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Mito e realtà. La Cura
di Paolo Cicale
Viviamo tempi “straordinari”. Il covid ha portato in superficie la dimensione valoriale, esistenziale ed economica in cui stavamo e stiamo vivendo. Ha anche evidenziato la necessità di prenderci cura di queste nostre vite. Uno sguardo filosofico, breve, al tema della cura e i suoi significati per meglio pensare i nostri vissuti di questo tempo incerto e bisognoso di cure.
Il mito racconta che, un giorno, nell’attraversare un fiume, l’attenzione di Cura sia stata attratta dal fango argilloso. Pensosa, senza bene rendersi conto di quello che andava facendo, Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo. Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì con facilità. A questo punto, Cura chiese di poter imporre il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo che il nome di quell’essere doveva provenire da lui, che gli aveva infuso la vita. Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: questa riteneva, infatti, che il nome avrebbe dovuto essere il suo, essendo sua la materia con cui era stata plasmata la creatura. Per risolvere la diatriba, fu chiamato a pronunciarsi Saturno, il cui giudizio distribuì le rivendicazioni: a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima; alla Terra, della cui materia l’essere era composto, sarebbe tornato il corpo dopo la morte; ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata l’Inquietudine, la prima a plasmarlo. Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato”uomo”, perché creato dall’humus.
La cura, indipendente dal modo in cui si attua, si profila nei termini di una pratica, ossia di un’azione in cui prendono forma pensieri ed emozioni, interrelati e orientati verso una precisa finalità.
La cura richiede tempo, è dare tempo all’Altro e a sé.
Avere riguardo per i propri sentimenti, sviluppare sensibilità per il personale mondo interno, essere capaci di fermarsi.
I primi teorici della Cura la definirono primariamente come un modo di relazionarsi agli altri attraverso la simpatia, l’attenzione, la premura e la responsabilità.
Nel vocabolario platonico ed ellenistico, per significare la Cura, compare la parola epimeleia, che designa la Cura come sollecitudine, attenzione, occupazione, ma anche scienza. La cura di sé nel mondo antico significava anche dedicarsi a dare forma etica ed estetica alla propria vita, ovvero inventarsi la vita.
In Aristotele la parola Cura è un termine polisemico. Due significati e due ambiti di riferimento. Alla parola epimeleia il filosofo attribuisce: la cura domestica e la cura politica. A partire da Cartesio, l’aspetto etico della cura di sé dell’individuo è cancellato e al suo posto la necessità di ridurre lo scarto fra ciò che si crede di essere e ciò che si crede veramente. Si assiste a una trasformazione del significato dei termini della cura perdendo ogni connotazione affettiva e acquista una serie di connotazioni tecnico-pratiche. Essa non indica più la sollecitudine, la premura, l’interesse per qualcuno indipendentemente dalla concretizzazione in qualche atto.
La filosofia post-moderna del 900 pone l’accento piuttosto sulla condizione dell’uomo come esserci, l’essere in un mondo. Husserl, Heidegger, Lévinas e Hanna Arendt, hanno contribuito a una nuova riflessione sull’essere che colloca al centro la relazionalità dell’esserci: l’essere umano è originariamente con altri, è insieme ad altri (M. Heidegger, Essere e Tempo). In questa nuova ontologia della relazionalità, l’identità del singolo è strutturata dalle relazioni: l’uomo è l’insieme delle relazioni che organizzano il suo campo vitale. La Cura è sempre, per Heidegger, un prendersi cura.
Foucault, che molto ha scritto riguardo a questo tema, ci indica che la filosofia è una particolare cura, è un prendersi cura degli altri.
Concludo con le parole del filosofo Umberto Curi, dal suo libro Le parole della cura, Cortina, 2017: Cura sta a indicare anzitutto la “sollecitudine”, la “premura”, l’”interesse” per qualcuno o (più raramente) per qualcosa, senza che necessariamente questa disposizione affettiva e/o emotiva debba necessariamente concretizzarsi in qualche atto definito. Avere cura nei confronti di qualcuno vuol dire per prima cosa “stare in pensiero”, “prendere a cuore”, essere “preoccupati” per lui. Se ne trova conferma nel fatto che il termine correlativo alla cura è neglegentia, che indica un atteggiamento di disinteresse o di indifferenza, proprio di chi “non ha riguardi”.