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“Le donne che non chiedono nulla vengono prese in parola – non ricevono nulla.” Simone de Beauvoir (1926-2006)
Caro lettore, se le dicessi “Mi dispiace, ma lei non può esprimere la sua opinione, anche se è un cittadino svizzero. Lei è un uomo ed in quanto tale non ha nessun diritto politico”, come reagirebbe?
Ebbene, fino a cinquant’anni fa era la realtà delle donne in Svizzera. Esse, che rappresentano metà della popolazione, non avevano il diritto di votare, eleggere, essere elette, firmare iniziative popolari e referendum.
Dovranno aspettare il 7 febbraio 1971 perché gli uomini svizzeri votino a favore della modifica costituzionale che avrebbe riconosciuto loro gli stessi diritti politici. Anche se concretamente bisognerà aspettare il 1990 perché vi sia la partecipazione delle donne alla vita politica a tutti i livelli.
Più di 100 anni di lotta per poter essere considerate parte integrante della società svizzera! La Svizzera sarà uno degli ultimi paesi industrializzati a riconoscere i diritti politici alle donne, malgrado che la Costituzione federale del 1848 garantisse già ai cittadini svizzeri il diritto di voto. E le donne non erano forse cittadine svizzere?
Ma cosa voleva dire concretamente non possedere il diritto di cittadinanza attiva?
Il fatto di non possedere il diritto di cittadinanza attiva significava anche non poter accedere a determinate professioni o a determinate cariche.
È solo con il riconoscimento dei loro diritti politici che le donne hanno avuto accesso ad alcune professioni come quella di avvocato o giudice, che prima non potevano esercitare.
Ciò nonostante, le donne hanno sempre trovato un modo di farsi sentire.
Se la porta ufficiale era preclusa, le donne si sono organizzate e hanno trovato altre forme per poter esprimere e presentare le loro richieste.
Un cammino lungo e pieno di ostacoli…
Dal 1868, anno in cui le donne di Zurigo fanno un primo tentativo di chiedere il diritto di voto e di eleggibilità, passano ancora decenni fatti di riviste, organizzazioni, interventi parlamentari, scioperi, ricorsi a diversi organi giudiziari, tra cui il Tribunale federale.
È nei cantoni che le donne fanno qualche conquista. Nel 1957, è nel Canton Vallese, che si fa il primo passo importante verso le pari opportunità per le donne. Il Consiglio comunale di Unterbäch, contro la volontà del governo nazionale, decide di riconoscere il diritto di voto alle donne. Per questa ragione, Unterbäch è considerato il Rütli della donna svizzera, facendo allusione al praticello sul quale è stato pronunciato il giuramento di alleanza tra i Cantoni della Svizzera primitiva.
Altri cantoni seguiranno prima del 1971: Vaud e Neuchâtel (1959), Ginevra (1960) Basilea Città (1966), Basilea Campagna (1968), Ticino (1969), Vallese, Lucerna e Zurigo (1970).
Finalmente, il 7 febbraio 1971, il Consiglio federale decide di fare chiarezza. Le donne svizzere ottengono il diritto di voto a livello federale con il 65,7% di sì contro il 34,3 % di no.
Con questa vittoria, le donne svizzere possono essere elette al Parlamento federale ed il 31 ottobre 1971, alle prime elezioni federali, le donne conquistano 10 seggi al Consiglio nazionale ed 1 seggio al Consiglio degli Stati.
A seguito di questa conquista, la maggior parte dei cantoni introduce il diritto di voto per le donne a livello cantonale e, in parte, a livello comunale. Tuttavia, alcuni cantoni ritardano ancora l’introduzione del suffragio femminile. Ci vorrà una sentenza del 26 novembre 1990 del Tribunale federale ad imporre al Canton Appenzello il riconoscimento immediato del suffragio femminile alle donne di Innerrhoden.
Ma perché la Svizzera ci ha messo un secolo?
Viviamo in un paese dove vi è democrazia diretta. Per anni quindi, è venuto meno il consenso tra la popolazione votante maschile. Il Consiglio federale dal canto suo ha lungamente atteso prima di trattare la tematica dei diritti politici delle donne. Per di più, il Parlamento, a maggioranza conservatore, era contrario oppure non riteneva importante il tema dei diritti politici delle donne. Il federalismo fa sì che i cantoni ed i comuni abbiano una grande autonomia. Infine, il potere giudiziario, in particolare il Tribunale federale, decideva sulla base del diritto consuetudinario, ovvero l’uso radicato di una regola in una collettività, i cui membri sono convinti della sua obbligatorietà giuridica.
E oggi? La lotta continua…
Effettivamente, con l’ottenimento dei diritti politici nel 1971, la parità formale è stata ottenuta.
Il 28 gennaio 1976 è stata istituita la Commissione federale per le questioni femminili su mandato della Confederazione. Essa tratta di tutte le questioni riguardanti la situazione delle donne in Svizzera.
Inoltre, il 14 giugno 1981, l’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna è iscritta nella Costituzione federale.
L’articolo costituzionale è successivamente precisato prevedendo un’uguaglianza “di diritto e di fatto” (art. 8 Cost.). Questo diritto fondamentale obbliga le autorità svizzere ad eliminare le discriminazioni in ambiti come la famiglia, la formazione, il lavoro e sancisce un’uguaglianza di salario a lavoro uguale.
Quasi vent’anni dopo, il 1° luglio 1996, entra in vigore la legge federale sulla parità dei sessi, che rappresenta uno strumento importante per la parità effettiva tra donna e uomo. Il suo obiettivo è promuovere l’uguaglianza fra donna e uomo nell’ambito del lavoro.
Purtroppo, nonostante i progressi fatti, “uomo e donna hanno uguali diritti” non è così semplice come sulla carta. Le donne svizzere hanno dovuto successivamente lottare in altri ambiti, quali la parità di istruzione, l’autodeterminazione del proprio corpo e della propria sessualità, il diritto ad una vita senza violenza, all’uguaglianza nel matrimonio e nella coppia solo per fare degli esempi.
Ancora oggi, mentre continua ad esistere la disuguaglianza e la discriminazione nella partecipazione alla vita sociale, nella parità salariale e nella protezione della violenza sulle donne, nuove sfide sono da affrontare per la conciliabilità di famiglia e lavoro, gli stereotipi di genere.
D’altronde, gli scioperi delle donne del 14 giugno 1991 (dieci anni dopo l’entrata in vigore dell’articolo costituzionale) e del 14 giugno 2019 dimostrano che la parità dei sessi non è ancora stata raggiunta. Oltre mezzo milione di donne ha partecipato al primo ed al secondo sciopero nazionale.
Se, per quanto concerne le votazioni, la partecipazione delle donne è pressoché uguale a quella degli uomini, le donne continuano ad essere sottorappresentate a tutti i livelli della politica svizzera. La rappresentanza politica delle donne nel 2019 era del 42% al Consiglio nazionale e del 26,1% al Consiglio degli Stati. Malgrado questa evoluzione, la parità non è ancora stata raggiunta, in particolar modo nell’ambito cantonale ove la quota di donne si situa tra il 25 ed il 29%, sull’insieme delle autorità (Werner Seitz, le donne alle elezioni federali 2019: Un grande passo avanti a Palazzo federale, Commissione federale per le questioni femminili CFQF, Berna, giugno 2020).
Per di più, la disparità salariale che non trova ragioni oggettive a parità di competenze, di età, di esperienza è tuttora una realtà. Anche se vi è una base costituzionale e una legge federale, le donne guadagnano ancora oggi circa il 18% in meno degli uomini per un lavoro di uguale valore, il cui 44% di questa differenza non è spiegabile e comporta una potenziale discriminazione salariale (https://www.ebg.admin.ch/ebg/it/home/temi/lavoro/parita-salariale/basi/cifre-e-fatti.htmlch/ebg/it/home/temi/lavoro/parita-salariale/basi/cifre-e-fatti.html).
Le donne spesso lavorano in settori a basso salario e a tempo parziale per motivi familiari o loro malgrado, poiché la suddivisione dei ruoli dove l’uomo va a caccia e la donna resta alla caverna, rimane prevalente. Questo è ancora marcato anche nel modo del lavoro, del perfezionamento e della carriera professionale dei giovani, i nostri giovani, dove gli stereotipi di genere fan sì che il campo di scelta per le ragazze sia ristretto.
Infine, la digitalizzazione è in pieno sviluppo nella nostra società. Cosa ne sarà delle donne? Sarà un argomento di lotta ulteriore oppure uno strumento che permetterà di ridurre le disuguaglianze?
M.T. Dozio
Articolo pubblicato sul mensile insieme di marzo 2021.