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Per carità, non mettiamoci a riscoprire Bernardo Bertolucci. Proprio ora che riscopre a sua volta il fascino dell'appartamento parigino nel quale ci si rinchiude per proteggere dal mondo esteriore le proprie passioni ed eventuali trasgressioni. O viceversa. Proprio quando riparte alla ricerca di quel Sessantotto, perduto fra i piaceri del sesso liberato e la liberazione dagli autoritarismi vari piuttosto che fra barricate, sit-in e selciati divelti.
Perché non è questo che vuol dirci il regista di ULTIMO TANGO A PARIGI e di IL CONFORMISTA, sposando la tesi del giovane non-violento yankee del suo terzetto di gozzovigliatori ? Bisognava limitarsi a più sesso, droga e cinefilia (che qui sta al posto del tradizionale rock and roll, poiché "tutto è cominciato con la cacciata del direttore Langlois dalla Cinemathèque); e lasciar perdere il rischio delle manganellate. Oppure, proprio il contrario? Visto che è il regista stesso a dirci che questo suo film, girato al posto di un terzo, ormai superfluo episodio di NOVECENTO, è nato "per rivendicare i valori di un'utopia che gli adulti di oggi rifiutano di raccontare poiché la ritengono una sconfitta. Mentre invece quel sogno ha cambiato radicalmente il comportamento della gente."
Ma lo sarebbe stato anche senza le barricate? Non è che il discorso sia proprio evidente, ma perché sorprenderci. Bertolucci è sempre stato un grande cineasta quando illustrava una storia (preferibilmente ben rifinita, vedi IL CONFORMISTA) Metteva allora in luce non soltanto un grande talento illustrativo, ma tutta la fascinazione che può derivare da una cultura del linguaggio cinematografico. In quei casi gli riusciva il mistero di ULTIMO TANGO. Quando si limitava a captare l'aria dei tempi girava IO BALLO DA SOLA; e quando induceva a filosofeggiare, LA LUNA o, appunto, THE DREAMERS. Ha un bel dire il regista emiliano che in questa storia di iniziazione ad una rivoluzione più da materazzo che da manifesto da parte di due giovani rampolli disinibiti parigini nei confronti di un americano naif, lo spettatore non debba riferirsi a ULTIMO TANGO. Come dimenticare il peso esistenziale, il fascino di uno spazio, la vibrazione poetica che fra le mura di un medesimo appartamento hausmanniano si trascinavano appresso un Marlon Brando perso fra amore e morte nel suo soprabito di cammello sbottonato, e una Maria Schneider negli abitini con le piume di struzzo di una giovinezza disperata?
Fra provocazioni ormai spuntate di masturbazioni con l'occhio all'icona cinematografica e trasgressioni integrali ma poco sofferte di deflorazioni e tentazioni in dubbio fra l'etero e l'omo, è ancora una volta lo sguardo, magari sapiente, di Bertolucci a tradirlo. Uno sguardo su quei corpi impeccabilmente adolescenziali e presunti maliziosi, sui loro giochi supposti proibiti, sui loro infantilismi considerati politici immalinconito dall'assenza di rabbia, di erotismo, o anche soltanto di voyeurismo.
Genitori permissivi rincasano di sorpresa e ripiegano in buon ordine da quel casino lasciando pure una manciata di banconote; Edith Piaf intona "rien, je ne regrette rien" facendosi forse portavoce dell'autore ma non proprio del momento; al regista non rimane che elegantemente filmare suppellettili parigine e giovani attori francesi che si svestono in inglese.