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Dal 19 al 27 luglio i rappresentanti di 170 paesi si ritrovano a Bonn per negoziare le modalità di applicazione del protocollo di Kyoto. Una conferenza su cui aleggia lo spettro del fallimento, dopo la defezione degli Stati Uniti. La Svizzera, come l'Unione europea, mira a salvare il protocollo. Ma per farlo ci vorrà il sostegno di Giappone e Russia.Questo contenuto è stato pubblicato il 15 luglio 2001 - 14:48
Numerosi dati segnalano che il clima del pianeta si sta riscaldando. La responsabilità del mutamento viene fatta ricadere sulle spalle delle attività umane e più precisamente sull'emissione di gas che lasciano passare i raggi solari, ma che ne ostacolano la riflessione dalla superficie del pianeta verso lo spazio.
È un effetto simile a quello dei vetri di una serra e perciò i gas vengono chiamati "a effetto serra". Su loro probabile ruolo nel mutamento climatico c'è ormai un ampio consenso nel mondo scientifico. Come c'è consenso sul fatto che si debba in qualche modo reagire, anche solo per prudenza.
Il problema si pone però quando dalla descrizione di un fenomeno si deve passare alla elaborazione di soluzioni politiche. È questa la storia del protocollo di Kyoto. Frutto di complessi negoziati, il protocollo è ancora privo di un accordo che ne definisca le modalità di applicazione. L'ultima conferenza dei paesi firmatari del protocollo, tenutasi all'Aja nel novembre 2000, è fallita per i contrasti tra europei e americani.
Una conferenza cruciale
A Bonn è in gioco il destino del protocollo di Kyoto. Ed è un destino appeso ad un filo, dopo che l'amministrazione Bush ha annunciato in marzo di voler abbandonare il protocollo perché contrario agli interessi economici statunitensi.
Il protocollo di Kyoto, frutto della conferenza internazionale sul clima tenutasi nella città giapponese nel 1997, prevede la riduzione entro il 2012 dell'emissione di gas a effetto serra da parte dei paesi industrializzati del 5,2 per cento rispetto al 1990. In teoria, l'accordo dovrebbe entrare in vigore all'inizio del 2002. Ma ciò è possibile solo se il protocollo è ratificato da almeno 55 stati, la cui produzione di anidride carbonica rappresenti almeno il 55 per cento delle emissioni dei paesi industrializzati.
L'Unione europea e la Germania puntano alla messa in vigore dell'accordo anche senza gli Stati Uniti. Un proposito che potrebbe rivelarsi assai difficile, visto che gli USA da soli sono responsabili di più di un terzo delle emissioni. Date le premesse, un ruolo cruciale toccherà al Giappone e alla Russia. Senza di loro, il protocollo di Kyoto sarebbe affossato.
Il Giappone e la Russia tuttavia, insieme a Canada e Australia sono piuttosto orientati a rendere più flessibile l'accordo, mettendo l'accento sui meccanismi che permettono il commercio dei diritti di emissione (in pratica la possibilità di acquistare da paesi con poche emissioni la facoltà di inquinare di più) e sui cosiddetti "serbatoi" di CO2, cioè gli ecosistemi in grado di assorbire anidride carbonica.
La Svizzera è vicina alla posizione dell'Unione europea e può contare sull'appoggio dell'Enviromental Integrity Group, di cui fa parte insieme a Messico, Corea, Liechtenstein e Monaco. Piuttosto scettica verso il commercio di diritti di emissione e sui serbatoi di CO2, la Svizzera vuole che la priorità sia data all'effettiva riduzione delle emissioni a livello nazionale.
La base di discussione a Bonn è data da un documento stilato dal presidente della conferenza, l'olandese Jan Pronk. Un proposta che abbassa il tiro rispetto alla posizione dell'UE, dando un ruolo di primo piano ai serbatoi del CO2. Senza dubbio un tentativo di tenere aperta una porta ad un compromesso.
I negoziati di Bonn si svolgono nel quadro delle conferenze previste dalla Convenzione dell'ONU sul cambiamento climatico. Gli Stati Uniti vi partecipano a pieno titolo perché hanno ratificato la convenzione quattro mesi dopo averla firmata al vertice di Rio del giugno 1992. Nei mesi prima della conferenza hanno fatto sapere di voler intervenire a Bonn per impedire tutte le decisioni suscettibili di nuocere ai loro interessi commerciali o di creare dei "precedenti" per altri accordi internazionali. Bush ha tuttavia assicurato di non voler impedire in linea di principio un accordo.
Le premesse, insomma, non sono le migliori. A Bonn potrebbe essere difficile raggiungere anche solo un accordo di compromesso, annacquato rispetto alle già prudenti misure indicate dal protocollo di Kyoto.
Andrea Tognina
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