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Con vent'anni di ritardo il Plrt sta vivendo oggi la crisi che ha colpito il partito nazionale. In Svizzera, il Plr, stretto fra Bodenmann e Blocher, ha progressivamente perso terreno e identità. Il Plr si è chiesto cosa è il liberalismo nel 21esimo secolo e quali categorie e target vuole rappresentare?
Per guardare al futuro del Plrt bisogna osservare il recente (e meno recente) passato.
Il punto più basso, almeno finora, il Plr ticinese l'ha toccato alle ultime elezioni federali dell'autunno 2019.
Ma la crisi del Plr (svizzero) nasce da lontano, molto lontano. E in Ticino è arrivata con un ventennio di ritardo, in confronto al resto della Svizzera.
Per un secolo il Prd (Partito radicale democratico, è così che si chiamava il Plr a livello nazionale) ha totalmente dominato la scena politica elvetica. Poi all'inizio degli anni '90, ecco l'inizio del grande ridimensionamento che ha portato il Plr svizzero a perdere la sua centralità nella vita politica della Confederazione.
Fra il 1989 e il 1992, il Plr svizzero vede il succedersi di alcuni eventi che lo segneranno profondamente: la prima donna in Consiglio federale, Elisabeth Kopp (esponente di spicco del Plr zurighese) deve dare le dimissioni (e non per scelta, ma per uno degli scandali più gravi della storia moderna della Svizzera); poi gli scandali della P-27 e P-26, tirano giù quel velo di ipocrisia sul funzionamento parallelo di pezzi dello Stato, mettendo in crisi quella narrazione e retorica su una Svizzera, suprema democrazia, tanto cara al Prd.
Il quegli anni a guidare il Prd c'era l'urano Franz Steinegger, forse l'ultimo grande presidente del Plr Svizzero, ma che aveva una grande concorrenza, non interna, bensì esterna: da una parte il tribuno di Zurigo, allora agli inizi della sua scalata politica, Christopher Blocher, che non era presidente nazionale del Svp (l'Udc nazionale), ma solo della sezione di Zurigo, ma che stava lì ad incalzare da destra il Prd. Dall'altra parte Steinegger soffriva la concorrenza di un "mostro di bravura" della politica, il vallesano Peter Bodenmann, l'attuale "Oracolo di Briga", che proveniva da quell'arcipelago di partitini della sinistra del Poch e che prese le redini del Pss nel 1990, portandolo ad essere il primo partito a Berna, lasciandolo nel 1995 con ben 55 seggi al Consiglio nazionale (a tutt'oggi è il record di parlamentari alla Camera bassa per il Pss!, per fare un confronto, Levrat nel 2019 ha portato la truppa dei socialisti a soli 39 consiglieri nazionali!!).
Nella prima metà degli anni '90 il Plr svizzero ha ancora due grandi politici, due statisti: Franz Steinegger alla presidenza (anche se poco amato e poco seguito dai suoi parlamentari, che erano molto più a destra di lui) e in Consiglio Federale Jean Pascal Delamuraz. Quest'ultimo è stato il principale sostenitore dell'adesione della Svizzera allo See, Spazio economico europeo (idea bocciata dal popolo svizzero in votazione il 6 dicembre 1992) e di fatto sostenitore dell'adesione "graduale" della Svizzera all'Ue. È proprio la votazione del 6 dicembre 1992 ad offrire una svolta a Blocher (acerrimo nemico dell'Europa), che da quel momento diventa un leader politico, non più su scala cantonale, bensì su scala nazionale, "colonizzando" l'Udc svizzera, che da quel momento metterà in minoranza i "moderati" Ogi, Schmid, ecc., e seguirà il verbo del tribuno.
I disegni strategici di Bodenmann e Blocher, nella diversità, hanno dei tratti comuni.
Il primo punta a riorganizzare radicalmente (non sempre riuscendoci) la sua area politica, la sinistra. Il Pss, nell'idea del vallesano, doveva aggregare tutte le forze di sinistra nate dopo il '68 (stagione feconda di partiti e partitelli di sinistra ed estrema sinistra), infatti "benedirà" sulla vecchia Libera Stampa di Pozzoli con un'intervista, l'estensione della fusione del Pst e Psu al Psl (ex Lmr, Lega marxista rivoluzionaria, partito della IV Internazionale, che domenica Clemente Mazzetta su “Il Caffè” ricorda essere stato un partito in cui ha militato Martino Rossi, oltre a Giuseppe Sergi), non ritenendo che sia un problema, che oltre ai socialdemocratici del Pst e del Psu al nuovo Ps Ticino aderissero i trozkisti del Psl).
In più di un'intervista sui media romandi, a inizio anni '90, Bodenmann ripeteva che entro il 2000, in Svizzera, ci dovevano essere solo due forze di sinistra, il Pss e l'Uss, dunque un sol partito di sinistra e un solo sindacato. Non è un caso che il suo segretario politico, André Daguet, era stato spedito dal segretariato nazionale del Pss alla vicepresidenza del Flmo, il sindacato metallurgico, che più di altri sindacati, era riluttante ad un'aggregazione delle organizzazioni dei lavoratori e lavoratrici per dar vita ad un grande (e unico) sindacato confederale svizzero.
Il disegno arenò, per le molte resistenze interne e solo molti anni dopo, nel 2008, Sei, Flmo e Fcta diedero vita ad Unia, che comunque solo parzialmente rappresenta il disegno di grande aggregazione sindacale del vallesano socialista (e che trovò in Vasco Pedrina e Christian Brunner due seguaci della sua strategia).
Altro punto cruciale di Bodenmann era la crescita dei socialisti negli agglomerati urbani svizzeri, andando a definire il suo target elettorale negli abitanti delle grandi città elvetiche, con la loro vitalità sociale, culturale ed economica, con quella naturale propensione ad un'idea di progressismo, integrazione ed innovazione, che una sinistra poteva maggiormente rappresentare (a differenza di quella middle class della periferia e di quelle classi conservatrici della campagna).
Non è un caso che sotto la presidenza Bodenmann, il Pss portò in Consiglio federale la seconda donna, Ruth Dreifuss, originaria del canton Argovia e militante nel Ps bernese, ma che fece traslocare, in fretta e furia, a Ginevra, proprio per rappresentare la seconda città svizzera e la prima romanda. E poi portò in Consiglio federale l'avvocato, famoso per il recupero dei fondi del dittatore filippino Ferdinand Marcos (assieme all'avvocato ticinese Sergio Salvioni), Moritz Leuenberger (amico di un altro avvocato ticinese, Marco Mona), che da zurighese doc, tolse per un decennio al Prd, ma anche all'Udc/Svp, la possibilità di rappresentare la più grande città svizzera, nonché vero motore economico nazionale.
Sotto la guida di Bodenmann, il Pss iniziò ad egemonizzare la politica delle grandi città svizzere, diventando il partito che rappresentava gli interessi di questi motori economici (fenomeno che di fatto continua ancora oggi, infatti il Pss ha in mano, tuttora, la maggioranza dei sindaci e municipali delle grandi città svizzere).
Blocher dal canto suo, ha risposto anche lui con una riorganizzazione della sua area politica, la destra (che è molto meno conflittuale della sinistra). Si è mangiato l'Autopartei, i Democratici svizzeri e qualunque cosa si muovesse a destra. Solo la Lega in Ticino è rimasta autonoma (ma i sogni di assorbirla non sono mai tramontati e forse oggi, morto Giuliano Bignasca e suo fratello Attilio, l'operazione di un "assorbimento" di via Monte Boglia potrebbe essere più facile).
In poco tempo, Blocher ha trasformato la sua Udc nell'unico partito di destra (oggi è impensabile creare un gruppo parlamentare in Consiglio nazionale con Flalvio Maspoli, Massimo Pini ed esponenti dei partitini di destra, per la semplice ragione che i partitini di destra non esistono più!).
Inoltre Blocher ha creato un cocktail eccezionale. Da una parte idee semplici di facile traduzione: patriottismo, nazionalismo, anti-europeismo, anti-stranieri, anti-immigrati, tradizioni, ecc, dall'altra è diventato il referente oltre che degli agricoltori (lasciategli in eredità dalla "vecchia" Udc), dei bancari e dei banchieri (soprattutto quelli che rappresentavano le banche che non condividevano le strategie delle due grandi svizzere, Ubs e Cs), dei finanzieri d'assalto come Ebner (che è finito male con la sua Vk vision, ma che gli altri partiti non hanno mai fatto troppo pesare a Blocher, ingenuamente).
Geograficamente, se il bacino elettorale di Bodenmann viveva in città, quello di Blocher viveva e vive in campagna e nella periferia, in quei sobborghi, di classe media e classe medio-alta che è scappata dalle città, per farsi il barbecue in giardino (detto per inciso questa è un'importante differenza con la Lega di Giuliano Bignasca, che raccoglieva voti nei centri urbani più facilmente che in periferia e che aveva elettori più di classe mediobassa e bassa che medioalta).
Una volta che negli anni '90 il Pss di Bodenmann si prendeva le città con loro elettorato fatto da creativi, liberi professionisti, informatici, infermieri, insegnanti, naturopati, ecc e l'Udc di Blocher si prendeva la campagna e le periferie della middle class con i suoi agricoltori, bancari, piccoli e medi banchieri, esercenti di osterie, ecc, cosa rimaneva al Plr post-Steinegger? Scendere sotto il 20% ed attestarsi al 15%, perdere una marea di granconsiglieri nei diversi cantoni, ridimensionare la propria truppa di consiglieri di Stato, oltre che perdere quasi il 40% dei propri consiglieri nazionali (1995 aveva 45 parlamentari alla Camera bassa, 2019 solo 29!).
Rimane il partito più capillare sul territorio nazionale, eredità di un tempo (passato) glorioso, ma ciò non è garanzia di sopravvivenza per il futuro.
Dopo la brutta ecclissi politica della consigliera agli Stati zurighese, la donna della finanza per eccellenza, Vreni Spoerry, la donna che al femminismo ha preferito i consigli d'amministrazione e sedeva in pochi di essi (negli anni '90 il buon Geo Camponovo poteva vantare una sessantina di cda), ma tutti strategici e di reale peso, come Credit Suisse, Nestlé e Swissair, ecc, il Plr negli anni 2000 ha tentato di un riposizionamento, presentandosi come partito dell'industria.
La scelta del presidente nazionale Fulvio Pelli di diventare in tutto e per tutto il partito dell'industria, poteva essere un'intuizione felice, se perseguita con maggior congruenza e determinazione. La determinazione Pelli l'ha messa nel tagliare le ali e cercare di compattare bulgaramente il proprio partito, per quanto concerne la ricollocazione e il profilarsi come partito dell'industria invece si è solo fatto eleggere in Consiglio federale Johann Schneider-Ammann, la cui moglie proviene da una famiglia di industriali. Certo Schneider-Ammann sostituiva l'uomo che rappresentava la finanza zurighese, l'appenzellese Hans-Rudolf Merz e in questo era un riposizionamento del Plr, che dopo molti, troppi anni portava in Governo non un uomo gradito alla finanza, bensì al mondo dell'industria. Ma per il resto l'operazione non fu pagante per il Plr, perché l'autorevolezza di Schneider-Ammann non era granché. Un vero riposizionamento politico, non può essere fatto solo per aver sposato l'esponente di una dinastia di industriali, ma per una propria sostanza politica. E con Schneider-Ammann non vi erano le premesse.
Mentre l'altro punto forte di Fulvio Pelli, oseremmo definirlo un'ossessione, ovvero il taglio delle ali, quello in gran parte è stato fatto.
Risultato? Se Bodenmann e Blocher si sono dati l'obiettivo di ridurre le organizzazioni presenti nella loro area, nel centro che il Plr vorrebbe egemonizzare, è esplosa la moda di creare partiti e partitini.
I Verdi liberali, sono molto più di centro che di sinistra e soprattutto non erodono troppi voti ai Verdi, ma piuttosto al Ppd e al Plr, che non soddisfano sufficientemente quella parte del loro elettorato che vorrebbe una maggior attenzione all'ambiente. E dunque votano Verdi liberali.
Il Plr nazionale non ha saputo capire di dover aggregare forze come il Pbd, Partito borghese democratico, e i Verdi liberali per avere un futuro. Caspita l'ha capito il Ppd svizzero, ma non il Plr!!!
Questo atteggiamento da vecchia nobiltà caduta in disgrazia, chiusi e impermeabili all'esterno, con presunzione di autosufficienza e autoreferenzialità, che il Plr denota, non porterà lontano.
Crogiolarsi nell'idea di essere al centro, dunque ago della bilancia, è sciocco, quando si soffre di un grave deficit di identità politica, quando non sono chiari e definiti i blocchi sociali ed economici che si vuole rappresentare, quando non si ha un target coerente e congruente di quali elettori si vuole conquistare. L'unica cosa che si può fare è "scimmiottare" gli altri partiti, andare a rimorchio a volte con i socialisti, più spesso con l’Udc. Ma il proprio profilo politico è poco chiaro agli elettori. E quest'ultimi scappano, qualche anno fa, chi verso il Pss e chi verso l'Udc, ora verso i Verdi liberali.
A livello nazionale il Plr negli ultimi 30 anni non è dimagrito, è di fatto diventato "anoressico".
Nessun dirigente nazionale del Plr ha voluto porsi la domanda di che cosa significa essere liberali nel 21esimo secolo, come va coniugato il liberalismo in una società che sta andando oltre il post-fordismo, dove i cicli economici sono sempre più brevi, le crisi economiche e non, sempre più destabilizzanti per l'opinione pubblica e l'unica arma rimasta in mano (vediamo per quanto) è sventolare lo spauracchio che i socialisti vogliono sempre più tasse e l'Udc è troppo isolazionista e dunque fa male all'economia elvetica. Bene. Ma il Plr svizzero ha un progetto politico articolato di cosa vuol fare? Ha qualche idea di come si governi una società sempre più liquida o pensa di poterci solo nuotare dentro?
Il Plr ticinese sta vivendo ora una crisi che il Plr svizzero ha iniziato molti anni fa e con 30 anni di ritardo ora vede perdere anche lui peso (a dire il vero il Plrt il peso l'ha iniziato a perderlo nel 2011 con la perdita del secondo seggio in Governo). Ma leggere questa crisi come passeggera, "congiunturale" è il primo errore da evitare. La crisi nasce da lontano è strutturale e il non essersi soffermati con adeguate analisi alla crisi e declino del neoliberismo, alla pessima immagine che nell'opinione pubblica si è sviluppata verso la finanza, al non essere stati capaci di spiegare le correlazioni e importanti interdipendenze che esistono fra economia e finanza (e dunque spiegare perché si è difeso e sostenuto la finanza!), non aiuta, anzi.
Il Plr, sia nazionale che cantonale devono decidere che identità avere nel 21esimo secolo, che blocchi sociali ed economici si vuole rappresentare (e piantarla una volta per tutte con la narrazione di voler rappresentare tutti, manco si fosse un partito della Nazione. Per essere un partito della Nazione bisogna almeno avere il 40% dei voti non un striminzito 14% o a livello cantonale 20%!!) e quali elettori ed elettrici si vuole conquistare.
Ma quello che si denota per il Plr, sia nazionale che cantonale, è una certa allergia ed insofferenza all'analisi. E senza analisi, le strategia quasi mai sono vincenti (a meno di una botta di fortuna).