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Il clima globale presenta variazioni naturali sull’arco di secoli e millenni. Tuttavia, a partire dalla rivoluzione industriale alla fine del XVIII secolo, la composizione dell’atmosfera è in costante cambiamento a causa delle emissioni di gas serra: questi intensificano l’effetto serra naturale e portano a un cambiamento climatico percepibile. Il riscaldamento rilevato a partire dagli anni ’50 di circa 0,65°C non è più riconducibile alle variazioni climatiche naturali. È molto probabile che sia in realtà dovuto alle emissioni di gas serra causate dalla combustione di vettori energetici fossili come carbone, petrolio e gas naturale nonché allo sfruttamento di superfici sempre più estese che causa ad esempio la deforestazione della foresta pluviale tropicale.
La Svizzera fa parte dei Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici. Secondo l'Ufficio federale dell'ambiente, il riscaldamento registrato dall’inizio delle misurazioni nel 1864 corrisponde in Svizzera a quasi 2°C ed è quindi il doppio rispetto alla media mondiale (0,9°C). Quali sono le conseguenze dirette di questi cambiamenti in Svizzera?
Canicola estiva: una conseguenza immediata delle temperature in rialzo è che le estati svizzere diventeranno sempre più calde in futuro. Il numero di giornate estive in cui il termometro rileva più di 25°C diventerà sempre maggiore, di pari passo con le notti tropicali. Sull’Altopiano in particolare, il numero di giorni di canicola è aumentato in maniera importante. A Zurigo ad esempio l’aumento dei giorni di canicola a partire dal 1960 ammonta a uno o due giorni in più ogni dieci. Le estati tropicali possono essere mortali per gli anziani. La causa dell’aumento della mortalità non sono tuttavia le temperature diurna ma le notti tropicali con più di 20°C. Il corpo delle persone più sensibili non riesce a riposare correttamente. Nell’estate torrida del 2003 sono state registrate 1000 morti dovute al caldo.
Allergie più acute: secondo i medici, le persone che soffrono di allergie risentono già degli effetti dei cambiamenti climatici. Gli allergologi ritengono che l’aumento della concentrazione di CO2 incrementi in modo significativo la produzione di polline delle piante e causi quindi allergie più acute.
Scioglimento dei ghiacciai: a partire dalla metà degli anni ’80, in tutto l’arco alpino si è assistito a un rapido scioglimento dei ghiacciai. Questo fenomeno è direttamente correlato all’aumento di emissioni di gas serra della società industrializzata e al relativo aumento delle temperature globali.
Meno permafrost: rispetto al 1960, l’isoterma di zero gradi si trova circa 300 metri più in alto. Il riscaldamento del terreno perennemente gelato in alta montagna, il permafrost, è un processo ormai costante e che presenta effetti a lungo termine. Lo scioglimento del permafrost rende instabili i pendii e aumenta il rischio di frane e cedimenti in montagna. Questo fenomeno rappresenta un rischio finanziario importante per molte ferrovie di montagna poiché le fondamenta di tralicci e stazioni in altitudine sono spesso ancorate in massi congelati nel terreno.
Meno nevicate: la stagione degli sport invernali si accorcerà di alcune settimane in futuro e il limite delle nevicate subirà un rialzo di centinaia di metri. Al giorno d’oggi, la stagione delle nevicate nelle Alpi svizzere comincia circa dodici giorni più tardi rispetto al 1970 e termine venticinque giorni prima. I cambiamenti climatici interesseranno in modo particolarmente grave le stazioni sciistiche che si trovano al di sotto dei 2000 metri.
Conseguenze economiche: oltre al turismo invernale, le conseguenze economiche dirette dei cambiamenti climatici saranno percepite soprattutto nei settori della produzione e della trasformazione. L’agricoltura soffre già dei periodi di siccità e i contadini saranno costretti ad irrigare sempre più di frequente. La siccità facilita inoltre la moltiplicazione degli insetti. Gli abeti, che giocano un ruolo essenziale nell’industria del legno, potrebbero in futuro sparire del tutto dai boschi dell’altopiano a causa della penuria d’acqua e delle infestazioni di tarlo asiatico del fusto.
Estinzione di specie animali: anche gli animali soffrono delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Secondo «National Geographic», nel corso del prossimo secolo una specie animale su sei si estinguerà a causa dell’aumento globale delle temperature e dei conseguenti cambiamenti ambientali. Altri ricercatori ritengono che solo quattro specie su cinque sopravviveranno fino al prossimo secolo.
Morte per fame per molti animali: i cambiamenti climatici influenzano in maniera più o meno marcata il momento della crescita di numerose specie primaverili. È quindi ad esempio possibile che il risveglio delle api e la fioritura di alcune specie vegetali non siano coordinate e c’è il rischio che le api si trovino senza nutrimento se si svegliano troppo presto dal letargo. Lo stesso succede per i ricci: questi animaletti vanno in letargo quando le temperature restano costantemente al di sotto dei sei gradi. Da alcuni anni, i ricci si risvegliano molto prima ossia quando le temperature restano costantemente al di sopra dei sei gradi. Durante il letargo, gli animali consumano quantità enormi delle loro riserve di grasso. Ripetute e improvvise interruzioni del letargo possono significare la morte per i ricci.
Perdita di spazi vitali: per altri animali, i cambiamenti climatici significano l’abbandono degli spazi vitali abituali. Le marmotte ad esempio sono molto sensibili al caldo e migrano verso altitudini più elevate. Lo strato di humus in queste zone non è tuttavia sufficiente e lo strato di terreno è troppo sottile per scavare tane abbastanza profonde da garantire un letargo sicuro. La lepre alpina deve fronteggiare lo stesso problema: è stato calcolato che entro il 2100 perderà in media un terzo del suo spazio vitale.
Diffusione di organismi nocivi: le specie sensibili al freddo approfittano dei cambiamenti climatici: possono riprodursi più facilmente e lo spazio vitale adatto aumenta. Gli organismi nocivi come il tarlo asiatico del fusto, la dorifora della patata e la cimice si moltiplicano senza ostacoli grazie alle temperature più elevate e ciò presenta un rischio notevole per la fauna e l’agricoltura.
Cambiamenti nei boschi: faggi e abeti costituiscono il 55 per cento delle specie di alberi presenti in Svizzera. Queste specie hanno tuttavia gravi difficoltà ad affrontare la crescente siccità. Senza sufficiente acqua le piante non possono effettuare la fotosintesi e quindi non possono crescere. Anche gli abeti bianchi e i pini silvestri devono fare i conti con la siccità e la calura estiva.
#NOISIAMOILFUTURO
Il movimento nazionale #NOISIAMOILFUTURO è sostenuto da rinomate imprese svizzere e da SvizzeraEnergia. L’obiettivo è invogliare la popolazione svizzera ad organizzare le proprie giornate in maniera più efficiente dal punto di vista energetico e ad impegnarsi attivamente per i temi dell’energia e della protezione del clima. In qualità di partner media, 20 Minuti sostiene #NOISIAMOILFUTURO con approfondimenti, reportage e quiz.