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Il valore della fragilità
La Fragilità della condizione umana è sempre stato un argomento centrale nelle diverse culture, per lo meno da quando l’uomo ha cominciato a lasciare traccia scritta di sé.
Il mondo occidentale ha trovato nel pensiero una via per dare un senso a questa fragilità costitutiva, attraverso la ragione l’occidente ha trovato un modo per andare oltre la propria finitezza. Come scrive Pascal in Pensieri: “L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbiamo cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non potremmo riempire. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.”
Possiamo intendere la fragilità come una debolezza, c’è chi ha inteso la fragilità come attitudine dell’uomo a peccare ma possiamo anche esaltarla e pensare che sia un segno ed espressione della presenza di Dio, San paolo afferma: “Quando sono debole è allora che sono forte”
La società moderna ha associato la fragilità a una mancata efficienza. Oggi il mito della perfezione, dell’uomo che sa bastare a sé stesso, permea la nostra cultura. In questo contesto, la filosofia di Leopardi, che tratta in prima istanza della fragilità della condizione umana, è stata etichettata come “pessimista”. Ciò che infatti Leopardi mostrava quando raccontava la storia del suo pastore errante, che si interroga di fronte all’immensità della luna e del cielo sulla dimensione umana mortale, è la fragilità che contraddistingue l’uomo.
Negli ultimi decenni sempre più attenzione è stata posta nei confronti del tema della fragilità dell’uomo: probabilmente dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, di fronte a un’umanità ferita, l’uomo si è riscoperto tale. Non a caso nella filosofia del dopoguerra autori come Levinas si soffermano sulla vulnerabilità dell’essere umano. In questa crescente attenzione ai temi della fragilità umana, che trovano eco anche nella psicologia, i momenti di fragilità non sono più letti in termini assolutamente negativi ma come momenti in cui facciamo esperienza di noi stessi come creature indifese. Proprio questi momenti, come ben ricorda Levinas quando parla dell’incontro con il volto dell’altro, sono cruciali per la percezione reale di sé, della nostra identità personale.
Da questo punto di vista perciò la fragilità assume nuova luce e si scopre che non sempre porta con sé solo un senso di inadeguatezza.
Fragile perciò non è solo ciò
che è debole, malato,
poco efficiente,
ma è anche ciò che
è “delicato”.
Senza dubbio esiste una fragilità patologica, in certi casi autodistruttiva, di chi, per diverse ragioni, non riesce a ritrovare un equilibrio interno. Come ben descrive Eugenio Borgna in La fragilità che è in noi: “la fragilità è un’esperienza umana che, quando nasce, non mai si spegne in vita, e che imprime alle cose che vengono fatte, alle parole che vengono dette, il sigillo della delicatezza e dell’accoglienza, della comprensione e dell’ascolto, dell’intuizione dell’indicibile che si nasconde nel dicibile”. Secondo Borgna, esistono anche emozioni che potremmo definire “fragili” come per esempio la gioia o la timidezza.
Proprio queste emozioni “fragili” ci aprono alla dimensione della bellezza, raccolgono in sé un’estrema forza vitale. Sono proprio queste emozioni che ci aprono alla relazione con l’altro in quanto ci rendono più propensi all’incontro. Senza dubbio a volte l’Altro ci mette a nudo, ci interroga, e qualche volta ci pone in una situazione di disagio, ma è proprio nell’Altro e nella relazione con l’Altro che possiamo imparare ad abitare la nostra fragilità.
Alessandro D’Avenia, nel suo libro edito da Mondadori, l’arte di essere fragili, racconta la storia e la filosofia di Leopardi. Racconta anche le sue amicizie, proprio queste ultime sono per Leopardi la cura e l’unguento lenitivo della sua sofferenza. Nella relazione, nell’amicizia, nel confronto il nostro animo fragile trova compagni di viaggio ed è ciò che ci permette di inserire la fragilità all’interno di un equilibrio più grande. Riconoscendoci e rispecchiandoci nella fragilità di chi ci sta accanto riscopriamo la nostra umanità e ci scopriamo soggetti capaci di prenderci cura dell’Altro. La fragilità può essere perciò un punto di unione, che nella riscoperta della nostra condizione umana ci fa ritrovare più uniti.
Come scrive Montale:
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille,
sebbene tanto offuscate,
erano le tue