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Testo: Regula Argast
Con la fondazione dello Stato federale svizzero nel 1848, nacque in Svizzera la moderna cittadinanza, con i suoi ideali di libertà e uguaglianza. La maggioranza della popolazione svizzera non approfittò però subito dei servizi di integrazione del giovane Stato federale. La discriminazione riguardava, oltre alle donne, gli ebrei e i nullatenenti, anche la popolazione non sedentaria.
Ogni svizzera e ogni svizzero appartiene come cittadina e cittadino a tre diverse collettività: comune, Cantone e Confederazione. Questa caratteristica unica è nata con la fondazione dello Stato federale svizzero nel 1848. All'epoca, il diritto di cittadinanza federale si è aggiunto come terzo elemento al diritto comunale e cantonale vecchi di oltre cento anni.
La Costituzione federale del 1848 garantiva ai cittadini svizzeri maschi la libertà di stabilire il proprio domicilio e i diritti politici negli affari federali e cantonali. Ma le donne svizzere, gli ebrei, i nullatenent e i condannati penalmente e furono all'inizio esclusi. Erano dunque esclusi dall'idea della nazione svizzera come comunità di cittadini con pari diritti. Inoltre i comuni garantivano esclusivamente ai loro cittadini il diritto di voto e di elezione negli affari comunali, l'utilizzo del bene comunale e il diritto al sostegno in caso di povertà.
Durante i secoli i comuni avevano ritirato il diritto di cittadinanza ai cittadini assenti per molto tempo, in caso di matrimonio religioso misto o in caso di condanna penale. Senza diritti di utilizzazione o diritto al sostegno per povertà molti di questi «senza patria» furono costretti a uno stile di vita e ad attività itineranti (Nomadi).
Al fine di legittimarsi come Stato democratico, il giovane Stato federale doveva definire la propria nazione. Uno degli obiettivi più urgenti era a questo proposito l'eliminazione della condizione dei privi di patria. La legge federale sui privi di patria del 3 dicembre 1850 stabilì che la Confederazione e i Cantoni dovevano individuare un diritto di cittadinanza cantonale e comunale per i privi di patria. Erano considerate prive di patria secondo l'articolo 2 della legge le persone «tollerate o imparentate» riconosciute da un cantone, che non possedevano alcun diritto di cittadinanza in un altro Stato, né in un altro cantone o comune svizzero, compresi coloro che erano chiamati «vaganti». Si trattava di un gruppo di popolazione eterogenea che si distingueva per uno stile di vita non sedentario. Fino al 1872 cantoni e comuni accolsero come cittadini circa 25’000–30’000 «senza patria» (Meier/Wolfensberger, S. 495). La Confederazione riuscì così a eliminare in gran parte lo status legale incerto dei senza patria.
Con la legge sui privi di patria del 1850 la Confederazione perseguiva anche un altro scopo: voleva assoggettare la povertà itinerante ad un controllo statale efficace e limitare lo stile di vita ed economico non sedentario. Si arrivò alla criminalizzazione di diverse forme di non sedentarietà. Secondo l'articolo 18 della legge «i vaganti e mendicanti itineranti senza mestiere» dovevano essere puniti con «l'imprigionamento o il lavoro forzato». L'articolo 19 proibiva alle persone che «si spostavano per il loro mestiere o attività, […] di portare con sé i bambini in età scolare». Questa disposizione rendeva difficile il sostentamento delle famiglie, la cui unica fonte di reddito veniva dal commercio o attività itinerante. Allo stesso tempo i comuni eludevano le misure di integrazione della Confederazione: mentre le famiglie non sedentarie erano costrette ad adattarsi allo stile di vita sedentario della società civile maggioritaria, i comuni di origine dei nuovi cittadini non erano obbligati a concedere loro i diritti di utilizzazione. La ricerca considera che la legge sui privi di patria abbia piuttosto peggiorato le condizioni di vita precarie della popolazione non sedentaria invece di migliorarle, contribuendo solo a emarginarla ancora di più.