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Il 23 settembre di cinquant’anni fa moriva il poeta cileno in circostanze ancora poco chiare
Cinquant’anni fa, il 23 settembre 1973, moriva Pablo Neruda. Solo due anni prima aveva ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. Il famoso poeta cileno, il cui vero nome era Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, nato a Parral il 12 luglio 1904, ha avuto un legame significativo con l’Italia e l’italianità durante il suo percorso professionale e umano.
Nella Penisola mediterranea, in parallelo, la sua figura è sempre stata amata, sia per la forza e la profondità dei suoi versi, dalle liriche d’amore e passione ai canti di resistenza e d’impegno politico, sia per il suo legame con lo Stivale dove giunse esule dopo il secondo dopoguerra.
Per far fronte alle difficili condizioni economiche del suo Paese, Neruda prestò molti anni di servizio diplomatico come console onorario prima in Birmania e poi in Spagna, dove visse la tragedia della guerra civile dal 1936 al 1939, sostenendo il fronte repubblicano contro il generale Francisco Franco.
Nel 1944 lo scrittore, intellettuale e militante tornò in Cile, si iscrisse al Partito Comunista e fu eletto senatore. Nel 1948, però, i suoi atti di accusa contro il governo di Gabriel González Videla, a cui in precedenza era stato molto vicino, lo costrinsero a fuggire dal Paese.
In quel periodo visse in Italia, per un certo periodo sull’isola di Salina, nell’arcipelago siciliano delle Eolie ‒ un contesto che ispirò il celebre film ‘Il postino’ (1994), con Massimo Troisi e Philippe Noiret, trasposizione cinematografica del romanzo di Antonio Skarmeta (1986) ‒ poi a Capri e a Sant’Angelo d’Ischia, al largo delle coste campane.
Soggiornò anche a Napoli, Roma, Firenze e Torino. Conobbe e frequentò esponenti di spicco del panorama letterario e culturale tricolore, come Carlo Levi, Luchino Visconti, Alberto Moravia ed Elsa Morante.
Nell’opera ‘L’uva e il vento’ (1954) possiamo trovare la visione che Neruda ebbe dell’Italia e il significato che il periodo di transizione vissuto nella Penisola ebbe per il poeta, colpito dalla bellezza e dal piacere che provava non tanto di fronte ai monumenti, quanto soprattutto venendo a contatto con la gente semplice, i contadini, i falegnami o i panettieri.
Scrisse Neruda: “Io per le strade, per i monti andai. Le vigne mi coprirono con la loro tunica verde, assaggiai il vino e l’acqua, nelle mie mani volò la farina, scivolò l’olio, ma è il popolo d’Italia il prodotto più fine della terra”.
Rientrato in patria, nel 1970 si candidò alle elezioni presidenziali. Appoggiò poi il candidato socialista, il politico e medico Salvador Allende, morto durante il colpo di stato di Augusto Pinochet dell’11 settembre 1973, suicidatosi pur di non rassegnare le dimissioni dal suo ruolo, come chiesto dalle milizie.
Pochi giorni dopo, il 23 settembre dello stesso anno, si spense anche il poeta, ufficialmente per cancro alla prostata. Nel 2017 alcuni studiosi, analizzando i resti di Neruda, avevano scoperto una tossina botulinica – potente veleno – in un suo molare, evidenziando la necessità di ulteriori approfondimenti.
Nei mesi scorsi un nipote del poeta, Rodolfo Reyes, ha reso noto che il gruppo internazionale di esperti che in tempi recenti ha fatto altre indagini ha confermato che la sostanza “è stata iniettata come arma biologica”.
La tesi dell’avvelenamento è sempre stata sostenuta dai familiari del letterato nonché dal suo segretario personale e autista, Manuel Araya Osorio, scomparso a giugno 2023, a 77 anni, per motivi di salute.
In un saggio su Neruda del 2022, il professore e scrittore José Daniel Barquero Cabrero ha scritto che, qualche giorno prima che il poeta fosse ricoverato in ospedale, i militari avevano fatto irruzione in due delle sue case, a Cerro San Cristóbal e a La Chascona, a Santiago, confiscandogli libri e antologie. Alcuni volumi furono distrutti. La Giunta militare ordinò anche il ritiro delle opere del Premio Nobel dalle librerie e ordinò che fossero bruciati alcuni suoi testi «come monito pubblico contro gli ideali comunisti e socialisti».