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L’iniziativa ridistributiva per tagli alle spese militari in favore di una politica di pace
La sinistra vorrebbe altri risparmi nel settore militare e più investimenti in operazioni di pace e nella politica sociale in Svizzera. Per gli oppositori, è in gioco la credibilità della difesa in Svizzera e all'estero.
Sono passati più di dieci anni dalla caduta del Muro di Berlino, eppure la Svizzera continua ad avere più soldati della maggior parte dei paesi in Europa. Rispetto al numero di abitanti, l’esercito svizzero è grande più del doppio di quello dei paesi confinanti. Anche in proporzione alla superficie del suo territorio, la Svizzera ha oltre il doppio dei carri armati, degli aerei da combattimento e dei cannoni dei suoi più grandi vicini.
“Dal 1515, data della sua sconfitta a Marignano, il ruolo dell’esercito svizzero si è limitato a episodi di guerra civile e alla repressione interna”, ha rilevato in parlamento un deputato, per il quale oggi l’esercito va dunque ridimensionato e i suoi obiettivi devono essere rivisti.
Dal canto loro, gli oppositori dell’iniziativa ribattono che la Svizzera nei decenni passati ha dovuto costruirsi una difesa autonoma, non potendo fare capo ad alcuna alleanza internazionale. La neutralità del Paese ha comportato un suo prezzo. E, comunque, nel corso degli ultimi anni il bilancio destinato alla difesa ha subito tagli come in nessun altro settore della spesa pubblica.
Sono queste, in sintesi, le posizioni che si affrontano attorno all’iniziativa dei socialisti denominata “Risparmi nel settore militare e della difesa integrata – per più pace e posti di lavoro con un futuro”, detta anche “Iniziativa ridistributiva”.
GLI OBBIETTIVI DELL’INIZIATIVA
Inoltrata nel 1997 con oltre 108.000 firme valide, l’iniziativa ridistributiva è stata lanciata dai socialisti, tornati alla carica dopo che, nel 1995, il Parlamento aveva giudicato non valida un’altra iniziativa dai contenuti simili.
Il punto centrale è la riduzione graduale dei crediti per la difesa nazionale e l’uso delle somme così risparmiate per operazioni di pace, per l’aiuto allo sviluppo e per misure in favore della politica sociale in Svizzera.
Entro dieci anni, le spese sarebbero ridotte alla metà rispetto a quelle dei conti dell’anno 1987. Un terzo della somma risparmiata, ossia 600 milioni di franchi, sarebbe obbligatoriamente destinato al rafforzamento della politica di pace sul piano internazionale, tramite, ad esempio, la cooperazione allo sviluppo, la diplomazia preventiva dei conflitti, il disarmo e la sicurezza collettiva.
L’Assemblea federale fisserebbe ogni quattro anni l’impiego degli altri due terzi delle somme risparmiate.
Per aiutare le imprese che si troveranno in difficoltà in seguito alla riduzione delle commesse militari, è previsto un fondo di riconversione di un miliardo di franchi per creare nuovi posti di lavoro.
Per i socialisti, i 600 milioni stanziati per il rafforzamento della politica di pace sul piano internazionale aiuterebbero il Consiglio federale a raggiungere l’obiettivo che si è fissato di portare la percentuale dell’aiuto allo sviluppo dall’attuale 0,27 percento allo 0,4 percento del prodotto interno lordo.
Il terzo paragrafo dell’iniziativa, fanno notare i promotori, corrisponde inoltre perfettamente all’idea di prevenzione dei conflitti contenuta nel rapporto del governo intitolato “Sicurezza attraverso la cooperazione”, rapporto che funge da base strategica per la riforma dell’esercito.
GLI ARGOMENTI DEGLI OPPOSITORI
Gli oppositori ritengono invece che sia insensato definire i costi prima di avere fissato i compiti e i mezzi del nuovo esercito. Inserire nella Costituzione l’obbligo di dimezzare in dieci anni le spese per l’esercito è un passo troppo vincolante. Impedirebbe una pianificazione ragionevole e una reazione appropriata a nuove eventuali minacce. L’iniziativa potrebbe compromettere la credibilità della difesa in Svizzera e all’estero.
Il governo fa notare come il dipartimento della difesa dal 1991 abbia già risparmiato circa 9 miliardi di franchi. Tra il 1987 e il 2002 le spese per la difesa nazionale sono diminuite del 28 percento in valore reale. La riduzione delle spese militari porterebbe alla perdita di oltre 6000 postidi lavoro. Il fondo di conversione, sostiene il governo, sarebbe in grado diovviare agli effetti economici negativi solo in modo insignificante e provocherebbero più che altro una distorsione della concorrenza.
Il Parlamento ha seguito la posizione del governo, bocciando l’iniziativa con122 voti contro 62 in Consiglio nazionale e con 36 voti contro 6 al Consiglio degli Stati.
Mariano Masserini
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