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Autor
Pascal Wagner-Egger è lettore e condirettore dell’unità di Psicolinguistica e psicologia sociale applicata dell’Università di Friburgo. <email-pii>.
La psicologia sociale esplora da sempre gli effetti che l’appartenenza a un gruppo sociale ha sui comportamenti individuali che stanno alla base di ciò che chiamiamo razzismo. Perché e in che modo queste basi sono radicate nel nostro funzionamento psicologico e sociale? Perché il razzismo è così difficile da combattere?
Il razzismo si basa innanzitutto sul processo psicologico di categorizzazione, che avviene in tutti gli ambiti della psicologia. Per esempio, la percezione visiva è considerata dalla ricerca come il risultato di un processo di categorizzazione. Senza categorizzazione, il nostro cervello non potrebbe elaborare tutte le informazioni che riceve dall’ambiente. Si pensi, per esempio, ai fili d’erba di un prato: se il nostro cervello li analizzasse tutti uno per uno, la nostra specie sarebbe già scomparsa dalla faccia della Terra, morta di fame o vittima di un predatore; invece, percepiamo che c’è un unico oggetto che chiamiamo «prato», dopodiché passiamo all’esplorazione dell’ambiente. Il concetto di prato è una semplificazione molto utile, ma può anche essere fuorviante: per esempio, può impedirci di differenziare le diverse varietà di erbe che vi crescono o ancora di distinguere dove esattamente finisce il prato e dove inizia il bosco. Lo stesso vale per le categorie sociali (di persone): ci sono, per esempio, due gruppi che possono essere grossolanamente denominati «gli Svizzeri» e «i Francesi», ma non esiste una chiara linea di demarcazione tra le due categorie. Le persone con doppia nazionalità appartengono a entrambi i gruppi? Quelle che vivono da tempo in Svizzera ma non hanno la cittadinanza sono considerate svizzere? O ancora, qual è la definizione esatta di nazionalità? Come accade per il giorno e la notte, vi sono molte differenze visibili, ma mancano confini chiari tra le due cose. Così, in virtù della semplificazione dell’ambiente prodotta, ogni forma di categorizzazione è indispensabile e utile ma soggetta all’errore, soprattutto quando si passa dagli oggetti alle persone, dato che gli individui sono molto più diversi tra loro dei fili d’erba di un prato…
Tra i primi studi quantitativi di psicologia sociale troviamo quello condotto nel 1933 da Katz e Braly sugli stereotipi sociali. Gli stereotipi possono essere considerati come teorie della personalità implicite o ingenue, ossia non scientificamente provate, relative a gruppi di persone definiti attraverso la categorizzazione sociale, indipendentemente dal fatto che si tratti dei gruppi ai quali apparteniamo (endogruppi, p. es. «gli Svizzeri sono puntuali») o di quelli ai quali non apparteniamo (esogruppi, p. es. «gli Italiani sono esuberanti»). Questi stereotipi possono essere positivi, come negli esempi citati, o negativi («gli Svizzeri sono noiosi», «gli Italiani sono chiacchieroni»). In parte, è possibile distinguerli dagli atteggiamenti o dai pregiudizi: negli stereotipi è più presente una componente cognitiva – o informativa – mentre negli atteggiamenti o nei pregiudizi prevale una componente più valutativa («mi piacciono/non mi piacciono gli X»).
Una prima caratteristica degli stereotipi è la loro esagerazione. Innanzitutto, alcuni stereotipi possono nella migliore delle ipotesi avere un «fondo di verità», ma questo fondo di verità viene molto facilmente esagerato nelle rappresentazioni. Per esempio, la Svizzera detiene il record mondiale di consumo di cioccolato con 10,5 chilogrammi pro capite all’anno. Lo stereotipo che si crea partendo da questa realtà è che tutti o la maggior parte degli Svizzeri amano il cioccolato mentre per gli abitanti degli altri Paesi è vero il contrario. Tuttavia, questo primo posto in classifica può benissimo rappresentare una (forte) minoranza di Svizzeri e la differenza rispetto ad altri gruppi (come i Tedeschi, con un consumo pro capite annuo di 9,2 kg) è ben lungi dal porsi in termini di tutto o niente. In secondo luogo, alcuni stereotipi, come «i ragazzi sono più aggressivi delle ragazze», possono avere un fondo di verità ma, oltre al fatto che questa differenza riguarda una minoranza – la maggioranza dei ragazzi e delle ragazze è indistinguibile dal punto di vista dell’aggressività –, si tratta in gran parte se non del tutto di un costrutto sociale. Come attestano le differenze nei giocattoli e nell’educazione in generale, gli stereotipi culturali portano i ragazzi e le ragazze ad assumere questo o quel comportamento. In un terzo scenario, il fondo di verità non esiste e lo stereotipo è semplicemente falso, per esempio quello delle bionde, oppure ha una base di verità apparente ma non reale, come quello secondo cui gli stranieri sono delinquenti. Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, in Svizzera gli stranieri, che costituiscono il 20 per cento della popolazione, rappresentano il 50 per cento degli autori di crimini. Lo stereotipo che nasce da una lettura ingenua di queste cifre (ampiamente ripresa dall’estrema destra nazionale) dice che gli stranieri delinquono più degli Svizzeri, ma questa è una conclusione sbagliata dovuta a un errore statistico che consiste nel confrontare la popolazione straniera con quella svizzera, senza considerare che la prima è molto più giovane, maschile e di bassa condizione sociale, tre fattori che aumentano il rischio di delinquenza. Per confrontare correttamente le percentuali, bisogna selezionare un campione di popolazione svizzera con le stesse caratteristiche demografiche e in tal caso il tasso di stranieri che commettono reati scende al 20 per cento.
Sebbene siano il più delle volte sbagliati quando vengono applicati a un determinato individuo appartenente a un gruppo, gli stereotipi sono comunque utili per la categorizzazione sociale, nella misura in cui semplificano l’ambiente permettendoci di avere aspettative (anche se spesso false) sul comportamento altrui, il che può darci un senso di padronanza e controllo importante per la nostra vita mentale. Un’altra funzione degli stereotipi è quella di giustificare le disparità sociali e la discriminazione, ossia la componente comportamentale del razzismo: pensare che gli stranieri siano delinquenti giustifica il fatto di votare a favore di politiche restrittive e discriminatorie.
Un’altra caratteristica insidiosa degli stereotipi è quella di avere effetti impliciti e inconsci. Nel 1989, Devine ha per esempio mostrato che negli Stati Uniti le persone nelle quali era stato inconsciamente attivato lo stereotipo negativo sui neri (attraverso la proiezione subliminale di parole a esso associate come «nigger» o «poor») giudicavano un individuo neutro più negativamente rispetto a quelle nelle quali tale stereotipo non era stato attivato (proiezione subliminale di parole neutre, come «water» o «number»). Inoltre, l’uso di stereotipi è un segno di pigrizia mentale: aumenta quando abbiamo meno tempo per giudicare qualcuno e nelle persone che hanno una visione semplicistica del mondo (disagio con l’ambiguità, preferenza per l’ordine, le situazioni prevedibili e le decisioni rapide, rifiuto della rimessa in discussione). Gli stereotipi sono anche molto difficili da correggere, dato che i controesempi (per quanto numerosi) sono spesso interpretati come eccezioni. Inoltre, tendono molto subdolamente ad avverarsi per il semplice fatto che qualcuno ci crede, anche se non sono veri, in virtù del fenomeno della cosiddetta profezia autorealizzante: immaginate un responsabile delle risorse umane che ha pregiudizi (errati) su qualsiasi competenza possano avere gli stranieri che si candidano per un posto di lavoro. Durante il colloquio si mostrerà, involontariamente o no, meno caloroso e più sospettoso con loro che con gli altri candidati. Dal canto loro, i candidati stranieri appariranno più a disagio, meno simpatici ecc., cosa che il responsabile delle risorse umane non mancherà di notare e che lo porterà a concludere con un «Lo sapevo!», mentre è naturalmente la falsa credenza iniziale, solo apparentemente «confermata» durante il colloquio, che ha provocato la sua stessa conferma. Gli stereotipi possono quindi essere modificati soltanto a lungo o addirittura a lunghissimo termine, come è accaduto per quelli sui neri negli Stati Uniti: grazie a politiche egualitarie di lungo corso – peraltro non ancora concluse – la loro negatività è ampiamente diminuita a partire dagli anni 1930, ma alcune disparità permangono.
Numerosi studi di psicologia sociale hanno anche dimostrato che, separando in due gruppi persone che non si conoscono, la maggioranza tende a favorire i membri del proprio gruppo, anche senza interagire, per esempio attribuendo loro un punteggio leggermente più alto. Inoltre, i gruppi più in alto nella gerarchia sociale discriminano maggiormente quelli più in basso, che a loro volta possono interiorizzare la discriminazione. Il meccanismo di favoritismo per l’endogruppo si osserva a tutti i livelli: nella rivalità tra i quartieri di una città (specialmente tra i tifosi di calcio), tra villaggi, città e Paesi vicini ecc.
Nella psicologia sociale, il razzismo «tradizionale» è generalmente definito come il rifiuto degli esogruppi considerati minacciosi fondato su credenze circa la loro inferiorità genetica. Al riguardo, sono state identificate due sottodimensioni correlate: «minaccia e rifiuto» (p. es. «gli X appartengono a una razza meno capace degli Y»), e «intimità» (rifiuto di avere contatti nella vita intima, in famiglia, sul posto di lavoro ecc. con persone appartenenti alla razza X). Questa definizione rimanda ai processi descritti sopra (categorizzazione sociale, stereotipi e meccanismo di favoritismo per l’endogruppo), ma con in più l’idea di essenzialismo, ossia l’attribuzione di una proprietà o di un meccanismo insiti nelle categorie che ne costituiscono l’«essenza» (come il «sangue» o i «geni»). Fortunatamente, dalla fine del secolo scorso, i sondaggi hanno evidenziato un calo dell’adesione a questo razzismo tradizionale.
Gli psicologi sociali si sono chiesti se questo calo fosse dovuto a una reale diminuzione del razzismo o, almeno in parte, all’adozione a partire dagli anni 1960 di leggi antirazziste negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei (in Svizzera, negli anni 1990). In quest’ottica, hanno individuato nuove forme di razzismo cosiddette «moderne», comprovatamente discriminatorie, che hanno in comune il fatto di essere più difficili da riconoscere, più indirette e più sottili. Tra queste, (1) il razzismo simbolico si riferisce all’occultamento del razzismo agli occhi altrui – emblematica al riguardo, la famosa frase «non sono razzista, ma ...» – da parte di coloro che, per esempio, ritengono ingiustificate le attuali rivendicazioni dei neri negli Stati Uniti o votano candidati bianchi adducendo che è una questione di competenze. (2) Il razzismo ambivalente-amplificato descrive la coesistenza in uno stesso individuo di sentimenti positivi e negativi attivati a dipendenza del contesto: per esempio, i sentimenti negativi razzisti vengono mobilitati in una competizione, ma non in un contesto di aiuto umanitario. (3) Il razzismo avversivo consiste nell’occultamento del razzismo a sé stessi, ossia in una forma inconscia di razzismo nella quale gli atteggiamenti negativi vengono espressi soltanto se possono essere attribuiti a un altro fattore (p. es. nelle assunzioni una palese discriminazione può essere attribuita a una presunta mancanza di competenze). Studi condotti al riguardo con metodi recenti e impliciti hanno dimostrato che anche le persone antirazziste conoscono gli stereotipi negativi razzisti e che di conseguenza nessuno è immune al razzismo. Uno dei metodi utilizzati è il test di associazione implicita (Implicit Association Test, IAT), che consiste nel chiedere alle persone di classificare il più velocemente possibile in due categorie, per esempio, foto di volti di neri e di bianchi e di fare lo stesso per una serie di aggettivi positivi e negativi utilizzando gli stessi due pulsanti. Invertendo i pulsanti assegnati (nero-positivo, nero-negativo, bianco-positivo, bianco-negativo), la ricerca ha mostrato che i partecipanti bianchi tendevano a essere più veloci quando lo stesso pulsante designava le caratteristiche «nero-negativo» e «bianco-positivo», anche se non sostenevano esplicitamente opinioni razziste. (4) Il razzismo regressivo postula che le idee egualitarie moderne vengono demolite da situazioni di stress che fanno regredire le persone a comportamenti discriminatori. (5) Il razzismo sottile è caratterizzato dall’esagerazione delle differenze culturali tra il gruppo di appartenenza e le minoranze etniche discriminate, dalla difesa dei valori tradizionali del proprio Paese contro le usanze straniere e dall’attribuzione di emozioni positive al solo gruppo di appartenenza («non odio gli X più degli Y, ma gli Y mi piacciono più degli X»), aspetti, questi, che sono stati osservati in un’ampia indagine condotta nell’Unione europea. Infine, (6) il razzismo mascherato è stato riscontrato tra le persone che, nei sondaggi, negano l’esistenza del razzismo nel loro Paese.
Questa panoramica del razzismo e dei suoi antecedenti nella psicologia sociale mostra come le basi psicologiche e sociali del razzismo siano profondamente radicate nei nostri modi «normali» di pensare e di comportarci. Tutti questi meccanismi, ossia categorizzazione sociale, stereotipi e meccanismo di favoritismo per l’endogruppo, anche se appresi culturalmente, sono stati sviluppati per sopravvivere in un mondo ostile nel corso delle centinaia di migliaia di anni in cui gli esseri umani sono stati cacciatori-raccoglitori (solidarietà endogruppo e odio esogruppo sono d’altronde comportamenti di branco rilevabili in molti animali sociali) ed è facile intuire come costituiscano le basi del razzismo. Tuttavia, per quanto siano il risultato di processi lunghi e difficili da modificare e costituiscano un terreno scivoloso per la nostra mente e il nostro comportamento sociale – come si può troppo facilmente osservare in Internet, dove sono coperti dall’anonimato – la ricerca mostra che attraverso l’educazione e la riflessione consapevole possiamo combatterli. Per esempio, è possibile incoraggiare le persone a «ricategorizzare» il proprio endogruppo pensando sé stesse non soltanto come cittadine di un determinato Paese, bensì come esseri umani, oppure «decategorizzare» (o «individualizzare») le persone e constatare che tutti i membri di un gruppo sono diversi, contrariamente a ciò che la categorizzazione e gli stereotipi inducono a pensare. Anche il contatto intergruppo – che le moderne società multirazziali renderanno sempre più frequente con gran dispiacere di alcuni ambienti conservatori –, se attuato in un contesto positivo e non competitivo, può ridurre le ostilità tra i gruppi. Infine, gli aspetti automatici e impliciti degli stereotipi e del razzismo possono essere combattuti con una delle più potenti scoperte umane: la conoscenza. Scoprendo l’esistenza di questi processi, possiamo inibirli consapevolmente, combatterli nei nostri ragionamenti quotidiani e incoraggiare i nostri simili a fare altrettanto attraverso un lavoro di sensibilizzazione. In effetti, mentre la conoscenza degli stereotipi e i loro effetti impliciti possono essere misurati in (quasi) ciascun individuo, il razzismo – tradizionale o moderno che sia – diminuisce, per esempio, man mano che ci si sposta a sinistra dello spettro politico, a dimostrazione che, benché sia difficile sfuggirgli completamente, non è inevitabile.
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