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I contenuti dell'accordo extragiudiziale raggiunto tra Svizzera e Stati Uniti sul contenzioso UBS non destano alcun trionfalismo nella stampa elvetica. Per la stragrande maggioranza dei commentatori, si tratta della soluzione "meno peggiore".
"L'UBS ha di che rallegrarsi, i suoi clienti americani meno", sottolinea Le Temps, ricordando che la grande banca ha evitato una multa miliardaria e può continuare le attività negli Stati Uniti, mentre 4'450 suoi clienti dovranno rispondere di frode fiscale.
Per il quotidiano ginevrino, quello ottenuto da Berna non è un buon risultato, poiché crea un precedente che apre la strada al fisco americano per ottenere informazioni anche su clienti USA di altre banche svizzere. E "l'ora della verità sta per suonare per gli stabilimenti che hanno fatto dell'evasione fiscale la base del loro commercio". Le Temps è tassativo: si tratta di una "vittoria americana".
Stesso suono di musica da parte della Tribune de Genève e del vodese 24 Heures, per i quali "è la disfatta di un simbolo", ovvero di quel segreto bancario elvetico che "un tempo sembrava una fortezza inespugnabile".
Svizzera gazzella sbranata dal leone americano
I due quotidiani romandi concludono con un'immagine desolante: "Vittoriosa la Svizzera? Sì, se si considera come vittoriosa una gazzella che si è improvvisamente svincolata dalle fauci di un leone dopo essere stata seriamente dilaniata".
Anche per L'Impartial i termini dell'accordo non consentono di esultare. Ma il giornale neocastellano aggiunge con rassegnazione che "in ogni caso, non c'era altra scelta" e osserva che in tal modo l'UBS non paga un centesimo.
Un fatto quest'ultimo, che indispettisce Le Matin. "Ancora una volta è lo Stato, e dunque i contribuenti, che passa alla cassa", sottolinea il quotidiano vodese, lanciando un appello al tesoriere della Confederazione Hans-Rudolf Merz affinché corregga il tiro.
Confederazione ostaggio di errori dell'UBS
Anche la Regione Ticino pone l'accento sul fatto che chi trae beneficio da questa vicenda è l'UBS, a scapito della piazza finanziaria e dei contribuenti elvetici. Il quotidiano bellinzonese – che parla di "tregua armata" - s'interroga "quanti clienti americani avranno ancora il coraggio di aprire o mantenere una relazione bancaria" presso un istituto svizzero. Il giornale conclude che questo accordo "dimostra ancora una volta – ed è la terza quest'anno – che la grande banca svizzera gode di fatto di una garanzia statale. Anzi, la Confederazione è praticamente ostaggio degli errori passati del management del colosso bancario".
Più clementi i commentatori degli altri due quotidiani del cantone sudalpino. "Abbiamo evitato il peggio", afferma il commentatore del Corriere del Ticino, per il quale ,benché esista il pericolo di nuove azioni contro clienti di altre banche, "l'accordo pone dei paletti e rinvia le autorità fiscali degli Stati terzi alle condizioni di assistenza fissate negli accordi di doppia imposizione esistenti o a quelli nuovi che verranno sottoscritti sulla base degli standard OCSE che la Svizzera ha ormai accettato".
Sulla stessa lunghezza d'onda il Giornale del popolo, secondo il quale "la Svizzera può a buon diritto dichiararsi soddisfatta. Il principio del segreto bancario è intatto al 91,45% perché 4.450 nomi sui 52.000 richiesti rappresentano la percentuale inversa, e comunque non è una pesca indiscriminata: il segreto è salvo".
Seri dubbi sulla salvaguardia del segreto bancario vengono invece sollevati dal Blick. Il tabloid zurighese teme che le banche svizzere siano ora messe sotto pressione da altri paesi, che esigeranno informazioni su propri contribuenti sospettati di avere evaso il fisco. Il giornale consiglia di seguire l'esempio del Liechtenstein e negoziare amnistie fiscali con altri Stati. Una strategia "più leale e più furba".
L'occhio pesto della Svizzera
Elogi all'operato del governo svizzero giungono dalla Basler Zeitung. Secondo il giornale basilese, l'intesa "rafforza la stabilità politica e lo stato di diritto". Anche il bernese Bund ritiene che la delegazione elvetica abbia "negoziato bene" e che la Svizzera sia così "riuscita a evitare il peggio". Ma il quotidiano della capitale osserva che per questo la Svizzera ha anche pagato un prezzo: la rinuncia a parte del segreto bancario. Così, "nonostante il successo dei negoziati, si ritrova con un occhio pesto".
Pur considerando che sia stata raggiunta "la migliore di tutte le cattive soluzioni", la Neue Zürcher Zeitung avverte che "le conseguenze occuperanno verosimilmente ancora a lungo il nostro stato di diritto e la nostra piazza finanziaria".
Il Tages Anzeiger deplora che il governo non si sia occupato con maggior tempestività del problema dell'evasione fiscale. L'esecutivo federale "ha preso seriamente le cose in mano solo quando la pressione della grande potenza era diventata insopportabile", si rammarica il quotidiano zurighese.
Sonia Fenazzi, swissinfo.ch
UBS NEGLI STATI UNITI (2008)
Organico: 27'262 dipendenti.
È presente in 414 siti.
Gestisce un massa monetaria di 600 miliardi di franchi.
L'attività negli Stati Uniti corrisponde a circa un terzo del peso complessivo della banca nel mondo.
Echi dagli USA
Un enorme successo diplomatico sia per la Svizzera sia per gli Stati Uniti, ma anche l'apertura di una crepa nel segreto bancario e una minaccia per l'industria dei paradisi fiscali, in quanto l'intesa fra UBS, Berna e Washington potrebbe intensificare ulteriormente la campagna internazionale contro gli illeciti e i conti nascosti. Sono in sintesi le opinioni di analisti, raccolte negli USA dall'agenzia di stampa italiana Ansa.
"Ci sono nel mondo fra i 55 e i 60 paradisi offshore che sono stati oggetto di pressioni sempre più forte negli ultimi 25 anni da parte dei paesi industrializzati, ma non hanno ceduto. Infatti continuano a esistere", spiega Charles Intriago, fondatore dell'International Association for Asset Recovery, convinto della necessita di misure più incisive da parte degli USA per chiudere i paradisi fiscali.
"Anche negli Stati Uniti - spiega - è facile costituire società veicolo finte, alle quali è possibile associare un conto corrente bancario e trasferire, on line, i propri conti presso paradisi fiscali senza alzarsi dalla sedia. Basta andare su internet: anche qui abbiamo le nostre piccole Cayman".
"Questo è un traguardo - ha commentato Doug Schulman, commissario dell'Internal Revenue Service, il fisco americano -. Ora sarà più facile togliere il velo sul segreto bancario e combattere l'evasione fiscale off-shore".
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