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«Centinaia di tonnellate di rifiuti sono ancora qui, dentro a un deposito col tetto di lamiera, dove sorgeva la fabbrica di pesticidi della Union Carbide a Bhopal. È passato un quarto di secolo da quando la fuoriuscita di un gas velenoso uccise migliaia di persone e trasformò questa antica città nel simbolo delle catastrofi industriali. Le scorie tossiche devono ancora essere portate via. Nessuno ha studiato fino a che punto, negli oltre vent'anni in cui sono rimaste qui, abbiano contaminato l'acqua e il suolo. Ci sono stati solo i saltuari controlli di un ente governativo per la difesa dell' ambiente, da cui è emersa la presenza nei pozzi d'acqua di concentrazioni di pesticidi di gran lunga superiori ai livelli consentiti. Nessuno si è preoccupato neanche di dare una risposta ai timori delle persone che hanno bevuto quell'acqua e coltivato orti su quei terreni. A loro ora si affianca la seconda generazione delle vittime di Bhopal: quei figli affetti da malattie congenite come palatoschisi e ritardi mentali».