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La guerra in Ucraina comporta delle ripercussioni sulla produzione e sul commercio di grano. Quali le conseguenze sul suo prezzo e con quali effetti per i paesi importatori?
L’Ucraina, così come la Russia è, anche storicamente, un importante paese produttore di grano e di altri prodotti agricoli, come mais e semi di girasole che vengono per lo più esportati in Africa e in Medio Oriente. L’invasione russa, oltre agli effetti sul prezzo del petrolio e del gas, ha comportato un blocco nell’esportazione di questa derrata, mettendo a rischio paesi particolarmente dipendenti dalla produzione ucraina come la Somalia, il Libano, la Tunisia e l’Egitto. Secondo stime internazionali, 400 milioni di persone sono potenzialmente toccate da questa crisi agricola, già aggravata dalle siccità avvenute in più paesi. Come prima conseguenza diretta si registra un netto rincaro del grano sul mercato internazionale.
Secondo la teoria economica, in un contesto di libero mercato i prezzi si formano attraverso l’interazione fra la domanda e l’offerta. Questa teoria ci permette di comprendere l’evoluzione recente del prezzo del grano? In che modo, allora, la guerra in Ucraina ha modificato la domanda e l’offerta di questo bene?
Allo stesso tempo, in più paesi europei, Svizzera inclusa, è stato riscontrato un aumento dei prezzi delle paste alimentari. Si tratta di una conseguenza indiretta delle tensioni sul mercato internazionale del grano o vi sono anche altri fattori? Ne abbiamo discusso con Marzio Minoli, giornalista RSI e presentatore del programma televisivo Tempi moderni.
Pietro Nosetti: Il mercato internazionale del grano può essere considerato concorrenziale? Detto altrimenti, il prezzo del grano risulta dall’interazione fra la domanda e l’offerta? Quali altri fattori permettono di spiegare l'andamento delle quotazioni dei cereali?
Marzio Minoli: Sicuramente l’interazione tra domanda e offerta gioca un ruolo importante. Dal mio punto di vista ci sono almeno due elementi importanti da tenere in considerazione che possono interagire in questo equilibrio. Il primo è che il grano è un prodotto agricolo, quindi la quantità disponibile sul mercato non è completamente sotto il controllo dei produttori. Ci sono elementi esogeni che possono condizionare questa produzione, su tutti il clima, il quale appunto non può essere controllato dagli operatori, contrariamente ad esempio al petrolio, un mercato nel quale chi produce decide anche la quantità di bene a disposizione. Quindi se la domanda rimane pressoché costante, l’offerta può variare inaspettatamente. E questo incide sul prezzo. In secondo luogo, a determinare i prezzi c’è anche un elemento finanziario. Infatti, le aziende si proteggono utilizzando i «futures», strumenti che permettono di fissare oggi il valore di un bene che sarà fornito in un secondo tempo. Fino a metà maggio le aspettative di una forte diminuzione dell’offerta di grano, a causa della guerra, hanno portato questi «futures», quindi il prezzo del grano, a salire in modo esponenziale; e ad operare con questi strumenti non erano solo operatori che effettivamente commerciano in cereali, ma anche soggetti puramente finanziari. Poi, a metà maggio, ci si è accorti che la Russia stava esportando più grano di quanto non facesse prima della guerra, ecco quindi che i timori di scarsità si sono ridimensionati e il prezzo è sceso di più del 30%.
Quali effetti, diretti e indiretti, ha avuto la guerra in Ucraina sulla domanda e l’offerta a livello internazionale?
Gli effetti diretti sono stati un’iniziale riduzione dell’offerta di grano. Ma come abbiamo detto, le infrastrutture russe e il clima favorevole non ne hanno condizionato l’esportazione. A questo aggiungiamo gli accordi tra Russia e Ucraina per il trasporto attraverso il Mar Nero, in precedenza bloccato a causa della guerra. La produzione russa, secondo le statistiche FAO, conta per l’8,1% a livello mondiale, mentre quella ucraina per il 3,1%. L’offerta di grano non è compromessa, quindi domanda e offerta si sono riequilibrate, parzialmente, facendo tornare i prezzi ai livelli pre-guerra. Tra le conseguenze dirette possiamo anche citare il rischio di una crisi alimentare per quei paesi che dipendono molto da Russia e Ucraina per il loro fabbisogno. Tra questi l’Egitto, con l’82% di grano dai due paesi. Peggio sono messi Benin e Somalia, che dipendono interamente da Russia e Ucraina. Gli effetti indiretti li abbiamo visti sul prodotto finito, quindi i farinacei a base di grano, che sono rincarati. Il ribasso del prezzo del grano, del quale abbiamo parlato in precedenza, non si riflette immediatamente sul prodotto finito. E al momento, siccome si tratta di beni di consumo primari, contribuisce anche ad alzare il tasso d’inflazione.
L’aumento dei prezzi delle paste alimentari in più paesi europei è una conseguenza della tensione internazionale sul mercato del grano? Vale anche per la Svizzera?
Non solo. Il prezzo della pasta dipende da molti fattori. Il grano come materia prima sicuramente incide ma non bisogna dimenticare gli effetti dell’aumento dei costi energetici. Infatti, la filiera del grano è articolata. Si parte dagli importatori, si passa dai mulini, che devono produrre la farina, poi dai panettieri fino ad arrivare al supermercato. Ognuna di queste categorie deve fare i conti con i rincari, soprattutto energetici, che possono essere più o meno incisivi. Inoltre la pasta è più a rischio di altri prodotti in quanto molto energivora nella sua lavorazione. Deve essere idratata, impastata, trafilata, essiccata e raffreddata. Ecco, quindi, che il prezzo finale ne risente. La situazione in Svizzera è diversa. L’aumento rispetto ad altri paesi è stato più contenuto in quanto, stando a quanto affermano alcune associazioni di categoria, la guerra in Ucraina, con le incertezze sulle forniture di grano, non è un problema. Infatti la Svizzera è in buona parte autosufficiente e quello che importa lo riceve da altri paesi come Austria, Germania e Canada. L’aumento dei prezzi è dovuto dunque principalmente ai costi dell’energia ma anche ad un raccolto non particolarmente felice da noi. La Svizzera inoltre non è particolarmente confrontata con problemi di scarsità, anche perché ha studiato un sistema di gestione centralizzata, Reserve Suisse. Senza dimenticare l’obbligo di scorte per le derrate di prima necessità. Attualmente quelle di grano duro e tenero coprono il fabbisogno di quattro mesi.
Marzio Minoli, economista aziendale, vanta un’esperienza trentennale nel mondo della finanza, prevalentemente nella consulenza finanziaria per il settore bancario e fiduciario in Svizzera e all’estero. Dal 2011 è giornalista e dal 2013 si occupa di economia per la Radio Televisione Svizzera di Lingua Italiana principalmente in ambito radiofonico. Oltre a questa attività è conduttore del magazine economico della RSI Tempi Moderni e collabora, sempre per temi economici, con il settimanale Azione.
Il modulo affronta concetti di base come la formazione dei prezzi sui mercati, l'equilibrio, la domanda e l'offerta, il guadagno dello scambio e l'efficienza del mercato.
Il modulo «Tendenze congiunturali» tratta della situazione economica del momento e delle sfide economiche in Svizzera e all’estero.
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