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Note de lecture : Entre terre et mer : quel avenir pour la pêche ? / Laurent Delcourt... [et al.]. - Louvain-la-Neuve : Centre Tricontinental ; Paris : Syllepses, 2017
Nel 2012 Olivier de Schutter, allora relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione, scriveva: «il settore della pesca riveste a livello mondiale un ruolo d’importanza capitale per quanto riguarda l’alimentazione e la sicurezza alimentare […]» Precisava che più di 50 milioni di persone vivono direttamente di pesca artigianale. Queste attività si concentrano soprattutto nei paesi del Sud e contribuiscono alla sicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone.
Tra il 1976 e il 2014, la quantità di pesce esportato sul mercato internazionale è più che triplicata. I prodotti della pesca sono i prodotti alimentari più scambiati al mondo e superano i guadagni complessivi di caffè, banane, cacao, tè, zucchero e tabacco . Con il passare degli anni l’industria della pesca è diventata un ambito che concentra interessi economici e geostrategici.
L’industrializzazione dei mari
L’industrializzazione dei mari è stata resa possibile dalla doppia rivoluzione della rete ferroviaria e delle tecniche di surgelamento, che ha permesso di ridurre le distanze e di conservare la qualità del prodotto. A questo si sono aggiunte le innovazioni tecniche apportate alle imbarcazioni, agli strumenti e ai metodi di pesca. Questo ha permesso di allungare il tempo trascorso in mare e di accrescere la quantità del pescato.
La sovrapesca e il diritto del mare
Secondo la FAO, quasi un terzo dello stock di pesce viene sfruttato eccessivamente. La sovraccapacità produttiva della flotta mondiale causa l’abbassamento dei prezzi. A partire degli anni 60, il degrado degli stock nel Mediterraneo e nel Nord Atlantico ha portato l’industria alieutica a spostarsi sulle coste Ovest ed Est africane e in seguito nell’Oceano Indiano.
Nel 1982, la firma della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay) lancia il movimento di «enclosure» (passaggio da un uso comune a un uso privato). Questo movimento si basa sull’idea che l’assenza di proprietà spiega lo sfruttamento eccessivo delle zone di pesca.
Bisogna tuttavia constatare che sono innanzitutto le imprese esportatrici a beneficiare di questo sviluppo, a sfavore della sicurezza alimentare delle comunità di piccoli pescatori. Stiamo assistendo a un vero e proprio «trasferimento di proteine» dal Sud verso il Nord (l’espressione è di Jean Chaussade ).
Acquacoltura e accaparramento dei territori di pesca
L’acquacoltura è presentata come la risposta alla sovrapesca e alla domanda in costante aumento. Quest’attività di produzione è in realtà la gemella siamese dell’agricoltura intensiva. Essa comporta una perdita della biodiversità e l’inquinamento delle acque, in particolare a causa dell’uso massiccio di antibiotici e ormoni.
Il discorso mediatico sul degrado delle risorse giustifica il movimento di privatizzazione. Stiamo assistendo all’accaparramento dei mari e dei territori di pesca in nome della «gestione responsabile del capitale naturale» . E questo a danno delle comunità locali.
Questo movimento mondiale di concentrazione e le sue conseguenze per le comunità di pescatori artigianali ci porta a domandarci se la pesca artigianale non sia, piuttosto che una semplice questione economica, una questione di diritti umani. In effetti, la sopravvivenza e lo sviluppo delle piccole comunità di pescatori passa inevitabilmente per un riconoscimento dei diritti di queste comunità. Obiettivo dal quale siamo ancora ben lontani oggi.
Pubblicato il 21.07.2017 su Agricoltore Ticinese
(Traduzione: Sofia Reggiani)