Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01291.jsonl.gz/924

BERNA - La stragrande maggioranza dei bar e ristoranti lavora in perdita. Lo rileva un sondaggio effettuato da GastroSuisse presso i suoi membri la prima settimana di riapertura dopo il lockdown imposto dallo Stato. Per evitare una nuova chiusura, l'associazione chiede un allentamento delle misure protettive.
In base all'inchiesta svolta dall'11 al 18 maggio, alla quale hanno risposto 3172 operatori del settore, i tre quarti degli esercizi pubblici hanno ripreso ad accogliere i suoi clienti. Tuttavia, afferma citato in una nota il presidente di GastroSuisse Casimir Platzer, "nove stabilimenti aperti su dieci prevedono di subire perdite".
Il fatturato medio della prima settimana di apertura è del 60% inferiore ai valori dello scorso anno. La situazione peggiore è osservata nei cantoni urbani e nella Svizzera latina. Nelle zone rurali di lingua tedesca le vendite sono invece migliori. Da notare che nonostante i costi supplementari causati dal concetto di protezione, la maggior parte delle imprese di ristorazione (87%) non ha adeguato i propri prezzi e si fa quindi carico dei costi aggiuntivi.
GastroSuisse giustifica questo calo con le severe condizioni imposte al settore. Le misure più restrittive sono il limite di quattro persone per gruppo di clienti e la distanza minima di due metri tra i tavoli. Conseguenza: "la maggior parte degli stabilimenti è stata costretta a ridurre il numero di posti dal 35 al 65%", spiega Platzer.
Richieste - Per questo motivo, molti partecipanti al sondaggio - appoggiati nelle loro rivendicazioni da GastroSuisse - chiedono, alla luce dei dati epidemiologi positivi, di sopprimere il limite di quattro persone e di rivedere la norma sulla distanza dei tavoli. Viene anche domandata la possibilità di ingrandire le terrazze senza troppe formalità.
Ieri al telegiornale della SRF, replicando alla domanda di di Platzer di ammorbidire le misure protettive, l'epidemiologo Christian Althaus dell'Università di Berna - membro della task force scientifica Covid-19 del Consiglio federale - ha messo in guardia contro un allentamento troppo rapido. «Dobbiamo prima aspettare e vedere come si sviluppa la curva dei nuovi casi di infezione», ha spiegato.
La cassa piange - I ristoratori giudicano però le condizioni attuali troppo restrittive: molti esercizi pubblici non sono infatti sicuri di poter rimanere aperti in questa situazione. Tale situazione è particolarmente evidente in Romandia, dove solo il 39% degli esercenti afferma che in giugno il suo locale sarà ancora accessibile. In Ticino e in Svizzera tedesca tale percentuale sale al 67%. «Senza ulteriore flessibilità, molti locali dovranno dunque chiudere di nuovo, perché l'apertura non è redditizia», sostiene Platzer.
Le motivazioni per riaprire - Più in generale, GastroSuisse spiega che la maggior parte di chi ha riaperto i battenti lo ha fatto per rivedere i propri clienti, per proporre un servizio di ristorazione alla popolazione, anche se talvolta limitato, nonché per offrire prospettive ai propri dipendenti. Circa un terzo ha inoltre deciso di riavviare la propria attività per ridurre le perdite o per mantenere la propria quota di mercato.
Tra le ragioni evocate tra chi rinuncia alla riapertura figura l'impossibilità di essere redditizi con le restrizioni imposte. Per circa una ristoratore su dieci, è la mancanza della domanda il fattore decisivo.
Direttive rispettate - L'inchiesta, sottolinea poi GastroSuisse, ha anche confermato che il settore rispetta scrupolosamente il piano di protezione. Durante la prima settimana di riapertura, un quarto degli esercizi pubblici è stato controllato dalle autorità. Il 90% di loro soddisfava le disposizioni in maniera irreprensibile. Solo in due casi, pari allo 0,4% dei controlli, è stata inflitta una sanzione.