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Siamo negli anni ’20 e, durante una tournée con le Greenwich Village Follies, una danzatrice fa tappa a Chicago. Un pomeriggio, si reca all'Art Institute, dove sono esposti dei dipinti moderni. Qui, fra le opere – tutte di viscerale interesse per la visitatrice – una in particolare cattura la sua attenzione. È «un esemplare di quella che veniva definita arte astratta» la cui forza la sconvolge al punto da farle avere un mancamento: «in quell'istante compresi di non essere pazza», scriverà successivamente, «altri al mondo condividevano la mia idea di arte». La ragazza di avvicina alla tela, attraversata da parte a parte da una pennellata di rosso. Poi dice a se stessa: «un giorno farò una danza così».
Il quadro era di Vasilij Kandinsky e quella giovane, originaria di una squallida cittadina della Pennsylvania in cui tutto si anneriva a causa dell'industria carbonifera, era nientemeno che Martha Graham (Pittsburgh, 1894 – New York, 1991), figura centrale della scena novecentesca. Ma che non ci si inganni: figlia di un medico «alienista» (come si diceva allora) che prima di addormentarla le colmava la mente con racconti sui miti greci, la temperamentosa Martha era cresciuta con le sorelle in un contesto agiato, che non vide nella scelta della danza alcuna violazione alla «legge di famiglia».
Ancora bambina, prima che si trasferissero in California, durante un dopopranzo ad Atlantic City Martha fu portata dal padre a vedere uno spettacolo. All'aprirsi del sipario, quel mondo d'immaginazione che, man mano, andava generandosi nella sua mente, si spalancò ai suoi occhi: esisteva quindi una frontiera materiale che permetteva di affacciarsi sui regni del sogno, dove era possibile esplorare territori sconosciuti. Tale confine aveva nome teatro e, ben presto, a questo si sarebbe aggiunto l'elemento fondante della danza.
Nel 1911, dopo aver assistito a un'esibizione di Ruth St. Denis, Martha Graham decise che si sarebbe consacrata alla danza e di lì a pochi anni si iscrisse alla scuola d'arte della celebre ballerina, a Los Angeles. Lì ebbe modo studiare, di arricchirsi non solo attraverso la musica e l'espressività gestuale, ma pure grazie alla poesia e alla letteratura – fu sempre una raffinata lettrice – così come alla realizzazione di costumi e fondali. Fu in questo contesto che imparò la cura del dettaglio, che è in grado di «creare, talvolta (...) l'autentica magia».
Dopo essersi fatta notare in alcune importanti coreografie della stessa St. Denis e del marito Ted Shawn, entrò nelle Greenwich Village Follies per poi lasciare la compagnia nel 1925, allorché decise di cercare una danza che nascesse dal suo stesso corpo: «Volevo che la danza esprimesse altre cose. A quel tempo, per convenzione, un sussulto della mano non poteva significare altro che pioggia cadente; un braccio, mosso in un certo modo, doveva suggerire un fiore selvaggio o la crescita del grano. Perché mai, pensavo, un braccio deve cercare di imitare il grano, o una mano la pioggia? Una mano è una cosa troppo bella per essere l'imitazione di qualcosa d'altro».
Geometrici, aguzzi come le spigolose articolazioni della loro artefice, ricchi di forme nette, di colpi di colore e di impulsi, gli spettacoli di Martha Graham sembravano, davvero, essere la materializzazione di un quadro astratto. «Devo proprio venire con te al concerto di danza di Martha stasera?», disse una volta il suo critico preferito, l'amico Stark Young, «con tutti quei movimenti angolosi, a percussione, ho sempre paura che una volta o l'altra partorisca un cubo». Intrise di mitologia e forze arcaiche, di poesia e ritualità, opere quali Heretic (1929), Lamentation (1930), Letter to the word (1940), Appalachian spring (1944) e Clytemnestra (1958) – solo per citarne alcune – furono determinanti per il loro tempo e i successivi sviluppi dell'arte scenica. Fondando la propria scuola e il suo gruppo di lavoro (del quale, dalla metà degli anni ’30, fecero parte l'artista-scenografo Isamu Noguchi e il marito Erick Hawkins) la Graham impresse il proprio segno nella storia della danza.
Il teatro, banale a dirsi, è un'arte effimera e oggi, probabilmente, nel rivedere certe opere si può solo percepire in modo parziale la potenza di un atto consumato nel presente di un determinato contesto. Fortunatamente molte coreografie della Graham continuano a vivere grazie al lavoro della Martha Graham Dance Company, il cui antico percorso non si è mai fermato dalla sua fondazione nel 1926. Inoltre la Graham, che, come si è detto, era anche un'avida lettrice, non ci ha lasciato "soltanto" (si fa per dire) coreografie. Pubblicata postuma, la sua opera autobiografica Memoria di sangue (Garzanti, 1992) è un appassionato e fiammeggiante memoriale grazie al quale la sua forza di artista, a distanza di anni, ancora si impone al lettore con lo stesso spirito "selvaggio" che contraddistinse la sua vita. A chi volesse saperne di più, si raccomanda però la caccia al libro nell'usato, poiché in lingua italiana, purtroppo, il volume è da tempo fuori catalogo.