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Sessant’anni fa l’Unione Sovietica sbalordì il mondo con il lancio del satellite Sputnik. All’epoca Donald Trump aveva 11 anni. Tale manifestazione di superiorità spinse gli Stati Uniti a spendere più dell’URSS in una corsa che portò alla creazione di “internet” e del sistema di posizionamento globale GPS. Lo Sputnik dei giorni nostri, invece, sembra essere passato del tutto in sordina per il 71enne presidente statunitense. La Cina sta pianificando apertamente di aggiudicarsi il predominio nell’intelligenza artificiale entro il 2030. Trump sembrerebbe essere troppo impegnato a twittare per rendersene conto.
Tuttavia, le ambizioni di Pechino in fatto di intelligenza artificiale rappresentano a lungo termine una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti molto più grave della sfida nucleare della Corea del Nord. Probabilmente, gli sforzi di Pyongyang potranno essere contenuti con la garanzia della distruzione totale. Non sembra invece frapporsi alcun ostacolo nei confronti dell’obiettivo cinese di sorpassare gli Stati Uniti.
Il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente dichiarato: «Chi dominerà l’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Putin ha fatto questa affermazione poco dopo l’annuncio di Pechino di voler raggiungere gli USA entro il 2020, scavalcarli entro il 2025 e predominare nel settore dell’intelligenza artificiale entro i cinque anni successivi.
In America i più illustri esponenti del settore reputano plausibili le ambizioni cinesi. «Riflettete un secondo… a dichiararlo è stato il governo cinese.», ha detto Eric Schmidt, presidente esecutivo di Alphabet la settimana scorsa.
A differenza dello Sputnik, non c’è un unico comportamento cinese dal quale si possa comprendere appieno la minaccia. La tendenza tuttavia è più che evidente per chi si dà la pena di osservare.
Il presidente Xi Jinping ha fissato nella superiorità della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale un obbiettivo strategico preciso. Trump non ha detto nulla in merito alle ambizioni dell’America. La sua proposta di bilancio però parla per lui. Trump è intenzionato a tagliare dell’11 per cento i finanziamenti pubblici degli Stati Uniti ai “sistemi intelligenti” e di circa un quinto la spesa pubblica destinata in genere per la ricerca e lo sviluppo federale. Il budget della NASA sarà anch’esso ridotto.
Nello stesso modo, Trump intende dimezzare l’afflusso di immigrati con regolare permesso, e ciò andrebbe a influire negativamente sulla capacità da parte dell’America di reclutare i ricercatori più brillanti. Avrebbe più senso offrire loro la green card (il permesso di soggiorno). Gli studenti cinesi eccellono spesso nelle competizioni di codifica di Google. «Se avete dei pregiudizi, se pensate che in qualche modo il loro sistema scolastico non produca quel genere di persone di cui sto parlando, sappiate di avere torto», afferma sempre Schmidt.
L’America riuscirà a prevalere, malgrado la scarsa lungimiranza di Trump? È possibile. Le grandi aziende statunitensi dell’hi-tech resteranno leader mondiali. Il divario rispetto alla concorrenza continua tuttavia ad assottigliarsi. La Cina ha dalla sua parte due vantaggi determinanti. Il primo è che porta a termine più trattative economiche online rispetto all’America. Il quaranta per cento di tutti gli scambi globali di e-commerce si svolge in Cina, per lo più tramite Alibaba, Tencent e Baidu, le tre grandi aziende tecnologiche cinesi.
La loro capacità di gestire enormi quantità di dati deve rispettare ben pochi limiti legali. Parimenti, anche la loro quantità lascia sbigottiti: la settimana scorsa con una capitalizzazione di mercato di 500 miliardi di dollari Tencent ha raggiunto e superato Facebook.
In alcuni settori peraltro, quali i pagamenti online, il riconoscimento visivo e il software vocale la Cina già adesso è più avanti rispetto alla Silicon Valley. Sta inoltre facendo rapidi progressi anche nel campo dei veicoli senza conducente. Quasi tutte queste tecnologie hanno applicazioni nel settore militare: basti pensare a una guerra di droni.
Il secondo vantaggio cinese è che il settore privato del paese è in accordo con il governo. Ai liberisti questo potrebbe apparire uno svantaggio, ma la gente ha la memoria corta. Proprio come il Presidente Dwight Eisenhower assicurò un pieno sostegno all’ascesa della Silicon Valley, così Pechino sta promuovendo in ogni modo possibile nel paese la maestria della tecnologia di apprendimento profondo delle macchine. Oltre a ciò, anche il suo settore digitale sta diventando sempre più autosufficiente. A eccezione dei microprocessori infatti, che restano per lo più di dominio statunitense, la Cina è ormai in grado di produrre da sé ciò di cui necessita. È sempre meno esposta, di conseguenza, ai possibili disagi della catena mondiale di rifornimento. Qualora dovesse scoppiare una guerra commerciale, la Cina potrebbe proseguire indisturbata a sviluppare l’intelligenza artificiale. È questo il motivo per il quale la Cina ha chiuso fuori Google, Facebook, Twitter e altri.
Lo stesso vale per la tecnologia spaziale cinese. Lo scorso fine settimana, John Hyten, il generale responsabile dell’arsenale nucleare statunitense, ha provocato grande scompiglio quando ha affermato che si opporrebbe a un ordine «illegittimo» proveniente dal presidente. Di fatto stava semplicemente ripetendo quanto contenuto nel “libro delle regole”. Di cattivo auspicio (e più degni d’attenzione, N.d.T) sono invece i suoi commenti circa il grande balzo compiuto dalla Cina nella nella tecnologia bellica nel XXI secolo. Quando qualcuno ha suggerito che la minaccia spaziale cinese è stata gonfiata quanto il famigerato “gap missilistico” con i sovietici di un tempo, il generale Hyten ha detto: «Io vedo comportamenti molto aggressivi (da parte dei cinesi e dei russi), finalizzati a mettere insieme una struttura bellica in grado di contrastare totalmente le nostre capacità spaziali».
Se si vogliono comprendere le priorità di una nazione, è sufficiente analizzarne il budget. L’ambizione principale di Trump è tagliare del 20 per cento l’aliquota d’imposta delle società statunitensi. All’epoca di Eisenhower, l’aliquota marginale dell’imposta sul reddito era superiore al 90 per cento, ma questo non impedì all’ingegnosità pubblica e privata degli statunitensi di effettuare uno scatto in avanti e superare i sovietici. Oggi l’America è leader nel mondo per le tecnologie. Con Trump al timone, la situazione in futuro potrebbe rivelarsi diversa.
Fonte: FinancialTimes, 22 novembre 2017
Trad.it.: Alberto Togni
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