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Dopo i tre film girati in Inghilterra, dopo il flamenco solare di VICKY CRISTINA BARCELONA, Woody Allen torna al dixieland più nero che si ricordi a Manhattan. Ed è una volta ancora capolavoro.
C'è un ulteriore ritorno in WHATEVER WORKS: quello ad un protagonista anziano, dopo le giravolte sexy giovanilistiche dell'infilata Javier Bardem, Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Rebecca Hall, Ewan McGregor, Colin Farrell. Anche se con qualche anno in meno e qualche centimetro in più l'entertainer ebreo Larry David, protagonista di una celebre emissione televisiva negli Stati Uniti, è una specie di fotocopia in peggio dei leggendari sfigati esistenziali che hanno abitato la formidabile costellazione dei 43 film di Woody Allen. Si rivolge direttamente allo spettatore, come già era successo in ANNIE HALL, rovescia il rapporto tra questi e lo schermo secondo il celebre meccanismo di LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO e, in un monologo magari un po' lunghetto ma subito permeato da battute micidiali ("tanto per mettere le cose in chiaro, sappiate che questo film non è un oscar alla gioia; andate piuttosto a farvi massaggiare i piedi"), illustra il campionario del perfetto nichilista. Quello di un superman dal Q.I. a 200 che ha rinunciato ad ogni piacere della vita dopo aver fallito in carriera (il Nobel di fisica quantistica, ma subito dopo il titolare), in affetti (la moglie ricca e bellissima, ma subito divorziata) oltre che in suicidio (il defenestramento, ma sulla tenda da sole sottostante). Al professor Boris Yelnikoff non rimane allora che un appartamento smunto e un paio di compari disposti ad ascoltare al bar le crisi abissali d'irascibile ipocondria di quel lucido campione di cinismo: "non sono simpatico a nessuno; la simpatia non è tra le mie priorità."
Sennonché, quando l'andazzo arrischia di farsi prevedibile, ecco il colpo di genio dell'ometto che non tenta nemmeno di nascondersi dietro la figura del protagonista: l'amarissimo e demoralizzante Boris incontra la ragazza giovane, carina e spalancata alla vita. E' uno di quegli interventi del Caso al quale si affida tutto il cinema di Allen: ma non aspettatevi che le cose vadano come pensate...
E' a partire da qui, infatti, che WHATEVER WORKS decolla nella stratosfera del paradosso poetico.
Con un tocco di magia che si chiama maestria suprema nella stesura di una sceneggiatura, con dei dialoghi strepitosi destinati a relativi attori da urlo (senza dimenticare una visione registica che non sgarra di una virgola per valorizzarli) l'autore capovolge progressivamente, oltre a quelle del personaggio, le nostre sicurezze. Con la sfrontata radicalità che solo il grande artista può permettersi; rovescia le apparenze come calzini, le psicologie dei personaggi come l'andazzo delle situazioni. In una cascata di sorprese clamorose ed esilaranti che, dal più profondo della constatazione disperata proietta il film ai vertici della gioia e del giubilo.
Ai due protagonisti si è accostato uno di quei cori cari al regista, madri e suoceri prima conformi e quindi svitati, galleristi e giovani amanti caparbiamente etero o irriducibilmente gay. Tutti, alla fine, si ritroveranno agli antipodi delle loro sembianze, ma non per un gioco gratuito. Per quell'intervento del caso, quel "whatever works" che altro non significa: prendi tutto quanto di provvisorio ti propone la vita. Purchè, non fosse che per poco, funzioni.