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Economia, democrazia e la vita di John Maynard Keynes
di Franco Cavalli
Zachary Carter è una delle firme più importanti del giornalismo economico e politico americano e scrive per diverse pubblicazioni di centro-sinistra, tra cui HuffPost, The Nation, The New Republic e altre. Questo suo primo libro, che è stato un enorme successo editoriale negli Stati Uniti, è dedicato a Keynes, che assieme ad Einstein è stato uno dei due o tre personaggi pubblici che hanno marcato il Novecento.
Questa biografia, corposa ma molto ben leggibile, ne rappresenta il pensiero politico ed economico che ha rivoluzionato il mondo, e lo fa in modo molto dinamico, cioè collegandolo a tutte le innumerevoli dispute accademiche e politiche, da cui, quasi più che dai suoi libri, si deduce il suo pensiero.
Il tutto inizia quando allo scoppio della 1° Guerra Mondiale un suo conoscente al Foreign Office di Londra lo convoca (lui si fa trasportare sul seggiolino posteriore di una motocicletta) per farsi dare una mano a capire come il governo britannico possa evitare quello che ormai era considerato il prossimo fallimento delle casse statali. Il libro si conclude con la conferenza di Bretton Woods, dove fu lui ad immaginare il sistema monetario internazionale che avrebbe dovuto favorire la rinascita economica dopo la 2° Guerra Mondiale. Il nome di Keynes è sulle labbra di tutti coloro che hanno anche solo una minima infarinatura di politica economica e di politica in generale, ma poco conosciuta è la sua abbastanza eccezionale storia personale.
A partire dal fatto che quando nel 1914 fu chiamato a Londra era un oscuro professore di filosofia a Cambridge, che però si dilettava di questioni economiche. Keynes fu fine intellettuale e uomo di grande cultura, amico dei personaggi più eccentrici dell’epoca, da Bertrand Russell a Ludwig Wittgenstein fino a Virginia Woolf. Con quest’ultima fu tra gli animatori di una specie di comune intellettuale situata nella zona londinese di Bloomsbury, che negli anni precedenti il primo conflitto mondiale rappresentò un’avanguardia culturale, ma anche di costume, dato che non si disdegnava il libero amore. È interessante notare che quest’esperienza coincise temporalmente con quella, in fondo molto simile, del Monte Verità ad Ascona.
Omosessuale quando nel Regno Unito era ancora un delitto, intorno ai 40 anni s’innamorò e sposò una ballerina russa, ciò che scandalizzò la Londra bene. Grazie a sua moglie poté conoscere da vicino la Russia sovietica anche ai tempi delle purghe staliniane.
Questa biografia estremamente brillante, va però ben al di là della persona di per sé straordinaria di Keynes, in quanto ci dà uno spaccato molto chiaro ed istruttivo della Gran Bretagna di allora, della sua iniziale decadenza, ma anche dell’Europa dei primi 50 anni del secolo scorso. Particolarmente interessante poi sono le relazioni, che dall’autore vengono molto approfondite, che Keynes ebbe con gli Stati Uniti, in particolare con Roosevelt a cui fornì molte delle idee del New Deal.
Da questo quadro si capisce molto bene d’una parte la decadenza britannica e dall’altra la contemporanea e inversamente proporzionale crescita della potenza statunitense, che nei suoi ultimi anni Keynes accusò duramente di essere molto egoista e di gettare le basi di un nuovo imperialismo. Così a Bretton Woods, se fu accettata la struttura da lui proposta (Banca Mondiale, IMF) egli fu anche sconfitto, in quanto non avrebbe voluto che il tutto fosse assoggettato al dollaro e quindi agli Statuti Uniti, ciò che tra l’altro portò l’Unione Sovietica (invitata alla conferenza) a non accettare le decisioni prese.
Keynes era già stato sconfitto a Versailles durante le trattative alla fine della 1° Guerra Mondiale, quando aveva pregato tutti di non imporre delle condizioni impossibili alla Germania perché egli aveva esattamente previsto che questo avrebbe poi portato al revanscismo tedesco e ad una nuova guerra.
Keynes fu fondamentalmente un pacifista, anche se ironicamente fu sempre chiamato a risolvere i problemi economici durante i due conflitti mondiali. Keynes dimostrò chiaramente, anche nella pratica quotidiana, che il laissez faire dell’economia borghese classica non poteva che portare al disastro (vedi la crisi del 1929) e che i problemi del mondo potevano essere risolti solo con una politica economica proattiva, diretta in gran parte da decisioni politiche statali.
Anche se le sue analisi sociali e il suo odio contro il dominio del profitto e degli speculatori lo situarono nell’area di sinistra e democratica, egli sempre rifiutò l’idea che la salvezza potesse venire solo da una rivoluzione e anzi continuò ad affermare che era solo con politiche come quelle da lui progettate che si poteva evitare quella rivoluzione violenta, che altrimenti sarebbe sicuramente avvenuta. Molti dei suoi più vicini collaboratori furono però veramente dei Marxisti. Basti pensare a Joan Robinson, la sua migliore allieva e, assieme a Rosa Luxemburg, la più conosciuta tra le economiste marxiste o a Paul Sweezy, il fondatore delle Monthly Review. Fu anche basandosi su questo fatto che molti suoi discepoli furono vittime del maccartismo scoppiato negli Stati Uniti negli anni cinquanta del secolo scorso. E da lì cominciò a germogliare anche l’erba grama del neoliberismo, rappresentato soprattutto da Hayek e von Mises, che per decenni erano stati messi nell’angolo dal carisma e dalla brillantezza delle esposizioni keynesiane.
Nonostante la sua corposità, questo libro dovrebbe essere letto da tutti coloro che hanno un interesse alla storia economica ma soprattutto alla storia europea e mondiale tout court del secolo scorso.
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