Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01149.jsonl.gz/1274

TOKYO - A dieci anni di distanza dal tragico 11 marzo 2011, il Giappone continua a fare i conti con le conseguenze dell'incidente nucleare di Fukushima.
La rimozione del terreno contaminato - Uno degli effetti più evidenti è l'accumulo di grandi quantità di terreno contaminato, stoccate in aree apposite. In questi 10 anni è stato rimosso circa il 75% del suolo avvelenato, ha spiegato il ministero dell'Ambiente, escludendo le aree immediatamente limitrofe alla centrale che sono tuttora considerate inavvicinabili. Circa 10,48 milioni di metri cubi di suolo, piante ed erba sono stati rimossi e spostati in altre aree della prefettura di Fukushima. Le operazione dei rimanenti quattro milioni dovrebbero concludersi tra un anno e poi tutto il materiale dovrà essere spostato, a termini di legge, in altre zone del Giappone. Lo smaltimento definitivo non è previsto prima del 2045.
Radiazioni e cancro alla tiroide - Secondo il Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti (UNSCEAR), i futuri problemi alla salute legati all'esposizione alle radiazioni sono «improbabili da distinguere». Il rapporto dell'ente dà una spiegazione per l'aumento del numero di bambini con diagnosi di cancro alla tiroide, registrato negli ultimi anni nell'area di Fukushima: l'origine di questi dati in crescita sarebbe da riscontrare in «procedure di screening ultrasensibili che hanno rivelato la prevalenza di anomalie della tiroide nella popolazione non rilevate in precedenza».
Lo screening sugli under 18 - Nel 1991, cinque anni dopo il disastro nucleare di Chernobyl del 1986, si era assistito a un notevole aumento dei casi di cancro alla tiroide tra i bambini che vivevano nell'area interessata dalle radiazioni. Lo iodio radioattivo, come è noto, tende ad accumularsi nelle ghiandole tiroidee, specialmente nei soggetti più giovani. Per questo motivo la prefettura di Fukushima aveva compiuto una campagna di controlli tra i bambini e gli adolescenti locali, che aveva mostrato dati allarmanti: una crescita da 20 a 50 volte nel periodo compreso tra marzo 2011 e il 2014.
Allo screening erano stato sottoposti 370mila soggetti che, il 3 marzo 2011, avevano meno di 18 anni. Il team guidato dall'epidemiologo Toshihide Tsuda dell'Università di Okayama - il cui lavoro fu pubblicato sulla rivista online 'International Society for Environmental Epidemiology' - giunse a una conclusione che stride con quanto affermato oggi dall'organismo con sede a Vienna: «È improbabile che questi tassi si possano giustificare solo con un aumento degli screening. È stata l'esposizione alle radiazioni di questa fascia di popolazione ad avere causato l'aumento dei casi di cancro alla tiroide». Già all'epoca, però, queste affermazioni erano state contestate da Shoichiro Tsugane, direttore del Cancer Prevention and Screening del National Cancer Center giapponese. «Questi risultati sono prematuri - ha affermato - A meno che i dati delle esposizioni alle radiazioni non vengano controllati in maniera approfondita, qualsiasi relazione specifica tra l'aumento dell'incidenza del cancro e le radiazione non può essere identificata. Inoltre c'è a livello globale un eccesso di diagnosi di cancro alla tiroide».
Anche l'Organizzazione mondiale della sanità, già nel 2013, affermava che i dati a disposizione mostravano che non ci sarebbe stato un aumento sensibile dei casi di tumore negli anni a venire e che i rischi per la salute di coloro che vivono ai margini del perimetro di sicurezza sono relativamente bassi.
Niente problemi per i neonati - Dopo aver analizzato i dati degli anni seguiti alla tragedia (i più recenti risalgono al 2019), il comitato Onu afferma che non ci sono prove credibili di anomalie congenite tra i neonati, né un numero insolito di parti pre-termine, nati morti o nascituri sottopeso. Anche tra i lavoratori dell'impianto nucleare non è stato riscontrato nessun apparente aumento dell'incidenza di cancro alla tiroide o leucemia.
Il rapporto indica anche quante radiazioni sono state mediamente assorbite da chi non ha mai lasciato l'area in questo decennio. La dose media per un bambino che aveva un anno nel 2011 varia da 0,22 a 14 millisievert. L'esposizione normale annua alle radiazioni di un individuo, secondo lo standard imposto dalla Commissione internazionale per la protezione radiologica, è di un millisievert. Su questa unità di misura si calcolano gli effetti e i danni provocati dalle radiazioni.
L'UNSCEAR ha osservato invece effetti dannosi su alcuni animali e piante, in quelle aree dove le concentrazioni di radiazioni sono state particolarmente alte. La concentrazione degli elementi contaminanti nei prodotti alimentari, invece, è calata rapidamente dopo l'incidente. Nel 2019 era scoppiata una polemica sulla sicurezza dell'area, in occasione della partenza della torcia olimpica per i Giochi (poi rinviati causa Covid) di Tokyo 2020. Greenpeace aveva compiuto monitoraggi, in base ai quali la zona era stata dichiarata non sicura. Il ministero dell'Ambiente giapponese aveva replicato che «generalmente» l'area non presenta alcun rischio per la salute.
A dieci anni di distanza dal tragico 11 marzo 2011, il Giappone continua a fare i conti con le conseguenze dell'incidente nucleare di Fukushima.