Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01131.jsonl.gz/200

Scrive Fëdor Dostoevskij: “Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno”.
L’etimologia della parola “padre” è strettamente connessa a quella di pane, la radice di questi termini è “pa”, legata al concetto di protezione e nutrizione. Padre è colui che si assume il compito di provvedere alla sopravvivenza e al sostentamento della famiglia.
L’immaginario collettivo ci rimanda una famiglia di stampo patriarcale, che si fondava sulla figura del padre e non sull’uomo. Padre visto con rispetto e timore, che non lasciava trasparire emozioni o sentimenti, era lui che impartiva le regole connotate di autorità e inflessibilità.
Nel 2013 Massimo Recalcati pubblica il libro: “Il complesso di Telemaco”.
“Il mestiere del genitore non può essere ricalcato su di un modello ideale che non esiste. Ciascun genitore è chiamato a educare i suoi figli solo a partire dalla propria insufficienza, esponendosi al rischio dell’errore e del fallimento. Per questa ragione i migliori non sono quelli che si offrono ai loro figli come esemplari, ma come consapevoli del carattere impossibile del loro mestiere”.
Sostiene lo psicanalista che il figlio-Edipo è quello che conosce il conflitto con il padre, il figlio-Narciso resta invece esizialmente fissato sulla sua immagine.
La nostra epoca è contraddistinta dalla mancanza del padre, è evaporato: demolita la sua autorità simbolica nella vita della sua famiglia.
I figli invocano il ritorno del padre, di sicuro non il padre-padrone colui che ha l’ultima parola sul senso della vita. Anelano a un padre-testimone quello che mostra attraverso la sua vita che l’esistenza può avere un senso e che ha dei limiti.
Telemaco è il figlio di Ulisse, attende il suo ritorno, aspetta che sia ristabilita la Legge della parola: quella che ha il volto umano e non deve per forza vedere tutto, ma che protegge.
Nel nostro tempo il rischio è che il padre non sia più guida e che tenda a somigliare ai suoi figli, in un contesto dove il legame tra legge e desiderio è spezzato: il desiderio ha preso il sopravvento, è impazzito e pervasivo.
L’eredità materna deve fare sentire al figlio di essere unico, voluto e desiderato, quella paterna deve tramandare principi.
“La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità”.