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7 domande a Peter von Matt
von Carole Wälti
Publiziert am 07/11/2008
Peter von Matt, in Un viaggio nel tempo attraverso la Svizzera letteraria e politica, uno dei saggi che compongono La Svizzera degli scrittori (in tedesco Die tintenblauen Eidgenossen, uscito nel 2001), lei insiste su come le grandi date della storia svizzera – 1830, 1848, 1870, 1939-45 – ritornino costantemente negli scritti di gran parte degli autori svizzeri in lingua tedesca, i quali, in un certo senso, ne ridimensionano la portata, svelando alcune verità nascoste. In che misura Gotthelf o Keller corripondono a Frisch, l'autore che forse più di tutti ha lavorato allo smantellamento del mito svizzero?
Ai tempi di Gotthelf e di Keller, il problema dei miti si poneva in modo completamente diverso. La Svizzera, in pieno Sonderbund, attraversava una crisi esistenziale. Il Consiglio federale della nuova Confederazione del 1848 era composto da membri provenienti da un partito unico, il partito radicale. Era necessario consolidare l'unità del paese, dunque, tanto tra i vincitori quanto tra i vinti. È a questo che è servita la coalizione di eroi nazionali comuni: sebbene fossero politicamente rivali, Gotthelf e Keller hanno favorito queste immagini e queste leggende nazionali. Tra l'altro, siamo proprio nell'epoca in cui, per le stesso ragioni, furono eretti in tutta la Svizzera molti monumenti importanti.
Lei, con una voce che ricorda quella di Kundera, evoca a più riprese l'oblio che minaccia la letteratura, oblio contro cui «bisogna sviluppare nuove strategie della memoria». Quali sono, in Svizzera, i processi che spingono un autore a ritrovarsi in quello che lei chiama giustamente l'«Alpenglühen» letterario?
Una cultura viva favorisce gli artisti vivi e mantiene viva la tradizione culturale. Sono due missioni diverse, ognuna importante quanto l'altra. Per quello che concerne grandi autori come Ramuz, Keller, Walser, Dürrenmatt, Frisch, il lavoro di memoria è più facile perché la loro reputazione è internazionale. Per gli scrittori conosciuti a livello nazionale e regionale, invece, il pericolo che i loro libri scompaiano dagli scaffali delle librerie e che siano a poco a poco dimenticati esiste. Di colpo, i giovani lettori non conoscono più alcuni nomi. Tra gli autori importanti che non dovrebbero essere dimenticati figurano Regina Ullmann, Meinrad Inglin, Jakob Schaffner, Kuno Raeber, Hermann Burger e Adelheid Duvanel.
La Svizzera degli scrittori è dedicato in gran parte al patriottismo critico, che, secondo lei, dalla seconda metà del XX secolo determina la scrittura di un autore responsabile. A questo proposito, lei ricorda la massima di Brecht secondo cui bisogna «mostrare il freddo a coloro che gelano». Ma lei insiste allo stesso tempo su un'altra influenza, meno conosciuta: quella dell'esistenzialismo francese, che lei definisce «fattore Parigi»...
È da Parigi, da Sartre, che è arrivato il concetto di «littérature engagée». E sempre da Parigi arrivava la filosofia più attuale del dopoguerra, l'esistenzialismo, che ha impregnato l'opera di Sartre, di Camus e i migliori film francesi. Tutto questo ha avuto il valore di un modello per i giovani artisti tedeschi di allora: si trattava di mettere in risalto e di difendere la libertà del particolare, dell'individuo, contro le costrizioni collettive. Tra esse, figuravano i vecchi miti nazionali, ma anche il pensiero «in blocchi» della guerra fredda.
Uno dei tratti caratteristici del patriottismo critico è di avere affrontato di petto i miti identitari e, in particolare, Guglielmo Tell, la «fiaba delle fiabe», che Frisch demolisce nel 1971 col suo Guglielmo Tell. Per la scuola. Come Denis de Rougemont in La Svizzera. Storia di un popolo felice, però, lei ricorda che queste leggende hanno anche un valore positivo perché hanno contribuito al processo di democratizzazione. Come si pongono oggi gli autori della Svizzera di lingua tedesca nei confronti della smitizzazione dei simboli nazionali?
Il tempo in cui gli scrittori dovevano battersi contro false immagini della Svizzera è concluso. Il patriottismo nazionalista che si è sviluppato in occasione dell'Esposizione nazionale del 1939 e durante la seconda guerra mondiale non esiste più, oggi; se esiste, è soltanto negli ambienti dell'estrema destra. D'altro canto, le funzioni politiche sono anche diventate più pragmatiche, più tecniche, più economiche. Solo la questione dell'adesione all'Unione Europea ha ancora suscitato passioni patriottiche. Si demonizza l'unione dei paesi europei come se la Svizzera vivesse tutta sola in un continente tutto per lei. Gli scrittori di oggi dovrebbero esprimersi chiaramente a questo proposito.
Nell'opera di numerosi autori (Otto F. Walter, Kurt Marti, Peter Bichsel, per citarne alcuni), si ritrova una tendenza alla svalutazione di sé, alla rappresentazione negativa di sé (il concetto di «ristrettezza» di Nizon ne è la formulazione più famosa). A lei, che s'interessa di psicanalisi, cosa rivela tutto questo dello stato d'animo collettivo della Svizzera?
La Svizzera è un paese piccolo. In Francia, Germania o Italia la sua storia è conosciuta molto male e la coscienza di ciò spinge a due riflessi contradditori: un'auto-svalutazione esagerata e un'auto-glorificazione esagerata. Queste due posizioni si alternano. All'auto-glorificazione degli anni '40, infatti, è seguita l'auto-svalutazione, di cui il concetto di «ritrettezza» è stato effettivamente la parola-chiave: svizzero andava con piccolo, striminzito, insignificante, non eroico, escluso dalla storia del mondo, ecc. Oggi, ci situiamo in una fase intermedia, ma il problema continua a porsi. La psicologia dei paesi piccoli ha molto a che vedere con la psicologia del narcisismo. L'io narcisistico si vede grande e magnifico, dopodiché si detesta perché nella realtà non è poi così grande e magnifico, e si discredita perché si trova piccolo e ignobile.
Accanto agli autori del patriottismo critico, lei avverte l'emergenza di una nuova corrente che definisce «surrealismo elvetico». Quali sono i suoi autori più rappresentativi e, soprattutto, quali sono - a livello letterario - i suoi tratti caratteristici?
Questa corrente è stata importante in particolare negli anni '70, con autori quali Franz Böni, Gertrud Leutenegger, Jürg Laederach e anche Urs Widmer. Hanno scritto in una lingua che si distingue fortemente da quella del realismo svizzero tradizionale, privilegiando la fantasia e i giochi di parole. Peter Weber, un autore importante tra i più giovani, continua proprio su questa strada.
In una novella di Die Leute von Seldwyla, Keller inserisce un decoro archetipico: quello di una lurida sala d'albergo con i muri ricoperti da una riproduzione dipinta delle Alpi che, però, «al fatto che già in quanto tale l'immagine è una stampa qua e là difettosa [...] si aggiunge poi il fatto che l'immagine stessa, nel suo insieme, è troppo grande per il locale che ospita»... Lei, in questo, ci vede un'allegoria della relazione tra lo Stato e le immagini attraverso cui esso stesso si dà un'esistenza. Quest'allegoria, oggi, è ancora valida, dopo la crisi dei fondi in giacenza, il fallimento di Swissair, le polemiche riguardanti Expo.02?
Keller, nelle opere della sua vecchiaia, ha criticato l'auto-glorificazione che lui stesso aveva sfruttato nei suoi scritti giovanili. Il suo ultimo romanzo, Martin Salander, è molto vicino al patriottismo critico di Frisch, Dürrenmatt o Meienberg. Dopo la crisi dei fondi in giacenza, il fallimento di Swissair, le critiche internazionali contro la Svizzera, la perdita dell'immagine di un paese accogliente e innocente, esiste tuttavia ancora oggi la possibilità di percepirsi in modo oggettivo e imparziale, con le nostre forze e le nostre debolezze. Il pericolo di ricadere nel ciclo auto-detestazione/auto-glorificazione, però, esiste sempre e comunque. Il compito di uno scrittore dovrebbe essere anche quello di impedirlo.