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Beirut nel labirinto del tempo
Eric Baudelaire aveva affrontato la figura di Masao Adachi, tra cinema e lotta armata, nel suo film precedente, L’Anabase de May et Fusako Shigenobu, Masao Adachi et 27 années sans images, presentato tanto nei festival come in musei e gallerie. Adachi era stato uno dei più radicali registi e sceneggiatori del cinema giapponese degli anni '60, prima di unirsi al Japanese Red Army per proseguire con altri mezzi la sua battaglia rivoluzionaria e andare in esilio volontario in Libano, dove lotta al fianco della resistenza comunista e per la liberazione della Palestina.
Baudelaire voleva dare un seguito all'incontro con Adachi, trasformandolo in un'occasione per far tornare il regista nipponico a immaginare, se non a dirigere, un film. Riparte così da Beirut, guidato dai frammenti di sceneggiatura di Adachi, dove tra vicoli e rovine della città riprendono vita personaggi e fantasmi, ricordi e utopie. Il film diventa una delle più originali e ambiziose operazioni di autobiografia e collaborazione creativa, con uno straordinario gruppo di attori in equilibrio tra rielaborazione del passato e confronto diretto con un presente in cui non solo non si sono ancora chiuse le ferite di un tempo, ma se ne aprono di nuove, in Siria, nei Territori occupati, nei paesi arabi in rivolta.
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