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Scienze
Ovaie stampate con la tecnologia 3D
Funzionano e producono regolarmente ormoni le prime ovaie stampate in 3D. Il loro banco di prova è stato l'organismo di un ratto, nel quale sono state impiantate e il risultato è...
Funzionano e producono regolarmente ormoni le prime ovaie stampate in 3D. Il loro banco di prova è stato l'organismo di un ratto, nel quale sono state impiantate e il risultato è così incoraggiante da far pensare in futuro alla possibilità di adottare la stessa tecnica nell'uomo, al posto della terapia ormonale sostitutiva prescritta alle donne in menopausa o alle donne costrette alla menopausa precoce a causa di chemioterapia. Pubblicata sulla rivista Nature Communications, la ricerca è stata condotta negli Stati Uniti, dall'istituto Wake Forest per la Medicina rigenerativa.
L'obiettivo ultimo è ripristinare la produzione degli ormoni femminili nel modo più naturale possibile, riducendo al massimo gli eventuali effetti collaterali su densità ossea e peso. Punto di partenza del gruppo di ricerca guidato da Emmanuel Opara sono stati due tipi di cellule delle ovaie: quelle granulose collegate agli ovociti e quelle della struttura che circonda i follicoli ovarici, chiamata teca follicolare. Entrambi i tipi di cellule sono stati incapsulati all'interno di un'ovaia stampata in 3D. Quest'ultima è stata poi trapiantata in femmine di ratto alle quali erano state asportate le ovaie. Una volta impiantate, le ovaie stampate in 3D hanno cominciato a 'dialogare' con l'ambiente biochimico nel quale sono state immerse, nell'organismo dei ratti, e si sono adattate al punto da cominciare a produrre gli ormoni femminili, soprattutto gli estrogeni e poi il progesterone.
La produzione, a livelli bassi e stabili, è stata osservata per 90 giorni. Un risultato positivo che, secondo i ricercatori, costituisce una prova di principio che indica come le ovaie stampate in 3D siano in grado di sostituire gli organi naturali producendo una quantità sufficiente di ormoni. Prima di passare ai test sull'uomo, però, i ricercatori preferiscono raccogliere altri dati con ulteriori esperimenti.
(ANSA/RED)
Trafugati login e password di 70mila utenti
Login e password di settantamila utenti Internet sono stati trafugati. Lo indica una nota odierna della Centrale d‘annuncio e d’analisi per la sicurezza dell‘informazione...
Login e password di settantamila utenti Internet sono stati trafugati. Lo indica una nota odierna della Centrale d‘annuncio e d’analisi per la sicurezza dell‘informazione MELANI. Poiché i dati potrebbero essere utilizzati a fini illegittimi, MELANI consiglia di eseguire una verifica sul portale https://www.checktool.ch. MELANI è giunta in possesso della lista con le mail rubate grazie a una "fonte confidenziale". In diversi casi, avverte MELANI, l’indirizzo elettronico viene utilizzato come nome utente nelle procedure di login. Se un utente internet utilizza la medesima password per il login in diversi portali online, i responsabili del furto potranno facilmente sfruttare questi dati d’accesso per scopi illegali (truffa, estorsione, phishing, ecc.). MELANI raccomanda quindi a tutte le persone e a tutte le aziende di effettuare un controllo sul sito messo a disposizione. Qualora l’indirizzo e-mail dovesse risultare colpito, l’applicazione trasmetterà la relativa segnalazione. MELANI raccomanda a chiunque fosse colpito, di cambiare immediatamente la password di tutti i conti online che abbiano una relazione con l’indirizzo e-mail colpito (account e-mail, piattaforme di vendita online, e-banking, social media).
Svolta energetica, in Svizzera ancora non ci siamo
Come mostra l’indice aggiornato, la Svizzera è ben lungi dall’essere in linea con gli obiettivi previsti per la svolta energetica: nel complesso quattro indicatori...
Come mostra l’indice aggiornato, la Svizzera è ben lungi dall’essere in linea con gli obiettivi previsti per la svolta energetica: nel complesso quattro indicatori su sette presentano valori nettamente insufficienti, dal 9% al 58% del target prefissato. A fronte di leggeri miglioramenti nell'efficienza energetica, si nota un leggero calo della produzione di energie rinnovabili. Con il «sì» convinto alla Strategia energetica 2050, i cittadini hanno dato alla svolta energetica un forte impulso, che però non si riflette ancora nell’indice della svolta energetica (ISE) di Pro Natura, Greenpeace, SES, ATA e WWF. L’ISE non misura piani politici, bensì lo stato di avanzamento effettivo della svolta energetica, ad esempio per quanto riguarda la produzione di energia o la protezione della biodiversità. L’ultima edizione dell’indice, pubblicata oggi, non mostra molti spiragli di luce: l’indicatore “efficienza energetica” progredisce su bassi livelli perché produciamo le stesse quantità usando meno energia (dal 3% all’11% dell’obiettivo). Anche l’indicatore «abbandono del nucleare» mostra un andamento leggermente positivo (dal 7% al 9%) perché la centrale di Beznau I dal marzo 2015 è ferma e quindi si producono meno scorie radioattive. Altri indicatori, come i costi e le interruzioni dell’elettricità, continuano a far registrare un andamento al 100% in linea con gli obiettivi. L’ISE presenta invece una variazione negativa (dal 44% al 22% dell’obiettivo) per quanto concerne la produzione di energia. Il motivo? Nell’anno di rilevazione hanno prodotto meno elettricità in particolare i bacini artificiali. Altri indicatori, come l’efficienza energetica del traffico viaggiatori o degli edifici, restano fissi sullo 0%, cioè un livello molto, ma molto distante dagli obiettivi. Complessivamente, quattro indicatori della svolta energetica su sette presentano valori chiaramente insufficienti dal 9% al 58% del target prefissato. La Svizzera quindi non è ancora sulla rotta giusta. Ha ad esempio il parco autovetture più dannoso per il clima dell’Europa occidentale e quotidianamente vengono montati impianti di riscaldamento a olio combustibile e gas, dannosi per il clima, che in altre nazioni sono già spariti. Con la votazione sulla strategia energetica e la ratifica dell’accordo di Parigi sul clima, la Svizzera quest’anno ha comunque mostrato la volontà di allinearsi agli obiettivi nel lungo periodo. Ora, con la legge sul CO2 un ulteriore importante pilastro della svolta energetica entra nella fase politica più calda. Dal punto di vista delle associazioni ambientaliste è chiaro che, per allinearsi agli obiettivi, cioè per basare il nostro approvvigionamento energetico finalmente su fondamenta sicure, economiche ed ecologicamente sostenibili, la Svizzera deve come minimo raddoppiare i propri sforzi per la protezione del clima.
Dopo 37 anni la sonda riaccende i motori. Nello spazio interstellare. A 20 miliardi di chilometri da qui
Prima manovra nello spazio interstellare. Ad accendere i motori in questo ambiente sconosciuto è...
Prima manovra nello spazio interstellare. Ad accendere i motori in questo ambiente sconosciuto è stata la sonda Voyager 1, che ha aggiunto un nuovo primato ai suoi 40 anni di attività. La manovra, che ha permesso di modificare l’orientamento della sonda e di puntare l’antenna verso Terra, permetterà di allungare la vita della missione di circa tre anni.
“Usando i propulsori che funzionano ancora dopo 37 anni, potremo estendere la vita della sonda di due o tre anni", ha detto Suzanne Dodd, che lavora alla missione Voyager presso il Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa.
Lanciata dalla Nasa nel 1977, la sonda Voyager 1 è l’unico veicolo costruito dall’uomo ad aver superato i confini del Sistema Solare e con il quale si mantengano ancora i contatti. Ora la sonda si trova a circa 20 miliardi di chilometri dalla Terra, nello spazio interstellare. In viaggio da 40 anni, negli ultimi anni il Voyager 1 ha cominciato a perdere “smalto”: i motori principali che ha usato finora per orientare la traiettoria si sono deteriorati e la Nasa ha riunito i suoi esperti per trovare una soluzione. Si è deciso così di provare a riutilizzare quattro propulsori di riserva, che dormivano da ben 37 anni. Erano stati utilizzati, infatti, solo durante i passaggi ravvicinati a Giove e Saturno, avvenuti fra il 1979 e il 1980.
(Ats)
Una superluna piena da record
È la luna piena più grande del 2017 quella che ci accompagna questa notte. Tra il 3 e il 4 dicembre infatti assistiamo a una superluna, grande perché si trova nel punto della sua orbita...
È la luna piena più grande del 2017 quella che ci accompagna questa notte. Tra il 3 e il 4 dicembre infatti assistiamo a una superluna, grande perché si trova nel punto della sua orbita più vicino alla Terra, il perigeo.
Potremo osservare per tutto l’arco della notte un disco lunare più grande del 13% e più luminoso del 28% rispetto a quando il satellite si trova nel punto più lontano dalla Terra lungo la sua orbita, ovvero all’apogeo.
La distanza dalla Terra è infatti pari a 357'495 chilometri, contro la distanza media di poco più di 384'000 chilometri: la più piccola Luna piena del 2017, quella del 9 giugno, era distante dalla Terra 406.268 chilometri, quindi la Superluna piena del 3 dicembre è circa 50.000 chilometri più vicina.
Nella gallery le foto della superluna scattate oggi.
Nel fegato la guerra al diabete
Il diabete, che nel mondo colpisce circa 650 milioni di individui, potrebbe avere avvio nel fegato ed è in questo organo che si trova il potenziale bersaglio molecolare per prevenire o...
Il diabete, che nel mondo colpisce circa 650 milioni di individui, potrebbe avere avvio nel fegato ed è in questo organo che si trova il potenziale bersaglio molecolare per prevenire o fermare la malattia. È la scoperta di un ricercatore dell’università di Ginevra, resa nota sulla rivista Nature Communications. Tutto sembra partire dal fegato, spiega il ricercatore Roberto Coppari in un’intervista all’agenzia di stampa italiana Ansa, dall’aumento esagerato di una molecola, ’’PTPRg’’ (una proteina di cui non si sapeva quasi nulla prima), che poi scatena la resistenza all’insulina (ormone che regola lo zucchero nel sangue) e quindi il diabete. "Abbiamo trovato che la quantità di PTPRg è alta nel fegato di pazienti con resistenza all’insulina e che ciò è conseguenza di aberranti livelli di infiammazione nell’organo, a sua volta conseguenti una dieta squilibrata che favorisce il diabete (dieta diabetogenica). A partire da queste scoperte su pazienti gli scienziati hanno eseguito una serie di test su topolini, mostrando ad esempio che se agli animali viene impedito di produrre PTPRg, questi diventano ’’immuni’’ al diabete, non si ammalano cioè, neppure se sottoposti a dieta diabetogenica. Viceversa, aumentando la quantità di PTPRg nel fegato di topolini che mangiano in modo equilibrato, questi topolini finiscono per ammalarsi di diabete o comunque diventano resistenti all’insulina. Sulla base di questi e altri esperimenti l’ipotesi dei ricercatori è che nell’uomo si verifichi questa sequenza di eventi: mangiando male cresce l’infiammazione nel corpo, causando un aumento di PTPRg nel fegato. PTPRg blocca l’azione dell’insulina sul fegato disattivando il recettore per questo ormone. Questo porta a aumentato rilascio di insulina per far fronte alla resistenza epatica, fino a mandare in tilt la regolazione del glucosio e allo sviluppo del diabete. Promettente è il fatto che fermando PTPRg nel fegato l’azione dell’insulina migliora e il diabete viene risolto, conclude il ricercatore.
Essere sposati protegge dalla demenza
Il matrimonio potrebbe aiutare a tenere a bada la demenza: single e vedovi sono più a rischio di ammalarsi a lungo termine. Lo rivela una ricerca pubblicata sul The Journal of...
Il matrimonio potrebbe aiutare a tenere a bada la demenza: single e vedovi sono più a rischio di ammalarsi a lungo termine. Lo rivela una ricerca pubblicata sul The Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry. Condotto da Andrew Sommerlad, della University College di Londra, lo studio si basa sul riesame di 15 ricerche pubblicate per un totale di 800'000 persone coinvolte in Europa, Nord e Sud America, Asia. Gli esperti hanno visto che in media un single ha il 42% in più di rischio di ammalarsi di demenza; questo rischio si riduce al 24% se ci si limita ad analizzare campioni di individui di epoche più recenti, segno che forse gli "svantaggi" dei single in termini di salute si sono attenuati nel tempo. Invece vedovi e vedove hanno un rischio di ammalarsi maggiore del 20% rispetto a individui sposati; nel campione vi erano pochi divorziati e non sono emerse differenze significative per loro in termini di rischio demenza. È possibile che gli individui sposati godano di una maggiore protezione in quanto tendono ad avere stili di vita più sani e ad essere anche socialmente meno isolati (l’isolamento sociale è un fattore di rischio per la demenza).
Aids: in aumento il numero di infezioni da Hiv in Europa
La regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità, che comprende tutto il continente fino alla Russia, è l’unica nel mondo in cui il numero di...
La regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità, che comprende tutto il continente fino alla Russia, è l’unica nel mondo in cui il numero di nuove infezioni da Hiv sta salendo. Lo afferma il rapporto dell’European Center for Disease Control e dell’Oms in vista della giornata mondiale contro l’Aids del primo dicembre, secondo cui una delle cause è la diagnosi tardiva, che riguarda il 51% delle persone infette che quindi sono contagiose per anni senza saperlo.
Trovata l'area che rende unico il cervello umano
È stata trovata l’area che rende unico il cervello umano. La prima analisi comparativa tra il cervello umano e quello dei primati mette in luce tutti gli elementi...
È stata trovata l’area che rende unico il cervello umano. La prima analisi comparativa tra il cervello umano e quello dei primati mette in luce tutti gli elementi che fanno la differenza e che una sola regione, quella associata al movimento, è un’esclusiva degli esseri umani, mentre 16 regioni conservano evidente l’impronta dei nostri parenti sulla scala evolutiva. È la conclusione a cui è giunto uno studio internazionale coordinato dall’università americana di Yale, pubblicato sulla rivista Science. Molte regioni del cervello umano sono modellate da geni comuni a quelli dei primati, eppure una regione contiene tratti distintamente umani che contribuiscono alle nostre capacità cognitive e che sono la conseguenza dell’evoluzione. L’analisi dei tessuti di cervello umano, di scimpanzé e di scimmie ha dimostrato che il cervello umano non è solo una versione più grande del cervello dei primati ancestrali, ma che "ci sono anche piccole differenze tra le specie nel modo in cui le singole cellule funzionano e creano connessioni", ha spiegato Andre M. M. Sousa, principale co-autore dello studio. I ricercatori hanno trovato sorprendenti somiglianze tra le specie in 16 regioni del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, una delle zone del cervello dove si concentrano le attività più complesse e che distingue maggiormente gli umani dalle altre scimmie. Mentre l’area del cervello più esclusiva nell’uomo è lo striato, una regione associata al movimento. Altre differenze sono state poi trovate all’interno di altre regioni del cervello, come il cervelletto. Qui i ricercatori hanno scoperto che il gene ZP2 è attivo solo nel cervelletto umano, una sorpresa, per i ricercatori, perché lo stesso gene è collegato alla selezione degli spermatozoi da parte di ovuli.
Marte, meno acqua del previsto ma la vita non è esclusa
Su Marte ci sarebbe meno acqua di quanto si credesse e, soprattutto, non ci sono i rigagnoli di acqua liquida che si riteneva scorressero periodicamente....
Su Marte ci sarebbe meno acqua di quanto si credesse e, soprattutto, non ci sono i rigagnoli di acqua liquida che si riteneva scorressero periodicamente. Questo, però, non esclude che possano essere esistite forme di vita elementari in passato, o che possano esistere ancora. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista 'Nature Geoscience' e coordinato dall'università dell'Arizona a Tucrson.
Le striature scure che erano state interpretate come canali disegnati dallo scorrimento di 'rigagnoli', sarebbero stati prodotti dal movimento di sabbia e polveri. Non si esclude comunque la presenza di acqua sul pianeta rosso, che potrebbe essere limitata a tracce di umidità.
A coordinare il gruppo di ricerca sono Colin Dundas e Alfred McEwen, gli stessi ricercatori che avevano ipotizzato la presenza dei minuscoli 'canali' indicandoli con la sigla Rsl (Recurring slope lineae). "Abbiamo pensato che le striature fossero dei possibili flussi di acqua liquida, ma i pendii sono più simili a quelli delle dune di sabbia asciutta", osserva Dundas.
Questa osservazione, aggiunge, "supporterebbe altri dati secondo i quali Marte oggi è molto secco". Secondo McEwen è possibile che l'acqua di Marte "sia intrappolata in sottili strati sotto la superficie" e che proprio la sua presenza destabilizzerebbe i granelli di sabbia, facendoli scivolare. Quando questo accade il suolo umido, più scuro, rimane temporaneamente scoperto, per poi asciugarsi e scomparire.
La pecora Dolly non invecchiò precocemente
La pecora Dolly continua a stupire: dopo che la sua artrite aveva sollevato vivaci dibattiti e acceso dubbi sulla salute dei cloni, una ricerca dimostra che il primo...
La pecora Dolly continua a stupire: dopo che la sua artrite aveva sollevato vivaci dibattiti e acceso dubbi sulla salute dei cloni, una ricerca dimostra che il primo mammifero nato con la tecnica della clonazione non soffriva affatto di artrite e non è invecchiato precocemente.
A sciogliere i dubbi sono le radiografie della stessa Dolly, di Bonnie, la prima dei suoi quattro figli, e quelle di Megan e Morag, le pecore clonate da cellule coltivate in laboratorio. Pubblicato sulla rivista Scientific Reports, lo studio si deve al gruppo dell'università britannica di Nottingham coordinato da Kevin Sinclair.
La buona notizia sullo stato di salute del più celebre dei cloni non modifica comunque il fatto che molti animali nati con tecniche analoghe si siano ammalati, rileva il direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell'università di Pavia, Carlo Alberto Redi. Il risultato di questa ricerca "è l'ennesima prova che in alcuni contesti la clonazione permette di avere animali sani, ma ciò non toglie – ha aggiunto – che bisogna pensare di raggiungere risultati migliori prima di poter applicare la tecnica in altri contesti".
La notizia che Dolly soffriva di artrite alla zampa posteriore sinistra era stata data nel 2003, quando la pecora aveva cinque anni e mezzo, sollevando preoccupazioni e dubbi sulla salute degli animali clonati e sul loro possibile invecchiamento precoce. Tuttavia uno studio condotto nel 2016 su Debbie, Denise, Dianna e Daisy, cloni derivati dalla stessa linea di cellule che nel 1996 aveva dato origine a Dolly, aveva dimostrato che i coloni erano invecchiati in perfetta salute e solo in un caso c'era un segno di artrite moderata.
Poiché nessuna delle radiografie originali di Dolly era stata conservata, il gruppo di Sinclair ha deciso di fare le radiografie degli scheletri delle quattro pecore, conservati presso il Museo Nazionale della Scozia a Edimburgo. E' emerso così che Dolly non aveva l'artrite e che lo stato delle sue articolazioni era simile a quello delle coetanee concepite naturalmente. Solo quando Dolly aveva sei anni e otto mesi una malattia polmonare irreversibile ha reso necessario sopprimerla per evitarle sofferenze. Bonnie e Megan, più anziane, avevano segni di artrite a più articolazioni, ma le tracce dell'infiammazione non erano diverse da quelle che si osservano normalmente nelle pecore anziane. "Abbiamo scoperto che la salute delle articolazioni di Dolly era simile a quella osservata nelle pecore concepite naturalmente - ha rilevato Sandra Corr, prima autrice della ricerca - e possiamo concludere che i sospetti sull'esordio precoce dell'artrite in Dolly erano infondati".
(Ansa)
Contro l'Alzheimer un cocktail di farmaci
Lavorando su ’’cervelli in provetta’’ ottenuti coltivando cellule di pazienti è stato sviluppato un cocktail di farmaci potenzialmente efficace contro l’Alzheimer. È il...
Lavorando su ’’cervelli in provetta’’ ottenuti coltivando cellule di pazienti è stato sviluppato un cocktail di farmaci potenzialmente efficace contro l’Alzheimer. È il risultato di uno studio di scienziati giapponesi dell’Università di Kioto, pubblicato sulla rivista Cell Reports.
I tre farmaci sono tutti in uso per altre malattie: la bromocriptina usata nel Parkinson, la ’’cromolina’’ per l’asma e il topiramato per l’epilessia. Insieme la combinazione di questi tre farmaci riduce i depositi tossici di proteina beta-amiloide (che resta la principale indiziata tra le possibili cause della malattia) del 30-40%. Lo studio si basa sulla creazione di tessuto cerebrale con Alzheimer, a partire da cellule di pelle di un campione di pazienti con la malattia.
Le cellule sono prima state riprogrammate in staminali pluripotenti, poi con queste si è realizzato il tessuto cerebrale in provetta, che rispecchia, quindi, la malattia dei pazienti stessi. Su questi campioni gli scienziati, diretti da Haruhisa Inoue, hanno testato oltre 1200 farmaci noti e combinazioni di essi, arrivando a trovare il cocktail più efficace nel rimuovere beta-amiloide.
Per quanto si tratti di ricerca di base, il fatto che i tre farmaci selezionati siano tutti già in uso potrebbe rendere più rapido un eventuale percorso di sperimentazione sui pazienti; anche se prima di passare all’uomo, bisognerà allestire dei test su animali.
Un asteroide forse fatto di materia oscura
Era già abbastanza misterioso dopo la sua improvvisa comparsa, l''intruso' (un oggetto simile a un asteroide) che nell'ottobre scorso ha fatto irruzione nel Sistema Solare...
Era già abbastanza misterioso dopo la sua improvvisa comparsa, l''intruso' (un oggetto simile a un asteroide) che nell'ottobre scorso ha fatto irruzione nel Sistema Solare, ma adesso è ancora più enigmatico perché potrebbe essere fatto di una materia oscura molto particolare, estremamente densa, al punto che il suo passaggio fra l'orbita di Mercurio e quella della Terra potrebbe deviare di una decina di metri l'orbita di Mercurio e, in modo impercettibile, quella della Terra.
Pubblicata sul sito 'arXiv', l'ipotesi arriva da un'istituzione scientifica che gode di ottima fama, come l'università californiana di Stanford. Molto cauta la reazione del mondo scientifico, che guarda comunque con interesse alla possibilità di verificarla.
All'inizio l'intruso aveva solo una sigla, A/2017, poi è stato chiamato Oumuamua (nella lingua hawaiana significa 'messaggero') dal Minor Planet Center, l'organizzazione dell'Unione Astronomica Internazionale (Uai) che 'sorveglia' i corpi minori del Sistema Solare. La sua immagine, che ha rivelato un'inconsueta forma allungata come un sigaro, è stata poi catturata dal telescopio Pan-Starrs delle Hawaii e dal Very Large Telescope (Vlt) dell'Osservatorio Europeo Australe (Eso). È poi emerso che ruota su se stesso ogni 7,3 ore.
Oumuamua, come è stato chiamato l'intruso, "è generalmente considerato un oggetto simile a un asteroide roccioso arrivato da un altro sistema planetario della Via Lattea", osservano i ricercatori, guidati da David Cyncynates. "Noi riteniamo che Oumuamua potrebbe invece essere un 'pezzo' di materia oscura", estremamente denso. Se così fosse, hanno aggiunto, il suo passaggio potrebbe causare variazioni misurabili nelle orbite di Mercurio, della Terra e della Luna.
Se le cose stessero proprio così Oumuamua potrebbe essere pesantissimo, "100 volte meno pesante della Terra", ha rilevato Fabrizio Fiore, direttore dell'osservatorio di Roma dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). "Un oggetto del genere – ha aggiunto –potrebbe produrre un cambiamento apprezzabile, nell'orbita di Mercurio, ossia circa di 10 metri e che quindi potrebbe essere rivelato. L'orbita della Terra e a quella della Luna sarebbero invece "deviate di pochissimo: non ce ne accorgeremmo, ma potremmo misurare la differenza". Secondo Fiore si tratta di "ipotesi tirata", ma il bello è che per invalidarla o meno "basterà misurare con precisione l'orbita di Mercurio per sapere se si è spostata".
I nostri cervelli in avatar robotici: ecco come diventeremo immortali
Una grande corsa per la lotta all'invecchiamento è stata intrapresa nella Silicon Valley. Terapie allunga-vita, possibilità di diventare...
Una grande corsa per la lotta all'invecchiamento è stata intrapresa nella Silicon Valley. Terapie allunga-vita, possibilità di diventare immortale, screening interno al corpo di malattie e problemi di salute. Centinaia di migliaia di dollari oggi investiti alfine di rendere l'uomo una macchina indistruttibile. Fra i promotori di queste ricerche il magnate russo Dmitry Itskov impegnatosi a diventare immortale entro il 2045 trasferendo la sua personalità in un avatar controllato da un'interfaccia cervello-computer. L'idea è quella di poter garantire la vita eterna estraendo i cervelli dalle scatole craniche per inserirli in veri e propri avatar robotici. Un'altra iniziativa visionaria di Itskov riguarda l'upload della mente e della personalità umana in un computer, dopo la morte. In questo caso, corpo e vita materiale verrebbero totalmente abbandonati: continueremmo a vivere sotto forma di ologrammi che vagano nella rete, pura energia senza più alcun legame con il mondo fisico.
Da anni, come riportato da Ansa.it, i giganti della Silicon Valley e i più ricchi del pianeta investono risorse e lavoro nella ricerca di una soluzione per allungare la vita. Mark Zuckerberg, mente di Facebook, ad esempio, ha elargito fondi a BioRxiv, un sito dedicato alla pubblicazione preliminare e liberamente accessibile degli articoli scientifici su temi biologici prima che arrivino sulle riviste internazionali. Nel 2013, Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google, hanno dato vita a Calico. "La nostra missione - si legge - è sfruttare tecnologie avanzate per aumentare la nostra comprensione della biologia che controlla la durata della vita".
Sempre in casa Google c'è la proposta da Ray Kurzweil, ingegnere capo di Mountain View: crede che in futuro verranno iniettati minuscoli 'nanobot' nel nostro sistema circolatorio. Questi si occuperanno della nostra salute e accresceranno le nostre capacità, fino a renderci più simili a macchine che a uomini. Non esistono, dunque, limiti al desiderio di una vita eterna. È il caso di Peter Thiel, eccentrico co-fondatore di Paypal: è interessato alle trasfusioni di sangue di persone più giovani.
Continua a sfuggire alla scienza la materia invisibile
Inseguita da quasi 90 anni, la materia invisibile e sconosciuta che occupa circa il 25% dell’universo continua a essere inafferrabile, tanto che un articolo...
Inseguita da quasi 90 anni, la materia invisibile e sconosciuta che occupa circa il 25% dell’universo continua a essere inafferrabile, tanto che un articolo pubblicato dalla rivista Nature sul suo sito parla apertamente di "frustrazione" e della ricerca di nuove ipotesi. Trovare le particelle di cui è fatta la materia oscura significherebbe aprire la porta sulla cosiddetta "nuova fisica", vorrebbe dire cioè scoprire particelle e comportamenti della materia diversi da quelli previsti dagli attuali modelli di riferimento. Finora, però, dei componenti della materia oscura continua a non esserci traccia, e si comincia a pensare di riorientare le ricerche verso altri possibili candidati. "Per la maggior parte dei fisici la materia oscura esiste. Nessuno di noi, però, è disposto a dire che cosa sia, perché non c’è un modello che la descriva", ha detto all’agenzia di stampa ANSA il presidente dell’Istituto nazionale italiano di Fisica Nucleare (Infn), Fernando Ferroni. "L’idea più semplice è che possa essere un’estensione di quello che si sa", ha aggiunto riferendosi alla teoria della supersimmetria, secondo la quale ogni particella ha una sua particella speculare e nascosta, di massa molto maggiore.
A questa teoria è legata infatti da molto tempo l’idea che le più probabili componenti della materia oscura possano essere le particelle Wimp (Weakly Interacting Massive Particles, ossia particelle massive debolmente interagenti). Il fatto che, dopo tante ricerche, delle particelle Wimp non ci sia ancora traccia, fa pensare che sia il momento di cercare in modo diverso. "Finora tutto è plausibile, ma – ha osservato il presidente dell’Infn – bisogna fare i conti con la psicologia umana e con il sospetto di dover cercare cose diverse". Così gradualmente dello "zoo" delle nuove particelle sono entrate a far parte creature bizzarre chiamate assioni, Wimpzilla, Q-balls. "Particelle come gli assioni sono indicate da tempo come una soluzione elegante", ha detto Ferroni. "Cercarle non è facile, perché potrebbero avere qualsiasi massa" e l’intervallo di energia in cui potrebbero essere è davvero molto ampio. Un altro possibile obiettivo della caccia alla materia oscura potrebbero essere i buchi neri primordiali nati immediatamente dopo il Big Bang.
Antimateria, indizi a favore della 'nuova fisica'
Potrebbe essere il primo indizio della cosiddetta "nuova fisica": non c’è al momento una spiegazione diversa per l’abbondanza di particelle di antimateria misurata...
Potrebbe essere il primo indizio della cosiddetta "nuova fisica": non c’è al momento una spiegazione diversa per l’abbondanza di particelle di antimateria misurata dallo strumento Ams (Alpha Magnetic Spectrometer), che dal maggio 2011 è agganciato all’esterno della Stazione Spaziale a caccia di antimateria e materia oscura. I dati pubblicati sulla rivista Science indicano infatti che le stelle molto dense che ruotano velocemente su se stesse, le pulsar, non sono sufficienti a produrre una quantità di antiparticelle così abbondante. La loro origine deve essere quindi qualcosa di tanto esotico quanto sconosciuto, un indizio che potrebbe portare alla scoperta di nuove particelle e nuove leggi fisiche, non previste dalle teorie attuali. A disegnare questo quadro sono i risultati della ricerca internazionale basata sui dati dell’osservatorio Hawc (High-Altitude Water Cherenkov), che osserva l’universo attraverso i raggi gamma.
Due "occhi" diversi, quindi, hanno segnalato l’identico problema, ossia l’impossibilità di spiegare il fatto che sia stata rilevata una quantità maggiore del previsto di positroni, ossia delle particelle di antimateria che sono l’opposto degli elettroni. "Abbiamo che fare con fisica multimessaggero", ossia che raccoglie segnali da fonti molto diverse per costruire un unico quadro dell’universo, ha rilevato Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e con il Nobel Samuel Ting responsabile internazionale dello strumento Ams. "E’ un’informazione importante – ha detto ancora riferendosi ai dati pubblicati su Science – perché sgombra il campo in modo forte dall’ipotesi tradizionale che spiega l’origine dei positroni. Di conseguenza – ha osservato – lascia spazio all’ipotesi che i dati possano riguardare una nuova fisica".
Potrebbe ospitare la vita: ecco Ross 128b, esopianeta simile (e vicino) alla Terra
Ha una temperatura mite e dimensioni paragonabili a quelle della Terra l'ultimo arrivato in ordine di tempo tra i numerosi...
Ha una temperatura mite e dimensioni paragonabili a quelle della Terra l'ultimo arrivato in ordine di tempo tra i numerosi pianeti esterni al Sistema Solare, ormai più di 3700.
La sua carta d'identità, presentata sulla rivista Astronomy&Astrophysics, racconta di un mondo simile al nostro. La sua stella madre, chiamata Ross 128, si trova infatti a circa 11 anni luce dal Sistema Solare. È una nana rossa, la tipologia di stella più comune nell'Universo, e si sta avvicinando al Sole: tra circa 79.000 anni, un battito d'ali su scala astronomica, sarà la più vicina alla Terra. Potrà cioè strappare il primato di stella più vicina a Proxima Centauri, che brilla a poco più di 4 anni luce dal Sole.
I ricercatori dell'Università di Grenoble e del Consiglio nazionale delle ricerche francese (Cnrs), coordinati da Xavier Bonfils, hanno scovato il nuovo mondo grazie ai sofisticati occhi del telescopio Harps, il cacciatore di pianeti che si trova in Cile, a La Silla, gestito dall'Osservatorio europeo meridionale (Eso). Il futuro vicino di casa della Terra si chiama Ross 128 b e compie un'orbita completa intorno alla propria stella madre in poco meno di 10 giorni. A differenza di altri esopianeti, mostri cosmici con la taglia di Giove, Ross 128 b ha dimensioni confrontabili a quelle della Terra e un clima temperato.
La sua temperatura superficiale, secondo quanto emerge dallo studio, dovrebbe essere simile a quella della Terra: tra -60 e 20 gradi centigradi. Condizioni potenzialmente adatte a ospitare la vita. Per questo Ross 128 b sarà uno dei primi mondi su cui, a partire dal 2024, allungherà lo sguardo, a caccia di possibili impronte di vita, il nuovo telescopio dell'Eso: un gigante dal diametro di 39 metri, l'Elt (Extremely large telescope).
Terapia genica, negli Stati Uniti si tenta di cambiare il Dna di un paziente per sconfiggere una rara malattia metabolica
Un tentativo audace, lo definisce la Associated Press: modificare i geni di una...
Un tentativo audace, lo definisce la Associated Press: modificare i geni di una persona direttamente all’interno del suo corpo, in modo da eliminare dal Dna del paziente la rara malattia metabolica che lo colpisce. "Sono disposto a correre questo rischio: spero che aiuterà me e altre persone" ha dichiarato il paziente, il 44enne Brian Madeux.
L’esperimento è stato realizzato lunedì ad Oakland (California) e si dovrà aspettare tre mesi per sapere con certezza se la terapia abbia davvero funzionato.
Nelle terapie geniche già testate in passato il Dna viene modificato in laboratorio in cellule prelevate dal paziente e poi, una volta sicuri del risultato, reinfuse. Una tecnica non utilizzabile per malattie come la sindrome di Hunter di cui soffre Madeux. Per questo si è deciso di tentare la strada, più rischiosa, "in vivo", iniettando nel paziente una copia del gene sano insieme a due "dita di zinco" che permettono di inserire con precisione il Dna nel genoma del paziente, in modo da ridurre il rischio di effetti collaterali. In pratica, è come avere un microscopico chirurgo in grado di correggere il Dna esattamente e solo dove necessario.
Chi soffre della sindrome di Hunter – si stima meno di diecimila persone al mondo, un numero basso anche perché molti muoiono in giovane età – manca di un enzima in grado di "rompere" alcuni carboidrati che quindi si accumulano nel corpo provocando vari problemi.
Madeux ha subito 26 operazioni per ernie e deformazioni ossee, oltre che per problemi alle orecchie, agli occhi e alla cistifellea. I sintomi si posso attenuare tramite infusioni settimanali dell'enizima mancante; il costo di queste infusioni varia dai 100mila ai 400mila dollari l'anno e in ogni caso non prevengono i danni cerebrali.
Libertà di (auto)distruzione
Crescita dei gas serra, crollo del numero di animali e aumento degli umani, disboscamento, riduzione dell’acqua... Ma c’è anche qualche buona notizia; da lì occorre partire, in fretta....
Crescita dei gas serra, crollo del numero di animali e aumento degli umani, disboscamento, riduzione dell’acqua... Ma c’è anche qualche buona notizia; da lì occorre partire, in fretta.
Ex vicepresidente, ex candidato alla presidenza, Premio Nobel per la Pace nonché Oscar per il documentario ‘Una scomoda verità’, Al Gore è la voce più influente dell’ambientalismo a stelle e strisce. E, nonostante le posizione dell’attuale presidente, non ha dubbi: negli Usa la protezione dell’ambiente sta facendo progressi a livello sia federale che locale. In altre parole, il treno dell’Accordo di Parigi «è già partito: non siamo tanto lontani da una coalizione di lavoro al Senato e alla Camera», ha detto a margine della Conferenza mondiale dell’Onu sul clima, in corso a Bonn. «La cosa impressionante è che migliaia di imprese si lamentano dell’andamento del governo – ha concluso Gore – e si impegnano da sole per arrivare al 100% di energie rinnovabili».
Gli scienziati preoccupati
Insomma, piccole buone notizie, in un contesto globale in cui s’iniziano a scoprire le prospettive economiche della “rivoluzione verde”. Il problema, come ribadisce l’Unione degli scienziati preoccupati, è che il lavoro per “salvare” il pianeta è ancora tutto da fare e i dati di cui disponiamo indicano un generale peggioramento della sua salute. Non è bastato il loro primo appello, lanciato 25 anni fa. I progressi fatti per limitare i danni provocati dall’uomo al pianeta con cambiamento climatico, deforestazione, mancanza di accesso all’acqua, sovrappopolazione e animali in estinzione, sono stati troppo pochi.
Per questo l’Unione degli scienziati preoccupati ha deciso di lanciare sulla rivista ‘Bioscience’ un secondo allarme, con l’hashtag #ScientistsWarningToHumanity, affinché si agisca prima che i danni diventino irreversibili. Il primo avviso, lanciato nel 1992, fu sottoscritto da 1’700 firmatari, tra cui molti Premi Nobel. Quello lanciato oggi, a un quarto di secolo di distanza (dai ricercatori William Ripple, dell’Oregon State University, e Thomas Newsome, dell’Università di Sydney) ha avuto un’eco ben maggiore, grazie anche alla campagna sui social, finendo per raccogliere finora le adesioni di 15’000 ricercatori di 184 Paesi.
‘Presto sarà troppo tardi’
Il quadro delineato dagli esperti è poco incoraggiante: fra le 9 aree su cui l’appello del 1992 indicava di intervenire, l’unico miglioramento consistente registrato è nell’aver fermato la crescita del buco dell’ozono. Qualche progresso è stato fatto nell’aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, nel calo della fertilità grazie all’istruzione femminile e nel rallentamento della deforestazione in alcune aree. Dati che, secondo i ricercatori, dimostrano che se ci si impegna davvero dei risultati si possono raggiungere.
L’elenco delle brutte notizie è, però, molto più lungo. Nei 25 anni trascorsi si è avuta una riduzione del 26% dell’acqua disponibile per persona, una crescita del 75% del numero di zone morte nell’oceano, la perdita di circa 121 milioni di ettari di zone boschive convertite principalmente all’agricoltura, e un calo del 29% del numero di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci, una crescita del 35% della popolazione umana e il continuo aumento delle emissioni di carbonio e delle temperature a livello globale.
Sono 13 le aree, secondo i ricercatori, su cui lavorare per ridurre i danni dell’uomo, rendendo più sostenibile la sua presenza per il pianeta; come promuovere una dieta con meno carne, il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, la creazione di riserve marine e terrestri, l’adozione di leggi anti-bracconaggio, la limitazione della crescita della popolazione con interventi di pianificazione familiare ed educazione femminile. «Presto sarà troppo tardi per cambiare le cose – dicono gli esperti –. Ma possiamo fare grandi progressi per il bene dell’umanità e del pianeta da cui dipendiamo».
E le emissioni di CO2 aumentano
È questo il principale campanello d’allarme per tutto il pianeta: quest’anno le emissioni di anidride carbonica, il gas serra che più contribuisce al riscaldamento globale, torneranno a crescere. È la prima volta dopo tre anni di emissioni stabili e gli scienziati sono preoccupati: con l’aumento del CO2 in atmosfera gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale stabiliti dall’Accordo di Parigi sono a rischio. L’appello arriva dal rapporto 2017, ‘Global Carbon Budget’, presentato ieri a Bonn (e pubblicato sulle riviste ‘Nature Climate Change’, ‘Environmental Research Letters’ e ‘Earth System Science Data Discussions’). Le analisi sono state condotte da 76 scienziati di 57 istituti di ricerca di 15 Paesi e ribadiscono che questa situazione mette a repentaglio gli obiettivi dell’Accordo sul clima di Parigi.
È «una delusione», afferma Corinne Le Quéré, direttrice del Tyndall Centre for Climate Change Research dell’ateneo britannico dell’East Anglia. Si rischia, sottolinea, di non fare in tempo «a mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, figurarsi entro il grado e mezzo».
Studio Usa: i funghi possono contrastare l'invecchiamento
Nei funghi c'è un potenziale anti-invecchiamento tutto da sfruttare, soprattutto in autunno: merito di due antiossidanti presenti in alte quantità, il...
Nei funghi c'è un potenziale anti-invecchiamento tutto da sfruttare, soprattutto in autunno: merito di due antiossidanti presenti in alte quantità, il glutatione e l'ergotioneina, in grado di contrastare l'invecchiamento e migliorare la salute.
Cinque champignons al giorno possono infatti fare la differenza nell'aiutare a prevenire il rischio di insorgenza di demenza, malattie cardiache e persino cancro, anche se la varietà di funghi più ricchi di questi antiossidanti sono i porcini. A evidenziarlo è uno studio della Pennsylvania State University, pubblicato su Food Chemistry. Secondo gli studiosi il corpo usa cibo per produrre energia, ma rilasciando alcuni radicali liberi provoca anche stress ossidativo. Gli antiossidanti possono offrire un effetto protettivo.
"C'è una teoria, quella dei radicali liberi dell'invecchiamento - spiega infatti il professor Robert Beelman, uno degli autori dello studio - secondo cui quando utilizziamo il cibo per produrre energia vengono prodotti anche un certo numero di radicali liberi. Il corpo ha meccanismi per controllarne la maggior parte, inclusi ergotioneina e glutatione, ma alla fine si accumulano abbastanza per causare danni, associati a molte delle patologie dell'invecchiamento, come il cancro, le malattie cardiovascolari e l'Alzheimer".
Cuocere i funghi non sembra intaccarne le proprietà, quindi largo alla fantasia, tenendo conto solo di un dato ricordato dagli studiosi: in Paesi come Italia e Francia vi è una minore incidenza di malattie neurodegenerative per una dieta ricca di antiossidanti come l'ergotioneina, e la differenza con i Paesi che invece ne consumano meno e hanno più incidenza di queste patologie è di tre milligrammi al giorno dell'antiossidante, pari proprio a 5 champignons (Ansa)