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Una rilettura del “dilemma del carcerato” di Danilo Mazzarello coordinatore www.sensocivico.ch
Secondo alcuni il perseguimento dell’interesse individuale non ostacola il conseguimento del bene collettivo. Anzi, coloro che mirano al proprio esclusivo tornaconto personale – si dice – potrebbero contribuire in modo indiretto ma significativo al bene pubblico. Fondamento di questa teoria è l’idea che il benessere della società sia la somma del benessere dei singoli individui.
Che le cose non stiano proprio cosí lo dimostrò nel 1960 il filosofo Thomas Shelling nel libro “The strategy of conflict”. Egli illustrò le dinamiche che contrappongono razionalità individuale e benessere pubblico mediante il cosiddetto “dilemma del carcerato”: due individui sono detenuti per ricettazione, ma entrambi sono anche sospettati di furto. La pena prevista per il primo reato è di un anno di carcere, mentre per il secondo è di cinque. Rinchiusi in celle separate e senza la possibilità di comunicare fra loro, sono singolarmente chiamati a decidere il da farsi: “Se testimoni contro il tuo complice, sarai prosciolto. Se tacete entrambi, sarete condannati ad un anno di prigione per ricettazione. Se confessate, sarete condannati a cinque anni, ma avendo collaborato la pena vi sarà ridotta di un anno e quindi ne sconterete quattro. Se tu taci e il tuo complice confessa, egli sarà scagionato e tu sarai condannato a cinque anni di prigione”.
Che cosa sceglieranno di fare i due individui? La scelta piú conveniente sarebbe quella di non confessare: cosí facendo, infatti, ognuno di loro sconterebbe un anno di prigione e poi sarebbe libero. Tuttavia a questo punto, mossi dalla razionalità individuale, entrambi capirebbero che se A continua a tacere, per B diventa piú conveniente testimoniare. Chi defeziona, infatti, aumenta il suo beneficio, ottenendo la libertà immediata. Non potendo fidarsi l’uno dell’altro a causa di una lettura della situazione fondata sulla pura razionalità individualistica, entrambi decideranno di confessare. In definitiva opteranno per la decisione peggiore, dimostrando che almeno in questo caso l’auspicato bene individuale non favorisce affatto il bene collettivo.
Questo esempio ha il difetto di riferirsi ad un contesto d’illegalità, che può distrarre dal punto in questione. Tuttavia lo schema qui illustrato si ripete identico in molte circostanze. Per esempio, durante uno spettacolo o allo stadio un individuo si alza in piedi per vedere meglio. Se gli altri rimangono seduti, l’individuo ottiene un vantaggio, ma se tutti si alzano il risultato collettivo diventa pessimo: infatti saranno tutti scomodamente in piedi con la medesima visuale che avrebbero avuto da seduti. Si pensi inoltre ai servizi pubblici: una persona decide di non pagare la tassa sullo smaltimento dei rifiuti e quindi abbandona l’immondizia per strada o la deposita nei cestini urbani. Il suo interesse privato non favorisce certo il bene collettivo. Che dire, inoltre, dei beni pubblici come gli ospedali? Solitamente queste strutture hanno costi molto elevati che possono essere pagati solo con il contributo finanziario di tutta la società, composta di persone anziane e malate, ma anche di individui sani. Per questi ultimi i costi di una moderna struttura ospedaliera superano i benefici che ne possono trarre. Perciò l’interesse privato potrebbe suggerire loro di contenere le spese per beni dai quali non ricevono un corrispondente beneficio immediato. Questi pochi esempi mostrano che l’interesse privato può ostacolare, e talvolta anche il modo grave, il bene pubblico. Tuttavia la soluzione c’è. E va ricercata nell’educazione civica e nella solidarietà.