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Il personaggio di Elettra
di Francesco Ricci
"Non possiamo attenderci di trovare nel dramma greco dei personaggi che abbianouna personalità spiccata come quelli di Shakespeare. Questo è impossibile, in parte perchè i poeti greci eseguivano opere di minori dimensioni, ma anche perchè il loro scopo era soprattutto quello di descrivere i destini umani intesi come avvenimenti che possono accadere a ciascuno di noi in quanto esseri umani, con un certo posto nel mondo". L'idea che i personaggi in una tragedia contino più per quello che fanno (o che patiscono) che per quello che sono, è antica. Già Aristotele mostra di condividerla. Nella Poetica (1450a15-17), infatti, individuando nell'intreccio dei fatti, non nei caratteri, l'elemento più importante della tragedia, dedicò appena qualche paragrafo alla caratterizzazione dei personaggi, soffermandosi, invece, a lungo sull'azione e sulle trame del dramma. Se l'Edipo re per lui costituiva il culmine dell'arte tragica, ciò non dipendeva dal modo in cui era sviluppata la personalità del protagonista, ma dalla perizia tecnica con la quale Sofocle aveva combinato il "rovesciamento" (peripeteia) e il "riconoscimento" (anagnorisis), due degli elementi costitutivi del racconto. A distanza di secoli, lo stesso giudizio ritorna nell'Estetica di Hegel. Ad Agamennone, Clitemnestra, Odisseo, Antigone, Ismene e alle altre figure del teatro classico, infatti, il filosofo tedesco era disposto a riconoscere solamente una individualità ideale, "una particolarità pur sempre di natura generale". Anche per Hegel ciò che contava nei personaggi di un dramma non era tanto la loro personalità, quanto il destino, esemplare, che vivevano e rappresentavano: i caratteri restavano subordinati all'intreccio delle azioni. L'autorevolezza delle parole di Aristotele, Hegel, Bowra è tanta, che molte volte si è indotti a dimenticare che le loro affermazioni sono pur sempre delle generalizzazioni, che, come tali, non tengono conto delle differenze che indubbiamente sussistono tra Eschilo, Sofocle, Euripide, in merito ad una questione tanto delicata e rilevante, qual è il rapporto tra personaggio ed azione tragica. In particolare, necessita di maggiore approfondimento e chiarimento la collocazione di Euripide all'interno del quadro che emerge dai giudizi sopra riportati. Questo non già perchè con Euripide l'azione perda importanza, ché anzi tende a divenire più complessa, al pari degli intrecci, che col tempo si fanno più vari, in particolare nei drammi composti poco prima del soggiorno del poeta in Macedonia, alla corte del re Archelao (Elena, Ifigenia taurica, Ione, Fenicie, Oreste); piuttosto, perchè, almeno nei capolavori, non sono più i personaggi che, per usare le parole di Aristotele, "assumono certi caratteri perché siano effettuate certe azioni", ma sono le azioni che si strutturano sopra e a partire da certi caratteri, la cui fisionomia, in tal modo, risulta straordinariamente arricchita e approfondita. Tragedie come la Medea e l'Ippolito lo testimoniano in maniera eloquente Tuttavia, anche per l'ultima produzione di Sofocle, a mio avviso, appare riduttiva una lettura, che disconoscendo o, comunque, trascurando il peso della personalità dell'eroe, sia attenta unicamente al destino che egli è chiamato ad affrontare, percepito e rappresentato come paradigmatico di quello dell'umanità intera. Tanto l'Elettra, quanto il Filottete, infatti, denotano una diversa maniera da parte di Sofocle di guardare al personaggio tragico, che lascia intravvedere una maggiore attenzione per le sue componenti umane e psicologiche. Per quanto concerne l'Elettra, in particolare, è possibile, prendendo spunto da alcune osservazioni contenute nello studio che Vincenzo Di Benedetto ha dedicato al teatro di Sofocle, individuare almeno sette punti, che segnalano altrettanti interventi rilevanti del drammaturgo sui dati tradizionali del mito, finalizzati proprio a delineare con cura la figura della protagonista: 1) La figura di Oreste subisce un'evidente ristrutturazione, che finisce per portare in primo piano come elementi costitutivi della sua fisionomia di personaggio il gusto per l'intrigo e la capacità nell'ordire inganni. Sotto questo aspetto, l'Oreste sofocleo ricorda più il subdolo Odisseo del Filottete che non il protagonista delle Coefore eschilee. 2) Il giorno dell'uccisione di Agamennone, non è la nutrice a trarre in salvo il piccolo Oreste, come si legge nella XI Pitica di Pindaro, bensì Elettra, che poi lo affida alle mani del pedagogo. 3) La scena del riconoscimento tra Elettra ed Oreste viene spostata al termine della tragedia. Essa, infatti, che in Eschilo compare nel primo episodio (v.235) e in Euripide nel secondo (v.517), in Sofocle si trova addirittura nel terzo episodio (v.1224). 4) Il falso racconto delle vicende connesse con la morte di Oreste durante una corsa di carri a Delfi, non si esaurisce con le parole che il pedagogo rivolge al Coro e a Clitemnestra (vv.660-803), ma trova una significativa appendice nella prima scena del quarto episodio (vv.1098-1231), allorchè Oreste, accompagnato da Pilade, reca di persona l'urna che dovrebbe contenere le sue stesse ceneri. 5) A differenza di quanto accade in Eschilo e in Euripide (oltre che nell'Orestea lirica di Stesicoro), la prima a cadere sotto i colpi di Oreste è Clitemnestra. 6) Dopo il matricidio, Oreste ed Elettra non mostrano alcun segno di pentimento o di rimorso, né tantomeno danno libero sfogo alla loro gioia. 7) Il ruolo ed il peso delle Erinni nella tragedia, nonostante l'invocazione rivolta loro da Elettra nell'iniziale monodia anapestica, è marginale e sfumato, sicuramente neppure confrontabile con quello ricoperto nelle Coefore di Eschilo. Questi interventi, sia che investano la struttura scenica del dramma, sia che interessino la caratterizzazione dei personaggi, concorrono, nel loro insieme, a concentrare l'attenzione in maniera pressoché esclusiva sulla protagonista. Con straordinaria maestria, infatti, Sofocle, attraverso un'attenta opera di inclusione/esclusione, recupero/rinnovamento dei dati tradizionali della saga degli Atridi, ora dilata gli spazi e crea le occasioni perché Elettra possa effondere il proprio dolore (ad esempio, come già ricordato, sostituendo all'annuncio che Oreste fa alla madre della propria morte, nelle Coefore di Eschilo, il doppio racconto del vecchio pedagogo e dello stesso Oreste), ora comprime tutte quelle situazioni, in specie emotive (si pensi all'assenza nei matricidi di note di autentica esultanza o cupo rimorso), che sono in grado di distogliere l'attenzione del pubblico dalla figlia di Agamennone o, come scrive Di Benedetto, di spostare altrove "il baricentro della tragedia". L'esito finale è costituito da un prepotente emergere del personaggio di Elettra. Questo fatto di per sé non costituisce certamente una novità per il teatro di Sofocle. Al contrario, l'isolamento e la solitudine dell'eroe sono motivi ricorrenti dell'intera produzione sofoclea, come hanno mostrato, tra gli altri, Bernard M.Knox, che ne ha delineato i tratti tipici e ne ha ricordato l'incidenza nella tragedia rinascimentale e neoclassica, e, prima di lui, Gennaro Perrotta. Tuttavia, nell'Elettra all'isolamento della protagonista si accompagna un suo maggiore studio psicologico, che sul piano artistico si esprime nella descrizione di un animo dalla ricca vita interiore. Certo, anche in Elettra, al pari degli altri eroi sofoclei, è possibile cogliere una passione che domina sopra le altre, un valore che ne ispira la condotta e ne definisce la fisionomia di personaggio. Ciò che in Edipo è l'ansia di verità, in Aiace il senso dell'onore, in Antigone il dovere religioso, in Elettra è senza dubbio l'esigenza di giustizia. Sotto questo aspetto, l'Elettra, al pari dell'intera produzione sofoclea, può essere accostata al sesto libro dell'Iliade, all'Epitafio pericleo per i caduti ateniesi del primo anno della guerra del Peloponneso, all'orazione demostenica Sulla corona, come altissima espressione letteraria della convinzione, centrale nel pensiero greco, secondo la quale, per richiamarsi alle celebre distinzione di Max Weber, l'etica dell'intenzione (gesinnungsethisch), non l'etica della responsabilità (verantwortungsethisch), deve guidare ed orientare la condotta di un uomo (come pure di un popolo), il quale, pertanto, deve essere giudicato non già guardando alle conseguenze delle sue azioni, ma ai principi che le hanno ispirate. L'esigenza di giustizia costituisce sino a tal punto la nota dominante del personaggio di Elettra, che è a partire da essa che Sofocle viene costruendo i rapporti tra la protagonista e i restanti personaggi del dramma, nel senso che l'essere complici o antagonisti della figlia dell'Atride discende e acquista significato, ai fini dell'azione drammatica, dalla prossimità o dalla distanza dall'idea di giustizia che lei possiede. Estremamente significativo, da questo punto di vista, è lo scambio di battute tra Elettra e la sorella Crisotemi nella seconda scena del primo episodio (vv.328-471), in particolare allorchè quest'ultima afferma che: "il giusto non sta in quello che io dico, ma in quello che tu pensi; tuttavia, se voglio vivere libera, sono costretta ad obbedire ai miei padroni" (vv. 338-340). Di uguale rilievo è la prima scena del secondo episodio (vv. 516-659), nella quale si fronteggiano Elettra e Clitemnestra: la difesa che la madre fa dell'uccisione di Agamennone, reo di avere acconsentito al sacrificio di Ifigenia, pur di permettere alla flotta greca di partire per Troia, alla figlia appare un discorso "privo di sostanza" (v. 584). A ulteriore conferma della centralità dell'insopprimibile esigenza di giustizia nel personaggio di Elettra, è possibile evidenziare la cura con la quale Sofocle, a più riprese, descrive le forme, che concretamente assume l'ingiustizia nella vita della giovane donna. L'infame assassinio del padre ("o padre, ucciso indegnamente e miseramente", vv. 101s.), la straziante lontananza del fratello ("da sempre io lo attendo senza stancarmi", v. 164), la propria misera condizione, che può confrontarsi con quella dell'ultima delle serve ("vivo come una serva in casa di mio padre", v. 190), la mancanza di ogni prospettiva di felicità futura e la coscienza del triste presente, i cui elementi costitutivi sono individuati nel dolore e nella privazione ("E intanto la maggior parte della mia vita scivola senza il dono di una speranza e sono stanca; e mi logoro senza figli, senza un amico che mi voglia bene e mi protegga", vv. 185-188), rappresentano momenti e aspetti distinti di un'esistenza, che pare scorrere sempre identica a se stessa, costantemente stretta tra il vuoto lasciato dalla giustizia, la grande assente, e il dominio soffocante dell'ingiustizia presente ("La mia vita è sempre stata come un torrente in piena, che trascina con sé angosce terribili e infinite", vv. 851-852), di un'esistenza, in breve, che pare possedere i tratti tipici di quella che Friedrich Nietzsche, in un denso aforisma di Aurora, chiamava "la vita mancata". Eppure questa condizione di sostanziale emarginazione e desolazione, cui Elettra è costretta, non si traduce mai nel suo animo in motivo di rassegnazione, bensì diviene il terreno nel quale lasciare fiorire un'idea di giustizia nobile e pura, la cui nobiltà e purezza discende direttamente dal fatto di essere una giustizia attesa, sognata, invocata, ma non posseduta e, dunque, ancora immune dalle scorie e dalle impurità - Charles Péguy avrebbe detto dalla "grossolanità" -, delle quali inevitabilmente essa si ricopre, quando si cala nella storia, quando, cioè, entra a fare parte dell'agire dell'uomo. Tale collegamento, così finemente colto da Sofocle, tra la radicale infelicità di Elettra e l'altezza dell'idea di giustizia che lei possiede, non deve suscitare meraviglia alcuna, dal momento che tra i doni che la sconfitta elargisce all'uomo, e l'esistenza di Elettra è interamente compresa entro l'angusto orizzonte della sconfitta, il più prezioso, come rilevava Ernst Junger in una bellissima pagina del saggio Oltre la linea, è certamente quello di far maturare "una coscienza del giusto superiore a quella di chi si impegna nell'azione". Agire nel mondo, in quest'ottica, significa, sempre e comunque, compromettersi col mondo: solo una completa solitudine non conosce colpa. Questa esigenza di giustizia in Elettra è vista e ritratta da Sofocle non come elemento che fissa e, in un certo senso, blocca l'ethos del personaggio, come accadeva alla passione dominante del protagonista nelle precedenti tragedie, bensì come fattore dinamico, capace, cioè, di generare pulsioni, emozioni, sentimenti diversi, talora contrari, nell'animo della protagonista. Lo sconfinato amore per il padre ucciso ("non posso fare a meno di piangere il mio povero padre", v. 133), il profondo affetto per il fratello ("O mio ultimo ricordo della vita di Oreste, l'uomo a me più caro", vv. 1126-1127), l'inestinguibile odio per la madre ("mia madre, che mi ha partorito, è il mio nemico più odiato", vv. 261-262), l'inveterato disprezzo per Egisto ("Uccidilo e dallo in pasto alle bestie che merita, creatura immonda, lontano dai nostri occhi", vv. 1487-1489), la crescente distanza dalla sorella, che diviene vera e propria alteritas ("A te la mensa sia perennemente imbandita e la vita trascorra nel lusso: a me basta non offendere me stessa e i tuoi privilegi non li voglio", vv. 361-364): sono queste le molteplici risonanze sentimentali suscitate nell'anima di Elettra dalla sua sete di giustizia, che finiscono per conferirle una ricchezza e varietà di toni sconosciuta alle altre figure del teatro di Sofocle. Come la sentinella romana, evocata da Oswald Spengler a conclusione di L'uomo e la macchina, che preferì morire durante l'eruzione del Vesuvio piuttosto che tradire la consegna ricevuta, così anche Elettra, al pari di Aiace e di Antigone, ci ricorda che nella fedeltà alla propria coscienza consiste la grandezza e la nobiltà dell'uomo. Di quella coscienza, però, l'ultimo Sofocle non si accontentò di ritrarre la passione dominante, ma volle anche scrutarne pensieri ed emozioni. Senza giungere a ritenere di dover trasferire "la tragedia dentro il petto dell'uomo", come fece Euripide, tuttavia anche Sofocle nella sua vecchiaia non concepì più il personaggio come una semplice funzione della favola tragica. Sotto l'influsso del più giovane poeta, piuttosto, seppe rinvenire nei moti dell'anima una fonte di poesia altrettanto potente quanto lo era "l'illustrazione di una situazione universale, ricorrente, riconoscibile". Stando così le cose, forse non è errato scorgere nell'omaggio che Sofocle tributò ad Euripide, una volta appresa la notizia della sua scomparsa, accanto al riconoscimento della grandezza dell'avversario, anche la tacita ammissione che qualcosa nel proprio modo di concepire il teatro, e in particolare il rapporto azione/personaggio, col tempo era cambiato e che la ragione di questo mutamento era dovuta in primo luogo proprio all'influenza di Euripide. Certo, Elettra resta una creatura poetica ben diversa da Fedra e Medea e diversa, soprattutto, è la profondità dell'introspezione psicologica. Tuttavia, come già notava Max Pohlenz, è fuor di dubbio che "senza le figure femminili di Euripide, neppure il ritratto di Elettra e della sua evoluzione interiore sarebbe stato possibile". Da questo punto di vista, l'ultima produzione di Sofocle costituisce già un capitolo della Fortleben euripidea.
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