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di Giuliano Masola. Credo sia sempre importante sapere dove ci troviamo e perché. Nei manuali degli anni Sessanta-Settanta, si suggeriva agli allenatori, per prima cosa, di compiere un giro delle basi coi potenziali giocatori per far comprendere loro sia il percorso, sia la diversa visione che si aveva da ciascun punto del diamante. Quando si comincia tutto è difficile: anche i migliori giocatori di gerlo (o lippa) vanno in crisi. L’allenatore deve pur raccontare, spiegare i motivi per cui si gioca in un certo campo, in un certo modo, con termini che non sono esattamente quelli usati nei borghi e nelle piazzette. “Cos’è il baseball?” è la domanda ricorrente cui occorre dare una risposta semplice, se vogliamo pop, nel senso di “popular”, come un certo genere musicale. Anche in questo caso occorre partire da lontano. Gli antichi Greci nella loro impresa di colonizzatori, sentivano la necessità politica e religiosa di spiegare cosa c’era alla base della loro nuova città, in una nuova terra, per cui il mito fondativo legato all’”ecista” (cioè al capo della spedizione) e al dio o alla dea che li guidava, diventava fondamentale. La trasmissione orale trasformava rapidamente i fatti in racconti. Anche nel baseball la narrazione non è esattamente una puntuale descrizione degli avvenimenti per cui c’é chi afferra al volo la situazione (passando immediatamente da giornalista a esterno, si potrebbe dire).
A fine giugno 1949, sulla “Gazzetta di Parma”, “Mon.” Cerca di dare una risposta alla domanda delle domande. «Il piccolo John Doe scoprì un giorno che la palla con cui il cane Bill giocava nel giardino era molto pesante e non saltava, che il bastone del nonno andava bene per colpirla e farla correre, e che il cuscino grigio di mamma che stava nel salotto, era proprio comodo per sedervisi e fare merenda. Era astuto il piccolo John Doe, e assai pratico. Quando si trovò tutti e tre quegli arnesi ‒ il cuscino, il bastone e la palla ‒ davanti agli occhi, li guardò con interesse subito ansioso di fare qualcosa di divertente. Seduto sul cuscino come un Aga Kan, diede un colpo col bastone alla palla e la palla rotolò. Si accorse immediatamente che la faccenda così come l’aveva organizzata non era molto comoda, perché la palla, una volta colpita, se ne andava lontano e lui era costretto ad alzarsi dal cuscino ed andarsela a riprendere. Allora il furbo John chiamo la sorellina Rose Marie e le disse: “Tu ti metti là, io sto qui col cuscino, dò un colpo alla palla col bastone e la mando fino a te. Tu, da brava, la raccogli e me la rimandi in modo che io possa colpirla ancora; così ci divertiamo senza scomporci troppo”. Rose Marie, pratica come il fratello, capì subito quale era il punto debole di tutta la faccenda e con fare malizioso gli chiese: “E sul cuscino chi ci sta?”. “Il cuscino è mio”, rispose seccamente John, “No ‒ ribatté Rose Marie ‒ il cuscino tocca a me”. “Va bene ‒ disse allora John ‒ incominciamo il gioco”». Miti e racconti non hanno la pretesa di essere inoppugnabili: servono a tramandare, a ricordare che da qualche parte, in qualche posto, qualcosa è successo, qualcuno ha avuto un’idea e magari qualcun altro l’ha concretizzata. È il momento in cui la mente dell’uomo si esalta, attraverso ricerca e sperimentazione, anche banalmente sull’uscio di casa. Spesso non ci rendiamo conto di quanto la fantasia sia importante, essendo in grado di vedere al di là; in matematica, ad esempio, per risolvere problemi particolarmente complessi, si fa ricorso ai numeri immaginari: cosa difficile da spiegare, un po’ come il baseball. “Mon.” (molto probabilmente Giovanni Monegatti, uno dei fondatori del Parma baseball) se ne rendeva ben conto, passando la palla a un virtuale lettore: “Non capisco come si possa andar pazzi per un gioco in cui si deve correre come un velocista, si deve aver l’occhio del tennista, la forza del lanciatore, l’intelligenza del giocatore di calcio, la prontezza del giocatore di pallacanestro, la resistenza di un giocatore di rugby, il fiato di un nuotatore, i riflessi di un pilota e tante altre cose ancora”. Il baseball, in realtà, è ancora di più: è bellezza. Certo descrivere il gioco non è facile, la spiegazione non basta per cui viene precisato che “Il seguito della storia conto di raccontarvela poco prima della partita, così che andando ad assistervi gli sportivi saranno freschi delle nozioni indispensabili per seguire il gioco”. Andando nelle scuole, in particolare, ci si accorge di quanto settanta anni di passione, impegno e duro lavoro, non siano stati sufficienti a far conoscere e rendere attraente il nostro gioco, uno sport che ha bisogno di ritrovare la sua basilare freschezza, la sua intrinseca libertà. Se a John Doe sostituiamo Pierino, cosa cambia? Molto probabilmente Pierino non guadagnerà mai quanto John Doe, ma potrà sentirsi ugualmente realizzato. Il Baseball può apparire un modo come un altro per divertirsi e divertire. Oltre a ciò, è un approccio filosofico al modo di affrontare le situazioni, dentro e fuori dal campo. Il diamante non è un “hortus conclusus”, un luogo riservato a una élite, ma uno spazio aperto, dove ogni realtà e abilità può evidenziarsi. Come ha scritto Walt Whitman, “Ho visto grandi cose nel Baseball. È il nostro gioco. Fa uscire la gente di casa, riempie di ossigeno i polmoni, dà una grande resistenza ai problemi fisici e mentali. Tende a toglierci dal nervosismo, dai mal di stomaco. Ti aiuta a superare le sconfitte, ed una benedizione per noi”.
giuliano, 30 marzo 2019.