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Il fotografo ginevrino Jean Mohr, reporter di guerra famoso per i suoi scatti sui profughi, i rifugiati e gli immigrati, è morto sabato scorso in un ospedale di Ginevra all'età di 93 anni in seguito ad un tumore.
Lo ha indicato all'agenzia Keystone-ATS sua moglie Simone, confermando un'informazione di "Le Temps".
Lavorando con numerose Ong e con le organizzazioni internazionali dell'Onu, Mohr agli inizi degli anni Settanta si concentrò sul fenomeno allora nascente dell'immigrazione in Europa. Nel 1975 pubblicò il libro fotografico pionieristico "Il settimo uomo" (nuova edizione del 2018 è apparsa da Contrasto con i testi di John Berger): il titolo fa riferimento al fatto che, proprio a partire dagli anni Settanta, nelle nazioni industrializzate come la Germania e la Gran Bretagna, un lavoratore su sette era immigrato e proveniva da Paesi più arretrati come Portogallo, Irlanda, Turchia, Grecia, Italia tra gli altri.
Nato a Ginevra nel 1925, dopo gli studi in economia e scienze sociali all'Università di Ginevra e un corso di pittura all'Académie Julian di Parigi, Mohr si dedica alla fotografia professionale lavorando soprattutto con organizzazioni mondiali come l'Unhcr, la Croce Rossa, l'Unrwa e l'Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Mohr ha realizzato numerosi libri di fotografia, tra cui "Side by Side or Face to Face", un volume retrospettivo che raccoglie il suo lavoro sui rifugiati palestinesi. Tra i vari titoli di Jean Mohr figurano "After the last Sky" (1986), in collaborazione con l'intellettuale palestinese Edward Said, e "At the Edge of the World" (1999). Dalla collaborazione tra ilo scrittore e critico d'arte John Berger e Jean Mohr sono nati inoltre i saggi: "A Fortunate Man: The Story of a Country Doctor" (1967) e "Another Way of Telling. A Possible Theory of Photography" (1982).