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An In giurisprudenza e nel settore bancario, dove dovrebbe essere usata una lingua assolutamente chiara e bisognerebbe definire in modo esplicito le condizioni, il denaro è sorprendentemente un termine vago. In nessuna delle pressoché 65’000 pagine di diritto federale svizzero viene definito che cos’è il denaro, sebbene in quasi tutte le 5000 leggi e ordinanze esso rivesta un ruolo importante, a volte fondamentale. Quasi tutti i contratti e le leggi hanno anche a che fare con il denaro. Ma il legislatore non ha saputo stabilire chiaramente che tipo di diritto esso rappresenti. L’art. 2 della Legge federale sull’unità monetaria e i mezzi di pagamento (LUMP) del 1999 definisce perlomeno i mezzi legali di pagamento:
«Sono mezzi legali di pagamento:
a. le monete emesse dalla Confederazione;
b. i biglietti di banca emessi dalla Banca nazionale svizzera;
c. i depositi a vista in franchi presso la Banca nazionale svizzera.»
Due cose colpiscono:
• evidentemente un deposito presso una banca non è un mezzo legale di pagamento, sebbene si possa pagare con esso;
• esistono mezzi legali di pagamento scritturali, ma soltanto per titolari di un conto presso la Banca nazionale. Contrariamente alle banche, le persone fisiche e le ditte non possono tuttavia aprire un conto presso la BNS.
Il Consiglio federale è consapevole del fatto che il nostro «denaro» depositato sui conti bancari non è un mezzo legale di pagamento, bensì solo una promessa da parte di una banca di versare, su richiesta, mezzi legali di pagamento (ossia contante). Le banche possono tuttavia onorare questa promessa soltanto in casi eccezionali perché la riserva minima ammonta solo al 2,5 per cento e il cuscinetto di capitale proprio (perlopiù illiquido) a qualche altro punto percentuale. Su cento titolari di un conto bancario, due o tre possono riscuotere subito i loro crediti e dopo qualche tempo nel migliore dei casi dieci. Il denaro delle banche è pertanto una promessa piuttosto vana, a prescindere dalla garanzia di copertura del cinque per cento circa dei depositi (in Svizzera). Se una banca cantonale di medie dimensioni o un istituto analogo fallisce, si forma un buco enorme nella rete di sicurezza.
Malgrado la promessa economicamente insostenibile delle banche, anche le istituzioni statali trattano il «denaro» di que-ste come mezzo legale di pagamento. Ma non si limitano a questo. Preferiscono questo surrogato bancario ai mezzi legali di pagamento che in realtà sarebbero tenute ad accettare in qualsiasi momento. Provate a pagare le tasse con mezzi legali di pagamento (contanti)! Per farlo dovete dimostrare caparbietà e una grande capacità di persuasione.
La sicurezza giuridica in ambito monetario è tutt’altro che data. Ciò emerge anche dai tentativi avviati a livello internazionale per limitare l’utilizzo dei contanti e imporre la moneta scritturale privata delle banche come unico mezzo legale di pagamento. Se si riuscisse persino a eliminare il denaro contante entro il 2018, ciò corrisponderebbe a una vera e propria presa di potere.
Per alcuni la scomparsa dei contanti non è degna di nota, perché in fin dei conti il denaro è denaro. Ma questo è vero soltanto se l’economia cresce, la stabilità delle banche è indiscutibile e solo se pochi clienti desiderano cambiare il surrogato bancario in vero denaro. Non appena la solvibilità delle banche inizia a vacillare, i nostri averi bancari si rivelano per quello che in realtà sono, un credito. E il denaro privato delle banche, tutt’altro che sicuro, dev’essere salvato dallo Stato, e più precisamente dalla collettività dei contribuenti, mettendo a disposizione moneta vera della Banca nazionale. La crisi di UBS ci ha insegnato che un’operazione di questo genere è costosa. Ma a quel tempo le crisi costavano soltanto dozzine di miliardi. Oggi, invece, i costi si attestano a centinaia di miliardi. E non è più in gioco solo il denaro versato sotto forma di tasse dai contribuenti, bensì anche quello privato e dell’intera economia mondiale. Perché il bail-out, il salvataggio da parte dello Stato, è stato sostituito a livello mondiale dal bail-in, il salvataggio da parte degli azionisti, degli obbligazionisti e dei correntisti.
La mancata definizione giuridica del denaro spiana la strada all’esproprio. L’interesse negativo, come già applicato dalla Banca nazionale e da altre banche centrali, è una forma relativamente innocua, ma a lungo termine incisiva. Sono a rischio in particolare le promesse pensionistiche. Per poter introdurre su larga scala gli interessi negativi, assolutamente necessari per la liquidazione dei debiti, occorre dapprima abolire i contanti. Perché chi può prelevare in contanti il suo avere bancario per salvarlo dalla svalutazione, lo farà senz’altro. Ecco il motivo di fondo per cui da alcuni anni si mira ad abolire i contanti con dubbiosi argomenti. Si sostiene, infatti, che servano alla criminalità e all’evasione fiscale, che siano poco pratici, costosi e oltretutto pieni di microbi. Ma questi sono pretesti piuttosto che veri e propri motivi. L’abolizione dei contanti crea soprattutto le condizioni per un esproprio molto più grave, ossia l’introduzione della cosiddetta imposta patrimoniale caldeggiata dal Fondo monetario internazionale (FMI) e persino dalla conservativa Bundesbank. Con una riduzione del dieci per cento degli averi bancari si raccoglierebbero nell’eurozona 3’853 miliardi; il rapporto tra il debito pubblico e il PIL degli Stati scenderebbe al 55 per cento, poco al di sotto della soglia del 60 per cento definita dal Trattato di Maastricht per il funzionamento dell’euro. Ma anche una misura così incisiva sarebbe soltanto una «soluzione» provvisoria perché nel nostro sistema i debiti crescono sempre più rapidamente della massa monetaria.
È per questo motivo che la sicurezza giuridica è così importante nell’ambito monetario: quando forniamo una prestazione, otteniamo un diritto a controprestazione sotto forma di denaro, che all’occorrenza o all’occasione (dobbiamo) possiamo scambiare con una controprestazione nell’economia reale. Se nel frattempo la massa monetaria aumenta senza che parallelamente cresca la produzione economica, si riduce il nostro diritto. La creazione autonoma di denaro da parte delle banche private incide pertanto profondamente sui diritti di proprietà e mette in pericolo ciò che le banche pretendono di difendere, ossia l’ordinamento sociale liberale.
Per rimandare il momento della disillusione, l’economia ha un rimedio universale: la crescita. Ma, come vedremo nel prossimo capitolo, questo rimedio ci fa star male.