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Nigel Farage, leader del partito UKIP, appresi i risultati ha dichiarato che il sistema elettorale britannico è “in bancarotta”. (AP Photo/Matt Dunham)
di Rodolfo Casadei
I britannici non sono ticinesi, e fra i sondaggisti di Londra non si annovera Pietro Pisani. Così, mentre a Lugano i sondaggi alla vigilia del voto si rispecchiano fedelmente nei risultati finali, a Londra delle quattro previsioni fatte dagli istituti alla vigilia del voto se ne sono realizzate solo tre, ed è stata smentita la più importante. Tutti avevano detto e scritto, compresi i principali quotidiani britannici, che il parlamento del 2015 sarebbe stato “hung”, cioè appeso, impiccato, vale a dire privo di una maggioranza di governo.
Nemmeno una riedizione della coalizione conservatori-liberaldemocratici avrebbe potuto vantare una maggioranza assoluta di seggi. Ci sarebbe stato un crollo dei liberaldemocratici, un boom di seggi del Partito nazionalista scozzese (Snp), un boom di voti ma non di seggi per i populisti di destra dell’Ukip, e un pareggio fra conservatori e laburisti. E invece l’ultima delle quattro profezie non si è avverata: i conservatori hanno allargato la forbice di vantaggio che li separava nel 2010 dai laburisti, hanno guadagnato 24 seggi rispetto ad allora mentre i laburisti ne hanno persi 26. Tutti noi che abbiamo scritto avendo presenti i sondaggi britannici abbiamo ricalcato previsioni indovinate e previsione sbagliata delle nostre fonti d’informazione.
Quel che è successo non è facile da capire per chi, come quasi tutta l’Europa continentale, non è abituato al sistema maggioritario con collegi uninominali. Il leader dell’Ukip, Nicholas Farage, appresi i risultati ha dichiarato che il sistema elettorale britannico è “in bancarotta”. Ha di che lamentarsi: con 3 milioni e 800mila voti, il suo partito ha conquistato 1 solo seggio; mentre l’Snp con 1 milione e 450mila voti ne ha conquistati 56! Se si sommano i voti dell’Snp con quelli dei liberaldemocratici, si ottiene lo stesso numero di voti conquistati dall’Ukip, cioè 3 milioni e 800mila. Ma Snp e lib-dem insieme contano 64 seggi a Westminster, l’Ukip solo uno!
Non è questa l’unica stranezza. Ed Miliband in queste ore viene denigrato come il leader che ha condotto i laburisti alla sconfitta, come colui che non è riuscito ad attrarre elettori né da destra né da sinistra mentre ha perso quasi tutti quelli scozzesi che aveva – e non erano pochi. Falso: il partito laburista è cresciuto sia in voti sia in percentuale in queste elezioni.
Nel 2010 aveva ricevuto 8 milioni e 600mila voti, pari al 29 percento dei votanti; stavolta ne ha ottenuti 9 milioni e 350mila, pari al 30,4 per cento. Anche i conservatori sono cresciuti sia in voti che in percentuale, ma meno dei laburisti: sono passati da 10 milioni e 700mila a 11 milioni e 300mila, e quindi dal 36,1 al 36,9 per cento. E si tenga presente che i votanti rispetto alle elezioni del 2010 sono aumentati solo di un punto percentuale: ha votato il 66,1 per cento degli aventi diritto contro il 65,1 di cinque anni fa.
È dunque evidente che nelle elezioni britanniche non basta ottenere voti: bisogna anche ottenerli nei posti giusti e nel modo giusto, altrimenti si finisce come l’Ukip, che è arrivato secondo in 118 collegi, e primo in uno solo; e perciò ha portato a casa 1 seggio solo.
Premesse queste indispensabili spiegazioni tecniche, la valutazione politica dell’accaduto si può riassumere in poche parole. La performance dei cinque anni di governo di coalizione conservatori-lib-dem non è stata eccezionale, ma Cameron trasmette un’immagine di solidità e affidabilità che Miliband non è stato capace di uguagliare. I conservatori sono riusciti a convincere che i guai economici del Regno Unito sono stati causati dalle politiche fiscali allegre dei laburisti negli anni di Tony Blair, e che tornando al governo i laburisti avrebbero ricominciato a fare danni.
Hanno anche ben pubblicizzato il pericolo di una coalizione labour-Snp alla guida del Regno Unito, con la prospettiva di politiche di estrema sinistra (l’Snp vuole che Londra rinunci al nucleare militare) e la secessione scozzese di nuovo all’ordine del giorno. Ultimo ma non da meno, la promessa di David Cameron di svolgere entro il 2017 un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea ha fatto breccia in molti cuori. I laburisti non avrebbero mai offerto questa opportunità. E i britannici, nonostante la crescente disaffezione alla politica, amano ancora decidere in modo democratico le cose importanti.