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Firmò la copertina e i reportage del primo numero della prestigiosa rivista americana Life. Fu l’unica donna fotografa ad avere un visto per la Russia negli anni Trenta e a ritrarre Stalin in esclusiva, e fu anche la prima fotoreporter a seguire l’esercito USA nella Seconda guerra mondiale, tanto che per lei fu disegnata la prima divisa militare per una donna corrispondente di guerra. E ancora, nell’India post-coloniale, incontrò e fotografò Gandhi poche ore prima che venisse ucciso. Sono solo alcuni degli eventi straordinari che hanno scandito l’avventurosa carriera della fotografa statunitense Margaret Bourke-White (1904-1971), alla quale è dedicata un’affascinante retrospettiva in corso a Palazzo Reale di Milano fino al 14 febbraio.
Non aveva timore di nulla, Margaret Bourke-White, né delle altezze vertiginose (la fotografia aerea era tra le sue specialità: “se ti trovi a trecento metri di altezza, fingi che siano solo tre, rilassati e lavora con calma”), né delle oscure profondità delle miniere sudafricane. E nel fotografare il momento della liberazione del campo di concentramento di Buchenwald, si armò di tutto il coraggio possibile pur di testimoniare gli orrori perpetrati (“per lavorare dovevo coprire la mia anima con un velo”).
Le oltre cento immagini in mostra, provenienti dall’archivio Life di New York, rappresentano il grande lascito di una fotografa determinata e rigorosa, e di una donna forte e combattiva (anche nella sua personale lotta contro il Parkinson), capace di lasciare un segno netto e profondo nella storia del fotogiornalismo.