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L'aiuto allo sviluppo rappresenta una strategia valida per risolvere il problema della povertà mondiale e per ridurre i rischi di conflitti. È quanto emerge da un sondaggio, secondo il quale la stragrande maggioranza degli svizzeri sostiene la politica di cooperazione allo sviluppo della Confederazione.
Fino ad una ventina di anni fa, la cooperazione allo sviluppo aveva pochi nemici nel mondo politico. Le immagini di grandi carestie tra gli anni '60 a '80, come quelle del Biafra o dell'Etiopia, avevano suscitato forte commozione, risvegliando la volontà di aiutare i paesi più poveri. La cooperazione allo sviluppo era relativamente accettata anche dagli ambienti conservatori, che vi vedevano non da ultimo uno strumento per arginare il comunismo.
Poi, con la fine della Guerra fredda e i disavanzi finanziari delle casse statali, anche questo settore è diventato oggetto di grandi battaglie in parlamento. Mentre la destra nazionalista ritiene inefficace la cooperazione allo sviluppo e preferirebbe impiegare i suoi fondi all'interno del paese, i rappresentanti del centro e della sinistra difendono questo contributo di solidarietà, sostenendo tra l'altro che permette di alleviare la pressione migratoria dai paesi del Sud e ha importanti ricadute anche per l'economia svizzera.
Nel quadro di questo dibattito, il sondaggio sulla politica di sviluppo, realizzato ogni cinque anni dal 1994, rappresenta quindi un interessante indicatore per conoscere l'opinione degli svizzeri sulle attività di cooperazione internazionale svolte dalla Confederazione e dalle organizzazioni non governative elvetiche (ong). I risultati dell'ultima inchiesta, condotta nell'estate del 2009, sono stati presentati giovedì a Berna dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), assieme a Alliance Sud, che raggruppa sei delle più grandi ong svizzere.
Fame problema numero uno
Primo dato, una solida maggioranza della popolazione considera ancora oggi che l'aiuto allo sviluppo costituisce un mezzo efficace per risolvere le problematiche legate alla povertà e ai disequilibri mondiali. Secondo il 53% delle persone interrogate, la cooperazione dovrebbe proseguire al regime attuale, il 30% è addirittura favorevole ad un incremento e solo il 14% vorrebbe ridurre le spese per i programmi di aiuto allo sviluppo.
Questo risultato non è casuale, dal momento che la maggior parte degli intervistati intravede nei problemi alimentari e sociali del Terzo mondo le fonti più pericolose di conflitti mondiali. La fame figura infatti in prima posizione, indicata dal 53% delle persone che hanno preso parte al sondaggio. Seguono il fondamentalismo religioso (45%), la crescita demografica (43%), il problema dei rifugiati (41%), la disoccupazione (32%) e la penuria di risorse energetiche e alimentari ( 28%).
Hanno perso invece d'importanza, agli occhi degli svizzeri, due fattori di minacce che figuravano nelle prime posizioni del sondaggio 2004: il riarmo e il commercio di materiale bellico è sceso dal 69 al 26%, mentre l'arroganza dei paesi occidentali dal 74 al 14%. La ragione va ricercata soprattutto nel fatto che la penultima inchiesta era stata realizzata nel periodo susseguente gli attentati dell'11 settembre 2001 e l'invasione dell'Iraq.
Spese sopravvalutate
"Nonostante le critiche e le campagne condotte negli ultimi anni contro la cooperazione allo sviluppo, possiamo notare che lo spirito di solidarietà è ancora saldamente ancorato nella popolazione, ha dichiarato Martin Dahinden, direttore della DSC. "E questo dato è confermato anche da altri indicatori, come il forte flusso di donazioni per le vittime del terremoto ad Haiti o la petizione firmata da oltre 200'000 persone in favore di un aumento dei fondi per la cooperazione allo 0,7% del Prodotto interno lordo".
Da notare tuttavia che oltre la metà degli intervistati sarebbe favorevole ad impiegare in Svizzera una parte dei fondi destinati all'aiuto allo sviluppo. Questo risultato andrebbe legato in particolare al fatto che "molte persone sopravvalutano l'impegno della Confederazione in favore dei paesi più poveri", rileva Martin Dahinden.
Il 64% degli intervistati indica effettivamente una somma ben superiore ai 2,3 miliardi di franchi stanziati ogni anno dallo Stato per la cooperazione allo sviluppo, mentre soltanto il 14% dimostra di conoscere l'importo esatto. Su 100 franchi di reddito nazionale, più di 30 vengono impiegati per le assicurazioni e l'assistenza sociale all'interno del paese, mentre solo 40 centesimi sono destinati all'aiuto allo sviluppo.
Meno interesse
Per quanto concerne invece le priorità della politica di sviluppo, il 78% degli intervistati privilegia il rafforzamento del commercio equo, il 69% l'importazione di prodotti agricoli e il 66% la cooperazione multilaterale. Il 43% considera utile l'aiuto allo sviluppo anche perché rientra nell'interesse economico della Svizzera.
Dal sondaggio traspare infine che le problematiche dei paesi in via di sviluppo interessano sempre meno la popolazione. E, questo, non solo perché figurano meno spesso al centro dell'attualità dei media. "Con la crisi economica e le crescenti problematiche nazionali, come il futuro delle assicurazioni sociali, si denota una maggiore attenzione degli svizzeri nei confronti di temi che li toccano più da vicino", spiega Martin Dahinden.
Armando Mombelli, swissinfo.ch
Contributo svizzero
Aiuto pubblico allo sviluppo della Svizzera (dati del 2008):
Direzione dello sviluppo e della cooperazione: 1,381 miliardi di franchi
Segreteria di Stato dell'economia: 307 milioni
Ufficio federale della migrazione: 293 milioni
Altri uffici e segreterie federali: 210 milioni
Cantoni e comuni: 42 milioni.
Totale: 2,234 miliardi.
Donazioni private delle ong: 436 milioni
Confronto internazionale
Nel 2008, i paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) hanno versato complessivamente 121,5 miliardi di franchi per l'aiuto allo sviluppo nel mondo.
In media, questo importo corrisponde allo 0,48 % della somma del loro Prodotto interno lordo (Pil).
Con una quota pari allo 0,42% del proprio Pil, la Svizzera figura in 12esima posizione nella classifica relativa ai fondi pubblici consacrati dai membri dell'OCSE per l'aiuto allo sviluppo.
La graduatoria è guidata dalla Svezia (0,98%), davanti a Lussemburgo (0,97%), Norvegia (0,88%), Danimarca (0,82%), Olanda (0,80%), Irlanda (0,59%) e Belgio (0,48%).
Stati uniti e Giappone figurano nelle ultime posizioni della classifica con una con una quota pari allo 0,19% del loro Pil.