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Rob Selvaggio, alias Benjamin R, professione produttore di pregio (dischi di Puddle Of Mud e Jewel, nientemeno, tra le sue opere), ha deciso di passare dall'altra parte della barricata, o meglio, della consolle, per incidere le undici tracce di The Other Side of Nowhere, il suo disco di debutto. Come succede spesso in situazioni di vita similari, Rob di giorno limava, studiava, affinava suoni e voci altrui, ma di notte, me lo immagino, si chiudeva nel suo home made studio a trascrivere su un quadernetto le proprie emozioni di vita quotidiana. E quante ne avrà tradotte in musica. Si mormora che Rob Selvaggio, nel corso di queste sessioni private, abbia scritto decine e decine di brani. E chissà la sofferenza, le indecisioni ed i sospiri mentre staccava i petali dalla propria rosa di canzoni, ora scartando, ora includendo, ora posizionando diversamente, fino a scegliere le undici tracce definitive.
Pare che infine, comunque, l'autore di Los Angeles abbia fatto un buon lavoro, poichè le canzoni di The Other Side Of Nowhere risultano essere un tutt'uno fin dai primi ascolti; un muro di raffinati passaggi chitarristici ed atmosfere tipicamente americane. Nondimeno, per essere apprezzato appieno, l'album necessita di svariati ed attenti ascolti, soprattutto perchè le prime quattro tracce - che di solito scolpiscono le coordinate e la qualità di un qualsiasi lavoro nella mente dell'ascoltatore - non sono le più brillanti del lotto. Per dare un'idea generale, Benjamin R suona quella forma di rock cantautorale, profondamente legata alle origini della tradizione americana, con una grande ossessione per le chitarrone che permeano l'intero album e per l'arrangiamento di fino. Del resto Rob, come dicevamo, è un produttore, e si sente. Il risultato dell'impatto iniziale è quello che potrebbe risultare dall'incontro tra Daniel Wilde, Ric Ocasek, un Ryan Adams più votato all'american rock piuttosto che all'americana e, perchè no, un Eddie Vedder meno vicino ai rumori di Seattle. Ecco, immaginatevi quest'allegra combriccola impegnata in un esercizio AOR rock da modulazione di frequenza ed otterrete un paragone verosimile con The Other Side Of Nowhere.
Un disco che non colpisce subito il cuore ma che dopo qualche ascolto rivela tesori nascosti di assoluto valore. Tanto per citarne qualcuno: Time Is Running Out, che in un disco come questo risulta piuttosto atipica ma che, alla fine, risulta essere un grazioso girotondo infiocchettato da precisi arpeggi jangle; Fool Myself, che invece è un manifesto del modo di pensare e di scrivere di Benjamin R, fumosa, pensosa ed estremamente passionale alla maniera del tardo Tom Petty; la stralunata conclusione, affidata a The Hunger, costruita su un'acida drum machine e su bizzarre invasioni di sitar. Poi, quando per l'ennesima volta metti il cd nel lettore, ti accorgi che ballate come I Don't Need This Anymore sono meglio di molte similari produzioni mainstream. Che poi, tutto sommato, Quit e Tell Me I'm Wrong sono ottimi brani di powerpop cantautorale sospesi tra Pete Yorn, Adam Daniel, Jon Brion preso nel periodo Grays e Del Amitri, se tutto ciò può significare qualcosa. Che, in definitiva, il rispetto per chiunque produca musica a qualsiasi livello impone all'ascoltatore di non bocciare alcun lavoro alla prima occasione. Dare seconde, terze e quarte possibilità è un pregio e un punto d'onore. In cambio, scavando e portando pazienza, si trovano gioie che il pubblico di massa, famelico e frettoloso, precoce e anche un pò stupido, non scoprirà mai.