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Un ex ambasciatore svizzero che trama nei corridoi del Palazzo federale a Berna per gli interessi del Kazakistan; una società svedese di armamenti che dietro le quinte tenta di influenzare l'acquisto di aerei da combattimento da parte della Confederazione: i due casi hanno rilanciato le richieste di maggiore trasparenza nelle attività di lobbismo.
"Non giudico dei casi isolati. Ma di certo qui non si tratta di lobbying", afferma il presidente della Federazione delle agenzie di pubbliche relazioni della Svizzera (BPRA), Andreas Hugi, in merito alle attività svolte dall'ex ambasciatore elvetico Thomas Borer a favore del Kazakistan, il paese ex sovietico da anni governato col pugno di ferro dal presidente Nursultan Nazarbayev e dal suo clan.
Ex ambasciatore lobbista per il Kazakistan
Secondo quanto riportato dalla stampa lo scorso gennaio, l'ex ambasciatore svizzero Thomas Borer avrebbe tentato di influenzare autorità giudiziarie, politici e media elvetici in favore del Kazakistan. Gli articoli si basano su tutta una serie di dati recentemente pubblicati su un sito internet kazako.
Noto tra l'altro per essere stato negli anni '90 alla testa della task force della Confederazione sulla vicenda dei fondi ebraici in giacenza nelle banche elvetiche, Borer rappresenta gli interessi del presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev: In questa veste avrebbe cercato di aiutare l'uomo forte di Astana a dare la caccia al critico del regime kazako Viktor Khrapunov, che risiede ora in Svizzera. L'ex diplomatico elvetico avrebbe offerto a Nazarbayev "informazioni privilegiate" della Procura generale della Confederazione, per una rimunerazione di 30mila dollari al mese. Inoltre Borer avrebbe redatto per alcuni amici parlamentari "ben disposti" un'interpellanza al governo federale in favore del Kazakhstan.
Thomas Borer respinge certe affermazioni dei media: "Sono consulente del Ministero della Giustizia kazako nella collaborazione con le autorità svizzere relativa a un procedimento penale su personalità che hanno truffato il Kazakistan per miliardi e hanno lavato parte di questi fondi in Svizzera, in particolare il signor Khrapunov", scrive a swissinfo.ch. L'ex diplomatico aggiunge di non avere offerto "informazioni privilegiate" del Ministero pubblico della Confederazione, come sostiene il quotidiano Neue Zürcher Zeitung: "Io trasmetto informazioni che ho ricevuto formalmente", puntualizza.
Il lobbismo è una legittima influenza sul processo legislativo parlamentare nell'interesse di determinate organizzazioni. Borer non ha però fatto questo. Ha invece tentato di ottenere informazioni su un procedimento legale in corso, rileva Hugi.
Thomas Borer è uno dei circa 400 "ospiti" che hanno un permesso di ingresso permanente al Palazzo federale – sede del parlamento e del governo svizzeri – a Berna. Ogni parlamentare ha il diritto di assegnarne due a chiunque. Borer lo ha ricevuto da Thomas Matter, deputato dell'Unione democratica di centro alla Camera del popolo, il quale ha dichiarato alla stampa di aver così reso "un puro servizio di amicizia".
Cosa fanno tutti questi "ospiti" nel Palazzo federale non è comunque completamente chiaro. Ve ne sono altri che rappresentano gli interessi di Stati esteri? Andreas Hugi è convinto che quello di Thomas Borer sia un caso isolato. "Non conosco nessuno che faccia lobbying su mandato di uno Stato nel nostro parlamento".
Uno Stato di diritto utilizza i canali diplomatici per la tutela dei propri interessi nei confronti di altri paesi, osserva. Il fondatore e comproprietario della furrerhugi, una delle più grandi agenzie di pubbliche relazioni della Svizzera, ha un permesso di ingresso al Palazzo federale. L'ha ottenuto dal deputato liberale radicale Ruedi Noser, con il quale ha legami di amicizia da anni. Tuttavia, diversamente da Thomas Borer, rende pubblici i nominativi di tutti i clienti di cui rappresenta gli interessi.
Regole chiare stroncate sul nascere
Anche il consulente in comunicazione Iwan Rickenbacher non conosce alcun caso analogo. Una cosa è però certa per l'ex segretario generale del Partito popolare democratico e politologo: ci sono zone grigie in cui altri Stati hanno cercato di influenzare le decisioni del parlamento svizzero:
"Se dei fabbricanti di aerei vogliono promuovere i loro aviogetti da combattimento, che si tratti di un Rafale francese o di un Gripen svedese, non sono in gioco solo dei prodotti industriali, ma anche degli interessi statali. In questi casi viene fatto indirettamente lobbying per gli interessi francesi o svedesi", afferma Rickenbacher.
Una procedura di accreditamento con regole precise potrebbe portare maggiore trasparenza in affari oscuri. Persino l'associazione professionale dei lobbisti la reclama. Chi è accreditato come lobbista dovrebbe rendere pubblici tutti gli interessi che rappresenta.
Uno dei sistemi di accreditamento più rigorosi è quello degli Stati Uniti, dove sia il lobbista sia chi è sottoposto a lobbying ha l'obbligo di annunciare tali attività. Lo stesso vale per l'Unione europea, che fa ancora un passo in più: chi vuole essere iscritto nel registro dei lobbisti, deve rendere noti anche gli onorari.
Finora in Svizzera le proposte per rendere più trasparenti le attività di lobbying a livello nazionale sono praticamente sempre state stroncate sul nascere, spesso dal parlamento stesso. Un'iniziativa parlamentare del deputato liberale radicale Andrea Caroni è stata affossata tre anni fa.
"Alcuni ritengono che non vi sia alcun problema. Altri temono che non ci sia alcuna soluzione applicabile. Molto probabilmente, però, la maggior paura è quella di perdere il 'distintivo del potere'", osserva Caroni, cercando i motivi dell'ampia bocciatura subita dalla sua proposta.
Dietro la facciata del parlamento di milizia
Anche Iwan Rickenbacher critica il distintivo d'ingresso che taluni possono guadagnarsi come "dimostrazione di favore di un parlamentare". Secondo il politologo, "così vengono create dipendenze e pronunciate decisioni che non sono trasparenti".
I tentativi di introdurre un controllo serio degli interessi sia dei lobbisti sia di coloro che vengono sottoposti a lobbying sono sempre falliti, "perché nel nostro cosiddetto parlamento di milizia singoli membri si considerano anche rappresentanti di interessi di associazioni, istituzioni, gruppi industriali e non vogliono farsi impartire regole", afferma Rickenbacher.
Se qualcuno chiede regole più severe, viene immediatamente avanzato il pretesto che in un sistema di milizia i parlamentari non possono rinunciare alle loro attività professionali anche per motivi di sussistenza, prosegue il politologo.
Tuttavia uno studio dell'Istituto di scienze politiche dell'università di Zurigo ha dimostrato che nella Camera del popolo solo un deputato su otto esercita ancora il mandato come puro parlamentare di milizia. Nella Camera dei Cantoni non c'è nemmeno un solo senatore che lo fa.
"La Svizzera celebra un parlamento di milizia, ma accetta che i parlamentari esercitano le loro funzioni in gran parte a tempo pieno", commenta Rickenbacher.
Rappresentanti degli elettori o lobbisti?
Secondo Rickenbacher, il lobbismo, ossia il contatto tra la società civile, l'economia e il parlamento, è necessario. A condizione tuttavia "che siano adottate norme chiare riguardanti l'obbligo di dichiarare tali legami e che vi sia un loro disciplinamento", come è il caso in parlamenti professionisti di Stati avanzati.
Per alcuni parlamentari svizzeri, ciò significherebbe che su certi oggetti dovrebbero astenersi dal voto.
"Per esempio, si dovrebbe discutere se un mandato in un consiglio di amministrazione di un'assicurazione malattia è compatibile quello di membro della Commissione della sanità" di una delle Camere federali. Le commissioni emanano le proposte al plenum e hanno un importante influsso sulle decisioni parlamentari.
Attualmente quattro membri su cinque della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale (Camera del popolo) hanno legami diretti con società o organizzazioni nel settore sanitario.
Per fare un po' di luce sui legami tra parlamentari e gruppi di interesse un gruppo composto di giornalisti e informatici ha creato la piattaforma lobbywatch.ch. Essa permette a chiunque di vedere facilmente i vari intrecci.
Ma anche in seno ai lobbisti c'è chi vuole rendere trasparenti questi legami. L'associazione svizzera delle agenzie di pubbliche relazioni SPAG dall'inizio dello scorso anno impone ai propri membri di divulgare i mandati. Secondo il suo direttore Robert P. Hilti, solo quattro degli oltre 200 membri hanno abbandonato la SPAG in seguito a questo nuovo obbligo di trasparenza.
Un sito internet per fare luce
"Poiché lo Stato non lo fa", un gruppo di giornalisti e di informatici denominato LobbyWatch.ch cerca di mettere in luce i legami d'interesse dei parlamentari e dei loro "ospiti" che hanno un permesso permanente d'ingresso al Palazzo federale. "Per almeno la metà dei parlamentari abbiamo trovato interessi non dichiarati, benché sarebbero obbligati a farlo", dice Thomas Angeli, copresidente di LobbyWatch.
Un caso classico sono i legami d'interesse dell'ex deputato e attuale ministro dell'economia Johann Schneider-Ammann con la società finanziaria Afinsa AG, che gestiva i soldi del Gruppo Ammann in una società offshore a Jersey. "Schneider-Ammann non aveva mai dichiarato questo mandato. Prima della sua elezione al governo federale, aveva detto che alcuni dei suoi mandati 'erano caduti nel dimenticatoio assolutamente involontariamente'".
Anche molti dei circa 400 "ospiti" che hanno ricevuto l'autorizzazione di accesso al Palazzo tramite dei parlamentari, non dichiarano ufficialmente per chi fanno lobby, rileva Angeli.
(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi)