetto per l’epoca non poteva essere femminile.
La stessa variabilità di genere si ha nei nomi che indicano le parti del corpo, in un miscuglio di cui è difficile spiegare le ragioni: lo stomaco, la pancia, la coscia, il ginocchio, il fegato, la milza, la bocca, i denti, la mascella, l’orecchio, la spalla, il gomito, ecc.
Nuovi orizzonti
Presa coscienza della possibilità che l’uso sistematico del maschile possa creare o mantenere delle diseguaglianze, da più parti si stanno proponendo innovazioni rilevanti. In alcuni casi si sostiene di sostituire l’uso di termini binari con termini inclusivi. Così il Papa dice ‘care sorelle, cari fratelli’ e il Presidente della Repubblica si rivolge ‘agli italiani e alle italiane’, come un professore ormai inizia i suoi messaggi con ‘care studentesse e cari studenti’. Questo comporta spesso un affaticamento nella scrittura, come avviene quando si deve dire « il posto dell’uomo nella natura », perché non è pratico dire « il posto dell’uomo e della donna nella natura », dato che in questo caso si parla della specie umana. E l’espressione « il posto della specie umana nella natura » suona artificiale e confusa, perché non ci si riferisce a una specie ma alle popolazioni e anche al ruolo di ogni singolo individuo. Talvolta si preferisce parlare di ‘persona’, evitando di usare uomo e donna, e passando quindi al femminile.
Per evitare queste complicazioni alcuni studiosi e politici hanno proposto di sostituire le vocali finali o con asterischi * oppure con il simbolo fonetico ‘ә’, per indicare un suono indistinto, che viene chiamato, appunto, lo schwa e si pronuncia in modo neutro, come nel francese ‘petit’. Così molti messaggi che si ricevono cominciano con « Car* tutt* » o « Carә tuttә ». Soprattutto in italiano, che è una lingua fortemente binaria, diversamente dall’inglese e dal tedesco, questo uso, se indica una volontà di equità nell’inizio del messaggio, può rendere un testo difficilmente leggibile, pieno di * o di ә.
Quanti propongono con insistenza l’uso generalizzato della schwa, pensando di fare una grande innovazione, forse non sanno che questa ‘neutralizzazione’, come dicono i linguisti, esiste da molto tempo e la si trova nel dialetto napoletano, soprattutto nel parlato, che neutralizza tutte le vocali atone, quelle che si trovano dopo l’accento principale della parola. Chiunque abbia ascoltato delle canzoni napoletane, interpretate da un vero napoletano, avrà certamente notato questa pronuncia neutra. Così la celebre canzone napoletana ‘Me voglio fa ‘na casa miez’ ‘o mare’, con musica di Gaetano Donizetti, si canta ‘Mә vogliә fa ‘na casә miez’ ‘o marә’ , la classica « Tiempe belle e ‘na vota » si pronuncia ‘Tiempә bellә ‘nә votә’ e ‘Core ‘ngrato’ ‘Corә ‘ngratә’. Nel parlare quotidiano napoletano si dice ‘rialә’ per regalo, puétә per poeta, giorno diventa juòrnә e un bambino è ‘a criatùrә’. Il verbo ‘parlo’ si pronuncia in napoletano come nel francese ‘parlә’, la casa si pronuncia casә, il cielo cielә e l’aggettivo scalzo diventa scàvuzә, che quindi si può applicare egualmente bene a una donna e a un uomo, diventando così ‘neutro’.
Ovviamente non si vuole proporre l’uso universale del dialetto napoletano per eliminare il problema delle differenze di genere nella lingua, ma solo ricordare che la lingua che si usa è il risultato di una lunga storia, è un sistema di convenzioni condivise e stabilizzate da un lungo uso, che non comporta necessariamente discriminazioni o ingiustizie. Le modifiche nelle connotazioni di genere delle parole sono da auspicare quando tali parole portano con sé discriminazioni ed esclusioni, il permanere in posizioni di subalternità, dato che la lingua ha una forza performante che influenza le nostre rappresentazioni mentali. Il significato e l’uso di una parola non è bloccato e cambia con il tempo, seguendo il contento sociale e culturale. Ma sforzare artificialmente gli usi della lingua solo per rispondere a esigenze, per quanto giuste, e per marcare un orgoglio identitario o la propria diversità, è non solo difficilmente applicabile ma rischia di impoverire la ricchezza del portato storico della lingua viva.