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Politica monetaria
Fondo sovrano svizzero da 1000 miliardi?
Un fondo sovrano elvetico, che inglobi le immense riserve accumulate nel corso degli ultimi anni dalla Banca nazionale svizzera (BNS) garantendo rendimenti migliori per la Confederazione e i Cantoni: lo propongono tre economisti.
I tre esperti, che agiscono da quest'anno con il nome di SNB-Observatory, sono il professore dell'università di Basilea Yvan Lengwiler (ex consulente della BNS e membro dell'Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari/Finma), il professore emerito ginevrino Charles Wyplosz, nonché Stefan Gerlach, capoeconomista della banca privata EFG (quella che ha rilevato la luganese BSI) nonché ex vicegovernatore della banca centrale irlandese.
In un documento di una ventina di pagine pubblicato oggi sul loro sito (snb-observatory.ch) il terzetto di specialisti ricorda che la BNS ha accumulato negli ultimi dieci anni circa 1000 miliardi di franchi di riserve attraverso i suoi interventi per evitare il rafforzamento del franco. L'unico modo concepibile che porterebbe a una riduzione di questa montagna di soldi – che appartiene al popolo svizzero, viene sottolineato – sarebbero interventi sul mercato dei cambi nella direzione opposta, cioè per impedire un indebolimento della moneta elvetica.
Questo appare però molto improbabile, perché lo status del franco come porto sicuro non dovrebbe venir meno nei prossimi anni. Si tratta quindi di far fruttare il denaro: «il potenziale di guadagno di queste attività è considerevole e potrebbe essere usato per alleviare il peso sui contribuenti», si legge nello studio.
Un altro punto che, secondo gli economisti, depone a favore di un fondo sovrano – paragonabile, per esempio, a quello norvegese, che gestisce a lungo termine i proventi delle riserve petrolifere del paese – è il ruolo di gestore patrimoniale della BNS. Questo compito è difficile da conciliare con il mandato di politica monetaria, che richiede di concentrarsi sulla liquidità, a scapito dei rendimenti: sarebbe quindi meglio farlo svolgere al di fuori della banca. «Gestire 1000 miliardi di franchi non è un lavoro part-time», affermano gli esperti.
Tuttavia la questione non è nemmeno troppo semplice: gli economisti formulano una serie di requisiti che dovrebbero essere soddisfatti affinché la BNS non sia ostacolata, nell'adempimento del suo mandato, dal fondo sovrano (in inglese: Sovereign Wealth Fund, SWS). Per esempio il fondo dovrebbe detenere solo attivi in valuta estera e non essere autorizzato a convertirli in franchi svizzeri. Inoltre non dovrebbe essere permesso di coprire il rischio di valuta con derivati. Questo assicurerebbe che le attività di investimento del SWF non collidano con la politica monetaria della BNS.
Nella visione degli specialisti dell'osservatorio della BNS, il fondo sovrano sarebbe un ente pubblico dedicata alla gestione patrimoniale, nel quadro di un mandato trasparente stabilito dal governo e dal parlamento. Dovrebbe essere indipendente come la BNS e pienamente responsabile delle sue azioni. Sarebbe gestito da professionisti e avrebbe il mandato di ottenere il migliore rendimento possibile a fronte dei rischi che gli sarà permesso di assumere. Il mandato potrebbe anche prevedere restrizioni sui tipi di investimenti e formulare obiettivi strategici a beneficio dell'intera Svizzera, come la sicurezza delle fonti energetiche o la cooperazione strategica nel settore tecnologico.
In termini puramente tecnici, la BNS trasferirebbe una gran parte delle sue attività in valuta estera al fondo, in cambio di obbligazioni in franchi svizzeri emesse dalla nuova entità. Visto il non indifferente rischio di cambio a cui sarebbe esposto, il SWF avrebbe anche bisogno di un'adeguata capacità di assorbimento delle perdite: è ipotizzabile un capitale sottoscritto dal governo federale o costituito trattenendo i profitti nei primi anni della sua creazione.
Gli economisti si dicono consapevoli del fatto che l'idea di un fondo sovrano incontrerebbe scarsa approvazione da parte della BNS e che ci sarebbero molti ostacoli politici da superare. A loro avviso è comunque «il momento di lanciare una discussione pubblica e aperta».
hm, ats