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I server degli Stati Uniti non sono un "approdo sicuro", per questo gli Stati membri dell'Unione Europea possono trattenere i dati personali dei cittadini europei che transitano su Facebook.
È la conclusione a cui è arrivato l'avvocato generale della Corte di Giustizia Ue, Yves Bot, che si è pronunciato sulla causa di un utente austriaco iscritto al social network di Mark Zuckerberg.
Un pronunciamento che sovverte la decisione della Commissione europea e potrebbe aprire un caso come è stato per Google e il diritto all'oblio e costituire un precedente anche per altre aziende tecnologiche d'Oltreoceano. "Operiamo nel rispetto della legge Ue sulla protezione dei dati, attendiamo il testo della sentenza", spiega un portavoce di Facebook.
Tutto nasce dal caso di Maximillian Schrems, un cittadino austriaco iscritto a Facebook dal 2008. Come accade per gli altri utenti che risiedono nell'Unione, i dati forniti da Schrems al social network sono trasferiti dalla filiale irlandese della società a server situati negli Usa, dove sono conservati. Schrems ha presentato una denuncia all'autorità irlandese per la protezione dei dati personali ritenendo che, alla luce delle rivelazioni del 2013 di Edward Snowden sull'attività dei servizi d'intelligence dell'Nsa, il diritto e le prassi statunitensi non offrano alcuna reale protezione contro il controllo dello Stato americano sui dati trasferiti.
L'autorità irlandese ha però respinto la denuncia invocando una decisione della Commissione Ue del 26 luglio 2000: nel contesto del cosiddetto regime di "approdo sicuro" (safe harbour), per Bruxelles gli Usa garantiscono un livello adeguato di protezione dei dati personali. A quel punto la palla è passata all'Alta Corte di giustizia irlandese che ha chiesto alla Corte di giustizia Ue se la decisione della Commissione europea non limiti l'azione di un'autorità nazionale che voglia indagare su una denuncia di un cittadino che ritiene i suoi dati a rischio.
E l'avvocato generale della Corte, Yves Bot, le cui conclusioni quasi sempre rispecchiano le sentenze, è convinto che il rischio sia più che fondato. Bot reputa che "l'accesso dei servizi di intelligence americani ai dati trasferiti costituisca un'ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata e nel diritto alla protezione dei dati a carattere personale". Quindi, ad avviso dell'avvocato generale, la Commissione avrebbe dovuto sospendere l'applicazione della decisione e ritiene che questa "non impedisce alle autorità nazionali di sospendere il trasferimento dei dati degli iscritti europei a Facebook verso server situati negli Stati Uniti".
"Abbiamo più volte detto che non forniamo accesso "backdoor" ai server e ai dati di Facebook ad agenzie di intelligence o governi - sottolinea la società californiana -. Come ha detto Mark Zuckerberg nel giugno 2013, non abbiamo mai sentito parlare di Prism prima che questo fosse riportato dalla stampa e non abbiamo mai preso parte ad attività di questo tipo".
SDA-ATS