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L’ipotesi è aver aiutato oligarchi a eludere le sanzioni finanziarie contro la Russia. Intanto in Francia si è aperto per Ubs il processo in Cassazione
Il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti (DoJ) sta ampliando le indagini su Ubs e sulla sua controllata Credit Suisse per aver presumibilmente aiutato alcuni oligarchi a eludere le sanzioni finanziarie contro la Russia. È quanto riportato dall’agenzia di stampa Bloomberg. La notizia oggi ha avuto ripercussioni negative sulle azioni di Ubs che sono significativamente scese dopo la pubblicazione del rapporto.
Ciò che è iniziato nella primavera di quest’anno con una serie di mandati di comparizione da parte del DoJ alle banche si è ora ampliato in un’indagine completa, scrive Bloomberg, citando persone che hanno familiarità con la questione. Nel frattempo il DoJ ha anche informato gli avvocati statunitensi di Ubs della presunta cattiva condotta di Credit Suisse, che è stata rilevata da Ubs, nei confronti delle norme sulle sanzioni. Il DoJ sta al contempo indagando su un’eventuale cattiva condotta di Ubs. L’indagine riguarda le sanzioni imposte dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e le restrizioni precedentemente imposte in seguito all’occupazione della Crimea nel 2014.
E proprio oggi in Cassazione si è aperto a Parigi l’ultimo capitolo del processo che affronta il ricorso di Ubs contro la condanna (di secondo grado) al pagamento di 1,8 miliardi di euro per aver aiutato clienti a evadere il fisco. La banca dovrà però pazientare ancora fino al prossimo 15 novembre per conoscere la sorte dell’annosa vertenza che la vede impegnata in Francia.
La controversia si trascina ormai da dieci anni. La grande banca elvetica è accusata di essere andata a caccia di clienti nell’esagono, fra il 2004 e il 2022, per convincerli ad aprire conti in Svizzera non dichiarati alle autorità tributarie. Gli inquirenti avevano stimato che gli averi celati al fisco ammontassero ad almeno 10 miliardi di euro. Legalmente Ubs deve rispondere di fornitura illecita di servizi finanziari a domicilio (“démarchage”) e di riciclaggio aggravato del provento di frode fiscale. In prima istanza, nel febbraio 2019, l’istituto, allora guidato da Sergio Ermotti –che ora ne è tornato a capo –, si era visto infliggere una multa record di 3,7 miliardi di euro, a cui andava aggiunto un risarcimento di 800 milioni, per un ammontare complessivo di 4,5 miliardi di euro. In Appello, nel dicembre 2021, la multa era però stata drasticamente ridotta a 3,73 milioni, era stata decisa una confisca di 1 miliardo (di una cauzione già versata di 1,1 miliardi) ed era stato confermato l’indennizzo per lo Stato francese, parte civile, pari a 800 milioni. Sommando si arriva a 1,8 miliardi di euro.