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La sconfitta alle urne della Riforma III delle imprese ha sorpreso tanti osservatori politici. Nessuno si aspettava un risultato così netto (59% di contrari in Svizzera). Eppure il monitoraggio dei Social Media suggeriva che il fronte del no a livello nazionale era in maggioranza. La maggioranza dei Tweet e commenti sulle pagine Facebook della campagna (pro e contro) erano contrari alla riforma tra gennaio e febbraio. Il segnale che la riforma potesse essere bocciata era quindi intuibile dal monitoraggio delle discussioni online.
Facciamo un passo indietro. Le previsioni di voto tradizionali si basano su sondaggi online e su sondaggi telefonici basati su campioni rappresentativi della popolazione avente diritto di voto. Quest'ultimo ad esempio è il metodo utilizzato per i sondaggi realizzati dall'istituto gfs di Berna. Questo metodo però sembra essere ultimamente in difficoltà (non solo in Svizzera). Nel caso della Riforma delle imprese infatti, il secondo sondaggio gfs realizzato a gennaio, dava il sì in maggioranza (45%), con uno scarto minimo sui contrari (44%). Anche nel caso della votazione sull'Uscita dal nucleare (novembre 2016), i sondaggi gfs davano l'iniziativa vincente in Ticino con il 58% di sì, quando il risultato finale è stato di soli 46% di voti favorevoli.
Il monitoraggio dei Social Media è una nuova frontiera che potrebbe servire da complemento ai sondaggi tradizionali per migliorare le previsioni di voto. Non vi è accordo unanime sull'efficacia di questo strumento, ma diverse previsioni basate su Twitter e Facebook hanno saputo anticipare l'esito di alcune votazioni. Tre ricercatori italiani (Andrea Ceron, Luigi Curini e Stefano Iacus) hanno ad esempio monitorato il sentimento su Twitter durante la campagna presidenziale americana. Secondo il loro modello, il supporto per la Clinton era superiore a quello di Trump nei giorni precedenti all'elezione, ma solo dell'1% circa. Un dato chiaramente più favorevole a Trump, rispetto ai sondaggi tradizionali che davano la Clinton vincente con un margine del 4-5%.
Per spiegare queste discrepanze tra le previsioni di voto e i risultati dei sondaggi, sono state avanzate diverse ipotesi, ma non vi è ancora una risposta univoca. Alcuni psicologi dell'università di New York, in un articolo del 2015, hanno dimostrato che quando esprimiamo le nostre opinioni politiche con una risposta scritta diamo generalmente risposte più accurate rispetto alle interviste a voce. Un'altra possibile spiegazione è la scelta del campione: un campione dei votanti ad una particolare votazione non è necessariamente rappresentativo della popolazione degli aventi diritto al voto. Se così fosse, bisognerà rivedere come vengono determinati i campioni rappresentativi. D'altra parte, la difficoltà di questa operazione risiede nel fatto che è molto difficile anticipare chi andrà a votare: a dipendenza dai temi e dall'importanza che sanno suscitare nella collettività, alcuni gruppi della popolazione possono sentirsi più o meno coinvolti.
Secondo un altro studio, questa volta del Pew Research Center, rinomato centro americano per l'analisi dell'opinione pubblica, le persone che sono
particolarmente attive politicamente (coloro che votano sempre o quasi sempre) utilizzano anche molto attivamente i Social Media per seguire le ultime notizie, condividere e dibattere i temi d'attualità. Questa ricerca suggerisce quindi la possibilità, ancora da confermare, che il campione di persone che utilizza i Social Media come arena di dibattito politico, quindi coloro la cui opinione viene monitorata online, rappresenti meglio la parte della popolazione che si reca a votare. Se così fosse avremmo una possibile spiegazione sul perché, monitorando il sentimento online, è possibile intuire in maniera più accurata, seppure in casi limitati, l'esito del voto rispetto ai tradizionali sondaggi telefonici.