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Ci sono montagne che, viste da lontano, lasciano immaginare, ai loro piedi, la presenza di un laghetto.
Altre, al contrario, la fanno ritenere impossibile: è il caso del Pizzo di Claro che dà l'impressione, nella sua geometrica fierezza, di non volere, attorno all'alzarsi, scolpito nella luce, della propria impeccabile fisionomia, una concorrenza in grado di sfidare ciò che fa paragonare questa vetta al Cervino (un confronto che non piaceva al mineralista e guida alpina Carlo Taddei, il quale definì il Pizzo di Claro «una piramide che arieggia da lontano un Cervino molto addomesticato»).
C'è, invece, proprio sotto questa cima, un laghetto che ha addirittura due nomi (Canee e Visagno) come se volesse doppiamente confermare il diritto di far parte di uno scenario naturale in cui i suoi colori intendono unirsi a quelli che raggiungono i crinali e percorrono le creste: è un laghetto che ha dato vita agli interrogativi (la sua profondità, sin che non venne misurata nel 1985, fu ritenuta vulcanica e abissale e resa ancora più pericolosa da un mulinello che ingoiava persino le mucche (una delle quali sarebbe stata ritrovata, secondo una versione popolare, a Milano) e ha motivato le leggende (Plinio Savi narra, in «Strapaese», quella del castellano che, geloso, uccise, per un terribile equivoco, la madre della giovane sposa e fu gettato dalle guardie, chiuso in un sacco, nel Canee, dalla cui superficie, nei giorni temporaleschi o ventosi, ancora s'alzano il «nero capo» e le mani minacciose dell'assassino).
Il Canee viene anche chiamato semplicemente «Leghett» quasi non ci fosse la possibilità di confusione con altri laghetti e la rinuncia al toponimo costituisce il miglior omaggio a un fascino ritenuto unico: se Luigi Lavizzari, che non poté raggiungerlo, causa il maltempo, durante l'escursione effettuata il 7 e l'8 agosto 1852, lo chiama «alpestre» e Silvio Calloni, che vi arrivò «in fin agosto 1889», lo trovò «tranquillo» (notando che le sue «acque hanno tinta d'un glauco fosco»), Giuseppe Brenna, nella sua guida alpinistica, parla, a proposito del «mondo del Lago di Canee», di «una bellezza assoluta».
Per poter ammirare e gustare questa «bellezza assoluta» bisogna camminare per varie ore: quella che porta al Canee non è certamente una gita da compiere impreparati; è lunga e dura, ma appunto perché tale darà, alla fine, le soddisfazioni che provò l'avvocato luganese Giovanni Airoldi, il il quale, portatosi nel 1892 in «cima a un monte», scrisse: «Io qui riposo gli spiriti lassi / soavemente e parmi esser sovrano».
Sovrani, ecco, salendo verso il Canee, di paesaggi vastissimi e di particolari rivelatori, di cascine che hanno l'età del sasso che le protegge e di larici ritoccati dal sole, di sentieri scavati in una tremula ombra e di torrenti che si scambiano le voci.
S'incontrano, lungo il percorso, monti vivi e alpi abbandonati; nomi di accogliente sonorità e pascoli con troppa erba, fontane che aspettano la sete e rifugi che tentano la fatica, nuvole sciorinate fra gli abeti e segnali indicanti il prezzo fisico della salita, che è accompagnata da quelle sensazioni che il poeta Pericle Patocchi riassunse nel 1941: «L'aria pura invade i polmoni e rigenera il sangue, il sole penetra la cute come un balsamo e nel cuore scende tutto il ciclo come un fiume calmo, pieno di melodie».
Sovrani, soprattutto, davanti al laghetto di Canee, di ciò che ne forma la cornice e l'essenza: le rocce che creano, elevandosi verso il pizzo, un ordine di palchi naturali, a disposizione di coloro che vogliono essere spettatori, dall'alto, del trasmutare tonale della sua acqua che passa dal verde al viola e dal viola all'azzurro e poi diventa di nuovo verde e tale rimane a lungo contro la barriera di sasso che si apre solo per lasciarla uscire (e pare che il vento, spingendola, l'aiuti a superare più in fretta la spaccatura petrosa da essa scavata nella stretta possessiva del granito: ne è sorto, qui, un punto che specialmente si presta alle foto destinate a ricordare un'escursione che, data la gelida temperatura dell'acqua, assolutamente sconsiglia il bagno in questa montana piscina da «uomo delle nevi»).
Annunciato dalle rocce, il Canee ha, di roccia, anche un balcone sospeso sopra la trasparenza che ne accoglie i colori e li allontana subito mutati. L'ombra lo restringe e lo fa più incassato; il sole l'allarga e lo rende più liscio.
La neve, nei sovrastanti canaloni, resta a lungo o sempre e conferma che il Canee, anche quando è fiorito, è un laghetto alpino, circondato di blocchi che si sono fermati a distanza per non rovinare il suo contorno e da sassaie che brillano soprattutto quando l'acqua si ostina a restare oscura (ma poi anche questa cupezza si scioglie e il Canee ridiventa festoso, così come, di colpo, si fa giovane o antico, buono o cattivo, calmo o impaziente di cambiare il volto e il carattere).
Sulle rocce che fronteggiano la riva verso valle, si scorgono segni verdi e segni gialli e si immagina che sia stata l'acqua del Canee a lasciarvi, prima di ritirarsi, l'impronta indelebile della sua cangiante intensità cromatica; ma questa intensità è rotta, a volte, dal nascere improvviso di una forma opaca che sale dal fondo senza né schiuma né sciabordii.
E si capisce, allora, perché la leggenda abbia scelto, per il castellano omicida, questo laghetto che dalla cima del Pizzo di Claro dista ancora più di un'ora di non facile cammino: un tempo che permetterà, comunque, toccati i 2720 metri della vetta, di essere entusiasticamente d'accordo con Giovan Battista Buzzi quando afferma che «Lassù al cospetto della natura / L'anima sente farsi più pura / E assorto in quell'immensa vista / Sta l'alpinista».