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La diplomazia svizzera testimone dei tempi: il caso di un detenuto divenuto capo di Stato
Il 1989 segna la fine della guerra fredda e l’inizio di un periodo di cambiamenti radicali in Europa. In Cecoslovacchia, nell’arco di pochi mesi Václav Havel esce di prigione e diventa capo di Stato. Per la prima volta, il gruppo di ricerca Documenti Diplomatici Svizzeri (Dodis) rende pubblici in Svizzera alcuni documenti redatti da diplomatici del nostro Paese, che riportano chiaramente gli eventi drammatici di quei mesi. Intervista al direttore di Dodis, Sacha Zala.
Il 16 gennaio 1989 Václav Havel commemora la morte di Jan Palach deponendo un mazzo di fiori in piazza San Venceslao a Praga, il luogo in cui il giovane si diede fuoco nel 1969 dopo l’inizio della sanguinosa repressione della Primavera di Praga. © MD/Wikimedia
Per commemorare la sanguinosa repressione della Primavera di Praga, un uomo e i suoi compagni di lotta depongono dei fiori in piazza San Venceslao, a Praga. È il 16 gennaio 1989. La polizia interrompe violentemente la cerimonia: l’uomo, che ha già trascorso diversi anni in cella a causa delle sue attività politiche, viene condannato e incarcerato per «incitamento all’intralcio delle forze di sicurezza».
Poco meno di due anni dopo, il 22 novembre 1990, lo stesso uomo non siede più in una cella, ma all’interno di una vettura presidenziale. Ad attenderlo, ci sono il presidente della Confederazione, Arnold Koller, e i consiglieri federali Otto Stich e René Felber. Stiamo parliamo di Václav Havel, drammaturgo, ex dissidente e, da un anno, presidente della Cecoslovacchia. Il suo Paese sta conducendo colloqui con il Governo svizzero sui rapporti tra i due Stati e sul ruolo della Cecoslovacchia nell’Europa unita.
Così come la vita di Václav Havel, anche la Cecoslovacchia è cambiata profondamente negli ultimi due anni. Il regime comunista è caduto e, al suo posto, le forze riformiste hanno preso le redini del governo. Dopo 40 anni di dittatura comunista, il Paese punta a diventare una democrazia di stampo occidentale.
I diplomatici come «sensori» della Svizzera in giro per il mondo
L’ambasciatore di Svizzera a Praga segue da vicino gli eventi che si susseguono: «Il cambiamento è radicale», scrive in un dispaccio inviato a Berna il 29 gennaio 1990. Ora, per la prima volta, il suo rapporto viene reso pubblico insieme ad altri documenti, come testimonianza diretta del profondo cambiamento vissuto dalla Cecoslovacchia.
Come l’ambasciatore a Praga, anche altri diplomatici svizzeri osservano in tutto il mondo gli eventi in corso nei loro Paesi di residenza. Potrebbero essere considerati i «sensori» della Svizzera ufficiale nel mondo, che riportano a Berna le loro impressioni dirette. Nei decenni, dai loro rapporti è nata un’immensa raccolta di documenti storici.
La memoria diplomatica della Svizzera
Custoditi nell’Archivio federale svizzero, ci sono 65 chilometri lineari di documenti provenienti dal DFAE, ma anche dal Consiglio federale, dai restanti organi dell’Amministrazione federale o da altri attori del settore pubblico e privato. Gli atti sono accessibili a tutti, ma solo dopo 30 anni: i documenti diplomatici del 1990 possono pertanto essere pubblicati solo ora.
Il gruppo di ricerca indipendente Documenti Diplomatici Svizzeri (Dodis) si occupa di fare la cernita dei fondi dell’Archivio federale e pubblicare una selezione di documenti storici sulla banca dati online Dodis. Importanti eventi, come la visita di Václav Havel a Berna e gli stravolgimenti vissuti dall’allora Cecoslovacchia, possono in questo modo tornare alla nostra memoria. Dodis ci apre le porte del passato e permette agli storici e alle persone interessate di accedere a una prima selezione di fonti storiche.
Sacha Zala, direttore di Dodis, risponde alle nostre domande sul lavoro del gruppo di ricerca.
Signor Zala, Dodis ci ricorda che 30 anni fa Václav Havel era venuto in visita a Berna. Basandosi su questo esempio, ci può illustrare gli obiettivi perseguiti dal Suo gruppo?
Il nostro attuale progetto parziale sugli anni 1990 prevede la pubblicazione di alcuni documenti ufficiali relativi alle relazioni internazionali della Svizzera immediatamente dopo il periodo di confidenzialità degli archivi di 30 anni, così come fanno anche altri organi esteri. Ciò ci permette di presentare materiale relativo alla storia contemporanea che fino a quel momento era ancora inaccessibile. La visita di Havel è solo uno dei tanti temi che hanno caratterizzato le relazioni internazionali della Svizzera nel 1990, come si potrà vedere su Dodis dal 1° gennaio 2021.
Dodis visiona ogni anno circa 600 metri lineari di atti. Tra questi, seleziona una sessantina di documenti per l’edizione cartacea e altri 1500 circa per la banca dati. Come procedete?
Il principio di collegialità del sistema governativo svizzero fa sì che tutti i dipartimenti abbiano a che fare direttamente o indirettamente con questioni di politica estera. Oltre ai fondi archivistici strategici del DFAE, per noi sono particolarmente importanti i verbali del Consiglio federale e gli atti di tutti i servizi dell’Amministrazione federale che si occupano di questioni internazionali in materia di economia e finanza, ambiente, migrazione, trasporti, scienza o cultura. Il nostro metodo consiste nel selezionare i documenti che trattano nel modo più ampio possibile un determinato tema e che offrono molti spunti di riflessione.
Durante la Sua carriera, ha mai scoperto qualcosa nei documenti storici che non si sarebbe aspettato di leggere?
Accade spesso che si discuta pubblicamente della storia della politica estera svizzera solo quando viene scoperto qualche scandalo, vero o presunto. È l’approccio mediatico per attirare l’attenzione del pubblico. Chi si occupa da decenni dello sviluppo storico della politica estera svizzera come noi, interpreta le presunte notizie sensazionali in rapporto al loro contesto. Noi facciamo il lavoro di fondo, quello che permette di guardare agli eventi in un contesto più ampio. E ciò permette di capire quanto la Svizzera sia connessa con il resto del mondo.