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L’economia del Ticino alle soglie della modernità
Quando si parla di Ticino ottocentesco, quasi sempre l’argomento su cui si va prima o poi a parare è quello dell’emigrazione, già ampiamente analizzata in altre sedi, che enfatizza due aspetti importanti della storia del nostro Cantone: da un lato l’ingegno, la dedizione e - in alcuni casi - le fortune degli emigranti e dall’altro la situazione che essi lasciavano a casa mentre erano in cerca di lontane opportunità. Ma quale era l’effettiva situazione socioeconomica del territorio a sud delle Alpi? Ne abbiamo parlato con il Professor Angelo Rossi, autore di numerosi saggi sullo sviluppo economico e sociale della Svizzera, nonché negli anni docente all’università e al Politecnico di Zurigo, all’Università di Losanna e direttore della SUPSI tra il 1998 e il 2003.
Professore, cominciamo con il dare un quadro generale: com’era la vita in Ticino nella seconda metà dell’800?
«La situazione non era delle più rosee, diciamo che il Ticino non era ‘partito’ benissimo: c’era una forte crisi dovuta in prima istanza al rientro, nel 1853, dei ticinesi in seguito alla loro espulsione dalla Lombardia ad opera del governatore austriaco, il feldmaresciallo Radetzky, il quale fece contestualmente chiudere anche le frontiere. Così che si dovette trovare di che vivere per diverse migliaia di persone - pare più di 6000. E questo, in un territorio che vedeva circa 117000 abitanti (secondo il primo censimento federale del 1850) e scarse risorse materiali, era un problema non indifferente. Un problema che ha eco marcata anche nel presente: si tratta(va) sostanzialmente di ‘rifugiati’ in casa propria».
Poi cosa successe?
«Che ci fu, nella seconda metà del secolo un graduale recupero, soprattutto con l’apertura della galleria ferroviaria del San Gottardo ed il conseguente sviluppo economico soprattutto dei centri prossimi alla ferrovia. Le persone infatti cominciarono a spostarsi dalle regioni periferiche, come le valli superiori, verso i principali centri urbani. Questo periodo ha infatti visto un’espansione sostenuta soprattutto di Bellinzona, di Lugano e, in particolare, di Chiasso».
Ma è corretto, dopo il 1850, identificare ancora nell’agricoltura la principale componente costitutiva dell’economia del cantone?
«In verità questo è un po’ un luogo comune, ma la realtà era decisamente diversa: se nel 1850 si può ancora osservare come la popolazione agricola fosse circa il 70% del totale, nel 1900, questa era scesa al 40%. C’è stata, quindi, proprio in quel periodo una forte decadenza della società agricola tradizionale. Nell’economia regionale, accanto all’agricoltura hanno cominciato a svilupparsi altre attività. La creazione di un mercato nazionale, libero da ostacoli daziari interni, e la possibilità per i lavoratori svizzeri di spostarsi liberamente da un Cantone all’altro, consentite dalla Costituzione del 1848, permise alle aziende ticinesi di cominciare ad esportare (seppure in quantità modeste) la loro produzione verso il resto della Svizzera. E consentì anche di riorientare le migrazioni stagionali, dal Nord Italia verso le grandi città dell’altipiano svizzero e il Giura dove stava espandendosi l’industria. Naturalmente dal resto della Svizzera cominciò ad arrivare, specie negli ultimi due decenni del secolo, la concorrenza. Il Ticino, comunque, cominciava a muoversi: anche al suo interno. Ne fa prova il progressivo abbandono, anche da parte di famiglie contadine, dell’autoconsumo. Se, infatti, nel 1850 la maggior parte delle famiglie traeva ancora il sostentamento dalle risorse che aveva ‘in casa’ (la stalla, i campi, la vigna, etc.) e il poco che mancava lo barattava, nei decenni successivi iniziò ad utilizzare il denaro per acquistare beni nei primi negozi che cominciavano ad apparire. Emblematico il fatto che i primi negozi ‘di quartiere’ che nacquero, furono le latterie, dove comperare ciò che prima veniva prodotto in casa, ovvero latte e prodotti caseari. Intorno al 1870 poi, grazie all’avvento delle navi a vapore, molto più rapide ed efficienti, la dieta base della famiglia ticinese - ovvero patate, polenta, castagne - cambiò radicalmente con i primi prodotti di importazione, consentendo quindi di trovare non solo caffè e spezie, ma anche prodotti agricoli, su tutti il riso, a prezzi più convenienti. Le condizioni di salute della popolazione, poi, migliorarono molto per la realizzazione, a metà secolo, delle condotte mediche che assicuravano i servizi del medico a tutto il territorio».
E quali erano le nuove attività apparse nel secondo ‘800?
«Per il Ticino il principale motore di sviluppo è stato senz’altro il turismo. Basti citare le importanti strutture alberghiere nate in quegli anni, come quelle sul Generoso, o il Park Hotel a Lugano o il Grand Hotel di Muralto. Era un periodo nel quale nobili, industriali, politici arrivavano in Ticino in gran numero per passarvi consistenti periodi di villeggiatura. Erano principalmente tedeschi, austriaci e italiani (milanesi in particolare), ma anche qualche inglese. Non si dimentichi, per fare un solo esempio, che Samuele Butler, proprio nel periodo in cui fu costruita la ferrovia, passò per 14 anni le sue vacanze estive a Faido. Fra l’altro, va citata anche l’usanza della prescrizione da parte dei medici di lunghi periodi di cura e convalescenza in luoghi salubri e il Ticino offriva senz’altro aria buona e «bagni di sole» in abbondanza. Oltre a numerose strutture dedicate (Monte Generoso, Faido, Bignasco, etc.), in particolare per chi soffriva di tubercolosi o di rachitismo. Minore, seppur presente era invece il turismo confederato» .
Oltre al turismo, c’erano aziende e industrie che cominciavano ad essere presenti sul territorio?
«Le industrie vere e proprie sono arrivate solo con il ‘900 e l’elettricità. Una discreta importanza la rivestivano per esempio le filande per la lavorazione della seta. Inoltre, c’era la lavorazione del tabacco a Brissago e la produzione di carta a Tenero. E a partire dal 1860 circa hanno cominciato ad apparire le prime piccole fabbriche di prodotti semplici, come la pasta. Ma era una scena piuttosto rarefatta, e anche le persone che avevano ottenuto successo al rientro in patria si dedicavano perlopiù ad investimenti immobiliari: acquistavano terreni e costruivano abitazioni, spesso di pregio. Con i soldi degli emigrati si costruirono anche infrastrutture pubbliche importanti come il ponte di Melide (anni ’40)».
E le banche?
«Prima del 1860 in Ticino c’era solo la Cassa Ticinese di Risparmio (poi Banca cantonale Ticinese, dal 1858), mentre agli inizi del ‘900 erano presenti 8 banche. Queste lavoravano però anche molto con capitali sui circuiti internazionali. La piazza finanziaria ticinese, in ogni caso, era ancora ben di là da venire…»
In conclusione: volendo riassumere la seconda metà dell’ottocento in Ticino dal punto di vista economico cosa potremmo dire?
«Sostanzialmente potremmo descriverla in quattro punti fondamentali: la Costituzione federale del 1848 - e quindi l’avvento del mercato unico nazionale - lo sviluppo delle attività produttive e quindi del reddito, il fatto che si comincia ad utilizzare il denaro e si abbandona l’economia dell’autoconsumo e, infine, lo sviluppo fondamentale del turismo».