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Rivista per le Medical Humanities
Il dottor Arrowsmith
Sinclair Lewis
Mondadori
Se per recensione s’intende «un articolo che analizza in modo critico un’opera pubblicata di recente» (De Mauro), questa non è propriamente una recensione. L’opera in questione risale, infatti, al 1925. Lo scopo di una recensione non è però unicamente quello di anticipare la curiosità del lettore, incoraggiandolo o dissuadendolo dalla lettura o (eventualmente dall’acquisto) di un testo appena pubblicato o tradotto. L’obiettivo può anche essere quello di rispolverare opere ormai dimenticate o difficili da reperire. Per molti motivi Il dottor Arrowsmith non dovrebbe mancare in una biblioteca di Medical Humanities. Innanzitutto, perché è il frutto di un’insolita collaborazione: fra il microbiologo e scrittore Paul de Kruif e il futuro premio Nobel Sinclair Lewis (per ragioni commerciali il libro fu però firmato dal solo Lewis). Lo scienziato e lo scrittore concepiscono un personaggio che incarna perfettamente la tensione fra le «due culture». Dopo aver abbandonato gli studi di letteratura, Martin Arrowsmith si laurea in medicina e inizia una tormentata carriera nel campo della salute: da medico di campagna a patologo di una lussuosa clinica di Chicago, da scomodo e intraprendente funzionario della salute pubblica a burattino dell’istituto McGurck (caricatura della Rockfeller Foundation, da cui de Kruif era stato costretto a dimettersi nel 1922). Ma a dispetto del suo passato «letterario», Arrowsmith è collocabile - accanto a più noti predecessori come il dottor Cottard della Recherche o Charles Bovary - nella galleria dei medici dichiaratamente ignoranti della letteratura moderna. L’assonanza del suo cognome con l’inglese narrow, «stretto», «ristretto» non è certo casuale e suggerisce quantomeno una riflessione sull’opportunità di un’adeguata educazione del corpo medico. Il libro è di grande interesse anche nel momento in cui si allarga l’obiettivo e si considera non solo la psicologia e il destino individuale del protagonista, ma il variegato contesto lavorativo in cui man mano è costretto a destreggiarsi. In questo senso, l’odissea professionale di Arrowsmith può essere letta come una mordace allegoria della progressiva istituzionalizzazione della ricerca in campo medico. Benché questo aspetto del libro sia sicuramente attribuibile più a de Kruif che a Lewis, mi sembra quanto mai calzante il commento che Cesare Pavese riservò alla scrittura del collega americano: «Lewis si propone un ambiente, una professione e vuota il sacco».
Chantal Marazia