Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01049.jsonl.gz/360

È a una dozzina di minuti di auto da Kremna, in Serbia. Io Kusturica in giro non l’ho visto, ma pare che ci viva davvero
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione
"Plata o Plomo". C’è scritto proprio così all’ultimo incrocio prima di arrivare a destinazione in un posto che è esistito in un film prima di esistere davvero.
Ma non sono in Colombia.
Mi fermo. Dall’altro lato della strada c’è una coppia di vecchietti male in arnese che fa continuamente – e lentissimamente – dentro e fuori da una casa che sembra una stalla. Dove dovrebbe esserci un marciapiede che non c’è, i due espongono tutta la mercanzia pro-Russia che hanno trovato: magneti, bandiere e magliette con la Z e la faccia di Putin.
Ma non sono in Russia.
Sono a Kremna, in Serbia, a pochi chilometri dal confine con la Bosnia, in un paesino famoso nell’ex Jugoslavia per essere il luogo in cui due analfabeti si rivelarono indovini infallibili su tutti i fatti del XX secolo. Talmente infallibili che il primo, Milos Tarabic, fu imprigionato per aver predetto fatti spiacevoli al re di Serbia. Per liberarlo, il re pretese che indovinasse il sesso del puledro della sua giumenta che stava per partorire in cortile. Tarabic disse: "Signore, la vostra cavalla ha nella pancia una puledra con la zampa posteriore destra troppo corta". La puledra era una puledra e la zampa era davvero troppo corta. Tarabic fu liberato a patto che non prevedesse più nulla. E sì, sembra un film di Emir Kusturica, oppure un aneddoto bislacco che fa venire voglia a un aspirante regista dei Balcani di raccontare storie così.
Ora non sappiamo se nacque prima la puledra zoppa o il realismo magico dei Balcani. Quello che sappiamo è che a una dozzina di minuti di auto da Kremna, ora, c’è un posto che all’inizio di questo millennio non aveva un nome – perché a un pezzo di terra in mezzo alle montagne un nome non serve – e ora ne ha tre: Mecavnik, Drvengrad e Küstendorf.
R.S.
Dentro a uno di quei nomi, Küstendorf, come fosse un rebus, c’è il nome di chi il villaggio l’ha prima creato e poi deciso di non buttarlo giù quando avrebbe potuto non servire più: "dorf", dal tedesco, vuol dire proprio "villaggio", "Küst" sono le prime lettere del cognome di Kusturica. E quindi, "il villaggio di Kusturica". Megalomania? Anche, senz’altro, basta conoscerlo un po’. Ma non solo. Il regista spiegò molto bene perché un villaggio immaginario, quello del suo film "La vita è un miracolo", è sopravvissuto al suo scopo originario diventando un luogo reale: "Durante la guerra ho perso la mia città, Sarajevo. È per questo che ho voluto costruire il mio villaggio. Porta un nome tedesco: Küstendorf. Là organizzerò seminari per le persone che vogliono imparare a fare cinema, concerti, ceramiche, dipingere. È dove vivrò e dove qualcuno potrà venire di tanto in tanto. Ci saranno, naturalmente, altri abitanti che lavoreranno là. Sogno un luogo aperto con una diversità culturale che lotti contro la globalizzazione". E così è stato. Oggi c’è il villaggio, ci sono i festival, i concerti, i laboratori e, soprattutto, una promessa mantenuta.
Io Kusturica in giro non l’ho visto, ma pare che ci viva davvero – per la maggior parte del tempo – in una di quelle grandi case di legno protette da una recinzione aggiuntiva, sebbene facilmente scavalcabile. Per vedere il villaggio (e anche Kusturica, se ci tieni e se c’è) devi tirare fuori all’ingresso 200 dinari, meno di due franchi. Entri e sei in via Ivo Andric, il premio Nobel che ha fissato per sempre i confini emozionali dei Balcani con il romanzo "Il ponte sulla Drina". Andric è uno dei miti di Kusturica, e i nomi delle vie sono stati dati tutti con questo criterio: c’è via Che Guevara, via Federico Fellini, via Novak Djokovic, via Bruce Lee e via Ingmar Bergman. Ci sono anche quattro piazze, due dedicate a registi russi (Nikita Mikhalkov e Andrei Tarkovsky), una all’iraniano Abbas Kiarostami, l’altra a Diego Armando Maradona. Il ristorante si chiama Visconti, il cinema Stanley Kubrick, l’anfiteatro Gavrilo Princip (sì proprio l’uomo che uccise a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, con quello che è il primo sparo della Prima guerra mondiale).
R.S.
R.S.
Camminare per Drvengrad è straniante, soprattutto di prima mattina, quando i turisti sono pochi e sembra davvero di poter curiosare in un villaggio addormentato tra realtà e finzione. Ci sono vecchie auto dell’epoca di Tito parcheggiate per strada, la piccola chiesa ortodossa in cui si prega per davvero, la pasticceria che sforna biscotti caldi e il ristorante che si mette in moto in vista del pranzo. Tutt’intorno è verde, quel verde intenso tipico dei luoghi che l’uomo l’hanno incrociato poco. Eppure anche da lì è passata la guerra, con i suoi uomini appresso. Chi vuole, oggi, può fermarsi a dormire, chi vuole esagerare può fermarsi a viverci, se ha voglia di lavorare oppure di affittare una delle grandi case in legno appena fuori dal villaggio.
C’è un murale con la paganissima trinità Fidel Castro-Che Guevara-Maradona, un mercato dove le contadine del posto vendono miele, formaggio, c’è un asilo, un negozio di souvenir pacchiano come te l’aspetti e ci sono in giro un paio di tizi che ti chiedi se non se li siano dimenticati lì, una ventina d’anni fa, quando hanno finito di girare il film.
Man mano che la gente arriva, e che il parcheggio davanti si riempie fino ad avere bisogno di un ragazzino che s’improvvisa vigile urbano, il paesello bucolico diventa attrazione e quel che guadagna in vita lo perde in fascino.
Nel bar dell’hotel i ragazzi al bancone hanno voglia di parlare tra loro più che di servire i clienti, e alla fine si ciondola finché qualcuno non decide che sì, forse un caffè si può anche preparare. I ritmi sono lenti, magari sono così o lo fanno apposta. O glielo dice Kusturica. Alcuni clienti si spazientiscono, altri si godono il panorama, io sbircio i muri del locale, che sono tutti indizi – solo un po’ più nascosti dei nomi delle vie – di ciò che ha ispirato il papà di questo villaggio apparentemente insensato, che ti lascia con più domande che risposte. Come un buon film.
R.S.