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di Abbondio Adobati
Il Tita era un ometto che di mestiere aggiustava biciclette. A lui, ruote, cambi, freni, pedali, non celavano segreti. A ogni guaio tecnico poneva rimedio, semmai ricorrendo a combinazioni varie, usando i materiali che teneva in un locale e in un retro, dove solo grazie al chiaro della pila ci si poteva muovere e dove solo il Tita sapeva mettere le mani. Le biciclette le infilava lungo la via, appoggiate al muro di casa e per noi ragazzi e bambini era divertente improvvisare concerti miscelando il suono dei campanelli. Il Tita riusciva ad aggiustare le biciclette anche quando di ritorno dal giro delle osterie doveva vedersela con gli effetti della accresciuta allegria. Disponeva di alcuni «trabicoli» (lui li chiamava così) che prestava ai genitori per introdurre i bambini all'uso della bicicletta. Non di rado accompagnava direttamente lui i bambini in piazza, abituandoli alle prime pedalate. Qualche volta l'innata ironia del Tita lo portava ad andare oltre e allora gli piovevano addosso le rimostranze di quanti tirava in ballo. Almeno una volta la settimana partiva, naturalmente in bicicletta, per render visita alla sorella nel basso Malcantone. Il Nestin era di tutt'altra pasta. Di famiglia melidese, ancora più piccolo e minuto del Tita abitava una, per modo di dire, cameretta da lui battezzata «camera rossa», al piano terra. Conosciuto in tutta la regione, aveva fama d'essere stato un eccellente meccanico, che lavorò a Parigi per una nota fabbrica della Svizzera tedesca. A motivo di ciò, era per tutti «il Parisien» e lui ne andava fiero. Rientrava normalmente attorno alla mezzanotte. A volte, soprattutto quando gli amici incontrati all'osteria Romolo erano stati parecchi, tirava fuori l'organetto a bocca alternando per una mezzoretta «La Marsigliese» a «Bandiera rossa».
Sì, perché lui era «da sempre un socialista» e, per farlo sapere, integrava la musica cantando un'allegra filastrocca. Se veniva raggiunto da qualche precetto esecutivo, lo infilzava sulla punta della baionetta che esponeva fuori dalla porta assieme al sacco militare. Quando al «Parisien» hanno fatto il funerale, mai tanta gente si era vista prima dall'ora per le contrade di Melide.Il Cechin era diverso dal Tita e dal Parisien. Alto, ben messo. Al tempo doveva esser stato un gran bel giovanotto. Abilissimo pescatore di anguille e tinche, il Cechin non disturbava nessuno. Se gli portavi un pezzo di legno, te lo restituiva lavorato come da te gradito. Allora giungevano a Melide vagoni con il vino destinato alle locali cantine. Per il Cechin era il momento di mettersi a tracolla la cannuccia di gomma e recarsi alla stazione per gustarsene la bontà, che poi verificava nei giorni successivi, accolto con simpatia dai vari cantinieri. Il suo piccolo alloggio disponeva di un balconcino e da lì il Cechin si intratteneva con i passanti, che magari allungavano la strada proprio per salutarlo. Poco incline al rigore militare, durante il servizio attivo lo trasferirono oltre Gottardo. I melidesi fecero a gara nel mandargli pacchetti con ogni ben di Dio.Che tempi! Altri tempi! Correvano gli anni 1950-1960. Melide manteneva ancora qualcosa di quel «Milì d'ona volta» descritto dal Glauco. Era la Melide dove di tanto in tanto le acque del lago risalivano stradine e contrade. Era la Melide della gente, dove la cena si consumava fuori dall'uscio di casa, tanto tutti mangiavano la minestra.