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Lui sì che li ha visti tutti. O quasi. La prima "Máquina" del River Plate (a memoria: Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau) negli anni 40. Anche la seconda, nel decennio successivo, passata alla storia come la "Maquinita" (Prado, Vernazza, Walter Gomez, Labruna, Loustau). In mezzo a questi, un certo Alfredo Di Stéfano, la "Saeta Rubia", prima che andasse a riempirsi di gloria al Real Madrid. E poi Omar Sívori, il "Cabezón", quello che con i soldi del suo trapasso alla Juventus permise al River di ricostruire la tribuna dello stadio crollata qualche anno prima.
Ma parliamo un po’ dei Mondiali: a Londra, nel ’66, Rattin si sedette sul tappeto reale di Wembley per protestare contro la sua assurda espulsione ai quarti di finale dell’Argentina contro i padroni di casa. Questo episodio, a Buenos Aires, nessuno lo vide, nemmeno mio padre. Tutti lo sentirono alla radio. Le dirette tv sarebbero arrivate soltanto quattro anni dopo, alla Coppa del mondo di Messico 1970. Poi ci fu la finale dell’86 contro la Germania: quella volta mio babbo rimase davanti allo schermo soltanto fino al secondo gol tedesco, quello del pareggio di Völler all’ottantunesimo. Poi si alzò e disse: non ce la faccio, vado fuori. Fuori dove? Manco le strade c’erano, a Buenos Aires, il pomeriggio del 29 giugno 1986! Si accorse del gol di Burruchaga solo per le urla impazzite che inondarono tutta la città, tutto il Paese.
Nel 2002 lui vide bene come l’Argentina, favoritissima alla vigilia, venne eliminata dopo le prime tre partite. Io no. Appena arrivato in Ticino, lavavo pentole in un albergo sopra la stazione di Lugano: mentre grattavo le teglie delle lasagne cercavo di capire, grazie a una piccola tv che avevano portato in cucina dei colleghi portoghesi, se la squadra guidata da Bielsa sarebbe stata in grado di battere la Svezia all’ultimo turno del girone. Andò malissimo.
Sabato scorso, un po’ come nell’86, sono stati i festeggiamenti del gol di Messi contro il Messico che arrivavano da ogni angolo della città a far capire a mio padre che l’Argentina era ancora viva ai Mondiali del Qatar. Questa volta non era andato da nessuna parte, semplicemente sono i suoi occhi che non vedono più. Non è quindi riuscito neanche ieri sera a guardare la Pulce sbagliare un rigore e nonostante ciò trascinare l’albiceleste negli ottavi di finale di questa Coppa del mondo iniziata nel peggiore dei modi.
A Locarno invece siamo stati soltanto noi, quei pazzi dell’ultimo piano in Città Vecchia, a urlare come matti quando Leo ha sbloccato la partita contro i messicani con quel gol fantastico; quando, offuscato lui, è emersa la squadra per sentenziare la gara con i polacchi. Ho abbracciato i miei figli come se non ci fosse un domani: lo stesso abbraccio nel quale, da piccolo, sono sempre stato stretto da mio padre ogni volta che Maradona, Caniggia, Batistuta, Crespo o chicchessia ci hanno riempito il cuore di gioia. Chissà che i miei ragazzi un giorno non ricordino con emozione quel "viejo" con la barba e gli occhiali che li stringeva a ogni rete argentina? Chissà. I Mondiali passano, i ricordi restano. Poi diventano tesori nelle nostre memorie. Oggi, più che a Messi che alza la Coppa (ce la farà finalmente?), sogno di riuscire ancora una volta a incrociare lo sguardo di mio padre, scorgere i segreti dei suoi occhi, abbracciarlo. E basta.