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Recentemente, in un cantone della Svizzera occidentale, si è di nuovo accesa la discussione su un abbigliamento scolastico decente. Delle ragazze abbigliate in modo (semi)provocatorio sono state obbligate, durante le lezioni, a indossare una T-shirt lunga fino alle ginocchia sopra il loro vestito ritenuto troppo succinto. Ciò ha scatenato una marea di proteste da parte dei genitori delle allieve. Perché in tal modo si discriminerebbero le ragazze che, apparentemente, verrebbero private del loro diritto al «libero abbigliamento», quasi questo fosse un diritto umano fondamentale. A seguito dell’enorme pressione mediatica, le autorità hanno dovuto fare marcia indietro.
Ciò mi lascia perplesso. Perché i problemi dell’abbigliamento scolastico sono noti. Uno dei più conosciuti è che fra gli allievi ha luogo una competizione per sfoggiare l’abbigliamento più nuovo, più sexy e più costoso. Chi non indossa i vestiti più moderni è out. Ma non tutti i genitori possono permettersi di comperare quotidianamente ai propri figli i vestiti più moderni, affinché non si sentano discriminati a scuola, tornando a casa con le lacrime agli occhi.
Ci sono anche altri modi per risolvere il problema: nelle scuole inglesi (soprattutto in quelle private), per esempio, nell’istituto e durante le lezioni gli alunni indossano una specie di uniforme, munita dello stemma della scuola. Gli allievi sono molto fieri della loro uniforme. Essa crea solidarietà, un sentimento di appartenenza e impedisce qualsiasi discriminazione a causa della moda.
Oppure, un altro esempio: perlomeno qui in Ticino, una volta era prescritto che i bambini, sulla strada verso la scuola, durante le lezioni e fino al loro ritorno a casa, indossassero un grembiulino nero, una specie di mantellina. Lo potevano togliere solo dopo il loro arrivo a casa. Ciò aveva dei vantaggi: durante le lezioni, tutti gli allievi erano uguali, inoltre si poteva anche controllare che, dopo le lezioni, non girovagassero inutilmente combinando qualche stupidaggine. Era comunque anche nell’interesse dei genitori, che i figli rientrassero a casa il più presto possibile, in modo che potessero aiutare nel lavoro, cosa che era usuale a quei tempi (specialmente nell’agricoltura); oggi, invece, l’aiuto dei bambini è considerato un illegale «sfruttamento minorile». Ci pensa, quando è il caso, la Corte europea dei diritti dell’uomo!
Ma torniamo all’abbigliamento sessualmente provocatorio delle ragazze nelle nostre scuole: è nella natura delle cose che le ragazze vogliano farsi notare il più possibile dai maschietti, per cui si crea un’aspra concorrenza per attirare l’attenzione. Chi si mostra più sensuale, ottiene la maggiore considerazione: prima, durante e dopo le lezioni. Se necessario, ci si espone anche seminuda in rete. Quando poi, dal maschietto arrapato arrivano delle avances troppo aggressive, va così: se per la ragazza, lui è quello giusto, le avances sono benvenute. Se è quello sbagliato, sono molestie sessuali. E allora, a casa, piange dai genitori, chiedendone l’intervento presso le autorità scolastiche, denunce, procedure penali fino al Tribunale federale o addirittura alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
E allora mi chiedo: erano – rispettivamente sono – le prescrizioni restrittive dell’abbigliamento citate all’inizio, veramente così sbagliate e lesive dei diritti umani come si pretende oggi? Io non credo. Nella Camera bassa inglese, quando ci sono dei tumulti parlamentari, il presidente urla «Order!! Order!!». Forse si dovrebbe farlo più spesso anche per ciò che riguarda l’abbigliamento scolastico.