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Svolgere un mandato di potenza protettrice significa soprattutto fungere da canale di trasmissione. I presupposti fondamentali per questo compito sono la fiducia, l’affidabilità e la confidenzialità, spiega l’ex ambasciatore svizzero in Iran Philippe Welti.
Da più di un secolo e mezzo, in ambito diplomatico la Svizzera si è ritagliata un importante spazio in qualità di potenza protettrice. Un ruolo che l’ex ambasciatore Philippe Welti conosce bene, essendo stato ambasciatore di Svizzera in Iran dal 2004 al 2008. In questo paese, la Svizzera cura dal 1980 gli interessi degli Stati Uniti.
swissinfo.ch: Il numero di mandati della Svizzera in qualità di potenza protettrice è drasticamente calato. Durante la Seconda guerra mondiale erano più di 200, nel 1973 erano 24 e oggi solo 6. Come si spiega questa evoluzione?
Philippe Welti: Dal 1940 al 1945 vi era una situazione di guerra generale, in special modo nei paesi che circondavano la Svizzera. In un contesto simile, i buoni uffici, come i mandati di potenza protettrice, sono assolutamente necessari.
Quando due paesi si dichiarano guerra, il primo passo che intraprendono consiste nel rompere le relazioni diplomatiche. È la cosa più stupida che si possa fare, ma è quello che succede sempre. Si dovrebbe piuttosto fare il contrario: rafforzare i canali diplomatici per poter parlarsi l’un l’altro.
Quando avviene questa rottura, i due paesi hanno bisogno di uno stato terzo che possa curare i loro rapporti. Nel 1940, non partecipando alla guerra la Svizzera, era considerata come l’attore meglio appropriato per svolgere questo ruolo.
swissinfo.ch: Perché il governo svizzero ha perseguito la strategia dei buoni uffici? Ne è valsa la pena?
P.W.: Prima di tutto voleva aiutare. Se il mondo aveva bisogno dei buoni uffici, eravamo felici di metterli a disposizione. Può sembrare ingenuo, ma è proprio così.
Era anche una buona opportunità per essere considerati dagli altri governi come un’entità utile. Spesso, in effetti, quando dei paesi sono in guerra, hanno tendenza a marginalizzare gli stati terzi. Nel caso della Seconda guerra mondiale, questa marginalizzazione era particolarmente drammatica, poiché si era tramutata in un atteggiamento ostile nei confronti della Svizzera. In sostanza si diceva: ‘non siete nella nostra coalizione, perciò siete utili ai nostri avversari’. Nel 1945, la predisposizione nei confronti della Confederazione era tutt’altro che positiva, poiché contrariamente alla prima guerra il conflitto era percepito come morale.
Mettere a disposizione servizi utili agli altri rafforza quindi anche la posizione della Svizzera: si vuol trasmettere il messaggio che non siamo solo degli approfittatori, ma che vogliamo renderci utili.
swissinfo.ch: I buoni uffici hanno così permesso di migliorare la reputazione della Svizzera?
P.W.: Sicuramente. Sono sempre stati visti come uno strumento per migliorare la nostra reputazione.
Philippe Welti
Philippe Welti nasce a Zurigo nel 1949 ed entra a far parte del servizio diplomatico nel 1979.
Nel 1996, dopo aver lavorato a New York, Londra e Berna, è trasferito a Bonn quale primo collaboratore del capomissione.
Nel 1998 diventa sostituto del segretario generale della divisione politica di sicurezza e di difesa e quindi capo della direzione della politica di sicurezza.
Nel 2004 è nominato ambasciatore di Svizzera in Iran, dove resterà fino al 2008 prima di concludere la sua carriera in India nel 2011.
Philippe Welti è il padre della famosa cantante Sophie Hunger.Fine della finestrella
swissinfo.ch: Dal 2004 al 2008, lei è stato ambasciatore in Iran, una delle missioni diplomatiche di più alto profilo. Quali erano le principali sfide?
P.W.: Ridotto all’essenza, il ruolo di potenza protettrice si riassume nel fatto di rimanere seduto da qualche parte e fare quello che il mandante vi chiede e nulla più.
Nel caso di Cuba, rappresentiamo gli interessi degli Stati Uniti sull’isola e viceversa. Nel caso dell’Iran non è così, ciò che è più normale. Curiamo gli interessi degli USA, mentre gli iraniani nel 1980 hanno scelto l’Algeria come potenza protettrice. In seguito tra i due paesi vi è stato un diverbio, l’Iran ha cancellato il mandato e ha optato per il Pakistan. Oggi l’ambasciata pachistana a Washington cura gli interessi dell’Iran e quella svizzera a Teheran gli interessi degli USA.
Il requisito di base per poter svolgere questo ruolo è di fornire un canale di comunicazione. Per funzionare, questo canale deve soddisfare tre condizioni. Prima di tutto vi è l’aspetto tecnico. I messaggi devono poter essere trasmessi ad ogni ora del giorno e della notte. Poi deve essere completamente confidenziale. Infine il messaggio deve essere riportato in maniera fedele e imparziale. Vi è infatti sempre il rischio che la terza persona lo modifichi, soprattutto quando si tratta di un messaggio orale. Il messaggero non deve mettere nulla di suo nel messaggio.
swissinfo.ch: Quanto tempo della sua giornata consacrava ai buoni uffici?
P.W.: Questa mansione rappresentava circa un terzo del mio lavoro. Ci sono sempre due campi d’attività: gli affari consolari e quelli diplomatici. I primi riguardano i cittadini. Se una persona di nazionalità statunitense è imprigionata in Iran, ad esempio, ha bisogno di una protezione consolare.
Gli affari diplomatici non hanno invece nulla a che vedere coi cittadini, bensì coi governi. Ad esempio se il governo statunitense ha una domanda da porre alle autorità iraniane. In questo caso se ne occupa l’ambasciatore di persona. Concretamente consegnavo il messaggio alle autorità iraniane, in pratica al ministro degli esteri.
Per curare gli interessi americani, avevo a disposizione una sezione composta di 11 persone. Quando la faccenda diventava politica – ovvero diplomatica – me ne occupavo di persona.
swissinfo.ch: Che ricordo serba degli anni trascorsi a Teheran?
P.W.: Si è trattato senza dubbio dell’apice della mia carriera. Serbo di questo periodo un ricordo molto positivo, poiché il mio ruolo era riconosciuto sia da Washington – ho potuto rendermene conto personalmente poiché mi recavo due volte l’anno negli Stati Uniti per delle consultazioni – che da Teheran.
Vi è un aspetto molto speciale in questo mandato di potenza protettrice: quando il governo statunitense ha chiesto alla Confederazione se era pronta ad assumere questo incarico in Iran, si è trattato di una grande dimostrazione di fiducia. Ciò però non basta, poiché un simile mandato deve essere approvato anche dallo Stato ospite. Quindi era necessario che anche da parte iraniana vi fosse un grado di fiducia altrettanto grande.
Svizzera – Iran
1936: il consolato svizzero a Teheran, aperto nel 1919, è trasformato in legazione.
1979-1980: dopo la rivoluzione islamica, degli studenti occupano l’ambasciata statunitense a Teheran, tenendo in ostaggio per 444 giorni 52 membri della sede diplomatica. Washington interrompe le relazioni diplomatiche. Da allora, Berna cura gli interessi americani in Iran.
2008: in visita in Iran, la ministra degli esteri svizzera Micheline Calmy-Rey è confrontata a una salva di critiche per un accordo per la fornitura di gas e per essersi fatta ritrarre in una fotografia con il capo coperto da un velo.
Agosto 2010: la Svizzera adotta le sanzioni dell’ONU contro l’Iran, dopo il rifiuto di Teheran di abbandonare il suo programma nucleare.
Gennaio 2011: Berna si allinea sulle sanzioni più severe imposte dagli Stati Uniti, dall’UE e da altri paesi.Fine della finestrella
(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch