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L’Inventario SANASILVA è stato istituito in Svizzera nel 1985 con l’obiettivo di fornire un quadro rappresentativo dello stato di salute del bosco. I periti dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (FNP) esaminano la densità delle foglie o degli aghi delle chiome su superfici di prova. Tra il 1985 e il 1997, la percentuale di alberi danneggiati la cui perdita di massa fogliare superiore al 25 percento della loro chioma non può essere attribuita a cause specifiche quali gli attacchi di nocivi o di funghi è aumentata dall’8 al 17%. Dal 1994, in occasione dell’ultimo rilievo rappresentativo, lo stato di salute delle chiome non ha subito modifiche sostanziali. Dal 1985 la percentuale di alberi morti ogni anno (tasso di mortalità) è rimasta invariata allo 0,4%, un valore abituale.
Cause oscure
Non è tuttavia chiaro perché dal 1985 in poi il diradamento delle chiome sia aumentato. Detto incremento è causato da diversi fattori, come l’aumento d’età degli alberi, i periodi di siccità, la tempesta „Vivian" del febbraio 1990 e l’alto carico di ozono. Siccome i fattori elencati agiscono contemporaneamente sul bosco è quasi impossibile addebitare l’incremento del diradamento delle chiome a cause singole. È stato comunque possibile provare che l’ozono danneggia le foglie di specie di alberi sensibili in regioni ad alto carico di ozono quali il Ticino meridionale. L’aumento del diradamento delle chiome può essere interpretato quale indice di crescente stress. Si presenta infatti abbinato a caratteristiche che indicano una riduzione della vitalità dell’albero: più si dirada la chioma dell’albero più rallenta il suo germoglio e minore ne è l’accrescimento del tronco; cresce inoltre la possibilità - anche se rimane, tutto sommato, remota - che l’albero muoia nel giro di un anno. Il mondo della scienza non è unanime nello stabilire fino a che punto i valori di diradamento inferiori al 50 percento, i più diffusi nei boschi svizzeri, siano un indice del grado di vitalità di un albero. Per questa ragione non è possibile in termini assoluti considerare come „danneggiati" alberi con una perdita di massa fogliare superiore al 25 percento della loro chioma.
L’acidificazione del suolo quale fattore di rischio a lungo termine
A lungo termine, le eccessive immissioni di sostanze inquinanti, in particolare di acidi e azoto, acidificano il suolo, ne comportano il dilavamento delle sostanze nutritive e nutrono in maniera squilibrata gli alberi. Le conseguenze elencate pos- sono avere un effetto negativo per i boschi ubicati su suoli già acidi per natura. Un’indagine condotta dalla FNP in Ticino su un suolo boschivo acido ha per esempio permesso di rilevare che negli ultimi 10 anni il rapporto fra sostanze nutritive importanti (potassio, calcio, magnesio) da un lato e l’alluminio dall’altro è evoluto in maniera sempre più sfavorevole. Le conseguenze probabili dell’acidificazione del suolo sono la crescita frenata delle radici fini e la minore stabilità degli alberi, cosa che li rende più vulnerabili a siccità e tempeste.
L’intervento selvicolturale permette di migliorare fino a un certo punto la forza di resistenza del bosco contro nocivi, sostanze inquinanti e tempeste. Detti interventi non sostituiscono tuttavia i provvedimenti che riducono le immissioni di sostanze inquinanti. Negli anni 80 le emissioni di numerose sostanze inquinanti hanno raggiunto il loro livello massimo. La strategia del Consiglio federale contro l’inquinamento atmosferico ha permesso di ridurre tali emissioni entro il 1995. Le emissioni di anidride solforosa sono state ridotte del 70 percento circa, mentre quelle degli ossidi d’azoto sono invece diminuite del 25 percento circa. Le emissioni di ammoniaca hanno fatto registrare un leggero calo. I valori di punta dell’ozono in prossimità del suolo sono leggermente calati, mentre ne sono rimasti invariati i valori medi. Tuttavia, nel suo insieme, il carico rimane eccessivo. In diverse regioni della Svizzera vengono superati i valori limite critici relativi alle diverse sostanze inquinanti stabiliti a livello internazionale (critical loads and levels). Ne consegue che, a lungo termine, le sostanze inquinanti l’aria si traducono in un fattore di rischio per il bosco. È soprattutto necessario continuare a ridurre le immissioni di acidi e di azoto nonché la concentrazione di ozono.
La ricerca sugli ecosistemi permette una migliore valutazione dei rischi
L’esperienza acquisita con l’Inventario SANASILVA ha messo a nudo le difficoltà nell’interpretare il diradamento delle chiome. È comunque assodato che lo stato di salute del bosco e la sua dipendenza da carichi di origine antropica non possono essere valutati sulla base di singole caratteristiche, ma soltanto sulla base di una ricerca condotta in termini globali. Sulla base di tale principio è stata istituita la ricerca a lungo termine su ecosistemi forestali (LWF), svolta nell’ambito del „Monitoraggio dei boschi in Svizzera" da parte dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio su mandato della Confederazione. Sulla base di metodi standard vigenti a livello europeo vengono tenute sotto osservazione permanente circa 15 superfici boschive delle quali vengono registrati oltre al diradamento delle chioma anche numerosi altri fattori stazionali quali le condizioni climatiche, le immissioni di sostanze inquinanti, la presenza di sostanze nutritive e di acqua nel suolo e l’evoluzione della flora e fauna. Dal 1984 nella Svizzera nordoccidentale vi sono inoltre 65 superfici monitorate in permanenza dall’Institut für Allgemeine Pflanzenbiologie (Schönenbuch BL).
In calo la presenza dell’Ips typographus, noto come bostrico
Il Servizio fitosanitario di osservazione e informazione (SFOI) dell’FNP rileva un significativo calo della presenza dell’Ips typographus nei boschi svizzeri. Nel 1997, il numero di abeti rossi che hanno dovuto essere abbattuti anzitempo perché aggrediti dallo scolitide è nuovamente calato. L’anno scorso si sono dovuti utilizzare circa 90’000 m3 di „legname da bostrico"; nell’anno precedente tale quantità ammontava ancora sui 229’000 m3; nel 1993, anno di „punta", si erano addirittura superati i 487’000 m3, a causa della tempesta „Vivian" del febbraio 1990. L’evoluzione positiva dell’anno scorso è stata favorita, tra l’altro, dal clima umido registrato a giugno che ha ostacolato fortemente la diffusione del coleottero.
Pubblicato da
- Ufficio federale dell'ambiente UFAM
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