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Mike Flynn (foto d'archivio)
Keystone/AP/EVAN VUCCI(sda-ats)
L'ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Donald Trump, Mike Flynn, non consegnerà i documenti richiesti alla commissione intelligence del Senato che indaga sul cosiddetto Russiagate invocando il quinto emendamento.
Lo riferiscono fonti vicine a Flynn citate dalla Associated Press.
Una decisione, si spiega, dettata dalla necessità di difendersi da una eventuale autoincriminazione nell'ambito dell'indagine sui presunti contatti tra l'entourage di Trump e rappresentanti russi ed eventuali intromissioni di Mosca nelle elezioni Usa.
Il presidente Trump prosegue il suo primo viaggio all'estero con tappe storiche in Medio Oriente prima di arrivare in Europa, ma la bufera che ha lasciato a Washington non si placa. Quest'ultimo sviluppo riguarda direttamente il consigliere per la sicurezza nazionale che Trump aveva voluto con sé salvo dovervi rinunciare dopo soltanto 18 giorni dall'insediamento alla Casa Bianca dopo che Flynn aveva taciuto il contenuto dei suoi colloqui con l'ambasciatore russo in Usa.
Il generale in pensione, che fu tra i primi sostenitori di Donald Trump candidato presidente, si era detto in precedenza disposto a cooperare con la stessa commissione ma chiedendo l'immunità per salvaguardarsi da un "procedimento ingiusto", richiesta che non è stata accettata dal Congresso. Mentre la commissione Intelligence del Senato, cui fa capo uno dei filoni dell'inchiesta in corso (un'altra fa riferimento alla Camera mentre un procuratore speciale, Robert Mueller, è stato nominato nei giorni scorsi per guidare l'indagine dell'Fbi) chiede da tempo che Flynn produca i documenti. Inizialmente doveva trattarsi di un gesto volontario poi però è subentrato un mandato a cui adesso l'ex consigliere di Trump si oppone invocando appunto il quinto emendamento.
Intanto la commissione Intelligence della Camera ha chiesto la testimonianza di un altro ex collaboratore di Donald Trump: Michael Caputo, ex consigliere per la comunicazione, che ha concordato una deposizione pubblica e avrebbe accettato anche di consegnare qualsiasi documento utile all'indagine.
La vicenda segue il presidente Trump fino in Israele e all'incontro con Benjamin Netanyahu: "Non menzionai la parola o il nome di Israele", ha detto il presidente Usa rivolgendosi ai giornalisti alla fine dell'incontro con il premier israeliano. Il riferimento è al colloquio nello Studio Ovale lo scorso 10 maggio con il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov e l'ambasciatore russo a Mosca, durante il quale Trump condivise informazioni classificate sulla minaccia dell'Isis, informazioni che secondo indiscrezioni citate dalla stampa Usa, provenivano dall'intelligence israeliana.
SDA-ATS