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Ho un debole per Pissarro. Quando vado in un museo, nella sala degli impressionisti cerco i suoi quadri: ne possiede uno anche il Masi, il ‘Paysage à l’Hermitage’ del 1875, per me uno dei più belli, che ho visto oggi qui al Kunstmuseum di Basilea, dov’è esposto insieme con una ricca selezione di opere nella mostra ‘Camille Pissarro. L’atelier de la modernité’.
Mi piace, Pissarro, perché dipinge la vita contadina nella sua quotidianità: la donna che dà il mangime alle galline, quella còlta nel gesto di spezzare la legna per il fuoco, l’aratore, la ragazza che si lava i piedi nel ruscello. Il tutto immerso panteisticamente nella calda luce meridiana. E i personaggi rappresentati – ma mi rendo conto che il sostantivo è inappropriato – vivono con dignità nel respiro della campagna francese di metà Ottocento. Certo, Monet è più grande pittore, credo, e anche Degas: ma nessuno come Pissarro immerge il paesaggio campestre nella chiarezza della sua luce. Mentre Monet mira allo straordinario, egli sceglie l’ordinario: il nostro pittore, anche per la generosità e per l’aiuto che prestava ai colleghi, è definito “un santo dell’arte” dal critico d’arte Lionello Venturi.
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La rappresentazione di un campo di cavoli valse all’ebreo Camille Pissarro la nomea di “pittore di cavoli”: ma, si sa, la borghesia palancaia oltre che spesso antisemita è sempre stata esteticamente frigida. E lo è anche oggi. Quando nacque il movimento che diede il via alla modernità i filistei lo battezzarono con il termine “impressionismo”: fu durante la mostra del 1874 del gruppo di pittori che dipingevano “en plein air” – Monet, Renoir, Sisley, Guillaumin, Degas, Cézanne, Berthe Morisot – che un critico coniò quella parola. Per la precisione, fu la tela di Monet ‘Impression, soleil levant’ a provocare l’ironia e il disprezzo dei critici. E la destra di allora affermò che nel realismo e nell’impressionismo si celavano dottrine sovversive.
Manet e altri furono attaccati e costretti a esporre al ‘Salon des Réfusés’. Degas e Cézanne accusati di essere comunisti: erano i tempi della Comune, la rivoluzione terrorizzava i borghesi. Ma già il presidente di giuria della sezione delle belle arti per l’esposizione universale del 1855 aveva detto, riferendosi ai pittori del gruppo di Barbizon (Millet, Corot e altri): “È la pittura dei democratici, di quelli che non si cambiano la biancheria, quelli che vogliono imporsi alle persone del bel mondo”. Anche Pissarro fu costretto a esporre con i ‘Réfusés’, riuniti intorno al grande Courbet. E fu costretto a dipingere ante di negozi per guadagnarsi da vivere. Nel 1877 fu addirittura organizzata una lotteria per aiutare Pissarro e Sisley caduti in povertà.
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Tre anni dopo Pissarro si convertì al ‘pointillisme’, stile che si basa su una rigorosa applicazione alla pittura delle leggi ottiche: era una poetica troppo fredda, scolastica, non adatta alla sua personalità. E infatti i quadri di questo periodo non sono all’altezza dei precedenti. Ma il pittore ha 55 anni, sei bambini da mantenere e non è disposto a scendere a nessun compromesso. È un puro, di fede anarchica. Le sue incisioni comprese sotto il titolo ‘Les turpitudes sociales’ sono una straordinaria denuncia della miseria dei tempi. Il 20 novembre 1883 scrive al figlio Lucien, anch’egli artista: “La pittura, l’arte in generale mi affascinano. È la mia vita. Il resto, che m’importa? Quando si fa qualcosa con tutto il cuore e con tutto quello che di nobile c’è in noi, si trova sempre un’anima affine che ci comprende”.
La mostra di Basilea, aperta fino al 23 gennaio 2022, divisa in nove sezioni, presenta anche opere del figlio di Camille, Lucien, e di maestri come Cézanne, Gauguin, Signac. Che fanno compagnia al santo.