Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01209.jsonl.gz/959

BIOGRAFIA E LETTERE 1833

Nel 1833 la prima grave crisi di nevrastenia lo scuote; nel mese di settembre, a causa della triste notizia della morte del fratello Julius e della cognata Rosalie, cade in una profonda apatia che sfocia in una drammatica notte in cui, come egli stesso ci racconta,
[...] ebbi improvvisamente il pensiero più atroce che un uomo possa concepire, il più terribile con il quale il cielo lo possa punire, il pensiero di perdere la ragione. Esso si impadronì di me con tale violenza che nessuna consolazione, nessuna preghiera, nessuna burla fu efficace a distruggerlo. Questa angoscia mi seguì ovunque. Il respiro mi mancò a questo pensiero. Allora, in preda ad una eccitazione spaventosa, corsi in cerca di un medico, confessandogli che spesso smarrisco lo spirito, che non sapevo più come potesse finire questa angoscia, che non ero più capace di opporre nulla ad essa, che, in tale stato di suprema eccitazione, ero sul punto di attentare alla ma vita.
Poi, entro la fine dell'anno, la crisi depressiva è superata, pur lasciandogli una radicata paura per le abitazioni ai piani elevati e per gli oggetti taglienti, sentiti come tentazioni, come vie per raggiungere la "quiete". L'idea di gettarsi dalla finestra lo ha perseguitato in quei terribili giorni; perciò abbandona l'appartamento al quarto piano per uno al primo piano: ha paura di se stesso, di non sapersi controllare. Nel '33 Schumann vive una sorta di prova generale della tremenda notte che concluderà, vent'anni dopo a Düsseldorf, la sua vita pienamente cosciente.
Per il resto del tempo, parla di Wieck e di Clara. Con quale entusiasmo egli esalta le virtù della fanciulla, la sua dolcezza, la sua musicalità; con quale intensità, ora che, contrariamente al solito, è stato lui ad allontanarsi da loro, sente fino a che punto il maestro e la compagna gli siano diventati cari!
Quando torna a Lipsia, in primavera, non ha più appartamento. Va ad abitare nel Riedelgarten dopo aver coscienziosamente esplorato tutta la città. Il mulino, che l'anno scorso contemplava dalla sua finestra, è ora sostituito da una splendida pianta di aloe.
La vita riprende così il suo corso abituale. Essa ha mille volti; ma, il più delle volte, assomiglia all'uomo che la vive. Schumann, ora triste, ora allegro, si lagna di mali allo stomaco o lancia gridi di gioia:
Cara Clara, buongiorno! Nella Sua opaca città Lei non può avere che una pallida idea del giardino di Riedel, dove tutto canta, ronza, cinguetta, giubila, dal fringuello a me. In mattinate come questa mi vengono pensieri bellissimi, in quantità inesauribile; nessuno è più felice di me, quando un raggio di sole danza sul mio pianoforte a coda, quasi per giocare coi suoni. Coi suoni che, anch'essi, non sono altro che luce risuonante.
- Perché lei, Wieck, ha paura di certi ardimenti di Chopin? Tali audacie sono necessarie, anche se vanno al di là delle intenzioni dell'autore. Ogni artista degno di questo nome è, innanzi tutto, un rivoluzionario.
- Io sono di parere assolutamente opposto al suo.
- Ha torto. Per rivoluzionario, intendo colui che rinnova e non colui che distrugge. L'imitazione, la copia, son la morte dell'arte. Quelli che voi amate si sono comportati, a modo loro, come banditi. Bach ha tenuto la Fuga in ostaggio e Beethoven ha violato la Sonata.
- Può darsi, ma ciò non giustifica tante eccentricità.
- Io preferisco simili tentativi disperati alle musichette con cui ci riempion le orecchie. Suvvia, Wieck, confessi che la situazione musicale della Germania non è brillante. Che ci fanno sentire? In teatro Rossini; nei concerti Herz, Thalberg, Hummel, Kalkbrenner. Di Beethoven, di Weber, di Schubert cosa si esegue? Sarebbe ora di reagire contro la stupidità delle masse e la bassezza di certi individui che hanno il coraggio di chiamarsi «creatori».
Così si esprimono una sera, seduti al Kaffeebaum, Julius Knorr e Wieck. Come ogni giorno, sono lì presenti Ortlepp, Lube, Herlossohn, Lyser e alcuni studenti anonimi, vibranti di esclamazioni e di chiacchiere generose. Schumann, in questa compagnia, fa la figura dell'uomo silenzioso. Siede un po' in disparte, con la testa gettata all'indietro oppure con le palme strette sulla fronte accaldata. Pur ascoltando le conversazioni che si incrociano fra un tavolo e l'altro, egli segue intensamente il filo dei suoi pensieri.
Improvvisamente si alza e se ne va, senza salutare nessuno. Lascia il locale mentre ai campanili delle chiese suonano le undici. La notte è alta, tutta fiorita di stelle; di quando in quando, lunghe nubi si stendono un istante davanti alla luna d'estate come per intesserle una romantica chioma. Laggiù, sulle rive del Reno, gli usignoli devono cantare e morire d'amore.
Schumann si affretta: spinge la porta della casa in cui abita, sale le scale, siede al pianoforte e improvvisa, per calmare i pensieri che gli turbinano nel cervello. Quando si sente un po' placato, accende un sigaro. Perché non potrebbe fondare, in collaborazione coi suoi amici, un giornale in difesa della musica, della musica vera, la musica dei giganti di ieri e degli uomini sinceri del momento presente? La critica non gli è ignota, poiché nel 1831 ha recensito per una rivista le Variazioni di Chopin sul duetto «Là ci darem la mano» dal Don Giovanni [Recensione famosa, intitolata Un'op. 1, in cui Schumann salutò in Chopin « Un genio ». (Cfr. pag. 62)], quindi ha pubblicato alcuni Ricordi su concerti di Clara Wieck e, infine, altre piccole cose. Sarebbe magnifico, un giornale redatto da compositori o concertisti, mentre le altre gazzette non sono dirette e compilate che da dilettanti. Che duro colpo per l'Allgemeine Musikalische Zeitung, il giornale di quel Finck dall'influenza malefica... Trasportato dal suo sogno, Schumann pensa che non dovrebbe essere impossibile creare, insieme col giornale, una società segreta che raggruppi gli amatori del bello e del vero. I membri della società si potrebbero chiamare «I compagni di Davide» in ricordo del re poeta che guariva le malattie con la musica e faceva cantare la Sulamita. Come il successore di Saul, «I compagni di Davide» sferreranno una battaglia senza esclusione di colpi contro i Filistei, adoratori del quieto vivere e della «routine». Il progetto di Schumann per quanto riguarda il giornale è accolto calorosamente. Lo si discute al Kaffeebaum, lo si corregge, lo si integra e, infine, si decide di passare alla fase realizzativa. Schumann chiede a Wieck di assumerne la direzione insieme con Ortlepp e con lui stesso. Wieck si affretta a scrivere la sua risposta: «Se Lei si occuperà di questo affare con zelo, Le prometto tutto il mio appoggio, ma al primo indizio di rilassatezza da parte Sua, io mi ritirerò immediatamente ».
Schumann si impenna e ribatte:
Se qualcun altro, di cui io comprendessi meno il linguaggio, m'avesse parlato in tal modo, gli avrei risposto chiaramente: «Non importa! Se sarò preso nel fuoco dell'azione, avrò bisogno al massimo della tua guida; se sarai tu ad ardere di zelo, potrai contare pazientemente sul mio aiuto. Nel caso ch'io rischi di cadere tu mi presterai le tue ali». Non Le nascondo che avrei desiderato sentire da Lei parole più dolci, qualcosa come: «Uniamoci per lavorare a quest'opera. Se uno si addormenta, l'altro vigili con energia. Se uno ritira le proprie antenne, che l'altro faccia uscire le sue».
Beninteso, malgrado queste dichiarazioni agrodolci, maestro e allievo non possono che essere d'accordo.
Successivamente Schumann lo [movimento sinfonico in sol minore] riscrisse completamente e la versione riveduta fu data a Schneeberg nel febbraio 1833, nel corso di un programma che comprendeva la Settima di Beethoven, opera che esercitò una notevole influenza sul secondo movimento della composizione schumanniana.
Nel marzo 1833 Schumann ritornò a Lipsia, in un nuovo alloggio a Riedels Garten; il 29 aprile il primo movimento della Sinfonia in Sol minore fu eseguito in occasione del "grand concert" di Clara Wieck al Gewandhaus. A suo dire, fu un successo, ma in maggio finì per abbandonare la sinfonia senza portarla completamente a termine. Materiale dal finale fugato fu incorporato nell'ultimo brano di un nuovo lavoro, originariamente orchestrale pur essendoci pervenuto solo nella versione pianistica, cioè una serie di cosiddetti "Impromptus" (in realtà libere variazioni) sul tema della Romance variée op. 3 di Clara Wieck. La composizione fu offerta a Kistner come «una seconda serie di Papillons», ma questi la rifiutò e fu pubblicata a Schneeberg in agosto, a spese del compositore, dalla casa editrice di proprietà dei fratelli. In giugno compose il primo e il terzo movimento della Sonata per pianoforte in Sol minore op. 22 e nel mese successivo completò una seconda serie di trascrizioni da Paganini, pubblicate come op. 10. Sempre in giugno Schumann, Wieck e alcuni amici cominciarono a prendere in seria considerazione l'opportunità di fondare una nuova rivista musicale. Fu steso un progetto di massima e avviate trattative con Hofmeister (che alla fine non portarono a nulla), per dare inizio alla pubblicazione alla fine d'ottobre. Da luglio fino all'autunno (traslocò in settembre, ancora al 21 di Burgstrasse) Schumann risentì delle conseguenze di un'infreddatura febbrile; in ottobre cadde in uno stato di profonda melanconia per la morte della cognata Rosalie e nella «terribile notte del 17» tentò, o forse solo meditò, di suicidarsi gettandosi dalla sua finestra del quarto piano; si trasferì in fretta in un appartamento al primo piano della stessa casa e per tutta la vita gli rimase il timore di abitare ai piani alti. Un ulteriore colpo venne dalla morte del fratello Julius, il 18 novembre. Forse a seguito delle sue condizioni psicologiche - il diario testimonia la paura ossessiva di impazzire - non fu in grado di portare a termine i due lavori in cui fu impegnato «da San Michele a Natale»: una serie di Scènes mignonnes o Scènes musicales sur un thème connu de Fr. Schubert (variazioni sul cosiddetto Sehnsuchtswalzer op. 9 n. 2 di Schubert) e gli Etüden in Form freier Variationen über ein Beethovensches Thema (l'Allegretto della Settima Sinfonia), dei quali fu pubblicata anni dopo una variazione, come op. 124 n. 2. Una nuova amicizia nata in dicembre con il compositore ventitreenne Ludwig Schunke, che divise con lui il nuovo alloggio, ebbe parte importante nello scuotere Schumann dallo stato depressivo. Schunke lo presentò in gennaio a una coppia di musicofili, Karl e Henriette Voigt; a quest'ultima Schumann dedicò le proprie variazioni sul tema di Schubert. [ABRAHAM]
Alla madre
Lipsia, 9 aprile 1833
Mamma cara, tra le doti che mi sono state attribuite ieri sera dal «Psicometro» o misuratore di anime, non vidi apparire quella di rispondere rapidamente alle lettere ricevute. Per farmi scusare il silenzio che ho mantenuto tutta la settimana dopo la mia partenza da Zwickau, potrei descriverti le mie peregrinazioni alla ricerca d'un appartamento che rispondesse ai miei gusti; potrei invocare pure le numerose occupazioni prosaiche che m'assorbirono. Ma devo riconoscere che non trovo nessuna ragione normale per scusare il mio temporeggiare, e convengo che il mio comportamento è deplorevole. È imperdonabile che non abbia scritto una parola di riconoscenza a te che vegliasti su di me con cura infinita e con tanta dolcezza e tenerezza. Quanto spesso, ricordando i giorni trascorsi a Zwickau, ho ripetuto a me stesso le tue parole piene d'amore e ho pensato al pesante fardello della vecchiaia, che noi giovani dovremmo cercare di alleggerire. E per ciò, dopo aver evocato dinanzi a me la tua immagine così dolce, indietreggiavo al pensiero di scriverti su freddi fogli di carta delle cose diverse da quelle che tu conosci già da lungo tempo, e cioè quanta parte io prendo alle tue gioie e ai tuoi dolori, che sono pure i miei. Perdonami, dunque, mia ottima madre!
L'azzurro cielo primaverile immaginerebbe di vedere i germi dormienti cangiarsi in frutti? Forse accade lo stesso per il mio stile: è una gemma assopita che il tempo svilupperà. Ti vedo scuotere il capo leggendo queste parole, e ciò m'incoraggia nel mio progetto di divenire migliore.
Spesso, ciò che si cerca lontano è a portata di mano: questo fu il caso del mio alloggio. Trascorsi otto noiosi giorni nell'esitazione e nell'impazienza. M'ero accampato, nell'attesa, da Lühe, non pensando affatto che nella casa che ho frequentato per tanti anni - cioè nel giardino di Riedel, attualmente di Rodolfo - avrei trovato due stanze semplici e graziose, ove penetrano i raggi del sole e della luna, e da dove inoltre si gode la vista di verdi prati, e tra giorni, spero, di giardini fioriti...
A Clara Wieck
(Lipsia) 23 maggio 1833
Cara Clara, buon giorno! Lei non può avere nella Sua città senza incanti che una pallida idea del giardino di Rodolfo, ove tutto canta, mormora, cinguetta, giubila, dal fringuello sino a me. Con un tempo così splendido non si va a Connewitz? E quando? Ah, quanto sono da compiangere le persone che devono andare a passeggiare fuori della città! O forse Lei prova con la Viennese [39]? E quando? Essa m'ha veramente entusiasmato. Reclamo una risposta verbale a tutto ciò.
In simili mattinate, m'assalgono in grande quantità pensieri dolcissimi; per es., che questa temperatura calda deve continuare durante tutto il giugno e il luglio; oppure che l'uomo è una farfalla e il mondo il fiore su cui egli si posa (questo pensiero mi sembra d'una fantasia troppo azzardata!); oppure che lo stesso sole che inonda la mia stanza penetra pure in quelle di Becker a Schneeberg; oppure che non si potrebbe essere più felici di me, quando un raggio di sole danza sul mio piano, con l'intento quasi di giocare con i suoni, che non sono che una luce sonora. Non tutti discernono, d'altronde, il perchè delle cose. Ma in tutto ciò, Lei riconoscerà forse un certo
La prego di mandarmi le Sue «Variazioni», come pure quelle sulla «Tirolese».
Alla madre
Lipsia, 28 giugno 1833
Mia cara mamma,
questa volta credo di poter attribuire il mio lungo silenzio ad un sentimento di vanità!
Da settimane infatti attendo la pubblicazione degli «Intermezzi», ed io vi dò così pochi motivi di gioia, che vorrei mandarvi, con ognuna delle mie lettere, almeno una nuova composizione. Tuttavia, non posso tacere più a lungo.
Quante volte, pensando alle vostre inquietudini, ai vostri crucci, mi sento distolto da una di quelle felici e serene improvvisazioni artistiche, che trasformano per me il dolore in bellezza, e mi domando se veramente merito queste gioie io, che colmo i miei parenti di penose incertezze sul mio avvenire. E allora, vedo una graziosa e giovanile figura gettarmi uno sguardo più misericordioso che irritato, e, chiamandola col caro nome di Emilia, posso rispondere a quell'occhiata con queste parole: «Ce l'hai con me? Hai ragione, ma t'assicuro che ti voglio tanto bene». Ed ora, anzitutto, come sta Giulio? Questi meravigliosi mesi di maggio e di giugno, di cui ogni giorno è una delizia, non possono peggiorare la salute. E tu, mamma, come stai? Mi sento degno della tenerezza che non ti fa scordare il giorno del mio compleanno, e ti ringrazio per la tua lettera e ciò ch'essa racchiudeva. Trovo nel tuo scritto più gaiezza e più fiducia che in molti altri precedenti. I grandi dolori non indeboliscono le nature forti, e veramente a te la vecchiaia non avrebbe dovuto pesare così gravemente come qualche tempo il destino ha voluto, mia amata madre. Una persona anziana è più atta a riconoscere la portata d'una sciagura che non un giovane, capace d'abbellire e di disperdere il dolore... Per darti notizie sul mio conto, ti dirò che quando non hai più udito nulla di me, la mia vita non è stata priva nè di fascino, nè d'animazione. Una folla di giovani colti, per lo più studenti di musica, si sono raggruppati intorno me, ed io li ho introdotti in casa di Wieck. Alla maggior parte di noi venne l'idea di fondare in collaborazione un nuovo grande giornale musicale [40], che Hofmeister pubblicherà, e di cui appariranno il mese prossimo i prospetti e gli annunci. Il tono e il colore dell'insieme saranno più brillanti e più vari di quelli delle altre pubblicazioni del genere. Lotteremo assieme contro vecchie abitudini, quantunque io tema che molto spesso le mie opinioni artistiche non coinciderani con quelle di Wieck, il quale, del resto, mi dimostra ogni giorno maggiore amicizia. Parecchi cervelli, parecchie opinioni: non importa se ci sarà da combattere. La direzione è composta da Ortlepp [41], Wieck, me e due altri maestri di musica, tutti professionisti che esercitano la loro arte (eccettuato me con i miei nove diti). Ciò dà alla cosa un certo prestigio, anche perchè gli altri giornali musicali sono diretti da dilettanti. Tra gli altri collaboratori, ti nominerò Lühe, il consigliere Wendt, il sordo Lyser, Reissiger e Kragen a Dresda, Franz Otto a Londra [42]. Forse questa impresa mi farà guadagnare qualche cosa, ed io, come alcuni altri artisti, lo desidero vivamente, perchè la mia natura rifugge da ogni cosa non regolata; cioè guadagnerò, oltre ai non trascurabili vantaggi finanziari, una solida posizione borghese, che sarà per me come la cornice che racchiude il quadro, o il recipiente che contiene la materia liquida.
Edoardo deve averti raccontato che ho avuto frequenti rapporti con Kalkbrenner [43], il più fine e il più seducente (quantunque vanitoso) dei francesi. Ora che conosco i più celebri pianisti (eccettuato Hummel), mi rendo conto dei grandi progressi che io stesso avevo già prima compiuto. Si crede sempre di sentire dagli uomini illustri idee più nuove, e molto spesso si odono ripetere i propri vecchi, cari errori, velati da nomi splendenti. Alla fama si deve - credimi - la metà del successo. Tuttavia tra tutti questi pianisti, darei la palma a due ragazze: la Belleville [44] e Clara. La seconda, che m'ha sempre ispirato il più vivo interesse, è immutata. Strana ed entusiasta, corre, salta e giuoca come una bambina, e poi parla di soggetti profondissimi. Dà gioia l'osservare lo sviluppo sempre più rapido - ma lo stesso regolare - del suo cuore e del suo spirito. Ultimamente, ritornando con lei da Connewitz, (noi passeggiamo ogni giorno da due a tre ore) l'udii dire a sè stessa: «Come sono felice, felice!» Chi potrebbe ascoltare ciò senza provarne piacere? Sul nostro cammino, nel mezzo del sentiero, c'erano delle pietre assai moleste. Siccome m'accade, quando parlo con qualcuno, di guardare piuttosto in aria che ai miei piedi, ella cammina sempre dietro a me, e, affinchè io non cada, m'avverte, ad ogni pietra, tirandomi per la manica - ciò che non le impedisce di cadere qualche volta lei stessa...
A Clara Wieck
Lipsia, 1833
Cara Clara, ho un gran desiderio di rivederLa. I fratelli Gunz verranno da me. Se Lei ne ha il tempo e la voglia e se i Suoi genitori lo permettono, sia la benvenuta e completi così il quadrifoglio. Una parola di risposta, per favore. Decida Lei se ciò è conveniente.
Con desiderio il Suo (senza firma)
A Clara Wieck
Lipsia, 1833
Mia cara Clara, un saluto mattutino. Non sarebbe possibile, oggi, ritornare di nuovo a Connewitz? La prego di chiederlo a Suo padre e di rispondermi una parola.
R. S.
A Clara Wieck
13 luglio 1833
Mia cara e buona Clara,
vorrei sapere se e come Lei vive. Non Le dico altro per iscritto. Desidero quasi che Lei non si ricordi più di me, talmente dimagro di giorno in giorno e m'allungo come uba pianta di fagioli senza foglie. Il medico m'ha proibito di desiderare troppo ardentemente qualche cosa, Lei in modo particolare, perchè ciò mi estenua troppo. Oggi ho tolto tutte le mie bende, e ho riso in faccia al dottore che voleva impedirmi di scrivere. L'ho minacciato, se non voleva lasciarmi fare a modo mio, di comunicargli la mia febbre, ed egli ha ceduto!
Non Le scrivo per raccontarLe tutto ciò, ma per rivolgerLe una preghiera, che vorrei da Lei esaudita. Siccome non esiste, tra noi, nessuna catena calamitata, io ho preso una simpatica risoluzione: domani alle 11 di sera precise, suonerò l'Adagio delle Variazioni di Chopin e penserò a Lei molto fortemente, anzi esclusivamente. La vorrei pregare di fare la medesima cosa, affinchè noi potessimo ricongiungerci in ispirito. Il punto ove si incontrerebbero i nostri pensieri comuni potrebbe essere la piccola porta di S. Tomaso; se fosse il momento della luna piena, vorrei che, come uno specchio, essa Le rammentasse che io penso a Lei. Spero in una pronta risposta: se Lei non m'accorda ciò, domani a mezzanotte si spezzerà una corda: quella del mio cuore!
Molto affettuosamente, il Suo R. S.
Alla madre
Lipsia, luglio 1833
Mia cara mamma, m'è impossibile di pensare ora ad un viaggio a Zwickau. Come Rosalia, da giorni ho una febbre intermittente. Te l'avrei nascosto volentieri, se, seguendo il desiderio che m'esprimi, non avessi voluto risponderti subito. Oggi gli accessi non mi hanno assalito, ma son troppo commosso dalla lettura della tua lettera e non sono abbastanza calmo per scrivere a Giulio. Ciò mi riescirà forse più facile domani, se la febbre non mi riprenderà. Il mio medico omeopatico, che mi ispira grande fiducia, spera di vedermi ristabilito - e per lungo tempo - tra tre settimane; ma non posso garantire d'essere allora certamente in condizione di compiere, presso il mio caro fratello, un dovere che non sarà l'ultimo.
Ora che tutto sembra così minaccioso, perchè non avete fiducia nell'omeopatia? La cura è semplice e naturale. Più tardi, se m'assaliranno delle sofferenze, la tua ultima lettera così confortante mi darà la forza e la pazienza di sopportarle.
Sta' bene e continua ad amarmi, cara mamma. Mai potrò rispondere a sufficienza, con gli occhi o con le parole, al tuo amore; forse lo potrò più tardi con le mie azioni. Non preoccuparti per me. Io son forte e questa malattia non avrà, come per la povera Rosalia, conseguenze incresciose. Col più profondo amore, il tuo Roberto
A Clara Wieck
luglio 1833
Cara Clara,
se può prestarmi i due fascicoli delle Romanze senza parole (soltanto per oggi), me li mandi. Le scrivo in tutta fretta queste secche parole; ho appena il tempo di darLe il buon giorno.
A Clara Wieck
Lipsia, 2 agosto 1833
Cara Clara, per gli uomini che non sanno adulare, non c'è lavoro più ingrato del dover scrivere una dedica o rispondere ad una che si è ricevuta [45]. Si è fuori di sè e tutti contriti dalla modestia, il rimpianto, la gratitudine, ecc. ecc.
Ad altri che a Lei, dovrei rispondere molto gentilmente in questi termini: «Come ho potuto meritare un simile onore? Ha ponderato abbastanza prima di concedermelo?» Oppure dovrei ricorrere a immagini e scrivere «che la lima rimarrebbe spesso invisibile all'uomo, se il sole non la rischiarasse con i suoi raggi», o ancora «guardi come la nobile vite si arrampica sull'umile olmo, affinchè quest'ultimo, che è privo di frutto e fiori, beva il suo succo inebbriante». Ma a Lei non dico che un semplice grazie di cuore. Se fosse presente (anche senza l'autorizzazione del padre) Le stringerei la mano e Le esprimerei la mia speranza che in un'epoca futura i nostri nomi possano trovarsi riuniti nel titolo d'un opera, esprimente le nostre opinioni e le nostre idee. Io, disgraziato, non posso offrire nulla di più!
La mia opera forse rimarrà, come parecchie altre, una rovina, perchè da parecchio tempo essa non ha progredito che nel lavoro di correzione. Una cosa ancora: vuole chiedere a Kragen, al quale auguro il buon giorno, se è disposto a fare da padrino a quest'opera, cioè s'egli mi permette di dedicargliela?
Siccome il cielo fa quest'oggi una faccia oscura, dovrò, purtroppo, rinunciare alla serata musicale. E poi, mi sono talmente rinchiuso in me stesso, che soltanto le estremità delle ali spuntano dalla crisalide e potrebbero venir facilmente sciupate. Ho tuttavia la ferma speranza di rivederLa ancora una volta prima della Sua partenza.
A Federico Wieck
Lipsia, 6 agosto 1833
Stimato amico!
[...] Se ho ben compreso, Lei m'ha detto: «Se Lei s'occupa di questo affare con zelo, io Le prometto il mio appoggio, ma se s'intepidisce.. » io mi ritiro, voleva soggiungere. Come! non è Lei dunque coeditore del giornale e non vuoi sopportare la cattiva sorte come la buona? Se ha promesso il Suo aiuto, come potevo presumere dall'interesse da Lei dimostrato per la faccenda, che un raffreddamento eventuale da parte mia potrebbe servire da scusa ai Suo? Non vuoi dunque offrire che un mezzo-appoggio?
Qualora un'altra persona il cui linguaggio mi fosse meno familiare, mi avesse parlato in tal modo, io le avrei risposto francamente: «Tieni tutto per te! Se io sono nel fuoco dell'azione, avrò tutt'al più bisogno della tua direzione - se tu vi sei, puoi assolutamente contare di me. Ma se io mi stanco, allora prestami le tue ali». Questo sarebbe giusto. Ma forse sono troppo vanaglorioso? O forse attribuisco troppa importanza alla redazione, se Lei vuoi chiamare così il disbrigo della corrispondenza, ecc.? Se Lei non considera questo lavoro come un grande sacrificio da parte mia, io non cercherò di convincerLa. È per le due seguenti ragioni che m'incarico della direzione: prima di tutto, perchè ho maggior conoscenza della situazione, poi perchè non abbandono volentieri un'idea, quando suppongo ch'essa apporti dei vantaggi inestimabili per la nostra cultura intellettuale e morale.
Ma siccome credo di conoscere il Suo modo di esprimersi, lascio da parte quelle asserzioni che considero troppo pessimistiche. Lei ha qualche leggero dubbio sulla mia futura perseveranza; confesso di non averne gran fiducia neppure io. Chi può lottare contro l'imprevisto, contro le inattese molestie? Le ho detto che m'impegnavo al massimo per due anni, senza avere però l'idea preconcetta di ritirarmi assolutamente dopo tale periodo. Ma ritengo che, occupandosene regolarmente, questo spazio di tempo è sufficiente per apprendere molto e per dare solidità e consistenza alle idee e alle opinioni artistiche, senza temere di essere in arretrato, d'irrigidirsi o di perdere il diletto della pura vaghezza dell'arte. Non Le nascondo che avrei desiderato di udire da Lei parole più miti; qualche cosa come: «Uniamoci per lavorare a quest'opera. Se l'uno s'addormenta, l'altro vegli e si dimostri energico. Se uno ritira le antenne, l'altro sporga le sue».
Le chiedo d'essere indulgente per la rude franchezza del mio linguaggio, percbè se l'edificio trema già nelle sue fondamenta, è facile prevederne la caduta. Se si vuole condurre a buon termine un'impresa così complicata, bisogna assolutamente che le forze diverse si sostengano l'una l'altra. Se, al contrario, Lei dà corso alle parole espresse ieri, lo sviluppo della nostra opera subirà fatalmente un grave danno.
Sarebbe stupido da parte mia il presumere d'averLe scritto delle cose da Lei ignorate. Ma Lei vorrà esaudire la mia preghiera di spiegarmi oggi il Suo modo di vedere.
A Franz Otto (Amburgo)
Lipsia, 9 agosto 1833
Mio ottimo Franz Otto! Quante cose avrei da raccontarti! Dolori e gioie, castelli in aria, progetti chimerici, sogni d'immortalità e di lacrime... Insomma, molte cose... Che sieno accaduti degli avvenimenti meschini, per il momento non significherebbe nulla. Ciò che invece importa è che non abbiate potuto approfittare e gioire di una bella epoca. Bevici su, inneggiando allo spirito e al nobile sangue tedesco. Credimi, il tedesco soffre all'estero anche d'un'altra nostalgia, oltre a quella fisica.
Considera questa lettera, mio carissimo amico, come la precorritrice d'una corrispondenza regolare e continua. Per oggi sarò breve. Che questa lettera t'apparisca come l'araldo d'un migliore avvenire musicale. Manca un Hermann che, con un Lessing sotto il braccio, metta a posto le Canaglie! Non ritirarti dalla lotta e agisci con fermezza. Wieck t'ha già comunicato che uscirà una nuova rivista musicale periodica, la quale affronterà senza pietà tutti i vizi della nostra epoca, in nome dei diritti poetici di cui è il campione. Quantunque io non conosca a fondo le tue idee, ti ho sempre considerato come un amico così fervente del Bello e del Vero, che credo di poterti invitare a prestare la tua cooperazione a questa opera. Tu lo fai già passivamente, poichè scrivi; ma il lavoro del critico deve inoltre contribuire attivamente ad assicurare la vittoria.
Per il momento, sii piacevole, ameno, e scrivi delle «Lettere inglesi», con le quali vorremmo far bella mostra già nel nostro primo numero di sag. gio, che uscirà ai primi di ottobre. Ti prego, mio carissimo, dopo la lettura di queste righe non aver nulla di più urgente da fare, che metterti a tavolino ed affilare la tua penna per scrivere delle «Lettere inglesi»!
Non c'è bisogno che ti dica l'importanza di questi primi numeri. Anche se non promettono troppo, è necessario che facciano comprendere al pubblico che vengono a colmare una lacuna.
Se non hai voglia di inquadrare o di abbellire i tuoi pensieri, lascia a me questa cura: io farò sempre trapelare il sapore del frutto originale. Sarebbe bene che queste «lettere» fossero datate da un luogo lontano, ch'esse fossero ardenti in proporzione alla distanza e che tu le indirizzassi ad una persona ideale, a cui sei affezionatissimo.
Lascio tutto ciò al tuo buon senso. L'importanza della cosa e il ricordo della nostra vecchia amicizia ti spingano a rispondermi sollecitamente, affinchè la redazione sappia se può contare, con la massima sicurezza, sulle «Lettere inglesi» per il suo primo numero. Se l'impresa - come credo - renderà qualche cosa e se tu scriverai assiduamente, sii certo che potrai ottenere una discreta ricompensa.
Il 5 agosto 1833 Schumann scrive al fratello Carl per domandargli se vuole incaricarsi di far stampare il giornale e chiede informazioni sui prezzi di costo. II 9 agosto prega l'amico Franz Otto [vedi sopra] di Amburgo di sedersi e di temperare la penna per scrivere delle «corrispondenze» dall'Inghilterra. Qualche giorno dopo, Robert si rivolge a Hofmeister, editore di Lipsia e gli scrive: «Ha ancora bisogno di denaro? Le offro con piacere 1400 talleri in rendita sassone al quattro per cento. Mi renderà la tratta e i titoli dopo la scadenza, in natura. Non è certo il caso di pensare a uno scacco, ma piuttosto a un affare brillante».
E cosí di seguito. Nel portare a termine il suo disegno mette una tenacia, una serenità straordinarie. Tuttavia, tante preoccupazioni non lo allontanano dai suoi affetti; anzi, si direbbe che l'azione lo esalti e lo rinfranchi. Il suo attaccamento per Clara diventa cosí profondo che il 13 luglio 1833 [vedi sopra] egli la invita al loro primo convegno ideale: «Ho preso in questo momento una decisione che mi piace: domani sera, alle 11 precise, suonerò l'«Adagio» delle Variazioni di Chopin e penserò a Lei molto affettuosamente, anzi esclusivamente. Vorrei pregarla di fare lo stesso in modo che i nostri spiriti si possano cosí raggiungere. Il punto di ritrovo pei nostri pensieri accomunati potrebbe essere la porticina di San Tommaso (se fosse il momento del plenilunio vorrei che essa, simile a uno specchio, Le ricordasse che io penso a Lei). Spero in una pronta risposta: se Lei non aderisse, domani mezzanotte, un cuore sanguinerà, penosamente ferito, e sarà il mio cuore.»
L'autunno arriva.
Anche tu, dunque, hai abbandonato ogni speranza! Che Dio sia con voi! Come te, mia buona madre, ho anch'io bisogno di consolazione. Non posso venirti in aiuto, ma so soltanto piangere.
Pare tu non abbia alcuna idea del martirio che mi fa soffrire la mia malattia; altrimenti non insisteresti tanto per chiamarsi presso a te. Non ho bisogno di assicurarti che, se fossi sano, basterebbe una tua sola parola. Non posso ripeterti oggi che quanto t'ho detto nelle mie lettere precedenti: la mia salute è in condizioni così cattive, che ogni qual volta m'espongo alla più leggera corrente d'aria (son già 15 giorni che non esco) ho una ricaduta. Non oso neppure lavarmi. Se mi mettessi in viaggio, è probabile che appena sceso dalla diligenza dovrei mettermi a letto, e forse per non rialzarmi mai più! Questo timore basterebbe a farmi ammalare [...]. E non so più nulla di Giulio! Come sta realmente? Ha perduto la conoscenza, parla, è fiducioso, ha ricevuto la mia lettera, mi ricorda, ha il desiderio di rivedermi...? Quanto bene mi farebbe il saper tutto ciò! Non toglietegli la speranza di rivedermi tra breve. Non posso ricevere qualche riga di suo pugno? Chiedeteglielo.
Che la tua magnifica forza non t'abbandoni, mia povera e buona mamma, così duramente provata! Mentre ti scrivo, forse egli lotta contro la morte. Ah, Dio!!
Arrivederci
Roberto
Alla madre Lipsia,
27 novembre 1833
[...] Delle settimane trascorse [46], nulla. Io non ero che una statua, insensibile. Un lavoro intensissimo mi richiamò lentamente alla vita. Ma sono ancora talmente timido e spaurito, che non posso dormir solo. Ho preso, perchè stia con me, un ottimo uomo, pieno di buona volontà, che cerco di educare; e ciò mi svaga e mi fa bene al cuore. Crederai che non ho il coraggio di intraprendere solo il viaggio da qui a Zwickau, dalla paura che m'accada qualche cosa?... Violenti affiussi di sangue, angosce inesprimibili, mancanza di respiro, svenimenti improvvisi si succedono ancora rapidamente, quantunque meno frequentemente che nei giorni passati! Se tu avessi un'idea della mia apatia, causata dalla più profonda malinconia, mi perdoneresti certamente di non aver scritto. Ancora questo: sappi che un certo R. S. pensa a te ininterrottamente. Scrivigli, dunque, presto. Vivi in pace! In fondo al mio cuore riposa im pensiero, di cui non vorrei esser privato ad alcun prezzo: la credenza che ci sono ancora delle buone persone - e un Dio. Non sono felice?
Una dopo l'altra, Schumann riceve due notizie terribili: il fratello Julius e l'amatissima cognata Rosalie sono morti: è un crollo di tutto l'essere. Per alcuni giorni, Schumann lotta contro la desolazione irrompente, si sforza di dominare gli impulsi di una sensibilità che riconosce eccessiva. Ma nella notte dal 17 al 18 ottobre egli si sente sopraffatto. Si alza dal letto, passa da una camera all'altra, si torce le mani dalla disperazione. Il pensiero di impazzire gli si para davanti con una tale violenza che grida al soccorso; ma soltanto per respingere poi, subito, ogni preghiera ed ogni conforto. «Che cosa ho fatto al Cielo per meritare questo spaventoso castigo?» continua a ripetere. Inutilmente invoca madre ed amici; invano si volge a oriente o ad occidente; invano lascia il posto in cui si trova; la sua angoscia lo insegue dappertutto. Aspetta che sorga il giorno e corre da un medico per aprirgli il cuore, all'uomo di scienza confida quanto siano frequenti i momenti in cui il suo buon senso l'abbandona; confida la paura che prova quando si domanda dove questa sofferenza lo dovrà portare; infine, le improvvise idee di suicidio. Il dottore lo rassicura affettuosamente e riporta un po' di calma nel suo spirito.
Le settimane che seguono sono fosche. La salute di Schumann continua a restare malferma; il giovane si lagna di violente vampate alla faccia, di difficoltà nel respiro, di inquietudini indicibili. I sensi, tutto a un tratto, sembrano non rispondere più. Egli diventa così pavido che non osa piü dormire da solo. Respinge la tentazione di recarsi a Zwickau, perché teme che, viaggiando solo, gli debba accadere qualcosa di funesto.
Non può far altro che pensare alla sua Rosalie, addormentata per sempre sotto la terra fredda; ma non vuole che gliene parlino, a causa della dolorosa agitazione che prova udendo quel nome. Infine si rimette al lavoro; il tempo ricomincia la sua opera riparatrice e pacificatrice.
Nel mese di dicembre Schumann incontra il pianista Ludwig Schunke. Ne è affascinato. Non è uno che si inorgoglisca del suo ingegno, ma piuttosto uno invaghito di tutto ciò ch'è nobile e bello. Schumann e Schunke fanno ogni giorno lunghe passeggiate o vanno a pattinare su un piccolo stagno solitario, nelle vicinanze di Connewitz.
Nello stesso tempo compare nella vita di Schumann una donna adorabile: la signora Henriette Voigt. Giovane, bella, dolce, espansiva, questa allieva di Berger suona il pianoforte con una delicatezza di tocco incantevole.
Essa ha un'infinità di cognizioni, ma, soprattutto, possiede quel sentimento di amore per l'arte, quell'entusiasmo appassionato, come solo hanno posseduto le donne dell'età romantica. Pur amando suo marito e i suoi figli, essa offre agli artisti che l'avvicinano un'amicizia così ardente, così commovente che fa pensare a un eterno fidanzamento.
Per Schumann, Henriette Voigt
sembra prendere il posto lasciato da Rosalie. Il musicista la vede quanto più spesso possibile; improvvisa con lei e per lei, l'accompagna nelle sue passeggiate, le confida le sue tristezze, tace, ed ella comprende la sua musica, le sue parole, i suoi silenzi. La salute di Robert si va rinfrancando e la signora Voigt se ne dimostra felice. Può darsi che per lui essa abbia un sentimento più forte che per ogni altro.

INTRODUZIONE AGLI «SCRITTI SULLA MUSICA E I MUSICISTI»
Verso la fine del 1833, ogni sera e come per caso, si trovò insieme in Lipsia, un certo numero di musicisti giovani in gran parte, dapprima in socievole riunione, e poi per uno scambio di pensieri sull'arte ch'era cibo e bevanda della loro vita, - la Musica. Non si può dire che le condizioni musicali del tempo in Germania fossero molto felici. Sulla scena dominava ancora Rossini, nel pianoforte quasi esclusivamente Herz e Hünten. Eppure erano trascorsi pochi anni soltanto dacché fra noi eran vissuti Beethoven, Carl Maria von Weber e Franz Schubert. A dire il vero, l'astro di Mendelssohn era in ascesa e di un polacco, Chopin, si divulgavano cose meravigliose, ma costoro soltanto più tardi esercitarono una durevole influenza. Allora, un bel giorno, un pensiero attraversò le giovani teste calde: di non starsene a contemplare oziosamente, ma di dar opera perché migliorasse, perché tornasse in onore la poesia dell'arte. Così nacquero i primi fogli di una nuova Rivista Musicale. Ma la gioia per la stretta unione di questa lega di giovani forze non durò a lungo. La morte richiese una vittima in uno dei più cari compagni, Ludwig Schunke. Degli altri, alcuni si allontanarono, via via, per sempre da Lipsia. L'impresa era in procinto di sciogliersi. Allora uno di loro, proprio il "fantastico musicale" della compagnia, che fino a quel tempo aveva trascorso la sua vita più sognando al pianoforte che fra i libri, si risolse a prendere la direzione della redazione, e la tenne per una diecina d'anni fino al 1844. Così nacque una serie di saggi, di cui questa raccolta dà una scelta. La maggior parte delle vedute qui esposte è condivisa ancor oggi dall'autore. Quanto egli sperando e temendo aveva espresso su qualche manifestazione artistica, s'è avverato nel corso del tempo.
E qui sia fatta ancor menzione d'una lega ch'era più che segreta, perché esisteva soltanto nella testa del suo fondatore, la Lega dei Fratelli di Davide. Per portare a discussione diversi aspetti della concezione musicale, sembrò che non fosse fuori luogo inventare opposti caratteri artistici, di cui Florestano ed Eusebio erano i più importanti, e fra loro stava nel giusto mezzo Maestro Raro. Questa Lega dei Fratelli di Davide s'intrecciò attraverso la Rivista come un filo rosso, legando "Verità e Poesia" in guisa umoristica. Più tardi, scomparvero completamente dalla Rivista quei compagni che dai lettori d'allora non eran visti malvolentieri e da quel tempo in cui una "Peri" li sottrasse in piaghe remote, della loro attività di scrittori nulla s'è più venuto a sapere.
Se dunque questi fogli raccolti, che riflettono un tempo assai movimentato, potessero anche concorrere a volger gli sguardi dei contemporanei su qualche manifestazione artistica già quasi travolta dai flutti del presente, lo scopo dell'edizione sarebbe pienamente conseguito.
Poiché, del resto, nella successione dei saggi è mantenuto l'ordine cronologico, questo addurrà agli occhi dei lettori un quadro della crescente vita musicale di quegli anni, che sempre più si elevava e si purificava.