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Venerdì 2 novembre 1990: la Clinica veterinaria di Berna, diagnostica il primo caso di encefalite spongiforme bovina (Bse) in Svizzera e nel Continente europeo. La Svizzera diventa così il secondo Paese europeo sul quale si abbatte questa minaccia.Questo contenuto è stato pubblicato il 02 novembre 2000 - 09:49
Fino a quel fatidico 2 novembre di dieci anni fa la Bse era conosciuta solamente in Gran Bretagna dove era stata diagnosticata per la prima volta in un allevamento nel 1985 e dove cominciò a manifestarsi sotto forma di epidemia verso le fine del 1986. In Svizzera il morbo di quella che col tempo verrà conosciuta dall'opinione pubblica della "mucca pazza" fece la sua prima apparizione nel Giura bernese.
La prima mucca contaminata dalla Bse, che definiremo alfa, era stata acquistata nel Canton Vaud da un contadino giurassiano di Cerneux-Veusil. Invano curata nei mesi di giugno e luglio del 1990 dal dottor Claude-Alain Jeanmonod, veterinario a La Chaux-de-Fonds, venne infine abbattuta il 23 luglio. La carne dell'animale, dopo gli esami che esclusero il contagio della rabbia, venne commercializzata e la testa inviata al Tierspital, la Clinica veterinaria dell'Università di Berna, dove il cervello della mucca alfa rimase immerso nella formaldeide per tre mesi prima di essere esaminato.
A differenza delle autorità britanniche, che per sei anni sottovalutarono e nascosero al pubblico il pericolo che il morbo della mucca pazza poteva uccidere anche l'uomo, in Svizzera le autorità reagirono con prontezza. Lo stesso 2 novembre, giorno della diagnosi del Tierspital sul cervello della mucca alfa, l'Ufficio federale di veterinaria (Ufv) organizzò una seduta di crisi ed emanò un'ordinanza urgente che vietava di foraggiare i ruminanti con concentrati a base di farine animali. Con questa decisione si pose termine a quella follia dell'agricoltura intensiva che consisteva nel rendere carnivori gli erbivori.
E per proteggere la popolazione dalla variante umana dell'encefalopatia spongiforme bovina, le autorità federali esclusero le frattaglie a rischio dalla catena alimentare sin dal riconoscimento del primo caso svizzero di BSE nel 1990. Sei anni prima che la BSE fosse dichiarata teoricamente trasmissibile all'uomo, la Confederazione aveva quindi già preso dei provvedimenti per tutelare la salute pubblica. Questo modo di procedere delle autorità, oltre a porre la Confederazione tra i Paesi più sicuri secondo una speciale graduatoria stabilita dall'Unione europea, ha fatti sì che in Svizzera, contrariamente a Gran Bretagna e Francia, non sono stati denunciati casi della nuova variante del morbo di Creutzfeldt-Jacob (vCJD), come ci ha confermato nell'intervista in calce il professor Adriano Aguzzi, responsabile dell'Osservatorio svizzereo sulla malattia.
Il sistema di sorveglianza elvetico è triplice: dei test sono effettuati su tutti gli animali deceduti e su quelli abbattuti per qualsiasi altra malattia. Inoltre l'Ufficio federale di veterinaria effettua ogni anno 7 mila prelievi a caso sugli animali macellati. La società zurighese Prionics ha poi realizzato un test di depistaggio largamente utilizzato in Europa.Visto il periodo di incubazione del morbo di 4 anni non avrebbe senso generalizzare i test a tutte le mucche macellate: gli animali più giovani, anche se portatori del morbo, non potrebbero infatti presentare l'agente infettivo responsabile della Bse.
Secondo le scoperte più recenti, il morbo si è propagato attraverso le farine animali destinate all'alimentazione dei bovini. Per massimizzare i guadagni, in queste farine erano state mischiate carcasse di ovini abbattuti perché colpiti da tremori. Contaminate dall'agente infettivo, le mucche diventavano pazze, colpite dalla Bse, la malattia si attacca al sistema nervoso e trasforma il cervello in una specie di spugna.
In questi anni gli scienziati (tra i quali si distinguono i professori Adriano Aguzzi e Fabio Montrasio dell'Istituto di neuropatologia dell'Università di Zurigo) hanno scoperto che il tremore che colpisce gli ovini, la malattia della mucca pazza e le diverse forme di Creutzfeldt-Jakob (una malattia neurologica conosciuta dall'inizio del secolo scorso) sono dovuti ad un medesimo agente infettivo, il prione. Questo agente che non è né un batterio, né un virus, né un parassita, ma una semplice proteina inoffensiva che i mammiferi e gli esseri umani possiedono nel loro cervello, diventa patogena, deformandosi e replicandosi in maniera anormale.
La prossima frontiera sarà quella di capire a cosa servono i prioni, per poi riuscire a stabilire perché questa proteina inoffensiva, si trasforma, diventando patogena. Poi i ricercatori dovranno anche riuscire a determinare la durata media d'incubazione della nuova variante del morbo di Creutzfeldt- Jacob (vCJD) perché con questa scoperta si potrà forse stabilire anche l'ampiezza dell'epidemia in agguato soprattutto in Gran Bretagna dove si contano già oltre un'ottantina di vittime e dove 750 mila bovini contaminati sono verosimilmente stati immessi nel circuito alimentare, ragione per cui nei prossimi anni le persone affette dalla nuova variante del morbo di Creutzfeldt- Jacob non faranno che crescere.
Certo da questa scoperta gli ammalati non ne trarranno grande beneficio, dal momento che una volta innescato il processo degenerativo non si sa come fermarlo né come prevenire il decesso dei pazienti. Una speranza potrebbe venire dalla Svizzera, dall'industria biotecnologia ginevrina Serono, nei cui laboratori di ricerca è stato messo a punto un sistema per rendere reversibili la trasformazione della proteina cerebrale normale in agente patogeno. Le cavie hanno già potuto beneficiare di questo approccio sperimentale: resta da vedere quanto tempo ci vorrà per passare dalla sperimentazione al mercato.
swissinfo e agenzie
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