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Con l’arrivo di Donald Trump alla testa degli Stati uniti, il cosiddetto «accordo sul nucleare iraniano» è tornato al centro del dibattito. La firma dell’accordo, nel 2015, significò una mutazione delle relazioni tra la comunità internazionale e l’Iran. Su questo esempio, spieghiamo cos’è la Rational choice, uno degli approcci analitici che ci aiutano a leggere le relazioni internazionali.
Con l’orientamento impresso dal presidente Jimmy Carter alle relazioni internazionali degli Stati uniti, dal 1977, e dopo gli eventi del 1979, quando 52 diplomatici statunitensi furono trattenuti come ostaggi per 444 giorni nell’ambasciata USA a Teheran, la relazione fra Washington e l’Iran, prima amichevole, cadde in profonda crisi. Il costituirsi in Iran di una «repubblica islamica» e, nei decenni successivi, il sospetto che durante la presidenza del fondamentalista Mahmud Ahmadinejad (2005-2013) Teheran avesse piani di armamento nucleare, hanno influenzato l’intero quadro delle relazioni regionali.
Nel 2015 era ormai chiaro da tempo che lo stato delle relazioni in Medio oriente non era più adeguato ai mutamenti globali in corso. A scatenare il cambiamento aveva contribuito in modo determinante il diffondersi dell’ondata terrorista di matrice islamica, con la comparsa nella regione del cosiddetto «Stato islamico.» L’Iran, da parte sua, avvertiva sempre più pesantemente gli effetti delle sanzioni economiche occidentali.
Era necessaria una svolta, nelle relazioni tra gli Stati uniti, la comunità internazionale e l’Iran. A suggerirla fu una scelta razionale, un processo di rational choice. Si voleva impedire, in particolare, che l’Iran realizzasse un’arma nucleare. L’opzione era fra un’azione militare, che avrebbe potuto scatenare una guerra di più larga portata, e un accordo con il governo di Teheran, che presentava incognite, ma poteva essere tentato. I rischi dell’accordo erano sopportabili: se l’Iran non lo avesse rispettato, le sanzioni, che toccavano a fondo l’economia del Paese, dopo essere state revocate, potevano essere riapplicate. L’Iran, intanto, poteva proseguire il suo programma nucleare, limitandolo a fini civili.
La comunità internazionale aveva interesse a rispettare l’accordo con l’Iran: evitava un confronto militare e la proliferazione delle armi nucleari, mentre riguadagnava nell’Iran un interlocutore centrale nella regione mediorientale. Queste circostanze furono ampiamente illustrate dall’allora Presidente degli Stati uniti, Barack Obama, durante la conferenza stampa tenuta a seguito della conclusione dell’accordo. Con la stessa argomentazione logica, Obama convinse il Congresso USA a ratificare l’accordo.
Un analogo processo di Rational choice si ebbe negli anni Settanta, durante la Guerra fredda, nel quadro degli accordi sul disarmo tra la NATO e il Patto di Varsavia. Si dovette decidere, allora, se proseguire in una corsa agli armamenti non più economicamente sopportabile, oppure limitare le armi strategiche, per contenere i costi del riarmo, pur non compromettendo il potenziale dissuasivo reciproco dei due blocchi. In caso di accordo, entrambe le parti avrebbero avuto solo da guadagnare. Questa constatazione fece convergere con successo al tavolo del negoziato, allora come oggi, due parti divise da una forte contrapposizione ideologica e politica.
Una Rational choice, pertanto, è quella situazione in cui attori, di fronte alla difficoltà o impossibilità di mantenersi in contrapposizione, cercano un accordo secondo una strategia negoziale grazie alla quale anche la parte che sarebbe meno favorita dal raggiungimento dell’accordo guadagnerebbe di più (o perderebbe di meno) di quanto accadrebbe se l’accordo non venisse raggiunto.
Nel caso dell’Iran, dopo l’accordo con gli USA, Teheran perdeva la possibilità di costruire armi nucleari, ma si liberava gradualmente delle sanzioni e tornava ad essere un interlocutore della comunità internazionale; in caso di mancato accordo, il mantenimento della contrapposizione con gli USA e il resto del mondo avrebbe causato perdite ben maggiori. Nell’esempio degli accordi per la riduzione degli armamenti degli anni Settanta, sia gli Stati uniti sia l’Unione sovietica, entrambi non più in grado di accrescere ogni giorno i loro arsenali con nuovi ordigni, rinunciarono all’obiettivo della supremazia l’uno sull’altro, ma guadagnarono in termini economici e di fiducia reciproca. Perdite e guadagni non vanno considerati solo dal punto di vista economico o militare, ma anche da quello della fiducia e cooperazione reciproca.
Sempre alla luce di una Rational choice, pur se in senso inverso, si può leggere il mancato intervento degli Stati uniti in Siria, nel 2012, che è venuto rivelandosi sempre più come uno dei maggiori errori dell’amministrazione Obama in politica internazionale. In quel contesto, mancò la possibilità di una scelta razionale il cui esito salvasse i vantaggi individuali relativi conseguiti dalle parti. Obama stimò che gli Stati uniti, se fossero intervenuti militarmente, avrebbero perso da un conflitto più di ciò che avrebbero perso comunque, se non fossero intervenuti. L’improvvida decisione ha aperto le porte al presenzialismo russo nella regione e si è tradotta, fra l’altro. nella conferma a vita della dittatura di al-Asad a Damasco.
Sarebbe servito, in quel caso, un tratto decisionale più marcatamente idealista, ossia capace di far prevalere norme e valori su mere considerazioni di opportunità. L’idealismo di Washington sotto Barack Obama, particolarmente nell’ultima parte del suo mandato, rimase incerto. Se l’idealismo viene troppo condizionato da scelte razionali, non può volare davvero alto. L’idealismo, infatti, presuppone la disponibilità di fissare degli obiettivi in qualche luogo oltre l’utile individuale razionalmente provato. Gli sforzi di Obama sono rimasti lontani dai passati modelli di una politica estera più nettamente idealista, come il riordinamento dell’Europa avviato da Woodrow Wilson dopo la Prima Guerra mondiale o la Ostpolitik tedesca di Willy Brandt negli anni Settanta.
Giunto al potere Donald Trump, gli Stati uniti si sono sfilati dall’accordo sul nucleare iraniano, con una decisione che va contro la Rational choice che lo aveva fatto nascere e, proprio per questo, è difficilmente comprensibile. La si può inquadrare solo nel progetto dell’attuale presidente USA di riportare nella regione mediorientale, come nel resto delle relazioni globali, una visione fedele un ferreo realismo classico. Il realismo parte dal presupposto che il mondo sia fondato su un potenziale di conflitto a tempo indeterminato, radicato, nel caso del Medio oriente, nelle religioni e nella storia di quella regione. Vi aggiunge, Trump, una componente marcatamente economica.
La visione di Trump coincide con quella di Israele, superata purtroppo la fase più idealista degli accordi di Camp David (1978). Per questo motivo, nelle sue relazioni esterne, Israele punta in prima linea alla sua sicurezza militare, se non a una costante disponibilità al conflitto, rifiutando ogni prospettiva diversa e razionalmente praticabile. Per la stessa ragione, nel 2015 Israele definì l’accordo con l’Iran un «errore storico.» Se, con Barack Obama, Stati uniti e Israele erano in costante rotta di collisione, su questo capitolo, ecco che con Donald Trump la consonanza fra le due amministrazioni è tornata totale.
Disfatto il costrutto di Rational choice costruito da Obama con l’accordo con l’Iran, in Medio oriente Trump è tornato a far leva sulle contrapposizioni tipiche già cavalcate dai suoi precedessori dal secondo Dopoguerra. I suoi progetti di riordinamento di quella tormentata regione si scontrano con le scarse attitudini e l’inesperienza sue e degli uomini che ha incaricato di gestirle.