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Rientro a casa e poggio sulla credenza la spesa fatta al mercato, sul tavolo lascio i vecchi libri che mia cugina Adele, ormai settantenne, mi ha dato: svuotando casa di sua nonna, prima, e di suo padre e sua madre poi. Una bella mansarda tra i vicoli del centro, che è ormai in vendita. Sua nonna, per capirci, era la sorella di mia nonna. Sono due grossi volumi di storia, rilegati in marocchino, tutto consumato e marrone, ma le pagine dentro sono ben preservate. Che bello: adoro l’odore della carta stampata e del tempo. Come noi umani non tutti i libri profumano nella stessa maniera. E’ un’enciclopedia della storia, scritta dal Prof. Dott. Von Plfugk-Harttung, che ormai sarà polvere nella polvere: l’anno in cui è stata pubblicata è il 1911.
Un mondo che non aveva conosciuto ancora una maledetta guerra mondiale.
Le pagine sono intervallate da fogli di carta velina finissima a proteggere le tavole colorate di quadri ed opere d’arte. Laddove il quadro prevede l’oro, come nell’ aureola di un angelo medievale, la stampa, cosa difficilissima da ottenere ancor oggi, è perfettamente dorata e luminosa. All’ epoca non doveva essere a basso costo, quest’ enciclopedia…considerando che erano certamente molti più volumi, io qui vedo solo storia del medioevo ed il 1700. Ripensando a donna Adele, la nonna da cui la cugina ha ereditato nome e libri, come da noi si usa: i racconti di famiglia la fanno maestra e istitutrice, in anni in cui non tutte le donne sapevano leggere a Napoli. Il padre di mia cugina, questo è certo, era orfano. Donna Adele era acida e utile come il limone, raccontava mia madre. Sapev’ tutt’ cose. Sapeva tante cose. Sfogliando le pagine salta fuori una busta, subito penso ai soldi, mi batte il cuore. Se sono soldi, penso prima di aprirla, saranno le lire di cent’anni fa! Un foglio scritto a mano, una lettera piegata in quattro. In mezzo ci sono tre carte napoletane. Le poggio sul tavolo e stendo la lettera. Una data ed affianco la scritta Adele, vita mia. Segue il testo della canzone, come tutti la ricordiamo in dialetto, cantata dal grande Massimo Ranieri, scritta nel 1915 da Aniello Califano, anche se la data della lettera è di un anno e mezzo dopo.
Gli anni della tremenda e maledetta guerra di trincea, la prima guerra mondiale.
Tanti valorosi ragazzi e uomini accorsero a difendere la bandiera ma ben presto fu chiaro che non sarebbe durata poco tempo. Famiglie disgregate dalla distanza e se non erano ricchi, dalla miseria. Per i soldati molto tempo da passare, tra lo sgomento per la perdita di un compagno e la fame ed il freddo addosso. Gli attacchi falliscono e riescono, poi falliscono di nuovo, quasi sempre per l’errore di valutazione e l’ostinazione di qualche generale. Un metro in più in guerra, può valere quanto la vita di cento persone.
E poi di nuovo giù in trincea, sottoterra. Occhio ai cecchini. La paura ed il coraggio a dilaniare l’anima, resta l’appiglio del ricordo. La casa lontana, una madre, un amore. Così nasce O’ surdato nnamurato, una canzone d’amore che per il solo fatto d’essere tale fu considerata contro la guerra e proibita. Ma tutti i soldati la cantavano lo stesso al fronte, rischiando punizioni durissime e cazziatoni.
Era proibita perché in ogni soldato sano di mente di ogni maledetta guerra c’è la speranza di tornare a casa.
Staje luntana da stu core,
a te volo cu ‘o penziero,
niente voglio e niente spero
ca tenerte sempe a fianco a me
Si sicura ‘e chist’ammore
comm’i só sicuro ‘e te.
Oje vita, oje vita mia,
oje core ‘e chistu core,
si state ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me
Quanta notte nun te veco,
nun te sento ‘int’a sti bbracce,
nun te vaso chesta faccia,
nun t’astregno forte ‘mbraccio a me
Ma, scetánnome ‘a sti suonne,
mme faje chiagnere pe’ te
Oje vita, oje vita mia,
oje core ‘e chistu core,
si state ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me
Sei lontana da questo cuore,
da te volo con il pensiero,
niente voglio e niente spero
che tenerti sempre accanto a me
Sei sicura di questo amore
come io sono sicuro di te…
Oh vita, oh vita mia,
Oh cuore di questo cuore,
sei stata il primo amore,
e il primo e l’ultimo sarai per me
Quando di notte non ti vedo,
non ti sento tra queste braccia,
non ti bacio il viso,
non ti stringo forte sul mio petto
Ma, svegliandomi da questi sogni,
mi fai piangere per te
Oh vita, oh vita mia,
Oh cuore di questo cuore,
sei stata il primo amore,
e il primo e l’ultimo sarai per me
Guardo le tre carte che avevo poggiato sul tavolo voltandole a faccia in su: sono tre assi. Il primo è l’asso di bastoni. Il secondo è l’asso di coppe. Girato sottosopra c’è infine l’asso di spade.
Donna Adele le ha conservate, addirittura.
In famiglia sappiamo leggere le carte, noi femmine, mia madre mi ha insegnato ed io a mia figlia.
Asso di bastoni.
Il padre dei bambini, penso ironicamente, la virilità: un inizio, un germoglio che darà frutti.
Asso di coppe.
Donna Adele è stata molto innamorata: l’asso di coppe. La carta della felicità per la casa, un matrimonio d’amore.
Ma quanti assi, penso guardando quello di spade che sta sottosopra, l’ultima carta.
Sono stati felici, poco ma sicuro, un amore da far invidia al cielo, come nei romanzi.
Scrive sempe e sta’ cuntenta,
io nun penzo che a te sola.
Nu penziero mme cunzola,
ca tu pienze sulamente a me.
‘A cchiù bella ‘e tutt”e bbelle,
nun è maje cchiù bella ‘e te
Oje vita, oje vita mia,
oje core ‘e chistu core,
si state ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me
Scrivi sempre e stai contenta:
io non penso che a te sola,
un pensiero mi consola,
che tu pensi solamente a me
La più bella di tutte le belle,
non è mai più bella di te
Oh vita, oh vita mia,
Oh cuore di questo cuore,
sei stata il primo amore,
e il primo e l’ultimo sarai per me
Asso di spade, rovesciato.
Una carta che parla di violenza, di malasorte. Dissolvimento.
Si sono amati e sono stati felici, per un anno forse. Lui le ha spedito la canzone come pensiero d’amore.
La tristezza avvolge l’asso di spade. Era pure incinta. Si sarà fatta fare le carte, quando lui era lontano decidendo poi di conservarle.
Istintivamente riprendo il grosso volume e lascio scorrere le pagine…chissà se ci sono altre carte napoletane. Salta fuori una cartolina ingiallita dal tempo, sembra un segnalibro.
Compio il doloroso incarico di parteciparle che suo marito Giovanni è morto in seguito ad un attacco al nemico. Quest’Amministrazione, che vive di tutte le ansie, di tutti i dolori del popolo, è unita a Lei nell’ora del suo umano, intenso cordoglio, e si mette a sua disposizione per qualunque bisogno e desiderio legittimo nella tristissima contingenza. Si conforti al pensiero che la Patria segnerà il suo nome fra quelli dei migliori suoi Figli. Con sensi di stima.
Questa è la Patria, giustamente.
Sul lato posteriore con una grafia diversa:
maledetta guerra.
Vedo la ferita insanabile, i denti stretti, vedo le lacrime.
E questa è donna Adele.