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Nello stato federale di Orissa vivono numerosi cristiani in grande povertà, senza alcuna protezione dello stato. I partner locali di CSI viaggiano pertanto nelle regioni più remote per dare loro un addestramento agricolo. Due nostri collaboratori dalla Svizzera hanno visitato i progetti nel distretto di Kandhamal.
Servono sette ore di macchina per recarsi da Bhubaneswar, capitale di Orissa, a Kandhamal, uno dei distretti più arretrati del paese. La proporzione di cristiani è alta, molti vivono in uno stato di atavica povertà. Dopo gli attacchi di estremisti indù che fecero oltre 100 morti nel 2008, la paura di nuove aggressioni è sempre presente. Anche perché l’isolamento della regione lascia i cristiani indifesi.
Parlando con lavoratori agricoli cristiani nei pressi di Balliguda, una cittadina in Kandhamal, il capo progetto e il responsabile di redazione CSI hanno risentito questo sentimento di insicurezza. Prima del massacro lavoravano, nel migliore dei casi, come giornalieri. Come tali erano tuttavia dipendenti dei latifondisti, ci spiega Kirau*, il responsabile del gruppo agricolo. “Essi non erano per nulla interessati a un miglioramento della nostra sorte”.
Sembra, inoltre, che abbino istigato gli estremisti indù all’occasione dei massacri contro la minoranza cristiana dell’agosto 2008. “Per tre messi dovemmo nasconderci nella giungla”, ci dice Kiran. “Non avevamo abbastanza da mangiare e vivevamo nella paura dei serpenti e delle bestie selvagge. Non credo che nessuno di noi abbia passato una sola notte tranquilla in quel periodo”.
Dopo i mesi trascorsi nella giungla, fu impossibile tornare a casa: le abitazioni erano state distrutte. Dovettero pertanto andare a vivere per un anno nel campo profughi di Tikab. Dopo di che molti andarono a vivere da parenti e conoscenti. “Anche questa però, non era una soluzione durevole. I nostri parenti hanno anche loro appena il necessario per sopravvivere”, spiega Kiran.
Siccome anche i documenti di proprietà terriera erano stati bruciati, gli abitanti cristiani dovettero condurre trattative interminabili con le autorità comunali prima di poter ritornare su le loro proprietà. L’organizzazione di aiuto “Barnabas Fund” finanziò la ricostruzione delle abitazioni. “Ne eravamo molto grati. Il nostro futuro tuttavia rimaneva molto incerto. Non volevamo più essere dipendenti dai latifondisti sui quali ricadeva una parte della responsabilità dei massacri”. D’altra parte, afferma Kiran, non avevano il know-how necessario per lavorare la terra su conto proprio.
In questa regione del paese, CSI lavoro con la “India Evangelistic Association” (IEA). Venuta a conoscenza di questa situazione, la IEA organizzò un incontro con gli abitanti, si mise d’accordo con loro sugli obiettivi di un programma di aiuto e cominciò a formarli in agricoltura. “Mostrammo loro, per esempio, come utilizzare concime di vacca, distribuimmo vari tipi di semente ed erbicida ecologico, installammo assieme a loro un impianto d’irrigazione”, spiega Ashish Parichha il successo del programma.
Sui campi coltivati recinti crescono oggi diversi tipi di verdura, come pomodoro, papaya, cavolfiore, zucca, cetriolo; inoltre lenticchie e peperoncini. Una parte della raccolta di noccioline americane e di grani di senape può essere rivenduta al mercato. “Siamo davvero grati per i’aiuto di IEA e CSI. Ora guardiamo con speranza al futuro”, ci dice fiducioso Kiran.
Finora sono stati formati a Kandhamal i membri di 350 famiglie. Le loro conoscenze in agricoltura sono una benedizione per i villaggi interi.
La strada che ci portò da Kiran col suo gruppo di agricoltori era asfaltata. Per raggiungere la nostra prossima destinazione, bisogna seguire una pista avventurosa che attraversa una regione molto selvatica. Dopo mezz’ora, siamo arrivati. Davanti a noi Sujamaju, un paesino cristiano.
Attorno a 300 persone vivono qui. Scendiamo davanti all’imponente chiesa, il centro della comunità. Sulla piazza lastricata del paese si radunano sempre più persone; sono appena tornate da un funerale. Gopal*, un trentacinquenne, ci saluta.
Con parole concise spiega come il modo di vivere della comunità sia mutato. “Gli abitanti erano animisti, vivevano molto semplicemente. Nel 1970 arrivarono missionari: ci insegnarono a scrivere e a leggere. Abbiamo capito l’importanza dell’educazione scolastica e abbiamo imparato a trattare il prossimo con rispetto”. Impararono anche a essere più responsabili nel consumo di alcol.
Malgrado questi aspetti positivi, gli abitanti del villaggio vissero ancora per decenni nella povertà. Per guadagnarsi il vivere dissodavano i boschi dei dintorni. Tutto mutò quando la IEA entrò in contatto con loro: “Attraverso un corso ci fecero capire quanto un bosco in buone condizioni sia importante per l’equilibrio ecologico della regione. Da allora ne prendiamo cura”.
Al posto della vendita di legno da ardere la comunità è stata introdotta all’agricoltura ecologica. La IEA ha provveduto per le sementi e installato con gli abitanti una pompa d’acqua. Ora possono fare la raccolta di cavolfiori, cetrioli, lenticchie, fagioli, radicchi e zucche. Sono aumentati i ricavi della pesca, la produzione di uva passa e di miele.
Ashish Parichha si allegra del successo e del miglioramento delle condizioni di vita a Sujamaju: “Vogliamo assolutamente aiutare e fortificare i cristiani poveri nelle regioni remote. Con un aiuto mirato possono raccogliere e valorizzare prodotti sani. Possono a volte anche venderli e migliorare la loro situazione economica. Questo permette ai membri delle comunità di restare nei loro villaggi; non devono più lavorare da giornalieri ed essere dipendenti di altri”.
Gli abitanti di Sumaju non possono contare sull’aiuto della polizia nel caso fossero aggrediti. Per le forze dell’ordine i cristiani sono tutti maoisti. In realtà sono proprio i maoisti presenti nella regione a rappresentare un rischio per i cristiani. “Siamo costantemente attagliati dalla paura”, ci confida Gopal. Perlomeno Sumaju fu risparmiato dalla violenza degli estremisti indù nell’agosto 2008.
Reto Baliarda
*Nome fittizio