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Il Consiglio dei diritti dell'uomo ha concluso venerdì la sua seconda sessione. Risultato: una situazione di stallo. I 47 membri non hanno trovato un consenso.
Nessuna delle 44 risoluzioni proposte dalle delegazioni governative è stata adottata. Un ritardo però propizio alla Svizzera. Una delle sue proposte di risoluzione appare problematica.
La delegazione svizzera ha presentato tre risoluzioni. Una riguarda il Nepal, la seconda l'indipendenza dei giudici nei paesi in fase di democratizzazione, la terza è relativa al rispetto dei diritti dell'uomo nella lotta al terrorismo.
Se le due prime proposte non pongono troppi problemi, la terza risoluzione potrebbe trasformarsi in un incidente diplomatico tra Berna e Washington.
«Il Consiglio dei diritti dell'uomo – dice il testo elvetico – decide di impegnare tutti gli stati a prendere tutte le misure necessarie per assicurarsi che le persone che tengono in detenzione, quale che sia il luogo del loro arresto o della loro detenzione, beneficiano di garanzie che sono loro riconosciute dal diritto internazionale, compreso l'accesso ad un giudice, il rispetto dei principi di un processo giusto e la protezione contro la tortura e i trattamenti umilianti o degradanti».
Le allusioni alle pratiche degli Stati Uniti in materia di lotta contro il terrorismo appaiono evidenti, anche se la lettera del testo si rivolge a tutti gli stati indistintamente. E alcuni paesi potrebbero essere tentati di emendarle.
«Se Cuba e il gruppo di paesi suoi amici decidono di aggiungere le parole Guantanamo e Stati Uniti al testo della risoluzione, i fulmini di Washington non si faranno attendere», confida un diplomatico occidentale, che chiede l'anonimato.
Disaccordi profondi
Sia come sia, il voto su questa risoluzione e sulle altre 43 proposte dagli Stati membri del Consiglio è stato rinviato alla prossima sessione, che inizierà il prossimo 27 novembre.
La dichiarazione finale presentata dal presidente Luis Alfonso Alba è stata dal canto suo respinta.
Il testo condannava le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, nel Golan, nel Libano e nel Darfur e sosteneva la libertà religiosa e il diritto allo sviluppo. Per i paesi membri del Consiglio l'alternativa era di accettare e di respingere in blocco tutto il testo.
Ed ecco: per gli occidentali la parte sul Medio oriente era inaccettabile perché Israele era l'unico paese ad essere messo sotto accusa. Quanto alla proposta sul Darfur, conteneva troppe menzioni alle violazioni dei diritti dell'uomo, secondo il blocco africano.
Nel capitolo sulla libertà di religione, i paesi occidentali volevano che si parlasse anche di libertà d'espressione. E gli asiatici hanno ritenuto che il testo parlasse troppo dell'Islam.
Sforzi elvetici
La Svizzera, il cui ambasciatore Blaise Godet è vicepresidente del Consiglio, ha cercato di assumere il ruolo di mediatrice. Ma senza successo.
Dal canto suo Walter Kälin, il giurista svizzero che ha gettato le basi del Cosiglio dei diritti dell'uomo, si è dichiarato deluso, ma non sorpreso.
«I governi non sono cambiati con la creazione del Consiglio. È dunque normale che ci siano dispute tra stati o blocchi di stati», ritiene il professore bernese.
Il quale precisa: «La creazione del Consiglio è un processo basato sulla ricerca di consenso. Era dunque prevedibile che non sarebbe stato perfetto. Ma è uno spazio in cui è possibile discutere di riforme degli strumenti di difesa dei diritti umani. Ciò che non era possibile con la vecchia commissione dei diritti umani».
Il Consiglio si è dato tempo fino al giugno 2007 per dimostrare che queste discussioni possono sfociare in progressi reali.
swissinfo con Carole Vann e Juan Gasparini (agenzia Infosud)
In breve
Il Consiglio dei diritti dell'uomo, composto da 47 paesi tra cui la Svizzera, ha tenuto la sua prima sessione tra il 19 e il 30 giugno a Ginevra.
In seguito vi sono state due riunioni straordinarie, una su Gaza, l'altra sul Libano.
La seconda sessione, durata tre settimane, si è conclusa il 6 ottobre.