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Trent'anni dopo la scoperta dei primi casi di AIDS la presenza della malattia è fortemente diminuita in Svizzera, dopo aver conosciuto un picco negli anni '90. Un'evoluzione molto rara in medicina, secondo un professore ginevrino esperto del tema.
"Nel 1985, la speranza di vita di una persona sieropositiva era in media di un anno, massimo due. Oggi, un sieropositivo ha la stessa speranza di vita di chiunque altro", spiega il professor Bernard Hirschel, responsabile dell'unità HIV/AIDS presso l'ospedale universitario di Ginevra.
"Ormai si muore molto raramente di AIDS in Svizzera", perché si può prevenire l'apparizione della malattia, prosegue Hirschel. "L'infezione da virus HIV è invece ancora frequente e un'eliminazione a breve termine del problema non sembra possibile".
Al giorno d'oggi, la terapia permette di diminuire la presenza del virus HIV nel corpo fino a renderlo non rilevabile nel 90% dei pazienti, rende noto il professore. Il rischio di trasmissione in questo modo diminuisce considerevolmente, tanto che certi sieropositivi possono diventare genitori senza contagiare né il partner né il bambino.
I primi trattamenti efficaci, messi a punto tredici anni dopo la scoperta del virus nel 1983, erano molto pesanti, ricorda Hirschel. Oggi, basta prendere giornalmente una pillola che combina tre principi attivi diversi. La cosiddetta triterapia deve però essere portata avanti per tutta la vita, poiché "se si interrompe il trattamento, il virus torna a farsi vivo".
Attualmente, secondo i dati dell'Ufficio federale della sanità pubblica, meno dello 0,1% della popolazione svizzera è sieropositiva. In certi gruppi il virus è comunque più presente, come fra gli uomini omosessuali (10%) o fra gli immigrati originari di un paese con un'epidemia diffusa (fino al 30%).
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