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Spazio musicale
Quando di una composizione musicale esistono diverse versioni si pone il problema di quale scegliere per l’esecuzione. Bisogna dare la preferenza alla prima, che dovrebbe riflettere più fedelmente l’ispirazione originale? Oppure giova optare per l’ultima, scritta quando il compositore ha maturato maggiormente il suo mondo spirituale, la sua tecnica e il suo gusto? La questione si complica nel caso di un uomo indeciso come Bruckner, sempre intento a rivedere i suoi lavori, sia per seguire impulsi propri, sia per dare ascolto a suggerimenti di altre persone. La genesi dell’ottava sinfonia, poi, fu estremamente tormentata. La creò tra il luglio 1884 e l’agosto 1887 e si affrettò a mandare la partitura, della quale era entusiasta, a Hermann Levi, il quale avrebbe dovuto dirigerla. Questi però ne fu deluso, anche a causa della lunghezza inaudita, e gli comunicò le sue perplessità e il suo giudizio negativo. La reazione di Levi gettò Bruckner nello sconforto ma non gli impedì di mettersi subito al lavoro per effettuare una rielaborazione, che lo impegnò fino al marzo 1890: nacque così la seconda versione, più breve dell’altra, ma pur sempre avente una durata di oltre ottanta minuti. Nel 1939 Robert Haas decise di basarsi su questa, tuttavia riprendendo in alcuni punti elementi della partitura del 1887. Subì una dura critica da parte di Leopold Nowak: “Non è lecito, secondo i principi di una edizione critica integrale, mescolare diverse fonti; una partitura ricavata così non corrisponde all’una nè all’altra versione e quindi in nessun caso alla volontà di Bruckner”. Al Lucerne Festival, dove la sinfonia è stata eseguita il 25 agosto, si è opportunamente data la preferenza alla versione del 1890 nell’edizione del Nowak (e non all’edizione dello Haas, come si era annunciato in un primo tempo). Resta aperto il problema generale al quale ho accennato sopra. Secondo chi scrive non si può dare una regola assoluta ma bisogna decidere di volta in volta badando alle circostanze: il compositore ha rielaborato il suo lavoro su iniziativa propria oppure perchè indotto da altre persone? I suggerimenti di queste erano ben fondati? Durante la rielaborazione il compositore attraversava un periodo felice delle sue capacità creative oppure si muoveva con difficoltà? E tanto altro ancora.
La sinfonia di cui sto parlando possiede le caratteristiche di tutte le altre composte da Bruckner: momenti molto validi che spesso restano isolati tra episodi prolissi e stanchi (l’”allegro moderato” inizia egregiamente con un tema oscuro e severo ma poi perde quota), le ripetizioni eccessive (infestano particolarmente lo “scherzo”, il cui motivo principale, elementare e goffo, torna e ritorna innumerevoli volte), la monumentalità pomposa e vuota (specialmente in alcuni passaggi del “finale”). Tuttavia in questa opera trova posto un tempo, l’”adagio”, nel quale l’ispirazione si mantiene alta per tutta la sua durata (e si tratta di oltre venti minuti!) grazie all’intensa religiosità, alle ascese del pensiero verso altezze sublimi, ad alcuni significativi andamenti di corale e soprattutto ai passaggi dedicati alla glorificazione di Dio.
L’esecuzione ascoltata a Lucerna è partita per così dire in tono minore. Del primo tempo Andris Nelsons, alla testa della Gewandhausorchester Leipzig, ha dato una lettura diligente, precisa, attenta alle finezze, ma senza riuscire a trarlo dalle secche dell’ispirazione e a renderlo interessante. Superato anche lo scherzo, tuttavia, le prestazioni del direttore e del complesso ospite hanno raggiunto immediatamente l’eccellenza. Se Bruckner, quando si è addentrato, nel terzo tempo, in un mondo che gli era congeniale, ha saputo produrre risultati di grande rilievo, altrettanto hanno fatto il direttore e il complesso ospite sul piano interpretativo: stupendi i passaggi meditativi e austeri, trascinanti le spirali melodiche che si sono sollevate come se aspirassero a toccare il Cielo, grandiosi i momenti di glorificazione del Signore. Quanto al quarto tempo, che non mantiene il livello artistico di quello precedente, anche se trova qualche momento abbastanza buono quando ne riecheggia sporadicamente l’ambito spirituale, direttore e orchestra hanno dato vita ai passaggi magniloquenti con un equilibrio, una compattezza e una bravura da renderli, non solo sopportabili, ma anche graditi come splendide feste di colori strumentali. Sala esaurita e successo strepitoso con applausi intensissimi, ovazioni e pubblico in piedi. Tutti gli orchestrali sono stati festeggiati calorosamente, ma il primo corno e il timpanista in modo speciale.
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Spesso la nona sinfonia di Beethoven viene eseguita sola, un po’ perché ha una durata eccezionalmente lunga e quindi impegna fortemente tanto gli esecutori quanto il pubblico, le cui possibilità di concentrazione non sono illimitate, un po’ perchè la sua imponenza e la ricchezza dei suoi valori mettono in ombra ogni altro pezzo. Non si sono lasciati intimidire da queste considerazioni, tuttavia, Kirill Petrenko e i Berliner Philharmoniker, che nel concerto del 28 agosto per il Lucerne Festival hanno anteposto al capolavoro beethoveniano i brani sinfonici dall’opera “Lulu” di Alban Berg. Ne hanno dato una lettura attentissima a ogni sottigliezza e così gradevolmente morbida che perfino le dissonanze non sembravano tali. Applausi più lunghi e intensi di quelli che solitamente si sentono dopo l’esecuzione di brani moderni, indubbiamente anche grazie alle impeccabili prestazioni del direttore e dell’orchestra, particolarmente delle sue meravigliose prime parti.
Per la Nona di Beethoven il Petrenko si è distinto con una interpretazione accuratissima, rapida nei tempi, limpida e tersa ma anche asciutta e meccanica. Così per esempio il fugato del quarto tempo, prima della ripresa della melodia principale da parte del coro, è stato assolutamente trasparente, chiarissimo in ogni linea del contrappunto, stringato, in una parola splendido… Ma in parecchie parti della sinfonia avrei desiderato più espressione e ricchezza di accenti. Ho avuto l’impressione che talvolta il direttore cedesse alla tentazione del sussurro. Anche nel “molto vivace”, quando gli inattesi interventi del timpano interrompono il discorso dei legni, come se volessero far loro dispetto, l’effetto è stato sminuito dal fatto che il volume dei legni è rimasto sotto il “piano” della partitura, quasi come un sussurro, mentre quello del timpano è andato oltre il “forte”. Fatte le riserve suddette per l’impostazione data dal Petrenko bisogna aggiungere che il complesso berlinese si è rivelato pienamente all’altezza della sua fama. Elogi non meno caldi vanno rivolti al Rundfunkchor Berlin, istruito da Gijs Leenaars. Soprattutto ho ammirato le soprano, impeccabili anche nei numerosi punti in cui Beethoven è stato particolarmente esigente con loro, portandole e mantenendole in zona molto acuta. Sala completa, applausi intensi.
Carlo Rezzonico