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La decisione presa giovedì dal Consiglio federale di attuare con una modifica costituzionale l'imposta minima del 15% per le multinazionali con almeno 750 milioni di euro di reddito - come concordato in seno all'OCSE e al G20 - ha soddisfatto l'economia e lascia la situazione invariata "per quelle che non arrivano a questa soglia o che la superano ma sono attive solo a livello nazionale". Pertanto "i cantoni che prevedono aliquote inferiori potranno continuare ad applicarle", spiega Samuele Vorpe, fiscalista e professore di diritto tributario alla SUPSI.
La concorrenza fiscale sarà quindi solo parzialmente limitata dal 2024. Se il fatto di trovare anche altrove le medesima aliquota minima costituirà un ostacolo alla fuga di multinazionali, la partita - anche fra cantoni all'interno della stessa Svizzera - rimane aperta per le altre imprese e si giocherà anche su un altro terreno: "Quello che si può fare è mantenere attrattiva l'imposizione per i manager che dirigono queste aziende multinazionali. Ci sono cantoni come Zugo - con il 22% - che già lo fanno, e altri con il 25-30%. Qui il Ticino ne esce penalizzato", afferma Vorpe.
"Per diventare attrattivo per queste società multinazionali deve operare una riduzione per le aliquote alte, affinché si decida di venire qui a investire o si evitino delocalizzazioni. Lì la concorrenza rimane e abbiamo differenze importanti con altri cantoni. Ecco allora che per il Ticino diventa importante giocare la partita sugli alti redditi".