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Corteggiati, prelevati in patria e accolti all’estero a braccia aperte: 330 anni fa quattordici famiglie bernesi si trasferirono con i loro domestici nel Brandeburgo, poco lontano da Berlino. Nel villaggio di Nattwerder il loro ricordo è ancora vivo.
A prima vista solo un segnavia di legno con l’indicazione Berna rammenta le origini dei primi abitanti del villaggio. Ma chi s’interessa alla storia della colonia elvetica a Nattwerder non fatica a trovare fonti bene informate. Basta sedersi sulla panchina presso la piccola chiesa accanto a Emil Mauerhof.
L’agricoltore in pensione, ultimo discendente dei coloni svizzeri, è una celebrità locale, abituata a rispondere alle domande. Il segnavia l’ha ricevuto come regalo anni fa. Fino alla patria dei suoi antenati, così c’è scritto sul cartello, ci sono 1401 chilometri per via d’acqua.
La famiglia di Emil Mauerhfer vive da dieci generazioni nel piccolo villaggio brandeburghese di 35 abitanti, nelle vicinanze di Potsdam. Qui è venuto al mondo, qui ha trascorso tutta la sua vita, come i suoi antenati. Il gioviale pensionato abita in uno dei quattro poderi che si affacciano sulla via principale del villaggio. Poco lontano sorge la chiesetta.
Nattwerder, l’isola bagnata
Nella regione paludosa del Golmer Luch giunsero 101 coloni svizzeri nel 1685. Avevano raggiunto il mare del Nord navigando sul Reno, quindi avevano imboccato l’Elba e l’Havel fino ai dintorni di Potsdam. «Per l’epoca era un viaggio di lusso», dice Dietmar Bleyl, che ha fatto delle ricerche negli archivi e ha pubblicato un libro sull’argomento. Il principe elettore del Brandeburgo fece prelevare a Berna i coloni, che furono portati con delle imbarcazioni fin quasi davanti alla porta della loro nuova casa, nella pianura umida del principato tedesco.
Durante il viaggio, che durò sette settimane, uno dei coloni fuggì, un altro morì e nacque anche un bambino, si legge nei documenti d’archivio. Il 16 giugno del 1685 i coloni raggiunsero finalmente la loro meta: Nattwerder, «l’isola bagnata». Il nome dà già un’idea delle difficoltà con cui dovettero confrontarsi all’inizio i contadini bernesi. Prima di tutto dovettero bonificare i terreni. I nuovi coloni riuscirono a ricavarne campi coltivabili e si abituarono al nuovo ambiente, stupendo la popolazione autoctona.
Una provocazione per gli autoctoni
La Svizzera all’epoca era confrontata con una forte crescita demografica, causa di sovrappopolazione e povertà. Le promesse del principe elettore del Brandeburgo apparivano seducenti. Aveva concesso ai coloni ampi privilegi. Nel Golmer Luch c’erano case e cibo pronti per i nuovi abitanti. I bernesi ottennero gratuitamente legname d’opera e da ardere; a differenza dei sudditi prussiani, erano cittadini liberi ed erano esentati dalle tasse e dal servizio militare. Il loro predicatore era stipendiato dal principe elettore e venne promessa loro una chiesa, che fu poi inaugurata nel 1690.
Coloni svizzeri nel Brandeburgo
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva devastato e spopolato molte regioni della Germania. Nel Brandeburgo il principe elettore Federico Guglielmo elaborò piani per ripopolare la regione con coloni provenienti da tutta Europa. Offrendo condizioni favorevoli attirò nell’area di Berlino persone dalla Francia, dall’Olanda e anche dalla Svizzera. Gli svizzeri non solo avevano la fama di essere ottimi allevatori, ma erano anche protestanti come il sovrano.
Nel 1683 il principe elettore inviò un ambasciatore a Berna per negoziare, con un contratto con ampi privilegi. Una delegazione del Consiglio di Berna si recò nel 1684 nel Brandeburgo per visitare la regione di insediamento e in seguito accettò la proposta.
I primi coloni bernesi arrivarono nel Brandeburgo nel 1685. Anche i successori di Federico Guglielmo proseguirono la politica di insediamento. Nell’amministrazione brandeburghese c’era un direttorio dedicato specificatamente ai coloni svizzeri. I ricercatori stimano che fino al 1713 circa 2000 svizzeri si siano trasferiti nel Brandeburgo.Fine della finestrella
Agli occhi della popolazione autoctona, che all’epoca viveva ancora in condizioni di servitù, i liberi cittadini provenienti dalla Svizzera rappresentavano una provocazione. «I privilegi crearono malcontento tra gli abitanti», afferma Dietmar Bleyl. L’ordine del principe di non insultare gli svizzeri indica che le tensioni erano forti. La comunità rimase chiusa: tutti i poderi di Nattwerder restarono in mano ai discendenti dei primi coloni svizzeri fino al 1930.
Immutato dalla fondazione
La pianta del villaggio di Nattwerder non è cambiata dalla sua fondazione. I quattro grandi poderi con le loro stalle si trovano ancora nello stesso luogo in cui furono fatti costruire dal principe elettore 330 anni fa. Tuttavia furono ricostruiti nel 1867 dopo un terribile incendio. La chiesa è rimasta com’era: restaurata con cura, si erge in mezzo alle vecchie lapidi dei coloni svizzeri.
«Nattwerder è il prototipo di tutte le successive colonie svizzere nel Brandeburgo», racconta Dietmar Bleyl. Il villaggio si trova oggi sotto protezione: nuovi insediamenti e modifiche degli edifici sono vietate. Per quanto pittoresco, il villaggio non è tuttavia un museo. Tra gli abitanti ci sono molti bambini, il villaggio è pienamente radicato nel Brandeburgo contemporaneo.
Le origini elvetiche sono parte della storia locale, ma non della quotidianità. «Non celebriamo la festa nazionale svizzera», osserva Andreas Klein ridendo. Lo scultore è presidente dell’associazione «Colonia svizzera Nattwerder», che mantiene vive le tradizioni.
Tra le altre cose, nella piccola chiesa vengono organizzati regolarmente concerti d’organo, rinomati in tutta la regione. Al restauro dello strumento ha partecipato con un aiuto finanziario anche l’ambasciata svizzera a Berlino.
Il villaggio cura la sua eredità
«All’epoca della DDR le cose erano diverse», dice Andreas Klein. Allora l’intonaco si staccava dai muri. Lo Stato non aveva molto interesse a conservare l’idilliaco villaggio. Nel 1984, in occasione dei festeggiamenti per i 300 anni dalla fondazione, gli abitanti decisero perciò di metter mano da soli al restauro della chiesa. Emil Mauerhof si ricorda ancora bene del talento organizzativo necessario per ottenere i materiali e le attrezzature necessarie in un contesto economico stagnante. «Alcuni portavano con sé il venerdì le impalcature dei cantieri dove lavoravano e le riportavano il lunedì».
Quando cadde il muro di Berlino, i viaggi in Svizzera furono di nuovo possibili. Mauerhofer andò a Berna nel 1991, a bordo della sua Wartburg. «Desideravo vedere una volta da dove provenivano i miei antenati», racconta. La sua patria rimane però il villaggio brandeburghese, su questo non lascia adito a dubbi.
Spesso il venerdì un abitante di Nattwerder mette un tavolo sulla strada, racconta Andreas Klein. I vicini si riuniscono in maniera spontanea. E se non fosse per le automobili, ci si potrebbe immaginare che scene simili si svolgessero 300 anni fa, quando i coloni in terra straniera s’incontravano per terminare insieme la giornata.
(Traduzione dal tedesco: Andrea Tognina)