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2013
di Mattia Tami
Immagine: Ali.com
Succede raramente, una, due, massimo tre volte in un secolo che nascano personaggi sportivi in grado di cambiare la storia. Accadde a Louisville il 17 gennaio 1942 quando vide la luce Cassius Marcellus Clay Jr. colui che sarebbe diventato il pugile più grande di tutti i tempi. Personaggio che tuttavia non si sarebbe fermato allo sport ma che sarebbe diventato una vera e propria icona, distinguendosi anche per le sue prese di posizione politiche, per la difesa dei diritti degli afroamericani e per la sua conversione all’Islam con il cambio di nome in Muhammad Ali.
Ali ha saputo sfidare un’America ancora segnata dalla questione razziale. Dopo essere diventato campione del mondo dei pesi massimi, rifiutò la chiamata alle armi per la guerra in Vietnam, affermando che nessun Vietcong lo aveva mai chiamato “negro”. Per questo venne condannato al carcere quale disertore. Cinque anni più tardi poté tornare a combattere, l’incontro venne organizzato a Kinshasa nello Zaire favorito anche dall’allora Re Mubutu per scopi di propaganda. La sfida contro l’allora campione in carica George Foreman rappresentò a conti fatti uno degli eventi sportivi più importanti e conosciuti della storia. Segnava il ritorno nel continente nero di due Afroamericani che vi tornavano da Star. Ali in particolare fu accolto come un eroe. Pur essendo sfavorito, mostrò un’apparente spavalderia, figlia però della piena consapevolezza dei propri mezzi. Grazie alla sua velocità, scaltrezza ed agilità uscì vincitore consegnando definitivamente la sua figura ai libri di storia.
Ali che della boxe era innamorato disputò altri 22 incontri, danneggiando il fisico e procurandosi danni cerebrali. Nel 1984 gli venne diagnosticato il morbo di Parkinson, ma da vero combattente quale è, Ali inaugurò la terza epoca della sua vita che lo vede ancora protagonista nella lotta contro la discriminazione razziale e contro le guerre.
Distruggi ciò che ami, prima che ciò che ami distrugga te. (Oscar Wilde)