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All’interno di ogni azienda nessun dipendente può essere pagato meno in un anno di quanto guadagni in un mese il dirigente più remunerato: il popolo deciderà il 24 novembre se fissare questa regola in Svizzera.
A meno di nove mesi dal plebiscito dell’iniziativa “contro le retribuzioni abusive”, promossa dal piccolo imprenditore Thomas Minder, gli svizzeri voteranno su un’altra proposta nata sulla scia dell’indignazione dell’opinione pubblica di fronte alle rimunerazioni esorbitanti di certi top manager: l’iniziativa “1:12 – Per salari equi”, lanciata dalla Gioventù socialista.
Mentre il testo approvato nel voto del 3 marzo scorso concerneva unicamente le società quotate alla Borsa svizzera e dava agli azionisti il potere di determinare le rimunerazioni degli alti dirigenti, la nuova iniziativa riguarda tutte le aziende e comporta un controllo dello Stato.
Limite costituzionale
Lanciata dalla Gioventù socialista, l’iniziativa popolare “1:12 – Per salari equi” è stata depositata nell’aprile 2011 con circa 113mila firme valide.
Il testo chiede di introdurre un nuovo articolo nella Costituzione federale nel quale si stabilisce che “il salario massimo versato da un’impresa non può superare di oltre dodici volte il salario minimo versato dalla stessa impresa. Per salario si intende la somma delle prestazioni (denaro e valore delle prestazioni in natura o servizi) che sono corrisposte in relazione a un’attività lucrativa”. Sono ammesse eccezioni per i salari di persone in formazione, stagisti e persone che occupano posti di lavoro protetti.
Se l’iniziativa fosse approvata nella votazione del 24 novembre, le relative disposizioni legislative d’applicazione dovranno entrare in vigore entro due anni.
Governo e parlamento raccomandano di respingerla. L’iniziativa è sostenuta dai partiti di sinistra e dai sindacati, mentre è combattuta dai partiti di destra e di centro e dalle organizzazioni padronali.
Per essere approvata, nella votazione necessita la doppia maggioranza di sì del popolo e dei cantoni.
Per porre un freno ai “grandi manager arraffa soldi”, i giovani socialisti chiedono che lo stipendio più elevato versato da un’impresa possa essere pari al massimo a 12 volte quello più basso. Un divario che nella maggior parte delle piccole e medie imprese e delle amministrazioni pubbliche non richiederebbe alcuna modifica, poiché già oggi è inferiore a questo limite. La misura colpirebbe soprattutto grandi società, comprese quelle controllate dalla Confederazione, con rimunerazioni manageriali molto elevate.
L’obiettivo è una più equa ripartizione della massa salariale. I promotori sono convinti che la limitazione del divario salariale provocherebbe una compressione delle rimunerazioni dei vertici e parallelamente un rialzo dei bassi stipendi.
Tra giustizia sociale e libero mercato
“È una questione di giustizia sociale”, dice a swissinfo.ch il deputato ed ex presidente della Gioventù socialista, Cédric Wermuth. Negli ultimi 15 anni, in Svizzera l’aumento dei salari in media è stato nettamente inferiore a quello della produttività, perché “una piccolissima minoranza di alti dirigenti, soprattutto delle grandi società, si è messa in tasca gran parte del totale dei redditi”, afferma il parlamentare socialista.
“L’economia svizzera ha successo, funziona molto bene in confronto internazionale. Ciò è dovuto a diversi fattori, in particolare a una legislazione del lavoro relativamente liberale. Non vogliamo dettami dello Stato per fissare i salari massimi o minimi”, insorge il presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), l’organizzazione ombrello delle PMI, Jean-François Rime, che parla di un’iniziativa “di chiaro stampo statalista”, in contrasto con i principi dell’economia di libero mercato sui quali è basata la Svizzera.
Peraltro, se l’iniziativa “1:12” fosse accettata, non produrrebbe gli effetti perseguiti dai promotori, aggiunge l’imprenditore e deputato dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice): “non si aumenterebbero gli stipendi più bassi, ma si farebbero sparire gli impieghi in fondo alla scala salariale, perché per evitare di essere sottoposti a questa regola, le imprese esternalizzerebbero tutta una serie di lavori”.
“Le grandi società che hanno dirigenti con salari esorbitanti e che sono dunque interessate dall’iniziativa, hanno già fatto l’outsourcing di tutti i bassi salari negli anni ’90”, commenta Cédric Wermuth. Il deputato socialista giudica inoltre che “un’esternalizzazione per raggirare una norma approvata dal popolo sarebbe antidemocratica e illegale. Se l’iniziativa fosse accettata, il parlamento dovrebbe votare una legge che definisca chiaramente ciò che è possibile e ciò che non è possibile fare”.
Scenari con cifre molto diverse
Gli oppositori dell’iniziativa paventano anche delocalizzazioni all’estero e un effetto dissuasivo sulle società straniere potenzialmente interessate a insediarsi in Svizzera e dunque alla perdita di posti di lavoro e a un aumento della disoccupazione. La fuga di imprese e l’abbassamento dei salari elevati si tradurrebbero poi in un drastico calo delle entrate di oneri sociali e di imposte a tutti i livelli – federali, cantonali e comunali –, mettono in guardia.
Secondo uno studio effettuato dall’università di San Gallo su mandato dell’USAM, se fosse accettata l’iniziativa “1:12”, a seconda degli scenari ipotizzati, i mancati introiti per la collettività, tra assicurazioni sociali e imposte, potrebbero oscillare tra i 2 e i 4 miliardi all’anno. “Anche prendendo lo scenario meno negativo, credo che basterebbe per dire no all’iniziativa”, afferma il presidente dell’USAM.
Lo stesso governo federale, che si oppone all’iniziativa, rispondendo a un’interpellanza parlamentare di Jean-François Rime, ha affermato che non è possibile fornire in anticipo dati attendibili sulle conseguenze economiche per l'Assicurazione vecchiaia e superstiti, poiché c’è grande incertezza su quelle che potrebbero essere le reazioni delle imprese, nel caso in cui dalle urne uscisse un sì il 24 novembre, rileva Wermuth. Una valutazione ribadita in parlamento in settembre dal ministro della socialità Alain Berset.
Alla conclusione che è impossibile fare previsioni attendibili sui possibili effetti dell’iniziativa, “a causa della mancanza di esperienza con le sue misure politiche” è giunto recentemente anche uno studio indipendente del Centro di ricerche congiunturali (KOF) del Politecnico federale di Zurigo. Anche ipotesi teoriche “sarebbero speculazioni, data l’incertezza sull’applicazione dell’iniziativa”, si sottolinea.
Dal canto suo, Wermuth ammette la possibilità di un calo di tali entrate nella fase iniziale. Ma sul lungo termine prevede “una ridistribuzione dei salari verso il basso che farebbe aumentare i consumi a vantaggio di tutta l’economia svizzera”. Ciò significherebbe anche più introiti per lo Stato, derivanti dall’imposta sul valore aggiunto (Iva) e dalle imposte sugli utili aziendali.
Secondo il socialista, si tornerebbe così al “modello svizzero dei grandi progressi economici del dopoguerra, che era un modello di piccoli divari salariali”. Secondo Rime, invece, “c’è in gioco l’ingerenza dello Stato nelle relazioni tra lavoratori e datori di lavoro, estraneo al modello di successo della Svizzera”.
Il 24 novembre si saprà quali argomenti avranno convinto la maggioranza del popolo e dei cantoni.
Cifre del divario
In Svizzera solo circa nell’1,5% delle aziende, pari a 1'000-1'300 imprese, la rimunerazione più elevata è superiore a 12 volte lo stipendio più basso e complessivamente questo limite è superato da circa 4'400 persone.
Lo indica uno studio indipendente del Centro di ricerche congiunturali (KOF) del Politecnico federale di Zurigo, pubblicato all’inizio di ottobre, basato sui dati del 2010 di un campione rappresentativo di 43'627 aziende in tutta la Svizzera. La massa salariale interessata dall’iniziativa ammontava a 1,5 miliardi di franchi.
Nel 96,2% delle aziende esaminate, il rapporto è inferiore a 1:8. Il rapporto mediano del divario tra salario minimo e massimo è solo di 1:2,2.
Le aziende molto grandi (da 2'001 dipendenti in su) sono proporzionalmente sopra rappresentate tra quelle interessate dall’iniziativa.
Complessivamente le aziende che nel 2010 avevano un divario salariale superiore a 1:12 impiegavano circa mezzo milione di persone, contro 2,91 milioni in quelle che non lo superavano.
swissinfo.ch