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Il Caffè, 16 dicembre 2018, p. 29. PDF
Nenad Stojanović *
In Francia il prezzo della benzina è aumentato di 3,9 centesimi di euro quest’anno e un ulteriore aumento di 2,9 centesimi era previsto per l’anno prossimo. Poca cosa, si direbbe. Sicuramente non è solo questo il motivo che ha scatenato la rivolta dei “giubbotti gialli”. Ma è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un vaso colmo di frustrazioni, diseguaglianze, salari stagnanti, disoccupazione.
Molti francesi sono critici verso chi li governa. Ma questa non è una novità. È almeno dal 1981 che la maggioranza vota sempre contro l’uomo che detiene il potere esecutivo, e spesso anche contro il suo partito. Quell’anno non hanno infatti rieletto il presidente di destra, Valéry Giscard d’Estaing, portando all’Eliseo il socialista François Mitterrand. Ma già nel 1986, nelle elezioni legislative, vince la destra e Jacques Chirac diventa primo ministro. Scontenti della sua politica, nelle presidenziali del 1988 i francesi mandano a casa Chirac e rieleggono Mitterrand.
Ma ecco che nel 1993 la destra torna al potere: Edouard Balladur diventa primo ministro. Nelle presidenziali del 1995 Chirac si presenta come l’uomo nuovo, dice di voler risanare la “frattura sociale”: al primo turno sconfigge Balladur, mentre al secondo batte il socialista Lionel Jospin. Alain Juppé diventa primo ministro. Ma la politica di destra del governo Juppé causa scioperi e manifestazioni di decine di migliaia di persone. Nel 1997 Chirac è costretto a scogliere il Parlamento. La sinistra vince le elezioni e Jospin diventa primo ministro. Il suo governo introduce la settimana lavorativa delle 35 ore. Per ben cinque anni Chirac sta in disparte. Ma questo gli giova, perché lo scontento dei francesi si può dirigere verso Jospin e i socialisti. Ecco quindi che nelle presidenziali del 2002 succede l’impensabile: al primo turno Jospin è sconfitto da Jean-Marie Le Pen, il leader dell’estrema destra. Al secondo turno Chirac è eletto alla grande (82%!), la destra torna al potere e può governare per i prossimi cinque anni. L’unica eccezione, apparente, alla narrazione che ho presentato accade nel 2007, quando i francesi riconfermano la destra. Apparente, perché in realtà nemmeno quell’anno è stato riconfermato un presidente o un primo ministro uscente. Il vincitore, Nicolas Sarkozy, si era infatti abilmente profilato come opposizione interna non solo a Chirac (che dopo 12 anni non si ripresentava) ma soprattutto al primo ministro uscente, Dominique de Villepin.
Nel 2012 Sarkozy non è rieletto: il socialista François Hollande diventa presidente e la sinistra ottiene la maggioranza assoluta nel Parlamento. Solo cinque anni dopo Hollande non osa nemmeno ripresentarsi, talmente forte è la rabbia dei francesi verso la sua politica. Ci prova però il suo primo ministro, Manuel Valls. Niente da fare. Questo socialista di destra non riesce nemmeno a passare le primarie nel Partito socialista e viene quasi battuto anche nelle legislative. In fondo, accettando la carica di primo ministro, Valls ha commesso l’errore che Sarkozy aveva evitato negli anni 2000.
Ma la tattica di Sarkozy è stata usata da un ministro del governo Valls: Emmanuel Macron. Nominato ministro dell’economia nel 2014, già nel 2016 si dimette, proprio con lo scopo di prendere le distanze dal governo uscente. L’astuzia paga: è eletto trionfalmente (66!%) e gli riesce persino l’impresa di creare un proprio partito che in giugno 2017 vince la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. La luna di miele non dura però a lungo: solo un anno e mezzo dopo i giubbotti gialli lo mettono in ginocchio. Vista la storia dal 1981 in poi, solo un miracolo potrebbe salvare Macron e il suo partito nelle elezioni del 2022.
Quando in una democrazia i cittadini sono scontenti hanno sostanzialmente due possibilità. Possono aspettare le prossime elezioni e non rieleggere i partiti e/o le persone che stanno al potere. Ma possono anche esprimere il proprio scontento manifestando nelle piazze, in modo pacifico o violento.
È in queste situazioni che capiamo meglio i vantaggi di un sistema democratico che non si basa solo sulle elezioni. Infatti, se i francesi avessero la facoltà di indire referendum – per esempio sull’aumento delle tasse sulla benzina – le energie degli scontenti si dirigerebbero verso la raccolta firme, la campagna referendaria, il lavoro di convincimento. Alla fine la maggioranza dei votanti decide. In Svizzera, per esempio, nel novembre del 2013, il 60% dei votanti ha rifiutato l’aumento del contrassegno autostradale da 40 a 100 franchi.
Certo, la minoranza rimane scontenta. Ma è più facile accettare il verdetto se dall’altra parte stanno altri cittadini e non una persona (presidente, primo minstro). Il palazzo dell’Eliseo può essere attaccato. Ma non la maggioranza dei cittadini che ha deciso nel segreto dell’urna. In altre parole, la democrazia diretta è una valvola di sfogo ma ha anche un effetto di pacificazione.
* professore di scienze politiche, Università di Ginevra
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Lire également: “Le couple exécutif ne satisfait jamais les Français“, Le Huffington Post, 17.12.2013.