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Fu la vera signora della Belle Epoque Ma alla fine si rifugiò nella morfina
Si sposò tre volte : a quindici anni con l'intellettuale Thadée Natanson, poi con il finanziere Alfred Edwards e con il decoratore José-Maria, di cui assunse il cognome Per non perdere l'ultimo marito accettò un ménage à trois con la giovane Roussy Renoir le fece diversi ritratti Proust si ispirò a lei per il personaggio di Madame Verdurin
Gli uomini se non erano d'autore non li frequentava. I suoi mariti, tre, dovevano essere «in vista»; il secondo, poi, era ricco sfondato, e anche odioso. Di mestiere faceva la Ninfa Egeria, la musa della Belle Epoque con un catalogo di protetti da far invidia a qualsiasi Accademia: Mallarmé, Toulouse-Lautrec, Verlaine, Renoir, Diaghilev, Proust, Debussy, Picasso, Ravel, Jarry, Stravinskij, Satie, solo per citarne alcuni. Nel sua casa parigina collezionava celebrità e in quella straordinaria stagione di avanguardie - tra fine Ottocento e primo Novecento - ci teneva molto a essere la più irresistibile, la più intelligente, la più generosa fra le donne che allora avevano diritto di frequentare il Giardino delle Esperidi. Una sovrana seccatrice Se ne conoscono di queste donne (le patronesse dei grandi uomini, le scopritrici di talenti, le signore che dispongono di salotti, artisti, case editrici) e pure lei, a conoscerla bene, rotto il velo angelicato della leggenda, non sfugge all'antipatia. Che sovrana seccatrice doveva essere questa Misia Sert, che donna piena di sé, che faccendiera dell'arte! Così presuntuosa da dettare, negli ultimi anni della sua vita, un autoritratto pubblicato postumo (Misia, Gallimard, 1952, e Adelphi, 1981); così prevedibile negli esiti da ispirare una biografia manierata, «deliziosa» come un ninnolo chic, scritta da un'allegra coppia di pianisti (Misia di Arthur Gold e Robert Fizdale, Knopf, 1980 e Mondadori, 1981). Per essere una che puntava all'immortalità, riesce a descriversi come insopportabile, non smette un solo istante di vantarsi del suo fascino e delle sue amicizie, non c'è gesto che non corrisponda al copione della «donna che visse come un'opera d'arte». Si dice che, nella Recherche, molti tratti di Madame Verdurin la riguardino da vicino (Proust non le perdonava di avergli dato dello snob). Renoir la dipinse stupendamente sette o otto volte, ricevendone in cambio non esaltanti gesti di signorilità: «Quando il ritratto con vestito rosa - scrive Misia - fu finito, gli mandai un assegno in bianco, pregandolo di scriverci sopra la somma che voleva e ricordandogli che Edwards (suo marito, ndr) era un uomo ricco». Un giorno, mentre la ritraeva, Renoir la pregò di slacciarsi un po'il corpetto per mettere in rilievo il bel seno e lei gli negò la piccola gioia: «Dopo la sua morte mi sono spesso rimproverata di non avergli lasciato vedere tutto ciò che voleva». L'assegno sì, il seno no. Non era granché colta. Una sera, il raffinato Remy de Gourmont, ha la bontà di intrattenerla per ore. Misia afferra sì e no un terzo della preziosa conversazione: «Devo dire - sottolinea - che mi piace moltissimo stare ad ascoltare cose estremamente intelligenti che non capisco bene. È una delle mie debolezze». Frequentando la casa di Emile Zola, vive da vicino il caso Dreyfuss e si arruola fra i partigiani della «giustizia tout court». Salvo uscirsene con questa miserabile battuta: «La cosa comica era che questo piccolo capitano israelita per il quale eravamo pronti a fare a pezzi papà e mamma era la summa di tutto quello che più ci dispiaceva in un campione di umanità. Ma la sua causa era così palesemente quella della Giustizia che ci era impossibile non sposarla in blocco». Ma il gesto più volgare della sua esistenza, da «tigre infiocchettata» (Cocteau), è legato al secondo matrimonio. Si lasciò letteralmente «comprare» da Alfred Edwards, fondatore del giornale Le Matin (per lei acquistò anche Le Figaro), il quale, prima spedì in Ungheria suo marito in una rovinosa e nobile impresa mineraria e poi la impalmò, con la promessa, mantenuta, di ripianare i debiti. Lei finge qualche resistenza ma poi fa buon viso. Abbozza anche quando lui la lascia per una soubrette del «French Cancan». A giudizio unanime, era una virtuosa del piano ma, per una volta che si esibì, Cocteau scrisse un'imbarazzante recensione su Paris-Midi. Eccone un passo: «Eccoci davanti a una di quelle donne alle quali Stendhal accorda il genio. Genio di camminare, ridere, rimettere qualcuno a suo posto, maneggiare un ventaglio, salire in macchina, inventare un diadema. Questo genio Misia ha saputo possederlo a tal punto che, scrivendo Thomas l'imposteur, per quanto mi concentrassi sulla San Severina, fu lei che divenne, automaticamente, costi quel che costi, il modello della principessa di Bornes». Misia, costi quel che costi, ribatte: «Mi sembra un piccolo capolavoro di "recensione", un genere nel quale pochissimi scrittori - anche tra i giornalisti di mestiere - hanno saputo destreggiarsi brillantemente». Misia Sert, nata Godebska (Pietroburgo 1872 - Parigi 1950) si maritò tre volte. A 15 anni sposa Thadée Natanson, giovane colto, ben provvisto di mezzi, fondatore col fratello della celebre Revue Blanche, rivista d'arte e letteratura che radunava l'intellettualità parigina. Le case dei giovani Natanson, a Parigi e in campagna, erano sempre generosamente aperte e ospitali con artisti e mostri sacri. E Misia sa recitare la parte della perfetta padrona di casa, prodiga e insieme vogliosa di imparare tutto dai suoi ospiti, sempre disposta a lasciarsi ritrarre. A 28 anni si sposa con Alfred Edwards, potentissimo padrone di giornali, finanziere spregiudicato, uomo senza scrupoli: con il denaro che il marito le mette generosamente a disposizione finanzia i suoi artisti e in particolare i balletti di Diaghilev. A 42 sposa José-Maria Sert, di ricca famiglia di filandieri spagnoli, decoratore e affreschista accademico, più giovane di lei. Misia si mostra molto innamorata, tanto da condividere, pur di non perderlo, una relazione che il marito avrà dopo qualche anno con la principessa Mdivani, Roussy, una giovane bellezza russa. Brucianti sconfitte «Cosmopolita per nascita, cresciuta in stanze dove l'oggetto indispensabile era il pianoforte, fra drammi passionali e ospiti illustri che vanno e che vengono, Misia colse subito l'avventura dei suoi anni e il fiuto per il talento non l'ingannò mai»; tutto qui (come recita il retro di copertina delle sue memorie) il fascino e l'arcano di questa donna, splendida regista del «tout Paris»? No, il vero, profondo mistero si cela nelle sue sconfitte, nei suoi insuccessi. Nonostante fosse una di quelle donne convinte che l'intero genere umano debba innamorarsi di loro a prima vista, Misia è andata incontro a brucianti disfatte. Quando deve farsi piacere il pessimo Edwards e giustificarsi con un piccolo capolavoro d'ipocrisia: «L'impeto del suo amore aveva finito per trionfare sulla mia amichevole indifferenza e mi resi presto conto di essere sua moglie molto più di quanto non lo fossi mai stata per Thadée». Quando, terrorizzata di perdere il marito, ammanta di cattivo lirismo un chiacchierato ménage à trois con la piccola Roussy: «Aveva giusto l'età per essere nostra figlia e aveva appena perduto la madre. Non poteva trovare un posto nel cuore di entrambi senza che ciò fosse una minaccia per la nostra felicità?». Quando, scossa dagli eventi e dagli anni che fuggono, si rifugia prima a Lourdes e poi nella morfina. Nel momento in cui si spengono le luci della ribalta, è lì che Misia, nuda di ogni difesa, rivela tutto il suo mistero: il senso del tempo che declina spegne i fulgori e vela la bellezza ma produce un incanto amaro, liberato alfine da snobismi e finzioni.
Grasso Aldo
Pagina 27
(28 luglio 2002) - Corriere della Sera