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Dove ci ha portato l'evoluzione della scienza
a cura di Alessandro Bertolini
L'organizzazione mondiale della sanità (OMS) afferma che la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.
Negli ultimi due secoli la medicina ha fatto passi da gigante nella sua evoluzione verso una scienza moderna.
Essa ha generato, assieme al miglioramento della nutrizione, della conservazione degli alimenti, dell'igiene sociale della popolazione, dell'istruzione e delle conoscenze tecniche, un allungamento della vita media della razza umana.
Non so quale sia il vero responsabile di tanto guadagno, diciamo che viviamo più a lungo grazie a un mix di eventi tutti tra loro correlati.
Il primo passo verso una modernizzazione dell'atto medico lo ha fatto la chirurgia di guerra.
Nella guerra di Crimea del 1853-56, Florence Nightingale inventò la figura assistenziale dell'infermiera, con lo scopo di prendersi cura dei feriti, per lo più affetti da traumi da scoppio. Da allora le conoscenze chirurgiche militari hanno permesso il rattoppo sartoriale della normale anatomia umana e con l'ausilio delle tecniche di amputazione la medicina di guerra ha ridato una possibilità di vita ai soldati feriti. L'800 è stato un secolo di guerre e di crescita di questo aspetto chirurgico, che ha permesso alle guerre del 900 di avere uno specifico supporto assistenziale sanitario e di aprire le porte soprattutto alla chirurgia civile.
Tutti i vantaggi delle nuove conoscenze chirurgiche tuttavia si scontravano con il fattore infettivo, che ha finalmente mostrato un cambiamento di tendenza con la scoperta della penicillina di Fleming nel 1928 e dei Sulfamidici nel 1935.
La nostra medicina moderna, mix di chirurgia e farmacologia, passa definitivamente dalla fase pionieristica a quella attuale negli ultimi 50 anni del 900. Questa è la medicina che ha cambiato la qualità dell'esistenza umana in occidente.
Altro cardine della nostra evoluzione verso uno stato di salute coincidente con quello declinato negli anni '70 dall'OMS, è stato l'uso sistematico delle vaccinazioni. Malattie infettive epidemiche, che un tempo mietevano vittime e lasciavano tra i guariti reliquati permanenti e invalidanti, si pensi alla poliomielite, sono passati nei libri di storia grazie all'arrivo delle vaccinazioni di massa. Questa pratica medica oggi non si è esaurita, anzi evolve in conoscenze, perché le pandemie più pericolose si debellano, ma altre compaiono all'orizzonte. Vacciniamo addirittura contro l'epatite virale ma non siamo ancora pronti per controllare l'AIDS.
Mai come oggi il divario tra mondo ricco e terzo mondo risulta così demarcato, se lo si osserva con l'occhio del bisogno salute. Noi ricchi occidentali ormai abbiamo superato o teniamo sotto controllo le patologie epidemiche e ci stiamo dedicando alle morbilità da usura, per intenderci le patologie cardiovascolari e i tumori, tematiche del tutto assenti in un terzo mondo sempre più simile all'Europa pre rivoluzione industriale. Oggi la nostra medicina produce benessere, perché ha perfezionato la trapiantologia, ripara i vizi vascolari e cardiaci, cura il cancro, corregge i difetti della vista, insomma ogni tecnologia medica porta un valore aggiunto in sopravvivenza e qualità di vita, che non si limita al singolo ma ha una ricaduta sull'intera società.
Una popolazione sana è più produttiva, più attiva, ha un impatto diretto sul PIL e costa meno, rispetto alle pandemie di un tempo, che mietevano vittime e abbattevano le produzioni agricole e artigianali per scomparsa di manodopera. Quello che non faceva un'epidemia poi lo faceva la carestia successiva. L'umanità per secoli è cresciuta e retrocessa in quantità per questo continuo alternarsi di difficoltà insormontabili.
Quando malattie e carestie non erano presenti, allora ci pensavano gli eserciti ad impoverire una società, con razzie, pulizie etniche, violenze e poi malattie, che innescavano pandemie e carestia per rinnovare il ciclo. C'era una sorta di valvola nascosta a regolare le difficoltà del poco benessere dell'umanità.
Oggi il mondo occidentale, che ha pagato almeno un tributo di 30 milioni di morti con la seconda guerra mondiale, vive in un paradiso e si confronta con una vecchiaia che è raggiunta non in modo sporadico ma pressoché totale. Il longevo non fa più notizia, se non arriva ad un'età a tre cifre. Certo questo vivere di più e a lungo innesca bisogni differenti, accende costi sociali che prima non si avevano, per esempio servono più ricoveri per anziani e più pensioni, che devono essere erogate per un periodo mediamente più lungo. Ovunque si registra un invecchiamento medio della popolazione a fronte di una natalità diminuita per esigenze lavorative o economiche. Questa nostra sanità del benessere riduce il numero di figli nelle famiglie e vede l'aumento del numero degli anziani e del bisogno di servizi sociali.
È come se il nostro benessere producesse, come effetto non voluto, problemi di difficile soluzione, perché costosi e direttamente impattanti sulle finanze dello stato. Ecco perché si allunga l'età lavorativa, si cercano modelli d'assistenza della terza età, compatibili con una società di servizi, che deve rendere al massimo per mantenere quella quota parte in quiescenza che non produce più nulla e che diventa sempre più numerosa e onerosa.
Sono necessità di cura e d'organizzazione, sono necessità che devono essere soddisfatte in modo attuale e non procedere secondo l'improvvisazione di regole annuali di sistema, scritte per tamponare la scarsità di risorse. Questa è la difficoltà che meno sappiamo gestire. Il benessere del singolo ha poi come rovescio negativo l'ingenerare della certezza di poter conseguire un'immortalità, mediata dalle conoscenze mediche e dalla tecnologia che ruota attorno alla salute.
Non si crede più nella morte, le rianimazioni tengono in vita con strumenti tecnologici persone che altrimenti non vivrebbero, i trapianti ridanno vigore a chi per natura non lo avrebbe, la tecno medicina è vista come fonte di eterna giovinezza. Niente di più fasullo, perché negli ultimi cinquant'anni abbiamo solo allungato la vita media, teso un poco oltre l'elastico delle nostre opportunità, ma l'impossibile non sarà mai raggiunto.
In un periodo di crisi economica questo modello di benessere entra in crisi non più per una pandemia o una carestia, ma per i costi che esso ingenera e richiede interventi collettivi ragionati, che non devono passare sotto le forche caudine di un'insipiente spending review. Deve essere un atto collettivo, un patto civile tra responsabili, che capiscano le difficoltà e i cambiamenti e senza ricorrere a insulse demagogie mettano in essere un piano di lungo respiro.
Il nostro è un grande paese che deve saper investire nel suo futuro.
Alessandro Bertolini, direttore SC Oncologia Medica, Direttore DIPO XV della Provincia di Sondrio