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Ac-cen-ni di sto-ria del-la no-stra scuo-la
Dopo il concilio di Trento, constatata la grande ignoranza, la Chiesa volle la creazione di scuole di dottrina cristiana. Oltre all’insegnamento della dottrina si affidò ai sacerdoti-parroci e, in molti villaggi, ai cappuccini il compito di insegnare a leggere, scrivere e a far di conto. La scuola gestita dai religiosi durò fino all’istituzione della scuola pubblica dal 1850 in poi.
Già prima del 1850 nel Moesano si cercò di fornire alle scuole qualche materiale che permettesse un insegnamento qualitativamente migliore di quello che si basava unicamente sulle pagine del catechismo romano del 1566. Non dimenticando però, a proposito di materiale didattico, che documenti d’archivio ci rivelano che i cappuccini di Rossa, ad esempio, nel 1703 utilizzavano un mappamondo e a Santa Maria, sempre i cappuccini, nel 1733 fecero fare le cornici alle carte geografiche.
Già prima del 1850 nelle nostre due valli si cercò di uniformare le scuole dei villaggi con regolamenti e con testi scolastici ad uso degli allievi.
Nel 1834 venne pubblicato presso la Tipografia Patria di Bellinzona un “Libretto dei nomi e primo libro di lettura per le scuole elementari mesolcinesi”, una sessantina di pagine, le prime dieci con elenchi di parole scomposte in sillabe, così come prevedeva l’insegnamento della lettura d’allora; seguono altre 36 pagine di letture con i “Doveri dello scolaro prima di entrare in iscuola” e i “Doveri dello scolaro durante la scuola”, un esempio: “… quando il signori Maestro recita l’Orazione che precede lo studio, io mi levo in piedi, e, stando colle mani giunte, con divozione e con tuono moderato di voce, la vengo accompagnando. Finita la recita della preghiera, torno a sedere, e mi guardo dal fare insulsi giuochetti colle dita, dal suonare il tamburo, dal battere le panche, dal canticchiare, dal dare buffetti sul naso o pizzicotti a’ miei compagni, dal fare rumore coi piedi, e dal sussurrare la menoma cosa all’orecchio del compagno …”. Le ultime venti pagine del libretto sono dedicate ai “Primi rudimenti di religione” e al “Modo di servire la Messa secondo il rito romano”.
Nel 1836, stimolata e guidata dal parroco di Cauco, il piemontese don Stefano Silva, una commissione presieduta dallo stesso Silva e composta da 11 membri, i due landamani reggenti, cinque ex-landamani e quattro religiosi, discute ed adotta un “Regolamento provvisorio per le scuole elementari di valle Calanca”. Il regolamento fatto stampare a Lugano presso la Tipografia di Franc. Veladini e comp. viene sottoposto per approvazione al vescovo di Coira Giovanni Giorgio Bossi ed imposto a tutte le scuole della valle.
Il regolamento era composto da quattro articoli, nel primo si sottolineava come “In ogni Parrocchia della Valle Calanca il Curato ossia il Parroco rispettivo è tenuto per proprio Ministero all’Istruzione de’ suoi parrocchiani, e all’erudizione dei ragazzi d’ambo i sessi.” Il terzo articolo “Scuole e metodi” recitava “Queste Scuole veramente pie porteranno il nome di Scuole della Dottrina Cristiana, Cattolico-Griggioni: Ognuna delle quali sarà eretta sotto l’Invocazione di un Santo o Santa particolare, a cui quelli Scolari tributeranno nel giorno che occorre Festa Solenne”. L’articolo si sviluppava in sei paragrafi: nel primo si davano delle indicazione a proposito del metodo d’insegnamento e subito veniva “escluso quello di Mutuo Insegnamento”; inviso alla Chiesa, questo metodo, che prevedeva la collaborazione dei migliori scolari con il maestro nell’istruzione dei compagni, era stato introdotto anche in Ticino da Stefano Franscini. La Chiesa temeva la generalizzazione dell’insegnamento e combatteva l’intromissione dello Stato liberale in campo scolastico; uno dei suoi maggiori rappresentanti del tempo, il cardinale, segretario di Stato di Papa Gregorio XVI, Luigi Lambruschini a proposito della scuola aveva scritto: “Generalizzare l’istruzione e la cultura mira non a migliorare la società, ma a infelicitarla.” Così anche il parroco di Cauco, Stefano Silva, acerrimo nemico di Franscini, nel regolamento per le scuole della Calanca, imponeva la sua visione conservatrice della società.
Il secondo paragrafo del regolamento prevedeva la suddivisione degli allievi in ben nove classi. Il ritmo d’insegnamento nelle classi era alquanto lento; due esempi: in seconda si prevedeva “Quei che incominciano a compitare le Sillabe di due, di tre, di quattro e più lettere; e a disegnar queste sulla sabbia, o sopra tavolette di Ardesia, per risparmio di carta o d’altre spese” e in quinta “A leggere correntemente le Favolette e Racconti morali dell’Abbecedario; apprendere i Proverbi e le Sentenze; a scriver parole intiere, e di più sillabe sulla carta; a fare la prima Operazione (addizione) dell’Aritmetica sulla tavoletta”.
Malgrado le insufficienze logistiche, i ritmi lenti, la frequenza irregolare, la preparazione sommaria di tanti insegnanti e altre ragioni ancora, nel suo “Tentativo di storia della scuola mesolcinese (Quaderni Grigionitaliani, 1946, p.124) Rinaldo Boldini scrive che dai rapporti delle autorità scolastiche della seconda metà del XIX secolo risultava che “lo stato della scuola, specialmente per quanto riguardava la frequenza, locali, libri di testo e materie d’insegnamento, è migliore in Calanca che in Mesolcina”.