Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01128.jsonl.gz/1412

In una sentenza del 15 marzo 2012, il Tribunale d’appello ha ribadito che la fine della vita in comune non preclude ai coniugi il diritto di conservare – per quanto possibile – il tenore di vista precedente è vero. Un coniuge non va quindi tenuto, di regola, a intraprendere o a estendere un’attività lucrativa se il bilancio familiare consente di finanziare due economie domestiche separate, nonostante le restrizioni imposte dalle circostanze. In particolare, ai fini di una procedura a tutela dell’unione coniugale si tiene conto della suddivisione dei ruoli da loro assunta durante la comunione domestica, non di quella ch’essi avrebbero assunto in un futuro ormai senza oggetto (la vita in comune essendo venuta a mancare).
Come già rilevato in un precedente articolo, nell’ambito di misure a protezione dell’unione coniugale si può pretendere che un coniuge riprenda o estenda un’attività lucrativa a condizione che non sia possibile attingere all’eccedenza mensile o – almeno provvisoriamente – a sostanza accumulata durante la vita in comune, che i mezzi a disposizione (compresi quelli della sostanza) non bastino a finanziare due economiedomestiche separate nonostante le restrizioni imposte dalle circostanze e che la ripresa o l’estensione di un’attività lucrativa da parte del coniuge interessato sia compatibile con la situazione personale di lui (età, stato di salute, formazione professionale e così via), come pure con la situazione del mercato del lavoro. Le tre condizioni sono cumulative.
Nella medesima sentenza, la massima istanza cantonale ha pure sottolineato che nell’ambito di un abituale diritto di visita (di norma, un fine settimana su due) il genitore non affidatario deve provvedere mediamente a un pranzo e a una cena la settimana, senza che ciò giustifichi – per principio – diminuzioni del contributo alimentare a suo carico. Quando il diritto di visita viene esercitato in modo sostanzialmente più esteso, occorre tener conto delle minori spese per vitto che il coniuge affidatario deve assumersi. Ai fini del caso concreto, occorreva quindi tener conto del fatto che la moglie provvedeva al vitto delle figlie unicamente nella misura del 60%, mentre che il marito (o i suoi parenti) ne assicurano il restante 40%.
Nel fabbisogno di un coniuge occorre tener conto del contributo al terzo pilastro, così da precludergli la possibilità di conservare il livello di vita anteriore, anche dal punto di vista previdenziale, quando il bilancio familiare è agevolmente in grado di sopportare tale l’onere mensile