Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01098.jsonl.gz/1057

Per Conny Wunsch, professoressa di economia del lavoro a Basilea, le ragioni delle disparità salariali sono molteplici
Le lavoratrici guadagnano 700 franchi in meno al mese dei loro colleghi uomini, solo in quanto donne, e sono quindi discriminate? Non è così, ribatte Conny Wunsch, professoressa di economia del lavoro a Basilea.
"Le ragioni per cui donne e uomini guadagnano cifre diverse sono molteplici", afferma Wunsch in un’intervista pubblicata oggi dalla Neue Zürcher Zeitung. "La sola cifra di 700 franchi al mese non è significativa, perché una differenza di stipendio non vuol dire che ci sia una discriminazione salariale. Sebbene questa sia un’opinione diffusa non è vera".
I 700 franchi – ricorda l’intervistatrice – rappresentano la cosiddetta parte non spiegabile della differenza salariale secondo i rilevamenti della Confederazione. Questo importo dipende però da quali fattori vengono presi in considerazione e quali no, spiega l’esperta. "Nell’analisi dei salari, che la Confederazione pubblica ogni due anni sulla base dell’indagine sulla struttura dei redditi, questi fattori sono principalmente l’età, il livello di istruzione, la regione, il tipo di occupazione, la responsabilità dirigenziale, il settore e l’anzianità".
"L’esperienza lavorativa effettiva, invece, non viene rilevata, sebbene svolga un ruolo decisivo nella determinazione dei compensi. Esistono chiare differenze tra uomini e donne, soprattutto in termini di esperienza professionale. Gran parte della differenza salariale è probabilmente dovuta a questo", si dice convinta la 45enne.
Quindi i dati federali sulla disparità salariale tra uomini e donne forniscono un quadro incompleto? "È inevitabile, perché è di fatto impossibile prendere in considerazione tutte le caratteristiche che determinano i salari nelle statistiche comparative", risponde l’accademica con dottorato all’Università di San Gallo e studi anche a Mannheim (Germania) e a Sydney (Australia). "Ecco perché la comunicazione è importante: l’opinione pubblica dovrebbe capire meglio che la differenza salariale cosiddetta inspiegabile non va equiparata alla discriminazione delle donne".
Con i suoi propri modelli, Wunsch arriva in generale a disparità nettamente inferiori. "Le donne e gli uomini spesso non sono paragonabili. Non sempre per ogni donna c’è almeno un uomo con caratteristiche identiche per determinare il salario comparativo. I moderni metodi di analisi ne tengono conto. Secondo questo dato, la differenza salariale nel settore privato è del 6%, mentre nel settore pubblico è del 3%. La Confederazione ipotizza invece rispettivamente circa l’8 e il 6%.
Ad esempio, nel confronto effettuato dai funzionari federali si mettono sullo stesso piano un uomo e una donna, entrambi 40enni, con diploma commerciale, impiegati in una compagnia di assicurazioni della regione di Basilea, che lavorano per la stessa durata. "Il fatto però che l’uomo abbia un’esperienza complessiva di 20 anni e la donna di soli 5 anni prima di entrare in azienda non viene registrato perché, come detto, il dato sull’esperienza professionale non viene raccolto. A tal fine sono necessarie le informazioni delle statistiche Avs".
Altro esempio: "Si vede solo che qualcuno ha studiato, ma non quale materia", una laurea in economia e una in scienze sociali vengono equiparate. Lo stesso vale per le qualifiche professionali: si conosce solo il settore e il gruppo professionale, quindi è possibile differenziare l’attività svolta solo fino a un certo punto. "L’analisi delle retribuzioni non distingue tra il Ceo di una grande azienda e l’amministratore delegato di una piccola o media impresa. Naturalmente, la differenza di retribuzione tra i due è notevole. E questo si riflette nelle statistiche, anche se la differenza di guadagno è di fatto giustificata".
"Si può notare che in media le donne lavorano meno se sono sposate e hanno una famiglia", prosegue l’esperta. "Finché non sono sposate e non hanno figli, si comportano in media come gli uomini e lavorano perlopiù a tempo pieno". Le donne con figli scelgono poi però spesso altre professioni, ovvero quelle che consentono una maggiore flessibilità. Spesso i lavori che comportano molti spostamenti sono più pagati: le donne con figli decidono di non accettare questi lavori più spesso degli uomini. "In questo modo si aumenta la forbice salariale".
Le aziende più grandi devono ormai condurre analisi sulla parità di retribuzione e in base ai risultati noti finora quasi nessuna società supera la soglia di tolleranza del 5%. Non sussiste una contraddizione – chiede la giornalista zurighese – con quanto affermato dalla Confederazione, cioè che esiste un divario salariale inspiegabile in tutta la Svizzera? "Le analisi a livello elvetico mettono a confronto lavoratori e lavoratrici di diverse imprese. Se si prende il salario di un uomo che lavora per un’azienda che paga meglio e lo si confronta con quello di una donna, altrimenti identica, il cui datore di lavoro paga meno i dipendenti, si nota una differenza salariale", argomenta la professoressa.
"D’altra parte, se si confrontano i salari di uomini e donne altrimenti identici nella stessa azienda non si ha questa differenza. Il sistema retributivo nel settore pubblico e nelle grandi aziende è oggi così fortemente regolamentato, con classi o livelli di stipendio, che è praticamente impossibile pagare uomini e donne in modo diverso". Secondo Wunsch però "è probabile che i differenziali salariali siano maggiori nelle ditte più piccole, anche perché c’è un maggiore margine di manovra nella definizione dei compensi".
Che dire poi dell’argomentazione che si sente a volte pronunciare: "Se le donne fossero effettivamente più a buon mercato in termini di salario, le aziende assumerebbero solo donne"? "Questo è ciò che dice la teoria economica: tali aziende avrebbero un vantaggio competitivo", spiega Wunsch.
Ma, in pratica, ci sono ancora datori di lavoro che pagano sistematicamente meno le donne? "Ci possono ancora essere aziende in cui questo è effettivamente il caso e in cui una donna è deliberatamente pagata meno all’inizio. Ma non credo che questo accada in misura rilevante oggi. Probabilmente accade molto di più che una piccola azienda, che ha a disposizione solo pochi soldi, metta a concorso un lavoro per il quale si potrebbe guadagnare molto di più in una grande azienda. È molto probabile che siano le donne a candidarsi perché per loro un breve tragitto o incarichi flessibili sono più importanti di uno stipendio elevato. Si tratta di discriminazione salariale?", si domanda l’intervistata.
"Ho difficoltà a crederlo. Se un’azienda è in ristrettezze economiche e le donne sono i principali candidati, non si può biasimare l’impresa per l’assunzione di donne. Se un uomo avesse accettato il lavoro, avrebbe guadagnato altrettanto poco. Ma è più probabile che il maschio accetti un tragitto più lungo perché vuole una retribuzione maggiore. Inoltre, le donne tendono a negoziare meno degli uomini sulla retribuzione, soprattutto per quanto riguarda i livelli iniziali. Raccomando a ogni donna di farlo e di esigere il proprio salario. Ma le donne sono spesso più avverse al rischio degli uomini".
Vi è inoltre la questione dell’impiego non al 100%. "La mia impressione è che molte donne decidano consapevolmente e di propria iniziativa di lavorare a tempo parziale. E naturalmente questo ha conseguenze sulla loro carriera e sul loro stipendio", conclude Wunsch.