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Nella prima parte del suo Contro la tribù: Hayek, la giustizia sociale e i sentieri di montagna (Marsilio 2020), Alberto Mingardi è molto teorico nell’esporre l’idea di giustizia secondo l’economista e sociologo Friedrich von Hayek, il padre del neoliberismo, che capì che «la giustizia sociale avrebbe fatto strame del nostro individualismo, imponendo gli schemi mentali del piccolo gruppo alla grande società.» Sono in molti ad aver osservato attentamente la questione della giustizia sociale. John Rawls, ad esempio, formulò «una teoria della giustizia fondata sul principio di libertà […] e sul principio di differenza, per cui le ineguaglianze sociali sono accettabili […] solo se vanno a vantaggio dei membri meno favoriti della società.» Il teorico di A Theory of Justice trovò in Anarchy, State, and Utopia di Robert Nozick uno scoglio ideologico da affrontare per la sua teoria, ma Mingardi è a Hayek che guarda nel definire cosa siano eguaglianza e giustizia sociale, alla luce di un secolo, quello corrente, in cui il liber(al)ismo è disprezzato a destra quanto a sinistra. Per Hayek, il concetto di giustizia non aveva a che fare con quello di distribuzione, ma con la necessità di impartire medesime condizioni che consentono la cooperazione sociale.
Thomas Sowell (The Quest for Cosmic Justice) conferma: «quel che la giustizia sociale si sforza di raggiungere è l’eliminazione degli svantaggi ingiustificati a danno di specifici gruppi.» Come scrisse in Law, Legislation, and Liberty, Hayek riteneva la giustizia sociale un’espressione «vuota e senza significato». La giustizia sociale e l’idea della stessa implica una alterazione del sistema dei prezzi, nonché gratificazioni e punizioni dall’alto in campo economico. «Ai decisori piace distribuire privilegi, perché significa che essi diventano responsabili “diretti” del tenore di vita di certi gruppi sociali, da cui si attendono in cambio consenso. Dietro la retorica della giustizia sociale si intravede il desiderio di assegnare punizioni e premi sulla base di criteri tutti politici.» (Mingardi). Nella sua lunga carriera interdisciplinare Hayek – la cui missione nella vita era «ricostruire l’edificio teorico del liberalismo» – si è speso molto contro il collettivismo e il totalitarismo argomentando che da benefici strettamente individuali possono corrispondere benefici per l’intera società. È naturale che egli criticasse il concetto di giustizia sociale.
Hayek ne rifiutava la nozione stessa e si affidava al mercato; «l’economia di mercato è uno strumento che serve a semplificare la realtà a vantaggio della cooperazione umana: mette la prima al servizio della seconda», scrisse. Hayek inoltre sosteneva che il male che accomunava le dittature di destra e sinistra fosse il collettivismo; lo statalismo è una delle manifestazioni del collettivismo – «chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini», aggiunge Mingardi. Caduto il Muro di Berlino, spiega il direttore dell’Istituto Bruno Leoni, d’improvviso tutti si definirono liberali, ma Hayek era stato lungimirante sin dagli anni Trenta. Nel 1938, a Parigi, partecipò al Walter Lippmann Colloquium, dove illustri pensatori liberali discussero di libertà nell’ora più buia del totalitarismo collettivista. Il crollo del sistema di Bretton Woods (fondato sul Keynesismo) e del Muro di Berlino (fondato sul Socialismo) non furono una sorpresa per Hayek. Tra l’altro, delle idee di John Maynard Keynes, Hayek scrisse poco; di quelle di Karl Marx quasi nulla. Alla “fine della Storia”, in un certo senso, erano le sue idee che avevano sconfitto quelle degli avversari.
Per oltre mezzo secolo, Hayek criticò gli interventi governativi e il collettivismo, così come il controllo verticale e coercitivo dello Stato e della mano pubblica. Hayek si scagliò contro l’economia pianificata e a favore di quella di mercato: nell’immaginario collettivo, la prima dovrebbe assicurare giustizia sociale, ma in realtà è un terribile inganno che va a scapito delle preferenze individuali e della libertà di scelta dei singoli. Come scrive Mingardi, «l’economia di mercato è una specie di puzzle: a vederlo da lontano, abbiamo l’impressione di una immagine coerente ma in realtà i suoi protagonisti si occupano ciascuno di poche tessere e provano a incastrarle come possono.» Lo Stato, o chi per esso, non può allocare efficientemente le risorse: certo, queste non sono scarse di per sé, ma sono scarse nel momento in cui diventano dei beni; tuttavia, non può essere l’autorità centrale a selezionare per il singolo individuo ciò che è meglio per lui o per lei. Per Hayek, le preferenze del consumatore non sono mai statiche; cambiano continuamente.
«Ciò che Hayek ci insegna è che qualsiasi intervento di politica economica non può essere un disegno perfetto […]. Un piano di stimolo dell’economia può basarsi su alcune predizioni di carattere generale sul perché, beneficiando di una certa deduzione fiscale oppure di un determinato incentivo monetario, le aziende, opportunamente “stimolate”, metteranno in atto un certo investimento». Tuttavia – e qui emerge la genialità di Hayek – in un sistema di economia pianificata ci sarà sempre l’assenza di informazioni su come le aziende operano. È impossibile conoscere tutte le informazioni che regolano mercati e preferenze; il mercato è dinamico e risponde ai cambiamenti dettati dai singoli consumatori, senza dare risposte da registrare in un libretto delle istruzioni che i governi possono consultare per pianificare l’economia e dirigere le preferenze individuali. Non stupisce dunque che il passo tra controllo e pianificazione, autoritarismo e totalitarismo sia abbastanza breve. «Quasi tutte le proposte di una “società giusta” si basano su un qualche “modello”», scrive Mingardi. Perché il modello funzioni, deve esserci una autorità “modellatrice”».
Tuttavia, appunto, il rischio è che i modellatori impongano il loro modello, cosa che rende il concetto di giustizia sociale una sorta di trappola. «Si scrive “giustizia”, si legge “gerarchia”», scrive l’autore. Già Adam Smith (The Wealth of Nations) attribuiva al singolo individuo la capacità di scelta così come era ed è il singolo che deve restare la capacità e la decisione di cooperare con gli altri. Dunque, solo nella società libera e pluralistica – o aperta, per dirla con Karl Popper – gli individui possono emergere; e così i loro fini e le loro preferenze, nonché i loro diritti individuali. In effetti, i dubbi che Hayek identificava nel concetto di giustizia sociale vengono ricondotti alla formula «la libertà è più importante dell’uguaglianza» – che sostanzialmente era quello che pensava anche Popper. Uno “slogan” criticato a destra quanto a sinistra. Specialmente – e Mingardi dedica un intero capitolo al riguardo – dalla Chiesa. Questa ha a cuore il concetto di giustizia sociale e, nelle parole di Hayek, offre «consolazione in una religione “sociale” che costituisce una promessa di giustizia temporale a una divina.»
La Chiesa cattolica ha reso il concetto di giustizia sociale «parte integrante della sua dottrina ufficiale». Mingardi aggiunge anche che il concetto di giustizia sociale è caro sia a chi ha rivendicazioni di tipo socialista, sia alle correnti di destra, votate «ad un esercizio muscolare del potere». Nella Rerum Novarum, Papa Leone XIII intendeva trovare una sorta di terza via tra capitalismo e socialismo; allo stesso modo i partiti cosiddetti di destra oggi premono molto sul concetto di giustizia sociale e difesa dei lavoratori. L’uso del concetto di giustizia sociale dunque era perfetto per la chiesa; «la giustizia sociale affonda le sue radici in credenze religiose, a cominciare, nell’Europa continentale, dalla “dottrina sociale della chiesa”», conferma Mingardi. Fondamentale, sempre in Law, Legislation, and Liberty, è che «la giustizia non si occupa delle conseguenze non volute di un ordine spontaneo che non è stato deliberatamente prodotto da nessuno.» Qui il ponte tra Hayek e Rawls che sosteneva che «i principi di giustizia non determinano una giusta distribuzione specifica dei beni, tenendo conto della volontà di determinate persone.»
Hayek dunque il concetto stesso di giustizia sociale, creato dall’uomo e stratificato nel discorso economico e politico. «Propriamente parlando, soltanto il comportamento umano può essere considerato giusto o ingiusto.» Certamente Hayek non sarebbe andato d’accordo con l’arrembante Papa Francesco, uno dei massimi paladini della giustizia sociale che asserisce che i “ricchi” dovrebbero restituire ai “poveri” ciò che ha permesso loro di diventare ricchi. D’altra parte, lo stesso Smith, ma anche Ludwig von Mises e Milton Friedman, sostenevano che «un’economia di mercato è legittima e auspicabile proprio perché la straordinaria creazione di ricchezza che vi si riscontrava in larga misura a vantaggio dei più umili.» Lo scriveva von Mises nel 1927 (Liberalismo): «Il liberalismo vuole […] eliminare l’indigenza e la povertà». Dunque, mantenendo fermo il concetto di proprietà privata – sotto attacco dai teorici della giustizia sociale – il capitalismo «ha elevato il livello medio di vita ha un’altezza mai sognata in età precedenti. Ha reso accessibile a milioni di persone godimenti che alcune generazioni fa erano solo la portata di una piccola élite», continua von Mises. A differenza di quanto sostengano i critici del neoliberalismo e del neoliberismo, Hayek credeva che una società prospera dovesse occuparsi anche di chi rimaneva indietro.
«Questo significa allargare il numero di quanti traggono vantaggio dalla società industriale, non metterla radicalmente in discussione», conferma Mingardi. In altri termini, arricchire i molti, anziché impoverire alcuni per arricchire altri. Hayek identifica come indiscutibile la necessità di provvedimenti a favore dei più bisognosi; tuttavia bisognerebbe evitare i «miopi tentativi di curare la povertà con una ridistribuzione delle risorse anziché con l’incremento dei redditi» – da La via della schiavitù. Se dunque il concetto di giustizia sociale è ambiguo, così lo è anche quello di Stato sociale. Chi dà le carte? Chi fa le regole? La giustizia sociale vuole «riportare indietro le lancette dell’orologio: tornare a un ordine nel quale i prezzi sono “giusti” perché fissati da un’autorità che sa quale che dovrebbe essere il naturale ordine “organico” delle cose», scrive Mingardi. Hayek sostiene che «non vi è motivo per cui una società libera lo Stato non debba assicurare a tutti la protezione contro la miseria sotto forma di un reddito minimo garantito, o di un livello sotto il quale nessuno scende» (Law, Legislation, and Liberty). Il problema sorge attorno ai mezzi da usare nelle politiche di welfare. Lo Stato assistenziale non genera giustizia sociale; e può solo esistere solo se non distrugge la libertà individuale – spiega Hayek – in regime di libera concorrenza.
Amedeo Gasparini