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Le autorità libiche hanno deciso di posticipare al 17 gennaio il secondo processo contro Rachid Hamdani, accusato di «esercizio di attività economiche illegali». Lo ha annunciato domenica il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). Ieri era già stato annunciato il rinvio al 16 gennaio dell’udienza contro Max Göldi, l’altro ostaggio svizzero trattenuto a Tripoli da oltre 18 mesi.
I due uomini d’affari svizzeri sono già stati condannati nel mese di novembre a 16 mesi di prigione, da scontare, e al pagamento di una multa di 2'000 dinari (circa 1'600 franchi svizzeri) per violazione delle procedure relative ai visti. Contro la sentenza è stato presentato ricorso e il loro caso dovrebbe essere riesaminato il 10 e il 14 gennaio.
Previsto domenica 3 gennaio, il secondo processo contro Rachid Hamdani, un responsabile di una PMI del canton Vaud, è stato invece rinviato al 17 gennaio. Una decisione analoga è stata presa sabato nel caso contro Max Göldi, direttore della filiale libica del gruppo ABB, anch’egli accusato di «esercizio di attività economiche illegali». La sua udienza è stata posticipata al 16 gennaio, perché - come precisato dal suo legale Me Salah Zahaf – «il giudice esigeva la presenza dell’imputato in aula».
Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito il primo processo iniquo, dato che i due ostaggi non hanno avuto la possibilità di difendersi. Sulla carta, la legge libica garantisce ai due uomini d’affari il diritto di conoscere i capi di accusa, di parlare liberamente con i loro legali e di essere giudicati da un tribunale indipendente. Tali condizioni, sottolineano però le organizzazioni umanitarie, non sono state soddisfatte.
Max Göldi e Rachid Hamdani sono stati arrestati nel luglio del 2008 a Tripoli dopo il fermo avvenuto a Ginevra del figlio del leader libico Muammar Gheddafi, Hannibal, e della moglie. I due coniugi erano accusati di maltrattamenti contro domestici. Rilasciati su cauzione, ai due cittadini svizzeri è stato vietato di lasciare il paese e da oltre un anno e mezzo sono confinati in ambasciata.
swissinfo.ch e agenzie