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Non ci sarà nessuna soluzione federale volta a sgravare gli esercizi commerciali dalle pigioni per il periodo del lockdown. Lunedì era stato il Consiglio nazionale a dire no alla legge sugli indennizzi. Oggi anche il Consiglio degli Stati ha respinto l’entrata in materia per 30 voti contro 14 sul progetto del consiglio federale, elaborato in risposta a due mozioni simili trasmesse dalle camere federali lo scorso giugno. Il disegno di legge è quindi definitivamente tramontato.
Se la maggioranza delle due camere avesse accettato il testo, i gestori degli esercizi commerciali avrebbero pagato il 40% della pigione dovuta per tutto il periodo di chiusura forzata decisa in primavera dal governo. Tale soluzione avrebbe coperto fino a un massimo di 20 mila franchi di affitto mensile. Per le pigioni comprese tra 15 e 20 mila franchi, le parti - affittuario e proprietario - avrebbero potuto decidere di derogare a tale regola. La proposta di legge, inoltre, prevedeva anche che i locatori avrebbero potuto chiedere un indennizzo alla Confederazione nei casi di rigore.
Secondo la commissione parlamentare, il testo avrebbe creato incertezza giuridica intervenendo nei rapporti contrattuali tra privati e per giunta in modo retroattivo. In ballo, secondo molti, vi erano anche i principi costituzionali di non retroattività e della sicurezza della proprietà. Era anche il timore del consigliere federale Guy Parmelin che non ha nascosto lo scetticismo del consiglio federale su questo dossier. Il ministro dell’economia ha ricordato che esiste pure sempre la possibilità per le parti coinvolte di mettersi d’accordo bonariamente o di ricorrere alla legge Covid per i casi di rigore. A tale riguardo il governo ha promesso un miliardo di franchi, di cui 680 milioni a carico della Confederazione e 320 dei Cantoni. La discussione su questo dossier è in corso.
«La scorsa primavera, come sezione ticinese dell’Associazione svizzera degli inquilini (Asi), ci eravamo fatti promotori di una richiesta al consiglio di stato per compensare, in parte, le pigioni a carico dei commercianti alle prese con il lockdown. Alla luce della decisione delle camere federali di bocciare la legge a livello nazionale, la richiesta di allora è ancora più di attualità». Così Adriano Venuti, presidente dell'Asi della Svizzera italiana. Ricordiamo che il modello preso a riferimento era quello adottato autonomamente dal Cantone di Ginevra sempre la scorsa primavera: un terzo della pigione a carico dell’inquilino, un terzo a carico del proprietario e un terzo lo avrebbe rifuso lo Stato. «È vero che alcuni Comuni, con i locali commerciali di loro proprietà, sono venuti incontro ai loro inquilini condonando parte della pigione. Non è avvenuto però per tutti. I piccoli commercianti, ma anche bar e ristoranti, inoltre, sono stati quelli più colpiti dalle decisioni di chiusura e un aiuto in questo senso sarebbe stato ben accetto», continua Venuti che fa notare che «nelle ultime settimane si sta vivendo un altro lockdown, questa volta mascherato». «Invitando le persone a non uscire, di fatto si penalizzano le attività commerciali senza però ordinare vere e proprie chiusure. In questo modo le autorità si deresponsabilizzano», conclude Venuti.
Da parte del consiglio di Stato ticinese non sembra esserci preclusione su questi aspetti. «Il Governo ha già risposto al Gran Consiglio a seguito di una mozione sul tema. Attualmente si sta lavorando al sistema dei casi di rigore che permette d’intervenire anche con contributi a fondo perso nei settori più colpiti dalla pandemia», ci dichiara Christian Vitta, consigliere di Stato e direttore del Dfe. «A questo proposito, nelle prossime settimane verrà licenziato un messaggio. Questi aiuti, che possono assumere anche la forma di fondo perso, potranno contribuire a coprire anche i costi fissi, tra cui può rientrare anche il costo dell’affitto. Nel frattempo si è anche appreso che in vari casi proprietari e inquilini hanno trovato degli accordi bonari sull’importo dell’affitto», aggiunge Vitta.
Il partito socialista e l’Associazione svizzera degli inquilini rilanciano comunque il tema del rimborso degli affitti in Ticino con una petizione online nei confronti del Gran Consiglio. Lo scorso 20 aprile la deputata al gran consiglio Anna Biscossa aveva presentato per conto del partito socialista una mozione che chiedeva al Ticino di agire, versando ai proprietari degli immobili la metà dell’onere dell’affitto (spese escluse) e invitando la Catef, la Camera ticinese dell’economia fondiaria a incoraggiare i proprietari, quando possibile, a fare un passo a favore di queste categorie di inquilini, rinunciando a loro volta alla metà dell’affitto dovuto. Il Consiglio di Stato - si legge in un comunicato a firma di Anna Biscossa, dei due copresidenti Laura Riget e Fabrizio Sirica, del capogruppo Ivo Durish, dai due deputati federali socialisti (Marina Carobbio agli Stati e Bruno Storni al Nazionale) e da Andriano Venuti (Asi) - aveva però rimandato a una soluzione a livello nazionale. Con la bocciatura si riapre la possibilità di una soluzione cantonale sulla falsariga di quanto già avvenuto in altri Cantoni. A oggi sarebbero sei i cantoni che hanno messo a punto la scorsa primavera dispositivi di aiuto (Vaud, Ginevra, Friburgo, Neuchâtel, Basilea Città e Soletta. Secondo l’Ufficio federale dell’abitazione ci sarebbero altri cinque cantoni (Vallese, Berna, Basilea Campagna, Appenzello Interno e anche i Ticino) che stanno pensando a misure di sostegno. “Questa misura, sostenuta anche dall’Associazione degli inquilini, porterebbe una
boccata di ossigeno alle piccole imprese e agli indipendenti”, conclude il comunicato.