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Nella città estone, situata al confine con la Russia, la maggioranza della popolazione è di etnia russa.
Il monumento è stato rimosso ieri e trasportato in un museo. Il governo: «I simboli dell'occupazione sovietica, sono diventati fonte di tensioni sociali». La sindaca di Narva: «C'è un forte conflitto di valori. Serve un terreno comune per muoverci verso il futuro».
NARVA - Narva, all'estremo nord-est dell'Estonia. Ieri, 16 agosto. L'orologio segna le 11 e 22 minuti quando il controverso monumento ai caduti della Seconda guerra mondiale - una replica di un carro armato T-34; la colonna vertebrale delle forze corazzate dell'ex Unione Sovietica durante quel conflitto - viene allontanato dal piedistallo su cui era rimasto sin dal 1970. Era il più iconico fra centinaia di statue e strutture che il governo estone ha deciso di rimuovere dagli spazi pubblici.
In quanto «simboli di repressione e dell'occupazione sovietica, sono diventati fonte di tensioni sociali crescenti» e «dobbiamo ridurre al minimo ogni rischio per l'ordine pubblico». Queste le parole, affidate a Twitter, dalla premier estone Kaja Kallas, che ha altresì precisato che «i monumenti che hanno valenza storica saranno trasferiti in un museo», come, appunto, nel caso del T-34. Perché nelle intenzioni di Tallinn non c'è quella di cancellare il passato. Al contrario, «preserveremo quanto possibile, in modo che le future generazione possano imparare da queste dolorose lezioni».
Il tank, nel frattempo oscurato anche dalla pagina dell'ente turistico locale, che oggi reca un avviso di errore 403 a chi cerca di visitarla, sorgeva nel punto esatto in cui l'Armata Rossa, sotto il comando del generale Ivan Fedyuninsky, attraversò le acque del Narva nel 1944. Con più enfasi lo ricorda la targa commemorativa apposta sul piedistallo: «In quest'area, il 24-25 luglio 1944, le forze di Leningrado attraversarono il fiume e fecero breccia tra le linee delle forze della Germania fascista, liberando la città di Narva». Parole che, poste "à côté" di quelle della premier senza disporre di una cornice adeguata, producono ovvie scintille. E infatti, la rimozione del T-34, e prima ancora il suo annuncio, ha innescato proteste nella località di confine, nella capitale estone - con scontri e oltre un centinaio di feriti - e, inevitabilmente, anche in Russia. E questo perché quella di Narva è sì una città estone a tutti gli effetti, ma la maggioranza della sua popolazione è di etnia russa. E bene testimonia questo sentimento il trattamento riservato al "tank" nei giorni che hanno preceduto la sua rimozione; adornato di candele accese e da mazzi di fiori.
In città «c'è sconcerto», ha confermato la sindaca Katri Raik, intervistata dalla ERR, la rete del servizio pubblico estone. Perplessità sul «perché ci viene fatto questo e perché viene fatto ora. Ho chiesto se fosse il momento giusto. Ma sappiamo che non esiste mai un momento giusto per qualcosa del genere». L'esecutivo cittadino avrebbe voluto percorrere modi e tempi diversi. Ma le azioni di Tallinn «sono state certamente più rapide e decise». Più che lo scossone del momento, a preoccupare le autorità locali è il modo in cui la popolazione di questo "diaframma" tra Europa e Russia metabolizzerà gli eventi. «Abbiamo un forte conflitto di valori. Visioni diverse di come si sia conclusa la Seconda Guerra mondiale. Fu solo la fine del fascismo, la fine del fascismo e l'inizio dell'occupazione, o solo l'inizio dell'occupazione? Non ci sarà mai una visione comune, purtroppo».
Questo perché l'Estonia ha vissuto due periodi di occupazione sovietica. Il primo, e più breve, tra il 1940 e l'anno successivo; il secondo tra il 1944 e il 1991, anno dello scioglimento dell'URSS.
Quel che è certo, è che per buona parte dei cittadini russi che vivono a Narva e nei suoi dintorni l'Estonia è - citando nuovamente la sindaca, che a sua volta riporta le parole dei suoi concittadini - il luogo in cui sono nati e la loro unica casa. «I nostri concittadini russi vivono una forte crisi d'identità. Hanno vissuto qua per decenni» e «dobbiamo offrire loro qualcosa in cambio. Su quale terreno comune intendiamo muoverci verso il futuro? Non possiamo abbandonare queste persone».
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