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Anche quando l'Occidente era totalmente dominato da una presuntuosa visione eurocentrica della storia e dell'arte (peraltro non del tutto superata), il contatto con le musiche dell'India era per gli europei oltremodo sconcertante. Anche l'ascoltatore più ingenuo rimaneva colpito dalla sua evidente complessità e dalla sua altrettanto percepibile indecifrabilità.
Quando verso la metà del XVIII secolo il subcontinente indiano entrò nella sfera del colonialismo britannico, musicisti e studiosi inglesi cominciarono ad interessarsi alla musica che incontravano alla corte dei Maharaja e dei Sultani. Ne erano affascinati perché era evidente che non la si potesse definire “primitiva”. Era altrettanto evidente, e la documentazione storica lo confermava, che si trattasse di una tradizione colta, sviluppatasi nell'arco di millenni.
La sua complessità era facilmente descrivibile, ma era il suo “senso” a rimanere elusivo. Moltissimo si è ormai scritto sulle musiche dell'India ed è oggi ben possibile entrare nella loro logica. Quando ci riusciamo, il premio consiste nel godere di una esperienza estetica, di natura assai differente rispetto a quella offerta da Mozart, Beethoven, o Wagner. Per arrivarci occorre però avere la disponibilità a cercare il senso della musica in forme e concatenazioni di suoni che la nostra formazione di europei rende difficile percepire. La precondizione per riuscirci è quella di seppellire nel dimenticatoio il luogo comune – totalmente errato – secondo il quale la musica sarebbe un “linguaggio universale”.