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All’inizio del 2011 il Consiglio federale ha immediatamente reagito alle rivolte arabe ordinando, a titolo preventivo, di bloccare gli averi depositati in Svizzera riconducibili agli ex presidenti Ben Ali e Mubarak e alle persone politicamente esposte del loro entourage. In seguito ha deciso un blocco analogo nel contesto della crisi ucraina scoppiata nel febbraio del 2014.
La legge sui valori patrimoniali di provenienza illecita (LVP), entrata in vigore il 1° luglio 2016, disciplina la durata dei blocchi e le condizioni per il loro rinnovo a cadenza annuale. Un rinnovo è possibile qualora la cooperazione nel quadro dell’assistenza giudiziaria si rivela proficua.
Prorogati di un anno con decisione del Consiglio federale del 9 dicembre 2016, i blocchi tunisini (56 mio. CHF) e ucraini (70 mio. CHF) scadranno rispettivamente nei mesi di gennaio e febbraio del 2018. Dalla loro entrata in vigore ad oggi, contro i principali protagonisti sono stati aperti vari procedimenti, e le autorità dei due Paesi interessati portano avanti i casi sul piano giudiziario. Tuttavia, per poter stabilire se gli averi bloccati abbiano effettivamente un’origine illecita sono necessarie sentenze di confisca; in alternativa si potrebbe anche ricorrere ad accordi di transazione convalidati dalla giustizia di questi Paesi. Visto che il blocco preventivo del Consiglio federale non ha ancora raggiunto pienamente i suoi obiettivi e che le condizioni legali per un rinnovo sono soddisfatte, il suo prolungamento è giustificato. La proroga di un anno deve permettere di fare progressi tangibili nelle procedure avviate, in modo da rendere possibile una restituzione.
Nel contesto egiziano il blocco risale al 2011 e inizialmente riguardava un importo di circa 700 milioni USD. Conformemente alla natura preventiva della misura, il fatto che una persona sia compresa nell’elenco di un’ordinanza di blocco non implica necessariamente che detenga degli averi in Svizzera. In particolare ciò vale per l’ex presidente Hosni Mubarak.
Dal 2011 a oggi questa somma è stata progressivamente ridotta fino a circa 430 milioni CHF a seguito di stralci intervenuti su richiesta delle autorità egiziane che hanno concluso in Egitto accordi di conciliazione. Insieme a varie assoluzioni o decisioni di archiviazione questi accordi hanno contribuito all’abbandono dei perseguimenti penali da parte della giustizia egiziana nei casi più emblematici, che avrebbero potuto avere un legame con gli averi bloccati in Svizzera.
In queste circostanze e a causa dell’assenza di risultati materiali, le autorità giudiziarie svizzere hanno chiuso alla fine di agosto del 2017 le procedure di assistenza giudiziaria che avevano potenzialmente un legame con tali averi. Quasi sette anni dopo il blocco deciso nel 2011 e nonostante tutti gli sforzi comuni fatti, la cooperazione tra i due Paesi non ha quindi ottenuto i risultati sperati. La conclusione delle procedure di assistenza implica che non ci siano più prospettive realistiche di restituzione dei fondi nel quadro dell’assistenza giudiziaria. Il blocco egiziano fondato sulla LVP ha perso di conseguenza la sua ragione d’essere, così come definita dalla legge e dalla giurisprudenza, cosa di cui il Consiglio federale ha preso atto abrogandolo con effetto immediato. La misura non rende tuttavia disponibili questi averi (ca. 430 mio. CHF), che restano sotto sequestro nell’ambito di procedure penali condotte in Svizzera dal Ministero pubblico della Confederazione, il cui scopo è stabilire se la loro origine sia o meno illecita.
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