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Le lingue, un dono per edificare sé stessi?
Daniele Scarabel
Pastore
Dio vuole che ogni cristiano parli in lingue? Questa è una di quelle domande che ha il potenziale di provocare accese discussioni nelle chiese. La maggior parte dei credenti evangelici non carismatici ritiene che non valga nemmeno la pena di porsi questa domanda. Per loro, il fatto che milioni di credenti nati di nuovo non parlino in lingue è una conferma che la risposta sia chiaramente negativa.
Dall’altra parte, la maggior parte dei carismatici che rispondono sì alla domanda restano sorpresi che ci siano credenti che la pensano diversamente. Credono che la dichiarazione di Paolo in 1 Corinzi 14:5 risolva il dibattito una volta per tutte:
Vorrei che tutti parlaste in altre lingue, ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti, perché la chiesa ne riceva edificazione. (1 Corinzi 14:5)
Quindi, chi ha ragione? Non preoccupatevi, non ho in mente di tenere unicamente una lezione teorica sul tema. Anzi, mi auguro che possiate uscire da questo culto molto incoraggiati, che tendiate verso il sì o verso il no. Per questo, per rendere la questione il più pratica possibile, iniziamo dando uno sguardo alla personale vita di preghiera di Paolo.
Le lingue: una particolare forma di preghiera
Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi. (1 Corinzi 14:18)
È buono ricordare che queste non sono le parole di un leader contemporaneo di un qualche movimento carismatico, bensì di Paolo di Tarso, apostolo di Gesù Cristo e autore dei più profondi e articolati testi teologici del Nuovo Testamento. Evidentemente la vita spirituale di Paolo prevedeva dei momenti dedicati alla preghiera “in altre lingue”. E Paolo, il grande studioso e teologo lo ammette senza vergogna o imbarazzo. Anzi!
Ma di che cosa si tratta? Se volessimo dare una breve e semplice definizione di questo dono spirituale potremmo dire che il dono delle lingue è la capacità data dallo Spirito Santo in noi di pregare, adorare, ringraziare o parlare a Dio in una lingua diversa dalla nostra o da qualunque altra lingua che possiamo aver imparato.
Nel descrivere il suo dono di parlare in lingue, Paolo scrisse:
Poiché, se prego in altra lingua, prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. (1 Corinzi 14:14)
In sostanza sta dicendo che quando prega in lingue lui stesso non capisce cosa sta dicendo. Eppure, Paolo non scarta questa esperienza spirituale solo perché la sua mente non la comprende. Al contrario, continua dicendo:
Che dunque? Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza. (1 Corinzi 14:15)
Ovvero sta dicendo che avrebbe continuato a pregare sia in lingue che in una lingua a tutti comprensibile. Il pregare in lingue era dunque una pratica che indubbiamente caratterizzava la vita di preghiera privata di Paolo. Ma questa sua affermazione ci aiuta anche a capire perché Paolo cerchi di limitare l’uso della preghiera in lingue all’interno dell’assemblea dicendo:
Ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua. (1 Corinzi 14:19)
Senza qualcuno che interpreti, la preghiera in lingue, fatta ad esempio durante un culto, non edificherebbe in alcun modo la chiesa, anzi, se un estraneo o un non credente dovesse entrare mentre la chiesa prega in lingue, non penserebbe che siamo pazzi (1 Corinzi 14:23)?
Se dunque Paolo in chiesa preferiva pregare in una lingua a tutti comprensibile, ma se allo stesso tempo ammette di pregare in lingue più di chiunque altro, in che occasione praticava questo dono? Evidentemente nei suoi momenti di intimità personale con Dio. Se Paolo praticava questo dono, da uomo razionale, perché lo dovremmo rifiutare noi?
Purtroppo, tra chi non lo pratica, il parlare in lingue gode spesso di una pessima reputazione. Forse proprio a motivo della sua natura. Solo in Atti 2, infatti, le lingue sembrano essere specificamente lingue umane. In 1 Corinzi 12:10 e 28 Paolo afferma però che esiste “diversità di lingue” e le sue parole suggeriscono che ci sono diverse categorie di lingue: forse lingue umane, dialetti angelici o lingue celesti.
Ed è proprio questo fatto a spaventare o rendere scettico chi non possiede questo dono. Ascoltare qualcuno che sembra balbettare parole senza senso può mettere a disagio, ma non dobbiamo dimenticare che il dono delle lingue è stata un’idea di Dio e non degli uomini. Come per tutti gli altri doni spirituali, il fatto che ci siano stati abusi non ci permette di ridicolizzare o rifiutare a priori questo dono.
È importante mantenere la giusta prospettiva sul tema. Le lingue non sono un dono più grande degli altri o un segno di maggiore maturità spirituale, ma non sono nemmeno uno strumento di inganno diabolico. Il dono delle lingue non sta neanche ad indicare che qualcuno abbia più Spirito Santo degli altri, è semplicemente una tra quelle che l’apostolo Paolo chiama “manifestazioni dello Spirito” (1 Corinzi 12:7) date ai credenti per il bene comune della chiesa.
Qual è lo scopo del parlare in lingue?
Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. (1 Corinzi 14:2)
Il parlare in lingue è principalmente una forma di preghiera, è un mezzo di comunicazione con Dio. Qui Paolo afferma che il parlare in lingue è diretto a Dio, non agli uomini. Poi dice che nessuno capisce queste lingue e che chi parla in lingue dice cose misteriose. In altre parole, parla di un’esperienza misteriosa perché chi ascolta non avrebbe compreso il senso di quelle parole.
Il parlare in lingue, se non interpretato, è semplicemente un mistero per tutti. Per questo Paolo esorta chi ha il dono delle lingue a ricercare anche il dono dell’interpretazione (1 Corinti 14:13). Eppure, Paolo promuove il parlare in lingue come un mezzo per edificare sé stessi:
Chi parla in altra lingua edifica sé stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. (1 Corinzi 14:4)
C’è chi pensa che Paolo fosse sarcastico qui, dando dell’egoista a chi prega in lingue semplicemente per edificare sé stesso. L’edificare sé stessi non è però una cosa negativa. Semplicemente non è lo scopo principale di un incontro pubblico della chiesa come lo potrebbe essere il culto domenicale. Questo non significa però che Paolo fosse contrario al dono delle lingue. Infatti, al versetto 5, egli ricorda subito che voleva che tutti a Corinto parlassero in lingue, anche se l’esercizio di questo dono dovesse solo servire a edificare sé stessi.
Ma come può l’edificare sé stessi servire al bene della chiesa? In realtà facciamo molte cose per edificare noi stessi. Leggiamo la Bibbia per edificare noi stessi. Preghiamo, ascoltiamo sermoni, e ci impegniamo in varie altre attività spirituali per edificare noi stessi. Anzi, edificare noi stessi è addirittura un comandamento:
Ma voi, carissimi, edificando voi stessi nella vostra santissima fede, pregando mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio… (Giuda 1:20-21a)
Ogni dono dello Spirito, se esercitato bene, ci edifica anche personalmente. Se tu usando il tuo dono spirituale cresci in maturità, diventi più sensibile per la volontà di Dio, sviluppi più amore per la Chiesa e aumenti la tua comprensione dell’opera di Cristo, questo non potrà che portare grande beneficio, seppure indirettamente, a tutto il corpo di Cristo.
Questo discorso vale anche per chi non possiede o non esercita il dono del parlare in lingue: non limitare la tua edificazione spirituale solo a ciò che ritieni essere razionale. Paolo credeva chiaramente in una comunione immediata e diretta con Dio che a volte bypassava la sua mente.
Paolo credeva che non è assolutamente necessario che un’esperienza sia razionalmente cognitiva per trarne beneficio spirituale e dare gloria a Dio! Non vuol dire che dobbiamo spegnere la nostra mente e dare solo spazio all’emotività, ma che anche un’esperienza così irrazionale come il parlare in lingue è di grande beneficio per la nostra vita spirituale e dà gloria a Dio!
Riesci a sperimentare momenti di intima comunione con Dio, anche senza che la tua mente debba per forza essere attiva e impegnata a parlare, studiare o riflettere su qualcosa? Cosa potrebbe aiutarti a godere della presenza di Dio per edificare te stesso? Cosa dovresti lasciare andare? Cosa ti blocca? Osa chiedere allo Spirito Santo di parlare al tuo cuore, e questo anche se non hai il dono del parlare in lingue!
Possono o devono parlare tutti in lingue?
Vorrei che tutti parlaste in altre lingue… (1 Corinzi 14:5)
Come abbiamo visto, Paolo era decisamente favorevole all’utilizzo del dono delle lingue, ma la domanda rimane: la frase di Paolo significa forse che tutti i cristiani dovrebbero o dovranno parlare in lingue?
Coloro che dicono di no menzionano ad esempio 1 Corinzi 7:7, dove Paolo usa un linguaggio identico a quello del nostro versetto riferendosi al celibato: “io vorrei che tutti gli uomini fossero come sono io”. Credo che nessuno affermerebbe che Paolo effettivamente chiedeva a tutti di restare celibi. Quindi non dovremmo nemmeno aspettarci che tutti dovrebbero parlare in lingue.
Inoltre, dobbiamo ricordare che secondo quanto scritto in 1 Corinzi 12:7-11, lo Spirito Santo distribuisce i doni a ciascuno in particolare come vuole. Ma l’argomentazione principale la troviamo probabilmente in 1 Corinzi 12:30 dove Paolo chiede: “Parlano tutti in altre lingue?”, aspettandosi un chiaro no come risposta.
Chi invece crede che la risposta alla domanda dovrebbe essere chiaramente sì, si chiede: “che motivo avrebbe Dio di negare ad alcuni dei suoi figli un dono che permette loro di essere maggiormente edificati nella loro fede?”. Ma non si potrebbe fare la stessa domanda per quasi tutti gli altri doni spirituali?
Una spiegazione che ho sentito spesso è che, secondo alcuni, Paolo faccia una differenza tra l’utilizzo del dono in pubblico e l’utilizzo privato del dono. L’idea è che non tutti possono aspettarsi di esercitare il dono pubblicamente in chiesa, ma che ogni cristiano dovrebbe aspettarsi di poter ricevere la grazia del dono di lingue per il proprio tempo di comunione e di preghiera con Dio.
Come potete vedere, esistono buoni argomenti da entrambi i lati. Devo confessare che mi è difficile immaginare come Dio possa negare il dono delle lingue a un suo figlio che lo desidera con passione e sincerità. D’altra parte, come abbiamo visto prima, non c’è un solo dono che è descritto chiaramente come un dono che Dio elargisce a ogni singolo cristiano. Perché, allora, le lingue sarebbero l’unico tra i tanti carismi che Dio intende far esercitare a tutti i credenti?
Io stesso non credo di aver ricevuto questo dono, anche se ci sono sempre di nuovo stati dei momenti nella mia vita nei quali ho sinceramente chiesto a Dio di concedermelo. Sono però quasi arrivato al punto di accettare che Dio ha scelto di darmi altri doni, ma non questo, anche se continuerò sempre di nuovo a ricercare tutti i doni spirituali, compreso il dono delle lingue!
Se parli in lingue ti incoraggio a continuare ad utilizzare questo dono e a richiedere anche il dono di interpretazione. Non vergognarti di ammettere che possiedi questo dono. Se non parli in lingue non preoccuparti, non sei un cristiano di seconda categoria. Se desideri questo dono non vergognartene, ma non è necessario che inizi a provare a ripetere a caso parole senza senso. Se Dio vorrà dartelo, sarà lo Spirito Santo stesso a muovere le tue labbra.
E anche se il parlare in lingue non fa per te, non dimenticare ciò che Paolo stesso ha dichiarato con fermezza alla fine di 1 Corinzi 14: “non impedite il parlare in altre lingue” (1 Co. 14:39).
Amen