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“Abbiamo eretto muri di protezione, dighe, argini, ci siamo illusi di essere al sicuro per poi dover constatare che non funzionano più”. Mentre spiega i suoi progetti Kate Orff si illumina e si accalora. “Dobbiamo abbandonare, dice, strutture grigie, di cemento, e abbracciare una nuova era dove si ricostruiscono ecosistemi”. Nell’insistere sulla necessità di cambiare approccio, l’architettata paesaggista newyorkese ricorda come anche nella Grande Mela gli uragani siano sempre più frequenti (otto nell’ultimo anno) e come le intemperie abbiano portato distruzione e morte: dalle 53 vittime dell’Urgano Sandy nel 2012 alle 48 tra New York e New Jersey con l’Uragano Ida a inizio settembre.
Questa designer 49enne è stata premiata nel 2017 con una borsa milionaria dalla MacArthur Foundation come una degli innovatori che “cambieranno il mondo” con la sua "ecologia urbana". A New York è nota per la progettazione di “frangiflutti viventi”, barriere artificialmente naturali, realizzate anche grazie al ripopolamento delle ostriche, un frutto di mare caro alla storia della città. Prima che l’estuario venisse dragato per la navigazione, Manhattan era il principale porto di produzione delle ostriche.
“Le ostriche puliscono l’acqua, la filtrano, costruiscono barriere, creano un ecosistema che poi potrà frenare le onde, rallentare l’erosione e ridurre l’impatto di inondazioni e uragani”, spiega Orff. Sulla scia di questa intuizione, da una decina di anni, a New York le ostriche sono pure un progetto educativo di ripopolamento che coinvolge ottomila studenti per disseminare le rive della città con questo mollusco.
Le conchiglie rugose vengono immerse anche a Staten Island, il distretto più a sud, dove da fine estate si stanno realizzando i primi frangiflutti viventi. Dopo anni di studi e simulazioni, è il via a un progetto da oltre cento milioni di dollari, finanziato in gran parte da fondi federali. Si tratta di un reticolato di oltre settecento metri posato in fondo al mare che dovrebbe raggiungere il massimo dell’efficacia tra una decina di anni. “Non esistono soluzioni rapide, non si risolve tutto con un colpo di bacchetta, spiega Kate Orff, ma se non agiamo così le conseguenze saranno enormi e indesiderate”.
Oltre a quello sulle rive a sud di New York colpite nel 2012 dall’Uragano Sandy, l’architetta e il suo studio stanno lavorando a numerosi progetti: nel Kentucky, un torrente inquinato diventerà un percorso interattivo; in Georgia la zona paludosa a nord di Atlanta verrà trasformata in aera di svago pedonale e ciclabile: in Louisiana si stanno ripensando le rive e gli argini del Mississippi. Tutti progetti che fondono sensibilità architettonica, recupero di aree naturali e l’attenzione ai mutamenti climatici: “su questo la scienza è chiara, lo è da anni, spiega Orff. Ora dobbiamo portare il dibattito sul clima nell’ambito della cultura, del diritto, della vita delle comunità, della politica. Punto. E del design!”, aggiunge sorridendo.
La maggior parte dei progetti è architettura di protezione, “di resilienza climatica” mi corregge lei, opere di recupero spesso poco visibili se non addirittura sotto la superficie dell’acqua, e allora viene spontaneo chiedere a Kate Orff dove stia la soddisfazione per una designer. Lei sorride e mi dice che “l’architettura non deve abbellire” (“beautify”), la mia soddisfazione è pensare a tutti quei luoghi [oggi minacciati dagli elementi] che un giorno si ripopoleranno, dove potrà tornare a esserci vita. I cambiamenti climatici – chiosa Kate Orff – ci rendono più vulnerabili, ma con il nostro intervento questi luoghi minacciati potranno tornare o rimanere dei luoghi di incontro”.
Massimiliano Herber
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