Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01217.jsonl.gz/994

La neutralità al centro delle discussioni
La Svizzera aderì alla Società delle Nazioni, predecessore dell’ONU, a metà nel 1920, ossia alcuni mesi dopo la sua fondazione decisa allo scopo di risolvere i conflitti internazionali e mantenere la pace.
Quasi tutti i resoconti sull’adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni mettono l’accento sul ruolo del Consiglio federale e di alcuni consiglieri federali – Gustave Ador, Felix Calonder, Giuseppe Motta – e sulla campagna che precedette la votazione popolare. Una scelta del tutto comprensibile dato che i consiglieri federali citati ebbero effettivamente un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’adesione della Svizzera, il suo operato in seno a quest’organizzazione e la determinazione della sede di quest’ultima. Ebbe un significato particolare anche la votazione popolare, da un lato per l’importanza della tematica e, dall’altro, perché grazie all’ampliamento dei diritti popolari, il Popolo fu chiamato per la prima volta a votare su un trattato internazionale.
Il ruolo centrale svolto dal Parlamento in questo processo è invece passato in secondo piano; tuttavia nel novembre del 1919 e nel marzo del 1920 si tennero alle Camere due importanti dibattiti sull’adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni e fu solo grazie alla decisione che venne presa che fu poi possibile votare sulla questione.
Ginevra, Palazzo Wilson
Realizzazione di una vecchia visione
L’idea grandiosa di una comunità di Stati sovranazionale garante della pace circolava già da secoli, ma assunse forme sempre più concrete alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo. Un promettente tentativo in questa direzione fu fatto subito dopo la fine della devastante Prima Guerra Mondiale. Un’unione di Paesi a livello mondiale avrebbe potuto evitare un altro grande conflitto internazionale. Questo progetto faceva parte del Trattato di Versailles stipulato nell’ambito della Conferenza di pace di Parigi. Tra quelle sul tavolo delle trattative si trattava della variante di più facile attuazione. Nel contempo, considerata l’egemonia delle potenze vincitrici, costituiva però anche un’incognita.
La parte più difficile di queste grandi imprese è sempre quella di riuscire a conferire una forma praticabile e ampiamente accettata all’ideale di partenza. A questo riguardo giunsero numerose proposte da più parti. Anche la Svizzera, che non a caso si considerava un’esperta in materia di comprensione tra i popoli, presentò idee ben ponderate che erano state elaborare da una Commissione ad hoc. Le proposte della Svizzera non furono però inserite come invece auspicato negli statuti dell’organizzazione e non fu neppure accolta la richiesta elvetica di partecipare ai negoziati di pace.
Messaggio del Consiglio federale in tempi difficili
Il Consiglio federale non perse però la convinzione che aderire alla Società delle Nazioni sarebbe stato nel complesso vantaggioso per il Paese. Incaricò perciò Max Huber, rinomato giurista esperto di diritto internazionale, di redigere un progetto di messaggio. L’ampio progetto che il Consiglio federale presentò all’Assemblea federale il 4 agosto 1919 conteneva una disposizione molto particolare: la decisione del Parlamento avrebbe dovuto essere sottoposta a referendum obbligatorio. Si trattava di un aspetto insolito poiché fino ad allora il Consiglio federale e il Parlamento non avevano mai lasciato al Popolo l’ultima parola su questioni importanti di politica estera. In quegli anni travagliati però le cose insolite non erano rare e alcune certezze politiche e abitudini consolidate stavano vacillando. Era ancora profondamente vivo l’orrore della brutale guerra di dimensioni senza precedenti che aveva imperversato nei Paesi limitrofi e si piangevano ancora le oltre 24 000 vittime che un’epidemia letale d’influenza – erroneamente chiamata «la spagnola» – aveva mietuto in Svizzera. Non erano stati neppure dimenticati i drammatici eventi legati allo sciopero generale e si stava ancora speculando su come l’iniziativa popolare «Elezione proporzionale del Consiglio nazionale» accolta nell’autunno del 1918 avrebbe influito sulle elezioni dell’ottobre del 1919 e sui rapporti politici di potere.
Consigli federali Ador (fronte sinistra) e Motta (centro)
Primo dibattito con la vecchia composizione
Dopo numerosi rinvii, il Consiglio nazionale, ancora con la sua vecchia composizione a dominanza radicale, iniziò a esaminare il progetto l’11 novembre 1919 durante una sessione straordinaria, dopo che una mozione d’ordine che ne chiedeva nuovamente il rinvio fu chiaramente respinta.
La maggioranza della Commissione politica incaricata dell’esame preliminare propose di accogliere il decreto federale. I portavoce della Commissione erano i radicali Carl Spahn e Achille Borella nonché il liberale Aloïs de Meuron. Alla maggioranza si opposero due minoranze: la prima, guidata dal conservatore svittese Josef Ferdinand Büeler, respingeva di principio un’adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni; la seconda, rappresentata dal radicale Emil Keller, avrebbe voluto posticipare un’eventuale adesione. A queste si aggiunse una proposta individuale del radicale Emil Zürcher. Sebbene fosse anch’egli contrario a un’adesione immediata, voleva obbligare il Consiglio federale a svolgere negoziati supplementari, in particolare per ottenere dalla Società delle Nazioni una chiara garanzia che, in caso di adesione, la Svizzera avrebbe potuto conservare totalmente la sua neutralità militare.
Posizione dei sostenitori dell’adesione
I rappresentanti della maggioranza, guidati dal consigliere federale Felix Calonder e da altri oratori favorevoli al progetto, ripresero in linea di massima gli argomenti già esposti nel messaggio. La loro posizione si basava sulle grandi aspettative riposte nella nuova organizzazione, che veniva presentata come un tentativo grandioso e serio di mettere in pratica l’ideale del mantenimento della pace globale. Erano assolutamente convinti che non esistessero alternative e che, ad ogni modo, la Società delle Nazioni fosse un’opzione migliore per garantire una pace duratura rispetto alla legge del più forte che aveva fino ad allora dominato le relazioni internazionali. La Società delle Nazioni rappresentava un chiaro progresso per il miglioramento delle relazioni tra gli Stati e la risoluzione dei conflitti futuri. I suoi fautori erano convinti che la sua esistenza avrebbe ridotto il rischio di una guerra e portato a un disarmo generale.
I favorevoli argomentarono inoltre che la Società delle Nazioni sarebbe sicuramente stata fondata anche senza la partecipazione della Svizzera e che con il tempo avrebbe incluso gran parte dell’umanità e delle nazioni, tra cui gli Stati neutrali. Nell’intento di raccogliere anche i favori dei deputati di sinistra, i sostenitori fecero inoltre valere che la Società delle Nazioni si sarebbe impegnata per migliorare le condizioni di vita e di lavoro e che avrebbe tenuto conto anche delle rivendicazioni sociali.
I sostenitori della Società delle nazioni non poterono evitare di affrontare la delicata questione della neutralità. Dato che la Svizzera avrebbe dovuto partecipare per lo meno alle sanzioni economiche adottate dall’organizzazione, nel suo messaggio il Consiglio federale presentò un concetto che prevedeva una forma di neutralità più flessibile, la cosiddetta «neutralità differenziale». In generale i fautori negavano che un’adesione alla Società delle Nazioni avrebbe messo in pericolo l’indipendenza del Paese. Argomentavano che con l’adesione la neutralità svizzera avrebbe ottenuto un riconoscimento formale al più alto livello. La neutralità non doveva però essere intesa come principio rigido, ma doveva essere adattata alle circostanze. Rammentarono che in realtà si era giunti a una situazione di questo tipo già durante la Grande guerra, periodo in cui si era potuto conservare soltanto la neutralità militare ma non quella economica. A loro parere se la Svizzera non fosse entrata a far parte dell’organizzazione avrebbe corso il pericolo di perdere la sua buona reputazione e la sua posizione a livello internazionale.
Consapevoli dell’importanza dei criteri economici per la formazione delle opinioni, i sostenitori sottolinearono anche i rischi di una mancata adesione. Misero in guardia contro il pericolo di autoisolamento della Svizzera e delle conseguenze negative che ciò avrebbe comportato dal punto di vista dello sviluppo economico. In caso di adesione la Svizzera avrebbe invece potuto continuare a beneficiare delle vie di comunicazione e di commercio aperte.
I rappresentanti della maggioranza citarono come conseguenza concreta di una mancata adesione il rischio che Ginevra, contrariamente a quanto si stava delineando, non venisse scelta come sede dell’organizzazione. Avvertirono inoltre che un rifiuto avrebbe potuto rendere ancora più profonda la frattura tra Svizzera romanda e Svizzera tedesca creatasi già durante la Grande guerra. Infine sottolinearono che, pur non essendo ancora perfetta, la Società delle Nazioni avrebbe potuto con il tempo essere riformata. Tuttavia, soltanto diventando membro dell’organizzazione si avrebbe potuto proporre miglioramenti e partecipare alla loro realizzazione. Infine, se necessario la Svizzera avrebbe comunque sempre avuto la possibilità di ritirarsi dalla Società delle Nazioni.
Replica dei contrari all’adesione
I contrari all’adesione incentrarono le loro argomentazioni sulla delicata questione della neutralità. La rigorosa neutralità costituiva secondo loro un modello di successo che in passato aveva preservato la Svizzera da molte calamità. Seguendo il consiglio di Nicolao della Flüe di non immischiarsi negli affari altrui la Svizzera aveva fatto la cosa giusta per il suo benessere. In caso di adesione alla Società delle Nazioni l’imparzialità e la neutralità non avrebbero più potuto essere manutenute: in quanto Stato membro della Società delle Nazioni e quindi tenuta a partecipare alle sanzioni, in caso di conflitto internazionale la Svizzera sarebbe stata percepita come parte in causa.
Gli scettici non vedevano nella Società delle Nazioni un’organizzazione a favore della pace, piuttosto un’unione tra le potenze uscite vittoriose dalla Grande Guerra volta a garantire loro a lungo termine la posizione appena conquistata sullo scacchiere internazionale. Ritenevano che l’organizzazione contraddicesse il principio della parità di diritti tra gli Stati e che tale associazione di Stati non si basasse sulla giustizia, ma su una politica egemonica. Il rischio di guerre future sarebbe aumentato, piuttosto che diminuito.
Nella loro campagna i contrari ricordarono inoltre che le proposte avanzate dalla Svizzera non erano state prese in considerazione. Questo era per loro un esempio che dimostrava come in futuro l’influenza della piccola Svizzera all’interno della Società delle Nazioni sarebbe stata minima. L’organizzazione sarebbe stata gestita dalle cinque principali potenze che sedevano nel Consiglio e all’interno dell’Assemblea la Svizzera avrebbe disposto di un solo voto sui 50-60 disponibili.
I contrari negavano inoltre che l’adesione avrebbe portato vantaggi economici, sottolineando che nemmeno il Consiglio federale ne aveva fatto menzione nel suo messaggio.
A queste argomentazioni contro l’adesione avanzate principalmente da politici dell’area conservatrice- borghese, si aggiunsero quelle specifiche dei socialisti i quali dipingevano la Società delle Nazioni come una struttura capital-imperialista il cui unico scopo era quello di mantenere il più a lungo possibile un ordine sociale capitalista, secondo loro destinato a sparire. Essa costituiva una alleanza reazionaria diretta in particolare contro i movimenti rivoluzionari di emancipazione come la rivoluzione russa.
Nemmeno i socialisti consideravano la Società delle Nazioni un progetto a favore della pace: le cause all’origine delle guerre, segnatamente l’eliminazione della concorrenza straniera e la conquista di nuovi mercati, non sarebbero state soppresse ma piuttosto incentivate. Secondo loro erano i grandi capitali a guidare la Società delle Nazioni e non i rappresentanti eletti del Popolo. Solo quando il socialismo si sarebbe affermato completamente, un’organizzazione sovranazionale sarebbe stata in grado di assicurare la comprensione tra i popoli e la pace.
Approvazione con la clausola detta «americana»
Dopo un lungo dibattito di entrata in materia, in cui numerose argomentazioni vennero ribadite, approfondite e precisate con esempi, si procedette ai voti. Le proposte di minoranza che si opponevano all’adesione per ragioni di principio o per motivi specifici vennero respinte con maggiore chiarezza di quanto la lunghezza e l’intensità dei dibattiti avrebbero fatto presagire: con 124 voti contro 45 il Consiglio nazionale decise a larga maggioranza di entrare in materia sul progetto.
In seguito, la Camera bassa supportata dal Consiglio federale, adottò quasi all'unanimità un’aggiunta che avrebbe avuto conseguenze ben più pesanti di quanto la maggior parte si sarebbe aspettata. Secondo la nuova disposizione la votazione popolare si sarebbe tenuta solo dopo l’adesione delle cinque potenze principali alla Società delle Nazioni. Questa clausola venne detta «americana» dato che dall’altra parte dell'Atlantico, negli Stati Uniti, l’adesione era ancora in forse. I sostenitori ritennero tuttavia che gli Stati Uniti avrebbero finito per aderire alla Società delle Nazioni essendo il presidente statunitense Wilson uno dei suoi promotori. A loro avviso l’introduzione della clausola «americana» avrebbe aumentato le opportunità di successo alle urne. Per i contrari la clausola costituiva invece un’ulteriore opportunità per impedire l’adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni.
La clausola «americana» venne adottata all’unanimità dal Consiglio nazionale. Nella votazione sul complesso i rapporti di forza tra gli oppositori e i favorevoli all’adesione tornarono a manifestarsi: il decreto federale venne accolto a larga maggioranza (128 voti contro 43). Nella votazione finale del 21 novembre 1919 i rapporti di voto furono simili con 86 favorevoli e 30 contrari, anche se con molte più assenze e astensioni. Il Consiglio degli Stati, che aveva dibattuto meno a lungo sul progetto, lo accolse con 23 voti contro 6.
Secondo dibattito con condizioni mutate
Il 10 gennaio 1920 la Società delle Nazioni vide la luce: in Svizzera, ma senza la Svizzera. Ginevra riuscì infatti ad imporsi come sede anche se il nostro Paese non aveva ancora aderito all’organizzazione. Nella primavera del 1920 si tenne il decisivo ciclo di dibattiti in Parlamento su un’eventuale adesione. Nel frattempo però la situazione in Svizzera era radicalmente cambiata essenzialmente per i seguenti tre motivi.
In primo luogo, il sistema di voto proporzionale comportò un profondo cambiamento nella composizione del Consiglio nazionale. I radiali persero oltre un terzo dei loro seggi, e pertanto anche la maggioranza assoluta, mentre i socialisti riuscirono a più che raddoppiare i propri parlamentari. In Parlamento entrò inoltre una nuova forza politica, il partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi (PAB, oggi UDC) che conquistò subito 25 seggi.
In secondo luogo, negli Stati Uniti il Senato bocciò la ratifica del Patto della Società delle Nazioni rendendo così di fatto impossibile l’adesione della Svizzera senza soppressione della clausola «americana».
In terzo luogo, nei negoziati con la Società delle Nazioni, la Svizzera ottenne il riconoscimento della neutralità differenziale: in caso di adesione avrebbe dovuto partecipare solo alle sanzioni economiche ma non a quelle militari.
In questo mutato contesto, alla fine di febbraio e all’inizio di marzo 1920 si svolse il decisivo ciclo di dibattiti alle Camere. Si trattava di decidere se stralciare la clausola «americana» e permettere quindi alla Svizzera di aderire alla Società delle Nazioni indipendentemente dalla presenza degli Stati Uniti quali Stato membro. In vista della probabile votazione popolare, le discussioni furono ancora più animate rispetto alle precedenti. Entrambe le fazioni riproposero le argomentazioni di principio avanzate in occasione del primo dibattito. La presenza di molti nuovi deputati e il mutato contesto fecero però sì che vennero fissate anche altre priorità e considerati nuovi aspetti.
Due linee argomentative della minoranza
La minoranza, composta dai contrari all’adesione, non designò alcun relatore per il secondo dibattito in Consiglio nazionale dato che i parlamentari di questa frazione, in parte per motivi diversi, erano contrari all’adesione. A prendere la parola furono tra gli altri il cattolico conservatore Alfons von Streng, Rudolf Arnold Gelpke del PAB e il socialista Friedrich Schneider. Da ultimo si espresse anche Robert Grimm che aveva appena scontato una condanna a sei mesi di carcere per aver partecipato all’organizzazione dello sciopero generale. Nel Consiglio degli Stati la posizione di minoranza contraria all’adesione venne difesa dal cattolico- conservatore Friedrich Brügger.
I contrari non mancarono di rimarcare l’assenza degli Stati Uniti. Mancando questa grande potenza negarono il carattere sovranazionale dell’organizzazione. Per loro andava piuttosto considerata come un’alleanza tra poteri che avrebbe presto causato l’emergenza di un raggruppamento di Stati antagonista. Ricordarono inoltre anche le parole del consigliere federale Calonder il quale durante i dibattiti del novembre 2019 aveva dichiarato che il progetto sarebbe stato sottoposto al voto del Popolo unicamente se tutti i grandi poteri avessero aderito alla Società delle Nazioni.
Sottolinearono inoltre l’assenza di precedenti storici per tali associazioni tra Stati completamente diversi tra di loro, con sistemi politici e popoli estremamente differenti. Oltre a mettere in pericolo la comprovata neutralità, l’adesione avrebbe comportato la perdita dell’indipendenza dello Stato e del sentimento di appartenenza nazionale, provocando uno sradicamento generale.
Agli indecisi, i contrari ricordarono che la Svizzera avrebbe potuto aderire alla Società delle Nazioni in un secondo momento se, col tempo, la sua struttura fosse diventata più democratica e se, contro ogni aspettativa, l’organizzazione avesse dimostrato il suo valore. Consideravano un mero bluff il monito dei favorevoli secondo cui una mancata adesione avrebbe comportato conseguenze economiche e un isolamento sul piano internazionale.
Ancora una volta, il partito socialista, notevolmente rafforzatosi in Parlamento, seguì – almeno in parte – una propria linea argomentativa. Oltre alle rinnovate critiche allo scopo capitalistico della Società delle Nazioni, biasimò la struttura dell’organizzazione che riteneva non fondata su principi democratici e di equità; vi erano piuttosto Stati membri di prima, di seconda e di terza categoria. La riprovevole pratica dei trattati segreti e della diplomazia segreta non sarebbe stata messa da parte ma anzi incoraggiata. Rifiutandosi di aderire alla Società delle Nazioni così come era concepita la Svizzera avrebbe invece potuto rafforzare la propria posizione morale sul piano internazionale. Infine, anche i socialisti sostennero che la Società delle Nazioni servisse a mantenere intatto il «bottino» di guerra delle potenze uscite vittoriose dal conflitto mondiale appena conclusosi.
Motivazione della proposta di maggioranza
A prendere la parola per il campo dei favorevoli furono, in Consiglio nazionale, il relatore della commissione Robert Forrer (radicale) e di nuovo Aloïs de Meuron (liberale); alla Camera alta fu invece il radicale Peter Isler a esprimersi. Giuseppe Motta, capo del Dipartimento politico (ora DFAE) e Edmund Schulthess, capo del Dipartimento dell’economia (ora DEFR), difesero invece la posizione favorevole del Consiglio federale.
In merito alla clausola «americana» i favorevoli cercarono di minimizzare l’importanza della mancata adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni. Si dissero inoltre convinti che gli USA avrebbero fatto questo passo in un secondo momento. La loro argomentazione principale restò quella legata al bilancio tra vantaggi e svantaggi, a loro avviso chiaramente a favore di un’adesione. Precisarono inoltre che non sarebbe stato possibile beneficiare dei vantaggi della nuova organizzazione mondiale senza assumersi degli obblighi. La Svizzera avrebbe certamente dovuto fare alcune concessioni per quanto riguarda la sua neutralità economica; tuttavia anche senza una sua adesione alla Società delle Nazioni non avrebbe potuto rimanere completamente imparziale in caso di conflitto internazionale.
I favorevoli rammentarono nuovamente i nobili obiettivi perseguiti dall’organizzazione sovranazionale. Videro nella creazione della Società delle Nazioni una logica evoluzione delle relazioni tra gli Stati. Il consolidamento dello Stato di diritto a livello internazionale che avrebbe portato con sé una tale organizzazione sarebbe stato anche nell’interesse della Svizzera e avrebbe costituito la miglior protezione per la sua neutralità. Nelle loro argomentazioni portarono come esempio i molti altri Stati che, seppur fieri della loro indipendenza, avevano comunque aderito alla Società delle Nazioni. Mutatis mutandis questo ragionamento si applicava anche alla Confederazione: essa stessa era costituita da Cantoni e regioni molto differenti tra loro. La Costituzione federale dal canto suo permetteva ai Cantoni di mantenere le proprie peculiarità. Esattamente in questo modo funzionava la Società delle Nazioni con diversi Stati membri che non dovevano sacrificare le loro specificità e caratteristiche. Il principio dell’unanimità vigente all’interno del Consiglio garantiva anche ai piccoli Stati la possibilità di avere voce in capitolo.
I favorevoli fecero ricorso anche a moniti: in caso di mancata adesione la Svizzera avrebbe rischiato la condanna internazionale e l’isolamento sul piano commerciale. E successivamente si sarebbe trovata a dover elemosinare un’adesione.
La decisione del Parlamento
Gli ampi dibattiti terminarono il 3 marzo 1920 in Consiglio nazionale e il 5 marzo 1920 in Consiglio degli Stati. Dopo le intense discussioni, furono le cifre a parlare. Come in precedenza il campo dei favorevoli uscì chiaramente vittorioso: la proposta di maggioranza fu infatti accolta in Consiglio nazionale con 115 voti contro 55, in Consiglio degli Stati con 30 voti contro 6.
Tutti i gruppi parlamentari, fatta accezione per quello socialista, votarono chiaramente a favore della proposta di maggioranza. La proposta di minoranza accolse invece il favore di 37 dei 41 consiglieri nazionali socialisti. Due terzi dei contrari all’adesione erano quindi composti da deputati di questa area. La proposta di minoranza fu inoltre votata da 8 cattolici-conservatori (su 41), 2 consiglieri nazionali del PAB (su 25) e 4 radicali (su 61).
Campagna in vista della votazione popolare e responso alle urne
Benché i contrari dell’area conservatrice si fecero maggiormente sentire durante le discussioni extraparlamentari in vista della votazione popolare rispetto a quanto avevano fatto nei dibattiti in Parlamento, le fazioni dei favorevoli e dei contrari rimasero in ogni caso molto eterogenee e non rispecchiarono la tradizionale divisione tra destra e sinistra. Nell’intensa campagna e nei rispettivi comitati, per i favorevoli si mobilitarono numerosi liberali e radicali, non pochi conservatori e alcuni membri della sinistra. A favore del «sì» erano anche la maggior parte dei rappresentanti dei contadini, spinti dall’entusiasmo del segretario dell’Unione svizzera dei contadini Ernst Laur. Sul capo opposto si trovavano numerosi conservatori, come ad esempio l’ex capo del servizio di Stato maggiore generale Theophil Sprecher von Bernegg, numerosi socialisti, alcuni radicali e diversi indipendenti. Tra i principali sostenitori del «no» vi era infine anche lo scrittore Konrad Falke che in seguito fu tra i primi a combattere il nazismo.
Anche l’Associazione svizzera per il suffragio femminile (ASSF) pubblicò una serie di manifesti sulla votazione. Non contenevano raccomandazioni di voto ma denunciavano il fatto che lo scrutinio fosse riservato alla parte maschile della popolazione.
In occasione della votazione popolare del 16 maggio 1920 gli elettori si pronunciarono a favore dell’adesione alla Società delle Nazioni con 416 870 voti contro 323 719, corrispondente a una maggioranza del 56,3 per cento. La maggioranza dei Cantoni fu raggiunta di misura (11,5 Cantoni contro 10,5). La partecipazione al voto fu del 77,5 per cento. Il cosiddetto Röstigraben emerse chiaramente: nonostante il progetto venne bocciato nella Svizzera tedesca, passò alle urne grazie all’ampio sostegno riscosso nella Svizzera romanda e in Ticino.
Fallimento della Società delle Nazioni
Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni nemmeno più tardi. Nel 1924/25 l’Assemblea dell’organizzazione venne presieduta dal consigliere federale Giuseppe Motta. Sin dall’inizio, il Consiglio federale fu sottoposto a pressioni politiche interne in relazione alle richieste della Società delle Nazioni in materia di diritti di transito, partecipazione a sanzioni ecc. La sua politica in materia diventò pertanto sempre più prudente e cauta.
Di fronte al peggioramento della situazione internazionale, la Svizzera abbandonò il principio della neutralità differenziale e, con l’approvazione del Consiglio della Società delle Nazioni, tornò al regime del 14 maggio 1938, ovvero alla neutralità integrale. Non era dunque più vincolata a partecipare alle sanzioni economiche dell’organizzazione.
La stessa Società delle Nazioni, nonostante alcuni risultati positivi, aveva ormai perso molto del suo prestigio e della sua credibilità non essendo stata in grado di prevenire i conflitti tra gli Stati e all’interno degli stessi. Alla fine fallì anche nel suo obiettivo principale, evitare un’altra grande guerra. Il 31 luglio 1947, alcuni anni dopo che de facto aveva perso tutto il suo significato, la Società delle Nazioni fu formalmente sciolta.
Sebbene l’adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni non portò alla fine della Confederazione Svizzera, come era stato preconizzato da alcuni contrari all’adesione durante la campagna per la votazione, l’esperienza in seno all’organizzazione fu nel complesso considerata negativamente. Questo vissuto contribuì notevolmente alla mancata adesione della Svizzera nel 1945 all’organizzazione che le è succeduta – l’ONU – e spiega anche lo scettiscismo che regnerà ancora per decenni tra la popolazione nei confronti delle alleanze sovranazionali tra Stati.
Fonti
Bollettino ufficiale (dell’Assemblea federale), 1919, Consiglio nazionale, Vol. V, pag. 759-955, 1000-1004; Consiglio degli Stati, Vol. V, pag. 554-626; 1920, Consiglio nazionale, Vol. I, pag. 231-319; Consiglio degli Stati, Vol. I, pag. 13-46; 1920. In tedesco. https://www.amtsdruckschriften.bar.admin.ch ;
Botschaft des Bundesrates an die Bundesversammlung betreffend die Frage des Beitrittes der Schweiz zum Völkerbund vom 4. August 1919, Berna 1919. In tedesco.
https://www.amtsdruckschriften.bar.admin.ch/detailView.do?id=10082154#1
Zala, Sacha; Perrenoud Marc (Hrsg.): La Suisse et la construction du multilatéralisme, Bd. 2, Documents diplomatiques suisses sur l'histoire de la Société des Nations 1918-1946, Bern 2019 https://www.dodis.ch/q14
Zusatzbotschaft des Bundesrates an die Bundesversammlung betreffend die Frage des Beitritts der Schweiz zum Völkerbund. (del 17.02.1920.). In tedesco.
https://www.amtsdruckschriften.bar.admin.ch/detailView.do?id=10082361#1
Bibliografia
Burnard, Frédéric: Vor 100 Jahren: Die Schweiz, der Völkerbund und die bolschewistische Hypothek, in: swissinfo.ch, 28.06.2019,
https://www.swissinfo.ch/ger/schweiz-voelkerbund-bolschewismus-100-jahre/45058052 .
Moos, Carlo: Ja zum Völkerbund – Nein zur UNO. Die Volksabstimmungen von 1920 und 1986 in der Schweiz, Zürich 2001.
Koller, Christian: Vor 100 Jahren – Die Schweiz tritt dem Völkerbund bei, in: Sozialarchiv, 15.01.2020,
https://www.sozialarchiv.ch/2020/01/15/vor-100-jahren-die-schweiz-tritt-dem-voelkerbund-bei/ .
Fleury, Antoine: Société des Nations (SdN) in: Historisches Lexikon der Schweiz (HLS), Version vom 15.04.2020,
https://hls-dhs-dss.ch/fr/articles/026468/2015-04-15/ .
Ruffieux, Roland: L’entrée de la Suisse dans la Société des Nations: Analyse d’une décision, in: Schweizerische Zeitschrift für Geschichte, 11/1961, S. 157-192.
Wehrli, Christoph: Zwiespalt des Neutralen im Völkerbund, in: Neue Zürcher Zeitung, 15.10.2019.