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“Le tasse sono, di norma, una calamità per il popolo e un incubo per il governo. Per il primo sono sempre eccessive; per il secondo non sono mai abbastanza.” Questo passaggio espresso da Juan de Mariana (gesuita della tardo scolastica del XVI secolo), ci ricorda che il raggiungimento del pareggio di bilancio dello Stato è vecchio quanto lo Stato; uguale se imperiale, monarchico, totalitario o democratico. Cioè vecchio da quando un’entità superiore si è autolegittimata a prendere con la forza o con la legge, grano, farina, materie prime, raccolti, soldi a chi li ha prodotti. Il Dibattito sul moltiplicatore cantonale di imposta, che il popolo per fortuna sarà chiamato a votare, non è stato niente altro che un rito in apparenza moderno e civile per legittimare il sovrano con maggioranza aritmetica a prendere ciò che gli serve. Il che, simmetricamente significa che i bisogni dello Stato e le sue necessità finanziarie vengono prima dei bisogni dei cittadini e delle loro necessità finanziarie. Per Costituzione, di fatto, si è definita questa gerarchia inversa. Mi permetto di ripetere un passaggio del mio intervento in Gran Consiglio: "Non è una questione di finanze, di equilibrio, di casse piene e vuote. È una questione di libertà. (…) Perché è in gioco la libertà? Perché si passa da uno stato autorevole a uno stato autoritario. Passiamo da un fisco equo a una decima feudale. Leggi di disciplina come queste hanno fatto disastri dagli Stati Uniti agli Urali. Non servono rigidità in questo momento, neppure sulla spesa". Il problema delle finanze pubbliche non è quello di scovare un arnese per creare il pareggio dei conti. No, qualsiasi arnese per bloccare la spesa (legge sul freno alla spesa) e qualsiasi arnese per aumentare le entrate (legge sul moltiplicatore di imposta) sono ormai tardivi a questo scopo. Il problema politico vero, e non finanziario, è che alla domanda: perché i conti dello Stato devono essere in pareggio? Da anni non c’è più risposta. Si, per carità ci sono risposte tecniche contabili, risposte moraliste, risposte retoriche, risposte senza senso, risposte con senso apparente; ma la risposta vera non arriva. Perché? Come nel calcio si può avere un pareggio con lo 0 a 0 o un pareggio con il 2 a 2, il 5 a 5, il 10 a 10. Cosa significa il pareggio rispetto al gioco espresso? Rispettivamente che gioco si produce fissando il pareggio come risultato obbligato? Se lo scopo è il pareggio (veloce) fine a sé stesso, ogni arnese è legittimo e quindi sia impiegato quello che otterrà più voti. Ma il problema non sarà risolto. Il pareggio dei conti dello Stato, implica ben altra sensibilità, esige una lunga riflessione sulle leggi (ogni franco speso ha una base legale), sul rapporto tra giustizia e legge, sul rapporto tra leggi e risultati, e ancora: sul rapporto tra chi legifera, chi esegue e chi subisce le leggi; sullo squilibrio tra elettori, contribuenti e beneficiari.Sia l’aumento delle imposte automatico (moltiplicatore) sia il taglio automatico (freno) sono strumenti di “paura”, sono minacce. Certo, a volte servono, ma la crisi è più profonda. La storia millenaria ci illustra che i poteri forti appaiono e le rivoluzioni rispondono quando lo Stato fa il contabile anziché il promotore delle condizioni di libertà per creare benessere e prosperità. Quando alza il suo ponte levatoio anziché alzare ponti sui fiumi. Per fortuna, gli uccelli beccano i semi dal campo nonostante gli spaventapasseri, ma questa è ben altra legge.
Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale