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Nei paesi ricchi i salari dei lavoratori migranti sono in media del 13% inferiori a quelli degli autoctoni. Il divario è aumentato e si prevede che si amplierà ulteriormente con la pandemia.
Lo afferma uno studio pubblicato oggi a Ginevra dall'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL).
La situazione varia sensibilmente da un paese all'altro, con differenze che possono arrivare al 40%: è il caso di Cipro. La disuguaglianza salariale è cresciuta negli ultimi anni in nazioni come l'Italia e l'Irlanda. La Svizzera presenta un divario medio dello 0,3% e mediano di quasi il 6%.
L'OIL osserva nel suo rapporto che la prima probabile ragione delle differenze è da ricercare in problemi di discriminazione ed esclusione, peggiorati con la pandemia. Al momento è ancora impossibile stabilire l'impatto del coronavirus sui salari dei migranti. Il calo dei redditi atteso per i mesi a venire avrà però un effetto maggiore sui lavoratori stranieri, stando a quanto indicato da un funzionario dell'OIL. Le conseguenze sanitarie ed economiche dell'epidemia hanno infatti avuto un impatto maggiore sui migranti, che spesso si trovano ad affrontare condizioni più difficili: non sono in grado di lavorare da casa e sono più numerosi tra il personale che deve combattere in prima linea contro il virus.
Più in generale, oltre un quarto dei migranti ha un contratto a tempo determinato e il 15% lavora a tempo parziale. In particolare questa tipologia di lavoratori è molto rappresentata nell'agricoltura e nelle imprese industriali. Dal canto loro, le donne migranti sono discriminate doppiamente, sia come donne che come migranti.