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La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello sussiegoso
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!
Così il povero Macbeth, nel finale dell’omonima tragedia di Shakespeare (atto V, scena V, trad. it. di Goffredo Raponi).
L’immagine è potente: la vita è solo un’ombra che cammina (a walking shadow), non esiste se non nel suo opporsi alla luce, e nulla rimarrà di essa, è come il racconto di un idiota: privo di significato. Perché l’attorello sussiegoso (poor player) continua a dimenarsi sul palcoscenico? Che senso ha continuare a recitare una parte priva di significato?
Sono sufficienti questi pochi versi, magari recitati da Orson Welles, per tratteggiare il nichilismo: il reale è irrazionale, non ci sono valori o idee che danno forma all’esistente,tutto quello che accade non ha significato: è il nulla. In questo nulla l’uomo si dimena, grida e strepita: ma anche le sue grida sono prive di significato.
La parola nichilismo, divenuta popolare con Turgenev, pare sia stata usata la prima volta da F. H. Jacobi per indicare il razionalismo e, in particolare, il criticismo kantiano. Il più famoso filosofo nichilista rimane comunque Friedrich Nietzsche.
Il discorso filosofico riguarda tuttavia solo una parte del problema, e a dimostrarlo è proprio Shakespeare con il suo Macbeth: è possibile pensare che la vita sia priva di senso anche senza essere filosofi razionalisti, ma semplici uomini, dotati forse di una particolare sensibilità. Il nichilismo non è, o almeno non è solamente, il destino della filosofia o del pensiero critico razionale. E a pensarci bene, sarebbe strano il contrario.
Se il nichilismo è la sensazione della mancanza di significato della vita, della insensatezza del mondo, è possibile arrestare il discorso a questa sensazione? In altre parole: ha senso limitarsi a concludere che il mondo è privo di senso?
Anche il nichilismo, alla fine, fornisce un senso al mondo: chi accusa il nichilismo di auto contraddizione non ha tutti i torti. Ma non si tratta di rifiutare questa sensazione, o certezza, di insensatezza, ma accettarla per quella che è: un’altra figura di senso.
La storia narrata da Shakespeare è una tragedia, e le cose per Macbeth finiranno molto male: nel finale la sua testa mozzata verrà mostrata da MacDuff al re di Scozia.
È comunque morto combattendo:
Ecco, pongo il mio scudo di battaglia
avanti a me. Perciò, Macduff, in guardia!
E dannato chi dice prima:”Basta”.
Nonostante la vita sia un’ombra che cammina, Macbeth continua a vivere. Riempie la vita, sapendo che la responsabilità del contenuto è, almeno in parte, sua.