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Ieri sera [17.3.1998] ho visto la seconda rappresentazione di Nina, ossia La pazza per amore di Paisiello all'Opernhaus di Zurigo. Direzione di Adam Fischer, regia di Cesare Lievi, protagonista Cecilia Bartoli.
La versione era la seconda, quella in due atti ma che conserva i dialoghi recitati. Per fortuna non la terza, con recitativi, che Paisiello aveva dovuto arrangiare solo per necessità.
I dialoghi parlati infatti fanno parte dell'opera, il cui libretto è la traduzione di una commedia francese di genere 'larmoyant' creata alla Comédie Italienne pochi anni prima (le commedie francesi generalmente avevano dei numeri musicali).
Avevo sentito voci - anche molto critiche - dopo la prima di sabato a proposito di un eccesso registico, di una rilettura in chiave 'psichiatrica' con una Nina 'isterica' ecc. ecc.
In realtà l'unico arbitrio è stato quello di spostare la scena in un interno di palazzo (dovrebbe essere in un giardino 'delizioso' settecentesco), e di rappresentare i due atti senza pausa (idea teoricamente valida, ma in pratica faticosa per il pubblico).
Inoltre, secondo l'uso del tempo, è stata inserita un'aria di Mozart: 'Ah, lo previdi' KV272, scritta per una rappresentazione dell'Andromeda dello stesso Paisiello. Chiamamolo 'arbitrio filologico'... L'aria è stata inserita nel punto culminante dell'opera, immediatamente prima del finale primo. Nell'atmosfera rarefatta e immobile creata dallo stornello del pastore l'aria drammatica da opera seria fa l'effetto di un calcio nei denti. Secondo Adam Fischer si inserisce in modo ideale. Forse, volendola considerare come facente funzione della pausa...
Ma tutto il resto era perfetto - anche i potenzialmente pericolosi lunghi dialoghi sostenuti da attori non italiani.
Così la Susanna teutonica severa e noiosona (Sona Ghazarian) ci stava benissimo, nel sud Italia era tradizione delle case nobili avere la balia tedesca (anche se Arbasino in 'specchio delle mie bramè la sceglie inglese...).
Il vecchio balio spagnolo anche lui va benissimo in un palazzo di conte napoletano! E Carlos Chausson lo ha caratterizzato benissimo, con un bel contrasto fra l'accento nobilmente spagnoleggiante e il fisico vecchio e sfiatato, sostenuto con frequenti dosi di un suo elisir sicuramente molto alcoolico...
Il conte (Laszlo Polgar) forse era un po' troppo scialbo, ma è vero che il personaggio ha un carattere debole e tentennante.
Bravo Roberto Sacca', sia come pastore che come Lindoro.
E brave anche le villanelle: tutto l'insieme ha dato l'impressione di avere provato e curato ogni dettaglio. La regia di Cesare Lievi era molto accurata e intelligente. Non mancavano i soliti oggetti simbolici, fortunatamente mai fastidiosi. Come il cappotto, ricordo di Lindoro, in cui Nina si avvolgeva. E soprattutto il sedile di verzura dove 'non passa giorno che Nina non si rechi ad aspettare il suo benè - sostituito con una grande porta rotta in due pezzi, come simbolo della follia.
Arriviamo alla Nina di Cecilia Bartoli. all'inizio ha sconcertato anche me. Succede spesso con Cecilia Bartoli, poi si scopre che ha ragione lei.
I pareri (privati e sulla stampa) dopo la prima parlavano di interpretazione di pazzia 'moderna', di un caso da lezione di psichiatria, di una Nina isterica che rappresenta il disagio della donna vittima della societa' maschilista moderna ecc. ecc. - e quindi di qualcosa estraneo al tempo di Paisiello.
La prima impressione infatti sembrava confermare quei giudizi. Dopo avere visto tutta l'opera mi sono convinto che, al contrario, quella è la Nina come la voleva Paisiello.
Nella Nina la pazzia non è un pretesto per mettere una scena ad effetto nel punto di massima tensione drammatica come nelle opere dell'800. È il soggetto dell'intera opera: il primo atto per la pazzia, il secondo per la guarigione. E quindi la questione deve essere un po' più complessa di
come parrebbe a prima vista...
Il Conte padre che tradisce la parola data e poi si comporta con crudelta', e la morte apparente dell'amico d'infanzia e fidanzato Lindoro, hanno distrutto il mondo di affetti di Nina. Rimane Susanna, che pero' non le è mai stata altrettanto vicina (e infatti le prime parole che Nina le rivolge sono: 'Oh sei qui mia cara!... Non ricordo mai quell'altro tuo nome. - Susanna - Oh... no: mi piace più il primo.' ed evidentemente pensa alla madre defunta). La pazzia nasce qui, dalla rottura dell'armonia fra Nina e il suo mondo: quindi si crea un rapporto di conflitto con le altre persone, e inevitabilmente Nina si comporta (a tratti) in modo lucido ma scostante, isterico, perfidamente crudele. Non si tratta di una follia da opera romantica, un chiudersi in se stessa in un mondo interiore fatto di ricordi, da cui si esce di colpo come riaprendo una finestra. È una pazzia settecesca. È la rottura dell'equilibrio con l'ambiente, una malattia 'sociale'. Per guarire Nina bisogna ricostruirle intorno pezzo a pezzo l'ambiente in cui si trovava in armonia prima che il padre avesse fatto la frittata.
Il dramma della situazione è che solo Lindoro puo' aiutarla: gli altri la temono, e del padre non può più fidarsi. Ma Lindoro è creduto morto: Nina è in una trappola senza vie d'uscita. Poi nel secondo atto Lindoro riappare. Ricreato pazientemente l'equilibrio, tutto riparte come se nulla fosse accaduto...
Non so come Celeste Coltellini avesse creato il personaggio nel 1789, ma dopo avere visto Cecilia Bartoli non credo che sia stata una Nina sprofondata in una dolce apatica follia. A fine '700 un personaggio del genere sarebbe sembrato un'idiota più che una pazza. Le pazze per amore pre-romantiche non stavano ore e ore con gli occhi fissi su un fiore appassito: erano imprevedibili e a tratti smaniavano ed urlavano come invasate. Vedi il 'lamento della pazza' nella raccolta Naxos di 'lamenti barocchi'. Mi sono convinto che la Nina di Cecilia Bartoli è una pazza 'filologica', e che sbagliava chi (anch'io!) si aspettava qualcosa di simile a Elvira, Amina o Linda.
Due ultime parole sulla musica di Paisiello. Dopo lo stornello del pastore accompagnato da una lamentosa zampogna l'aria mozartiana avrebbe dovuto risaltare al meglio. Invece la strumentazione mi è sembrata incolore, la corrispondenza fra parole e musica artefatta. Forse era solo al posto sbagliato, o forse la 'semplicità' di Paisiello ha dei meriti che meriterebbero un maggior riconoscimento...
Alla fine applausi convinti e meritati per tutti, e soprattutto per Bartoli, Saccà e Chausson. Del resto dopo 2 ore abbondanti di spettacolo senza pause il pubblico si scatena facilmente - nel bene o nel male... (io ero nello stato nervoso a cui di solito mi conducono solo le opere di
Richard Strauss!) [FONTE]

ALTRE CONSIDERAZIONI
FONTE
Secondo i più la pazzia di Nina dovrebbe essere dolce, malinconica, trasognata - una Nina intontita dal dolore ma dolce e tenera.
Invece la Nina-Bartoli (con regia di Lievi) era imprevedibile, spesso aggressiva e anche crudele, con momenti quasi furiosi - e sembrava divertirsi a tormentare il prossimo. A quanto pare la versione Antonacci [PICCOLO TEATRO - RICCARDO MUTI] - De Simone è sulla stessa lunghezza d'onda. La cosa in fondo è logica, Cecilia Bartoli aveva deciso di fare Nina dopo che proprio De Simone le
aveva suggerito quel ruolo.
Naturalmente non avendo visto la Antonacci non posso fare paragoni.
Comunque secondo me - come avevo gia' spiegato a suo tempo parlando dell'allestimento a Zurigo - è giusta la versione 'drammattizzata'.
Infatti la pazzia di Nina non è solo un pretesto per una scena virtuosistica - è il soggetto dell'opera! E si tratta di una pazzia del '700, non romantica.
Si tratta della rappresentazione della pazzia come rottura fra il mondo reale e quello ideale (quello "giusto", secondo natura). Questa rottura si è prodotta con la morte di Lindoro, Nina non ha accettato l'ambiente ingiusto che si era creato e continua a vivere nel mondo ideale e incorrotto: o se vogliamo, continua a tenerlo in vita in sè. Nina non è un personaggio pazzo facente parte del mondo reale: è un personaggio a suo modo sano (anzi! essendo incorrotta lo è più dei 'normali'!) ma che vive in un mondo che non corrisponde più alla realta'. Quindi ci si deve
porre la questione: chi sono i veri pazzi? chi si comporta in modo giusto? Perchè Nina è sincera e fedele, mentre gli altri sono falsi e ipocriti. Nina è se stessa, gli altri si travestiscono.
E soprattutto: si è creata la situazione di due mondi incomunicanti, quello di Nina e quello degli altri. Quindi è inevitabile che nella zona di contatto si creino degli attriti. Poichè dal lato del mondo reale
(quello ingiusto, falso e ipocrita) ci si premura di assecondare in tutto la Nina per cercare di attirarla e farla rientrare nei ranghi, questi attriti devono venire da Nina. Che quindi è costretta a comportarsi in modo scostante e isterico.
Poi il ritorno alla normalita' non avviene secondo il metodo praticato nel primo atto, in cui viene taroccato il mondo reale a suon di pastorelle per farlo assomigliare a quello ideale di Nina, per spingerla ad attraversare la porta fra i due mondi. Avviene invece con il ritorno di Lindoro, che ricrea pezzo a pezzo la situazione precedente il duello.
Solo quando il mondo reale corrisponde davvero a quello ideale Nina può tornare nella realta'.
Queste sono considerazioni mie, in realtà Lievi secondo un'intervista aveva dato soprattutto peso a considerazioni psicologiche troppo moderne per Paisiello. Però aveva centrato molto bene l'essenza piazzando in scena una grande porta rotta in due pezzi: un simbolo perfetto per dare la chiave di lettura dell'opera.
Deve essere quello che pensa anche Adam Fischer [al fatto che la musica non ha momenti di esaltazione, quei momenti che rimagono impressi nella memoria, che si vorrebbe risentire per provare un piacere... quasi fisico], che nella produzione a Zurigo aveva inserito un recitativo e aria mozartiani ('Ah lo previdi... Ah t'invola' KV 272) all'interno della scena pastorale. L'aria è stata scritta per un'opera di Paisiello, ma per un'opera seria! Un'aggiunta gradita perche' l'aria è bellissima. Pero' il contrasto del recitativo drammatico nel clima pastorale era una doccia scozzese! e in questi casi Cecilia Bartoli ha un cambio di marcia incredibile, è una bomba H che esplode in scena... E il contrasto era anche nella musica: pareva una staffetta dove un ciclista dà il cambio a una formula 1. La musica di Mozart era estremamente più densa ed elaborata di quella di Paisiello, oltretutto in un momento di estrema rarefazione.
Addirittura mi ero chiesto se Fischer non l'aveva fatto perfidamente per mettere le cose in chiaro: vi eravate fatti ipnotizzare da Paisiello, ebbene ecco: QUESTA è la Musica!