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Un anno fa, il 12 settembre 2013, moriva in un bosco di Ginevra la socioterapeuta Adeline, uccisa dal detenuto plurirecidivo che la 34enne accompagnava per un'uscita in un centro equestre. Le circostanze del dramma hanno sollevato a Ginevra, ma pure a livello nazionale, numerose questioni relative alla detenzione di criminali particolarmente pericolosi.
Il processo di Fabrice A., il prigioniero accusato di aver ucciso la donna, potrebbe svolgersi alla fine del 2015. Le audizioni dell'indiziato sono ormai terminate, indica il portavoce del potere giudiziario ginevrino Henri Della Casa. Toccherà ora agli esperti psichiatri valutare lo stato mentale dell'uomo di 39 anni.
Gli inquirenti stanno cercando attualmente di scoprire quali erano le intenzioni del fuggiasco quando si è prefisso quale meta la Polonia, paese in cui si è recato immediatamente dopo aver ucciso Adeline e dove è stato arrestato quattro giorni dopo il dramma.
Per chiarire le circostanze in cui la socioterapeuta ha perso la vita sono state stilate finora due perizie. La prima, condotta dall'ex consigliere di Stato Bernard Ziegler, ha rilevato numerose disfunzioni in seno all'amministrazione.
La seconda, ordinata dall'Ospedale universitario cantonale (HUG) - da cui dipendeva la struttura "La Pâquerette" presso cui lavorava Adeline - ha analizzato il funzionamento del centro di socioterapia. Il biasimo inflitto alla direttrice dell'unità di reinserimento è stato ritenuto eccessivamente clemente dai famigliari della vittima, le cui critiche sono sfociate nel lancio di una petizione che ha indotto recentemente il Gran consiglio ginevrino ad aprire una terza indagine, il cui svolgimento è affidato ad esperti esterni al cantone.
Un'altra inchiesta è in corso nei riguardi della direttrice del Servizio di applicazione delle pene e misure (SAPEM) che - stando al "rapporto Ziegler" - ha autorizzato l'uscita di Fabrice A. senza procedere alla valutazione della sua pericolosità. "Abbiamo appena incominciato le audizioni", indica il legale della donna, Robert Assaël.
In seguito al dramma di Adeline, erano state sospese per diverse settimane tutte le uscite di detenuti dipendenti dalle autorità di esecuzione ginevrine. Parallelamente è nato un dibattito sulle condizioni di simili uscite, in particolare sul segreto medico che diversi cantoni - in prima linea Ginevra, Vaud, Vallese e Giura - considerano di allentare nei riguardi dei detenuti.
Il consigliere di Stato ginevrino Mauro Poggia, ad esempio, vorrebbe costringere i medici attivi in ambito carcerario a comunicare alle autorità di esecuzione delle pene informazioni che consentirebbero di valutare la pericolosità di un detenuto. Una proposta in questo senso dovrebbe essere sottoposta prossimamente anche al Gran consiglio vallesano, mentre Vaud auspica l'agevolazione dello scambio di informazioni fra medici e autorità, tramite una modifica delle disposizioni penali.
Simili proposte hanno provocato una levata di scudi da parte dei medici. Secondo la Federazione dei medici svizzeri (FMH) e l'Accademia svizzera delle scienze mediche (ASSM), il segreto professionale nei riguardi dei detenuti è fondamentale per la riuscita del trattamento dei prigionieri che saranno rimessi in libertà.
In assenza di segreto medico - sottolineano - il condannato rischia di non confidarsi più con il suo terapeuta. Di conseguenza, il medico non sarà più in grado di curarlo e di valutarne la pericolosità. Secondo le due associazioni, l'allentamento del segreto medico nella sfera della privazione di libertà potrebbe inoltre recare pregiudizio al segreto professionale in altre situazioni.
SDA-ATS