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Vienna, 21 dicembre [1884]
La sala di concerto, come principale luogo di scatenamento degli elementi musicali, è un tratto caratteristico della Germania, che in ciò diversifica dagli altri paesi (ed in ispecial modo dall'Italia) in cui il teatro è perennemente l'eroe della stagione, che assorbe interamente l'interesse del publico e forma l'unica occupazione della critica.
A Vienna il teatro è il pane quotidiano (e non sempre di fresca cottura), i concerti, all'invece, sono il resto del cibo, le vivande piccanti, che aguzzano il palato e danno vigoroso alimento all'organismo musicale. Un piatto altrettanto gustoso e rinforzante, quanto frizzante e originale, fu per noi la venuta di Bülow, in qualità di direttore della cappella del duca di Meiningen.
Quest'orchestra, composta di solidi, ma semplici musicisti, di cui nessuno, individualmente, potrebbe vantare il titolo di solista, e che - presi ad uno ad uno - non raggiungono forse che a pena l'abilità normale di un buon suonatore d'orchestra, ebbene: fu appunto questa truppa di brava gente, che Bülow - mediante disciplina, diligenza, severità ed accuratezza veramente straordinarie - seppe condurre ad una tale altezza d'esecuzione, da dover - in alcuni riguardi - riconoscerla per la più completa che si possa udire.
Soltanto un uomo di così pochi mezzi termini, come lo è Bülow, poteva raggiungere un così splendido risultato con tali forze al suo comando; il lavoro dovette essere dapprima enormemente faticoso, ma egli seppe assoggettarsi i suoi suonatori in modo, che sembra essi possano seguire senza la menoma difficoltà o titubanza ogni capriccio del momento del loro direttore, il quale adopera la sua orchestra a mo' di un mostruoso istrumento, che venga suonato a cenni di bacchetta. Non ci possiamo mai immaginare che quei musicisti vengano svogliati alla prova, o che vi manchino o che, durante l'esecuzione, s'indispettiscano per la lunghezza del pezzo, invece di accudire con accuratezza alla loro parte.
Questo è purtroppo l'uso dei nostri professori d'orchestra, e giornalmente ne vediamo i tristi effetti. Ogni membro d'un'orchestra dovrebbe figgersi in capo l'idea, che da lui solo dipende il buon andamento di tutto il lavoro: - diffatti una falsa entratura del clarinetto, una schincata del corno, un colpo di timpani fuori di luogo possono distruggere l'impressione del tutto; ma la frequente mancanza di amor proprio in quei signori toglie loro ogni scrupolo ed essi conducono una pacifica esistenza nella certezza che lode e biasimo, ambi si riversano sulle spalle del povero direttore, il quale spesso vive nella crudele illusione, che la sua testa si sia presa la libertà di andare a passeggiare, ed invano si smania, urla, geme, si contorce e rompe bacchette sul leggío, che non ne ha colpa alcuna.
Per togliere da bel principio ogni dubbio sull'impressione ch'io ricevetti dall'orchestra di Meiningen, dirò anzitutto, che da lunghi anni non ebbi in musica un godimento cosí completo, così puro ed estetico, quale lo provai nei tre concerti in cui si produsse questa capella.
L'orchestra si compone di soli 48 suonatori, ma è tale in essa la maestria del colorito, della distribuzione di luci ed ombre, che il suo forte mi parve piil potente e più splendido dell'usato.
A questo effetto contribuiscono in gran parte gli eccellenti ottoni, di cui vanno specialmente rimarcati i tromboni a pompa. Degli altri istrumenti a flato mi sembrarono buoni i clarinetti ed i corni; gli oboi sono, a mio parere, un po' troppo aspri e penetranti.
Bülow, che sembra divertirsi con dei piccoli ma utili esperimenti, introdusse nella sua orchestra i contrabassi a cinque corde (noi da bravi discendenti dei romani rimaniamo fedeli al nostro trinum est perfectum), i quali contrabassi scendono fino al do, l'ottava bassa del violoncello, mentre i consueti a quattro corde non danno che il mi.
Oltrediciò introdusse le viole alto così dette di Ritter, le quali sono di una costruzione più grande e ph robusta delle fin qui usate, e meglio si uniformano per forza di timbro ai violoncelli, da cui le nostre comuni troppo differiscono. Adopera finalmente Bülow i timpani ad accordatura cromatica, i quali per mezzo di un pedale possono immediatamente venire spostati di uno o piú mezzi toni.
Un'altra innovazione - pure da Billow introdotta - è quella di far suonare l'intera orchestra in piedi [2]. Credo, però, che il vantaggio che così godono i suonatori per maggiore libertà di movimento (nello star seduti subentra facilmente una certa negligenza e comodità) e lo slancio che ne risulta venga loro tolto alla fine dalla stanchezza che deve procurare quella posizione.
Questo sistema fu già tenuto nello scorso secolo alle corti private dove - per questione d'etichetta e come segno di rispetto al monarca veniva interdetto il sedere ai suonatori.
Oggidì l'orchestra non riconosce altro regnante che il suo direttore, non altro scettro che la sua bacchetta, ed il duca di Meiningen - piuttosto che farsi ossequiare - pensa bene a far da impresario alla sua cappella.
L'intendente generale Dr. Hans de Bülow è un uomo piccino, magro, tutto nervi, tutto ritmo, tutto musica, ha una faccia tutt'altro che geniale, ma con degli occhietti vivi, aguzzi, intelligenti, che par che indovinino, e danno allo sguardo un'espressione penetrante. Il suo modo di presentarsi al pubblico ha qualcosa di un atto di sfida; sembra che dica a tutti: 'l'avete da far con me'; nel suonare e nel dirigere osserva spesso gli astanti oltre l'occhialino, ed i frequenti cenni del capo, i sorrisetti di compiacenza, certi sguardi pieni di approvazione per se stessi danno ad intendere chiaramente al pubblico i punti che debbono essere specialmente ammirati.
Bülow che, oltre alla sua fama di valente musicista, si guadagnò anche quella di spiritoso, mordace e spesso insolente oratore, non volle abbandonare Vienna senza lasciare anche ad essa una prova di questi suoi pregevoli talenti, offrendo cosI un pendant alla celebre istoria del «Circus Hülson» a Berlino.
Ecco il fatto: dopo il primo concerto di Bülow il Fremdenblatt volle esprimere la sua disapprovazione sulla esecuzione dei lavori di Beethoven con delle parole forse troppo schiette, poco moderate e per me del tutto ingiuste. Bülow, che dapprima fece le viste di non saperne nulla, se la legò al dito. Lasciò passare tranquillamente il secondo concerto, ed annunziò per il terzo la replica dell'ouverture di Egmont, come ultimo numero del programma. Finito il penultimo numero, ecco Bülow presentarsi al pubblico con il Fremdenblatt in mano, comandare silenzio all'uditorio, tentennare il capo molto espressivamente, avvicinarsi finalmente ad una signora e domandarle in prestito il programma. «Signori - comincia essendo io forestiere, credo di dover contraccambiare alla gentile accoglienza del pubblico viennese, leggendo il suo Fremdenblatt (giornale dei forestieri); e nell'adempiere a questo mio dovere ho scoperto, non è lungi, che la coscienza beethoveniana del critico musicale di cotesto giornale si trovò turbata dall'interpretazione che diedi dell'ouverture di Egmont. Preferisco smettere perciò l'esecuzione di detto lavoro, come già fu annunciato, e di sostituire a questo l'Ouverture accademica di Brahms».
Appena il pubblico si riebbe dal suo stupore, si scatenò nella sala un gran tumulto e tutti ad urlare: «Egmont, vogliamo Egmont». Il picciolo numero che la teneva con Brahms fu presto battuto e Bülow dovette cedere. Non si poté però trattenere di replicare stizzito: «Signori, nel 1810 avreste domandato con eguale insistenza un'ouverture di Weigl».
Non a tutti fu chiaro il senso di quest'ultime parole. Weigl - un compositore codino del principio di questo secolo - fu a suo tempo bene apprezzato e le sue composizioni si preferivano forse a quelle di Beethoven, il cui spirito potente e rivoluzionario non poteva soddisfare al gusto infiacchito di allora.
È dunque probabile, che Bülow abbia voluto dire, che, come si preferiva mia volta Weigl a Beethoven, cosi - con eguale ingiustizia - si respinge oggi Brahms per godersi piuttosto l'ouverture di Egmont: un detto altrettanto arrogante, quanto contraddicente le tendenze di Bülow, di cui è universalmente nota la grande ed esclusiva devozione per Beethoven.
Negli ultimi anni Bülow esercita con vera abnegazione il culto di Brahms, e ciò ch'egli operò per la propagazione delle opere di questo autore non è poco. Egli diede, e come pianista e come direttore, dei concerti, i cui programmi si componevano esclusivamente di composizioni di Brahms e giunse a tanto, da far eseguire una sinfonia due volte nella stessa sera: un esperimento che arrischiò anche con la 9ª sinfonia di Beethoven.
Un altro beniamino di Bülow è Gioacchino Raff - autore valente, che si guadagnò meritatamente la considerazione del mondo musicale.
Bülow, che dapprima fu entusiastico progugnatore delle tendenze wagneriane, ed a cui si devono delle rappresentazioni - modello delle opere di quel maestro, dopo l'apparizione dei Niebelungen dichiarò di non intendersela più con quei principi - forse per la troppa ammirazione che ne dimostrò sua moglie.
Bülow è il vero tipo dello scienziato musicale - non di quelli che impiantano delle teorie, che non hanno valore pratico; i suoi commenti alle sonate di Beethoven hanno aperto gli occhi a molti e gli hanno resa fama di argutissimo analizzatore.
La sua memoria fenomenale gli rende possibile la direzione ed esecuzione di lunghissimi programmi senza aiuto della musica. Si racconta ch'egli sappia citare al momento qualunque composizione di Beethoven, di Brahms, o di Wagner.
Da ciò ne nasce una sicurezza, e da questa, una calma, che vi garantiscono il buon andamento dell'esecuzione.
Qual'altra orchestra, del resto, saprebbe accompagnare, senza direzione, un intero concerto di Brahms - più sinfonia che concerto - e seguire il solista in tutte quelle finezze che non si lasciano apprendere, se non per via d'intuizione, e che sono già difficili a raggiungersi fra quattro persone in una composizione da camera? [3]
Pubblicato il 26 dicembre 1884

Troppo mi perderei a voler descrivere minutamente le bellezze di quest'esecuzione, e mi contenterò di trascrivere qui sotto il contenuto dei programmi, (i quali per lunghezza impongono e per grandiosità della scelta), e di fermarmi soltanto ai punti phi rimarcabili. L'estensione inusitata di questi programmi, veniva diminuita dalla logica e giustificata ommissione dei tradizionali ritornelli nei primi ed ultimi tempi di ogni sinfonia. Per evitare la stanchezza del braccio, Bülow spesso interrompe il movimento della bacchetta accontentandosi di marcare soltanto alcuni accenti e qualche entratura.
Nel primo concerto figurava esclusivamente il nome di Beethoven.
L'Ouverture al dramma di Collin
Coriolano, con cui si cominciò, è una delle più complete del grande autore. Non si possono mai abbastanza ammirare in essa le giuste proporzioni della forma, la forza del contrasto e la grandiosità del concetto. A questa fa seguito la prima sinfonia in do, composta ancora sotto l'influenza di Haydn, ma in cui il tema del primo tempo fa di già intravvedere la zampa del leone.
L'esecuzione dell'ultimo tempo - con quei giuochi di scale ascendenti fu inarrivabile.
Un lavoro, che con ragione viene udito raramente, è il Rondino per due oboi, due clarinetti, due fagotti e due corni in mi bemolle, di carattere antiquato e basato sul tema (forse un caso?) dell'ultimo coro del Fidelio: Heil sei dem Tag. Udii poi la difficilissima fuga del quartetto ad arco op. 133, eseguita dall'intera orchestra a corda, lavoro astruso e mal digeribile, di concetto confuso e di forma poco chiara. Anche qui l'orchestra dimostrò la sua straordinaria valentia nell'andar d'accordo anche nei punti più complicati per combinazioni ritmiche ed intricatezze contrappuntistiche.
Uscimmo da questo tetro e foltissimo bosco per giungere a regioni più ridenti, dove la spessività degli alberi più non opprime e dà campo a più libero respiro. Tale impressione provai infatti all'incominciare dell'Ouverture di Egmont; - essa appartiene al secondo periodo di composizione di Beethoven e mi sia qui concesso di dire, che mi è questo più simpatico dei tre, poiché in esso aveva Beethoven raggiunta la sua grandiosa individualità, mantenendosi nei limiti della pura bellezza.
In questo periodo cadono i pensieri più geniali del maestro, essi sono ancora chiari e concisi, sia nel concetto, sia nello sviluppo. Per quanto affaticato, gustai ancora completamente la quinta sinfonia, con cui chiudeva la serata; l'entrata fortissimo dei tromboni, che non si avevano ancora uditi in tutto il programma, fu (nell'ultimo tempo) d'una potenza schiacciante, e dimostrò una volta di più quanto sia efficace il risparmio e la moderatezza nell'arte.
Il secondo concerto si distingueva dal primo per tre grandi pregi: la varietà del programma, Bülow in qualità di pianista, Brahms in quella di direttore.
Né questi, né quelli seppe in quella sera farsi valere in questo suo nuovo aspetto; Bülow è da scusarsi per la stanchezza del braccio causata dal dirigere, all'invece la mano di Brahms è decisamente più adatta ad adoperare la penna che la bacchetta.
Il giudizio che fu dato l'anno passato da Bruno Fioresucci sulla III sinfonia di Brahms, viene oggi riconfermato dall'umile sottoscritto, il quale rimette i lettori desiderosi di maggiori dettagli all'articolo del suo pseudonimo.
- Il povero [4] corale di Lutero Ein' feste Burg dovette servire ancora una volta di pretesto ad un'Ouverture, la quale ha per iscopo di precedere un dramma intitolato: Bernhard von Weimar, e di cui ne è autore Gioacchino Raff. Il lavoro è di destra ma convenzionale fattura; il tema melodico di mezzo - probabilmente allusivo ad un episodio amoroso non troppo originale ma abbastanza nobile. Un vivace motivo di carattere nazionale - specie d'inno guerresco - chiude la composizione, che è scorrevole e bene arrotondata. Presumo che quel motivo - affidato ai fiati sia l'inno di Weimar.
La nostra vecchia e sempre cara Ouverture del Freischütz,
eseguita dall'orchestra di Bülow dietro all'interpretazione di Wagner, suscitò, grazie alla sua grande popolarità, un entusiasmo indescrivibile. Non la udii mai in un'esecuzione così perfetta. Ogni battuta fu un capolavoro. I due accordi di do magg. al principio della coda furono attaccati fortissimo, tenuti lungamente e cresciuti sino alla fine. Era meraviglioso! Se le Ouverture N.1 e 3 alla Leonora (Fidelio) fossero state comprese dal pubblico nello stesso modo avrebbero anch'esse avuto diritto ad eguale entusiasmo.
È naturale, che dopo aver assistito a due simili concerti, io mi recai al terzo con lo spirito in festa, l'umore che si potrebbe dire in tenuta di gala. Questa volta fu Brahms che suonò, e se Hanslick
- di cui Brahms è l'idolo - giunge a dire che questi esegui il suo concerto con negligenza e con tecnica non abbastanza curata è facile dedurre che non suonò bene. Ma chi ha più diritto di maltrattare le sue composizioni, se non il compositore stesso? A questa negligenza riparò splendidamente l'orchestra di Bülow, suonando le variazioni di Brahms sopra un tema di Haydn in modo da far «balzare il cuore in petto» dal piacere e dalla soddisfazione.
Poche composizioni di stile severo si prestano così a far figurare un'orchestra, come queste variazioni, le quali nel loro genere sono veri modelli e vanno annoverate fra le più geniali creazioni di Brahms, e della nostra epoca in generale.
Le doti ammirabili di quell'orchestra si confermarono anche nell'esecuzione delle ouvertures Faust di Wagner e Corsaro di Berlioz.
Virilità, energia, robustezza sono qualità proprie ad ambedue. Ma quanto diversa la composizione di Wagner, piena di slancio, di passione, di melodia, da quella di Berlioz, che le soventi spezzature e la sterilità d'invenzione disfigurano penosamente!
Con la freschissima sinfonia ottava di Beethoven fu dato termine a questo ciclo monumentale, che - anche in età matura - dovrò annoverare fra le più grandi e più grate impressioni della mia gioventù.
Domandato di un consiglio, appoggiai caldamente il progetto di far udire l'orchestra di Bülow a Trieste. Sembra purtroppo, che questo progetto non sia stato eseguibile, e deploro che al pubblico triestino sia sfuggita l'occasione di sfogare l'entusiasmo meridionale, che avrebbe in esso saputo accendere l'arte nordica.
Dopo la partenza di Bülow si parlò ancora a lungo della sua originale apparizione, ed i giornali umoristici fecero scoppiettare a sue spese il loro spirito, da veri «sorci al sicuro del gatto».
La critica, che, per esser sinceri, si comporta sempre poco bene, questa volta si comportò malissimo e superò sé stessa nell'arroganza e nell'impertinenza. Non è dunque da condannare Bülow se diede prova di conoscerla a fondo, e le impartì una lezione, colla quale pagò per molti.
Anni ed anni opera l'artista; si affatica e si sacrifica, lavorando con coscienza e con scrupolo. Giunge finalmente il giorno che - dopo innumerevoli difficoltà, intrighi, impedimenti e sudori - il suo lavoro viene alla luce. Il critico, il cui giudizio decide del valore della composizione, viene, sta a udire, tentenna il capo e ritornato a casa, in un momento di malumore, butta giù due righe colle quali distrugge in un attimo il lavoro di lunghi e penosi anni.
E chi non s'opporrebbe energicamente contro un tal procedere?
Bülow ha ragione.
Pubblicato il 27 dicembre 1884
Fu dopo uno dei suoi concerti orchestrali a Vienna che l'editore G. mi portò nel camerino degli artisti, dove Bülow, attorniato da una moltitudine di ammiratori, tutto agitato, irrequieto, a tratti ridendo, a tratti irritandosi, lanciando a destra un motto di spirito, a sinistra una sferzata, fumando, gesticolando, si rivolgeva a tutti e non parlava a nessuno. Giunse finalmente il G. ad abbrancarlo e presomi per mano: 'Permettete, gli disse, di presentarvi un giovane compositore' con quel che segue. Ebbe Bülow udite appena le parole 'giovane compositore' che tutto fuori di sé cominciò a borbottare: 'Giovane compositore - eseguire i suoi lavori - niente -impossibile', e voltoci le spalle ricominciò là dove lo avevamo interrotto. 'E un originale', osservò il G. - 'Difatti», risposi, ma internamente pensai che altri lo avrebbero giudicato meno benignamente.