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Le emissioni di gas serra dell'industria elvetica sono di circa 600'000 tonnellate di CO2 all'anno più elevate del previsto, soprattutto a causa di una fonte di protossido d'azoto finora sconosciuta, individuata nell'azienda chimico-farmaceutica Lonza. A renderlo noto lunedì è l'Ufficio federale dell'ambiente (UFAM), spiegando che i gas serra generati da questa azienda corrispondono a circa all’1% delle emissioni annue della Svizzera.
Per la Confederazione, la legge sul CO2 prevede per il 2020 un obiettivo di riduzione del 20% rispetto alle emissioni del 1990. Il raggiungimento di tale traguardo viene ora reso più difficile da queste emissioni inattese, spiega l'UFAM.
Da parte sua, l’azienda si è impegnata a installare al più tardi entro fine 2021 un filtro nei propri impianti con cui ridurre le emissioni di almeno il 98%. Per raggiungere comunque l’obiettivo del Protocollo di Kyoto, la Fondazione Centesimo per il Clima acquisterà e trasferirà alla Confederazione certificati di emissione esteri per un volume pari a 5 milioni di tonnellate di CO2.
Il protossido d’azoto è un gas climalterante, che scaturisce dalla produzione della vitamina B3. L'azienda chimica ha fatto sapere di aver rilevato queste emissioni durante un controllo nel 2018 a Viège (Vallese) e di averle segnalate all'Ufficio federale dell'ambiente. L'attuale normativa prevede che le emissioni di gas serra generate da grossi impianti industriali, come nel caso di Lonza, siano registrati dalle imprese stesse e notificate all’UFAM.