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Diverse organizzazioni non governative hanno lanciato mercoledì una campagna per far pressione su chi finanzia la produzione di bombe a grappolo, tra cui anche le banche svizzere UBS, Credit Suisse e Vontobel.
Nel 2007 almeno 146 istituti finanziari di 15 paesi hanno investito oltre 43 miliardi di dollari nelle sette principali società che producono bombe a grappolo, stando al rapporto pubblicato mercoledì da diverse ONG riunite in una coalizione che si batte per la messa al bando di queste armi.
Le banche statunitensi sono tra gli investitori più importanti, ma anche gli istituti svizzeri hanno fatto la loro parte, finanziando i produttori con circa mezzo miliardo di franchi, ha spiegato il direttore di Handicap International Paul Vermeulen. "È inaccettabile che i risparmi e i fondi delle casse pensioni della popolazione svizzera servano per produrre simili armi ", ha sottolineato.
Nel dicembre del 2008, la Svizzera ha siglato la Convenzione di Oslo, che prevede la messa al bando delle munizioni a grappolo. Il trattato, firmato da 105 Stati, dovrebbe essere ratificato dal parlamento svizzero al più presto entro la fine del 2011.
Secondo Ross Boer, dell'ONG Pax Christi, non ha senso che un governo vieti queste armi ma continui ad autorizzare gli investimenti per la produzione.
Per introdurre un simile divieto dovrebbe però essere modificata la legge federale sul materiale bellico. Due mozioni in tal senso sono attualmente in discussione in parlamento. Se saranno accettate, il governo presenterà un progetto di revisione legislativa.
Le banche hanno prontamente reagito alla loro chiamata in causa. "È in atto un processo di disimpegno dai fondi nelle società che producono bombe a grappolo", ha dichiarato il portavoce dell'UBS Jean-Raphael Fontannaz. Il Credit Suisse, da parte sua, non ha negato il problema ma ha fatto notare che è la clientela a decidere e non la banca.
swissinfo.ch e agenzie