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Mentre nel Mediterraneo Federico II dalla Sicilia costruisce ponti di dialogo con ebrei e musulmani, nel profondo nord, in Livonia e Curlandia, anche là dove oggi sono Tallinn e l’Estonia, sulle fredde rive del Baltico i Fratres militiae Christi, meglio noti in tedesco come Schwertbrüderorden, ovvero Ordine dei Fratelli di Spada, al servizio dei potenti del tempo, a partire dal re di Danimarca, procedono a una rapida conversione delle popolazioni baltiche legate a riti antichi e ancestrali, con il tutto evidente intento di depredarle delle loro ricchezze agricole, più ancora che di portar loro il salvifico verbo cristiano.
Eppure proprio un musulmano, il cartografo e geografo di Ceuta Muhammad Al-Idrisi, a Palermo presso il normanno Ruggero II, scrive nel 1154 di Kolyvan e lo stesso nome compare in fonti russe del 1223, il borgo fortificato prende poi il nome di Lindanis nelle “Cronache di Livonia”, scritte dal vescovo tedesco Enrico agli albori del Duecento, quindi gli svedesi impongono il nome di Reval, che per due secoli diventa Revel quando i russi trionfano nella grande guerra del Nord e sconfiggono gli scandinavi a Poltava nel 1708, sarà il Novecento a darle il nome odierno di Tallinn. L’impero russo prima e l’Unione Sovietica poi procedono a un inteso sviluppo della città, moltiplicando le industrie, da quella tessile a quella cantieristica, accrescendo il ruolo del porto come centro commerciale e turistico.
Nel ricordare i fermenti che attraversano tutta l’Europa dopo la Grande Rivoluzione d’Ottobre, spesso ci si dimentica della Comune dei Lavoratori Estoni, nata con Narva come capitale e soffocata dalla reazione dopo pochi mesi agli albori del 1919. Tra i due conflitti mondiali del Novecento si esaurisce l’effimera indipendenza estone, per altro segnata da una dichiarata alleanza con i finlandesi, a loro volta legati ai nazisti in funzione antisovietica, si pensi che il presidente, poi dittatore una volta aboliti i partiti e il parlamento, Konstantin Päts, capo indiscusso in tutto quel ventennio, viveva nello stello palazzo dell’ambasciatore finlandese.
Nel 1980 a Tallinn si svolgono le gare veliche delle olimpiadi moscovite, poi, un decennio dopo, sotto la spinta dissolutoria gorbaciovania, anche l’Estonia, come la Lettonia e la Lituania, torna indipendente e Tallinn si riafferma come captale.
Nell’agosto 1992 ho passeggiato per le vie medievali, allora silenziose di Tallinn, il disastro successivo alla fine dello Stato sovietico non solo ha immiserito la Russia, ma anche tutte le altre repubbliche che ne facevano parte. Confusione e smarrimento, certo miste a speranze e incertezze, erano in quei giorni i sentimenti dominanti. Poi l’Estonia ha preso la via dell’Occidente e nel 2004 aderisce prima alla NATO e poi all’Unione Europea che non manca, qui come nelle altre repubbliche baltiche, di investire considerevoli somme per il rinnovamento infrastrutturale, a partire da strade, mezzi pubblici, aeroporti.
Nel 2011 la corona lascia spazio all’euro, prima tra le nazioni baltiche. Oggi l’Estonia cerca di coniugare i rigidi dettami del liberismo con alcune tutele sociali, a fronte della consapevolezza che la povertà genera solo esclusione e violenza. Per altro gli investimenti finlandesi e svedesi e gli aiuti europei hanno garantito nel nuovo secolo una crescita economica considerevole, favorita anche da una popolazione di poco superiore a quella di Milano, solo un milione trecentomila abitanti, di cui un terzo concentrati nella capitale, tuttavia non sono mancati i disastri del liberismo speculativo, il tracollo della storica fabbrica tessile di Narva, la Kreenholm, fondata dai russi nel 1857 e implementata dai sovietici, fallita nel 2010 e ora rilevata dagli svedesi dopo una catena infinita di licenziamenti e riduzione della produzione, né è la più evidente dimostrazione.
Nel castello di Narva si può assistere a un’animazione che racconta la storia della nazione riassumendo l’ideologia ufficiale del nuovo Stato estone, europeista e atlantista. La Russia nel medioevo è un orso bavoso e sanguinario, non muta con Pietro il Grande, che conquista l’Estonia nel 1704, quindi i russi sono svogliati e ubriaconi, poi arrivano Hitler e Stalin che sono amici e si vogliono spartire l’Europa e poi i sovietici che sono una piovra che schiavizza a colpi di frusta i suoi cittadini, mentre muoiono di fame perché i supermercati sono vuoti. Questo raccapricciante quanto falsificatorio quadretto stravolge ogni ragionevole confronto con la realtà, mortificando quella minoranza russa che in Estonia vive e, quando leggi vessatorie ed esami di lingua estone anche per gli anziani non lo impediscono, ha il passaporto del paese baltico.
Qui come in Estonia e in Lettonia è rilevante il problema degli apolidi, donne e uomini massimamente anziani, a cui lo Stato russo concede di buon grado il passaporto, ma che in realtà, essendo spesso nati e vissuti nelle repubbliche baltiche, vorrebbero avere gli stessi diritti degli loro concittadini.
È una vergogna per un’Unione Europea che si finge paladina dei diritti umani, ma in quel consesso solo pochi uomini coraggiosi hanno provato, inascoltati, come Giulietto Chiesa, a sollevare il problema di questa ingiustizia, già un decennio fa dimenticata in omaggio a un odio antirusso che appartiene a tutti i gruppi parlamentari europei.
I giovani estoni vengono educati all’odio antirusso e anticomunista eppure il pensiero corre all’estate del 1961 e alla rivista sovietica “Junost” andata a ruba anche sulle spiagge di Tallinn, con la pubblicazione a puntate, del romanzo “Il biglietto stellato” di Vasilij Aksënov, ambientato nell’estate precedente, protagonisti del romanzo i fratelli Vitija, ventottenne come allora l’autore, e Dimka diciassettenne che con tre amici suoi coetanei parte da Mosca verso Tallinn, nello zaino il quotidiano sportivo “Sovetskij sport”, ma da veri internazionalisti pure “Paese Sera”, “Junge Welt”, il giornale della gioventù della DDR, “L’Humanité” e “Daily Worker” quotidiani dei comunisti francesi e statunitensi, dai giovani operai estoni della fabbrica Volta si faranno regalare il locale quotidiano “Ontulent”, uno di loro ha occhiali e barba lunga, perché “a Mosca c’è la moda alla Fidel Castro”.
Come i loro coetanei jugoslavi nello stesso periodo, immortalati da Kusturica nel suo primo film “Ti ricordi di Dolly Bell?”, quando discutono aprono un “dibattito di politica generale”, con un “ordine del giorno”, anche se si deve decidere del cibo, arrivano ovviamente alla fine al voto. Il barbuto della compagnia e è anche poeta, scrive d’amore, ma anche “in onore dei trattoristi, per la festa della marina e per la giornata degli sportivi.” Si sorride al racconto dei film d’amore dell’epoca, in cui alla fine lui la bacia, poi attacca “il coro e giù, in basso, la centrale idroelettrica”. I ragazzi si dichiarano apertamente favorevoli alla “amicizia interplanetaria tra i popoli”, si sentono infatti in movimento “dall’abisso dei secoli verso luoghi infinitamente lontani”, lo Sputnik c’è già stato, Gagarin la Vastok stanno arrivando.
Sulle Olimpiadi di Roma, i sovietici sono alla loro terza apparizione vincendole con ben 103 medaglie di cui 43 d’oro, dicono: “porteremo noi il fuoco delle olimpiadi”, l’ardore della pace, del cambiamento, della gioventù. Questo è l’entusiasmo che in alcuni stagioni ha attraversato il cuore e l’anima di chi si sentiva parte di una nazione socialista. Nella Tallinn di oggi “Il biglietto stellato” lo si dovrebbe regalare ai giovani estoni, perché scoprirebbero con stupore che non tutto il passato aveva il colore del Baltico nel cuore della notte.
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