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Amnesty International chiede a Berna di intervenire a livello diplomatico e attivare il Ministero pubblico federale
BERNA - I membri di Amnesty Svizzera hanno votato tre risoluzioni nel corso della loro assemblea generale. Chiedono un ampliamento dello statuto di protezione S, l'utilizzo del modello del consenso esplicito nel diritto penale sessuale e maggiori sforzi per la protezione di Dick Marty.
L'ex consigliere agli Stati ticinese vive da quasi 18 mesi sotto scorta della polizia. Quale relatore del Consiglio d'Europa nel 2010 ha pubblicato un rapporto su presunti crimini di guerra delle milizie kosovare nella guerra d'indipendenza contro la Serbia. Il documento è servito da base per l'accusa nel 2020 al Tribunale speciale dell'Aia nei confronti di Hashim Thaci, allora presidente del Kosovo.
Secondo Marty, le minacce alla sua persona arrivano da persone vicine ai servizi segreti serbi, una tesi respinta seccamente dall'Ambasciata serba in Svizzera.
Amnesty, nel corso dell'assemblea tenutasi ieri in forma virtuale, ha chiesto di utilizzare tutti i mezzi diplomatici e giuridici possibili per far cessare la minaccia. Fino ad ora, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) non ha fatto richiesta di assistenza giudiziaria alle autorità serbe. Nemmeno rilevanti passi diplomatici sono stati effettuati, scrive Amnesty in una nota.
Contattato dall'agenzia Keystone-ATS, il MPC ha dichiarato che le competenti autorità svizzere a diversi livelli sono in contatto con i responsabili serbi. In particolare l'Ufficio federale di polizia (fedpol) ha organizzato uno scambi di informazioni - definito professionale e costruttivo - con le autorità di polizia del Paese balcanico.
Statuto S più ampio - Le generose condizioni scelte per accogliere i profughi di guerra ucraini devono essere mantenute, hanno poi sostenuto i membri di Amnesty. Lo Statuto S dovrebbe anche essere ampliato ad altre persone che cercano rifugio in Svizzera, come gli oppositori russi e bielorussi, o attivisti per i diritti umani.
Amnesty Svizzera si è poi schierata nettamente per il concetto del consenso esplicito nelle norme che regolano il diritto penale sessuale. La soluzione "solo sì vuol dire sì" è la migliore per proteggere le vittime di violenze sessuali e si allinea con le disposizioni delle norme internazionali per i diritti umani, come la Convenzione di Istanbul.
Dalla bozza di legge emersa dalla Commissione degli affari giuridici degli Stati, si è però optato piuttosto per il concetto di "No vuol dire no". In questo modo, si è persa un'occasione per migliorare la protezione della sfera sessuale, sostiene l'organizzazione umanitaria.