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BELLINZONA – Sono passati quarant’anni. Il 7 giugno del 1970 il popolo fu chiamato alle urne per decidere la Svizzera del futuro. Da paese prettamente agricolo, protestante e conservatore, l'ondata migratoria proveniente principalmente dall'Italia aveva innescato un processo di cambiamento di costumi e di mentalità che stava sfigurando radicalmente il volto della Svizzera tradizionale. Una Svizzera che stava si stava "mediterraneizzando" e che suscitò in quegli anni un acceso dibattito sull'identità di un paese che rischiava la "Überfremdung", termine tedesco che indica l'inforestierimento. Una Svizzera che doveva decidere e difendersi per conservare le sue peculiarità culturali e politiche, rette su delicatissimi equilibri e una Svizzera che negli anni del boom doveva dare risposte al mondo economico, che richiedeva forza lavoro (o braccia, come le chiamava Max Frisch) utile alle politiche industriali e di sviluppo.
Il ricordo di James Schwarzenbach è ancora vivo. Sia tra gli svizzeri, sia tra quegli italiani che negli anni 50 e 60 arrivarono in Svizzera per lavoro. Il consigliere nazionale morto nel 1994 propose di porre un limite massimo del 10% alla presenza di popolazione straniera in Svizzera. Alle urne si recarono il 74,7% degli aventi diritto. Una percentuale altissima. Fu il 54% a respingere l'iniziativa di Schwarzenbach. I restanti 557 517 svizzeri furono invece dell'idea che gli stranieri erano troppi. L'opinione pubblica si spaccò, anche se la popolarità di Schwarzenbach e del suo partito, il Movimento Repubblicano, giunto all'apice dei consensi proprio nel 1970-71 si spense poco a poco nel corso degli anni 70.
Pierre Rusconi, presidente dell'UDC Ticino, partito di destra che tradizionalmente è schierato in posizioni che richiedono un certo rigore nella politica in materia di stranieri e di permessi di soggiorno, dice la sua su una tematica che suscita sempre accesi dibattiti anche nel nostro Cantone.
Presidente, se oggi si dovesse ripresentare un'iniziativa simile a quella che fu di Schwarzenbach, lei cosa voterebbe?
"Io? Dico soltanto che avremmo dovuto dargli retta. Abbiamo buttato via 40 anni".
Quella che i tedeschi chiamano "Ûberfremdung" (inforestieramento) è ancora un tema attuale in Svizzera?
"E' un tema attuale da sempre. La differenza è che a quei tempi il tipo di inforestieramento era, per così dire, più vicino alle nostre consuetudini e ai nostri costumi. Oggi la storia è differente".
Ai tempi si diceva però che gli italiani erano rumorosi, lazzaroni e venivano a rubare le ragazze agli svizzeri…
"I tempi cambiano. Oggi ci si è accorti che quello che una volta era un ragionamento, oggi lo dobbiamo, per così dire, adattare alla situazione odierna. L'inforestieramento attuale rispetto a quello di Schwarzenbach è diverso".
Il tema si pone sotto altri punti di vista...
"Ma il problema esiste, è innegabile..."
È certo che oggi la soglia del 10% richiesta dall’iniziativa di 40 anni fa è molto bassa rispetto alla percentuale di stranieri presenti oggi in Svizzera.
“Siamo passati a più del doppio. Se poi teniamo conto di quelli che sono stati naturalizzati nel frattempo...”
Beh, faccio anche io parte di quest'ultima categoria...
"Per l'amor di Dio. Volevo soltanto sottolineare il fatto che molte persone che non sono nate qui in Svizzera, hanno raggiunto il nostro paese, vi si sono stabilite e sono state naturalizzate. Moltissimi di loro si sono integrati. Altri, invece, un po' meno”.
In questi 40 anni la politica di integrazione è riuscita o ci sono ancora aspetti da migliorare?
"Io credo che sia riuscita grazie alla buona volontà di ambo le parti. L'integrazione sarà però, in futuro, sempre più difficile, proprio dai paesi di provenienza degli stranieri, sempre più distanti in usi e costumi, di religione e di mentalità".
Oggi la Svizzera dipende sempre più dall'estero. Negli anni '70 si diceva che la manodopera straniera sarebbe servita per il bene dell'economia del Paese. Una Svizzera che si proponesse un po' più orgogliosa di se e meno dipendente dall'estero è un discorso oggigiorno proponibile o è nella natura di un paese come la Svizzera essere aperta al mondo?
"È nella natura di un paese che ha un numero di abitanti limitato ma che vuole restare competitivo a livello mondiale. Ed è quindi fuori di dubbio la necessità per la Svizzera di poter disporre di cervelli e di braccia. Di certo, non siamo paragonabili a San Marino".
Questa filosofia svizzera di fare entrare gente a servizio dell'economia, filosofia che ha prevalso su chi chiedeva maggiore rigore per tutelare l'identità svizzera, lei come la valuta?
“Io dico che rientra in un processo evolutivo naturale. Forse non era quel tipo di evoluzione che ci si aspettava. Ma è andata così. E' anche vero, però, che ci siamo costruiti un benessere aleatorio, basato spesso su castelli di carta che sono crollati nei momenti di crisi. Gli stranieri sono arrivati, hanno generato nuova domanda di consumi, di abitazioni, di scuole, di infrastrutture che hanno sì, da una parte stimolato l'economia, ma dall'altra ha portato a un prezzo da pagare molto alto”.
E qual è il prezzo da pagare? Qual è il rovescio della medaglia in questa situazone?
"È stata l'importazione di una parte di mondo che non ci piace. Una parte di mondo fatto di violenza e criminalità. Una parte di mondo che non rientra nei nostri costumi".
Foto apertura: Keystone