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Onde anomale, alte e violente capaci di spazzare tutto quello che trovano sul proprio tragitto. Eventi naturali di inaudita potenza che falciano vite umane e lasciano dietro di sé una scia di danni impressionanti. Tsunami è il nome con cui il mondo intero ha imparato ad indicare questi impressionanti fenomeni, preparandosi alle catastrofiche conseguenze del loro passaggio.
Nell'ultimo secolo si sono verificati 59 diversi tsunami che hanno falciato la vita di oltre 260 mila persone, arrecando danni ingenti ai luoghi nei quali si sono verificati. Per imparare a conoscere questi spaventosi fenomeni naturali è stata istituita la Giornata mondiale della consapevolezza sugli tsunami, che ricorre ogni anno il 5 novembre ed è l'occasione per ricordarne i rischi e per presentare gli studi condotti per imparare ad affrontarli. La scelta della data non è fortuita, bensì individuata per ricordare l'allerta maremoto del 5 novembre 1854, messa in atto da Goryo Hamaguchi, abitante del villaggio di Hiro-Mura. Dopo il violento terremoto che quel giorno colpì il Giappone, infatti, l'uomo pensò al detto locale «dopo un lungo terremoto, arriva lo tsunami» e si diede un gran da fare per avvisare tutti del rischio imminente.
Che cos'è uno tsunami? Il nome di origine giapponese significa letteralmente «onda di porto», tradotto spesso anche come maremoto, ed indica per definizione una serie di onde anomale, generate da terremoti sottomarini, che si muovono velocemente innalzandosi per diverse decine di metri in prossimità delle coste. Avvicinandosi a riva, infatti, a causa della diminuzione di profondità del fondale, le onde aumentano di altezza diventando simili a muri d'acqua. Solo terremoti di elevata magnitudo con ipocentro relativamente superficiale e movimento verticale provocano il maremoto, e possono verificarsi anche in seguito alla caduta in mare di grandi blocchi di roccia o allo slittamento di sedimenti in caso di frane sottomarine.
È possibile prevedere uno tsunami? Tecnicamente non esistono strumenti in grado di prevedere il maremoto. Bisognerebbe disporre di strumenti in grado di rilevare e trasmettere le variazioni del livello del mare subito dopo il terremoto, ma la grande profondità degli oceani impedisce un simile sistema di rilevamento. L'allerta preventiva rimane, quindi, la migliore arma di difesa che permette alle persone di raggiungere località sopraelevate e mettersi in salvo prima che si verifichi il ritiro delle acque che lasciano a secco i porti, preannunciando l'imminente formazione della cresta e la seguente inondazione.
Dove si verificano gli tsunami? Il maremoto non è un fenomeno tipico solo di alcune aree geografiche. Parlando di tsunami, si ricordano quello che il 26 dicembre 2004 flagellò le coste dei Paesi sull'oceano Indiano causando centinaia di vittime, quello nel marzo 2011 che colpì il Giappone, con le conseguenze dei danni anche alla centrale nucleare di Fukushima, e quello del 28 settembre 2018 abbattutosi in Indonesia. Il maremoto verificatosi nel 1946 alle Hawaii, in seguito ad un violento terremoto verificatosi in Alaska, inoltre, aveva dimostrato quali grandi distanze potessero intercorrere tra il terremoto iniziale e lo tsunami. Ma è stato il maremoto nel mar Jonio, successivo al terremoto del 2018 a Zante, a confermare che anche il bacino del Mediterraneo non è immune al rischio tsunami. Ed anche per questo, ad ottobre dello scorso anno è stato rinnovato l'impegno di 5 anni del Centro comune di ricerca della Commissione europea per la prevenzione e la mitigazione del rischio da maremoto nel mar Mediterraneo. L'intesa prevede l'installazione degli strumenti per la misurazione dei livelli del mare in seguito ai fenomeni sismici e, soprattutto, la formazione di personale per la gestione dell'allerta e dell'emergenza tsunami.
TMT (ti.mamme team)