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In Svizzera la scissione tradizionale tra spazio rurale e spazio urbano, che ha giocato un ruolo importante nella storia del Paese, è destinata a rimanere? Ne abbiamo parlato con Oscar Mazzoleni, direttore dell’Osservatorio della vita politica regionale (OVPR).
Nel loro studio comparato dei sistemi politici nazionali in Europa, Lipset e Rokkan (1967) hanno identificato quattro principali divisioni (cleavage) alla base dello spazio politico europeo: centro–periferia, stato–chiesa, città–campagna e capitale–lavoro. Recentemente, è stato affermato che la capacità di strutturazione dello spazio politico di queste classiche fenditure è ridotta, a causa di cambiamenti sociali quali la secolarizzazione, l’insorgenza di valori postmaterialisti, l’aumento dei livelli di istruzione, il miglioramento degli standard di vita e i mutamenti economici (es. terziarizzazione).
Professor Oscar Mazzoleni, direttore dell’Osservatorio della vita politica regionale (OVPR): oggi, con una percentuale crescente della popolazione in Svizzera che vive in aree urbane, la divisione rurale-urbana è ancora significativa per comprendere la politica e le divisioni sociali?
La frattura tra centri urbani e periferie sussiste, anche se trasformata: le città tendono ad una posizione caratterizzata dal voto di sinistra e dall’apertura culturale. Rispetto alle loro controparti in periferia, gli elettori nelle città hanno sono più libertari e denotano una maggiore apertura culturale al mondo. Nelle zone periurbane, altamente popolate e abitate dalla classe media, invece, tendono ad essere dominanti certe posizioni favorevoli alla demarcazione economica e culturale (in Europa lo chiamano sovranismo). Potremmo dire che la globalizzazione ha trasformato le classiche scissioni, piuttosto che farle sparire.
Si possano distinguere scissioni tra stesse aree urbane, ad esempio riguardante l’integrazione europea?
Le città tendono ad avere un voto più favorevole all’Unione Europa rispetto alle zone periurbane. Non è però così a Lugano dove prevalgono i sostenitori della frontiera e della demarcazione economica e culturale. Ciò si spiega guardando alla storia del Cantone, al suo rapporto con Berna e alle forze internazionali in gioco (apertura della frontiera a sud). La conseguenza, sul piano politico, è il ridimensionamento di altre divisioni e la rivendicazione invece di tematiche legate al centro–periferia nel contesto della globalizzazione. Ne abbiamo anche discusso all’interno del ciclo d’incontri pubblici organizzati da Coscienza Svizzera.
La scissione centro-periferia in Ticino è destinata a rimanere?
La presenza del consigliere federale Cassis e della Presidente del consiglio nazionale Marina Carobbio, ticinesi, italofoni, aiuta a ridurre la mobilizzazione della frattura centro–periferia. Siamo in una fase di attesa. Attualmente c’è poi un governo in Italia con il quale la Lega dei Ticinesi sente più affinità che con il governo precedente. Però non possiamo dimenticare che negli ultimi anni l’Italia ha avuto grossa difficoltà dal punto di vista economico e internazionale. Il Ticino non può non fare i conti con questo, anche perché, da cantone italofono, la sua posizione nella Confederazione (espressa anche attraverso la lingua) subisce i risvolti negativi degli accadimenti economici e politici dell’Italia. Questo anche perché la Svizzera tedesca e francese sono entità sempre più integrate, per sviluppo economico, infrastrutture e mobilità; mentre nella Svizzera italiana la dimensione cantonale e territoriale continua a dominare.