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Queste, in breve, le scoperte di Ekman, rimandando all’articolo di Giulietta De Santis per ulteriori dettagli.
Le espressioni umane sono universali: tutte le persone studiate da Ekman comprendono e usano le stesse espressioni facciali.
Anche i mentitori più abili tradiscono i propri sentimenti: è infatti sempre possibile identificare le microespressioni: dei cambiamenti involontari dell’espressione che durano anche meno di mezzo secondo.
Infine, Ekman e il suo collega Wallace Friesen scoprirono che simulare una determinata espressione induce nel soggetto la sensazione corrispondente: mimare una espressione triste provoca depressione, mentre forzare un sorriso può migliorare l’umore:
Questo contraddiceva la vecchia nozione che i sentimenti si originano nella psiche e poi il corpo li comunica semplicemente all’esterno.
Ekman and Friesen furono capaci di dimostrare che l’attivazione coordinata di certi muscoli facciali non solo influenzava la pressione del sangue e il battito cardiaco, ma poteva scatenare l’emozione corrispondente. Sembrò chiaro che esisteva un meccanismo retroattivo che partiva dai muscoli della faccia e giungeva ai centri emotivi del cervello.
Il filosofo, un po’ malignamente, non può non trarre due conclusioni.
Innanzitutto l’insostenibilità di ogni riduzionismo cerebrale: se i sentimenti possono nascere dal corpo e non possono non avere una manifestazione corporea, è evidentemente un abbaglio pensare di comprendere il pensiero limitandosi all’attività cerebrale.
In secondo luogo, Ekman e Friesen continuano a considerare l’espressione come manifestazione esterna di un sentimento interno. Eppure proprio le loro ricerche mostrano l’inadeguatezza di questo modello.