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Resoconto in versione PDF
Tra il IV e il VI secolo d.C. si delineavano lentamente i punti nodali della rivoluzione sociale veicolata dal dilagare del credo cristiano e i letterati che vi aderirono ne furono i portavoce. In un contesto storico segnato da cambiamenti radicali che miravano a compromettere le basi istituzionali, religiose e morali consolidatesi durante i secoli dell’Impero, il dibattito degli intellettuali si accentrava attorno a questioni riguardanti il modo in cui modellare lo stile di vita dei credenti in base alle novità introdotte dal Cristianesimo. Tra i modelli comportamentali più spesso impiegati per instaurare discussioni sui precetti evangelici si trova quello attribuito alla prima comunità cristiana di Gerusalemme, la cui coerenza di ideali trovava impeccabile riscontro anche nell’agire quotidiano degli adepti.1 Gli interventi della sessione si interrogano sul rapporto che la società romana tardoantica ebbe con il tema della ricchezza, apportando a tal fine esempi concreti che illustrino il comportamento di personalità emergenti del cristianesimo primitivo.
CRISTINA SORACI presenta una serie di fonti letterarie ed epigrafiche interrogandosi sull’attuabilità e attuazione dei precetti evangelici, ben definiti dagli scritti neotestamentari, rispetto alle tutt’altro che chiare tendenze del mondo post-classico. Al centro della trattazione si trova la “comunione dei beni”, contraltare dell’evergetismo di matrice classica che mirava a rendere disponibili i beni di ciascun membro della comunità ai fini del benessere collettivo. La ricchezza però non era oggetto di proibizioni o condanne. La quantità di beni materiali accumulati perdeva di rilevanza nel momento in cui colui che ne era detentore avesse dimostrato la predisposizione a privarsene per il bene comune. La studiosa ribadisce che, secondo Cassiano, la comunione dei beni restava un precetto seguito solo nei monasteri. Anche Agostino accetta la medesima linea di pensiero: il vescovo di Ippona concepisce però le comunità monastiche come esempio di comunione dei beni rivolto ad ceteros.2 La contestualizzazione del passo degli Atti si ritrova a più riprese nei suoi scritti, mostrando come in sostanza l’adozione della comunione dei beni fosse ancora lontana dalla rigorosa attuazione anche tra i membri degli ordini monastici.3 Agostino lascia intendere che il suddetto modello era stato disatteso nella sostanza e nello spirito e che l’ideale di nemo dicebat aliquid proprium doveva essere rivisto nelle sue premesse per godere di maggiore adesione nel milieu sociale del tempo.4
Soraci rivolge lo sguardo anche ai ricchi laici del tempo, ugualmente esortati alla condivisione della proprietà privata ai fini del benessere pubblico. Il loro agire si indirizzava verso il soccorso dei più deboli: ai ricchi era dunque lasciato il compito di investire le proprie risorse nell’aiuto dei poveri. Gli esempi di Zenone di Verona e Cromazio di Aquileia illustrano lucidamente tale tendenza: entrambi incitano alla traduzione delle esortazioni in atteggiamenti concreti di sussidio, da non confondersi però con attitudini misericordiose. L’agire misericordioso, infatti, non rispecchiava a pieno la vita della prima comunità di Gerusalemme, all’interno del quale il donatore si fondeva tout court con la donazione. Non fu questo il caso di Paola, matrona benestante che si distinse per le sue scelte caritatevoli, operate senza spogliarsi della veste di protagonista del dono. Soraci afferma che il modello di Paola, rispetto a quello di Melania Iuniore, era destinato a riscuotere maggior successo tra gli aristocratici: in lei era ancora vivida l’ispirazione a solidi precetti caritatevoli che ne preservarono a lungo il prestigio, invitando i ricchi aristocratici a imitarla.
Tuttavia, la classe agiata si discostava generalmente dall’esempio della vita cristiana praticata a Gerusalemme, per avvicinarsi a quello rappresentato dalla cosiddetta “pericope del giovane ricco”. La morale del passo evangelico godette di ampia diffusione negli ambienti aristocratici, portando con sé le più varie interpretazioni e applicazioni. Tra le attuazioni più note della pericope, la studiosa cita quelle dei coniugi Paolino-Terasia e Piniano-Melania. Le due coppie si distinguevano per il cospicuo patrimonio di beni materiali che, una volta venuti a mancare i rispettivi figli, essi donarono integralmente in favore dei meno abbienti. L’applicazione dei principi della pericope era subito parsa a pensatori ed ecclesiastici della levatura di Agostino, Ambrogio e Girolamo, molto pericolosa se applicata in maniera pedissequa. Aleggiava la consapevolezza del fatto che la gerarchia sociale avrebbe irrimediabilmente risentito di una progressiva privazione del patrimonio dei ricchi aristocratici per effetto dei dettami della pericope. Ne sarebbe stato compromesso uno dei pilastri economici che garantivano quella stabilità già messa alla prova su più fronti dalle plurime trasformazioni in atto nel IV secolo.
Soraci sostiene inoltre l’ancora parziale superamento dell’impulso evergetico che caratterizzava i detentori di ricchezza: nel meccanismo sociale romano quest’ultima veniva esaltata attraverso atti ben riconoscibili di supremazia nel contesto civico e politico. La studiosa trova naturale la preoccupazione dei pensatori nei confronti dell’eccessivo rigore nell’alienazione patrimoniale, che in questo senso cercavano di limitarne l’applicazione letterale. Nonostante i tentativi di arginarne gli eccessi, la morale evangelica trapelava anche dalle epigrafi che commemoravano donazioni di defunti nei confronti dei meno abbienti. Soraci invita però a distinguere questo tipo di elargizioni, che miravano ancora una volta all’esaltazione della magnanimità del singolo verso la collettività, da quelle previste dalla comunione dei beni illustrata negli Atti.
L’intervento di MARTIN ROCH si focalizza sulla figura di Salviano di Marsiglia, scrittore cristiano nato, forse a Treviri, alla fine del IV sec. d.C. La sua attività intellettuale si riflette in un’abbondante produzione letteraria, segnata da due importanti opere quali furono il De Gubernatione Dei e l’Ad Ecclesiam. La sua agiata condizione di nascita gli aveva garantito una formazione eccellente, permettendogli di acquisire un’acuta percezione della realtà politico-culturale che lo circondava. Egli trascorse la maggior parte della sua vita durante l’occupazione dei barbari. Roch si interroga su quale sia stato l’uso, negli scritti di Salviano, del modello di comunione dei beni applicato nella comunità cristiana di Gerusalemme e descritto nel passo degli Atti degli Apostoli previamente citato. Lo studioso nota che, seppure i riferimenti espliciti di Salviano al brano degli Atti degli Apostoli siano esigue, questi si riferiscano con esattezza alla questione della comunione dei beni. Egli non perde mai di vista l’ideale di fraternità cristiana, benefica per tutti i cristiani, specialmente per quelli benestanti. Roch prende in esame vari passi dell’Ad Ecclesiam5 mostrando come il tema centrale, l’avarizia, sia fortemente denunciato soprattutto in relazione al comportamento di ecclesiastici che non mettevano in pratica gli ideali ascetici della nuova religione. Nel De Gubernatione Dei6 Salviano spiega il perché della sconfitta dei Romani cristiani, che lasciava spazio all’avanzata dei barbari: l’ascesa di questi ultimi si dovrebbe al fatto che i cristiani, a cominciare dai nobili e dai ricchi, non rispetterebbero alla lettera la legge divina. Salviano mantiene una linea di pensiero attaccata all’ascetismo più rigoroso, soprattutto per quanto concerne la comunione dei beni. Se nell’Ad eccl. egli tratta la questione da un punto di vista limitato all’interno della Chiesa, nel De Gub. la denuncia di Salviano diventa una condanna aperta all’avarizia e all’egoismo dilaganti nella società romana. Roch sottolinea che l’autore si rivolge ai ricchi del suo tempo invitandoli a riflettere sulle conseguenze dell’uso che essi avrebbero fatto delle proprie ricchezze. Il taglio oratorio degli scritti di Salviano lascia pensare che essi siano stati originariamente discorsi rivolti a un pubblico concreto e variegato, quello dei gruppi ascetici del sud della Gallia, ma anche quello dei fedeli che Salviano incontrava nel suo ministero presso la Chiesa di Marsiglia in una società nel pieno del cambiamento.
La discussione ha lasciato emergere che le regole del cristianesimo primitivo si trovavano ancora in una fase applicativa prematura, durante la quale molti degli adepti alla nuova religione facevano fatica a metterne in pratica i rigidi precetti. La comunione dei beni resterà a lungo uno dei temi più dibattuti, non trovando una linea comportamentale uniforme né tra i suoi più illustri teorici né tra i membri degli ordini monastici.
Note:
1 Il riferimento è ad Ac. 4.32-35.
2 Come scrive Agostino in in. psalm. enarr. 132.1, a quibus tamen descendat ad ceteros.
3 Porta ad esempio il caso di Ianuario, che aveva disatteso al voto di povertà.
4 Agostino dimostra un’adesione completa all’ideale di comunione dei beni, pilastro fondamentale dell’ordine monastico che egli stesso aveva fondato: Aug. Serm. 355.2, composto tra il 425 e il 426 d.C.
5 Composto intorno al 440 d.C.
6 Scritto probabilmente dopo Ad Eccl., e prima del 451.
Descrizione del panel:
Soraci, Christina: Divites e comunione dei beni: ideali e realtà nelle fonti letterarie ed epigrafiche (IV-VI sec.)
Roch, Martin: Richesse et pauvreté chez Salvien de Marseille (5e siècle), entre devoirs des individus et idéal ecclésial
Questo resoconto fa parte della documentazione infoclio.ch del 5. Congresso svizzero di scienze storiche.