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È approdata martedì alle assise criminali di Lugano un caso singolare, già battezzato come la "truffa dei vini". Sono molte le persone coinvolte nella vicenda ed elevato sarebbe il guadagno che ne avrebbero ricavato. Si parla di circa un milione e mezzo di franchi.
Cinque uomini, dai 29 ai 68 anni, sono stati accusati di aver organizzato una truffa su scala internazionale. Sono almeno 70'000 le bottiglie di vino contraffatte che sono state vendute un po' in tutta la Svizzera e in Italia. Le vittime menzionate nell'atto di accusa sono una trentina, tra cui si annoverano anche una nota catena di distribuzione svizzero tedesca e una ditta individuale ticinese.
La vicenda potrebbe allora aver stuzzicato la curiosità dei più: come ci si può tutelare da una truffa del genere senza essere un esperto di vino? A questo riguardo la RSI ha intervista Paolo Basso, sommelier e produttore di vino.
Come è possibile, se è possibile, capire quando l'etichetta e il costo non corrispondono al vino che c'è in bottiglia?
"Diciamo che sarebbe molto semplice. Basterebbe concentrarsi su quello che arriva nel bicchiere. Dunque il vino stesso. Probabilmente tutti questi consumatori si concentravano più che altro sull'etichetta, soddisfatti di poter accedere a queste etichette".
Ma non si assaggia prima di vendere?
"Se lo si compra dai canali ufficiali; allora sì, si assaggia. Perché ovviamente il produttore o l'importatore nei diversi paesi generalmente fa assaggiare una volta l'anno alla propria clientela quel determinato vino. Al di fuori da questo canale ufficiale siamo in una giungla e allora lì ovviamente i pericoli ci sono. Questa è la dimostrazione che giustamente questi vini non si devono andare a comprare da qualsiasi parte. Inoltre si sa benissimo chi lo produce. In ogni paese generalmente c'è uno, magari due importatori - in Svizzera ce n'è uno - e se si va a comprarli da queste persone, da queste aziende, non c'è nessun problema. Dal momento che lo si vuole andare a comprare altrove - invitati da un prezzo che sembrerebbe interessante - si corrono dei rischi".
Un enologo di una di queste cantine italiane lo ha definito "buono ma banale"; che significato ha per voi del settore?
"Sì assolutamente è molto chiaro e penso che anche per i consumatori sia molto chiaro. Il vino è buono ma banale. Cosa vuol dire? Che se questo vino costasse, che ne so, otto, dieci franchi, andrebbe tutto bene: è un vino che vale il prezzo per il quale è stato venduto. Facciamo astrazione di quello che è il marchio ovviamente; se fosse stato messo in una bottiglia con un'etichetta generica, anonima e costasse otto/dieci franchi, nessuno si lamenterebbe e il vino corrisponderebbe a quel prezzo. È chiaro che se dopo lo spacci come una grande etichetta, quello non va bene. Io non ho degustato nello specifico questo vino. Me ne sono capitate altre bottiglie che alcuni clienti mi hanno portato per provare. Il vino tecnicamente non aveva difetti, però era banale, non corrispondeva cioé alla grande etichetta che invece hanno pagato".
SEIDISERA del 20.06.2023 L'intervista a Paolo Basso, enologo
- Keystone
- 20.06.2023
- 21:21