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Secondo un’indagine del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti (DOE), pubblicata lo scorso 20 ottobre, 12 importanti Università americane non hanno dichiarato 6,5 miliardi di dollari tra “donazioni e contratti esteri”. Il tema è molto delicato visto che leggiamo sul sito web del Dipartimento dell’Istruzione: “Oltre 30 anni fa, il Congresso ha promulgato la Sezione 117 dell’Higher Education Act del 1965 alla luce delle preoccupazioni circa il crescente rapporto finanziario tra le Università statunitensi e le fonti straniere. Il Congresso ha bilanciato la libertà accademica e la sicurezza nazionale imponendo trasparenza finanziaria attraverso la rendicontazione richiesta di contratti con donazioni da una fonte estera che -da soli o combinati- sono valutati a 250.000 dollari o più in un anno solare”. Il Segretario all’Istruzione Betsy DeVos nel comunicare insieme a funzionari del Dipartimento di Giustizia e del Dipartimento di Stato i risultati dell’indagine ( documento di 34 pagine), ha dichiarato: “La minaccia è reale, quindi abbiamo agito per assicurarci che al pubblico fosse garantita la trasparenza richiesta dalla legge. Abbiamo riscontrato una pervasiva non conformità da parte delle Istituzioni di livello superiore e un significativo coinvolgimento estero con i College e le Università americane“. Il rapporto del DOE è stato fortemente voluto dall’Amministrazione Trump che da tempo denuncia l’influenza della Cina negli Stati Uniti. In tal senso il Dipartimento di Giustizia ad oggi ha scoperto 20 casi riguardanti “spionaggio economico, furto di segreti commerciali e controllo della ricerca dal 2018 “. Il Dipartimento ha definito le mancate segnalazioni di finanziamenti esteri come “estremamente preoccupanti” e c’è da credergli: ad esempio, la Yale University non ha segnalato alcuna donazione e contratto straniero per quattro anni quando invece ha ricevuto 375 milioni di dollari; la Case Western Reserve University ha fatto lo stesso per 12 anni “precisamente quando entrambi stavano rapidamente espandendo le loro operazioni e relazioni estere (Cina e Iran inclusi )“. Anche il Massachusetts Institute of Technology e l’Università di Georgetown si sarebbero “dimenticate” di segnalare delle donazioni.
Per tornare alla Cina, è a dir poco impressionante il volume delle donazioni arrivate da società cinesi, in particolare quelle fatte dal gigante delle TLC Huawei vero “Nemico pubblico numero 1” dell’Amministrazione Trump che ha più volte ricordato come Huawei che dal Governo cinese ha ricevuto 75 miliardi di dollari in sovvenzioni governative, “sia un rischio per la sicurezza nazionale”. Il rapporto del Dipartimento dell’Istruzione mostra come le Università statunitensi hanno ricevuto da Huawei e da entità affiliate più di 19,5 milioni di dollari in donazioni e contratti. Ad esempio, la Cornell University secondo il Foreign Gifts and Contracts Report ha incassato più di 6 milioni di dollari dall’azienda cinese mentre di più ha ricevuto una scuola non identificata che ha incassato la bellezza di 11 milioni di dollari in contratti con Huawei (dal 2013) , comprese donazioni utili a finanziare progetti di ricerca.
Tra quelle non identificate ci sono le università del Texas A&M, e l’Università del Maryland che hanno avuto i loro nomi oscurati, ma altri dettagli nel rapporto li hanno resi ampiamente identificabili. Inutile dire che le donazioni e i contratti di Huawei vengono erogati in settori strategici come la scienza nucleare, robotica, i semiconduttori e i servizi cloud online notoriamente bersaglio di cyber attacchi e furto di dati. Scorrendo i dati che trovate in fondo alla pagina, non deve sorprendere l’impressionante crescita dei movimenti islamisti (in testa Fratelli Musulmani e Hamas), nelle Università americane che vengono foraggiate da centinaia di milioni che arrivano da Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Lo stesso vale per la Cina che saccheggia in lungo e in largo tecnologia, brevetti e qualsiasi cosa gli possa servire. Che qualcosa prima o poi sarebbe successo lo si era capito nel 2019 quando un’indagine del Senato del 2019 rilevò “che le fonti di finanziamento estere dell’industria sono un buco nero”. Ora a rompere la catena del silenzio ci hanno pensato Donald Trump e la sua Amministrazione…
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