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Il legale di tredici parenti degli otto escursionisti morti il 23 agosto 2017 sotto la frana di Bondo ricorrerà contro la decisione della Procura grigionese di archiviare l’inchiesta senza conseguenze penali per le autorità comunali in relazione alle comunicazioni date al pubblico sui pericoli nella zona e alla decisione di non sbarrare l'area impedendone l’accesso.
Il procuratore pubblico Maurus Eckert aveva dichiarato che l’evento in quel momento «era imprevedibile, motivo per cui nessuno può essere accusato di negligenza». Per contro secondo l’avvocato dei familiari la Procura «ha stabilito che la frana non poteva essere prevista ma allo stesso tempo, già il 10 agosto 2017, dopo il monitoraggio del pizzo Cengalo, gli esperti erano a conoscenza del fatto che i movimenti della massa rocciosa instabile, secondo le ultime misurazioni, si erano fortemente intensificati». Il 14 agosto, aggiunge l’avvocato, gli esperti erano quindi giunti alla conclusione che nelle settimane o nei mesi successivi si sarebbe probabilmente verificata una grossa frana che avrebbe potuto raggiungere i sentieri e seppellire delle persone nella zona. A suo dire era dunque noto che si sarebbe verificata una frana, ma non esattamente quando. Da qui la convinzione del legale secondo cui «non è stata una scelta responsabile» lasciare aperti i sentieri e «non è stata una misura sufficiente» la posa in più punti di cartelli segnaletici indicanti in varie lingue l’esistenza del pericolo e il divieto d’accesso. A questo punto è compito del Tribunale cantonale, conclude l’avvocato, stabilire se sussista un comportamento penalmente rilevante del Municipio.