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Il solco di Patrick Fischer e l'ora della verità
Dieci anni fa, Patrick Fischer era l’assistente di Sean Simpson ai Mondiali di Stoccolma. Partì per la Svezia con in tasca un contratto da allenatore del Lugano. Tornò a casa con una medaglia d’argento. Mai avrebbe immaginato che tre anni dopo, esonerato dal club bianconero per i mancati effetti della sua rivoluzione, sarebbe stato lui a guidare la Nazionale alla rassegna iridata di Mosca 2016. E a condurla a un altro argento, nel 2018 a Copenaghen. Oggi a Riga, dopo le recenti (e cocenti) delusioni mondiali (tre eliminazioni consecutive ai quarti di finale, due delle quali da favorita), la sua Svizzera vuole ricominciare a scrivere pagine di storia. Negli anni, Fischer ha portato avanti le sue idee con coerenza, al di là dei risultati, correggendo il tiro dopo le involuzioni che hanno contraddistinto le stagioni della pandemia. Ma un’altra eliminazione precoce, oltretutto contro una squadra di «fascia media» come la Germania, rimetterebbe tutto in discussione. Sì, questa è l’ora della verità.
Il primo Mondiale di Fischer, nel 2016, fu un disastro. Compromesso dai k.o. con Kazakistan e Norvegia, il torneo si chiuse con un bilancio di 2 vittorie e 5 sconfitte. L’anno dopo, a Parigi, le cose andarono meglio: arrivarono due successi di prestigio contro Canada e Cechia, il secondo posto di gruppo e un’onorevole eliminazione ai quarti contro la Svezia. La mossa successiva di «Fischi» fu quella di cancellare quel senso di appagamento tipico della nostra Nazionale. Una sconfitta onorevole era pur sempre una sconfitta. E Patrick voleva di più. Credeva nelle potenzialità della squadra, nel talento delle nuove generazioni. Voleva un hockey propositivo e coraggioso. Iniziò a parlare di medaglie. Alle Olimpiadi di Pyeongchang andò tutto storto e quei proclami gli si ritorsero contro. Tre mesi dopo si prese la rivincita, arrivando a un rigore dall’oro mondiale. Sul piano dei risultati, quello di Copenaghen è stato l’unico vero exploit di Fischer. Per il resto, solo dolorose eliminazioni. Eppure, il solco tracciato dal 48.enne è profondo. Con lui o senza di lui, l’hockey svizzero non potrà più tornare a un hockey difensivista e passivo. Non lo accetterebbero i tifosi, gli osservatori e soprattutto i giocatori. Niente «Pic e pala» se ci sono Nico e Fiala. Fischer gode di buona stampa ed è amato dallo spogliatoio. Tutti gli riconoscono la capacità di «fare gruppo». Le stelle di NHL, salvo infortuni o ragioni contrattuali, sono sempre pronte a salire sul primo aereo dopo una lunga stagione oltre oceano. La nostra credibilità è talmente cresciuta che oggi in molti danno la Svizzera favorita per l’oro. Un’esagerazione. Una volta in semifinale, questa squadra sarebbe effettivamente capace di tutto. Ma l’ostacolo tedesco, a livello mentale, è più alto di quanto possa sembrare. È l’ora della verità, appunto.