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Caso particolare è però quello di William T. Vollmann: lo scrittore californiano è emerso con qualche ritardo su Bret Easton Ellis e David Foster Wallace ma, dopo la morte di quest’ultimo, va indicato come il maggior esponente della generazione di mezzo (è nato nel ’59). E, come nel caso di Foster Wallace, il genere in cui eccelle è il «reportage narrativo» o non-fiction novel. Esperienza-chiave di una Bildung senz’altro sui generis fu quella di penetrare in Afghanistan durante l’invasione sovietica del 1979: da allora Vollmann associa la documentazione più erudita a un’attitudine spericolata da inviato speciale. L’impianto delle sue opere è in genere grandioso, le loro ambizioni crescono in proporzione: questo anche il caso di Europe Central (traduzione di Gianni Pannofino, Mondadori, pp. 1063, € 25.00). Stavolta Vollmann ha intrecciato in un’unica tela, formicolante di coincidenze e Leitmotive, i destini catastrofici dei totalitarismi hitleriano e staliniano. Figure più o meno note - da Dmitrij Šostakovic´ ad Anna Achmatova, dal feldmaresciallo Friedrich Paulus alla pittrice Käthe Kollwitz sino al grande «Sonnambulo» in persona, Adolf Hitler - si incontrano e scontrano su uno sfondo apocalittico [“Serrando i suoi pugni, scuote la testa per scostare gli scuri capelli dagli occhi e, così facendo, si volta verso uno dei due soldati, che si fa rigido e diritto per accogliere il suo sguardo. Siamo 190 milioni. Non potete impiccarci tutti!, dice lei”.]: e spesso a raccontarli sono proprio i persecutori (come il censore stalinista che tormenta Šostakovic´). Ma la vorticosa maestria con cui vengono alternati i punti di vista, e l’instancabile puntiglio con cui nelle cento pagine conclusive viene discussa ogni singola deformazione storica, fanno sì che l’opera di Vollmann assurga a colossale inchiesta – condotta con gli strumenti propri della letteratura – nel cuore di tenebra del Novecento.