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Selezionato da Helena Wittmann
Regista di Human Flowers of Flesh
La domestica indiana prepara l’incenso prima che la bianca società faccia il suo ingresso negli ambienti della decadenza. La voce di una mendicante si insinua nell’edificio, trasportata dall’aria umida. Della donna non c’è traccia e non la si vede per l’intero film. Ma la si percepisce, così come si avverte l’aroma intenso dell’incenso che lentamente si propaga giallognolo nel calore afoso. La pianista veneziana Anne-Marie Stretter, moglie dell’ambasciatore francese in India, balla svogliata e lasciva. La si vede riflessa in uno specchio, a osservarla con noi c’è uno dei suoi spasimanti, che la guarda da ogni angolazione per tutto il film. Le voci fuori campo parlano di lei, a volte sembrano provenire dalla stessa stanza, altre evocano la scena che abbiamo davanti, altre ancora commentano ciò che non si vede e che riecheggia nel film come «mondo». Poi c’è il silenzio, pieno. Una mano accarezza la schiena bianca. Una mano cede il passo a un’altra, con delicatezza, in un fremito. Il tempo si dipana in cerchi, denso, sinistro e seduttivo. E poi c’è la canzone, India Song, suonata di continuo, sulle cui note si disegna una danza incessante, difficile da dimenticare.