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Era un torrido sabato di luglio, a Ketchum nell’Idaho, quel 1º luglio 1961. Mary Welsh, sessantuno anni, guardava rasserenata il marito, di un anno maggiore di lei, che canticchiava una canzone che aveva imparato a Cortina: «Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri, neri come el carbon». Dopo averlo sorpreso, alcuni giorni prima, con un fucile e delle cartucce in mano (ch’ella prontamente aveva riposto in un armadietto chiuso a chiave), le appariva ora acquietatosi dalle manie di persecuzione dell’FBI e dai pensieri suicidi. Si sbagliava.
La mattina seguente, una domenica, la donna si svegliò di soprassalto udendo uno sparo. Troppo tardi, trovò il marito col cranio esploso: si era sparato in bocca, dopo aver trovato le chiavi dell’armadietto sul tavolo della cucina, dove lei, Mary, le aveva lasciate. Era il 2 luglio del 1961: Ernest Miller Hemingway si era suicidato.
Era nato ad Oak Park, il 21 luglio 1899, era stato tra gli “espatriati americani” a Parigi durante gli anni Venti, appartenete alla “Generazione perduta”, assieme a Francis Scott Fitzgerald e alla moglie di questi, Zelda e a Gertrude Stein (tutti e quattro redivivi in Midnight in Paris, 2010 di Woody Allen), e aveva vinto sia il Premio Pulitzer nel 1953 per Il vecchio e il mare, sia il Premio Nobel per la letteratura nel 1954.
Essenziale, asciutto, paratattico, il suo stile evidenzia sempre delle “situazioni di disagio” di protagonisti stoici, e le sue opere furono considerate pietre miliari della letteratura statunitense.
Da sempre amante della natura, ma anche della caccia e della pesca che esercitò sin dai dieci anni, e, dopo aver subito un atto che oggi chiameremmo di bullismo, della boxe, iniziò scrivere sin dal liceo. Rifiutatosi di iscriversi all’università, iniziò a lavorare come cronista del quotidiano locale “Kansas City Star”, che si distingueva per il linguaggio moderno, rapido e oggettivo, sotto l’insegnamento del vice capocronista Peter Wellington.
Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America, il 6 aprile 1917, si arruolò come volontario per andare a combattere in Europa, come altri giovani aspiranti scrittori, tra i quali Francis Scott Fitzgerald. Fu però escluso dai reparti combattenti a causa di un difetto alla vista, e arruolato così nei servizi di autoambulanza come autista dell’ARC (l’American Red Cross, la sezione statunitense della Croce Rossa) destinati al fronte italiano nella città di Schio (ai piedi del monte Pasubio).
Strenuo osservatore della guerra, dalla parte del fronte italiano orientale, venne colpito dalle schegge dell’esplosione di una bombarda austriaca mentre portava rifornimenti ai soldati italiani in prima linea. A salvarlo, morendo al suo posto, fu proprio un italiano (identificato solo cento anni dopo), il fante Fedele Temperini di 26 anni, di Montalcino, che gli fece involontariamente da scudo umano.
Convalescente, si innamorò, ricambiato, di un’infermiera statunitense di origine tedesca, Agnes von Kurowsky, che lo ispirò per Addio alle Armi, del 1929. Decorato con la medaglia d’argento al valor militare italiana, fu accolto come un eroe al suo rientro in America.
Visse per un po’ a Toronto dagli intellettuali Connable, e cercò invano di farsi pubblicare alcuni racconti del “Toronto Star”, sino a quanto, coi fondi tagliati dei genitori che erano restii a mantenerlo, si trasferì a Chicago dal fratello del suo amico Bill Smith, ove conobbe Hadley Richardson, che sposò l’anno seguente.
Ritornato nell’amata Europa, come inviato del “Toronto Star”, fu introdotto da Gertrude Stein a James Joyce e ad Ezra Pound, iniziando così la vera carriera letteraria.
Tra articoli e racconti e poesie inviate alla moglie al di là dell’Oceano, Hemingway, in ascesa, si recò a Milano presso la sede del quotidiano “Il Popolo d’Italia” a intervistarne il direttore, Benito Mussolini.
Si recò poi a Costantinopoli, per seguire da vicino la guerra tra Grecia e Turchia, e, col compenso ottenuto, iniziò a scrivere i primi racconti di successo, come Il mio vecchio, il Gatto sotto la pioggia e Fuori stagione.
Fu poi la volta della Spagna, dove si recò con la moglie, per assistere all’(atroce) spettacolo delle corride, e stringere amicizie con famosi matador.
Il 10 ottobre dello stesso anno divenne padre di John Hadley Nicanor, che egli avrebbe soprannominato Bumby. L’anno seguente ritornò a Parigi, frequentando famosi nomi del tempo, come lo scrittore umoristico Donald Ogden Stewart, e Francis Scott Fitzgerald, del quale odiò la moglie Zelda.
In questi anni scrisse il lungo racconto il Grande fiume dai due cuori, Il dottore e la moglie del dottore, Il ritorno del soldato, La fine di qualcosa, Tre giorni di vento, Monti sotto la neve, e poi ancora il racconto (L’invitto) respinto dalla rivista “The Diable” perché considerato troppo forte, e l’incompiuto romanzo Along whith youth: a Novel.
Difeso, per una querelle letteraria, solo dalla redattrice di moda di Vogue, Pauline Pfeiffer, trovò in lei prima l’amante poi la seconda moglie. Nel 1926, tornato a New York, scrisse e pubblicò The Torrents of Spring e di The Sun Also Rises, raggiungendo una fama di altissimo livello.
Nel frattempo, il padre Clarence Hemingway, travolto da problemi finanziari si suicidava sparandosi un colpo alla testa. Era il 1928.
Un anno dopo, Addio alle Armi, consacrava Hemingway alla nazione.
Tra Parigi e l’Africa, conducendo una vita sregolata, ebbe una lunga relazione con Jane Mason, moglie di un funzionario della Pan American World Airways, terminata dopo un tentato suicidio della donna.
Nel frattempo, Pauline gli partoriva il secondo figlio, ed egli, con Come non sarà mai, e La breve vita felice di Francis Macomber, continua la scalata verso il successo, per poi pubblicare la sua terza raccolta intitolata Chi vince non prende nulla.
Scrittore, giornalista e documentarista antifascista (con lungimiranza disse: «Il fascismo è una menzogna detta da prepotenti …»), tornato per l’ennesima volta a Madrid, conobbe, nel 1940, la scrittrice Martha Gellhorn, che sposò dopo aver divorziato da Pauline.
Con Martha si recò in prima fila sui luoghi di battaglia e di bombardamenti durante la Guerra Civile Spagnola. Nel febbraio del 1939 si recò a Cuba dove rimase un mese lavorando al romanzo Per chi suona la campana, che pubblicò nel luglio 1940 a New York con una vendita immediata di centomila copie. Nello stesso anno il libro divenne un film, e lo scrittore una celebrità.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu a Cuba ingaggiato nello spionaggio contro la Quinta Colonna nazista, poi, per lo sbarco in Normandia si recò a Londra come inviato speciale del Collier’s: qui conobbe Mary Welsh, inviata di TIME e Life, che sarebbe divenuta la sua quarta moglie.
Dopo aver combattuto assieme al Lanham nella foresta di Hurtgen nella Battaglia della Foresta di Hürtgen sferrata dai tedeschi nella quale morirono 2.678 statunitensi, tornò a Parigi, dove divorziò a da Martha, per sposare, nel 1946, Mary, mentre scriveva Il giardino dell’Eden.
Insignito della Bronze Star, si recò con la moglie in Italia, risiedendo nel Cilento e a Venezia, dove frequentò l’hotel Gritti e l’Harry’s Bar, abbandonandosi a raffinate bevute. A Cortina scrisse il romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi, pubblicato poi nel 1950, nel quale vi erano riferimenti ad una sua relazione con la giovane nobildonna veneta Adriana Ivancichil che destò parecchio scandalo, almeno in Italia (dove sarebbe stato pubblicato solo nel 1965).
Tornato a Cuba scrisse Il vecchio e il mare e l’incompiuto (pubblicato postumo) Isole nella corrente.
Dopo numerosi safari in Africa, nei quali incappò in gravi incidenti, fece ritorno a Madrid, dopo aver vinto il Premio Nobel per Il vecchio e il mare (ma alla cerimonia non poté presenziare per problemi di salute), in preda ai fumi dell’alcol e alla depressione, si recò a vedere le corride.
Dopo alcuni ultimi viaggi, rimasto a Cuba, dove iniziò a manifestare una strana mania di persecuzione nei confronti di Pauline, recatosi a Ketchum, riprese a cacciare.
Per il suo sessantesimo compleanno, il 21 luglio, la moglie organizzò una grande festa, ma lo scrittore manifestò segni di follia, era evidente, ormai, di come le crisi maniaco-depressive avessero preso il sopravvento.
Ricoverato prima nel Ketchum poi in Minessota, e convinto di essere perseguitato dall’FBI (timori in realtà in parte giustificati), fu sottoposto a ripetuti trattamenti di elettroshock che gli provocarono grosse lacune nella memoria.
Iniziò così a pensare al suicidio, avvenuto come oggi, sessant’anni fa. Pochi giorni prima aveva scritto: «Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.» e lei, Mary, sua quarta moglie, non aveva potuto fermarlo dal suo proposito.