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Siamo a Roma, è primavera, esattamente è' l'11 maggio del 1592, quando un giovane pittore poco più che ventenne, borioso e attaccabrighe, arriva da Milano con un enorme fardello sulla coscienza, un peso che avvertirà per tutta la vita, e la sua presenza viene subito notata dai rappresentanti della Giustizia. Da documenti recentemente scoperti negli archivi criminali del Vaticano da Vincenzo Pacelli apprendiamo che il giovane lombardo ha l'abitudine di girare armato anche senza autorizzazione, di frequentare le zone peggiori della città tra l’una e le cinque di notte, di detestare di tutto cuore l'autorità costituita, rappresentata all'epoca dagli sbirri e di non perdere quindi occasione per provocarli.
Caravaggio è un giovane malaticcio, "sozzo e pessimamente vestito", arrivato con la precisa idea in testa di avere successo. La Roma che egli conoscerà è ben lontana da quella a noi nota: è una Roma pre-barocca, che ancora non è stata toccata o "ritoccata" dall'arte del Bernini e del Borromini, ma in cui è ancora forte la presenza michelangiolesca e quella di un papa urbanista quale Sisto IV.
Caravaggio si muoverà tra Trinità dei Monti (priva ancora della settecentesca scalinata), Piazza del Popolo, il Corso e San Luigi de' Francesi.
Quella che oggi è via del Corso all'epoca si chiamava via Lata ed altro non era che l'antica via Flaminia, all'interno di porta del Popolo; ma l'antico rettifilo romano (che misura circa 1.700 metri dalla porta alla piazza di Venezia) all'epoca del Caravaggio è irregolare e costituisce l'estremo limite della città abitata. Tra fine Cinquecento e inizio del Seicento i due lati del Corso, verso piazza del Popolo, sono quasi completamente occupati da costruzioni d'ogni genere e altezza. I pontefici intervengono continuamente per far sistemare la via, perché la porta del Popolo è l'usuale ingresso in città per tutti i visitatori provenienti dal nord; e perché via Lata è il primo tratto del percorso dei cortei trionfali di ogni personaggio di rilievo. Su quello che poi verrà chiamato Corso di affacciano, inoltre, palazzetti, palazzi e grandi dimore principesche, una per tutte, Palazzo Madama, all'epoca residenza del cardinale Francesco Maria del Monte, altro grande collezionista ed estimatore del Caravaggio.
L' 11 maggio del 92, dunque, Michelangelo Merisi, detto Michele, giunge a Roma da Milano e va ospite dello zio prete Ludovico che gli procura il primo committente, Monsignor Pandolfo Pucci bollato, per la scarsa generosità e fantasia nel mangiare che gli dava “ monsignor insalata “. Anche se andati in gran parte perduti, o non attribuiti il Caravaggio, egli fornì al Pucci molti soggetti sacri, spediti da costui nelle Marche in particolare a Recanati dove era nato. Michele si sente sfruttato; sa di valere e di essere sfrutto dal Pucci alla stregua di un qualsiasi garzone di bottega, sfoga tutta la sua frustrazione per le vie di Roma, su nemici occasionali, più immaginari che reali.
Il periodo romano del Caravaggio è iscritto entro due fatti di sangue, due morti violente, di cui il pittore si macchiò. Caravaggio giunge a Roma, dopo aver "appiccato per la gola un suo compagno in bottega mastro Paterzano" come ci riferisce uno dei più antichi biografi di Michelangelo Merisi, il Bellori. Un comportamento che va al di là della semplice sregolatezza. Fuggirà da Roma dopo quattordici anni, reo di un nuovo assassinio, che gli varrà il bando e la condanna alla pena capitale, emessa a suo carico da uno dei suoi maggiori estimatori e collezionisti: il Cardinale Scipione Borghese, che vedremo muoversi continuamente nell'ombra ed avere un ruolo non indifferente nella storia del Caravaggio.
Un mecenate sui generis, come vedremo, il cosiddetto Cardinal Nepote, perché nipote, appunto, di papa Pio V.
I biografi più antichi del Merisi, come il Baglione (suo contemporaneo) e il Bellori, parlano di un periodo iniziale molto difficile a Roma, a causa di mancanza di denaro e di una malattia che lo porterà ad un ricovero nell'Ospedale dei Poveri.
Compagni del momento furono: Mario Menniti di Siracusa, (1577 - 1640) appena quindicenne, Bernardino Cesari (1571 - 1614 ) testa calda come Caravaggio, suo fratello il Cavalier d’Arpino, Prospero Orsi (1558 - 1633) noto come Prosperino delle Grottesche per la caratterizzazione delle figure ornamentali e dei fregi.
Di tutte queste amicizie, quella con il Menniti, mai sufficientemente esplorata dai critici e biografi, fu certamente la più significativa per il Caravaggio e non solo per il fatto di essere una di quelle amicizie di gioventù che legano più di tutte le altre, ma anche perché essa dette luogo, con una iniziale convivenza, anche ad una lunga frequentazione sessuale e spirituale. Nel 1588 Federico Zuccari aveva fondato l'Accademia del Disegno, i cui appartenenti furono acerrimi nemici del Caravaggio.
Al primissimo periodo romano risalgono numerosi ritratti del Menniti ed autoritratti del Caravaggio, dal momento che l'artista non avendo la possibilità di pagare dei modelli, si esercitava dipingendo il proprio viso riflesso nello specchio: sono di quest'epoca il Bacchino malato (1) e il Ragazzo con canestro di frutta (Menniti) (2), entrambi nella Galleria Borghese, galleria che, come avremo modo di vedere, custodisce molte più opere del Caravaggio di quante non risultino dalle guide; sempre autoritratti del primo periodo romano sono il Ragazzo morso da un ramarro (3) della collezione Longhi, e il Bacco degli Uffizi (4).
L’ingresso o la frequentazione nella bottega dell’Arpino, il primo pittore di Roma, amico personale di Clemente VIII, segna l’inizio dell’ascesa del Caravaggio, grazie alle frequentazioni che ne scaturiscono, in primo luogo con il Cardinale del Monte. Nella bottega dell'Arpino si reca spesso, però, anche il cardinale Scipione Borghese: che rimane talmente folgorato dalle nature morte del Caravaggio che non esita ad impossessarsene . Il Cavalier d'Arpino possedeva una collezione di archibugi: sequestro, imprigionamento, compromesso col Cardinale.
Fu appunto il Cardinal Del Monte a fargli avere la committenza per San Luigi dei Francesi, con le Storie di San Matteo.
La fama del C. esplode proprio in pieno anno giubilare (1600) quando le due storie, la Vocazione e il Martirio di San Matteo vengono esposte a Roma nella cappella di monsignor Contarelli (Mathieu Cointrel): così da Palazzo Madama, di fronte alla Chiesa, il Cardinal Del Monte poteva compiacersi di essere riuscito a condurre il suo protetto fuori dalla sua personale tutela. L'incarico per la decorazione della cappella era stato inizialmente affidato al Cavalier d'Arpino, ma nel 1593, appena terminata la volta, il pittore sospese i lavori. Il programma iconografico era stato fissato dallo stesso Cointrel e quando i lavori vennero affidati al Caravaggio, nel 1597, Michelangelo dovette lottare contro il tempo, perché i francesi intendevano accogliere i pellegrini connazionali nella cappella appositamente decorata. Il C. scelse di lavorare col formato orizzontale anziché verticale e studiò a lungo la collocazione dei propri quadri, come faceva sempre; a metà del Martirio si rivolse alla Vocazione. L'inedita prassi di dipingere senza disegno, che scandalizzò gli accademici di San Luca, l'interpretazione del soggetto sacro come scena di vita vera, la gamma dei colori ad olio caldi, le vesti all'antica accanto ai costumi contemporanei tutto ciò era nuovo nella cultura artistica romana del tardomanierismo e non poté non destare critiche velenose: l'elaborazione del soggetto della vocazione diede vita a qualche variante riconoscibile se si esamina il quadro ai raggi infrarossi. Nel Martirio, appare un autoritratto del Merisi. Michele si autoritrae nei panni di un neofita pronto a battezzarsi, che fugge sconvolto alla vista del delitto perpetrato su San Matteo. Il pittore si ritrae in una posa "scandalosa", a figura intera, nudo, con la parte superiore del corpo ricoperta da un mantello nero e con le scarpe ancora ai piedi; il corpo è di profilo, con in evidenza le gambe e una natica nuda, mentre la testa è vista di fronte, come nell'atto di voltarsi improvvisamente. La raffigurazione è volutamente ambigua e complessa. Caravaggio si raffigura come un peccatore desideroso di redimersi (ecco il desiderio di battezzarsi), ma al quale gli avvenimenti della vita hanno impedito di liberarsi completamente dal male (ecco il motivo delle scarpe ai piedi). Egli non è tuttavia insensibile alla chiamata della grazia. Dunque, nel 1600 Caravaggio è ancora un peccatore in grado di redimersi, e che, prima di perdersi completamente nelle tenebre si volta verso la luce della redenzione.
Nella prima versione della Vocazione la figura di Cristo campeggiava solitaria; la presenza di Pietro nella versione definitiva comporta l'accettazione da parte del pittore del ruolo di mediatore di Pietro fra entità umana e divina: si assiste infatti ad uno sdoppiamento della figura di Cristo, come se da uno stesso tronco germogliassero due persone, evidente sottolineatura dell'entità umana e divina di Cristo. Caravaggio costringe ad una lettura non sincronica, madiacronica del dipinto: lo spettatore deve seguire l'avvenimento scorrendo (passando in rassegna) l'intera rete di relazioni stabilita dai gesti e dagli sguardi. Quella che sarà poi la Manfrediana Methodus di cui torneremo a parlare.
Piccole "sregolatezze" costellano la vita dell’irrequieto personaggio, il 1601 vede: l’aggressione a Girolamo Stampa o Spampa ( nel mese di Gennaio), il ferimento del sergente di custodia di Castel S.Angelo Flavio Canonico, la querela di Pietro de Fusaccia che aveva ricevuto in faccia un piatto di carciofi, mentre lo serviva nell’albergo del Moro alla Maddalena, nello stesso anno viene querelato dal pittore Giovanni Baglione (che sarà poi suo allievo e biografo) a causa di alcuni sonetti diffamatori che C. aveva scritto contro di lui e gli Accademici di San Luca.
Si registrano inoltre: l’aggressione in via dei Greci con sassi agli sbirri, nell’Ottobre, imprigionato viene salvato dal Del Monte, da lui invocato e da Olimpia Aldobrandini; ed ancora ingiurie, sempre agli sbirri, nel Novembre alla Chiavica del Bufalo; poi ancora porto d’arma abusivo ed offese a due donne, nella qual circostanza, imprigionato a Tor di Nona, gli amici Prospero Orsi, Cherubino Alberti, Girolamo Crocicchia ed Ottaviano Gabrielli devono dar fede e versar garanzie; e poi ancora l’aggressione in piazza Navona, dopo il diverbio in via del Corso, al notaio Mariano Pasqualone intervenedo in difesa di una sua modella, la Lena, che stava per essere violentata.
Allorché viene interrogato dalla Corte Criminale, dice di essersi ferito inciampando e cadendo sulla propria spada. Tra l’altro l’unica relazione femminile del Caravaggio sembra essere stata quella che lo coinvolge nella zuffa con il notaio Pasqualone:
Lena, al secolo Maddalena Antognetti, era una bella popolana, detta la Roscina, per il suo colore di capelli e di mestiere “stava in piedi a piazza Navona passato il portone del palazzo del signor Sertorio Teofilo”. Oggi, le carte d'archivio ridanno a Lena, che aveva dato il suo volto a tanti personaggi femminili, la sua vera storia. Sappiamo che Lena amò, forse mai ricambiata, Michele e per lui corse seri rischi, quando lui era ricercato dagli sbirri e lei gli portava cibo e denaro. Le carte d'archivio ci svelano che una volta Lena venne fermata dalla polizia all'alba mentre, travestita da uomo "ammantata con un ferrajolo", se ne tornava nella sua casa in via Lata. L’utilizzarla più volte nelle vesti della Madonna provocò a Caravaggio problemi coi committenti, che rifiutarono delle pale d’altare invocando magari questioni di ortodossia.. La Madonna di Loreto, o Madonna dei pellegrini, opera eletta a simbolo del Giubileo 2000, suscitò “forti schiamazzi” tra quanti accorsi a vederla nella Chiesa di sant'Agostino. Giovanni Baglione, a proposito della Madonna dei Pellegrini, commissionata a Caravaggio dalla famiglia Cavalletti riferisce: "Nella prima cappella della chiesa di S. Agostino alla man manca, (il Caravaggio) fece una Madonna di Loreto ritratta dal naturale con due pellegrini, uno co' piedi fangosi e l'altra con la cuffia sdrucita e sudicia; e per queste leggierezze in riguardo delle parti che una gran pittura aver dee, da' popolani ne fu fatto estremo schiamazzo".
Certo la pala non rispettava l’iconografia tradizionale della casa trasportata dagli angeli che molti si sarebbero aspettati; mostrava invece una Madonna abbastanza sinuosa sulla soglia, come una padrona di casa, ad accogliere due pellegrini coi dovuti piedi impolverati in primo piano – la tradizione voleva che i fedeli percorressero scalzi l’ultimo tratto di strada che portava al santuario, e Caravaggio ha fedelmente registrato il fatto. Il piede sinistro della Madonna ha suscitato perplessità: troppo vezzoso, o anatomicamente errato? Troppo nudo il bambino, che sappiamo essere realmente il bastardello di Lena, troppo aggettante il seno di Maria.
Altra tela con vicende sofferte fu quella della Morte della Vergine, giudicata scandalosa per le gambe (in realtà le caviglie) ignude della Madonna, per il suo cadaverico gonfiore (il Bellori riferisce che Michele si servì come modella di una meretrice sozza delli Ortacci morta annegata nel Tevere. Ma ancora una volta Caravaggio aveva peccato di realismo, e rifiutata l’idea tradizionale del “transito” della Vergine, della dormitio di Maria, per dipingere una morte dolorosamente umana che nega la speranza di un futuro oltre la vita. L’eresia caravaggesca era stata doppia, dottrinale e artistica. Nella sua lettura, Maurizio Calvesi si è staccato da tutti e con un’iniezione di barocco vi ha voluto vedere una “Madonna gonfia di Grazia”.
È passato poco tempo dall'esordio pubblico di questo giovane pittore giunto a Roma dalla Lombardia e si sta creando una situazione mai vista prima a Roma e forse in nessun'altra città d'Italia.
Michelangelo Merisi sta chiamando attorno a sé proseliti con un'azione che sembra ricalcare l'atteggiamento della chiesa cattolica.
Come un redentore dell'arte che si rivolge evangelicamente al naturale, e cioè alla vera natura delle cose, Michelangelo Merisi si permette, magari in un'aula di tribunale, di giudicare il comportamento altrui, lui che è un eretico, un assassino, e lo fa con la perentorietà del giusto. Quando Caravaggio lavora a Roma fa tutto ciò che è necessario per creare una sorta di setta di eletti. Come i seguaci di una religione che chiede la conversione assoluta, maestri come Orazio gentileschi, Prospero Orsi, Giovanni Baglione gettano alle ortiche la propria formazione manieristica, il proprio raffaellismo e diventano seguaci del Caravaggio. In modi e tempi diversi, ma tutti con lo spirito del convertito, di chi ha visto la luce da cui non si può prescindere.
Cosa comporta il divenire seguaci del Caravaggio?
Il processo che segnò il destino di Caravaggio fu quello per l’omicidio Tomassoni, avvenuto il 31 maggio del 1606 durante una rissa conclusa in modo tragico, nata da una disputa durante una partita di pallacorda; poteva apparire un caso di legittima difesa, visto che il pittore era stato ferito gravemente alla testa e un suo compagno era rimasto ucciso.
Secondo il Baglione aveva deciso il viaggio di ritorno a Roma confortato dalla "parola del cardinale Gonzaga, che col pontefice Paolo V la sua remissione trattava". Certo di ottenere la grazia, si era imbarcato su una feluca, portandosi appresso tre quadri: due raffiguranti San Giovanni Battista e uno la Maddalena, ma giunto "sulla spiaggia fu in cambio fatto prigione, e posto dentro le carceri, ove per due giorni ritenuto, e poi rilassato, più la felluca non ritrovava, sì che postosi in furia, come disperato andava per quella spiaggia sotto la sferza del Sol Leone a veder se poteva in mare ravvisare il vascello che le sue robe portava. Ultimamente arrivato in un luogo della spiaggia, misesi in letto con febbre maligna; e senza aiuto humano tra pochi giorni morì malamente, come appunto male havea vivuto".
Le parole di Giovanni Battista Baglione, pur contenendo non poche verità circa i fatti accaduti nel luglio del 1610, tradiscono il risentimento dei tempi passati. In due avvisi, del 28 e del 31 luglio, spediti al duca d'Urbino, si informa che Caravaggio era morto a Porto Ercole mentre faceva ritorno a Roma, avendo ottenuto la grazia dal pontefice. Morì il 18 del mese, come si apprende da due epitaffi dell'amico Marzio Milesi, mentre cinque lettere, ritrovate da Vincenzo Pacelli nel 1991, nell'Archivio Segreto Vaticano, aggiungono molti particolari interessanti.
La prima, datata 29 luglio, venne spedita da Deodato Gentile, vescovo di Caserta e nunzio a Napoli, al cardinale Scipione Borghese, a Roma. Il Gentile dice che "il povero Caravaggio non è morto in Procida, ma a Port'Hercole, perché essendo capitato con la felluca, in quale andava a Palo, ivi da quel capitano fu carcerato, e la felluca in quel romore tiratasi in alto mare se ne ritornò a Napoli. Il Caravaggio restato pregione, si liberò con un sborso grosso di denari, e per terra, e forsi a piedi si ridusse sino a Port'Hercole, ove ammalatosi ha lasciato la vita".
Prosegue poi riferendo delle "robbe", cioè dei tre dipinti rimasti sulla nave, che il pittore si sarebbe messo affannosamente a cercare una volta liberatosi; su di esse si concentra il contenuto delle altre quattro lettere. Il cardinale Borghese doveva essere sulle spine, poiché almeno uno dei due San Giovannino era stato promesso a lui e, data la fine del pittore e le vicende immediatamente seguite, rischiava di perderlo.
Nel brevissimo intervallo tra l'arresto e la morte di Caravaggio i fatti si accavallano convulsamente, e se la testimonianza del Baglione collima in parte con il resoconto del vescovo Deodato Gentile, troppi sono ancora i punti oscuri di una vicenda dalle tinte alquanto fosche. Come avrebbe potuto il pittore percorrere a piedi, sotto la "sferza del Sol Leone" e in condizioni di salute non buone, un tratto di quasi cento chilometri di strada, quale quello che separa Palo da Porto Ercole?
Molti sospetti si addensano anche sulla questione appena accennata e inspiegabile di Procida. Il Mancini aveva scritto che Caravaggio era sbarcato a Civitavecchia, poi stranamente corretto in Porto Ercole. A Civitavecchia alludono probabilmente Baglione e anche Bellori, quando fanno riferimento a "una spiaggia", senza nominarla. E poi che facevano "le guardie spagnole in territorio pontificio" e per quale ragione avevano imprigionato Caravaggio?
Interrogativi tutti che hanno verosimilmente gettato nuove ombre sui fatti di quelle ultime giornate. Inoltre il testo della prima lettera, quella che più dettagliatamente entra nell'argomento delle circostanze della morte, nasconde una certa reticenza, raffrenata e circospetta, a dire come veramente andarono le cose. Andarono forse come è stato supposto, cioè che Caravaggio non morì né di malaria né d'altra morte naturale, bensì fu fatto uccidere dal cavaliere di Malta che, non avendolo potuto finire a Napoli, ne avrebbe studiato i movimenti sino a trovare l'occasione adatta a concludere la sua esiziale missione?
Nella Notizia della Casa di Santi Apostoli per D. Franchesco Bolvito, datata 1630, si affermava che "il famoso pittore Michel'Angelo Caravaggio ebbe vicino a cento scudi per farci la pittura che havea promesso; ma perchè fu ammazzato si perdé la pittura con i denari"; ma questa testimonianza, un po' tarda, inosservata anzi caduta pressoché nel nulla, forse meritava maggiore attenzione. Va tuttavia considerato che il porto di Palo era luogo sicuro, così come Porto Ercole: di conseguenza che Caravaggio vi approdasse era più che giustificato, non avendo ancora ottenuta la grazia che gli avrebbe consentito di muoversi liberamente nello Stato della Chiesa.
Tutto ciò fa propendere per la versione ufficiale dei fatti, come viene esposta negli "avvisi" e nelle fonti, riducendo la probabilità dell'ipotesi dell'omicidio, con il conseguente rincaro di dose "romantica", germinato da tale ipotesi, peraltro non del tutto avventata. Il 18 luglio 1610 si chiude la vita del più grande interprete della cultura figurativa moderna, ispirata dal pensiero cattolico.
Agli estremi di verità cui giunse Caravaggio, nessuno, dopo di lui, si sarebbe mai più elevato. "Morì malamente", ma soltanto la stolida cecità dei moralisti può spingersi ad affermare che male "havea vivuto", visto che, nonostante la vita violenta, pochi artisti, come lui, riuscirono, consapevolmente o inconsapevolmente, a essere testimoni di quella verità"
1 Bacchino coronato d’edera - ( cm. 67 x 53 misure del Marini - 66 x 52 misure del Moir) - Galleria Borghese - Roma.
Sequestro Arpino n° 54 - Ritenuto un autoritratto. Venne inviato dal C. al Card. del Monte, come chiaro messaggio sulle sue condizioni di salute.
La presenza del fiocco con cui il Caravaggio ha cinto il giovane ci rimanda al capitolo sulla sensualità nelle tele del C. Riteniamo infatti che sia stato l’inizio di un vezzo, riscontrabile in molte tele, con cui l’artista cingerà le anche od i fianchi dei suoi “ giovani modelli ”, ma solo alcuni, e non tutti, ed è logico presumere che fossero quelli da lui particolarmente prediletti.
2
- ( 1593 ) ( cm. 70 x 67 misure Marini e Gregori - 70 x 63 misure Moir ) - Galleria Borghese Roma.
Sequestro Arpino n° 56, e nell’inventario borghese del 1693 al numero 63.
La tela ci avvicina a quel quotidiano vissuto dal Caravaggio ben lungi da tutte le elucubrazioni di cui quasi tutti i critici hanno riempito pagine e pagine che vanno dalle interpretazioni dei cinque sensi a interpretazioni cristologiche che certamente non passavano affatto per la testa, né del Merisi né in quella dei suoi compari. Facile e spontaneo è invece immaginare la quotidianità di frutta che veniva usata e copiata nella bottega, e certamente mangiata per fame.
Il Periodo storico
Tre, fondamentalmente, i fatti salienti che segnano il peridodo tra la seconda metà del XVI sec. e gli inizi del XVII: - il Concilio di Trento (1545-63), che, in risposta alla Riforma protestante, inasprì l'intransigenza dogmatica cattolica, respinse le tesi del protestantesimo e riconobbe il papa come capo supremo della Chiesa. - la fondazione della Compagnia di Gesù (1540) - l'istituzione del Santo Uffizio dell'Inquisizione (1542) Questi episodi storici vanno tutti in direzione di un notevole rafforzamento del potere della Chiesa cattolica e della Curia romana nella scena politica italiana e internazionale. L'altra grande potenza presente sul territorio nazionale è la Spagna. Con la pace di Cateau Cambresis del 1559 buona parte dell'Italia (Milano e Napoli, la Sicilia e la Sardegna) finì sotto il dominio spagnolo (Filippo II). Altri stati minori, come la Toscana, Genova, Mantova, Lucca mantennero un proprio governo, ma passarono di fatto sotto l'influenza spagnola.Rimasero veramente indipendenti solo tre stati: il ducato di Savoia (Piemonte), la repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio. La flotta veneziana, alleata con quelle del pontefice (Pio V) e del re di Spagna (Filippo II), ottenne una grande vittoria navale, nel 1571, presso Lepanto, fermando così l'espansione turca nel Mediterraneo. Roma è ancora divisa in due fazioni: Spagnoli da una parte e Francesi dall'altra.