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Leggo un libro del solito luminare, professore, elogiato, osannato, onnipresente esperto di tutto e soprattutto di comunicazione.
Mi imbatto in alcune parole di cui viene fatto un uso che dovrei definire disinvolto se non fosse proprio sbagliato.
Si legge, dietro, un tentativo di voler mostrare la prorpia erudizione, rifacendosi al latino, chiamando in causa pensatori del passato; ma usare "luogo comune" per una definizione che si vuol mostrare come importante, mi sembra proprio fuori posto; luogo comune ha, oggi, una connotazione negativa; si può vedere cosa ne pensa il Devoto-Oli. Quindi, se voglio dire che quel concetto è importante, non lo definirò luogo comune.
A seguire "impertinente" nell'accezione di "non pertinente"; vero che se ne consideriamo la derivazione latina, possiamo anche attribuirgli questo significato, ma il concetto comune di impertinente si riferisce a una risposta o a un attegiamento negativo, di insubordinazione e non di qualche cosa che è fuori dall'interesse del momento, che definiamo, di solito, "non pertinente".
Una bella differenza.
Infine l'esempio con la mamma che apostrofa il bambino, che tenta di mettere una mano sulla torta, con la parola "cacca"; quando mai un genitore indica una torta con l'appellativo di "cacca", per indurre il bambino, naturalmente a rifiutarla; poi, però, lo stesso genitore ne taglia belle fetta e le da da mangiare al bambino e se le mangia lui.
In futuro quel bambino avrà capito che la cacca non si tocca, ma si mangia?
Ma chi ha insegnato l'italiano, la comunicazione, e non solo, a costui?