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L'enclave di minatori da 400 abitanti, russi e ucraini, ha sofferto gli echi della guerra. Vi raccontiamo la sua storia.
«Il nostro scopo è il comunismo», si legge in un monumento della cittadina di Barentsburg, nelle isole Svalbard, dove nella piazza principale troneggia un monumento a Lenin. Tutto in questa cittadina, dall'architettura dei palazzi alla lingua parlata e scritta, riporta i visitatori ai tempi dell'Unione Sovietica, ed in effetti le bandiere della Federazione Russa che sventolano dagli edifici, lasciano poco spazio ai dubbi: siamo in Russia nonostante ci si trovi in terra norvegese. Una enclave russa in Europa in cui, come vedremo, gli echi della guerra in corso in Ucraina non sono per niente lontani. Rimane legittima la domanda su come sia potuto verificare una situazione così singolare e la spiegazione del tutto affonda le radici nel secolo scorso.
L'enterna contesa delle Svalbard
Come è noto, le isole Svalbard, il cui nome in norvegese significa 'coste fredde', sono un arcipelago perso nel Mar Glaciale Artico. Rappresentano la parte più settentrionale della Norvegia, e le terre abitate site più a nord del pianeta. Note, nei tempi antichi, con il nome di Spitsbergen,' montagne appuntite', dato dal loro scopritore, il navigatore olandese Willem Barentsz, per molti secoli furono un polo d'attrazione per la caccia alle balene artiche e ai trichechi. Sono anche ricche di giacimenti di carbone e le prime miniere vennero impiantate, alla fine dell'Ottocento da norvegesi, americani, inglesi e russi che, molto presto, iniziarono a discutere a chi spettasse la sovranità su quelle isole. Il 9 febbraio del 1920 venne siglato a Parigi il trattato delle Svalbard che garantiva la piena sovranità delle isole alla Norvegia, con la salvaguardia del diritto assoluto di caccia, pesca e sfruttamento delle risorse minerarie per tutti i firmatari dell'accordo.
La questione sembrava essersi risolta pacificamente se non fosse che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Russia, che aveva creato diversi insediamenti civili sul territorio, avanzò alla Norvegia la proposta, poi rifiutata, di un'amministrazione condivisa: i russi, infatti costituivano due terzi dell'intera popolazione delle isole ed avevano tutto l'interesse di espandere la propria influenza sull'arcipelago. Con il tempo, il loro numero diminuì, tanto che i due insediamenti di Grumany e Pyramiden vennero chiusi rispettivamente nel 1962 e nel 1998, mentre Barentsburg, dal nome del già citato Barentsz, continua ad essere abitata.
Benvenuti a Barentsburg
La cittadina, dista circa 60 chilometri da Longyearbyen, capitale amministrativa delle Svalbard, e, nel 2020, si stimava avesse 455 abitanti, nella quasi totalità minatori russi ed ucraini. Nel 1932, l'insediamento e la miniera furono acquisiti dalla compagnia mineraria sovietica Arktikugol, e i lavoratori olandesi e tedeschi vennero sostituiti con lavoratori russi ed ucraini.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Barentsburg venne quasi rasa al suolo, ma i nuovi edifici vennero ricostruiti rispettando l'atmosfera storica ed il gusto vigente in Unione Sovietica. Da circa un decennio si assiste anche un incremento dell'attività turistica, e un numero crescente di visitatori vi si recano per godere delle bellezze naturali del luogo e spinti dalla curiosità di vedere da vicino questa piccola Russia norvegese.
La cittadina, oltre agli alloggi per i lavoratori, è dotata di due hotel, e un negozio di souvenir, una piscina ad acqua di mare riscaldata ed il Palazzo della cultura dello Sport. Tra gli edifici più caratteristici vi è la chiesa ortodossa russa in legno, memoriale per le vittime dell'incidente aereo accaduto nell'agosto del 1996 e il Museo Pomor che illustra lo storico commercio dei Pomor, un gruppo etnico che abitava nel nord della Russia, con la madre patria.
Secondo quanto sostenuto dal governo russo, furono questi ultimi a scoprire per primi le Svalbard, in epoca antecedente al 1596, anno di scoperta delle Spitsbergen da parte di Barentsz, motivo per cui l'arcipelago potrebbe rientrare sotto la sovranità russa. Le Svalbard, poi, sono di particolare interesse strategico per la loro posizione geografica e, nonostante il Trattato del 1920 affermi il divieto di costruire basi militari, la Russia ha ripreso a investire su questo territorio in vista della crescente militarizzazione dell'Artico.
Tra i ghiacci, gli echi della guerra
Di recente, della particolare situazione di Barentsburg si è occupato anche The Guardian che, in un suo lungo reportage, ha dato conto di come la situazione nella città abbia risentito del conflitto in corso tra la Russia e l'Ucraina. Pur trovandosi così lontani dalla madre patria, il clima che si respira a Barentsburg è decisamente diverso rispetto a prima quando, sia con i vicini norvegesi che con i colleghi di lavoro ucraini, i rapporti erano distesi e cordiali. L'eco della guerra è arrivato fino a questo lontano avamposto russo in Norvegia, e non mancano, anche qui, celebrazioni e attività di propaganda in sostegno della Russia.
Come scritto dal quotidiano inglese, in occasione del 9 maggio, giorno in cui si ricorda la vittoria della Russia sulla Germania nazista, decine di veicoli, e un elicottero, hanno sfilato agitando bandiere russe mentre a Pyramiden, l'altro insediamento russo alle Svalbard, un bulldozer è stato immortalato nell'atto di distruggere la bandiera separatista della Repubblica del Donetsk. Lo scorso luglio, in occasione della Giornata della Marina russa una piccola flotta di imbarcazioni ha navigato in acque norvegesi.
D'altra parte era impossibile pensare che, in un mondo globalizzato e iperconnesso come il nostro, il conflitto in corso in Ucraina non potesse spostare gli equilibri anche di questa piccola comunità. Sono radicalmente cambiati i rapporti tra Barentsburg e le comunità norvegesi vicine con le quali, fino a poso tempo fa, intercorrevano frequenti rapporti economici e culturali.
Come scritto da The Guardian, l'ente turistico norvegese Visit Svalbard non promuove più nessun viaggio negli insediamenti russi e la maggior parte degli operatori turistici, dallo scoppio della guerra, ha smesso di recarvisi. Anche i residenti di Lonyearbyen, hanno ridotto i propri spostamenti e quando si recano a Barentsburg spengono i telefoni ed i computer portatili per paura di una potenziale sorveglianza russa. Le cose non sono andate diversamente all'interno della stessa comunità dove si è allargato enormemente il divario di vedute e di trattamento tra i cittadini russi e quelli ucraini o russi contrari alla politica di Putin. .
L'esodo dei non filorussi
Come racconta Ivan Velichenko, un trentaseienne ucraino che lavorava all'ufficio turistico di Barentsburg, dopo l'avvelenemento di Navalny e lo scoppio della guerra, molti ucraini e dissidenti russi hanno dovuto lasciare l'insediamento e trasferirsi a Longyearbyen o nell'Europa continentale. Secondo Velinchenko dopo lo scoppio della guerra «molte persone hanno iniziato ad andarsene perché non potevano sopportarlo» e gli ucraini rimasti sono «probabilmente filorussi», dato che molti minatori provengono proprio dalle regioni di Luhansk e Donetsk.
«A loro piace solo mostrare la propria fedeltà al governo», racconta l'uomo che tornato in visita a Barentsburg con la madre è stato accolto da un rappresentante del consolato che lo ha seguito e filmato in giro per la città. Secondo Andrian Vlakhov, un antropologo sociale di Mosca, che per anni ha studiato la popolazione di Barentsburg «molti residenti, sia russi che ucraini, dopo l'annessione della Crimea nel 2014, hanno dovuto scegliere tra parlare e mantenere il proprio lavoro», ed aggiunge che molte case abitate dagli ucraini sono state demolite.
Dal canto suo, la Norvegia ha mostrato chiaramente la volontà di riportare sempre più le Svalbard sotto la propria egida, limitando la presenza di persone di altra nazionalità. In quest'ottica, secondo Lars Fause, il governatore delle Svalbard, Barentsburg potrebbe essere un'attrazione turistica esaurendo la propria produzione di estrazione mineraria per la azienda statale russa Artikugol, mentre «la Norvegia punta ad aumentare la propria popolazione alle Svalbard, ad affrontare la crisi climatica ed il problema dell'approvvigionamento energetico».
«Questa è la Norvegia-dice Fause-questo è il suolo norvegese e quando si deve pagare una tale quantità di denaro (circa 1,3 miliardi di corone norvegesi all'anno) è giusto volere che i norvegesi vivano alle Svalbard».