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Dalla fine del 2021, nei paesi occidentali si è verificato, dopo molti anni, una brusca inversione di tendenza nelle dinamiche inflazionistiche.
Come spesso accaduto nella storia post-bellica il paese in cui il fenomeno si è cominciato a manifestare in misura consistente è stato gli Stati Uniti d’America.
La FED ha pertanto iniziato, a partire da marzo 2022 a adottare politiche monetarie restrittive riorientando radicalmente la propria forward-guidance da fortemente espansiva a decisamente restrittiva.
Un acceso dibattito è di conseguenza sorto tra i più autorevoli economisti, creando due distinte correnti di pensiero: quella che privilegia un approccio ortodosso di restrizione monetaria a prescindere dalle cause imputabili alle spinte inflazionistiche e quella che privilegia una forma di contrasto non fondate in modo prevalente sull’inasprimento duro delle politiche monetarie.
Negli Stati Uniti ha prevalso l’approccio Tayloriano più conservativo di contrasto all’inflazione che implica interventi tempestivi sui tassi reali (tassi nominali al netto del tasso d’inflazione); di conseguenza il tasso di riferimento è stato portato in un intervallo di tempo relativamente breve (15 mesi) da 0 al 5.50%, con 11 interventi di rialzo.
In questo contesto, quali erano le opzioni possibili per la BCE? La banca centrale europea avrebbe potuto operare in forma indipendente da quella statunitense? Se lo avesse fatto cosa sarebbe successo?
Prima di dare delle risposte è opportuno osservare cosa è accaduto nei principali paesi avanzati dell’economia mondiale.
Osservando le dinamiche dei tassi di riferimento delle maggiori economie avanzate al di fuori dell’area euro, si rileva che il Regno unito ha portato il tasso di riferimento al 5.50%, il Canada al 5% e solo il Giappone data la peculiarità della sua economia mantiene persistentemente i tassi a zero.
Quindi un dato oggettivo ci dice che tutte le banche centrali del mondo appartenenti alle prime dieci economie (con l’eccezione del Giappone e della Cina) hanno adottato politiche monetarie restrittive per contrastare l’alta inflazione, con una tempistica ed una entità sostanzialmente correlate.
Un altro dato oggettivo rilevante è costituito dal fatto che i risultati ottenuti appaiono sostanzialmente simmetrici, in termini di trend, in quanto in tutti i paesi considerati l’inflazione ha ridotto in modo apprezzabile il suo ritmo di sviluppo.
Di conseguenza, se la BCE non avesse adottato le decisioni di restrizioni monetaria nelle modalità attuate, di fatto sarebbe stata l’unica banca centrale, tra le economie avanzate, a non contrastare l’inflazione con politiche monetarie adeguatamente restrittive.
Ovviamente, le politiche monetarie restrittive in periodi di alta inflazione, non sono, come tutti sanno, una cura senza effetti collaterali significativi sull’ economia di un paese.
Tuttavia, ciò che non bisogna trascurare è rappresentato dal fatto che ogni decisione d’intervento per curare un problema estremamente dannoso come un aspro processo inflattivo non è immune da effetti collaterali, soprattutto in un mondo economico fortemente globalizzato come quello attuale.
Tra i vari effetti collaterali che la zona euro avrebbe sperimentato, quello più rilevante che si sarebbe verificato, in caso di una reazione non adeguata sui tassi d’interesse reali, avrebbe riguardato il tasso di cambio Euro/Dollaro.
Con i tassi americani che si sono prima avvicinati alla soglia del 5% per poi superarla, la svalutazione dell’euro (già verificatesi in misura consistente prima dell’incremento di 75 punti da parte della BCE del 27 ottobre 2022) sulla moneta americana, sarebbe stata certamente di livello molto profondo; è noto, infatti, che l’afflusso di capitali sulle valute forti è influenzato in modo rilevante, oltre che dalla solidità delle economie, dai tassi d’interesse vigenti.
Questa svalutazione, tenuto conto che gran parte delle importazioni dell’area euro, con particolare riferimento alle materie prime e ai prodotti energetici, sono regolate in dollari, avrebbe pertanto aggravato pesantemente le pressioni inflazionistiche nei paesi dell’eurozona, tenuto conto che i processi inflattivi nelle recenti congiunture delle economie mondiali sono sorti a seguito della crescita esponenziale dei prezzi delle materie prime e dei prodotti energetici.
Di conseguenza, l’eurozona avrebbe registrato: un costo delle materie prime e dei prodotti energetici molto più elevato, un tasso d’inflazione fuori controllo, un deflusso massiccio di capitali e come logica conseguenza una crescita del PIL più contenuta o addirittura negativa.
Peraltro, un differenziale inflazionistico elevato, tra paesi di economie interconnesse ed il disancoraggio dalle aspettative d’inflazione, favorisce la fuga dei capitali verso i paesi che adottano politiche monetarie ancorate allo sviluppo dei tassi d’inflazione, amplificando ulteriormente gli effetti negativi sui paesi poco reattivi sul fronte inflazionistico.
E l’Italia ne avrebbe sofferto più di tutti in quanto le ripercussioni negative sul rapporto debito/pil (che si attesta ad un livello di 54.3 punti percentuali superiore a quello della media dei paesi dell’eurozona- dati al 31.12.2022) avrebbe determinato fortissime tensioni sul mercato dei titoli di Stato.
Pertanto, finora, la BCE non ha avuto alcuna alternativa valida nel fronteggiare l’alta inflazione degli ultimi due anni con interventi di politica monetaria adeguatamente restrittivi; peraltro il tasso di riferimento della BCE è oggi (dopo l’incremento di 25 punti del 14.9.2023) al disotto di circa un punto da quello americano, a fronte di un tasso d’inflazione core (indice dei prezzi al consumo depurato dalle componenti volatili quali cibo ed energia) più alto (5.3% in area euro, 4.3% in USA).
Partendo da queste constatazioni, è possibile individuare quali saranno i reali fattori di fondo che influenzeranno in futuro le politiche monetarie della BCE.
I principali saranno essenzialmente tre: 1) l’andamento dei prezzi dei prodotti energetici e delle materie prime; 2) le prospettive dei tassi di crescita del PIL delle maggiori economie mondiali; 3) le decisioni di politica monetaria della FED.
Il livello di prevedibilità andamentale di questi tre fattori è inversamente proporzionale all’ordine in cui sono stati elencati.
Il primo è altamente impattante sui tassi d’inflazione ma altamente imprevedibile, in quanto dipendente da fattori di varia natura caratterizzati da elementi di accentuata aleatorietà (equilibri tra domanda/offerta, tensioni geopolitiche, shock climatici, costi di trasporto/stoccaggio).
Il secondo presenta un grado di prevedibilità più elevato in considerazione della presenza di indicatori dei macro-trends di fondo che generalmente presentano un valore segnaletico sufficientemente affidabile ed il loro andamento costituisce un segnale anticipatorio di quello che accadrà nelle economie europee.
Il terzo fattore si è delineato in modo sufficientemente chiaro. La FED, nel breve termine (1-2 anni), ritornerà a adottare politiche monetarie espansive solo in presenza di shock avversi tali da deprimere in modo grave l’economia americana. In assenza di tali eventi eccezionali, data la forte e per certi versi inaspettata resilienza dell’economia americana, che continua a dimostrarsi molto dinamica anche in presenza di interventi monetari restrittivi, è possibile ipotizzare, con un buon livello di attendibilità, che la FED prenderà in considerazione solo due opzioni: A) accrescere ulteriormente la stretta monetaria in presenza di tassi effettivi di inflazione più alti di quelli previsti; B) mantenere stabili i tassi di riferimento attuali in presenza di tassi effetti d’inflazione in linea con quelli previsti.
In definitiva, dire che la politica monetaria della BCE è destinata, volente o nolente, a continuare ad essere inesorabilmente influenzata dalle decisioni di un’altra banca centrale di un paese con una economia molto più resiliente e dinamica di quella europea, è una valutazione difficilmente controvertibile. Non si può, peraltro, continuare a trascurare che l’economia della UE (incluso il Regno unito) nel 2008 aveva un PIL superiore a quello degli Stati Uniti (16.2 trilioni di dollari contro 14.7), mentre oggi dopo solo 15 anni il Pil degli Stati Uniti ha raggiunto un livello di 25.3 trilioni di dollari, quello della UE e del Regno Unito insieme si attesta a 19.8 trilioni. Una differenza di velocità di sviluppo impressionante e talmente soverchiante che se permarrà per ancora lungo tempo ridurrà l’Europa ad un’area marginale tra le potenze economiche mondiali e sempre più dipendente da quelle più trainanti.
Di conseguenza i policy makers europei, nel loro complesso, ne prendano atto ed anziché continuare a credere nel potere discrezionale ed assoluto della BCE di determinare le sorti della ricchezza di un’area economica, si concentrino sul punto chiave di debolezza strutturale dell’Europa che richiede una strategia coraggiosa, di alto profilo politico e quindi vincente: procedere velocemente e senza indugi verso una maggiore integrazione politica ed economica di tutta L’UE.
Solo cominciando ad unire a pieno tutte le sue forze l’Europa potrà interrompere il suo declino ed assumere un ruolo di grande potenza economica mondiale, al pari della locomotiva e della fabbrica del mondo, ovvero Stati Uniti e Cina.