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Riflessioni sull’incontro di Cochabamba
I popoli discutono come salvare il clima
In risposta al fallimento del vertice sul clima di Copenaghen il presidente della Bolivia ha convocato la “Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra” che ha avuto il suo apice nella giornata finale dello scorso 22 aprile.
Più di 20'000 persone di 132 paesi si sono date appuntamento questa settimana a Tiquipaya, a 15 km da Cochabamba, rispondendo alla convocazione che, senza condizioni né esclusioni, Evo Morales ha indirizzato tanto ai Governi che condividono gli obiettivi della conferenza, quanto a organizzazioni delle nazioni Unite, altre istituzioni internazionali, scienziati, ONG e movimenti sociali.
Il fallimento di Copenaghen
Il sonoro fallimento del 15° vertice dell’ONU sul cambiamento climatico di Copenaghen è il precedente immediato di questa conferenza. In quella i grandi paesi del Nord hanno fatto pesare i loro veti per firmare un documento che ponesse obiettivi e termini concreti. Quest’attitudine li ha anche portati a disconoscere il loro debito storico verso i paesi del Sud.
Come risaputo, e opportunamente illustrerà questo articolo, il centro delle controversie si è manifestato all’interno del “G-2”. Gli Stati Uniti hanno rifiutato per l’ennesima volta di firmare impegni che implicassero una riduzione sostanziale delle loro emissioni. La Cina non ha accettato l’obbligatorietà di queste riduzioni, ancora meno che fossero controllate da un organismo internazionale indipendente. Come c’era da aspettarsi, non hanno nemmeno affrontato l’ammontare dei fondi e il finanziamento per la riconversione dei processi produttivi nei paesi meno sviluppati.
Sul finale dell’incontro un comitato di soli cinque paesi (Stati Uniti, Cina, Brasile, India e Sudafrica) ha presentato un accordo minimo, poco più che una dichiarazione. Questo accordo è stato firmato fino ad oggi solo da venticinque paesi tra i più inquinanti del pianeta e non fa altro che confermare il fallimento del vertice. Così com’è formulato serve solo agli interessi del grande capitale e all’appropriazione capitalista delle risorse e costituisce una grave minaccia per i lavoratori del mondo, i poveri, i contadini, le donne e i popoli indigeni.
La convocazione boliviana
Il presidente Evo Morales ha criticato molto duramente questo documento. Tanto sul piano formale, è stato discusso tra pochi senza rispettare il metodo di lavoro dell’ONU, quanto nel suo contenuto, ha ignorato completamente le raccomandazioni del Gruppo Intergovernativo di Studio del Clima (GIEC) e non prevede alcun impegno obbligatorio, né tantomeno garanzie finanziarie per i paesi più poveri.
Come ci si ricorderà, la delegazione boliviana è stata una delle più attive a Copenaghen, praticamente l’unica a stabilire, fin dall’inizio della conferenza, relazioni solidali con i movimenti sociali. È stata una delle poche a partecipare al forum alternativo “Klimaforum” e nella conferenza ufficiale delle Nazioni Unite, contribuendo, assieme ai movimenti sociali e le migliaia di giovani che si sono dati appuntamento lì, all’organizzazione e alla riuscita della manifestazione di “Reclaim Power”, così come a coniare lo slogan unificante: “Cambiamo il sistema, non il clima!”.
Questa convocazione alla “Conferenza mondiale dei popoli…”, che deve perciò essere vista come la continuazione di quelle prese di posizioni politiche, ha come obiettivo di analizzare le cause strutturali del cambiamento climatico e fare in modo “… che siano i popoli stessi a intervenire nell’analisi delle cause e delle possibili soluzioni alla crisi climatica globale, in un dialogo aperto con i governi che sono a favore della vita”.
Il significato della sede
La scelta di Cochabamba come sede di questa conferenza mondiale non è un elemento secondario. È in questa città che ha avuto luogo nell’anno 2’000 la cosiddetta “Guerra dell’acqua” contro un gruppo finanziario multinazionale e i suoi progetti di privatizzazione dell’acqua. La vittoria fu ottenuta da un fronte molto ampio di sindacati, comitati di quartiere e associazioni, nell’ambito del “Coordinamento dell’acqua e della vita”. Questa esperienza si è ripetuta poi nella città boliviana di Alto e anche in Perù.
Con questi precedenti i movimenti sociali presenti a Cochabamba si sono proposti di dibattere e organizzare l’appoggio alle proposte e iniziative dei governi impegnati nella difesa dei diritti dei popoli e della natura, così come di accordarsi sulle rispettive agende per potenziare alternative e resistenze all’espansione delle relazioni di mercato a tutti gli ambiti della relazione tra le persone e tra queste e la natura, all’offensiva delle società transnazionali e alla militarizzazione.
Così la conferenza mondiale dei popoli è stata un’occasione unica per creare uno schieramento di forze di fronte al vertice climatico dell’ONU che si terrà in Messico nel dicembre 2010 e di fronte al quale verranno presentate le conclusioni.
Al momento in cui stiamo scrivendo questo articolo non si conoscono ancora queste conclusioni, ma si sa che ci sono state proposte per la realizzazione di un referendum in difesa della Terra-Madre e contro il modello capitalista distruttore dell’ecosistema, oltre a quella di convocare un Tribunale Internazionale per la Giustizia Climatica.
Nei dibattiti è stata posta anche la necessità di dare impulso a un accordo internazionale che obblighi i grandi paesi industrializzati – principali responsabili del riscaldamento globale – a ridurre almeno del 40% le loro emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, prendendo come riferimento le emissioni del 1990. Anche la necessità di opporsi alla privatizzazione e alla mercificazione dei beni comuni: l’acqua, la terra, i boschi, i fiumi, recuperare le risorse naturali che oggi sono in mano alle multinazionali. Ed esigere che i paesi ricchi si facciano carico del debito ecologico che hanno nei confronti dei paesi del Sud.
Così come sono state discusse misure immediate, è anche cresciuta la convinzione che, anche se queste fossero applicate in modo coscienzioso, il problema fondamentale non sarebbe risolto, perché la sua origine è nel modello produttivo imposto dal sistema capitalistico. Perciò si tratta di uscirne, poiché la questione climatica e la questione sociale si stanno fondendo e tutto questo nel quadro di una dimensione antimperialista e anticapitalista.
In ultima analisi, si tratta di cominciare a creare una nuova società, solidale e capace di vivere in armonia con la natura, con nuovi paradigmi di produzione e consumo, un’alternativa che i movimenti chiamano del “Buon Vivere”, che alcuni chiamano “Ecosocialismo”, e che il presidente Evo Morales, nella sessione inaugurale, ha definito col nome di “Socialismo Comunitario”. (22 aprile 2010)
* economista, membro del collettivo EDI –Economistas de Izquierda (Economisti di Sinistra). Il testo è stato tradotto dallo spagnolo dalla redazione di Solidarietà.