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Spazio musicale
Anche nella stagione 2014/2015 il Theater St. Gallen non ha esitato a fare scelte coraggiose nel campo dell’opera presentando cinque lavori, tra i quali “Lucrezia Borgia” di Donizetti. È questo un melodramma che fin dalla prima assoluta, data alla Scala nel 1833, conquistò i favori del pubblico (il primo ciclo di rappresentazioni raggiunse trentadue repliche) e li mantenne per l’intero Ottocento. Nel Novecento però le sue apparizioni si diradarono e alla Scala mancò dal 1917 al 1951.
Sulla figura storica di Lucrezia Borgia le opinioni subirono nel corso degli anni cambiamenti marcati. Per un periodo di tempo assai lungo venne considerata una donna lasciva e crudele, che nella sua breve vita (morì a trentanove anni) commise un cumulo di nefandezze e atrocità. Poi nel diciannovesimo secolo, grazie a studi più approfonditi, il giudizio venne capovolto e si giunse alla conclusione che Lucrezia fu mite e umana, purtroppo colpita dalla sfortuna e resa infelice in quanto il padre, che sarebbe diventato Papa con il nome di Alessandro Sesto, e il fratello Cesare la utilizzarono per la loro politica di potenza imponendole una fila di fidanzamenti o matrimoni, il primo quando aveva dodici anni.
Victor Hugo nella tragedia “Lucrèce Borgia” si attenne alla vecchia tradizione e ne fece un personaggio lussurioso ed efferato. Ma Felice Romani, traendone il libretto per Donizetti, attenuò gli aspetti negativi, conferendo a Lucrezia anche attributi umani e commoventi. Il prologo si svolge a Venezia, dove durante una festa Lucrezia giunge in maschera e non annunciata per vedere il figlio illegittimo Gennaro, al quale non ha mai rivelato di essere sua madre. Gennaro si innamora di lei, assume atteggiamenti compromettenti ed è visto dal Duca Alfonso, marito di Lucrezia, che si allontana furtivamente. I partecipanti alla festa riconoscono la donna, ne svelano il brutto passato e la coprono di insulti. Seguono due atti che si svolgono a Ferrara. Gennaro, deluso della persona per la quale aveva appena avuto sentimenti di simpatia, toglie la “B” al nome “Borgia” figurante sullo stemma della famiglia e lo fa diventare “orgia”. Lucrezia, ignorando l’autore del misfatto, chiede al marito di condannarlo a morte, resta però stravolta quando viene a sapere che si tratta di suo figlio. Tenta di dissuadere il Duca dall’attuare la condanna ma questi rifiuta asserendo di non poter revocare la decisione di vendetta, in realtà perché aveva visto il colpevole a Venezia in compagnia della moglie e pensava che tra i due esistesse una relazione amorosa. Dopo che Gennaro, ingannato, ha bevuto un veleno il Duca parte e Lucrezia ne approfitta per somministrargli un antidoto che lo salva. Benchè gli ingiunga di abbandonare subito Ferrara, Gennaro, trascinato da amici, partecipa a una festa durante la quale Lucrezia, per vendicarsi delle offese ricevute a Venezia, avvelena tutti i partecipanti e quindi anche il figlio; questi muore tra le sue braccia.
La struttura del libretto è valida, anche se non piace che una sciocca e stolta bravata, consistente nel mutare “Borgia” in “orgia”, assuma una importanza capitale per gli sviluppi del dramma. Il personaggio della protagonista oscilla tra un polo negativo, nel quale la donna si rivela terribilmente vendicativa e maneggia spregiudicatamente veleni, e un polo positivo, dove emerge un autentico, intenso, toccante amore di madre. Con la musica Donizetti parteggia chiaramente per il secondo aspetto e i momenti migliori dell’opera sono quelli che ci presentano Lucrezia in quanto madre colma di affetto. Alla sortita la donna appare completamente diversa da quella che poco prima i partecipanti alla festa veneziana ci avevano descritto in termini sprezzanti: sulle parole “Oh! sian così tranquille sue notti sempre!” canta una melodia dolcissima traboccante di amore materno e poco dopo, sulle parole “Com’è bello! quale incanto” espande in musica la sua ammirazione per il figlio. Saltiamo alla fine. Nel duetto con Gennaro, prima che questi spira, ci troviamo in presenza di una Lucrezia sfinita, desolata, ormai priva di forze e il sentimento che nasce nello spettatore è quello della pietà. Sentimento che si intensifica ulteriormente quando la protagonista dà espressione al suo sconforto con le stupende arcate melodiche di “Era desso il figlio mio”. In tal modo Donizetti portò a termine, almeno sul piano artistico, la redenzione del personaggio.
Il teatro sangallese ha presentato una edizione dell’opera qualificabile sul piano musicale come notevole. Osservato che Kismara Pessatti ha mostrato buona voce e buona preparazione, però volume scarso, per cui ha indebolito alquanto la caratterizzazione di un personaggio determinante come Maffio Orsini, osservato inoltre che il tenore Anicio Zorzi Giustiniani possiede mezzi abbastanza sciolti ed estesi, ma anche fragili e schiacciati (quindi, in fondo, non inadatti a un personaggio scialbo come Gennaro), osservato questo, dicevo, va riconosciuto che lo spettacolo ha raggiunto alte quote, soprattutto grazie a tre interpreti. Il primo è il direttore Pietro Rizzo, il quale ha saputo tenere l’orchestra moderata nel volume e discreta, tuttavia senza lasciarla diventare piatta, come purtroppo spesso succede, anzi arricchendola di una straordinaria varietà di accenti e producendo sonorità corpose: poche volte come in questa “Lucrezia Borgia” mi sono reso conto delle qualità di Donizetti come compositore per l’orchestra. Il secondo interprete particolarmente meritevole è il baritono Paolo Gavanelli, che talvolta sembra lanciare allo sbaraglio le sue emissioni e canta qua e là in modo grezzo, eppure convince per la potenza dei mezzi e più ancora per il fervore con cui anima le sue prestazioni; ha dato vita a un Alfonso di grande rilievo, tracotante e spietato come doveva essere. Ho lasciato da ultimo Katja Pellegrino, la protagonista, non certo perché occupi il posto più basso in ordine di merito, bensì per il piacere di concludere in bellezza la recensione. È dotata di una voce limpida, vibrante ed estesa, produce mezzevoci purissime, esegue gli acuti senza gridarli e possiede temperamento e capacità di calarsi tutta nel suo personaggio. Così, quando in palcoscenico c’erano lei e il baritono, mentre l’orchestra, senza prevaricare, faceva sentire ogni pregio della partitura, come nello scontro tra Lucrezia ed Alfonso nel primo atto, allora la tensione saliva e l’opera viveva momenti avvincenti.
Lugano Festival
Un’orchestra di prestigio, la City of Birmingham Symphony Orchestra, un direttore in ascesa, Andris Nelsons, e una violinista nota internazionalmente, Baiba Skride, hanno conferito lustro al concerto del 25 maggio al Palazzo dei congressi, nell’ambito di Lugano Festival.
Fin dai primi accordi dell’ouverture dalle “Creature di Prometeo” di Beethoven il complesso ospite ha messo in luce i suoi considerevoli pregi: solidità, fusione e compattezza associate a morbidezza.
Nel secondo concerto per violino e orchestra di Prokofiev la Skride ha tratteggiato più che esposto il primo motivo dell’”allegro moderato”. Quanto al secondo motivo, una delle migliori melodie di Prokofiev (che di belle melodie ne ha scritte tante), avrei preferito una esecuzione più distesa e cantabile. Scelte interpretative, certamente, e non mancanza di sensibilità. Poiché all’inizio dell’”andante assai” la solista ha mostrato che, quando vuole, sa fraseggiare in modo stupendo. Grazie ad un “pianissimo” appena percettibile (anche se sulla partitura è indicato solo “piano”), a suoni sottili e luminosi come fili di seta e a una espressività controllata ma intensissima, la sua interpretazione di quel passaggio è stata magistrale. Dotata di tecnica formidabile e di temperamento, la Skride si è poi rivelata irresistibile nei passaggi virtuosistici del terzo tempo. L’orchestra l’ha accompagnata in modo eccellente.
Alcuni considerano la settima sinfonia di Dvorak un passo falso del compositore. Questi, abbandonando il terreno che gli era congeniale, si è proposto di “muovere il mondo” (sono parole sue) con un lavoro fortemente drammatico, almeno nei tempi estremi. Effettivamente si notano nella sinfonia un certo disagio e una certa forzatura. A Lugano il Nelsons ha cercato di moderare gli episodi più impetuosi e di evitare le esplosioni sonore violente. D’altra parte ha fatto di tutto per mettere in evidenza le finezze timbriche e soprattutto il patrimonio melodico della sinfonia, estraendo dall’orchestra ogni motivo con affettuosa e carezzevole cura. Insomma si è sforzato di ricondurre Dvorak, per quanto possibile, nel suo alveo normale. È stata una impostazione interpretativa condivisibile e che ha dato, grazie al suo straordinario intuito, ma grazie anche all’ottima rispondenza dell’orchestra, esiti godibilissimi.
Grande successo.
Carlo Rezzonico