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sabato 13 marzo 2010
Ci risiamo, dopo il colloquio alla Casa Bianca tra Obama e il Dalai Lama, Pechino accusa gli Stati Uniti di avere violato l’impegno a non incoraggiare l’indipendenza tibetana.
Naturalmente non v’è traccia di rivendicazioni indipendentiste nella breve dichiarazione che Obama ha rilasciato, dove si parla solo di tutelare l’identità culturale dei tibetani e di proteggere i loro diritti umani “nella Repubblica Popolare”: alla quale è sottinteso che i tibetani appartengono.
E’ una vecchia tecnica della propaganda comunista, demonizzare l’avversario attribuendogli propositi che non ha. Da vent’anni circa, lo stesso Dalai Lama ha rinunciato a rivendicare l’indipendenza del suo paese. Si accontenterebbe di una blanda autonomia, purché consenta al suo popolo di salvarsi dalla “sinizzazione” che avanza implacabile in tutti i campi.
I dirigenti cinesi credono a quel che dicono? Naturalmente no. Ma la falsificazione delle posizioni altrui, l’esagerazione dei toni, serve a ribadire il principio che nessuno deve mettere il naso in quel che accade dentro i confini della Cina.
Federico Rampini