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«(…) sono una Svizzera autentica che ama l’Italia come una seconda patria perché quella di mio marito e dei miei figli.»
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Lucia (Lucietta) Buonvicini si arruolò con il nome di “Nichi” come partigiana tra le fila della 52° Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Clerici”, attiva lungo la frontiera con la Svizzera. Ricoprì il ruolo di collegatrice fra i vari reparti, occupandosi della trasmissione di documenti e informazioni.
A seguito dei numerosi rastrellamenti nazifascisti iniziati verso la fine del 1944, Lucietta fu arrestata sei volte. Dopo l’ultima scarcerazione le fu intimato dal Comando della Brigata Nera di Porlezza di allontanarsi almeno 30 chilometri da Oria. Fu così che, lasciati i figli minori in un collegio di Porlezza, il 5 febbraio 1945 sconfinò attraverso i monti e raggiunse il marito e il figlio Riccardo a Bellinzona.
Sui monti fu accoltellata alla schiena e abbandonata in un dirupo: era il 10 maggio 1945. Il suo cadavere fu rinvenuto da un gruppo di contrabbandieri soltanto nel febbraio del 1946. Ci furono alcuni sospettati ma la sua morte non ebbe mai giustizia.
Lucietta Buonvicini fu dunque, seppur svizzera e ticinese, una protagonista della Resistenza italiana. Il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia riconobbe ufficialmente il suo ruolo di collegatrice e fu sepolta a Oria con gli onori militari.