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19.6.2018 | News WSL
Mentre l’olio di palma si è imposto nell’uso quotidiano, uno studio dell’EPFL e dell’Istituto federale di ricerca WSL ci ricorda che la sua cultura intensiva ha un forte impatto ambientale. Tuttavia esistono soluzioni a breve e lungo termine.
L’Indonesia e la Malesia rappresentano da sole quasi l’85% della produzione mondiale di olio di palma. Questo olio a buon mercato ma con costi ambientali e sociali elevati è quotidianamente presente negli alimenti industriali, nei cosmetici e nei biocarburanti. Ogni anno, migliaia di ettari di foresta scompaiono per soddisfare la crescente richiesta mondiale. Secondo una ricerca pubblicata nel 2014 nella rivista Nature Climate Change, nel 2012 il tasso di deforestazione dell’Indonesia era il più elevato al mondo.
Thomas Guillaume, post-dottorando presso il Laboratorio dei sistemi ecologici (ECOS) dell’EPFL e l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL, è il primo autore di uno studio di sintesi sull’impatto ambientale della coltivazione delle palme da olio in Indonesia. L’articolo, pubblicato il 19 giugno su Nature Communications, si è occupato in particolare dell’influenza della conversione di foreste tropicali in monocolture di palme da olio sul bilancio del carbonio. Utilizzando una serie di dati raccolti per più di due anni dall’Università di Göttingen sui terreni e sulla vegetazione nel centro di Sumatra, il ricercatore ha confrontato l’impatto della coltivazione intensiva della palma da olio con quello dell’hevea, una pianta che è all’origine della gomma naturale, coltivata in monocoltura e, in misura minore, nelle foreste.
La trasformazione di foreste tropicali in coltivazioni intensive di palme da olio si è rivelata la più problematica in termini di emissioni di carbonio: un ettaro di questa coltivazione rappresenta una perdita di 174 tonnellate di carbonio, rispetto al suo equivalente di foreste tropicali, la maggior parte delle quali finirà nell’atmosfera sotto forma di CO2. «La quantità di carbonio emessa quando un singolo ettaro di foresta è trasformato in palma da olio corrisponde approssimativamente alle emissioni di 530 persone che viaggiano da Ginevra a New York in classe economica», dice il ricercatore.
Questo valore è superiore a quello fornito dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC/IPCC) per valutare le emissioni di gas serra derivanti dalla produzione di olio di palma, nonché a quello utilizzato dagli organismi di certificazione per la produzione sostenibile di palma da olio. Lo studio mostra inoltre che la perdita di carbonio nel terreno non dovrebbe essere trascurata, come avviene attualmente quando le piantagioni sono impiantate su terreni non torbosi.
La coltivazione intensiva di hevea, dal canto suo, ha registrato una perdita di 159 tonnellate di carbonio e la sua coltivazione meno intensiva, 116 tonnellate. Questa differenza tra la palma da olio e l’hevea si spiega in particolare con un tempo di rinnovamento delle coltivazioni più breve nel primo caso. La coltivazione delle palme da olio sembra la più interessante delle tre in termini di tonnellate di biomassa prodotte ogni anno rispetto alla perdita che genera in termini di carbonio. In altri termini, permette una maggiore produzione su una superficie minore.
Perdita di biomassa
Questo risultato positivo non deve tuttavia nascondere altri svantaggi. Dopo la raccolta, la perdita di biomassa utilizzata per nutrire gli organismi del terreno può raggiungere il 90% rispetto alla biomassa ricevuta da questi organismi nella foresta pluviale, questo per il fatto che quasi nessuno strato naturale, costituito da foglie e legno, è restituito alla terra. Per facilitarne lo sfruttamento, il terreno delle piantagioni di palma da olio è continuamente pulito e trattato con erbicidi. Solo l’uso intensivo di fertilizzanti può compensare la perdita di fertilità del terreno e la riduzione della sua attività biologica. «La quantità di biomassa che l’uomo utilizza per la produzione di olio di palma rispetto a quella che lascia all’ecosistema mette seriamente in dubbio la sostenibilità di questa forma di sfruttamento», spiega Thomas Guillaume, il cui studio ha appunto permesso di misurare l’attività dei microrganismi nei campi coltivati rispetto alle foreste tropicali.
Lo studio fornisce anche consigli concreti per ridurre l’impatto ambientale a breve termine delle monocolture di hevea e di palma da olio. La deforestazione dovrebbe quindi avvenire solo se il legno tagliato viene successivamente utilizzato e non bruciato, ad esempio nell’edilizia. Inoltre si dovrebbe lasciare sul terreno una maggiore quantità di vegetazione di copertura come concime verde. Anche i residui dei frantoi dovrebbero essere restituiti al terreno per fertilizzarlo naturalmente.
A lungo termine, il ricercatore fa riferimento al progetto OPAL, finanziato dal Fondo nazionale svizzero (FNS) e dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DDC). Il gruppo del prof. Alexandre Buttler, direttore dell’ECOS, studia il bilancio di carbonio delle aziende di palme da olio che non necessitano di deforestazione: piantagioni su praterie antiche o nella savana in Colombia e, in Camerun, tecniche di piantagione frammentate per ridurre al minimo la necessità di terreni agricoli.