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Gli Stati europei, con l’eccezione di Svizzera e Germania, sono unitari e governati da autorità centrali. Questo è il lascito storico di secoli di assolutismo. La Svizzera, con la sua peculiare storia, ha trovato un equilibrio nel modello confederale. La Germania, a forte tradizione nazional-imperiale centralizzata, ha subito due pesanti sconfitte militari e dal ‘49 ha adottato la forma federale. L’Europa intera è uscita sconfitta politicamente e militarmente dal secondo conflitto mondiale, con Italia e Germania occupate dalle forze di liberazione; Svezia e Austria che hanno dovuto scegliere la neutralità. La visione americana era di costruire una federazione europea di popoli e nazioni che eliminasse le rivalità degli stati-nazionali spinti in una integrazione economica sempre più stretta: le Comunità europee. Carbone, acciaio, poi capitali e merci furono i principali ingredienti dell’integrazione. Occorre ricordare, che questa integrazione pacifica era possibile perché gli aspetti militari e di sicurezza erano gestiti direttamente dall’egemonia americana in Europa e dal coordinamento militare della NATO. I valori condivisi dagli europei erano la pace, lo sviluppo socioeconomico nel quadro dell’economia sociale di mercato, la libertà garantita da regimi democratici e l’anticomunismo.
Tuttavia, gli stati nazionali, e con essi gli archetipi antropologici e culturali, continuarono ad esistere in un quadro obbligatoriamente collaborativo. Con la fine della minaccia comunista (1989), il percorso di integrazione europea si accelerò: la “riunificazione” delle due Germanie fu bilanciata da un patto franco-tedesco per la creazione di un’Europa sovranazionale dotata di personalità politica e di una moneta unica. Questa trasformazione conclusasi a Lisbona nel 2009 creò molte aspettative ma anche molta resistenza di alcuni stati e popoli europei (referendum contro la moneta unica et al.), oltre ad una non dichiarata preoccupazione sia americana sia russa. La sovra-nazionalizzazione calata sugli stati nazionali europei, cioè lo spostamento di competenze prima sovrane ad un livello separato (superiore) gestito a Bruxelles, ha fatto riemergere sentimenti e convinzioni rimaste nascoste nell’inconscio collettivo delle varie comunità. La riscoperta delle “origini” e delle “tradizioni” ha fatto riemergere il localismo come valore essenziale dell’identità individuale e collettiva. Ciò si è tradotto anche in espressioni politiche che, cavalcando questi sentimenti popolari (populismo), hanno iniziato a mettere in dubbio l’intero impianto della costruzione europea. A queste si sono aggiunte anche concezioni di una destra politica, ultraconservatrice e a tratti apologetiche di un passato non troppo lontano, usandone persino i simboli.
Su tutto ciò si è innestata la globalizzazione economica che negli anni ’90 offriva facili speranze di riscatto consumista alle grandi masse (il low cost) ma poi negli anni 2000 ha presentato il terribile conto sociale ed economico condito di ineguaglianza, violenza, sfruttamento e catastrofi umane e naturali. Il colpo di coda negativo della globalizzazione ha rafforzato la sfiducia delle collettività nelle strutture sovranazionali, ritenute responsabili di aver assecondato la globalizzazione senza prevederne e prevenirne gli effetti indesiderati, ma anche dei governi nazionali, percepiti come supini esecutori del nuovo ordine mondiale globalizzato. Populismo, localismo e forme autoritarie sono risposte alle legittime paure delle popolazioni, ma probabilmente non sono la soluzione ai problemi esistenti. Tutto ciò ha comunque avuto effetti devastanti sulla credibilità e sostenibilità delle democrazie, percepite come deboli, lente e poco sensibili a tutelare gli interessi e i bisogni delle persone. La secolarizzazione ha rafforzato l’individualismo dei singoli ma gli ha rubato il futuro, la speranza. L’avvento della pandemia Covid-19 ha ulteriormente aggravato la situazione.
Il tempo che stiamo vivendo – e azzardo una previsione di durata almeno decennale – è di transizione dal mondo incentrato sulla linearità e prevedibilità causale (San Tommaso; Newton) ad un mondo dominato dall’indeterminatezza (la fisica dei quanti; Bohr). Tornano attuali le dispute dottrinarie tra neoplatonici e neoaristotelici che caratterizzarono i secoli XIV-XVI. Come allora, è forte la necessità di trovare un senso alla vita in un quadro di ordine. Ma quale ordine? Trovo illusorio immaginare di ricostruire il passato nel presente, in un sistema sempre più dominato dalla tecnica e da logiche digitali che rendono possibile l’impossibile. La crisi attuale non è dovuta alla capacità/ incapacità dei governi ma è una crisi di sistema che richiede concezioni logiche e soluzioni nuove: principi fisici quantistici come la complementarità e la sincronicità possono essere un’iniziale guida per vivere il presente senza tempo e senza spazio.
Paolo Raffaone, Politologo
Articolo pubblicato sul mensile insieme di aprile 2021.