Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01122.jsonl.gz/622

Nell'estate del 1867 il colera si diffuse a Zurigo. Quando l'epidemia fu debellata, in autunno, il cantone creò "il sistema politico più democratico del mondo".
Questo contenuto è stato pubblicato al
9 minuti
Originario dell'Irlanda, Domhnall ha lavorato nella ricerca e nella scrittura in diversi paesi europei prima di arrivare a swissinfo.ch nel 2017. Si occupa di democrazia diretta e politica e solitamente si trova a Berna.
Dopo la registrazione del primo caso nel luglio 1867, la malattia si diffuse rapidamente a Zurigo, soprattutto nei quartieri più poveri e più sporchi della città, scriveCollegamento esterno lo storico della medicina svizzero Flurin Condrau.
Sei anni, 6’600 contributi: questo è il “caveau” di SWI swissinfo.ch riempito nel corso di 66 mesi con il suo focus sulla Democrazia Diretta. Quest’estate vi presenteremo dieci contributi che hanno mantenuto intatto il loro valore. Perché la democrazia, assieme alla questione climatica e alla previdenza per la vecchiaia, rappresenta uno dei grandi temi globali della nostra epoca.
Le autorità sanitarie, all’epoca ancora agli albori, adottarono i provvedimenti abituali di allora: la messa in quarantena delle case in cui c’erano persone infette, una rigida separazione tra sani e malati. Intanto, i cittadini osservavano con diffidenza quegli sforzi e, con l’aumentare del tasso di mortalità, iniziarono a essere contagiati anche da “un’atmosfera inquietante”, come riportò il quotidiano Winterthur Landbote il 28 settembre 1867:
“Se non si è stati a Zurigo nelle ultime settimane, non ci si può davvero immaginare come ci si sente, sia per le strade che nella mente […] L’impatto della temibile epidemia e l’improvvisa pressione della solitudine pesano fortemente sulla popolazione, e chi da settimane vive in questa situazione non può evitare di essere pervaso da una simile impressione di desolazione”.
E nonostante gli appelli alla solidarietà e all’unità da parte delle autorità, “molti membri delle classi più abbienti vedevano le cose in modo diverso e fuggivano dalla città”, scrive Condrau.
Poi, alla fine di ottobre, tutto finì. Erano morte 481 persone, ma la malattia non si era diffusa oltre la città, né nel cantone o né tantomeno nel resto del Paese.
Un successo? Non per le autorità, almeno. L’epidemia si rivelò il catalizzatore del rovesciamento del potere liberale – incarnato dall’onnipotente figura dell’imprenditore Alfred EscherCollegamento esterno – che aveva governato Zurigo per decenni. I cittadini chiedevano invece più democrazia: prima a Zurigo, dove nel 1869 fu approvata una nuova costituzione (rimasta in vigore fino al 2005), poi in gran parte del Paese, poiché gli avvenimenti di Zurigo ispirarono altri cantoni.
Nel 1874 il diritto di referendum fu ancorato nella Costituzione federale svizzera come strumento di controllo delle leggi varate dal parlamento. Nel 1891 si aggiunse un altro diritto popolare: quello di iniziativa costituzionale.
Stress test sociale
Come sempre, la difficile questione storica è in che misura l’evento ha portato direttamente al cambiamento politico, o in che misura le tensioni preesistenti fossero solo in attesa della scintilla che facesse divampare l’incendio.
Flurin Condrau, professore di storia della medicina all’università di Zurigo, dice che nel 1867 erano riunite “esattamente le condizioni propizie” per un cambiamento. Secondo il ricercatore, l’epidemia è una delle componenti di un trio di tendenze decisive nella Zurigo degli anni 1860. Le altre sono la recessione economica e il nascente movimento democratico, che aveva già cominciato a mettere in discussione l’ordine politico elitario.
Nel migliore dei casi, gli aspetti sociali, economici e politici sono tutti suscettibili di influire l’uno sull’altro, spiega Flurin Condrau a swissinfo.ch. Ma una crisi – in questo caso un’epidemia – è uno “stress test” per la società, che rivela improvvisamente dove si trovano le debolezze e le disuguaglianze, e mette in discussione vecchi valori e regole che sembrano incapaci di dare risposte.
Nuovi movimenti possono quindi trarne beneficio. In questo caso, poiché il colera aveva colpito in modo sproporzionato i quartieri della classe operaia, la popolazione lo ha naturalmente visto non solo come una crisi sanitaria, ma anche come una crisi sociale. Il movimento democratico lo ha dunque collegato “immediatamente” ai suoi sforzi di riforma politica, ed è riuscito a raccogliere sostegno e firme per la riforma costituzionale.
Dietro la facciata
Andreas Gross, ex parlamentare e storico svizzero specializzato nella democrazia diretta, descrive l’epidemia come un “indicatore sociale”. Colpendo in modo più evidente i poveri, la crisi ha rivelato la menzogna al centro del discorso delle autorità liberali zurighesi: la città non era quella metropoli della ricchezza e del benessere in piena espansione che di cui parlavano sempre.
Gross cita un altro articolo del Winterthur Landbote, del 23 ottobre 1867: “Il colera ha portato ad uno sguardo più approfondito sulla vita popolare […]. Si è scoperto che molti dei nostri concittadini sono in condizioni tali che per loro, anche con la migliore volontà del mondo, è impossibile nutrirsi correttamente […] Il lavoratore è davvero qui per sopperire solo parzialmente ai propri bisogni vitali, compiendo tutti gli sforzi possibili, ed essere dipendente dalla carità per il resto? Non avete idea che tali condizioni devono avere un effetto deprimente e inquietante sul senso dell’onore e sulla morale del lavoratore?”.
Mentre la situazione macroeconomica era in pieno boom, le fasce meno abbienti non ne beneficiavano minimamente. I liberali di Escher avevano pompato denaro nelle infrastrutture e nell’industria, ma lo avevano fatto dall’alto verso il basso e i profitti non erano ripartiti equamente, sottolinea Andreas Gross.
“Hanno trascurato il popolo, non si sono preoccupati delle sue necessità e non hanno creato un sistema fiscale equo. Si sono preoccupati solo dell’alta borghesia. Il colera ha sollevato il coperchio sui reali bisogni della gente e su quante persone si trovassero ancora nella miseria”.
Sfida mondiale
La questione ancora più difficile è come applicare tali lezioni alla crisi odierna. Per Andreas Gross e Flurin Condrau, l’impatto complessivo della Covid-19 non è del tutto chiaro. La narrazione e l’influsso di tali epidemie si vedono solo una volta superate.
Sul piano democratico, tuttavia, Andrea Gross traccia una previsione: la sospensione delle raccolte di firme e delle votazioni popolari in Svizzera non rischia di danneggiare il sistema a lungo termine.
“Le persone oggi sono molto più consapevoli dei loro diritti politici e sensibili che in passato”, dice. Vanno cauti nella rinuncia alle loro libertà democratiche per troppo tempo, come invece successo in Svizzera dopo la Seconda guerra mondiale:
Per quanto riguarda i “problemi nascosti” che tali crisi possono rivelare, possiamo trovare gruppi – senzatetto o richiedenti asilo, per esempio – la cui vulnerabilità è esposta, dice Gross. Potremmo anche trarre lezioni più intangibili sugli effetti che un tale isolamento avrà “sullo spirito”.
Ma complessivamente, egli ritiene che, mentre l’epidemia del 1867 ha aperto gli occhi sulla disuguaglianza e la miseria a Zurigo, la crisi della Covid-19 potrebbe fare lo stesso a livello internazionale: “In Paesi come l’India, il Bangladesh, l’Ecuador o il Congo, milioni di persone potrebbero morire, persone che sarebbero sopravvissute se fossero state in Europa. Questo è uno scandalo di cui una società umana non può assumersi la responsabilità”, tuona l’ex deputato socialista.
Flurin Condrau aggiunge che le buone condizioni del sistema sanitario e dell’economia della Svizzera danno al Paese maggiori possibilità di superare l’attuale stress test senza che compaiano fessure profonde.
Egli concorda sul fatto che il grande impatto si vedrà altrove. Proprio come la crisi del 1867 ha rivelato un sistema sanitario pubblico mediocre a Zurigo, molti Paesi stanno ora scoprendo che i loro ospedali non sono pronti per epidemie su larga scala. Oltre a ciò, le nazioni con economie più deboli – Flurin Condrau cita la Spagna e l’Italia – sono spinte ai limiti.
Al di là delle città o dei Paesi nel loro insieme, egli vede la lezione principale della pandemia del 2020 – a differenza del 1867 – nella “dimensione globale”. Vediamo che questo problema “non può essere affrontato a livello nazionale. Così il ruolo di istituzioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unione europea, sta crescendo d’importanza”.
Dopo anni in cui abbiamo trascurato tali organismi, ci renderemo nuovamente conto dell’importanza della cooperazione internazionale, afferma Condrau.
A condizione che tali istituzioni sopravvivano allo stress test.
Altri sviluppi
Altri sviluppi
Coronavirus, un “test decisivo” per le Nazioni Unite
Questo contenuto è stato pubblicato al
La pandemia e le accuse reciproche tra Stati Uniti e Cina stanno mettendo a dura prova il sistema delle Nazioni Unite. L’opinione di due esperti.
Come il coronavirus ha colpito la democrazia in tutto il mondo
Questo contenuto è stato pubblicato al
Le cose non sembrano andare tanto bene in questo momento. Anzi, tutt’altro. “La Covid-19 minaccia l’intera umanità”, ha detto qualche giorno fa il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, riferendosi alla pandemia che ha posto in isolamento più di tre miliardi di persone e che potrebbe scatenare la peggiore recessione economica dei tempi moderni. In questa…
Questo contenuto è stato pubblicato al
Alfred Escher ha “governato” la Svizzera per più di 30 anni, supervisionando la sua modernizzazione e la costruzione del tunnel ferroviario del San Gottardo. L’archivio digitale delle sue lettere offre un affascinante sguardo nella mente di questo politico e imprenditore, la cui vita finì in tragedia.
Ci sono voluti un centinaio persone, impiegate a tempo pieno e parziale, e quasi dieci anni di lavoro per completare l’archivio, inaugurato nell’estate 2015.
Chi si immerge in questo archivio digitale, in cui si trovano trascrizioni e copie digitali delle lettere originali, può capitare su vere e proprie perle. Documenti che raccontano parecchie cose di Alfred Escher e della sua eredità.
«Queste 5'018 lettere di e per Alfred Escher non erano tutte conosciute», spiega Joseph Jung, responsabile della Fondazione Alfred Escher. «Non sono state analizzate scientificamente ed erano sparse in numerosi archivi in Svizzera e all’estero».
Rapida ascesa
La carriera di Alfred Escher nella politica cantonale e nazionale è iniziata in modo folgorante. All’età di 30 anni era presidente del Consiglio nazionale (camera bassa del parlamento federale), una carica a cui venne eletto per ben quattro volte. È stato inoltre membro di oltre 200 commissioni parlamentari cantonali e nazionali. Era uno stacanovista e ne era ben consapevole.
«Non mi lamenterò del fatto che devo lavorare dal mattino presto alla sera tardi: so che devo usare me stesso e lasciarmi usare», scrive in una lettera del 1846 indirizzata a un amico.
Bisogna scavare nella storia della famiglia Escher per capire cosa spingesse l’uomo, osserva Joseph Jung. Alfred Escher veniva da una famiglia storica di Zurigo, che aveva contatti internazionali. Suo padre aveva lavorato per diversi anni negli Stati Uniti.
C’era però un fossato tra gli Escher e le altre famiglie di Zurigo. Non da ultimo perché Escher senior aveva costruito una splendida casa per ostentare la sua ricchezza, ciò che non fu ben visto nella sobria Zurigo dell’epoca della Riforma.
«Un’altra ragione era che Alfred Escher non era dalla parte dei conservatori, bensì dei liberali. I liberali volevano una Svizzera progressista e moderna, contrariamente ai conservatori», spiega Joseph Jung. «Escher voleva mostrare ai conservatori che lui, Alfred Escher, voleva andare per la sua strada».
La svolta
La Costituzione svizzera, che ha unito il paese nel 1848, ha rappresentato una svolta. Prima di questa, illustra Joseph Jung, non c’erano uno spazio economico e una valuta comuni e i cantoni operavano come degli Stati indipendenti. «Il più grande nemico di una Svizzera liberale è la disorganizzazione cantonale e svizzera», scrive un afflitto Escher nel 1844.
Sebbene in alcuni settori, come ad esempio l’orologeria, il commercio internazionale fosse florido, il paese era principalmente rurale, povero e in ritardo in materia di infrastrutture.
Dopo il 1848 iniziò la modernizzazione della Svizzera e la chiave fu la ferrovia. Nella prima metà del XIX secolo c’erano soltanto 23 chilometri di binari in tutto il paese, e più precisamente tra Zurigo e Baden. La Gran Bretagna, così come la Germania e la Francia, erano invece molto più avanzate in materia di rete ferroviaria.
«La Svizzera corre il pericolo di venire completamente aggirata, con il risultato che in futuro proietti la triste immagine di un eremo europeo», afferma Escher durante un intervento in parlamento nel 1849.
Politecnico di Zurigo, Credit Suisse…
Alfred Escher ha svolto un ruolo decisivo nel mettere la costruzione della ferrovia nelle mani dei privati, ciò che ha favorito la competizione tra le compagnie ferroviarie. Il cosiddetto “sistema Escher”, che riuniva personalità della politica, dell’amministrazione e del mondo economico - Alfred Escher aveva infatti una formidabile capacità di creare contatti - si è rivelato preziosissimo. Alla fine degli anni 1850, l’altopiano svizzero era ricoperto di linee ferroviarie.
«Le ferrovie sono state centrali per il successo della Svizzera perché se si vogliono costruire ferrovie sono necessari ingegneri, matematici e fisici. A quell’epoca non si poteva però studiare queste materie in Svizzera e così Escher ha fondato il Politecnico federale di Zurigo (ETHZ). C’è pure bisogno di un capitale di rischio e di un’assicurazione per le ferrovie, da dove la creazione del Credit Suisse, che all’origine era una banca d’investimento, e della società assicurativa Swiss Life», spiega il responsabile della Fondazione Alfred Escher.
Il Gottardo
Il più grande successo di Escher è però giunto negli anni 1870. Con la costruzione della galleria del San Gottardo fu infatti creato un collegamento cruciale tra il nord e il sud. «La mia motivazione principale risiede nella mia convinzione che il Gottardo rappresenta la strada più corta verso l’Italia e ci assicura un’immensa parte del transito dalla Germania verso l’Italia, e viceversa», scrive nel 1863.
Salutato come un capolavoro, il Gottardo era a quell’epoca il più grande cantiere del mondo, rammenta Joseph Jung. Ogni giorno vi lavoravano fino a 5'000 uomini, che scavarono per 15 chilometri attraverso il granito del massiccio, senza l’aiuto delle moderne frese e macchine al laser.
Il Gottardo è però anche stato la rovina di Escher. I costi del tunnel superarono il budget ed Escher fu costretto a dimettersi dalla presidenza della Società Ferrovia del Gottardo.
«Questo è stato molto doloroso e una vera tragedia per Alfred Escher poiché non ebbe mai la possibilità di percorrere il tunnel. La galleria è stata aperta nel 1882, quando lui era già gravemente malato», rammenta Joseph Jung, professore alla Facoltà di lettere dell’Università di Friburgo.
Inoltre, l’epoca dello scatenato liberalismo economico svizzero era giunta alla fine. Dal 1874 c’era una nuova Svizzera, con la democrazia diretta, i gruppi d’interesse e i sindacati. Questo paese non corrispondeva più alla Svizzera di Escher. Detenere così tanto potere come fece lui - che a volte veniva paragonato a un re che regnava sulla Svizzera da Zurigo - non era più possibile.
Una tragica fine
Alfred Escher morì nel 1882, dopo essere stato afflitto dalle malattie per tutta la vita. Al suo fianco c’era Lydia, la sua unica figlia, a cui era molto affezionato. La sua ultima moglie morì già nel 1864 e la sua altra figlia due anni prima.
A motivare Escher è sempre stato il bene per la Svizzera, afferma Joseph Jung. Ciò non è sempre stato apprezzato dai suoi nemici, con i quali Escher poteva essere molto duro. Lo consideravano una figura controversa, ma le sue «spigolature» erano la sua forza e gli hanno consentito di portare a termine il lavoro, osserva il professore.
La visione del mondo di Escher è ben riassunta in una lettera del 1877 scritta da un conoscente politico, che lo elogiò per la sua lotta contro «l’invidia, l’egoismo e la politica futile».
«Continua a lavorare, nell’interesse del tuo amato cantone nativo e dell’intera Svizzera. La nostra madre patria», scrive. «È un grande obiettivo quello per cui ti dai da fare. Richiede una vita di fatica, di continua creatività e di attività».