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Cinquant'anni fa, un ministro svizzero visitò per la prima volta la Jugoslavia socialista. In quell'occasione fu lanciata un'operazione di soccorso in Nigeria che segnò l'inizio di una cooperazione tra i due paesi nell'ambito della politica estera. Inaspettatamente, negli anni successivi le relazioni tra i due paesi si intensificarono.Questo contenuto è stato pubblicato il 21 novembre 2019 - 18:00
"Lo scambio di merci cresce in entrambe le direzioni", più di 120'000 turisti svizzeri visitano ogni anno la Jugoslavia e i 15'000 lavoratori jugoslavi in Svizzera - "circa la metà dei quali sono intellettuali" – stanno molto meglio dei loro compatrioti in altri paesi europei di emigrazione, si legge nella stampa svizzera dell'epoca.
"Secondo le competenti autorità svizzere, le preoccupazioni circa la possibilità che gli jugoslavi possano essere politicamente attivi si sono rivelate finora del tutto infondate", scrive Hans Keller, ambasciatore svizzero a Belgrado, al ministro degli esteri Willy Spühler all'inizio di ottobre del 1969. Poche settimane dopo, tra il 28 ottobre e il 1° novembre 1969, Spühler è il primo consigliere federale a mettere piede nello Stato socialista multietnico dei Balcani. La visita segna l'inizio di un interessante avvicinamento diplomatico tra i due Stati.
Due casi particolari
È l'epoca della distensione, pur nell'ambito della Guerra fredda; la Svizzera capitalista ma neutrale e la Jugoslavia comunista ma non allineata hanno entrambe una posizione particolare. La controparte di Spühler, il ministro degli Esteri iugoslavo Mirko Tepavac, intende colmare il "vuoto che dura da molti anni" nei contatti politici, con un impegno comune per una conferenza europea sulla sicurezza.
Thomas Bürgisser è uno storico del centro svizzero di ricerca dei Documenti diplomatici svizzeri (Dodis) e un esperto delle relazioni tra Svizzera e Jugoslavia. Il suo libro "Wahlverwandtschaft zweier Sonderfälle im Kalten Krieg" (2017) può essere scaricato gratuitamente qui. I documenti citati sono disponibili online.End of insertion
In tale contesto, Tepavac ritiene che il momento sarebbe propizio per sostenere la posizione di quegli Stati che - come la Svizzera e la Jugoslavia - vorrebbero perseguire una politica indipendente dalle grandi potenze. Nell'autunno del 1969, le proposte del ministro jugoslavo non trovano nella diplomazia svizzera molte orecchie disposte ad ascoltarle.
Verso la metà degli anni '70, tuttavia, nell'ambito della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), tra Berna e Belgrado si svilupperà una stretta collaborazione, che potrà contare anche sull'appoggio di Austria, Svezia e Finlandia.
Il maresciallo e il lord di Aussersihl
In ogni caso nella tenuta di campagna di Karadjordjevo il socialista Spühler, il cui contegno - nonostante il soprannome di "Lord di Aussersihl", dovuto alle sue origini operaie zurighesi - è considerato piuttosto "rigido", incontra una delle figure più sfavillanti della politica mondiale del XX secolo.
Sorprendentemente, il presidente della Jugoslavia Josip Broz Tito ha concesso un'udienza all'illustre ospite svizzero. L'incontro in una cerchia ristretta, in cui Tito, ex sottoufficiale dell'esercito austro-ungarico parla per lunghi tratti in un tedesco lievemente maccheronico, riguarda la grande politica in Europa e nel mondo. Ora è Spühler a proporre alla Jugoslavia un'iniziativa congiunta, in relazione alla guerra civile nigeriana.
Dal 1967 un sanguinoso conflitto infuria intorno alla regione del Biafra, dove sia missioni svizzere che jugoslave forniscono aiuto umanitario. Tuttavia, dopo lo scandalo Bührle, la reputazione della Svizzera è gravemente danneggiata.
Nel 1968 si è scoperto che la fabbrica d'armi Oerlikon ha fornito su larga scala armi di difesa antiaerea all'esercito nigeriano attraverso paesi terzi, scavalcando l'embargo del Consiglio federale con il ricorso a documenti falsificati. Allo stesso tempo, la gravissima carestia causata dalla guerra ha suscitato un'ondata di solidarietà senza precedenti in Svizzera.
L'ambigua neutralità svizzera
Per i critici, lo scandalo Bührle rende evidente la duplicità della politica di neutralità della Svizzera. Insieme ai contatti commerciali ambigui con i regimi razzisti del Sudafrica e della Rodesia del sud, la vicenda si rivela un pesante fardello per l'immagine della Svizzera in Africa.
La Jugoslavia, d'altra parte, gode di un'eccellente reputazione nel Terzo mondo come nazione fondatrice del movimento dei non allineati. A quel tempo, Berna mantiene la massima distanza possibile dal "neutralismo" degli Stati non allineati, segnato da un approccio antioccidentale e socialista.
Ora, tuttavia, proprio nel periodo che precede la visita di Spühler, si è presentata l'opportunità, attraverso contatti informali con i secessionisti del Biafra, di lanciare una prestigiosa iniziativa per una settimana di cessate il fuoco in Nigeria. In questa situazione, un'"apertura a sinistra" appare "promettente" per il Dipartimento degli affari esteri. Berna ritiene che la reputazione della Jugoslavia vada inclusa nella campagna di mediazione svizzera.
Piano per la Nigeria
La linea diretta con l'autocrate Tito si rivela in questo contesto una fortunata coincidenza. Il "nostro piano", riferisce Spühler a Berna, ha suscitato "senza dubbio interesse". Si è deciso di attendere un momento favorevole per l'iniziativa congiunta e di mantenere fino ad allora l'assoluta discrezione sul progetto. Berna vorrebbe informare i partner neutrali Austria e Svezia.
I diplomatici svizzeri, invece, non sono molto entusiasti della proposta jugoslava di coinvolgere i vertici dell'ONU, l'Etiopia e la Tanzania, "perché si temeva che l'intero piano sarebbe stato reso pubblico prematuramente".
Infatti, la mediazione svizzero-jugoslava in favore di una "settimana della misericordia" nella guerra civile nigeriana fallisce a causa di un'imbarazzante indiscrezione. Per ironia della sorte la fuga di informazioni non avviene a Belgrado, spesso criticata per il suo spettacolare attivismo nella politica estera, ma in Svizzera, lo scolaro modello dei "buoni uffici" portati avanti con discrezione.
Il consigliere nazionale ticinese Enrico Franzoni, informato nel corso di una riunione riservata di una commissione parlamentare, rivela il segreto davanti ai microfoni di radio e televisione. Sia la Svizzera che la Jugoslavia si trovano in una "situazione difficile" a causa del successivo assalto dei mass media. L'azione deve essere immediatamente annullata.
Intense relazioni bilaterali
Tuttavia, gli effetti della visita a Belgrado del consigliere federale Willy Spühler vanno ben oltre l'aneddoto di questo imbarazzante passo falso della diplomazia svizzera. Nell'ambito della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, i servizi comuni di mediazione svizzero-jugoslavi diventano una stella fissa nella scena multilaterale.
Inoltre, le consultazioni tra Spühler, Tepavac e Tito segnano l'inizio di un'intensificazione delle relazioni bilaterali tra Svizzera e Jugoslavia, intensificazione che nell'era della guerra fredda sarebbe stata impensabile, anche in forma rudimentale, con qualsiasi altro regime comunista.
Basandosi sulle relazioni commerciali tradizionalmente buone con il paese, citate dall'ambasciatore Keller nella sua nota preparatoria del 1969, la Jugoslavia diviene ben presto il più importante partner economico della Svizzera nell'Europa orientale. A metà degli anni '70, quasi il due per cento di tutte le esportazioni svizzere sono vendute in Jugoslavia.
La crescente liberalizzazione del commercio estero e lo sviluppo verso un'"economia di mercato socialista" permettono inoltre allo Stato balcanico di concludere numerosi accordi di licenza e joint venture con l'industria meccanica ed elettrica svizzera, aziende farmaceutiche e aziende alimentari.
Per fare qualche esempio: alcuni prodotti svizzeri tipici, come la fecola di patate per la preparazione del puré "Stocki", il cioccolato "Toblerone" e la bevanda "Rivella" sono prodotti in Jugoslavia. La Jugoslavia parte dei suoi acquisti eccessivi con prestiti da parte delle banche svizzere.
Forza lavoro
I fiorenti contatti economici favoriscono anche la migrazione di manodopera dalla Jugoslavia alla Svizzera. I 15'000 lavoratori jugoslavi del 1969 diventano 25'000 nel 1970, 60'000 nel 1980 e ben 172'000 nel 1990. Oggi, gli oltre 300'000 bosniaci, kosovari, croati, croati, macedoni, montenegrini, serbi e sloveni sono il più grande gruppo di stranieri in Svizzera.
A ciò si aggiungono le decine di migliaia di ex migranti che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza svizzera. Circa una persona su diciassette in Svizzera ha radici familiari nell'ex Jugoslavia.
La forza lavoro jugoslava può essere reclutata dalla fiorente economia svizzera già negli anni '60 perché il regime di Tito - con tutti i suoi elementi repressivi - a differenza degli altri Stati dell'Europa orientale introduce un sistema migratorio liberale per il "lavoro temporaneo all'estero" e, dalla rottura con Mosca nel 1948, si lega strettamente all'Occidente per ottenere crediti.
Le critiche mosse a Spühler per aver "accarezzato la barba ai comunisti" negli ultimi mesi prima delle sue dimissioni annunciate - all'epoca il Consiglio federale è ancora molto restrittivo sulle visite all'estero – cadono in realtà nel vuoto. La Jugoslavia non appartiene al blocco orientale. Il suo ruolo particolare nel conflitto est-ovest ha fatto dello Stato socialista multietnico un partner sorprendentemente interessante per la Svizzera in diversi ambiti, fino al suo crollo nel 1991.
L'ampia presenza in Svizzera di persone provenienti dall'ex Jugoslavia, che si sta normalizzando sempre più nonostante tutti i dibattiti xenofobi, è la conseguenza più duratura di questo sviluppo.
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