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Alcuni invocano il principio della legalità per sbarrare la strada all’iniziativa “Prima i nostri”. La priorità ai lavoratori indigeni in Ticino, come in Svizzera, non si potrebbe applicare perché è contraria al diritto superiore. La nostra Costituzione prevede tuttavia che in nostro Paese gestisca autonomamente l’immigrazione dei lavoratori stranieri.
Come? A mezzo di tetti massimi annuali e i contingenti annuali, che comprendano anche i frontalieri, stabiliti in funzione degli interessi globali dell’economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri. “Prima i nostri” rispetta dunque pienamente la nostra Costituzione e la nostra democrazia. Mentre la libera circolazione delle persone, superati i tre anni concessi al Consiglio federale per rinegoziare e adeguare i trattati internazionali che contraddicevano queste regole, è divenuta anticostituzionale.
La legge che applica “Prima i nostri”, sottoscritta da rappresentanti del PLR, Lega, PPD e dei Verdi, riprende lo spirito dell’ordinanza federale che limitava l’effettivo degli stranieri in Svizzera entrata in vigore nel 1986 e abrogata nel 2008 per lasciar spazio alla libera circolazione delle persone. “Prima i nostri” richiede dunque uno sforzo supplementare ai datori di lavoro. Questo è vero. Uno sforzo di responsabilità economica e sociale, esattamente come imponeva a suo tempo l’ordinanza citata. I permessi per stranieri potevano infatti essere rilasciati soltanto se il datore di lavoro non trovava alcun lavoratore indigeno che avesse l’intenzione e fosse capace di svolgere l’attività alle condizioni di salario e di lavoro usuali per il luogo e la professione. In caso di domande per l’esercizio di una prima attività lucrativa, poi, l’Autorità poteva richiedere al datore di lavoro la prova di aver fatto tutto il possibile per trovare un lavoratore sul mercato indigeno del lavoro, di aver notificato il posto vacante senza successo e, ancora, di non averne potuto formare o far formare uno disponibile sul mercato del lavoro, in un periodo di tempo ragionevole. Non si tratta di fantascienza ma della legislazione svizzera che ha permesso al nostro Paese di svilupparsi e affermarsi economicamente e socialmente. E sono anche i principi in cui credo.
Mi sorprendo, anzi mi rammarico, che la legalità, inconfutabilmente calpestata dal Parlamento federale nell’ambito del vergognoso sabotaggio del 9 febbraio e delle regole che avrebbero permesso di tutelare i lavoratori indigeni, venga agitata come una scure sempre e solo in sfavore dei lavoratori residenti. Questa non è legalità. È asservimento all’Unione europea e disprezzo della nostra democrazia diretta.