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Parlano Flora e Pierina Valentini; intervista Mario Vicari
La festa della Madonna del Carmelo di Ponto Valentino viene celebrata tuttora in base a modalità tramandate di generazione in generazione. Le istituzioni su cui poggia sono la Confraternita e la Milizia della Madonna del Carmelo. Alcune annotazioni marginali ci consentiranno di percepire come l’usanza è vissuta fra la popolazione.
La Confraternita della Beata Vergine del Carmelo fu fondata a Ponto Valentino nel 1656, sulla scia di una devozione alla Madonna del Carmelo o del Carmine, assai diffusa nel XVII secolo (41 confraternite nel Ticino ne portano difatti il nome). Nel 1726 Papa Benedetto XIV ne estese la festa a tutta la Chiesa universale, fissandola il 16 luglio.
Ai confratelli si affiancano le consorelle, che nei registri sono indicate per la prima volta nel 1832. Certamente, in passato, quasi tutti i fedeli ne erano membri (nel 1956 si contavano ancora 123 confratelli e 247 consorelle viventi). Dalle Regole (del 1746, del 1832 e del 1907) si rileva che l’opera degli iscritti spaziava dall’assistenza agli infermi e dalla pacificazione fra avversari alla partecipazione a funzioni religiose, quali la festa della Madonna del Carmelo, le altre celebrazioni mariane, la messa della seconda domenica di ogni mese e le esequie dei confratelli.
Per la festa della Madonna, i confratelli indossano ancora oggi l’abito a riquadri bianchi e neri e portano in processione i c’antari (ceri infissi in un piattello e montati su un’asta), le insegne processionali del priore e del vice-priore, terminanti con un piccolo corpo metallico, e le torce.
La Milizia della Madonna del Carmelo trae origine da un fatto storico: la campagna di Napoleone I in Russia, cui la Svizzera era tenuta a fornire un contingente militare. I quattro reggimenti del nostro Paese si aggiravano sui 9000 uomini, di cui circa 350 ticinesi. Il 28 novembre 1812, la grave disfatta della Beresina ebbe per conseguenza perdite assai rilevanti fra i nostri militi. Secondo la tradizione, i soldati di Ponto Valentino che vi erano presenti promisero in voto alla Madonna del Carmelo che, se fossero tornati salvi, l’avrebbero onorata ogni anno per la sagra del villaggio, rivestendo l’uniforme napoleonica. A un voto analogo si rifarebbero la Milizia della Madonna del Rosario ad Aquila e quella di San Giovanni a Leontica. Pare inoltre che anche a Prugiasco, Marolta e Semione siano sorti corpi militari a scopo di devozione, scioltisi già nel corso dell’Ottocento. Le tre milizie di Ponto, Aquila e Leontica, che nel Ticino rappresentano oggi una peculiarità folclorica, intervengono alle rispettive solennità della Madonna del Carmelo, della Madonna del Rosario (prima domenica di luglio) e di San Giovanni (24 giugno).
Sappiamo che di sicuro la Milizia di Ponto Valentino aveva cominciato a partecipare alla festa della Madonna del Carmelo prima o al più tardi nel 1828, dato che indicazioni esplicite in proposito sono contenute nei registri dei conti della Confraternita di quell’anno, oltre che nel verbale della seduta del Municipio del 13 luglio 1828, nel quale si legge che ‘la Municipalità concede e permette di formare il militare nel giorno della festa della Vergine del Carmelo, nonché di costituire segurtà presso all’onorevole Consiglio di Stato per gli effetti militari’. Il passo definitivo dalla tradizione all’ufficialità è segnato nel 1937 dal costituirsi della ‘Tradizionale Milizia Pontese’, un’associazione ‘fra i cittadini di Ponto Valentino o quivi domiciliati avente per iscopo di condecorare militarmente la festa della Madonna del Carmine come di tradizione e in genere di promuovere e favorire l’unione e la concordia fra i cittadini Pontesi e ciò a decoro ed interesse del paese’ (Statuto, art. 1). Di principio la Milizia non aderisce a manifestazioni al di fuori del villaggio, o lo fa unicamente in situazioni molto particolari e rare. Nello Statuto vengono poi precisate le norme a cui i soldati devono sottostare, per dare l’immagine di una compagine disciplinata ed efficiente: ‘Chi in tenuta di servizio non obbedisca o si ribelli agli ordini dati dal Comandante della Milizia o dal Presidente o dai membri del Comitato sarà punito con la ritenuta del soldo e in casi gravi con l’espulsione dalla società a giudizio dell’assemblea dietro proposta del Comitato. È inoltre privato della diaria chi non si presenta puntualmente in occasione del servizio, come pure chi indossa ancora l’uniforme un’ora dopo il licenziamento serale, fatta eccezione per il furiere’.
Il corpo dei soldati, che conta oggi una quarantina di uomini, comprende un alfiere, i tre gruppi dei sapeurs (dal francese ‘zappatori’), dei tamburini e dei fucilieri – ognuno con il proprio sergente – due ufficiali subalterni, un capitano medico e il comandante. Forse connessa con il carattere marziale e con la forte corrente migratoria locale a Berna è l’abitudine dei comandanti, specifica per la Milizia di Ponto Valentino, di impartire gli ordini in tedesco: essa si mantenne fino al 1988, anno in cui Eliseo Valentini (emigrante stagionale a Berna) rinunciò alla carica.
È invece comune alle tre compagnie napoleoniche bleniesi il gruppo compatto dei tamburini, che si producono con ugual vigore sia per le vie del paese, sia in chiesa secondo un cerimoniale prestabilito. Stando a informazioni orali, dalla fine dell’Ottocento i giovani vennero istruiti a suonare il tamburo da Giuseppe Veglio di Cumiasca (frazione di Corzoneso) e Gioachino Manara di Leontica, che, emigrati a Londra, avevano a loro volta appreso i ritmi eseguiti dai tamburini dell’Armata della Salute.
Si può dire che durante la Festa della Madonna del Carmelo gli uomini ridiventano soldati napoleonici per due giorni consecutivi. La domenica mattina, dopo aver accompagnato i sacerdoti dalla casa parrocchiale alla chiesa, partecipano a due messe: quella celebrata per la Milizia e quella solenne per il popolo, durante la quale rendono onore alla Madonna con gesti rituali. Ma la loro prestazione si impone con maggior evidenza agli occhi degli spettatori nel pomeriggio, quando aprono la processione, precedendo il clero, la Confraternita con la statua della Madonna e i fedeli.
Il lunedì mattina, la Milizia presenzia alla messa per i membri defunti della Confraternita e della compagime e sfila poi fra le tombe del cimitero, con le armi abbassate in segno di lutto. L’ultimo atto è lo sparo a salve sul sagrato. Questa consuetudine non è certo recente (ne è prova la somma di ‘lire nove’ concessa dalla Confraternita nel 1844 per la polvere da sparo). Fino a qualche decennio fa, la Milizia effettuava il giro del paese, sparando a salve davanti alla casa parrocchiale e alle abitazioni delle autorità comunali e patriziali.
Se la festa della Madonna del Carmelo è rimasta invariata nei suoi momenti essenziali, il modo di viverla si è andato lentamente evolvendo. Un tempo si faceva addirittura dipendere da questa data il ritmo delle attività contadine, così da permettere di parteciparvi collettivamente. Dato che in luglio ci si trasferiva sugli insediamenti temporanei per il taglio del fieno, si badava di portarsi avanti nel lavoro, per essere in paese già il sabato. Se però capitava che pioveva era giocoforza raccogliere il fieno il sabato, ma donne e ragazze scendevano qualche giorno prima per ripulire la chiesa, ornare gli altari e la statua della Madonna e partecipare al triduo, durante il quale, nonostante l’assenza degli uomini, non si rinunciava a suonare a festa le campane.
Il senso di collettività si traduceva in un doppio obbligo morale: per gli abitanti, di non lasciare il villaggio; per gli emigranti, numerosissimi a Berna, di ritornarvi puntualmente. Veniva perciò a crearsi un’animazione insolita, che spronava perfino i più riottosi a stanarsi di casa. Oltre che negli atteggiamenti della popolazione, il lento distaccarsi dal mondo contadino si riflette nel genere di bancarelle esposte la domenica lungo la strada principale: al venditore di falci, allo schidlâtt (venditore di scodelle) e al bumbunâtt (venditore di dolciumi) si sono ormai sostituiti prima i mercanti di capi d’abbigliamento e calzature, oggi le bancarelle di giocattoli in plastica e altre cianfrusaglie.
Dal convergere di due elementi – la Milizia napoleonica e il dedicatario della chiesa parrocchiale – sorse un’ulteriore tradizione, tuttora viva: la Milizia di San Martino, formata dai ragazzi, che imitano i gesti e le azioni dei soldati. Fino agli anni Cinquanta, affidandosi all’improvvisazione, erano provvisti di cappelli di carta e tamburi di latta e armati di spade di legno e schioppi ottenuti dallo stocco del granoturco. In seguito la Milizia di San Martino fu dotata di uno Statuto (datato del 25 novembre 1953), che ricalca quello della Milizia della Madonna, prevedendo la nomina del comitato e del comandante. Vi sono ammessi i ragazzi dai 6 ai 15 anni che, la domenica vicina alla ricorrenza del Santo (11 novembre), sfilano per il villaggio rivestendo la cappa di San Martino, partecipano alla messa, si recano al cimitero e ricevono infine sul sagrato il pane benedetto.
Traduzione
F. – La festa della Madonna cadeva quando la gente stava facendo il fieno, ma cercavano di falciare solo fino al mercoledì, così da poterlo mettere in cascina al giovedì. Gli ultimi giorni del triduo bisognava farli a casa (= in paese). Eh, al sabato [della Madonna], alla sera facevano il vespro. Allora i confratelli partecipavano e si vestivano da confratelli. E finito il vespro e la benedizione, venivano giù [sottinteso: davanti alla statua] a fare gli onori alla Madonna.
P. – E coi c’antari [= ceri infissi in piattelli montati su aste].
F. – Coi…
P. – …e le torce. Eh, venivano giù e facevano il giro [sottinteso: attorno alla statua].
F. – Eh, erano sempre una quindicina…
P . – Eh.
F. – … o di più.
P. – … o di più. Erano già otto…
F. – … otto le torce.
P. – … otto le torce.
F. – E i c’antari…
P. – E i c’antari.
F. – … i c’antari, quattro.
P. – … quattro, eh .
F. – E il priore e il vicepriore…
P. – Dopo … vicepriore.
F.- … con il bastone.
P. – E poi qui da noi è… è bello quando baciano la pace durante la messa.
F. – Ah, il giorno…
P. – Ma allora io dico la verità, mi viene da piangere, quando vedo… una cosa che mi commuove.
F. – Perché ogni… ogni soldato ha il suo…
P.- Ecco.
F . – … il suo compito, eh .
P. – Per esempio gli ufficiali – bene – con la sciabola tracciano una croce. Dopo è bello [sottinteso: vedere] quello con la bandiera: le tante maniere con cui la gira in tutti i sensi per tracciare una croce. E poi quando hanno finito [sottinteso: di sfilare], allora la sventolano in modo che…
F. – Una sventolata al prete, al prete che porge la pace…
P. – Eh.
F. – …una sventolata, dopo vengono fuori.
P. – Eh, fuori.
F. – Dopo gli ufficiali fanno il segno della croce [con la sciabola].
P. – Eh.
F. – E quelli con lo schioppo appoggiano solo…
P. – … battono solo il colpo così sullo schioppo e sulla…
F. – Eh, e quando passano davanti alla Madonna, sempre…
P. – … Madonna… lo stesso, eh.
F. – … battono la mano così sullo schioppo.
P. – Si può dire che tutti i preti della valle c’erano. E una volta c’era il prete in ogni parrocchia, eh.
F. – Eh già.
P. – Insomma, si può dire che c’erano tutti. Poi magari ancora un qualche predicatore che facevano venire da più lontano, ancora…
F. – Eh, per il triduo, facevano venire il predicatore. Confessava in quei giorni, confessava.
P. – E poi in quei tempi facevano la… adesso fanno solo il triduo, ma allora facevano la novena.
F. – Una volta la processione la facevano un anno in dentro [= verso nord] e un anno in fuori [= verso sud], perché pareva che sarebbe stato troppo [sottinteso: percorrere tutto il paese], forse la gente era stanca.
P. – Erano stanchi.
F. – Anche quei poveretti che dovevano portare la Madonna! Era un po’ brutto, eh, perché insomma, non è la statua della Madonna che pesa, ma la portantina!
P. – Proprio era una circostanza in cui bisognava essere a casa.
F. – Eh, però un po’ di tradizione c’è ancora, perché quelli che abitano via, gli emigranti, vengono. Ah, allora, vogliono mantenere ancora un po’ le usanze. Appunto uno di questi anni discorrevano di togliere la festa della Madonna. Tolta la festa della Madonna di Ponto, addio, non c’è più niente!
P. – Ah, non c’è più niente! Farla ogni quattro anni? Ma no no no.
F. – No no no noo!
Chiose
tra ìn: ‘tirare dentro’, ‘trasportare il fieno nel fienile’.
saba dra Madona: ‘sabato della Madonna, cioè il giorno precedente la festa della Madonna del Carmelo’.
Batén: variante locale di batént, ‘battaglio della campana’.
basá ra pas: ‘baciare la pace. Durante questo atto di devozione, il celebrante porgeva ai fedeli per il bacio un oggetto apposito di metallo o di legno prezioso, di avorio, ecc., variamente ornato e raffigurante qualche mistero cristiano, oppure la statuetta di un Santo; questo oggetto veniva chiamato anche ‘pace’, dall’invocazione Pax tecum che ne accompagna l’uso’.
pundá: ‘appoggiare, posare, mettere’.
Da: Documenti orali della Svizzera italiana. Trascrizioni e analisi di testimonianze dialettali: 2 Valle di Blenio: seconda parte, a cura di Mario Vicari, Bellinzona, Ufficio cantonale dei musei – Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, 1995, capitolo II.4.
Estratto dalla reg. 88.1 conservata presso l’Archivio delle fonti orali del Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona.
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