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Una sentenza che cambia il mondo nelle sue fondamenta: lo afferma Roger Cox, l'avvocato olandese che è riuscito a imporre per via giudiziale al colosso petrolifero Shell di ridurre entro il 2030 del 45% le sue emissioni di CO2. L'incisivo intervento dei giudici nella strategia di una società privata sta facendo discutere in tutto il pianeta giuristi, attivisti per il clima e politici.
"Le grandi aziende sanno che bisogna fare qualcosa", afferma Cox in un'intervista pubblicata oggi dalla Neue Zürcher Zeitung. "Ciò che rende la politica climatica davvero costosa è la tattica dilatoria delle imprese. Sappiamo dal 1992 che il cambiamento climatico è causato dall'uomo e che bisogna fare qualcosa. Da 30 anni quindi. È sconvolgente rileggere i documenti di Rio del 1992: c'è già tutto, anche quale sarebbe il compito dell'economia".
Finora le cause legali contro le aziende che si basavano sui diritti umani non avevano chance: ora, dopo la sentenza adottata all'Aia il 26 maggio, la situazione è cambiata. Secondo Cox - che dice di aver aperto gli occhi sul tema dopo aver visto nel 2006 il documentario "Una scomoda verità", con protagonista l'ex vicepresidente americano Al Gore - qualunque ragionevole consigliere di amministrazione di una società "non può negare che la protezione contro gli effetti del cambiamento climatico è diventata un diritto umano".
Una protesta contro Shell, in Olanda, nei giorni del processo (Keystone)
Spetta però veramente ai giudici creare il diritto, o dovrebbero piuttosto limitarsi a interpretarlo? "In Olanda, come in ogni altro paese occidentale, viviamo in una democrazia costituzionale", risponde l'intervistato. "La gente a volte lo dimentica, crede che non ci siano più leggi, ma che valga semplicemente ciò che la maggioranza decide e che nessuno poi abbia più niente da dire. E se questo poi limita i diritti degli altri è irrilevante. Ma non è così che sono costruite le società occidentali. Il potere giudiziario esiste per proteggerci: anche dal governo che abbiamo eletto, al quale diamo così tanto potere che può violare i nostri diritti umani in qualsiasi momento".
Quando un giudice decide sulle emissioni - argomenta il giurista, che ha scritto un libro su questi temi - non crea nulla di nuovo, applica quello che nella scienza è accettato e che è stato stabilito nell'accordo di Parigi. "È la posizione condivisa. Nessuna la contesta seriamente. Sussiste un consenso internazionale sul fatto che il riscaldamento globale sia una minaccia per la nostra catena alimentare e per la nostra economia, che la nostra sopravvivenza è a rischio. I giudici devono solo decidere: quali sono le conseguenze legali di tutto questo?".
Concretamente, "se diciamo che il cambiamento climatico sta riducendo i diritti umani, non solo nei Paesi Bassi ma in tutto il mondo, cosa significa per i giudici? Un giudice dovrebbe dire a se stesso: questa è politica, quindi non è il nostro lavoro? O piuttosto: siamo qui per proteggere i diritti umani?".
Shell però non produce qualcosa per cui sussiste una domanda da parte dalla popolazione? "Questo è un argomento stupido. Hanno il potere di decidere se vogliono rifornirci di petrolio o di elettricità sostenibile. Ci sono solo una decina di grandi aziende nel mondo che controllano il mercato in questione. Se queste società decidono di investire nel petrolio e nel gas, allora buona fortuna a te come consumatore, se vuoi usare l'energia sostenibile", osserva Cox, sottolineando come il singolo non può fare concorrenza ai giganti.
L'avvocato - che nella causa in questione ha agito per conto dell'associazione ambientalista olandese Milieudefensie - non accetta nemmeno l'obiezione di chi sostiene che il petrolio, se non sarà estratto da Shell, verrà lavorato da un'altra impresa. "Questo non ha alcuna importanza dal punto di vista legale. Non solleva la Shell dalla responsabilità di fare qualcosa per i danni derivanti dalla sua produzione". L'impresa olandese è all'origine del 2% delle emissioni globali dalla rivoluzione industriale, afferma lo specialista sulla base di un calcolo di un professore, Richard Heede. Ma se Shell diventa responsabile delle emissioni di chi viaggia con un'auto alimentata con il suo carburante, perché non citare in giudizio i produttori di armi con cui vengono commessi omicidi? "Sono confronti ipotetici", taglia corto Cox.
A suo avviso i gruppi petroliferi hanno un enorme potere sul mercato: ci vuole infatti molto tempo affinché una startup costruisca 45'000 stazioni di ricarica per le auto elettriche, in modo da avere una vera alternativa al petrolio. E i prezzi rimarranno elevati, se al contempo continuerà ad essere estratto il greggio: coloro che non hanno soldi dovranno quindi continuare a guidare vetture alimentate a carburante, anche se volessero consumare in modo ecologico.
Protesta per inquinamento nel delta del Niger (Keystone)
"Possiamo raggiungere gli obiettivi climatici solo se le grandi compagnie petrolifere cambiano", riassume il 53enne. Il consumatore ha un potere troppo limitato per riuscire a fare qualcosa in tempo: serve una trasformazione dell'intero sistema. "Noi come individui abbiamo ancora un obbligo morale, ma non legale. Quello legale è a carico innanzitutto di coloro che hanno creato il 50% o più dell'intero problema. Questo fa la differenza dal punto di vista giuridico." Secondo Cox non bisogna infatti essere dei geni per capire che non si potrà creare un nuovo sistema energetico entro il 2030 semplicemente installando dei pannelli solari sul tetto.
"Questa sentenza cambia fondamentalmente il mondo", si dice convinto l'avvocato. "Le grandi aziende non possono solo badare agli interessi dei loro azionisti, devono anche rendere conto degli effetti a lungo termine delle loro azioni. Hanno una responsabilità, proprio come i cittadini". Nessuna paura dei ricorsi? "No, sono molto fiducioso che questa sentenza verrà confermata anche dalle prossime istanze", conclude Cox.