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L'ottenimento fraudolento di firme per referendum o iniziative popolari dev'essere perseguibile penalmente e la raccolta rimunerata di firme vietata: è quanto propongono al parlamento svizzero due deputati socialisti, secondo i quali è in gioco il buon funzionamento della democrazia diretta elvetica.
Le testimonianze di numerosi cittadini incappati in collettori di firme che avevano chiesto loro di sottoscrivere una proposta per una determinata causa, mentre in realtà si trattava dell'esatto opposto, hanno destato grande scalpore in Svizzera nell'ultimo anno. Parecchie persone sono cadute nel tranello e hanno firmato.
Tali fatti sono dapprima avvenuti in occasione del referendum contro le norme penali antiomofobia. Si sono poi ripetuti con il referendum contro il congedo paternità. Tutti gli episodi segnalati sono accaduti in cantoni di lingua francese.
Tra chi si è imbattuto in raccoglitori di firme menzogneri c'è il deputato nazionale Mathias Reynard, ossia proprio colui che è stato all'origine delle norme contro l'omofobia. Il parlamentare socialista ha filmato e pubblicato la scena su Twitter denunciando quanto stava accadendo. Ha inoltre esortato i cittadini raggirati a rivolgersi alle autorità e chiedere l'invalidazione della propria firma.
Mathias Reynard ha poi interpellato il governo federale sulle possibilità dei cittadini di ritirare la propria firma per referendum e iniziative. Nulla è previsto dalla legge, ha risposto il governo, il quale ha d'altra parte fatto notare che "il cittadino che firma un'iniziativa popolare o un referendum non assume alcun impegno quanto al proprio voto nel caso di un'eventuale votazione popolare".
"Reprimere la raccolta fraudolenta di firme"
Amareggiato, il deputato socialista ne ha discusso con il collega di partito e di parlamento Baptiste Hurni. Questi, tramite una mozione, attualmente pendente alla Camera del popolo, ha quindi sollecitato l'istituzione della base legale per poter perseguire penalmente chi ottiene con l'inganno firme per referendum o iniziative popolari e annullare le sottoscrizioni in questione.
"Sono metodi che mettono chiaramente in pericolo la nostra democrazia diretta e che devono essere repressi allo stesso titolo di come potrebbe esserlo una truffa", ha dichiarato Baptiste Hurni lo scorso dicembre alla radiotelevisione pubblica della Svizzera francese RTS.
Il parlamentare si è detto preoccupato dal moltiplicarsi di simili pratiche, che nel frattempo si erano riprodotte con il referendum contro il congedo paternità, e ha sottolineato la necessità di avere regole chiare per tutelare la democrazia diretta: "È uno dei beni più preziosi in Svizzera e occorre conservarlo con tutti i mezzi".
In causa raccoglitori di firme pagati
In entrambi i referendum, tali prassi erano opera di raccoglitori di firme remunerati. In tutti i casi segnalati, erano stati assunti da Incop Suisse, un'associazione con sede a Losanna, che afferma di avere "lo scopo di favorire la democrazia diretta in Svizzera". Incop negli ultimi anni ha ricevuto mandati da vari partiti e comitati di iniziative e di referendum. I suoi collaboratori sono pagati a cottimo, vale a dire per ogni firma valida raccolta.
Dei raccoglitori di firme hanno detto a vari media di non essere stati formati e di essere stati informati male. Durante un'inchiesta della trasmissione della RTS "Mise au Point", uno dei collaboratori di Incop colti in fallo, ha dichiarato che era il suo primo giorno di attività ma che, da quanto gli era stato detto, le firme che stava raccogliendo erano in favore del congedo paternità. "È quello che ho capito", ha risposto alla domanda se il suo capo gli avesse detto di dire così. Due giorni prima che la trasmissione andasse in onda, dopo averne discusso con il suo datore di lavoro, il collaboratore di Incop ha scritto una mail al giornalista affermando di aver voluto dire il contrario.
Quanto al direttore di Incop, Franck Tessemo, rispondendo sia alla RTS sia ad altri media, ha sempre refutato le accuse di manipolazioni e ribaltato le responsabilità sui collaboratori, parlando di malintesi e casi isolati. Dopo il reportage di "Mise au Point", ha annunciato che d'ora in poi dovranno essere i partiti stessi a formare i raccoglitori di firme di Incop.
Eliminare il problema alla radice
Ma per Mathias Reynard non deve esserci alcun poi: nella sessione parlamentare che inizia il 2 marzo, presenterà una proposta di divieto della raccolta remunerata di firme. "Occorre eliminare il problema alla radice", ha dichiarato a swissinfo.ch.
E a suo avviso, l'origine delle derive registrate nell'ultimo anno è il ricorso a "ditte che pagano per raccogliere firme". Si tratta di "un sistema che sfrutta persone nella precarietà, sottoponendole a una pressione mostruosa, perché sono pagate in funzione del numero di firme raccolte. Queste persone sono incitate a raccogliere il maggior numero di firme con ogni mezzo, anche con menzogne". In modo subdolo, "ingannano i cittadini approfittando della loro buona fede".
Per il deputato socialista, "con questi metodi con cui si compensa con i soldi la mancanza di militanza, oggi ci si ritrova in una devianza dalla democrazia diretta: si sta distruggendo la fiducia dei cittadini nella democrazia diretta".
Il modello ginevrino
L'opportunità di proibire la retribuzione di raccoglitori di firme è però già stata vagliata più volte in passato dal governo e dal parlamento svizzeri. La conclusione è sempre stata che tale prassi non interferisce nell'esercizio dei diritti dei singoli cittadini.
Poco più di un anno fa, in Ticino un'iniziativa parlamentare del deputato del Movimento per il socialismo (estrema sinistra) Matteo Pronzini che chiedeva un divieto a livello cantonale è stata bocciata dal governo e definitivamente affossata dal parlamento: nessun altro partito l'ha sostenuta, nemmeno il Partito socialista. La proposta ha raccolto solo 7 voti sparsi, contro 49 opposizioni e 3 astensioni.
La Commissione preparatoria del legislativo ticinese ha persino definito "in odore di anticostituzionalità" quell'atto parlamentare. Secondo il parere unanime della Commissione, tale divieto "violerebbe il principio costituzionale della libertà economica".
L'unico cantone dove vige tale divieto è quello di Ginevra. È a quel modello, che si riferirà Mathias Reynard.
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