Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01187.jsonl.gz/617

di Simone Monaco
Settimana scorsa abbiamo iniziato a trattare un passo dal vangelo di Luca al capitolo 16. Ci siamo occupati dei versetti da 1 a 9, dove abbiamo analizzato parabola del fattore infedele, mentre oggi guarderemo i versetti da 10 a 13, dove Gesù continua, amplia e sviluppa alcuni concetti presenti nella parabola.
Riassumo brevemente quanto detto settimana scorsa, per chi non c’era e volesse approfondire la parabola, trovate sempre la registrazione delle prediche sul nostro sito.
La parabola parla di un uomo ricco che ha affidato l’amministrazione dei propri beni ad un fattore, il quale però sperperava i soldi del padrone. L’uomo ricco, venuto a sapere della mala gestione del fattore, decide di licenziarlo e chiede al fattore di portargli i libri contabili così da poterlo sollevare dall’incarico. Il fattore ha poco tempo per agire e così escogita un piano, grazie alla sua posizione di amministratore, applica degli sconti ai debitori del suo padrone, nella speranza che quando verrà licenziato, questi saranno clementi nei suoi confronti e lo accoglieranno in casa loro.
Gesù rivolge la parabola ai suoi discepoli, per insegnargli che la stessa tenacia e determinazione che il fattore infedele ha messo nel fare il male, noi dobbiamo applicarla nel fare il bene. Dobbiamo usare ciò che abbiamo qui in questo mondo per costruire qualcosa nel regno dei cieli. Come riassume bene Matteo 6:20 «… fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano».
Leggiamo adesso gli insegnamenti che Gesù da in seguito al racconto della parabola, perciò i versetti da 10 a 13:
10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi;
e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi.
11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste,
chi vi affiderà quelle vere?
12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?
13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro.
Voi non potete servire Dio e Mammona».
— Luca 16:10-13 —
1. A chi sei fedele?
Gesù conclude il suo insegnamento sostenendo che non ci è possibile servire due padroni. Il motivo molto semplice: se io ho due padroni e uno mi dice che lunedì mattina devo svolgere un lavoro, mentre l’altro vuole che lunedì mattina io svolga un altro lavoro, dovrò decidere a chi dare retta. O ubbidirò ad un padrone, oppure ubbidirò all’altro. Non posso fare felice entrambi i padroni. Infatti Gesù sostiene che non possiamo servire Dio e Mammona nello stesso tempo, le due cose sono incompatibili, presto o tardi si presenterà un conflitto.
Il termine mammona, significa semplicemente ricchezze, e viene qui rappresentato come un padrone di cui noi possiamo diventare servi. Infatti la ricchezza, o il denaro, possono diventare dei veri e propri idoli che controllano la nostra intera vita, e questo è molto più facile che accada di quanto possiamo immaginare. Il dio denaro, promette di darci felicità, serenità, sicurezza, controllo, pace, divertimento, e molto altro ancora. Queste promesse ci spingono a confidare nel dio denaro e a fare di tutto per possederlo, ma in definitiva sarà lui a possedere noi, fino a diventare i suoi servi. Efesini 5:5 definisce l’avarizia come vera e propria idolatria. Il motivo è che la ricchezza ci spinge a mettere in lei la fiducia che invece dovremmo avere in Dio. La ricchezza è un idolo ormai venerato da miliardi di persone in tutto il mondo, purtroppo molto spesso anche da noi cristiani.
Pensiamo per un momento alla parabola del fattore infedele. Lui aveva un padrone, e il suo ruolo era quello di amministrare le ricchezze del padrone, a quale scopo? Affinché la ricchezza del suo padrone fosse conservata e magari anche aumentata, questo era il suo compito. Invece il fattore ha fatto un’altra cosa, ha usato le ricchezze del suo padrone, per se stesso, per raggiungere i propri scopi. Il fattore ha servito un altro padrone, il dio denaro. La domanda per noi è questa: quale è il mio scopo? Quale è il fine a cui tendo nella vita? Anche noi come il fattore, abbiamo un padrone, che è Dio. E se Dio è il nostro fine ultimo, allora le ricchezze saranno solo un mezzo al servizio del nostro scopo ultimo, ovvero, servire Dio. Ma se il nostro obiettivo sono le ricchezze, allora Dio non potrà più essere il nostro obiettivo, anzi il rischio è che Dio diventa per noi il mezzo per raggiungere il nostro vero scopo: le ricchezze.
Ora, questo ragionamento, può portare ad un equivoco. Può portarci a pensare che qualsiasi tipo di ricchezza sia sbagliata in se stessa, e che in realtà noi dobbiamo vivere come degli eremiti. Sicuramente ogni tipo di ricchezza rappresenta un rischio, il rischio di riporre la nostra fiducia in essa, questo è vero. Ma se torniamo alla parabola, vediamo che quello che si chiedeva al fattore, era di amministrare i beni del padrone, ma in compenso il padrone si prendeva cura di lui dandogli ciò di cui aveva bisogno per vivere. La stessa, identica cosa, vale con Dio, il quale sa esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Dio non è un sadico che ci osserva mentre lavoriamo per poi derubarci del frutto delle nostre fatiche. Lui ci ama e si prende cura di noi, conosce ogni nostro bisogno e proprio per questo non vuole che le ricchezze diventino il nostro fine, perché sa che altrimenti queste finiranno per distruggerci.
Ai versetti 11 e 12 Gesù esprime con chiarezza che tutto ciò che possediamo ci è stato dato da Dio. La questione è se usiamo ciò che Dio ci dona in un modo che sia chiaro che queste cose non sono il nostro fine ultimo. Ognuno di noi può farsi questa domanda: uso i beni che possiedo in un modo che rende evidente che questi beni non sono la mia gioia? Li uso in un modo che sia chiaro che non è in essi che ripongo la mia fiducia? Gesù ci sta mostrando che il modo in cui utilizziamo le nostre ricchezze, rivela molto su di noi e su chi sia effettivamente il nostro padrone.
2. In cosa sei fedele?
Al versetto 11 Gesù dice “Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere?” c’è qui un evidente contrasto, tra ricchezze vere, e ricchezze ingiuste. Le ricchezze ingiuste, come abbiamo già visto la scorsa volta, sono per Gesù le ricchezze di questo mondo per le quali le persone sono disposte a fare le cose peggiori. Mentre le ricchezze vere sono delle ricchezze eterne che riceveremo nell’eternità, e di cui non abbiamo ancora una chiara conoscenza.
Di nuovo, questa distinzione tra ricchezze terrene e celesti può portarci a pensare che tutto ciò che è terreno, materiale o fisico, è sbagliato in se stesso, mentre tutto ciò che è spirituale è buono e giusto. Quest’idea può spingerci a credere che in fondo ciò che noi facciamo con le cose di questo mondo non ha nulla a che vedere con l’eternità. Come se Dio fosse interessato unicamente alle nostre attività spirituali, a come lodiamo, o preghiamo, se siamo impegnati nell’evangelizzazione, o se leggiamo regolarmente la Bibbia. Prendiamo ad esempio la predicazione, è qualcosa di molto visibile a cui diamo una certa importanza spirituale, ed è così, la predicazione è sicuramente importante, ma ci sono un sacco di persone anche atei, che potrebbero benissimo predicare meglio di me. La fedeltà che Gesù sta richiedendo ai suoi discepoli, a quelli che lo vogliono seguire, non è una fedeltà che si applica nel momento in cui ci sono gli incontri di chiesa, o quando gli altri ci guardano. No! È una fedeltà che parte dal piccolo, dalla quotidianità, da quello che facciamo con le cose di tutti i giorni. Siamo interessati a coinvolgere Dio nella nostra vita quotidiana? E questo non ha a che fare solo con le ricchezze, ma con ogni cosa. Con l’uso che facciamo del nostro corpo, delle nostre parole, del nostro tempo. Essere discepoli di Gesù, significa dargli in mano le chiavi di tutto ciò che noi siamo e abbiamo. Perché? Perché ci fidiamo di Lui! Lo seguiamo perché Lui è degno della nostra fiducia.
Possiamo perciò chiederci quali sono gli ambiti della nostra vita che ci teniamo stretti, nei quali desideriamo fare la nostra volontà e non quella di Dio. Gesù ci sprona ad essere fedeli proprio lì dove il mondo fa quello che vuole.
Al versetto 12 Gesù completa il ragionamento in modo molto particolare. Noi diremmo che se una persona si prende cura delle sue cose, allora ha cura anche delle cose degli altri, o viceversa, se uno non ha cura nemmeno delle sue cose, allora figuriamoci di quelle degli altri. Ma Gesù al versetto 12 rovescia il tutto dicendo “E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?”. La verità è che le cose che noi pensiamo di possedere, non sono veramente nostre. Si tratta sempre di qualcosa che abbiamo ricevuto da Dio, noi ne siamo dei semplici amministratori. Infatti quando moriremo, tutto ciò che possediamo resterà qui. Se ne abbiamo fatto un cattivo uso, dimostriamo di non essere in grado di usare le vere ricchezze celesti. Ma se abbiamo amministrato bene le cose terrene, allora Dio ci darà anche quelle celesti.
Gesù sta richiamando la nostra attenzione mettendo in evidenza l’importanza di essere fedeli a Dio in ogni ambito della nostra vita. Il tema del denaro è un argomento molto delicato, ma può essere un’ottima palestra nella quale allenarsi. Infatti imparare a donare generosamente, come ci insegna Gesù, ci allena e ci insegna a non confidare in Mammona, ma in Dio. La verità è che laddove noi non vogliamo cedere il controllo a Dio, inevitabilmente finiamo per servire un altro padrone. Non esiste neutralità, o serviamo Dio, o serviamo qualcun altro.
3. Cosa ci rende fedeli?
Al versetto 10 Gesù dice “Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi”. Queste sono le parole da cui abbiamo tratto il tema dell’anno Fedeli nelle cose piccole, e riassumono l’intero insegnamento che Gesù vuole dare in questi primi versetti del capitolo 16. Nella parabola prima, e negli insegnamenti successivi, Gesù mette l’accento sulle ricchezze, perché sono un argomento delicato che tocca tutti da vicino nella nostra quotidianità, ma il suo obiettivo è quello di mostrarci un principio generale. Ovvero che il discepolo è colui che è fedele in primo luogo nelle cose apparentemente piccole. Chi non è disposto ad essere fedele nelle piccole cose, potete stare certi che non lo sarà nemmeno in quelle grandi. Perché Gesù è così categorico su questo punto? Perché sa che ciò che sta nel cuore di qualcuno, in un modo o nell’altro viene alla luce, sia nelle piccole cose, che in quelle grandi. Questo emerge molto bene da come i farisei hanno reagito agli insegnamenti di Gesù, lo vediamo subito dopo nel versetto 14 “I farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose e si beffavano di lui”. Il loro cuore serviva mammona, per questo spesso non erano in grado di servire Dio. Avevano un altro padrone a cui rendere conto. Quello che sta nel nostro cuore, presto o tardi viene fuori, soprattutto nelle cose piccole, là dove siamo veramente noi stessi.
A questo punto viene da chiedersi: come possiamo imparare ad essere fedeli se la fedeltà è qualcosa che scaturisce prima di tutto da ciò che sta nel cuore? Dobbiamo forse sforzarci di sopprime ed ignorare ciò che è dentro di noi? Bhè, sicuramente c’è un certo impegno che dobbiamo mettere, non è che le cose vengono da sole, questo è certo. Ma c’è qualcosa che dobbiamo fare, senza la quale il nostro impegno sarebbe del tutto inutile.
Esiste una storia che ci mostrano il punto in modo chiarissimo. Si trova sempre nel vangelo di Luca al capitolo 19, ed è la storia di Zaccheo. Zaccheo era il capo degli esattori delle tasse e per questo era visto malissimo dalle altre persone, perché a quei tempi era noto che gli esattori delle tasse estorcevano denaro ingiustamente, inoltre lo facevano per conto dei Romani. Zaccheo era perciò considerato da tutti un peccatore, una persona dalla quale prendere le distanze. Un giorno Zaccheo cercava di vedere Gesù in mezzo alla folla, ma essendo piccolino non ci riusciva, allora si è arrampicato su un albero, una cosa ridicola per un uomo, nella cultura di quel tempo. Come sappiamo Gesù premierà il gesto di Zaccheo ed andrà a mangiare proprio in casa sua. E qui accade l’inaspettato, Zaccheo esclama che vuole dare metà dei suoi beni ai poveri, inoltre vuole ridare i soldi alle persone che ha derubato, ma addirittura vuole restituire molto di più di quello che ha preso.
Un cambiamento concreto è avvenuto nel cuore di Zaccheo, ad un certo punto il denaro ha per lui smesso di avere l’importanza che aveva prima. Zaccheo era odiato e rifiutato da tutti, le persone gli stavano alla larga, figuriamoci andare a mangiare a casa sua. Gesù fa invece qualcosa di sconvolgente, restituisce dignità a Zaccheo, per Gesù Zaccheo è una persona, come tutte le altre. Con il suo gesto Gesù fa sentire Zaccheo considerato e amato. Finalmente qualcuno che non lo guarda con giudizio e con disprezzo. L’amore di Dio cambia tutto. Zaccheo era un uomo di bassa statura, probabilmente questo lo ha sempre segnato e diventare capo degli esattori delle tasse era stata la sua rivalsa. Forse si sentiva potente, con i suoi soldi poteva comprare e fare cose che alla gran parte delle altre persone non era possibile, eppure l’incontro con Gesù ci rivela quanto il suo cuore fosse totalmente insoddisfatto. Incontrare la grazia di Dio è ciò che ci libera dalle false sicurezze. Conoscere e sperimentare l’amore che Dio ha per noi ci fa comprendere che non ha alcun senso seguire un altro padrone.
Zaccheo è diventato fedele nelle ricchezze ingiuste nel momento in cui ha conosciuto la grazia di Dio. Se anche tu vuoi essere fedele nelle cose minime, allora ricerca la grazia di Dio nella tua vita. Lascia che Gesù entri in casa tua, che mangi con te. Stai con lui, conoscilo, ascoltalo, cercalo come ha fatto Zaccheo non curarti del giudizio degli altri o delle loro aspettative.
La generosità scaturisce da un cuore riconoscente. Quando siamo grati per ciò che abbiamo ricevuto, allora siamo anche pronti a dare, e quando diamo con amore, a nostra volta portiamo l’amore di Dio agli altri. Questo non ha a che fare unicamente con il denaro, ma con ogni aspetto della nostra vita. Quando il nostro cuore è pieno di gratitudine verso qualcuno, allora avremo anche il desiderio di essergli fedeli.
…voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale,
essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà,
voi poteste diventare ricchi.
— 2 Corinzi 8:9 —
La mia domanda per te questa mattina è la seguente:
Stai permettendo all’amore di Dio di influenzare la tua intera vita?
Conosci quell’amore così grande che ti riempie di gratitudine e ti spinge ad essere tu stesso, o tu stessa, riflesso di questo amore?
Se non è così, allora il mio invito è quello di cercarlo, perché nient’altro potrà appagarti allo stesso modo.