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Una riflessione filosofica sulla recente legge italiana sulle unioni civili.
Premessa prima: un abbozzo di ontologia sociale
L’ontologia è quella disciplina filosofica che si occupa di descrivere come esiste ciò che esiste, lasciando da parte la questione su come conosciamo ciò che esiste, domanda riservata alla gnoseologia.
Dal momento che, oltre a oggetti materiali come sassi e case, esistono cose come i governi e i contratti di affitto, occorre studiare anche l’esistenza di questi strani oggetti sociali: di questo si occupa l’ontologia sociale.
Ebbene, come esiste un oggetto sociale, ad esempio un contratto di affitto? È ovvio che la sua esistenza è in un certo qual modo separata da quella dell’edificio: i danni alla costruzione provocati, ad esempio, da un incendio non equivalgono a danni al contratto, e anche in caso di completa distruzione dell’immobile il contratto, semplicemente, è da considerare rescisso, non distrutto.
Secondo Maurizio Ferraris l’esistenza degli oggetti sociali è determinata dall’esistenza di registrazioni: è il testualismo debole, gli oggetti sociali esistono all’interno di un testo. Semplificando, il contratto di affitto esiste perché esistono i notai.
Premessa seconda: oggetti strani
Alcuni oggetti sono normali. Un sasso, ad esempio, è un oggetto normale: è relativamente facile descrivere un sasso, determinarne il volume, il peso e la posizione.
Le difficoltà che si possono incontrare nel descrivere gli oggetti normali sono contingenti: se lancio il sasso sul fondo di un lago, dovrò quantomeno procurarmi l’attrezzatura da sommozzatore per scoprire dove si trova il sasso.
Esistono tuttavia anche oggetti strani, per i quali la descrizione risulta (quasi) sempre problematica. I buchi e le ombre sono esempi di oggetti strani. Che le ombre e i buchi esistano, è fuori discussione: se i buchi non esistessero, sarebbe praticamente impossibile appendere i quadri alle pareti. Se non ne siete convinti, provate a descrivere la forma di una ciambella senza usare la parola “buco”, oppure a spiegare le fasi lunari senza la parola “ombra” (ovviamente non è valido ricorrere a sinonimi).
Eppure le ombre sono oggetti strani.
Prendiamo un esempio tratto da La scoperta dell’ombra di Robero Casati (Mondadori 2000). Guardando i tre oggetti nella figura, proviamo a chiederci se C si trova nell’ombra di A o di B.
Non può trovarsi nell’ombra di A, dal momento che c’è B in mezzo; d’altra parte non può nemmeno trovarsi nell’ombra di B, dal momento che B non riceve luce. Eppure C è in ombra. Chi proietta quindi l’ombra su C?
Le para-famiglie
Con unione civile si intende «quella forma di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all’istituto giuridico del matrimonio, o che sono impossibilitate a contrarlo, alla quale gli ordinamenti giuridici abbiano dato rilevanza o alla quale abbiano riconosciuto uno status giuridico» (tratto da wikipedia).
L’oggetto sociale dell’unione civile si confronta quindi con l’altro oggetto sociale del matrimonio. In alcune nazioni, come il Belgio, i due oggetti sociali hanno status giuridico quasi identico, implicano cioè i medesimi diritti e doveri, mentre in altre, come la Francia e la Germania, vi sono alcune differenze.
In entrambi i casi si tratta comunque di oggetti sociali ben definiti, che costituiscono una alternativa di pari dignità ontologica ai matrimoni.
Benedetto XVI, nell’Angelus di domenica 4 febbraio 2007, ha ribadito il valore della famiglia con queste parole:
Occorre pertanto difendere [la famiglia], aiutarla, tutelarla e valorizzarla nella sua unicità irripetibile.
Non ci interessa stabilire se questa affermazione costituisca una verità antropologica oppure di fede: non è importante capire se il fondamento di queste parole sia la legge naturale o la rivelazione. Per il nostro discorso, l’unica cosa importante è che per il pontefice la famiglia è una istituzione unica e irripetibile.
Se è possibile un solo modello di famiglia, si tratterà ovviamente di quella basata sul matrimonio: le unioni civili, in base alla definizione sopra esposta, costituiscono un modello alternativo da evitare. Non vi devono essere oggetti sociali che possano sostituire la famiglia (nota a margine: occorrerebbe specificare meglio cosa si debba intendere con famiglia: il matrimonio è infatti un contratto, e interpretando restrittivamente le parole del Papa si potrebbe arrivare a sostenere, ad esempio, la non liceità delle società per azioni).
I DICO
Il dibattito italiano sulle unioni civili ha partorito i cosiddetti DICO, i diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi. Perché questo curioso termine, quando tutti avevano preso confidenza con il termina Pacs, Patto Civile di Solidarietà?
Per capire questa conclusione occorre partire dall’inizio, in questo caso il programma di governo dell’Unione:
L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di un’unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà.
Per quanto l’affermazione possa risultare vaga, i diritti, le prerogative e le facoltà (?) si riferiscono chiaramente alle persone, non all’unione di fatto. Niente Pacs, quindi, perché in questo caso ci sarebbe il riferimento alla convivenza, non ai singoli: nella legge vi dovranno essere solo le persone coinvolte. Poco male, verrebbe da dire: anche le norme del codice civile che regolano il matrimonio si riferiscono quasi esclusivamente ai diritti e ai doveri dei coniugi, citando solo accessoriamente la famiglia (basta leggere il Capo IV del Libro I – titolo VI Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio per rendersene conto).
La registrazione
Il testo del programma di governo è stata richiamato dal quotidiano Avvenire in un interessante editoriale, dal significativo titolo “Il perché del nostro leale ‘non possumus'”, pubblicato a commento di una bozza di legge apparsa su Repubblica:
Era possibile domandarsi quali soluzioni potessero essere adottate per dare attuazione a quel capitolo del programma dell’Unione (qui senza l’Udeur) che prevede il «riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà delle persone che fanno parte delle unioni di fatto». Formula questa che – secondo logica – individua come oggetto del riconoscimento che si vuole introdurre i diritti dei singoli e non la convivenza in quanto tale.
Le conclusioni sono tuttavia molto più nette: non è sufficiente citare solo i diritti e i doveri dei conviventi per evitare di creare un nuovo oggetto sociale. I vescovi, evidentemente, hanno studiato il testualismo debole di Maurizio Ferraris:
[…] qualsiasi modello di registrazione, certificazione o attestazione della convivenza, ad esempio di tipo anagrafico, alla quale venisse collegata l’attribuzione di diritti e di doveri dei soggetti che ne fanno parte, sarebbe del tutto gratuita, e finirebbe per riconoscere legalmente una realtà di tipo para-familiare, determinandola anzi come un nuovo status.
[…] Se a qualcuno queste sembrano questioni di lana caprina, si ricreda. Un conto è riconoscere alcuni diritti a persone che hanno dato liberamente origine a una situazione di fatto che rimane tale, e tutt’altro è dare a tale condizione una rilevanza giuridica che ne fa, appunto, la fonte di diritti e doveri assai simili a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio.
Qualsiasi modello di registrazione comporterebbe un riconoscimento legale di una realtà, ossia creerebbe un nuovo oggetto sociale.
Strani oggetti sociali
L’equazione registrazione = oggetto sociale non è tuttavia corretta.
Escludendo gli oggetti sociali privi di registrazione nel senso classico del termine (le promesse, ad esempio), ci sono diversi tipi di registrazioni. Ben quattro articoli del codice civile relativi al matrimonio (130, 131, 132, e 133) sono dedicati alle prove della celebrazione del matrimonio, segno questo che non tutte le registrazioni sono valide. Non è possibile “reclamare il titolo di coniuge” se si ha solo una fotografia delle nozze, per quanto quella fotografia possa valere come prova in un tribunale, ma in questo caso è la sentenza a fare da registrazione probante il matrimonio.
Una fotografia, quindi, non è sufficiente a circoscrivere l’oggetto sociale del matrimonio. In presenza della sola fotografia, quindi, si avrebbe un oggetto sociale particolare: per alcuni aspetti, ad esempio affettivi, solido e ben definito, per altri, ad esempio legali, inesistente.
La “registrazione di tipo anagrafico” paventata da Avvenire è più simile all’atto di celebrazione del matrimonio oppure alla fotografia? Indubbiamente al primo, eppure per numerosi aspetti non ne ha la solidità. In altre parole, i DICO sono oggetti sociali strani, nello stesso senso nel quale si erano definite strane le ombre.
Esiste la registrazione, ma questa può essere effettuata da un solo convivente, che ha l’onere di avvisare l’altro tramite raccomandata. Non esiste possibilità di annullare la registrazione, se non interrompendo la convivenza, interruzione che comunque non sembra venire registrata da nessuna parte.
I DICO non sono, per usare una espressione spesso utilizzata nel dibattito sulle unioni civili, una para-famiglia. Sono un para-oggetto sociale, per affine alle ombre e ai buchi: esiste, per certi versi si comporta come gli altri oggetti sociali, per altri no.