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Nel 1973 scoppiava il primo lo choc petrolifero e, dopo qualche mese, l’economia mondiale entrava in piena recessione. “E’ colpa del petrolio” dicevano i dirigenti politici e molti economisti. Nel 2007 iniziava negli Stati Uniti la crisi dei “subprimes” confluita poi nella recessione mondiale del 2009 e nella crisi che continua ancora oggi. Questa volta era la “colpa degli speculatori e dei banchieri disonesti”.
Ogni volta, il capitalismo viene esonerato della responsabilità delle sue crisi: attraverso il gioco del libero mercato e della “concorrenza libera e non falsata” si ipotizza la realizzare di un perfetto equilibrio tra offerta
e domanda ed il miglior uso possibile delle risorse produttive. Se ciò non accade, se scoppiano le crisi, la teoria economica dominante attribuisce a questo a fattori “esogeni” (esterni alla dinamica del capitale):
all’intervento dello Stato che regolamenterebbe troppo e male, al cattivo comportamento di alcuni attori, a fattori accidentali, ecc. La colpa dunque è sempre di altri, e non nella logica stessa del capitalismo. Si tratta, con queste giustificazioni, di convincere i lavoratori e, più in generale, le classi popolari che “siamo tutti nella
stessa barca”, che è dunque legittimo destinare masse finanziarie enormi al salvataggio delle banche e che le riforme preparate dai governi di destra e di sinistra sono inevitabili. È evidente che queste riforme toccano
principalmente le conquiste sociali mentre i rappresentanti del mondo bancario e i finanziario, anche se a volte criticati, di fatto vengono risparmiati, mentre ovunque aumenta la libertà di licenziamento.
I tre articoli che seguono ritornano sugli ultimi 4 decenni della nostra storia; vogliono dimostrare come questa visione dominante delle crisi sia ingannevole ed al servizio delle classi dominanti.
UNO SGUARDO AGLI ANNI ’70
di Gaston Lefranc
IIl primo choc petrolifero del 1973 non è stato un colpo di fulmine a ciel sereno: se ha amplificato gli effetti della crisi, non spiega la fine della crescita rapida dei cosiddetti “Trenta Gloriosi”. La regressione degli anni ’70 (dalla quale non siamo mai usciti veramente) non è il risultato di un incidente della storia, di un choc “esogeno”, ma è il prodotto del funzionamento del modo di produzione capitalista, che produce la crisi così come le nuvole portano la pioggia.
È consuetudine spiegare oggi la forte crescita degli anni 1950 e 1960 con le virtù del cosiddetto “compromesso fordista”: la giusta condivisione del “valore aggiunto” tra capitalisti e lavoratori avrebbe innescato un circolo virtuoso, nel quale buoni salari avrebbero permesso di mantenere a livello elevato la domanda di beni di consumo e di stimolare in questo modo gli investimenti delle imprese. Di fatto, la crescita “miracolosa” fu dovuta soprattutto dalla grande distruzione di capitale – causato dalla crisi degli anni ’30 e dalla guerra- e che ha permesso di conseguire tassi di profitto eccezionali alla fine della guerra.
Questo forte aumento del reddito del capitale è la spiegazione fondamentale della grande crescita del dopoguerra. Ha permesso ai capitalisti di tenere per sè (per i loro consumi e i loro investimenti) profitti sostanziali, nonostante l’aumento dei salari ottenuti grazie alle lotte dei lavoratori, e non certo benevolmente concessi dai capitalisti con il solo obiettivo di sostenere la “domanda”.
Il forte aumento dei salari non è dunque dovuto alla crescita del dopoguerra, ma è frutto delle lotte di classe e dei margini di manovra di cui disponevano i capitalisti.
I “trenta gloriosi”: una parentesi
Ma questa situazione non poteva durare in eterno. Negli Stati Uniti, a partire dal 1965. il tasso di profitto comincia a diminuire – con alcune variazioni nel breve termine – fino agli inizi degli anni ’80. Questa diminuzione corrisponde alla “legge fondamentale” dell’economia capitalista illustrata da Marx nel Capitale: nella ricerca del massimo profitto, i capitalisti rinnovano e sviluppano la produttività del lavoro, rimpiazzando i lavoratori con mezzi di produzione. Poiché il plusvalore viene creato dalla forza lavoro (e non dai mezzi di produzione che trasmettono il loro valore al prodotto fabbricato), il profitto, in rapporto al capitale anticipato, tende ad abbassarsi. Più i capitalisti accumulano e più si fanno sentire gli effetti della tendenza alla diminuzione del tasso di profitto. E questo è ciò che è avvenuto negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni ’60.
In questo contesto si è verificato il primo “choc petrolifero”: tra ottobre e dicembre 1973, il prezzo del barile di petrolio passa da 3 a 10 $. E’ il risultato di una decisione politica dei paesi del OPEP (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), come reazione al sostegno occidentale a Israele durante la guerra del Kippur. Ma è anche la conseguenza della svalutazione del dollaro nei confronti dell’oro, dopo la fine, nel 1971, del sistema monetario di Bretton Woods (che attribuiva un ruolo centrale al dollaro). Questo aumento dei costi di produzione non ha fatto che esacerbare la sovraccumulazione di capitale che cova ormai fin dalla metà degli anni ’60, scatenando la prima grande recessione del dopoguerra.
L’intervento degli Stati
L’indebolimento duraturo della crescita dopo lo choc petrolifero dimostra che il male è profondo. In alcuni paesi dell’Europa occidentale un altro fattore pesa negativamente sull’evoluzione del reddito del capitale: lo sviluppo delle lotte operaie (particolarmente in Italia) tende ad abbassare il tasso di sfuttamento del proletariato. I capitalisti tentano di reagire aumentando i prezzi e alimentando una spirale di inflazione destabilizzante. I deficit pubblici si accentuano a causa dell’aumento delle spese sociali (in particolare per gli indennizzi ai disoccupati sempre più numerosi) e delle sovvenzioni pubbliche al padronato tese a compensare la caduta del tasso di profitto. Contrariamente alla crisi degli anni ’30, gli Stati intervengono per impedire i fallimenti dei grandi trust capitalisti: ciò permetterà di evitare crolli economici ma impedirà la messa a disposizione dei capitali in eccesso, necessari per uscire veramente dalla crisi. Ne deriva un marasma economico di lunga durata, basato su una crescita debole ed una disoccupazione elevata, anche se considerata “sotto controllo”.
E’ in questo contesto che si produce il secondo choc petrolifero del 1979, che scatena una recessione ancora più forte di quella del 1974, e fa precipitare il tasso di profitto ancora più in basso, provocando una reazione molto forte dei capitalisti su scala mondiale con l’obiettivo di aumentare il tasso di sfruttamento dei lavoratori: ha così inizio il cosiddetto periodo “neoliberale” del capitalismo.
TRA LE DUE CRISI
di Julien Lumière
L’inflazione combinata alla svalutazione del dollaro e, di conseguenza, alla perdita di influenza degli USA in seno al sistema monetario internazionale ha scatenato una reazione brutale.
Dal 1979 al 1981, il presidente della Fed (banca centrale americana) di allora, Paul Volcker, dà il via ad una politica di aumento dei tassi di interesse di riferimento (erano dell’11,2 nel 1979 e raggiunsero il 20% nel 1981) e di riduzione dell’offerta monetaria. Lo scopo immediato era di spezzare l’inflazione che di fatto diminuì rapidamente, ma sacrificando una parte della produzione industriale che non era in grado di sopportare quelle condizioni creditizie. Gli USA de facto ammettevano che la loro economia sarebbe stata guidata da Wall Street: i capitali stranieri affluirono da ogni dove, attirati dai tassi di rendimento proposti dalla Fed. Di fatto, le misure di Volcker si possono considerare come il punto di partenza della mondializzazione finanziaria. Negli anni ’80 in effetti, misure tese ad una deregolamentazione bancaria e finanziaria, con l’apertura dei mercati e l’esclusione delle mediazioni bancarie, sono state adottate da tutti i governi dei paesi sviluppati, primi fra tutti da Ronald Regan negli USA e Margaret Thatcher in Gran Bretagna , con l’Unione Europea al seguito.
Il capitalismo finanziario, modello unico
In parallelo, gli Usa lanciano il loro programma militare di “guerra stellare” con lo scopo di esaurire economicamente l’URSS, provocando il suo declino nel 1991, due anni dopo la caduta del muro di Berlino. A questo punto non esiste più che un solo modello economico, il modello capitalista, il cui motore sarà un mercato finanziario mondiale unificato. Il “Consenso di Washington” che sotto l’egida del FMI e delle grandi banche internazionali, impone l’apertura del commercio, la liberalizzazione dei mercati finanziari e la privatizzazione delle imprese pubbliche in America Latina, è stato uno dei numerosi segnali di questo trionfo. La liberalizzazione ha toccato tutti i paesi capitalisti e i lavoratori hanno subìto una serie di sconfitte, favorendo la risalita dei tassi di profitto.
Uno dei principali risultati della strategia di espansione del capitale finanziario è stato l’avvio di un ciclo di crisi finanziarie nell’America latina (Messico nel 1994, Brasile nel 1999, Argentina nel 2001-2002), così come la crisi asiatica del 1997, tutte provocate dal ritiro massiccio e rapido di capitali investiti a breve termine da investitori istituzionali (organismi raccoglitori di risparmio che investono enormi liquidità sui mercati) alla ricerca di una redditività sempre più elevata. Mentre i piani di aggiustamento struttuale e le crisi svuotavano l’America latina delle sue industrie, gli USA conoscevano la crescita più forte dalla crisi petrolifera, in particolare nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Ma la dimensione speculativa di questa crescita, alimentata in particolare da investimenti di “hedge funds” (fondi di investimento speculativi alla caccia di redditi elevati), è diventata evidente in occasione del krach borsistico del 2000 che ha investito il mercato dei valori tecnologici (NASDAQ). Gli attentati del settembre 2001 spingono la Fed a diminuire i tassi di interesse per evitare un’ eventuale recessione: decisione che mette a disposizione delle banche US liquidità enormi, in aggiunta al rimpatrio dei capitali dopo la crisi argentina e l’intervento sempre più importante del risparmio cinese sui mercati americani. Durante l’amminstrazione Bush, il varo di alcune leggi che facilitano l’accesso alla proprietà ha portato le banche a lanciarsi nei crediti subprimes e nella speculazione immobiliare, con innovazioni finanziarie elaborate durante tutti gli anni ’80 e ’90.
DAL CREDITO COME SOLUZIONE ALLA CRISI ATTUALE
di François Chesnais
L’economia mondiale è un tutt’uno. È differenziata e fortemente gerarchizzata. È da questa constatazione che bisogna partire. Oggi il capitalismo è in una crisi molto, molto lunga, una stagnazione generalizzata con situazioni gravi o molto gravi in alcuni paesi e meno gravi, in certi casi molto meno, in altri.
Le borghesie non hanno soluzioni per uscire da questa situazione. Hanno saputo contenere la crisi nel 2008, che non ha raggiunto i livelli di quella degli anni ’30, in particolare evitando il crollo del commercio mondiale. La crisi è iniziata nel luglio-agosto 2007, si è trasformata in recessione mondiale quando ha iniziato a crollare il sistema finanziario mondiale, il cui cuore è a New York con relazioni, in particolare, nella City londinese. Ma questa crisi era in divenire dalla metà degli anni ’90. Aveva conosciuto una sorta di ripetizione generale nel 1998, quando la crisi finanziaria, partita dall’Asia, aveva toccato il Brasile, l’Argentina e la Russia prima di ritornare a New York con il primo fallimento e il primo salvataggio in extremis di un grande fondo speculativo (un “hedge fund”).
La crisi mondiale comporta una diminuzione del tasso di profitto ed un indebolimento di quei fattori che ne contrastano la caduta. La Cina non ne è esclusa. Ciò non vuol dire che la massa dei profitti non continuerà a crescere e ad aumentare la quantità enorme di capitale alla ricerca di investimenti redditizi. Ciò si verificherà anche se l’aumento del tasso di sfruttamento durante gli anni 1980-2000 ha avuto sempre meno effetto contro la diminuzione del tasso di profitto.
La crisi è tanto più grave perché è differenziata e perché vi è stato un’accumulazione di mezzi di produzione molto al di sopra delle possibilità di assorbimento del mercato (in termini marxisti, di realizzazione del valore e del plusvalore contenuti nelle merci). Tra il 1998 e il 2008 lo sviluppo dei crediti alle famiglie (crediti ipotecari o in particolare crediti per l’acquisto di automobili) e alle imprese in certi settori (tutto il settore immobiliare, anche in paesi dove non vi è stata una spettacolare bolla immobiliare) ha mascherato, aumentandola, la sovraccumulazione e la sovrapproduzione latenti.
Questa creazione di crediti è stato un fenomeno di una dimensione senza precedenti nella storia (anche gli Stati Uniti prima del 1929 non avevano conosciuto nulla di simile), poiché basata su un fenomeno assolutamente nuovo: l’indebitamento reciproco incrociato tra le banche e tra i fondi di deposito finanziario. Tale fenomeno ha avuto come conseguenza la “produzione”, nel quadro della formazione del cosiddetto “shadow banking” (tansazioni non regolate e che non figurano nei bilanci delle banche), di attivi finanziari che rappresentano del capitale fittizio all’ennesima potenza. Uno studio della Banca mondiale parla di “CDS3”, lo swap di uno swap consecutivo a un primo swap (uno swap è uno scambio con “presa a carico” temporanea, garantito da commissioni di un attivo); nel 2007-2008 questo tipo di attivo è stato garantito da crediti ipotecari inesigibili.
Dal 2009, lo sviluppo della crisi è stato caratterizzato da tre fattori. Prima di tutto da un’uscita dalle recessione da parte degli Stati molto parziale ed incerta, favorita soprattutto da grandi iniezioni permanenti di denaro, in particolare attraverso l’acquisto da parte della Fed dei debiti tossici delle imprese. Poi, vi è stata una seconda recessione che ha colpito l’Unione europea, in particolare la sua zona euro; recessione causata da politiche di austerità fortemente pro-cicliche, varate per portare a termine le riforme neoliberali e per garantire il pagamento del debito pubblico.
Ed infine, la fine del “grande sviluppo” delle economiche dell’Asia e dell’America latina, con una regressione particolarmente ampia in Brasile.
Nessuna uscita dalla crisi in vista
Siamo in una situazione nella quale non si vede alcuna possibilità di uscita dallo sfruttamento capitalistico. Da un lato poiché il capitale ne ha già approfittato prima del 2008. Dall’altro poiché le crisi capitalistiche terminano solamente quando i mezzi di produzione vengono distrutti (distruzione di capitale) ed il sistema finanziario risanato con la distruzione dei titoli di credito pari al livello di quanto accumulato in precedenza.
Dal 2009 si è assistito alla distruzione di importanti mezzi di produzione in alcune parti dell’economia mondiale, ma, parallelamente, sono stati fatti investimenti importanti altrove. La produzione di auto è rimasta immutata, si è trasferita in Cina ed in Brasile. Si produce lo stesso numero di polli industriali, ma altrove che in Bretagna.
A partire della fine del XIX secolo, per uscire dalle crisi il capitale concentrato nei paesi industriali (Europa, Stati Uniti. Giappone) ha puntato sull’espansione verso il mercato mondiale. Con l’integrazione della Cina nel mercato mondiale, non vi è più una dimensione “esteriore”. Con la liberalizzazione e la mondializzazione del capitale, vi è una sola e feroce arena della concorrenza. L’altra “soluzione” apparsa in passato è stata la guerra mondiale. Una nuova guerra non potrebbe essere che nucleare, e non è per il momento all’ordine del giorno nei progetti della borghesia statunitense e ancor meno della oligarchia burocratico-capitalista al potere in Cina.
D’altra parte, le crisi capitalistiche terminano solo dopo la distruzione di una parte dei debiti pubblici e privati fino al raggiungimento del livello accumulato in precedenza. E’ chiaro che al momento non è così. Poiché sono le banche le componenti dominanti del capitale finanziario ed i governi, quello degli Stati uniti in testa, i loro portavoce, solamente un’implosione del sistema finanziario mondiale potrebbe riuscirci.
Ecco in che situazione ci troviamo, nel momento in cui la crisi proveniente dai cambiamenti climatici si avvicina e si aggravano tutte le altre, numerose, dimensioni della crisi ecologica.
* Questo dossier è stato pubblicato lo scorso 11 novembre sul settimanale francese l’Anticapitaliste. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.