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Quando la realtà virtuale aiuta a superare gli stereotipi inconsci
Servizio comunicazione istituzionale
Come sembrerebbe scrivere Oscar Wilde “non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione”. In effetti davanti a un nuovo incontro, ci facciamo rapidamente un’idea dell’altra persona - una prima impressione appunto - ma tutt’altro che accurata. È infatti influenzata da quelli che possiamo definire stereotipi inconsci, distorsioni della realtà, attribuzioni e generalizzazioni che influenzano la nostra interazione sociale e ci portano ad esprimere giudizi. La scorsa settimana ha fatto visita all’USI – per un workshop organizzato dal Servizio pari opportunità proposto in occasione del Senato accademico - la professoressa Marianne Schmid Mast della Facoltà di scienze economiche (HEC) dell’Università di Losanna, psicologa laureata all’Università di Zurigo e con un'ampia esperienza post-doc alla Northeastern University di Boston. Nominata tra i 50 psicologi e psicologhe esistenti più influenti, è riconosciuta a livello internazionale proprio per i suoi studi su come gli stereotipi giochino un ruolo nelle nostre interazioni.
Nella sua ricerca parte infatti dall’osservazione dei comportamenti, studiando come le persone interagiscono in strutture gerarchiche, come si percepiscono e come comunicano tra loro. Direttrice di un laboratorio di realtà virtuale presso la Facoltà di economia dell’Università di Losanna, utilizza il rilevamento automatico computerizzato per studiare il comportamento sociale non verbale. Schmid Mast porta vari esempi di ricerche in cui la realtà virtuale ha facilitato la riproduzione di situazioni complesse. Ha infatti indagato come le persone cambiano il loro stile di leadership quando si trovano in un ufficio al piano terra o in uno identico ma in un piano più alto, cambiamento di prospettiva simulato grazie alla realtà virtuale: “I risultati preliminari mostrano che gli uomini dell'ufficio di alto livello (al sesto piano) si sono comportati in modo più carismatico di quando si trovavano al piano terra" spiega Schmid Mast. Un altro utilizzo importante è nel ricreare situazioni sociali, per esempio per l'analisi di comportamenti e tecniche adottate durante i discorsi davanti a un pubblico, in cui la realtà virtuale permette di rivolgersi a un folto numero di destinatari sempre attenti per il lasso di tempo desiderato.
Gli stereotipi possono essere legati al genere, all’età o ancora alla nazionalità, all’orientamento sessuale o alla religione. Prendiamo ad esempio gli stereotipi inconsci legati alla donna: una ricerca scientifica attesta che le giovani postulanti vengono spesso viste come inesperte, al contrario del coetaneo che per la sua giovane età viene considerato dinamico (Carvalho 2010). Un’altra ricerca invece (Banchefsky, Westfall, Park, & Judd, 2016) nota che nel mondo accademico a visi femminili di professoresse viene spesso attribuito il ruolo di insegnanti di scuola piuttosto che di scienziate, attribuzione non analoga per quanto riguarda l'uomo. Da cosa nascono quindi questi stereotipi inconsci? Come spiega Schmid Mast nascono spesso dall’appartenenza dell’altro ad un determinato gruppo sociale, magari diverso dal nostro. Cita infatti la teoria dell’identità sociale: ognuno di noi classifica le altre persone in differenti categorie in base alle proprie osservazioni. Il gruppo di appartenenza definisce la nostra identità sociale e questa categorizzazione ci fa sentire in una zona di “comfort”. Come superare queste categorizzazioni?
Schmid Mast ha citato varie tecniche per superare gli stereotipi inconsci che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni. Il primo passo: acquisire consapevolezza dei propri stereotipi o presupposti culturali ed essere motivati ad agire contro di essi mettendo a disposizione le proprie risorse per passare da un’attivazione cognitiva automatica a una cognizione controllata della situazione. Per farlo, occorre adottare delle strategie. È opportuno infatti allargare la propria prospettiva, vedere la situazione da più punti di vista e forzarsi a pensare a fattori situazionali che portano la persona a comportarsi nel modo in cui si comporta. Una strategia da adottare è lo “stereotype replacement”, per la quale si pensa ad una situazione in cui si usa tipicamente uno stereotipo, si pensa a quello che si vorrebbe fare la prossima volta invece di usarlo e si propone quindi un piano d'azione: “mi è capitato ad esempio di andare da giovani ricercatrici per chiedere se stessero lavorando a un dottorato, le quali mi hanno invece risposto che erano professoresse assistenti. Ho usato infatti lo stereotipo che i professori sono più in là con l’età. Ora, ogni volta che chiedo nel contesto universitario a una giovane del suo lavoro, chiedo se è una professoressa. Se lo è, non sono in imbarazzo e se non lo è, le dico: Ma un giorno lo sarai!” racconta Schmid Mast. Tendiamo inoltre a circondarci di persone che sono molto simili a noi, che pensano in maniera analoga. Un’altra strategia è proprio quella di mettersi in contatto con “out-group”, relazionarsi consapevolmente con persone che non conosciamo e che non fanno parte della nostra cerchia di riferimento.
Schmid Mast studia anche la comunicazione tra medico e paziente, in particolare la differenza di genere tra medici di sesso femminile e maschile, di come comunicano e di come la loro comunicazione è percepita dai pazienti. In vista dell’arrivo dei nuovi studenti da Zurigo e Basilea per il Master in medicina all’USI nel 2020 abbiamo voluto approfondire anche questo aspetto della sua ricerca e cogliere consigli per i futuri medici. “In genere troviamo differenze di genere nel fatto che le dottoresse non ottengono necessariamente credito per l'uso di uno stile di comunicazione centrato sul paziente, mentre i medici maschi sì” spiega Schimd Mast. In questo contesto ha utilizzato la realtà virtuale per lo studio della comunicazione medico-paziente: “abbiamo modificato due variabili negli stili di comunicazione del medico virtuale, da una parte la "dominanza" e dall'altra invece un approccio più empatico. Si è osservato che pazienti analoghi reagivano in modo differente a questi stili di comunicazione. I pazienti fornirebbero meno informazioni mediche se intervistati da un medico virtuale "dominante", aspetto che renderebbe la diagnosi più difficile. Con il medico virtuale, siamo capaci di regolare la dominanza e l'attenzione in modo indipendente per testare la loro rispettiva influenza sul paziente, cosa che non sarebbe facile da fare nell'interazione reale di un medico".