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La denuncia: «Denaro speso in false riduzioni delle emissioni di CO2»
L'integrità stessa dello schema di crediti di carbonio, elemento cruciale dell'impegno assunto dall'Australia nel vertice sul clima di Glasgow lo scorso ottobre, di conseguire zero emissioni nette per il 2050, è messa pubblicamente in discussione.
L'accusa viene dal primo responsabile e presidente inaugurale dello schema australiano detto Emission Reduction Fund (ERF), professor Andrew Macintosh, ricercatore capo del College of Law, Australian National University.
Come riporta il Sydney Morning Herald, i dati presentati dall'esperto al Clean Energy Regulator, che amministra i fondi dello schema, mostrano come la maggior parte del denaro venga spesa in false riduzioni delle emissioni di CO2. Le Australian Carbon Credit Units (ACCU) sono infatti assegnate a enti che riducono i gas serra impiegando tecniche approvate come il carbon farming, un modo di condurre coltivazioni con l'effetto di «sequestrare» il carbonio entro il suolo. I crediti sono poi venduti a compagnie inquinanti, che vogliono compensare le proprie emissioni e ridurre l'impronta di carbonio.
Macintosh ha analizzato crediti di carbonio per 300 milioni di dollari australiani (210 milioni di franchi) emessi per evitare la deforestazione, che avrebbero dovuto avere un efficacia di almeno il 750% maggiore rispetto alla realtà, per giustificare i pagamenti. Inoltre il 50% dei crediti del valore di 200 milioni di dollari, emessi per la ricrescita di foreste, erano per progetti in cui la copertura di foreste di fatto si era ridotta.
I difetti dello schema, afferma, hanno permesso «una frode ai danni dell'ambiente, ai danni dei contribuenti e degli ignari acquirenti privati di ACCU».