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Lo sviluppo urbano ed economico in India rende molto difficile la coabitazione tra elefanti ed esseri umani. Sempre meno giovani scelgono di diventare cornac, addestratori di elefanti. È però questa strada che ha scelto di intraprendere il ginevrino Fabio Preti.
«Adesso capite perché non cambierei mestiere per nulla al mondo?», esclama Fabio Preti. Entrambi siamo appollaiati su elefanti senza sella. Lui totalmente a suo agio, io in equilibrio instabile, sballottata a destra e sinistra. Attorno a noi, delle moto strombazzanti e degli autobus che cercano di superarci… Come ogni giorno, questo ginevrino attraversa il villaggio di Amber per far fare il bagno al suo elefante, assieme a un'altra mezza dozzina di pachidermi coi loro padroni. Fabio è un cornac, un addestratore di elefanti.
Due anni fa, era un turista come tanti, a spasso per il Rajastan. Arrivato a Fort d'Amber, a 250 chilometri da Nuova Delhi, assisterà a una scena che cambierà per sempre il corso della sua vita: 120 elefanti, ornati come per una festa, che aspettano i turisti.
Un sogno da bambino
«Ci ha detto che voleva diventare cornac, ricorda Shah Rukh, diventato oggi uno dei suoi colleghi. Pensavamo si trattasse di uno scherzo. Gli abbiamo detto di tornare l'indomani alle quattro del mattino. E il giorno dopo si è presentato puntuale!».
Fabio Preti passa ormai i suoi pomeriggi assieme agli altri addestratori, coi piedi nell'acqua, a sfregare la pelle ruvida dei pachidermi. «È un sogno da bambino, sorride lo svizzero. Il mio primo disegno è stato un elefante. Il mio primo cartone animato, 'Il libro della giungla'. E il mio primo libro anche».
Prima di stabilirsi a Fort d'Amber, Fabio Preti non sembrava per nulla predisposto a questo destino fuori dal comune. Per cinque anni è stato gerente di un McDonald a Zurigo, prima di riprendere in mano la panetteria famigliare nel quartiere delle Eaux-Vives a Ginevra.
Per diversi anni, è venuto in India in vacanza, senza aver mai pensato seriamente di stabilirsi qui. «Quando la vita vi offre su un piatto la possibilità di realizzare i vostri sogni, non si può rifiutare», spiega con filosofia l'ex panettiere di 37 anni.
All'epoca del maharajah…
Probabilmente non molte persone invidiano la sua vita quotidiana… Sette giorni su sette, la sua sveglia suona alle quattro. Prima delle sette, l'ora della partenza verso Amber, deve nutrire, pulire e imbrigliare Shakuntala, la sua elefantessa. Ad Amber, sotto un sole cocente, la guida e l'animale fanno su e giù per portare i turisti in cima al forte. In seguito bisogna dar da mangiare una seconda volta agli elefanti, far loro un secondo bagno, il terzo pasto… fino al momento in cui si può finalmente sprofondare nel sonno, dopo 16 ore di lavoro.
«Non è una vita facile, riconosce Shafiq Khan, proprietario del branco di elefanti e datore di lavoro di Fabio. Mangiano enormemente: 300 chili di erba al giorno, zucchero di canna o paglia. Bevono anche in grandi quantità».
Nella famiglia di Shafiq si diventa cornac di padre in figlio, da quattro generazioni. All'epoca del maharajah, addestravano già alcuni dei 99 elefanti di proprietà del sovrano.
«Per noi, gli elefanti fanno parte a pieno titolo della famiglia», spiega suo fratello. Che poi aggiunge: «Del resto non avremmo mai immaginato che Fabio potesse amarli e rispettarli come noi. Ha però dimostrato il contrario».
300 franchi al mese
Oggi occuparsi di un branco d'elefanti costa caro. Sui 20 franchi pagati da ogni turista, due terzi sono impiegati per il cibo e le cure degli animali, spiega il proprietario.
Per i cornac rimangono circa 300 franchi al mese, mance comprese. Una somma che non scoraggia lo svizzero: «Mi basta, afferma. In India la vita costa poco. Me la cavo meglio qui di quando guadagnavo 7-8'000 franchi al mese a Ginevra».
Il suo principale gli presta un alloggio, incollato all'hangar dove sono custoditi i pachidermi. Le condizioni sono molto spartane: una camera, una cucina, un gabinetto all'esterno. Un'abitazione tipica della classe popolare indiana. Eccetto per un dettaglio: un computer nuovo fiammante e una chiave 3G per collegarsi ad internet. «Qui sono lontano da tutto, devo pur avere un mezzo per comunicare!».
«Patente per elefanti»
Il mestiere di cornac lo ha imparato in dieci giorni, afferma Fabio con vanto. In ogni caso, quando sale su Shakuntala in 10 secondi, appoggiando il piede sulla proboscide e aggrappandosi alle sue orecchie, si ha l'impressione che fa questo lavoro da una vita.
«Aage, aage», grida in hindi per far avanzare la sua elefantessa. Tra la folta schiera di cornac, sotto il suo turbante rosso – il costume obbligatorio per sedurre i turisti – la pelle più chiara non si nota quasi.
«È facile dirigere un elefante. Bisogna farsi rispettare e basta non aver paura. Dopo lo si guida coi piedi e, se necessario, con un bastone», spiega il cornac ginevrino, l'unico occidentale ad aver ottenuto una «patente per elefanti», che gli permette di lavorare a Fort d'Amber. Ogni giorno il suo sogno continua e naturalmente spera di non svegliarsi mai.
L'India e gli elefanti
Esistono tre specie d'elefanti: due in Africa, dove la popolazione totale di pachidermi è stimata a 500'000 unità, e una in Asia, dove la popolazione è molto meno numerosa (circa 60'000). L'elefante asiatico è considerato una specie minacciata.
Circa la metà degli elefanti asiatici vive in India.
La maggior parte sono allo stato selvaggio, ma tra 3'000 e 6'000 sono addomesticati, spesso per diverse generazioni.
Gli elefanti hanno un ritmo di vita simile a quello dell'uomo. Possono essere montati solo a partire da 18-20 anni. Lavorano poi fino a 50-60 anni e hanno una speranza di vita di 86 anni.
È da 5'000 anni che gli indiani addomesticano elefanti. Tradizionalmente servono a trasportare grossi carichi. Sono considerati anche dei portafortuna, la cui presenza è ben vista nei templi o durante i matrimoni e le feste.
Per portare a spasso dei turisti, sono utilizzate esclusivamente le femmine, meno pericolose rispetto ai maschi.
In India non esistono scuole di cornac, ossia le guide e gli addestratori di elefanti. Storicamente questo mestiere si tramandava di padre in figlio. I ragazzi imparavano il lavoro sin dalla più tenera età. Si affidava loro un cucciolo d'elefante, che veniva progressivamente addestrato e che passava con loro tutta la vita.Fine della finestrella
Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch