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Il termine oligarca ricorre spesso, quando si parla della Russia e degli Stati ex sovietici. Non basta riferirsi al significato più comune di questa parola. Nei Paesi sorti dalla dissoluzione dell’URSS, si carica di un senso più specifico. Oligarca non è solo un detentore di grandi poteri politico-economici e nemmeno un qualunque grande imprenditore. L’influenza degli oligarchi è destinata a durare.
La parola oligarca ricorre spesso, quando si parla della Russia e degli Stati nati dal crollo dell’Unione sovietica. Non è possibile accontentarsi di usare questo termine nel senso più comune, corrispondente alla sua origine greca, che indica con oligarchia un gruppo ristretto di persone che esercitano un potere dominante e con oligarca un membro di tale circolo. Nei Paesi dell’ex Unione sovietica, questa parola si carica di un ulteriore significato che è strettamente legato alla storia recente di quella regione del mondo.
L’economia pianificata e la proprietà collettiva (cioè statale) delle imprese impedivano, nell’Unione sovietica e negli altri Stati comunisti, l’accumulo di grandi proprietà in mani private. Le norme potevano variare da Paese a Paese, ma la proprietà privata era generalmente limitata ai beni di uso personale e familiare. Le grandi imprese e i capitali circolanti intorno ad esse erano di proprietà esclusiva dello Stato, che non li amministrava secondo criteri economici, ma seguendo una pianificazione periodica. Appositi, giganteschi uffici di programmazione calcolavano i fabbisogni e gestivano le risorse necessarie a soddisfarli.
Come noto, il sistema si è rivelato incapace di competere con l’economia capitalista occidentale, basata sulla libera iniziativa e sulla tutela della proprietà privata. Come ricorda nelle sue memorie Vitalij Brublevskij, riportando il pensiero dell’allora Primo segretario del Partito comunista ucraino, Vladimir Ščerbickij, il fallimento dell’Unione sovietica fu, prima che economico, morale: il sistema era diventato, ben prima della fine del comunismo, una macchina di interessi privati, corruzione e burocrazia. Egon Bahr (1922-2015), geniale negoziatore tedesco che poté insinuarsi nei circoli di potere più ristretti dell’Unione sovietica di Brežnev negli anni della Ostpolitik, raccontava che già negli anni Settanta le più alte autorità sovietiche avevano ben compreso che il sistema non aveva futuro, sebbene continuassero a utilizzare la retorica del comunismo.
Quando, nel 1985, salì al potere al Cremlino Michail Gorbačëv, l’agonia sovietica era ormai inarrestabile. Lo storico György Dalos ricorda che in quegli anni l’URSS si trovò in difficoltà persino a pagare le bollette telefoniche delle ambasciate all’estero e i biglietti aerei dei funzionari, che andavano pagati in valuta straniera. Si indica spesso come esempio di corruzione il gigantesco scandalo del cotone dell’Uzbekistan, che sfiorò le più alte sfere del Cremlino, ma si potrebbero citare lunghe liste di casi analoghi.
Penuria di forniture, uomini deboli e incapaci al potere, scandali di ogni sorta nella gestione della produzione obbligarono il nuovo leader sovietico, adorato in Occidente, a trasformarsi in questuante: Anatolij Černjaev, consigliere di Gorbačëv per la politica estera, scrisse nei suoi diari, nell’autunno del 1990: «Mi sono seduto e ho cominciato a scrivere la lettera di Gorbačëv a [Helmut] Kohl. […] In alcune regioni siamo ormai alla fame, nelle miniere del Kusbass cominciano gli scioperi […], nei negozi di alimentari delle grandi città gli scaffali sono letteralmente vuoti. Michail Sergeevič [Gorbačëv] chiede a Kohl aiuto urgente: deve obbligare le banche [tedesche] ad aprirci delle linee di credito e a farci pagamenti anticipati, impegnando come garanzia il patrimonio militare che le nostre truppe lasceranno sul posto dopo essersi ritirate dalla Germania.»
L’apertura all’economia privata non era più evitabile: iniziò un periodo di coesistenza fra economica pianificata e primi vagiti di un’economia di mercato. Emersero cooperative, banche e altri soggetti che approfittarono del disordine normativo, di un sistema dei prezzi totalmente impazzito e della generale impreparazione del pubblico verso i meccanismi dell’economia. Gli investitori stranieri non furono ammessi a partecipare a quella fase, e ciò favorì ulteriormente le concentrazioni. I protagonisti furono proprio, in gran parte, le persone che avevano il controllo delle vecchie imprese di Stato sovietiche e, in particolare, di un ristretto numero di banche incaricate di gestire la privatizzazione. Cominciarono a lucrare smisuratamente, grazie al nuovo contesto. Quando, nei primi anni Novanta, crollata l’Unione sovietica, il patrimonio industriale dell’URSS fu definitivamente liquidato, quegli individui disponevano di somme enormi e poterono così rilevare a prezzi risibili le quote delle ex imprese di Stato.
Nacque da questi meccanismi perversi la prima generazione di oligarchi e la parola cominciò a diffondersi, anche in Occidente, con questa particolare accezione. Designava quel gruppo di persone, da poche decine a poche centinaia in tutto, che si erano appropriate del patrimonio industriale sovietico, cadente nelle infrastrutture ma costruito su enormi risorse naturali, che poteva essere gestito in uno Stato pressoché privo di una moderna normativa economica, giuridica e ambientale.
Essere dirigenti d’impresa in Unione sovietica era una funzione essenzialmente politica. Il processo di privatizzazione, di fatto, trasformò quel potere politico in potere economico. Non per questo gli uomini che detenevano tale potere persero l’influenza nei circoli governativi. In Russia, grazie alle loro smisurate ricchezze, negli anni della presidenza di Boris El’cin determinarono sempre più pesantemente le politiche dello Stato. E’ convinzione diffusa che l’ascesa di Vladimir Putin abbia ridotto l’influenza degli oligarchi. Nella realtà, ne ha mutato l’aspetto. Con Putin, alcuni oligarchi legati a specifici gruppi sono finiti in processi per reati tributari, procedimenti largamente sospetti di avere cause politiche; altri hanno riparato all’estero, lasciando spazio a figure diverse.
Putin non è un uomo solo al comando, anche se appare tale: deve la sua longevità come presidente a circoli di potere che ruotano intorno a oligarchi ben definiti. Nelle recenti elezioni presidenziali ucraine è emerso il ruolo dell’oligarca Igor Kolomojskij, che con le sue produzioni televisive e la sua influenza economica ha costruito dal nulla la figura di Volodymyr Zelenskyj, diventato capo dello Stato da attore comico totalmente inesperto di politica. Situazioni analoghe, in misure e forme diverse, si osservano in tutte le repubbliche ex sovietiche. Non bisogna credere, perciò, che con l’allontanarsi nel tempo della caduta dell’Unione sovietica gli oligarchi abbiano perso la loro influenza economica e politica, deleteria per le giovani e deboli democrazie dell’Est.
Questo è il significato specifico del termine «oligarca» nella realtà postsovietica. Oligarca non è semplicemente un accentratore di potere politico e nemmeno un qualunque grosso imprenditore: è, più spesso, un mero speculatore, e, soprattutto, un soggetto che deve l’accumulo delle sue fortune alla particolare situazione politica ed economica della morente Unione sovietica e dei primi anni di vita delle repubbliche che sorsero dal suo scioglimento, in un periodo di tempo che possiamo circoscrivere convenzionalmente tra la seconda metà degli anni Ottanta e la fine dei Novanta. Da ciò nasce anche l’uso generalmente dispregiativo che si fa di questo termine, che fa pensare a persone che esercitano influenze improprie sulla vita pubblica, con spregiudicatezza e scarsa trasparenza negli affari.
L’influenza degli oligarchi è destinata a durare. Sebbene la crisi del 2008 e altri eventi politico-economici abbiano ridotto le fortune di molti di loro, i patrimoni e le imprese controllate dagli oligarchi rappresentano una solida rete di interessi internazionali, gestita con condotte non sempre chiare, di dimensioni tali che la rendono difficile da contrastare anche per i maggiori potentati economici occidentali.