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La Svizzera e la Cina
Relazioni economiche tra la Svizzera e la Cina
La Svizzera e la Cina intrattengono buone relazioni economiche, che si sono costantemente intensificate dopo il 1948. Da molto tempo i due paesi stanno conducendo un dialogo costruttivo. Nel 2014, il nostro paese è così stato uno dei primi dell’Occidente a stipulare un accordo di libero scambio (ALS) con la Cina. Per la Svizzera, la Cina è già il terzo paese d’esportazione, dopo la Germania e gli Stati Uniti. Nel corso degli ultimi anni, il volume degli scambi è fortemente aumentato. Nel 2020, sia le esportazioni verso la Cina (14,7 miliardi di franchi, +10%) sia le importazioni provenienti dalla Cina (16,1 miliardi di franchi, +8%) sono progredite, a fronte di cali importanti per altri partner commerciali. Questa relazione durevole non deve essere compromessa alla leggera, ma piuttosto ritenuta come un’opportunità di migliorare ulteriormente gli scambi nonché le condizioni sul posto.
Progressi da realizzare nelle relazioni economiche
Globalmente, le imprese svizzere sono soddisfatte dell’evoluzione degli affari in Cina. Esse forniscono un contributo non trascurabile allo sviluppo sul posto, dando il buon esempio. Con condizioni di lavoro eque e attrattive, esse mettono in evidenza i valori svizzeri.
L’accordo di libero scambio concluso con la Cina nel 2014 è stato essenziale per ridurre gli ostacoli al commercio. Gli scambi costanti a livello governativo hanno inoltre permesso in passato di appianare la maggior parte delle difficoltà. Ma sono ancora possibili ulteriori progressi.
Ecco gli aspetti al centro delle preoccupazioni dell’economia svizzera:
- L’accordo di libero scambio attuale dev’essere esteso, con una migliore copertura dei prodotti, un principio di territorialità più flessibile e l’inclusione dei servizi nel catalogo. Migliorare l’accesso al mercato attraverso un’estensione dell’ALS richiede anche una nuova riduzione dei dazi doganali entro un termine ragionevole, idealmente la loro completa abolizione.
- La partecipazione degli ambienti economici svizzeri, e soprattutto delle PMI, alla Belt and road initiative (BRI) dev’essere rafforzata. A tal proposito, è importante che soprattutto le procedure di appalto avvengano secondo le norme internazionali, con trasparenza e tenendo conto dei criteri di sostenibilità.
- La protezione della proprietà intellettuale riveste particolare importanza. L’economia svizzera riconosce i progressi che la Cina ha realizzato in questo settore negli ultimi anni. Ma le imprese svizzere continuano ad essere vittima di violazioni della proprietà intellettuale e l’applicazione della legislazione è spesso difficile. Secondo l’economia svizzera, basata sull’innovazione, è dunque essenziale ottenere notevoli miglioramenti nell’ambito delle relazioni economiche bilaterali.
- Il riconoscimento (parziale) dell’apprendistato come esperienza professionale può essere molto positivo per i due paesi e aiutare giovani lavoratori a fare esperienza con la Cina. Questo amplierebbe considerevolmente la riserva di manodopera svizzera interessata e rifletterebbe correttamente l’importanza della formazione professionale.
- Le imprese svizzere devono vedersi garantire un accesso trasparente ed equo agli appalti pubblici. La pratica attuale degli acquisti basata sul volume (volume based procurement, VBP) conduce de facto ad un’esclusione delle imprese occidentali e ad una mancanza di prodotti di alta tecnologia, ad esempio per i pazienti cinesi.
- L’approvazione del Governo è richiesta per un certo numero di prodotti. Finora, la Cina non accettava i test di prodotti non effettuati sul suo territorio. Ogni prodotto dev’essere nuovamente testato, con ingenti spese, nelle infrastrutture specifiche costruite sul posto. Occorre dunque mirare ad un riconoscimento dei test condotto fuori dalla Cina, anche perché numerose imprese hanno vari siti di produzione in diversi paesi. Bisogna inoltre tendere ad un’apertura per quanto concerne i siti di produzione. Attualmente, la Cina non accetta che un prodotto sia fabbricato in Cina e all’estero.
- L’economia svizzera promuove la creazione di un dialogo sulla «tecnologia e l’innovazione contro il cambiamento climatico e per una maggiore sostenibilità», affinché i contributi decisivi delle imprese svizzere con le loro soluzioni – dalla Svizzera, attraverso investimenti diretti e impieghi creati in Cina – siano riconosciuti, resi pubblici e approfonditi. Questi contributi sono importanti per lottare contro il cambiamento climatico a lungo termine.
- In questi ultimi anni, la piazza finanziaria cinese si è fortemente sviluppata ed ha iniziato ad aprirsi. Tuttavia, i settori bancari e assicurativi restano molto regolamentati. Per le imprese svizzere è difficile accedere al mercato cinese. Sviluppando le relazioni bilaterali, occorre dunque prestare particolare attenzione a far avanzare la liberalizzazione mirata dell’accesso al mercato ed a ottenere la convertibilità totale dello yuan cinese.
- Gli ostacoli commerciali non tariffari devono essere documentati, discussi e soppressi.
- Infine, bisogna proseguire nella riduzione della burocrazia da una parte e dall’altra. Ciò permetterà alle imprese dei due paesi di gestire più efficacemente le loro relazioni commerciali.
Non vi è una reale risposta alla questione di se e in quale misura la Cina sia legata ad eventuali cyberattacchi in Svizzera. In generale, la Svizzera deve garantire la cybersicurezza nei confronti di tutti i privati e di tutte le nazioni straniere. Per principio, essa deve fermamente condannare ed impedire l’ingerenza nei suoi affari interni nonché lo spionaggio.
La Svizzera non ha invece bisogno di un controllo statale degli investimenti. Le infrastrutture critiche dal punto di vista della sicurezza appartengono allo Stato o sono protette mediante leggi speciali e regimi di concessioni. Nella misura in cui l’economia svizzera ha numerose succursali all’estero, essa ha un forte interesse affinché i suoi investimenti siano protetti e a poter continuare ad investire. Bisogna assolutamente evitare misure di ritorsione. Quale contropartita, la Svizzera dovrebbe esigere un accesso equo agli investimenti diretti in Cina, compresa l’acquisizione di grandi imprese cinesi.