Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01137.jsonl.gz/516

Istituire un fondo - con una dotazione di almeno 500 milioni di franchi - destinato agli indennizzi per le vittime dell'amianto in Svizzera.
È la richiesta che le loro associazioni - la VAO in Svizzera tedesca e la romanda CAOVA - rivolgono al Consiglio federale, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU), che lo scorso 11 marzo si è espressa contro i termini legali finora praticati in materia dalla giustizia svizzera.
Secondo l'alta istanza giudiziaria con sede a Strasburgo - che a inizio mese si è pronunciata sulla vicenda di un uomo deceduto nel 2005, per via di un cancro dovuto all'amianto - gli organi elvetici di giustizia avevano violato il diritto ad un processo equo, respingendo la concessione di un risarcimento per avvenuta prescrizione.
Il termine in questione - pari a 10 anni - viene considerato dalla CEDU troppo restrittivo, se si considera che le patologie dovute all'amianto possono insorgere anche 30-40 anni dopo l'esposizione a questo materiale.
Al fondo di risarcimento rivendicato dovrebbero contribuire - secondo la VAO e la CAOVA - sia le industrie coinvolte, sia la SUVA, l'assicurazione per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
Secondo la SUVA, all'amianto - il cui utilizzo è proibito in Svizzera da una trentina d'anni - è imputabile la morte ogni anno di un centinaio di persone. Ciò perchè trascorrono molti anni prima che le patologie si manifestino.
Red.MM/ATS/ARi