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Piccolo contributo al dibattito sulla legittima difesa.
Nel 1931 Fritz Lang dirige il film M (il titolo italiano aggiunge alla inquietante lettera solitaria l’inutile precisazione Il mostro di Dusseldorf).
È la storia di uno psicopatico le cui vittime sono innocenti bambini. Ma soprattutto è la storia delle indagini ufficiali da parte della polizia e di quelle non ufficiale da parte della malavita organizzata, i cui affari sono disturbati dalla incrementata attività della polizia.
Alla fine, i primi a catturare il maniaco sono proprio i malviventi. Il genio di Fritz Lang inizia proprio qui: i criminali imbastiscono un processo, fedele riproduzione di quello che avviene nelle vere aule di tribunale: ci sono il giudice, la giuria, un difensore e l’accusa. Il tutto si conclude con la condanna a morte.
Cosa distingue questo finto processo da uno vero? Perché in un caso vi è la giustizia e nell’altro no?
Fritz Lang non risponde. Si limita a suggerire quattro semplici parole, pronunciate dall’ispettore Groeber quando, nell’ultima scena del film, interrompe l’esecuzione: in nome della legge.