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Blocco immediato dei patrimoni di Vladimir Putin e di altri ministri del suo governo; divieto d’ingresso in Svizzera per oligarchi vicini al presidente russo; chiusura dello spazio aereo svizzero per tutti i voli provenienti dalla Russia. Diversamente da quanto fece nel 2014, quando le truppe di Putin invasero la Crimea, lunedì il Consiglio federale ha deciso di riprendere integralmente le sanzioni decretate dall’Unione europea (Ue) nei confronti della Russia. La situazione «eccezionale» venutasi a creare con l’aggressione armata dell’Ucraina impone alla Svizzera di percorrere una «nuova via», ha spiegato Ignazio Cassis. «Fare il gioco dell’aggressore non è compatibile con la neutralità svizzera», ha affermato il presidente della Confederazione. Il Governo ha ricevuto parecchie lodi per un passo sì tardivo, ma che alcuni non esitano a definire ‘storico’, quantomeno per la chiarezza con la quale si è rinunciato a un’interpretazione rigida e restrittiva della neutralità. Persino Public Eye, solitamente tra le Ong più critiche nei confronti delle autorità elvetiche, si è rallegrata del fatto che "la Svizzera assume finalmente le sue responsabilità". Non tutto però va in modo ideale: "per essere all’altezza della posta in gioco", il Consiglio federale avrebbe dovuto "prendere di mira il tesoro di guerra di Putin", afferma l’ex Dichiarazione di Berna.
Il "tesoro di guerra di Putin" è il commercio di materie prime "che alimenta la [sua] macchina distruttrice". Il 36% del bilancio statale della Russia deriva in effetti dalla vendita di petrolio e gas naturale, stando a cifre del ministero delle finanze russo riportate dall’agenzia Reuters. E la Svizzera, con 900 imprese e quasi 10mila persone attive nel settore, è una piattaforma cruciale del commercio globale di materie prime. La Confederazione è anche la prima piazza mondiale per il commercio di petrolio e gas russo, osserva in una nota Public Eye. L’80% del commercio delle materie prime della Russia (oltre agli idrocarburi, rilevante è anche la compravendita di cereali) avviene attraverso i centri di servizi finanziari a Ginevra, Zurigo, Zugo e Lugano. Non a caso le più importanti compagnie russe di energia e materie prime, così come noti istituti di credito, hanno per lo meno una filiale nella Confederazione. Ad esempio: a Zugo hanno la loro sede principale le società anonime – detenute dall’azienda pubblica russa Gazprom – Nord Stream e Nord Stream 2 (quest’ultima è ormai in fallimento dopo lo stop al gasdotto tra Russia e Germania annunciato dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, ha indicato ieri la responsabile cantonale dell’economia Silvia Thalmann-Gut).
In materia di sanzioni il Consiglio federale ha però le mani legate. La Svizzera – ha spiegato lunedì il ministro delle finanze Ueli Maurer – non può pronunciare sanzioni di sua iniziativa, può solo riprendere quelle altrui; e finora né l’Ue né altri Paesi hanno osato toccare il commercio di petrolio e gas russo, materie prime dalle quali dipende in misura più o meno importante il loro approvvigionamento energetico. Per questa ragione, anche dopo le sanzioni adottate lunedì, il commercio delle materie prime in Svizzera è praticamente «intatto», ha riconosciuto Maurer. Public Eye a sua volta ammette: «Gli interessi economici e di sicurezza in gioco sono enormi, questo spiega perché finora non sono state decise sanzioni in quest’ambito da Stati Uniti o Ue. Non è possibile pertanto chiedere adesso alla Svizzera di bloccare il commercio di materie prime russe» a causa della guerra in Ucraina, dice a ‘laRegione’ la portavoce Géraldine Viret.
La Svizzera qualche carta da giocare ce l’ha comunque. Al di là delle attuali sanzioni contro la Russia, «deve assumere le sue responsabilità», afferma Viret. «Per decenni – prosegue la portavoce dell’Ong – la Confederazione ha attirato oligarchi russi, le loro famiglie, i loro patrimoni e le loro società». Una parte di loro è attiva nel lucrativo commercio delle materie prime, «settore che spesso ha un ruolo controverso nei conflitti armati». Public Eye chiede da anni che venga istituita un’autorità di sorveglianza sull’esempio della Finma (l’autorità di sorveglianza sui mercati finanziari), che vegli alla trasparenza e alla diligenza in un settore ancora troppo opaco e «ad alto rischio». Ancora Géraldine Viret: «La Confederazione non dispone nemmeno di una lista che elenchi le società attive nel settore. Non disponiamo di un registro dei reali beneficiari di queste ultime. Public Eye già anni fa ha creato un’autorità di sorveglianza fittizia, la Rohma, che potrebbe colmare la lacuna. La Rohma avrebbe tra l’altro il compito di rilasciare licenze, facendo in modo che i beneficiari economici delle società siano individuati e che le materie prime negoziate non provengano da paesi soggetti a sanzioni internazionali o da zone di guerra.
Il problema dunque sta a monte di eventuali sanzioni. La Confederazione negli ultimi anni ha promosso iniziative per rendere più ‘trasparente‘ il settore. «Sulla carta c’è stata una presa di coscienza dei problemi esistenti. Ma il Consiglio federale continua a far leva sulla buona volontà, sull’autoregolamentazione. Non c’è nulla di vincolante», spiega Viret. «Si insiste su una pseudo-supervisione indiretta delle banche che finanziano le operazioni dei commercianti, ma si tratta di un argomento fallace. Anche perché molte di queste vengono effettuate dai trader con fondi propri, senza ricorrere a crediti bancari». La prima conclusione: «Non possiamo affidarci alle banche perché facciano da gendarmi con i commercianti». La seconda: «La guerra condotta dalla Russia, finanziata con le entrate provenienti dalla vendita delle sue risorse naturali, ci ricorda quanto sia importante regolamentare il commercio delle materie prime».