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La suprema corte del Regno Unito ha detto no: il bridge, malgrado l'impegno mentale che impone, non è uno sport. La querelle era stata sollevata dagli appassionati britannici.
L'autorità sportiva preposta s'era rifiutata di accogliere il loro gioco prediletto come una disciplina fra le altre. Ma alla fine, riporta oggi il Daily Telegraph, la più alta istanza giudiziaria del Paese ha risposto picche.
Le Royal Courts of Justice erano state tirate in ballo dalla English Bridge Union (Ebu) quando l'ente pubblico che finanzia le attività sportive in Inghilterra aveva sbarrato le porte ai giocatori di bridge: sostenendo che il denaro dei contribuenti destinato a foraggiare lo sport va indirizzato solo verso quelle attività che contribuiscono a mantenere "fisicamente in forma la nazione". E lo sforzo mentale non conta, altrimenti potrebbe essere considerato uno sport anche "leggere un libro".
I supremi giudici non sono entrati nel merito di questa contesa, ma si sono limitati a stabilire la legittimità degli organismi sportivi a dettare regole in materia. L'Ebu, pur esprimendo "delusione" per non aver potuto argomentare la tesi secondo cui il bridge è al contrario "uno sport della mente", tuttavia non si arrende. Immaginando magari una rivincita in sede internazionale. Il mondo in effetti è diviso al riguardo.
Se il tentativo dei bridgisti di essere ammessi alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 è infatti andato male, vi sono Paesi i cui Comitati olimpici riconoscono da tempo questo gioco quale "disciplina sportiva associata". Tanto che si sono registrate persino indagini per presunti casi di doping, seppure un po' paradossali: perché legate all'uso di diuretici assunti - pare - da giocatori non giovanissimi solo in quanto cardiopatici.
SDA-ATS