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Io non suggerisco di imporre dei limiti al pensiero, bensì a certe amplificazioni istituzionali del pensiero. I difensori di Salman Rushdie – e, badi bene, io non sono tra quelli – non vogliono solo che egli pensi, vogliono editori, stazioni televisive, club letterari per amplificare il suo pensiero e per approfittare dei guadagni. Non è la libertà di pensiero che mi preoccupa, ma la libertà del pensiero a pieni poteri. Infatti il potere, a prescindere dal modo in cui viene esercitato, deve sempre essere tenuto d’occhio molto attentamente! Gli scrittori amano sottolineare che la penna è più potente della spada. Be’, se hanno ragione, allora è anche più pericolosa. Immagini per esempio un caso simile: una società sull’orlo di una guerra civile, uno scrittore sta scrivendo un libro che potrebbe provocarne l’inizio. Come governante responsabile ordinerei che il libro fosse bruciato e lo scrittore imprigionato, se non promettesse solennemente di attendere tempi meno pericolosi; a mio parere la vita umana è molto più importante della parole che pretendono di rappresentare delle idee.
P. K. Feyerabend, Al termine di una passeggiata non filosofica tra i boschi, in Dialoghi sulla conoscenza (trad. it. di R. Corvi); Roma-Bari, Laterza, 1991.