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Il rapporto di Amnesty International prende in esame la situazione in sette paesi europei: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia e Irlanda dove una persona transgender deve sottoporsi a “verifiche” prima di poter cambiare i propri documenti: Interventi chirurgici, cure con ormoni, esami psichiatrici: lo Stato deve certificare che è in corso una malattia. Situazione che si riscontra anche in Italia.
di CINZIA GUBBINI
ROMA – “Gli Stati non dovrebbero costringere un transgender a sottoporsi a interventi chirurgici o medici per poter cambiare il proprio documento di identità: si tratta di una palese violazione dei diritti umani”. Lo denuncia Amnesty International, che ha presentato il Rapporto “Lo Stato decide chi sono: la mancanza di riconoscimento legale per le persone transgender in Europa“. Il Rapporto prende in esame la situazione in sette paesi europei: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia e Irlanda. In tutti questi paesi una persona transgender deve sottoporsi a una serie di “verifiche” prima di poter cambiare i propri documenti. Interventi chirurgici, cure con ormoni, esami psichiatrici: il corpo deve trasformarsi e lo Stato deve certificare che una malattia è in corso per poter ottenere non solo il cambio di genere sui documenti, ma anche solo il cambio di nome. Una situazione che si riscontra anche in Italia.
Sotto ai ferri. “Nonostante il Belgio, la Danimarca, o la Norvegia siano considerati campioni dell’egualitarismo, non è così quando si parla di transgender”, si legge nel Rapporto dell’organizzazione che difende i diritti umani. “I transgender devono rimuovere i propri organi riproduttivi per poter cambiare identità, andando incontro a una sterilizzazione permanente”. Ma non solo: nei paesi Scandinavi (Norvegia, Danimarca e Finlandia) la possibilità di sottoporsi a questo trattamento è legata ad una diagnosi psichiatrica: la persona che vuole cambiare sesso deve risultare affetta da “disordine dell’identità di genere“, una patologia riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità. “In pratica – dice il Rapporto – per poter ottenere un cambiamento di identità occorre che sia certificata una malattia mentale”.
L’esempio della Francia. In alcuni paesi, come la Francia, non esiste una legge specifica, ma una “prassi” dettata da alcune sentenze di tribunale che sono state pronunciate negli anni. Così, di fatto, un transgender in Francia per poter cambiare il proprio documento di identità deve sottoporsi a una verifica psichiatrica (che può durare anche due anni) e quindi accedere a un trattamento ormonale o chirurgico. Solo a quel punto parte la possibilità di ottenere un riconoscimento legale. E la decisione della Corte può essere diversa da Lille a Parigi: esistono dei transessuali che in Francia hanno ottenuto il cambio di documento senza dover rimuovere i propri organi genitali e altri per i quali invece è stato sufficiente essere stati riconosciuti affetti da “disordine dell’identità di genere”.
E in Irlanda…Ancora diversa la situazione in Irlanda, dove non esiste ancora una legislazione specifica e il parlamento sta studiando una legge in merito. Al momento è abbastanza semplice ottenere il cambio del proprio nome, scegliendone uno “neutrale”, sulla propria carta di identità. Una legge del 2008 sui passaporti ha invece specificato che per ottenere un cambio di identità su questo documento sono necessarie “evidenze mediche” che attestino il cambio di genere.
Il rischio di discriminazioni. Storie complicate. Amnesty International mette in evidenza come sia fondamentale per poter godere dei propri diritti avere una identità legale che rispecchi la propria personalità: “I transgender rischiano di andare incontro a discriminazioni ogni qual volta esibiscono i documenti – ha dichiarato Marco Perolini, di Amnesty International – Gli Stati devono assicurare che le persone transgender possano ottenere il riconoscimento legale della loro identità di genere attraverso una procedura veloce, accessibile e trasparente nel rispetto di ciò che la singola persona sente rispetto alla sua identità di genere, proteggendo il diritto alla riservatezza ed evitando d’imporre requisiti obbligatori che violino i diritti umani”.
I “non sense” in cui si è costretti a vivere. Nel Rapporto vengono raccontate storie che rendono evidente i “non sense” in cui sono costretti a vivere i transgender. Come quella di Joshua: nato negli Stati Uniti, ora vive in Danimarca con i figli avuti da un precedente matrimonio negli Usa e l’attuale moglie danese. Sebbene negli Stati Uniti sia legalmente riconosciuto come uomo, in Danimarca risulta ancora registrato come donna. Eefje invece vive in Belgio e ha 25 anni. Sta per diventare una donna, sottoponendosi a una operazione chirurgica che finalmente le consentirà di ottenere anche un documento consono. Ai ricercatori di Amnesty ha raccontato l’enorme imbarazzo provato sul luogo di lavoro: “Ho frequentato un corso per diventare assistente cuoco. Alla fine del corso dovevo completare un tirocinio e mi è stato chiesto di presentare la domanda usando il nome e il genere legali. Questa cosa ha avuto su di me un grande impatto psicologico perché durante il corso mi hanno sempre dato ordini chiamandomi con il nome maschile. Alla fine del tirocinio, il direttore mi ha detto che avrebbe potuto assumermi ma che altri colleghi si erano detti contrari perché ero transgender”.
In Italia. In Italia la situazione non è molto differente. Anche nel nostro paese per poter cambiare sia il nome che il genere sul proprio documento di identità bisogna prima sottoporsi a un intervento chirurgico di cambio sesso. Il Mit, Movimento Identità Transessuale, è impegnato in una battaglia perché sia cambiata la legge 164 del 1982. Esiste una proposta di legge delle Rete Lenford (www.repubblica.it/solidarieta) e sono diverse le cause aperte davanti ai tribunali italiani per permettere ai transgender di cambiare almeno il nome sui documenti senza dover cambiare sesso chirurgicamente.
Origine: La Repubblica