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In questi ambiti - sebbene la competenza ultima rimanga al Sovrano - la Banca Nazionale Svizzera (BNS) gode di indipendenza operativa, dovendo comunque: agire nell’”interesse generale del Paese” e rendicontare Consiglio federale, Parlamento e opinione pubblica.
All’art. 99 cpv. 2 la Costituzione non lascia dubbi al riguardo: la BNS “è amministrata con la collaborazione e sotto la vigilanza della Confederazione”.
Ne consegue che la BNS, essendo l’ente assegnatario di un monopolio nazionale, debba dimostrarsi sensibile, disponibile e aperta alle critiche. Tra l’altro l’art. 31 della LBN prescrive imperativamente che l’utile (dedotto solo il 6% a favore degli azionisti) è da ripartire in ragione di un terzo alla Confederazione e due terzi ai Cantoni.
L’indipendenza della BNS viene in realtà esercitata con nonchalance: esempio classico la decisione unilaterale del gennaio di quest’anno di non procedere ad alcuna distribuzione per l’esercizio 2022 (né agli azionisti né a Confederazione e Cantoni), e ciò in considerazione delle perdite (contabili) subite sugli investimenti in valuta estera pari a CHF 132 miliardi.
Sì è vero: questa perdita spaventa di primo acchito. Ma dove sta l’inghippo?
Alla fine del 2022 la BNS aveva sul conto “riserve per future ripartizioni” (istituito allo scopo di mantenere anche in momenti difficili una riserva a favore di Confederazione e Cantoni) la somma di CHF 102 miliardi (maturata grazie agli utili accumulati negli anni precedenti). Questo conto è stato impropriamente prosciugato per coprire la perdita d’esercizio 2022, annullando le riserve per la distribuzione 2023. Contestualmente e paradossalmente il conto “accantonamenti per riserve monetarie” è stato alimentato con una decina di miliardi freschi, portandolo a quota CHF 105 miliardi.... Ma la Confederazione e i Cantoni devono proprio passare sempre per “cornuti e mazziati”?
Come al solito la questione va analizzata a monte. A seguito della crisi finanziaria del 2008, la BNS – come d’altronde le principali Banche Centrali - ha adottato la politica del Quantitative Easing (QE – ossia dell’“alleggerimento quantitativo”). Ciò consiste nell’immettere quantità considerevoli di liquidità di nuova emissione sul mercato attraverso l’acquisto di titoli. La BNS, confrontata con l’aumento del valore del franco svizzero, ha utilizzato il QE per intervenire con funzione calmierante sul mercato del cambio, acquistando grandi quantità di titoli esteri. L’idea, sicuramente apprezzabile, ha avuto come effetto collaterale l’esplosione della somma di bilancio dai 110 miliardi nel 2005 a circa 1'000 miliardi del 2020, trasformando la BNS in un unicum (o un mostro): non solo ha il rapporto somma di bilancio/PIL più alta al mondo (130%), bensì addirittura è l’unica banca centrale che detiene oltre il 90% dei suoi attivi in valuta estera.
Ciò espone fatalmente la Svizzera alle oscillazioni dei valori delle borse estere.
Queste riserve potrebbero teoricamente servire in futuro per un processo inverso, nel caso di un forte deprezzamento del franco. Ma tale probabilità appare assai remota e potrebbe verificarsi solo se scelleratamente abbandonassimo la neutralità e ci allineassimo alla UE (come auspicano vanagloriosi consiglieri federali...!).
Ma il compito istituzionale della nostra Banca Centrale è e rimane prioritariamente la politica monetaria svizzera (e, scusate, non è poca cosa). Oggi tante sue energie e competenze sono per contro dirottate sulla gestione di un mega portafoglio, come se la BNS fosse una banca too big to fail.
Sarebbe invece più che opportuno riconsiderare l’idea della creazione di un Fondo Sovrano, in consonanza con la politica valutaria della BNS, che gestisca autonomamente e con specifiche competenze l’ingente portafoglio.
I vantaggi di una simile coraggiosa operazione sarebbero molteplici: non solo si allevierebbe la BNS da una responsabilità che non le compete, ma si andrebbe a creare un Fondo indipendente di proprietà della Confederazione, che produrrebbe una reddittività mirata a una distribuzione costante a favore della Svizzera (sul modello di quello sovrano norvegese che dal 1969 gestisce con successo i proventi dalle vendite delle risorse naturali “a tutela del benessere finanziario per le future generazioni”).
Sicuramente è un progetto ambizioso, ma le nostre Autorità hanno dimostrato in passato doti di creatività nel risolvere e trovare escamotages originali, per esempio quando hanno salvato l’UBS nel 2008 oppure in occasione della rocambolesca cessione del Credit Suisse... E’ quindi più che auspicabile la creazione di un Fondo Sovrano Svizzero che potrebbe anche dedicare risorse importanti al finanziamento delle istituzioni sociali (AVS, pensioni e casse malati), da tempo in crisi.
Spetta a noi decidere, con l’imminente voto federale, se continuare a fare la figura del “Paperino bistrattato dallo zio miliardario” o costruire insieme un nuovo futuro per la Svizzera sulla scia della nostra secolare predisposizione di Stato libero, neutrale e sociale.