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PECHINO - Semafori in tilt, impianti chiusi, e ascensori bloccati. La Cina è nel pieno di una crisi energetica.
Negli ultimi giorni, diverse interruzioni di corrente hanno colpito la maggior parte dell'est del Paese, portando alla chiusura di fabbriche e impianti, e aggiungendo una nuova minaccia al rallentamento dell'economia cinese, e non solo. Infatti, le catene di approvvigionamento globali - riporta il New York Times - potrebbero risentire della crisi cinese, in particolare in vista del natale.
Secondo Bloomberg, almeno 17 tra province e regioni, pari al 66% del Pil nazionale, sono state colpite da interruzioni energetiche. Cos'è successo? Le ragioni sono diverse, ma si possono riassumere in tre fattori interconnessi: l'aumento dei prezzi del carbone, l'alta domanda di elettricità, e i target sulle emissioni.
Cemento, acciaio, alluminio
In primis, la domanda di esportazione di alluminio, acciaio e altri materiali è schizzata alle stelle in seguito agli allentamenti post-lockdown nel mondo. Ciò ha spinto gli impianti a cercare di tenere il ritmo, aumentando l'intensità e la produzione. Tuttavia, si tratta di prodotti che richiedono un alto consumo energetico.
L'ampiezza del problema è chiara se si pensa che l'uso industriale consuma il 70 per cento dell'elettricità in Cina, ed è guidato proprio dai produttori di acciaio, cemento e alluminio. «Se questi producono di più, ciò ha un enorme impatto sulla domanda di elettricità», ha dichiarato al New York Times Lin Boqiang, decano dell'Università di Xiamen, aggiungendo che le autorità cinesi avrebbero presto ordinato a questi tre utenti industriali di rallentare.
Il prezzo del carbone
Con l'aumento della domanda dell'elettricità, però, è aumentato a livelli da record il prezzo del carbone necessario per generarla. Il problema è sorto quando i regolatori cinesi non hanno permesso un aumento delle tariffe tale da coprire il costo crescente del carbone. Ciò ha reso contro-produttiva la generazione dell'elettricità.
Di fronte alla perdita di denaro per ogni tonnellata di carbone bruciato, alcune centrali elettriche hanno chiuso «per manutenzione» nelle ultime settimane, affermando che il motivo erano «ragioni di sicurezza». Altre centrali, invece, hanno lavorato al di sotto della piena capacità, e sono rimaste restie ad aumentare la produzione poiché ciò avrebbe significato perdere più soldi.
Emissioni nel mirino
Infine, due terzi dell'elettricità cinese provengono proprio da centrali a carbone, e Pechino sta però cercando di diminuirne l'uso e la necessità, per affrontare il cambiamento climatico.
Molti governi provinciali della Cina hanno infatti ordinato il razionamento dell'elettricità, in particolare per assicurarsi che le città e province soddisfino gli obbiettivi annuali fissati da Pechino per le emissioni di anidride carbonica, che sono «non negoziabili».
Un anno fa, lo ricordiamo, il Presidente Xi Jinping ha promesso a sorpresa che la Cina avrebbe raggiunto la neutralità carbonica entro il 2060.
Soluzione in vista?
Non è chiaro quanto durerà la crisi energetica, il cui impatto è arrivato a sentirsi fino alle famiglie.
I prezzi del carbone potrebbero essere adattati dal Governo, ma per ora non se ne ha notizia. Secondo alcuni esperti, poi, i funzionari compenseranno i problemi allontanando l'elettricità dalle industrie più pesanti (come acciaio, cemento, alluminio), per risparmiare le economie domestiche dai tagli. Questo anche in seguito a diverse lamentele che i limiti imposti siano stati «ingiusti per i consumatori», riporta il South China Morning Post.
In ogni caso, per il momento, aziende e cittadini devono pazientare: la Commissione Nazionale per lo sviluppo e le riforme (NDRC) ha chiesto a importanti centri industriali del Paese, tra cui quelli dello Jiangsu, Guangdong e Hubei, di limitIlare i consumi di energia. E c'è chi, come il governo del Guangdong, ha inoltrato l'invito a industrie e famiglie: «Riducete l’uso dell’elettricità».