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Spazio musicale
Quando un’opera viene eseguita correntemente con modifiche importanti rispetto alla prima assoluta quali ragioni si possono addurre per giustificare un ritorno alla versione iniziale? Ne citerei tre: in primo luogo l’eliminazione di cambiamenti effettuati senza il consenso o addirittura contro la volontà del compositore, in secondo luogo l’eliminazione di cambiamenti che noi giudichiamo nocivi ai valori artistici e in terzo luogo il desiderio di conoscere ciò che ascoltarono e videro i primi spettatori, in altre parole l’appagamento di una curiosità storica. Nel caso di “Madama Butterly” di Puccini, che venne contestata fortemente dal pubblico della Scala in occasione della prima assoluta il 17 febbraio 1904, le modifiche introdotte per la ripresa dell’opera a Brescia, restate poi in tutte le esecuzioni successive fino ai giorni nostri, furono il risultato di una revisione attuata da Puccini stesso. Cade dunque l’argomento del torto fatto al compositore e della necessità di toglierle di mezzo per rendergli giustizia. Quanto all’opportunità di sopprimere i cambiamenti, è opinione largamente diffusa nella critica che quasi tutti i ritocchi abbiano portato miglioramenti: vennero tolti alcuni episodi inutili e volgarucci del primo atto mentre d’altro lato si diede una maggior consistenza e qualche palpito di umanità, sia pure senza redimerlo, al dissoluto e leggerone Pinkerton, il protagonista maschile. Così viene meno anche il secondo argomento di cui dicevo. Resta il terzo, ossia la possibilità di sapere esattamente come fu l’opera malmenata nel teatro milanese quando vide la luce, anche per poter giudicare se il pubblico abbia avuto qualche buon motivo di imperversare quella sera oppure se fu vittima di un abbaglio, magari con la complicità di persone ostili al compositore o alla sua casa editrice. Quindi apprezzo l’iniziativa di Chailly, che nella stagione corrente della Scala ha incluso una “Madama Butterfly” ripristinata nella forma iniziale; però, soddisfatta quella che ho chiamato la curiosità storica, preferirei che si torni in futuro alla versione migliorata di Brescia.
Lo Chailly ha adottato tempi e volumi moderati, mirando a ottenere dall’orchestra, non tanto varietà e intensità di colori, quanto sonorità perfettamente fuse, tirate a liscio e leggermente scurite. Sono emerse inequivocabilmente, anche nel primo atto, allusioni anticipatrici di quello che sarebbe stato l’esito tragico. Sulla partitura il direttore ha steso un velo di tristezza. Il duetto del primo atto, con melodie tornite meravigliosamente e sottigliezze preziosissime nello strumentale, è risultato più raffinato che appassionato. L’attacco dell’interludio ha avuto, non certo il “fortissimo” che trovo segnato sulla partitura Ricordi, ma al massimo un “mezzoforte”; il pezzo ha fatto seguito senza frattura al coro a bocca chiusa (un incanto sonoro fine come seta, purtroppo sfregiato dai colpi di tosse di qualche spettatore).
Le scene di Alvis Hermanis e Leila Fteita e la regia di Alvis Hermanis si sono inserite nella medesima linea interpretativa del direttore musicale. Un grande fondale ha servito per la proiezione di paesaggi e figure aventi rapporti con l’azione. La profondità del palcoscenico è stata utilizzata poco e nel primo atto la folla di invitati era schierata tutta vicino al proscenio. Il secondo atto si è svolto in un ambiente ristretto. La regia dal canto suo ha mosso i personaggi con pochi tocchi (finalmente una regia non forzata né esibizionista!), badando a far emergere con discrezione i moti dell’animo.
Insomma una “Butterfly” da camera. Personalmente avrei gradito una interpretazione diversa in diversi punti. Rispetto peraltro le scelte dello Chailly; certamente, se si accetta la sua impostazione, questa “Butterfly” può essere definita perfetta.
In scena Maria José Siri ha vissuto gli strazi di Cio-Cio-San con buoni mezzi vocali e grande partecipazione. Bene hanno cantato Bryan Hymel (Pinkerton), Carlos Alvarez (Sharpless) e Annalisa Stroppa (Suzuki).
Ho visto lo spettacolo il 3 gennaio; pubblico foltissimo, molti applausi.
“Requiem” di Verdi a Zurigo
L’opinione che la “Messa di Requiem” di Verdi non sia vera musica sacra ma piuttosto un seguito di numeri aventi un carattere operistico sui testi della Messa è dura da morire. Si cita spesso il giudizio sprezzante di Hans von Bülow che, dopo aver dato uno sguardo alla partitura, parlò di nuova emanazione del “Trovatore” e della “Traviata” e non volle partecipare alla prima esecuzione assoluta benchè si trovasse a Milano e fosse stato invitato (in seguito però l’insigne musicista cambiò idea e presentò a Verdi accorate scuse). Ora il rapporto dell’uomo con Dio non si esaurisce nelle lodi, nella contemplazione, nell’estasi e nelle visioni mistiche ma include anche la presentazione al Creatore dei propri sentimenti e delle proprie angosce, la richiesta di soccorso e le invocazioni appassionate. Se un compositore dedica attenzione anche a questi aspetti non esce dall’ambito sacro per entrare in quello melodrammatico. E Verdi nel “Requiem” espone una grande rassegna di tutti gli stati d’animo che un essere umano può provare di fronte a Dio, compresi quelli più ferventi e agitati. Tra i tanti ne indico due estremi. Il primo è il “Dies irae”, dove una parte del coro si blocca su un sol e lo tiene per quattro battute, come se volesse sottolineare l’inesorabilità e l’inflessibilità del giudizio, mentre l’altra parte si arrovella in un saliscendi che mette in evidenza il terrore delle anime: è un momento grandioso e tremendo, che si imprime in modo indelebile nella mente degli ascoltatori. Il secondo stato d’animo che menziono è quello espresso nel “Recordare”: qui non solo dalle parole, ma anche dalla musica, affiora un tenue ed affettuoso rimprovero a Dio, che alle anime sembra essersi dimenticato dell’opera redentrice di Cristo.
In dicembre (con repliche anche in gennaio) l’Opernhaus di Zurigo ha allestito la “Messa di Requiem” in quella che ha definito una coproduzione del ramo “opera” e del ramo “balletto”. Veramente in questo caso il termine “coproduzione” va inteso in senso molto ampio: infatti non si è trattato semplicemente di una esecuzione musicale alla quale è stata sovrapposta la danza bensì di una vera e propria fusione di tutte le forze in campo, con i cantanti e il coro che si spostavano in scena e si affiancavano ai ballerini. Una iniziativa pericolosa, in quanto avrebbe potuto creare promiscuità e contraddizioni, però attuata in modo intelligente e moderato, con risultati buoni, fatta eccezione per qualche movimento goffo del coro. Certamente con questo balletto Christian Spuck, autore della coreografia, ha dato vita a uno dei suoi lavori migliori. Si è mantenuto costantemente nell’ambito della danza e solo in qualche momento concitato alcune contorsioni dei ballerini sono uscite dal seminato. Per il resto si è assistito a una serie di pezzi d’insieme e soprattutto duetti assai belli. Cito a titolo di esempio il passo a due dell’”Agnus Dei”, nel quale braccia e mani del ballerino e della ballerina si sono intrecciate in movimenti e figurazioni di grande dolcezza, effondendo un senso di perdono, concordia e serenità. Superba è stata sull’intero arco dello spettacolo la prestazione della compagnia zurighese.
Quanto alla musica la direzione attenta ed equilibrata di Fabio Luisi, la classe di Veronica Simeoni e Francesco Meli, le emissioni purissime e delicate prodotte da Krassimira Stoyanova e la voce stupenda di Georg Zeppenfeld come pure l’ottima forma della Philharmonia Zürich e del coro rinforzato dell’Opernhaus (istruito da Marcovalerio Marletta) hanno contribuito in modo sostanziale alla riuscita dello spettacolo.
Il 20 dicembre (data alla quale ero presente) sala stracolma, applausi incandescenti, ovazioni, pubblico in piedi, entusiasmo alle stelle; insomma pareva venisse giù il soffitto.
Tornerò su questo “Requiem” con un altro articolo.
“Schiaccianoci” al LAC
Da molti anni si assiste a una proliferazione di balletti sul soggetto dello “Schiaccianoci”. Alcuni si rifanno alla tradizione, sia pure con modifiche notevoli, altri se ne staccano completamente e nulla conservano della storia originale. Tra i primi si inserisce il più recente “Schiaccianoci” scaligero, opera mediocre e talvolta sciocca di Nacho Duato. Tra i secondi menziono come caso estremo la versione di Ivan Cavallari, collocata in una scuola, nella quale Clara, bocciata agli esami, scambia messaggi via internet con un compagno innamorato di lei. Tra questi poli dove viene a trovarsi “Lo schiaccianoci” del Ballet du Grand Théâtre de Genève con la coreografia di Jeroen Verbruggen, un danzatore che ha rinunciato a calcare le scene per dedicarsi interamente alla creazione e che con questo balletto, presentato a Ginevra nel novembre 2014 in prima assoluta, ha dato vita al suo primo lavoro a serata intera? Direi che, nonostante le apparenze, il suo balletto penda dalla parte della tradizione. La storia e la caratterizzazione dei personaggi nelle linee generali è stata conservata, sia pure vagamente e in modo difficilmente decifrabile per chi non la conosce da altre versioni. Anche la musica di Cajkovskij è rimasta, a parte qualche soppressione (manca il preludio e lo spettacolo inizia sulle note di Drosselmeyer). La coreografia attinge largamente al vocabolario accademico, anche se poi ne forza le strutture (il verbo non venga inteso in senso negativo). Intensissimo è il lavoro di spalla e di braccia. Soprattutto il riferimento alla tradizione riguarda l’atmosfera fantastica e affascinante; tuttavia tale atmosfera – e qui giungo all’aspetto che differenzia questo “Schiaccianoci” dagli altri – non si risolve nell’incanto e nello stupore bensì in una danza vulcanica, vorticosa e scatenata. È ammirevole che il coreografo riesca a mantenere il ritmo indiavolato per quasi tutta la durata del balletto, suscitando talvolta l’impressione che i ballerini improvvisino e si divertano in un gioco continuo. Al termine di uno spettacolo così effervescente il passo a due tra Clara ed il Principe, a mezza tacca tra brio e lirismo, mi è parso però spaesato.
Accomuno in un grande elogio tutti gli interpreti del teatro ginevrino, i quali hanno profuso molto entusiasmo e molte energie in un lavoro che è soprattutto una trascinante esplosione di vitalità. Quanto al Verbruggen, dopo questa buona prova, converrà tenere gli occhi aperti su di lui, specialmente se affronterà temi di maggior impegno. Ho assistito alla rappresentazione del 16 dicembre; pubblico foltissimo, con molta gioventù, e successo caloroso.
Carlo Rezzonico