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Mentre i primi scioperi e le reazioni più importanti scoppiavano nel bel mezzo di un’economia in forte crisi e di una pandemia che esplodeva, Snehal Shingavi, editore del Journal of Texas Marxism – Sezione 44, si è intrattenuto sui retroscena della crisi e di ciò che attende la sinistra con l’economista DAVID McNALLY* (Red)
Già prima del marzo 2020 si intravedevano i segnali di un rallentamento dell’economia mondiale: l’India aveva rivisto al ribasso i suoi dati di crescita, la Cina vedeva ridursi le sue esportazioni e gli Stati Uniti registravano da qualche tempo tassi di crescita più lenti. Quali sono state le caratteristiche e le cause di questa contrazione economica? Perché l’economia globale non si è ripresa dalla recessione del 2008-2009?
La crisi del 2008-2009 è stata una delle quattro maggiori contrazioni nella storia del capitalismo (le precedenti sono state nel 1873-96, 1929-39 e 1971-82). Eppure, a differenza delle precedenti, l’ultima non ha causato un decennio o più di panico, fallimenti e disoccupazione a due cifre. Le banche centrali hanno messo in atto un pacchetto di salvataggio senza precedenti – iniettando più di 19 mila miliardi di dollari nel solo sistema finanziario statunitense – ed evitando così un crollo catastrofico. Allo stesso tempo, hanno portato i tassi di interesse a livelli storicamente bassi e li hanno mantenuti tali in modo che le banche e le aziende potessero effettivamente ottenere fondi gratuitamente.
L’ironia è che salvando il sistema finanziario, le banche centrali hanno anche bloccato il meccanismo altamente distruttivo di “pulizia” del capitalismo (distruzione del capitale). Infatti, in un’economia capitalista, un crollo su larga scala spinge le imprese meno produttive alla bancarotta, permettendo ai sopravvissuti di assorbirle o di rilevare le loro quote di mercato. “Normalmente”, una depressione decennale accompagnata da una disoccupazione di massa tende a far scendere i salari dei lavoratori. Una volta che i fallimenti aziendali sono stati abbastanza diffusi e i salari sono diminuiti a sufficienza, le aziende sopravvissute trovano che i costi più bassi e i mercati più grandi rendono nuovamente proficuo un investimento redditizio. Alla fine ricominciano ad investire in nuovi impianti, fabbriche e complessi amministrativi, nonché in nuove attrezzature e macchinari. Il crollo lascia il posto all’espansione e inizia un nuovo ciclo di espansione e rallentamento.
Ma utilizzando i pacchetti di salvataggio del 2008-10 per evitare un rallentamento devastante, le banche centrali hanno bloccato questa riorganizzazione distruttiva dell’economia capitalista che avrebbe dovuto porre le basi per una nuova ondata di espansione. In breve, mettendo in cortocircuito un crollo profondo e duraturo, hanno anche messo in cortocircuito un nuovo boom.
Naturalmente, l’economia ha registrato una “ripresa” statistica a partire dal 2010. Ma è stato di gran lunga il recupero più anemico del dopoguerra. Un classico boom economico è caratterizzato da tassi di crescita sostenuti, dal cinque al dieci per cento all’anno. Ma nel decennio successivo al 2009, il Giappone è cresciuto ad un tasso medio annuo dell’1,4%, l’Europa dell’1,8% e gli Stati Uniti del 2,5%. Questi tassi di crescita segnalano un livello di sostanziale stagnazione.
I livelli di investimento delle imprese sono stati estremamente bassi, in gran parte perché, invece di spazzare via le imprese meno efficienti attraverso fallimenti generalizzati, migliaia di imprese sono state sostenute solo con il denaro gratuito offerto dalle banche centrali. Queste “imprese zombie” sono sopravvissute solo grazie a un decennio di utilizzo di un respiratore. Ma ora sono oppressi dal debito e potrebbero facilmente soccombere se il nuovo crollo dovesse peggiorare, come è probabile che accada.
E così come gli investimenti sono rimasti sostanzialmente stagnanti dal 2010, la crescita dei salari è stata quasi inesistente. Ad esempio, più del 40% di tutti i dipendenti negli Stati Uniti non guadagna più di 18’000 dollari all’anno (spesso anche molto di meno). Ecco perché milioni di famiglie della classe lavoratrice sono riusciti a tenere la testa fuori dall’acqua solo indebitandosi ulteriormente e non sono in grado di resistere a una crisi economica.
L’unico vero boom al quale abbiamo assistito dal 2009 al 2019 è stato il boom del mercato borsistico. Lì, i miliardi pompati dalle banche centrali sono stati utilizzati per l’acquisto di azioni, in gran parte sotto forma di riacquisti di azioni societarie che hanno consegnato i profitti nelle mani degli azionisti più ricchi. Questo è uno dei motivi per cui il 90% di tutta la nuova ricchezza creata nell’ultimo decennio è passata nelle mani di quell’1%.
Ma il valore delle azioni – che danno diritto a una parte degli utili futuri della società (sotto forma di dividendi) – non può non essere sincronizzato con il conto economico effettivo delle imprese su lungo periodo: prima o poi deve essere coerente con il livello dei profitti reali. I profitti, invece, hanno cominciato a diminuire nel 2016. Hanno poi ricevuto una forte spinta alla ripresa grazie ai tagli fiscale a favore delle imprese deciso da Donald Trump. Ma nel 2019 hanno nuovamente cominciato a ridiscendere. Infatti, lo scorso autunno, i mercati finanziari hanno subito così tanto stress e turbolenze che la Banca Centrale (la FED) ha provveduto a iniezioni finanziarie sul mercato. Quando nel gennaio di quest’anno è scoppiata la pandemia di coronavirus, l’economia mondiale era già all’inizio di una recessione. A peggiorare le cose, proprio in quel momento l’Arabia Saudita e la Russia hanno intrapreso una guerra dei prezzi del petrolio che ha devastato gran parte dell’industria energetica. Per un sistema capitalista già sotto stress, la pandemia è stata una vera e propria mazzata.
La pandemia globale di coronavirus ha creato sfide ancora maggiori per l’economia. Se da un lato fornisce alla classe dirigente un alibi ideologico per la crisi (che è, secondo le parole di Michael Robert, “esogena” al capitalismo), dall’altro pone nuove sfide alle classi dirigenti del mondo, perché non possono risolvere la crisi della sanità pubblica e la crisi economica allo stesso tempo. Quale sarà l’impatto della pandemia di coronavirus sull’economia e come influenzerà la recessione già in atto?
In termini economici, la pandemia è disastrosa. Enormi comparti del settore dei servizi – compagnie aeree, alberghi, turismo – sono effettivamente chiuse. Ristoranti, bar e caffetterie stanno zoppicando. Centinaia di milioni di persone vivono grazie agli ordini dell’e-commerce. Le aziende manifatturiere non essenziali sono inattive o operano a capacità ridotta (tra le altre, l’industria automobilistica). L’attività economica potrebbe diminuire del 30% o più entro il secondo trimestre del 2020. I mercati azionari sono già scesi del 25% negli Stati Uniti e ancora di più in altri paesi.
Oltre a ciò, la pandemia pone anche enormi sfide sociali al capitalismo. La cosa più importante è che evidenzia il fatto che un sistema di produzione orientato al profitto è mal equipaggiato per salvare vite umane. È un sistema che mette in mostra la disumanità di un’economia che antepone i profitti alle persone. Per evitare milioni di morti, i governi stanno cercando di stimolare la produzione di attrezzature mediche di base, di aumentare il numero di letti per la terapia intensiva, di bloccare gli sfratti e in alcuni casi anche di ospitare i senzatetto. Naturalmente, tutte queste cose dovrebbero essere al centro di ogni ordine sociale umano. Ma il capitalismo trascura sistematicamente la protezione della vita, così come danneggia sistematicamente l’ambiente naturale. E ora si disvela l’irrazionalità di un tale modo di organizzare la nostra vita.
Così, se da un lato la pandemia aggrava il crollo economico, dall’altro crea enormi sfide sociali e ideologiche per il capitalismo.
In Texas abbiamo assistito a una reazione contraddittoria tra il coronavirus e l’economia. Mentre alcuni leader dello Stato sono determinati a far tornare la gente al lavoro il più rapidamente possibile, i leader municipali, soprattutto nelle aree urbane più densamente popolate, sono impegnati a risolvere prima la crisi della sanità pubblica. In combinazione con lo shock petrolifero (il rapidissimo calo dei prezzi del petrolio) e l’esaurimento delle entrate fiscali (IVA) – da cui dipende in gran parte il bilancio dello Stato – cosa possiamo aspettarci per l’economia del Texas?
L’economia del Texas è in grande difficoltà. Cominciando dall’industria petrolifera, che è una componente chiave dell’economia dello Stato.
Il prezzo mondiale del petrolio è nel bel mezzo di un crollo storico. Da gennaio il prezzo è sceso da circa 70 dollari al barile a meno di 25 dollari. Il West Texas Intermediate Crude Oil è crollato sotto i 20 dollari al barile oggi (31 marzo). Le aziende energetiche, tra cui giganti come Exxon Mobil, Halliburton e Shell, hanno tagliato per miliardi di dollari i loro progetti di investimento. Migliaia di dipendenti dell’industria energetica sono senza occupazione.
Tutto questo sta avendo un impatto enorme. A Houston, più di un quarto di tutti i posti di lavoro nel settore manifatturiero sono legati all’industria petrolifera e del gas. Non sorprende quindi che a fine marzo 2020 l’indice manifatturiero texano, che traccia l’attività economica in questo settore, sia sceso più velocemente che mai. Sono in corso moltissimi licenziamenti. Oltre ai massicci danni che si verificheranno nei settori energetico e manifatturiero, il Texas, come tutte le principali economie, sta subendo terribili perdite di posti di lavoro nei servizi di ristorazione e alberghieri, così come nello sport e nel tempo libero.
Anche l’enorme dipendenza dello Stato dalle imposte sui consumi (IVA) provocherà il caos. Un terzo del bilancio del Texas proviene dal governo federale. Il restante 60% circa proviene dall’IVA. Ma cosa succede quando le vendite di auto, elettronica, mobili, abbigliamento, biglietti sportivi, ecc. calano a picco? Ci si può aspettare che le entrate pubbliche diminuiscano di miliardi nei prossimi mesi, mentre la spesa pubblica aumenta per far fronte alla pandemia. Il governo potrebbe tentare di imporre drastici tagli ai servizi sociali una volta usciti dalla crisi. Il compito della sinistra sarà quello di opporsi energicamente a questo e di fare una campagna per l’aumento delle imposte per le società e per i ricchi.
Abbiamo già iniziato a vedere alcuni segnali di attivismo tra i salariati. Due anni fa, Red4Ed (una rete di supporto al sistema educativo) ha saputo utilizzare i social media a proprio vantaggio per sviluppare piani di sciopero generale ancor prima della leadership dei sindacati in diversi stati. Ci sono indicazioni che alcuni lavoratori nei lavori cosiddetti “essenziali” (sanità, trasporti, magazzini, negozi di alimentari) discutono dell’organizzazione di azioni sindacali, anche perché il loro lavoro non offre misure di sicurezza adeguate. Dato che di recente lei ha parlato del “ritorno dello sciopero di massa”, quali possibilità e opportunità vede attualmente per l’azione sindacale?
Questo è uno degli sviluppi più entusiasmanti e impegnativi dei primi giorni di questa crisi. Abbiamo già visto scioperi straordinari da parte di addetti ai supermercati alimentari, di autisti di autobus, di magazzinieri di Amazon, di operatori sanitari e di lavoratori dell’industria dell’auto. Tutti rivendicano misure di protezione, compensazione dei rischi e dignità sul lavoro. Essi comprendono sempre più che il capitalismo non li proteggerà. Devono invece contare su se stessi e sulla solidarietà degli altri lavoratori.
Altrettanto incoraggianti sono le proteste dei lavoratori per affrontare la crisi in generale. Ad esempio, i dipendenti della General Electric hanno smesso di lavorare per chiedere che il loro stabilimento inizi a produrre ventilatori. A Wichita, Kansas, i lavoratori sindacalizzati hanno chiesto che i loro stabilimenti producono mascherine e altre attrezzature mediche. Non solo i lavoratori scioperano per la loro vita, ma anche per la vita degli altri.
Allo stesso tempo, ci sono movimenti per occupare le abitazioni vuote, coordinare gli scioperi per l’affitto, ospitare i senzatetto, aprire le prigioni e i centri di detenzione. Tutto questo fa parte anche dell’idea di anteporre la vita al profitto.
Il compito della sinistra socialista è quello riflettere su come diffondere queste lotte, collegarle a movimenti generalizzati e, allo stesso tempo, costruire una politica di solidarietà e di lotta della classe lavoratrice: cioè un socialismo radicale. Non sarà un compito facile. Ma niente sarà facile durante questa crisi e questa pandemia. Tuttavia, alcuni elementi di un nuovo corso per la società stanno emergendo intorno a noi. È vero, per dirla con Gramsci, che “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire”: ma sta lottando. E la nostra migliore speranza è di sostenere queste lotte in modo che costruiscano l’unità, combattano con determinazione e chiariscano una prospettiva, una prospettiva di solidarietà socialista impegnata nella vita piuttosto che nel capitalismo.
* socialista (termine che negli Stati Uniti ritrova il suo termine storico, cioè di chi condivide una visione di classe della società e si batte per un ordine economico-sociale diverso dal capitalismo reale. NdR) e professore di storia all’Università di Houston – autore di numerosi libri tra cui “Global Slump-. The Economics and Politics of Crisis and Resistance” (2010) e l’imminente “Blood and Money: War, Slavery and the State” (2020). L’intervista è stata realizzata il 30 marzo 2020. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato dell’MPS.