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Esiste un romanzo distopico di soli personaggi negativi, senza uno scettico o una ribelle, e il bene che provi a contrastare il male?
"L’ascensore era affollato di uomini provenienti dagli spogliatoi Alfa, e l’entrata di Lenina fu accolta con molti cenni di saluto e sorrisi amichevoli. Era una ragazza popolare e, una volta o l’altra, aveva trascorso una notte quasi con tutti".
Un inizio più efficace, così ilare e lieve per appartenere a una distopia, difficilmente si può concepire. Non è però il vero incipit de ‘Il mondo nuovo’ (1932) ma quello del quarto capitolo. Il romanzo di solito si accompagna con il ‘Ritorno al mondo nuovo’, in modo tale che l’opera diventa doppia. Un’altra divisione viene naturale: isolare i primi tre capitoli che hanno piuttosto l’aria di (tremenda) premessa. Con le distopie la questione è resistere fino all’ultima pagina, qualsiasi avvenire ti prospettino. Considerare che tu forse non ci sarai non attenua l’angoscia. I primi tre capitoli sono scientifici e raggelanti. Illustrano nel dettaglio come funziona il Nuovo mondo: esseri umani "coltivati" in bottiglia, condizionati chimicamente in modo da nascere già appartenenti a una classe o all’altra, dalla Alfa plus alla Epsylon minus; una volta nati, sono condizionati ulteriormente nel sonno – ipnopedia – con utili sentenze ripetute 150 volte a notte per dodici anni. Al quarto capitolo per fortuna si esce dai laboratori e si entra nella storia: cominciano le vicende di Lenina Crowne e Bernard Marx. Non sai ancora che nel ‘Ritorno’ – nuova visita ventisei anni dopo – sarà puntualizzata quasi ogni cosa, soffermandosi sul mondo di metà anni 50: come sia cambiata la società da allora, cosa sia diventato realtà o stia per diventarlo dell’antica "favola", così Huxley chiama solitamente il suo romanzo, e una o due volte "incubo".
Aldous Huxley era l’eccentrico di famiglia. Nipote di un biologo darwiniano anche notevole scrittore, Thomas Huxley, fratello di un altro biologo e di un fisiologo, pronipote del poeta e critico Matthew Arnold, era destino che dovesse fare letteratura anche con la scienza. Nelle sue convinzioni e inquietudini razionalità e spiritualità si bilanciano. Dello scienziato aveva l’osservazione incessante, portata su ogni oggetto, e la sperimentazione. ‘Le porte della percezione’ è il risultato delle sue prove con l’assunzione di mescalina. In ‘L’arte di vedere’, spia in sé passo per passo il recupero della vista dopo un lungo periodo di menomazione. Tra gli altri libri, ancora un romanzo distopico, a trent’anni esatti dal primo, o utopico: ‘L’isola’. Come stavano le cose tra lui e l’utopia nei primi anni Trenta, lo illustra con le parole del filosofo Berdjaev messe in testa al ‘Mondo nuovo’: "Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?"
Le scenario cupo e ironico, spassoso a volte del Nuovo mondo, è solo cupo nel ‘Ritorno’, in cui manca la favola e resta la riflessione su come essa prende corpo nella realtà. Non so se esista un romanzo distopico di soli personaggi negativi, senza uno scettico o una ribelle, il bene che provi a contrastare il male. Il male risulta esaltato dalla presenza del bene e prende spicco veramente solo allora? I tre capitoli iniziali paiono dimostrare il contrario: si esalta da sé e non chiede di meglio che occupare tutta la scena. Presto per fortuna, voltando pagina 55, Lenina con la sua ingenuità allineata e Bernard con altrettanto candore più inquieto e ribelle – sembra che sia andato storto qualcosa nel "condizionamento" embrionale – entrano in scena a mitigare lo spavento, nostro e dello scrittore. Che è attenuato anche da un altro aspetto: il Governo mondiale del romanzo non ricorre alla repressione. Non manca qualche vana minaccia ("Ti mando in Islanda", si sente dire Bernard), ma il generale consenso nasce, oltre che dal "condizionamento" dell’embrione, dai piaceri cui si dà libero accesso e dalla droga – il soma – somministrata pure a piacere.
Lorenzo Gigli, primo traduttore di Brave New World, non se l’è sentita di tradurre il "brave". Decide di ricorrere alla risorsa estrema del traduttore, non sempre illegittima: il taglio. In francesi e spagnoli, catalani, portoghesi, tedeschi, olandesi, intuisci lo stesso imbarazzo e qualcuno lo rifà daccapo, il titolo (Il paradiso del soma, nella prima traduzione olandese), altri tagliano il "new" (Un mundo feliz), nessuno il "brave". Sul quale si potrebbero passare interi pomeriggi molto shakespeariani: "Brave new world" esclama Miranda nel quinto atto della Tempesta. E vi ricorre altre due volte, lei che si stupisce di ogni cosa. Tutto le pare bello, splendente, mirabile. Naufragata con il padre Prospero su un’isola deserta quando aveva tre anni, non ha visto finora che il padre e il mostruoso Calibano. E ora, in un colpo solo, il principe e il re di Napoli, il fratello di Prospero usurpatore del ducato, il consigliere Gonzalo, i marinai...
L’espressione di Miranda racchiude più di un’allusione, compresa quella al Nuovo mondo scoperto alcuni decenni prima della nascita di Shakespeare e sul quale si continua a dibattere. Shakespeare e Prospero la pensano allo stesso modo: il Nuovo mondo hanno iniziato a occuparlo uomini arrivati dal Vecchio, che fanno là le stesse cose di qua, o peggio. Così Prospero può rispondere alla figlia, alla quarta parte della sua quadripartita, stupefatta esclamazione – "O wonder!/ How many goodly creatures are there here!/ How beauteous mankind is! O brave new world, That has such people in ’t!" – : "È nuovo per te!"