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Se una donna divorzia, le conseguenze per la sua previdenza per la vecchiaia rimangono notevoli. Attualmente più di una pensionata divorziata su quattro in Svizzera percepisce prestazioni complementari all’AVS. Il nuovo studio di Swiss Life evidenzia che i meccanismi di conguaglio messi in essere in caso di divorzio, come il contributo di mantenimento per la previdenza, risolvono solo in parte il problema.
- Le conseguenze del divorzio sulla previdenza per la vecchiaia vengono spesso sottostimate: solo un quinto delle donne intervistate ha seriamente riflettuto sul tema durante il divorzio. Quasi metà non se n’è affatto interessata o lo ha fatto a malapena. Solo il 14 % ha fatto ricorso prima del divorzio a una consulenza in merito agli effetti sulla previdenza per la vecchiaia.
- Due terzi di tutti i divorzi si verificano prima del 50º anno di età: in un momento quindi in cui, tipicamente, nel secondo pilastro è stato accantonato meno della metà del futuro avere di vecchiaia. Per il gender pension gap è decisivo quindi soprattutto quel che accade dopo il divorzio.
- Le donne divorziate lavorano in media a un grado di occupazione inferiore a quello degli uomini divorziati. Un motivo importante è la cura dei figli, dopo il divorzio affidata principalmente alla madre nel 77 % dei casi.
- Se la ex partner che accudisce i figli non può lavorare a tempo pieno dopo il divorzio, in teoria viene applicato il contributo di mantenimento per la previdenza, diretto a coprire le lacune previdenziali dovute al grado di occupazione che si genera dopo il divorzio tramite risparmi individuali per la vecchiaia.
- Il sondaggio evidenzia che, in effetti, il contributo di mantenimento post-matrimoniale aumenta la propensione al risparmio, agevolando la riduzione del gender pension gap. La maggioranza delle madri divorziate intervistate con lavoro part time non riceve però tale contributo o, se lo riceve, non riesce comunque a risparmiare per la vecchiaia. Il suo impatto è quindi ridotto.
- Inoltre, anche molto tempo dopo il divorzio e la fase in cui si sono accuditi i figli emergono spesso notevoli lacune previdenziali, perché molte donne divorziate senza (più) figli di cui prendersi cura, non lavorano a tempo pieno. I motivi sono spesso legati alla salute, al mercato del lavoro o sono scelte personali, come la ricerca di un equilibrio tra vita privata e professionale.
- Un netto ritiro dalla vita professionale durante il matrimonio può avere effetti molto duraturi, come evidenziano le nostre analisi: le donne che lavoravano a gradi di occupazione bassi, dopo il divorzio continuano a farlo più spesso di quelle fortemente integrate sul mercato del lavoro, e ciò anche molti anni dopo il divorzio e la fase in cui si sono prese cura dei figli. Inoltre, pause di maternità di molti anni si ripercuotono negativamente e a lungo sul tasso di disoccupazione.
- In una prospettiva previdenziale, anche a fronte dell’apparente sicurezza del matrimonio, le donne dovrebbero quindi restare almeno in parte coinvolte nel mercato del lavoro. La raccomandazione è rivolta anche al coniuge, che deve contribuire perché ciò sia possibile. La politica e anche i datori di lavoro sono tenuti a promuovere la permanenza delle madri sul mercato del lavoro. Oltre a consentire alle donne di condurre una vita in piena libertà di scelta da un punto di vista finanziario in caso di divorzio, a lungo termine ciò determina tendenzialmente anche una riduzione dei costi delle opere sociali.
- Durante un divorzio è essenziale riflettere sui suoi effetti sulla previdenza per la vecchiaia e ricorrere a una consulenza. Dalle nostre analisi emerge chiaramente che ciò è legato a una maggiore tranquillità finanziaria in vista del pensionamento e a una maggiore propensione al risparmio.