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Tokyo, anno 2020: skateboarder da tutto il mondo si sfidano in evoluzioni acrobatiche e ricevono una medaglia d’oro, d’argento o di bronzo. Non siamo agli X-Games, ma ai Giochi olimpici. È ciò che succederà tra poco meno di due anni all’Aomi Urban Venue di Tokyo, dove si terrà per la prima volta un contest olimpico di skate. Tuttavia, come accadde a Nagano per lo snowboard, i pareri sono contrastanti e divisi fra chi apprezza e chi invece non apprezza l’idea dello skateboard olimpico.
Galeotto fu il Giappone
Alle Olimpiadi lo skateboard sarà presente sia con la competizione maschile, sia con quella femminile, che saranno organizzate in due diversi tipi di gare: la gara street classica, composta da gradinate, corrimano, muretti, funbox e in generale tutti quegli elementi in grado di richiamare l’ambiente urbano incontrabile in strada. L’altra gara sarà quella denominata park, composta invece da una serie di elementi che richiamano la più classica half-pipe e le vasche aperte, le pool, più o meno ripide, ricche di curve complesse. Come accadde per uno dei suoi più stretti cugini, lo snowboard, introdotto ai Giochi olimpici invernali di Nagano 1998, lo skateboard farà la sua prima apparizione olimpica su suolo giapponese, a Tokyo 2020. All’olimpiade giapponese di Nagano non mancarono critiche per la presenza dello snowboard fra le discipline olimpiche; Terje Håkonsen, leggenda norvegese dello snowboard, decise di boicottarle. La mancata partecipazione di Håkonsen e altri professionisti esprimeva il malcontento per l’organizzazione dell’evento, ceduto dal Comitato olimpico (IOC) direttamente alla Federazione Internazionale di Sci (FIS) e non a quella di snowboard come loro avrebbero ritenuto opportuno. A quell’olimpiade la Svizzera portò a casa due medaglie, entrambe nelle competizioni maschili: Ueli Kestenholz vinse il bronzo nello slalom gigante, Gian Simmen l’oro nell’half-pipe. Come lo snowboard, anche lo skateboard ha una discreta tradizione in Svizzera. Ed è proprio questa rinomata tradizione che può mostrarci il clima che regna nel mondo dello skate in merito alla sua prima apparizione olimpica.
Skateboard alle olimpiadi: (non) ci piace
Facendo un giro per lo skatepark nelle vicinanze del Brunaupark di Zurigo, quello di Lugano oppure sulla piana di Plainpalais a Ginevra si possono incontrare quotidianamente decine di giovani intenti a skateare. Anche tra chi conosce in modo profondo questo ambiente non esiste una definizione precisa di cosa sia lo skate: per alcuni è uno sport estremo, c’è chi lo considera un hobby, chi ne parla come se fosse una disciplina, per altri ancora è uno stile di vita che si lega al look, alla musica, al mondo associativo e culturale. Proprio come sulla definizione di skateboard, gli skater sono divisi anche sulle opinioni riguardo alla partecipazione di questo sport alle olimpiadi: diversi skater non la vedono di buon occhio. Per loro lo skate è nato come espressione della libertà stessa, fatta per sfuggire alle regole e alla rigidità delle strutture; lo skate deve quindi rispondere solo alle regole della libertà e inquadrarlo in una competizione di questo tipo non fa altro che standardizzarlo e privarlo della sua vera essenza. In altre parole, non esiste un modo giusto o sbagliato di skateare, esiste lo skate con tutte le sue sfumature e le sue individualità. Tuttavia, c’è anche chi non è contrario: «io seguirò lo skate alle olimpiadi» ci racconta uno skater ginevrino a Plainpalais, che ammette: «molti skater sono contrari quando si parla di skateboard ai Giochi olimpici, ma proprio come nel caso dello snowboard, se lo skate verrà confermato come sport olimpico, diventerà una cosa normale e tutti gli appassionati lo seguiranno con piacere». In ogni caso, in modo più o meno diretto, tutti concordano nel dire che lo skateboard sta attraversando un periodo di grande cambiamento.
Dagli Z-Boys a Tokyo, passando per Tony Hawk e la Nike
Lo skateboard è cambiato moltissimo negli ultimi decenni. Le sue primissime apparizioni risalgono agli anni ’50 e la sua esplosione è avvenuta negli anni ’70-’80, anche e soprattutto grazie alla rivoluzione delle tecniche ad opera della crew californiana Z-Boys, la cui storia è raccontata in modo romanzato nel film del 2005, Lords Of Dogtown. Negli anni ’90 la serie di videogiochi Tony Hawk’s Pro Skater ha incrementato di gran lunga la notorietà dello skate, nonché il suo ruolo e il suo impatto nell’immaginario collettivo dei ragazzi che crescono nelle aree urbane. Oggigiorno non solamente il livello tecnico dello skate è cresciuto notevolmente, ma anche la generazione di introiti, in termini commerciali, è altissima: storiche marche di scarpe da skateboard come Emerica o eS faticano a competere con grandi multinazionali come Nike e Adidas, che a partire dagli anni 2000 hanno deciso di investire in questo sport. Piccoli nuovi brand stanno inoltre lentamente venendo a galla, e per certi skater questo è di fondamentale importanza: rappresenta un arricchimento nell’identità dello skateboarding, una ventata d’aria fresca che impedisce la standardizzazione e l’appiattimento culturale della disciplina. Perciò, anche i vecchi e storici brand come Zero Skateboards e Toy Machine risentono – oltre che della concorrenza delle multinazionali – della nuova gamma di piccole marche da skate che sta crescendo grazie al mercato online. Tokyo 2020 sarà quindi un’ottima finestra attraverso la quale osservare quest’epoca di cambiamento in modo più netto. La decisione del comitato olimpico di includere lo skateboard rappresenta sicuramente un riconoscimento nei confronti dello stesso e della sua enorme crescita di popolarità: saranno sufficienti i piccoli brand e i detrattori (con, chissà, qualche boicottaggio) a impedire che l’arte dello skateboarding non si standardizzi eccessivamente mantenendone vivo lo spirito?