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La Grecia, l’Irlanda e il Portogallo sono i tre primi paesi della zona euro a essere passati sotto la tutela diretta dei loro creditori concludendo dei piani di “aiuto” con la cosiddetta “Troïka”, composta dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea (BCE) e dal Fondo monetario internazionale (FMI). Ma questi precedenti, potrebbero essere rimessi in discussione sulla base del diritto internazionale.
In effetti, questi accordi possono essere caratterizzati come “odiosi”e dunque essere considerati illeciti. Come sottolinea la dottrina sul debito odioso, “i debiti di Stato devono essere contrattati e i fondi che ne derivano devono essere utilizzati per i bisogni e gli interessi degli Stati” (1). Ebbene, i prestiti della Troïka sono condizionati a misure di austerità che violano il diritto internazionale e che non permettono a questi Stati di uscire dalla crisi.
Ogni prestito accordato quale contropartita dell’applicazione di politiche che violano i diritti umani è odioso
Come affermato dal delegato speciale Mohammed Bedjaoui nel suo progetto di articolo sulla successione in materia di debiti statali per la Convenzione di Vienna del 1983: “Assumendo il punto di vista della comunità internazionale, potremmo qualificare come debito odioso qualunque debito contratto per fini non conformi al diritto internazionale contemporaneo, e più in particolare ai principi del diritto internazionale incorporato nella Carta delle Nazioni Unite” (2).
Non vi è alcun dubbio sul fatto che le condizioni imposte dalla Troïka (licenziamenti di massa nella funzione pubblica, smantellamento della protezione sociale e dei servizi pubblici, diminuzione dei bilanci sociali, aumento delle imposte indirette come l’IVA, diminuzione dei salari minimi,…) violano in modo manifesto la Carta della Nazioni Unite. In effetti, tra gli obblighi contenuti in questa carta, troviamo in particolare gli articoli 55 e 56, “il miglioramento del livello di vita, il pieno impiego e delle condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale (…), il rispetto universale ed effettivo dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza condizioni di razza, di sesso, di lingua o di religione”. Di conseguenza, le misure di austerità e i debiti contrattati nell’ambito di questi accordi con la Troïka sono nulli poiché tutto ciò che vi è iscritto ma è contrario alla Carta dell’ONU è da considerarsi come se non fosse stato scritto. (3)
Al di là della violazione dei diritti economici, sociali e culturali generata dall’applicazione di queste misure anti-sociali, è il diritto di autodeterminazione dei popoli, consacrato dall’articolo 1-2 della Carta dell’ONU e dai due Patti del 1966 sui diritti umani, ad essere violato. Recita l’articolo primo comune ai due patti: “Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto determinano liberamente il loro statuto politico e assicurano liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale. Per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle loro ricchezze e delle loro risorse naturali, senza pregiudizi derivanti da obbligazioni che derivano dalla cooperazione economica internazionale, fondata sul principio di interesse mutuale, e sul diritto internazionale. In nessun caso un popolo potrà essere privato dei propri mezzi di sussistenza.”
Ebbene, l’ingerenza della Troïka negli affari interni di questi Stati in barba ai più elementari principi democratici è flagrante. Questi creditori hanno chiaramente fatto capire che le elezioni in Irlanda e in Portogallo non dovevano rimettere in causa l’applicazione di questi accordi. Citiamo, ad esempio, l’articolo del quotidiano francese Le Figaro del 9 aprile 2011 che ritorna sulle ingiunzioni imposte al Portogallo dai ministri delle Finanze della zona euro e dall’Unione europea in occasione di una riunione tenutasi a Budapest prima delle elezioni legislative portoghesi: “La preparazione (del piano di austerità) dovrà iniziare immediatamente, in vista di un accordo tra i partiti a metà maggio, e permettere la messa in pratica senza ritardi del programma di aggiustamento non appena sarà in carica il nuovo governo” (…) “i ministri hanno chiaramente fatto capire al Portogallo che non vogliono dover ritornare sulle contropartite all’aiuto, qualunque sia il risultato delle elezioni.” (4). Nel caso della Grecia, il programma di austerità concluso con la Troïka è stato imposto nel 2010 senza nemmeno che il governo l’avesse ratificato, allorché si trattava di un obbligo sancito dalla Costituzione greca (articolo 36 paragrafo 2) (5).
Questo disprezzo della Troïka per la sovranità nazionale di questi tre Stati è stato possibile grazie alla situazione di grande difficoltà finanziaria della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo (prime vittime della zona euro della crisi del debito, ma certamente non le ultime). In questo senso, si può difficilmente difendere la validità di questi accordi rifacendosi alla liberta di scelta delle parti. In diritto, quando una parte in un contratto non è in grado di esercitare la propria volontà autonomamente, il contratto è da considerarsi come nullo. In che modo questo principio si applica al caso presente? Non potendo ragionevolmente chiedere prestiti sul mercato finanziario sul lungo termine a causa dei tassi di interesse richiesti dai mercati finanziari – che oscillano tra il 12% e il 17% a seconda dei casi – i governi di questi tre paesi si sono dovuti indirizzare alla Troïka, che ha approfittato di questa situazione di “creditore dell’ultima spiaggia“. Utilizzando questa situazione di grande difficoltà delle autorità greche, irlandesi e portoghesi, la Troïka è riuscita a imporre piani che hanno avuto e avranno un effetto negativo per la salute economica di questi paesi visto il carattere pro-ciclico delle misure adottate (vale a dire che le misure adottate rafforzano i fattori che generano la diminuzione dell’attività economica).
Le privatizzazioni massicce nei settori essenziali dell’economia (trasporti, energia, poste,…) imposti dalla Troïka permetteranno ad imprese private straniere di prenderne il controllo, con il conseguente impatto sulla sovranità nazionale di questi Stati e il diritto dei popoli di disporre liberamente delle loro ricchezze e risorse naturali. Benché uno Stato abbia il diritto, per mezzo di un accordo, di trasferire una parte della propria sovranità a un’entità straniera, questo trasferimento non deve, salvo una violazione del diritto internazionale, compromettere l’indipendenza economica dello Stato, che è un elemento essenziale della sua indipendenza politica (6).
Attraverso le condizioni imposte, la Troïka non ha solamente violato il diritto internazionale. Si è anche resa complice della violazione dei diritti nazionali di questi Stati. In Grecia, in particolar modo, si assiste a un vero e proprio colpo di Stato giuridico. Per esempio, una serie di disposti della legge 3845/2010, che mette in atto il programma di austerità, violano la Costituzione, in particolare sopprimendo il salario minimo legale. L’abbandono della sovranità dello Stato greco è ulteriormente aggravato dalla clausola dell’accordo con la Troïka che prevede l’applicabilità del diritto anglosassone e la competenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE) in caso di litigio. Lo Stato rinuncia così a una prerogativa fondamentale della sovranità che è la competenza territoriale dei propri tribunali nazionali. Nel contempo, la legge greca che mette in opera il programma di austerità esige che le sentenze arbitrali (avendo valore costituzionale) che accordano degli aumenti di salario per gli anni 2010 e 2011 non siano valide e eseguibili. Insomma, come scrivono i giuristi G. Katrougalos e G. Pavlidis, “la sovranità statale è limitata in maniera troppo simile al controllo finanziario internazionale, che era stato imposto nel 1897 in seguito al fallimento (1893) e soprattutto alla sconfitta greca nella guerra greco-turca”.
È odioso qualsiasi prestito che ha origini illecite o immorali
Il fondamento giuridico che parte da ragioni illecite o immorali per rimettere in causa la validità dei contratti si ritrova in numerose legislazioni nazionali civili e commerciali. Ci rimanda direttamente a una questione che solleva la dottrina del debito odioso: a chi profittano i prestiti? Nel caso degli accordi conclusi con la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda, è chiaro che le banche private europee, che hanno prestato a questi paesi in maniera totalmente irresponsabile, sono vincitrici, benché portino pesanti responsabilità nella crisi del debito. In effetti, il salvataggio delle banche private da parte dei poteri pubblici a seguito allo scoppio della crisi finanziaria del 2007 ha condotto a un’esplosione dei debiti degli Stati. In questo senso, si può perlomeno definire “immorale” la causa di fondo degli accordi presi con la Troïka e parlare di “arricchimento senza ragione” (un principio generale del diritto internazionale secondo l’articolo 38 dello statuto della Corte Internazionale di Giustizia (7)) da parte delle banche private.
L’arricchimento senza ragione delle banche private è poi ulteriormente aggravato dal fatto che queste ricavano un enorme profitto sulle spalle dei poteri pubblici in ragione della differenza tra, da un lato, i tassi di interesse di più del 4% che esigono dagli Stati interessati per l’acquisto dei titoli che emettono per una durata di 3 o 6 mesi, e, d’altro canto, il tasso dell’1% al quale queste stesse banche hanno ottenuto i loro prestiti presso la BCE fino all’aprile del 2011, prima che fosse portato al’1,25% e poi all’1,5% (8). Possiamo anche parlare di arricchimento senza ragione (arricchimento abusivo e illegale) a proposito di Stati come la Germania, la Francia e l’Austria che hanno ottenuto sul mercato prestiti al 2% per poi prestare a loro volta alla Grecia al 5% o al 5,5%, all’Irlanda al 6%. Lo stesso vale per il FMI che ottiene prestiti dai suoi membri ad un determinato tasso e poi presta alla Grecia, all’Irlanda e al Portogallo a tassi nettamente superiori.
Le misure annunciate dalle autorità europee il 21 luglio 2011 costituiscono una confessione chiara e netta dell’“arricchimento senza ragione” di cui sono responsabili e del carattere doloso della loro politica. Hanno alla fine annunciato la loro intenzione di ridurre di 2 o 3 punti il tasso di interesse che esigono dalla Grecia, dall’Irlanda e dal Portogallo. Proclamando che avrebbero riportato il tasso di interesse a circa il 3.5% per i crediti a 15 e 30 anni, riconoscono che i tassi che esigono sono proibitivi. Lo fanno benché sia evidente il disastro nel quale esse hanno contribuito a condurre questi paesi e anche il contagio trasmesso agli altri paesi.
Qual è l’interesse dell’Irlanda, della Grecia e del Portogallo ad aver concluso questi accordi con la Troïka? Nessuno, a parte il fatto che riceveranno una piccola boccata d’ossigeno finanziario, … ma che deve servire al rimborso dei loro creditori. Sul medio-lungo termine, questi piani di rigore peggioreranno la loro situazione, dato che si è sviluppato un effetto “palla di neve”. In effetti, il carico degli interessi su questi nuovi debiti aumenta, allorché le misure dettate dalla Troïka hanno per conseguenza di ridurre l’attività economica poiché, attaccando le condizioni di vita delle popolazioni, riducono la domanda globale. Si può dunque denotare il comportamento doloso dell’FMI, visto il fossato abissale che vi è tra i suoi discorsi e la realtà concreta. In effetti, nell’articolo 1 dei suoi statuti,l’FMI ha per obiettivi di “facilitare l’espansione e la crescita armoniosa del commercio internazionale e contribuire così a l’instaurazione e al mantenimento di livelli elevati di impiego e reddito reale e allo sviluppo delle risorse produttive di tutti gli Stati membri, obiettivi primari della politica economica” (9) o ancora di “dare fiducia agli Stati membri mettendo le risorse generali del Fondo temporaneamente a loro disposizione attraverso delle garanzie adeguate, fornendo così la possibilità di correggere i disequilibri delle loro bilance dei pagamenti senza ricorrere a delle misure pregiudizievoli per la prosperità nazionale e internazionale.” (10) Allo stesso modo possiamo affermare che l’azione della Commissione europea e della BCE costituiscono un dolo nei confronti dei paese interessati.
Le misure dettate dall’FMI, dalla BCE e dalla Commissione europea avranno anche come conseguenza di rinchiudere questi paesi nella logica infernale dell’indebitamento poiché dovranno continuare a chiedere prestiti per potere rimborsare. Sono dunque partiti per una periodo di 10, 15 o 20 anni di austerità e di aumento del debito (11). Lo studio dell’OCSE sul debito greco, pubblicato il 2 agosto 2011 (12), afferma in particolare che il debito pubblico che era del 140% nel 2010 dovrebbe ridiscendere al 100% del Prodotto Interno Lordo (PIL) nel… 2035.
Di fronte a una situazione di questo tipo, i governi, se vogliono rispettare gli interessi della popolazione, hanno interesse a rompere gli accordi con la Troïka, a sospendere immediatamente il rimborso del loro debito (con congelamento degli interessi) e mettere in campo degli audit (valutazioni indipendenti) con partecipazione popolare. Questi audit devono determinare la parte illegittima di questi debiti, quella che deve essere annullata senza condizioni. Il resto del debito pubblico deve essere anche ridotto con delle misure a carico di chi ne ha approfittato. Delle procedure legali devono essere intentate contro i responsabili dei danni causati. Evidentemente, delle misure complementari e essenziali (trasferimento di banche verso il settore pubblico, riforme fiscali radicali, socializzazione di settori privatizzati durante l’era neoliberale,… (13)) dovranno essere prese dato che l’annullamento dei debiti illegittimi, benché necessario, è insufficiente se la logica del sistema resta intatta.
1. Alexander Nahum Sack, Les effets des transformations des Etats sur leurs dettes publiques et autres obligations financières, Recueil, 1927
2. Mohammed Bedjaoui, Neuvième rapport sur la succession dans les matières autres que les traits, A/CN.4/301 e Add I, p. 73.
3. Monique e Roland Weyl, Sortir le droit international du placard, PubliCETIM, n° 32, CETIM, novembre 2008.
4. Cfr. articolo di Virginie de Romanet: “Le Portugal: dernière victime en date du modèle néo-libéral.”
5. Georgios Katrougalos e Georgios Pavlidis, “La Constitution nationale face à une situation de détresse financière: leçons tirées de la crise grecque (2009-2011)”.
/. È ugualmente previsto in diversi codici civili nazionali come nel codice civile spagnolo (agli art. 1895 e seguenti) e francese (agli art. 1376 e seguenti).
8.Ricordiamo che il Trattato di Maastricht vieta alla BCE di prestare direttamente agli Stati.
9. Cfr. gli statuti del Fondo Monetario Internazionale su: http://www.imf.org/external/pubs/ft/aa/fre/aa01.htm
10. Sottolineatura da parte degli autori.
11. Eric Toussaint, “Aides empoisonnées au menu européen”, 2011, sito del CADTM.
1. http://www.oecd.org/document/62/0,3746,fr_21571361_44315115_48475902_1_1_1_1,00.html
13. Eric Toussaint, Huit propositions urgentes pour un autre Europe, sul sito del CADTM, il 4 aprile 2011.
*Renaud Vivien, giurista, è membro del gruppo di lavoro diritto del CADTM (Belgio); Eric Toussaint è presidente del CADTM Belgio. Hanno pubblicato il libro: La Dette ou la Vie, Ed. Aden-CADTM, 2011. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.