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A volte, osservando il quotidiano d'ogni giorno (pleonasmo volontario rafforzativo, ndr), mi soffermo su interazioni a me aliene. Capita che le dette interazioni implichino persone atte ad animato scambio di appellativi coloriti.
E la prima cosa che mi viene in mente è: "io non sarò mai in grado di farlo, figa".
Entrerebbe sistematicamente in vigore una sorta di stato di ebrezza, portante a sudorazione, bocca pastosa e soprattutto visibilissimo tremore – paragonabile alla morte di Coupeau nell'Assommoir (spoiler alert).
Si instaurerebbe poi un blocco involontario del sistema nervoso, che mi renderebbe incapace di proferir parola. Una sorta di procedura di emergenza che mette il sistema in pausa, in attesa che la crisi passi.
Malgrado questa incapacità endemica al confronto virulento mi torni utile nella maggior parte dei casi, mi trovo ad invidiare di nascosto gli attori del litigio.
Poi mi concentro sul tenore verbale dello scambio e sui capi di vestiario, e l'invidia passa, veloce ma non indolore, come una scureggina mollata in una sala d'attesa gremita.