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Criticare il capo e la direzione dell'azienda per cui si lavora su WhatsApp non giustifica il licenziamento. È la decisione della Corte suprema del Canton Zurigo, che ha annullato il licenziamento di una donna e obbligato la ditta per cui lavorava a risarcirla.
Come riporta "20 minuten", i fatti risalgono a giugno del 2017. Una donna aveva criticato il suo capo e la direzione della ditta in cui era impiegata attraverso dei messaggi mandati tramite l'applicazione di messaggistica WhatsApp a un collega.
Essendo il telefono usato per mandare i messaggi di proprietà dell'azienda, la direzione li ha letti, decidendo così di licenziare la donna. Oltre alle critiche rivolte al capo, definito nei messaggi un “fobico sociale”, dai messaggi era emerso che i due colleghi stavano facendo mobbing su un terzo dipendente dell'azienda, che in quel periodo era a casa fingendosi malato.
La compagnia controllava regolarmente i telefoni aziendali. Voleva impedire ai dipendenti di installare applicazioni private su dispositivi destinati esclusivamente all'uso professionale.
È stato proprio durante uno di questi controlli che la donna era stato pizzicato. Aveva rimosso la scheda SIM, ma non sapeva che le conversazioni di WhatsApp erano state salvate sul telefono. La compagnia ha quindi avuto accesso alle conversazioni.
Lei si è quindi rivolta al tribunale del lavoro sostenendo che i messaggi inviati facevano parte della sua sfera privata e che la ditta non aveva il diritto di accedervi. Le prove del suo licenziamento non erano quindi ammissibili, secondo lei.
Il tribunale le diede ragione nell'agosto 2018 e ordinò all'azienda di pagare 22'887 franchi in totale a titolo di risarcimento.
Contro questa decisione la società ha presentato ricorso sostenendo che sarebbe contrario a qualsiasi senso di giustizia che il denunciante sia ricompensato per il suo comportamento.
La Corte Suprema, tuttavia, concorda con il Trivunale del lavoro, secondo una recente sentenza. Una società non è autorizzata a leggere intere conversazioni.
È autorizzato a esaminare l'entità dell'uso, ovvero la quantità di tempo che un dipendente spende per un'applicazione. Il licenziamento è quindi illegale. Per impedire l'installazione di applicazioni private, è sufficiente eliminarle.
Per la Corte Suprema, la somma di 22'887 franchi dovrà quindi essere versata alla donna licenziata. Oltre al risarcimento, l'azienda dovrà anche sborsare i 2'300 franchi che la donna ha dovuto spendere in spese processuali.Tuttavia, l'azienda non dovrà reintegrare l'ormai ex-dipendente.