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di Rock Reynolds
Capita che qualcuno ripeschi un testo perduto misteriosamente nelle nebbie del tempo e sfuggito all’attenzione del mondo editoriale. È quello che è successo a L’allodola vola su Candleford (Elliot, traduzione di Massimo Ferraris, pagg 313, euro 19) di Flora Thompson, il primo volume di una trilogia pubblicata in Inghilterra tra il 1939 e il 1943, riscoperta soprattutto grazie all’omonima serie televisiva della Bbc in onda tra il 2008 e il 2011 e finalmente disponibile in italiano.
Flora Jane Thompson (1876-1947) è figlia dell’agreste Oxfordshire e di due genitori – scalpellino il padre e balia la madre – che ebbero in totale dodici bambini di cui soli sei sopravvissero all’infanzia. Come molte coetanee, fu educata alla scuola parrocchiale locale e trovò poi impiego in un ufficio postale, presso cui lavorò per buona parte della vita e che le fornì spunti preziosi per la sua trilogia. E, come molte coetanee, patì la morte di un fratello, il fratello prediletto, nell’inferno di Ypres, oltre che quella ancor più devastante di uno dei figli, ucciso nell’affondamento della sua nave della Marina Mercantile nell’Atlantico. Al pari di diversi altri autori, Flora Thompson amava scrivere, senza però pensare di poter un giorno diventare una penna di fama o anche solo di vedere le sue opere pubblicate. Ma il relativo successo di un libro per bambini di sua sorella, Betty Timms, pubblicato nel 1926, le diede gli stimoli per concentrarsi maggiormente sulla scrittura, pubblicando articoli e racconti, dopo essersi aggiudicato un concorso letterario con un breve saggio su Jane Austen, anche questo elemento importante nella costruzione di uno stile che deve non poco alla grande romanziera vissuta a cavallo tra Settecento e Novecento. La svolta avvenne nel 1938, quando la Thompson decise di inviare alcune sue riflessioni sulla vita contadina della sua infanzia alla Oxford University Press, che accettò di pubblicarle in tre volumi. In seguito, la trilogia fu pubblicata anche come unico volume.
Narrato in terza persona dal punto di vista della protagonista, la giovane Laura Timmins, – persino il cognome richiama quello da nubile dell’autrice – nella quale non si fa fatica a riconoscere la stessa Flora, L’allodola vola su Candleford ricostruisce con fedeltà da storiografa e dovizie di particolari da saggista scientifica la vita nelle campagne dell’Oxfordshire e del Buckinghamshire negli anni Ottanta dell’Ottocento, con particolare riferimento a tre villaggi a cui l’autrice ha deciso di dare nomi di convenienza, ma che sono i luoghi da lei frequentati negli anni della crescita: Lark Rise, Candleford e Fringford. Qualcuno ha scritto che pochi altri autori sono riusciti a restituirci le atmosfere rurali dell’Inghilterra vittoriana con la stessa forza di Flora Thompson. Sullo sfondo, apparentemente distante anni luce dalla realtà del contado, ondeggia lo spettro di un colonialismo spietato, sempre più intrecciato alle spinte capitalistiche della società del tempo.
L’allodola vola su Candleford è un romanzo-verità complesso e semplice al tempo stesso. Le sue pagine scorrono agevolmente, ma ogni riga è scritta con una ricchezza di informazioni tale che non soffermarvisi rischia di essere un peccato. Il libro della Thompson è pure un romanzo di formazione, ma i suoi slanci di ricostruzione storica e i suoi primi approcci alla scrittura attraverso articoli per quotidiani e riviste ne fanno pure un saggio storico, nonostante vi sia stato chi ha criticato l’autrice per una ricostruzione a suo dire fantasiosa di certe situazioni. Resta grande amore tra le righe. Il fatto che la narrazione effettivamente si ammanti di un romanticismo poco rispondente al vero o meno finisce per essere un dettaglio trascurabile. L’allodola vola su Candleford rimane un’opera di fantasia ed è la passione con cui il susseguirsi delle stagioni viene raccontato a dare ulteriore valore a quanto scritto dall’autrice.
La vita, si dice, è breve e va goduta appieno, ma le giornate possono risultare più lunghe di quanto si pensi, appesantite dal duro lavoro e scevre delle piccole gioie che le rendono più sopportabili. Ecco che Flora Thompson racconta di una campagna inglese in fase di trasformazione, grazie alla Rivoluzione Industriale. Ma, forse proprio in funzione di spostamenti ancora non rapidissimi, il ritmo di quel cambiamento nella zona di Candleford è più blando. Eppure, si ha notizia dei primi incidenti mortali causati da automobili in transito nelle campagne.
Flora Thompson descrive le scene di vita delle sue campagne come un paesaggista dell’Ottocento. Che si parli della macellazione rituale del maiale, della spigolatura del frumento e della preparazione della farina, delle agognate visite dei venditori ambulanti – spesso un momento di svago più che di autentica utilità, considerato che poche famiglie potevano permettersi spese considerate superflue o frivole – o della preparazione di marmellate ottenute dalle bacche di stagione, la Thompson arricchisce ogni passo del suo libro con informazioni preziose, che risulterebbero quasi erudite se il piglio con cui le dispensa al lettore non fosse decisamente popolare.
Non mancano riflessioni sull’incedere delle stagioni, metafora di giovinezza e vecchiaia e dello scorrere della vita. E, di quando in quando, Flora Thompson si allontana dalla solo apparente leggerezza della sua scrittura per addentrarsi in considerazioni su tematiche più profonde, per esempio la questione femminile nelle campagne, dove il lavoro nei campi era per lo più appannaggio degli uomini, mentre le donne venivano confinate al focolare domestico, alla crescita dei figli e alla gestione della casa. “Anche alcune donne lavoravano nei campi… Un tempo… c’erano contadine in quantità, creature senza legge e sporcaccione, alcune delle quali non si facevano problemi ad avere quattro o cinque figli fuori dal matrimonio. I loro tempi erano finiti, ma la reputazione che si erano lasciate alle spalle aveva fatto sì che la maggior parte delle donne di campagna maturasse un’avversione per ‘l’andare a lavorare nei campi’.”
Tutto cambia, sembra ricordarci la Thompson, e la sua nostalgia per ciò che ai suoi tempi sembrava già perdersi è intensa e coinvolgente. Eppure, alcune cose sono certamente cambiate in meglio, anche se al tempo forse non se ne avvertivano ancora con forza i risultati. Per esempio, il destino quasi segnato di molti bambini, fin dalla nascita votati all’inevitabile lavoro nei campi. “Non ci sarà alcun college per te, mio povero ometto… Tu dovrai andare a lavorare non appena avrai lasciato la scuola.”
Il naturalismo è un elemento onnipresente nel romanzo classico inglese. Gli scritti di George Eliot, della la stessa Jane Austen e, soprattutto, di Thomas Hardy ce ne rendono testimonianza. Dalle loro opere affiorano la durezza della vita rurale e la sincerità delle passioni contadine. La stessa Thompson, a proposito dei suoi conterranei, dice, “La loro virtù preferita era la sopportazione. Non indietreggiare di fronte alla sofferenza o alle difficoltà era il loro massimo ideale”. Ciononostante, Flora Thompson ci ricorda che la voglia di sorridere alla vita era intensa quanto la capacità di sopportarne fatiche e patimenti. Nei campi, per esempio, gli uomini si scambiavano battute grevi e storie indecenti. E, alla fine di una dura giornata di lavoro, chi poteva andava al pub, facendosi durare la classica pinta di birra fino alla fine della serata, quando non ne restava che qualche traccia di schiuma nel bicchiere. “La gente era più povera e non aveva le comodità, i divertimenti e le conoscenze che abbiamo oggi, ma era più felice.”