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Jannik Sinner, gli Azzurri e l’Insalatiera
Sappiamo cosa vuol dire avvicinarsi all’Insalatiera. Ammirarla e poi vederla partire altrove. Sappiamo anche cosa significhi vincerla. Per quanto il torneo non sia più quello di un tempo, la vecchia e tradizionale Davis, la delusione e l’esaltazione per sconfitte e successi restano immutate. Nulla può cancellarle. La Svizzera di Hlasek e Rosset capitolò nel 1992. Raggiunse la finale di Fort Worth (Texas) e si arrese a Agassi, Courier, Sampras e McEnroe. Si tornò a casa con cappelli da cowboy, senza coppa. Roger Federer disse di non aver visto quella sfida. Di quella sconfitta sentì però tanti apprezzamenti a posteriori. E nella sua testa, anni dopo, con già tanti successi all’attivo, capì che l’occasione era propizia. Soprattutto se affiancato da un Wawrinka in annata speciale. Allora andiamo al 2014. Dopo aver battuto l’Italia in semifinale a Ginevra, il trionfo: la prima ed unica Davis rossocrociata vinta a Lilla contro la Francia. Momenti magici anche per chi li ha vissuti standosene seduto comodamente su un divano. Due tentativi, una riuscita.
Una storia d’amore
La storia d’amore dei nostri vicini Azzurri con la Davis è molto più lunga e complicata: otto tentativi e due successi. Dal primo all’ultimo sono trascorsi 47 anni. Il penultimo assalto all’Insalatiera risale al 1998: Italia-Svezia (1-4 a Milano). La finale di Malaga contro l’Australia ha ripagato la lunga attesa. Gli Azzurri possono finalmente godersi un successo che inseguivano da una vita. Gran parte del merito, non si discute, va a Jannik Sinner. Senza di lui sarebbe stata un’impresa impossibile. Con l’altoatesino, ancora carico per l’ottimo Masters giocato una settimana prima a Torino, l’adrenalina era alle stelle. Sulla base di questa esperienza, nella quale già aveva assaporato il gusto di una vittoria contro Djokovic - seppur solo nel Round Robin - aveva capito che ogni ostacolo era superabile. Anche quello del numero 1 al mondo da affrontare in Davis, cancellandogli tre match-ball di fila nel penultimo atto. E poi dargli un’altra lezione poco dopo in doppio con Sonego. Sì, questa Italia, guidata da Volandri con un Sinner straordinario accompagnato da un coraggioso Arnaldi e da Musetti, battuta la Serbia, non poteva lasciarsi sfuggire l’impresa.
I toni della «Rosea»
Ed eccola servita. Altro che piatto d’argento. Le otto pagine di fila dedicate al tennis - prima di calcio e motori -sulla «Gazzetta dello Sport» parlano da sole. A volte anche con toni esagerati, come capita spesso alla «Rosea», capace di «mazzolare» Sinner per la sua assenza dalle qualificazioni di Davis a Bologna per poi trasformarlo in eroe nazionale. Il 22.enne altoatesino ha perso solo tre delle ultime 23 partite . In questa stagione ha vinto i titoli a Montpellier, Toronto, Pechino e Vienna. Il britannico «Guardian» riferisce che il trionfo azzurro potrebbe inaugurare un’era gloriosa per il tennis italiano. Possibile. Il numero 4 della classifica ATP - davanti a lui solo Djokovic, Alcaraz e Medvedev - sembra davvero pronto per firmare anche una prova del Grande Slam. Tra poco più di un mese si ripartirà con i tornei di preparazione all’Open d’Australia. L’Italia sogna altri titoli. Sui campi di tennis e sui giornali. Per noi è finito il tempo delle grandi imprese. Con Bencic in dolce attesa, dobbiamo accontentarci di quanto offre il convento. E affidarci a Wawrinka (ATP 50) e Stricker (94).