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10 anni dopo il no sull'adesione allo Spazio economico europeo, l'ex ministro svizzero degli esteri rimpiange ancora la decisione.
Per René Felber, intervistato da swissinfo, la Svizzera soffre soprattutto delle conseguenze politiche del rifiuto.
René Felber fu uno dei principali fautori dell'adesione della Svizzera allo SEE, lo spazio economico tra l'Associazione europea di libero scambio (AELS), di cui la Svizzera è membro, e l'allora Comunità Europea.
E a dieci anni di distanza dal rifiuto popolare, la posizione dell'ex consigliere federale socialista non è affatto cambiata: Felber rimane dell'opinione che la Svizzera debba aderire all'Europa.
swissinfo: Il rifiuto del popolo svizzero di entrare nello Spazio economico europeo (SEE) l'aveva molto delusa. Ora, dieci anni dopo, crede che reagirebbe ancora allo stesso modo?
René Felber: Indubbiamente. Si è trattato del fallimento di un progetto che avevamo offerto alla Svizzera. Quello di diventare un paese partecipativo e costruttore dell'Europa in cui ci trovavamo.
In questi dieci anni, i Romandi (gli Svizzeri francesi) sembrano aver perso il loro entusiasmo nei confronti dell'Unione europea (UE). Come interpreta questa evoluzione?
R.F.: Si tratta di un'evoluzione normale, visto che i politici non si impegnano assolutamente in favore dell'UE. Si accontentano di risolvere i problemi giorno dopo giorno. E l'Europa non costituisce più un progetto politico.
Dieci anni or sono, l'entusiasmo dei Romandi era dovuto al fatto che certi consiglieri federali si erano fortemente impegnati per quel progetto. Ora, se non c'è più impegno, non ci sono più progetti.
Ma non crede che abbiano svolto un ruolo anche i trattati bilaterali conclusi con l'UE, che hanno permesso alla Svizzera di conseguire i suoi principali obbiettivi, come per esempio la libera circolazione delle persone?
R.F.: Certo che questo ha la sua importanza. Non si fa che parlare dei bilaterali. Ma, contrariamente a quanto affermavano gli oppositori dello SEE, i bilaterali non sono una soluzione facile.
I negoziati con Bruxelles continuano e sono molto difficili. In definitiva, questi bilaterali non sono che un palliativo.
Il 6 dicembre 1992 si parlò di un vero fossato tra Romandi e Svizzeri tedeschi. Nel frattempo, secondo lei, questo fossato si è colmato o si è allargato?
R.F.: Non si è particolarmente approfondito. Credo che in Svizzera si siano dei fossati, ma non soltanto linguistici. Ce ne sono anche tra città e campagna, il che rende difficile la creazione di un grande movimento unitario in favore di un progetto.
D'altronde, la differenza tra Romandi e Svizzeri tedeschi non è più tanto grande per quel che concerne l'Europa. Oramai, buona parte degli Svizzeri tedeschi si rendono conto che bisogna aderire all'Europa. Soltanto che non lo dicono, visto che nessuno glielo chiede.
Comunque, rimane chiaro che bisogna continuare ad affermare che, aderendo all'UE, la Svizzera non perderebbe la sua identità. Un italiano non è diventato un Danese e un Polacco non sarà identico a uno Spagnolo. Non c'è nessuna fusione. Ed è la stessa cosa qui da noi: un Neocastellano non è mica diventato uno Sciaffusano nella Svizzera federale.
Dieci anni fa, alcuni sostenevano che il rifiuto dello SEE sarebbe stato una catastrofe per l'economia svizzera. Avevano ragione?
R.F.: Avevamo detto chiaramente che gli effetti si sarebbero fatti sentire a lungo termine, non nei primi dieci anni dopo la votazione. D'altronde, gli accordi bilaterali compensano parzialmente gli effetti negativi del 6 dicembre.
Ma questi accordi bilaterali sono più difficili da mettere a punto e da accettare oggi, di quanto non lo fosse lo SEE all'epoca, perché la legislazione europea evolve continuamente. Dunque, avvicinarci all'UE ci costerà sempre più caro.
Ma quel che abbiamo soprattutto perso è un'autonomia politica. Il consiglio federale e il parlamento passano il loro tempo a modificare la legislazione svizzera per adattarla a quella dell'UE. Non ci siamo nemmeno costretti, ma non possiamo fare altrimenti.
In maniera più generale, stiamo anche pagando lo scotto di non far parte di un insieme potente. Isolati, rappresentiamo un facile bersaglio, come è accaduto nel caso dei fondi in giacenza e come accadrà in quello del Sudafrica.
A poco a poco perdiamo anche la nostra influenza. Non ci si ascolta più, non si ha bisogno di noi, i nostri servizi non sono più utili...
Se fosse ancora in governo, cosa farebbe per rilanciare il dibattito europeo?
R.F.: Innanzitutto sosterrei l'idea che apparteniamo all'Europa e che si tratta di un progetto politico importante al quale dobbiamo partecipare.
Ricorderei pure che bisogna anche stabilire un catalogo di quel che ci serve sul piano delle nostre relazioni con l'UE. E che bisogna verificare se siamo in grado di vivere senza queste relazioni oppure se, al contrario, sono per noi assolutamente indispensabili.
Olivier Pauchard, swissinfo
Fatti e cifre
Sullo SEE si votò il 6 dicembre del 1992;
50.3% di no contro 49.7% di sì - differenza 23'105 voti;
14 cantoni e 4 mezzi cantoni contro, 6 cantoni (tutti romandi) e 2 mezzi cantoni a favore;
Partecipazione al voto: 78.7%, la seconda più alta del dopoguerra.