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Massimo Adinolfi riflette su quello che, sbrigativamente, potremmo chiamare riduzionismo psichico. L’inizio della sua riflessione è un anonimo commento:
Ho sete, e ho davanti a me una Sprite e una Pepsi. Ci penso un attimo, allungo la mano e prendo la Pepsi. A che punto ho scelto? Mi pare: in un qualche istante tra il problema di decisione che mi sono posto e il gesto di prendere la Pepsi e lasciare la Sprite nel frigo.
Chiama questo istante “t”. Che è successo nell’istante “t”? Direi: si e’ verificato un certo evento fisico x nel mio cervello. Perché non dovrei dire che l’evento è x la mia scelta? Che *cosa* è la mia scelta, senno’?
Già: che cosa è la scelta, se non un certo evento cerebrale? Tuttavia su Psicocafé si legge:
Sottoponendo a risonanza magnetica funzionale volontari sottoposti a test di aritmetica è stato riscontrato che per risolvere un problema di addizione, i soggetti di madrelingua inglese mostrano la presenza di attività nell’area che sovrintende al linguaggio, mentre i soggetti di madrelingua cinese utilizzano regioni cerebrali più legate all’elaborazione delle informazioni visive, in accordo con la tipologia ideografica della loro lingua.
Il meccanismo proposto, ossia la identificazione del fenomeno psichico con un concomitante evento cerebrale, deve necessariamente valere anche qui. Questo comporta la non indifferente conseguenza che la matematica inglese è diversa da quella cinese.