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La Cina ha approvato la stretta su Hong Kong: il Congresso nazionale del popolo, ramo legislativo del parlamento, ha dato il via libera con 2.878 voti a favore, uno contrario e sei astenuti, alla proposta per imporre all'ex colonia britannica la controversa normativa che andrà a punire la secessione, la sovversione del potere statale, il terrorismo e tutti gli atti che mettano a rischio la sicurezza nazionale.
"Il governo centrale ha sempre attuato in pieno e fedelmente il modello 'un Paese, due sistemi', in base al quale il popolo di Hong Kong governa Hong Kong secondo un rigoroso rispetto della Costituzione cinese e della Basic Law", la Costituzione locale, ha detto il premier Li Keqiang parlando nella videoconferenza stampa di chiusura del Congresso. Respingendo le critiche, Li non ha mai fatto riferimento all'annuncio di mercoledì del segretario di Stato Usa Mike Pompeo secondo cui l'imposizione da parte di Pechino della legge dimostra come Hong Kong non goda più dell'autonomia promessa con l'accordo firmato dalla Gran Bretagna con la Cina per la restituzione dei territori, ma ha sottolineato che la legislazione "è volta a promuovere la stabilità e la prosperità dei territori a lungo termine".
Di parere opposto uno dei volti noti delle proteste di Hong Kong, Joshua Wong: "Un Paese, due sistemi è sempre stata una bugia, poco più di una 'Unica Cina' sotto mentite spoglie", ha scritto su Twitter il fondatore di Demosisto. "La geopolitica asiatica si sta rimodellando proprio sotto i nostri occhi. Come baluardo di libertà, Taiwan merita il sostegno del mondo per emergere come potere regionale. L'età dell'isolamento è finita", ha aggiunto riferendosi all'isola 'ribelle', con la quale Li è ritornato a parlare di sforzi per "una riunificazione pacifica".
A rincarare la dose sulle "bugie in pieno conflitto con gli impegni presi", Usa, Gran Bretagna, Canada e Australia hanno firmato una dichiarazione congiunta per sollecitare la Cina al rispetto "degli obblighi internazionali". L'attenzione ora è rivolta alle misure che Washington deciderà di prendere sullo status speciale quanto a interscambio commerciale e rilascio dei visti di Hong Kong. Al presidente Donald Trump spetterà l'ultima mossa sul tema, ha ricordato David Stilwell, il funzionario del Dipartimento di Stato che ha in carico i dossier dell'Asia orientale. "Gli Usa non vogliono colpire la gente di Hong Kong, ma questa decisione è stata presa dal governo di Pechino, non da noi", ha commentato Stilwell.
L'Ufficio del ministero degli Esteri cinese nell'ex colonia ha tuonato contro l'ipotesi di revoca dello status che sarebbe l'atto "più barbarico, più irragionevole e più sfacciato". Il Comitato permanente del Congresso lavorerà sulle modalità specifiche della legge e sulla sua applicazione, aggirando il voto del parlamentino di Hong Kong. La governatrice Carrie Lam ha promesso tutta la sua collaborazione per i prossimi passaggi. A Hong Kong, intanto, l'altra causa di irritazione del fronte pro-democrazia è la legge sul rispetto dell'inno nazionale cinese in discussione al parlamentino locale che punta a criminalizzare gli insulti alla 'Marcia dei Volontari'. Soltanto mercoledì la polizia ha arrestato 360 persone, soprattutto per l'adesione a manifestazioni non autorizzate. "E' come se ormai ci fosse il coprifuoco", ha notato l'attivista Nathan Law. Hong Kong, sempre più coinvolta nel braccio di ferro permanente tra Pechino e Washington, vede ora in serio pericolo il suo hub finanziario globale.