Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01024.jsonl.gz/681

Sul finire degli anni Settanta, Jean-François Lyotard (10 agosto 1924 - 21 aprile 1998) fece uno studio sulla condizione del sapere nelle così dette società sviluppate, là dove la cultura ha subito forti trasformazioni e dove il progresso scientifico ha messo in crisi quelle che egli definì le «grandi narrazioni», ossia quegli ideali collettivi sette-ottocenteschi che legittimavano i saperi nella modernità: la ricerca della verità, della giustizia e l’emancipazione dell’umanità. Ideali che, dopo le tragiche vicende del XX secolo, non sono più credibili o sostenibili. Così finisce la modernità e inizia la postmodernità, il cui nucleo consiste proprio nell’incredulità e nella messa in discussione non solo delle grandi narrazioni, ma anche di ogni legittimazione – compresa quella del sapere scientifico.
Se ogni legittimazione è in crisi, su cosa si reggono la ricerca e la trasmissione del sapere? Non più sulla verità, non più sulla giustizia o sulla libertà, bensì sulla potenza. Essa detiene il dominio legittimante anche su ciò che non è di sua competenza: verità, bellezza e giustizia.
«Niente prove e niente verificazioni degli enunciati, e niente verità, senza soldi. I giochi linguistici della scienza diventano giochi dei ricchi, in cui il più ricco ha più probabilità di avere ragione» (Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli 1981). Se nell’antica Grecia si viveva l’equazione tra bontà, bellezza e verità, ora si «delinea un’equazione fra ricchezza, efficienza, verità.»
Un’equazione che si esplica per mezzo di una informatizzazione generalizzata: quante più sono le informazioni di cui si dispone tanto maggiore è la performatività. L’accrescimento della potenza «passa attraverso la produzione, la memorizzazione, l’accessibilità e l’operabilità delle informazioni.» Qui è evidente l’incidenza delle trasformazioni tecnologiche sul sapere, il quale viene e verrà sempre più colpito nelle sue due funzioni principali: la ricerca e la trasmissione delle conoscenze.
Questa è l’era dell’“informatizzazione della società”, dove il sapere viene esteriorizzato e dove «l’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (Bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso.» Il sapere si fa nozionistico e inteso come quantità di informazioni trasmettibili. Il nostro sapere si riduce alle macchine, a ciò che queste possono contenere, elaborare, trasmettere, mentre tutto il resto viene escluso poiché non si configura come informazione, non può essere tradotto in zero e uno, la sua efficacia non è visibile né performativa.
Il criterio della performatività esclude il discorso metafisico, la favola e la definizione delle essenze, esige spiriti chiari e volontà fredde, predilige il calcolo e le funzioni pragmatiche del sapere. La domanda che lo studente, lo Stato o l’istituzione si pongono «non è più: è vero? Ma: a che cosa serve? Nel contesto della mercificazione del sapere, tale domanda significa nella maggior parte dei casi: si può vendere? E, nel contesto dell’incremento di potenza: è efficace?»
«Le procedure amministrative faranno “volere” agli individui ciò di cui il sistema necessita per essere performativo.» Il sapere non viene trasmesso per formare un élite che possa guidare la nazione nel suo processo di emancipazione – come si auspicava negli ideali sette-ottocenteschi – bensì viene trasmesso per «fornire al sistema i giocatori in grado di capire convenientemente i ruoli legati alle posizioni pragmatiche di cui le istituzioni hanno bisogno.» Lo studente non viene più investito da quel presunto grande compito del progresso sociale, neppure però viene formato al pensiero critico, etico ed estetico di cui una democrazia necessita per sopravvivere, e di cui l’individuo necessita per vivere.
Trent’anni dopo quel «rapporto sul sapere», Byung-Chul Han ci presenta gli effetti psichici e filosofici che la legittimazione basata sull’efficienza, la prestazione e la potenza hanno avuto a partire dal XXI secolo. La depressione, la sindrome da decifit di attenzione, l’iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome da burnout «connotano il panorama delle patologie tipiche di questo secolo.» (Byung-Chul Han, La società della stanchezza, nottetempo 2012)
Secondo Han queste malattie neuronali sono dovute a un «eccesso di positività». La violenza della positività viene dalla sovrapproduzione, dall’eccesso di prestazione o comunicazione; di qui esaurimento, affaticamento, soffocamento. Questa violenza, a differenza di quelle esercitate nei secoli scorsi, non è privativa ma saturativa. «La società del XXI secolo non è più la società disciplinare [delineata da Foucault] ma è una società della prestazione. I suoi stessi cittadini non si dicono più “soggetti d’obbedienza” ma “soggetti di prestazione”». Quella disciplinare era una società del divieto e dell’obbligo, quella della prestazione è invece una società del “poter-fare” illimitato – il suo motto è: “Yes we can!”. Implicitamente questo “poter-fare” diventa un “dover-fare” autoimpostosi: la pressione della prestazione sfinisce ed esaurisce l’anima, è il «nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna»
«Il soggetto di prestazione, che s’immagina libero, in realtà è incatenato come Prometeo.» L’uomo che lavora soltanto è inerme, privo di ogni sovranità. «L’uomo depresso è quell’animal laborans che sfrutta se stesso del tutto volontariamente, senza costrizioni esterne.»
Il vuoto e la noia sono oggi le più grandi fobie, anche là dove la noia profonda è il culmine del riposo spirituale, senza il quale nessuna creazione è possibile, solo frenetica ripetizione. Senza riposo si perde la facoltà di ascolto, la quale attecchisce solo là dove l’ego si mette da parte
Nietzsche lamentava, già un secolo e mezzo fa, l’arretramento e la sottovalutazione della vita contemplativa, poiché è da questa che le attività culturali sorgono. In nessun’altra epoca si attribuì maggior valore agli attivi, ma «gli attivi rotolano, come una pietra, con la stupidità del meccanismo... chi non ha per sé due terzi della sua giornata è uno schiavo» (Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi 1979).
Nel Crepuscolo degli idoli Nietzsche formula tre educazioni fondamentali per quella che egli chiama “cultura superiore”: imparare a vedere, a pensare e a parlare e scrivere. La prima è imparare a vedere: ovvero assuefare lo sguardo alla calma e alla pazienza, rendere l’occhio abile all’attenzione profonda e contemplativa, imparare a non reagire subito agli stimoli – la meschinità e la mancanza di spirito si fondano sull’incapacità di resistere agli stimoli seguendo ogni impulso. L’attività ha valore solo là dove vi si contrappone l’inattività. Il punto non è tornare alle grandi narrazioni – che sono state abbondate per buone ragioni –, ma liberarsi da quelle fredde catene della «prestazione autistica» e indugiare, e posare lo sguardo attento e paziente sul centro immobile della propria vita.