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La maggior parte di esse si trova nell’Africa subsahariana (24 nazioni); seguono l’America latina e i Caraibi (10 nazioni). Oltre la metà delle persone che vive in estrema povertà risiede in questi Paesi. 28 di essi fanno parte dei 50 Paesi maggiormente minacciati dal cambiamento climatico sul nostro pianeta. L’UNDP esige un «Haircut» («taglio di capelli»): in altre parole, una riduzione del debito pari al 30%.
Le voci ammonitrici non mancano. Di recente, un commentatore del Financial Times ha scritto che si profila all’orizzonte un «decennio perso». Con ciò si riferisce alla crisi del debito che colpì l’America latina negli anni ’80 del secolo scorso, con le relative drammatiche conseguenze per le persone coinvolte. Certo, gli aumenti dei tassi d’interesse al Nord provocano dei deflussi di capitale al Sud, come fu il caso in quel periodo, ma ora c’è una notevole differenza. Invece di essere le banche a concedere prestiti direttamente agli Stati, come avveniva a quell’epoca, adesso sono i fondi d’investimento come BlackRock a investire il denaro dei fondi di pensione e degli investitori privati nelle obbligazioni di Stato delle nazioni del Sud globale.
Inoltre, è entrata in scena la Cina. Questa potenza mondiale detiene la stessa quantità di debiti di tutti gli altri Paesi creditori messi assieme (circa il 10%). Tuttavia, ciò rappresenta meno di un quarto dei debiti verso i creditori privati (il resto è detenuto da istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale). Durante i negoziati, tutti hanno quindi giocato a scaricabarile. L’Occidente deplora la mancanza di cooperazione della Cina che, da parte sua, punta il dito sul fatto che i creditori privati non siano pronti a ridurre il loro debito e che gli attori multilaterali godano di uno statuto privilegiato, e quindi non partecipano nemmeno loro.
Ma quale ruolo gioca la Svizzera in questo contesto? Non lo sappiamo. Non c’è alcuna trasparenza sul ruolo degli investitori elvetici nel Sud globale. L’unica cosa certa è che – accanto alla Cina – un altro attore è entrato in gioco: i commercianti svizzeri di materie prime. Ma, anche qui, regna spesso una certa opacità. Il Fondo Monetario Internazionale ha così rivelato che il Ciad avrebbe un debito di oltre un miliardo di dollari verso Glencore – ossia più di un terzo di tutti i debiti del Paese. La multinazionale, con sede nel canton Zugo e attiva nel settore delle materie prime, che da poco ha triplicato l’utile annuale grazie ai suoi profitti di guerra, si è fermamente rifiutata di ridurre il debito. La Svizzera ha quindi la responsabilità di agire con trasparenza e deve far in modo che le sue grandi imprese multinazionali vadano dal parrucchiere e accettino un «taglio di capelli».
Pubblicato sul Corriere del Ticino il 6 aprile 2023.