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Scienze
Balene e delfini parlano in dialetto
Vivono organizzati in piccoli gruppi all'interno dei quali hanno delle relazioni complesse, e usano un linguaggio diverso da gruppo a gruppo, come i dialetti umani. Si tratta di...
Vivono organizzati in piccoli gruppi all'interno dei quali hanno delle relazioni complesse, e usano un linguaggio diverso da gruppo a gruppo, come i dialetti umani. Si tratta di balene e delfini, dei quali è stata approfondita la modalità di comunicazione, portando a una scoperta – quella pubblicata sulla rivista Nature Ecology & Evolution – che potrebbe aiutare a comprendere anche il comportamento umano. Il passo avanti si deve ai ricercatori coordinati dalla biologa Susanne Shultz dell'università britannica di Manchester. La ricerca non riguarda solo l'intelligenza di balene e delfini, ma va oltre: "dobbiamo capire che cosa rende gli esseri umani diversi dagli altri animali e per farlo abbiamo bisogno di un gruppo di controllo: rispetto ai primati i cetacei sono un gruppo più 'alieno'" ha rilevato uno degli autori, Michael Muthukrishna, della Scuola di economia e scienze politiche di Londra. Studiando il comportamento di 90 specie di delfini, balene e focene, è stata scoperta una lunga lista di comportamenti simili a quelli dell'uomo e di altri primati.
Questi cetacei, come l'uomo, sono degli esseri molto 'sociali': collaborano per il vantaggio reciproco, giocano insieme, e insegnano dei comportamenti, come le tecniche di caccia, ai compagni del gruppo. Come gli esseri umani, inoltre, anche delfini e balene usano linguaggi diversi, come dei 'dialetti' differenti per ogni gruppo, e si chiamano per 'nome' usando fischi unici per i singoli individui. Tutte queste caratteristiche sociali e culturali, secondo gli esperti, sono legate alla dimensione del cervello di questi cetacei, e alla sua espansione. "Come umani, la nostra capacità di interagire e coltivare le relazioni sociali ci ha permesso di colonizzare quasi tutti gli ecosistemi del pianeta. Le balene e i delfini hanno cervelli eccezionalmente grandi e anatomicamente sofisticati e, quindi, hanno creato una 'cultura' marina simile" ha rilevato Shultz. "Questo significa - ha aggiunto - che l'evoluzione del cervello, della struttura sociale e della ricchezza comportamentale dei mammiferi marini offre un unico e suggestivo parallelo con gli esseri umani e con altri primati".
Si apre l'era dell'astronomia 'multimessaggero'
Da oggi l’astronomia non è più la stessa: una rivoluzione come quella di Galileo quando puntò il cannocchiale verso il cielo. È stato infatti catturato il segnale...
Da oggi l’astronomia non è più la stessa: una rivoluzione come quella di Galileo quando puntò il cannocchiale verso il cielo. È stato infatti catturato il segnale generato dalla fusione di due stelle di neutroni, così dense da costituire uno stato estremo della materia. Lo hanno ascoltato e visto i rivelatori di onde gravitazionali Ligo e Virgo e 70 telescopi da Terra e spaziali, con una cascata di scoperte. I risultati, presentati oggi a Roma, sono pubblicati su numerose riviste internazionali, fra le quali Physical Review Letters, Nature e Science, e segnano un passo in avanti epocale nella storia dell’astronomia.
È infatti la prima volta che un evento cosmico viene osservato sia con le onde gravitazionali sia con quelle elettromagnetiche, aprendo l’era dell’astronomia multimessaggero che, sfruttando contemporaneamente segnali diversi, trasforma il modo di vedere e ascoltare l’universo. Per la prima volta, infatti, ci sono gli strumenti per ascoltare contemporaneamente segnali cosmici molto diversi, come le onde gravitazionali, quelli ottici, i raggi X e l’ultravioletto.
Una giornata di lavoro su quattro 'in malattia' per la depressione
Il 25% del totale delle giornate di lavoro perse è legato alla depressione, dal 25 al 50% delle persone depresse manifestano un evidente calo di...
Il 25% del totale delle giornate di lavoro perse è legato alla depressione, dal 25 al 50% delle persone depresse manifestano un evidente calo di produttività lavorativa. Sono gli ultimi dati che emergono da studi recenti promossi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per fare il punto sul tema chiave della giornata mondiale della salute mentale, che si svolgerà il 10 ottobre. Dall'altro lato era già dimostrato che l'assenza di lavoro ed il precariato sono associati ad un maggior rischio di depressione. Diversi studi attestano anche che alcune situazioni negative in ambito lavorativo abbiano un significativo impatto sulla salute mentale dei lavoratori. Ad esempio risulta come fenomeni di "bullismo" siano frequenti fra persone affette da depressione, e che nel 30% dei casi il bullismo era antecedente all'esordio della depressione, indicando una correlazione con le problematiche relazionali in ambito lavorativo. «Sono dati che spaventano - spiega il presidente della Società Italiana di Psichiatria, Bernardo Carpiniello, direttore della Clinica Psichiatrica della Azienda Ospedaliero-Universitaria e Professore di Psichiatria all'Università degli Studi di Cagliari - perché il lavoro, che per anni è stato fonte di reddito, di prospettive familiari e di realizzazione di sogni, insomma di felicità, diventa oggi, nelle forme attuali (velocità, reattività, interazione immediata, costante sottoposizione a valutazioni personali) causa di problemi e di patologie mentali.
Con costi sociali umani altissimi».
Anche la depressione in senso generale non sembra lasciare scampo a questo tempo e alle nuove generazioni: i dati internazionali e nazionali ci dicono che i disturbi depressivi e d'ansia sono i più comuni e diffusi disturbi mentali. Si stima che nel mondo, oltre 300 milioni di persone soffrano di depressione, e più di 260 milioni manifestino disturbi d'ansia. In Europa soffrono di depressione circa 40 milioni di cittadini.
Non siamo così diversi dai Neanderthal
Dal colore della pelle e dei capelli, alla tendenza ad accumulare la pancetta, persino la suscettibilità a malattie come la schizofrenia: l’eredità che ci hanno lasciato i...
Dal colore della pelle e dei capelli, alla tendenza ad accumulare la pancetta, persino la suscettibilità a malattie come la schizofrenia: l’eredità che ci hanno lasciato i Neanderthal è molto più ampia del previsto e ci influenza persino nell’aspetto fisico.
Lo indicano tre studi pubblicati da gruppi indipendenti su ‘Science’ e sull’‘American Journal of Human Genetics’. Fra gli autori c’è anche il pioniere degli studi del Dna antico, il biologo svedese Svante Paabo, che lavora all’Istituto Max Planck per l’Antropologia Evoluzionistica a Lipsia, e che aveva scoperto la parentela tra gli uomini di Neanderthal e i discendenti dell’uomo Sapiens.
Analizzando il Dna di una donna Neanderthaliana, vissuta circa 52’000 anni fa nell’attuale Croazia, Paabo mostra su ‘Science’ che i primi “incontri’’ tra Sapiens e Neanderthal sarebbero avvenuti nel periodo compreso tra 130mila e 145mila anni fa, e che le popolazioni moderne non africane hanno una percentuale di Dna dei Neanderthal compresa tra 1,8 e 2,6%, superiore alle stime precedenti di 1,5-2,1 per cento.
Anche la ricerca guidata da Janet Kelso arriva alla conclusione che l’eredità dei Neanderthal è notevole e molti tratti sono associati al loro Dna: dal colore della pelle a quello degli occhi, fino ai ritmi del nostro sonno e al nostro umore. (Ansa)
Il te? Fa dimagrire
Il tè nero e quello verde aiutano la perdita di peso, modificando la flora batterica nell’intestino, e aumentando il metabolismo dell’energia a livello del fegato. Secondo una ricerca della...
Il tè nero e quello verde aiutano la perdita di peso, modificando la flora batterica nell’intestino, e aumentando il metabolismo dell’energia a livello del fegato. Secondo una ricerca della University of California, il tè promuove a livello intestinale la presenza di batteri associati alla massa corporea magra, facendo diminuire quelli legati all’obesità e modificano anche il metabolismo.
Nel tè verde i polifenoli, noti per la loro azione positiva sulla salute, vengono assorbiti, mentre nel tè nero sono troppo grandi perché ciò accada, perciò avviene un meccanismo che stimola la crescita di batteri intestinali e la formazione di acidi grassi a catena corta, legati al metabolismo dell’energia. (Ansa)
Fare colazione per prevenire l'infarto
Gli adulti di mezza età che saltano regolarmente la colazione mattutina hanno generalmente una concentrazione più alta di placche arteriose di chi si gode dei breakfast, sia...
Gli adulti di mezza età che saltano regolarmente la colazione mattutina hanno generalmente una concentrazione più alta di placche arteriose di chi si gode dei breakfast, sia sostanziosi che leggeri. Le placche sono depositi di calcio e grassi nelle arterie che aumentano i rischi di arteriosclerosi e quindi di infarti e ictus. Lo afferma uno studio della Tufts University’s Friedman School of Nutrition Science di Boston, su un campione di 4’000 spagnoli tra i 40 ed i 54 anni d’età. Perché poi gli spagnoli?
Il Nobel svizzero che ha scoperto l'acqua fredda
Dopo quindici anni di attesa, un premio Nobel è tornato in mani svizzere. L’ambito premio per la chimica è stato infatti assegnato ieri a Jacques Dubochet, che lo ha...
Dopo quindici anni di attesa, un premio Nobel è tornato in mani svizzere. L’ambito premio per la chimica è stato infatti assegnato ieri a Jacques Dubochet, che lo ha condiviso con l’americano Joachim Frank e il britannico Richard Henderson, per lo sviluppo della criomicroscopia elettronica.
I tre ricercatori hanno portato una vera e propria rivoluzione nella biochimica, permettendo di esplorare in 3D la struttura tridimensionale delle molecole biologiche, ha annunciato ieri l’Accademia del Nobel di Stoccolma. Secondo Allison Campbell, presidente dell’American Chemical Society, grazie a questa tecnica, è come se avessimo a disposizione il programma Google Earth, ma per le molecole. Per l’Accademia, inoltre, la loro ricerca è fondamentale per lo sviluppo in campo farmaceutico.
I criomicroscopi elettronici sono una sorta di supermicroscopi, ha detto l’esperto di scienza di Srf Thomas Häusler. Permettono cioè di vedere in alta risoluzione le molecole in una cellula. Henderson negli anni 90 aveva perfezionato il microscopio elettronico che permetteva però di vedere solo il profilo delle cellule, a causa del suo potente fascio di elettroni che distrugge la materia biologica.
A questo punto è entrato in gioco Dubochet che ha avuto l’idea di congelare in modo molto rapido e molto freddo i campioni da osservare. Lui stesso in una conferenza stampa ieri all’Università di Losanna ha affermato di aver inventato «l’acqua fredda». Normalmente quando l’acqua congela si formano dei cristalli che impediscono una visione nitida del campione. Con un congelamento ‘shock’ questi cristalli non hanno però tempo di formarsi: in pratica Dubochet ha raffreddato “l’acqua così rapidamente in modo che si solidificasse nella sua forma liquida attorno ad un campione biologico, permettendo alle biomolecole di mantenere la loro forma naturale anche sottovuoto”, ha indicato l’Accademia.
Frank invece è stato premiato per aver migliorato la qualità delle immagini dei microscopi elettronici, facendole diventare ben definite e tridimensionali. Grazie ai criomicroscopi elettronici, è possibile vedere in altissima risoluzione ad esempio proteine, virus o il Dna. È avvenuto con il virus Zika: i ricercatori hanno avuto la possibilità di osservare immagini della sua struttura atomica, già poche settimane dopo la sua scoperta. “Un’immagine è uno strumento di comprensione. E molte rivoluzioni scientifiche sono state rese possibili proprio dalla visualizzazione di oggetti prima invisibili all’occhio umano” ha inoltre scritto l’Accademia nella motivazione.
Il 'valzer' del moscerino? Esiste davvero, la fisica lo spiega
Piroette, volteggi e giravolte: il "valzer’ dei moscerini esiste davvero. I loro movimenti all’interno dello sciame sono tutt’altro che casuali e...
Piroette, volteggi e giravolte: il "valzer’ dei moscerini esiste davvero. I loro movimenti all’interno dello sciame sono tutt’altro che casuali e danno vita ad una vera e propria coreografia, che è stata ricostruita passo dopo passo grazie alla fisica statistica, attraverso un approccio innovativo che potrà aiutare la comprensione dei fenomeni collettivi in biologia. Il risultato è pubblicato su Nature Physics dai fisici dell’università Sapienza di Roma in collaborazione con l’Istituto di Sistemi Complessi del Consiglio Nazionale italiano delle Ricerche (Isc-Cnr).
I ricercatori hanno acquisito delle sequenze di immagini stereoscopiche dei percorsi dei singoli moscerini all’interno dello sciame: dopo averle convertite in traiettorie 3D tramite un software di tracciamento opportunamente sviluppato, hanno svolto su di esse un’analisi statistica.
Il team ha così osservato le correlazioni spazio-temporali tra le velocità di movimento dei moscerini, quantificando l’influenza di un singolo individuo del gruppo sul comportamento di un altro individuo dello stesso gruppo, ad un certo tempo e in una certa posizione. Attraverso l’analisi statistica si comprende sia quanto sono grandi le regioni all’interno dello sciame in cui i moscerini si comportano in maniera coordinata, sia come le relazioni di mutua influenza tra i moscerini vanno a decadere nel tempo.
Lo studio dimostra che le correlazioni spazio-temporali di tutti gli sciami hanno lo stesso andamento, dunque obbediscono a ’leggi di scala’, una proprietà fondamentale per potere descrivere tutti gli sciami in maniera universale e modellizzare i comportamenti dei gruppi. "Lo studio – spiega Irene Giardina della Sapienza – rappresenta un importante passo nell’applicazione di metodi della fisica statistica anche a sistemi biologici e inoltre fornisce solidi risultati sperimentali con cui qualsiasi teoria futura degli sciami e dei movimenti collettivi in materia attiva dovrà confrontarsi". (Ats)
Nobel per la chimica (anche) a un professore svizzero
Il Nobel per la Chimica 2017 è stato assegnato è stato assegnato allo svizzero Jacques Dubochet, al tedesco Joachim Frank e all'inglese Richard Henderson perla...
Il Nobel per la Chimica 2017 è stato assegnato è stato assegnato allo svizzero Jacques Dubochet, al tedesco Joachim Frank e all'inglese Richard Henderson perla tecnica che ha portato una vera e propria rivoluzione nella biochimica, permettendo di esplorare in 3D la struttura tridimensionale delle molecole biologiche.
Dubochet, Frank e Henderson sono stati premiati congiuntamente. Jacques Dubochet (74 anni) è di nazionalità svizzera ed è nato nel 1942 ad Aigle. Ha studiato nell'università di Ginevra e poi in quella di Basilea e attualmente è professore onorario di Biofisica nell'università di Losanna. Joachim Frank (77 anni) di nazionalità tedesca, è nato nel 1940 a Siegen, Germany e nel 1970 si è laureato nel Politecnico di Monaco. In seguito si è trasferito negli Stati Uniit, dove ha insegnato Biochimica e Biofisica molecolare nella Columbia University di New York. Richard Henderson (72 anni) è di nazionalità britannica. Nato nel 1945 a Edimburgo, si è laureato nel 1969 nell'università di Cambridge University e ha continuato a lavorare a Cambridge nel Laboratorio di Biologia molecolare del Medical Research Council (Mrc). (Ansa)
Un'ora di ginnastica a settimana per combattere la depressione
Basta un'ora di esercizio fisico a settimana per ridurre notevolmente il rischio di depressione. Lo affermano i risultati di un grande studio su...
Basta un'ora di esercizio fisico a settimana per ridurre notevolmente il rischio di depressione. Lo affermano i risultati di un grande studio su oltre 30mila persone pubblicato dall'American journal of Psichiatry.
I ricercatori, coordinati dal Black Dog Institute australiano, hanno analizzato i dati sull'attività fisica e sui problemi di ansia e depressione dei soggetti seguiti per undici anni nel corso di uno studio chiamato Hunt e condotto in Norvegia. Dallo studio è emerso che le persone che hanno riportato di non fare nessun tipo di esercizio avevano un rischio di depressione maggiore del 44% rispetto a quelle che facevano almeno un'ora a settimana.
"Conosciamo da altri studi che l'esercizio fisico ha un ruolo nel trattare i sintomi di depressione - scrivono gli autori -, ma questa è la prima volta che siamo riusciti a quantificare il potenziale effetto preventivo. Questi risultati mostrano che basta poco, un'ora a settimana, per avere una protezione significativa dalla depressione, mentre non sono stati evidenziati benefici per quanto riguarda l'ansia". (Ansa)
Usa: la sigaretta elettronica salverebbe 6.6 milioni di vite
Se negli Usa tutti i fumatori passassero alla sigaretta elettronica si risparmierebbero 6,6 milioni di vite in dieci anni.
Il calcolo è di uno...
Se negli Usa tutti i fumatori passassero alla sigaretta elettronica si risparmierebbero 6,6 milioni di vite in dieci anni.
Il calcolo è di uno studio della Georgetown University pubblicato dalla rivista Tobacco Control, secondo cui lo ’switch’ farebbe guadagnare ai fumatori statunitensi 86,6 milioni di anni di vita.
La questione sui potenziali rischi e benefici dalle e-cig e dalle nuove sigarette ’che non bruciano’ è molto dibattuta nel mondo scientifico, diviso tra chi propugna una ’riduzione del danno’ e chi invece teme che molti giovani che non avrebbero fumato potrebbero iniziare grazie a questo dispositivo.
I ricercatori hanno elaborato una serie di variabili, compreso il potenziale danno per la salute dalle e-cig e la quantità di giovani che inizierebbero a fumare dopo aver cominciato con la versione elettronica. Dall’analisi sono emersi due scenari, uno ’ottimistico’, che appunto vede 6,6 milioni di vite salvate, e uno pessimistico, che comunque vede un allungamento della vita per 1,6 milioni di fumatori.
"Oltre a questo – aggiunge David Levy, uno degli autori -, ci sarebbe un grande beneficio per la salute, compresa la riduzione delle disabilità per i fumatori e una minore esposizione al fumo passivo. Anche l’analisi più pessimista mostra un guadagno significativo se la nicotina viene ottenuta dal ’vaping’ invece che dal fumo di sigaretta molto più tossico". (Ats)
Nobel per la fisica agli scopritori delle onde gravitazionali
Il Nobel per la Fisica 2017 è stato assegnato ai teorici Rainer Weiss, Kip Thorne e Barry Barish per la scoperta delle onde gravitazionali.
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Il Nobel per la Fisica 2017 è stato assegnato ai teorici Rainer Weiss, Kip Thorne e Barry Barish per la scoperta delle onde gravitazionali.
Una metà del premio va a Rainer Weiss, mentre l’altra metà è stata assegnata congiuntamente a Barry C. Barish e Kip S. Thorne "per il contributo decisivo al rivelatore Ligo e all’osservazione delle onde gravitazionali". Per tutti e tre i premiati la Fondazione Nobel ha indicato come affiliazione le collaborazioni Ligo-Virgo.
Weiss (85 anni), è nato nel 1932 a Berlino. Ha preso il dottorato nel 1962 negli Stati Uniti, nel Massachusetts Institute of Technology (Mit), dove ha continuato a insegnare.
Barish (81 anni) è nato nel 1936 negli Stati Uniti, a Omaha. Dopo il dottorato nell’Università della California a Berkeley, ha insegnato nel California Institute of Technology (Caltech).
Thorne (77 anni) è nato negli Stati Uniti, a Logan. Ha studiato nell’università di Princeton e ha avuto la cattedra di fisica teorica nel California Institute of Technology (Caltech). È diventato celebre per il grande pubblico dopo la sua consulenza scientifica per il film Interstellar.
Previste un secolo fa dalla teoria della relatività di Albert Einstein, le onde gravitazionali sono state scoperte da due grandi collaborazioni internazionali, l’americana Ligo e l’europea Virgo.
Le onde gravitazionali sono le ’vibrazioni’ dello spazio-tempo provocate dai fenomeni più violenti dell’universo, come collisioni di buchi neri, esplosioni di supernovae o il Big Bang che ha dato origine all’universo. Viste per la prima volta nel settembre 2015, la loro scoperta è stata annunciata l’11 febbraio 2016 e adesso è stata finalmente premiata da un Nobel molto atteso.
Come le onde generate da un sasso che cade in uno stagno, le onde gravitazionali percorrono l’universo alla velocità della luce creando increspature dello spazio-tempo finora invisibili. Poiché interagiscono molto poco con la materia, le onde gravitazionali conservano la ’memoria’ degli eventi che le hanno generate. La scoperta delle onde gravitazionali è stata anche la conferma definitiva della teoria della relatività generale. Erano infatti l’unico fenomeno previsto da questa teoria a non essere stato ancora osservato. (Ats)
Boreout: quando la noia al lavoro fa più male dello stress
Tutti sanno che il troppo stress sul posto di lavoro può condurre ad ammalarsi, pochi invece che esiste anche il fenomeno inverso, quello dell’eccessiva...
Tutti sanno che il troppo stress sul posto di lavoro può condurre ad ammalarsi, pochi invece che esiste anche il fenomeno inverso, quello dell’eccessiva noia, pure all’origine di problemi: in questo caso si parla di "Boreout" – in analogia all’esaurimento descritto come Burnout.
Il termine Boreout, che descrive una situazione in cui il lavoratore è alla prese con un impiego che evidentemente non gli richiede a sufficienza energie, si è nel frattempo fatto strada ed è generalmente accettato. Ciò nonostante del tema si parla ancora poco, spiega all’ats Nada Endrissat, docente alla Scuola universitaria professionale di Berna, che ha realizzato diversi studi sul tema.
Secondo Endrissat vi sono due aspetti che vanno separati. Da una parte vi è la sottoutilizzazione quantitativa delle competenze: il dipendente non può mostrare quello che sa fare o non riesce raggiungere l’obiettivo che si era lui stesso prefissato. L’altro aspetto è la mancanza di una sfida professionale, soprattutto in termini di senso e importanza di quello che si sta facendo.
Sempre più lavoratori desiderano dei compiti che hanno un senso. "Se non ce l’hanno si può far strada la noia, che può portare a un Boreout", spiega Endrissat.
Studi effettuati sui soldati americani impiegati in Iraq mostrano che coloro che consideravano la loro attività come priva di significato soffrivano di difficoltà di concentrazione e di malanni fisici.
La ricerca effettuata nelle aziende ha mostrato che non sono né la monotonia né la routine a portare alla noia, bensì un livello di requisiti sbagliato o la mancanza di riconoscimento. Interessati dal problema sono soprattutto gli impiegati d’ufficio e solo raramente chi ha attività indipendente.
Si tratta spesso di lavoratori altamente qualificati, che durante la formazione hanno dovuto affrontare problemi per la cui soluzione era necessaria molta iniziativa personale, applicazione e conoscenze.
"Queste persone si trovano poi, in ambito lavorativo, ad affrontare compiti monotoni e standardizzati, avendo pochissimo spazio di manovra", spiega Endrissat. I ricercatori parlano in questo contesto di un "paradosso della stupidità". Una stupidità che costa miliardi, secondo alcune stime realizzate per gli Stati Uniti e la Germania.
Il fattore di stress più importante nell’ambito della noia legata al lavoro è il suo stesso occultamento. "La noia è un tema estremamente tabù", sostiene Andi Zemp, psicologo capo della clinica privata Wyss di Münchenbuchsee (BE). Lo si vede già nelle terapie di gruppo: per raccontare che ci si annoia durante il lavoro serve coraggio, perché l’interessato si espone a lazzi e frecciatine.
Per nascondere la loro noia i dipendenti sviluppano quindi delle strategie: fanno durare i compiti il più a lungo possibile, fanno finta di avere lavoro che in realtà non esiste o sviluppano degli pseudo-Burnout.
Tutti questi approcci hanno in comune il fatto che invece di risolvere il problema lo acuiscono. "Invece di subire uno stress dovuto al sovraccarico, si sviluppa uno stress da sottooccupazione, che può però anch’esso finire nella depressione", dice Endrissat.
Gli interessati parlano di disturbi d’ansia di tutti i tipi. Si sentono come se fossero stupidi, insensibili e timorosi di non sapere come si svolge un compito.
Stimare la frequenza di queste situazioni è difficile. "Ma in generale si può sicuramente parlare di una crescita del fenomeno", sostiene Endrissat. "Questo potrebbe però essere dovuto al fatto che improvvisamente abbiamo un concetto per descrivere qualcosa che prima non era disponibile", ammette. (Ats)
Coltivando le superpiante del pianeta rosso
Stanno ’sbocciando’ sulla Terra le superpiante per Marte, resistenti alle radiazioni e capaci di crescere in ambienti ostili. Vi stanno lavorando molti gruppi di ricerca...
Stanno ’sbocciando’ sulla Terra le superpiante per Marte, resistenti alle radiazioni e capaci di crescere in ambienti ostili. Vi stanno lavorando molti gruppi di ricerca in Italia e "si sta pensando anche a batteri sintetici, il cui materiale genetico è stato progettato in laboratorio, al servizio dell’esplorazione spaziale", ha detto Daniela Billi, direttrice del Laboratorio di Astrobiologia dell’università di Roma Tor Vergata, nel convegno sulle biotecnologie per lo spazio, organizzato a Roma da università di Tor Vergata ed Enea. "Marte è il pianeta che ha i requisiti più promettenti per fornire un habitat a lungo termine per la specie umana fuori dalla Terra, ma prima è necessario superare molti ostacoli", ha detto il fisico Amedeo Balbi, dell’università di Tor Vergata, riferendosi soprattutto alla grande incertezza dei danni che le radiazioni potrebbero provocare negli organismi viventi. Per questo l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) sta partecipando a progetti tesi a costruire ecosistemi artificiali per assicurare ai futuri esploratori i 30 chilogrammi quotidiani di aria, acqua e cibo necessari alla sopravvivenza.
"In questa prospettiva le piante sono i biorigeneratori più efficienti", ha rilevato Sara Piccirillo, dell’Asi. Nel frattempo un prototipo di serra spaziale si prepara a essere sperimentato in Antartide, ha detto Alberto Battistelli, dell’Istituto di Biologia agroambientale e forestale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibaf-Cnr), mentre l’Enea utilizza le serre destinate una volta a studiare gli organismi geneticamente modificati per osservare la risposta delle piante a radiazioni e microgravità simulata, ha spiegato Eugenio Benvenuto, della Divisione Biotecnologie e Agroindustria. "Attualmente il 70% delle sostanze di interesse farmacologico deriva dalle piante", ha detto Flavia Guzzo dell’Università di Verona, e ora la scommessa è trovare nuove sostanze per aiutare l’uomo nello spazio. È anche necessario difendere uomini e piante dai microrganismi che proliferano in ambienti chiusi, come i moduli spaziali, ha detto Denise Bellisario, che con Fabrizio Quadrini e Loredana Santo sta studiando materiali antibatterici ricchi di nanoparticelle d’argento nel Dipartimento di Ingegneria industriale dell’università di Tor Vergata.
Usa-Russia: nuova stazione spaziale in arrivo nell'orbita lunare
La Nasa e il Roscosmos, rispettivamente l’agenzia spaziale statunitense e russa, hanno deciso di costruire insieme una nuova stazione spaziale, la...
La Nasa e il Roscosmos, rispettivamente l’agenzia spaziale statunitense e russa, hanno deciso di costruire insieme una nuova stazione spaziale, la Deep Space Gateway, questa volta posizionata "nell’orbita lunare".
Lo ha affermato il capo di Roscosmos Igor Komarov all’International Astronautical Congress in Australia. I primi moduli potranno essere lanciati nel 2024-2026. L’accordo, secondo quanto riporta l’agenzia Interfax, è preliminare e dovrà essere stilato a livello governativo.
"Inizieremo con la costruzione della stazione orbitante, poi, una volta che le tecnologie saranno testate, potranno essere utilizzate sulla superficie della Luna e, più tardi, su Marte", ha detto Komarov. Anche la Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica potrebbero prendere parte al progetto. Le parti hanno avuto una discussione preliminare sul loro contributo. I precisi aspetti tecnologici e finanziari dei partecipanti a 'Deep Space Gateway’ verranno discussi nella fase successiva dei negoziati. "Abbiamo appena firmato una dichiarazione congiunta d’intenti per lavorare sulla stazione orbitante lunare: missioni su Luna e Marte saranno considerate in futuro. L’accordo ora dovrà essere stilato a livello governativo", ha sottolineato il capo di Roscosmos. "La costruzione da uno a tre moduli e lo sviluppo di un sistema di attracco unificato per tutti i tipi di navicelle spaziali possono essere il nostro contributo. Inoltre – ha concluso – la Russia intende usare i nuovi razzi da carichi pesanti in progettazione per portare gli elementi della stazione nell’orbita lunare".
Tempesta magnetica in corso: colpa di un gigantesco canyon solare
Il Sole non vuole saperne di riposare e, dopo l’irrequietezza dei giorni scorsi ha scatenato un’altra tempesta magnetica. L’origine è in un...
Il Sole non vuole saperne di riposare e, dopo l’irrequietezza dei giorni scorsi ha scatenato un’altra tempesta magnetica. L’origine è in un gigantesco ’canyon’ che si è aperto nella parte più esterna dell’atmosfera solare e che si estende per un milione di chilometri. La tempesta in corso è fortunatamente di debole intensità ma già domani ne è attesa una più forte, che potrebbe causare blackout radio nelle regioni polari e problemi alle reti elettriche. "Quella in corso è una tempesta minore, di classe G1 nella scala da 1 a 5 che ne classifica l’intensità, ma domani ne è prevista una di classe G2", ha detto all’ANSA il fisico solare Mauro Messerotti, dell’Osservatorio di Trieste dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), consigliere per il meteo spaziale della direzione scientifica dell’Inaf e dell’università di Trieste. La tempesta, ha proseguito, è stata innescata dall’arrivo di una raffica veloce di vento solare, ossia il flusso di particelle emesso dalla nostra stella, scagliata da un ’canyon’ gigantesco che si è aperto nella regione più esterna dell’atmosfera del Sole, chiamata corona. La struttura, che appare come una grande macchia scura, si estende per circa un milione di chilometri a partire dal Polo Nord del Sole verso Sud ed è larga circa 200.000 chilometri. E’ stata fotografata dall’Osservatorio Sdo (Solar Dynamics Observatory) della Nasa e appare scura perché emette meno radiazioni X e ultraviolette. Zone come queste si chiamano buchi coronali e in esse le linee del campo magnetico hanno una configurazione tale da accelerare il flusso di particelle emesse dalla nostra stella. In questo caso gli sciami di particelle viaggiano alla velocità di 600 chilometri al secondo.
Irb (Usi) sviluppa un anticorpo per proteggere dal virus Zika
La prestigiosa rivista scientifica Cell ha pubblicato oggi uno studio frutto della collaborazione tra l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB),...
La prestigiosa rivista scientifica Cell ha pubblicato oggi uno studio frutto della collaborazione tra l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB), affiliato all’Università della Svizzera italiana, Humabs Biomed SA e la Duke National University di Singapore. I ricercatori hanno sviluppato un innovativo “doppio” anticorpo in grado di proteggere dall’infezione del virus Zika.
Zika, presente in 84 nazioni tropicali e non, può facilmente cambiare la propria struttura (mutare) per sfuggire alla risposta del sistema immunitario. Il problema è stato affrontato e risolto unendo, in una singola molecola, due anticorpi che bloccano contemporaneamente parti diverse del virus. Test pre-clinici hanno mostrato che il “doppio” anticorpo, in gergo definito “bispecifico”, protegge efficacemente contro Zika e previene la mutazione del virus. L’anticorpo ha caratteristiche che lo rendono un ottimo candidato terapeutico.
Luca Varani, direttore di laboratorio dell’Istituto di ricerca inbiomedicina e co-autore del lavoro, ha commentato: “Il nostro ‘doppio anticorpo’ impedisce al virus Zika di eludere il sistema immunitario, un problema che difficilmente può essere risolto da un singolo anticorpo. Abbiamo caratterizzato l’interazione tra virus e anticorpo su piani diversi, dal livello atomico fino ai dettagli molecolari e cellulari. Una combinazione di simulazioni al computer ed esperimenti di risonanza magnetica (NMR) è stata fondamentale per studiare l’interazione atomica tra virus e anticorpo. L’IRB è uno dei pochi laboratori al mondo che sa utilizzare l’NMR ad alta risoluzione per lo studio di anticorpi”.
Secondo Davide Corti, co-autore del lavoro e Chief Scientific Officer di Humabs Biomed SA, sussidiaria di Vir Biotechnology Inc., “Zika è diventato una minaccia per la salute pubblica, specialmente perché causa malformazioni fetali. Lo sviluppo di un vaccino potrebbe incontrare alcune difficoltà ed è importante sviluppare approcci terapeutici alternativi.
I dati pre-clinici che abbiamo pubblicato dimostrano una buona efficacia; intendiamo esplorare nuove formulazioni per abbassare i costi così che il nostro anticorpo possa essere accessibile anche nei paesi più poveri”.
“Siamo molto orgogliosi di questo risultato scientifico che si è potuto ottenere anche grazie a un importante sussidio dell’Ufficio per lo sviluppo economico cantonale, garantito nel quadro del sostegno all’innovazione”, afferma Filippo Riva, Direttore Generale di Humabs BioMed SA.
Zika Virus
Il virus Zika appartiene alla stessa classe di Dengue e West Nile, è trasmesso dalle zanzare e ampiamente diffuso nelle regioni tropicali e subtropicali, nonché in parte degli USA. L’Organizzazione mondiale della sanità nel 2016 ha dichiarato uno stato di emergenza di sanità pubblica, stimando che 3-4 milioni di persone sarebbero state infettate annualmente, di cui 1.5 milioni in Brasile. Sebbene i sintomi di Zika siano lievi o addirittura assenti, il virus può invadere il sistema nervoso del feto, causando microencefalia e altri difetti nel 13% dei casi. Il virus può anche essere trasmesso sessualmente. Al momento non ci sono cure o vaccini contro Zika. L’Organizzazione mondiale della sanità ha espresso la necessità di ottenere un trattamento a lungo termine per combattere l’infezione. C’è quindi urgente bisogno di sviluppare nuove terapie per il trattamento di questa malattia in rapida espansione.
Nel cervello delle donne 6'500 geni si accendono in modo diverso
Le malattie cardiovascolari sono causa di morte per il 55% delle donne contro il 43% degli uomini, la depressione colpisce le donne in proporzione...
Le malattie cardiovascolari sono causa di morte per il 55% delle donne contro il 43% degli uomini, la depressione colpisce le donne in proporzione 2 a 1 rispetto agli uomini e stress e depressione sono fattori di rischio 'emergenti' specifici della donna per le malattie cardiovascolari.
Sono i dati su cui si è aperto stamani a Milano il 1° Congresso nazionale 'La salute della donna', organizzato dall’Osservatorio sulla salute della donna (Onda), che ha affrontato il tema col coinvolgimento di specialisti di tutte le branche della Medicina, dall’oncologia alla ginecologia. Il fatto è che "donne e uomini sono diversi – ha sottolineato la cardiologa Maria Penco (Università dell’Aquila) – anche davanti alle patologie più comuni, e dovrebbero ricevere diagnosi e terapie diverse. Ma nelle sperimentazioni dei farmaci per il cuore, il numero delle donne coinvolte non supera mai il 30-35% e questo non può non incidere sui risultati".
Vincenzo Silani, neurologo dell’IRCCS Istituto Auxologico di Milano, ha proiettato una diapositiva relativa a uno studio USA pubblicato a luglio su Journal of Alzheimer Disease, che mostra come il flusso sanguigno cerebrale è diverso negli uomini e nelle donne: "Nei primi la perfusione prevalente è nell’emicervelletto destro, nelle donne è nelle aree entorinali-ippocampali".
Silani si è limitato a riferire il dato, ma si sa che l’ippocampo è la prima struttura a degradarsi nel deterioramento cognitivo lieve e nella malattia di Alzheimer. E da un altro studio dell’University of South California, risulta che le donne sarebbero più predisposte a sviluppare la patologia rispetto agli uomini, in particolare tra i 65 e i 75 anni di età.
Ma è stato lo psichiatra Claudio Mencacci, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di ONDA a far notare che sono stati identificati almeno 6500 geni 'accesi' in modo diverso nei cervelli di uomo e donna, quindi circa 1/4 su un totale di 24 mila, come indica uno studio pubblicato sulla rivista BMC Medicine dell’Istituto Weizmann di Israele.
Mencacci ha poi citato un altro studio pubblicato giorni fa sull’European Journal of Preventive Cardiology (EAPC) che rileva come pazienti ricoverati per infarto acuto manifestano sintomi di ansia o depressione in misura del 22,1% gli uomini e 39,4% donne. Ma nonostante la prescrizione di una terapia specifica, dopo la dimissione solo il 2,4% di essi la continua.
Osservato pianeta... bollente
È così bollente da apparire più scuro dell’asfalto appena steso: è il mondo alieno Wasp-12b, uno dei pianeti esterni al Sistema solare più studiati ed enigmatici. Il suo potere...
È così bollente da apparire più scuro dell’asfalto appena steso: è il mondo alieno Wasp-12b, uno dei pianeti esterni al Sistema solare più studiati ed enigmatici. Il suo potere riflettente è stato misurato per la prima volta grazie al telescopio Hubble di Nasa e Agenzia spaziale europea (Esa) da un gruppo internazionale di ricerca, coordinato dalla McGill University in Canada e dalla University of Exeter in Gran Bretagna. Lo studio, pubblicato su 'Astrophysical Journal Letters', permette di fare nuove ipotesi sulla composizione chimica dell’atmosfera del pianeta, probabilmente avvolto da atomi di elio e idrogeno. Posto a 1'400 anni luce di distanza, in orbita stretta intorno a una stella simile al Sole chiamata Wasp-12a, il pianeta oscuro Wasp-12b ha un raggio che è quasi doppio rispetto a quello di Giove, mentre il suo anno dura poco più di un giorno terrestre: per questo è stato catalogato come un pianeta gioviano caldo.
E bollente lo è davvero, considerato che la temperatura superficiale del suo lato diurno (quello esposto verso la stella) raggiunge i 2'600 gradi. Per misurare il potere riflettente della sua superficie (albedo), i ricercatori hanno usato lo spettrografo Stis a bordo di Hubble in occasione di un’eclissi del pianeta dietro la sua stella, avvenuta nell’ottobre 2016. Hanno così scoperto che il pianeta è scurissimo, due volte meno riflettente rispetto alla Luna. Secondo gli astronomi, questo è dovuto alle elevate temperature che impediscono la formazione di nubi, ritenute responsabili dell’assorbimento di luce così come i metalli alcalini, che qui si trovano in forma ionizzata. Il calore su Wasp-12b sarebbe così intenso da spezzare le molecole d’idrogeno in idrogeno atomico, portando l’atmosfera del pianeta a comportarsi come quella di una piccola stella.
Contro l'influenza basterà il 'cerottino'
Il vaccino contro l'influenza in un cerottino da applicare sulla pelle potrebbe essere in arrivo. I primi test del ritrovato, condotti all'Istituto Nazionale della Salute...
Il vaccino contro l'influenza in un cerottino da applicare sulla pelle potrebbe essere in arrivo. I primi test del ritrovato, condotti all'Istituto Nazionale della Salute Usa (NIH), hanno dimostrato che questo stimola lo stesso numero di anticorpi del normale vaccino iniettabile. Il cerottino, più o meno della dimensione di una monetina da due centesimi, contiene 100 micro-aghi con il vaccino dell'influenza. Una volta penetrati nella pelle in modo indolore, gli aghi si dissolvono, rilasciando la sostanza. Il cerotto è stato sperimentato all'NIH su 100 persone: il 70% di loro ha detto di preferire questo metodo all'iniezione, e le analisi del sangue sui volontari hanno mostrato una risposta immunitaria analoga tra le due modalità di immunizzazione. Nessun effetto collaterale significativo è stato riscontrato, a parte qualche piccola irritazione locale. Ma gli scienziati dovranno condurre altri test sulla sicurezza del prodotto. "Il cerotto con aghi che si dissolvono può trasformare le vaccinazioni", ha osservato Roderic I. Pettigrew, direttore del dipartimento di 'Biomedical Imaging and Bioengineering' dell'NIH.