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ZURIGO - Nonostante gli annunci altisonanti sulla protezione del clima Credit Suisse e UBS continuano a investire massicciamente nell'industria fossile: è l'accusa lanciata da Greenpeace.
In uno studio pubblicato oggi e realizzato da Nextra Consulting su mandato dell'organizzazione ambientalista si conclude che, attraverso i loro finanziamenti e servizi dell'ordine di 70 miliardi di dollari, i due istituti hanno reso possibile fra il 2016 e il 2019 l'emissione di 290 milioni di tonnellate di CO2, una quantità che supera quella generata in un anno dalla popolazione elvetica e dall'industria.
Le critiche di Greenpeace - Particolarmente grave, agli occhi degli autori del documento, è che sono state finanziate anche aziende impegnate nella sfruttamento di fonti energetiche estremamente dannose per il clima, come il carbone e il petrolio estratto dalle sabbie bituminose. Questo sebbene le riserve di combustibile note siano già oggi maggiori di quelle che potranno mai essere bruciate.
Sotto accusa è soprattutto Credit Suisse, che viene ritenuto responsabile del 70% dei flussi di denaro contestati e che in alcuni anni ha finanziato da sola un volume di emissioni superiori a quello che viene prodotto entro i confini elvetici.
«Oggi non c'è più posto, in un'economia compatibile con il clima, per un tale approccio», afferma Peter Haberstich, esperto presso Greenpeace Svizzera. «Il fatto che le banche, nonostante il loro asserito impegno per la protezione del clima, stiano fornendo denaro alle aziende che vogliono espandere lo sfruttamento di combustibili estremamente dannosi dimostra che le loro stesse linee guida non sono efficaci». Secondo l'associazione spetta quindi al mondo politico e alle autorità di regolamentazione dare alle banche direttive chiare e farle rispettare.
Chi è stato finanziato? - Nel tempo trascorso dall'Accordo di Parigi sul clima Credit Suisse e UBS hanno ad esempio aumentato i finanziamenti al gigante delle materie prima Glencore, sebbene la strategia di espansione dell'azienda non sia in linea con il piano ufficiale di uscita del carbone degli istituti. Allo stesso tempo, le grandi banche hanno sostenuto le attività della compagnia petrolifera Total con 600 milioni di dollari, anche se la società prevede di aumentare significativamente la sua produzione di petrolio dalle sabbie bituminose. Secondo lo studio è incoerente che le banche, in ossequio alle loro direttive, rinuncino a finanziare un progetto concreto per costruire ad esempio una centrale elettrica a carbone, ma nel contempo continuino a finanziare - indipendentemente dai progetti - l'azienda che lo promuove.
Delle 101 imprese del settore fossile finanziate da Credit Suisse e UBS che sono state analizzate molte fanno pressione per abrogare o attenuare le normative esistenti sulla protezione del clima, sottolineano i ricercatori. Meno del 5% di queste società persegue un obiettivo climatico che ha una base scientifica. Questo rende evidente che gli impegni in materia di sostenibilità delle banche «non valgono la carta su cui sono stati scritti», afferma Greenpeace. Alla luce di questi risultati, secondo l'organizzazione, il mondo politico deve fissare come priorità quello di far rispettare alla finanza i dettami dell'accordo di Parigi.
La risposta delle banche - I due operatori finanziari non ci stanno però a essere messi alla berlina. In una presa di posizione Credit Suisse riconosce di avere una responsabilità nella lotta ai cambiamenti climatici e si dice consapevole del fatto che i flussi finanziari debbano essere allineati con gli obiettivi decisi a Parigi. La banca vuole perciò aiutare i clienti nel passaggio a un'economia a basse emissioni di CO2 e sostenibile: per farlo nel 2019 ha promulgato a livello di gruppo una strategia di rischio climatico. Fra l'altro negli ultimi dieci anni l'istituto ha fornito oltre 100 miliardi di dollari in finanziamenti per le energie rinnovabili.
Da parte sua UBS afferma di sostenere effettivamente una transizione ordinata verso un'economia a basse emissioni di carbonio, come previsto dall'Accordo di Parigi. L'esposizione della banca nei confronti delle aziende del settore dei combustibili fossili continua a diminuire e ora rappresenta meno dell'1% del totale delle attività di prestito. Inoltre i clienti di UBS l'anno scorso hanno aumentato i loro investimenti sostenibili e legati al clima del 56%, raggiungendo quasi 490 miliardi di dollari.