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Il Tribunale federale (Tf) ha confermato la legalità del licenziamento di un whistleblower da parte dell’Ospedale universitario di Zurigo. Con le sue rivelazioni l’informatore aveva messo in moto le indagini sulle irregolarità commesse presso la clinica di cardiochirurgia del nosocomio zurighese. Non era tuttavia stata questa la causa del licenziamento, bensì il suo comportamento difficile all’interno del team.
L’informatore lavorava all’Ospedale universitario dal 2003; negli ultimi tempi come caposervizio alla Clinica di chirurgia cardiovascolare. Dall’estate 2019 gli attriti tra quest’ultimo e il suo diretto superiore erano diventati evidenti a tutti.
Il primo aveva cominciato a mettere in discussione le decisioni del primario di fronte alla direzione dell’ospedale e lo aveva pure accusato di perseguire unicamente i propri interessi. Secondo la Corte, il whistleblower ha condotto una "vera e propria campagna" contro il suo superiore.
L’uomo si lamentava anche delle azioni di altre persone, in alcuni casi arrivando a rivolgersi persino all’Ufficio federale della sanità pubblica. L’informatore percepiva sé stesso come un organo di controllo e aveva assunto sempre più questo ruolo, rifiutando sempre più spesso di collaborare.
Tutto ciò aveva portato a un primo licenziamento, ritirato dall’Ospedale universitario a metà del 2020. Tuttavia diversi dipendenti si erano opposti al fatto che l’uomo, reintegrato nell’organico, continuasse a svolgere attività cliniche, adducendo a mancanza di fiducia e a una "atmosfera di lavoro tossica". Inoltre, un ospedale cantonale aveva preteso che i suoi pazienti all’Ospedale universitario zurighese non fossero trattati dal medico in questione.
Reintegrazione impossibile
A quel punto il conflitto si era talmente intensificato da rendere impossibile una reintegrazione dell’informatore nella routine quotidiana della clinica dopo il primo licenziamento. Quindi l’ospedale aveva pronunciato un licenziamento definitivo in data 29 settembre 2020, col rispetto del periodo di preavviso e un’indennità di licenziamento di sette mesi di salario.
Nel novembre 2021 il licenziamento è stato ritenuto legale dal Tribunale amministrativo di Zurigo, secondo cui a quel punto non era possibile fare altrimenti. Interventi più blandi non sarebbero stati in grado di calmare la situazione, ormai degenerata. Il whistleblower ha quindi presentato ricorso al Tribunale federale, ma la Corte Suprema lo ha respinto con argomentazioni analoghe all’istanza precedente.
Rapporto di lavoro impossibile
Nella sentenza pubblicata oggi, i giudici federali rilevano che il rapporto di fiducia col medico era distrutto, i membri dello staff si erano espressi apertamente e di comune accordo contro una sua reintegrazione in servizio. Inoltre la routine quotidiana della clinica era stata significativamente influenzata dal conflitto: in queste circostanze, proseguire il rapporto di lavoro non era più possibile e il licenziamento era sensato.
Secondo il Tribunale federale, il fatto che il medico si sia rivolto al direttore dell’ospedale nel dicembre 2019 con un documento intitolato ‘whistleblowing’ non ha avuto alcun ruolo nella risoluzione del rapporto di lavoro. Con quel documento, l’informatore aveva mosso gravi accuse contro il direttore dell’ospedale di chirurgia cardiaca.
Varie irregolarità in seno alle cliniche dell’Ospedale universitario zurighese sono venute alla luce nella primavera del 2020: quelle presso la clinica di cardiochirurgia sono state le più eclatanti. Dalle indagini era emerso che l’allora primario Francesco Maisano impiantava sistematicamente protesi di un’azienda nella quale detiene una partecipazione senza aver dichiarato il possibile conflitto di interessi. Era sospettato pure di aver modificato i rapporti concernenti le protesi. Il diretto interessato, sollevato dall’incarico a fine luglio, ha sempre respinto le accuse definendole "un costrutto infondato".