Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01212.jsonl.gz/526

Cinquant'anni dopo la partenza in esilio del Dalai Lama a causa della repressione cinese, il Tibet sta vivendo un periodo particolarmente difficile: è l'opinione della giornalista Claude B. Levenson, la quale deplora inoltre l'atteggiamento della Svizzera.
Vicina al Dalai Lama da oltre trent'anni (ne è anche l'interprete), la giornalista e scrittrice francese Claude B. Levenson è una profonda conoscitrice della questione tibetana. Swissinfo l'ha interpellata per analizzare e comprendere la situazione attuale nella regione.
swissinfo: Sono trascorsi 50 anni dall'esilio del Dalai Lama. Quale significato ha secondo lei questo anniversario?
Claude B. Levenson: Si tratta di una ricorrenza importante. I tibetani, occupati da sessant'anni e privati da cinquanta della loro guida spirituale e temporale, hanno dimostrato di poter resistere senza violenza e di voler restare tibetani anche a costo di perdere la loro stessa vita. È un esempio praticamente unico al mondo.
swissinfo: In Tibet tale anniversario è vissuto con una partecipazione uguale a quella dei tibetani in esilio?
C.B.L.: Sì, anche se ciò viene manifestato in modo diverso. I tibetani in esilio hanno mantenuto la loro caratteristica identitaria, ma nel contempo si sono integrati e vivono in un sistema democratico, beneficiando quindi dei diritti di ogni cittadino.
In Tibet, invece, l'oppressione continua. Inoltre, in particolare a partire dall'anno scorso, si registra un inasprimento tangibile della repressione. I disordini del 2008 hanno interessato tutto il territorio storico del Tibet [secondo i tibetani quest'area comprende la regione autonoma e le antiche province, oggi annesse a quattro province cinesi]. Gli arresti e le perquisizioni sono proseguiti e parecchi monasteri sono stati accerchiati. In queste condizioni, i tibetani non possono esprimersi.
Ciononostante, le manifestazioni e le azioni della diaspora hanno delle ripercussioni anche all'interno del Tibet. Infatti i tibetani si infondono coraggio reciprocamente, per mostrare che 50 anni dopo l'esilio del Dalai Lama e di centinaia di migliaia di tibetani, il Tibet continua e esistere a due livelli: nel paese e in seno alla comunità dei tibetani espatriati.
swissinfo: Vi è speranza o rassegnazione in Tibet? Il fuoco cova sotto la cenere?
C.B.L.: Il Tibet è completamente isolato dal resto del mondo e a partire dal 28 febbraio gli stranieri non possono recarsi a Lhasa. Le informazioni sono quindi frammentarie, ma comunque concordano tra loro.
Stando alle testimonianze di alcuni stranieri, prevalentemente giornalisti occidentali residenti a Pechino, i tibetani non manifestano per timore di rappresaglie: nelle città è infatti presente l'esercito e la sorveglianza è molto stretta.
Le poche e scarne informazioni provenienti dai contatti famigliari convergono nell'affermare che il Tibet attuale è tornato alla terribile epoca della rivoluzione culturale, caratterizzata dalle vessazioni, dal terrore, dall'impossibilità di esprimere le proprie convinzioni e la propria fede.
Rassegnazione? Non penso. Se fossero davvero rassegnati, i tibetani non avrebbero manifestato come hanno fatto lo scorso anno. Sicuramente nutrono ancora la speranza: vogliono continuare a preservare ciò che resta delle loro tradizioni e della loro civiltà. Per loro, la speranza e i piccoli gesti di resistenza costituiscono un vero e proprio principio di vita.
swissinfo: È corretto affermare che la Svizzera si sta sempre più defilando in merito alla questione tibetana?
C.B.L.: Purtroppo sì. La Confederazione, come altri Stati, sta assumendo un profilo decisamente basso. Va ricordato che la Svizzera ha riconosciuto molto presto la Cina, ma è anche stata il primo paese europeo ad accogliere un migliaio di rifugiati tibetani negli anni Sessanta, dopo l'esilio del marzo 1959.
A livello politico, in altre occasioni la Svizzera si era mostrata molto più decisa di adesso, intervenendo a proposito dei diritti umani e dei rifugiati. Durante gli anni Sessanta-Settanta, il governo aveva per esempio rifiutato di accettare una lettera minacciosa dell'ambasciata cinese, che protestava contro la decisione di ospitare i rifugiati tibetani. Oggi, invece, appena si parla del Dalai Lama i politici – nella Confederazione e all'estero – battono in ritirata di fronte alle proteste delle autorità cinesi. Ciò è molto triste.
Dobbiamo essere coscienti del fatto che difendere la libertà dei tibetani significa difendere la nostra stessa libertà. Se abbiamo la possibilità, qui e altrove, di prendere la parola per difendere il diritto all'autodeterminazione dei tibetani, è proprio perché esiste la libertà d'espressione. Tacere significa accettare il rischio di essere imbavagliati a nostra volta in futuro.
swissinfo: Come spiega questo atteggiamento della Svizzera?
C.B.L.: La Svizzera, analogamente agli altri paesi, ha paura di irritare il governo di Pechino e teme la potenza economica cinese. La Cina è infatti una nazione che dispone dei mezzi finanziari ed economici per farsi rispettare. Inoltre, anche se il paese afferma di non avere intenzioni bellicose, è legittimo nutrire dei dubbi alla luce del recente importante aumento del budget militare.
swissinfo: Cosa dovrebbe fare la Confederazione diversamente dalla sua linea attuale?
C.B.L.: La Svizzera dovrebbe dar prova di maggior coraggio nella difesa dei propri principi. Dal momento che si vanta di essere amica del regime cinese, Berna dovrebbe cercare di convincere il governo di Pechino ad accettare la propria mediazione, che potrebbe un giorno magari sfociare in veri e propri negoziati tra Cina e Tibet. Un'azione di questo genere richiede però uno sforzo comune unitamente agli altri paesi democratici.
Infine, e questo vale per la Svizzera come per la maggior parte del mondo occidentale, bisogna smettere di avere paura. La paura è sempre una cattiva consigliera.
swissinfo, Pierre-François Besson
(traduzione e adattamento: Andrea Clementi)
Claude Levenson
Claude B. Levenson, nata nel 1938 a Parigi, ha studiato letteratura russa, filosofia e religioni indiane all'Università di Mosca.
Giornalista e scrittrice, è autrice di numerosi libri sulla questione tibetana. Ha inoltre lavorato come interprete alle Nazioni Unite.
LA POSIZIONE ELVETICA
Dialogo. La Svizzera è favorevole al dialogo tra i responsabili religiosi tibetani – Dalai Lama compreso – e le autorità politiche cinesi, afferma Andreas Stauffer, portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae).
Precursore. La Svizzera è il primo paese occidentale ad avere iniziato nel 1991 un dialogo istituzionalizzato sui diritti umani con la Cina. L'undicesimo incontro si terrà l'estate prossima.
Obiettivo. Secondo il Dfae, soltanto il dialogo permette di avviare la questione tibetana verso una soluzione caratterizzata da una forma appropriata di autonomia interna, unita al rispetto dei diritti umani, religiosi e culturali.
Chiarezza. Il Tibet - evidenzia il Dfae - figura tre le priorità della Svizzera. Il tema viene regolarmente affrontato sia con la Cina, sia sul piano multilaterale: in seno al Consiglio dei diritti umani, la Confederazione è stato uno dei pochi paesi a esprimere preoccupazione in merito alla situazione delle minoranze in Tibet e nello Xinjiang.
Principio. Il Tibet è una regione autonoma della Repubblica popolare cinese con lo statuto di provincia dal 1951, rileva il Dfae. La comunità internazionale – Svizzera compresa – riconosce questa situazione.
Precisazione. La Svizzera non riconosce il governo tibetano in esilio basato a Dharamsala (India) e non intrattiene contatti formali con i suoi rappresentanti.
STORIA DI UN LUNGO CONFLITTO
Nel 1950 l'esercito di liberazione di Mao prese il controllo del Tibet. Pochi anni dopo, nel 1959, il governo cinese soffocò nel sangue un'insurrezione guidata da monaci e monache. Alla fine di marzo del 1959, in pochi giorni, l'esercito cinese uccise decine di migliaia di persone.
Il Dalai Lama fuggì in India con 120'000 tibetani, paese dove ancora oggi ha sede il governo tibetano in esilio. Secondo il governo tibetano in esilio, tra il 1951 e il 1979 morirono 1,2 milioni di tibetani, mentre altri 120'000 furono costretti a fuggire.
Il 13 marzo 2008 in Tibet si è sviluppata una forte protesta contro la politica del governo centrale cinese, sfociata in scontri a fuoco e numerosi arresti. Il governo cinese accusò il Dalai Lama di aver fomentato la tensione. Secondo fonti tibetane in esilio i morti dovuti agli scontri sarebbero stati circa duecento, mentre Pechino aveva denunciato 21 vittime cinesi.