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L’obiezione fondamentale a un’eventuale nazionalizzazione delle banche è che finirebbero in mani peggiori di quelle attuali. Ma, a parte questo, la banca al servizio all’economia fa parte della nostra storia. Come la Cassa di Risparmio fondata da Stefano Franscini nel 1833 e attiva fino al 1861. In un cantone in cui fino ad allora il denaro veniva prestato dai privati a tassi da strozzinaggio, la Cassa raccoglieva i risparmi della popolazione corrispondendo un interesse del 4%, e concedeva poi prestiti allo Stato a un interesse del 4,5%.
Con quel mezzo punto di differenza copriva i modesti costi di gestione (un cassiere generale, un ragioniere e quattro cassieri-ricevitori, il consiglio di amministrazione era “a funzioni gratuite”), rimborsava gli azionisti e donava il rimanente a “spese di pubblica utilità o di beneficenza”, mentre lo Stato, che in precedenza pagava un interesse del 5% ai privati sui Buoni cantonali, si vedeva ridotto di mezzo punto percentuale il costo del debito. In termini assoluti, tale riduzione era pari annualmente a circa 27.000 lire milanesi ed equivaleva, per avere un termine di paragone, alla spesa del cantone per l’istruzione pubblica.
Dalla Cassa di Risparmio ticinese alla HSBC ginevrina. Dal servizio all’economia all’organizzazione dell’evasione fiscale internazionale. Dal sostegno al risparmio della gente umile al drenaggio di ricchezza dai poveri verso i ricchi. Un piccolo episodio eloquente riguardante il Venezuela, paese latinoamericano immerso in una seria crisi economica che provoca un’inflazione annuale del 63%, una delle più alte al mondo. Siccome il governo, per sostenere gli scambi commerciali con l’estero, difende un cambio ufficiale di 6,3-12 bolívar per dollaro mentre al cambio non ufficiale il bolívar vale circa trenta volte meno, esiste una fiorente speculazione sul cambio, consistente nell’ottenere dollari al corso ufficiale per poi rivenderli al mercato nero.
Come ha fatto lo studente che dopo essere stato autorizzato a ritirare 300 dollari al cambio ufficiale per recarsi in Messico, li ha rivenduti in nero guadagnando circa 55.000 bolívar, corrispondenti al salario annuale di un lavoratore (il salario minimo essendo di 4.500 bolívar al mese). Sono passati quasi due secoli e la speculazione finanziaria torna col fiato sul collo all’economia come negli anni precedenti alla Cassa di Risparmio fransciniana.
Dopo lo sciopero alla Exten di Mendrisio, Daniele Lotti, presidente dell’Associazione industrie ticinesi, si è lamentato del clima ostile che secondo lui circonderebbe le imprese di questo cantone: «Negli ultimi anni il clima politico attorno al mondo imprenditoriale ticinese è diventato ostile e gli industriali manifestano un certo disagio. A questo si aggiunge una diffidenza crescente anche da parte della cittadinanza che purtroppo non conosce a sufficienza il sistema produttivo locale che vale circa il 21% del Pil cantonale». Certo, caro presidente, la gente conosce bene i vostri profitti esorbitanti, le delocalizzazioni delle imprese, la messa in concorrenza della manodopera, i tagli ai salari, e preferisce rivolgere il proprio affetto a quei lavoratori che nonostante tutto continuano ad alzarsi presto ogni mattina per entrare nei vostri capannoni e dare – a differenza di voi – un significato serio alla parola “economia”.