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Daniele Besomi, che si è sempre distinto per il rigore scientifico delle sue opere (pubblicate da case editrici prestigiose), esce in questi giorni con un volumetto intitolato Gli economisti e la Scuola. Breve rassegna sull’economia dell’educazione (Messaggi Brevi, Bellinzona). Ne raccomando la lettura a coloro che stanno animando il dibattito sui sussidi alle scuole private. L'argomentazione del libro è sia storica che analitica. In particolare, l’autore mostra come già gli economisti classici avessero messo in rilievo che l'istruzione è un tipico caso di 'fallimento del mercato', e ripercorre le tappe fondamentali della disciplina dell'economia dell'educazione. Infine discute i meccanismi messi in moto dalla presenza di scuole private, che, cumulativamente, agiscono a svantaggio della scuola pubblica.
Questo libro affronta l'argomento invocato più frequentemente dai sostenitori dell'iniziativa sulla scuola, secondo cui la concorrenza della scuola privata non può che far bene alla scuola pubblica. Besomi mostra che, in generale, non esiste nessun teorema economico che affermi che il mercato alloca efficientemente le risorse. Ma v’è di più. L’analogia con il funzionamento del mercato comunque non regge, in quanto l'educazione è una 'merce' molto particolare, che non rispetta le condizioni per un mercato concorrenziale, per almeno quatto ragioni. La prima è che l'informazione è imperfetta. I benefici economici dell'educazione possono essere valutati solo al termine di un periodo molto più lungo di quello per il quale si possono fare previsioni sul mercato del lavoro. La seconda ragione è che il mercato finanziario associato all'istruzione non è flessibile: l'istruzione, non potendo essere offerta come pegno, non offre garanzie sufficienti ad assicurare la concessione di prestiti per essere finanziata. Terza ragione: l'istruzione non rispetta le leggi fondamentali della concorrenza: un ristretto numero di scuole può influenzare il prezzo. Neppure nelle grandi metropoli statunitensi il bacino d'utenza è tale da garantire un'offerta sufficientemente alta -- figuriamoci nelle valli ticinesi. Infine va notato che esistono sovente distorsioni geografiche: le scuole private non sono distribuite uniformemente sul territorio, ma si concentrano dove maggiore è il bacino d'utenza solvibile.
Queste imperfezioni non sono casuali, ma riflettono la natura dell'educazione privata. Fintanto che la scuola è a pagamento (parzialmente sussidiata o meno) ci sarà chi potrà accedervi più facilmente di altri. Questo stimola le scuole private ad offrire accesso ai più benestanti, ad esempio localizzandosi in aree più ricche, offrendo servizi specializzati, in particolare scuole di alta qualità. Si mette allora in moto un meccanismo perverso, per cui le scuole private offrono una preparazione via via migliore, che facilita l’accesso agli studi superiori; attirano gli studenti più bravi e più benestanti (sottraendo così risorse finanziarie e intellettuali alla scuola pubblica); questi studenti a loro volta accederanno più facilmente a studi universitari, otterranno salari più alti, e quando avranno dei figli li manderanno di nuovo presso scuole private. Tale divario diventa cumulativo. Questo ragionamento è ben fondato nella teoria economica, ma ha anche un preciso correlato empirico: lo si osserva nei paesi, specialmente anglosassoni, che per lunga tradizione hanno affidato i propri sistemi educativi alle forze di mercato. I sistemi di sussidio in vigore per decenni in Gran Bretagna, seppure più mirati dei finanziamenti a pioggia previsti dall'iniziativa come dal controprogetto, non solo non hanno saputo rallentare l'accrescersi del divario qualitativo tra scuola privata e pubblica, ma neppure impedire lo sfascio di quest'ultima.
Besomi conclude la sua analisi sostenendo che la scuola privata ha lo scopo o di trasmettere dei valori (religiosi, politici, etnici, ecc.) che sono estranei al sistema educativo pubblico, o di vendere istruzione per ottenere un profitto. Nel primo caso, perché la collettività intera dovrebbe pagare per la trasmissione di valori che non necessariamente condivide? Se le scuole private, invece di essere in maggioranza gestite da istituzioni cattoliche fossero ispirate ad esempio all'Islam, è fuori dubbio che le associazioni e i partiti cattolici non si agiterebbero con altrettanto fervore. Nel secondo caso, la logica del profitto è incompatibile con un buon sistema di educazione collettiva, per i motivi illustrati in questo libricino; ed è del resto iniqua. Di nuovo, occorre chiedersi perché la collettività dovrebbe essere chiamata a pagare per il beneficio di pochi e a scapito di molti.
Va comunque osservato, in chiave critica, che anche la scuola pubblica promuove dei valori d’ordine religioso, politico e civile in generale. Lo fa però in un’ottica di pluralismo e di grande rispetto per le idee altrui e per le istituzioni, anche perché nel corpo docente sono presenti tutte le componenti della società. Tale pluralismo non è necessariamente garantito in tutte le scuole private. La scuola è un collante sociale importante, ed essa non può essere disaggregata senza comprometterne l’integrità. Perdippiù la faticosa e costosa accumulazione del patrimonio educativo e culturale del nostro Stato è un progetto di lungo respiro, che ha richiesto sforzi immensi e che ha, tra l’altro, il merito di unire tra loro le generazioni con un evidente patto di solidarietà. Questo patrimonio è pubblico per eccellenza e non deve essere disgregato in nessun modo.
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