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Spesso ci capita dire o ascoltare che se le cose non vanno è colpa del “sistema”. Se pur a volte può risultare difficile capire la logica e la complessità del “sistema” potrebbe essere utile chiederci in che misura noi siamo utili in quel contesto particolare e quale ruolo vogliamo svolgere poiché il “sistema” principalmente si identifica nelle relazioni che tengono insieme le parti. A volte però ci capita di ascoltare persone che identificano il “sistema” come un’enorme macchina di cui si fatica a capire le linee guida e il suo significato è così espresso: “È così e non si può fare altrimenti”.
“Sistema” organizzativo e persone che lo compongono spesso sono percepiti e rappresentati come contrapposti ma sappiamo che da soli non si va da nessuna parte. Così come è necessario che il “sistema” organizzativo deve impegnarsi a fornire indirizzi e obiettivi gestionali in maniera il più possibile univoca e non contraddittoria anche chi ne fa parte deve chiedersi non solo che cosa il “sistema” può fare per lui, ma anche e soprattutto che cosa lui può fare per il “sistema”.
Il filosofo Max Scheler diceva: “La persona è un’unità concreta di atti”. Per atto, fenomenicamente inteso, si intende: un comportamento, un pensiero, un’emozione, un posizionamento della nostra persona in un determinato ambiente in un preciso momento. Quindi, se presumiamo che “atto” sia tutto questo, possiamo pensare a una reciprocità non solo su un livello esclusivamente comportamentale ma anche sugli altri piani.
Immagine: Escher, Mani che disegnano, 1948
Una mano sinistra disegna una mano destra. Quale disegna e quale è disegnata? Strana situazione: colei che disegna è contemporaneamente disegnata.