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Abbiamo sottoposto Marcel Hug, pluricampione del mondo e atleta paralimpico, a una raffica serrata di domande
- 15 minuti di lettura
- 26 Settembre 2023
- Anita S.
Marcel Hug nasce nel 1986 con una malformazione alla colonna vertebrale (spina bifida). All’età di 10 anni inizia a gareggiare nella categoria junior e nel 2010 debutta come sportivo professionista. Attualmente, il turgoviese di nascita è considerato l’atleta in carrozzina più vincente in quanto detiene, tra le altre cose, sei record del mondo e tutti i primati sulla distanza al World Marathon Majors.
Ai Credit Suisse Sport Awards del 2004 è stato nominato «sportivo rivelazione dell’anno». Nel 2018 ha conquistato il premio come «Sportivo disabile dell’anno» ai Laureus World Sports Awards, un riconoscimento internazionale che ha ricevuto per la seconda volta anche nel 2022. In Svizzera Marcel Hug è stato nominato più volte «sportivo paralimpico dell’anno» (2011, 2013-2017, 2021 e 2022). Nel 2021 è stato designato dal Comitato paralimpico internazionale «miglior sportivo dell’anno».
Ma cosa passa per la testa del nostro «proiettile d’argento», lo «Swiss Silver Bullet»? Marcel Hug risponde alle nostre domande, a volte un po’ stravaganti.
Quale domanda vorresti che ti facessero?
(Ride) Mi piacerebbe che mi chiedessero come sto. Mi fa sempre piacere quando qualcuno si interessa a chi gli sta di fronte.
Quindi: come stai?
Sto bene, direi molto bene. Anche se in questo momento ho molte cose per la testa, ma va bene così.
Tradotto in latino il tuo nome di battesimo significa «il lottatore» e «consacrato a Marte, il dio della guerra». Un nome un programma?
In qualche modo c’entra qualcosa. Di certo sono un lottatore nello sport e nelle gare. Non appena indosso il mio casco color argento mi trasformo in una specie di guerriero. Tuttavia, nel privato non ho la tempra di un combattente, anche se ovviamente lotto per i miei obiettivi.
Quali sono i tuoi futuri obiettivi sportivi?
Chiaramente vorrei salire ancora sul podio e forse battere uno o più record sulla distanza o del mondo. Ad esempio, quest’anno parteciperò al Campionato del mondo e il prossimo anno sarò alle Paralimpiadi, in entrambi i casi a Parigi. E, ovviamente, penso anche al World Marathon Majors.
E i tuoi obiettivi privati?
Il mio desiderio più grande è sicuramente restare in salute. Inoltre, nell’immediato futuro vorrei capire meglio cosa fare a livello professionale dopo lo sport agonistico. Non posso andare avanti altri 10 o 20 anni, sono già «sul viale del tramonto».
Si può certo dire che il tuo sia un gran bel tramonto! L’elenco dei tuoi incredibili successi e dei numerosi premi conquistati è smisurato. Le medaglie e i premi conquistati sono esposti nella tua casa?
Sì, ci si potrebbe riempire una stanza intera (ride). Da me ho esposto poche medaglie e alcuni premi, il resto è nella casa dei miei genitori. Le medaglie sono conservate in tre grandi vasi.
Perché il tuo casco è d’argento e non d’oro?
Ci sono due motivi: innanzitutto, ho ricevuto il casco d’argento dal mio allenatore quando ero nella categoria junior. Personalmente quel casco mi piace molto e nelle gare vengo subito riconosciuto per quel colore. Il casco d’argento è quindi diventato il mio segno distintivo. Al Campionato del mondo del 2011 in Nuova Zelanda mi hanno dato il soprannome di «Swiss Silver Bullet». L’organizzatore mi ha chiamato così in un video promozionale e da allora mi è rimasto addosso. Il secondo motivo è molto semplice: mi piace indossare l’argento sulla testa e l’oro al collo (ride).
Cosa significa per te lo sport?
Lo sport è la mia passione! E mi dà tanto: emozioni forti, incontri meravigliosi ed esperienze altrettanto belle, lezioni di vita importanti, la possibilità di confrontarmi con diverse situazioni, equilibrio e non da ultimo la salute. Logicamente, da atleta professionista anche il successo e la fama sono obiettivi importanti, però cerco di non basarmi solo su quelli.
Il successo può essere anche «pericoloso»?
Certo. Prima o poi, quando non sarò più così vincente, sarò comunque la stessa persona, indipendentemente dal successo. Del successo ho una visione anche critica: paragonarsi agli altri e voler essere a tutti i costi migliori nasconde il pericolo di essere determinati dal successo e di definirsi in base ad esso. Questo può anche rendere una persona egoista e arrogante. Per me è più importante la modestia.
«A nessuno vengono risparmiate sconfitte, delusioni e battute d'arresto. Sono una parte importante della strada verso il successo. Grazie a loro imparo a mettere tutto in prospettiva e ad apprezzare le vittorie».
Marcel Hug
Spesso vieni considerato favorito. Come ti poni di fronte a questa aspettativa nei tuoi confronti?
Finché va bene posso gestirla. Ci sono però momenti, soprattutto nelle gare importanti, in cui sento una certa pressione. Per trovare un equilibrio tra prestazioni e serenità mi aiuta moltissimo parlare con il mio allenatore o con le persone del mio entourage. Lavoro regolarmente anche con una psicologa dello sport. A livello agonistico per la maggior parte degli atleti non contano solo l’allenamento e la prestanza fisica, ma anche la salute mentale. Spesso è proprio l’aspetto psicologico a essere determinante per il successo. Fondamentalmente cerco di vedere il lato positivo nelle cose: è bello essere nella posizione del favorito, ho lavorato sodo per esserlo.
Anche nella vita privata sei così ambizioso e severo con te stesso?
Severo sì, ambizioso non tanto. Nella vita privata sono più tranquillo e introverso, come sportivo devo uscire dal mio guscio e impormi.
Cosa vuol dire per te «essere severi»?
Sono critico, mi pongo tante domande e non sono subito soddisfatto di me stesso. Spesso penso che potrei fare meglio. Per questo mi capita di frequente di non essere del tutto soddisfatto. In questo mi ritrovo molto in un pensiero attribuito a Socrate: «Chi crede di essere qualcuno ha smesso di diventare qualcuno».
Il tuo motto nello sport è «ogni giorno meglio di ieri». Sai anche essere contento di te stesso e delle tue prestazioni?
So anche essere contento; è bene ed è importante godersi il successo, fermarsi un attimo e guardare con soddisfazione al risultato ottenuto. Tuttavia, nello sport professionistico la soddisfazione può essere anche pericolosa, soprattutto quando dura troppo a lungo. Il rischio è di non evolvere.
Per te è importante «essere rispettato come sportivo e come persona, non essere ammirato come paraplegico». In passato hai avuto esperienze negative a questo proposito?
Quando ero junior l’avevo già dichiarato. Spesso ho l’impressione di suscitare solo compassione. Nel parasport è evidente che possiamo essere osannati come eroi e allo stesso tempo suscitare compassione ed essere visti come vittime. Mi capita continuamente di assistere a queste situazioni e ancor oggi prevalgono pregiudizi e stereotipi. Tuttavia, la tendenza è molto positiva: l’interesse da parte dei media sta crescendo, il modo in cui viene raccontato il parasport è più professionale. Un bell’esempio di integrazione concreta è il World Marathon Majors, una competizione internazionale dove gli atleti in carrozzina vengono trattati allo stesso modo dei maratoneti normodotati.
A cosa pensi nel bel mezzo di una gara?
Dipende molto dalla gara. La maggior parte delle volte sono concentrato al massimo su quello che sto facendo, cosa stanno facendo gli altri, come procede la gara, quale tecnica è utile in quel momento. Se ho un forte distacco rispetto ai miei avversari, mi può capitare di vagare con la mente.
Beh, divaghiamo anche noi… come descriveresti il tuo carattere?
(Riflette) Tranquillo, persino introverso, determinato, previdente e prudente.
Non sei quindi una persona spontanea e risoluta?
Non direi. Sono piuttosto uno che pianifica. Spesso mi risulta difficile prendere decisioni importanti e in quei casi ho bisogno di chiedere consiglio alle persone che mi stanno accanto oppure faccio una lista di pro e contro per prendere una decisione equilibrata, che tenga conto di quello che mi suggerisce la testa e la pancia.
A proposito di pancia, segui una dieta speciale?
Cerco di mangiare il più possibile in modo sano ed equilibrato. Non seguo una dieta speciale e non conto le calorie. Ogni tanto mi capita di mangiare un dolcetto o una cotoletta impanata con patatine fritte. Ovviamente, devo stare attento al peso e quindi non mangio poco prima di una competizione. Prima delle gare è bene consumare un pasto leggero a base di carboidrati.
Cosa è stata l’ultima cosa che hai cucinato?
A dire il vero non cucino molto. Il mio ultimo pasto è stato un piatto di pasta con carne macinata.
Qual è l’ultima foto che hai scattato con lo smartphone?
Se potessi esprimere tre desideri, quali sarebbero?
Per me la salute è la cosa più importante, poi vorrei avere una visione chiara del mio futuro professionale, mentre il terzo desiderio (riflette) non mi viene in mente.
È un buon segno. Se potessi cambiare qualcosa del tuo passato, cosa sarebbe?
Nulla. Guardo sempre avanti.
Guardare al futuro non è soltanto positivo. Ti preoccupa il riscaldamento globale?
Devo ammettere che mi preoccupa molto. Anche perché mi rendo conto che con il mio stile di vita posso avere un impatto ambientale importante. Come sportivo professionista sono spesso costretto a prendere un aereo per recarmi nei luoghi delle competizioni e questo in me scatena sempre un forte conflitto. Nella vita privata evito i viaggi all’estero e in questo modo compenso il mio impatto ambientale.
Hai tempo per visitare le località dove si svolgono le gare?
Dipende. In occasione delle maratone siamo spesso impegnati in conferenze stampa e quindi devo arrivare sul posto un paio di giorni prima. In questo modo mi resta un po’ di tempo per esplorare la zona. Spesso però mi reco sul posto solo per la gara e poi torno subito a casa. Anche se non mi piace volare, in Giappone vado volentieri. Di quel Paese mi piace la cultura, è un posto in cui mi sento molto bene.
Dove ti senti più bene in assoluto? Hai un luogo preferito?
Mi sento molto bene nella fattoria dei miei genitori, a Pfyn, in Turgovia. Ho molti ricordi di infanzia legati a quel luogo. In linea generale sono a mio agio nella natura, in montagna e al lago.
La tua residenza a Nottwil si trova direttamente sul lago di Sempach. Ti si può incontrare spesso da quelle parti?
Molto spesso! Ogni domenica vado a fare il bagno nel lago, tutto l’anno. In inverno ho bisogno di motivarmi un po’ di più, ma vedo che mi fa bene perché mi rigenera. Soprattutto nell’acqua fredda sento la natura in modo molto intenso e sono completamente nel momento presente.
In quale momento perdi la cognizione del tempo?
Durante lo sport, quando sono nel flow. Ma mi può succedere anche in un momento bello.
Oggi cosa ti è successo di bello?
A dire il vero oggi non ho combinato molto. Prima della nostra intervista ero a casa a lavorare al computer. Ma se posso estendere la domanda a un lasso di tempo più ampio, posso dirti che questa settimana ho fatto tanti incontri belli e ieri tre persone si sono congratulate con me.
Quindi vieni riconosciuto per strada e la gente ti avvicina?
Sì, a volte succede. Soprattutto la gente mi ferma per congratularsi o per dirmi che ammira quello che faccio. Questo mi fa molto piacere.
Qual è il complimento più bello che hai ricevuto?
Mi hanno detto che sono simpatico e ho un bel sorriso.
Come gestisci la rabbia?
Cerco di prendermi una pausa per respirare e fare un passo indietro. Poi penso: posso influire su tutto questo? Se sì, allora agisco, altrimenti accetto la situazione.
Di quali prestazioni vai particolarmente fiero?
Ovviamente sono fiero delle medaglie conquistate alle Paralimpiadi e dei miei record del mondo. Fondamentalmente sono contento di quello che ho compiuto finora nella mia vita.
Hai un modello cui ispirarti?
No, non ho un modello, né nello sport né nella vita privata. Chiaro, mi piace vedere cosa fanno gli altri sportivi, ma non nel senso che sono i miei idoli. Da bambino mi sono sicuramente ispirato ai miei tre fratelli maggiori.
Durante la tua carriera hai incontrato alcune celebrità. Di quali conservi un ricordo particolare?
Ho avuto la fortuna di incontrare molti personaggi famosi, tra cui numerosi sportivi come Roger Federer, o personalità come il principe Harry, Jamie Foxx, i nostri consiglieri federali, l’imperatore del Giappone Naruhito (all’epoca principe ereditario), Boris Johnson e Richard Branson. Mi ha colpito il primo ministro canadese Justin Trudeau. Si è preso un sacco di tempo per incontrare tutti i 30 atleti presenti alla gara e alla fine della «maratona fotografica» era fradicio di sudore.
Anche tu sei abituato a sudare … Come riesci a conciliare la tua vita (impegnativa) da sportivo con quella privata?
A volte mi riesce bene, altre volte meno, soprattutto quando mi occupo da solo del management e dell’amministrazione. Nonostante una buona pianificazione e “isole di tempo” a volte è complicato trovare il giusto equilibrio. In una settimana normale mi alleno per sei giorni, per due volte al giorno: corsa in carrozzina, potenziamento muscolare e training mentale. Il calendario delle gare è sempre pieno. Mi rendo conto, tuttavia, che per uno sportivo il riposo è importante. Nel frattempo, ho imparato a dire di no, a rimandare alcune cose o a delegare. Per fortuna lo sport e l’allenamento mi ripagano molto in termini di qualità di vita, riposo ed energia. Nei periodi di stress mi aiuta molto praticare la respirazione consapevole e la meditazione. E mi impegno anche a rallentare, a staccare, nella natura, campeggiando o a casa sul divano.
E quando decidi di trascorrere una piacevole serata sul divano, ti guardi un film? Se sì, di che genere?
Mi piace un po’ di tutto, dagli action-thriller alle commedie romantiche. Tutto eccetto i film della Marvel con i supereroi e i film molto violenti.
Anche se non ti piacciono i supereroi, quale super potere vorresti avere?
(Ride) Vorrei avere un potere di guarigione!
Cosa ti fa ridere?
Molte cose. Posso ridere di me stesso, quando faccio qualcosa di stupido, posso ridere della battuta di una persona o di una commedia in TV.
Qual è la cosa più pazza che hai fatto?
Una volta mi sono lanciato con il paracadute. È stato fantastico e lo rifarei subito. Un’altra cosa folle mi è successa con la polizia cantonale turgoviese. Avevano organizzato un’esercitazione sulla protezione personale, ho impersonato un VIP e sono salito a bordo dell’elicottero della polizia.
C’è una canzone in particolare che ti fa «volare»?
Sì, c’è una canzone speciale. L’ascolto sempre prima delle finali alle Paralimpiadi. Quando ho scoperto questa musica, molti anni fa, ho sentito che dentro mi ha smosso qualcosa di particolare, un mix di concentrazione, eccitazione, tranquillità e speranza. È difficile da spiegare, non è una «power song» nel senso tradizionale, bensì un pezzo strumentale sconosciuto con influenze arabeggianti. Non vorrei svelare di più, vorrei che restasse qualcosa di speciale per me.
Hai una lista di cose che ti piacerebbe assolutamente fare?
Faccio parte di quella schiera di persone che vivono in modo consapevole. Quando desidero fare qualcosa, la faccio, a patto che il desiderio sia ovviamente realistico. Voglio vivere in modo da non avere rimpianti. Affronto l’impermanenza, senza avere paura della morte.
Quale impressione vorresti lasciare in questo mondo?
Ovviamente spero una buona impressione. Di sicuro vorrei essere ricordato come un bravo sportivo. E se riesco a ispirare qualcuno o a contribuire all’integrazione o al riconoscimento degli atleti paraplegici, ancora meglio.
Chi ha influito maggiormente su di te come persona?
Sicuramente il mio allenatore Paul Odermatt. Lavoriamo insieme da quasi 27 anni, mi conosce da quando ero piccolo. Ancora oggi mi supporta tantissimo negli allenamenti quotidiani e nelle gare.
Con il tuo allenatore organizzi ogni anno il «Swiss Silver Bullet Camp». Puoi raccontarci di cosa si tratta?
Per una settimana intera 30 atleti e atlete emergenti a livello internazionale e anche esordienti dell’atletica leggera in carrozzina possono avvalersi delle infrastrutture all’avanguardia del Gruppo Paraplegici di Nottwil e delle competenze del mio allenatore. Oltre a un allenamento collettivo ci sono anche momenti piacevoli di svago e di convivialità.
Spesso vieni intervistato, ma sei anche un oratore e conferenziere. Come ti trovi in questa veste?
Francamente sono sempre molto nervoso e devo fare uno sforzo, sia davanti alla telecamera che sul palco. Sono addirittura più nervoso di quando gareggio! Nel caso delle conferenze è più facile perché so esattamente cosa dire. Però mi piace uscire dalla mia zona di comfort. Gli incontri belli e i riscontri positivi del pubblico mi aiutano in questo senso. Tuttavia, il mio senso di autocritica fa spesso capolino e mi ricorda che avrei potuto fare meglio o diversamente.
Di cosa parli quando sei sul palco?
Nei miei interventi parlo di tutto quello che riguarda lo sport ma anche di argomenti come la motivazione, gli obiettivi, il senso di responsabilità, l’aspetto mentale o la gestione delle vittorie e delle sconfitte. Mi capita anche di fare una breve introduzione sul perché sono in carrozzina, però evito di parlare solo ed esclusivamente di disabilità o di destino. Faccio però un’eccezione: ne parlo ai bambini quando vado nelle scuole.
Che consigli daresti al te stesso «più giovane»?
Gli direi di affrontare la vita con più coraggio e apertura e di essere meno chiuso.
Per cosa sei grato?
Sono grato di aver avuto finora una vita buona e soddisfacente e di aver raggiunto tutti i miei obiettivi nello sport.
C’è un giorno che vorresti rivivere?
Se potessi, tornerei a quel giorno del 2021, quando ho vinto la mia prima medaglia d’oro* alle Paralimpiadi di Tokyo. Quello che ho provato è indescrivibile: un mix di sollievo (volevo assolutamente vincere), una gioia pazzesca, felicità, orgoglio e anche incredulità. In quel momento non avevo ancora ben capito quanto contassero per me quelle medaglie.
* Medaglia d’oro negli 800 metri, nei 1500 metri (nuovo record mondiale: 1:17:47), nei 5000 metri e nella maratona
Per cosa vorresti avere più tempo a disposizione?
Fondamentalmente per gli amici e la mia famiglia, per andare a mangiare qualcosa di buono, fare giochi di società e chiacchierare. Inoltre, mi piacerebbe fare più spesso campeggio e stare nella natura. È da quando sono giovane che vorrei imparare a suonare la chitarra elettrica, ma i miei primi tre tentativi sono falliti e quindi questo è sulla mia lista delle cose da fare.
Chitarra elettrica? Ora vorremmo sapere qual è il tuo genere musicale preferito…
Ascolto di tutto, dalla musica classica al death metal. Non mi piacciono molto le hit del momento e il reggae.
E ora una serie di domande a bruciapelo: mare o montagna?
Ovviamente le montagne svizzere.
Estate o inverno?
Estate: preferisco il caldo.
Cicala o formica?
Sono una persona parsimoniosa. Ma per il cibo, i viaggi e per lo sport mi piace spendere.
Giorno o notte?
Sono piuttosto un animale notturno. Di sera mi piace lavorare e vado a letto abbastanza tardi. Anche nei giorni di gara è di sera che fornisco prestazioni migliori, però non posso influire (purtroppo) sull’orario della gara.
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Il mio bicchiere è sempre mezzo pieno, sono sempre stato una persona positiva.
Un ringraziamento speciale a Marcel per averci dedicato il suo tempo e per la sua sincerità. Gli auguriamo tanta salute, molti altri successi e di mantenere sempre la testa sulle spalle (con o senza il suo casco color argento).
Cosa vorresti chiedere a Marcel Hug?