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Nel corso dei primi due anni di ricerca, abbiamo confermato, passando in rassegna tutti i segni di punteggiatura e scostandoci dalla vulgata grammaticale e saggistica, l’ipotesi secondo la quale una descrizione della punteggiatura italiana contemporanea in termini sintattici è concretamente infattibile e fuorviante dal punto di vista teorico. L’uso contemporaneo standard dell’interpunzione italiana non può che definirsi in termini comunicativo-testuali; più precisamente, essa svolge una delle due seguenti funzioni, che si possono anche intersecare: segmenta il testo nelle sue unità comunicative costitutive e (eventualmente) le gerarchizza: è il caso della virgola, del punto, del punto e virgola e del punto a capo; introduce nel testo valori comunicativi: orientamenti logico-tematici, come fanno i due punti; inferenze, come i puntini di sospensione; atteggiamenti illocutivi, come il punto interrogativo e il punto esclamativo. Tali funzioni sono state precisate grazie al modello della testualità scritta sviluppato in Ferrari et al. 2008, e sistemato e semplificato in Ferrari 2014a [20173].
L’aver capito in modo approfondito e teoricamente fondato la punteggiatura italiana contemporanea nei suoi usi standard ci conduce in modo naturale a porci due domande, entrambe con un orientamento diacronico: a. negli ultimi quaranta-cinquant’anni la punteggiatura contemporanea sta cambiando? b. la punteggiatura italiana è sempre stata quello che è oggi anche nei secoli passati? Dai primi rilievi che abbiamo fatto le risposte risultano la prima positiva e la seconda negativa. Si noti che su entrambe le questioni gli studi non mancano; essi propongono tuttavia osservazioni estemporanee e rapsodiche, di cui si fa fatica a trovare appigli sistematici e spiegazioni convincenti. Il fatto è che per poterle affrontare in modo sistematico e approfondito occorre possedere dapprima una teoria della punteggiatura, una teoria di cui noi oggi disponiamo.
Nel quadro dei risultati ottenuti allo scadere della prima fase della ricerca, il nuovo progetto si pone dunque un duplice obiettivo, per raggiungere il quale adotteremo una attenta metodologia corpus-based. a. Si tratta anzitutto di verificare se, accanto alla punteggiatura standard, non se ne stia disegnando una neo-standard, nello stesso modo in cui negli ultimi decenni – come tutti gli studiosi sostengono e accettano – hanno preso forma un neo-standard morfologico, sintattico e lessicale. Nei testi che più facilmente assorbono il neo-standard, come paradigmaticamente i giornali, ci sono infatti indizi significativi che sembrano andare in questo senso: pensiamo alla cosiddetta virgola passepartout, che invade il campo dei segni superiori; o alla lineetta singola di origine inglese ecc. La spinta proviene da scritture più marcate in diamesia, come quelle che rientrano nella Computer Mediated Communication, o in diafasia, come quelle letterarie degli ultimi cinquant’anni (in quest’ultimo caso con uno scambio complesso di dare e avere), senza dimenticare alcuni effetti delle traduzioni di successo. b. Si tratta in secondo luogo di delineare e spiegare la storia della punteggiatura italiana, e della sua concezione, dal Cinque-Seicento a inizio Novecento: l’analisi – che poggerà sulle grammatiche e su un ampio corpus di scritture rappresentative – porterà da una parte sull’intero sistema interpuntivo e dall’altra su ogni singolo segno di punteggiatura. Per quanto riguarda l’aspetto sistemico, l’ipotesi che abbiamo elaborato e che va verificata è che si sia passati da un uso che combinava il criterio prosodico con quello morfosintattico (Cinque-primo Seicento), a un uso più rigorosamente morfosintattico (Seicento-secondo Settecento), e infine a un uso comunicativo (che si è stabilizzato nel secondo Ottocento per raffinarsi sempre di più nel corso del Novecento).