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Lo stesso termine tribù ha un conio coloniale. Piace all’Occidente, benpensanti inclusi, perché evoca il concetto etologico ed ecologico di una ‘riserva umana’ da proteggere. La realtà storica locale però documenta l’esatto contrario. Etichettare i locali, censirne i corpi e i consumi, era il pilastro del divide et impera britannico, funzionale a spaccare politicamente il popolo per assimilarlo territorialmente e culturalmente. E di questo anche gli osservatori con le migliori intenzioni sono stati inconsapevoli complici. Un esempio di colore è il matrimonio, elevato anche dalle odierne schedature post-coloniali a «fondamento sociale delle popolazioni tribali». Sta di fatto che fino a un secolo fa in molte comunità locali non ci si sposava neppure e i figli venivano cresciuti collettivamente. A forza di sentirsi fare domande sulle loro nozze e famiglie si sono nascosti a se stessi, per diventare ciò che noi volevamo che fossero. L’eredità di tali schedature è negli odierni e sempre più capillari censimenti. I locali vengono chiamati più genericamente adivasi, ‘abitanti originari’ come auspicato un secolo fa dal movimento per l’Indipendenza, ma l’implicazione è analoga. Sono censiti in oltre sessanta gruppi nella sola Orissa e, al contempo, il loro territorio viene progressivamente eroso dagli appetiti industriali. Come ha ben spiegato, tra gli altri, Arundathi Roy, il processo ha subito un’accelerazione con la svolta liberista avviata nei primi anni ‘90. Sono state centinaia di migliaia i militari e paramilitari inviati a protezione delle multinazionali e a esecuzione degli espropri. La rivolta maoista è cresciuta in parallelo, nella capacità militare e organizzativa oltre che nell’estensione. I militanti armati sono almeno 50mila, e disseminati nell’intero corridoio rosso tra Calcutta e il centro-sud. I governi, federali e statali, hanno più volte annunciato tronfi che il fenomeno è in diminuzione, mentre perfino le recenti cronache ne documentano il dilagare, anche nell’inesplorato Ovest, fino alle porte di Mumbai, nonostante l’intensificarsi dell’offensiva governativa con l’operazione Green Hunt lanciata nel lontano novembre 2009. Le stesse cronache alimentano del resto ambiguità e omissioni. Le vittime ufficiali dello scontro sono circa un migliaio nell’ultimo decennio, ma probabilmente la realtà è ben più drammatica, al riparo dei riflettori. Sovente viene inoltre raccontato il mobilitarsi spontaneo di ronde anti-maoiste, salvo poi rivelarsi stipendiate dall’esercito. E quel che sembra poi emergere dai media locali ed esteri è una progressiva lacerazione del movimento naxalita stesso. I giornali hanno confezionato estese congetture sull’isolamento del leader maoista regionale Sabyasachi Panda rispetto non solo ai gruppi Ariya del Sud, ma perfino alla moglie Subhasree Das che dopo essere stata rilasciata dalle prigioni dell’Orissa (in cambio della liberazione di Paolo Bosusco) ha espresso dissenso con la prassi dei sequestri. La realtà, tuttavia, è, di nuovo, l’opposta. Il movimento non è mai stato di fatto così unito come negli ultimi anni. Beninteso, le distanze e le spaccature ci sono, e con esse le differenze regionali, culturali e politiche. Lo stesso riguarda le comunità dei cosiddetti ‘tribali’, così come l’insieme della società indiana. Ma il punto è esattamente questo. In un sistema strutturalmente fondato sulla diversità, l’unità non è mai uniformità. Si costruisce strumentalmente all’obiettivo, che in questo caso è semplice e chiaramente condiviso. Difendere la terra dall’assedio dei potenti del carbone, del legname, del ferro e della bauxite. Difendere cioè il lavoro dei sempre più poveri dal capitale dei sempre più ricchi.