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Martin Luther King profeta e icona
Il pastore battista leader del movimento per i diritti civili fu ucciso cinquant'anni fa
in intervista
Il pastore riformato svizzero Serge Molla, autore di diversi libri su Martin Luther King, ritiene che l'anniversario possa essere l’occasione per raccontare di nuovo la storia del leader afroamericano. L’azione e il pensiero di King, le sue intuizioni e l’audacia che dimostrò sono tuttora stimolanti - ritiene Molla - in particolare per le chiese.
Martin Luther King lottò in favore dei diritti civili dei neri negli Stati Uniti, ma si batté anche contro la povertà e l’impegno militare americano in Vietnam. In che modo sono collegate le sue varie lotte?
I primi dieci anni dell'impegno di King furono contraddistinti dalla lotta contro la segregazione. Col passare del tempo, la consapevolezza del problema costituito dal razzismo acquistò maggiore importanza e profondità. Quando affrontò la questione della povertà e dell’impegno militare degli Stati Uniti in Vietnam, non condusse un’altra battaglia, ma proseguì nella stessa lotta. Quando fu assassinato, nel 1968, stava mettendo a punto, con altre organizzazioni, una grande campagna che avrebbe dovuto svolgersi nel corso dell'estate. L’idea era di riunire a Washington rappresentanti di tutte le comunità più svantaggiate e povere degli Stati Uniti: neri, ma anche bianchi, indiani, chicani e altri. Purtroppo venne ucciso in aprile e non poté assistere all’evento. Per quanto riguarda il Vietnam, fece un semplice esempio: due soldati, un nero e un bianco, possono combattere fianco a fianco nella stessa compagnia, ma se vengono uccisi non possono essere sepolti nello stesso cimitero. Anche in questo caso la questione razziale era centrale.
Serge Molla
Se questi diversi argomenti di lotta sono collegati tra di loro, come mai le prese di posizione di King contro la guerra nel Vietnam furono osteggiate e fraintese?
Il movimento per i diritti civili esordì a Montgomery, nel 1955, con un boicottaggio degli autobus, e si concluse, nel 1965, con la marcia pacifista da Selma a Montgomery. Alla fine il movimento ottenne la riaffermazione del diritto di voto per i neri. In quei dieci anni, però, la società cambiò. Nel 1966 il Black Power fece sentire il primo ruggito chiedendo non più solo riconciliazione e libertà - termini generosi e generici -, bensì anche il potere. Martin Luther King fu molto attento a questa rivendicazione che prese piede soprattutto tra i giovani adulti, pronti a rinunciare alla nonviolenza. Sulla questione economica, nessuno contestò l'impegno e le affermazioni di King e anzi molte organizzazioni sostennero la campagna in favore dei poveri nel biennio 1967-1968.
Sulle posizioni espresse in merito alla guerra nel Vietnam, il fronte si spaccò. A King venne rimproverato di rovinare, con le sue critiche, l’immagine degli Stati Uniti sulla scena internazionale. A partire dal momento in cui si oppose al governo sull’impegno in Vietnam, smise di essere invitato alla Casa Bianca e le altre organizzazioni si dissociarono da lui sapendo che seguirlo sarebbe equivalso a non più ricevere il sostegno dello Stato.
Non fu quindi solo uno spiacevole incidente nella sua strategia…
No, il 4 aprile 1967, durante una serata che vide riuniti a New York i principali oppositori della guerra del Vietnam, Martin Luther King pronunciò un lungo discorso nel quale disse, tra l’altro, che il suo Paese era “il più grande promotore di violenza al mondo”. Quella frase gli costò molto cara. Dal giorno successivo numerosissimi sponsor e organizzazioni smisero di sostenerlo. Non è stata chiaramente questa la dimensione della sua lotta che ha fatto di lui un’icona.
Per finire, King trascese non solo le frontiere razziali ma anche le appartenenze patriottiche…
Decisamente. All’inizio combatté contro i segni visibili del razzismo. A partire dal 1965 la sua lotta si estese a un’area meno ovvia da difendere. Le tracce evidenti della segregazione razziale cominciarono a scomparire, ma King non diminuì i suoi sforzi e annunciò la necessità di sollevare domande concernenti “la casa stessa”, cioè il Paese. Così facendo il discorso sul razzismo lasciò il posto a quello sull'economia e la politica, o per meglio dire si intrecciò con quelli.
I sermoni di Martin Luther King li conosciamo, ma che cosa sappiamo della sua fede?
“La forza di amare” fu l’unica raccolta di sermoni pubblicata mentre era in vita, all’inizio degli anni Sessanta, negli Stati Uniti. Vi si ritrova una retorica particolare, quella del black preacher e, più precisamente, quella di Martin Luther King.
Sul piano della spiritualità, King ebbe sempre bisogno della tradizione afroamericana per recuperare le forze. Se era in visita in una chiesa e poteva evitare di essere invitato sul pulpito, andava a sedersi in mezzo all’assemblea. E si rigenerava, cantando e pregando con gli altri fedeli. Ovviamente leggeva la Bibbia e pregava regolarmente, ma la sua agenda era paragonabile a quella di un uomo politico di alto rango in piena campagna elettorale, senza però disporre dei medesimi mezzi. Ci si può immaginare che cosa questo comportasse in termini di affaticamento.
Ad ogni modo, era convinto di avere ricevuto una vocazione per la missione che stava compiendo. Nel gennaio del 1956 visse un’esperienza mistica nel bel mezzo della notte. King ne parlò ancora nel 1967, in una predica. E questo dimostra quanto fosse radicata in lui la convinzione di avere ricevuto una precisa chiamata da parte di Dio.
Come visse la sua famiglia gli eventi e come reagì al fatto che Martin Luther fosse un marito e padre poco presente e addirittura così poco esemplare?
Certo, non è facile condividere una vita coniugale e coltivare un'esistenza familiare quando si sta poco insieme. In certi periodi, King non trascorreva a casa più di una settimana al mese. Inoltre c'è da dire che non fu un marito troppo fedele. Tutto questo pesò parecchio sulla coppia. I consiglieri di King cercarono a più riprese di parlargli a questo proposito. Durante un sermone, King stesso evocò il proprio funerale e disse: "Quel giorno non avrete bisogno di dire che ero un santo". Pronunciò quelle parole davanti a un'assemblea che lo conosceva bene, composta da persone che sapevano evidentemente a che cosa alludesse. Dunque si trattava di una questione che gli pesava e che provocava in lui un evidente senso di colpevolezza.
Vorrei aggiungere che su questa, come su altre questioni, il ruolo dell’FBI fu estremamente ambiguo. L’ente federale, guidato da Edgar Hoover, non aveva nessuna simpatia per il predicatore. King e la sua organizzazione furono seguiti e schedati fin dagli anni Cinquanta. Nel 1963, quando pronunciò il celebre discorso “I have a dream” (“Io ho un sogno”), un promemoria del vicedirettore dell’FBI lo definì “il nero più pericoloso per la sicurezza dello Stato”.
Robert Kennedy approvò che King fosse messo sotto sorveglianza permanente e che l’FBI gli inviasse fotografie scattate di nascosto e registrazioni di conversazioni private. Scopo di tale procedura era quello di esasperare il leader afroamericano, rivelando i suoi segreti e portando il suo senso di colpa al parossismo, nella speranza forse di spingerlo al suicidio. Ma la strategia adottata dall’FBI non funzionò. (intervista a cura di Claire Bernole; in Réforme; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)