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Il Credit Suisse non ha informato i suoi dipendenti il cui nome è stato comunicato al fisco statunitense. Per facilitare la soluzione del contenzioso fiscale con gli USA, nei mesi scorsi la banca aveva consegnato dati di propri collaboratori alle autorità americane.
Secondo Brady Dougan, Ceo della banca, non è possibile avvisare tutti i dipendenti coinvolti perché "si tratta di migliaia di persone". In un'intervista pubblicata ieri dal quotidiano "Le Temps", ha poi ricordato che la banca non ha trasmesso liste di nominativi, ma documenti, e-mail, ecc. dove figurano dei nomi".
"Se un collaboratore della banca vuole sapere se il suo nome è menzionato in questi documenti, può informarsi", ha aggiunto Dougan, ricordando che i consulenti alla clientela che non hanno avuto contatti con clienti americani non hanno nulla da temere.
Per il Ceo del Credit Suisse questo modo di procedere è anche nell'interesse dell'impiegato: "si dimentica spesso che gli americani hanno già molte informazioni che hanno ottenuto con dichiarazioni volontarie, ma noi ignoriamo quali siano". Trasmettendo anche i nomi dei collaboratori, afferma ancora Dougan, "viene ridotto il rischio che gli Stati Uniti avviino procedimenti nei loro confronti, permettendo nel contempo di avanzare nei negoziati".
Il quotidiano ha anche chiesto a Dougan se i dipendenti possono ancora viaggiare liberamente. Il Ceo del Credit Suisse ha affermato che "da più di cinque anni siamo molto prudenti" e che "per ogni paese in cui facciamo gestione patrimoniale abbiamo un manuale" che descrive le sue norme giuridiche.
"Prima di mettersi in viaggio bisogna leggere il manuale del paese interessato, fare un test di conoscenze e attendere il via libera del proprio superiore". "Non si può quindi dire che possiamo viaggiare del tutto liberamente, ma non abbiamo neppure un divieto di viaggio", ha affermato Dougan.
Le trasferte di cui parla il Ceo del Credit Suisse riguardano però unicamente i viaggi d'affari. A una specifica domanda del giornale su cosa succede per quelli privati, Dougan si è limitato a rispondere: "i viaggi privati nascono da una decisione privata".
Anche alla domanda sul perché la banca non ha preferito pagare una multa piuttosto che fornire nomi dei propri collaboratori Dougan ha dato risposte evasive. Il Ceo del Credit Suisse ha detto che la banca "ha cercato in tutti i modi di trovare una soluzione" e di "aver lavorato a stretto contatto con i governi americano e svizzero". Dougan ha poi affermato che la banca ha già effettuato accantonamenti per 300 milioni di franchi per questo contenzioso fiscale, riconoscendo quindi che il procedimento potrebbe sfociare in una multa.
SDA-ATS