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Ignominosamente dimenticato dalla giuria di Cannes 2018, sesto lungometraggio del regista sud-coreano che ha creato nel tempo soltanto meraviglie (di quanti possiamo dire la stessa cosa?): OASIS (2002), SECRET SUNSHINE (2007), POETRY (2010)... Ed ora questo sublime BURNING....In un film dove la labilità delle certezze si tramuta continuamente in energia poetica è la storia di Jong-soo, giovane commesso, aspirante scrittore, che incontra casualmente Hae-mi, la vicina di un tempo da lui allora considerata brutta. Ora, le cose sono cambiate, lei si concede, lui s'innamora. Lei parte in viaggio; non senza avergli chiesto di occuparsi in sua assenza del gatto. Ritornerà, finalmente: ma in compagnia di Ben, ricco e misterioso. Ben con la Porsche Carrera, Jong-soo con l'utilitaria scassata.
Sullo sfondo di un paesaggio dall'indefinibile, scostante bellezza, la passione si stempera in una rabbia dolce e crepuscolare che finirà assorbita per sempre nelle nostre memorie. L'arte del non-detto scivola dal dramma sentimentale al thriller dell'ambiguità, dalla cronaca tranquilla del quotidiano al malessere sociale. Solo allora, il velo poetico si squarcia in una sequenza da isola deserta: di fronte ai suoi due uomini Hae-mi si spoglia, e danza sullo sfondo del sole che scompare all'orizzonte. L'eco della natura si confonde in una delle più mirabili improvvisazioni di Miles Davis, Ascensore per il patibolo, mentre l'ardore della sensualità sconfina in melanconia .