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Dalle tensioni internazionali alle Elezioni federali. Con il politologo Nenad Stojanović parliamo della "salute" della nostra neutralità
Neutrali, ma quanto? La neutralità svizzera è tornata con decisione all'ordine del giorno in questi ultimi diciotto mesi, sospinta dalle tensioni internazionali innescate dalla guerra in corso in Ucraina. Tensioni che hanno portato il Consiglio federale ad aderire alle sanzioni contro la Russia e che, a posteriori, hanno riservato alla neutralità un posto in prima fila nella campagna elettorale di alcuni partiti per le, ormai imminenti, Elezioni federali. Andando al punto: come può essere descritta, oggi, la nostra neutralità? È effettivamente in pericolo? Ne parliamo con Nenad Stojanović, politologo e professore presso il Dipartimento di scienze politiche e relazioni internazionali dell'Università di Ginevra.
“Cooperativa”, come l’ha ri-definita il consigliere federale Ignazio Cassis. “Rottamata”, secondo alcuni, molto critici nei confronti dell’adesione alle sanzioni contro la Russia. Solo “indebolita”, per i meno drastici. Lei come definirebbe la neutralità svizzera oggi?
«È sicuramente in affanno. Perché c’è uno scollamento fra il mito della neutralità – che tuttora è presente nella testa di molti – e la realtà dei fatti. E la realtà è che Governo e Parlamento praticano la politica di neutralità finché le grandi potenze non minacciano di punire la Svizzera – economicamente o politicamente – qualora si rifiutasse di aderire alle sanzioni che le grandi potenze hanno deciso».
Nella lista resta, almeno, un altro aggettivo da considerare: “integrale”. La nostra neutralità lo è mai stata?
«La neutralità svizzera è sempre stata un concetto molto dinamico, che ha conosciuto diverse fasi nella storia. Raramente la Svizzera è stata al 100% neutrale da tutti i punti di vista, compreso quello delle sanzioni economiche contro un Paese. Già durante la guerra fredda, in un protocollo segreto dell’inizio degli anni 1950, la Svizzera cedette alla pressione degli americani e si impegnò a non rimanere neutrale quando si sarebbe trattato di sanzionare l’allora Unione Sovietica e i suoi alleati. Quindi la Svizzera era pro forma neutrale, ma di fatto stava nella sfera di influenza occidentale».
Guardando alla scadenza elettorale, diversi partiti hanno posto la salvaguardia della neutralità come pilastro delle rispettive campagne, decretando di fatto una certa urgenza d’azione. È davvero così?
«Non darei troppo peso a quanto dichiarano i partiti politici in queste ultime settimane di campagna elettorale. Vedo solo tanto fumo e poco arrosto».
Forse c'è anche una tendenza a confondere il principio con la sua politica di attuazione...
«Sì, perché la neutralità come principio è quella scritta nella costituzione, ma dice poco di come questo venga poi attuato. C'è quindi un'idea di neutralità, ma cosa questa significhi nei fatti è poi una questione di interpretazione. E non a caso, il Parlamento, ma soprattutto il Governo, nel corso della storia hanno interpretato questo principio in maniera molto dinamica».
Facendo qualche passo indietro, la situazione attuale non sembra in ogni caso così diversa dal passato. Nel suo rapporto sulla neutralità del 1993 il Consiglio federale la descriveva come "pienamente conciliabile con la partecipazione a sanzioni collettive decise dalla comunità internazionale contro chiunque violi la pace e il diritto”. Nel 2014, rispondendo a un’interpellanza del consigliere nazionale Hans Fehr - innescata dalla crisi ucraina -, affermava invece che “la neutralità consiste in primo luogo nel fatto che la Svizzera non partecipa a conflitti armati internazionali né sostiene militarmente una delle parti coinvolte in simili conflitti” e “richiede pertanto un certo livello di imparzialità e di obiettività nelle prese di posizione, ma non una rinuncia a queste ultime”; rispettivamente una trentina e una decina di anni fa. Come detto, le cose non sembrano poi così diverse rispetto al presente…
«La Svizzera permette agli eserciti stranieri di attraversare il suo territorio – per via terrestre o area – solo per delle azioni militari decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Di fatto ciò succede raramente, visto il diritto di veto dei cinque Paesi chiave. Inoltre, quando manca l’accordo dell’ONU, come attualmente nella guerra in Ucraina, il governo svizzero si rifiuta di permettere l’esportazione del materiale bellico. Ma questa posizione è sempre di più criticata da alcuni partiti e sembra che nemmeno tutti i membri del Consiglio federale la condividano».
Una "crepa" potrebbe aprirsi invece nell'eventualità di un "discorso NATO". In Svizzera è cresciuto in tempi recenti il fronte dei favorevoli a un’eventuale adesione. Lo considera uno scenario possibile in futuro?
«Possibile sì, probabile no. È vero che alcuni esponenti del PLR e del Centro si sono dichiarati favorevoli all’adesione alla NATO. Anche i sondaggi mostrano che i favorevoli a una possibile adesione sono più numerosi di una volta, ma stiamo parlando di percentuali molto basse. Per un’adesione ci vorrebbe l’accordo della maggioranza del Popolo e della maggioranza dei cantoni: dubito che ci sarà».
Ma, ipotizzando che questo scenario un giorno si concretizzi, sarebbe conciliabile con il mantenimento della neutralità?
«Se la Svizzera aderisse immagino che ci sarà comunque qualcuno pronto a sostenere che non abbiamo abbandonato del tutto la neutralità. Di fatto, quando uno Stato aderisce alla NATO - che è un'alleanza di difesa - si impegna ad aiutare un Paese membro dell'alleanza se questo viene attaccato da un Paese esterno alla stessa. Questo è il principio. E quindi a quel punto diventerebbe sempre più difficile considerare la Svizzera neutrale».