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Secondo la vulgata, che col passare del tempo si è trasformata in un’opinione largamente condivisa e mai messa seriamente in discussione, la letteratura svizzera di lingua tedesca avrebbe inizio nei primi decenni del diciottesimo secolo con la pubblicazione del poema “Le Alpi” dell’aristocratico bernese Albrecht von Haller. Haller sarebbe quindi l’iniziatore della tradizione letteraria dell’area germanofona della Svizzera, che ancora nel diciottesimo secolo avrebbe prodotto un autentico prodigio come il “poveruomo del Toggenburgo” Ulrich Bräker e poi, nel secolo successivo, sarebbe entrata nelle lettere tedesche e nella grande corrente europea del realismo grazie alla cosiddetta “triade” costituita dal bernese Jeremias Gotthelf e dagli zurighesi Gottfried Keller e Conrad Ferdinand Meyer. In realtà, le cose stanno in maniera molto diversa.
Lo ha fatto giustamente notare il compianto Hugo Loetscher nello scritto che apre una raccolta di saggi dal titolo “Lesen statt Klettern”, pubblicata nel 2003. La letteratura svizzera tedesca inizia pressappoco due secoli e mezzo prima di Albrecht von Haller con l’autobiografia del vallesano Thomas Platter, intitolata “Lebenserinnerungen” ma conosciuta anche col titolo “Lebensbeschreibung”. Ma non solo: la letteratura in Svizzera non comincia, come sarebbe stato nel caso di Haller, con un’opera che idealizza la montagna quale luogo paradisiaco, al riparo dalle contraddizioni della vita e della storia, quanto piuttosto con un’opera nella quale il movimento, a differenza di Haller, non è dalla città alla montagna ma dalla montagna alla città, all’insegna di un inurbamento che poi diventerà abbastanza tipico per la Svizzera di lingua tedesca, sia in ambito sociale che letterario. E’ in questo senso, tra l’altro, che si spiega il titolo molto significativo del volume di saggi di Loetscher, con la contrapposizione tra “leggere” e “arrampicare” quali cifre della condizione urbana e della condizione alpina.
Non è un caso, quindi, che Loetscher abbia dedicato proprio a Platter il saggio di apertura di “Lesen statt Klettern”, facendo inoltre notare che con Platter inizia «l’altra tradizione», che vede nella montagna non già un luogo intatto e idilliaco (in seguito perfino ideologizzato oppure strumentalmente rimodellato), ma più concretamente e realisticamente lo sfondo e l’orizzonte di una vita molto spesso grama e difficile, alla quale è possibile sottrarsi solo recandosi nelle grandi città e nei centri della cultura.
I centri culturali per eccellenza, nella Svizzera del tempo di Platter, erano Zurigo e soprattutto Basilea, e infatti è proprio a Zurigo e infine a Basilea (dopo aver abbandonato il natio Vallese, dove aveva trascorso l’infanzia come guardiano di capre, in una situazione di estrema indigenza, e anche dopo lunghi e travagliati viaggi come studente girovago in Germania) che lo stesso Platter trovò la propria strada e diventò uno degli esponenti di spicco dell’Umanesimo e della Riforma, come insegnante di lingue antiche (greco, latino e soprattutto ebraico), come direttore scolastico e come stampatore. Il suo movimento dalla montagna alla città è dunque duplice: non è soltanto una concreta discesa dalle vette alpine alla pianura, ma è anche (non solo idealmente) l’abbandono di una condizione originaria di limitatezza e l’acquisizione di orizzonti umani e culturali più ampi e differenziati.
Da questo punto di vista, la sua autobiografia si situa all’inizio non solo della letteratura svizzera tedesca in generale, ma anche di un ben preciso filone (quello della testimonianza autobiografica filtrata dalla reinvenzione letteraria) che produrrà grandi frutti soprattutto nel Novecento, ad esempio con quella sorta di “libro dell’io” che è l’intera opera di Robert Walser. Ma il primo, autentico “libro dell’io” in ambito elvetico è il racconto della vita di Platter.
Nato nel piccolo villaggio alpino di Grächen -a quasi duemila metri di altitudine- nel 1499 (ma è lecito pensare che l’anno di nascita sia invece situabile intorno al 1507) e morto a Basilea nel 1582, Thomas Platter scrisse l’autobiografia nel 1572 su sollecitazione del figlio Felix, che portò a termine l’ascesa sociale iniziata dal padre e fu tra l’altro un noto e stimato studioso di medicina. Per un secolo e mezzo, il testo circolò soltanto come trascrizione, ma dopo la prima edizione a stampa, a Zurigo nel 1718, la sua diffusione e la sua fama andarono via via crescendo, anche oltre i confini svizzeri.
Amatissima da Goethe, che in quel di Weimar la leggeva di sera alla duchessa Luisa di Sassonia, e dai Fratelli Grimm, che vi attinsero a piene mani quando si trattò di stilare il leggendario dizionario etimologico della lingua tedesca, l’autobiografia di Platter ha assunto una dimensione internazionale grazie alle traduzioni in varie lingue, tra le quali si conta perfino il giapponese.
Cosa possiamo trovare, quasi cinquecento anni dopo, nell’autobiografia del pastorello vallesano che diventa un dotto umanista? In primo luogo, un testo letterariamente pregevole e dotato di un enorme valore storico-documentario, perché fornisce un quadro preciso della vita nel sedicesimo secolo, con descrizioni talora impietose delle carenze del sistema scolastico dell’epoca e una ricostruzione molto dettagliata degli inizi della Riforma a Zurigo e in altre zone della Svizzera. Tuttavia l’interesse non è soltanto storico-documentario, ma anche -e forse soprattutto- di carattere umano e antropologico, perché pagina dopo pagina seguiamo il cammino verso la vita e nella vita di un io che conferisce finalmente una forma al proprio destino. La nuova traduzione italiana, di prossima pubblicazione, che si basa per la prima volta sul testo originale in alto-tedesco protomoderno, contribuirà ad evidenziare tutti questi aspetti, profilando l’immagine di un Thomas Platter almeno parzialmente nuovo. Che continuerà più che mai a parlarci da una vicina lontananza.