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<h2>SubmittedText<h2><p>In occasione del suo bilancio per i primi 100 giorni il capo dell'esercito, comandante di corpo Philippe Rebord, ha parlato della possibilità di assumere nell'esercito degli imam per l'assistenza spirituale ai militari musulmani. A prescindere dal fatto che gli imam sono in contraddizione con il regolamento di servizio in vigore (art. 20 cpv. 4) e che in Svizzera l'islam non dispone di un riconoscimento di diritto pubblico, ritengo che il capo dell'esercito abbia questioni ben più importanti di cui occuparsi.</p><p>Il Consiglio federale è pertanto invitato a rispondere alle seguenti domande:</p><p>1. Qual è la percentuale dei cittadini svizzeri incorporati nell'esercito che pratica attivamente la religione musulmana? </p><p>2. È veramente l'esercito a dover spianare la strada a un riconoscimento di diritto pubblico dell'islam? Chi ha attribuito al capo dell'esercito la facoltà di prendere tale iniziativa che difficilmente raccoglierebbe il consenso della maggioranza nel nostro Paese?</p><p>3. Come giudica la problematica che l'islam non è solo una religione, ma anche un'ideologia politica con un proprio sistema giuridico, ovvero la sharia? </p><p>4. Ciò potrebbe rappresentare un problema nel quadro dell'impiego militare? </p><p>5. In quali circostanze un imam verrebbe effettivamente impiegato nell'esercito svizzero? </p><p>6. Come immaginano il Consiglio federale e il capo dell'esercito l'impiego concreto di un imam, ad esempio in un caso di difesa? Il cappellano celebrerà come di consueto una messa da campo per i nostri soldati, mentre l'imam pregherà con i soldati musulmani in direzione della Mecca e li esorterà alla Jihad in nome del profeta Maometto?</p><p>7. Se la Confederazione riconosce pubblicamente l'islam - praticamente in modo arbitrario - in futuro l'esercito svizzero rispetterà anche il Ramadan e provvederà al vitto dei soldati musulmani esclusivamente di notte? Quali ulteriori tradizioni e regole musulmane intende adottare l'esercito svizzero?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. La libertà di credo e di coscienza è un diritto costituzionale di cui godono tutti i militari. Pertanto l'esercito non opera distinzioni per quanto riguarda l'appartenenza religiosa dei militari, né registra tale appartenenza nel Sistema di gestione del personale dell'esercito (PISA). Il Consiglio federale non ravvisa alcun motivo per procedere a cambiamenti (interpellanza Addor 16.4159, "Musulmani nell'esercito svizzero"). L'esercito è lo specchio della società. Si può pertanto ritenere che negli ultimi anni il numero di militari di fede musulmana sia aumentato e che continuerà ad aumentare.</p><p>2. Il riconoscimento di diritto pubblico di una comunità religiosa compete ai Cantoni (art. 72 Cost.). Il capo dell'esercito non ha fatto alcuna dichiarazione concernente un qualsivoglia riconoscimento di diritto pubblico di comunità religiose musulmane. Le sue dichiarazioni riguardavano esclusivamente l'assistenza spirituale dei militari musulmani.</p><p>3. L'ordinamento giuridico svizzero si applica a tutti senza riserve. I membri di comunità religiose non possono far valere norme religiose per sottrarsi al sistema giuridico statale. Il Consiglio federale rimanda inoltre al suo rapporto dell'8 maggio 2013 sulla situazione dei musulmani in Svizzera nell'ottica delle numerose relazioni con le autorità statali in risposta ai postulati Amacker-Amann 09.4027 del 30 novembre 2009, Leuenberger-Genève 09.4037 del 2 dicembre 2009 e Malama 10.3018 del 1° marzo 2010. Le considerazioni contenute in tale rapporto sono tuttora valide.</p><p>4. Il comportamento dei militari di fede musulmana non è più appariscente di quello dei militari di altre comunità religiose. Adempiono il loro obbligo, possono porre in secondo piano le esigenze personali e riconoscono la necessità imperativa di garantire il corretto svolgimento del servizio. Se ciò non dovesse essere il caso, le autorità militari applicheranno le misure e le sanzioni previste.</p><p>5./6. Secondo la legge militare (art. 31) i militari hanno diritto all'assistenza spirituale, indipendentemente dal loro credo. Ciò rientra nell'ambito dei compiti dell'Assistenza spirituale dell'esercito, che si fonda sul principio dell'ecumenismo. Nel luogo in cui operano sulla base della loro incorporazione, i cappellani militari sono disponibili nei confronti di tutti per le esigenze inerenti all'assistenza spirituale. In determinati casi possono contattare specialisti musulmani di fiducia per adempiere ancora meglio ai loro compiti di assistenza. Questi contatti sono consolidati. Tuttavia per l'Assistenza spirituale dell'esercito sussiste la necessità di poter ricorrere rapidamente in situazioni straordinarie (p. es. decessi) a specialisti che conoscono l'esercito, le sue procedure, ecc. Il sistema attuale ha dato sostanzialmente buone prove. Tuttavia, senza il reclutamento di personale musulmano specializzato, in futuro l'Assistenza spirituale dell'esercito non sarà più in grado di adempiere in modo soddisfacente il proprio compito a favore di tutti i militari. Attualmente mancano però le condizioni per integrare religiosi musulmani in seno all'Assistenza spirituale dell'esercito. Sono necessari: una formazione teologica riconosciuta - di preferenza universitaria - in Svizzera o negli Stati limitrofi, una lealtà inequivocabile nei confronti del nostro Paese e delle sue istituzioni, la disponibilità a sottostare alle strutture dell'esercito e ad assistere spiritualmente tutti i militari, indipendentemente dalla loro confessione, quali cappellani militari con il grado di capitano.</p><p>7. L'adempimento del diritto all'assistenza spirituale nell'esercito non implica alcun riconoscimento di diritto pubblico di una comunità religiosa poiché esso è di competenza dei Cantoni. Il principio fondamentale dell'esercito è l'adempimento dei compiti e quindi uno svolgimento ordinato del servizio che deve essere accettato da tutti. Non vi sarà alcun allentamento di questo principio.</p>  Risposta del Consiglio federale.