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© Christophe Simeon
Le prime del Miroir de l’Argentine Quando l’audacia si mescolava al culto del segreto
100 anni fa, la grande parete calcarea del Miroir de l’Argentine, nel Cantone di Vaud, veniva scalata per la prima volta da giovani studenti losannesi. Negli anni successivi, due guide locali riprendono l’iniziativa per aprire due grandi itinerari nel Grand e nel Petit Miroir. Ogni volta nel segreto più assoluto.
In quell’inizio d’estate del 1922, con addosso una cinepresa pesante 20 chili che si portava appresso da tre giorni sulla cresta dell’Argentine per le necessità di uno dei primi film di alpinismo girati da Emile Gos, passando per la cresta del Grand Miroir la guida Adrien Veillon di certo non immaginava neppure che i 450 metri di parete che precipitavano sotto i suoi piedi erano stati percorsi di recente. E per una buona ragione! I suoi tre primi salitori, André Bugnion, Jean-Pierre Vittoz e Henri Moreillon, non ne avevano fatto parola. Pur senza essere estrema, l’impresa era comunque piuttosto ardita. Armati di piccozza - la neve era ancora ben presente in cima e in fondo alla parete - di una corda di canapa e di scarpe chiodate, i tre studenti losannesi ebbero ragione della parete il 28 maggio 1922, seguendo un canalone sulla sinistra del Miroir e quindi una fessura che lo sormonta. Poco più di tre mesi dopo, si ricomincia: Fernand Laurent e Jean Mabillard seguono più o meno lo stesso percorso con una corda da 25 metri, ma in discesa! L’orientamento è complicato, e una frana rischia di travolgerli: a pagarne il prezzo è solo una bottiglia di rosso… Queste imprese da alpinisti dilettanti spingono a chiedersi se le guide locali avessero voce in capitolo. Eppure ce n’era una decina, con sede a Les Plans-sur-Bex, all’altro capo dell’Arête de l’Argentine.
Anche le guide all’avventura
Nel 1922, la scalata del margine del Miroir per il canalone est infrange un tabù, e un intervento di soccorso nel 1923 rende i luoghi un po’ più noti. Gli sguardi si puntano sul Miroir stesso. La placca liscia che gli dà il nome potrà mai essere sconfitta? Fino ad allora, le guide locali fanno più che altro da spettatori. Ma ne diventeranno attori, su richiesta di clienti ambiziosi.
Il primo a compiere il passo è Armand Moreillon (1902-1986), guida di Les Plans. Da adolescente aveva già aperto due itinerari di accesso nel versante sud-ovest del Lion d’Argentine. Il suo soprannome, Dzou (il Dolce), gli calza a pennello. Nel 1926, due alpinisti di Losanna, F. Delisle e Charles Rathgeb, lo ingaggiano per percorrere il Grand Miroir. Da Solalex studiano la parete per un’intera giornata e l’indomani, 1º settembre, si lanciano nell’impresa. L’itinerario segue la linea debole, passando per un sistema di camini e fessure a forma di Y che permette di accedere alla grande placca superiore. Una fessura stretta, quasi impercettibile dal basso, la attraversa fino nelle vicinanze della breccia sommitale. Il percorso è definito, ma non ancora realizzato: il piede della Y è infatti tutt’altro che comodo. Un camino umido e delicato, che porterà il nome della guida, seguito da un tratto scistoso che sfiora il quinto grado, è il passaggio chiave della via originale, poi modificata. L’impegno è certo, la cordata calza sicuramente scarpe di corda, ma non ha martelli né chiodi. Raggiungono la vetta in tre ore, firmando una delle linee più belle della Svizzera. È nata una classica di indiscutibile successo. Tuttavia, pur avendovi guidato dei clienti una ventina di volte, neppure Moreillon la pubblicizzerà mai.
Adrien Veillon (1892-1990) fa la stessa cosa quando, il 5 settembre 1930, uno dei suoi clienti inglesi, Bobby Hudson, gli chiede di salire il Petit Miroir, una placca liscia appollaiata nel mezzo dell’Arête de l’Argentine. Più astuto che complesso, il percorso consente alla cordata di raggiungere i piedi della placca, che verrà scalata sul suo fianco per un lungo camino, battezzato anch’esso con il nome dell’apritore. Per questa apertura, Veillon riceverà 100 franchi: una fortuna che gli permetterà di installarsi il telefono in casa e di rimanere più facilmente in contatto con i clienti. Neppure in questo caso si sono utilizzati chiodi, e anche questa impresa passa sotto silenzio e non figura nemmeno nel suo libretto di guida!
La gestione del rischio come argomento commerciale
Il libretto di Adrien Veillon, attivo dal 1915 al 1962, può proporre un’ipotesi sul mistero che circonda queste prime. Pur essendo stato attivo anche su altri massicci, è nelle Alpi vodesi che si incentra l’essenza della sua carriera. Ovunque porti i suoi clienti, le parole scritte in quelle pagine lodano sempre la sua maestria, la sua calma, la sua efficienza, il senso di sicurezza che trasmette e la sua gentilezza. Fungendo da biglietto di visita presso i suoi clienti facoltosi, è molto probabile che l’esibizione di imprese audaci e tutto sommato rischiose avrebbe potuto far sì che qualcuno di loro esitasse ad accompagnarlo. Ed è pure possibile che non ne abbia parlato per non tentare dei clienti che non avevano il livello necessario e riservarle ad altri, che riteneva degni di maggiore fiducia. Ma anche riguardo a questo, il mistero rimane.