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L’Unione mondiale della gioventù anti-imperialista (World Anti-imperialist Youth Union – WAYU) ha organizzato lo scorso 17 gennaio una Conferenza online in merito agli scioperi dei contadini indiani degli scorsi mesi. Le proteste pacifiche, alle quali hanno partecipato 250 milioni di persone, sono iniziate lo scorso 26 novembre con una marcia degli agricoltori verso la capitale indiana Delhi. Questa protesta, definita la più grande della storia del Paese, si iscrive in un processo di crisi del settore agricolo che ha causato l’insorgere di svariate manifestazioni negli ultimi anni: nel 2017 a Rajasthan, nel 2018 a Madhya Pradesh e Tamil Nadu e nel 2019 a Maharashtra.
Un processo di liberalizzazione fortemente contestato
Il professor Atul Sood della Jawaharlal Nehru University, uno dei relatori della conferenza, ha spiegato che il recente sciopero è legato in particolare all’opposizione dei contadini alle nuove leggi agrarie. Quest’ultime sono il risultato di una generale revisione delle leggi sul lavoro iniziata nel 2019 e sono state approvate dal governo nel settembre del 2020, sfruttando opportunisticamente il contesto legato alla crisi sanitaria. Le nuove leggi sono il risultato di una strategia di liberalizzazione messa in atto dal governo indiano e applicata anche al contesto agricolo per superare la profonda crisi del settore, aggravata peraltro dall’attuale pandemia. L’agricoltura viene considerata come un settore qualunque, senza tenere in conto le sue specificità che sono invece tutelate nella maggior parte dei Paesi. Nello specifico, le tre nuove leggi sull’agricoltura prevedono una forte liberalizzazione del settore, un minore intervento da parte dello Stato, minori restrizioni per quanto riguarda l’accumulo delle derrate alimentari e un nuovo quadro legale per i contratti tra i contadini e le società agricole che tuttavia non prevede alcun meccanismo per fissare il prezzo dei prodotti.
La concorrenza creata da questa liberalizzazione mette in difficoltà i piccoli e medi agricoltori che non riescono ad essere competitivi quanto le grandi aziende. Quest’ultime acquistano le terre dei piccoli agricoltori in fallimento che non riescono più a saldare i debiti. I contadini sono quindi costretti a migrare verso le città per cercare un nuovo lavoro in un settore non agricolo. Tuttavia, questi impieghi sono spesso mal tutelati e le opportunità di lavoro sono scarse in quanto la maggioranza degli abitanti del Paese è attualmente impiegata nel settore agricolo.
Le proteste degli agricoltori sono dunque incentrate sul ritiro delle nuove leggi emanate dal governo ma hanno anche permesso una presa di coscienza dei problemi strutturali del sistema indiano: in particolare riguardo al fatto che i contadini sono vittime di un’oppressione di classe relativa alla mancata proprietà della terra, ma anche di un’esclusione sociale in quanto essi occupano un rango relativamente basso nel sistema delle caste che caratterizza tuttora la società indiana.
Mobilitazione segnata dall’ampia partecipazione di donne e giovani
Navkiran Natt, militante della All India Students Association (AISA), ossia il braccio studentesco del Partito Comunista dell’India Marxista-Leninista (CPI-ML) di orientamento maoista, ha presentato le caratteristiche e la portata politica degli scioperi. Nello specifico ha spiegato che le manifestazioni, prima circoscritte regionalmente ma via via sempre più di ampie proporzioni, hanno mobilitato un ampia fetta della popolazione non impiegata nel settore agricolo. L’intergenerazionalità che caratterizza il movimento è certamente un fattore chiave in quanto ha una funzione educativa per i giovani, i quali si sono resi protagonisti di nuove iniziative come la creazione di tavole rotonde e di canali media alternativi per bypassare la propaganda del governo. In questo senso tale movimento non va visto come importante solo dal lato prettamente sindacale-contadino ma anche dal punto di vista socio-culturale. Si sottolinea in questo senso il ruolo sempre più importante delle donne, anche perché queste ultime sono molto rappresentative della forza lavoro del settore primario.
I comunisti indiani a sostegno degli scioperi contadini
Da un punto di vista politico, i sindacati, le associazioni studentesche e i partiti di sinistra si sono mobilitati per coordinare gli scioperi, che sono comunque relativamente dispersi sull’area del Paese e che soprattutto in un primo momento presentavano una forte componente spontaneista.
Il Partito Comunista Indiano – Marxista (CPI-M) sostiene attivamente le proteste che riguardano il futuro dell’agricoltura indiana e la sovranità alimentare del Paese. In un dettagliato documento pubblicato ad inizio novembre, il CPI-M spiega come le nuove leggi andrebbero ad impoverire ulteriormente gli agricoltori, impiegati in un settore già oggi in grave crisi.
La stessa opinione è sostenuta dall’altro grande partito operaio indiano, il Partito Comunista Indiano (CPI), che ha condannato l’atteggiamento del governo ritenuto ben poco sincero nei colloqui avuti con la controparte (leggi qui). Il più radicale CPI-ML ha dal canto suo definito le attuali agitazioni contadini come “fieri successori dell’eredità della resistenza al colonialismo britannico” (leggi qui). Tutti i comunisti indiani insistono quindi sulla necessità di abolire le nuove leggi agrarie.
Solidarietà da parte del Partito Comunista svizzero
Svariati militanti e dirigenti del Partito Comunista svizzero hanno partecipato alla conferenza organizzata dal WAYU la scorsa domenica anche per dimostrare il sostegno del partito nei confronti degli agricoltori indiani e delle loro rivendicazioni. Secondo i comunisti elvetici, l’incredibile mobilitazione degli ultimi mesi dimostra sia come la lotta della classe lavoratrice contro gli interessi del grande capitale continui ad essere presente in tutto il mondo, sia come la pandemia globale abbia accentuato le contraddizioni del sistema capitalista.
Nel corso della video-conferenza Luca Frei, coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera, ha ribadito l’importanza della solidarietà con gli scioperi contadini in questo momento cruciale e ha ricordato come anche i comunisti svizzeri siano molti attivi sul fronte dell’agricoltura. I deputati del PC Lea Ferrari e Massimiliano Ay sono ad esempio riusciti a convincere il Parlamento ticinese ad inserire nella costituzione cantonale il principio della sovranità alimentare, decisione sulla quale il popolo sarà chiamato ad esprimersi nei prossimi mesi.
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