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Le condizioni di collaborazione che le agenzie inviano ai traduttori si possono negoziare? La domanda è meno banale di quanto sembra. Molte agenzie, all’inizio della collaborazione, chiedono ai traduttori liberi professionisti di firmare moduli prestampati dal titolo Condizioni di collaborazione, Contratto quadro o altre definizioni che causano facilmente equivoci.
Un’agenzia di traduzioni con la quale sto cominciando a lavorare mi ha inviato le sue «condizioni generali di collaborazione.» Alcune clausole non mi convincono. Posso chiedere che siano cambiate?
Quando riceve i formulari inviatigli dalle agenzie all’inizio della collaborazione, il traduttore, particolarmente se giovane e inesperto, è indotto a credere che tali «condizioni» siano una proposta «prendere o lasciare,» come i contratti per l’apertura di una linea telefonica o la fornitura di elettricità. Chi non accetta le condizioni proposte nel contratto di un operatore telefonico, ad esempio, non può chiederne la modifica: non firmerà quel contratto e sceglierà un altro operatore che gli offra condizioni più gradite. Non è questo il caso dei contratti che sorgono fra traduttori e agenzie di traduzione. Vediamo perché.
I contratti cosiddetti di massa, condizioni generali o ancora condizioni standard (talvolta anche contratti per adesione) sono regolati da norme speciali, rispetto ai contratti ordinari, pressoché in ogni Paese. In Italia l’istituto è presente, ad esempio, in due articoli del Codice civile (1341 e 1342 CC IT), che si riferiscono rispettivamente alle Condizioni generali di contratto e al Contratto concluso mediante moduli o formulari. In aggiunta, molte tutele specifiche sono previste dalle norme del diritto del consumatore. In Svizzera l’istituto delle Condizioni generali fa riferimento a diverse fattispecie previste dal Codice delle obbligazioni, che riguardano, tra il resto, le modalità di conclusione del contratto (art. 1 CO CH), la sua interpretazione (art. 18 CO CH) e l’accettazione tacita (art. 6 CO CH). La Legge federale contro la concorrenza sleale (LCSl, 1986) punisce poi, all’art. 8, l’utilizzazione di condizioni commerciali abusive.
Queste tipologie di contratto sono contraddistinte da un preciso elemento oggettivo: regolano rapporti che non è possibile adattare alle esigenze di ogni singolo contraente. Per questo motivo sono utilizzate dai fornitori di comunicazione, energia o trasporto, ma anche da ogni altra impresa che offra oggetti per i quali non è sensata una contrattazione individuale. Come utenti, in questi casi, ci troviamo in una posizione svantaggiata: non possiamo chiedere a una società elettrica o ferroviaria di adattare il contratto alle nostre personali richieste. Per compensare questo svantaggio, la legge impone ai soggetti che propongono condizioni generali di massa alcuni obblighi aggiuntivi. Gli obblighi riguardano, in sintesi, il dovere di corretta informazione dell’utente, l’interpretazione in bonam partem a favore del consumatore in caso di controversie e numerose tutele del contraente rispetto alle note clausole cosiddette vessatorie.
Si evince da tutto ciò che le vere «condizioni generali» richiedono, tra l’altro, la presenza di due elementi costitutivi:
- l’elemento oggettivo del riferirsi a rapporti contrattuali che per loro natura non possono essere negoziati individualmente, e
- l’elemento soggettivo del contraente (in questi casi più spesso «utente» o «consumatore») che deve essere consapevole e specificamente informato, prima di sottoscrivere questi particolari rapporti contrattuali.
E’ chiaro che le «condizioni di collaborazione» delle agenzie di traduzione non presentano questi presupposti. Non si può certo affermare che il rapporto di collaborazione fra agenzia e traduttore non si possa negoziare individualmente: è evidente la carenza dell’elemento oggettivo, che rende superfluo accertare l’eventuale esistenza dell’elemento soggettivo. Il contratto che si costituisce fra il traduttore e l’agenzia (anche non in forma scritta) è un comunissimo contratto d’appalto (in Svizzera) o d’opera (in Italia), o altre tipologie analoghe previste in altri Paesi. E’ un contratto individuale, e tale resta anche se presentato sotto forma di formulario prestampato, per mera praticità.
In nessun modo, perciò, l’agenzia, anche se di grandi dimensioni, potrà sostenere che le sue condizioni siano immutabili, prendere o lasciare. Neppure si deve confondere il contratto che regola la collaborazione fra un’agenzia e un traduttore libero professionista con un contratto di lavoro subordinato, che può soggiacere alle norme di una contrattazione collettiva di lavoro, in taluni settori. Il rapporto fra traduttore freelance e clienti (siano questi agenzie o clienti diretti, nulla rileva) è e resta un rapporto di lavoro autonomo.
E’ anomalo, semmai, che a proporre il contratto sia l’agenzia (perciò, il cliente) anziché il prestatore d’opera (cioè il traduttore). L’uso si è imposto soprattutto a causa della debolezza e scarsa preparazione di molti traduttori, che male interpretano la relazione con l’agenzia, assimilandola a un rapporto di lavoro dipendente, oppure non hanno gli strumenti giuridici per compilare e proporre proprie condizioni, anche semplici, ma che li mettano sin da subito in una posizione di minor svantaggio negoziale. E’ vero che spesso il traduttore ha scarsa forza contrattuale, specialmente se giovane e poco specializzato. Sapere che i contratti proposti dalle agenzie non sono totem intoccabili, però, è il primo passo per costruire in modo più consapevole i propri rapporti commerciali.
Se un’agenzia rifiuta di negoziare le clausole contrattuali che il traduttore non gradisce, merita chiedersi se sia opportuno iniziare la collaborazione. Nessuna norma cogente, infatti, vieta la negoziazione di condizioni diverse.
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