Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01041.jsonl.gz/834

«La Svizzera è l'ultimo complice di Slobodan Milosevic»: in una intervista al settimanale romando «L'Hebdo», il governatore della banca centrale jugoslava Mladan Dinkic rimprovera a Berna di non darsi abbastanza da fare nella ricerca dei conti dell'ex numero uno di Belgrado. Ma Berna ribatte: aspettiamo ancora una richiesta formale d'assistenza giudiziaria.Questo contenuto è stato pubblicato il 12 aprile 2001 - 17:21
«Se l'atto d'accusa contro l'ex presidente jugoslavo è debole, ciò è in parte dovuto al fatto che ci mancano informazioni preziose», afferma Dinkic. E prosegue: «Se la Svizzera ci aiuta, in un mese potremmo trovare nuove prove e mettere ancora parecchie persone in carcere» dopo l'arresto di Milosevic il 1. aprile.
A suo avviso il clan Milosevic avrebbe dirottato tra il 1992 e il 1993 circa quattro miliardi di dollari a suo profitto. Una buona parte di questi soldi sarebbe finita in Svizzera. Dinkic rimprovera a Berna di non aver bloccato conti della figlia e della moglie dell'ex presidente, con il pretesto che contenevano meno di 100'000 franchi.
Dinkic precisa di essere stato informato lo scorso 18 dicembre, quando fu ricevuto a Berna dal ministro delle finanze Kaspar Villiger, che erano stati bloccati in Svizzera 100 conti sospetti per complessivi 170 milioni di franchi: 63 conti appartenenti a imprese controllate dallo Stato jugoslavo e 39 aperti a nome di privati vicini a Milosevic. Su tali conti privati «non ci sono stati forniti particolari»: «non si sa a chi appartengano, quanto contengano, quali transazioni siano state effettuate».
Il governatore rincara con le critiche evocando aspetti «strani», come il voltafaccia del Segretariato di stato dell'economia (seco) circa la somma bloccata, che secondo Dinkic è in ogni caso «solo la punta dell'iceberg».
Berna gli aveva indicato il 18 dicembre che 125 dei 170 milioni appartenevano alla banca jugoslava Investbanka. Il giorno dopo Ottmar Wyss del seco gli avrebbe però telefonato per dirgli che si trattava in realtà non di averi ma di un debito contratto da Investbanka. Ma una verifica ha mostrato che «Investbanka non deve nulla alle banche svizzere», sostiene Dinkic.
Interpellato dall'ats, Wyss mantiene che i 125 milioni sono un debito e riconosce l'errore fatto nel fornire la prima informazione. Dei 45 milioni restanti, solo 11 sarebbero depositati su conti privati, secondo l'alto funzionario del seco.
Dinkic non crede alle spiegazioni svizzere. A suo avviso, i 125 milioni in questione sono il frutto di tangenti percepite in occasione della privatizzazione di Telecom Serbia nel 1997 e riciclate in Svizzera.
Wyss rifiuta di pronunciarsi su eventuali vicende di tangenti. La Svizzera - dichiara - tiene al rispetto della procedura: Berna attende dunque una formale rogatoria prima di intervenire ed è pronta a collaborare. Una delegazione di esperti jugoslavi è attesa dopo Pasqua.
Alle dichiarazioni di Wyss Dinkic obietta: «Gli svizzeri ci hanno detto che per saperne di più dobbiamo aprire indagini nel nostro paese e in seguito presentare una richiesta di assistenza giudiziaria. Il problema è che per aprire tali procedimenti abbiamo precisamente bisogno delle informazioni che si trovano in Svizzera».
swissinfo e agenzie
Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: <email-pii>