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Sessantuno australiani, fra cui scienziati, economisti, scrittori, personalità religiose e anche sportive, hanno lanciato in una lettera aperta un appello ai leader mondiali perché discutano la messa al bando di nuove miniere e dell'espansione di quelle esistenti.
Con il sostegno di organizzazioni ambientaliste e di azione sociale hanno firmato la lettera, pubblicata in piena pagina su quotidiani di oggi, chiedendo al presidente francese Francois Hollande, che ospita i 'colloquì, e al primo ministro australiano Malcolm Turnbull, di opporsi a nuovi sviluppi minerari, a cominciare dai colossali giacimenti nel Galilee Basin in Queensland, il cui sviluppo comporta anche l'espansione di un porto prospiciente la Grande barriera corallina.
I firmatari sostengono l'appello del presidente Anote Tang, del minuscolo stato-isola di Kiribati nel Pacifico, e di altri leader delle nazioni insulari della regione, minacciate dal sollevamento delle acque e dai sempre più distruttivi cicloni, che chiedono impegni sostanziali di riduzione delle emissioni di gas serra. Ed esortano a includere le esportazioni di carbone nell'ordine del giorno del vertice.
"L'Australia ha una quota di esportazioni di carbone maggiore di quella dell'Arabia Saudita nel mercato del petrolio", si legge nella lettera. "Mentre i leader mondiali discutono obiettivi di riduzione delle emissioni, un piccolo numero di paesi con grandi riserve di carbone, fra cui l'Australia, pianificano massicce espansioni dell'esportazione di carbone. Questi piani sono incompatibili con l'obiettivo globale di limitare il riscaldamento globale sotto livelli di pericolo. Nei prossimi 10 anni l'Australia ha in programma di raddoppiare le esportazioni di carbone e se andrà avanti, la miniera nel Galilee Basin ne esporterà nel tempo più di 2 miliardi di tonnellate", sottolineano infine i firmatari della lettera.
SDA-ATS