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Lunedi, 16 Dicembre 2013
Sono trascorsi più di dieci anni, da quella mattina in cui mi ritrovai a fare colazione con Georges Moustaki.
Eravamo reduci entrambi dallo stesso concerto, ed entrambi mattinieri fummo i primi a sederci nella sala della colazione. Mi chiese da dove venivo, risposi Palermo,
Tu? Dove vivi?, replicai io:
a Parigi, rispose.
Sai Georges non sono mai stato a Parigi, mi piacerebbe tanto andarci.
E perché non ci vai?
La naturalezza della sua risposta congelò ogni mia possibile risposta. In effetti non c'era motivo per cui io non andassi.
Il burro formato monouso è pallido, come un impiegato reduce da un lungo inverno. La carta che lo avvolge copre l'indispensabile e non dispensa le dita che si impregnano facilmente. A quel punto aprire le marmellatine (anche quelle monouso) diventa un vero e proprio lavoro, una crociata, ed io reduce dalla stanchezza mai smaltita del giorno prima, non mi sento volere e poter combattere.
Certi buffet mattutini; dove il caffè è un bottone da selezionare, il cornetto ha un codice a barre, il the è un bollitore con accanto un paio di scatole di cartone in stile naïf con su scritto: "Earl Grey, Lipton" ecco: queste colazioni mi evocano la cremazione, la cenere che rimane di noi, la tovaglia di carta da sostituire per il prossimo ospite che deve fare colazione, questi troverà se vuole, quel mio piccolo frammento di vita consumata sotto il tavolo, accanto alle molliche, alla polvere, quella mattina c'ero stato io, e c'era stato Georges.