Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01035.jsonl.gz/62

Bacco Giramondo – Negli ultimi decenni la cura della produzione è migliorata ed oggi l’isola può contare su alcune qualità eccellenti di Sauvignon Blanc e di Chardonnay.
Scoperta dal navigatore olandese Tasman (ed è appunto dalla Zelanda regione dei Paesi Bassi, che arriva il nome Nuova Zelanda), il paese fu meta di esplorazione oltre 120 anni dopo dal famoso capitano inglese J. Cook (1728-1779).
Oggi la Nuova Zelanda è popolata prevalentemente da discendenti europei (principalmente inglesi) che colonizzarono il territorio a partire dalla seconda metà del 1800, emarginando i preesistenti abitanti, i Polinesiani Maori. Lo sfruttamento delle risorse agricolo- pastorali ha rappresentato e continua a rappresentare il fondamento dell’economia neozelandese e ancora oggi più del 75 per cento delle esportazioni è costituito da carni, lana e prodotti caseari.
Le prime barbatelle di vite furono messe a dimora all’inizio dell’800 dal missionario anglicano Samuel Marsden, nei pressi della Bay of Islands. Nel 1833 un certo James Busby, introdusse dall’Australia alcuni ceppi di vitigni francesi ed iniziarono ad essere impiantati vigneti di una certa consistenza. Lo stesso Busby diventò in seguito il primo agente britannico alle dipendenze del Governo del Nuovo Galles del sud australiano. I padri marinisti, sempre in gara colonizzatrice con i missionari anglicani, introdussero la coltivazione della vite ad Hawkes Bay nel 1835. Erano questi gli anni in cui si andava affermando la sovranità britannica, che sfociò nel 1852 nella Nuova Costituzione con successiva divisione della colonia in sei province. Gli emigranti britannici della prima ora ed in seguito francesi, tedeschi e slavi, arrivati in Nuova Zelanda per sfruttare l’albero della gomma. Ma, mancando il vino, finirono indirettamente per occuparsi di viticoltura e dare il loro contributo alla crescita vitivinicola.
La filossera giunse in Nuova Zelanda dal 1895 e un contributo fondamentale alla lotta a questo afide fu dato da Romeo Bragato, un emigrato italiano che alla fine del XIX secolo iniziò un’accurata analisi dei suoli e dei microclimi, si prodigò nella diffusione dell’innesto su piede americano, prodigandosi per il miglioramento qualitativo dei vini.
All’inizio del XX secolo si dovette assistere a una decisa caduta dei consumi di vino, dovuta ad un movimento proibizionista che fece sentire i suoi effetti fino al 1989, anno in cui ai supermercati fu rilasciata l’autorizzazione a vendere bevande alcoliche, mentre ai ristoranti il permesso di vendere vino era stato rilasciato solo nel 1960! E curiosità: fino al 1980 la legge vietava di mescolare il vino all’acqua minerale.
La viticoltura prese lo slancio solo nel 1970, partendo dalla regione di Auckland che si trova a settentrione del Paese, diviso in due isole. L’Isola del Nord, appunto, ha un clima marittimo freddo, simile a quello che troviamo a Bordeaux, ma con più piogge. I momenti critici dell’autunno (ricordiamo che le vendemmie si fanno tra marzo e aprile) sono raramente secchi: le forti piogge e l’alta umidità causano problemi all’uva come il marciume.
Al Nord troviamo oltre la già citata Auckland, le zone di Gisborne Valley, Hawke’s Bay e Wairarapa-Martinborough. L’isola del Sud è decisamente più fredda, ma più soleggiata e con un clima più secco. Marlborough è l’area più calda e quella che conta più ore d’insolazione. È questa la più estesa ed importante zona viticola della Nuova Zelanda. Si estende attorno alla città di Blenheim, su terreni pietrosi e gode del fresco clima dell’Oceano Pacifico. È famosa per i suoi Sauvignon Blanc, molto intensi, di una straordinaria forza aromatica. Le precipitazioni sono molto variabili, soprattutto vicino a Nelson, dove si produce un vigoroso Chardonnay e un buon Pinot Noir nella zona di Canterbury, vicino alla città di Christchurch.
La rapida evoluzione della vitivinicoltura in Nuova Zelanda, ha portato ad una produzione di alto livello qualitativo e di ca. 2,5 milioni di ettolitri di vino all’anno. Le tecniche di vinificazione, eseguite da competenti enologi che si sono formati in Australia e in Europa, tendono a creare vini dal grande corredo aromatico, limitando drastiche filtrazioni e fermentazioni di parte del mosto con lieviti selvatici, ottenendo in questo modo vini con un ampio ventaglio di profumi e sfumature odorose, che si formano con temperature di fermentazione basse. In questo Paese dove evidente è il legame tra uomo e natura, la passione che i viticoltori ripongono nella terra, si ritrova spesso anche nei vini neozelandesi, che amalgamano o meglio fondono l’essenza della terra e del frutto.
Già nel 1984 provammo un vino di un certo interesse che proveniva dalla Nuova Zelanda, prodotto con le uve più diffuse dell’epoca: l’Albany Surprise, questo vitigno fu scavalcato poi dal Müller Thurgau, perché qualcuno era convinto che il clima della Germania fosse analogo a quello della Nuova Zelanda. Da una quindicina d’anni però la Nuova Zelanda ha sbalordito il mondo intero con i suoi Chardonnay complessi e strutturati, ma soprattutto con il suo Sauvignon Blanc che è la vera punta di diamante dei vitigni neozelandesi. Il Sauvignon Blanc trova la sua zona prediletta nel Marlborough, dove esprime un’incredibile personalità, vini di grande sapidità e una lunga persistenza aromatica che riescono a competere alla pari (ma anche a vincere), con i migliori Sancerre. Tra i rossi spiccano il Pinot Nero che ha trovato un clima favorevole nell’Isola del Sud (Otago e Waipara), il Cabernet Sauvignon coltivato al Nord nell’Auckland, dove troviamo pure il Merlot, il Cabernet Franc, il Syrah, il Malbec e il Pinotage, da provare con i classici piatti di carne d’agnello della Nuova Zelanda. Sarete di sicuro sedotti dalle note schiette ed avvolgenti di questi vini.
/di Davide Comoli