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La storia della battaglia di Jane Roe per l'interruzione della gravidanza che la Corte Suprema ha demolito
«L’abolizione del diritto di abortire per una donna, quando e se lo vuole, equivale a una maternità obbligatoria. Una forma di stupro da parte dello Stato». Così si espresse lo scrittore e filosofo americano Edward Abbey (1927-1989), in tempi lontani dai nostri ma, di sicuro, lo avrebbe detto nuovamente lo scorso 24 giugno quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la storica sentenza ‘Roe vs Wade’ che, nel 1973, aveva legalizzato l’aborto negli Stati Uniti.
La Corte elimina il diritto - Secondo i giudici, «la sentenza del ’73 doveva essere ribaltata perché clamorosamente sbagliata fin dall’inizio (...) fondata su un’argomentazione eccezionalmente debole che ha avuto conseguenze negative, con il risultato di infiammare il dibattito e aumentare le divisioni: è arrivato il momento di tornare alla Costituzione e restituire la questione dell’aborto ai rappresentanti del popolo». La decisione è stata presa con 6 voti a favore e 3 voti contrari della minoranza liberale della Corte Suprema che ha espresso «dolore per questa Corte, ma ancora più per le milioni di donne americane che oggi hanno perso una fondamentale tutela costituzionale. Noi dissentiamo». Dopo questa sentenza, la Corte Suprema ha eliminato il diritto all’aborto a livello federale, non essendo un diritto garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti, per cui, di fatto, ogni Stato potrà disciplinare la materia come meglio. In Louisiana, Arkansas, Missouri, Oklahoma, South Dakota, Kentucky e Texas l’aborto è vietato e penalmente perseguibile e, sicuramente, altri Stati, tra cui il North Dakota, lo Utah e il Mississippi, guidati da rappresentanti del partito repubblicano, adotteranno una legislazione simile.
"My body, my choice" - Come fece notare l’Economist qualche anno fa, il tema dell’aborto è al centro di uno dei più grandi paradossi della politica americana perché, se da una parte, gli elettori repubblicani sono contrari all’intervento statale nella vita dei cittadini ma desiderano, di contro, che sia lo Stato a regolamentare tale tema, gli elettori democratici, generalmente favorevoli all’intervento pubblico, vogliono che sul tema dell’aborto debba pronunciarsi unicamente la persona interessata. Dopo la pronuncia della Corte, migliaia di persone si sono riversate in strada e sono state organizzate manifestazioni di protesta in tutti gli Stati Uniti. Tra le migliaia di cartelli esposti, moltissimi recitavano lo slogan "my body, my choice" ed in tanti erano disegnate delle grucce, lo strumento più usato per compiere aborti clandestini. Per i movimenti di protesta, questo nuovo stato di cose non farà altro che rimarcare le differenze sociali tra coloro che potranno permettersi il viaggio per raggiungere un altro Stato dove sia possibile abortire e coloro che, invece, avranno, come unica possibilità quella di affrontare una gravidanza non voluta o di rivolgersi al mercato degli aborti clandestini, con gravi conseguenze per la propria salute.
L'ex pietra miliare Roe vs Wade - Come detto, negli Stati Uniti il diritto all’aborto non è previsto nella Costituzione ma si basava su di un precedente giurisprudenziale, la sentenza ‘Roe vs Wade’ che rappresentava, fino ad ora, una pietra miliare nella disciplina di questa materia. Dietro la fredda catalogazione legale, però, si nasconde la storia di una donna che si è trovata a diventare simbolo di tutte le donne in difficoltà perché prive di tutela legale in tema di aborto. Norma Leah McCorvey, nota come Jane Roe, nome scelto ai fini processuali per tutelarne la privacy, nacque a Lettesworth, in Louisiana nel 1947, da genitori di origine Cherokee e Cajun, ma visse fin piccola a Houston, in Texas. Il padre abbandonò la famiglia quando Norma aveva appena 8 anni e la bambina, che non portò a compimento gli studi, iniziò a lavorare come barista all’età di 10 anni. Scappata giovanissima da casa, a soli 16 anni si sposò con Woody McCorvey, marito violento dal quale ebbe due figli, entrambi dati in adozione.
La lunga battaglia - Quando nel 1969, ad appena 22 anni si ritrovò incinta del terzo figlio, Norma, divenuta dipendente da alcool e droga, decise di non portare a termine la gravidanza, pur consapevole che, in Texas, non era possibile praticare l’aborto se non in caso di stupro o incesto. L’unica via di uscita sarebbe stata quella di raccontare di essere stata vittima di violenza ma non era una cosa facile da dimostrare. Norma venne quindi contattata da un team di avvocate, capitanate da Sarah Weddington, le quali decisero di tutelare i diritti della donna in tribunale. Iniziò così una lunga battaglia legale portata avanti con l’intento di far legalizzare il diritto all’aborto. Il processo, iniziato nel 1970, approdò alla Corte Suprema nel 1972 dove, a rappresentare lo Stato del Texas venne chiamato Henry Menasco Wade, da qui il nome ‘Roe vs Wade’ con cui passò poi alla storia. Nei due anni in cui il processo venne dibattuto, l’opinione pubblica statunitense si spaccò in due tra coloro che si dichiararono anti-abortisti ed i sostenitori dei movimenti pro-life e coloro che, invece, sostenevano il diritto all’interruzione della gravidanza per tutte le donne.
Quando la Corte riconobbe il diritto - Nel gennaio del 1973 arrivò finalmente la sentenza con la quale veniva riconosciuto, a livello federale, il diritto all’aborto anche in assenza di problemi di salute, stupro e incesto ma quale libera scelta. «La Corte - così si leggeva nella sentenza - ha dichiarato nullo lo statuto sull’aborto in quanto vago ed eccessivamente lesivo nei confronti di coloro che si appellano al Nono e al Quattordicesimo emendamento». Secondo l’interpretazione data dai giudici, esiste un diritto alla privacy, inteso come diritto alla libera scelta di ciò che attiene alla sfera più intima dell’individuo. Come ricordò in diverse interviste l’avvocata Weddington «il 22 gennaio 1973 ero al lavoro quando una giornalista del New York Times chiamò la mia assistente per chiederle se volevo commentare la ‘Roe vs Wade’. Lei rispose chiedendo che cosa ci fosse da commentare ma, poco dopo, un telegramma della Corte Suprema diceva che avevo vinto sette a due e che mi avrebbero spedito la sentenza».
Donna vs feto - aIl diritto all’aborto, quindi, venne garantito nell’ottica di una limitazione dell’ingerenza statale nella sfera personale del cittadino, rimanendo fermo il potere dello Stato di intervenire in determinate circostanze. Nelle motivazioni della sentenza si legge che «la donna ha un diritto costituzionale ad interrompere la gravidanza per qualsiasi ragione per tutto il primo trimestre di gravidanza e, dopo tale periodo di tempo, solo per motivi di salute». Il feto, in quanto tale, non può essere tutelato al pari di una persona finché non «è vitale», ossia capace di sopravvivere fuori dal grembo materno anche con l’ausilio di mezzi meccanici. Fino a questo momento spetta alla madre scegliere se portare avanti la gravidanza o meno. L’unico distinguo temporale posto nella sentenza in esame riguarda il fatto che, nel primo trimestre le modalità di aborto sono determinate liberamente dalla donna e dal suo medico mentre, nel secondo trimestre «lo Stato, nel promuovere il suo interesse alla salute della madre, può, se vuole, regolamentare le procedure abortive in termini ragionevolmente correlate alla salute della donna».
È dura diventare un simbolo - Jane Roe divenne il simbolo della lotta condotta dalle donne per la libera determinazione del proprio corpo, ma dietro la vicenda legale rimane la travagliata storia personale di Norma McCorvey che non poté usufruire della sentenza di cui fu protagonista, essendo stata emanata troppo tardi, per cui diede alla luce la terza figlia, data anch’essa in adozione. Sul finire degli anni ’80 Norma, guidata dall’avvocatessa Gloria Allred, divenne paladina dei movimenti femministi e abortisti americani fino a che, dopo aver conosciuto Flip Benham pastore e attivista pro-life, si convertì al movimento di matrice cristiana contrario all’aborto cancellando, con un colpo di spugna, la combattiva ‘Jane Roe’. La McCorvey morì nel 2017, non prima di aver confessato in un documentario intitolato ‘Aka Jane Roe’, che la sua conversione al movimento anti-abortista non era stato sincero ma solo una scelta fatta per motivi economici. «Ero un pesce grosso - disse la donna - e fu uno scambio di favori comune. Io presi i loro soldi, molti soldi. Loro mi misero davanti alle telecamere a dire quello che gli serviva. Recitai bene. Sono una brava attrice quando voglio ma in questo momento non sto recitando: se una giovane donna vuole abortire, deve avere il diritto di farlo». Un diritto, che attualmente, è posto fortemente in discussione in più parti del mondo Occidentale.