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Il tribunale amministrativo di Tunisi ha annullato il decreto di confisca dei beni del deposto presidente Zine el Abidine Ben Ali e dei membri del suo clan. Il governo conta di ricorrere in appello contro tale decisione, riferisce l'agenzia AFP.
Secondo quando stabilito lunedì dal tribunale amministrativo di Tunisi, il decreto legge del 2011 non è stato emesso o confermato né dall'assemblea costituente eletta nell'ottobre dello stesso anno né dall'assemblea dei rappresentanti del popolo eletta alla fine del 2014.
Interrogato da Radio Mosaïque FM, il ministro dei settori statali Hatem Eleuchi ha definito "pericolosa" e "scabrosa" la decisione. A suo parere non spetta alla giustizia amministrativa stabilire la validità del decreto legge in questione. Egli spera che la sentenza venga "adeguatamente corretta in appello".
Eleuchi ha precisato che la confisca riguarda beni acquisiti fraudolentemente da 114 persone membri o conoscenti della famiglia di Ben Ali e della moglie Leila Trabelsi, per un valore di diversi miliardi di dollari. La famiglia respinge le accuse di corruzione.
Nei mesi seguenti la rivoluzione del gennaio del 2011 le autorità hanno sequestrato centinaia di aziende, beni immobili, gioielli e auto appartenenti ai Ben Ali, ai Trabelsi e al disciolto partito di governo Rassemblement Constitutionnel Démocratique (RCD). Una parte dei beni è stata venduta alla fine del 2012. Nel settembre di quell'anno, la commissione speciale che si occupava della vendita aveva stimato che il valore della confisca ammontava a circa 13 miliardi di dollari. La Tunisia ha anche avviato vari procedimenti per cercare di recuperare gli averi all'estero del clan dell'ex presidente.
Ben Ali si è rifugiato con la moglie in Arabia Saudita nelle ore successive alla sua fuga dalla Tunisia, il 14 gennaio del 2011. L'ex dittatore tunisino sarebbe stato ingaggiato dai servizi segreti sauditi come esperto per combattere gli integralisti islamici che giungono al potere.
Nel 2011, dopo la caduta di Ben Ali, il Consiglio federale aveva congelato circa 60 milioni di franchi su conti svizzeri appartenenti a membri del clan dell'ex presidente. Lo stato tunisino aveva in seguito ottenuto lo sblocco degli averi dopo aver ricevuto assistenza giudiziaria. Nell'aprile del 2014 Il Ministero Pubblico della Confederazione (MPC) era giunto alla conclusione che le autorità tunisine avessero portato prove sufficienti per rendere possibile la restituzione di 40 milioni di dollari (35 milioni di franchi). Sarebbe poi seguito lo sblocco del resto della somma.
L'operazione è però stata sospesa, dopo che nel dicembre del 2014 il Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona ha accolto un ricorso inoltrato dal cognato dell'ex numero uno tunisino, Belhassen Trabelsi. Secondo i giudici del TPF, nel caso in esame non è stato rispettato il diritto di Trabelsi ad essere ascoltato. Il denaro resta quindi al momento in Svizzera. Bisognerà fornire la prova che la sua origine sia illegale.
SDA-ATS