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«No» alla prescrizione per le pene detentive a vita
Il termine di prescrizione per le pene detentive a vita, attualmente fissato a 30 anni, va soppresso. Seppur di misura, con 21 voti contro 20, il Consiglio degli Stati ha deciso oggi di dar seguito a un'iniziativa in tal senso del canton San Gallo.
A differenza del Nazionale, in prima lettura i «senatori» l'avevano bocciata. La Commissione degli affari giuridici della Camera dei cantoni ha ora due anni di tempo per elaborare un progetto di legge.
Attualmente il diritto penale prevede l'imprescrittibilità per il genocidio, i crimini contro l'umanità, i crimini di guerra e gli atti terroristici qualificati, nonché i reati sessuali o pedopornografici commessi su bambini.
Con la sua iniziativa, San Gallo vuole abolire la prescrizione per chi ha commesso un reato grave. Ciò riguarderebbe in pratica l'assassinio. Nelle motivazioni dell'iniziativa, si sottolinea che i termini attuali potrebbero impedire la risoluzione di taluni casi. In particolare i progressi delle analisi del DNA consentono agli inquirenti di trovare le prove della colpevolezza di un sospetto molti anni dopo i crimini.
Il relatore commissionale Carlo Sommaruga (PS/GE) ha tentato invano di convincere il plenum a bocciare per la seconda volta l'iniziativa cantonale e in tal modo ad archiviarla: a suo avviso, la prescrizione è essenziale nell'ordine giuridico. Il suo scopo è il ripristino della pace giuridica dopo un certo lasso di tempo. Il diritto vigente, inoltre, prevede già un termine di prescrizione molto lungo, di 30 anni, per i crimini la cui pena massima è la detenzione a vita.
«Incoerenza»
Ma vari oratori sono stati di tutt'altro avviso. V'è attualmente un'"incoerenza» nel Codice penale», ha rilevato ad esempio Heidi Z'graggen (Centro/UR). Con la prescrizione, taluni autori di reati non sono purtroppo mai puniti, le ha fatto eco Daniel Jositsch (PS/ZH). A suo avviso, il fatto che vengano giudicati prima o dopo 30 anni non cambia nulla.
Nell'ambito di crimini gravi che si sono verificati molti anni or sono, i parenti delle vittime sono ancora in attesa che giustizia sia fatta, ha aggiunto a sua volta Charles Juillard (Centro/JU). Per il «senatore» giurassiano condurre un processo equo anche dopo 30 anni contribuisce alla pace sociale e contribuisce a mostrare alle vittime che lo Stato non le dimentica.
Lasciare tempo al tempo
Voler riaprire un procedimento penale parecchi anni dopo significa riaprire ferite in seno alla società e presso i parenti delle vittime, gli ha replicato Sommaruga. Il tempo deve consentire il lutto collettivo e alle famiglie non bisogna dare false speranze, ha aggiunto Matthias Michel (PLR/ZG).
L'obiettivo dal punto di vista penale è quello di garantire la pace sociale, non di mettere le persone in galera, ha sottolineato dal canto suo Philippe Bauer (PLR/NE). «Non dobbiamo lasciarci trasportare dalle emozioni». Se dopo 30 anni, dei fatti non sono stati chiariti, la società ha il diritto di tirare una riga sul passato. «Certo – ha concesso il «senatore» neocastellano – ciò è difficile da capire per i parenti delle vittime».
Dossier controverso
Ma tutti questi argomenti non hanno fatto breccia tra la maggioranza del Consiglio degli Stati, che – come detto – ha dato seguito all'iniziativa cantonale sangallese.
Sin dalla prima lettura, il dossier ha fortemente diviso le due Camere. Nel giugno 2020, i «senatori» con 20 voti a 18 avevano bocciato l'iniziativa cantonale. Nel giugno scorso, il Nazionale l'aveva invece deciso – seppur di strettissima misura con 90 voti a 89 e 10 astenuti – di darle seguito.
mp, ats