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La famiglia di una donna siriana, che abortì durante un rinvio in Italia nell’estate del 2014, ha presentato una richiesta di riparazione morale e di risarcimento danni, dell’ordine rispettivamente di 159’000 e 136’000 franchi. Lo ha fatto oggi in un’udienza pubblica davanti al Tribunale amministrativo federale (TAF) di San Gallo.
L’avvocata della famiglia (moglie, marito e tre figli) ha affermato che la sua cliente soffre ancora oggi di un disturbo da stress post-traumatico e di depressione. Era stata colta da angoscia e panico negli uffici doganali di Briga (VS).
La legale ha messo in risalto come il sentimento di abbandono e il trasferimento forzato verso l’Italia, mentre la donna soffriva di dolori insopportabili, siano all’origine delle sue difficoltà psichiche.
Quest’ultima chiede pure una riparazione in nome del marito e dei tre figli, minorenni all’epoca dei fatti. Tutti hanno subito le conseguenze di tale tragedia e oggi il coniuge deve praticamente badare solo alla famiglia a causa dei problemi della moglie.
Nel gennaio 2021, il Dipartimento federale delle finanze (DFF) ha respinto in prima istanza la richiesta di riparazione e risarcimento danni inoltrata dalla famiglia. Ha giustificato la sua decisione affermando che sebbene le guardie di confine non abbiano agito correttamente in quel momento, il loro comportamento non è la ragione del presunto danno subito. Manca l’asserita causalità, presupposto per la richiesta di risarcimento.
Il DFF non attribuisce nemmeno al comportamento delle guardie di confine i problemi psicologici della donna. Piuttosto sono dovuti all’evento traumatizzante dell’aborto spontaneo. Per tutti questi motivi il DFF ha rifiutato la richiesta della famiglia, come risulta dagli atti pubblicati dal TAF.
La coppia ha allora impugnato la decisione negativa del DFF davanti al Tribunale amministrativo federale. A loro avviso, i problemi psichici sono una conseguenza della lesione personale inflitta alla donna in quelle circostanze traumatiche.
I fatti risalgono al 4 luglio 2014: quel giorno il marito e la moglie - allora 22enne e al settimo mese di gravidanza - assieme ai loro tre figli minorenni erano stati intercettati alla frontiera franco-svizzera mentre cercavano di raggiungere la Francia dall’Italia con altri 36 profughi. I doganieri francesi li consegnarono allora alle Guardie di confine svizzere per il rinvio in Italia, lo Stato dello Spazio Dublino dove i migranti avevano inoltrato la prima richiesta d’asilo
I migranti furono dapprima portati in bus a Briga (VS), dove arrivarono poco prima delle 14.30. Da lì avrebbero dovuto proseguire in treno fino a Domodossola. A causa della forte affluenza di passeggeri il viaggio fu posticipato.
I profughi vennero temporaneamente ospitati nei locali di controllo delle guardie di confine di Briga. Poco dopo l’arrivo in Vallese la donna iniziò ad avere dolori e sanguinamenti, che descrisse come doglie. Il marito sostiene di avere avvisato le guardie di confine e di avere ripetutamente chiesto di chiamare un medico, ma senza successo. A Domodossola (I) la siriana ebbe un collasso. Le guardie di frontiera italiane chiamarono subito i soccorsi, ma una volta portata in ospedale, la donna ebbe l’aborto spontaneo.
Ad inizio 2021, la giustizia militare ha condannato tre guardie di confine in relazione all’aborto spontaneo della donna siriana durante il rinvio in Italia. Secondo i giudici i tre avrebbero dovuto mostrare coraggio civile: sarebbe stato loro dovere chiamare un’ambulanza, anche contro la volontà del loro superiore.
Con decreti di accusa i tre sono stati condannati in febbraio e marzo a 30 aliquote giornaliere da 100 a 200 franchi (da 3000 a 6000 franchi) ciascuno. Il capo delle tre guardie di confine, un sergente maggiore, era già stato condannato nel 2018. In appello, la pena detentiva per lesioni colpose e ripetuta inosservanza di prescrizioni di servizio era stata ridotta a 150 aliquote giornaliere di 150 franchi con la condizionale