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Ne Il paese che siamo (Mondadori 2023), Lorenzo Pregliasco compie un affresco dettagliato dell’Italia della Prima Repubblica e cerca connessioni con l’oggi. Cause e problemi della politica attuale “on demand”, secondo l’autore, avrebbero radici lontane. O, quantomeno, sono da ricercare nelle decisioni prese dalle classi dirigenti del passato. Pregliasco cerca di ricostruire come alcuni passaggi essenziali abbiano inciso sulla Storia repubblicana. «I valori e le convinzioni che orientano le nostre scelte vengono da lontano». Si parte dal Dopoguerra. L’economia era devastata il paese era appena stato occupato e insanguinato dai nazisti. Divisa da povertà e macerie, l’Italia rinacque grazie alla guida dei partiti e di personalità politiche che sotto il fascismo erano state messe ai margini. C’erano tre aree di pensiero che guidarono l’Italia repubblicana. I dc di ispirazione cattolica, i comunisti di matrice marxista, i socialisti della sinistra moderata.
Era l’epoca dei partiti di massa che, scrive Lorenzo Pregliasco, erano antenne in grado di captare quello che succedeva nella società. E rappresentavano diverse visioni del mondo e classi sociali. La nuova Italia nacque dal sistema proporzionale per cui raccogliere un “voto ideologico” era essenziale per governare un paese disseminato da cooperative e parrocchie. L’antifascismo era forse il tratto più unitario dei partiti. E le forze antifasciste lavorarono assieme per ricostruire il paese a livello morale e materiale. Il primo scoglio da affrontare fu quello di decidere tra monarchia e repubblica. La DC aveva una classe dirigente repubblicana; molti elettori al Sud erano filomonarchici. Il 2 giugno 1946 rappresentò la prima opportunità per le donne di votare. Si optò per la scelta repubblicana. All’altezza della linea Gustav si notava come il Sud liberato dagli anglo-americani non conoscesse il fenomeno della Resistenza.
Non a caso, i partiti di massa al Sud erano meno incisivi. “Come” arrivare alle regole comuni fu presto un’altra sfida dei partiti di massa. «Non rinnegare se stessi, ma mettersi insieme per una finalità più alta dell’obiettivo di una singola parte, qualcosa che si può raggiungere solo insieme», scrive Lorenzo Pregliasco. Il 1948 fu un altro giro di boa per il paese. Definite le regole del gioco figura l’Italia poteva ricominciare a correre. Il 1960 era l’anno delle Olimpiadi di Roma e de “La dolce vita”. Lo sviluppo industriale era stimolato dallo Stato. E le riforme politiche iniziarono a stagnare da allora. L’apertura sinistra era fallita diverse volte all’inizio della Repubblica; nella DC iniziarono a levarsi voci sulla necessità di coinvolgere anche i comunisti ed elevare il grado di industrializzazione del paese.
Gli anni Settanta furono gli anni di diritti (divorzio e aborto) e del terrorismo. Anni di grandi cambiamenti, ma lo strumento referendario non sarebbe più stato usato o quasi. La bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura segnò l’inizio degli Anni di Piombo. Il fervore ideologico raggiunse il suo apice, così come il consenso del PCI. I conservatori dovettero “turarsi il naso” in un’epoca opaca di scandali e attentati, incertezze e distorsioni. D’altra parte, però, i partiti continuavano a fare da intermediari tra i cittadini e lo Stato. Oggi non è più così. «L’identità di ciascuno si formava […] sulla classe sociale, sul partito, sull’ideologia politica». Gli anni Ottanta erano gli anni del benessere, della leggerezza. I bisogni personali sembravano vincere sui bisogni del pubblico e i sogni collettivi, scrive l’autore.
Milano divenne la “Milano da bere”, ma già verso la fine degli anni Ottanta la crescita economica rallentava e i conti dello Stato erano in grave sofferenza. L’indebitamento pubblico esplose con il CAF, così come la personalizzazione della politica. Con la caduta del Muro di Berlino arrivò un cataclisma in Italia. Una stagione di cambio arrivò con l’inchiesta di Mani Pulite e la “scoperta” del sistema di Tangentopoli che metteva a nudo gli intrallazzi tra politica e aziende. «Che ruberie e scambi illeciti fossero prerogativa di una classe politica disonesta e ingorda, smascherata a furor di popolo dalla magistratura e dai mezzi d’informazione, era una lettura consolatoria per la nostra coscienza nazionale, che autorizzava forse a non sentirsi parte del problema. […] La “società civile”, i professionisti, il mondo dell’impresa erano pienamente inseriti nel circuito potere-denaro, ne erano anzi una parte necessaria».
La fine della Prima Repubblica non coinvolse solo politici e imprenditori, ma scosse le fondamenta del paese. Emerse un intero sistema fondato sulla corruzione. Nel 1993 morì la Prima Repubblica, ma morirono anche i partiti radicati nella società. Da allora, trent’anni fa, si è aperta una sorta di transizione infinita. A dominare la disaffezione dell’opinione pubblica, il continuo proliferare della criminalità l’assenza di riforme. Soprattutto, la Costituzione è rimasta la stessa, sebbene con modifiche minori. Oggi domina il rancore e il fervore antipatico. Talenti e contraddizioni, generosità di meschinità, sono le cifre di un’Italia persa e che annaspa. Si pensa che riducendo il numero di parlamentari si ridurranno sprechi e corruzione. Si sostiene che l’identità è perduta e si hanno in odio i nuovi italiani che arrivano in Italia. Non illudiamoci, sostiene Lorenzo Pregliasco, che le trasformazioni del paese dipendano solo dalla politica: dipendono anche da noi.
Amedeo Gasparini