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Intervista a cura di Philip Pika
Prof. Ottavio Besomi, qual è stata la sua formazione?
Ricordo volentieri le magistrali a Locarno, perché è stato lì che ho incontrato un professore d'italiano che mi ha trasmesso il senso e il gusto per la lingua e la letteratura.
Tramite lui ho avuto modo di conoscere alcuni autori interessanti, dai classici ai contemporanei. Ricordo letture di autori classici, Dante, Ariosto e Tasso, ma anche una lettura di Gadda, che in quegli anni era un autore affermato. Questi incontri mi hanno segnato ed è per questa ragione che ho deciso di continuare gli studi universitari in questa direzione. Poi, prima dell'entrata nell'università, ho insegnato per due anni nelle scuole elementari, principalmente per motivi di carattere economico. In seguito ho deciso di studiare a Friburgo, a quei tempi quasi una tappa obbligata per chi voleva studiare lettere.
Sono arrivato a Zurigo come professore assistente. Due dei motivi che mi hanno spinto a venire qui sono stati il piacere della ricerca e dell'insegnamento a livello universitario. Lo stipendio come professore assistente era inferiore a quello di un insegnante liceale di Lugano, gli affitti a Zurigo alti. Ma le scelte devono derivare da una spinta di natura spirituale e morale. A Zurigo sono entrato nel Romanisches Seminar, dove allora i docenti erano molti di meno. Zurigo e' un luogo favorevole all'italianistica: il Romanisches Seminar e la Zentral Bibliothek assommano una ricchezza notevolissima di testi, di letteratura primaria e secondaria.
Qual era il suo metodo di insegnamento?
Ho sperimentato con piacere e successo, i cosiddetti corsi di ricerca, cioè seminari ai quali lo studente poteva partecipare per più semestri. Si trattava di lavorare in gruppo: ognuno, secondo le proprie competenze, svolgeva il proprio ruolo al fine di pervenire ad un risultato collegiale. Naturalmente allora non c'era il regime attuale dei crediti, e gli studenti sembravano maggiormente motivati a partecipare ad un tale lavoro. Oggi non credo sia possibile. Ricordo un lavoro poi andato in stampa dal titolo Discorso di un italiano sopra la poesia moderna di Leopardi, basato sulla ricerca di materiali inediti.
Secondo Lei è cambiato l'interesse e l'atteggiamento degli studenti nei confronti dell'italiano?
L'italianistica svizzera è cresciuta negli ultimi anni. Tuttavia ritengo che il fatto che ai miei tempi la cattedra fosse tenuta da docenti fissi, che lavoravano e abitavano a Zurigo, assicurasse un rapporto di continuità con gli studenti, maggiormente motivante. Il sistema dei Gastdozenten [attualmente in vigore presso il Politecnico federale, NdR], docenti di passaggio che arrivano con la loro valigia e finita la lezione se ne ripartono, non garantisce lo stesso rapporto.
Per utilizzare una metafora, il lavoro del docente con cattedra è paragonabile a quello di un parroco che segue la vita della sua comunità. Il Gastdozent invece è un predicatore di passaggio, che tiene sicuramente delle prediche carismatiche, ma che alla fine della predica se ne va.
Oggi si tende a tener conto solo dei numeri e se questo non supera un certo indice, c'è il rischio che la cattedra venga abolita. Bisogna cercare di mutare questa mentalità, avallarla mette a rischio proprio gli studi di italianistica. Io comunque sono ottimista.
Alcuni anni fa abbiamo vissuto un periodo di crisi, iniziato con l'abolizione della cattedra d'italiano al politecnico, un grave errore secondo me, seguita dall'abolizione di altre cattedre di lettere.
In quale modo ritiene che si possa mantenere vivo l'interesse degli studenti per questa lingua?
Ritengo che all'inizio nello studente ci debba essere un certo interesse, interesse suscitato, come nel mio caso, talora anche da un buon docente di liceo. Oggi comunque saprei cosa dovrei fare se dovessi ritornare ad insegnare, sento la mancanza d'entusiasmo dei miei colleghi per il modello di Bologna. E poi apprezzo molto la mia libertà di fare ricerca.
Tuttavia credo ancora che il modo migliore di operare, sia per il docente che per lo studente, sia di partire da un testo, passando dal particolare al generale. O anche l'inverso, partire da una visione generale per ritornare al particolare. Per questo penso che all'università sia importante sia il lavoro di seminario sia la lezione cattedratica.
Bisogna leggere molto: la lettura allarga la conoscenza.
Quali sono i suoi interessi primari nel campo dell'italianistica?
Sul piano metodologico privilegio le edizioni critiche di testi e il loro commento.
Capire e commentare un testo vuol dire acquisire tutte le conoscenze che permettono di penetrarvi, attraverso la lettura del testo stesso e dei testi ad esso vicino.
Ultimamente mi affascina il rapporto testo-immagine. Analizzare un quadro è come leggere un libro, la lettura di un quadro ci pone gli stessi problemi della lettura di un testo. Al momento mi interessa la lettura di una tela di Sarodi, un pittore ticinese del Seicento, che secondo me ha avuto una lettura fuorviante.
E poi ancora Galileo. In particolare sto curando l'edizione della lettera di Galileo a Cristina di Lorena. Il tema principale di questo testo è la non necessaria opposizione dei fenomeni della natura a quanto è detto nella Bibbia.