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Nel 1979 la supercar per antonomasia era considerata la Ferrari BB, e nel Regno Unito fu realizzata una vettura, la Aston Martin Bulldog, con l’obiettivo di battere i record della berlinetta di Maranello. L’azienda di Gaydon, che all’epoca vantava una non molto innovativa V8 Vantage come modello di punta, realizzò così un prototipo su cui si sarebbero effettuati i vari test per lo sviluppo del modello che sarebbe poi dovuto andare in produzione.
Il progetto era siglato DP K901 che, insieme a quella che sarebbe dovuta essere la denominazione della vettura, ha un origine abbastanza curiosa. Bulldog proveniva dal nome dell’aereo Scottish Aviation Bulldog pilotato dall’allora amministratore delegato di Aston Martin, Alan Curtis, soprannominato K9 come il cane robot della serie tv “Doctor Who”.
Allora come oggi in una auto sportiva era la velocità massima, il primo metro di confronto e l’asticella era stata portata a 188 miglia all’ora (302 km/h) dalla Ferrari 365 GT/4 BB. All’ombra della Union Jack, forse in preda ad un eccesso di ottimismo, fissarono in 237 mph (381 km/h) il limite da raggiungere.
Aston Martin Bulldog: la sfida di allora
L’intento era quello di surclassare la più blasonata marca di auto del mondo, ma non tutto andò secondo i piani. La Aston Martin Bulldog raggiunse comunque le 191 mph (307 km/h), vincendo la sfida, ma fallì il secondo obiettivo minimo, rappresentato dallo sfondare la barriera psicologica delle 200 miglia orarie (circa 322 km/h).
Non solo. I risultati ottenuti non furono ritenuti soddisfacenti e le dissestate finanze dell’azienda, che da lì a qualche anno (esattamente nel 1986) sarebbe stata acquisita dal gruppo Ford, non consentirono ulteriori investimenti. Questo fu in parte dovuto anche all’avversità al progetto di Victor Gauntlett, dal 1981 presidente dell’azienda, un nome il suo, o meglio, un cognome, che tornerà protagonista nella vita dell’auto quattro decenni più tardi.
Il progetto della supercar, la cui produzione era stata originariamente prevista in 20-25 esemplari, fu così abbandonato. Rimase così il prototipo, le cui linee erano state tracciate da William Towns, mentre sul fronte motoristico la Aston Martin Bulldog è mossa da un V8 biturbo di 5.3 litri montato in posizione centrale. La potenza massima è compresa tra i 600 ed i 700 cavalli, in funzione della pressione di sovralimentazione.
Si trattava di numeri largamente superiori rispetto a quelli della concorrenza con cui si sarebbe dovuta scontrare e che poteva contare su potenze dell’ordine dei 400 cavalli. A dare ulteriore valore alla realizzazione c’era poi anche una aerodinamica molto curata, che si traduceva in un Cx di 0,34. L’andamento della carrozzeria era spigoloso, come imponevano i dettami delle supercar dell’epoca.
Ad una occhiata solo in parte distratta, la Aston Martin Bulldog poteva sembrare simile, almeno nella parte anteriore, alla Lamborghini Countach piuttosto che alla Vector W8 Twin Turbo di cui abbiamo parlato in questo articolo Vector W8 Twin Turbo, la prima sfida USA alle hypercar europee, ma non le mancavano alcuni elementi distintivi.
Aston Martin Bulldog: le particolarità
C’erano infatti delle caratteristiche peculiari che la distinguevano da tutto ciò che era stato prodotto fino a quel momento. Altre auto, prima della Aston Martin Bulldog, erano dotate di fari a scomparsa, ma nessuna prima di essa li aveva visti nascondere dal cofano anteriore. Questo infatti si abbassava nella parte più vicina al parabrezza, scoprendo una fila di ben cinque proiettori rettangolari.
La soluzione era certamente inusuale, ma altrettanto sicuramente perfettibile sul piano del risultato estetico. Anche le portiere con apertura ad ala di gabbiano non erano una novità assoluta ma, vista la rarità con cui questo sistema veniva utilizzato, rappresentarono un altro particolare distintivo della vettura.
L’auto voleva essere ed era certamente una supersportiva, ma il lignaggio del marchio imponeva anche una eleganza tipicamente british. Così Aston Martin scelse di dotare la Aston Martin Bulldog di pregiati interni in pelle beige con particolari in legno di noce. Nel cruscotto dominava la modernità, con un doppio strumento a LED/cristalli liquidi accoppiato ad un piccolo schermo CRT.
Dopo il breve momento di notorietà, la vettura fu dimenticata e, qualche anno più tardi, nel 1984, complice la ancora una volta non rosea situazione finanziaria dell’azienda, fu venduta ad un collezionista per 130 mila sterline dell’epoca (all’incirca quello che era il prezzo di vendita della Ferrari Testarossa presentata poco dopo).
Da quel momento le informazioni sulla vettura divengono frammentarie, anche se si sa che dal Medio Oriente l’auto finì negli Stati Uniti, per poi venire ceduta altre volte. La vettura, modificata nel colore della verniciatura ed in alcuni dettagli dai proprietari che si sono susseguiti, riapparve nel corso del Goodwood Festival of Speed nel 2009, quindi nel 2013, al centenario dell’Aston Martin.
Aston Martin Bulldog: il futuro
Arriviamo così ai giorni nostri quando, nel 2019, l’attuale (e sconosciuto) proprietario, decide di far tornare la Aston Martin Bulldog al suo aspetto originario, oltre che in perfetta efficienza. Affida così l’auto alla Classic Motor Cars di Bridgnorth che, in 18 mesi di lavoro, la riporta allo stato in cui era appena uscita dal laboratorio della casa di Gaydon.
A fare da supervisore al restauro è stato Richard Gauntlett, figlio di quel Victor Gauntlett che aveva decretato l’abbandono del progetto. Nel futuro a breve termine della vettura, il portare a compimento un qualcosa che risale a 42 anni fa. Il pilota ufficiale Aston Martin Darren Turner guiderà infatti l’auto per tentare di raggiungere le 200 miglia orarie. In bocca al lupo ad entrambi!