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L’annuncio di martedì di Israele di autorizzare la costruzione di 1600 alloggi ebraici in un insediamento colonico sul territorio palestinese occupato di Gerusalemme est ha gelato la ripresa di colloqui indiretti fra lo stato d’Israele e l’Autorità nazionale palestinese.
La nuova iniziativa israeliana rischia seriamente di frenare nuovamente il processo di pace in Medio Oriente avviato ultimamente dal numero due della Casa Bianca Joe Biden. Infatti, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen condiziona l'avvio dei negoziati indiretti israelo-palestinesi all'annullamento da parte di Israele di questo progetto.
Il vicepresidente americano era in visita in Israele e in Cisgiordania e si era prodigato affinché venissero ripresi i colloqui e ha commentato così la decisione del governo di Israele: «È compito di entrambe le parti di costruire un clima di sostegno ai negoziati e di non complicarne il cammino» e che l’annuncio di Israele «mina alla base la fiducia reciproca necessaria per riprendere i negoziati fra Israele e l’Anp».
D’altra parte Biden non ha gettato la spugna e ha affermato che continuerà l'impegno americano in favore di «uno Stato palestinese governabile e dotato di continuità territoriale».
La decisione del governo di Israele è stata criticata aspramente anche dalla comunità internazionale. L'Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton, in una nota diffusa a Bruxelles, ha fatto sapere che l’Ue «condanna la decisione del governo di Israele di costruire nuove case a Gerusalemme est» e ritiene che Israele debba rivedere questa decisione.
Anche la Svizzera,in un comunicato del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), chiede al governo israeliano di non mettere in atto questo piano, ritenendo tali alloggi «illegali». La Confederazione ritiene che l’iniziativa israeliana violi il diritto internazionale umanitario che vieta alla potenza occupante di trasferire una parte della propria popolazione civile in un territorio occupato.
swissinfo.ch e agenzie