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È un clima un po' surreale quello che circonda il "day after" degli exit poll delle elezioni legislative in India che hanno assegnato una più che probabile vittoria nelle elezioni legislative alla coalizione di centro-destra Nda guidata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) dell'aspirante premier, Narendra Modi.
C'è infatti da una parte ovvia soddisfazione nel Bjp per la performance che gli viene attribuita e che indica un possibile superamento della "quota magica" di 272 seggi (maggioranza assoluta parlamentare) e quindi una concreta opportunità di formare un governo senza il bisogno di appoggi esterni.
Al riguardo un nuovo "super-sondaggio" proposto dalla tv Times Now assegna alla coalizione di centro-destra Nda ben 292 seggi, a quella di centro-sinistra Upa 101, e ad altri partiti regionali 150.
Ma nonostante questi fausti auspici, nel partito è passata la consegna del divieto di dichiarazioni trionfalistiche fino a venerdì, giorno della verità in cui ci saranno i risultati ufficiali della maratona elettorale cominciata il 7 aprile. Bruciano le delusioni dei sondaggi del 2004 (la Dna venne data vincente e poi perse) e del 2009 (testa a testa Bjp-Congresso inesistente perché il partito di Sonia Gandhi stravinse).
A questo si deve aggiungere il forte scetticismo sul valore dei risultati proposti dagli exit poll manifestato dal partito del Congresso. Due suoi segretari generali, Digvijay Singh e Shakeel Ahmed, si sono chiesti come si possa dare credito "alle risposte di qualche centinaio di migliaia di persone, quando stiamo parlando di 551 milioni di votanti".
Nell'evenienza però di una sconfitta storica, i vertici del Congresso hanno cominciato un fuoco di sbarramento protettivo per Rahul Gandhi, il figlio di Sonia, che ha guidato senza troppo convincere la campagna elettorale. Per tutti il ministro degli Esteri uscente Salman Khurshid ha dichiarato: "Rahul è il nostro leader e lo resterà nella buona e nella cattiva sorte".
Così, di fronte alla prudenza dei partiti indiani che non vogliono fare passi falsi e che si sono impegnati in fittissime riunioni, la notizia che ha occupato il maggior spazio durante la giornata è stato la dichiarazione-lampo di Barack Obama.
Pur in assenza di un risultato ufficiale il capo della Casa Bianca ha battuto in velocità i grandi leader mondiali dichiarando che "l'India ha dato un grande esempio al mondo intero organizzando le più grandi elezioni democratiche della storia. È l'esempio eclatante dei valori di diversità e libertà che noi condividiamo".
"Siamo ansiosi - ha concluso - di vedere la formazione del nuovo governo (...) e di lavorare strettamente con la prossima amministrazione indiana per far sì che gli anni a venire siano tanto fruttuosi come lo sono stati quelli passati".
A dare qualche grado in più di suspense al verdetto di venerdì sui risultati ufficiali ha contribuito anche il presidente dell'Unione, Pranab Mukherjee, che ha riunito alcuni "luminari del diritto e costituzionalisti, insieme all'avvocato dello Stato, Mohan Parasaran".
Fonti giornalistiche hanno ricordato che nel caso una coalizione ottenga la maggioranza assoluta di 272 seggi del Lok Sabha (Camera bassa) il ruolo presidenziale è simbolico. Ma nell'ipotesi che tale condizione venga a mancare, l'iniziativa di Mukherjee assume un valore più strategico negli scenari possibili per la formazione del governo.
SDA-ATS