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Drakensberg: Escursione panoramica tra Sudafrica e Lesotho
Rivista numero 120 – Aprile 2014
Drakensberg – Escursione panoramica tra Sudafrica e Lesotho
Testo di Luca Maggini e Augusto Cosulich
Immagini di Luca Maggini
Geograficamente, la catena del Drakensberg costituisce lo spartiacque tra le scoscese e profonde valli del Sudafrica e l’altipiano del Regno del Lesotho orientale.
Gli Afrikaner hanno battezzato queste montagne “Drakensberg” (Montagne del drago), mentre gli Zulù prima di loro le chiamavano “uKhahlamba”, che si può tradurre con “bastione delle lance”. Ognuno a modo suo ha voluto descrivere l’aspetto accidentato ed allo stesso tempo mistico di questa regione montagnosa e selvaggia posta al confine tra due paesi dell’Africa australe. Geograficamente, la catena del Drakensberg costituisce lo spartiacque tra le scoscese e profonde valli del Sudafrica e l’altipiano del Regno del Lesotho orientale. Il Lesotho è un uno stato indipendente di appena 30.000 km2, popolato da poco oltre 2 milioni di abitanti ed enclave all’interno del territorio sudafricano. Su queste pendici hanno origine le sorgenti dei maggiori sistemi idrici del sub-continente: Tugela River, Orange River e Vaal River (Figura 1). Questi fiumi alimentano in acqua potabile diversi milioni di abitanti nelle regioni urbane attorno a Johannesburg, Pretoria e Durban, prima di dirigersi verso l’Oceano Indiano rispettivamente la Namibia ed l’Oceano Atlantico. La frontiera tra i due paesi forma una vera e propria scarpata (“Escarpment”), la quale presenta dei paesaggi morfologicamente assai diversi tra di loro. Mentre dalla parte del Lesotho si aprono numerose, ampie e sconfinate vallate che con le loro altitudini di 2.500-3.000 metri formano uno degli altopiani più elevati al mondo, dalla parte sudafricana si susseguono impressionanti strapiombi intervallati da valichi più o meno ripidi ed impervi che portano, mille metri più in basso, ad una delle zone collinose e verdeggianti più belle e panoramiche dell’intero paese. L’intera catena del Drakensberg misura più di 200 km di lunghezza da nord a sud (Figura 1).
Geologia:
Dal punto di vista geologico il continente africano rappresenta una delle regioni più vecchie e stabili della Terra, con l’eccezione della zona dei Grandi Laghi, nel Valle del Rift dell’Africa orientale. La placca tettonica sottostante l’Africa australe si è spostata relativamente poco e non ha subíto importanti fratturazioni interne negli ultimi 2 miliardi di anni. Questo ha permesso l’accumularsi ed il compattarsi di rocce molto diverse tra di loro, permettendo il raggiungimento di un eccezionale spessore della crosta terrestre. Ciò spiega l’elevazione media superiore ai 1.000 m sul livello del mare, che si raggiunge in pochi chilometri dopo essersi allontanati dalla costa. In altri continenti geologicamente più giovani, come è il caso di Europa o Nordamerica, si constata un’elevazione media molto inferiore (300-500 ms/m), all’infuori delle catene montuose. Questa è pure una delle principali ragioni per cui qui i terremoti sono evenienza molto rara e mai dirompente come in molte parti del nostro pianeta.
L’edificio montuoso del Drakensberg, malgrado l’aspetto molto frastagliato ed impervio, è composto da una geología assai semplice. In modo molto sintetico, la parte elevata è formata da una coltre di basalti (colate laviche superficiali) che può raggiungere il chilometro di spessore, testimonianza di un vulcanismo esteso che ha coperto una buona parte del continente circa 180 milioni di anni orsono. Le scure sagome montagnose che caratterizzano il Drakensberg sono soltanto ciò che rimane di queste impressionanti eruzioni solidificate, quella parte cioè del rilievo roccioso che ha resistito all’erosione. Al di sotto, vi si trovano rocce sedimentarie stratificate composte essenzialmente da arenarie ed argilliti, che raggiungono pure loro spessori di varie centinaia di metri. Le porzioni maggiormente friabili di questi sedimenti compattati hanno favorito la formazione di caverne, in seguito all’azione prolungata di vento ed acqua (agenti atmosferici).
Un paesaggio sconfinato dove la solitudine la fa da padrone
Nel Drakensberg, una volta lasciati i parchi nazionali (esistenti esclusivamente dal lato sudafricano!) con i loro sentieri abbastanza ben marcati e frequentati, si riescono a trascorrere vari giorni senza incontrare anima viva. Qui è raro pure imbattersi in costruzioni e manufatti, a differenza di quello che ci capita passeggiando per le nostre Alpi, dove testimonianze di attività umane storiche o recenti sono visibili con molta frequenza, per non dire praticamente ovunque. Una volta raggiunto l’altopiano del Lesotho invece, sono possibili incontri con pastori autoctoni, i cosiddetti Basotho (letteralmente «gente del Lesotho»). È gente semplice, timida e gentile, molto spesso analfabeta e che vive in modo piuttosto primitivo. In estate salgono verso gli alpeggi dell’altopiano con le greggi, prevalentemente composti da cavalli, pecore e mucche. E gli ometti di pietra? Ah, di quelli sì che ce n’è in abbondanza, però bisogna saperli intepretare, cercando di entrare nella testa di chi li ha costruiti. Frequentemente sono gli stessi pastori ad averli eretti, con lo scopo di orientare loro stessi e le loro greggi quando la nebbia ostruisce la visibilità, trovando ad esempio l’accesso alla “scarpata” senza rischiare di finire nel vuoto.
I rarissimi rifugi o bivacchi presenti si trovano in condizioni pietose, soprattutto se li confrontiamo alle nostre capanne alpine. Ovviamente senza guardiano, costituite da quattro semplici mura, un tetto sotto il quale cercare riparo dalle intemperie, brandine senza materassi, tavolo e sedie in legno. Niente di più. Ma appunto da questo trascende il fascino dei Drakensberg! Non raramente infatti, il ricovero più “lussuoso” è qualche caverna naturale.
In genere non c’è nessun tipo di infrastruttura (linee elettriche, dighe, villaggi) cui poter fare riferimento per orientarsi e nessuno in giro a cui chiedere indicazioni. È un immenso territorio, in buona parte ancora incontaminato, sul quale per spostarsi è indispensabile avere un buon senso dell’orientamento e dell’osservazione ma soprattutto un GPS, una bussola ed una buona base cartografica. Il parco Nazionale del Drakensberg mantiene edizioni regolarmente attualizzate di rilievi topografici alla scala 1:50.000, suddivisi in 6 cartine da nord a sud, che diventano compagni indispensabili per potersi muovere in totale libertà, autonomia e sicurezza.
Se nel Drakensberg ci si trova isolati dagli essere umani e dal mondo moderno, lo stesso non si può dire della fauna selvatica: sono infatti frequenti gli incontri ravvicinati con alci, varie specie di antilopi montane, babbuini, sciacalli, conigli selvatici e a volte pure serpenti velenosi. Chiaramente, trovandosi ben al di sopra delle praterie caratteristiche della “savana”, qui non si osservano i grandi mammiferi e predatori tali leoni, elefanti, rinoceronti, ecc., ossia tutti quegli animali che la nostra mente associa subito all’Africa!
Per terminare un breve cenno all’arrampicata su roccia, attività praticata ampiamente nel Drakensberg ma che si limita esclusivamente a quella tradizionale (alpinistica) e non sportiva.
Cenni storico-archeologici
Gli indigeni di questa parte del continente sono i Bushmen, etnía risalente alla terza ed ultima Età della Pietra (tra 25.000 e 15.000 anni fa). Essi furono nell’antichità i primi abitanti semistanziali della regione, restandovi per molti secoli. La loro vita di cacciatori-raccoglitori è testimoniata in diversi siti preistorici dove si possono ammirare numerose pitture rupestri. Le caverne naturali in cui vivevano contengono gli esempi meglio preservati di quest’arte antica. I coloni bianchi, inglesi e boeri, arrivati intorno al XVIII secolo, consideravano questi cavernicoli esseri pericolosi ed incontrollabili, anche a causa dei frequenti furti di bestiame che effettuavano nelle loro fattorie. Avvalendosi dell’appoggio del governo coloniale, nel corso degli ultimi due secoli li hanno attivamente perseguitati, stanati ed uccisi a fucilate, fino a provocarne l’estinzione.
Gita proposta:
Ho effettuato personalmente l’escursione che propongo qui di seguito molto recentemente e vi assicuro che, soprattutto se avrete fortuna con il tempo, non ve ne pentirete! È adatta a persone con una buona condizione fisica, combinata ad una efficace capacità di orientamento (sapersi localizzare agevolmente sulla cartina come pure uso di bussola e GPS) senza tuttavia richiedere particolari conoscenze tecniche d’alpinismo. Attenzione comunque, come ho già anticipato sopra non sempre il sentiero è visibile e ben segnalato, eccetto qualche omino di pietra qua e là. Se non si considera il tempo necessario per l’avvicinamento (5-6 ore in auto da Johannesburg, 4 circa per chi è in provenienza da Durban), sono 3 giornate di camminata intensi, dove si rimane in movimento dalle 8 alle 12 ore quotidiane (includendo varie pause spuntini e foto). È assolutamente necessario rendersi autonomi con tanto di tenda, materassino, sacco a pelo, cibo a sufficienza, fornello a gas, kit primi soccorsi, ecc. Da non sottovalutare pure le condizioni meteorologiche: essendo questa una ragione soggetta a frequenti precipitazioni (soprattutto nel periodo da ottobre ad aprile, corrispondende alla stagione delle piogge), è assolutamente primordiale munirsi di mantellina “poncho”. La neve non è un evento raro, pure in estate, soprattutto sull’altopiano e a quote superiori ai 2.500 metri, mentre durante la notte le temperature possono scendere regolarmente sotto lo zero, con raffiche di vento elevate che abbassano ulteriormente la sensazione termica.
L’intero percorso si svolge su territorio quasi totalmente vergine. La prima notte l’abbiamo trascorsa in un rifugio (Bannerman Hut) situato proprio sotto la “scarpata”, la quale è accessibile tramite l’omonimo passo, mentre la seconda in una grotta naturale formatasi nei basalti sottostanti il Mafadi Peak (con 3.450 m la cima più alta del Sudafrica!). Il percorso circolare è consigliato in senso orario, a causa del dislivello giornaliero da affrontare e della pendenza eccessiva del sentiero che scende dal Passo Leslie, il quale permette il ritorno al sottostante territorio sudafricano. Dopo un primo giorno caratterizzato da una salita progressiva e una lunga traversata a quote situate tra 2.200-2.400 ms/m, il secondo giorno lo si trascorre quasi interamente sull’altopiano del Lesotho. Come premio allo sforzo profuso, nel pomeriggio del terzo giorno si raggiungono gli stupendi “marble baths”, a 2-3 ore di marcia dal punto di arrivo. Quest’ultime sono stupende vasche naturali scavate nelle rocce sedimentarie. L’acqua è limpidissima (e potabile) e la temperatura gradevole nel caso di tempo soleggiato. In ogni caso, i muscoli delle gambe (e ciò che rimarrà delle articolazioni dopo l’estenuante discesa…) ringrazieranno per un bagno rinfrescante e rigenerante!
Ma ora lasciamo parlare da sole le immagini. Spero di aver stimolato la vostra curiosità così che qualcuno prima o poi avrà l’opportunità di scoprire queste bellezze in prima persona…
Conclusione
Il Drakensberg rappresenta tuttora un ambiente ampiamente incontaminato nel quale si possono svolgere attività di trekking e arrampicata in piena libertà. Pur essendo localizzato in un area remota del continente africano, l’accesso è reso agevole dalle buone infrastrutture presenti in Sudafrica. Allo stesso tempo bisogna essere coscienti che lassù si è davvero isolati e che qualsiasi emergenza che richieda immediato soccorso esterno può avere gravi consequenze e, se possibile, deve quindi essere evitata. Andiamo perciò nel Drakensberg con la la massima attenzione!
1 Qui vi è una delle più belle aree naturali rimaste su questo pianeta sovrappopolato / Qui si può ancora camminare per cinquanta miglia senza incontrare alcun altro essere umano / Ma si vedranno paesaggi stupendi e una gran ricchezza di animali e piante selvatiche / In aggiunta c’è alpinismo e arrampicata / E forse la più grande quantità di siti intatti con pitture rupestri / che si possa trovare al mondo in uno spazio equivalente (A.R. Willcox)
2 Sopra tutto questo si erge il Drakensberg stesso, senza tempo, distaccato, imperscrutabile, ma con una sua particolare bellezza selvaggia che tocca le corde del cuore. È un mondo di splendore indescrivibile e cangiante, un mondo di giganti di basalto che stanno ritti come sentinelle sul tetto del Sud Africa; un mondo di natura incontaminata, dove il richiamo dell’aquila marziale rompe il silenzio delle cime lontane, dove romba il tuono e i venti urlano tra le fenditure solitarie come draghi tormentati; dove giganteschi alberi “yellowwood” trascorrono in sogno il loro sonno antico in valli nascoste, e dove l’uomo, in tutta questa vasta solitudine, può trovare se stesso (R.O. Pearse)
Scheda tecnica
Tragitto:
Campo Injesuthi – Rifugio Centenary – Rifugio Bannerman – Bannerman’s Pass – Caverna Njesuthi Sommitale – Mafadi Peak – Leslie’s Pass – Marble Baths – Campo Injesuthi
Carta:
Hiking Map No.3: Giant Castle – Injesuthi
uKhahlamba Drakensberg Park – Ezemvelo KZN Wildlife
Punto partenza e arrivo:
campo Injesuthi a 1.440 ms/m
Quota massima raggiunta:
Mafadi Peak a 3.450 ms/m
Accesso:
da Johannesburg lungo l’autostrada N3 in direzione Durban; uscita Estcourt e continuare su strade secondarie (asfaltate ma non sempre in buone condizioni) fino al Campo Injesuthi; approssimativamente 450 km da percorre in 5-6 ore di automobile
Note:
attenzione i sentieri sono poco o non segnalati; equipaggiarsi con il necessario per accampare e cucinare, oltre ad abiti caldi ed impermeabili!
Primo Giorno
Dislivello in salita: 1.000 metri
Dislivello in discesa: 200 metri
Distanza coperta sulla carta: 16 km
Tempo approssimativo di marcia: 10 ore
Secondo Giorno
Dislivello in salita: 1.200 metri
Dislivello in discesa: 400 metri
Distanza coperta sulla carta: 14 km
Tempo approssimativo di marcia: 10 ore
Terzo Giorno
Dislivello in salita: 200 metri
Dislivello in discesa: 1.800 metri
Distanza coperta sulla carta: 20 km
Tempo approssimativo di marcia: 12 ore