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Tra il 1856 e il 1860, la febbre dell'Australia raggiunse anche la Val Poschiavo, nel Grigioni italiano. Poco meno di duecento giovani lasciarono la valle alla volta del quinto continente. Un esodo che i contemporanei osservarono con preoccupazione.
«Ieri mattina sulla piazza di questa Villa [Poschiavo] potevasi godere di un nuovo spettacolo commovente. Eravi raccolta insieme una nuova carovana di 31 uomini e giovani nel fiore dell'età disposti alla partenza pell'Australia [...]. I loro parenti e amici li avevano fin qui accompagnati per dare loro un addio doloroso».
L'episodio, riportato il 19 ottobre del 1859 dal periodico locale Il Grigione Italiano, non era un fatto eccezionale per la società poschiavina di quegli anni. Dal 1854, sulla scia della corsa all'oro dei ticinesi, anche dalla valle grigionese cominciarono a partire i primi emigranti alla volta dell'Australia.
La vera ondata giunse qualche anno dopo, quando l'emigrazione dal Ticino si stava ormai esaurendo. Tra il 1856 e il 1860 dalla Val Poschiavo emigrarono verso l'Australia poco meno di duecento persone, più del 5% della popolazione locale.
Il flusso migratorio continuò anche negli anni successivi, ma in misura minore, salvo un picco di 40 partenze nel 1870. Spesso i poschiavini erano accompagnati nel loro viaggio da gruppi di emigranti della vicina Valtellina, con cui condividevano lingua, costumi e talvolta legami parentali.
I motivi dell'emigrazione
Molto probabilmente i primi poschiavini a partire furono attratti dai racconti di conoscenti ticinesi. «Le voci che circolavano descrivevano l'Australia come un paese ricco d'oro, dov'era possibile guadagnare in fretta tanti soldi», scriveva nel 1920 il canonico poschiavino Giovanni Vasella, basandosi su testimonianze raccolte anni prima.
Ben presto però cominciarono a giungere in Europa notizie sulle difficoltà incontrate dagli emigranti ticinesi in Australia. La speranza di trovare l'oro si era trasformata per molti in una cocente delusione. Eppure proprio quando sull'Australia non ci si potevano più fare troppe illusioni, i poschiavini cominciarono a partire in massa.
Il motivo principale che indusse molti giovani a seguire le tracce dei primi migranti fu probabilmente una crescente pressione demografica, aggravata dalla crisi del settore agricolo e dall'assenza di sbocchi economici alternativi.
Nel 1851, una malattia delle viti aveva portato al collasso l'industria vinicola in Valtellina, privando anche la Val Poschiavo dei redditi legati al trasporto e al commercio, ricorda la storica australiana Jacqueline Templeton in uno studio pubblicato nel 2000.
Oltretutto, di fronte al regresso dell'emigrazione ticinese, verso il 1855 le agenzie di emigrazione spostarono la loro attenzione sui Grigioni, pubblicando grandi inserti pubblicitari nella stampa locale.
Le preoccupazioni dei contemporanei
Il fenomeno migratorio fu particolarmente forte negli insediamenti rurali attorno a Poschiavo e nel comune di Brusio, fra i contadini di confessione cattolica. Solo da Prada, un villaggio di un centinaio di abitanti a sud del borgo di Poschiavo, partirono prima del 1860 almeno 50 uomini.
«I tre giovani rimasti potevano scegliere la loro sposa tra 50 ragazze», notava Georg Leonhardi, parroco protestante a Poschiavo, con ironia mista ad apprensione. Non fu l'unico a preoccuparsi, all'epoca. Da più parti si levarono voci che registravano gli effetti dirompenti dell'emigrazione per la società locale.
«Che faranno le donne isolate senza famiglia e senza il braccio forte dell'uomo che le sorregge? Chi arerà il campo, chi segherà il fieno, chi taglierà e condurrà le legne, chi provvederà i materiali per riparare alle case cadenti, chi inalperà i monti?», si chiedeva per esempio una «contadina di Prada» sulle colonne del Grigione Italiano nel 1859.
Alle preoccupazioni di natura pratica si aggiungevano timori di carattere morale: «E quegli individui che fanno ritorno nella patria valle riportano forse essi in generale sempre seco la semplicità e la purezza de' costumi, con cui lasciavano per correre a cercar fortuna?», si legge in un altro numero dello stesso periodico.
Lavoro e benessere
Queste e altre reazioni non erano forse rappresentative dell'opinione pubblica dell'epoca, ma certo riflettevano la posizione della borghesia di ispirazione liberale che aveva trovato nel Grigione Italiano il suo organo di espressione.
Uno dei suoi esponenti, Gaudenzio Olgiati, avvocato e giudice federale, nel 1865 scriveva in riferimento all'emigrazione in Australia: «Finora solo pochi sono riusciti a guadagnare in poco tempo abbastanza da poter vivere senza preoccupazioni in patria. La maggior parte continua a faticare nelle colonie in cerca di una fortuna che al momento di partire pensavano troppo facile da raggiungere».
In effetti, giunti in Australia, i poschiavini dovettero abbandonare ben presto l'illusione di rapidi guadagni nelle miniere d'oro. La maggior parte di loro finì per lavorare nella selvicoltura o nell'agricoltura. In vari casi, gli emigranti riuscirono tuttavia a racimolare capitali sufficienti per garantirsi un certo benessere dopo il ritorno in Svizzera o per fondare una famiglia nella patria d'adozione.
Anni dopo, il canonico Vasella poteva così usare toni ben diversi da quelli di Olgiati: «L'emigrazione verso l'Australia può essere considerata a mio parere la più ricca di benefici per la Val Poschiavo», scrisse nel 1920. «Di tanto in tanto chi era baciato dalla fortuna tornava a casa con un benessere non eccessivo, ma sufficiente a porre le basi di una di quelle famiglie contadine benestanti che formano il nerbo del nostro popolo».
Nelle sue parole traspariva una sorta di rivalsa dei contadini cattolici delle contrade nei confronti della borghesia protestante del borgo di Poschiavo, i cui esponenti avevano fatto fortuna gestendo caffè e pasticcerie in mezza Europa: «Mentre i pasticceri e caffettieri rientrati in patria disdegnano il lavoro nei campi e preferiscono sprecare i loro giorni in un dolce e infruttuoso ozio, gli emigranti d'Australia godono in genere di una salute di ferro, hanno voglia di lavorare e aggiungono nuovi risparmi a quelli già accumulati».
Andrea Tognina, swissinfo.ch
Emigrazione poschiavina
Come in molte altre regioni alpine, anche in Val Poschiavo l'emigrazione stagionale fu, fin dal Medioevo, una fonte importante di reddito complementare alle attività agricole.
Durante l'inverno, i poschiavini emigravano soprattutto verso l'Italia settentrionale, dove lavoravano in particolare come ciabattini. Sono noti tuttavia anche episodi di emigrazione verso la Germania e altri paesi europei.
Per i rampolli delle famiglie notabili, anche la carriera militare al servizio di potenze straniere poteva aprire prospettive di ascesa sociale e permettere di costruire reti utili successivamente nell'ambito di attività commerciali.
Una metà importante dell'emigrazione poschiavina e grigionese in età moderna fu Venezia, legata allo Stato delle Tre Leghe (l'attuale Canton Grigioni) da un trattato di alleanza. Nella città, i grigionesi furono attivi come facchini, commercianti e bottegai.
Con la fine del trattato di alleanza e l'espulsione dei grigionesi da Venezia nel 1766, si liberarono capitali e capacità imprenditoriali che confluirono nella grande stagione dei caffettieri e pasticcieri.
Seguendo l'esempio degli engadinesi e dei bregagliotti, i protestanti poschiavini diedero vita nel XIX secolo a un'emigrazione specializzata che portò all'apertura di caffè e pasticcerie gestite da emigranti poschiavini in molti paesi d'Europa, dalla Spagna all'Inghilterra, dall'Italia alla Polonia.
Da parte cattolica, l'emigrazione legata ad attività commerciali si orientò invece piuttosto verso l'Italia centrale e in parte verso l'Inghilterra. A metà dell'Ottocento iniziò un flusso migratorio verso i paesi d'oltreoceano, in particolare l'Australia.
Nei primi decenni del XX secolo l'emigrazione cominciò ad orientarsi sempre più verso i centri urbani della Svizzera tedesca, mentre le mete all'estero persero gradualmente importanza. Il fenomeno prosegue ancora oggi.