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“Nessuna lotta di classe sulle spalle dell’AVS” (NZZ, 24.08.2022). Il quotidiano zurighese Neue Zürcher Zeitung (NZZ), la cui missione è difendere senza compromessi gli interessi dei datori di lavoro e dei ricchi, non ha paura di usare parole grosse: i sindacati starebbero conducendo una “lotta di classe” attorno alla votazione del 25 settembre per imporre un “rafforzamento dell’AVS“, ignorando cioè che appare ovvio: “Prima o poi dovremo lavorare più a lungo“.
Figuriamoci! Tutti sanno che la Svizzera è stata caratterizzata per decenni dall’esistenza di sindacati che hanno condotto una guerra spietata contro i poveri padroni che cercano con difficoltà di far sentire la voce della ragione economica e proteggere i loro piccoli interessi…
Cerchiamo di essere seri! Nel 1991, 7393 persone in Svizzera dichiaravano un patrimonio netto di almeno 5 milioni di franchi e possedevano un patrimonio cumulativo di 101,9 miliardi di franchi: lo 0,3% dei contribuenti per il 19,2% del patrimonio dichiarato! Nel 2018, la ricchezza netta dei contribuenti con un patrimonio netto di almeno 5 milioni di franchi (41.972) si era moltiplicata per 8 (!) e ammontava a 816,6 miliardi di franchi: lo 0,8% dei contribuenti possedeva il 40,7% della ricchezza dichiarata!
In Svizzera è in atto una lotta di classe. Ma, per il momento, non la stanno vincendo i salariati, bensì i ricchi! Nonostante le mobilitazioni sindacali, nonostante lo sciopero femminista del 14 giugno 2019 per promuovere la parità salariale e valorizzare i lavori femminili scarsamente retribuiti.
Tre decenni di erosione dei salari…
Questa evidenza è confermata dall’evoluzione dei salari. Per capirlo, dobbiamo confrontarla con l’evoluzione della produttività del lavoro. La produttività del lavoro misura il volume di ricchezza prodotto in un determinato periodo di tempo. Quando aumenta, aumenta anche la ricchezza che può essere distribuita sotto forma di reddito. Se i salari aumentano allo stesso ritmo della produttività del lavoro, la distribuzione della ricchezza (valore aggiunto) rimane sostanzialmente invariata. Se i salari aumentano a un ritmo più lento della produttività del lavoro, la quota di ricchezza che spetta ai lavoratori diminuisce e quella che spetta al capitale aumenta.
La tradizionale rivendicazione salariale dei sindacati moderati è la “condivisione” degli aumenti di produttività, il che significa che i salari aumentino allo stesso ritmo della produttività. Tale rivendicazione non implica una riduzione delle disuguaglianze di reddito esistenti, ma solo che queste non aumentino. Non ha nulla a che vedere con una redistribuzione della ricchezza – che sarebbe assolutamente necessaria – né con la possibilità di avere voce in capitolo su ciò che viene prodotto e come – un’esigenza democratica fondamentale di fronte all’attuale crisi climatica. Si tratta quindi di una rivdendicazione assai moderata.
Guardiamo cosa è successo in Svizzera negli ultimi tre decenni:
– Tra il 1993 e il 2020, la produttività oraria del lavoro [1] è aumentata del 38%, al netto dell’inflazione. Ciò corrisponde a un aumento annuale dell’1,2%.
– Nello stesso periodo, i salari reali (al netto dell’inflazione) sono aumentati del 16% [2], con una crescita annua di poco inferiore allo 0,6%. Ogni anno, gli uomini e le donne di questo Paese sono stati derubati della metà dell’aumento di produttività derivante dal loro lavoro.
– Se i salari reali avessero tenuto il passo della produttività, sarebbero più alti di un quinto. Consideriamo un salario di 5000 franchi al mese nel 1993. Nel 2020, tenendo conto dell’inflazione, una persona che svolge un lavoro di questo tipo guadagnerebbe 5800 franchi al mese. Ma se questo salario avesse seguito l’aumento della produttività, nel 2020 sarebbe stato di 6900 franchi. Ciò significa una perdita di 1100 franchi al mese di potere d’acquisto! Questo è il risultato della vera lotta di classe!
… e i suoi effetti sulle pensioni
Cosa significa questa erosione salariale per l’AVS?
– Se i salari avessero tenuto il passo con la produttività, l’AVS avrebbe incassato 6 miliardi di franchi in più di contributi dei dipendenti solo nel 2020, 40 miliardi invece di 34 miliardi! Sull’intero periodo 1993-2020, l’AVS avrebbe incassato 70 miliardi di franchi di entrate supplementari dai contributi dei dipendenti! Ciò corrisponde al 150% delle spese dell’AVS nel 2020! Una volta terminato il grottesco dibattito sulla “stabilità finanziaria” dell’AVS, sarebbe finalmente possibile porre le vere domande. Come possiamo garantire pensioni sufficientemente elevate per vivere? E come possiamo avere un’età di pensionamento che tenga conto del disagio del lavoro?
– Se i salariati riuscissero a ottenere un aumento dei salari pari a quello della produttività, le entrate dell’AVS sarebbero superiori di 15 miliardi di franchi rispetto alle previsioni dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) per il periodo 2023-2032. Ciò corrisponde al deficit cumulativo stimato dall’UFAS nei suoi scenari sistematicamente negativi.
Salari e AVS: la stessa battaglia!
La battaglia per i salari sarà particolarmente dura nei prossimi mesi e anni. Le grandi aziende stanno approfittando del contesto creato dalla guerra in Ucraina per gonfiare i prezzi… e i profitti. La “lotta all’inflazione” proclamata dalle banche centrali assomiglia molto a una lotta contro i lavoratori e il loro reddito. La lotta di classe, quella della vita reale e non quella delle penne al servizio dei ricchi e dei benestanti, diventerà più dura. La risposta dei lavoratori deve essere organizzata.
Ma una cosa è certa: la solidarietà tra generazioni di lavoratori è fondamentale. La difesa dei salari e la difesa dell’AVS fanno parte della stessa battaglia. E sono proprio coloro che vogliono indebolire l’AVS e aumentare l’età di pensionamento delle donne a mettere sotto pressione i salari. Il primo passo di questa battaglia è quindi il 25 settembre: votare NO all’AVS21!
[1] Ecco la presentazione di questo indicatore sul sito dell’Ufficio federale di statistica (UST), da cui provengono i dati qui utilizzati: “La produttività del lavoro misura l’efficienza con cui le risorse umane sono impegnate nel processo produttivo. È uno dei concetti di produttività più utilizzati nell’analisi macroeconomica. Si fa qui una distinzione tra la produttività del lavoro nell’economia totale e nel settore dello scambio di merci. L’evoluzione della produttività del lavoro è di notevole importanza per la crescita economica ed è quindi un indicatore importante per la politica economica. È strettamente legato al concetto di reddito e al tenore di vita di una nazione. Si tende quindi a ritenere che un aumento significativo della produttività nel tempo consenta, attraverso operazioni distributive, un aumento del reddito e del tenore di vita di una nazione.
[2] L’indice dei prezzi tiene poco conto degli aumenti dei contributi per la cassa malati, ad esempio. In realtà, quindi, il potere d’acquisto è aumentato meno. E se guardiamo al reddito disponibile, una volta che teniamo conto delle spese obbligatorie (affitto, tasse, assicurazioni obbligatorie), la situazione è ancora peggiore.