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Biologi dell'Università di Ginevra hanno identificato l'alga assassina che ha invaso di recente le coste della California: è la stessa che da quindici anni minaccia la biodiversità nel Mediterraneo.Questo contenuto è stato pubblicato il 09 novembre 2000 - 08:23
Si chiama Caulerpa taxifolia, è un'alga verde con lunghe foglie sfrangiate e piccole radici che si fissano saldamente su qualunque tipo di terreno, sabbioso, limaccioso o roccioso, dal livello del mare fino a una profondità di 100 metri. Si riproduce per via asessuata, resiste al freddo e all'inquinamento.
Quindici anni fa è comparsa nel Mediterraneo, fuoriuscita dalle vasche di un acquario tropicale, e da allora ha colonizzato più 6.000 ettari di fondale, lungo le coste della Francia, dell'Italia, della Spagna e della Croazia.
Nella sua avanzata, la Caulerpa taxifolia soffoca le altre forme di vita animali e vegetali, mettendo in serio pericolo la biodiversità marina. Finora, tutti i tentativi di arrestare l'invasione con l'auto di erbicidi e mezzi meccanici sono falliti.
Nel 1998, due ricercatori del Dipartimento di zoologia e biologia animale dell'Università di Ginevra, Olivier Jousson e Jan Pawlowski, analizzarono diciotto campioni di Caulerpa taxifolia provenienti da località diverse del Mediterraneo. Scoprirono che tutti gli esemplari erano geneticamente identici e appartenevano a una varietà di alga "artificiale", selezionata dall'uomo per la sua capacità di resistere al freddo e usata a scopo ornamentale nelle vasche degli acquari.
Ora la Caulerpa ha raggiunto le coste della California. Ha già colonizzato 3.500 metri quadrati di fondale nei pressi della città di Carlsbad e 20.000 metri quadrati a Huntington Harbour.
Jousson e Pawlowski hanno esaminato il DNA della varietà americana e non hanno dubbi: appartiene allo stesso ceppo del Mediterraneo. "Bisogna eradicarla al più presto, prima che si diffonda in modo incontrollabile anche in California", raccomandano i due ricercatori, che hanno pubblicato i risultati delle analisi sull'ultimo numero della rivista Nature.
Cristina Valsecchi
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