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Nel 1169, centotre anni dopo la battaglia di Hastings che sancì definitivamente la conquista normanna dell’Inghilterra sassone da parte del normanno William The Conqueror, il monaco benedettino Étienne de Rouen scrisse Draco Normannicus, che al contempo è una cronaca della storia normanna e un poema arturiano.
Il titolo, che significa “Lo stendardo dei normanni” fu però aggiunto in età moderna, nel 1885 da Richard Howlett, curatore dell’editio princeps.
L’opera offre un forte spessore per il personaggio della principessa Matilda, divenuta poi imperatrice d’Inghilterra, per trent’anni lottò contro il cugino Stefano, che rivendicava il suo diritto al trono: entrambi erano discendenti da William The Conqueror ed entrambi avevano valide ragioni per regnare: Matilda era figlia del defunto re Enrico I, quindi erede diretta, Stefano era figlio della sorella del Conquistatore e vantava più legittimità in quanto uomo (era stato, inoltre, unto dall’arcivescovo di Winchester, Stefano di Blois, che era anche suo fratello, ma che, a un certo punto, passò dalla parte di Matilda… una storia complicata, insomma).
Alla fine il compromesso di risolse lasciando il regno a Stefano, obbligandolo, però, a nominare suo successore il figlio che, nel frattempo, Matilda, unitasi in seconde nozze, col duca d’Anjou aveva messo al mondo: il famoso Enrico II il Plantageneto, divenuto re d’Inghilterra nel 1154. Famoso, dunque, per vari motivi: in primis nella cultura di massa in quanto fu il committente dell’assassinio di Thomas Becket, (assassinio eternato dal grande tragediografo del Novecento Thomas Eliot), eppure, nella stessa cattedrale in cui avvenne l’assassinio, a Canterbury, è raffigurato in una delle statue dell’abside! In secondo luogo perché sposò l’altrettanto famosa Eleonora d’Aquitania, (tradendola poi con la bella Rosamunda, Rosamund Clifford, la quale fu però avvelenata da Eleonora), traendo così, dalla dote della moglie, largo dominio sulla Francia (così Francia e Inghilterra saranno unite sino alla guerra dei Cent’anni, in pratica.)
Nel Draco Normannicus Étienne de Rouen legittimò Enrico II come secondo Artù, ovvero come continuatore della dinastia del leggendario (ma realmente esistito, almeno come condottiero) sovrano celtico-romano. Però, nella sua opera in versi latini, Étienne scrive esplicitamente che egli spera in un ritorno di Artù, scrivendo: anche dopo un periodo di 600 anni, i Bretoni ancora accarezzavano la speranza che [Artù] fosse vivo e che sarebbe tornato, come un Messia, per riconquistare la loro casa ancestrale. Oltre all’interessante fatto che Étienne ci dia una collocazione precisa di Artù (se siamo nel 1169, siamo nel 569 d.C. E il monaco Gildas negli Annales scrive che Artù morì nel 539, quindi, a parte uno scarto di trent’anni -normale, per un’epoca in cui le fonti storiche scarseggiano altamente, i cosiddetti Secoli Bui – i conti sulla figura storica di Artù tornano); oltre a ciò, dunque, Étienne scrive che crede nell’immortalità di Artù, come simbolo di riscossa per coloro che ancora, all’epoca, sono celti, ovvero non sono né sassoni (la conquista sassone della Britannia, compiutasi nel VII sec d C, non arrivò mai né in Galles, né in Cornovaglia, né in Bretagna), né normanni.
È proprio contro Enrico che un monaco di Jumièges, in difesa dei Bretoni, s’appellò ad Artù dicendo che lo spirito del sovrano gli impediva di conquistare e sottomettere i Bretoni. Enrico, però, voleva estendere i suoi domini anche sulle parti mancanti della Francia. Così, doveva dimostrare che Artù, esistito realmente, fosse anche realmente morto. Sotto il suo regno, nel 1184 a Glastonbury fu scoperta, per mano dei monaci benedettini, la tomba di re Artù e della regina Ginevra. Escamotage politico o realtà storica? Ora i Bretoni non potevano più dimostrare che l’Artù redivivo era dalla loro parte: il sovrano celta era ora appannaggio degli Inglesi, per mano di Enrico II.
Fermiamoci un attimo su questi due coniugi, Enrico II ed Eleonora d’Aquitania, e il loro rapporto con la tradizione arturiana: sotto Enrico II viene scoperto il luogo di sepoltura di Artù e Ginevra; sempre sotto il suo regno Étienne de Rouen scrive il Draco Normannicus poema che, se da un lato sancisce “l’appannaggio” di Artù da parte dei Normanni, (pur riportando le speranze dei Bretoni che Artù sia ancora in vita) dall’altro sancisce importanti elementi della tradizione arturiana così come la conosciamo noi oggi: per esempio per la prima volta Morgana viene riconosciuta non solo come Fata bensì come curatrice e sorella di Artù, tassello, questa sorellanza tra Artù e Morgana, che piacerà molto a Chrétien de Troyes, il poeta di corte di… Eleonora d’Aquitania.
Già, Eleonora, dunque, moglie di Enrico. Prima di sposarlo, Eleonora era maritata a Luigi VII di Francia e il suo infelice matrimonio, la portò a suggerire a Chrétien di cantare un infelice amore coniugale: così Chrétien aggiunse il tassello, nel mito arturiano, della storia degli amori tra Ginevra, infelicemente sposata ad Artù e Lancillotto.
Due sovrani, dunque, Enrico ed Eleonora, che aggiungono tasselli alla tradizione arturiana, che si dipana proprio in quegli anni. I suddetti tasselli furono dai suddetti poeti inventati? Oppure ebbero fonti storiche? Non lo sapremo mai ma, almeno per quanto riguarda Étienne de Rouen, possiamo rispondere: egli trasse materia dalle precedenti opere di Dudone di San Quintino e Guglielmo di Jumièges.
Il primo, Dudone di San Quintino, fu anch’egli uno storico normanno, (forse il primo, poiché raccolse la tradizione orale di Raoul d’Ivry, fratellastro del duca Riccardo, futuro padre del Conquistatore!) che tra il 1015 e il 1030 scrisse Historia normannorum o Libri III de moribus et actis primorum Normanniae ducum, scritta in latino, alternativamente in versi (di metro diverso) e in prosa, nella quale mostra ben chiaramente di conoscere Virgilio. (Fate attenzione a questo punto: il primo degli storici normanni è un monaco che conosce bene il poeta epico dei romani, Virgilio.)
Il secondo, Guglielmo di Jumièges, (il quale attinse a sua volta da Dudone di San Quintino e a sua volta fu attinto da Étienne de Rouen) scrisse, nel 1170 – quindi quasi contemporaneamente a Étienne de Rouen – Gesta normannorum Ducum, dedicata ai duchi di Normandia, sino a Guglielmo il Conquistatore (infatti racconta i sei anni successivi alla conquista normanna dell’Inghilterra sassone). Figura avvolta dall’ombra, il monaco Guglielmo è noto solo per aver scritto al suo omonimo Conquistatore, una lettera dedicatoria in versi.
Étienne de Rouen, che attinse da entrambi, ma soprattutto da Dudone – e Dudone conosce il latino – mostra di conoscere l’Ilias di Simon Capra Aurea, un poeta francese del XII secolo che scrisse una piccola Iliade in francese antico. (fate ben attenzione a quest’ultimo punto, a breve ci ritorneremo).
L’ultimo dei poeti normanni che qui tratteremo è Robert Wace, (che attinse molto da Dudone) e che scrisse, oltre a le Roman de Rou, (ancora una volta) sui duchi di Normandia, nel 1155 circa Le Roman de Brut, dedicato a Eleonora d’Aquitania (quando ancora era sposata a Luigi VII). Il romanzo prendeva ispirazione da Historiam Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, che negli stessi anni aveva narrato i re di Britannia (tra i quali annovera Artù come sovrano storicamente esistito a tutti gli effetti) e la mitica fondazione della Britannia da parte di Bruto, un eroe scampato alla guerra di Troia proprio come… Enea, fondatore di Roma.
Cosa dedurre, quindi? Primo, Artù fu un guerriero realmente esistito, la cui sovranità venne assurta a simbolo quasi mistico legittimatore dei successivi sovrani (e conquistatori) d’Inghilterra. I normanni, infatti, rivendicarono la propria sovranità sull’Inghilterra sassone in quanto discendenti diretti di Artù.
Secondo, la popolarità di Artù era così alta già allora da servire sia ai Normanni come morto e re, sia ai Bretoni come vivo e spirito. Entrambi si appropriarono della sua figura divenuta simbolica.
Terzo, che se il gallese Goffredo di Monmouth cita un eroe troiano (Bruto) come fondatore della Britannia e la stessa idea viene ripresa dal normanno Robert Wace; se il normanno Dudone di San Quintino mostra di conoscere l’Eneide di Virgilio, se Étienne de Rouen mostra di conoscere l’Ilias di Aurea, allora possiamo concludere che vi sia un minimo comune denominatore tra tutti questi storici e cantori di Artù: questo minimo comune denominatore è Enea, fondatore di Roma. Artù sta alla Britannia, come Enea sta all’Impero Romano. Sulla storicità di Enea e sulla conoscenza della sua figura preesistente all’apogeo epico che ne fece Virgilio non vi sono dubbi. Però, con Virgilio e Augusto Enea divenne, più che personaggio storico, un simbolo della Roma imperiale.
Allo stesso modo, sulla persistenza di un Artù storico precedente all’apogeo epico che ne fecero i suddetti poeti (pur delle origini di questo apogeo), non vi sono dubbi: ne parlano già Gildas (V – VI sec d.C.) e Nennio (IX sec d.C.). Ma fu con Enrico II e la dinastia dei Plantageneti che divenne simbolo dell’Inghilterra normanna (non dimentichiamo che, sotto i Plantageneti il mito arturiano ebbe molta fortuna: dalla scoperta della tomba a Glastonbury alla creazione della Tavola Rotonda di Winchester, voluta sempre da un sovrano plantageneto, successore di Enrico II, Riccardo I.) e allo stesso modo la corte di Artù divenne un cult con Eleonora d’Aquitania e la sua corte di poeti.
Così dalla storia dell’Artù (Arthorius, Riothamus o condottiero celta – romano) si passò al mito che divenne simbolo di un potere fondante. Con un antecedente, per i colti poeti normanni: quello di Enea per l’Impero Romano.
Chantal Fantuzzi
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