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Nel caso di una compagnia aerea, il provvedimento «è giustificato». Non altrove, secondo Economiesuisse
BERNA - Obbligare i dipendenti a vaccinarsi? Stando a un sondaggio la popolazione è nettamente contraria e dopo la decisione presa da Swiss il dibattito sui margini di manovra delle aziende è aperto fra giuristi, sindacati e organizzazioni padronali.
«Nel settore dei trasporti pubblici ci sono situazioni in cui il certificato Covid è obbligatorio, ma può essere ottenuto anche attraverso un test e non necessariamente con il vaccino» osserva Barbara Spalinger, vicepresidente del SEV, il sindacato del personale dei trasporti, in dichiarazioni riportate dall'agenzia Awp.
A suo avviso non esiste «una situazione in cui la vaccinazione sia indispensabile» e il rifiuto di farsi immunizzare non può essere un motivo di licenziamento. «La questione del licenziamento o del congedo non retribuito sorgerebbe solo se il dipendente non è più in grado di fare il suo lavoro perché non è vaccinato e rifiuta anche di essere testato» spiega.
L'eccezione Swiss - Il caso di Swiss - che ha imposto la puntura al personale di volo - è un'eccezione. «L'obbligo è una misura giustificata dalle particolari condizioni di lavoro in un aereo: comprendiamo l'approccio di Swiss» afferma Basile Dacorogna di Economiesuisse. «In casi e contesti particolari la vaccinazione obbligatoria può essere necessaria o fortemente raccomandata».
Dopo Swiss lo stesso passo potrà essere compiuto da altri? È difficile trovare un settore in cui le condizioni d'impiego siano così particolari come su un velivolo: sovraffollamento, contatto prolungato con i passeggeri, impossibilità di rispettare le distanze, ecc. Nel ramo alberghiero, per esempio, una vaccinazione obbligatoria è «generalmente non ammessa» afferma una portavoce di Hotelleriesuisse. Tuttavia, l'organizzazione ha lanciato una campagna per incoraggiare a immunizzarsi, visto anche che nel comparto il tasso di chi lo ha fatto è inferiore alla media nazionale.
Gli incentivi - Economiesuisse insiste sull'importanza, per i datori di lavoro, di consultare il personale e di rispettare la libertà di vaccinazione. Si punta sugli incentivi: ad esempio Swisscasinos offre 200 franchi a chi accetta l'ago, mentre Tally Weijl dà due giorni di congedo. «Per le aziende, è interessante fornire alcuni incentivi, in quanto questo spesso aumenta il tasso di vaccinazione e quindi la protezione dei dipendenti e dei clienti, convincendo chi esita» afferma Dacorogna.
La pressione su datori di lavoro aumenterà inoltre con la fine dei test gratuiti: dal 10 ottobre solo i controlli di gruppo nelle aziende saranno coperti, mentre quelli individuali, ad esempio per i viaggi di lavoro, non saranno più rimborsati. «La maggior parte delle imprese mostrerà una certa flessibilità e finanzierà questi test almeno per un periodo transitorio» si dice convinto Dacorogna. «Tuttavia, questi test occasionali a pagamento possono rappresentare un costo significativo, soprattutto per le piccole aziende». A suo avviso è quindi possibile che l'onere non verrà più rimborsato. Spalinger non è per contro d'accordo: «La fine dei test gratuiti obbliga il datore di lavoro a pagarli» sostiene.
Gli incentivi alla vaccinazione sono comunque «un approccio minoritario in Svizzera, dove il rispetto della privacy è essenziale» spiega Christian Oberson, presidente dell'associazione professionale HR Genève, che riunisce 800 professionisti del settore delle risorse umane. «Schierandosi a favore o contro la vaccinazione il rischio è di vedere esacerbate le tensioni e di decidere su una questione che è di competenza del singolo e non della società, almeno finché la vaccinazione non sarà obbligatoria in Svizzera» argomenta lo specialista.
Le opinioni sul tema sono infatti nette. Un recente sondaggio realizzato per conto del portale dell'impiego Indeed ha rivelato che il 61% degli svizzeri è contrario a introdurre l'obbligo della vaccinazione sul posto di lavoro e solo il 34% è favorevole. Il rifiuto della coercizione raggiunge punte del 70% per le fasce dei giovani di 18-24 anni e di 25-34 anni.
Il 30% delle 1'000 persone occupate professionalmente interrogate non si lascerebbe vaccinare nemmeno se fosse introdotta l'imposizione a livello d'impresa. La metà di costoro (cioè il 15% del totale) valuterebbe passi giuridici nei confronti del datore di lavoro, il 10% (sempre del totale) si cercherebbe un nuovo impiego e il 4% si licenzierebbe immediatamente. Fra i non vaccinati la quota di chi si assumerebbe una di queste tre conseguenze raggiunge l'86%.
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