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Mentre l’attenzione mondiale è stata catalizzata dalla crisi finanziaria, la Banca Mondiale prevede all’orizzonte una nuova crisi alimentare. Secondo le previsioni questa nuova crisi, la terza dal 2007/2008, dovrebbe raggiungere il picco tra la fine di quest’anno e il 2013.
Ogni crisi alimentare, quando si è presentata, è stata caratterizzata da un’impennata dei prezzi che ha fatto cadere milioni di persone nella carestia. Quali sono gli elementi che determinano a livello internazionale queste crisi ricorrenti?
Le cause sono controverse: ci sono gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sui raccolti, la trasformazione crescente di prodotti alimentari in agrocarburanti e la speculazione sui mercati finanziari, dove si scambiano prodotti derivati agricoli.
In Europa i consumatori mettono sotto pressione i rispettivi governi e sono già quattro le banche tedesche che hanno deciso di ritirarsi dalle speculazioni sui prodotti alimentari. L’ultima di queste, la Landesbank Berlin ha rinunciato a fine settembre ad investire nelle operazioni speculative sui beni agricoli. La Deutsche Bank, nonostante si trovi sotto pressione, esita ancora perché vuole prima verificare se esiste un legame effettivo tra la speculazione e le fluttuazioni dei prezzi dei beni alimentari.
Anche in Svizzera il tema è all’ordine del giorno dato che è stata promossa una iniziativa popolare contro la speculazione sui beni alimentari che vuole proibire gli investimenti negli strumenti finanziari che concernono le materie prime agricole e le derrate alimentari. Resterà comunque autorizzata la “buona speculazione”, vale a dire gli affari classici che servono a preservare le forniture dalle variazioni eccessive di prezzo e dagli imprevisti.
Ma quanto è grave questa crisi alimentare? Se ci guardiamo alle spalle non possiamo dimenticare che negli anni ’60 la Cina ha subìto una gigantesca carestia con milioni di morti. Sempre negli anni ’60 e fino agli anni ’70 il Brasile era un paese che importava cibo, e aveva bisogno di aiuti alimentari dagli Usa. Anche il Vietnam, che oggi è il secondo esportatore di riso mondiale, aveva un deficit alimentare. Stesso discorso per Malesia e Indonesia. L’India negli anni ’60 veniva poi descritta come un caso senza speranza. Eppure queste nazioni si sono risollevate, anche se spesso a scapito di nazioni più povere.
A soffrire la crisi è rimasta una parte consistente dell’Africa, che avrebbe potuto rendersi indipendente ma che ha perso, a causa del land grabbing, milioni di ettari di terra agricola e di foreste, destinate a piantagioni per esportazione, biofuel o ricerche minerarie. Si ritiene che nell’ultimo decennio siano stati acquisiti, soprattutto dai Cinesi, qualcosa come 200 milioni di ettari in tutto il mondo, pari al 13% di tutta la terra arabile ed equivalente a tutta la terra coltivabile di USA e Canada. Questa terra potrebbe nutrire oltre un miliardo di persone.
Nonostante sia opinione comune che sia la speculazione finanziaria a determinare la formazione dei prezzi agricoli, non possiamo ignorare di essere in presenza di un aumento esponenziale della domanda di materie prime agricole, conseguente alla rapidissima crescita economica di molti Paesi emergenti, che si aggiungono al numero delle nazioni forti consumatrici di alimenti, come la carne, fino a poco tempo fa per loro inaccessibili, per cultura o per basso reddito. La Cina, in primis, ma anche l’India, il Brasile e la Russia devono nutrire milioni di persone con un reddito crescente e con aspettative di consumo adeguate a questa crescita. Nel medio periodo, al traguardo del 2050, si stima che passeremo dai circa 7 miliardi di abitanti del nostro Pianeta a oltre 8-9 miliardi.
Per nutrire quasi 2 miliardi di persone in più, diventerà sempre più difficile trovare cibo sufficiente, se non aumentando proporzionalmente anche la produzione agricola. La Commissione Europea ha stimato, per quella data, la necessità di una produzione aggiuntiva annua di 1 miliardo di tonnellate di cereali e di 200 milioni di tonnellate di carne. Target che richiederebbe una estensione della superficie irrigata del pianeta di 32 milioni di ettari, con un incremento del 27% del terreno irrigato e coltivato, soprattutto nei Paesi emergenti, a parità di condizioni e tecnologie.
Numerosi governi, istituti finanziari ed economisti ripetono in continuazione che ogni speculazione sia buona. Probabilmente lo è stata sino al 2000. Da allora gli Stati Uniti hanno deregolamentato i mercati a termine ed il resto dei paesi occidentali ne ha seguito l’esempio. Prima, i produttori ed i trasformatori controllavano l’80% delle transazioni sui mercati a termine delle merci. Oggi è il contrario: l’80% del mercato è dominato dagli speculatori finanziari. Ma i mercati regolamentati sono solo la punta dell’iceberg. Si stima che l’entità dei contratti derivati OTC sulle commodity sia cresciuta del 300% dal 1998 al 2003, per poi rimbalzare di ben 19 volte più in alto nei 5 anni successivi e toccare, nel giugno 2008, i 13 trilioni di dollari. In 10 anni questi prodotti finanziari sono passati a rappresentare il 21,6% del PIL mondiale, dall’1,5% di partenza. Nel 2010 le operazioni in derivati sulle materie prime e sui beni alimentari hanno fatto registrare aumenti del +10/20% rispetto all’anno prima.
Nel grafico è possibile osservare come l’indice SPGSAG (S&P GSCI Agricultural Index Spot) segua nei suoi picchi e nei suoi avvallamenti l’indice Standard and Poor’s 500 (SPX), ossia l’indice, pesato sulla capitalizzazione, delle 500 più importanti aziende quotate negli Stati Uniti.
Le materie prime agricole hanno dunque una relazione diretta con il mercato finanziario in generale e con il mercato borsistico in particolare.
È interessante osservare sul grafico come l’indice FAO (UN Food and Agriculture World Food Price Index) che rappresenta un media degli scambi costanti ponderata su 55 prezzi delle materie prime agricole quotati a livello internazionale, ottenute da fonti secondarie, segua con un leggero ritardo l’andamento dell’indice finanziario SPGSAG con una particolarità decisamente significativa: dal 2004 questo indice è dotato di un “effetto memoria” ossia segue al rialzo i prezzi dell’indice finanziario, ma in maniera molto più lenta si adegua ai ribassi. L’indice FAO è un paniere molto rappresentativo perché comprende Carne al 35%, Latte al 17%, Cereali al 27%, Oli al 14 e Zucchero al 7%.
Cosa si può fare per limitare gli effetti di una crisi che pare inevitabile? Il relatore speciale dell’ONU per il diritto all’alimentazione Olivier de Shutter ha indicato tre strade maestre da seguire, per evitare il peggio, per gli 80 Paesi già oggi in un situazione acclarata di deficit alimentare:
1) incoraggiare i Paesi a ricostruire le proprie riserve alimentari
2) fissare un limite alle speculazioni basate sui prezzi delle commodity, introducendo dei tetti alle esposizioni degli investitori istituzionali sulle singole materie prime
3) imporre la trasparenza su tutte le operazioni di scambio dei titoli derivati.
Qualcuno propone da tempo di creare “un sistema globale mirato di riserve alimentari” che potrebbe essere gestito dalla FAO o dalle Nazioni Unite, ma la realtà ci dice che nazioni come la Cina stanno invece creando sistemi locali di controllo dei prezzi togliendo terreni coltivabili dalle disponibilità dei paesi più poveri (land grabbing) e controllando i mercati. Eclatante è stata la ricca offerta dell’Hong Kong Exchanges & Clearing (Hkec) per acquisire il London Metal Exchange (Lme) con un accordo che porterà a Hong Kong l’80% degli scambi mondiali sui metalli di base.
Se l’Europa arriverà a proibire gli investimenti negli strumenti finanziari che concernono le materie prime agricole e le derrate alimentari, finirà per lasciare ai Cinesi il compito di controllare i prezzi. E non è detto che l’attuale interesse della Cina a mantenere i prezzi bassi sia lo stesso anche in futuro.
*Roberto Malnati, Direttore e Fund Manager di Global Opportunity Investments SA, Lugano.
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