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Steven Badà ha vissuto per 365 giorni con i primati in una foresta vergine. In un libro racconta tutta la sua storia
La sua storia è contenuta oggi nel libro "Un anno in foresta con gli scimpanzé"
LOCARNO - Un anno nella foresta vergine. Lì dove l'uomo non si era ancora mai spinto, nel cuore del parco nazionale di Taï, in Costa d'Avorio, si è avventurato il ticinese Steven Badà. Oggi docente di biologia al liceo di Locarno, quando aveva 24 anni ha contribuito in qualità di ricercatore al "Progetto-Scimpanzé" di Christopher Boesch in Costa d'Avorio. Il suo obiettivo, cominciare ad abituare un gruppo di primati alla presenza umana, seguirli, ascoltarli, cercare di avvicinarsi a loro.
La sua avventura, grazie a cui ha potuto anche scrivere il suo lavoro di diploma - incentrato sulle differenze di linguaggio tra vari gruppi di scimpanzé - è oggi contenuta nel suo nuovo libro, "Un anno in foresta con gli scimpanzé", edito da Armando Dadò Editore.
Com'è stato ripercorrere il 1999 dopo tanti anni? Ha fatto fatica a ricordare?
«Racconto regolarmente le avventure vissute in foresta a studenti e durante le conferenze. Ogni volta mi sembra di rivivere l'esperienza e le emozioni associate come se le avessi vissute il giorno prima. Tutto mi appare così chiaro e lucido, a dimostrazione del forte impatto emotivo che ho vissuto in foresta».
Quando è uscito dalla foresta, come si è sentito?
«Sicuramente sono cambiato, ma non radicalmente. Sono cresciuto, quello sì, da ragazzo a uomo, ma sono cambiamenti che hanno visto soprattutto le persone intorno a me. Tornato ho passato un anno a Lipsia dove ho analizzato i dati. Poi c'è stato un passaggio intermedio di rientro nella società, che è stato traumatico. Per fortuna a Lipsia c'erano solo ricercatori che ritornavano regolarmente dalla foresta. Perciò mi sono ritrovato in un gruppo di venti persone che si trovavano tutti più o meno nelle mie stesse condizioni».
È ancora possibile vivere oggi un'esperienza come la sua?
«Come la mia, così intensa e duratura, difficile. Rivivo ogni anno d'estate per 2-3 settimane queste forti emozioni attraverso la cicloesplorazione. Viaggio in autosufficienza in bici nei posti più remoti della terra (Alaska, Pamir, Ladack, Mongolia, Pakistan, Islanda, Laos...). In questi viaggi esplori il mondo, ma anche i tuoi limiti e il tuo mondo interiore, spesso troppo trascurato immersi come siamo nella vita frenetica di tutti i giorni. Alcuni di questi viaggi li ho fatti da solo, gli altri con al massimo un'altra persona».
E, data l'enorme digitalizzazione, una persona sarebbe ancora in grado di staccarsi in un modo così radicale dalla realtà di tutti i giorni?
«La digitalizzazione ha grandi vantaggi. Ma c'è il rischio di una forte abnegazione nel saper attendere e nell'investire forze e risorse per raggiungere un obiettivo attraverso la via più solida, senza scorciatoie. La digitalizzazione può indurre raggiungere un obiettivo nell’immediato, e potrebbe non lasciare spazio all’attesa. Oggi vogliamo raggiungere un traguardo col minimo sforzo e nel minor tempo possibile. Ma così si rischia di fare sempre più fatica a far fatica e di cercare la via più facile per raggiungere i nostri obiettivi. La ricerca di scorciatoie poco solide e la scarsa inclinazione nel saper attendere e costruire con i giusti tempi, nell’investire risorse per raggiungere i nostri obiettivi, potrebbero ripercuotersi sulla forza e sulla resistenza con cui combattiamo le avversità. Da qui secondo me nasce la fragilità che tende a contraddistinguere la società di oggi. Questo fatto inoltre impedisce di essere pienamente coscienti dell'importanza di cadere, per poi imparare dagli errori, correggersi, e rialzarsi più forti di prima».
Come funziona un'abituazione?
«L'inizio va diviso in tre parti: sono andato per un'esperienza di vita, il mio lavoro di diploma era inerente alla comunicazione degli scimpanzé e L'abituazione di una quarta comunità localizzata in un territorio di foresta mai esplorata era la premessa per poter essere assunto dal progetto. Tuttavia non mi avrebbe permesso di ottenere i dati per il mio lavoro di diploma, una ricerca sulla comunicazione vocale degli scimpanzé. Pertanto lavoravo su due fronti. Abituare la comunità alla mia presenza e allo stesso tempo ricevere registrazioni nel contesto delle vocalizzazioni. Spiego bene lo sviluppo si questi due lavori distinti nel libro. Di norma ci vogliono dieci anni per completare una abituazione, ma io in un solo anno sono riuscito a integrarmi nel gruppo, a poterli seguire tutto il giorno e a stare con loro senza che scappassero. Chiaramente continuavano a modificare i comportamenti, ma mi avevano accettato. Ma questo è stato un successo a cui nessuno era mai arrivato in così poco tempo, nessuno poteva nemmeno immaginarselo. Dopo un anno nella norma arrivi giusto a seguirli».
A cosa deve questo successo?
«In quella foresta io ci sono rimasto per 365 giorni, sette giorni su sette. Sicuramente hanno poi giocato un ruolo la volontà e l'orgoglio. Perché il direttore del progetto mi aveva detto "le condizioni sono estreme e non so se ce la farai". Io penso che lui mi abbia fatto il regalo più grande che avessi mai ricevuto fino a quel momento della mia vita. Volevo a tutti costi ringraziarlo per la possibilità ricevuta e quindi mi sono impegnato al massimo. Inoltre, mi trovavo a mio agio in quel mondo, circondato da alberi enormi, da solo e non vedi a cinque metri di distanza da te. Ed è una cosa che o ce l'hai o non ce l'hai. Non puoi svilupparla sul momento. Ti fai mangiare dalla foresta».
Qual è stata la scoperta più curiosa che ha fatto nella foresta?
«Ce ne sono state così tante che non saprei citarne una in particolare. Sicuramente nel libro sono riassunte tutte le più meritevoli. Una scoperta importante è stata quella di diventare cosciente dell'importanza di investire e dedicare tempo a noi stessi in ambienti privi della frenesia che ci circonda nella vita quotidiana. Un sistema perfetto per uscire dalla routine e capire profondamente quali sono i bisogni essenziali dell'essere umano, quelli che davvero ti arricchiscono, ti migliorano, e ti gratificano. Solo quando dedichi tempo a te stesso e in condizioni che richiamano quelle della semplicità e dell’essenziale riesci a ponderare con saggezza cosa ti fa star bene nel più profondo del tuo io».
E quali sono stati il momento più pericoloso e quello più bello?
«Difficile. Potrei menzionare il vento impetuoso che precede i temporali. Enormi alberi sradicati cadono dal cielo come fuscelli, trascinando con sè quelli più piccoli. Non hai posti sicuri dove andare visto che sei circondato da alberi. Sconforto, euforia, gratitudine, delusione, gratificazione si alternano giorno dopo giorno. Ma sia le emozioni negative che quelle positive ti rafforzano. Un momento particolarmente emozionante è stato quando sono stato per la prima volta accettato dal gruppo di scimpanzé che seguivo. Questo momento è coinciso con un momento molto particolare per il gruppo: stava infatti vivendo un lutto. Un grande maschio era stato abbattuto da due leopardi».
Come vivono un lutto gli scimpanzé?
«In quel momento hanno cominciato a fare delle vocalizzazioni, dei segnali acustici, così forti che tutto il gruppo che stavo osservando si è raggruppato intorno a questo maschio. Io in quel momento sono stato accettato per la prima volta, come se cercassero una spalla a cui appoggiarsi. È stata un'emozione davvero particolare. È assolutamente incredibile quanto sia simile al lutto per gli umani. Poi è anche stata la prima volta in cui si è veramente documentato un momento simile dall'inizio alla fine. Perché ero presente dall'uccisione, fino alla fine. All'inizio rompevano dei rami e dagli alberi li lanciavano sul corpo per vedere se si muoveva o meno, c'erano grida allucinanti, di panico. Dopo tre o quattro ore hanno cominciato la fase di lutto. Gli ottanta scimpanzé sono rimasti in silenzio per un giorno intero».
Nella foresta ha stretto un fortissimo legame con gli uomini che l'hanno assistita nel lavoro. Questa amicizia è sopravvissuta al tempo?
«Io mi sono sempre ripromesso di tornare in questa foresta, ma poi sono passati gli anni. Ci scrivevamo regolarmente all'inizio, ma dopo due anni Gabriel è morto di Aids, mentre Jerome ha lasciato la foresta e si è dedicato allo studio. Ho avuto la fortuna di avere con me due uomini davvero capaci. Il primo era un lavoratore nato, l'altro era un pensatore, uno studioso. Da lui ho imparato tantissimo sulla cultura africana. Ogni sera passavamo due ore davanti al fuoco a raccontarci storie. Io poi mi sono abituato al 100% al loro modo di vivere e questo per me è stato per me una scuola di vita».
"Un anno in foresta con gli scimpanzé" è acquistabile presso i rivenditori della casa editrice Armando Dadò, presso la biblioteca del liceo di Locarno (che riaprirà al pubblico a partire dal 20 agosto, oppure contattando direttamente Steven Badà al seguente indirizzo <email-pii>