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di Giuliano Masola. Il capitano Virgil Hilts si ritrova in cella e cercava di continuare a combattere facendo rimbalzare ritmicamente una palla da baseball contro una parete. Il suo tentativo di evasione non era riuscito, poiché la sua spettacolare corsa in moto per sfuggire dalla prigionia nazista si era infranta contro il filo spinato della frontiera svizzera. Solo qualche compagno ce l’aveva fatta. “La grande fuga” è un film di John Sturges del 1963, con Steve McQueen e Charles Bronson fra gli attori principali. Il cinema è “fiction” per cui, come in “Casablanca”, la verità storica è adattata; questo però non pone in difficoltà gli spettatori.
Credo che nessuno di noi sia nato per restare in gabbia per cui quando si trova fra le sbarre di una prigione fa di tutto per evadere. Nelle stampe ottocentesche si vedono giocare a baseball i prigionieri durante la Guerra di Secessione americana (cosa che ha contribuito alla diffusione del gioco); in diversi film ci sono scene e inquadrature di campi di prigionia in cui si gioca con palla e mazza, come in “Brubaker”. Il gioco ha molte funzioni, una delle quali è distogliere la mente dalle normali preoccupazioni anche se per un tempo limitato; ancor più, aiuta a migliorare le capacità cognitive e facilitare i rapporti sociali. Sarebbe bello che, oltre a ciò, il batti&corri avesse anche una funzione di recupero del condannato. Un caso interessante è quello di John Herbert Dillinger, uno dei più noti gangster della Grande Depressione, cioè del dramma economico e sociale conseguente al “Martedì nero di Wall Street” (29 ottobre 1929). Dillinger, considerato dal direttore della FBI Edgar Hoover il nemico pubblico numero uno, diventato una sorta di Robin Hood nella visione popolare, poiché bruciava i registri delle banche dove erano annotati debiti e ipoteche di persone in grave difficoltà. La sua vita sarebbe stata diversa se avesse scelto il baseball. Frances, la sorella, ha sempre sostenuto che John avrebbe potuto giocare in Major League, visto che gli scout si erano scomodati per andarlo a osservare in uno sconosciuto paesino dell’Indiana, Martinsville. Ancora adolescente, Dillinger fu preso dagli AC Athletics, una squadra semiprofessionistica. Era veramente bravo. Primo in battuta, creava il panico fra i difensori e per questo era chiamato “Jackrabbit” (“Schizzavia”); una volta, come miglior battitore della squadra ebbe un premio di 25$. Purtroppo il baseball fu anche all’origine del suo avvio alla criminalità. Ed Singleton, un ex-carcerato che arbitrava gli Athletics nelle partite di casa, nel settembre del 1924 convinse “Jackrabbit” a compiere un furto in un negozio di alimentari. Ciò avrebbe comportato una pena per Dillinger, dai dieci ai venti anni di carcere nel Riformatorio dell’Indiana. In quel periodo il governatore Leslie lo tenne sotto osservazione. Nei nove anni che vi trascorse, Dillinger si limitò a furtarelli nel magazzino del carcere, niente di più. Era bravo a giocare e il governatore fece in modo di farlo trasferire nella prigione di Michigan City, dove c’era una vera squadra di baseball. Dopo complessivi nove anni e mezzo di reclusione, Dillinger ebbe la libertà condizionale, dando inizio alla sua vita criminale “da professionista” con la costituzione di una sua banda. La sua fine, a trentaquattro anni, fu il risultato di un doppio tradimento; quello di una conoscente, che portò alla sua cattura, e la sua uccisione da parte di alcuni poliziotti. Una storia certo non edificante, ma che offre qualche spunto di riflessione. Innanzitutto l’attenzione all’educazione e al senso civico cioè alle regole di comportamento che devono essere inculcate fin dai primi anni ai giovani. Rari sono i casi in cui la prigione, anche in senso metaforico, porta alla redenzione, anche perché, pur avendo scontato il debito, un ex carcerato resta una persona inaffidabile per quasi tutti. Quanto ora sta avvenendo però dovrebbe farci riflettere: stiamo in casa per ubbidire alle disposizioni al fine di far fronte a una emergenza complessiva, ma guardiamo il nostro prossimo con sospetto ogni giorno di più: “Non ha la mascherina, non ha i guanti… Cosa fa? Dove va?”. Di ciò credo se ne debba tener conto. Oltre ai problemi economici che ci troveremo ad affrontare, la prova più difficile sarà proprio il recupero della normale convivenza. Come facciamo, per esempio, a rimettere insieme il concetto fisico-mentale di squadra con la necessità del “distanziamento sociale”? È uno sforzo che il mondo del batti&corri, e non solo, è chiamato a fare “con juicio”, senza “se” e senza “ma”. Problema e soluzione stanno dietro la mascherina, nella nostra testa. La palla, che incessantemente rimbalza contro una parete ricordandoci quanto sia importante la libertà e quanti sacrifici essa comporti, deve continuare a essere lanciata, consci della responsabilità che ci assumiamo. Ci stiamo adattando e preparando per poter tornare in campo, dopo tante rinunce. Alla domanda “Ne vale la pena?” dovremmo rispondere “Si”. Il percorso che ci attende è lungo e arduo per cui, come ha detto S. Francesco d’Assisi “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.
Giuliano Masola, 12 maggio 2020