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Monica Bianco
Lodovico Castelvetro e la «intitolatione gratiosa de' libri a spetial persona»
Delle quattro opere del Castelvetro uscite a stampa mentre era in vita solo una, la Poetica d'Aristotile vulgarizzata et sposta, fu accompagnata da una dedica dell'autore. La motivazione più semplice è che l'edizione della Poetica fu l'unica ad avere il nome del Castelvetro sul frontespizio.1 Anonimi apparvero I principii de la theologia di Ippofilo da Terranegra, traduzione italiana dei Loci communes rerum theologicarum seu Hypotyposes theologicae di Filippo Melantone, usciti a Venezia, forse presso Aldo Manuzio, tra il 1530 e il 1534.2 Anonime, sempre per ragioni di prudenza, la Ragione d'alcune cose segnate nella canzone d'Annibal Caro 'Venite a l'ombra de' gran gigli d'oro' (Modena, Cornelio Gadaldino, 1559) e la Giunta fatta al ragionamento degli articoli et de' verbi di Messer Pietro Bembo (Modena, Eredi di Cornelio Gadaldino, 1563), anche se in questi due casi l'identità dell'autore era svelata dall'impresa con la civetta e il motto kekrika.3
L'atteggiamento del Castelvetro nei confronti della prassi ormai consolidata di dedicare i libri a stampa fu − come emerge con chiarezza dai suoi scritti − sostanzialmente ostile, a causa della profonda insofferenza verso ogni forma di asservimento della cultura a finalità esterne ad essa. L'alto conto in cui teneva l'indipendenza e il conseguente rifiuto di porsi al servizio di qualche importante personalità laica o ecclesiastica, come era costume per la maggioranza degli intellettuali di allora, sono messi in luce come tratti peculiari della sua personalità anche dal nipote Lodovico jr. nella sua biografia:
lo studio suo non era né per utile né per ambizione, ma solo per spasso e per insegnare agli altri tutto quello ch'egli sapeva perché, come abbiamo detto, non stimava gli honori né gli emolumenti che gli altri huomini di lettere cercano con tanta sollecitudine, fuggendo egli di servire a' Prencipi grandi solamente per haver la libertà e il tempo di poter studiare, anchorché fosse stato ricercato e domandato più volte, sì come habbiamo detto, né meno curava le facoltà le quali più tosto sprezzava che altrimente, purché havesse da vivere e da vestire mediocremente e per comprare libri.4
Di qui nasceva il profondo disprezzo verso il servilismo a cui spesso erano costretti gli intellettuali cortigiani e l'avversione verso tutti i mezzi attraverso i quali tale servilismo si esprimeva. I due scritti in cui Castelvetro espone la sua ostilità per le dedicatorie uscirono a stampa a Basilea nel 1572. Uniti in uno stesso volume − Correttione d'alcune cose del 'Dialogo delle lingue' di Benedetto Varchi et una Giunta al primo libro delle 'Prose' di M. Pietro Bembo, dove si ragiona della vulgar lingua5 − vi erano arrivati per strade diverse.
La storia del commento del Castelvetro alle Prose bembiane è lunga e complessa.6 Di trentacinque anni più giovane del Bembo, il Castelvetro si rivolse al veneziano in diverse occasioni per ottenere informazioni e chiarimenti. L'episodio più antico, e noto, risale al 1529.7 Il Bembo stava allora lavorando a una raccolta di «tutte le rime de' poeti provenzali insieme con le loro vite», come avrebbe scritto al Tebaldeo in una lettera del 12 novembre 1530, raccolta che non vide mai la luce.8 Al Castelvetro che «per mezzana persona cara a lui» gli chiese ragguagli su Drez et razo es qu'ieu ciant e·m demori, prima delle canzoni citate da Petrarca in RVF lxx, il veneziano rispose:
non credeva che quel verso fosse principio di canzone d'Arnaldo Daniello ma che lo sapeva certo, havendo l'essempio della canzone appo sé in un volume di canzoni provenzali di diversi et molti poeti, della quale non voleva permettere che se ne trahesse essempio, sì come non voleva sporre il verso allhora, dovendo in brieve publicare quella canzone con tutte le altre provenzali accompagnate da certe sue spositioni.9
Il rifiuto del Bembo, «non meno vago d'apparere di sapere, et spetialmente delle cose del Petrarca, che d'essere tenuto cortese», fece concludere al Castelvetro che non possedesse copia della canzone, conclusione confermata, secondo il racconto che fece dell'episodio molti anni dopo nella Correttione, dalla biblioteca del cardinale: «Hora poi che egli fu morto, si trovò la cosa star così come diceva io».10 La scarsa stima per il Bembo provenzalista11 si estendeva al cultore di letteratura italiana antica:
io dubito assai che il Bembo non estimasse che la lingua ciciliana, onde si credono havere origine le rime italiane non fosse quella di messer Guido giudice da Messina et degli altri di que' tempi, o simile, ma quella nella quale sono scritti alcuni versi, li quali in Roma dell'anno MDXL mi furono mostrati per antichi et come fossero della primiera lingua ciciliana et reputati per tali da messer Pietro Bembo, secondo che mi fu detto, di cui erano gli originali, ma io me ne feci beffe et fo, conoscendo chiaramente che erano scritti in lingua ciciliana moderna di contado, et in iscrittura moderna.12
E addirittura investiva lo specialista della lingua italiana tout court:
il Bembo non sa di questa lingua se non quanto ne sa, cioè poco al mio giudizio, né con quella poca scientia la può aiutar punto, che ad altra opera intende. Il Trifone nel quale speravano tanto gli huomini, nulla ne sa, e gli altri men che nulla.13
Questo era l'atteggiamento, tutt'altro che reverenziale, con cui il Castelvetro si dispose a commentare le Prose.14 Terminus post quem per l'inizio del commento è l'edizione delle Prose della volgar lingua uscita a Firenze presso Torrentino nel 1549 per le cure di Benedetto Varchi e Carlo Gualteruzzi.15 Nei primi anni Cinquanta il Castelvetro lavorava con l'amico e concittadino Giovanni Maria Barbieri a un volume di poesie provenzali che sarebbe dovuto uscire a Venezia nel 1552. La raccolta, come quella progettata dal Bembo venti anni prima, non vide la luce, nonostante l'interesse dell'allora nunzio pontificio a Venezia Lodovico Beccadelli. Alla ricerca di materiali occitanici il Castelvetro era stato a Firenze, dove aveva conosciuto il Varchi, e a Venezia, dove aveva preso contatto con il Beccadelli, Domenico Venier e Torquato Bembo.16 Tra i molti volumi che in quel periodo il Castelvetro raccolse ci fu molto probabilmente anche l'edizione fiorentina delle Prose.
La totale assenza nel commento di rinvii alla querelle col Caro, tanto più strana trattando le due opere sovente le stesse questioni grammaticali e citando gli stessi esempi, porta a concludere che il commento fosse in fase già avanzata quando l'uscita nel 1558 dell'Apologia de gli Academici di Banchi di Roma, spinse il Castelvetro a comporre la Ragione. Il lavoro dovette procedere in modo continuativo, come provato dalla coerenza dei molti rinvii, e probabilmente era terminato prima della fuga nel 1561. La prima sezione del commento a essere pubblicata fu la Giunta fatta al ragionamento degli articoli et de' verbi di Messer Pietro Bembo nel 1563. Il Castelvetro si era rifugiato a Chiavenna nella primavera del 1561, dopo aver trascorso l'inverno nel modenese. Considerando le difficoltà che avrebbe incontrato a spedire al Gadaldino, pure controllato dall'Inquisizione, il manoscritto della Giunta dopo la fuga, è molto probabile che il Castelvetro avesse compiuto il commento mentre era ancora in Italia. Il peggiorare della sua situazione lo avrebbe convinto a trascrivere le due sezioni relative agli articoli e ai verbi e a consegnarle al Gadaldino per la stampa.17 La morte di Cornelio Gadaldino nel 1560, con il conseguente passaggio di gestione agli eredi, e la fuga del Castelvetro l'anno seguente rinviarono la pubblicazione fino al 1563.
La Giunta del 1563 avrebbe dovuto essere solo un assaggio dell'intero commento. Lo stampatore in una nota ai lettori posta dopo il frontespizio auspicava e prometteva l'uscita dell'opera nella sua interezza:
Essendomi prevenuti alle mani due libretti, delli quali l'uno contiene gli Articoli, l'altro i Verbi della lingua vulgare italiana, et havendoli mostrati ad alcune persone letterate et intendenti spetialmente della detta lingua, sono stato consigliato a doverli stampare come utili a coloro li quali le danno opera [...]. Li quali due libretti, se saprò non esservi stato [sic] discari, mi darete animo di promettervi in brieve il rimanente della grammatica tutta di questa lingua trattata col medesimo ordine et modo tenuto nel presente volumetto, perché da colui, dal quale mi è stato fatto gratioso dono di questa parte, spero anchora d'ottener il rimanente.18
Il manoscritto del commento seguì il Castelvetro in esilio di città in città sino a Lione dove, dovendo fuggire precipitosamente nel settembre 1567 a causa delle lotte contro gli Ugonotti, perse molti dei suoi beni:
Scrisse in quei dì [quelli del commento al Canzoniere di Petrarca] ancora un volume molto grande contro le Prose di Pietro Bembo, il quale fu poi Cardinale, nel qual volume si trattano minutissimamente tutte le parti della grammatica della lingua volgare, nella guisa che fa Prisciano quelle della lingua latina, approvando alcuna volta le cose dette dal Bembo et alcun'altra riprovandole, e supplendo in molti luoghi moltissime cose, il qual libro si perdé in Lione di Francia, quando dell'anno 1567 si ruppe la guerra la seconda volta tra il Re et i suoi Sudditi per conto della Religione.19
Non sappiamo se il «volume molto grande» che si perdette a Lione fosse l'originale o solo una copia.20 Certo una parte del commento fu riscritta dopo il 1567, come conferma una postilla autografa a c. 161v del ms. α.S.5.1 (It. 248) della Biblioteca Estense di Modena: «particella tratta dalla giunta al secondo libro delle Prose di Pietro Bembo fatta da Lodovico Castelvetro che in Lione si perdé adì 26 di settembre 1567».21 Nuovamente smembrato, il commento non fu pubblicato integralmente se non nel 1714 da Ottavio Ignazio Vitaliano.22
Nel 1572, nove anni dopo la Giunta fatta al ragionamento degli articoli et de' verbi pubblicata da Lodovico, Giovanni Maria decise di far uscire a stampa un altro assaggio del commento. Si tratta della Giunta al primo libro delle 'Prose' di M. Pietro Bembo, dove si ragiona della vulgar lingua posta in appendice all'edizione della Correttione d'alcune cose del 'Dialogo delle lingue' di Benedetto Varchi. La 'giunta' che ci interessa è quella alla particella quinta del primo libro delle Prose, ovvero il commento alle parole con le quali il Bembo, rivolgendosi a Giulio de' Medici, dedicatario dell'opera, esprime la sua speranza che l'offerta sia gradita al cardinale in considerazione e della sua passione per la letteratura volgare e del suo amore per Firenze, nominata nel dialogo come nessun'altra città.23 L'esegesi alla dichiarazione bembiana richiede secondo il Castelvetro l'apertura di una parentesi: «Se vo' chiaramente fare intendere il parer mio intorno a questo luogo, mi conviene, distendendomi in alquante parole, ragionare pienamente della 'ntitolatione gratiosa de' libri a spetial persona».24
L'analisi si apre sulla considerazione che la dedica si scrive «o per proprio piacere dello 'ntitolatore, o per proprio piacere di colui a cui s'intitola il libro, o per commune piacere d'amanduni». La ricerca di un vantaggio − per il dedicante, per il dedicatario o per entrambi − è l'origine prima e ineludibile del comporre una dedica e la informa a tal punto da risultare il criterio base per identificarne le diverse tipologie. Accantonata la terza,25 il Castelvetro precisa le due tipologie principali, che possono a loro volta essere suddivise in più sottotipologie sulla base dei vantaggi per il dedicante o per il dedicatario:
Adunque il piacere proprio dello 'ntitolatore nasce da due fini et non da più, secondo me, cioè o perché s'habbia d'ammendare il libro intitolato o perché se gli habbia da procacciare un protettore. Ma il piacere proprio di colui a cui s'intitola il libro nasce da tre fini cioè o perché gli s'habbia d'acquistare fama, o perché gli s'habbia da insegnare, o perché gli s'habbia da ubidire (p. 124).
La riflessione procede di pari passo con la censura. Se in queste prime righe la critica è implicita e sta nel fatto che tipologie e sottotipologie della dedica sono individuate sulla base della natura prettamente utilitaristica dello scritto, nel corso della 'giunta' analisi e censura diventano una cosa sola dato che la trattazione si propone di dimostrare come ogni tipo di dedica sia non solo inutile − e per il dedicante e per il dedicatario − ma spesso controproducente.
Scrivere una dedica per richiedere la correzione dell'opera donata è inutile e perché le regole per ben comporre in prosa e in versi sono a disposizione tanto del correttore quanto dell'autore e perché spesso la richiesta è fatta a persona che l'autore avrebbe potuto interpellare privatamente senza scrivere la dedica:
Ma questa arte et questi insegnamenti non sono così proposti et publicati allo scrittore come all'ammendatore? Certo sì. Adunque che cosa può in ciò sapere l'ammendatore di più che lo scrittore, sì che debba con utile dello scrittore potere essercitare l'ufficio suo? [...] Appresso si pecca in questo fine, et parimente negli altri, perché il più delle volte si scrive a' presenti, a' quali niuna cosa vetava il parlare con loro se non la vaghezza d'ingombrare otiosamente le carte (p. 125).
Far uscire un'opera con una simile richiesta è un'umiliazione per l'autore e questo in ogni caso: sia che il volume esca con la sola richiesta di correzione, perché l'autore mostra così di non ritenere il proprio scritto ben riuscito; sia qualora lo scritto sia stato corretto, perché il merito di esso va al correttore e non all'autore.26 Priva di senso è poi la dedica in cui il dedicante chiede al dedicatario di proteggere l'opera; non la richiesta infatti andrebbe preposta allo scritto ma la protezione vera e propria, in modo che il libro sembri apprezzato per il suo valore e non perché l'autore «con lusinghe et sconvenevoli prieghi havesse accattate queste commendationi».27 Qui il Castelvetro, come spesso gli capita, per amore di contrarietà (e di logica: la considerazione risulta perfettamente parallela a quella della prima parte del dittico relativo alla dedica scritta per «piacere proprio dello 'ntitolatore») finge di non sapere che la prassi prevedeva che il dedicatario avesse accettato la dedica prima che fosse stampata e che quindi era dominio comune che la richiesta, non potendo apparire senza essere stata preventivamente accettata, prendeva, di fatto, il posto dell'accettazione stessa.28 Altro 'peccato' commesso in questo tipo di dediche è quello di non evidenziare il valore del libro, ma la grandezza del dedicatario; al quale errore si aggiunge quello di lodare il dedicatario per la sua posizione sociale e la ricchezza non per la competenza letteraria. Senza contare che quando anche il dedicatario viene lodato per la sua passione per le lettere, la lode è il più delle volte assolutamente falsa.29
Analizzando la dedica che si propone di «procacciare un protettore al libro» Castelvetro apre una parentesi su un altro tipo di peritesto allora molto frequente, cioè i componimenti poetici di altri in lode dell'autore o dell'opera posti all'inizio o alla fine del volume.30 L'obiezione è la stessa rivolta alla dedica: un'opera deve essere ben giudicata di per sé e non perché lodata da altri. La considerazione conduce a una severa critica dei costumi dei letterati contemporanei capaci di lodare per interesse anche quando non chiamati a farlo e quindi tanto più disposti all'adulazione quando richiesti da un amico o da un protettore. Castelvetro non perde l'occasione per dipingere la società letteraria del suo tempo come prigioniera di un rituale costellato di bassezze e ricatti:
Et ciò fanno essi o per fuggire il nome del maldicente, che par recare con esso seco il dire il vero, et per ischifare l'odio di colui il cui libro non fosse stato lodato, o per ubligarsi così facendo altrui di dare vicendevoli lodi alle sue cose. Senza che la passione può molto negli animi de' letterati vivi ad una stagione medesima, in guisa che le lodi o i biasimi dati in simile caso rade volte sono senza animosità (p. 126).
Dopo aver trattato dei vantaggi che dalla composizione di una dedica il dedicante pensa di trarre per sé, Castelvetro passa a quelli che egli può promettere al dedicatario (e che questi si aspetta). Il primo a essere esaminato è quello della fama che la dedica dell'opera procurerà al dedicatario. Secondo l'autore, supponendo di essere in grado di «procacciare gloria co' suoi scritti altrui», il dedicante 'pecca' in superbia e in vanità: in superbia perché nessuno può presumere che un suo testo abbia un tale potere, in vanità perché si tratta di una promessa atta più a procurare vergogna che altro.31 Il Castelvetro continua, aprendo il suo fin qui «chiuso parlare»:
Altri intitola libro per acquistar fama altrui quando dice: «Io ho lungamente pensato a cui io mi dovessi intitolare il presente libro et niuno mi s'è parato avanti più degno di voi, dal quale io riconosco quello che io sono» (et qui si rallarga in molte parole in narrare i benefici ricevuti) o «del quale io non truovo né il più liberale né il più magnifico» (et qui si distende a raccontare le lodi altrui), quasi che il mandare un libro ad alcuno che non habbia cosa alcuna del mondo più a far con lui che con qualunque altro et che non pervenga più alle mani di lui che d'altrui sia per modo ringratievole et lodativo, et non più tosto beffevole (pp. 127-28).
Su questa particolare sottotipologia di dedica - alla quale del resto ha assegnato il primo posto tra quelle scritte per il «piacere di colui a cui s'intitola il libro» - Castelvetro si sofferma a lungo. Il rilievo non è casuale trattandosi della tipologia al suo tempo senz'altro più diffusa e ormai caratterizzata da regole ben consolidate sia per quanto riguarda la dispositio che i topoi. La minuziosa descrizione, arricchita da una tanto precisa esemplificazione, che il Castelvetro è in grado di produrre, specchio di una normativa cristallizzata, si offre a sua volta quale prova della fortuna di questa particolare tipologia di dediche. Non stupisce quindi l'attenzione consacrata dal modenese a dimostrarne l'inopportunità, il suo essere in fondo controproducente per il dedicatario, dal momento che la superbia e la vanità insita nella lode del dedicante finiscono per trasformarla in una canzonatura.
Seconda sottotipologia è quella della dedica a persona «perché gli s'habbia ad insegnare». In questo caso Castelvetro non individua dei vizi nella tipologia in sé. Se l'opera è offerta a un figlio o a un allievo e riassume o ricorda insegnamenti effettivamente impartiti la dedica è appropriata. Il fatto è che nella maggioranza dei casi l'autore, dimentico di scrivere per il solo dedicatario, espone i propri ragionamenti come se si rivolgesse a una platea più vasta di discenti e, anche quando lo fa, non esplicita che si tratta di insegnamenti realmente tenuti.32
La terza e ultima sottotipologia è quella della dedica di un'opera a chi ne abbia richiesto la composizione:
Il terzo fine, che contiene l'ubidienza, non pare che possa recare con esso seco difetto alcuno percioché, essendo altri domandato a scrivere et ubidendo al domandante, come assegna per ragione dello scrivere suo la domanda altrui, gitta tutta la colpa, quanta ve ne può essere, addosso al domandante, con somma lode di cortesia dell'ubidente (pp. 128-29).
Nuovamente il Castelvetro non individua vizi nella tipologia in sé, ma nei comportamenti dei dedicanti. In questo caso ad esempio non l'autore dovrebbe pubblicare l'opera, che ha composto ad istanza di uno solo, ma il dedicatario. Solo colui per il quale l'opera è scritta e al quale, essendo donata dall'autore, essa, per così dire, appartiene, ha il potere decisionale di farla conoscere ad altri. Se è l'autore a pubblicare, e quindi a diffondere il suo scritto presso un pubblico più vasto, risulta evidentemente falsa l'affermazione contenuta nella dedica di aver composto per compiacere al solo dedicatario.33 In questa tipologia il Castelvetro fa rientrare anche le dediche a persona che avrebbe potuto commissionare l'opera:
Hora dentro da termini di questo fine sono anchora da ristringere coloro che non assegnano la domanda altrui per ragione del suo scrivere, ma sì le ragioni per le quali altri verisimilmente si potrebbe muovere a domandare che si scrivesse (p. 129).
È il caso esemplificato dalla dedica delle Prose della volgar lingua a Giulio de' Medici, punto di partenza della lunga trattazione che abbiamo percorsa. Il Bembo ha dedicato le Prose al cardinale
non perché egli gliele havesse domandate, ma perché il Bembo stima che simili prose o libri non gli debbano essere discari et perché esso cardinale è fiorentino et perché legge volentieri cose vulgari: le quali sono ragioni perché verisimilmente potrebbe domandare che gli scrivesse un libro nel quale si facesse memoria di Firenze et de' suoi scrittori et il quale fosse tessuto in lingua vulgare (p. 129).
Sennonché il Bembo ha derogato a quello che sarebbe stato il comportamento corretto relativamente alla composizione di una dedica di questo tipo in entrambi i modi ricordati dal Castelvetro: pubblicando egli stesso l'opera (come dimostrano le sue lettere a Jacopo Sadoleto) e affermando all'inizio del primo libro di aver composto il dialogo pensando «di poter giovare agli studiosi di questa lingua».34
La dedica del Bembo è assimilata al primo epigramma di Catullo, con il quale il poeta offriva il libellum a Cornelio Nepote, motivando il dono con la lode che lo storico aveva rivolto ai versi prima che fossero pubblicati. Il Castelvetro individua con chiarezza come la pratica delle dediche affondi le proprie radici nel mondo classico latino e come la dedica bembiana da un lato per la sua forma 'arcaica' (titolo dedicatorio e inscrizione dell'offerta all'interno dell'opera)35 dall'altro per il suo rivolgersi a un dedicatario potente ma a cui l'autore era unito da legami affettivi sia più vicina agli esempi classici che alle dediche epistolari delle quali ha trattato nella sua 'giunta'. Comparando Catullo al Bembo, Castelvetro non si lascia sfuggire l'occasione di riprendere anche il poeta latino. Catullo, esattamente come avrebbe fatto il Bembo tanti secoli dopo, aveva pubblicato personalmente il proprio libellum e si era contraddetto augurando ai suoi versi l'eternità, quando la dedica al Nepote avrebbe dovuto renderlo pago del fatto che avessero vita lunga quanto il dedicatario.36 L'intento del modenese è chiaro: evidenziare come dietro a ogni dedica si nasconda la menzogna (da cui le contraddizioni logiche − tanto facilmente smascherabili − in cui cadono gli autori) e come questo avvenga indipendentemente sia dalla personalità o dalla sorte del singolo dedicante sia dall'epoca in cui vive.
La 'giunta' termina con la precisazione che quanto detto riguarda comunque solo i dedicanti che siano anche autori dell'opera offerta:
Tutte le cose dette infino a qui intendo io che sieno dette per gli scrittori o per gli autori stessi intitolanti i suoi libri, percioché io non mi posso assai maravigliare di coloro che, essendo o stampatori o altri, dirizzano le opere altrui a chi che sia, quasi che essi publicandole habbiano il mandato da gli autori di fare contra ragione quello che essi, potendo peraventura havere alcuna ragione, non hanno voluto fare, o quasi le mandino, accommunandole a tutto il mondo, più ad uno che ad un altro. Laonde Benedetto Varchi, o i fedeli commissari et essecutori del testamento del Bembo, peccando in ciò, non sono fuori della mia maraviglia (p. 130).
E si nota che la considerazione permette al Castelvetro di stendere un velo di disapprovazione anche sull'edizione postuma delle opere del Bembo.37 La non legittimità da parte di chi non sia l'autore di dedicare un'opera è argomento che tornerà con costanza nelle successive trattazioni. Il fatto che la prima opera interamente consacrata alle dediche − il dialogo Della dedicatione de' libri di Giovanni Fratta, edito a Venezia presso Giorgio Angelieri nel 1590 − si apra precisamente sulla questione, proposta dal conte Marco Verità (che alla domanda rispondeva negativamente), «se convenisse allo Stampatore o al Libraro far dono delle opere altrui, senza intendimento del proprio autore»,38 è indicativo della sua centralità nel primo dibattito sulla dedicazione.
Il Castelvetro fu il primo a consacrare una trattazione specifica alle dediche. L'analisi è minuziosa, a tratti capziosa. Sul modo di procedere del modenese (e in particolare nelle Giunte) così si esprimeva Vincenzio Borghini in una lettera scritta a Benedetto Varchi il 9 maggio 1563, dopo aver ricevuto una copia dell'edizione della Giunta fatta al ragionamento degli articoli e de' verbi:
Hiersera ben tardi mi fu portato, mandatomi da' nostri Giunti, un libro senza nome dell'autore, il quale o corregge o biasima o finisce le Prose di monsignor Bembo [...]. Né è dubio alcuno che l'autore è il Castelvetro; il quale, come suole, par che proceda molto sottilmente et che egli scriva nelle cose di questa lingua come gli Scolastici in quelle suppositioni et logiche di Pietro Hispano et di quella setta; in somma (se si debbe dir così) sia una dottrina scotistica.39
Il procedimento 'scotista' delle Giunte nasceva dal loro essere, nonostante la sistemazione necessaria alla diffusione attraverso le stampe, appunti privati. Appunti di cui meglio si colgono genesi e natura grazie alla testimonianza lasciataci da Lodovico jr. sul metodo di lettura dello zio:
Nel studiare e nel leggere ch'egli faceva, fosse che libro si volesse, sempre notava qualche cosa o in contraddittorio dell'autore o in corroborazione delle sue conchiusioni scritte in quella materia che trattava quel libro, o in altra, et era di tanto e sì esquisito giudizio che subito ch'egli haveva aperto il libro e letto quattro o sei righe, sempre vi trovava qualche evidente errore o di contrarietà o di grammatica o di rettorica.40
La censura alla dedica del Bembo è essenzialmente logica: il Castelvetro cerca di «screditare il modello attraverso l'individuazione di cortocircuiti logici, di debolezze metodologiche, di difetti di impostazione».41 Al punto che, nelle ultime righe della 'giunta', non sa trattenersi dal notare che l'incoerenza delle parole del veneziano non si limita all'offerta delle Prose. Bembo afferma infatti che il cardinale Giulio aveva ereditato l'interesse per le prose e le rime toscane dallo zio Lorenzo, quando, precisa Castelvetro, l'eredità di Lorenzo il Magnifico stava nella 'composizione' di prose e rime toscane non nella 'lettura' di esse.42
La 'giunta' alla quinta particella è però una di quelle in cui la critica al Bembo è solo il punto di partenza per un discorso autonomo, che in questo caso si sofferma sulla forma e sulla necessità (o meno) dell'epistola dedicatoria. Il Castelvetro parte da un presupposto di natura moralistica: dietro a ogni encomio si nasconde la falsità. La sua non è quindi tanto un'analisi retorico-formale della dedica, quanto una requisitoria contro il malcostume delle troppe e troppo servili dediche che accompagnano i volumi del suo tempo. L'individuazione precisa dei tratti salienti dell'epistola dedicatoria, delle sue regole, dei suoi topoi è il mezzo per condannarne l'uso nel modo più radicale. Logica conseguenza metodologica del suo presupposto è che Castelvetro non si limita a mettere in luce i meccanismi retorici che informano la dedica, ma si sofferma a scandagliare puntigliosamente le motivazioni psicologiche (più o meno inconsce) che stanno alla base delle singole scelte del dedicante. Ne risulta una teoria e psicologia della dedica estremamente curiosa oltre che interessante. Orgoglioso della propria indipendenza, contrario a ogni forma di servilismo, Castelvetro usa tutto il suo acume e il suo rigore logico per rivelare la miseria morale, nei casi migliori la falsità, insita in ogni forma di dedicazione.
Come abbiamo visto, la Giunta al primo libro delle 'Prose' di M. Pietro Bembo, contenente la dissertazione sulle dediche, era uscita a stampa a Basilea nel 1572 come seconda parte di un volume che si apriva con la Correttione d'alcune cose del 'Dialogo delle lingue' di Benedetto Varchi. L'edizione basileese della Correttione, uscita per le cure di Giovanni Maria Castelvetro, fratello di Lodovico, era l'ultimo atto − scomparsi ormai entrambi i protagonisti − della lunga polemica che aveva opposto Castelvetro ad Annibal Caro, iniziata circa vent'anni prima.43
Su commissione del cardinale Alessandro Farnese, la cui famiglia si era allora avvicinata alla Francia nella speranza di riconquistare Piacenza, Annibal Caro aveva composto, tra il giugno e il luglio del 1554, la canzone Venite all'ombra de' gran gigli d'oro, in lode dei Valois. Il testo, che aveva presto cominciato a circolare tra i clientes dei Farnese, giunse nelle mani di un modenese allora residente a Roma: Aurelio Bellincini. Addottorato in utroque iure a Ferrara nel 1553, il Bellincini era alla ricerca di una sistemazione in corte e cercava, anche con piccole prove poetiche, di autopromuoversi.44 Fu quindi molto probabilmente con l'intento mettersi in luce, che il Bellincini mandò alla fine di agosto la canzone all'amico e concittadino Castelvetro, chiedendo la sua opinione sullo scritto, e poi si affrettò a diffondere il durissimo Parere che ricevette nel mese successivo. Nel frattempo Gabriel Giolito de' Ferrari pubblicava Venite all'ombra de' gran gigli d'oro seguita da un commento, opera, secondo la testimonianza del Caro, di un suo amico, che lo aveva composto in vista della diffusione della canzone in terra di Francia dove «non sarebbe da ognuno così bene intesa, come a lui pareva che si dovesse intendere».45 Precedente il Parere o comunque composto indipendentemente da quello, il commento fu interpretato dal Castelvetro come un attacco che il Caro gli muoveva sul suo stesso terreno: quello dell'esegesi. Il modenese rispose con una Dichiarazione (pubblicata dal Caro insieme con il Parere nel volume contenente la sua Apologia) e con quattro Opposizioni critiche, allora rimaste inedite e scritte tra il giugno e il luglio del 1555.46 Essendo «in gioco il credito e la carriera dell'uno, il magistero e il prestigio dell'altro; in una parola, le sole ragioni di vita di entrambi»47 lo scontro non poteva che farsi cruento.
Agli interventi del Castelvetro e dei suoi amici48 il Caro non replicò personalmente49 fino al 1558, quando uscì l'Apologia de gli Academici di Banchi di Roma contra a M. Lodovico Castelvetro da Modena.50 Negli anni 1555-1557 il Caro, segretario di Alessandro Farnese, era stato impegnato su altri fronti. Morto Giulio III, nel 1555 erano stati elevati al soglio di Pietro prima Marcello Cervini (Marcello II, 10 aprile) e poi Gian Pietro Carafa (Paolo IV, 26 maggio). Gli anni di pontificato del Carafa non erano stati facili per i Farnese, che, pur avendo contribuito alla sua elezione, non erano riusciti a trovare un'intesa con il nuovo papa; nel 1556 erano passati al partito imperiale (il che, tra le altre cose, rendeva quanto meno anacronistica la canzone del Caro). Per questo l'Apologia, una prima bozza della quale era pronta ai primi di novembre del 1555, poté vedere la luce solo nel novembre del 1558, quando il Carafa, ormai vecchio e malato, viveva un momento di grave difficoltà.51 L'uscita dell'Apologia rinfocolò la disputa. Letto il libello, il Castelvetro − se diamo credito a una sua affermazione52 − scrisse la risposta in soli quarantacinque giorni. La Ragione d'alcune cose segnate nella canzone d'Annibal Caro 'Venite a l'ombra de' gran gigli d'oro' uscì a Modena presso Cornelio Gadaldino entro il novembre del 1559.53 La repentina risposta del Castelvetro, seguita dalla violenta reazione dei suoi amici, consigliò al Caro, preoccupato da nuovi impegni e difficoltà di ordine personale, di farsi da parte, lasciando all'amico Benedetto Varchi l'onere di affrontare il modenese. Già nel 1555 il Caro aveva sottoposto alla lettura del Varchi − accademico fiorentino, uno degli intellettuali più stimati della Firenze di Cosimo I − i testi confluiti poi nell'Apologia, ma a trascinare il fiorentino nella polemica era stato il Castelvetro.
Con Varchi il modenese aveva intrattenuto precedentemente rapporti cordiali. Come abbiamo accennato,54 nel 1552 Castelvetro, alla ricerca di materiali per la raccolta di poesie occitaniche che progettava con l'amico Giovan Maria Barbieri, era stato a Firenze dove aveva conosciuto il Varchi, ottenendo in prestito da lui il canzoniere provenzale c. Avuta notizia dell'Apologia il Castelvetro scrisse al Caro e al Varchi per sollecitarne la pubblicazione:
Hora perché esso Caro et i suoi amici dicevano che non mi volevano far copia della detta Apologia se non istampata, dubitando che gli essempi scritti a mano non fossero da me alterati o guasti et quindi poi non nascessero nuove questioni, né stampar si poteva [...] io, che sapeva che le scuse le quali allegavano di non lasciarmela vedere né scritta né stampata non erano vere, dimostrai anchora agli altri che non erano vere con mandare dicendo ad Annibal Caro che era a Roma, et a Benedetto Varchi, il quale era a Bologna e non a Firenze [...] che, poiché non mi volevano far copia della predetta Apologia scritta a mano, mi piaceva che si stampasse [...]. Et apresso, se gli rincresceva la spesa da farla stampare, che io similmente era presto a pagarne la stampa.55
L'arroganza, insita nella provocatoria proposta, irritò il Varchi, che si impegnò ad assumere la difesa del Caro qualora il Castelvetro avesse risposto all'Apologia:
"Andate, che io vi prometto - risposi io allhora - e così direte a messer Lodovico per me, che io farò ogni opera che egli sia sodisfatto, non ostante che io fussi più che risolutissimo di volermi adoperare (come ho fatto infin qui) in contrario". E così scrissi tutta questa storia al cavaliere e rimandandogli l'Apologia lo confortai e pregai a doverla stampare e far contento il Castelvetro, allegandogli quel proverbio volgare: A un popolo pazzo, un prete spiritato; e perché egli si conducesse a fare ciò più tosto e più volentieri, gli promisi di mia spontanea volontà che, rispondendo il Castelvetro (cosa che io non credeva), pigliarei io l'assunto di difendere le ragioni sue.56
Allorché la Ragione uscì a stampa, il Caro − impegnato nel conclave che avrebbe eletto il 25 dicembre 1559 Pio IV − chiese all'amico di mantenere la promessa.57 Il Varchi decise di rispondere con il dialogo Hercolano, come afferma nella dedica dell'opera a Francesco de' Medici:
La cagione del componimento del Dialogo fu che havendo io risposto, per le cagioni e ragioni lungamente e veramente da me narrate, alla Risposta di messer Lodovico Castelvetro da Modona fatta contra l'Apologia di messer Annibale Caro da Civitanuova, e mostratala ad alcuni carissimi amici e honorandissimi maggiori miei, eglino, i quali comandare mi poteano, mi pregarono strettissimamente che io dovessi, innanzi che io mandassi fuori cotal risposta, fare alcuno trattato generalmente sopra le lingue, e in particolare sopra la toscana e la fiorentina.58
Il Caro non era dello stesso avviso. Letta la parte iniziale del dialogo, che l'amico gli aveva inviato nella primavera, così rispondeva il 10 maggio 1560:
Desidero sopramodo di vedere il restante, e per lo diletto che ne sentirò, e per chiarirmi di quello che non sono ancor chiaro, cioè del fine che vi avete proposto in questo Dialogo. Perché, mostrando di avere innanzi la mia difensione, entrate in una preparazione maggiore, che a me non pare che bisogni per ciò, trattando di tant'altre cose, che per bellissime che sieno non hanno che fare con la questione tra 'l Castelvetro e me. Però m'immagino che oltre a la causa mia vi proponiate qualche altra cosa, che io non so per ancora vedere.59
Sembra quindi che fin dall'inizio l'opera fosse non tanto una difesa del Caro quanto l'esaltazione della lingua fiorentina. E come un «discorso generale della natura e qualità delle lingue», che solo in minima parte aveva a che fare con la disputa, lo descrive Vincenzio Borghini in una lettera al Varchi del 9 maggio 1563:
E' vi può ricordare che quando s'intese qua che il Castelvetro si era fuggito da Roma con tanto pregiudizio della persona e dell'onore e nome suo, dove prima io vi avevo riscaldato di scrivere sopra quella differenza nata fra il Caro e lui, allora vi dissi che essendo seguito quel caso era cosa molto considerabile, acciò non paresse che voi andaste a ferire un morto. Dipoi, considerato che lo scritto [...] era un discorso generale della natura e qualità delle lingue, né si toccava in quel proposito delle differenze particolari tra il Castelvetro e il Caro se non tanto poco che non veniva dir nulla; vi pregai più volte che vi risolveste a dar quel contento a gli amici vostri e beneficio al mondo di lasciarlo vedere [...].60
Le due anime del dialogo (discorso sulla lingua e difesa del Caro), resero l'elaborazione dell'opera tanto complessa che il Varchi ebbe difficoltà a terminarla, sicché l'Hercolano uscì a stampa solo dopo la morte del suo autore, nel 1570, per le cure degli eredi, Silvano Razzi e Lorenzo Lenzi.61
Poiché la lettera dedicatoria premessa dai Giunti alla loro edizione è datata 30 agosto 1570,62 la Correttione dovette essere composta tra la fine del 1570 e il 21 febbraio 1571, quando il Castelvetro morì. Come abbiamo visto, già il Caro e il Boghini avevano espresso dubbi sulla reale destinazione del dialogo. Di questa ambiguità di fondo dell'Hercolano, del suo non essere di fatto una puntuale risposta alla Ragione, il Castelvetro fece uno dei punti di forza della propria censura. Come esplicita con amara ironia nel terzo paragrafo della Correttione:
Adunque se Benedetto Varchi havesse solamente difesa la canzone d'Annibal Caro dalle mie prime oppositioni, come prometteva di fare, et l'havesse difesa nella maniera che ha fatto, havrebbe giovato non poco a sé medesimo, in quanto sarebbe caduto in fossa meno ampia d'errori, né havrebbe consumato tanto tempo vanamente, né si sarebbe faticato tanto quanto ha fatto in iscrivere così a lungo, et appresso havrebbe scemata in gran parte a me la fatica che mi conviene durare nell'essaminatione di molte cose rinchiuse in quel gran libro per dimostrarne la falsità. La quale, nel vero, mi sarebbe stata meno noiosa in altra dispositione che in quella nella quale mi truovo al presente, essendo gravemente infermo nel corpo, et in altro luogo dove almeno fosser que' libri li quali communemente si sogliono trovare per tutto.63
Lo stesso Varchi, del resto, nel passo citato della dedicatoria a Francesco de' Medici sembra alludere a due testi diversi: la replica al Castelvetro, mai diffusa a causa delle sventure che colpirono il modenese, e il dialogo «generalmente sopra le lingue, e in particolare sopra la toscana e la fiorentina». Sulla lettera dedicatoria del Varchi si appuntarono gli strali del Castelvetro che di essa fece una lunga e approfondita analisi. Nell'economia della Correttione − almeno come ci è giunta successivamente all'opera di redazione del fratello Giovanni Maria − l'esame della dedica si colloca nel punto di passaggio tra le prime tre sezioni, riservate alla replica delle obbiezioni mosse dal Varchi alla Ragione e la quarta, nella quale il Castelvetro enuclea e corregge le inesattezze presenti nell'Hercolano. L'importanza di quest'ultima parte per il modenese e il ruolo centrale in essa della critica all'epistola dedicatoria sono evidenziate da Giovanni Maria nella dedica dell'opera:
poi che passati tanti anni dopo la morte del Varco è piaciuto agli amici suoi di far per mezzo della stampa copia al mondo del dialogo predetto, percioché essendo ultimamente pervenuto alle mani del Castelvetro in sugli estremi dì della vita sua, et non havendo perciò potuto far quanto egli haveva in animo di fare, cio è mostrare con la presente scrittura partitamente come cotal dialogo peccava in tutte o nella maggior parte delle cose sustantiali, egli non dimeno ce n'ha lasciato tal saggio per le cose da lui scritte et segnate non solamente sopra la pistola al Principe D. Francesco intitolata, ma in alcuna parte anchora del dialogo, che ogni persona intendente potrà per esse agevolmente conoscere la differenza che era tra il saper del Varco et quello del Castelvetro in così fatta maniera di lettere, non ostante che tali cose non fossero pure state tutte rilette da lui, non che maturamente considerate, per cagione della sopravegnente morte, la quale interruppe questo et molti altri degni pensamenti suoi.64
Castelvetro affronta la dedicatoria del Varchi con lo stesso metodo con cui aveva analizzato la particella quinta del primo libro delle Prose bembiane. L'importanza nella critica calstelvetrina della razionalità, che emerge con prepotenza nelle Giunte, trova qui piena formulazione. Al Varchi che lo accusava di presunzione e superbia per la risolutezza con cui aveva esposto le sue opinioni nella Ragione, rispondeva: «La qual cosa io niego, percioché non v'ha quasi niuna oppositione che non habbia con esso lei la ragione o la pruova scritta che l'accompagni».65 Attenzione alla 'ragione' che il Castelvetro ritiene di condividere con lo stesso dedicatario Francesco de' Medici, come afferma all'inizio della sua analisi. Augurandosi il Varchi, come di prammatica, che il suo dialogo fosse a tutti più gradito e al sicuro dalla critiche, uscendo sotto la protezione del Medici, il Castelvetro ipotizza che:
nelle quali cose si troverà per avventura ingannato, percioché quel benignissimo et giustissimo principe, il quale in pregiudicio della verità non acconsentirà mai che sotto l'ombra della protettione sua appaia essere lodevole quello che è biasimevole et si reputi piacere quello che dee dispiacere, non apprezzerà né forse stimerà da meno che il predetto dialogo queste mie considerationi, per le quali si scopriranno gli errori del Varco, pur che sieno informate di ragione, quantunque non sieno intitolate a lui, se mai averrà che degni o per li o per alcun de' suoi letterati riguardarle.66
Il Castelvetro procede incalzante, periodo per periodo, indicando le inesattezze vere o presunte, le affermazioni retoricamente eleganti ma di fatto illogiche, l'atteggiarsi filosofico del discorso in assenza di un impianto metodologico serio. Fino al passo in cui il Varchi, prima di raccontare a suo modo la nascita del dialogo, motiva la scelta del dedicatario:
Queste sono le cagioni, Illustrissimo et Eccellentissimo Principe, perché io, senza havere alla mia bassezza risguardo havuto, ho preso ardimento d'indirizzare all'Altezza vostra un dialogo fatto da me novellamente sopra le lingue. E di vero, se io altramente fatto havessi, egli mi parrebbe d'haver commesso sceleratezza non picciola, percioché oltra che io sono e servo e stipendiato dal sapientissimo e giustissimo non meno che grandissimo e fortunatissimo Padre Vostro, e conseguentemente di Voi, la materia della quale si ragiona è tale che ad altri che alla Sua o alla Vostra Eccellenza indirizzare giustamente non si potea (p. 186).
Posto che il Varchi non ha scritto ad istanza del principe né questi ha mostrato di avere un'opinione sulla questione della lingua che richiedesse un chiarimento da parte di chi fosse più esperto di lui in materia (due delle tre ragioni che il Castelvetro nella 'giunta' alla quinta particella del primo libro delle Prose aveva considerato 'valide' per dedicare un'opera: «perché gli [al dedicatario] s'habbia da insegnare o perché gli s'habbia da ubidire»), il modenese cerca il vero motivo dell'intitolazione, trovandola nelle parole dello stesso Caro:
Ha egli forse [Francesco de' Medici] domandato che il Varco gli scriva simile dialogo? Ha forse opinione rea intorno alle lingue, dalla quale il Varco lo voglia rimuovere per utile di lui et anchora degli altri? Io non veggio che assegni né queste cagioni d'intitolargli simile libro né niuna altra. Di che per aventura avedendosi esso Varco et considerando che queste cagioni non havevano da far nulla con la 'ntitolatione, ne soggiugne due altre: l'una è che è servo del duca Cosimo suo padre, et l'altra che è da lui stipendiato, che uno parlando fiorentino direbbe 'salariato', et perciò è tenuto ad indirizzare ad duca o al figliuolo questa opera (p. 201).
Quanto il Varchi diceva en passant, prima di indicare nell'argomento dell'Hercolano il motivo della dedica, viene dal Castelvetro polemicamente evidenziato. La servitù del Varchi a Cosimo sta all'origine dell'offerta. Grazie alle parole dello stesso dedicante il Castelvetro può dimostrare ancora una volta che nulla se non il servilismo spinge, nella realtà, a comporre una lettera dedicatoria. Giova ricordare che il Varchi era membro eminente di quell'Accademia fiorentina che si era fatta esecutrice della politica culturale di Cosimo e in questa veste era entrato nella disputa, spendendo in difesa del Caro il peso del suo prestigio di accademico. Che nella persona del Varchi fosse coinvolta nella disputa la stessa Accademia è provato da una lettera inviata a lui dal Caro il 3 settembre 1559: «Io ho già detto che 'l giudizio di questa lite s'appartiene a l'Academia di Fiorenza, et a voi spezialmente, e s'attende che ciò segua con quella espettazione che si porta seco un nome d'un vostro pari».67 Poiché la promozione e l'imposizione del toscano come lingua superiore a tutte le altre 'volgari' era uno dei principali scopi dell'Accademia, che in tal modo supportava il tentativo del duca Cosimo di accrescere il prestigio e il potere del nuovo stato toscano,68 era stato facile per il Caro sollecitare una presa di posizione ufficiale contro il modenese che difendeva una posizione ben diversa. Contro il toscano il Castelvetro propugnava l'uso di una lingua non locale, non attuale e quindi effimera, ma destinata a sfidare i confini e i secoli. Quanto la sua concezione fosse lontana da quella del Caro e del Varchi si coglie dal commento alla tredicesima particella del primo libro delle Prose bembiane:
chi cerca honore per cagione d'ornamento di parole et vuole essere caro et adoperato per cagione di nobile scrittura non dee scrivere né può in lingua d'altro secolo che del suo. Ma chi non cerca di procacciarsi gloria da questa parte, contentandosi di quella che gli può venire principalmente dalla materia, dee scrivere in lingua che per argomenti verisimili s'habbia da diffondere in molti paesi et a molti secoli, come nella latina o nella greca o nell'hebrea o anchora in quella del secolo del Boccaccio, se verisimilmente possiamo imaginarci che essa habbia di tempo et di luogo a gareggiare con le tre lingue predette, o pure in quella d'altro secolo, della quale altri altrettanto si possa promettere.69
Il sostegno dato al Caro, nella persona del Varchi, da tutta l'Accademia in quanto organismo culturale del Signore di Firenze fa sì che l'accusa di servilismo debba considerarsi estesa a tutto l'insieme degli accademici.70 Il commento a questa parte della lettera si conclude con la considerazione che, essendo il Varchi per sua stessa ammissione servo e salariato del duca Cosimo, non era nelle condizioni di chiamare 'dono' l'offerta del dialogo in quanto lo scritto non era sua proprietà, ma di Cosimo «essendo opera che è stata comperata da lui et vendutagli dal Varco molto cara» (p. 202).
Che la dedica fosse atto di servilismo e che, in quanto tale, essa non potesse non essere mendace, il Castelvetro aveva affermato con chiarezza nella 'giunta' alla quinta particella del primo libro delle Prose. Lo stretto legame tra asservimento e menzogna è evidente anche nella dedica qui commentata:
Poi che Benedetto Varco afferma d'esser servo del duca Cosimo et è veramente,71 non meraviglia se ritiene delle qualità servili, tra le quali la prima è essere bugiardo, sì come è bugiardo in raccontare l'origine e la cagione al suo principe per la quale sia stato indotto a comporre questo dialogo (pp. 202-03).
Il dialogo, sostiene il Castelvetro, non fu composto in occasione della disputa, ma risulta dalla riscrittura di un precedente 'trattato delle lingue':
il quale trattato il Varco ha poi tramutato in questo dialogo per potere honorare et far conoscere al mondo molte persone delle quali vi fa mentione, et specialmente Cesare Hercolani da Bologna, da cui haveva ricevute molte carezze et piaceri (p. 203).
Se il Castelvetro si era già mostrato contrario all'uso di dedicare propri testi letterari per ingraziarsi o ringraziare potenti protettori, nel parlare del riuso di opere letterarie altrui già dedicate la contrarietà si trasforma in indignazione, con una punta di maldicenza nell'allusione all'omosessualità del Varchi:
al quale [Cesare Ercolani] anchora faceva credere d'havere composti alcuni sonetti a gloria sua et gli pubblicava quando era in Bologna, come allhora novellamente fatti per lui, li quali nondimeno erano stati composti prima in altri tempi per accattare la gratia et per acquistane l'amore d'altri giovinetti, a' quali, poi che erano fatti uomini, ritoglieva senza rossore niuno quello che in altra età et forma haveva liberamente donato (p. 203).
L'accusa è rincarata dall'affermazione che il Varchi non si è 'limitato' a mentire all'Ercolani ma lo ha fatto anche con i Medici, dei quali si professava cortigiano e ai quali doveva ogni cosa. Stipendiato per comporre l'Historia fiorentina, il Varchi aveva ottenuto di sospendere il lavoro per aver agio di difendere l'Apologia del Caro:
havendo affermato al suo duca che quindi pendeva l'honore della lingua fiorentina et dell'Academia et per conseguente che egli non haveva ricevuto il salario senza meritarlo per la fatica che haveva posta in compilare così nobile et sottile dialogo. Il che peraventura non è un misusare, come dissi di sopra, la 'ncomparabile bontà et liberalità di quel duca, ma un beffarsene et uno uccellarlo et un rubarlo (p. 204).
La menzogna era tanto più grave in quanto lo scritto era già stato in parte composto. A chiusura della dedica il Varchi giura al dedicatario di rimettersi per quanto riguarda le concezioni espresse nel dialogo:
al giudizio di tutti coloro a cui cotal causa in qualunque modo e per qualunque cagione appartenere si potesse, solo che vogliono non l'altrui autorità, ma le ragioni mie considerare, e più che l'interesse proprio, o alcuno altro particolare rispetto, la verità risguardare.72
Il Castelvetro, dopo aver notato l'assurdità di affidarsi al giudizio altrui purché tale giudizio non solo non nuoccia ma, approvando quanto affermato dall'autore, dimostri le sue ragioni, chiude:
Ma che diremo noi del grande scongiuro che egli fa, perché gli si presti fede che nel trattare questa causa non habbia riguardato a niuno interesse proprio, ma solamente alla pura et nuda ragione [...]. Il quale scongiuro non gli è stato niente offerto né dalla parte aversaria né da' giudici [...]. Et quindi ci potremo certificare che il Varco non pure per accidente tiene della conditione servile, ma per natura anchora, essendo il giuramento, quando è fuor di tempo et non richiesto da chi lo può richiedere, segno evidentissimo et naturale della conditione delle persone vili, plebee et serve [...] (pp. 206-207).
Dietro all'uso che il Castelvetro fa della dedica dell'Hercolano contro il suo autore sta la concezione espressa nella 'giunta' alla quinta particella del primo libro delle Prose. Se la consuetudine ormai invalsa di far precedere alle opere a stampa un'epistola dedicatoria, con la sua retorica piegata all'encomio più falso, assurge per il modenese a simbolo del servilismo diffuso ai suoi tempi presso gli intellettuali, nulla meglio di una dedica si presta a smascherare l'indole servile e mendace di chi l'ha scritta.
Fuggito da Lione nel 1567 a causa della guerra tra cattolici e Ugonotti, dopo un soggiorno a Ginevra il Castelvetro era tornato a Chiavenna. Di qui nel 1569 si era trasferito a Vienna, dove grazie ai buoni uffici del colonnello imperiale Rodolfo von Salis, suo amico, era stato onorevolmente accolto da Massimiliano II. L'anno dopo l'imperatore interveniva presso Alfonso II d'Este perché il Castelvetro potesse tornare in patria e favoriva la stampa della Poetica d'Aristotele vulgarizzata e sposta. Il modenese non mancò di ringraziare il benefattore con la dedica dell'opera.73 Cronologicamente posteriore alla trattazione sulle epistole dedicatorie delle Giunte alle Prose del Bembo, questa è l'unica dedica firmata dal modenese. Più che motivata è quindi la curiosità di verificare se, alla prova dei fatti, il Castelvetro si sia comportato coerentemente con quanto scritto o abbia seguito l'esempio degli autori da lui aspramente dileggiati.
Analizzando la dedica scritta per «piacere proprio dello 'ntitolatore», il Castelvetro aveva individuato che due erano le motivazioni principalmente addotte dai dedicanti, la richiesta di una correzione o di una protezione, dimostrando poi che in entrambi i casi − lungi dal portare all'autore dei vantaggi − lo scritto gli si ritorceva contro, essendo la prova non solo che l'opera era imperfetta, ma che lo stesso autore la considerava tale. Coerentemente con quanto sosteneva relativamente alla tipologia in questione («la bontà et la lode giusta del libro deve originare dalla virtù interna di se medesimo et non dalle commendationi forestiere altrui»), una buona metà della dedica è riservata alla presentazione dell'opera e dei suoi pregi rispetto alle precedenti traduzioni ed esposizioni della Poetica aristotelica. Che l'illustrazione del lavoro presentato sia ciò che a Castelvetro più sta a cuore è evidente sin dall'incipit dell'epistola: un lunghissimo periodo in cui il modenese afferma che, qualora l'imperatore si degni di guardare al suo 'picciolo dono', «potrà chiaramente, se io non m'inganno, comprendere che questa mia fatica, qualunque ella si sia, non è del tutto superflua o vana»74, dove il «se io non m'inganno» è correttivo ben modesto al "chiaramente", confermato dalla lunga presentazione dell'opera che segue. La consueta - e qui tanto più inevitabile trattandosi dell'imperatore - metafora dell'alto e del basso75 e la stessa motivazione della dedica (il desiderio di ringraziare l'imperatore per l'asilo offerto a lui a al fratello)76 sono inserite all'interno di questo lungo periodo che si apre alla dimostrazione del valore dell'opera offerta.
Dopo aver enumerato con precisione le traduzioni e i commenti alla Poetica usciti sino ad allora (Averroè, Giorgio Valla, Alessandro de' Pazzi, Francesco Robortello, Vincenzo Maggi, Pier Vettori e Bernardo Segni),77 ed aver evidenziato come non avessero esaurito quanto c'era da dire sulla complessa operetta aristotelica,78 il Castelvetro passa a descrivere quello che è stato il suo progetto: non solo affrontare la Poetica «in modo più preciso ed esauriente sotto l'aspetto esegetico» ma «tentare con i materiali aristotelici la costruzione di un''arte poetica' in proprio, a completamento, o addirittura a superamento, dello stesso Aristotele»:79
Io non lascierò di dire che dove la 'ntenzione de' sopradetti interpreti è principalmente indirizzata a dichiarare le parole del testo aristotelico e a ritrovare luoghi in altri autori per dar luce e notizia maggiore dell'istorie e delle favole e delle cose antiche [...] io, senza tralasciare punto la dichiarazione delle parole, e spezialmente di quelle che non mi sono parute essere state convenevolmente dagli altri dichiarate, e senza risparmiare l'autorità degli altri scrittori [...] quanto ho giudicato far bisogno ho tentato, e forse con più ardore d'animo che felicità d'effetto, di far manifesta l'arte poetica, non solamente mostrando e aprendo quello che è stato lasciato scritto in queste poche carte da quel sommo filosofo, ma quello ancora che doveva o poteva essere scritto, per utilità piena di coloro che volessero sapere come si debba fare a comporre bene poemi e a giudicare dirittamente se i composti abbiano quello che deono avere o no (pp. 2-3).
La novità dell'edizione sta nel fatto che il Castelvetro, per primo, ha capito che la Poetica è opera che Aristotele lasciò incompleta e quindi bisognosa non solo di traduzione e commento (che è quanto i precedenti editori si sono limitati a fare), ma di 'complemento'.80
Solo a questo punto il dedicatario ritorna in scena in quanto possibile oggetto del tipo di poesia principalmente trattato nella Poetica:
l'azzioni della quale [S.M.V] e de' suoi maggiori [...] sono soggetto e materia pari e convenevole a quella parte di poesia con la quale si cantano e si celebrano le sopraumane operazioni de' semidei, della qual parte principalmente e spezialmente si tratta e si disputa nel presente libretto (p. 3).
Con questo Castelvetro è passato a quello che potrebbe essere il «piacere proprio di colui, a cui s'intitola il libro». Poiché egli non offre all'imperatore la Poetica per renderlo famoso o per insegnargli qualcosa, e non l'ha del resto composta su suo ordine, la dedica rientra nella sottotipologia del dono di un'opera a chi avrebbe potuto commissionarla. I due motivi che il Castelvetro cita sono l'utilità della nuova edizione della Poetica per i compositori di poesia epica (e si ricordi che l'autore precisa come il suo lavoro unisca all'esposizione del testo aristotelico una propria trattazione aggiuntiva ad utilità dei poeti e degli intendenti di poesia), cantori delle gesta di Massimiliano, e il fatto che essa propone una nuova e più chiara traduzione italiana, lingua parlata correntemente dall'imperatore: «E poiché non dee punto esser men graziosa alla S.M.V. perché sia stata dettata in questa lingua, alla quale è indirizzata, donata e consacrata, a me altresì non dee essere punto discaro l'avervela dettata» (p. 4). Il breve encomio trascolora subito nella motivazione della scelta dell'italiano come lingua dell'edizione:
io mi do ad intendere d'aver fatto ciò in questa lingua alquanto men male, nella quale non niego d'aver speso qualche tempo per impararla ed avanzarmi alquanto in essa e d'avervi scritta alcuna volta alcuna cosetta, che non avrei fatto in un'altra dove fossi meno essercitato e per poco scrittore nuovo (p. 4),
motivazione nella quale il tono volutamente dimesso non riesce a nascondere l'orgoglio per le proprie competenze linguistiche. Sulla validità della scelta dell'italiano il Castelvetro si sofferma nel rimanente della dedicatoria. Che egli sentisse la necessità di una spiegazione non stupisce, essendo la sua l'unica edizione italiana dopo quella di Bernardo Segni, uscita nel 1549 e ripubblicata nel 1551:
Senza che io ho giudicato che questa fosse opportunità convenevole e da non tralasciare da fare una volta esperienza, il che da niuno infino a qui non pare che sia stato tentato, se fosse possibile che con le voci proprie e naturali di questa lingua si potessono fare vedere e palesare altri concetti [...] che d'amore e di cose leggere e popolari e si potesse ragionare e trattar d'arti e di dottrine e di cose gravi e nobili senza bruttare e contaminar la purità sua con la 'mmondizia delle voci barbere e scolastiche, e senza variare e alterar la simplicità sua con la mistura delle voci greche e latine quando la necessità non ci costringe a far ciò, accioché, riconoscendosi la sufficienza e 'l valore di questa lingua ancora in questa parte, non resti priva più lungamente della debita sua lode (p. 4).
Se si esclude il canonico innalzamento del dedicatario all'inizio (del resto all'interno di un ragionamento che aveva come fine quello di attirare l'attenzione sul dono), la lode per la sua conoscenza della lingua italiana e i voti finali, tutta l'epistola è incentrata sulle qualità dell'opera offerta e del suo autore. Quasi impossibile essere meno riverenti rivolgendosi all'imperatore. Si trattava però pur sempre di una dedica, che non poteva non andare contro quanto sostenuto nella 'giunta' alla quinta particella del primo libro delle Prose: un'opera scritta per essere letta da molti, e per tale motivo diffusa dall'autore stesso per mezzo delle stampe, non può essere dedicata a uno solo. Fu forse la consapevolezza di derogare per una volta (sia pure tanto parcamente) a quella coerenza, a quella razionalità di cui andava tanto fiero, che spinse il Castelvetro giusto prima di terminare l'epistola con il dono della Poetica vulgarizzata e sposta all'imperatore e con gli auguri di rito, ad abbozzare, contro ogni regola, una impacciata scusa ai veri dedicatari: i lettori.
E tanto voglio che mi basti d'aver detto intorno a questa mia fatica, alla quale mi rendo certissimo non si scemerà punto di grazia appresso coloro che la leggeranno perché porti segnato in fronte il glorioso nome imperiale e si pubblichi e esca in luce come dono (p. 5).
M. B.
Note
1 POETICA / D'ARISTOTELE / VVLGARIZZATA, / ET SPOSTA / Per Lodouico Casteluetro. / [impresa del Castelvetro con civetta all'interno di una cornice e motto KEKRIKA] / Stampata in Vienna d'Austria, per Gaspar / Stainhofer, l'anno del Signore / M. D. LXX.
2 I PRINCIPII / DE LA THEOLOGIA / DI IPPOFILO / DA TERRA / NEGRA. / CON GRATIA, ET / PRIVILIEGIO. / [Venezia, Aldo Manuzio, 1530-34]. Cfr. D. Perocco, Ludovico Castelvetro traduttore di Melantone, in GSLI, clvi, 1979, pp. 541-47; S. Caponetto, Due opere di Melantone tradotte da Lodovico Castelvetro: 'I principii de la theologia di Ippophilo da Terra Negra' e 'Dell'autorità della Chiesa e degli scritti degli antichi', in «Nuova rivista storica», lxx, 1986, pp. 253-74; C. Ossola, Li "summari", "li benefici" e una "sposizione" nicodemita: Castelvetro in contesto, in Culture et société en Italie du Moyen Age à la Renaissance. Hommage à André Rochon, Paris, Université de la Sorbonne Nouvelle, 1985, pp. 251-64.
3 RAGIONE D'ALCVNE COSE SEGNATE / NELLA CANZONE D'ANNIBAL / CARO / VENITE A L'OMBRA DE GRAN / GIGLI D'ORO. / [impresa del Castelvetro con civetta all'interno di una cornice e motto KEKRIKA] [Modena, Cornelio Gadaldino, 1559]; GIVNTA FATTA AL RAGIONA- / MENTO DEGLI ARTICOLI ET / DE VERBI DI MESSER / PIETRO BEMBO. / [impresa del Castelvetro con civetta all'interno di una cornice e motto KEKRIKA] / Con Licentia del Reuerendo Padre Inquisitore di Modona. Il colophon (c. 90r) recita «IN MODONA, / Per gli Heredi di Cornelio Gadaldino. / M D L X I I I». Cfr. L. Castelvetro, Giunta fatta al ragionamento degli articoli e de' verbi di Messer Pietro Bembo, a cura di M. Motolese, Roma-Padova, Antenore, 2004. L'uso dell'impresa al posto del nome era consigliato dal fatto che per il Castelvetro era già iniziata quella vita da fuggiasco che sarebbe stata sua fino alla morte: il 20 dicembre 1556 era stato condannato in contumacia al taglio della testa e alla confisca dei beni per l'omicidio di Alberico Longo, nel 1560 il Santo Uffizio lo condannava per eresia. Nonostante la difficile situazione, nell'estate del 1559 il Castelvetro era tuttavia ritornato nel modenese, riuscendo a seguire di persona la stampa della Ragione. In questo che fu il penultimo soggiorno continuato nella sua villa di Verdeda, il Castelvetro pensò di far figurare nel frontespizio della Ragione il suo nome. Il manoscritto autografo dell'opera, evidentemente preparato per la tipografia, reca in calce al frontespizio, disegnato dallo stesso Castelvetro, «per Lodovico Castelvetro da Modona», poi cancellato (nella stampa il posto sarà occupato dal placet dell'Inquisitore). I manoscritti autografi di Ragione e Giunta sono rilegati insieme e conservati presso la Biblioteca 'Antonio Panizzi' di Reggio Emilia con segnatura Mss. Vari C 20. Sull'omicidio di Alberico Longo cfr. T. Sandonnini, Lodovico Castelvetro e la sua famiglia, Bologna, Zanichelli, 1882, pp. 63-213; sulla fuga e sul soggiorno a Chiavenna cfr. D. Cantimori, Gli eretici italiani del Cinquecento e altri scritti, a cura di A. Prosperi, Torino, Einaudi, 1992, pp. 343-46; sui manoscritti per la tipografia di Ragione e Giunta cfr. M. Motolese, Introduzione a Castelvetro, Giunta cit., pp. lvii-lxi; sull'uso della civetta come impresa si legga quanto dice lo stesso Castelvetro in Ragione cit., cc. 97r-98r.
4 L. Castelvetro jr., Vita di Lodovico Castelvetro da Modena, in G. Tiraboschi, Biblioteca modenese o notizia della vita e delle opere degli scrittori natii degli Stati del serenissimo Signor Duca di Modena, Modena, Società tipografica modenese, 1786, vol. vi, pp. 61-82, a p. 78.
5 CORRETTIO= / NE D' ALCVUNE COSE / DEL DIALOGO DELLE LINGVE / DI BENEDETTO VARCHI, ET VNA GIVNTA / al primo libro delle Prose di M. Pietro Bem- / bo, doue si ragiona della vulgar / lingua fatte / Per / LODOVICO CASTELVETRO / [impresa del Castelvetro con civetta all'interno di una cornice e motto KEKRIKA] / Stampata in Basilaea l'anno del Signore / M D L X X I I. Cfr. L. Castelvetro, Correttione d'alcune cose del 'Dialogo delle lingue' di Benedetto Varchi, a cura di V. Grohovaz, Padova, Antenore, 1999. La Giunta al primo libro delle Prose di M. Pietro Bembo sarà d'ora in poi siglata Giunta 1572.
6 Per tutta la vicenda, che qui brevemente riassumo, si vedano l'Introduzione, la Nota al testo e la preziosa Tavola sinottica di Matteo Motolese nella citata edizione Castelvetro, Giunta.
7 Cfr. Castelvetro, Correttione cit., pp. 145-47.
8 P. Bembo, Lettere, edizione critica a cura di E. Travi, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1992, vol. iii, p. 199. Di questa raccolta, alla quale il Bembo lavorò per alcuni anni, collazionando un discreto numero di manoscritti provenzali, alcuni dei quali non direttamente in suo possesso, non ci rimangono che la traduzione della vida di Arnaut Daniel e il testo, sempre in traduzione, delle prime tre coblas della sestina Lo ferm voler quel cor m'intra proposte da Anton Francesco Doni nei Marmi. Sull'antologia bembiana cfr. S. Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia nel Cinquecento e Tre secoli di studi provenzali, edizione riveduta, con integrazioni inedite, a cura e con postfazione di C. Segre, Padova, Editrice Antenore, 1995 pp. 352-53; C. Pulsoni, Pietro Bembo e la tradizione della canzone 'Drez et razo es qu'ieu ciant e·m demori', in «Rivista di letteratura italiana», xi, 1993, pp. 283-304.
9 Castelvetro, Correttione cit., p. 146.
10 Le due citazioni ivi, p. 147. Contrariamente alle affermazioni del Castelvetro, il Bembo conobbe la canzone, che poteva leggere nel canzoniere K (oggi Paris, Bibliothèque Nationale, ms. fr. 12473) da lui posseduto e postillato. Sui codici provenzali del Bembo cfr. Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia cit., pp. 247-50; C. Pulsoni, Luigi Da Porto e Pietro Bembo: dal canzoniere provenzale E all'antologia trobadorica bembiana, in «Cultura neolatina», lii, 1992, pp. 323-51; Id., I Badoer, Pietro Bembo e il ms. provenzale O, in «Cultura neolatina», liv, 1994, pp. 185-87; Id., Bembo e la letteratura provenzale, in 'Prose della volgar lingua' di Pietro Bembo, Atti del Convegno di Gargnano del Garda, 4-7 ottobre 2000, a cura di S. Morgana - M. Piotti - M. Prada, Milano, Cisalpino, 2000, pp. 37-54.
11 Si veda a questo proposito il giudizio espresso in Giunta 1572, p. 208.
12 Giunta 1572, p. 174. L'analisi linguistica e paleografica con cui il Castelvetro smaschera gli 'originali' in mano del Bembo è tanto più interessante se messa a confronto con il fatto che i pochi lacerti poetici che ci sono giunti in siciliano antico (escluso il frammento recentemente scoperto da Giuseppina Brunetti: Il frammento inedito 'Resplendiente stella de albur' di Giacomino Pugliese e la poesia italiana delle origini, Tübingen, Niemeyer, 2000) si leggono nell'Arte del rimare di Giovan Maria Barbieri, modenese e amico, come vedremo, di Castelvetro, che li trasse da un suo, ora perduto, Libro ciciliano. Sulle fonti dell'Arte del rimare cfr. B. Panvini, Studio sui manoscritti dell'antica lirica italiana, in «Studi di filologia italiana», xi, 1953, pp. 5-135; sui volumi appartenuti al Barbieri cfr. A. Mussafia, Über die provenzalischen Liederhandschriften des Giovanni Maria Barbieri, in «Sitzungsberichte der kais. Akademie der Wissenschaften von Wien. Phil.-hist. Classe», lxxvi, 1874, pp. 201-66; G. Bertoni, I codici di rime italiane di G. M. Barbieri, in GSLI, xlv, 1905, pp. 35-47 (rettifiche di S. Debenedetti, Per la biblioteca del Barbieri, in GSLI, xlvi, 1905, pp. 265-68); A. F. Massera, Ancora dei codici di rime volgari adoperati da G. M. Barbieri, in «Studi medievali», ii, 1906, pp. 11-36; Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia cit., pp. 358-59, nota 8; M. Careri, Per la ricostruzione del Libre di Miquel de la Tor. Studio e presentazione delle fonti, in «Cultura neolatina», lvi, 1996, pp. 251-408.
13 Il passo tratto da una lettera a Filippo Valentini del 1536 si chiudeva con un'amara considerazione che chiamava in causa la condizione di subalternità nella quale erano costretti a vivere alcuni tra i migliori letterati: «A voi toccherebbe pur questa impresa. Ma che dico io? Voi sete servitore altrui, né di questa servitù uscirete forse mai, et ciò richiederebbe la libertà di tre o quattro anni. Così a me pare che più tosto possiamo piangere la moriente lingua nostra che aiutarla» (Lettera di Lodovico Castelvetro a M. Antonio da Modona a Brissello, del Lustro e dell'Olimpiada, con altre lettere del medesimo autore, in Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici del p. Angelo Calogerà, Venezia, Occhi, 1752, tomo xlvii, p. 426, citata da Motolese, Introduzione cit., pp. xxii-xxiii, nota 45).
14 Nella Ragione il Castelvetro si era mostrato molto più rispettoso nei confronti del Bembo: inserito nella più alta tradizione classica greco-latina, il veneziano è l'auctoritas volgare più citata, il modello a confronto del quale viene provato ogni difetto della canzone del Caro. Alla base di tanta inspiegabile stima non sta un mutamento di giudizio, ma la considerazione che il Bembo era l'autore che meglio si prestava ad essere usato contro il Caro sia per il rispetto che quest'ultimo aveva dichiarato nella lettera dedicatoria premessa all'edizione delle Rime del veneziano uscita nel 1548, sia per il fatto che la polemica letteraria si inseriva nello scontro tra il papa e i Farnese. Cfr. Motolese, Introduzione cit., pp. xxii-xxiii.
15 Cfr. A. Sorella, Benedetto Varchi e l'edizione torrentiniana delle 'Prose', in 'Prose della volgar lingua' di Pietro Bembo cit., pp. 493-508 (e infra nota 37). L'esemplare dell'edizione Torrentino usato per comporre il commento è conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze con segnatura Pal. 11.C.10.5.8. Il volume che conserva nei margini postille autografe è stato identificato da Matteo Motolese. Cfr. M. Motolese, L'esemplare delle 'Prose' appartenuto a Lodovico Castelvetro, in 'Prose della volgar lingua' di Pietro Bembo cit., pp. 509-51.
16 Sulla vicenda si veda Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia cit., pp. 37-45, 64-68, 107-108, 131-37, 266-72. Beccadelli mise a disposizione i suoi personali codici occitanici e si fece mediatore tra il Castelvetro e Torquato Bembo, che aveva ereditato la biblioteca paterna; Venier prestò il suo Donat proensal che i modenesi studiarono e tradussero. Il Varchi spedì a Modena il canzoniere provenzale siglato c. Castelvetro lo ringraziava con una lettera datata 15 marzo 1552 (cfr. Debenedetti, Gli studi provenzali in Italia cit., p. 308).
17 I due volumetti, rilegati con l'autografo della Ragione, formano, come abbiamo visto, il codice segnato Mss. Vari C 20 conservato nella Biblioteca 'Antonio Panizzi' di Reggio Emilia. Cfr. supra nota 3.
18 Motolese, Introduzione cit., p. xxvii.
19 Castelvetro jr., Vita cit., p. 65. Quanto il Castelvetro perse a causa della fuga precipitosa, con esplicita menzione del commento alle Prose, è ricordato dal nipote poco dopo: «Andorno in quel punto a male più di 400 pezzi di libri stampati de' più belli e de' migliori che si trovassero, oltre i Scritti suoi, tra' quali vi era la Grammatica Volgare trattata molto diffusamente» (ivi, p. 71).
20 Sulla sorte di alcune opere 'perdute' a Lione si veda ad esempio: «Andò ancora a male un giudizio fatto sopra le Novelle del Boccaccio, il quale fu poi rifatto da lui essendo in Chiavenna. Si perdettero le fatiche fatte sopra Dante, benché poi in Vienna d'Austria si desse di nuovo a rifare quel commento, il quale però non tirò più oltre dell'Inferno, essendo molestato fieramente dall'infermità suddetta, e perché si partì da quella città più tosto ch'egli non si credeva per sospetto della peste; si perdette ancora il Testamento nuovo volgarizzato da lui, il quale di trovò poi in mano d'un suo amico il quale l'haveva copiato poco prima» (Castelvetro jr., Vita cit., pp. 71-72).
21 Nello stesso zibaldone sono contenute anche la «Giunta alla prima e alla terza particella del libro secondo» (cc. 69r-71r) e la giunta dalla prima alla undicesima «particella del terzo libro» (cc. 182r-200r). Motolese, Introduzione cit., p. xxviii.
22 Il Vitaliano poté contare sull'aiuto di Ludovico Antonio Muratori che allora dirigeva la Biblioteca Estense, dove ancora oggi si conservano le Giunte che rimasero manoscritte nel Cinquecento. Sull'edizione Vitaliano cfr. Motolese, Introduzione cit., pp. lxviii-lxix.
23 P. Bembo, Prose della volgar lingua. L'editio princeps del 1525 riscontrata con l'autografo Vaticano latino 3210, edizione critica a cura di C. Vela, Bologna, Clueb, 2001, p. 5 (i i, 27-31).
24 Giunta 1572, p. 124 (la 'giunta' alla particella quinta del primo libro delle Prose − esclusa da quelle pubblicate in Discussioni linguistiche del Cinquecento, a cura di M. Pozzi, Torino, UTET, 1988 - si può leggere, edita a cura di chi scrive, nella sezione Wunderkammer di questo numero di «Margini». Le citazioni ad essa relative saranno d'ora in poi indicate col solo numero di pagina dell'edizione cinquecentesca, riportato anche nell'edizione moderna). Giova notare che il modenese usa l'arcaico 'intitolare' (e derivati), affermatosi nelle dediche in volgare - al posto dell'allora comune 'mandare' o 'presentare' - a partire da Giovanni Villani e Boccaccio, quando, negli anni in cui scrive, si era ormai imposto 'dedicare'. La prima attestazione di 'dedicare' nel senso oggi comune si legge nel sonetto dedicatorio del canzoniere per Bianca Maria Sforza di Gasparo Visconti (1499). Cfr. F. Brugnolo-R. Benedetti, La dedica tra Medioevo e primo Rinascimento: testo e immagine, in I margini del libro. Indagine teorica e storica sui testi di dedica, Atti del Convegno Internazionale di Basilea, 21-23 novembre 2002, a cura di M. A. Terzoli, Roma-Padova, Antenore, 2004, pp. 13-54, alle pp. 29-30. Sulle diverse tipologie di dedica nel Cinquecento si veda M. A. Terzoli, Le dediche dei libri di poesia nel Cinquecento, in Il poeta e il suo pubblico. Lettura e commento dei testi lirici nel Cinquecento, Atti del Convegno di Ginevra, 15-17 maggio 2008 (i.c.s.).
25 «Ma se intenderemo bene il piacere proprio di ciascuno partitamente non farà mestiere che ci fatichiamo a dimostrare quale sia il commune dell'uno et dell'altro insieme, non essendo altro che i propri ristretti in una intitolatione» (p. 124).
26 «In questo fine si pecca perché il libro esce in luce con la domanda dell'ammendatione racchiusa nella 'ntitolatione, senza apparere cosa alcuna dell'effetto, cioè che il libro sia stato in effetto ammendato. La qual cosa gli sciema assai d'autorità veggendo altri che l'autore stesso non è certo della bontà del libro, richiedendo la lima altrui; et, quando anchora apparesse che il libro fosse stato ammendato, non so come mi potessi lodare simile apparitione, giudicando io ciò gran diminuimento della lode dell'autore, convenendosi a buona equità dare la gloria del libro ammendato più tosto all'aveduto ammendatore che all'ignorante autore» (p. 125).
27 «Nel secondo fine, che era d'havere a procacciare un protettore al libro, si pecca per poco come si fa nel primo fine, percioché appare la domanda della protettione rinchiusa nella 'ntitolatione, senza apparer punto che altri la prenda. Non dunque la domanda, ma l'approvamento et l'acconsentimento alla protettione dovrebbe uscire in luce, accioché altri credesse che il libro fosse lodato perché il valesse et non perché l'autore con lusinghe et sconvenevoli prieghi havesse accattate queste commendationi» (p. 126).
28 «L'accesso all'apparato della sponsorizzazione mecenatesca, di alto ma anche di mediocre rango, ribadisce il tradizionale itinerario segnato dalle fasi dell'accettazione (il consenso da parte del 'mecenate' di figurare pubblicamente nelle vesti di destinatario) e il gradimento (la conferma, sempre da parte del dedicatario, di avere apprezzato l'omaggio, una volta ricevute alcune copie stampate, e di conseguenza la 'ratifica' dell'attribuzione del premio, del riconoscimento per la dedica». M. Santoro, Andar per dediche, in Sulle tracce del paratesto, a cura di B. Antonino-M. Santoro-M. G. Tavoni, Bologna, Bononia University Press, 2004, pp. 19-29, a p. 25. La prassi era già stata evidenziata da G. Genette, Seuils, Paris, Seuil, 1987, pp. 122-24 e studiata nell'ambito della personale esperienza alfieriana da M. A. Terzoli, Dediche alfieriane, in I margini del libro cit., pp. 263-89.
29 «Oltre a ciò non è da tralasciare uno errore, che io veggo tutto dì commettere agli 'ntitolatori in questo fine, et cioè che dovendo essi assegnare, per ragione attrattiva della protettione altrui, la dimostratione della bontà del libro consistente nell'utilità, nell'honestà et nel giusto, non ne facendo pure una parola, si rivolgono in altra parte et si danno a mostrare la grandezza del protettore; ma in ciò anchora peccano non mostrando quella grandezza che converrebbe a protettore di libro, percioché quando dovrebbono mostrare la sufficienza del protettore in giudicio di lettere et di scienze, ché di questo in questo fa bisogno, essi ricorrono ad antichità di sangue, a richezze, a dignità, ad honori et a simili novelle, et se pure fanno mentione niuna di lettere mentono senza punto di rossore» (pp. 126-27).
30 «Il che nondimeno molti fanno, domandando a valentuomini epigrammi, sonetti et pistole in lode loro, le quali cose alluogano nel principio o nel fine del libro. Di che tuttavia non posso dir molto bene» (p. 126).
31 «Hora parliamo del proprio piacere di colui a cui s'intitola il libro, et prima del primo fine, cioè perché gli s'habbia da acquistar fama, nel quale si pecca per l'autore in superbia et in vanità, percioché altri non può promettersi di procacciare gloria co' suoi scritti altrui senza biasimo di superbia; di che avedendosi, i poeti temperano la promessa dicendo: "Se i versi miei tanto prometter ponno" et altri simili modificamenti di parole. In vanità si pecca perché altri si da a divedere di dovere procacciare fama altrui quando peraventura gli procaccia vergogna, nominandolo fuori di tempo et laudandolo vanamente dove il luogo non richiede. Hor quale argomento può essere più vano di questo: "Io ti dirizzo questo libro per farti famoso"?» (p. 127).
32 «Il secondo fine d'intitolare per piacere a colui a cui s'intitola il libro, cioè perché gli s'habbia ad insegnare, non pare che possa haver luogo se non nelle persone minori, come in figliuolo et in disciepolo. Ma altri pecca in questo fine quando, dimenticatasi la persona cui si prende ad ammaestrare, ragiona come se la cosa dovesse pervenire nelle mani di tutti et ammaestrare tutti, o quando, scrivendo a persona presente, non rende ragione del suo scrivere, come sarebbe, pogniamo, se dicesse che gli havesse fatta una memoria delle cose già insegnate o cosa simigliante» (p. 128).
33 «Vero è che perde lo scrittore la predetta già guadagnata lode se aviene che egli publichi il suo libro, percioché non da lui ma da altrui conviene che si publichi, altrimenti converrebbe assegnare per ragione dello scrivere la domanda di tutto il mondo et non quella d'un solo» (p. 129).
34 «Le quali ragioni, quantunque fievolissime et generali et communi quasi, per Dio, a tutti i Fiorentini, si potevano presso che sostenere, se esso Bembo non le havesse abbattute mettendo egli il libro fuori et publicandolo, come appare nelle lettere sue stampate già scritte di ciò a messer Giacopo Sadoletto, et appresso affermando di comporre questo libro per giovare agli studiosi (si come egli dice) di questa lingua» (p. 129).
35 Le Prose uscirono nel 1525, ma con retrodatazione non solo della finzione dialogica - ambientata a Venezia in casa di Carlo Bembo nel dicembre 1502 - ma anche dei paratesti: la dedica è ad es. al «cardinale de' Medici» (Giulio de' Medici fu creato cardinale nel settembre 1513 e papa nel novembre 1523 col nome di Clemente VII). Giuliano de' Medici è definito «hora Duca di Nemorso» (Bembo, Prose cit., i i, 24; nominato duca di Nemours da Francesco I nel gennaio 1515, Giuliano era morto nel marzo del 1516). L'espediente della retrodatazione aveva la funzione di rivendicare la priorità delle Prose rispetto alle Regole grammaticali della volgar lingua di Giovan Francesco Fortunio, uscite a stampa nel settembre del 1516, ed è probabile che anche la forma retro dei paratesti (oltre alla dedica, l'assenza di frontespizio con il titolo sul verso della prima carta) servisse a rafforzarlo ulteriormente.
36 «Et tale può essere in parte il primo epigramma di Catullo, nel quale s'assegna per ragione d'intitolare il libro a Cornelio la commendatione fatta da lui de' suoi versi. Percioché è cosa verisimile che altri domandi i versi di colui del quale n'ha già commendati alcuni. Ma parimente annulla questa ragione pregando loro eternità, che bastava assai se fossero pur durati quanto la vita o l'ardor di Cornelio di leggerli» (pp. 129-30).
37 L'edizione postuma fu progettata da Torquato Bembo e dagli esecutori testamentari Girolamo Quirini e Carlo Gualteruzzi. Il Varchi collaborò alla curatela delle Prose, per quali scrisse la dedica a Cosimo de' Medici (datata 1 ottobre 1548); il Caro scrisse la dedica delle Rime a Alessandro Farnese (datata 1 settembre 1548).
38 M. Santoro, Contro l'abuso delle dediche. 'Della dedicatione de' libri' di Giovanni Fratta, in «Paratesto», i, 2004, pp. 99-119.
39 La lettera si legge in B. Varchi, Hercolano, edizione critica a cura di A. Sorella, presentazione di P. Trovato, Pescara, Libreria dell'Università, 1995, pp. 43-44, la citazione a p. 43.
40 Castelvetro jr., Vita cit., pp. 76-77.
41 Motolese, Introduzione cit., p. xlii.
42 «Ma in quanto il Bembo dice che il cardinal de' Medici può havere dal buon Lorenzo, che suo zio fu, preso per successione il costume di leggere le prose et le rime thoscane, è da por mente che se l'heredità del buon Lorenzo, della quale parla qui il Bembo, consisteva in molti vaghi et ingeniosi componimenti fatti da lui in molte maniere di rime et alcuni fatti in prosa, il cardinal de' Medici non può haver per successione preso quello che non è nella heredità, cioè tra il trattato delle bisogne di Santa Chiesa il tramettere la lettione delle thoscane prose et il dare gli orecchi a' fiorentini poeti alcuna fiata. Conciosiacosa che sia gran differenza tra comporre prose et versi, et leggere prose et versi» (p. 130).
43 Sulla disputa si veda V. Grohovaz, Introduzione a Castelvetro, Correttione cit., pp. 3-5 (e la bibliografia a p. 3, nota 4). Una ricostruzione analitica e persuasiva della prima fase della querelle in E. Garavelli, Prime scintille tra Castelvetro e Caro (1554-1555), in «Parlar l'idioma soave». Studi di filologia, letteratura e storia della lingua offerti a Gianni A. Papini, a cura di M. M. Pedroni, Novara, Interlinea, 2003, pp. 131-45.
44 Sul personaggio appartenente a una famiglia illustre «tutrice per tradizione dell'autonomia modenese, ma non sgradita ai Farnese e verosimilmente con rilevanti interessi in Roma» (e quindi sul fatto che il primo attacco al Caro venne dallo stesso ambiente farnesiano) si veda Garavelli, Prime scintille cit., pp. 134-36. Garavelli segnala anche la partecipazione del Bellincini al Tempio della divina signora Giovanna d'Aragona (Venezia, Plinio Pietrasanta, 1554) con un madrigale.
45 Lettera del Caro al Varchi del 17 maggio 1555 (A. Caro, Lettere familiari, edizione critica con introduzione e note di A. Greco, II. Luglio 1546-luglio 1559, Firenze, Le Monnier, 1959, p. 188). La canzone era edita alla fine delle Lettere di diversi eccellentiss. huomini, raccolte da diversi libri, Venezia, Gabriel Giolito de' Ferrari, 1554 (data sul frontespizio, 1555 data sul colophon; lettera dedicatoria del curatore Silvio di Gaeta con data 20 agosto 1554). Per il commento cfr. Garavelli, Prime scintille cit., pp. 136-41.
46 La denominazione Opposizioni critiche è di Enrico Garavelli, che le ha scoperte.
47 Cfr. Garavelli, Prime scintille cit., p. 141.
48 Ad esempio il Giudicio sopra la canzon del Caro Venite a l'ombra, attribuito ad Alessandro Melani, scritto tra l'inverno del 1554 e il giugno del 1555 (Alberico Longo è nominato come vivente), conservato nel ms. Campori 142 (= g A 3.9) della Biblioteca Estense di Modena. Cfr. Garavelli, Prime scintille cit., p. 142.
49 Lo fecero suoi amici come Alberico Longo, Pietro Marzio e Francesco Bolognetti. Cfr. Garavelli, Prime scintille cit., p. 144.
50 APOLOGIA / DE GLI ACADEMICI / DI BANCHI DI ROMA, / CONTRA M. LODOVICO / CASTELVETRO DA MODENA. / In forma d'uno Spaccio di Maestro Pasquino. / Con alcune operette, / DEL PREDELLA, / DEL BVRATTO, / DI SER FEDOCCO. / In difesa de la seguente Canzone del Commendatore / ANNIBAL CARO. / Appertenenti tutte à l'uso de la / lingua toscana, & al uero / modo di poetare. / [emblema]. Il colophon (c. m 3v) recita «In PARMA, in casa di Seth Viotto, del / mese di Novembre, l'anno / M D LVIII».
51 Cfr. Garavelli, Prime scintille cit., p. 143-44.
52 «In quarantacinque dì formai et scrissi quella mia risposta all'Apologia sua come sta a punto» (Castelvetro, Correttione cit., pp. 115-16).
53 Il manoscritto autografo della Ragione (Reggio Emilia, Biblioteca 'Antonio Panizzi', Mss. Vari C 20), andato in tipografia, porta sul frontespizio la data 10 giugno 1559. La precisazione che il volume uscì entro il mese di novembre si ricava dagli acquisti di Vincenzio Borghini. Cfr. Motolese, Introduzione cit., p. xvi, nota 28. Garavelli, Prime scintille cit., p. 145 afferma che la Ragione uscì nel settembre.
54 Vedi supra e nota 16.
55 Castelvetro, Correttione cit., pp. 100-102.
56 Varchi, Hercolano cit., pp. 500-501. Il Varchi immagina di rivolgersi ad un «Messer Giovanni ... » a lui mandato dal Castelvetro. Questa la versione data dal modenese nella Correttione: «Il Varchi mi rispose che io stessi di buona voglia che io havrei quello che desiderava, et che l'Apologia si stamparebbe et, se poi che veduta l'havessi non fossi caduto morto, io era un gran valenthuomo. Le quali parole ha nel suo dialogo modificate, dicendo che, se io in leggendola non venissi meno, farei non picciola pruova, et di certo io per suo giudicio suderei e temerei in un tempo medesimo. Et soggiunse, se poi avvenisse che io rispondessi, il che egli non credeva che io fossi per fare, non voleva che altri s'impacciasse in rispondere di nuovo. E quindi vuole il Varco che si creda che gli fosse prestata cagione da confortare il Caro a stampare l'Apologia, et vel confortasse, et che per inducervelo più agevolmente, se avenisse che io tentassi da capo di scrivere per salvare quello che io haveva scritto, gli promettesse che prendeva sopra di sé questa querela et prometteva et profereva la sua difesa» (Castelvetro, Correttione cit., pp. 102-103).
57 Caro scrisse al Varchi per chiedere il suo intervento una serie di lettere che vanno dal settembre 1559 al giugno del 1562. Successivamente a quella data nell'epistolario non ci sono altri accenni fino alla morte del Varchi nel 1565. Cfr. Grohovaz, Introduzione cit., pp. 4-5 e nota 10.
58 Varchi, Hercolano cit., p. 489.
59 Caro, Lettere familiari, cit., III. Agosto 1559-ottobre 1566, Firenze, Le Monnier, 1961, pp. 22-24, a p. 22.
60 Cito la lettera da Discussioni linguistiche del Cinquecento cit., p. 437.
61 L'HERCOLANO / DIALOGO DI MESSER / Benedetto Varchi, / Nel qual si ragiona generalmente delle lingue, & in / particolare della Toscana, e della / FIORENTINA / Composto da lui sulla occasione della disputa occorsa tra'l Com / mendator Caro, e M. Lodouico Casteluetro / NVOVAMENTE STAMPATO, / Con vna Tauola pienissima nel fine di tutte le cose notabili, / che nell'opera si contengono. / CON LICENZA, E PRIVILEGIO. / IN FIORENZA / Nella stamperia di Filippo Giunti, / e Fratelli, MDLXX. Il dialogo venne stampato dai Giunti in due edizioni, una uscita a Firenze e una a Venezia. La convinzione del Castelvetro - di cui il fratello Giovan Maria si fa portavoce nella dedica della Correttione a Alfonso II d'Este - fu che il Varchi non avesse pubblicato il dialogo temendo la sua risposta: «il qual dialogo, quantunque fosse composto dal Varco già sono molti anni passati, non dimeno in vita sua non volle mai permettere che fosse veduto dal Castelvetro o dagli amici suoi, non che fosse messo in istampa, dubitandosi forse che rispondendo o correggendo il Castelvetro gli errori suoi, non si fosse per trovare impacciato, conoscendo egli ottimamente il valore di se stesso et quanto di se medesimo poteva promettere in disputa di simili cose» (Castelvetro, Correttione, edizione del 1572, c. ** 2v).
62 L'edizione fiorentina del 1570 si apre con due dediche a Francesco de' Medici: quella dei Giunti, datata «Firenze il dì 30 d'Agosto MDLXX» (cc. * 2r-v), seguita da quella, senza luogo né data, del Varchi (cc. * 3r-** 1r).
63 Castelvetro, Correttione cit., pp. 87-88.
64 Castelvetro, Correttione, edizione del 1572, cc. ** 2v-3r.
65 Castelvetro, Correttione cit., p. 142.
66 Ivi, p. 189. Le citazioni, tratte dalla presente edizione, saranno d'ora in poi indicate col solo numero di pagina. La dedicatoria del Varchi, riportata per intero nella Correttione del Castelvetro prima del commento, sarà pure citata da questa edizione.
67 Caro, Lettere familiari cit., vol. iii, p. 5.
68 Cfr. S. Bertelli, Egemonia linguistica come egemonia culturale e politica nella Firenze cosimiana, in «Bibliothèque d'Humanisme et Renaissance», xxxviii, 1976, pp. 249-81.
69 Giunta 1572, p. 287.
70 «L'avversione del Castelvetro per l'Accademia, in quanto istituzione culturale fortemente condizionata da ingerenze del potere politico, fu molto probabilmente alimentata dalla frequentazione del gruppo di fuoriusciti fiorentini, e più in generale italiani, che costituirono in Francia un forte nucleo di propaganda repubblicana e di opposizione alla politica medicea» (Grohovaz, Introduzione cit., p. 16).
71 Il commento all'affermazione del Varchi di essere servo e salariato di Cosimo era stato: «Hora è da sapere che, se alcuno fu mai veramente servo d'alcun signore et propriamente nomato servo, perché gli fosse servata la vita, havendo meritata la morte, Benedetto Varco è veramente servo del duca Cosimo et propriamente s'appella suo servo, sì come è vie più che manifesto a molti, et questo diciamo, accioché altri non credesse che egli si nominasse servo di quel duca, essendo franco, per humiltà et per una cotale usanza lusinghevole» (pp. 201-202).
72 Castelvetro, Correttione cit., p. 187.
73 La dedica, priva di luogo e data, è riproposta nella moderna edizione L. Castelvetro, Poetica d'Aristotele vulgarizzata e sposta, a cura di W. Romani, Bari, Laterza, 1978, vol. i, pp. 1-5.
74 Castelvetro, Poetica cit., vol. i, p. 1. Le successive citazioni della dedica, accompagnate dalla sola indicazione di pagina, si intendono tratte dalla presente edizione.
75 «Gloriosissimo e cortesissimo principe, se la S.M.V., da quella imperiale altezza del supremo grado delle cose mondane, alla quale non meno per gli suoi meriti grandissimi e per le sue virtù singolarissime che de' suoi maggiori col favore divino è stata elevata, degnerà [...] tra tante e tali occupazioni tra quante e quali si trova di contino a provedere e per sovenire a' bisogni e a' difetti de' popoli e delle nazioni tutte del mondo cristiano d'opportuni rimedi di leggi e d'armi di rivolgere a basso gli occhi per riguardare [...] l'umile e picciolo dono che io ora con ogni debita divozione e riverenza le fo» (p. 1: il corsivo è mio). Sull'uso della metafora dell'alto e del basso nelle dedicatorie cfr. M. A. Terzoli, I testi di dedica tra secondo Settecento e primo Ottocento: metamorfosi di un genere, in Dénouement des lumières et invention romantique, Actes du Colloque de Genève, 24-25 novembre 2000, réunis par G. Bardazzi et A. Grosrichard, Genève, Droz, 2003, pp. 161-92 e Ead., Dediche alfieriane, cit.
76 «In segno e in dimostrazione della gratitudine dell'animo mio e della riconoscenza del beneficio fatto dalla somma e ineffabile cortesia sua a mio fratello e a me, che essendo noi soprapresi e combattuti da fiero e fortunoso temporale ci abbia prestato luogo sotto l'ombra della graziosa e potente protezzione sua da potervici ritrarre e riparare quasi in tranquillo e sicuro porto infino a tanto che sopravenga tempo migliore» (p. 1).
77 L'editio princeps della traduzione che Hermannus Alemanus (XIII secolo) fece della parafasi di Averroè è del 1481 (Venezia, Filippo di Pietro). Le traduzioni latine di Giorgio Valla e Alessandro de' Pazzi erano state pubblicate a Venezia nel 1498 (Simone Bevilacqua) e nel 1536 (Eredi di Aldo e Andrea Asolano). Le Explicationes di Francesco Robortello e i Commentarii di Pier Vettori uscirono nel 1548 (a Firenze, rispettivamente presso Lorenzo Torentino e presso i Giunti); nel 1550 le Explanationes di Vincenzo Maggi (Venezia, Vincenzo Valgrisi: con la traduzione e le Explanationes di Bartolomeo Lombardi). Il primo volgarizzamento italiano della Poetica, opera di Bernardo Segni, vide la luce a Firenze, presso Lorenzo Torrentino, nel 1549.
78 «Percioché a questi cotali valentuomini, con tutto il loro perspicace agume della mente e con tutto il loro gran sapere, per le loro dichiarazioni o diffuse o ristrette non è potuto venir fatto di rimuovere tutte le difficultà e di render piani tutti i passi forti di che è abbondevole molto e ripieno questo libretto, in guisa che, senza rifare io quello che essi hanno fatto e senza ridire io quello che essi hanno detto, m'è restato che fare e che dire e dove essercitare le forze del debile mio intelletto» (p. 2).
79 Castelvetro, Poetica cit., vol. ii, p. 375.
80 «Conciosia cosa che io mi sia aveduto che questo libretto sia una prima forma rozza, imperfetta e non polita dell'arte poetica [...] la quale arte intera, per ingiuria fattaci dal tempo, non è pervenuta a nostra notizia. Di che gli altri spositori [...] non aveggendosi, e credendo questa operetta essere quella che non è, si sono contentati di spiegare quello che solamente v'hanno trovato scritto» (p. 3).