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Chi troppo vuole nulla stringe
La cooperazione allo sviluppo deve ampliare il suo campo tematico ed occuparsi maggiormente dei beni pubblici mondiali. Questo è il tenore dominante del rapporto che l'OCSE ha appena pubblicato per i 50 anni del suo Comitato di aiuto allo sviluppo.
Nel suo Rapporto 2011 sulla cooperazione allo sviluppo, l'OCSE, club dei paesi industrializzati, ritorna sugli ultimi 50 anni e si interroga sulle sfide future. Nove autori vi prendono la parola, tra i quali l'ex presidente della Banca mondiale John Wolfensohn e la direttrice di UN Women Michelle Bachelet.
Beni pubblici mondiali contro Obiettivi del Millennio.
Se l'importanza degli Obiettivi del Millennio per lo sviluppo (OMS) è riconosciuta, essi sono comunque messi in discussione. Motivo? Sarebbero troppo focalizzati sulla dimensione sociale ed ignorerebbero la crescita economica. E' una critica che si trova nella linea internazionale attuale.
Agenzie governative di sviluppo, la Commissione europea, banche di sviluppo ed il G20 chiedono sempre più di deviare dagli scopi sociali per orientarsi verso la crescita economica, con il settore privato come motore dello sviluppo. Ma come promuoveranno i paesi poveri la crescita economica ed il ruolo del settore privato, quando gran parte della loro popolazione è sotto-alimentata, senza formazione e spesso ammalata? La questione rimane la stessa e gli incantesimi sulla crescita “verde” ed “inclusiva” non bastano a rispondervi.
Gli autori concordano su un punto: la cooperazione allo sviluppo deve andare al di là della lotta contro la povertà. Essa deve abbracciare temi come la stabilizzazione del clima, l'equilibrio macro-economico, la promozione degli investimenti privati o ancora la lotta contro le migrazioni incontrollate. Al tal punto che per l'ex direttore della cooperazione francese Jean-Michel Severino, la cooperazione allo sviluppo dovrebbe anche essere ribattezzata “politica sociale globale” ed integrare l'insieme dei beni pubblici mondiali. La Svizzera, senza spingersi forzatamente così lontano, segue questa tendenza.
Certamente i cambiamenti climatici, le pandemie come l'AIDS e le crisi finanziarie aumentano la povertà. Certamente i beni pubblici mondiali giocano un ruolo decisivo nello sviluppo di un paese. Ma dedurne che essi debbano costituire il cuore della cooperazione allo sviluppo è una scorciatoia pericolosa. C'è il rischio, come sottolinea l'ex capo del CAD Richard Manning, che i paesi in via di sviluppo potrebbero vedersi costretti ad investire nell'aiuto allo sviluppo in modo tale che sia utile soprattutto gli altri. Questo a scapito della soddisfazione dei bisogni essenziali delle loro popolazioni.
Vicolo cieco sul finanziamento
Il rapporto tace soprattutto sulla maniera di finanziare questi nuovi compiti. Severino evoca l'imposizione delle elite in tutti i paesi, attraverso ad esempio una tassa sui biglietti d'aereo. Ma non dice alcuna parola sulla sola misura che avrebbe un vero effetto: la tassa sulle operazioni di cambio.
Secondo il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (PNUS), quest'ultima apporterebbe 40 miliardi di dollari all'anno con un tasso dello 0,005 per cento. Con lo spostamento della virgola di una posizione verso destra, la tassa – ancorché minima – permetterebbe di finanziare senza problemi le OMS e le misure in favore del clima necessarie nei paesi in via di sviluppo. La Svizzera, analogamente agli altri paesi industrializzati, si è opposta finora a queste differenti proposte di finanziamento innovante dello sviluppo.
Altra debolezza, il rapporto non dice nulla sul contributo della società civile. Esso non entra nemmeno nel dibattito sulla coerenza della politica di sviluppo, messa a mal partito in particolare dalla politica economica estera dei paesi industrializzati. Ora per i paesi poveri, una tale coerenza è molto più importante dello stesso aiuto.
L'OCSE si vede volentieri quale istanza di riferimento per la cooperazione allo sviluppo. Se essa intende ancora assumere questo ruolo in futuro, deve evitare che l'aiuto sia distorto dalla sua finalità primaria per diventare un sistema incaricato della gestione sostenibile del pianeta e dei beni pubblici mondiali. In effetti, qualunque sia la necessità di un tale approccio globale, essa non potrebbe costituire il compito della cooperazione allo sviluppo.
Michèle Laubscher, Alliance Sud
Traduzione Gian Marino Martinaglia
(pubblicato su Agricoltore Ticinese, 13.01.2012)