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Bioplastiche
In termini di ecobilancio queste materie plastiche, comunemente ritenute sostenibili, risultano non essere migliori rispetto a quelle a base di petrolio. Per questo motivo, attualmente non le impieghiamo come materiale d'imballaggio.
In termini di ecobilancio queste materie plastiche, comunemente ritenute sostenibili, risultano non essere migliori rispetto a quelle a base di petrolio. Per questo motivo, attualmente non le impieghiamo come materiale d'imballaggio.
Si definiscono bioplastiche, o biopolimeri, due gruppi di materie plastiche a base di materie prime rinnovabili (amido, oli, zucchero, cellulosa ecc.) oppure ricavate da materie prime fossili biodegradabili. Il gruppo delle materie plastiche ricavate da materie prime rinnovabili PET viene ulteriormente suddiviso in materiali biodegradabili e materie plastiche chimicamente identiche alle materie plastiche fossili (p.es. PET da canna da zucchero) e quindi non biodegradabili.
Il termine bioplastiche non implica che le materie prime o i prodotti provengano da agricoltura biologica. Tuttavia, per principio appare opportuno impiegare materie prime rinnovabili anziché petrolio per produrre materie plastiche. Ma la stragrande maggioranza delle bioplastiche non può rinunciare del tutto a materie plastiche petrolchimiche. A seconda delle caratteristiche richieste dal materiale, viene impiegato addirittura fino al 40 percento di materie plastiche convenzionali. Anche se il prodotto finale potrà risultare biodegradabile, l'ecobilancio complessivo non è buono.
L'analisi degli ecobilanci dei più svariati prodotti dimostra che finora gli imballaggi in bioplastica non presentano particolari vantaggi ecologici rispetto a prodotti realizzati con materiali petrolchimici. Tuttavia, è anche difficile confrontare i risultati: le bioplastiche ottengono naturalmente migliori risultati riguardo all'uso di materie prime di origine fossile e all'influsso sul clima, ma segnano un bilancio negativo in termini di agricoltura intensiva.
Spesso i metodi agricoli impiegati per produrre le materie prime per le bioplastiche non sono sostenibili. Anzi, possono addirittura fare concorrenza, diretta o indiretta, alle colture alimentari per via dello sfruttamento delle superfici coltivabili; inoltre, soprattutto nel caso del mais, vengono impiegate sementi geneticamente modificate. Attualmente si sta lavorando su questi aspetti negativi della produzione. Solo se prima si registrano sensibili progressi nell'ottenimento e nella lavorazione delle materie prime, potremo considerare l'impiego di imballaggi realizzati in bioplastiche. Sono già state adottate le prime misure di miglioramento. Per esempio, come base per la produzione di bioplastiche vengono impiegati scarti della produzione agricola o della lavorazione di generi alimentari (materie prime secondarie) nonché materie prime alternative.
Gli imballaggi in bioplastica biodegradabili vengono certificati e contrassegnati in base alle relative normative. Tuttavia, la decomposizione negli impianti di valorizzazione degli scarti vegetali dura molto più a lungo che in condizioni di laboratorio. Inoltre i prodotti di decomposizione generati dal compostaggio o dalla fermentazione non apportano sostanze nutritive al suolo. E per i non addetti ai lavori le bioplastiche sono difficili da distinguere dai prodotti in plastica convenzionale. Occorre perciò garantire che i consumatori e le aziende di riciclaggio possano riconoscere chiaramente e quindi valorizzare correttamente i prodotti. A tale scopo bisogna assolutamente rispettare l’accordo della Tavola rotonda MBD sulla marcatura dei materiali biodegradabili, altrimenti anche gli imballaggi biodegradabili devono essere smaltiti come rifiuti.
I polimeri ricavati dalla canna da zucchero per la produzione, ad esempio, di bottiglie per bevande in PET, sono invece chimicamente identici alle materie plastiche ricavate dal petrolio e possono essere riciclati come queste.
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