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I greci ortodossi di Turchia sono chiamati Rūm - o romei - per indicare la loro discendenza romana in relazione all’Impero Romano d’Oriente fondato dall’imperatore Costantino nel 330 d.C. Dopo la conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453 hanno continuato a vivere nel territorio dell’Impero e a praticare la propria religione con il permesso del Sultano che riconosceva ufficialmente la loro principale istituzione religiosa: il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli.
Fino a un secolo fa i Rūm rappresentavano un terzo della popolazione di Istanbul, oggi sono una minoranza di poche migliaia di persone su una popolazione di quasi 20 milioni di abitanti. Nel corso del ‘900 le minoranze non musulmane di Turchia – non solo i greco ortodossi, ma anche gli armeni e gli ebrei - hanno cominciato a ridursi sempre più. Per i Rūm, la situazione è cambiata drasticamente a partire dal 1923 con la fondazione della Repubblica di Turchia sulle ceneri dell’ex Impero Ottomano, dissolto dopo essere stato sconfitto durante la Prima Guerra Mondiale. Tensioni politiche tra Turchia e Grecia e un forte sentimento nazionalista turco, utilizzato dalle autorità come base per la repubblica appena fondata, li hanno portati a trasferirsi altrove o ad essere costretti a farlo.
La minoranza non è però scomparsa e mantiene le proprie tradizioni come fa la famiglia Kozmaoğlu che nel 1968 ha aperto una macelleria rimasta oggi l’ultima in Turchia a vendere carne di maiale. Sebbene i Rūm siano pochissimi, la loro tradizione in qualche modo continua addirittura a crescere: Georgios Marinakis è un greco di Kalamata che ha deciso 20 anni fa di tentare la fortuna trasferendosi a Istanbul per diventare musicista e oggi si sente parte di questa cultura, canta ogni domenica nel coro durante le messe cristiano ortodosse ed è il miglior interprete in città del Rebetiko, tradizione musicale nata nei primi anni del ‘900 e legata al doloroso percorso degli esuli trasferiti forzatamente in Grecia dopo la fondazione della Repubblica turca.
Filippo Cicciù