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Just writing. /2 – The Words
L’innocenza di Jamal è la stessa integrità che si incontra nel giovanissimo scrittore di The Words, il vero autore interpretato da Ben Barnes. Egli arrivò a scrivere in un momento di disperazione, un momento nel quale la scrittura gli si offrì come inconsapevole strada per riemergere dall’abisso nel quale era sprofondato.
Dopo aver perso di malattia la figlia di neanche un anno, e dopo che la giovane, bellissima e amatissima moglie si era allontanata di casa, ustionata dal dolore per la perdita della bimba, egli, rimasto solo e lontano dalla patria, nel deserto arido della sua casa abbandonata, cominciò a pestare sulla macchina da scrivere. “Si dimenticava di mangiare o di dormire; le parole semplicemente sgorgavano da lui; era un flusso che non sapeva controllare, né riusciva a spiegarsi da dove venisse. Le parole divennero forma; la forma divenne un tutto; e, dopo due settimane, era finito”.
Più tardi, dopo la perdita del dattiloscritto, della moglie, e della propria vita, dopo aver fatto ritorno in America, egli non scrisse più; perché, dice la sceneggiatura, “aveva paura di andare un’altra volta tanto a fondo”. “Da un abisso nasce la storia incredibile che scrive”; e lui, in quell’abisso, non ci voleva scendere più.
Altro e diverso dramma è quello di Rory Jansen, il protagonista del film, che da sempre desidera essere scrittore e si cimenta in quest’arte con risultati sempre buoni ed eleganti ma mai eccellenti. Egli, d’un tratto, dopo aver letto tutto d’un fiato il dattiloscritto ritrovato, scopre con dolore di non essere chi vorrebbe essere, e trema dalla paura di non diventarlo mai. Quello che lui avrebbe voluto essere, quello scrittore lo era. Ma Rory non capiva l’abisso di dolore ch’era stato fucina: in essa quelle parole dorate, splendenti e perfette erano state forgiate. Rory vedeva solo il loro splendore.
Vedeva anche che il loro splendore attingeva a una fonte di verità talmente intatta e profonda da poter parlare anche di lui, sebbene lui e l’autore mai si fossero incontrati. C’era una parte di lui che emergeva solo in quel libro, tanto che quando sua moglie lo legge credendolo scritto da lui gli dice: “Questo libro racconta parti di te che sapevo che c’erano ma che non erano mai emerse”.
È per questo che Rory, sedotto dalla potenza e dalla perfezione di quelle parole, trascorre un’intera notte a riscriverle; “non sapeva perché lo stesse facendo. Voleva solo sentire la sensazione delle parole che passavano attraverso le sue dita, attraverso la sua mente. Riscrisse ogni parola come era scritta in quelle pagine”. Scoprirà solo più tardi, nella sua carne, la sofferenza della verità che va attraversata perché dalla nostra mano possano uscire parole così. Scoprirà che “realtà e finzione hanno un confine molto sottile, e spesso sembrano confondersi, anche se in realtà non si toccano mai”.
Entrambi questi film (Scoprendo Forrester e The Words) ci parlano di grande scrittura. Di una scrittura che aggira e sorvola l’abisso. Che non lo teme e vi sa entrare. Una scrittura che conosce l’abisso ma ne sa anche uscire, conservando sia la profondità del fondo sia la leggerezza della liberazione da esso. Scrive Flannery O’Connor che “Lo scrittore deve lottare come Giacobbe con l’angelo. La scrittura di un romanzo degno di questo nome è una sorta di duello personale”. I due film ci dicono anche, però, che uscire dall’abisso con la scrittura non significa saperne uscire nella vita. La libertà e la genialità nella scrittura non sono necessariamente la libertà e la genialità nella vita.
(Piccola parentesi su Ruby Sparks)
Nel contesto di questa riflessione, potremmo dire che a margine di tale profondità, trova il suo spazio il gioco-commedia dei giovani cineasti Dayton-Faris-Kazan, la cui storia è una sorta di simpatico e spensierato teorema cinematografico architettato per dire che tutto ciò che attraversa la penna dello scrittore per farsi parola e racconto assume dei contorni di concretezza e di realtà che ingombrano la sua mente e la sua anima, facendogli attraversare pene, gioie, attese e speranze. Questo accade anche se ciò di cui lui parla non esiste nella realtà. Perché colui che scrive non può che parlare di ciò che è, in qualche modo, reale e di ciò che ha, in qualche modo, corpo.