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CNUCED XIII: i paesi industrializzati vogliono ridefinire il multilateralismo
Dal 21 al 26 aprile si tiene a Doha la 13esima conferenza della CNUCED, la Conferenza ministeriale delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Si cerca di cambiare il mandato ottenuto quattro anni fa ad Accra. I paesi in sviluppo potrebbero bloccare i negoziati ed optare per lo statu quo.
La CNUCED deve occuparsi meno di questioni globali e cessare ogni attività sulla finanza internazionale. Le sue analisi sulla crisi finanziaria, sulla proprietà intellettuale, sulla tecnologia e il sistema commerciale internazionale disturbano i paesi industrializzati, che vorrebbero un’organizzazione meno politica e più tecnica.
Ma questo marcherebbe la sua sentenza di morte quale agenzia che rappresenta gli interessi dei paesi del Sud e che ha sempre difeso uno sviluppo eterodosso rispetto alle istituzioni dominanti che sono il FMI, la Banca mondiale e l’OMC.
I paesi industrializzati sembrano così approfittare della CNUCED XIII – la conferenza quadriennale che si tiene dal 21 al 26 aprile nel Qatar – per ridefinire né più né meno il multilateralismo del XXIesimo secolo. E’ da anni che i paesi industrializzati cercano di dividere il blocco dei paesi in sviluppo tra paesi emergenti e gli altri. Se ci riescono alla CNUCED – che è il frutto storico del G77, nato simultaneamente nel 1964, per promuovere un nuovo ordine economico internazionale e che conta oggi 131 membri - , potrebbero farlo a maggior ragione negli ambienti internazionali che dominano. I paesi industrializzati chiedono che i paesi emergenti assumano maggiori responsabilità finanziarie senza dar loro maggior rappresentatività. Un paese come la Cina, aiutando a risolvere la crisi finanziaria e fornendo aiuto allo sviluppo, è pertanto un campione di responsabilità globale se confrontato ai paesi industrializzati sullo stesso livello di sviluppo.
Questa è l’analisi che una buona parte degli attori dello sviluppo fanno delle estreme difficoltà di negoziato del testo finale della conferenza. I paesi industrializzati – la Svizzera in testa che, quale coordinatrice dello JUSCANZ, si mostra particolarmente offensiva – si oppongono aspramente ai paesi in sviluppo rappresentati dal G77.
Di fronte a questo attacco frontale, i paesi del Sud erano finora piuttosto sulla difensiva. Alcuni tra loro pensano che i BRICS si erano disinteressati della CNUCED per riportare la loro attenzione sul G20. La forza della CNUCED invece, è il più ampio e globale G77. Ma oggi il G77 deve rilevare nuove sfide e non riesce sempre a mostrare un atteggiamento proattivo, per esempio dicendo chiaramente ciò che si aspetta dalla CNUCED. Infine, i BRICS sembrano averci ripensato ed a fine marzo, a Delhi, hanno pubblicato una dichiarazione incisiva di sostegno alla conferenza di Doha, anche se il 13 aprile, il G77 ha accusato i negoziatori svizzero ed europeo di un comportamento degno “di un nuovo neo-colonialismo” e di utilizzare tattiche negoziatrici “vergognose” che ricordano “i giorni più neri della divisione Nord-Sud”.
Anche gli intellettuali si mobilitano. In una lettera pubblicata l’11 aprile, alcuni ex economisti della CNUCED, tra cui Rubens Ricupero, ex Segretario Generale e Yilmaz Akyüz, ex Direttore ed economista capo, ricordano che le origini della crisi finanziaria si trovano nei paesi che ora cercano di soffocare il dibattito sulle politiche economiche globali, malgrado i loro evidenti insuccessi in questo ambito.
Fanno notare che la CNUCED è sempre stata all’avanguardia rispetto alle altre organizzazioni nel segnalare la crescente influenza della finanza sull’economia reale. Ha previsto la crisi messicana del 1995; anticipato la crisi asiatica del 1997; lanciato l’allarme sui danni della deregolamentazione eccessiva dei mercati finanziari e sottolineato i rischi che causa una liberalizzazione troppo rapida e non reciproca degli scambi commerciali. E’ stata la prima a difendere il condono del debito in America Latina negli anni 1980 e di quello dei paesi poveri verso le istituzioni di Bretton Woods negli anni 1990. Oggi, raccomanda una mondializzazione sostenuta dallo sviluppo e non dalla finanza – il soggetto della conferenza di Doha.
Ma i paesi industrializzati vorrebbero che la CNUCED si concentri sulla promozione del commercio e degli investimenti. A questo una buona parte delle ONG internazionali, tra cui Alliance Sud, rispondono sostenendo che gli accordi di promozione e protezione degli investimenti, così come il dispositivo di risoluzione delle controversie con procedimento arbitrale previsti dai paesi industrializzati, devono essere riequilibrati, perché hanno causato molti problemi ai paesi in sviluppo – così come ad altri paesi. Cosicché sempre più numerosi sono i paesi che esitano a firmare questi accordi, li denunciano, o evitano di inserirvi clausole che permettano agli investitori di sporgere denuncia contro lo Stato d’accoglienza, ma non il contrario.
Questi accordi possono seriamente restringere lo spazio politico e la capacità di regolazione degli Stati nei settori chiave come la salute, la finanza e l’ambiente e proteggono quasi esclusivamente i diritti degli investitori a scapito di quelli del paese d’accoglienza. In Egitto, dopo la rivoluzione, alcuni tribunali hanno annullato alcuni contratti d’investimento conclusi sotto l’era Mubarak, dopo il versamento di consistenti tangenti. Ma le nuove autorità sono ritornate su queste decisioni, temendo che il paese fosse sommerso da denunce degli investitori esteri e costretto a pagare centinaia di milioni di dollari di multa. Negli Stati Uniti, alcuni studi legali esortano i loro clienti che avevano investito nella Libia di Gheddafi a sporgere denuncia contro il nuovo governo per le perdite subite durante la rivoluzione. L’Argentina, che ha firmato accordi di protezione degli investimenti a ruota libera, crolla sotto le denunce d’investitori esteri per un montante totale che supera il suo PNL: molti di questi accordi sono legati alla privatizzazione dell’acqua.
L’esito di questa battaglia tra il Nord ed il Sud verrà conosciuto solo a Doha. I paesi industrializzati cercano di cambiare il mandato ottenuto quattro anni fa ad Accra. Ma i paesi in sviluppo potrebbero bloccare i negoziati ed optare per lo statu quo.
Isolda Agazzi, Alliance Sud