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La Banca nazionale svizzera (BNS) è intervenuta pesantemente sui mercati valutari per indebolire il franco, la cui forza è da essa considerata eccessiva: nel primo semestre ha impiegato 90 miliardi di franchi, emerge dalle statistiche pubblicate oggi.
Dopo lo scoppio della crisi del coronavirus, che aveva visto molti investitori rivolgersi al franco in cerca di un bene rifugio, l'istituto guidato da Thomas Jordan aveva ammesso che stava intervenendo in modo più massiccio sul mercato.
Il valore reso noto oggi è superiore a quello dell'intero 2015, quando la BNS era scesa in campo per parare gli effetti dell'abolizione del tasso minimo franco/euro. In quell'anno l'istituto aveva acquisito 86 miliardi di valute estere, un importo sceso a 67 miliardi nel 2016, a 48 miliardi nel 2017 e a 2 miliardi nel 2018, per poi risalire a 13 miliardi nel 2019.
Questi dati erano pubblicati in passato in primavera, in relazione all'intero anno precedente. Una settimana fa la BNS ha però fatto sapere che le informazioni saranno ora diffuse a scadenza trimestrale: ecco quindi che oggi sono stati recuperati i dati relativi alla prima parte dell'anno.