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Come siano andate di preciso le cose, nessuno lo sa. Sta di fatto che ad un certo punto, l’uomo iniziò a parlare, ad emettere suoni articolati che altri uomini, udendoli, possono comprendere. L’uomo iniziò anche a tracciare dei segni grafici che altri uomini, vedendoli, possono comprendere: un segno per uomo, uno per casa e così via.
Infine, molto tempo dopo, l’uomo associò i suoni ai segni grafici: per scrivere casa non si deve più tracciare un simbolo che significa casa, ma un insieme di segni che stanno per il suono delle parola pronunciata. Se prima ad ogni segno corrispondeva un concetto, adesso vi corrisponde un suono.
Due recenti campagne pubblicitarie mostrano i limiti di quella straordinaria invenzione che è l’alfabeto.
La prima riguarda le nuove macchine fotografiche digitali della sony, che ha introdotto il marchio o, come si dice adesso, il sub-brand α. Nei manifesti pubblicitari e nei comunicati stampa si specifica che il simbolo α equivale ad “alfa” (a volte, invece, scrivono “alpha”).
L’alfabeto è una ottima idea se tutti sanno leggere, e il confine tra capacità e incapacità di leggere cambia con il tempo: qualche anno fa nessuno si sarebbe sentito in dovere di precisare la pronuncia di α, o trattare la prima lettera dell’alfabeto greco come un simbolo qualsiasi.
Le seconda campagna pubblicitaria è della Kenwood: il suono è tutto. L’idea, molto simpatica, è di traslitterare i nomi di popolari cantanti e gruppi musicali: così i Deep Purple diventano Dip Parpol e i Dire Straits diventano Daiar Straits, per non parlare dei De Bitols.
Scrivere invece di parlare, lasciare segni invece di emettere suoni, è una ottima idea, però se quelli che scrivono usano abbinamenti diversi tra segni e fonemi, alla fine hanno ragione i pubblicitari: quello che conta è il suono.