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Una Gran Bretagna globale per il dopo Brexit, che torna ad additare la Russia come nemico numero uno, che resta ancorata all'Alleanza atlantica e agli Usa ma proiettandosi anche nel Pacifico. E che soprattutto s'impegna a un programma pluriennale di modernizzazione della difesa e di riarmo: incluso, per la prima volta dal dopo guerra fredda, con l'annuncio di un incremento del 40% delle testate nell'arsenale del suo "deterrente nucleare". È la visione della rinnovata strategia di politica estera e di sicurezza tracciata dal primo ministro conservatore Boris Johnson nella prospettiva di un decennio, da qui al 2030. Visione che spazia dalle nuove priorità della cyber difesa alla sfida della cooperazione "multilaterale" contro la pandemia e alla lotta ai cambiamenti climatici, rivendicando per il Regno (nell'anno di presidenza di turno del G7 e della conferenza Onu CoP26) una posizione guida. Il tutto in un quadro segnato dalla narrativa di un confronto riemergente, se non di un nuovo muro, nello scacchiere del pianeta: di qua "il fronte delle democrazie" occidentali e di coloro che ne riconoscono la leadership; di là la "minaccia" crescente attribuita a regimi neo autoritari e affini, con Mosca nel mirino e Pechino un po' meno.
Presentando la sua mappa geopolitica dell'avvenire alla Camera dei Comuni, Johnson ne ha parlato come di uno "strumento vitale" per guardare avanti, evocando un piano di "nuovi investimenti" - a partire dalla revoca del tetto sull'ampliamento dell'arsenale atomico nazionale, rimasto in vigore 30 anni - in grado di offrire "maggiori capacità" alla politica estera e alle forze armate di Sua Maestà. E di consentire al Paese appena uscito dall'Ue di puntare a "prosperare in un mondo sempre più competitivo per svolgere la sua storica missione di forza per il bene". Fra i punti cruciali, l'indicazione di una linea più dura verso la Cina sui diritti umani e dossier quali la stretta su Hong Kong o la repressione degli uiguri musulmani; ma con la precisazione che interagire con Pechino "in modo forte e positivo" nel commercio e nell'economia, o ancora sulla questione del clima, "è coerente con i valori e gli interessi" britannici. Mentre per la Russia di Vladimir Putin viene rispolverata una più indistinta etichetta di minaccia suprema del momento. La partita del futuro sembra del resto destinata a essere nel Pacifico, dove Londra vorrebbe riproporsi da co-protagonista, se non più da protagonista come nei secoli passati, consolidando la partnership (anche militare e d'intelligence, evidentemente) con India, Giappone o Australia, accanto alla ribadita fedeltà alla Nato e - va da sé - alla 'special relation' con Washington.
Un contesto nel quale la modernizzazione degli apparati bellici d'Oltremanica, rimasti indietro secondo un'infinità di rapporti recenti rispetto ai progressi cinesi, russi o di altri competitor, assume nella retorica johnsoniana un valore cruciale: con la confermata nascita di una forza ad hoc addetta alla cyber difesa (quartier generale nel nord dell'Inghilterra), l'obiettivo d'un 40% di testate nucleari nuove in più nei prossimi anni, il richiamo al già noto programma pluriennale d'investimenti militari e di sostegno all'industria nazionale per ben 16,5 miliardi di sterline approvato fin da novembre. Un valore cruciale, ma non unico, come ha peraltro chiosato Dominic Raab, ministro degli Esteri e socio brexiteer di BoJo, riferendosi al concetto di una rinnovata "global Britain" come un modello entro il quale Londra mira a ritagliarsi un ruolo anche e soprattutto nella soft diplomacy: dalla questione dei mutamenti climatici e della promozione di un'economia più verde, alla cooperazione sui vaccini anti Covid, alla bandiera del "libero commercio" globale. Con la volontà d'essere assertivi e credibili, ma "pragmatici": evitando, almeno contro la Cina, ogni ritorno a "una mentalità da Guerra Fredda". Buoni propositi, stando alle voci più favorevoli. Ambizioni illusorie da ex impero, secondo l'opposizione laburista di Keir Stramer: sullo sfondo di un Paese "impreparato", reduce da anni di tagli e azzardi politici e con un governo "incapace" di fare davvero i conti con la realtà.