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Un ex responsabile delle attività di gestione patrimoniale per i clienti in Nordamerica ha vinto una causa contro Credit Suisse. Il Tribunale dei probiviri di Ginevra ha ritenuto che il licenziamento del banchiere, avvenuto nel 2014, era abusivo. La banca numero due elvetica è stata condannata a versare 4 milioni di franchi al suo ex dipendente.
Inoltre, Credit Suisse dovrà pagare tutte le spese relative al processo che l'ex responsabile intende condurre negli Stati Uniti per ripulire il suo nome per una cifra, secondo le stime dei suoi avvocati, superiore agli otto milioni di franchi. Lo indica l'agenzia finanziaria AWP, in possesso della sentenza che conferma un'anticipazione apparsa ieri sul sito web della NZZ e oggi sul quotidiano romando Le Temps.
In una sentenza dello scorso 4 aprile, la Corte ginevrina ha ritenuto che l'istituto bancario ha agito "in modo discutibile". "Prima ha tollerato e addirittura incoraggiato il ricorrente a infrangere le regole per ampliare la sua clientela e i suoi profitti sul mercato statunitense", rileva il Tribunale dei probiviri. In seguito, "non appena le relazioni con gli Usa sono diventate tese, la banca non ha esitato a proteggere i propri interessi e a sacrificare quelli del ricorrente", aggiungono i giudici, sottolineando che l'ex dipendente è stato "vilmente abbandonato" dal suo datore di lavoro.
Credit Suisse aveva licenziato il responsabile ginevrino a causa di ripetute violazioni delle direttive interne in materia di ricerca della clientela transfrontaliera, in questo caso statunitense.
Credit Suisse vuole ricorrere
Contattata da AWP, la banca elvetica ha indicato di "aver preso atto della sentenza, che a suo avviso non tiene però conto dei fatti in questione e della fondatezza del caso", annunciando di voler fare ricorso.
L'ex collaboratore faceva parte degli impiegati - tra quindici e venti in totale - contro i quali aveva puntato il dito l'ex direttore generale di Credit Suisse Brady Dougan di fronte al senato Usa nel febbraio 2014, ricorda la Corte ginevrina.
Il ricorrente, che ha iniziato a lavorare presso Credit Suisse nel 1988, dal 2002 operava in qualità di responsabile delle attività di gestione patrimoniale per i clienti in Nordamerica. L'uomo era a capo di un team di cinque collaboratori con obiettivi ambiziosi: a loro si chiedeva di fornire ricavi supplementari pari al 14%, oltre a una crescita annuale degli averi in gestione del 6%, indica la sentenza.
Il Tribunale ginevrino fa riferimento alla formazione impartita nel dicembre 2006 ai gestori di patrimoni di Credit Suisse sui nuovi limiti da rispettare nei confronti delle "US persons". I viaggi d'affari volti a sollecitare l'acquisizione di nuovi clienti sono ora vietati.
Presto un processo negli Usa
La bufera con il fisco statunitense è iniziata nel 2008 con UBS: il caso del numero uno bancario elvetico, accusato dalle autorità statunitensi di aver favorito l'evasione fiscale, si è poi propagato alla rivale Credit Suisse.
Nel 2014 la seconda banca svizzera ha siglato un accordo con gli Usa, riconoscendo di aver violato la legge. L'ex collaboratore è stato licenziato il 19 maggio di quell'anno, giorno in cui Credit Suisse si è dichiarata colpevole di complicità in evasione fiscale. Secondo il Tribunale ginevrino, ciò rappresenta una conferma delle responsabilità dell'istituto bancario.
A seguito delle sue azioni, Credit Suisse ha esposto i suoi dipendenti ad azioni legali negli Usa e deve dunque risarcirli per i danni materiali e morali. La sentenza precisa dettagliatamente i danni subiti dall'ex dirigente ginevrino.
Oltre a ciò, l'uomo non poteva lasciare la Svizzera senza correre il rischio di venir estradato negli Usa, dove è ricercato dal Dipartimento di giustizia statunitense. L'istituto bancario è stato dunque condannato dal Tribunale dei probiviri a "sostenere e anticipare tutte le spese" dell'ex dipendente nell'ambito di questo procedimento. Nel 2016, gli avvocati del banchiere avevano chiesto un importo pari a 8,25 milioni di franchi, compresa la cauzione e l'eventuale multa.
Negli Stati Uniti, l'uomo rischia 5 anni di prigione e 250'000 dollari di multa, sostiene Le Temps. L'ex dipendente è ora determinato a liberarsi dalle accuse delle autorità statunitensi nell'ambito di un processo che si terrà proprio oltre oceano e nel quale si dichiarerà non colpevole. (Ats)