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In occasione del dibattito "Democrazia" organizzato dalla Fondazione Corriere della sera l'8 maggio 2008 riprendiamo da Youtube un intervento di Luciano Canfora sulla parola democrazia.
Su questo tema Luciano Canfora ha pubblicato il volume "La democrazia. Storia di un’ideologia", edito da Laterza nel 2006.
La tesi di Canfora è che, sin dalla Grecia antica, i concetti di democrazia e libertà si siano trovati in conflitto. Ciò è ancor più vero, a suo avviso, nel mondo attuale, in cui al trionfo della libertà individuale corrisponderebbe un grave deperimento dei principi democratici.
Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l'appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all'assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz'altro popolo (dèmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c'è libertà.[...] Quella che alla fine — o meglio allo stato attuale delle cose — ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»; o forse anche quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell'associazione neonazista newyorkese dei «Cavalieri della libertà». Né potrebbe essere altrimenti, perché la libertà ha questo di inquietante, che o è totale — in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale — o non è; ed ogni vincolo in favore dei meno «forti» sarebbe appunto, limitazione della libertà degli altri. È dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno. È un punto d'approdo, inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d'azione e degli esperimenti originati da Marx. La schiavitù è, beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente occultata. (Luciano Canfora, La democrazia. Storia di un'ideologia. Laterza).
Guarda l'intervento di Luciano Canfora sul tema "Democrazia":
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Pericle, la democrazia imperialista
di Luciano Canfora - Corriere della Sera 11/07/2008
Mettere in discussione i fondamenti della democrazia parlando davanti al popolo sembra inverosimile. Ancora di più in una comunità come quella ateniese dove l'«attentato alla democrazia» era il reato più grave, al punto che — secondo un sarcastico cenno di Demostene — anche il furto di qualche remo dagli arsenali veniva bollato come «attentato alla democrazia» (13,14).
Eppure ad Atene poteva succedere: non certo davanti all'assemblea popolare o davanti ad un tribunale (il quale forse sarebbe stato persino più severo), ma dalla scena, nell'ambito di una azione scenica, dunque dinanzi ad una folla ben più numerosa di quella più o meno politicizzata che frequentava l'assemblea. È quel che accade nelle Supplici di Euripide, la tragedia portata sulla scena non molto dopo il 424 a.C., nel bel mezzo della quale si svolge uno scontro dialettico pro e contro la democrazia. L'audacia di una tale iniziativa passa spesso inosservata. Eppure è una vera enormità che sia potuto accadere. Euripide, che non era molto amato dal pubblico e che aveva anche amicizie politiche sospette, aveva preso le sue cautele. Così, ad esempio, gli argomenti contrari alla democrazia (l'incompetenza del «cittadino comune» al quale non possono affidarsi decisioni delicate e cruciali, la immancabile deriva demagogica etc.) li fa esprimere da un personaggio odioso. Però resta il fatto che i suoi argomenti rimangono senza risposta. L'antagonista, che è addirittura Teseo, il sovrano ateniese cui una leggenda patriottica attribuiva una mitica fondazione della democrazia, esprime bensì un sonante elogio della democrazia, ma quelle due critiche capitali non le affronta nemmeno. Quale effetto poteva avere tutto ciò sul pubblico? Difficile per noi valutarlo, ma qualche seme di dubbio di sicuro rimaneva. Riserve di tale portata erano di solito appannaggio di ambienti ristretti, che discutevano al chiuso: era audacia portarle davanti alle decine di migliaia di persone che affollavano il teatro.
A ben vedere, le parole di Teseo, così formulate e politicamente corrette, sono inficiate dal fatto stesso che chi le pronunzia è un re, il quale però afferma che «in questa contrada il governo non è di un solo uomo, ma del popolo, il quale comanda attraverso il sistema dell'alternanza annuale delle cariche»!
Ma c'è di più. La tirata del monarca antimonarchico Teseo è quasi un collage di formule che si ritrovano anche nell'opera di Tucidide, o dette da Pericle o dette a proposito di Pericle. E la parte del leone la fa — com'è ovvio— l'Epitafio pericleo, il discorso più sfruttato dai cultori dell'inesauribile genere letterario di «inventare Atene» (per parafrasare un bel titolo di Nicole Loraux). In Tucidide la situazione è tutto sommato molto chiara. A distanza di poche pagine si trovano per un verso il profilo di Pericle, il cui regime Tucidide definisce «una democrazia solo a parole, di fatto il governo del principe», e per l'altro l'elogio, pronunciato dallo stesso Pericle, del sistema politico ateniese in quanto democrazia con molti se e molti ma. Sull'insufficienza della parola «democrazia » per definire il sistema politico ateniese il Pericle tucidideo è chiaro: «La parola — egli dice — è democrazia, in quanto il sistema non opera in funzione dei pochi ma dei più, però, nelle controversie private (cioè: in tribunale), spetta a tutti la stessa parte (cioè: non si commettono soprusi)». Questa frase, di solito fraintesa dagli interpreti, diventa chiara non solo se la si pone in relazione con il realistico giudizio di Tucidide stesso («una democrazia solo a parole») ma soprattutto se si coglie il nesso oppositivo tra la prima e la seconda parte della frase: «Non ci sono soprusi in tribunale» vuol dire infatti (ma la cosa è alquanto lontana dalla realtà) che in tribunale non si esercita quella oppressione nei confronti dei ricchi che sarebbe, secondo la visione di tutti i pensatori ateniesi del V e del IV secolo, la caratteristica essenziale della democrazia.
E poiché il Pericle tucidideo sta parlando in una situazione ufficiale e celebrativa — una sorta di grandiosa pubblica lezione di educazione civica — è certo abile, da parte sua, mettere in parallelo l'equità dei tribunali (sottinteso: nel non perseguitare i ricchi) col fatto che però in pubbliche discussioni anche al povero viene lasciato spazio («non viene impedito in ragione della povertà»). Analogamente, il re propagandista Teseo, nelle Supplici, dopo aver detto «qui non siamo governati da un uomo solo», subito soggiunge che «qui comanda il popolo», e che «non si dà un posto prevalente alla ricchezza, anche il povero ha la sua parte uguale».
Cercar di capire cosa effettivamente fu il lungo predominio di Pericle, quale compromesso tra potere personale, e di clan, e «demagogia» stesse alla base di tale regime, che già Tucidide e nella sua scia Cicerone chiamano «principato», è uno dei punti cardine per la comprensione della storia ateniese del V secolo. Essa è oggetto del volume Grecia e Mediterraneo dall'età delle guerre persiane all'Ellenismo, curato da Maurizio Giangiulio per la Salerno Editrice, che completa la parte greca della Storia d'Europa e del Mediterraneo: una delle «Grandi opere » di quella aristocratica casa editrice romana.
Naturalmente non è facile addentrarsi in un terreno così delicato. La discussione divampò già al tempo di Pericle e nel secolo seguente. Basti pensare alla critica anti-periclea del maggiore pensatore ateniese, Platone, nato l'anno dopo la morte dell'abile e spregiudicato alcmeonide. E non è affatto detto che la critica platonica sia spietata, con buona pace della apologetica confutazione che ne tentò, secoli più tardi, il retore Elio Aristide.
Opere complessive e composite sono di necessità diseguali. In questo volume si apprezzano soprattutto gli interventi di Giorgio Camassa sulla formazione della comunità politica ateniese e di Giorgio Ieranò sul teatro nella polis, di Ugo Fantasia sulla guerra peloponnesiaca (che del sistema pericleo fu la tomba), di Marco Bettalli e soprattutto del coordinatore Giangiulio. È molto importante quanto scrive Bettalli sulla «aggressività della democrazia ateniese» ed in particolare sulla folle spedizione voluta da Pericle in Egitto (460-457) che costò la distruzione di almeno 250 triremi e pesantissime perdite umane. L'episodio ci è noto grazie ad un sommario cenno di Tucidide nel primo libro della sua opera. Senza di esso la vicenda sarebbe stata «inghiottita». Essa ci appare come il pendant, per avventatezza e disastroso epilogo, dell'avventura occidentale, contro Siracusa, voluta quarant'anni dopo da Alcibiade, nel 415. Ma Alcibiade è entrato nella storia come avventuriero, mentre Pericle, grazie alla prosa, fraintesa ancorché idolatrata, dell'Epitafio, si trova stabilmente collocato nell'empireo dei grandi e saggi statisti. Il che tanto più colpisce se si considera che la catastrofica scelta di andare allo scontro con Sparta fu dovuta, come rilevò Gaetano De Sanctis nel suo misconosciuto Pericle (1944), proprio a lui. Naturalmente, a sua difesa, c'è la lunga apologia della sua politica scritta da Tucidide — nella pagina più controversa (2,65) — il quale nella stessa pagina fa di tutto per «salvare» anche Alcibiade, pur senza nominarlo. Agli storici moderni non dovrebbe però sfuggire che la faziosità di Tucidide verso i due Alcmeonidi stravolge in modo sostanziale la prospettiva con cui guardiamo a quei fatti e a quei personaggi. E quanto all'Epitafio, testo cruciale in quanto prodotto ideologico, fa impressione come si preferisca fraintenderne il senso pur di tenere in piedi il mito del «manifesto della democrazia» (formula depistante che ogni tanto riaffiora: si veda, anche in questo volume, p. 302).
Eppure proprio l'Epitafio contiene quella rivendicazione, che solo Friedrich Nietzsche intese nella sua pienezza e crudeltà, del «male», non solo del bene, che Atene ha fatto «per ogni dove» (2,41).
Rivendicazione, questa, su cui gli interpreti «politicamente corretti» preferiscono chiudere gli occhi, per non guastare il quadro consolante ed edificante di una Atene in cui «si filosofeggia senza mollezza» e «si ama il bello con sobrietà». Il che detto da Pericle, bersagliato dal demo oscurantista in quanto protettore di Anassagora e di Aspasia, fa davvero sorridere.