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"L'obiettivo principale di questo viaggio è di rendersi conto della situazione": lo ha detto domenica il consigliere federale Joseph Deiss, facendo un primo bilancio della visita di lavoro di cinque giorni che sta compiendo in Medio Oriente. Dopo i Territori palestinesi, la visita prosegue lunedì in Israele.Questo contenuto è stato pubblicato il 26 marzo 2001 - 13:39
Lunedì mattina, il capo del Dipartimento federale degli esteri (DFAE) ha visitato il memoriale dell'olocausto Yad Vashem a Gerusalemme, accompagnato dall'ambasciatore svizzero in Israele Ernst Iten e dal rappresentante israeliano a Berna Yigal Antebbi.
Quindi ha incontrato il primo ministro israeliano Ariel Sharon. Prima dell'incontro, Deiss aveva indicato di voler affrontare con il premier israeliano la situazione nei territori palestinesi e la questione dei rifugiati. In discussione anche i rapporti bilaterali.
Deiss, che era giunto venerdì in Medio Oriente con i suoi collaboratori, è rimasto fino a domenica nei Territori palestinesi, dove ha incontrato il presidente dell'autorità nazionale palestinese Yasser Arafat e altri esponenti politici, e dove ha visitato due campi profughi.
Deiss ha espresso il sentimento di un certo scoraggiamento, ma ha incitato israeliani e palestinesi al rispetto dei diritti dell'uomo. «La Svizzera rimane attenta al rispetto di questi diritti da entrambe le parti», ha dichiarato sabato, poco prima di incontrare i rappresentanti del consiglio dell'autonomia palestinese, a Ramallah, in Cisgiordania.
Deiss ha fatto l'elenco delle violazioni israeliane: chiusura dei Territori, che ha definito «una punizione collettiva», blocco dei fondi fiscali, esecuzioni sommarie e continuazione della colonizzazione. Secondo Deiss, l'idea di convocare una conferenza sull'applicazione della 4. Convenzione di Ginevra nei Territori ha ricevuto un'accoglienza favorevole: un gran numero di Paesi ha espresso disponibilità, ma ve ne sono altri che si oppongono, quali Israele e Stati Uniti.
Nell'immediato, la Svizzera vuol mostrare alle due parti in conflitto la propria disponibilità e la volontà di soccorrere la popolazione palestinese. «Ho detto ad Arafat che continueremo e aumenteremo il nostro programma di aiuto», ha precisato Deiss.
Sempre nella giornata di sabato vi è stato l'incontro tra il capo della diplomazia elvetica e gli esponenti del Consiglio legislativo palestinese. Deiss è stato ricevuto dal presidente del parlamento, Ahmed Kurei, il quale gli ha riferito delle condizioni di lavoro sempre più difficili cui è confrontato il parlamento palestinese da quando è scoppiata la seconda Intifada, lo scorso autunno. Le attività del Consiglio - ha sottolineato Kurei - già paralizzate da tempo, sono oggi ad un punto morto, per via del blocco dei Territori da parte israeliana.
Rispondendo ad una domanda sulle possibilità per la Svizzera di svolgere un ruolo di mediazione politica più importante nella regione, il capo del DFAE ha risposto che purtroppo non c'è posto per iniziative isolate in questo conflitto. La comunità internazionale - ha sottolineato il ministro elvetico - deve risolvere il problema collettivamente. La Svizzera - ha aggiunto -è comunque sempre disponibile ed attiva quando ha la possibilità di offrire qualcosa di concreto, per esempio in quanto depositaria delle Convezioni di Ginevra.
«L'impressione che porto con me - ha detto Deiss al termine della visita nei Territori - è l'aver visto qualche progetto in cui la Svizzera è impegnata. Paragonati al processo di pace sono poca cosa, ma se vengono confrontati con la vita quotidiana dei palestinesi, allora hanno la loro importanza».
«Arafat ci ha incitato a non rimanere soltanto fermi sulla questione dei diritti dell'uomo ed io gli ho risposto che la Svizzera è un piccolo Paese e che la nostra sola forza risiede nel rispetto di tale diritto, che dovremo far prevalere», ha aggiunto Deiss nel corso di una conferenza stampa.
Poco prima, Deiss aveva reso visita al campo profughi di Daishe, nei pressi di Betlemme. «Attendiamo da lei un aiuto finanziario, ma anche la libertà. La stiamo aspettando da 52 anni. Non voglio morire qui, ma nel mio villaggio distrutto, in Israele». Con queste parole era stato accolto dal capo del campo Ziad Abbas. Poi un grido sommesso: «Ringraziamo la Svizzera per quello che fa, ma ci auguriamo che faccia di più».
swissinfo e agenzie
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