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Le affermazioni della Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (CSIAS), secondo le quali è impossibile e disumano ridurre l’aiuto sociale, sono ingannevoli. È vero il contrario. L’UDC insorge contro questa propaganda scandalosa di Therese Frösch e Felix Wolffers, presidenti CSIAS, e ingiunge loro di dire finalmente la verità ai contribuenti che devono pagare le follie sociali di questa associazione. L’aiuto sociale è concepito per offrire un sostegno passeggero a persone cadute in ristrettezze, ma il suo scopo non è certamente quello di offrire un reddito confortevole e incondizionato a certe categorie della popolazione, in particolare alle persone in asilo, come è invece il caso oggi. .
La CSIAS basa le sue affermazioni su uno studio da essa stessa pagato. Ma questa inchiesta è unilaterale, perché tematizza solo una minima parte del catalogo di prestazioni, ossia quella corrispondente al fabbisogno di base, al quale hanno diritto gli assistiti sociali. Per conoscere l’ammontare effettivo dell’aiuto sociale, basta rivolgersi ai comuni. La maggior parte di loro deve applicare le direttive CSIAS e conosce bene questa realtà.
Ecco cosa è effettivamente previsto dalle direttive CSIAS: il sussidio di base in contanti è di 986 franchi per una persona singola e di 2110 franchi per una famiglia di 4 persone. Gli assistiti sono liberi di spendere questo denaro come vogliono. Molti di loro se ne servono per comperare delle sigarette, dei dispositivi elettronici o per mantenere una vettura (a buon mercato) con relativo parcheggio. Ma, contrariamente a quanto cerca di far credere la CSIAS, il fabbisogno di base è ben lungi dal costituire tutto ciò che gli assistiti sociali ricevono. Come si evince dalla tabella più sotto, una famiglia di quattro persone riceve in totale più di 5000 franchi, tenuto conto in particolare dell’affitto, dei premi dell’assicurazione-malattia (LAMal) e delle cosiddette “prestazioni circostanziali” (per esempio il dentista, l’igiene dentaria, l’asilo-nido, il materiale scolastico, l’abbonamento ai trasporti pubblici, eccetera). E tutto ciò, esente da imposte!
2) A titolo di “prestazioni circostanziali”, i comuni devono assumersi le prestazioni seguenti al 100%: dentista, igiene dentaria, asilo-nido, articoli per neonati, mobili, lezioni e strumenti musicali, accessori scolastici, assicurazioni, spese d’avvocato, emolumenti per documenti pubblici, abbonamenti ai trasporti pubblici, occhiali da vista, spese di trasloco, attrezzature d’economia domestica, assicurazione casa e responsabilità civile, franchigia dell’assicurazione danni, costi del permesso di soggiorno, spese di trasporto per l’esercizio del diritto di visita, eccetera.
Essendo le prestazioni nette dell’aiuto sociale esenti da imposte, un padre di famiglia dovrebbe guadagnare sensibilmente di più se svolgesse un lavoro pagato, per realizzare un tale reddito netto. Ciò significa semplicemente che non vale la pena di lavorare in queste condizioni. È del tutto irrealistico che una persona senza formazione e senza esperienza di lavoro goda di un reddito di 6000 franchi e oltre!
Conclusione: non è necessario iniettare ancora più denaro nell’aiuto sociale. Ciò che occorre, invece, è rafforzare gli incentivi a lavorare e l’autonomia dei comuni, affinché possano meglio tenere in conto le situazioni individuali. I comuni hanno bisogno di un maggiore margine di manovra per ricompensare le persone volonterose e motivate, e per tenere in considerazione dei salariati ultracinquantenni che hanno sempre più difficoltà a trovare un impiego. Per contro, deve essere possibile ridurre le tariffe ai lazzaroni, agli individui che rifiutano d’integrarsi, come pure ai minori di 25 anni, o addirittura eliminare questa “rendita sociale” laddove sia il caso. Bisogna ricordare che l’aiuto sociale pubblico è legato a un obbligo generale di lavorare.
Berna, 10 gennaio 2019