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La catastrofe di Černobyl’ non fu un fulmine a ciel sereno e non ebbe solo conseguenze ecologiche. Il contesto della catastrofe dev’essere indagato in due diverse direzioni. L’Ucraina era stata eletta a terra promessa del nucleare sovietico. La catastrofe accadde in un contesto socialmente e politicamente tesissimo. Le ragioni per le quali è considerata uno degli eventi scatenanti della caduta dell’Unione sovietica.
La catastrofe di Černobyl’ non fu un fulmine a ciel sereno e non ebbe solo conseguenze ecologiche. Lo sviluppo dell’energia atomica a scopo civile nell’Unione sovietica puntava consapevolmente sull’Ucraina e sulle acque dei fiumi dell’allora Repubblica socialista. Il contesto della catastrofe dev’essere indagato in due direzioni: la crescente attenzione verso le questioni ambientali presso la popolazione sovietica negli anni Settanta e Ottanta, da una parte, e, dall’altra, le tensioni nel rapporto fra il governo ucraino e quello centrale, a Mosca.
Tra gli anni Settanta e Ottanta, l’Unione sovietica pianificò la costruzione di una serie di canali e impianti di pompaggio che oggi, agli storici, sembrano pura follia. Il maggiore dei maxiprogetti riguardava il corso dei fiumi siberiani Ob e Irtyš. Costruendo un canale lungo 2500 chilometri e largo 200 metri, con numerose diramazioni, i sovietici puntavano a invertire verso sud la direzione delle acque, che in quella regione corrono in direzione opposta. Scopo del progetto era irrigare le aride pianure de Kazakhstan e del Kirghizistan, per trasformarle nei nuovi granai dell’Unione. L’inversione del corso dei fiumi avrebbe inoltre sottratto acqua alle regioni umide siberiane, facendo guadagnare terra utile. Il progetto fu esposto il 23 ottobre 1984 dall’allora presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS, Nikolaj A. Tichonov, dinanzi al Plenum del Comitato centrale del Partito comunista, dopo una lunga fase preliminare e sei mesi dopo la nomina del nuovo Segretario generale, Konstantin U. Černenko.
Progetti simili, annunciati ancora ai tempi di Brežnev, puntavano sui fiumi Don e Volga, nella regione meridionale intorno a Rostov e Krasnodar. A settentrione, nella zona di Rybinsk, a nord di Jaroslavl’, con la costruzione di una rete di canali artificiali si voleva realizzare una profonda modificazione dell’economia idrica di quella regione, ricca di laghi. Un po’ più a est, le acque dei fiumi Kama e Pečora avrebbero dovuto scorrere non più verso nord ma verso sud, grazie all’impiego di enormi impianti di pompaggio. Inoltre, con opere analoghe, si pianificava l’irrigazione di territori a nord del Caucaso e a est del Mar Caspio, riferiva l’allora ministro sovietico delle acque, Polad Andschievič Polad-Zade.
L’Ucraina non si salvò da progetti simili. «Si cominciò a parlare di una diga all’estuario dei fiumi Dnepr e Bug,» racconta nelle sue memorie Vitalyj Vrublevskyj, per lunghi anni consigliere dell’allora Primo segretario del Partito comunista ucraino, Vladimir Ščerbyzkyj. Grazie a quest’opera, il Ministero delle acque dell’Ucraina prevedeva di far sorgere intere nuove città, pensava di risolvere definitivamente il problema della scarsità d’acqua nel sud della Repubblica e immaginava nuove possibilità di irrigazione.
I progetti covarono a lungo, dapprima, nella segretezza tipica dell’Unione sovietica. Ciò che trapelò in pubblico suscitò profonda preoccupazione presso la popolazione e inquietò gli scienziati occidentali. Le modificazioni al corso di fiumi giganteschi, la costruzione di enormi laghi artificiali e di dighe in regioni dall’equilibrio ecologico delicatissimo avrebbero alterato le condizioni di vita di milioni di cittadini sovietici e causato un cambiamento climatico in tutto il resto del mondo, temevano gli oppositori dei progetti, dentro e fuori l’URSS. Sorsero, in quel contesto, dei movimenti ecologistici che si volsero contro l’ottimismo degli scienziati moscoviti e lentamente spezzarono la crosta della propaganda sovietica.
Gli stessi movimenti d’opinione che si mostrarono scettici verso questi giganteschi programmi, nella società e persino nei circoli governativi ucraini, espressero preoccupazioni anche sui piani di sviluppo dell’energia atomica. L’Ucraina era stata eletta a terra promessa del nucleare sovietico. Tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, nella Repubblica vi erano complessivamente nove centrali nucleari in progetto, in costruzione o già attive. Molte di esse giacevano sulle rive dei maggiori fiumi ucraini. Se si aggiungono le centrali site nelle regioni di confine delle altre repubbliche sovietiche, si contavano ben 13 impianti nucleari. Sei centrali si trovavano in un raggio di poche centinaia di chilometri, in un territorio densamente popolato intorno alla confluenza tra i fiumi Pripjat e Dnepr, tra Ucraina, Russia e Bielorussia. Abbiamo quasi dimenticato che Pripjat, in origine, è il nome di un fiume. È passato più in fretta alla Storia come nome della città che si trova nelle immediate vicinanze della centrale di Černobyl’, esplosa. Quel nome, oggi, indica un luogo spettrale di morte e miseria.
La catastrofe di Černobyl’ accadde il 26 aprile 1986 in questo contesto, socialmente, scientificamente e politicamente tesissimo. Non arrivò senza preavviso: nella stessa centrale, al blocco 1, nel 1982 si era verificato un incidente con perdita di radioattività. Altri inconvenienti, che causarono più o meno lunghe interruzioni di servizio degli impianti, si erano registrati nella centrale Sud Ucraina e in quella di Rovensk. Il primo marzo 1983, un inquieto Ščerbyzkyj scriveva al Comitato centrale del Partito comunista sovietico una lettera nella quale rappresentava nel dettaglio la situazione delle centrali nucleari della sua Repubblica e chiedeva misure urgenti.
La lettera, a Mosca, restò inascoltata – «un appello nel nulla,» la definisce Vrublevskyj – giunto nella confusione delle lotte di potere per la costruzione del nuovo apparato di governo sovietico, dopo la morte del Segretario generale Leonid I. Brežnev, al potere da decenni.
Le centrali nucleari si trovavano sul suolo ucraino, ma nei fatti erano una sorta di aree extraterritoriali del governo centrale di Mosca e della comunità scientifica sovietica. La catastrofe avvenuta al reattore 4 della centrale di Černobyl’ fu il più grave di una serie di eventi premonitori. Gli ucraini si sentirono sempre più abbandonati e traditi da Mosca. Il dibattito ecologico, cominciato da tempo intorno ai mastodontici progetti per la deviazione dei fiumi (e dei quali, vivaddio, non si fece nulla) trovò a Černobyl’ nuova linfa. Negli spazi di libertà che lentamente si aprivano in Unione sovietica nei primi anni di governo di Mihail S. Gorbačëv, i movimenti ecologisti ucraini cominciarono presto a proporre istanze politiche, che coincisero con il ritorno delle aspirazioni all’indipendenza della più importante repubblica sovietica dopo la Russia.
Per questi motivi, oggi, la catastrofe di Černobyl’ è considerata uno degli eventi scatenanti della caduta dell’URSS.