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Nella sentenza di appello che condanna l’ex operatore sociale per violenza carnale, si chiarisce la natura del colloquio tra Ivan Pau Lessi e due ragazze
Solo di avances e non di rapporti sessuali parlarono la vittima del 61enne ex funzionario del Dss e la sua amica quando nel febbraio del 2005 si rivolsero al suo diretto superiore Ivan Pau Lessi. È quanto si evince dalla sentenza della Corte di appello e revisione penale che ha inasprito la condanna a carico dell’ex operatore sociale in primo grado, da pena pecuniaria sospesa a 18 mesi di carcere sospesi con la condizionale. È stato anche riconosciuto il reato di violenza carnale e non solo quello di coazione sessuale. Si ricorderà che in primo grado il presidente della Corte di assise criminali Marco Villa aveva porto «le scuse, a nome dello Stato». «Nel 2005 una delle vittime aveva chiesto aiuto a un alto funzionario, il quale non preso provvedimenti affinché l’imputato non potesse più ripetere certi comportamenti». Ma cosa dissero le due donne a Ivan Paul Lessi? Tra le righe della sentenza si ricorda che le due versione sono discordanti: una ragazza si diceva sicura di aver di aver parlato di rapporti sessuali, l’altra invece di non essere entrate, entrambe, nei dettagli. “Abbiamo accennato al fatto che abbiamo ricevuto delle avances (...) sospettavamo di non essere le uniche con cui ci avesse provato nel tempo, ma non siamo entrate nei dettagli della nostra esperienza, siamo rimaste vaghe”. Di sostanziale identico tenore le note di Pau Lessi relative a tale colloquio.
Durante l’interrogatorio in qualità di teste, 13 anni dopo i fatti, Pau Lessi ha dichiarato di non aver ricordi precisi di quanto detto in quel colloquio, se “non ricordare nulla di più di quanto scritto nelle sue note”. Quindi - si prosegue nella sentenza della Carp presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Wil – la dichiarazione in un altro momento dell’interrogatorio di Pau Lessi “io non posso escludere che lei mi avesse riportato che avesse avuto dei rapporti sessuali. Mi chiedo però perché non l’abbia riportato nelle mie note se me lo avesse detto”. Da qui l’unica interpretazione possibile da parte della Carp “delle dichiarazioni del teste prese nel loro complesso - e non di una, artificialmente isolata dal suo contesto - è quella secondo cui egli, di fronte al PP, altro non ha fatto (poiché altro non poteva fare) che confermare il contenuto delle note prese al momento del colloquio”. “Quel ‘non posso escludere’ detto dopo che la PP gli aveva contestato le diverse dichiarazioni della ragazza altro non è che la manifestazione di una (forse) eccessiva onestà intellettuale (probabilmente indotta da un’insistenza dell’interrogante). O ancora una manifestazione di riguardo verso la ragazza di chi gli erano state contestate le dichiarazioni.
A ogni modo, la credibilità della vittima non è mai venuta meno agli occhi della Carp. Se è vero che le dichiarazioni della vittima non restituiscono un’immagine realistica di quel colloquio, “ciò non basta ancora, visto quanto sin qui rilevato, a togliere credibilità al suo racconto”.
La vicenda sta riscaldano ancora gli animi politici. Una prima richiesta di Commissione parlamentare d’inchiesta è stata bocciata senza raggiungere minimamente la maggioranza assoluta richiesta dalla legge. Il presidente del Ppd Fiorenzo Dadò ha già annunciato che chiederà l’istituzione di una nuova Cpi. Richiesta appoggiata dai deputati Borisi Bignasca e Sabrina Aldi (Lega) oltre che da Tamara Merlo (Più donne).