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Al Festival del film Locarno ho visto due dei quattro episodi di Death Row II, la serie di quattro documentari su altrettanti condannati a morte negli Stati Uniti realizzata del regista tedesco Werner Herzog.
Ogni documentario inizia in una maniera che ho trovato molto forte: la voce fuori campo di Herzog che afferma di essere negli Stati Uniti come ospite e, in quanto tale, di rispettare le loro scelte in fatto di pena capitale, di rispettarle ma, visto il suo diverso bagaglio culturale, di essere in profondo disaccordo.
Dopo la proiezione dei due episodi, Werner Herzog è salito sul palco e, rispondendo alle domande del pubblico, ha ribadito il concetto, iniziando dalla ferma condanna della pena di morte: nessun essere umano, per quanto efferato e terribile possa essere il suo crimine, merita di morire. Un’affermazione che si ricollega a quanto affermato, in uno dei due documentari, da un procuratore pubblico,: chi commette simili atrocità non appartiene alla razza umana1 e quindi l’umanità ha tutto il diritto di cancellarlo, di rimuoverlo con la forza.
Ciononostante, Herzog ha sottolineato come lui possa esprimere questa condanna perché ha un determinato bagaglio culturale, perché è cresciuto in una determinata cultura, nel suo caso quella tedesca particolarmente attenta, dopo il nazismo, al tema dello Stato che decide chi può vivere e chi no. Ma lui, come tedesco, non è nella condizione di insegnare nulla che agli americani, ai cinesi o i cittadini delle altre nazioni che prevedono la pena di morte.
Werner Herzog si è rivelato essere un relativista che rispetta le tradizioni e le usanze altrui. Tuttavia è un relativista che non resta in silenzio.
- Sì, ha parlato proprio di human race. [↩]