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Le Nazioni Unite intraprendono una fase di riforme volute dal segretario generale Guterres, sulle quali pesano le pressioni dell’amministrazione Trump. Alessandra Vellucci, direttrice del Servizio di informazione dell’ONU risponde alle domande del Quaderno.
Luisa Ballin
Corrispondente ONU
Aprile 2018
L’annuncio di Donald Trump di voler ridurre i contributi statunitensi alle Nazioni Unite ha avuto un impatto sull’organizzazione?
Alessandra Vellucci: Lo scorso 24 dicembre, alla vigilia di Natale, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato il budget delle Nazioni Unite, per il biennio 2018-2019. Un budget equivalente a 5 miliardi e 397 milioni di dollari. Un impatto c’è stato, non da parte dell’amministrazione Trump, ma dall’Assemblea generale che ha tagliato il 5% dei fondi rispetto al biennio 2016-2017, con 286 milioni di dollari in meno.
Da cosa è stato determinato questo taglio di 286 milioni di dollari?
Dalla proposta del segretario generale Antonio Guterres di passare da un budget biennale a un budget annuale ma soprattutto di semplificare la gestione dell’organizzazione. A partire dal 2020, l’ONU lavorerà con un budget annuale.
Il budget del servizio dell’informazione da lei diretto è stato impattato?
Si, il budget dell’informazione pubblica è stato impattato tramite una diminuzione di circa 8% sui vari centri nazionali, a New York e a Ginevra. Per quanto ci riguarda, la riduzione è stata di circa il 2,85%. Non sono stati tagliati posti ma sono stati tagliati fondi all’assistenza temporanea che abbiamo a disposizione per reclutare persone che possono aiutarci quando c’è più lavoro, per esempio nell’ambito dei diritti umani, oppure per reclutare un fotografo. Sono anche diminuiti i fondi per i viaggi e le attrezzature in generale.
La minaccia degli Stati Uniti di tagliare nel budget di certe agenzie legate ha avuto altre ripercussioni al di là dei tagli dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che aiuta i rifugiati palestinesi?
Non posso parlare delle agenzie, perché non ho cifre per loro. Quando parliamo di diminuzioni budgetarie queste sono legate al segretariato generale dell’ONU. So che in varie agenzie, sono preoccupati.
Questa preoccupazione si è anche fatta sentire dai funzionari internazionali, che hanno fatto sciopero due volte ultimamente?
Queste due cose non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. C’è stata una diminuzione legata al budget che era stato presentato dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres. È anche stato diminuito il budget dei peace keeping, le operazioni per il mantenimento della pace. Un’altra cosa è il post adjustment degli emolumenti per i funzionari internazionali basato sul costo della vita in varie città, per esempio Bujumbura, Ginevra e New York.
A Ginevra, il costo della vita è molto più alto che non a Bujumbura. Il potere d’acquisto è basato su quello dei funzionari di New York. La Commissione della funzione pubblica internazionale rivaluta, ogni cinque anni, il costo della vita a New York e nelle altre città. Ed è quello che hanno fatto l’anno scorso, scoprendo che il potere d’acquisto è sceso a New York. La commissione ha quindi deciso di applicare questo standard a tutti i funzionari internazionali del mondo. Non ha a che vedere con i tagli budgetari, ma con l’analisi del costo della vita e il paragone con New York.
Perché allora hanno fatto sciopero?
Il problema è stato che, invece di aumentare lo stipendio o almeno di confermare lo stipendio, per la prima volta siamo andati sotto pesantemente. I sindacati hanno giudicato che gli standard utilizzati dalla Commissione per eliminare questo aggiustamento non erano corretti e hanno protestato. Non sono stati ascoltati e quindi hanno indotto questi due scioperi. La spiegazione è tecnica. Gli scioperi sono dovuti ad una esasperazione del personale che ha subito dei tagli di emolumenti dovuti ai calcoli dalla Commissione della funzione pubblica internazionale che non è l’ONU. I funzionari internazionali non ce l’hanno con il management, ce l’hanno con gli Stati membri dell’ONU.
Quali sono le altre sfide che dovrà affrontare la sede dell’ONU a Ginevra?
Le scosse dovute ai tagli nel budget sono state risentite anche da noi a Ginevra, dove manteniamo una grossa attività di mediazione, che richiede l’uso di spazi perché possano essere svolte con efficacia. Ci stiamo avvicindando alla data dei lavori di rinnovo del Palazzo delle Nazioni (con un costo previsto di 617 milioni di franchi svizzeri: ndr). Ci saranno certamente disagi per quanto riguarda gli spazi disponibili per le conferenze. Si può menzionare in primo luogo quella dell’ONU sul disarmo, che ha creato cinque comitati per sbloccare i negoziati fermi da anni. Senza dimenticare i mandati del Consiglio dei diritti umani che si moltiplicano, ma mancano i fondi e l’impegno per portarli avanti.
Lei parla di mancanza di spazio a causa dei lavori di rinnovo del Palazzo delle Nazioni. Alcune conferenze che si tengono a Ginevra potrebbero essere trasferite a Vienna? O le autorità ginevrine potrebbero mettere a disposizioni dell’ONU altri luoghi come ad esempio il Centro internazionale di conferenze di Ginevra?
Vogliamo mantenere al massimo le conferenze a Ginevra, dove ci sono ogni anno 12 mila riunioni. L’idea è di mantenere una parte del Palazzo delle Nazioni in attività anche durante i lavori, per portare avanti le attività di cui abbiamo l’incarico per mandato espresso dell’ONU. Il problema sono tutte le altre attività. Riceviamo 70 gruppi di ragazzi all’anno, studenti, membri di associazioni o fondazioni che vengono a visitare il Palazzo.
Dovremmo essere creativi per trovare altri spazi di riunione, ad esempio il CICG, il Centro internazionale di conferenze di Ginevra, o il Club suisse de la presse. E le agenzie potranno magari tenere più riunioni nelle loro sedi. I lavori, che inizieranno nella parte antica del Palazzo delle Nazioni e proseguiranno nel Bâtiment E, dovranno essere terminati nel 2023.
E per quanto riguarda la stampa, cosa bisogna aspettarsi durante il lavori?
Oggi ci sono due sale stampa al Palazzo delle Nazioni. Ci è stato assicurato che potremmo sempre utilizzarne una. E avremo poi una sala stampa nuova.
A parte lei, pochi portavoce delle agenzie internazionali parlano il francese e si esprimono solo in inglese a Ginevra, città francofona. Il multilinguismo all’ONU è in pericolo?
Ci sono anche portavoce francofoni che parlano solo l’inglese durante le conferenze stampa! Il fatto è che la maggior parte dei giornalisti accreditati all’ONU a Ginevra parlano l’inglese. Prima le conferenze stampa importanti disponevano dell’interpretazione in francese. Oggi non c’è più. Non si tratta di abbandonare il multilinguismo, ma se un portavoce vuole farsi capire dalla maggior parte dei giornalisti deve esprimersi in inglese.
Sta di fatto dunque che molti portavoce non parlano altro che l’inglese...
E anche molti giornalisti parlano solo l’inglese! I giornalisti asiatici e gli inviati che vengono dal Medio Oriente sono aumentati a Ginevra e parlano soprattutto inglese.
Lei dirige il Servizio dell’informazione dell’ONU di Ginevra dal 1° giugno 2016. Il numero di giornalisti accreditati al Palazzo delle Nazioni è aumentato o calato in questi ultimi anni?
Il numero di giornalisti che sono stati accreditati nel 2017 è superiore a quello che ci aspettavamo. Abbiamo circa 370 corrispondenti permanenti e abbiamo avuto un po’ meno di 1000 inviati temporanei. Le discussioni intra-siriane (pilotate dal diplomatico italo-svedese Staffan de Mistura, ndr) sono state un elemento di forte attrazione per i giornalisti, soprattutto per quelli del mondo arabo.
Abbiamo osservato la stessa cosa con le discussioni sul conflitto a Cipro che hanno portato qui al Palazzo delle Nazioni, e poi a Crans-Montana, giornalisti che non abbiamo l’abitudine di vedere: turchi, greci e anche molti inglesi, inviati venuti dai paesi garanti in quel conflitto. Sono meno rappresentati i giornali tradizionali europei e occidentali in generale. L’ONU riceve una maggiore attenzione da parte dei media di paesi in via di sviluppo e di regioni legate a particolari conflitti.
Quanti giornalisti italiani ci sono al Palazzo delle Nazioni?
I giornalisti italiani che seguono i lavori dell’ONU o che vengono a Ginevra sono meno di una decina.
Si deve al fatto che le redazioni non hanno più i mezzi per mandare un corrispondente in una città cara come Ginevra? Oppure l’interesse per la Ginevra internazionale è diminuito?
Il problema non è una diminuzione per l’interesse della Ginevra internazionale, ma sicuramente un problema di mancanza di fondi. Ed è anche dovuto alle nuove tecnologie dell’informazione. Oggi, una redazione europea ha uno o due punti fissi e poi si muove secondo i bisogni. Quando ci sono i negoziati sulla Siria a Ginevra, alcune redazioni italiane mandano giornalisti, come Rai 24.
Anche l’Ansa ha inviato giornalisti legati ai negoziati. Oggi non è più necessario essere basati a Ginevra se non c’è un interesse preciso. Per una redazione è più facile mandare da Parigi o da Roma un giornalista a Ginevra per fare un’intervista o per seguire una conferenza stampa. L’asse si è spostato verso Est, verso l’Asia e verso il Medio Oriente.
E per quanto riguarda i media dei paesi occidentali in generale?
Se la presenza di grandi giornali occidentali è diminuita, le agenzie di stampa sono sempre presenti e molto attive qui a Ginevra. La loro presenza constante è fondamentale per noi.
Il Palazzo delle Nazioni attira sempre i turisti?
Si e le cifre lo dimostrano. Nel 2017 ad esempio, il servizio delle visite dell’ONU a Ginevra ha organizzato 4.851 visite guidate, per un totale di 121.895 visitatori, di cui 65.272 visitatori individuali e 56.613 arrivati in 1.830 gruppi.