Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01252.jsonl.gz/577

Biografia
Marino Marini (* 27.2.1901 Pistoia, † 6.8.1980 Viareggio) Iscrittosi nel 1917 all’Accademia di Firenze per formarsi come pittore, Marino Marini matura in seguito la decisione di dedicarsi soprattutto alla scultura. Nel 1928 presenzia per la prima volta alla Biennale di Venezia, l’anno successivo partecipa alla seconda mostra di Novecento Italiano. Nello stesso anno si trasferisce a Milano, chiamato da Arturo Martini a succedergli alla cattedra di scultura alla Villa Reale di Monza dove insegnerà fino al 1940, per poi passare all’Accademia Albertina di Torino e successivamente all’Accademia di Brera. In questi anni il nome e l’opera di Marini si diffondono riscuotendo crescenti consensi: viaggia ed espone in varie città europee, soggiorna più volte a Parigi, allaccia contatti con importanti artisti del moderno, tiene la sua prima personale (1932),partecipa alle Biennali di Venezia, alle Triennali milanesi e alle Quadriennali di Roma. Nel 1938 sposa la locarnese Mercedes Pedrazzini da lui chiamata «Marina»; nel dicembre del 1942, a seguito dei bombardamenti su Milano, la coppia ripara in Ticino, a Tenero, dove resterà fino al 1946. In quel periodo conosce e frequenta scultori quali Alberto Giacometti, Hermann Haller, Germaine Richier, Otto Charles Bänninger, Fritz Wotruba ed espone in varie città elvetiche (importante soprattutto la doppia rassegna con la Richier e Wotruba al Kunstmuseum di Basilea, 1944, e alla Kunsthalle di Berna, 1945),instaurando rapporti molto intensi che dureranno nel tempo e lo indurranno a frequenti ritorni in Svizzera. Rientrato a Milano, riprende l’insegnamento all’Accademia di Brera. Nel 1948 la Biennale di Venezia gli dedica una sala e Curt Valentin gli organizza una personale a New York. Nel 1952 viene insignito del prestigioso Gran Premio Internazionale di Scultura alla Biennale di Venezia. Nel 1962 il Kunsthaus di Zurigo, dove già aveva esposto nel 1940, gli dedica la prima grande antologica. Nel 2014 il Musée Cantonal des Beaux-Arts di Losanna allestisce un’importante rassegna facendo dialogare le opere di Marino con quelle di Alberto Giacometti e Germaine Richier.
In Marino Marini pittura, grafica e disegno si integrano e si alternano di continuo con la scultura, non in termini di dipendenza ma nel rispetto delle loro specificità, per cui l’artista deve essere legittimamente considerato sia come scultore sia come pittore, anche se, contrariamente ai suoi auspici, la sua fama e la sua affermazione si devono soprattutto all’arte plastica. Ad eccezione dei paesaggi dipinti durante l’esilio in Ticino (Campo Vallemaggia e Casa Pedrazzini a Campo, 1944),l’intera sua produzione si sviluppa sostanzialmente attorno ad alcuni nuclei tematici che, continuamente variati, ne attraversano il percorso: cavalli e cavalieri, nudi femminili e pomone, danzatrici e giocolieri, cui bisogna aggiungere gli intensi ritratti che lo qualificano fra i maggiori ritrattisti del suo tempo. Si tratta di immagini emblematiche non solo del genere umano, ma anche del repertorio artistico che, cariche di suggestioni, dalla preistoria e dagli antichi etruschi arrivano al moderno, passando attraverso la classicità ed il rinascimento. Marini vi si confronta fin dai suoi esordi, facendoli poi filtrare attraverso lo spirito di Novecento, ma spegnendone – soprattutto grazie alla vicinanza con Martini – l’implicita retorica, ricorrendo anzi a materiali elementari e poveri come la creta, il legno e la pietra, cercando una forte concentrazione e riduzione delle forme, di un arcaismo fuori dal tempo. Un mondo di silente compostezza che l’esperienza tragica della guerra unitamente alle frequentazioni artistiche dei fecondissimi anni svizzeri (L'arcangelo, 1943, Miracolo, 1943, i ritratti diLamberto Vitali, 1944, e di Georg Schmidt, 1945) poi sconvolgeranno, spingendo la sua arte in senso anticlassico ed espressionistico: le forme prima solide e compatte adesso si aprono, le superfici si fanno scabre e graffiate, non di rado marchiate da grumi di colore. Anche pose e gesti dei suoi personaggi si fanno più concitati, sofferti e divaricati, mentre il rapporto fra cavaliere e cavallo, una volta armonico, diventa più instabile e drammatico fino alla caduta. Negli ultimi anni, l’adozione di un linguaggio postcubista ridurrà le loro forme a un ammasso di superfici piatte, a spigolo duro e tagliente, quasi fossili impietriti e scomposti che scultura e pittura non cessano di indagare fino ai limiti dell’astrazione.
Opere: Basilea, Kunstmuseum Basel; Firenze, Museo Marino Marini; Milano, Museo del Novecento; Milano, Pinacoteca di Brera; Monaco, Pinakothek der Moderne; Pistoia, Museo Marino Marini, Palazzo del Tau; Venezia, Peggy Guggenheim Collection; Zurigo, Kunsthaus Zürich.
Claudio Guarda, 2015
Link: