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I ricordi di Nino Zucca, noto come "the Swiss Elvis" in occasione dell'uscita del film sul Re del rock'n'roll
CERTARA - In occasione di quella che è considerata a tutti gli effetti l'Elvis day con l'uscita in tutto il mondo del film Elvis, non si puo' non parlare di Nino Zucca. Un'esistenza passata a imitare il mito, un'icona, il re del rock and roll. Nato negli Stati Uniti, ma una vita trascorsa in Ticino, Nino Zucca, the Swiss Elvis, classe 1944, oggi vive a Certara.
Ha girato il mondo cantando i più grandi successi di Elvis Presley. Tutto è cominciato quando, all'età di dodici anni, accompagnato dal padre, ha potuto assistere all'esibizione del cantante al Marco Polo Garden di Miami.
Cosa la impressionò maggiormente di Elvis quel giorno?
«Sono rimasto molto colpito da quel primo concerto. Già prima di ascoltarlo cantare dal vivo, avevo avuto modo di sentirlo perché tutte le radio private trasmettevano le sue canzoni e per me è diventato come una sorta di mito che volevo scoprire. Quando è salito sul palco con la giacca di pelle e le sue movenze, mi è piaciuto tutto di lui, lo vedevo quasi come un supereroe»
Ha qualche rimpianto legato alla carriera di imitatore?
«Forse avrei potuto ascoltare coloro - spesso persone all’interno del mondo dello spettacolo - che mi suggerivano di non fare solo l’imitazione di Elvis, ma di cantare anche canzoni mie. Mi dicevano che avevo una bella voce, ma per me c’era Elvis e nient'altro».
Quali sono i suoi ricordi più belli?
«Sicuramente quando ebbi la possibilità di incontrare Elvis a Graceland, a casa sua. È un momento che non dimenticherò mai: "The Pelvis" era seduto in salotto e quando mi vide mi salutò con un "Ciao Elvis!". Poi si mise al piano e cantò per me "Don´t cry, Daddy", e per finire mi autografò con dedica personale una bandiera che ancora oggi custodisco come una reliquia. Ma non dimentico anche il fatto di aver viaggiato per il mondo grazie alla mia passione. Solo in America ci siamo esibiti in una quindicina di città e abbiamo proseguito oltre arrivando in Canada, Australia e in Russia, dove abbiamo percorso ventimila chilometri quando ancora non era così sicuro farlo».
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