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Nella calda mattinata di una assolata giornata estiva, due persone percorrono di buona lena il sentiero di montagna che porta al passo di XXXXX.
Lui: Oggi fa molto caldo: forse era meglio rimandare a domani la passeggiata.
Lei: Cammina pigrone: voglio arrivare al passo per l’ora di pranzo. Ti concedo solo dieci minuti di pausa, ma non prima di mezz’ora.
Lui: Nessuno ci obbliga ad arrivare fino al passo: possiamo anche fermarci prima.
Lei: Zitto e cammina.
Quaranta minuti dopo.
Lui – appoggiando lo zaino e sedendosi su una grossa pietra: Adesso ci riposiamo un po’.
Lei: Va bene
Lui apre lo zaino e prende un libro e una bottiglia d’acqua, che inizia avidamente a bere.
Lei: Non bere tutta l’acqua! E non vorrai metterti a leggere: non possiamo fare una sosta di un’ora!
Lui: Va bene, lascerò un po’ d’acqua anche per dopo. E ho intenzione di leggere solo cinque minuti: ho acquistato ieri un libro che sembra molto interessante.
Lei: Come si intitola?
Lui: Proibito – La libertà di parola da Socrate a Nelson Mandela. Appartiene alla collana Pillole BUR: contiene alcuni testi di vari autori che hanno conosciuto, in un modo o nell’altro, la censura. Socrate e Gesù Cristo, ad esempio, condannati a morte per quello che hanno detto, oppure Nelson Mandela e Oscar Wilde, che finirono in carcere per le loro idee.
Lei: Oscar Wilde? Se non ricordo male, era finito in carcere per colpa del padre di un suo giovane amante.
Lui – sfogliando il libro: Esattamente. Il giovane amante, come lo hai chiamato tu, era Lord Alfred Douglas e Wilde denunciò il padre per diffamazione. Da accusatore divenne però accusato e alle fine venne condannato a due anni di carcere duro.
Lei: L’accusa quale era?
Lui: Omosessualità o, meglio, “grave immoralità”, “gross indecency”.
Lei: Quale testo di Wilde è riportato sul tuo libro? Il ritratto di Dorian Gray? Oppure qualche lettera scritta da Wilde per difendersi?
Lui: No, il libro riporta uno degli interrogatori di Wilde.
Lei: Sembra interessante. Leggi un po’. Ma solo l’inizio: dobbiamo rimetterci in cammino al più presto!
Lui: Va bene.
L’avvocato Carson, dopo aver stabilito che Wilde ha più di quaranta anni mentre il giovane Lord Alfred Douglas ne aveva venti quando iniziarono a frequentarsi, porta l’argomento su alcuni testi pubblicati sulla rivista Chamaleon.
Carson: Secondo lei le poesie contengono allusioni sconvenienti?
Wilde: Certamente no.
Carson: Ha letto Il prete e il chierichetto?
Wilde: Sì.
Carson: Non ha dubbi che quello fosse un racconto sconveniente?
Wilde: Dal punto di vista letterario lo era altamente. Per uno che si occupi di letteratura, è impossibile giudicarlo diversamente; per letteratura intendo il trattamento, la scelta del tema, e via dicendo. Giudicai pessima la forma e pessimo l’argomento.
Carson: Lei se non sbaglio è dell’idea che non esistono libri immorali.
Wilde: Infatti.
Carson: Posso concludere che secondo lei Il prete e il chierichetto non era un libro immorale?
Wilde: Era peggio che immorale. Era scritto male.
Carson: Non racconta la storia di un prete che si innamora di un ragazzo che lo serve all’altare, il quale viene poi scoperto dal curato nella stanza del prete, e ne segue lo scandalo?
Wilde: L’ho letto una volta sola, nel novembre scorso, e niente al mondo mi indurrà a rileggerlo. Non mi piace. Non mi interessa.
Carson: Ritiene il racconto blasfemo?
Wilde: Ritengo che sia contro ogni forma di bellezza artistica.
Carson: Questa non è una risposta.
Wilde: Ma è l’unica che so dare.
Carson: Sto cercando di capire quale sia la sua posizione.
Wilde: Non credo che abbia il diritto di dire una cosa simile.
Carson: Non ho detto niente di illecito. Voglio sapere se considerò quel libro blasfemo.
Wilde: Mi riempì di disgusto. Il finale era sbagliato.
Carson: Risponda alla domanda, signore. Considerò il racconto blasfemo, o no?
Wilde: Lo considerai disgustoso.
Lei: C’è qualcosa, nel discorso di Wilde, che non mi convince.
Lui: Come può non convincerti? Wilde parla della libertà dell’arte e dell’artista. Non mi dire che per te esistono opere morali e immorali.
Lei: Assolutamente no: sono d’accordo con Wilde, la letteratura, e l’arte in generale, va giudicata semplicemente in base alla bellezza, non alla moralità. Eppure il discorso di Wilde mi sembra troppo semplice. Ma adesso basta: riprendiamo il cammino.
Lui: Ma hai visto come è carino qui? Non potremmo fermarci qui qualche ora, mangiare e poi tornare indietro?
Lei, senza neppure rispondere, si infila lo zaino sulle spalle e riprende a camminare. Lui, rassegnato, la segue.
Un paio di ore dopo i due arrivano al passo.
Lei: Siamo arrivati. Dietro di noi c’è la val YYYYY e davanti a noi, invece, la val ZZZZZ. Valeva la pena arrivare fin qui?
Lui – esausto, si sdraia su un grosso masso: Certo, come no. Adesso mangiamo.
Dopo aver mangiato, lui riprende la lettura, ad alta voce, dell’interrogatorio di Oscar Wilde.
Carson: Ammetterà, immagino, che chiunque approvi un articolo del genere posa a reo di atti sconvenienti.
Wilde: Non direi, se vuole alludere alla persona di un altro collaboratore della rivista. Sarebbe indice di un pessimo gusto letterario. Io espressi la mia tenace disapprovazione nei confronti del racconto in toto. Non intrapresi alcun passo per esprimere una condanna del Chamaleon perché mi sembrava che sarebbe stato contrario alla mia dignitià di letterato l’associarmi ai prodotti di uno studente di Oxford. Mi rendo conto che la rivista può essere circolata fra gli studenti di Oxford. Ma non ritengo che nessun libro o opera d’arte abbiano mai avuto la minima influenza sulla morale.
Lei: Ecco cosa mi lasciava perplessa del discorso di Wilde!
Lui: Cioè?
Lei: L’hai appena letto: le opere d’arte non hanno influenza sulla morale. Ma questa affermazione è falsa, e credo lo dimostri proprio Wilde: è forse anche grazie alle sue opere che la moralità è fortunatamente cambiata e gli omosessuali non vengono più condannati a due anni di carcere duro.
Lui: Capisco cosa vuoi dire: se vuoi affermare la libertà dell’arte, la sua indipendenza dalla morale, devi anche accettarne l’inutilità. Vediamo come prosegue l’interrogatorio.
Carson: Ho ragione se dico che lei non si preoccupa degli effetti morali o immorali cui un’opera può dare luogo?
Wilde: Certo, è così.
Carson: Per quanto riguarda le sue opere, lei posa a non far caso alla moralità o all’immoralità?
Wilde: Non so se lei usi la parola “posare” in un senso preciso.
Carson: Non è un termine che lei predilige?
Wilde: Crede? Ma io in questo campo non ho pose. Quando scrivo una commedia o un libro, mi occupo solo di letteratura, cioè di arte. Non mi propongo di fare del bene o del male, ma cerco di creare una cosa che possegga un certo grado di bellezza.
Carson: Ascolti signore. Ecco una delle Frasi e filosofie a uso dei giovani che lei ha scritto per la rivista: «La malvagità è un mito inventato dai buoni per spiegare la curiosa attrattiva dei non buoni». Secondo lei è vero?
Wilde: Raramente penso che qualcosa che scrivo sia vero
Carson: Ha detto “raramente”?
Wilde: Ho detto “raramente”. Avrei potuto dire “mai”: non vero nel senso autentico della parola.
Lei: Wilde è delizioso.
Lui: Lo credo anch’io. Però continua ad estraniare l’arte dalla realtà.
Lei: Secondo me ha ragione: un artista non è un politico o un rivoluzionario. Se vuole fare del bene (o del male), invece che darsi alla letteratura o alla pittura dovrebbe dedicarsi ad altro. L’artista non deve neppure preoccuparsi della verità: il suo interesse è l’arte.
Lui: Però pensa, ad esempio, ai film di Ejzenštejn come La corazzata Potëmkin o Alexander Nevskij. Anche se sono film politici, commissionati dal regime comunista dell’Unione Sovietica, sono belli.
Lei: L’hai detto tu: sono belli anche se sono film politici. Ejzenštejn è un bravo artista ed è riuscito a dirigere dei capolavori, ma il giudizio sui suoi film non verte sul successo politico e sociale delle idee espresse: rimane un giudizio estetico.
Lui: Sì, capisco cosa vuoi dire. Però l’arte ha influenza sulla società, trasmette dei messaggi, agisce sulla morale. Non è un affare per fini esteti che si sollazzano l’anima chiusi nei loro salotti!
Lei: Continua a leggere: vediamo cosa ha ancora da dire Wilde sull’argomento.
Carson: «Se si dice la verità si può essere certi, prima o poi, di venire scoperti»?
Wilde: Questo è un paradosso divertente, ma come massima non posso dire di attribuirgli troppo valore.
Carson: Lo trova utile per i giovani?
Wilde: Qualsiasi cosa stimoli a pensare è utile, a qualunque età.
Carson: Che sia morale o immorale?
Wilde: Moralità e immoralità non esistono per il pensiero. Esiste l’emozione immorale.
Lui: La moralità riguarda quindi i sentimenti, non il pensiero.
Lei: Come se la differenza tra emozione fosse semplice. E poi secondo alcuni l’arte è il regno dell’emozione, non del pensiero.
Lui: Evidentemente per Wilde è il contrario.
Lei: Continua a leggere.
Carson: Cito dalla sua introduzione a Dorian Gray: «Non esistono libri morali o immorale. Il libri sono scritti bene o scritti male». Questo esprime la sua opinione?
Wilde: La mia opinione sull’arte, sì.
Carson: Ne deduco che quando un libro è scritto bene, per quanto immorale possa essere, a suo giudizio è un buon libro?
Wilde: Sì, se è scritto così bene da suscitare un senso di bellezza, che è il senso più alto di cui un essere umano possa essere capace. Se fosse scritto male, produrrebbe un senso di disgusto.
Carson: Allora un libro ben scritto che sostenesse dei principi morale depravati potrebbe essere un buon libro?
Wilde: Nessuna opera d’arte promuove dei principi. I principi appartengono a chi non è artista.
Carson: Un romanzo depravato potrebbe essere un buon libro?
Wilde: Non so che cosa intenda lei per romanzo “depravato”.
Carson: Posso dire allora che Dorian Gray può essere considerato tale?
Wilde: Solo da parte di bruti e illetterati. Le opinioni dei filistei in arte sono di una stupidità incalcolabile.
Carson: Un illetterato che leggesse Dorian Gray potrebbe considerarlo tale?
Wilde: Le opinioni degli illetterati sull’arte sono bizzarre. A me interessa soltanto la mia opinione personale sulla questione. Di quel che ne pensano gli altri non m’importa nulla.
Carson: La maggior parte della gente rientra nella sua definizione di filistei e illetterati?
Wilde: Ho trovato delle meravigliose eccezioni.
Carson: Crede che la maggior parte della gente3 si al aliberro che lei attribuisce a noi?
Wilde: Temo che non sia abbastanza colta.
Carson: Che non sia abbastanza colta per distinguere fra un libro buono e uno cattivo?
Wilde: Proprio così.
Lui: Direi che può bastare così.
Lei: Mi sembri deluso.
Lui: Il discorso di Wilde mi piaceva molto, all’inizio: l’arte deve essere libera. Però non credo che sia priva di principi. Forse, come dici tu, l’artista deve resistere alla tentazione di fare del bene o del male, di comunicare qualcosa o di salvare il mondo. Però l’opera d’arte avrà comunque un messaggio, un significato per la comunità.
Lei: Sì. Il problema è che se ammetti che l’arte abbia un simile potere, che un’opera d’arte possa davvero veicolare dei messaggi tra le persone, allora dovrai anche ammettere che, proprio in virtù di questo suo potere, è lecito che venga affrontata e giudicata da un punto di vista sociale e quindi morale.
Oppure, se vuoi lasciarla libera da ogni influenza nonostante il suo potere, dovrai ammettere che solo alcune persone possano godere dell’arte e leggere alcuni libri.
Lui: Anche questo è un discorso che non mi piace. L’arte è universale, non è necessario essere colti o intelligenti per apprezzare il bello.
Lei: Wilde sembra avere una concezione molto intellettuale dell’arte e del bello, e può quindi giustificare così la libertà dell’arte: è una faccenda meramente estetica, non può essere morale o immorale perché non riguarda i sentimenti e quindi non ha influenza sulla morale.
Lui: Già, ma a me piacerebbe difendere la libertà dell’arte ma senza farla diventare esclusivamente una faccenda da intellettuali: l’arte è in grado, eccome, di criticare e cambiare la morale e la società!
Lei: E allora dovrai ammettere che, in alcuni casi, è comprensibile se non lecito il voler censurare l’arte.
Lui: Prova a farmi un esempio.
Lei: L’esempio è di Feyerabend: in una società sull’orlo di una guerra civile uno scrittore sta scrivendo un libro che potrebbe provocarne l’inizio. Tu cosa faresti? In nome della libertà gli lasceresti pubblicare il libro, un autentico capolavoro, o proibiresti la sua pubblicazione?
Lui: È una domanda difficile. Probabilmente ostacolerei la pubblicazione, anche se non mi piace il ruolo del censore.
Lei: Si è fatto tardi: torniamo indietro.
Lui: Va bene.
Un’ora dopo, sulla via del ritorno.
Lei: Stavo ripensando a Oscar Wilde.
Lui: Anche io: ho sempre considerato la censura una attività riprovevole.
Lei: Ma lo è: è una porcata. Però, a volte, potrebbe essere necessaria: per salvare vite umane evitando una guerra, ad esempio.
Lui: Oscar Wilde non ha certo rischiato di provocare guerre.
Lei: Infatti nel suo caso la condanna, e la conseguente censura sociale, è stata una infamia.
Lui: Ma come distinguere una infamia da un atto legittimo?
Lei: Concentriamoci sul sentiero: se continuiamo a parlare rischiamo di inciampare.
19 commenti su “La morale di Oscar Wilde”
L’esempio di Wilde sulla censura è illuminante, anche e soprattutto se lo leghi ai tuoi due post precedenti (quelli di Volontè per intenderci).
Non tanto per l’aspetto della omosessualità che accomuna Wilde alla tematica dei PACS, quanto per un punto fondamentale che è messo in luce in quanto scritto. La volontà di ricondurre ogni situazione ad un dualismo moralità/immoralità.
Il problema della censura che esponi, anche nel paradossi di Feyerabend, mi spinge a fare una piccola riflessione: chi decide ciò che è “buono” e ciò che non lo è? Sicuramente sempre la maggioranza (intesa non tanto in termini numerici, ma quanto di potere). Che per continuare ad essere tale, deve continuamente affermare di essere nel giusto, di essere “morale”, per riconoscere sempre a se stessa, l’idea di essere maggioranza.
Quindi, anche la differenza tra infamia e principio legittimo, è sempre sottoposta a questo vincolo di merito.
Vietare di pubblicare un libro che potrebbe scatenare una guerra civile, significa applicare una regola di “giusto” o “sbagliato” comunque legata ad un potere impositivo (e quindi maggioranza), peraltro sulla abse di una ipotesi sul futuro. La stessa che fa Volontè quando dice “se ci fossero 40 milioni di omosessuali”.
Ma nessuno può sapere cosa sarà del futuro… pertanto l’applicazione del divieto risulterà comunque arbitraria. No?
😉
pertanto l’applicazione del divieto risulterà comunque arbitraria
Spero, un po’, di sbagliarmi dimenticando qualche semplice e fondamentale controesempio, però temo che tutte le decisioni sociali e politiche siano arbitrarie.
E, stavolta spero di non sbagliarmi, credo che ciò sia un bene: una scelta arbitraria si può correggere 😉
Su un’altra questione sollevata: la maggioranza decide (determina?) cosa è giusto, buono e morale, però può sbagliarsi, nel senso che può venire corretta da un’altra maggioranza.
L’attività artistica dà forma a contenuti.
Il risultato espressivo è l’unicvo determinante per valutare l’opera d’arte.
Il contenuto può essere condiviso o non condiviso, può essere più o meno apprezzato ma se è disprezzato infirma il godimento del risultato espressivo.
Pino
1. Quindi, ad esempio, Berlusconi non godrebbe della visione dei film di Ejzenštejn, mentre un antifascista di quelli di Leni Riefenstahl. Può essere, il vero problema è: sbagliano nel non riuscire ad apprezzare la loro indubbia capacità espressiva?
2. L’arte, tutta l’arte è dar forma a dei contenuti? L’architettura che contenuti ha? E l’arte astratta? E il Decameron?
Non dico che quella proposta sia una brutta definizione, solo mi sembra che, come ogni definizione, catturi solo una parte di quello che chiamiamo “arte” (provocazione: l’arte è il superfluo, o la parte superflua di qualcosa di utile, che dura più di una generazione).
Uhmmm… qui la questione si fa complessa.
Tornando al tuo primo commento, certamente la maggioranza decide/determina cosa è giusto, e lo fa sulla base di un potere. In democrazia è più semplice che le maggioranze cambino (almeno questa è la teoria), ma il principio è sempre il medesimo. Tutto può essere corretto da un altro potere. Su questo sono d’accordo, e con me anche decine di scienziati politici 🙂
Sul secondo punto (l’arte è dar forma a contenuti) dissento profondamente. Non perchè in molti casi non sia vero (“quanti” casi servono però a dimostrare una teoria?). Ma perchè il problema risiede nel dualismo tra contenuto-messaggio inteso dall’artista, e contenuto-percepito interpretato da altri. Su questo secondo punto, tanti regimi totalitari hanno cercato messaggi in autori che a tutt’altro pensavano mentre componevano, scrivevano, dipingevano. No?
L’arte è il superfluo? Direi di no… l’arte è il necessario che serve a dar forma ai contenuti della nostra esistenza, a renderli piacevoli o belli.
Il problema, tornando a Wilde, non è che qualcosa sia moral (problema di contenuto), ma che sia bello. Questo è il fine dell’arte, no?
Il contenuto di un’opera pittorica è, in parte, il soggetto rappresentato (la natività ….un uomo che grida ….) e, soprattutto, il messaggio trasmesso dall’espressione formale della rappresentazione (stupefacente serenità…… inquietante angoscia …).
Un’opera pittorica astratta non rappresenta un soggetto ma conferisce espressione formale a un tema, trasmettendo un messaggio analogo a quello che trasmette un’opera pittorica figurativa.
Il soggetto di una pittura figurativa o di una poesia, così come la trama di un romanzo o di un film possono sia essere solo il supporto di un’espressione formale sia essere organicamente connessi con quest’ultima.
Maggiore è la connessione, più pregnante è l’appagamento del fruitore che concorda con i contenuti che stanno alla base di ciò che l’artista esprime.
Vi sono quindi opere d’arte che si amano e opere d’arte che soltanto si ammirano.
Quanto sopra detto vale anche per l’architettura il cui contenuto è, in parte, la funzione dell’oggetto architettonico (un’abitazione… una chiesa …. una casa costruita a Como nel 1938 per le adunanze fasciste….) e soprattutto il modo in cui si fruisce dell’oggetto architettonico (convenzionale nelle prime ardite opere di Gehry… stupefacente nella casa del fascio di Terragni).
Sono numerose, oggi, le opere in cui il modo di fruizione (il contenuto) è sacrificato all’espressività che il progettista – artista vuole conferire all’involucro (ad esempio una bella facciata d’ufficio completamente trasparente che compromette la privacy di chi lavora).
Senza organica connessione tra forma e contenuto, l’architettura diventa solo un segno nel territorio o nel contesto urbano, più oggetto di ammirazione che di amore.
Pino
Wittgenstein scrisse (nei Pensieri Diversi) che un buon architetto deve semplicemente resistere alle tentazioni.
Forse vale per ogni artista, anche se non so cosa, di preciso, indichi questo termine. Qualche idea ce l’ho, ma la discussione si fa troppo complicata per dei semplici commenti a dei commenti a un interrogatorio 😉
Oscar è sempre così sublime nelle sue parole e nei suoi concetti….sono daccordo con ciò che ha espresso in questo interrogatorio….
Se diciamo che l’artista deve resistere alle tentazioni, uccidiamo proprio Oscar Wilde.
Anche gli architetti ogni tanto hanno le loro, ma sono una categoria che terrei un po’ più a freno delle altre! 😉
Il problema dell’architettura è che è sotto gli occhi di tutti, contrariamente, per dire, alla pittura (posso non entrare nel museo, ma non posso non camminare per strada).
Non penso che sostenere che l’artista debba resistere alle tentazioni “uccida” Oscar Wilde… dipende da cosa intendiamo con tentazioni. Le tentazioni che ho in mente non sono certo le immoralità di una mentalità ristretta…
Ci sono ricapitato adesso…
…non intendevo dire qualcosa di serio,
mi riferivo solo al noto aforisma
“Posso resistere a tutto fuorché alle tentazioni” 😉
Croce, il quale, a prescindere da molte sue bizzarre posizioni e cantonate impressionanti, fu senz’ombra di dubbio un grandissimo critico, poneva al grado superiore dei suoi quattro distinti l’Estetica e al grado inferiore l’Etica.
Egli sosteneva che la vera Arte, solo per il fatto di essere Arte, è naturaliter morale, perché non può non suscitare un sentimento etico in chi ne fruisce. Paul Valéry, che di bello doveva saperne un bel po’, scrisse “E` facile riconoscere il bello, è ciò che fa disperare”. Queste due affermazioni, espresse da personalità molto diverse, credo ci aiutino a comprendere il punto di vista di Wilde. La “disperazione” di Valéry è il conflitto interiore che sembra supporre Croce quando afferma che l’Estetica è sì superiore all’Etica, ma anche finisce sempre per implicarla. Credo nella visione di Wilde l’Arte non potesse modificare l’uomo, ma avere al limite una funzione maieutica nei confronti delle proprie convinzioni, ma pur sempre, e prima di tutto, attraverso un effetto puramente artistico. Del resto, non è il ritratto a rivelare la vera natura Dorian? In altre parole, se un’opera sortisce un effetto meramente edificante, allora può tutt’al più essere un vademecum, ma non un’Opera d’Arte. Al contrario, se un’Opera d’Arte è in grado di rappresentarci una situazione estrema, allora è in grado di farci giungere ad un maggior livello di consapevolezza. Questione di “grado” dunque, più che di “direzione”. Inoltre, l’epistolario di Marx che scrive ad Engels riguardo le Opere di Balzac, è farcito di “nonostante che”, del tipo “nonostante i borghesi di Balzac… e Balzac sia un borghese… Non ho mai imparato tanto sulla borghesia e i loro difetti, né provato tanto disgusto per essa in un romanzo, quanto nei romanzi di Balzac.” (cito a memoria, abbiate pazienza). In definitiva, l’Arte trascende Autori e intenzioni, e l’Artista, citando Borges, raramente sa quanto gli è concesso dire, per cui difficilmente potranno esistere libri che “tirino facilmente acqua al mulino dell’Autore”, in quanto l’Arte è un messaggio aperto (sempre ammesso che sia Arte).
Pensandoci, almeno in epoca moderna (in altre epoche un po’ meno, ma le ragioni sono per lo più sociali) sono perlopiù i cattivi libri a deviare: si pensi a Madame Bovary.
Credo complessità a comprendere immediatamente il discorso di Wilde credo derivi più che altro dagli innumerevoli sottintesi che egli lega alla parola Arte.
Questo nella teoria. Nella pratica, un libro pericoloso non lo farei pubblicare e, se fossi uno scrittore, rimanderei la pubblicazione a momenti più cheti.
PS: Mi scuso in anticipo per le frequenti ripetizioni e frasi sconnesse. Si noti l’ora del commento e mi si perdoni :).
@Davide.: Interessante questo accostamento di autori tra di loro tanto lontani e diversi. Penso che inorridirebbero a vedersi accostare, eppure il bello è anche proprio questo.
La tua supposizione è più che una credenza a dire il vero, dato che Croce non si peritò di dare dell’invertito a Wilde e biasimarne l’Opera a partire più che altro dall’etica della sua personalità: quando si dice la coerenza.
Rimanendo nel mondo Wildiano, poco dopo aver scritto quel commento mi sono sorti non pochi interrogativi.
Perché Wilde non ha chiarito, non ha tentato di difendersi concedendosi il sostegno d’una teoria esplicitata, ma ha invece evidentemente ironizzato al modo di un Socrate eccessivamente estetizzante?
La risposta più plausibile, a mio modesto parere, è semplice: l’avrebbe trovata antiestetica.
Si racconta che una sera Wilde, di fronte a un tramonto dai colori mirifici venne interrogato da un suo amico su cosa ne pensasse di quello spettacolo dalla natura: Wilde si accigliò un momento, “Un impressionista di scarso valore”, e si voltò riprendendo a camminare. La sovrapposizione tra arte e realtà, l’arte come nucleo essenziale del vissuto, che attraversa la cultura occidentale dalle prime estetiche preplatoniche e culmina nell’Estetismo di Walter Pater e i suoi “seguaci”, era una sorta di dogma per Wilde. Egli scrisse “La vita è una cosa troppo importante per poterne parlare seriamente”: ne consegue, ovviamente, che se l’Arte è l’essenza di qualcosa di troppo importante per poterne parlare seriamente, sarà “eticamente” sconveniente parlarne seriamente. E così, verosimilmente, Wilde preferì una condanna mitica ad una difesa anti-estetica. E a noi oggi non rimane che quest’ammirevole esempio di coerenza.
@Davide.: Se ho capito bene, secondo te Wilde si sarebbe potuto salvare avesse fatto ricorso a una qualche teoria esplicita, invece di fare il Socrate della situazione. Non so quanto ciò sia vero. L’impressione è che Wilde si sia comunque divertito, durante questo interrogatorio, ed è un atteggiamento indubbiamente ammirevole.
Hai capito perfettamente. Che si sarebbe potuto salvare, seppure con mezzi non unicamente teorici, è un dato non certo ma abbastanza condiviso. Pienamente d’accordo sull’ammirazione: sia per come ha accettato la pena, sia per come l’ha affrontata; dal “De Profundis” ne esce un’immagine monumentale anche se in genere poco apprezzata.
Mi piace moltissimo questo Blog, sia per come scrivi, per il modo di trattare gli argomenti e per l’esposizione moderata nei toni ma incisiva nei contenuti con la quale esponi i tuoi punti di vista.
@Davide.: Grazie, per i complimenti e per gli spunti di riflessione (Wilde e Socrate).
Credo che nessuno abbia il diritto di dire cosa sia e cosa non sia Arte. Tutti siamo artisti o nessuno lo è! (opto per la prima ipotesi!) La “bellezza” dell’arte risiede proprio nella libertà dell’interpretazione, in quanto ogni pensiero è Arte.
@Nonoscar Nonwilde: “tutti siamo artisti” e “nessuno è artista”, alla fine, sono la stessa cosa.
Meglio un mondo nel quale c’è molta roba ordinaria e, ogni tanto dell’arte, che risalta.