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“Don Giovanni o il dissoluto punito” è il titolo della celebre opera musicata da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte nel 1787; l’opera tuttavia, si ispira ad una leggenda più antica. Infatti, la prima versione scritta della storia del leggendario libertino la si deve al drammaturgo spagnolo Tirso de Molina, che pubblicò attorno al 1630 il testo teatrale dal titolo “L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra”.
Benché esistano diverse varianti della storia di Don Giovanni, gli elementi di base si ripetono nei diversi testi. Giovanni è un ricco libertino, privo di principi morali, che si fa un vanto di essere capace di sedurre donne di ogni ceto e di ogni età, a tal punto che, nella versione di Mozart e Da Ponte, egli incarica il proprio servitore, Leporello, di tenere una lista accurata delle donne sedotte in ogni paese, una lista che conta più di mille persone solo in Spagna.
Non solo, egli è incline al gioco d’azzardo e alla violenza; infatti, in diverse versioni della storia, si rende colpevole dell’uccisione di Gonzalo, il padre di una donna che Don Giovanni aveva insidiato.
Inoltre, Don Giovanni crede è persuaso di essere molto lontano dalla propria morte, essendo ancora giovane e di aver dunque ancora molto tempo per potersi pentire dei propri peccati. Il fatto che Don Giovanni non tema la morte conduce alla famosa scena finale, nella quale egli invita a cena la statua di pietra di Gonzalo.
E qui le versioni divergono su quale sia la fine del leggendario libertino: per Tirso de Molina, Don Giovanni si pente delle proprie azioni, ma questo non è sufficiente a riscattare una vita di eccessi e malvagità. Nel libretto di Da Ponte, invece, l’ingannatore di Siviglia rifiuta ripetutamente di rinnegare le azioni compiute durante la sua vita, benché la statua gli offra la possibilità di pentirsi del male commesso, egli è quindi trascinato all’inferno da una schiera di diavoli. In altre versioni, tuttavia, Don Giovanni infine si pente e ottiene il perdono divino.