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Herzog: Elegia della giovinezza
“Boys” è un disco in cui il fraintendimento è impossibile, perché tutte le idee sono disposte in modo chiaro come il sole, pronte per essere assorbite da ragazzi e ragazze tristi, prevalentemente cresciuti ascoltando i Weezer, venerando i Thin Lizzy, bevendo birra a buon mercato e la cui quotidianità marcisce scandita dai ritmi della noia suburbana. La musica della band è “priva di sottigliezze”, citando il loro profilo Facebook, ed il loro disco meglio realizzato comincia con una voce rauca che domanda interrogativa: "Ehi voi indie rockers, ci siete tutti?".
Il giornalista musicale Ian Cohen ha descritto il suono degli Herzog come “un fuzz forte e uno un po 'meno forte”, sentendo queste ispirate e nobili parole è facile aspettarsi che il modello musicale sia simile a qualsiasi altro gruppo garage, pressoché indistinguibile dai suoi pari. La natura dell’album operò è definita da quanto è divertente da ascoltare, denso di guerra di chitarre e barcollante come un vecchio gentiluomo ubriaco che si muove con una grazia sciatta e comica.
In “Mad Men”, riescono a sviluppare un testo originale, inserendo una melodia strana, quasi un fischio, ma follemente orecchiabile, “Bicycle Girl” è esuberante fuori controllo, simile a una canzone dei FIDLAR, ma con testi che non ti fanno sentire stupido quando li ascolti. Sorprendentemente, “Bicycle Girl” è una tenera dedica ad una madre single.
L’ascolto sarebbe notevolmente appesantito se gli Herzog avessero suonato al loro ritmo usuale per tutta la durata del disco, ma per fortuna la band ha un paio di curveballs nel loro repertorio. “Teenage Metalhead” riscrive “In The Garage” dei Weezer con il presupposto che i ragazzi sono finalmente usciti dal garage e hanno imparato anche a ballare o, almeno, a ondeggiare. Nel testo si parla di un viaggio a Cleveland e dell'acquisto di erbaccia rifilata da un inglese "con un dente storto e un furgone giallo "prima di vedere la mostra dei Black Sabbath nella Rock and Roll Hall of Fame. È proprio questa follia itinerante, un po’ zingara e un po’ frutto di scelte di gusto distinte, che mi porta ad appassionarmi di un gruppo come questo. Gli Herzog sarebbero in grado di creare una bella canzone sul fastidio causato dal muco nei seni paranasali.
Boys è farcito di temi giovanili al punto da sfiorare l’ossessione, si passa dagli stati d’animo maniaco depressivi ai capricci dei giovani, cantando di notti ebbre e feste che vengono interrotte dai poliziotti (“Oh No”), si parla di battute da quinta elementare che però fanno ancora ridere (“It’s Hard Getting Old”), rivalità che si placano con il tempo e del passaggio all’età adulta (“You Are Not The Villain”).
Come già scritto qualche riga sopra, l’intento è chiaro già dal titolo e non ci si può stupire dell’aspetto quasi monotematico del disco, non quando si incontrano testi come “I write songs for boys/ ‘Cause I’m one of them” o “This is a theme for all the boys/ Playing guitars and making noise”.
Va detto che c'è qualcosa di affettuosamente giovanile quando si fa riferimento a se stessi come un “ragazzo”, ma è anche possibile ammorbare l’ascoltatore quando ci si addentra a testa bassa nella monomania di un concetto. Inoltre, vi è una linea molto sottile tra commentare un’esistenza e lamentarsene, e questo album a volte pende più per il disfattismo che per la descrizione imparziale dei fatti.
In fondo però gli Herzog ci parlano di loro stessi, dei ragazzi della loro vita: amici, nemici, compagni e rivali. Se siete inclini ad ascoltare di questi racconti e amate i viaggi lungo il viale alberato dei ricordi, in questo disco troverete sicuramente molteplici spunti in cui riconoscervi.