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Doris Leuthard relativizza la decisione del Consiglio federale di uscire progressivamente dal nucleare: l'opzione atomica potrebbe tornare d'attualità nel caso dovesse essere possibile realizzare la fusione nucleare, ha detto la ministra dell'energia. Spronati anche dal popolo - 4 svizzeri su 5 si schierano con il governo, stando a un sondaggio - i ricercatori sono intanto all'opera per cercare nuove fonti di energia: si parla per esempio di sfruttare meglio l'acqua di scioglimento dei ghiacciai. Ma chi l'elettricità oggi la produce scuote il capo: la Svizzera sta mettendo in forse la sicurezza del suo approvvigionamento, sostiene il numero uno di Alpiq, Giovanni Leonardi. Sul fronte politico, è partita la conta dei parlamentari pro e contro l'abbandono del nucleare: e c'è già chi pensa a come blindare anche il governo, per evitare che nuovi arrivi possano far ribaltare la decisione presa.
Leuthard non chiude la porta agli sviluppi tecnologici. "Se nei prossimi 30 anni dovesse riuscire la fusione nucleare e se i vantaggi dell'atomo dovessero tornare a essere preponderanti si potrebbe nuovamente adattare la legge", osserva in un'intervista pubblicata oggi dalla "NZZ am Sonntag" l'esponente PPD. A suo avviso non bisogna inoltre "farsi illusioni" riguardo a un'indipendenza totale dal nucleare: la Svizzera continuerà a importare corrente, e all'interno di questa quota vi sarà sempre una parte di energia atomica.
L'orientamento espresso mercoledì dal Consiglio federale raccoglie comunque ampie consensi: l'80% della popolazione è favorevole alla decisione presa dall'esecutivo, 6 punti in più rispetto a un'analoga indagine condotta due mesi fa subito dopo la catastrofe di Fukushima. Tutte categorie di un campione di 503 persone interrogate nell'ambito di un rilevamento demoscopico per la "SonntagsZeitung" hanno affermato di approvare la chiusura delle centrali atomiche con percentuali superiori al 75%, indipendentemente quindi da sesso, età e professione. Il 63% degli interpellati si è detto inoltre disposto ad accettare un aumento delle tariffe dell'elettricità.
La questione finanziaria non è di secondo piano. "Le Matin Dimanche" ricorda che nel 2003 un professore basilese aveva stimato a 46 miliardi di franchi i costi di un addio al nucleare. Per il Leonardi - presidente della direzione di Alpiq - l'abbandono dell'atomo entro il 2035 "è possibile, ma bisogna chiedersi a quale prezzo". È in gioco la sicurezza dell'approvvigionamento, mette in guardia il manager ticinese in un'intervista pubblicata sul sito online del domenicale "Sonntag".
A suo avviso parte di quanto affermato dal governo non è condivisibile. "La limitazione dei consumi di un quarto, entro il 2050, nei confronti delle stime realizzate finora è completamente irrealistico", sostiene il numero uno dell'ex Atel. Per compensare la mancata realizzazione di due centrali atomiche servirebbero otto impianti a gas. Inoltre "finora tutti erano d'accordo sul fatto che fosse scarso il potenziale di ampliamento dello sfruttamento idroelettrico, ora invece improvvisamente bisogna fortemente ampliare questo settore".
Un'idea in questo senso viene fornita da uno studio dell'università di Zurigo reso pubblico oggi dalla "SonntagsZeitung". Secondo un team di ricercatori guidati da Wilfried Haeberli entro il 2050 la metà dei ghiacciai esistenti nell'anno 2000 saranno sciolti e lo stesso destino avranno entro fine secolo anche quasi tutti gli altri. Nasceranno così numerosi laghi alpini che potrebbero rappresentare un pericolo dal profilo idrologico, ma nel contempo essere anche interessanti - se opportunamente sfruttati - nel contesto energetico.
Molto prima di allora è prevista, l'8 giugno, la sessione straordinaria del parlamento sull'energia nucleare. "Sonntag" calcola che attualmente l'abbandono dell'atomo sia in vantaggio al Nazionale per 99 deputati a 96. A far pendere l'ago della bilancia sono gli esponenti del PPD, che si schiererebbero a maggioranza dietro alla loro consigliera federale.
Se le decisioni sugli scenari energetici avranno forse un giorno rilevanti ripercussioni sul modo in cui gli svizzeri fruiranno dell'elettricità, sicuramente hanno anche più a corte termine un impatto su alcune carriere politiche. Qualcuno si sente tagliare l'erba sotto i piedi, come il presidente dei Verdi liberali Martin Bäumle: "esiste il rischio che, con la promessa dell'abbandono dell'atomo, perdiamo un tema elettorale", ammette il consigliere nazionale zurighese in dichiarazioni rilasciate al "SonntagsBlick". Altri invece, come la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf (PBD), vedono crescere le possibilità di rimanere in sella: "se non dovesse essere rieletta, l'uscita dal nucleare andrebbe sicuramente a picco", sostiene in un'intervista allo stesso settimanale il presidente PPD Christophe Darbellay. "Io la rieleggerò perché è valida. Adesso ancora di più".