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Una ricerca dimostra che, legalmente, la Svizzera avrebbe potuto associarsi alle sanzioni dell’ONU contro il regime dell’apartheid in Sudafrica.
Dall'analisi - svolta su incarico del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica - risulta che la politica elvetica in questo ambito fu chiaramente dettata da interessi economici.
Il 3 maggio 2000, dopo le polemiche seguite alle rivelazioni sui rapporti segreti tra la Svizzera e il Sudafrica dell'apartheid, il Consiglio federale ha deciso di aggiungere al progetto nazionale di ricerca PNR42 sulla politica estera elvetica, concluso nel 1999, un'appendice dedicata alle relazioni tra Berna e Pretoria (PNR42+).
Fra gli studi più «scottanti» in questo ambito, vi è quello di Jörg Künzli, sfociato in un libro pubblicato di recente e intitolato «Tra diritto e politica» («Zwischen Recht und Politik»). Un testo che analizza il «margine di manovra giuridico della politica svizzera verso il Sudafrica» dal 1976 al 1994.
Le conclusioni a cui giunge il giurista bernese sono molto severe: durante gli anni dell'apartheid, la Svizzera subordinò la sua politica verso il Sudafrica ai propri interessi economici.
Nessuna sanzione
«La Svizzera si limitò a giudicare la discriminazione razziale una violazione dei diritti umani e a non riconoscere formalmente le homeland (o bantustan) create dal regime di Pretoria e l'occupazione sudafricana della Namibia», afferma l'autore.
Berna rifiutò invece di adottare sanzioni diplomatiche ed economiche, giustificandosi tra l’altro con argomenti quali la neutralità e il diritto internazionale e nazionale.
Il divieto del 1963 di vendere armi al Sudafrica fu una semplice «dichiarazione di intenti» che difficilmente merita l'appellativo di embargo, secondo Künzli. Nel corso del tempo, peraltro, il Consiglio federale restrinse sempre di più la sua definizione di materiale bellico.
L'embargo sulle armi imposto dall'ONU nel 1977 andava ben oltre il semplice divieto elvetico di esportare armi pesanti in Sudafrica. Secondo il ricercatore, né la neutralità, né il diritto internazionale né quello nazionale avrebbero impedito al Consiglio federale di associarsi alle sanzioni dell’ONU. Dallo studio risulta quindi che fu una decisione di politica economica quella di non limitare per quanto possibile il commercio con il paese dell'apartheid e, anzi, di promuoverlo.
Decisione consapevole
Rincarando la dose, Künzli aggiunge che «Consiglio federale e parlamento hanno consapevolmente rinunciato a rimediare alle lacune nella legislazione elvetica, oppure lo hanno fatto solo in parte o troppo tardi, in modo da consentire il proseguimento dei rapporti economici con il Sudafrica e non ledere gli interessi delle imprese svizzere».
Berna non impedì l’esportazione di beni «dual use», ossia a doppio uso civile e militare, come macchine utensili, né il trasferimento di know how né tantomeno la collaborazione nel settore della ricerca nucleare.
Queste lacune legislative, a detta dell’esperto incaricato di far luce sui fatti, non erano compatibili con l'embargo ONU. «Certo, la Svizzera non era allora tenuta ad associarsi alle sanzioni. In base al diritto consuetudinario non avrebbe dovuto tuttavia sottrarsi ai suoi doveri di solidarietà», afferma Künzli.
Una chiara violazione dell'embargo fu, secondo il giurista bernese, la fornitura di aerei Pilatus PC-7 all'homeland sudafricana del Bophutatswana, come pure l'esportazione verso il Sudafrica di esplosivi e sostanze chimiche.
«Che un'altra via fosse possibile lo mostra il caso Iraq», rileva Künzli: in questo caso, governo e parlamento corressero i «deficit legislativi» e la Svizzera aderì alle sanzioni dell'ONU nel 1990.
Violazione della neutralità
In un solo ambito è stato provatamente violato il diritto della neutralità, secondo l'autore dello studio: nella collaborazione tra Berna e Pretoria a livello di servizi di intelligence. Tuttavia, con un «comportamento quasi compiacente verso il governo sudafricano» la Svizzera ha minato la credibilità della sua politica di neutralità.
La Svizzera, «profondamente implicata in un'ottica di guerra fredda», «mostrò grande comprensione per la posizione sudafricana e relativizzò in tal modo le violazioni del diritto internazionale da parte di questo Stato», conclude Künzli.
Nell'ambito dei 40 studi di ricerca PNR 42+, anche quello effettuato dallo storico bernese Peter Hug sulla collaborazione militare è destinato a suscitare parecchie polemiche. Secondo quanto scritto mercoledì dal «Tages Anzeiger», questa singola ricerca rimane per il momento bloccata.
Da mesi infatti - secondo il giornale zurighese - l'Amministrazione federale sottopone il grosso manoscritto, che conta ben 6000 note e rimandi, a un minuzioso controllo per appurare se l'autore si è attenuto alle disposizioni d'accesso ai documenti e ha tolto i nomi delle persone.
swissinfo e agenzie
In breve
Lo studio di Jörg Künzli è uno dei dieci progetti lanciati dal FNS nell’ambito del programma 42+ sulle relazioni fra la Svizzera e il Sudafrica.
Il governo elvetico ha incaricato 40 studiosi di chiarire le relazioni economiche, i contatti fra le Chiese, il contesto internazionale, l’immagine pubblica della politica sudafricana, nonché il ruolo della Svizzera rispetto alle sanzioni dell’ONU.
La ricerca avrebbe dovuto concludersi nel 2003, ma i lavori sono stati ritardati dalla decisione del governo elvetico di limitare l'accesso ai documenti.
Il rapporto finale dovrebbe essere presentato il prossimo autunno.