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Filipe Branquinho nasce nel 1977 a Maputo, la capitale del Mozambico; cresce durante la guerra civile (1976 – 1992) in un ambiente legato al giornalismo e alle arti. Di formazione fotografo, Branquinho è un artista acclamato in Mozambico che per le sue opere di grandi dimensioni utilizza una tecnica mista con più livelli, dove la fotografia digitale viene impressa su carta cotone che viene poi dipinta. L’interesse di Filipe Branquinho a usare l’arte per affrontare temi di rilevanza politico-sociale nasce dal contesto stesso in cui l’artista è cresciuto, in cui il mondo del giornalismo si affiancava alla scena artistica della capitale, tra i cui esponenti vi erano importanti fotografi del ‘900 quali Ricardo Rangel, Kok Nam e José Cabral. L’opera di Branquinho è una critica satirica alla società e alla politica del suo paese, critica che si estende al generale atteggiamento avido, prevaricatore e corruttibile che si può manifestare in chi detiene il potere in qualunque paese del mondo, come anche al consumismo esasperato, all’ossessione per il brand e alla speculazione.
L’esposizione, curata da Kristian Khachatourian e Lidija Kostic Khachatourian, presenta una trentina di opere tratte da tre diverse serie realizzate tra il 2019 e il 2022; essa si configura quale secondo capitolo del progetto Global Aesthetics del MUSEC, dedicato all’esplorazione del rapporto tra l’arte contemporanea e il contesto ideologico e culturale in cui essa si muove, che prende avvio da Asia e Africa, oggi vivaci laboratori di sperimentazione artistica.
La serie che apre la mostra è “Lipiko”, dal nome del danzatore che nelle tribù Makonde (nord del Mozambico) secondo la tradizione indossa le maschere Mapiko, incarnandone l’inquietante spirito. Le maschere sono usate da Branquinho come caricature per raccontare lo scandalo dei “Tuna bond”, fondi che dal 2012 dovevano finanziare un progetto di sviluppo della pesca e della lavorazione del tonno a Maputo, ma che sono stati in realtà riciclati e usati per corrompere funzionari di governo. Le opere ritraggono fantasiosi pesci colorati e uomini di potere – politici, banchieri, giudici e avvocati – le cui fattezze del volto sono sostituite dalle maschere tradizionali. L’insieme dei ritratti della serie è stata presentata nel 2019 alla Biennale di Venezia, nel Padiglione del Mozambico. La sezione comprende anche un cortometraggio di Martina Margaux Cozzi, che rivela il processo creativo di Branquinho.
La seconda serie, intitolata “In Gold We Trust”, è una metafora sottile e ironica della società mozambicana, dove personaggi grotteschi barattano i valori della loro cultura con prodotti dell’industria globalizzata del lusso: dalla moda al tabacco, dai jet privati alle scommesse sui cavalli, dai vini agli orologi. Sono tutti status symbol legati al dollaro americano, che l’autore trasforma in splendidi origami, le cui forme sono in seguito scansionate e sovrapposte alla tela finale.
Il percorso espositivo termina con l’introspezione: la terza serie in mostra è “Bestiarium”, una collezione di fotografie scattate in una foresta incontaminata del Mozambico tra il 2020 e il 2021, in piena pandemia. In “Bestiarium” sono ritratte figure umane con il volto coperto da maschere zoomorfe che, unite alla gestualità del corpo, concorrono a sottolineare l’affinità tra la natura umana e quella animale. In esposizione, a contrappunto delle opere di Branquinho, vi sono 14 maschere Makonde, in parte utilizzate dall’artista per creare un’installazione, in parte esposte accanto alle opere che le ritraggono.
“Filipe Branquinho, Lipiko” è al MUSEC dal 29.06 al 05.11.
Maggiori informazioni: musec.ch