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Mentre la Russia entrava nella prima delle sue rivoluzioni nel 1917 – eventi che avrebbero plasmato il mondo per il resto del ventesimo secolo – il Daily Mail usciva con il titolo “Nessuna notizia da Pietrogrado ieri”. La notizia era un breve testo di appena 50 parole che iniziava così: “fino a un’ora tarda la scorsa notte il rapporto ufficiale russo, che per molti mesi è arrivato presto, non è stato ricevuto”. Conosciuta oggi come San Pietroburgo, Pietrogrado era la capitale della Russia all’epoca e il fulcro geografico della Rivoluzione d’Ottobre.
La frustrazione del giornalista era evidente: il governo provvisorio russo aveva infatti interrotto i collegamenti telegrafici con il resto del mondo e la notizia della rivoluzione doveva ancora aspettare.
La mia ricerca sulla storia dei corrispondenti esteri dalla Russia ha interessato archivi cartacei e radiotelevisivi, memorie di giornalisti e una vasta gamma di interviste a corrispondenti che hanno lavorato da Mosca dagli anni ’50 ai giorni nostri. Nel mio libro, Assignment Moscow: Reporting on Russia from Lenin to Putin, sostengo che, nonostante tutti gli ostacoli posti sul loro cammino, i corrispondenti di Mosca abbiano generalmente servito bene il pubblico e, a volte, hanno anche offerto spunti che sarebbero altrimenti sfuggiti alla politica, o addirittura hanno ispirato le conclusioni e le posizini future dei policymaker.
La mia presentazione alla recente conferenza Future of Journalism, tenutasi alla Cardiff University, si è aperta con una valutazione della copertura della rivoluzione del 1917 e ha considerato episodi chiave del periodo sovietico prima di passare ai giorni nostri.
Reportage durante l’era di Stalin
I “processi spettacolo” degli anni ’30 furono usati dal leader sovietico Josef Stalin per eliminare i suoi opponenti dalla scena politica – in alcuni casi con l’esecuzione – e messi in scena, in parte, esplicitamente come eventi mediatici che tutto il mondo potesse vedere.
In questo caso, l’intuizione dei corrispondenti da Mosca sembrano aver influenzato direttamente le conclusioni cui sarebbe poi giunto Fitzroy Maclean, allora diplomatico britannico a Mosca, e un uomo la cui vita avventurosa ha portato a suggerire che potrebbe aver in parte ispirato il personaggio di James Bond. Ad esempio, alcuni capitoli del suo libro di memorie Eastern Approaches del 1949 dedicati proprio a questi processi hanno infatti una stretta somiglianza con alcuni articoli del giornalista Malcolm Muggeridge, pubblicati più di un decennio prima.
Sull’ottenimento delle confessioni, ad esempio, Muggeridge scriveva: “sono state avanzate molte teorie per spiegarle: droghe tibetane, ipnosi, la naturale propensione del temperamento slavo all’umiliazione di sé”.
Maclean suggeriva, invece: “le confessioni dell’imputato sono state attribuite a droghe orientali, o all’ipnotismo, o ai meccanismi dell’anima slava”.
Muggeridge ha anche osservato come i prigionieri fossero stati “tenuti in custodia per mesi, a volte a intermittenza per anni” e “costantemente sottoposti a un intenso controinterrogatorio” – un’esperienza, come ha scritto, che poche persone sarebbero in grado di sopportare senza diventare “squilibrati”.
“La maggior parte dei prigionieri era detenuto da un anno o diciotto mesi”, ha scritto invece Maclean. “Durante quel periodo, sarebbero stati interrogati per giorni, per settimane, per mesi”.
I cambiamenti in tempo di guerra e di Alleati
Il terrore del periodo staliniano fu seguito dall’alleanza bellica tra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti e i corrispondenti dalla Russia si sono trovati improvvisamente in un’epoca in cui le differenze ideologiche venivano minimizzate nella lotta congiunta contro la Germania nazista. La Guerra Fredda ha visto però riemergere quelle tensioni.
Ho avuto la fortuna di intervistare il compianto Robert Elphick (1930-2019), che ha ricordato come Nikita Krusciov avesse l’abitudine di presentarsi in occasioni sociali diplomatiche per parlare direttamente con i corrispondenti stranieri. “Gli è sempre piaciuto avere una consorteria con noi, perché così facendo poteva parlare con noi, che ne avremmo scritto, e avrebbe poi ottenuto complimenti nel Politburo”, ha ricordato Elphick.
Non è facile immaginare il Presidente Vladimir Putin comportarsi allo stesso modo. Nell’era di Putin, infatti, le scarse relazioni politiche, combinate con i cambiamenti tecnologici, hanno presentato una serie completamente nuova di sfide per i giornalisti britannici e statunitensi che coprono il paese più grande del mondo.
Giornalisti stranieri nella Russia di oggi
La pandemia ha presentato difficoltà simili. Nell’aprile di quest’anno, The Journalist, la rivista National Union of Journalists nel Regno Unito, mi ha chiesto di scrivere dell’esperienza dei corrispondenti da Mosca di oggi.
“Ecco dove, in particolare, abbiamo sentito la maggior pressione: nel riferire sia dello sviluppo del vaccino, sia della sua distribuzione in tutto il mondo”, mi ha detto uno dei giornalisti con cui ho parlato, un redattore di una grande testata internazionale: “su quest’ultimo argomento, siamo stati effettivamente sottoposti a una buona dose di pressione ufficiale”.
Un giornalista straniero con sede in Russia concordava: “le autorità russe sono sempre più sensibili alle critiche su una vasta gamma di argomenti, dalla pandemia di coronavirus ai diritti umani”.
La mia presentazione a Cardiff si è conclusa riflettendo attorno a un incidente ancora più recente e preoccupante: l’espulsione della corrispondente della BBC da Mosca Sarah Rainsford. La storia dei corrispondenti occidentali a Mosca è infatti anche la storia delle relazioni della Russia con l’Occidente. La decisione di bandire Rainsford, una giornalista determinata e dedicata, da Mosca, mostra quanto siano diventate povere queste relazioni.
Articolo tradotto dall’originale inglese
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