Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01078.jsonl.gz/994

Perché scoppia una guerra e perché è importante saperlo: una prospettiva economico politica.
Si combatte alle porte dell’Europa e si avverte la necessità di chiedersi come sia stato possibile arrivare ad una situazione così drammatica. Una situazione tanto più preoccupante alla luce della crescente disgregazione nelle relazioni internazionali fra l’Unione Europea e la Russia.
Sin dalle sue origini, l’economia politica ha l’ambizione di consigliare i governanti affinché la guerra sia un evento evitabile. L’illuminismo scozzese, nel cui alveo si forma Adam Smith, è un sistema di pensiero che sorge per reagire ad un secolo di guerre finalizzate a detenere il controllo delle rotte commerciali. Il diritto alla navigazione e al commercio durante il XVIII secolo veniva costantemente violato coinvolgendo spesso gli Stati europei in diversi conflitti. In particolare, David Hume – quello stesso Hume che secondo Smith era autore dell’unica storia moderna priva di “spirito di parte” (The History of England, 1754-1761) – cercò di dimostrare la necessità di stabilire attraverso il libero commercio internazionale uno stato di pace per diffondere il benessere e la prosperità di tutti i popoli.
L’economia politica, nel corso dei decenni che dalla metà del Settecento conducono ai giorni nostri, si è cimentata più volte con un problema che appare ancora sconcertante: perché scoppiano le guerre?
Nel 2005 il premio Nobel per l’economia venne assegnato a Robert Aumann e a Thomas Schelling “per aver rafforzato la nostra comprensione del conflitto e della cooperazione attraverso la teoria dei giochi”. Ciò che accomuna le implicazioni di policy ricavabili dai contributi dei due studiosi, il primo israeliano e il secondo americano, è l’individuazione di meccanismi in grado di incoraggiare il disarmo. In The Strategy of Conflict (1960), Schelling scrive che “il potere di vincolare un avversario può dipendere dal potere di vincolare se stessi”. Il controllo degli armamenti può essere fattivamente messo in pratica – seguendo la lezione di Schelling – attraverso “tutte le forme di cooperazione militare tra potenziali nemici nel comune interesse di raggiungere tre obiettivi cruciali: evitare una guerra che nessuna parte vuole, minimizzare i costi politici ed economici della competizione negli armamenti e ridurre la portata e la violenza della guerra, qualora si verifichi”.
Se ci concentriamo sul conflitto fra Russia ed Ucraina l’applicazione della teoria dei giochi mostra che la minaccia di scatenare una guerra contro la Russia da parte della Nato (tanto più una guerra atomica), non sarebbe credibile. In questa prospettiva la Russia ha invaso l’Ucraina perché l’appoggio della Nato alla stessa Ucraina non avrebbe potuto tradursi in nulla di più che in una fornitura di armi al paese invaso. Eppure, sempre l’applicazione della teoria dei giochi in un contesto di informazione imperfetta, mostra che la degenerazione del conflitto nella tragedia epocale di una guerra mondiale non può essere completamente scartata – anche alla luce di una situazione mondiale caratterizzata da spese militari crescenti, soprattutto se si guarda agli ultimi venti anni.
Il nodo delle spese militari
L’auspicio degli illuministi e degli economisti politici classici era che il libero commercio internazionale avrebbe creato le condizioni per diminuire gli investimenti in spese militari che accompagnavano le politiche suggerite dai mercantilisti contro cui si schieravano tanto Hume quanto Smith. L’analisi dell’andamento delle spese militari delle principali potenze negli ultimi venti anni mostra che non abbiamo vissuto un periodo caratterizzato né da forme di cooperazione militare fra potenziali nemici, né tantomeno da una riduzione della competizione negli armamenti. I numeri sono impietosi, come è stato riportato in un recente studio (E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista, Mimesis, 2022): tra il 2000 e il 2021 le spese militari degli USA sono passate da circa 485000 a circa 768000 milioni di dollari; quelle della Cina da circa 50000 a circa 270000 milioni di dollari; quelle della Russia da circa 24000 a 64000 milioni di dollari; quelle del Regno Unito da circa 51000 a circa 62000 milioni di dollari.
Brancaccio, Giammetti e Lucarelli notano che i Paesi le cui spese in armamenti sono maggiori, sono quelli che si collocano ai primi posti o tra i grandi debitori (nel 2021 la posizione netta sull’estero degli USA è -18124 miliardi di dollari, quella dell’Inghilterra è -995 miliardi di dollari) o tra i grandi creditori (nel 2021 la posizione netta sull’estero della Cina è 4108 miliardi di dollari, quella della Russia è 484 miliardi di dollari). Suggeriscono altresì che questa polarizzazione fra grandi creditori e grandi debitori sia cresciuta man mano che gli scambi commerciali internazionali aumentavano in un clima di crescente deregolazione che avrebbe favorito un processo di centralizzazione dei capitali.
Il carattere potenzialmente conflittuale delle transazioni economiche e finanziarie che emergono attraverso i mercati globali può essere controllato attraverso adeguate misure regolatorie in grado di limitare il carattere asimmetrico di molte relazioni commerciali o quantomeno di evitare episodi di cattura del regolatore?
Economia e pace
In una conferenza del 2006 il premio Nobel per l’economia Clive Granger, uno dei massimi esperti mondiali di econometria, cercò di rispondere ad una domanda la cui importanza possiamo apprezzare ancor più oggi: può l’economia generare la pace? La risposta che diede può sconcertare i difensori del libero mercato ma presenta una sua logica serrata e ripropone una visione dell’intervento pubblico che non è priva di fondamento soprattutto dinanzi al pericolo estremo:
“Durante una guerra alcune aziende e industrie ricavano profitti molto alti, come ci si potrebbe aspettare in un periodo di alti tassi e alto rischio. Se i profitti ottenuti sono troppo elevati, è questione che va discussa dagli enti governativi competenti. Il sospetto – e la preoccupazione – della popolazione riguarda il fatto che, per ottenere profitti eccezionali, le società devono aver corrotto alcuni politici favorevoli allo sforzo bellico. Un metodo per prevenire questa eventualità, per lo meno nel caso di guerre totali [guerre nelle quali l’intero Paese è coinvolto], è stato nazionalizzare le società, che sono diventate proprietà dello Stato. Mi pare che un simile processo sia avvenuto in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale. Anche solo l’eventualità di tali politiche di nazionalizzazione probabilmente smorzerebbe l’entusiasmo dei potenziali beneficiari.”
Stefano Lucarelli