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Dall'approvazione dei Principi di Washington, la ricerca sulla provenienza delle opere d'arte trafugate durante il periodo nazionalsocialista è lacunosa in Svizzera. L'Ufficio federale della cultura ha pubblicato delle linee guida per incoraggiare i musei a intensificare i loro sforzi.
La Svizzera, con altri 43 Stati e 13 organizzazioni non governative, venti anni fa ha firmato i Principi della Conferenza di Washington. L'obiettivo dichiarato era quello di identificare le opere d'arte confiscate dal regime nazista e trovare "soluzioni giuste ed eque" con gli eredi dei legittimi proprietari ebrei.
Alain Monteagle ha lottato per più di un decennio per recuperare il quadro di famiglia, dipinto dall'artista britannico John Constable e conservato presso il Museo delle belle arti di La Chaux-de-Fonds, città nel cantone di Neuchâtel, a poca distanza dal confine con la Francia.
"Dedham from Langham", questo il titolo dell'opera, era stata portata via dai nazisti, insieme a tutto il resto, dalla casa di una sua prozia ebrea, Anna Jaffé, dopo la sua morte, nel 1942. Il dipinto faceva parte di un lascito fatto al museo di La Chaux-de-Fonds.
Quando Alain Monteagle ha contattato per la prima volta le autorità della città, queste ultime gli hanno risposto che non intendevano cedergli il quadro, pur riconoscendo che era stato rubato. Nel 2016, il presidente del Congresso ebraico mondiale Ronald Lauder ha definito la risposta una "preoccupante mancanza di vergogna".
Monteagle ha fatto di tutto per riavere il dipinto: ha raccolto firme sulla piazza della città, ha minacciato di intentare un processo contro il museo e alla fine, nel marzo scorso, ha sborsato di tasca propria 80mila euro per riavere il quadro. "Non erano disposti ad ascoltarci", dice Monteagle. "Il loro avvocato ci ha detto che non volevano avere alcun contatto diretto con noi. È stata davvero una situazione sgradevole". Dalla Francia, dove vive, Alain Monteagle ha recuperato varie opere di famiglia sparse un po' ovunque nel mondo, tra cui anche in Texas.
I Principi di Washington, approvati dalla Svizzera nel 1998, non sono vincolanti e sono stati elaborati proprio per evitare situazioni analoghe. Uno degli obiettivi è di incoraggiare i musei a condurre ricerche sulla provenienza delle loro collezioni per identificare opere d'arte frutto di spoliazioni durante il periodo del nazionalsocialismo e per trovare soluzioni "giuste ed eque" con i legittimi proprietari e gli eredi. Il 26-28 novembre 2018 la Svizzera parteciperà a una conferenza a Berlino, in cui si celebrerà il ventesimo della firma dei Principi di Washington, si valuteranno i risultati ottenuti finora e si guarderà a ciò che resta da fare.
"Le cose stanno cambiando in Svizzera", sostiene Nina Zimmer, direttrice del Museo delle belle arti di Berna. La questione delle opere d'arte confiscate durante il periodo nazionalsocialista e conservate nei musei svizzeri è finito spesso in prima pagina. Di recente ha fatto discutere molto il lascito di Cornelius Gurlitt al Museo delle belle arti di Berna; una donazione molto controversa e che la capitale non ha accettato subito.
"L'atteggiamento è completamente cambiato. Alcuni colleghi si interessano molto alla questione", dice Zimmer, sostenendo che la gente è maggiormente sensibilizzata grazie anche all'attenzione mediatica che ha suscitato il lascito Gurlitt.
In passato, da una parte i problemi erano dovuti alla mancanza di risorse finanziarie, dall'altra all'assenza di competenze. Ma anche il mercato dell'arte ostacola l'individuazione dei dipinti rubati poiché i commercianti non mostrano volentieri le loro collezioni, indica Thomas Buomberger, storico e autore del libro "Schwarzbuch Bührle" (Libro nero Bührle), che nel 2015 ha rilanciato il dibattito sulla collezione d'arte del commerciante di armi svizzero Emil Bührle.
Intanto, in Svizzera si è cercato di colmare queste lacune. Il Museo delle belle arti della capitale collabora con l'Università di Berna per formare esperti in materia di identificazione delle opere frutto di spoliazioni. Inoltre, la Confederazione sostiene la ricerca sulla provenienza condotta dai musei svizzeri.
Per il periodo 2016-2020, l'Ufficio federale della cultura ha stanziato circa 2 milioni di franchi per la ricerca sulla provenienza dei beni culturali da parte dei musei. Questi ultimi devono presentare una richiesta per ottenere un contributo, a cui deve corrispondere una somma equivalente finanziata da enti indipendenti. L'ammontare massimo per progetto è di 100mila franchi. Nel triennio 2018-2020 verranno sostenuti 14 progetti, per un totale di 1'144'800 franchi.
Nel primo periodo di assegnazione dei contributi (2016-2018), l'Ufficio federale della cultura (UFC) ha sostenuto 12 progetti di ricerca, buona parte conclusi. Benno Widmer, responsabile della sezione Musei e collezioni dell'UFC, indica che sono state inoltrate varie richieste di sostegno, chiaro segnale di un crescente senso di responsabilità da parte dei musei.
Marc-André Renold, professore di diritto dell'arte presso l'Università di Ginevra e rappresentante legale di Alain Monteagle nella disputa con il museo di La Chaux-de-Faux, indica che anche nella Svizzera francese la questione delle opere trafugate durante il periodo del nazionalsocialismo viene affrontata in maniera diversa rispetto a una decina di anni fa.
Inoltre, le autorità sospettavano che il padre del donatore avesse acquistato il dipinto a Düsseldorf nel 1939. Allarmati da queste due contingenze, i funzionari cantonali hanno commissionato una perizia che aveva il compito di esaminare la provenienza e l'autenticità dell'opera. Il rapporto non ha potuto stabilire se il quadro fosse stato rubato. Le autorità del canton Giura hanno deciso di cedere il dipinto al Museo d'arte e di storia di Delémont, con l'invito a restituirlo nel caso in cui venisse scoperta la vera provenienza. Inoltre la perizia è stata pubblicata in internet.
"Hanno agito in maniera corretta", dice Renold. Il professore ricorda però che la Svizzera potrebbe fare ancora meglio per attuare i Principi di Washington. "Non siamo particolarmente proattivi", sostiene l'esperto in diritto d'arte. Ad esempio, il principio numero 11 chiede che gli Stati elaborino "processi nazionali che consentano di attuare questi principi, soprattutto se sono legati a meccanismi alternativi per risolvere questioni riguardanti il diritto di proprietà".
In altri paesi gruppi di esperti
Francia, Germania, Austria, Olanda e Regno Unito hanno istituito gruppi di esperti, nominati dal governo affinché formulino raccomandazioni sulle opere d'arte contese. Nel 2018, il museo svedese ha chiesto al governo di creare una commissione analoga. La Svizzera, invece, non ce l'ha ancora. Benno Widmer, dell'Ufficio federale della cultura, spiega che la questione è stata sollevata in parlamento. Il governo federale ritiene però che non sia necessaria l'istituzione di una commissione simile visti i pochi casi da trattare.
Per Renold sarebbe invece opportuno nominare un gruppo di specialisti in Svizzera, alla luce del caso del quadro della prozia di Monteagle. "Non ci sono né la volontà politica né i mezzi finanziari per sostenere un simile organismo", dice Renold. "Quando non sapevamo più che pesci pigliare per riavere il quadro di John Constable, ci siamo rivolti a Berna. E qual è stato l'aiuto delle autorità? Ci hanno messo a disposizione una sala conferenza. In caso di contenzioso non ti devi aspettare sostegno da nessuno".
E come Monteagle, altre persone hanno dovuto attendere anni. Dieci anni fa, il Museo d'arte di Basilea ha respinto la richiesta degli eredi di Curt Glaser relativa a 100 opere d'arte, tra cui dipinti di Henri Matisse, Marc Chagall e Edvard Munch. L'anno scorso la commissione artistica della città sul Reno è ritornata sulla decisione. Per ora non ha però ancora annunciato i risultati del riesame.
Stando a Olaf Ossmann, avvocato residente in Svizzera che si è occupato di vari casi di opere trafugate, il ritardo nell'attuazione dei Principi di Washington da parte della Confederazione è da imputare al fatto che il nostro Paese non è stato coinvolto direttamente nella Seconda guerra mondiale. "Da una prospettiva elvetica, la Svizzera non ha partecipato al conflitto e quindi perché dovrebbe risolvere i problemi della Germania?", si chiede Ossmann.
L'avvocato sostiene inoltre che alcuni mercanti d'arte e collezionisti non hanno fatto salti di gioia quando il Museo delle belle arti di Berna ha accettato il lascito Gurlitt. Le ricerche volte a risalire alla provenienza delle opere si sono svolte in Germania e molti "temevano che gli standard tedeschi venissero poi applicati anche in Svizzera".
Anche diversità di linguaggio
La differenza d'approccio tra Svizzera e Germania riguardo alla questione delle opere d'arte frutto di spoliazione è anche di natura linguistica: in Svizzera si parla di "Fluchtgut" (beni in fuga) per indicare opere d'arte vendute dagli ebrei per finanziare la fuga dalla Germania nazista o per iniziare una nuova vita altrove dopo aver perso tutto: beni, case e mezzi di sussistenza. In Germania si parla invece di "opere perse a causa delle persecuzioni", un concetto che fa riferimento sia alla vendita di beni culturali da parte dei proprietari ebrei in fuga sia alla loro confisca.
I musei svizzeri non hanno mai accettato il termine "beni in fuga". Nell'aprile del 2018, l'Ufficio federale della cultura ha pubblicato un glossario in cui indica che i termini "beni in fuga" e "opere d'arte in fuga" non sono parte integrante di direttive internazionali e che vengono interpretati dai diversi operatori culturali in modo diverso. Per questo motivo, ogni singolo caso richiede una verifica approfondita per individuare se "un trasferimento o un passaggio di mano avvenuto tra il 1933 e il 1945 abbia avuto effetto confiscatorio".
I Principi di Washington non sono stati ideati per difendere i collezionisti privati. Inoltre, i mezzi a disposizione per recuperare le opere d'arte confiscate dai nazisti e custodite nelle collezioni private sono limitati. E se i legittimi proprietari si rivolgono a un tribunale, la loro richiesta di risarcimento non viene di solito accolta a causa dei termini di prescrizione. D'altro canto, i collezionisti privati incontrano sempre maggiori difficoltà quando vogliono vendere o esporre le opere d'arte di dubbia provenienza.
L'avvocato Olaf Ossmann è stato contattato a più riprese da persone in cerca di consiglio. "I proprietari privati vogliono conoscere l'esatta provenienza dei beni, soprattutto dopo un lascito. Di solito non sono obbligati a questa verifica. È però un primo importante passo avanti", dice Ossmann.
E se decidono di non riconsegnare opere d'arte rubate, i collezionisti hanno a disposizione varie possibilità per nasconderle. "È un enorme buco nero in un mondo che mira a una maggiore trasparenza", indica l'avvocato.
Il caso Degas
Chris Marinello, un avvocato londinese erede di Paul Rosenberg, sta cercando un quadro a pastello di Edgar Degas "Portrait de Mademoiselle Gabrielle Diot", sottratto dai nazisti dalla casa del famoso mercante d'arte parigino dopo aver lasciato con la famiglia la Francia occupata. Il dipinto è stato acquistato nel 1942 da una famiglia svizzera, per poi essere rivenduto nel 1974. Marinello dice che è stato visto l'ultima volta nel 2003 in un deposito a Basilea.
Marinello ha chiesto aiuto a un avvocato svizzero per trovare l'opera. Per il momento non sono ancora riusciti a risalire né al magazzino dove viene conservata né all'attuale proprietario. E non è l'unica opera cui danno la caccia i Rosenberg; ne stanno cercando una sessantina.
"Sospetto che la metà dei dipinti si trovi in Svizzera", dice Marinello. "È qui che si è recato Paul Rosenberg per recuperare le sue opere d'arte alla fine della guerra. Alcune persone gli hanno detto di avere i suoi dipinti, chiedendogli quanto fosse disposto a pagare per riaverli".
(Traduzione dall'inglese: Luca Beti)