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Vi è un popolo che sceglie di non avere ulteriori poteri. Domenica 9 giugno il popolo svizzero ha votato a schiacciante maggioranza (più del 75%) contro l’elezione diretta del governo centrale del Paese da parte del popolo. Un risultato controcorrente, perché proviene da una Nazione spesso citata come esempio di democrazia diretta e in un momento storico in cui tutti sembrano cercare la soluzione ai problemi degli Stati nel dare «più poteri al popolo.»
La Svizzera è una Confederazione il cui potere esecutivo (governo) è esercitato da un direttorio di otto membri, sette Consiglieri federali e il Cancelliere della Confederazione. Quest’organo prende il nome di «Consiglio federale» ed è eletto dal Parlamento. Non vi è un vero e proprio capo dell’esecutivo: a turno, uno dei sette Consiglieri assume per un anno la carica di Presidente della Confederazione e dirige i lavori del governo, che resta però un organo essenzialmente collegiale. Lo schema si ripete grosso modo analogamente nei singoli Cantoni, dove l’elezione dei governi avviene invece già per via diretta.
Non entriamo qui nel dettaglio delle ragioni per le quali un partito politico svizzero ha ritenuto di lanciare un referendum per chiedere al popolo una modifica costituzionale che permettesse l’elezione diretta anche del governo centrale: affidare l’elezione dei Consiglieri federali (ossia dei ministri, si direbbe in altri ordinamenti) non più al Parlamento ma direttamente ai cittadini. Questo oggetto di votazione è stato pesantemente bocciato dai votanti. L’elezione continuerà a svolgersi in forma indiretta.
E’ la terza volta nella storia della Svizzera che un referendum con un simile oggetto viene respinto, in contesti storici molto diversi. Inoltre, l’anno scorso è stata bocciata in un referendum un’altra proposta che intendeva allargare i poteri del popolo sottoponendo a votazione anche la stipulazione dei trattati internazionali. Le ragioni per le quali il popolo svizzero sembra non volere ulteriori poteri possono essere molte. Qui e ora se ne impone all’attenzione una, in un contesto europeo dove l’emergere di movimenti populisti e autoritari si richiama alla «saggezza del popolo» con intenti non sempre trasparenti.
Il peggior nemico dal quale un popolo deve guardarsi è se stesso: gli Svizzeri, dopo sette secoli di democrazia, lo hanno imparato, nella loro difficile e particolarissima storia. In altri Paesi del mondo non mancano esempi passati, recenti e persino attuali in cui la voce (anzi, l’urlo) dei popoli ha sostenuto a maggioranza dittatori impresentabili, regimi sanguinari e capetti autoritari perniciosi. Si ricorda sempre che Adolf Hitler fu eletto democraticamente, ma, se si approfondiscono le vicende di tante dittature europee e sudamericane, non si faticherà a trovare tanti altri esempi di molti colori in cui la vox populi non è stata affatto la vox Dei.
Il popolo sovrano si esprime nelle urne dando indirizzi, manifestando timori e aspirazioni. Questi messaggi però vanno raccolti da istituzioni (parlamenti e governi) che si assumano la responsabilità di sintetizzarli in azioni concrete. Questo è il messaggio che sembra provenire dal popolo svizzero, abituato da secoli ad autogovernarsi.
Tra un popolo e i suoi governanti, in uno Stato di diritto, vi è un’assunzione di corresponsabilità: il popolo indica gli indirizzi della vita pubblica e si assume la responsabilità di scegliere i suoi rappresentanti per attuarli; i rappresentanti eletti si assumono la responsabilità compiere gli atti necessari a realizzare gli indirizzi indicati senza cercare alibi nella legittimazione popolare. Un equilibrio difficile, ma senza il quale la democrazia moderna, che resta uno dei più grandi esiti della storia europea e occidentale dall’Illuminismo in poi, non può funzionare.