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Sanzioni alla Russia, perché la Svizzera si considera esemplare nonostante le critiche
La Svizzera sta implementando molto bene le sanzioni contro la Russia e sta agendo meglio di altri Paesi sotto molti aspetti, afferma Erwin Bollinger, della Segreteria di Stato dell'economia (SECO), rispondendo alle critiche del G7. Alcune delle accuse sono fantasie, come il caso dell'oligarca Andrei Melnichenko, sostiene. Intervista.
SWI swissinfo.ch: La Svizzera è stata duramente criticata a livello internazionale per l’attuazione delle sanzioni contro la Russia. La Confederazione ha respinto le accuse, ma al contempo sta creando nuovi impieghi per occuparsi del dossier. Cosa significano queste risorse aggiuntive per la SECO?
Erwin Bollinger: Finora ci siamo occupati di dieci pacchetti di sanzioni, abbiamo avuto oltre 8’000 richieste di informazioni via e-mail, più di 10’000 telefonate e varie iniziative parlamentari oltre al dialogo con l’UE, il Regno Unito e gli Stati Uniti – una mole di lavoro incredibile. Tutto questo ha fatto sì che le nostre risorse non fossero sufficienti l’anno scorso. Per questo motivo abbiamo già creato cinque impieghi temporanei nel 2022 e ora ne creeremo altri cinque.
Quindi la critica secondo cui la Svizzera sta facendo troppo poco è corretta? Dopo tutto, avreste potuto creare queste posizioni un anno fa.
Prima della guerra in Ucraina, avevamo 8 persone per implementare 24 regimi di sanzioni. Ora ne abbiamo poco più di 20. Circa due terzi lavorano alle sanzioni contro la Russia. Non si tratta solo di informazioni legali e chiarimenti. Anche i casi in cui i beni vengono bloccati necessitano del nostro intervento. Se una società è di proprietà di una persona sottoposta a sanzioni, gli affitti e i salari devono continuare a essere pagati. Per tutti questi pagamenti è necessario un permesso di esenzione da parte della SECO.
La SECO impiega 800 persone, l’intera amministrazione federale oltre 40’000. Avere solo 14 persone che si occupano delle sanzioni contro la Russia potrebbe far pensare che non si tratti di una priorità.
Bisogna fare attenzione a non paragonare mele e arance. La SECO ha altri compiti, altrettanto importanti, che vengono svolti dai suoi dipartimenti in altri Paesi. Inoltre, il numero di persone non è decisivo, è anche una questione di qualità. Servono esperti ed esperte in ambito di conformità. Anche altri Paesi, ad esempio il Regno Unito, hanno difficoltà a trovare un numero sufficiente di persone competenti.
Ciò non conferma le accuse secondo cui le autorità elvetiche hanno un potere limitato?
La vediamo diversamente. Le risorse sono state praticamente triplicate, proprio come in altri Paesi. La Commissione europea impiega 25 persone per le sanzioni.
Oltretutto, la SECO non è l’unica ad occuparsi dell’implementazione delle sanzioni. Abbiamo il sostegno della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SFI), del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), dell’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA), del Ministero pubblico della Confederazione, della Segreteria di stato della migrazione (SEM) e di altri ancora.
Manca personale e altri dipartimenti aiutano. Una task force dedicata all’esterno delle strutture esistenti non sarebbe più efficace?
Non crediamo che una task force migliorerebbe l’efficienza. Cambierebbe solo l’etichetta. Sarebbero coinvolte le stesse persone.
Le nuove sanzioni riguardano la Svizzera su due livelli: in primo luogo, nella Confederazione sono presenti ingenti patrimoni russi e, in secondo luogo, qui viene commercializzata gran parte delle materie prime russe. Qual è il problema maggiore?
Dobbiamo attuare le misure in entrambi i settori. Ci sono molte speculazioni sull’entità dei patrimoni in Svizzera. È importante distinguere tra beni non sanzionati e beni congelati. Siamo stati quasi i primi al mondo a poter fornire cifre. Le banche hanno un obbligo di blocco: devono congelare i beni e poi comunicarlo alla SECO.
Il settore bancario elvetico ha subito una grande trasformazione nel corso della lotta al riciclaggio di denaro. Ora le banche sono “pulite”?
Direi di sì, anche se ovviamente non posso garantire che non ci siano pecore nere. Ma sì, oggi le banche svizzere sono molto attente.
Dove confluisce il denaro delle persone sanzionate e dov’è conservato oggi? Negli Stati Uniti, nel mondo arabo, a Hong Kong, in Cina?
Le banche lo sanno, ma noi non possiamo saperlo. Va sottolineato che la copertura mediatica si concentra sulle persone e sui fondi sanzionati. Ma il regolamento prevede altre misure, come i divieti di tecnologia e servizi o le restrizioni all’esportazione di merci, che funzionano bene e possono essere più efficaci per indebolire le capacità militari della Russia che le permettono di proseguire la sua guerra in Ucraina.
Ciò che colpisce la Svizzera è l’accusa di favoreggiamento. Il settore degli studi legali e delle fiduciarie che tessono reti finanziarie è scarsamente regolamentato.
Fiduciarie e studi legali sono soggetti all’obbligo di denuncia in caso di sanzioni. Gli unici casi in cui non vige quest’obbligo di segnalazione sono quelli in cui c’è un sospetto di riciclaggio di denaro, ma si sta cercando di estendere la legge anche a questi gruppi professionali. Si sta discutendo anche dell’introduzione di un registro dei titolari effettivi delle società. Ciò potrebbe aiutare, ma non sarà la bacchetta magica.
Durante l’implementazione delle sanzioni ci sono stati casi che hanno messo la Svizzera in cattiva luce. Il magnate delle materie prime Andrey Melnichenko, che vive a St. Moritz, “ha rinunciato ai suoi beni in Svizzera”, dicono i suoi avvocati, prima di essere sanzionato. La moglie è diventata la beneficiaria di questi beni. Le autorità svizzere sono state beffate?
È pura fantasia. È stato sanzionato prima dall’UE e poi anche dalla Svizzera. E anche la moglie, prima dall’UE e in seguito da noi. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, invece, lui è sanzionato e lei no.
A Ginevra nell’ultimo anno sono nate nuove società sospettate di aggirare le sanzioni, in particolare il tetto massimo al prezzo del petrolio russo. Si tratta di Paramount SA e Sunrise Trade SA. Qual è la posizione della SECO su queste società?
Siamo a conoscenza di queste società e abbiamo richiesto informazioni. È importante capire l’idea del massimale di prezzo: non si tratta di un divieto di commercio, ma di un tetto al prezzo. L’obiettivo è mantenere le forniture energetiche globali senza che la Russia possa finanziare la guerra con i profitti che ne derivano.
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Un sistema che invita alle violazioni.
L’idea è del G7.
Per quanto riguarda le società citate, ci sono dubbi sul fatto che stiano rispettando le regole e si sospetta una proprietà russa. Come si procede in un caso del genere?
Hanno lo stesso obbligo di rendicontazione degli attivi che hanno le banche, ad esempio, ma per il resto non hanno obblighi di rendicontazione. Nell’UE, questo aspetto è regolamentato esattamente allo stesso modo. Esiste anche una raccomandazione dell’UE sulla documentazione delle transazioni, non vincolante dal punto di vista legale, alla quale facciamo riferimento.
Come si fa a cercare le pecore nere?
Seguiamo le segnalazioni degli Stati partner o dei media, ad esempio. Segue poi un procedimento complesso.
Lei cita esclusivamente fonti esterne. È proprio questa l’accusa rivolta alla Svizzera e alla SECO: reagire e non agire.
Anche questa è una falsità. Noi seguiamo specificamente le indicazioni provenienti da varie fonti. Anche altri Paesi agiscono in questo modo. Procediamo in base al rischio. Non ha molto senso voler controllare tutte le segnalazioni o tutti gli intermediari finanziari. Nessuno lo fa.
I media parlano con gli addetti ai lavori e valutano le informazioni, ad esempio quelle riguardanti le rotte di navigazione. La SECO non lavora su questo livello?
Siamo in contatto con le aziende, abbiamo statistiche doganali e rapporti che arrivano all’’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). Le persone che agiscono da intermediarie finanziarie sono obbligate a fare queste segnalazioni, anche nel caso di violazioni di sanzioni che costituiscono un possibile reato a fini di riciclaggio di denaro.
Perché la Svizzera non aderisce a un’autorità investigativa internazionale?
Oggi ci scambiamo cifre e documenti settimanalmente, soprattutto con l’UE, ma funziona bene anche con gli Stati Uniti. Se la Svizzera debba far parte ufficialmente di una task force internazionale è più che altro una questione politica.
L’esperto di sanzioni statunitense Juan Zarate ritiene che il sospetto generalizzato su tutti i beni di origine russa debba essere la norma. Un tale approccio è compatibile con il sistema giuridico svizzero?
Si tratterebbe di una massiccia violazione dei diritti fondamentali. È difficilmente concepibile in uno Stato di diritto. È un tema analogo a quello della possibile confisca dei beni congelati. Non dico che sarebbe assolutamente impossibile per la Svizzera, ma richiederebbe una base giuridica concordata a livello internazionale e, nei singoli casi, le persone colpite dovrebbero avere il diritto di difendersi legalmente.
In questo articolo, Tom Keatinge, direttore del Centro per gli studi sulla criminalità finanziaria e la sicurezza del Royal United Services institute (RUSI), spiega perché secondo lui la Svizzera dovrebbe fare di più:
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