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LEEDS - A meno che l'industria alimentare non si trasformi rapidamente, cambiando ciò che la gente mangia e come viene prodotto, il mondo dovrà affrontare nei prossimi decenni una diffusa perdita di biodiversità.
È ciò che emerge da uno studio di un team di ricerca internazionale guidato dall'Università di Leeds e dall'Università di Oxford, pubblicato sulla rivista Nature Sustainability. Il sistema alimentare globale, per come è ora, rischia di provocare danni ecologici rapidi e diffusi, con quasi il 90% degli animali che rischiano di perdere parte del loro habitat entro il 2050.
L'autore principale dello studio, David Williams, dell'Università di Leeds, ha affermato al Guardian che senza cambiamenti fondamentali, milioni di chilometri quadrati di habitat naturali potrebbero andare persi nei prossimi 30 anni. «In definitiva, dobbiamo cambiare ciò che mangiamo e come viene prodotto se vogliamo salvare la fauna selvatica su scala globale».
Lo studio ha stimato l'influenza del sistema alimentare sulla biodiversità, notando che le perdite saranno particolarmente gravi nell'Africa subsahariana e in alcune parti dell'America centrale e meridionale.
Inoltre, secondo la ricerca, determinate soluzioni sono più o meno adatte per regioni o paesi specifici. Ad esempio, un aumento dei rendimenti agricoli porterebbe enormi benefici alla biodiversità nell'Africa subsahariana, ma avrebbe invece un impatto minimo in Nord America, dove i rendimenti sono già elevati. D'altra parte, il passaggio a diete più sane avrebbe grandi benefici in Nord America, ma sarebbe meno efficace nelle regioni dove il consumo di carne è basso e l'insicurezza alimentare è elevata.
È importante quindi capire quali soluzioni sono adatte in quali aree. Tra le opzioni, un minor consumo di carne, la riduzione degli sprechi alla pianificazione dell'uso del suolo.
Michael Clark, un altro autore dello studio e ricercatore dell'Università di Oxford, ha dichiarato che è importante mettere in atto tutte queste misure: «Nessun approccio è sufficiente da solo. Ma con un coordinamento globale e un'azione rapida, dovrebbe essere possibile fornire determinate diete sane alla popolazione globale nel 2050, senza dover provocare ingenti perdite di habitat».