Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01287.jsonl.gz/317

di Cosimo Semeraro
Era il 30 novembre del 1919 quando il Papa, Giacomo Dalla Chiesa, di estrazione genovese, eletto al soglio pontificio con il nome di Benedetto XV, decise di promulgare questa enciclica destinata a segnare nei contenuti il cammino delle spedizioni missionarie fino ai nostri giorni. Dalle prime due parole iniziali (malauguratamente generiche e di per sé non particolarmente eloquenti) la lettera papale si chiamò “Maximum illud” (“Il massimo e il più santo dono … Andate in tutto il modo predicate il vangelo a tutte le genti, non doveva certamente terminare con la morte degli Apostoli, ma durare, per mezzo dei loro successori, sino alla fine dei tempi…”). Da questo incipit derivano, poi, tutte quelle norme che dovranno caratterizzare l’attività missionaria.
Il papa autore dell’enciclica fu il Pontefice che portò avanti la Chiesa nel Primo Novecento con metodi e decisioni che agli stessi contemporanei cattolici parvero incomprensibili, tanto da essere ben presto dimenticato nella storiografia di quel periodo e per oltre un cinquantennio successivo. Eppure ebbe il merito di capire come le cose stavano cambiando e quale fosse la direzione giusta da prendere in un mondo in piena turbolenza: un pontificato, il suo, breve di soli otto anni, ma sconvolto da bombe, trincee, milioni di morti, dissoluzione di quattro imperi secolari, rivoluzione russa, esasperati nazionalismi, nascita della questione mediorientale. Il disastro o, come ebbe il coraggio di definirla, l’”inutile strage” della Prima Guerra Mondiale. Dopo Caporetto e la tragica ritirata italiana oltre le linee del Piave, fu perfino accusato di aver diffuso il disfattismo tra le truppe del generale Cadorna, tanto da meritarsi l’appellativo di “Maledetto XV.”
Umanamente parlando, e rivedendo sulle foto il suo fisico minuto, privo di ogni rilevanza, si potrebbe parlare della sua elezione come di un fatale errore del conclave dopo la morte del popolare e veneratissimo Pio X. Il destino di Benedetto XV fu quello di non essere compreso ed accettato né prima né dopo la sua morte avvenuta nel 1922. Solo recentemente, grazie agli studi accurati dedicati al periodo della Prima Guerra Mondiale, è emersa finalmente dai documenti la tempra di un papato degno dei periodi più splendidi della storia della Chiesa, un pontificato decisivo, spartiacque tra la Belle époque tramontante e il secolo Ventesimo in tutte le sue tragiche manifestazioni. Una rivalutazione così decisa e convincente da spingere nel conclave del 2005 il dotto e preparatissimo cardinale Joseph Aloisius Ratzinger a scegliere il nome di Benedetto, con un esplicito riferimento oltre che a quello di Norcia, proprio a Giacomo della Chiesa. E, d’altronde, lo stesso pontificato di Benedetto XVI ha avuto, nel corso dei suoi otto anni, la benemerenza di fare giustizia storiografica nei riguardi dell’omonimo predecessore. Oggi si può parlare di Benedetto XV, come di un papa riservato, forse troppo diplomatico e freddo, ma di una eccezionale cultura e profetica lungimiranza. Ne fa fede il prezioso contenuto di questa enciclica Maximum Illud che sta per compiere i suoi venerati cento anni, eppure ancora straordinariamente attuale.
Papa Benedetto XV avvertì la necessità di riqualificare evangelicamente la missione nel mondo, perché fosse purificata da qualsiasi incrostazione coloniale e liberata dai condizionamenti delle politiche espansionistiche delle nazioni da cui provenivano i missionari. Un documento-base perché già un secolo fa insegnava saggiamente al mondo missionario di prendere decisamente le distanze dal colonialismo di ogni colore e di ogni estrazione geografica. Gli stessi missionari dovevano culturalmente rendersi indipendenti dai condizionamenti delle terre da cui provenivano, non esitare a imparare invece le lingue locali e (soprattutto) considerarsi provvisori e non conquistatori o padroni delle nuove comunità evangelizzate. Ossia, impegnarsi per favorire e far crescere le energie native del territorio, formare un clero locale e affidare alla gente del posto la gestione della vita cristiana.
La Maximum Illud rimane ancora oggi, dopo il Concilio Vaticano II e a pochi giorni dalla chiusura dello storico Sinodo Panamazzonico, un chiaro esempio di come si possa tentare di trascinare la chiesa verso il futuro nonostante le fiere opposizioni di non piccole frange di movimenti o istituzioni ecclesiali. Benedetto XV, un po’ come capita oggi con papa Francesco, seppe vedere lontano, affermando, per esempio, coraggiosamente che le missioni non sono proprietà degli ordini religiosi, bensì patrimonio della chiesa. E non si guadagnò di certo la simpatia degli ordini missionari. Ma non cambiò parere e non diminuì la sua pressione nel valorizzare il coinvolgimento dei laici e il significato e il ruolo della donna nella vita della Chiesa e, in particolare, nelle imprese missionarie. Esortò, in definitiva, la Chiesa a un rinnovato impegno missionario perché “La fede – si legge dell’enciclica – si rafforza donandola!”. Nel mutato contesto odierno, il messaggio è ancora attuale e stimola a superare la tentazione di ogni chiusura autoreferenziale e ogni forma di pessimismo pastorale. Anche in questo nostro tempo, segnato da una globalizzazione che dovrebbe essere solidale e rispettosa della particolarità dei popoli, e invece soffre ancora della omologazione e dei vecchi conflitti di potere, rimane attualissimo l’insegnamento della Maximum illud.
Su un giornale come il Corriere degli Italiani e dell’Italianità non sarà inutile, a chiusura del nostro ricordo centenario, riflettere che lo stesso papa Benedetto XV, poco meno di un anno prima della sua morte improvvisa a sessantasette anni, dedicò ancora un’enciclica, questa volta, proprio all’Italianità, a Dante Alighieri, poeta definito da Benedetto XV “molto più moderno di alcuni contemporanei”.