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Il Tribunale federale respinge il ricorso della Procura. Nulla prova il mancato accertamento dei fatti: niente coazione
Lungo il cammino giudiziario che ha incrociato le vicende consumate dentro le mura del Centro degli anziani di Balerna non si è inciampati in un arbitrio. Non almeno, nel caso dell'ex infermiere della struttura nei cui confronti l'autunno scorso la Corte di appello e di revisione penale (Carp) ha pronunciato un'assoluzione. Insomma, il 49enne non si macchiato del reato di coazione - tanto meno reiterato - a danno degli ospiti che ha avuto in cura fra l'aprile del 2014 e il maggio del 2015. Come per l'ex assistente di cura, si chiude qui la vicenda processuale anche per un'altra delle quattro figure - con loro sono approdati in Pretura penale altri due ex assistenti di cura - sulle quali gli inquirenti, per mano della procuratrice pubblica Valentina Tuoni, hanno acceso i riflettori per fare luce su una storia di vessazioni e maltrattamenti. Storia che negli anni ha coinvolto diversi dei residenti nel Centro. Un epilogo, quest'ultimo, di segno però contrario rispetto a quello dell'antica collega, condannata.
Riconosciuto colpevole in primo grado davanti alla Corte delle Assise correzionali di Mendrisio (e condannato a una pena pecuniaria), il 49enne, difeso dall'avvocato Rossano Bervini, si è visto, invece, prosciogliere in appello. Giudizio che il 21 aprile scorso è stato rafforzato dall'Alta Corte di Losanna. Per la Procura, che ha impugnato il verdetto della Carp, i fatti e le colpe non cambiavano di una virgola. Tanto da sollecitare il Tribunale federale (Tf) a riconsegnare l'incarto alla Corte cantonale per un nuovo giudizio, in particolare su un punto. Per i giudici, però, la richiesta non è stata motivata a sufficienza: "L'argomentazione ricorsuale, di natura generica - motiva il Tf -, non spiega puntualmente perché i comportamenti addebitati all'imputato sarebbero costitutivi del prospettato reato di coazione". Di conseguenza non è ammissibile.
In sostanza, l'accertamento condotto in appello sull'assenza di appigli per contestare all'imputato il reato di coazione risulta essere "conforme agli atti e vincolante per il Tribunale federale". Non è provato, dunque, che la frase minacciosa ricondotta all'operatore - pur se pronunciata per davvero - abbia messo in agitazione la vittima. "La tesi del ricorrente, secondo cui la vittima potesse temere che l'imputato mettesse effettivamente in atto la minaccia, ma non sia stata in grado di manifestarlo a causa di una sua incapacità cognitiva ed espressiva - scrive il Tribunale -, costituisce un'ipotesi di per sé possibile. Essa non poggia tuttavia su specifici accertamenti oggettivi, chiari e vincolanti, agli atti. Non sostanziando arbitrio alcuno, la censura non adempie le esposte esigenze di motivazione e non deve pertanto essere vagliata oltre".
L'Alta Corte non entra, poi, neppure nel merito dell'attuale lacuna legislativa in merito a un reato di maltrattamento sugli anziani. Lacuna evocata dalla procuratrice pubblica in aula e davanti agli stessi giudici federali. "È noto che il Codice penale non contempla una fattispecie specifica che incrimini esplicitamente gli atti di maltrattamento contro le persone anziane - si annota nella sentenza -. Perché un membro del personale infermieristico che commette un eventuale maltrattamento sia punibile penalmente, occorre quindi che il suo comportamento realizzi gli elementi costitutivi di un reato previsto dal Codice".