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Malfermi ma senza emozioni, non disposti a essere presenti in aula e pronti a lottare per allungare i tempi della giustizia: il processo contro i quattro ex leader dei Khmer rossi, iniziato oggi nella capitale cambogiana Phnom Penh in un'aula gremita da osservatori e parenti delle vittime, ha già fornito un'idea di cosa ci si potrà aspettare da qui al verdetto, confermando le aspettative della vigilia sulla mancanza di rimorso da parte degli imputati.
La prima delle udienze procedurali che si terranno fino a giovedì è stata dominata da formalità giudiziarie: per entrare nel merito delle accuse, con le prime testimonianze, servirà attendere almeno altri due mesi.
Tra i quattro accusati per gli 1,7 milioni di morti causati dal regime, solo Khieu Samphan (79 anni) - l'ex presidente della "Kampuchea democratica" - ha mostrato la disponibilità a collaborare con i giudici: per scoprire "chi altro è responsabile per il regime dei Khmer rossi", ha detto il suo avvocato.
Gli altri imputati - il "fratello numero due" Nuon Chea (84 anni), il ministro degli esteri Ieng Sary (85) e la moglie Ieng Thirith (79) - hanno invece lasciato l'aula durante l'udienza, citando problemi di salute.
Una parte sostanziosa dell'udienza odierna è stata anche dedicata all'invocazione del "ne bis in idem" - il principio per cui nessuno può essere processato più volte per il medesimo fatto - da parte di Ieng Sary, già condannato in contumacia nel 1979 in un processo lampo sotto il controllo dei liberatori vietnamiti, e poi graziato dal re Norodom Sihanouk dopo essersi consegnato alle autorità cambogiane nel 1996.
Ma è difficile che la sua richiesta di essere prosciolto venga accettata: già nel 2008 i giudici l'avevano respinta, spiegando che quella grazia si riferiva solo alla condanna a morte per genocidio, mentre ora Ieng Sary deve rispondere anche di crimini di guerra e contro l'umanità.
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