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La Fondazione Beyeler dedica al pittore ed incisore norvegese un'ampia retrospettiva, la più grande mai organizzata fuori dalla Norvegia: anche la regina all'inaugurazione.
L'esposizione si concentra soprattutto sul ruolo di Munch come precursore dell'espressionismo e sul suo contributo originale all'arte moderna.
Certo che Munch le aveva le prerogative dell'artista maledetto: un'infanzia infelice, segnata dalla prematura scomparsa della madre e poi della sorella, stroncate entrambe dalla tubercolosi. La conseguente depressione del padre, una salute cagionevole - acuita poi in alcune fasi della sua vita dagli eccessi dell'alcol - le crisi nervose.
"Non si volle mai sposare, oltre che per mantenere la propria indipendenza, per non trasmettere le tare di famiglia alla progenie", spiega a swissinfo il curatore della mostra, Dieter Buchhart.
Non per questo rifuggì l'amore, anzi: l'attrazione magnetica per le donne, un po' angeli un po' vampiri e la gelosia sono tra i soggetti più ricorrenti nella sua opera.
Rompere con il cliché dell'artista in crisi
La Fondazione Beyeler, alle porte di Basilea, cerca tuttavia di rompere il cliché dell'artista nordico depresso, ossessionato dalla morte, e mostra un Munch più inedito, in cui l'espressività, l'incanto della natura, l'entusiasmo per la vita si manifestano con l'intensità cromatica.
"L'interpretazione di Munch come di un artista depresso è del dopoguerra, ed ha più a che vedere con il trauma post bellico che con Munch", insiste il curatore. Forse non era una persona molto contenta, ma non dipinse solo il dolore e la morte.
Momenti felici nella sua vita devono essere stati quelli incastonati nella calda luce del sud della Francia, o fissati in quella più misteriosa delle lunghe sere delle estati scandinave. Molte di queste tele, di proprietà di privati, non erano più state mostrate da decenni, alcuni da 80 anni. Anche per questo di Munch restava solo l'impressione di un artista lugubre.
Certo che la forza oscura dei suoi quadri più simbolici è di una bellezza paurosa. Ma sarebbe sbagliato dare un'interpretazione puramente autobiografica ai temi legati all'angoscia, per cui Munch è famoso ("L'urlo", forse il quadro più conosciuto, o "La Paura").
"Mentre era in vita 'L'Urlo' non era considerata la sua opera più importante, ma piuttosto 'La bambina malata'. E non si deve pensare solamente alla sorella morta, perché era un tema classico allora. Quello che distingue il quadro di Munch è che la maggior parte dei bambini ritratti dagli altri artisti non avevano per nulla l'aria malata", spiega Dieter Buchhart.
Quando gli scandali portano alla luce il vero talento
Mostrare la malattia, bambini in punto di morte, adolescenti nude, baci di donne vampiri poteva sembrare scandaloso alla fine dell'800. Ma la critica all'inizio disprezzò Much soprattutto perché considerava i suoi quadri semplicemente brutti ed incompiuti.
Munch già sperimentava con i materiali, con l'idea dello sgretolamento del soggetto (che rappresenta lo sgretolamento dell'essere, della materia), e per esprimere le sue emozioni non esitava nemmeno a sottoporre le tele a "trattamenti da cavallo": mettendole ad esempio fuori alla pioggia o nella neve.
Ma non c'era in questo atteggiamento anche un po' di esibizionismo, una ricerca studiata dell'effetto scioccante? Anche questo in fondo lo avvicinerebbe all'arte moderna. "Sicuramente c'era anche quest'aspetto in lui", risponde il curatore. "Era una specie di 'enfant terribile' e su questo costruì la sua fama. Le sue mostre erano uno scandalo dopo l'altro".
Ma proprio grazie agli scandali si cominciò a parlare di Munch in Europa e con l'interesse del pubblico crebbe anche il rispetto della critica.
Altri segnali di modernità
Tra i segnali della sua modernità, si percepisce bene in questa mostra la pressione psichica, l'esplosività emotiva. "Nelle prime opere degli anni '80 del XIX secolo vi è una grande aggressività nel suo modo di dipingere, i colori sono di un'intensità lancinante, le superfici graffiate. Come un urlo", dice il curatore.
Appunto, ma dov'è "L'Urlo"? Perché non è esposto? Il grande collezionista Beyeler ci ha ormai abituati ai colpi grossi.
"Stavamo discutendo della possibilità di esibirlo proprio quando è stato trafugato. Il fatto che non fosse a disposizione ci ha in un certo senso liberati dall'obbligo di mostrarlo, e ci ha dato modo di concentrarci sul Munch più sperimentale, più cromatico, più moderno", conclude Buchhart.
Nel frattempo l'originale è stato ritrovato, ma è tornato danneggiato e non è più messo a disposizione per i prestiti. Il visitatore del museo Beyeler può ammirarne una litografia del 1895. Sotto l'artista ha scritto, in tedesco, "Ho sentito il grande urlo attraverso la Natura". Tanti lo hanno sentito, pochi lo hanno espresso così precisamente.
swissinfo, Raffaella Rossello, Riehen
Fatti e cifre
Titolo della mostra: Edvard Munch - segni dell'arte moderna.
Alla Fondazione Beyeler dal 18 marzo al 15 luglio 2007.
130 quadri, 80 disegni ed incisioni e alcune opere fotografiche, che coprono tutti i periodi creativi dell'artista.
L'esposizione riunisce prestiti di numerosi musei americani ed europei e mostra molte opere appartenenti a più di 50 collezioni private che non sono state mai accessibili fino ad oggi.
La mostra in sette capitoli
La mostra comincia con la precoce rottura dal naturalismo scandinavo, con quadri come "La bambina malata" (1880-1892).
Il secondo capitolo (1892-1895) è dedicato al periodo berlinese, espressionista, con quadri come "Madonna", "Pubertà", "Bacio", "Vampiro".
Il terzo capitolo affronta le incredibili esperienze fatte da Munch nel campo dell'incisione durante i suoi anni parigini (1896/1897).
Il quarto capitolo (1898-1909) illustra un cambiamento di stile: le sue opere assumono un'intensità cromatica ed un'espressività unica.
Il quinto capitolo (1909-1919) è dedicato alle ricerche fotografiche e del movimento (cinema muto).
Il sesto (1920-1944) alla sua opera tardiva, segnata dalla dissoluzione della materia e del motivo.
Il capitolo finale propone una vasta presentazione delle sue incisioni tardive.