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Daniele Luttazzi chiude un suo intervento polemico con alcune regole per i critici:
Nel 1975, John Updike elencò in un saggio alcune regole cui un critico dovrebbe attenersi per evitare la negligenza e il pressapochismo:
- Cerca di capire cosa l’autore desidera fare, invece di accusarlo di non aver raggiunto ciò che non si è prefisso.
- Riporta brani dell’opera in modo che il lettore della critica possa formarsene una impressione personale.
- Se l’opera è giudicata insufficente, cita un esempio riuscito dello stesso tipo, da lavori dell’autore o di altri. Cerca di capire l’errore. Sei sicuro che sia dell’autore e non il tuo?
Un bravo critico ti fa riflettere sulle scelte dell’autore, ti rende curioso dell’opera, ti incoraggia a fartene un’opinione personale.
Soprattutto, un bravo critico si guadagna l’autorevolezza corroborando le proprie tesi con esempi. Se la tesi non regge all’esempio, il critico si dimostra un incapace. Per questo il critico paraculo non fa esempi.
Lasciando perdere i contenuti della polemica con Sofri e Serra, queste regole per essere un bravo critico andrebbero incorniciate e rilette di tanto in tanto.
23 commenti su “Le regole del buon critico”
E però è facile rispondergli che non sono le regole che ha usato per criticare Ferrara.
E però è facile risponderti che la sua è, o almeno vuole essere, satira, non critica.
Se poi la sua sia stata buona satira, cattiva satira o qualcosa di diverso, è questione che lascio ad altri… (per ignoranza e anche un po’, lo confesso, per codardia)
E già. Io faccio satira, quindi faccio quello che voglio. Mentre chi mi critica deve rispettare regole rigorose.
Non dico che la satira non abbia regole, dico solo che ha regole diverse dalla critica, e il buon senso vuole che si giudichino le opere per quello che sono.
Serra e Sofri hanno fatto (ho hanno voluto fare) critica, e giustamente i loro interventi vanno giudicati con i metri della critica. Luttazzi ha fatto (o ha cercato di fare) satira, e il suo lavoro andrà giudicato con il metro della satira.
Bene, e chi stabilisce i metri della critica?
In particolare, a che titolo Luttazzi (comico) o Updike (scrittore) vogliono stabilire come debbano essere criticati?
Chi stabilisce i metri della critica?
Tutti.
A che titolo Luttazzi e Updike stabilisco questi metri?
Nessun titolo: né loro, come autori, né i critici hanno titoli per stabilire simili criteri, ma possono ugualmente presentarli.
In particolare, qui Luttazzi presenta alcuni criteri che mi sembrano ottimi e che, come recensore, cercherò di seguire perché mi sembrano convincenti.
Mi sta bene e ti fa onore.
Spero solo che Luttazzi sappia che quando si mette a formulare le regole della buona critica fa il gioco di chi dice “la satira ha le sue regole; deve essere 1) … 2) … 3) … Luttazzi non le rispetta ed è per questo che l’abbiamo cacciato via”.
Già, il problema è capire quali siano le regole della satira…
Su questo tema, Luttazzi ha una ottima e convincente pars destruens, ma non mi sembra di poter dire lo stesso sulla pars costruens.
Ma non si può fare senza regole? Il comico che fa satira come gli pare, il critico che fa critica come gli pare, ed entrambi che rispondono ai rispettivi pubblici?
Mi inserisco nella discussione: sono d’accordo con Caminadella e anche con Ivo. Non servono regole.
E il pubblico sia libero di seguire (oppure no) le regole di Updike per giudicare il critico.
Tutto va bene finché ogni lettore giudica il pezzo nella solitudine della sua mente. Ma quando due lettori discutono, dovrebbero mettersi d’accordo prima sulle basi di partenza.
Le “regole” di Updike non dovrebbero neanche essere regole: ma degli “assiomi”, o “basi di partenza”, a partire dai quali due lettori possono congiuntamente discutere nel merito di un pezzo di critica letteraria.
Per questo, servirebbero “assiomi” per la satira, ovvero basi comuni di partenza, assiomatiche, su cui tutti (o la maggior parte delle persone) concordano, e su cui basare un discorso, una comunicazione fra lettori. Senza queste basi condivise, la discussione si incaglia subito sulle accuse reciproche di malafede. Oppure ci tocca ogni volta ripartire da capo a rifondare questi assiomi. Condordate?
Assiomi sì, prescrizioni tipo “Se l’opera è giudicata insufficente, cita un esempio riuscito dello stesso tipo, da lavori dell’autore o di altri” no.
Nota aggiuntiva: per me le “regole” valgono per il lettore e non per l’autore o per il critico. Essi devono giustamente essere in grado di scrivere cosa gli pare, senza censure di nessun tipo. Gli assiomi sono perché i lettori possano comunicare efficacemente fra loro.
Sulle prescrizioni, probabilmente hai ragione. Citare un esempio non è né facile, né sempre possibile. Spiegare in maniera chiara e nel merito perché l’opera è insufficiente, è però necessario.
Ulteriore nota: gli “assiomi” non devono essere eterni. Quello che andava bene nell’ottocento, non va bene adesso. Il contesto sociale si evolve, le “regole” possono evolvere. Vale per la satira come per qualunque opera artistica.
Basta però che non vengano re-discusse ad ogni cambio di governo o di dirigenza Rai.
Caminadella: cosa intendi con regole?
Se qualcosa di simile alle leggi, con tanto di comissione di valutazione, si deve fare a meno di regole.
Se con regole intendi qualcosa di non vincolante e da applicare con elasticità, direi che non si può fare a meno di regole.
Le tre regolette di Updike io me le tengo come metro per le mie recensioni e per valutare le critiche altrui ma, ripeto, con elasticità: non è che se non ci sono esempi o citazioni cestino tutto in automatico!
knulp: penso che quello che intendi con assiomi sia simile alle mie regole non vincolanti e vaghe.
Non so definire “regola”. Però c’è una distinzione facile: quella fra le regole che uno dà a sé, e quelle che vorrebbe dare agli altri. Le prime mi piacciono, le seconde no.
Ciò che non mi sta bene nel discorso di Luttazzi è che cerchi di servirsi di queste ultime contro i suoi critici. Umanamente lo capisco, perché è come se dicesse: “voi mi accusate di non fare una satira seria; andiamo a vedere se voi fare seriamente il vostro lavoro”.
E però secondo me farebbe meglio a difendere la libertà di tutti di parlare secondo i propri sentimenti e le proprie convinzioni. Nel rispetto del pubblico, o dei patti con gli editori, non di regole che saltano fuori solo quando si tratta di accusare e colpire.
ne consegue che aldo grasso non è un buon critico 😉
Non ricordo chi disse che “il critico colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui”.
Caminadella: temo che Luttazzi sappia di non potersi difendere, nel senso che qualsiasi cosa accada non riavrà la sua trasmissione. E allora al diavolo la tattica: si attacca.
raser: secondo alcuni aldo grasso è l’archetipo del cattivo critico…
Spyro: Io sapevo questa “chi sa, fa; chi ne sa un po’ meno insegna; chi non ne sa niente fa il critico”.
La storiella “chi sa, fa; chi ne sa un po’ meno insegna; chi non ne sa niente fa il xxx”, l’ho sentita con varie varianti professionali!
Per quanto riguarda i miei assiomi: per discutere tra me e te di quanto è bravo un comico satirico, dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa è la satira. Se no, è un dialogo tra sordi. Luttazzi premette che la satira è arte, e quindi non ha limiti di alcun tipo. I suoi critici sottointendono (ma non lo dicono chiaramente purtroppo) che ci sono dei limiti impliciti e non detti di “buon gusto” che un autore satirico dovrebbe rispettare per essere un buon comico satirico. Notare che non si sta parlando di censura (almeno spero), ma solo di giudicare un comico satirico.
Quindi, sarà polemica infinita, in quanto le due parti partono da presupposti (appunto assiomi) diversi.
Questo tipo di approccio si può applicare a tante polemiche odierne, che viste con un minimo di distacco sembrano appunto dialoghi fra sordi. Proverò a spiegarmi meglio in un mio futuro post (se e quando avrò tempo, e se e quando me ne ricorderò!).
A me pare che le regole che cita Luttazzi non siano tanto regole formali del lavoro del critico ma piuttosto delle linee guida per rendere valido e di qualità il suo lavoro. Una guida per il lettore che ci aiuta a capire se il critico ha fatto un lavoro accurato oppure ha peccato di negligenza. In questo senso sono ottime.
Piuttosto, questa vicenda mostra come la censura oggi sia pressoché impossibile, dato che la battuta di Luttazzi è più nota di quanto sarebbe stata se non ci fosse stata l’interruzione del programma.
Mostra anche quanto interessante diventi una persona quando è messa con le spalle al muro e non ha più nulla da perdere. Condivido poco le idee di Luttazzi e trovo la sua satira male indirizzata ma trovo molto stimolante l’espressione della sua ira. Perlomeno rivela quanto è piccino chi si sottrae alla satira.
Knulp: Si ha un dialogo tra sordi quando non si condividono alcuni assunti di fondo. Quello che mi domando è: se questo accordo di fondo non c’è, è meglio il silenzio o questi soliloqui che, almeno si spera, qualcosa fanno capire?
Boscimane: lo scopo di questo post era appunto quello di presentare delle interessanti regole (indirizzi, assiomi, criteri…) per le critiche o recensioni. La faccenda di Luttazzi era accidentale ma l’argomento censura, evidentemente, attrae!
@ivo: i soliloqui, senza dubbio, sono molto meglio che stare zitti. Purché (si spera) si raggiunga una sintesi generalmente accettata e accettabile almeno dai più. D’altro canto, come si fa a mettersi d’accordo sugli assunti se non discutendo? 🙂 In questo senso, sono a favore di Luttazzi che almeno esplicita i suoi assunti, altri lo fanno molto meno.
Sulle regole per giuducare un critico: sono d’accordo con te che mi sembrano buone regole, e qualche volta si possono applicare ad altri ambiti.
Queste sono, ad esempio, le regole che ho introdotto un paio di anni fa per una conferenza scientifica di cui sono stato “chair”. Le mantengono ancora oggi, evidentemente sono piaciute! Se vuoi, sono gli assunti attraverso i quali autori i revisori possono mettersi d’accordo su come valutare un articolo scientifico; e suggerimenti agli autori per capire come ci aspettiamo che gli articoli “buoni” vengano impostati.
knulp: interessanti (per quanto alcune un po’ specifiche) le regole per la conferenza.
Riguardo al dialogo: che si raggiunga una sintesi mi sembra, a volte, già troppo e pragmaticamente mi accontento che «i conflitti non si debbano per forza risolere in guerricciole» (Kirbmarc, qui). 😉