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"Il montenegrino prende in mano la squadra: gioca con forza tra le linee, attacca la profondità, cerca il triangolo, vede la porta".
Apollonio trova il passaggio di delizioso cattivo gusto: corrivamente esoterico e esotericamente corrivo, come deve essere la lingua speciale delle masse di fanatici del calcio. Tra i quali Apollonio (con moderazione) si annovera, anche se (lo confessa) mai avrebbe il coraggio di infilare in un suo periodo (anche nell'orale) una serie così scintillante di effetti di stile: similoro autentico.
Alessandro Bocci lo fa, invece, nella sua cronaca sul Corriere della Sera di oggi dell'incontro Fiorentina-Palermo, che conta altre gustose tournures, pronte, come le prime, a diventare stucchevoli al secondo passaggio, naturalmente. Così si conviene a questa prosa densa di orpelli: più lesto nelle ripartenze; tiene alto il baricentro; esercita pressione sulle fasce; dovrebbe essere più concreta negli ultimi sedici metri; soffre, sbuffa, in alcuni momenti va in difficoltà; ha finito l'ossigeno; gestire con qualità i minuti finali e così via.
Un gergo di massa fatto di arcani luoghi comuni, come si fosse al cospetto del lessico specialistico d'una disciplina scientifica o della lingua letteraria di una scuola poetica sperimentale. Prendere in mano la squadra, giocare tra le linee, attaccare la profondità, cercare il triangolo, vedere la porta: una o più figure per ciascuna espressione, che (Apollonio ha il sospetto) nessun lessicografo ha ancora registrato. Ma sia lode all'effimero, tra le esperienze (linguistiche) umane forse la sola imperitura.