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La Banalità del male – Hannah Arendt
31.08.2012
a cura di Anna Pianezzola
“La Banalità del male. Eichmann a Gerusalemme", il saggio scritto nel 1963 da Hannah Arendt, è entrato nella storia della filosofia perché supera le comuni definizioni di bene e di male. In questo senso, lo si può considerare un “testo rivoluzionario”. Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca, seguì in qualità di giornalista il processo che si tenne a Gerusalemme contro Heichmann, il criminale nazista condannato per essere stato il principale responsabile della cosiddetta "soluzione finale". Durante il processo, Heichmann mostrò al mondo la sua vera personalità che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non aveva nulla di demoniaco; in altre parole il male, secondo Hannah Arendt, non era originato da un’innata malvagità ma dall’assenza totale di pensiero. In questo senso Hanna Arendt definì Heichmann una persona "banale", il cui carattere palesava anche tratti burleschi e istrionici. Anna Pianezzola ha parlato di questo libro “rivoluzionario” con la filosofa Laura Boella, professoressa alla Statale di Milano, da anni dedita allo studio del pensiero femminile del ‘900 e considerata una delle maggiori conoscitrici di Hanna Arendt.
31.08.2012