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Dall’inizio degli anni 1970, numerosi economisti hanno cercato di dimostrare che felicità e soldi non sono legati.
E’ sempre difficile rispondere a questa questione, dato che la conclusione varia in funzione di parametri studiati. Il sito web del mensile americano Reason ritorna su 40 anni di teorie economiche tra felicità e benessere.
Tutto inizia con il “paradosso Easterlin”, quando nel 1974 l’economista Richard Easterlin sostenne che malgrado l’aumento dei redditi non si può osservare un aumento correlato del benessere. Per 40 anni questa teoria è stata l’opinione comunemente ritenuta valida.
Ma l’opinione generale vacilla a seguito di uno studio pubblicato nel 2010 da tre economisti dell’universià della Pennsylvania, Daniel Sacks, Betsey Stevenson e Justin Wolfers.
Confrontando il benessere soggettivo in 140 paesi con i loro redditi e tassi di crescita, gli scienziati hanno provato che nei paesi ricchi le persone sono effettivamente più felici che nei paesi poveri.
Secondo lo studio, la crescita economica porta dunque un aumento della felicità.
Una teoria che però non sempre vale. Un sondaggio Ipsos risalente al febbraio 2012 sostiene che in media le persone sono più felici dall’inizio della crisi economica.
Questa è anche la conclusione di due ricercatori in psicologia, Elizabeth Dun e Michael Norton, che in un editoriale nel New York Times del luglio 2012 scrivevano che la felicità è legata alla privatizzazione.
Di fronte all’eterna insoddisfazione dell’uomo, sarebbe forse più utile privarsi di qualcosa per essere felici.
Nel 2011, sul portale web Slate.fr, Eric Le Boucher difendeva la tesi inversa, basandosi su uno studio realizzato dal settimanale britannico The Economist: “Il settimanale The Economist ha fatto tutti i calcoli a partire da un’uguale ponderazione di 11 criteri. Ne fuoriesce un risultato chiaro : il benessere è completamente correlato al Prodotto interno lordo.”