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Toni Frisch, una carriera consacrata all’aiuto umanitario
Ex direttore del Settore Aiuto umanitario della DSC, negli ultimi sei anni Toni Frisch (75 anni) ha dedicato le sue energie al coordinamento dell’aiuto umanitario nell’Ucraina orientale. Il suo mandato in seno all’OSCE è terminato a giugno ed è doveroso rendere omaggio alla sua esperienza e alla sua franchezza.
L’ambasciatore Toni Frisch ha concluso il suo mandato di coordinatore del gruppo di lavoro sulle questioni umanitarie dell’OSCE in Ucraina orientale e racconta la sua esperienza. © DFAE
Toni Frisch ha speso la sua vita al servizio dell’aiuto umanitario della Svizzera. Dal 1977 è stato prima impegnato in una missione classica a favore dell’aiuto umanitario all’interno della cooperazione internazionale della Svizzera e successivamente, dal 1980, in seno al DFAE. Per numerosi anni è stato delegato per l’aiuto umanitario e direttore supplente della DSC e molto tempo dopo ha accettato il mandato di coordinatore del gruppo di lavoro sulle questioni umanitarie in Ucraina orientale per conto dell’OSCE.
Basato in Svizzera, tra maggio del 2015 e giugno del 2021 ha fatto avanti e indietro, in pratica ogni due settimane, tra Berna, Minsk e Kiev. Ma il suo impegno in Ucraina è iniziato ben prima del 2015. Dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl è stato sul posto per attuare i programmi di aiuto umanitario in Ucraina, ma anche in Bielorussia. In questa cornice ha intrattenuto scambi molto intensi con personaggi di spicco dell’ex Unione Sovietica, tra cui Gorbaciov.
Più precisamente, nel quadro del suo mandato nell’Ucraina orientale ha visitato numerosi luoghi teatro del conflitto in corso tra le autorità ucraine e i separatisti filo-russi, tra cui le prigioni dell’Ucraina orientale che lo hanno profondamente segnato, dove si recava almeno due volte all’anno, sia in estate che in inverno, per esaminare di persona la situazione sul posto. Si è recato regolarmente anche nei Paesi partner dell’OSCE, a Parigi, Berlino, Mosca, Bruxelles e Vienna per riferire in merito a una situazione perturbata.
In Ucraina la cooperazione internazionale (CI) della Svizzera realizza un programma di cooperazione e sviluppo tramite i suoi quattro attori (la SECO, due divisioni della DSC e la DPDU). Durante il Suo lavoro per l’OSCE ha avuto contatti ravvicinati con tutti questi attori?
Sì, naturalmente. La mia intera carriera e la mia vita sono state dedicate alla creazione di una rete di contatti. In passato ho stretto contatti sul posto in Ucraina, per esempio con il CICR, l’ONU e varie organizzazioni internazionali e locali. Ho avuto poi contatti ravvicinati con la cooperazione della Svizzera con l’Europa dell’Est e con tutti i partner privilegiati della Divisione Pace e diritti umani (DPDU), e scambi con tutti gli attori impegnati in loco, comprese naturalmente le ambasciate svizzere e di altri Paesi. Creare una tale rete è sempre stata una necessità per svolgere bene la mia missione.
Quali sono i principali obiettivi che è riuscito a raggiungere sul posto?
Devo innanzitutto precisare che nel quadro delle mie missioni in seno all’OSCE ho avuto un notevole margine di manovra e una grande flessibilità d’interpretazione. Avevo certamente un ruolo, ossia quello di coordinare gli scambi bilaterali nel mio gruppo e tra le varie parti in conflitto. Con il CICR e l’ONU sono stato molto attivo nella protezione delle vittime. Questo comportava un lungo processo di negoziazione per portare materiale di aiuto umanitario verso i territori colpiti. È stato necessario affrontare la questione della situazione degli sfollati interni e dei profughi anche per garantire loro l’accesso all’acqua potabile e agli aiuti in generale nelle zone difficilmente accessibili. Questo è quello che succedeva all’inizio.
E dopo?
In seguito è stato necessario svolgere sempre più un ruolo di mediazione completamente diverso dall’altra parte della linea di contatto, nella parte orientale. Occorreva garantire all’UNICEF e all’OMS l’accesso alle prigioni e alle persone più vulnerabili per fornire loro medicamenti e materiale sanitario.
Negli ultimi due anni del mio mandato ho posto un importante accento sulle condizioni di detenzione dei prigionieri in loco, ho osservato il loro trasferimento dall’Est all’Ovest (circa 550 persone), mantenuto scambi con loro e sono partito alla ricerca delle persone scomparse. Credo che la questione dei detenuti sia stata uno dei temi più politicizzati che io abbia mai trattato.
Ho potuto constatare che la mia azione e le mie visite nei centri di detenzione hanno consentito di migliorare il trattamento o le condizioni di vita dei detenuti nelle prigioni. E posso dire di essere stato finora l’unico rappresentante ad avere avuto un contatto ravvicinato e a essere riuscito a condurre colloqui riservati con i detenuti nelle prigioni dell’Ucraina orientale, a Doneck e Lugansk. Malgrado tutti gli sforzi intrapresi dai Paesi dell’UE, dalle Nazioni Unite e da altri attori, a oggi il CICR non ha purtroppo ancora ricevuto il diritto d’accesso.
Com’era la situazione nelle prigioni?
Una cella di circa 30 m2, con una minuscola finestra che lasciava appena passare la luce del giorno, ospitava non meno di nove prigionieri che non avevano più contatti con i familiari da otto o nove mesi.
Dopo averne fatto richiesta al direttore, ho fatto pervenire ai prigionieri carta e penna perché scrivessero una lettera ai loro familiari e mi sono organizzato per far sì che le lettere giungessero a destinazione. Per le famiglie, apprendere per lettera che il loro figlio, fratello o padre era ancora in vita equivaleva a un miracolo.
In tale contesto non si trattava solo di comprendere la situazione dei detenuti, ma anche di migliorare la loro sorte. In questo senso è stato anche un impegno a favore della pace nel Paese.
Esattamente. Ma è sempre stato difficile riunire intorno allo stesso tavolo ucraini e separatisti per favorire uno scambio di opinioni costruttivo. Ho spesso ricordato che quando si discute di questioni umanitarie devono prevalere i principi umanitari di neutralità, indipendenza e imparzialità. Tutti devono poter partecipare alle discussioni e tutti devono avere uguale peso e parlare su un piano di parità, senza differenze tra attori statali e non statali.
Per risolvere il problema di un milione di profughi e di quasi 1,3 milioni di sfollati interni ci vorranno diversi anni. È questo che mi ha portato a dire, già nel 2015, che il conflitto in Ucraina resterà a lungo un conflitto congelato, impantanato in un vicolo cieco. Ed è questo che mi ha spinto a credere che i responsabili politici avessero scarsa considerazione per il benessere della loro popolazione. Per loro sembravano contare solo il potere e la loro autorità, e questa è la cosa più difficile da comprendere.
In questo quadro, la tradizione dell’aiuto umanitario della Svizzera e il suo forte impegno a favore della pace in Europa e nel mondo sono stati ben accolti n Ucraina?
La Svizzera gode di un’eccellente reputazione nell’ambito dell’aiuto umanitario, anche in seno all’OSCE. È un punto di forza sul quale ho insistito durante il mio mandato in Ucraina, e la nostra tradizione, in particolare sotto la presidenza di Didier Burkhalter, è stata molto apprezzata e va di pari passo con un ideale di neutralità che spero possa perdurare anche in futuro. In questo contesto, come Svizzeri godiamo di una credibilità considerevole che deve poter essere utilizzata e deve poter far cambiare le cose. Personalmente sono felice e fiero di avere potuto incarnare questa tradizione durante il mio mandato.
Ma questo non è sufficiente…
No, questo non basta certamente per far cessare le ostilità, ma è utile per svolgere bene le attività volte a migliorare le condizioni di vita delle persone più vulnerabili in loco. Ne è un buon esempio la riapertura del ponte di Stanitsa Luganskaja nel 2019 da parte del presidente Zelens’kyj. Il ponte è attraversato ogni giorno da 10 000-12 000 persone tra Lugansk e l’Ucraina. Da giugno 2015 mi sono impegnato giorno e notte per intensificare le visite a Parigi, Berlino, Mosca e Kiev, affinché il passaggio venisse riaperto. Ho partecipato a riunioni bilaterali con l’ex presidente Kuchma e rappresentanti del capo dell’esercito di allora per favorire nuovamente il transito di diverse migliaia di persone che avevano bisogno di attraversare il ponte per ritrovare le loro famiglie e talvolta per procurarsi beni di necessità dall’altra parte della linea di contatto. Passo dopo passo abbiamo fatto in modo che il conflitto si placasse leggermente. È stata una questione di perseveranza, anche durante il periodo della COVID-19, nel quale le conferenze hanno potuto svolgersi solo virtualmente.
Che cosa farà in futuro?
Ufficialmente sono in pensione da dieci anni, ma da allora ho accettato diversi mandati, tra cui quello di senior advisor per il sottosegretario generale dell’ONU e quello di vicepresidente della Croce Rossa Svizzera. Penso di essere stato privilegiato e anche molto fortunato ad aver potuto fare ciò che ho fatto e posso dirlo a maggior ragione ora che il mio mandato è giunto al termine. Possiamo sempre ritenerci felici di aver operato per buone cause; ed è quello che faccio ora.