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"J'accuse", il suo ultimo film incentrato sul caso Dreyfus, sta per arrivare nelle sale francesi, ma Roman Polanski continua a far discutere anche per le accuse rivoltegli, ultime in ordine di tempo quelle della fotografa Valentine Monnier, che in una testimonianza pubblicata dal quotidiano Le Parisien ha detto di essere stata picchiata e violentata da lui in Svizzera nel 1975. E il cinema francese inizia a prendere le distanze: l'ARP, associazione che riunisce autori, registi e produttori, ha deciso lunedì di proporre ai suoi membri un cambiamento degli statuti, che permettano di sospendere chi finisce sotto inchiesta, in modo particolare per reati sessuali, ed escludere definitivamente chi viene condannato.
"Possiamo nascondere la testa sotto terra e dirci che il mondo non è cambiato, ma il mondo è cambiato rispetto a 40 anni e questa decisione ne è il risultato", ha spiegato il presidente Pierre Jolivet dopo una riunione del consiglio di amministrazione. La modifica delle norme dovrà essere approvata dall'assemblea.
L'86enne franco-polacco, come è noto, è già ricercato dalla giustizia statunitense per un rapporto con una minorenne risalente al 1977. L'Accademia degli Oscar aveva già deciso di escluderlo, mentre in Francia la categoria era regolarmente sospettata di proteggerlo. Categoria tra l'altro confrontata con un altro caso spinoso, quello del regista Christophe Ruggia, accusato di molestie dall'attrice Adèle Haenel. La SRF, altra sigla importante del settore cinematografico francese, il 4 novembre ha avviato nei suoi confronti una procedura di radiazione.
Anche il ministro della cultura, Franck Riester, ha annunciato la scorsa settimana provvedimenti per contrastare il fenomeno. "Il genio", aveva affermato senza fare nomi, "non deve garantire l'impunità".