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"Non c'è più nessuna proposta sul tavolo": così Fiat Chrysler ha fatto sapere di aver ritirato la sua offerta di fusione con la Renault, dopo che quest'ultima (nella riunione del consiglio di amministrazione tenutasi mercoledì sera) aveva deciso di prendere tempo su richiesta dello Stato francese, che detiene il 15% del capitale. Nella presa di posizione arrivata nella notte, il gruppo italo-statunitense si è detto "fermamente convinto" di aver formulato una proposta interessante, ma anche che non ci siano le condizioni politiche perché vada a buon fine.
Il progetto prevedeva la creazione di una holding con sede ad Amsterdam, alla quale le due entità avrebbero partecipato in parti uguali, e che sarebbe stata quotata a Parigi, New York e Milano. Dietro a Volkswagen e Toyota, sarebbe stata il terzo produttore mondiale di automobili con 8,7 milioni di veicoli all'anno.
Praticamente tutti i membri del CdA di Renault propendevano per il sì, con la prevista astensione di un rappresentante sindacale e dei due della Nissan, questi ultimi comunque propensi ad accettare con un po' più di tempo a disposizione. Il costruttore giapponese, alleato di Renault da anni, era temeva di finire marginalizzato in seguito all'operazione, su uno sfondo di tensioni interne dopo l'arresto a Tokyo qualche mese fa per malversazioni dell'ex patron del gruppo Carlos Ghosn, ma avrebbe anche goduto di vantaggi tecnologici.
I dubbi di maggior peso erano però come detto quelli dello Stato francese, che aveva posto condizioni quali il mantenimento degli impieghi nei siti di produzione transalpini. C'era però anche il timore di perdere peso: la famiglia Agnelli, che controlla il 29% di FCA, sarebbe rimasta con il 14,5% della nuova entità dopo la fusione, ma comunque di gran lunga azionista di maggioranza, visto che a Parigi sarebbe rimasto il 7,5%.