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Servizio di base e non servizio completo
Il 14 giugno 2015 il popolo svizzero ha accettato di misura la revisione della legge sulla radiotelevisione (LRTV) e l’introduzione di una nuova imposta Billag sui media. Contemporaneamente, il sovrano ha chiesto l’avvio di un vasto dibattito pubblico sul contenuto e sul volume del «servizio pubblico» della SSR/SRG. Ma come può avere luogo questa discussione, se il Consiglio federale cerca di bloccarla sul nascere con il suo rapporto sul «servizio pubblico»?
Perché è esattamente questa l’impressione che si ha leggendo il rapporto governativo sul «servizio pubblico». Il Consiglio federale rifiuta qualsiasi discussione sull’importo di 1,3 miliardi di franchi di denaro dei contribuenti messo a disposizione della SSR/SRG. Questo rapporto è unilaterale ed elude le principali questioni di fondo, come quelle che toccano il funzionamento del mercato. Non c’è l’avvio di un dibattito sulla dimensione del «servizio pubblico», sulla giustificazione degli interventi dello Stato in un panorama mediatico in costante evoluzione o sulle forze del mercato cui bisogna lasciare spazio.
Le condizioni cambiano peraltro in funzione delle regioni linguistiche. In Svizzera tedesca, il numero di produttori di programmi radio e televisione è molto più grande che, per esempio, da me in Svizzera romanda. Nelle piccole regioni linguistiche come la Svizzera retoromancia o italofona, ci vuole più «servizio pubblico» che in Svizzera tedesca, dove il servizio completo della SSR/SRG soffoca vieppiù la concorrenza.
Le offerte statali di reti e d’informazioni devono essere solo un complemento dell’offerta esistente sul mercato mediatico, ma in nessun caso devono occupare una posizione dominante. Ed è invece ciò che succede oggi. In vista di un rinnovo della concessione della SSR/SRG, il Consiglio federale deve assolutamente considerare una riduzione dell’offerta statale di reti e d’informazioni.
Si tratta in un primo tempo di determinare i bisogni di regolamentazione, poi di fissare i limiti del «servizio pubblico». Il rapporto del Consiglio federale evita accuratamente di analizzare questi aspetti e di definire degli obiettivi. Invece di affrontare con spirito critico la questione determinante per la nostra democrazia, ossia la salvaguardia della diversità dei media in un mercato mediatico vivo, il Consiglio federale accetta che la SSR/SRG prosegua la sua espansine nel settore in linea. Questa evoluzione delle influenze dello Stato è malsana e non ha più alcun rapporto con la garanzia di un «servizio pubblico».
Come quando fu introdotta l’imposta Billag sui media, il Consiglio federale manovra per evitare le modifiche costituzionali, e quindi le consultazioni popolari, che la sua politica esigerebbe. Gli obiettivi del suo rapporto sono quindi totalmente falsi.
Il governo rifiuta altrettanto ostinatamente di avviare un dibattito sul budget della SSR/SRG e sull’ammontare dell’imposta sui media. Durante la sessione invernale 2015, aveva peraltro annunciato esplicitamente la presentazione di varianti budgetarie in risposta a una domanda posta in Parlamento. Esso si oppone anche a qualsiasi modifica della forma giuridica della SSR/SRG e di verificare se per la SSR/SRG, con il suo budget di 1,6 miliardi di franchi, una società anonima non sarebbe più conforme alle esigenze attuali dell’obsoleta struttura d’associazione.
Il fatto è che, se le esigenze formulate dalla SSR/SRG nel suo nuovo documento strategico sulla politica mediatica fossero soddisfatte, e dunque se la SSR/SRG si concentrasse su un «servizio pubblico» di base invece di mirare a un servizio completo, l’imposta sui media potrebbe essere ridotta della metà. Si getterebbero così le basi per una maggiore diversità mediatica, per dei media più indipendenti, per uno sviluppo più efficace dei media privati e per una migliore qualità dei media.