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BELLINZONA - Non ci sono prove sufficienti che presso il Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona ci siano stati casi di mobbing nei confronti di dipendenti ticinesi. È il parere della Commissione amministrativa del Tribunale federale (TF), che però riconosce come in passato si siano verificati episodi discutibili.
Suggerito un licenziamento - Pertanto l'autorità di vigilanza, in un rapporto divulgato oggi, propone una serie di misure per rimediare ai problemi emersi. La raccomandazione più seria riguarda la segretaria generale, il cui operato viene criticato e per la quale è suggerito il licenziamento.
L'organo del TF annuncia di avere chiuso la propria indagine. In questo contesto, ha ascoltato otto giudici e la stessa segretaria generale. La procedura era stata avviata il 6 gennaio per vederci chiaro su una serie di indiscrezioni giornalistiche. La stampa aveva parlato di varie violazioni, tra cui faide e lotte di potere fra giudici, abusi nelle note spese, sessismo e mobbing.
Nessun mobbing contro i ticinesi - La commissione scrive che tutti gli intervistati di lingua tedesca e francese negano che ci sia stata una forma di mobbing contro i ticinesi. Due giudici e la segretaria, tutti italofoni, avevano invece riferito dell'esistenza di molestie.
Secondo l'autorità di vigilanza però, non ci sono evidenze che ciò sia realmente accaduto. Nemmeno la mancata rielezione, annunciata lo scorso settembre, di Giorgio Bomio-Giovanascini, presidente della Corte dei reclami penali, e Claudia Solcà, presidente della Corte d'appello, possono essere attribuite a questo, ma sono da far risalire al mancato adempimento dei doveri.
Riguardo alle note spese, pure in questo caso non è stato possibile trovare prove concrete. Stando alla commissione però, il TPF deve smettere di farsi carico della partecipazione di membri del personale a eventi politici dei gruppi parlamentari e a corsi di preparazione alla pensione.
Per quel che concerne invece le molestie sessuali, la commissione taglia corto, pur ammettendo una frase infelice uscita dalla bocca del presidente della Corte penale e rivolta a una o due impiegate, invitate a «non restare incinte». L'uomo, che poi si è scusato, si era così espresso a causa della mole di lavoro nella primavera del 2018.