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Il procuratore speciale Robert Mueller ha trasmesso venerdì, dopo quasi due anni di lavoro, il suo rapporto d'inchiesta sul Russiagate, ovvero la vicenda di collusione fra Mosca e la squadra che guidò la campagna che portò alla Casa Bianca Donald Trump. Il ministro della giustizia William Barr potrebbe rendere note le principali conclusioni nel fine settimana.
Democratici e repubblicani hanno già chiesto la massima trasparenza sui contenuti. Poco è trapelato finora sui media, se non che l'incaricato dell'indagine, già capo dell'FBI (sotto Bush figlio e Obama), non avrebbe richiesto nuove incriminazioni.
Nel corso degli ultimi 24 mesi, oltre ad una ventina abbondante di cittadini russi, sono finiti in guai giudiziari diversi ex membri dello staff di Trump. Fra gli altri, l'ex capo della campagna Paul Manafort (condannato a 7 anni) e il suo ex socio Rick Gates, l'ex consigliere Roger Stone e il suo ex legale Michael Cohen. In tutto risultano coinvolte 34 persone e tre aziende.
Anche in assenza di prove di intese con il Cremlino, gli osservatori ipotizzavano che Robert Mueller potesse accusare il presidente degli Stati Uniti di aver intralciato l'indagine, in particolare con le pressioni verbali sul predecessore di Barr, Jeff Sessions, e sul suo vice Rod Rosenstein, oltre che con l'allontamento di James Comey dalla guida del Federal Bureau of Investigation nel febbraio del 2017.
Se non dovessero essere formalizzate accuse contro Trump, questo non significherebbe la fine dei suoi grattacapi: Michael Cohen si è infatti dichiarato colpevole in agosto di violazioni alle norme sul finanziamento della campagna, ma il caso non è di competenza del procuratore speciale bensì della procura federale di Manhattan, secondo la quale l'avvocato agì per conto del miliardario.
- RG 12.30 del 23.03.19 - Emiliano Bos in collegamento da Washington con Gabriele Bohrer