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Sei anni di carcere e 20 di silenzio. La giustizia iraniana non ha fatto sconti in appello per il regista di fama mondiale Jafar Panahi, accusato di attività contro la sicurezza nazionale e propaganda antiregime. E così, oltre alla prigione, per Panahi si aprono vent'anni in cui non potrà girare film, scrivere sceneggiature, viaggiare all'estero o rilasciare interviste.
Non sono dunque serviti la mobilitazione e gli appelli della cultura internazionale a favore del regista, arrestato nella sua casa nel marzo 2010 insieme ad un'altra quindicina di persone, fra cui Mohammad Rasouluf, che stava lavorando a un film con lui. Entrambi avevano avuto la stessa condanna in primo grado - sentenza da cui aveva comunque preso le distanze il capo di gabinetto del presidente Ahamdinejad, Esfandiar Rahim Mashai, ora principale bersaglio politico degli ultraconservatori - anche se per Rasouluf, secondo notizie di stampa, vi sarebbe stata una riduzione di un anno in appello.
In uno sconto di pena anche per Panahi aveva detto di sperare il suo avvocato, signora Farideh Gheirat, in occasione dell' ultimo festival di Cannes dove era giunto "This is not a film". Il documentario - girato clandestinamente nella casa di Panahi e che ne mostrava le giornate di silenzio forzato, dopo 88 giorni in carcere, la liberazione su cauzione e la prima sentenza - era uscito dall'Iran in una chiavetta usb ed era stato presentato dal suo co-realizzatore Mojtaba Mirtahmasb. Ora anche lui si trova in carcere, dopo che gli era stato vietato l'espatrio mentre stava per andare alla Mostra di Venezia: il 17 settembre è stato arrestato insieme ad altri quattro registi (tre ora liberi su cauzione) e una distributrice con l'accusa di aver collaborato con il servizio in persiano della Bbc, ritenuto un centro di spionaggio ostile all'Iran. Ad oggi Panahi risultava comunque ancora libero: la sentenza d'appello, emessa un paio di settimane fa, non è stata ancora notificata, secondo il suo avvocato contattato dall'Afp. E negli ambienti riformisti si spera che anche nel suo caso, come già per altri in passato, un'eventuale effettiva detenzione sia ridotta al minimo. Nel marzo scorso Panahi aveva dichiarato in un'intervista che il suo posto era comunque in Iran, e che non pensava di fare film politici, ma "sulla realtà sociale".
La conferma della condanna per il regista di "Il cerchio" e "Offside" sembra indicare un ulteriore giro di vite contro i cineasti in Iran. Il 27 giugno scorso è stata arrestata la regista Mahnaz Mohammadi, già finita in carcere nel luglio 2009 insieme a Panahi, per aver partecipato a una cerimonia in memoria delle vittime delle proteste del 2009. Ed è di pochi giorni fa la notizia della condanna a un anno di carcere e 90 frustrate dell'attrice Marzieh Vafamehr. La scorsa settimana, su probabili pressioni di Teheran, il festival del cinema di Beirut ha ritirato due film iraniani su temi politico-sociali, mentre quattro registi non hanno potuto raggiungere il Libano. In compenso, il premio di Beirut per la sezione cortometraggi è andato a "A Dog's Life" (Vita da cani) di Hana Makhmalbaf, sul divieto di portare in pubblico animali domestici, e in particolare cani, nella Repubblica Islamica.
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