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Francesco Chiesa (1871/1973) è nato a Sagno, presso Chiasso. All'età di cent'anni pubblica "Sonetti di San Silvestro", da molti critici considerati come la sua opera migliore. Laureato in legge all'Università di Pavia nel 1894, lavorò per due anni presso l'ufficio del Procuratore pubblico di Lugano. È in quegli anni che diventa determinante la sua vocazione letteraria. Alla fine del 1897, Chiesa è nominato professore di lettere italiane al Liceo cantonale di Lugano, del quale diverrà, diciassette anni dopo, rettore. Nel 1904 assume la direzione della Biblioteca Cantonale di Lugano e più tardi l'incarico di presidente delle Commissioni cantonali per la protezione dei monumenti storici e delle bellezze naturali. Dopo le tentazioni decadenti di "Preludio" e il culturalismo carducciano e parnassiano di "Calliope, di "Istorie e favole", e di altre raccolte di versi e prose, si dedica al recupero del proprio mondo d'origine e delle memorie d'infanzia, che dall'idillismo di "Racconti puerili" e di "Tempo di Marzo", lo porterà ai "Racconti del mio orto", segnando il momento di maggior adesione al clima della prosa d'arte del dopoguerra. Questa conversione ha come premessa l'impegno politico e civile connesso con il problema dell'italianità del Ticino, di cui Chiesa comincia ad avvertire l'importanza intorno al 1909, quando Salvioni lancia l'idea di fondare una sezione ticinese della "Dante Alighieri", che dà luogo a sospetti di irredentismo e a polemiche. E' stato detto che Chiesa si sarebbe in seguito rivolto a una sorta di "nazionalismo cantonale", cercando una tradizione culturale ticinese nel "mito del popolo d'artisti" e teorizzando un'italianità "comacina" avulsa dalla realtà storica contemporanea e più facilmente conciliabile con l'elveticità, approdando così a una sorta di "autarchia culturale" di cui avrebbe risentito la sua stessa opera. Di fatto Chiesa condivide con alcuni scrittori lombardi tendenze che ricevono poi sviluppo in parte diverso dalle circostanze accennate. Così "Racconti puerili", e "Tempo di marzo" maturano nel solco di un regionalismo lombardo che si era espresso in certe pagine di Lucini, e nel 1919 in "Sulle orme di Renzo" di Linati, frutto anche dell'influsso di Serra, oltre che del recupero, in chiave di ironia e di senso della misura, del Manzoni.
Se l'esito di Linati potrà essere quello "liberal-conservatore" di uno scrittore di retroguardia, non macherà però di sussistere in lui, come eredità della frequentazione del Lucini ma anche della stessa attività di traduttore dall'inglese, un'interpretazione decadente, "barbara", della cultura lombarda, che insiste sulle analogie, gia affermata da Butler, tra la cultura dell'Italia settentrionale e quella anglosassone, non senza raccogliere l'eco indiretta dell'antropologia positivista. Chiesa, invece, se condivide il richiamo alla "piccola patria", avverte però il pericolo di queste illazioni etnico-sociologiche, in rapporto con la causa dell'italianità che si sente chiamato a difendere. Riserva che è anche più evidente nei confronti delle avanguardie che trovano in Milano terreno fecondo, come il Futurismo, che ancora attraverso il Lucini sembra rifarsi alla Scapigliatura. Il suo dissenso nasce dalla persuasione che la cultura della Svizzera italiana non possa che guardare ai valori più sicuri e collaudati nel tempo, che ne costituiscono le premesse e le radici. Donde la sua particolare fedeltà al Manzoni, inteso come emblema di italianità illustre e insieme familiare, oltre che come modello di galateo linguistico. Il manzonismo di Chiesa, fatto di "buon senso" e di "moderazione", e il tema dell'infanzia presente in una dimensione che si potrebbe dire pregenitale (basterà ricordare gli "indefiniti turbamenti del marzo" di "Con gli occhi chiusi" di Tozzi, per intendere i limiti di "Tempo di marzo") si contrappongono però anche, non senza paternalismo, alle tendenze all'iperbole dei ticinesi, contro cui l'autore si era scagliato nelle giovanili "Lettere iperboliche"; e corrispondono finalmente a una rinuncia ideologica che omologa a soluzione culturale un'"appartata discrezione" che è ultimamente condizione di compromesso, di attesa. Soluzione che aveva avuto una sua funzione di politica culturale negli anni venti, tenendo vivo soprattutto il rapporto con la tradizione italiana, ma che doveva risultare superata con la guerra e la caduta del fascismo. Nel clima caratterizzato dalla presenza in Ticino di Angioletti e di altri scrittori italiani, dagli interventi di Contini e dall'affermazione emblematica di Giorgio Orelli al Premio Lugano del '44, interpretabile come passaggio di consegne, si approfondisce quindi fino a farsi irrimediabile il distacco tra Chiesa e le giovani generazioni. Il Chiesa domina letteralmente la letteratura ticinese fra le due guerre e per parafrasare Pio Fontana "egli ha dato inizio a una stagione nuova nella cultura della Svizzera italiana, che, dopo gli interessi quasi esclusivamente politici dell'Ottocento, si rivolge alla poesia e alla letteratura, con la coscienza precisa della propria condizione e di certi valori da ricuperare e da difendere".
Il primo riconoscimento toccò al Chiesa nel 1927, con il Gran Premio della Fondazione svizzera "Schiller" e, riconoscimento ambitissimo, la laurea honoris causa da parte dell'Università di Losanna e di Roma, a cui seguiva il "Premio Mondadori". Il premio di poesia "Angiolo Silvio Novaro", conferitogli dall'Accademia d'Italia nel 1940, "Il premio Fila" nel 1957, assegnatoli come riconoscimento dell'attività letteraria della sua vita, la laurea honoris causa in lettere concessagli nel 1961 dall'Università di Pavia sono le ulteriori tappe (le più significative) della carriera letteraria del Chiesa.