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Sono tempi difficili per i banchieri centrali, da una parte e dall’altra dell’Atlantico. In Eurolandia la Banca centrale europea è alle prese con un passaggio di consegne tra il “keynesiano” (molto tra virgolette) Mario Draghi, celebrato per aver salvato a suo tempo la moneta unica e iniziatore di quello che viene erroneamente definito quantitative easing, e la ex ministra delle finanze francese nonché ex direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde. Negli Stati Uniti, invece, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha da qualche mese l’ingombrante peso di un Donald Trump iperattivo e “twittatore” seriale. Più di una volta nel corso dell’estate lo stravagante presidente statunitense ha minacciato di licenziare il numero uno della Fed o tentato di imporre lui la politica monetaria violando l’indipendenza della banca centrale come un Maduro o Erdogan qualunque. Il taglio, lo scorso luglio, di un quarto di punto del tasso d’interesse è anche figlio di questa “moral suasion” presidenziale più che di un degrado delle condizioni macroeconomiche.