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Santi da scopertine/coprire
San Martin de Porres
Il patrono della giustizia sociale in Perù
Santi da scopertine/coprire
San Martin de Porres
Il patrono della giustizia sociale in Perù
A cura di Patrizia Solari
Il 3 novembre, il calendario dei santi ci indica san Martìn de Porres,
che è, insieme a santa Rosa da Lima, uno dei santi più venerati
dell'America Latina, ma che da noi non è certo molto conosciuto, salvo
forse nei segni lasciati da qualche emigrante nelle nostre valli: in una chiesetta
della Leventina ho visto un dipinto della Madonna che consegna il rosario a
San Domenico e a Santa Rosa.
San Martin de Porres nacque a Lima il 9 dicembre 1579 da un cavaliere spagnolo,
che inizialmente non riconobbe il figlio, e da una schiava nativa di Panama,
appartenuta ad una delle moltissime famiglie spagnole della Conquista, ma poi
riscattata, grazie alle leggi promulgate da Bartolomeo de las Casas nel 1530
in favore degli schiavi.
Il cavaliere spagnolo era don Juan de Porres, "di qualificata nobiltà,
che fu Governatore di Panama, funzionario della Corte di Lima, addetto a questioni
militari e amministrative della Colonia e Cavaliere dell'Ordine di Alcantara".1)
Questo Ordine era sorto nel 1156 per iniziativa di alcuni cavalieri di Salamanca,
allo scopertine/copo di riunire la nobiltà spagnola nella lotta contro i Mori islamici
e aveva cercato di seguire l'esempio dei templari di Francia. I Cavalieri d'Alcantara
dovevano essere d'autentica nobiltà e di vita illibata, legati con voti
canonici, che furono poi attenuati nel XIV secolo.
"La figura della mamma di San Martìn è appena accennata dalle
testimonianze del tempo. Quasi che i primi biografi si vergognassero di lei,
si sorvola sulla sua situazione: una specie di favorita negra, dalla quale qualcuno
aveva avuto dei figli, senza poterla sposare legalmente (...) dato che nel Seicento
era proibito il matrimonio ecclesiastico tra gli spagnoli e le negre."
Dopo un periodo passato in Ecuador presso il padre dei suoi figli, Anna Velasquez
con i due bambini mulatti, per ragioni facilmente comprensibili, ebbe l'ordine
di tornarsene a Lima e lì Martìn cominciò a guadagnarsi
da vivere andando a bottega da un barbiere. Siccome a quei tempi il barbiere
era anche cerusico, cavadenti e chirurgo, il ragazzo imparò tutti i segreti
del mestiere, dal far salassi al curare ferite o fratture.
Se nella bottega del barbiere regnava un ambiente di pettegolezzi, intrighi
e chiacchiere, Martìn potè sperimentare un'altra atmosfera seguendo
dapprima i corsi di catechismo parrocchiale e poi il Catechismo del pueblo,
che era stato voluto dall'arcivescovo di Lima, Toribio di Mongrovejo, diventato
poi santo. A questo catechisnmo erano ammessi tutti i poveri della plebe, molti
meticci, alcuni mulatti, i figli stessi degli schiavi negri e pochi indios della
periferia. Oltre ai catechismi parrocchiali, i religiosi dovevano a turno "insegnar
la dottrina cristiana conforme lo comanda il Concilio di Trento" in forma
interparrocchiale o di categoria, con un corso quadriennale che era obbligatorio
per tutti i minori di età.
"A Martìn aveva fatto scuola di catechismo un vecchio frate laico
che era stato a 'lavorare' nelle 'dottrine' del Cuzco e persino nella vallata
del Pilcomayo (vicino a Sucre, in Bolivia)". Anche dopo la conclusione
del corso di catechismo, Martìn continuò a far visita a fray Firmìn,
la domenica in convento, per farsi raccontare storie di santi, come quella di
San Domenico.
Si racconta che la mamma di San Domenico, quando era incinta, sognò che
dava alla luce un cagnolino bianco e nero che si metteva a correre per la stanza,
prendeva una torcia in bocca e andava in giro a bruciare tutto. E la spiegazione
del sogno era che il bambino che sarebbe nato avrebbe portato il fuoco dovunque
andasse: l'Ordine di San Domenico, con il vestito bianco e nero, che si sarebbe
diffuso in ogni parte del mondo. Commnentava Martìn, che anche il suo
padrone, quando era ubriaco lo chiamava "cane nero". Ma fray Firmìn
gli rispondeva: -Se tu diventassi domenicano, anche solo come 'donato', saresti
un cagnolino bianco e nero!- (...)La vocazione religiosa di questo giovane,
che prometteva di divenire, chissà, un abile medico nella capitale della
Colonia, nasce lì, alla scuola di un vecchio catechista il quale gli
fa balenare l'idea di una fiamma che può cambiare anche il nuovo mondo.
Ma per poter incendiare anche il cuore dei suoi fratelli dalla pelle scura,
degli umili, dei miserabili, doveva far da cane nero al livello più basso.
(...) Nel 1595 (...) il mulatto Martìn, figlio di Anna Velasquez e di
padre sconosciuto, si presentò come 'oblato' alla comunità del
Capitolo dei Frati Predicatori e gli fu consegnata la tonaca bianca con uno
scapolare nero. Ma senza cappuccio." Infatti i canoni non permettevano
l'accesso agli ordini da parte dei figli d'unioni tra soggetti indios o negri,
meticci, mulatti e simili.
Più tardi il padre lo riconobbe, affinché fosse cancellato l'obbrobrio
dell'atto battesimale, dove si leggeva che era figlio di uno sconosciuto.
"Nel convento di Santo Domingo si aveva in quel tempo il centro più
importante di studi filosofici e teologici dell'America. (...) Martìn
il donato, faceva pulizia sotto i portici - dove professori e studenti conducevano
dotte disquisizioni - e ricordava le dispute del suo maestro, il peluquero,
sull'uso del sangue di piccione..."
Nel convento la vita tra i religiosi non era certo perfetta e Martìn
si ritrovò a subire i modi piuttosto bruschi che molti dei cento frati
usavano nei confronti della servitù, abituati a trattare gli umili con
la durezza dei conquistatori.
"In quel tempo Martìn scopertine/coprì il valore della preghiera e
in special modo del rosario che gli pareva una scuola continua di umiltà
e donazione."
Quando verso il 1600, con il sopraggiungere di una carestia il convento fu in
grosse difficoltà, al Priore, che lo mandava sempre più spesso
al mercato a vendere suppellettili e roba preziosa per farvi fronte, un giorno
Martìn, che aveva allora 21 anni, propose di essere venduto come schiavo,
perché aveva osservato la vendita degli schiavi nel patio del governatore
e i prezzi che venivano offerti per schiavi giovani e forti.
Oltre che fare i lavori più umili (è il "fra Martino campanaro"
della canzoncina che conosciamo tutti!), Martìn cominciò a collaborare
con il Fratel Infermiere e poi, diventato questi vecchio, lo sostituì
completamente: doveva assistere gli ammalati, ripulirli durante il giorno, distribuire
le medicine, rifare le fasciature, confortare i sofferenti... Uno studioso,
che curò un libro su San Martìn e l'arte medica, si meravigliava
che "il giovane frate, oltre alle incombenze della peluquerìa e
alle campane da suonare, alle preghiere corali e alle penitenze personali, oltre
al servizio ai malati interni e le premure per i poveri d'ogni specie, trovasse
modo anche di curare i malati fuori del convento", come i carcerati della
prigione che si trovava poco distante dal convento e che subivano ogni sorta
di maltrattamenti.
A un condannato a morte, che fu graziato in extremis, dopo le preghiere di Martìn,
provvide in tutto e per tutto, perché portesse ricominciare una vita
nuova. E due ladruncoli recidivi, che Martìn aveva conosciuto in carcere,
e che si erano rifugiati in infermeria per sfugire alle guardie, rischiarono
di far rispedire in Spagna il Priore del convento per insubordinazione e favoreggiamento.
Era impressionante come "riuscisse a provvedere a veri interventi chirurgici
d'emergenza, precedesse il medico del convento nel diagnosticare e curare le
malattie più gravi. (...) egli doveva conoscere molto più di quanto
non sembrasse i principi teorici e la pratica della medicina, come era applicata
a quei tempi nella Colonia. (...) Già in quei primi anni usava molti
rimedi naturali e cercava sempre nuove erbe per i suoi malati. (...) Cominciò
a circolare la voce che l'ayudante faceva miracoli: egli si difendeva sostenendo
che erano le medicine, o il rosmarino (...), le preghiere di quel santo padre
o di quella santa madre."
Innumerevoli sono gli esempi di guarigioni da tutte quelle malattie che, anche
sotto l'influsso del clima della regione e aggravate dalla scarsità di
nozioni d'igiene e dall'assenza di medicinali appropriati, si sviluppavano in
modo virulento: morbillo, scarlattina, paralisi, febbri quartane ed eruttive,
coliti e infiammazioni intestinali, scorbuto, scabbia, emorragie.
Martìn aveva trasformato l'infermeria del convento in una specie di pronto
soccorso, malgrado i suoi superiori cercassero di convincerlo che quello non
era un ospedale. Venivano accolti ogni sorta di malati, di feriti, o di agonizzanti.
"Molti finirono per accorgersi che c'era un santo fra di loro. Altri tuttavia
continuavano a maltrattarlo e disprezzarlo,(...) a chiamarlo 'cane nero' o 'bugiardo
d'un mulatto' (...) Il donato Martìn continuava a sorridere, sfuggendo
ad ogni elogio e cercando sempre nuove umiliazioni (...), inginocchiandosi dinnanzi
a chi l'insultava o rimproverava e chiedendo sempre perdono. Poi, con la solita
calma, s'alzava e andava a servire i suoi fratelli sofferenti."
"Le sue preghiere stavano ottenendo davvero effetti straordinari, guarigioni
inattese, un aiuto insperato per pagare un debito, la pace di un'anima in pena
(...). Con l'andar del tempo, ricordando che i santi facevano grosse penitenze
per ottenere dei favori speciali, si diede pure a digiuni interminabili ed a
mortificazioni penosissime in un crescendo di asprezze da far rabbrividire."
"Martìn de Porres non si fece santo d'un colpo, né divenne
perfetto sviluppando solo le doti particolari ricevute sin dalla nacita: costruì
lentamente la sua santità, tentando varie vie, soffrendo insuccessi (che
gli agiografi volentieri dimenticano), arricchendosi interiormente attraverso
preghiere interminabili, penitenze durissime, esercizio continuo di pazienza,
d'umiltà, di lavoro faticoso, sopprattutto di amore per gli infelici.
Il nucleo centrale della sua spiritualità è certamente improntato
all'esempio di San Domenico che vende i suoi libri per riscattare un poverello,
che si sferza di notte per il suo prossimo (...) Fray Martìn dedicò
tutto il tempo libero di cui disponeva ai disgraziati, al sottobosco della miseria
d'ogni colore (...). Egli non riusciva a capacitarsi come in una città
dove (...) 'l'oro scorreva a fiumi e per cui passavano tonnellate d'argento',
non ci fosse alcuna organizzazione assistenziale per gli orfani, non un ospedale,
non un ricovero per i senza tetto. Si dedicò quindi a una forma di carità
pubblica imparziale, al di là di ogni discriminazione o d'ogni legalità,
così che, secoli dopo, i suoi connazionali non hanno esitato a proclamarlo
'Patrono della giustizia sociale nel Perù'. (...) L'Ayudante cominciò
ad occuparsi dei poverelli che ogni giorno sfilavano a mendicare alla porta
del convento: indios, spagnoli, meticci, negri, stranieri falliti, disoccupati,
vecchie in miseria. Raccoglieva i resti del refettorio, ci metteva l'intera
sua porzione, che gli passavano i frati, domandava aiuto a chi frequentava la
chiesa. In questo modo aumentava il contenuto di un pentolone che distribuiva
sorridendo, appena il frate portinaio andava a fare la siesta."
Un altro aspetto importante è il rapporto che Martìn aveva con
gli schiavi, che lavoravano a centinaia nelle coltivazioni di cotone, o con
gli ex-schiavi.
"Come figlio di una schiava, il nostro mulatto si sentiva partecipe delle
sofferenze dei suoi fratelli incatenati al giogo come bestie. (...) andava a
visitare quei suoi amici prediletti, portava loro regali, si intratteneva con
loro, specie alla sera, li consolava, cantava e pregava con loro, sorrideva
sempre a tutti. Oltre ai negri che lavoravano nei pressi della città,
ai quali accudiva con frequenza, aveva da curare vari gruppi di negri e liberti
ai quali riservava vestiti, leccornie, frutta tropicale e corone del rosario,
fatte con bacche rosse."
I padroni non si opponevano alla sua presenza "perché, dicevano,
vale più di un veterinario. (...) Agli ex-schiavi ottenne di poter devolvere
l'eredità che gli lasciò morendo il cavalier Juan de Porres verso
il 1625 o 1626. (...) Rimane poi una pagina bianca da riempire: la sua attività
nascosta e silenziosa in favore anche degli schiavi fuggitivi che si raccoglievano
nelle huacas, cioè negli occulti luoghi di sepoltura incaica disseminati
nella pianura del Rimac."
"Con l'andar del tempo, i Priori che si succedevano a Santo Domingo, gli
diedero carta bianca e, d'altra parte, non avrebbero potuto controllare l'enorme
contabilità nell'amministrazione del Terziario donato per il semplice
fatto che non tenne mai registri né fece mai consuntivi e preventivi.
Gli bastava tenere una lista delle famiglie bisognose e una specie di calendario
settimanale nel quale suddivideva le entrate secondo i diversi tipi di soccorsi
ai quali s'era impegnato in nome della Divina Provvidenza."
Una particolare attenzione poi Martìn la riservava ad ogni tipo di animali
in difficoltà: cani, gatti topi, corvi o .galinazos., tori... Nella causa
di Beatificazione e nel .Sagro Diario Domenicano. troviamo un'infinità
di esempi a questo proposito. Come quando i topi invasero il ripostiglio dell'infermeria,
dove si teneva la biancheria per i letti degli ammalati. "Vedendo che l'invasione
aumentava e che i padri mettevano trappole dappertutto, prese in mano un topino
che era uscito da un guanciale di piume e gli tenne una conferenza molto diplomatica:'Fratello
mio, dica a questi suoi compagni che sono ormai dannosi alla comunità.
Io li compatisco perché li manca il sostento e però non ho voluto
che li ammazzino; horsù dica loro che vadano alla tal parte del nostro
giardino, che ivi li porterò il quotidiano sostento." E i topi fecero
come era stato loro detto: aspettavano che Martìn portasse loro il cibo
quotidiano e, con meraviglia di tutti i religiosi, all'arrivo del Santo uscivano
dai loro nascondigli per venirgli incontro.
O ancora: dopo una notte di preghiera, fece risuscitare un cane, di proprietà
del Procuratore del convento, che, dopo aver tentato invano di scacciarlo dal
convento, lo aveva fatto uccidere da due schiavi perché era diventato
troppo vecchio. Martìn, con umiltà, fece al procuratore una fraterna
correzione, perché aveva ripagato in quel modo poco pietoso la creatura
che lo aveva servito e accompagnbato fedelmente per tanti anni...
E gli esempi si potrebbero moltiplicare. C'era chi metteva in dubbio questi
avvenimenti, perché "Dio non suole operare cose inutili e senza
necessità." Ma non è forse questo un segno della capacità
di guardare la realtà all'interno del grande disegno di Dio e perciò,
nell'affidamneto totale a lui, la capacità di valorizzarne qualsiasi
aspetto, anche il più apparentemente banale?
L'autore del testo dal quale abbiamo attinto tutte queste notizie, dice "di
aver scorto uno spiraglio del segreto di San Martìn de Porres solo nella
volontà di umiliazione (...), al fine di poter servire con ineguagliabile
amore il ghetto dei poveri, i più umili, gli infimi della scala sociale.(...)
Ma se si vuol parlare di carismi e di modelli specialissimi secondo i segni
dei tempi, si scopertine/copre lo specifico del Terziario di Lima nella sua confessione
di medico, di consolatore e soprattutto di riparatore dei peccati delle due
razze che urgevano in lui." Chi ricerca più a fondo, al di là
di segreti del mestiere o di una carità vissuta al massimo grado, "capisce
che nel piano divino di salvezza i doni della Provvidenza spingevano il figlio
della schiava negra e del cavaliere di Burgos all'offerta di se stesso come
vittima d'.espiazione per i peccati di due razze., per la riconciliazione di
due mondi, per l'inaugurazione d'un regno di carità fatto di perdono
e di servizio."
San Martìn de Porres morì, dopo due settimane di malattia, il
3 novembre 1639, all'età di sessant'anni. Aveva accettato per obbedienza
di essere steso sul letto dell'infermeria con delle lenzuola. Ma oltre che dai
confratelli, era assistito dalla Vergine Maria, da san Domenico e dagli angeli,
tanto che, rapito in estasi proprio quando era venuto a visitarlo il Viceré,
fu rimproverato dal priore perché aveva fatto aspettare questa importante
persona...
Morì mentre i confratelli, e nel chiostro i novizi, cantavano il Credo,
dopo aver cantato, come è l'uso domenicano in questa circostanza, il
Salve Regina.
1) Tutte le notizie e citazioni sono tratte da: P. Reginaldo Francisco O.P.
"Il primo santo dei negri d'America - San Martìn de Porres",
Ed. Studio Domenicano, Bologna 1994