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NUOVA DELHI - Le immagini delle pire incendiate nelle strade di Nuova Delhi sembravano essere il ritratto più brutale e significativo della gravità dell'emergenza pandemica che l'India sta attraversando in queste settimane. Centinaia di corpi dati alle fiamme ogni giorno, perché il ritmo dei decessi non permette ai crematori di tenere il passo del coronavirus. Ma si va oltre.
Nel nord del Paese asiatico, le acque del fiume Gange hanno restituito oltre una settantina di corpi - ma secondo alcuni media locali potrebbero essere anche di più - nelle scorse ore. Le condizioni in cui sono stati recuperati, hanno rivelato le autorità sanitarie, suggeriscono che le salme si trovassero in acqua da almeno tre o quattro giorni.
Gli accertamenti condotti fino a questo momento non hanno ancora permesso di identificare le esatte cause dei decessi, in particolare «per via dell'avanzato stadio di decomposizione». Il sospetto è che si trattasse di persone morte a causa del Covid-19. E stando alle testimonianze raccolte dagli abitanti da parte dell'agenzia AFP si pensa che i corpi siano stati gettati nel fiume per via dell'impossibilità di cremarli o per il fatto che le condizioni economiche di alcune famiglie non permettono loro di acquistare la legna necessaria per una pira funeraria.
Nell'attesa di una conferma ufficiale da parte delle autorità, l'immagine entra di diritto nel triste "album" degli orrori di questa seconda ondata indiana, che - lo ricordiamo - sta facendo registrare in questi giorni una media di circa 4'000 morti ogni 24 ore. E si tratta di cifre che secondo gli esperti, considerata la diffusione sempre più massiccia del virus anche nelle zone rurali, potrebbero essere molto più alte. Al momento nelle statistiche ufficiali si contano 250mila morti. E stando a un editoriale pubblicato dalla rivista medica The Lancet, entro l'inizio di agosto si potrebbe raggiungere la soglia del milione.