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Durante la Guerra Fredda il Sudamerica è stato un campo di battaglia cruciale per Stati Uniti e Unione Sovietica, con i primi che hanno sempre potuto contare sul convinto sostegno della Colombia. Nonostante le insurrezioni a vocazione marxista delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e del ELN (Esercito di Liberazione Nazionale), e più tardi anche del M-19 (Movimento 19 Aprile), a Bogotà l’alternanza al potere tra liberali e conservatori ha garantito fedeltà e obbedienza a Washington. Un’ obbedienza ripagata attraverso non solo lucrosi accordi commerciali, ma anche imponenti aiuti alla difesa nazionale. Hanno puntellato la stabilità politico-economiche del paese, nonostante mezzo secolo di conflitti civili e violenze legate al narcotraffico. "Nel corso del mio quadriennio il numero di omicidi e rapimenti è stato il più basso degli ultimi 40 anni, mentre nel 2021 abbiamo registrato la più alta crescita economica della nostra storia", sottolinea ai microfoni della RSI l’attuale presidente Ivan Duque al quale, per la prima volta nella storia del Paese, potrebbe succedere un esponente della sinistra.
L’attuale inquilino di Casa de Nariño non è tra i candidati alle elezioni presidenziali del 29 maggio (con eventuale ballottaggio il 19 giugno) poiché la Costituzione esclude la possibilità di rielezione. A sfidarsi saranno il senatore ed ex sindaco della capitale Gustavo Petro (candidato della coalizione di sinistra Pacto Histórico), l'ex sindaco di Medellin, Federico Gutierrez (coalizione di centrodestra Equipo por Colombia), l'ex governatore Sergio Fajardo (Centro Esperanza) e alcuni indipendenti tra cui l'imprenditore Rodolfo Hernández. Il primo, già candidato alla guida del Paese nel 2010 e nel 2018, è dato per grande favorito dopo che lo scorso marzo l’opposizione al governo di centrodestra ha vinto le elezioni per rinnovare il Parlamento.
Si calcola che solo dal 2000 Bogotà abbia ricevuto dagli Stati Uniti forniture militari per un valore complessivo poco inferiore ai 10 miliardi di franchi. Un’alleanza strategica che cinque anni fa ha consentito alla Colombia di diventare il primo paese sudamericano "partner globale" della NATO. L’avvicinamento all’Alleanza Atlantica, fortemente caldeggiata da Washington, ha compiuto un ulteriore passo lo scorso marzo, quando il presidente Joe Biden ha scelto Bogotà come principale alleato fuori dalla NATO, assicurando ulteriore assistenza militare.
Forse anche per via di questo abbraccio interessato, la Colombia non ha mai avuto un governo socialista nella sua storia, una vistosa eccezione per il Sudamerica. Eppure, mai come questa volta, le elezioni presidenziali sembrano destinate a portare la sinistra al potere. Gustavo Petro, però, tra i primi punti del suo programma rivendica la ridiscussione dell’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, così come il ripristino delle relazioni diplomatiche con il Venezuela. Nonostante Washington non riconosca la presidenza di Nicolás Maduro, e mantenga la propria ambasciata in Venezuela in esilio proprio a Bogotà. Due mosse che, se attuate, sono destinate ad innescare inevitabili conseguenze a nord. Mettendo a rischio quella che per molti anni è sembrata un’alleanza indissolubile. "Non mi è consentito per legge esprimermi sui singoli candidati o i loro programmi – afferma Ivan Duque intervistato a Londra dove ha rafforzato il rapporto di libero scambio con il Regno Unito -. Posso però dire che interrompere una relazione internazionale, che genera enormi investimenti, producendo ricchezza e occupazione, sarebbe di una stupidità senza precedenti".