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Yanis Varoufakis aveva un piano per la Grecia per il dopo referendum. Ma non è stato appoggiato, anzi Alexis Tsipras ha deciso malgrado lo schiacciante «No» dei greci ulteriori concessioni e «ha accettato il fatto che qualsiasi fosse stata la posizione dei creditori, lui non li avrebbe sfidati». Lo afferma l’ex ministro delle Finanze greco a NewsStatesman, storica rivista britannica di sinistra.
Varoufakis, nell’intervista a NewStatesman, ripercorre i cinque mesi della sua battaglia per cercare di salvare la Grecia. L’ex ministro delle Finanze greco afferma di non aver firmato la precedente offerta della Troika, che sembra generosa rispetto al nuovo salvataggio, perché «impossibile, tossica, una di quelle proposte che si presenta quando non si vuole raggiungere un accordo».
La Troika, a suo avviso, non ha mai trattato in modo «genuino»: il governo Tsipras è stato eletto per rinegoziare un programma di austerity che aveva chiaramente fallito, che negli ultimi cinque anni ha lasciato senza lavoro un terzo dei greci e creato la peggiore depressione in un paese avanzato dal 1930. Varoufakis ha presentato il suo piano per il dopo referendum alla vigilia del voto: convinto che la Grecia non potesse essere cacciata dall’area euro, Varoufakis – nel suo progetto – voleva rendere una Grexit possibile per far spuntare un accordo migliore ad Atene. E il referendum offriva al paese questa possibilità.
Mentre la notte di domenica 5 luglio in migliaia erano a piazza Syntagma, sei membri del gabinetto Syriza erano impegnati in un voto chiave sul piano di Varoufakis, che non è passato, bocciato con quattro voti contro due a favore. Varoufakis non è riuscito a convincere Tsipras, e il suo addio era a quel punto inevitabile. «Quella notte il governo ha deciso che la volontà della gente, il risonante «No», non era quello che serviva per un approccio energico» come quello proposto da Varoufakis. Il no «si sarebbe dovuto tradurre in maggiori concessioni alla controparte, con il nostro primo ministro che accettava la premessa che qualsiasi cosa accadesse, qualsiasi cosa facessero, non avrebbe mai risposto sfidando» i creditori. «Essenzialmente questo significa smettere di negoziare».
L’ex ministro si sofferma anche sui suoi rapporti con il collega tedesco Wolfgang Schaeuble, difficili se non burrascosi: «La sua visione era: ”Non sono qui per discutere un programma di assistenza già accettato dal precedente governo”. Gli ho fatto notare che a questo punto tanto vale smettere di convocare elezioni nei Paesi indebitati. Non mi ha risposto».
«Questo Paese – continua l’ex ministro – deve smettere di fare nuovi debiti fingendo di aver risolto il problema quando non è così; quanso è chiaro che abbiamo reso i nostri debiti ancora più insostenibili con nuove misure di austerità che affondano sempre di più l’economia e spostano il fardello sempre di più sui poveri, creando una crisi umanitaria».
*Tratto dal sito de Ilsole24ore