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Negli anni 80 la cosiddetta ‘Reaganomics’ (forti tagli fiscali e liberalizzazione dell’economia attuati dal presidente Ronald Reagan) aveva fatto conoscere al mondo la curva di Laffer (dal nome dell’economista Arthur Laffer). La leggenda narra che fu lo stesso professore della University of Southern California a disegnarla su un tovagliolo al tavolo di un ristorante: una sorta di campana che misurava sull’asse delle x, l’aliquota d’imposta e su quella delle y, il relativo gettito. Presenti alcuni esponenti repubblicani che segnarono la storia degli Stati Uniti di allora e anche degli anni più recenti: Donald Rumsfeld (segretario alla Difesa con Gerald Ford e George Bush Junior) e Dick Cheney (segretario alla Difesa con Bush padre e vicepresidente con Bush figlio). La logica sottostante a quella che apparentemente è una teoria fondata sul buonsenso è che all’aumentare delle aliquote, a un certo punto il gettito fiscale invece di aumentare, diminuisce. Ovvero, oltre un determinato livello d’imposizione, l’attività economica è di fatto disincentivata. Al singolo cittadino o all’impresa non converrebbe aumentare redditi e utili perché ‘taglieggiati’ oltremisura dallo Stato. A questo punto – secondo Laffer – si imporrebbero poderosi sgravi, soprattutto per le fasce di reddito più elevate, per rilanciare il processo economico. Alleggerendo il carico fiscale al vertice della piramide sociale, la ricchezza sarebbe ‘sgocciolata’ anche verso i redditi più modesti con benefici per tutta la società. Ricette seguite in modo pedissequo dall’amministrazione Reagan e dai governi locali di alcuni Stati americani. Il risultato più evidente fu un aumento esponenziale dei deficit di bilancio pubblico e conseguenti dolorosi tagli alla spesa per il welfare.
Laffer ha avuto emuli anche fuori dagli Stati Uniti e a distanza di oltre quarant’anni l’idea di sgravi fiscali ai redditi più elevati (di persone e aziende) per rilanciare l’economia torna puntualmente: dalla possibile ‘flat tax’ all’italiana, al taglio lineare del moltiplicatore d’imposta cantonale di 5 punti percentuali in Ticino. Un messaggio legislativo in tal senso è atteso entro la pausa estiva dei lavori del Consiglio di Stato.
Ora, fermo restando che un aumento del potere d’acquisto dei redditi più bassi è una delle ipotesi per rilanciare la domanda aggregata che sta anche alla base della teoria economica keynesiana, per intenderci opposta a quella monetarista, il beneficio che ne deriverebbe sarebbe infimo. Per rimanere al Ticino, uno sconto fiscale del 5% (ipotesi del Dfe) ai redditi del ceto medio (coppia lavoratrice con 70mila franchi d’imponibile, due figli a carico e 300mila franchi di sostanza netta) equivarrebbe a circa 170 franchi l’anno. Poca cosa per rilanciare i consumi.
Il discorso sarebbe diverso se si affrontasse veramente l’erosione del potere d’acquisto dato da spese ‘parafiscali’ come quelle per la cassa malati e che colpiscono in modo regressivo i redditi familiari (a parità di premio, chi guadagna di più paga percentualmente meno). La stessa famigliola ticinese del ceto medio (esente da sussidi) paga circa 13mila franchi l’anno di cassa malati, che sommati ai circa 7mila franchi di imposte (tra Cantone, Comune e Confederazione) fanno lievitare a circa 20mila franchi la spesa obbligatoria ogni anno. È a questo livello della piramide che bisognerebbe intervenire per ridare fiato ai consumi e ai redditi, per molti da troppo tempo stagnanti. Le soluzioni non mancherebbero: aumento della platea dei beneficiari dei sussidi di cassa malati oppure maggiore copertura della spesa sanitaria con la fiscalità generale. Temi tabù per la politica che ama giocare con gli specchi degli sgravi fiscali.