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Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco
La storia del gatto è affascinante come il suo protagonista, questo affascinante e misterioso felino che non finirà mai di stupirci e che solo dal XIX secolo è diventato animale d’affezione.
Pare siano stati gli Egizi i primi ad addomesticare i gatti, circa 4.500-4.000 anni fa. Benché in una prima fase non esisté il gatto domestico che conosciamo oggi, fu amato, venerato e considerato una vera e propria divinità.
Gli antichi egizi chiamavano il gatto con il termine onomatopeico che ricorda il suo miagolio, Miou o Myeou, corrispondente anche alla trascrizione fonetica del geroglifico di questo animale. La gatta era invece Techau, come risulta dal nome inciso sulle statue funerarie custodite nelle sepolture delle donne, protette nell’oltretomba dalla dea con il corpo di donna e la testa di gatta Bastet. I Copti, ovvero i cristiani d’Egitto e dell’Abissinia, diedero al gatto il nome di Chau, tramutato poi in Chaus, stando a indicare un grosso gatto selvatico abitante della zona. Compare nell’antica Roma il temine Felis, gatto selvatico, da cui derivano i nostri felino, felide, ecc.
Una possibile origine semitica del vocabolo potrebbe essere attestata da un’opera armena del V sec., in cui si trova catu, a cui fa riscontro il siriano gatô. Il termine Cattus (celto-germanico o di presumibile origine africana - cfr. il nubiano kadis)) sta all’origine del termine che oggigiorno utilizziamo nelle diverse lingue europee: cat inglese, katze tedesco, kat olandese, gato spagnolo e portoghese, chat francese, kochka russo.
In Africa, per indicare il gatto, vengono usati tuttora termini principalmente onomatopeici (ad esempio in Somalia è chiamato Muculel).