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di Giuliano Masola. Bruce Springteen non ha bisogno di presentazioni, basta ricordare il suo mitico album “Born in the U.S.A.”, pubblicato nel 1984. Tutti conoscono Springsteen come un artista impegnato a evidenziare le criticità del proprio paese e la sua continua azione contro la guerra. Nella raccolta è inserita “Glory days”, una canzone in cui Bruce parla di un amico dei tempi della scuola. Nel testo il nome non è menzionato e per anni ci si è affannati per trovare questo personaggio. Finito quel periodo scolastico, infatti, le strade dei due compagni di squadra si erano separate. Solo anni dopo, occasionalmente, mentre Bruce esce da un bar, incrocia l’amico di un tempo, si fermano e cominciano a parlare delle esperienze passate insieme alla Scuola Santa Rosa da Lima (New Jersey); restano insieme fino alla chiusura del locale. “Avevo un amico/ che era un grande giocatore di baseball/ ai tempi delle scuole superiori riusciva a lanciarti la palla in una maniera/ che ti faceva fare la figura dello stupido/ l’ho visto l’altra notte/ in questo bar sulla strada/ stavo entrando, mentre lui usciva/ siamo rientrati, ci siamo seduti/ abbiamo bevuto qualcosa…”.
Il mistero venne svelato da Springsteen nel 1997, in un classico raduno di ex alunni. Si trattava di Joe DePugh,una star della Little League e un grande prospetto della Babe Ruth League. Era stato proprio DePugh ad affibbiare il nomignolo di “Saddie” a Springsteen, che giocava all’esterno destro. Pur essendo stato contattato dai Dodgers, Joe aveva declinato l’offerta, così come aveva rifiutato quelle per il basket e il football americano. Scomparsi i genitori al tempo della laurea, aveva dovuto badare ai due fratelli più piccoli, per cui aveva abbandonato per molti anni l’ambiente sportivo. Quando venne pubblicato l’album dell’amico Springsteen in cui era inserita la canzone che parlava dei suoi successi sul monte di lancio e delle vicende successive, DePugh non ne fu entusiasta, poiché la moglie, in lacrime, aveva capito che si trattava si lui. In questo modo, però, Joe stava uscendo dall’ombra, almeno per gli amici. Così, a cinquant’anni, venne reclutato in una squadra per giocatori di baseball di mezza età. Lanciò per tutto il campionato con la strabiliante media di zero punti guadagnati sul lanciatore (il braccio aveva conservato la “memoria”). Springsteen e DePugh hanno continuato a incontrarsi, preferendo farlo in ristoranti italiani (cosa che può solo farci piacere), rinsaldando la vecchia amicizia. Il baseball è una malattia, incurabile: chi ci ha provato almeno una volta, non se lo dimentica più. Può smettere di amarlo, continuare a criticarlo, perfino odiarlo, ma resta lì, sempre in attesa del tuo ritorno. Un paio di anni fa, quando ho cercato di ritrovare i componenti del Montanara Baseball per il Cinquantesimo della fondazione, ho utilizzato come base di partenza i nomi riportati sulla “Camola”, il ciclostilato che usciva due volte l’anno con la collaborazione del Centro Sociale del quartiere. Qualcuno mi ha risposto di essere stato solo a qualche allenamento, ma ricordava ancora i nomi dei compagni, che mi ha aiutato a ritrovare. L’occasione per parlare di baseball c’è sempre: anche un solo pomeriggio con una palla e una mazza restano nei ricordi come istantanee incancellabili. Il tempo cambia idee, passioni, situazioni economiche e familiari. Come diceva Babe Ruth, col baseball “l’importante è averci qualcosa a che fare”, anche una cosa minima. Quando si incontrano per la prima volta i bambini nelle scuole, ad esempio, se da una parte, con amarezza, ci si rende conto che pochissimi sanno cosa sia il baseball, dall’altra si scopre che tanti hanno a casa una palla, una mazza, un guanto, un berrettino. Già la presenza di questi elementi è baseball. Oggi, nella penuria di adesioni, bisogna accontentarsi anche di poche cose e cercare di iniziare da lì un discorso. Se si è fortunati, in una scuola si riescono a raccogliere una ventina di ragazzi e ragazze, e molto probabilmente la metà di essi non continuerà, ma in qualche modo resterà in loro, seppur piccolissimo, un seme. Dobbiamo renderci conto, soprattutto, di quanto incidano le mode, il desiderio di imitare, di fare qualcosa di diverso. La nostra offerta, in gergo commerciale, non ha più un grande appeal, non è abbastanza accattivante, per cui occorre trovare qualcosa di innovativo. Non dobbiamo pensare a stravolgere le regole del gioco per trovare più ragazzi e ragazze, ma cercare di fare in modo che quell’aura di difficoltà, quasi di mistero che ci circonda, si tramuti in opportunità. Il mistero, nonostante la tendenza a ritenerlo fonte di pericolo e provochi un atteggiamento di chiusura e di difesa, rappresenta in realtà un’attrazione, qualcosa in cui tuffarci per comprendere ciò che a prima vista ci sfugge. Ci sfugge anche nel nostro gioco, poiché non abbiamo spesso il coraggio di andare fino in fondo per coglierne l’essenza. Come il baseball, anche un’amicizia può restare sospesa, ibernata. Per questo dovremmo ogni tanto sfogliare l’album dei ricordi e riguardare quelle foto che il tempo ha un poco sbiadito, per ritrovare il volto di chi giocava con noi, e anche contro di noi. Incontrandoci dopo tanto tempo, forse faremo fatica a ricordare insieme giorni, se non di gloria, almeno di sogni, di illusioni, di difficoltà, di fatica. Nella solitudine del tempo che tutto avvolge, “Saddie” Springsteen conclude la sua canzone con un alone di malinconia: “Spero che quando sarò vecchio/ non mi metterò seduto a ripensarci/ ma probabilmente lo farò/ già, seduto a cercare di ricatturare/ un poco della gloria passata/ ma il tempo fugge via/ e ti lascia senza nulla, amico/ se non noiose storie di giorni di gloria/ Giorni di gloria, ti passano accanto/ giorni di gloria/ rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina…”. La gloria può passare; l’importante è che il baseball resti. Speriamo.
giuliano, 21 luglio 2017.