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Sorridi, Jackie.
Jackie è Jacqueline Kennedy, la moglie del presidente. L’invito a sorridere invece arriva dalla produttrice di un programma televisivo che per la prima volta ambiva a portare la Casa Bianca nei salotti degli americani. L’idea era quella di mostrare ai cittadini dell’Unione che le stanze e le poltrone della dimora presidenziale erano in tutto e per tutto simili alle stanze e alle sedute di casa loro, e che la padrona di casa, Jacqueline, elegante e accogliente, era perfettamente a suo agio nel ruolo di moglie, mamma, prima donna d’America e, a loro esclusivo beneficio, hostess di lusso nel tempio dove si decidevano i destini del mondo. Lo stesso suggerimento (sorridi, Jackie) la produttrice lo rivolge alla stessa Jacqueline quando i funerali del marito, John Fitzgerald, sono finalmente alle spalle.
Il regista cileno Pablo Larraín racconta, nel film Jackie, le ore comprese fra l’assassinio del presidente Kennedy a Dallas il 22 novembre del 1963, e il suo funerale, tenutosi a Washington tre giorni dopo. Giorni in cui l’America e il mondo si fermarono. La prospettiva da cui ci viene raccontato l’avvenimento politicamente forse più drammatico ed emotivamente più straziante della storia americana del Novecento è stavolta quello della moglie Jackie. Se è vero, come recita l’adagio, che dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, forse è altrettanto vero che dietro il mistero Kennedy, o il complotto Kennedy, o qualunque altra cosa sia stata, in fondo, la presidenza Kennedy, c’è una psicologia del potere che osservata dal punto di vista femminile racconta cose forse non necessariamente nuove, ma non per questo meno complesse, o ricche di significato e di sfumature.
Chi era Jacqueline Lee Bouvier in Kennedy, dal film di Larraín, lo si capisce solo in parte. Fin dalla prima sequenza però (il colloquio con un giornalista), appare chiaro che l’ambiguità è il vestito dentro cui Larraìn intende infilare il personaggio di Jackie, e che è attraverso di lei – una donna accolta a braccia aperte dal potere ma che di fatto il potere non lo incarna, né tanto meno lo esercita – che intende leggere la nozione di potere. Il potere di Jacqueline, ridotto all’osso, sta tutto nel suo armadio. La notte dell’assassinio di JFK, una volta a casa, e una volta smesso il vestito rosa su cui ancora s’aggruma il sangue del marito, Jackie trascorre ore ed ore a cambiarsi d’abito, travolta da una bulimia del glamour, come se tutto quel bendiddio di guardaroba, adesso che il marito è steso in una camera mortuaria (niente più serate di gala alla Casa Bianca), sia da consumare, nell’impossibilità di esibirlo, prima della sepoltura.
Messa in questi termini la vanità di Jackie appare poca e volgare cosa. In realtà a farne un personaggio coi fiocchi è la stridente coesistenza di tragedia e futilità, di calcolo e confusione mentale, di opportunismo e di vuota apparenza, di lacerante ma impotente istinto materno e di stupore di fronte all’affronto che l’assassinio del marito le prefigura: una vita dietro le quinte. La Jackie di Larraìn non è probabilmente Jacqueline Kennedy in tutto e per tutto. È piuttosto un’allegoria del potere riflesso, nonché un’estensione, sempre più esorbitante, sempre più iperbolica, del mistero Kennedy. La splendida colonna sonora di Mica Levi (in arte Micachu, una minuta ma agguerrita sperimentatrice che si è fatta le ossa nella periferia londinese suonando gli aspirapolvere), insieme lieve e sospesa, straniante e delicata, accompagna il personaggio di Jackie in punta di piedi, tratteggiandone un profilo fragile ma indelebile.
Perpetuare il sogno americano è da sempre la missione di Hollywood. Pablo Larraín quel sogno ha provato a rivoltarlo consegnandocene una versione impietosa che sta tutta negli occhi di Jackie mentre osserva degli abiti esposti in vetrina. In quello sguardo che ha smarrito non tanto la capacità di ammirare, quanto piuttosto quella di proiettare sé stessa dentro un orizzonte sorretto dall’ammirazione altrui, c’è l’ennesimo capitolo della saga Kennedy. C’è chi ha il potere (e se lo tiene stretto), e poi c’è chi se l’è visto sottrarre lo spazio di un minuto in quel di Dallas. In entrambi i casi, si sa mai, sempre meglio sorridere.