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Il Giappone riapre la caccia alla balena nell'Antartico, in barba alla diffida della Corte internazionale di giustizia dell'Onu.
Tokyo, dopo un anno di pausa nella controversa pratica, ha annunciato la sua decisione, che è stata subito subissata da critiche delle organizzazioni ambientaliste e animaliste.
Il Giappone giustifica la propria caccia con motivazioni non commerciali ma "scientifiche" e ogni anno - tranne che nel 2015 -, con l'inizio dell'estate antartica in dicembre, mette in mare la sua flotta di baleniere hi-tech, sebbene ogni anno riduca il numero di prede dichiarate.
Ma la caccia alla balena era stata esplicitamente vietata dalla Corte di Giustizia dell'Aja, che nel marzo 2014 aveva diffidato il Giappone dall'uccidere i cetacei, accusando Tokyo di mascherare fini prettamente commerciali ammantandoli con pretese di "scientificità" per aggirare la moratoria mondiale, in vigore da anni. E anche la Commissione internazionale sulla caccia alle balene (Iwc) in giugno ha contestato le "prove" fornite dal Giappone per giustificare la valenza scientifica della sua richiesta di uccidere 4000 balene nell'arco di dodici anni. Niente da fare: le baleniere partirono ugualmente, anche se non arpionarono nulla.
Ma quest'anno il governo giapponese ha ribadito il suo punto di vista, che le prove addotte sono da ritenere sufficienti e la flotta di baleniere, che negli ani passati hanno ingaggiato feroci duelli in mare contro la flotta "nemica" di Greenpeace, salperà per l'Antartico a fine dicembre. Unica concessione: la sentenza della Corte dell'Aja sarà "tenuta in considerazione" dal Giappone, che per il 2016 ridimensionerà ulteriormente di due terzi il numero di prede a "sole" 333.
"Non accettiamo in alcun modo o in alcuna forma il concetto dell'uccisione di balene per autoproclamati 'motivazioni scientifiche'", ha commentato a caldo Greg Hunt, ministro per l'ambiente dell'Australia, uno dei Paesi in prima fila nella difesa della moratoria mondiale, in vigore dal 1987.