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Le difficoltà di arrivare a un accordo comune, persino sul testo del documento da elaborare, hanno caratterizzato il secondo giorno dei lavori della Conferenza internazionale dell'Onu sullo Sviluppo sostenibile, Rio+20, in corso a Rio de Janeiro. Alcuni degli ostacoli sono addirittura di ordine semantico, sui termini o le virgole da usare.
Gli Stati Uniti, per esempio, vorrebbero che venisse aggiunta la parola "estrema" a povertà, quando viene citata la necessità di sconfiggerla come uno degli obiettivi principali e imprescindibili per il futuro del pianeta.
I Paesi più ricchi poi si sono dimostrati contrari a mettere a disposizione maggiori risorse finanziarie, così come richiesto dai Paesi in via di sviluppo: Usa, Europa e Giappone sostengono che Cina, India e Brasile, tra gli altri, devono assumersi maggiori responsabilità. Di diverso avviso il G77 - gruppo di cui fanno parte oltre 130 Paesi emergenti di America Latina, Africa e Asia meridionale - che invece insiste nel mantenere il principio della differenziazione. In questo senso, anzi, G77 e Cina hanno proposto la creazione di un fondo per progetti sostenibili dotato di 30 miliardi di dollari l'anno e che, nelle loro intenzioni, servirebbe a finanziare progetti di sviluppo sostenibile nei Paesi più poveri.
Altro punto critico che gli specialisti stentano a risolvere è rappresentato dalla questione del trasferimento di tecnologia: G77 e Giappone ritengono necessario che venga compiuto dai Paesi ricchi a favore dei più poveri, ma europei e americani hanno mostrato riserve.
A pochi giorni dall'arrivo dei principali capi di Stato e di Governo del pianeta (20-22 giugno), che dovrebbero ratificare la relazione congiunta, appena un quarto del documento finale, simbolicamente chiamato "Il futuro che vogliamo", è stato concluso. Il che aumenta la diffidenza generale sulla validità e reale efficacia della "carta di intenti" per i prossimi anni che dovrebbe venir fuori dal summit.