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La cooperazione allo sviluppo (CS) si è evoluta molto nel corso degli ultimi 30 anni. Nonostante vari progressi, nella mente dei più prevale ancora una concezione molto coloniale della CS: da un lato vi sono le popolazioni povere, per lo più scure di pelle, che apparentemente non riescono a liberarsi dalla povertà di propria iniziativa; dall’altro lato vi sono persone altruiste, per lo più bianche, che utilizzano al meglio le loro conoscenze e il loro know-how per aiutare i poveri.
Correggere questi preconcetti e trasferire il potere decisionale nelle relazioni tra Nord e Sud sono due aspetti al centro del dibattito sulla decolonizzazione della cooperazione allo sviluppo (decolonizing aid), che negli ultimi anni ha acquisito notevole slancio. Lanciato da organizzazioni del Sud del mondo, è ora ampiamente trattato anche in ambito accademico e da tempo è entrato a far parte del lavoro di molte organizzazioni non governative (ONG) internazionali.
Altruismo o colonialismo?
Nel 1949, in un discorso alla nazione, il Presidente degli Stati Uniti Truman parlò per la prima volta della necessità secondo la quale le nazioni ricche e “sviluppate” dovessero sfruttare i loro progressi per aiutare i Paesi più poveri e “sottosviluppati” a svilupparsi. Mentre la preoccupazione principale di Truman era quella di fermare l’ascesa del comunismo nei Paesi più poveri, il concetto fu adottato anche dalle potenze coloniali europee. Così si poteva preservare l’influenza europea anche negli Stati ormai indipendenti e, allo stesso tempo, stendere un velo di aiuto altruistico sugli orrori dell’epoca coloniale.
Anche le politiche di sviluppo propagandate dall’Occidente sono state concepite fin dall’inizio per mantenere l’influenza politica e l’accesso delle imprese e dei governi occidentali alle materie prime e alle risorse indispensabili dei Paesi più poveri. Spesso il cosiddetto aiuto allo sviluppo era legato anche a condizioni che garantivano alle imprese occidentali un mercato di vendita nei Paesi più poveri; per questo tipo di aiuto vincolato si è affermato il termine "tied aid".
Nell’ambito della politica economica mondiale, a partire dagli anni Sessanta hanno svolto un ruolo centrale anche le istituzioni finanziarie internazionali dominate dall’Occidente (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale). Dopo che negli anni ‘60 e ‘70 molti dei governi di recente indipendenza avevano ottenuto ingenti prestiti dalla Banca Mondiale e dall’FMI per la costruzione di grandi progetti infrastrutturali (spesso orientati all’esportazione), negli anni ‘80 i nuovi prestiti sono stati vincolati a condizioni rigorose sull’apertura del mercato e sulla liberalizzazione degli scambi.
Solo negli anni ‘90 si è giunti a una prima fase di auto-riflessione, in particolare a causa delle massicce proteste della società civile contro le politiche della Banca Mondiale e dell’FMI, nonché delle crescenti critiche interne ed esterne all’agenda top-down del cosiddetto aiuto allo sviluppo e all’incapacità di ridurre la povertà. Da allora è stato dato più spazio a temi come diritti umani, governance e analisi del contesto politico, mentre la riduzione della povertà – in maniera misurabile – è stata posta esplicitamente al centro dell’attenzione. Ma anche il coordinamento tra i Paesi donatori e la cooperazione con i vari attori nel Sud globale (dai governi alle organizzazioni della società civile) hanno acquisito rilevanza. Così, almeno ufficialmente, non si parlò più di “aiuto allo sviluppo”, ma di “cooperazione allo sviluppo”.
Un’immagine dello sviluppo obsoleta
Anche se il principio dell’aiuto vincolato o tied aid è malvisto nell’odierna CS, anche se nella cooperazione con gli Stati si considerano maggiormente i diritti umani e lo stato di diritto, e il principio della “cooperazione” ha acquisito importanza, continua a persistere l’immagine colonialista dei white saviours (“salvatori bianchi”), proprio come la convinzione che lo sviluppo sia qualcosa di lineare e che noi, nei Paesi industrializzati occidentali, abbiamo raggiunto lo stato ideale di sviluppo grazie a diligenza, intelligenza e innovazione. Sono stati dimenticati la schiavitù, l’imperialismo e il colonialismo, così come le ingiuste relazioni commerciali ed economiche globali che continuano ancora oggi, senza le quali la prosperità occidentale nella sua forma attuale non esisterebbe.
Consapevolmente o meno, anche la cooperazione allo sviluppo odierna spesso attraverso le sue attività di comunicazione e raccolta fondi contribuisce a consolidare un’immagine obsoleta dello sviluppo, caratterizzata da stereotipi sulla povertà, “salvatori bianchi” e assenza di contestualizzazione. In una lettera aperta pubblicata di recente, 93 organizzazioni ucraine e oltre 100 individui fanno appello senza mezzi termini alle organizzazioni internazionali e alle ONG: «Smettete di parlare a nostro nome e smettete di controllare la narrativa in modi che favoriscono i vostri propri interessi istituzionali!». Anche il linguaggio utilizzato nella CS può rafforzare queste immagini. Ad esempio, il termine spesso utilizzato di “capacity building” implica una mancanza di conoscenze e capacità da parte delle persone e delle organizzazioni locali. Le ONG riunite sotto l’ombrello di Alliance Sud hanno riconosciuto questo problema e hanno lanciato congiuntamente un manifesto per una comunicazione responsabile della cooperazione internazionale.
Le modalità della cooperazione
Oltre all’urgente revisione delle immagini e delle narrative che la CS veicola, nell’attuale dibattito sulla decolonizzazione sono oggetto di critica anche le modalità di cooperazione tra donatori occidentali e beneficiari locali. In particolare le organizzazioni della società civile nel Sud del mondo, che svolgono un lavoro importante in molti campi – dalla tutela dei diritti umani alla lotta contro la corruzione, dalla tutela dell’ambiente alla lotta contro la povertà – si sentono emarginate nell’attuale CS. Criticano il fatto che le decisioni vengono prese in gran parte in Occidente e che spesso agiscono come semplici partner per l’attuazione di progetti già definiti in Occidente, che non sia data loro fiducia e che le loro conoscenze locali siano poco valorizzate.
In effetti, il settore internazionale dello sviluppo è ancora dominato da “esperti ed esperte” occidentali e vi sono grandi disparità non solo negli stipendi del personale espatriato e di quello locale, ma anche nelle loro competenze decisionali e di azione. Uno studio dell’OCSE pubblicato nel 2019 mostra inoltre che solo circa l’1% dei fondi bilaterali complessivi per lo sviluppo è stato destinato direttamente alle organizzazioni locali dei Paesi in via di sviluppo. Lo studio mostra anche che le organizzazioni della società civile sono impiegate di preferenza come partner per l’attuazione di progetti e priorità dei Paesi donatori e raramente sono considerate attori dello sviluppo autonomi. Le procedure e i requisiti burocratici complicati rendono l’accesso ai finanziamenti estremamente difficile, soprattutto per le organizzazioni locali più piccole.
Il futuro della cooperazione allo sviluppo
Il dibattito sulla decolonizzazione della CS è importante perché mostra che neanch’essa è libera da mentalità e schemi di comportamento coloniali superati. Tuttavia, in questo dibattito è altrettanto importante non generalizzare. La storia della Banca Mondiale e dell’FMI è diversa da quella dell’ONU, della cooperazione bilaterale allo sviluppo e delle ONG. E anche se la CS nel suo complesso è ancora lontana da una cooperazione completamente decolonizzata da pari a pari, molto è cambiato in meglio negli ultimi anni. I diritti umani e la democratizzazione hanno acquisito maggiore rilevanza, la localizzazione e la decolonizzazione della CS oggi sono seriamente discusse e promosse a vari livelli. Ad esempio, diverse ONG impiegano principalmente personale locale nei loro uffici all’estero o lavorano esclusivamente con organizzazioni locali, secondo il principio “locally led and globally connected”. Inoltre, il lavoro di varie organizzazioni internazionali e ONG è diventato più politico: insieme alle ONG nel Sud del mondo, vengono denunciate e combattute le ingiustizie globali.
È inoltre importante collocare sempre la CS in un contesto globale: mentre diversi ambiti politici continuano a contribuire effettivamente al trasferimento di risorse e creazione di valore dal Sud al Nord globale e alla riesportazione di prodotti di scarto indesiderati verso il Sud, la CS rappresenta uno dei pochi ambiti politici in cui i fondi fluiscono dal Nord al Sud (in misura maggiore o minore, a seconda del Paese e dell’istituzione) senza interessi personali, e i problemi globali vengono affrontati congiuntamente.
Per il futuro della CS ora è importante passare davvero dalle parole ai fatti, rompere gli schemi esistenti di finanziamento e cooperazione, condividere il potere decisionale e fare spazio a mentalità e modelli d’azione non occidentali. Solo così è possibile una vera cooperazione alla pari. Inoltre, è necessario costruire una nuova e chiara narrativa, che si allontani dall’aiuto e si avvicini alla responsabilità e alla riparazione, dai Paesi sviluppati e in via di sviluppo, dalle persone che aiutano e dai beneficiari a processi globali comuni di apprendimento e di sviluppo verso la sostenibilità e la giustizia mondiali.
Molti degli attuali problemi che affliggono i Paesi più poveri hanno origine nel Nord globale: l’estrazione di materie prime non sostenibile e che viola i diritti umani, l’evasione fiscale, i flussi finanziari illegittimi e illegali e il peggioramento della catastrofe climatica sono solo alcuni esempi. Per affrontare questi problemi alla radice, sono più che mai necessarie una rete e una cooperazione che vadano oltre i confini delle nazioni, da pari a pari.
Articolo pubblicato su "LaRegione" del 3. gennaio 2023.