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di Giuliano Masola. Una delle preoccupazioni dei coach è quella di spiare gli avversari per rubare i segnali e viceversa. Intelligence, nel mondo anglosassone, significa raccogliere informazioni, fare dello spionaggio. Il nostro non è il mondo di James Bond, ma anche in questo l’azione di intelligence è continua. Moe (Morris) Berg, da una famiglia ebraica di Harlem – nato a New York , 2 marzo 1902 da una e deceduto a Belleville il 29 maggio 1972 – è la più nota spia che il baseball abbia fornito ai servizi segreti americani. Figlio di un farmacista, estremamente intelligente e poliglotta (conosceva diverse lingue oltre il greco, il latino e il sanscrito), amava moltissimo il baseball, tanto da fargli dichiarare che avrebbe preferito essere un giocatore anziché un giudice della corte suprema. Certamente era una particolarità il fatto che questo cervellone usasse “gli strumenti dell’ignoranza”, cioè facesse il catcher: stranezza e grande capacità intellettuale spesso vanno a braccetto. Moe debuttò in Major League coi Brooklyn Robins (poi Dodgers) nel 1923; passò poi ai Chicago White Sox, dove rimase per quattordici stagioni consecutive, e concluse la carriera coi Red Sox di Boston nel 1939: Nonostante le sue buone prestazioni però non riuscì ad entrare nella Halll of Fame. L’attacco di Pear Hrbour del 7 dicembre 1941 spinse gli Stati Uniti alla guerra e all’inizio del 1942 Moe Berg accettò di lavorare per l’Ufficio per gli Affari Interamericani. Dopo aver girato un filmato sul porto di Tokio che avrebbe aperto la strada al bombardamento della capitale nipponica, Berg fu spedito nei Caraibi e in Sud America; passò successivamente al celebre OSS (Office of Strategic Activities) e assegnato all’area balcanica. Fu spedito successivamente in Italia per reclutare scienziati specialisti di razzi e, soprattutto, per sapere se i principali fisici tedeschi fossero vicini alla costruzione della bomba atomica. Riuscì a contattare Werner Heisenberg, che Berg avrebbe dovuto uccidere in caso di risposta positiva: dal colloquio, per non emerse nulla, per cui la storia finì lì. Moe Berg collaborò anche successivamente a servizi informativi, ma alla fine rimase senza lavoro e fu mantenuto dai sui parenti e amici fino alla morte, avvenuta per un incidente domestico. Pare che le sue ultime parole fossero state: “Cosa hanno fatto i Mets?”. Quel giorno avevano vinto. Oggi spie e hackers operano continuamente, anche nel baseball, come avvenuto fra Houston Astros e St. Louis Cardinals nel 2015. Baseball e business in alcuni paesi del mondo sono pressoché sinonimi: più vinci più hai gli stadi pieni, hai più sponsor, sei più spesso richiesto dai mezzi di comunicazione. La stampa è piena di notizie sull’intrufolamento di hacker nelle diverse campagne elettorali, tanto da far dubitare sulla validità dei risultati. Senza andare troppo in là, anche ora che sto scrivendo, c’è la seria possibilità che qualcuno mi osservi mi registri, che in qualche modo entri nella mia vita quotidiana e la influenzi, a cominciare dal martellamento dei cookie. Spiare è il modo di trasformare una informazione in un’arma. Tanti di noi hanno letto con avidità i giornalini che parlavano di missioni di guerra, quelle in cui gli orientali (come gli indiani nei western) perdevano praticamente sempre e, in caso contrario, le sconfitte erano più esaltanti delle vittorie. Ma si sa, alla fine chi vince ha sempre ragione e piega la storia a suo vantaggio. Non c’è da meravigliarci, poiché uno dei compiti di un coach è anche quello, come detto all’inizio, di scoprire i segnali dell’avversario, per trarne vantaggio. Ci si può difendere da ciò cambiando continuamente la chiave dei segnali stessi; a livelli non elevati, però, c’è il rischio di una grande confusione. Quante volte dopo una serie di segnali non compresi viene chiesto “tempo” per convocare il giocatore e spigargli cosa deve fare? Quante volte sono stati capiti? Gestire il sistema informativo di una squadra è complesso e richiede una notevole abilità. Troppo spesso si danno per scontati certi elementi; ancor più spesso ci si preoccupa di sapere cosa potranno fare gli avversari, pensando molto meno alle abilità che possiamo noi mettere in campo. Si può essere dei bravissimi corridori sulle basi, ma prima su queste occorre arrivarci. Non solo, il lavoro di intelligence è utile solo se ho chiaro l’obiettivo per cui lo svolgo. Per essere concreti: quante delle informazioni che accumulo possono essere tradotte in pratica? Probabilmente è una percentuale molto bassa. Il gioco, baseball compreso, è competizione, lotta. Per potere gareggiare al meglio, però, occorre conoscere, imparare, assimilare, eseguire tutta una serie di gesti motori e tecnici guidati da un cervello, il luogo in cui si accumulano e si prelevano informazioni. La nostra materia grigia ci spia continuamente, al punto da farci rendere conto dei nostri atti, giusti o sbagliati che siano. Nel “vecchio fagiolo” abbiamo la possibilità di riporre il meglio, per cui dobbiamo lavorare in questo senso. Ogni diamante ha una caratura, uno specifico taglio, una luce particolare anche quello contrassegnato dalla terra rossa intervallata dall’erba. Un manuale di tanti anni fa consigliava, come prima cosa, di accompagnare i ragazzi in un giro fra le basi, non solo per spiegare che occorreva toccarle tutte, ma anche per mostrare loro quanto fosse diversa la visione del gioca da vari punti del campo. Sarebbe bastato osservare i ragazzi e spiare il movimento dei loro occhi per comprendere quale fosse stato il loro interesse e grado di attenzione. Si tratta di un sistema che non costa molto, che non ha bisogno di router o di device e che ha il vantaggio di essere wireless. Suggerisco di fare una prova. Chissà! alla fine, potreste scrivere un “spy story” che potrebbe diventare molto utile. Giuliano Masola 26 maggio 2017.