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BERNA/BRUXELLES - Rifiutato dal popolo svizzero nel dicembre 1992, lo Spazio economico europeo (SEE) è il modello per l'accordo quadro che l'UE vuole concludere con la Svizzera: lo afferma Christa Tobler, professoressa di diritto europeo all'Università di Basilea. "Effettivamente dal punto di vista istituzionale, vale a dire delle regole del gioco previste da questo accordo, l'Unione europea ritiene fin dal principio che occorra andare nel senso di qualcosa di simile al SEE", afferma Tobler in un'intervista diffusa stamane dalla radio RTS.
Sebbene l'accordo quadro avrebbe una portata più limitata vi è un elemento che non è cambiato: il fatto che la Svizzera si impegnerebbe a riprendere il diritto europeo e la sua evoluzione in certi ambiti, per esempio nella libera circolazione delle persone. In pratica in questi campi i 28 deciderebbero e la Svizzera dovrebbe applicare le normative.
Si pone quindi la questione se il SEE non sia preferibile. "Aderendo al SEE la Svizzera otterrebbe un accesso completo al mercato unico e questo permetterebbe di coprire degli ambiti che oggi non sono compresi, come i servizi finanziari", spiega Tobler. È il modello norvegese, a fronte di quello istituzionale di cui discutono Berna e Bruxelles che interesserebbe solo pochi accordi.
L'UDC che si schierò nel 1992 contro il SEE - insieme ai Verdi, allora in maggioranza contrari all'Ue per considerazioni ecologiche - sale anche oggi sulle barricate. "La ripresa automatica del diritto europeo non è nient'altro che la trasformazione di quello che era l'approccio bilaterale degli ultimi 20 anni in una relazione multilaterale", sostiene il consigliere nazionale Yves Nidegger (UDC/GE). "Gli svizzeri hanno detto no nel 1992 e se verrà posta loro la domanda in modo chiaro nel 2018 diranno ancora una volta no", ha indicato il deputato alla RTS.