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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione
Scriveva William Shakespeare che ‘il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio’. Una frase spesso pensata da molti e che, come tanti altri aforismi, cela una profonda verità. Purtroppo, dietro questa triste equazione si nasconde una situazione paradossale vissuta da una parte della popolazione, preparata e competente ma che pensa di non esserlo. Al contrario, come sosteneva il grande drammaturgo, si trova a pensarsi stupida senza esserlo. Ma di cosa si tratta? E vi sentite in qualche modo coinvolti?
Chi non ha avuto quel o quella compagna di scuola che, pur prendendo delle note eccellenti, sminuiva sempre l’impresa senza prendersene alcun merito? Magari chiudeva la conversazione esclamando “sono stata fortunata” oppure “erano domande facili, per questo ho preso un buon voto”. Normalmente gli amici pensano che si tratti di falsa modestia e invece le cose sono ben più complesse. Quando entrano nel mondo del lavoro, le domande retoriche e le affermazioni che pongono a loro stessi sono ancora più pesanti. Vanno dal “chi ti credi di essere?” al “se puoi farlo tu, allora può farlo chiunque”. Frasi offensive, da non dire nemmeno al peggior nemico. In questo caso, ahimè, il nemico è la persona stessa. Dietro questo fenomeno si nasconde un disturbo conosciuto come la Sindrome dell’Impostore.
Questa sindrome non è né una patologia psichica né una malattia. Si tratta piuttosto di uno stato psicologico e qualsiasi persona può esserne soggetta nel corso della sua vita, soprattutto nel percorso lavorativo-professionale. Secondo uno studio pubblicato nel Journal of Behavioral Science, il 70% della popolazione mondiale metterebbe in discussione almeno una volta nella sua vita la legittimità dei suoi successi. Questo comportamento viene descritto per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe della Georgia State University, le dottoresse Pauline R. Clance e Suzanne A. Imens. Le ricercatrici avevano riscontrato il fenomeno in un gruppo di donne professioniste e pre-professioniste. Si trattava di 150 persone di successo di diverse regioni, istituti e discipline accademiche. Tutte avevano in comune il non essere consapevoli delle loro attitudini personali, di meritarsi il successo e di essere competenti nel loro settore lavorativo. Grazie a questo risultato – e ad altre ricerche precedenti sulle teorie di attribuzione del successo differenziale basate sul genere – le autrici avevano ipotizzato che la Sindrome dell’Impostore colpisse fondamentalmente i soggetti di sesso femminile. Clance e Imens ipotizzavano che ci potesse essere una relazione con le aspettative sociali interiorizzate: in poche parole, in un momento storico in cui le donne erano considerate meno capaci, professioniste che sperimentavano un certo successo nel loro ambito lavorativo lo percepivano come falso o frutto del caso, e non legato a concreti meriti propri.
Nel 2018, uno studio condotto sempre negli Stati Uniti dalla ricercatrice Rebecca Badawy dimostrò come invece siano gli uomini a soffrirne di più. Per questi sarebbe la pressione sociale a farli sempre sentire inadeguati se non raggiungono i risultati da loro attesi. Gli studi di Badawy si concentrano però su studenti universitari.Ma solo degli studi più accurati rivolti a una popolazione più adulta potrebbero confermare questa ipotesi.
Quel che accomuna uomini e donne sono dei tratti della personalità simili all’“impostore” o “impostrice” di turno. Nel libro di Valerie Young The Secret Thoughts of Successful Women – letteralmente, i pensieri segreti delle donne di
successo; in italiano apparso nel 2012 col titolo Vali più di quel che pensi – la scrittrice riporta 5 principali tipologie di persone (nel suo caso donne) che soffrono della Sindrome dell’Impostore. Eccole riassunte brevemente:
- Gli esperti
Hanno il bisogno di conoscere ogni informazione prima di iniziare un progetto e cercano costantemente nuove certificazioni o formazioni per migliorare le loro competenze. Se non soddisfano tutti i criteri di un annuncio, non invieranno mai la loro candidatura. A scuola esitavano sempre a fare domande in classe e sul lavoro spesso non parlano durante una riunione per paura di sembrare incompetenti.
- I solisti
Sentono di dover portare a termine i compiti da soli. Se hanno bisogno di chiedere aiuto a colleghi, allora pensano di essere un fallimento o degli impostori.
- I geni naturali
Persone abituate a ottenere risultati senza fatica, ma che quando devono sforzarsi per raggiungere un traguardo allora iniziano a sentirsi non sufficientemente brave.
- Superdonne e superuomini
Professionisti che lavorano più duramente dei loro colleghi per dimostrare che non sono impostori. Sentono il bisogno di avere successo in tutti gli aspetti della vita (al lavoro, in famiglia, con gli amici) e possono sentirsi stressati quando non stanno realizzando qualcosa.
- I perfezionisti
Vivono di aspettative estremamente alte per sé stessi, e anche se raggiungono gli obiettivi quasi al 100%, si sentiranno sempre dei falliti. Ogni piccolo errore li farà dubitare della loro competenza.
Se pensiamo di nuovo al nostro collega “impostore” vediamo inoltre come queste tipologie spesso si intrecciano. Ovvero, chi è perfezionista è spesso un “superuomo” o una “superdonna”, un “genio naturale” o un “esperto”. Leggendole viene però l’ansia nell’immaginare di sostenere un livello disumano di esigenza verso sé stessi. Siamo umani, imperfetti per definizione o al massimo perfettamente imperfetti. Ed è proprio su questo punto, il perfezionismo, che insiste Roberto Corradi, psicoterapeuta e psicologo presso la struttura ticinese Rete Operativa. Corradi afferma che esigere di voler essere perfetti è una distorsione cognitiva. È su questo tipo di distorsioni che bisogna intervenire. Paradossalmente sono proprio individui di alto rendimento sotto tutti gli aspetti a esserne i più colpiti.
Tina Fey, Michelle Obama, Tom Hanks o Serena Williams sono tra le persone famose che hanno sofferto o soffrono di questo disturbo. Corradi prima di spiegarci quali siano le principali cause di questo problema psicologico chiarisce che il tutto è legato a un altro concetto fondamentale in psicologia: il locus of control. Quest’ultimo si riferisce alle convinzioni di una persona su ciò che determina il suo successo in una data attività e, più in generale, nel corso della sua vita. Infatti, le persone possono avere la tendenza ad attribuire i successi o gli insuccessi a fattori interni o esterni. Questa tendenza si definisce nell’infanzia e i genitori giocano un ruolo fondamentale. Se, per esempio, mamma e papà insistono soprattutto sull’impegno, lo sforzo, la preparazione dei figli, è possibile che quando questa insistenza è esagerata da adulti si tenderà ad attribuire la causa dei propri successi a noi stessi. Se invece, al contrario, abbiamo un genitore che si concentra soprattutto nel dare il merito o la colpa a cause esterne – per esempio con dichiarazioni tipo “è tutta colpa della maestra” – allora la persona tenderà a dare le colpe a dei fattori esterni. Riassumendo, quando ci troviamo a crescere in un ambiente in cui si viene troppo spesso richiamati sull’impegno, è probabile che in futuro si possa soffrire di questo problema. Ovviamente si tratta di una percezione distorta di sé stessi. Corradi conferma: “I motivi vengono sempre ricondotti a delle questioni educative. Spesso si collega il problema a un discorso di autostima, ma è piuttosto un discorso educativo”. E spiega: “Avere l’autostima bassa vuol spesso dire che il soggetto ha avuto nella prima infanzia poca attenzione rispetto ai suoi bisogni primari. Questo provoca una sfiducia riguardo alle sue aspettative e di conseguenza anche un senso di inadeguatezza, come se ci fosse sempre qualcosa che non va. Una sorta di nota stonata sullo sfondo, che sentiamo sempre ma senza sapere perché”.
Immagine ispirata ai “Test di Rorschach”.
Corradi continua introducendo prove psicologiche come il Test della personalità di Rorschach, creato proprio cento anni fa, nel 1921, da Hermann Rorschach (vicepresidente della Società Svizzera di Psicanalisi) attraverso il quale si mise in luce come fosse e sia tuttora difficile lavorare su un certo tipo di autostima. Secondo lo psicologo del centro Rete Operativa “una volta che uno ha raggiunto un certo tipo di autostima, se la tiene. Ma, per fortuna, le cose sono un po’ più rosee. Si può lavorare sull’autoefficacia, la capacità di saper fare le cose: ovvero essere efficaci nei vari campi della vita”. Il problema è però che chi soffre della Sindrome dell’Impostore compensa in modo sproporzionato e bisogna quindi intervenire sui pensieri e sulle idee. Ritornando alla perfezione, Corradi racconta: “Se prendiamo una persona che pensa che deve esser perfetta, la riflessione va ricondotta a domande come ‘si può essere perfetti?’ o ‘cosa pensano gli altri se io non sono perfetto?’. Il lavoro va fatto su quelle che sono le idee. Bisogna estrapolare i pensieri di base disfunzionali e trasformarli in altro”. Corradi conclude facendo notare che non sempre è semplice far vedere al paziente che vi è una distorsione della realtà. E che è utile far riflettere sulle esperienze di vita e valorizzare gli aspetti relazionali. In effetti, se ci riflettiamo, sono pochi gli ambiti lavorativi e sociali nei quali la genialità unita al perfezionismo rappresenta l’unica arma per dare concretezza e successo al proprio lavoro. Senza gli aspetti relazionali è difficile che ciò avvenga.
Comunque, se state leggendo e vi identificate oppure volete semplicemente dare un consiglio alla/al vostra/o cara/o amica/o oppure a un collega stacanovista, è giusto sapere una paio di cosette. Pare che questo disturbo possa portare all’autosabotaggio, alla procrastinazione e a livelli di ansia estremamente elevati. È dannoso per la nostra efficienza e soprattutto per la nostra felicità. E anche di chi ci sta attorno. Quindi, come consiglia la psicologa Simona Carniato, è utile ricordarci e ricordare a colleghi e amici che è necessario imparare ad affrontare la paura del successo e/o del fallimento. Nel caso di persone a noi vicine, è importante che sappiano che possono confidarsi sui loro dubbi o sulle loro emozioni rispetto a come vivono le insoddisfazioni. Chissà se ad Albert Einstein – che sosteneva come “la stima esagerata in cui è tenuto il mio lavoro di una vita mi fa stare molto male” – mancasse forse un buon amico pronto a dargli un pacca sulla spalla. E a dirgli: “Amico, tranquillo. Sei semplicemente perfetto e perfettamente imperfetto”. Ecco, sì, forse a lui va concesso.
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