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La ruche basse consommation d'énergie, di Marc Guillemain, Damien Merit e Jean Riondet
Recensione di Daniele Besomi
Dopo due decenni di sperimentazioni condotte da Marc Guillemain, i risultati delle sue ricerche sono stati editi (postumi) da Damien Merit e Jean Rionder per le edizioni Ulmer (120 pagine con 70 illustrazioni, luglio 2023, 22€).
Come molti di coloro di coloro che sperimentano con la conservazione dell'energia prodotta dalle api, il punto di partenza degli autori è il confronto tra le proprietà termiche di un tronco d'albero —il nido naturale delle api, nel quale si sono evolute per milioni di anni— e le arnie nate attorno alla metà dell'Ottocento e rimaste praticamente immutate sino ad oggi. Due sono le osservazioni che guidano le pratiche di conduzione dell'apiario suggerite in questo libro. In primo luogo, c'è un'evidente divario tra la conservazione di energia che avviene in un tronco d'albero e lo sperpero attraverso le pareti e il coperchio delle arnie di legno. In secondo luogo, gli autori mettono in evidenza che all'interno di un albero vi sono zone in cui le temperature sono mantenuta a livelli ben diversi tra loro: nello spazio della covata la temperatura è finemente regolata attorno a 35°, mentre nella zona delle scorte la temperatura è mantenuta più bassa. L'arnia a basso consumo energetico vuole trasformare la comune cassa di legno in qualcosa di simile al nido naturale. Questo richiede, sottolineano gli autori, non solo di coibentare l'arnia, ma di modificare radicalmente il sistema di gestione.
Il primo passo consiste comunque nella conservazione del calore, che viene effettuata principalmente con l'uso di materiali riflettenti. In effetti, il calore si tramette principalmente per tre vie: per conduzione, quando l'agitazione molecolare delle sostanze calde (inclusa l'aria) si trasmette alle molecole più lente di cui sono costituite le sostanze fredde; per radiazione, quando l'energia calorica assume la forma di onde luminose (essenzialmente nello spettro infrarosso); e per convezione, quando le particelle calde dei fluidi (inclusa l'aria) si dilatano, diventano meno dense e sono pertanto spinte perso l'alto. Per rallentare la conduzione termica si usano materiali coibentanti, le radiazioni caloriche possono essere respinte al mittente tramite materiali riflettenti, mentre per bloccare la convezione basta chiudere il passaggio di aria.
La soluzione suggerita nel libro è quella di impiegare i riflettenti millebolle, che consistono in due strati sottili di plastica rivestita di una pellicola di alluminio inframmezzati da uno strato di plastica a bolle, come quello spesso usato per gli imballaggi. Lo scopo dello strato intermedio è quello di tener separate le due superfici riflettenti, perché l'alluminio è anche un buon conduttore di calore e occorre fare in modo che la parte riflettente non agisca anche da conduttore dissipando il calore in posti non desiderati.
Questo materiale riflettente viene usato in tre componenti dell'arnia (le prime due delle quali sono visibili nell'illustrazione di copertina):
1) per rivestire, avvolgendoli completamente, dei diaframmi coibentati dallo spessore di 2 centimentri (si trovano in commercio). L'avvolgimento completo aumenta la dimensione dei diaframmi in tutte le direzioni, in modo che chiudano sia contro le pareti dell'arnia che verso il coprifavo. Il materiale interno è coibentante, la superficie esterna è riflettente, e gli spessori addizionali chiudono i passaggi di aria, bloccando la convezione.
2) Un ulteriore strato di millebolle riflettente viene usato come plafone, a cui si sovrappone una lastra di polistirolo (o simili) come isolante. Di nuovo, questo doppio strato assolve sia l'ovvia funzione riflettente, che quella coibentante (grazie al polistirolo) che qualla di bloccare la convezione, perché, essendo soffice, chiude bene sia sui bordi dell'arnia che contro lo spessore aggiuntivo dei coprifavi.
3) Infine, anche sul fondo dell'arnia si poggia uno strato coibentante di polistirolo o simili rivestito, sulla parte che guarda verso l'interno, di un foglio riflettente. Questa operazione è facilitata dal fatto che le arnie francesi hanno solitamente il fondo mobile.
Questo tipo di coibentazione è stato scelto anche perché non richiede modifiche alle dimensioni esterne dell'arnia, il che permette l'uso dei bancali di dimensioni standard usati per il nomadismo.
L'uso di questi materiali permette di configurare l'arnia ad imitazione di quanto accade in un tronco d'albero. La strategia —che gli autori qualificano come una "rivoluzione apistica"— consiste nel dividere rigorosamente la covata dalle scorte, suddividendo l'arnia in due camere (anche tre durante l'inverno o quando è necessario nutrire) ciascuna racchiusa tra due diaframmi. La divisione è spinta all'estremo: nella camera del nido non si dà ulteriore spazio finché la covata ha occupato tutte le celle disponibili. Le scorte si trovano nella camera adiacente, che le api riescono a raggiungere anche in inverno grazie alla buona coibentazione su tutti i lati: da qui l'importanza del riflettente coibentato anche sul pavimento. Questa camera gode solo del poco calore residuo che riesce ad aggirare il diaframma, e riproduce dunque la suddivisione in spazi caldi e freddi che si trova nel tronco d'albero.
Durante la fase di espansione della covata, la si tiene sempre sotto pressione: quando tutti i telai della camera sono pieni, o l'apicoltore aggiunge un telaio vuoto, oppure sarà la regina stessa a spostarsi nella camera delle scorte, e l'apicoltore potrà alla prima occasione spostare nella prima camera il favo in cui la regina ha deposto, finché di nuovo anche quello sarà completamente riempito.
I lettori portanno trovare nel libro tutti i dettagli sui modi di gestione delle due camere —ne vengono suggeriti due per la gestione primaverile, uno a bassa e uno ad alta intensità di lavoro, e altri per i nuclei, la produzione di regine e la gestione della sciamatura. Io concludo con quattro osservazioni: una proprio sulla sciamatura, la seconda sullo stile di scrittura, la terza sui materiali, e infine sulla dispersione di calore residua.
Il rischio nel mantenere la covata sotto pressione costante è che a un certo punto le api sciamino. Gli autori cautamente suggeriscono che le regine debbano essere selezionate per la bassa propensione a sciamare, ma ragionano anche che la sciamatura è scoraggiata dal fatto che il grande calore nella camera di covata libera dai loro compiti sia prte delle nutrici che delle ceraiole, che quindi potranno cominciare ad accumulare corpo grasso e diventare api diutine, cioè api a lunga vita come le api invernali. Queste api saranno poi pronte per il raccolto non appena si presenterà un flusso nettarifero. Non ho trovato nella letteratura nulla che confermi l'affermazione degli autori secondo cui queste api diutine esistono in tutte le stagioni. Questo mi porta alla seconda osservazione: come in molta della letteratura francese rivolta agli apicoltori, anche in questo libro scarseggiano i riferimenti bibliografici che dovrebbero sostenere i ragionamenti condotti (la bibliografia consiste in una sola pagina, con 25 testi citati).
La terza osservazione riguarda l'aspetto da tenere in più seria considerazione. Le api hanno una forte propensione a rosicchiare il materiale riflettente (v. foto a lato). Gli autori assicurano che questo non succede se si impiega materiale di buona qualità (suggeriscono la marca XLMAT), ma ho qualche dubbio: ho già visto delle api ridurre in polvere un foglio di carta d'alluminio di curcina che avevo usato per proteggere una cella reale. Il problema è che l'alluminio di cui è ricoperto quel materiale è tossico per l'uomo, e non è dunque desiderabile che finisca nel miele o nel polline. L'idea generale, dunque, può funzionare, in quanto l'alluminio riflette oltre il 95% del calore infrarosso che riceve. Ma occorre essere molto cauti nella scelta del materiale.
Tuttavia, va anche considerato che la maggior parte del calore che sfugge dalle pareti non lo fa da quelle laterali, ma da quella frontale: anche senza diaframmi, il calore fa fatica ad attraversare una fila di favi, mentre è libero di correre lungo lo spazio tra i favi (v. Da dove si disperde il calore del glomere?). Solitamente le api preferiscono il lato frontale dell'arnia, ma quando la covata viene spinta ad occupare l'intero telaio anche la parete posteriore diventa un punto di dissipazione del calore. Occorrerebbe dunque proteggere in particolare queste pareti. Ma ricoprirle all'interno con un riflettente inciderebbe sullo spazio d'ape e ne conseguirebbero inevitabilmente dei pasticci. Occorre dunque applicare una protezione dall'esterno, che è peraltro la soluzione favorita dalla scienza delle costruzioni, in quanto permette al legno di operare da accumulatore di calore senza che questo possa disperdersi verso l'esterno. Il prezzo da pagare è il cambiamento delle dimensioni esterne dell'arnia, sgradito agli apicoltori nomadi perché interferisce con l'uso dei bancali standard.