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Secondo uno studio, gli sconti fiscali sono strumenti più efficienti del salario minimo per rispondere ai bisogni dei lavoratori poveri.
Dal punto di vista del tasso di disoccupazione, la Svizzera è in una posizione invidiabile. Il paese offre lavoro a quasi tutti, i disoccupati sono pochi. Ma la piena occupazione non basta a guarire tutti i mali di una società.
Negli ultimi anni sono venuti alla luce, vuoi per i mutamenti strutturali nel mondo del lavoro, vuoi per una maggiore attenzione da parte degli operatori sociali e dei media, settori non trascurabili della popolazione lavoratrice che vivono sotto la soglia di povertà. Si parla di working poors. Un problema, ha osservato il ministro dell'economia Pascal Couchepin, che rappresenta "un pericolo per l'accettazione del nostro sistema economico."
L'occasione per parlare del fenomeno dei lavoratori poveri è data da uno studio commissionato dal Dipartimento federale dell'economia (DFE) a due economisti dell'Università di Berna, Michael Gerfin e Robert Leu. Lo studio, presentato martedì da Pascal Couchepin e dal professor Leu, vuole offrire gli strumenti per valutare le strategie più efficienti nella lotta contro la povertà fra i lavoratori.
Quando 40 ore di lavoro non bastano
Per Gerfin e Leu, un nucleo famigliare rientra nella categoria dei lavoratori poveri se gli adulti che lo compongono lavorano complessivamente 40 ore settimanali e, ciò nonostante, il loro reddito è inferiore alla soglia di povertà (una soglia che si aggira attorno ai 3500 franchi di reddito per una famiglia di quattro persone).
In base a questa definizione, nel 1998 erano 86'000 le economie domestiche in Svizzera che rientravano nella categoria dei lavoratori poveri, per un totale di 284'000 persone. Si tratta del 4,5% del totale delle famiglie che lavorano e del 51% del totale delle famiglie povere.
In altre parole, la povertà in Svizzera non è un fenomeno determinato in primo luogo dall'assenza di lavoro. Un lavoro a tempo pieno non è garanzia sufficiente per sfuggire alla povertà.
Salario minimo o sconti fiscali?
Ma quali sono gli strumenti più efficace per lottare contro il fenomeno dei lavoratori poveri? È questa la domanda principale che si sono posti i due economisti dell'Università di Berna.
Per rispondere, hanno analizzato tre diversi modelli d'intervento - salario minimo e due varianti di sconto fiscale - simulando il loro effetto su un campione di 9000 economie domestiche di lavoratori salariati poveri. Senza la volontà, ha tenuto a sottolineare il professor Leu, "di dimostrare l'inefficienza dl salario minimo".
Se il modello del salario minimo, sostenuto dai sindacati, mira a garantire una retribuzione minima a tutti, indipendentemente dalla situazione famigliare ed è uno strumento che interviene sul mercato del lavoro, gli sconti fiscali sono in relazione all'effettiva situazione economica delle famiglie e sono una forma di assistenza sociale a cui manca però l'aspetto umiliante del ricorso all'assistenza.
La variante 1 di sconto fiscale analizzata da Gerfin e Leu prevede che le famiglie di lavoratori poveri, il cui reddito si situa al di sotto della soglia di povertà, beneficino di una riduzione fiscale (o di un contributo) uguale alla differenza tra il reddito di cui dispongono e il reddito che consentirebbe loro di raggiungere la soglia di povertà. Una misura che elimina quindi in ogni caso la povertà, ma che non incentiva in alcun modo le famiglie ad accrescere il numero di ore lavorative, poiché se il reddito aumenta, lo sconto diminuisce nella stessa misura.
La variante 2 di sconto fiscale, applicata per esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, vuole ovviare appunto agli inconvenienti della prima variante. Lo sconto accordato alle famiglie con reddito sotto la soglia di povertà non compensa tutta la differenza fra reddito e soglia di povertà. Il modello prevede però che lo sconto diminuisca in misura minore dell'aumento del reddito, creando così incentivi perché le ore lavorative del nucleo familiare aumentino.
Variante 1 meno costosa
Paragonando i due modelli, gli economisti dell'Università di Berna giungono alla conclusione che il modello dello sconto fiscale, in entrambe le varianti, è preferibile a quello del salario minimo, perché costa meno, non è sorretto dall'aumento dei prezzi al consumo (strumento con il quale i datori di lavoro compenserebbero l'aumento salariale) ma dagli introiti fiscali generali (e quindi da oneri ripartiti in maniera progressiva).
Inoltre è applicabile anche ai lavoratori indipendenti, che rappresentano più della metà dei working poors e non ha effetti negativi sull'occupazione.
Nonostante inizialmente, come ha ammesso Leu, "molte speranze fossero riposte nella variante 2", tra le due varianti di sconto fiscale, Gerfin e Leu hanno riscontrato la maggior efficienza della numero 1, perché meno costosa e perché, garantendo a tutti il raggiungimento della soglia di povertà, elimina effettivamente il problema, almeno in termini statistici.
Rimane tuttavia il dubbio che anche la variante 2 dello sconto fiscale non sia la panacea per tutti mali. È probabile che in futuro progetti di sconti fiscali e rivendicazioni per un salario minimo siano destinati a convivere.
Anche perché se lo stato non vuole imporre minimi salariali, non si immischierà neppure, come ha osservato Couchepin, in una "sana lotta tra le parti sociali". E i sindacati hanno subito fatto sapere di continuare a ritenere i salari minimi la soluzione migliore per combattere la povertà.
Il sindacato difende il salario minimo
Secondo l'Unione sindacale svizzera, lo sconto fiscale, o "imposta negativa", proposto dal DFE più che un modello per far fronte al problema dei working poor è un modo di sovvenzionare quelle imprese, specie nel settore dei servizi, che versano stipendi inferiori ai 3000 franchi ai loro dipendenti.
Le retribuzioni minime - si legge in una nota dell'USS diramata martedì - affrontano il problema alla radice, fanno sì che valga la pena lavorare e che il salariato si senta giustamente valutato, spingono le imprese ad impiegare con efficienza i loro dipendenti e non costano nulla all'ente pubblico.
Il sindacato ammette tuttavia che questo strumento non è sufficiente e va affiancato da una migliore compensazione dei costi relativi alla prole, per esempio aumentando gli assegni famigliari.
Andrea Tognina