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Acquedotti: dalla sorgente al centro abitato
La parola acquedotto è composta dai due termini “acqua” e “condurre”. La necessità di incanalare l’acqua dalla sorgente o dai luoghi di riserva naturale appare con la nascita delle prime città. In questi centri abitati, non è più il singolo che si assume la responsabilità di provvedere alle necessità idriche della propria famiglia, costruendo un pozzo o andando direttamente alla fonte o alla riserva d’acqua. Con l’apparizione delle città è lo Stato che provvede ai bisogni della collettività. Nascono così i primi acquedotti.
Gli acquedotti più antichi
I Sumeri, abitanti della Mesopotamia, sono considerati la prima civiltà urbana. Furono proprio loro a costruire i primi acquedotti in modo da canalizzare le acque dei fiumi Tigri ed Eufrate verso i centri abitati. Questi erano formati da condotte in mattoni con copertura a volta. In seguito, per portare l’acqua dalle montagne al centro abitato, furono scavati acquedotti sotterranei nella roccia.
Ur, Babilonia, Gerusalemme
Sembra che le abitazioni di Ur, antica città della bassa Mesopotamia, disponessero di acqua corrente. Anche la città di Babilonia disponeva di congegni azionati da schiavi per portare l’acqua fino a cisterne poste sulle terrazze più alte. Da lì l’acqua era distribuita a condutture che provvedevano la necessaria irrigazione per una delle sette meraviglie del mondo antico, i giardini pensili. Un esempio di conduttura sotterranea è quello costruito dagli Ebrei e noto come “tunnel di Ezechia”
Gli acquedotti romani
Anche Medi e Greci utilizzarono sistemi di acquedotti, costituiti da lunghi canali sotterranei. Furono però i Romani a rendere l’idea di acquedotto una grande opera pubblica al servizio della comunità. I Romani ritenevano talmente importante il servizio di rifornimento idrico che costituirono una magistratura speciale per l’amministrazione delle acque e scrissero dei trattati dedicati a questo soggetto.
Acquedotti sotterranei
Anche i Romani usarono acquedotti sotterranei che richiedevano meno manutenzione in quanto meno esposti a inquinamento di quelli in superficie. Comunque, anche questi dovevano essere ripuliti da sedimenti calcarei che avrebbero potuto ostruire le condotte. A questo scopo venivano aperti dei pozzi verticali usati come passaggi per la manutenzione.
Acquedotti in superficie
I Romani svilupparono una tecnica di acquedotti sopraelevati ad archi. Il percorso era spesso molto lungo per due motivi. Primo: benché si incanalasse acqua sia di fiume filtrata sia dalla sorgente, si prediligeva l’acqua sorgiva, che però era spesso più lontana dalla città. Secondo: si doveva controllare la pressione dell’acqua che se troppo elevata avrebbe danneggiato le condutture della città. Ciò avrebbe provocato sprechi di acqua e frequenti lavori di manutenzione. A questo scopo le condotte avevano una pendenza costante e non eccessiva (circa il 2%), che garantiva il costante flusso dell’acqua. Spesso, quindi, il percorso risultava molto più lungo rispetto alla distanza in linea d’area fra la sorgente e il punto d’arrivo.
Acquedotti moderni
Gli acquedotti moderni sono costituiti da tutte quelle opere e impianti che servono a raccogliere, convogliare e distribuire l’acqua, ma anche da serbatoi per il deposito e gli impianti di potabilizzazione e depurazione dell’acqua. Possiamo dividere così le vari componenti dei moderni acquedotti:
Opere di captazione (o di presa)
Possiamo dire che costituiscono la prima parte degli acquedotti, sono infatti gli impianti che prelevano le acque da fonti convenzionali e fonti non convenzionali
Fonti convenzionali
- sotterranee (sorgenti, falde superficiali, profonde, subalvee)
- superficiali correnti (fiumi e torrenti), stagnanti (laghi)
Fonti non convenzionali
- recupero e utilizzo delle acque meteoriche o piovane
- recupero e riciclo delle acque grigie
Rete di distribuzione
Serie di opere che consentono la distribuzione da serbatoi di accumulo idrico sul territorio (non all’interno delle case)
Impianti interni
Impianti che collegano la rete di distribuzione alle singole utenze.
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