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Il Camoscio
Rivista numero 126 – novembre 2014
Il Camoscio
Di Luca Bettosini
Il Camoscio, insieme allo Stambecco, al Cervo e al Capriolo, è certamente l’animale piú rappresentativo delle montagne del Ticino. Se c’è un animale che può legittimamente ambire a sfidare lo Stambecco nel suo ruolo di simbolo delle nostre Alpi, questi è probabilmente il Camoscio. Classificato nel 1758 da Linneo come Rupicapra rupicapra, che significa capra delle rupi, questo splendido animale ha straordinarie abilità acrobatiche.
“I resti fossili piú antichi di Camoscio sono stati rinvenuti sui Pirenei e risalgono a 250-150’000 anni fa (Glaciazione di Riss). La massima diffusione della specie si ebbe tra gli 80’000 e i 12’000 anni fa (Glaciazione di Würm): in quest’epoca, spinto dall’incalzare dei ghiacciai, il Camoscio si distribuí in quasi tutta l’Europa centrale e in parte di quella centromeridionale. Le successive mutazioni climatiche ed ambientali privarono questo ungulato (nelle zone meno elevate) dell’habitat idoneo alla sua sopravvivenza; conseguentemente il suo areale si ridusse e frammentò e incominciarono cosí a differenziarsi le diverse sottospecie. Oggi il Camoscio è presente nei sistemi montuosi del centro e del sud dell’Europa: Alpi francesi, Alpi italiane, Alpi svizzere, Alpi austriache, Alpi bavaresi, Liechtenstein, Catena del Giura, ex Jugoslavia settentrionale. A seguito di reintroduzioni, la specie è presente anche nei Vosgi e nella Foresta Nera. A nord raggiunge gli Alti Tatra. Agli inizi del 1900 è stato introdotto in Nuova Zelanda”. (1)
Questi fatti ci inducono a pensare che probabilmente è proprio il camoscio dei Pirenei la specie originale e dominante, da cui il camoscio alpino si sarebbe successivamente diversificato. I camosci in Europa sono in realtà almeno due: il Camoscio delle Alpi (Rupicapra rupicapra) e quello dei Pirenei (Rupicapra pyrenaica).
“Moltissimi documenti antichi menzionano il Camoscio dimostrando che questo selvatico è sempre stato presente in buon numero sulle nostre montagne. Sulla tariffa del pedaggio maggiore di Lugano, nel XV secolo, è previsto un dazio di 2 soldi per le pelli di camoscio, mentre il tariffario dei dazi nel XVII secolo stabilisce per la pelle di “camossa” una tassa “di soldi 1 e 6 denari”. (…) Anche se in passato il Camoscio doveva essere piuttosto abbondante, qualche disposizione ne disciplinava, seppure in misura ridotta, la caccia. O. Weiss afferma che nel Seicento la caccia ai camosci (che, a differenza di quella a orsi, lupi e linci, che venivano catturati con le trappole, veniva esercitata con il fucile) era vietata dalla metà di marzo al 24 giugno. La prima legge cantonale sulla caccia, del 7 giugno 1803, decretava che “dal primo giorno di marzo fino al primo di luglio è interdetta ogni sorta di caccia, eccettuata quella delle bestie feroci”. Con la legge del 3 luglio 1827 si stabiliva poi che “è proibita assolutamente la caccia de’ camosci con cani sulle Alpi, nel tempo che vi dimoravano per l’alpeggiatura le mandrie e le greggie”, dato che la caccia esercitata con i cani addestrati a inseguirli causava la perdita di capre, pecore e anche di bestiame bovino. (…) Un tempo si distinguevano i camosci in “rupicoli” e “boscaioli”: i primi, di struttura piú esile, occupavano le alte montagne, gli altri abitavano soprattutto nei boschi ed erano piú massicci e pesanti. Ora questa differenziazione non esiste praticamente piú: l’abbandono quasi completo dell’allevamento del bestiame sui monti e gli alpi e il conseguente rimboschimento hanno messo a disposizione dei camosci enormi aree anche nella bassa e media montagna, dove essi trovano ottimo nutrimento e riparo. (…) Il Camoscio, agile, vigoroso e diffidente nei confronti dell’uomo ha sopportato (a differenza dell’apatico stambecco, che è stato facilmente sterminato nei secoli scorsi) una caccia intensissima. La sua esistenza in Ticino non è mai stata realmente in pericolo, tanto piú che – uomo a parte – ha da oltre un secolo un solo nemico, e cioè l’aquila che riesce talora, nonostante la vigilanza delle madri, a prelevare qualche capretto. Sarà probabilmente la Lince, nel caso giungesse a reinsediarsi nuovamente e stabilmente da noi, a diventare il suo secondo nemico. Negli ultimi trent’anni il camoscio è nettamente aumentato in Ticino, colonizzando nuove zone e portandosi anche a quote assai basse, nei pressi degli abitati. La caccia, pur mettendo in atto prelievi ingenti e crescenti, non ha comportato flessioni nei suoi effettivi”. (2)
“Nel nostro Cantone il Camoscio è ben distribuito soprattutto nel Sopraceneri, mentre nel Sottoceneri vi sono due insediamenti. Il primo nella regione del Monte Tamaro che un tempo costituiva la continuazione naturale delle popolazioni orientali (Val Morobbia). Le strade sul Ceneri hanno poi creato una parziale barriera geografica e la popolazione del Tamaro è rimasta relativamente isolata, espandendosi poi verso il Monte Lema e l’Italia (Val Veddasca). L’isolamento di questa popolazione ha evidenziato caratteri particolari nel colore e nella struttura del trofeo. L’altro insediamento nel Sottoceneri è quello del Monte Generoso (e Val d’Intelvi in Italia), frutto di un lancio effettuato tra il 1964 e il 1965. Anche questo popolamento è in espansione e si possono osservare esemplari anche a nord verso il Sighignola. Il Camoscio vive in regioni montuose, predilige la fascia boscosa ma, se non disturbato, può vivere nei pascoli d’altitudine, oppure può scendere nei fondovalle a basse quote, come lo prova la presenza di camosci sulle rive del Lago Maggiore a 200 metri di altitudine e in molte zone a 400/500 m. Si noti che fin verso il 1950 in Ticino l’habitat piú frequentato era il pascolo d’altitudine: i camosci erano esili, rossastri: i cosiddetti cimaroli Lo sviluppo economico del Cantone ha portato all’abbandono dello sfruttamento della montagna, favorendo il reinsediamento del bosco in molte valli ticinesi e diminuendo il disturbo da parte dell’uomo. Ciò ha favorito un aumento numerico del Camoscio, che ha potuto sviluppare in pieno le sue caratteristiche corporee: piú massiccio, piú scuro e con corna piú grosse: il boschirolo”. (3)
Nelle Alpi il camoscio non ha piú grandi nemici; nel nostro Cantone l’aquila può far precipitare qualche individuo per poi cibarsene o catturare qualche piccolo, ma certamente non si può considerare una regolatrice degli effettivi. A livello svizzero anche la Lince figura tra i predatori occasionali del Camoscio. Fra gli animali domestici interazioni possono sussistere con pecore, capre o mucche per l’utilizzazione dei pascoli. Anche le attività dell’uomo possono creare disturbi, pensiamo ad esempio allo sci fuori pista, che costringe gli animali a muoversi in un periodo particolarmente critico dal punto di vista energetico; o ai parapendii in alcune vallate alpine.
Caratteristiche
Nel maschio la sagoma generale è piú tozza, con maggior sviluppo del treno anteriore, mentre la femmina si presenta piú longilinea, con preponderanza dell’addome e del treno posteriore; il collo, corto e tozzo nel maschio, è sottile nella femmina, tanto da dare l’impressione che quest’ultima abbia il muso piú allungato rispetto al maschio. Il Camoscio ha una lunghezza totale, misurata dall’estremità della testa alla radice della coda, che varia da 130 a 150 cm nel maschio e tra 105 e 125 cm nella femmina. Un maschio misura al garrese tra gli 85 e i 100 cm mentre la femmina misura da 70 a 80 cm. Il suo peso massimo viene raggiunto intorno ai 5-10 anni: nei maschi adulti può raggiungere i 50 kg mentre nelle femmine adulte si aggira attorno ai 40 kg. I giovani di un anno pesano circa 15/20 kg. Il loro peso varia notevolmente nel corso dell’anno e i valori massimi si raggiungono nel periodo di maggiore accumulo di grasso nel mese di ottobre. maschi adulti, al termine del periodo riproduttivo, arrivano a perdere quasi un terzo del loro peso corporeo, a causa del forte dispendio energetico durante le lotte tra rivali. In generale comunque, tra gennaio ed aprile si ha una diminuzione della massa corporea in tutti i soggetti, provati dalle dure condizioni invernali.
“Il mantello del Camoscio è essenzialmente costituito da due tipi di pelo, in grado di proteggerlo dalle difficili condizioni climatiche dell’ambiente in cui vive. Esso fornisce una protezione ottimale che permette all’animale di sopportare le forti escursioni termiche cui è sottoposto ed è soggetto a due mute: una autunnale e una primaverile. In inverno il pelo è lungo, morbido e folto, con una colorazione da bruno scuro a nerastro; grazie alla tonalità scura il pelo assorbe in larga misura i raggi solari, garantendo all’animale un’ulteriore fonte di calore. Le sole parti chiare sono la zona nasale, quella ventrale e lo specchio anale. In questa stagione, nei maschi, la silhouette è caratterizzata dal cosiddetto pennello: un ciuffo di peli nella regione prepuziale, molto evidente dopo il quinto anno di età, ma già ben accennato verso i tre anni. Molto sviluppata nel maschio, ma presente anche nella femmina, è la barba dorsale, una fascia di lunghi peli scuri (che può raggiungere i 30 cm nel periodo degli accoppiamenti) che si sviluppa lungo la linea mediana e che risulta folta soprattutto a livello del garrese e della groppa. Essa viene rizzata dall’animale quando si trova in situazione di pericolo o vuole affermare la propria dominanza nei confronti di un rivale. La muta primaverile inizia a marzo e dura oltre tre mesi. Lo scuro manto invernale è allora sostituito da quello estivo, caratterizzato da peli piú corti e ruvidi, con tonalità che vanno dal giallastro pallido al grigio rossastro. Fanno contrasto, per il colore piú scuro, gli arti e, sul muso, una mascherina tra l’occhio e il labbro superiore. In entrambi i sessi una sottile linea di peli scuri segue la linea mediana dorsale. Questo manto viene conservato fino a fine agosto, quando incomincia la muta autunnale che si protrarrà fino a dicembre. Sono stati riscontrati casi di melanismo e di albinismo che comportano il mantenimento di un pelo rispettivamente quasi nero o quasi bianco per tutta la vita dell’animale. Il Camoscio possiede ghiandole interdigitali, prepuziali e sovraoccipitali, le cui secrezioni sono probabilmente utilizzate nella comunicazione intraspecifica. Le ghiandole sovraoccipitali (delle dimensioni di una noce), presenti in entrambi i sessi, sono particolarmente sviluppate nei maschi durante il periodo riproduttivo (iniziano a crescere da settembre): la loro secrezione viene usata per marcare il territorio, quando l’animale sfrega la testa e le corna contro arbusti e rocce. Sembra che la sostanza fortemente odorosa rilasciata da queste ghiandole abbia anche la funzione di stimolare nelle femmine la predisposizione all’accoppiamento. Per tale motivo esse sono anche chiamate ghiandole della fregola. Il camoscio è dotato di una buona capacità olfattiva, ma anche di una buona vista proprio in relazione al suo biotopo, in gran parte aperto, che può determinare a volte un’informazione olfattiva non molto affidabile, ad esempio a causa della variazione dei venti”. (4)
Il Camoscio è particolarmente adatto alla vita di montagna e questo grazie a diversi suoi aspetti fisici tra cui lo zoccolo bitattilo (3° e 4° dito) che hanno parti e durezza differenziate. Il bordo esterno, che permette di sfruttare i piú piccoli appigli sulla roccia, è duro e affilato mentre i morbidi polpastrelli aumentano l’attrito evitando di conseguenza una caduta o scivolata durante la discesa. Inoltre le dita dello zoccolo sono divaricabili e munite di una membrana interdigitale che fornisce una piú ampia superficie d’appoggio, consentendo agili spostamenti anche sulla neve (lo Stambecco, in paragone, non è in grado di galleggiare sul manto nevoso con altrettanta facilità). Il Camoscio ha un cuore piuttosto voluminoso e dispone di un’ampia capacità polmonare con un elevato numero di globuli rossi, che gli forniscono un’ottima ossigenazione del sangue quando sale alle alte quote, dove l’aria è piú rarefatta.
Anche se i camosci possono raggiungere l’età di 25 anni, in realtà pochi superano i 15. Dai 10 anni in poi iniziano ad invecchiare e il loro peso diminuisce costantemente. Il pelo perde il proprio colore e diventa sempre piú grigiastro.
Corna e determinazione dell’età
“Le corna dei maschi adulti si differenziano da quelli delle femmine in quanto sono piú arcuate nella parte terminale e sono piú massicce alla base. Generalmente sono anche piú divaricate al loro apice. Bisogna tuttavia notare che la variabilità individuale è talvolta importante ed è sovente utile verificare anche con altri criteri, struttura del corpo o comportamento, il sesso dell’animale che si sta osservando. Alla nascita i camosci sono senza corna; tuttavia già nel primo anno comincia la crescita di un perno osseo che viene ricoperto da una sostanza scura e dura simile alle unghie. La crescita di questo astuccio corneo si interrompe in inverno. Quando riprende in primavera, si nota un solco o una scanalatura, piú netta a partire dal terzo inverno. Questi solchi servono a determinare l’età dell’animale. Se il capretto passa il primo inverno senza malattie e ben nutrito il primo solco non si vede (caso piú frequente); ciò può verificarsi anche al secondo inverno. La maggior parte della crescita avviene nei primi tre anni e l’allungamento massimo generalmente durante il secondo anno. Analogamente le femmine mostrano accrescimenti brevi o corna fragili e rovinate quanto piú soffrono durante il periodo del parto e dell’allattamento.
Dentizione e determinazione dell’età.
Alla nascita il camoscio presenta solo denti di latte e raggiunge la sua dentatura definitiva (32 denti) dai 3 ai 4 anni. Nella mascella inferiore si hanno su ogni lato tre incisivi, un canino modificato (posto subito dopo gli incisivi), tre premolari e tre molari. Sulla mascella superiore sono assenti gli incisivi e i canini; si hanno dunque unicamente tre premolari e tre molari.
A quattro mesi
Dentatura di latte: quattro incisivi (il quarto è un canino modificato); tre premolari di latte (il terzo premolare inferiore è caratteristico e formato da tre creste) e un molare.
A un anno e quattro mesi
Il primo paio di incisivi è cambiato; i premolari sono ancora di latte e consumati; sono ben visibili i due molari definitivi.
A due anni e quattro mesi
Il secondo paio di incisivi è cambiato (talvolta anche il terzo è in crescita); i premolari sono appena stati cambiati e il terzo premolare presenta solo una cresta, il terzo molare definitivo è in crescita.
A tre anni e quattro mesi
Generalmente è ancora presente il quarto paio di incisivi di latte; tutti gli altri denti, tre premolari e tre molari sono definitivi. Tuttavia in settembre certi individui possono avere già la dentizione definitiva. Infatti, il quarto paio di incisivi può cambiare fra i 38 e i 44 mesi di età. A quattro anni e quattro mesi la dentatura è sicuramente completa con quattro incisivi, tre premolari e tre molari”. (5)
Alimentazione e territorio
Il Camoscio alpino solitamente predilige vivere a quote comprese tra i 1’000 e i 2’800 metri. Si trova quindi nell’orizzonte montano caratterizzato da boschi di conifere intervallati da pareti rocciose e scoscese; quando la copertura nevosa è assente, di solito da maggio a ottobre, il suo habitat ottimale è costituito dalle praterie alpine di alta quota, sopra i 2’000 metri. In questo periodo è facile osservarli al limite dei nevai, sui pendii erbosi in ombra, negli anfratti rocciosi e sugli sfasciumi esposti a nord. Durante l’inverno i camosci scendono a quote inferiori alla ricerca di zone a vegetazione arborea rada, come i boschi di larice. L’importante è che vi siano versanti ripidi e rocciosi con poca neve accumulata. In queste aree i camosci riescono a nutrirsi e a spostarsi con minor dispendio d’energia rispetto alle zone con una coltre nevosa piú spessa. Naturalmente la scelta dell’habitat varia secondo la disponibilità alimentare e la sicurezza delle vie di fuga ed è proprio l’assenza di zone scoscese il fattore limitante per l’utilizzo dei pascoli di fondovalle.
Il Camoscio è un animale sociale. I branchi possono essere molto variabili nel numero degli esemplari: verso la fine dell’estate il loro numero può superare il centinaio di capi. I maschi adulti, però, preferiscono vivere in piccoli gruppi, se non addirittura isolati per gran parte dell’anno, a quote diverse rispetto alle femmine e ai giovani capretti. Solo nel periodo degli amori, verso la metà d’ottobre, i maschi si avvicinano ai gruppi di femmine. In novembre i maschi scelgono e delimitano uno specifico territorio nel quale cercano di trattenere le femmine. La marcatura del territorio avviene grazie alle speciali ghiandole poste dietro le loro corna. È comunque la femmina che decide se lasciarsi avvicinare per l’accoppiamento. A differenza degli stambecchi, gli scontri tra camosci maschi sono piuttosto rari e, comunque, non pericolosi anche se parrebbe vero il contrario.
Di regola il confronto avviene a distanza, con complessi cerimoniali di sfida, imposizione o sottomissione, alternati a sfrenate corse di inseguimento. In queste circostanze i camosci assumono un aspetto minaccioso, rizzando la criniera ed abbassando la coda; quando il periodo degli accoppiamenti ha termine, avviene la separazione dei sessi e dei branchi. La madre, avvicinandosi il momento del parto, si allontana dal gruppo isolandosi in un luogo idoneo e appartato. La gestazione della femmina dura dai 160 ai 170 giorni e in generale è partorito un solo capretto. I piccoli nascono solitamente tra la metà di maggio e la metà di giugno e sono allattati per circa due mesi. Essi restano con la madre per un anno, poi sono allontanati prima del successivo parto. La maturità sessuale della femmina, e il primo parto, arrivano a tre anni. I maschi invece sarebbero pronti a riprodursi già a partire da un anno e mezzo, ma solo verso i quattro anni raggiungono una mole tale da poter competere con i maschi dominanti.
Essendo il Camoscio un ruminante, presenta lo stomaco diviso in quattro cavità: rumine, reticolo, omaso ed obomaso. Fra gli Ungulati ruminanti esiste una classificazione in base al tipo di alimenti selezionati ed il Camoscio si trova in una posizione intermedia, con una tendenza verso la categoria dei selettori, per la scelta che compie sia delle specie vegetali, sia della parte della pianta da consumare. In realtà può essere definito un opportunista, in quanto, pur non appartenendo né all’una né all’altra categoria, è in grado di variare la sua dieta per quantità e qualità in rapporto alle influenze stagionali. La ricerca di cibo, comunque, svolge un ruolo fondamentale nelle abitudini del camoscio, condizionando la sua distribuzione e l’altitudine alla quale vive. Nella dieta del Camoscio sono comprese almeno 300 specie vegetali: da dicembre a marzo egli si alimenta in prevalenza di erbe secche, licheni, aghi e germogli di piante resinose, come abeti e pini. Da maggio a giugno, invece, si nutre di erbe fresche, germogli e infiorescenze. Da giugno a settembre inoltrato il camoscio seleziona minuziosamente il suo cibo preferito: piante erbacee e giovani germogli di differenti arbusti. Da ottobre a novembre si assiste al progressivo ritorno all’alimentazione invernale. Il fabbisogno idrico viene soddisfatto con l’acqua presente nei vegetali ingeriti o depositata su di essi sotto forma di rugiada. I sali minerali sono invece integrati leccando le rocce e le muffe. Come per altri ruminanti selvatici, l’attività alimentare è piú intensa all’alba e al tramonto.
La caccia al camoscio
“Di tutte le imprese folli e arrischiate che turbano il cuore dell’uomo, la piú nobile, senza dubbio, è stata la caccia al camoscio. La sua attrattiva era il pericolo: era una caccia alla montagna piú che a quel timido animale. La si affrontava, a corpo a corpo, nei suoi piú ardui orrori, là dove a sua difesa essa usa realtà e illusione, ghiacci, nebbie, abissi, crepacci, gli inganni della distanza, le menzogne della prospettiva, il turbinio sfrenato della vertigine. Tutto ciò non faceva che indurre a un maggiore accanimento. Uomini, per il resto saggi e prudenti, di fronte a ciò deliravano. ‘l’amore, coi suoi rapimenti, non aveva nulla di paragonabile allo spaventoso piacere di seguire l’animale sugli abissi, sulle strette, impossibili cornici dove l’astuto piccolo cornigero si diverte ad attirare i pazzi che lo inseguono. L’abisso volteggia sotto i loro sguardi smarriti, l’avvoltoio rotea affamato sulle loro teste… che gioia! Se il padre, l’anno prima, è caduto, ora è la volta del figlio. Uno di loro, appena sposato con una ragazza che amava moltissimo, pure diceva a Saussurre: “Non fa nulla. Come vi è morto mio padre, vi devo morire anch’io”. E tre mesi dopo mantenne la parola.
Con quanta attenzione si ascoltava, d’inverno accanto al fuoco, il cacciatore, che raccontava ciò che aveva visto girando attorno ai ghiacciai! Che brivido, sentirlo narrare ciò che aveva provato ficcando lo sguardo nell’azzurro sinistro dei crepacci! “Ma” quegli aggiungeva, “ho visto coi miei occhi, ho visto, sotto volte di venti, trenta piedi, talvolta cento piedi di altezza, grotte scintillanti di cristalli che arrivano quasi fino al suolo. Cristalli… o diamanti”. (…) per avere la temerarietà di salire, di oltrepassare il limite cui giunge il camoscio, occorrevano simili voci di tesori, l’immaginazione ignorante che confonde stalattiti e cristallo di rocca, che so? cristallo e diamante… non si trovò nulla di tutto ciò, ma si scoprí il Monte Bianco”. (6)
Scheda Zoologica
Classe: Mammiferi
Ordine: Artiodattili
Famiglia: Bovidi
Genere: Rupicapra
Specie: rupicapra
Habitat: Predilige le praterie alpine e le morene innevate anche d’estate; d’inverno scende a quote inferiori alla ricerca di cibo.
Fonti:
1 e 4
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
2
“Fauna a sorpresa, gli animali selvatici delle montagne ticinesi”, di Marzio Barelli, Fratelli Jam Editore.
3 e 5
“Manuale per la formazione del candidato cacciatore” edito dal Dipartimento del Territorio, Divisione dell’Ambiente – Ufficio caccia e pesca – Bellinzona. Con la collaborazione del sito www.caccia-ti.ch.
6
Di Julies Michelet (1798-1874), dal libro “La montagna”, Editore il Melangolo.