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Due occhi piccoli e vivaci, incastonati nel sorridente viso tondo, dallo sguardo aperto e luminoso, dall’età indefinibile. Non li dimostra 70 anni, Manuel Castells, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi sociologi viventi, come Habermas, Morin e pochi altri. Quando, in giro per il mondo a presentare i suoi studi, si presenta al pubblico, spesso, con sguardo sornione, già sapendo di ricevere un sorriso ed un applauso dice “Io sono spagnolo, di La Mancha… come Don Chisciotte !” . E come un Don Chisciotte moderno e visionario, la sua ricerca si è sviluppata nel tempo su argomenti difficili e controversi, nella definizione di quelle che erano le relazioni tra il potere e la società, tra potere e media. Partì nel lontano 1968, in fuga dalla Spagna franchista, giungendo a Parigi dove , giovanissimo, a 24 anni, divenne professore universitario, avendo tra i suoi allievi uno dei leader del movimento sessantottino francese, Daniel Cohn-Benedict .
Quel movimento lo influenzò, nella vita e nelle sue teorie, nella convinzione che le cose potessero cambiare, essere smosse, non solo con la protesta, ma con una protesta articolata con gli interessi ed i valori della società. Il principio dell’affermazione dell’autonomia individuale, in opposizione alla massificazione e standardizzazione, fu al centro di quel cambiamento. Anche la rivoluzione tecnologica degli anni successivi, fu plasmata da questi valori, se pensiamo che aziende come IBM dichiaravano che nel 2000 ci sarebbero stati nel mondo al massimo tra 5 e 10 mega calcolatori e il personal computer sembrava un utopia o addirittura messo all’indice in paesi come l’Unione Sovietica.
Ed il rapporto tra la tecnologia e la struttura sociale in cui essa appare, quella che Castells definisce la relazione tra la rete Internet e l’individuo, ha rappresentato il punto centrale dei suoi studi. Al “determinismo tecnologico”, ovvero la convinzione che le tecnologie possano cambiare da sole la società, Castells contrappone un nuovo mondo che non è ridefinito dalla tecnologia in sé, bensì dagli usi di questa tecnologia sulla base degli interessi politici, sociali ed economici, da quello che le persone vogliono fare con essa, nel senso di ciò che essi sono, quello in cui credono, e quello vorrebbero accadesse nel mondo.
Per Castells oggi la rete Internet è lo strumento principale di comunicazione, attraverso cui milioni di persone in tutto il mondo sono in contatto tra di loro, spesso senza conoscersi, ma riuscendo a condividere idee, opinioni e battaglie, come accaduto con le rivoluzioni arabe, in Egitto, Tunisia, Libia, anche chiamate “Twitter revolutions” , nei movimenti come gli “Indignados” spagnoli o “Occupy Wall Street” in America, fenomeni che ha appunto analizzato nel suo ultimo libro “Reti di indignazione e speranza: movimenti sociali nell’era di Internet”.
Il suo pensiero, sostanzialmente innovativo, basato su una ricerca scientifica costante ed in continuo aggiornamento, ha una inquadratura culturale “umanistica” dello sviluppo della società, ponendo sempre l’individuo, quale essere umano con le proprie esigenze, valori e sentimenti, al centro dei processi culturali evolutivi sociali.
Sono gli esseri umani, con i propri interessi, aspirazioni e desideri, a determinare i cambiamenti sociali, nel bene e nel male, e le tecnologie, Internet in primo luogo, rappresentano la piattaforma per lo sviluppo e la crescita dei nuovi sistemi e movimenti sociali.
Castells è docente di Tecnologie della Comunicazione e della Società presso la Anneberg School of Communication dell’Università della California del Sud a Los Angeles, Professore Emerito di Sociologia e Professore Emerito di pianificazione Urbana e Regionale all’Università di Berkeley in California e Professore di Sociologia e Direttore dell’Internet Interdisciplinary Institute presso l’Università di Catalogna in Spagna . Ha scritto 23 libri e decine di pubblicazioni scientifiche in tutte le lingue e ricevuto una quindicina di lauree honoris causa da vari atenei nel mondo. Quest’anno è stato insignito dell’Holberg Price, il prestigioso premio istituito dal parlamento Norvegese, considerato il “Nobel” delle scienze umane e sociali. In Italia da qualche giorno, lo abbiamo incontrato a Milano, ponendogli alcune domande per i lettori della “Regione”.
Professor Castells, una delle principali questioni oggetto della sua ricerca negli ultimi dieci anni è la relazione tra potere e mondo dei media. Come cambia questa relazione con la rete Internet?
“Si tratta di un cambiamento totale. Le persone sono oggi in grado di creare reti di comunicazione orizzontale in modo multimodale senza alcun controllo di governi o aziende. Sì, ci sono tentativi di controllare, ma vi sono alcuni fattori che lo impediranno:
a) In tutti gli stati vi è una tutela giuridica per la libera espressione
b) Le persone possono reagire, cambiando, per esempio, le regole
c) Le persone sono in grado di bypassare il controllo e trovano sempre il modo di comunicare in Internet. Anche in Cina.
Oggi è la TV che prende le immagini da You Tube, piuttosto che il contrario. Ognuno di noi può avere il suo canale tv personale, in YouTube e nelle altre reti. Il monopolio della comunicazione di massa è finito, e questo è il cambiamento più importante nella storia della comunicazione”.
Nel suo penultimo libro “Aftermath – The Cultures of the Economic Crisis” pubblicato lo scorso luglio, lei sostiene che la attuale crisi economica è, ancor prima che economica o finanziaria, culturale e politica: ci può spiegare cosa intende?
“Intendo dire che credere di vivere indebitandosi per consumare senza avere il tempo di apprezzare la vita è una cultura distruttiva. Che la gestione delle istituzioni finanziarie in termini di guadagno personale dei dirigenti, indipendentemente dagli interessi dei clienti e degli azionisti è stata l’origine della crisi economica e finanziaria che ha travolto il mondo occidentale. E gli effetti di questa crisi gravano sui cittadini, che non ne sono responsabili, con la complicità delle èlite politiche e delle èlite finanziarie, generando una crisi di legittimazione politica”.
Questa crisi ha travolto il mondo dell’editoria e dei giornali. Gli editori tendono a vedere nella rete Internet e nei suoi attori più importanti, non una possibilità ma un nemico: è di questi giorni la notizia che gli editori europei, dopo quelli brasiliani, si stiano coalizzando per imporre una tassa a Google… che ne pensa?
“Il nostro mondo è online. Il 97% di tutte le informazioni esistenti nel pianeta è digitalizzato. I giornali che non si adattano all’era digitale sono condannati a prescindere dai sistemi “luddisti” (antitecnologici ndr) che possono provare. In realtà la maggior parte dei giornali europei sono sovvenzionati dai governi e dai partiti politici o sono di proprietà di corporations, anche se in perdita, con il solo scopo di mantenere la propria attuale influenza politica. È una questione di tempo. Quando la attuale generazione di sessantenni si esaurirà, non ci sarà nessun giornale stampato senza sovvenzioni. Ma l’informazione ed il giornalismo prospereranno nel mondo della comunicazione virtuale, che gli editori dovranno condividere con i blogger e gli altri abitanti della rete”.
D’altra parte le concentrazioni di potere, come nel campo dei media tradizionali (stampa e televisione) sono molto forti anche per quanto riguarda internet: basti pensare a giganti come Google, Apple o Amazon. Non pensa che tali concentrazioni siano negative o, addirittura, pericolose?
“Il capitalismo delle aziende tende alla concentrazione del potere in tutti i settori. Nel mondo di Internet, tuttavia, le reti di comunicazione orizzontale permettono a persone come lei e me e chiunque altro, di avere un blog o di creare una rete di comunicazione o anche una azienda su Internet (i costi di avviamento sono bassi per gli imprenditori tecnologicamente avanzati). Così, se Google o Apple bloccano le libere informazioni in Internet, queste verranno riportate da nuove imprese libere. Questo è ciò che è successo a AOL o MySpace. Quindi, sì, questi sono oligopoli, ma la forza di queste aziende è di fornire libera comunicazione. Se non lo faranno qualcun altro lo farà, anche con un piccolo capitale, e portando via i loro clienti”.
Nella sua ricerca, lei individua nella rete internet il luogo per una nuova democrazia… eppure nell’ultimo dibattito tra Obama e Romney per la campagna presidenziale 2012, uno studio afferma che l’85% della popolazione seguiva il dibattito in televisione, mentre solo il 14% su computer e mobile, siamo ancora all’inizio di questo processo?
“Non proprio, un dibattito televisivo è un dibattito televisivo che alla gente piace vedere in questo formato. I dati sono molto diversi se prendiamo in considerazione la fascia di età tra i 20 e i 30 anni. Ma la cosa principale è che le persone che stanno cercando di costruire una nuova forma di democrazia non credono in quel tipo di politica che viene decisa dagli spettacoli televisivi. Il problema non è la piattaforma tecnologica, ma come vengono prodotte le immagini ed i contenuti. La TV non scomparirà, ma diventerà solo un nodo di una rete molto più ampia di piattaforme di comunicazione”.
Eppure anche nella campagna presidenziale americana 2012, l’interazione con il pubblico, in Internet, è stata scandita da centinaia di migliaia di messaggi degli staff di collaboratori di Obama e Romney : è in pericolo l’autonomia ed indipendenza della rete Internet?
“In tempi molto recenti le reti di potere, come quelle politiche, erano gli unici abitanti della sfera delle comunicazioni di massa. Ora devono condividere questa sfera con milioni di messaggi e centinaia di migliaia di reti di comunicazione autonome, che non seguono gli ordini. La prima campagna di Obama ha determinato la nascita di una moltitudine di reti indipendenti, e questo è stato il motivo del successo di Obama. L’ultima è stata una campagna per metà “aziendale” e per metà “dal basso”, controllata dal suo staff, ed il livello di mobilitazione si è ridotto. Eppure la gente ha votato per lui, perché non apprezzava Romney. Ma Obama è ormai diventato un politico tradizionale, anche se molto più progressista rispetto alla maggior parte dei politici americani”.
*L’articolo pubblicato originariamente sul quotidiano La Regione il 19 novembre 2012 potete scaricarlo qui nella versione originale in pdf.