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Il governo l'aveva messa nel cassetto, la camera bassa del parlamento l'ha ritirata fuori. Ora, dopo due rinvii, la Legge federale sulle lingue dovrebbe finalmente essere discussa dai deputati.
Il testo vuole valorizzare il patrimonio linguistico svizzero e favorire la comprensione reciproca, ma è contestato in molti punti: distribuzione delle competenze, costi, insegnamento dell'inglese.
Ci sono voluti vent'anni di discussioni per portare in parlamento un progetto che riguardasse le lingue nazionali: i primi dieci sono sfociati nell'articolo costituzionale sulle lingue, approvato dal popolo nel 1996, gli altri sono serviti per preparare la legge.
Una vera e propria odissea: ma se Ulisse dopo dieci anni a Troia e dieci anni di peregrinazioni per il Mediterraneo è tornato a casa, la legge sulle lingue potrebbe anche non arrivare mai in porto.
I venti, in effetti, non sembrano essere particolarmente propizi. Qualche anno fa, con la socialista Ruth Dreyfuss al Dipartimento degli interni, l'approvazione della legge sembrava una formalità, ma poi il suo posto è stato preso dal liberale Pascal Couchepin e con il cambio di legislatura nel 2003, la sensibilità linguistica e politica è mutata. Risultato: nel 2004 il governo tenta di affondare la legge, ormai bell'e pronta, decidendo di non sottoporla al parlamento.
Correnti contrarie
Ma il deputato socialista Christian Levrat non ci sta e con un'iniziativa parlamentare ripesca il testo. Il Consiglio nazionale – la camera bassa – avrebbe dovuto discuterlo già l'autunno scorso. Problemi di tempo hanno fatto slittare l'appuntamento con la legge di sessione in sessione. Il 20 giugno dovrebbe essere la volta buona.
E questo anche se la destra nazionalconservatrice tenterà di bloccare l'entrata in materia. «Ci opporremo», dichiara a swissinfo il deputato dell'Unione democratica di centro (UDC) Oskar Freysinger, membro della commissione che ha preparato la legge. «Ciò che serve è un sostegno finanziario agli scambi, non una legge che crea delle strutture sterili e della burocrazia».
Di tutt'altro avviso Thérèse Meyer, deputata popolare democratica che ha firmato l'iniziativa Levrat: «La coesione svizzera passa anche attraverso la conoscenza delle lingue del paese. Avere quattro lingue nazionali è una ricchezza ed è necessario fare qualcosa per conservarla. Bisogna promuovere il plurilinguismo a livello individuale, di modo che ci si capisca meglio tra regioni, lingue e culture».
Va in questo senso tutta la terza sezione del progetto di legge, che però è anche quella più contestata: da un lato perché prevedendo misure concrete comporta delle spese, dall'altro perché si muove nella zona di confine tra competenze federali e cantonali. «Qualche parlamentare dice che costa troppo» commenta Thérèse Meyer «ma cosa saranno mai 16 milioni di franchi per un compito così importante?»
Lo scoglio dell'inglese
In effetti, anche se Freysinger parla di «voragine senza fondo», il vero punto dolente della legge non è la questione finanziaria, ma quella delle competenze. Lo spazio d'azione della Confederazione è sostanzialmente limitato all'amministrazione federale. Altri ambiti fondamentali per il plurilinguismo – primo fra tutti la scuola – sono di competenza cantonale.
Ci saranno quindi scintille al momento di discutere l'articolo 15, dove si legge che la prima lingua straniera insegnata a scuola dovrebbe essere una lingua nazionale. Si tratta di una proposta contraria al modello della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione che prevede d'insegnare due lingue straniere alle elementari, ma di lasciare ad ogni cantone la libertà di stabilire quale introdurre per prima. E la scelta di molti cantoni della Svizzera tedesca è chiara: prima l'inglese e poi una seconda lingua nazionale.
Per la legge questo potrebbe rivelarsi uno scoglio insuperabile. Thérèse Meyer è convinta che sia «di primordiale importanza imparare una lingua nazionale prima dell'inglese» e non è disposta a cedere su questo punto. In Consiglio nazionale c'è qualche possibilità che la sua posizione prevalga, ma se la legge approderà alla camera alta, dove siedono i rappresentanti dei cantoni, l'inglese – come afferma un non troppo dispiaciuto Freysinger – potrebbe «mandare a gambe all'aria tutto il progetto».
swissinfo, Doris Lucini
Le lingue nella Costituzione
Nel 1996 il popolo ha accettato l'introduzione di un articolo sulle lingue nella Costituzione federale. Tre anni dopo, con la revisione della Costituzione si è fatto un ulteriore passo avanti. Oggi la questione linguistica è affrontata in diversi articoli costituzionali: 4 (lingue nazionali), 18 (libertà di lingua) e 70 (lingue).
Quest'ultimo designa le lingue ufficiali della Confederazione: tedesco, francese, italiano e – nei rapporti con le persone di lingua romancia – romancio.
La Confederazione e i cantoni sono invitati a promuovere gli scambi tra le comunità linguistiche.
I cantoni sono chiamati a rispettare le minoranze linguistiche autoctone e la Confederazione ha il compito di sostenere i cantoni plurilingui nell'adempimento dei loro compiti particolari.
Infine, l'articolo 70 stabilisce che la Confederazione sostiene i provvedimenti dei Grigioni e del Ticino volti a conservare e promuovere il romancio e l'italiano.
La legge
La Legge federale sulle lingue nazionali e la comprensione tra le comunità linguistiche disciplina i punti contenuti nell'articolo 70 della Costituzione federale.
L'obiettivo è il rafforzamento del quadrilinguismo svizzero e il consolidamento della coesione interna del paese.
Il disegno di legge prevede, tra l'altro, l'insegnamento di una lingua nazionale come prima lingua straniera nelle scuole, e il sostegno finanziario ai cantoni per la creazione di un istituto scientifico per la promozione del plurilinguismo. Inoltre, la Confederazione dovrebbe contribuire al finanziamento delle associazioni che organizzano a tutti i livelli scolastici scambi di allievi e insegnanti tra le comunità linguistiche.