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Lo psicanalista Massimo Recalcati sostiene che il mestiere del genitore non può seguire un modello ideale che non esiste. Ciascun genitore è chiamato a educare i suoi figli partendo dalla sua insufficienza, deve esporsi al rischio dell'errore e del fallimento. Non devono ergersi ad esempio. Afferma che la nostra epoca è caratterizzata dalla mancanza del padre: è evaporato e la sua autorità simbolica è stata demolita.
Ma i figli invocano il ritorno della Legge del padre, non quello “padrone” che vuole avere l'ultima parola sul senso della vita, ma quello “testimone”: colui che mostra che l'esistenza può avere un senso e ha dei limiti.
Nello sport lo schema padre allenatore del figlio è diventato usuale.
La tennista Naomi Osaka, dopo i problemi di tenuta nervosa e di depressione, che l'ha fatta precipitare al 41° posto del ranking mondiale, ha ripreso come coach il papà Leonard, a seguito del licenziamento del tecnico belga Wim Fissette con cui aveva conquistato due Slam.
Un legame che diventa complicato e foriero di una complessità che non è semplice da gestire. Se non arrivano i risultati è facile licenziare l'allenatore, ma con il proprio genitore la decisione ha implicazioni da non sottovalutare. Atleti come Tsitsipas e Zverev sono stati seguiti dai loro padri: con esiti discutibili.
Gli esperti sostengono, che poter funzionare il rapporto richiede un notevole sforzo emotivo. Il genitore manifesta una propensione al possesso del talento del figlio, è restio ad affidarlo a qualcun altro, anche se più competente.
Il caso più clamoroso è quello di Richard Williams: il padre di Serena e Venus, senza aver mai giocato a tennis, per anni si è occupato delle decisioni tecniche, e non solo, delle due campionesse.
Andre Agassi ha confessato che il rapporto con il padre Nike era alterato, l'ex pugile, da bambino, lo esponeva per ore alla “violenza” della macchina spara-palle, condizionando il suo approccio al tennis, poiché aveva innescato una spirale che pencolava tra l'amore e l'odio per la disciplina.
Recalcati afferma che l'eredità paterna deve tramandare principi e non modelli ideali o dogmi. Non servono gerarchie immodificabili, ma trasmissione di passioni, capaci di testimoniare che si può stare al mondo con desiderio e responsabilità.