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Stato, disuguaglianze, ambiente: ‘La società opulenta’ (1958) anticipa molti nodi che ora tengono occupati i nostri pettini. Intervista ‘transatlantica’.
Gli accademici americani ci scherzano un po’ sopra, quando definiscono John Kenneth Galbraith un “gigante dell’economia”: ricordano spesso che oltre a essere stato per oltre mezzo secolo un economista di enorme spicco e il consulente più fidato di numerosi presidenti – in primis John Fitzgerald Kennedy – era effettivamente alto due metri e sei centimetri. Ma il più grande pensatore economico americano della sua generazione era in realtà canadese, un figlio dell’Ontario rurale che grazie allo studio si era affrancato dalla dura vita di fattoria. Vicino a John Maynard Keynes e ostile all’economia ‘neoclassica’, nel 1958 Galbraith pubblicò un libro destinato ad avere un enorme successo globale: ‘The Affluent Society’, ovvero ‘La società opulenta’.
Le traduzioni saranno decine, le edizioni rivisitate e attualizzate dall’autore cinque, di cui l’ultima nel 1998, 25 anni fa. L’intuizione di partenza, una: l’economia classica – quella degli Smith, dei Ricardo, dei Malthus – si basa sul ‘loro’ mondo, un’epoca in cui la scarsità era la caratteristica dominante in Europa ed essere poveri significava letteralmente morire di fame. Le loro idee, però, non potevano più essere applicate alla lettera in una società ricca, dove si producono più beni di quelli realmente necessari e dove essere poveri significa mancare d’istruzione e di accesso sociale, non di pane e abiti. Da questa prospettiva l’ossessione produttiva, il laissez-faire, i dogmi del meno Stato e dell’austerity vengono smontati e rimpiazzati nel giro di poche centinaia di pagine, attraverso uno stile iconoclasta e un’ironia asciutta che rendono ancora oggi ‘La società opulenta’ una lettura piacevolissima.
Il successo dell’opera – che il Guardian mette tra i cento saggi più importanti di tutti i tempi – non generò una vera e propria scuola ‘galbraithiana’, un po’ perché quelle stesse intuizioni sarebbero confluite nel più ampio campo della scuola neo-keynesiana, un po’ perché Galbraith non era un economista puramente accademico, nonostante la cattedra a Harvard, e dunque non si costruì mai una sua ‘corte’ di allievi e successori. Qualcuno, però, ricorda bene il suo insegnamento e ne riafferma l’attualità: è il caso di Steven Pressman, professore emerito al Monmouth College e curatore del volume ‘The Legacy of John Kenneth Galbraith’ (Routledge). Secondo Pressman, ‘La società opulenta’ è «il libro di economia più brillante degli ultimi 150-200 anni insieme alla ‘Teoria generale’ di Keynes».
Professor Pressman, Galbraith sfida la “conventional wisdom” – il senso comune, in un suo conio divenuto poi enormemente popolare – contestando “la tirannia di un mito: il mito per cui la produzione di beni costituirebbe il problema principale della nostra vita”. Questa falsa credenza persiste?
Nell’analisi economica siamo ancora troppo concentrati sulla scarsità come problema centrale, nonostante quello principale rimanga semmai la disuguaglianza. Come ha mostrato di recente Thomas Piketty ne ‘Il capitale nel XXI secolo’, da questo punto di vista le cose sono andate a rotoli a partire dagli anni Ottanta, in parte perché le politiche adottate da molti governi sono l’opposto di quelle auspicate da Galbraith, che denunciava non solo il disequilibrio tra ricchi e poveri, ma anche quello tra beni pubblici e beni privati.
Lo “squilibrio sociale” risultante in “ricchezza privata e pubblico squallore”?
Esattamente. Galbraith nota come ci siano troppe auto e pochi autobus, troppi giardini privati e pochi parchi pubblici… Per questo invoca la produzione di più beni pubblici – l’istruzione in primis – e meno beni privati, la cui domanda dipende da bisogni indotti artificialmente e la cui creazione porta a esaurire le risorse naturali.
In tal senso critica anche i keynesiani, che si concentrerebbero troppo sulla produzione e sul Pil. Ha ragione?
In realtà, nella ‘Teoria generale’ anche Keynes chiede che il governo si impegni nella produzione di beni pubblici in modo non indiscriminato e sostenibile: parla di “socializzazione dell’investimento”. Credo che le critiche di Galbraith si attaglino piuttosto ai “keynesiani bastardi”, come li chiamava Joan Robinson, che specie negli Usa si concentrarono sulla modellizzazione economica e sulla produzione fine a se stessa più che sul benessere delle persone.
Oggi abbiamo cambiato approccio?
Nella teoria economica siamo diventati sempre più consapevoli dell’importanza del “capitale umano” per la produzione e l’innovazione, un’idea per la quale Gary Becker ha vinto il Nobel nel 1992. Ma già Galbraith aveva capito che l’investimento in istruzione crea opportunità per liberarsi dalla povertà e dalla disuguaglianza. Naturalmente, è una strada lunga.
A un certo punto leggiamo: “Una cosa è arredare una stanza vuota, un’altra è continuare ad accumulare mobili finché non cedono le fondamenta”.
Un’altra brillante intuizione di Galbraith – anch’essa risultante dal superamento della scarsità come concetto-guida – è che a essere davvero scarsi sono il nostro tempo su questa terra e la terra stessa. Dunque si concentrò sulla massimizzazione della qualità di vita, che non si può ridurre a un crescente consumo di beni e richiede semmai investimenti pubblici che non esauriscano le risorse naturali. D’altronde oggi il ‘capitale intangibile’ – istruzione, formazione professionale, ricerca e sviluppo – è già diventato più importante del capitale fisico per le aziende.
Tuttavia la pubblicità continua a indurre bisogni artificiali, un altro tema sul quale Galbraith è stato un precursore: “I motori della comunicazione di massa investono occhi e orecchie della comunità per promuovere più bevande, non più scuole”, sicché “la tendenza intrinseca porterà i beni pubblici a rimanere sempre in secondo piano rispetto alla produzione privata”. Meno Stato, più mercato?
Credo che il problema resterà ancora centrale, ma si comincia a vedere un cambiamento politico ed economico, perfino negli Usa: oggi, quando insegno o intervengo a una conferenza, vedo sempre più persone consapevoli della necessità di un nuovo equilibrio. Negli anni ’80, invece, bastava che suggerissi di tassare i ricchi perché la gente si mettesse a urlare. Questo mi pare un progresso.
A proposito di tasse, Galbraith critica fortemente quello che sarebbe diventato il credo neoliberista sugli sgravi. Aveva previsto la retorica reaganiana?
Ci sono pagine fantastiche nelle quali sbertuccia l’idea che tasse più alte possano spingere i più ricchi a ridurre i loro sforzi. Pertanto è piuttosto scettico nei confronti di tagli che finiscono per favorire la sovraproduzione di beni privati a detrimento dell’investimento pubblico, ad esempio in scuole, trasporti, ricerca.
Un ‘riassetto’ che però suggerisce di perseguire ricorrendo alle tasse sui consumi, come l’Iva. Quando in Svizzera si è provato a tassare ulteriormente la benzina in nome dell’ambiente, il popolo ha bocciato quella che a molti è parsa un’illusione da liberal ‘tassa e spendi’.
Questo è un punto sul quale anch’io dissento da Galbraith, che fornisce un pessimo esempio: la tassa sul sale nella Francia del 18esimo secolo, un sistema ampiamente oppressivo, con i controllori del fisco che facevano irruzione nelle case per scovare il sale. In generale, le tasse sui consumi colpiscono in misura sproporzionata le persone povere, quelle che devono spendere la quota maggiore dei loro redditi, mentre i ricchi risparmiano.
Galbraith avvertiva “il pericolo che con la ricchezza ci abituiamo a una comoda indifferenza verso chi ne è escluso” e “sviluppiamo una dottrina per giustificare questa incuria”, al punto che “potrebbe esser meglio essere poveri in un Paese povero che in uno opulento”. Siamo arrivati fin lì?
Credo che questo tipo di indifferenza abbia raggiunto un picco attorno agli anni Ottanta. Con la crisi finanziaria del 2008, però, le persone si sono rese conto del fatto che le disuguaglianze stavano sfuggendo di mano danneggiando il 99% della popolazione. Perfino i conservatori paiono aver colto il problema, sebbene si oppongano alla soluzione più ovvia: aumentare le imposte sui più ricchi e tassare le eredità, per fare in modo che la ricchezza non diventi un privilegio assoluto.
Nella ‘Società opulenta’ si denuncia anche l’aumento dell’indebitamento famigliare, un altro tema sempre più attuale.
Decisamente. L’indebitamento privato rende più difficile per le statistiche rilevare la povertà reale, eppure vi contribuisce enormemente: la gente risparmia troppo poco quando le cose vanno bene e così, quando vanno male, precipita in un buco e deve indebitarsi. Anche quando il vento gira di nuovo, molti non riescono a uscire da quel buco, che anzi diventa sempre più profondo, anche perché gli interessi sui prestiti sono più alti di quelli sui depositi. A quel punto diventa difficile anche solo rimborsare gli interessi. Si tratta di una tendenza che dagli anni ’50 è solo peggiorata.
Alla fine del libro Galbraith – in un certo senso ispirato dalle osservazioni di Keynes sulla “società del tempo libero” – invita a spezzare la “ruota del criceto”: “Uno dei nostri obiettivi economici fondamentali è l’eliminazione della fatica come istituzione economica necessaria”. Oggi fenomeni come le grandi dimissioni paiono andare nella stessa direzione, quella di un migliore equilibrio vita/lavoro. Si contempla anche un’altra soluzione già intuita da Galbraith: un “reddito garantito” o una “imposta negativa sul reddito”, “un reddito di base come diritto generale”. È una soluzione praticabile?
Anche su questo il pendolo del consenso sta invertendo direzione e sempre più persone comprendono la necessità di un cambiamento. Credo anche che un’imposta negativa sia preferibile a una tassa sui consumi per finanziare la spesa sociale. Il problema del reddito di base incondizionato è che rischiamo di dover riscuotere troppe tasse per finanziarlo, col risultato di togliere ai poveri più di quanto non si renda loro. Dunque apprezzo l’idea, ma credo che si debba introdurre su scala ridotta e un po’ alla volta. Purtroppo, guardando ai modelli che alcuni mi hanno sottoposto, i conti secondo me non tornano. Dobbiamo dunque ancora concentrarci su come finanziare questo e altri interventi pubblici. Un’idea può essere quella di una tassa sulla ricchezza – proposta da Piketty – che però è difficile da introdurre a livello globale, superando la competizione fiscale per i contribuenti più facoltosi. Però qualche progresso anche in questo senso si vede: si pensi all’imposta minima del 15% sulle multinazionali, che ha visto d’accordo i Paesi sviluppati (in Svizzera si voterà sul tema il 18 giugno, ndr). È solo il primo passo, ma dal punto di vista della lotta alle disuguaglianze è un passo nella giusta direzione.