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L’attualità del 2016 lo mostra con evidenza: le democrazie europee e statunitensi stanno attraversando una profonda crisi. In molti paesi, compresa la Svizzera, i partiti antisistema hanno il vento in poppa. Siamo di fronte a un crepuscolo della democrazia nei paesi che l’hanno vista nascere? swissinfo.ch offre qualche spunto di riflessione in un dibattito in cui non ci sono certezze.
Negli ultimi anni vari commentatori e osservatori hanno sottolineato la stagnazione dei paesi che hanno adottato un regime democratico e la crescita dei regimi autoritari. Questo avviene dopo la caduta delle dittature latino-americane negli anni ‘80 e il processo democratico innescato dall’implosione dell’Unione sovietica e la caduta del muro di Berlino nel 1989, in Europa orientale, Africa e Asia.
Uno sguardo esterno sul «populismo» in Svizzera
Secondo Clive H. Church del Centre for Swiss PoliticsLink esterno dell’Università del Kent in Inghilterra, il sistema politico svizzero è sotto pressione. Istituzioni quali la democrazia diretta hanno cambiato ruolo, secondo il professore: «In passato, era un mezzo per le persone escluse dal sistema politica di avere influenza. Oggi è diventata uno strumento dei partiti politici».
Clive H. Church mette in risalto in particolare il ruolo dell’UDC, il primo partito del paese, conservatore e situato a destra della destra liberale: «Questo partito si iscrive nella grande corrente del populismo autoritario in Europa. L’UDC è anzi fra i primi in termini di percentuale di voti e fra i più vecchi nel movimento populista».
L’UDC è un partito antisistema? Dal suo debutto in politica, il tribuno Christoph Blocher se la prende regolarmente con le élite politiche e le istituzioni svizzere.
Nel 2014, comunicando le sue dimissioni dal Consiglio nazionale - la Camera del Popolo del Parlamento svizzero - il leader dell’UDC ha dichiarato di non voler più «perdere del tempo in Parlamento». Ha detto anche che «l’efficacia del Parlamento è molto diminuita a causa di una burocratizzazione eccessiva».
Tuttavia, le elezioni in Svizzera hanno il vantaggio di basarsi sul sistema proporzionale. «È molto importante. Con un sistema maggioritario la Svizzera avrebbe grossi problemi. Con il sistema proporzionale, tutto è attenuato», rileva il professore inglese, che ha appena pubblicato Political Change in Switzerland: From Stability to Uncertainty (Routledge, 2016).
Quest’anno, l’inquietudine cresce nel cuore stesso delle democrazie occidentali, con la crescita dei partiti antisistema, soprattutto di destra, ma non solo. Bisogna vedervi l’espressione di un voto di protesta di fronte alle difficoltà del governo a gestire le crisi molteplici che preoccupano il mondo?
Il male è più profondo, sottolinea un articoloLink esterno comparso nell’ultima edizione di luglio del Journal of Democracy, una rivista trimestrale pubblicata dal National endowment for democracyLink esterno, un istituto finanziato dal Congresso americano per promuovere la democrazia liberale nel mondo.
Intitolato «The Danger of Deconsolidation, the Democratic Disconnect» (Il pericolo della decompisizione, la sconnessione democratica), l’articolo analizza i dati raccolti dal World Values SurveysLink esterno tra il 1995 e il 2014, un progetto internazionale di ricerca sociale basato in Svezia.
I suoi autori, Roberto Stefan Foa et Yascha Mounk, scrivono che negli anni ‘80 e ‘90, «i giovani interrogati erano molto più entusiasti rispetto alle persone più anziane nella difesa della libertà di espressione e molto meno propensi ad assumere posizioni politiche estreme. Oggi i ruoli si sono invertiti: in generale, il sostegno all’estremismo politico nell’America del Nord e in Europa occidentale è più alto tra i giovani e il sostegno alla libertà di espressione si riduce».
Il regime militare: un opzione che seduce
Gli autori rilevano in particolare che negli Stati Uniti da 30 anni il numero di persone che ritengono un regime militare una buona soluzione continua a crescere. Nel 1995 erano 1/16 delle persone interrogate, oggi sono 1/6. Ancora più preoccupante: nel 1995, il 6% dei giovani americani ricchi consideravano un «bene» l’ipotesi che l’esercito prendesse il potere, oggi sono il 35%. La stessa tendenza si osserva in Europa, anche se le percentuali sono più basse: nel 1995 il 6% dei giovani ricchi nati dopo il 1970 erano favorevoli a un potere militare, oggi sono il 17%.
Questo fa dire agli autori: «La constatazione è impressionante: c’è un sostegno crescente a politiche antiliberali non solo tra i poveri di età media e sottooccupati. Si trovano partigiani ferventi di regimi militari anche tra i giovani, ricchi e privilegiati».
Ma dichiarandosi aperti a un governo militare, i giovani statunitensi non vogliono solo esprimere il loro malcontento verso il sistema attuale? Il direttore della redazione del Journal of Democracy, Marc PlattnerLink esterno, risponde: «È quello che mi sono detto quando ho visto per la prima volta i dati citati nell’articolo. Mi pareva difficile crederlo, perché gli Stati Uniti non hanno mai avuto un regime militare. Sono sempre un po’ scettico. Ma dopo quello che è successo negli ultimi sei mesi sulla scena politica degli Stati Uniti, lo sono meno. Una parte dell’elettorato, ancora minoritaria, è molto insoddisfatta del funzionamento della democrazia e sembra pronta a considerare le alternative politiche non democratiche o non liberali».
Problemi di metodo
Dottoranda nell’ambito del progetto di ricerca Democracy BarometerLink esterno del Fondo nazionale per la ricerca scientifica (FNS), Karima BousbahLink esterno ha dei dubbi. «C’è stato un cambiamento nell’attaccamento ai valori che fondano la democrazia nei paesi occidentali. Tuttavia credo che l’articolo abbia un approccio troppo allarmista. Inoltre paragona gli Stati Uniti all’Europa, ma questo paragone generale non è applicabile a tutti i paesi europei, vista la loro diversità». La ricercatrice precisa anche che per la Svizzera non ci sono dati relativi all’attaccamento dei giovani ai valori liberali della democrazia.
Professore all’Istituto universitario di studi superiori internazionali e sullo sviluppo a Ginevra, anche David SylvanLink esterno si mostra cauto. «L’articolo è rispettabile dal punto di vista accademico, ma pone vari problemi, per esempio rispetto alla scelta dei dati, ai periodi considerati, ai paragoni proposti, ecc. La tesi dell’articolo forse è vera. Ma i dati presentati non permettono in alcun modo di giungere a simili conclusioni».
Dibattito neo-conservatore
David Sylvan situa questa analisi anche nel paesaggio politico e intellettuale degli Stati Uniti. L’esperto di relazioni internazionali e di scienze politiche ritiene che «questo articolo sia un contributo a un dibattito all’interno delle varie correnti neo-conservatrici».
Giornata mondiale della democrazia
Dopo il 2008, l’ONULink esterno celebra ogni anno la Giornata internazionale della democraziaLink esterno (15 settembre). Quest’anno, il tema della giornata è consacrato a «democrazia e Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile». Questo programma di sviluppo è stato adottato l’anno scorso dall’assemblea generale dell’ONU per implementare entro il 2030 gli Obiettivi di sviluppo sostenibile che dovrebbero «mettere fine a tutte le forme di povertà, lottare contro le disuguaglianze e il cambiamento climatico, vegliando affinché nessuno sia lasciato indietro».
Un dibattito personificato dopo la caduta del muro di Berlino da due autori di fama mondiale: Francis Fukuyama, autore nel 1992 di «The End of History and the Last Man» e Samuel Huntington, autore di «The Clash of Civilizations», pubblicato per la prima volta nel 1993. Vale a dire una visione ottimista di una vittoria ineluttabile della democrazia liberale opposta a una tesi secondo la quale i valori democratici sono attaccati da altri sistemi di pensiero nel mondo. Un dibattito che continua a turbare gli animi anche al di là degli Stati Uniti, compresi quelli di alcuni politici.
Nessuno ignora il risultato disastroso di questa visione neoconservatrice quando ha posto le basi per la politica estera del presidente Georges W. Bush dopo gli attentati dell’11 settembre. L’invasione dell’Iraq nel 2003 è una delle cause dell’attuale guerra in Medio oriente.
Ma queste considerazioni privano davvero di credibilità tali analisi, in particolare quella esposta nell’articolo del Journal of Democracy, che Marc Plattner non considera lavoro di un autore neoconservatore? L’avvento dei partiti populisti in Europa non è un miraggio. E non lo è neppure la campagna polarizzante e anti-sistema di Donald Trump.
Democrazie resilienti?
Direttore del Global Studies Institute (GSI) dell’Università di Berna, René SchwokLink esterno si mostra piuttosto sereno. «Ciò che non si dice abbastanza è che i partiti estremisti di sinistra e di destra sembrano davvero legati alla democrazia e allo Stato di diritto. Marine Le Pen potrebbe vincere le elezioni francesi. Ma se dovesse perdere la volta dopo, andrebbe all’opposizione e non organizzerebbe un colpo di Stato. Come in Polonia, ci possono indubbiamente essere degli attacchi alla democrazia e allo Stato di diritto, ma questo paese resta una democrazia. Allora sì, la rivoluzione tecnologica in corso è destabilizzante e gli sfoghi si rivolgono contro gli stranieri, i migranti e l’Unione europea. Bisogna dunque restare vigili. Ma dopo tutto, la democrazia non significa assenza di conflitti, di difficoltà economiche e sociali, di frustrazioni, di corruzione o altro».
L’epoca turbolenta che attraversiamo dirà fino a che punto le democrazie tradizionali sapranno incassare i contraccolpi dei cambiamenti in corso.
Traduzione dal francese di Andrea Tognina