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La generazione dei 20-30 anni si scontra con l’incomprensione dei datori di lavoro. Coscienti delle loro aspettative, questi giovani professionisti non esitano a cambiare posto di lavoro se si presenta un’opportunità. Spiegazioni.
La generazione dei 20-30 anni si scontra con l’incomprensione dei datori di lavoro. Coscienti delle loro aspettative, questi giovani professionisti non esitano a cambiare posto di lavoro se si presenta un’opportunità. Spiegazioni.
Uno shock delle culture scuote il mondo professionale. Da un lato, dei dirigenti cinquantenni, fedeli alla loro impresa, che arrivano al termine di una lunga carriera. Dall'altro, dei giovani di età compresa tra i 20 ed i 30 anni, che se la cavano da soli, fanatici dei social network, che cambiano frequentemente posto di lavoro. Il loro comportamento differisce totalmente da quello delle generazioni precedenti.
Basato su un sondaggio tra 200 svizzeri di questa fascia d'età, un recente studio dell'Istituto Gottlieb Duttweiler (GDI) rileva che questi giovani non restano a lavorare in ambienti nei quali si sentono a disagio. Evolvendo in un contesto di incertezza e di crisi economica, hanno imparato a non perdere tempo e non esitano a cambiare posto di lavoro a seconda delle opportunità. Se di primo acchito questo atteggiamento può veicolare un'immagine negativa, Mirjam Hauser, coautrice dello studio e ricercatrice presso il think tank zurighese, sottolinea i punti positivi: "Da un lato, il comportamento dei giovani può significare che non sono leali verso i datori di lavoro. Ma sanno perfettamente che la sicurezza dell'impiego non esiste e che potrebbero essere licenziati da un giorno all'altro. Detto questo, sono leali verso sé stessi, sono organizzati, amano collaborare in gruppo e sono spesso sicuri di sé."
Dirigente di una PMI nel settore della costruzione, Nicolas Boschetti è responsabile di molti lavoratori da una ventina di anni. Conferma una differenza di funzionamento tra gli impiegati di 20 anni e quelli di 40: "I più giovani sanno che dovranno imparare a sbrigarsela. Vogliono dimostrare molto rapidamente quali sono le loro capacità."
Le richieste in termini di esperienza e di qualifiche per guadagnarsi un primo posto sono sempre più esigenti ed i giovani della generazione Y escono dagli studi sempre più tardi. "Queste persone arrivano al loro primo impiego con risorse importanti", spiega Elisabeth Lamont-Hoffmann, psicologa e responsabile del servizio di orientamento dell'Università di Losanna.
E con delle aspettative particolarmente elevate. Secondo il rapporto di GDI, i giovani adulti desiderano un lavoro variato, che offra sfide, ma che corrisponda anche ad un buon equilibrio tra vita professionale e vita privata. "Questa generazione è relativamente esigente, conferma Elisabeth Lamont-Hoffmann. I giovani adulti hanno un'idea precisa su quello che si aspettano dal loro lavoro, ma anche da loro stessi. Stanno attenti alla loro salute mentale, a non esaurirsi, a non trascurare la loro famiglia e cercano di non subire mobbing." La specialista constata inoltre che certi giovani non vogliono entrare a far parte di imprese che non tengono sufficientemente in considerazione valori quali la protezione dell'ambiente.
"Gli adulti emergenti che abbiamo incontrato amano che vi sia un certo rispetto tra i collaboratori, aggiunge Mirjam Hauser. Non amano essere sempre controllati e desiderano poter compiere il proprio lavoro in maniera flessibile". Un sentimento che Nicolas Boschetti condivide e che incontra nel suo settore tra i giovani che hanno "bisogno che non li si giudichi".
Tutte queste esigenze possono tuttavia causare qualche problema ai datori di lavoro. Allora, come possono questi ultimi fronteggiare questo nuovo funzionamento? "Dialogando, risponde semplicemente Mirjam Hauser. È necessario comprendere come si sentono, vedere se possono progredire, svilupparsi. I datori di lavoro pensano che i giovani cambino troppo facilmente lavoro, ma questi giovani non vogliono semplicemente perdere il loro tempo con un posto che non li soddisfa." Un consiglio al quale si unisce Elisabeth Lamont-Hoffmann: "Non si può assumerli e lasciarli in pace, si deve dialogare con loro e metterli in valore."
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Le PMI non riescono ad attrarre i giovani qualificati
Di fronte alle grandi multinazionali, le PMI faticano a sedurre i diplomati. Secondo uno studio di Ernst & Young, tre PMI su quattro faticano ad assumere personale qualificato. "Esistono numerose possibilità per le imprese di accrescere la loro attrattività", commenta Pierre-Alain Cardinaux, responsabile per la Svizzera romanda di Ernst & Young, in un comunicato. Lo specialista cita misure quali l’introduzione di orari di lavoro flessibili, la messa a disposizione di un asilo all’interno dell’impresa, l’aumento dell’offerta di formazione continua, o anche l’istituzione di collaborazioni con le suole universitarie professionali.
Ultima modifica 10.01.2019