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Più della metà delle contee degli Stati Uniti sono ormai ufficialmente dichiarate come “zone sinistrate” (1). Nel 90% dei casi, la ragione menzionata è quella della siccità continentale che devasta la produzione agricola. Il 48% della raccolta di cereali è qualificata come “povera a molto povera”, il 37% di quella di soia ha la stessa notazione; il 73% degli spazi agricoli dedicati al bestiame e il 66% dei terreni dedicati alla produzione di foraggio soffrono la siccità.
Le ramificazioni di questa siccità hanno delle implicazioni ben più vaste del solo aumento dei prezzi degli alimentari negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti producono la metà delle esportazioni mondiali di cereali. Di conseguenza, in mancanza di un’azione coordinata dello Stato, i raccolti bruciano sotto la canicola e possiamo aspettarci una situazione simile a quella del 2008 che aveva condotto a degli aumenti disastrosi dei prezzi alimentari. Questi aumenti avevano portato delle popolazioni affamate e disperate alla rivolta in 28 paesi.
Benché ci fosse cibo a sufficienza, centinaia di milioni di persone non potevano permettersi di acquistarlo. Se i prezzi alimentari dovessero raggiungere dei livelli simili a quelli toccati quattro anni fa, questo sarebbe catastrofico per i 2 miliardi di persone che sono costretti a sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno.
I poveri che vivono nei “paesi in via di sviluppo” consacrano l’80% del loro reddito all’acquisto di cibo, in maggioranza sotto forma di grani e non di prodotti lavorati come il pane o i cereali trasformati. Ogni aumento di prezzo dei beni di sussistenza li conduce quindi immediatamente in una profonda crisi alimentare.
Il prezzo del pane e dei prodotti derivati dei cereali non conosceranno probabilmente negli Stati Uniti un aumento significativo. In effetti, sottoposto alle priorità capitaliste, il costo di questi alimenti è principalmente determinato dall’imballaggio, la pubblicità, il trasporto e lo stoccaggio (2)- e, evidentemente, il lavoro che è incluso in queste attività- e non tanto dai costi generati dalla “base materiale naturale” e dal fatto di coltivare dei cereali.
D’altro canto, dato che circa un terzo dei cereali prodotti negli Stati Uniti sono utilizzati per nutrire gli animali, il Dipartimento federale dell’agricoltura (ESDA) prevede un aumento del 4.5% o più –questo tasso dipende dal grado di distruzione dei raccolti- di alimenti come la carne di manzo, i latticini, le uova, il pollame e il tacchino. Un impatto simile è atteso anche per il prezzo degli oli vegetali –anche se è probabile che gli effetti non si faranno sentire prima dell’inizio del 2013 (3).
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha pubblicato il 9 agosto scorso le sue statistiche mensili sull’indice dei prezzi alimentari. Abdolreza Abbassian, uno dei principali economisti della FAO, commenta: “Saranno elevati (…). Fino a che punto è quello che tutti si domandano”. Poi aggiunge, in maniera inquietante: “Sarei sorpresa se non vedessimo un aumento significativo.”
Ogni aumento dei prezzi alimentari costituisce una terribile calamità –e per molti una minaccia per la loro esistenza- che si tratti del 20% dei bambini che negli Stati Uniti vivono in economie domestiche dove regna “l’insicurezza alimentare” o per i milioni di Americani che vivono giorno per giorno cercando ancora di ritrovare un alloggio, un impiego e dei mezzi di sussistenza dopo il crash del 2008, senza nemmeno parlare delle decine di milioni di altri poveri nel resto del mondo.
Gli avvoltoi della finanza –conosciuti anche come i “commodity speculator”-, di fronte a possibili penurie alimentari, torneranno nuovamente a volare in cerchio sopra i mercati alimentari, prima di abbattersi sul cadavere. Si riprodurrà la situazione di quattro anni fa, dato che i mercati finanziari non sono stati regolati dopo la crisi del 2008, gli hedge funds e i venditori a corto termine saranno inevitabilmente di nuovo pronti a speculare sui prezzi alimentari.
La maggioranza degli analisti precisa che la causa principale della scalata drammatica dei prezzi alimentari in occasione della crisi del 2008 trovava la sua origine più nelle speculazioni finanziarie nel settore delle “food commodity” (derrate alimentari) che in una reale penuria di cibo. Si trattava, in altri termini, di una tragedia umana fabbricata dalle leggi del funzionamento capitalista più che dalle leggi della natura.
Il Dipartimento federale dell’agricoltura può e deve prendere delle misure attive per evitare che si riproducano gli avvenimenti del 2008, a maggior ragione che il numero di persone in stato di “insicurezza alimentare”, vale a dire affamate- raggiunge il miliardo di persone su scala mondiale.
A breve termine, ogni penuria nelle raccolte deve essere compensata con un cambiamento della ripartizione dei cereali negli Stati Uniti (tra le parti destinate agli alimenti per gli umani, per gli animali e per la produzione di etanolo) e impedendo le speculazioni sulle derrate alimentari e sulla catena della loro trasformazione. A lungo termine, delle misure come l’aumento degli stock di grani, la riduzione del deficit di infrastrutture attraverso degli investimenti appropriati, la messa in causa delle pratiche inumane di alimentazione del bestiame (che sono pericolose e toccano la salute dei consumatori) e infine un esame profondo della localizzazione, della sostenibilità, del tipo di cereali e delle grandi tenute di monocultura sono altrettante questioni che meritano di essere studiate.
Tom Vilsack, il segretario all’agricoltura, ha tuttavia resistito fino a ora a ogni domanda di ridurre o eliminare la quota superiore al terzo dei raccolti degli Stati Uniti che è –su mandato del governo federale- destinato alle raffinerie di etanolo adibite alla produzione di biocarburante per i veicoli. Il governo federale esige che più di 13 miliardi di galloni (un gallone equivale a 3.785 litri) di etanolo siano fabbricati quest’anno a partire da cereali, vale a dire il 40% della raccolta cerealicola di quest’anno.
L’amministrazione Obama ha aumentato l’esigenza di produzione di etanolo a 36 miliardi di galloni entro il 2022, di cui almeno 15 miliardi prodotti a partire da cereali (nel quadro della cosiddetta indipendenza energetica). Questa misura è stata presentata come un modo per ridurre la domanda di petrolio in provenienza da oltre mare e in relazione alle preoccupazioni geopolitiche intervenute nel 2008 quando il prezzo del barile aveva quasi raggiunto i 150 dollari.
Trasformare dei cereali in etanolo è, anche in giorni migliori, una cosa assurda. Numerosi studi hanno dimostrato che la trasformazione dei cereali in etanolo necessita più energia di quanta ne produce la combustione in un veicolo dell’etanolo stesso. A questo si aggiunge il fatto che l’etanolo non ha la stessa densità energetica del carburante a base di petrolio. I veicoli viaggiano per questa ragione con un miscuglio di etanolo e petrolio che consuma più carburante sulla stessa distanza (4). Infine, questo miscuglio ha un costo superiore di trasporto.
Pratiche di questo genere sono, in ogni tempo, delle cattive politiche. Diventano criminali quando si tratta di sperperare così degli alimenti durante un anno di forte siccità.
Questa è inoltre, una delle irrazionalità tra le più ridicole –come un serpente che si morde la coda- prodotte dell’anarchia delle decisioni capitaliste: il costo del carburante mescolato etanolo-petrolio aumenta anche negli Stati Uniti. La cultura dei cereali è fortemente dipendente in Occidente dal petrolio per la produzione di fertilizzanti e per la meccanizzazione dell’agricoltura! Questa dipendenza è talmente forte che sono necessarie dieci calorie di petrolio per produrre una caloria di cibo. Dal momento in cui Visack, in occasione di una conferenza stampa alla Casa Bianca (5), ha predetto che la siccità avrebbe condotto a un “aumento importate dei prezzi” entro fine anno, il segretario dell’agricoltura avrebbe potuto difendere un tappa concreta immediata: la soppressione dell’obbligo federale di produrre biocarburante.
Le compagnie petrolifere, che sono richieste per mescolare l’etanolo al carburante a base di petrolio nel quadro del programma impropriamente chiamato “rinnovamento degli standard di carburante” (RFS), sono autorizzate a ricondurre di anno in anno i crediti FRS. Possono quindi disporre di 2.4 miliardi di dollari per continuare la loro acquisizione di cereali destinati alle raffinerie di etanolo.
È tuttavia difficile immaginare che una messa a disposizione immediata del 40% di ciò che resta dei raccolti di cereali degli Stati Uniti destinati al bestiame e agli esseri umani non abbia alcuna conseguenza sui prezzi dei cereali, anche se si tiene conto delle attività delle compagnie petrolifere. Così come lo afferma Gawain Kripke, direttore del dipartimento di politica e ricerca per OXfam America (Oxford Committee for Famine Relief, coordinamento di 15 ONG che lottano contro la povertà e per il commercio equo): “Il governo federale può (…) mettere fine alle quote di produzione obbligatorie di biocarburante e agire contro l’emissione di gas a effetto serra. Le quote diventano del cibo per farne del carburante, ciò che conduce a un clima ancora più estremo e intermittente”.
Vilsack dovrebbe difendere un cambiamento politico di questo genere. La dirigente dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, Lisa Jackson, ha, di fatto, il potere di farlo senza attendere una nuova legislazione.
Questo è a maggior ragione necessario da quando alcuni esperti hanno iniziato a inquietarsi a proposito della prossima raccolta. Il periodo delle precipitazioni per la maggioranza della corn belt (letteralmente la cintura cerealicola, regione agricola del Middle West degli Stati Uniti dove è prodotta quasi la metà del mais del paese) è già passato. A esclusione di qualche avvenimento climatico fuori stagione con delle piogge abbondanti, come lo dice Mark Svoboda, del National Drought Mitigation Center situato all’Università del Nebraska, ciò che importa ora è di avere sufficienti precipitazioni per l’inizio delle raccolte dell’anno prossimo: “Questa siccità non va da nessuna parte (…). Il danno è fatto. Quello di cui abbiamo abbiamo bisogno, onde evitare un secondo anno di siccità, è di livelli sufficienti di umidità” (6)
Vilsack potrebbe anche proporre di annullare i debiti contratti dai piccoli contadini presso le banche. Il solo passo preso in questa direzione è stato di accordare 30 giorni supplementari ai contadini per pagare i loro premi assicurativi, come se un mese in più facesse una qualsiasi differenza per un contadino che non ha un raccolto da vendere.
Il segretario dell’agricoltura potrebbe anche fare una campagna affinché siano sviluppati degli aiuti in favore dei contadini dei paesi del Sud, in particolare per la costruzione di istallazioni di stoccaggio di cibo. Gli investimenti in questo tipo di infrastruttura –che permettono di livellare aumenti e diminuzioni del volume delle raccolte- si è drammaticamente ridotto durante gli anni 1980 e 1990 quando i prestatori internazionali hanno richiesto la riduzione delle spese pubbliche in questo ambito in cambio dei loro prestiti. Una tale “assicurazione” era vista come non necessaria per il fatto che “il mercato” si sarebbe aggiustato automaticamente in caso di penuria. Per delle ragioni analoghe, le riserve di cereali degli Stati Uniti sono ridotte e incapaci di compensare qualsiasi diminuzione degli stock di grano.
Una cosa sembra ancora più importante che potrebbero fare Vilsack e l’amministrazione Obama in generale, se si preoccupassero delle sorti dell’umanità e dei poveri del mondo, è di iniziare una campagna aggressiva per regolare di nuovo le speculazioni finanziarie nell’ambito dei prezzi alimentari sul mercato internazionale delle commodities. Un attacco di questo genere contro banchieri, speculatori e broker sarebbe senza alcun dubbio molto popolare.
Le priorità cieche del capitalismo dettano, in pratica, le soluzioni dal lato dell’offerta. Vilsack ha promulgato dei palliativi a corto termine che peggioreranno probabilmente la situazione a lungo termine.
I fondi diretti verso gli aiuti d’urgenza contro la siccità – che il Congresso ha appena adottato e che rappresentano 383 milioni di dollari- destinati ai contadini provengono direttamente dai tagli realizzati nei programmi di protezione delle terre. Che hanno lo scopo di promuovere delle pratiche agricole più sostenibili. I tagli in questi programmi sono, in effetti, tre volte più importanti dei montanti destinati agli aiuti d’urgenza, fatto che ha condotto una coalizione di gruppi ecologisti a significare la loro opposizione in una lettera inviata al Congresso: “Un utilizzo sproporzionato dei tagli di bilancio nei programmi di preservazione ambientale per finanziare l’assistenza a corto termine contro i disastri mette in difficoltà i programmi riusciti o in procinto di realizzazione(…). Questi tagli sproporzionati sono poco lungimiranti. Gli investimenti a lungo termine previsti per la protezione non devono essere sostituiti da decisioni a corto termine per far fronte alla siccità”.
Al posto di limitare l’ampiezza della potente industria di trasformazione dei cereali in etanolo –la cui più grande parte è basata, con la terza posizione come capacità produttiva, nello Stato di origine di Obama, l’Illinois; mentre che in Iowa (uno Stato chiave in occasione della campagna elettorale del 2008 e uno Stato capace di fare da bilancia tra Romney e Obama) sono localizzate le prime-, con lo scopo di calmare la collera dei proprietari di bestiame contro i produttori di etanolo, Vilsack ha sacrificato 3.8 milioni di ettari di terra consacrata alla preservazione dell’ambiente affinché siano utilizzate come pascoli e per la produzione di fieno.
Più assurdo ancora se consideriamo che viviamo, in fondo, nel XXI secolo, Vilsack ha presentato -in occasione della stessa conferenza stampa durante la quale aveva presentato gli aumenti di prezzo- la propria soluzione personale alla crisi provocata dalla siccità: “Mi inginocchio tutti i giorni e dico una preghiera supplementare. Se ci fosse una preghiera per la pioggia o una danza della pioggia che potessi fare, la farei.”
Benché una soluzione chiara e realizzabile sia a portata di mano –vale a dire il trasferimento di cereali destinati alla distillazione di etanolo per la produzione alimentare-, il segretario all’agricoltura del più importante paese esportatore di cereali del mondo considera che è più utile passare il proprio tempo a fare delle genuflessioni davanti a una divinità onnipotente e invisibile che sta nei cieli.
Le pratiche industriali d’alimentazione del bestiame attraverso i cereali nelle fabbriche gigantesche e chiuse con lo scopo di accelerare il processo di produzione di carne devono essere riconsiderate urgentemente, sia per il benessere degli animali che per quello degli esseri umani. Per accrescere i margini di profitto, animali sempre più grossi sono stati selezionati durante gli anni e così sono cambiati gli animali stessi. Più un animale è grosso e più è grande la proporzione di profitto che ottenete quando lo macellate.
Il bestiame parcheggiato in gigantesche “fabbriche per ingozzare gli animali” ha raggiunto un peso atipico di 1200-1300 libbre (545-590 kg) al posto delle 900-1000 libbre abituali (410-455 kg). Una mucca destinata a essere trasformata in carne, la cui massa corporale totale è del 30% superiore al normale, dovrebbe mangiare una quantità enorme di erba o di fieno per ingrassare se fosse allevata all’esterno. Questa è la ragione per cui le imprese agroalimentari hanno creato un tipo di mucca che non può sopravvivere se non è nutrita con cereali la cui produzione necessita l’utilizzazione di tantissima energia.
Se mettiamo da parte la distribuzione erronea di cereali, le ricadute di queste pratiche sul benessere degli animali e degli esseri umani –che comprendo l’incubazione e la mutazione di patogeni e la distruzione, in spazi ristretti, di un numero enorme di carcasse di animali tossiche perché caricate di antibiotici e ormoni della crescita- nutrono un’agricoltura capitalista la cui natura, oltre alla produzione di una quantità incredibile di rifiuti, è pericolosa e insostenibile.
Allorché la realtà del carattere antropogenico (di origine umana) del cambiamento climatico è divenuta sempre più difficile da ignorare che anche i famosi “clima scettici” hanno rinunciato a metterne in dubbio la realtà (7), la siccità è diventata un fattore di un’importanza crescente. Deve essere presa in conto dai pianificatori agricoli. È di conseguenza suicida sopprimere dei fondi destinati a rendere l’utilizzazione della terra più sostenibile.
Come l’ha indicato Joseph Romm, blogger climatologo, in un articolo pubblicato nella rivista Nature, nel quale suppone che il “business as usual” –che sarà quello che succederà in assenza di mobilitazioni popolari di un’importanza tale da eclissare quelle del 2011- condurrà a una cascata di cambiamenti destabilizzanti a catena il cui impatto negativo sulla nostra capacità di far crescere del cibo: “È prevedibile che il regime di precipitazioni si modifichi, allargando le regioni a regime secco, subtropicale. I tipo di precipitazioni future sarà probabilmente sotto forma di diluvi estremi con i quali la terra non può assorbire sufficiente acqua per attenuare la siccità. Il calore provoca un’evaporazione più importante e, quando il suolo è secco, l’energia solare scalda il suolo con un conseguente aumento ancora più importante della temperatura dell’aria. Questa è la ragione per cui, per esempio, numerose temperature record sono state registrate durante il Dust Bowl degli anni 1930. È anche la ragione per la quale nel 2011, un Texas colpito dalla siccità ha conosciuto l’estate più calda mai registrata in uno Stato degli Stati Uniti. Infine, numerose regioni conosceranno uno scioglimento prematuro delle nevi e questo farà si che una quantità minore di acqua sarà “immagazzinata” sulle cime delle montagne per essere rilasciata in occasione della stagione estiva.” (8)
I risultati combinati di 19 modelli climatici recenti predicono, peggio ancora, che la siccità diventerà una situazione permanente per numerose zone del continente nord-americano (9). “Se il cambiamento climatico provoca, come numerosi esperti indicano, un riscaldamento globale delle temperature di 2.5 gradi al di sopra di quelle dell’era pre-industriale (la quasi totalità del Messico, il centro-ovest degli Stati Uniti e gran parte dell’America centrale) conosceranno delle condizioni di siccità severa e permanente. È prevedibile che le condizioni future saranno peggiori della siccità attuale in Messico o che all’epoca del Dust Bowl degli anni 1930 negli Stati Uniti che ha provocato l’esodo di centinaia di migliaia di persone”.
Oggi intravvediamo solamente i contorni di una situazione che peggiorerà ulteriormente se nessuna azione radicale che miri al cambiamento non viene presa al più presto. Il cambiamento climatico, la cui origine riposa principalmente sul consumo di carburanti fossili, conduce all’apparizione di siccità in espansione. Queste minacciano la nostra capacità di nutrirci. Più che a un riorientamento delle priorità della società –verso la preservazione energetica, l’utilizzazione di tecnologie rinnovabili e delle pratiche agricole sostenibili- assistiamo a una continuazione e a un’estensione delle politiche che ci hanno condotto alla situazione nella quale ci troviamo oggi.
Nulla può spiegare il paradosso tra, da un lato, la continuazione di pratiche di produzione alimentare insostenibili (che non riescono nemmeno a nutrire le persone con successo) e, dall’altro, il modo in cui le “funzioni naturali” partecipano a un insieme le cui parti sono legate a un tutto su scala mondiale, se non la comprensione dei fattori che conducono a una società artificialmente divisa in classi sociali antagoniste e le cui priorità sono opposte.
Viviamo in un sistema che ci conduce verso delle disgregazioni climatiche sempre più importanti. Queste trovano le loro origini nella dinamica enti-ecologica che le è inerente e che riposa su una crescita esponenziale e sulla priorità accordata alle misure a corto termine prese nell’interesse del profitto.
Lo stesso processo irrazionale è all’opera in India. Questo paese soffre di una riduzione del 20% delle precipitazioni con alcuni Stati che registrano delle riduzioni del 70% per rapporto alle medie storiche. Il 60% della popolazione indiana (che conta 1.2 miliardi di persone) è attiva nell’agricoltura, che rappresenta il 20% del PIL del paese.
Delle precipitazioni più deboli non toccano solo direttamente i contadini, ma conducono anche a una produzione idroelettrica debole, che conduce, a loro volta, i contadini a utilizzare le loro pompe per captare dell’acqua dalla falde acquifere per irrigare le loro culture e salvare i raccolti. Le pompe sono elettriche. Nel contempo c’è meno elettricità a disposizione a causa della siccità e la rete elettrica è sottoposta a una maggiore sollecitazione per limitare gli effetti della siccità. Questa è una delle cause che ha generato il gigantesco black-out che ha colpito l’India.
Il pompaggio delle acque sotterranee ha condotto, tra le altre cose, a un abbassamento dai 60 ai 200 metri delle falde a dipendenza delle zone. Questo ha portato, a sua volta, all’utilizzo di pompe più grandi e più potenti per captare l’acqua più in profondità con lo scopo di continuare delle pratiche insostenibili di assorbimento delle riserve idriche sotterranee a dei volumi così importanti.
Queste pratiche continuano anche se il 90% dell’acqua in India è utilizzata per l’agricoltura e solo il 10-15% della stessa raggiunge le culture, dato che il resto evapora prima di raggiungerle. Al posto di investire in pratiche agricole più sostenibili per rispondere a questo problema, il governo indiano ha fortemente incoraggiato la Rivoluzione verde –appoggiato dall’Occidente- degli anni 1960 e ha promosso la cultura di piante che necessitavano di molta acqua come il riso.
Secondo Upmanu Lall, direttore del Columbia Water Center del Columbia University’s Earth Institue, “la totalità dei problemi energetici e idraulici (in India) sono disastrosi e trovano origine nelle politiche del governo”. Ha dato l’esempio del Punjab che, malgrado delle precipitazioni annuali che variano tra i 40 e gli 80 centimetri, coltiva riso, una pianta che necessita di 180 cm di precipitazioni annue.
La relazione tra energia, acqua e cibo con lo sviluppo capitalista è illustrata in modo evidente del caso dell’India. La soluzione è, se facciamo astrazione dei limiti imposti da una società di classe, ancora una volta molto semplice: le piante dovrebbero essere coltivate nelle regioni nelle quali il clima è loro più adatto e non là dove produrranno più soldi o aumentano le riserve in divise o ancora assicurano una statuto a uno Stato.
Invece, al posto di implementare questo tipo di misure o di far fronte al cambiamento climatico, l’India costruisce ancora più centrali nucleari e centrali a carbone. Resta anche uno dei paesi più reticenti a prendere delle misure efficaci contro il cambiamento climatico.
Un dossier di prove sempre più corposo viene raccolto in tutto il mondo e indica che non c’è apparentemente nessuna circostanza –nemmeno una così cataclismica come quella di un cambiamento climatico su scala mondiale- che supererebbe la necessità dell’accumulazione del capitale in favore di una stretta porzione della società che trae attivamente profitto da questo processo.
Non è possibile, considerando tutto ciò che precede, evitare la conclusione secondo la quale se noi vogliamo tutte e tutti sopravvivere su un pianeta che appare di gran lunga come quella dove siamo nati, noi dobbiamo affrontare il sistema che produce una società che si tiene, per la stessa ragione, in contraddizione con se stessa e con il mondo naturale: la stratificazione in classi sociali.
Ne consegue la necessità di costruire una resistenza organizzata in tutti i luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole e le fattorie in tutto il mondo. Lo sfruttamento e l’oppressione che sono inflitte alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale sono una conseguenza del funzionamento del sistema. Sono il riflesso dello sfruttamento della biosfera che forma, in ultima istanza, la base della vita. Si tratta di un fatto scientifico che i capitalisti sembrano capaci di ignorare.
Non possiamo lasciargliela passare. È la ragione per cui noi dobbiamo organizzarci per poter dire: per il bene dell’umanità e della biosfera da cui dipendiamo per vivere, dovete andarvene!
* Articolo pubblicato sul sito Socialist.Worker.org il 6 agosto 2012. Chris Williams è l’autore del libro intitolato Ecology and Socialism: Solutions to Capitalist Ecological Crisis (Haymarket Books, 2010). Il titolo si riferisce all’episodio di grande siccità, letteralmente “palla di polvere” in riferimento alle tempeste di sabbia –che hanno imperversato nelle regioni delle grandi pianure degli Stati Uniti e del Canada durante gli anni 1930 (in particolare nel 1934 e nel 1936). Il Dust Bowl è occorso durante al Grande Depressione, mentre le culture agricole erano in crisi (ridotta rotazione delle culture, erosione importante in ragione del sovra sfruttamento, indebitamento massiccio dei piccoli contadini che perdevano le loro terre,…). La combinazione di questi due elementi ha condotto quasi 3 milioni di piccoli agricoltori all’esodo, in particolare verso la California. Questo episodio ha conosciuto la sua espressione letteraria attraverso il romanzo Furore di John Steinbeck.
Traduzione in italiano a cura della redazione di Solidarietà a partire dalla versione in francese pubblicata sul sito http://alencontre.org/.