Document ID: /curiavista/filtered/00000_business.jsonl.gz/9635

<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Il capo di Stato zairese, Presidente Mobutu Sese Seko, è entrato in Svizzera il 15 agosto </p><p>1996 nell'ambito di una visita privata. La richiesta a tale scopo era stata approvata dal </p><p>Dipartimento federale degli affari esteri sulla base di un attestato medico, dunque </p><p>esclusivamente per urgenti motivi di salute, per un periodo di una settimana. Una prima </p><p>proroga del soggiorno è stata accordata il 21 agosto per due settimane; una seconda </p><p>proroga il 4 settembre per portare a termine il trattamento previsto (valida cioè fino al 27 </p><p>ottobre 1996). Le decisioni di prorogare il soggiorno per motivi di salute sono state prese </p><p>sulla base di certificati medici attestanti che il trattamento di Mobutu deve assolutamente </p><p>essere continuato dai medici curanti. Questi ultimi, tenuti al segreto professionale, non </p><p>sono entrati nei dettagli delle condizioni di salute del capo di Stato zairese. Per questo </p><p>motivo, il Consiglio federale non è in grado di fornire maggiori informazioni sulle condi-</p><p>zioni di salute del Presidente zairese. </p><p></p><p>Peraltro, il Dipartimento federale degli affari esteri applica una politica di visto estrema-</p><p>mente restrittiva nei confronti del Presidente Mobutu, politica che si fonda sulla decisione </p><p>del Consiglio federale del 18 dicembre 1991, basata sui criteri dell'evoluzione della </p><p>situazione in Zaire e dell'opportunità politica (visto concesso per l'incontro Carter Mobutu </p><p>nel maggio del 1996, nel contesto del processo di pacificazione della Regione dei Grandi </p><p>Laghi).</p><p></p><p>Ancora nel 1993 la Guardia presidenziale ha represso con estrema durezza dei disordini </p><p>avvenuti in Zaire, e in tempi recenti il Presidente Mobutu è stato accusato d'incoraggiare </p><p>scontri tra gruppi etnici diversi. La situazione relativa ai diritti umani rimane dunque </p><p>preoccupante in questo paese.</p>  Risposta del Consiglio federale.