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Il 19 luglio del 1937 viene inaugurata a Monaco di Baviera un'importante mostra a ingresso libero. L'esposizione riunisce artisti fra i più grandi del secolo - si tratta soprattutto di espressionisti - ed è il Ministro della Propaganda del Terzo Reich Joseph Goebbels a presiedere all'evento. Poco distante, è stata aperta da un giorno la «Haus der Deutschen Kunst», la «casa dell'arte tedesca», in cui pure ha luogo un allestimento museale, ma di diverso orientamento: qui è celebrata l'espressione teutonica quale esempio di pura perfezione. È quindi con l'obiettivo di screditare geni quali Van Gogh, Paul Klee e Marc Chagall che «Entartete Kunst» – «Arte degenerata», questo il titolo della celebre iniziativa citata in apertura – è stata progettata.
Fra i dipinti esposti a «Entartete Kunst» se ne contano anche nove dell'austriaco Oskar Kokoschka (Pöchlarn, 1886 – Montreux, 1980), da tempo bersaglio della stampa per le sue opere dichiaratamente polemiche: basti citare, come esempio emblematico, l'Autoritratto di un artista degenerato, proprio del 1937.
Benché non abbia mai aderito ufficialmente a gruppi d'avanguardia quali la Brücke e il Blaue Reiter, Oskar Kokoschka è infatti considerato fra le personalità di spicco del movimento espressionista. Poeta e drammaturgo oltre che pittore, è di padre praghese e madre originaria della regione della Stiria. Poco dopo la sua nascita, nel comune di Pöchlarn ci fu un grosso incendio che egli interpretò come una sorta di segno del destino. E d'altra parte come dargli torto, data la sua personalità ingombrante e a dir poco travolgente.
Formatosi fra il 1905 e il 1909 alla Kunstgewerbeschule di Vienna sotto la guida di von Kenner, Czeschka e Löffler, fu influenzato dalla personalità di Gustav Klimt, grazie al quale venne presentato per la prima volta al pubblico durante il Kunstshaus del 1908. Qui si guadagnò presto l'appellativo di «selvaggio» da parte della critica, a causa del suo deciso rifiuto di quei modelli estetici che saranno poi ossessivamente cari agli ideali nazifascisti.
In effetti la pittura di Oskar Kokoschka è quanto di più lontano dal bello stereotipato si possa immaginare. I soggetti hanno spesso più un'aria cadaverica che viva, così come tratto e colore paiono costantemente preda di una sorta di inquietante vibrazione di fondo, quasi che l'artista dipingesse in uno stato di trance o durante una scossa tellurica di prolungata durata. E di scosse nella vita emotiva di Kokoschka non ne mancano, soprattutto dal punto di vista amoroso.
Come certo molti sapranno, nel 1912 ebbe modo di legarsi a una donna straordinaria, che lo marchierà a fuoco per sempre: la compositrice – compositrice mancata, in realtà – e intellettuale Alma Mahler, vedova del grande musicista e oggi, purtroppo, più nota per le sue burrascose relazioni coi geni dell'epoca che per le sue qualità creative.
Il rapporto fra i due si fece subito difficile, poiché strutturalmente passionale e imperniato sulle esigenze della personalità narcisistica di Kokoschka anziché su una reale reciprocità: il pittore pretendeva che si vivesse esclusivamente in funzione della sua arte e sviluppò nei confronti della donna una mania di controllo che rasentava la follia.
Alma Mahler, che dal canto suo aveva l'abitudine e il desiderio di legarsi a individui del genere (col marito Gustav le cose non erano andate diversamente) si sentì soffocare e dopo alcuni anni decise di abbandonarlo, gettando l'uomo nella disperazione. Sopraffatto dal dolore, questi decise allora di arruolarsi come volontario per la Prima Guerra Mondiale, dove rischiò la vita a causa di una gravissima ferita alla testa.
Nella sterminata produzione dell'artista, testimonianza di questo incontro è il celebre dipinto La sposa nel vento (1914), il cui titolo fu suggerito dal poeta Georg Trakl – grande amico di Kokoschka come Adolf Loos e Karl Kraus, anch'egli vittima dell'esperienza del fronte. Qui vediamo un uomo e una donna distesi in un letto le cui coperte paiono confondersi in una mescolanza di onde e nuvole scomposte. Lei dorme su un fianco, la pelle candida e gli occhi serenamente chiusi, mentre lui veglia con lo sguardo rivolto in alto, come un morto a cui si debbano abbassare le palpebre; aggrovigliate in un nodo di dita bitorzolute, le sue mani sembrano tormentarsi a vicenda.
Per chi volesse ammirare quest'impressionante opera dal vivo, si consiglia una visita al Kunstmuseum di Basilea, dove l'opera è conservata nella collezione permanente, così come si suggerisce una visita alla Fondation Oskar Kokoschka di Vevey, nel Canton Vaud, presso il Musée Jenisch. La Svizzera fu infatti il luogo in cui l’artista si ritirò dalla fine degli anni ’50 fino alla sua morte.