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Basta con le 66 ore settimanali!
Migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei salariati, diminuire i rischi di incidenti professionali, aumentare l'occupazione: sono gli obiettivi dell'USS.
In Svizzera si possono far lavorare le persone fino a 66 ore settimanali. Per rimediare a questa durata del lavoro "incredibilmente alta nel confronto internazionale", l'Unione sindacale svizzera (Uss) ha lanciato l'iniziativa cosiddetta "della settimana di 36 ore", che verrà sottoposta a votazione popolare il 3 marzo 2002.
L'iniziativa è stata depositata alla Cancelleria federale il 5 novembre 1999, sottoscritta da 108296 firme valide. Ciò che chiede è una diminuzione graduale della durata del lavoro legalmente ammessa, dalle attuali 2.184 ore annuali fino a raggiungere nel corso di 8 anni il massimo di 1.872 ore annuali, che corrispondono ad una durata media settimanale di 36 ore. Tale obiettivo può essere conseguito con diverse varianti.
Richieste e limiti
In ogni caso, l'iniziativa pone precisi limiti: l'ammontare delle ore di lavoro straordinario va ridotta dalle attuali 170/140 a non più di 100 all'anno, generalmente compensabili con il tempo libero anche nel corso dell'anno successivo; la durata massima del lavoro in una settimana non deve superare le 48 ore, compresi gli straordinari; la durata usuale del lavoro va disciplinata nei diversi settori mediante i contratti collettivi di lavoro; le persone che lavorano a tempo parziale non devono venir discriminate rispetto a quelle che lavorano a tempo pieno.
Le ragioni che hanno spinto l'Uss a lanciare questa iniziativa sono state presentate lunedì in una conferenza stampa, avviando così di fatto la campagna di propaganda in vista della votazione popolare.
I dirigenti della maggiore centrale sindacale svizzera hanno indicato un decalogo di "buone ragioni per dire di sì all'iniziativa". Ma il presidente dell'Uss, il consigliere nazionale socialista Paul Rechsteiner, ha voluto in particolare sottolineare il contributo che la riduzione della durata del lavoro darebbe nella lotta alla disoccupazione, il fatto che essa costituisce "la misura più efficace non soltanto per promuovere la salute e la qualità della vita, ma anche per migliorare la sicurezza sul lavoro, un'esigenza che proprio nel nostro paese è particolarmente sentita".
Le ragioni del no
Sia il Consiglio federale, sia il parlamento, hanno respinto l'iniziativa senza un controprogetto. L'argomento principale usato è che la regolamentazione dell'orario di lavoro va lasciata ai partner sociali, affinché l'economia disponga della necessaria flessibilità per venire incontro ai bisogni specifici dei diversi settori. In Consiglio nazionale, l'iniziativa è stata respinta con 125 voti contro 54 (su un totale di 200) ed al Consiglio degli Stati con 35 voti contro 4 (su 46).
A sostenerla si sono schierati soltanto i socialdemocratici (Ps) e i verdi. In vista della votazione popolare del 3 marzo, finora soltanto il Ps ha dato una chiara indicazione di voto, ovviamente per il "sì". Gli altri partiti resteranno probabilmente fermi alla posizione assunta in parlamento.
Anche le organizzazioni economiche e padronali non hanno ancora reso noto ufficialmente la rispettiva opinione, ma, a meno di clamorose smentite, si manterranno in sintonia con i partiti borghesi.
Silvano De Pietro
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