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Nell’archivio parrocchiale di Ponte Tresa c’è un fascicolo, in cui sono raccolti cinquanta documenti, ben noti ai parroci del 1800 e del 1900, che li hanno gelosamente custoditi perché fossero consegnati alla storia. I documenti sono avvolti in un vecchio foglio di carta, su cui si legge: "Registro delle liste presentate da diversi Particolari / della Comunità di Lugano sopra i danni sofferti / dalle armate austro Russe", e sul verso opposto della pagina: "Danni sofferti da diversi / particolari di Ponte Tresa / £ 14287: 15: 6". Si tratta di lire milanesi che, come si ricava dal 1° e dal 14° reclamo, equivalevano a venti soldi.
L’occupazione di Ponte Tresa, che nei reclami è definita eufemisticamente "soggiorno" delle truppe austriache e russe, fu effettuata da quattromila uomini guidati dal principe di Rohan, un nobile francese contrario al regime repubblicano instauratosi nel suo paese e perciò passato in campo avverso. Partito da Luino, il principe, che era anche feld-maresciallo dell’impero austro-ungarico, dopo aver occupato Ponte Tresa, occupò anche Lugano, come si legge nelle Effemeridi Ticinesi di Emilio Motta al n. 679.
I cinquanta reclami, scritti tra il 12 e il 16 giugno, fanno riferimento a danni patiti dalle truppe del presidio di occupazione "dal 14 maggio in avanti" (reclami nn. 7, 11, 36), probabilmente dal 14 al 25 maggio, come si legge nel reclamo n. 46. I danni, oggi risibili, furono notevoli per un piccolo paese di circa 300 abitanti, e soprattutto povero.
I reclami furono accolti dal principe di Rohan? E` probabile che siano stati ricusati e rimandati al mittente, al Cancelliere Giuseppe Pellegrini, che li aveva raccolti con l’aiuto di don Giuseppe Stoppani, coadiutore parrocchiale. E’ anche probabile che, per motivi che ci sfuggono, non siano stati neppure inoltrati. In ogni modo, i cinquanta reclami, conservati nell’archivio parrocchiale, documentano ciò che universalmente si sa o si dovrebbe sapere: che in ogni tempo, non solo in guerra ma anche in pace, quasi sempre il diritto della forza prevale sulla forza del diritto.
Sottratti alla polvere di due secoli e letti con l’animus di chi si chiede come vivessero gli abitanti dei villaggi del Ticino alla fine del 1700, i cinquanta documenti sono interessanti sotto vari aspetti, da quello sociologico a quello economico, da quello linguistico a quello religioso. La storia non si fa solo con le guerre e con i grandi avvenimenti che bruscamente la determinano. Storia è anche la vita della gente dei villaggi, per cui è bene chiedersi: quali erano le loro occupazioni lavorative, di che si nutrivano, come vestivano, soprattutto cosa avevano di più caro? Inoltre, qual era il livello culturale della gente, e differiva poco o molto da quello dei nobili del patriziato?
Fa meraviglia soprattutto scoprire che, se il popolo viveva di frumento, di granturco, d’orzo, di fagioli, di formaggi, di olio di noci più che di ulive, e di vino, con poca carne, e si vestiva alla buona, il Parroco, il Vice parroco, il Cancelliere, i borghesi e i nobili non se la passavano meglio: in più avevano in dispensa del salame o del vino "di quello bono" (come si legge in un reclamo), sulla credenza qualche oggetto di peltro o di maiolica, raramente d’argento, e qualche schioppo appeso al muro, per la caccia naturalmente.
Ma perché raccontare qui ciò che il lettore può scoprire da sé leggendo l’elenco della "robba" depredata, quasi sempre scritta con due "b" e con la maiuscola in testa? Sarebbe noioso, come sono noiose quelle chilometriche prefazioni ai libri che, se sono validi, s’impongono da sé. Se poi uno studioso con i fiocchi, lavorando su questi documenti, volesse tirar fuori delle conclusioni storiche in grande sul Ticino e particolarmente su Ponte Tresa, tutti gliene sarebbero grati.
Francesco Dario Palmisano