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L'HEI, il celebre Istituto ginevrino di alti studi internazionali compie 75 anni. Come conciliare tradizione e sfide del futuro.
Nella prefazione della monografia dedicata all'anniversario del "Institut universitaire de hautes études international" (HEI) la presidente del consiglio di fondazione, Martine Brunschwig-Graf, capo del dipartimento dell'istruzione pubblica di Ginevra, insiste sulla doppia natura della prestigiosa scuola.
Da un lato, l'istituzione in sé con i suoi problemi quotidiani, dall'altro l'istituzione simbolo, legata alla vocazione internazionale di Ginevra. Con il rischio di una dicotomia tra la realtà locale e il prestigio internazionale.
Concorrenza e dimensioni critiche
Per non perdere di vista il panorama mondiale, l'Istituto dovrebbe essere meno accademico in ciò che riguarda le relazioni internazionali. È l'opinione di Claude Monnier, ex studente, fondatore e direttore di "Le Temps Stratégique" (fino alla chiusura l'anno scorso).
"Non si può più parlare sinceramente del resto del mondo senza aver fatto lunghi soggiorni all'estero, ed essersi scontrati con i problemi quotidiani di Paesi completamente diversi dal nostro".
Altra critica che muove Monnier al HEI, non aver dimensioni critiche sufficienti. Nel resto del mondo i grandi specialisti lavorano in istituti che hanno molti più studenti, più professori e ricercatori. L'HEI dovrebbe far prova d'umiltà?
Un'oasi per gli spiriti illuminati
L'Istituto, fondato nel 1927 da William Rappard e Paul Mantoux, ha conosciuto anni di gloria. Peter Tschopp, direttore ancora per qualche mese, ricorda come l'Istituto fosse diventato tra le due guerre mondiali, "una delle rare oasi di pace per gli spiriti illuminati in cerca di libertà accademica".
Più tardi era riuscito a sfuggire alla "cortina glaciale" del conflitto est-ovest. Ma dopo la partenza di Jacques Freymond, si era impegolato nei suoi problemi interni.
Kofi Annan, il più illustre degli ex-allievi, parteciperà alle commemorazioni: ma per attirare davvero i riflettori su di sé, l'Istituto, secondo Peter Tschopp, ha bisogno di un direttore a sua volta "illuminato".
Abbattere i compartimenti stagni
Per Martine Brunschwig-Graf, il destino del HEI: "Dipende fortemente dalla sua capacità superare i compartimenti stagni". All'interno continuando a sviluppare dei campi interdisciplinari e all'esterno investendo in collaborazioni efficaci.
Sotto questo profilo va visto ad esempio il recente Réseau universitaire international di Ginevra (RUIG), o la creazione congiunta del Centro di diritto internazionale umanitario insieme alle università di Ginevra e Losanna e del CICR.
Jean-Claude Frachebourg, che ha riletto la storia degli ultimi vent'anni dell'Istituto (durante i quali ne fu segretario generale) non ha alcuna esitazione sul futuro dell'HEI: "L'eccellenza dell'insegnamento e della ricerca continueranno a farlo vivere". E prova ne è il numero crescente di domande d'iscrizione.
Sostenere l'attività della Svizzera all'ONU
Ginevra, con la sua rete di organizzazioni internazionali e la Svizzera, con le sue ambizioni, restano il terreno ideale per l'HEI. A questo riguardo da notare che i futuri diplomatici svizzeri torneranno a frequentare l'Istituto per qualche mese di formazione, come era abitudine fino ad una decina d'anni fa.
Non che i contatti tra Confederazione e l'HEI siano mai stati troncati: il Dipartimento degli affari esteri è sempre interessato a sfruttare le risorse dell'Istituto, in particolare per la formazione continua dei diplomatici.
Ecco che ora con l'entrata nell'ONU della Svizzera tali relazioni potrebbero vivacizzarsi, con l'apporto da parte dell'HEI di preziose conoscenze accademiche e di ricerca.
Nel diritto umanitario in particolare, ma anche in altri campi della politica estera, è importante che la Svizzera disponga di un centro universitario di alto profilo capace di assicurare l'interfaccia con la pratica sul terreno.
swissinfo/Bernard Weissbrodt, Ginevra