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STRASBURGO - La vedova e le due figlie di un uomo rimasto vittima dell'amianto hanno ottenuto ragione alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che ha dato invece torto alla giustizia svizzera. Per i giudici europei, rifiutando la concessione di un indennizzo per avvenuta prescrizione, Berna ha violato il diritto ad un processo equo.
L'uomo era deceduto nel 2005 a seguito di un cancro alla pleura dovuto all'amianto, diagnosticato un anno prima. Cinque giorni dopo il decesso la vedova aveva fatto causa chiedendo un indennizzo di oltre 200 mila franchi per la perdita del marito dovuta a malattia contratta sul posto di lavoro. L'azione legale è stata portata avanti dalle due figlie, che sono tuttavia state sconfessate prima dalla giustizia argoviese, poi dal Tribunale federale nel 2010.
Secondo quest'ultimo, la SUVA, la cassa nazionale di assicurazioni contro gli infortuni, non aveva alcuna responsabilità e la causa non poteva venir accolta per prescrizione, essendo trascorsi i dieci anni previsti dalla legge. Per i supremi giudici di Losanna, il diritto a ottenere un risarcimento dall'ex datore di lavoro si scontra con il termine di prescrizione di dieci anni. Nel caso di una esposizione alle fibre di amianto, questo comincia da quando il lavoratore cambia impiego o non è più esposto a questa sostanza cancerogena.
L'operaio in questione aveva lavorato tra il 1966 e il 1978 negli stabilimenti della Maschinenfabrik Oerlikon, oggi Alstom Svizzera. La domanda di indennizzo avrebbe dovuto venir presentata al più tardi nel 1988, ossia 16 anni prima che il cancro venisse diagnosticato. Una esigenza impossibile che, secondo la Corte europea, ha privato gli interessati (vedova e figlie) di far valere le loro richieste.
Secondo gli specialisti in materia, nella maggior parte dei casi l'intervallo fra l'esposizione all'amianto e l'apparizione di un cancro da esso causato è di trenta o quarant'anni.
Con un simile sistema le richieste delle vittime dell'amianto, che sono rimaste esposte a tale sostanza fino al suo divieto generale in Svizzera emanato nel 1989, risultano tutte prescritte; una soluzione iniqua, deplora la Corte di Strasburgo, che condanna Berna a versare 12'180 euro alla vedova e elle figlie per torto morale e al pagamento di 9000 euro di spese.
Ats