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Commissione degli Stati vuole allentare la legge. Anche per sostenere l’industria bellica svizzera. Le risposte alle principali domande.
A "determinate condizioni", la Svizzera deve permettere ai paesi "che condividono i nostri valori" e con un regime di controllo delle esportazioni simile al nostro di riesportare – dopo cinque anni dall’acquisto – materiale bellico di fabbricazione elvetica. È quanto ha deciso – con 6 voti contro 4 e 2 astensioni – la Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati (Cps-S). La richiesta di modifica della legge federale sul materiale bellico (Lmb) è contenuta in un’iniziativa parlamentare che trae origine da una mozione del ‘senatore’ Thierry Burkart (Plr/Ag), corretta a seguito di un emendamento presentato da Werner Salzmann (Udc/Be), presidente della Cps-S.
Burkart proponeva di rinunciare completamente alla cosiddetta dichiarazione di non riesportazione (nota anche con l’acronimo Euc). I 25 Stati elencati nell’allegato 2 della relativa ordinanza (tra i quali i Paesi confinanti, Stati Uniti, Polonia, Svezia e Ungheria) avrebbero così potuto disporre liberamente delle armi e delle munizioni acquistati in Svizzera. L’iniziativa adottata dalla Cps-S sembrerebbe non spingersi così lontano. L’obbligo di sottoscrivere una Euc continuerebbe a sussistere, ma la validità dell’impegno potrà essere limitata a cinque anni. Inoltre, si legge in una nota dei Servizi parlamentari, i paesi acquirenti dovrebbero impegnarsi a non riesportare materiale bellico svizzero in paesi implicati in conflitti armati e che violano gravemente i diritti dell’uomo. D’altro canto, l’iniziativa contiene una clausola retroattiva destinata a far discutere: anche le Euc firmate oltre cinque anni prima dell’entrata in vigore della modifica di legge "sarebbero dichiarate nulle".
La maggioranza giudica "problematico" il fatto che attualmente la Svizzera debba decidere "attivamente" se autorizzare o no un paese a riesportare armi e munizioni acquistati nella Confederazione. Al di là di questo, l’allentamento delle condizioni di riesportazione "contribuisce a mantenere una Btis [base tecnologica e industriale in materia di sicurezza] forte". Il rischio, infatti, è che "un regime di riesportazione troppo restrittivo potrebbe dissuadere alcuni paesi" dal rifornirsi da noi. Per la minoranza della Cps-S, invece, una simile modifica della Lmb non è compatibile con la neutralità. Si tratterebbe infatti "principalmente di un sostegno all’industria d’armamento, nonché di un tentativo di aggirare il divieto di fornire armi all’Ucraina", scrivono in una nota i Servizi parlamentari.
Perché apre una duplice breccia: nella legge sul materiale bellico, inasprita in Parlamento soltanto nel 2021; e di riflesso anche nella politica della neutralità, alla quale il Consiglio federale ha finora detto di non voler mettere mano. Dall’inizio della guerra in Ucraina, diversi paesi (Germania, Danimarca, Spagna) hanno chiesto alla Svizzera di poter riesportare verso l’Ucraina munizioni o armi acquistati nella Confederazione. Berna ha sempre opposto il veto. Adesso però vari Stati (la stessa Germania, Regno Unito, Usa, Polonia, ecc.) hanno promesso all’Ucraina la fornitura di carri armati. E la pressione sul Consiglio federale è tornata a crescere. Negli scorsi giorni l’ambasciatore tedesco a Berna ha ribadito che la Germania potrebbe rinunciare al materiale bellico svizzero se la Confederazione dovesse mantenere le regole di riesportazione in vigore.
Vieta sia l’esportazione diretta di armi e munizioni di fabbricazione svizzera verso paesi implicati in un conflitto armato internazionale, sia la loro riesportazione da parte di paesi terzi. Al momento dell’acquisto nella Confederazione, questi ultimi devono firmare una dichiarazione nella quale si impegnano a non riesportarli. Se lo volessero fare, dovrebbero ottenere un’autorizzazione dalla Svizzera. Che però da questo punto di vista ha le mani legate: da un lato, la Lmb non consente ormai alcuna eccezione; dall’altro, il diritto della neutralità (le Convenzioni dell’Aja del 1907) impone agli Stati neutrali di garantire parità di trattamento a tutte le parti in conflitto.
Sì. Abbandonando la sua tradizionale ritrosia, il Ps ha presentato una sorta di controprogetto alla mozione Burkart. La mozione socialista – adottata con 14 voti a 11 dalla Commissione della politica di sicurezza del Nazionale (Cps-N) – è una via di mezzo: il Consiglio federale potrebbe revocare le Euc qualora il Consiglio di sicurezza o l’Assemblea generale dell’Onu (con una maggioranza di due terzi) dovessero constatare una violazione del divieto dell’uso della forza ai sensi del diritto internazionale.
L’Alleanza del Centro propone invece una ‘Lex Ucraina’. Grazie a una modifica della Lmb urgente e limitata nel tempo (fino alla fine del 2025), i paesi che hanno acquistato materiale bellico in Svizzera sarebbero autorizzati a riesportarlo unicamente verso il paese invaso dalla Russia. L’iniziativa parlamentare è stata accolta dalla Cps-N (14 a 11), ma non dalla commissione omologa degli Stati (9 a 3).
Dal canto suo la consigliera nazionale Maja Riniker (Plr/Ag) ha proposto di vendere 25/30 dei 96 carri armati Leopard 2, di fabbricazione germanica, custoditi in un hangar nella Svizzera orientale. I mezzi, non più in uso, andrebbero a colmare le lacune nei magazzini militari di paesi (Finlandia, Polonia e Germania, tra gli altri) che riforniscono l’Ucraina di tank dello stesso tipo. L’idea però marcia sul posto: è stata bocciata la scorsa settimana dalla Cps-N; e ora una proposta di iniziativa parlamentare dal tenore analogo è stata respinta anche dalla Cps-S. In precedenza, dalle colonne della ‘Aargauer Zeitung’, era stato lo stesso presidente del Plr Thierry Burkart a mostrare il pollice verso all’ipotesi avanzata dalla sua collega di partito.
In Parlamento, Centro e Plr sono le forze trainanti verso un allentamento della legge. Invece l’Udc – che a differenza del Centro si era battuta a suo tempo contro un suo inasprimento – si è sempre opposta, attenendosi a una concezione restrittiva della neutralità. Fino a pochi giorni fa. Quando, "nell’interesse dell’industria d’armamento svizzera" e "nel rispetto del diritto della neutralità", il colonnello Werner Salzmann ha gettato il sasso nello stagno. Suscitando tra l’altro la reazione di Christoph Blocher: sul ‘Blick’, venerdì il padre dell’iniziativa che invoca il ritorno a una neutralità integrale ha dichiarato, da un lato, che la Svizzera al momento non può far altro che rispettare la legge, dall’altro che questa stessa legge va cambiata al più presto. Anche nel Ps il dibattito è acceso, tra i rappresentanti dell’ala pragmatica e quelli dell’ala pacifista. Compatti sin qui i Verdi, che tranne singole eccezioni "restano fedeli al pacifismo" (‘Le Temps’). Gli ecologisti – al pari del Gruppo per una Svizzera senza esercito (Gsse) – ritengono che l’intera discussione sulla riesportazione di armi distolga l’attenzione da ciò che la Svizzera potrebbe e dovrebbe fare, senza intaccare la neutralità. Ad esempio: aiutare maggiormente i civili ucraini, regolamentare meglio il commercio di materie prime, mostrarsi più risoluta nella ricerca dei fondi degli oligarchi russi.