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Aiuto al suicidio: una mozione per attenuare la polemica
Praticata da parecchi anni in Svizzera, l'assistenza al suicidio per i malati incurabili suscita numerose reazioni critiche. Il senatore ecologista Luc Recordon propone di istruire appositamente il personale medico per riportare serenità nel dibattito.
La Svizzera è il paese europeo più liberale in materia di accompagnamento al suicidio: la legislazione elvetica consente infatti di aiutare a morire una persona affetta da malattia incurabile desiderosa di abbreviare le proprie sofferenze. La condizione fondamentale è l'assenza di motivi egoistici.
Pertanto, numerosi stranieri – prevalentemente tedeschi – decidono di venire nella Confederazione per porre fine ai propri giorni.
Tuttavia tale afflusso ha spinto l'associazione d'aiuto al suicidio Dignitas a pratiche discutibili (per esempio la possibilità di assumere le sostanze letali in un'automobile), che hanno suscitato veementi reazioni da parte dei media e dell'opinione pubblica.
Dal canto suo, il consigliere agli Stati vodese Luc Recordon desidera evitare che la polemica dilaghi fino a mettere in discussione la politica attuale in materia di aiuto al suicidio. Per questa ragione, ha presentato una mozione in cui domanda al governo di inserire la problematica dell'aiuto al suicidio nei curricoli di formazione di medici e infermieri.
Il Consiglio degli stati (camera alta) ha respinto con 19 voti a 11 la mozione del senatore Recordon. Il ministro della sanità Pascal Couchepin ha riconosciuto la necessità di migliorare la preparazione del personale medico he accompagna le persone in fin di vita. Ma questo deve avvenire nell'ambito delle cure palliative e non nel quadro dell'assistenza al suicidio.
swissinfo: Se ha depositato questa mozione, significa che considera la situazione attuale insoddisfacente. A suo parere, quale è la natura del problema?
Luc Recordon: Ho l'impressione che la Svizzera, globalmente, riesca ad affrontare la problematica dell'aiuto al suicidio con una certa serenità. Oggigiorno siamo però confrontati a due tipi di problemi, che rendono la situazione più complessa rispetto al passato.
Il primo è costituito da quello che, con una certa leggerezza, è stato definito il «turismo della morte». Dal momento che i paesi vicini sono più restrittivi, diverse persone hanno deciso di spostarsi in Svizzera per ricevere l'aiuto di organizzazioni come Dignitas. Quest'ultima ha fatto ricorso a pratiche inaccettabili, ciò che ha condotto a reazioni negative mai manifestatesi in precedenza.
Il secondo aspetto è costituito dal fatto che, ovviamente, per molte persone attive nel settore medico – impegnate a salvare delle vite – è contraddittorio aiutare alcuni pazienti a suicidarsi.
swissinfo: In che misura la sua proposta può contribuire a risolvere tali questioni?
L. R.: Ritengo si debba innanzitutto agire gradualmente, facendo in modo che gli ambienti medici integrino nella loro formazione la questione dell'assistenza al suicidio. Anche il personale curante non direttamente interessato dovrebbe comprendere che si tratta di una realtà medica esistente.
Alcuni anni or sono, è stato necessario procedere analogamente per quanto concerne le cure palliative, che possono essere a loro volta considerate una sorta di rinuncia alla lotta attiva contro la morte. Credo sia necessario procedere nella stessa direzione per quanto concerne l'assistenza al suicidio.
Si deve semplicemente parlare di questi problemi nelle formazioni mediche e paramediche. La Confederazione dovrebbe dare un piccolo segnale in questo senso.
swissinfo: In un quadro medico, le cure palliative non sono sufficienti per accompagnare le persone in fin di vita?
L. R.: Purtroppo la medicina non fornisce la soluzione a tutti problemi. Quando le prospettive in fin di vita sono troppo dolorose, si deve ricorrere al suicidio assistito. È triste, ma si tratta di un dato di fatto, specialmente di fronte a certi dolori insopportabili.
swissinfo: Se fosse accettata, la sua proposta costituirebbe un primo passo per far rientrare l'aiuto al suicidio nella sfera di competenza degli ospedali invece che delle associazioni?
L. R.: Non so. L'ospedale potrebbe non essere il luogo ideale per accompagnare al decesso. Inoltre, potrebbe essere un onere eccessivo per le persone che vi lavorano. Sarà forse necessario creare delle istituzioni specializzate, come è avvenuto per le cure palliative.
Anche il quadro attuale – in cui alcune associazioni si occupano dell'aiuto al suicidio – non è di per sé negativo. Se queste associazioni sapranno agire in maniera controllata e seria, si potrà continuare su questa via. In effetti la situazione era soddisfacente, fino al momento in cui la crescente domanda proveniente dall'estero ha spinto Dignitas a pratiche inammissibili.
swissinfo: Secondo lei, il riconoscimento dell'aiuto al suicidio da parte del corpo medico costituisce un progresso?
L. R.: È molto importante non concepire necessariamente il suicidio assistito come una specie di progresso o di attività militante. Nessuno vuole favorire il suicidio, ma esistono purtroppo situazioni estreme in cui – alla luce delle nostre conoscenze mediche attuali – non resta altra soluzione.
In ogni caso, tutti auspichiamo che il decesso possa avvenire in condizioni naturali accettabili.
swissinfo, Olivier Pauchard
(traduzione e adattamento: Andrea Clementi)
In breve
Nel 2007, Dignitas ha aiutato a morire 141 persone; l'85% di loro proveniva dall'estero.
L'elevato numero di richieste ha creato molti problemi all'associazione: durante vari mesi Dignitas è stata costretta a frequenti traslochi, poiché i vicini mal sopportavano la continua visione delle bare.
L'organizzazione si è quindi trasferita in una zona industriale, nei pressi di un grande postribolo. Non potendo però esercitare l'attività in tale zona, Dignitas ha organizzato suicidi all'interno di veicoli parcheggiati in aree discoste.
L'ultimo scandalo risale al mese di marzo: I responsabili di Dignitas hanno filmato le persone che si sono suicidate utilizzando elio ed hanno trasmesso le videocassette alla procura come prove.
Il procuratore generale Andreas Brunner si era detto indignato e aveva invocato norme più chiare per l´assistenza al suicidio.
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