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Dopo l’Uzbekistan, di cui avevo parlato due numeri fa, arrivo in Kirghizistan. Apparentemente uno Stato molto meno poliziesco di quello che mi sono lasciato alle spalle. Il passaggio alla dogana è una formalità molto rapida, per noi svizzeri non c’è bisogno di nessun visto. Anche perché il Kirghizistan fa parte degli Stati raggruppati nel cosiddetto Helvetistan, cioè quei paesi che presi tutti insieme permettono alla Svizzera, che li rappresenta, di avere un seggio nel direttorio della Banca Mondiale. Ciò spiega perché qui c’è un’ambasciata, perché il montante dei progetti d’aiuto allo sviluppo svizzeri è superiore a quelli della Francia o della Gran Bretagna e come mai negli ultimi anni ben due consiglieri federali siano venuti in visita.
Il Kirghizistan con poco meno di 6 milioni di abitanti è grande più di quattro volte la Svizzera, con un terzo del territorio al di sopra dei 3.000 metri. L’imponente catena del Tien Shan, che segna il confine con la Cina, è estremamente impressionante: la cima più alta sfiora i 7.500 metri. I kirghisi discendono da tribù di nomadi arrivati qui con Gengis Khan, e che sono diventate sedentarie solo a seguito dell’industrializzazione forzata avvenuta durante il periodo sovietico. La presenza russa qui è stata importante da almeno due secoli: oltre al kirghiso, la maggior parte della popolazione parla anche il russo, ufficialmente riconosciuta come seconda lingua. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, la situazione è stata parecchio instabile, con un alternarsi di governi e di manifestazioni violente filorusse o filooccidentali.
A un dato momento gli americani, con la scusa della guerra in Afghanistan, avevano aperto anche una base militare, sicuramente in funzione anti-cinese. Nel frattempo è stata chiusa, probabilmente per ringraziare Pechino di avere costruito l’unica autostrada esistente nel paese e che porta tra l’altro sino all’inizio del passo del Forcat, che collega (a più di 3.500 metri) il Kirghizistan con la provincia cinese dello Xinjiang. Da lì c’è stato per una decina d’anni un’invasione di merci cinesi a buon mercato: proprio nei giorni in cui io ero sul posto, il Kirghizistan è però entrato a far parte del nuovo spazio economico euro-asiatico voluto da Putin (che comprende anche il Kazakistan e l’Armenia) per cui la gente teme che ora tutte queste merci diventino molto più care a causa dei tassi doganali nei confronti della Cina.
Il rapporto verso la Russia è molto ambivalente: da una parte c’è una gran nostalgia dell’Unione Sovietica, in quanto gran parte delle industrie allora esistenti sono nel frattempo state chiuse e, come in Uzbekistan, scuole e ospedali ridotti a veri disastri. Questa nostalgia, nei giorni della commemorazione del 70simo della vittoria su Hitler, si manifestava addirittura con la presenza scioccante di molte foto di Stalin! D’altra parte il paese, con un reddito medio attorno ai 1.200 dollari annuali per abitante, è molto povero e quasi un milione di persone lavorano nella Federazione Russa. Molti pensano quindi che Putin, alla prese con una crisi demografica importante, stia sfruttando i kirghisi quale mano d’opera a buon mercato.
Per finire confesso che ho accettato l’invito a venire qui anche perché ciò mi permetteva di andare alla ricerca delle tracce di C. Aitmatov, il grande scrittore kirghiso, di cui penso d’aver letto quasi tutto. Nei suoi libri c’è un intreccio tra il mondo reale e quello fantastico che mi ricorda Garcia Marquez. Solo che invece di Macondo, Aitmatov parla sempre della regione del lago Issiq Kul, il secondo lago più grande al mondo (dopo il Titicaca), salato perché non ha efluenti e che domina a 1.800 metri d’altezza la parte orientale del Kirghizistan, quindi verso la frontiera cinese. Per andare alla ricerca delle tracce di Aitmatov mi sono fatto, anche se con autista, più di 16 ore d’auto in due giorni… ma ho potuto vedere alcuni dei posti, che mi ero immaginato leggendo p. es. la Nave Bianca o Dshamila. Mi sono anche seduto, in un parco a lui dedicato, vicino alla statua di Aitmatov… sulla stessa panchina… E non dimentico che, anche se Stalin gli aveva ammazzato sia il papà che il nonno, lui era stato membro del comitato centrale del PC ed è morto, una decina d’anni fa, sempre ancora comunista, molto amareggiato però per il disastro che vedeva annunciarsi per il suo amato Kirghizistan.