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Dopo un anno di pandemia, questa primavera è risultato chiaro che l'industria farmaceutica mondiale è stata una delle grandi vincitrici della crisi del coronavirus. È quanto si evince dalle recenti cifre d’affari e dalle previsioni dei profitti di numerose aziende farmaceutiche. In questo contesto, esaminiamo più da vicino i produttori di vaccini contro il Covid-19: Moderna ha recentemente dichiarato che le sue dosi di vaccino genereranno una cifra d’affari di 19,2 miliardi di dollari quest'anno. Pfizer ha indicato 26 miliardi e BioNTech 15 miliardi. Solo nel primo trimestre, Moderna ha registrato un utile netto di 1,2 miliardi di dollari, ossia un margine di profitto del 65%. Queste cifre sono sorprendenti se si ricorda che all'inizio della pandemia, questi produttori affermavano di non avere intenzione di trarre profitto dalla produzione di vaccini. Il vaccino di Moderna è attualmente il più costoso sul mercato.
L'industria farmaceutica aumenta i profitti, ma a spese di chi?
Queste cifre non sono però così sorprendenti tenuto conto dei modelli economici dei giganti farmaceutici. L’ONG Public Eye ha recentemente analizzato questi modelli in un rapporto dettagliato (“Big Pharma takes it all”). Uno degli strumenti principali che permettono di massimizzare i profitti del ramo farmaceutico è il rilascio di brevetti relativi ai principi attivi alla base dei medicamenti. Solo nel 2020, secondo Public Eye, fondi pubblici per un totale di 93 miliardi di euro sono stati iniettati nella ricerca e sviluppo mondiali di questi principi attivi, in seguito ad un'intensa cooperazione con le università. Eppure, i brevetti hanno lo scopo di garantire che solo le aziende che (co)sviluppano questi principi beneficino delle entrate generate dalla vendita dei farmaci. Le terze parti non sono autorizzate a produrre o vendere i principi attivi senza avere prima acquisito una licenza dai proprietari. Queste regole sono in vigore da 25 anni nell'ambito dell'accordo TRIPS sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale che toccano il commercio (Trade-related aspects of intellectual property rights, TRIPS). L'accordo in oggetto è stato firmato nel 1995 su pressione dei Paesi ricchi dell'emisfero nord e contro la volontà della maggior parte di quelli dell'altro emisfero. Da allora, la pratica della contraffazione tecnologica è proibita. Al più tardi al momento della pandemia di coronavirus, l'accordo TRIPS si è trasformato in un rischio sanitario per il pianeta: la protezione tramite brevetti genera una penuria artificiale di vaccini, facendo salire i prezzi e rendendo difficile la loro distribuzione equa e il più efficiente possibile in tutto il mondo.
Questo approccio grava come un’ipoteca soprattutto sulle popolazioni dei Paesi a basso reddito del Sud, che non possono permettersi cure sanitarie private e costose. Mentre nei Paesi prosperi dell’America del Nord e dell'Europa sono già stati somministrati rispettivamente 58 e 43 vaccini ogni 100 abitanti, ne contiamo solo due in Africa, secondo il blog “Our World in Data”. L'Asia e l’America del Sud si situano in una posizione intermedia, rispettivamente con 18 e 24 vaccini somministrati. Ma anche i cittadini dei Paesi ricchi pagano per i brevetti dell'industria farmaceutica: con le loro tasse, contribuiscono in modo decisivo alla ricerca e allo sviluppo relativi ai brevetti e si trovano inoltre a dover affrontare costi più elevati per l'intero sistema sanitario a causa della carenza artificiale di produzione di molti farmaci.
Conclusione molto inquietante di Public Eye: “Mai come durante questa pandemia è diventato evidente fino a che punto lo sviluppo di nuovi farmaci dipenda dal finanziamento pubblico. Dato che le istanze politiche non ne tengono conto nei meccanismi di fissazione dei prezzi, la popolazione paga due volte: con le tasse, con cui sovvenziona ampiamente le compagnie farmaceutiche, e allo stesso tempo è costretta a pagare i farmaci a prezzi non regolamentati e gonfiati, contribuendo così ai colossali profitti di Big Pharma”.
Ma il quadro non è completo: la popolazione non rimpolpa il ramo farmaceutico solo con le proprie tasse; l'attuale regime fiscale internazionale applicabile ai gruppi aziendali accorda loro anche molti vantaggi per sfuggire ai loro obblighi fiscali. Possono ridurre significativamente le loro tasse sui profitti derivanti dalla proprietà intellettuale, ma anche su altre forme di profitto, senza necessariamente infrangere la legge. Dal punto di vista dei Paesi in cui le aziende farmaceutiche hanno la loro sede e dove gestiscono filiali finanziariamente solide, queste possibilità alimentano anche la concorrenza per i loro profitti mondiali. Soprattutto i piccoli Paesi del Nord ricco, che non dispongono di grandi mercati interni per i medicinali, attirano le imprese offrendo le condizioni più favorevoli possibili per importare i brevetti e tassando lievemente i profitti derivanti dalla proprietà intellettuale. Questa situazione a sua volta favorisce le aziende, che non sono tenute a pagare le tasse dove effettivamente generano il loro valore aggiunto (attraverso la ricerca farmaceutica e lo sviluppo di nuovi principi attivi, da un lato, e per la vendita dei loro medicinali brevettati, dall’altro), bensì laddove questi profitti sono meno tassati.
Giurisdizione a bassa tassazione
La Svizzera ricopre un ruolo da protagonista in questa battaglia per i profitti dei gruppi delle imprese multinazionali. In relazione al numero dei suoi abitanti, è la sede del maggior numero di multinazionali fra le 500 più grandi al mondo (14). Tra queste, i giganti farmaceutici di Basilea Novartis e Roche, al terzo e al quarto posto nella classifica delle più grandi aziende farmaceutiche del mondo, nonché all’ottavo e al nono posto delle più grandi aziende con sede in Svizzera, dietro solo a sei giganti delle materie prime e al gruppo alimentare Nestlé. Per di più, i loro principali concorrenti stranieri hanno quasi sempre filiali e succursali in Svizzera. Secondo il gruppo di ricerca transnazionale Economisti senza frontiere, guidato dal franco-californiano Gabriel Zucman, la Svizzera priva gli altri Paesi di una base fiscale imponibile annuale di 98 miliardi di franchi. Ciò si traduce in entrate fiscali pari a 7,3 miliardi di franchi, il che significa che il 38% del gettito fiscale federale, cantonale e comunale delle imposte sulle aziende proviene da trasferimenti di utili. Vale la pena di sottolineare che i 7,3 miliardi di franchi di gettito fiscale in Svizzera equivalgono a più di un terzo dei costi totali dei sistemi sanitari (19,7 miliardi di dollari) dei 69 Paesi più poveri del mondo.
Tuttavia, questo calcolo non include i presunti trasferimenti di utili da molte nazioni d’Africa e Asia, poiché i database disponibili in questi Paesi sono spesso troppo incompleti per tali analisi economiche. Dato che molte aziende di materie prime e di prodotti alimentari che operano in questi Paesi hanno le loro unità commerciali e amministrative in Svizzera, sembra ragionevole supporre che anche importanti somme siano trasferite da questi Paesi verso il nostro. Come Zucman e i suoi colleghi hanno dimostrato, le unità commerciali delle multinazionali straniere in Svizzera hanno generalmente un costo salariale sorprendentemente basso per il loro personale se comparate ai loro utili esorbitanti. Rispetto alle aziende nazionali, i loro margini di profitto sono molto più elevati. È quindi lecito sospettare che questi alti profitti non siano realizzati in Svizzera, ma siano trasferiti nel nostro Paese come profitti contabili.
Spostando i profitti in questo modo, i gruppi societari approfittano delle anomalie del sistema fiscale internazionale applicabile alle società. Quest'ultimo si basa sul principio del prezzo di libera concorrenza (Arm’s lenght principle), che è allo stesso tempo la sua principale debolezza. I gruppi di imprese multinazionali non sono quindi tassati come un'entità globale; il diritto fiscale tratta ancora ogni singola entità come una società distinta. Eppure, innumerevoli transazioni finanziarie avvengono quotidianamente tra le varie unità di questi gruppi in diversi Paesi: relative a servizi, beni materiali, diritti di partecipazione, prestiti e, particolarmente importante per l'industria farmaceutica, beni immateriali come marchi, licenze e brevetti.
Un fattore chiave nell'uso dei brevetti come metodi per l'ottimizzazione fiscale è che non sono necessariamente registrati e situati dove l'invenzione che proteggono è stata sviluppata, ma là dove è interessante dal punto di vista fiscale. Le filiali di società farmaceutiche straniere con sede a Zugo o in altri cantoni a bassa imposizione possono quindi agire come proprietari di brevetti e concedere questi ultimi ad altre aziende dello stesso gruppo.
Colpisce anche la strabiliante produttività del lavoro nell’industria farmaceutica svizzera: secondo l'associazione delle aziende farmaceutiche svizzere Interpharma, essa genera un valore aggiunto per posto di lavoro cinque volte superiore alla media dell'economia globale e supera di gran lunga il settore finanziario. Interpharma non rivela quanta parte di questa creazione di valore è rappresentata da pagamenti di diritti di licenza in seno ai gruppi, tasse e interessi per alcuni servizi infragruppo o crediti, ma sostiene con orgoglio che due terzi della crescita totale della produttività dell'economia svizzera tra il 2008 e il 2018 sono da attribuire all’industria farmaceutica. Al tempo stesso, le aziende farmaceutiche Roche e Novartis impiegano entrambe più dell'85% del loro personale all'estero (nel 2018).
Date queste cifre, non sorprende che la maggioranza dei politici svizzeri pensi all'industria farmaceutica quando si tratta regolarmente di adattare il modello svizzero di tassazione delle imprese all’evoluzione delle regole internazionali da un lato, e alle esigenze dell'economia svizzera dall'altro. L'introduzione dell'ultima riforma dell'imposta sulle società nell'ambito della RFFA (riforma fiscale e finanziamento dell'AVS) a partire dal 2020 ha, ad esempio, sostituito i precedenti privilegi fiscali per le società holding, di domicilio e miste, che erano importanti anche per l'industria farmaceutica ma non più accettati a livello internazionale, con nuovi privilegi in linea con le attuali regole di tassazione dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Nell’ambito della RFFA, due nuovi metodi di ottimizzazione fiscale sono stati specificamente progettati per soddisfare le esigenze del settore farmaceutico: la deduzione per la ricerca e lo sviluppo (deduzione R&S) e il “Patent box” (scatola di brevetti). Entrambi permettono di ridurre la base del profitto imponibile di una società, riducendo così la parte del profitto che deve essere tassata. Questo riduce l'aliquota fiscale effettiva sul profitto di un gruppo di società, che risulta dalla combinazione della base imponibile e dal tasso d’imposizione fissato dalla legge. Mentre la deduzione R&S interviene all'inizio della produzione del principio attivo, il Patent box interviene alla fine: la prima permette la deduzione dei costi di R&S dai profitti dei prodotti risultanti dagli investimenti R&S corrispondenti; il secondo permette di dedurre dal totale degli utili imponibili una certa percentuale (che varia da cantone a cantone) degli utili derivanti da un'invenzione qualificante per il Patent box. De jure, solo i profitti delle invenzioni brevettate sviluppate in Svizzera potrebbero beneficiare del Patent box. De facto, l'attribuzione esatta di un'innovazione o di un'invenzione specifica a un luogo di ricerca preciso è complessa. Lo stesso vale per la ripartizione dei costi nel campo della ricerca e dello sviluppo.
“No borders no nations” per i brevetti
Le compagnie farmaceutiche possono quindi legalmente utilizzare la gestione dei loro brevetti per ridurre le proprie tasse. Ancora una volta, le aziende sono le vincitrici e le collettività pubbliche le perdenti. Questo dimostra quanto siano importanti i brevetti per i modelli commerciali delle multinazionali farmaceutiche. Ma questo mostra anche l'importanza dei brevetti per il modello economico del fisco svizzero: i regimi di bassa tassazione che ne derivano hanno lo scopo di incoraggiare i gruppi aziendali a registrare la quota massima dei loro profitti globali in Svizzera. Anche se le aliquote fiscali sono più basse qui, data l'alta quantità di profitti che poi devono essere tassati in Svizzera, il fisco svizzero dovrebbe alla fine ricevere di più. Questa importanza della proprietà intellettuale in materia di politica fiscale può anche spiegare in parte perché il Consiglio federale si oppone fermamente alla revoca temporanea della protezione tramite brevetti per i vaccini contro il coronavirus. Persino il governo degli Stati Uniti ha accettato di farlo per stimolare la produzione di vaccini e facilitarne l'accesso ai Paesi poveri.
Le aziende farmaceutiche si battono contro un precedente che porterebbe ad un allentamento generale dell'attuale politica, molto restrittiva, relativa alla proprietà intellettuale e a perdite per le autorità fiscali di alcuni Cantoni e della Confederazione. Ma ancora una volta, sono i popoli dell'emisfero sud che soffriranno di questo nazionalismo fiscale: dovranno infatti aspettare ancora più a lungo per essere vaccinati contro il coronavirus e beneficiare di una sanità pubblica efficiente. Questo è precisamente ciò che le aziende farmaceutiche ostacolano quando portano i loro profitti fuori da questi Paesi trasferendoli in territori a bassa tassazione come la Svizzera.
Pubblicato il 25 agosto 2021
Su Il corriere dell’Italianità online
(Traduzione di Valeria Matasci)