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15 settembre 2005 – Opinione liberale
Un New Deal morale
Montesquieu distingueva le forme di governo non sulla base del numero di coloro che detengono il potere, ma dell’orientamento o passione dominante che ne regola le funzioni. La paura, la virtù e l’onore costituiscono i principi che caratterizzano, rispettivamente, il dispotismo, la repubblica e la monarchia. La “virtù politica” repubblicana esige l’autonomia e l’eguaglianza di ogni cittadino, liberamente disposto a sacrificare la propria vita in favore del bene comune (a) e dell’impersonalità della legge (b): a) Alexis De Toqueville scriveva in “L’antico regime e la Rivoluzione” :”Credo che in nessun momento della storia si siano viste, in nessuna parte della terra, tante persone così sinceramente appassionate del bene pubblico e così veramente dimentiche dei loro interessi, così assorte nella contemplazione del grande disegno, così risolute a mettere a repentaglio tutto ciò che gli uomini hanno di più caro nella vita e a fare uno sforzo per elevarsi al di sopra delle piccole passioni del cuore”; b) Se le leggi intendessero regolare tutto ciò che differenzia l’uomo perfetto da quello normale o malvagio, non ci sarebbe nessuna libertà e sorgerebbe una società totalitaria.
La democrazia, piu’ di altre forme di governo, è fondata su presupposti che in realtà non è in grado di garantire. Le virtù e i valori ai quali le democrazie assegnano la massima importanza derivano da tradizioni appartenenti a età pre-democratiche e a strati di coscienza pre-politici. Le democrazie presuppongono cittadini che, almeno di regola, agiscono in base a criteri razionali e che sono capaci e pronti a sforzarsi per raggiungere la virtù la quale sottende il concetto di “eccellenza” dell’uomo. Se al popolo viene meno l’aspirazione alla virtù, la forma democratica non serve a nulla. Lo Stato e il governo non possono “stabilire” le virtù ma al massimo proteggerle e promuoverle – anche con l’esempio dei suoi rappresentanti – o rinegoziarle con i cittadini; sono costretti ad affidarsi alla società e ai suoi valori. Si può discutere a chi spetti la responsabilità di questi valori e quindi anche delle virtù dei cittadini. Oltre alla famiglia e alla scuola si citano pure le “chiese”. A queste aggiungerei i mass media in generale per il ruolo che giocano nella società moderna. Tuttavia le virtù, malgrado la loro universalità, sono sempre e sostanzialmente comportamenti individuali, che consentono di fare ciò che è giusto e in definitiva ciò che è ordinato e sanzionato dalla morale. Proprio per questo è importante la distinzione tra “azione” e “comportamento”. Comportarsi secondo i principi della morale è un agire compiuto dall’inizio alla fine (e non limitato a singole azioni). A proposito di una delle virtù teleologali, la fede, Giovanni Paolo II scriveva che una parola non è veramente accolta se non quando viene messa in pratica. La fede, come le altre virtù, è una decisione che impegna tutta l’esistenza.
Anche la comprensione dell’autentico liberalismo – e della visione liberale del mondo – è un impegno che occupa tutta la vita, di cui abbiamo un disperato bisogno. L’originale concezione liberale nasce, secoli orsono, con la constatazione che la società opera entro una struttura di soggiacente organizzazione. Con lo studio di “nuove” scienze come l’economia e la sociologia e con un apice in epoca illuministica, il liberalismo ha raggiunto piena consapevolezza di sé, parallelamente alla crescita della prosperità in Europa, ricchezza e spirito d’impresa che superarono la capacità di gestione degli Stati principeschi. Da ciò si comprese che la società e le strutture istituzionali (famiglia, economia, associazioni civiche e istituzioni legali) non erano sostenute da principi, re e altri organi centrali ma, al contrario, contenevano in se stesse la capacità di fondarsi, crescere e prosperare in pace. La concezione liberale è opposta alla visione conflittuale della società, secondo la quale nelle vicende umane il progresso nasce solo dal confronto e dalla lotta, tra singoli individui, caste, razze o nazioni. La visione liberale si fonda sull’ “armonia d’interessi” volta a trovare soluzioni ponderate malgrado le opinioni differenti. Lord Acton – storico inglese della libertà – scrisse che “libero non è colui che fa ciò che vuole, ma colui che è nella possibilità di fare ciò che deve. La libertà così intesa si esalta nella pratica delle virtù, ossia nell’adesione a una serie di principi orientati al bene”. E’ sintomatico che un liberale come Acton abbia indicato proprio nel dovere la fonte delle libertà civili: “Se non contribuisce l’idea di un dovere morale a mantenere un ordine fra gli uomini, sarà la paura a farlo”.
Qualcuno, auspicando la rinascita dell’originale concezione liberale e rifacendosi alla vecchia scuola liberale, propone la coltivazione delle seguenti virtù come 5 comandamenti liberali:
– la tolleranza religiosa poiché la fede (qualunque) tocca il fondamento più profondo di ciò che siamo e di ciò che crediamo su noi stessi;
– il rispetto della persona con lo sviluppo dell’idea di proprietà della propria persona intesa come primo principio della vita politica;
– il rispetto per la proprietà. Le diverse libertà esigono sicurezza nei diritti di proprietà in modo che un’autentica libertà possa essere vissuta entro l’esistente realtà sociale;
– il regno della legge (per contrapposizione al regno dell’uomo che per sua natura è arbitrario). Vivere secondo le leggi significa che queste devono essere poche, semplici e coerenti in modo che si possa raggiungere la proporzionalità, la giustizia e l’onestà;
– le virtù personali vere e proprie che sono fondamentali per l’infrastruttura culturale della società libera: carità, temperanza, coraggio, speranza, fede, intraprendenza, sacrificio, responsabilità,…
Si tratterebbe di adottare, nei rapporti interpersonali come in quelli tra autorità (rappresentanti compresi) e cittadini, le nuove tecniche di negoziazione per un recupero delle virtù come vissuto quotidiano – un New Deal morale. Ciò significa, come per la negoziazione di un contratto (nel libero mercato) o di un litigio, di entrare in empatia con l’altra parte, far valere i propri interessi considerando e ascoltando pero anche quelli dell’altro e tenendo conto anche dei differenti aspetti culturali. In questo contesto, le tecniche più moderne di negoziazione attestano, sulla base di studi sociologici e psicologici, che di regola, se le parti in questione hanno entrambe un atteggiamento competitivo (come è il caso in politica nel confronto tra poli di destra e di sinistra) raramente si giunge ad un accordo paritario. Ciò si presenta anche nel caso in cui una parte sia forte/competitiva e l’altra debole/rinunciataria. Oltre alla capacità di persuasione fondata sull’argomentazione razionale, vanno considerati anche altri fattori emozionali e la forza della conciliazione la quale porta a soluzioni creative che producono plusvalore per tutte le parti coinvolte.
Libertà come dovere, ascolto, rispetto e considerazione mirati all’armonizzazione dei propri e altrui interessi, sacrificio, mi appaiono concetti che debbono essere rimessi sul tavolo delle trattative in una società che, se ci azzecca l’attributo di “individualista”, non può più dirsi veramente liberale e virtuosa.