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Il linguaggio è crudo, ma ha il pregio della chiarezza: «Definirei la “globalizzazione” come la libertà per il mio gruppo di investire dove vuole, per il tempo che vuole, per produrre ciò che vuole, rifornendosi e vendendo dove vuole, avendo da sopportare il minor numero possibile di limiti in materia di diritto del lavoro e di convenzioni sociali». A pronunciare queste parole – riportate da Graziano Pestoni all’inizio di un capitolo del suo bel libro sulle privatizzazioni in Svizzera – è stato Percy Barnevik, amministratore delegato negli anni ’90 del secolo scorso di Asea Brown Boveri.
Quando venne fondata nel 1876, la ditta si chiamava Maschinenfabrik Oerlikon (MFO), dal nome del comune di Oerlikon ora quartiere di Zurigo, e produceva macchine utensili, armi e locomotive elettriche. Nel 1891 Charles Brown, direttore tecnico, e Walter Boveri, capo del montaggio, lasciarono la MFO per fondare a Baden nel canton Argovia la Brown, Boveri & Cie (BBC), operante con successo nel campo dell’elettrotecnica, che diversi anni più avanti, nel 1967, giunse ad assorbire la MFO e a contare complessivamente 4.500 dipendenti. Vent’anni dopo, nel 1988, la BBC si fuse con la concorrente svedese ASEA dando vita alla multinazionale Asea Brown Boveri (ABB). Dopo essere stato amministratore delegato di ABB dal 1988 al 1996, Percy Barnevik ricevette una buonuscita di 148 milioni di franchi, continuando a rimanere membro del consiglio d’amministrazione fino al 2002.
Ma non è finita, perché quello di fondersi e ingrandirsi continuamente sembra il destino delle aziende in questo settore: passano dieci anni e la Alstom – impresa a capitale misto formatasi nel 1989 attraverso l’unione della francese Compagnie Générale d’Électricité (che a sua volta aveva inglobato la vecchia Alsthom) con la britannica General Electric Company –, dopo essersi resa indipendente si unisce alla ABB mantenendo dapprima distinti i capitali e poi assumendone il completo controllo. Da quell’anno si parla dunque di ABB Alstom Power, che però nel novembre 2015 cede alla statunitense General Electric le divisioni Power (energia) e Grid (trasporto di corrente), conservando soltanto la divisione ferroviaria. E arriviamo al 13 gennaio 2016, quando la multinazionale americana annuncia la ristrutturazione: sui 35.000 dipendenti in Europa ne verranno licenziati 765 in Francia, 1.700 in Germania e 1.300 in Svizzera, per un «aumento sostanziale dei margini e una redditività al di sopra della media».
Che fare per difendere il lavoro e impedire che il nostro paese si trasformi definitivamente in una bisca della finanza internazionale? Il presidente della Confederazione Johann Schneider-Ammann ha trovato il coraggio, si fa per dire, di ricordare al presidente del settore energia di General Electric, Steve Bolze, l’importanza del «nostro partenariato sociale nel sistema liberale», aggiungendo: «Non gli ho fatto un esame di coscienza, ma gli ho mostrato i vantaggi di cui dispone la Svizzera … Ciò non cambierà nulla riguardo alla decisione, ma almeno l’ho sensibilizzato». Poi c’è la sintassi surrealistica dei comunicati ufficiali: «Il Consiglio federale ha accettato un postulato che chiede di redigere un rapporto che faccia il punto sulla situazione», e la triste prosa del sindacato, che «ha chiesto alle autorità di agire nel quadro di una politica industriale attiva».
Si chiamava Roubaud il sottocapostazione a Le Havre che aveva osato contestare al viceprefetto il diritto di salire nella carrozza di prima classe col suo cane, mentre era a disposizione un vagone di seconda riservato ai cacciatori con i loro animali. Si era limitato a far osservare il regolamento, ma nel corso della discussione aveva pronunciato una frase che gli sarebbe costata il posto di lavoro. Emile Zola l’ha registrata perché potessimo adoperarla noi quella frase tutte le volte che sembra venir meno la speranza: «Vous ne serez pas toujours les maîtres!»