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Con la sconfitta degli ecologisti e lo slittamento a destra del parlamento alle elezioni federali di ottobre, le questioni climatiche e ambientali hanno perso parte dei loro sostenitori. È la fine della svolta energetica? Le prime risposte cadranno già durante la sessione invernale della camere, che si apre lunedì.Questo contenuto è stato pubblicato il 30 novembre 2015 - 16:30
«Per la Svizzera ecologica si prospetta un periodo buio», «Il parlamento staccherà la spina della svolta energetica» o ancora «La svolta energetica probabilmente non avverrà». Nei giorni successivi alle elezioni federali del 18 ottobre, i titoli sulla stampa elvetica lasciavano pochi dubbi sul futuro dei dossier energetici e climatici in discussione in parlamento.
Nella Camera del popolo (camera bassa), il Partito ecologista svizzero (PES) e i Verdi liberali hanno perso complessivamente un terzo dei seggi (9 su 27). Inversamente, i partiti tradizionalmente meno sensibili alle tematiche ambientali - Unione democratica di centro (UDC) e Partito liberale radicale (PLR) - hanno guadagnato 14 seggi supplementari. Nella Camera dei cantoni (camera alta), dove siede un solo ecologista, gli equilibri sono invece rimasti pressoché invariati. Il risultato è un parlamento più a destra e meno ecologista.
Nessuna speranza per l’economia verde
«Per l’economia verde, gli obiettivi di riduzione delle emissioni [per il 2030] e gli altri temi legati all’ambiente, non ci sono più speranze», afferma rassegnata Isabelle Chevalley, deputata dei Verdi liberali.
Né l’iniziativa popolare degli ecologisti per una gestione efficiente e sostenibile delle risorse - detta anche iniziativa per un'economia verdeLink esterno - né il controprogetto indiretto del governoLink esterno, fanno la maggioranza. La Camera del popolo ha respinto già nell’ultima sessione la revisione della legge sulla protezione dell’ambiente proposta dall’esecutivo. E ora, la commissione dell’energia della Camera dei cantoni raccomanda ai senatori - chiamati ad esprimersi questa settimana - di non entrare in materia.
«La Svizzera è all’avanguardia nel settore dell’ambiente e nuove disposizioni sarebbero non solo superflue, ma pure nocive per l’economia», ha commentato Ivo Bischofberger, deputato popolare democratico (PPD, centro) e presidente della commissione.
La catastrofe nucleare di Fukushima del 2011, spiega il politologo Oscar Mazzoleni, ha avuto un forte impatto in Svizzera e ha contribuito a ridefinire in modo significativo la politica energetica e climatica. «All’inizio della vecchia legislatura, il parlamento sembrava mettersi sulla scia del cambiamento. Poi sono però riemerse le divisioni, con il ritorno di una certa polarizzazione tra il campo rosso-verde e la destra economica».
Strada in salita per l’ecologia
Anche per la Strategia energetica 2050Link esterno, di cui si tornerà a parlare soltanto in primavera, si prospettano tempi duri, sostiene Isabelle Chevalley. «Sarà estremamente difficile farla adottare nella forma proposta dal governo».
Per il primo pacchetto di misure, che prevede tra l’altro la chiusura graduale delle centrali atomiche svizzere e una maggiore promozione delle energie rinnovabili, ci sono ancora molti punti in sospeso. Preoccupati per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nazionale, gli schieramenti di destra non vogliono ad esempio fissare limiti massimi alla durata di esercizio degli impianti nucleari e hanno rivisto al ribasso il sostegno alle fonti rinnovabili.
Ancora più incerto è il futuro della seconda fase della strategia energetica, una riforma per tassare chi inquina e consuma di più. Le chances della nuova fiscalità ecologica sono «nulle», preannuncia il deputato liberale radicale Christian Wasserfallen, il quale si augura che lo spostamento a destra del legislativo consenti ulteriori correttivi alla strategia energetica. Considerate anche le difficoltà dovute al franco forte, sottolinea, l’economia non ha bisogno di altre limitazioni.
«Il vecchio parlamento, pur essendo progressista, ha già indebolito di parecchio il primo pacchetto della strategia energetica. UDC e PLR si sono finora opposti alla svolta energetica, senza però ottenere una maggioranza. Con la nuova configurazione, un rifiuto puro e semplice della strategia è ora invece possibile», afferma Adèle Thorens, copresidente del PES. Secondo un sondaggio di smartvoteLink esterno, un abbandono dell’atomo entro il 2029, ovvero sessant’anni dopo l’entrata in servizio della prima centrale svizzera, appare assai improbabile.
Per gli ecologisti, «la strada sarà più in salita», ritiene Oscar Mazzoleni, secondo il quale i verdi dovranno ripensare le loro alleanze, soprattutto con il centro. «Il PPD potrebbe diventare l’ago della bilancia». L’impressione, aggiunge il politologo, è comunque che con l’eccezione dei verdi questi temi hanno perso rilevanza. Non è solo una questione di rapporti di forza, ma anche di ciò che sta avvenendo in Svizzera e nel mondo. «Ora si parla soprattutto di flussi migratori, terrorismo e sicurezza».
La carta del popolo
Parlare della fine della svolta energetica è tuttavia prematuro, secondo Hanspeter Guggenbühl, giornalista specializzato nelle questioni energetiche. Malgrado la maggioranza nella Camera del popolo (101 seggi su 200), la destra non è compatta nella sua opposizione. Nelle votazioni avvenute finora ci sono stati dei “dissidenti”, scrive sul sito online del settimanale TagesWoche, facendo il nome di alcuni deputati UDC e PLR che hanno votato a favore della strategia o che si sono astenuti.
E se proprio non avranno i numeri in parlamento, gli ecologisti cercheranno sostegno al di fuori di Palazzo federale. L’iniziativa per un’economia verde verrà verosimilmente sottoposta a votazione popolare l’anno prossimo. «E se la strategia energetica verrà affossata, o se non corrisponderà alle nostre aspettative, impugneremo anche la nostra iniziativa sull’abbandono del nucleare depositata nel 2012, che chiede di chiudere gli impianti dopo 45 anni di attività. Sarà il popolo ad avere l’ultima parola», afferma Adèle Thorens.
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