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La politica soprattutto non affronta volentieri l’argomento, ma ciò non significa che esso non debba essere discusso. E allora: quanto vale una vita umana se prendiamo in considerazione l’esperienza del COVID-19?
Nel corso del mese di maggio il settimanale The Economist ha posto alcune questioni cruciali. Ha parlato innanzitutto dell’”economia del 90 %”. Il mondo sta tornando pian piano a una certa normalità ma a livello economico la situazione di incertezza è grande. I consumi sono ripresi solo parzialmente e interi settori dell’economia sono in difficoltà. I voli aerei si sono ridotti di oltre un terzo, la spesa dei consumatori è diminuita del 40 %, ad esempio nella ristorazione o nel turismo. La disoccupazione in prospettiva è più alta di quanto affermino i dati ufficiali. Le nazioni e le singole regioni stanno accumulando disavanzi finanziari molto elevati e i gettiti fiscali rischiano di cadere in picchiata nel 2020 e nel 2021. L’”economia del 90 %” è dunque quell’economia che perde il 10 % a livello globale del prodotto interno lordo in termini pre COVID-19, cioè la perdita più grande dalla seconda guerra mondiale. Ce lo possiamo permettere? Diciamo di no, ma su come recuperare questa differenza si apre il dibattito. Che economia, che società siamo in grado di impostare per i prossimi 20-30 anni?
La seconda vera questione posta da The Economist è stata la seguente: fino a quando potremo permetterci di dire che la vita umana non ha prezzo?
Sotto la presidenza di Barack Obama l’ufficio di bilancio della Casa Bianca aveva definito che in America una vita vale fra i 7 e i 9 milioni di dollari. Sotto la presidenza Trump è stato definito che il coronavirus sarebbe costato 60'000 dollari a ogni famiglia americana. In maniera meno diretta il trade off fra la sofferenza per la perdita di una vita e la devastazione dell’economia a seguito della pandemia è una questione seria che ogni governo non può evitare. Riaprire le attività ha un costo in termini di vite umane ma anche tenerle chiuse provoca lo stesso risultato. Dunque? Quanto siamo disposti a spendere e a perdere nella lotta al virus? Quanti soldi intendiamo impegnare, quanti posti di lavoro accettiamo di perdere, quante aziende dovranno chiudere e quanta parte del futuro dei nostri figli e nipoti intendiamo sacrificare? Le “domande disturbanti” di The Economist sono sussurrate nelle stanze di ogni governo ma come detto pochi hanno il coraggio di esporle pubblicamente. Appare però sempre più evidente che il costo del distanziamento sociale e in particolare del cosiddetto lockdown, la chiusura delle attività economiche, supera i benefici di tale chiusura.
Non sappiamo ancora se vi saranno ondate successive del coronavirus né quando sarà disponibile un vaccino e quanto esso sarà realmente efficace. Siamo oggi tuttavia maggiormente consapevoli del fatto che è necessario trovare un equilibrio fra salvaguardia della vita umana e danni economici a carico dei cittadini, delle imprese e delle future generazioni. Anche la crisi economica genera crisi e morti.