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Spazio musicale
Il 29 giugno 2010 la mezzosoprano Anna Sutter, cantante di punta della compagnia operistica di Stoccarda, venne assassinata nella sua camera da Aloys Obrist, direttore d’orchestra e suo precedente amante, abbandonato da lei; subito dopo l’uomo si uccise. La tragica vicenda è ora diventata il soggetto di un’opera data in commissione dal Konzert und Theater St. Gallen e rappresentata in prima assoluta il 6 maggio scorso (ho visto la replica del 17 maggio). Il libretto, scritto da Alain Claude Sulzer, prende avvio compiendo un doppio passo indietro. Nella prima scena due personaggi, che si erano conosciuti grazie a un incontro casuale nell’appartamento della cantante defunta, esprimono rincrescimento per la sua terribile fine. Nella seconda scena invece un tecnico prende la maschera di Anna mentre il figlio di questa, nato da qualcuna delle sue molte relazioni amorose, si aggira nel locale e sembra non rendersi conto di quanto è accaduto. A partire da qui il libretto si mette in riga ed espone in ordine cronologico gli episodi che portano alla conclusione violenta. Fatta eccezione per le due scene iniziali, non necessarie alla drammaturgia e nocive alla chiarezza degli svolgimenti, il lavoro del Sulzer è pregevole, presenta con un vivo senso del teatro l’incalzare degli avvenimenti e caratterizza i personaggi in modo efficace. Emergono con tratti ben definiti l’amante respinto in preda alla disperazione e pronto a tutto, il sovrintendente del teatro irremovibile nel rifiutare una scrittura a Obrist e naturalmente Anna, la protagonista, donna volubile perché desiderosa di una libertà totale, come Carmen, uno dei personaggi che interpretò con maggior successo.
La musica, dovuta a David Philip Hefti, è d’una complessità vertiginosa. Nel ricchissimo organico orchestrale prende una importanza straordinaria la sezione della percussione: occorrono tre musicisti ciascuno dei quali deve utilizzare oltre dieci strumenti. La partitura è preceduta da spiegazioni che indicano, ad esempio, i segni adottati per i quarti e i tre quarti di tono. Si prevedono quattro tipi di “pizzicati”. Spesso si riscontrano passaggi con oltre venti righi (qualche volta oltre trenta). Tuttavia questo imponente spiegamento di forze è usato solo eccezionalmente per conseguire effetti di grande ampiezza. I “tutti” appaiono raramente. Come il compositore medesimo ha dichiarato in una intervista pubblicata sul programma di sala, l’orchestra ha prevalentemente un carattere cameristico. Per lunghi tratti gli strumenti producono incisi brevissimi oppure note singole che provengono da diverse direzioni e, almeno sul piano formale, sembrano non avere relazioni precise tra di loro. Spesso viene loro abbinato un sottofondo di suoni tenuti molto a lungo. L’insistenza eccessiva su stilemi di questo genere sminuisce parecchi episodi. Quando invece Hefti segue altre vie, manifestando un certo impegno costruttivo e conseguendo una certa continuità del discorso musicale, come avviene negli interludi orchestrali, i risultati convincono maggiormente.
L’allestimento del teatro sangallese ha dato un forte aiuto a superare la monotonia. Alle prese con una partitura tecnicamente assai difficile l’orchestra sinfonica della città, diretta con mano sicura e diligenza inappuntabile da Otto Tausk, è stata autrice di una prestazione di primo ordine. In palcoscenico Maria Riccarda Wesseling ha vissuto con forte partecipazione tanto i momenti drammatici quanto quelli in cui Anna si abbandona alla riflessione e percepisce tristi presagi, primo fra tutti quello di subire lo stesso destino di Carmen. In quest’opera la cameriera Pauline non è, come spesso capita a tali personaggi, una semplice comprimaria, bensì svolge una funzione importante, ad esempio nel porre il figlio di Anna per quanto possibile al riparo dagli avvenimenti o nel contrastare Obrist quando, ormai fuori di sé, penetra nella camera della cantante per compiere il misfatto. Nei suoi panni Sheida Damghani si è disimpegnata molto onorevolmente, tra l’altro sfoggiando disinvoltamente acuti incredibili. Un grande empito vocale e scenico ha messo in campo Daniel Brenna come Obrist; è stato un amante disperato e sconvolto al massimo (forse urlando troppo, a meno che ciò fosse voluto dal compositore).
Mirella Weingarten, alla quale erano affidate scene e regia, ha predisposto una struttura su tre piani, quello più alto per il coro, schierato orizzontalmente, e gli altri due per gli avvenimenti: una idea sicuramente felice. Anche per quanto concerne la conduzione dei personaggi ha svolto un lavoro encomiabile, tuttavia in qualche punto eccedendo nella complessità e rendendo i fatti difficilmente comprensibili.
Come solitamente accade per le opere moderne il pubblico non era numeroso; in ogni caso i presenti hanno accolto benevolmente il lavoro di Hefti. Naturalmente molti applausi hanno premiato le ottime prestazioni del direttore e dei cantanti.
Grande Fasolis con “I Barocchisti”
Il 14 maggio Diego Fasolis, l’orchestra “I Barocchisti” e quattro cantanti hanno offerto al pubblico ticinese un avvenimento musicale di grande importanza: la prima ripresa moderna dell’oratorio “Adamo ed Eva” di Baldassarre Galuppi su libretto di Giovanni Granelli. Mi auguro che questa riesumazione costituisca l’inizio di una più frequente apparizione nei programmi teatrali e concertistici del nome di Galuppi, autore fecondissimo (scrisse tra l’altro un centinaio di melodrammi e una trentina di oratori) che ai suoi tempi godette di grande ammirazione. Ammirazione, a giudicare dal valore di “Adamo ed Eva”, più che comprensibile. I recitativi corrono nei binari consueti nel Settecento, ma le arie e i duetti si distinguono per la felice inventiva melodica, l’espressione e l’aderenza al testo. Chiaramente delineata è anche la
caratterizzazione dei personaggi. Così nella prima parte al canto austero dell’Angelo di giustizia viene contrapposta la gioiosa e frizzante vena melodica dell’Angelo di misericordia, con in più l’arricchimento di vocalizzi abbastanza estesi. Nella seconda parte bellissima è la prima aria di Eva, un gioiello di espressione lirica che sarebbe stato degno di un Mozart. Ma anche nei momenti di eccitazione Galuppi ha grandeggiato, come si è visto soprattutto nelle intense arie dell’Angelo di giustizia.
La qualità dell’esecuzione è stata massima: accuratissima, irreprensibile, sempre tesa e attenta a ogni particolare, sublime nell’insieme. Fasolis e “I Barocchisti” hanno aggiunto un nuovo splendido anello alla catena delle loro interpretazioni di musiche sei- e settecentesche (l’oratorio “Adamo ed Eva” è del 1747). Pari bravura hanno messo in luce i cantanti Vassilis Kavayas (tenore), Roberta Mameli (soprano), Liudmila Velinskaya (soprano) e Victor Jiménez Diaz (controtenore).
Fa pena doverlo scrivere, l’Auditorio Stelio Molo di Lugano Besso non era esaurito. Ma gli applausi sono stati così intensi che parevano quelli di una sala completa.
Carlo Rezzonico