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The Practice of Teaching
Sono Yvonne Farrell e Shelley McNamara, professoresse ordinarie all’AAM, le curatrici della 16. Mostra Internazionale di Architettura, inaugurata a Venezia lo scorso 26 maggio.
«Immersione nella realtà naturale, sociale e umana del luogo. Tutti i partecipanti sono accolti in una realtà comune».1
Con questa frase credo si possa sintetizzare l’esperienza degli studenti partecipanti al workshop coordinato dall’arch. Francis Kéré, la cui ultima edizione si è svolta nei mesi scorsi. 2
L’«immersione» è avvenuta nel corso dell’intero periodo con modalità e tempi differenti, attraverso un primo periodo d’indagine sulle dinamiche urbane, visitando le città di Maputo e Beira, e un secondo vissuto in una zona rurale, con obiettivo la costruzione di padiglione per la comunità locale.
Dopo essere arrivati a Maputo abbiamo visitato gli edifici più rappresentativi della città e i quartieri periferici informali, come Maguanine e Polana Caniço. Nello specifico abbiamo approfondito l’architettura modernista che ha caratterizzato la città durante gli anni ’50, ’60 e ’70.
Di particolare rilievo l’opera di Amancio De Alpoim Miranda Guedes, noto come Pancho Guedes, architetto, scultore e pittore portoghese che soggiornò per molti anni a Lourenco Marques, odierna Maputo. Pancho Guedes prese parte al «Team X», gruppo di architetti formatosi in occasione del 9° congresso C.I.A.M. del 1953, alla ricerca di un nuovo funzionalismo e una nuova contestualità del progetto. Attraverso la sua generosa produzione architettonica, è evidente una critica rispetto all’astrazione estetica dell’International Style, pur condividendone alcuni principi.
Il lavoro di Pancho, influenzato da artisti come Gaudí, Miró, Picasso, Dalì, Arp, Tamayo, Rivera, mostra un ampio numero di soluzioni formali nel rispondere a questioni puramente funzionali. Questo atteggiamento ha prodotto architetture che, attraverso la libertà delle loro forme, hanno saputo integrarsi nel contesto climatico e sociale in modo sostenibile e organico, spesso coinvolgendo artisti locali a dare il loro contributo.
Nello stesso periodo l’International Style influenzava la progettazione delle nuove città nel continente africano, basate su rigidi principi funzionalisti. A quest’approcio Guedes si contrapponeva con l’interesse per una forte espressività formale, evidente nei suoi manufatti, e per la creazione di uno scenario urbano eclettico e vicino alla cultura tradizionale locale. Questa attitudine formale viene meno negli edifici residenziali che, utilizzando un’originale forma di prefabbricazione, portano una grande innovazione costruttiva mantendendo sempre un’alta attenzione al dettaglio.
Dopo aver visitato la capitale, siamo partiti per un viaggio, di circa 2.000 km a bordo di un mini–bus, con destinazione Tete, dove si è svolta la seconda fase del workshop. Percorsi 1.200 km lungo la costa, abbiamo raggiunto Beira, seconda città del Mozambico e capitale della provincia di Sofala; fondata nel 1887, durante il periodo coloniale portoghese era una rinomata meta turistica per i rhodesiani bianchi.
La permanenza a Beira ha incluso la visita a edifici di grande pregio e ricchi di storia come Casa dos Bicos, la stazione ferroviaria e il Grand Hotel, eretti durante questo periodo di splendore. La visita, decisamente informale, al Grand Hotel di Beira è stata un’esperienza che difficilmente si può dimenticare. Quando venne aperto, in epoca coloniale, era uno degli alberghi più lussuosi della regione ma, negli ultimi decenni, abbandonato, è diventato un simbolo del destino drammatico della città e del paese, oltre che delle disuguaglianze economiche di uno dei paesi con la crescita economica più rapida del mondo. Oggi nell’albergo, oramai ridotto ad uno scheletro, vive una comunità di persone che, per poter sopravvivere, iniziarono, dopo l’indipendenza del 1975, a vendere mobili, infissi, piastrelle e sanitari presi direttamente dall’edificio. L’albergo fu completamente spogliato, ma la popolazione all’interno cresceva, fino agli attuali 3000 occupanti. Al fine di limitare le violenze e l’anarchia interna hanno anche stabilito una sorta di autogoverno, che prevede un consiglio con potere decisionale sulle questioni comuni. Per garantire il quieto vivere vi sono regole di convivenza, rispettate, e una vigilanza volontaria. La club–house è stata trasformata in una moschea, il giardino ora è un grande orto ed è stata organizzata una scuola, un laboratorio di sartoria e perfino un cineforum.
Lasciata Beira, abbiamo raggiunto Benga, un villaggio rurale situato sulla sponda del fiume Zambesi, di fronte alla città di Tete. Tete, capolugo dell’omonima provincia, è una città che, durante gli ultimi dieci anni, ha conosciuto una grande crescita demografica a seguito della scoperta di giacimenti di oro e carbone, e relativo interesse da parte di grandi multinazionali. La permanenza di tre settimane a Benga, in una casa/prototipo progettata da Francis Kéré, è stata caratterizzata dalla costruzione di un padiglione multiuso per la comunità locale. Attraverso tutte le fasi, dal rilievo topografico alla costruzione del manufatto, la realizzazione del padiglione ha reso quest’esperienza un’autentica scuola di costruzione. Il cantiere, di dimensione relativamente piccola, ha mostrato in poco tempo la complessità della costruzione ed in particolare le dinamiche di un cantiere in un paese in via di sviluppo, dove mezzi e risorse sono particolarmente scarse. Dopo un primo sopraluogo abbiamo scelto la posizione del padiglione in base alle preesistenze del luogo come alberi, grandi rocce e pendenze del terreno.
Successivamente il progetto, fino a quel momento abbozzato, è stato definito in base ad ulteriori constatazioni fatte dopo aver visitato il sito. A seguito del tracciamento, effettuato con metodi tradizionali utilizzando pietre e corde, è iniziato lo scavo della fondazione e l’approvvigionamento di pietre. Questa fase, eseguita completamente con pale e picconi, ha richiesto una presenza massiccia della comunità locale. Durante l’avanzamento del cordolo in pietra, e del suo riempimento in sabbia e pietrisco, si è proceduto con la progettazione della struttura verticale e del tetto, previsti con semplici profili metallici.
Le attività di cantiere sono continuate con la realizzazione di un piccolo volume adibito ad alloggio notturno/magazzino, posizionato sul basamento e costruito in mattoni cotti localmente. Durante gli ultimi giorni, a conclusione del padiglione, abbiamo posato e assicurato la copertura inclinata realizzata in lamiera grecata metallica. Questo edificio sarà utilizzato dalla comunità locale come luogo per allestire corsi professionali, come falegname o muratore, ma vista la sua grande flessibilità, potrà ospitare un’ampia gamma di eventi. Lavorando a stretto contatto con le popolazioni locali, e adattandosi alle condizioni estreme del luogo, gli studenti hanno innescato un importante scambio di conoscenze, fondamentale per la buona riuscita del workshop.
L’impegno di tutti i partecipanti alla costruzione ha pemesso di raggiungere un grande risultato, sia dal punto di vista educativo che sociale, condiviso dagli studenti e dalla popolazione locale. Il padiglione è inteso come parte di un masterplan, che prevede, per i prossimi anni, la costruzione di altre unità che insieme formeranno un centro per le attività artigianali. Questo progetto vuole, come obbiettivo a lungo termine, incrementare la formazione professionale, l’educazione in generale, nonchè integrare nell’economia locale gli abitanti dei villaggi rurali.
Pur essendo stato un periodo di lavoro molto intenso, dove i momenti di pausa erano dettati dalle condizioni atmosferiche che spesso rallentavano o fermavano i lavori, abbiamo avuto la possibilità di visitare la miniera Vale di Moatize, una delle più grandi riserve di carbone al mondo, e la diga di Cabora Bassa, che alimenta il più grande impianto idroelettrico dell’Africa meridionale.
Il successo del workshop e la realizzazione del padiglione sono stati possibili anche grazie al sostegno e alla collaborazione di Materia inc., una piattaforma di sviluppo immobiliare che investe in un’architettura capace di portare avanti soluzioni sostenibili, dal punto di vista costruttivo, che economico e sociale. Attualmente si sta lavorando all’edizione del workshop 2017, che si svolgerà a Gando, Burkina Faso, dove si porterà a termine un atelier/alloggio per la popolazione locale.
1 Building Reality 2013, una scuola di reciprocità di Roberto Mancini.
2 Responsabile del workshop prof. Diébédo Francis Kéré, assistenti Alberto Pottenghi e Alfredo Vitiello.