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di Giuliano Masola. Gli amanti della storia del batti&corri sapranno certamente che il softball nacque in una Giornata del Ringraziamento, nel novembre del 1887 a Chicago, fra vento e pioggia, ma un ripasso fa sempre bene. Al Ferragut Boat Club, quel giorno, c’erano tanti giovani di Harvard e Yale in attesa di conoscere all’incontro di football americano. Quando si seppe che della vittoria di Yale per 17 a 8, i tifosi di Yale presero un vecchio guanto da pugile e lo lanciarono verso quelli di Harvard. Questi, immediatamente, glielo rispedirono indietro colpendolo con un pezzo di legno. Ciò diede l’idea a John Hancok, giornalista della Camera di Commercio di Chicago, di realizzare una sorta di baseball al coperto. La prima cosa che fece fu quella di avvolgere un guanto da boxe con i suoi lacci, trasformandolo in una “pallona” soffice.
Nella palestra del circolo nautico, con un gesso, disegnò il piatto e le basi; poi divise i ragazzi in due squadre. La prima partita finì 41 a 40. Ora, nel mondo ci sono diversi milioni di persone che giocano a softball (il termine risale al 1926). Nel 1933, cogliendo l’occasione della Fiera Mondiale di Chicago, Leo Fischer e Michael J. Pauley, nel tentativo di unificare le tante varianti del gioco, invitarono 55 squadre a un torneo, dividendole in fastpitch e slowpitch. Ciò portò alla fondazione dell’ASA (Amateur Softball Association), ancora oggi punto di riferimento per molte squadre. Il primo campionato di slowpitch, disputato nel 1953, si concluse a Cincinnati, dove i Shield’s Contractors di Newport, battendo i Pittsburgh Fruit Merchants per 13-1 (i Contractors terminarono il campionato con 45 partite vinte e 3 perse). Da noi è difficile stabilire la data di nascita dello slow pitch (il fast pitch è arrivato con la II Guerra mondiale).
Come spesso accade, a un certo punto il braccio, in particolare di chi è stato un lanciatore nel baseball, non ce la fa più, l’età avanza e le prestazioni fisiche, nonostante la preparazione, diminuiscono. Mettere il guantone in soffitta è duro, per cui è meglio trovare qualcosa da fare, continuare o riprendere a giocare. Tutti abbiamo dei periodi della nostra vita in cui, per tanti motivi, non riusciamo a fare tutto ciò che vorremmo: famiglia, lavoro e studio finiscono per diventare assolutamente prioritari. Spesso gli anni che intercorrono fra l’ultima partita giocata e il ritorno in campo sono tanti. Il baseball, come il softball, è una malattia inguaribile: si continua ad avere un tarlo in testa, soprattutto tuffo al cuore. Col passare del tempo, la memoria tende far ricordare gli avvenimenti positivi, piuttosto che quelli negativi: ciò fa la differenza, poiché finisce per riportarti in campo. Si ritrovano così gli amici di un tempo e se ne trovano altri. Si lancia una palla, si batte una palla, senza tanto pensarci sopra. Alle battute fisiche si aggiungono quelle verbali: la presa in giro ‒ l’arlia ‒ è fondamentale. In Italia tanti sono i campionati e tornei di slowpitch; ognuno ha le proprie regole, a dimostrazione di una grande elasticità e flessibilità. Ciò, se da una parte permette una grande libertà, dall’altra può rendere difficile organizzare tornei con squadre provenienti da diverse realtà. Essenzialmente, nello slowpitch le regole favoriscono il battitore, con buona pace del lanciatore. Nel recente Orange Classic di Sala Baganza organizzato da Laura, quando ci si è visto fra arbitri nell’incontro tecnico pre-torneo, la zona dello strike, l’altezza massima e minima del lancio, il fatto che il ricevitore dovesse permetter alla palla di toccare terra, prima di raccogliere il lancio erano sostanzialmente delle novità, con le difficoltà conseguenti. Abbiamo cercato di adattarci, non senza fatica. Infatti, fino allo scorso anno il lancio era un vero e proprio “campanile” e, ancora oggi, i lanciatori del locale campionato fanno fatica. Lanci più bassi e più veloci permettono battute più forti e la palla finisce più lontano. Al Torneo di Sala, tanti sono stati i fuoricampo chilometrici e le violente linedrive (la lunghezza del campo dovrebbe essere di 90 metri, ma come sempre ci si adatta). Come sempre, i tornei sono il momento per fare nuove amicizie, per imparare, e ce n’è tanto da imparare. Le partite, una in fila all’altra dalle 8 del mattino alle 7 di sera sotto un bel sole caldo, finiscono per fare accumulare stanchezza. Così, liberi da tanti laccioli, ci si può inventare qualcosa per respirare un po’. Per esempio, si può chiedere a chi in quel momento non gioca, se può dare una mano. La risposta, in questo caso, è stata immediata: Dave Jones della squadra inglese dei Panthers ha risposto immediatamente “Yes”; ha indossato una maglietta azzurra simile alla mia ed è entrato in campo estraendo dalla tasca il contastrike (è un arbitro); unica condizione: stare a casabase. In questi casi, anche per evitare diatribe internazionali, non si discute. Il noviziato vuol pagato, si sa; così alla prima chiamata su un arrivo in seconda, io da “out” e lui “salvo”: bingo!.Essendo lui il capo, ha avuto ragione lui. Nessuno a fatto una piega, anzi ci hanno fatto sopra grandi risate. In mezzo a tanti, come spesso accade, c’è anche qualcuno che non interpreta bene lo spirito del gioco, ma fortunatamente si tratta di una minoranza, per quanto molesta. Fra le tante squadre, quella inglese è apparsa la più eclettica, piazzando un cellulare dietro casa base per trasmettere in streaming la partita. Fra un inning e l’altro, un corpulento giocatore si presentava davanti al cellulare con una bottiglia e un bel bicchiere pieno facendo pubblicità a una nota marca italiana di birra. Per completare il tutto, la finale è stata arbitrata a casabase da Lizzy Long, sempre dei Panthers. Beh!, in momenti in cui si discute tanto di Brexit e dintorni, un chiaro segnale è stato dato: chissà se verrà colto. Intanto, giochiamo a slowpitch.
giuliano, 5 settembre 2019