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«Pensionati o attivi, chi se la passa meglio?» Questo titolo di un contributo pubblicato l’8 febbraio sul sito della RTS (Radio televisione Svizzera) illustra la maniera con la quale i media “ufficiali” diffondono una narrazione inventata dai circoli borghesi e padronali in vista della votazione del 3 marzo prossimo sulla 13a AVS. Vi sarebbe una competizione fra questi due gruppi per sapere quello sia messo peggio e meritevole di un sostegno (con un supplemento di lacrime di coccodrillo offerto d’ufficio). Una spessa cortina fumogena per dissimulare la reale posta in gioco.
Nascondete le classi sociali, non devono essere viste
Dunque, la società della Svizzera si dividerebbe oggi fra “attivi” e “pensionati” impegnati in una rude competizione. Questa dicotomia non ha alcun rapporto con la vita reale delle persone.
Oggi sono un attivo; domani sarò un pensionato. Il mio vicino pensionato fino a ieri era un attivo. Partecipava allora al finanziamento dell’AVS della sua dirimpettaia più anziana di lui. Partecipo adesso al finanziamento delle loro AVS e, domani, beneficerò dell’AVS finanziata dai miei colleghi più giovani. Se la 13a mensilità sarà accettata, essa migliorerà l’AVS del mio vicino e della mia vicina. E anche la mia, più tardi. E, più tardi ancora, quella dei miei colleghi più giovani.
Non c’è un’opposizione fra “attivi” e “pensionati”, ma una continuità, nel ciclo della vita. Ma, nella vita sociale reale, è assai raro che un’”attiva” infermira diventi multimilionaria al momento della pensione; ed è altrettanto raro che un quadro superiore con un reddito molto elevato quando era attivo si ritrovi a dover vivere unicamente con una rendita AVS di 2’000 franchi.
Se proprio si vuole sapere “chi se passa meglio?”, sono altre le categorie pertinenti. Un esempio fra molti. Chi se la passa meglio, durante la vita attiva e in pensione, fra i salariati e le salariate senza funzione di responsabilità, la metà dei quali e delle quali non guadagna più di 5.800 franchi lordi al mese per un posto a tempo pieno (e ancora bisogna averlo il tempo pieno!), e i top manager delle banche, la metà dei quali guadagna almeno 51’000 franchi lordi al mese (UFS, rilevamento strutturale dei salari 2020)? Chi se la passa meglio, in pensione o come attivo, fra i 19’992 contribuenti (0,36% del totale) che dichiaravano nel 2020 un patrimonio netto imponibile di almeno 10 milioni di franchi e i 2’893’939 contribuenti (52,7% dei contribuenti) il cui patrimonio è nullo o non supera i 50’000 franchi? A proposito: questi multimilionari concentrano il 34,2% della sostanza patrimoniale netta dichiarata, contro l’1,3% per la metà dei contribuenti con un massimo di 50’000 franchi di patrimonio (Amministrazione federale delle contribuzioni, 2020). E qual è la parte d’impiegati e impiegate, di operai e operaie, di venditrici e di venditori oppure di educatrici ed educatori fra questi multimilionari? E la parte di padroni e di manager fra le persone che non hanno praticamente alcun patrimonio?
Perché non si parla di queste opposizioni, la quali hanno a che fare con le condizioni di vita, di lavoro, d’inserimento nella struttura di classe degli “attivi” e dei “pensionati”, come lo si fa con il finanziamento dell’AVS?
Non sei povero? Allora di cosa ti lamenti?
L’altro effetto «magico» – dal punto di vista borghese, del padronato e dei dominanti – di questa costruzione narrativa è che essa impone la povertà come nuovo criterio per sapere “se ce la caviamo”. Chi ha più “problemi ad arrivare a fine mese”, chi soffre di “privazioni materiali”, chi è minacciato di precarietà: ecco quali dovrebbero essere i criteri per distinguere coloro che meriterebbero eventualmente un aiuto dagli altri.
Certo, il fatto che l’8,7% della popolazione, il 15,4% delle persone di 65 anni e più e il 23,8% dei pensionati la cui principale fonte di reddito è la pensione AVS siano poveri nel 2021 (OFS, SILC- Statistics on Income and Living Conditions), secondo gli standard dell’assistenza sociale, è uno scandalo che non dovrebbe esistere in un Paese ricco come la Svizzera. Per non parlare del fatto che il 18,9% della popolazione non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi, il 40,9% tra le famiglie monoparentali e il 10,3% tra le persone di 65 anni e oltre. Ma come possiamo ridurre la questione del reddito, delle condizioni di vita e delle disuguaglianze sociali a questi soli criteri?
L’idea che una persona che lavora, o che ha lavorato per tutta la vita, abbia il diritto di poter vivere in modo adeguato, di “permettersi alcune spese” senza dover contare sempre ogni centesimo? Dimenticata! L’idea che non sia normale che una minoranza si accaparri redditi e patrimoni che sfidano l’immaginazione (almeno quella costruita dal “senso comune nazionale”), mentre la maggioranza deve accontentarsi di salari striminziti? Finita nel dimenticatoio! L’idea che sia legittimo che coloro che producono la ricchezza di un Paese con il loro lavoro si rifiutino di vedere una parte determinante di questa ricchezza finire nelle tasche dai datori di lavoro e quindi di un’esigua minoranza? Sepolta!
Con questa costruzione narrativa, la destra riesce anche a imporre il silenzio su una questione tanto semplice quanto essenziale come quella dei salari. Da 30 anni, i salari sono compressi dai datori di lavoro, i quali hanno potuto contare su un diritto del lavoro praticamente inesistente, la disoccupazione, la mondializzazione dell’economia e le nuove possibilità per mettere in concorrenza su scala internazionale i lavoratori e le lavoratrici con l’obiettivo d’imporre senza vergogna le loro condizioni. Il risultato? Tra il 1993 e il 2022, i salari sono aumentati in media solo del 13,1% in termini reali. Dall’inizio del decennio sono addirittura in calo: -0,8% nel 2021, -1,9% nel 2022 e un’ulteriore riduzione nel 2023. Tutto questo senza considerare gli aumenti dei premi dell’assicurazione malattia.
Questi sono gli sviluppi degli ultimi tre decenni che hanno reso le condizioni di vita sempre più difficili per un numero elevato di lavoratrici e di lavoratori. E questo pesa sulle pensioni: dei salari più bassi per gli “attivi” implicano delle rendite più basse domani per questi stessi attivi diventati pensionati.
Un SI il 3 marzo prossimo a favore della 13a AVS sarebbe un primo passo per combattere questa tendenza. E che poi potrebbe prolungarsi anche sul terreno dei salari.
* articolo apparso sul sito www.alencontre.org.Traduzione in italiano a cura del segretariato MPS.