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L'ambasciatore uscente dell'Unione europea in Svizzera Michael Matthiessen auspica che Berna vada presto incontro a Bruxelles in relazione all'accordo quadro. Ne "parliamo da dieci anni", ricorda il danese sulle colonne della "Neue Zürcher Zeitung" di oggi.
"La Svizzera e l'UE hanno negoziato per quasi cinque anni. Dal novembre 2018 il testo dell'accordo è sul tavolo", afferma. Nel giugno 2019 il Consiglio federale ha chiesto precisazioni sulla protezione dei salari, sugli aiuti di Stato e sulla direttiva sulla cittadinanza europea. E la Commissione europea ha risposto di essere pronta a fornirle. "Da allora la palla è nel campo della Svizzera", sottolinea Matthiessen.
La Commissione e gli Stati membri hanno affermato che l'accordo quadro rappresenta il presupposto per la conclusione di nuovi accordi sull'accesso al mercato unico. "La posizione dell'UE è nota da anni alla Svizzera e i ministri dei 27 paesi membri l'hanno confermata nel febbraio 2019", sostiene il 64enne.
Le relazioni sono un po' obsolete e avrebbero bisogno di un "upgrade". "Con nessun altro paese abbiamo un sistema così complesso con oltre cento contratti. Oggi non faremmo più in questa maniera nemmeno con la Svizzera", spiega Matthiessen. A suo avviso "l'accordo quadro permetterebbe di consolidare gli accordi esistenti ma anche di sfruttare il potenziale in nuovi dossier, ad esempio per quanto riguarda l'elettricità e la digitalizzazione".
L'epidemia di coronavirus è stata inoltre un buon esempio per dimostrare cosa significa "se non ci si può più muovere liberamente in Europa. Le frontiere aperte e la libera circolazione delle persone hanno molti vantaggi che consideriamo scontati", avverte il diplomatico in carica a Berna dal 2016. Inoltre anche la Svizzera trarrà verosimilmente profitto dal pacchetto da 750 miliardi di euro di sostegni all'economia deciso dall'UE in seguito alla crisi scatenata dal coronavirus.
E la situazione attuale ha dimostrato ancora una volta la stretta collaborazione tra la Confederazione e i Ventisette. La Svizzera ha ad esempio accolto nei suoi ospedali pazienti francesi affetti da Covid-19. Berna e Bruxelles così come gli Stati membri si sono inoltre aiutati vicendevolmente a rimpatriare i propri cittadini. I consiglieri federali hanno partecipato a videoconferenze di ministri dell'UE e l'Unione ha concesso alla Svizzera l'accesso al suo sistema informatico di allarme rapido e di reazione (SARR) in caso di malattie trasmissibili. "Con la pandemia siamo diventati una comunità di destino", afferma Matthiessen.
Il danese ha anche affrontato la questione del miliardo di coesione: a suo avviso esso rappresenta il biglietto d'entrata al mercato unico europeo al quale la Svizzera ha un accesso privilegiato. Stando a uno studio la Svizzera è il paese che ne trae maggior profitto.
"Inoltre il contributo di coesione è un segno di solidarietà, così come esiste anche all'interno dell'UE con un volume di 350 miliardi di euro. È nell'interesse dei paesi più ricchi che il livello economico tra gli Stati si avvicini, perché così possono esportare di più", spiega il 64enne. Anche gli altri membri dell'Associazione europea di libero scambio (Norvegia, Islanda e Liechtestein) pagano un contributo di solidarietà. "Nel confronto il miliardo distribuito nel giro di un decennio dalla Svizzera a diversi paesi non rappresenta una grande somma": la Norvegia versa ad esempio il doppio, e sempre puntualmente.