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Raccomandato dall’UE, questo indicatore rispecchia un aspetto della coesistenza fra i gruppi della popolazione suscettibile di frenare i progressi dell’integrazione. Fornisce informazioni sulla portata di un’esperienza di abuso discriminatorio motivata da razzismo. L’integrazione è fortemente ostacolata se alcuni sottogruppi della popolazione sono vittime di discriminazione.
Nel 2020, il 19% della popolazione residente permanente dai 15 agli 88 anni o più è protagonista di almeno un’esperienza di discriminazione razziale legata ad almeno una delle seguenti caratteristiche: nazionalità, religione, origine etnica, colore della pelle o segni corporei distintivi. Nella popolazione senza passato migratorio, il tasso è del 11%. In quella con passato migratorio è del 31%; vale a dire tre volte in più.
Fra il 2010 e il 2014, si osserva un aumento della percentuale di popolazione con alle spalle un’esperienza di discriminazione razziale dovuta all’appartenenza nazionale, etnica, religiosa o ad una caratteristica fisionomica. Questo aumento è più consistente fra la popolazione straniera (+13 punti percentuali) che fra quella svizzera (+2 punti percentuali).
In seguito a modifiche metodologiche, il raffronto fra gli anni 2010 a 2014 e gli anni 2016 a 2020 non è possibile. Fra il 2016 e il 2020, la popolazione con passato migratorio ha registrato un aumento maggiore dell’esperienza di discriminazione razziale (+9 punti percentuali) rispetto alla popolazione senza passato migratorio (+3 punti percentuali).
Trattandosi di un’autovalutazione dell’esperienza di discriminazione razziale, è possibile che l’incremento osservato sia legato piuttosto a una maggiore coscienza del fenomeno che a una crescita dei casi effettivi.
Indipendentemente dallo statuto migratorio, la percentuale di popolazione che dichiara di aver vissuto un’esperienza di discriminazione razziale è più alta nella Svizzera romanda (23%) rispetto a quella della Svizzera tedesca e romancia (18%) e della
Svizzera italiana (15%).
Inoltre, in tutte le regioni linguistiche, la percentuale di popolazione con passato migratorio vittima di un tale atto risulta significativamente superiore a quella della popolazione senza passato migratorio. È nella Svizzera tedesca e romancia che la differenza fra le due popolazioni è la più marcata (31 contro 11%, cioè tre volte in più).
Nel 2020 le persone che affermano più spesso essere vittime di un atto di discriminazione razziale in contesti socioeconomici (durante la ricerca di un’abitazione, un impiego, a scuola o nella vita professionale quotidiana) sono il 67%. Le discriminazioni subite in un contesto di interazioni sociali (negli spazi pubblici, nell’accedere a un bar, un club, durante il tempo libero, in seno a un’associazione o su internet) sono registrate nel 56% dei casi.
In contesti socioeconomici, la popolazione con un passato migratorio è più colpita dalla discriminazione razziale rispetto alla popolazione senza un passato migratorio (75 contro il 53%). La situazione opposta viene osservata per le interazioni sociali (70% per la popolazione senza passato migratorio e 49% per la popolazione con passato migratorio).
Definizioni
La discriminazione designa ogni pratica che rifiuta determinati diritti a una persona, la tratta in maniera ingiusta o intollerante, la umilia, minaccia o mette in pericolo. La discriminazione razziale rinvia a pratiche differenti applicate con riferimento alle caratteristiche fisiche della persona discriminata, alla sua appartenenza etnica o religiosa o alla sua cultura o nazionalità. Per razzismo si intende un’ideologia che classifica le persone in gruppi sulla base di differenze reali o immaginarie giudicate immutabili. I fautori del razzismo prendono a pretesto l’appartenenza delle persone a un gruppo attribuendo loro un’origine pseudobiologica o culturale comune. Pongono l’accento sulle differenze, reali o immaginarie, per giustificare ineguaglianze
fra gruppi o privilegi.
Nel contesto dell’integrazione della popolazione sono presi in considerazione unicamente i casi legati a nazionalità, religione, origine etnica, colore della pelle o altri segni corporei distintivi.
Il numero di persone che hanno vissuto un’esperienza di discriminazione razziale durante i cinque anni antecedenti all’indagine è diviso per il numero di persone del gruppo della popolazione secondo sesso, età, nazionalità, luogo di nascita, livello di formazione, regioni linguistiche e grado di urbanizzazione. L’indicatore è espresso in %.
Una vittima ha avuto la possibilità di indicare più situazioni nelle quali ha vissuto un atto di discriminazione razziale. Pertanto viene rilevato il tasso di frequenza con cui la situazione si verifica rispetto all’insieme delle situazioni:
- nella categoria «situazioni socioprofessionali o economiche» sono presi in considerazione i casi vissuti durante la ricerca di un’abitazione, di un impiego, a scuola, nel corso degli studi e nella vita professionale quotidiana;
- nella categoria «istituzioni pubbliche e statali» si tiene conto degli atti vissuti nell’amministrazione pubblica, nel contesto sanitario, con la polizia, l’esercito o l’aiuto sociale;
- nel tipo di situazione «interazioni sociali» sono raggruppati i casi vissuti negli spazi pubblici, nell’accedere a un ristorante, un bar, un club, durante il tempo libero, lo sport, in seno ad associazioni, su internet, sui social network;
- nel tipo di situazione «sfera familiare, privata» sono raccolti i casi vissuti nella sfera privata o in famiglia;
- infine, quando la situazione non è menzionata l’atto discriminatorio è codificato come «Altre situazioni».
Metodologie
I risultati percentuali per gli anni cumulati 2010, 2012, 2014 sono tratti dal progetto pilota del SG DFI «Indagine sulla convivenza in Svizzera».
A partire dal 2016 provengono invece dall’«Indagine sulla convivenza in Svizzera», realizzata dall’UST.