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Silvio Mignano
Leggere con Lena
L'appartamento di Renzo era all'ultimo piano di un alto edificio in prima fila sul lungomare. L'interno, scopertamente opera di un architetto americano degli anni cinquanta, era luminoso, con le vetrate che superavano in estensione la stessa area coperta dalla muratura. Tutta questa sensazione di vuoto, di luce proiettata nell'orizzontalità degli spazi verso il muraglione basso e nudo che separava il viale dall'Atlantico, contrastava non poco con lo stato deplorevole in cui s'incontrava il palazzo, consunto dalla tisi della salsedine, ogni giorno una crosta d'intonaco bluastro che cadeva scoprendo cicatrici d'impasto cementoso e nervature di metallo e ruggine, piegate verso l'esterno. L'androne poi non si poteva certo definire un ingresso, piuttosto la mera conclusione delle scale direttamente sulla strada, dove esibiva pubblicamente mucchietti di polvere e macerie, macchie e ombre ambigue lungo le pareti, almeno fin dove l'oscurità orfana di neon consentiva l'indagine più minuziosa.
Tra quante cose mi colpirono, la prima volta che andai a trovare Renzo nel suo nuovo alloggio, quella che maggiore impressione doveva farmi fu l'ascensore, che dava pure sul marciapiedi, a fianco del nudo accesso pedonale. I battenti scorrevoli di metallo, di un verde Veronese adesso butterato da pustole di ossido, erano incorniciati da un architrave rettangolare, privo di adorni. La tabella zincata al di sopra del timpano indicava dodici piani, ancorché quello del mio amico, indubbiamente l'ultimo, fosse altrettanto certamente l'undicesimo. Non seppi mai dove saremmo arrivati se avessimo pigiato il pulsante successivo. L'ipotesi più probabile, oltre che la più semplice, è che l'indicatore luminoso dei piani appartenesse ad un altro edificio e fosse finito lì per sostituire l'originale, evidentemente guastatosi, come quasi ogni altra cosa lì attorno.
Tornando a quella prima visita, aspettai a lungo prima che arrivasse l'ascensore e che le ante si aprissero scorrendo con un rumore di ferraglia, come un trenino lungo la linea di un binario scassato. Entrai nel vano verde illuminato dal biancore del neon, come in una saletta d'ospedale in miniatura. La vidi allora, nell'angolo alla mia destra, appollaiata su uno sgabello a tre zampe che la costringeva a spenzolare i piedi, non potendo toccare il pavimento. Era una di quelle donne senza età, un volto ingrigito, poche o niente rughe, i capelli ancora bruni, raccolti sulla nuca in una specie di pallina, o piuttosto un nodo. Mi guardò con un'interrogazione sprovvista d'interesse e solo in quel momento realizzai che l'ascensore del palazzo aveva un'operatrice e che questa viveva praticamente lì dentro - e, poiché non sembrava che venissero molti visitatori, il più del tempo doveva passarlo chiusa nell'abitacolo e da sola.
Le dissi il piano e lei mise in moto l'elevatore, poi abbassò la testa e prese a sfogliare un libro che teneva in grembo. Trovata la pagina dov'era arrivata, si mise a leggere, incurante del fatto che di lì a un minuto saremmo stati interrotti dalla fermata e dall'apertura rumorosa delle porte. Semplicemente, quando quelle si richiusero riprese la lettura, scendendo lentamente.
Almeno credo che scendesse. In realtà, ogni volta che tornavo da Renzo avevo l'impressione che la signora vivesse in un altrove non situabile, che lei e la sua cabina scomparissero chissà dove nell'intervallo tra le mie venute, forse nel sottosuolo, finché io o qualcun altro non ci decidevamo a chiamare l'ascensore riportandola alla vita. In altri momenti, al contrario, mi ossessionava l'idea di figurarmela ferma al piano terra nella cella di un metro e mezzo per due illuminata dall'interno, perennemente segregata dietro le porte di metallo.
E leggeva. Del resto, cos'altro avrebbe potuto fare? Lavorare a maglia? Non sono più i tempi. Mettersi le cuffiette di un i-pod crollando la testa ritmicamente, o trastullarsi per ore con i polpastrelli incollati ad uno di quegli infernali giochi elettronici? Non mi sembrava il tipo. Magari fissare per ore un punto fermo sulla parete interna, fino a delirare e scivolare successivamente in uno stato prossimo alla catatonia, o recitare ad alta voce We are such stuff as elevators are made of, o un testo di Beckett, Happy Days, che so, oppure Finale di partita. Tentavo di figurarmela mentre arrotolava un sigaro spianando le foglie brunastre del tabacco sulle ginocchia e aspirava profondi batuffoli di fumo bianco, ovvero dedicata a centellinare bottiglie di cristallo sfaccettato, finché il liquido luccicante, whisky o rum, si disfaceva nella discesa ripida dell'esofago incendiato: ma no, non era lei, erano immagini posticce incollate sull'album della mia indolenza mentale.
Lei invece leggeva, silenziosamente assisa sul trespolo che le avevano assegnato, né troppo di fretta né con esasperante lentezza. Man mano che s'infittivano le mie visite al palazzo (avevo un progetto in corso che mi obbligava a riunirmi in continuazione con Renzo), cominciai a distinguere una copertina dall'altra, con un'unica occhiata rapida e discreta, il giallino polverulento di certe edizioni di soffitta o il bianco imbigito di volumi più recenti, stampati sulla pessima carta del periodo especial - in breve: appresi il ritmo della sua lettura, curiosamente assimilabile alle scansioni di un concerto: andante, lento, allegro ma non troppo. Un testo avvincente, un po' facile, poi un classico per giunta ponderoso, quindi una raccolta briosa di racconti dell'ultima generazione, quasi da addetti ai lavori. Dopo ricominciava il giro, con variazioni sul tema.
Naturalmente finimmo per fare amicizia, essendo io l'unico a mantenere una certa assiduità tra i rari frequentatori dell'edificio. C'erano giorni, anzi, in cui non vedeva nessun altro all'infuori di me, mi confessò citando il Decalogo. Anche perché molti dei condomini preferivano salire e scendere le scale strette e maleodoranti per paura che un improvviso apagón, uno dei black-out che la crisi energetica provocava in continuazione, li cogliesse dentro l'ascensore e li bloccasse al buio per ore. Ne erano terrorizzati.
«E lei come fa, Lena, quando va via la corrente?».
«Non succede molto spesso, in questa parte della città. Comunque c'è un dispositivo manuale che riporta l'ascensore al pianterreno. Quando funziona, perché a volte si rompe. Allora resto dentro, tranquilla, forzo leggermente la porta e la apro quei pochi centimetri sufficienti a far entrare l'aria. L'unico guaio è che si ferma anche il ventilatore e si soffoca dal caldo. Certo, non posso leggere, ma ho tanto altro tempo per farlo. Invece ne approfitto per guardare il cielo dalla fessura tra le ante, le stelle sono molto più nitide quando tutto il quartiere è al buio. Quasi sempre succede quando la notte è serena, di solito ho una certa fortuna».
«Com'è che si può scegliere un lavoro così?».
«Non lo si sceglie mica, lo si accetta. L'avrebbe fatto anche lei, se non avesse avuto alternative».
Adesso arrivavo quasi sempre con un libro in regalo. Lena ringraziava con i soli occhi, senza nemmeno alzarsi dallo sgabello (una sera che lo fece mi resi conto che era molto più alta di quanto immaginassi, fino ad allora mi era sempre parsa poco più che un'appendice alla sua testa e alle mani scarne), apriva il pacchetto e riponeva il volume in grembo, a mala pena osservandone il titolo. Lo vedevo riapparire puntualmente alcune settimane più tardi, spalancato alle prime pagine. Avevo deciso in cuor mio che si trattava della persona giusta per affrontare uno dopo l'altro quelle opere ponderose che richiedono tempo e soprattutto una dedizione totale: Gargantua e Pantagruele, Don Chisciotte, Ulisse, Guerra e Pace, L'uomo senza qualità e la Recherche. Chi altri avrebbe potuto leggerli se non lei, quasi costrettavi da quella volontaria prigionia?
Il primo libro che le regalai fu proprio Gargantua e Pantagruele. Era una vecchia copia trovata su una bancarella ma non per questo meno preziosa. Credo che in tutta la città solo qualche collezionista o professore universitario ne possedesse un esemplare. Altrimenti bisognava andare alla biblioteca nazionale e sperare che nessuno lo avesse fatto sparire nemmeno da lì. A mo' di dedica le avevo trascritto sulla controcopertina alcune frasi del capitolo XXIV (Come qualmente Gargantua occupava il tempo quando l'aria era piovosa): «Se faceva tempo piovoso e burrascoso, la mattinata era occupata come il solito; solo faceva accendere un bello e chiaro fuoco per correggere l'intemperie dell'aria», e avevo aggiunto di mio: «A Lena, che sa come occupare il suo tempo, leggendo i libri se piove, le costellazioni se non c'è luce».
Il libro era consunto e pieno di annotazioni ai margini, soprattutto a matita, ordinate ma minuscole e quasi illeggibili. Mi resi conto che quando Lena finì il libro ricominciò a scorrerlo dalla prima pagina, dedicandosi alla decifratura delle annotazioni: pensai che per lei, che non era certo una studiosa della letteratura francese, si trattasse di un modo come l'altro per ammazzare il tempo, in attesa di iniziare un altro volume.
A un certo punto, ad esempio, nel capitolo XVII del quarto libro (Come qualmente Pantagruele giunse alle isole di Tohu e Bohu, e della strana morte di Bringuenarilles, trangugiatore di mulini a vento), si legge:
«La temevano un tempo anche i Celti vicini al Reno, cioè i nobili, valorosi, cavallereschi, bellicosi e trionfanti Francesi. Interrogati un giorno da Alessandro il Grande che cosa più temessero in questo mondo, mentre egli attendeva che accennassero a lui, in considerazione alle sue grandi prodezze, vittorie e conquiste e trionfi, essi risposero di non temer nulla se non che il cielo cadesse. Tuttavia non rifiutarono d'entrare in lega, confederazione e amistà con un re sì prode e magnanimo, se stiamo a quanto dice Strabone, lib. 7, e Ariano, lib. 1. Anche Plutarco, nel libro, da lui scritto sulla faccia che appare nel corpo della luna, parla di un tal Fenaco il quale temeva grandemente che la luna cadesse in terra e aveva commiserazione e pietà di quelli che vi abitano sotto come gli Etiopi e i Taprobanesi».
A margine qualcuno aveva annotato: «straordinario esempio di metaletteratura, o, di più, di ucronia: mettere insieme celti, francesi, Alessandro il Grande e gli Etiopi è creare un universo che può vivere in sé e per sé, secoli prima di Borges. È una cosa che solo un contemporaneo di Rabelais poteva permettersi il lusso di fare, Ludovico Ariosto» Accanto un'altra mano, a caratteri se possibile ancora più piccoli, aveva aggiunto: «e non è un caso che Fenaco abbia paura della luna, la stessa dove si trova il senno smarrito di Astolfo, e che i mulini a vento, quasi come una divinità arcana, presiedano a questo capitolo, prefigurando l'epopea di don Chisciotte».
«Che c'entrano i mulini a vento? E chi è Astolfo?», mi chiese Lena, come se stesse proseguendo un dialogo mai iniziato, e considerandomi evidentemente in qualche modo corresponsabile di ciò che era scritto sul libro che io le avevo regalato.
Capii che non sapeva quasi nulla di Cervantes e di Ariosto, e che le pagine che divorava si sedimentavano in lei come strati puri, impermeabili a un humus inesistente. Allora mi appoggiai a una parete dell'ascensore e le raccontai brevemente il Don Chisciotte e l'Orlando Furioso, senza accorgermi che eravamo arrivati già da un pezzo al piano di Renzo.
Le avevo appena regalato un esemplare della Recherche, precisamente il volume di Sodoma e Gomorra, un paio di mesi dopo, quando entrò dietro di me un uomo alto e ossuto. Lo guardai con attenzione, se non altro perché era così raro trovarmi in ascensore in compagnia di qualcuno. Vestiva un vecchio completo chiaro, sobrio e trasandato, sebbene di una trascuratezza pulita, decente, non priva di un che di eleganza, financo di fascino. Gli osservai i capelli grigi, corti, con la scriminatura sulla sinistra, a mala pena percettibile, il fascio di carte sotto braccio, tra cui potei distinguere una rivista giuridica.
Ero certo di non essermi sbagliato quando notai un'insolita attenzione, quasi un guizzo repentino, negli occhi di Lena, per altro subito represso, mentre il nuovo entrato non ebbe alcuna reazione palese e anzi a stento parve accorgersi della nostra presenza, senza che ciò denotasse altezzosità, piuttosto un fatto naturale, la mancanza di interesse di una persona sovrappensiero, se non addirittura distratta.
Scese al sesto piano. Lena lo aveva marcato automaticamente, mostrando di conoscerlo bene. Entrò una donnetta grassoccia, che annunciò di voler scendere al pianterreno.
«Chi era quel tipo?», chiesi a Lena.
«Lui... ecco... è il dottor Valdés, uno dei più famosi avvocati a livello nazionale. È anche un giurista, dirige la Rivista di diritto civile, quella stessa che aveva con sé, se ha avuto modo di notarla».
Ero arrivato al mio piano, o meglio quello di Renzo. Lena mi salutò ringraziandomi per il libro, contro tutte le sue abitudini. Quando si chiuse la porta mi meravigliai di scorgere alle mie spalle la signora che era salita a metà percorso, e ancor più del fatto che si stesse rivolgendo proprio a me.
«Vuole sapere tutta la storia?».
La guardai senza incoraggiarla ma il mio atteggiamento non parve in alcun modo distoglierla dalla sua idea. Si limitò a sbuffare arcuando le guance adipose, punteggiate di minuscoli pori neri, dilatati.
«Deve sapere che Lena non è sempre stata quella creatura dimessa che lei vede adesso. Per un certo tempo ha studiato all'università, dove era iscritta a giurisprudenza. Naturalmente, durante il corso di diritto civile, si innamorò del professor Valdés, come del resto la quasi totalità delle allieve e probabilmente anche una parte dei maschi. Valdés aveva questa capacità straordinaria di attrazione, senza fare alcuno sforzo, chissà, magari senza nemmeno volerlo. Lena comunque ce la fece, per un certo tempo ebbe una relazione con il professore. Per lui era un'avventura come tante, ma per lei doveva essere una cosa importante. Non si può nemmeno dire che Valdés l'abbia piantata, alla fine, perché quando stava con lei comunque ne aveva anche altre. Quando lui la lasciò, Lena ebbe un violentissimo esaurimento nervoso, abbandonò l'università, proprio a metà dell'esame di civile, e a quanto ne so rimase qualche mese in cura in un ospedale psichiatrico. E ora, dopo tanti anni, eccola qui a lavorare come ascensorista nel palazzo di lui: che non se la ricorda nemmeno, mi creda. Lo conosco come le mie tasche, sono anni che faccio le pulizie nel suo appartamento».
Detto questo, la signora si avviò giù per le scale, a mala pena salutandomi, evidentemente soddisfatta di aver svolto con efficienza il suo mestiere di pettegola. Per parte mia, la seguii con lo sguardo carico di antipatia. A questo punto devo confessare, credo, che ciò che mi colpì davvero non fu tanto quella storia in sé medesima, quanto la mia propria reazione: Lena aveva perso ai miei occhi molto di quell'alone surreale di lettrice rinchiusa in una scatola in periodico moto ascensionale. Non era più un'adoratrice del libro confinata lì dalla crudeltà della crisi economica, bensì una banale ex-ragazza scaricata dal suo amante e passata attraverso una fase di quasi follia, per finire poi a lavorare come operatrice dell'ascensore a un passo dall'appartamento di lui: non so se per un puro scherzo del caso o se lei avesse cercato quel posto di proposito. Probabilmente lo conosceva bene, perché doveva essere stato lì che i due erano soliti incontrarsi.
Ero deluso. Mi sentivo tradito dalla storia semplice e un po' intellettualistica che mi ero costruito in quei mesi, come faccio sempre, del resto. E forse in fondo ero anche ingelosito dall'aver scoperto che non ero certo io la persona la cui apparizione Lena attendeva con più ansia nel vano delle porte scorrevoli, giorno per giorno.
Feci a meno per qualche tempo delle mie abituali visite a Renzo e quando infine tornai presi l'abitudine di imboccare le scale, che fino a quel momento mi avevano sempre ispirato un vago senso di repulsione, quasi un timore inspiegabile. In una di queste occasioni mi capitò di passare davanti alla porta dell'ascensore (era il terzo piano) e di trovarla aperta. Era evidentemente una giornata di black-out. Non potei evitare di dare un'occhiata fuggevole all'interno, naturalmente senza rallentare il passo, o almeno credetti coscientemente di non farlo. Lena stava seduta con la testa tra le palme delle mani, in direzione dell'apertura, e guardava verso il cielo. Si accorse del mio passaggio e mi sorrise, salutandomi con un semplice cenno. Probabilmente pensava che non ero potuto tornare all'edificio fino ad allora, per qualche ragione di lavoro o perché mi trovassi in viaggio, e che quella sera fossi stato semplicemente costretto a salire a piedi dalla mancanza di corrente.
Feci anche in tempo a rendermi conto, nonostante il buio, che non aveva nessun libro in grembo. Li aveva terminati tutti e non guadagnava abbastanza per potersene permettere di nuovi? Comunque fosse, provai un sentimento di pena misto a qualcosa di simile al senso di colpa e decisi che non mi sarei più comportato in una maniera tanto infantile. Per cominciare, l'indomani le regalai La fuggitiva.
La dedica questa volta fu futile e ingiusta: il fuggitivo semmai ero stato io, e invece le scrissi: «A Lena, che non fuggirà più». Sorrise un po' triste.
Circa un mese dopo i fatti che ho appena raccontato, il dipartimento di protezione civile lanciò un allarme generale per l'approssimarsi di un poderoso fronte ciclonico tropicale. Stavo leggendo in giardino con la radio accesa sulla terrazza alle mie spalle quando ascoltai il messaggio. Come tutti gli abitanti della capitale, passai il resto della giornata a predisporre quante più difese possibili per proteggere la casa e le suppellettili. Bloccai i vetri delle finestre con nastro isolante messo ad X, raccolsi i mobili al centro delle stanze, dopo aver tolto i quadri dalle pareti e aver messo i soprammobili al sicuro dentro scatole di cartone.
Alle cinque del pomeriggio l'uragano si abbatté furiosamente sul centro abitato. Rimase sulle nostre teste per tutta la sera e buona parte della notte, con effetti devastanti. Al risveglio (se così può definirsi il levarsi da un letto in cui si è rimasti coricati tutto il tempo al buio e senza poter chiudere occhio, vegliando come una delle tante sentinelle disseminate nella città e alzandosi di ora in ora per spiare il fischio orrido del vento al di là delle finestre) mi sentii singolarmente felice di essere ancora vivo, quasi provassi ora un certo orgoglio per esser passato attraverso quell'esperienza, o per meglio dire, attraverso quella prova.
Poi, improvvisamente mi venne in mente Lena, e pensai con orrore a quello che poteva esserle accaduto dalle cinque del giorno prima, con il black-out e il ciclone che di certo l'aveva raggiunta trovandola intrappolata nella sua cabina, e mai come in quell'attimo questa mi sembrò così piccola, addirittura minuscola dentro il suo pozzo, come un proiettile nel cavo scanalato della canna di un fucile. La vidi stramazzata sul pavimento dell'ascensore sballottato e caduto obliquamente a metà del cunicolo, le lamiere della porta piegate su se stesse fino a renderla ormai inservibile, l'aria che si faceva ogni minuto più rarefatta, in quell'orcio di buio compresso, stagnante.
Uscii di corsa e attraversai la città in un mattino spettrale, con i cadaveri delle palme e delle ceibe deposti a sghimbescio sui viali come traversine abbandonate di una ferrovia urbana, e che ostruivano del tutto gli incroci delle stradine più anguste. Salii in fretta le scale, cercando ad ogni pianerottolo quell'altra e più macabra carcassa, quella dell'ascensore, finché la vidi all'ottavo piano, effettivamente scardinata e piegata a metà come una lattina di birra accartocciata, un buco polveroso e cosparso di calcinacci. Però vuoto.
Mi accorsi che stava salendo qualcuno, una signora con le braccia ingombre di buste di plastica e pacchetti. Mi offrii di darle una mano e le chiesi notizie di Lena, sempre con in testa quei presagi di catastrofe.
«Ma chi, la signorina dell'ascensore? No, non si preoccupi, figuriamoci se la potevamo lasciare lì dentro quella specie di trappola. Si è messa in salvo subito, appena è cominciato il ciclone. Era ancora pomeriggio, poco dopo le cinque. Siccome non era nemmeno il caso di andarsene in giro per strada con quel po' po' di burrasca, si è rifugiata in un appartamento. Di certo ha passato la notte lì. Noi, piuttosto, con tutti i problemi che già avevamo nel palazzo, adesso ci ritroviamo anche senza l'ascensore. Dio solo sa quando ce lo ripareranno».
E fece il gesto di riprendere il cammino, sbuffando ancora per il peso delle sporte e forse anche per la prospettiva di un lungo periodo senza la comodità dell'ascensore. La fermai per chiederle ancora un'informazione.
«Sa dirmi per caso in quale appartamento è rimasta la signorina Lena?».
«Mi sembra al sesto piano, dal professor Valdés, che si è offerto di ospitarla, ma non ne sono sicura. Perché non bussa lì, così può controllare direttamente?», concluse, guardandomi adesso con sospetto, chiedendosi evidentemente perché mi interessassi tanto alla sorte di quell'anonima donnetta. Ero forse della polizia? C'era qualcosa che non andava?
Io invece ridiscesi con studiata lentezza, sentendomi ora più leggero, sgravato di un senso di colpa che, per non avere alcun fondamento logico, non era stato per questo meno angosciante.
Davanti all'appartamento numero sessantuno mi fermai per qualche istante, ma non ne proveniva alcun rumore. Sperai forse che la porta dell'insigne giureconsulto si spalancasse proprio mentre ero lì di fronte e che potessi vedere uscire i due, magari lui con il braccio attorno alle spalle di lei, sorridendomi un po' malinconici, con gli occhi lucidi dopo un discorso ripreso a distanza di tanti anni. Naturalmente le probabilità che ciò accadesse proprio in quel momento erano assai scarse - e infatti non avvenne nulla.
Che finissero per sposarsi, questo sì, lo avevo previsto, e quando me lo raccontarono non feci alcuna fatica a crederlo, né mi stupii affatto. Semmai dovetti provare una punta di risentimento per non essere stato invitato. Anzi, mi avevano del tutto dimenticato perfino nella lista delle partecipazioni. Quello che ancora non ho capito è quanto vi fosse di spontaneo ovvero di calcolato in tutto il comportamento della mite, slavata ascensorista, e se non fosse possibile che avesse organizzato tutto fin dal principio, fin da quando aveva cercato lavoro in quell'edificio.
Quanto a me, rimasi con Il tempo ritrovato, che avevo già comprato per regalarglielo, per alcuni mesi immobile sul mio tavolo, finché decisi di liberarmene inviandoglielo all'appartamento sessantuno, come un tardivo e inconsueto regalo di nozze. «Non è mai troppo tardi perché Gilberte ritrovi il suo Marcel», fu la dedica.
Ma non per questo smise di mancarmi, per un bel pezzo, la muta compagnia della lettrice appollaiata su uno sgabello scomodo, privo di grazia.
S. M.