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Il vice ministro Grushko è stato chiaro: non toccate la "piccola Russia". Ma perché l'exclave è così importante?
L'oblast di Kaliningrad è una scheggia di Russia incastonata in Europa, tra Polonia e Lituania. E la striscia di terra che li separa è l'unico passaggio che collega i Paesi Baltici al resto dell'Unione europea. Chiave e serratura nelle mani di Mosca.
KALININGRAD - «Spero che il buon senso in Europa non consenta di avviare alcuna partita in quel di Kaliningrad. Credo che in molti si rendano conto che questo equivarrebbe a giocare con il fuoco». Un monito, senza perdersi in tante perifrasi. A pronunciarlo è stata la voce del vice ministro degli Esteri russo, Alexander Grushko. L'exclave russa, in altre parole, non si tocca. Ma qual è la sua importanza per Mosca?
Kaliningrad - un tempo Königsberg, la patria del filosofo tedesco Immanuel Kant - è una scheggia di Russia incastonata in Europa, tra la Polonia e la Lituania, affacciata sulle fredde acque del Mar Baltico. Fredde sì, ma non gelide. Quello dell'exclave è infatti il solo porto del Paese in cui il mare non ghiaccia mai sull'arco dei dodici mesi dell'anno, garantendo un'ospitalità funzionale alla Flotta del Baltico. Ma c'è molto di più. L'oblast di Kaliningrad è la Russia fuori dalla Russia. E il suo valore aggiunto in ottica puramente geopolitica risiede in quel perfetto incastro territoriale che - come sottolineato in un'analisi pubblicata su Geopolotica.info a firma di Nicolò Sorio - la rende al contempo "chiave" e "serratura".
Un po' di storia...
Ma andiamo con ordine e facciamo un salto all'indietro. La regione, dopo la caduta dell'Unione sovietica, soffrì la "pressione" di quei vicini di casa - la Polonia e le Repubbliche baltiche - che si stavano "spostando" verso ovest. Verso l'Ue e verso la Nato. Mosca reagì prontamente, anticipando qualsiasi spinta indipendentista, e rese l'oblast un unicum della Federazione Russa. Kaliningrad fu proclamata "Zona economica libera" dal presidente Boris Eltsin, con tanto di figura di presidente plenipotenziario creata ad hoc per l'occasione. La svolta arriva però nel 1999 e reca la firma di Vladimir Putin, al tempo Primo Ministro.
Le parole che utilizzò, delineando la linea del futuro per l'ex capitale della Prussia orientale durante il vertice di Helsinki con l'Unione europea, furono le seguenti: «Occidentalizzazione strategica guidata da pragmatico nazionalismo». Seguirono poi le crepe del 2005, in occasione delle celebrazioni per i 750 anni dalla fondazione di Königsberg a cui non furono invitati né i leader polacchi né quelli di Lituania, Lettonia ed Estonia. E con un balzo ulteriore si arriva al 2012, l'anno in cui Mosca ha lanciato il suo programma di modernizzazione delle Forze armate, riservando un ruolo di primissimo piano per l'exclave. Nell'elenco trovano poi voce in capitolo la crisi ucraina che ha preso il via nel 2014, il rinforzo (tra il 2016 e il 2017) dei confini orientali dell'Alleanza Atlantica e le ripetute esercitazioni militari, svolte da entrambi gli schieramenti. Difficile quindi per Kaliningrad rilassare i nervi.
Il tallone d'Achille della Nato
La "piccola Russia" è consapevole di essere un tallone d'Achille per la Nato. E lo è in virtù del cosiddetto corridoio di Suwalki; quella striscia di terra che da Kaliningrad separa Lituania e Polonia e che, se Mosca dovesse decidere di girare la chiave attraverso il suo "alfiere" europeo - la Bielorussia -, taglierebbe fuori i Paesi Baltici dal resto dell'Alleanza. Quei 104 chilometri sono l'unico passaggio di terra che li collega all'Unione europea. Ma c'è di più. Quello di Kaliningrad è anche un potenziale avamposto da cui Mosca è in grado di lanciare un attacco. Nell'oblast «trovano alloggio sia le forze convenzionali» della Federazione Russa «sia i missili balistici Iskander-M con capacità nucleare», scriveva lo scorso gennaio sul portale 19fortyfive.com l'analista Sarah White.
Chiave e serratura
Il Cremlino dal suo canto non ha mai confermato di aver dispiegato armi nucleari a Kaliningrad, perché, citando le parole del portavoce Dmitry Peskov, «si tratta di una questione di natura esclusivamente sovrana». Una forma più elegante di "non sono affari vostri»". Ma nel caso - che sembra tuttavia trovare conferma anche in alcune immagini satellitari pubblicate nel 2018 dalla Federation of American Scientists, dove sono immortalati alcuni bunker per lo stoccaggio delle testate - sia Berlino che Varsavia sarebbero a portata di missile. Certo, lo scenario resta puramente ipotetico e potenziale. Quello che invece è assodato, e si torna all'analisi di Sorio, è che la "piccola Russia" concretizza in sé un chiaro dilemma della sicurezza.
Da una parte «assolve al ruolo di chiave strategica per aprire le porte dell’Europa alla Federazione. Luogo di sperimentazione politica ed economica». Ma dall'altra è un «punto critico della Federazione, troppo lontano dal resto del territorio russo e di difficile gestione e controllo». In altre parole, «una serratura che presta il fianco ad un’occidentalizzazione pericolosa per l’integrità della Federazione».
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