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Ci sono molte persone che detestano i graffiti. E hanno le loro ragioni: la pulizia di edifici, muri, vagoni di treni e altri oggetti cosparsi di vernice spray o intagliati con strumenti appuntiti può venire a costare milioni ogni anno. Per questo i graffiti sono spesso considerati un atto di vandalismo. Altri li associano invece alle gang e altri ancora ritengono che si tratti di una forma d’arte. Nessuno però li assocerebbe al primo Ottocento. E invece uno dei pionieri di questa pratica divenne famoso proprio allora, anche se invece degli spray usava vernice a olio. Joseph Kyselak non era un giovinastro ribelle, bensì un pincopallino qualunque che lavorava come funzionario presso la corte asburgica a Vienna. Fece una scommessa: entro tre anni sarebbe stato famoso in tutto l’impero. Si mise allora a viaggiare lasciando in giro il suo nome. Ma quando un giorno decise di “taggare” un edificio imperiale, l’imperatore Francesco I andò in bestia. Kyselak fu convocato e promise di fare giudizio. La leggenda narra tuttavia che poco dopo l’imperatore avesse trovato il suo nome intagliato nella propria scrivania! Ma possiamo davvero concludere che i graffiti sono nati così? Non proprio. A seconda della definizione, anche le pitture rupestri del paleolitico possono essere considerate antichi graffiti. D’altronde la parola “graffito” designa in origine un disegno o un’iscrizione incisi sulla pietra. Oggi però, quando sentiamo parlare di graffiti pensiamo soprattutto a un’immagine o a una scritta apportate illegalmente su una superficie nello spazio pubblico.
In questo senso, il fenomeno risale agli anni Sessanta. Nel 1967, un adolescente di Philadelphia, un certo Darryl McCray, volle impressionare la sua fiamma. Decise allora di scrivere il proprio pseudonimo, Cornbread, un po’ ovunque: auto della polizia, edifici e persino un elefante dello zoo. A New York tutto cominciò invece con il tag Taki183. Il suo autore era un fattorino greco che si chiamava Dimitraki e che durante il lavoro scriveva in giro il suo nome abbreviato. Quando nel 1971 il “New York Times” svelò il suo segreto, la notizia fece furore. Un sacco di persone vollero copiarlo, dapprima usando pennarelli, poi bombolette spray. L’arte dei graffiti degli anni Settanta venne inoltre associata alla cultura hip hop, il che contribuì al suo successo. E da allora il fenomeno non è più sparito: ancora oggi lo scopo è di “sprayare” il proprio nome nel maggior numero di posti, nel modo più stiloso possibile o nei luoghi più strani. Perché? Per il piacere del proibito e per la fama.
Quando un graffito deve essere eseguito in tutta fretta, nel gergo si parla di un bombing. Di conseguenza si tratta solitamente di tag o graffiti tutto sommato semplici e spesso realizzati con pochi colori. L’idea è di coprire superfici possibilmente vaste più che eseguire un’opera d’arte sofisticata.
Un’opera più elaborata del semplice tag, di solito eseguita con vari colori e su una superficie maggiore, si chiama piece. Questo termine oggi è spesso usato in modo generico per tutti i tipi di graffito. Basta non sia wack, cioè di pessima fattura, un giudizio critico che nessun writer vuole sentirsi affibbiare.
Con questo concetto si designa l’azione di coprire di graffiti i treni. Si parla di whole car quando viene eseguita su un vagone intero: su tutta la sua lunghezza, dal tetto fino ai carrelli. C’è anche il whole train, in cui i graffiti coprono un treno completo.
È quando un graffittaro, detto writer in gergo, scrive su un muro o altre superfici semplicemente la sua firma. Siccome è una pratica illegale in moltissimi posti, in genere si ricorre a una sigla fittizia. L’importante non è tanto la qualità di esecuzione, ma la quantità di tag diffusi in giro. Lo scopo è di taggare il maggior numero di posti, anche e soprattutto quelli più assurdi.
Negli USA esistono sin dagli anni ‘30. Se nello style writing conta lo stile, i gang graffiti servono a marcare il territorio di una gang. E guai a sprayare sopra a una scritta di una gang nemica (il cosiddetto crossing) o taggare sul territorio altrui! Si rischia grosso. È un po’ come per i graffiti degli ultrà dei gruppi di tifosi più fanatici del calcio: l’estetica non importa, importa occupare il territorio.
Hai mai notato che lungo i binari del treno nei pressi delle stazioni ci sono davvero tanti graffiti? Uno dei motivi è che si tratta di luoghi in cui è abbastanza facile realizzarli. Questi piece sulle superfici lungo i binari si chiamano line. Una line molto frequentata in Svizzera è quella di Basilea.
Un'iniziativa nata dalla collaborazione di Cooperazione e 20 minuti, i due maggiori giornali della Svizzera, per lanciare un nuovo magazine di tendenza per l'inizio del fine settimana. «Cooperazione Weekend», disponibile all'interno di 20 minuti, esce tutti i venerdì in tre lingue.