Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01245.jsonl.gz/575

di Mattia Cavadini
Sull'esempio dei poeti romantici inglesi (si pensi al visionario William Blake o Dante Gabriel Rossetti), ma soprattutto emulando la ricca tradizione della cultura asiatica (in particolare i grandi calligrafi cinesi e giapponesi, come Yosa Buson o altri artisti del periodo Edo), Ferlinghetti incarna la figura dell’artista totale, capace di coniugare poesia e pittura (con l’aggiunta, talora, di jazz, danza e performance art).
Dopo gli studi in letteratura alla Sorbona di Parigi (dove si appassionò anche all’arte, dipingendo i suoi primi quadri) nel 1951 rientrò a San Francisco. Quando vi arrivò, fu rattristato dalla carenza di locali letterari. Speravo di trovare una bella libreria usata dove sedermi a leggere tutto il giorno e ringhiare a tutti quelli che mi disturbavano. Ma non fu così. E allora l’aprì lui, quella libreria, con Peter D. Martin, nel 1953. La chiamarono City Lights Pocket Bookshop. L'idea era quella di creare un luogo di incontro letterario. Due anni dopo Ferlinghetti iniziò a editare la serie tascabile Pocket Poets, pubblicando la sua prima raccolta di poesie, Pictures of the Gone World. Nel 1956 diede avvio alla pubblicazione dei poeti Beat, con Howl di Ginsberg, che gli valse una denuncia per oscenità da parte del pubblico ministero. Ferlinghetti vinse la causa ed ebbe una grande pubblicità. La libreria divenne il centro nevralgico (di produzione, pubblicazione, elaborazione) della Beat Generation, corrente artistica che negli anni Cinquanta sfornò nomi quali Ginsberg, Burroughs, Corso, Kerouac, e animò la grande stagione di rivolta, spalancando le porte al pacifismo e alle ribellioni studentesche del '68.
Spesso associato a San Francisco e ai Beats, Ferlinghetti però non si è mai pienamente identificato alla Beat e ha trascorso gran parte della sua vita a guardare il paesaggio e la natura. Di qui la sua passione per la pittura. La prima incursione di Ferlinghetti nell'arte avvenne alla fine degli anni '40 quasi per caso, mentre lavorava al dottorato in letteratura alla Sorbona. Un ragazzo con cui condividevo la camera aveva un’attrezzatura per dipingere, così l'ho presa e l'ho provata. Questa introduzione casuale si trasformò rapidamente in un'ossessione; per i tre anni successivi copiò modelli dal vivo e frequentò "studi aperti" all'Académie Julian e all'Académie de la Grande Chaumière, dove il pittore astratto André Lhote presiedeva un rinomato atelier. Nel 1950, Ferlinghetti realizzò quello che considera il suo primo quadro significativo, Deux, un'immagine surrealista al contrario, ispirata a Jean Cocteau.
Sangue bresciano-portoghese, con simpatie buddiste, ma anche americano ed ebreo per via di madre (sefardita, parente alla lontana di Camille Pissarro), Ferlinghetti è al contempo pittore, scrittore, poeta, editore, ma soprattutto è e resta un anarchico. L’anarchismo gli venne insegnato da Kenneth Rexroth, poeta e critico di San Francisco. Da allora non l’abbandonò mai. Anarchia intesa come libertà di comportamento, di pensiero, di espressione, di parola. Come disobbedienza nei confronti di ogni forma di potere, come astensione dalle logiche precostituite e dai pensieri dominanti. Come uscita dal gregge, diserzione (nell’affermazione della più radicale libertà da un lato, e nel più completo rispetto degli altri dall’altro). Un modo d’essere che si fonda su una grande tradizione intellettuale, e che non è un tirare bombe come taluni sedicenti anarchici oggi vorrebbero far credere. Da questa grande libertà anarchica nasce, d’altronde, la poesia di Ferlinghetti, una poesia ricca di sonorità, di contrappunti, di improvvisazioni…una jazzy poetry, come lui stesso ama definirla.
Nato a New York il 24 marzo di 100 anni fa Ferlinghetti venne al mondo in una situazione difficile: il padre morì prima che la madre partorisse e venisse, poco dopo, rinchiusa in manicomio, da cui sarebbe uscita dopo sei anni, chiedendo di riaverlo, ma Ferlinghetti scelse di restare nella famiglia che lo aveva accolto. Poi visse alcuni anni a Manhattan facendo lavoretti e studiando sino a quando scoppiò la seconda guerra mondiale e venne arruolato in marina, finendo per trovarsi tra le rovine di Nagasaki un mese e mezzo dopo lo scoppio della bomba atomica: l'inferno in terra mi rese all'istante pacifista per tutta la vita. Poi ci fu la parentesi a Parigi, cui fece seguito il ritorno a San Francisco, la casa-libreria, il periodo Beat, e infine il passaggio alla natura, a una visione dolce e spiritualista dell’universo (unica salvezza in un mondo in cui gli uomini non sono ancora pronti all’anarchismo):
L'universo trattiene il suo respiro
C'è silenzio nell'aria
La vita pulsa ovunque
La cosa chiamata morte non esiste.
L'universo trattiene il suo respiro
E, accanto alla natura pulsante (intesa unitamente come natura naturans e natura naturata), Ferlinghetti ha inseguito e insegue ancora oggi, sebbene quasi cieco, un’altra sua ossessione: la luce.
"Tutto quello che volevo era dipingere la luce del sole sulle facciate delle case", disse Edward Hopper (o qualcosa del genere) e c'erano legioni di poeti e cineasti ossessionati dalla luce. Concordo perfettamente con quel visionario romantico e irrazionale che dice che la luce venne prima di tutto, e che l'oscurità non è che un'ombra fugace che deve essere eliminata con più luce. ("Più luce!" Gridò il poeta in punto di morte). Poeti e pittori sono portatori naturali di luce e tutto quello che volevo fare era dipingere la luce sui muri della vita.