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I Cantoni fondamentalmente condividono la limitazione dell'immigrazione, come deciso in votazione il 9 febbraio 2014, ma esigono contemporaneamente la salvaguardia della via bilaterale tra Berna e Bruxelles.
"L'obiettivo strategico principale" dell'attuazione dell'articolo costituzionale relativo alla limitazione dell'immigrazione, accolto in votazione il 9 febbraio 2014, "deve essere il mantenimento degli accordi bilaterali" tra Svizzera e Unione europea (Ue), sostengono i Cantoni, che fondamentalmente appoggiano il progetto del Consiglio federale. Oltre ad affermare che l'introduzione di contingenti è un passo necessario, chiedono grande flessibilità per i frontalieri, che "per definizione non sono immigrati".
Il Consiglio federale, che ha posto in consultazione in febbraio il suo progetto fino al 28 maggio - i Cantoni hanno ottenuto una deroga di tre settimane -, prevede contingenti annuali per pressoché tutti gli stranieri e priorità al reclutamento della forza lavoro residente.
Nel disegno del governo gli obiettivi saranno codificati in una revisione della Legge federale sugli stranieri (LStr) e, soprattutto, dell'Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC). I più alti dirigenti dell'Ue tuttavia hanno più volte ribadito di non voler rinegoziare l'ALC.
Proprio per questa ragione moltissimi ambienti consultati, in primis i partiti, hanno giudicato negativamente il progetto del governo. Ad eccezione dell'UDC che chiede un'applicazione rigorosa del testo, auspicano infatti un progetto conciliabile con gli accordi bilaterali.
Nella documentazione diffusa oggi al termine della sua assemblea plenaria, tenuta a Berna, la Conferenza dei governi cantonali (CdC) non fa eccezione. "La messa in questione della via bilaterale costituirebbe un rischio notevole per l'economia", a maggior ragione dopo l'abbandono del tasso minimo di cambio euro-franco e l'introduzione di interessi negativi da parte della Banca nazionale svizzera (BNS).
Le nuove disposizioni costituzionali non dicono "cosa accadrebbe se l'ALC non potesse essere adattato alla revisione della LStr. Se ciò dovesse accadere, bisognerebbe decidere un nuovo modo di procedere. I Cantoni danno per certo che saranno associati ai lavori".
In merito ai contingenti, la CdC chiede che siano fissati, assieme ai tetti massimi di immigrazione, in accordo con i Cantoni tenendo conto dei loro bisogni.
La CdC è contraria alla partecipazione dei partner sociali alla commissione sull'immigrazione, che il Consiglio federale prevede di istituire. L'immigrazione è un tema che compete allo Stato, spiega. La partecipazione dei partner sociali va quindi rifiutata per ragioni istituzionali. Padronato e sindacati dovranno comunque essere consultati per stabilire le soglie massime di nuove entrate nella Confederazione.
I Cantoni vogliono inoltre fissare autonomamente il numero massimo di frontalieri. "Per definizione", scrive la CdC, questa categoria di lavoratori non è assimilabile a immigrati e un trattamento a parte nei loro confronti si giustifica dunque pienamente.
All'articolo 121a la Costituzione federale, dopo il voto di popolo e Cantoni, stabilisce però che "i tetti massimi annuali e i contingenti annuali per gli stranieri (...) devono comprendere anche i frontalieri".
La CdC insiste poi sulla necessità di un "approccio federale" in materia: ogni regione di confine deve poter regolamentare i frontalieri autonomamente per proteggere salari e condizioni di lavoro locali.
Come il Consiglio federale, i Cantoni difendono l'esclusione dai contingenti delle persone al beneficio di un permesso di lavoro di durata inferiore ai quattro mesi. Se questi immigrati fossero contingentati, il carico amministrativo per le imprese, in ogni caso destinato a crescere considerevolmente, sarebbe eccessivo.
I Cantoni sono anche pienamente d'accordo col governo federale sulla necessità, in collaborazione con gli ambienti economici, di rafforzare le misure volte a sfruttare al massimo la manodopera residente.