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La casa editrice Alla chiara fonte ha pubblicato, nel 2005, un elegante cofanetto con quattro sue raccolte poetiche, sotto il titolo E la fragile vita sta nel crocchio : vi ritroviamo i temi che da sempre le sono cari, come l'amore coniugale ( Non ciascuno stupore è senza voce ), una certa spiritualità ( La scontrosa incostanza della gioia ), la riflessione sulla scrittura poetica ( Vecchio vizio di scrivere in estratto ) e il ciclo del tempo ( Pur nel modesto chiaro dell'esistere ). Possiamo leggere in questa struttura estremamente chiara una sorta di percorso nelle sua poetica?
Bisogna dire le cose come stanno: la pubblicazione in quattro distinti fascicoli delle poesie brevi scritte fra il 2000 e il 2004 ha all'inizio una motivazione di tipo economico. Pubblicare in quel modo sarebbe costato meno che farlo in un unico volume. La casa editrice alla chiara fonte e i suoi sostenitori non abbondano di mezzi. Della necessità si è cercato, come si dice, di fare virtù: Vals (Mauro Valsangiacomo), oltre a essere con sua moglie Chiara un editore appassionato e oltre ad avere altre buone qualità è anche un bravo grafico. Per queste mie poesie ha sviluppato l'idea del cofanetto che aveva già utilizzato quando aveva pubblicato i sei giovani poeti dell' Antologia della durata ; inoltre ha fatto cinque disegni, uno per l'involucro contenitore e gli altri per i quattro fascicoli. Da parte mia ho cercato di dividere le poesie nelle quattro parti in modo che ognuna avesse un suo elemento unificatore. I temi che lei indica nella domanda sono quelli ai quali ho pensato anch'io, anzi per quanto riguarda La scontrosa incostanza della gioia la sua formulazione è persino più precisa della mia, così che ora anch'io sono più in chiaro. Se si possa, dopo questa spiegazione, ancora parlare di “struttura estremamente chiara” non so. Le poesie di questo libro, quelle del precedente (Segmenti di una lode più ampia), le inedite e quelle che forse riuscirò ancora a scrivere, sono in realtà classificabili in due gruppi, dei quali uno comprende quelle per Gio e l'altro le altre poesie : proprio così sono nominate le due parti che compongono i Segmenti . Per la più recente pubblicazione ho cercato un ordine per le altre , mentre le poesie per Gio (cioè per Giovanna) stanno nella parte intitolata Non ciascuno stupore è senza voce. Inoltre non so nemmeno se si possa identificare un “percorso della mia poetica”, prima di tutto perché non ho fatto sul mio scrivere molte riflessioni. Dunque, per quel che mi riguarda, per la coscienza che ne ho, non so nemmeno se posso parlare di una mia poetica.
Parlando della sua poesia, la critica ha spesso insistito sulla forma breve delle sue composizioni. Lei stesso si è a volte definito come uno “scrittore breve”. Questa scelta estetica è un vero e proprio fine del suo lavoro? Detto altrimenti: lei cerca per prima cosa la brevità, quasi minimalista, come sembra suggerire il titolo Vecchio vizio di scrivere in estratto . Oppure, viceversa, è il lavoro sulla scrittura che porta, poco a poco, a ridurre il dettato alla sua forma più ridotta ed efficace?
L'ultima pubblicazione è composta unicamente da poesie brevi. O forse dovrei dire molto brevi, visto che anche fra le altre, quelle che stanno negli altri libri o nei miei fogli privati, non si trovano testi molto ampi. Ho usato un criterio che non ha nessun fondamento scientifico: nel libro ci sono solo poesie che al massimo hanno otto versi, come sono otto le punte della stella che sta sopra i magi in un capitello che avevo visto a Autun, in Borgogna. Non è che non mi piacerebbe scrivere poesie più lunghe e forse addirittura un poema, solo che finora non ne sono stato capace. Ecco: all'inizio della scelta della brevità sta probabilmente un'incapacità della lunghezza. Però, se è così, è un limite che non mi dispiace troppo. Mi pare di trovarmi bene con la forma breve, ma al momento non saprei spiegare esattamente perché. Quanto al problema dell'efficacia, non penso che esso sia essenzialmente un problema di stringatezza. Bisogna cercare di essere efficaci sempre quando si scrive, in certe scritture essere efficaci può voler dire scrivere molto, a lungo, non trascurare i dettagli, riportare i discorsi, insistere sulle descrizioni, eccetera. Intendo dire che non voglio essere breve per sacrificare l'ampiezza all'efficacia, ma che cerco di essere efficace anche scrivendo brevi testi, così come cercherò di essere efficace se mai scriverò testi più ampi.
Sempre per quanto concerne la forma, è facile notare che i titoli delle sue poesie hanno un'importanza cruciale (mentre nelle sue prime raccolte erano spesso assenti o ridotti a una forma neutra, a un semplice numero), come se fosse necessario andare immediatamente all'essenziale, per proporre poi nel testo una sorta di illustrazione di un tema dato: in pratica, il titolo come chiave di lettura della poesia. In uno scritto dal tono ironico sul senso della poesia, Da monosillabo a endecasillabo , lei immagina addirittura un verso elementare che, scevro d'ogni significato, consisterebbe interamente nella formulazione del titolo. C'è dunque una scelta concreta di fare della poesia una parola “immediata”, che va al cuore di un significato essenziale?
Mi piacerebbe che la sua domanda fosse anche la risposta, ma, di nuovo, non credo di avere finora fatto un numero sufficiente di riflessioni serie perché io possa attribuirmi una tale sapienza. In questo momento mi sentirei abbastanza superbo se affermassi che voglio dare alle cose che scrivo in forma di poesia una così grande forza di immediata essenza comunicativa. Ho anche avuto spesso, specialmente da quando uso il computer, l'impressione che le poesie si scrivano da sole: impressione che ha pure una componente di superbia. Solo apparentemente pensare che le poesie si scrivano da sole è una manifestazione di modestia, in realtà si tratta di un pensiero che presuppone che lo scrivente sia in un contatto privilegiato con qualche speciale fonte. In più: se non ricordo male, già all'inizio avevo dato un titolo ad alcune delle poesie. Quando poi si trattò di pubblicare il primo smilzo libro c'erano poesie con titolo e poesie senza titolo e si era ritenuto opportuno scegliere un criterio unico. Non so più perché il secondo libro ha, invece di titoli, una numerazione. Fatto sta che poi mi ero stufato di quell'assenza di titoli e mi sono messo a dotare ogni poesia di un titolo, tranne per i testi del carnet Rosa shoping dove i titoli li avevo già, erano le frasi trovate dagli utenti di uno dei laboratori della Fondazione Diamante, frasi che erano state inventate per decorare dei piatti. In quel caso specifico i titoli sono anche più importanti delle poesie. A un certo punto subentra una certa abitudine. Oppure è così: dare un titolo è più rassicurante che rinunciarvi o lasciare la poesia con un semplice numero. Forse è anche interessante l'esercizio in sé dell'invenzione del titolo, esercizio che non sempre è facile. Più in generale, scrivere una poesia e dunque anche decidere di darle un titolo e trovarlo è un'operazione artigianale, chi scrive è in gran parte assorbito da “problemi pratici”, non pensa molto alle motivazioni o agli scopi, per esempio non sta molto a riflettere sulla funzione o sul valore che può o non può avere il titolo. Dico “chi scrive”, dandomi un ruolo di rappresentante che credo proprio non mi competa. Si legga dunque: io quando scrivo…
Nella poesia « Un'eventuale utilità della poesia », lei scrive: « Vorrei fare talvolta / versi che ragliano, versi che portano / alla discarica fardelli, some, / tristezze di chi legge, pesi schegge. / E versi che si nutrono di cardi . ». Il poeta ha dunque per lei un rapporto con il lettore simile a quello che lui stesso intrattiene con la scrittura?
Se potessi essere di qualche utilità per il lettore, sarei molto felice. Forse per un piccolo manipolo di lettori sono stato e magari sono o sarò ancora di qualche utilità. Compresa l'utilità dell'asino che porta i fardelli, che li porta via. (L'asino e il merlo sono i miei animali preferiti). Devo qui accennare a un problema che mi pare interessante e che ogni tanto mi pongo: quello della relazione fra ciò che scrivo e la realtà o addirittura fra ciò che scrivo e la verità. Di una poesia come quella che lei cita nella domanda mi devo per esempio chiedere quanto interviene l'allegria di pensare a una poesia-asino (ed anche al suo “genitore” poeta-asino): certo non ho l'impressione di avere sacrificato la verità a quell'allegria, volevo davvero scrivere quello che si legge, si tratta di un desiderio sentito; tuttavia capita talvolta che mi chieda se sarei capace di rinunciare a un'immagine “riuscita” quando mi accorgessi che è troppo distante dalla verità. Mi pare, infine, che la sua domanda contenga anche questa ipotesi: che chi scrive consegna alla scrittura pesi da portare via o fuori da lui. Può darsi che capiti.
Questa eventuale utilità della poesia ci rimanda a una questione fondamentale, nelle sue raccolte poetiche : perché si scrive ?
All'inizio (verso la fine degli anni sessanta, quando ero giovane) ho scritto perché mi sentivo dire che ero un poeta. Sono sicuro che se anche me lo dicevano per prendermi un po' in giro, l'intenzione degli amici era benevola, affettuosa. Così ho provato. Prima avevo scritto solo una poesia in quinta elementare, ricevendo un vigoroso rimprovero dal mio bravo maestro che mi aveva chiesto un altro lavoro (c'era stato un malinteso, è un episodio che dovrei scrivere). Al liceo però, specialmente in terza, nell'ultimo anno avevo scritto qualche componimento che Giovanni Orelli, che ho avuto la fortuna di avere come docente, aveva lodato: penso che quella lode mi sia servita per avere qualche fiducia in me. All'inizio penso che ci fosse anche un desiderio di affermazione personale, un voler produrre qualcosa di interessante che anche gli altri potessero vedere e apprezzare. Siccome poi ho avuto qualche apprezzamento e incoraggiamento, ho continuato a scrivere poesie (e anche qualche racconto). Con pause di mesi e mesi in cui non ho scritto niente. Non bisogna mai sottovalutare la forza dell'abitudine. Devo anche ricordare che scrivere non è stato il mio lavoro; io ero, lo sono stato fino al giugno del 2006 per 37 anni scolastici, docente medio. Altre spiegazioni che potrei dare – come: scrivo per capire meglio, scrivo per tenere a bada l'ansia – mi sembrano quasi troppo solenni. Ho avuto alcune volte l'impressione che gli scrittori, non so se più i prosatori o i poeti, si prendano troppo sul serio, ma può anche darsi che si trattasse di invidia verso chi sa prendersi sul serio. Scrivo pure per divertire o, almeno, per cercare di divertire, specialmente su fogli per “letture private”. Probabilmente ci sono anche altri motivi.
Lei afferma, nella prefazione a Né al primo né al più bello che una fonte di ispirazione importante è la vita quotidiana oppure i dettagli minimi raccolti per via. Eppure nella raccolta E la fragile vita sta nel crocchio siamo spesso confrontati con una scrittura del pensiero, con una riflessione intima o un personale interrogarsi di fronte alle cose, che rimangono come nascoste dietro lo sguardo di colui che le percepisce. Una sua precedente raccolta, Terzo esile libro di poesia , si apre su questi versi: « è il soggetto / che conta nella vita dei poeti : oggetto, predicato complementi / lo inseguono contenti di cantarlo : / ed il soggetto è dato per fortuna / per caso o per amore. ». Potrebbe spiegare questo rapporto tra la poesia e il soggetto poetante?
Lei è troppo gentile a chiamare prefazione quelle due paginette che stanno in apertura del libro stampato a Sassari. Mi ero pentito presto di averla scritta. L'intermediario fra me e l'editore era un mio amico, il quale in un primo tempo pensava di poter avere un vero prefatore, ma siccome non l'aveva trovato e siccome pensava che una nota introduttiva ci volesse, aveva chiesto a me di scrivere qualcosa. Quando mi capita di dare ancora a qualcuno quel libro, metto sempre un biglietto che avverte di non prenderne troppo sul serio la “prefazione”. Più ampiamente: questa sua domanda è come troppo difficile per me, proprio per quella mia mancanza (e forse anche incapacità) di riflessione profonda e continua sul mio scrivere. Quasi sono solo capace di prendere nota di quello che lei scrive, della valutazione che lei dà. Quanto alla poesia che lei cita, la prima del Terzo esile libro di poesie , mi pare di ricordare che volessi iniziare con un invito a non esagerare i meriti e l'importanza del poeta, il quale è grandemente favorito dal soggetto. Dove con soggetto si intende primo la donna di cui è innamorato, secondo ogni altro elemento o anche frammento dell'esistente che lo interessi. È chiesto di più al panettiere, con i suoi soggetti farina, acqua, sale e lievito, gli sono chieste una maggiore maestria e una maggiore fatica. Forse, in cambio, quando toglie il pane dal forno può anche sentirsi più convinto della sua utilità di quanto si senta un poeta quando ha terminato di scrivere la sua poesia. E, comunque, per fortuna ci sono premi anche per i panettieri, non solo per i poeti.
Restando ancora un momento su questa domanda : potremmo dunque dire che le cerca, nella scrittura, di confondere in qualche modo l'oggetto reale e il suo significato metaforico o simbolico ?
Non credo che vorrei confonderli. Vorrei chiarire l'oggetto reale. O, talvolta, rendergli una letizia che non sempre si può vedere subito e che così si pensa non esista.
Le sue poesie non temono i toni ironici; lei ha dedicato all'ironia una delle poesie inedite che pubblichiamo in “Viceversa Letteratura ( Due figure retoriche ). Insieme ai temi dell'amore coniugale e della scrittura poetica, questo motivo sembra talvolta mettere in questione la tradizione poetica – che spesso ritorna come un motivo straniato – o voler instaurare una certa distanza con la concezione classica delle poesia. Qual è per lei il senso di quest'ironia?
Non vorrei nemmeno pretendere di prendere le distanze dalla concezione classica della poesia; non credo di avere studiato seriamente il problema. Eventualmente, come ho già detto in una delle risposte precedenti, non voglio che la poesia e, specialmente, i poeti siano presi troppo sul serio. Un eccesso di serietà non me lo auguro nemmeno nei confronti della vita in generale e in tutti i suoi particolari. I poeti stessi, forse gli artisti in genere, potrebbero talvolta essere un po' meno convinti della loro importanza, probabilmente i rapporti fra di loro sarebbero migliori, anche se non vorrei dire che siano al momento cattivi. L'ironia che si trova in una parte delle poesie che ho scritto vorrei dire che, anche lei, è arrivata da sola: mi sono trovato spesso e mi trovo ben disposto nei suoi confronti, con un'immagine un po' ardita vorrei dire che le sono amico e che, forse per questo, essa non disdegna di visitarmi.
Spesso vediamo spuntare, nella sua ultima raccolta (ma anche in quelle precedenti), la figura del « celebre poeta sconosciuto », che, pur apprezzando il riconoscimento pubblico, sembra volgersi alla poesia soprattutto come a una pratica necessaria sul piano strettamente personale. Nel 2006 lei ha ottenuto il Premio Schiller, raggiungendo la lista dei poeti ticinesi più noti, come Giorgio Orelli o Alberto Nessi. Come è possibile, per lei, conciliare la dimensione intima del lavoro poetico e il suo lato più pubblico?
In questa domanda lei fa riferimento a un problema assai delicato. Ho detto in una delle risposte precedenti che ho cominciato (e probabilmente continuo) a scrivere per un desiderio di affermazione personale, per essere apprezzato in qualcosa che altri trovino bello e interessante. Dunque è chiaro che scrivo anche per il pubblico. E devo dire che sono davvero contento se qualcuno mi dice bene di qualcuna delle mie cose. Scrivere naturalmente corrisponde anche a un bisogno personale, tuttavia le due dimensioni, la “pubblica” e l'”intima” non sono nettamente separate. Ciò che mi porta a scrivere per me è bisognoso della verifica dei lettori. Ho scritto chiaramente per me se l'ho fatto anche per chi legge. E viceversa. (Resterebbe da dire cosa si possa intendere per “scrivere chiaramente”). Per quel che riguarda l'utilizzazione che ho fatto spesso dell'immagine del “celebre poeta sconosciuto”, essa deriva principalmente da due elementi. Il primo è un omaggio che mi piace fare a uno dei racconti più belli che io abbia mai letto, L'uomo che aveva il cuore negli altopiani di William Saroyan (si trova, insieme con l'altro, pure bellissimo, Storia che mi raccontò un barbiere in Che ve ne pare dell'America? , che fu tradotto in italiano da Elio Vittorini). Il secondo è il mio desiderio di scherzare un po', di fare dell'ironia, sul fatto che, del resto giustamente, non ho avuto che raramente l'onore della ribalta. I tre poeti che lei cita (dico tre perché gli Orelli sono due) e altri che si potrebbero citare sono stati e sono letti e ascoltati molto più di me, del che, a dire la verità, mi rallegro. Vorrei anche dire che mi piace stare un po' appartato: primo, si vedono meno i miei difetti, secondo, sono almeno un po' solidale con quelli di cui non dice mai niente nessuno. So però, l'ho imparato dalla fiaba della volpe che faceva la schizzinosa con il gallo rosso perché non riusciva ad afferrarlo, che il piacere di stare appartato può anche essere una scusa quando non si riesce a farsi notare nella folla.
Un critico ha parlato, a proposito delle sue prime raccolte, di un forte « carattere cantonale » dei suoi versi, dovuto alla presenza di numerosi riferimenti geografici o culturali ticinesi. Questa tendenza sembra scomparire, però, nelle sue raccolte più recenti. L'ancoramento identitario, proprio anche ad altri autori ticinesi, fa parte per lei degli obiettivi poetici? Cosa pensa del regionalismo, spesso forte e rivendicato, della poesia ticinese?
Remo Beretta mi ha detto una volta che le mie “poesie cantonali” non sono fra le più riuscite. Non vorrei fare una graduatoria fra i miei lettori, che mi sono tutti molto cari, sia i conosciuti sia i non noti, devo però dire che Remo Beretta dà valutazioni sempre fondate su una lunga riflessione e su una grande sapienza di lettura. Non mi pare però che il problema dell'identità ticinese sia stato e sia per me molto importante quando scrivo. Anzi, a trovarmelo citato nella sua domanda mi sono ricordato che è un problema e che se ne parla (o forse più se ne parlava qualche tempo fa). Non sono nemmeno sicuro che le poesie più interessanti scritte da autori ticinesi siano molto caratterizzate dal regionalismo, però mi posso anche sbagliare.
Lei non usa, nel suo lavoro poetico, il dialetto, come mai?
Qualche inserto dialettale lo si trova nelle cose che ho scritto, specialmente nel carnet Rosa shoping (dove si trova anche un po' di italiano inventato). Inoltre qualche tempo fa, per un lavoro collettivo che forse si potrà vedere l'anno prossimo, ho tradotto in dialetto una poesia ciascuno di Pascoli, Carducci e Montale. Uno dei motivi che mi distolgono dallo scrivere in dialetto è che io non ho proprio un vero dialetto originale e, anche, che il dialetto di cui sono capace è un po' povero.
Adrien Pasquali, al quale lei rende omaggio, poeticamente, in Segmenti di una lode più grande , ha tradotto in francese, per i tipi di Empreintes, le sue tre prime raccolte poetiche: Riva del sole, Né al primo né al più bello, Terzo esile libro di poesie . Cosa significa, per lei, il passaggio della poesia da una lingua all'altra ?
Adrien Pasquali me lo porto sempre nel cuore. E ho cari anche gli altri che hanno tradotto o stanno traducendo cose mie. Ecco, il primo elemento importante per me se qualcuno traduce cose scritte da me è la gratitudine per qualcuno che spende il suo tempo e la sua forza in mio favore. Il secondo elemento importante è la prova che il testo che è messo in un'altra lingua non è troppo fragile, resiste alla non facile rinascita.