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Ai paesi in sviluppo vengono sottratti annualmente miliardi di redditi, di cui avrebbero urgentemente bisogno per lottare contro la povertà e gli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Queste massicce perdite sono causate dall’evasione fiscale delle elite ricche e delle multinazionali. Kofi Annan, già segretario generale dell’ONU, l’ha ricordato di recente senza mezzi termini sul New York Times. In questo articolo ha sottolineato che nessun continente soffre come l’Africa per le conseguenze dei flussi finanziari illeciti verso i paesi industrializzati. Ha pure esplicitamente chiesto a Svizzera, Gran Bretagna e Stati Uniti di, finalmente, adottare le misure che si impongono e di aumentare la trasparenza nel settore finanziario.
Mancanza di entrate fiscali
Mediamente, le entrate fiscali dei paesi in sviluppo rappresentano in media il 17% del loro prodotto interno lordo (PIL). Nei paesi industrializzati ricchi questa percentuale ammonta al 35%, mentre non raggiunge neppure il 15% in numerosi paesi poveri africani. In base all’unanime opinione di numerosi esperti dello sviluppo e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ciò è troppo poco per finanziare un apparato amministrativo in grado di funzionare nel suo insieme. Tuttavia, fortunatamente, esiste un enorme potenziale di recupero.
Due elementi concorrono essenzialmente all’insufficienza delle entrate di bilancio dei paesi in sviluppo: sistemi fiscali inadeguati ed amministrazioni fiscali deboli. Grandi settori dell’economia, in primo luogo il settore informale, vengono appena sfiorati dal fisco o vi sfuggono completamente. Per rimediare a questa situazione, l’FMI e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sostengono – con un aiuto finanziario e consulenza tecnica – riforme radicali dei sistemi fiscali dei paesi in sviluppo. Vari programmi di sviluppo della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) perseguono questo obiettivo. Tuttavia, queste riforme fiscali consistono molto spesso nell’introduzione di imposte sui consumi, che colpiscono pesantemente le fasce più povere della popolazione.
La piaga dell’evasione fiscale
Nel contempo, i paesi in sviluppo devono affrontare, come i paesi industrializzati ricchi, la piaga dell’evasione fiscale, ma facendo capo a sistemi e amministrazioni fiscali meno performanti.
In primo luogo, soffrono per l’evasione fiscale dei loro cittadini ricchi, che depositano i loro averi all’estero, senza dichiararli al fisco. A queste perdite si aggiungono quelle causate dalle pratiche di sottrazione fiscale delle multinazionali, che spostano – spesso in tutta legalità – i loro guadagni in territori a fiscalità leggera, come la Svizzera. Le soluzioni vanno quindi cercate in primo luogo nei paradisi fiscali che beneficiano dell’afflusso di fondi esteri non dichiarati.
Dopo lo scoppio della crisi finanziaria ed economica del 2008, la comunità internazionale ha dichiarato guerra alle numerose oasi fiscali del pianeta. Tuttavia, i progressi finora registrati in materia di trasparenza fiscale non hanno giovato ai paesi in sviluppo. A conferma di ciò, l’esempio della Svizzera. Messa sotto pressione dall’OCSE, a partire dal 2009 ha concluso nuove convenzioni di doppia imposizione con una quarantina di paesi. In presenza di un fondato sospetto di sottrazione fiscale, questi accordi permettono ai paesi partner di chiedere uno scambio d’informazioni bancarie. Nella lista di questi nuovi trattati fiscali della Svizzera, però, si cercherebbero invano i paesi in sviluppo.
Pressione crescente
Dall’inizio di quest’anno, la pressione internazionale sui paradisi fiscali, come la Svizzera, si è ulteriormente accentuata. Sempre più paesi, in particolare l’Unione europea (UE), vogliono che lo scambio automatico d’informazioni diventi lo standard internazionale in materia di fiscalità. Grazie ad un importante effetto dissuasivo sui potenziali evasori fiscali, sarebbe estremamente utile anche ai paesi in sviluppo, indipendentemente dal numero di dati ottenuti che le loro autorità fiscali sarebbero in grado di trattare efficacemente.
Contemporaneamente, l’UE attualmente sta elaborando un piano d’azione che le permetterà di sanzionare le piazze finanziarie insufficientemente trasparenti. Sono previste sanzioni anche per i paesi che praticano una concorrenza fiscale sleale. Nel mirino ci sono gli Stati che privilegiano i redditi delle imprese ottenuti all’estero. La Svizzera è fra questi, con i suoi regimi fiscali cantonali per le holding e società simili, che inducono le multinazionali a trasferire i profitti dai paesi ove vengono generati verso la loro sede in Svizzera, ad esempio, tramite i pagamenti di interesse o la contabilizzazione di prestazioni di servizi in maniera elevata.
L’UE non è più da sola a voler abolire questi regimi fiscali particolari. È entrata in guerra anche l’OCSE che, nell’ambito del suo programma sull’erosione della base imponibile ed il trasferimento degli utili (BEPS), prevede misure per combattere la concorrenza fiscale sleale fra sedi nazionali potenziali di multinazionali.
Manovre dilatorie
Alla crescente pressione, la Svizzera reagisce con misure dilatorie. Mentre la ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf già riflette ad alta voce sullo scambio automatico d’informazioni, il Consiglio federale, ufficialmente, s’impegna sempre per una strategia soft del denaro pulito. Tra l’altro, le banche dovrebbero – sulla base di un’autocertificazione dei clienti – garantire che non accettano più fondi non dichiarati. Tuttavia, le autocertificazioni di conformità fiscale, già introdotte a titolo volontario da diverse banche, non servono a molto, come ha dimostrato una recente ricerca della Neue Zürcher Zeitung. Un impiegato di banca vi ammette spudoratamente che i patrimoni in provenienza dai paesi in sviluppo sono “tradizionalmente non dichiarati” e che sorgono spesso dubbi sulla veridicità delle informazioni sui clienti contenute nei formulari. Non si fa tuttavia nulla per migliorare la situazione.
Pertanto, questa strategia del denaro pulito ha poche possibilità di imporsi sullo scambio automatico d’informazioni. L’ha capito anche l’associazione dei banchieri privati svizzeri. Il suo presidente, Nicolas Pictet, si è espresso pubblicamente a favore dello scambio automatico d’informazioni. Vorrebbe tuttavia escluderne i paesi emergenti ed in sviluppo, con il pretesto che in questi paesi la sicurezza giuridica sarebbe insufficiente. Il fiorente commercio delle banche svizzere con i fondi non dichiarati dei paesi del Sud deve dunque poter continuare senza ostacoli.
La Svizzera cerca una scappatoia anche per l’imposizione delle imprese. Il Consiglio federale propone di sostituire i regimi fiscali cantonali per le holding e società simili con prodotti di licenza. Ciò darebbe alle multinazionali la possibilità di far sfuggire al fisco dei paesi in sviluppo gli utili ivi prodotti, tramite il pagamento di elevate licenze in Svizzera.
Traduzione Fabio Züger, pubblicato su Dialoghi