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BERNA - Non sarà stipulato alcun accordo istituzionale con L’UE «se non saranno prima state chiarite in modo soddisfacente le ultime tre questioni in sospeso (garanzia della protezione dei salari, aiuti di Stato e direttiva sulla libera circolazione dei cittadini dell'Unione) e se gli interessi della Svizzera non saranno stati presi in considerazione». È quanto afferma il Consiglio federale rispondendo ad un’interrogazione di Marco Chiesa.
Lo scorso mese di luglio, il Consigliere nazionale democentrista aveva reagito alle dichiarazioni dell’ambasciatore Michael Matthiessen - rappresentante dell’Unione Europea a Berna - che aveva parlato di Svizzera «sul menu» qualora avesse deciso di non «sedersi al tavolo». Una «palese intimidazione» secondo Chiesa, che avevi altresì chiesto al Consiglio federale se fosse lecito attendersi «nuove forme di pressione, intimidazioni e minacce da parte dell'UE» nel corso dei mesi successivi.
A tal proposito, i sette saggi scrivono che attualmente l’Unione Europea «fa dipendere i negoziati su vari dossier dai progressi nel campo dell'Accordo istituzionale e dalla conclusione di quest'ultimo». Si pensi al riconoscimento dell’equivalenza borsistica; all’accordo sull'abolizione degli ostacoli tecnici al commercio nel campo dei dispositivi medici, rimesso in discussione, e ai possibili problemi nel settore dei programmi di cooperazione. «Relazioni politiche che non prevedono altri legami risultano infondate e controproducenti. Il Consiglio federale lo ha del resto fatto presente in modo chiaro all'UE. Allo stesso tempo la Svizzera si prepara a tutte le eventualità ed è pronta a prendere misure appropriate al momento opportuno».