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Le donne e l'autorità nella chiesa
Magdalene Frettlöh: "Ci sono abbastanza teologhe qualificate in grado di assumere funzioni direttive - anche in Svizzera"
in donne , Svizzera , intervista
Molte associazioni femminili cristiane in Svizzera sostengono lo sciopero delle donne del 14 giugno. Secondo la teologa riformata Magdalene L. Frettlöh, ciò è dovuto al fatto che nelle chiese il potere è sempre ancora in mano agli uomini.
Magdalene L. Frettlöh
Ordinaria di teologia sistematica presso l’Università di Berna, Magdalene L. Frettlöh è autrice di numerosi testi sull’uguaglianza di genere e sulle immagini di genere di Dio.
A che punto è la parità dei diritti nella Chiesa riformata e in quella cattolica?
Sono due realtà ben diverse. Ancora adesso le donne nella Chiesa cattolica romana non possono accedere al sacerdozio. Le funzioni del clero continuano a essere riservate agli uomini. Invece nella Chiesa riformata le donne diventano pastore e possono ricoprire funzioni direttive nella Chiesa. Tuttavia non sono esattamente euforica neanche sulla questione dell’uguaglianza di genere nella Chiesa riformata, perché nonostante le opportune qualifiche continuano a essere sempre di più gli uomini eletti in funzioni direttive. È quindi ancora necessario che noi donne ci impegniamo in modo tanto saggio quanto solidale quando si tratta di ricoprire funzioni direttive.
Magdalene L. Frettlöh
Ci sono segnali promettenti di un linguaggio attento all’uguaglianza di genere nella predicazione e nella liturgia
L’anno scorso Gottfried Locher è stato rieletto alla presidenza della Federazione delle Chiese. È stato tuttavia criticato per la sua immagine della donna. La sua rielezione dimostra che la Chiesa riformata ha ancora molto da lavorare sulla questione dell’uguaglianza di genere?
Personalmente distinguerei tra la posizione di Gottfried Locher sulla questione delle donne e la sua rielezione. Quest’ultima ha presumibilmente più a che vedere con il fatto che la Chiesa si è impegnata troppo poco e troppo tardivamente nella ricerca di candidate idonee. Ci sono abbastanza teologhe qualificate che potrebbero svolgere una funzione direttiva nella Chiesa, anche qui in Svizzera. In Germania in alcune Chiese regionali le più alte cariche sono ricoperte da donne. Nella Chiesa evangelica della Vestfalia, per esempio, la mia Chiesa d’origine, Annette Kurschus ricopre la carica di presidente.
Ancora oggi nella Chiesa cattolica romana non vi sono donne nel clero. Perché è così difficile per la Chiesa adeguarsi alle condizioni di vita moderne, cioè, nella fattispecie, all’uguaglianza di genere?
Dipende probabilmente anche dal fatto che papa Francesco, sebbene abbia altrimenti operato alcuni cambiamenti, condivide in tale questione la visione conservatrice dei suoi predecessori. E fintanto che il corpo elettorale sarà costituito esclusivamente da uomini e le alte cariche saranno ricoperte soltanto da uomini è ovvio che non cambierà nulla. La base dovrebbe essere coinvolta nell’elezione dei leader della Chiesa. Al momento possiamo soltanto sperare che dalle persone che adesso detengono il potere giungano impulsi al cambiamento.
Dalla palestra al microfono (Segni dei Tempi RSI)
Rompere con la lunga tradizione di un sacerdozio esclusivamente maschile è evidentemente difficile. Oggi sappiamo che c’erano anche apostole e non soltanto apostoli. Non è quindi più possibile argomentare con un apostolato esclusivamente maschile o con la mascolinità di Gesù, che presenta alcuni elementi queer. Tuttavia il peso della tradizione è spesso maggiore delle più recenti acquisizioni scientifiche e del buon senso.
A novembre del 2018 la teologa e giornalista femminista Doris Strahm ha lasciato la Chiesa cattolica romana insieme con altre cinque donne. La loro fuoriuscita non rafforza ancora di più l’immagine di una Chiesa patriarcale a cui la donna non può tener testa?
Non è facile per me, dall’esterno, come teologa riformata, prendere posizione al riguardo. Fondamentalmente queste donne hanno il mio rispetto. È chiaro che sapevano quel che facevano. Presumibilmente la sofferenza e la delusione erano tali che non hanno potuto far altro che andarsene. Personalmente sono piuttosto del parere che i cambiamenti dovrebbero essere avviati dall’interno, anche se ciò è spesso molto difficoltoso. Doris Strahm e con lei molte altre donne ci hanno provato per decenni. E prima di rassegnarsi è forse meglio andarsene.
Nella Bibbia sta scritto che non bisogna farsi alcuna immagine di Dio. La Chiesa però dà assolutamente per scontato che Dio sia di sesso maschile...
Non lo affermerei in modo così generalizzato per la “Chiesa”. Ci sono segnali promettenti di un linguaggio attento all’uguaglianza di genere nella predicazione e nella liturgia. Ma non bisogna nemmeno sottovalutare il peso di una lunga tradizione che ha parlato primariamente di un Dio maschio. Ci vuole molto tempo per dissipare certe idee. Ho sperimentato in prima persona nei miei culti alla cattedrale di Berna quanto fosse difficile parlare di Dio con immagini femminili e maschili e relativi pronomi personali. Anche noi nella Chiesa riformata siamo ancora molto lontani dal parlare di Dio in modo pienamente rispettoso dell’uguaglianza di genere.
È possibile conciliare il femminismo con le strutture di pensiero patriarcali della Bibbia?
È vero, nei testi biblici e nei tempi in cui essi hanno avuto origine troviamo prevalentemente strutture patriarcali. Ma ci sono sempre anche controtradizioni. Per esempio nella lettera dell’apostolo Paolo alla comunità della Galazia, dove leggiamo che nello spazio del corpo di Cristo, quindi nella comunità cristiana, la gerarchia tra uomo e donna è abolita.
Ma non si tratta soltanto del dualismo di genere maschio e femmina. Anche nella teologia apprendiamo sempre più che non esistono soltanto due generi e che non tutte le persone si inseriscono in questa immagine di genere bipolare. Del resto c’erano problemi di genere già nella Chiesa primitiva. In un testo conciliare ufficiale si parla per esempio di un utero di Dio Padre. Queste metafore femminili sono state rimosse nell’ambito dell’ossessione per le tradizioni patriarcali - dobbiamo soltanto riscoprirle, perché la nostra eredità è la nostra forza. (intervista a cura di Céline Rüttimann; in Der Bund; trad. it . G. M. Schmitt)