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BERLINO/LONDRA - C'è questa credenza diffusa che, durante una serata di gozzoviglie, sia meglio bere la birra prima del vino e il vino prima dei superalcolici. Insomma, il tenere una sorta di gradiente ascendente del tenore etilico di quello che si consuma per avere meno effetti collaterali.
Per tentare di capire quanto ci sia di folklorico e quanto di scientifico, si sono mobilitati (addirittura) due team di scienziati ai due lati della Manica, ovvero un'equipe britannica della Cambridge University e una tedesca della Witten/Herdecke Universität.
Stando a uno dei coordinatori dello studio «l'idea era quella di sfatare un mito attraverso la scienza, la cosa era partita come gag ma poi ci è un po' sfuggita di mano».
Ai partecipanti della fase sperimentale stato somministarata una cena annaffiata da alcol sufficiente da portarli allo 1‰ di tasso alcolemico. Ad alcuni è stato dato prima il vino e poi la birra, ad altri prima la birra e poi il vino, ad altri ancora solo l'uno o solo l'altra. Poi un bicchiere d'acqua e... a letto.
La fase notturna e il risveglio (e la valutazione del post-sbornia) è stata monitorata e accuratamente registrata con questionari numerici. La settimana seguente l'esperimento è stato ripetuto, ma cambiando i gruppi.
Il risultato dello studio può sorprendere (ma anche no): alla fine sono stati "male", ovvero hanno avuto più o meno lo stesso doposbornia, indipendentemente da cosa (e come) consumato. La morale: si sta più male semplicemente quando... si beve di più!
Scoperta dell'acqua calda? Forse: «Solitamente l'hangover è strettamente correlato alla quantità di alcol ingerita», ha confermato al Guardian Richard Stephens fisiologo esperto nel rapporto corpo-alcol della britannica Keele University, «alcuni studi però confermano che le bevande di colore scuro possono portare a effetti collaterali più impegnativi. Il motivo è da ricercare in alcune molecole, chiamate congeneri, particolarmente difficili da smaltire».
Ma scientificamente, cos'è il doposbornia? «È una piuttosto spiacevole combinazione di infiammazione, disidratazione e ipoglicemia», conclude Stephens.