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Secondo la biografa Tina Brown, Diana, da giovanissima avrebbe detto a un’amica che “sarebbe divertente sposare il principe Carlo, come Ginevra, o Anna Bolena”. Inoltre, la famiglia di Diana discendeva dalla sorella di Anna, Mary Bolena.
È da questo spunto, forse, che Pablo Larrain, già regista del biotopic Jakie (2016) dove Natalie Portman vestiva i panni di Jaqueline Kennedy, ha tratto il letmotiv del fantasma di Anna Bolena nel film biografico Spencer (2021), nel quale una formidabile (e quasi irriconoscibile) Kristen Steward veste i panni di Lady D.
Nel film sono tre i motivi che ricorrono quasi ossessivamente: la cucina, i fagiani e Anna Bolena. Il lungometraggio si apre con una sequenza di ferrea e militaresca preparazione di cibi pregiati per il pranzo di Natale della famiglia reale (che contrastano con la figura sbarazzina e un po’ sognante di Diana); segue la scena di un fagiano decapitato e ripetutamente schiacciato dalle auto (che a Cannes ’21 fece scalpore perché alcuni videro in esso un’allegoria con il tragico incidente del tunnel dell’Alma), quindi, dopo aver presentato una Diana irrequieta, ritardataria e perennemente in conflitto con se stessa, si sofferma sulla cena di Natale, durante la quale la principessa del Galles, schiacciata dalle occhiate ferine di Carlo e di Sua Maestà, vede davanti a sé il fantasma di Anna Bolena. È solo la prima delle circa cinque apparizioni della regina d’Inghilterra che fu decapitata da Enrico VIII per alto tradimento nel 1536.
Dall’idea di Pablo Larrain di concentrare tutta la relazione tra Diana e la Corona in un solo weekend, nel Natale del 1991, a Sandringham House, nel Norfolk, nasce così un lungometraggio lento e inquietante, fine e psicologico, dai dialoghi teatrali e meta-teatrali (notevole la scena in cui il giovane William, il piccolo Harry e la loro madre giocano “ai soldati” costringendo la madre a dire la verità sulla sua tristezza), che più che sulla veridicità storica del personaggio si concentra sul simbolismo, attraverso il quale Larrain rende al pubblico una Diana fragile e autentica.
Raffinato nei particolari (nella sala da pranzo campeggia il quadro di Enrico VIII), il film si contraddistingue per l’intensità storica e i richiami al passato (Diana, per esempio, chiama Camilla “Jane Seymour”, consapevole che presto o tardi verrà sostituita da essa, proprio come accaduto ad Anna Bolena), e termina con un anelito di libertà sulle note di un ucronia che, mestamente, rende giustizia alla principessa più infelice e iconica degli ultimi tempi, non Lady D, ma Spencer.