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«arbitro!» urlò quel tipo mentre rotolava nella poca erba oltre la linea di fondo. e l’urlo andò a mescolarsi con il sibilo del fischietto dell’arbitro, che si stava avvicinando a lui, indicando ineluttabilmente il dischetto del rigore.
quel tipo era il centravanti della squadra avversaria: uno alto quasi due metri, più grosso che bravo, ma comunque temibile e temuto. per tutta la partita eravamo riusciti a contenerlo, fregandolo più volte con la trappola del fuorigioco, alla quale abboccava puntualmente come un tonno. per tutta la partita tranne che al novantesimo, se non addirittura qualche secondo oltre, sul risicatissimo punteggio di uno a zero per noi.
dalla panchina ci alzammo tutti in un moto di disperazione, ma c’era ben poco da fare, né ci si poteva lamentare più di tanto, perché gianni, il nostro numero uno, lo aveva travolto che sembrava un placcatore di rugby.
«alzati, dai, che glielo pari!» gli urlammo da lontano, perché lui, durante il campionato, di rigori ne aveva già parati tre. ma anche gianni era rotolato fuori dal campo, ed adesso se ne stava lì raggomitolato, come fanno i giocatori veri quando li guardiamo in tivù.
ad un cenno dell’arbitro il mister afferrò un paio di borracce e corse verso l’area. appena nei pressi della porta, spruzzando dell’acqua sul braccio di gianni, si girò e mi urlò di scaldarmi.
«io?!?» gli feci incredulo. ma di secondo portiere c’ero solo io e non ci potevano essere dubbi. subito mi alzai e smisi la tuta, poi mi allacciai gli scarpini e cercai, impacciato, di infilarmi i guanti, mentre in me l’agitazione raggiungeva livelli di guardia.
il vice allenatore, che di volta in volta era anche massaggiatore, magazziniere, nonché babbo di gianni, cercò di tranquillizzarmi un po’ con qualche pacca sulle spalle, ma non ci riuscì proprio. feci un paio di flessioni e tre saltelli, quindi entrai.
incrociai gianni e non potei non notare il suo pollice sinistro, perché un pollice così gonfio non lo avevo mai visto. mi sembrò che mi fece un sorriso, ma forse era una smorfia di dolore, comunque non importa.
lentamente raggiunsi la porta, tra lo sconforto dei miei compagni, che certo non mi aiutava, e che, unito al mio terrore, avrebbe ucciso un elefante.
avevo sempre sognato di giocare la finale, ma, conscio delle mie capacità, ero felice che quel sogno non si fosse tramutato in realtà... fino a poco dopo il novantesimo.
il problema non era il rigore. io non ne avevo colpa e c’era effettivamente poco da fare, ma il pareggio significava tempi supplementari, e quindi una buona possibilità che la mia, diciamo così, inesperienza fosse causa della nostra sconfitta.
cosa avevo fatto di male?!
immerso in questo infausto pensiero mi ritrovai sulla riga di porta senza quasi rendermene conto. il pallone era già sul dischetto e, poco più indietro, il capitano degli altri ostentava una spavalda sicurezza.
come fanno i portieri veri, andai prima sul palo di destra e poi su quello di sinistra e colpii entrambi con i tacchetti, quindi mi fermai nel centro della porta. guardai il papà di gianni, sperando che un miracolo potesse riportare suo figlio al posto mio, e vidi che mi indicava la destra, come se sapesse dove il pallone sarebbe andato a finire.
l’arbitro fischiò, e mentre il mio avversario calciava forte verso l’angolino alla mia destra, io mi buttai disperato sulla sinistra.
è incredibile quante cose si possono pensare in quel nulla che divide il disco del rigore dalla porta. mi aveva spiazzato come un pivello, ma pensai che la cosa rientrava nella norma. poi però immaginai i rimproveri del vice allenatore per non averne seguito il consiglio. vidi i miei compagni che mi toglievano il saluto ed il mister che mi suggeriva qualche altro sport, possibilmente non di squadra. sentii che mi sarei messo a piangere e pensai che per celarlo mi sarei potuto rovesciare una borraccia sulla testa. immaginai anche la delusione di gianni: ma cosa voleva? il rigore lo aveva causato lui!
tutto questo mentre la palla era ancora in volo, ed io anche.
invece finì sul palo, facendo lo stesso rumore di quando andai a sbattere col motorino, e poi mi colpì violentemente in pieno stomaco, causandomi dei dolori da sala parto, ma fermandosi docile tra le mie braccia.
subito non capii molto, se non che l’arbitro aveva fischiato la fine ed avevamo vinto. tutti i miei compagni mi erano saltati addosso increduli e festanti e per un attimo mi convinsi anche che il pallone lo avevo davvero preso io e non il contrario, ma in fondo questo è solo un dettaglio. quel che conta, ai fini statistici, sono i fatti, ed io in quel campionato ero l’unico portiere imbattuto.
© andrea valente