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di Luca Celada
La notizia rimbalzata da un angolo della California che di solito non fa notizia è questa: Stockton, l’ottava città dello stato (oltre 300'000 abitanti) si appresta a intraprendere il primo esperimento di reddito di cittadinanza o di base (universal income).
Il progetto, sulla falsariga dei programmi pilota già avviati in diversi paesi e di recente al centro delle polemiche post-elettorali da parte di molti che in Italia hanno schernito la proposta del movimento Cinque Stelle, starebbe per concretizzarsi per la prima volta in America in questo centro della San Joaquin Valley fra San Francisco e Sacramento, un capoluogo agricolo con 40% di residenti ispanici e uno dei redditi pro capite più bassi dello stato. Stockton, la Fat City del romanzo di Leonard Gardner (poi ﬁlm di John Huston) è nata come snodo mercantile durante la febbre dell’oro, diventata poi porto agricolo sui canali del delta del Sacramento e inﬁne città paradigmatica della deindustrializzazione degli hinterland che l’hanno portata, nel 2014, a dichiarare la bancarotta.
Forse già entro la prossima estate, un campione di cittadini – si parla di alcune centinaia di persone – dovrebbe cominciare a percepire un vitalizio mensile di $500 al mese per un periodo di tre anni (ben inferiore dunque alla proposta per Zurigo ma grosso modo commensurabile al netto del costo della vita). Secondo il ventisettenne sindaco afro americano Micahel Tubbs, la sua città rappresenta un luogo ideale per veriﬁcare il potenziale positivo di un reddito garantito che possa emancipare un numero sostanziale di persone dal giogo delle spese di ﬁne mese, e sprigionare, questa la teoria, energie innovative, imprenditoriali e di consumo. «Essendo cresciuto io stesso in povertà, ho esperienza diretta in merito e so quanto sia deleterio lo stress continuo di cercare di pagare i conti. Conosco l’inventiva dei miei concittadini» afferma Tubbs che ricorda anche come l’idea di un reddito di cittadinanza per alleviare la povertà cronica con tutte le sue perniciose ricadute sociali (e sfumature razziali) fosse stata proposta già da Martin Luther King nel suo ultimo saggio, Where Do We Go From Here?
L’idea è anatema per il neoliberisti di questa stagione trumpista. Per gli ipermeritocratici al comando a Washington, i redditi garantiti incentiverebbero solo «l’inedia ﬁsiologica della classi disagiate» come esplicitamente articolato dal senatore repubblicano Chuck Grassley che lo scorso mese (per giustiﬁcare lo sgravio ﬁscale di ricchi e corporation) ha criticato i lavoratori che invece di investire e risparmiare «spendono ogni ultimo centesimo in alcol, donne e cinema».
L’esperimento di Stockton è simile a iniziative analoghe già avviate in Scozia, Olanda, Finlandia, Canada e Kenya. Quella californiana però ha la distinzione di essere ﬁnanziata interamente con fondi privati, provenienti principalmente da Silicon Valley. A un fondo iniziale di $10 milioni hanno così contribuito grossi nomi del tech, fra cui Pierre Omidyar, creatore di eBay. E $1 milione di dollari proviene dal economic security project diretto da Chris Hughes, un co-fondatore di Facebook.
A Silicon Valley il concetto di reddito di cittadinanza è diventato tema sempre più attuale, in particolare con l’accelerazione degli sviluppi nel campo della robotica, intelligenza artiﬁciale e dell’automazione. Anche le previsioni più ottimiste, quelle che considerano che l’automazione verrà ammortizzata sul medio e lungo termine da una riconversione a un occupazione «compatibile», ammettono che lo sviluppo tecnologico è destinato a incidere negativamente sull’impiego.
E c’è sostanziale accordo sul fatto che la rivoluzione tecnologica sia destinata a spodestare più impieghi ancora di quella industriale, anche perché l’apprendimento automatico è inevitabilmente destinato a estendere ad altri lavori intellettuali gli effetti già avuti dalla tecnologia digitale sugli impieghi creativi.
Non per niente non mancano, in seno alla stessa Silicon Valley, critici anche durissimi del potenziale distruttivo dell’intelligenza artiﬁciale. Elon Musk fondatore di PayPal, Tesla e Space X – non certo un anti tecnologo – considera ad esempio l’intelligenza artiﬁciale «un pericolo fondamentale per la civiltà umana». Si proﬁla insomma uno scontro ﬁlosoﬁco frontale fra ottimisti e apocalittici in tema di tecnologia e potenziale «estinzione» del lavoro.
Anche i fautori tecnologici più convinti come Zuckerberg di Facebook, accettano comunque un qualche tipo di reddito garantito come componente sociale inevitabile per alleviare la prossima crisi del lavoro, così legata alla saturazione dell’economia digitale.
Stockton, una exurbia proletaria in orbita a Silicon Valley e al suo vortice di denaro, è dunque località ideale per mettere in atto un esperimento telepilotato proprio dai colossi della tecnologia, un programma progressista che, nondimeno, avrebbe, secondo alcuni, un riﬂesso vagamente inquietante. Proprio Chris Hughes, il principale «investitore» nel programma pilota di Stockton, qualche anno fa si è infatti cimentato in un altro «progetto».
Nel 2012, Hughes, il ventottenne wünderkind che ad Harvard aveva condiviso una stanza con Zuckerberg e incassato centinaia di milioni di dollari per averlo aiutato a fondare il suo social network, si era dato all’editoria con l’acquisto del New Republic, vetusto e autorevole settimanale di sinistra illuminata, che nell’illustre storia aveva ospitato ﬁrme del calibro di Virginia Woolfe o Camille Paglia.
Dopo un secolo di distinto giornalismo e critica letteraria, come ha scritto Franklin Foer l’allora direttore in un articolo sull’Atlantic, il New Republic era moribondo per emorragia (di inserzionisti, pubblicità, lettori), sempre più spiazzato, come ogni giornale, nel mondo online dei contenuti gratuiti e l’atomizzazione social. Eppure proprio dalla galassia digitale era sembrato arrivare un salvatore, nella persona del giovane Hughes che aveva acquistato la testata presentandosi come il classico benevolo mecenate in cui sperano tante redazioni odierne.
Idealista, sedicente ammiratore del giornale e in apparenza abbastanza umile da imparare il mestiere, Hughes dichiarava di volere «salvare il giornalismo», cominciando dal New Republic, e sembrava fare sul serio. Inizialmente aveva professato sostegno incondizionato per reportage e inchieste, senza badare a spese, ﬁnanziando l’assunzione di reporter e illustri giornalisti. Tutto inizialmente a prescindere dalle copie vendute, ma ben presto aveva chiesto che fosse potenziato il sito web e con questo, un incremento del trafﬁco online. In redazione sono cominciati ad apparire «consulenti», ed esperti ottimizzatori per suggerire titoli, e in seguito contenuti, calibrati per essere captati dagli algoritmi di ricerca. Il prestigioso giornale indipendente è diventato ossessionato dalla «viralità» e «in pochi mesi», scrive Foer, «ha seguito la dolorosa transizione di tanti giornali nell’ultimo decennio» verso un modello «di giornalismo comportamentale, schiavo dei dati sul trafﬁco che la direzione era tenuta a veriﬁcare e ottimizzare in tempo reale.
Una transizione cioè all’amorfa amoralità dei network, ﬁsiologicamente incompatibile con l’etica giornalistica, un ennesimo caso di mutazione ontologica promossa dalla tecnologia della rete che ha divorato giornali, lavoro e in gran parte la politica.
Se Big Data ha mutato tanto giornalismo in «contenuto» fungibile e passibile di ottimizzazione, diventa lecito chiedersi quale sia lo spirito con cui un «nativo digitale» come Hughes, diventi ora mecenate del reddito garantito.
Forse anche l’esperimento di Stockton prelude a qualcosa di essenzialmente tecnologico. In questo laboratorio gli esodati e diseredati di Stockton cominciano ad assomigliare a topi in un labirinto post lavoro progettato a Silicon Valley. Il reddito di cittadinanza un sussidio a cittadini non più lavoratori ma produttori/consumatori di contenuti e tecnologia. Ex cassieri, benzinai, conducenti e tutti gli altri rimpiazzati da automi e algoritmi in un esperimento che sa più di joint venture del complesso industriale tecnologico che di un vero programma sociale progressista.
Oltre ai meccanismi pratici legati all’implementazione del progetto che dovranno venire messi a punto, a Stockton sono quindi in parte sul piatto anche le motivazioni stesse dietro al reddito garantito. In qualche misura verrebbe sperimentata proprio la dimensione di un reddito di cittadinanza come sostitutivo a quello proveniente dal lavoro in un mondo in cui non tengono più i tradizionali teoremi legati a produttività, consumo e cittadinanza.
Un esperimento che servirà presumibilmente anche a focalizzare ulteriormente l’attenzione su possibili soluzioni a una crisi strutturale del lavoro sempre più ineluttabile.
Quaderno 15 / aprile 2018