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La banca svizzera si ritira dal progetto di sbarramento del Tigri in Turchia. La decisione potrebbe segnare la fine dell'intervento in Anatolia, tanto faraonico quanto criticato.
Un brevissimo comunicato ufficiale dell'UBS del 27 febbraio afferma che l'impegno in Turchia è stato revocato per "gli scarsi progressi ottenuti nell'avanzamento del progetto" e alla "mancata definizione, a tutt'oggi, delle misure volte a contenere l'impatto sociale e ambientale dell'opera".
Il portavoce di UBS è stato ancora più chiaro nella sua dichiarazione a swissinfo: "Un progetto di queste dimensioni esige degli standard internazionali, delle misure accompagnatorie e il coinvolgimento della popolazione locale. Nel progetto mancavano questi elementi". La banca ha svolto, fin ora, un ruolo chiave nel finanziamento del progetto; l'abbandono è dunque legato alla mancanza di punti d'appoggio nella pianificazione sul territorio.
"Inoltre - si aggiunge - dall'abbandono del consorzio promotore, da parte di due imprese di costruzione, il progetto non è più controllabile". Il piano di lavoro prevede un investimento di 32 miliardi di dollari. Fanno parte dell'opera 22 sbarramenti e 19 centrali per una superficie di circa 1'700 chilometri quadrati.
Le NGO vincono la tappa
Che UBS abbia abbandonato il progetto non stupisce Christine Eberlein della Dichiarazione di Berna (DdB): "La situazione della banca è estremamente difficile: ogni ritardo comporta dei costi e le difficoltà di pianificazione riscontrate non sostengono gli interessi dei finanziatori".
L'organizzazione per i diritti umani combatte da anni il "progetto-ciclopico". Secondo l'organizzazione non governativa, la costruzione rende necessario lo sfollamento di 15 cittadine e 52 paesi, per un totale di 75'000 persone. Inoltre, a sottolineare l'alta tensione politica dell'impresa, la DdB sottolinea la composizione etnica della popolazione: la maggioranza è infatti curda. A questo si aggiungono gli inevitabili danni ambientali e la distruzione di beni culturali.
Anche Siria e Iraq hanno fortemente combattuto fin dall'inizio gli sbarramenti di Ilisu. I due paesi temono una diminuzione marcata dell'acqua del Tigri nel suo corso verso sud.
"La rinuncia di UBS poterebbe segnare la fine del progetto", si dice convinta la Eberlein. "Il consorzio alla guida del progetto deve infatti cercare un altro finanziatore". Già in precedenza le ditte svizzere coinvolte, in particolare la ABB e Sulzer, si erano ritirate dal progetto milionario. Questo malgrado la Confederazione avesse concesso la copertura al rischio d'esportazione.
Progetto sepolto?
L'austriaca VA TECH che guida il consorzio non si è dimostrata particolarmente colpita dalla notizia. Il portavoce, Wolfgang Schwaiger, ha dichiarato a swissinfo: "Siamo tranquilli. UBS ci ha comunicato la decisione già martedì". Niente panico quindi, per il brutto colpo al progetto. La ditta intende consultare in primo luogo il committente dell'opera, il Ministero delle risorse e dell'energia turco.
"Dobbiamo ripensare la fattibilità del progetto e i problemi non sono nuovi. La pianificazione in Turchia ha già subito notevoli ritardi e il nostro impegno è limitato. Siamo coscienti dei risvolti sociali e ecologici", ha ribadito Schwaiger.
Governo turco latente
Ad Ankara, il ministero competente, interpellato da swissinfo, non ha ancora voluto prendere posizione. Anche il Segretariato turco per il commercio a Berna non ha voluto prendere posizione sulla situazione, malgrado si confermi che il progetto di Ilisu rimane "molto importante".
Philippe Kropf e Daniele Papacella