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Si moltiplicano le richieste di chiarimenti da parte di traduttori che si vedono proporre dalle agenzie di traduzione una condizione di pagamento legata al ricevimento del pagamento da parte del cliente finale dell’agenzia stessa. Il traduttore, in questi casi, riceverebbe il pagamento della sua fattura solo quando l’agenzia riceve a sua volta il saldo della propria dal suo committente. L’obiettivo è comprensibile: proteggere l’agenzia dal rischio di ritardato pagamento da parte del cliente finale.
Sotto il profilo giuridico, nelle normali condizioni d’incarico di un traduttore, questa richiesta non è accettabile ed è contraria allo spirito di qualunque contratto sinallagmatico (fondato cioè sullo scambio di prestazioni corrispettive) che si costituisca fra traduttore e agenzia, nel modello di business oggi usuale nel settore della traduzione.
Bisogna ricordare innanzitutto che nel settore della traduzione il termine «agenzia» è usato impropriamente. Nella sua accezione corretta, questo termine designa infatti la persona o l’ente che svolge in modo abituale l’intermediazione di affari tra due soggetti. Si pensi al caso dell’agenzia immobiliare: essa propone un immobile in vendita a un compratore, mettendo quest’ultimo in contatto con il venditore. Il contratto di compravendita si conclude (si stipula) appunto fra compratore e venditore (il precedente proprietario). L’agenzia non è parte della compravendita, ma percepisce unicamente una provvigione in base a un mandato conferitole da una delle parti (o da entrambe) e che costituisce il suo utile per l’intermediazione dell’affare.
Nel settore della traduzione invece, l’«agenzia» non mette in contatto il cliente finale con il traduttore, i quali non concludono contratti fra loro. L’agenzia opera sul mercato proponendo servizi di traduzione in nome e per conto proprio. All’atto dell’ordinazione di una traduzione, conclude autonomamente con il cliente finale un contratto per l’esecuzione della traduzione (non per un’intermediazione), le cui parti sono esclusivamente il cliente finale e l’agenzia stessa.
L’agenzia provvede poi a incaricare autonomamente i soggetti necessari a svolgere il servizio concordato con il cliente finale: si tratta normalmente di traduttori, revisori o consulenti liberi professionisti, ma può trattarsi anche di personale dipendente dell’agenzia stessa («traduttori interni»). Fra l’agenzia e tali soggetti si concludono contratti di varia tipologia (di lavoro autonomo o dipendente) che costituiscono rapporti giuridici del tutto indipendenti da quello esistente fra l’agenzia e il cliente finale. In nessun caso, poi, l’agenzia può promettere, nei suoi patti con il traduttore, che un terzo (in questo caso, il cliente finale) compia atti di qualunque genere, ossia non può promettere che il cliente finale pagherà determinate somme e lo faccia entro termini determinati. Non si può neppure parlare, per queste stesse ragioni, di un rapporto di rappresentanza diretta, che comporterebbe il nascere di obbligazioni reciproche fra un dominus rappresentato (traduttore) e il committente (cliente finale). L’agenzia non «spende il nome» del traduttore di fronte al cliente finale e nemmeno quello del cliente finale di fronte al traduttore (nell’accezione giuridico-obbligatoria di questa espressione).
I patti fra l’agenzia e il cliente finale, da una parte, e quelli fra agenzia e traduttore, dall’altra, costituiscono pertanto obbligazioni indipendenti, fra soggetti diversi che normalmente non si conoscono neppure fra loro: in nessun caso possono influenzarsi a vicenda, né positivamente né negativamente (res inter alios acta tertio neque nocet neque prodest).
L’agenzia che desideri ridurre il proprio rischio d’impresa alla sola mediazione (com’è il caso, ad esempio, delle agenzie immobiliari), può certamente farlo, ma deve allora mutare il proprio ruolo in quello di vero intermediario: metterà in contatto il cliente finale con il traduttore (o i traduttori) per svolgere l’incarico. Parteciperà a tutte le fasi di gestione dell’incarico stesso, ma il contratto per l’esecuzione della traduzione si stipulerà fra cliente finale e traduttore, e sarà tra questi due che sorgeranno le obbligazioni a eseguire la traduzione (da parte del traduttore) e a pagarne il compenso (da parte del cliente finale). L’agenzia percepirà poi una provvigione per l’attività di intermediazione svolta, sulla base di un mandato ricevuto dal traduttore, dal cliente finale o anche da entrambi. Limiterà così il suo rischio al solo rapporto di mediatore. Il traduttore, da parte sua, concorderà le condizioni di pagamento con il cliente finale (e potrà anche, così, verificarne la solvibilità).
Il traduttore potrebbe anche giudicare interessante accettare un incarico proposto da un’agenzia la quale non desideri accollarsene l’intero rischio, ed essere disponibile a condividere con l’agenzia stessa utili e rischi di questa opportunità. Sia il traduttore sia l’agenzia devono sapere, però, che questa situazione altera profondamente i rapporti che si costituiscono fra loro. Non si è più in presenza di un contratto corrispettivo, dove il traduttore esegue per l’agenzia una traduzione contro una mercede in denaro (do ut facias), ma nasce un rapporto associativo, dove traduttore e agenzia operano insieme per un interesse comune, condividendo utili e rischi. E’ come se fra traduttore e agenzia si costituisse di fatto una società: il traduttore deve essere consapevole che il capitale da lui investito in tale società (consistente nella traduzione eseguita) può fruttare utili in caso di successo, ma può andare in parte o totalmente perduto in caso di insuccesso (ad esempio, il ritardato o mancato pagamento da parte del cliente finale).
Le ragioni che spingono le agenzie a condizionare il pagamento del traduttore al ricevimento del pagamento dal cliente finale sono comprensibili, ma giuridicamente non sostenibili. Il quadro può cambiare se lo si guarda da un’ottica commerciale: nel contesto di un buon rapporto di collaborazione, il traduttore farà senz’altro bene a venire incontro all’agenzia che, in singoli casi eccezionali, gli richieda una dilazione di pagamento perché fatica a incassare il dovuto dai propri clienti. In nessun modo, però, il traduttore dovrebbe accettare condizioni contrattuali in cui singole obbligazioni siano condizionate a termini non determinabili o al comportamento di terzi.
Diverso sarebbe il caso in cui l’intero contratto fra traduttore e agenzia fosse sottoposto a una condizione sospensiva. Sarebbe legittimo, ad esempio, che l’agenzia proponesse al traduttore, dopo averlo incaricato: «Inizi a fare la traduzione solo dopo che noi abbiamo ricevuto dal cliente finale l’acconto dovuto» (condizione che andrebbe comunque accompagnata da un termine, alla cui scadenza il traduttore possa ritenersi libero da ogni obbligo).