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Come Tutti gli uomini del presidente, anche Urla del silenzio è ispirato a due personaggi realmente esistiti: Sydney Schanberg, un giornalista del New York Times, il cui diario dei mesi trascorsi in Cambogia come corrispondente è alla base della sceneggiatura di Bruce Robinson, e Dith Pran, il suo principale collaboratore e interprete in loco. Se il film sul caso Watergate, attraverso le figure di Woodward e Bernstein, celebrava sprattutto il giornalismo d’inchiesta, qui viene invece mostrato il giornalismo di guerra: tutta la prima parte del film, grazie anche ad un efficacissimo montaggio, è infatti una vorticosa e realistica illustrazione del lavoro dell’inviato speciale che opera in un contesto bellico.
Nella lunga sequenza iniziale, situata a Phnom Penh nel momento storico in cui la capitale cade nelle mani dei Khmer Rossi (marzo 1975), il ticchettio della macchina da scrivere con la quale Schanberg scrive i suoi pezzi, ticchettio che in Tutti gli uomini del presidente era la vera colonna sonora del film, è qui spesso coperto o interrotto da rumori di spari e di esplosioni. Particolarmente riuscita, in questo sanguinoso prologo bellico, è la sequenza della fuga precipitosa da Phnom Penh del personale delle varie ambasciate, fuga scandita da un assordante viavai di elicotteri che ricordano quelli di Apocalypse Now di F.F. Coppola. L’area geografica è la stessa.
La seconda parte del film, decisamente meno frenetica, si situa a New York, dove Schanberg, proprio per i suoi coraggiosi reportages in Cambogia, riceve il Premio Pulitzer come giornalista dell’anno. In questa fase interlocutoria, Schanberg non lesina gli sforzi per ritrovare il suo collaboratore Dith Pran, che aveva rinunciato a lasciare la Cambogia all’inizio della guerra civile per poter restare al fianco del giornalista americano di cui era diventato amico, finendo poi per essere catturato dai Khmer Rossi. A distanza di anni, Schanberg, che si sente ancora in colpa per quanto è accaduto, non riesce ad accettare l’idea che il suo amico possa essere morto.
E infatti non è morto, ma si trova prigioniero in un campo di lavoro: è questo il tema centrale della terza parte del film, che descrive con crudo realismo uno dei terribili killing fields evocati dal titolo originale, i famigerati campi di sterminio nei quali il regime di Pol Pot ha fisicamente eliminato centinaia di migliaia di persone in pochi anni, spazzando via praticamente tutta la vecchia classe intellettuale del paese. E tra gli aguzzini, i più determinati e sanguinari erano spesso i più giovani, ragazzini nemmeno adolescenti, educati al fanatismo dal nuovo regime e privi di qualsivoglia remora morale. Dith Pran, dopo aver rischiato di essere giustiziato proprio da uno stuolo di giovanissimi Khmer Rossi, riuscirà rocambolescamente a scappare e a raggiungere, tra mille peripezie, un campo di rifugiati della Croce Rossa al di là della frontiera, in Thailandia, dove ritroverà, quattro anni dopo la loro forzata separazione, il suo amico giornalista: è il 9 ottobre 1979.
Si sarà capito che Urla del silenzio non è solo un film di impegno civile e morale che documenta realisticamente una pagina drammatica della storia dell’Estremo Oriente post-coloniale, ma è anche, e soprattutto, un film sull’amicizia tra due uomini, tra un giornalista americano e il suo collaboratore cambogiano, che ha il suo climax emotivo nella memorabile scena di retrouvailles, il cui pathos è amplificato dalla colonna sonora (Imagine di John Lennon). La scelta musicale non è forse delle più originali (come quella, poco prima, dell’inevitabile Nessun dorma pucciniano per accompagnare le immagini autentiche tratte dai telegiornali dell’epoca), ma va puntualmente a segno: occhi lucidi garantiti. La giornalista e critica cinematografica Emanuela Martini, che si è a lungo occupata di cinema britannico, ha così riassunto il suo giudizio sul film di Roland Joffé: “È un film furbo, ma non disonesto, spettacolare ed ‘engagé’, un po’ magniloquente e molto accattivante”. Tout est dit.
Urla del silenzio ebbe un grande successo in tutto il mondo e vinse nel 1985 tre premi Oscar: per il migliore attore non protagonista (Haing S. Ngor), per la fotografia (Sam Mendes, futuro regista di American Beauty) e per il montaggio (Jim Vlark).
Þ Curiosità.
Come per Piombo Rovente, anche in questo caso i distributori italiani hanno optato per un titolo metaforico, Urla del silenzio, che si è rivelato piuttosto azzeccato. L’ossimoro esprime bene in ogni caso la terribile realtà del regime repressivo dei Khmer Rossi, che è poi quella di ogni dittatura, dove le urla dei prigionieri sono nascoste e soffocate sotto una spessa coltre di silenzio. Scopo del giornalismo, ma anche, più in generale, della letteratura e del cinema, dovrebbe invece essere proprio quello di cercare di squarciare questi opprimenti silenzi e far emergere, facendole sentire al mondo, le voci, o le urla, delle vittime. O per lo meno la loro eco.