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«I fisici hanno conosciuto il peccato».
Fu lo sconsolato commento del fisico Oppenheimer, considerato il padre della bomba atomica, dopo l'esplosione dell’ordigno su Hiroshima il 6 agosto del ‘45. Proprio il brillante fisico di origine tedesca, Robert Oppenheimer è ora al centro dell’ultimo notevole film di Cristopher Nolan, il quale ha il pregio di raccontare non solo la storia della corsa allo sviluppo della prima arma nucleare, ma anche e soprattutto l’angoscia e i dilemmi del protagonista di questa impresa
«Sono diventato Morte, il distruttore di mondi», aveva già dichiarato durante il lancio di Gadget, il nome in codice della prima bomba atomica che il 16 luglio del ’45 fu fatta esplodere con successo nel primo test nucleare della storia, il Trinity test.
Dopo che gli Stati Uniti si unirono agli Alleati nel 1941, a Robert Oppenheimer - studioso eclettico e vorace, poliglotta, e soprattutto scienziato geniale che previde molte future scoperte, dai neutroni ai buchi neri, e il cui lavoro accademico fece progredire la teoria quantistica - fu infatti chiesto di partecipare al segretissimo Progetto Manhattan, il cui scopo era appunto quello di sviluppare un’arma atomica, prima che ci riuscissero i nazisti, ponendo fine alla guerra.
E nell’agosto del 1942 l’esercito americano lo chiamò a dirigere questo progetto, affidandogli la supervisione scientifica, nel laboratorio ‘fantasma’ di Los Alamos nel Nuovo Messico, dove sarebbe stata testata la bomba.
Lì Oppenheimer mise insieme le menti scientifiche più brillanti del suo tempo, scienziati animati da un sincero rancore verso il nazismo e da una fiduciosa speranza nel potere della scienza, convinti dell’importanza di dotare l’America di questa arma micidiale da usare come deterrente nei confronti dei nazisti.
E la scienza andò in guerra
E costituì quello che rimane il gruppo di ricerca più importante che sia mai esistito nella storia della scienza, che Oppenheimer coordinò con grande capacità di sintesi e doti organizzative.
Raggiunse l’obiettivo prefisso, e pur non rinnegando del tutto il risultato raggiunto, scientificamente una rivoluzione, dal lancio delle bombe sul Giappone lì in poi Oppenheimer fu tormentato dai dilemmi etico-morali oscillando dolorosamente tra le ragioni che lo avevano spinto a sostenere gli Stati Uniti nella corsa all’atomica contro la Germania nazista e i rimorsi umani per non aver impedito le catastrofi giapponesi. Divenne un uomo in conflitto. E negli anni successivi si schierò contro lo sviluppo di bombe ancora più potenti, come quella all’idrogeno, e si battè insieme ad altri nomi altisonanti come Niels Bohr, perché il governo statunitense sfruttasse l’atomo per scopi civili, come la produzione di energia, piuttosto che militari e distruttivi (ma non firmò il Manifesto Einstein-Russel, il primo documento internazionale a favore del disarmo nucleare).
La sua posizione non è facilmente classificabile come pro-nucleare o anti-nucleare, perché quella di Oppenheimer è una figura complessa quanto la scienza che sta dietro la bomba. Che di fatto, malgrado tutto l'orrore che essa rappresenta, dal punto di vista prettamente tecnologico e scientifico fu un ‘capolavoro’, frutto del lavoro di decine di migliaia di uomini e scienziati (130’000, con un dispendio di quasi 2 miliardi di dollari di allora equivalenti a circa 24 miliardi attuali) tra cui molti Nobel (ben 19) come Enrico Fermi, Niels Bohr e Richard Feynman. Einstein invece non partecipò mai al progetto, ma fu proprio lui a scrivere la famosa lettera che convinse il presidente americano Franklin Roosevelt a costruire una bomba atomica prima dei nazisti, cosa che rimpianse per tutta la vita.
La scienza del radioso avvenire, di Clara Caverzasio - Rete Due 5 ottobre 2017
- 05.10.2017
- 09:35
Fu così che se fino a trenta anni prima non si conosceva nemmeno l’esistenza dei neutroni, e fino a cento anni prima l’esistenza stessa degli atomi era oggetto di dibattito da parte dagli scienziati, nel 1945 esplose un ordigno che si basava in modo cruciale sulla comprensione fine della struttura atomica; a partire dal principio di equivalenza massa-energia, espresso dall’equazione E=mc² di Einstein che suggerisce in linea di principio la possibilità di trasformare direttamente la materia in energia o viceversa. Einstein non vide applicazioni pratiche di questa scoperta, ma intuì che il principio di equivalenza massa-energia poteva spiegare il fenomeno della radioattività, ovvero che certi elementi emettono energia spontanea. Per arrivare poi alla scoperta della fissione nucleare e della reazione a catena che fu sviluppata nella seconda metà degli anni trenta in seguito alla scoperta del neutrone.
Ecco perché questo gigantesco progetto, che voleva battere sul tempo la scienza al servizio dei nazisti e porre fine alla guerra, come scrive anche il matematico Cédric Villani nel suo bellissimo e sorprendente libro a fumetti Les rêveurs lunaires (un’espressione questa utilizzata dal chimico e fisico Ernest Rutherford a proposito di coloro che volevano estrarre energia dagli atomi, per lui una ‘reverie’ impossibile), appassionò davvero gli scienziati coinvolti, per i quali lavorare su quel progetto voleva dire non soltanto contrastare il progetto nucleare tedesco, che si pensava fosse molto avanzato – ma anche lavorare al più grande progetto tecnologico mai realizzato, in cui si integrò una quantità incredibile di conoscenze avanzate, di fisica, di tecnologia, di ingegneria.
Les rêveurs lunaires: gli scienziati e la II guerra mondiale
- Courtesy Gallimard
- 13.06.2015
- 16:00
La bomba atomica inaugurò una nuova era tecnologica, oltre che un nuovo mondo, politicamente e militarmente: la fisica di fatto aveva consegnato all’uomo i segreti della natura e, insieme, il potere mai posseduto prima, di autodistruggersi (non a caso una delle più importanti biografie di Oppenheimer, da cui Nolan ha tratto il suo film, si intitola il Prometeo americano, di Kai Bird e Martin J. Sherwin, Premio Pulitzer 2005; Garzanti, 2023).
Un esempio fortemente emblematico e unico nel suo genere che rinvia da un lato al tema dell’ambiguità, -il paradosso intrinseco della scienza e del progresso tecnologico-, dall’altro al rapporto tra scienza e potere.
“La scienza non è né buona né cattiva - ha affermato Villani, in una lunga intervista alla Rsi a proposito del suo libro su alcuni scienziati ‘eroi’ della seconda guerra mondiale - è nell’applicazione, nell’uso che se ne fa che si entra nella dimensione morale. Ma per gli scienziati la conoscenza in sé, salvo rare eccezioni, è un tesoro. Lo scienziato cerca di capire. Ma a chi va attribuita la responsabilità nel caso in cui si faccia un uso sbagliato di certe scoperte o invenzioni scientifiche? e soprattutto: lo scienziato ha il diritto, o il dovere, di verificare personalmente che le sue ricerche siano usate in modo corretto? Ecco, a questa domanda persone diverse hanno portato argomenti validi e molto diversi sia in un senso sia nell’altro. Segno che la questione non può avere una risposta netta e inequivocabile. E’ una questione che ha a che vedere non tanto con la morale di una società, quanto con l’etica, con decisioni personali”.
Non a caso uno dei reveurs di cui scrive Villani, è il grande fisico ungherese Leo Szilard, uno dei primi ad aver capito l’applicazione militare dell’energia nucleare, il quale, dopo aver partecipato al progetto Manhattan, si opporrà – sappiamo inutilmente – al lancio dell'atomica sul Giappone e diventò un ardente difensore del disarmo. Dissociatosi dallo studio di tali armi, lasciò la fisica nucleare, divenendo prof. di biofisica.
E se alcuni scienziati del progetto Manhattan tra cui lo stesso Oppenheimer avevano stati d’animo contrastanti proprio a causa dell’ambivalenza delle loro invenzioni, altri, pochi altri, la questione etica se l’erano posta in modo chiaro, arrivando a decisioni personali inequivocabili: si erano infatti distanziati e avevano preso posizione in modo molto netto.
Su tutti il fisico polacco Józef Rotblat, unico ad abbandonare il progetto Manhattan perché secondo lui doppiamente immorale, verso l’umanità e verso la scienza; convinto che anche gli scienziati devono rispondere moralmente degli sviluppi delle loro scoperte;
Fra le scienziate ricordiamo la fisica austriaca Lise Meitner, che nel ‘39 aveva scoperto la fissione nucleare a Berlino ma nascose i suoi risultati al Terzo Reich, e li pubblicò su Nature; più tardi, esule in Svezia, rifiutò d’entrare nel Progetto Manhattan perché lo riteneva immorale. E forse anche per questo, oltre che per esser una donna, le fu negato un Nobel meritatissimo.
- Keystone
Difficile, oggi, capire a fondo la temperie di quei terribili e complessi anni della seconda guerra mondiale: dalla percezione comune (quando l’atomica esplose, non furono molti quelli che si commossero), alle ingerenze e ai giochi sporchi della politica (per gli USA le bombe destinate al Giappone -il cui Imperatore il 12 luglio aveva offerto una resa incondizionata chiedendo alla Russia di fare da intermeditore- servivano soprattutto per dominare il dopoguerra: sconfitti Germania e Giappone, iniziarono subito una guerra fredda con il loro vecchio alleato, l’URSS). Come lo stesso Oppenheimer, ormai esiliato dalle ricerche sulle armi atomiche, sottolineava continuamente nei suoi discorsi e scritti pubblici, era ormai evidente la difficoltà di gestire il potere della conoscenza in un mondo in cui la libertà della scienza nello scambiare idee era sempre più ostacolata da questioni politiche.
Dal radioso avvenire di Stalin alla conquista del mondo di Putin
- Keystone
- 12.10.2017
- 09:35
La creazione - e poi l’uso - della bomba nucleare ha rappresentato un momento definitivo della storia dell’umanità e del rapporto tra scienza e società, dal quale non si sarebbe più potuti tornare indietro. E la storia di questi ultimi mesi, con le minacce di Putin, ce ne dà continuamente conferma.
Perché la bomba atomica ha cambiato di fatto non solo il modo in cui rappresentiamo la scienza, ma secondo alcuni ha inaugurato anche una nuova Era nella storia della terra: le radiazioni prodotte dal test nucleare Trinity hanno segnato l’ingresso nell’Antropocene, punto di partenza della nuova epoca geologica in cui viviamo. Da lì in poi infatti l’uomo ha cominciato ad agire sul globo terrestre come i grandi fenomeni geologici e la sua impronta sul pianeta ha raggiunto una profondità che l’ha resa irreversibile.
Senza dimenticare, come scrive Jonathan Safran Foer nel suo Possiamo salvare il mondo, prima di cena" : “Nessuno se non noi distruggerà la Terra e nessuno se non noi la salverà… Noi siamo il Diluvio e noi siamo l’Arca”.