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Il cantante franco-armeno è morto all’età di 94 anni. Un personaggio che raccoglieva nella sua vita un manuale di storia. La doppia origine era per lui ben più di un doppio passaporto. La storia del Novecento armeno e delle relazioni fra Armenia, Turchia ed Europa coincide con la sua biografia. Ha incarnato nel senso più alto l’idea di amicizia tra i popoli.
Charles Aznavour era un altro di quei personaggi che raccolgono nella loro vita un manuale di storia e relazioni internazionali, ma non sono politici, militari o monarchi: sono la dimostrazione vivente che l’espressione «relazioni internazionali» non va confusa con quella ben più piatta di «politica internazionale» e contiene tutto ciò che lega o divide uomini e nazioni sulla superficie della Terra.
Non parlo qui di Aznavour cantante e attore, noto a sufficienza e di cui altri possono scrivere meglio di me. Mi riferisco alla sua duplice natura di armeno e francese: non nazionalità ma natura, poiché la doppia appartenenza era per lui ben più di un doppio passaporto. Aznavour era l’esempio di come un uomo intelligente e colto può trasformare in ricchezza il patrimonio ereditato da genitori immigrati, fondendolo con la cultura del Paese dove nasce e trascorre la sua intera vita. Questo processo non è automatico: richiede, come detto, intelligenza. Tanti nascono in un Paese portando in cuor loro il bagaglio culturale di un’altra terra: ci sono quelli che vivono questa duplicità come un peso, quelli per i quali è indifferente, quelli che te li ritrovi a spacciare e a organizzare attentati. Poi c’era Charles Aznavour, che di questa doppia origine aveva fatto la cifra della sua vita.
La storia dell’Armenia presenta pagine tragiche, alcune dovute a un destino infausto, altre causate dall’essere l’unico Paese cristiano in un quadrante di mondo interamente popolato da musulmani e perennemente conteso fra le potenze della regione. La madre di Charles Aznavour sopravvisse al genocidio di centinaia di migliaia di armeni compiuto dagli ottomani tra il 1915 e il 1916 e fuggì in Francia. Nelle dispute fra Russia e Turchia, dopo la prima Guerra mondiale l’Armenia perse la parte occidentale del suo territorio (su cui si trova il leggendario monte Ararat, oggi in territorio turco).
Nel 1922, ciò che restava dell’Armenia entrò a far parte di quella che allora si chiamava Repubblica Transcaucasica, una delle quattro repubbliche formanti la nascente Unione sovietica insieme a Russia, Ucraina e Bielorussia. Gli armeni soffriranno ancora per le politiche di Stalin verso le minoranze non russe, in particolare con l’attribuzione all’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh, una regione caucasica popolata da armeni. Su questa regione, negli ultimi anni di esistenza dell’Unione sovietica è scoppiato un conflitto tra i due Stati, tuttora non risolto. Il disastroso terremoto del 1988 ha inferto agli armeni un altro duro colpo, facendo crollare come castelli di carta i condomini costruiti dai sovietici e lasciando sotto le macerie decine di migliaia di vittime.
La storia del Novecento armeno e delle relazioni fra Armenia, Turchia, Unione sovietica ed Europa coincide con la biografia di Charles Aznavour. Per L’Armenia, Aznavour ha speso la sua notorietà ogni volta che vi è stato da lavorare per commemorare o sanare una delle tragiche ferite del passato e del presente. Dal contestato riconoscimento internazionale del genocidio armeno agli aiuti per il terremoto del 1988, per le vittime della guerra armeno-azera e per la rinascita postcomunista. Ambasciatore dell’Armenia presso l’UNESCO, Aznavour ha ricevuto la cittadinanza dell’Armenia postsovietica e la massima onorificenza dello Stato. Gli sono stati dedicati una piazza nella capitale, Erevan, e un monumento nella città di Gyumri, la più toccata dal terremoto del 1988, ricostruita anche grazie agli sforzi di Aznavour.
Da ieri, nella capitale dell’Armenia una folla commossa depone mazzi di fiori sulla piazza che porta il suo nome, mentre gli altoparlanti diffondono le sue canzoni. Nel Paese è stato dichiarato il lutto nazionale. Hasmik Tolmadjian, l’ambasciatrice d’Armenia in Francia, ricordava ieri sera come Aznavour sia stato un raro esempio di personalità che ha incarnato nel più alto senso della parola l’idea di amicizia tra i popoli. Fino a ieri nella sua musica e nella sua attività umanitaria, oggi nella sua morte, un solo sentimento fa vibrare due Nazioni diverse e lontane, la Francia e l’Armenia, unite dalla voce di Aznavour e dal suo inconfondibile stile, musicale e personale. Fra pochi giorni, l’11 e 12 ottobre, Aznavour avrebbe accolto a Erevan il Presidente della Repubblica francese per il Vertice mondiale della francofonia, ospitato quest’anno dall’Armenia. Un evento per il quale l’artista aveva speso tutto se stesso, ma che non ha potuto coronare con la sua presenza.
A fine agosto avevo ricordato la morte del cantante russo Iosif Kobzon, anche lui, a modo suo, un pezzo di storia del Novecento. Nella biografia di Kobzon non mancano i capitoli oscuri: quei rapporti con il potere e con la criminalità organizzata che gettano un’ombra anche su un altro grande cantante del Novecento, Frank Sinatra, sulle cui frequentazioni mafiose l’FBI scrisse un corposo rapporto.
Nulla di simile si trova nella vita di Charles Aznavour, se si esclude una fugace polemica sul suo domicilio fiscale in Svizzera. Aznavour chiude una vita d’artista pulito, cominciata come factotum e segretario di Edith Piaf. Diventò, senza retorica, uomo e artista di due mondi.