Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01128.jsonl.gz/1207

Certe cose sono dure a morire. Prendete il mondo del calcio professionistico e l’omosessualità, un binomio che a moltissimi fa storcere parecchio il naso
Di Daniele Manusia
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione
In quanto medico della nave comandata da James Cook, William Anderson ha partecipato al secondo e al terzo viaggio dell’esploratore britannico nell’Oceano Pacifico. Nel luglio del 1777, Anderson scriveva sul diario di bordo una sua definizione della parola taboo, usata dalla popolazione indigena polinesiana per riferirsi a “qualcosa che non va toccato, in caso contrario il trasgressore rischierà una qualche forma di punizione severa”. Ne aveva scritto precedentemente anche Cook, raccontando di una donna che a tavola non poteva toccare le vettovaglie e veniva imboccata da altre persone (perché qualche tempo prima aveva lavato il corpo di un capo defunto). Per Anderson e Cook, così come per molti antropologi dell’Ottocento, l’oggetto del taboo era allo stesso tempo sacro e pericoloso, conteneva un potere malvagio che si sarebbe abbattuto, punendolo, su chi lo avesse violato. Ed è questa indeterminatezza della pena, questa sorta di magica radioattività che lo circonda, che descrive in modo più specifico cosa intendiamo ancora oggi, in occidente, quando parliamo di taboo.
Cook e Anderson sbarcano sull’Isola di Malekula, nell’Oceano Pacifico.
Un timore fondato?
Quella su Cook è una premessa necessaria per parlare di omosessualità nel mondo del calcio professionistico, un tema tanto scontato quanto taciuto. Possibile mai che non ci siano calciatori omosessuali in Serie A? E in Premier League, in Bundesliga, in Liga? No, non è possibile. Questa è la parte scontata: difficilmente si può sostenere che a differenza di qualsiasi altro ambiente lavorativo o ricreativo nel calcio maschile (perché per quello femminile il discorso è molto diverso) ci siano solo persone eterosessuali. Piuttosto, la cultura dentro cui i calciatori professionisti si muovono (ma è un tema che riguarda anche il resto del mondo e quasi tutti gli altri sport, almeno ad alto livello) non permette di esprimere liberamente la propria sessualità, quando non conforme allo standard eterosessuale.
L’ex calciatore francese Patrice Evra, nella sua autobiografia (I love this game) pubblicata a gennaio 2022, ha scritto che a suo parere ci sono “almeno” due giocatori gay per ogni squadra, ma se qualcuno osasse confessarlo “sarebbe finito”. Il suo tono ricorda quello di un altro ex terzino, Philipp Lahm, che nel 2011 intervistato dalla rivista tedesca Bunte diceva che avrebbe “sconsigliato” ai calciatori gay di farsi avanti. Per Evra e Lahm è una questione di buon senso, pragmatismo. Già, ma perché? Per paura degli insulti, della pressione mediatica? O di qualcosa di peggiore, di più grande?
La storia di Jake
Lo scorso maggio un calciatore 17enne di nome Jake Daniels ha rotto il taboo, facendo coming out. Veniva da una stagione nelle giovanili con 30 gol, che gli era valsa l’esordio in Championship, la seconda divisione inglese, e il suo primo contratto. Daniels aveva sempre pensato che diventando professionista avrebbe dovuto nascondere la propria identità sessuale, ma al momento di firmare ha cambiato idea. “Sapevo che per molti anni avrei dovuto mentire e non avrei potuto vivere la vita come volevo”. Daniels è stato universalmente lodato per il coraggio, ringraziato da ex calciatori e colleghi in attività. La sua decisione ha ispirato due arbitri scozzesi, Craig Napier e Lloyd Wilson, a fare lo stesso, e un suo compagno di squadra, Marvin Ekpiteta, a scusarsi pubblicamente per dei tweet omofobi di quasi dieci anni fa. Al momento, però, Daniels è l’unico calciatore europeo professionista a essersi dichiarato omosessuale.
Thomas Hitzlsperger, ex calciatore tedesco con un passato in Inghilterra e anche in Italia, ha fatto coming out dopo il ritiro e sulle pagine del Guardian ha detto di essere curioso di vedere come si evolverà la carriera di Daniels. “Penso che ci sarà una reazione positiva”, ha scritto Hitzlsperger, “ma a un certo punto magari un tifoso, o un avversario, lo offenderà o lo insulterà”. D’altra parte è successo a Josh Cavallo, calciatore professionista australiano che ha fatto coming out nell’ottobre del 2021 – l’unico calciatore gay in un campionato di primo livello – insultato dai tifosi del Melbourne Victory pochi mesi dopo.
Ed è successo anche a Robbie Rogers, calciatore americano con una ventina di presenze in nazionale, insultato da un giocatore avversario. Nel febbraio 2013 Rogers aveva deciso di fare coming out, annunciando contemporaneamente il proprio ritiro dal calcio giocato. Poi però ha cambiato idea, tornando a giocare con i Los Angeles Galaxy, con cui ha anche vinto il campionato. In un’intervista al Guardian, Rogers ha detto che i calciatori professionisti sono come grandi attori: “Siamo educati dai nostri agenti a come rispondere alle interviste, a come presentarci. Nessun calciatore mi ha ancora detto: grazie Robbie, sono gay anche io”.
Jack Daniels
Tutti più sensibili
Per capire che rischi corra Jake Daniels e chi volesse seguire il suo esempio nei prossimi tempi, solitamente viene citata la storia di Justin Fashanu (si veda Ticino7 n. 12/2021, ndr), il trasgressore punito che, dopo aver dichiarato la propria omosessualità nel 1990, è stato espulso dal sistema calcistico inglese ed è stato accusato di stupro su un minore negli Stati Uniti. Disperato e in fuga dalla giustizia americana, appena otto anni dopo il suo coming out, Fashanu è morto suicida in un garage abbandonato nella periferia di Londra.
Sono passati trent’anni e difficilmente oggi un allenatore si permetterebbe di chiamare “bloody poof”, maledetto ricchione, un proprio calciatore come ha fatto Brian Clough ai tempi in cui Fashanu giocava con il Nottingham Forest. Ma l’idea di fondo è sempre la stessa: il calcio è uno sport virile e non c’è spazio per gli omosessuali. Questa, tra l’altro, è la motivazione per la quale un giudice brasiliano nel 2007 ha respinto la richiesta di rimborso di un calciatore, Richarlyson, che si diceva diffamato da un dirigente del Palmeiras che durante una trasmissione tv aveva detto che era gay. “Richarlyson dovrebbe essere bandito dalla FIFA e gli dovrebbe essere vietato di giocare a calcio”, aggiungeva il giudice alla propria motivazione. Richarlyson poi ha aspettato molti anni per dichiarare la propria bisessualità, facendolo nel giugno 2022: i tempi stanno cambiando. Ma è soprattutto la scelta di un giocatore giovane come Jak eDaniels, a inizio carriera, che sembra indicativa di un cambio di paradigma. Per quanto si tratti oggettivamente di una scelta coraggiosa, lui sembra averla compiuta con la più assoluta naturalezza. Su di lui, cioè, il taboo sembra non avere nessun potere, non c’è niente di sacro nello stereotipo dell’atleta maschio, virile ed eterosessuale, contrapposto a quello del gay debole ed effeminato. Più in profondità sta cambiando l’idea di atleta e un altro argomento taboo di cui si sta parlando sempre più spesso è quello della salute mentale. Gli atleti, uomini e donne, non sono più impermeabili a qualsiasi pressione sociale, o comunque lo sono molto meno di prima.
Dall’alto, in senso orario: Naomi Osaka, Robbie Rogers, Justin Fashanu e Marvin Ekpiteta.
Questa è la vita (dice qualcuno)
Proprio pochi giorni dopo l’annuncio di Jake Daniels, la tennista rumena Simona Halep (ex numero uno, vincitrice di due Slam) ha raccontato di aver avuto il primo attacco di panico della sua vita durante la partita di Roland Garros con la cinese Qinwen Zheng, che ovviamente ha perso. A marzo, invece, Naomi Osaka è scoppiata a piangere durante una partita di Indian Wells, dopo che un tifoso le aveva gridato: “Naomi, fai schifo!”. E basta andare al luglio 2021 per ricordare Simone Biles, una delle più grandi ginnaste mai esistite, capace di eseguire dei salti che per le altre ginnaste erano considerati troppo pericolosi, e quindi vietati, che si è ritirata dal concorso individuale delle Olimpiadi di Pechino per un disturbo mentale. I muscoli e le articolazioni non avevano nessun problema ma il suo corpo sembrava ribellarsi al suo volere cosciente.
Simone Biles ha ricevuto un sostegno universale, ma più o meno niente è cambiato. Lei stessa, anzi, si è concentrata sui sintomi del suo disturbo, che ha chiamato “twisties”, la perdita di percezione del proprio corpo durante il volteggio, quasi come se si trattasse di un banale infortunio. E quando Osaka – che nel 2021 si era ritirata dal Roland Garros per non dover subire la pressione delle interviste post-partita – è crollata a Indian Wells, l’indistruttibile ma sempre dolorante Rafael Nadal si è detto dispiaciuto per lei ma, poco dopo, ha aggiunto che sfortunatamente “nella vita vera può capitare che il pubblico ti insulti”. Ma non è la vita vera anche quella in cui atleti e atlete con un talento unico, speciale, che hanno passato l’infanzia e l’adolescenza ad allenarsi, facendo sacrifici, resistendo a dolori fisici e pressioni di ogni tipo, possono avere attacchi di panico e crisi depressive? Non è la vita vera quella in cui esistono sportivi omosessuali che hanno paura di cosa potrebbe succedere alla loro carriera se si venisse a sapere?
Cambiare i paradigmi
In fondo, perché il taboo abbia effetto su di noi bisogna credere che abbia qualche potere. Sta a noi smettere di credere che essere gay può rendere un calciatore meno efficace in campo, che per competere ad alto livello nello sport serva una forza mentale sovrannaturale e qualsiasi debolezza, o difformità dalla norma, implichi che non si meriti il successo. Gli sportivi e le sportive stanno cambiando, ben al di là degli slogan e delle campagne di sensibilizzazione, e insieme a loro dovrà cambiare anche la cultura. Lo sport del futuro dovrà essere per forza di cose inclusivo e tollerante, oppure non sarà affatto.