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Il Tribunale regionale di Düsseldorf ha archiviato il processo a carico dell'amministratore delegato della Deutsche Bank, lo svizzero Josef Ackermann, e altre cinque persone, che hanno accettato di versare un'indennizzo.
Secondo Hans-Peter Burghof, docente di economia all'Università di Hohenheim, intervistato da swissinfo, si tratta di una decisione "ragionevole".
Josef Ackermann e altri cinque coimputati erano accusati di aver distribuito o intascato illecitamente dei premi per un valore di quasi 60 milioni di euro nell'ambito della cessione del gruppo tedesco Mannesmann alla compagnia britannica Vodafone, avvenuta nel 2000.
I sei imputati, chiamati a rispondere di amministrazione infedele, semplice o aggravata, erano già stati assolti nel luglio del 2005 dallo stesso Tribunale regionale di Düsseldorf. Nel dicembre dell'anno scorso la Corte federale di Karlsruhe aveva però annullato la sentenza di assoluzione.
Il secondo processo Mannesmann si è concluso mercoledì con l'archiviazione del caso. Il Tribunale ha avallato la richiesta della difesa e dell'accusa, che avevano raggiunto un'intesa negli scorsi giorni per il versamento di un indennizzo di 5,8 milioni di euro da parte degli imputati.
Josef Ackermann, membro del consiglio di vigilanza della Mannesmann al momento della transazione, dovrà pagare 3,2 milioni di euro. Altri 1,5 milioni andranno a carico di Klaus Esser, ex Ceo di Mannesmann, e 1 milione dovrà esser sborsato da Joachim Funk, ex presidente del consiglio di amministrazione del gruppo tedesco.
Sull'esito del procedimento giudiziario, swissinfo ha raccolto le valutazioni di Hans-Peter Burghof, docente di economia bancaria presso l'Università di Hohenheim, in Germania.
swissinfo: Come considera questa intesa che ha permesso di mettere fine al processo Mannesmann?
Hans-Peter Burghof: Questo accordo può essere considerato molto positivo per i 6 imputati. Grazie ad esso hanno potuto uscire da una situazione molto delicata. Per quanto riguarda invece la Germania rimane aperto l'interrogativo sull'illiceità o meno dei premi intascati dai dirigenti della Mannesmann.
swissinfo: La conclusione di questo procedimento rappresenta una sconfitta per il pubblico ministero?
H.-P.B.: Sì. La decisione della Corte federale di Karlsruhe aveva in pratica concesso alla procura pubblica l'opportunità di concludere il processo con una condanna. Probabilmente il ministero pubblico si è però reso conto nel corso del procedimento che non era possibile fare chiarezza sulla vicenda. Ha quindi ragionevolmente preferito abbandonare il caso.
swissinfo: Perché ritiene "ragionevole" questa decisione?
H.-P.B.: Personalmente considero irragionevole tutto il procedimento aperto sul caso Mannesmann. L'archiviazione del processo può essere quindi considerata soltanto una buona cosa.
swissinfo: L'intesa raggiunta avrà degli effetti per il mondo economico?
H.-P.B.: Sì, in futuro i membri dei consigli di amministrazione saranno confrontati a nuovi rischi. Rischiano infatti di dover rispondere anche in caso di decisioni sbagliate adottate in situazioni difficili.
swissinfo: Quali segnali emergono invece da questo processo per l'opinione pubblica?
H.-P.B.: L'opinione pubblica ha reagito con indignazione, in quanto delle persone che hanno percepito ingenti somme escono praticamente indenni da questa vicenda. La gente ha l'impressione che nella rete finiscono sempre i pesci più piccoli, mentre quelli più grossi se la cavano a buon mercato.
swissinfo, intervista di Christian Raaflaub
(traduzione Armando Mombelli)
In breve
Lo svizzero Josef Ackermann, 58 anni, è dal 2002 l'amministratore delegato e presidente della Deutsche Bank, il primo istituto bancario tedesco.
Tra il 1993 e il 1996, Ackermann è stato alla testa del Credit Suisse.
Nel 1996 entra a far parte della Deutsche Bank. Tra il 1999 e il 2000 è pure membro del consiglio di vigilanza della Mannesmann.
Nel 2000, la Mannesmann viene ceduta alla britannica Vodafone. Per appropriarsi della multinazionale tedesca, Vodafone sborsa più di 170 miliardi di dollari, ciò che ne fa l'operazione finanziaria più grossa della storia tedesca.
Ackermann e altri cinque altri ex-membri della direzione di Mannesmann finiscono nell'occhio del ciclone per aver autorizzato il versamento di premi per complessivi 57 milioni di euro ai dirigenti della Mannesmann che hanno gestito la vendita e per non aver così difeso gli interessi degli azionisti.