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LONDRA - Nuova conferma dell'impatto complessivamente decisivo delle vaccinazioni anti-Covid nel Regno Unito sulla diminuzione netta della mortalità: a cominciare dalle fasce di età più anziane - inizialmente più vulnerabili - inserite come prioritarie nella campagna vaccinale promossa dal governo di Boris Johnson e giunta a quasi 38 milioni di dosi somministrate (con la copertura dei 50enni in via di completamento).
Lo rivela uno studio dell'Imperial College di Londra, aggiornato ai mesi di febbraio e di marzo stando al quale la stabilizzazione dei contagi britannici - seguita a diverse settimane consecutive di calo reso possibile anche dagli effetti del terzo lockdown nazionale dovuto alla variante inglese - non è stata accompagnata da un'analoga stabilizzazione dei decessi: questi hanno invece continuato a scendere in particolare fra gli ultra 80enni e 70enni, fra i primi a essere vaccinati e ad aver quindi sviluppato una maggiore immunità.
Parallelamente le elaborazioni statistiche dell'Ons, l'ufficio di statistica britannico, confermano per la terza settimana di fila un totale di morti sull'isola inferiore alla media pre pandemia degli ultimi 5 anni; nonché un aumento degli asintomatici a oltre la metà delle persone testate positive al coronavirus.
Per il ministro della Sanità, Matt Hancock, si tratta di testimonianze dell'efficacia dei vaccini usati finora - incluso AstraZeneca - specie contro i rischi di morte da Covid, di ospedalizzazione o comunque d'infezione acuta. Rischi largamente superiori, ha ribadito Hancock, rispetto a quelli dei casi di trombosi rare indicato come un potenziale, seppure non ancora provato, effetto collaterale di AstraZeneca su una piccola minoranza di pazienti (4 per milione nel Regno, con 79 episodi censiti e 19 morti): quota paragonabile a quella che si registra in rarissimi casi analoghi in conseguenza di «voli aerei a lungo raggio».