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Manca poco più di un mese al termine di scadenza della Brexit. A fine agosto Boris Johnson ha ottenuto dalla Regina la sospensione dei lavori parlamentari per oltre un mese. Perché il Primo ministro ha il potere di sospendere il parlamento e perché la Regina non si è opposta. La sospensione chiesta da Johnson è legittima, ma è stata considerata nulla dalla Corte suprema per le sue modalità.
A fine agosto Boris Johnson, Primo ministro del Regno unito, ha ottenuto dalla Regina la sospensione dei lavori parlamentari fino a metà ottobre, come aveva richiesto. Molti si sono meravigliati del fatto che un primo ministro abbia il potere di sospendere il parlamento e che la Regina non si sia opposta a questa decisione.
La sospensione del parlamento (nel linguaggio costituzionale inglese, prorogation) fa parte delle prerogative del Primo ministro, anche se viene materialmente decretata dalla Regina in sede di Privy council, ossia nel consesso che raccoglie i suoi più stretti consiglieri. Tuttavia, la sospensione chiesta da Johnson è senza precedenti storici per lunghezza e contesto costituzionale.
I lavori del parlamento del Regno unito vengono regolarmente sospesi su istanza del Primo ministro, ad esempio, quando si insedia un nuovo governo non preceduto da elezioni, ossia un governo nato in corso di legislatura, per la caduta di quello che lo precedeva. E’ proprio il caso del governo di Boris Johnson. Per segnare lo stacco fra i due esecutivi, che non comporta lo scioglimento del parlamento poiché non si sono tenute elezioni, i lavori parlamentari restano sospesi per alcuni giorni e riprendono con il discorso in cui la Regina annuncia il programma del nuovo governo. La sovrana non ha influenza concreta sui contenuti del programma governativo, perché il potere è esercitato di fatto dal Primo ministro. Formalmente, però, l’esecutivo resta suo e conserva per questo il nome di «Governo di Sua Maestà.»
La Regina non aveva la possibilità di opporsi alla sospensione, poiché in questo atto agisce su indicazione del Primo ministro. Una sua obiezione avrebbe significato l’entrata della sovrana nel campo delle decisioni politiche. Ciò che contraddistingue questa sospensione e ha suscitato vive proteste è la sua coincidenza con la Brexit e la sua lunga durata. Le ultime sospensioni erano durate rispettivamente 4 e 13 giorni e non comportavano conseguenze su atti parlamentari di importanza storica. La sospensione voluta da Johnson era destinata invece a prolungarsi per più di un mese e appariva a tutti come intesa a impedire il voto parlamentare su una materia di grande importanza, scomoda per il Primo ministro: l’uscita del Regno unito dall’Unione europea.
E’ sempre più chiaro, come ha confermato anche la recente visita di Boris Johnson in Lussenburgo, che il nuovo Primo ministro inglese vuole giungere a una Brexit senza accordo con l’Unione europea. I parlamentari, molti anche appartenenti al partito dello stesso Johnson, intendevano fermarlo, consapevoli dei seri danni che ciò comporterebbe. Prima del 31 ottobre, data della Brexit, il parlamento voleva perciò discutere una serie di provvedimenti che impedissero a Johnson di giungere al suo infelice obiettivo. Sospendendo il parlamento, Johnson ha messo in seria difficoltà i parlamentari. L’assemblea è riuscita a promulgare un solo provvedimento contro una Brexit senza accordo, ma poi è stata fermata. Nel frattempo, alcuni spostamenti di campo hanno fatto perdere al governo di Johnson la già ristretta maggioranza che lo sosteneva.
Con questa mossa, Johnson ha tolto al suo agire l’ultima maschera d’ipocrisia. Incurante delle conseguenze che ciò avrà per tutto il Regno unito, persegue una Brexit senza accordo con l’Ue, a costo di scavalcare le istituzioni democratiche del suo Paese. L’esito di una Brexit con tali modalità saranno enormi difficoltà nella circolazione di merci e persone fra Europa e Regno unito, che diventerà un Paese terzo al pari della Russia o di qualunque altro Stato con il quale non vi siano accordi reciproci di cooperazione. L’insistenza sulla necessità di trovare una soluzione diversa da quella attuale – il cosiddetto Backstop – per il problema della frontiera fra Irlanda e Irlanda del nord appare sempre più come un pretesto per prendere tempo e rigettare in blocco gli accordi già siglati fra Londra e Bruxelles.
Merita ricordare, infatti, che l’accordo per un’uscita ordinata del Regno unito dall’Unione europea esiste ed è stato negoziato per due anni con i plenipotenziari di Londra. Pertanto, l’argomento di Johnson, secondo il quale la colpa di una Brexit senza accordo sarebbe da addossare all’Ue, è privo di fondamento. Particolarmente delicata, tra le tante, è proprio la questione del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. L’Unione europea, di cui l’Irlanda fa parte, non può accettare che fra le due parti dell’isola ritorni una frontiera, poiché ciò rischia di riaccendere scontri nazionalistici e religiosi faticosamente sedati da pochi anni. Inoltre, i controlli doganali renderebbero molto difficili i rapporti quotidiani fra le popolazioni delle due parti dell’isola.
Inglesi e nordirlandesi, da parte loro, non vogliono una frontiera fra l’isola maggiore e l’Irlanda del nord. I politici pro-Brexit, che durante la campagna referendaria affermavano che si sarebbe trovata una soluzione, mentivano sapendo di mentire. La questione della frontiera fra le due Irlande e un Regno unito non più Stato membro Ue è un dato giuridico e fattuale non aggirabile.
Johnson sta spingendo al limite le incerte regole costituzionali del Regno unito, che si fondando largamente sulla consuetudine, non sono raccolte in un documento unitario e affondano le loro radici in fonti diverse, spesso antichissime. Il Primo ministro non sembra curarsene. Contro la sospensione del parlamento voluta da Johnson sono state avviate anche azioni giudiziarie. Queste azioni si muovono sullo stretto crinale fra indipendenza giudiziaria e ingerenza dei magistrati nella vita politica. La Corte suprema ha giudicato illegale, proprio in queste ore, la sospensione del parlamento. Da una prima lettura della sentenza, la decisione è dovuta non alla sospensione in quanto tale, che è un atto per sé legittimo che rientra nelle prerogative del Primo ministro, ma per il momento in cui è stata richiesta e per la sua durata. Riferirò più dettagliatamente su questa sentenza, particolarmente interessante, in un prossimo articolo.
Boris Johnson mira dichiaratamente a un assoggettamento di fatto del Regno unito agli Stati uniti d’America, che hanno promesso a Londra accordi commerciali di ampio favore, dopo l’uscita dall’Ue. Cosa accadrà con la ripresa dei lavori parlamentari, immediatamente avvenuta dopo la lettura della sentenza della Corte suprema che ne dichiarava illegittima la sospensione, lo diranno i prossimi giorni.