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A dieci anni dalla firma dell'accordo globale tra banche svizzere e organizzazioni ebraiche lo storico Sacha Zala, a colloquio con swissinfo, analizza le conseguenze del dibattito sulla storia della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale.
Negli anni Novanta la Svizzera si trovò al centro di forti pressioni internazionali a proposito del suo ruolo durante la guerra. Nei media nazionali e internazionali si sviluppò un ampio dibattito sulla storia recente del paese.
Per gli storici svizzeri, quel dibattito ebbe senza dubbio il merito di far conoscere a un ampio pubblico i risultati delle loro ricerche, in molti casi iniziate già anni prima. Li espose però anche a feroci attacchi.
A distanza di un decennio, il giudizio su quegli anni non può essere che ambivalente, spiega Sacha Zala, docente di storia contemporanea all'Università di Berna.
swissinfo: Dieci anni fa lei stava lavorando alla sua tesi di dottorato. Alcuni risultati delle sue ricerche furono ripresi dai media e alimentarono il dibattito sul rapporto della Svizzera con la propria storia. Come ricorda quel periodo?
Sacha Zala: È stato un periodo ambivalente. Da una parte c'era un forte interesse per i risultati della ricerca storica e questo era senza dubbio stimolante e gratificante. D'altro canto c'era una forte pressione mediatica sugli storici, una pressione talvolta insopportabile.
Si era creata una situazione in cui ogni parola che noi dicevamo aveva una valenza politica. La frase detta un giorno poteva comparire il giorno dopo sul New York Times, magari estrapolata dal suo contesto. Il fatto di essere spesso avvicinati dai media era anche fonte di stress, impediva di lavorare serenamente.
Credo che di riflesso la mia generazione di storici abbia assunto in seguito delle posizioni storiografiche molto più defilate, più legate a un'interpretazione rigorosa dei criteri della ricerca storica, rispetto alla generazione precedente, quella per intenderci dell'histoire engagée, che aveva assunto un ruolo più apertamente politico.
swissinfo: Il dibattito sulla storia della Svizzera nella Seconda guerra mondiale prese avvio in relazione al tema dei fondi in giacenza. In quel contesto si poneva anche la questione dei risarcimenti. Che cosa comportò quella costellazione per la ricerca storica?
S.Z.: Anche su questo ho una visione piuttosto ambivalente. Da un lato il dibattito sui fondi in giacenza e su altre questioni legate al tema dei risarcimenti ha permesso di aprire le nostre analisi alla prospettiva delle vittime, ai percorsi biografici individuali all'interno della grande tragedia europea.
D'altro canto, il dibattito su questi temi ha assunto sin dal principio una connotazione giuridica. E questo è un nesso fatale per la storia, perché le logiche e i giudizi storici non sono logiche e giudizi di tipo giuridico. Negli anni Novanta il lavoro degli storici è stato usato in modo improprio per un dibattito giuridico e politico sulla questione di risarcimenti.
Non è un caso che la firma dell'accordo globale abbia messo fine abbastanza rapidamente all'interesse internazionale per la storia svizzera. Dopo l'accordo, la commissione Bergier ha potuto lavorare con relativa calma, cosa che in precedenza era quasi impossibile.
swissinfo: A distanza di dieci anni, si può dire che il dibattito su Svizzera e Seconda guerra mondiale abbia cambiato il ruolo degli storici nella società elvetica? E se sì, in che modo?
S.Z.: In generale negli ultimi vent'anni si è assistito a un declino del ruolo e dello status sociale degli storici. È nata tutta una galassia di discipline, come per esempio le scienze politiche, che hanno occupato molte posizioni tenute in passato dagli storici, per esempio all'interno dell'amministrazione federale.
Ciò si spiega anche con le ripercussioni della storiografica critica sviluppatasi negli anni Settanta sull'immagine degli storici. Questa storiografia ha messo in discussione il ruolo tradizionale degli storici quali fornitori di legittimità allo Stato, ha criticato la vicinanza degli storici al potere.
Il dibattito degli anni Novanta può essere letto anche in questo contesto. Se fin dall'Ottocento gli storici avevano fornito un supporto allo Stato nazionale, negli anni Novanta apparivano quasi come "traditori della patria", come catalizzatori degli attacchi provenienti dall'estero.
swissinfo: Ma non ci sono stati anche effetti positivi del dibattito, per esempio sull'insegnamento della storia contemporanea?
S.Z.: Certo, c'è stato un risveglio di interesse per la storia svizzera contemporanea. Gli effetti più positivi si vedono nella scuola. Direi che negli ultimi dieci anni le conoscenze della storia della Svizzera durante la guerra sono migliorate parecchio fra gli studenti.
C'è stata una presa di coscienza dell'importanza di quel periodo storico e sono stati creati anche mezzi didattici che hanno facilitato il lavoro degli insegnanti.
swissinfo: E che ne è della sensibilità dello Stato per la storia contemporanea? Se oggi dovesse ripetersi un dibattito analogo a quello degli anni Novanta, come reagirebbe la Svizzera ufficiale?
S.Z.: Su questo punto il mio giudizio non può che essere negativo. Credo che lo Stato reagirebbe oggi in maniera molto più illiberale di quanto abbia fatto dieci anni fa, rendendo più difficile l'accesso agli archivi e tornando a forme di ostruzionismo della ricerca storica.
La maniera con cui il Consiglio federale ha reagito pochi anni fa nell'ambito delle ricerche sul rapporto tra la Svizzera e il regime dell'apartheid in Sudafrica è scandaloso. Per timore di una causa collettiva contro alcune aziende elvetiche, il governo ha deciso di impedire l'accesso a documenti d'archivio che in base alla normativa federale dovevano essere liberamente accessibili.
Del resto, l'Archivio federale di Berna è dotato di risorse finanziarie molto limitate. Fra gli archivi di Stato dei paesi democratici è forse quello con gli orari di apertura più brevi! Eppure la Svizzera è un paese che non dovrebbe vergognarsi del suo passato, un passato con forti tradizioni democratiche nonostante alcune zone d'ombra nell'epoca dei totalitarismi.
Intervista swissinfo: Andrea Tognina
L'accordo del 1998
Nell'agosto del 1998 le due grandi banche svizzere UBS e Credit Suisse conclusero un accordo con le organizzazioni ebraiche. L'accordo prevedeva il versamento di 1,25 miliardi di dollari in favore dei superstiti dell'Olocausto e dei loro eredi.
I grandi istituti finanziari elvetici erano accusati di non aver permesso agli eredi dei titolari di conti in giacenza di ricuperare i fondi che i loro familiari avevano depositato prima di finire nei campi di concentramento.
Con l'accordo del 1998 il settore bancario svizzero, le industrie svizzere e tutti gli organismi statali furono esonerati da ulteriori rivendicazioni nei loro confronti, relative al periodo del secondo conflitto mondiale.
Documenti aperti e sotto chiave
Nel dicembre del 1996, mentre infuriavano le polemiche sul ruolo della Svizzera nella Seconda guerra mondiale, il governo elvetico creò una commissione indipendente di esperti incaricata di far luce sulle vicende controverse di quegli anni. La presidenza della commissione fu affidata allo storico Jean-François Bergier.
La commissione Bergier ottenne per decreto la facoltà di consultare tutti i documenti pubblici e privati necessari ai fini delle sue ricerche.
Nel 2000 il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica ottenne dal Consiglio federale il mandato di indagare le relazioni tra la Svizzera e il Sudafrica durante gli anni dell'apartheid. In quel caso però, il mandato si limitava alle fonti pubbliche. Le porte degli archivi privati rimasero in ampia misura chiuse.
Il mandato fu reso ancora più restrittivo dopo che nel 2002 un gruppo di vittime dell'apartheid aveva avviato una causa collettiva contro alcune imprese elvetiche. Nell'aprile del 2003 il governo decise di chiudere alla ricerca tutti i documenti a partire dal 1960 che contengono il nome di ditte svizzere e straniere che hanno avuto relazioni d'affari con il Sudafrica.
La Legge federale sull'archiviazione del 1998 prevede che i documenti dell'amministrazione pubblica siano liberamente consultabili dopo 30 anni. Il governo può tuttavia vietare la consultazione di determinati documenti, per un periodo di tempo limitato, anche dopo la scadenza del termine se vi è «un interesse pubblico o privato preponderante».
Sacha Zala
Sacha Zala ha studiato storia, scienze politiche e diritto costituzionale
all'università di Berna e all'università del North Carolina a Chapel Hill. È Oberassistent all'istituto di storia dell'università di Berna e vicepresidente della Società svizzera di storia.
Nel corso dei suoi studi si è occupato in particolare di questioni storiografiche, di politica internazionale, di storia svizzera e di storia del fascismo.
Nel 1998 ha pubblicato il volume Gebändigte Geschichte (storia imbrigliata), edito dall'Archivio federale di Berna, in cui analizza i tentativi del governo svizzero di intervenire sulla ricerca storica nel secondo dopoguerra per impedire rivelazioni dannose per la neutralità elvetica.