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Settimo successo alle finali Atp per il numero 1 al mondo, l’uomo dei record, che tra semifinale e finale concede a Sinner e Alcaraz la miseria di 11 game
Il tennis è uno sport semplice: due giocatori si affrontano tirando la palla nel campo dell’altro, e alla fine vince Novak Djokovic. Questo modo di dire di padre ignoto non è del tutto vero per la Germania di calcio, forse, ma di certo lo è per Djokovic. O almeno, ci si avvicina molto. È il settimo successo alle Atp Finals, record assoluto, superato Federer. Chiude il 2023 con tre titoli Slam e la vittoria alle Finals, a 36 anni, battendo tra semifinale e finale il numero 2 e 4 al mondo: Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, cioè i due giocatori che vengono considerati il futuro del tennis mondiale. Non gli ha lasciato alcun set e la miseria di 11 game. Dietro di loro Holger Rune, battuto anche lui da Djokovic. Una dichiarazione d’intenti piuttosto chiara: a 36 anni Nole non ha alcuna intenzione di abdicare, e di lasciare la strada libera alle nuove generazioni. Nonostante il ritiro di Federer e il semi-ritiro di Nadal, le sue motivazioni sembrano intaccate - feroci anche contro giocatori più giovani di lui di 15 anni. Anzi, queste motivazioni sembra forse rinfocolate dal sentimento comune che lo vorrebbe pensionato, lontano dai campi, a recitare il ruolo di vecchio saggio che commenta bonariamente il tennis che cambia e prende altre forme.
Un sentimento particolarmente forte, dopo la sua sconfitta allo scorso Wimbledon, in una partita già storica con Carlos Alcaraz. Niente somigliava di più a un’abdicazione, che una sconfitta nel giardino dei re contro il giocatore che più di altri sembra dotato di una propria forza dinastica. Dopo la partita Djokovic aveva reso l’onore delle armi al giovane campione, suggerendo tra le righe il fatto che Alcaraz doveva scrivere la propria storia, che solo tangenzialmente stava incrociando la sua, che fa parte di un’altra epoca ed è di un altro spessore. Ma allora per cosa compete, dove trova le motivazioni, Novak Djokovic? Da dove arriva l’energia che lo porta a svegliarsi ogni mattina e a scendere sul campo da tennis, ad applicarsi a una delle discipline quotidiane più dure dello sport professionistico? A essere tornato, dopo quella sconfitta, più forte di prima: battendo Alcaraz più volte, vincendo altri Slam, affermandosi ancora – e per distacco – come il miglior tennista al mondo oggi. A battere ancora, in uno degli sport più duri al mondo, alcuni giovani campioni.
Forse non servirebbe ripetere che Djokovic è un agonista nato, che cresce e affina le proprie energie attraverso la competizione sportiva. Anche di recente ci ha tenuto a ricordare che lui gioca per battere ogni record, e che a differenza di altri non nasconde i propri obiettivi, con una frecciata nemmeno troppo velata a Rafael Nadal, che di recente lo aveva definito più ossessionato di lui dalla vittoria.
Quindi sì: Djokovic gioca per la storia, ma nel frattempo sembra particolarmente felice di poter incontrare i migliori giovani del circuito per reprimerne le velleità. Non fa che dire che Alcaraz, o Sinner, arriveranno a vincere tutto, ma nel frattempo quasi sempre è lui ad alzare i trofei alla fine della settimana, e scherza: «Forse anch’io faccio parte di questa generazione», come a suggerire un’eterna giovinezza.
Come sappiamo, Djokovic sta comodo nei panni dell’antagonista, e anche in queste Finals ha avuto bisogno di mettersi in difficoltà, di costruirsi i nemici, per tornare ai fasti fisici e tecnici che gli riconosciamo. Non aveva vinto una partita facile nel round robin, ed era sembrato stranamente appannato, specie nello scambio da fondo. Il campo indoor di Torino è forse il più veloce del circuito, e sembrava poter avvantaggiare l’esuberanza dei suoi giovani avversari. Dentro a quel girone era arrivata anche la prima sconfitta in carriera contro Jannik Sinner, beniamino di casa, e forse giocatore del circuito più in forma oggi.
Le Atp Finals sono un torneo strano: è l’unico in cui è possibile affrontare lo stesso giocatore due volte allo stesso torneo. E per parlare della vittoria in finale di Nole bisogna per forza tornare alla sfida tra lui e Sinner nel round robin: 7-5, 6-7, 7-6. Un punteggio molto tirato, che per paradosso rende più impressionante la vittoria di Jannik Sinner. Perché era riuscito a vincere una partita intricata, giocando a tratti peggio del suo avversario, riuscendo nell’arte di vincere i punti più importanti, l’arte che Djokovic ha sempre padroneggiato come un cavaliere Jedi. Pure in un contesto minore, considerando l’età e il valore dell’avversario, la sconfitta si era ancora caricata di particolari valori simbolici. C’era un forte senso di nuovo che avanza, e bisogna allora parlare del torneo – e del periodo – di Jannik Sinner.
Nelle ultime settimane l’altoatesino pare aver sistemato tutte le parti più malandate del proprio gioco: il servizio, prima di tutto, è diventato più vario ed efficace. Se prima si affidava a prime veloci, poco pensate e poco frequenti, negli ultimi mesi ha ampliato il suo repertorio con slice e kick che lo aiutano a controllare di più il contesto. Da fondo campo, come ritmo da fondo, potenza e completezza, è sempre stato fra i migliori. Oggi però sbaglia meno, ed è meno prevedibile. Ha un gioco meno istintivo e più cerebrale: non disdegna qualche variazione (il back, la palla corta), qualche discesa a rete, che lo rendono meno prevedibile. Il tennis di oggi è dominato dalla potenza, è vero, ma bisogna avere il repertorio di colpi più vasto possibile, perché i margini di differenza tra i migliori giocatori al mondo sono esigui e bisogna provare a fare di tutto per guadagnare qualche tipo di vantaggio. Nell’ultimo anno e mezzo Sinner ha cambiato allenatore e intensificato il proprio standard di professionismo: sta più attento a cosa mangia, fa esercizi di visualizzazione con un neurologo per allenare la mente, cerca di passare meno tempo possibile al telefono. «Cose che magari possono darmi lo 0,1%, ma che può diventare importante» ha detto in una recente intervista.
I risultati sono arrivati, forti e chiari. Sinner era noto per non riuscire a battere i migliori tennisti del circuito, mentre prima di ieri era riuscito a vincere l’ultima partita disputata con 15 dei 16 migliori tennisti classificati al mondo (escluso Alexander Zverev agli US Open). Forse non c’è statistica che racconti meglio un’evoluzione che somiglia a un salto quantico. Fino a due mesi fa Sinner non aveva mai battuto Medvedev, Rune e Djokovic. È riuscito invece a sconfiggerli, alcuni più volte, ottenendo nelle ultime settimane altre vittorie di prestigio con Alcaraz. Insomma, dopo aver battuto Medvedev in semifinale, Sinner sembrava aver annunciato un nuovo ordine mondiale nel tennis, in cui è riuscito a colmare la distanza che lo separava dai tre migliori giocatori al mondo.
C’erano tante condizioni che facevano immaginare una sua affermazione con Djokovic nella finale di ieri. Il fatto di averlo già battuto nel torneo, l’incredibile entusiasmo e leggerezza con cui colpiva la palla, esaltata dal pubblico di casa, caloroso ai limiti della rottura dell’etichetta. In finale non aveva molto da perdere, a essere onesti. Eppure ciò che sembrava un vantaggio, ha fatto presto a trasformarsi in uno svantaggio: aver già battuto Djokovic nel torneo ha caricato il serbo di ulteriori motivazioni (non ha mai perso alle Finals due volte dallo stesso giocatore), il calore del pubblico di casa ha finito per mettergli tensione ed è sembrato chiaro, sin dalle prima battute di gioco, che Sinner avesse paura. O che per lo meno giocasse con una tensione tossica, che non gli era mai appartenuta nelle ultime settimane. Ha cominciato a servire male (basse percentuali di primi, suo difetto storico), a commettere tanti errori, a non entrare mai in ritmo. È rimasto imbrigliato nell’ipnotico gioco da fondo di Djokovic, non trovando grandi soluzioni per tirarsene fuori, soffocando infine nella sua ragnatela.
Di fronte a un Sinner così teso, Djokovic ha giocato a un livello divino. Lo avevamo già visto nella semifinale contro Alcaraz, affilato come una picca: un servizio impeccabile, una capacità unica di prendere il centro del campo e sottomettere l’avversario a un ritmo insostenibile. Nemmeno nel secondo set, quando il tennis di Alcaraz ha toccato vertici fiammeggianti, parossistici, lo spagnolo è riuscito a rompere quello che è sempre stato definito «Un muro di gomma» (cioè la solidità, inscalfibile, di Nole).
Contro Sinner, Djokovic ha giocato persino meglio, in particolare con un servizio impeccabile. Djokovic non è mai stato considerato un grande servitore, ma non ha mai smesso di migliorare questo fondamentale negli anni. Nessuno forse ha la sua precisione al servizio, la sua varietà, e soprattutto la capacità di cavare il meglio possibile nei momenti decisivi del match. Attraverso il servizio Djokovic ha eretto un muro contro cui Sinner ha sbattuto, perdendo lucidità e precisione, un pezzo alla volta. Basta un dato per capire la differenza di rendimento nei turni di servizio. Sinner ha giocato 74 punti sul proprio servizio, Djokovic appena 46, quasi 30 in meno. Segno che il tennis è diventato lungo e faticoso per l’italiano, rapido ed esplosivo per il serbo. Se prendiamo solo il primo set, Sinner ha raccolto la miseria di due punti sul servizio di Djokovic, che ne ha vinti 20 su 22. Di questi 20, 7 sono stati ace. Anche non calcolando i servizi non risposti (tanti), Sinner ha dunque potuto giocare la miseria di 15 punti sul servizio di Nole, perdendoli quasi tutti.
A metà del secondo set persino Djokovic ha mostrato segni d’umanità, abbassando la percentuale di prime palle e concedendo un minimo di respiro a un Sinner in waterboarding. Ci sono state due palle break, una situazione di punteggio tirata nel nono gioco, ma non era giornata per l’italiano, che ha commesso errori ingenui dentro queste finestre di possibilità.
Si è discusso molto di cosa avrebbe dovuto fare Jannik Sinner contro Rune, nella terza partita del round robin. Perdendo, magari anche in tre set come a un certo punto sarebbe stato possibile, avrebbe causato l’eliminazione di Djokovic. Nel terzo set, nonostante un problema alla schiena, Sinner ha invece alzato il livello contro Rune e vinto la partita. Era importante batterlo, visto che non l’aveva mai battuto, ha detto ai microfoni. Di certo chi ha commentato – suggerendo che l’italiano ha sbagliato a non fare calcoli – non conosce la correttezza e l’agonismo di Sinner, ma anche in generale dei tennisti di quel livello, che difficilmente si perdono in calcoli strategici che gli si possono ritorcere contro facilmente.
Le ATP Finals arrivano a fine anno, con i tennisti ormai stanchi, e si giocano con una formula strana, inusuale nel circuito. Per questo sono state spesso il regno delle sorprese, in cui i Big-3 hanno lasciato qualche briciola di gloria ai tennisti più giovani. Queste Finals erano particolarmente competitive: non c’erano intrusi ma solo quelli che oggi sono davvero i migliori giocatori al mondo, per di più in ottime condizioni di forma (escluso forse Alcaraz, non al meglio). Per questo la vittoria di Djokovic è stata così desiderata, e oggi brilla in tutto il suo grande valore. A 36 anni non ha dovuto cambiare il suo gioco di una virgola, adattandolo alle sfide con i più giovani – come in passato fecero invece sia Federer che Nadal. Forse non ha ancora quel tipo di costanza cannibale, ma sa scegliere alla perfezione i momenti in cui rispolverare una forma da ventenne. Mai come in questo momento il suo tennis ci dà l’illusione che il tempo può essere sconfitto, che l’eternità esiste.