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Un tribunale sud-coreano ha ordinato al governo giapponese di pagare i danni a un gruppo di donne costrette a lavorare come 'schiave del sesso' durante l'occupazione coloniale nipponica, una decisione che è soggetta a inasprire ulteriormente i rapporti diplomatici tra i due paesi. Il ministero degli Esteri di Tokyo ha convocato d'urgenza l'ambasciatore coreano definendo la sentenza "assolutamente inaccettabile".
Nell'aggiudicare a ognuna delle 12 donne 100 milioni di won, pari a circa 81'000 franchi, la Corte distrettuale di Seul ha autorizzato l'esecuzione forzata del risarcimento, rendendo possibile il sequestro immediato dei beni appartenenti al governo giapponese. Il giudice inoltre non ha tenuto conto della 'immunità dello Stato', il principio legale secondo cui, in base al diritto internazionale, un Paese sovrano non è assoggettabile alla giurisdizione di un altro Stato.
A questo riguardo il governo di Tokyo, tramite il capo di Gabinetto Katsunobu Sato ha detto che il Giappone non si appellerà alla sentenza perché così facendo riconoscerebbe la funzione giudiziale di Seul. Una analoga causa legale è attesa il prossimo mercoledì e riguarda altre 20 donne e i membri delle loro famiglie che hanno chiesto un indennizzo di 3 miliardi di won.
In base alle ricostruzioni storiche durante l'occupazione della penisola coreana, nella Seconda guerra mondiale, circa 200.000 donne definite 'comfort women' - prevalentemente sudcoreane, ma anche cinesi, filippine e indonesiane, vennero ridotte a uno stato di schiavitù sessuale dall'esercito imperiale giapponese.
Tokyo considera la vicenda chiusa definitivamente dopo la firma dell'accordo bilaterale del 1965, quando i due paesi normalizzarono le relazioni. Con un'altra intesa alla fine del 2015 - sotto l'amministrazione della ex presidente Park Geun Hye, il Giappone ha stanziato un fondo di un miliardo di yen (oltre 8,1 milioni di franchi) come contributo alle famiglie e alle stesse superstiti.
In cambio Seul si sarebbe impegnata a non criticare il Paese del Sol Levante o sollevare la questione a livello internazionale.