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Il caso della domanda di informazioni presentata dalla Francia alla Svizzera nella causa UBS e sfociata nella sentenza del Tribunale Federale Svizzero del 26 luglio u.s., il quale ha concesso la trasmissione dei dati alla Francia, ha dato adito a molte polemiche sull’applicazione delle nuove normative e sulla loro interpretazione. Anche l’Italia ha una domanda raggruppata pendente e, se si dovesse credere alla stampa, il caso francese sarebbe un caso pilota per tutti. In realtà si tratta di domande completamente diverse che poggiano su basi legali diverse, nel dettaglio e nell’approccio.
Per le domande raggruppate in generale vale la premessa che, in teoria, per tutti gli Stati con i quali abbiamo concluso un accordo per lo scambio automatico di informazioni si dovrebbe trattare degli ultimi casi di cui ci dovremo occupare, giacché lo scambio automatico di informazioni procura automaticamente informazioni agli Stati firmatari, rendendo di fatto superfluo uno scambio su domanda. In realtà lo scambio automatico è uno scambio automatizzato di dati standardizzati, verosimilmente sorgerà quindi il bisogno di richiedere informazioni più dettagliate o diverse solo una volta ricevuti i dati dello scambio automatico.
Il caso francese si basa sull’ultimo Protocollo di modifica della Convenzione sulla doppia imposizione tra la Francia e la Svizzera del 25 giugno 2014 che entrò in vigore il 30 marzo 2016 e fu il primo a stabilire esplicitamente che lo stato rogante poteva richiedere le informazioni anche sulla mera base di un numero di conto senza conoscere e precisare il nome del suo detentore. Nella comunicazione del Dipartimento delle Finanze del 30 marzo 2016 si specifica con riferimento alle disposizioni transitorie del Protocollo che le domande raggruppate così introdotte sono possibili per fattispecie realizzate a partire dal 1° febbraio 2013. La domanda francese aveva due punti deboli: il primo costituito dal fatto che si basava su una lista di dati (numeri di conti) confiscati in Germania e trasmessi alla Francia, per cui andava discussa la questione se si trattasse di dati rubati o meno. Il secondo punto era la necessità di rendere verosimile il fatto che le 40’000 persone che figuravano sulla lista potessero aver evaso le imposte in Francia. A questo proposito la Francia si è limitata in sostanza a far riferimento a dati statistici sui patrimoni e redditi dichiarati nel quadro della tassazione del risparmio concludendo che se tanto era stato dichiarato statisticamente per gli interessi da risparmio, le dichiarazioni effettuate in Francia per redditi e sostanza costituivano solo una piccola parte del patrimonio detenuto in Svizzera, ragion per cui la differenza doveva essere ritenuta “evasa”. Sarà interessante leggere nella motivazione scritta della sentenza per quale motivo il Tribunale Federale abbia ritenuto sufficiente il “sospetto comune” in assenza di indizi che riguardano i singoli conti, difetto che la domanda italiana non presenta.
La domanda raggruppata italiana ancora pendente è completamente diversa, in quanto fanno oggetto della richiesta le informazioni di conti di detentori che risultano alla banca come residenti in Italia e per i quali la banca aveva invano richiesto e infine non ottenuto dai titolari conferma che i patrimoni e redditi fossero stati dichiarati in Italia secondo diverse modalità (per esempio nell’ambito dei programmi di Scudo Fiscale e di Voluntary Disclosure). Il problema più evidente della domanda italiana, cosi come è stata pubblicata nella Comunicazione dell’Amministrazione federale delle contribuzioni è tuttavia costituito dal fatto che pare selezionare i conti secondo criteri di diritto italiano che potrebbero essere opinabili. Perché mai per un conto scudato sarebbe determinante che nessun nuovo importo sia stato depositato in seguito, purché si sia fatto capo ad un intermediario che si sia occupato della corretta dichiarazione? E pure in termini di delimitazione temporale appare perlomeno discutibile che si possano richiedere dati risalenti all’anno 2015.
La domanda prevede anche che qualora l’importo dichiarato/scudato sia superiore al saldo della banca direttamente toccata dalla domanda, nel caso UBS, il contribuente sia obbligato a fornire all’Amministrazione delle Contribuzione anche i giustificativi di tutti gli altri istituti finanziari. Come dire, con una domanda unica rivolta contro un istituto, nel concreto l’UBS, si tenta di forzare la porta di tutti gli istituti svizzeri. Riteniamo questo punto decisamente non in linea con i principi della legalità e proporzionalità. Ma anche se così ridotta, la domanda creerà certo una mole di lavoro enorme all’Amministrazione delle Contribuzioni e ai rappresentanti dei titolari dei conti.
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