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"Se le donne voglio tutto si ferma", con questo slogan il 14 giugno del 1991 le donne del nostro paese hanno organizzato uno sciopero per protestare contro il mancato raggiungimento della parità tra i sessi e per rivendicare diritti uguali per donne e uomini.
Oggi a 20 anni di distanza la situazione è sicuramente migliorata. Grazie alla mobilitazione delle donne, ai colettivi e i contatti nati nel 1991 le donne hanno potuto portare avanti le loro rivendicazioni.
La legge sull'uguaglianza é entrata in vigore cinque anni dopo il 1991, successivamente è stata approvata la depenalizzazione dell'aborto e il congedo maternità federale, anche se è ancora molto scarso.
Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza un lungo lavoro di mobilitazione delle donne, di cui lo sciopero del 1991 é stato un episodio importante.
La mobilitazione delle donne é stata decisiva anche nel 2004 quando ci siamo opposte all'aumento dell'età di pensionamento. Ma ancora la parità non è stata raggiunta e alcune conquiste ottenute con le mobilitazioni delle donne vengono rimesse in discussione.
Per questo il 14 giugno del 2001 le donne si mobilitano di nuovo con lo slogan "donne in movimento, la parità assolutamente".
Ormai tutte e tutti sappiamo che malgrado i miglioramenti ottenuti in questi anni la parità tra uomo e donna è ben lontana dall’essere raggiunta. Per fare solo qualche esempio basta guardare ai recenti dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica sulla situazione del mercato del lavoro. Da essi infatti emerge come il tasso di attività femminile (percentuale di donne con più 15 anni che sono occupate o in cerca di un impiego) sia in costante aumento e stia raggiungendo quello maschile in termini generali. Questo significa che le donne sono sempre più presenti nel mercato del lavoro. Ma questa presenza ha caratteristiche ben particolari. Ad esempio, le donne lavorano prevalentemente part-time. Attualmente, più della metà delle donne che esercitano un'attività professionale lo fa a tempo parziale, rispetto solamente a un uomo su otto. Un impiego a tempo parziale implica spesso condizioni di lavoro precarie, prestazioni sociali più scarse (ad esempio per la cassa pensioni) e minori possibilità di perfezionamento e di carriera.
Inoltre le donne rimangono "confinate" in alcuni settori economici particolari, guarda caso quelli con salari inferiori e condizioni di impiego peggiori.
In generale poi le donne occupano posizioni professionali più basse rispetto agli uomini: sono, infatti, più frequenti tra i lavoratori salariati senza funzioni direttive. Gli uomini sono nettamente più spesso indipendenti oppure impiegati di direzione o con funzioni direttive. Questa disparità sussiste anche a parità di grado di formazione.
Infine è utile ricordare che il tasso di disoccupazione femminile è superiore rispetto a quello maschile.
I motivi di questa queste differenze vengono spesso ricondotti alla necessità delle donne di conciliare vita professionale e attività domestica e di cura. Il problema però va analizzato su più piani. Da una parte se è pur vero che una parte importante di donne devono conciliare vita professionale e vita famigliare questo dovrebbe valere anche per gli uomini. Perché quindi non permettere a padri e madri di condividere, o per lo meno di poter liberamente scegliere, come conciliare vita professionale e vita famigliare. Ad oggi la responsabilità di questo lavoro domestico ricade ancora interamente sulle donne senza che questa abbiamo una reale possibilità di scelta.
Inoltre appare ormai abbastanza evidente come la precarizzazione e la flessibilizzazione delle condizioni di lavoro delle donne sia utile, non tanto alle donne, ma soprattutto ai datori di lavoro per avere a disposizione una manodopera meno pagata, più flessibile e più ricattabile da utilizzare al momento del bisogno e da espellere dal mercato del lavoro quando non serve più.
La mobilitazione delle donne rimane quindi fondamentale. Il 14 giugno può essere un'occasione per cominciare a dire “basta”. Per dimostrare che non ne possiamo più dei discorsi sull'uguaglianza, mentre la situazione nella vita reale non migliora.
Per reagire contro gli attacchi ai diritti fondamentali delle donne, come il diritto di disporre liberamente del proprio corpo, di scegliere altre vie che non quelle tradizionali che vogliono imporci. E' rivendicare migliori condizioni di lavoro e di salario ma anche lavorare meno e condividere di più!
Ed é anche l'occasione per dire che vogliamo “potere” di più: poter decidere della nostra vita, poter influenzare l'evoluzione della nostra società, poter costruire un altro tipo di relazioni familiari e di rapporti di lavoro, poter scegliere.....