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Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) si adegua al 21mo secolo riflettendo, nelle quote e nella governance, i cambiamenti dell'economia globale.
Il Congresso americano, con cinque anni di ritardo, approva la riforma del Fondo, approvata nel 2010 e bloccata dal mancato via libera degli Stati Uniti, l'unico paese con diritto di veto. Plaude alla svolta Christine Lagarde, che ha fatto dell'entrata in vigore della riforma uno dei suoi cavalli di battaglia.
"L'approvazione di queste riforme è un cruciale passo in avanti che rafforzerà l'Fmi. Queste riforme aumentano le risorse del Fmi, consentendoci di rispondere alle crisi in modo più efficace" afferma Lagarde, sottolineando che un Fmi più "rappresentativo e moderno sarà meglio equipaggiato per centrare le necessità dei suoi paesi membri". Una vittoria che arriva però in un momento difficile per Lagarde, alle prese con grane giudiziarie legate all'affaire Tapie. Il direttore generale del Fmi è stata rinviata a giudizio e dovrà presentarsi in tribunale. La grana giudiziaria mette a rischio i piani di Lagarde, che ha lanciato dietro le quinte la campagna per il secondo mandato alla guida del Fmi. L'incarico attuale scade in luglio.
La riforma del 2010 del Fmi prevede che uno spostamento delle quote verso i paesi emergenti, con Brasile, Cina, India e Russia che diventeranno fra i 10 membri maggiori del Fmi, con Stati Uniti, Giappone, Francia, Germania, Italia e Regno Unito.
I paesi avanzati dovranno cedere il 6,05% delle quote dell'Fmi. La Cina conquisterà la terza posizione dopo Usa e Giappone. Nell'ambito della riforma, i paesi avanzati dell'Europa si sono impegnati a ridurre complessivamente di due seggi la loro presenza nel board. Il Fmi di recente si è mosso per adeguarsi ai nuovi equilibri, promuovendo lo yuan cinese a valuta di riferimento. Lo yuan è entrato a far parte del paniere di valute che fissa il valore degli Special Drawing Rights (Sdr), la valuta di riferimento del Fmi di cui fanno parte il dollaro, lo yen, l'euro e la sterlina.