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Potere significa responsabilità
Berna, 16.01.2015 - Discorso della presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga in occasione del convegno dell’UDC del Cantone di Zurigo all’Albisgüetli. Vale il testo parlato.
Stimato collega consigliere federale Ueli Maurer,
egregio ex consigliere federale Christoph Blocher,
egregio presidente dell'UDC zurighese e consigliere nazionale Alfred Heer,
egregi membri del partito, stimati ospiti
Quando, alcuni mesi fa, ho ricevuto l'invito all'odierno convegno dell'Albisgüetli, le reazioni delle persone che mi circondano sono state molteplici.
Una mi ha detto: se fossi in te non ci andrei. Non riusciresti comunque a convincere nessuno.
Un'altra invece mi ha suggerito: ma sì, l'Albisgüetli te lo posso raccomandare. In ogni caso ci sarà qualcosa di sostanzioso da mangiare. Il Rösti è veramente buono e comunque più abbondante delle porzioncine servite al WEF.
Un'altra ancora: certo, puoi andarci se vuoi, ma devi sapere che come Presidente della Confederazione non sarai il personaggio principale. All'Albisgüetli c'è un capo incontrastato che tiene il discorso principale, dopodiché viene servita la cena e solo dopo la cena sarà il tuo turno. All'Albisgüetli, il Presidente della Confederazione è qualcosa tra un contorno e un digestivo.
Signore e Signori, negli ambienti a me vicini il vostro invito ha provocato una certa agitazione. Io, invece, non ho dovuto pensarci neanche un secondo; per me era subito chiaro che sarei venuta.
Il motivo è semplice: se in Svizzera si è invitati da uno dei partiti più importanti, allora l'invito lo si accetta - punto. La disponibilità al dialogo fa parte del nostro Paese e in particolare della nostra democrazia diretta.
Quindi stasera non ho accettato l'invito per semplice dovere, bensì sono venuta con piacere.
È chiaro che preparando il discorso per stasera mi sono poi chiesta quali siano le nostre affinità politiche.
- Nella politica energetica ad esempio? Il Consiglio federale ritiene che l'energia nucleare non abbia futuro e ha pertanto deciso di abbandonarla. L'UDC, invece, è a favore delle centrali nucleari.
- Nella politica finanziaria forse? L'UDC vuole preservare il segreto bancario. Io trovo che sia ora di rinunciarvi.
- In generale abbiamo opinioni divergenti nella politica in materia di stranieri e ovviamente anche nella politica europea. Da quando ha lanciato l'iniziativa «contro l'immigrazione di massa», l'UDC vagheggia la denuncia degli accordi bilaterali. Il Consiglio federale, invece, è contrario alla denuncia perché è convinto che abbiamo bisogno di relazioni buone e stabili con l'UE.
- Ma proprio nella politica europea troviamo anche un punto su cui concordiamo. L'adesione all'UE non figura nel programma dell'UDC né rientra nei piani del Consiglio federale. Più volte il nostro Collegio lo ha dichiarato ufficialmente, comunicandolo anche all'UE.
- A volte mi sorprende la tenacia con cui alcuni rappresentanti dell'UDC continuano a evocare lo «spauracchio» dell'adesione all'UE. Forse non conoscono la storiella che ormai circola perfino a Bruxelles:
- Un parlamentare inglese e un parlamentare svizzero sono ricevuti in udienza da Dio. Il parlamentare inglese chiede preoccupato: «Quando introduciamo l'euro in Inghilterra?» Dio risponde: «Non lo so con precisione, ma sicuramente non durante il tuo mandato». Poi è il turno del parlamentare svizzero: «E la Svizzera, quando aderirà all'UE?» Il buon Dio risponde: «Anche questo non so dirtelo con precisione, ma certamente non durante il mio mandato.
Signore e Signori, abbiamo trovato un punto in comune. Ma per il resto dobbiamo onestamente constatare di avere quasi esclusivamente opinioni divergenti.
Eppure, non è del tutto vero.
Ciò che ci accomuna è il dialogo, a dispetto di tutte le divergenze. E noi tutti sappiamo cosa significa perdere una votazione e fare parte della minoranza.
Il Consiglio federale, ad esempio, ha perso la votazione sugli aerei da combattimento, poiché il Popolo ha detto «no». Il PS, ad esempio, ha perso la votazione per una cassa malati pubblica. E anche l'UDC a volte esce perdente dal verdetto delle urne. Voleva ad esempio che il Consiglio federale fosse eletto dal Popolo, ma il Popolo ha respinto la proposta perché vuole che il Consiglio federale sia eletto dal Parlamento, a sua volta eletto dal Popolo.
Chi si batte a favore di un'opinione nella democrazia diretta deve anche fare i conti con la sconfitta. Ma chi ne esce sconfitto non è un perdente, bensì è uno che ha deciso di impegnarsi in prima persona per un obiettivo.
Ma il punto decisivo, quello che ci accomuna, Signore e Signori, è che noi tutti rispettiamo e accettiamo le decisioni democratiche.
Tentiamo di convincere gli altri delle nostre opinioni. E questo significa che cerchiamo il dialogo, anche con chi è di opinione diversa.
Si potrebbe naturalmente dire che questa è un'ovvietà.
Io non credo. Non ritengo che sia così ovvio. E soprattutto questo punto comune è tutt'altro che privo di valore.
Senza il dialogo con chi la pensa diversamente una società democratica non può funzionare. Infatti discutere con chi ha un'opinione divergente significa essere consapevoli che
- in una società libera nessuno ha il monopolio della verità
- e questo significa che una società democratica non può funzionare senza il rispetto e la tolleranza verso l'opinione altrui.
Quello che può succedere se non c'è più dialogo, se l'odio e il disprezzo s'impongono sul rispetto e la tolleranza, l'abbiamo visto dieci giorni fa con l'attentato a Parigi.
La varietà d'opinioni e il rispetto reale dell'opinione altrui sono valori importantissimi di una democrazia, tanto più nel nostro sistema politico, nella democrazia diretta.
Dopo la mia elezione a Presidente della Confederazione ho detto di essere una sostenitrice della democrazie diretta perché si tratta di un sistema coraggioso. Il Popolo svizzero prende regolarmente decisioni di portata enorme. Il nostro sistema crede molto in noi tutti e ciò mi affascina e mi piace.
Nel nostro sistema il potere non è dunque esercitato soltanto dal Parlamento e dal Governo, ma anche dal Popolo.
Tuttavia anche i partiti hanno potere. Ed è chiaro che, anche nel nostro sistema, i grandi partiti come l'UDC hanno più potere di altri.
Tutti sappiamo che il potere significa anche responsabilità.
In una democrazia diretta i grandi partiti hanno la responsabilità di trovare soluzioni e quindi di cercare alleati e maggioranze.
Ma per farlo bisogno andare incontro agli altri.
- Chi cerca compromessi tiene alta la nostra tradizione politica.
- Chi cerca compromessi non lancia un segnale di debolezza, ma di forza.
La ricerca comune di una soluzione è l'elemento più importante della nostra cultura politica.
La parola «responsabilità» ha la stessa radice di «risposta». Essere responsabili significa quindi dover rispondere.
I partiti come l'UDC si debbono assumersi le proprie responsabilità fornendo risposte ai cittadini.
Si tratta di un compito esigente poiché anche in un partito o nella sua direzione a volte le opinioni divergono.
Nel mio partito, il PS, che si fonda sul principio della democrazia di base, spesso si discute e si litiga animatamente prima di stabilire la linea del partito.
L'UDC ha la fama di essere un partito molto unito. Ma anche nell'UDC ci sono opinioni divergenti.
Penso ad esempio all'iniziativa Ecopop o a quella contro le retribuzioni abusive, in cui l'UDC zurighese si è opposta al partito nazionale.
Ciò dimostra che anche all'interno dell'UDC vi è una pluralità di opinioni, e questo, naturalmente, è un bene.
Eppure, negli ultimi tempi, la pluralità di opinioni all'interno dell'UDC mi ha dato da pensare.
- È stato ad esempio chiesto di concedere la possibilità di chiedere asilo soltanto alle persone che arrivano da noi per via aerea.
- Poi altri esponenti dell'UDC hanno detto che si tratta di una richiesta troppo radicale che, di fatto, abolisce l'asilo anche per chi nel proprio Paese è stato torturato o proviene da una regione in guerra. Tali esponenti ritengono che rifiutare l'aiuto alle vittime di guerra sia incompatibile con la tradizione svizzera.
Un secondo esempio:
- Molti esponenti dell'UDC hanno detto che sarebbe meglio se la Svizzera denunciasse la Convenzione europea dei diritti umani. - A tale proposito mi permetto un'osservazione: se denunciasse la Convenzione, la Svizzera sarebbe il primo Stato dopo la Grecia nel 1969 a farlo, e nel 1969 la Grecia era una dittatura militare.
- Anche in questo caso ci sono poi stati membri del partito che hanno espresso un'opinione diversa. A loro parere, la Svizzera non deve denunciare la CEDU, poiché il problema non sono i diritti umani; il problema e la Corte europea dei diritti umani ed è qui che bisogna intervenire.
Signore e Signori, l'anno è appena iniziato e, nella mia veste di Presidente della Confederazione, mi permetto di esprimere un desiderio:
Continuate a curare la varietà di opinioni, ma esprimete un parere inequivocabile sulle questioni che richiedono una risposta chiara e inequivocabile.
Alla domanda se il nostro Paese deve prevedere il diritto all'asilo bisogna rispondere senza tergiversare.
La domanda se la Svizzera debba riconoscere la tutela internazionale dei diritti umani esige una risposta chiara.
D'altronde, di solito non avete difficoltà a esprimere posizioni chiare e quindi vi chiedo di non lasciare i cittadini nel dubbio sulla vostra opinione.
Lanciare messaggi poco chiari sui diritti umani, significa giocare con il fuoco. Per non fraintenderci: non sto parlando dei cosiddetti giudici stranieri. Sto parlando dei diritti umani, ad esempio:
- del divieto di tortura,
- della libertà di esprimere un'opinione,
- del principio nessuna pena senza legge,
- o del diritto al matrimonio.
Penso che ogni partito sia chiamato a dare una risposta chiara, anzi chiarissima alla domanda se questi diritti debbano valere dappertutto o se lasciare ai singoli Stati la possibilità di limitarne alcuni - ad esempio la libertà di riunione, grazie alla quale stasera vi potete riunire qui all'Albisgüetli.
Per il Consiglio federale è chiaro: il riconoscimento da parte della Svizzera della tutela internazionale dei diritti umani non è negoziabile. E il diritto all'asilo è intangibile.
Signore e Signori, probabilmente stasera non abbiamo trovato un consenso in tutti i punti.
Ma con il vostro invito avete reso possibile questo dialogo e ve ne ringrazio di cuore.
Indirizzo cui rivolgere domande
Servizio di comunicazione DFGP, T +41 58 462 18 18
Pubblicato da
Dipartimento federale di giustizia e polizia
http://www.ejpd.admin.ch
Ultima modifica 19.01.2023