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Il passo che non c'è
«Si, va bene tutto, però noi abbiamo un ottimo passo per la gara»: quante volte abbiamo sentito gli uomini della Ferrari esprimersi così alla vigilia di un Gran Premio, dopo qualifiche magari un pochino mediocri? E che cos’è, per i profani, questo misterioso «passo»? Semplice, si tratta del ritmo teorico che i piloti possono tenere in corsa, sulla base delle simulazioni con i vari tipi di gomme, effettuati nei test di venerdì e sabato mattina. Il guaio è che le previsioni della Ferrari non si avverano mai. Anche alla vigilia del GP d’Olanda il capo del Cavallino, Frédéric Vasseur, aveva pronunciato la fatidica frase, salvo poi venire smentito domenica, quando la prima delle rosse è stata quella di Sainz, quinto, mentre Leclerc era scomparso di scena dopo 40 passaggi per i danni subiti in una collisione nelle prima battute con la McLaren di Oscar Piastri.
Insomma, neppure nel saliscendi olandese, a ridosso del mare, dove Gilles Villeneuve si era esibito in un giro su 3 ruote passato alla storia, la Ferrari è riuscita a regalare un’emozione ai suoi tifosi. Che pare non esistano più, in quanto oramai tutti i circuiti sono tinti dell’arancione di Max Verstappen, dominatore per 9 gran premi di fila come accadde anche a Sebastian Vettel, pure lui sulla Red Bull progettata da Adrian Newey, il che non è affatto una coincidenza ma un dato di fatto inconfutabile. Newey ha contraddistinto tutti i momenti d’oro della squadra anglo-austriaca e nessuno si è mai sognato di metterlo in discussione negli anni in cui la Red Bull prendeva sonore batoste dalla Mercedes. In Ferrari, invece, la fretta di vincere ha sempre fatto storia e la politica è rimasta quella di far pagare a una sola persona, come accade con l’allenatore nel calcio, la mancanza di risultati, dimenticando che la Gestione Sportiva di Maranello è un complesso di oltre 1.200 dipendenti. L’ultima vittima è stata Mattia Binotto, italiano nato a Losanna, cui è subentrato Frédéric Vasseur, francese dell’area parigina, che s’illudeva di riportare subito a casa il Mondiale. Imprudente. Oggi Vasseur rivela che per riconquistare il titolo serve rifare la struttura portante del reparto corse e parla di decine di tecnici in arrivo, creando un comprensibile sconcerto in chi, in Ferrari, lavora alacremente da anni e verrà messo da parte o reso inoffensivo in qualche ufficio senza computer. Scenari già visti che presuppongono altri anni di attesa, di speranze, di promesse. La realtà, come abbiamo già raccontato, è che la macchina di quest’anno è bizzarra e ha un comportamento incostante non solo su piste diverse, ma anche su curve dello stesso tracciato. Forse chi è stato messo alla porta sapeva come farla funzionare. Oppure no: non lo sapremo mai. Sappiamo invece che vedere un campionato con la «rossa» nel ruolo di comprimaria fa soffrire, soprattutto alla vigilia di Monza dove domenica si correrà con la quasi-certezza che la Ferrari non lotterà per il primo posto.
Chi, al contrario, sa che potrebbe arrivare il record della decima affermazione di fila è Max Verstappen, che dice di non consolarsi con i numeri ma intanto non lascia niente agli altri. E meno male che c’è un 42.enne che a sprazzi fornisce emozioni antiche e sorrisi: è Fernando Alonso, che ha portato la Aston Martin al secondo posto a Zandvoort, pista resa insidiosa dall’alternanza di pioggia, sole, temporali, asfalto umido in varie gradazioni. Trappole nelle quali Alonso è andato a nozze. La sorpresa è venuta dalla Alpine di Pierre Gasly, pilota lunatico spesso a suo agio sul bagnato, che si è piazzato terzo dopo che era 12. sulla griglia. Bravo e veloce, ma quando ha voglia lui. Hamilton, che partiva 13., si è invece classificato sesto dando alla Mercedes punti preziosi nella lotta in atto con Aston Martin e Ferrari per il secondo posto fra i costruttori. Monza, pista diversa, sembra più consona alla Ferrari rispetto a Zandvoort. Poi, è vero, c’è la Red Bull, ma è un pianeta a parte…