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Contrariamente all’opinione diffusa, il materiale bellico non comprende solo armi, munizioni e beni militari, come aerei da combattimento, carri armati o sistemi di difesa antiaerea, ma un’ampia gamma di prodotti. Sono considerati materiale bellico anche attrezzature concepite per il combattimento nonché componenti e assemblaggi, qualora manifestamente non siano utilizzabili nella medesima versione anche per scopi civili. Sono per esempio compresi caricatori e grilletti di pistole, canne di fucili semilavorate, certi sensori ed elementi radar, determinati sistemi di propulsione o i finestrini della cabina di comando degli aerei da combattimento.
Contrariamente all’opinione diffusa, il materiale bellico non comprende solo armi, munizioni e beni militari, come aerei da combattimento, carri armati o sistemi di difesa antiaerea, ma un’ampia gamma di prodotti. Sono considerati materiale bellico anche attrezzature concepite per il combattimento nonché componenti e assemblaggi, qualora manifestamente non siano utilizzabili nella medesima versione anche per scopi civili. Sono per esempio compresi caricatori e grilletti di pistole, canne di fucili semilavorate, certi sensori ed elementi radar, determinati sistemi di propulsione o i finestrini della cabina di comando degli aerei da combattimento.
Esempi di materiale bellico interessato dall'iniziativa
L'attuale divieto di finanziamento riguarda le armi il cui impiego è oggetto di condanna internazionale, ad esempio le armi atomche. Con il nuovo divieto non sarebbe più possibile investire in un'azienda, se essa realizza oltre il 5 per cento della sua cifra d'affari annua con la fabbricazione di armi convenzionali e loro componenti.
Sono considerate produttori di materiale bellico le imprese che realizzano più del 5 per cento della loro cifra d’affari annua con la fabbricazione di materiale bellico, inclusi i componenti. È considerata tale anche una PMI che produce beni a scopo civile ma realizza più del 5 per cento della sua cifra d’affari con la fornitura di materiale bellico a un’impresa d’armamento.
L’iniziativa riguarda in primo luogo la Banca nazionale svizzera, le fondazioni, l’AVS/AI e le casse pensioni. Se l’iniziativa venisse accettata, non potrebbero più concedere ai produttori di materiale bellico crediti, mutui, donazioni o vantaggi finanziari comparabili. Inoltre, la detenzione di azioni di produttori di materiale bellico e di quote di fondi contenenti simili azioni sarebbe vietata e i finanziamenti in corso andrebbero liquidati entro quattro anni. Il Consiglio federale deve inoltre adoperarsi a livello nazionale e internazionale affinché un divieto altrettanto rigido si applichi anche a banche e assicurazioni.
In secondo luogo sarebbero interessate anche le imprese d’armamento, i gruppi misti e le loro aziende fornitrici che con la produzione di materiale bellico superano la soglia del 5 per cento. Queste imprese non avrebbero più la possibilità di finanziarsi attraverso azioni e, a seconda dell’attuazione dell’iniziativa, di ottenere crediti dalle banche. Le più toccate sarebbero tuttavia molte aziende nazionali dell’indotto, tra cui numerosissime PMI.
Per la BNS e gli istituti previdenziali è importante diversificare i propri investimenti per ridurre al minimo i rischi e garantire rendimenti stabili. Secondo il suo rapporto di gestione del 2019, la BNS deteneva l’anno scorso titoli di società svizzere ed estere per un valore di 656 milioni di franchi ; l’AVS/AI era proprietaria di azioni per un valore di 8,9 miliardi di franchi nel 2019 e le casse pensioni per un valore di 243,8 miliardi di franchi nel 2018, inclusi investimenti in fondi indicizzati che potrebbero, a determinate condizioni, contenere quote di azioni di produttori di materiale bellico. Questi fondi comprendono in alcuni casi azioni di centinaia o addirittura migliaia di imprese, di cui alcune producono anche materiale bellico. Esempi significativi sono Boeing, Airbus e Rolls Royce, che oltre a beni a scopo civile producono anche materiale bellico. Molte casse pensioni, banche e altri investitori hanno già scelto di seguire una strategia responsabile e sostenibile non investendo in determinati ambiti, come la produzione di armi. Questa scelta si basa tuttavia sull’iniziativa e sulla responsabilità individuale e spetta agli investitori decidere quali imprese escludere. Anche la BNS ha deciso di non investire in imprese che producono armi il cui impiego è condannato a livello internazionale, che violano pesantemente i diritti umani fondamentali o che causano in modo sistematico gravi danni ambientali. La BNS esclude inoltre le imprese coinvolte nella produzione di armi atomiche per Stati che non fanno parte delle cinque potenze nucleari legittime ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare dell’ONU (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e USA).
La legge sul materiale bellico vieta già il finanziamento di armi atomiche, biologiche e chimiche nonché di mine antiuomo e di munizioni a grappolo. Estendere il divieto alle armi convenzionali limiterebbe eccessivamente le possibilità di investimento delle casse pensioni e dell’AVS/AI, facendo così aumentare i costi amministrativi e i rischi di investimento, con possibili ripercussioni negative sulle pensioni. Limitando la libertà d’investimento delle banche e delle assicurazioni si indebolirebbe inoltre la piazza finanziaria svizzera. L’accettazione dell’iniziativa avrebbe anche effetti negativi sull’industria svizzera e, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe portare al taglio di posti di lavoro. A livello internazionale, comunque, l’iniziativa non avrebbe alcuna efficacia perché non potrebbe evitare guerre o combattere le cause che costringono molte persone alla fuga dal proprio Paese. La Svizzera si adopera già per il raggiungimento di questi obiettivi offrendo a vari Paesi i propri buoni uffici e agendo come mediatrice tra le parti in conflitto.
No. L’accettazione dell’iniziativa non influirebbe in alcun modo sulla produzione mondiale di materiale bellico e pertanto non eviterebbe le guerre. Le esportazioni svizzere di materiale bellico sono inferiori all’1 per cento delle esportazioni globali e di conseguenza praticamente non influiscono sull’offerta. Sono inoltre sottoposte a rigidi controlli. Se l’iniziativa venisse accettata, i potenziali acquirenti di materiale bellico svizzero potrebbero decidere di rivolgersi a un offerente estero. Per questo i promotori dell’iniziativa chiedono che il Consiglio federale si adoperi affinché il divieto di finanziamento sia applichi a livello internazionale. Si tratta di una richiesta non realistica, visto che a livello internazionale non c’è la volontà di applicare un simile divieto.
L’accettazione dell’iniziativa potrebbe portare a una dipendenza unilaterale dell’esercito svizzero dagli acquisti all’estero. Dato che oggi le imprese svizzere dell’indotto sono inglobate nelle catene di creazione di valore di imprese d’armamento estere, sussiste un rapporto di reciproca dipendenza tra la Svizzera e l’estero. Ciò riduce non solo il grado di dipendenza dai beni d’armamento provenienti dall’estero, ma procura alla Svizzera anche un vantaggio, dandole uno strumento in più su cui poter far leva nell’ambito della politica di sicurezza. Qualora l’iniziativa venisse accettata, l’esercito svizzero dipenderebbe invece unilateralmente dalle imprese estere, il che in periodi di crisi potrebbe creare difficoltà di approvvigionamento, senza consentire alla Svizzera di adottare misure a sua volta.
Non è possibile indicare un numero esatto perché in Svizzera non esiste un registro che riunisce tutti i produttori di materiale bellico.
Chi fabbrica, commercia o procura materiale bellico necessita in generale di un’autorizzazione della SECO, ma questo non vale per le aziende che in Svizzera forniscono materiale bellico a un’altra che dispone di una simile autorizzazione. Di conseguenza, le aziende nazionali fornitrici delle imprese svizzere d’armamento non compaiono nelle statistiche. Poiché non si tratta di imprese quotate in borsa che redigono un rapporto sulle loro attività non è possibile fare affermazioni esatte sul loro numero e sul loro fatturato.
Si tratta in linea di massima di aziende che fanno parte dell’industria metalmeccanica ed elettrica. Secondo le proprie affermazioni, l’associazione di settore Swissmem rappresenta all’incirca 1050 aziende. Non tutte però partecipano alla produzione di materiale bellico e, viceversa, non tutti i produttori di materiale bellico fanno parte dell’associazione.
Due grandi imprese svizzere d’armamento contano, secondo i loro dati, circa 3000 aziende fornitrici sul territorio nazionale. Alla SECO risultano alcune centinaia di aziende in possesso di autorizzazioni per commerciare materiale bellico. Tra le due cifre possono esserci delle sovrapposizioni, ma non è possibile determinare con certezza se si tratta sempre di produttori di materiale bellico e se eventualmente superano la soglia del 5 per cento prevista dall’iniziativa.
Queste riflessioni danno un’idea approssimativa di quante imprese potrebbero essere interessate; non è tuttavia possibile indicare un numero esatto e affidabile.
Quanto detto illustra comunque a titolo di esempio quali problemi di attuazione si verrebbero a creare per gli investitori istituzionali nel caso di un’accettazione dell’iniziativa. Sarebbe praticamente impossibile capire quali imprese svizzere rientrerebbero nel divieto di finanziamento. E quello che può essere affermato per la Svizzera vale a maggior ragione a livello internazionale.
Ultima modifica 29.10.2020