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Nato a Ivrea l'11 aprile del 1901, Adriano Olivetti eredita la vocazione per il mondo dell'industria dal padre Camillo, eclettico ingegnere, che nel 1908 aveva fondato a Ivrea "la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere".
Dopo la laurea in chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 Adriano inizia l'apprendistato nell'azienda paterna come operaio. L'anno seguente, compie un viaggio negli Stati Uniti, viaggio che gli offre l'opportunità di visitare decine di fabbriche fra le più avanzate, sia sotto il profilo della concezione sia nel rapporto con i dipendenti. Tornato in Italia, si mette in testa di aggiornare e modernizzare la Olivetti, con una serie di progetti. Fra le novità introdotte si trovano idee originalissime, caratterizzate da un'attenta e sensibile gestione dei dipendenti, considerati come esseri umani prima che come risorse produttive. In particolare, nel 1937 dà l'avvio alla costruzione di un quartiere residenziale per i dipendenti. In ambito strettamente industriale, invece, riduce l'orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.
Nel 1945, alla fine della guerra, che segna uno stallo industriale e progettuale, Olivetti torna ad Ivrea con l’intento di portare a termine il suo progetto di città-fabbrica dell’uomo. La Olivetti diventa il modello di un’organizzazione del lavoro improntata sull’uomo reale, lontano dall’uomo disumanizzato della catena di montaggio. Accanto alla fabbrica nascono strutture ricreative e assistenziali: biblioteche, mense, ambulatori medici, asili nido, ecc. I fabbricati sono costruiti con ampio uso del vetro, affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura, “circondati e avvolti dalla luce”.
L’idea di Olivetti è che l’incremento della produttività sia strettamente legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione degli operai alla vita dell’azienda. Il modello Olivetti, criticato da molti come contrario ad ogni logica economica, si manifesta invece come una ricetta di successo; in poco più di un decennio la produttività cresce del 500% e il volume delle vendite del 1300%.
Sogno o realtà, utopia o concretizzazione di un capitalismo dal volto umano, il progetto Olivetti tramonta con la morte del suo profeta, il 27 febbraio del 1960, mentre sta viaggiando su un treno da Milano a Losanna. Tutta Ivrea è in lutto; i festeggiamenti per il carnevale cittadino sono annullati. Ma le scelte che vengono prese dopo la sua scomparsa decretano, purtroppo, la fine del sogno “Olivetti”.