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Ai social media sono stati attribuiti ruoli cruciali in occasione di alcune delle maggiori proteste di massa recenti, come EuroMaidan in Ucraina, le Primavere arabe o le più recenti manifestazioni di Ferguson negli Usa. Ma nonostante l’apparente evidenza del collegamento tra attività online e protesta, è stato fin qui piuttosto difficile provarne l’esistenza.
I ricercatori Marco T. Bastos, Dan Mercea e Arthur Charpenier hanno realizzato un statistical hypothesis testing per scoprire se vi sia, effettivamente, un rapporto di causa-effetto tra le comunicazioni sui social media e le proteste “sul posto”. E provarne l’esistenza con evidenza statistica.
Lo studio Tents, Tweets, and Events: The Interplay Between Ongoing Protests and Social Media, pubblicato dal Journal of Communication, si è concentrato su tre casi: il movimento 15-M degli Indignados spagnoli (2011), la rete globale delle manifestazioni Occupy (2011) e le manifestazioni anti-governative brasiliane del 2013 note come Vinegar Movement, per via del fatto che che oltre 60 tra i manifestanti arrestati sono finiti dietro le sbarre per aver portato con sé dell’aceto per proteggersi dai gas lacrimogeni della polizia.
Lo studio è andato a verificare se le proteste fossero state seguite da altrettanta attività su Facebook e Twitter e se si fossero evolute in modo similmente estensivo, se avessero una determinazione duplice e se, infine, il buzz sui social media abbia avuto un qualche tipo di impatto per gli sviluppi delle proteste nelle strade.
A questo fine i ricercatori hanno raccolto circa 100 hashtag su Twitter relativi alle tre proteste in oggetto (circa 35 per ogni evento in esame), oltre a 100 tra pagine e gruppi Facebook a loro volta connessi. Nel selezionare gli hashtag, gli autori si sono focalizzati sui flussi di informazione associati alle città e non a tag più concettuali come #nolesvotes (“non votateli”) o #notenemosmiedo (“non abbiamo paura”) nel caso degli Indignados, #occupytogether in relazione a Occupy o #todarevolucaocomeca (“ogni rivoluzione inizia con”) nel caso di Vinegar.
I ricercatori hanno intrapreso questa scelta perché l’attività relativa a un hashtag riferito a una città e gruppi Facebook simili hanno una relazione più stretta con le manifestazioni sul campo, si legge nel paper. I dati sono stati raccolti tra i tweet pubblici con yourTwapperKeeper e i ricercatori li hanno poi modellati in serie temporali. In seguito, vi hanno applicato un Granger-causality test, un test di ipotesi statistica che determina se una serie temporale è utile a predirne un’altra. Secondo i ricercatori, il loro è stato il primo tentativo di applicazione di un approccio di questo genere a questo ambito di ricerca.
I risultati dello studio rivelano come la possibile previsione delle proteste varia a seconda dei diversi casi studiati: ad esempio, i risultati dimostrano come la comunicazione su Twitter e Facebook abbia effettivamente anticipato le proteste “sul campo” nei casi degli Indignados spagnoli e in quello di Occupy, dove è stata infatti osservata una “bidirectional Granger causality”, un dato che si traduce nel fatto che l’attività su Twitter e Facebook ha sia previsto le proteste ed è stata, allo stesso tempo, prevista dalle proteste grazie alla partecipazione degli utenti nelle strade.
Al contario, nel caso Vinegar “la direzione della previsione è stata esclusivamente dall’online verso l’online e ‘sul campo’ verso ‘sul campo’”, scrivono i ricercatori. Nel caso degli Indignados, invece, è stata osservata a sua volta una relazione tra attività online e partecipazione attiva “sul campo”. Lo studio ha anche riscontrato come Twitter abbia giocato un ruolo molto più significativo per il coordinamento logistico che Facebook nel caso spagnolo e in quello delle manifestazioni Occupy negli Usa.
I ricercatori concludono sostenendo che nonostante la previsione di attività di protesta sia molto influenzata dai singoli contesti, vi sia evidenza per confermare che l’attività online possa effettivamente anticipare quella nelle strade in occasioni di proteste politiche.