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Un altro Nobel all'Africa
Il Premio Nobel per la pace 2019 va ad Abiy Ahmed, primo ministro etiope e protestante evangelico
in Africa , società , cristianesimo
(ve/pt) Lo scorso anno il Nobel per la pace era andato al dottor Denis Mukwege e a Nadia Murad, per la loro lotta contro la violenza sulle donne. Nel 2019 il premio va a un altro protestante africano, evangelico e pentecostale, il primo ministro etiope Abiy Ahmed (nella foto).
Il premio riconosce la spettacolare riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea, annunciata il 9 luglio 2018, dopo vent'anni di conflitto e una guerra civile che ha causato la morte di più di 80'000 persone.
Riconciliazione internazionale
Il premio Nobel va ad Abiy Ahmed "per i suoi sforzi per raggiungere la pace e per la cooperazione internazionale, in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con l'Eritrea", ha affermato Berit Reiss-Andersen, presidente del Comitato Nobel norvegese.
Fervente pentecostale, Abiy Ahmed è nato da un padre musulmano Oromo e una madre ortodossa Amhara. "Una mescolanza che deve servire da risorsa per guidare un paese di cento milioni di abitanti", ha affermato Radio France Internationale RFI commentando la notizia.
Abiy Ahmed e Isaias Afewerki
Processo di distensione
Ahmed, ex casco blu inviato in Ruanda dopo il genocidio dei Tutsi, da primo ministro si è distinto "per avere subito rilasciato alcuni prigionieri politici, avere tolto lo stato di emergenza e aver fatto rispettare la libertà di stampa", ha riferito il Courrier International.
Il Comitato del Nobel ha elogiato anche il ruolo svolto dall'Eritrea nel processo che ha portato a un allentamento della tensione tra i due Paesi. "La pace non viene dalle azioni di un singolo attore", ha commentato il Comitato, "quando il primo ministro Abiy ha teso la mano della riconciliazione, il presidente eritreo Isaias Afewerki ha risposto positivamente accettando di formalizzare il processo di pace tra i due paesi".
Passi lenti verso la pace
Per l’Etiopia e l’Eritrea fare la pace non è facile, per diverse ragioni: tra le altre, perché la guerra combattuta tra i due paesi è stata molto violenta, con un alto numero di vittime, e perché l’Eritrea è governata dal 1993 in maniera autoritaria e repressiva da un dittatore, Isaias Afewerki, che impedisce qualsiasi tipo di riforma.
Abiy Ahmed
L’Eritrea ottenne l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993 dopo un conflitto durato circa trent’anni e con un milione di persone costrette a fuggire. Dopo soli cinque anni di pace, iniziò una nuova guerra per questioni di confine, che provocò decine di migliaia di morti e il consolidamento in Eritrea di una leadership che non si sarebbe più allontanata dal potere. Nel 2000 i due paesi firmarono gli Accordi di pace di Algeri, che tra le altre cose prevedevano la creazione di una commissione indipendente che si sarebbe dovuta occupare di risolvere le questioni di confine rimaste irrisolte. Quando la commissione stabilì che alcuni territori del nordest dell’Etiopia avrebbero dovuto passare all’Eritrea, il governo etiope si tirò indietro e non se ne fece più niente.
L'incontro tra Ahmed e Afewerki
Il nuovo processo di pace, rilanciato lo scorso anno dal premier etiope, sta attraversando una fase di rallentamento. Il presidente del Comitato del Nobel, Berit Reiss-Andersen, ha affermato: "Alcuni penseranno che il premio sia stato assegnato troppo presto. Ma il Comitato norvegese per il Nobel crede che sia adesso che gli sforzi di Abiy Ahmed meritino riconoscimento e che abbiano bisogno di incoraggiamento".