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Regolarmente ai vertici delle classifiche dei più grandi film di tutti i tempi, Quarto Potere è un’opera cinematografica avvolta da un alone mitico. Unendo mirabilmente ricchezza tematica, complessità strutturale e sperimentazione tecnica, il film rappresenta il memorabile debutto a Hollywood di Orson Welles, a soli 25 anni (!), nelle vesti di regista, primo interprete, sceneggiatore e produttore. Quando si dice un genio...
Il film è incentrato sulla figura di un magnate dell’editoria, Charles Foster Kane (Orson Welles), di cui viene raccontata l’irresistibile ascesa e l’altrettanto rapida e rovinosa caduta. Strutturalmente complesso, Quarto Potere è costruito attorno ad una serie di flashback a partire da un enigma iniziale (l’ultima misteriosa parola pronunciata dal protagonista in punto di morte: “Rosebud”), enigma che un giornalista, Thomson, tenta vanamente di chiarire andando a intervistare le persone che conoscevano meglio Charles Kane e che forniranno cinque punti di vista parziali e talora contraddittori sul personaggio da poco scomparso. Si succedono quindi nel film, senza linearità cronologica, in una sorta di puzzle esistenziale, i momenti principali della burrascosa vita del protagonista, dall’infanzia in una sperduta casa di campagna alla morte nella sua favolosa residenza in Florida, Xanadu. Il giornalista non troverà la risposta che cercava, ma una casuale e sorprendente spiegazione verrà offerta allo spettatore alla fine del film. Lo straordinario protagonista del film, Charles Foster Kane, è ispirato in gran parte (ma non solo) a un personaggio realmente esistito, il magnate della stampa William Randolph Hearst (1862-1951), che all’apice della sua carriera era proprietario di una catena di oltre 40 tra giornali e riviste. In questa prospettiva, il film è un’articolata riflessione sul potere e sull’uso spregiudicato e autoritario della stampa, posta al servizio degli interessi personali. Le uniche regole che Kane rispetta sono le sue, anche se all’inizio della sua carriera aveva promesso in un ispirato editoriale di voler difendere soprattutto gli interessi della gente. Questo suo iniziale slancio democratico si esaurirà però in breve tempo.
Ma Quarto Potere è anche e soprattutto il ritratto di un uomo, un megalomane di genio che, attraverso l’esercizio di un potere senza limiti, cerca di colmare il suo vuoto esistenziale e, forse, di sanare una ferita traumatica risalente all’infanzia. Come ha scritto lo stesso Welles, “(…) la verità su Kane può essere dedotta, come d’altronde ogni verità su un individuo, soltanto dalla somma di tutto quello che è stato detto su di lui. Secondo alcuni, Kane amava soltanto sua madre, secondo altri soltanto il suo giornale, la sua seconda moglie o, forse, solo se stesso. Forse amava tutte queste cose, forse non ne amava nessuna. Il pubblico è l’unico giudice. Kane era insieme egoista e disinteressato, contemporaneamente un idealista e un imbroglione, un uomo geniale e un individuo mediocre. Tutto dipende da chi ne parla”. In questa prospettiva, l’inquadratura posta in apertura del film e ripresa nel finale, che mostra il cartello “No trespassing” (“Vietato l’accesso”) collocato da Kane al confine della sua sterminata proprietà di Xanadu, ci suggerisce una delle possibili chiavi di lettura della figura del protagonista: l’impossibilità di dissipare del tutto il mistero che avvolge la vita del “cittadino Kane”, ma più in generale la vita di ogni singolo uomo, indipendentemente dalla sua celebrità. Non a caso il titolo originale del film mette al centro l’individuo, il “Citizen Kane” appunto, del quale ci viene raccontata la parabola esistenziale, mentre il titolo italiano, peraltro abbastanza efficace ancorché riduttivo, estrapola (un po’ arbitrariamente) il tema del potere della stampa, che è in realtà solo uno dei vari temi del film.
Ma Quarto potere è anche e soprattutto un’opera estremamente innovativa sul piano tecnico e formale: oltre a numerose virtuosistiche riprese con la camera in movimento e a un uso espressionistico delle luci e delle ombre, il film comporta diverse suggestive inquadrature dal basso, con la macchina da presa appoggiata al suolo. Ma il marchio di fabbrica di Welles è soprattutto l’uso frequente di obiettivi grandangolari: per la prima volta fu sperimentato il cosiddetto effetto di panfocus, un procedimento fotografico che permette di mettere a fuoco sia i personaggi in primo piano che quelli sullo sfondo. Grazie anche a nuovi sistemi di illuminazione, Welles ottiene una sbalorditiva profondità di campo, creando immagini di grande potenza visiva. Per definire il suo stile, fondamentalmente antinaturalistico, si è spesso usato l’aggettivo “barocco”.
Quando uscì, nel mese di maggio 1941, il film di Orson Welles era da molti punti di vista decisamente all’avanguardia, per cui sconcertò una parte del pubblico ed ottenne uno scarso successo (un solo premio Oscar, per la sceneggiatura). Oggi è unanimemente considerato una pietra miliare della storia del cinema.
Þ Curiosità.
In una celebre intervista concessa a Peter Bogdanovich (Io, Orson Welles, Baldini &Castoldi, 1996), così il regista racconta come è riuscito a salvare il suo film di fronte al capo della censura: “Ci aspettavamo il boicottaggio di Quarto Potere, ma non che il film corresse addirittura il rischio di venir distrutto. Ce la cavammo per il rotto della cuffia. Si tenne una proiezione per Joe Breen, allora il capo della censura, per decidere se bruciarlo o no, perché si era scatenata una tremenda canea di tutte le altre case di produzione per farlo bruciare. ‘Non ci mettiamo nei guai, che sarà mai?’, dicevano per ingraziarsi Hearst. Allora io prendo un rosario, me lo metto in tasca e, finita la proiezione, davanti a Joe Breen, che era un buon cattolico, mi alzo in piedi, faccio cadere il rosario e dico : ‘Oh, scusi’. Poi lo raccolgo e me lo rimetto in tasca. Se non lo avessi fatto, probabilmente Quarto Potere non esisterebbe più.”