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Tra arte e libertà, dalla mostra sul pittore fiammingo al Palazzo Reale di Milano, aperta fino a marzo, al linguista statunitense (tutt’uno col politico)
Hieronymus Bosch rivisitato
di Frédéric Elsig, storico dell’arte
Attivo a ’s-Hertogenbosch (Paesi Bassi), Hieronymus Bosch (1450/55-1516) fu particolarmente apprezzato alla corte asburgica di Bruxelles per la sua inventiva, come testimoniano il Giudizio Universale di Vienna commissionato nel 1504 da Filippo il Bello e il Giardino delle Delizie (Madrid, Museo Nacional del Prado) realizzato poco dopo per Enrico di Nassau. La produzione della sua bottega, proseguita dopo la sua morte da discepoli come il Maestro del Carro di Fieno (probabilmente suo nipote Johannes van Aken), risponde alla crescente domanda del mercato di Anversa, come testimoniano le opere acquisite prima del 1521 dal cardinale Domenico Grimani, a Venezia, tramite il mercante di Anversa Daniel van Bombergen e il Trittico di Sant’Antonio acquistato prima del 1523 da Damião di Góis per il re Manuele I del Portogallo (Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga). Nella prima metà del Cinquecento diede origine a numerose copie e pastiches (a volte falsi), dando vita a veri e propri generi come le "drolerie", le "diablerie" e i "proverbi". Il suo successo commerciale raggiunge l’apice negli anni 1550-1560, quando Pieter I Bruegel aggiorna il repertorio di Bosch per la corte di Bruxelles e re Filippo II d’Asburgo trasferisce diverse opere del pittore in Spagna.
Gradualmente fuori moda prima di essere completamente dimenticato, Hieronymus Bosch non è riscoperto fino alla fine del XIX secolo ed entra nel pantheon della pittura occidentale negli anni 1930 con la generazione surrealista che vide in lui un precursore. La sua produzione è quindi oggetto di numerose riletture iconografiche, spesso anacronistiche, che vi proiettano interpretazioni astrologiche, alchemiche o psicoanalitiche. Sarà totalmente rivalutato da diverse mostre monografiche. Nel 1967, la mostra a ’s-Hertogenbosch sottolinea il contesto storico attraverso un approccio archivistico. Nel 2001 la mostra di Rotterdam analizza lo stile e la tecnica del pittore attraverso indagini scientifiche (dendrocronologia, radiografia e riflettografia). Dà impulso al Bosch Research and Conservation Project che, sviluppatosi tra il 2010 e il 2016, genera un libro di riferimento ma i cui risultati, frutto di compromessi, rimangono insoddisfacenti in termini di attribuzioni e cronologia. Nel 2016 (in occasione del 500° compleanno del pittore), le mostre di Madrid e di ’s-Hertogenbosch avevano evidenziato contrasti sul corpus di opere attribuite al pittore, ai suoi collaboratori o ai suoi seguaci.
Presentata nelle sale al piano terra del Palazzo Reale di Milano fino al 12 marzo 2023, la mostra Bosch e un altro Rinascimento ha ora tutt’altro obiettivo. Organizzato da Bernard Aikema (Università di Verona), Fernando Checa Cremades (già direttore del Prado di Madrid) e Claudio Salsi (Castello Sforzesco di Milano), si concentra sulla ricezione di Bosch nel corso del XVI secolo e su un fenomeno più generale incarnato dal pittore: quel Rinascimento irrazionale e anticlassico, popolato di mostruosità fantastiche e visioni notturne che si contrappone al Rinascimento razionale e classico, basato sulla chiarezza e sulla ricerca di un’armonia ideale. La mostra si apre con il famoso Trittico di Sant’Antonio di Lisbona, che traspone nella pittura da cavalletto un intero repertorio ispirato alle "drolerie" presenti nei margini dei manoscritti miniati (raffigurazioni ibride e mostruose che mescolano elementi umani, animali, vegetali e inanimati) e depongono a favore dell’immaginazione inquieta di Bosch. Lo strano e mostruoso repertorio è illustrato da alcune opere di Bosch e della sua bottega (il San Giovanni Battista del Museo Lazaro Galdiano di Madrid proveniente dal trittico della Confraternita di Nostra Signora di ’s-Hertogenbosch; il Trittico degli Eremiti di Venezia già di proprietà del cardinale Domenico Grimani; il Giudizio Universale di Bruges che potrebbe essere dovuto a uno stretto collaboratore all’interno della bottega). Ma è soprattutto mostrato attraverso le opere di seguaci come Jan Wellens de Cock (Tentazioni di Sant’Antonio dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid).
Caratterizzata da un’atmosfera cupa e da un’illuminazione focalizzata sulle opere, la mostra adotta una struttura tematica che affronta a sua volta il grottesco, la magia e i sogni a cui Bosch è associato molto presto dalla letteratura artistica, in particolare da Marcantonio Michiel che, nel descrivere un’opera posseduta da Domenico Grimani, parla nel 1521 di "sogni, incendi e mostriciattoli". Il Codice Trivulzio (Milano, Biblioteca Trivulziana) rivela disegni di mano di Leonardo da Vinci che, come l’antico pittore Antifilo di cui parla Plinio il Vecchio nella Historia Naturalis, rappresenta figure grottesche deformando il volto umano e conduce così una ricerca parallela a quella di Hieronymus Bosch, che manifesta una conoscenza delle caricature di Leonardo. La Visione di Tundalo (Madrid, Museo Lazaro Galdiano) mette in scena Tundalo dormiente, le cui visioni, legate ai Peccati Capitali e popolate da mostruosità da incubo, vengono presentate allo spettatore. Esposto come opera di bottega, il dipinto ci sembra dovuto piuttosto a un seguace che, attivo a metà del XVI secolo (all’epoca di Pieter I Bruegel), si riallaccia a una moda arcaica. Alla stessa moda appartengono una serie di quattro arazzi già nella collezione Granvelle di Besançon prima di essere trasferiti all’Escorial da Filippo II. Comprende in particolare la copia tessile del trittico (aperto) del Giardino delle Delizie, che rappresenta il mondo come sarebbe se l’uomo non avesse peccato, contrapponendo i naturalia del Paradiso agli artefacta dell’Inferno, già presenti sulla terra. Si noti che il Giardino delle Delizie si trova originariamente nella camera da letto di Enrico di Nassau all’interno del suo palazzo di Bruxelles, dove viene descritto nel 1517 da Antonio de Beatis (segretario del Cardinale Luigi d’Aragona) come qualcosa di "strano" accanto a opere italianizzanti come l’Ercole e Deianira di Jan Gossaert (Birmingham, Barber Art Institute).
Le formazioni rocciose che si possono osservare nel Paradiso del Giardino delle Delizie evocano le curiosità della natura presenti dall’inizio del XVI secolo nelle collezioni asburgiche, in particolare quella di Margherita d’Austria a Mechelen. Prefigurano così i gabinetti delle curiosità che mescolano naturalia (conchiglie, coralli, animali imbalsamati ecc.) e artefacta e si svilupperanno, nella seconda metà del secolo, come testimoniano la Wunderkammer di Ferdinando I ad Ambras o quella dell’imperatore Rodolfo II a Praga. E a questo proposito la mostra, che possiamo salutare come una riuscita, si conclude con l’evocazione di una ‘camera delle curiosità’ associando una copia del pannello centrale del Giardino delle Delizie a naturalia e artefacta legati al tema della Vanità.
Keystone
Noam Chomsky
di Giorgio Graffi, linguista
Un mio antico laureando, poi diventato un apprezzato collega, racconta spesso che alcuni suoi amici, a cui aveva detto che la sua tesi verteva sulle teorie di Chomsky, gli chiesero: "Il linguista o il politico?". Pensavano cioè che si trattasse di due persone diverse. L’equivoco è perfettamente giustificato: lo stesso Chomsky ha sostenuto che non c’è nessun rapporto particolare tra la sua concezione del linguaggio e le sue opinioni politiche, "a parte", come ha una volta scritto, "ciò che ha a che fare con il concetto di libertà umana che anima le due imprese".
"Libertà", nel caso di Chomsky, va inteso nel senso di "libertà da ogni condizionamento", dove il condizionamento può essere quello indotto dall’ambiente o dall’informazione. Il problema fondamentale del Chomsky linguista (da lui chiamato "problema di Platone") è quello di mostrare che l’acquisizione della lingua materna da parte di qualsiasi essere umano è in buona parte indipendente dagli stimoli dell’ambiente circostante; quello del Chomsky politico, mettere in luce come quella che lui definisce la "fabbricazione del consenso" da parte dei più autorevoli mass media occidentali impedisca una valutazione libera e oggettiva di molte realtà, spesso drammatiche, del nostro tempo ("il problema di Orwell", nei suoi termini).
Sul versante linguistico, Chomsky parte dall’osservazione che il bambino si mostra capace, già nella prima infanzia, di produrre frasi mai udite prima: quindi non si può sostenere che acquisisca la propria lingua semplicemente imitando gli adulti. Si potrebbe ragionevolmente obiettare che queste frasi nuove sono prodotte in base all’analogia con altre già udite, ma anche la spiegazione analogica, a un’analisi più attenta, si rivela insufficiente. Quindi l’unica soluzione ragionevole è, a suo parere, l’ipotesi che il bambino possiede una componente biologica innata, indipendente dall’ambiente, che lo guida nel processo di acquisizione della lingua materna.
Per quanto riguarda il versante politico, i casi messi in luce da Chomsky, ormai da quasi sessant’anni, sono numerosissimi, e riguardano la guerra in Vietnam, la questione palestinese, la guerra del Golfo, e molti altri. Qui vorrei soffermarmi su un problema di stringente e drammatica attualità, ossia la guerra in Ucraina. In una delle molte interviste da lui rilasciate sull’argomento, risalente al 14 marzo scorso (www.chomsky.info/20220314), Chomsky osserva che il presidente ucraino Zelensky, una settimana prima, "ha riconosciuto che l’adesione alla Nato non è un’opzione per l’Ucraina. Ha anche insistito, giustamente, sul fatto che l’opinione della popolazione della regione del Donbass, ora occupata dalla Russia, dovrebbe essere un fattore decisivo nel determinare una qualche forma di accordo. In breve, ha ribadito quello che molto probabilmente sarebbe stato un percorso per evitare questa tragedia – anche se non possiamo saperlo, perché gli Stati Uniti si sono rifiutati di provarci". Queste proposte, continua Chomsky, rappresentano "un’opportunità per portare avanti le iniziative diplomatiche intraprese da Francia e Germania, con un limitato sostegno cinese". Non è detto, naturalmente, che queste iniziative abbiano una conclusione positiva: in ogni caso, non l’avranno "se gli Stati Uniti continueranno a rifiutare categoricamente di aderire […] e se la stampa continuerà a insistere affinché l’opinione pubblica rimanga all’oscuro, rifiutando persino di riferire le proposte di Zelensky".
A più di sette mesi di distanza, la situazione è notevolmente peggiorata e le prospettive di negoziato sembrano, purtroppo, sempre più lontane. Le posizioni di Zelensky, com’è noto, si sono irrigidite sempre più, e non ci sono segni di cambiamento neppure da parte di Putin. Tuttavia, il fatto che le sia pur limitatissime possibilità di negoziato che si prospettavano nelle prime settimane di guerra siano state di fatto ignorate dalla maggior parte dei media occidentali (mentre hanno avuto un certo risalto, ad esempio, in India, come Chomsky mi ha comunicato) ci spinge a riflettere sulla qualità dell’informazione che ci viene quotidianamente fornita.