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Gli esseri umani sono capaci delle peggiori atrocità. Ecco perché secondo Carla Del Ponte il ruolo dei processi e della giustizia è importante a livello nazionale e internazionale.Questo contenuto è stato pubblicato il 09 dicembre 2007 - 10:13
Dopo otto anni in prima linea al Tribunale penale per la ex Jugoslavia, la procuratrice ticinese lascerà la sua carica a fine anno. L'attende il ruolo di ambasciatrice in Argentina. Intervista.
swissinfo: Dopo aver esercitato per otto anni la funzione di procuratrice generale al Tribunale penale, a fine dicembre lascerà l'Aja. Come vive questo cambiamento?
Carla Del Ponte: Sono pronta al cambiamento. Svolgo questo lavoro da oltre otto anni e sono felice di poter raccogliere una nuova sfida.
swissinfo: Che bilancio traccia della sua attività di procuratrice? Ritiene di aver raggiunto gli obiettivi desiderati?
C. D. P.: Con i miei colleghi abbiamo realizzato molte cose. Abbiamo incriminato 63 persone e incarcerato 91 accusati, di cui 44 sono stati giudicati. Siamo inoltre stati in grado di provare che a Srebrenica è stato commesso un crimine contro l'umanità, che nella ex Jugoslavia lo stupro è stato usato come arma di intimidazione e che i crimini contro la popolazione civile durante l'assedio di Sarajevo meritano una condanna senza appello.
Abbiamo pure perseguito penalmente un presidente nell'esercizio delle sue funzioni, un ministro-presidente, dei capi dell'esercito, dei capi della polizia e dei politici di alto rango. Grazie al nostro lavoro, non si tratta più di sapere se i criminali di guerra saranno perseguiti dalla giustizia, ma quando.
Il Tribunale ha inoltre permesso di rendere giustizia a migliaia di vittime. Ha dato loro una voce, dal momento che 3 mila 500 vittime hanno potuto testimoniare davanti alla Corte. Il Tribunale ha fatto di tutto per sostenere la giustizia nella ex Jugoslavia, per lavorare in collaborazione con le autorità locali. Ha pertanto contribuito ad avviare un processo di riforme nell'apparato giudiziario.
La Corte dell'Aja ha infine contribuito allo sviluppo del diritto internazionale. Ha favorito la creazione di altri tribunali, come quello del Ruanda, della Sierra Leone e della Cambogia.
swissinfo: E' riuscita a portare l'allora presidente serbo Slobodan Milosevic sul banco degli accusati. Ma il leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic e il generale Ratko Mladic sono ancora liberi. E' delusa?
C. D. P.: Continuo a sperare che saranno presto arrestati.
swissinfo: Ma perché l'arresto di questi due criminali di guerra è stato finora impossibile?
C. D. P.: Intanto è bene ricordare che il Tribunale non dispone di forze proprie di polizia che potrebbero procedere ad un arresto. Se questi due uomini sono sempre e ancora in libertà, la ragione è da cercare soprattutto nella comunità internazionale, che non ha fatto ciò che doveva fare per arrestarli subito dopo la fine della guerra. Lo stesso vale per i governi che si sono succeduti dopo la caduta di Milosevic.
Dopo dodici anni dalla fine della guerra, dopo sei anni dalla caduta di Milosevic e dopo nove mesi dal verdetto che sancisce la corresponsabilità della Serbia nei crimini contro l'umanità perpetrati a Srebrenica, qualcosa sembra muoversi. Oggi in Serbia sembra farsi strada una volontà politica per arrestare Mladic.
swissinfo: Dall'Unione europea e dagli Stati Uniti ha ricevuto sufficiente appoggio?
C. D. P.: In tutti questi anni ci sono stati momenti molto diversi. A volte il sostegno era conseguente, a volte no. Senza l'appoggio della comunità internazionale, comunque, non avremmo mai potuto portare a termine questo mandato.
Negli ultimi anni la strategia dell'UE è stata efficace: vincolare la concessione di aiuti finanziari o l'adesione ad un'organizzazione internazionale indipendente, al sostegno del Tribunale da parte della Serbia. Le autorità di Belgrado e di Zagabria sono dunque state forzate a rispettare i loro obblighi internazionali e a collaborare.
Grazie a questa politica, la maggioranza dei trenta fuggitivi arrestati sono stati consegnati all'Aja. Speriamo che l'Europa continui ad esigere dalla Serbia una totale collaborazione con il Tribunale penale, come condizione preventiva ad un'eventuale adesione all'UE.
swissinfo: Nel suo lavoro quotidiano è stato confrontata con massacri, atrocità, criminali di guerra. Queste realtà che impatto hanno avuto sul modo in cui vede l'essere umano?
C. D. P.: Ho imparato molto dagli orrori della guerra, senza tuttavia cambiare la mia concezione dell'essere umano. Se pensiamo a che cosa succede sul nostro pianeta, dobbiamo purtroppo constatare che gli esseri umani sono capaci delle peggiori atrocità, ovunque.
Ecco perché ritengo che sia importante poter contare su una giustizia che funzioni, nei singoli Stati e sul piano internazionale.
swissinfo: L'estate scorsa a Bruxelles, nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato di non essere una diplomatica. Da gennaio 2008 assumerà il ruolo di ambasciatrice svizzera in Argentina. Come ci spiega questa contraddizione?
C. D. P.: Non vedo nessuna contraddizione. E' nelle mie vesti di procuratrice generale che non posso essere diplomatica. Nella mia funzione di ambasciatrice svolgerò i miei compiti diplomatici facendo del mio meglio.
swissinfo: Come fa la Carla Del Ponte che tutti conosciamo, a diventare una diplomatica?
C. D. P.: Un nuovo mandato comporta nuovi compiti.
swissinfo: Negli ultimi decenni è stata regolarmente minacciata di morte. E' una degli svizzeri più protetti. Sarà così anche in Argentina?
C. D. P.: E' una decisione che devono prendere i governi svizzero e argentino.
Intervista swissinfo, Gaby Ochsenbein
(traduzione e adattamento dal tedesco Françoise Gehring)
biografia
Carla Del Ponte nasce a Lugano il 9 febbraio del 1947 e trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Bignasco. Studia diritto a Berna, Ginevra e in Inghilterra.
Nel 1981 è nominata giudice istruttrice del canton Ticino. Nel 1985 assume l'incarico di procuratore generale presso il ministero pubblico del canton Ticino. Dal 1994 al 1999 è procuratrice generale della Confederazione.
Nel 1999 viene nominata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell'Aja dove segue i dossier sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia e, fino al 2003, sul genocidio in Ruanda. Il suo mandato di procuratrice scadeva il 30 settembre ma è stato prorogato fino a fine anno.
A partire dal mese di gennaio tornerà in seno all'amministrazione federale quale ambasciatrice di Svizzera in Argentina.
Tribunale penale
Il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia è stato creato in virtù della risoluzione 827 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
La risoluzione è stata adottata il 25 maggio 1993 in risposta alla minaccia per la pace e la sicurezza internazionale rappresentata dalle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse sul territorio dell'ex Jugoslavia dal 1991.
Inaugurato nel mese di febbraio del 2002, il processo contro Slobodan Milosevic – presidente della Jugoslavia e successivamente della Serbia – era stato seguito con molta attenzione. Milosevic è morto nel mese di marzo del 2006, poco prima della fine del processo.
Sono ancora fuori dalla maglie della giustizia il leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic e il generale Mladic, comandante della Repubblica serba di Bosnia.
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