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Secondo alcune stime dal 1830 al 1930 circa 50 milioni di europei emigrarono verso le Americhe e l’Oceania. Di questi circa 33 milioni raggiunsero il Nord America, 13 milioni il Sud America e 2 milioni Australia e Nuova Zelanda.
Anche molti abitanti del Cantone Ticino salparono lungo le rotte oceaniche in cerca di nuove opportunità. Si calcola che almeno 30’000 si diressero verso gli Stati Uniti, in particolare in California, circa 3’000 in Australia e 8’000 in Sud America, soprattutto in Argentina e Uruguay.
Sino a quella che venne definita “corsa all’oro”, scoppiata a partire dal 1848 sulla costa pacifica degli Usa, l’emigrazione ticinese aveva visto per secoli lavoratori stagionali partire verso le città italiane o quelle del Nord Europa. Invece nel XIX secolo molti giovani in cerca di fortuna attraversarono il Gottardo, raggiunsero i porti di Le Havre, Amburgo o Anversa e si diressero Oltreoceano.
All’inizio, senza un collegamento ferroviario tra Est e Ovest degli Stati Uniti, il viaggio poteva durare anche tre mesi, con l’attraversamento via terra dell’istmo di Panama.
Finita la corsa all’oro, l’emigrazione continuò sino a metà del XX secolo. Negli Usa la stragrande maggioranza dei ticinesi trovò occupazione nell’allevamento del bestiame e nella produzione di latte. Molti fecero ritorno, altri invece misero su famiglia e si assimilarono alla comunità locale.
Storia esemplare di un emigrante in California originario di Robasacco è quella di Rinaldo Richina. Nato nel 1920 in una numerosa famiglia contadina, sino al 1953 svolse il mestiere dello scalpellino, poi in quell’anno decise di partire per l’America, andando a lavorare nei ranch della California. Nella West Coast Richina sposò l’amata Angelina che l’aveva raggiunto oltreoceano, mettendo su famiglia. La passione e le capacità non gli difettavano e con il fratello Enrico si mise in proprio, aprendo a Soledad il ranch “Richina Brothers”.
Nel 1967 decise però di ritornare nella terra che l’aveva visto nascere e crescere. A Robasacco lo chiamavano “l’Americano”, poiché portava sempre il suo inseparabile cappello da cowboy. Grazie all’esperienza di vita maturata e al suo carattere caparbio ma sincero si dedicò all’impegno in favore della comunità locale. Dal 1969 al 1997 fu presidente del Patriziato di Robasacco. Gli ultimi decenni del secolo scorso lo videro impegnato più volte anche nell’amministrazione del Municipio.
Se nell’Ottocento la nascita di nuove strade portarono via dal Ticino giovani di belle speranze diretti verso un porto dove salpare, altre strade (quelle ferrate) portarono nel XIX secolo migliaia di lavoratori da oltre confine ad alloggiare nei paesi del Cantone. La costruzione dei tunnel ferroviari alpini, con gli scavi del San Gottardo e del Ceneri, vide la gran parte degli appalti assegnati a ditte straniere, perciò il 90% della manodopera impiegata era italiana. Il fenomeno migratorio portò anche a difficoltà di integrazione, soprattutto nelle piccole comunità, più appassionate nel difendere i propri usi e le proprie tradizioni. D’altronde i muratori ticinesi preferivano emigrare verso nord, alla ricerca di paghe migliori e perciò la manodopera specializzata scarseggiava nel Cantone.
Le condizioni d’impiego di queste masse di lavoratori portarono al loro costituirsi in organizzazioni sindacali e in partiti d’ispirazione socialista. Nascevano così rivendicazioni di miglioramenti salariali e di trattamento. Si era avviato un fenomeno d’immigrazione dall’Italia verso il Ticino e gli altri Cantoni svizzeri, che proseguì anche nel XX secolo e che portò negli anni Sessanta del secolo scorso lo scrittore Max Frisch a dichiarare: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”.