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Dall'Arabia Saudita, ultima tappa del suo viaggio, Joe Biden rilancia la leadership americana nella regione.
Il presidente ha presentato un nuovo accordo quadro in cinque punti, che include il sostegno allo sviluppo economico, alla sicurezza militare e alle libertà democratiche.
WASHINGTON - «Non ce ne andremo dal Medio Oriente e non lasceremo un vuoto che sarebbe riempito da Cina, Russia o Iran». Joe Biden rilancia la leadership americana nella regione concludendo in Arabia Saudita il suo primo viaggio da presidente in questa area cruciale del mondo, dopo la tappa in Israele e nei territori palestinesi.
«Gli Stati Uniti stanno investendo per costruire un futuro positivo nella regione in partnership con tutti voi», ha spiegato al Consiglio di cooperazione del Golfo, illustrando un «nuovo accordo quadro per il Medio Oriente» in cinque punti, che include il sostegno allo sviluppo economico, alla sicurezza militare e alle libertà democratiche.
Questo in cambio di una maggiore integrazione con Israele in funzione anti-iraniana, un aumento della produzione di petrolio per ridurre il caro benzina causato dall'invasione russa in Ucraina e un coinvolgimento nel piano d'infrastrutture occidentali alternativo alla nuova Via della Seta cinese (ci sarebbe già un impegno per 3 miliardi di dollari). Quasi un tentativo di "reset", dopo anni di tensioni e incomprensioni che in parte restano ancora sullo sfondo.
Come il brutale omicidio Kashoggi nel consolato saudita a Istanbul nel 2018, che Biden ha rinfacciato personalmente al suo presunto mandante, il principe ereditario Mohammed bin Salman, concedendogli solo un tocco di pugno anziché una stretta di mano. Ma l'indomani la tv Al Arabiya ha rivelato che il reggente di fatto della monarchia saudita, pur esprimendo rammarico, ha risposto per le rime, ricordando che «cose del genere accadono dappertutto nel mondo» e sottolineando i «numerosi errori nel campo dei diritti umani» commessi da Washington, come lo scandaloso trattamento dei prigionieri nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Il principe ha espresso anche critiche per le politiche americane nella regione, ammonendo che cercare d'imporre i propri valori con la forza ad altri Paesi è controproducente, come dimostrato in Iraq e Afghanistan dove gli Usa non hanno avuto successo.
Ma alla fine, da ambo le parti, è prevalsa la volontà di guardare avanti, come confermano alcuni gesti conciliatori. Intervenendo al summit Mbs ha auspicato «una nuova era di cooperazione congiunta per rafforzare la partnership strategica tra i nostri Paesi e gli Stati Uniti, per servire i nostri interessi comuni, rafforzare la sicurezza e lo sviluppo in questa regione vitale per il mondo intero». Mentre Biden ha «solennemente» invitato il suo omologo degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al-Nahyan, a visitare la Casa Bianca entro la fine dell'anno, dopo relazioni glaciali negli ultimi mesi.
Certo, per il leader Usa non era facile cercare una svolta nella regione perseguendo una politica estera basata sulla difesa dei diritti umani e sulla contrapposizione tra democrazie e autocrazie. La platea era un consesso di re, emiri, principi e sultani, che guidano senza essere stati eletti sette dei nove Paesi partecipanti (i sei del Consiglio di cooperazione del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Oman, Kuwait e Bahreïn, più altri tre invitati, Egitto, Giordania e Iraq), mentre il Cairo è governato da un presidente che ha preso il potere militarmente e opprime il dissenso.
«Il futuro sarà vinto dai Paesi che liberano il pieno potenziale della loro popolazione, dove i cittadini possono mettere in discussione e criticare i loro leader senza paura di rappresaglie», ha abbozzato il presidente al vertice, mentre il portavoce della Casa Bianca John Kirby assicurava che avrebbe sollevato la questione dei diritti umani con ogni leader incontrato. Ma è evidente che Biden ha ceduto alla realpolitik in nome dei supremi interessi geopolitici americani, nonostante le critiche che hanno preceduto e seguiranno il suo viaggio.
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