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Il professore di diritto pubblico all'Università di Berna attacca le modifiche di legge decise dal Parlamento.
Secondo l'esperto imporre la donazione a persone che non hanno dato il loro consenso significa agire in modo disonesto. «Ogni cittadino ha il diritto di decidere da solo».
BERNA - Imporre la donazione di organi a persone che non hanno dato il loro consenso significa agire in modo disonesto e indegno di uno stato democratico: lo sostiene Markus Müller, professore di diritto pubblico all'università di Berna, che si scaglia contro le modifiche appena decise dal parlamento alla legge sui trapianti.
In base alla nuova normativa, che prevede il consenso presunto, «teoricamente chiunque può esprimersi in futuro contro il prelievo di organi», spiega il giurista in un'intervista pubblicata dal numero di K-Tipp oggi in edicola. «Ma molte persone evitano tali temi nella vita quotidiana. Non decidono se vogliono donare i loro organi in caso di morte».
«La legge approvata dal parlamento approfitta di questa situazione», continua Müller. «In futuro lo stato deciderà per tutti coloro che non hanno deciso in tempo. Quindi non c'è più alcuna traccia di volontarietà. Considero questo percorso sleale e indegno di uno stato democratico. Secondo me è il modo sbagliato per ottenere più donazioni di organi».
Secondo l'esperto lo stato doverebbe al contrario informare e motivare. «Ha il dovere di permettere ai cittadini di decidere da soli. La decisione a favore o contro l'espianto degli organi - o anche quella di non decidere - rimane alla fine dell'individuo».
«La nuova regola non mi sembra proporzionata», prosegue Müller. «La rimozione degli organi è un'intrusione massiccia nella personalità. Il consenso esplicito della persona interessata è indispensabile per un passo del genere».
Per il dottore in giurisprudenza è inoltre necessario che la popolazione si esprima sul tema. «La questione di cosa accada ai propri organi durante la morte è un importante tema fondamentale. Tutti dovrebbero pensarci. E la società deve ampiamente dibattere di come lo stato affronta una possibile penuria di organi che potrebbero salvare vite umane».
Che cosa dire - chiede il cronista di K-Tipp - riguardo a quegli esperti che fanno notare come al di là della morte cerebrale al momento del trapianto il corpo vive ancora, respira e anche il cuore batte, e cioè che la morte dell'individuo avviene proprio togliendoli gli organi? «Non sappiamo cosa si provi a morire», risponde il 60enne. «Conosciamo troppo poco del processo di decesso».
Il professore critica anche il fatto che in base alla nuova normativa il Consiglio federale potrà regolare da solo, tramite ordinanza, la cerchia dei parenti che hanno diritto di parola sul tema, le modalità e le scadenze. «I punti importanti dovrebbero essere regolati il più possibile nella legge. Soprattutto perché la rimozione degli organi è un atto molto sensibile».
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