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Su Internet sta circolando attualmente un’interessante conferenza di tale Roy H. Beck, giornalista e analista politico americano che, con l’aiuto di palline di gomma ciascuna rappresentante un milione di persone, contesta l’affermazione secondo la quale gli USA – ma allo stato attuale delle cose, il problema si estende ormai a tutto l’occidente industrializzato – accettando un milione d’immigrati legali in media annua, contribuirebbero a combattere la povertà nel mondo. Assolutamente falso, dice Beck, e l’intelligente utilizzo delle palline di gomma rende chiara, ovvia e credibile la sua affermazione anche a chi è obnubilato dall’ipocrisia ormai ricorrente del “politicamente corretto”.
Il giornalista pone sul tavolo di fronte a lui dei recipienti contenenti delle palline di gomma, rappresentanti cadauna un milione di persone che i parametri della Banca mondiale (meno di due dollari al giorno per vivere) definiscono estremamente povere: 650 milioni in Africa, 890 in India, 480 in Cina, 810 nel resto dell’Asia, 105 in America latina, per un totale di quasi 3 miliardi. E – dice il conferenziere – non è da questi che prendiamo gli immigranti legali negli Stati uniti (ca. un milione l’anno), sono troppo poveri , troppo malati, troppo estranei per fare di loro degli immigrati; no, da noi provengono soprattutto dal Messico dove il reddito medio è superiore ai 2 dollari al giorno, ma che è pur sempre un paese povero. E quante persone vivono in paesi con un reddito medio inferiore a quello del Messico? 2,6 miliardi che vanno ovviamente ad aggiungersi ai 3 miliardi di estremamente poveri. 5,6 miliardi da cui gli USA tolgono annualmente 1 milione, operazione che, ci dicono le nostre élite, serve a combattere la miseria nel mondo e che quindi la si deve fare incuranti della nostra disoccupazione, dei nostri poveri, della parte più vulnerabile della nostra società, dell’effetto sulle nostre risorse naturali. Se anche adottassimo le proposte più radicali di Washington, che vorrebbero raddoppiare il numero di immigranti ammessi – stravolgendo totalmente le nostre infrastrutture fisiche, naturali e sociali – non faremmo alcuna differenza, addirittura potremmo far del male alle persone più povere del pianeta, perché il milione o due che prendiamo costituiscono i più energici, spesso più istruiti e più insoddisfatti che, rimanendo nel loro paese, sarebbero autori del cambiamento, rispettivamente del miglioramento delle condizioni di vita della loro popolazione. A tutto ciò, si aggiunge poi il fatto che questi derelitti hanno un aumento demografico medio di 80 milioni di unità l’anno.
La conclusione – l’unica possibile e del tutto condivisibile – di Roy H. Beck: non possiamo, con l’immigrazione negli USA dello 0,01%, combattere la povertà del restante 99,9% che non ha la possibilità di emigrare. Bisogna aiutarli a casa loro.
Questo il sunto della conferenza che chi vorrà seguirla integralmente troverà sui link:
https://www.youtube.com/watch?v=omOLYSLUi5I (sottotitoli in italiano)
https://www.facebook.com/nachgerichtet/videos/1571495362924178/ (sottotitoli tedesco).
Non è evidentemente difficile riportare il ragionamento alla situazione analoga che sta attraversando l’Europa. Le (non)soluzioni buoniste stile Merkel – seguitissima a ruota, ci mancherebbe altro, dalla Berna federale – servono solo a tacitare le ipocrite coscienze dei “politicamente corretti”, ma non offrono alcuno sbocco né tantomeno sono d’aiuto alla miseria che affligge il Terzo mondo. In compenso, i costi in termini di denaro, di perdita di sicurezza, di disagio e di benessere, sono enormi.
Se tali spese fossero affrontate per aiuti sul posto, si potrebbe fare molto di più. Ma, ovviamente, si dovrebbe innanzitutto abbattere tutto quell’apparato parassitario e profittatore che – in Europa, non nei paesi del Terzo mondo – ha fatto dell’aiuto statale una vera e propria industria, soprattutto a favore delle proprie saccocce. Altrimenti, le 5’600 palline di gomma del signor Beck cresceranno al punto di dover cercare dei recipienti ben più capaci.