Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01024.jsonl.gz/718

Il fascino dell’essere sistematico.
Il mercato obbligazionario ci sta comunicando qualcosa. Come sempre avviene per cose che riguardano i mercati, tali messaggi sono suscettibili di possibili differenti interpretazioni.
Cominciamo da un argomento di discussione che probabilmente i nostri lettori hanno già trovato altrove: il rapporto fra i tassi dei titoli del tesoro americano a due anni rispetto a quelli a dieci anni.
L’obbligazione a lungo termine dovrebbe rendere di più di quella a breve termine e dovrebbe attirare gli investitori alla ricerca di un reddito più consistente e di durata più lunga.
Nel 2022, dove nulla c’è stato di tipico, alcuni giorni fa, il rendimento dei buoni a due anni era del 4.3%, mentre i Treasury a dieci anni erano al 3.56%.
E’ interessante osservare che anche i buoni del tesoro a un mese e i titoli a 12 mesi presentano un rendimento superiore, con il 3.96% e il 4.5% rispettivamente.
La cosiddetta inversione della curva dei rendimenti, come tecnicamente viene chiamato questo fenomeno, non è frequente. L’ultima volta era accaduto in tempi molto bui, circa 15 anni or sono.
La prima inversione, nel 2022, si è verificata in aprile, tra biennale e decennale: fu solo un primo tentativo di inversione, perché tutto tornò alla normalità. Poi, di nuovo in luglio il fenomeno si è ripetuto.
A ottobre, in concomitanza con quel sinistro minimo delle borse, anche i rendimenti dei Treasury a tre mesi sono saliti al di sopra del decennale e sono rimasti tali fino a novembre.
Dagli anni sessanta in poi, l’inversione della curva dei rendimenti ha preceduto sempre una recessione.
Nel 2022, l’S&P500 ha perso, finora, circa il 17%. L’unico caso di una inversione della curva dei rendimenti e un rendimento negativo dell’S&P500 insieme si è verificato tra il 1980 e il 1982, quando l’indice scese del 18%.
Durante quei due anni, l’economia degli Stati Uniti ha vissuto la peggiore recessione dalla Grande Depressione.
Con l’inflazione che si aggirava intorno al 13% alla fine degli anni ’70, la Fed ha inasprito la sua politica monetaria nei primi anni ’80 – proprio come ha fatto quest’anno – dando origine a un tasso di disoccupazione molto elevato e un calo del PIL.
Negli anni ’80, l’allora presidente della Fed Paul Volcker guidò una crociata contro l’inflazione che aumentò il tasso federale da una media dell’11,2% nel 1979 a un picco del 20% nel giugno 1981.
Due anni dopo, quegli aumenti spinsero l’inflazione a frenare fino a scendere sotto il 3%.
Ora, quello che c’è di strano in questo 2022 è che alcuni dati sembrano parlare in modo molto diverso da come ci aspetteremmo in un periodo come questo.
L’aumento dei tassi può devastare l’economia. Nondimeno, mentre assistiamo a una contrazione dei dati sulla produzione e all’affiorare di numerosi licenziamenti nelle aziende americane, vediamo che i salari sono in aumento, le buste paga pure e i consumatori continuano a comprare.
Eppure, sui social o nei telegiornali, vediamo solo persone che si lamentano dei prezzi al rialzo.
Questo non ha impedito alle vendite online del Black Friday e del Cyber Monday di battere tutti i record.
Anche la Norwegian Cruise Line Holdings (NCLH) ha riportato vendite record: le crociere!
Se le persone possono ancora spendere soldi per il tempo libero, le cose non possono andare così male. E la Fed potrebbe vedere tutto questo come uno stimolo a non rallentare la stretta e a tenere il piede sul pedale.
Al di là delle dichiarazioni di Powell, o le contraddittorie dichiarazioni di altri Governatori della Fed, a cui viene istintivo di raccomandare di parlare meno e magari lasciare la parola al Presidente, non credo che la condizione per un rallentamento della stretta sia vicina.
Ed è anche la ragione che ci spinge a dire che i guai sono di là da venire e non sono immediati: l’economia del 2022 è diversa da quella degli anni 80 e per qualche ragione la resistenza del sistema sembra migliore.
L’appuntamento con la crisi vera è rimandato, per ora. O, almeno, pare così.
In un imperdibile webinar, parliamo di strategie in opzioni di breve termine, a prova di crisi.
Clicca per iscriverti e vedi la registrazione.
P.S.: Perché parlo di crisi vera? Perché finora abbiamo visto un Vix che non ha mai superato quota 40. E temo che lo vedremo nei prossimi 24 mesi. Un minimo molto significativo, ma molto molto significativo, delle borse è inevitabile, se la recessione comincerà a mordere sul serio.
Perché se è vero che l’economia appare più resistente, l’irrisolto problema della errata distribuzione della ricchezza, in caso di crisi grave, ci farà vedere cose che certamente non vorremmo vedere.
Questo, come sempre, alle borse importerà poco: ma importerà molto di più l’inevitabile scenario economico depressivo che si manifesterà con un vistoso rallentamento dell’economia statunitense e mondiale.
Ne parleremo ancora.
Smart è il sistema di trading in opzioni che ti permette di essere tranquillo anche in scenari molto preoccupanti per l’economia: il suo ritmo rapido e sistematico è la ragione del suo fascino.
Clicca per iscriverti e vedi la registrazione.
Ora c’è www.segnalidiborsa.com , la tua WebinarTV 24 ore, 365 giorni l’anno. È gratis, c’è sempre, quando tu lo vuoi e ti informa con un canale telegram di ogni nostro webinar che viene annunciato o pubblicato.
Hai quattro webinar contemporanei costantemente in onda, puoi scegliere i webinar in archivio per argomento, o ascoltare i nostri interventi dove siamo ospiti di altri.
Iscriviti al canale, sarai sempre sintonizzato con noi:
è un portale dell’Istituto Svizzero della borsa.
Maurizio Monti
Editore
Istituto Svizzero della Borsa