Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01048.jsonl.gz/485

Nato il 19 marzo 1933 a Newark (New Jersey), figlio di una famiglia ebraica, Philip Roth ha dapprima raccontato, con una sincerità disarmante e a tratti spietata, la vita della sua comunità di origine, con i suoi tipi umani, le sue leggende, i suoi pettegolezzi. Negli anni successivi, ha frugato nella crisi esistenziale e sessuale della mezza età, non abbandonando mai il suo impegno ad esplorare la vergogna, l'imbarazzo e gli scheletri negli armadi di cui è costellata l'esistenza umana. E lo ha fatto sempre con un umorismo rivelatorio, le cui origini si annidano nei Witze ebraici.
Più di ogni altro scrittore, Roth ha saputo rovistare nelle inquietudini e nelle ossessioni del nostro tempo, dando origine a una forma di narrativa originale, frutto di una forte carica espressiva.
Dopo più di 50 anni come scrittore, e una trentina di titoli all'attivo, tra cui Lamento di Portnoy e Pastorale americana, Roth ha deciso che «Nemesis» del 2010, la storia di un'epidemia di polio nel New Jersey, quartiere dove è cresciuto, sarebbe stato il suo ultimo romanzo. Poi è tornato a rileggere tutti i suoi lavori per vedere se aveva sprecato il suo tempo. E ha concluso, citando Joe Lewis, il campione di boxe dei pesi massimi degli anni '30 e '40: ho fatto del mio meglio con quello che avevo.
Nel 2017 ha pubblicato il suo ultimo testo Why write?, Perché scrivere? Poco più di quattrocento pagine, poco meno di quaranta scritti che coprono un arco di poco più di mezzo secolo di attività, dal 1960 al 2013. E una prefazione inedita di tre pagine che si chiude con queste parole: eccomi qui, libero dai travestimenti e dalle invenzioni del romanzo. Eccomi qui, senza più assi nella manica, spogliato di tutte quelle maschere che hanno prodotto tanta libertà immaginativa quanta sono stato in grado di cogliere come scrittore di narrativa.
Il jazz oggettiva l’America disse a suo tempo il trombettista Wynton Marsalis. L’opportunità, che compositori ebreo-americani come Irving Berlin o George Gershwin colsero a inizio Novecento per oggettivare sé stessi in quanto compositori americani attraverso il nuovo idioma della musica jazz, fu colta, in modo non dissimile, da molti scrittori ebrei-americani che provarono ad abbracciare l’America in tutta la sua sproporzione e i suoi eccessi, e questo nonostante la loro origine ebraica o forse, proprio in virtù della loro origine ebraica. Volevano cioè essere riconosciuti e apprezzati in quanto scrittori americani prima ancora che come scrittori ebreo-americani.
In Philip Roth questa incessante opera di individuazione si è anzitutto esplicitata in forma di romanzo, ma anche, in modo meno cospicuo ma con altrettanto piglio, in chiave saggistica. Il volume edito da Library of America dà conto del versante meno noto di Roth, quello appunto di saggista, un saggista in buona parte impegnato a precisare in cosa consista l’essere uno scrittore di origine ebraica nell’America della seconda metà del Novecento. La necessità di questa precisazione è per Roth un nodo al tempo stesso esistenziale e artistico, ed è diretta in particolare ai detrattori (in massima parte lettori ebrei-americani) che, negli anni, l’hanno accusato di anti-semitismo e di indulgere in una sorta di odio auto-inflitto che non giova alla causa degli ebrei d’America. L’accusa trova in queste pagine una disamina circostanziata e precisissima, quasi ossessiva nel voler chiarire le ragioni ultime del narratore. I lettori di Philip Roth sanno bene quanto la tematica abbia trovato posto anche nei romanzi che hanno per protagonista il suo alter ego letterario, Nathan Zuckerman, autore di un libro controverso e scandaloso (Carnovsky) che gli valse il sempiterno livore dei pari di origine ebraica.
Altrove lo sguardo di Roth è rivolto all’amato Franz Kafka, un bellissimo saggio d’invenzione già pubblicato da Einaudi sotto il titolo di Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno. In questo scritto Roth immagina come sarebbe stata l'esistenza dello scrittore praghese in America, quasi a volerlo mettere alla prova di fronte alla travolgente e ostile realtà d’oltre oceano. Roth si concentra poi sull’ebraicità dei personaggi di Saul Bellow, cercando di dimostrare quanto sia difficile, per uno scrittore di origine ebraica in America, scrivere di sé e dei propri simili collocandosi fuori dal quadro di giustezza morale dentro cui gli ebrei sono soliti immaginare sé stessi. Libidine, adulterio e desiderio sono tabù per il buon ebreo. Che Roth scriva queste cose in un romanzo o in un saggio è indecente. L’indecenza di Roth è, prima ancora che l’indecenza dell'uomo Philip Roth, l'indecenza di uno scrittore ebreo che mette il suo popolo di fronte a questi tabù, sollecitando un esame di coscienza.
Preziosa in questo senso è l’intervista realizzata da George Plimpton nel 1969 in cui Roth affronta, fra le altre cose, il tema dell’osceno in ambito letterario. Perché l’indecente Alexander Portnoy è tanto scurrile? Perché tante parolacce? Il romanzo, ci dice Philip Roth, non è pieno di parolacce perché “la gente oggi parla così” (ciò che è, sostiene sempre Roth, la meno persuasiva delle ragioni per giustificare l’osceno in ambito letterario), ma perché Alexander Portnoy sta dando sfogo a un’ossessione per lui incontenibile: è osceno perché vuole essere salvato. E il romanzo – il tanto amato-odiato Lamento di Portnoy – è precisamente questo: l’investigazione di una passione, il combattimento di un uomo terrorizzato dal precipitare dentro un vortice di coscienza che lo sta annientando (un vortice in cui la patologia sessuale a matrice perversa del protagonista confligge con gli impulsi etici ed altruistici della sua tradizione ebraica, tradizione su cui Roth ironizza, ma dalla quale non riesce a separarsi, sentendosi da essa controllato mentre cerca di “vivere” l’America).
Se profondi e acutissimi sono i saggi di Roth, così come le sue osservazioni sull’arte dello scrivere e sulla necessità di narrare le passioni umane anche a costo di restare soli, o di finire più banalmente incompresi, non meno fulminanti sono le interviste condotte da altri scrittori (il già citato George Plimpton, Joyce Carol Oates, Alain Finkielkraut, il poeta e già biografo di J.D. Salinger, Ian Hamilton), le conversazioni con gli autori amati (Primo Levi, Aharon Appelfeld, Isaac Bashevis Singer, Milan Kundera, Edna O’Brien, Mary McCarthy), e il ricordo di Bernard Malamud.
Già, ma in fondo, perché scrivere? Why write? Philip Roth abbozza molte risposte. E molte, fatalmente, si articolano dentro una riflessione ancora più vasta e complessa: perché scrivere in quanto scrittore ebreo? O ancora: perché scrivere in quanto scrittore ebreo-americano? Tra le tante risposte abbozzate, quella su cui Roth maggiormente si arrovella e che sembra convincerlo di più è quella che, appunto, lo oggettiva quale scrittore americano: una risposta, dunque, che lo sgancia dalle ragioni del sangue. L’idea, cioè, di cercare nella letteratura una forma di condotta morale che si ponga in opposizione alla cultura di massa che travolge ogni cosa (ricordiamo, tra parentesi, che gli anni della formazione di Roth sono i primi anni Cinquanta, anni in cui la cultura di massa iniziava a prendere piede). La scrittura, dunque, come rifugio dei Giusti e dei Virtuosi. Una sorta di versione aggiornata delle colonie pietiste sorte trecento anni prima nelle ex-colonie inglesi. Una motivazione profondamente americana. Americana fin nel midollo. Solennemente americana. Americana nel senso più profondo e stratificato. Qualcosa di molto lontano dalla condizione di immigrato ebreo di terza generazione dentro cui Roth ha trascorso buona parte, se non tutta, la sua esistenza di scrittore.