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Assistenza alle Forze di Sicurezza: la presenza cinese nel continente africano
PERCHÈ IN AFRICA NON C’È UNA NUOVA GUERRA FREDDA
di Ilaria Carrozza
Quando, l’anno scorso, le truppe ruandesi hanno marciato per celebrare il 25° anniversario della liberazione del Paese dal genocidio, il comandante e le sue 22 squadre hanno fatto saluti militari in cinese mandarino. Quasi 2.000 soldati e ufficiali di polizia ruandesi, addestrati da istruttori cinesi, hanno sfilato in uno stadio nazionale affollato.
Questo dettaglio ha richiamato l’attenzione sul crescente impegno militare della Cina in Africa, impegno che comprende la vendita di armi, la partecipazione alle operazioni di pace e antipirateria delle Nazioni Unite e l’addestramento militare. Queste attività sono oggetto di molti dibattiti all’interno di diversi ambienti politici e accademici, soprattutto alla luce dell’attuale tensione, definita una “Nuova Guerra Fredda”, tra gli Stati Uniti e la Cina. Da più parti è stato sottolineato il crescente coinvolgimento della Cina nelle attività militari degli Stati africani e il fatto che la fornitura cinese di Assistenza alle Forze di Sicurezza (conosciuta come SFA, in inglese Security Force Assistance) sia un elemento della strategia di Pechino per ottenere un’influenza globale.
L’SFA consiste nel donare armi, addestramento militare e consulenza ai militari alleati, con investimenti di miliardi di dollari ogni anno. È uno strumento per aumentare la capacità e la qualità delle istituzioni coercitive dello Stato destinatario; oltre ad affrontare le minacce dirette percepite come terrorismo, crimine organizzato e migrazione incontrollata, l’SFA è anche presentata come una misura per mitigare la fragilità dello Stato. I fornitori si aspettano spesso che l’SFA migliori anche i rapporti con le forze armate degli Stati destinatari.
L’SFA ha svolto un ruolo di prim’ordine nella rivalità strategica fra Stati Uniti e Unione Sovietica in Africa durante la Guerra fredda, quando veniva utilizzata dagli Stati beneficiari per costruire le proprie forze armate, e dai fornitori per acquisire influenza nella battaglia ideologica tra il blocco occidentale e quello sovietico. Per valutare se la fornitura di SFA all’Africa segua oggi uno schema simile, il mio collega Nicholas Marsh e io abbiamo raccolto tutte le informazioni disponibili sull’SFA cinese a stati africani e le abbiamo confrontate con i dati sulla fornitura di SFA degli Stati Uniti. Questa ricerca fa parte di un progetto denominato The Impact of Security Force Assistance on State Fragility (SFAssist), con sede presso l’Istituto di Ricerca sulla Pace di Oslo (PRIO) e guidato da Øystein H. Rolandsen.
Abbiamo identificato 29 destinatari dell’SFA cinese in Africa, tra cui due organizzazioni – l’Unione Africana e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) – e 27 paesi, tra cui Angola, Camerun, Repubblica Centrafricana, Gibuti, Egitto, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria, Ruanda, Sudafrica, Sudan, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. In generale, abbiamo scoperto che, sebbene sia difficile raccogliere informazioni affidabili sui finanziamenti cinesi, l’SFA cinese non è drammaticamente superiore o inferiore a quanto promesso nel 2015, quando il presidente Xi Jinping garantì 100 milioni di dollari in assistenza militare all’Unione africana per un periodo di cinque anni. Abbiamo inoltre osservato che molti dei Paesi che ricevono l’SFA dalla Cina sono anche beneficiari di investimenti legati alla Nuova Via della Seta (Belt and Road), come la Tanzania e il Ghana: le imprese cinesi che investono all’estero si trovano sempre più spesso coinvolte in aree soggette a conflitti; garantire un ambiente stabile e pacifico è quindi una priorità per la Cina al fine di salvaguardare sia i suoi interessi sia i suoi cittadini.
Inoltre, l’analisi del tipo di attrezzature e infrastrutture fornite rivela come la Cina si sia finora concentrata su attrezzature e infrastrutture non letali, come le caserme, piuttosto che sulle armi (escluse le vendite di armi che sono di natura commerciale). Questa strategia può indicare che la Cina abbia cercato principalmente di utilizzare la fornitura di SFA come un modo per costruire relazioni a lungo termine con gli stati beneficiari. Infine, è importante sottolineare che tutti i Paesi che ricevono l’SFA cinese ricevono l’SFA dagli Stati Uniti, e molti anche dal Regno Unito, dalla Francia e dall’UE. La Cina non sostituisce quindi i fornitori esistenti, ma si aggiunge a un campo di donatori già molto affollato.
Le nostre osservazioni ci permettono di concludere che sarebbe non solo storicamente impreciso ma anche fuorviante spiegare la fornitura di SFA agli Stati africani in termini di una rinnovata Guerra fredda. In particolare, la fornitura cinese di SFA in Africa è molto più piccola in termini economici di quella fornita dagli Stati Uniti. Ciò non significa che il confronto tra Cina e Stati Uniti sia insignificante o che non avrà conseguenze per il Continente. Infatti, l’attuale rivalità strategica tra Cina e Stati Uniti pone un dilemma per i Paesi che potrebbero dover scegliere da che parte schierarsi, su questioni specifiche e, più in generale, su questioni relative alla politica estera.
Mentre i Paesi africani sono finora riusciti a rimanere fuori da questo confronto, la situazione potrebbe cambiare, soprattutto con l’aumento della pressione esterna per il sostegno diplomatico nel contesto di organizzazioni internazionali come l’ONU. Non dovremmo aspettarci che l’impegno della Cina nella sicurezza africana diminuisca a breve, ma sarebbe un errore pensare che la Cina sostituirà del tutto i fornitori esistenti. Piuttosto che una Nuova Guerra Fredda tra blocchi che sostengono due superpotenze, l’Africa sarà probabilmente testimone di una concorrenza che avrà luogo all’interno dei singoli Stati e che coinvolgerà un numero crescente di attori regionali ed esterni.
Ilaria Carrozza è ricercatrice presso il Peace Research Institute di Oslo (PRIO). La sua ricerca si concentra sulla politica estera cinese, sull’assistenza alla sicurezza fornita ai Paesi dell’Africa, del Medio Oriente e del Sud-Est asiatico, nonché sull’intelligenza artificiale come frontiera della concorrenza USA-Cina.