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Gli svizzeri decidono il 4 marzo se permettere alla Confederazione di continuare a prelevare due imposte che sono le sue principali fonti di entrata. Un voto che rientra in una vicenda elvetica ultracentenaria di federalismo e di democrazia diretta.
All’estero può sorprendere, ma in Svizzera è del tutto normale che il popolo abbia il potere di accordare o meno allo Stato la facoltà di imporre delle tasse e persino di avere l’ultima parola sulle loro aliquote e tariffe. La sovranità popolare è infatti intrinseca nel sistema elvetico di democrazia diretta.
L’imposta federale diretta (IFD) e quella sul valore aggiunto (IVA), di cui è questione nel Nuovo ordinamento finanziario 2021, sottoposto al referendum obbligatorio il 4 marzo, sono un tipico esempio di come funziona questo sistema.
Sin dall’inizio entrambe le imposte - che attualmente costituiscono quasi i due terzi degli introiti della Confederazione - hanno dovuto superare l’esame delle urne. E nel corso degli anni lo hanno dovuto ripetutamente riaffrontare. Anche il 4 marzo non sarà l’ultima volta. Infatti, se come previsto dalle urne uscisse un sì, l’autorizzazione di riscuotere l’IFD e l’IVA non sarebbe definitivamente accordata alla Confederazione, ma semplicemente prolungata dal 2020 al 2035.
Federalismo fiscale
Nello Stato federale svizzero nato nel 1848, le imposte dirette erano appannaggio dei cantoni, mentre la Confederazione si finanziava con i dazi. Questi, in seguito alla Prima Guerra mondiale, non bastavano però più a coprire il fabbisogno finanziario della Confederazione, aumentato notevolmente. Vi è dunque stata la necessità di trovare nuovi introiti.
Con più del 94% dei voti, il popolo nel 1915 ha accettato l'introduzione, per il biennio 1916-17, della cosiddetta imposta di guerra, calcolata sulla sostanza e gli utili. Questo ha segnato l’abbandono del principio secondo cui le imposte dirette spettavano ai cantoni e quelle indirette alla Confederazione.
Nel corso degli anni, per far fronte alle situazioni di crisi e allo sviluppo dei compiti della Confederazione, sono nuovamente state istituite imposte analoghe, con nomi diversi, per vari periodi, e sono stati introdotti altri balzelli indiretti.
Durante la Seconda Guerra mondiale si è per esempio aggiunta l’imposta sulla cifra d’affari (ICA), ossia un’imposta federale sui consumi, poi sostituita nel 1995 con l’IVA. Quest’ultima è stata avallata nel 1993 dal popolo, che in precedenza l’aveva rifiutata per ben tre volte.
Licenza di tassare, ma…
Al 1958 risale la votazione in cui popolo e cantoni hanno avallato l’articolo costituzionale che sancisce il diritto della Confederazione di prelevare l’IFD e l’allora ICA, nel frattempo sostituita dall’IVA. Un diritto tuttavia limitato nel tempo. Per cui, prima di ogni scadenza, l’elettorato svizzero è chiamato alle urne per aggiornare il termine. Popolo e cantoni finora hanno dato il loro beneplacito tutte le otto volte. L’ultima nel 2004, con quasi il 74% di sì. Anche nel voto del 4 marzo prossimo, salvo clamorose sorprese, si profila un ampio consenso.
I tentativi di stralciare la limitazione temporale sono invece finora sempre naufragati. Da una parte, il popolo riconosce la necessità della Confederazione di imporre queste tasse e dunque ogni volta dà il benestare, dall’altra, limitando nel tempo il diritto di riscossione, si garantisce la propria sovranità in materia. Ad ogni scadenza deve infatti essere consultato, poiché l’aggiornamento comporta una modifica costituzionale. Ciò implica un referendum obbligatorio in cui l’emendamento deve ottenere la doppia maggioranza di sì dei votanti e dei cantoni.