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Mi sono imbattuto in questo articolo di Antonio Socci sul cosiddetto testamento biologico.
Socci avanza una richiesta tutto sommato ragionevole: fare in modo che un soccorritore possa rianimare una persona senza dover consultare le sue dichiarazioni anticipate di trattamento. In effetti, l’immagine di un buon samaritano che, prima di soccorrere una persona incosciente, chiama il comune di residenza del morente per sapere se questi ha lasciato qualche disposizione è degna di un film di Buñuel.
Potrei dire che se Socci pensa che ciò possa davvero accadere, allora ha qualche difficoltà a distinguere il realismo dal surrealismo, ma non è questo il punto.
Socci, per evitare il realizzarsi dello scenario sopra tratteggiato, caldeggia il seguente comma: «In condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato, la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica».
Certo, questo comma equivale al comma “la dichiarazione anticipata conta quanto la carta igienica”, perché ci sarà sempre il momento in cui il pericolo è immediato. Ma non è neppure questo il punto.
Il punto è che Socci, riprendendo il comma, usa senza farci troppo caso l’espressione “pericolo di vita” invece di “pericolo di morte”.
Se leggiamo questa curiosità linguistica come un lapsus, ne viene fuori che per Socci il pericolo è, o almeno può essere, rimanere in vita, non morire.