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Il Governo nipponico ha stanziato i primi fondi per riportare la produzione in patria o in altri Paesi del Sud Est asiatico.
Il Giappone sta pagando 87 aziende per spostare la loro produzione dalla Cina in patria o nel Sud-Est asiatico, dopo che la pandemia di coronavirus ha interrotto le catene di rifornimento, evidenziando quella che è stata letta come un’eccessiva dipendenza dalla produzione cinese.
Ad esempio il colosso dell’automobile Nissan durante la pandemia è stato costretto ad interrompere la produzione di uno stabilimento in Giappone a causa della mancanza di componenti provenienti dalla Cina. Un’altra azienda, la Iris Ohyama, non è riuscita a soddisfare la locale domanda di mascherine dopo l'interruzione delle forniture alla sua fabbrica in Cina e gli accresciuti controlli sulle esportazioni al di fuori dalla Cina.
Già lo scorso marzo il primo ministro Shinzo Abe aveva detto che il governo era intenzionato a riportare la produzione in patria e a diversificare la produzione nel Sud-Est asiatico. Ad aprile il Governo giapponese ha stanziato 2,2 miliardi nell’ambito del suo pacchetto di ripresa volti a finanziare questo processo.
Ora è giunto l’elenco di aziende che beneficeranno del primo ciclo di sovvenzioni per trasferire la produzione dalla Cina. 57 aziende riceveranno un totale di 535 milioni di dollari per aprire fabbriche in Giappone e altre 30 saranno sovvenzionate per espandere la produzione in Vietnam, Myanmar, Thailandia e altri Paesi.