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Il palazzo o castello Trivulzio di Roveredo
Del palazzo o castello Trivulzio a Roveredo è rimasto ben poco, anche come rovina: uno spezzone di muro diroccato di quella che fu la torre d’entrata. Il reperto si trova sul lato destro della Moesa accanto al ponte della ferrovia. Inoltre, la zona, nella quale si trovano diverse case costruite nel perimetro occupato in passato dal palazzo e dalle sue “pertinenze”, è nota con il toponimo “Al Triulzi”.
I resti del castello o palazzo Trivulzio nel 2011
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Il nome ricorda quello degli ultimi signori della Mesolcina, la famiglia milanese Trivulzio, e in particolare il condottiero Gian Giacomo (1441-1518), ma il palazzo fu certamente edificato dai de Sacco. La prima menzione di una torre dei Sacco a Roveredo risale al 1275 ma potrebbe anche trattarsi dell’edificio poi noto come la Zecca, situato sulla sponda sinistra della Moesa in capo al vecchio ponte.
Il complesso fortificato circondato d’acqua – poi denominato palazzo (o più correttamente castello) Trivulzio – è menzionato per la prima volta in un documento del 1344 e sorse sul luogo di una dimora signorile più antica citata per l’ultima volta nel 1331. Il castello fu restaurato e ampliato dopo che Gian Giacomo Trivulzio ebbe acquistato la signoria sulla valle nel 1480, anche perché fu incendiato nel 1483 nel corso di una rappresaglia dei Sacco che contestavano al Trivulzio il mancato pagamento dell’intera somma pattuita per la cessione dei diritti sulla Mesolcina.
Il condottiero milanese, che incarna una delle varianti del Principe machiavelliano, intendeva costruirsi un suo Stato territoriale a partire dalla Mesolcina dove possedeva, oltre al palazzo roveredano, la rocca di Mesocco. Il centro amministrativo e politico del suo dominio fu certamente Roveredo, dove insediò anche una zecca, dopo aver ottenuto nel 1487 il privilegio di batter moneta, e dove risiedeva il commissario incaricato di amministrare la Valle. Il Trivulzio si destreggiò abilmente nel gioco delle alleanze europee, agganciò definitivamente la Mesolcina alle Leghe Retiche e il suo dominio fu benefico per l’economia della Valle e per l’incremento dei traffici.
Diede quindi splendore al palazzo di Roveredo, ammodernando le fortificazioni e dotandolo di sontuosi giardini e di una peschiera. Nei Grigioni, dove quasi tutti i numerosi castelli sono posti su alture rocciose, il complesso era un rarissimo esempio di castello di pianura circondato da fossato. Oggi possiamo soltanto immaginarci il complesso fortificato, grazie a rilievi eseguiti alla fine dell’Ottocento.
(Ricostruzione del Palazzo fatta dall’architetto Enea Tallone nel 1923: disegni pubblicati sull’«Almanacco dei Grigioni» del 1924).
Diventato proprietà della Valle nel 1549, dopo il riscatto dalla signoria dei Trivulzio, il palazzo fu venduto nel 1552 a Antonio a Marca. Nel contratto di compravendita si parla di “Giardino Grande, murato tutt’intorno, con un palazzo” come pure di “vie, anditi, et accessi, rogge d’acqua ed acquedotti spettanti e pertinenti a detto Giardino”. Il tutto formava perciò una specie di complesso amministrativo, residenziale e anche economico. I Comuni venditori si riservavano però il diritto “di andare in detto palazzo per tenervi tribunale e di usare di detto palazzo ossia atrio per incarcerare e torturare i malfattori a qualsiasi richiesta di essa valle” (contratto di compravendita in Quaderni grigionitaliani, a. 22 (1952-1953), n. 2, p. 150-152).
Tra il 1583 e il 1585 trovò sede nel palazzo il primo “ginnasio” mesolcinese, fatto chiudere su ordine delle Leghe, poiché la scuola era legata alle iniziative controriformiste della Chiesa cattolica.
Che avvenne in seguito del palazzo? Poco si sa. Una cronaca locale d’inizio Settecento ne parla come di un “forte dirocato”. Tuttavia intorno al 1900 rimanevano ancora tracce evidenti del complesso fortificato, come si può desumere dal disegno eseguito nel 1898 dall’archeologo Eugen Probst.
I resti del palazzo nel disegno eseguito nel 1898 dall’architetto Eugen Probst (in F. Giudicetti, Disegni e acquerelli della Mesolcina 1794-1903, Poschiavo, 1983, p. 13).
Secondo quanto scrive Pio Raveglia nel suo Vocabolario del dialetto di Roveredo-Grigioni, all’inizio del XX secolo il fossato circondava ancora su due lati i resti del castello, prima che il tutto fosse trasformato in moderne abitazioni. Il vivaio o giardino annesso al palazzo era invece diventato una zona paludosa: al tempo della prima guerra mondiale alcuni volonterosi crearono, pare con scarso successo, un laghetto a scopo turistico: l’Almanacco Mesolcina Calanca del 1997 contiene a p. 49 una foto, di qualità mediocre, che ritrae il laghetto in questione, denominato “Lago Alva”. La zona fu poi bonificata e coltivata a patate nel corso del secondo conflitto mondiale. Il terreno serviva inoltre per manifestazioni ginniche e sportive.
Di un possibile restauro parlò la sezione moesana della PGI nel 1947: fu salvata una bifora gotica divisa da una colonnina ornata da un capitello, che abbelliva ancora la facciata nord dell’ala adibita ad abitazione nel 1930, e che fu poi incastonata sopra l’entrata principale del Museo Moesano a San Vittore, dove si trova tuttora.
L’acquasantiera marmorea detta “fontana Trivulzio” che si trova nella Collegiata di Bellinzona non sembra invece provenire dal palazzo di Roveredo, come sostenuto da taluni in passato.
Bibliografia sommaria
Erwin Poeschel, Die Kunstdenkmäler des Kantons Graubünden, vol. 6, Basilea 1945.
Werner Meyer, Castelli del Ticino e del Grigioni italiano, Zurigo 1982.
Edoardo Agustoni, Guida all’arte della Mesolcina, Locarno 1996.
Piero Stanga, Ricerche storiche su Roveredo (GR), Locarno 2004.