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Andrew Gowers, già direttore del Financial Times (2001-2005), è stato uno dei piu noti e stimati giornalisti economici al mondo. Nel 2006 è intervenuto all’Ejo con una conferenza intitolata “Le sfide del giornalismo economico nell’era della globalizzazione: è possibile informare correttamente?”. Un titolo che, allora, considerata l’imminenza della scandalo dei derivati, suonava quasi premonitore. Tuttavia, Andrew Gowers ha vissuto la crisi finanziaria globale del 2008 dall’altra parte della trincea e da una trincea del tutto particolare: a capo della comunicazione della Lehman Brothers. Dopo il tracollo della società, ha poi continuato a lavorare nel settore delle Pr (con Bp e, ora, Trafigura). Un punto di vista trasversale sul giornalismo economico e il suo rapporto con la corporate communication
Volgendo lo sguardo indietro si può dire che il giornalismo finanziario ed economico ha fallito dalla crisi del 2008 in avanti?
“No, non la penso così. Direi piuttosto che tutti hanno fallito nel periodo precedente alla crisi: gli stessi governi, i controllori del sistema finanziario, gli executive delle banche e i loro consigli di amministrazione, i creditori, gli economisti e gli azionisti. In questo senso i giornalisti economici erano inclini a pensare con la stessa mentalità da gregge che non ha visto arrivare la crisi. Ma ancor prima che la bolla scoppiasse, ci sono state delle eccezioni coraggiose e ammirevoli di giornalisti che hanno scritto e analizzato i segnali di allarme. Costoro possono col senno di poi dire di aver avuto ragione. Quando la crisi è arrivata, penso che i giornalisti economici abbiano invece fatto in generale un buon lavoro spiegando con chiarezza cosa stava succedendo e dichiarando le implicazioni che ne sarebbero derivate. È stato un periodo di grande ricchezza per il giornalismo finanziario e ha stimolato la pubblicazione di numerosi libri eccellenti, di programmi televisivi e di film su questo argomento, oltre a diversi articoli di giornali e di riviste che analizzavano la questione in profondità”.
Ci sono stati cambiamenti significativi da quel momento? C’è stata una “curva di apprendimento”?
“Abbiamo senza dubbio tutti appreso qualcosa, perché i giornalisti erano coscienti – come d’altra parte continuavano a ripetere sia i politici che i controllori dei mercati – che siamo stati, e in un certo senso ci troviamo ancora, in un territorio inesplorato. Nessuno è in grado di prevedere come andrà a finire l’attuale esperimento monetario. Lo stesso si può dire delle nuove regole introdotte dopo lo scoppio della crisi, perché nessuno sa se saranno adeguate o se riusciranno a evitare il ripetersi di tali eventi. Se c’è una lezione che è scaturita ed è stata appresa da tutti nel corso degli eventi che hanno condotto alla crisi, è stata quella che, in qualsiasi momento, un certo grado di sano scetticismo nei riguardi della supposta saggezza dell’economia convenzionale è perfettamente lecito, anzi auspicabile”.
Lei ha esperienza su entrambi i fronti – come top editor al Financial Times che è passato alla corporate communication. Secondo lei i giornalisti diventano inevitabilmente vittime della comunicazione aziendale? Come si può migliorare il giornalismo finanziario ed economico?
“Io ho sempre sostenuto una posizione sfumata della divisione tra giornalismo e corporate communication. In verità è una relazione di forte simbiosi, più di quel che ci si aspetterebbe in generale. I giornalisti necessitano di buoni rapporti con gli uffici stampa delle grandi aziende per poter fare bene il loro lavoro, che consiste nel riferire accuratamente e con trasparenza sugli affari, cosa che tra l’altro non coincide sempre con quello che le aziende vorrebbero i giornalisti scrivessero. Senza questo tipo di comunicazione si innescherebbero errori dannosi che in alcuni casi potrebbero persino ridicolizzare gli stessi giornalisti. In egual modo, i portavoce hanno bisogno di instaurare un rapporto di fiducia con i giornalisti, per lo meno con alcuni di loro, per poter espletare il loro lavoro al meglio. Personalmente, non sono d’accordo nel dire che un gruppo è certamente ‘vittima’ dell’altro, piuttosto direi che hanno un bisogno reciproco uno dell’altro”.
Secondo il suo parere i paywall potrebbero funzionare anche per altri organi di informazione oltre che per testate autorevoli come il Wall Street Journal, il Financial Times, l’Economist e il New York Times?
“La diffusione di Internet in mobilità ha posto una sfida esistenziale per tutti i tipi di media. Si tratta di una partita che si trova in fase iniziale e non siamo ancora in grado di prevedere come andrà a finire per nessun tipo di media. Ma gli sviluppi attuali possono dare degli indizi per tre possibili differenti scenari. Innanzitutto Internet ha la capacità di accelerare e intensificare moltissimo la competizione in differenti modi: per esempio, la rete ha eliminato completamente i confini tra i diversi tipi di media, creando cosi di fatto un forma brutale di competizione di tutti contro tutti. In effetti il web ha abolito il precedente monopolio dei giornali nella comunicazione delle notizie, dato che ora chiunque può riportare, commentare, postare fotografie e diffondere il proprio lavoro in tempo reale e gratuitamente.
In secondo luogo, Internet ha avuto un effetto polarizzante, accentuando il contrasto tra i media che si rivolgevano al mercato di massa e quelli più specialistici che avevano invece come target una fascia ristretta. I primi possono sopravvivere e prosperare vendendo pubblicità che raggiunga la massa di lettori che visitano le loro pagine web gratuitamente, seguendo quindi la logica di offrire un prodotto che incontri i gusti di massa senza farsi alcun problema. Un buon esempio di questa strategia è il britannico Daily Mail, che, sorprendentemente, è riuscito a diventare il giornale più popolare del mondo intero grazie proprio al suo sito Internet. Mentre gli altri, come il Financial Times, Bloomberg o il Wall Street Journal, devono invece focalizzarsi su ciò in cui eccellono, ovvero produrre con attenzione giornalismo di inchiesta ed editoriali per i quali i lettori di economia e finanza sono disposti a pagare perché viene loro offerto un giornalismo autorevole, accurato e frutto di un giudizio di esperti in materia. Per definizione, il numero di testate in grado di produrre un materiale di tale spessore non è illimitato, come non lo è neppure la cerchia di lettori di alto livello culturale disposto a sovvenzionare tali contenuti.
Tutto questo mi suggerisce la terza osservazione. La posizione più spinosa in cui trovarsi al momento nel settore della comunicazione è quella che io chiamo del “muddled middle”, ovvero un limbo indistinto che sta proprio nel mezzo, coincidente con il segmento di coloro che cercano di aggrapparsi ai vecchi modelli, dove si cercava di fornire tutti i tipi di informazione a tutti i vari tipi di lettori. Questo approccio, di fatto, non funziona più, perché da una parte non ha un appeal popolare che piaccia alle masse e dall’altra non fornisce le visioni esclusive che solo uno specialista può offrire. La percentuale di logoramento in questo settore è molto alta, basti guardare quanti giornali regionali e cittadini sono spariti negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti”.
Articolo pubblicato originariamente su Square, il magazine dell’Università della Svizzera italiana. Traduzione a cura di Alessandra Filippi
Photo credits: MsAnthea / Flickr CC
Tags:Andrew Gowers, comunicazione aziendale, Corporate Communication, crisi finanziaria, EJO, Financial Times, finanza, giornalismo economico, giornalismo finanziario, Lehman Brothers, Osservatorio europeo di giornalismo, pr, relazioni pubbliche, Square, Università della Svizzera italiana, Wall Street