Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01192.jsonl.gz/299

Si dice che la strategia cinese nell’arte della guerra sia sempre ispirata all’assioma del generale e filosofo Sum Tsu (quinto secolo a.C.), secondo cui la migliore vittoria è quella ottenuta senza combattere. In verità la storia anche recente segnala che non sempre è stato così. Di fronte a nemici facilmente domabili, dal Tibet alle irrequiete regioni a maggioranza musulmana, Pechino non ha esitato a usare la forza. Ma nel caso di Hong Kong prevale l’antica regola. Attraverso Carrie Lam, la governatrice plenipotenziaria del potere cinese nell’ex colonia inglese, i dirigenti dell’impero di mezzo hanno deciso di disinnescare la protesta contro il disegno di legge sull’estradizione (per di più retroattiva), all’origine della seconda grande rivolta popolare dopo quella “degli ombrelli” dell’autunno 2014. Il progetto viene sospeso sine die. Se non un clamoroso passo indietro, quantomeno un passo a lato della superpotenza asiatica, che rinuncia così alla possibilità di mettere le mani su oppositori e contestatori (oltre a qualche criminale finanziario) da trascinare senza garanzie nelle aule penali di Pechino.
In attesa dell’anno 2047, quando Hong Kong passerà definitivamente e totalmente sotto il potere della “madre patria”, questa vittoria della piazza non impedirà comunque ai servizi del presidente “a vita” Xi Jinping (la legge è stata recentemente cambiata per consentire al leader una lunga sopravvivenza politica) di continuare nel suo pressante autoritarismo verso gli oltre sette milioni di abitanti della provvisoria enclave, ancora orgogliosa delle sue semilibertà democratiche, frutto del compromesso (“un paese, due sistemi”) raggiunto 22 anni fa con il Regno Unito. La ‘cinesizzazione’ della città (cioè un crescente numero di cinesi fedeli a Pechino trasferiti nell’ex colonia inglese), i sequestri di persona, e il decisivo ruolo nella scelta e nelle decisioni del potere locale, garantiranno ancora un forte controllo indiretto su Hong Kong. Il “passo a lato” è del resto giustificato dal fatto che questa “regione amministrativa speciale” è ancora economicamente preziosa: benché negli ultimi anni il valore percentuale del suo prodotto interno sia diminuito, l’ex protettorato rimane pur sempre il principale snodo del commercio e degli investimenti da e verso la Cina. Anche e soprattutto in questa fase di ‘guerra dei tassi’ e tecnologica con gli Stati Uniti, e di espansione della “nuova via della seta” dall’Asia all’Africa all’Europa, Pechino non ha interesse alcuno ad un’azione d’imperio non solo allarmante a livello internazionale ma anche parzialmente pregiudizievole per i suoi interessi economici.
Bisogna ora vedere quanta energia e determinazione rimarrà al movimento democratico di Hong Kong, che la Cina accusa di essere in parte etero-diretto dai servizi segreti statunitensi, tesi condivisa da chi in Occidente non si rende conto di svilire così l’autenticità e il coraggio di centinaia di migliaia di giovani. Manca poco più di un quarto di secolo alla scadenza. Il 2047 può sembrare lontano. Ma ancora nulla lascia intravedere un processo di democratizzazione del regime cinese, anzi la violazione dei diritti umani si inasprisce. Un dramma che interessa assai poco alle cancellerie occidentali nel trentesimo anniversario di Tienanmen.