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Migliaia di migranti, provenienti soprattutto dall'Honduras, gridando "Sí se puede!" (sì possiamo farcela!) hanno forzato venerdì dal territorio guatemalteco i cancelli del posto di frontiera di Tecún Umán con il Messico, ma sono stati bloccati nella "terra di nessuno" da un folto sbarramento della polizia messicana che ha impedito loro, per il momento, l'ingresso nello Stato di Chiapas.
Ci sono stati brevi tafferugli, con impiego di sassi da una parte e dall'altra di un gas meno forte dei normali lacrimogeni, e un bilancio di una decina di feriti, ma dopo mezz'ora la situazione è tornata alla normalità. Una quiete precaria, però, non sostenibile a lungo termine, perché dove si trovano i membri della carovana non hanno accesso ad alcun genere di conforto o a servizi sanitari.
Impegnato a seguire l'evoluzione di questo movimento, cruciale in vista delle elezioni parziali di novembre negli Usa, il presidente Donald Trump ha immediatamente inviato via Twitter un ringraziamento al Messico.
Thank you Mexico, we look forward to working with you! https://t.co/wf7sE0DHFT— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 18 ottobre 2018
Ore prima che questo accadesse, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo si era intrattenuto a colloquio a Città del Messico con il collega messicano Luis Videgaray, a cui aveva ripetuto la richiesta di "fermare la carovana diretta verso il territorio statunitense" perché, in caso contrario, Washington avrebbe inviato truppe alla frontiera meridionale, che sarebbe stata chiusa. "Dobbiamo applicare la legge ma con un criterio umanitario", è stata la risposta di Videgaray.