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«Per scrivere la storia della propria vita bisogna prima aver vissuto», ha detto l’“enfant du siècle” Alfred de Musset, il quale di “vita vissuta” (e sprecata) se ne intendeva fin troppo. E’ una verità che vale anche per Ulrich Bräker e la sua “Vita di un poveruomo”, ma nel suo caso, per riprendere la famosa distinzione di Goethe, conta soprattutto il “come” è stata messa per iscritto. L’autobiografia di Bräker, il cui titolo completo è “Storia della vita e avventure naturali del poveruomo del Toggenburgo”, rappresenta infatti qualcosa di assolutamente unico nella storia della letteratura svizzera dell’area germanofona.
Ma chi era Ulrich “Ueli” Bräker? E’ lo stesso Bräker, col titolo dell’ autobiografia, a fornirci la risposta: un poveruomo, nel senso letterale del termine. Nato nel 1735 a Näppis nei pressi di Wattwil, nel cuore del Toggenburgo, da una famiglia contadina, e poi cresciuto nel podere di Dreyschlatt, Bräker visse fin da subito in condizioni di povertà e in un ambiente estremamente misero quanto a stimoli culturali. La povertà non lo abbandonò mai, e anzi si accentuò negli ultimi anni di vita fino a costringerlo al fallimento pochi mesi prima della morte, nel 1798. Anche l’ambiente che lo circondava rimase sempre molto avaro quanto a sollecitazioni di carattere culturale, ma Bräker riuscì prodigiosamente a nutrirsi di letture che fecero di lui una persona abbastanza colta e perfino uno “scrittore”.
La sua opera comprende non solo l’autobiografia, redatta tra il 1781 e il 1788 e originariamente non pensata per un’eventuale pubblicazione, ma anche altri scritti di vario genere e una sterminata mole di annotazioni di diario che vanno dal 1769 fino all’agosto del 1798, un mese prima della morte. “Scrittore”, certo, ma molto anomalo e senza dubbio non riconducibile al canone della cosiddetta letteratura autoriale, il plebeo e autodidatta Bräker racconta (e si racconta) in un periodo di grandi mutamenti sia per il Toggenburgo che per la Svizzera. Nello specifico della piccola patria, il Toggenburgo, Bräker vive nel preciso scorcio in cui il vecchio mondo contadino tende ad essere soppiantato dall’affermarsi di un’economia basata sul commercio e la piccola industria. Il commercio e la produzione di tela e filati si erano sviluppati soprattutto a partire dal 1740 e avevano costituito per molti abitanti della regione un’autentica chimera, nel senso che si sperava in guadagni più facili e più cospicui di quelli che si potevano ottenere dal lavoro dei campi.
Ma per il ventenne Bräker, nel 1755, il destino aveva in serbo ben altro. Condotto con l’inganno a Sciaffusa, fu venduto in cambio di qualche soldo a un ufficiale reclutatore prussiano, il quale a sua volta lo utilizzò per un po’ di tempo come lacchè e infine lo inviò a Berlino, dove ricevette una sommaria e sbrigativa educazione alla vita militare e fu arruolato nell’esercito di Federico II di Prussia. Nell’ottobre 1756 prese poi parte alla battaglia di Lobositz, che segnò l’inizio della guerra dei sette anni e fu l’esperienza fondamentale di tutta la sua vita, quella che fissò un “prima” e un “dopo”.
Tornato nel Toggenburgo, trovò ad attenderlo una vita grama e difficile, nobilitata e resa sopportabile soltanto dalla lettura e dalla scrittura. Anche Bräker si improvvisò commerciante, ma le sue svagatezze, il suo animo da sognatore e la sua fortissima inclinazione per «le vane scritture e letture» (sono parole sue) lo misero subito in una condizione di estrema difficoltà e lo condussero progressivamente alla rovina. La fuga nel mondo della scrittura, dei libri e delle letture si spiega anche con la speranza di sottrarsi almeno idealmente alle ristrettezze e alla miseria della vita reale. E’ il tentativo, in altri termini, di crearsi un proprio mondo accanto al mondo reale, un mondo che -lo riconosce lo stesso Bräker- è fatto più che altro di proiezioni immaginative, castelli in aria, sogni e fantasticherie che ogni volta rendono sempre più arduo il ritorno alla “realtà”. Il terribile inverno del 1770, ad esempio, viene descritto in questi termini in un passo dell’autobiografia: «E poi venne il grande inverno, il più orribile che io abbia mai vissuto. In quel periodo avevo cinque figli e nessuna entrata, a eccezione di quei due o tre soldi che guadagnavo con la filatura. Il mio piccolo commercio subiva delle perdite che si facevano sempre più pesanti di settimana in settimana. Per tutto l’inverno andò sempre di male in peggio, e io mi dicevo: “Il tuo piccolo commercio ti ha sempre dato di che nutrirti, anche se non ti ha permesso di mettere da parte qualche soldo. Quindi non devi abbandonarlo. E comunque, se anche decidessi di abbandonarlo, ti troveresti a dover pagare subito i debiti che hai accumulato. Il che, in questo momento, è semplicemente impossibile”».
E’ in questa situazione di estrema angustia che Bräker comincia a leggere e scrivere, avvicinandosi alle idee illuministiche che erano penetrate anche nel remoto Toggenburgo. Dal 1769 al 1798 scriverà oltre tremila pagine di diario, due testi scenici, l’autobiografia e un meraviglioso volumetto di recensioni e riflessioni nientemeno che sulle opere di William Shakespeare. La scrittura rappresenterà una vera e propria ancora di salvezza, fino agli ultimi mesi di vita.
Tra il tardo inverno e la primavera del 1798 scoprì di essere gravemente malato, molto probabilmente di un carcinoma alla laringe, prese atto di non essere più in grado di pagare i debiti e dichiarò fallimento. Nel frattempo, l’onda lunga della rivoluzione francese aveva raggiunto la Svizzera, provocando un mutamento epocale. Il 5 marzo, il cosiddetto “ultimo giorno del tempo antico”, quando le truppe francesi entrano a Berna, Bräker annota nel diario: «Stanno già arrivando brutte notizie, secondo le quali i francesi sarebbero penetrati in vari punti sul suolo svizzero. In alcuni casi sarebbero stati ricacciati indietro, ma pare anche che abbiano colto di sorpresa Friburgo e Soletta. Chissà come andrà a finire…». La nascita della Svizzera moderna coincide con la conclusione della vicenda personale di Bräker. Nel diario del 1798 compaiono parecchie considerazioni relative all’attualità politica, ma alla fine rimangono soltanto annotazioni di carattere personale.
La data precisa della morte di Ulrich Bräker non è nota. Si sa soltanto che fu sepolto nel cimitero di Wattwil l’11 settembre 1798. Il suo diario si chiude circa un mese prima, il 14 agosto, con una brevissima nota nella quale Bräker si augura di avere almeno a disposizione il denaro necessario per la sepoltura. L’ultima nota di una certa ampiezza è invece datata 11 agosto: «Che debolezza! Questo dolore lancinante al collo e questa tosse senza pietà mi tolgono tutte le forze. Ah, il dolce sonno! Mi sarà concesso di goderne per qualche notte, prima della mia fine? No, perché la natura non conosce pietà. E allora è tutto inutile». Come dice il suo alter-ego (molto shakespeariano) Hohlenstein nel testo scenico dal titolo “La notte del giudizio”: «Ognuno fa la propria comparsa per qualche istante in questo teatro del mondo e recita il proprio ruolo, più o meno a lungo. Poi si corica e si mette a ronfare il sonno della morte. Gli altri commedianti scavano una fossa, lo mettono sotto terra e tutto è finito. Lui non sente più nulla di ciò che gli altri dicono del ruolo che ha recitato, e nel giro di qualche giorno nessuno pensa più a lui».
Plebeo, illuminista e sognatore, il poveruomo del Toggenburgo “Ueli” Bräker, così lontano ma anche così vicino: perché a distanza di oltre due secoli il suo destino e soprattutto la sua “verità” senza “poesia”, per operare una variazione sul titolo della celeberrima autobiografia di Goethe, continuano a interrogare a fondo le nostre coscienze.