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La storia del libro
Rivista numero 63 – febbraio 2009
La storia del libro
Di Danilo Pagnutti
In ogni tempo l’uomo ha sentito la necessità di comunicare con i suoi simili, trasmettendo messaggi, che potevano essere semplici segnali d’avvertimento o narrazioni di fatti e leggende. Quest’impulso diede dapprima origine alla scrittura pittografica con la sua rappresentazione d’entità riconoscibili, poi alla scrittura ideografica, nella quale il disegno non indicava piú l’oggetto puro e semplice, ma l’idea che esso suggeriva: per esempio, un piede non era piú solo una parte del corpo, ma poteva anche rappresentare l’idea di camminare o quella di calpestare qualcosa. Dalle prime due forme di scrittura se ne sviluppò una terza, detta analitica, i simboli della quale, chiamati lettere o caratteri, cominciarono ad esprimere foneticamente idee e nozioni.
La scrittura aveva però bisogno di un supporto, il piú antico dei quali fu probabilmente il legno. In effetti, originariamente la parola greca biblos e la latina liber significavano legno o, piú esattamente, corteccia d’albero. In seguito sumeri, assiri e babilonesi cominciarono ad usare tavolette d’argilla, sulle quali incidevano il testo usando lo stilo, piccolo strumento dalla punta triangolare, che diede origine alla scrittura cuneiforme. Le tavolette incise erano infornate e cotte prima d’essere lette, spedite o archiviate!
In seguito, si cominciò ad usare il midollo del papiro, pianta acquatica abbondante sulle rive del Nilo. Esso era estratto, tagliato ed allineato in strisce contigue, che venivano coperte con teli, inumidite, pressate ed esposte al sole. La superficie cosí ottenuta era dapprima spalmata con uno strato di colla, poi tagliata in fogli di una lunghezza compresa tra i 15 e i 17 centimetri. Per scrivere sul papiro si utilizzava il calamo, uno stelo di canna tagliato a punta ed intinto in un inchiostro fabbricato con nerofumo, acqua e nero di seppia. Piú tardi la canna fu sostituita da penne d’uccello. Il libro di papiro era formato da un cilindro attorno al quale erano arrotolati fogli di varia lunghezza. In media il rotolo era lungo dai sei ai dieci metri, ma poteva raggiungere lunghezze maggiori; infatti, il papiro piú lungo giunto fino a noi è quello detto di Harris, conservato nel Museo Britannico di Londra. Misura quaranta metri e cinquanta centimetri.
Per molto tempo gli egiziani detennero il monopolio del papiro, finché un giorno Eumene II, re di Pergamo, città dell’Asia Minore, decise di sottrarsi a questa egemonia. Volle che le pelli di capra, di montone, di vitello e di altri animali fossero sottoposte ad un trattamento che le rendesse elastiche in modo da poterle utilizzare come materiale scrittorio. Perciò, esse cominciarono ad essere raschiate, lavate in acqua corrente, seccate al sole, tese e lisciate. L’elastica e resistente pelle di Pergamo, la pergamena, divenne una formidabile concorrente del papiro, rispetto al quale aveva innegabili vantaggi: consentiva una manipolazione piú veloce ed un trasporto meno rischioso. Fu cosí che a poco a poco essa soppiantò la pianta del Nilo e divenne il principale supporto usato per tramandare il pensiero umano. In Grecia sorsero le prime biblioteche. Secondo Senofonte ad Atene vi erano persino delle librerie, luoghi nei quali i libri potevano essere non solo letti, ma anche acquistati. In Grecia furono redatti i primi testi di filosofia, poesia e teatro. Poi venne Roma, con le sue biblioteche sterminate. Seneca, nel suo Trattato sulla tranquillità dell’età, scrisse:
Che mi importa delle migliaia di libri, delle innumerevoli biblioteche? Solo per leggerne i titoli non basterebbe, ai loro proprietari, la vita intera. Ci sono libri che non servono a niente; non allo studio, comunque. Sono là solo per abbellire una sala da pranzo, una stanza da bagno, un tepidario. I libri sono diventati l’ornamento d’obbligo di ogni abitazione. I capolavori letterari vengono ricercati solo per guarnire pareti e muri.
Poi venne la carta. Secondo alcuni storici, essa cominciò a diffondersi in Europa verso la fine del 13° secolo, anche se era già nota in Sicilia e nel regno di Granada da almeno trecento anni. In realtà la storia di questo materiale scrittorio è molto piú antica: una leggenda cinese narra che, duecento anni prima di Cristo, un certo Mung Ciang, generale dell’imperatore Hoang Ti, fu punto da una vespa. Furibondo, l’illustre guerriero inseguí l’insetto fino al suo nido ma poi, dimenticando rabbia e dolore, si soffermò a contemplare il lavoro che la colonia stava compiendo: utilizzando mandibole e secrezioni, quegli insetti fabbricavano una specie di tela vegetale dall’aspetto omogeneo e robusto. Mung Ciang decise di imitare quel procedimento e, usando fibre ricavate da cortecce e muschi umidificati, riuscí a fabbricare una sostanza, sulla quale era possibile scrivere. Era l’antenata della carta! Tre secoli piú tardi Tsai Luen migliorò quella tecnica, utilizzando vimini e fibre ricavate dalla canapa e dal gelso. Vi incorporò ogni sorta di cascami tessili: abiti, corde, reticelle da pesca eccetera. Gli stracci erano macinati in enormi recipienti di pietra o di granito fino a diventare una massa pastosa. Le varie operazioni necessarie per trasformare gli stracci in carta furono descritte in un trattato custodito dai mandarini, alti funzionari cinesi. Per circa cinquecento anni l’arte della fabbricazione della carta fu monopolio della Cina, ma nel 610 fu introdotta in Giappone e, intorno al 750, nell’Asia centrale. Poi, nel 751 a Samarcanda gli arabi sconfissero i cinesi, i quali lasciarono sul terreno molti feriti. I vincitori li catturarono e li costrinsero a rivelare il segreto della fabbricazione della carta. In seguito schiavi cristiani, che lavoravano nelle cartiere arabe, appresero le tecniche della pasta cartaria e le importarono in Europa.
In un primo tempo, però, la carta svolse solo la funzione di surrogato della pergamena, accettabile unicamente quando il documento scritto non era destinato a durare. Fu quindi utilizzata per redigere brutte copie e lettere. Ancora nel 1231 l’imperatore Federico II proibí l’uso della carta nella redazione di atti pubblici. Nonostante le proibizioni, però, la carta continuò a guadagnare terreno. Nel Trecento, a Fabriano, operavano già numerosi cartai. Nel 1354 il famoso giurista Bartolo menzionò la nobile città della marca di Ancona, nella quale si producevano le carte migliori. Da Fabriano l’industria della carta si diffuse a Genova, Padova e Treviso, creando due poli in Liguria e nel Veneto dai quali la carta raggiunse tutta l’Europa.
L’avvento della stampa, a metà del 15° secolo, segnò la nascita del libro moderno. L’industria tipografica ebbe uno sviluppo rapidissimo. Si calcola che tra il 1450 e il 1500 furono stampati circa 20 milioni di libri, un numero elevatissimo soprattutto se si considera che l’Europa di allora non doveva superare i cento milioni di abitanti. La maggior parte di questi libri, circa il 77%, era in latino, il 7% in italiano, il 5-6% in tedesco, il 4-5% per cento in francese e poco piú dell’uno per cento in fiammingo. I testi religiosi erano quasi la metà del totale, seguiti da opere letterarie, classiche, medievali e contemporanee.
La rivoluzione industriale, introducendo sistemi di lavorazione della carta sempre piú efficienti e nuove tecniche d’elaborazione di testi e illustrazioni, permise al libro di raggiungere livelli qualitativi migliori ad un costo decisamente minore. Oggi, nonostante i progressi tecnologici nel campo della comunicazione e diffusione del sapere, ormai in gran parte affidate a supporti magnetici o a strumenti informatici, la funzione del libro quale testimone di memorie individuali o collettive, di esperienze umane e culturali di intere civiltà rimane tuttora insostituibile.
Fonti
Cuvelier, Fernand. Storia del Libro, Sugarco Edizioni, Milano, 1985.
Febvre, Lucien, e Martin, Henri-Jean. La nascita del libro, Editori Laterza, Roma-Bari, 2000.