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di Grace Blakeley
Per decenni, la globalizzazione neoliberale è stata uno dei principali bersagli della sinistra. Il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio sono tuttora denunciati regolarmente in quanto artefici del Washington Consensus basato sul libero scambio, la liberalizzazione finanziaria, i regali fiscali e le privatizzazioni a scala planetaria.
Storicamente, molti socialisti hanno visto l’Unione europea come un alleato di queste istituzioni. Gli economisti canadesi Sam Gindin e Leo Panitch, per esempio, considerano il progetto dell’UE come parte della “continua integrazione del capitalismo Europeo e Americano”. Nel referendum del 1975 sull’appartenenza del Regno Unito alla Comunità Economica Europea, Jeremy Corbyn e il suo mentore Tony Benn si opposero alla CEE in quanto ostacolo alla trasformazione socialista del Regno Unito.
Eppure, negli ultimi anni, molti autoproclamati progressisti sono arrivati a considerare l’UE come una forza benigna negli affari mondiali. Il referendum sulla Brexit ha riaperto una domanda a lungo sopita: da che parte sta davvero l’UE?
Da una parte, Friedrich Hayek, il padrino intellettuale dell’economia neoliberale, ha profondamente influenzato la nascita di quello che è diventato il Mercato unico europeo, con il suo inamovibile sostegno alla libera circolazione delle merci, dei servizi, delle persone e dei capitali. La politica commerciale dell’UE è a sua volta radicata nei principi del libero mercato (anche se bisogna sottolineare che la protezionista Politica agricola comune ha avuto degli effetti disastrosi sugli agricoltori del sud del mondo, riversando nei loro mercati dei prodotti agricoli di scarsa qualità).
Malgrado ciò, molti dei più ferventi Brexiteers, come l’europarlamentare conservatore Daniel Hannan, sono degli indefessi sostenitori del neoliberismo. E la dedizione dell’UE alla protezione dell’ambiente, la promozione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e la lotta all’evasione fiscale hanno spinto molti a sinistra a difenderla in quanto una delle più forti oppositrici al dominio del mercato.
Ciò che mostra la diffusione dell’euroscetticismo sia nella sinistra socialista che nella destra neoliberale è soprattutto che le istituzioni dell’UE partecipano a consolidare lo status quo.
In un’epoca precedente alla crisi finanziaria del 2008, ciò era considerato da molti come una virtù. Il capitalismo, così affermavano Francis Fukuyama e altri, aveva vinto in modo inequivocabile la battaglia dell’idee. Il ruolo dell’UE era quello di limitare i peggiori eccessi del libero mercato. La caritatevole socialdemocrazia europea, a differenza dei suoi cugini anglosassoni, era vista come il futuro della politica progressista.
Eppure la storia era tutt’altro che finita. La crisi finanziaria ha dimostrato che la cosiddetta “Grande Moderazione” – l’era di costante sviluppo economico e bassa inflazione – era poco più che una bolla speculativa, e ha riaperto così il dibattito ideologico.
In un contesto di austerità, stagnazione dei salari e fine dell’inflazione degli assets, la trasformazione socialista della società è tornata ad essere una possibilità reale. Il modello della socialdemocrazia europea è a rischio di estinzione dal momento che i barcollanti partiti del centro-sinistra stentano ad adattarsi alle realtà del periodo post-crisi finanziaria, aprendo la strada alla crescita dell’estrema destra.
Oggi, la sinistra radicale del Regno Unito, gli Stati Uniti e la Francia non chiede più la socialdemocrazia, ma un socialismo democratico. Ai miei occhi, il primo designa la tassazione e la regolazione della libera impresa, mentre il secondo implica il controllo democratico della maggior parte delle grandi imprese e istituti finanziari. In altre parole, il primo rappresenta un compromesso tra capitale e lavoro, mentre il secondo implica uno scontro tra i due.
Qualora dovesse avvenire un tale scontro, non ci sono dubbi su come si schiererebbero la Commissione europea e il Consiglio europeo, i due organi esecutivi dell’UE. I politici e i burocrati europei si alleerebbero con il capitale, esattamente come avvenne quando il presidente francese François Mitterand fu costretto a rinunciare al suo programma di intervento economico nel 1983, su pressione dei mercati finanziari.
Ci sono molte domande legittime su come una uscita di sinistra dall’UE (la cosiddetta Lexit) potrebbe concretizzarsi, se il Partito laburista sarebbe in grado di mantenere un sufficiente supporto tra l’elettorato o se l’uscita dall’Unione costituirebbe invece un assist all’estrema destra. Ma il punto centrale dell’argomento a favore della Lexit è che non sarà mai possibile implementare il socialismo senza uno scontro diretto con il capitale e i suoi rappresentanti in istituzioni come l’UE.
Lungi dall’invocare un “socialismo in un solo paese”, dunque, i sostenitori della Lexit aspirano alla costruzione di un ordine internazionale alternativo.
Fonte : New Statesman, 16 gennaio 2019