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L'affermazione secondo cui la prostituzione sarebbe il mestiere più antico del mondo è tanto discutibile quanto difficile da verificare. È però certo che fa parte della civiltà occidentale sin dall'antichità. Nel pieno ME Tommaso d'Aquino formulò nel suo De regimine principum (1265) una giustificazione canonica della prostituzione; ripresa nel XIX sec., raccoglieva ancora ampi consensi all'inizio del XXI sec. Egli paragonò le pubbliche prostitute alla cloaca di un palazzo, senza la quale il palazzo diventerebbe un luogo sporco, impregnato di cattivi odori. L'atteggiamento della civiltà europea nei confronti della prostituzione è contrassegnato da ambivalenza e ambiguità: consentita dalla legge, semplicemente tollerata o proibita, viene relegata nelle zone oscure della società, ma nello stesso tempo è accettata come fatto necessario o naturale.
Il termine prostituzione non era in uso nelle società medievali e anche nella pratica la denominazione di "donne pubbliche" o "donne libere" non era necessariamente legata al pagamento di prestazioni sessuali, ma si riferiva in primo luogo alla condotta di vita promiscua e "immorale", spesso derivante dalla povertà o da impedimenti matrimoniali. Nel territorio della vecchia Conf. le donne che offrivano i loro servizi per soddisfare i desideri maschili al di fuori del matrimonio lavoravano in luoghi fissi (postriboli, osterie e bagni pubblici), ma anche quali prostitute itineranti, al seguito di eventi particolari come il Concilio di Basilea (1431-49) o le fiere di Zurzach. In numerose città le autorità regolamentavano la prostituzione, soprattutto istituendo postriboli. Le prostitute, inoltre, venivano stigmatizzate pubblicamente mediante segni distintivi o prescrizioni per il vestiario, per differenziarle dalle donne "onorabili". A cavallo tra XV e XVI sec. - nel 1495 a Napoli era comparsa la Sifilide - le autorità intervennero maggiormente contro le prostitute nei postriboli. Sull'onda della Riforma, in tutte le città sviz. questi ultimi vennero chiusi. Fino alla fine della vecchia Conf. le autorità esercitarono una severa sorveglianza sulla moralità dei loro sudditi, incarcerando le prostitute arrestate. Mentre nelle società aristocratiche del XVIII sec. si diffondeva la prostituzione delle cortigiane e nasceva la figura della favorita, e durante la Rivoluzione franc. nelle grandi città europee si formava un mercato di massa gravitante attorno al piacere a pagamento, in Svizzera esisteva tutt'al più una prostituzione segreta in case private e osterie.
La storia moderna della prostituzione in Svizzera inizia solo verso la metà del XIX sec. Con l'espansione urbana, giovani uomini e donne delle classi popolari dei cant. rurali - solitamente dediti all'agricoltura e all'artigianato - o provenienti dai Paesi confinanti cercavano di migliorare la loro condizione sociale approfittando dell'offerta del mercato lavorativo e matrimoniale urbano. Se i giovani operai e commessi immigrati (o itineranti), insieme ai maschi dei ceti borghesi e ai soldati e agli ufficiali nelle caserme, creavano una crescente domanda di prestazioni sessuali nelle città, le giovani lavoratrici migranti, attive come domestiche, cameriere, venditrici od operaie di fabbrica, erano spesso confrontate con situazioni lavorative e salariali precarie. Per necessità o nella speranza di un migliore guadagno e di una vita meno dura, ma non di rado anche costrette da mercanti di schiave, proprietari di bordelli e osti, molte di loro si davano alla Lussuria. Nell'opinione pubblica borghese della fine del XIX sec. la prostituzione - assai diffusa e nelle grandi città ben visibile, anche se spesso solo occasionale - veniva aspramente condannata, sebbene nello stesso tempo la doppia morale dell'epoca permetteva, o perlomento tollerava, la frequentazione dei bordelli da parte degli uomini appartenenti alla borghesia. Nello stesso periodo in alcune città come Zurigo e Basilea vi sono indicazioni sull'esistenza della prostituzione omosessuale che però, diversamente da quella femminile, era punita come atto lussurioso.
Le autorità cant. e cittadine reagivano a questo nuovo fenomeno con una politica oscillante fra tolleranza e repressione. L'atto del prostituirsi in sé non era punibile, l'adescamento ("invito alla lussuria") invece poteva essere severamente perseguito, ad esempio a Zurigo, con quattro giorni di prigione e all'occorrenza con l'espulsione. Le autorità spesso tolleravano il reato di lenocinio, finché non intaccava la "pubblica morale". Adottavano quindi un concetto di politica sanitaria sviluppato in Francia nel 1802, che riconosceva la necessità dei bordelli come égouts séminaux ("fogne seminali") e li tollerava, prevedendo però l'obbligo del controllo medico. Anche la prostituzione di strada era controllata in base al "sistema franc.": in caso di sospetta malattia venerea, le prostitute venivano sottoposte a un trattamento medico coatto. La regolamentazione mediante l'istituzione di case di tolleranza si affermò a Ginevra già all'inizio del XIX sec., allora sotto il dominio franc., mentre a Zurigo le prime case chiuse vennero create negli anni 1840-50 e a Lugano nel 1873.
Alla presenza sempre più visibile delle prostitute nelle città, agli schiamazzi notturni, all'evidente offesa recata alla morale del matrimonio da parte dei numerosi clienti, anche borghesi, e al diffuso sfruttamento delle prostitute nei bordelli reagirono dagli anni 1880-90 le ass. per la promozione della moralità di ispirazione cristiana (Movimento per la moralità). Si collocavano nel solco del movimento promosso negli anni 1860-70 in Inghilterra da Josephine Butler e che, noto come Abolizionismo, alla fine del XIX sec. fece concorrenza alle giustificazioni igieniste della regolamentazione statale della prostituzione (Igiene). Mentre a Ginevra l'iniziativa degli abolizionisti fallì (1896), il movimento per la moralità ottenne la chiusura dei bordelli a Zurigo (1897) e a Losanna (1899); a Lugano vennero chiusi nel 1886. Entro il periodo interbellico il sistema delle case di tolleranza fu poi abolito in tutta la Svizzera.
Fra il 1914 ca. e gli anni 1960-70 in Svizzera la prostituzione rimase nell'ombra, trascurata dall'opinione pubblica; le donne esercitavano il mestiere in determinate zone tollerate, lungo le strade, in bar e night club (i bordelli ricadevano sotto il divieto di lenocinio). A seguito della rivoluzione sessuale degli anni 1970-80 la prostituzione acquisì una nuova presenza mediatica quale elemento di un mercato del sesso molto diversificato. La diffusione dell'Aids dal 1984 e la discussione pubblica sui rischi dell'infezione mostravano chiaramente un cambiamento di atteggiamento nei confronti della morale sessuale. Ciò si manifestò anche nella revisione della legislazione penale in materia sessuale (1992), che depenalizzò alcune forme di lenocinio (a esclusione dei casi previsti all'art. 195 del Codice penale) e liberò la prostituzione da ogni sospetto di "immoralità". In realtà la posizione giur. della prostituzione è disomogenea e complessa poiché sottostà a disposizioni del diritto di protezione dei minori, sugli stranieri e di soggiorno, oltre che a ordinamenti edilizi, sui mestieri e di zona. La prassi giur. liberale della fine del XX sec. ha fatto sì che negli agglomerati urbani, ma anche nelle regioni di campagna, nascesse un numero relativamente elevato, rispetto ad altri Paesi, di bordelli e strutture analoghe (la prostituzione omosessuale ha invece un ruolo marginale). Questa espansione del mercato del sesso a pagamento interessa anche la prostituzione di strada, dove sono attive soprattutto tossicodipendenti, talvolta in pessime condizioni sanitarie. A seguito della libera circolazione delle persone in Europa, all'inizio del XXI sec. è nato un vero e proprio "turismo della prostituzione" di donne dell'Europa dell'est, spesso legato al nuovo aumento del fenomeno della tratta delle donne provenienti da questi Paesi, ma anche dalla Tailandia, dall'Africa o dall'America centrale e meridionale.
Bibliografia
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Autrice/Autore: Philipp Sarasin / did