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Tre detenuti del braccio della morte del carcere di Osaka chiedono che questa modalità d'esecuzione venga fermata
OSAKA - Sono oltre un centinaio i detenuti che attendono la loro esecuzione all'interno dei bracci della morte delle carceri giapponesi. E che non sanno quando arriverà.
Perché nel Paese del Sol levante ai condannati viene comunicata l'esecuzione della sentenza - che avviene esclusivamente mediante impiccagione - con un preavviso di poche ore, il giorno stesso in cui sarà eseguita. Una situazione di «agonia mentale» che può protrarsi per anni e che ha spinto tre detenuti a citare in giudizio il governo nipponico, chiedendo pure un risarcimento finanziario per la sofferenza psicologica subita. E non si tratta della prima azione legale di questo tipo. L'ultimo precedente risale allo scorso anno.
I tre detenuti, scrive Kyodo News, si trovano rinchiusi nel carcere di Osaka da oltre un decennio. Il loro rappresentante legale, l'avvocato Kyoji Mizutani, auspica che l'azione consenta di mettere in evidenza la reale situazione della pena capitale in Giappone, aprendo pubblicamente un filone di conversazione sul tema. Non solo per la natura "last minute" con cui viene comunicata - una modalità che un altro legale, l'avvocato Yutaka Ueda, aveva in passato criticato in quanto «i detenuti nel braccio della morte vivono nel terrore ogni mattina pensando che quello potrebbe essere il loro ultimo giorno - ma per la modalità stessa d'esecuzione, considerata «disumana».
Nel Paese la pena di morte gode di un ampio sostegno popolare. Da un sondaggio effettuato nel 2019 su 1'500 persone, riportato dalla Bbc, è emerso che circa l'80% della popolazione è a favore.