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Per la prima volta in Svizzera è stata pronunciata una condanna per una vicenda di escissione. La giustizia friburghese ha inflitto sei mesi con la condizionale a una somala.Questo contenuto è stato pubblicato il 11 giugno 2008 - 11:47
La donna, una rifugiata di 50 anni, ha rinviato la sorellastra di 13 anni in Somalia, esponendola all'escissione e ai pericoli della guerra civile. La giustizia friburghese l'ha riconosciuta colpevole di violazione del dovere di assistenza.
Non è invece possibile perseguirla per lesioni gravi perché l'escissione non è un reato in Somalia, ha precisato mercoledì la giudice istruttrice incaricata del caso.
L'imputata aveva fatto venire in Svizzera nel 1995 la sorellastra di 7 anni facendola passare per la figlia. Sei anni dopo, non riuscendo a educarla secondo i rigorosi codici culturali del suo paese, l'aveva affidata a un conoscente per portarla dalla madre in Somalia. La ragazza ha così subito l'escissione e ha vissuto in dure condizioni. Nel 2004 è riuscita a fuggire in Kenya, da dove ha potuto prendere contatto con una ex insegnante che ha allarmato l'organizzazione umanitaria "Sentinelles". Tramite quest'ultima, con l'accordo della sorellastra, è potuta tornare in Svizzera nel 2006 ed ha ottenuto l'asilo.
Altri due procedimenti per escissione sono pendenti a Zurigo e Ginevra. Il primo processo per mutilazione genitale eseguita in Svizzera si terrà il prossimo 26 giugno al Tribunale cantonale di Zurigo. Due genitori somali sono accusati di lesioni gravi per aver sottoposto la figlia all'escissione del clitoride.
L'UNICEF stima a circa settemila il numero di donne che hanno subito una mutilazione genitale che vivono in Svizzera.
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