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Guglietta della Tino Prato al Colle dei Pancioni
Con i tavola ( 50Di Armando BiancardI
( Torino ) Sono tre le vie sinora esistenti in quest' angolo di muraglie che convergono al Colle dei Pancioni, così denominato per certi sproporzionati strapiombi volti al nord, muraglie che si rinserrano ad un lato dalla Punta Tino Prato ed ali' altro dalla Cima dell' Armusso. Siamo sulle Alpi Marittime e sulla catena del Marguareis. Il sito ha un qualcosa di orrido. Lo spigolo nord della Punta Tino Prato piomba arditamente dalla vetta, per cinquecento metri, come il tagliente d' una prora. La sua parete nord è una repulsiva grigiastra lastronata di calcari scistosi. Dall' intaglio del Colle dei Pancioni, per un quattrocento metri circa, scende un colatoio che s' interrompe su una gran barra obliqua di strapiombi, prima di trasformarsi in canale. Poco a sinistra dell' intaglio, si stacca una piccola guglia, con un altro sistema di colatoi che precipita fra il colatoio del colle e la parete nord della Tino Prato. La Cima dell' Armusso poi, ha una sua incontrastata e superba potenza, con i suoi settecento metri di parete verticale a forma di badile. Ma, nonostante gli aggettivi altisonanti eh' io posso ricercare per delineare l' ambiente, provo l' insopprimibile penosa sensazione di non sapermi adeguare alla forza della realtà, e tradurla in parole. La prima in ordine cronologico delle accennate vie, risale il ripido canale nevoso bloccato al suo termine da una caverna con un gran tetto, devia aggirando sulla sinistra la barra strapiombante, per rientrare a destra nell' erto e lungo colatoio terminale con qualche leggera uscita sulla destra, sino a sfociare sul Colle dei Pancioni. La seconda invece, si stacca dall' aggiramento sulla sinistra della precedente via, per entrare in un altro colatoio a destra, interrotto da tre successivi salti superati i quali, piega ancora a sinistra in direzione d' una torre biancastra, sottostante la vetta della Tino Prato che raggiunge con rilevanti difficoltà. La terza infine, dall' estrema destra dello zoccolo dell' Armusso, risale un canale fino ali' al della gran cengia obliqua che attraversa tutta la parete, la percorre interamente, aggira lo spigolo e continua ancora a piegare sul versante che da sul Canale dei Pancioni, innalzandosi poi per rocce fessurate. Mentre quest' ultima è opera della cordata Mattalia-Pagliano, le prime due sono state aperte dalla cordata Comino-Marenco. Mi si permetta la divagazione, ma merita un pur breve scorcio il modo di sentire la Montagna dell' accademico Sandro Cornino. E ciò, perché mi sembra che fra i giovanissimi, quel forte e profondo sentimento che li dovrebbe legare alla Montagna, sia stato soffocato e forse, addirittura spento. L' amico, non ha conseguito lauree e non ha avuto vite facili che lo abbiano reso propenso ai sentimentalismi. Il sentimentalismo è una cosa; il sentimento un' altra. Orbene, per lasciare intravvedere il sentimento di questo forte arrampicatore monregalese, di professione pasticcere ed oggi cinquantaduenne, riporto qualche frase trovata su un suo vecchio quaderno. Saremo forse in due o tre al massimo ad aver avuto il privilegio di leggere questo quaderno, perché con l' amore è connaturata la gelosia. Se perciò faccio ora violenza su questa sua gelosia, è solo perché penso fermamente, che i giovani abbiano bisogno di trovare in qualche esempio la strada giusta. «... Brucio dalla necessità di staccarmi, sia pur brevemente, dalla mediocrità della comune vita; librarmi su per l' aspra e repulsiva via della natura, in alto, verso il cielo... » — ecco un vero movente spirituale e non una posa o peggio, una moda sia pure sportiva, ma sempre arida e materialistica dell' alpinismo«... Gioia, ansia, vertigine, paura, incertezza, timore, dolore, preoccupazione, commozione, orgoglio, seduzione, scoramento, speranza, voluttà: ecco un' ascensione... » — in sintesi, ecco davvero i moventi emotivi dell' avventura alpinistica, per chi non si cacci su una parete con i paraocchi del muratore«... Sento accrescere in me l' ardente passione e vado in Montagna con attenta religiosità, come bambino in Chiesa... » — ecco infine il sentimento che si affina, ecco il rispetto, ecco l' amore per la MontagnaSaranno i tempi, ma io i giovani — che amano atteggiarsi buffamente a sportivoni — li sento solo più parlare di palestre, di voli, di ottantacinque centimetri e mezzo di sesto inferiore, di chiodi, di staffe, di trazioni a forbice e di tempi da primato. Non che sia gran male parlare di ciò, si badi! Ma lo è, e grave, e imperdonabile, quando non ha assolutamente alle spalle un movente spirituale che lo giustifichi! Sicuro, saranno i tempi. Ed adeguandoci a questi tempi, noi dovremmo dire di non sentire più nulla, assolutamente nulla, per quei giovani che, abituati a volare in serie su roccioni funambolici, in un giorno di disgrazia, compiono il volo fatale. Dovremmo dire di sentire qualcosa invece, quando ci si debba render conto di come certi alpinisti, abbiano potuto fare quel che han fatto, così, senza il minimo incidente, e questo, non per una stagione, non durante le facili estate del periodo studentesco, ma così, naturalmente, per tutta la vita. Questione di educazione, questione di serietà, questione soprattutto di sentimento. La Montagna si vendica ed è tremenda quando le si manca di amore e di rispetto. Bisogna proprio imparare dagli anziani ad amarla! Ci sono fra i giovanissimi i veri, i sinceri appassionati. Non sono in molti, ma ci sono. A questi giovanissimi, prima di insegnare la tecnica, bisogna inoculare e coltivare il sentimento, altrimenti, si da loro in mano un' arma altrettanto pericolosa quanto l' inesperienza. Poiché in via pratica ciò è difficile, questo lo si può ottenere attraverso un graduale avvicinamento alla Montagna, alle sue altezze prima, alle sue difficoltà poi. Escursionismo alpinismo acrobatismo. Queste le. tappe. Quasi tutte le scuole invece, presumendo che gli allievi siano già passati attraverso le prime due, cosa di cui ci si può rendere solamente conto con il costringerli materialmente in lunghi corsi preparativi, li portano di colpo al punto d' arrivo, con tutte quelle deprecabili conseguenze di mente e d' animo, già così deprecate per farlo ulteriormente. Insomma, l' ansia dell' arrivare al più presto al risultato materiale, ansia che è il malanno dei tempi moderni, nuoce anche qui alla formazione ed alla profondità dello spirito, con conseguenze spesso funeste.
Oggi, 19 agosto 1950, mi è compagno di corda l' amico Oreste Gastone. Attacchiamo il canale innalzandoci slegati fra l' interstizio lasciato dalla spessa lingua di neve che a contatto con la roccia riscaldata si scioglie. Al suo termine, ci leghiamo per effettuare un breve passaggio su blocchi che la neve ritirandosi ha messo allo scoperto e che il ripiano soprastante, ancora innevato, bagna ricoprendoli di una corazza di vetro. Dalla caverna, dove troviamo teschi di corvo e talune loro splendide penne — chiedo venia agli intransigenti per le divagazioni, ma eran proprio penne meravigliose... tra-versiamo a sinistra, su un lastrone compatto e poco inclinato d' una quarantina di metri. Di qui, saliamo direttamente per una successione di rocce non difficili ma fortemente levigate. Un chiodo con un suo anello di canapa, abbandonato in una discesa a corda doppia, è l' unico segno del tentativo solitario, d' un giovane arrampicatore monregalese, fallito a causa del vetrato. Il tratto che segue è quasi verticale e perciò, per la levigatezza, esposto: per garantirci, dobbiamo quindi aiutarci con un paio di chiodi. Ci sembra d' innal sui poderosi spalti d' una gigantesca fortezza. Per afferrare il colatoio soprastante che comincia a delinearsi, devo effettuare un passaggio d' uscita su di un lungo blocco ben squadrato in basso e privo d' appigli. Metto un chiodo nella fessura sotto il blocco, aggancio in fretta la corda al moschettone e impegnatomi nella traversata laterale con qualche esposizione, ne metto poco dopo ancora un altro. La corda fa un attrito tremendo sullo spigolo vivo e non scorre dal chiodo sottostante. Non miglioro la situazione nemmeno dopo ripetuti tentativi. Così impegnato, non posso proseguire, non posso retrocedere e, neanche, non posso restare li per sempre... Non mi rimane quindi che chiedere al compagno, di salire senza assicurazione sino al chiodo, spicciandosi nei limiti di tutte le sue possibilità. Egli non se lo fa ripetere ed a veloci bracciate mi raggiunge, consentendomi di togliermi dai pasticci. Ora entriamo in un colatoio verticale d' un centinaio di metri, largo quasi una decina e rotto in tre salti. Con un solo chiodo ci tiriamo d' imbarazzo dai primi due. Mi sento ben disposto ed in vena di sfoderare persino dello stile che l' amico commenta accostandolo a quello dei felini... Il terzo invece, a strapiombo, in un passaggio di pochi metri, ci da per un' ora intera del filo da torcere. Provo ad innalzarmi direttamente al centro, dove penso con uno scatto, di forzare poi alla Dülfer una possibilità offerta da una lastra appena staccata dal corpo della parete. Mi innalzo sino ad essa con qualche fatica e, quando vi metto una mano dentro per saggiarla, mi avvedo come si sia mossa leggermente e stia li sospesa per un miracolo. Se mi piom-basse addosso con tutto il suo peso, partirei sradicato come un fuscello e non credo che i miei santi protettori, messi tutti assieme, potrebbero fare qualcosa per un poveretto come me. Il compagno dal disotto, che vigila su ogni movimento e mi fa continue raccomandazioni, mi ordina un immediato dietro-front, ciò che io eseguo con tutta cautela. Osservo nuovamente dal disotto la situazione ed il passaggio tentato mi pare proprio il solo a concedere una via d' uscita. Non guardo neanche sulla sinistra per non spaven-tarmi eccessivamente. Guardo meglio sulla destra invece e cerco una possibilità d' aggiramento. Vi sono alcuni placconi inclinatissimi e senza una sola rugosità. Di marmo sembrano! Sopra i placconi, un tetto d' un paio di metri impenetrabile. Neu' incontro delle placche con il tetto, corre però una fessura a volte interrotta, larga si e no d' un dito. Fatti tre o quattro metri in traversata, si è fuori dalle placche e dal tetto. Tento una prima volta ma mi stanco presto le mani sui bordi taglienti. Il compagno, in sicurezza al chiodo di partenza, mi consiglia un po' di riposo, ma io non voglio desistere finché sono caldo. Ho sempre visto che a freddo si diventa pessimisti; e senza slancio, in questi passaggi si conclude poco. Riparto una seconda volta. La punta delle dita nella fessura ed il corpo arcuato per trovare un appoggio con la pressione, cerco di vedere se è possibile effettuare la traversata senza but-tarmi allo sbaraglio. A furia di tentativi e di sforzi, dopo aver messo un chiodo che non serve a niente e che rovino nel tentativo di togliere, trovo, alzando la testa al tetto, una piccola cortissima provvidenziale fessurina. Quanto basta per battervi un chiodino che il bravo Cassin forgia ad arte e, pur messo in pessima posizione, trovo che tiene. Quando vi passo la corda, essa mi permette di abbandonare la fessura e con la trazione mollata a poco a poco dair amico, di attraversare con tutta delicatezza i placconi in discesa, fidando nella sola aderenza delle suole. Quando sono fuori, tiro proprio il fiato. Ossuto e smilzo, il compagno si tende e si stira come un archetto. Non perde la sua calma per me ormai proverbiale e, pur abbandonando i chiodi, si disimpegna con tutta padronanza e dignità. L' ambiente e la difficoltà, richiamano alla mente dell' amico, lotte dolomitiche. Egli rammenta la via Peterka-Hall al Pan di Zucchero. Tutto soddisfatto, egli è convinto che questo passaggio non ha nulla da invidiare a quelli della via predetta. Ai tempi di Rudatis, seppure al limite inferiore, la salita era ancora considerata di 6°. Ora l' amico accademico Cicogna, mi assicura che la via è attualmente valutata di 4° con passaggi di 5°. Ed io credo perfettamente nella sua obiettività. Quello della retrocessione delle difficoltà è destino inevitabile. L' uomo, nonostante talune apparenze ingannataci, è ancor oggi lanciato alla conquista del sempre più difficile. Un bel giorno però, chissà che anche lui non si fermi...! Solamente allora, la valutazione delle difficoltà potrà durare un po' di più nel tempo 1 Sino a questo punto riteniamo, più affermativamente che negativamente, d' aver seguito grosso modo la via Comino-Marenco alla parete della Tino Prato. Di qui, una cengia porta a sinistra verso la parete nord vera e propria dove seguita la via dei citati. Noi invece ci innalziamo ancora su dritti in direzione della Guglietta che si erge minuscola e pure ardita, fra il Colle dei Pancioni a destra e la Punta Tino Prato a sinistra. Il colatoio si apre qui in canale e benché la vicinanza della meta inganni di molto, non troviamo più sulla nostra via difficoltà particolari. Possiamo così goderci con cuore aperto ed esultante, la sana gioia dd' un che, senza più alcuna preoccupazione, ci porta di qui per primi in vetta alla nostra piccola guglia. Non trascorrerà nemmeno un mese che la cordata di arrampicatori monregalesi Mattamira-Botto, a conoscenza di questa salita, la ripeterà con qualche variante. Ora, crogiolandoci al sole che fa scottare le estreme rocce, facciamo man bassa su quello che l' amico ha denominato con enfasi ironica « l' ali Biancardi ». E quest' alimento merita pure due paroline. Ho trascorso in lontani tempi una stagione intera in cui non riuscivo a ingranare con l' allenamento. Arrivavo all' attacco delle paretine di palestra, facevo colazione e, mi sentivo un senso d' oppressione sul petto che aveva qualcosa in comune con uno stato d' ansietà. Non riuscivo a capire se era il morale o il fisico che mi giocava. Questo scherzo, era invece il frutto d' una laboriosa digestione congestionata, oltre dalla sia pur piccola fatica d' una camminata, da cibi come il prosciutto, le uova sode, la carne in scatola, troppo pesanti. Col tempo, mi sono trovata l' alimentazione idonea ed ho riscosso, anche in altri, adesioni entusiaste. I confetti vitaminizzati usati in azione dagli aviatori ed a suo tempo dalle truppe sia tedesche sia americane, alla fin fine, nella loro standardizzazione, stancano. Nelle fatiche, si ingolla per preveggenza, non per desiderio. È indispensabile allora trovare qualcosa che alletti il palato. La marmellata è ingombrante se in scatola, asseta sempre e se sciolta compie piccoli disastri; la cioccolata spesso infiamma; lo zucchero e il latte condensato, pur comodi in certe confezioni, quasi sempre nauseano. Ho trovato invece in certa frutta secca l' alimentazione migliore. Uvetta sultanina, prune nere, mandorle pelate, noci noccioline e pinoli sbucciati, sono ideali. Non occorrono grosse quantità, occorre però mantenere la varietà, la loro preventiva pulitura e ritengo sia meglio, piuttosto che tritarle, conservarle nella loro forma. La nostra sosta ha termine. Il tempo che abbiamo a disposizione ci consente di portarci un' ennesima volta in vetta al Marguareis. Infiliamo poi il Canalone dei Genovesi in quest' annata poverissimo di neve, al punto di consentirci un completo percorso su salti di roccia e detriti. Scendiamo sempre corserellando e dopo un giorno intiero trascorso suü " arsa ruvida pietra, troviamo così soffici e tenere le povere erbe che circondano il laghetto del Marguareis, così idilliche quelle acque poco più profonde e più larghe di quelle d' una pozzanghera che, sdraiandoci sui suoi bordi, in una felicità raramente raggiunta, noi non abbiamo più nulla da chiedere alla vita.