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A Milano fu per la prima volta nel ‘49, per un reportage sulla galleria Vittorio Emanuele e sul commercio in strada. “Dopo la guerra fioriva dappertutto il mercato nero e io tentai di realizzare il servizio con una macchina fotografica nascosta”.
In queste e in altre città italiane tornò anche in seguito, in periodi diversi, sia per realizzare servizi commissionati dai periodici che per ricerche personali. Per un tipo di reportage più legato alla comunicazione giornalistica, Blum usa un linguaggio fotografico maggiormente narrativo, realistico, mediando tra il racconto e l’astrazione. Per le strade, la gente e l’aspetto umano diventano centrali, il soggetto fotografato è il vero protagonista, mentre il fotografo si fa più piccolo, sempre con rispetto, talvolta con ironia. Sperando non sia troppo banale e scontato, viene spontaneo presupporre che forse negli occhi di chi racconta l’Italia di quegli anni ci siano anche le suggestioni del cinema, dal neorealismo alla commedia all’italiana, con i suoi vigili, le suore, le motorette e le belle signore. Ma i linguaggi si mescolano: e allora l’immagine di un uomo che, avvolto da un mantello nero e con una valigia poggiata a terra, viene colto di spalle sullo sfondo del Castello Sforzesco sfocato dalla nebbia, sembra stare in bilico tra De Sica e Man Ray.
tratto dal testo di Valentina Carmi