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Secondo Nicolas Imboden, l'attenzione prestata all'Africa dal vertice dei G8 è da prendere sul serio. Anche perché è l'ultimo mercato vergine del pianeta.Questo contenuto è stato pubblicato il 07 luglio 2005 - 21:16
In un'intervista rilasciata prima degli attentati di Londra, Imboden, che è stato delegato svizzero agli accordi commerciali, traccia un ritratto dell'Africa d'oggi.
I rappresentanti degli otto paesi più industrializzati, incontrano nel corso dell'ultima giornata del vertice G8 di Gleneagles, i dirigenti di Sudafrica, Nigeria, Etiopia, Tanzania, Ghana, Senegal e Algeria.
Il tema principale è l'annullamento del debito dei paesi africani e il raddoppio degli aiuti in favore del continente nero. Si tratta di un incontro importante, anche se il problema africano è passato in secondo piano dopo gli attentati a Londra di giovedì.
Nicolas Imboden, a suo tempo ambasciatore svizzero, si rallegra di questo interesse per l'Africa, una regione del mondo che conosce bene per le funzioni che ha ricoperto nel passato e per la sua attività odierna in favore dei paesi africani produttori di cotone.
Il centro ginevrino Ideas, che Imboden dirige, si occupa infatti di consigliare i governi di questi paesi in merito alla strategia da seguire nei negoziati con l'Organizzazione mondiale del commercio.
swissinfo: Cosa può attendersi l'Africa da questo vertice?
Nicolas Imboden: Molti parlano di promesse che non verranno mantenute. Ma la volontà di Tony Blair di mettere nell'agenda del vertice G8 il problema della povertà in Africa è già importante di per sé.
Inoltre, l'annullamento del debito di 18 paesi – in gran parte africani – è già stato deciso dai ministri delle finanze dei G8. È dunque lecito pensare che verrà messo in atto.
Per contro, l'idea di moltiplicare per due gli aiuti non fa l'unanimità. E questo a causa di deficit budgetari. Molti si domandano anche se questa forma di cooperazione si sia dimostrata veramente efficace in passato.
swissinfo: Come spiega questo interesse per l'Africa? È dettato dal desiderio di combattere la miseria o risponde piuttosto a questioni geostrategiche?
N.I.: Da un lato c'è la consapevolezza che l'Africa sta andando nella direzione sbagliata. Nel quadro della globalizzazione non si può tollerare di avere un continente che non si sviluppa. Come diceva John Fitzgerald Kennedy, una società libera incapace di occuparsi dei suoi poveri non potrà salvare i suoi membri più ricchi.
D'altro canto, l'Africa è l'ultimo mercato vergine del pianeta ed è un continente dotato di risorse considerevoli, a partire dal petrolio.
Infine, l'Africa è alle porte dell'Europa. Se le catastrofi continuano a succedersi senza fine, questo non mancherà di avere degli effetti sull'immigrazione.
swissinfo: Per far cambiare strada al continente nero bisogna aumentare l'aiuto allo sviluppo o favorire il commercio e rispettare il principio del libero scambio per quanto riguarda i prodotti africani?
N.I.: È necessario praticare entrambi gli approcci. Per sopravvivere in un'economia mondializzata bisogna avere accesso ai mercati mondiali. Gli africani domandano dunque che le regole negoziate all'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) siano modificate affinché vadano incontro ai loro interessi.
Ma questo non basta. Se i paesi in questione non hanno una capacità di produzione sufficiente e delle infrastrutture adeguate, hanno bisogno d'aiuto. A corto termine, dunque, la cooperazione dei paesi del Nord è necessaria. In effetti, l'Africa non ha i mezzi per sviluppare le sue risorse da sola.
Detto ciò, bisogna aggiungere che l'aiuto senza il commercio è destinato ad essere infruttuoso. A cosa serve aiutare i paesi africani a produrre del cotone, se continuano a patire la concorrenza del cotone sovvenzionato prodotto nell'emisfero Nord?
swissinfo: Si parla sempre di un continente devastato dalle guerre, dalla povertà e dalle malattie. Ma c'è anche un'Africa vincente...
N.I.: Non bisogna illudersi. I problemi conosciuti dalla maggior parte dei paesi africani sono enormi. Ma un certo numero di segnali lasciano spazio a qualche speranza. L'anno scorso, l'Africa ha avuto una crescita del 5% circa, vale a dire il tasso più alto da dieci anni a questa parte.
Inoltre, due terzi dei governi africani sono stati eletti in modo democratico. E anche questo è un progresso rispetto al passato.
Diversi conflitti importanti hanno trovato una soluzione, come in Angola, nel Mozambico, in Sierra Leone o in Liberia. Certo, di recente sono scoppiate altre guerre, come in Costa d'Avorio. Ma non hanno più un impatto devastatore come qualche anno fa. Anche la Costa d'Avorio, l'anno scorso, ha avuto una crescita del 5%.
Infine, diversi paesi hanno un tasso di crescita comparabile a quello dei paesi asiatici emergenti. Il Mozambico, per esempio, negli ultimi anni ha fatto registrare un tasso di crescita annuo del 10% circa.
Dopo un lungo periodo di caos totale, la Nigeria sta lottando contro la corruzione e riorganizzando la sua economia. E non dimentichiamo il Sudafrica che sta diventando un polo di crescita e stabilità per tutta la regione.
swissinfo: Aiuto incondizionato – non legato cioè all'acquisto di prodotti elvetici – e collaborazioni con la società civile: la Svizzera, in Africa, è un esempio valido di cooperazione?
N.I.: In effetti la Svizzera in Africa può contare su certi vantaggi. Non è stata un paese colonizzatore e questo rafforza la sua credibilità sul continente nero. E non è nemmeno una grande potenza che può imporre i suoi punti di vista ai governi con i quali collabora. La Svizzera può dunque essere un vero e proprio partner per i paesi africani.
Bisogna poi aggiungere che la Svizzera, essendo un po' avara, non si è mai lanciata in grandi progetti di cooperazione. Questi ultimi si rivelano spesso sfasati rispetto alla realtà africana. Molti dirigenti africani mi hanno detto che forse la Svizzera non sarà il paese che lancia più progetti di cooperazione, ma che quelli che propone riescono bene.
Intervista swissinfo, Frédéric Burnand, Ginevra
(traduzione, Doris Lucini)
In breve
Il vertice G8 (Gleaneagles, Scozia, 6-8 luglio 2005) riunisce i dirigenti di Gran Bretagna, Francia, Stati uniti, Giappone, Germania, Italia, Canada e Russia.
Tra i temi in discussione figurano l'annullamento del debito di 18 paesi poveri, di cui 14 africani, e i mutamenti climatici.
I lavori sono stati turbati dall'attacco terroristico di giovedì alla metropolitana di Londra.
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