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GINEVRA - L'assenza dei grandi nomi dell'industria farmaceutica svizzera dalla corsa ai vaccini contro il Covid-19 si spiega con la posizione dominante di una manciata di attori stranieri. In quattro detengono infatti la quasi totalità di questo mercato.
Il mercato dei vaccini è molto concentrato, illustra all'agenzia finanziaria AWP Adeline Salat-Baroux, amministratrice di fondi presso Edmond de Rothschild. L'85% è in mano a un poker di grosse società: la statunitense Pfizer, la francese Sanofi, la tedesca Merck e la britannica GlaxoSmithKline (GSK). I colossi elvetici si vedono dunque confinati a ruoli di supporto.
Vi è da ricordare ad esempio che Novartis, nel 2015, ha venduto a GSK il proprio comparto vaccini - tolti quelli anti-influenzali - nell'ambito di una vasta alleanza fatta di varie transazioni incrociate. Temendo conseguenze per la concorrenza, la Commissione europea aveva inserito alcune condizioni, imponendo alla casa farmaceutica inglese la vendita di prodotti contro la meningite, la difterite e il tetano.
Tornando ai vaccini elaborati per la lotta al Covid, Salat-Baroux sottolinea come il drastico accorciamento dei tempi di sviluppo non sia da ricondurre unicamente alle procedure eccezionali messe in atto. L'aspetto finanziario è stato infatti decisivo per permettere ai programmi clinici più avanzati al mondo di completare l'opera in meno di un anno.
Per quanto riguarda Moderna sono stati fondamentali i quasi 500 milioni di dollari ricevuti dalle autorità americane per accelerare lo sviluppo e le capacità di produzione, dichiara Salat-Baroux. Dal canto suo, la tedesca BioNTech ha scelto di unire le forze con Pfizer, che dispone del necessario savoir-faire, di notevoli capacità finanziarie e di grande visibilità.