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Com’è nato lo spettacolo “52”?
Nel 2017 il Museo Sitio De Memoria (ESMA) di Buenos Aires mi ha invitato a una residenza di due mesi per un progetto sulla costruzione della memoria in senso metaforico – il museo stesso era un luogo emblematico dei crimini commessi durante la dittatura militare, luogo dove sono sparite più di cinque mila persone e sono stati organizzati i voli della morte. Questo mi ha dato l’occasione di ritornare in Argentina – pur essendo nato lì, sono cresciuto in Messico – e di ritrovare una storia familiare complessa: l’assassinio di mio padre, un pediatra appassionato giocatore di rugby, avvenuto a La Plata nel 1975. Ho quindi deciso per questo progetto, inizialmente di impostazione museale, di realizzare un modellino della città dove sono nato, La Plata, una città particolare perché è una delle poche al mondo che è stata disegnata prima di essere costruita. È infatti stata fondata alla fine del 1800, quando l’Argentina era ancora una terra del possibile e culturalmente era ancora presente l’idea di costruire città ideali, utopiche – il risultato è quindi una città perfetta, che però aveva qualcosa di mancante; nel mio caso, mio padre. Il punto di partenza per realizzare il modellino è stato domandarmi che cosa significasse ricostruire un evento tragico per una persona e per la collettività. Ho quindi fatto un percorso di archeologia personale, organizzando tutti i frammenti di una storia vissuta per raccontarla in un altro modo; oltre alla mia storia familiare, ho intrapreso un lavoro di ricerca per scoprire come fosse il mondo nel preciso momento in cui ha avuto luogo l’assassinio di mio padre: quali sono stati gli altri avvenimenti del 10 aprile 1975, nella città stessa ma anche in altri paesi, in termini di vita quotidiana ma anche di eventi storici. Ho raccolto testimonianze di tutti i tipi: graffiti sui muri, manifesti, film e musica del tempo, propaganda politica, conflitti sociali. Il titolo che ho scelto per questo progetto è “80 pallottole sull’ala”, poiché quando mio padre è stato ucciso è stato colpito da 80 pallottole, e a rugby giocava come ala; ho inoltre voluto evocare l’idea di un volo interrotto. Il progetto ha vinto il premio Laureato della residenza di creazione presso la Centquatre a Parigi e presso la Cité Internationale des Arts. In seguito, sono stato invitato dare al progetto una veste teatrale, in occasione di un festival di teatro; ho così proposto a Daniele Finzi Pasca, con cui avevo collaborato in precedenza, di tornare a lavorare insieme.
Sulla scena a partire dalla mappa di La Plata prendono vita diverse storie. Quali storie sono?
Uno dei principi della compagnia è di trovare una via indiretta, un cammino alternativo per raccontare storie difficili; attraverso la commozione possiamo infatti trasformare momenti dolorosi e raccontarli. Sulla mappa della città – che è su misura di mio padre, 184cm x 184cm – hanno luogo tre storie, scelte insieme a Daniele, che si intrecciano. La prima è quella di un matrimonio – è bello che insieme a una storia di morte ce ne sia una di amore: una ragazza francese e un ragazzo di La Plata si sposano nella cattedrale della città, e per l’occasione la famiglia francese incontra quella argentina. Gli uni però non parlano la lingua degli altri, e per i francesi è difficile comprendere la situazione politica dell’Argentina; inoltre entrambe le parti hanno una percezione nei confronti dell’altro influenzata dai pregiudizi. Punto di incontro per le famiglie è il rugby, che apre una breccia e permette a tutti di partecipare alla gioia del matrimonio. Dal salone delle feste del matrimonio alcuni ospiti vedono l’assassinio di Mario, mio padre – la seconda storia. Infine, la terza storia incrocia le prime due: le estrazioni di un lotto immaginario che ha luogo in una casa di riposo evoca dei numeri, ognuno associato a un episodio.
Perché “52”?
La Plata – città perfetta, quadrata, simmetrica e matematica – ha tutte le strade numerate: c’è la 1, la 2, la 3, e via dicendo. Quando venne costruita, l’urbanista Pedro Benoit decise che esattamente nel centro, tra la 51 e la 53, dovessero essere collocati tutti gli uffici e i palazzi pubblici, invece di una strada – la 52. 52 è quindi lo spazio che manca alla città perfetta – una metafora per parlare di quello che manca all’utopia.
Cosa le ha portato costruire un modellino?
Prima di tutto la possibilità di uscire dalla mia prospettiva naturale, come da quella della mia famiglia e della società, nel considerare la mia storia personale e nel raccontarla. Inoltre, un modellino permette di avere una visione dall’alto e a 360°, e di condensare monumenti personali e sociali in piccoli burattini con cui interagire, giocare, fare scherzi.
Presentando il modellino in Argentina e in Francia ho ricevuto una risposta inattesa da parte del pubblico: qualcuno riconosceva luoghi rappresentati dal modellino, qualcuno raccontava aneddoti personali legati ai luoghi; altri conoscevano la storia di mio padre, o mio padre stesso. Questo mi ha dato la certezza che una storia personale non è mai solo una storia personale: è collettiva.
Inoltre, quando ero in Francia poco dopo gli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan, mi sono chiesto quale potesse essere il ruolo dell’arte di fronte a ferite invivibili, personali e sociali; ho risposto non con la tradizionale scrittura teatrale, ma proponendo alle persone di creare dei modellini per dare voce alle loro storie. Ho quindi fondato il Laboratoire de Maquettes intimes, dove ogni persona che ha vissuto una esperienza traumatica o emblematica per una settimana lavora insieme agli altri, inizialmente attraverso la recitazione con oggetti, poi realizzando ognuno un modellino – guidati da uno spirito di incontro con le storie degli altri.
Cosa ha scoperto attraverso il laboratorio?
Ho scoperto che il dramma umano è ovunque: quando ci si domanda l’un l’altro “tutto bene?”, si risponde sempre “sì”; ma se si domanda ancora, allora i drammi escono. Il dolore non è visibile in forma diretta: non si può raccontare direttamente una storia che fa male, ma va trovata l’ombra, una via alternativa che permetta anche di condividere una storia; normalmente infatti i traumi sono esperienze solitarie, noi siamo soli davanti ai nostri fantasmi, mentre farli danzare insieme ai fantasmi degli altri li riduce. Creare un oggetto e trovare uno spazio mentale per trovare un dialogo con se stessi e gli altri attraverso l’oggetto. La storia non è il punto, il punto è cosa facciamo con la storia: non possiamo modificare la storia vissuta, ma il modo di raccontarci la storia, sì, e in questo gli altri sono necessari.
Poi: non c’è un termometro per il dramma, ognuno vive il suo dramma in modo pieno di passione, e ognuno può immaginare più modi per raccontare la sua passione. Infine, tutte quelle storie che non possiamo elaborare – i silenzi personali e sociali – diventano problemi, ferite.
Pablo Gershanik porta in scena “52” il 07 e l’08.12 alle 20:30 al Teatro Foce nell’ambito della rassegna GARDEN.
Maggiori informazioni: foce.ch
“Raccontare quello che manca” – Intervista a Pablo Gershanik
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Com’è nato lo spettacolo “52”?