Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01114.jsonl.gz/749

La colite ulcerosa, malattia infiammatoria cronica di origine autoimmune, può essere favorita dall’assenza di particolari tipi di batteri "buoni" - nell’intestino dei pazienti con questa patologia - che normalmente contribuiscono alla produzione di importanti sostanze antinfiammatorie, come gli acidi biliari secondari. Lo suggeriscono i dati ottenuti dagli immunologi dell’Università di Stanford (Stati Uniti), che hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sulla rivista scientifica Cell Host & Microbe.
I ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo avere messo a confronto due gruppi di pazienti, sottoposti alla colectomia (cioè all’asportazione del colon): il primo formato da persone con gravi forme di colite ulcerosa; il secondo da pazienti con la poliposi adenomatosa familiare (una patologia rara, di origine genetica, che predispone alla formazione di un gran numero - anche centinaia - di polipi intestinali). Gli studiosi hanno cercato di capire, in particolare, perché i pazienti con la poliposi non sviluppavano, dopo l’intervento, una serie di complicazioni infiammatorie che invece erano frequenti nei malati con la colite ulcerosa. Ebbene, hanno scoperto, esaminando le feci dei pazienti, che i batteri chiamati Ruminococcaceae (normalmente presenti nella flora intestinale) non erano presenti nei malati con la colite ulcerosa. Queste persone presentavano anche una scarsa quantità di sostanze antinfiammatorie prodotte grazie a quei batteri: gli acidi biliari secondari - acido litocolico e acido desossicolico - che aiutano a mantenere l’intestino sano (gli acidi biliari secondari vengono creati a partire dagli acidi biliari primari, prodotti direttamente dal fegato).
Questa scoperta ha spinto i ricercatori a ipotizzare che la colite ulcerosa, e forse anche la malattia di Crohn, possano essere curate somministrando ai pazienti gli acidi biliari secondari che a loro mancano - oppure, in futuro, i batteri che li producono. In questo ambito, uno studio clinico di fase 2 è stato attivato a Stanford per determinare se la somministrazione di acido ursodesossicolico è efficace per ridurre le infiammazioni nei pazienti con colite ulcerosa operati di colostomia (la fase 2 è quella in cui si cerca di individuare quali sono le dosi più efficaci di un farmaco sperimentale). L’”arruolamento” dei malati che vogliono sottoporsi a questa sperimentazione è ancora aperto. Per maggiori informazioni: https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT03724175
A.B.
Data ultimo aggiornamento 12 mar 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco
Vedi anche: • Dal trapianto fecale speranze per la colite ulcerosa
Tags: colite ulcerosa