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In giugno si voterà per l’introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI). Ad ogni abitante dovrebbe essere garantito un reddito mensile di 2’500 franchi – indipendentemente dal fatto che lui o lei sia disposto a muovere un dito a tale proposito. Ogni anno 208 miliardi di franchi – quasi un terzo del PIL – sarebbero così distribuiti alla popolazione senza che sia richiesta una contropartita. I promotori vendono l’idea, durante diverse manifestazioni e su internet, in modo altisonante come una «nuova forma di pensiero», collocata in un contesto filosofico e pubblicizzata tramite slogan come «quando la libertà non fa più paura». Abilmente viene quindi suggerito che le persone che hanno un’opinione diversa non sono in grado di comprendere questo nuovo modo di pensare, e tanto meno un filosofare di ampio raggio. Chi invece riesce a ricavare qualcosa da questa idea può sentirsi un po’ intelligente. La campagna diventa talvolta settaria.
Gli argomenti avanzati dai promotori del reddito di base incondizionato sono contradditori. Così nel film documentario «Ein Dorf tut nichts – a village does nothing» l’ozio dell’uno è considerato come un sacrificio che permetterebbe all’altro di lavorare – un sacrificio che dovrebbe essere ricompensato con il reddito di base incondizionato. In un’altra occasione il reddito di base incondizionato è celebrato come liberazione rivoluzionaria dall’obbligo di intraprendere un lavoro retribuito (che qui improvvisamente non sembra più un privilegio, quanto piuttosto una forma di schiavitù), per poi, poco dopo, – quando si tratta di calcolarne il finanziamento – assumere che l’introduzione di un reddito di base incondizionato non avrebbe alcun effetto negativo sul tasso di occupazione.
Per una persona ben integrata nella vita lavorativa con un reddito medio-alto, le conseguenze negative del reddito di base incondizionato sull’impiego potrebbero effettivamente essere limitate – anche l’attuale sistema di sicurezza sociale comporta disincentivi non trascurabili. È ingenuo chi crede che un giovane senza alcuna pressione nel dover guadagnare denaro si comporterebbe in modo intraprendente. L’introduzione di un reddito di base incondizionato comporta un rischio elevato: intere classi sociali – ovvero quelle con prospettive di salario ridotte – potrebbero essere infatti incentivate ad abbandonare la vita lavorativa.
Il reddito di base incondizionato quindi non emancipa; al contrario, esso svilisce. Inoltre è ingiusto: infatti ricompensa coloro che non vogliono lavorare e punisce chi non può. A questi ultimi lo Stato già oggi garantisce un reddito minimo vitale, che di solito è significativamente più alto rispetto al reddito di base incondizionato proposto.
I sostenitori dell’iniziativa qualificano volentieri il reddito di base incondizionato come «liberale». Questo sorprendente errore di giudizio si basa presumibilmente sull’asserzione secondo cui l’introduzione di un reddito di base incondizionato libererebbe dalla costrizione al lavoro. Un tale obbligo però oggi non esiste. Vi è solo l’obbligo di far fronte alle conseguenze finanziarie derivanti dall’astensione al lavoro. Definire liberale l’eliminazione di questo obbligo è un’assurdità, perché il liberalismo affianca sempre la libertà alla responsabilità individuale.
Questo articolo è stato pubblicato nel numero di maggio 2016 della rivista «Ticino Business». Per gentile concessione di «Ticino Business».