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Ecco i consigli che Citigroup, uno dei più grandi gruppi finanziari del mondo, dava ai suoi clienti nel settembre 2006: “Precipitatevi sul bling (…) Acquistate azioni della plutonomia”.
Tra le azioni raccomandate si trovavano Hermes, Kuoni, LVMH, Porsche, ecc. Il termine plutonomia (plutonomy) è stato coniato da Jean-Antoine Robert-Guyard, che pubblicò, nel 1829, un libro intitolato De la richesse ou Essais de ploutonomie. Non è certo che gli analisti di Citigroup se ne siano ispirati direttamente, ma l’idea è la stessa: i super-ricchi giocano un ruolo chiave nella dinamica economica. Uno di questi documenti era stato evocato nel 2009 da Michael Moore nel suo film Capitalism: A Love Story. Vale la pena di tornarci sopra.
Il mondo viene diviso in due blocchi: “le plutonomie, nelle quali la crescita economica è alimentata e in larga misura consumata dai ricchi, e il resto”. Nel mondo anglosassone “plutonomico” non ha senso parlare di consumatore medio: ” ci sono dei consumatori ricchi, poco numerosi, ma che rappresentano una parte gigantesca e sproporzionata del reddito e del consumo”. E poi ci sono gli altri, i “non-ricchi, queste moltitudini che non ricevono che una frazione estremamente ridotta della torta”. I ricchi fanno girare il mondo: “sono le braccia muscolose degli imprenditori-plutocrati che sostengono la terra, che questo piaccia o no”. Quanto agli altri, “indipendentemente da ogni giudizio morale, le disuguaglianze di reddito fanno sì che questo gruppo pesi molto meno sui dati complessivi”.
I dati sugli Stati Uniti, presi dalle fonti più sicure, sono impressionanti. Nel 2005, i 20% più ricco rappresentavano il 60% del reddito e dei consumi, e i 20% più povero soltanto il 3%. Improvvisamente, l’economia obbedisce a delle leggi particolari. Per esempio, la diminuzione del tasso di risparmio negli Stati Uniti si accorda perfettamente con la crescita della parte di reddito assegnato ai super-ricchi (1% della popolazione). Il deficit estero delle plutonomie è compensato dall’eccedenza delle economie non-plutonomiche. Allora, gli squilibri mondiali “sembrano meno minacciosi, se vengono guardati attraverso il prisma della plutonomia”.
L’intellighentsia mondiale avrebbe torto a preoccuparsene. In generale, quello che conta è quello che percepiscono e fanno i ricchi: “non è una questione di morale, ma di matematica”.
Questa mescolanza di cinismo e di analisi oggettiva colpisce, anche se data del 2006, dunque da prima della crisi. E` istruttivo osservare quali erano i rischi presi in considerazione a quel momento. Gli autori evocavano il rischio di un crollo della finanza: sarebbe “un grave problema per i ricchi”, poiché la loro ricchezza è essenzialmente finanziaria. Ma ignorano il dato e si rifiutano di “speculare” su una simile ipotesi. Il rischio principale è altrove: l’aumento delle disuguaglianze “equivale in una certa misura alla privazione dei diritti economici delle masse a vantaggio di pochi, ed è eccezionale che questo venga tollerato indefinitamente in una democrazia”. La minaccia più grande verrebbe dunque “dalle pressioni politiche favore di una riduzione delle disuguaglianze di reddito e di una ripartizione più egualitaria delle ricchezze”.
Questa inquietudine rimaneva comunque moderata: “pensiamo che i ricchi continueranno ad arricchirsi. Che i capitalisti (i ricchi) riceveranno una parte ancora più importante del Pil grazie soprattutto alla mondializzazione (…) Le riserve di mano d’opera delle economie in via di sviluppo dovrebbero contenere l’inflazione salariale in modo tale che i profitti continueranno ad aumentare (…) Questo è di buon auspicio per le imprese che producono beni o servizi per i ricchi”.
Anche dopo la crisi, ci si può chiedere se la plutonomia non rimanga l’orizzonte del capitalismo. La ripresa dell’occupazione è oggi condizionata dalla ripresa dei consumi dei ricchi. È evidente negli Stati Uniti, ma è vero anche in Europa, dove le imprese ristabiliscono i loro margini e distribuiscono dividendi come prima, mentre gli investimenti non riprendono.
* articolo apparso sulla rivista Politis n°1139 del 10 febbraio 2011. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà