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Alla nascita di Exit, avvenuta il 3 aprile 1982 a Zurigo, il diritto di decidere autonomamente della propria morte in Svizzera era già un tema ampiamente diffuso e che godeva di un vasto sostegno. A questa evoluzione aveva sensibilmente contribuito il medico zurighese Urs Haemmerli, che nel 1975 aveva fatto le prime pagine dei giornali.
Haemmerli era stato accusato di omicidio intenzionale - accusa poi archiviata - dopo aver fatto sapere pubblicamente di aver praticato l'assistenza passiva al suicidio. Concretamente, l'internista aveva rinunciato a provvedimenti atti a prolungare la vita di pazienti in fase terminale. Le pratiche del medico avevano suscitato reazioni nel parlamento federale e un'iniziativa popolare nel canton Zurigo. Anche all'estero il dibattito svizzero aveva avuto parecchia eco.
Exit pioniere con le disposizioni del paziente - Pur iscrivendosi nel clima generale di accettazione dell'autodeterminazione di fronte alla morte degli anni Ottanta, Exit per certi versi è stato pioniere. Così per l'introduzione in Svizzera delle disposizioni del paziente che già avevano corso negli Stati Uniti.
La persona deve precisare in modo vincolante quale debba essere la condotta dei medici qualora non dovesse più essere in grado di manifestare le proprie volontà. Le disposizioni sono a tutt'oggi il criterio più importante per diventare membro di Exit.
Assistenza solo per sofferenza "insopportabile" - L'associazione pratica il suicidio assistito dal 1985. L'assistenza è rivolta solo a persone con una prognosi senza speranza o con dolori o handicap insopportabili, ma che godono ancora delle loro capacità cognitive. Nella pratica, i pazienti per cui non si prospetta un esito letale ma che assumono lo stesso il pentobarbital sodico sono affetti da più patologie che comportano una sofferenza "insopportabile".
"Exit non accompagna persone sane" e neppure pazienti che soffrono di gravi problemi psicologici, dice all'ats Bernhard Sutter, vicepresidente dell'associazione. "Nel 98% dei casi i pazienti muoiono a casa nel proprio letto, circondati dalla famiglia e da amici". Solo in pochi casi l'assistenza al suicidio è praticata nei locali di Exit.
Gravi tensioni con la dissidenza di Dignitas - Dieci anni dopo la fondazione, quando i membri avevano già raggiunto quota 50'000, Exit è entrata in una fase turbolenta, soprattutto in relazione alla composizione della direzione. Per più anni le assemblee generali sono state segnate da tensioni, anche molto gravi, per cui taluni non hanno esitato a parlare di tentativi di golpe.
I conflitti hanno raggiunto il loro apice nel 1998, quando numerosi membri sono usciti da Exit. Tra questi l'avvocato Ludwig A. Minelli, che nello stesso anno ha fondato l'associazione omologa Dignitas. Contrariamente a Exit, quest'ultima aiuta a suicidarsi anche persone provenienti dall'estero (l'85% dei suoi "clienti").
Dignitas ha cambiato più volte gli appartamenti utilizzati per il suicidio assistito, a causa delle lamentele dei vicini, e in mancanza di locali autorizzati ha persino portato a termine l'operazione dentro automobili. È stata criticata anche per aver usato l'elio come metodo di suicidio invece del pentobarbital sodico.
Dopo la crisi del 1998, Exit ha professionalizzato le proprie strutture e ridotto la direzione. Con oltre 60'000 membri, l'organizzazione oggi "è grande quanto un partito di governo medio", dice Sutter. Exit Deutsche Schweiz di fatto copre anche il Ticino. L'associazione sorella ma indipendente Exit A.D.M.D. Suisse romande alla fine dello scorso anno contava circa 22'000 membri. Per un accompagnamento gratuito occorre essere membri da almeno tre anni (quota annua 45 franchi, a vita 900, che è anche l'importo minimo richiesto a chi è membro da meno di tre anni).
Ampio consenso, critica cristiana - La critica all'attività di Exit proviene in primo luogo da ambienti cristiani. "La vita è un dono di Dio, che non si butta via", ha recentemente affermato l'ex consigliere nazionale Pius Segmüller (PPD/LU), già comandante della Guardia svizzera in Vaticano, in un dibattito a Zurigo. Ma il consenso, soprattutto in ambiente urbano, è molto elevato come rivela una consultazione popolare del maggio scorso nel canton Zurigo: l'84,5% dei votanti ha bocciato un'iniziativa dell'Unione democratica federale (UDF) che chiedeva il perseguimento penale per qualsiasi tipo di assistenza al suicidio.
Una procedura di consultazione del Consiglio federale finita nel marzo 2010 con la proposta di due varianti restrittive - divieto puro e semplice e obblighi di diligenza da ancorare nel Codice penale - ha ottenuto risposte per lo più negative e favorevoli allo status quo. Nel giugno 2011 il governo ha quindi deciso di rinunciare al progetto di una norma penale.
In Svizzera l'assistenza al suicidio non è punita se non è dettata da "motivi egoistici", come recita l'articolo 115 del Codice penale. È questa la base legale cui Exit e Dignitas fanno riferimento. A livello federale rimane in particolare aperta la questione sulla legittimità del suicidio assistito nelle case per anziani. In numerosi cantoni si segue la regolamentazione valida nella città di Zurigo dal 2001, che ammette queste pratiche a determinate condizioni. Primo cantone in Svizzera, Vaud potrebbe dotarsi di una legge in materia se gli elettori daranno il proprio assenso il prossimo 17 giugno.
Celebrazioni pubbliche a metà giugno - Il giubileo di Exit sarà celebrato i prossimi 15 e 16 giugno a Zurigo. È previsto tra l'altro un simposio pubblico con oratori favorevoli e contrari al suicidio assistito. Si esprimerà anche la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) Simonetta Sommaruga. La scorsa settimana è stato pubblicato anche un libro ("Der organisierte Tod. Sterbehilfe und Selbstbestimmung am Lebensende - Pro und Contra") con contributi vari, anche critici.