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Nel suo intervento “Scuola: per una scelta di libertà” (CdT del 13 settembre), Marina Masoni si esprime a favore della ‘libertà di scelta della scuola’ sostenendo in primo luogo che questa richiesta rappresenta l’autentica tradizione liberale al contrario di quanto non faccia la richiesta di indipendenza dell’istruzione dal ruolo della chiesa.
In secondo luogo, Masoni sostiene che le scuole private ticinesi non sono discriminanti poiché relativamente accessibili finanziariamente, così che un bonus scolastico ‘democratizzerebbe’ del tutto queste istituzioni. Infine afferma che chi usufruisce di scuole private è soggetto ad una duplice imposta, in quanto non beneficia dei servizi della scuola pubblica pur dovendo pagare le tasse che la finanziano.
La rivendicazione dell’autenticità del pensiero liberale, oltre a lasciare perplessi i liberali che pongono al centro, altrettanto legittimamente, l’esigenza che lo stato fornisca un’istruzione universale nei contenuti come nella possibilità di accesso, è certamente basata su una lettura parziale di alcuni degli autori menzionati a sostegno di questa tesi. Come ignorare, ad esempio, che le riflessioni di John Stuart Mill su questo tema volgevano soprattutto a sottolineare il carattere di ‘fallimento del mercato’ (per usare una terminologia moderna) della scuola, dal momento che vi è un’evidente asimmetria informativa tra offerenti e richiedenti l’istruzione, e che lo stesso Mill riteneva che la concorrenza delle scuole private non potesse costituire un vero stimolo al miglioramento qualitativo dell’insegnamento nelle scuole pubbliche?
Questo ci porta al secondo punto. Il carattere discriminante della scuola privata di paesi come gli USA, il Giappone e la Gran Bretagna non consiste solamente nelle rette delle scuole private, ma parimenti della differenza nella qualità dell’insegnamento. Essendo questa incomparabilmente migliore nelle scuole private, il destino dello studente dipende dalla scelta della scuola -scelta che dunque, in realtà, non è libera. E questa situazione dipende non dall’assenza in quei paesi di un sistema di bonus, come suggerisce Marina Masoni, ma dalla logica stessa del mercato: le buone scuole private devono effettuare un investimento iniziale enorme in risorse educative (biblioteche, computer, ecc.), per cui le loro rette devono necessariamente essere maggiori di quelle di altre scuole.
Ciò innesca un processo cumulativo, per cui queste scuole sono riservate agli studenti più abbienti, di cui vengono così private le scuole di categoria inferiore e le scuole pubbliche. La doppia velocità, chiaramente visibile nei sistemi scolastici summenzionati, risponde tanto alla logica dei costi quanto a quella dei profitti, e ne è una conseguenza inevitabile.
La terza osservazione di Marina Masoni è quantomeno bizzarra, in particolare provenendo dalla responsabile del Dipartimento delle Finanze. Sostenere che chi usufruisce di servizi privati debba godere di un rimborso per non aver pesato sul servizio pubblico è contrario alla logica stessa su cui si basa il prelievo delle imposte. Nessuno sosterrebbe la legittimità di una richiesta di rimborso alle FFS per aver viaggiato in automobile anziché in treno, o allo Stato per aver ricorso a guardie del corpo private anziché alla protezione della polizia: perché mai allora si dovrebbe istituire un’eccezione proprio per la scuola? O perché non rimborsare anche chi non ha figli? Questo argomento non è certo privo di quegli schemi e dogmi che la stessa consigliera di Stato invita ad abbandonare.
Rimane una questione che Marina Masoni ha scelto di non affrontare. Le scuole private sono istituite o con lo scopo di trasmettere contenuti estranei al carattere dell’insegnamento pubblico (ad esempio religiosi, etnici, politici), o per il perseguimento di un profitto (come parziale eccezione a questa classificazione vedo solamente la pedagogia steineriana). Il significato di un finanziamento statale alla scuola privata non può dunque che essere visto o come un sussidio a scuole che, dal punto di vista accademico, sono meno efficienti in quanto risorse umane scarse sono indirizzate verso altri scopi, o come sussidio a attività commerciali private.
Forse occorre allora domandarsi se quest’ultima osservazione, e non un vetusto anticlericalismo, non sia tra le maggiori cause della propensione della maggioranza dei liberali (e, naturalmente, di altri) per una scuola pubblica efficiente: come quella di cui disponiamo. Vale veramente la pena di svenderla, deviando altrove risorse che al momento le pertengono?
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