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La storia di Mohamedou Ould Slahi, per anni sospettato di essere coinvolto nell'attentato delle Torri Gemelle, ma mai formalmente accusato
Una vita fatta di solitudine. Tornare e non trovare più gli stessi volti. Chi aveva tre anni, ne ha 18. Chi aveva appena raggiunto la maggiore età, oggi ne ha 33. Mohamedou Ould Slahi è stato detenuto, torturato, abusato nella prigione di Guantánamo perché sospettato di aver fatto parte dell’organizzazione dell’attentato delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, ma in oltre 14 anni di reclusione nessuno ha mai presentato un’accusa formale nei suoi confronti. Innocente, è stato scagionato nel 2016, dopo un lungo processo e il governo degli Stati Uniti che, nonostante una vittoria in aula tra il 2008 e il 2009 dell’oggi scrittore mauritano, aveva deciso che sarebbe dovuto restare in prigionia per altri sette anni.
Lo incontriamo un pomeriggio. Porta a tracolla un dispositivo medico che ogni trenta minuti gli misura la pressione. Lo deve tenere per 24 ore. Ha gli incubi, ci dice. «Devo fare dei test. Negli ultimi tempi non mi sono sentito troppo bene». Ma è molto emozionato, perché tra non molto lascerà il suo appartamento nei Paesi Bassi per recarsi a Lugano, in occasione del Festival Endorfine, al quale parteciperà con una conferenza il 16 settembre a Palazzo dei Congressi.
«Sono molto contento di poter visitare finalmente la città di Marco Borradori». E quello di venire in Svizzera, aggiunge, è un sogno che ha avuto per molto tempo. «Quando mi trovavo in prigione, la maggior parte del tempo la passavo in isolamento. In quel periodo la mia parte preferita della giornata era andare a dormire. Ho potuto creare una vita nella mia testa. Fantasticavo di un abito che potesse rendermi invisibile e di uscire dal carcere grazie alla macchina che porta le provviste. Mi ero annotato tutto: sapevo che passava tre volte al giorno. Uscivo con l’intenzione di recarmi negli Stati Uniti, ma nel sogno prendevo sempre un aereo per la Svizzera e atterravo a Ginevra. Forse perché è dove si trova la Croce Rossa, la sola organizzazione che ha avuto il permesso di fare visite a Guantánamo».
Il giorno che è stato portato via da casa era con sua madre. Era novembre, a poche settimane dagli eventi dell’11 settembre, ed era il mese del Ramadan. «Due poliziotti del Mukhabarat - ossia dei servizi segreti - sono venuti a farci visita. All’epoca facevo parte di una società di internet, ero amministratore e webmaster. Mia madre aveva davvero paura. Potevo vederla nei suoi occhi. All’epoca però non la capivo ancora appieno. Oggi, dopo il suo decesso, la comprendo. L’immagine di mia madre nello specchietto retrovisore è qualcosa che resterà per sempre impresso nella mia mente. Teneva tra le mani il suo rosario, il suo Tasbih, e mormorava delle preghiere. E poi a 200 metri da casa, l’auto ha svoltato e io non l’ho vista mai più». È morta nel 2013, tre anni prima che Mohamedou uscisse dal carcere. L’unico contatto che in quei lunghi anni ha avuto con lei è stato tramite la sua avvocata, a cui affidava consigli su quale tè preferisse il figlio.
«Pensavamo fosse solo per un interrogatorio» ed è stato per tutta la vita. «Non è come in Svizzera, che per arrestare la polizia ha bisogno di un comprovato motivo. È stato un complotto del mondo democratico e dei Paesi africani contro la libertà individuale. Anche la Svizzera ha lavorato con la Cia, che si dice neutra, e vi sarebbero state condotte anche alcune operazioni. Gli Stati Uniti sono un Paese colonialista che ha solo l’interesse per il controllo. E per le nostre vite, in Africa e in Medio Oriente, è sempre un dramma».
Perché? «Sono un grande ostacolo al movimento democratico e al desiderio di avere le stesse libertà che avete voi. Non penso sia molto sicuro per me parlare di questo argomento, ma penso che per lottare contro le ingiustizie e le aggressioni, bisogna dare voce a queste cose».
E in questi sei anni lontano da Guantánamo si è impegnato in due progetti. Il primo, in memoria di sua madre, è quello di perdonare tutti. «Anche il governo che mi ha torturato, anche i miei carcerieri e chi mi ha interrogato». Il secondo è tramandare ciò che conosce. «Voglio parlare. Perché non accetterò mai le tendenze fasciste negli Stati Uniti che dividono il mondo tra le persone che hanno diritto allo stato di diritto e quelle che non lo hanno. Voglio sensibilizzare gli svizzeri. Mi sento come Montaigne: sono qui per raccontare la mia storia. Il colonialismo non è finito, ma deve fermarsi».
Nel fare questi passi, oggi si sente calmo. Ma, ci racconta, è diviso. Fra il mondo a cui vuole rivolgersi e ciò che invece gli sta più vicino. «Penso che tra amici sono un po’ diverso perché posso permettermi di parlare molto più apertamente e non ho bisogno di misurare le mie parole. Davanti alle telecamere cerco di restare composto. C’è anche da considerare che parlo diverse lingue e a dipendenza di quella che uso, trovo che la mia personalità cambia».
Mohamedou parla arabo, francese, olandese, inglese e spagnolo. Le ultime due le ha imparate durante la prigionia. «Un giorno ero seduto nella mia cella e ho sentito una canzone che ricordo ancora oggi». Ce la canta. A occhi chiusi. «Non ho capito nulla. Allora ho chiesto a un soldato portoricano il significato del brano. In quel momento ho deciso di imparare lo spagnolo. Ho parlato con un capitano che mi aveva chiesto di programmare una soluzione a un problema e gli ho chiesto che in cambio del lavoro, lui mi desse dei cd. Ogni giorno appena sveglio insegnavo a me stesso la lingua e dopo appena un mese capivo quasi tutto».
Crescendo, conosceva già la lingua araba e suo padre parlava la lingua berbera. «Al mercato invece si parlava wolof, la lingua delle negoziazioni, del business. Ho sempre visto la lingua berbera come quella delle persone calme, l’arabo come quella del Corano e le lingue africane come quelle del mercato. Il francese invece era quella delle persone con il potere. Se in Mauritania lo parli, vuol dire che sei importante e che sei andato a scuola. Questa gerarchia delle lingue la vedo ancora oggi. Un francofono non ha bisogno di imparare un’altra lingua, sono gli altri che lo devono fare. Anche qui nei Paesi Bassi è così. I tedeschi non sentono la necessità di parlare l’olandese, ma gli olandesi si sentono in dovere di studiare altre lingue».
Ma se le lingue per lui non sono un grande problema, le relazioni, quelle, lo sono. «Sono la cosa più difficile, ancora di più della prigione. Io mi sono trovato in una macchina del tempo. Il bebè che avevo lasciato, l’ho rivisto che aveva 17 anni. Il piccolo di tre anni, ne aveva 18. Quello che aveva già 18 anni, ne aveva 33 quando sono tornato. E poi ho notato che ora si comunica pur essendo nella stessa stanza solo con il telefono. Perché è più semplice. Stare l’uno di fronte all’altro costa tantissima energia».
Per questo, dopo alcuni mesi fuori dal carcere, ha preso la decisione di passare la maggioranza del suo tempo in solitudine. «L’energia delle persone è davvero troppo per me». Ci mostra casa sua. Non c’è nessuno. «In prigione la cosa più difficile è stata quando hanno minacciato di arrestare mia madre. Mi ha fatto a pezzi. Ho fatto un patto con Allah. Un patto di gentilezza. Ed è molto facile essere gentili qui con te, con gli amici o con i colleghi. Ma con la famiglia e con i partner è davvero una sfida - che prendo a cuore aperto. Infatti guardo tantissimi True Crime, anche cinque al giorno. Perché vedo il brutto che accade, ma io non sono direttamente coinvolto. È psicologico, è un’ossessione. Ne parlavo con il mio psicologo, lui dice che è il mio modo di cercare conforto».
Ai suoi periodi di solitudine alterna quelli con l’attivismo e con quell’amicizia nata come un tabù, con il suo carceriere. «Steve non è solo un amico. È mio fratello. È il padrino di mio figlio e io sono quello di sua figlia. Mi ha fatto visita molte volte in Mauritania e anche una volta qui nei Paesi Bassi. Insieme organizziamo degli eventi, lavoriamo sulla pace e sulla riconciliazione, contro la guerra e contro il militarismo».
Ci racconta il giorno in cui si sono incontrati: «Mi sentivo molto timido. Ero appena uscito dal programma di tortura e non volevo parlare con nessuno. La prima cosa che mi ha chiesto è stato se volevo un caffè. Gli ho detto di sì, anche se al tempo non lo bevevo perché non mi piaceva. Infatti non era buono. E la nostra amicizia è cominciata così. Era un tabù perché ero considerato un terrorista e lui un eroe. Per noi non era importante. A tal punto che un giorno lui ha preso il telefono e ha chiamato la mia avvocata e le ha detto che era pronto a testimoniare per me e lo ha fatto. Come lo ha fatto il procuratore militare della prigione».
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