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Fine settimana elettorale nei cantoni di Vaud e di Ginevra, dove i cittadini sono chiamati ad esprimersi sulla fusione delle istituzioni cantonali.
La votazione per l'Unione di Vaud e Ginevra farà scattare un processo di revisione del federalismo in Svizzera? E' la scommessa lanciata dagli iniziativisti, che vogliono creare un nuovo cantone forte dell'Arco lemanico e dare così il via a una completa revisione della carta politica della Svizzera.
Confini cantonali obsoleti
L'iniziativa nacque quattro anni fa da spunti di Francois Cherix e degli ex consiglieri di Stato vodese Philippe Pidoux e ginevrino Bernard Ziegler. L'obiettivo di fondo è quello di adattare le istituzioni al vivere di oggi.
Gli attuali confini cantonali tra Vaud e Ginevra sono visti come assolutamente obsoleti. La gente li attraversa tutti i giorni per lavorare, per consumare, per formarsi o per farsi curare. Si tratta dunque di offrire soluzioni adeguate a problemi che hanno già una dimensione regionale: siano essi istituzionali, di pianificazione del territorio o in genere di servizi offerti al cittadino.
Svizzera delle regioni?
Anche se vincesse il "Sì" nei due cantoni non ci sarebbe fusione immediata; il voto favorevole farebbe nascere un'assemblea costituente vodese-ginevrina. L'organismo avrebbe il compito di fondare le basi istituzionali della nuova entità regionale, la cui definitiva approvazione sarebbe nuovamente sottoposta agli elettori.
Il progetto istituzionale è tuttavia di ben più ampio respiro. Da tempo si discute in Svizzera della necessità di rivedere al ribasso il numero dei cantoni. Qualche anno fa l'Ufficio federale di statistica uscì con una proposta di nuova carta della Confederazione, che però non è mai stata oggetto di un vero dibattito politico-istituzionale. Su quella falsariga l'iniziativa per l'Unione Vaud-Ginevra traccia una Svizzera di sette cantoni con una taglia critica vicina o superiore al milione di abitanti.
Schizofrenia cantonale
Inevitabilmente un progetto politico così ambizioso si scontra con resistenze importanti. Ne è cosciente il presidente del comitato promotore François Cherix: "Ci sono due ostacoli maggiori -dichiara a swissinfo- il primo è emozionale. Come per tutte le questioni che hanno una connotazione identitaria, la gente è attaccata a immagini e cliché che tendono a far credere che non si possa unirsi. Poi c'è anche l'enorme inerzia del sistema politico e delle amministrazioni, che naturalmente non hanno nessuna vocazione a cambiare l'organizzazione della Svizzera".
Che le istituzioni siano prese in contropiede appare con tutta evidenza anche dalla schizofrenia cantonale delle parole d'ordine dei partiti. Per esempio i democristiani vodesi raccomandano il SÌ e i ginevrini il NO, i radicali invece dicono NO nel canton Vaud e SÌ a Ginevra, i socialisti vodesi lasciano libertà di voto mentre quelli ginevrini dicono NO. Uno degli argomenti dei contrari è lo squilibrio immediato che creerebbe nell'ambito della politica federale. La fusione Vaud-Ginevra farebbe mancare rappresentanti romandi al Consiglio degli Stati e avrebbe fatto prevalere il NO nel caso della votazione sull'adesione all'ONU.
Malgrado le simpatie suscitate François Cherix è cosciente che la sua iniziativa risulta ancora ostica alla maggioranza. Il lavoro svolto in questi quattro anni e in queste settimane di campagna è quindi da vedere come la posa di un piccolo seme che darà i suoi frutti più in là: "Penso che il dibattito debba ancora avere un naturale sviluppo. Noi in fin dei conti siamo dei precursori. Per noi il 2 giugno non sarà la fine del progetto, ma l'inizio di un lungo processo di discussione che deve raggiungere tutta la Svizzera. Tenuto conto dei mezzi scarsi che abbiamo, siamo comunque contenti che in 4 anni il dossier abbia cambiato la prospettiva."
Flavio Fornari, Ginevra