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Ma la Seco non ci sta: «Ci sono ancora molti disoccupati nel ramo»
BERNA - Botta e risposta fra i ristoratori e la Segreteria di stato dell'economia (Seco): i primi si lamentano per la carenza di personale, mentre l'autorità ritiene incomprensibile l'appunto e fa presente che vi sono ancora molti disoccupati nel ramo.
«Abbiamo grandi difficoltà a trovare buoni lavoratori qualificati» afferma Casimir Platzer, presidente dell'organizzazione di categoria Gastrosuisse, in dichiarazioni rilasciate all'agenzia Awp. Il problema sussisteva già prima della crisi del coronavirus, ma ora è diventato ancora più acuto. Una causa viene considerata la mancanza di dinamismo sul mercato del lavoro: ad esempio gli alberghi delle città, che non vanno ancora bene, usano tuttora lo strumento del lavoro a tempo ridotto. «I dipendenti interessati non sono quindi sul mercato e non cambiano impiego» spiega Platzer. Inoltre l'uno o l'altro dei dipendenti del ramo, dopo molti mesi confinamento, ha perso fiducia nel settore e ha cambiato comparto.
Da parte sua la Seco sembra avere poca comprensione per la posizione espressa da Platzer. Il direttore della divisione lavoro Boris Zürcher fa notare che quello della ristorazione è un settore tuttora con una disoccupazione superiore alla media: in maggio il tasso si attestava al 9%, con circa 16'000 persone senza lavoro. «Dati questi numeri, non riesco a capire le lamentele dei ristoratori» afferma Zürcher. «Non dovrebbe essere difficile reclutare personale.
L'alto funzionario 63enne - che è stato anche capoeconomista di AvenirSuisse, il laboratorio d'idee di matrice liberale - sottolinea inoltre che il ramo della ristorazione è stato un grande beneficiario del lavoro ridotto. «Questo strumento è stato usato così intensamente in modo che le persone fossero disponibili quando l'economia si sarebbe ripresa». È possibile che le imprese che hanno licenziato personale abbiano ora difficoltà a reclutarne di nuovo. «Ma chiunque sia ora alla disperata ricerca di lavoratori ha probabilmente commesso degli errori prima» conclude Zürcher.
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