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Il Tribunale penale federale (Tpf) di Bellinzona ha condannato oggi un cittadino calabrese di 63 anni a tre anni e cinque mesi di carcere per partecipazione alla 'ndrangheta. La Corte si è pronunciata solo su un punto alquanto secondario: la ridefinizione giuridica di una sega che non è stata ritenuta un'arma. La difesa ha già annunciato che impugnerà il verdetto.
Nel novembre 2018 il TPF aveva condannato l'imputato, soprannominato "Cosimo lo Svizzero", a tre anni e otto mesi di detenzione per partecipazione a un'organizzazione criminale. Ma la sentenza era stata annullata in seguito a un ricorso accolto, anche se solo parzialmente, nel gennaio di quest'anno dal Tribunale federale (Tf).
I giudici della Corte suprema con sede a Losanna avevano confermato in larga parte le decisioni dell'istanza inferiore, in particolare l'accusa principale di partecipazione e sostegno a un'organizzazione criminale. Il Tf aveva però ritenuto che il seghetto non poteva essere qualificato come arma e che non è determinante il fatto che l'oggetto, descritto come "un filo metallico dotato di due anelli alle sue estremità", possa essere usato per ferire.
Davanti al Tpf di Bellinzona l'imputato, domiciliato nel Seeland, aveva spiegato che era un attrezzo acquistato nel rispetto della legge su un sito specializzato in articoli da campeggio, e non si trattava di un oggetto concepito per far del male, come affermato dall'accusa che lo aveva sequestrato in base alle legge sulle armi. Su questo aspetto, oggi i giudici di Bellinzona hanno dato ragione all'imputato.
Nessun pentimento
La pena è stata leggermente diminuita tenuto conto del periodo di tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno tuttavia rilevato che l'imputato non ha mai mostrato la minima volontà di pentimento per il suo comportamento "particolarmente grave" e hanno respinto la richiesta di una pena pecuniaria inoltrata dalla difesa.
Come nel 2018, l'imputato, un padre e nonno calabrese, è stato giudicato colpevole di aver partecipato, dal 2003 al 2011, alle attività delle sezioni locali della 'ndrangheta di Giussano e Seregno, in Lombardia, dove era conosciuto come "Cosimo lo Svizzero". "Non è stata la stampa ad affibbiargli il nomignolo, bensì gli ambienti criminali che frequentava", ha ricordato la Corte.
Stando al Tpf, l'uomo ha in particolare acquistato armi in Svizzera e le ha trasportate di persona in Italia. Non è invece stata provata la sua partecipazione a sanguinose azioni della mafia calabrese a Torino, risalenti agli anni 2003 e 2004. Al suo domicilio, al momento dell'avvio delle indagini nell'agosto del 2015, erano state ritrovate numerose armi, che sono state sequestrate. Fra queste il seghetto.
Difesa ricorrerà
Durante il processo davanti al Tpf, il procuratore federale ha chiesto la conferma della precedente condanna. Oltre al capo d'imputazione principale, oggi la Corte lo ha riconosciuto colpevole di traffico d'armi, sorveglianza armata di un campo di canapa e ricettazione per aver acquistato una pistola rubata.
L'avvocato della difesa, Nadir Guglielmoni, aveva invece domandato una significativa riduzione della pena - 40 aliquote giornaliere di 80 franchi più una multa di 1000 franchi - sostenendo che non c'erano prove per la maggior parte delle accuse contro il suo cliente.
Secondo il legale, non c'è alcun testimone che possa confermare che l'imputato - che gestiva dei locali pubblici nel Seeland - abbia fatto la guardia armata di un campo di canapa nel cantone di Berna. L'avvocato difensore ha confermato all'agenzia Keystone-Ats che farà ricorso contro la sentenza.