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Quando tutte le donne del mondo si saranno finalmente liberate dall’oppressione patriarcale, quando tutti potremo autodeterminare il nostro status sessuale e decidere liberamente il momento di porre fine alla nostra vita, quando saremo liberi di dire e scrivere quello che pensiamo e di fondare tutte le piccole e medie imprese e le start-up che vorremo senza essere intralciati dalla burocrazia, insomma quando la nostra esistenza diventerà uno spazio aperto in cui ognuno potrà godere pienamente quelli che vengono chiamati i diritti umani, sarà una specie di paradiso? Non proprio, perché esisteranno sempre donne senza burqa ricche e donne senza burqa povere, omosessuali ricchi e omosessuali poveri, giornalisti strapagati e giornalisti pagati una miseria, chi si mette in dieta per dimagrire e chi muore di fame, chi licenzia e chi è licenziato, quelli che nascono nella parte giusta del mondo e quelli che nascono nella parte sbagliata del mondo.
Se fra qualche anno a Cuba avverrà quella transizione democratica auspicata da John Kerry nel discorso tenuto all’Avana il 14 agosto dell’anno scorso («Gli Stati Uniti restano convinti che il popolo di Cuba avrebbe bisogno di un governo veramente democratico»), i cubani torneranno a raffinare il petrolio per conto delle multinazionali statunitensi, a fare i camerieri nei casinò per i ricchi americani o a lasciarsi prendere a fucilate nelle piantagioni della United Fruit come prima del 1959? Il merito principale di Fidel Castro consiste non tanto (o non solo) nei successi strepitosi del suo governo nel campo della salute pubblica e dell’istruzione, ma nell’aver avuto il coraggio di espropriare le imprese straniere e nazionalizzare l’industria, regalando al suo popolo cinquant’anni di libertà dalla dittatura del mercato.
Perché la storia dello sviluppo civile negli ultimi due secoli coincide con la progressiva limitazione della libertà contrattuale delle imprese. Lo dimostra per esempio il lavoro di ricerca condotto da Vanessa Bignasca, La legislazione sul lavoro in Ticino tra eccezioni e resistenze (1877-1914), pubblicato nell’ottobre del 2016. La legge federale sulle fabbriche, entrata in vigore il 1° gennaio del 1878, limitava la durata della giornata di lavoro a 11 ore e proibiva il lavoro notturno per tutti i lavoratori. Inoltre stabiliva, tra l’altro, il principio della responsabilità civile del fabbricante nel caso di infortuni sul lavoro. L’articolo 16 fissava a 14 anni l’età minima per essere assunti in fabbrica. Ebbene, su pressione delle filande Paganini e Lucchini di Lugano seguite dalle altre filande del cantone, già il 15 dicembre 1880 il Consiglio federale dovette concedere un’autorizzazione provvisoria che permetteva al Ticino, in deroga all’articolo, di impiegare ragazzine a partire dai 12 anni. e questo perché – non si vergognavano di spiegare a Berna i fabbricanti – le ragazzine ticinesi beneficiano di uno sviluppo «più precoce», in quanto appartenenti a una «popolazione latina e meridionale». La deroga durò fino al 1898, e da quell’anno ebbe inizio una sempre più precisa regolamentazione che venne completata definitivamente nel 1964.
Oggi il legame virtuoso fra iniziativa imprenditoriale e le regole entro le quali essa può svolgersi ha lasciato il posto alla sola iniziativa privata, sciolta da ogni responsabilità sociale, e tutta l’economia è affidata al mercato, eletto a supremo giudice dei comportamenti umani. E così a spiegarci che cosa sono i diritti e che cos’è la libertà sono quei masnadieri che stanno depredando uno dopo l’altro tutti i beni pubblici, poste, ferrovie, ospedali, pensioni, e quei giullari che intrattengono i dittatori di tutto il mondo purché arrivino da noi con le valigie piene di soldi.