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L'accordo CETA tra Unione Europea e Canada è stato firmato. Dopo sette anni di trattative segrete, l'emergere dei suoi contenuti nei media internazionali ha obbligato le parti ad accelerare i lavori. Sì perché man mano che i contenuti si diffondono e sempre più persone si informano, cresce il dissenso e si organizzano le azioni di protesta. Bisogna ora vedere se reggerà la ratifica da parte degli stati UE, i cui cittadini non potranno votare (anzi, i commissari a Bruxell vogliono togliere il potere di ratifica anche alle assemblee nazionali), rispettivamente vedremo cosa ne penserà il Parlamento Canadese che non ha ancora avuto modo di dibatterne, e forse neppure lo farà prevaricato dal proprio Governo, una questione su cui la Corte federale è stata chiamata ad esprimersi. E ciò malgrado, il trattato entrerà in vigore a titolo provvisorio già a inizio 2017.
Una violenza ai principi della democrazia. Ma pure una violazione di molte costituzioni, come la Vallonia ha più volte ripetuto, che prevedono l'autodeterminazione sul fronte economico e sociale, una prerogativa che andrà persa sulla base di un accordo che soddisfa principalmente le grandi multinazionali.
Di fatto il trattato prevede il primato dei diritti delle aziende private estere su quelli degli Stati e dei loro cittadini. Nello specifico, i soli interessi pubblici protetti dal trattato sono quelli fiscali, della sicurezza interna e dell'industria culturale, tutto il resto potrà essere privatizzato. Ogni altra azione dei governi nazionali, dovesse ledere gli interessi delle grandi aziende, potrà essere impugnato davanti a una corte pubblica. Simili contenziosi sono già arbitrati nell'ambito del NAFTA (l'accordo nordamericano di libero scambio fra USA, Canada e Messico) e vari altri trattati bilaterali, procedure molto costose per gli Stati e i contribuenti che in questi anni si stanno moltiplicando facendo la fortuna di un piccolo club di studi legali internazionali e speculatori finanziari. Questi ultimi avanzano le spese di un'azione legale contro una percentuale del risarcimento finanziario finale. Anche decine di migliaia di compagnie americane con sede in Canada potranno denunciare i governi Europei attraverso il CETA, in previsione di un'ondata di speculazioni ancora peggiore qualora nei prossimi mesi passasse il TTIP, il trattato commerciale transatlantico tra USA e UE.
Il liberismo sta raggiungendo traguardi impensabili solo qualche decennio fa. I danni procurati al tessuto sociale e all'ecosistema fanno sempre più fatica a venire riparati dall'azione di una politica sempre più debole, alla mercé delle élite economiche, e con sempre meno risorse. Quelle stesse risorse che accetta di perdere concedendo sempre più libertà e agevolazioni fiscali alle imprese. Probabilmente tutto si fermerebbe se al conseguente fervore mercantilistico che intasa le vie di comunicazione reagissimo facendo pagare le fonti fossili per i costi effettivi (togliendo gli smisurati sussidi pubblici dati per diminuire i prezzi domestici di petrolio e derivati, gas naturale e carbone) e i danni indotti all'ambiente (le esternalità negative), ossia, secondo recenti stime del Fondo Monetario Internazionale, da 10-15 volte l'attuale quotazione di mercato. Ma questa è un'altra storia...