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Per gli impiegati amministrativi, il pagamento delle rendite era un processo lungo e dispendioso, soprattutto a causa dell'ingente numero di casi e dei costanti adeguamenti al rincaro. Ma il compito più impegnativo in assoluto era il calcolo dei premi, un'arte - o meglio - una scienza che richiedeva competenze di alto livello.
Oggi come allora, il calcolo dei premi della Suva segue due principi. In primo luogo, non si possono registrare né utili né perdite nel lungo termine, sicché il margine di manovra è limitato in funzione dell'andamento degli infortuni o del volume delle rendite. In particolare, il principio del sistema di capitalizzazione obbliga l'Istituto a finanziare i costi delle rendite tramite i premi attuali senza trasferirli sulle generazioni future. Ciò significa che anno dopo anno i premi devono riprodurre abbastanza fedelmente i rischi attuali. In secondo luogo, nell'ambito della gestione assicurativa non sono ammesse sovvenzioni incrociate, né tra l'assicurazione contro gli infortuni professionali e quella contro gli infortuni non professionali né tra le diverse comunità di rischio all'interno dell'assicurazione contro gli infortuni professionali (e dal 1984 anche all'interno dell'assicurazione contro gli infortuni non professionali). Pertanto, ogni settore e categoria professionale deve coprire i propri rischi.
Nell'ambito dell'assicurazione contro gli infortuni professionali, ciò determina grosse differenze nel computo dei premi a carico delle aziende. I settori «pericolosi», come quelli forestale o edile, pagano premi decisamente più elevati di quelli versati dagli uffici: oggi, ad esempio, i premi calcolati per le imprese di costruzioni sono 25 volte più alti rispetto a quelli delle aziende amministrative (dati aggiornati al 2018).
Le varie differenze relative all'importo dei premi sono state definite intenzionalmente, in linea con i principi della mutualità e della responsabilità propria, condizioni fondamentali per la nascita dell'assicurazione contro gli infortuni.
Chi risponde dei propri rischi ha tutto l'interesse a contrastarli e a prevenire gli infortuni.Ma quali sono le delimitazioni? Da chi è formata una comunità di rischio? Come si tiene conto delle differenze tra piccole e grandi imprese? Come vengono gestite le aziende che operano in più settori?
La prima tariffa dei premi definita nel 1916 era un'opera d'ingegno decisamente complessa per l'epoca, con ben 154 classi di rischio. Elaborata d'intesa con le associazioni professionali, conteneva descrizioni dettagliate delle caratteristiche utili per ripartire le aziende in classi di rischio e gradi di premio. I dettagli erano essenziali poiché consentivano di formulare argomentazioni idonee a smontare le obiezioni delle imprese che si opponevano alla classificazione operata, una situazione che si ripresentava regolarmente e causava forti attriti. I titolari delle imprese avevano il diritto di presentare reclamo, tuttavia la decisione definitiva in merito ai ricorsi era affidata al Consiglio di amministrazione della Suva, non a un'istanza indipendente.
Per lungo tempo il sistema di determinazione dei premi rimase assai rigido, nonostante l'introduzione di numerosi gradi intermedi per tenere in debito conto anche l'impegno profuso nella prevenzione degli infortuni. In linea di principio risultavano determinanti le caratteristiche di rischio di ordine superiore; le piccole imprese venivano così equiparate alle aziende leader del settore. Già solo per i limiti tecnici era difficile operare una distinzione.
Solo nel 1995 fu adottata una soluzione più flessibile, il sistema bonus-malus. Secondo quanto dichiarato dalla Suva prima della sua introduzione, il nuovo modello considerava anche «i valori specifici dell'azienda relativi alla frequenza degli infortuni, ai costi delle indennità giornaliere e ai costi complessivi». Con
«l'elaborazione di un sistema di calcolo che motiva maggiormente le aziende ad assumere un comportamento responsabile sul piano dei costi nonché a promuovere la sicurezza sul lavoro e il reinserimento degli infortunati nel processo lavorativo»
la Suva andò incontro alle richieste provenienti dai datori di lavoro.
Il nuovo sistema bonus-malus fu introdotto gradualmente. Si iniziò con 12 settori e nel 1998 lo adottava già il 60 per cento delle aziende assicurate. E i risultati non tardarono ad arrivare: in un sondaggio, quasi la metà delle aziende dichiarò di aver rafforzato la prevenzione degli infortuni. Tuttavia, il nuovo sistema determinava più aumenti che non riduzioni dei premi.
Nel 2005 il sistema bonus-malus era già in uso nel 90 per cento delle aziende assicurate e nello stesso anno venne introdotta anche la tariffa di base con 150 gradi di premio, tuttora in vigore (dati aggiornati al 2018). Per tenere conto della grande eterogeneità delle aziende, il calcolo dei premi avviene sulla base di 31 settori, 50 classi di rischio e 220 «parti di sottoclasse», alle quali si applicano i 150 diversi gradi di premio.
Da notare che, per la maggior parte delle comunità di rischio, i tassi di premio dell'assicurazione contro gli infortuni non professionali sono nettamente più elevati rispetto a quelli dell'assicurazione contro gli infortuni professionali, e ciò a causa dell'aumento dei casi e degli ingenti costi derivanti dagli infortuni nel tempo libero. Già dal 1975, del resto, vengono riscossi premi più elevati nell'ambito dell'assicurazione contro gli infortuni non professionali.
Immagine iniziale: La Divisione sottoposizione di Lucerna, 1942
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