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Nella storia della letteratura tedesca, gli anni dal 1945 al 1950 sono stati definiti gli anni della “letteratura delle macerie” o anche del “disboscamento”, dove per “disboscamento” bisogna intendere la necessità nella quale si sono trovati gli scrittori di quel periodo di ripartire con una lingua completamente nuova, liberata dalle terribili gabbie semantiche imposte dal nazismo e quindi “disboscata”, realistica (anche se talora di un realismo magico e fantastico), capace di raccontare la quasi indicibile realtà del dopoguerra senza fronzoli, perifrasi e sentimentalismi.
Gli anni del nazismo, come ha mostrato Viktor Klemperer nel suo imprescindibile studio sulla cosiddetta “LTI”, la “Lingua del Terzo Reich”, avevano infatti devastato anche la lingua tedesca. Il tedesco che si parlava prima del nazismo, la lingua della riflessione filosofica, della ferrea razionalità scientifica ma anche del romanticismo e delle sue effusioni liriche, si era trasformato nel corso di quei dodici anni micidiali in una lingua artificiosa, unidimensionale, con un vocabolario fortemente infettato dalle menzogne della dittatura.
La generazione delle macerie non aveva quindi a disposizione un materiale sicuro per articolare il pensiero e il linguaggio. La parola “sano”, ad esempio, era una della più malate: ciò che per il nazismo era “sano”, “gesund”, indicava la folle disposizione alla violenza e all’assassinio. La situazione linguistica, non meno di quella sociale, era letteralmente disperata, e soprattutto senza apparenti vie d’uscita.
La letteratura del “disboscamento”, proprio partendo da una simile consapevolezza, è riuscita nella difficilissima impresa di rinnovare e far rinascere la lingua tedesca. Il punto di snodo, nel lungo e difficoltoso processo di rinnovamento durato quasi un ventennio, è rappresentato dalla pubblicazione nel 1959 de “Il tamburo di latta” di Günter Grass (anche se non bisogna dimenticare le “Congetture su Jakob” di Uwe Johnson, uscite nello stesso anno), ma all’inizio del processo, negli anni tra il 1945 e il 1950, ci sono soprattutto due scrittori.
Uno è Heinrich Böll, nato a Colonia nel 1917, che diventerà poi insieme a Grass la coscienza critica della Germania della ricostruzione e del miracolo economico, otterrà il Premio Nobel nel 1972 e morirà a 68 anni nel 1985. L’altro scrittore, nato ad Amburgo nel 1921, morirà a soli 26 anni nel 1947, ma nell’arco di soli due anni, con una serie di straordinari racconti a cornice e un non meno straordinario testo teatrale, lascerà una traccia davvero indelebile. È lui il vero e proprio iniziatore della nuova lingua tedesca, estratta dalle macerie e “disboscata”.
Si chiamava Wolfgang Borchert, era un temperamento lirico, dotato di una delicatissima, vibratile e quasi morbosa sensibilità, ma era nato nel posto sbagliato e nell’epoca sbagliata. Come nel caso di Böll (che si salvò disertando), anche nel suo caso l’esperienza della guerra segnò una cesura fondamentale, con l’aggravante che nel periodo trascorso al fronte e nelle carceri militari, tra il 1941 e il 1945, Borchert contrasse e non poté adeguatamente curare la grave infezione epatica che ne causò il prematuro decesso in una clinica di Basilea. Non c’è quindi da stupirsi se nei suoi scritti compare molto spesso la figura del reduce, che fa ritorno in patria e ha l’impressione di essere escluso da tutto. Di trovarsi fuori, davanti alla porta.
“Fuori, davanti alla porta” è il titolo dell’opera più celebre di Borchert, un testo pensato inizialmente come radiodramma che assunse poi le dimensioni di un vero e proprio lavoro teatrale. L’uomo che si trova fuori, davanti alla porta, è il reduce Beckmann, che nel prologo esprime tutta la propria rabbia: «Un uomo ritorna in Germania. E qui ha la ventura di vivere un film a dir poco pazzesco. È il film di un uomo che ritorna in Germania, di uno di quelli che tornano a casa, ma che poi a casa non ci tornano affatto, perché per loro non c’è più una casa. La loro casa, infatti, è fuori, davanti alla porta. La loro Germania è fuori, di notte sotto la pioggia, in mezzo alla strada. Questa è la loro Germania». Il testo teatrale, messo in scena per la prima volta ad Amburgo il 21 novembre 1947, il giorno dopo la morte di Borchert, ebbe un successo straordinario e venne rappresentato su tutti i maggiori palcoscenici tedeschi.
Tra il 1946 e il 1947, nei brevi intervalli concessigli dalla malattia, Borchert ha scritto anche un gruppo di brevi racconti che esattamente come “Fuori davanti alla porta”, ma con la linearità e l’immediatezza di una narrazione tesa e concisa, restituiscono il clima di smarrimento della “generazione perduta” della “Stunde Null”, l’“ora zero”. Ce n’è uno, in particolare, che si intitola significativamente “Generazione senza commiato” e si apre con queste parole, molto simili a quelle utilizzate alcuni anni dopo da Stig Dagerman nel breve monologo “Il nostro bisogno di consolazione”: «Noi siamo la generazione senza legami e senza profondità. La nostra profondità è l’abisso. Noi siamo la generazione senza felicità, senza patria e senza commiato, il nostro sole è scarno, il nostro amore crudele, la nostra gioventù è senza gioventù. Noi siamo la generazione senza Dio, perché siamo la generazione senza legami, senza passato, senza riconoscimento. E i venti del mondo, che hanno reso i nostri piedi e i nostri cuori degli zingari sulle sue strade infuocate e ricoperte di neve alta come un uomo, hanno fatto di noi una generazione senza commiato».
Wolfgang Borchert è un autore di fondamentale importanza per capire la Germania dell’“ora zero”, ma la scarna e insieme densissima opera di questo geniale e sfortunato ragazzo di Amburgo è fondamentale anche in senso più ampio, perché continua a comunicare il valore inestimabile dell’utopia, che malgrado tutto rimane l’unica dimensione all’interno della quale è possibile costruire (o almeno tentare di costruire) una vita di progetto e speranza. È un valore che lo stesso Borchert esprime alla fine di “Generazione senza commiato”, in poche righe che sintetizzano la sua più autentica eredità. La salvezza, se mai esiste, è da ricercarsi allora come oggi nella cittadella dell’io, nella troppo negletta e malintesa spiritualità, non certo nell’eterno baraccone del potere, nella cosiddetta “realtà” e nelle finzioni della vita sociale: «Ma noi siamo una generazione dell’arrivo. Forse siamo una generazione piena di arrivo su una nuova stella, in una nuova vita. Piena di arrivo sotto un nuovo sole, verso nuovi cuori. Forse siamo pieni di arrivo verso un nuovo amore, verso un nuovo riso, verso un nuovo Dio. Noi siamo una generazione senza commiato, ma sappiamo che tutti gli arrivi ci appartengono”.