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È stata testimone dei momenti caotici e misteriosi dell’arresto di Benito Mussolini il 27 aprile 1945 durante la fuga di Dongo. Lei era nel blindato seduta accanto al Duce prima che si trasferisse nel camion tedesco dove fu intercettato e bloccato. Era sua figlia. Elena Curti, figlia naturale di Mussolini, è morta a quasi 100 anni nella sua casa di Acquapendente (Viterbo), li avrebbe compiuti il 19 ottobre, otto giorni prima del centenario della Marcia su Roma.
Scoprì di essere figlia del dittatore solo quando compì 18 anni, prima di allora la madre Angela Cucciati, una sarta milanese con cui Mussolini ebbe una storia alla fine del 1921 quando il Duce aveva 38 anni ed era direttore del ‘‘Popolo d’Italia’’, glielo aveva tenuto nascosto. Cucciati e il Duce si conobbero quando la donna andò a chiedergli aiuto per far uscire di prigione il marito Bruno Curti in carcere per motivi politici. Mussolini ebbe cinque figli: Edda, Vittorio, Bruno, Romano, Anna Maria dal matrimonio con Rachele, ma altri ’segreti’. Tanti libri sono stati scritti su questo, tutti citano anche Elena Curti, sebbene a quel che si sa mai riconosciuta (l’unico fu Benito Albino, come riportato qualche anno fa da Antonio Spinosa nei Figli del Duce), ma Mussolini volle conoscerla e durante la Repubblica Sociale la riceveva ogni giovedì a Salò.
Elena lavorava nella segreteria di Pavolini. Claretta Petacci si era convinta che quella ragazza bionda fosse una sua avventura e ordinò di allontanarla. Il 27 aprile 1945, durante la fuga di Dongo, era lei la ’’ragazza bionda’’ che i partigiani trovarono nell’autoblindo su cui viaggiava il Duce al momento della cattura. La Petacci era in un’altra auto con il fratello Marcello e quando la vide le urlò contro. La scena è stata ricordata da Pasquale Squitieri nel suo film ’Claretta’ (1984). Fece cinque mesi di carcere e poi emigrò in Spagna per ricostruire la sua esistenza, avendo fortuna con un’azienda che produceva mobili. Rientrò in Italia una ventina di anni fa e in più di un’occasione è intervenuta in tv o sui media per ricostruire la sua vicenda e soprattutto le ore drammatiche di Dongo. Scrisse anche un libro di memorie: ‘Il chiodo a tre punte’ (2003).