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Il professore che insegna felicità
Dottore in psicologia e filosofia e “professore di felicità” a Harvard, Tal Ben-Shahar espone i punti chiave della psicologia positiva
in società
Quando lancia il primo “corso di felicità” a Harvard, oltre dieci anni fa, Tal Ben-Shahar, insegnante americano-israeliano, ha bisogno di restare motivato: il suo corso è frequentato da meno di una dozzina di studenti. Quattro anni dopo saranno più di mille, sedotti dal suo lavoro che tiene conto dell’analisi degli ultimi studi di psicologia positiva, una disciplina che non si accontenta di studiare un fenomeno basandosi sul comportamento medio di una popolazione, ma in funzione delle abitudini degli individui più performanti di un campione. Un approccio iniziato negli anni Cinquanta del secolo scorso da Abraham Maslow, il quale ha stabilito un principio rivoluzionario: “Imparare da ciò che funziona meglio”.
Da diversi anni Tal Ben-Shahar condivide questi insegnamenti in seminari, corsi di formazione e conferenze. Ecco le cinque chiavi del suo metodo.
Conoscere i propri punti di forza
Mentre la maggior parte delle persone pensa che si progredisca correggendo le proprie debolezze, gli individui più appagati e che riescono meglio nella vita sono quelli che contano essenzialmente sui propri punti di forza. Non soltanto sono perfettamente coscienti delle proprie capacità e competenze, ma coltivano anche tutte le attività che li alimentano (sport, hobby…). Per estensione, le imprese di maggior successo sono quelle che fanno affidamento sui punti di forza dei loro dipendenti.
Tal Ben-Shahar
Restare in buona salute
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce ormai lo stress una pandemia: questa sindrome è diffusa globalmente e si manifesta sempre più spesso.
Lo stress è quindi inevitabile e Tal Ben Shahar riconosce che il problema oggi non è tanto lo stress quanto la nostra difficoltà a concederci dei periodi di tregua. Costantemente connessi, disponibili a qualsiasi ora, il nostro tempo di recupero è sempre più limitato. Mentre la persona comune sogna una professione - o una società - priva di stress (la qual cosa è impossibile), le persone più appagate sono tali perché fanno fronte allo stress concedendosi periodi di tregua e di riposo: da qualche minuto nell’arco di una giornata a qualche giorno nell’arco di un mese… o qualche settimana nell’arco di un anno. Conservano in questo modo la loro energia fisica e mentale per restare in buona salute.
Essere pienamente concentrati
Quando si è assorbiti da un’attività si dimentica tutto il resto e si ha la sensazione di “essere un tutt’uno” con ciò che si fa. Ne deriva una sensazione di pienezza.
Interpellate al riguardo, la maggior parte delle persone associano questa sensazione di pienezza a eventi eccezionali: vacanze esotiche, promozione, matrimonio, nascita di un figlio. Ma se a essere interpellati sono individui che si considerano particolarmente felici, si constata che questa sensazione di presenza e di pienezza è associata a un evento più recente, più frequente o più banale. Le persone più appagate sono quelle che riescono a rendere i momenti più insignificanti esperienze molto ricche.
La felicità non possiede una traiettoria lineare. È un percorso che comprende alti e bassi. Ma come tante cose nella vita, anche le situazioni più difficili - o gli stati emotivi più dolorosi - finiscono per passare
Coltivare relazioni
Una delle cose che ci rendono più felici è la qualità del legame che coltiviamo con le persone a noi più vicine e più care. Paradossalmente, nella classifica mondiale dei paesi in cui ci si sente più felici non figurano necessariamente paesi con il PIL più elevato, bensì paesi in cui i legami sociali sono molto forti, come la Danimarca, dove oltre il 90% della popolazione fa parte di un’organizzazione: club sportivo, associazione, chiesa. Mentre la maggior parte delle persone ritiene che le relazioni interpersonali siano guidate da relazioni di potere o d’influenza, gli individui più felici sono quelli che pongono l’autenticità e il carattere positivo del legame alla base delle loro relazioni.
Trovare un senso in ciò che si fa
Il bisogno di superare noi stessi ci spinge spesso a cercare un senso attraverso grandi progetti: realizzazione notevole, impegno umanitario, viaggio iniziatico… Progetti “per il futuro” che necessitano comunque di tempo, energia e talvolta denaro. Ma trovare un senso in ciò che si fa quotidianamente è il modo migliore per sentirsi felici. Il lavoro è un buon esempio al riguardo. Studi dimostrano che, indipendentemente dalla posizione ricoperta, si può affrontare il proprio lavoro come un impiego, una carriera o una vocazione (vedi la favola qui sotto). In un ospedale perfino il personale addetto alla manutenzione, sebbene svolga compiti subalterni, ritiene di contribuire alla guarigione dei pazienti e ciò conferisce un senso compiuto a questo lavoro.
E tra le persone più appagate questa ricerca di un senso continua a casa, anche nelle attività familiari o di tutti i giorni.
La favola dei tagliatori di pietre
Tre tagliatori di pietre sono al lavoro in un cantiere, con i medesimi attrezzi e la stessa perizia e sembrano fare esattamente la stessa cosa.
Il primo ha l’aria alquanto infelice. Il secondo sembra piuttosto felice. In quanto al terzo, pare francamente radioso.
Sopraggiunge un passante e domanda loro che cosa stanno facendo.
Il primo ribatte amaramente: “Taglio pietre per sopravvivere”.
Il secondo replica: “Taglio pietre per costruire un muro”.
In quanto al terzo, risponde con un gran sorriso: “Taglio pietre per edificare una cattedrale”. (da regardsprotestants.com; trad. it. G. M. Schmitt)