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Quando nacquero i terrazzamenti
di Natale Contini
Fotografie: Bernadette BaltisSicuramente la Valtellina agli albori del Medioevo era una terra scarsamente abitata. Gli insediamenti umani erano per lo più concentrati in Valchiavenna, Bassa Valle, Tiranese e Bormiese.
Di notevole importanza invece le vie di transito verso il Centro Europa che passavano dalla Valchiavenna e dall'Alta Valtellina. Nel 774 Carlo Magno donò i diritti di signoria sulla Valtellina al Monastero di San Dionigi, vicino a Parigi, allo scopo di proteggere le antiche vie di transito tra l'Alta Valle del Reno e la pianura lombardo-veneta. Due secoli dopo, al termine di un lungo conflitto tra il Vescovo di Como e il Monastero di San Dionigi, il potere temporale sulla Valle venne in gran parte conquistato da Como. A Bormio invece il potere temporale era esercitato dal vescovo di Coira. Nel 1335 la Signoria della Valtellina e Valchiavenna passa ai Visconti e successivamente agli Sforza. Il territorio venne suddiviso amministrativamente nei tre Terzieri in Valtellina (Inferiore, Di Mezzo, Superiore), nel Contado di Chiavenna e nella Contea di Bormio. I centri più importanti erano, oltre a Chiavenna, Bormio e Teglio, Traona, Morbegno, Berbenno, Sondrio, Tresivio, Tirano, Mazzo. La Val Poschiavo fece parte della Valtellina fino al 1487 quando si unì (o venne annessa manu militari) alla Lega Caddea (una delle Tre Leghe che poi dominarono la Valtellina dal 1512 al 1797).
I terreni erano di proprietà dell'amministrazione centrale, degli enti ecclesiastici e delle Comunità. Anche i residenti, oltre a lavorare per i grandi proprietari, possedevano propri beni oltre a godere di diritti sulle proprietà collettive. Furono le Comunità infatti ad affidare, dopo l'anno Mille, la coltivazione di propri terreni sulla base di un particolare contratto agrario chiamato investitura ad àccola. Si trattava di un contratto peculiare che istituiva condizioni molto favorevoli per i concessionari, in primo luogo il possesso perpetuo, in cambio di un modico canone (in vino o in denaro). Lo scopo non era l'utile per le casse comunali, ma il vantaggio della popolazione locale, la sola ammessa al godimento degli immobili sottoposti a tale regime giuridico. Le àccole regolarizzarono giuridicamente l'iniziativa degli uomini che trasformavano e si appropriavano dell'ambiente in cui vivevano. Tale regime giuridico istituiva la divisione fra la proprietà eminente, che restava al Comune, e il diritto utile, trasferito al massaro. Inoltre, l'utilista poteva disporre liberamente dei beni e procedere alla loro alienazione, trasferendo l'onere dell'àccola; poteva subaffittarli, venderli, trasmetterli in eredità, impiegarli per costituire assegnazioni dotali, impegnarli, permutarli, donarli. Infine l'àccola poteva essere riscattata con un ulteriore versamento di denaro acquisendo così la piena proprietà.
I contratti agrari a livello e i terrazzamenti
Successivamente - verso il XIV secolo - intervenne un altro tipo di contratto di natura enfiteutica, il libellum o livello, che influenzò notevolmente la storia economico-sociale della Valle. Anch'esso era a tempo indeterminato; il proprietario diretto del bene (direttario) concedeva al coltivatore (utilista), ed ai suoi successori, in utilizzazione perpetua un fondo dietro corresponsione di un canone fisso, in natura o in denaro. L'utilista poteva vendere questi diritti, trasmetterli in eredità ma era obbligato perennemente a corrispondere al direttario una determinata quantità di uva (o altro prodotto a secondo della coltura) o un canone in denaro stabiliti all'atto del contratto. Il proprietario non aveva alcun vincolo verso l'utilista né era tenuto ad intervenire nelle spese di coltivazione. La sua unica preoccupazione era incassare quanto stabilito. Nel caso di insolvenza per più di tre anni consecutivi l'utilista perdeva ogni diritto.
Non v'è dubbio che il livello, che con l'andare del tempo assunse il significato negativo di rapina e sfruttamento delle fatiche del contadino, consentì la grande estensione della coltura della vite in tutto il versante retico valtellinese, specie nelle zone più impervie in precedenza rocciose od occupate dal bosco. Memorabile quanto scrisse nel 1858 Stefano Jacini (poi senatore del Regno e Ministro dei Lavori Pubblici) nella sua "Memoria Sulle condizioni economiche della Provincia di Sondrio" a proposito di tale tipo di contratto denunciando che "la rendita delle famiglie più agiate è composta da una enorme quantità di canoni livellari ovviamente a spese del contadino coltivatore che resiste solo in funzione della illusione della piena proprietà del bene". Infatti tale contratto garantiva il possesso della terra ma non il prodotto, la cui disponibilità era riservata al possidente.
Si formò in tal modo la piccola proprietà coltivatrice che dal diritto permanente alla terra (in proprietà o locazione perpetua) acquisito, fu spinta alle opere di dissodamento dei terreni. Da qui iniziò lo sviluppo dei terrazzamenti vitati in sponda retica. Essi rappresentarono una forma di capitalizzazione del fattore lavoro: durante l'inverno, con le attività agricole ferme, l'agricoltore e la sua famiglia creavano i terrazzamenti, vi trasportavano la terra ed erigevano i muri a secco. Se si fosse dovuto retribuire il lavoro ben difficilmente i terrazzamenti e la coltura della vite avrebbero avuto lo sviluppo che conosciamo. Si può comunque affermare che furono due i fattori che contribuirono a formare l'attuale paesaggio agrario della vite: da una parte la favorevole esposizione solatia che consentiva a tutta la famiglia contadina di lavorare in inverno quando le attività agricole erano ferme, dall'altra la necessità di mettere a coltura nuovi terreni per soddisfare le esigenze alimentari della famiglia coltivatrice. Da notare che ciò avvenne quando la popolazione stava aumentando, dopo secoli di stagnazione, e, di conseguenza, c'era fame di nuove terre, ma quelle migliori e più agevolmente coltivabili erano, ovviamente, già occupate. Un altro fattore non trascurabile fu rappresentato dal cambiamento climatico poiché dal IX secolo le temperature medie si alzarono progressivamente fino al XIII secolo favorendo in tal modo la coltivazione a vite (e anche dell'ulivo, come sta avvenendo di nuovo in questi anni) di terre in precedenza poco produttive. In generale poi fu determinante il ruolo delle Comunità che regolavano con proprie disposizioni statutarie o ordinanze l'organizzazione delle attività agricole, ne stabilivano i tempi, i modi e i limiti di svolgimento.
Le prime notizie certe relative alla vite e al vino, risalgono all'837 quando il Monastero di Sant'Ambrogio di Milano stipulò un contratto con tale Gaudenzio di Delebio. Il Gaudenzio si riservava l'utilizzo del grano e del vino prodotti sui fondi di proprietà del Monastero. Lo stesso Monastero era proprietario di numerosi altri appezzamenti in Bassa Valtellina. Lo stesso dicasi del Monastero Sant'Abbondio di Como. In ogni caso gli atti di vendita testimoniano la presenza della vite, già nel Basso Medioevo, a Talamona, Dubino, Piantedo, Postalesio, Tresivio, Chiavenna. Nella zona di Tirano e di Villa particolarmente attivi i Monasteri di Santa Perpetua e San Remigio. Il vescovo di Como autorizzò il Comune di Tirano nel 1141 a concedere ad àccola – a quest'ultimo Monastero, dei terreni dietro corresponsione di un canone in vino. Verso il 1200 la coltura della vite si consolidò ulteriormente arrivando ad interessare anche i Comuni di Mazzo, Sernio, Grosio e Grosotto. Anche il valore dei vigneti crebbe notevolmente, mentre si avviò il commercio del vino. Infatti fino ad allora il vino era prodotto quasi esclusivamente per autoconsumo; dal Trecento con l'espansione della vite e la realizzazione di nuovi impianti vitati, prese avvio il commercio. Sembra ormai certo che in questo primo periodo, gli impianti furono realizzati in zone di fondovalle su terreni poco impervi e quindi più facili da dissodare e lavorare. Solo in un secondo tempo l'attenzione si spostò sulle zone impervie e rocciose del versante retico. Non a caso i documenti trascurano o ignorano i vigneti delle zone considerate migliori, quali Sassella, Grumello, Inferno. Invece sul finire del XV secolo la vigna era presente – a quanto pare - senza soluzione di continuità da Berbenno a Tirano. Gli ettari coltivati dovevano essere non più di 700/800 circa contro i 3.500 presenti un secolo e mezzo dopo, nel 1531, quando fu fatto, ad opera delle Tre Leghe, il primo censimento dei terreni agricoli per la formazione dell'estimo di Valle, con una produzione minima stimata attorno ai 120 mila hl. di vino (Valchiavenna compresa). Non male se si pensa che oggi la coltivazione della vite non arriva ai 1000 ettari e la produzione di vino non raggiunge i 40 mila hl.
Statuti, tabernae e gabelle
E veniamo adesso ad alcune notizie relative al commercio del vino valtellinese. Ragioni storiche e geografiche testimoniano l'importanza assunta nei secoli – proprio a partire dall'epoca medioevale - della esportazione fuori dalla Valle del vino prodotto in Valtellina e in Valchiavenna. Le vie di transito dei commerci passavano allora essenzialmente per l'Alta Valtellina (Bormio) e la Valchiavenna. Di trascurabile importanza il passaggio attraverso il Passo del Muretto in Alta Valmalenco. Il vino attraverso la Valchiavenna veniva esportato in Engadina utilizzando i Passi del Maloja e dello Spluga, in Ticino, nell'Alta Valle del Reno mediante il passo di Angeloga. In Valchiavenna il vino stagionava nei caratteristici crotti cui il sorel (soffio d'aria che passa attraverso la spaccatura naturale della roccia) garantiva una temperatura fresca tutto l'anno.
Mentre dal Bormiese (Passo di Fraele, Antica Via di Alemagna) le esportazioni raggiungevano la Germania, il Tirolo, la Bassa Engadina. Un altro mercato di sbocco era rappresentato dalla Repubblica di Venezia attraverso il Passo del Gavia e successivi Passi in Alta Valcamonica.
Le funzioni di regolazione di tale commercio erano assunte dai Comuni che avevano anche il compito di stagionare il vino per migliorarne la qualità. Ogni Comune possedeva quindi una propria tabernae ed emanava ordinanze per disciplinare la vendita e l'acquisto del prodotto. Nel corso dei secoli si contano ben 17 dogane o ricevitorie daziarie ubicate nei comuni più importanti sulla base dei vecchi diritti e privilegi feudali. Una volta pagato quanto dovuto in una di queste dogane, si rimaneva dispensati da ulteriori balzelli. Gran parte del vino valtellinese esportato passava comunque attraverso il Contado di Bormio che all'inizio dell'anno Mille contava ben 10 mila abitanti e godeva di condizioni economiche particolarmente floride. Qui il vino sostava tutto l'inverno per essere stagionato grazie all'altitudine e alla temperatura costante garantita dalle tabernae. Dagli antichi Statuti del Contado apprendiamo numerose notizie al riguardo. La taberna non poteva vendere il vino al minuto e di conseguenza non ci si poteva intrattenere né per bere né per mangiare. Bormio faceva acquistare il vino da persone elette dal Consiglio Ordinario di Governo. Il vino depositato era controllato da due procuratori, coadiuvati dai misuratori e da un particolare canevaro. La taberna distribuiva poi il vino agli osti ed era fatto divieto di tenere esercizi pubblici nel Contado che non fossero dipendenti dalla taberna. Unica eccezione, gli abitanti di Livigno e di Trepalle che godevano già allora di una specie di extraterritorialità. I procuratores tabernae, di cui uno componente del Consiglio di Governo, rispondevano del controllo sulla taberna essendo obbligati a risarcire il Comune dell'eventuale danno derivato dal calo di vino superiore a tre staia per ogni carra durante il trasporto. Il prezzo del vino alla taberna aveva la funzione di calmiere obbligatorio per tutto il vino venduto nel Contado. I verbali di distribuzione del vino erano legalizzati da un notaio. L'oste comunale o tabernaio non doveva tener acqua nelle cantine (si presume per evitare che cadesse in tentazione ed allungasse il vino con l'acqua), né gustare, mescolare o rubare il vino. In caso di violazione doveva risarcire il danno in tripla quantità, veniva sospeso dalla carica per 10 anni e poteva – in caso di dubbia contabilità – essere inquisito e sottoposto a tortura.
Il Ponte del Diavolo e il Pian del Vino
Per agevolare l'importazione di vino dal Contado gli Stati confinanti concedevano particolari privilegi ai Bormiesi. Tali privilegi risalgono a quando il Vescovo di Como era il Feudatario della Valle fino al limite del Contado. Uguali privilegi concesse il Ducato di Milano. Ad esempio un decreto del 1421 impediva agli uomini di Teglio di portare vini in Germania attraverso la Val Venosta precisando che ciò era esclusiva del Contado di Bormio. Nel 1451, sempre per decreto, si sancisce che: "Solo gli abitanti di Bormio possono condurre vino dalla parte di Germania e Coira per la via di Ombraglio (Giogo di Santa Maria, Piz Umbrail) e Fraele in reintegrazione alle spese per il mantenimento delle strade in detti monti". Un successivo decreto di Gian Galeazzo Sforza del 1484 riconfermò tale monopolio. Con altri decreti Sforzeschi venne confermata la facoltà concessa a Bormio di imporre dazi e pedaggi e di modificarli a loro piacimento. Infatti tra la Contea di Bormio a la restante Valtellina esisteva l'obbligo di pagare diritti doganali e di confine. A tale proposito era ben visibile fino al 1987 al Ponte del Diavolo (distrutto in quell'anno dall'alluvione che funestò l'intera Valle) che segna il confine tra l'Alta Valtellina e la restante Valle, il rudere di un muro di confine con torrette dove si appostavano i gabellieri per esigere il pagamento delle imposte. Non a caso i Bormiesi vengono dall'Urangia Tazzoli etichettati quali "saccheggiatori, quasi banditi, questa gente di Bormio, mercanti astuti e avidi". Il vino destinato all'esportazione nei Grigioni veniva poi trasportato nella zona di Valdidentro – prima del ponte Isolaccia – in una località denominata Pian del Vino dove si formavano le carovane che poi proseguivano verso il Passo delle di Fraele e l'Engadina. Ovviamente qui si si era obbligati a pagare un ulteriore pedaggio. Il vino doveva inoltre essere munito di apposita bolletta di accompagnamento e la lunghezza delle botti essere pari a quella del carro.
Interrogativi sulla qualità del nostro vino medioevale
Johannes Guler Von WeineckMa che vini si bevevano in quell'epoca? A proposito del vino "retico" decantato dagli antichi romani abbiamo già avuto occasione di scrivere. Circa la qualità della bevanda in epoca successiva le fonti storiche e letterarie sono diverse e non del tutto concordanti. Matteo Bandello decanta come ottimo il vino della "costa di Tragona" (Traona ) ma poi si rifugia alle terme del Masino a bere acqua. Secondo Ortensio Lando il vino aromatico prodotto nella zona di Teglio faceva resuscitare i morti: "S'è più fiate veduto essere un infermo abbandonato dai medici et morto da' cari parenti pianto, e solo col vino essersi risanato, et preso vigore". E sempre il Lando definisce i vini valtellinesei "piccanti, stomatici, odoriferi, claretti, tondi, raspanti e mordenti". Mentre lo svizzero Giovanni Guler Von Weineck (Capitano della Valle) scrive di vino resistente che si conserva quanto si vuole e aggiunge che non esiste luogo migliore di Bormio per bere vino di eccelsa qualità.
Esattamente così pare non la pensasse il "genio" Leonardo da Vinci, di cui abbiamo già scritto al riguardo. Arrivato in Valtellina e/o in Valchiavenna di sfuggita per incarico degli Sforza, bevve sicuramente il vino prodotto in quelle zone tant'è che scrisse nel Codice Atlantico di "Voltolina... valle circondata d'alti e terribili monti, fa vini potenti e assi...". Il latinismo "assi" non va confuso con l'avverbio assai (di cui si legge spesso erroneamente) e di conseguenza la traduzione esatta dovrebbe essere brucianti o aspri. Perciò
i vini in questione erano sì potenti, ma al contempo molto difficili da digerire.
Bibliografiia
- Massimo Della Misericordia: Un contratto agrario per un'economia della "vicinanza". Le investiture ad accola dei comuni valtellinesi nel basso Medioevo
- Stefano Jacini: Memoria Sulle condizioni economiche della Provincia di Sondrio
- Tullio Bagiotti: Storia economica della Valtellina e della Valchiavenna
- Tullio Urangia Tazzoli: La contea di Bormio. Raccolta di materiali per lo studio delle alte valli dell'Adda.
- Diego Zoia: Vite e vino in Valtellina e Valchiavenna
- A.Cisi Lavizzari: Cenni storici sul commercio del vino di Valtellina
- Collana storica Credito Valtellinese: Statuti ossia Leggi municipali del Comune di Bormio Civili e Penali
- Don Lino Varischetti: Valtellina minore
- Giuseppe Romegialli: Storia della Valtellina e delle già Contee di Bormio e Chiavenna