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Contro l’Alzheimer beviamo tre tazze di tè al giorno
Gli scienziati consigliano di prevenire così il declino cognitivo della terza età.
Bere tre tazze di tè al giorno può prevenire le devastanti malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.
Lo rivelano i ricercatori dell’Università di Chicago, USA, che analizzando gli antiossidanti del tè hanno scoperto l’azione benefica sul cervello dei potentissimi flavonoli, presenti in quasi tutte le verdure e la frutta, e per l'appunto anche nel tè.
La quantità media di flavonoli che una persona consuma normalmente in un giorno è di circa 16-20 mg, e una tazza di tè contiene circa 15 mg.
Il team ha preso in esame un campione di 900 individui anziani, di un'età media di 81 anni, che non soffrivano di Alzheimer, monitorando i loro progressi per 6 anni.
Il gruppo è stato diviso in due, a seconda della quantità di flavonoli somministrati giornalmente nelle loro alimentazioni: il gruppo con il più alto apporto ne consumava 15.3 mg, quelli con il più basso ne consumavano 5.3 mg. Secondo i risultati, le persone che consumavano più flavonoidi avevano il 48% di probabilità in meno di sviluppare l’Alzheimer rispetto a chi aveva consumato una quantità inferiore di flavonoli.
Delle 186 persone nel gruppo dell’apporto più elevato, 28 furono successivamente diagnosticate con la malattia, mentre su 182 anziani nel gruppo con meno flavonoli, 54 persone avevano sviluppato l’Alzheimer.
«Abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per dare conferme, ma questi risultati sono molto promettenti», ha dichiarato dottor Thomas Holland, autore dello studio. «La popolazione di anziani è in aumento a livello globale, e un calo degli individui con l’Alzheimer, o anche solo un ritardo di qualche anno nello sviluppo della malattia, può avere un impatto enormemente benefico sulla sanità pubblica».
Il consumo di tè, così come un incremento del consumo di frutta e verdura nelle diete della popolazione, rappresenta un metodo economico, semplice ed accessibile di mantenere alla larga la temuta malattia.
La ricerca è stata pubblicata nella rivista scientifica Neurology, dell’American Academy of Neurology.Tornare alla home page