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Biografia
Figlio di un intagliatore di pietre, frequenta dapprima la Scuola di arti applicate a Lucerna (1925, da Joseph von Moos) e dal 1926 al 1931 l’Accademia di Brera (studi di anatomia; corsi di disegno con Gottardo Barbieri). A Milano studia però soprattutto presso lo scultore Ernesto Bazzaro. Tra il 1932 e il 1935 soggiorna prevalentemente a Parigi, dove è allievo di Paul Landowski all’Ecole nationale supérieure des beaux-arts e di Charles Despiau all’Académie scandinave. Nella capitale francese, pervasa dal clima dell’Ecole de Paris, Rossi si sistema nel quartiere popolare di rue d’Alésia; frequenta il vicino Dôme dove incontra tra gli altri Alberto Martini e Gino Severini. Rientrato definitivamente a Locarno nel 1936, avvia un’intensa attività che gli assicura una posizione di rilievo nel panorama culturale ticinese. Realizza innumerevoli opere di arte funeraria e di arte sacra in tutta la Svizzera (statue, tabernacoli, vie crucis, rilievi, altari); vince molteplici concorsi per decorazioni artistiche di edifici pubblici (soprattutto sculture e rilievi sulle facciate). Prende parte a molte giurie e commissioni artistiche, in particolare: Commissario per la Svizzera alla Biennale di Venezia (1962–1972); membro (dal 1948),vicepresidente (1960–68) e infine presidente (1969–1979) della Commissione federale delle belle arti; nel 1966 nomina nel Consiglio della Fondazione Pro Arte; dal 1969 membro della Fondazione Gottfried Keller. Numerosi riconoscimenti, inaugurati con il primo premio per la scultura all’Esposizione nazionale di Zurigo nel 1939; nel 1974 nomina ad «Académico» della Real academia di bellas artes de San Fernando, Madrid. Inoltre medaglie d’oro e premi ottenuti in Italia e all’estero. A partire dal 1939 realizza anche diverse medaglie e scudi commemorativi, tra cui quella per l’Università di Friburgo (1949) e lo scudo del 150° dell’indipendenza ticinese (1953). Mostre personali principali: Ernst Müzeum, Budapest (1966) e retrospettiva postuma alla Villa Malpensata, Lugano (1983). Partecipazione a rassegne di scultura nazionali e internazionali dal 1934; dal 1938 al 1973 prende parte a tutte le esposizioni della Società pittori, scultori e architetti svizzeri (SPSAS). È presente nel 1964 all’Esposizione nazionale a Losanna con una grande scultura in alluminio. Nel 1943 sposa Bianca Bernasconi; nel 1944 nasce il figlio Giancarlo. Dal 1950 al 1972 viaggi di studio in Europa, Russia e paesi del Mediterraneo. Nel 1959, ai Saleggi di Locarno, crea attorno al proprio atelier una serie di altri studi nei quali soggiornano Jean Arp, Fritz Glarner, Hans Richter, Italo Valenti e altri. Nel 1965 è tra gli iniziatori del Museo d’arte contemporanea di Locarno allestito nel Castello visconteo, di cui diviene conservatore.
Sull’arco di un cinquantennio il realismo della scultura di Remo Rossi si manifesta in tre principali modalità stilistiche. Negli anni ’30 e ’40 prevalgono nudi femminili e ritratti improntati prevalentemente alla tradizione classica conosciuta a Parigi: Charles Despiau e Aristide Maillol sono i riferimenti principali per i volumi pieni e le espressioni pacate delle figure in bronzo o pietra. Da Emile-Antoine Bourdelle e da Auguste Rodin Rossi riprende il contrasto tra forma viva e forma sublime. Nel decennio successivo le levigate definizioni formali si fanno più incisive; una progressiva stilizzazione rende le figure, prevalentemente bronzee, più scarne e spersonalizzate. Tale linguaggio scultoreo riporta alla solidità arcaica, a tratti popolaresca, di stampo romanico, presente anche in Arturo Martini. Ma esso richiama anche talune soluzioni plastiche di Giacomo Manzù e soprattutto le figurazioni di Marino Marini, sia nei volumi sfaccettati e articolati secondo moduli geometrici, sia nelle calibrate composizioni tematiche.
I temi spaziano dai soggetti biblici e allegorici ad animali e acrobati. Caratteristico di questo periodo è il grande Pegasorealizzato per la facciata del Palazzo governativo a Bellinzona (1958),accanto ai numerosi galli, alle capre, ai tori e ai gatti coevi. L’irrigidirsi delle figure rivela una preoccupazione esistenziale che si sostituisce alla serena certezza e naturale verità dei lavori antecedenti: gli animali e gli acrobati sono spesso caduti, feriti o colti in posizioni precarie. La spigolosità e dura segmentazione delle figure sono evidenti anche nei rilievi degli stessi anni, prevalentemente di soggetto sacro. La crescente lavorazione manuale delle superfici rivela una spiccata volontà di accentuare l’espressività del modellato. Tendenza sviluppata poi negli anni ’60 e ’70 soprattutto nei lavori non pubblici, dove la modellazione tattile dei volumi si acuisce fino a diventare sofferta espressione esistenziale, evocante Alberto Giacometti o Germaine Richier. Le deformazioni espressioniste rinviano al clima della stagione informale, cui Rossi si accosta con le sue figure lacerate, pateticamente corrose (accanto ad animali e personaggi circensi soprattutto crocifissi),in particolar modo nei rilievi di gesso figuranti le attività dell’uomo (1961–62). La disgregazione della forma è indiziaria della consapevolezza del dolore e del destino umani esperiti nel proprio tempo. Le vibrazioni che pervadono la materia, sfaldandola, rivelano stati di fragilità e inquietudine.
Dalla quiete delle sculture classiche iniziali alla tensione delle figurazioni successive, Rossi manifesta anzitutto un elogio del mestiere. La sua intensa produzione è contraddistinta da un’imperterrita ricerca e da un continuo approfondimento espressivo. Gli stili che coabitano nel suo operato, sviluppati tramite l’assimilazione di varie esperienze plastiche, rispondono alla sua fiducia nel reale, inteso come veicolo di immediata comunicazione sociale. Staticità e dinamismo si intrecciano e si alternano nelle figurazioni sacre e profane, ora opponendo alla luce volumi pieni, ora lasciando che lo spazio compenetri i vuoti. La materia è lavorata enfaticamente per figurare momenti di esistenza individuale e collettiva, per cogliere la vita negli elementi che la fondano. Per Remo Rossi l’arte è natura trasformata dall’artista; il metro di misura di tutte le cose resta sempre l’uomo: le sue attività, le sue irrequietudini e aspirazioni.
Opere: Lugano, Biblioteca cantonale; Monumento a Giuseppe Motta, 1943, Bellinzona; Olten, Palazzo postale e ATEL; Bellinzona, Palazzo governativo; Venezia, Museo d’arte moderna, Ca’ Pesaro; Lugano, Palazzo Radio Svizzera Italiana; Lugano, Palazzo Unione di Banche Svizzere; Sion, Banca cantonale del Vallese; Lugano, chiesa di Cristo Risorto.
Maddalena Disch, 1998
Quando si varca la soglia di una casa della vecchia Locarno, accade di venire investiti dalla sorpresa di scorci insospettati. Sono giardini rigogliosi di verde e di fiori, incastonati fra mura che parlano di un altro tempo, e che fanno apparire subito più lontani, attutiti, i rumori e i ritmi della città. Qualcosa di simile ti accoglie quando, lasciatosi alle spalle il Palazzo del Palacinema, si entra nella casa di Remo Rossi, in via Rusca, all’ombra delle mura del castello, dove non è difficile immaginare i tempi in cui si potevano incontrare Jean Arp, Hans Richter, Italo Valenti e tanti amici e i giovani che alla scuola di Remo Rossi si sono formati, come Pedro Pedrazzini. Qui ha sede la Fondazione dedicata all’artista ticinese.
Per volontà del figlio Giancarlo, il 10 gennaio 2009 viene istituita la Fondazione Remo Rossi. La fondazione è diventata operativa a partire da metà 2009 ed ha iniziato con la riapertura a mo' di museo dell'Atelier di lavoro dell'artista. L'evento di maggiore spessore del primo anno di attività della Fondazione è rappresentato dalla giornata di commemorazione del centenario della nascita, il 26 settembre 2009 presso l'Alta scuola pedagogica (ASP) di Locarno, con la donazione di due sculture alla Città.
Nel 2012, una mostra antologica, alla Pinacoteca comuale Casa Rusca di Locarno, ha ricordato lo scultore Remo Rossi, tra i più importanti e rappresentativi artisti ticinese del Novecento. Quando si pensa allo scultore Remo Rossi lo si abbina spesso a tre sue opere pubbliche: la Foca di Piazza del Governo a Bellinzona, la Minerva sulla facciata della Biblioteca cantonale a Lugano o l’acrobata posto all’esterno della stazione di Chiasso. Questa esposizione antologica è stata un doveroso omaggio a questo grande artista e scultore locarnese. Attraverso una ricca scelta di opere, dai primi anni Trenta fino al 1980, è stato presentato l’intero percorso artistico di Remo Rossi, attraverso i grandi temi che egli affrontò in oltre 50 anni di carriera: l’arte sacra, quella funeraria, la ritrattistica, il mondo del circo e degli animali, le attività dell’uomo e la produzione di monete e medaglie.
(Le opere di Rossi, in compagnia della storica dell’arte Diana Bettoni – Rizzi e Riccardo Carazzetti, allestitore della mostra.