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Da oltre un anno a Johannesburg, Katharina Ley si occupa delle vittime di aggressioni.
La psicanalista bernese conosce bene la violenza che caratterizza il Sudafrica del dopo apartheid.
Perché Katharina Ley ha lasciato il suo studio di psicanalisi a Berna? "Il mio compagno è stato mandato a Pretoria per dirigere l'Agenzia svizzera di sviluppo e cooperazione."
"Non avevo l'intenzione di seguirlo, ricorda. Ma nel 1999, durante un viaggio in Sudafrica rimasi scioccata dall'ingiustizia che regna qui. Mi è venuta voglia di portare il mio piccolo contributo al lavoro di ricostruzione e di riconciliazione iniziato alla fine del regime dell'apartheid dai sudafricani."
Dopo una formazione in gestione dei traumi si è trasferita a Johannesburg nel luglio del 2001. Da allora lavora al Centro di studi sulla violenza e la riconciliazione (finanziato in parte dalla cooperazione svizzera).
Una società sotto choc
"Spesso, spiega Katharina, le vittime della violenza muoiono della propria sofferenza. Sono in stato di choc, hanno paura e si sentono in colpa."
La psicanalista si occupa di sei pazienti a settimana, tra questi una donna bianca che ha subito un'aggressione durante un furto a mano armata e una studentessa meticcia vittima di un tentativo di stupro.
"In questi due casi, dice, le aggressioni hanno fatto emergere ricordi di un passato doloroso." Essendo la sola tra i dodici terapeuti a parlare francese, viene spesso in contatto anche con dei rifugiati politici. Segue ad esempio un'adolescente del Burundi traumatizzata dalla morte di sua madre.
Katharina Ley partecipa anche alle sedute di 'debriefing' delle vittime e a incontri informativi nei commissariati di polizia e all'interno della comunità.
"La società sudafricana, spiega, è traumatizzata dalla violenza politica che regnava sotto il regime dell'apartheid. Oggi questa violenza si è trasformata. È diventata criminalità per effetto della povertà."
"A volte ci sono dei malviventi che chiedono consulenza perché vorrebbero uscire dal giro. Ma prima di poterli ascoltare, spiega Katharina, bisogna dargli da mangiare."
Il ritmo dei cambiamenti
Al centro il lavoro è particolarmente duro. "Le storie che ci raccontano sono spaventose". Inoltre Katharina non si sente sicura quando è per strada. "Di notte non oso andare in centro a Johannesburg da sola".
Ciò non significa che voglia restare barricata nel suo quartiere. "Voglio vivere nel cuore dei cambiamenti di questo paese".
Certo i tempi sono cambiati rispetto all'apartheid. Neri e bianchi lavorano su una base di uguaglianza. Ma con il calare della sera, se ne tornano ciascuno nel proprio quartiere. E si frequentano poco al di fuori del lavoro.
Katharina non resterà più di quattro anni in Sudafrica. "Non potrei istallarmi qui, confessa, proprio a causa dell'insicurezza."
E poi sente la mancanza dei suoi figli, della famiglia e degli amici. "Sono svizzera e appartengo al mio paese."
swissinfo, Valérie Hirsch, Johannesburg
(traduzione, swissinfo: Raffaella Rossello)
Fatti e cifre
600 mila svizzeri vivono all'estero
Dal 1990 gli effettivi della 'Quinta Svizzera' sono aumentati di 150 mila persone.
Nel 2002 gli espatriati svizzeri in Sudafrica erano più di ottomila.
In breve
1969-1979: studia psicologia, sociologia e scienze politiche all'università di Zurigo.
1974-1991: ricercatrice in sociologia e psicanalisi all'Università di Berna.
1982-1990: formazione in psicoterapia e psicoanalisi.
1989-1991: psicoterapeuta alla clinica di Waldau (Berna).
1990: formazione e supervisione di psicanalisti a Berna e a Zurigo.
1990-2000: studio privato a Berna
2001: psicoterapeuta/psicoanalista alla "Trauma Clinic" di Johannesburg.