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La città di Carloni-Snozzi-Vacchini
Leggere il piano tipologico.
E’ interessante perché s’intuiscono molte cose:
- Le mura della città, con la collina e la Rocca, danno origine alla forma del nucleo; e disegnano anche l’esterno.
- Tre Porte, tre strade che formano una Y, all’incrocio la Piazza Nosetto e il Palazzo Municipale
- Gli assi principali, la via Codeborgo e la via Camminata, successivamente il viale Stazione, corrono nord-sud di modo che le case si affacciano est-ovest e sono protette dal vento da nord. Lo stesso per il vicolo Muggiasca.
- La via Teatro corre est-ovest ma la Rocca, con Castelgrande, protegge dal vento da nord.
- Le case sul lato nord della via Teatro si affacciano a sud, ma sono protette dal sole da quelle sul lato sud.
- Le case sul lato sud della via Teatro si affacciano a nord; a sud il retro che dà sui cortili.
si capisce che, in origine, c’era l’edificio, principale, con la facciata sulla strada, la via Camminata; dietro, fino alla collina, il giardino con frutteto, orto, ripari per galline, conigli, probabilmente anche maiali e qualche vacca.
Successivamente questi spazi sono stati riempiti con altre costruzioni, secondo logiche patriarcali.
Gli edifici tra via Codeborgo e la collina, prima della costruzione del viale Stazione, avevano sicuramente la stessa logica.
Evidentemente le case ai piedi della Rocca si affacciano rispettivamente su via Codeborgo, via Nosetto, via Teatro e successivamente su Piazza Governo e via Orico, con gli spazi privati verso la Rocca.
Interessante, come suggerito dall’arch. Luigi Snozzi (nel concorso di architettura per la Piazza del Sole), che ai piedi e tutt’attorno alla Rocca si era formato uno zoccolo costituito da edifici abitativi. Altro il luogo per chiese, cappelle, oratori ed edifici pubblici (il Municipio).
La maggior parte dei conventi si sono insediati fuori mura.
Non conosco la storia del convento dei Benedettini la cui chiesa, Santa Maria dello Spasimo (1578) è stata sventrata per organizzare la Galleria dei Benedettini, (1896).
Sulla forma di Bellinzona
Criticità e virtù e del piano di protezione del centro storico di Carloni, Snozzi, VacchiniDi Valeria Lollobattista, architetto e dottoranda Università Roma 3 (pubblicato nel catalogo della mostra “La città di Carloni-Snozzi-Vacchini)
{lat. Forma,-ae, f.
1. forma, figura;
2. bellezza; statura;
3. disegno, pianta; schema; modello, stampo;
4. fig. tipo; genere; tipo ideale, modello; immagine; regola, norma;
5. term. geom., figura;
6. term. ret., genere; figura retorica;
7. term. gramm., forma grammaticale;
8. term. giuridico, legge, sentenza}
Gli architetti e la città
Scrive Tita Carloni nel 1983 che “il fatto di chinarsi sulle carte della città e dei villaggi, di rilevare per esempio in scala 1:250 tutto il centro di Bellinzona, di stendere illusori piani regolatori avrebbe poi costituito un humus sul quale si sarebbe sviluppato negli anni ‘70 , grazie soprattutto ad altri sostanziali contributi, un modo nuovo di progettare, maggiormente attento ai rapporti più vasti dell’oggetto architettonico con il territorio che lo circonda”.
Cercando le origini di quella che nel tempo è stata indicata come “architettura territoriale” ticinese, Carloni ricorda la stagione a cavallo tra gli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta in cui diversi architetti ticinesi si misurano con la scala dei piani urbani. Rimanda con una certa nostalgia a un’epoca in cui il lavoro dell’architetto possedeva ancora deboli spartiacque disciplinari e spaziava frequentemente dalla pianificazione urbanistica alla progettazione del dettaglio architettonico con un elevato grado di autorialità e artigianalità.
Tra queste esperienze, emerge il piano di protezione del centro storico di Bellinzona, elaborato dallo stesso Tita Carloni, assieme a Luigi Snozzi e poi anche a Livio Vacchini, attraverso diverse tappe, tra il 1962 e il 1970. Si tratta del primo corposo campo di battaglia per la protezione dei nuclei storici in Ticino, e di una fruttuosa occasione di formazione, ricerca e sperimentazione per l’architettura ticinese – nonostante gli sviluppi e le fortune contrastanti che, come si vedrà, hanno caratterizzato questa vicenda.
Bellinzona 1962
All’inizio degli anni Sessanta alcune iniziative private si accingevano ad intervenire sostanzialmente su diverse parti del centro storico di Bellinzona, e specialmente nel quartiere della Cervia.
A quell’epoca il nucleo della città presentava ancora in grandi linee la morfologia che lo aveva contraddistinto per secoli, fin dal suo sviluppo urbano risalente al XIV e XV secolo, conservando ”l’iconografia tipica del borgo medievale accovacciato al piede di due colli, asserragliato nella possente cerchia delle cinte fortificate”. Gli strumenti normativi di tutela di questa situazione erano però limitati, e si basavano su alcune leggi di carattere generale per la protezione delle bellezze naturali e dei monumenti storici, pensate per un Ticino ancora arcaico e statico nella sua realtà territoriale, secondo un modello di tutela basato sull’iscrizione in un catalogo di singoli monumenti qualificati per bellezza, rarità e antichità. Esisteva un decreto del 1926 a protezione della zona dei castelli e delle mura di Bellinzona (estesa nel 1962 a tutto il centro storico), ma non esprimeva linee guida né concetti di tutela, demandando tutto a una valutazione caso per caso da parte delle autorità.
Cresceva però in quegli anni un interesse vivace nei confronti delle cose d’arte e di antichità, e del patrimonio urbano di Bellinzona in particolare, di cui lo storico e storico dell’arte Virgilio Gilardoni fu uno dei principali animatori, anche assieme all’amico architetto Tita Carloni. In particolare, si distacca il suo contributo per la costruzione di “una sua visione generale del Ticino, come territorio geografico, politico, culturale, iscritto nella grande arcata prealpina e alpina meridionale”, di respiro più ampio rispetto al concetto di patrimonio che ancora permeava le istituzioni e le normative vigenti.
Premessa necessaria è anche il documento stilato nel 1962 dall’ingegnere milanese Guido Colombo al margine dei suoi studi per il piano regolatore di Bellinzona e intitolato Il problema del “precinto storico” di Bellinzona. Pur senza valore normativo, la relazione contiene indicazioni che anticipano le proposte sviluppate in seguito – quali il valore del nucleo storico nel suo insieme e delle caratteristiche spaziali planoaltimetriche, a partire dai volumi e dagli allineamenti stradali -, e rende esplicita la necessità di “effettuare un accurato censimento delle preesistenze monumentali ed ambientali, nonché una ricognizione della zona per individuare i punti di vista”.
Cronologia e contenuti
Tale ricognizione è commissionata agli architetti Carloni e Snozzi nel novembre 1962, all’epoca appena trentenni. Di fronte a prospettive di modificazione di proporzioni inedite, la strada è tutta da tracciare, e appare necessaria la creazione di strumenti nuovi e sistematici. Tra i primi passi, vi è l’incarico ai due architetti di un’indagine storico-artistica del tessuto antico in vista della protezione del nucleo, che sarà consegnata dopo soltanto alcune settimane, basandosi esplicitamente sull’Inventario delle cose d’arte e di antichità di Bellinzona di Virgilio Gilardoni. Come emerge dagli elaborati grafici e dal rapporto, l’indagine si concentra sui singoli elementi di valore storico, come monumenti, chiese, facciate d’interesse ambientale e dettagli architettonici; viene introdotto il concetto di paesaggio urbano, ma le intenzioni di tutela rimangono legate a una visione pittoresca attenta soprattutto agli scorci e alle viste panoramiche. Tra le intuizioni più interessanti, va annoverato il riconoscimento dei cortili come elemento strutturante dell’impianto urbano.
Il rapporto si conclude rimandando alla necessità imminente di un piano particolareggiato, ma seguirà un cammino tutt’altro che lineare, fatto di incarichi sovrapposti, prove, compromessi, varianti, e incursioni alle scale più ampie del territorio.
Ne sono un esempio gli studi per lo sviluppo della collina di Artore (1964-67), tesi a inserire nel piano di protezione anche i valori paesaggistici-ambientali della zona collinare a est del nucleo urbano, e le numerose consulenze affidate soprattutto a Tita Carloni, chiamato a esprimersi caso per caso sulla congruità di un intervento, in mancanza di uno strumento legislativo adeguato. Tuttavia, il fatto stesso che questi lavori, frutto di incarichi diversi, siano conservati da Carloni negli stessi rotoli e scatole del centro storico (sotto l’unica denominazione di Piano di protezione del centro storico di Bellinzona, o più semplicemente CS Bellinzona) suggerisce l’idea di uno sforzo generale attorno a questo tema. Ad ogni modo, il vero e proprio incarico per la redazione di un piano di protezione per il centro storico di Bellinzona arriva nel maggio del 1964, affidato agli architetti Carloni, Snozzi e Vacchini tramite mandato congiunto del Dipartimento delle pubbliche costruzioni del Canton ticino e del Municipio di Bellinzona. La sfida non è semplice e coinvolge gli aspetti pratici delle pressioni speculative locali, e quelli teorici del restauro urbano, in quegli anni al centro del dibattito europeo e soprattutto italiano. Come si protegge un centro storico? Com’è fatto un piano di protezione? Qual è, concretamente, il suo oggetto?
In un’intervista retrospettiva del 2011, lo stesso Carloni confessa i propri limiti di allora e quelli dei suoi giovani colleghi, parlando dell’approccio al tema dei centri storici come di un’occasione di apprendimento “per tre tipi che si divertivano e imparavano”. Ricorda in quel periodo una rinnovata apertura verso l’Italia, menzionando la curiosità per i lavori di Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Manfredo Tafuri, Carlo Aymonino, e i più anziani Saverio Muratori, Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, che nelle università italiane avevano iniziato a studiare la storia delle città, la morfologia urbana e le tipologie edilizie. Sostiene che questo interesse era sorto durante l’esperienza dell’Expo di Losanna (1961-64), quando aveva avuto occasione di pensare che “in Svizzera, le buone, sane, vecchie correnti della modernità, all’inizio degli anni Sessanta, stavano esaurendosi”. Nuovi stimoli arrivavano su più fronti, tra cui certamente gli studi italiani di Mario Botta, già collaboratore di Tita Carloni quando frequentava l’università a Venezia e si laureava con Carlo Scarpa proprio grazie a un progetto di ristrutturazione urbana a Bellinzona.
Le relazioni con la cultura italiana appaiono molteplici e molte ancora da approfondire, come la partecipazione di alcuni ticinesi alle scuole estive del CIAM presso lo IUAV di Venezia. In un contesto professionale ricco, dinamico e lontano dalla dimensione accademica come quello ticinese degli anni Sessanta, sembra particolarmente fruttuoso indagare la complessità delle relazioni, più che ricercare filiazioni culturali perfette. Si individua infatti un atteggiamento inclusivo dell’architettura ticinese, legato alla possibilità offerta dalla distanza geografica e culturale di attingere liberamernte da idee anche diverse, senza la necessità di schierarsi e senza particolare differenza per le disquisizioni e le contrapposizioni culturali che in altri ambiti appaiono incolmabili.
In questo senso, il piano di protezione di Carloni, Snozzi, Vacchini è interessante soprattutto in quanrto occasione che contribuisce a dischiudere un mondo d’interesse e di ricerca, e a trasportare nel Cantone molti contenuti della cultura architettonica contemporanea, sperimentandoli e interpretandoli con l’originalità che appartiene a un contesto fisico, culturale e professionale diverso.
Gli studi su Bellinzona accolgono i temi della morfologia urbana, e iniziano a rivolgersi all’impianto della città – o struttura urbana – quale oggetto di tutela. Contestualmente, introducono il concetto di “crosta edilizia” lungo le contrade, non limitata ai singoli edifici o alle sole facciate, ma dotata di un certo spessore e soprattutto di una funzione coerente con gli aspetti della tipologia. In realtà, l’interesse per la consistenza edilizia sfocia in una ricerca architettonica che supera i confini degli obiettivi contingenti del piano, e dà vita sul finire del 1966 a una serie di rilievi estesi a tutti i livelli del nucleo medievale – dalle cantine ai soffitti – come amavano ripetere gli autori. Con l’aiuto operativo dei collaboratori Henk Bok e Giuseppe Silvestro, le minute dei rilievi si trasformano dapprima in dettagliate schede dei singoli edifici in scala 1:250, e poi in grandi tavole tipologiche in scala 1:500 dei diversi livelli del centro storico.
Oltre a fornire una base tangibile per capire come operare su Bellinzona, è un modo per studiare le regole della città medievale: i suoi spazi urbani, le sue tipologie e i suoi modi di aggregazione.
I rilievi sono solo una parte del materiale consegnato dagli architetti nel 1968 (e oggetto di revisioni con l’ufficio comunale fino al 1970), che comprende una serie di elaborati sia analitici che normativi. Tra questi si trovano i piani di dettaglio di ciascun comparto della città – i leporelli – , che ne fotografano lo stato di fatto (dalla situazione fondiaria a quella socio-economica), ne classificano i valori storico-artistici, definiscono aree, tipi, regole e modalità d’intervento, e infine propongono un possibile schema planivolumetrico della sistemazione della zona. Sono numerosissimi gli studi e le varianti che portano a tali proposte di assetto, ed essi mostrano una delle caratteristiche principali e peculiari del piano di Bellinzona e di alcune successive esperienze in Ticino: un modo forse immaturo, ma estremamente concreto di intendere il piano urbano, tutto elaborato attraverso lo studio delle forme, dello spazio, dei paesaggi e delle loro modificazioni – ad altezza d’uomo.
Esiti ed eredità del piano
Il piano di protezione del centro storico di Bellinzona è stato inizialmente accolto con favore dalla critica e dall’opinione pubblica, ma successivamente messo da parte e talvolta anche accusato di aver giustificato interventi dannosi e trascurato il tessuto ottocentesco della città, limitandosi in questo ambito a esemplificare volumetricamente le possibilità concesse dalla normativa vigente. Lo stesso Luigi Snozzi lo ha definito in alcune occasioni il “peggior piano immaginabile” – anche se occorre osservare che lo fa sempre strumentalmente, per rivendicare l’autonomia del processo progettuale rispetto alla fase dell’analisi, sfruttando l’argomento che ad analisi approfondite non seguono necessariamente validi progetti.
In realtà, il piano non entrò mai in vigore come strumento legislativo, e tuttavia è stato detto che ha legittimato de facto numerose demolizioni nel nucleo storico di Bellinzona, per la sua natura permissiva. Il piano studiava infatti la situazione corrente, al fine di stabilire quali porzioni di tessuto urbano erano meritevoli di essere conservate e quali invece si sarebbero potute rimuovere alla ricerca di un valido compromesso tra la salvaguardia dei valori ambientali e un aggiornamento igienico e funzionale della città storica, oltre agli interessi dei proprietari degli immobili e degli operatori economici. Agli occhi di chi guardava all’esperienza di quel piano soltanto dieci anni dopo, questo approccio è sembrato inaccettabile e perfino colpevole, essendosi rapidamente spostata la coscienza collettiva in fatto di patrimonio edilizio e urbano verso posizioni diffusamente conservative. Negli anni Settanta, anche in Ticino, i tessuti storici avevano già assunto un valore sociale, estetico, turistico ed economico inedito fomentato da un veemente dibattito internazionale che aveva avuto il suo centro propulsore in Italia: gli articoli, i convegni, i libri e le sperimentazioni, sia accademiche che di pianificazione. Diversamente, negli anni Sessanta scarseggiavano ancora i riferimenti legislativi e culturali al livello della popolazione, dell’amministrazione e perfino dei tecnici deputati a progettare gli interventi; sono molti però i progressi oggettivi operati dal piano di Bellinzona nella considerazione e valorizzazione dei tessuti storici all’interno del contesto ticinese.
Inoltre è da considerare che non tutto è imputabile al piano, e che le indicazioni dei suoi autori – già frutto di molti compromessi necessari affinché il lavoro vedesse la luce -, sono state in diversi casi anche disattese.
Gli esiti immediati non esauriscono comunque il lascito di questa esperienza Resta infatti anche la ricerca, che ha portato gli autori del piano a confrontarsi con il dibattito con il dibattito internazionale e particolarmente italiano. Rimangono gli apprendimenti, la formazione e l’innesco di ragionamenti che si ritrovano in altri momenti e in altre forme lungo la carriera degli architetti, come a Monte Carasso, dove il discorso sulla forma della città riappare assimilato e interpretato con autonomia da Luigi Snozzi. Dei molti studi e varianti, rimane infine un approccio singolare al piano di conservazione, tutto progettuale e concreto, sviluppato proprio laddove mancavano le consuetudini operative e normative che si cristallizzano invece negli anni a venire. Da allora sono state moltissime le conquiste culturali e legislative, eppure si riconosce ancora qualcosa di vitale e ispiratore in un piano elaborato con gli strumenti dell’architetto, attraverso innumerevoli varianti di assetti planivolumetrici, che s’interrogano senza pregiudizi sui valori degli spazi della città storica e sulle necessità del contemporaneo.
Sei percorsi urbani per conoscere la città
(pubblicato nel catalogo della mostra “La città di Carloni-Snozzi-Vacchini”)
Sono arrivato a Zurigo con la mentalità del ginnasiale; di parlare con i professori neanche l’idea.
Nel laboratorio di modellismo ho imparato che c’erano i lavori degli studenti di Aldo Rossi, quelli degli studenti di Luigi Snozzi e poi quelli di tutti gli altri.
Il professor Kramel, di costruzione, mi ha aperto il cranio e ha fatto pulizia di primavera; e per fortuna c’era l’assistente di architettura, perché il professor Hösli mi voleva bocciare. Alla fine del secondo semestre, un compagno mi ha portato a vedere l’esposizione degli studenti di Luigi Snozzi, per cui l’anno successivo ho seguito tutte le sue lezioni e i lavori dei suoi: progettavano Bellinzona, stravedevo.
È li che ho scoperto il piano tipologico della città – ho ancora un controlucido del piano terra -, e recentemente mi sono messo alla ricerca dei documenti originali; non sapevo che erano stati realizzati nell’ambito dello studio per il Piano di protezione del centro storico di Bellinzona, svolto dagli architetti Carloni, Snozzi e Vacchini tra il 1962 e il 1968.
Studiando i documenti, si percepisce come in quegli anni stava cambiando radicalmente l’attenzione verso i centri storici e la relazione tra nuovo, vecchio e antico. Oggi, senza una prospettiva storica, quelle scelte, tra slanci rivoluzionari e ingenuità puerili, potrebbero sembrare opera di talebani.
A quei tempi non c’era alcuna attenzione, alcun rispetto per questi nuclei abbandonati e fatiscienti; si consideravano solo i monumenti (le chiese) e, al massimo, le facciate che definivano strade importanti.
In quegli anni si sventravano gli edifici dei nuclei storici (classico l’esempio di Berna), e si progettava la sostituzione del Niederdorf di Zurigo con edifici ‘corbusiani’, sul modello del Plan Voisin.
Per capire l’attualità dei ‘piani tipologici’ si deve ricordare che la prima edizione del libro di Aldo Rossi L’architettura della città era del maggio 1966. Qualcuno aveva sentito parlare di Saverio Muratori* e dei suoi primi piani tipologici di Venezia (1959) e Roma (1963), ma soltanto nel 1973-74, quando Aldo Rossi era docente all’ETH-Z, i suoi studenti iniziarono i rilievi di molti villaggi ticinesi, documentati nel libro La costruzione del territorio nel Cantone Ticino (Fondazione Ticino Nostro 1979), realizzando i relativi piani tipologici.
Oggi fa specie constatare che nel piano tipologico di Bellinzona, erano stati rilevati solo gli edifici medievali. Edifici importanti come l’ottocentesco palazzo Monn, gli edifici ottocenteschi in Piazza Indipendenza e lungo il viale Stazione, la Banca Stato in piazza Collegiata e il palazzo che ospita il ristorante Corona (del trentennio) non sono stati ritenuti importanti né rilevati. Gli stessi oggetti non hanno trovato considerazione neanche nel progetto di PR; si sarebbero potuti sostituire, unica condizione il tetto a falde (naif). Era previsto di abbattere anche l’ottocentesco Teatro Sociale, da sostituire, in luogo de La Foca, con il palazzo del Partito Liberale Radicale.
Ciononostante il passo avanti è stato grande, perché per gli edifici che davano sulle strade principali si sarebbe dovuto rispettare e conservare l’intero impianto tipologico, e non solo la facciata.
Putroppo non è stata data la necessaria attenzione all’antica parcellizzazione e agli edifici – in parte secondari o cadenti – che rappresentavano gli embrioni di una densificazione in corso, in senso organico, all’interno delle mura. Si pensi in particolare alle aree della Cervia e di piazza Mercato.
Fantastico è il masterplan generale della città, conservato senza titolo nel Fondo Carloni dell’AAT, che cancella tutti gli edifici e i quartieri (per lo più ottocenteschi) al di fuori dalle mura medievali, per sostituirli con edifici del movimento moderno. Si tratta di disegni di quartieri molto attenti al mito nascente dell’automobile.
E oggi?
Le auto sono sempre più belle o dopate, sempre più care (in tutti i sensi) e sono dappertutto, se posteggiate, preferibilmente interrate.
Nelle aree lasciate libere dall’automobile, giardini con dentro ville, villini, casine, casette e palazzine che tentano di coprire autorimesse.
Tutta una periferia, che io definisco cancerogena, perché si sviluppa e si espande senza criterio.
Un proliferare di costruzioni disseminate senza ordine, né struttura, che occupa tutto ciò che non è montagna, bosco, fiumi e laghi, e invade anche i ‘centri’.
Tre i fattori che caratterizzano la periferia:
– una diversa parcellizzazione rispetto a quella che troviamo all’interno dei villaggi, borghi e città (antiche parcellizzazioni di prati, campi e pascoli smembrati da “geometri”, seduti a un tavolino, con l’utilizzo rudimentale di una squadra);
– un’infinità di normative edilizie, soprattutto di piani regolatori nati vecchi, presunte divine, assurde e inutili, che non hanno mai avuto alcuna relazione con modelli architettonici e/o urbanistici (normative di cui si evita di conoscerne l’origine);
– l’assenza di spazio pubblico, spazio privato e spazio intimo, soltanto aree pubbliche o aree private.
È strano che gli architetti non si rendano più conto della differenza che c’è tra ‘area’ e ‘spazio’.
Non c’è più città perché non ci sono più cittadini; siamo solo consumatori che producono, trasformano, promuovono e divorano.
Non c’è differenza strutturale tra una discarica di rifiuti, una periferia cancerogena e una megalopoli – eppure basterebbe camminare dentro questi territori, attraversare queste contraddizioni, per scoprire tracce, testimonianze e relazioni, sorprendenti, che permettono di pensare di ridisegnare il territorio, di disegnare la Città.
È questo quello che abbiamo previsto di fare nelle mattine di sabato dedicate alle passeggiate urbane. I primi quattro itinerari partono da Piazza del Sole: due verso sud e due verso nord, per ritrovarsi sulla golena del fiume Ticino e prendere la passerella del Bagno pubblico (architetti Galfetti, Ruchat e Trümpy), visitare la Scuola Media (ex-ginnasio, architetti Camenzind e Brocchi), percorrere via Vincenzo Vela, ammirare il Palazzo Fabrizia (architetti Snozzi e Vacchini) e il Palazzo della Società svizzera impresari costruttori (architetto Jäggli), e tornare sulla Piazza del Sole.
Gli altri due percorsi partono dalla Piazza del Sole per raggiungere la Piazza Grande di Giubiasco e capire che uso facciamo dell’automobile. Ecco l’intento di queste passeggiate.
Renato Magginetti architetto FAS, Bellinzona
La Nuova Bellinzona
(articolo pubblicato nel libro “Bellinzona Grand Tour, Edizioni Casagrande)
Tredici comuni aggregati, due borghi, undici villaggi e qualche nucleo dentro la periferia che è un proliferare di costruzioni disseminate senza ordine né struttura né criterio e che invade e annienta tutto ciò che non è montagna, bosco, fiume; annienta anche i “Centri”.
Bellinzona ha una storia ricca, anche per la sua posizione strategica; già al tempo dei Celti.
Con l’arrivo della ferrovia (1874-1882) aveva scoperto la modernità dell’Ottocento e si era data da fare per trasformare il borgo, fermo all’alto Medioevo, in una moderna città (processo che si è interrotto già allo scoppio della prima guerra mondiale).
Villaggi, borghi, città sono luoghi. Fino all’Ottocento avevano una forma organica, complementare e in contrapposizione con la campagna. Si distinguevano nel territorio e lo segnavano.
Si tratta di aree delimitate, dentro le quali gli edifici – uno vicino all’altro, spesso contigui – e i muri di cinta concorrono a definire: lo spazio intimo (certi orti e patii), lo spazio privato (corti, cortili, “giardini”), lo spazio pubblico.
Solitamente si parla di spazio pubblico (caratterizzato da edifici pubblici o monumenti, originariamente luogo di mercato e di scambio) solo all’interno della città; fuori si dovrebbe parlare di spazi aperti.
Ci sono solo tre tipi di spazio pubblico: la strada, la piazza, il parco; a condizione che le automobili e gli animali feroci siano banditi o subordinati alle persone.
Sono i ragazzi e i bambini che hanno il delicato compito di formare il tessuto sociale, ma lo possono fare solo quando hanno la libertà di giocare nello spazio pubblico.
Quando non c’è spazio di gioco, quando non c’è gioco, con le sue regole in perenne evoluzione, non c’è società. Dunque: società, gioco, spazio di gioco, spazio pubblico, città.
I cittadini abitano la città, i villani il villaggio, i contadini la fattoria, tutti gli altri la periferia.
Ma si può ancora parlare di città se non ci sono più cittadini ma solo consumatori (che consumano, producono, trasformano, promuovono mali di consumo)?
E c’è una vera differenza strutturale tra la periferia e la maggior parte dei tumori?
Sono tre i fattori che caratterizzano la “periferia cancerogena”:
– una diversa parcellizzazione rispetto a quella che troviamo all’interno di villaggi, borghi e città (con le antiche parcellizzazioni di prati, campi e pascoli smembrate a tavolino da “geometri”, tramite l’utilizzo, rudimentale, di una squadra);
– una infinità di normative edilizie – soprattutto di Piani Regolatori nati vecchi – presuntamente divine, assurde e inutili, che non hanno mai avuto alcuna relazione con modelli architettonici e urbanistici e di cui si evita di conoscere l’origine
e, nella periferia,
– non esiste spazio pubblico, spazio privato e spazio intimo ma solo area pubblica o area privata
(attenzione: c’è una grossa differenza tra area e spazio).
I quattro percorsi che proponiamo sono strutturati per attraversare queste contraddizioni e scoprire tracce, testimonianze, prospettive e relazioni sorprendenti, che permettono di ripensare il territorio e disegnare la Città.
I percorsi partono da Piazza del Sole; due verso sud, due verso nord, per ritrovarsi (dopo aver visto come si posteggiano le auto e contemplato le entrate alle autorimesse interrate) sulla golena del fiume Ticino e prendere, tutti assieme, la passerella del Bagno pubblico (architetti Galfetti, Ruchat e Trümpy), visitare la Scuola Media (ex-ginnasio, architetti Camenzind e Brocchi), percorrere via Vincenzo Vela, ammirare il Palazzo Fabrizia (architetti Snozzi e Vacchini) e il Palazzo della Società svizzera impresari costruttori (architetto Jäggli) e tornare sulla Piazza del Sole.
Sono un invito al confronto con Bellinzona rivolto a abitanti e viaggiatori provenienti da altre parti del mondo.
Renato Magginetti (3’778 battute, spazi compresi)
Figli dei piani quinquennali sovietici
(tesi presentata al dibattito nell’ambito della mostra “La città di Carloni-Snozzi-Vacchini”)
I nostri avi, contadini, una mucca e tre capre, conoscevano il loro territorio palmo per palmo e lo sapevano gestire.
Avevano imparato a costruire le case la dove non era possibile altro; ne prati, ne campi, ne pascoli, ne boschi. Avevano imparato a costruire le case una vicina all’altra attorno a spazi di scambio e di magia (luoghi molto belli e strategici); una vicina all’altra per proteggersi, e dal freddo d’inverno e dal caldo d’estate e per costruire spazio, pubblico, privato ed intimo, nei quali identificarsi e, attraverso i quali, comunicare. La campagna era preservata per motivi di sussistenza.
Molte città erano cintate da mura, per difendersi dalle bestie feroci e dagli attacchi di tribù ed eserciti nemici, ma era più importante l’aspetto simbolico: dentro o fuori, città o campagna.
La “città” (ma anche il borgo ed il villaggio) può crescere solo quando ci sono limiti precisi, ristretti che si ridefinivano, si ampliavano, solo quando la città aveva raggiunto la saturazione.
Da quando si è abbandonata la nozione di limite la città è persa, sciolta dentro il mare di periferia cancerogena che fagocita tutto.
Nell’800, con l’industrializzazione, la campagna perde la sua forza e si assiste ad un esodo verso la città. Spesso le mura cittadine vengono abbattute per costruire ampi e nuovi quartieri residenziali (800eschi). Un fenomeno che riscontriamo anche in Ticino: il Piano Rusca a Locarno, il Quartiere S. Giovanni e di via V. Vela a Bellinzona, figli del “Piano Cerdas” di Barcellona (peccato che i borghesi di Locarno e di B’zona di allora hanno preferito costruirci le loro ville autoreferenziali).
Parallelamente, in Ticino, osserviamo un altro fenomeno interessante: il raggruppamento dei terreni.
E’ un processo che ha risposto a due esigenze storiche. Ai tempi la gran parte dei terrazzi geomorfologici erano riservati alla campicoltura. Erano caratterizzati da parcelle molto lunghe e strette tipiche di quella società patriarcale e rurale imperniata sulla gerla.
Negli anni ’20 del secolo scorso, con l’introduzione del carro in agricoltura e con il proliferare degli edifici residenziali a pianta quadrata sul modello della villa (importati dagli emigrati di ritorno), si è reso necessario il raggruppamento dei terreni per costruire un reticolo di strade possibilmente ortogonale, spesso inserito con intelligenza contadina, sensibilità e rispetto nella topografia e nella morfologia del sito.
A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, per contenere gli effetti più deleteri del boom edilizio di quegli anni sono stati introdotti i Piani Regolatori.
E’ uno strumento che è riuscito a limitare le altezze dei nuovi edifici che tendevano ad essere molto più alti delle costruzioni dei nuclei di villaggi, borghi e città, campanili compresi.
I PR non si sono posti il tema di limitare, ridurre, le aree edificabili anche perché, in Ticino, essendo la proprietà fondiaria molto frastagliata, era interesse di tutti avere terreni in zona edificabile da barattare per quattro soldi.
Di fatto una formidabile leva di ridistribuzione della ricchezza.
I PR si sono limitati a organizzare le proprietà fondiarie (private) e solo in funzione delle quantità.
Anche le attrezzature e gli edifici pubblici sono stati considerati solo in funzione delle quantità e confinati su terreni a basso costo (periferici) invece di pensarli come elementi strutturanti, emergenti in posizione di riferimento strategico.
Solo rarissimamente i PR si sono preoccupati degli spazi pubblici (in pratica: mai).
Si è sempre cercato di evitare il coinvolgimento della popolazione. La gestione dei PR è sempre stata confinata all’attenzione di pochi. Pochi politici e il tecnico (cioè il pianificatore), al servizio di poteri forti. Oggi io sono durissimo nei confronti dei pianificatori ai quali sono disposto a concedere un ruolo molto ridotto, limitato allo studio delle quantità (ricordo che sono figli INCONSAPEVOLI dei piani quinquennali sovietici e lì devono restare). Che bello se cominciassero davvero a calcolare le quantità!!
La storia degli ultimi 50 anni dimostra tutto il loro fallimento.
ReMa