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Il padre del Forum economico sosteneva che ‘le aziende non devono puntare solo sui profitti’. Un manifesto finito nel cassetto. E oggi?
Chi fosse stato a Davos durante le giornate del Wef, il Forum economico mondiale, ha forse ricavato, com’è capitato a chi scrive, l’impressione di trovarsi in una cittadina del Klondike, tanto cara allo scrittore Jack London. Sarà per la neve, per le temperature rigide, per il brulicare di gente, per i bar affollati da avventori di tutte le etnie. Per non parlare delle decine di escort, anche se nel Klondike si chiamavano diversamente, che ogni anno accorrono a Davos per il riposo dei guerrieri del Wef. Manca, invece, Buck, il possente cane de ‘Il richiamo della foresta’, ma ci sono i pastori Malinois delle forze dell’ordine, a tutelare la sicurezza dei frequentatori di questo appuntamento che, dalla sua prima edizione, giusto mezzo secolo fa, è via via diventato imprescindibile per i potenti della politica, della finanza e dell’imprenditoria.
Quest’anno, da oggi al 20 gennaio, sono attesi 2’500 ospiti. Klaus Schwab, 84enne, l’economista tedesco che nel 1973 diede il via alla manifestazione grigionese, lo fece con un manifesto ambizioso, proclamando che "le aziende non devono puntare solo sui profitti". L’esatto opposto di quello che proclamava il premio Nobel dell’economia, Milton Friedman, per il quale l’unica responsabilità sociale delle imprese era quella di aumentarli, i profitti. Nel 1973, vale la pena ricordarlo, in Cina era ancora al potere Mao Tse-tung, nel Sud-est asiatico infuriava la guerra del Vietnam, Richard Nixon aveva da poco posto fine agli accordi monetari di Bretton Woods, in Cile veniva rovesciato e ucciso Allende e rimpiazzato da una giunta militare ispirata all’ultra-liberismo economico del sopracitato Friedman, mentre l’intero occidente era in ginocchio a causa della crisi petrolifera che interruppe il "miracolo economico" del decennio precedente. Senza dimenticare la suddivisione del mondo in due blocchi, una realtà resa particolarmente palese dalla "cortina di ferro" europea.
Con tutto quel po’ po’ di problemi il manifesto di Schwab finì in un cassetto. Non però il suo desiderio di fare, almeno una volta all’anno, il punto alla situazione del pianeta. Non solo economica ma, ormai, anche politica e sociale. Dagli anni 80 il Wef di Davos è diventato sempre più importante e prestigioso, se si guarda alla carrellata d’invitati alternatisi in quel conclave di ricchi e potenti. Alle prese con eventi epocali quali l’attacco alle Torri Gemelle, la crisi finanziaria del 2008, quella energetico-ambientale che rischia di minare le fondamenta stesse del nostro sistema di vita. Nel 2019 arrivò in treno la ‘pasionaria’ ambientalista Greta Thunberg a fare da inconsapevole foglia di fico alle abitudini energivore degli altri ospiti. Il suo appello per soluzioni alla crisi climatica pare caduto nel vuoto se pensiamo, dando retta a Greenpeace, che i partecipanti al Forum del cinquantenario, giunti in Svizzera con i loro jet privati, produrranno l’equivalente di CO2 di 350mila veicoli. Ciò non impedirà che il tema della crisi energetica la faccia da padrone anche quest’anno.
Dopo 50 anni rimane comunque in sospeso il giudizio sulla potente macchina di Schwab: nel corso della sua esistenza ha prodotto risultati o si è trasformata in un ricco evento autoreferenziale, come sostengono i suoi detrattori?