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Come rinnovare le istituzioni democratiche? E, soprattutto, perché modernizzarle? Lo scrittore, giornalista ed ex direttore della Società svizzera di radiotelevisione Roger de Weck pubblica un libro di sfida ai populisti.
"La forza della democrazia: una risposta ai reazionari autoritari" è il lavoro di un autore "che ama la democrazia, poiché è imperfetta e non vuole essere perfetta, bensì umana". Intervista.
swissinfo.ch: Perché ha scritto questo libro?
Roger de Weck: In questi tempi siamo circondati da politici autoritari e populisti. Il loro successo impressiona o getta nell'insicurezza molti cittadini. Alcuni conservatori prendono una svolta reazionaria. Alcuni liberali e la sinistra hanno perso la bussola. Quello che volevo sottolineare è che la democrazia - molto più dei regimi autoritari – ha un futuro.
Per contrastare i reazionari, tuttavia, non basta criticarli. Bisogna modernizzare la democrazia, aggiornarla all'era ecologica e digitale, in modo che ispiri fiducia. Bisogna anche rafforzarla, affinché sia in grado di integrare i perdenti della trasformazione digitale e della globalizzazione.
"La proposta più ambiziosa è di creare una Camera del parlamento che sarebbe responsabile della sostenibilità e dell'ambiente"
Elabora 12 proposte per riformare le istituzioni democratiche. Qual è a suo avviso la più importante?
Alcune proposte, modeste, potrebbero essere attuate senza tardare. Altre sono più temerarie e destinate a lanciare il dibattito.
La proposta più ambiziosa è di creare una Camera del parlamento che sarebbe responsabile della sostenibilità e dell'ambiente. In questa Camera, gli eletti analizzerebbero ogni proposta di legge unicamente da questo punto di vista. La natura è l'anello più debole della catena democratica, bisogna darle un posto istituzionale. Le risorse naturali si esauriscono e in fin dei conti ciò esaurisce la società e la democrazia. Allo stesso modo in cui in molti sistemi democratici si è introdotta una rappresentanza delle regioni, penso che si debba introdurre una rappresentanza della natura.
I reazionari, che lei definisce antidemocratici, si descrivono però spesso come dei "difensori della democrazia".
Una delle ragioni d'essere della democrazia è di ripartire il potere, affinché nessuno eserciti tutto il potere: né il popolo, né il parlamento, né il governo, né la giustizia. Molti reazionari vorrebbero dare tutto il potere al popolo, incarnato la maggior parte delle volte da un "uomo forte". È l'esatto opposto della democrazia liberale. Chi monopolizza il potere ne abusa, ci diceva Montesquieu.
Inoltre, la democrazia è, spesso e soprattutto, il dialogo. Certo, bisogna prendere delle decisioni, votare in parlamento o nell'ambito di referendum. Ma l'aspetto che conta di più è il dibattito. Quando il dibattito è distorto, come successo in Gran Bretagna durante la consultazione sulla Brexit, è la democrazia a soffrirne.
La condivisione del potere è essenziale per condurre il dibattito in piena libertà: tutti devono potersi esprimere, grazie alla libertà di opinione e alla libertà dei media, alla libertà di riunione e di organizzarsi. Ciò implica il rispetto della dignità umana e dell'avversario, la volontà di tener conto delle minoranze. Le "democrazie autoritarie", al potere ad esempio in Ungheria, spazzano via tutto questo. I dittatori e gli autoritari vogliono tutto il potere e detestano ogni spazio pubblico che non riescono a controllare.
"Bisogna ristabilire il primato della politica sull'economia"
Uno dei grandi temi del libro è la predominanza dell'economia sulla politica. Qual è il legame con l'ascesa dei reazionari.
La tradizione liberale è che lo Stato democratico stabilisca le condizioni quadro nell'ambito delle quali possono agire le imprese. Oggi è spesso il contrario: lo Stato è al traino delle imprese. Bisogna ristabilire il primato della politica sull'economia. Non sottostimo l'importanza dell'economia, ma ci sono anche altri valori da difendere: sociali, ecologici, culturali, regionali, l'equilibrio nelle società. Tutto ciò non può essere difeso se, come spesso accade, è la logica economica che domina.
In Svizzera, vi sono due tendenze forti: una fierezza democratica e un pensiero economico molto liberale. Come si gestisce la tensione tra questi due poli?
La democrazia semidiretta – in cui il popolo e il parlamento hanno voce in capitolo – è la democrazia dell'era digitale, è la democrazia del futuro. Con internet, le possibilità che i cittadini hanno di esprimersi sono aumentate molto. Nel mondo, però, i cittadini hanno sempre meno controllo sul sistema politico, soprattutto quando vivono in regimi autoritari.
Questa tensione nutre le frustrazioni che sono emerse nel mondo arabo, in Turchia, in America latina, che si manifestano in una serie di movimenti di protesta, ad esempio i 'gilets jaunes' in Francia. La democrazia semidiretta migliora le opportunità dei cittadini di esprimersi e di influenzare la politica. Per questo in tutta Europa si osserva che è in corso una riflessione per rafforzare alcuni elementi della democrazia diretta.
Pensa che la democrazia diretta potrebbe imporsi in un maggior numero di paesi, in Europa e altrove?
La classe politica è scettica e non vuole perdere una parte del suo potere. Spesso, inoltre, il significato di cosa sia la democrazia diretta è frainteso. Viene confusa con la democrazia plebiscitaria.
Quando il primo ministro britannico David Cameron ha lanciato un plebiscito consultativo "top-down" – dall'alto in basso – sulla Brexit, ciò non aveva nulla a che vedere con la democrazia diretta, che funziona con un principio "bottom-up". Sono i cittadini che lanciano un referendum. Del resto, più nessuno ha voluto consultare i britannici sulle modalità concrete della Brexit.
La Germania, da parte sua, è timida e timorata. A livello regionale ci sono elementi di democrazia diretta, ma il trauma del nazionalsocialismo è ancora ben presente, la diffidenza nei confronti dei cittadini ancora forte. È un circolo vizioso: meno i cittadini hanno potere, più diventano dei soggetti e si comportano in quanto tali. Più potere hanno, invece, più diventano responsabili.
I francesi possono esprimersi tramite referendum più o meno solo ogni 15 anni. Di conseguenza, non votano sulla domanda che viene loro posta, ma colgono l'occasione per esprimere la loro insoddisfazione nei confronti del governo.
Scrive che la Svizzera è stata spesso, nel bene e nel male, "un'avanguardia" nella storia della democrazia. Nel 1848 è un'isola liberale in un'Europa monarchica; nel 1968 nel paese convivono il movimento studentesco e il primo movimento xenofobo europeo, che milita contro l'immigrazione degli italiani. E negli anni Novanta, il partito populista dell'Unione democratica di centro, molto professionale, è il prototipo dei partiti di estrema destra di oggi in Europa. Come vede la Svizzera del 2020?
La mia speranza è che la Svizzera, primo paese europeo a scivolare verso il populismo reazionario, sia anche uno dei primi paesi ad uscirne.
Grazie alle iniziative popolari e ai referendum, la democrazia diretta permette di inserire molto velocemente nell'agenda politica dei temi emergenti. Per poter votare su un emendamento costituzionale, basta raccogliere 100'000 firme. Per questa ragione, temi nuovi sono trattati dieci o vent'anni prima che nelle democrazie parlamentari. Per questo il dibattito sull'immigrazione in Svizzera è iniziato tanto tempo fa. Oggi si osserva che questo tema si sta esaurendo e che i reazionari populisti sono sulla difensiva.
Auspico che la Svizzera, un tempo pioniera dell'apertura e della liberalità, si riallacci di nuovo a questa tradizione.
"La mia speranza è che la Svizzera, primo paese europeo a scivolare verso il populismo reazionario, sia anche uno dei primi paesi ad uscirne"
Come spiega che anche in Svizzera, dove ci sono maggiori possibilità di esprimersi politicamente rispetto ad altrove, vi siano sempre più manifestazioni?
I giovani e i meno giovani che scendono in piazza e difendono la causa dell'equilibrio ecologico sono sempre più irritati, poiché tutti dicono "avete ragione", ma nessuno prende le misure necessarie. Questa generazione scommette sulla democrazia e la pressione che esercita rappresenta un contributo importante al dibattito democratico. Non abbiamo il diritto di deluderla ed è una ragione in più per modernizzare la democrazia.
I giovani del movimento 'Fridays for Future' sono l'esatto opposto di quella che è stata la mia generazione: non credono alle ideologie, né a quella liberale, né a quella comunista o ad altre. E hanno ragione, poiché ogni ideologia finisce per scomparire. Non vogliono migliorare il mondo, come auspicavano i sessantottini e Jean-Paul Sartre, ma evitare il peggio, come l'esistenzialista Albert Camus.
Ciò che per ora manca a 'Fridays for Future' sono delle rivendicazioni concrete, palpabili. Forse un giorno chiederanno delle riforme istituzionali per una democrazia verde?
Ritiene che in Svizzera un passo in questo senso sia stato compiuto l'ottobre scorso, con l'ondata verde che è entrata in parlamento?
Vedremo. L'ascesa dei Verdi ha paradossalmente unito le forze antiecologiste in parlamento a Berna. Di fronte all'immobilismo degli anziani, una delle mie proposte, pragmatica e realistica, è di abbassare a 16 anni il diritto di voto e di eleggibilità, come già avviene nel piccolo cantone di Glarona.
La maggioranza dei giovani che va a manifestare dà prova di un bel senso di responsabilità, anche più grande di quello degli adulti. Perché non dare loro voce in capitolo nel quadro delle istituzioni democratiche? Non sarebbe una rivoluzione, ma un'evoluzione molto favorevole.
Roger de Weck
Il giornalista Roger de Weck (66 anni) è professore invitato al Collegio d'Europa a Bruges, in Belgio.
Ha diretto dal 2011 al 2017 la Società svizzera di radiotelevisione (SSR), di cui fa parte swissinfo.ch. Tra le altre cose, è stato inoltre presidente del Consiglio di fondazione dell'Istituto di alti studi internazionali e sullo sviluppo di Ginevra e caporedattore del settimanale tedesco Die Zeit e del quotidiano svizzero Tages-Anzeiger.
Originario del cantone Friburgo e perfettamente bilingue, Roger de Weck è cresciuto a Ginevra e Zurigo e ha studiato economia all'Università di San Gallo. Ha iniziato a lavorare come giornalista alla Tribune de Genève. È dottore honoris causa delle università di Friburgo e Lucerna.
Traduzione dal francese: Daniele Mariani