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Architettura-scultura a partire dalla scienza
In memoria di Peppo Brivio (1923-2016)
Quando si pensa alla produzione architettonica di Peppo Brivio, si profilano oggetti dirompenti nel contesto urbano e nel paesaggio naturale.
Si è parlato di ascendenza neoplastica e di richiami all’opera di Wright per quella maniera così connotante di tradurre le facciate in morfologie volumetriche – o, come avrebbe detto Schmarsow, in «conformazione spaziale» – dove è l’incastro dei blocchi a emergere, il protendersi dell’edificio «fuori di sé», a partire da un tessuto geometrico che impregna il progetto, dall’impostazione planimetrica alle articolazioni assonometriche, e si lascia cogliere nelle sue regole conformative. La chiamava applicazione di una «grammatica», e la ricercava nei luoghi dell’eterotopia architettonica, nella semiologia e nel pensiero scientifico, e poi la ammantava di tentazioni sculturali.
Nessuna delle sue opere più acclamate ne era esente. Gli edifici cittadini sono per la maggior parte svincolati dal tessuto urbano, esigono una visione a tutto tondo, si costituiscono come cesura della cortina, si impongono per lo statuto speciale di architettura-scultura nata dalla rivisitazione dei principi neoplastici. Anche edifici come la Banca «Weisskredit» di Chiasso (1965-1967), saldati alla cortina su uno o due lati, al livello del basamento o dei piani bassi, figurano nella stessa schiera, per l’effetto analogo di rottura e divergenza con l’immediato intorno.
La casa ad appartamenti «Cate» a Massagno (1957-1958), sebbene inserita in una teoria di prospetti, dirompe per la composizione volumetrica e si impone al passante mediante dispositivi di contrasto, di natura geometrica, materica, ponderale (mi riferisco qui ai pesi visivi e plastici delle ombre e delle luci, ai valori chiaroscurali prodotti da aggetti e rientranze). Ci sono poi le case nel paesaggio, come le due ville costruite a Caprino (1962-1963), piccole sculture che se da un lato si innestano nel terreno dolcemente, dall’altro si mostrano per la struttura volumetrica dura, fatta d’una composizione di corpi spigolosi e lame taglienti. E gli assolo: l’Albairone (1955-1956) vi compare in primo piano, con i suoi volumi pieni e compatti nei quali sono intercalati profonde logge e balconi, aggregati all’interno di una precisa maglia geometrica e strutturale, colorati secondo cromie discordanti con l’intorno.
Il contrasto sembra essere l’effetto primario d’un criterio compositivo scientifico, che si nutre di principi matematici, dell’applicazione d’una logica rigorosa e stringente, dietro cui è sottesa la tenace volontà del progettista di «fratturare» fisicamente e di «scuotere» emotivamente. Ma la scienza non è rassicurante, le regole non sono mai soddisfacenti; così l’architettura di Brivio non è «bloccata» in schemi ripetitivi, ma evolve opera dopo opera alla ricerca, infaticabile seppur vana, d’una stabilità.
Era il marzo del 1970 quando Brivio proferiva in un consiglio dei professori queste parole: «La relation avec la science est un problème difficile. Nous vivons une crise, à différents niveaux. … Par ex., l’urbanisme est une matière en pleine crise, on lui reproche de ne pas avoir appliqué, jusqu’à présent, des notions scientifiques, certaines spécialistes nient la possibilité d’arriver à une solution avec l’aide scientifique… Un scientifique n’est jamais sûr de rien, il n’a jamais terminé une preuve, n’arrive jamais au but. Le but n’existe pas en science. Le but du scientifique est de trouver une stabilité dans une instabilité, dans une recherche permanente où tout est remis en question à chaque instant» («Procès-verbal de la séance du 20 mars 1970 (correctif) n. 2», documento conservato nel Fondo Brivio presso la Fondazione Archivi Architetti Ticinesi).
Quei fogli quadrettati, matrici di composizioni architettoniche, griglie d’appunti, filigrane d’un ordine vitale contrastivo dell’incertezza e della provvisorietà, svelano allora tutta l’inquietudine del lavoro creativo, d’una ricerca personale alimentata dalla ricchezza del suo pensiero.