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Nei licei ticinesi, adattato per il teatro da Rosario Tedesco, ‘In quelle tenebre’, l’intervista di Gitta Sereny a Franz Stangl, comandante di Treblinka
“Lui non aveva fatto nulla di male; c’erano sempre stati altri sopra di lui; lui non aveva fatto altro che obbedire agli ordini; non aveva mai fatto del male a un solo essere umano. Ciò che era accaduto era una tragedia di guerra e – purtroppo – la tragedie di guerra c’erano state dappertutto”. È il riassunto del primo giorno trascorso da Gitta Sereny, giornalista inglese ebrea, di fronte a Franz Stangl, a capo dei campi di sterminio di Sobibór e Treblinka in Polonia, unico comandante di campi di sterminio finito davanti a un tribunale e condannato. Condanna che “fu per i tedeschi importante quanto quella di Adolf Eichmann da parte degli israeliani”, disse Simon Wiesenthal, il ‘Cacciatore di nazisti’ al quale si deve la sua cattura.
“Era un’occasione da non perdere, pensavo, per valutare (…) se il male emerga dalle circostanze o per nascita, e fino a che punto sia determinato dall’individuo stesso o dal suo ambiente”, scrive Sereny, che nel 1971 trascorse 70 ore a colloquio con Stangl nella sua cella nel carcere di Düsseldorf, dove il criminale nazista stava scontando l’ergastolo, facendosi raccontare quanto più dettagliatamente la sua vita e le sue scelte di vita, in cerca di una luce nel buio pesto dell’animo umano. L’aprirsi lento di Stangl – morto per infarto una ventina d’ore dopo l’intervista – alle domande di Sereny finirà nel libro ‘In quelle tenebre’ (Adelphi), pubblicato nel 1974 non prima che l’autrice abbia testato ogni singola parola dell’intervistato, incrociata con quelle di moglie e figlie, di ex SS, fino ai sopravvissuti di Treblinka.
“Io dissi: «Ma com’è possibile che sei lì e non hai nulla a che fare con questo?». E lui rispose: «Il mio lavoro è puramente amministrativo; io sono lì per costruire… per sovrintendere alle costruzioni… ecco tutto». Vuoi dire che tu non vedi succedere quelle cose? Domandai. «Oh sì», rispose lui «le vedo. Ma io non faccio niente a nessuno»” (Frau Stangl)
Dal libro al teatro. ‘In quelle tenebre – La verità è un intreccio di voci’, è come Rosario Tedesco ha tradotto e adattato il lavoro di Gitta Sereny. Con Nicola Bortolotti, lo porta nei licei di Locarno – il 27 gennaio, Giornata della Memoria, in Aula Magna (due recite) – e Lugano – il 28, sempre in Aula Magna (sempre due recite). Così come il libro non è un libro come tutti gli altri, nemmeno lo spettacolo ha dinamiche consuete: leggendo domande chiuse in buste colorate distribuite prima che tutto sia cominciato, sarà il pubblico a porre le domande direttamente a Stangl.
«All’inizio – ci racconta Tedesco – pensavo all’età anagrafica degli attori che avrebbero dovuto incarnare le parole del libro, ma mi sono subito reso conto di come questa fosse una direzione ‘mimetica’. Volevo che il mio modo di approcciare la Shoah fosse una tragedia greca di cui Gitta Sereny è il messaggero, l’unico che ha visto il delitto, l’osceno che mai si potrebbe mostrare sulla scena; lo ha visto, ha trovato le parole per raccontarlo ed è riuscita a tornare indietro, in quanto messaggero, per condividerlo con noi. L’ho trasfigurata nella funzione di colei che pone le domande, chiave di tutto, da lei poste in modo impeccabile». Domande ora affidate al pubblico: «“Perché è successo?”, “Com’è stato possibile?”, “E se fossi stato io al suo posto cosa avrei fatto?”, sono in fondo le domande che ci facciamo anche noi e che a volte arrivano come lanci di pietre infuocate: è capitato, in alcune occasioni, di assistere a persone incapaci di formularle, perché già sopraffatte dal tema».
[...] La spaventosa stortura del suo pensiero era emersa più volte, nei nostri colloqui, e adesso, avvicinandoci alla fine di essi, emergeva di nuovo. «C’era Dio a Treblinka?». «Sì», disse. «Altrimenti, come avrebbe potuto succedere?» [...]
A Rosario Tedesco, formatosi con Luca Ronconi, al cinema a fianco di Anthony Hopkins, Udo Kier e Michael York, si devono almeno altri due adattamenti di scritti inerenti l’Olocausto. E un terzo, il più recente. Andando per ordine. È suo l’adattamento italiano di ‘Destinatario sconosciuto’, geniale carteggio tra due amici e soci in affari – uno di origini tedesche, l’altro ebreo – divisi dagli eventi, una previsione della catastrofe scritta nel 1938 e diventata bestseller non prima del 1999 con la morte dell’autrice, Katherine Kressmann Taylor, spacciatasi per uomo togliendo Katherine. «‘In quelle tenebre’ mi fu consigliato dall’amica Rosana Rosatti, ebrea ashkenazita milanese, proprio dopo una replica di ‘Destinatario sconosciuto’ al Teatro dell’Elfo. A cena mi chiese se avessi letto il libro di Gitta Sereny e io le confessai la mia totale ignoranza. Lei, come farebbe una madre con una di quelle sberle formative, mi spinse a procurarmene una copia al più presto. E io m’innamorai dell’autrice e del suo intrecciare versioni e testimonianze, segno che la verità non risiede in nessun luogo, in un certo senso, ma nella pluralità delle voci».
A guerra finita, Franz Stangl cade nelle mani degli americani in un villaggio dell’austriaca terra natìa e si fa due anni nel campo di prigionia di Glasenbach, prima di essere consegnato al governo austriaco quale partecipante all’Aktion T4, nome in codice dove T4 è abbreviazione di Tiergartenstrasse 4, quartier generale del programma di eutanasia nazista. Nel maggio del 1948, prima che il processo si concluda, Stangl fugge in Italia: “Venni a sapere che in Vaticano c’era un certo vescovo Hulda, che aiutava gli ufficiali SS cattolici, e perciò andammo a Roma”, racconta a Sereny. Il vescovo si chiamava in realtà Alois Hudal e gli procurò un alloggio nella Capitale, del denaro, un passaporto della Croce Rossa e un visto per la Siria. Da qui, nel 1951, Stangl ripara in Brasile. Non fosse stato per Wiesenthal, il comandante di Treblinka sarebbe potuto pure andare in pensione da impiegato della Volkswagen, filiale di San Paolo del Brasile, e senza cambiare nome. È lì, e soltanto nel febbraio del 1967, che ‘Il Castellano’, o ‘Napoleone’, com’era chiamato nei lager per via di una certa superbia, viene identificato e arrestato.
«Ho tralasciato integralmente, per scelta personale, tutto il pezzo dedicato alla Chiesa, il quarto capitolo, dedicato a Pio XII, perché tema già trattato ne ‘Il Vicario’», premette Tedesco. Nel 1963, il drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth scrive ‘Der Stellvertreter’, in italiano ‘Il Vicario’, un’accusa di complicità con il Nazismo rivolta a Papa Pio XII, portata in scena in Italia nel 1965 per un giorno soltanto dal Gian Maria Volonté regista, giusto il tempo per le forze dell’ordine di chiudere il teatro in cui l’opera era rappresentata e per vietarne ulteriori repliche in nome del Concordato violato. ‘Il Vicario’ ispirerà Costa-Gavras per ‘Amen.’. E Tedesco stesso, che dal 2007 per dieci anni lo porterà in scena, coinvolgendo l’autore. «‘Il Vicario’ ha squarciato un velo. Quando nel 2007 lo scoprii, della Shoah possedevo nozioni puramente scolastiche. Hochhuth mi fece capire che la storia non è semplicemente divisa in ebrei e tedeschi, in buoni e cattivi, ma porta con sé il tema fondamentale della responsabilità individuale di ognuno di noi». Tema applicabile ovunque, nazismo a parte. O nazismo incluso: «Su Lampedusa, per esempio, possiamo chiudere gli occhi davanti alla tv oppure accettare che la tranquillità del nostro salotto porta con sé una sua responsabilità. Da qui sono nate in me domande anche squisitamente teatrali, relative non soltanto a come portare in scena temi apparentemente indicibili, ma anche all’interrogarsi su dove giaccia la verità».
Nel 2007, a Tedesco, andò meglio che a Gian Maria Volonté. «Paradossalmente, trovai una grande resistenza da parte dell’ambiente teatrale, che nella maggior parte dei casi non conosceva ‘Il Vicario’. Trovai difficoltà anche in una certa parte della Chiesa, quella culturalmente mediocre. Oggi, al contrario, sono convinto che se ne parlassi con Papa Francesco sarebbe lui a saltare sul palco a recitare ‘Il Vicario’ con noi, nel modo in cui lo intendo io. All’epoca, e ancora oggi, il vicario nel testo di Hochhut non è soltanto Pio XII, Eugenio Pacelli, ma soprattutto i due ragazzi protagonisti e, in generale, tutti coloro che si fanno carico della propria responsabilità nel momento storico in cui vivono. I protagonisti sono Riccardo Fontana, personaggio di fantasia dietro il quale si cela Maximilian Kolbe, il prete polacco che andò volontario ad Auschwitz; e Kurt Gerstein, figura storicamente determinata, che con un ambiguo doppiogioco tentò di sabotare dall’interno il sistema».
‘Il Vicario’, passando attraverso Kressmann Taylor e Sereny, porta fino all’ultimo progetto di Tedesco, realizzato con l’Associazione culturale ‘Tracce’, fondata insieme ad Alberta Bezzan e Rossela Tansili. ‘Due dentro ad un foco’ è la storia delle pietre d’inciampo, una specie di quotidiano giorno della memoria incorporato nelle strade delle città, sampietrini d’ottone riportanti i nomi delle vittime del nazismo e posti davanti alle ultime abitazioni degli stessi, iniziativa nata a Colonia e che nel 2022 compie trent’anni.
«‘Due dentro ad un foco’ è la storia delle pietre e di chi vi sta dietro, le vittime e i carnefici. Dai drammi storici e dalle opere di finzione, ho finito per interessarmi alle persone realmente esistite, con un lavoro d’archivio. Storia e teatro, a questo punto, sono per me pienamente mescolate, in un processo non matematico che riguarda la costruzione della propria identità, un processo inarrestabile e continuamente da rinnovare, sempre in costruzione. Questo, d’altra parte, fa il teatro: raccontare queste storie consente a noi di costruire la nostra identità, non solo rispetto al passato ma anche rispetto al presente, per non chiudere gli occhi davanti a quanto ci accade intorno».
“Se non avessi fatto altro nella mia vita che quello di catturare quest’uomo malvagio, non sarei vissuto invano” (Simon Wiesenthal)
Così parlò il ‘Cacciatore di nazisti’ una volta appresa la condanna all’ergastolo di Franz Stangl, complice nell’uccisione di 900mila persone durante il suo servizio da comandante di Treblinka. «A livello prettamente scolastico – conclude il regista – il ricordo serve sempre. È importante sapere com’è stato il tuo passato per capire quale sia il presente in cui ti trovi e azzardare vagamente qualche risposta per il futuro. Perché è angoscioso dirlo, è triste ritrovarsi a Milano quattro mesi dopo lo spettacolo davanti al memoriale della Shoah, il binario 21 della Stazione Centrale dal quale partivano i convogli che andavano ad Auschwitz, e scoprirlo vandalizzato. Quest’anima di destra, quest’odio, questo furore che inquina le menti e i cuori non è né attuale, né antico, semmai eterno. L’odio, le coscienze annebbiate, sono vecchie quanto l’uomo. Hanno avuto momenti deflagranti e la Shoah ne è stato il punto più alto. E mai come allora, spero mai dopo, l’uomo ha avuto a disposizione un apparato tecnico-burocratico che gli consentisse una tale opera di sterminio». Nelle tenebre raccontate da Sereny, se può consolare, Tedesco vede una luce: «Un testo come quello di Gitta Sereny illumina queste tenebre di sentimenti. È il suo cercare di capire qual è l’angoscioso meccanismo che agita il cuore di tutti noi che mi ha fatto innamorare».