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E uno dei più grandi vescovi della storia della Chiesa: grande nella carità, nella dottrina, nell’apostolato, nella pietà e nella devozione. “Le anime – diceva – si conquistano con le ginocchia”. Cioè con la preghiera. Era nato nel 1538 ad Arona, nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del lago Maggiore e delle terre rivierasche. Studiò a Pavia, poi passò a Roma, dove gli si apriva una lusinghiera carriera ecclesiastica. Fu uno dei perni del Concilio di Trento, di cui si rivelò grande e diligente esecutore, dando anche prova di essere un lavoratore formidabile.
Nel 1562, alla morte del fratello maggiore, avrebbe dovuto prendere in mano, quale secondogenito, la guida delle ricchezze familiari, ma preferì scegliere definitivamente il servizio alla Chiesa e nel 1563, a 25 anni, veniva ordinato vescovo.
Gli era subito affidata l’arcidiocesi di Milano, vasta come un regno, perché si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Il giovane vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi, profuse a piene mani le ricchezze familiari in favore dei poveri. Nello stesso tempo difese i diritti della Chiesa contro i signorotti del tempo, riportò l’ordine e la disciplina nei conventi, procurandosi molti nemici, che attentarono anche alla sua vita. Si prodigò a favore del suo popolo durante la terribile peste del 1576. Visitò più volte le valli dell’alto Ticino, che allora appartenevano alla grande arcidiocesi milanese, della quale conservano ancora il prezioso rito ambrosiano.
Per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando. Fino all’ultimo continuò a seguire personalmente tutte le sue fondazioni, contrassegnate dal suo motto, formato da una sola parola: Humilitas. Il 3 novembre del 1584 crollò sotto il peso dell’insostenibile fatica. Aveva appena 46 anni.