Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01276.jsonl.gz/1220

Valori non negoziabili
Antonio Da Re, sul terzo numero della rivista Schibboleth, dice alcune cose molto sensate sui valori non negoziabili in un interessante articolo dal titolo Indisponibilità e mediazione (disponibile anche in pdf).
Cosa significa “valore non negoziabile”?
L’espressione “valori (o principi) non negoziabili” è stata coniata, come è noto, da Benedetto XVI per indicare alcuni valori fondamentali, quali la vita umana, la famiglia, la libertà di educazione, che andrebbero sempre riconosciuti e rispettati come tali e che nelle dinamiche sociali e politiche non dovrebbero diventare oggetto di negoziazione e contrattazione.
Da Re si dichiara abbastanza subito convinto della bontà di questa idea:
Sono convinto che tale tesi, la quale mette in guardia rispetto a una pretesa di disponibilità totale da parte del soggetto in ambito morale, sia importante e costituisca una salutare messa in guardia rispetto a relativismi di vario genere.
Non viene specificato quali siano i pericoli dei relativismi di vario genere. Fortunatamente su questo argomento si dilunga, con argomenti a dirla tutta non molto convincenti, Andrea Poma in un altro articolo della stessa rivista: L’intolleranza scettica (versione in pdf), nel quale si legge, ad esempio, che «proprio l’indifferentismo ideale si trasforma regolarmente in prevaricazione».
Non so se Da Re condivida questo testo, ad ogni modo contro i relativismi o scetticismi è necessario riconoscere l’esistenza di «un nucleo etico del quale gli uomini, nella
loro vita personale e comune, non possono disporre», un nucleo che «non può essere violato, perché esso non è disponibile». Una idea che Da Re riconduce a Kant:
L’etica kantiana può essere agevolmente interpretata in questi termini, e non a caso l’espressione “indisponibile” ritorna frequentemente nei testi di Kant, ad esempio quando si parla del rispetto incondizionato che si deve alla legge morale e alla persona come fine in sé.
In pratica, quali valori?
Vi sono però due importanti osservazioni da fare.
La prima riguarda l’ampiezza di tale nucleo inviolabile.
Kant rimane sul vago, il suo è un principio formale. Benedetto XVI, invece, va sullo specifico, si sbilancia sul contenuto di questo nucleo: vita umana, famiglia, libertà di educazione, eccetera. Il problema è che entrando così nel dettaglio si corre il rischio di «assumere tali contenuti, o qualche loro elemento, da contesti e da forme culturali particolari»: e tanti saluti all’universalità e alla critica al relativismo.
La seconda osservazione di Da Re riguarda l’applicazione pratica: l’esperienza morale è maledettamente complessa, raramente capita di dover scegliere tra il bene e il male, più frequente è il dover scegliere tra un bene e un altro bene, senza poterli scegliere entrambi. È la tirannia dei valori di Nicolai Hartmann, la «tendenza all’esclusivismo insita in ogni valore, il quale tende ad autolegittimarsi come l’unico effettivamente rappresentativo dell’ethos umano.
Se negoziare è impossibile, non resta che mediare, dove con mediazione non si intende il vile compromesso, ma la pragmatica applicazione dei valori alla vita concreta, applicazione che, purtroppo, non può essere diretta e automatica.
Moratoria sui valori
L’impressione che ho avuto leggendo e riassumendo questo interessante testo di Da Re è che i valori sono pericolosi e andrebbero, pertanto, impiegati con cautela.
Se i valori sono la cura per questa democrazia afflitta dai mali del relativismo e dello scetticismo (dubito fortemente che sia così), occorre tenere presente che il pharmakon, da cui etimologicamente deriva il farmaco, è sia medicinale che veleno.
Forse è meglio rinunciare ai valori: porre fine a tutte le discussioni sui valori, per iniziare a parlare dei valori, di come applicarli.