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In epoca preistorica il bosco non costituiva nel territorio sviz. una forma di Paesaggio fra le altre, ma era il paesaggio primitivo naturale. Nel corso del processo di sedentarizzazione, gli esseri umani cominciarono a sottrarre spazio al bosco in favore delle coltivazioni e degli insediamenti. In seguito all'intenso sfruttamento dovuto al ricavo di materie prime e al pascolo, il bosco divenne sempre più parte integrante dello spazio vitale e produttivo agricolo. Solo la politica forestale praticata nel XIX sec. relegò ai margini lo sfruttamento agricolo delle superfici boschive, con l'obiettivo di produrre legname in maniera economicamente redditizia. Con la forte crescita economica del secondo dopoguerra, passò in primo piano l'importanza dei boschi sul piano ecologico e del tempo libero.
Dopo l'ultima delle Glaciazioni (quella di Würm, ca. 115'000-10'000 anni fa), il riscaldamento del Clima nelle zone temperate d'Europa comportò la diffusione di una vegetazione di tundra stepposa che poi, in un processo di lunga durata e con l'arrivo di diverse specie arboree, si trasformò in vegetazione boschiva. I primi boschi di betulle comparvero ca. 12'500 anni fa nel periodo di Bölling, debole oscillazione termica avvenuta verso la fine dell'ultima glaciazione. Seguirono i pini silvestri e i boschi misti di latifoglie (con noccioli, olmi e querce nonché tigli, frassini e ontani) nella fase climatica all'inizio dell'era postglaciale (Boreale). Ca. 5000 anni fa, nel periodo detto Atlantico, cominciarono a dominare le faggete miste, oggi ancora diffuse, e a quote più elevate le abetaie (pecci e abeti bianchi). Nell'area alpina l'evoluzione fu segnata dalla diffusione di diverse conifere (pino silvestre, cembro, larice) e dalla continua ascesa del limite del bosco; nel Preboreale (ca. 9000 anni fa) il limite raggiunse per la prima volta la soglia dei 2000 m, per poi oscillare più volte di 100-300 m a seguito di variazioni climatiche minori.
Conoscenze molto precise sullo sviluppo della vegetazione e dei boschi nelle biozone sviz. si devono alle analisi polliniche delle carote di trivellazione estratte da torbe e da sedimenti lacustri: lo studio qualitativo e quantitativo dei pollini di certe specie permette la ricostruzione di un diagramma (profilo pollinico) delle flore e vegetazioni scomparse. La datazione dei vari strati viene effettuata attraverso la misurazione del radiocarbonio ancora presente nelle particelle di carbone vegetale.
Fino al termine del Mesolitico (ca. 5000 a.C.) si può dare per certa l'esistenza di una foresta vergine, cioè di una copertura boschiva rimasta in gran parte allo stato naturale. Secondo ricerche recentissime, essa va immaginata come una selva fitta, compatta, con pochi e particolari spazi aperti (Paludi, fasce alluvionali o con alberi sradicati dal vento). La situazione mutò radicalmente nel Neolitico, quando l'uomo passò all'economia contadina intervenendo di conseguenza sugli ecosistemi in forma durevole, da un lato attraverso i dissodamenti per guadagnare campi e superfici abitabili, dall'altro attraverso lo sfruttamento intensivo degli alberi come materiale da costruzione, legna da ardere e fogliame da foraggio. Segni di queste attività si trovano nei profili pollinici (ad esempio pollini di cereali e piante erbacee, indicatori di pascolazione, carbone vegetale legato ai dissodamenti), ma anche e soprattutto in siti archeologici. Nelle stazioni perilacustri dell'Altopiano, risalenti al Neolitico e all'epoca del Bronzo, grazie all'eccellente conservazione dei resti organici (fusti, cortecce, carbone di legno, foglie, semi, frutti) siamo bene informati sull'attività insediativa, sull'alimentazione umana e sull'Allevamento del bestiame. Per la regione del lago di Zurigo e dei laghi al margine del Giura sono attestate le seguenti forme di sfruttamento dei boschi: dissodamenti per la campicoltura, pascolo nel bosco, ceduazione, scortecciatura per ottenere materiale isolante e rafia, abbattimento selettivo di legname da opera, taglio finalizzato alla costruzione di attrezzi, taglio di legna da ardere, raccolta di nocciole e di ghiande (ghiandatico). Il grado dell'influsso antropico sull'evoluzione boschiva dell'epoca (ad esempio sulla diffusione delle faggete miste) è controverso, tanto più che vanno tenuti presenti anche fattori climatici; certo è che l'utilizzazione e il dissodamento di boschi nei pressi degli insediamenti produssero nuove forme di paesaggio e di vegetazione, tra cui i coltivi di piante pratensi e le fasce periboschive.
Altre due forme di attività importanti, relative specificatamente ai boschi dell'area alpina, sono lo sfruttamento di alpeggi (Alpi) per l'estivazione di animali domestici, eventualmente abbinato a un abbassamento artificiale del limite del bosco attraverso dissodamenti, e il taglio estensivo di legna da ardere per la lavorazione dei metalli in zone come l'Oberhalbstein, dove fin dall'età del Bronzo sono attestate l'estrazione e la riduzione di minerale metallico (Miniere). Nonostante tutti gli influssi ricordati sul paesaggio boschivo, si può assumere che ancora all'epoca della conquista romana le Alpi e le Prealpi settentrionali fossero ampiamente coperte di boschi: come, d'altra parte, riferiscono le fonti letterarie coeve (Tacito, Germania, 5,1; Polibio, Historiae, III, 55,9). L'epoca romana fu contrassegnata non solo da un vistoso dissodamento e dalle attività agricole, ma anche da numerose attività economiche che implicavano un forte impiego di legname: architettura in legno, Costruzione navale (ad Aventicum), fabbricazione di Laterizi, produzione di carbone (Carbonaie) e riduzione del Ferro, per esempio nel Giura vodese. Tutto ciò ebbe, in certe zone, importanti conseguenze sul patrimonio forestale. Come mostrano i profili pollinici di Le Loclat (com. Saint-Blaise), in quel periodo furono tagliati in grande quantità boschi di quercia e di faggio, ma vennero anche introdotte nuove specie arboree utili, come il noce e il Castagno. Strabone (Geographica IV, 6,9) fa riferimento anche all'esportazione di Resina, pece e legno resinoso dall'area alpina, mentre secondo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia XVI, 190, 200) i tronchi di larice, fatti fluitare dalle Alpi verso l'Italia settentrionale, venivano impiegati nella costruzione di edifici di rappresentanza perfino a Roma.
Autrice/Autore: Philippe Della Casa / vfe
Anche il bosco, dal ME al XVIII sec., era visto come parte integrante del sistema contadino collettivo di uso delle risorse naturali, chiamato a soddisfare bisogni disparati e spesso contrastanti (Conflitti sullo sfruttamento di beni). Non si trattava di semplici superfici fittamente alberate, chiaramente distinguibili dalle altre aree antropizzate: i boschi producevano la più importante risorsa della società preindustriale (Industria del legno), ma erano anche luoghi di Caccia e di Pascolo per il bestiame grosso e minuto, zone adatte all'ingrasso suino, fonti di miele, di bacche e altri frutti selvatici, di funghi, di radici e di erbe alimentari (Economia di raccolta). Nuovi interessi d'uso ed esigenze mutate nei confronti dei boschi cominciarono a delinearsi nei "mandati forestali" o nelle "ordinanze boschive" del tardo ME, in cui le autorità motivavano divieti e restrizioni d'uso sia con formule fisse di lagnanza sul cattivo stato di "boschi e selve" sia con il rischio che il legno venisse a mancare. L'immagine manifestamente offerta da molti dei boschi sfruttati in forma collettiva dai contadini contraddiceva sempre più gli interessi dei commercianti o degli artigiani di città in materia di legname. Uffici pubblici urbani, fornaci, fucine, produttori di calce, di pece o potassa erano, sul piano regionale, fra i maggiori consumatori di legna da ardere e carbone vegetale; in tutte le economie domestiche serviva legna per cucinare e riscaldare, e i molti artigiani che lavoravano il legno avevano bisogno di legname da costruzione e commerciale. Per garantire a lungo termine l'attività dei mestieri a forte consumo di legno, come la riduzione di minerali ferrosi e la produzione di Vetro o di sale (Saline), i signori territoriali assicuravano a tali settori professionali anche diritti d'uso sui boschi. Nelle zone ricche di boschi e nei bacini fluviali adatti alla Fluitazione, singoli signori fondiari ma anche comunità di villaggio vendevano periodicamente il diritto di taglio su intere superfici a persone specializzate nel commercio di legname.
Ma i contadini lasciavano pascolare nei boschi il loro bestiame, falciavano l'erba nelle radure, tagliavano rami e ceduavano a capitozza per ottenere ramaglia minuta (da foraggio o da lettiera), impedendo così il rapido sviluppo e accrescimento degli alberi e del legno. Inoltre, utilizzavano i boschi anche per piccole attività artigiane, trasformando giovani alberi in pertiche, pali da vite o rami sottili per legare covoni e confezionare cesti, producendo carbone, cavando resina, procurandosi verghe da polloni di querce, asportando cortecce per farne tannino. Non di rado i terreni boschivi adatti venivano utilizzati durante qualche anno per pratiche agricole (Debbio). Nel XVII sec., e poi spec. durante la Rivoluzione agricola (dalla metà del XVIII), cominciò a farsi strada una nuova immagine dei boschi; commissioni forestali nominate dalle autorità vollero abolire la pascolazione collettiva nei boschi - ciò che sollevò immediatamente il problema di una spartizione dei Beni comuni - proponendo nel contempo di procedere a semine o piantagioni nelle aree boschive con vegetazione ormai rada. Lo scopo era, in ultima analisi, quello di dar vita a un'organizzazione forestale autonoma, separata dall'agricoltura e in grado di soddisfare meglio gli interessi dell'industria del legno.
Autrice/Autore: Margrit Irniger / vfe
Le attività di colonizzazione e disboscamento attuate dall'uomo in epoca medievale sono state viste a lungo solo nell'ottica della distruzione di boschi per aumentare le terre coltivabili. Ma proprio nel basso ME, epoca di intensi Dissodamenti, il processo dell'acquisizione di nuovi coltivi avvenne per tappe e in modo relativamente metodico, anche perché evidentemente non tutti i terreni boschivi si prestavano alla cerealicoltura: spesso, in quelli non troppo fertili, dopo anni di utilizzo agricolo si consentiva il ritorno integrale del bosco. Oltre che da circostanze topografiche naturali, il processo di disboscamento era guidato da fattori economici, politici e demografici.
I maggiori sostenitori dei disboscamenti erano nobili, chiese e conventi, che a lungo termine beneficiavano dei nuovi coltivi ottenuti ricavandone censi e decime sotto forma di tributi in natura. I cistercensi si resero particolarmente benemeriti in questa attività, grazie alla quale ottennero, alla fine dell'XI sec., l'esonero papale dalla decima novalis sui terreni così guadagnati; del medesimo privilegio beneficiarono, dal 1180, anche i benedettini. Per gli stessi contadini che praticavano i dissodamenti, i vantaggi ricavabili da quel duro lavoro variavano a seconda della loro posizione giur.-sociale e dei rapporti con il signore fondiario; in ogni caso essi avevano il diritto di sfruttare vita natural durante il terreno dissodato. Nelle regioni dell'Altopiano di non recente colonizzazione gli ab. dei villaggi, con il consenso dei signori fondiari, ampliavano soprattutto i campi in cui era praticato l'avvicendamento e, sempre a spese dei boschi, sistemavano nuove vigne in luoghi adatti. Nelle zone prealpine e nordalpine a insediamenti sparsi, i contadini dissodavano soprattutto per creare nuove fattorie di allevatori o alpeggi: pur praticando la campicoltura, infatti, sottoponevano una quota ben più ampia dei loro terreni a pascolazione estensiva. L'espandersi degli allevamenti portò a un ampliamento strisciante dei pascoli alti non boscati nella fascia alpina, abbassando il limite superiore del bosco.
L'attività di dissodamento fu accompagnata da misure di protezione dei boschi: dal XIV sec. è attestata in forma scritta, in tutto l'odierno territorio sviz., l'istituzione formale di boschi vincolati (Bosco sacro). Nel XVI sec., periodo di forte crescita demografica, furono particolarmente numerosi i divieti di dissodamento; le norme edilizie divennero più severe, la costruzione di nuove case all'esterno dei nuclei edificati o nei pressi di proprietà boschive spesso completamente vietata, e i signori fondiari non tollerarono quasi più dissodamenti in aree boschive, minacciando i contadini di togliere loro le fattorie concesse in feudo. Verso la fine del XVI sec. vigeva ormai, nelle regioni di remota colonizzazione, un modello di ripartizione dei boschi che sarebbe rimasto sostanzialmente invariato fino ai rimboschimenti del XIX sec.
Autrice/Autore: Margrit Irniger / vfe
La sovranità sulle foreste (regalia forestale) apparteneva al re nell'alto ME, ai conti più tardi e a tutta una serie di signori territoriali e fondiari nel tardo ME. I singoli diritti di signoria erano spesso molto frammentati all'interno di un territorium; solo potenti signori ecclesiastici o secolari e città di una certa grandezza erano in grado di riunirli in un'unica mano, trasformando così la zona in signoria territoriale. La sovranità sulle foreste consentiva ai signori territoriali di emanare ordinanze sui boschi, attraverso le quali essi potevano intervenire sulla regolamentazione dei beni comuni nelle signorie fondiarie di villaggio. Particolarmente forte era l'intervento delle autorità per le fustaie, che in linea di principio erano di proprietà signorile; anche in quel caso i villaggi avevano Diritti d'uso, ma l'autorità cercava di proibire i dissodamenti o quantomeno di controllarli. D'altra parte, sudditi e autorità non sempre erano d'accordo su quando considerare fustaia o bosco comune un popolamento boschivo.
Soprattutto nell'Altopiano la nascita e lo sviluppo degli abitati rurali (Villaggi) determinarono in diverse località dall'XI all'inizio del XIV sec. la delimitazione di terreni avvicendati, soggetti prevalentemente a rotazione obbligatoria (Avvicendamento delle colture). Le aree esterne a tali terreni, cioè i boschi e i beni comuni non boscati, vennero sfruttate in forma collettiva, e solo i terreni spec. autorizzati e recintati furono sottratti alla pascolazione; per molti membri delle comunità di villaggio l'uso principale delle aree a gestione collettiva consisteva appunto nel pascolo di bestiame e nell'ingrasso dei suini. Signori fondiari e ab. di fattorie o villaggi regolamentavano l'utilizzo del loro spazio economico sotto forma di diritti curtensi scritti e statuti com. Poiché spesso le aree sfruttate contemporaneamente da più abitati si sovrapponevano, la progressiva diminuzione delle distanze tra tali insediamenti (XVI sec.) rese più frequenti i conflitti, che le autorità cercarono di comporre con delimitazioni d'uso e in alcuni casi con la definizione ancora vaga di confini (lungo corsi d'acqua, alberi vistosi o particolarità topografiche). Conflitti d'uso si manifestarono in misura crescente anche all'interno dei villaggi, fra gruppi sociali diversi (contadini e braccianti) o fra ab. di antica data (attinenti) e persone arrivate più tardi (dimoranti).
Non di rado il signore fondiario assegnava a fattorie isolate, per il loro autoapprovvigionamento, una porzione di bosco nelle vicinanze. Nei casi di Insediamenti sparsi discosti, lontani dalla sede del signore fondiario o territoriale, spesso l'uso dei boschi non era regolamentato; in queste zone, inoltre, talvolta già nel XVI e XVII sec. boschi e pascoli comuni vennero suddivisi fra le fattorie. Nel complesso i diritti di proprietà e d'uso dei boschi presentavano forti diversità locali e regionali.
Autrice/Autore: Margrit Irniger / vfe
Nel tardo ME e spec. nei primi sec. dell'epoca moderna la maggior parte dei villaggi decideva con relativa autonomia sull'uso sia dei terreni sottoposti ad avvicendamento sia dei beni comuni, e pertanto anche delle proprietà boschive. La partecipazione a selve e pascoli era concessa solo a chi aveva una casa o un proprio nucleo fam. all'interno dell'area del villaggio, ma le dimensioni dei boschi e dei beni comuni (detti nelle fonti almende, pascoli comuni, selve comuni) variavano di molto da luogo a luogo. Una quota d'uso consentiva la pascolazione e il taglio di legname anche in zone a insediamento sparso; grandi fattorie e proprietari di numerosi capi di bestiame ne approfittavano in misura molto maggiore. La distribuzione delle quote di legname era effettuata dal camparo o guardaboschi di concerto con i giurati (Consiglio dei Quattro o dei Sei, autorità com. in genere), di norma nei boschi stessi. Nella quota di bosco assegnatagli, ogni beneficiario doveva poi abbattere i suoi tronchi, prepararli all'esbosco e portarli via entro un arco di tempo preciso. Taglio ed esbosco erano i lavori contadini più importanti durante l'inverno; la presenza di neve facilitava notevolmente il trasporto del legname su slitte o il suo esbosco a strascico.
Nel taglio di legname era determinante il principio del bisogno: ogni titolare del diritto d'uso doveva poter coprire il proprio fabbisogno di combustibile e di legname da opera. La quantità di legname assegnata variava a seconda delle dimensioni della fattoria o del nucleo fam., ed era vietato vendere legname fuori dalla cerchia di utilizzo. Alla graduazione per dimensioni della proprietà si affiancava -- spec. dove i diritti d'uso non erano legati alla fattoria ma alla persona -- anche l'assegnazione del legname in parti uguali a tutti i titolari. Nei primi sec. dell'epoca moderna la forte e prolungata crescita demografica portò, in molte località, a drastiche riduzioni nell'utilizzo del legname.
Per ottenere legname da costruzione gli aventi diritto dovevano, in genere, presentare una richiesta motivata. Se un com. aveva poco legname, le decisioni delle autorità com. sull'assegnazione di quello da opera erano più restrittive; una volta ottenuta l'autorizzazione, il contadino doveva provvedere da sé, dietro versamento di una tassa, a tagliare al piede gli alberi martellati (contrassegnati) e ad allestirli. Non è del tutto chiarito in che misura gli ab. del villaggio avessero sviluppato in questo campo una ripartizione del lavoro, cioè se i tronchi fossero abbattuti dal guardaboschi, dal carpentiere o da taglialegna specializzati. Per abbattere si usava l'accetta; la sega da tronchi era usata solo in una seconda fase, per depezzare il fusto e i rami grossi con minore perdita di legname. Appena sgomberata, la parte del bosco destinata al taglio (tagliata) andava recintata per 8-12 anni, affinché il novellame fosse protetto da calpestii e brucature di selvaggina e animali al pascolo. Determinate specie arboree restavano spesso protette anche dentro le tagliate; era vietato, per esempio, utilizzare faggi, querce e altri alberi in grado di produrre frutti utili all'ingrasso suino o all'alimentazione umana. I giovani esemplari di alberi da frutta selvatici erano molto richiesti per migliorare varie specie coltivate, poi piantate nel momento opportuno negli orti, nei prati o nei terreni comuni. Secondo le necessità di utilizzo per le professioni artigiane, in alcuni luoghi doveva restare un abete bianco per la fabbricazione di scandole, in altri un pino silvestre adatto alla preparazione di condutture in legno. Gli artigiani del settore conoscevano per esperienza le caratteristiche dei vari tronchi e chiedevano, per le loro necessità produttive, tipi di legno selezionati; l'intera comunità di villaggio, del resto, aveva interesse a fornire loro la qualità richiesta, perché la produzione artigiana locale era in gran parte destinata al suo fabbisogno.
Autrice/Autore: Margrit Irniger / vfe
Lo stato di salute e le condizioni di utilizzazione dei boschi restarono legati, anche dopo il 1800, al forte aumento del consumo di legname. Gli abbattimenti, non seguiti da rimboschimenti ma da utilizzi del terreno a fini agricoli, ridussero nella prima metà del XIX sec. la superficie boschiva. Con il passaggio, in villaggi e campagne, dei diritti d'uso dai titolari precedenti ai nuovi enti collettivi proprietari di bosco (Comune patriziale, Corporazioni comunali), in molti luoghi si crearono, durante e dopo l'Elvetica, presupposti nuovi per decidere sull'utilizzo dei boschi; il fenomeno va visto come un prolungamento dell'evoluzione avviata nel XVIII sec. con la spartizione dei beni comuni. Soprattutto nella fascia dei villaggi dediti all'avvicendamento delle colture, molti boschi che erano stati in precedenza sfruttati in comune da forme di org. consortili e corporative tradizionali (Gerechtigkeitskorporationen, Rechtsamegemeinden) furono distribuiti a privati: in tal modo furono create quote notevoli (anche se molto diverse da regione a regione) di bosco privato. La fase legata al processo di rafforzamento dei cant., durante la quale occorreva sbrogliare la matassa dei rapporti di proprietà fra cant. e titolari dei diritti d'uso precedenti, richiese tempi lunghi (nel cant. Berna, ad esempio, fin dopo il 1860). Poiché molti di questi nuovi boschi privati vennero immediatamente sottoposti a tagli, nelle regioni coinvolte si ebbe anche una riduzione dell'area boschiva.
L'evoluzione fu diversa dove il diritto d'uso era legato all'appartenenza alle fam. discendenti dagli originari attinenti del luogo, che godevano di pieni diritti nell'ancien régime: qui in genere i boschi restarono di proprietà dei patriziati di nuova formazione e degli enti collettivi locali (Comunità) nati nel quadro della spartizione patrimoniale fra i nuovi cant. e i beneficiari precedenti. L'Oberallmeind di Svitto, ad esempio, erede del vecchio Paese di Svitto (altes Land Schwyz), è attualmente il maggior proprietario di boschi della Svizzera. Anche qui, in un processo laborioso e carico di fattori emotivi (lite sull'Hörner und Klauen), i beni comuni, gli alpeggi e i pascoli furono in parte suddivisi e ceduti in proprietà agli enti collettivi di nuova formazione, composti dai membri dell'Oberallmeind residenti nei rispettivi com. La cessione parziale dei terreni aperti ebbe luogo intorno al 1883; i boschi che attualmente appartengono agli enti collettivi e allora non oggetto di misurazione furono consegnati ai nuovi proprietari solo verso il 1932-33.
Autrice/Autore: Anton Schuler / vfe
Già alla fine del XVIII sec., per influsso dei "patrioti economici", ma spec. nella prima metà del XIX, nei cant. dell'Altopiano e in alcuni cant. di montagna cominciò a imporsi l'economia forestale regolata; il suo scopo principale era una produzione duratura di legname per il fabbisogno energetico, in continuo e progressivo aumento, sia degli abitati, a loro volta in espansione, sia delle aziende artigiane e industriali (Energia). Fino alla comparsa delle nuove possibilità di trasporto (seconda metà del XIX sec.), il legno restò quasi l'unica fonte energetica (con le forze idriche e quote modeste di torba) e praticamente l'unica materia prima disponibile.
Legate all'economia forestale regolata furono le Leggi forestali cant., che in alcuni casi ripresero i mandati settecenteschi, e lo sviluppo di org. forestali nei cant. e nei com. Con la loro introduzione passò in primo piano la produzione di legname pregiato e altamente diversificato; i diritti d'uso in precedenza vigenti nelle campagne furono visti sempre più come usi accessori negativi, che ostacolavano la crescita dei boschi e che quindi andavano aboliti. Sopravvivenze di antiche norme giur. possono essere considerati alcuni diritti di costruzione ancora esistenti (diritti d'uso sovrapposti) o l'art. 699 del Codice civile sviz., che garantisce il libero accesso "ai boschi, alle selve ed ai pascoli e la raccolta di bacche selvatiche, funghi e simili cose secondo l'uso locale".
Là dove si introduceva l'economia forestale regolata, i boschi erano sfruttati secondo il principio della persistenza, già enunciato dalla letteratura specifica settecentesca. Il principio si riferiva tuttavia unicamente solo all'ambito della produzione di legname: per assicurare un utilizzo continuo e duraturo, non bisognava tagliare più legno di quanto ne crescesse. Gli altri compiti dei boschi erano ignorati, ritenuti effetti automatici o considerati utilizzi accessori dannosi e quindi da sopprimere. In linea di massima l'utilizzazione avveniva in forma non sostenibile laddove, in seguito alla grande richiesta di legname, autentiche foreste vergini di valli discoste erano sfruttate (e saccheggiate) per la prima volta. Quando intorno alla metà del XIX sec. idrologi e operatori forestali cominciarono a studiare sempre più i danni delle Inondazioni, correlandoli allo sfruttamento eccessivo dei boschi di montagna e alle conseguenti Erosioni, iniziò ad affermare una mentalità nuova, che metteva in discussione non il principio della sostenibilità bensì l'automatismo per cui, con il libero commercio del legname, il proprietario di bosco avrebbe provveduto comunque da solo a una "buona" selvicoltura. Contrapponendosi al liberale Karl Albrecht Kasthofer, nel 1849 Xavier Marchand postulò che lo Stato avesse non solo il diritto ma anche il dovere di vietare tagli di boschi in montagna, se questi mettevano in pericolo altre zone del Paese. Nel 1856 la Soc. forestale sviz. fece sua questa argomentazione sul "ruolo del bosco nel bilancio della natura" e chiese al Consiglio fed. di effettuare uno studio sullo stato dei boschi e dei torrenti di montagna. I rapporti dei due professori del Politecnico fed. di Zurigo Elias Landolt e Carl Culmann misero chiaramente in evidenza gli inconvenienti, ma sul piano delle proposte manifestarono ancora riserbo e un'attitudine federalista. Solo nuove inondazioni (soprattutto quelle del 1868) portarono infine all'art. 24 della Costituzione fed. del 1874, che diede alla Conf. "il diritto di alta vigilanza sulla polizia delle opere idrauliche e delle foreste" in alta montagna. Per l'attuazione di tale mandato costituzionale venne creato, nel 1875, l'ispettorato fed. delle foreste, il cui primo responsabile fu Johann Wilhelm Fortunat Coaz; dopo molti cambiamenti di nome si è giunti infine all'attuale Divisione Foreste, annessa all'ufficio fed. dell'ambiente.
Autrice/Autore: Anton Schuler / vfe
La legge fed. sulla polizia delle foreste (1876) segnò un punto di svolta nella politica forestale. In primo luogo, la legge coinvolse anche le parti del Paese che erano ancora prive di leggi forestali e di org. del ramo, e dove quindi i boschi non erano trattati in modo coerente con i principi riconosciuti: la Svizzera meridionale, le Alpi e le Prealpi. Con l'introduzione dell'obbligatorietà del piano economico, la legge mirava ad assicurare l'utilizzazione sostenibile dei boschi; essa vietava, inoltre, la spartizione completa e l'alienazione dei boschi pubblici. La disposizione probabilmente più importante e gravida di conseguenze era quella sulla conservazione della foresta (divieto di dissodamento) risp. sull'aumento dell'area boscata in luoghi dove si potessero creare artificialmente importanti boschi protettivi: nell'intera fascia prealpina fra i laghi di Ginevra e di Costanza, spec. in luoghi a rischio di erosione, vennero poi di fatto compiuti vasti imboschimenti.
Nel 1897 venne estesa a tutta la Svizzera la validità dell'art. 24, eliminandone la limitazione all'alta montagna. Con la nuova legge fed. sulla polizia delle foreste, entrata in vigore nel 1902, l'obbligo di conservazione delle foreste fu applicato all'intero Paese. Quella legge, esemplare sul piano ecologico, ebbe effetti positivi: nel corso del XX sec. il patrimonio boschivo sviz. non solo si conservò ma, spec. grazie a imboschimenti, aumentò di oltre il 40%, passando a 12'340 km2 nel 1995 (pari al 30% ca. della superficie nazionale). Aree piuttosto estese (di oltre 100 km2) vennero dissodate solo durante la seconda guerra mondiale, nell'ambito del Piano Wahlen. Dal 1970, inoltre, il progresso delle aree boschive fu favorito dalla diminuzione delle superfici agricole gestite in forma estensiva.
Dopo diverse revisioni minori, nel 1991 la legge del 1902 è stata sostituita dalla nuova legge fed. sulle foreste (legge forestale, Lfo); già dal 1965, peraltro, una nuova ordinanza esecutiva teneva conto della mutata importanza dei boschi nel secondo dopoguerra.
Nel trattamento dei boschi si passò gradualmente, dopo il 1900, da una selvicoltura schematica (orientata alle classi d'età) alla selvicoltura naturalistica; quest'ultima, rappresentata da Arnold Engler, Walter Schädelin e Hans Leibundgut, fu accompagnata dallo sviluppo del cosiddetto metodo del controllo (Henri Biolley, Hermann Knuchel), basato a sua volta sul trattamento a scelta (a tagli saltuari). Ai fini di un'utilizzazione decentrata dei boschi, divenne molto importante migliorarne lo sfruttamento.
Nell'ultimo quarto del XX sec. il rapporto fra boschi e società ha subito cambiamenti radicali. Se l'utilità economica della produzione di legname si è fatta meno rilevante, ha invece acquisito un significato sempre maggiore il valore ecologico e paesaggistico dei boschi e il loro ruolo come luoghi di distensione e di svago. È un'ottica che è emersa anche nel dibattito sulla "morte dei boschi", divenuto il tema dominante della politica ambientale nella Svizzera ted. degli anni 1983-85; il fenomeno di deperimento dei boschi ha poi contribuito, nel 1985, al varo dell'ordinanza contro l'inquinamento atmosferico (OIAt), anche se non è stato possibile dimostrare un nesso monocausale fra inquinamento atmosferico e morte progressiva e su vasta scala degli alberi. Ben diverso è il quadro dei danni provocati dai due uragani che hanno colpito la Svizzera all'inizio e alla fine degli anni '90: se ca. 4'900'000 m3 di legname (pari ca. al normale prelievo annuale) sono stati abbattuti da Vivian (27-28.2.1990), con effetti particolarmente gravi nei cant. Berna, Vallese, San Gallo, Grigioni e nei tre cant. primitivi, altre quantità enormi (ripartite in modo diseguale nel territorio nazionale) di legname divelto si sono avute dopo Lothar (26.12.1999). La valutazione di questi due eventi meteorologici straordinari è risultata difficile; in particolare, non è stato possibile dimostrare né escludere del tutto una correlazione con il riscaldamento del clima.
Autrice/Autore: Anton Schuler / vfe
Mentre in genere forestali, guardaboschi e altro personale di sorveglianza all'inizio del XIX sec. non avevano una formazione particolare, nei cant. dotati di un'org. forestale già alla fine del XVIII sec. vi erano funzionari specifici con formazione acc., che avevano studiato Scienze forestali e scienze camerali nelle Univ. ted. Soprattutto Heinrich Zschokke e Karl Albrecht Kasthofer, seguiti più tardi da Walo von Greyerz, si misero in luce scrivendo manuali, istruzioni e testi esplicativi o promuovendo centri di formazione per forestali e guardaboschi. La Soc. forestale sviz., fondata nel 1843, si rese benemerita per l'introduzione di una scuola sviz. a livello superiore: fu grazie alla sua azione se nel Politecnico fed., aperto a Zurigo nel 1855, fu inserita fin dall'inizio una "scuola forestale", dove insegnarono professori come Elias Landolt (anche ispettore generale delle foreste nel cant. Zurigo) e Xavier Marchand. Per sostenere la pratica e l'insegnamento con la ricerca, nel 1885 venne annesso al Politecnico un ist. centrale (poi ist. fed.) di ricerca sulle foreste, che nel 1990 è stato ampliato a Ist. fed. di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio; a quest'ultimo oggi è annesso l'Ist. fed. per lo studio della neve e delle valanghe a Davos che, sottoposto organizzativamente all'ispettorato fed. delle foreste, della caccia e della pesca, già dal 1935 compiva ricerche sulla neve e le Valanghe.
Fin dopo il 1950, in genere taglialegna e boscaioli (operai forestali) provenivano dall'ambiente contadino. Negli anni '60 furono introdotte la formazione professionale per selvicoltori e il corso scolastico per forestali, nelle scuole apposite di Maienfeld e Lyss (finanziate da concordati intercant.); nel 1996 a tali ist. è stato riconosciuto lo status di scuole superiori forestali.
Autrice/Autore: Anton Schuler / vfe