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NEUCHÂTEL - È iniziato oggi a Boudry (NE) il processo contro una donna accusata di aver fatto sottoporre a mutilazioni genitali entrambe le figlie quando si trovavano in Somalia e in Etiopia. A denunciarla è stato il marito.
Anche se le mutilazioni sono avvenute all'estero, il reato può essere giudicato in Svizzera se la persona vi risiede, è stato rammentato in apertura del procedimento, in riferimento all'articolo 124 del Codice penale svizzero, adottato sei anni fa. La donna, che ammette l'accaduto, è domiciliata a Neuchâtel dal suo arrivo in Svizzera alla fine del 2015.
Le mutilazioni sono state effettuate da una persona incaricata dalla madre e sono avvenute fra gennaio 2013 e novembre 2015 a Mogadiscio in Somalia e a Kaaraan in Etiopia, si legge nell'atto d'accusa. All'epoca le bimbe non avevano ancora nove anni.
La più grande ha subito la rimozione totale o quasi totale della clitoride, mentre la piccola è stata sottoposta ad una rimozione parziale della clitoride e del suo prepuzio. Simili mutilazioni «compromettono in modo grave e durevole le funzioni naturali degli organi genitali», sottolinea l'atto d'accusa.
La donna rischia una pena privativa massima di dieci anni e come minimo una pena pecuniaria di 180 aliquote giornaliere.
Stando a Le Matin, il marito, anch'egli somalo, che l'ha denunciata è stato condannato a sua volta l'anno scorso per «violenze domestiche estreme» nei riguardi della moglie. La coppia ora vive separata.