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Recensione e due domande a Pietro De Marchi
par Yari Bernasconi
Publié le 25/08/2006
S'incomincia col botto di due vigorose citazioni: "Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replico" (Paradiso, VI, v. 91), parafrasabile in "ma ora dovrai meravigliarti per quello che io dirò in contraddizione con ciò che ho detto prima (è questo il senso di replìco)" (Chiavacci), e "[…] tu stesso sei lo specchio e la replica / di coloro che non raggiunsero il tuo tempo / e altri saranno (e sono) la tua immortalità sulla terra" (Borges, Iscrizione su qualsiasi sepolcro). Così, la Replica di Pietro De Marchi s'inserisce immediatamente nella scia delle parole di Giustiniano, che sono parole della Commedia, della nostra più alta tradizione letteraria, non senza, però, evidenziare - con le parole di Borges - una certa "coscienza" della replica, che a sua volta implica una certa, inevitabile responsabilità.
Conoscendo l'ironia e l'arguzia del poeta, non bisogna credere, davanti al titolo della prima sezione, Di luoghi e di tempi, che De Marchi strizzi l'occhio ai giochi grammaticali dell'Eterno imperfetto di Giovanni Orelli (che su questi effetti ludici fondava l'intero impianto della raccolta). Sono due dimensioni ben diverse: i "luoghi" e i "tempi" di De Marchi sono quelli che portano dritti dritti agliSpaesamenti della seconda sezione e alla confusione (fusione) della terza: Cose reali, fantastiche. Poi, come se il collegamento fosse naturale e lineare, una sezione di Generazioni, a cui seguono Per giocare a nascondino e L'estate. C'è molto, insomma, nella raccolta, e tutto è affrontato con grande varietà stilistica (i Cambi di marcia della poesia d'apertura), perché lo stesso "viaggio contempla / ampi tratti in pianura, autostradali / ma anche strettoie repentine, curve / a gomito, una serie infinita di tornanti, / poi rampe ponti sottopassi tunnel": si deve saper/poter replicare a ogni variazione e a ogni soggetto.
Rispetto a Parabole smorzate, l'aria che si respira in Replica appare più inquieta, più amara. Gli avvenimenti vengono a cozzare, i contrasti - reali e concreti, per quanto assurdo possa apparire - ci lasciano inermi di fronte a noi stessi: quando si propaga la notizia delle esplosioni nella metropolitana di Londra, "c'è chi arriva solo ora e non sa niente, / si siede, dà un'occhiata alla carta, poi ordina / vino bianco e prosciutto col melone". Allo stesso modo, il presente può confrontarsi col passato, con esiti imbarazzanti: Attraversando la Polonia, per esempio, quando rosseggiano "lontani i campanili di Cracovia" (Primo Levi, in esergo), "Non c'è quasi il tempo di accorgersi che siamo a O. / Case, antenne paraboliche, come altrove" (ed è una poesia pronunciata stretta fra i denti, con un punto nerissimo alla fine di ogni verso). "Quasi", però: del Lager evocato in Promemoria da un luogo di betulle, infatti, "niente più cancella quei capelli / tosati, quegli occhiali di metallo, / quelle povere scarpe color polvere: / quello che non fu cenere, né fumo".
Ma è la prosa, che comincia con la seconda sezione, la grande novità di questo libro. Intercalata alla poesia, è una prosa fluida, veloce, "non necessariamente lirica", come affermato dallo stesso De Marchi. Spesso una prosa secca, che ci mette in discussione, descrittiva in modo quasi doloroso. Ne escono ambienti malinconici, in cui personaggi della storia recente si susseguono nella loro semplicità: dalla Displaced Person di ritorno "dalla Germania, alla fine della guerra", alle avventure del nonno paterno Bortolo Giovanni ("l'aveva raccontato a suo figlio, e nostro padre a noi"), imbarcatosi a Le Havre per raggiungere Centerville, Iowa ("Forse lo zio Vincenzo, che era più vecchio di mio padre, sapeva altri particolari del soggiorno americano del nonno. Perché non glielo abbiamo mai chiesto?"), alla nonna che "traffica con le pentole e mi canticchia: La barchetta in mezzo al mare / è diretta a Santa Fe", all'uomo "calvo" e alla "donna gonfia ma non incinta che si parlavano sotto una pensilina anche se non avevano più nulla da dirsi". Il botta e risposta prosa versus poesia continua fino alle ultime due sezioni, dove sopravvivono solo due testi non in versi (Su una fotografia di ignoto e il dialoghetto Le rondini di San Rossore), e forse la tensione cala leggermente. Da segnalare, però, in Per giocare a nascondino, diverse traduzioni (Lamartine, Apollinaire, Spescha e Famos) e una versione latina della poesia Verso Marinadi Parabole smorzate, curata da Valentino De Marchi.
Per arrivare a una conclusione, comunque, rimangono due nomi - segnalati con vigore da Fabio Pusterla nel suo breve ma più che incisivo commento sul risvolto di copertina - da fare: Giorgio Orelli e Giampiero Neri. Quanto alla lezione del primo, bisogna ribadire che la si respira in ogni pagina di Replica (gli esempi sarebbero moltissimi: dal "Mein Mann... ist... vermisst" di Variazioni su un tema antico, a un attacco come "Chissà chi è quello che si sbraccia e mi fa segno / e correndomi incontro con la furia", di Su un sosia), soprattutto nelle controllatissime ragnatele di suoni. Vanno, però, sottolineate le intenzioni di questa poesia, che non resta fine a se stessa: c'è una speranza che va ben al di là dello stile, della forma. Una ricerca che coinvolge solo in minima parte questi aspetti e che, riportandoci quasi esplicitamente al "viaggio" di cui si diceva in Cambi di marcia, sembra esplodere nell'ultima poesia della raccolta, Come l'acqua:
Quel giorno che qualcuno mi spiegò
che l'acqua trova sempre la sua strada
(le vasche del giardino disegnavano
un arduo labirinto)
cominciai a sognare d'essere acqua
anch'io: oh, traboccare, tracimare,
e come l'acqua andare verso il mare.
*
Pietro De Marchi, commentando Replica lei ha scritto che nella raccolta "c'è una non timida apertura del linguaggio poetico verso altri modi di scrittura letteraria: la prosa (non necessariamente lirica), il dialogo". Mi sembra un aspetto molto interessante questo suo sforzo comunicativo, questo tentativo di raggiungere diversi spazi e registri linguistici: cosa l'ha portata a una soluzione del genere? E dove intende arrivare?
Non parlerei di "sforzo comunicativo", piuttosto di naturale desiderio di comunicare, anche se in letteratura, e in misura ancora maggiore nel campo della poesia, molto si basa sul rapporto tra detto e non detto. In qualche caso, ad esempio parlando di fatti storici sconvolgenti, come quello a cui si allude nella poesia intitolata Promemoria da un luogo di betulle, la discrezione e il pudore ci vietano di essere troppo espliciti. Venendo alla sua domanda, non saprei dirle se qualcosa di particolare mi abbia condotto a questa apertura verso la prosa e il dialogo. Nel corso degli anni ho scritto alcuni versi e alcune prose narrative, e a un certo punto ho sentito che si potevano mettere insieme per farne un libro omogeneo. La mescolanza tra poesia e prosa, del resto, ha una lunga tradizione nel Novecento, anche italiano. E uno dei libri che senz'altro hanno molto contato per me, intorno ai vent'anni, quando si fanno letture decisive, è stato L'artefice di Jorge Luis Borges, che appunto è un prosimetro. Ma per quanto riguarda le mie prose, le posso confessare che alcuni pezzi di Replica sono frutto dell'ammirazione per scrittori come il Meneghello di Pomo pero, il Bufalino diMuseo d'ombre, il Parise dei Sillabari.
L'ideale sarebbe arrivare al teatro e al racconto o al romanzo, senza perdere la densità espressiva che connota il linguaggio poetico. Penso al geniale percorso attraverso i generi letterari compiuto a suo tempo da Manzoni. Naturalmente, Manzoni è un gigante; noi tutti al confronto siamo nanerottoli.
La sezione Per giocare a nascondino ospita delle sue traduzioni da Lamartine, Apollinaire, e dai romanci Flurin Spescha e Luisa Famos. Chiude la sezione, invece, una traduzione latina di Valentino De Marchi del suo Verso Marina di Parabole smorzate("Rischia grosso il ramarro maremmano..."). Quale è l'importanza di questi testi all'interno della raccolta? E, allargando l'orizzonte, quanto sono importanti e cosa rappresentano per lei la comunicazione e il confronto con l'eredità letteraria delle diverse culture a cui può attingere?
Quale sia l'importanza delle versioni poetiche all'interno di una raccolta intitolata Replica, mi sembra evidente. Si tratta di ridire a modo nostro cose già dette da altri e che ci sono piaciute. Se si vuole, è anche un modo per "giocare a nascondino", appunto, celandosi in parte dietro le parole degli altri. Flurin Spescha era un mio coetaneo, e l'ho conosciuto personalmente. Era stato anche compagno d'università di mia moglie, a Zurigo, e io avevo letto con interesse le sue prime pubblicazioni. La sua morte improvvisa, come quella di altri amici troppo presto partiti, mi colpì moltissimo, così come mi colpì poi, nel suo volume postumo, quella poesia, Anatomia, che ho voluto tradurre per ricordarlo. Quanto alla presenza della traduzione latina di una mia poesia già compresa in Parabole smorzate - anche questa è una forma di "replica", no? -, non posso che ripetere quanto ho già scritto nella nota finale del libro. Volevo rendere omaggio a mio padre, che - gareggiando con le belle traduzioni tedesche di alcune mie poesie fatte da Christoph Ferber -, si è divertito a trasportare in latino (e a migliorare!) una decina di miei testi. Mio padre è una persona molto colta e di grande discrezione. Le poche cose che ha pubblicato sono sempre dovuto andare a cercarle nelle parti più riposte delle sue librerie. Da un suo poemetto latino in esametri, intitolato De numeris, e pubblicato nel 1966 su "Latinitas", avevo tratto un verso (Silva fuit, nunc rara manent dumeta vepresque) da cui ero partito per scrivere uno scherzetto sulla calvizie che ci accomuna (lo si legge inParabole smorzate). Ora la replica va nella direzione opposta: dall'italiano al latino, retrocedendo nel tempo. È bello pensare di appartenere alla letteratura latina, sia pure fuori tempo massimo. Ma non è la prima volta che capitano fatti del genere. Senza scomodare Petrarca, che aveva tradotto in latino una novella di Boccaccio, le ricordo che Fernando Bandini aveva tradotto in latino La bufera di Montale, e che Montale apprezzò la versione di Bandini tanto da volerla inserire nella seconda edizione del suo Quaderno di traduzioni.
La tradizione letteraria è tutto: è ciò da cui si parte e ciò a cui si vorrebbe arrivare, nel senso che l'ambizione più onesta di chi scrive è di entrare a far parte della letteratura universale, fosse pure con una sola poesia o un solo verso memorabile. La tradizione è in primo luogo quella legata alla propria lingua, e noi italofoni siamo parecchio fortunati perché possiamo leggere nell'originale la Commedia di Dante e, per venire all'oggi, la poesia di Zanzotto o di Giorgio Orelli. Ma, nei limiti delle conoscenze, anche linguistiche, di ciascuno, è chiaro che la letteratura è qualcosa di universale, è un "patrimonio dell'umanità", come direbbero negli uffici dell'Unesco. Possiamo sperare di attingere alle più disparate fonti. Un poeta che sto cercando di studiare per benino in questo periodo, ad esempio, è l'irlandese Seamus Heaney. E mi fa piacere che nel suo ultimo libro, uscito proprio quest'anno, District and Circle, ci siano poesie e prose. Siamo in buona compagnia, insomma.