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La Seconda Guerra Mondiale
Bombardamenti aerei sul Giappone.
Il primo bombardamento su Tokyo fu il cosiddetto “Doolittle raid”, condotto il 18 aprile 1942 da sedici North American B-25 Mitchell che, partiti dalla portaerei Hornet, attaccarono alcuni obiettivi a Yokohama e Tokyo. Secondo il piano iniziale i bombardieri si sarebbero diretti sugli aeroporti cinesi dopo l’operazione, ma l’avvistamento precoce da parte di unità giapponesi rese necessario fare partire gli aerei ad una maggiore distanza dalle coste giapponesi; quindi dovettero tutti compiere atterraggi d’emergenza: uno giunse in Unione Sovietica e l’equipaggio venne internato per il resto della guerra in corso, mentre altri due atterrarono nella Cina occupata dall’esercito imperiale. Dal punto di vista dei danni provocati l’effetto fu trascurabile; tuttavia l’incursione rivestì un alto significato di propaganda per gli Stati Uniti. Inoltre il fatto che il suolo giapponese di fosse dimostrato attaccabile svolse un ruolo importante nella decisione di procedere all’azione sulle isole Midway per cercare di neutralizzare la flotta americana.
Negli anni successivi, fu possibile pianificare bombardamenti su larga scala solo dopo che l’avanzata isola dopo isola (il cosiddetto leapfrog) portò all’occupazione di isole poste ad una distanza minore dall’arcipelago nipponico; la svolta chiave si ebbe con la conquista delle Isole Marianne. La chiave di volta per il bombardamento del Giappone fu il Boeing B-29 Superfortress che aveva un’autonomia di 4.260 – 5.230 chilometri in ordine di combattimento: pressoché il 90% delle bombe sganciate sull’arcipelago nipponico furono portate da questo tipo di bombardiere. Le incursioni iniziali partivano da alcuni aeroporti situati nella Cina sud-occidentale, sotto il controllo di Chiang Kai-shek, ma dal novembre 1944 la massima parte degli attacchi vennero lanciati dalle Isole Marianne Settentrionali. I B-29 furono trasferiti nella primavera del 1945 nell’isola di Guam.Una madre che stava portando il proprio bambino sulla schiena, che non risulta carbonizzata
La prima incursione di B-29 sul Giappone venne lanciata dalla Cina il 15 giugno 1944. Gli aerei decollarono da Chengdu, distante più di 2.400 chilometri dalle acciaierie di Yawata, obiettivo dell’operazione: tuttavia questa incursione non provocò seri danni. Soltanto quarantasette dei sessantotto B-29 colpirono lo stabilimento, quattro ebbero problemi meccanici, altri quattro precipitarono, sei dovettero scaricare le bombe in mare per problemi meccanici ed altri colpirono obiettivi secondari. Solamente uno dei B-29 venne abbattuto dalle forze aeree giapponesi. La prima incursione dal sud fu lanciata il 24 novembre 1944, quando 88 aerei bombardarono Tokyo. Le bombe furono lanciate da circa 10.000 metri, ma soltanto un 10% colpì gli obiettivi designati.
La scelta della Cina continentale come base di lancio delle incursioni si rivelò poco soddisfacente. Le basi aeree cinesi erano difficili da rifornire dall’India e i B-29 erano dunque costretti a ottimizzare lo spazio interno, usando parte della stiva come serbatoio ausiliare, senza il quale non era possibile raggiungere il Giappone. Soltanto quando l’ammiraglio Chester Nimitz conquistò le Marianne settentrionali e le piste aeree furono rese operative, poterono iniziare delle serie e proficue operazioni di bombardamento.
Come in Europa, l’USAAF operò durante il giorno per una maggior precisione nel colpire gli obiettivi, ma non vennero ottenuti gli scopi principali, cioè distruggere le fabbriche rivolte allo sforzo bellico. La motivazione era dovuta al fatto che i venti spiranti sulle isole giapponesi deviavano la traiettoria di caduta degli ordigni, che non colpivano gli obiettivi designati. Inoltre il programma di bombardamento strategico sperimentato con successo sulla Germania nazista non poteva applicarsi al tessuto urbano giapponese, dove oltre un terzo delle industrie belliche era disperso in case e piccole fabbriche con meno di trenta lavoratori.[3]
Il generale Curtis LeMay, comandante dell XXI Bomber Command, cambiò strategia decidendo per incursioni notturne condotte ad un’altitudine di 1.500 – 2.000 metri; sarebbero state attaccate le principali città quali Tokyo, Nagoya, Osaka e Kōbe: nonostante gli iniziali limitati successi, LeMay persistette nell’adoperare tali tattiche. Inoltre il carico offensivo sarebbe stato costituito da bombe incendiarie. Attacchi su obiettivi strategici sarebbero continuati durante il giorno a livelli di quota meno elevati. Alla fine l’addestramento e le missioni effettuate cominciarono a dare i loro frutti, tanto che le peggiori sofferenze e distruzioni furono da imputarsi agli sconvolgenti attacchi dei B-29, che in più di un’occasione mieterono un numero di vittime superiore a quello cagionato dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.