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I media e le autorità non dovrebbero chiedere il permesso a una persona implicata in un delitto penale per menzionare la sua nazionalità o la sua appartenenza religiosa.
Il Consiglio degli Stati ha respinto venerdì la trasmissione del dossier all’esame del Consiglio federale, come chiesto da una petizione della sessione dei giovani, che i senatori hanno respinto con 31 voti contro 10.
La motivazione avanzata è che sino a quando i media mantengono un’informazione oggettiva, il fatto che contenga dati personali non è sufficiente a offendere la dignità umana e non costituisce dunque una discriminazione razziale, ha fatto valere la maggioranza.
Peggio, tacere questo genere di informazioni potrebbe in taluni caso intralciare indagini o procedure. A nome della Commissione, la deputata PPD giurassiana Anne Seydoux ha anche ricordato che la dichiarazione dei diritti e dei doveri di un giornalista chiede di valutare il rapporto tra valore dell’informazione e il pericolo di discriminazione.
Raccomandazioni non vincolanti, ha criticato invano la socialista ginevrina Géraldine Savary. Le situazioni cambiano, si assiste a una messa in scena sempre più insistente delle nazionalità, della religione e dell’orientamento sessuale di chi è coinvolto in un caso giudiziario.
L’intenzione della minoranza di sinistra era il rinvio della petizione in Commissione per incaricare il Consiglio federale a esaminare la questione.