Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01218.jsonl.gz/1473

In un rapporto pubblicato giovedì a Ginevra l'Organizzazione Mondiale della Sanità svela come l'industria delle sigarette abbia potuto influenzare in modo decisivo l'opinione pubblica elvetica e impedire una legislazione anti fumo troppo severa.Questo contenuto è stato pubblicato il 11 gennaio 2001 - 15:20
E' l'ultima offensiva dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) contro le multinazionali del tabacco. Dopo aver denunciato i tentativi di infiltrazione e di corruzione negli ultimi dieci anni all'interno della stessa agenzia dell'Onu, ora l'Oms svela in uno studio di 130 pagine come l'industria delle sigarette abbia adottato la stessa strategia in Svizzera per ostacolare una presa di coscienza del pubblico sulle conseguenze del tabagismo per la salute umana.
Il rapporto anticipato dal quotidiano Le Temps è stato realizzato da due ricercatori californiani Chung-Yol Lee e Stanton A.Glantz sulla base dell'enorme massa di documenti confidenziali prodotti dalla stessa industria nel corso dei procedimenti penali avviati negli Stati Uniti da fumatori malati di cancro ai polmoni.
Le migliaia di documenti esaminati hanno svelato nei dettagli la subdola strategia di lobbismo attuata in Svizzera. Una strategia che avrebbe dato i suoi frutti. La legislazione elvetica infatti è una tra le più tolleranti in Europa in materia di fumo, "nonostante - notano gli autori del rapporto - la Svizzera sia da sempre un modello per quello che riguarda la politica sanitaria".
Questo contrasto trova la sua ragione negli sforzi imponenti "ma invisibili" fatti dall'industria del tabacco nei confronti di alcuni settori del mondo della politica e dell'economia elvetica.
La Svizzera che ospita il quartiere generale di tre multinazionali, Philip Morris, British & American Tobacco (Bat) e Japan Tobacco, era considerata come una "key battleground", un campo di battaglia decisivo, per impedire negli anni 80 e 90 che le campagne anti fumo avessero successo.
Alcuni fatti rivelati dal rapporto sono inquietanti. I due referendum popolari nel 79 e 93 in cui si chiedeva alla popolazione di mettere al bando la pubblicità di sigarette e alcolici sarebbero falliti a causa di un "patto" stipulato tra industria del tabacco e agenzie di pubblicità.
Qualche settimana prima del voto nel 93 alcuni sondaggi avevano rivelato che gli svizzeri erano favorevoli. Che successe poi? In un documento interno della Philips Morris i ricercatori dell'Oms hanno appreso che l'industria due mesi prima aveva messo in moto una discreta ma massiccia lobby a livello dei comitati elettorali locali in tutti i cantoni influenzando - ma non si dice come - 140 rappresentanti.
Allo stesso modo le multinazionali tentarono sempre discretamente di influenzare con campagne di relazioni pubbliche le imprese, gli hotel e i ristoranti.
Il rapporto cita per esempio la sponsorizzazione di congressi per le hostess di Swissair, la pubblicazione di interviste su giornali locali fino a impedire una legge che obbligava a ristoranti e bar avere uno spazio riservato per fumatori.
La lobby chiaramente arrivava anche a Berna. "I legami tra industria del tabacco e le figure politiche e ufficiali - si legge - furono sviluppate e mantenute tramite le numerose riunioni tra i dirigenti di partito e i rappresentanti di comitati elettorali pro tabacco in Parlamento".
Molte di queste rivelazioni non sono però nuove all'Ufficio federale della Sanità Pubblica che già lo scorso anno aveva incaricato un gruppo di esperti guidato dal direttore Thomas Zeltner di verificare i tentativi di infiltrazione a livello dell'Oms. Adesso si è scoperto che le stesse armi sono state utilizzate per la Svizzera e probabilmente per molti altri Paesi.
Maria Grazia Coggiola
Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: <email-pii>
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative