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Salvador Dalì - Premonizione della guerra civile
ATEO PER GRAZIA DI DIO
Il caso è il grande arbitro del mondo. Padrone e signore di tutto. La necessità viene dopo. Non ha la stessa purezza. Se fra tutti i miei film quello che amo di più e Il fantasma della libertà, forse è proprio perché affrontava questo tema intrattabile.
Il soggetto ideale, cui ho pensato spesso, dovrebbe iniziare da un punto anodino, banale. Per esempio: un mendicante attraversa una via. Vede una mano che si sporge dalla portiera di un'auto di lusso e butta per terra un mezzo avana. Il mendicante si ferma di colpo per raccogliere il sigaro. Un'altra automobile lo urta e lo uccide.
Partendo da questo incidente, si possono porre una serie di domande infinite. Perché si sono incontrati, il sigaro e il mendicante? Cosa faceva il mendicante per strada e a quell'ora? Perché l'uomo che fumava il sigaro lo ha buttato via in quel momento? Ogni risposta porterà altre domande, sempre più numerose. Ci troveremo di fronte a bivi sempre più complessi, che condurranno ad altri bivi, a labirinti fantastici in cui si dovrà scegliere la direzione. Così, seguendo delle cause apparenti che in realtà sono soltanto una serie, una profusione illimitata di casi, potremmo risalire sempre più in là nel tempo, vertiginosamente, senza una sosta, attraverso la storia, attraverso tutte le civiltà, fino ai protozoi originali.
È anche possibile considerare la sequenza in senso inverso, naturalmente, e vedere che il fatto di buttare un sigaro dalla portiera di un'automobile, causando la morte di un mendicante, può modificare radicalmente il corso della storia e portare alla fine del mondo.
Trovo uno splendido esempio di questo caso storico in un libro chiaro e denso che per me rappresenta la quintessenza di una certa cultura francese, Ponzio Pilato di Roger Caillois. Ponzio Pilato, ci racconta Caillois, ha tutte le ragioni per lavarsi le mani e lasciar condannare Gesù Cristo. È il parere del suo consigliere politico, che teme disordini in Giudea. È anche la preghiera di Giuda, perché si compiano i disegni di Dio. E anche l'opinione di Marduk, il profeta caldeo, che immagina il lungo seguito di avvenimenti che seguiranno la morte del Messia, avvenimenti che esistono già, poiché li vede ed è un profeta.
Salvador Dalì - Gli elefanti
A tutti questi argomenti Pilato può opporre solo la propria onestà, il suo desiderio di giustizia. Dopo una notte insonne, prende una decisione e libera Cristo. Che viene accolto con gioia dai suoi discepoli, continua a vivere e insegnare come prima, e muore in tarda età considerato come un sant'uomo. Per un paio di secoli, sulla sua tomba verranno i pellegrini. Poi sarà dimenticato.
E la storia del mondo, va da sé, sarà completamente diversa.
Questo libro mi ha fatto sognare per molto tempo. So benissimo cosa mi si potrebbe obiettare sul determinismo storico o sulla volontà onnipotente di Dio, che hanno spinto Pilato a lavarsi le mani. Poteva anche non lavarsele, però. Rifiutando l'acqua e il catino, avrebbe cambiato tutto.
Il caso ha voluto che si lavasse le mani. Come Caillois, non vedo necessità in quel gesto.
Naturalmente, se la nostra nascita dipende soltanto dall'avventura, dall'incontro fortuito fra un ovulo e uno spermatozoo (e allora perché questo e non quello, fra tanti milioni?), la funzione del caso svanisce quando si edificano le società umane, quando il feto, e poi il bambino, vengono sottoposti a quelle leggi. E succede lo stesso in tutte le specie. Le leggi, le consuetudini, le condizioni storiche e sociali di una data evoluzione, di un dato progresso, tutto quello che ha la pretesa di contribuire all'instaurazione, allo sviluppo, alla stabilità di una civiltà cui apparteniamo bene o male per nascita, tutto questo dico si presenta come una lotta quotidiana e tenace contro il caso. Straordinario e vivissimo, mai domo del tutto, cerca di adattarsi alla necessità sociale.
Credo però che in queste leggi necessarie, che ci permettono di vivere insieme, bisogna guardarsi dal vedere una necessità fondamentale, primordiale. In realtà mi sembra che non fosse necessario che questo mondo esistesse, né che ci trovassimo qui a vivere e a morire. Dato che siamo solo figli del caso, la terra e l'universo avrebbero potuto continuare senza di noi, fino alla consumazione dei secoli. Immagine inimmaginabile, quella di un universo vuoto e infinito, teoricamente inutile, che nessuna intelligenza potrebbe contemplare, che esisterebbe da solo, caos durevole, abisso inspiegabilmente privo di vita. Forse, altri mondi chiusi alla nostra conoscenza continuano così la loro inconcepibile corsa. Amore per il caos, che a volte sentiamo profondo dentro di noi.
Alcuni sognano un universo infinito, altri ce lo presentano finito nello spazio e nel tempo. Mi trovo fra due misteri entrambi impenetrabili. Da una parte, l'immagine di un universo infinito è inconcepibile. Dall'altra, l'idea di un universo finito, che un giorno non esisterà più, mi ripiomba in un nulla impensabile, che mi affascina e mi fa orrore. Per cui oscillo, e non so.
Immaginiamo che il caso non esista e che tutta la storia del mondo, all'improvviso logica e prevedibile, possa risolversi in qualche formula matematica. Se così fosse, bisognerebbe credere in Dio e supporre inevitabilmente l'esistenza attiva di un grande orologiaio, di un supremo organizzatore.
Ma Dio, che tutto può, non avrebbe potuto creare a capriccio un mondo in balìa del caso? No, ci rispondono i filosofi. Il caso non può essere una creazione di Dio, dato che è la negazione di Dio. I due termini sono antinomici. Si escludono l'un l'altro.
Non avendo la fede (e convinto che la fede come ogni cosa nasca spesso dal caso), non vedo vie di uscita. È un circolo chiuso, per questo non tento di entrarci.
La conclusione che ne ricavo, a mio uso e consumo, è molto semplice: credere e non credere, è proprio lo stesso. Se in questo preciso istante mi si dimostrasse la luminosa esistenza di Dio, il mio comportamento non cambierebbe di certo. Non posso credere che Dio mi sorvegli continuamente, che si occupi della mia salute, dei miei desideri, dei miei errori. Non posso credere e comunque neanche accettare che possa punirmi per l'eternità.
Salvador Dalì - Crocifissione
Che cosa sono per lui? Niente, un'ombra di fango. Il mio passaggio è talmente rapido da non lasciare una traccia. Sono un povero mortale, e non conto, nello spazio come neanche nel tempo. Dio non si occupa di noi. Se esiste, è come se non esistesse.
Ragionamento che una volta ho riassunto in questa formula: «Sono ateo, per grazia di Dio». Una formula solo apparentemente contraddittoria.
Accanto al caso, suo fratello, il mistero. L'ateismo - il mio comunque - porta inevitabilmente ad accettare l'inesplicabile. Tutto il nostro universo è mistero.
Poiché mi rifiuto di far intervenire una divinità organizzatrice, la cui azione mi sembra ancora più misteriosa del mistero stesso, non mi rimane che vivere in una specie di tenebra. E l'accetto. Non esistono spiegazioni, anche le più semplici, valide per tutti. Fra i due misteri ho scelto il mio, che almeno mi garantisce una libertà morale.
Mi si dice: e la scienza? Non sta forse cercando, per altre vie, di ridurre il mistero che ci circonda?
Può darsi. Ma la scienza non m'interessa. Mi sembra pretenziosa, analitica e superficiale. Ignora il sogno, il caso, la risata, il sentimento e la contraddizione, tutte cose che mi sono preziose. Un personaggio della Via lattea diceva: «Il mio odio per la scienza e il mio disprezzo per la tecnologia mi porteranno, alla fine, verso quell'assurda credenza in Dio». Vero niente. Per quello che mi riguarda, assolutamente impossibile anzi. Ho scelto il mio posto, è nel mistero. Devo solo rispettarlo.
La smania di capire e di conseguenza sminuire, banalizzare - per tutta la vita mi hanno ossessionato con domande cretine: perché qua? perché là? - è una delle nostre sciagure naturali. Se fossimo capaci di rimettere al caso il nostro destino e accettare tranquillamente il mistero della nostra vita, potremmo godere di una certa felicità, parente prossima dell'innocenza.
Da qualche parte, tra il caso e il mistero, s'insinua l'immaginazione. Libertà totale dell'uomo che, come le altre, hanno tentato di sminuire, di cancellare. Proprio per questo il cattolicesimo ha inventato il peccato d'intenzione. Un tempo, quella che ritenevo la mia coscienza mi proibiva certe immagini: assassinare mio fratello, andare a letto con mia madre. Mi dicevo: «Che orrore! » e respingevo di furia quei pensieri maledetti da sempre.
Solo verso i settanta-settantacinque anni sono riuscito a capire in pieno e ad accettare l'innocenza dell'immaginazione. Mi ci è voluto tutto quel tempo per ammettere che quello che mi passava per la testa riguardava soltanto me, che non si trattava in alcun modo di quelli che chiamano "cattivi pensieri", in alcun modo di peccato, e che dovevo lasciar andare la mia immaginazione dove voleva, anche se sanguinosa e degenerata.
Adesso, accetto qualsiasi cosa e mi dico: «Bene, vado a letto con mia madre, e allora?» e quasi subito le immagini delittuose e incestuose svaniscono, cacciate dall'indifferenza.
L'immaginazione è il nostro primo privilegio. Inspiegabile come il caso che l'ha provocata. Per tutta la vita mi sono sforzato di accettare senza tentar di capire le immagini impellenti che mi venivano. A Siviglia, per esempio, durante le riprese di Quell'oscuro oggetto del desiderio, alla fine di una scena, ho improvvisamente chiesto a Fernando Rey, preso da una subitanea ispirazione, di afferrare una sacca di iuta da macchinista che stava sopra una panca e buttarsela in spalla mentre se ne andava.
Nello stesso tempo, sentivo l'irrazionalità di quell'atto e lo temevo un po'. Girai quindi due versioni della scena, con e senza la sacca. Il giorno dopo, in sede di proiezione, erano tutti d'accordo - e io con loro - che la scena migliore era quella della sacca. Perché? Impossibile dirlo, a meno di non impantanarsi negli stereotipi della psicanalisi, o di qualsiasi altra spiegazione.
Psichiatri e analisti di tutti i generi hanno scritto parecchio sui miei film. Li ringrazio, ma non leggo mai le loro opere. Non m'interessa. Parlerò in un altro capitolo della psicanalisi, terapia di classe. Qui, aggiungo soltanto che certi analisti, come ultima risorsa, mi hanno dichiarato «non analizzabile», come se appartenessi a un'altra cultura, a un altro mondo, il che dopotutto è possibilissimo.
Alla mia età lascio dire. La mia immaginazione continua a esistere e, nella sua inattaccabile innocenza, continuerà a sostenermi fino all'ultimo respiro. Orrore di capire. Felicità di accogliere l'imprevisto. Vecchie tendenze che si sono accentuate col passare degli anni. Mi ritiro ogni giorno di più. L'anno scorso ho calcolato che in sei giorni, ossia centoquarantaquattro ore, ne avevo trascorse solo tre a conversare con gli amici. E per il resto, solitudine, fantasticherie, un bicchiere d'acqua o un caffè, l'aperitivo due volte al giorno, un ricordo che mi sorprende, un'immagine che ipi visita, e poi una cosa tira l'altra ed è già sera.
Se le - poche pagine precedenti appaiono confuse e noiose, chiedo perdono. Quelle riflessioni fanno parte di una vita, proprio come i particolari frivoli.
Non sono un filosofo, non avendo mai posseduto la minima capacità di astrazione. Se certe menti filosofiche, o che si credono tali, avranno sorriso leggendomi, be', felicissimo. Il riso fa bene. È un po' come se mi ritrovassi nel collegio dei gesuiti di Saragozza. Il professore addita un allievo e gli dice: «Mi confuti Buñuel! ». Due minuti, ed è fatta.
Spero solo di essere stato chiaro. Un. filosofo spagnolo, José Gaos, morto non molto tempo fa, scriveva come tutti i filosofi in un gergo incomprensibile. Un giorno, a qualcuno che glielo rimproverava, rispose: «Be', tanto peggio! La filosofia è per i filosofi».
Frase cui contrappongo quella di André Breton: «Un filosofo che non capisco è un fetente». Sono completamente d'accordo anche se, a volte, stento a capire quello che dice Breton.
Dipinto di Max Ernst
PRO E CONTRO
All'epoca del surrealismo, noi avevamo l'abitudine di trinciare giudizi definitivi su tutto: bene e male, giusto e sbagliato, bello e brutto. C'erano libri che bisognava leggere, altri che non bisognava leggere, cose da fare e altre da evitare. E proprio ispirandomi ai nostri giochi lontani ho raggruppato in questo capitolo, lasciando correre la penna a capriccio, che poi è sempre il caso, un po' dei miei gusti e disgusti. Consiglio a tutti di fare altrettanto, un giorno o l'altro.
Ho adorato i Ricordi di un entomologo di Fabre. Libro che, per la passione dell'osservazione e per l'amore sconfinato verso tutte le creature viventi, trovo ineguagliabile, infinitamente superiore alla Bibbia. Per molto tempo ho detto che me lo porterei dietro su un'isola deserta. Oggi, ho cambiato idea: non porterei nessun libro.
Ho amato Sade. Avevo più di venticinque anni quando l'ho letto per la prima volta, a Parigi. È stato uno choc ancora più forte della lettura di Darwin.
Le centoventi giornate di Sodoma fu pubblicato per la prima volta a Berlino, in pochissime copie. Un giorno, ne vidi una in casa di Roland Tual, dove mi trovavo insieme a Robert Desnos. Una copia reliquia, nella quale Marcel Proust e altri avevano letto quel testo introvabile. Lo presi in prestito.
Fino ad allora non conoscevo niente di Sade. Leggendo mi sentivo profondamente stupito. All'università, a Madrid, in teoria non mi avevano nascosto nessuno dei grandi capolavori della letteratura universale. Da Camões a Dante e da Omero a Cervantes. Come potevo quindi ignorare l'esistenza di questo libro straordinario, che esaminava la società sotto tutti i punti di vista, magistralmente, sistematicamente, e che per di più proponeva una tabula rasa culturale? Lo choc fu molto forte. L'università mi aveva mentito. Altri "capolavori" mi apparvero subito privi di qualsiasi valore e importanza. Ho tentato di rileggere La Divina Commedia: il libro meno poetico del mondo - ancora meno poetico della Bibbia. E cosa dire dei Lusiadi? Della Gerusalemme liberata?
Mi dicevo: «Avrebbero dovuto farmi leggere Sade prima di ogni altra cosa! Quante letture inutili!»
Cercai di procurarmi subito gli altri libri di Sade, che però, severamente proibiti, si trovavano solo in rarissime edizioni del XVIII secolo. Un libraio di rue Bonaparte, dal quale mi portarono Breton e Eluard, mi sistemò in lista d'attesa per Justine, che non mi procurò mai. In compenso ho avuto tra le mani il manoscritto originale delle Centoventi giornate di Sodoma e per poco non l'ho comperato. Alla fine, la spuntò il visconte di Noailles un rotolo di carta piuttosto grosso.
Degli amici mi prestarono La filosofia nel boudoir, sublime, Dialogo fra un prete e un moribondo, Justine e Juliette. Di quest'ultimo libro mi piaceva in particolar modo la scena fra Juliette e il papa, dove il papa riconosce il proprio ateismo. Del resto ho anche una nipote che si chiama Juliette, ma lascio la responsabilità delle scelte a mio figlio Jean-Louis.
Breton aveva una copia di Justine, come pure René Crevel. Quando quest'ultimo si suicidò, il primo ad andare da lui fu Dalì. Poi arrivò Breton, che precedeva altri membri del gruppo. Un'amica di Crevel venne da Londra in aereo qualche ora dopo. Fu lei a notare, nella confusione seguita alla morte, la scomparsa di Justine. Qualcuno aveva rubato il libro. Dalì? Impossibile. Breton? Assurdo. Tra l'altro, ne aveva una copia. Doveva essere un intimo di Crevel però, che conosceva bene la sua biblioteca. Colpevole tuttora impunito.
Anche il testamento di Sade mi colpì molto. Chiede che le sue ceneri vengano buttate al vento e che l'umanità dimentichi le sue opere e perfino il suo nome. Mi piacerebbe poter dire altrettanto. Trovo fallaci e pericolose tutte le cerimonie commemorative, tutte le statue dei grandi uomini. A che pro? Viva l'oblio.Vedo la dignità solo nel nulla.
Se oggi come oggi il mio interesse per Sade è invecchiato ma l'entusiasmo, per qualsiasi cosa, è sempre effimero - non posso tuttavia dimenticarne la rivoluzione culturale. La sua influenza su di me fu indubbiamente notevole. A proposito dell'Età dell'oro, nel quale le citazioni "sadiche" saltavano agli occhi, Maurice Heine scrisse un articolo contro di me, affermando che il divino marchese sarebbe stato molto scontento. Infatti aveva attaccato tutte le religioni, lui, non limitandosi soltanto al cristianesimo come me. Replicai che non intendevo rispettare il pensiero di un uomo morto, ma fare un film.
Ho adorato Wagner e mi sono servito della sua musica in parecchi film, dal primo (Un chien andalou) all'ultimo (Quell'oscuro oggetto del desiderio). Lo conoscevo abbastanza bene.
Una delle grandi tristezze di questi sgoccioli di vita è non poter più udire la musica. Da molto tempo, da più di vent'anni, il mio orecchio non può più distinguere le note - come se le lettere si scambiassero tra loro in un testo scritto, confondendo la lettura. Se qualche miracolo potesse ridarmi questa facoltà, la mia vecchiaia sarebbe salva, la musica mi sembrerebbe una morfina dolcissima su cui scivolare quasi senza scosse fino alla morte. Ma l'ultima risorsa, o speranza che sia, è solo un viaggio a Londra.
Da giovane, ho suonato il violino, e più tardi, a Parigi, strimpellavo il banjo. Ho amato Beethoven, Franck, Schumann, Debussy e molti altri.
Il rapporto con la musica è totalmente cambiato dal tempo della giovinezza. Quando, parecchi mesi prima, ci annunciavano che la grande orchestra sinfonica di Madrid, di ottima fama, sarebbe venuta a suonare a Saragozza, ci sentivamo tutti piacevolmente eccitati, presi da una vera voluttà dell'attesa. Ci si preparava, si contavano i giorni, si cercavano le partiture, si canticchiava la musica. La sera del concerto, gioia incredibile.
Oggi basta premere un pulsante per udire immediatamente, a casa, tutte le musiche del mondo. Abbiamo perduto un universo. E in cambio cos'abbiamo guadagnato? Per arrivare alla bellezza, qualsiasi bellezza, ci vogliono tre condizioni, sempre le stesse mi sembra: speranza, lotta e conquista.
Mi piace mangiare presto, andare a letto e alzarmi di buon'ora. In questo sono assolutamente anti spagnolo.
Mi piace il Nord, il freddo e la pioggia. In questo sono spagnolo. Nato in un paese arido, niente mi sembra più bello delle immense foreste umide, piene di nebbia. Quando ero ragazzo, l'ho già detto, e andavo in vacanza a San Sebastiano, nell'estremo Nord della Spagna, le felci e il muschio sui tronchi degli alberi mi emozionavano molto. Mi piacciono i paesi scandinavi, che conosco pochissimo, e la Russia. Quando avevo sette anni ho scritto un racconto di poche pagine che si svolgeva nella Transiberiana, attraverso le steppe innevate.
Mi piace il rumore della pioggia. Lo ricordo come uno dei rumori più belli del mondo. Lo sento, con un apparecchio, ma non è più lo stesso rumore.
La pioggia fa le grandi nazioni.
Amo veramente il freddo. Quando ero giovane, anche nel cuore dell'inverno, giravo sempre senza soprabito, in giacca e camicia. Il freddo mordeva, certo, ma resistevo e quella sensazione mi piaceva. Gli amici mi chiamavano «el sin-abrigo» (il senza-cappotto). Un giorno mi fotografarono nudo nella neve.
Un inverno, a Parigi, mentre la Senna incominciava a gelare, stavo aspettando Juan Vicens alla gare d'Orsay dove arrivavano i treni da Madrid. Il freddo era tale che dovetti mettermi a correre in lungo e in largo sulla banchina, cosa che non m'impedì di prendermi una polmonite secca. Appena guarito comperai dei vestiti pesanti, i primi della mia vita.
Negli anni trenta, con Pepin Bello e un altro amico, Luis Salinas, capitano di artiglieria, andavamo spesso nella sierra Guadarrama, d'inverno. A dire la verità, lungi dal praticare gli sport invernali, ci chiudevamo subito in un rifugio, intorno a un bel fuoco di legna, con qualche buona bottiglia a portata di mano. Ogni tanto uscivamo a respirare due minuti, infagottati in una sciarpona, quella "bufanda" che arriva fino alla punta del naso, proprio come Fernando Rey in Tristana.
Naturalmente, gli alpinisti disprezzavano molto il nostro atteggiamento.
Non amo i paesi caldi, logica conseguenza di quanto sopra. Se vivo in Messico, è solo per caso. Non mi piacciono il deserto, la sabbia, la civiltà araba, indiana e soprattutto giapponese. In questo, non sono un uomo del mio tempo. In realtà sono sensibile solamente alla civiltà greco-romana-cristiana nella quale sono cresciuto.
Adoro i racconti di viaggio spagnoli scritti da viaggiatori inglesi e francesi del XVIII e XIX secolo. E dato che parliamo di Spagna, amo il romanzo picaresco, in particolar modo Lazarilio de Tormes, Il pitocco di Quevedo, e Gil Blas. Romanzo, quest'ultimo scritto dal francese Lesage ma che, ottimamente tradotto nel XVIII secolo da padre Isla, è diventato un'opera spagnola. Secondo me, la Spagna nata e sputata. Lo avrò letto una buona dozzina di volte.
Dipinto di René Magritte
Non mi piacciono molto i ciechi, come quasi tutti i sordi. Un giorno, a Città del Messico, ho visto due ciechi seduti vicini. Uno stava masturbando l'altro. Un incontro che mi turbò alquanto.
Mi domando sempre se, come dicono, i ciechi sono più felici dei sordi. Non credo. Però ho conosciuto un cieco straordinario che si chiamava Las Heras. Aveva perduto la vista a diciotto anni e, dopo vari tentativi di suicidio, i genitori gli chiusero le imposte con il catenaccio.
Dopo di che si abituò alla nuova situazione. Lo si vedeva spesso, a Madrid, negli anni venti. Andava tutte le settimane al caffè "Pombo", in calle de Carretas, dove teneva circolo Gomez de la Cerna. Scriveva un po'. La sera, quando bighellonavamo per le vie, veniva con noi.
Una mattina, a Parigi, quando abitavo in place de la Sorbonne, suonano alla porta. Apro, è Las Heras. Molto stupito di vederlo, lò faccio entrare. Mi dice che è appena arrivato e che si trova a Parigi per affari, da solo. Parla un francese disastroso. Mi chiede se posso guidarlo fino a un autobus. Lo accompagno e lo guardo allontanarsi, solo soletto in una città che non conosce e non vede. La cosa mi sembrò incredibile. Un cieco prodigio!
Tra i vari ciechi del mondo, ce n'è uno che non mi va tanto, e precisamente Jorge-Luis Borges. Che sia un ottimo scrittore, è evidente, ma il mondo è pieno di ottimi scrittori. Per di più non mi sognerei mai di rispettare qualcuno solo perché è un bravo scrittore. Ci vogliono ben altre qualità. Ora Jorge-Luis Borges, che ho incontrato due o tre volte sessant'anni fa, mi sembra piuttosto presuntuoso e adoratore di se stesso. In tutte le sue dichiarazioni avverto sempre qualcosa di cattedratico ("sienta catedra", come si dice in spagnolo), una specie di esibizionismo. Non mi piace il tono reazionario di certi suoi discorsi, né il suo disprezzo per la Spagna. Buon oratore come molti ciechi, il premio Nobel diventa un ritornello ossessivo nelle risposte che dà ai giornalisti. È chiaro che lo sogna.
Gli contrappongo l'atteggiamento di Jean‑Paul Sartre il quale, quando l'Accademia svedese glielo assegnò, rifiutò titolo e soldi. Quando venni a sapere del suo gesto, attraverso i giornali, gli mandai subito un telegramma di congratulazioni. Ero molto commosso.
Naturalmente, se rivedessi di nuovo Borges, potrei anche cambiare idea su di lui. "Quien sabe?"
Non riesco a pensare ai ciechi senza ricordare una frase di Benjamin Péret (cito a memoria, come sempre): «Non è forse vero che la mortadella è fabbricata da ciechi?». Per me questa affermazione, sotto forma di domanda, è vera quanto il vangelo. Certo, qualcuno può trovare assurdo il rapporto tra i ciechi e la mortadella. Per me è l'esempio magico di una frase assolutamente irrazionale, improvvisamente e misteriosamente colpita dal fulmine della verità.
Detesto la pedanteria e il gergo. Mi è capitato di ridere fino alle lacrime leggendo certi articoli dei Cahiers du Cinéma. A Città del Messico, nominato presidente onorario del Centro de Capacitacion cinematografica, alta scuota del cinema, un giorno m'invitano a fare una visita. Ci vado, e mi presentano quattro o cinque insegnanti. Fra i quali, un giovanotto benvestito e tutto rosso per la timidezza. Gli domando cosa insegna. Mi risponde: «La semiologia dell'immagine clonica». Lo avrei ucciso.
La pedanteria gergale, fenomeno tipicamente parigino, fa danni e rovine nei paesi sottosviluppati. È un chiarissimo esempio di colonizzazione culturale.
Odio e detesto Steinbeck, soprattutto per via di un articolo che scrisse a Parigi. Raccontava - seriamente - di aver visto un ragazzino francese passare davanti all'Elysée con un filone di pane e fare il presentat'arm alle sentinelle, con il filoncino. Lo trovava un gesto "commovente". La lettura di quell'articolo mi fece una rabbia divina. Ma si può essere più svergognati?
Steinbeck sarebbe uno zero senza i cannoni americani. E metto nel fascio anche Dos Passos e Hemingway. Se fossero nati in Paraguay o in Turchia, chi diavolo li leggerebbe? È la potenza di un paese che fa i grandi scrittori. Galdos romanziere sta spesso alla pari con Dostoevskij. Ma chi lo conosce fuori dalla Spagna?
Mi piace l'arte romanica e gotica, in particolare la cattedrale di Segovia, e quella di Toledo, chiese che sono tutto un mondo vivente.
Le cattedrali francesi hanno soltanto la fredda bellezza della forma architettonica. Quello che in Spagna mi sembra impareggiabile, è il "retablo", spettacolo con meandri quasi infiniti in cui la fantasticheria si perde nei mille minuziosi rigiri del barocco.
Mi piacciono i chiostri, con una particolare tenerezza per il chiostro di El Paular. Di tutti i posti indimenticabili che ho visto - "lugares entrañables", si dice in spagnolo - è quello che sento di più.
Quando lavoravamo a El Paular, Carrière e io, andavamo a meditarci ogni giorno, alle cinque. È un chiostro gotico abbastanza grande. Non è circondato da colonne, ma da edifici tutti uguali che mostrano alte finestre ogivali chiuse da vecchie imposte di legno. I tetti visibili sono coperti di tegole romane. Le tavole delle imposte sono rotte e l'erba cresce nei muri. C'è un silenzio antico.
Al centro del chiostro, su una piccola costruzione gotica che accoglie delle panchine di pietra, si trova una meridiana lunare. I monaci la presentano come una rarità, segno di notti chiarissime.
Vecchie siepi di bosso corrono in mezzo ai cipressi cimati, carichi di secoli.
Tre tombe affiancate ci attiravano sempre. La prima, più maestosa, ospita i venerabili resti di uno dei superiori del convento e questo fin dal XVI secolo. Deve aver lasciato qualche felice ricordo.
Nella seconda sono sepolte due donne, madre e figlia, morte in un incidente d'auto a poche centinaia di metri dal convento. Dato che nessuno ha richiesto i corpi, le hanno sepolte là.
Sulla terza tomba - una semplicissima pietra, già tutta coperta di erba secca - c'è un nome americano. L'uomo che riposa sotto la lapide, ci raccontarono i monaci, era uno dei consiglieri di Truman al momento dell'esplosione atomica di Hiroshima. Come parecchi altri partecipanti a quella distruzione, il pilota dell'aereo per esempio, venne colpito anche lui da disturbi nervosi. Abbandonò la famiglia, il lavoro, fuggì e passò un po' di tempo a vagabondare in Marocco. Da dove approdò in Spagna. Una sera bussò alla porta del convento. Vedendolo sfinito, i monaci lo raccolsero. Morì una settimana dopo.
Un giorno i monaci invitarono Carrière e me - stavamo in un albergo contiguo - a mangiare nel grande refettorio gotico. Fu un pasto piuttosto buono, con agnello e patate, durante il quale era proibito parlare. Uno dei benedettini leggeva qualche padre della Chiesa. In compenso, dopopranzo, passammo in un'altra stanza con televisione, caffè e cioccolatini, dove potemmo parlare a ruota libera. Quei monaci, gente semplice, facevano formaggio e gin (quest'ultimo poi gli venne proibito, perché non pagavano la tassa) e, la domenica, vendevano cartoline e bastoni scolpiti ai turisti. Il superiore conosceva la fama diabolica dei miei film ma si limitò a sorriderne. «Non vado mai al cinema» mi disse quasi scusandosi.
Aborro i fotoreporter. Un giorno, mentre passeggiavo poco distante da El Paular, due di loro mi hanno letteralmente assalito. Saltellandomi intorno, continuavano a mitragliarmi malgrado volessi starmene solo. Ero già troppo vecchio per dargli una bella lezione. E non ero armato! Peccato.
Mi piace la puntualità, che poi è una vera mania. Non sono mai arrivato in ritardo in vita mia, o almeno non ricordo. Se sono in anticipo, mi metto a passeggiare davanti alla porta cui devo bussare in attesa dell'ora giusta.
Amo e non amo i ragni. Una mania che condivido con i miei fratelli e le mie sorelle. Attrazione e repulsione insieme. Nelle riunioni di famiglia, possiamo parlare di ragni per ore. Descrizioni meticolose e terrificanti.
Adoro i bar, l'alcol e il tabacco, ma si tratta di una faccenda così primordiale che le ho dedicato un capitolo intero.
Aborro la folla, e per folla intendo qualsiasi assembramento con più ai sei persone. Quanto alle adunate oceaniche - ricordo una famosa fotografia di Weegee raffigurante la spiaggia di Coney Island, una domenica - sono per me un vero mistero che mi fa solo terrore.
Mi piacciono i piccoli arnesi, pinze, forbici, lenti d'ingrandimento, cacciaviti. E mi accompagnano sempre dappertutto, fedeli come lo spazzolino da denti. Li ripongo con cura in un cassetto e li adopero.
Amo gli operai, ammiro e invidio la loro destrezza.
Mi piacciono I sentieri della gloria di Kubrick, Roma di Fellini, La corazzata Potëmkin di Eisenstein, La grande abbuffata di Marco Ferreri, monumento all'edonismo, grande tragedia della carne, La casa degli incubi di Jacques Becker e Giochi proibiti di René Clément. Ho amato appassionatamente (l'ho già detto) i primi film di Fritz Lang, Buster Keaton, dei fratelli Marx, il Manoscritto trovato a Saragozza, romanzo di Potocki e film di Has, che ho visto tre volte, cosa per me eccezionale, e che ho fatto comprare per il Messico da Alatriste in cambio di Simon del desierto.
René Magritte - L'impero della luce
Mi piacciono molto i film di Renoir fino alla guerra, Persona di Bergman. Di Fellini, mi piacciono anche La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita. Non ho mai visto I vitelloni e mi dispiace. In compenso, non sono riuscito a vedere fino in fondo Casanova.
Di Vittorio De Sica mi sono piaciuti molto Sciuscià, Umberto D., e Ladri di biciclette, dov'era riuscito a fare una stella di uno strumento di lavoro. È un uomo che ho conosciuto e al quale mi sentivo molto vicino.
Ho amato molto i film di Eric von Stroheim e di Sternberg. All'epoca, Le notti di Chicago mi sembrò splendido.
Ho detestato Da qui all'eternità, melodramma militaresco e nazionalista che ebbe, ahimé!, un grande successo.
Mi piacciono molto Wajda e i suoi film. Non l'ho mai conosciuto ma, tanto tempo fa, a un festival di Cannes, ha dichiarato pubblicamente che sono stati i miei primi film a spingerlo verso il cinema. Cosa che mi ricorda la mia ammirazione per i primi film di Fritz Lang, che decisero le scelte di tutta una vita. C'è qualcosa di commovente, in questa continuità che serpeggia da un film all'altro, da un paese all'altro. Un giorno mi è arrivata una cartolina di Wajda, ironicamente firmata «Il suo discepolo». E questo mi emoziona ancora di più in quanto i suoi film, quelli che ho visto, mi sono sembrati ammirevoli.
Ho amato Manon di Clouzot e l'Atalante di Jean Vigo. Sono andato a trovare Vigo durante le riprese. Ricordo di un uomo molto debole, giovane e cortese.
Fra i miei film preferiti metterei l'inglese La morte dietro la porta, delizioso accostamento di varie storie del terrore. Ombre bianche nei mari del Sud, che mi è sembrato di gran lunga migliore del Tabù di Murnau. Ho adorato Ritratto di Jennie con Jennifer Jones, opera misconosciuta, misteriosa e poetica. Ho dichiarato da qualche parte il mio amore per questo film e Selznick mi ha scritto per ringraziarmi.
Ho detestato Roma città aperta di Rossellini. Il facile contrasto fra il prete torturato nella stanza accanto e l'ufficiale tedesco che beve champagne con una donna sulle ginocchia mi è sembrato un mezzuccio.
Di Carlos Saura, aragonese come me, che conosco da tanto tempo (è perfino riuscito a farmi interpretare la parte del boia nel suo film I cavalieri della vendetta), mi sono piaciuti molto La casa e la prima Angelica. È un cineasta che generalmente sento parecchio, con qualche eccezione come Cria Cuervos. Non ho visto i suoi ultimi due o tre film. Non vedo più niente.
Ho amato Il tesoro della sierra Madre di John Huston, che è stato girato vicino a San José Purua. Huston è un grande regista e una carissima persona: gli devo in gran parte la presentazione di Nazarin a Cannes. Dopo aver visto il film in Messico, ha passato tutta una mattinata a telefonare in Europa. Non l'ho dimenticato.
Adoro i passaggi segreti, le biblioteche che si aprono al silenzio, le scale che sprofondano, le casseforti nascoste (ne ho una in casa, ma non dico dove).
Mi piacciono le armi e il tiro. Sono arrivato ad avere fino a sessantacinque tra rivoltelle e fucili, ma ho venduto la maggior parte della mia collezione nel 1964, convinto che sarei morto entro l'anno. Ho sparato un po' dappertutto, perfino dentro lo studio, grazie a una speciale scatola metallica che mi sistemo di fronte sopra uno scaffale della libreria. Non bisogna mai sparare in un luogo chiuso. Ci ho rimesso un orecchio, a Saragozza. La mia specialità è sempre stata il tiro fulmineo con la pistola. Cammini, ti volti di colpo, spari a una sagoma - un po' come nei western.
Mi piacciono i bastoni animati. Ne ho una mezza dozzina. Quando vado a passeggio, mi danno fiducia.
Non mi piacciono le statistiche. È una delle piaghe del nostro tempo. Impossibile leggere un giornale senza trovarne una. Inoltre sono tutte fasulle. Lo garantisco. Non mi piacciono neanche le sigle, altra mania contemporanea, principalmente americana. Non esistono sigle nei testi del XIX secolo.
Mi piacciono le bisce e soprattutto i topi. Ho vissuto con topi per tutta la vita, tranne negli ultimi anni. Riuscivo ad addomesticarli e quasi sempre gli tagliavo un pezzo di coda (è bruttissima, la coda di un topo). Il topo è un animale affascinante e molto simpatico. In Messico, quando finivo con l'averne una quarantina, andavo in montagna e li liberavo.
Aborro la vivisezione. Da studente, un giorno ho dovuto crocifiggere una rana e sezionarla viva con una lametta di rasoio per osservarne il funzionamento del cuore. È un'esperienza - perfettamente inutile oltre tutto - che mi ha colpito per sempre e che faccio ancora fatica a perdonarmi. Approvo caldamente uno dei miei nipoti, grande neurologo americano sulla via del Nobel, che ha sospeso le sue ricerche per colpa della vivisezione. In certi casi bisogna dire che schifo la scienza.
Ho molto amato la letteratura russa. Quando sono arrivato a Parigi, la conoscevo molto più di Breton o Gide. È anche vero che tra Spagna e Russia esiste una corrispondenza segreta, che passa al di sotto - o al di sopra - dell'Europa.
Amavo l'opera. Mio padre mi ci portava da quando avevo tredici anni. Ho incominciato con gli italiani per finire con Wagner. Ho plagiato libretti d'opera a due riprese, Rigoletto nei Figli della violenza (l'episodio della sacca) e La Tosca nell'Isola che scotta (dove la situazione generale è la stessa).
Aborro certe facciate di cinematografo, soprattutto spagnole. Ogni tanto sono di un esibizionismo orrendo. Per cui mi vergogno e accelero il passo.
Mi piacciono le torte alla crema, che in spagnolo si chiamano "pastelazo". Varie volte, ho avuto la tentazione fortissima d'infilare una scena di "pastelazo" in uno dei miei film. Vi ho sempre rinunciato all'ultimo momento. Peccato?
Adoro i travestimenti, e questo fin dall'infanzia. A Madrid, certe volte mi travestivo da prete e andavo a spasso così - delitto passibile di cinque anni di prigione. Mi travestivo anche da operaio. In tram, nessuno mi guardava. Era chiaro che non esistevo.
Con un amico, sempre a Madrid, si giocava spesso ai paletos, i cafoni, i bifolchi. Andavamo in una taverna, e strizzavo un occhio alla padrona, dicendo: «Dia una banana al mio amico, vedrà». Lui la prendeva e la mangiava senza sbucciarla.
Un giorno, travestito da ufficiale, ho dato una bella strigliata a due artiglieri che non mi avevano salutato spedendoli dall'ufficiale di giornata. Un'altra volta, con Lorca travestito anche lui, incontrammo un giovane poeta allora famoso, che morì giovanissimo. Federico si mise a insultarlo. L'altro non ci riconobbe.
A Città del Messico, molti anni dopo, mentre Louis Malle stava girando Viva Maria nei teatri di posa di Churubusco, dove mi conoscevano tutti, ho infilato una bella parrucca e sono salito sul set. Andavo qua e là, guardavo la macchina da presa, gli attori, tutti si chiedevano chi fosse quel vecchio dai lunghi capelli bianchi che sembrava controllare le cose, e nessuno mi ha riconosciuto, neanche Jeanne Moreau che pure aveva girato con me e nemmeno mio figlio Jean-Louis, assistente di Malle.
Il travestimento è un'esperienza affascinante che raccomando vivamente perché permette di vedere un'altra vita. Quando sei nei panni di un operaio, per esempio, ti offrono automaticamente i fiammiferi più a buon mercato. Ti passano sempre davanti. Le ragazze non ti guardano mai. Quel mondo non è fatto per te.
Dipinto di Salvador Dalì
Mi piace la scherma.
Odio e detesto i banchetti e le assegnazioni di premi. Questi ultimi sono stati spesso teatro d'incidenti buffissimi. In Messico, nel 1978, il ministro della Cultura mi consegnò il Premio Nazionale delle Arti, una splendida medaglia d'oro sulla quale il mio nome era inciso così: Buñuelos, parola che in spagnolo vuol dire "frittelle". Rettificato poi nottetempo.
Un'altra volta, a New York, alla fine di un pranzo terrificante, mi consegnarono una specie di documento pergamenato e miniato dove c'era scritto che avevo contribuito "incommansurablement" allo sviluppo della cultura contemporanea. Un disgraziato errore di ortografia nella parola" incommensurablement". Altra rettifica.
Qualche volta, al festival di San Sebastiano per esempio, mi è capitato di esibirmi in occasione di non ricordo più quale "omaggio" e mi dispiace. Il colmo dell'esibizionismo lo raggiunse Clouzot, il giorno in cui convocò la stampa per annunciare la sua conversione.
Mi piacciono la regolarità e i posti che conosco. Quando vado a Toledo o a Segovia, seguo sempre lo stesso percorso. Mi fermo negli stessi posti, guardo, mangio le stesse cose. Quando mi offrono un viaggio in un paese lontaio, a New Delhi per esempio, rifiuto sempre dicendo: E cosa farei a New Delhi alle tre del pomeriggio?
Mi piacciono le aringhe sott'olio come si preparano in Francia e le sardine marinate all'aragonese, nell'olio di oliva, aglio e timo. Mi piacciono anche il salmone affumicato, il caviale, ma sono di gusti generalmente semplici, poco raffinati. Non sono un buongustaio. Due uova al tegamino con "chorizo" mi danno più felicità di tutte le squisitezze del mondo.
Detesto il proliferare dell'informazione. Leggere un giornale è la cosa più angosciosa che esista. Se fossi un dittatore, limiterei la stampa a un unico quotidiano e a una sola rivista, entrambi severamente censurati. Censura da applicare soltanto all'informazione, in omaggio alla libera opinione. L'informazione-spettacolo è una vergogna. Titoloni - in Messico sono da record - e prime pagine a caratteri cubitali mi fanno venire il voltastomaco. Tutte quelle esclamazioni sulla miseria per vendere qualche foglio in più! A che pro? Tra l'altro, una notizia scaccia l'altra.
Un giorno, per esempio, al festival di Cannes, leggo su Nice-Matin un'informazione estremamente interessante (almeno per me): hanno tentato di far saltare una delle cupole del Sacré-Coeur di Montmartre. Il giorno dopo, volendo conoscere gli autori di quel gesto nuovo e irriverente, i loro motivi, le origini, compro lo stesso giornale. Cerco: niente, non dice più niente. Qualche dirottamento aereo si era mangiato il Sacré-Coeur. E chi si è visto si è visto.
Mi piace osservare gli animali, soprattutto gli insetti. Ma il funzionamento fisiologico, l'anatomia non m'interessano affatto. E l'osservazione dei loro usi e costumi, che mi piace.
Mi dispiace di aver cacciato un poco, in gioventù.
Non mi piacciono i detentori di verità, chiunque essi siano. Mi scocciano e al tempo stesso mi fanno paura. Sono (fanaticamente) antifanatico.
Non mi piacciono la psicologia, l'analisi e la psicanalisi. Naturalmente, ho dei carissimi amici fra gli psicanalisti e alcuni hanno anche scritto interi volumi per interpretare i miei film dal loro punto di vista. Liberissimi. D'altra parte, è inutile dire che la lettura di Freud e la scoperta dell'inconscio mi hanno dato parecchio quand'ero giovane.
Tuttavia, così come la psicologia mi sembra una disciplina spesso arbitraria, perennemente smentita dal comportamento umano e quasi completamente inutile quando si tratta di dar vita a dei personaggi, la psicanalisi mi appare una terapia riservata a una data classe sociale, a una categoria di persone cui non appartengo. Invece di fare tanti discorsi mi limiterò a un esempio.
Durante la seconda guerra mondiale, impiegato al Museo d'arte moderna di New York, mi viene in mente di fare un film sulla schizofrenia: origini, evoluzione, cura. Ne parlo con il professor Schlesinger, amico del Museo, che mi dice: «A Chicago esiste un centro di psicanalisi veramente fantastico, diretto dal celebre dottor Alexander allievo proprio di Freud. Se vuole, l'accompagno».
Ed eccoci a Chicago. Il centro occupa tre o quattro piani di un edificio lussuoso. Alexander ci riceve e mi dice: «Le sovvenzioni scadono quest'anno. Saremmo felici di fare qualcosa perché le rinnovino. Il suo progetto ci interessa. Dottori e biblioteca sono a sua disposizione.»
Aggiunge che Jung ha visto Un chien andalou e vi ha trovato una bella dimostrazione di "dementia precox". Gli propongo di fargli spedire una copia del film. Felice e beato, risponde.
Andando in biblioteca sbaglio porta. Faccio in tempo a vedere una signora molto elegante sdraiata su un divano, in piena terapia, e un dottore furibondo si precipita verso la porta, che richiudo.
Qualcuno mi racconta che al centro vanno solo i milionari e le loro mogli. Se per esempio una di quelle signore viene sorpresa in una banca a rubare un portacenere o un biglietto da cinque dollari, il cassiere non apre bocca; si avverte discretamente il marito che mette la moglie in psicanalisi.
Torno a New York. Pochi giorni dopo, arriva una lettera del dottor Alexander. Ha visto Un chien andalou e si dichiara (sono le sue parole esatte) "scared to death" (spaventato a morte, o se preferite, terrorizzato). Non voleva più avere nessun rapporto con il sunnominato Luis Buñuel.
Una semplice domanda: è questo un linguaggio da medico, da psicologo? Chi mai avrà voglia di raccontare la propria vita a delle persone che si lasciano spaventare da un film? È proprio una cosa seria?
Va da sé che non ho mai fatto il mio film sulla schizofrenia.
Mi piacciono tanto le manie. Ne coltivo qualcuna e ne parlo anche, qua e là. Le manie possono aiutare a vivere. Compiango gli uomini che non ne hanno.
Amo la solitudine, a patto che un amico venga ogni tanto a parlarmene.
Dipinto di Max Ernst
Odio profondamente i cappelli messicani. Voglio dire cioè che detesto il folclore ufficiale e organizzato. Mi piace un "charro" messicano, quando lo incontro in campagna. Ma non lo sopporto, proprio, con un cappello ancora più grande, letteralmente grondante oro sul palcoscenico di un locale notturno. Il che vale anche per la "jota" aragonese.
Mi piacciono i nani. Ammiro la loro sicurezza di sé. Li trovo simpatici, intelligenti e mi piace lavorarci insieme. A quasi tutti sta bene di essere così come sono. Nessuno di quelli che ho conosciuto avrebbe mai voluto cambiarsi con un uomo di modello corrente. Sono anche molto validi sessualmente. Quello che recitava in Nazarin aveva due amanti di statura normale, a Città del Messico, e le vedeva a turno. A certe donne piacciono i nani. Forse perché gli sembra di avere un amante e al tempo stesso un bambino.
Non amo lo spettacolo della morte, che però mi attira. Sono rimasto impressionatissimo dalle mummie di Guanajuato, in Messico, straordinariamente ben conservate grazie alla natura del terreno, in una specie di cimitero. Si vedono le cravatte, i bottoni, lo sporco sotto le unghie. Sembra di andare a trovare un amico morto da cinquant'anni, e immutato.
Uno dei miei amici, Ernesto Garcia, era figlio dell'amministratore del cimitero di Saragozza dove ci sono parecchi corpi nelle nicchie a muro. Una mattina, verso il 1920, degli operai liberavano certe nicchie per fare un po' di posto. Ernesto vide lo scheletro di una monaca ancora vestita con qualche brandello d'abito e quello di un gitano con il suo bastone rotolare insieme per terra e restarci abbracciati.
Detesto la pubblicità e faccio tutto il possibile per evitarla. La società in cui viviamo è esclusivamente pubblicitaria. Mi si chiederà: «E allora, perché questo libro?». Rispondo innanzitutto che, da solo, non lo avrei mai scritto. E poi che ho passato tutta la vita, e non male direi, in mezzo a mille contraddizioni senza cercare di conciliarle. Fanno parte di me, della mia ambiguità naturale e acquisita.
Fra i sette peccati capitali, l'unico che detesto sul serio è l'invidia. Gli altri sono peccati personali che non offendono nessuno, tranne in certi casi la collera. L'invidia è il solo peccato che porti inevitabilmente a desiderare la morte di un'altra persona; la cui felicità ci fa male.
Un esempio di fantasia: un multimilionario di Los Angeles riceve ogni giorno un giornale che gli porta un modesto postino. Una bella mattina, il postino non si fa vedere. Il milionario chiede al maggiordomo la ragione di quell'assenza. Il pstino, risponde il maggiordomo, ha vinto diecimila dollari alla lotteria. Non tornerà più.
Allora il multimilionario incomincia a odiare il postino con tutte le forze. Lo invidia, per diecimila dollari, e può anche augurargli la morte.
L'invidia è il peccato spagnolo per eccellenza.
Non mi piace la politica. In questo campo, ho perso ogni illuda quarant'anni. Non ci credo più. Due o tre anni fa, sono rimasto colpito da uno slogan che circolava per le vie di Madrid: «Contra Franco estabarnos mejor» (Contro Franco eravamo migliori). Era un corteo di sinistra.
Max Ernst - Il Silenzio