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BUENOS AIRES - Cresce il rischio default per l'Argentina. L'incertezza politica, legata alla sconfitta subita dal presidente Mauricio Macri alle elezioni primarie, è costata al rating sovrano del Paese sudamericano un doppio downgrade. Sia Fitch che S&P hanno tagliato il giudizio aggravando ulteriormente il livello 'junk' in cui già si trovava. Un declassamento che arriva al termine di una settimana 'nera' per Buenos Aires, tra crollo della Borsa e maxi svalutazione del peso.
La prima agenzia a dare un giudizio dopo le elezioni di domenica scorsa è stata Fitch, che nella serata di ieri ha tagliato il rating di tre gradini da B a CCC, portando l'Argentina allo stesso livello di paesi come Zambia e Congo. Il downgrade riflette «l'elevata incertezza politica dopo le primarie presidenziali, la stretta delle condizioni di credito e il deterioramento del contesto macroeconomico che aumenta la possibilità di un default o di una ristrutturazione del debito», spiega l'agenzia di rating.
A poche ore di distanza si è pronunciata anche S&P, che ha abbassato il proprio giudizio a B- da B, con outlook negativo, evidenziando un «profilo finanziario vulnerabile». «Potremmo abbassare il rating nei prossimi 12-18 mesi se le tensioni economiche e finanziarie continuano ad aumentare», ha spiegato S&P, che ha anche abbassato le previsioni di crescita dell'economia per quest'anno, portando a -2,3% il precedente -1,6%. Anche Fitch ha rivisto al ribasso le previsioni sull'economia del Paese per quest'anno, stimando una contrazione del 2,5% dal precedente -1,7%.
La sconfitta di Macri alle primarie presidenziali in vista del voto del 27 ottobre, battuto dall'opposizione peronista radicale di Alberto Fernandez e dall'ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner, ha avuto un immediato sui mercati: ad inizio settimana la Borsa di Buenos Aires è arrivata a perdere il 48%, il secondo maggiore calo a livello mondiale negli ultimi 70 anni; il rischio paese è schizzato a 1.467 punti (+68%); il peso è arrivato a perdere il 34% sul dollaro. L'esito del voto è anche il risultato di un Paese che versa da tempo in una difficile situazione economica, con un livello di povertà al 35%, un'inflazione che viaggia oltre il 50% e tassi di interesse superiori al 60% che hanno inaridito l'occupazione e la produzione industriale.