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I ruoli degli psicologi nei contesti post-disastro
Un articolo di Risë VanFleet e Claudio Mochi pubblicato in originale in The National Psychologist, Nov/Dec 2010, p.4
Questo articolo è stato scritto a seguito dell’intervento post-disastro realizzato dopo il terremoto di Haiti nel 2010. Il contributo è stato tradotto in modo integrale ad eccezione di un paragrafo ritenuto poco pertinente per il lettore odierno.
Gli psicologi comprendono chiaramente che i disastri, come il devastante terremoto di Haiti, impongono un significativo disagio psicologico. Mentre gli sforzi iniziali di soccorso devono necessariamente concentrarsi su questioni di sopravvivenza, l’impatto psicologico dei disastri non tarda comunque a farsi sentire.
Spesso nei primi giorni dopo un disastro vi è una copertura mediatica costante e le persone che seguono rispondono con generosità offrendo i beni necessari ed altro materiale utile per il primo soccorso. Nel corso del tempo, tuttavia, l’interesse dei media diminuisce e l’attenzione del pubblico è attirata altrove. Probabilmente, è durante questo periodo che l’assistenza psicologica è ancora più necessaria.
Coloro che sopravvivono a molte situazioni traumatiche come i disastri naturali e la guerra, possono preoccuparsi che il resto del mondo li dimentichi. L’afflusso iniziale di attenzione può essere frenetico ed invadente ma quando è finito lascia un vuoto. Un confronto tra l’intensa copertura mediatica del terremoto di Haiti quando si è verificato per la prima volta e gli sporadici brevi filmati mostrati ora, solo pochi mesi dopo l’accaduto, rende bene l’idea. Tuttavia, i bisogni delle persone ci sono ancora.
Si delineano a questo punto un certo numero di ruoli che gli psicologi possono svolgere. Professionisti con una varietà di competenze ed interessi in psicologia possono fornire dei preziosi contributi in ambito clinico, comunitario, familiare, nella ricerca e così via.
Con il tempo sono necessari ulteriori fondi, quindi continuare a donare è sicuramente uno dei modi per aiutare. Come indicato nell’ultimo numero della rivista “The National Psychologist”, ci sono spesso anche nelle nostre comunità delle persone toccate dal disastro (coloro che sono preoccupati per i parenti in pericolo, che sono rimasti senza casa o sono stati trasferiti, che sono stati traumatizzati o ritraumatizzati dai servizi giornalistici e dalle varie immagini). Tutti questi individui possono beneficiare delle competenze e della sensibilità di uno psicologo.
Nella regione del disastro diversi ruoli particolarmente adatti agli psicologi iniziano a dispiegarsi man mano che i bisogni fondamentali vengono soddisfatti. Gli psicologi che intervengono in prima battuta possono aiutare con i bisogni immediati: fornire i rifornimenti, montare le tende, aiutare le famiglie a ritrovarsi, partecipare con i loro cani da ricerca e salvataggio oppure impegnarsi in altre attività di soccorso. In questa prima fase sono le organizzazioni attive sul territorio che impiegano gli psicologi a designare le attività da svolgere.
Questo lavoro nel cuore della zona del disastro può aiutare gli psicologi a stabilire legami informali ma importanti con gli individui, le famiglie e la comunità dei sopravvissuti. Quando gli psicologi lavorano fianco a fianco con i sopravvissuti, li conoscono e sono visti come più “avvicinabili”. Proprio come lo sviluppo del rapporto in terapia è importante, dopo un disastro questo viene fatto aiutando la soddisfazione dei bisogni di base, ascoltando le persone che parlano delle loro esperienze o piangono coloro che hanno perso e semplicemente essendo presenti e disposti ad assumersi compiti non specificatamente psicologici.
Quando la situazione post-disastro si assesta un po’, emergono nuovi ruoli per gli psicologi. Affinché un intervento funzioni, la comunità dei sopravvissuti deve essere coinvolta nel processo. A questo scopo, gli psicologi possono assistere eseguendo valutazioni sistematiche dei bisogni. Questo è tipicamente realizzato tenendo discussioni in piccoli gruppi con i sopravvissuti, invitandoli a identificare i loro bisogni. Non si dovrebbero fare supposizioni sui loro bisogni, è meglio chiedere. L’ascolto empatico è fondamentale quando i sopravvissuti manifestano i loro desideri.
Mentre si svolgono queste attività, gli psicologi inizieranno a identificare i potenziali aiutanti all’interno della comunità dei sopravvissuti. Molti sopravvissuti resilienti sono pronti ad assistere. Identificare insegnanti, genitori, terapisti, leader della comunità e religiosi o altre persone desiderose di aiutare è fondamentale. Le risorse locali possono fornire informazioni preziose, aiutare ad implementare interventi e continuare a gestire i programmi per i mesi o gli anni a venire. Di per sé, chiedere aiuto ai sopravvissuti fortifica la comunità nel suo insieme.
Il senso di impotenza è una caratteristica chiave del trauma, pertanto, più individui sono invitati a partecipare alla guarigione e alla ricostruzione, più è probabile che il contributo di uno psicologo faccia davvero la differenza. Forse uno dei ruoli più importanti che gli psicologi possono svolgere è quello di formare e sostenere i professionisti locali e gli aiutanti dei sopravvissuti.
Poiché la maggior parte degli psicologi non è in grado di rimanere nella zona del disastro per più di qualche settimana, non è utile, e può essere dannoso, iniziare interventi che non possono seguire fino alla fine. Formare professionisti locali, paraprofessionisti o altri aiutanti è molto più efficace. Gli argomenti di formazione potrebbero includere come riconoscere le reazioni traumatiche, come ascoltare ed assistere gli altri e come sviluppare interventi o programmi psicosociali che possono essere sostenuti anche quando le risorse sono scarse. Successivi contatti o viaggi nell’area del disastro possono fornire ai soccorritori locali ulteriori strumenti psicologici e materiali per continuare i programmi.
Il ruolo che gli psicologi svolgono dipende anche dalle organizzazioni con cui si formano e viaggiano nella zona del disastro. Ci sono molti enti internazionali di soccorso che forniscono un certo livello di supporto psicosociale come la Croce Rossa Americana/Internazionale, Terre des Hommes, Medici Senza Frontiere, Unicef, International Rescue Committee, Save the Children, Mercy Corps e altri. Quando si considera la possibilità di lavorare nell’ambito dei disastri, può essere rilevante chiedere all’organizzazione che lo sponsorizza i dettagli sul tipo di programmazione psicosociale fornita, i ruoli assunti dagli psicologi e la loro flessibilità nell’incorporare le proprie aree di competenza e interesse. A volte si presentano altre opportunità attraverso organizzazioni religiose locali o contatti personali.
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