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A fine agosto le fatture scoperte erano 1'500 (sulle 7'100 emesse). Oggi sono circa 200 (175'000 franchi).
«Le tariffe applicate a malapena permettono di coprire i costi dell'operazione», commenta il direttore della Federazione svizzera di viaggi, Walter Kunz.
BERNA - Dieci milioni di franchi. È questa la cifra anticipata dalla Confederazione per avere organizzato durante la prima ondata di coronavirus «la più grande operazione di rimpatrio di tutti i tempi». Così l'aveva allora definita Hans-Peter Lenz, del Dipartimento federale degli affari esteri.
I confini si stavano chiudendo su tutti i lati e, in collaborazione con le compagnie aeree Swiss, Edelweiss e Helvetic, il DFAE aveva riportato a casa da ogni angolo del globo oltre 7'000 persone, di cui 4'065 cittadini svizzeri. L'ultimo volo era arrivato dall'India a Zurigo il 26 aprile.
Solo in seguito la Confederazione ha emesso le fatture, comprese tra i 400 e i 1'700 franchi in base ai chilometri coperti. «Tariffe che a malapena permettono di coprire i costi dell'operazione» secondo il direttore della Federazione svizzera di viaggi (FSV), Walter Kunz, intervistato da Le Matin Dimanche. Berna ha infatti deciso di assumersi il 20% dei costi totali, lasciando solo l'80% a carico della popolazione coinvolta.
Tuttavia, quasi 200 persone non hanno ancora pagato la fattura. E l'importo scoperto presso l'ufficio che si occupa della riscossione dell'Amministrazione federale delle finanze è di oltre 175'000 franchi.
A fine agosto sulle 7'100 fatture emesse, il DFAE aveva fatto scattare circa 1'500 solleciti (1,7 milioni di franchi). Vuol dire che la maggior parte ha nel frattempo pagato quanto dovuto. Ma non tutti. E i cittadini rimpatriati avevano sottoscritto un documento con cui si impegnavano, al rientro in Svizzera, a farsi carico delle spese di viaggio. Il paragone, comunque, è d'obbligo: la Germania finora ha recuperato solo l'11% dei costi di tutti i rimpatri, contro il preventivato 40%. Chissà se gli svizzeri saranno più ligi al dovere.
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