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È conosciuto il fatto che il cervello maschile sia diverso da quello femminile.
Questa differenza riguarda sia la struttura che il funzionamento, nonché la predisposizione allo sviluppo di malattie, che possono differire tra i due sessi sia come incidenza che come manifestazioni cliniche.
La differenziazione deriva da un complesso processo di sviluppo biologico, che comincia già in utero.
Sino a circa a 8 settimane di vita il cervello dell’embrione è “femminile” e potrà diventare maschile solo quando, in presenza del cromosoma Y (maschile), le ghiandole sessuali cominceranno a secernere testosterone. Questo ormone agisce già in utero sul cervello (un secondo picco si avrà poi alla pubertà) influenzando il modo in cui l’individuo si comporta e come interpreta il proprio ruolo sessuale. Il testosterone, assieme ad estrogeni e progestinici, appartiene agli ormoni sessuali che sono responsabili dei cambiamenti tipici dell’adolescenza. Nel corso dell’adolescenza questi ormoni attivano circuiti cerebrali in modo sesso-specifico, cosicché l’individuo metterà in atto modelli di comportamento riconducibili all’uno o all’altro sesso. Un ruolo importante nella mascolinizzazione o femminilizzazione del cervello è naturalmente anche svolta da fattori ambientali, culturali ed educativi, che agiscono in sinergia con quelli ormonali.
Tra il cervello di un uomo e quello di una donna vi sono differenze strutturali. Per esempio il cervello femminile pesa meno di quello maschile. Inoltre, gli uomini hanno un numero maggiore di neuroni nella corteccia cerebrale. Le donne, tuttavia, presentano più connessioni tra i neuroni. Inoltre, alcune aree cerebrali sono più sviluppate nella donna ed altre nell’uomo. Alcuni studi di neuroimaging funzionale hanno mostrato come vi siano ad esempio differenze nelle capacità linguistiche e nella gestione delle informazioni spaziali.
Le differenze strutturali e di funzionamento si riflettono infine sulla predisposizione a sviluppare determinate malattie e sul modo in cui queste malattie si manifestano.
Se si considerano tutti i disturbi a carico del sistema nervoso ci si accorge che alcuni sono più frequenti tra le donne (ad esempio i disturbi d’ansia, la depressione e l’emicrania), mentre altri hanno una maggiore prevalenza nell’uomo (come l’autismo, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività, la malattia di Parkinson). Queste differenze riguardano non soltanto il numero di donne e uomini colpiti, ma anche le manifestazioni cliniche. Le scelte terapeutiche dovranno quindi prendere in considerazione tutti questi elementi.
Infine, bisogna considerare che molte malattie neurologiche accompagnano la persona nell’arco dell’intera vita (ad esempio alcune forme di epilessia). Dunque, nella gestione di terapie croniche sono da tenere presenti i cambiamenti a cui si va incontro negli anni, e questo riveste una particolare importanza nella donna. Il medico deve essere consapevole ed avere una profonda conoscenza dei mutamenti fisiologici ormonali e di come questi possano influire sull’andamento di malattia.
Le terapie farmacologiche dovranno essere adattate in maniera dinamica a seconda dei diversi momenti della vita di una donna, che andrà informata e consigliata adeguatamente.