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Il filosofo Remo Bodei, scomparso all’età di 81 anni, era un accademico raffinato e di grande prestigio, abituato a confrontarsi con i temi più specialistici e complessi. Non disdegnava tuttavia affatto la divulgazione, rivolta anche ai bambini, che riteneva particolarmente ricettivi verso le tematiche della sua disciplina. A lui si deve in buona parte il grande successo del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, di cui aveva presieduto il comitato scientifico e per il quale si era molto impegnato. Oltre che nel pensiero speculativo, la sua competenza spaziava in molti altri settori del sapere, tra cui la musica, la poesia e l’estetica: era un appassionato conoscitore e studioso dell’autore romantico tedesco Friedrich Hölderlin e aveva fatto parte dell’advisory board internazionale dell’Istituto europeo di design.
Nato a Cagliari il 3 agosto 1938, Bodei in un primo tempo aveva studiato a Roma, poi aveva vinto il concorso per entrare alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era laureato e aveva intrapreso la carriera accademica. Interessato non solo alle dottrine filosofiche, ma anche alla vita politica, si era iscritto molto giovane al Partito socialista e aveva subito anche un’aggressione da parte di militanti dell’estrema destra. Tuttavia la contestazione del Sessantotto, che a Pisa era stata particolarmente vivace, lo aveva lasciato piuttosto perplesso. Retrospettivamente Bodei riconosceva il valore della spinta innovativa innescata dalla rivolta giovanile rispetto alle incrostazioni del mondo accademico di allora, ma continuava a rimproverarle il torto di aver prodotto «una gerarchia di capi e capetti», compreso il suo amico Adriano Sofri, nelle organizzazioni extraparlamentari.
Molto importanti, per la formazione di Bodei, erano stati i lunghi periodi di studio trascorsi in Germania, in particolare nelle Università di Tubinga, Friburgo, Heidelberg e Bochum, dove aveva avuto l’opportunità di confrontarsi con maestri di altissimo livello come Ernst Bloch e Karl Löwith. In particolare a Bloch, pensatore utopista che aveva cercato di stabilire un legame tra cristianesimo e marxismo in nome del «principio speranza», aveva dedicato il saggio Multiversum (Bibliopolis, 1979), che approfondiva il significato dei concetti di tempo e storia nell’opera del filosofo tedesco. In precedenza Bodei, curatore e traduttore di molti testi importanti, si era concentrato sulla grande tradizione idealista della Germania ottocentesca.
La sua prima monografia, con cui si era imposto all’attenzione degli specialisti, fu Sistema ed epoca in Hegel, un libro pubblicato dal Mulino nel 1975 e poi riproposto in edizione ampliata dalla stessa casa editrice nel 2014 con il titolo La civetta e la talpa. Anche il suo successivo lavoro Scomposizioni (Einaudi, 1987), riguardante i dilemmi identitari e le contraddizioni dell’individuo moderno, era stato poi rielaborato per il Mulino nel 2016. Accademico dei Lincei, autore riconosciuto a livello internazionale con la traduzione in diverse lingue delle sue opere principali, oltre che a Pisa aveva insegnato alla University of California Los Angeles (Ucla). Ma aveva anche una notevole capacità di parlare al grande pubblico, soprattutto quando affrontava temi come la ricerca della felicità personale e i vincoli che condizionano le aspirazioni dell’individuo: alcuni suoi libri incentrati su questi temi, come Geometria delle passioni (Feltrinelli, 1991) e Destini personali (Feltrinelli, 2002), avevano registrato un significativo successo anche sotto il profilo delle vendite.
Il tema dell’utopia era sempre rimasto al centro delle riflessioni di Bodei. Citando il filosofo ebreo Baruch Spinoza, amava ripetere che l’uomo «è un animale desiderante e non smetterà mai di essere attratto da ciò che gli manca». Era però attento anche ai temi dell’attualità e riteneva indispensabile, per la filosofia, confrontarsi senza remore con le più sconvolgenti novità del nostro tempo. Due erano le questioni che riteneva cruciali per la società del XXI secolo. Da una parte Bodei era molto interessato all’irruzione tumultuosa delle biotecnologie, con le loro gigantesche implicazioni etiche, riguardanti le origini della vita e la sua manipolazione, la trasformazione dei legami famigliari, la prospettiva affascinante e al tempo stesso inquietante del postumano, con un potenziamento artificiale della nostra specie. Su un altro versante guardava con estrema attenzione agli effetti della riduzione drastica delle distanze tra i popoli, con il conseguente «incontro tra culture separate». Era indispensabile a suo avviso che la filosofia riuscisse a darsi «una dimensione globale», superando quel genere di universalismo che pretendeva d’imporre valori assoluti, ma senza rinunciare a un «razionalismo aperto», capace di difendere le grandi conquiste di libertà raggiunte dalla civiltà occidentale ed espresse nella Dichiarazione dei diritti umani approvata dalle Nazioni Unite nel dicembre del 1948.
Bodei era convinto che la filosofia italiana, dotata da sempre di una «vocazione civile», avesse un ruolo non secondario da svolgere su questi versanti. Pur scettico verso una certa retorica sulla cosiddetta italian theory, che temeva potesse diventare «uno slogan di comodo», riconosceva la pregnante rilevanza dell’elaborazione condotta da colleghi come Emanuele Severino e Gianni Vattimo, che avevano avuto il merito di emancipare l’Italia dalla precedente subalternità rispetto a correnti di pensiero provenienti dall’estero. Più in generale Bodei non si stancava di ribadire quanto fosse falso il ricorrente annuncio della «morte della filosofia». Proprio sulla base del suo rapporto con il pubblico, opponeva a questi stereotipi la permanenza indubbia di «una fame di senso nelle persone».
A suo avviso la filosofia poteva ancora costituire «una sorta di tessuto connettivo rispetto alle nozioni frammentarie che immagazziniamo e un antidoto utile al fast food intellettuale che ci viene propinato». Sul piano civile lo allarmava l’incapacità della politica di misurarsi con le grandi trasformazioni del mondo contemporaneo. Bodei avvertiva dolorosamente il pericolo di una vita pubblica appiattita nel perseguimento affannoso di traguardi immediati, senza alcun disegno complessivo munito di un qualche spessore storico: «Senza la presenza del passato – osservava – non solo non si comprende il presente e non si può progettare il futuro, ma si è sottoposti a qualsiasi manipolazione». (Fonte: Corriere della Sera)