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“Is He the Greatest Living Painter in the United States?”. Avanzando questa domanda, dal tono un po’ sensazionalistico, nel 1949 il noto periodico Life dedicava un articolo approfondito al pittore Jackson Pollock, che in quel periodo si trovava all’apice della sua carriera. Nelle pagine della rivista, Pollock era ritratto in posa davanti alla sua tela Summertime, con le braccia conserte, il tipico sguardo scontroso e l’immancabile sigaretta all'angolo della bocca. La domanda era legittima e, a distanza di qualche anno, avrebbe avuto una risposta definitiva e inconfutabile.
Sì, Jackson Pollock è stato il più grande pittore americano della sua generazione, colui che ha scosso il mondo dell'arte e rivoluzionato il concetto di “pittura”. Poco importa se ad amplificarne il mito hanno contribuito, in parte, anche la sua tormentata biografia e la sua personalità turbolenta e complessa. Nella sua breve vita, Pollock ha creato opere ineguagliabili che oggi continuano a vibrare e risuonare davanti al nostro sguardo, dandoci talvolta le vertigini.
Nato a Cody, nel Wyoming, il 28 gennaio 1912, ultimo di cinque fratelli, Paul Jackson Pollock trascorre la sua giovinezza tra l’Arizona e la California. Fin da piccolo manifesta un’indole indisciplinata, che è causa di ripetute espulsioni scolastiche. Nel 1928, con il trasferimento della famiglia a Los Angeles, Pollock si iscrive alla Manual Arts High School, dove inizia a studiare pittura. Sotto l'influenza del suo insegnante, Frederick John de St. Vrain Schwankovsky, conosce le ultime tendenze dell'arte europea e si avvicina alla teosofia di Jiddu Krishnamurti.
Nel 1930, Pollock raggiunge i fratelli a New York. È un diciottenne di provincia con tante speranze e, come molti, cerca fortuna nella Grande Mela, ma ha già una forte dipendenza dall’alcol, dal quale non riuscirà mai a liberarsi definitivamente.
Pollock studia quindi presso l’Art Students League, seguendo i corsi di Thomas Hart Benton, che incoraggia la sua vocazione artistica. In questo periodo, inoltre, conosce e apprezza le pitture murali di José Clemente Orozco, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros. In particolare, nel ’33 ha l’occasione di osservare Diego Rivera mentre dipinge un murale al Rockfeller Center e ne resta molto colpito. Anche la partecipazione al workshop “Laboratory of Modern Techniques in Art” con David Alfaro Siqueiros, nel ’36, lascia un segno nella sua formazione artistica. Il messicano incoraggia gli allievi a usare colori e vernici industriali, a ricorrere a sabbia e altri materiali per arricchire la superficie pittorica e a stendere il colore versandolo o lasciandolo gocciolare sulla tela. Una tecnica che Pollock farà sua qualche anno dopo.
Nel frattempo, per mantenersi Pollock si iscrive nella sezione di pittura murale del Federal Art Project promosso dalla Works Progress Administration (WPA), un progetto del governo statunitense per sostenere gli artisti in difficoltà economica. Vi lavorerà fino al 1942.
La metropoli americana è in gran fermento tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento: è un polo cosmopolita che attrae numerosi artisti, sia dall’Europa (Marcel Duchamp, De Kooning, Mark Rothko, Arshile Gorky…) sia dal resto degli Stati Uniti. Il Museum of Modern Art di New York concorre ad accrescere questo fervido clima culturale attraverso importanti rassegne, come “Cubism and Abstract Art”, “Fantastic Art, Dada and Surrealism”, “Twenty Centuries of Mexican Art” e “Indian Art of the United States” (dove Pollock ha modo di osservare alcuni artisti Navajo mentre eseguono pitture di sabbia sul pavimento del museo). Tutte mostre che affascinano e ispirano enormemente il giovane pittore. Le sue prime opere, infatti, risentono di questa mescolanza di influssi, tra cui spiccano l’arte di Pablo Picasso, di Joan Miró, dei muralisti messicani e dei nativi americani. A ciò si aggiunge anche la suggestione delle teorie sull’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung, che Pollock conosce e approfondisce quando nel 1939, in un momento di grande depressione e abuso di alcol, entra in cura dallo psicoterapeuta Joseph Henderson, seguace di Jung (si vedano, per esempio, dipinti come Bird, Male and Female e Guardians of the Secret, tutti risalenti all’inizio degli anni Quaranta).
A poco a poco, Pollock si rende conto che “la pittura è uno stato dell’essere […] la scoperta di sé” e matura la consapevolezza che “i pittori di oggi non sono più obbligati a cercare un soggetto al di fuori di loro stessi. La maggior parte dei pittori moderni ha un’ispirazione diversa. Lavorano da dentro”. Per tale motivo, i mezzi finora utilizzati non sono più sufficienti o adeguati per lui. “Mi allontano sempre di più dagli strumenti tradizionali del pittore come il cavalletto, la tavolozza, i pennelli, ecc. Preferisco la stecca, la spatola, il coltello e la pittura fluida che faccio sgocciolare, o un impasto grasso di sabbia, di vetro polverizzato e di altri materiali extrapittorici” scrive in questo periodo (si veda a tale proposito la raccolta di scritti: Jackson Pollock, Lettere, riflessioni, testimonianze, ed. Abscondita, Milano 2006).
Ecco che, progressivamente, l’artista abbandona la pittura figurativa per avvicinarsi all’astrazione e alla pittura gestuale. Uno dei primi segni di questa svolta è l’opera Mural, un enorme olio su tela che Pollock realizza alla fine del ’43 per l’atrio della casa di Peggy Guggenheim. Ed è proprio lei, la facoltosa nipote di Solomon R. Guggenheim, a giocare un ruolo determinante nell’affermazione del pittore. Persuasa dall’artista Piet Mondrian, l’influente collezionista e mecenate organizza la prima personale di Pollock nella sua galleria, la Art of This Century, aperta a Manhattan l’anno prima. Oltre a ciò, gli offre anche un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947 (negli anni successivi, Peggy Guggenheim sarà la prima a traghettare le opere di Pollock in Europa).
È l’inizio della grande ascesa di Jackson Pollock nella scena artistica statunitense. Johnson Sweeney, curatore del MoMA, afferma con tono entusiastico che il talento del pittore è: “vulcanico. È fuoco puro, imprevedibile. Indomabile… è eccessivo, esplosivo, privo di ordine… Abbiamo bisogno di molti più giovani che dipingano seguendo il loro istinto più profondo, senza riflettere su cosa penseranno i critici o il pubblico – pittori che abbiano il coraggio di rovinare una tela, pur di esprimere qualcosa con il proprio linguaggio. Pollock è uno di questi”.
Nel 1945, Jackson Pollock sposa la pittrice Lee Krasner e con lei acquista casa in località Springs, nella zona rurale di East Hampton, Long Island. L’abitazione è affiancata da un granaio, che Pollock riconverte in atelier. È qui che, a partire dall’inverno del ’46-’47, comincia a realizzare i suoi celebri drip paintings, posando la tela sul pavimento e lasciandovi gocciolare il colore da più parti, muovendosi attorno all’opera come in una danza, una sorta di trance creativa. Questo singolare metodo non è certo di sua invenzione, ma Pollock lo utilizzerà con una radicalità fino ad allora impensabile, tanto da essere soprannominato dalla stampa “Jack the Dripper”.
In un’intervista di questi anni, Pollock dichiara: “Mi serve la resistenza di una superficie dura. Se la tela è a terra lavoro meglio. Mi sento più vicino al quadro, ne faccio parte, posso camminarci intorno e lavorarci da tutti e quattro i lati, starci letteralmente dentro. È un metodo simile a quello usato dagli indiani dell’ovest che dipingono con la sabbia. Quando sono nel dipinto, non mi rendo conto di quello che faccio. Solo dopo una fase di ‘riscaldamento’ riconosco ciò che sto realizzando. E non ho timore di apportare modifiche, di rovinare il quadro, perché esso ha una sua propria vita. Cerco semplicemente di farlo venire fuori. Solo quando perdo il contatto con il quadro, allora ne esce spazzatura. Altrimenti regna l’armonia pura, un delicato dare e prendere, e viene fuori un bel lavoro”.
Nel 1948, alla prima esposizione dei suoi drip paintings, presso la galleria di Betty Parsons, molti restano sconcertati. Sul New York Times il critico d’arte Robert Coates scrive che tali lavori sembrano “esplosioni di energia completamente disorganizzata e casuale, e quindi del tutto insignificanti”. In realtà, Pollock nega il ruolo della casualità: su alcuni appunti autografi, pubblicati postumi, leggiamo parole come “controllo totale”, “negazione del caso”, “situazione ordinata”. Nelle sue tele c’è un uso controllato del colore e un senso rigoroso della composizione, nonostante siano percorse da molteplici centri di energia e da una tensione e una complessità mai viste prima. Spingendo al limite estremo il comune concetto di “pittura”, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta Pollock realizza le sue opere più significative e maestose: Autumn Rhythm: Number 30, 1950; Lavender Mist: Number 1, 1950; One: Number 31, 1950. Al critico Clement Greenberg, che lo rimprovera di non ispirarsi tanto alla natura, risponde: “Io sono la Natura”.
Ma mentre la sua fama cresce, con mostre in giro per il mondo (Parigi, Zurigo, Dusseldorf, Helsinki, Oslo, Venezia…), servizi e riprese (come le foto e il documentario che Hans Namuth gira nel suo studio nel 1951) e acquisizioni museali, il pittore cade nuovamente nella trappola dell’alcol. Tra il ’54 e il ’56, Pollock vive un forte calo creativo e produttivo, come se non bastasse anche il suo matrimonio con Lee Krasner entra in crisi. Nella primavera del 1956, l’artista viene a sapere che il MoMA intende organizzare una sua grande retrospettiva. Non farà in tempo a vederla, perché l’estate successiva, mentre guida in stato di ebbrezza, morirà schiantandosi contro un albero. La mostra al MoMA si trasformerà, purtroppo, in un’esposizione commemorativa.
A testimonianza della breve ma vigorosa parabola artistica di Jackson Pollock restano le sue splendide tele in cui perdersi a rincorrere i molteplici segni e strati di colore e in cui “entrare dentro”, come lui stesso dichiarava.