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BERNA - La storia dei bambini nomadi sottratti alle loro famiglie e collocati presso genitori affidatari o istituti nell'ambito del programma "Bambini della strada" di Pro Juventute dovrebbe figurare nei libri di storia. È quanto chiede la Società per i popoli minacciati in occasione del 30esimo anniversario delle scuse ufficiali presentate dal Consiglio federale.
Oggi gli jenisch sono ancora discriminati e questo triste capitolo della storia svizzera viene dimenticato, spiega un comunicato. Tra il 1926 e il 1972 l'"Opera d'assistenza per i bambini della strada" di Pro Juventute ha strappato dal loro ambiente oltre 600 bambini nomadi per avviarli a una vita sedentaria e a un lavoro disciplinato in centri o famiglie d'accoglienza. Il Consiglio federale si era ufficialmente scusato nel 1986 per le sofferenze inflitte a queste famiglie e, tra il 1988 e il 1993, la Confederazione ha sbloccato 11 milioni di franchi a titolo di risarcimento.
Uno studio storico, commissionato dalla Confederazione e pubblicato nell'estate del 1998, era giunto alla conclusione che l'azione dell'"Opera d'assistenza per i bambini della strada" era stata un caso emblematico di discriminazione di una minoranza. La Confederazione, ma soprattutto i cantoni e i comuni che presero parte all'azione sono stati corresponsabili delle ingiustizie commesse.
L'opera d'assistenza avviata dalla Fondazione Pro Juventute nel 1926 si era posta come obiettivo di sopprimere il nomadismo in Svizzera. Alfred Siegfried, fondatore dell'azione, lanciò un censimento sistematico dei nomadi presenti sul territorio elvetico. Ciò contribuì alla stigmatizzazione di questa minoranza, i cui membri venivano descritti come criminali, fannulloni, depravati e affetti da tare ereditarie.
Si procedette alla separazione dei figli dai genitori, autorizzata dalle autorità, al fine di smembrare i nuclei famigliari e di disperdere il popolo nomade. I bambini vennero consegnati a genitori affidatari, orfanotrofi, enti assistenziali, cliniche psichiatriche e istituti di pena, senza che i loro interessi venissero considerati. Gran parte di essi fu sottoposta a perizie psichiatriche che li dichiararono minorati o ritardati mentali.
L'opera portata avanti dalla Fondazione Pro Juventute ebbe il successo sperato: pochi bambini tornarono al nomadismo, mentre molte famiglie per paura delle persecuzioni si sedentarizzarono. Le separazioni, i continui spostamenti forzati e le sevizie finirono per avere serie ripercussioni sulle vittime.
Molti giovani oggi non conoscono l'azione "bambini della strada", ha detto Angela Mattli in una conferenza stampa. Questa triste vicenda dovrebbe figurare sui libri di storia per evitare che si dimentichino gli errori commessi in passato.