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Il 23% degli svizzeri non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2'500 franchi. Sergio Rossi: «Questo dato mi rattrista».
LOSANNA - La perdita del potere d'acquisto in atto in Svizzera è «inquietante»: lo sostiene Sergio Rossi, professore di economia all'università di Friburgo, che mette anche in dubbio la capacità dei dati ufficiali di descrivere l'aumento reale dei prezzi subito dai consumatori. All'orizzonte c'è lo spettro della stagflazione, avverte. «Una recente statistica dell'UST mostra che il 23% degli abitanti del Paese non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2'500 franchi: questo dato mi rattrista», afferma il 55enne in un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano 24 Heures. «Ogni giorno, sempre più persone che vivono in Svizzera cadono in una forma di precarietà o povertà».
Poveri sempre più poveri - «In questo senso, l'inflazione colpisce più duramente le famiglie a basso e medio reddito rispetto a quelle più ricche», spiega l'esperto. «Se guadagnate 4'000 franchi al mese, sarà più difficile per voi far fronte a un aumento dei prezzi del 5% o del 10% rispetto a chi guadagna 20'000 franchi». Secondo Rossi bisogna inoltre distinguere l'inflazione dal rincaro reale. Il tasso calcolato dall'Ufficio federale di statistica (UST) si basa su un paniere tipico di un'economia domestica, ma esclude voci di spesa importanti come l'affitto e l'assicurazione sanitaria, anche se pesano molto sui bilanci delle famiglie. Questo perché non sono considerati beni o servizi.
«L'inflazione svizzera non rispecchia la realtà» - A suo avviso bisogna quindi fare attenzione quando si confronta un'inflazione che nella Confederazione appare inferiore al 3% con quella del 7% nell'Unione europea. «L'inflazione calcolata in Svizzera non rispecchia la realtà. Il prezzo della benzina, ad esempio, è aumentato notevolmente, ma il suo peso nel calcolo dell'indice dei prezzi al consumo è molto più basso che in Italia o in altri paesi. La verità è che l'aumento dei prezzi va ben oltre quello che dicono le cifre. L'impennata dei prezzi dei generi alimentari e dei carburanti è presa in considerazione solo in parte. C'è una distorsione statistica simile a quello che si osserva nel calcolo del tasso di disoccupazione».
Tasso dei disoccupati da rivedere - Per calcolare il tasso dei senza lavoro la Segreteria di Stato per l'Economia (Seco) prende in considerazione gli iscritti agli uffici regionali di collocamento nei 18 mesi durante i quali le persone hanno diritto a ricevere i contribuiti. Se escono dalle statistiche dopo questo periodo non sono più considerati disoccupati dalla Seco, anche se non hanno trovato un impiego. Secondo Rossi si dovrebbe utilizzare il tasso di disoccupazione dell'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO): questo tiene conto del numero di persone che sarebbero disposte a lavorare entro sette giorni, indipendentemente dal fatto che siano o meno registrate come disoccupate. Applicato alla Svizzera, questo approccio indica un tasso di disoccupazione superiore al 4%.
La "cresta" della grande distribuzione - Intanto il costo della vita cresce anche perché i prezzi salgono più del dovuto. «La grande distribuzione e i produttori alimentari tendono ad aumentare i loro margini nella fase attuale», osserva il detentore della cattedra di macroeconomia e di politica monetaria nell'ateneo friburghese. «Poiché l'aumento dei prezzi è ormai accettato dalle famiglie, essi discretamente ci aggiungono una cresta». Che cosa fare quindi per combattere contro l'erosione del potere d'acquisto? «I salari dei dipendenti della classe media devono essere aumentati, e in modo significativo», risponde Rossi. «Negli ultimi anni non c'è stata alcuna progressione salariale reale, mentre la produttività delle aziende è aumentata».
«È in gioco il benessere della Svizzera» - Secondo lo specialista è in gioco il benessere del Paese. «La crescita dipende in gran parte dalla classe media, attraverso i consumi. Quando ha abbastanza denaro, la classe media tende ad andare al ristorante o a comprare un'auto nuova, sostenendo così l'economia. Al contrario, i più ricchi tendono a risparmiare. Il numero uno di UBS Sergio Ermotti, ad esempio, non andrà alle Seychelles ogni fine settimana, nonostante il suo reddito elevato, ma preferirà acquistare azioni o immobili. Questo farà aumentare i prezzi delle azioni e degli immobili, però difficilmente sosterrà la crescita».
«Pericolo stagflazione» - Secondo Rossi l'inflazione è destinata a rimanere per un certo periodo di tempo, perché le imprese trasferiranno l'aumento degli interessi che pagano sui prestiti bancari - indotti dalle politiche più restrittive delle banche centrali - sui loro prezzi di vendita. «Questo verrà trasferito al consumatore e tutto diventerà più costoso. Ciò ha l'effetto opposto a quello desiderato. È un circolo vizioso». «Temo la stagflazione, un'economia stagnante con prezzi in aumento», prosegue l'economista nato a Bellinzona. «Di fronte alla guerra in Ucraina e ai cambiamenti climatici, le imprese sono già restie a investire. Inoltre, le famiglie sono riluttanti ad andare in vacanza o a cambiare l'auto, preferendo tenere 20'000 franchi sul conto, per ogni evenienza. In breve, i settori della ristorazione, del turismo e dell'intrattenimento ne risentiranno. Questo non è un bene per l'economia. Alla fine saranno le finanze pubbliche a soffrirne, perché vi saranno meno entrate fiscali», conclude Rossi.