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Le dimissioni di Nikky Haley da ambasciatrice degli Stati Uniti all'ONU hanno sorpreso: i temi e le motivazioni sembrano risultare fragili all'analisi di molti commentatori. "Non ho piani per il futuro - aveva dichiarato - ma non correrò per la Casa Bianca nel 2020, farò campagna per Trump". Non tutti però le credono. La partenza giunge alla fine di una lunga serie di defezioni (più di una ventina) che ha caratterizzato l'amministrazione Trump in questi due anni.
"Io credo che Nikky Haley sia riuscita a costruirsi un profilo tutto particolare - ci spiega Mario Del Pero, professore di relazioni internazionali all'Istituto di studi politici di Parigi - La Haley non ha alienato la base trumpiana del partito, ma ha mantenuto una certa indipendenza. È apparsa come una figura moderata, capace anche di dialogare con il resto del mondo".
"Se non sono vere le ragioni personali menzionate dalla Haley - prosegue Del Pero - questo è il momento ideale per uscire dall'amministrazione: con questo alto profilo. In prospettiva, diciamo così, di una candidatura presidenziale nel 2020. È chiaro che stiamo parlando di una delle poche donne dell'amministrazione, e di una donna che ha maturato un ruolo molto importante, di fatto alla pari con il segretario di Stato”.
La Haley ha escluso una sua candidatura per le presidenziali 2020. A questo proposito, prosegue Del Pero, “se lo avesse anche solo ipotizzato avrebbe perso per l'appunto il sostegno, l’appoggio e la buona posizione di cui gode presso la base elettorale del partito repubblicano, che è una base che sta in larghissima maggioranza con Trump”.
“Raramente nella storia, ci dicono i sondaggi, un presidente è stato così popolare presso la base elettorale e i militanti del suo partito. Quindi nessuno che voglia far carriera e voglia crescere di ruolo dentro il partito repubblicano può permettersi oggi di sfidare apertamente il presidente. La Haley è riuscita a farlo implicitamente e lavorando dentro la “bolla” delle Nazioni Unite che l’ha un po' protetta e tutelata”.
Quella di Haley è l'ultima di una lunga serie di partenze illustri all'interno dell'amministrazione Trump: il segretario di Stato Tillerson, il consigliere alla Sicurezza Nazionale Flynn o il capo stratega Bannon. È forse il segno di qualcosa che non funziona dentro l'amministrazione?
“Stando a tutti i resoconti di cui disponiamo – chiarisce il politologo - c'è una sorta di guerra tra bande dentro l’amministrazione, con un presidente incapace di controllarla, disattento, incapace di mantenere la sua concentrazione, la sua attenzione, su qualsivoglia dossier per un lasso di tempo che non sia racchiudibile in un tweet".
"Nel caso della Haley - conclude Del Pero - forse ha anche a che fare con il cambiamento nella politica estera e di sicurezza portata dalle dimissioni di Tillerson e McMaster, ed alla sostituzione con figure come Pompeo o ancor più Bolton, il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale. Figure che hanno delle posizioni molto radicali, molto neoconservatrici e molto anti Nazioni Unite: Bolton qualche anno fa scrisse che il palazzo dell'ONU doveva essere raso al suolo. Delle controparti, dentro l'amministrazione, con le quali per la Haley era molto più difficile collaborare.”