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Il popolo è chiamato a votare il 9 febbraio sulla riforma dei diritti popolari. I fronti e le opinioni si cristallizzano.
Fautori e contrari serrano le fila in vista delle ultime battaglie.
Per gli uni è una innovazione certo non spettacolare, ma comunque positiva per la democrazia diretta; gli altri vi vedono invece una spinta centralistica che minaccia i cantoni e le minoranze: la revisione dei diritti popolari in votazione popolare il 9 febbraio divide gli animi.
Opinioni fatte per i partiti di governo
Teoricamente il quadro delle raccomandazioni di voto è chiaro. L'assemblea dei delegati del Partito socialista già in dicembre aveva invitato a votare no, e la medesima raccomandazione era giunta venerdì dal comitato centrale dell'UDC.
Lo stesso giorno si è espressa anche la conferenza dei presidenti delle sezioni cantonali del Partito radicale, che invita però al sì. Sabato scorso è toccato al congresso PPD, che si è schierato compatto dietro alla riforma. Ma radicali e democentristi appaiono divisi.
I comitati interpartitici
Il comitato «per il rafforzamento della democrazia diretta» gode dell'appoggio di 74 parlamentari federali, in gran parte radicali e PPD, ma anche cinque UDC. A loro avviso il decreto federale in votazione in febbraio non è certo rivoluzionario, ma in compenso è coerente, ragionevole e in grado di raccogliere una maggioranza. Permette di colmare lacune e di eliminare dei difetti dell'ordinamento attuale.
Di tutt'altro avviso il comitato «No ad una democrazia-servisol», che comprende 16 parlamentari federali dell'UDC, del PLR e del Partito liberale svizzero, nonché deputati cantonali e rappresentanti di organizzazioni padronali. Per loro la riforma è centralistica, complicata e contraria al sistema di concordanza svizzero.
Punti discussi
Il pomo della discordia è rappresentato dall'iniziativa popolare e dall'estensione del referendum sui trattati internazionali. Il primo dovrebbe essere un nuovo strumento della democrazia diretta che permetterebbe a 100 000 cittadini di chiedere l'adozione, la modifica o l'abrogazione di norme costituzionali o legislative.
Per i fautori del «sì» si tratta di un ampliamento significativo dell'arsenale democratico, mentre i contrari vi vedono un modo per piluccare quanto più aggrada (da qui il riferimento al self-service).
Viene giudicato in modo particolarmente negativo il fatto che le Camere potranno decidere se la modifica auspicata dagli iniziativisti sia da realizzare nella Constituzione o nella legge. In tal modo il parlamento ha la possibilità di evitare la doppia maggioranza di popolo e cantoni, a scapito quindi delle minoranze, ha sostenuto il consigliere nazionale Claude Ruey (PLS/VD).
Pericolo o possibilità per la democrazia diretta
Secondo il comitato - copresieduto fra l'altro da Christoph Blocher - è inoltre contrario al consolidato sistema di concordanza il fatto che dei gruppi di interesse possano manipolare singole parti di una legge. L'introduzione di una possibilità di ricorso al Tribunale federale - per inosservanza dei contenuti o degli scopi di un'iniziativa popolare generica - significa poi compiere un passo verso uno Stato controllato dai giudici.
Fra i pochi esponenti UDC che voteranno «sì» vi è il consigliere agli Stati argoviese Maximilian Reimann, che si è detto favorevole alla riforma non perché spinto dal cuore, ma da «freddo pragmatismo». Particolarmente positiva è a suo avviso l'estensione del referendum sui trattati internazionali: è importante che il popolo possa esprimersi sull'accordo stesso, e non solo sulle disposizioni di attuazione del diritto interno.
Il comitato contrario risponde che nemmeno gli stessi esperti sono concordi riguardo all'interpretazione della nuova norma. A suo avviso vi è addirittura il pericolo di una erosione della democrazia diretta: il diritto del Parlamento di sottoporre al popolo un accordo internazionale insieme alle disposizioni legislative di applicazione impedisce al cittadino di prendere decisioni differenziate.
swissinfo e agenzie