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Nel sistema immunitario c'è una 'spia' che potrebbe aiutare a riconoscere le forme più gravi di Covid-19: è il deficit di proteine cruciali nella lotta ai virus (gli interferoni di tipo 1), condizione che solitamente si combina con un'elevata presenza di virus nel sangue e una risposta infiammatoria esagerata. Lo dimostra lo studio condotto su 50 pazienti da un gruppo francese guidato dall'Università di Parigi. I risultati, pubblicati su Science, potrebbero aprire a una nuova terapia combinata che unisca l'integrazione di interferone con la neutralizzazione dell'infiammazione. Se finora diversi studi avevano rilevato l'importanza dell'azione locale dell'interferone nel frenare la progressione della malattia, questi nuovi dati suggeriscono che una più ampia produzione di interferoni possa risultare benefica. Visti i risultati, i ricercatori suggeriscono di trattare i pazienti più gravi usando un approccio combinato, focalizzato sulla somministrazione di interferone e terapie antinfiammatorie.
Intanto uno studio del King's College di Londra sembra mostrare che il livello degli anticorpi prodotti dal corpo contro il Coronavirus può drasticamente diminuire nel giro di pochi mesi. Ciò espone il soggetto al pericolo di un secondo contagio. La scoperta è stata effettuata analizzando le risposte immunitarie di oltre 90 ex ammalati. I ricercatori hanno registrato come il livello di anticorpi raggiunga il suo picco dopo circa tre settimane dalla comparsa dei sintomi, per poi gradualmente diminuire, indebolendo così la potenza della risposta. Tre mesi dopo l'infezione - sottolinea oggi il Guardian citando lo studio - soltanto il 17% di chi ha contratto il virus mantiene la stessa potenza di risposta immunitaria, destinata a ridursi in certi casi fino a non essere più neppure rilevabile.