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Una decina di Paesi africani non comprende la decisione della Commissione, così come diverse Ong
BRUXELLES - Gli ippopotami sono finiti al centro di un'accesa discussione tra l'Unione europea e dieci Paesi africani. Questi ultimi accusano infatti l'Ue di non voler salvaguardare la specie. L'Unione europea non intende infatti sottoscrivere la proposta di divieto del commercio delle parti dell'animale, stando a quanto riporta il Guardian.
L'occasione per (non) firmare l'accordo sarà la XIX riunione della Conferenza delle Parti della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (Cites), in programma a Panama dal 14 al 25 novembre. I delegati di 184 Paesi esamineranno 52 proposte per aumentare o diminuire le misure di protezione di circa 600 specie. Tra queste figura anche quella relativa agli ippopotami.
Una decisione, quella presa dall'Unione europea, definita incomprensibile da diversi paesi africani, che hanno visto calare drasticamente il numero di esemplari. La caccia illegale degli ippopotami, sia per la carne che per l'avorio, ha praticamente sterminato la specie in Algeria, Egitto, Eritrea, Liberia e Mauritania.
I dieci Paesi africani (Benin, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Gabon, Guinea, Libera, Mali, Niger, Senegal e Togo) hanno quindi deciso di scrivere una lettera alla Commissione europea: «Opponendosi alla nostra proposta l'Ue sta mettendo a repentaglio le possibilità della regione dell'Africa occidentale e centrale, che ospita più della metà della popolazione degli ippopotami, di garantire adeguatamente la sopravvivenza della specie». Solo nell'ultimo decennio la popolazione di ippopotami ha subito un calo tra il 30% e il 50%, attestandosi a circa 115'000-130'000 esemplari.
Nel 2016 la specie è stata classificata come "vulnerabile all'estinzione", ed è finita nella lista rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN). Ma poiché il numero totale degli ippopotami non è diminuito più del 50% negli ultimi dieci anni, la specie non può essere inclusa nella categoria degli animali che non possono essere commercializzati a livello internazionale a causa del rischio di estinzione.
Un dato che viene preso alla lettera dalla Commissione europea. Ed è proprio questo atteggiamento ad aver fatto infuriare anche diverse Ong. «Molte delle posizioni della commissione riflettono un'interpretazione molto ristretta dei criteri di inclusione nella lista Cites. La commissione ha ignorato il principio di precauzione» si legge nella lettera firmata da diversi gruppi, tra cui Humane Society International, Born Free e Pro Wildlife, riportato sempre dal Guardian.