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Nel 1775, anno del suo secondo viaggio in Italia, il marchese de Sade aveva trentacinque anni: ancòra un bell'uomo nonostante i suoi trascorsi di libertino e alcuni degli scandali più clamorosi del tempo alle sue spalle: l'affaire di Arcueil (1768), l'affaire di Marsiglia (1772), l'affaire des petites filles (1774-75). Sarà, dopo i trent'anni o poco meno di carcere della sua vita, un vecchio obeso che a stento può camminare, il passo greve e strascicato, come lo ricorda alla vigilia della morte il dottor Ramon del manicomio di Charenton; e, dieci anni prima, Charles Nodier: obeso ma con un resto di grazia e di eleganza nel linguaggio e nei modi. Un vero mostro sacro insomma, da quel giovane biondo e bello ch'era stato, fatto gonfio e molle, più nocivi di ogni pratica libidinosa, da sette carceri e manicomi di Francia.
Nel 1775, il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade aveva ancòra un aspetto gradevole: alto un metro e 68, elegante nel suo frac grigio, pantaloni di seta color fiorrancio, spadino e canna dall'impugnatura d'oro. È l'anno del suo secondo viaggio - o viaggio-fuga alla maniera dei suoi personaggi - in Italia. Il primo viaggio, era stato piuttosto una corsa, nel 1772, con la sorella di sua moglie, Anne-Prospère de Launay: l'amore per la cognata un po' folle, ricompensa famigliare di una moglie troppo saggia, gli aveva fatto trascurare di tener nota delle cose d'Italia. Non era preso, allora, dalla frenesia dello scrivere; qualche canzonetta galante, lettere d'amore, letterine scolastiche a una ignota dama su un suo viaggio in Olanda del 1769, una commediola scadente che dové recitare insieme ad altri signori dilettanti nel teatrino del suo castello di La Coste in Provenza: è il bilancio letterario dei suoi primi trentacinque anni di vita, dal 2 giugno 1740 che nasce a Parigi figlio di un gran signore provenzale - il conte JeanBaptiste-Joseph-Francois de Sade, signore di Saumane e di La Coste e co-signore di Mazan, colonnello dei cavalleggeri del papa -, di una madre che sarà il costante odio segreto di tutta la sua vita, non che pronipote di Laura de Noves in Sade, la Laura di Petrarca. Più fitta di quella letteraria era stata la carriera del libertino, nonostante il matrimonio, nel 1763, con Renée-Pélagie de Montreuil, l'infelice marchesa dei biografi: di tre scandali famosi si è già fatto parola, un altro più oscuro e antico fu rivelato per la prima volta nel 1964 dal bibliofilo Jean Pomarède, e prende nome da Jeanne Testard, una fille parigina che nella notte dal 18 al 19 ottobre 1763 dové assistere tremebonda alle imprese lussuriose blasfeme e profanatrici del marchese ventitreenne.
Quel 1775 dunque, il Sade che parte per l'Italia con il servo-complice Carteron detto La Jeunesse, non è nulla più che un libertino sia pure iperbolico, ma è alla vigilia di diventare un grande detenuto (1777-1784, castello di Vincennes; 1784-89, la Bastiglia; 1794, Saint-Lazare; 1801-1814, Sainte-Pélagie e Charenton) e un grande filosofo: almeno nel significato che la parola aveva nel Settecento, di cultore della ragione e nemico delle chimere. Sade, quello che pensa e scrive, ha nascita durante questo secondo viaggio d'Italia, tra Firenze Roma e Napoli, terre celesti "solo che fosse possibile traversarle senza vederne gli abitanti". Viaggiatore corrucciato, Sade compie il consueto giro turistico che sarà poi consacrato nell'alta letteratura da Henri Beyle, tenendo ben aperti gli occhi per scoprir ragioni di accrescere il suo corruccio: cerca in Italia le grandi ombre di Nerone, di Messalina e di Tiberio, ma anche di Bruto, di Catone e di Regolo, e si sdegna di trovare al posto di quei giganti, pigmei e le loro piccole cose. Quest'uomo, fin da allora, non ama gli uomini; per di più viaggia solo, quel 1775.
"Un viaggiatore solitario è un diavolo", dice un proverbio marocchino. Questo diavolo francese che fugge le conseguenze delle sue sregolatezze con le petites filles di Lione, ora, visitando l'Italia con solo l'ombra amorosa della cognata e la compagnia presente di quel Carteron che è un mezzo diavolo anche lui dell'inferno plebeo, non meno fecondo dell'aristocratico, si sogna soprattutto scrittore e filosofo, e intanto riempie quaderni di note.
Quelle note, rielaborate al ritorno, erano rimaste sepolte negli archivi del marchese Xavier de Sade, fino alla pubblicazione recentissima (1967) dell'editore Tchou, per le cure di Gilbert Lely e Georges Daumas. In quel secolo di grandi turisti, certi paralleli vengono inevitabili: Casanova, Stendhal, Alfieri... Ebbene, fra tutti, Sade è quello che sa meno viaggiare: si porta dietro un bagaglio pesante Del turista vero, gli manca il disinteresse: va alla ricerca di qualche cosa, invece di prendere il suo bene dove lo trova. Fra Casanova e lui, c'è l'osservazione di Stendhal, che la rivoluzione francese "ha esiliato l'allegria dall'Europa per qualche secolo"; anche se la Rivoluzione, nel 1775, deve ancòra aspettare quattordici anni, Sade ha già sostituito alla leggerezza dell'ancien régime la sua tetraggine personale, anzi ha già compiuto la sua rivoluzione privata.
Sùbito lo delude Torino, città di bella costruzione, ma severa di costumi. Eppure Casanova ci si era trovato ogni volta a suo agio, né i rigori della polizia del buon costume gli avevano impedito di fare conoscenze gradevoli, la sua Agata, la sua Lia. Certo, non era più la Torino di un secolo prima, quando il conte di Grammont la proclamava "città dell'amore e della galanteria", trovandoci la condizione ideale per ogni libertino, con quei "mariti che avevan molto rispetto per le loro donne e considerazione per i forestieri", e quelle "mogli che avevan molto rispetto per i forestieri, e un po' meno per i loro mariti": erano i tempi di Madama Reale, degna figlia di Enrico IV, tendres commerces vi prosperavano e la "vigna" di Madama Reale ospitava il fior fiore delle delizie proibite del secolo. Ma, lasciamo Casanova che si trovava bene dappertutto, ancòra all'epoca di Sade un altro viaggiatore, il conte di Tilly, ex paggio di Maria Antonietta di Francia, si beava delle donne torinesi che hanno un debito di gratitudine, diceva, con la Natura; dalla quale erano state formate, e questo lo dice anche Casanova, "tutte belle", e tali da prendere il loro naturale piacere sotto il naso della polizia.
Sade è della razza dei moralisti, e tra questi della sottorazza rancorosa, portato senza sosta a confondere le offese private con le offese al Lumi della Ragione, e a estrar filosofia da tutti i suoi risentimenti. Casanova, perseguitato dalla polizia torinese per motivi di moralità pubblica (anche Sade assicura che i bari pullulavano in Torino), e Stendhal dalla polizia lombarda per motivi politici, conservano intatto il loro attaccamento alle rispettive città. Sade invece non tenta neppure di dimenticare che il re di Sardegna lo ha fatto imprigionare a Miolans, tra il 9 dicembre del '72 e il 30 aprile del '73: così non si ferma che un giorno a Torino, il tempo di notare che i cittadini vi son tristi e il popolo superstizioso, e di far per strada le sue vendette: ancòra nella Histoire de Juliette, di ventidue anni posteriore al viaggio, il re di Sardegna sarà chiamato piccolo despota devoto e libertino, re degli spazzacamini, roitelet, reuccio, portiere d'Italia e imperatore delle marmotte.
Per Asti, Alessandria, Piacenza, arriva in Toscana. Che cosa vada cercando il viaggiatore solitario, non è del tutto chiaro a lui stesso. Per ora va girando come un turista qualsiasi per piazze e chiese, visita il Museo Pitti e gli Uffizi, annota elenchi di quadri e di statue, copia osservazioni e riferimenti storici dai viaggiatori che lo han preceduto: e per nascondere il plagio li vitupera. Quel che stupisce in questo turista, è l'assenza di gioia; un francese colto e raffinato erra per le strade di Firenze, si ferma davanti alla facciata dei palazzi e delle chiese, e non ne prova gioia. Solo a un turista di nome Sade, una cosa simile poteva accadere. Ammira, annota, disquisisce: ma di trovarsi in mezzo a tutte quelle meraviglie, non lo senti contento; e se è costretto a lodare, si sciacqua poi la bocca con il dispregio per i nobili scortesi e ignoranti, incapaci di offrire un bicchier d'acqua a un visitatore forestiero, indifferenti alla loro storia, intenti a sperperare crapulosamente il patrimonio avito; o con le donne "altere impertinenti brutte sudicie e golose". Difatti delle tre sole che si salvano ai suoi occhi, nessuna è fiorentina; ma due almeno sono di nostra conoscenza: la contessa Stolberg d'Albany, amica di Alfieri e moglie di un "crapuloso" Pretendente al trono d'Inghilterra: "bianca, piuttosto in carne, ma di una piacevole fisionomia"; e la moglie inglese di un Godard, "uomo intelligente e buon critico" benché qualche po' avventuriero: coppia che va e viene come in famiglia nelle Memorie di Casanova se, come crediamo, sia da identificarsi con Ange e Sarah Goudard, lui un francese avventuriero e letterato, lei una bella irlandese, già cameriera di birreria a Londra, ed effettivamente presenti a Firenze nel 1775, donde saranno espulsi l'anno seguente.
In una Firenze irriconoscibile, dove l'aria ammorbata dai vapori dell'Arno è propizia alla tisi e all'apoplessia, fra abitanti macilenti e pallidi, malandati negli occhi e nei denti, il marchese de Sade si aggira cercando il suo male dove lo trova. Viene in mente quel che scriverà, l'8 giugno del 1804, Stendhal: "Che vantaggio, mostrar la vita dell'uomo sotto il suo aspetto sgradevole? È un ben povero merito". Ora sappiamo che non era in potere di Sade di percorrere alcuna contrada se non con il suo "sguardo freddo" di libertino; e che il viaggio in Italia secondo il suo cuore non sarà lui a compierlo ma il suo personaggio Juliette, membro attivissimo della "Société des Amis du Crime", brandendo come una bandiera la fiaccola della Filosofia. Juliette viene al mondo nel 1797. In quel 1775, il Marchese fiuta l'aria a cercar l'odore di quel cibo che solum è suo: la Venere medicea, l'Ermafrodito, una statuetta di Satiro lascivo. È una Toscana favolosa e folle, dove ogni oggetto o natura ha funzione di "segnale", di simbolo di qualche cosa che non si vede e che solo conta: le spesse mura dei palazzi fan sognare di segrete colme di orrori, i vulcani che circondano Firenze ne fanno la nuova Sodoma. E i fiorentini sono, come tutti gli italiani, poveri superstiziosi e spregevoli, una macchia sulla bellezza di quella terra; ma: "fanno grande uso di veleni". È la loro riabilitazione nell'universo sadiano. E c'è poi il dottor Ménil, un lorenese naturalista e filosofo, medico del Granduca, che a Sade farà piacere Firenze. Per mezzo di quali conversazioni o servigi, non sappiamo; ma vai probabilmente a chiarirli la storia di quell'altro medico, il romano Giuseppe Iberti, "il più gentile, il più colto, il più amabile dottore di Roma", la cui teoria par fosse che i malati poveri, essendo la feccia della società, possono tutt'al più pretendere a servir da cavie; a cagione della qual teoria, o più probabilmente per inconfessabili attività o commerci su cui Sade doveva saperla lunga, l'amabile dottore dovrà poi passar qualche mese nelle carceri del Sant'Uffizio.
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Con tutti i viaggiatori del tempo, Sade avverte a fondo il contrasto fra il popolo d'Italia, feroce come tutti i miserabili (si legga la festa dell'albero della cuccagna in Napoli, con quelle povere bestie crocifisse per servir da spasso e preda al popolaccio eccitato - scena ripresa poi e opportunamente ingigantita in Juliette), e i romani antichi "feroci ma grandi". Con accenti che saran poi queffi di Goethe, di Leopardi e di Carducci, a Roma Sade medita sulla storia del mondo e sulla vanità degli imperi: davanti al Pantheon, "il cuore si spezza, le lacrime sgorgano"; davanti alle rovine del Foro, se manca l'invocazione alla Febbre, flume presente, è il medesimo sdegno di chi si è illuso che Roma eterna dovesse davvero sottrarsi alla legge del tempo, che Catoni e Scipioni dovessero regnarvi immortali come in una città pietrificata: "Qual mutamento, gran Dio! La signora del mondo è diventata la schiava delle nazioni e il popolo che faceva tremar l'universo vede oggi i buoi là dove i suoi avi facevano attendere i re!." Il culto di Roma è certo uno dei sentimenti genuini di Sade; vent'anni più tardi, nel 1793, lo vediamo proporre all'assemblea della rivoluzionaria Section des Piques di mutare i vecchi nomi delle strade parigine con i nomi di Regolo, Cornelio, Cicerone; ai quali, se la Repubblica francese fosse stata quale lui l'aveva sognata, non avrebbe mancato di aggiungere i nomi di Nerone, Messalina, e magari della cortigiana Lisisca su cui lo sorprendiamo a fantasticare nella chiesa di S. Agnese, sorta un tempo dove i lupanari di Roma accoglievano la sera e accomiatavano la mattina, sed non satiata, la moglie dell'imperatore Claudio.
Come ogni turista qualificato, a Roma Sade sogna e rimpiange il passato; è vero che in lui anche sogni e rimpianti vigoreggiano in una sola direzione. La gloria di Roma: ma in quella gloria, per quante cose c'è spazio! Agli occhi del Marchese, non certo gli eserciti le conquiste e il diritto contano, ma il circo i gladiatori e la corruzione della decadenza: posteri di quegli antichi feroci ma grandi, noi siamo "molto umani ma piccoli". Il metro di Sade, oggi lo sappiamo meglio di quanto lui stesso se ne rendesse conto allorché compilava quelle note di viaggio, è la dismisura; il grande è poco, il gigantesco il mostruoso l'abnorme lo tentano con immagini di un mondo tanto più antico di Roma, l'epoca dell'oscuro caos quando la natura era intenta alle sue "opere prime", quando la grande dea - e anche grande garce - aveva scagliato nella fornace originaria l'increato, e ne traeva capricciosamente vulcani montagne e oceani, asini carciofi e uomini.
In Italia, patria di dèi e di eroi, Sade non trovando più che una plebe umiliata frodolenta e superstiziosa (il popolino romano credulone davanti agli oggetti sacri e alle immagini miracolose, gli suscita una sprezzante pietà: "I bambini hanno bisogno di balocchi!"), neppure le cattedrali e i musei potevano consolarlo della perduta mostruosità delle origini. A Roma, come a Firenze e a Napoli, vediamo il viaggiatore solitario errare di palazzo in ricordo, cercando le tracce non di un passato qualsiasi, come è compito dei turisti letterati in genere, ma di quel solo che per lui contava; e allora, fosse pure l'odore affumicato del lago d'Averno, eccolo sostare reverente, e curvar la fronte davanti all'antro della Sibilla: un aranceto fra le rovine di un tempio di Plutone gli appariva la veduta più suggestiva del mondo, e il sospiro gli sale finalmente dal profondo del cuore, o meglio del suo cervello illuministico: "È il luogo che converrebbe meglio a un filosofo". A Baia, Cuma, Pozzuoli, Pestum, gli appare "la verità dei grandi antichi sogni", superiori alla realtà.
Poche altre cose lo interessano veramente, e quelle poche devono adeguarsi immediatamente all'universo come lui lo sta costruendo a pezzi staccati, in attesa che la grande calma del carcere gli consenta di trarne un sistema. Allora senti che la sua pagina, di solito abbastanza sordamente diaristica, d'improvviso si mette a crepitare e levar fiamme: come quando contempla in Santa Cecilia la statua della martire morente, e si china avidamente sui segni delle ferite nel bel collo scoperto, sul "sangue che ne sgorga", sulle "sue mani delicate e le sue dite contratte come per effetto di una sùbita agonia"; o quando a Castel Sant'Angelo osserva l'arco già appartenuto a uno spagnolo, che se ne serviva per scagliar spilli avvelenati sulla folla: "distruzione gratuita", che gli fa delirare l'immaginazione: "Tale bizzarra mania di fare il male per il solo piacere di farlo, è una delle passioni umane meno comprese e perciò meno analizzate, e tuttavia io oserò farla rientrare nella classe comune dei deliri dell'immaginazione degli uomini"; o quando, a Napoli, afferma di aver veduto con i suoi occhi bambine di quattro-cinque anni offrire ai passanti di soddisfare le loro "orribili voglie".
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In Italia, Sade è venuto per incontrarsi con i paesaggi e con l'arte, non con gli uomini. Già allora, Sade è scrittore di solitudine: gli uomini lo disturbano, non sopporta, di presenze, che la propria. Anche se in queste note scrive ancòra che il più delicato piacere è nell' "ardore condiviso" (gli sta accanto almeno l'ombra della bella cognata, probabilmente il suo affetto più completo), la esigenza della solitudine, anche amorosa, del libertino è già tutta presente: e dà valore a queste note di viaggio, che contano in fondo per tale presentimento. È un pover'uomo, il Marchese viaggiatore e fuggiasco: tutti gli epinici dei suoi fedeli non possono cingere un'aureola appena decente ai suoi trascorsi in Francia (i fatti di Arcueil, di Marsiglia, delle petites filles), affaires di quattro disgraziate comprate per qualche ora e maltrattate da un giovane aristocratico vizioso. (Il Lely rappresenta Juliette, la donna emblematica dell'universo sadiano, come l'eterna femmina che "con dita di madreperla dischiude le labbra del suo sesso per placare le seti metafisiche". Ed è ben detto, quanto all'opera. Ma nelle imprese private del Marchese, sarà lecito vedere non altro che squallide e monotone histoires de fesses).
Ma è qui in Italia che Sade, andando oltre le sue storie e i suoi vizi, comincia a dilatare, se non la portata della sua esperienza, il significato del suo male, a introdurvi esempi e giustificazioni, a riempirlo per così dire della storia del mondo quale lui la vedeva, fino a riconoscerci il male universale: dal vizio erotico di un malato - tale lo proclamò più di una volta lui stesso, perché mai dovremmo essere noi a contestarglielo? - alla visione allucinata di un pensatore. Quel che proverà, nel suo viaggio in Italia, Juliette la più folle delle sue eroine, lo scrittore lo intuisce ora: l'arte è un eccellente afrodisiaco, di cui la povera Italia è ricca. Il suo potere di corruzione è quel che resta del nome etrusco e romano: tra l'agosto del 1775 e il maggio del 1776, tre mesi a Firenze, quattro a Roma, il resto a Napoli, Sade va annusando il suo cibo: plagia rabbiosamente il libro del suo onesto predecessore, l'abate Richard, per ammenda ci sputa sù ogni due pagine copiate, ma drizza gli orecchi dilata le narici e intinge la penna nel suo inchiostro personale quando le antenne, sensibilissime, lo avvertono della presenza del male: di un certo male, comunque, l'erotico, che gli pareva comprenderli tutti. Così accarezza il marmo della Venera medicea, "la più bella cosa che abbia mai visto nella mia vita", o dell'Ermafrodito, la statua che farà diventar lirica perfino Juliette. Sade, che è ancòra nel periodo prudente - a liberarlo dai ritegni saranno gli anni di Vincennes e della Bastiglia, quando né il suo buon nome n la sua libertà sono più da salvare - davanti all'uomo-donna adotta il consueto atteggiamento linguistico che potremmo chiamare "del male assaporato attraverso lo scandalo". Ossia, qui come poi spesso in séguito nella sua opera più propriamente letteraria, definisce delittuose scellerate e mostruose tutte le sregolatezze dell'innaturale, che erano il suo pane; né quel linguaggio era poi in realtà ipocrita o timido, di scrittore che metta le mani avanti per salvarsi la faccia agli occhi dei benpensanti; al contrario, Sade ha bisogno di rendere colpevole quel che gli piace, di caricare di riprovazione morale gli oggetti della sua lussuria - di fingere il "peccato". L'esigenza della violazione di una legge o di un tabu, prima di Freud o di Georges Bataille, l'avrà sentito lui, Sade, all'origine del piacere.
Certo, qui Sade non è ancòra il tutto-Sade. Spesso parla come un immoralista qualsiasi, il libertino francese di turno. A Napoli polemizza con i farisei che rimproveravano al Tiziano di aver fatto servire "a più di un uso" la bella serva che gli aveva posato per la Venere; e si scalda a sostenere la libertà dell'artista e del letterato, a cui la donna ha da servire da "mobile fisico" per scaldargli la casa, non per occupargli cuore e cervello. Ma è solo di Sade chinarsi sul sangue delle giovani e belle martiri, conscio che al di là del suo valore artistico e tecnico, quel che conta è la portata sensuale e per ciò morale dell'opera d'arte.
Insomma il viaggio in Italia non fu certo un viaggio di istruzione, ma di iniziazione sì: non al vizio (non ne aveva bisogno, neanche il dottor Iberti poté insegnargli granché su questo capitolo) ma all'opera come ancella del vizio e al vizio come fratello della filosofia. Sade non è un viaggiatore come tanti altri, addirittura non lo è come nessun altro. Nessuno meno di lui cerca le farfalle sotto l'arco di Tito. Ne viene che, se nelle note dei suoi quaderni imita o copia seguendo un itinerario obbligato, come uomo ha idee sue che dalla congerie delle note finiscono per raffiorare; e il volto tradizionale dell'Italia turistica finisce con l'uscirne stravolto e irriconoscibile. Di quella tradizione illustre sopravvive il mito dei veleni, elevato da commercio a simbolo nazionale (Machiavelli, i Borgia etc.); il giudizio sul popolo, feroce e pio; l'abisso fra le classi, specialmente a Napoli, opulenza sbracata a monte, a valle degradazione nella miseria - e quest'ultimo almeno non era purtroppo un mito. E della tradizione dell'Italia rinascimentale Sade si fisserà nella memoria personaggi e situazioni di cui si servirà per certuni dei suoi Crimes de l'amour, modello delle Chroniques italiennes di Stendhal, il quale ci metterà più arte ma non più audacia; come è giusto, dato che Sade pur fuggiasco arriva qui fra noi quale lupo quaerens quem devoret, laddove Stendhal, tanto per dire, ritornato fresco in Italia per prima cosa pensa alla Pietragrua, ma gli manca il coraggio di presentarsi a lei se non dopo essersi procurato una canna da passeggio che dovrebbe dargli, nelle sue intenzioni, un aspetto conquistatore, o almeno non tanto "buon papà".
Sade, niente lo intimidisce, né la tradizione, né il paesaggio italiani. Se qualche presenza lo assiste durante il suo viaggio d'Italia, è di Machiavelli come mito europeo, genio sinistro che spia di dietro le quinte, dominandola, tutta la vita italiana, istruendo e formando scellerati tra i privati e tra i principi. Nel Voyage, di Machiavelli non si discorre molto, ma la sua influenza sull'opera di Sade fu incalcolabile: gli insegnò a identificare energia con virtù, gli insegnò la stupidità degli uomini e i diritti degli eroi, l'importanza di non discordare dai tempi, di "procedere per le strade battute"; gli trasmise fin l'odore della sua alta ipocrisia, là dove dice, in Justine, quanto sarebbe desiderabile che il principe fosse giusto, religioso e umano: nondimanco...
Quanto ai paesaggio, Sade io sconvolge fino a renderlo irriconoscibile - se non ancòra del tutto nel Voyage, nei Crimes de l'amour e nell'ultima parte di Juliette -; anzi per renderlo simile al suo paesaggio interno, lo sottomette a una metamorfosi che oseremo accostare a quella cui Dante assoggettò, nel canto XIV del Purgatorio, la sua Vai d'Arno: che, così verde e melodiosa com'è nella memoria del turista (anche Dante era stato turista da quelle parti, ma un turista di nome Dante...), si trasforma nella maledetta e sventurata fossa infestata da volpi lupi e botoli, che simula la topografia del vero Inferno. Il cruccio morale di Sade non è certo della qualità di quel di Dante; procede, secondo le apparenze, nella direzione contraria (dall'inutile e innaturale Bene al trionfo del Male assecondante le leggi della natura): ma, presente in tutte le sue opere, basta a far dell'Italia, meta estatica e sospirosa di viaggiatori, il tempio del male filosofico, con quei pilastri giganteschi che si chiamano, nell'ultima parte, la parte italiana, di Juliette, Leopoldo di Toscana, Ferdinando e Carlotta di Napoli, Pio VI, e poi il cardinale Albani, il principe Francavilla, il cardinale de Bernis, Olympia Borghese... Gente, che nella sua realtà storica, si sarebbe trovata ben stupita di essere compresa fra i mostri della selva infernale sadiana. Stravolgere la realtà per chiarire e illustrare un certo pensiero, è il diritto dei moralisti. "Essere più contro il diavolo che per Dio, è molto pericoloso", dice Aldous Huxley a proposito di altri orrori, quelli di Loudun. A modo suo, vorremmo non si negasse a Sade di essere stato quel teologo fantastico ossessionato dal Male.
Quell'ossessione, incomincia in Italia nel 1775, nel trentacinquesimo anno di Sade, e termina press'a poco con Juliette in Italia, nel 1797, Sade vicino alla sessantina. Eppure, l'Italia non è forse la patria dei fantasmi lieti, "chisto" non è forse "o' paese d'o sole"? Lo fu anche per Sade, dopo tutto.
Ha ragione Pieyre de Madiargues di dire che le invenzioni italiane di Juliette sono le sole dove il sadismo mostri qualche volta il suo aspetto "gioioso". Non conoscendo ancòra questo Viaggio in Italia, meno libero e allegro, il male nella tetraggine dell'apprendistato, Mandiargues scriveva giustamente che "la virtù magnificamente tonica" del nostro clima opererà ancòra a lungo nello spirito dell'eterno prigioniero, e gli ispirerà costruzioni atroci, ma scosse da lunghe inconsuete risate: gli consentirà, quanto meno, di accennar qualche volta la parodia di se stesso. Gli servirà a evocare, di quando in quando, il suo più gentile e pulito amore, quella Anne-Prospère de Launay che gli diede, morendo, uno dei pochi sani dolori della sua vita.
Permetterà a noi, è ancòra Picyre de Madiargues a dirlo, di pensare a Sade in Italia "come a un amico di cui vorremmo che per merito della donna avesse conosciuto una volta almeno l'incanto di essere un uomo e di vivere come un uomo". E permetterà a Sade di consolare un poco con i ricordi gli anni interminabili delle sue grandi prigioni, che lo aspettano al ritorno in Francia.