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Testo: Phuong Lam-Tran / Foto: Stocksy
Dopo la fecondazione, la femmina della falena del baco da seta (bombyx mori o bombice del gelso) depone da 400 a 600 uova giallastre, piccolissime (ca. 1 mm). A fine maturazione diventano di colore grigio scuro e si schiudono. Il bruco che ne esce è lungo circa 2 mm, scuro, con il capo nero.
Il bruco si nutre solo ed esclusivamente di foglie fresche di gelso (preferibilmente quello bianco), incessantemente, sia di giorno sia di notte. Con tale voracità, nel giro di un mese, il baco aumenta incredibilmente di dimensione: 10.000 volte di peso e 50 volte di lunghezza (da 2 mm a 10 cm circa). Un primato di crescita tra tutti gli essere viventi!
Quando arriva il tempo della metamorfosi, smette di mangiare e si ritira in un luogo riparato. Con la sua bava sottilissima, che a contatto con l’aria si solidifica, tessa il bozzolo ininterrottamente per 3 giorni. Il bozzolo, di ca. 2 g, è formato da 20-30 strati concentrici costituiti da un unico filo lunghissimo, fino a 2 km! A seconda della razza e della dieta del baco, il colore del filamento può variare: bianco, giallo, verde o marrone.
Finalmente farfalla: bianca, con un grosso addome, le antenne piumate, ali e zampe corte. Ora è pronta per iniziare la sua breve vita da adulto, ovvero riprodursi. Purtroppo, la falena non può nutrirsi perché non possiede un apparato boccale, è praticamente cieca e non può neanche volare, perché troppo pesante. Dunque, terminata la riproduzione, muore poco dopo, avendo consumato tutte le riserve lipidiche.
Tante sono le storie e leggende su com’è stata scoperta la seta. Una di queste narra che, nel 3000 a.C., un’imperatrice cinese scoprì per caso la seta mentre beveva del tè ai piedi di un gelso. Un bozzolo cadde dentro la sua tazza e quando lo rimosse iniziò a svolgersi. Si ritrovò così tra le dita un lunghissimo filo lucente, morbido e resistente. Entusiasta, ordinò i suoi sudditi di creare dallo splendido filamento un tessuto. Storia, scienza o leggenda fanno comunque risalire la sericoltura, ossia la produzione della seta, alla Cina e a millenni prima di Cristo, addirittura 8500 anni fa. Come sostengono gli scienziati dell’University of Science and Technology of China, in seguito alla scoperta di residui di proteine della seta prelevate nelle tombe del sito archeologico di Jiahu, in Cina.
Grazie all’esclusivo tessuto, il traffico commerciale tra la Cina e l’Europa s’intensificò a tal punto da dare il nome alla rotta di commercio più importante tra l’estremo Oriente e l’Occidente: la via della seta, appunto. Perché era proprio la seta la merce che più di ogni altra viaggiava lungo queste strade. Anche se i Greci e gli antichi Romani apprezzavano la luminosa fibra naturale, non erano infatti in grado di produrla. Si racconta che dei monaci, agli ordini dell’imperatore Giustiniano, portarono per primi dall’Oriente delle uova di baco da seta, nascoste all’interno di canne di bambù. E da lì, la sericoltura prese piede in Occidente.
In Svizzera, la produzione della seta venne introdotta nel XVI secolo e rimase a lungo una delle principali attività industriali. Per ragioni climatiche, la sericoltura fu tuttavia sempre marginale, fatta eccezione per il Ticino. Ma col tempo anche qui l’industria serica tramontò, a causa della concorrenza dall’estero e dalla più economica seta sintetica. Fortunatamente, dal 2009, alcuni ingegnosi contadini hanno fatto rivivere l’antica tradizione svizzera della sericoltura. Secondo Swiss Silk, l’associazione dei produttori di seta svizzeri, ci sono attualmente 15 produttori affiliati nel nostro paese. Sul sito swiss-silk.ch trovi ulteriori informazioni sulla seta made in Switzerland.
La sericoltura è anche sostenibile.
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