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L’uomo esiste nello spazio e nel tempo: non c’è pensiero che non abbia una estensione spaziale e temporale, non c’è esperienza che non si situi in un luogo e in un tempo, per quanto vaghi e indefiniti essi possano essere.
Solitamente, si considera il vincolo spaziale meno rigido di quello temporale: così ad esempio Kant, che concede al tempo un primato sullo spazio. È tuttavia un primato relativo: non è semplice pensare al di fuori dello spazio, avere un concetto completamente indipendente dal pensiero del luogo.
Persino l’anima, per coloro che credono in una sua esistenza separata dal corpo, occupa comunque uno spazio, è in un qualche luogo più o meno preciso e delimitato: si immagina infatti una anima in grado di vedere, parlare o ascoltare, e sono tutte operazioni possibili solo a partire da un punto di vista o di ascolto.
È dunque possibile conoscere qualcosa che non è né spazio né tempo? È possibile conoscere l’infinito e l’eterno?
Tutto dipende dal significato della parola conoscere.
È possibile condurre ragionamenti che ignorano lo spazio e il tempo. Alcuni teoremi, ovviamente non quello di Pitagora, che riguarda figure geometriche, sono ragionamenti che ignorano lo spazio e il tempo.
Ma sono per questo infiniti ed eterni? Riusciamo davvero a staccarci dallo spazio e dal tempo, a comprendere l’eternità di un teorema come comprendiamo, ad esempio, la durata di un viaggio?
L’eternità è un concetto limite, ricavato per estensione ed esclusione da fenomeni che eterni non sono. È un concetto del quale, per dirla con Wittgenstein, non si può parlare ed è quindi meglio tacere.
Tuttavia non è possibile rimuovere dai nostri pensieri l’eterno e l’infinito, esattamente come non si può eliminare l’orizzonte.
L’eternità è un concetto scandaloso, nello stesso senso che usano alcuni teologi quando parlano di scandalo della croce.