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La storia del Coro della Radio della Svizzera italiana è strettamente legata all’azione del suo primo maestro, il sangallese Edwin Loehrer (1906-1991), scelto nel 1936 per dare vita a un complesso chiamato a completare l’offerta musicale dei programmi. Grazie alla sua formazione musicologica avvenuta nelle università di Zurigo e di Monaco di Baviera, egli, pur mettendo il complesso al servizio di molteplici esigenze, si orientò subito nel repertorio italiano rinascimentale e barocco facendo della piccola stazione luganese un polo di ricerca di repertorio e interpretativa di livello internazionale. Dopo essersi guadagnato una reputazione negli anni Cinquanta attraverso le registrazioni di cicli memorabili trasmessi dalle radio europee (Monumenti musicali della polifonia vocale italiana e Rarità musicali dell’arte vocale italiana) raggiunse il culmine grazie ai dischi della Società cameristica di Lugano, il complesso d’élite da lui creato nell’ambito del Coro, insieme con Luciano Sgrizzi. Una straordinaria serie di “Grand Prix du Disque”, assegnati in progressione ad almeno sei delle sue produzioni tra il 1962 e il 1967, sancì un primato segnatamente legato al nome di Claudio Monteverdi e alla pratica della “commedia madrigalesca”, facendo del complesso un punto di riferimento nella valorizzazione di quel repertorio. Dopo aver mantenuto la guida del Coro per 45 anni, Loehrer passò il testimone a Francis Travis, allievo di Hermann Scherchen il quale, seguendo il suo maestro nell’attività dello Studio di elettroacustica creato a Gravesano, già nel 1957 era entrato in contatto con la RSI iniziando a collaborare con il coro radiofonico soprattutto per quanto riguardava la musica del Novecento. Assumendone la guida nel 1981 egli si mosse soprattutto nella direzione del lavoro corale in combinazione con l’orchestra, allargando il repertorio, prima di passare nel 1989 a sua volta il testimone a maestri di generazioni più giovani.
Gli ultimi venticinque anni di vita del Coro della RSI costituiscono un caso particolare di interazione tra pratica musicale e organismo radiofonico, che potremmo definire un piccolo miracolo: piccolo perché il tutto si svolge entro i confini di una regione, la Svizzera di lingua italiana, che conta una popolazione di poco più di 300.000 abitanti. Miracolo perché con la volontà di alcune persone si è riusciti in un intento che poteva apparire disperato.
Nel 1989, con il pensionamento dall'allora maestro del Coro della RSI, Francis Travis, questo ensemble vocale giaceva in condizioni precarie. L'età media dei cantanti era alta; la qualità vocale dei singoli coristi era perlopiù orientata al canto solistico, e poco aveva da spartire con le caratteristiche di fusione indispensabili al canto corale. Difficile uscire da tale situazione: non dimentichiamo che i complessi corali radiofonici allora esistenti nelle altre regioni svizzere, e in Italia, vivevano una situazione analoga, e si sarebbero poi sciolti nei primi anni Novanta: penso al Choeur de la Radio Suisse Romande con André Charlet, e i vari Cori della RAI. In virtù del glorioso passato, merito di Edwin Loehrer, ma soprattutto grazie alla volontà dell'allora Responsabile dei Programmi Musicali, Carlo Piccardi, poi diventato Responsabile della rete culturale della RSI, Rete Due, si iniziò un lavoro di recupero e rinnovamento del Coro: rinnovo dei suoi componenti con un'operazione massiccia di audizioni di cantanti (circa duecento sull'arco di tre anni) e sostituzione del direttore, pensionato, con André Ducret. Ricordo nel 1990, tra i primi audizionati, i nomi di giovani cantanti oggi molto conosciuti da pubblico e critica: Roberta Invernizzi, Furio Zanasi, Marco Beasley, Daniele Carnovich.
I primi anni non sono stati facili, in questa situazione ibrida: nuovi arrivi, molte partenze, risultati claudicanti. Con la nomina di Diego Fasolis a direttore stabile il Coro raggiunge stabilità, e inizia un'attività che l'ha portato a diventare competitivo. Mentre nelle radio vicine i cori morivano, Lugano risorgeva.
Da un lato il lavoro del Coro si è orientato verso un terreno che Edwin Loehrer aveva ampiamente esplorato, quello della commedia madrigalesca. Qui si gioca (quasi) in casa, visto che l'humus è quello della cultura italiana: ma la lettura di Fasolis è lontana da quella di Loehrer: per il direttore-fondatore si trattava di una visione cerebrale, che vede il repertorio italiano tra Cinque e Seicento essenzialmente colto ed elitario. Con Fasolis è l'elemento teatrale in primo piano: la lettura si fa ludica, il testo dà vita al gioco musicale, e consente il divertimento scanzonato. La prima produzione in tal senso è il Festino nella sera del giovedì grasso avanti cena di Adriano Banchieri, dove -scelta precisa- le didascalie sono lette da una voce conosciuta, un attore della compagnia di prosa della Radio, Adalberto Andreani.
Di Banchieri, il Coro ha in seguito registrato lo Zabaione musicale, la Pazzia senile, la Saviezza giovenile, e La barca di Venezia per Padova, eseguita con grande successo anche al Festival delle Fiandre di Bruges nonché al Festival Styriarte di Graz. Recente è la registrazione dell'Amfiparnaso di Orazio Vecchi. Certo si tratta di un repertorio a voci sole, anche se, nel caso del Festino, la partitura è stata "concertata" da Fasolis attraverso la presenza di strumenti che raddoppiano le voci, o di un piccolo ensemble corale, per rendere il risultato sonoro ancora più appetibile.
Lo spettacolo del Festino fu eseguito al Teatro Litta di Milano e si trattò di una prima collaborazione nell'àmbito del festival di musica antica che in Italia costituì un vero punto di riferimento negli anni Ottanta e Novanta: Musica a Poesia a San Maurizio, dove il pubblico lombardo e della Svizzera italiana poteva ascoltare e vedere Reinhard Goebel, i fratelli Kuijken, Chiara Banchini e Frans Brüggen: con lo sviluppo della prassi esecutiva fra gli interpreti italiani il festival si aprì anche a noi, e Fasolis fu presente per cinque volte a Milano, sede decisiva per la conoscenza del Coro fuori dai confini regionali. Tra le presenze più importanti va citata quella del 2006, l'Oratorio di Natale di J.S.Bach, un'occasione concertistica diventata una tradizione per il dicembre milanese.
È nel repertorio antico italiano che il Coro può risultare competitivo: questa la prima riflessione programmatica. E allora diventa importante anche la collaborazione con studiosi italiani che suggeriscono repertori e progetti: una collaborazione stretta è nata con Francesco Luisi, attraverso la consulenza del quale il Coro ha proposto una Passione secondo Giovanni di Paolo Antonio Bivi, il Beatus vir di Giacomo Carissimi o le Lamentazioni e il Vespro breve di Francesco Durante. Con la nuova edizione critica delle opere di Palestrina, iniziativa che sfocia nell'Edizione Nazionale delle Opere di Palestrina diretta da Francesco Luisi, il Coro ha iniziato un monumentale Progetto Palestrina, per il quale si prevedono numerose registrazioni, che seguono in parallelo la pubblicazione curata da Luisi, e che ha cominciato a produrre gustosi frutti: del 2009 è la pubblicazione del primo volume della registrazione dell'Opera Omnia, comprendente i tre cd del Primo Libro delle Messe, nonché un dvd con due documentari realizzati da Renzo Rota e Mando Bernardinello per la Televisione Svizzera, illustranti la vita e le opere di Palestrina, nonché l'impressionante lavoro di edizione e di esecuzione permesso dalla consulenza musicologica di Luisi, presente a Lugano nelle prove e nelle registrazioni, per la corretta interpretazione semiologica.
Sulle ali della nouvelle vague instauratasi negli anni 1980/90, anche il coro ha proposto alcuni progetti organici, di ricostruzioni plausibili di liturgie: ecco prodotto e registrato un Vespro di San Lorenzo con musiche di Monteverdi, Buonamente e Cavalli, che coniuga la musica veneziana del primo Seicento con il patrono della Cattedrale di Lugano, per la quale avevamo pensato l'esecuzione; il Vespro del Redentore, per presentare organicamente vari salmi di Vivaldi; il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi corredato di antifone varie che fungono da collante: per l'apporto gregoriano il coro si è avvalso della consulenza di Giovanni Conti e dell'ensemble More Antiquo.
Eccoci quindi arrivati, nei primi anni '90, a un processo di rinnovamento e di aggiornamento del Coro, che per la sua sopravvivenza ha scelto una via, quella della musica "antica", insidiosa, perché irta di concorrenza, ma nel contempo originale, perlomeno nel panorama culturale italiano nel quale la presenza di un coro professionista che si dedica al repertorio antico costituisce un caso raro. Il ritardo accumulato rispetto ad altre realtà europee possiede un risvolto positivo: l'esperienza dei complessi strumentali che impugnano strumenti storici e che sono attenti alle varie prassi esecutive. Ma nella Svizzera italiana non v'erano strumentisti formati a questo tipo di prassi; esisteva un'orchestra, radiofonica, costituita da quaranta elementi, che dal 1991 è diventata l'Orchestra della Svizzera italiana: è questa l'orchestra che fino allora aveva affiancato il Coro. La prudenza e la necessità hanno consigliato di affrontare il cambiamento per gradi: le prime produzioni del nuovo corso sono state pensate per un gruppo ristretto di strumentisti, e le prime collaborazioni sono state coadiuvate dai Sonatori de la Gioiosa Marca; con il gruppo di Treviso si è realizzato nel 1997 un progetto fino a cinque anni prima prima impensabile: la Messa in si minore di Bach con strumenti storici e con solisti di fama. Il duetto del Domine Deus esemplifica bene la collaborazione tra direttore svizzero, Diego Fasolis, strumenti storici dei Sonatori di Treviso (con il flauto traverso solista di Stefano Bet), un solista tedesco, Christoph Prégardien, e una cantante italiana, Roberta Invernizzi. Un altro momento della Messa in si minore è rivelatore della lettura di Fasolis, il Crucifixus. E' il testo a suggerire l'interpretazione: il grande lamento su basso di passacaglia diventa un efficace madrigalismo, quello dei battiti del martello sui chiodi durante la crocifissione.
I tempi si fanno poi maturi per creare un complesso strumentale della Svizzera italiana, che venisse ad affiancare il Coro per l'esecuzione della musica antica: si creano i Barocchisti, nome apparentemente poco felice, ma che racchiude in sé vari elementi: "barocco", "rsi", "TI" come ticino, e anche "rock" (ma anche Bach!). Violino di spalla sono gli svizzeri Duilio Galfetti e Fiorenza De Donatis. Nel Vespro di Monteverdi, produzione del 1998, i Barocchisti sono affiancati dai fiati del Concerto Palatino, che, influenzati e assecondati dalla direzione di Fasolis, si scatenano nell'aggiunta di abbellimenti e diminuzioni.
Tra i direttori ospiti che hanno onorato il coro della loro presenza e lo hanno aiutato nella rapida e importante crescita, ricordiamo Gustav Loenhardt, Andrew Parrott, Ton Koopman, René Clemencic, Robert King, Jean-Claude Malgoire, Michael Radulescu. Nel 2008 e 2009 il Coro è stato invitato da Claudio Abbado in occasione di due serie di concerti dedicati a Pergolesi: la registrazione delle opere vocali del compositore, dirette da Abbado, viene pubblicata nel 2010 dalla DGG. Ulteriore progetto affrontato dal Coro della Radiotelevisione svizzera, e tuttora presente nella programmazione, è quello dell'esecuzione e registrazione dell'importante repertorio portato alla luce dall'Istituto di Musicologia dell'Università di Friburgo, Musica dalle biblioteche dei conventi svizzeri, con alcune pagine già affrontate, di Cossoni, Galimberti, Sammartini e Bernasconi.
La scelta del repertorio è importante: se di tanto in tanto ci si può permettere di scegliere un repertorio curioso e originale, come una delle raccolte di Frottole di Petrucci, si devono comunque fare i conti con i gusti del pubblico, che ha il diritto di ascoltare i monumenti del passato dall'unico coro professionista attivo nella regione. Ecco proposto il Messiah di Händel. Conditio sine qua non, per la sopravvivenza del Coro, è pure la sua visibilità: e quindi è imprescindibile la presenza sul mercato discografico, elemento tutt'altro che semplice e scontato, perlomeno con le case discografiche di grande fama. La politica intrapresa è stata quella della collaborazione con case differenti: ecco quindi, dopo 25 anni anni di attività, una sessantina di prodotti discografici con Naxos, Chandos, CPO, l'etichetta svizzera MGB, Virgin, Decca, Erato. Con la casa discografica tedesca ARTS si è iniziato un progetto per il repertorio sei e settecentesco, ed esiste ora una serie dedicata a Bach, comprendente Messa in si minore, Passione secondo Giovanni, Oratorio di Natale, Mottetti, e due cd di cantate. Le produzioni che hanno visto una consitente crescita qualitativa del Coro e dei Barocchisti sono appunto quelle dedicate a Bach. Gli ingredienti principali sono la fantasia di Fasolis, la ricerca dei migliori strumentisti in circolazione, la selezione delle voci dei coristi, il lavoro in studio e presenza di ingegneri del suono della grande tradizione tedesca.
Una serie di produzioni è stata inoltre pubblicata per una larga fetta di pubblico grazie all'attività capillare delle riviste italiane di musica. Una proficua collaborazione è nata con Classic Voice e Amadeus: la visibilità raggiunta attraverso questa collaborazione è risultata enorme, e ha visto decine di migliaia di copie vendute. Importante l'opportunità di pubblicare un cd allegato a una rivista inglese, il prestigioso BBC Music Magazine.
La fortuna di costituire un ente radiotelevisivo e la presenza di produttori televisivi collaborativi ed entusiasti ha permesso di produrre in preziosi video alcune produzioni del Coro, con la collaborazione della nostra Televisione.
L'attività si amplia anche attraverso il lavoro dei Barocchisti, che, nati per affiancare il Coro nel repertorio antico, propongono autonomamente progetti strumentali dell'epoca barocca. Anche in questo campo l'originalità non fa difetto a Fasolis: le Stagioni di Vivaldi sono state registrate con la partecipazione degli strumenti a fiato, legittimata dall'amicizia di Vivaldi con Pisendel e dal conseguente irradiamento dell'opera strumentale di Vivaldi alla corte di Dresda, e ipotetica aggiunta di fiati. Ma anche qui fa capolino l'importanza assunta dal testo, nella fattispecie i sonetti che accompagnano la partitura di Vivaldi. Anche in questi progetti strumentali si è pensato soprattutto a Bach: nel 2005 i Barocchisti hanno registrato i Concerti brandeburghesi, prima ancora le Ouvertures: e anche qui il testo la fa da padrone: l' Air della terza ouverture è letta con andamento arioso e con deliziose diminuzioni. E' un caso analogo a quello dell'inizio dell'Oratorio di Natale dello stesso Bach: la critica ha messo in evidenza il tempo decisamente mosso staccato da Fasolis: là il movimento è dato dalla danza, qui è suggerito dalla velocità della scansione delle parola: «Jauchzet frohlocket». Tra le più gustose pubblicazioni strumentali dei Barocchisti figura un recente disco dell’etichetta Harmonia Mundi con alcuni concerti di Vivaldi insieme a Maurice Steger.
Una delle produzioni più rilevanti vissute in questi anni nell'àmbito dell'esplorazione del repertorio di Bach è stata quella dedicata ai suoi Mottetti, una prova incredibile per le forze corali. I mottetti sono stati maturati dal coro sull'arco di varie stagioni, e sono stati oggetto di concerti a Lugano ma anche nella Svizzera romanda, ad Arezzo, a Venezia (S.Rocco), a Roma e a Bruges. Una specie di Himalaya per il Coro, qui raddoppiato dagli strumenti dei Barocchisti; la scrittura a doppio coro risulta ancora una volta terreno propizio per l'interpretazione di Fasolis.
La questione delle tournées è vitale: grazie alla volontà della RSI e delle singole parti in gioco, nel 2007 il Coro, con i Barocchisti e Fasolis, è giunto a esibirsi al Lincoln Center di New York, dove ha eseguito il Vespro di Monteverdi; recentemente il Coro ha vissuto momenti importanti al Festival MITO con la Creazione di Haydn a Torino, e al Festival di Salisburgo con pagine di Jommelli, Bellini, Gluck e Händel.
Un altro importante capitolo è costituito dalla creazione di una propria etichetta discografica. In attesa di varie modalità di fruizione (come il download, d'altronde già presente sul mercato) che, forse, sotituiranno in un futuro più o meno lontano gli attuali cd, sono state pubblicate alcune produzioni con un'etichetta della stessa Radiotelevisione svizzera: l'oratorio Juditha triumphans di Vivaldi, con solisti del calibro di Roberta Invernizzi e Sara Mingardo, e un cofanetto dedicato a Mozart, con il Requiem in un'ipotesi di completamento originale ad opera dello stesso Diego Fasolis, la Sinfonia KV 550 e la musica di scena per il Thamos, dove i Barocchisti, che in questo caso dovremmo chiamare "Classicisti", indicano una delle strade prossimamente percorribili, quella dell'esecuzione di Mozart e Beethoven su strumenti storici e con prassi esecutiva adeguata, un viaggio non ancora intrapreso nella cultura italiana e della Svizzera italiana.
Gli ultimi episodi in ordine di tempo vissuti dal Coro della RSI riguardano la partecipazione in quattro rilevanti pubblicazioni discografiche concernenti opere del Settecento (Faramondo di Händel, Artaserse di Vinci, Farnace e Dorilla in Tempe di Vivaldi), l’esecuzione di monumenti vocali dell’Ottocento con l’Orchestra della Svizzera italiana nella Collegiata di Bellinzona (Requiem di Verdi, Lobgesang di Mendelssohn, Deutsches Requiem di Brahms, Requiem di Schumann, Stabat Mater di Rossini, Missa solemnis di Beethoven), la costante presenza in festival eccellenti della Svizzera italiana come il Progetto Martha Argerich e Estival Jazz, nonché l’intensa collaborazione con l’artista Cecilia Bartoli, concretizzata in tre pubblicazioni discografiche della Decca consacrate ad Agostino Steffani, e al progetto legato a San Pietroburgo. Nel 2018 il Coro ha collaborato alla prima messa in scena operistica al LAC con il Barbiere di Siviglia diretto da Diego Fasolis con la regia di Carmelo Rifici.