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La possibilità del ricorso al Mes per finanziare le spese sanitarie è emersa nel corso del summit dell’Eurogruppo del 9 aprile del corrente anno a seguito della disputa tra due gruppi di paesi: quelli che volevano gli Eurobonds per finanziare le esigenze derivanti dalla crisi sanitaria e quelli che erano assolutamente contrari.
Si è trattato in pratica di un apparente compromesso tra questi due fronti contrapposti.
Da quel momento però nessun paese che poteva beneficiarne vi ha fatto ricorso, almeno fino ad oggi. Di conseguenza si è rivelata una concessione solo di facciata, offerta dai paesi più forti a quelli con più problemi nell’affrontare l’emergenza.
Vediamo allora di comprendere per quali ragioni tutti i paesi dell’area euro, in modo compatto (tranne uno), non intendono avvalersi di questo strumento per finanziare il rafforzamento in campo sanitario anche se, in relazione a questa tipologia di interventi, sono state eliminate le sue pesanti condizionalità originarie.
La prima ragione è legata alla principale caratteristica del finanziamento. Si tratta di un prestito intergovernativo, e cioè di una linea di credito concessa da un organismo finanziato da tutti gli stati dell’area euro ai singoli stati che ne fanno richiesta.
Questa connotazione determina conseguenze estremamente significative:
- Il finanziatore concede il proprio prestito con la precisa condizione di ricevere la qualifica di creditore privilegiato, e ciò implica che in caso di default del debitore, il creditore sarà rimborsato prima e meglio degli altri creditori;
- Il prestito ha una durata ben definita (otto anni), ha una destinazione dei fondi vincolata e soprattutto, contrariamente per quanto avviene per i normali titoli di stato, deve essere rimborsato come se fosse un mutuo con rate a scadenze prefissate, in modo rigido e con risorse rivenienti da nuove tasse o riduzioni di spese sociali del paese che vi fa ricorso; è di conseguenza un prestito complessivamente molto oneroso per i cittadini degli stati che decidono di utilizzarlo;
- Il finanziatore ha una governance (il “Consiglio dei Governatori”, formato dai 19 ministri delle finanze dell’area euro) che di fatto guida anche gli orientamenti delle politiche di bilancio in sede comunitaria, quindi dopo aver concesso il prestito, i paesi creditori più influenti avranno inevitabilmente una propensione a richiedere misure più stringenti nella gestione del bilancio per assicurare la sostenibilità del debito del paese finanziato;
- molti degli altri creditori, e cioè tutti gli investitori istituzionali in titoli di stato che vedendo i propri crediti declassati di fatto a titoli di credito subordinati e le prospettive economiche del paese condizionate da politiche non espansive, tenderanno a vendere i propri titoli in portafoglio procurando tensioni sugli spread e quindi sul costo del finanziamento di tutto il debito pubblico in rinnovo e in nuova emissione;
- a causa delle caratteristiche precedenti il MES, anche nella versione pandemica, rimane, pur in assenza delle stringenti condizionalità contrattuali originarie, chiaramente una fonte di finanziamento di “ultima istanza” a cui uno stato deve far ricorso solo quando, trovandosi in una situazione di assoluta necessità, non ha altre alternative di finanziamento.
Nel nostro paese i fautori dell’utilizzo del MES trascurano tutti questi elementi di grande rilevanza, ben chiari a tutti gli altri paesi, e concentrano le loro ragioni su:
- possibili risparmi di costo del debito su base nominale;
- sulla necessità di modernizzare in modo strutturale la sanità italiana;
- sulle ricadute positive che deriverebbero sugli investimenti industriali correlati al mondo della sanità.
Tre argomenti senza dubbio importanti e molto accattivanti nel contesto attuale. A ben vedere tuttavia:
i risparmi di costo finanziario (circa 200 milioni su base annua, in caso di intero utilizzo della linea di credito di 36 mld) sarebbero solo nominali e non reali in quanto le ripercussioni negative sul mercato dei titoli di stato sono altamente probabili a causa dei fenomeni collaterali precedentemente descritti; ed è buona regola inoltre valutare l’onerosità di un prestito non soltanto in relazione al tasso di interesse richiesto ma al complesso degli impegni finanziari che comporta;
gli interventi strutturali nella sanità pubblica, possono essere attuati anche ricorrendo alle normali fonti di finanziamento (titoli di Stato) in quanto il MES non accresce i livelli di indebitamento complessivo che un paese può raggiungere sulla base degli accordi intercorsi con le Autorità Europee ma è semplicemente uno strumento di finanziamento alternativo, che peraltro va a finanziare solo spese già effettuate;
le ricadute sugli investimenti industriali, conseguibili anche con i finanziamenti classici del debito pubblico, potrebbero essere, contrariamente a quanto atteso, seriamente penalizzati dall’effetto trascinamento che gli aumenti degli spread sui titoli di stato producono notoriamente su tutta la struttura dei tassi.
Per questi evidenti ed innegabili aspetti non favorevoli, e le implicazioni niente affatto ideologiche, tutti i paesi a cui è destinato, a prescindere dalla loro forza finanziaria (non lo utilizzeranno neppure la Grecia e Cipro), hanno scelto di non ricorrere al MES e il tema non costituisce un argomento centrale nella loro agenda politica.
L’ Italia invece, pur essendo il paese con un livello di debito tra i più alti nel mondo – condizione che dovrebbe indurre ad avere una altissima sensibilità verso forme di indebitamento potenzialmente capaci di penalizzare la gestione del debito nel suo complesso – ha visto la formazione di un forte schieramento che spinge in modo molto pressante per utilizzare il MES. Con argomentazioni a supporto fondamentalmente generiche, semplicistiche, assai poco convincenti e senza peraltro aver fatto alcuno studio serio di convenienza economica e finanziaria, in grado di far emergere in modo accurato e puntuale tutti i vantaggi e gli svantaggi collegati ad un ulteriore e notevole appesantimento del debito pubblico; in ossequio all’imprescindibile principio che un paese troppo indebitato può assumere nuove importanti dosi di debito solo se il ritorno di ricchezza degli investimenti che va a finanziare risulta adeguatamente consistente.
Anzi nei prossimi giorni è previsto un ampio dibattito parlamentare, molto probabilmente sempre basato essenzialmente su argomentazioni puramente concettuali, per giungere a delle conclusioni a cui tutti gli altri paesi europei sono giunti da tempo; senza alcun bisogno di monopolizzare larga parte del confronto politico corrente.
A riguardo non è possibile evitare di domandarsi perché ciò accadde solo da noi. E la risposta, non semplice, si può fondare sostanzialmente su tre ipotesi: o alcuni nostri leader politici sono talmente arguti e raffinati da riuscire a cogliere elementi e sfumature difficili, che i leaders delle altre nazioni e i loro opinion makers non riescono a individuare; oppure, al contrario, non sono sufficientemente preparati per riuscire a comprendere implicazioni tecniche di finanza pubblica alquanto complesse; o in ultima istanza sono semplicemente interessati ad aspetti più legati alle politiche di spesa pubblica territoriale e ai ritorni di consenso ad essi legati, in misura tale da usare artificiosamente argomentazioni macroeconomiche per giustificare il raggiungimento di obiettivi di microeconomia politica, tralasciando tutto il resto.
Tuttavia, poiché: la prima ipotesi, appare francamente troppo generosa per essere presa in seria considerazione, viste le performance degli ultimi venti anni; la seconda appare, in molti casi, troppo severa per essere ragionevolmente plausibile; resta una sola ipotesi residua per dare una spiegazione che può stare alla base di tutto il baillame.
“Forse a pensar male si fa peccato ma spesso si va vicini alla verità”.