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VERBANIA - Nelle scorse ore, il giudice per le indagini preliminari di Verbania ha disposto gli arresti domiciliari per Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia del Mottarone dove, una settimana fa, è avvenuta la tragedia che ha cancellato 14 vite. Fu lui, a «ordinare» - stando alla testimonianza di un dipendente - il blocco dei freni di emergenza già settimane fa.
L'installazione dei «ceppi», ha raccontato l'operaio ascoltato come teste dal gip, era «avvenuta già dall'inizio della stagione», quindi dal «26 di aprile», quando l'impianto tornò in attività dopo la pausa forzata causata dal Covid. Tadini, ha proseguito il dipendente, ordinò di «far funzionare l'impianto con i ceppi inseriti» per via di alcune anomalie al sistema frenante che non erano state risolte.
E, ha aggiunto, di farlo «anche se non erano garantite le condizioni di sicurezza necessarie». Il caposervizio, interrogato ieri, aveva ammesso di aver utilizzato in altre occasioni i cosiddetti "forchettoni", rimarcando però che le anomalie non erano collegabili alla fune, escludendo in altre parole ogni legame tra le anomalie dei freni e i problemi relativi al cavo. «Non sono un delinquente. Non avrei mai fatto salire persone se avessi pensato che la fune si spezzasse».
Il gestore dell'impianto e il direttore d'esercizio della funivia, Luigi Nerini e Enrico Perocchio, sono stati scarcerati. Secondo il gip, i due sarebbero stati chiamati in causa da Tadini nel tentativo di attenuare le proprie responsabilità sull'accaduto. In particolare, scrive il gip, Tadini sapeva bene che «il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone» e per questo motivo avrebbe condiviso «questo immane peso, anche economico» con i due «soggetti forti del gruppo», ossia le «uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni».