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L’ auto che uccide era il titolo del libro di Ralph Nader da cui, negli anni sessanta, ebbe inizio negli USA il noto ed importante movimento del naderismo che caratterizzò poi la seconda metà del secolo scorso. Rimanendo all’ attualità dell’ incidente stradale di questo primo secolo del terzo millennio, alla sua indagine giudiziaria e scientifica, alle procedure penali, civili ed assicurative che ne conseguono, parafrasando quella famosa frase oggi purtroppo possiamo parlare anche dell’ agente di polizia che uccide, del magistrato inquirente e del giudice che uccidono, dell’ ente proprietario o gestore della strada che uccide, dell’ assicuratore che uccide, del perito o dell’ avvocato che uccidono ... Che uccidono la ricerca della verità, che uccidono le vittime della strada ed i loro famigliari negando loro il sacrosanto diritto del sapere come l’ incidente sia realmente accaduto, che uccidono la Giustizia non facendola, che uccidono non adeguando la struttura stradale alle norme, che uccidono negando o procrastinando all’ infinito e speculando sui dovuti risarcimenti, che uccidono il sapere scientifico, che uccidono l’ etica ed i comportamenti ad essa connessi.
C’ era una volta …
C’ era una volta un giovane che alla guida della sua utilitaria, percorrendo lo svincolo che immette in una superstrada, fuoriesce dalla carreggiata, fa un salto nel vuoto finendo nel piazzale industriale sottostante: dopo aver raggiunto il suolo sulle proprie ruote, l’ auto si ribalta lateralmente, urta un lampione e quindi, nuovamente in piedi il veicolo qui termina la sua corsa. Quella sera, all’ interno di quell’ auto un poco schiacciata ed ammaccata, quel giovane smise per sempre di respirare. Smise di vivere a soli diciotto anni.
Che dire di quell’ utilitaria, che dire di quel raccordo stradale sopraelevato ?
Parliamo un attimo di quell’ utilitaria che, assai diffusa da noi, non viene invece esportata negli USA, forse a causa delle norme di sicurezza più severe in quel paese di quanto non lo siano in Europa. Penso in particolare alle norme USA sulla resistenza delle strutture del tetto. Quell’ auto, presente sul mercato con motorizzazioni diverse, è proposta tanto come berlina quanto come Station Wagon. Quella coinvolta nell’ incidente era una berlina. Che differenza fa ? Forse nulla, penserete, salvo che il tetto di quella berlina non aveva nessuna traversa centrale di rinforzo. Mi riferisco a quella traversa presente in quasi tutte le autovetture, che congiunge e rende solidali i due piantoni centrali del veicolo e, in caso di compressione laterale come appunto nel ribaltamento laterale, ha il compito di spingere all’ esterno il lamierato di copertura indirizzando da quella parte le deformazioni del tetto, non all’ interno dell’ abitacolo come invece è avvenuto in questo incidente: qui il tetto si accartocciò proprio attorno al poggiatesta di quel ragazzo, morto per le ferite riportate al capo. Non esagero, si pensi che un poggiatesta del sedile posteriore rimasto alzato, fu invece sufficiente a sostenere ed a non lasciar cedere il tetto da quella parte. Parlavo della versione Station Wagon perché, a dispetto della versione berlina, in quella la traversa è montata: un pezzo che sul mercato dei ricambi sembra costare poco più di 50 Euro !
Non è tutto. Anche quel raccordo stradale ha fatto la sua parte: al momento del sinistro, in loco vigeva il limite generale di velocità per le strade extraurbane, novanta chilometri orari. Il dosso del soprapasso non era segnalato e non era neppure annunciata la curva pericolosa piegante a sinistra che si trovava subito dopo il dosso stesso. La segnaletica piana di separazione delle corsie e quella di margine erano talmente usurate da far mancare totalmente la conduzione ottica necessaria al conducente per l’ individuazione del tracciato stradale. Così, la strada rettilinea di quartiere che dipartiva appena prima di quella curva, fino all’ ultimo momento ed ingannevolmente, sembrava essere la continuazione del tracciato dello svincolo, che invece piegava bruscamente a sinistra. Mancava pure il pannello delineatore per intersezione a T. Non da ultimo, il ciglio della strada rialzato circa cinque metri dal sottostante piazzale industriale, proprio nel tratto in cui il ragazzo fuoriuscì di strada, era assolutamente privo della prescritta barriera di sicurezza.
Da non credere: appena denunciata peritalmente la situazione, l’ ente gestore rinnovava il manto stradale, rinnovava la segnaletica piana centrale e di margine, posizionava i cartelli di pericolo, prima quello indicante il dosso e poi quello indicante la curva pericolosa a sinistra. Contemporaneamente limitò pure la velocità riducendola da novanta a quaranta chilometri orari. Sì, da novanta a quaranta! Inutile dire che nel proseguo del processo ci fu chi tentò di sostenere che tale segnaletica fosse già presente in loco ai tempi del sinistro.
Per la barriera di sicurezza mancante si giocò invece allo scarica barile, poiché la competenza sembrava essere comunale. Per anni il luogo ne restò privo ma, una volta terminato l’ iter giudiziario, ecco un bel giorno comparire anche la famigerata barriera di sicurezza, quella barriera che avrebbe dovuto contenere quella notte l’ utilitaria, verosimilmente salvando una giovane vita umana. Per la posa di quella segnaletica e di quei ripari, fra l’ ente gestore ed il comune, ovviamente non c’ era stata mai nessuna coordinazione. Normale anche questo?
Davanti a simili fatti, accertati, l’ amarezza più grande rimane quella di vedere il processo aperto contro i rappresentanti di quella casa automobilistica e contro alcuni funzionari dell’ ente gestore e del comune, concludersi in una bolla di sapone: tutti assolti. Errore nell’ individuazione dei veri responsabili tanto che alcuni di questi non furono neppure indagati ? Mancanza di competenza e determinazione del pubblico ministero ? Troppo bravi e scaltri gli avvocati di difesa ? Pasticcioni ed ingenui quelli di parte lesa ? Materia troppo ostica per quel giudice ? O forse altro ancora ? Non sta a me dare la risposta, la mia convinzione è semplicemente quella che in questo caso, come in altri che ho ancora vissuto, giustizia non fu fatta.
Da allora una grande tristezza mi accompagna dentro e mi accomuna alla Famiglia di quel giovane, da allora ho capito che non solo l’ auto uccide.