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UPDATE: BREXITNo Deal?
A giugno 2016 una scarsa maggioranza di cittadine e cittadini britannici hanno votato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. L’uscita era pianificata entro il 29 marzo 2019. Tuttavia, il Regno Unito è ancora parte dell’UE. Perché? Benvenuti nel caotico mondo della Brexit!
Tutta questa confusione ti ha fatto perdere il filo? Non sei certamente l‘unica/o… Cercheremo di aiutarti spiegandoti cos’è successo finora.
La situazione attuale
Il 31 gennaio 2020 a mezzanotte, il Regno Unito ha abbandonato l’Unione Europea dopo 47 anni che ne era membro. Il procedimento che ha portato alla Brexit è durato 3 anni e mezzo, durante i quali ci sono state diverse trattative, elezioni e molti interrogativi. La nostra cronologia della Brexit riassume tutto quello che c’è bisogno di sapere, come sempre in modo semplice e politicamente neutrale.
E adesso? Dal momento in cui la Brexit è diventata realtà, è cominciato un periodo di transizione che finirà il 31 dicembre 2020, durante il quale la Gran Bretagna dovrà continuare ad attenersi alle regole dell’UE. In questo periodo il Regno Unito e l’UE avranno tempo di contrattare un accordo di libero scambio e, per esempio, di regolare l’accesso del Regno Unito al mercato interno europeo.
Il 12 dicembre 2019 hanno avuto luogo nel Regno Unito le elezioni parlamentari. Queste elezioni sono state vinte dall’attuale Primo Ministro Boris Johnson e dal suo Partito Conservatore (Tories), il quale ha guadagnato una netta maggioranza in Parlamento. Su un totale di 650 seggi in parlamento, il partito conservatore ne ha vinti 364 (vedi grafico).
Lo slogan della campagna elettorale di Johnson era «Get Brexit Done»; il suo obiettivo è quindi quello di mettere in atto la Brexit. Tutte le candidate e i candidati del Partito Conservatore che hanno preso parte alle elezioni parlamentari hanno dovuto confermare per iscritto che, in caso di voto, avrebbero approvato l’accordo di uscita che Johnson ha chiuso con l’UE.
Il 20 dicembre 2019 la Camera dei Comuni ha approvato le dimissioni di Boris Johnson dal Parlamento britannico. Se anche la Camera dei Lord approverà il trattato di dimissioni, la Gran Bretagna lascerà l’UE entro il 31 gennaio 2020.
La questione della Brexit non è però così vicina ad essere archiviata. Dopo alla Brexit, il Regno Unito e l’UE dovranno infatti ancora negoziare un accordo di libero scambio. Il Regno Unito e l’UE non hanno ancora trovato un’intesa a riguardo. La Brexit è quindi prossima all’attuazione, ma le discussioni continueranno.
La grande Brexit-Cronologia
Gli inglesi sono entrati nell’UE il 1° gennaio 1973. Il Governo britannico si è sempre interessato in una collaborazione economica con gli stati europei. Una stretta collaborazione sul piano politico è però sempre stata vista con un occhio critico, motivo per cui il Regno Unito ha sempre cercato di ottenere un trattamento speciale. I britannici riuscirono quindi a mantenere la sterlina quale moneta ufficiale al posto della valuta condivisa dalla maggior parte dei paesi appartenenti all’UE: l’euro. Inoltre, non entrarono a far parte dello spazio Schengen.
Maggio 2015 – La promessa di Cameron
L’euroscetticismo è quindi sempre esistito all’interno del Regno Unito. Questa discussione critica dell'UE ha assunto una nuova qualità, soprattutto durante le elezioni europee del 22 maggio 2014, quando il "United Kindom Independence Party" (UKIP), un partito critico dell'UE, ha sorprendentemente vinto le elezioni davanti ai partiti consolidati (Tories e Labour). È anche per questo motivo che l’allora Primo Ministro David Cameron annunciò che, in caso di una sua vittoria nelle elezioni del 2015, avrebbe dato la possibilità all’elettorato di votare sul futuro dei rapporti con l’UE. Cameron vinse le elezioni con il suo Partito Conservatore e mantenne la sua promessa elettorale, fissando una votazione popolare sull’uscita dall’UE per il 23 giugno 2016. Cameron stesso era però contrario alla Brexit e lottò perché le cittadine e i cittadini britannici decidessero di rimanere nell’UE. Probabilmente, Cameron era fortemente convinto di ottenere il consenso del Popolo per far sì che il Regno Unito rimanesse nell’UE. La votazione popolare doveva quindi essere l’occasione per frenare il crescente euroscetticismo, anche all’interno del suo stesso Partito Conservatore.
Giugno 2016 – La votazione sulla Brexit
La campagna per la votazione sulla Brexit venne gestita con grande emozionalità, sia da parte dei favorevoli che dai contrari. Il 16 giugno 2016 il 51,89 percento dell’elettorato britannico approvò quindi la Brexit, sancendo così l’uscita del Regno Unito dall’UE. Cameron diede le dimissioni quale Primo Ministro e Theresa May (anche Tories) prese il suo posto.
29 marzo 2017 – Lettera di uscita all‘UE
Il 29 marzo 2017 il Governo britannico mandò la lettera di dimissioni all’Unione Europea. Il Regno Unito comunicò quindi ufficialmente all’UE la sua intenzione di lasciarla. I contratti dell’UE prevendono che le negoziazioni per l‘uscita abbiano luogo entro due anni dalla consegna della lettera di dimissioni. Secondo i contratti, l’uscita dall’UE avrebbe quindi dovuto entrare in vigore esattamente due anni dopo l’annuncio delle dimissioni. La Brexit aveva quindi una scadenza chiara e precisa: il 29 marzo 2019.
Giugno 2017 – Rielezioni
Prima di cominciare la negoziazione per l’uscita dall’UE, Theresa May volle raccogliere consenso nella Popolazione britannica e annunciò così delle rielezioni per giugno 2017. La Prima Ministra godeva già della maggioranza in Parlamento. Tuttavia, desiderava aumentare questa maggioranza per rafforzare il suo potere contrattuale nelle negoziazioni. Questa mossa si rivelò però essere un passo falso, dato che anche May sbagliò clamorosamente le previsioni sull’esito. La Prima Ministra finì infatti per perdere la maggioranza in Parlamento con il suo Partito Conservatore (Tories). Il suo Governo fu quindi costretto a dipendere dai voti del partito irlandese DUP (Democratic Unionist Party). Con l’annuncio delle rielezioni la May finì per danneggiarsi e indebolire la sua posizione.
Da luglio 2017 a novembre 2018 – Negoziazioni sull’accordo di uscita
Se una nazione fa parte dell’UE deve sottostare a diverse regole in comune e collaborare strettamente con gli altri stati membro in svariati ambiti. Quando una nazione decide di lasciare l’UE è quindi necessario negoziare per stabilire come continueranno i rapporti con gli altri paesi dopo l’uscita. Bisogna effettuare delle negoziazioni di uscita che abbiano come esito la firma, e quindi l’approvazione da parte di entrambe le parti, di un accordo di uscita. Le negoziazioni tra l’UE e il Regno Unito ruotavano soprattutto attorno a due punti chiave:
- I britannici volevano continuare ad avere una forte collaborazione sul piano economico e ad avere accesso al mercato interno europeo. Anche l’UE era interessata in una continuazione della collaborazione economica, ma a condizione che il Regno Unito continuasse a tenersi a delle regole base del mercato interno europeo. I britannici non approvavano però tutte le regole base che l’UE avrebbe voluto imporre. Era quindi di fondamentale importanza per la negoziazione trovare una soluzione comune a livello delle regole base da condividere.
- Il secondo punto chiave era il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Entrambe le nazioni si trovano sull’isola irlandese: l’Irlanda è uno Stato a sé ed è membro dell’UE. L’Irlanda del Nord è invece parte del Regno Unito ed è quindi toccata dalla Brexit, che la porterà a lasciare l’UE. Fino agli anni novanta, tra le due nazioni ci sono stati diversi conflitti violenti. Al momento regna la pace tra le due nazioni, ma se in seguito all’uscita dall’UE dell’Irlanda del Nord venisse reinserita una forte frontiera (ad esempio con controlli doganali), i rapporti potrebbero nuovamente inasprirsi ed il conflitto potrebbe riaprirsi. L’accordo d’uscita doveva quindi cercare di trovare una soluzione per evitare l’imposizione di una forte frontiera nell’isola irlandese. Trovare il modo di concretizzare questo punto chiave era tutt’altro che evidente.
Nonostante le ampie discussioni, l’UE riuscì finalmente a stringere un accordo di uscita con il Governo britannico. Questo venne approvato dall’UE nel mese di novembre 2018.
Da gennaio a giugno 2019 – La sconfitta di May: il caos della Brexit, parte 1
Dopo che l’UE aveva approvato l’accordo d’uscita, toccò al Parlamento britannico, il quale doveva a sua volta esprimersi a favore dell’accordo stipulato. Fu così che cominciò il caos vero e proprio della Brexit.
Il Parlamento vota 3 volte contro l’accordo di uscita
Il 15 gennaio 2019 il Parlamento britannico votò la prima volta sull’accordo di uscita proposto e lo rifiutò nettamente con 432 voti contrari contro 202 voti favorevoli. Il risultato mostrò chiaramente, che più di 100 deputate e deputati del Partito Conservatore di May le avevano votato contro. A marzo il Parlamento votò una seconda e una terza volta sull’accordo di uscita, rifiutandolo nuovamente in entrambe le occasioni.
Primo rinvio della Brexit
Subito dopo il triplice rifiuto, il Parlamento approvò un rinvio della Brexit. May venne quindi incaricata di chiedere all’UE di posticipare la scadenza della Brexit dal 29 marzo al 30 giugno. May effettuò la richiesta e l’UE approvò un rinvio. Tuttavia, la scadenza venne unicamente posticipata al 12 aprile. La Brexit venne così rinviata per la prima volta.
Secondo rinvio della Brexit
May decise di offrire alla sua frazione le sue dimissioni quale Prima Ministra in cambio dell’approvazione dell’accordo d‘uscita. La sua mossa si rivelò però un insuccesso, in quanto il Parlamento rifiutò nuovamente l’accordo di uscita. Dato che un’uscita entro il 12 aprile sembrava oramai impossibile, May chiese nuovamente all’UE di rinviare la scadenza della Brexit. L’UE approvò nuovamente il posticipo, ma a condizione che il Regno Unito partecipasse alle elezioni europee di maggio. Nelle elezioni europee vengono eletti i membri del Parlamento europeo. Ogni Stato membro dell’UE deve eleggere un certo numero di deputati al Parlamento europeo. Un ritardo nella messa in atto della Brexit avrebbe quindi comportato l’obbligo per il Regno Unito di portare deputati all’elezione.
May approvò la partecipazione alle elezioni europee nella speranza, però, di riuscire a concretizzare la Brexit prima delle elezioni e poterle quindi disdire. La Brexit venne così posticipata una seconda volta: la nuova scadenza era il 31 ottobre 2019.
Il ritiro di May
La Brexit non ebbe luogo prima delle elezioni europee, il che portò May a dare le dimissioni quale Prima Ministra e presidente del Partito Conservatore appena prima delle elezioni europee.
Da gennaio a ottobre 2019 – Boris Johnson: il caos della Brexit, parte 2
Il 23 luglio 2019 Boris Johnson venne eletto quale nuovo presidente del Partito Conservatore e quindi anche quale Primo Ministro britannico. Johnson era stato sindaco di Londra, aveva ricoperto un ruolo fondamentale nella campagna a favore della Brexit ed era stato, per qualche mese, Ministro degli Esteri sotto Theresa May. Johnson voleva mettere in atto la Brexit in ogni caso entro il 31 ottobre 2019, anche a costo di uscire dall’UE senza un accordo di uscita e quindi di effettuare una cosiddetta “hard Brexit”.
Hard Brexit?
La hard Brexit comporterebbe per il Regno Unito l’uscita dall’UE senza un accordo. Johnson sostiene che l’UE non è pronta a negoziare un accordo che sia favorevole al Regno Unito. Una hard Brexit metterebbe però l’UE sotto pressione, dato che la forzerebbe ad andare incontro al Regno Unito. Infatti, secondo Johnson, l’UE avrebbe interesse a mantenere dei rapporti regolamentati con il Regno Unito. I contrari alla Brexit vorrebbero però evitare a tutti costi una hard Brexit. Secondo loro, una hard Brexit porterebbe ad un caos assoluto, dato che da un giorno all’altro andrebbero a cadere tutte le regolamentazioni. Questo danneggerebbe l’economia e la popolazione. La Brexit dovrebbe quindi, a loro veduta, solo venir messa in atto una volta che si è stato negoziato un accordo che il Parlamento è pronto ad approvare. Eventualmente, il Governo dovrebbe essere disposto a fare dei compromessi.
Vacanze forzate per il Parlamento – varie sconfitte per Johnson
A fine agosto, Johnson dichiarò delle vacanze forzate da metà settembre a metà ottobre per il Parlamento britannico. Johnson argomentò che una pausa simile non era affatto inusuale durante i congressi dei partiti britannici. I contrari criticarono però le vacanze forzate, perché esse non erano abitualmente così lunghe, e perché vennero percepite come una strategia di Johnson per tacciare il Parlamento e per evitare che esso gli mettesse i bastoni tra le ruote nei suoi piani per la Brexit.
Fu così che appena prima delle vacanze forzate il Parlamento emise una legge atta a impedire una hard Brexit. La legge stabilì infatti che il Regno Unito non può lasciare l’UE senza un accordo. Se il Parlamento britannico non fosse riuscito ad approvare l’accordo di uscita entro la scadenza del 31 ottobre, Johnson avrebbe quindi dovuto chiedere un ulteriore rinvio all’UE fino al 31 gennaio 2020. Johnson dichiarò però che avrebbe preferito „giacere in una tomba che fare questo” e chiese le rielezioni per il 15 ottobre. Il Parlamento si rifiutò però di concedere le rielezioni. In seguito, Johnson buttò fuori dalla sua frazione più di 20 deputate e deputati conservatori che avevano votato contro di lui. Johnson si ritrovò quindi definitivamente senza una maggioranza in Parlamento.
Un ulteriore sconfitta per Johnson arrivò il 24 settembre: la Corte Suprema, il tribunale maggiore britannico, revocò le vacanze forzate del Parlamento. La decisione di Johnson venne dichiarata illegittima, dato che violerebbe il diritto costituzionale di parola del Parlamento. Il Parlamento riprese quindi il suo lavoro.
Terzo rinvio della Brexit – Data e rielezioni
In ottobre Johnson riuscì a chiudere un nuovo accordo di uscita con l’UE. Tuttavia, anche questo nuovo accordo venne bocciato dal Parlamento. Nonostante le precedenti dichiarazioni fatte da Johnson di preferire il suo arresto ad un nuovo posticipo della Brexit, il Primo Ministro finì per chiedere il terzo rinvio all’UE. Questa approvò la posticipazione e la scadenza della Brexit venne spostata al 31 gennaio 2020.