Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01157.jsonl.gz/42

Un ambiente di lavoro in cui le persone vengono messe le une contro le altre per migliorare la produttività: così un recente articolo del New York Times descriveva Amazon, basandosi sulle testimonianze di un centinaio di dipendenti ed ex dipendenti. Uno di essi raccontava che, durante la sua esperienza lavorativa gli era capitato di veder piangere almeno una volta quasi tutti i colleghi.
E non vale solo per chi riempie e chiude pacchi: "Non nego che all'inizio ero contento, ma la loro politica è di assumere neo-laureati e poi di approfittarsene. Per un po' si resiste, ma poi si è costretti ad abbandonare. In due anni e mezzo, almeno la metà dei miei colleghi si è licenziata", ha raccontato un ex manager a Daniele Compatangelo, che ha realizzato un'inchiesta a Seattle per la RSI. Un clima ben diverso, quindi, da quello di Google o Microsoft, colossi dell'informatica famosi per le condizioni favorevoli e i benefit che offrono ai loro salariati.
Affermazioni confermate da Sara Amies, legale specializzata in diritto del lavoro, che racconta del sistema in uso presso il colosso dell'e-commerce, che ha reso il fondatore Jeff Bezos uno degli uomini più ricchi del mondo: ogni anno l'elemento meno produttivo di ogni reparto viene licenziato, "a una mia cliente è successo subito dopo la maternità. Il suo rendimento è stato paragonato con quello di chi aveva lavorato per 12 mesi", afferma l'avvocatessa. E "se il capo se ne approfitta, si può arrivare a lavorare 100 ore a settimana".
Daniele Compatangelo/pon