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La delicata questione del suicidio assistito è stata al centro dell'ultima assemblea della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), svoltasi da lunedì a ieri a Lugano.
Nell'occasione è stato adottato un documento di 30 pagine per definire delle linee guida per i preti che si trovano confrontati con questa situazione, fra cui figura l'obbligo di abbandonare la stanza nel momento in cui la persona assume le sostanze per togliersi la vita.
La posizione di principio resta chiara: la Chiesa cattolica rispetta la libertà individuale, ma non incoraggia l'aiuto a chi ha deciso di morire. Tuttavia, si legge nel documento, "in Svizzera sono sempre di più le persone che ricorrono al suicidio assistito per paura della senilità, del dolore o della solitudine".
Partendo da questa constatazione, i vescovi svizzeri si sono posti il problema legato all'accompagnamento pastorale più appropriato nei confronti delle persone che intendono porre fine alla propria vita e che si rivolgono alla comunità ecclesiastica per essere sostenute fino agli ultimi istanti. La CVS ha dunque stilato una serie di direttive da seguire per preti e agenti pastorali che si trovano a dover affrontare questa "grande sfida etica".
Sostenere i malati, recita il documento intitolato "Attitudine pastorale di fronte alla pratica del suicidio assistito", non è semplicemente un'opzione per un cristiano, bensì una delle opere di carità da svolgere. I vescovi precisano di non esprimere alcun giudizio sulle persone: l'obiettivo è quello di mostrare ai preti come procedere.
Ad esempio, essi sono invitati a mantenere la speranza che il desiderio di ricorrere al suicidio assistito sia reversibile. Ma, al momento dell'atto, "hanno il dovere di lasciare fisicamente la stanza".
Uscire dal locale non significa abbandonare la persona, specificano i vescovi. Sta al prete o all'agente pastorale interessato decidere come comportarsi nel lasso di tempo, a volte piuttosto lungo, che intercorre fra l'assunzione della sostanza letale e il decesso. Sono liberi di tornare verso il moribondo o fornire sostegno ai suoi cari.
La CVS comunque sottolinea che, pur se bisogna accompagnare verso la fine chi soffre con amore e carità, "il suicidio assistito non deve diventare un servizio normale e riconosciuto socialmente", né men che meno va banalizzato. Nell'ottica cristiana, ricorda, un suicidio infrange tre doveri: verso se stessi, verso gli altri e verso Dio.
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