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La Svizzera ha avuto torto di rifiutare un controllo giudiziario sulla fondatezza della confisca di fondi iracheni, ha sentenziato la Grande Camera della Corte europea dei diritti umani. Il caso mette in evidenza la difficoltà di applicare le rigide sanzioni dell’ONU e al contempo di rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani.
La sentenza, emessa martedì, dà ragione ad un settantenne, in passato vicino all'ex regime iracheno di Saddam Hussein, i cui beni erano stati congelati nel 1990 perché il suo nome figurava su liste del Comitato delle sanzioni dell'ONU. Secondo la Neue Zürcher Zeitung, gli averi ammontavano a 200 milioni di franchi.
Dopo questo blocco, l'uomo, diventato nel frattempo cittadino giordano, aveva richiesto un controllo giudiziario del provvedimento di confisca dei fondi deciso dal Dipartimento federale dell'economia nel 2006. Aveva però dovuto fare i conti con vari rifiuti, confermati in ultima istanza dal Tribunale federale. La Corte di Losanna aveva giudicato che la Svizzera non potesse controllare la validità delle decisioni del Consiglio di sicurezza e dovesse attenersi in modo rigido alle misure istituite dal Comitato delle sanzioni dell'ONU.
La Grande Camera della Corte europea dei diritti umaniLink esterno ritiene che l'interessato «avrebbe dovuto disporre almeno di una reale possibilità di presentare e far esaminare da un tribunale elementi di prova adeguati per tentare di dimostrare che la sua iscrizione sulla lista delle sanzioni dell'ONU era arbitraria».
L'alta istanza rileva anche che il sistema delle sanzioni delle Nazioni Unite è controverso. La Grande Camera conclude, come la Corte europea nel 2013, che la Svizzera ha violato l'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDULink esterno). In un comunicatoLink esterno, l’Ufficio federale di giustizia precisa che i valori patrimoniali del ricorrente rimarranno confiscati «fino al termine della procedura di riesame».
Secondo Jörg Künzli, professore di diritto internazionale all'Università di Berna, le argomentazioni della sentenza di Strasburgo sono sorprendenti. «Ci si attendeva che la Corte europea dei diritti umani si esprimesse su chi avesse la priorità: il diritto della CEDU oppure quello delle Nazioni Unite. Ora il tribunale giunge alla conclusione che non vi è alcun contrasto tra i due ordinamenti giuridici».
swissinfo.ch e agenzie