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Prende avvio da una singolare «coincidenza» la ricostruzione, partecipe e ampiamente documentata (grazie anche a una ricca appendice con materiali difficilmente reperibili), che Verio Pini offre dei cento anni di attività del Segretariato di lingua italiana – l’attuale Divisione italiana dei servizi linguistici centrali della Cancelleria federale – e che l’editore bellinzonese Casagrande propone in una pubblicazione data alle stampe nell’autunno del 2017 con il titolo Anche in italiano!
La storia di questa preziosa istituzione inizia il 5 ottobre 1917, giorno in cui il Consiglio federale ricevette due richieste ufficiali dal tenore pressoché identico: la prima dal Ticino, dal Dipartimento cantonale di giustizia; la seconda da uno degli stessi membri del Collegio governativo, l’airolese Giuseppe Motta.
Anche in italiano! è esclamazione che, nel suo tono sollecitatorio e velatamente rivendicativo, compendia in modo emblematico il contenuto della doppia istanza che fu inoltrata, con modalità «palesemente concertata», all’Esecutivo federale. In buona sostanza reclamava un maggiore rispetto per l’italianità in Svizzera, in particolare in seno all’Amministrazione federale, che si esortava a una migliore cura e qualità linguistica delle traduzioni italiane, le quali troppo spesso, così lamentava Motta, peccavano di «scorrettezza veramente madornale». La stessa pretesa al rispetto induceva il Consiglio di Stato ticinese, in nome di un’«uguaglianza costituzionale delle lingue e delle stirpi» invero più conclamata che effettiva, a rinnovare l’esigenza che le leggi venissero «proposte, discusse e sancite anche in lingua italiana, e come testo originale», e a chiedere dunque che il Foglio federale venisse pubblicato finalmente anche in questo idioma.
La reazione a questa doppia sollecitazione fu sorprendente. Lo fu nei tempi, in quanto il Consiglio federale rispose alla richiesta ticinese già il 20 novembre di quell’anno di guerra. Lo fu soprattutto nella sostanza, visto che Berna comunicò a Bellinzona che il 1° gennaio 1918 la Cancelleria avrebbe dato avvio alla pubblicazione in italiano del Foglio federale, versione che sarebbe stata inviata «a tutti coloro che ricevono il Foglio officiale del Canton Ticino, e al modesto prezzo di un franco agli abbonati paganti». Così definita, la decisione modificava un «regime minimo» settantennale durante il quale in italiano era stata pubblicata unicamente la Raccolta ufficiale delle leggi.
Con altrettanta rapidità, in quel torno di settimane si pervenne alla creazione di una struttura integrata alla Cancelleria federale preposta alla preparazione e alla pubblicazione settimanale della versione italiana del Foglio: il neocostituito «Segretariato di lingua italiana» avrebbe iniziato da subito la sua attività, forte di un organico di quattro collaboratori, tra cui figurava il suo primo responsabile, il grigionese Domenico Mosca.
Lo spunto iniziale, si premura di avvertire l’autore nell’introduzione, potrebbe sembrare irrilevante o pretestuoso per celebrare un centenario e raccontare fatti e circostanze ad esso afferenti. «La scelta – argomenta Pini – si giustifica tuttavia pienamente non appena lo sguardo si volge al contesto e la decisione di allora dispiega l’insieme delle sue ragioni: non solo semplice episodio nella costruzione dello Stato centrale, ma soprattutto bisogno di reagire al clima di guerra sul fronte meridionale, di rassodare i legami con l’italianità e darle un posto più dignitoso; non solo aggiunta di qualche traduzione per facilitare i contatti, ma anche bisogno imperioso di consolidare l’attaccamento alle istituzioni unitarie; non solo cura per la correttezza linguistica dell’italiano federale, ma anche necessità di comunicare e partecipare allo sforzo comune» (pag. 20).
Il contesto in cui la nuova istituzione si trovò a muovere i primi passi è illustrato, nelle sue varie configurazioni politiche e storico-culturali, nella prima parte del saggio, ove si rileva anzitutto come la rivendicazione linguistica di cui si erano fatti portavoce Motta e il Governo ticinese fosse «maturata in un clima di esacerbata polemica sull’italianità, dominato dall’impressione di non essere considerati da Berna, e si era risolta sul finire della guerra, quando altri problemi già si profilavano all’orizzonte e l’avrebbero rapidamente oltrepassata» (pag. 62). D’altro canto, la decisione di pubblicare il Foglio in italiano va collocata pure nel quadro della progressiva centralizzazione dello Stato federale cui la prima guerra mondiale aveva impresso una spinta decisiva e che era volta, fra l’altro, a consolidare il quadro legislativo e amministrativo, con un articolarsi viepiù complesso degli apparati giuridici e normativi.
L’ambizione di pervenire in tempi brevi a un trilinguismo ufficiale pienamente realizzato avrebbe dovuto tuttavia fare i conti con principi di economia amministrativa, e quindi con i criteri «molto restrittivi e prudenziali» che gravarono a lungo sulla scelta dei testi da tradurre. Malgrado l’opportuna e pronta decisione iniziale, la via verso la parificazione del Foglio in italiano con quelli nelle due altre lingue ufficiali sarebbe insomma stata ancora impervia.
Di questo cammino – scandito da nuove rivendicazioni, negoziazioni politiche, conquiste formali a livello giuridico e amministrativo – si dà esaurientemente conto nella seconda parte del volume, che considera il periodo tra il 1950 e il 1990.
Il consolidamento delle attività del Segretariato (rinominato nel 1969 «Segreteria per la Svizzera italiana») si concretizzò nella sua riorganizzazione nell’ambito dei nuovi servizi linguistici centrali, che trovava riscontro in una presenza sempre più rilevante dell’italiano nell’iter parlamentare. Tale presenza fu favorita anche dalla mozione depositata in Consiglio nazionale nel 1962 da Franco Maspoli: la sua attuazione concorse all’avvento di un nuovo regime linguistico che nel 1974 istituì la concordanza materiale dell’edizione italiana del Foglio con quelle tedesca e francese. Il regime si sarebbe poi ulteriormente rafforzato dal 1° gennaio 1990 con la pubblicazione simultanea delle tre edizioni e della traduzione anche in italiano dei progetti normativi da inviare in procedura di consultazione.
La costruzione di un plurilinguismo istituzionale fornito di solide basi legislative e sofisticate misure organizzative costituisce il filo conduttore della terza e ultima parte, dove le linee di sviluppo vengono definite attraverso le varie riforme innescate alla fine del secolo e sono seguite fino agli esiti odierni: un laboratorio di progetti trasversali in cui rientrano l’attività svolta tra il 1990 e il 2012 dal Gruppo di lavoro interdipartimentale «servizi di traduzione» (GIST); l’istituzione di forum giuridico-linguistici quali LeGes e la Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale; i cantieri legislativi che, nella scia della nuova Costituzione, hanno portato nel 2010 all’entrata in vigore della legge sulle lingue e della relativa ordinanza di applicazione; l’ulteriore potenziamento, infine, dei servizi linguistici centrali della Cancelleria federale, la cui attività e la cui collaborazione con gli omologhi servizi dei Dipartimenti, oltre che a essere concertate dal 1998 dalla piattaforma informatica del CPU/KAV, sono normate dalla fine del 2012 in una specifica ordinanza.
Nella scansione essenzialmente cronologica del saggio, Pini non rinuncia a proporre spunti più aneddotici che rendono l’esposizione particolarmente vivace e articolata: è il caso dell’«incursione» nella biblioteca del Segretariato, di cui si offre al lettore un censimento, parziale ma oltremodo significativo, dei dizionari, vocabolari, codici tecnici e repertori di giurisprudenza utilizzati dai primi traduttori italofoni della Cancelleria; oppure delle pagine che l’autore dedica all’evoluzione dei metodi utilizzati per la gestione dei mandati: dagli schedari manuali ai primi progetti di traduzione automatica, fino alle successive banche dati elettroniche. Questo strumentario ha fatto da preludio a una «quotidianità 2.0» che al traduttore odierno sta viepiù imponendo i suoi ritmi e modalità di lavoro, ma che al contempo apre spazi, ancora in parte inesplorati, a una «democrazia digitale» che nelle sue diverse forme – portali Internet, voto elettronico, informazione e comunicazione digitale – sta diventando parte integrante del plurilinguismo istituzionale e premessa indispensabile per una partecipazione di tutti alla vita politica. Emblematica in tal senso è la decisione, divenuta effettiva il 1° gennaio 2016, di rendere giuridicamente vincolante la versione elettronica dei testi normativi e non più quella cartacea.
Anche in italiano! non è però soltanto racconto di fatti e di idee: discorso a parte meriterebbero gli omaggi che Pini (responsabile anch’egli, dal 2003 al 2010, della Segreteria) tributa ad alcune figure portanti di questa istituzione: Gottardo Madonna, Franco Boschetti e Alfredo Snozzi. Ma la pubblicazione mette in rilievo l’operato di altre personalità di spicco della cultura politica: per rimanere ai decenni a noi più vicini, Achille Casanova, Flavio Cotti e François Couchepin. Un «resoconto» quello di Verio Pini – per concludere citando ancora un suo passaggio dell’introduzione – che «toglie per un istante nomi e funzioni dalla polvere degli annuari per ricostruire il loro ruolo nel portare convinzioni personali, nel curare il rispetto delle minoranze, nel negoziare il federalismo e farlo crescere nel tempo, di pari passo con lo sviluppo politico del Paese e della sua economia».
Luca Tomamichel, Cancelleria federale, Servizi linguistici centrali, Divisione italiana, Bellinzona, E-Mail: <email-pii>.