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André Gide aveva tutti i suoi "Simenon" in uno scaffale dell’ingresso e quando incontrò il giovane romanziere, in una festa organizzata da Gallimard, lo chiuse in una stanza e gli fece mille domande sui suoi libri: gli ambienti, i personaggi, il "metodo". Gli chiese anche: «Quando è nato il suo personaggio?»; «Maigret?», rispose Simenon. «No! Lei».
È facile rischiare di darsi al folklore quando si parla di Simenon: per via delle famose donne, l’amore per il denaro, il whisky e quello che un tale panorama può provocare nel lettore. Nulla di interessante o illuminante sulla scrittura. E una volta di più, trattandosi di uno scrittore, si dovrà pensare alla scrittura. Il suo biografo Pierre Assouline racconta del metodo che non può che apparire stupefacente, dati i risultati: un capitolo al giorno per otto giorni, qualche giorno di riposo, tre altri per le correzioni. Se si quantifica il "qualche giorno" in cinque, sono sedici giorni in tutto. Due libri al mese. Non tutti i libri sono di otto capitoli ma i tempi restano incredibili.
Delle 200 pagine de ‘La casa dei Krull’ – che di capitoli ne ha tredici – soltanto le ultime quattro non sono cupe. Sono luminose e grottesche, forse deludenti, e sono ambientate a Stresa. Tutte le altre hanno per sfondo un paese francese di cui non si fa il nome. Né si fanno date, ma siccome il romanzo è stato scritto nel ’38 immaginiamo facilmente, forse sbagliando o forse no, che la cupezza sia quella che porterà a una guerra mondiale.
Chi è il vero protagonista de ‘La casa dei Krull’? Hans, il cugino sventato e mistificatore, piombato dal nulla nella casa degli zii, primo ad apparire e che occupa di sé tutta la prima metà? Oppure Joseph sul quale, pagina dopo pagina, s’infoltiscono i sospetti per la morte della ragazza ritrovata nel canale? Cornelius il patriarca che lavora alle sue ceste, muto come la statua di un santo, al quale tutto è fatto arrivare più che attutito. Se il protagonista sia lui, si potrà stabilirlo solo nelle ultime pagine. Riguardo alle donne, due specialmente concorrono al ruolo. La zia Maria che tesse la vita e le vite della famiglia, le tesse o le contiene, poco meno impenetrabile del marito. La tremolante Liesbeth, che scoprirà prima di tutti la spregiudicatezza di Hans, e sulle cui note al pianoforte sembra reggersi tutta la casa, ugualmente tremolante. O sul punto di esplodere. E poi il paesaggio, l’ambiente, come sempre in Simenon.
Il giovane tedesco Cornelius Krull si è fermato in Francia, mette su famiglia e apre un emporio. Ma loro saranno sempre "i tedeschi", anzi i crucchi. E quando l’ennesima vittima ritrovata nel canale è scoperta nei giorni in cui è da loro Hans…
Più spietatezza del solito in questo "Simenon", e meno pietà del solito. La pena che manca ce la mette il lettore. Per Liesbeth e per Cornelius, per Joseph, per l’altra figlia Anna. E riguardo ad Hans: quanto avrà di Simenon lo spregiudicato e seduttore, cinico cugino? Gli scrittori hanno un limite in comune, insieme a tutti gli altri, personali: l’impossibilità di restare del tutto fuori dalle proprie creature. Tutte hanno un po’ di chi scrive, e una ne ha tanto.
Simenon è lo scrittore della mediocrità, si dice, perché la conosceva bene. Non solo ne era circondato, ma vi era ben piantato dentro lui stesso («se l’avessi conosciuto a trent’anni, confessa Assouline, non avrei voluto essere suo amico»). Lo catapultavano fuori dalla mediocrità i libri e la scrittura. Ma scriveva ininterrottamente, sicché anche qui la vita non ci è di aiuto.
«Respiro la sola felicità di cui sia capace – una coscienza attenta e amica». Non è Simenon, ma Camus. Lo sguardo lucido e attento, amico delle cose malgrado il grigiore nel quale sono immerse. L’adesione alla vita in ogni suo aspetto, vincendo a volte la ripugnanza. "Se non amassi il grigiore, che occupa o tocca ogni cosa, me compreso, cosa amerò?". Così pensa Simenon. E scrive di conseguenza – a voler usare una formula facile –: "Con la pietà di Čechov e la spietatezza di Gogol’".