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ZURIGO - Le banche svizzere si oppongono a mantenere fermi per otto anni allo 0%-0,5% i tassi dei crediti concessi alle piccole e medie imprese (PMI) nell'ambito del programma di aiuti anti-Covid.
La piazza finanziaria parla di un cambiamento delle regole a posteriori, che potrebbe comportare costi di centinaia di milioni di franchi.
Il settore - riferisce un articolo odierno della Neue Zürcher Zeitung - si sta muovendo contro la decisione presa il 30 ottobre di strettissima misura dal Consiglio nazionale (90 voti contro 89 e 4 astensioni), che ha voluto mantenere allo 0% fino al 2028 il tasso dei prestiti fino a 500'000 franchi e allo 0,5% per quelli sino a 20 milioni. In tal modo la sinistra e il centro del parlamento puntano a dare maggior margine di manovra alle aziende per rimborsare i soldi ricevuti.
Tuttavia le banche considerano l'orientamento della camera del popolo come una modifica unilaterale e retroattiva delle regole del gioco concordate in marzo, un cambiamento che a loro avviso potrebbe costare caro.
Nell'elaborare il programma di credito, la Confederazione e la Banca nazionale svizzera (BNS) aveano infatti assicurato agli istituti la possibilità di depositare i crediti Covid-19 presso la BNS e di ricevere in cambio liquidità per lo stesso importo al tasso d'interesse di riferimento. L'obiettivo principale della misura era quello di garantire che le banche non si trovassero confrontate con problemi di liquidità a causa dell'enorme portata del programma.
Il tasso d'interesse di riferimento è attualmente pari a -0,75%. Ciò significa che le banche ricevono dalla BNS un interesse dello 0,75% sui crediti depositati. Con questo margine lordo gli istituti affermano di coprire le spese amministrative per gli oltre 130'000 prestiti erogati.
Per evitare che i margini delle banche si riducano a zero o diventino negativi in caso di variazione del tasso d'interesse di riferimento, era stato concordato che il governo adeguerà ogni anno i tassi in linea con l'andamento del mercato. Tuttavia se i tassi d'interesse vengono ora congelati per l'intera durata, come previsto dal Consiglio nazionale, la situazione potrebbe cambiare.
Se, ad esempio, il tasso d'interesse di riferimento dovesse aumentare di un punto percentuale fino allo 0,25% nei prossimi anni, gli istituti partecipanti dovrebbero sostenere costi aggiuntivi di 375 milioni su una durata di cinque anni, secondo le stime approssimative del settore; per otto anni l'importo diventerebbe di 600 milioni. Il congelamento dei tassi potrebbe colpire in particolare gli istituti più piccoli.
I rappresentanti delle banche affermano che non è giusto che le PMI beneficino di tassi d'interesse fissi mentre le banche devono comunque rifinanziarsi presso la BNS al tasso d'interesse di riferimento. Inoltre, la fissazione retroattiva dei tassi d'interesse discriminerebbe tutte quelle PMI che non hanno richiesto un prestito d'emergenza tra marzo e luglio e dovrebbero pagare tassi d'interesse significativamente più elevati, in caso di aumento generale. Da non dimenticare - sottolinea la NZZ - è anche lo scenario politicamente poco auspicabile che il tasso guida della BNS scenda: in tal caso per le banche non vi sarebbero perdite, ma piuttosto entrate supplementari.
Sul tema riferisce oggi anche Inside Paradeplatz, che parla di una forte opera di lobbismo praticata attualmente dalle banche a Berna. Il portale finanziario riferisce di un incontro a Berna con da una parte il presidente del consiglio di amministrazione di UBS Axel Weber, il Ceo della stessa banca Ralph Hamers, nonché Lukas Gähwiler, presidente di Datori di Lavoro Banche, l'associazione padronale del settore, e dall'altra il consigliere federale Ueli Maurer. Vi sarebbero stati abboccamenti anche con alti funzionari e politici influenti. Obiettivo: far sì che il Consiglio degli Stati, nella sessione invernale che parte il prossimo 30 novembre, corregga la mossa del Nazionale.