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Un mesetto fa, ho avuto il piacere di incontrare, per una breve intervista, l’attivista egiziano Musaad Abu Fagr.
Una persona interessante: grazie alla presenza di un interprete – Abu Fagr parla solo arabo, e dati i limiti della comunicazione a gesti la presenza di un traduttore era più che gradita –, si è chiacchierato per una buona mezz’ora di diritti umani, dagli ostacoli alla loro diffusione agli aspetti culturali e religiosi alla loro esportazione.
A un certo punto, ho osato fare una domanda che considero inquietante: “Che cosa è la giustizia?”.
Questa domanda mi inquieta perché le risposte, in genere, sono banali e inconcludenti, vuoti slogan che non portano da nessuna parte, almeno da nessuna parte di interessante.
Questa mia convinzione di lega al fatto che la penso come Hans Kelsen: la giustizia è un ideale irrazionale, non è e non può essere un concetto ben definito. Regole auree, imperativi categorici: belle parole, ma in concreto cosa significa che non bisogna fare agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te?
Insomma, ho posto questa bella domanda ad Abu Fagr, temendo in una versione egiziana del trattare in modo uguale gli uguali e in modo diverso i diversi.
La sua risposta, invece, è stata inaspettatamente acuta e, secondo me, intelligente. Il concetto di giustizia varia: non c’è una idea sola di giustizia, nella storia si sono avvicendate diverse concezioni di giustizia. Adesso, nel ventunesimo secolo, l’idea di giustizia è il rispetto dei diritti umani.