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Se si chiedesse a qualsiasi ungherese cosa sa o cosa pensa della prima guerra mondiale, per i primi minuti esporrebbe probabilmente una cronologia degli eventi, arricchendo di dettagli quelli più importanti. Ma la questione finirebbe lì, subito. Molto più infervorato, comincerebbe a esporre i fatti successivi, in particolare ciò che accadde il 4 giugno 1920, giorno in cui, con il trattato di pace, più di due terzi di territorio ungherese vennero ceduti ai paesi circostanti, tra cui Romania, Slovacchia e Jugoslavia. Questa rimane ancora oggi una spina nel fianco di una nazione che ha perduto terre e abitanti, ma soprattutto parte della sua identità.
Ne ho parlato con Balasz, un giovane ungherese di ventotto anni che, molto semplicemente, mi ha esposto la soluzione a tutto questo, una decisione che doveva venir presa ben 100 anni fa. Infatti, esattamente un mese dopo l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, avvenuto il 28 giugno 1914, l’impero austro-ungarico dichiarò guerra al Regno di Serbia, dando il via al conflitto oggi noto come Grande Guerra: la prima guerra mondiale. “Avevano la possibilità di scegliere: le due opzioni erano semplici, la guerra o la pace. E loro hanno deciso di entrare in guerra.” Balasz ha continuato poi affermando che non potremmo mai sapere cosa sarebbe oggi l’Ungheria se in passato la strada presa fosse stata differente, ma di una cosa è certo, la scelta di combattere una guerra, tra le due, è stata il cammino peggiore.
Ne ho approfittato per domandargli allora il suo pensiero a proposito della monarchia austro-ungarica, soprattutto sui monarchi Francesco Giuseppe e Elisabetta di Baviera, detta pure Sissi. Fin da piccola il mito della giovane e bella imperatrice era stato coltivato nei miei sogni di bambina, portandomi a provare un profondo affetto per un personaggio che, dopo la mia recente visita a Vienna, si è rivelato puramente fittizio. Balasz ha subito premesso che tra gli ungheresi ci sono sia i nostalgici che gli antimonarchici. Sostiene che oggi sarebbe inaudita la reintroduzione di una monarchia, anche se a scopo puramente istituzionale, ma lo sguardo roseo del passato, soprattutto tra i più anziani, rimane acceso e persistente.
A prevalere però, nel cuore degli ungheresi, è l’orgoglio ferito a causa della divisione del territorio, come già detto, nel 1920, i cui colpevoli sono proprio i monarchi. “Non possiamo certo pensare di farci restituire le terre perse,” mi ha detto Balasz “ormai sono parte integrante degli stati a cui sono stati ceduti. Ma, dopo quel trattato, il vero perdente della guerra è stata l’Ungheria, ancor più di Germania e Austria. È una ferita che rimane aperta, ci manca davvero qualcosa.”
L’Ungheria ancora oggi soffre degli errori del passato. È uno stato in cui la censura, per esempio, vieta a tutti i giornali di parlare di politica, in cui una dittatura nascosta soffoca famiglie e giovani; un paese in cui vivere, anche se nessuno lo sa, è quasi impossibile.
“Probabilmente, quando i nostri figli saranno più grandi, anche se sarà difficile, ce ne andremo.” conclude Balasz.
“Voglio però che, fin da ora, nonostante le sue contraddizioni e le sue ingiustizie, i miei bambini possano imparare ad amare il loro paese, la sua cultura, la sua lingua. È l’Ungheria, è nel nostro sangue e ci rimarrà sempre.”