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Lotta contro il crimine organizzato: la diagnosi di Dick Marty
È in corso a Palermo la conferenza Onu sulla criminalità organizzata. Secondo Dick Marty, ex procuratore ticinese, la Svizzera dispone di leggi d'avanguardia per lottare contro il crimine transfrontaliero, ma la loro applicazione resta problematica.
In questi ultimi anni, l’evoluzione della criminalità organizzata ha seguito, spesso anticipandola, quella della società civile. Secondo Dick Marty, che negli anni ’80 fece parte in Ticino di una squadra di magistrati di rinomanza internazionale, insieme a Carla del Ponte e Paolo Bernasconi, la globalizzazione ha toccato anche la criminalità.
Le nuove tecnologie hanno permesso ai “criminali globali” di raggiungere una maggiore efficacia. Per Dick Marty, procuratore pubblico in Ticino dal 1975 al 1989, esiste un certo parallelismo fra la struttura economico-finanziaria dell’economia privata e quella della criminalità, che spesso è in anticipo sui tempi, perché può muoversi liberamente al di sopra delle frontiere.
Secondo Marty, i politici, l’opinione pubblica e la stampa svizzeri non prestano abbastanza attenzione al problema della criminalità organizzata transfrontaliera. Soltanto dopo una lunga battaglia il parlamento è riuscito a correggere un progetto di legge del Consiglio federale, trasferendo la competenza del proseguimento penale contro la criminalità organizzata internazionale dai cantoni alla Confederazione. Questo fondamentale trasferimento di competenze era stato osteggiato dall’allora ministro di giustizia e polizia perché riteneva troppo elevato il suo costo di 100 milioni. Un atteggiamento assurdo, quando si pensa, rileva Marty, che “soltanto per le munizioni correnti l’esercito svizzero spende 130 milioni di franchi ogni anno.”
Durante le settimane scorse, due importanti uffici di controllo del crimine organizzato internazionale sono stati al centro dell’attenzione per le partenze in massa dei loro collaboratori. Queste partenze preoccupano il Consiglio federale. Nella sua risposta della settimana scorsa a un’interpellanza di Marty, il governo fa però notare come la legge sul riciclaggio di danaro sporco sia nuova di zecca. Questa legge, che disciplina per la prima volta dal punto di vista finanziario il settore parabancario svizzero, “solleva come tutte le nuove leggi nuovi problemi che possono essere risolti soltanto con il tempo”.
Il Consiglio federale promette nella sua risposta di procedere rapidamente a nuove assunzioni negli uffici coinvolti. Questi problemi non si pongono soltanto in Svizzera, rileva il governo. “Rispetto ad altri paesi, scrive, abbiamo un certo vantaggio” e la credibilità della Svizzera nella lotta contro il riciclaggio di danaro sporco rischia di essere intaccata “soltanto se la reazione delle autorità è troppo lenta”.
Dick Marty dubita però che la classe politica abbia capito l’importanza della minaccia: “Continuiamo a spendere due miliardi in armamenti per pericoli molto improbabili e facciamo invece fatica a investire per pericoli ormai ben presenti.” Secondo Marty, abbiamo una delle leggi più moderne al mondo, ma non siamo in gradi di applicarla a causa delle strutture insufficienti. Inoltre, non facendo parte dell’Unione europea, siamo molto isolati sul piano internazionale. Oggi la Svizzera è esclusa dagli accordi di Schengen e di Dublino.
Un settore che in passato ha subito importanti critiche a livello internazionale è quello delle banche, al centro di grossi casi di riciclaggio di danaro proveniente da operazioni criminose. Oggi, questo settore si è reso conto del danno ed è corso ai ripari.
Esiste però ancora tutta una cultura bancaria a livello di assunzioni e di conduzione del personale, precisa Marty, che premia tramite bonus e carriera rapida chi fa soldi rapidamente. “Credo che in questa cultura risieda un grosso rischio: parte del personale è tentato di non guardare troppo da vicino la natura dei clienti.” Un rischio evidenziato dalla recente denuncia, da parte della Commissione federale delle banche, del Credit Suisse per il ruolo svolto da questo istituto nella gestione dei soldi dell’ex dittatore nigeriano Abacha.
Mariano Masserini
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