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BERNA - Il razzismo nello sport esiste ed è necessaria una valutazione onesta e senza remore per prevenire la banalizzazione e la persistenza dei pregiudizi: lo ritiene la Commissione federale contro il razzismo (CFR), che in vista dei mondiali di calcio in Russia ha dedicato al tema l'ultimo numero del suo periodico Tangram, su cui si esprime anche l'allenatore della nazionale svizzera Vladimir Petkovic.
Mentre le espressioni razziste sono sempre meno tollerate nella sfera pubblica, lo sport è uno degli ultimi bastioni in cui il razzismo può esprimersi pubblicamente e, troppo spesso, impunemente, afferma in un'intervista Patrick Clastres, specialista di storia dello sport riconosciuto a livello internazionale.
Nelle sue riflessioni, Laurent Favre, attivo da vent'anni nel giornalismo sportivo, va nella stessa direzione: "allo stadio, la passione cieca può portare anche tifosi normalmente non razzisti ad adottare comportamenti discriminatori". A suo avviso i media rimangono prevalentemente passivi o cercano di abbassare i toni, sebbene potrebbero avere un ruolo nel cambiamento di atteggiamento.
Un altro reporter, Sebastian Bräuer, descrive come il razzismo sia un tabù nel ciclismo professionistico: «ai giovani ciclisti africani viene addirittura sconsigliato di parlare pubblicamente di eventuali insulti, con la scusa che non serve a niente concentrarsi su qualcosa di negativo».
L'allenatore Vladimir Petkovic afferma di non aver mai subito discriminazioni: si auspica tuttavia che «i valori della correttezza e del rispetto non restino lettera morta, ma vengano effettivamente vissuti, nel calcio e in qualunque altro ambito». Il tecnico della nazionale condivide anche la sua esperienza nel gestire una squadra multiculturale: a suo avviso , l'eterogeneità delle origini non è un problema, bensì un punto di forza in più.