Document ID: /curiavista/filtered/00000_business.jsonl.gz/25547

<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Ad domanda 1</p><p></p><p>A partire dal 31 maggio 1999, hanno trovato rifugio in Svizzera, nell'ambito del progetto umanitario di evacuazione dell'ACNUR, 1'184 persone, in Germania 13'250, in Francia 4'543, in Italia 5'829 e in Austria 4'383 persone.</p><p>Nei mesi di marzo/aprile 1999 sono state registrate inoltre 7'268 domande d'asilo in Svizzera, 14'416 in Germania, 4'775 in Francia, ca. 1'000 in Italia e 3'033 in Austria di cittadini provenienti dalla Repubblica federale di Iugoslavia (RFI)</p><p></p><p>Per la Svizzera devono essere considerati i visti rilasciati nell'ambito della pratica dei visti semplificata decisa dal Consiglio federale il 28 aprile 1999 nonché le rimanenti entrate autorizzate. Nel periodo che si estende dalla fine di aprile all'11 giugno 1999 sono stati rilasciati dall'Ufficio federale degli stranieri 4'012 visti e i Cantoni hanno autorizzato più di 1500 entrate nell'ambito del ricongiungimento familiare ordinario.</p><p></p><p>In Germania si aggiunge inoltre un importante numero di rifugiati che sono ammessi direttamente dai Paesi o ottengono lo statuto "Duldung " (in attesa). Il loro numero esatto non è conosciuto.</p><p></p><p>In Francia esiste la possibilità di godere di un "asile territorial". Non si conosce il numero di persone che sono ammesse con questo statuto come conseguenza della guerra.</p><p></p><p>In Italia esiste un numero considerevole di rifugiati che hanno ricevuto uno statuto umanitario oppure sono tollerati senza uno statuto regolamentato. Le cifre non sono note.</p><p></p><p>Nel 1998 sono state inoltrate in totale 41'302 domande d'asilo. Circa la metà dei richiedenti, vale a dire il 49,4% o 20'396 persone, provengono dalla RFI.</p><p></p><p>Nel mese di marzo 1999 le domande d'asilo provenienti dalla RFI si ripartiscono, su tutta l'Europa, nel modo seguente: Svizzera 28%, Germania: 34%, Francia: 2%, Italia : 6%, Austria: 6%. Come già nel 1998 la Svizzera ha ammesso, rispetto al numero totale della popolazione, soprattutto profughi kosovo-albanesi. Dalla statistica sono desumibili soltanto domande d'asilo dalla RFI presa nel suo insieme. Ma, per esperienza, circa il 90% delle medesime proviene dal Kosovo. </p><p></p><p>Nel 1998, con 583 domande d'asilo per 100'000 abitanti, la Svizzera occupava di gran lunga il primo posto rispetto ad altri Stati europei d'ammissione. Era seguita da Olanda con 291, Norvegia con 188, Austria con 171 e Spagna con 145. La Germania conta 120 domande per 100'000 abitanti, la Francia 38 e l'Italia 1</p><p></p><p>In Svizzera le richieste d'asilo provenienti dalla Repubblica federale di Iugoslavia fino al 31 maggio 1999 equivalevano allo 0,8% della popolazione totale.</p><p></p><p>Ad domande 2 e 3</p><p></p><p>In occasione di un esaustivo dibattito sulla situazione creata dal conflitto in Kosovo e sulle ripercussioni in Svizzera, il Consiglio federale si è occupato il 31 maggio 1999 in particolare anche della questione dell'accoglienza, della sistemazione e dell'assistenza dei rifugiati della guerra che probabilmente nei prossimi mesi giungeranno numerosi nel nostro Paese. Il DFGP è stato incaricato, in collaborazione con i dipartimenti responsabili, e d'intesa con gli interlocutori cantonali di preparare misure eccezionali ai sensi dell'articolo 9 della legge sull'asilo e di sottoporre i risultati al Consiglio federale entro l'inizio dell'estate. Queste disposizioni prevedono in primo luogo l'inclusione delle capacità di accoglienza da parte di privati e la creazione di nuove strutture per l'alloggio. In seguito, un ingente numero di persone dovrà aspettare prima di poter essere ripreso nel sistema d'asilo. Nel frattempo sono sfruttate tutte le possibilità nell'ambito della legislazione attuale. Il contenuto di queste misure costituisce attualmente l'oggetto di accertamenti e riflessioni intensi. Non esistono ancora risultati concreti. È già pianificata una prima seduta coi rappresentanti delle pertinenti conferenze cantonali dipartimentali.</p><p></p><p>Ad domanda 4</p><p></p><p>Che la Svizzera abbia un numero più elevato di richiedenti l'asilo provenienti dal Kosovo è dovuto soprattutto al fatto che già prima dello scoppio della guerra una grande comunità di albanesi kosovari ha vissuto in Svizzera. Molti di loro sono venuti da noi come lavoratori (Gastarbeiter). Questo fatto ha effetti sulla Svizzera poiché, con l'attuale conflitto in Kosovo, esso attira un flusso migratorio verso il nostro paese. </p><p>Effettivamente l'alto livello di assistenza e di cura che il nostro paese ha, uguaglia quello di pochi altri Stati europei. I pochi Stati paragonabili alla Svizzera non limitano le loro prestazioni né sul piano personale né su quello temporale, a differenza di altri Paesi. In che misura la Svizzera permette, in generale, ai Paesi limitrofi di condurre una politica piú restrittiva in materia d'asilo, il Consiglio federale non può dare un giudizio valido in base agli studi comparativi in suo possesso. </p><p></p><p>Ad domanda 5</p><p></p><p>Il DFAE è stato incaricato il 31 maggio 1999 dal Consiglio federale di rendere attenti i paesi confinanti alla situazione della politica migratoria della Svizzera in relazione al conflitto del Kosovo e promuovere un ragionevole sistema di "Burden-Sharing". Inoltre il Consiglio federale accorda massima priorità all'aiuto sul posto, vale a dire anche negli Stati confinanti con la zona di crisi e coordina queste attività assiema all'ACNUR. </p><p></p><p>Ad domanda 6</p><p></p><p>Già al momento del ritorno dei profughi di guerra in Bosnia-Erzegovina, il Consiglio federale era convinto che un ritorno durevole dei rifugiati di guerra può essere garantito solamente se questo è accompagnato dalla ricostruzione delle infrastrutture civili necessarie alla coesione sociale. I programma di aiuto al ritorno e di aiuto al reinserimento professionale in Bosnia comprendeva quindi, oltre alle prestazioni individuali per il ritorno anche una componente di aiuto strutturale dello stesso importo che durante la guerra è andata a favore della popolazione rimasta sul posto nonché alla zone di accoglienza delle persone ritornate. Con questi mezzi sono stati promossi, unitamente alle prestazioni usuali della Svizzera per sostenere gli sforzi internazionali di ricostruzione, progetti mirati d'infrastruttura necessari per il reinserimento (scuole, ospedali, alloggi, ecc.). Per aumentare la capacità di accoglienza dei comuni della Bosnia, gli aiuti strutturali sono stati versati solamente di fronte al numero effettivo di ritorni avvenuti.</p><p></p><p>Il gruppo prescelto per il programma di ritorno e reinserimento in Bosnia-Erzegovina comprendeva circa 18'000 bosniaci. Circa 10'000 di essi, vale a dire il 55% hanno preso parte al programma e sono ritornati in patria. Altre 700 persone hanno lasciato spontaneamente la Svizzera. Il programma di ritorno in Bosnia è da considerare come un successo, raccogliendo consensi anche a livello internazionale, un ampio sostegno nell'opinione pubblica e presso tutte le cerchie politiche. </p><p></p><p>Perciò il Consiglio federale parte dal presupposto che il Parlamento, anche nel caso del Kosovo, sarà in avvenire disposto ad approvare i mezzi finanziari necessari al promovimento del ritorno. A tale proposito la Svizzera coordinerà, per quanto possibile, le sue prestazioni versate per la ricostruzione con quelle della comunità internazionale degli Stati al fine di garantire maggiore efficacia ed efficienza possibile dei mezzi impiegati.</p>  Risposta del Consiglio federale.