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TUNISI - I deputati tunisini hanno votato la notte scorsa, dopo un iter complesso ed accese discussioni in aula, l'ultima versione della "legge di riconciliazione economica e finanziaria", considerata dalle opposizioni e dalla società civile un'amnistia mascherata per la classe dirigente del vecchio regime di Ben Ali.
Proposta dal presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi nel 2015, è stata presentata dai promotori come un passo necessario per il taglio con il passato, una nuova tappa nella storia del paese e una prova di coscienza patriottica. Essa dovrebbe porre fine alla disputa legata ai funzionari del passato regime, prevedendo anche la riabilitazione di quegli imprenditori considerati legati all'ex presidente deposto.
Una questione che ha suscitato un vivace dibattito in Tunisia, con le dure reazioni di alcuni partiti di opposizione che continuano a chiedere il ritiro del provvedimento e della società civile che, tramite il collettivo "Manich Msameh" (Io non perdono), anche ieri ha inscenato proteste davanti al parlamento.
Il direttore del gabinetto presidenziale, Slim Azzabi, subito dopo il voto, ha dichiarato che la «Tunisia ha bisogno di riconciliazione, consenso e unità nazionale» e ha qualificato la versione della legge approvata «la più consensuale possibile».
Azzabi ha giustificato l'iniziativa del presidente Essebsi di sottoporre al parlamento questa legge con la volontà di «liberare energie nella pubblica amministrazione, rilanciare l'economia e incoraggiare i progetti di sviluppo sospesi a causa del debole rendimento dei funzionari pubblici». Azzabi ha sottolineato inoltre come la legge «non miri a riabilitare i corrotti».
«Le concessioni su numerosi articoli della legge sono motivati dalla volontà di ottenere il massimo consenso» - ha precisato ancora Azzabi - puntualizzando come l'ultima versione della legge si limiti a considerare i funzionari pubblici che non abbiano ottenuto benefici personali diretti o indiretti mentre ha soppresso, per esempio, gli articoli sulle infrazioni alla legge dei cambi. Il provvedimento dovrebbe interessare, secondo il direttore del gabinetto del presidente della Repubblica, circa 2000 funzionari e generare un aumento del Pil del 1,2%.
Le opposizioni hanno promesso di ricorrere contro questa legge che considerano incostituzionale perché favorirebbe l'impunità e l'ineguaglianza tra i cittadini davanti alla legge, oltre ad incoraggiare il riciclaggio della corruzione e la riabilitazione dei corrotti.