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Era una persona estremamente gentile e disponibile, il glaciologo Konrad Steffen, sintesi perfetta dello scienziato che al rigore di fatti e dati sa unire la passione per il proprio lavoro e l'urgenza di comunicarla. Urgenza determinata anche dal riscaldamento globale i cui effetti ha misurato e visto in Groenlandia: in quella stazione di ricerca, ribattezzata “Swiss camp”, che lui ha fondato negli anni Novanta e nei cui pressi è morto nei giorni scorsi. Un cedimento dello strato di ghiaccio ed è finito in un crepaccio pieno d'acqua – il suo corpo non è ancora stato ritrovato, ma la polizia della Groenlandia ha dichiarato ufficialmente la morte dello scienziato.
Nato nel 1952 a Zurigo, Steffen è stato anche professore di architettura, ingegneria civile e ambientale al Politecnico federale di Losanna e professore all'Istituto Atmosfera e clima del Politecnico di Zurigo. Con la sua scomparsa, ha comunicato il Consiglio dei politecnici federali, il settore perde un ricercatore di grande fama e una persona unica, generosa e impegnata. Steffen era sposato e aveva due figli adulti.
Steffen aveva 68 anni, quaranta dei quali trascorsi a studiare l'artico e l'antartico, dove si è recato una quarantina di volte: considerato uno dei principali studiosi del riscaldamento globale, è stato a lungo direttore del Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences dell'Università del Colorado, prima di tornare in Svizzera dove nel 2012 ha assunto la direzione del Wsl, l'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio. All'attività di ricerca ha affiancato quella di divulgatore: raccontare al pubblico le apparentemente lontane conseguenze del riscaldamento globale. Lo vediamo così protagonista di ‘Greenland Melts’, breve documentario del regista Jason van Bruggen realizzato proprio allo Swiss camp per raccontare “il fronte del riscaldamento globale”: e fa una certa impressione vedere la stazione da lui costruita trent'anni fa sul ghiaccio, sostenuta adesso da lunghe palafitte “perché la stazione sta andando in pezzi mentre il ghiaccio sta fondendo”.
La Groenlandia è in prima linea, ma gli effetti del riscaldamento globale non riguardano solo la remota isola dell'Artico. E questo Steffen lo ha sempre raccontato con il suo stile: con passione e rigore scientifico. «Grazie agli strumenti sappiamo quanto è profondo il ghiaccio e quindi possiamo calcolare quanto se ne perde ogni anno» ci aveva raccontato, lo scorso aprile, in un'intervista in occasione di un incontro – virtuale a causa della pandemia – organizzato dall'istituto i2a di Lugano. «Attualmente in Groenlandia perdiamo circa 360 chilometri cubi di ghiaccio: è difficile da immaginare, questa quantità, ma possiamo fare un confronto con i ghiacciai dell’arco alpino, che sono circa 60 chilometri cubi» aveva aggiunto, concludendo che «ogni anno la Groenlandia perde sei volte tutto il ghiaccio presente nelle Alpi: ghiaccio che finisce nell’oceano, aumentando il livello del mare, a livello globale, di un millimetro».
La causa sono i gas a effetto serra prodotti dall'uomo come ha ricordato durante l'intervista con una punta di amarezza, ma senza urlare accuse o sbraitare semplicistice soluzioni: «Il 98% del riscaldamento climatico è di origine umana: sappiamo quanti gas serra rilasciamo nell’atmosfera, abbiamo strumenti molto accurati per misurarli. Siamo quindi responsabili della tendenza generale, poi ci sono ovviamente delle variazioni naturali, che conosciamo bene grazie agli studi sul clima del passato».
L'ultima domanda di quell'intervista riguardava il coronavirus, «che adesso è certo la priorità, ma il riscaldamento globale non scomparirà a breve, e anzi diventerà sempre più importante» aveva commentato. Perché «il riscaldamento globale per molti non è importante», come dimostrano le difficoltà «nel raggiungere accordi in- ternazionali che tra l’altro non prevedono cifre precise sulle emissioni».