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Sidi Bouzid è una cittadina dell’entroterra tunisino di 40mila abitanti. Qui, il 17 dicembre 2010, il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco in segno di protesta dopo i continui soprusi della polizia. Da lì a poco le manifestazioni si diffusero in tutto il paese portando il 14 gennaio 2011 alla deposizione del presidente Zine El-Abidine Ben Ali. Oggi, a dieci anni di distanza da quei venti rivoluzionari che diedero vita alle cosiddette primavere arabe, i cittadini di Sidi Bouzid rivendicano una migliore condizione economica e sociale. L’ottenimento dei diritti civili e la fine della dittatura sono stati il primo passo verso la transizione democratica della Tunisia, ma la sua fragile economia nazionale deve fare i conti con la pandemia da Covid-19.
- RG 08.00 del 17.12.2020 Il servizio di Matteo Garavoglia e Youssef Hassan Holgado
Nei volti dei giovani si legge rabbia e frustrazione. “Non ci sono opportunità, studi, fai fatica e sei subito disoccupato. Ci sono solo tre soluzioni: emigrare clandestinamente; andare a Tunisi o in un’altra città della costa, oppure essere mantenuto dai tuoi genitori”, afferma Bilel, un ragazzo di 26 seduto davanti la piazza principale. Solo il giorno prima, Bilel aveva le idee su come trascorrere la giornata del 17 dicembre: “Non celebrerò la rivoluzione, domani mi sveglierò e andrò a prendere un caffè come tutti. Non è solo a Sidi Bouzid, tutta la Tunisia non è cambiata”. L’insoddisfazione però non porta all’arresa. Il mancato sviluppo sperato per le regioni dell’entroterra tunisino è richiesto a gran voce in tutte le città, attraversate da proteste nei giorni precedenti al decimo anniversario della Rivoluzione dei gelsomini