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Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato ieri sera all'unanimità una dichiarazione in cui si "condannano le violenze" degli ultimi giorni in Libia e si "deplora la repressione" avviata dal governo di Muammar Gheddafi.
Maria Luiza Ribeiro Viotti, ambasciatrice del Brasile all'Onu e presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha letto alla stampa la dichiarazione in cui si esprime "profondo rammarico per la morte di centinaia di persone".
Il documento, approvato all'unanimità dai Quindici, si appella "al governo della Libia, che ha la responsabilità di proteggere i civili", ed esprime "profonda preoccupazione per la situazione dei cittadini stranieri" presenti in Libia.
Mark Llyal Grant, ambasciatore britannico al Palazzo di Vetro, ha indicato che "di sicuro il Consiglio di Sicurezza si riunirà di nuovo" per discutere degli sviluppi nel Paese.
Anche gli Stati Uniti hanno avuto parole molto dure per la Libia, chiedendo una transizione senza violenze verso la democrazia. A Washington il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha condannato in particolare quelle che lei ha definito "le violenze totalmente inaccettabili".
Il bagno di sangue "è inaccettabile", e il governo libico ha il dovere di rispettare "i diritti di tutti i suoi cittadini", ha detto la Clinton, che si è detta molto allarmata dalla situazione, confermando che gli Usa sono pronti a fare "i passi appropriati" insieme con la comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza si era riunito una prima volta in mattinata, a porte chiuse, ed ha poi deciso di ascoltare l'ambasciatore libico Mohamed Salgham nel pomeriggio, dopo un rapporto sulla situazione in Libia ed in Medio Oriente da parte di Lynn Pascoe, responsabile per gli affari politici.
Contrariamente al suo vice Ibrahim Dabbashi che parla di "genocidio", Shalgham è rimasto fedele al leader Muammar Gheddafi. Scambiando qualche battuta con i giornalisti del Palazzo di Vetro, il diplomatico ha detto: "Sono con Gheddafi, è mio amico". Intanto, l'ambasciatore libico negli Usa, Ali Aujali, ha lasciato l'incarico a Washington, chiedendo a Gheddafi di dimettersi.
A pochi metri da Shalgam, c'era anche Dabbashi - pure lui presente alla riunione dei Quindici - che ha avuto ancora un volta parole durissime contro il regime di Gheddafi.
Dabbashi ha appoggiato la dichiarazione del Consiglio, definendolo un messaggio "buono" anche se "non abbastanza forte".
Il diplomatico, che sarebbe ancora in carica nonostante gli screzi con il suo ambasciatore, ha ribadito che "è in corso un genocidio" nella "parte occidentale della Libia". Dabbashi, il cui futuro non è al momento per niente chiaro, ha detto infine "sperare che le informazioni che ricevo non siano vere, ma, se lo fossero, come temo, significa che è davvero iniziato un genocidio contro la popolazione libica".