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In merito all'articolo di Dante Balbo e Dani Noris sulla "povertà".
Il nocciolo è verità e carità. Accompagnare l'omone alla comprensione che si è affossato da solo, e poi... allestire piani di risanamento. Il servizio sociale pubblico non farebbe la stessa cosa? C'è ancora la paura dell'assistenzialismo? Lo Stato non ha molti mezzi, quindi non credo agisca più in questo modo.
Credo che si possa dire vi sia professionalità di intervento sia da parte dell'ente pubblico, che da parte di Caritas.
Allora cosa distingue Caritas dall'ente pubblico nella casistica sociale? Il retroterra ideologico-culturale? L'amore per il destino del "povero", considerato che Cristo è presente in modo privilegiato nel povero? Professionalità e amore, dunque?
Jean Vanier racconta di una donna che le si avvicinò mentre camminava su una strada di Parigi (prima dell'Arche), chiedendogli dei soldi. Lui le chiese a che potessero servire. Era appena uscita da una casa di cura e... Le diede i soldi e questa se ne andò.
Questo dovrebbe essere l'aspetto assistenzialistico.
Sempre Jean Vanier dice d'aver agito così per non esporsi, per non mettersi in gioco. Se invece si fosse fermato a parlare con lei, poi forse l'avrebbe invitata a pranzo, iniziando una relazione (pericolosa!) che poi avrebbe finito per mettere in gioco la sua persona. Avrebbe cominciato ad amare il destino di quella signora, capendone l'inscindibilità dal suo stesso destino...(Questo è amore?)
E la professionalità? Alcuni dicono che all'Arche questo aspetto un po' manca, ma c'è tanto amore...
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