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Oggi per la Russia – e prima, ovviamente, per l’Unione Sovietica – è giorno di gran festa. Il 9 maggio infatti si commemora la vittoria della Russia sulla Germania nazista.
Arpa e violino in un ospedale militare (1943)
Alisa Kolokoltseva di San Pietroburgo soggiorna frequentemente nel Ticino e la si può facilmente incontrare in occasione di eventi culturali, sociali o mondani. In un lungo articolo, del quale oggi pubblichiamo la prima parte, Alisa rievoca con intenso e drammatico affresco il terribile assedio, durato 900 giorni, della sua città, che non si arrese mai.
Leningrado era accerchiata dall’esercito nazista. Sulla riva del lago Ladoga stava la nonna di Alisa, Sophie.
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Dedicato alle mie nonne Sophie ed Elena, alla mia mamma e al mio papà e ai loro fratelli.
Penso che tutti abbiate visto il film “La scelta di Sophie”, del 1982, del regista Alan J. Pakula con l’incomparabile Meryl Streep. Questo film mi impressiona profondamente, non riesco a guardarlo senza piangere. Perché ha risvegliato in me lontani ricordi di guerra, che mi raccontavano i miei genitori. Loro sono figli della Seconda guerra mondiale, che per noi Russi è la Grande guerra patriottica. Loro sono figli della Leningrado assediata.
Sophie era in piedi sulla riva del lago Ladoga, ancora ghiacciato ma non completamente. Doveva prendere una delle decisioni più importanti della sua vita. Dietro di lei stava gelata, affamata, senza tregua attaccata e bombardata dall’artiglieria, la città di Leningrado, imprigionata nell’anello delle truppe tedesche. Ma di fronte a Sophie stava la cosiddetta cosiddetto “strada della vita”, unica e molto pericolosa, la strada della salvezza per la città assediata. All’inizio del terribile inverno essa fu strada militare, ma presto divenne anche una strada per donne, bambini e feriti.
Sophie era mia nonna. Lei teneva la mano al mio papà che aveva nove anni; con l’altro braccio cingeva le spalle del fratellino Robert di cinque anni. Una valigia lì accanto conteneva le poche misere cose che aveva potuto prendere con sé abbandonando la casa. Non lontano da lì, da qualche parte, arruolato in una unità di difesa contraerea, c’era suo marito. E non è tutto. Sotto il cuore di Sophie batteva il cuoricino di un terzo figlio, che sarà chiamato Edward. Robert ed Edward, “i figli del capitano Grant”, eroi del romanzo di Jules Verne, uno dei suoi libri preferiti!
La decisione di Sophie era fondamentale perché il ghiaccio del Ladoga in primavera diventava via via sempre più fragile. Alcuni camion erano sprofondati. Gli autisti dovevano osservare con precisione le distanze e la velocità, ogni minimo errore poteva causare una catastrofe. I convogli sul Ladoga erano spesso bersagli di violenti attacchi aerei, ciò che riduceva ulteriormente le possibilità di salvezza.
Il tempo era gelido, nell’inverno più freddo del secolo. In gennaio si toccarono i 35-40 sotto zero. Nella Leningrado assediata la mortalità della popolazione civile raggiunse il suo punto più alto. Nonostante la fame e freddo la gente lavorava giorno e notte senza fermarsi. Anziani, donne, giovani, bambini. Ci si spostava solo a piedi, non c’era trasporto. Chi lavorava in fabbrica ci passava anche la notte. Tutti lavoravano per il fronte. Invece di pentole si fabbricavano armi. L’elettricità era rara e incostante. L’acqua la si prendeva dal fiume oppure la si ricavava sciogliendo la neve. Incominciarono a manifestarsi le epidemie. Nella primavera del 1942 al dissolversi della neve si ritrovarono nelle strade e nelle piazze 13000 “bucaneve” (così denominate le salme in una sorta di umorismo macabro). I più deboli cadevano e non si rialzavano più. Chi ancora poteva portava i cadaveri dei familiari con la slitta al cimitero. Ma lì li lasciavano senza sepoltura, la terra era troppo ghiacciata. All’interno delle case, negli angoli e sui muri, c’era ghiaccio. Gli abitanti si riscaldavano con le stufe e cucinavano qualsiasi cosa potesse, anche lontanamente, apparire commestibile. Bruciavano tutto: panche, mobili, libri.
Un ruolo fondamentale nella città assediata lo aveva la radio. “Ascolta! Parla Leningrado” La radio salvava la gente dall’apatia, la confortava nella paura. La radio serviva anche come sirena, in caso di attacco aereo. Alla radio i poeti leggevano le loro poesie, gli attori allestivano radio spettacoli. Alla radio si leggevano libri. I musicisti usavano la musica come arma. Durante l’assedio di Leningrado furono eseguiti dodicimila concerti di musica classica. Il celebre compositore Dmitri Sostakovic scrisse in quel tempo la sua settima sinfonia, detta appunto “di Leningrado”. I nazisti pensavano che i russi fossero impazziti, sentendo musiche classiche effondersi dalle case della città assediata e quasi morta.
Alisa Kolokoltseva (continua)