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Leggo dal romanzo Il gioco del mondo di Julio Cortàzar: «A dir la verità non mi addolora gran che non aver letto tutto Jouhandeau, al massimo la malinconia per una vita troppo corta per tante biblioteche». E ancora: «La mancanza di esperienza è inevitabile, se leggo Joyce sto sacrificando automaticamente un altro libro e viceversa».
Sulla lapide che ogni detrattore vorrebbe apporre sulla tomba della critica letteraria dovrebbe comparire una simile frase: La mancanza di esperienza è inevitabile, se leggo Joyce sto sacrificando automaticamente un altro libro e viceversa. Non già perché la critica letteraria debba giocoforza perire – non sacrificherei mai un Debenedetti o un Raimondi alla somma di tutti i Baricco – ma perché la critica letteraria vive in effetti in una contraddizione ineluttabile: più è «esperta» di una determinata opera o di un determinato autore e più sta in realtà confessando la propria «inesperienza» estetica generale.
E questo produce un paradosso praticamente irresolubile: laddove la critica letteraria pretende oggettività si appalesa la tragica soggettività del suo sguardo: poiché laddove si esprime per categorie assolute là è il relativo della sua esperienza personale. Come la lettura di Joyce è sacrificio di altre opere, così il giudizio estetico di un critico è sempre sacrificio di centomila possibili esperienze alternative di lettura.
Detto in altre parole: ogni critica letteraria è un'esperienza conchiusa alla soggettività del critico che la pratica. Ogni pretesa di oggettività è un salto nel buio delle ideologie analitiche.
Significa questo che non esistono criteri assoluti per valutare un romanzo o un'opera poetica, che non si può codificare in nessun modo i valori di «bello» e di «valido», di «coerente» e di «alto»? No, questo sarebbe un approccio fin troppo – come si usa dire – postmoderno. Significa semmai che nessuna critica può essere o pretendersi estranea alla contaminazione fra soggettività e oggettività: che qualunque critica aspiri a categorismi assoluti fa un pessimo servizio a se stessa e gioca sporco con la quintessenza della letteratura, il cui significato ultimo è sempre quello di un'esperienza individuale e irripetibile.
L'arte di pensare l'arte, cioè la critica letteraria, è dunque a sua volta un'arte. E come ogni arte non può che ricadere nel cerchio fatale della persuasione di verità, che con la verità in senso apodittico e definitivo non ha nulla a che vedere.
Certo, ogni critica degna di questo nome – da quella più ideologica di un Lukács a quella rigorosamente filologica di un De Sanctis – sancisce a suo modo un «canone», definisce delle griglie di interpretazione utili alla comprensione delle opere di cui tratta e favorisce – pur a volte mistificandone la complessità – un possibile percorso di classificazione del «letterario». E se talvolta indulge a farsi Vangelo, come nel Canone occidentale di Harold Bloom, non di rado riesce a delineare, come nell'Arte del romanzo di Milan Kundera, un fil rouge che ci aiuta a comprendere come la letteratura sia anche a suo modo storia della letteratura.
Ma da qui a pensare che Bloom o Kundera abbiano esaurito attraverso la loro esperienza di lettura le infinite modalità di lettura possibili degli autori di cui hanno parlato ce ne passa. Come ce ne passa a ritenere definitiva una determinata lettura epocale degli stessi autori. Tabucchi, in un suo libro con il sottoscritto, ricordava come il Don Chisciotte sia stato di volta in volta, di secolo in secolo, accolto in mille modi: «Nasce come antinovella cavalleresca del Seicento, ma nel Settecento gli illuministi lo leggono come confronto fra illusione e realtà, tra ragione e follia, e nell'Ottocento don Chisciotte diventa il perfetto eroe romantico, e nel nostro secolo di utopie diventa l'utopista per eccellezza, e con Freud e le letture psicoanalitiche il personaggio si complica ancora di più: desiderio, libido, inconscio, sogno. Oggi non possiamo prescindere, leggendo il Don Chisciotte, da tutte queste letture».
E allora come la mettiamo? È forse mai oggettivabile o canonizzabile qualunque degli scrittori che hanno fatto storia? O non è forse, l'arte di pensare l'arte, una delle tante forme in itinere del grande discorso, del grande viaggio, che l'arte in tutte le sue forme ha sempre compiuto?