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Le autorità dell'Ecuador hanno autorizzato dopo sette mesi di blackout dell'accesso a internet il ripristino delle comunicazioni esterne di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks rifugiato da oltre sei anni nella sede dell'ambasciata di Quito a Londra.
Lo rende noto un tweet diffuso dalla stessa Wikileaks e ripreso da alcuni media.
"È positivo che, grazie a un intervento dell'Onu, l'Ecuador abbia parzialmente messo fine all'isolamento di Assange, sebbene continui a destare grave preoccupazione il fatto che la sua libertà di opinione sia ancora limitata", ha commentato Kristinn Hrafnsson, il giornalista investigativo islandese a cui lo stesso attivista australiano ha lasciato di recente l'incarico formale di direttore di Wikileaks.
Assange, considerato a Washington una sorta di nemico pubblico fin dalla diffusione nel 2010 da parte di Wikileaks di una cascata di documenti diplomatici riservati imbarazzanti, ha visto imporsi condizioni di 'asilo' molto più severe dall'Ecuador dopo l'ascesa alla presidenza al posto di Rafael Correa di Lenin Moreno, più attento ai rapporti con l'Occidente. Fino alla sospensione di ogni suo contatto con l'esterno, avvocati esclusi, decisa sette mesi fa a causa di alcune dichiarazioni pubbliche di critica ai governi americano e britannico non gradite dalla nuova leadership di Quito.
Nei mesi scorsi si è persino ipotizzato che Moreno potesse revocare lo status di rifugiato, ma il presidente ha poi assicurato di poter ipotizzare di "chiedere al signor Assange di lasciare l'ambasciata" solo di fronte a una garanzia formale "del governo britannico di non fargli correre alcun rischio di essere estradato in un altro Paese": ossia consegnato sbrigativamente agli Usa, come Wikileaks teme.