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La ricerca sulle nocività industriali e ambientali
Fu Ramazzini che per primo scoprì la relazione tra esposizione professionale ad agenti chimici ed effetti negativi sui lavoratori. Fu lui, nella seconda metà del Seicento, a visitare le botteghe del modenese e a identificare i pericoli e i danni della salute causati dalle attività artigiane. Ramazzini intuì le relazioni tra ambiente e insorgenza della malattia e, inoltre, ideò metodi per valutare i rischi per la salute di determinate attività lavorative e propose misure per prevenire i rischi e proteggere la salute.
Queste idee rivoluzionarie per l’epoca, oggi attualissime, hanno fatto fatica ad affermarsi e ci sono volute altre figure straordinarie per far sì che diventassero la norma: una di queste è Cesare Maltoni (1930-2001).
Un luminare dimenticato
Con i suoi studi e i suoi progetti, iniziati negli anni Settanta, Cesare Maltoni ha salvato e migliorato la vita di migliaia di persone nel mondo. Lavorò, tra gli altri, a stretto contatto con Irving Selikoff, il primo che, negli anni Sessanta, effettuò un imponente studio su un campione di 17'800 lavoratori, confermando l’ipotesi che l’esposizione all’amianto potesse causare il cancro.
Insieme a Selikoff creò delle reti internazionali di ricerca che sfidarono il potere e la pressione delle lobby industriali e petrolifere. Oltre a prendere parte alla battaglia contro l’amianto, una lotta non ancora terminata visto che questo materiale è ancora prodotto in alcune aree del mondo, Maltoni dimostrò, grazie alle sue ricerche in laboratorio effettuate sui topi, la nocività di sostanze come il cloruro di vinile, il benzene, la formaldeide e, non da ultimo, condusse importanti ricerche sull’esposizione alle radiazioni.
Si deve anche a lui, ad esempio, se la benzina «verde» di prima generazione, ricca di sostanze pericolosissime per la salute, è stata poi rielaborata per ridurre i rischi per la salute.
Maltoni portò in Italia anche gli hospice, ovvero i luoghi deputati ad accompagnare, alleviando i dolori fisici e spirituali, i malati terminali nel percorso verso la morte. Maltoni portò avanti con coraggio le sue battaglie e fu più volte boicottato o addirittura minacciato di morte da ignoti.
Genio riscoperto
Il documentario Vivere, che rischio (2019) dei registi Michele Mellara e Alessandro Rossi, molto apprezzato dalla critica, ha riportato alla luce, anche tra i non addetti ai lavori, l’opera di Maltoni e la sua personalità complessa. Fu lui a comprendere che la chiave per combattere i tumori era la prevenzione. Non è un caso se un istituto da lui fondato porta il nome dello scienziato seicentesco: l’Istituto Ramazzini è ancora oggi un centro per la ricerca importante per la prevenzione del cancro e delle malattie di origine ambientale.
Attraverso l’utilizzo di materiale d’archivio, interviste agli allievi e collaboratori di Maltoni e una narrazione vivace, il documentario ricostruisce le tappe principali della carriera dello scienziato bolognese. Le sue ricerche sul cloruro di vinile gli diedero fama internazionale e lo portarono anche all’interno delle aule di tribunale. Una delle scene più toccanti del documentario fa vedere proprio Maltoni in un’aula di tribunale alle prese con un ex operaio della Montedison di Marghera che ha perso l’utilizzo delle corde vocali. L’operaio, avvicinando al collo un apparecchio che gli permetteva di proferire qualche parola dal timbro metallico, lo ringrazia per il lavoro svolto e maledice chi, consapevolmente, lo espose a sostanze dagli effetti devastanti.
I dirigenti Montedison furono dapprima assolti e poi condannati in appello, ma il reato era ormai da tempo caduto in prescrizione.
Il documentario sarà mostrato anche a Zurigo presso il Punto d’incontro, (Josefstrasse 102, 8005) nell’ambito della retrospettiva DocumentER.
Lungo le storie e le vie dell’Emilia-Romagna, venerdì 29 ottobre alle ore 20 (entrata gratuita). Una parte della retrospettiva sarà disponibile sempre gratuitamente anche online dal 15 al 22 ottobre (https://www.docacasa.it/home).
Per maggiori informazioni su questo e altri film scrivere ad Alessandra Cesari: alecesari[at]yahoo.it