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Naturalmente no. O forse un po’ sì?
Secondo l’opinione comune, ovviamente il nostro paese non è una dittatura. Nella Svizzera a regime di democrazia diretta, è il popolo ad avere l’ultima parola, si dice. Ma è davvero così? Beh, teoricamente sì. Ma solo teoricamente. Perché il popolo può lanciare a livello federale delle iniziative popolari per modifiche della Costituzione e referendum contro leggi federali. Certe iniziative e referendum ottengono la maggioranza del popolo e (quando necessario) dei cantoni. Ma cosa succede dopo? Viene in seguito anche applicato davvero il volere del popolo? Chi decide al riguardo a livello federale? La risposta è semplice: le camere federali (Parlamento), il governo (Consiglio federale) e la Corte (Tribunale federale).
Dittatura e democrazia
Per dittatura, io intendo gli Stati nei quali un singolo (dittatore) o molto pochi (giunta o oligarchia) decidono direttamente o indirettamente su ogni cosa e, indipendentemente dalla volontà popolare, decretano ufficialmente o ufficiosamente i destini dello Stato.
Nella democrazia indiretta decidono su questioni importanti, accanto al governo, i deputati eletti generalmente ogni quattro anni in Parlamento. Nei regimi a democrazia diretta, come quello svizzero con le sue possibilità di votazioni puntuali, è – se lo vuole – il popolo. Inoltre, da noi vige, in materia di decisioni, il principio del federalismo con la sua attribuzione di competenze ai cantoni e ai comuni, ancorata nelle Costituzione.
Le decisioni d’importanza nazionale sembrano così essere democraticamente sostenute in ampia misura, sia orizzontalmente che verticalmente. È proprio così? In realtà, spesso non è il popolo, bensì poche singole persone che, da sole e talvolta in modo sbagliato, prendono delle decisioni fondamentali per il paese.
Il Consiglio federale
Esso agisce e governa quale autorità collegiale con 7 membri. Le sue decisioni devono essere prese a maggioranza. Le sue ordinanze (non le proposte di legge) possono non essere verificate preventivamente dal Parlamento. A seconda della sua composizione, le sue decisioni possono essere frutto di votazioni tirate, a volte 4:3. Ciò significa che l’opinione personale di un unico membro del Consiglio federale può essere determinante a favore o contro una decisione fondamentale per il paese.
Il Parlamento
Il Parlamento decide le leggi. Quindi, anche le modifiche costituzionali che dovrebbero essere attuate a seguito di decisioni popolari. Le sue decisioni dipendono molto dalla sua composizione partitica del momento. Talvolta, la volontà popolare viene attuata alla lettera, talaltra viene trasformata nel suo esatto contrario. Le votazioni in Parlamento sono talvolta estremamente tirate. Spesso le decisioni sono prese per pochi voti, a volte solo perché uno o l’altro dei parlamentari non è o non può essere presente. Si tratta a volte di un paio di voti o, in casi estremi, del voto decisivo del presidente. Un singolo voto fa la differenza.
Il Tribunale federale
Una manciata di giudici ha politicamente in mano il potere, spesso – nelle sentenze emesse per 3:2 – addirittura un unico giudice fa la differenza. I cinque giudici sono più potenti di 246 parlamentari e di 5,5 milioni di cittadini votanti. Perché, con una semplice sentenza a Losanna, emessa servilmente in ossequio a qualche diritto internazionale, possono annullare completamente la chiara volontà popolare. È democrazia o è già dittatura? Gli Ayatollah del Tribunale federale non vengono comunque contestati, perché da noi il principio della separazione dei poteri è sacro.
Così, alla fin fine, anche in Svizzera non è il popolo, bensì pochi individui, in casi estremi una sola persona in Consiglio federale, Parlamento e Tribunale federale a decidere dei nostri destini.
Il federalismo aiuta?
Poco. Forse era così una volta. Il sistema federale svizzero prevede sì ampie competenze per i cantoni e i comuni, ma è tutto estremamente relativo. Perché il diritto federale superiore batte il diritto cantonale e quest’ultimo batte quello comunale, ciò è insito nel sistema. La brama di potere della Confederazione, la litigiosità dei cantoni e l’incapacità dei comuni hanno consolidato verso l’alto l’attuale ripartizione dei poteri. Inoltre, una singola decisione del Tribunale federale può cancellare con un semplice tratto di penna non solo le decisioni popolari, ma anche quelle delle autorità federali, cantonali e comunali.
La volontà popolare non attuata
L’attuazione della volontà popolare lascia a desiderare. Prendiamo, per esempio, le iniziative popolari.
Il popolo svizzero aveva deciso di non adottare il cambiamento dell’ora solare/legale. Poco dopo, Consiglio federale e Parlamento decisero di adottarlo lo stesso (purtroppo non fu lanciato il referendum). E come la mettiamo con l’iniziativa delle alpi? Sono stati trasferiti, come richiesto, dalla strada alla ferrovia gli innumerevoli camion UE che attraversano le alpi? E l’iniziativa Weber e l’iniziativa contro le retribuzioni abusive, ambedue decisioni popolari di tendenza rossoverde? L’esempio più eclatante di non attuazione di un’iniziativa popolare è stato tuttavia la scandalosa decisione del Parlamento inerente all’iniziativa dell’UDC contro l’immigrazione di massa. Questa è stata semplicemente trasformata nel suo esatto contrario (purtroppo, anche qui non è stato lanciato il referendum).
Ci sarebbero naturalmente ancora altri esempi di non attuazione della volontà popolare, come quella imposta dal Tribunale federale (per ragioni di diritto internazionale) tramite sentenze che annullavano decisioni prese da autorità comunali, cantonali o federali in materia di naturalizzazioni, di soggiorno o residenza e di espulsioni di stranieri criminali.
Che cosa fare al riguardo?
Fare qualcosa al riguardo è difficile. Bisogna formulare delle iniziative costituzionali in modo così dettagliato da non poter essere poi interpretate al contrario di quanto vuole il popolo?
Bisogna lanciare più spesso dei referendum, nel caso che un’iniziativa popolare non sia rispettata, osservata o, addirittura, sia attuata al contrario di quanto voluto dal popolo? E come si può contrastare l’evidente strapotere dei nostri giudici? Tutto ciò è difficile, perché suscita tutta una serie di problemi.
Problemi
I problemi sono molteplici:
- Le decisioni d’importanza nazionale non dovrebbero dipendere dall’arbitrio di singole persone, altrimenti non si è più molto lontani dalla dittatura. Dovrebbero essere maggiormente sottoposte a un controllo democratico da parte del popolo. Il che non è facile, perché
- … norme costituzionali troppo dettagliate portano a un loro annacquamento. La prima Costituzione federale del 1848 con i suoi 148 concisi articoli è già oggi diventata un guazzabuglio infinito di norme dettagliate, nel quale non si riesce quasi più a raccapezzarsi. Per il piacere dei giuristi.
- Inoltre, troppo frequenti votazioni su iniziative e referendum portano a un crescente logoramento dell’elettorato che tende vieppiù a disertare le urne (anche perché in seguito non viene realizzato il suo volere). Gli abolizionisti della democrazia diretta sono in aumento. E…
- … le decisioni popolari dipendono sempre più dal grado e dal potenziale di mobilitazione che gli opinionisti sanno sviluppare e dai metodi digitali di mobilitazione.
- Il principio della separazione dei poteri è sacrosanto, la giustizia è intoccabile. Fintanto che nel nostro tribunale supremo vengono elette persone che considerano, per fantasiosa che sia, ogni norma di diritto internazionale superiore alle decisioni democratiche del popolo, il problema non è risolvibile.
Nonostante il mio passato di studioso di scienze politiche, non ho a prima vista ricette miracolose. Sollecito però popolo, politica e scienza a riflettere seriamente su questa questione e a metterla in discussione. Lo dovrebbe fare soprattutto l’UDC con la sua nuova presidenza, perché attualmente riesce di rado a raggiungere in Parlamento le necessarie maggioranze e si trova confrontata con considerevoli difficoltà a mobilitare il proprio elettorato.