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L'ordinamento politico svizzero non prevede né il voto parlamentare di sfiducia, né lo scioglimento anticipato delle Camere.
Soltanto la rielezione dei membri del Consiglio federale all'inizio della legislatura, permette di sfiduciare politicamente un "ministro" in carica o di tener conto dei mutamenti politici scaturiti dal voto popolare.
La mancata riconferma della ministra Ruth Metzler è una possibilità prevista dalla Costituzione federale sin dal 1848.
Durante le prime legislature, non era raro che un consigliere federale fosse rieletto soltanto al secondo o al terzo scrutinio.
Due casi di non rielezione di un uscente
In carica dal 1848, il bernese Ulrich Ochsenbein – un radicale barricadiero che si era avvicinato per opportunismo ai conservatori – fu estromesso nel 1854, perché i liberali non lo considerarono più degno di fiducia.
Nel 1872, il ginevrino Jean-Jacques Challet-Venel pagò con la non rielezione la sua opposizione federalista ai progetti di riforma costituzionale della maggioranza radicale.
Fin quando la "famiglia" liberale radicale detenne la maggioranza assoluta in parlamento, una mancata riconferma rientrava nella logica del sistema. Le cose cambiarono a fine Ottocento, con l'apparire di gruppi parlamentari strutturati e l'entrata in governo dei conservatori cattolici.
Da quando il Consiglio nazionale è eletto con la proporzionale (1919), nessun partito dispone della maggioranza assoluta all'Assemblea federale: la non rielezione di un consigliere federale è quindi diventata più difficile e rischiosa.
L’UDC già all’attacco
Da allora, l'unico tentativo palese di estromettere un membro del governo è stato attuato nel 1999 dall'UDC, presentando la candidatura di Christoph Blocher per contrastare la rielezione dei socialisti Dreifuss e Leuenberger.
Nelle ultime legislature abbiamo invece assistito a dimissioni "pilotate", in funzione di interessi partitici. Il caso più lampante è quello di Arnold Koller e Flavio Cotti, dimissionari nel 1999, a sei mesi dalle elezioni, per salvare i due seggi del PPD.
Le dimissioni forzate
Nel XX° secolo ci sono stati due ritiri forzati. Nel 1917, il sangallese Arthur Hofmann prese iniziative personali in vista di una pace separata tra Germania e Russia e dovette dimettersi per non compromettere la neutralità svizzera.
Ragioni di politica estera spinsero alle dimissioni anche il vodese Marcel Pilet-Golaz, nel 1944: ritenuto troppo favorevole alle potenze dell'Asse, il responsabile della politica estera era diventato un ostacolo alla normalizzazione dei rapporti con l'Unione sovietica.
Gli scandali politici
La carriera di due altri membri del governo fu interrotta da scandali politici. Paul Chaudet, capo del dipartimento militare, fu travolto dall'affare dei Mirages (ingenti sorpassi di spesa per l'acquisto di aerei da combattimento).
Nel 1966, i radicali decisero di non candidarlo alla vicepresidenza della Confederazione, temendo ripercussioni negative in occasione delle elezioni federali del 1967; risentito, Chaudet diede le dimissioni.
Elisabeth Kopp si dimise addirittura due volte: nel dicembre 1988, ammise di aver avvertito telefonicamente il marito di un'inchiesta penale contro una società di cui era vicepresidente, dando le dimissioni per il 28 febbraio 1989; poi si ritirò con effetto immediato il 12 gennaio 1989, quando furono rese note le conclusioni di un rapporto che l'accusava di violazione del segreto d'ufficio.
Le sconfitte politiche
Due le dimissioni motivate da sconfitte politiche. Nel 1934, il radicale Heinrich Häberlin si dimise dopo il rifiuto popolare di una legge sulla sicurezza dello Stato; nel 1953, fece lo stesso il socialista Max Weber, in seguito alla bocciatura del suo progetto di riforma finanziaria.
Un caso a parte rimane quello del friburghese Jean-Marie Musy: si ritirò inaspettatamente nel 1934, dopo aver proposto invano ai colleghi le dimissioni dell'intero governo. Si presume che Musy, un conservatore vicino agli ambienti d'estrema destra, volesse provocare una crisi politico-istituzionale.
swissinfo, Marco Marcacci
In breve
Il sistema politico svizzero non contempla la possibilità di sfiduciare un ministro.
Il parlamento può impartire un monito soltanto ogni quattro anni, all’inizio di una nuova legislatura.
La bocciatura di uno o più membri dell'esecutivo è prevista dalla Costituzione federale sin dal 1848.