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Nella lunga lotta alla parità di genere, c'è anche la lingua a fare la sua parte. Negli ultimi anni si è cercato di trovare soluzioni per un uso neutrale della lingua, che non faccia discriminazioni di genere. Tra favorevoli e contrari, il dibattito sulla cosiddetta lingua inclusiva si è man mano fatto strada. Una modo di parlare e di scrivere che contempla asterischi e altri segni in sostituzione della desinenza maschile quando si tratta di parlare o indicare un gruppo misto di persone.
Un modo di fare che trova il consenso di Yahis Martari, linguista dell'Università di Bologna: "Sono d'accordo con questo esercizio e con gli altri tentativi che vediamo susseguirsi. Vediamo che si avvicendano e sovrappongono l'asterisco, la "schwa" ("ə"), di cui si parla molto in questo periodo, ovvero un suono neutro che non è né "a" né "o". Nessuno crede che ci sia una risposta definitiva, però io penso che attraverso la lingua vengono veicolate delle misure d'attenzione e che queste poi hanno una rifrazione più ampia nella società".
- L'intervista integrale di Francesca Torrani a Annalisa Tota e Yahis Martari
Annalisa Tota, sociologa della comunicazione, sostiene la seguente tesi: siamo quello che diciamo e ascoltiamo."Ascoltare parole che non sono adeguate al modo in cui dovremmo rappresentarci, non fa bene alla salute - ci spiega -. Quindi spesso succede che le parole che scambiamo tra uomini e donne non siano di qualità. Se poi questo avviene durante l'infanzia, noi ci nutriamo di stereotipi che nella vita adulta ci faranno sempre pensare che l'uomo deve essere forte e le donne deboli".