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|Nella lettera del 27 maggio 1877 si parla di una «circostanza inquietante». Si allude alla catastrofe del matrimonio.

Fin dal 1875 Petr scrive al fratello Anatol:
Qui mi sento molto abbandonato; se non avessi il mio lavoro, sarei totalmente preda alla malinconia. Nella mia indole c'è tanta paura degli uomini, un così eccessivo riserbo, tanta diffidenza, in breve, una quantità di tratti che mi rendono sempre meno socievole. Pensa un po': certe volte accarezzo l'idea di andare in convento.
E alcuni mesi dopo:
A Mosca mi sento molto solo, poiché qui non ho nessuno di coloro che mi sono più cari. Hai certo già notato che la mia amicizia con Rubinstein e con quegli altri signori del Conservatorio poggia unicamente sulla circostanza che siamo colleghi... Non ho nessuno, qui, cui poter confidarmi, cui aprire il mio cuore. Ho passato tutto l'inverno in preda all'umor nero e quasi sull'orlo della disperazione: desideravo la morte.
In una lettera al fratello Modest dell'autunno 1876 si legge:
Ho riflettuto molto su me stesso e sul mio avvenire, col risultato che d'ora in avanti penserò seriamente al matrimonio. Mi sembra che le mie «inclinazioni» siano un ostacolo gravissimo e forse insormontabile perché io possa esser felice. Tuttavia, debbo lottare con ogni forza contro la mia natura... Prima di legarmi a una donna, dovrei pensarci ben bene. So che Sascia tutto indovina e tutto perdona; così pure molte persone che io amo e stimo. Capirai però quale avvilimento io provi quando penso che molta gente ha pietà di me e mi perdona proprio per quello di cui, in fondo, non sono colpevole. Non è forse angosciosa l'idea che i miei amici, i miei cari si possano vergognare di me? Eppure ciò è accaduto e accadrà centinaia di volte. Per farla breve: con un matrimonio vorrei chiuder la bocca ad ogni sorta di gente che disprezzo, che non tengo in nessun conto, ma che, tuttavia, può far soffrire persone a me dilettissime.
Vediamo dunque che Petr cercò di lottare strenuamente contro una sua naturale disposizione. Come dimostra la lettera a Modest, Petr si rendeva conto delle difficoltà che la sua naturale tendenza gli creava nella vita sociale.
Con un matrimonio immagina di poter far tacere quella gente che disprezza, ma che può con le sue chiacchiere procurar dispiaceri ai suoi cari.
La storia del suo matrimonio sarà invece la dimostrazione di quanto egli si sia ingannato nel valutare le proprie forze.
Di tutto questo, neppure il più lontano sospetto sfiorò la signora Nadezda. Essa si trovava nella sua splendida tenuta di Brailov in Ucraina quando, ai primi di luglio del 1877, ricevette dall'amico una comunicazione che, lo sapremo da lettere scritte molti anni dopo, la colpì come una mazzata:
Per amor di Dio, mi perdoni se non le ho scritto prima. Ecco in breve il racconto di tutto quanto mi è accaduto in questi ultimi tempi. Alla fine di marzo, inaspettatamente, mi trovai fidanzato. Accadde così: un giorno mi arrivò una lettera da una ragazza che avevo conosciuto di sfuggita qualche tempo prima. Da quelle righe risultava che da un gran pezzo era innamorata di me. L'accento di quella lettera era così sincero che mi decisi a rispondere, cosa che fino allora, in casi simili, avevo sempre evitato di fare.
Sebbene la mia risposta non desse a quella persona alcuna speranza di esser ricambiata, lo scambio di lettere non s'interruppe. Si andrebbe troppo per le lunghe se le dovessi raccontare per filo e per segno questa corrispondenza, basterà che le dica che alla fine cedetti alle sue preghiere e andai a trovarla.
Perché lo feci? Ripensandoci adesso, mi sembra che una forza misteriosa mi spingesse verso quella ragazza. Nel nostro incontro tornai a ripeterle che potevo ricambiare il suo amore soltanto con la gratitudine e la simpatia. Ma poi cominciai a riflettere sull'inconsulta leggerezza della mia condotta. Mi andavo chiedendo: «Dato che non l'amo, dato che non voglio far nascere in lei alcuna speranza, perché sono andato a trovarla?».
Come sarebbe finito tutto questo? Dalla lettera successiva a quella visita compresi che mi ero spinto troppo lontano e che se avessi abbandonata quella giovane tutto ad un tratto, l'avrei resa infelice e forse spinta a una tragica risoluzione. Mi vidi così posto dinnanzi a un grave, dilemma: o serbare la mia libertà a prezzo di una vita umana (non sono parole vuote, essa mi ama davvero sconfinatamente), oppure sposarmi. Era dunque soltanto questa la scelta possibile. Mi dava forza a decidermi per ii matrimonio il pensiero di mio padre, che ha ormai ottant'anni, e di tutti i miei cari, sempre desiderosi ch'io mi sposassi.
Mi recai dunque una sera dalla mia futura sposa e le confessai apertamente che non l'amavo, ma che intendevo esser per lei un grato, devoto amico. Le descrissi con assoluta franchezza il mio carattere, le dissi quanto fossi irritabile, poco socievole, le parlai infine della mia situazione economica. Solo allora le domandai se voleva diventare mia moglie. Com'era da prevedere, rispose affermativamente.
Gli spaventosi tormenti che ho sofferto a partire da quella sera non si possono descrivere. È comprensibile: arrivare a trentasette anni con un'innata avversione per il matrimonio e trovarsi poi tutt'a un tratto nella condizione di fidanzato, per colpa delle circostanze e senza neppure amare lontanamente la propria sposa, è terribile. La ragazza si chiama Antonina Ivanovna Miljukova, ha ventott'anni, è assai carina e il suo nome è immacolato. Per amore d'indipendenza vive da sola, sebbene abbia una madre che le vuol molto bene. È assolutamente sprovvista di beni di fortuna, ha una cultura appena mediocre, un carattere apparentemente adattabile e un gran buon cuore.
Le mie nozze avranno luogo nei prossimi giorni. Dio solo sa quello che avverrà poi.
P.S. Dia alla sua piccola Miloska un bacetto da parte mia.
Mi congratulo con lei di tutto cuore, caro amico, per la sua decisione, - rispose immediatamente Nadezda von Meck che, da grande dama, sapeva sempre padroneggiare i propri sentimenti. - Il matrimonio assomiglia spesso a una lotteria. Questa volta tuttavia l'approvo: sarebbe infatti un peccato che un uomo con un cuor d'oro come il suo dovesse tener sepolti tanti tesori... In questa circostanza lei ha agito con quella nobiltà d'animo, con quella delicatezza che sono soltanto sue. Lei è così generoso, Petr Iljic! Non potrà non esser felice.
Di tutto cuore la ringrazio per la dedica. Questa Sinfonia sarà il sole della mia vita... Non mi dimentichi.
Sua devotissima, con tutta l'anima N. von Meck.
Riesce pressoché incomprensibile come Petr potesse decidersi così precipitosamente a quel passo fatale che metteva in gioco tutto il suo avvenire. Si ha quasi l'impressione che abbia tanto affrettato il matrimonio per mettere i suoi cari dinnanzi al fatto compiuto. Antonina Miljukova era stata una fra le tante allieve dei Conservatorio, e frequentando il Conservatorio si era innamorata di Petr, il quale non si ricordava affatto di lei allorché, nella primavera del 1877, cominciò la corrispondenza epistolare dianzi accennata. Il compositore non aveva visto la fidanzata se non rare volte, di sfuggita, quando, improvvisamente, il 6 luglio dello stesso anno, decise di condurla all'altare. Soltanto due settimane prima delle nozze scrisse al padre e ai fratello Anatol per metterli al corrente del passo che si accingeva a compiere. Tutto quel che accadde e come accadde dà l'impressione di un deliberato salto nel vuoto.
Di quei giorni ci sono conservate tre lettere di Antonina al futuro sposo; non però, disgraziatamente, le risposte di questo.
Il 4 maggio ella scrisse, fra l'altro:
Sebbene io non la veda quasi mai, mi conforta il pensiero che viviamo nella stessa città... Ovunque io fossi, dei resto, io non potrei mai dimenticarla o cessare di amarla. Non riuscirò mai a trovare altrove quello che mi piace in lei; in poche parole: nessun altro uomo riesce ad interessarmi. Eppure, non più tardi della settimana scorsa, ho dovuto ascoltare la confessione di un compagno d'infanzia che mi ama fin dal tempo della scuola e mi è rimasto fedele per cinque anni.
Mi dava fastidio stare a sentire e mi immagino che lei debba provare un analogo senso di molestia quando legge le mie lettere, dato che lei non ha nulla di piacevole da dire a me e che, malgrado tutta la sua buona volontà, non riesce a contraccambiarmi se non con una indifferenza totale.
Per tutta una settimana ho sofferto pene infernali, tormentandomi del dubbio se dovevo o non dovevo scriverle. Certamente, lei è già più che sazio delle mie lettere. Ma vuole veramente smettere di scrivermi prima ancora di incontrarci almeno una volta? No, lei non avrà un cuore così duro! Forse mi considera una ragazza leggera e non ha fiducia in me. Ma come posso dimostrarle la sincerità delle mie parole? Mi creda, è impossibile che io le dia ad intendere tutto ciò.
Dopo la sua ultima lettera l'ho amata più che mai; i suoi difetti ai miei occhi non significano proprio nulla... Forse se lei avesse soltanto qualità positive, io resterei affatto indifferente nei suoi confronti. Muoio di desiderio e di nostalgia: vorrei vederla, starle seduta accanto, parlarle, quantunque abbia paura che sulle prime non mi riuscirebbe di tirar fuori nemmeno una parola... Non si tratta di un'infatuazione passeggera, ma di un sentimento che si è maturato in me da molto tempo. Non sarei in grado di cancellarlo e neppure lo voglio...
Tutto il giorno me ne sto in casa, vago come una mezza pazza da un posto all'altro e non ho che un pensiero: vederla, gettarmi fra le sue braccia, baciarla. Ma che diritto ho io a tutto ciò?
Senza di lei non posso vivere: non mi resta perciò che metter fine ai miei giorni...
Le nozze si celebrarono così a Mosca, il 6 luglio. Di tutti i parenti, solo Anatol
si trovò presente. Egli arrivò però troppo tardi per impedire quel gesto di follia. Soltanto Kotek, il violinista che già abbiamo avuto occasione di nominare, assistette alla cerimonia. I colleghi del Conservatorio non sospettarono nulla dell'avvenimento e la giovane coppia, dopo il matrimonio, andò per una settimana a Pietroburgo. Due giorni più tardi Petr scrisse ad Anatol:
Dopo questo terribile giorno di nozze, dopo quest'interminabile martirio spirituale, non è facile ritornare in sé. Quando il treno si mise in moto, fui sul punto di mettermi ad urlare e feci uno sforzo immane per trattenere i singhiozzi. In un primo tempo però dovetti ancora far conversazione con mia moglie e conquistare a questo prezzo il diritto di distendermi al buio e di abbandonarmi ai miei pensieri. Mi dava qualche sollievo accorgermi che Antonina non sospettava minimamente in quale stato miserevole io mi trovassi. Essa continua tuttora ad aver l'aria soddisfatta e sembra pienamente felice. Si accontenta di potermi coccolare e viziare. Mi rendo conto che è molto limitata, ma è meglio così. Una donna intelligente mi metterebbe paura.
Che io l'ami, non potrei affermano, - scrisse a Modest lo stesso giorno - mi sembra però che la potrò forse amare un giorno, quando ci saremo abituati uno all'altra.
Ma già tre giorni dopo è chiaro che la cosa non sarà possibile:
Sto attraversando un momento assai duro. La mia posizione sarebbe affatto intollerabile se avessi ingannato mia moglie in un modo qualsiasi. Ma io le avevo detto con assoluta franchezza che da parte mia avrebbe potuto contare soltanto su un affetto fraterno. Fisicamente mi è diventata assolutamente insopportabile.
Alcuni giorni dopo, la giovane coppia fece ritorno a Mosca, e qui Petr non poté resistere a lungo. Diventò incapace di lavorare, cosa che, in lui, rappresentava il segno di un grave turbamento mentale. Condusse dunque Antonina da sua madre nei pressi di Mosca e si rifugiò a Kamenka dalla sorella. Poco prima di partire, il 26 luglio 1877, mandò alla signora Nadezda le righe che seguono:
Parto fra un'ora: mi fermerò per poco a Kiev al solo scopo di scriverle e di aprirle il mio cuore. Se da questa lotta mortale dell'anima dovessi uscir vincitore, sarà soltanto grazie a lei.
Fossi rimasto ancora qualche giorno a Mosca avrei, glielo giuro, perso la ragione.
Addio, amica preziosa, lei è la mia Provvidenza.
Segue da Kiev la lettera annunciata:
Ecco in breve la relazione di quanto mi è accaduto dal 6 luglio, dal giorno cioè del mio matrimonio. Già le avevo scritto che non mi sono sposato per amore, ma per un concatenarsi di circostanze fatali, che non mi hanno lasciato altra scelta. Non appena però il matrimonio fu compiuto, non appena mi trovai solo con mia moglie e mi resi conto che la sorte ci aveva uniti per sempre, ebbi chiara la percezione che, non soltanto non potevo nutrire per lei sentimenti amichevoli, ma che, addirittura, la odiavo. Era come se io, o almeno la parte migliore di me stesso, ossia il mio talento musicale, fosse andato irrevocabilmente in rovina.
Mia moglie non ha colpa: non è stata lei ad impormi di sposarla. Sarebbe brutto e crudele da parte mia farle sentire che non l'amo, che la sua presenza mi riesce insopportabile. Non resta dunque altro che fingere. Ma dover fingere per una vita intera sarebbe il massimo di tutti i tormenti. Come si può pensare al lavoro in queste condizioni? Sono alla disperazione e ciò è ancor più terribile perché non ho nessuno che mi possa dar conforto ed aiuto.
Desidero disperatamente la morte, mi sembra l'unica via di uscita. Ma non penso al suicidio. Alcuni dei miei parenti più stretti mi vogliono molto bene: mia sorella, i miei due fratelli minori, i gemelli, mio padre. Darei loro un colpo mortale se commettessi un suicidio. E inoltre ho la debolezza, se debolezza si può chiamare, di amare la vita ed anche il mio lavoro e i successi che da esso mi riprometto nel futuro. E infine: so che non ho ancora creato tutto ciò che voglio e posso, prima che sia venuta l'ora di entrare nel regno eterno...
Ho annunciato a mia moglie che per rimettermi in salute, viaggerò per tutto il mese d'agosto. La mia salute è davvero compromessa ed una cura radicale s'impone. Vedo dunque in questo viaggio una liberazione, anche se temporanea, dall'atroce prigionia in cui mi trovo.
Qualche giorno fa dovemmo andar a far visita alla madre di mia moglie. Qui le mie pene si moltiplicarono. Sia l'ambiente nel quale venni introdotto sia la madre mi riuscirono ugualmente antipatici. È gente con un orizzonte limitato, con idee impossibili. Non fanno altro che accapigliarsi e, in mezzo a loro, mia moglie mi è diventata ancor più odiosa... Tornammo poi a Mosca e quella vita spaventosa si trascinò ancora per vari giorni. Due sole cose riuscirono a darmi qualche conforto: il piacere che mi procuravo bevendo e ottenendo con questo mezzo qualche ora di oblio e la possibilità di incontrarmi con Kotek. Non trovo parole per descriverle quale amicizia fraterna egli mi abbia dimostrato. E l'unica persona che sia al corrente di tutto quello che sto raccontando a lei...
Che cosa succederà in seguito, come tutto ciò potrà continuare, non lo so; ora provo soltanto la sensazione di essermi risvegliato da un sogno terribile, angoscioso, o piuttosto da una lunga, grave malattia...
Nadezda Filaretovna, se Iddio vorrà darmi la forza di superare questa terribile vicenda, le dimostrerò che l'amica preziosa non fu invano larga del suo aiuto. Non le ho ancora manifestato che una minima parte di quello che avrei da dirle. Il mio cuore è gonfio e anela a riversarsi nella musica. Chissà, forse potrò lasciare dietro di me opere degne di un artista autentico. Ho l'ardire di sperare che ci riuscirò.
Addio, amica mia, la più cara, la più fedele fra tutti.
Nell'atmosfera familiare di Kamenka, Petr si sentì immediatamente bene. Infatti, quattro giorni dopo scrisse all'amica:
Ho trovato qui i miei parenti più prossimi, più cari, e cioè, oltre a mia sorella e alla sua famiglia, anche Anatol e Modest, i miei fratelli prediletti. Mentirei se affermassi che la mia salute è ritornata normale. Il tempo soltanto mi potrà guarire; ma non dispero di sentirmi perfettamente bene un giorno o l'altro.
Lei si trova adesso così vicino a Brailov, - rispose la signora Nadezda - che ne provo calore al cuore. Ho ricevuto la sua lettera da Kiev e la ringrazio con tutta l'anima, o amico impareggiabile, perché non mi nasconde niente di quel che le accade. Non le posso neppur dire quel che ho sofferto leggendo la sua lettera, non riuscivo a trattenere le lagrime...
Lei ha intuito il mio stato d'animo e vorrebbe render più serena la mia vita. Mi creda, c'è già riuscito. Le sue lettere, la sua musica hanno il potere di farmi dimenticare tutto quel che di penoso, di difficile è dato in sorte a ogni uomo. Lei è l'unica persona che sia in grado di elargirmi un senso di felicità così grande, così profondo. Di questo le sono infinitamente grata.
In quei giorni Nadezda von Meck parti per Vienna e, di là, per Bellagio, sul lago di Como. Condusse con sé Julia, la figlia già grande e i quattro figli minori. Ad accompagnarla era uno stuolo di governanti, precettori, domestici. Senza pace, dunque sempre in giro pel mondo. In patria, essa era tormentata da preoccupazioni di ogni sorta, e, per sottrarvisi, cercava di fuggire viaggiando all'estero. Poi, quando si trovava lontana, la nostalgia della Russia la spingeva a tornare.
Vedremo come Ciajkovskij fosse, in questo, del tutto simile a lei: presto incomincerà anche lui a viaggiare incessantemente attraverso il mondo, e, anche su di lui, la patria continuerà a esercitare il suo irresistibile richiamo.
La fine d'agosto non tardò ad arrivare e, con essa, la fine di quel salutare soggiorno a Kamenka. Petr dovette tornare a Mosca, ove lo chiamavano gli impegni del Conservatorio ma dove pure lo aspettava -Antonina, nella casa rimessa a nuovo.
Petr Iljic alla signora von Meck:
Le scrivo di pessimo umore, cara Nadezda Filaretovna. Bisogna che io parta, il tempo si fa autunnale, i cespugli sono spogli. Mia moglie mi scrive che la nostra casa sarà presto in ordine. Come mi riesce penoso partire di qui! Ero in pace qui e niente mi turbava. Ma sto bene ormai e debbo lasciare Kamenka: ho attinto nuove forze per affrontare la lotta col «destino» [Allusione al «tema del destino» della IV Sinfonia].
Mi chiede del mio Eugen Onegin. Non ho lavorato molto. Tuttavia ho finito qui d'istrumentare il primo quadro del primo atto. Ora che l'entusiasmo iniziale è svanito ed ho acquistato un certo distacco dalla mia opera, mi sembra che non avrà successo presso il pubblico. La vicenda è troppo semplice, mancano gli effetti scenici, e la musica non ha né splendore, né forza di persuasione. Ma forse alcuni eletti ascolteranno commossi la mia musica e avvertiranno i sentimenti che mi hanno mosso nel comporla. Con ciò non intendo però menomamente affermare che la mia musica sia troppo bella per il grosso pubblico. Non arrivo neppure a concepire come si possa scrivere intenzionalmente o per la massa o per gli eletti. Ci si deve lasciar condurre dalla propria ispirazione, senza mirare in una direzione o nell'altra. È così che ho composto il mio Onegin.
Qui, evidentemente, il nostro musicista si lasciava vincere da un pessimismo eccessivo. Certo, l'Onegin è un'opera lirica di scarsa azione; ciò nonostante, essa riuscì ad affermarsi in tutto il mondo e ad esser salutata con entusiasmo autentico, soprattutto in Russia dove il poema omonimo di Puskin conta fra le opere più apprezzate della letteratura nazionale.
Poco prima di ritornare a Mosca, in una lettera a Anatol da Kamenka, il 2 settembre 1877, sfuggì a Ciajkovskij questa confessione:
Soltanto allorché si è lontani da un essere amato, ci si rende conto di tutta la forza del proprio affetto. Tolja (vezzeggiativo di Anatol), come ti voglio bene! Ma, ahimè, come poco amo Antonina! Quale profonda indifferenza provo nei confronti di questa signora! Che scarso desiderio ho di rivederla!
Poi gli avvenimenti precipitarono. L'11 settembre Petr arrivò a Mosca. Antonina è alla stazione a riceverlo e la vita in comune comincia. Ma dopo due settimane egli non resiste più e abbandona a precipizio la città.
Ho passato due settimane a Mosca con mia moglie, - scrive alla signora von Meck. - Queste due settimane furono per me nient'altro che una sequela di pene intollerabili. Mi resi conto d'un tratto che mai avrei potuto amare mia moglie, né abituarmi a lei, come avevo sperato. Cercavo la morte, mi sembrava l'unica via d'uscita. Di tanto in tanto la follia mi travolgeva, sentivo in fondo all'animo un odio così selvaggio contro la mia sciagurata consorte che avrei potuto strozzarla. Le lezioni al Conservatorio e il lavoro a casa mi divennero impossibili. La mia mente era sconvolta.
Eppure non potevo attribuire la colpa a nessuno, fuorché a me stesso. Mia moglie è fuori causa, dato che fui io a lasciar andar la faccenda tanto innanzi che il matrimonio divenne inevitabile. La colpa della mia debole volontà, della mia arrendevolezza, della mia mancanza di senso pratico, della mia puerilità.
Nei Ricordi dell'amico Kaskin, scritti molto tempo dopo, troviamo la seguente confessione, fatta in quei giorni:
Durante il giorno, a casa, cercavo di lavorare, ma le sere diventarono presto insopportabili. Non osavo andar in cerca degli amici o recarmi a teatro. Ogni sera facevo interminabili passeggiate e per ore vagavo senza una meta per le strade deserte di Mosca. Il tempo era brutto e freddo, di notte gelava leggermente. In una di tali notti mi avvicinai alle rive della Moscova e improvvisamente mi balenò il pensiero di farmi venire un'infreddatura mortale. Protetto dall'oscurità, non osservato da alcuno, entrai nell'acqua fino alla cintola. Rimasi là fintanto che potei resistere al freddo; uscii quindi dall'acqua, convinto di essermi buscato un raffreddore che mi avrebbe mandato all'altro mondo. A casa raccontai a mia moglie che avevo partecipato a una partita di pesca e che ero caduto nell'acqua. Ma la mia salute si dimostrò così robusta che neppur l'acqua gelata mi fece nulla.
Poiché mi sentivo incapace di continuare a trascinare una vita di tal fatta, scrissi a mio fratello Anatol perché mi mandasse un telegramma a nome del direttore d'orchestra Napravnik [Eduard Napravnik (1838-1916); direttore d'orchestra all'Opera Imperiale di Pietroburgo, e direttore dei Teatri imperiali dopo Ljadov, diede vivo impulso al rifiorire della musica in Russia. Diresse molte «prime» tra cui quella del Boris] dicendo che la mia presenza era indispensabile a Pietroburgo. E Anatol lo fece.
Il fratello, andatogli incontro alla stazione di Pietroburgo, lo riconobbe a stento, tanto erano sconvolti i suoi lineamenti.
Pareva fuori di sé completamente. Anatol fece appena in tempo ad accompagnarlo al più vicino albergo, che Petr venne colto da un collasso di nervi, sì da dover restare per parecchi giorni in stato di incoscienza. Il 1° ottobre scrive da Pietroburgo al fratello Modest:
Lentamente rientro in me stesso e ritorno alla vita. Nelle ore terribili che ho passate, mi ha confortato e tenuto in vita il pensare a te e ad Anatol. In tali ore mi son reso conto di quanto vi ami... Mi riempie l'animo di tristezza non poter aspettare più oltre il tuo arrivo. Ma non ho la forza di restare qui ancora. Devo partire al più presto per potere, una volta lontano, riprendermi e tornare in me.
I medici ordinarono al malato un radicale cambiamento di vita. Anatol partì allora per Mosca, radunò le cose indispensabili ed affidò Antonina alla custodia della madre. Quindi, insieme col fratello, prese la via dell'estero.