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Il Monumento “Le vittime del lavoro”, è un altorilievo in gesso realizzato gratuitamente dall’artista di Ligornetto
Vincenzo Vela nel 1882, a condizione che fosse fuso in bronzo e posto in ricordo dei numerosi operai che persero la vita durante la realizzazione del traforo per la costruzione della
Ferrovia del Gottardo, conclusa e inaugurata il 23 maggio di quello stesso anno. Un monumento importante, denso di significato, che intende dar voce a quelle vittime dello sfruttamento, della mancanza di igiene e delle malattie, che persero la vita in quella che si definisce la più importante opera viaria svizzera del XIX secolo. Il desiderio dello scultore, tuttavia, fu soddisfatto solo mezzo secolo dopo, nel 1932, in occasione delle celebrazioni del cinquantenario, quando il bronzo (realizzato dalla fonderia d’arte di Mario Pastori di Carouge) fu sistemato ad Airolo, alla presenza del presidente della Confederazione Giuseppe Motta. Se da un lato il poderoso riassunto volumetrico ed espressivo dell’altorilievo fece prendere il via, nel 1882, alla corrente del verismo sociale in scultura (rifacendosi direttamente ai modelli del realismo francese della metà del secolo e anticipando le analoghe soluzioni di Constantin Meunier), d’altro canto la retorica politica in quei cinquant’anni trascorsi, era ormai riuscita ad annullare la potenza ideologica dell’opera, deformandola per esaltare più genericamente il genio costruttivo e la tenacia dell’ingegnere
Louis Favre, piuttosto che i caduti.
Louis Favre.
Negli anni '70 e '80 dell'Ottocento, la Compagnia delle ferrovie del San Gottardo fondata a Lucerna e presieduta da Alfred Escher -famoso leader liberale in politica ed economia- si impegna a scavare il primo tunnel del San Gottardo; l’architetto e ingegnere svizzero Favre era titolare dell'impresa alla quale fu appaltata la costruzione del traforo ferroviario, vincendo il concorso indetto nel 1871. Il suo impegno prevedeva una durata di otto anni e i lavori ebbero inizio il 13 settembre del 1872 al portale sud, e il 24 ottobre a quello a nord. La natura del terreno causò numerosi problemi tecnici imprevisti, che i sistemi di compressione e di perforazione messi a punto da alcuni ingegneri ginevrini non riuscirono a superare. Vincolato dalle condizioni draconiane del suo contratto, Favre dovette allora confrontarsi con ingenti problemi finanziari, per poi morire egli stesso su quel cantiere sette mesi prima della perforazione dell'ultimo diaframma, a causa di un incidente nel tunnel; il mancato rispetto dei termini venne sfruttato dalla Compagnia del Gottardo per intentare causa ai suoi eredi.
La ferrovia del Gottardo, con i suoi oltre 15 chilometri, detenne il primato per essere la più lunga al mondo fino all’inaugurazione della galleria di base omonima nel 2016; ferrovia che, tuttavia, potrebbe anche essere soprannominata anche “Il tunnel della malattia” a causa, appunto, delle deplorevoli condizioni igieniche: parassiti, tifo e altre patologie devastarono i lavoratori; alcuni di essi vennero mandati a casa gravemente malati, molti altri morirono. Come conseguenza dell'aumento dei costi di costruzione e dei ritardi edili già menzionati, l'azienda di Favre precipitò in una forte crisi dal 1875, ulteriormente aggravata dalla difficile situazione economica degli anni '70 dell'Ottocento, che portò ad una rivolta dei lavoratori che chiedevano un miglioramento delle loro condizioni lavorative; il movimento venne ben presto represso in modo molto violento dalla polizia cantonale e da una guardia civica, provocando la morte di quattro ribelli, e al contrario le condizioni di lavoro si deteriorarono ulteriormente.
Il ritardo accumulato tentò di essere recuperato grazie alle tecniche più recenti in quel momento, come le esplosioni con dinamite al posto di quelle con l’ausilio della polvere da sparo; soluzioni che certamente accelerarono il lavoro, ma fecero anche aumentare le cosiddette “malattie dei minatori”: silicosi, anemia, l’ancylostoma duodenale e malattie polmonari in genere. Oltre al fatto che il ritardo complessivo non venne mai recuperato, soprattutto la conta delle persone che persero la vita durante lo scavo del tunnel sono circa duecento, senza contare tutti coloro che, ammalatisi sul posto, furono rimandati a casa per morirvi.
Tunnel ferroviario del San Gottardo nel cantone di Uri, Svizzera - XIX secolo.
- i-Stock
Fu solo tra i mesi di gennaio e dicembre del 1882 che i treni cominciarono a transitare ininterrottamente lungo la prima trasversale alpina della Svizzera; tra le compagnie private nazionali, la Ferrovia del Gottardo risultò tecnicamente all'avanguardia grazie a freni automatici, vagoni a quattro assali, vagoni salone e le grandi locomotive a vapore. La linea del Gottardo ebbe dunque significative ripercussioni sulla geografia economica del Paese, con i flussi di merci e in parte anche il traffico viaggiatori che si concentrarono sull'asse del San Gottardo, favorito anche dalla nuova legge federale sulle ferrovie del 1872, che permetteva la costruzione di nuove linee di accesso verso il Gottardo. Così, fino al 1897, la Ferrovia del Gottardo realizzò una rete di ben 273 km; la compagnia di Alfred Escher venne rilevata dalle Ferrovie federali svizzere (FFS) nel 1909 con la convenzione del Gottardo, mentre la realizzazione del doppio binario su tutta la linea terminò nel 1965.
Rappresentazione del lavoro con la perforatrice Ferroux sulla facciata del primo tunnel, dell'artista Henry van Muyden 1880.
- Keystone
A Roma nel 2008 in occasione della Festa dei Lavoratori, sul modello del gesso originale di Vincenzo Vela, venne inaugurata una copia del rilievo scultoreo in bronzo dal presidente italiano Giorgio Napolitano. Posto all’ingresso del palazzo dell’Inail di piazzale Pastore, sede della Direzione generale dell’Istituto, vuole appunto rievocare il sacrificio dei tanti operai deceduti svolgendo il proprio compito quotidiano; un notevole omaggio, oltretutto, anche al pensiero e all’opera dello scultore ticinese. Vela fu animato da forti ideali e tensioni etiche, che ben si intuiscono in una lettera allo scrittore Carlo Baravalle del novembre 1885, quando sintetizzò così il significato del suo impegno artistico: “Sapete che non sono mai stato altro che un operaio: me ne sono sempre vantato. Ho sempre amato e ammirato i poveri oppressi, i martiri del lavoro, che rischiano la vita senza fare il chiasso dei così detti eroi della guerra e che pensano solo a vivere onestamente”.
Il progetto per la realizzazione dell’opera lo vide occupato dal 1880 al 1882 e i frutti furono messi in mostra l’anno seguente all’Esposizione nazionale di Zurigo, dove Vela cercò un finanziatore che potesse mettere a disposizione le risorse per tradurre il bozzetto in un monumento in bronzo. Il successo del modello in gesso spinse poi, nel 1893, il Ministero della Pubblica Istruzione italiana a commissionare alla fonderia Bastianelli di Roma la fusione in bronzo e l’opera oggi è esposta alla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma; la scultura -essendo sul calco del lavoro di Vincenzo Vela- ritrae un lavoratore deceduto trasportato da quattro compagni.
Monumento alle vittime del lavoro (1882, fusione del 1895; bronzo, 239 x 323 x 40 cm); Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
I minatori erano in gran parte giovani italiani delle zone rurali del centro-nord in particolare provenienti dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto e dalla Toscana, pochissimi invece gli elvetici. Operai che lavorano 24 ore al giorno, suddivisi in tre turni. Scolpita nel bronzo, la memoria di quei tragici eventi onora dunque il ricordo delle vittime, affinché il passato non torni mai più uguale.