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Eravamo in cinque: i miei genitori, le mie sorelle ed io, ad aspettare con ansia l'arrivo a casa dell'ultimo nato, il mio fratellino Guy. Una chitarra, un flauto e l'amore per il canto l'avevano già preceduto in questa famiglia dove nostro padre amava Glenn Miller, Sydney Bechet, Duke Ellington, e nostra madre l?opera, Vivaldi, Verdi, Rossini dal suo paese dìorigine:l'Italia.
Guy aveva tredici anni ed io venti quando mi chiese di “mostrargli” gli accordi. A Natale di quell'anno nostra madre gli regalò la sua prima chitarra e una raccolta di sinfonie di Beethoven. Tutti noi avevamo già intuito l'istintiva predisposizione di Guy per la musica, il suo progredire intenso, appassionato e nello stesso tempo metodico. Egli non si limita ad acquisire i rudimenti della chitarra con lo scopo di accompagnare il canto. Egli vuole conoscere tutte le sfaccettature tecniche dello strumento, tutte le sue potenzialità armoniche per meglio comprendere e interpretare certi angeli vagabondi cari alla sua anima e che si chiamano Santana, Mark Knoppler, Hendrix e pure Villa Lobos, Bach e Tarrega.
Sotto la guida di Rodrigues, suo professore, si dedica alla chitarra classica al Conservatorio, senza trascurare nel frattempo Disturb, un'orchestra di amici coi quali anima i “dancings” e i balli del sabato sera. Egli non smetterà mai da allora di studiare a fondo questo mosaico musicale spaziando da Chet Atkins, Clapton o gli Stones fino a Beethoven e Wagner dedicandosi con lo stesso entusiasmo a Queen e abulia Bream, a Pierre Bensusan e ai Who, come pure alle musiche delle diverse culture, celtiche, greche, francesi e latine. Egli è l'interprete lirico, ispirato ,ma già ossessionato dal desiderio di creare. Io lo vedevo allora, sovente cercare di impostare una canzone con qualche amico in quelle febbrili serate “belle bottiglie e carta a quadretti” inseguendo un ritmo, il volo di una melodia, i colori di una tavolozza armonica.
Guy è all'alba dei suoi vent'anni, quel fatale 2 febbraio 81, quando, stupito di non vedere nostra madre preparare tavola per il pranzo, entra nella sua camera e rimane dolorosamente sconvolto da questo primo terrificante incontro con il mistero della morte. Poiché ella se n'è andata nella notte, Anna, la lupa, la nostra Italiana dal cuore di fuoco, questo insieme di esuberanza, di lirismo, questo esplosivo braciere di generosità latina, di necessità e di coraggio. Ed è lei che egli raggiunge quando, inseguendo improvvisamente sia il suo istinto sia l'aspirazione di sua madre, si stabilisce a Ginevra e continua i suoi studi al Liceo di Saussure dove gli viene conferita la maturità artistica in musica: Egli consoliderà questo suo progredire alla Facoltà di Lettere e dividerà il suo tempo fra la musicologia, il Conservatorio e quelle notti d'orchestra quando ritrova la chitarra solista, le musiche da ballo e i musicisti che egli frequenta nei diversi gruppi.
All'inizio degli anni 90 avviene un proficuo incontro fra Guy e il suo amico di sempre, il cantante Roberto Righetti e i suoi due cugini, Emmanuele e Donato Villani. Oltre all'amicizia, li unisce quella particolare nostalgia di un'Italia così vicina e così lontana , questa patria musicale così cara al cuore di questi figli di emigrati. Ed ecco che creano “Scatafussi” ( gatti randagi, vagabondi), questa combriccola allegra, il cui repertorio eclettico costituisce comunque la parte della bella musica della Penisola, quella di ieri come quella di oggi. Segue un periodo positivo, durante il quale, per ricalcare il proverbio, io li vedevo come degli Italiani quando hanno l'amore, il vino… e sono dei musicisti.
Ma la fortuna c'è quando la sfortuna fa la siesta… E questa siesta è finita quel 28 luglio 1995 dove Guy, con la sua amica, spera in una vacanza. Si possono azzardare delle ipotesi, ma nessuno saprà mai la causa esatta di questo strano male che lo annienta in poche ore e lo rinchiude per dei mesi nel buio del corpo. Solo il cervello e il cuore sono risparmiati da questa galoppante paralisi generale che invade tutto il suo organismo. La presenza di spirito e la prontezza della sua amica gli salvano la vita al termine di una valanga di vicende che lo porteranno da quest'isola all'ospedale americano di Singapore, poi al rimpatrio a Ginevra, dove vivrà la terribile esperienza del record di permanenza in una sala di rianimazione, di cure intensive prima di tornare nel Vallese, a Gravelone per un infinitamente lento recupero nervoso e motorio.
Questa seconda rivelazione della morte, questo ritorno ontologico alla singolarità dell'essere, condurranno Guy a una rivoluzione copernicana. La sua visone del mondo,la sua percezione del tragico relativo ad ogni condizione umana, si sono potentemente ingrandite. In questo corpo intralciato la coscienza si è liberata del futile, le sue potenzialità ridotte al nocciolo essenziale.
La musica gli restituisce allora quell'antico amore di sempre. Ed è Lei che lo va a cercare, lo prende per mano, lo riconduce al mondo in questa lenta rinascita di se stesso , questa rinascita inevitabile, di cui Guy si rende conto e che costituirà la sua battaglia, la sua lotta nel quotidiano e la nobiltà di un uomo seduto che vive in piedi.
Quella primavera a Gravelone, constatato che ha sostituito lo stilografico, cioè quella civetteria d'una piuma d'oca con la qual amava scrivere, con uno schermo di computer e con quel “mouse” che la sua mano convalescente domina. Jean Marc Lamprecht, un amico musicista ginevrino, gli facilita l'accesso alla scrittura informatica. Guy ritrova allora quella favolosa possibilità di trascrivere in spartiti la musica interiore, la magia alchimista della creazione, quell'intimo contatto fra il singolo e l'universale, quella tenera confessione solipsista della solitudine atavica di ogni essere alla ricerca dell'Altro. E così potrà ben presto scrivere per la città di Sion il “Poema sinfonico delle streghe” e l'insieme di brani che accompagnano i fuochi d'artificio del Carnevale '98, un quartetto, qualche sonata, un concerto per violino, un Requiem.
Contemporaneamente, Guy non ha più in mano la chitarra, il mandolino o il buzuki, ma questa bacchetta con la quale suona il più bello, il più completo degli strumenti: l'orchestra… E quei “fari nella notte” che sono per lui i suoi amici più cari, i grandi compositori della sua costellazione spirituale, egli può ora interpretarli con tutto il rispetto, la riconoscenza, il fervore di un navigatore verso la sua stella, d'un creatore verso i suoi predecessori. Per concludere, per questo piccolo ritratto d'un gran signore: c'è l'Italia di sua madre che gli ha lasciato in eredità , allo stesso tempo il suo nome di ragazza da imprimere in alto nel programma , riflesso di una modesta emigrante e, per sempre, l'amore per la patria di Vivaldi, il calore dei suoi abitanti, il loro spirito di clan e di fedeltà “per la vita e per la morte”.
Da parte mia io mi sento fiero e modesto di fronte a questo fratellino che non ha mancato di ricondurmi ai giusti concetti della grandezza.
Philippe Kummer