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di George Monbiot
Quando la BBC realizzò un documentario sulla crisi dei nostri oceani, riuscì in qualche modo ad evitare di nominare la principale causa della loro distruzione ecologica: la pesca industriale.
L’unica sequenza significativa sulla pesca in Blue Planet II (2017) era una storia commovente sulla grande gentilezza delle navi norvegesi da pesca nei confronti delle orche.
Presentava la pesca industriale non come la principale minaccia alla vita marina, ma come la sua salvatrice.
Sarebbe un po’ come fare un film sul cambiamento climatico senza menzionare il ruolo dell’industria dei combustibili fossili. Ah, un momento, la BBC ha fatto anche questo, nel 2006. Il suo documentario The Truth about Climate Change menzionava l’industria dei combustibili fossili solo come parte della soluzione, perché una compagnia del settore stava sperimentando con la cattura e lo stoccaggio del carbonio. Questi documentari consistono a far stringere il cuore del pubblico senza entrare nei dettagli del problema, aggiungendo al contempo il suggerimento che dovremmo tutti “fare qualcosa”, senza però offrire il minimo suggerimento di cosa potrebbe essere questo “qualcosa”.
Sono il sintomo di una malattia che affligge la maggior parte dei media, la maggior parte del tempo: una profonda paura di affrontare il potere. Anche se la BBC ha in seguito fatto dei documentari migliori, continua a distogliere la nostra attenzione dai massicci assalti industriali ai nostri sistemi di supporto vitale, per ridirigerla verso quelle questioni che personalmente chiamo “minchiate micro-consumiste” (MMC), come le cannucce di plastica e i cotton fioc. Vedo le MMC come una forma di ripiego: un sostituto sicuro che permette alla stampa di non dover affrontare il potere economico. Lungi dal salvare il pianeta, ci distraggono dai problemi sistemici e indeboliscono qualsiasi azione effettiva.
La premessa centrale del neoliberalismo è che il luogo dove vengono prese le decisioni può essere sposato dai governi democratici all’individuo, tramite l’azione del “mercato”. Anziché usare la politica per cambiare il mondo in meglio, possiamo migliorare le cose attraverso i nostri acquisti. Se i neoliberali credessero davvero a quest’assurdità, ci si aspetterebbe che farebbero il possibile per informarci il meglio possibile, in modo che tutti potessimo esercitare in modo effettivo il nostro potere decisionale in questa magnifica democrazia dei consumatori. Invece, i media continuano a tenerci in uno stato di quasi totale ignoranza rispetto all’impatto dei nostri consumi.
Ma una delle nostre bolle di ignoranza è appena stata fatta scoppiare. Con un piccolo budget, al loro primo film, Ali Tabrizi e Lucy Tabrizi sono riusciti a fare quello che molti giganti dei mass media hanno ripetutamente fallito: affrontare direttamente il potere. Il loro documentario Seaspiracy è diventato un enorme successo su Netflix in diverse nazioni, incluso il Regno Unito. (Per trasparenza: sono uno dei contributori.) Alla fine la gente ha cominciato a svegliarsi di fronte al fatto stupefacente che quando si tirano enormi reti sul fondale marino, o si mettono linee di ami lunghe 28 miglia, o si pescano senza tregua delle specie in declino, si potrebbe anche… beh, insomma, avere qualche piccola conseguenza sulla vita degli oceani.
Il film sbaglia su alcuni punti. Cita una vecchia ricerca sulla possibile data del collasso globale delle riserve di pesca. Due dei suoi dati sul bycatch (o pesca collaterale) e un altro sui numeri del pesce pescato illegalmente nelle acque americane sono sbagliati. Confonde il carbonio immagazzinato dalle forme di vita con il carbonio immagazzinato nell’acqua marina. Ma il nocciolo del documentario è giusto: la pesca industriale, un problema scandalosamente ignorato dai mass media e da diversi gruppi di salvaguardia della natura, sta spingendo molte popolazioni animali ed ecosistemi in giro per il mondo verso il collasso. Vaste navi da pesca di nazioni potenti minacciano di privare le popolazioni locali dei loro mezzi di sostentamento. Molte “riserve marine” sono una farsa totale, dal momento che la pesca industriale è comunque permessa al loro interno. Nell’UE, l’intensità della pesca con reti a strascico in aree considerate protette è maggiore che nelle aree non protette. Il “pesce sostenibile” spesso non lo è per niente. La pesca industriale è la principale causa di morte e di declino delle specie marine. E può anche essere estremamente crudele nei confronti degli esseri umani: schiavismo e altre scandalose pratiche di sfruttamento della manodopera sono dilaganti nell’industria della pesca.
Solo il 6.2% della popolazione di pesci marini del pianeta, secondo le ultime valutazioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), non sono né “interamente sfruttati” né “sovrasfruttati”. Eppure queste specie continuano a declinare. “Interamente sfruttato” significa che il pesce viene pescato alla sua “massima resa sostenibile”, cioè il massimo che si può pescare senza causare un collasso delle riserve.
Questo è lo scopo centrale della gestione delle aree di pesca. Ma da una prospettiva ecologista, questi termini spesso significano sovrasfruttamento esagerato. Come mostra il lavoro del Prof. Callum Roberts, la popolazione di pesci e altri animali marini era infinitamente superiore prima dell’inizio della pesca industriale, e lo stato dei fondali marini, in molte aree, era completamente diverso. Persino la pesca “ben gestita” al massimo della resa impedisce la rinascita di ricchi e abbondanti ecosistemi.
Concordo, tuttavia, con chi afferma che anche i dettagli contano: se tutti i documentari – come tutto il giornalismo e tutta la scienza – commettono a volte degli errori, dobbiamo comunque essere puntigliosi con i fatti. Quindi perché gli scienziati esperti di pesca che si scandalizzano per gli errori di Seaspiracy non si lamentano delle rappresentazioni fuorvianti e delle omissioni di Blue Planet II e della serie prodotta in seguito dalla BBC, Blue Planet Live (2019)?
Blue Planet Live ha portato ad un nuovo livello la distrazione dai problemi principali. Sebbene si focalizzi principalmente sulle plastiche, non menziona mai l’industria della plastica. Come se la plastica, il collasso climatico e la pressione sugli ecosistemi marini si siano materializzati dal nulla. Mentre ignora i poteri forti, la maggior parte delle soluzioni proposte sono dei minuscoli cerotti tecnologici: salvare le foche rimaste orfane, seminare coralli, rimuovere ami dalle bocche degli squali. Alcune delle affermazioni del documentario sono non solo sbagliate, ma anche da morir dal ridere. Per esempio, vi si afferma che possiamo “liberare i nostri oceani dalle plastiche” pulendo le spiagge!
Perché allora questo silenzio? Forse perché alcuni scienziati esperti di pesca, come sottolineato dal biologo Ransom Myers, hanno finito per identificarsi con l’industria dalla quale dipende la loro esistenza. Mentre sembrano accomodarsi felicemente delle scandalose distorsioni che scagionano la pesca industriale dalle sue responsabilità, si scandalizzano per degli errori infinitesimali che invece ne illustrano gli effetti negativi.
Per me, il problema è simbolizzato dalle due parole nelle quali continuo ad imbattermi nelle pubblicazioni scientifiche e ufficiali sul tema: “sottoutilizzate” e “non interamente sfruttate”. Questi sono i termini che gli scienziati esperti di pesca usano per le popolazioni che non sono “interamente pescate”. Le parole che le persone usano rivelano il modo in cui pensano, e che parole potenti, illuminanti e orribili sono queste. Sembrano appartenere ad un’altra era, quando credevamo nella dottrina del dominio: gli esseri umani avevano lo scopo sacro di conquistare e sfruttare la Terra. Sospetto che alcune persone si siano arrabbiate tanto perché Seaspiracy denuncia non solo delle pratiche abusive, ma un’intera visione del mondo.
È ora di vedere gli oceani sotto una nuova luce: di trattare i pesci non come cibo, ma come una fauna selvatica; di vedere le loro società non come riserve da sfruttare, ma come popolazioni, e le catene alimentari marine non come aree di pesca ma come ecosistemi. È ora di considerare la loro esistenza come un miracolo della natura, piuttosto che come un’opportunità da sfruttare. È ora di ridefinire la nostra relazione con il pianeta blu.
Fonte : The Guardian, 7 aprile 2021.