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Quarant’anni fa i giovani guerriglieri Khmer rossi di Pol Pot conquistavano Phnom Penh, instaurando un regime di morte e terrore. Cineasta della memoria cambogiana, Rithy Panh ritorna su questa tragedia e sul suo ultimo film, presentato in prima mondiale il mese scorso a Ginevra.
Dopo aver conquistato la capitale cambogiana il 17 aprile 1975, i Khmer rossi hanno evacuato Phnom Penh, che all’epoca contava oltre 2 milioni di persone. La città è rimasta quasi deserta fino alla caduta del regime e numerosi sui ex abitanti sono morti o fuggiti in esilio.
swissinfo.ch: Phnom Penh porta ancora i segni di questo tragico episodio? Il suo sviluppo anarchico attuale è una conseguenza degli anni dei Khmer rossi?
Rithy Panh: Quando si evacua una città intera, quando la si svuota della sua anima per quasi quattro anni, questa va in frantumi. Phnom Penh è una delle rare città della storia ad essere stata brutalizzata in quel modo. Durante le guerre del XX secolo le città sono state bombardate, ma non evacuate come hanno fatto i Khmer rossi. Successivamente, Phnom Penh è stata ruralizzata: sono state piantate palme da cocco sulla piazza del mercato centrale.
La scomparsa degli abitanti - morti durante la deportazione, a causa della fame o giustiziati - ha accentuato la frattura tra la città di prima e quella di oggi. Dopo la caduta del regime di Pol Pot, è stata per buona parte una nuova popolazione a tornare in città. Si è trattato perlopiù di contadini che non avevano gli stessi legami con Phnom Penh dei vecchi abitanti.
Oggi, la città continua a perdere la sua memoria a causa di uno sviluppo molto rapido. La crescita verticale della città non ha tenuto conto della storia di Phnom Penh. Assistiamo alla scomparsa non solo degli edifici coloniali, ma pure delle belle case tradizionali, molto numerose all’epoca.
Il risultato è che non si sa più dove si trova il centro storico. Da qualche tempo le autorità stanno comunque riflettendo su questo sviluppo, puntando ad esempio sulla conservazione del centro storico di Phnom Penh.
swissinfo.ch: Lei ha creato il centro Bophana, il cui obiettivo è tenere viva la memoria cambogiana che i Khmer rossi hanno rischiato di annientare. Quali sono le sue prospettive?
R. P.: In questo momento proponiamo ad esempio degli atelier in cui gli anziani raccontano ai giovani come sono sopravvissuti al regime dei Khmer rossi. Non dobbiamo però essere prigionieri di questa tragedia. Bisogna farla conoscere, svolgere questo lavoro di memoria nei confronti dei nostri morti, e al contempo riuscire a proiettarci nel futuro. Questa memoria deve esserci utile per pensare il futuro.
Il centro BophanaLink esterno preserva il patrimonio audiovisivo della Cambogia, anche per far capire che il regime dei Khmer rossi è durato meno di quattro anni. Quest’episodio è importante, ma non rappresenta tutta la nostra storia.
swissinfo.ch: Il suo ultimo film “La Francia è la nostra patriaLink esterno”, presentato in prima mondiale a Ginevra nel mese di marzo nel quadro del Festival del film e forum internazionale sui diritti umani, evoca appunto il periodo coloniale. E questo in una forma particolarmente spoglia, con soltanto immagini d’archivio e commenti scritti, come nel cinema muto. Perché questa scelta?
R. P.: È un’altra forma di lavoro, una riflessione sull’immagine, la sua retorica, il suo rapporto al tempo, le risonanze tra presente e passato, come un’immagine diventa storia oppure no.
Ciò che mi interessava con questo film era tentare di lavorare come un antropologo o un archeologo, chiedendomi come si giunge a quelle immagini e in quali condizioni sono state girate, senza giudicare dall’esterno 50 o 100 anni più tardi. Un po’ come gli archeologi, che a partire da una mandibola possono capire l’epoca, la vegetazione, il clima.
Con questi archivi visivi ho tentato di fare la stessa cosa e di mostrare il motivo per cui risuonano con il presente in Cambogia.
swissinfo.ch: All’inizio di questo progetto ha filmato delle scene del presente per poi abbandonarle. Perché?
R. P.: Mi sono reso conto che per rendere visibile questa risonanza con la realtà di oggi, non era necessario mostrare un’inquadratura del passato e un’altra del presente. Lo trovavo troppo schematico. Ho scelto questa forma più radicale, più minimalista, poiché trovo che in questo genere di tematica bisogna mantenere la massima umiltà. Ho quindi rinunciato anche al commento. Alcune scritte bastano, come nel cinema muto.
Mi sono sbarazzato di tutto ciò che era ridondante, esterno. Togliendo diverse cose, spulciando, rendendo all’immagine la sua comprensibilità, il suo carattere storico e la sua risonanza con il presente, ogni spettatore è in grado di fare il proprio commento, di appropriarsi del film.
Ho voluto far riflettere, piuttosto che suscitare un giudizio. Mi sono però reso conto della violenza inaudita dell’avventura coloniale, che si è conclusa con numerosi morti, dolori, malintesi.
swissinfo.ch: Come mostra il suo film, i francesi negavano ai popoli colonizzati una storia propria, compreso in Cambogia. Al contempo erano però affascinati dall’impero Khmer. Come interpretare questo paradosso?
La memoria audiovisiva della Cambogia
Accanto alla sua attività di cineasta, Rithy Panh ha aperto nel dicembre 2006 a Phnom Penh il centro Bophana, dal nome di una giovane donna di 25 anni giustiziata dai Khmer rossi nel marzo 1977.
Sostenuto in particolare dall’agenzia svizzera per la cooperazione (DSC), il centro raccoglie ovunque nel mondo gli archivi cinematografici, televisivi, radiofonici e fotografici sulla Cambogia. Un patrimonio accessibile gratuitamente al pubblico.
Il centro Bophana prepara anche i giovani a professioni audiovisive. Potranno così collaborare con realizzatori locali o stranieri, sempre più numerosi in Cambogia.
«La cooperazione svizzera ha fornito un aiuto per la formazione nel campo multimediale. Spero che questo sostegno svizzero possa proseguire per continuare a formare studenti in questo settore, affinché siano in grado di produrre contenuti digitali accessibili a tutti», auspica Rithy Panh.
In questo contesto, il centro permette ai giovani di realizzare filmati sulle realtà storiche e attuali della Cambogia. Con il sostegno della Radiotelevisione svizzera di lingua francese (RTS), il realizzatore elvetico Fernand Melgar propone dei corsi di documentaristica al centro Bophana.
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R. P.: Non lo so spiegare. Adoravano questo paese magnifico. Ma erano lì anche per estrarre le sue ricchezze sfruttando e maltrattando la gente. Si sono appropriati dei templi, come se fossero un’altra ricchezza. Si racconta che è stato un esploratore francese a scoprire i templi di Angkor. Ma i cambogiani ci vivevano accanto, anche se la Cambogia era in declino.
L’impero cambogiano ha messo tutta la sua energia, le sue ricchezze e la sua potenza militare nei templi, che hanno una forte connotazione spirituale e culturale. Questo ha però condotto a una sorta di asservimento della popolazione per edificare e mantenere questo progetto gigantesco nel corso dei secoli. È in questo periodo di tenebre che assistiamo al colonialismo. All’inizio salva il regno Khmer dalla sparizione. Ma il prezzo da pagare è molto alto.
La Scuola francese dell’estremo oriente ha comunque permesso di conservare la memoria di Angkor dopo la scomparsa degli archeologi cambogiani, tra cui mia sorella, durante il periodo dei Khmer rossi. Hanno fatto un lavoro eccellente.
La Francia ci ha trasmesso Rousseau, Victor Hugo, la rivoluzione francese, i Lumière, un’affermazione dei diritti umani e della libertà. Nello stesso tempo, ci ha a lungo rifiutato questa libertà come successo per altri popoli colonizzati.
swissinfo.ch: In Cambogia sta emergendo una scena culturale dinamica. Il futuro del paese è la creazione, l’arte?
R. P.: Direi di sì. È da 25 anni che lavoro in questa direzione. Se rimaniamo in una logica di sopravvivenza, non funzionerà. Bisogna osare andare verso la creazione, l’immaginario, in ogni campo.
Bisogna vedere quale è il nostro reale talento. La vera potenza del nostro paese sono i cambogiani e la loro cultura. Il potenziale è enorme. Le fabbriche tessili s’insediano in tutta la regione. In questo campo la Cambogia non può competere con il Vietnam o il Myanmar (Birmania), molto più grandi e popolosi.
È molto più difficile disegnare una scarpa o un vestito. È in questa direzione che dobbiamo andare. Non resta che convincere i politici, il governo, che la cultura è un aspetto economico importante, un motore, compreso per il turismo.
swissinfo.ch: Malgrado lo sradicamento compiuto dalle truppe di Pol Pot, la scena culturale e il suo legame con il passato sta dunque rinascendo?
R. P.: Sì, e con vigore. Ci sono fotografi, cineasti, coreografi,… La Cambogia può offrire molto di più dei templi e diventare una destinazione importante del turismo culturale. Il turismo di massa ha invece poche ricadute sullo sviluppo dell’economia locale.
Traduzione dal francese di Luigi Jorio