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L'Italia è un paese che non offre sufficienti garanzie ai richiedenti l'asilo: la Svizzera non può quindi rinviare una famiglia di rifugiati nella Penisola nell'ambito dell'accordo di Dublino, a meno di non aver ottenuto dalle autorità italiane indicazioni su come si prenderanno cura delle persone in questione. Lo ha deciso la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo (CEDU).
Il caso riguarda una famiglia di afghani - padre 43enne, madre 33enne e sei figli nati tra il 1999 e il 2012 - che al momento vivono a Losanna.
La famiglia - allora con cinque figli - sbarca sulle coste calabresi nel luglio 2011, proveniente da Pakistan, Iran e Turchia. In base al Regolamento Dublino i suoi componenti vengono immediatamente sottoposti a procedura di identificazione, iscritti nella banca dati Eurodac e trasferiti in un centro di accoglienza a Bari.
Senza autorizzazione i sette lasciano però la Puglia, raggiungendo l'Austria, dove sono nuovamente registrati in Eurodac. Presentano domanda d'asilo, che viene respinta. Il primo agosto 2011 Vienna chiede all'Italia di seguire il dossier, richiesta che viene accolta.
Nel frattempo però la famiglia si sposta in Svizzera, dove il 3 novembre dello stesso anno viene presentata istanza d'asilo. Nel gennaio 2012 l'Ufficio federale della migrazione (UFM) decide di non prendere in considerazione la domanda: in base a Dublino spetta infatti all'Italia esaminare la questione. L'UFM ordina perciò il rinvio dei rifugiati nella Penisola.
La famiglia presenta però ricorso, temendo che in Italia le condizioni di vita sarebbero inadatte, soprattutto per i bambini. La Corte europea dei diritti umani le ha dato oggi ragione.
I giudici hanno infatti stabilito, in una sentenza definitiva, che qualora la Svizzera dovesse rinviare la famiglia in Italia senza prima aver ricevuto da questa dettagliate informazioni su dove e come la famiglia verrebbe alloggiata, si concretizzerebbe una violazione del loro diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, previsto dalla CEDU.
Secondo la maggioranza dei giudici, "tenuto conto della situazione attuale del sistema di accoglienza in Italia non è infondato ritenere che i richiedenti l'asilo rinviati da altri paesi europei, in base al regolamento di Dublino, corrano il rischio di restare senza un luogo dove abitare o che siano alloggiati in strutture insalubri e dove si verificano episodi di violenza".
Spetta quindi alle autorità elvetiche assicurarsi presso quelle italiane che al loro arrivo nella Penisola i richiedenti siano accolti in strutture e in condizioni adatte all'età dei bambini e che l'unità della famiglia sia ben preservata. Berna deve quindi ottenere da Roma "una garanzia individuale concernente da una parte una presa a carico adatta all'età dei bambini e dall'altra il mantenimento dell'unità famigliare.
Tre dei 17 magistrati hanno espresso un parere contrario alla maggioranza. Nel gruppo di togati che si è imposto figurano anche i giudici della Svizzera, Helen Keller, e dell'Italia, Guido Raimondi. Il tribunale ha anche imposto alla Confederazione di versare al ricorrente 7000 euro quale risarcimento per le spese.
Il giudizio proviene direttamente dalla Grande Camera della corte di Strasburgo: una procedura che viene scelta quando il caso concerne importanti questioni interpretative della CEDU oppure quando si prevede che la sentenza possa divergere da pareri precedenti espressi dallo stesso consesso.
In effetti è la prima volta che la Corte di Strasburgo si pronuncia contro un rinvio in Italia di richiedenti asilo da un altro stato europeo. Una decisione simile finora era stata presa solo nei confronti della Grecia. In base alle informazioni fornite dalla Corte di Strasburgo ci sono circa 20 ricorsi pendenti simili a quello della famiglia afghana.