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Seppur involontariamente, nell'amministrazione federale svizzera le minoranze latine sono penalizzate. I più sfavoriti sono gli italofoni, mentre i tedescofoni sono privilegiati, documentano in un libro tre ricercatori.Questo contenuto è stato pubblicato il 11 febbraio 2021 - 11:30
Diversamente da quanto spesso proclamato nei discorsi ufficiali, l'amministrazione federale elvetica non è "lo specchio" della composizione linguistica della Svizzera. Costituisce piuttosto un "riflesso" distorto delle quattro comunità idiomatiche nazionali.
Infatti, i germanofoni sono sovrarappresentati nei posti dirigenziali e in ben due terzi delle unità amministrative (45 su 67), mette in luce uno studio del Centro per la democrazia di Aarau (ZDALink esterno), i cui risultati e quelli di altre ricerche scientifiche in questo campo sono riuniti nell'opera "Les langues du pouvoirLink esterno" (Le lingue del potere), di recente pubblicazione. L'analisi statistica rivela altresì che il 60% dei circa 35mila impiegati federali lavora in un'unità in cui le comunità latine sono sottorappresentate.
Uso delle lingue in teoria
L'uso delle lingue ufficiali da parte e con le autorità federali è disciplinato dalla legge ad hocLink esterno. In base ad essa, gli impiegati dell'amministrazione federale possono lavorare a scelta in tedesco, francese o italiano. Norme, leggi e documentazioni federali devono essere pubblicate in tutte queste tre lingue, simultaneamente. I testi di particolare importanza e la documentazione per le elezioni e le votazioni federali sono pubblicati anche in romancio.
L'Ordinanza sulle lingue (OLingLink esterno), tra l'altro, fissa degli obiettivi percentuali da perseguire, affinché le quattro comunità linguistiche siano rappresentate nelle unità dell'amministrazione federale proporzionalmente alla loro forza numerica nel Paese. E ciò anche a livelli di quadri.End of insertion
Quantità trascurabile e diritti trascurati
Questo squilibrio non solo è contrario alle disposizioni giuridiche che sanciscono l'equa rappresentanza delle quattro comunità linguistiche nazionali, ma in più accentua un altro sbilanciamento: quello nella comunicazione interna, dove il tedesco risulta sovradimensionato e l'italiano emarginato.
Il tedesco è la lingua originale di oltre l'80% degli atti legislativi e il francese di quasi il 19%. Inoltre, solo una minoranza di germanofoni e di francofoni capisce l'italiano. In un contesto simile, l'italiano è relegato quasi esclusivamente alla funzione di lingua di traduzione e di lingua di comunicazione esterna con gli italofoni, ci spiega Emilienne KobeltLink esterno, co-autrice del libro.
In teoria garantita dalla legge, la libera scelta della lingua di lavoro nella realtà quotidiana è diffusamente negata agli italofoni. Dalle ricerche è emerso che in genere da loro ci si aspetta la conoscenza sia del tedesco che del francese, con la padronanza attiva di almeno una delle due lingue e passiva dell'altra, osserva Emilienne Kobelt. Ai germanofoni e ai francofoni, invece, solitamente è invece richiesta solo una seconda lingua.
Questa chiara disparità di trattamento non è però percepita come tale dalla maggioranza del personale della Confederazione. Poiché gli italofoni costituiscono soltanto l'8% della popolazione svizzera, secondo la maggioranza degli impiegati, sarebbe sproporzionato, rispetto alle esigue necessità di comunicazione in italiano, esigere competenze di questo idioma al pari del tedesco e del francese, che sono le lingue principali rispettivamente del 62% e di quasi il 23% della popolazione. Conseguentemente, è considerato "normale" che gli italofoni debbano fare uno sforzo supplementare.
Un circolo vizioso
Il punto più nevralgico delle disuguaglianze, a scapito dei latini in generale e ancor più degli italofoni, è il processo di assunzione del personale. È lì che prende avvio quella che gli autori del libro definiscono l'autoalimentazione del circolo vizioso.
I ricercatori hanno constatato la tendenza dei reclutatori ad assumere più candidati della propria lingua, con i quali hanno più affinità e maggiore facilità di comunicazione. La netta prevalenza di reclutatori germanofoni avvantaggia dunque i candidati tedescofoni, le cui competenze nella seconda ed eventualmente nella terza lingua ufficiale durante il processo di selezione non vengono quasi mai testate. Di conseguenza il tedesco continua a dominare come lingua di lavoro nell'amministrazione federale.
Lingue in secondo piano
Questa dinamica non è intenzionale, puntualizzano gli studiosi. Essa deriva anche dal fatto che la maggior parte dei reclutatori si focalizza sulle competenze professionali e tra queste non considera primordiali le conoscenze di una seconda o di una terza lingua ufficiale, a meno che la funzione le necessiti.
Nonostante che gli obiettivi di plurilinguismo dell'amministrazione federale non siano ancora stati raggiunti, gli autori del libro precisano che dall'entrata in vigore, nel 2010, della Legge e dell'Ordinanza sulle lingue sono stati registrati progressi. Per il futuro sono ottimisti. "Uscire dal circolo vizioso è possibile", scrivono, precisando che si tratta di "un lavoro di lungo respiro".
Anche i Cantoni devono agire
Due fattori sono cruciali per riuscire in quest'opera, indicano i tre specialisti.
- In seno alla Confederazione è capitale la sensibilizzazione dei quadri coinvolti nel processo di assunzione del personale e dei direttori delle unità amministrative all'importanza del trilinguismo, quale atout per un'amministrazione moderna che nello svolgimento dei propri compiti trae beneficio dalla diversità.
- D'altra parte, è indispensabile l'apprendimento delle lingue minoritarie per dare realmente ai latini, e soprattutto agli italofoni, la libera scelta della lingua di lavoro. L'amministrazione federale offre al personale gli strumenti per acquisire e perfezionare le competenze linguistiche. Ma è fondamentale agire a monte, vale a dire promuovere l'insegnamento delle lingue nazionali nelle scuole, sottolinea Emilienne Kobelt. Dunque, anche i Cantoni devono fare la loro parte.
Delicato confrontare Paesi
La Svizzera non è peraltro l'unico Paese plurilingue confrontato con questa problematica. Perciò partecipa a scambi internazionali per individuare le buone pratiche. Una strategia utile, ma non la panacea.
In questo campo non esistono studi comparativi sistematici tra i vari Paesi, anche perché i paragoni sono complessi e difficili, chiarisce Emilienne Kobelt. Ogni Paese ha le proprie peculiarità, il proprio contesto storico e istituzionale: perciò "non è detto che ciò che va bene per promuovere il plurilinguismo nell'amministrazione pubblica di un Paese funzioni anche in un altro", indica l'esperta, che nell'ambito del Programma nazionale di ricerca sulla diversità delle lingue e le competenze linguistiche in Svizzera (PNR 56Link esterno) ha partecipato ad uno studio sul campo in Canada. E "non è neppure detto che quello che sembra una buona prassi sulla carta funzioni bene nella realtà", aggiunge.
L'esempio del Canada mostra quanto la prudenza sia d'obbligo se si vogliono fare confronti. Nel Paese nordamericano, malgrado una vasta regolamentazione e mezzi nettamente superiori a quelli a disposizione dell'amministrazione svizzera, "da quanto abbiamo potuto constatare nel corso dei colloqui, in realtà la promozione delle lingue non funziona meglio. Nella pratica, dal momento che c'è una persona anglofona a una riunione, la conversazione è tutta in inglese. Nell'amministrazione federale canadese, la supremazia dell'inglese ci è sembrata ancora più marcata di quella del tedesco nell'amministrazione svizzera", illustra la ricercatrice.
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