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Che cos’è il genere? Da quando si usa questo termine per definire gli individui e le individualità? Esiste una definizione imprescindibile di questo concetto, oppure è un concetto fluido, che si rimodella diacronicamnte, con il passare degli anni?
Questo termine, gravido di implicazioni e foriero di dibattiti di fondamentale importanza, vede la sua origine nel contesto dei women’s studies negli anni Settanta, quando per la prima volta venne utilizzato da un gruppo di femministe nordamericane. Attraverso l’uso del termine Gender esse vollero definire, oltre all’appartenenza sessuale, le implicazioni sociali, economiche e culturali che i sessi portavano con sé. In questo periodo il termine comprendeva indistintamente i concetti di "genere", "differenza sessuale", "sesso" e "sessualità". Quattro concetti che in un secondo momento avrebbero coinvolto aree semantiche ben diverse ma che allora erano quasi del tutto interscambiabili.
Con gli anni Ottanta, l’intuizione delle femminste nordamericane di non limitare il concetto di genere unicamente alla sessualità, si affinò. Si iniziò infatti a sviluppare una sorta di rifiuto del concetto di sessualità inteso unicamente in relazione al determinismo biologico. La distinzione fondamentale che cominciò a farsi strada, non solo all’interno degli ambiti femministi, fu dunque quella tra i dati naturali e biologici da un lato e le implicazioni sociali ed ideologiche dall’altro. Tenendo conto di questa distinzione, si iniziarono a trattare il sesso e la sessualità come termini inerenti la prima categoria (quella meramente biologica), mentre il genere e la differenza sessuale come concetti riguardanti la seconda categoria (quella più ampia, che teneva conto anche delle ricadute sociali, ideologiche e culturali).
Essendo legato ad elementi transeunti (come i ruoli, le convenzioni e la credibilità), il concetto di genere assume dunque una natura cangiante. E, questo, in contrasto rispetto ai concetti di sesso e di sessualità, che risultano meno problematici e più fermi. Proprio per questo motivo, per la sua accezione connessa ai cambiamenti sociali, si cominciò a parlare anche di in-generazione delle persone, proprio ad indicare come il genere degli individui sia in realtà influenzato e condizionato dalla loro appartenenza a determinati contesti sociali, come ad esempio la scuola, la famiglia, i mass media, ecc. (elementi sociali che, in quest'ottica, vengono anche definiti come tecnologie di genere).
L’esempio lampante riguarda la scuola materna dove ai bambini maschi vengono assegnati giocattoli considerati di natura più virile, quali dinosauri, macchinine e soldatini, mentre alle bambine giochi di natura casalinga e materna, ovvero bambole, trucchi e cucine-giocattolo. Ecco che fin dalla giovane età i bambini assumono un genere specifico sulla base di ciò che li circonda, un genere che andrà poi a formare l’identità dei soggetti che lo assumono. Da questo esempio si capisce come il "genere" sia un prodotto della società: esso viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a rinforzare il contrasto fra identità maschile e femminile (come se l'identità dipendesse unicamente dall'appartenenza biologica ad un determinato sesso).
Grazie all’introduzione del concetto di genere, alcuni stereotipi vengono superati (perlomeno sulla carta). Per la prima volta, infatti, si tende a non più associare automaticamente un ruolo sociale ad un determinato sesso o a una determinata preferenza sessuale. Con questo si intende che, per la prima volta, non viene più dato per scontato il fatto che ci siano professioni praticabili esclusivamente dalle donne e altre dagli uomini, bensì che ognuno possa dedicarsi alla professione che più preferisce in base alla propria predisposizione e decisione personale.
Questo assunto teorico (che è una conseguneza della riflessione innescata dall'uso del termine Gender in riferimento agli individui) è però contraddetto dalla realtà dei fatti, dove alla donna restano accollate mansioni perlopiù domestiche e subalterne. E questo perché il concetto di genere femminile (per il suo essere strettamente legato ad una particolare visione sociale) deve subire le ripercussioni di millenni di dominio di una visione patriarcale della società. La cultura patriarcale ha infatti codificato modelli e significati in relazione alla natura corporea e alla virilità degli individui, attribuendo alla donna il ruolo di essere inferiore. La donna nel corso degli anni è sempre esistita secondo la visione maschile: essa era la creazione dell’uomo, destinata alle faccende domestiche, subordinata, oppressa e sfruttata.
Grazie alla volontà delle femministe di decostruire e allo stesso tempo sfatare l’opposizione maschile-femminile, introducendo il concettto di Gender, ecco che vengono smascherati quei concetti che venivano professati come universali ma che in realtà erano solo la conseguenza di una particolare cultura e di una particolare società: la società borghese, dominata da individui maschi, bianchi e occidentali.
Ci immergiamo ora negli anni Novanta dove le teorie riguardanti la contrapposizione tra genere e sesso concepiscono quella che verrà definita la riflessione Postgender. Questa prospettiva, di tipo postmoderno e funzionalista, sostiene che il sesso, la sessualità e il genere siano costruzioni discorsive che necessitano risemantizzazione e risignificazione. Questo movimento si fa promotore di uno sviluppo sostanziale, introducendo il concetto di differenze.
L’uso del plurale mostra come la riflessione si sia fatta vieppiù inclusiva e tollerante, a dispetto della visione esclusiva e contrappositiva che vigeva prima dei movimenti femministi. Il plurale indica che ognuno ha la sua dignità di esistere e che vi sono svariati fattori che possono contribuire alla formazione della soggettività, quali, ad esempio, la classe sociale, l'etnia, religione, le preferene sessuali, ecc. Sul piano teorico, dunque, la riflessione si è aperta a tutte le differenze di genere, nel rispetto di ogni scelta e di ogni in-generazione; apertura cui speriamo faccia presto seguito anche sul piano pratico una uguale equanimità e tolleranza, che sono le premesse ad una vera parità di genere. Una parità che, purtroppo, ancora oggi non sussiste, né sul piano sociale (basti pensare alle ingiustizie salariali di cui le donne sono vittime e alle difficoltà che riscontrano nell’accedere ai gangli del potere), sia sul piano relazionale (basti ricordare le molestie e le offese che devono subire), sia sul piano intellettuale (basti considerare come siano spesso trascurate nei dibattiti pubblici).