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Giudizi a tratti duri, ma sorretti da un'analisi assai differenziata. Il rapporto finale della commissione Bergier traccia un quadro della Svizzera nella seconda guerra mondiale che non lascia spazio a semplificazioni.
Se qualcuno alla vigilia della pubblicazione del rapporto finale della Commissione indipendente di esperti Svizzera-seconda guerra mondiale (CIE), si aspettava rivelazioni sconvolgenti, dopo la presentazione venerdì del rapporto sarà deluso. Fin dal titolo, «La Svizzera, il nazionalsocialismo e la seconda guerra mondiale», il volume di circa seicento pagine, sintesi del lavoro di cinque anni della CIE, non offre molti punti d'appiglio per una lettura sensazionalista.
Uno sguardo complesso sulla storia
Lo studio non si sottrae per questo a giudizi netti sul comportamento della Svizzera durante la seconda guerra mondiale. In chiusura del capitolo dedicato alla politica d'asilo, la CIE scrive ad esempio: «Attraverso varie misure tendenti a rendere la fuga ancora più difficile e con la diretta consegna dei profughi ai loro aguzzini, le autorità svizzere contribuirono a far sì che i nazisti potessero raggiungere i loro obiettivi.»
Una frase non a caso citata dal quotidiano «Berner Zeitung», che era riuscito già il mese scorso a mettere le mani su una copia del rapporto. Ma se si legge il capitolo per intero, si vedrà che il giudizio si basa su un'analisi dettagliata della questione e sul tentativo di definire chiaramente responsabilità e capacità di intervento nell'ambito della politica dei rifugiati.
In quest'ottica, assai più radicale appare il giudizio che della questione dava lo storico della neutralità Edgar Bonjour nel 1970: «L'intera generazione di allora ha fallito ed è anch'essa colpevole (...) L'egoismo e il latente antisemitismo racchiusi in ogni cittadino gli fecero chiudere gli occhi di fronte all'inumanità di certi aspetti della politica ufficiale in tema d'asilo.»
Un raffronto che, tra l'altro, dimostra come la CIE non abbia costruito sul nulla, ma si sia potuta basare su una tradizione storiografica per nulla muta su molti aspetti controversi della storia svizzera. Il problema semmai è che pochi l'hanno voluta ascoltare.
La storia come controversia
Come ha ricordato il presidente della CIE Jean-François Bergier, compito della commissione non era tuttavia quello di scrivere una «storia generale della Svizzera al tempo del nazionalsocialismo», ma quello di «chiarire alcuni punti controversi o poco noti di quella storia».
Punti controversi che si possono ricondurre a tre grandi ambiti tematici: la politica d'asilo, le relazioni economiche e finanziarie con l'estero e segnatamente con la Germania e la questione delle restituzioni nel dopoguerra.
La politica d'asilo
Se la CIE è stata chiamata a occuparsi politica svizzera nei confronti dei rifugiati, è certo perché, come ha notato Bergier, «si tratta di gran lunga della questione più delicata, poiché riguarda la vita di migliaia di persone». È ben difficile infatti considerare la questione dell'asilo, affrontata in varie occasioni dalla storiografia svizzera, un tema «poco noto».
Dai lavori della commissione, accanto all'analisi di questioni già ampiamente dibattute, quali le trattative tra Svizzera e Germania nel 1938, che sfociarono nell'apposizione del famigerato timbro «J» nei passaporti degli ebrei tedeschi, e la chiusura delle frontiere nell'estate del 1942, emergono però anche aspetti finora scarsamente considerati.
Interessante un'osservazione riferita all'accordo provvisorio del 4 luglio 1936 sullo statuto giuridico dei profughi della Germania, una delle poche norme di diritto internazionale relative ai rifugiati allora in vigore. Un accordo che la Svizzera aveva ratificato, ma che violò ripetutamente espellendo profughi tedeschi prima e durante la guerra.
Complessivamente, la CIE si affianca nel suo giudizio sulla politica d'asilo a molti degli storici che l'hanno preceduta, ritenendo che la Svizzera non solo sia venuta meno «ai suoi propri parametri», ma che abbia violato «elementari principi di umanità».
Le relazioni economiche e finanziarie con la Germania
Le relazioni tra economia elvetica e Germania nazista hanno fatto molto discutere, in anni recenti. Può perciò sorprendere la cautela con la quale la CIE affronta ora la questione. Secondo Bergier, «nessuno può dubitare della necessità di arrivare a dei compromessi, senza i quali si rischiava il tracollo politico ed economico della Svizzera. Paradossalmente, un certo grado di cooperazione economica con il regime nazista funse da elemento di resistenza all'influsso della potenza tedesca.»
Resta il fatto, messo in rilievo dalla CIE, che in molte occasioni la collaborazione, sia dello Stato, sia di alcune imprese private, andò ben oltre ciò che si potrebbe ritenere un compromesso accettabile.
Per fare un esempio fra molti: già nel 1933 la Vereinigte Krankenversicherungs AG, una filiale in Germania della Compagnia svizzera di riassicurazione, licenziò i suoi dipendenti ebrei, senza essere spinta a farlo da alcuna legge. La Winterthur Infortuni, mantenne invece il suo personale ebreo fin dopo i pogrom del 1938, dimostrando che agire diversamente era possibile.
In nessun caso tuttavia la CIE ha potuto dimostrare che il comportamento di un'impresa o di un ufficio dell'amministrazione fosse dettato da affinità ideologiche con il regime nazista. Ciò non toglie che l'attitudine da «business as usual», la priorità assoluta data al profitto, spingeva alcune aziende a prossimità assai inquietanti con il regime. E che la neutralità tanto citata nei discorsi ufficiali finiva per legittimare azioni discutibili da parte dello Stato, a volte al di fuori del diritto stesso di neutralità, come il credito miliardario concesso alla Germania o la negligenza nel controllo del traffico ferroviario tra Italia e Germania.
La questione delle restituzioni
Se gli aspetti controversi della politica d'asilo e delle relazioni economiche con la Germania riguardano in primo luogo il periodo precedente il 1945, la questione delle restituzioni investe invece la Svizzera del dopoguerra. È evidente perciò che in questo ambito vengono a cadere le giustificazioni connesse allo stato d'emergenza bellico e che le negligenze da parte della Confederazione e di imprese, banche, assicurazioni, fiduciari, gallerie d'arte nel risolvere la questione appaiano ancora più sconcertanti.
Negligenze che nella ricostruzione della CIE sembrano derivare più da una scarsa sensibilità per il problema delle restituzioni e, nel caso delle banche, da uno specifico interesse a proteggere il segreto bancario, che da mala fede. Ma che testimoniano anche della poca considerazione che godettero nel dopoguerra i diritti delle vittime del nazionalsocialismo.