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Il congresso americano resta spaccato, con la camera a maggioranza repubblicana e il senato in mano ai democratici, lasciando intravedere altri anni difficili e di lotte per l'approvazione di ogni misura.
A partire dal cosiddetto 'fiscal cliff', ovvero il nodo tasse-spesa, la vera prima sfida del presidente rieletto, Barack Obama. E anche se Obama, a differenza dei primi quattro anni, si presenta più forte perchè non ha nulla da perdere, superare e imporsi su un Congresso diviso e lacerato, come dimostrato dalla battaglia per l'aumento del tetto del debito costata agli Stati Uniti il primo downgrade delle loro storia, non sarà facile, anche per un presidente al suo secondo e ultimo mandato. Obama dovrà rivendicare e affermare quella 'leadership' che l'ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, gli ha ha sempre rimproverato di non avere.
Gli americani sono stati chiamati a votare l'intera Camera dei Rappresentanti, 435 membri, e un terzo del Senato, 33 su 100 componenti. E i democratici si sono aggiudicati le sfide maggiori per il Senato. L'ex consulente di Obama e paladina dei consumatori, Elizabeth Warren, ha battuto Scott Browm, riconquistando il seggio di Ted Kennedy. Importante successo anche per Joseph Kennedy III, che ha vinto il seggio alla Camera dei Rappresentanti lasciato libero dal compagno di partito Barney Frank.
In Indiana e Missouri i due contestati candidati repubblicani Richard Mourdock e Todd Akin sono stati battuti rispettivamente da Joe Donnelly e Claire McCaskill. Un'inoltra importante svolta è stata rappresentata da Tammy Baldwin, che è stata eletta al Senato per lo stato del Wisconsin: si tratta della prima senatrice omosessuale nella storia degli Stati Uniti.
Obama, quando è stato eletto nel 2008, aveva un Congresso democratico ma, nonostante questo, l'intransigenza del partito repubblicano aveva spesso bloccato o rallentato l'attività legislativa. Ostaggio dell'ala estremista dei Tea Party, il Grand Old Party, soprattutto al Senato, ha optato infatti per l'ostruzionismo più sfrenato, su ogni provvedimento.
Secondo il regolamento della Camera Alta servono infatti almeno 60 voti, cioè 10 in più della maggioranza semplice, per portare un progetto di legge al voto dell'Aula, al 'floor'. Così i repubblicani hanno avuto gioco facile per bloccare tantissime proposte di Obama: dalla riforma dell'immigrazione alla lotta alle emissioni, fino al taglio delle tasse per i più ricchi. Ma sono anche riusciti a bloccare tante nomine del presidente, anche quelle meno rilevanti. Sempre il regolamento prevede che il veto anche di un solo senatore fa slittare tutto. Non a caso, secondo tutti i sondaggi, la popolarità del Congresso tra i cittadini americani è ai minimi storici.