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Secondo il geografo svizzero Urs Wiesmann, gli scontri scoppiati in Kenia dopo le elezioni presidenziali sono in realtà conflitti in merito alla terra e al benessere economico riconducibili al periodo coloniale.
L'esperto elvetico opera attualmente in un istituto keniano per la cooperazione allo sviluppo, nato da un'iniziativa svizzera.
Venerdì a Nairobi, i rappresentanti delle parti in causa hanno riallacciato i contatti negoziali sotto l'egida del mediatore dell'Unione africana Kofi Annan. A questo proposito, Urs Wiesmann giudica positivamente il fatto che il vincitore delle elezioni presidenziali Mwai Kibaki e il suo sfidante Raila Odinga stiano cercando un terreno d'intesa.
«Il 95% della popolazione keniana si mobilita contro la violenza. La pressione sull'elite politica affinché venga trovata una soluzione è notevolmente aumentata durante le scorse settimane», afferma Wiesmann.
A suo parere, un elemento ancora più importante è la constatazione che – nel quadro delle discussioni pubbliche – l'accento non è più posto sulle votazioni e i presunti brogli, ma sulle cause reali della situazione.
L'ombra di antiche tensioni
«Dietro gli scontri di queste settimane si celano tensioni che covavano già da molto tempo. Esse sono esplose in occasione delle elezioni presidenziali di dicembre 2007», spiega il geografo.
«Vi sono più fattori», spiega Wiesmann: «Il conflitto per la terra e le risorse della Rift Valley, che risale al periodo coloniale; quello tra ricchezza e povertà, che si è acuito poiché il Kenia é cresciuto relativamente in fretta; infine, la lotta relativa al sistema politico».
Interessi economici
Le rivalità etniche hanno senz'altro un peso negli scontri attualmente in corso. Tuttavia, non sono la causa principale, bensì un mezzo nel quadro della lotta politica per le risorse, la terra, il benessere e il futuro delle regioni periferiche. Secondo Wiesmann, «Il conflitto appare di natura etnica, ma nasconde interessi economici».
In particolare, la questione dei territori della «Rift Valley» risulta assai complicata poiché entrambe le parti possono far valere rivendicazioni legali in proposito. «La popolazione indigena è stata privata della terra durante il periodo coloniale e post-coloniale, ma i nuovi residenti hanno ricevuto legalmente la superficie», rileva Wiesmann.
Verso la modernità
Secondo l'opinione del geografo, le tensioni in Kenia non costituiscono un ritorno a lotte etniche e cieca violenza: al contrario, il paese sarebbe sulla via della modernizzazione.
Infatti, aggiunge, il livello di formazione è elevato, la libertà di stampa sussiste, il dibattito nella stampa è assai qualificato. Inoltre, l'economia si è fortemente modernizzata e i tassi di crescita sono elevati.
«Se confrontato agli altri paesi africani, il Kenia è molto avanzato. Pertanto, ciò che sta succedendo ora rappresenta un segnale per l'intero continente», commenta Wiesmann.
Partenariato di ricerca nord-sud
Nel quadro del «Programma prioritario di ricerca nord-sud», Wiesmann collabora con colleghi keniani e tanzaniani in una forma moderna di collaborazione allo sviluppo. In particolare, i partner ricercano congiuntamente soluzioni a tematiche complesse come lo sfruttamento dell'acqua, della terra e delle risorse economiche.
Il geografo critica il fatto che in Svizzera, e in tutta l'Europa, l'aiuto allo sviluppo sia comunemente associato alla sola lotta contro la povertà. Questo tipo di intervento è adeguato per paesi estremamente indigenti, ma nel caso del Kenia il sostegno concerne piuttosto la formazione, la ricerca e la costituzione di organizzazioni della società civile.
«Quando il Kenia – durante gli anni Novanta – ha cominciato a crescere, proprio per questo motivo la Svizzera ha cominciato a ritirarsi dal paese. Si tratta di una concezione dell'aiuto allo sviluppo ormai datata», afferma Wiesmann.
Nell'interesse della Svizzera
Attualmente, la collaborazione con il Kenia implica rapporti di partenariato nell'ambito di un'alleanza globale, piuttosto che un aiuto materiale diretto. «È nell'interesse della Svizzera e di tutta l'Europa che in Africa vi siano paesi civili e democratici, e non in balia dei giochi di potere mondiali».
Urs Wiesmann è arrivato in Kenia a inizio gennaio, proprio quando sono scoppiati gli scontri. Nonostante gli episodi di violenza, Wiesmann resta fiducioso in prospettiva futura: «Sono moderatamente ottimista», conclude al telefono il geografo svizzero.
swissinfo, Susanne Schanda
(traduzione e adattamento, Andrea Clementi)
In breve
In Kenya vivono 36 milioni di persone, suddivise in più di 40 etnie. I Kikuyu sono l'etnia principale (22%), davanti ai Luya (14%), Luo (13%), i Kalenjin (12%) e Kamba (11%). Il presidente uscente Mwai Kibaki, eletto per la prima volta cinque anni fa, fa parte dell'etnia Kikuyu, che si concentra soprattutto nell'altopiano al centro del paese e nelle regioni economicamente più forti.
Il capo dell'opposizione Raila Odinga è di etnia Luo. Questo gruppo vive soprattutto nell'ovest del paese, nella regione del Lago Vittoria, ai confini con l'Uganda. Mentre il presidente Kibaki si è proclamato vincitore al termine dello scrutinio di dicembre 2007, i sostenitori di Odinga hanno contestato con manifestazioni e proteste l'esito delle elezioni.
La «Rift Valley»Fine della finestrella
URS WIESMANN
Già verso la fine degli anni Ottanta/inizio anni Novanta il geografo e professore universitario bernese Urs Wiesmann (1953) ha lavorato per quattro anni in Kenia nel quadro dell'aiuto allo sviluppo. Da quest'attività a Nanyuki (200 km a nord di Nairobi) è nato un istituto di ricerca, presso il quale si trova attualmente il ricercatore, che insegna anche all'università della capitale.
Urs Wiesmann è inoltre direttore supplente dell'organizzazione svizzera «Polo di ricerca nazionale nord-sud». Quest'organo, in collaborazione con i partner di ricerca, opera per attenuare gli effetti del cambiamento globale. Il progetto è sostenuto congiuntamente dal Fondo nazionale e dalla Direzione svizzera per lo sviluppo e la cooperazione. All'università di Berna, Wiesmann dirige il Centro per lo sviluppo e l'ambiente.