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Finanza e conflitti
Con la guerra la borsa sale? Gli esempi storici sono interessanti
Quando scoppia una guerra si dovrebbe investire in azioni, perché nel corso del conflitto i corsi saliranno: è un'idea diffusa che è tornata di attualità dopo l'aggressione russa in Ucraina.
Gli esempi storici sono interessanti e sul tema esiste anche un preciso studio, riferisce oggi il portale finanziario Cash, che al tema dedica un lungo articolo.
«Kaufen, wenn die Kanonen donnern, und verkaufen, wenn die Violinen spielen» (comprare quando tuona il cannone, vendere quando suonano i violini): così sembra aver detto il banchiere tedesco Carl Mayer von Rothschild (1788-1855) e le sue parole vengono spesso citate in ambito tedescofono.
Parole che non sono campate in aria: ci sono esempi impressionanti nella storia del mercato azionario della validità di questo adagio. In particolare Wall Street ha sperimentato aumenti talvolta significativi in tempo di guerra. Per esempio l'indice Dow Jones ha avuto di gran lunga il suo miglior anno durante la prima guerra mondiale: nel 1915 è salito dell'82%, la progressione più spettacolare nei suoi 135 anni di storia.
Anche lo scoppio della seconda guerra mondiale venne accolta con entusiasmo dai mercati. Il Dow Jones salì del 10% il primo giorno di contrattazioni dopo l'invasione della Polonia nel settembre 1939. Quando il Regno Unito dichiarò guerra alla Germania, la borsa di Tokyo dovette chiudere in anticipo a causa degli enormi guadagni. Anche le borse europee si mossero in rialzo.
Durante la seconda guerra mondiale il mercato azionario americano si rivelò molto volatile. I corsi aumentarono comunque significativamente nei sei anni di guerra. Il giorno della resa della Germania il Dow Jones aveva guadagnato il 20% rispetto al momento dello scoppio del conflitto, valore che sale al 30% alla resa del Giappone. Se si considera solo il periodo tra l'attacco giapponese a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 e la resa giapponese dopo le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki la progressione è addirittura del 46%.
Dall'inizio alla fine della guerra di Corea, durata circa tre anni, il Dow Jones è aumentato del 26%. Significativamente inferiore è invece l'aumento dei corsi durante la guerra del Vietnam; nei nove anni in questione l'indice ha guadagnato solo il 5%. Per contro la guerra del Golfo, durata sei settimane, ha permesso al Dow Jones di salire del 12% e durante la guerra in Iraq, anch'essa di sei settimane, l'indice è aumentato del 2%.
Nel complesso, quindi, i prezzi delle azioni statunitensi sono progrediti con tassi superiori alla media durante le guerre in cui gli Stati Uniti si sono trovati attivamente coinvolti. Ma questo poterebbe essere anche dovuto al fatto che i conflitti non hanno avuto luogo sul suolo americano e che sono stati chiaramente vinti dagli Stati Uniti, con l'eccezione delle guerre di Corea e del Vietnam.
La domanda è quindi: il proverbio menzionato in entrata si applica anche ad altri paesi e ai mercati azionari globali nel loro insieme? Henk Berkman e Ben Jacobsen della Massey University di Auckland (Nuova Zelanda) hanno presentato uno studio completo a questo proposito nel 2006. È stato esaminato l'impatto sui mercati azionari mondiali di un totale di 440 crisi internazionali nel periodo dal 1918 al 2002. I loro risultati parlano contro la validità della teoria dei cannoni e dei violini.
Secondo la ricerca ciascun conflitto internazionale riduce il rendimento dei mercati azionari globali dello 0,13% al mese. Poiché vi sono in media 2,49 conflitti al mese in tutto il mondo, questo si traduce in una perdita di rendimento legata alla guerra del 3,9% all'anno in media. In termini assoluti, i conflitti distruggono una media di 1400 miliardi di dollari di patrimonio netto all'anno: ogni conflitto costa in media 280 miliardi.
All'inizio di una crisi, le perdite di rendimento mensili sono le più elevate, pari allo 0,44%. Alla fine della crisi si registrano per contro aumenti dello 0,27%. Infine, i ricercatori mostrano che sono soprattutto i mercati azionari delle parti coinvolte nel conflitto a soffrire, mentre i mercati azionari degli stati non partecipanti sono generalmente poco colpiti.
Alla luce di queste ricerche quindi – commentano gli esperti di Cash – non solo gli argomenti umanitari, ma anche quelli economici parlano a favore di una risoluzione del conflitto in Ucraina il più rapidamente possibile. È vero che finora le azioni delle aziende dei settori dell'energia e della difesa hanno beneficiato della guerra. Nel complesso, tuttavia, vi saranno probabilmente ulteriori perdite sui mercati azionari globali se il cannone (o il missile) continuerà a tuonare.
hm, ats