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Le nazioni del mondo sono sempre state oggetto, di tanto in tanto, di aggregazioni e, molto più spesso di disgregazioni che hanno portato l’autonomia in regioni precedentemente sottoposte a una convivenza, magari a quel tempo giustificata da eventi estemporanei, ma poi divenuta insensata e pericolosa alla luce di situazioni politiche venute a cambiare. Per esempio la Iugoslavia, un coacervo di etnie diverse e spesso in conflitto fra loro che, venuto a mancare il maresciallo Tito che le teneva legate a suon di legnate, nello spazio di poco più di vent’anni (e personalmente mi sono sempre meravigliato che ci sia voluto così tanto tempo) si sono separate, a volte pacificamente, altre a seguito di vere e proprie guerre civili, per dare vita e legittimità politica a Serbia, Croazia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, eccetera. La Cecoslovacchia si è divisa in due repubbliche autonome – quella ceca e quella slovacca – senza grossi traumi. Qualche non indifferente trauma l’ha creato invece per la Germania ovest la riaggregazione questa volta, con la Germania Est. E che dire dell’Unione sovietica? La separazione di diverse repubbliche ridiventate autonome alcune delle quali rimaste tali (per esempio le repubbliche baltiche, l’Ucraina e la Georgia – quest’ultime aventi peraltro fatto parte della CSI per un considerevole periodo di tempo), altre riunitesi poi, per interessi economici, nella Comunità degli Stati indipendenti la quale, più che una Confederazione di Stati, costituisce di fatto semplicemente una zona di libero scambio commerciale. In America, la guerra d’indipendenza portò alla secessione degli Stati uniti dall’impero britannico. Un secolo dopo, la secessione degli Stati del sud fu oggetto di una cruenta guerra civile durata quattro anni, e solo la vittoria finale dei nordisti ne impedì la realizzazione.
Oggi ci troviamo di fronte a un’UE che, partita con princìpi encomiabili (il mantenimento della pace in Europa) ma, soprattutto, coinvolgenti solo gli interessi economici e commerciali degli Stati membri – tant’è vero che inizialmente si chiamava Comunità Economica Europea (la parola “Economica” venne sciaguratamente rimossa con il Trattato di Maastricht nel 1992) e, ancora prima, era limitata al carbone e all’acciaio – è stata via via trasformata in un Moloc politico, la cui oppressione sui popoli degli Stati membri sta raggiungendo, o forse ha già oltrepassato, il limite massimo di sopportazione.
Se consideriamo l’originale CECA (1952) quale inizio dell’odierna UE, dopo 64 anni è sotto gli occhi di tutti che l’esperimento ha avuto più fallimenti che successi. Alcuni paesi, quelli che hanno ricevuto, registrano certamente come successi i sussidi a innaffiatoio che hanno ottenuto, possibili grazie a un’irresponsabile stampa di cartamoneta che, di fatto, ha posto le economie degli Stati che pagano con un piede sul baratro e l’altro su una pelle di banana. Uno sperpero di denaro pubblico che senz’altro è concausa dell’attuale crisi che affligge tutta l’Europa, crisi che, a sua volta, è l’origine primaria degli spaventosi tassi d’indebitamento e di disoccupazione che imperversano su gran parte degli Stati membri dell’UE.
Bisogna rivedere l’UE? NO, bisogna eliminarla, disgregandola e ridando ai singoli Stati nazionali la loro legittima autonomia. L’Unione sovietica ha avuto bisogno di una settantina d’anni per rendersi conto dell’errore e porvi termine. Perché devono occorrerne di più agli Europei per rendersi conto del fallimento dell’esperimento UE e fare la stessa cosa?
Chissà perché, anche per buona parte degli Euro-scettici, l’UE sembra essere un processo irreversibile. Dare qualche correzione, qualche assestamento qua e là, ma tornare indietro… guai, non si può.
Hanno obbligato a disgregarsi gli imperi coloniali – in particolare il Regno unito che sembrava intoccabile, ma anche Francia, Olanda, Belgio, Germania – sostituendo in molti casi dei regimi coloniali, certamente non all’acqua di rose, con delle dittature corrotte e incapaci, appellandosi a nobili princìpi quali libertà ed emancipazione. Ma rifiutano l’idea di liberarsi ed emanciparsi da un potere costruito artificialmente e senza alcuna legittimazione democratica (nel senso di approvazione popolare). Per chi cercava di liberarsi del colonialismo era legittima aspirazione all’emancipazione, per chi oggi si batte per liberarsi dal giogo di Bruxelles è alto tradimento o poco ci manca.
Ma Brexit ha lasciato il segno, ha dimostrato che il fenomeno è reversibile. Io sono convinto che farà scuola avviando una reazione a catena. UE ora a 27 Stati, domani a 26, poi a 25, e via di seguito. Basta che in questo periodo di transizione, sempre più Stati membri si rendano conto che l’eventuale veto ricattatorio a trattare affari direttamente con i paesi extra-comunitari, da parte di un’UE gestita dall’ambizione direttamente proporzionale all’incapacità di pochi elementi (Juncker in testa), è più dannosa dell’uscita “tout court” da questa nefasta organizzazione.
E il processo avverrebbe anche più velocemente se i paesi europei guardassero più a fondo e senza paraocchi i motivi che stanno alla base di questa sciagurata unione politica. Non sono generalmente un complottista, ma da semplice osservatore esterno intravedo il sogno egemonico che non ha mai abbandonato la Germania: la conquista dell’Europa. Un sogno che per due volte s’è infranto quando è ricorsa alla forza, ma che oggi, con l’arma ben più subdola del maggiore successo economico rispetto agli altri paesi, potrebbe realizzarsi grazie proprio alla complicità di coloro che nell’UE si ostinano a vedere solo aspetti positivi.