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Nel 2019 il settimanale The Economist utilizzava il termine di “rallentamento” per descrivere lo stato fragile del commercio internazionale uscito dalla crisi finanziaria seguita al 2008, la rivolta populista contro le frontiere aperte e la guerra commerciale voluta dall’amministrazione Trump. Dopo la pandemia e a confronto con le conseguenze del conflitto bellico in Ucraina, la globalizzazione sta nuovamente mutando. Le catene di approvvigionamento stanno crescendo e accumulano scorte come una sorta di assicurazione contro le carenze e l’inflazione.Le aziende globali parzialmente abbandonano la Cina per nazioni ugualmente moderne come il Vietnam. Secondo gli osservatori economici attenti, questo nuovo tipo di globalizzazione che sta emergendo riguarda più la sicurezza che l’efficienza. Cioè prima di tutto dare priorità a fare affari con le persone che ritieni affidabili, in paesi con cui il tuo governo è amico. Poco importa o quasi che l’efficienza sia data.
Questa nuova spirale della globalizzazione potrebbe sfociare nel protezionismo e nel peggioramento dell’inflazione. Dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, la globalizzazione è sempre stata caratterizzata dalla ricerca dell’efficienza. Le aziende hanno collocato la produzione dove i costi erano più bassi, mentre gli investitori hanno collocato i capitali dove i rendimenti erano più alti. I governi hanno cercato di trattare le imprese allo stesso modo indipendentemente dalla loro nazionalità.
Le catene del valore nel giro di due decenni sono diventate estremamente sofisticate e questi processi hanno fatto uscire dalla povertà oltre 1 miliardo di persone nel mondo.
Beninteso conosciamo anche i risvolti negativi di questo processo di globalizzazione. Quest’ultima infatti ha conosciuto diversi problemi: i flussi volatili dei capitali hanno destabilizzato i mercati finanziari. Molte lavoratrici e lavoratori hanno perso il posto di lavoro o sono diventati più poveri. Ma anche, i colli di bottiglia che oggi conosciamo nella fornitura di materie prime hanno ridotto il PIL mondiale dell’1 % e rendono meno efficienti le catene di approvvigionamento.
In secondo luogo, la ricerca spasmodica del vantaggio in termini di costi ha portato a una dipendenza maggiore da nazioni che ad esempio abusano dei diritti umani o non hanno un livello di democrazia particolarmente elevato. Le cosiddette “autocrazie”, cioè il governo del potere assoluto, pesano oggi 1/3 del PIL mondiale. La guerra in Ucraina ha mostrato con tutta evidenza la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.
Alcune cifre e fatti mostrano i segni del cambiamento della globalizzazione: rispetto al 2016, le scorte delle 3'000 aziende più grandi del mondo sono passate dal 6 al 9 % del PIL mondiale di quell’anno. Molte aziende sottoscrivono contratti a lungo termine e il modello d’investimento multinazionale proviene sempre più da filiali regionali che reinvestono localmente. Il modello di business di Elon Musk, cioè della Tesla, diventa un punto di riferimento: l’integrazione verticale in cui tutto viene controllato, dall’estrazione del nichel alla progettazione dei chip.
Non sappiamo se questo modello di globalizzazione si imporrà davvero, ma la ragionevole ricerca della sicurezza nasconde il rischio di un protezionismo dilagante e il ricorso a un massiccio intervento pubblico per l’occupazione e il sostegno a settori economici in difficoltà. Con la conseguenza di innescare un pericoloso e duraturo rialzo dei prezzi. La resilienza, cioè la capacità di assorbire un urto senza rompersi, deriva dalla diversificazione e non dalla concentrazione all’interno dei propri confini. Sì, ci sarà una nuova globalizzazione dopo la fase attuale, ma dobbiamo sperare che essa crei un nuovo equilibrio fra efficienza e sicurezza. L’alternativa, non auspicabile, sarebbe quella della durevole instabilità. Forse più protetti, ma comunque più poveri.