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Werner, Walter e Lena sulle ruote della fortuna
Quando, mesi fa, l’avevamo contattata per chiederle un suo ritratto di Aarau per questa serie di puntate dove uno scrittore racconta i luoghi del cuore, Anna Felder ci aveva pensato per qualche giorno. Poi aveva detto sì e aveva inviato il testo. Questo è dunque un suo racconto postumo. Anna Felder è scomparsa il 15 novembre scorso.
Walter e Werner: due nomi, ma prima di tutto due persone e per Lena anche due biciclette. Le due sillabe di Werner: due ruote, Werner; di Walter: due ruote, Walter.
Lena: nel quartiere dove abitava, le persone che vi dimoravano finivano col salutarsi per strada ai margini dei giardini: grüezi si dicevano o perfino si chiamavano per nome, salü Walter, salü Werner, quasi fosse una festa ogni volta. Tanto più che sia Walter che Werner, ma spesso anche Lena si lanciavano il saluto sulle due ruote, al volo, pedalando in salita verso casa o in discesa diretti in centro città.
Non che Werner e Walter fossero imparentati o in qualche modo associati, nemmeno con Lena : per quanto ne sapesse Lena, avevano vite, famiglie e destini assolutamente diversi e indipendenti. L’uno, il tipografo Werner, alto, metodico, legnoso; l’altro, il tenore Walter, flessuoso, sonoro, brioso.
«Salü Lena», le intonava Walter alzando la mano dal manubrio come a dirigere il coro; «Sali Leni» le sbraitava volonteroso l’altro, Werner, con il guanto e le chiavi magari ancora agganciati tra le labbra a fargi uscire quelle smilze ii.
La complicità fra loro e Lena si riferiva unicamente alla bicicletta: più evidente nella bella stagione che non d’inverno; più probabile nella viuzze di collina con traffico per lo più di cani, che non in città; e addirittura più frequente in settimana che non la domenica.
Anzi, con l’andare del tempo, la domenica divenne per Lena la giornata di prova per eccellenza, giornata che si risolveva in «compiuta» o «non compiuta» in ragione del saluto per strada, esternato o mancato. Le era capitato certe domeniche sera di rendersi conto come in tutte le ore trascorse mattina e pomeriggio, non avesse pronunciato con la propria voce una parola che fosse una parola: a nessuno, non un cenno di vita neanche a sé stessa, non un ciao o grüezi, non un salü, niente, neanche al gatto dei vicini, altrimenti sempre in giro a elemosinare: nulla, uscita di scena senza voce.
Allora si ripromise d’ora in poi di puntare sui due ciclisti dai nomi spicci, di sfidare forse la fortuna spiando con un po’ d’ingegno il saluto in sella magari lontano, magari solitario, da ricambiare dietro l’angolo come un’eco ormai, ma vittorioso.
È vero che da un po’ di tempo, da quando?, da un bel po’ forse, non le era più capitato di incontrare Werner, di salutarlo in bicicletta, lui con tante i tra i denti. O era di ieri quel ritornello «sali Leni» che Lena aveva ancora nelle orecchie senza nemmeno più badarci?
Ci si mise d’impegno: con certi trucchi, a volte proprio con gran fatica schivando i cani in salita, Lena era riuscita a conquistarsi più domeniche vincenti nel saluto magari alto in collina a Walter, magari ai bordi del bosco. Quel «salü Walter» annotato scrupolosamente sul calendario, dava ora voce alle domeniche di Lena, la rincuorava regalandole un nome.
Senonché in un giorno di distrazione, un giovedì forse quando Lena usciva presto di casa, colta lei di sorpresa dal saluto di Walter in curva, rispose a tutta prima frenando, chissà perché; non soltanto, ricambiò il saluto con il nome scambiato, chissà perché, «salü Werner» disse, subito corretto in Walter, ma il nome ormai era rimasto dietro la curva. Quale nome? Werner o Walter? Ah, i nomi i nomi!
Lena fu improvvisamente assalita dal dubbio, da mille dubbi: chi era adesso il Werner, il tipografo o il tenore? Chi aveva salutato? Con il nome sbagliato di chi?
Troppo alla leggera si era forse appropriata dei nomi e dei saluti, li aveva forse usati alla rovescia in salita o in discesa confondendo ad alta voce nomi e persone, e professioni, Walter con Werner, il tipografo con il tenore, la salita con la discesa. Chi era chi?
Lena smontò dalla bicicletta con la speranza di riagguantare sul posto all’ultimo momento dietro la curva il nome giusto appena sfuggitole, Walter o Werner tipografo o tenore, era stato troppo facile saperlo.
Nessun’ombra lungo il muro, nessuna eco di nome, Werner o Walter dileguati entrambi lungo la cinta della curva dove qualcuno, è vero, aveva lasciato un guanto grigio spaiato.
A chi mancava oggi un guanto? Si mobilitarono i responsabili in quartiere, un buon’anima infilzò il guanto su un rametto sporgente: fosse meglio in mostra sopra il muro, fosse un segnale, e intanto aspettasse il compagno.
Dovette passare un giovedì e poi un altro, un altro ancora prima che quell’unico dimenticato sparisse dal muretto, sgualcito ormai, di nessuno: non di Walter che era qualcuno, tenore, non di Werner che da un bel po’- si era poi saputo - era andato a vivere al fiume, non lontano dai due vecchi salici venerati in città al pari di Santi protettori, sopravvissuti a memoria d’uomo, a tutte le tempeste.
Più volte la buonanima si era infatti incaricata dopo il temporale, di trasportare i ramoscelli stroncati a terra, nei quartieri alti a rinvigorire le siepi: in tanti la videro l’indomani del fulmine, pedalare in salita con il cestello dietro la schiena, carico di verghe di salice piegate in cerchio come aureole preziose: che poi incise e imbevute d’acqua avrebbero rianimato le rose e le dalie dei giardini, ma anche i lauri e i ligustri, e le viole e i girasoli, parola di Walter. Walter?
Walter assicurò di persona direttamente a Lena una domenica compiuta, che non gli dispiaceva affatto esser chiamato Walter, al contrario, gli andava bene così. Chiamarsi si chiamava Werner. Glielo disse modulando la voce sul tenore di grazia, tenore leggero, con un piede sul pedale e l’altro a terra, pronto a ripartire oppure a rimanere.
- Il nome Walter, - cantò - mi porta forse fortuna.
A questa parola Lena incrociò le dita sulle domeniche a venire, la scommessa valeva: i nomi erano quelli, scampanellati da sempre dalle biciclette del quartiere: Walter o Werner, Werner o Walter, o Rose o Dalie, giravano giravano con i saluti scambiati dentro le ruote veloci della Fortuna.