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Salvatore Veca (1943) è stato il filosofo che con Sebastiano Maffettone ha contribuito maggiormente alla conoscenza in Italia dell’opera di John Rawls, di cui ha curato l’edizione italiana di opere fondamentali come “Liberalismo politico” o i saggi che Rawls scrisse tra la prima versione della sua teoria (“Una teoria della giustizia” del 1971) e la seconda (appunto “Liberalismo politico” del 1993).
Veca non è stato però soltanto un infaticabile importatore in Italia di Rawls e della vasta produzione internazionale, soprattutto anglosassone, dedicata alle teorie della giustizia nelle istituzioni politiche e sociali. Aveva studiato all’Università Statale di Milano dove era stato allievo dei filosofi Enzo Paci e Ludovico Geymonat (con i quali si laureò nel 1966). Frutto di quella giovanile stagione filosofica fu un’opera molto impegnativa, “Fondazione e modalità in Kant”, che Veca pubblicò nel 1969 con prefazione di Enzo Paci, alla quale seguirono gli articoli pubblicati su Aut aut, la rivista di Paci, e ancora il “Saggio sul programma scientifico di Marx” edito nel 1977.
Poi venne la svolta: la scoperta del lavoro monumentale di John Rawls, l’interesse per le teorie politiche normative, l’adozione dello stile argomentativo della filosofia analitica. La svolta è marcata dal volume “La società giusta. Argomenti per il contrattualismo” del 1982 che fin dal titolo esibiva la sua matrice rawlsiana. Veca ha dato un contributo molto importante all’etica pubblica e ha percorso numerosi itinerari di ricerca filosofica, non soltanto nell’ambito etico e politico. Forse l’opera filosofica più impegnativa che egli scrisse dopo la svolta rawlsiana fu “Dell’incertezza”, un consistente volume pubblicato nel 1997 costituito di tre dense meditazioni filosofiche: su verità e significato; su ciò che vale, cioè sui valori fondamentali della convivenza civile, a cominciare dalla tolleranza; e infine su chi siamo, sul posto che ragione, sentimenti, emozioni, desideri e capacità hanno nella nostra vita. Insomma un testo filosofico ampio, articolato, profondo, impegnativo.
Ritengo di poter evidenziare almeno due aspetti della lezione filosofica di Salvatore Veca.
Anzitutto c’è una considerazione che riguarda la visione generale della filosofia. In lui vi era l’idea che la filosofia fosse essenzialmente un processo di giustificazione. Il filosofo non rinuncia al rigore dei concetti, all’accuratezza del metodo, all’uso di un linguaggio chiaro e preciso. Il filosofo ricerca ragioni, giustificazioni delle sue tesi. È consapevole tuttavia che il possesso della verità e della certezza, di una verità certa, non riguarda la ragione umana, la quale invece deve perennemente confrontarsi con l’incertezza. Il filosofo deve far proprio l’abito della tolleranza e della ragionevolezza, ha l’onere di capire le ragioni degli altri e perciò non deve avere la presunzione di avere l’ultima parola. Siamo agli antipodi della filosofia cartesiana.
Poi, per caratterizzare specificamente le sue ricerche di filosofia politica, si può forse prendere a prestito un’idea espressa più volte da John Rawls sul ruolo o anche sul compito di questa branca della filosofia. Rawls sosteneva che la filosofia politica avesse un ruolo “realisticamente utopico”. Sembra un ossimoro: o è realistica, o è utopistica, si direbbe. In verità le due posizioni indicate ci condannano all’impotenza: o ti dai per vinto, o ti consoli con un sogno. L’idea di Veca era invece un’altra: il filosofo e in generale il cittadino deve prendere sul serio, molto sul serio, i principi e i valori a cui si ispira la modernità – ovvero la triade della Rivoluzione francese –, e impegnarsi per concretizzarli. Un libro che scrisse con altri si intitolava per l’appunto “Progetto ’89”. Come scrisse Rawls compito della filosofia politica è “scandagliare il limite estremo delle possibilità politiche praticabili”; si tratta cioè di cogliere “il senso della possibilità”, per usare il titolo di una delle ultime pubblicazioni di Veca.
Di lì veniva il suo impegno intellettuale. Egli fu un intellettuale ‘liberal’, in italiano noi diremmo progressista, e come tale fu molto impegnato, al modo in cui gli intellettuali dovrebbero esserlo: scrivendo libri e saggi e partecipando al dibattito civile con interventi illuminanti su questioni di interesse pubblico; come direttore di collane editoriali; come membro di commissioni e di istituzioni culturali (tra le quali è doveroso ricordare anche un’istituzione italo-svizzera, il Premio Balzan).
Era una persona mite e affabile. Era anche un pensatore ospitale e generoso. Più volte lo invitai in Ticino per conferenze e convegni. Non mi disse mai di no. Ricordo alcuni incontri e colloqui con lui a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, in cui emergevano questi tratti naturali del suo carattere, ma anche del suo modo di pensare: mitezza, affabilità, ospitalità, generosità. Virtù rare, ieri come oggi.