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Il regista, premiato anche a Locarno, era ricoverato da maggio in ospedale per un ictus e una polmonite.
MOSCA - Gleb Panfilov, uno dei principali registi russi degli anni Settanta e Ottanta, è morto sabato scorso a Mosca all'età di 89 anni. La notizia della scomparsa è stata riportata dai media russi, precisando che il cineasta era stato ricoverato a maggio in ospedale per un ictus e una polmonite, quasi quattro mesi dopo la morte della moglie, l'attrice Inna Churikova.
Regista appartato di un cinema umanistico di introspezione psicologica e grande semplicità formale, Panfilov si era affermato nei festival internazionali, vincendo il Pardo d'oro a Locarno nel 1969 per il suo lungometraggio d'esordio "Non c'è passaggio nel fuoco", l'Orso d'oro a Berlino nel 1987 per "Tema" (girato nel 1979 ma uscito solo nel 1986) e il premio per il miglior contributo artistico a Cannes nel 1990 per "La madre".
Nato a Magnitogorsk il 21 dicembre 1934, dopo la laurea in ingegneria chimica all'Istituto politecnico degli Urali (1957), Panfilov trovò lavoro in fabbrica, mentre il suo interesse per la cinematografia diventava sempre più pressante. Nel 1959 realizzò il documentario "Raggiungi le nostre truppe!" e, incoraggiato dalle positive reazioni ottenute firmò tre cortometraggi per gli studi televisivi Sverdlovsk.
Abbandonata la chimica, nel 1963 partì per Mosca, dove divenne allievo di Julij Rajzman al corso di regia. Il suo primo lungometraggio, "Non c'è passaggio nel fuoco" (1968, ispirato a un romanzo di Maksim Gorkij), è la storia tragica di un'infermiera che lavora su un treno-ospedale durante la guerra civile russa, girato per lo più in interni, con camera fissa attenta alle minime emozioni degli attori. Oltre al Pardo d'oro, al Festival di Locarno al film venne assegnato il premio per la migliore interprete all'attrice Inna Curikova, divenuta moglie di Panfilov e protagonista dei suoi film.
Con "Il debutto" (1970), in cui una giovane operaia chiamata a interpretare il ruolo di Giovanna d'Arco sogna di cambiare la sua vita, e "Chiedo la parola" (1976), storia di una donna sindaco lacerata fra la necessità di fronteggiare le responsabilità politiche e di carriera e i dubbi sul regime opprimente e sulla propria vita, Panfilov costituisce un triplice ritratto di donne al di fuori delle convenzioni del realismo socialista.
"Tema", girato nel 1979, fu censurato dagli organi del regime sovietico e fu distribuito solo nel 1986, con l'avvento al potere di Michail Gorbaciov e l'inizio della perestrojka: il film racconta la storia di un commediografo in crisi creativa ed esistenziale, vittima della sua debolezza e di un sistema che annienta la creatività e l'indipendenza a vantaggio della mediocrità e del compromesso.
Esplicito è il ricorso alla letteratura russa nei film successivi, "Valentina" (1981, da una commedia di A. V. Vampilov), "Vassa" (1983, tratto dall'opera omonima di Gorkij) e "La madre" (1990). In quest'ultimo film, Panfilov ha affrontato il tema del risveglio della coscienza politica di una donna e della lotta per l'affermazione della propria libertà contro le istituzioni.
Polemiche anche aspre in Russia ha suscitato il suo film "I Romanov: una famiglia incoronata" (2000), da cui è stata tratta una versione televisiva in cinque episodi. Il regista racconta la storia degli ultimi mesi di vita della famiglia reale russa, uccisa dopo la Rivoluzione dai bolscevichi, con meticoloso realismo e la consueta attenzione alla banalità dell'esistenza, realizzando, malgrado il suo aspetto di affresco storico, un film intimista e offrendo il ritratto di un sorprendente zar Nicola II Romanov, spogliato di ogni aureola sanguinaria ma anche di ogni mito.