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Le disuguaglianze sociali sono dure a morire, anche da una generazione all’altra. È ciò che evidenziano le ricerche di Julie Falcon, sociologa e insegnante all’Università di Losanna. La ricercatrice si è chinata sui dati di persone nate tra il 1908 e il 1978. Esse sono state raggruppate in tre categorie: la classe media superiore (quadri, capi d’impresa, ingegneri, professioni liberali e intellettuali, insegnanti), la classe media (piccoli commercianti e artigiani, agricoltori) e la classe popolare (impiegati di livello inferiore e operai). La conclusione? Escludendo le persone nate tra il 1908 e il 1934, le possibilità di accedere a una categoria più elevata rispetto ai propri genitori non sono aumentate. E ciò anche se, da cent’anni a questa parte, la nostra economia è sensibilmente mutata.
Secondo le vostre ricerche, quattro persone su dieci raggiungono un livello sociale superiore a quello dei loro genitori. È già molto!
Certo, si può vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Bisogna tuttavia aggiungere che il 40% delle persone restano nella stessa posizione e il 20% vi discendono. Ciò che è interessante, è constatare che le cifre restano stabili durante il Novecento. In generale, le persone pensano che le prospettive di ascesa sociale siano aumentate. Ma, di fatto, una tale apertura non si è verificata.
Come lo spiegate?
I posti all’apice della gerarchia sociale restano occupati da persone che si battono per conservare i propri privilegi. E il sistema educativo svizzero favorisce il perpetuarsi di un tale stato di cose. La selezione ha luogo molto presto, ad un’età in cui l’educazione ha avuto ancora poco tempo per parificare le possibilità. D’altronde, se considerata in rapporto alle tendenze internazionali, la società elvetica è rimasta abbastanza rigida. E questo è anche il caso della Germania, che possiede un sistema educativo abbastanza simile.
In Svizzera si mette l’accento sull’apprendistato: questa formazione permette di ascendere la scala sociale?
Assistiamo a un paradosso: la strada dell’apprendistato è sacrosanta. È vero che essa permette di trovare facilmente un impiego. Ma dopo non si ascende facilmente nella scala sociale. E, coloro che ce la fanno, provengono in linea generale da una classe elevata.
Il fatto che un maggior numero di persone frequentino l’università cambia i risultati?
Tale aumento beneficia anzitutto le classi superiori, che sono sovra-rappresentate nelle nostre università. E poi, anche a tale livello di studi, il peso dell’origine resta: gli universitari provenienti dalle classi popolari hanno meno possibilità di accedere a una classe elevata rispetto ai compagni provenienti da famiglie di classe superiore.
Perché?
Possiamo avanzare qualche spunto di riflessione. Sappiamo, per esempio, che le persone provenienti da una classe sociale più elevata scelgono dei settori di studio più prestigiosi, come la medicina, il diritto o l’economia, anziché le lettere e le scienze sociali. Va poi tenuta in considerazione l’importanza delle reti che possono facilitare l’accesso a un impiego. Infine, le persone provenienti da una fascia privilegiata ne conoscono i codici, i linguaggi: e ciò li aiuta a integrarsi. Questi spunti meriterebbero di essere ulteriormente approfonditi.
L’orientamento verso i servizi della nostra società aumenta la mobilità sociale?
I posti di lavoro che si potrebbero qualificare come medio-superiori sono in effetti più numerosi. Ma i datori di lavoro richiedono sempre più diplomi, e ciò favorisce coloro i quali hanno una migliore carriera scolastica. Inoltre, tale terziarizzazione tende a rafforzare le disuguaglianze: le persone poco o per nulla diplomate fanno ancora più fatica ad ascendere la scala sociale.
Le disuguaglianze rischiano dunque di ampliarsi nei prossimi anni?
Questa è la mia ipotesi. L’origine sociale sembra acquisire più importanza presso le persone nate dopo il 1970. Ma il fenomeno è recente, e non fruiamo ancora d’un sufficiente distacco temporale.
- Questa intervista (tradotta) è tratta dalla “Tribune de Genève”.
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