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Nel nord-est dell’Oceano Pacifico i rifiuti prodotti dall’attività dell’uomo e riversati in mare vengono portati dalle correnti marine a formare un nuovo continente, le cui dimensioni oggi raggiungono circa 3,5 milioni di km².
Secondo osservazioni effettuate da oltre 15 anni dall’Algalita Marine Research Foundation, sotto l’effetto delle correnti marine i rifiuti che provengono dal littorale e dalle navi galleggiano per anni prima di concentrarsi in due vaste zone, chiamate “Eastern Pacific Garbage Patches e “Western Pacific Garbage Patches.”
Insieme, queste due placche di rifiuti formano la “Great Pacific Garbage Patch”, un mostro le cui dimensioni sono triplicate dagli anni 1990 e che oggi si estende su 3,43 milioni di km², ossia un terzo della superficie dell’Europa.
Secondo Chris Parry, capo del programma di educazione del pubblico della California Coastal Commission di San Francisco, da mezzo secolo i rifiuti girano vorticosamente nell’Oceano sotto l’effetto del “North Pacific Gyre” e si accumulano in questa regione poco conosciuta, usata da poche rotte commerciali e solo da qualche battello da pesca.
Come un gigantesco sifone marino il vortice attira quantità enormi di rifiuti, ma contrariamente a un sifone, questi non vengono aspirati, ma restano visibili in superficie.
Sino all’arrivo dei rifiuti in plastica, i microorganismi distruggevano la maggior parte di quanto veniva gettato in mare.
La plastica costituisce il 90% dei rifiuti che galleggiano nell’oceano. Il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente menzionava nel giugno 2006 che si trovano in media 46’000 pezzi di plastica per 2,5 km² di oceano, su una profondità di circa 30 metri.
In alcuni posti la quantità di plastica nel mare è sino a 10 volte superiore di quella del plancton.
Il problema è anche il tempo necessario al suo degrado (si parla di secoli) e la tossicità degli elementi che compongono la plastica.
François Galgani, ricercatore presso l’istituto Ifremer precisa che “il degrado delle plastiche varia a dipendenza del tipo di polimero e secondo lo spessore. Alcune restano in superficie (polietilene, polipropilene) mentre altre scendono sul fondo (policarbonato, polivinile).
Questo “continente” di rifiuti e di plastica attira animali marini come i pellicani e le tartarughe marine, la cui speranza di vita cala drasticamente. In totale, 267 specie marine sarebbero colpite da questo devastante fenomeno.
Un esempio classico è la tartaruga marina che soffoca con dei sacchi in plastica che probabilmente pensa siano meduse.
I pezzi di plastica vengono ingeriti da uccelli, piccoli pesci che verranno mangiati da pesci più grandi, … Greenpeace stima che su scala mondiale circa 1 milione di uccelli e 100’000 mammiferi muoiono ogni anno per aver ingerito della plastica.