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Da lunedì 23 a venerdì 27 novembre 2020
Albert Ayler fu ritrovato morto nell’East River a New York il 25 novembre del 1970. Non aveva più dato notizie di sé da 20 giorni, le circostanze della morte non furono mai del tutto chiarite.
In poco più di una decina d’anni di carriera, il sassofonista nativo dell’Ohio, che aveva iniziato a suonare rhythm’n’blues, si impose come una delle figure più anticonvenzionali del free jazz e della new thing.
Nella sua estetica, tra le più radicali dell’epoca, accanto a quella di Cecil Taylor, convivevano musiche di strada, marce militari, motivetti semplici e canticchiabili, tutto quel tessuto di influenze che si incanalarono a poco a poco nella grande corrente del jazz, accanto alle furiose esplosioni sonore che diventarono un vero e proprio marchio di fabbrica. Semplicità/complessità: la musica di Ayler si è sempre mossa tra questi due opposti. Molti hanno reso omaggio alla sua influenza, da Ornette Coleman a Eric Dolphy, a John Coltrane, sia per le idee proposte che per una perizia strumentale che contribuì ad estendere i limiti del suo strumento, il sax tenore. Molti i musicisti che lavorarono con lui: Gary Peacock, Henry Grimes, Sunny Murray, Don Cherry, Ruswell Rudd, John Tchicai, Alan Silva.
Riccardo Bertoncelli, collezionista dei dischi di Ayler, ci guida nella riscoperta della sua vicenda artistica.