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SERIE NOIR
Episodio 66: La minestrina
Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain, scritto da Andrea Fazioli.
Mi piaceva studiare. Il piccolo Reto, con i suoi capelli sempre pettinati e le sue buone note, era la gioia dei suoi nonni. Al momento della laurea ero già solo al mondo: i miei nonni erano morti, mio padre era sempre in giro per il mondo… e mia madre? Davvero volete saperlo? La madre del piccolo Reto si chiamava Elena. Si suicidò davanti a suo figlio quando lui aveva nove anni, saltando giù da una rupe in un sentiero di montagna. Erano le cinque del pomeriggio del terzo giorno dopo la luna piena di luglio. La madre sopravvisse. Morì quarantotto ore dopo in ospedale, senza riprendere conoscenza.
E il piccolo Reto? Raggelato dall’orrore, chiamò a lungo sua madre davanti all’abisso. In un certo senso si potrebbe dire – uno psichiatra di sicuro lo direbbe – che ancora la sto chiamando.
Da grande avrei voluto fare l’astronomo. Quella sera annotai: «La mamma è caduta». Poi aggiunsi: «È il terzo giorno di luna gibbosa calante.» La sera in cui morì, annotai diligentemente che era il quinto giorno di luna gibbosa calante, insieme all’orario in cui era sorto ed era tramontato il sole. Oggi, tanti anni dopo, quella vecchia carcassa di Robbiani ha scoperto il trucco.
Certo, è ancora lontano dal sospettare che l’inossidabile procuratore Lafranchi abbia ucciso sei donne. Però ha capito che il misterioso killer, quella bestia immonda e brutale, uccide sempre il terzo o il quinto giorno di luna gibbosa calante. Di sicuro, come tutti gli altri, si sarà chiesto il movente di quel pazzo psicopatico.
Il movente. Non vorrei essere banale, ma lo ignoro anch’io.
È una cosa che devo fare e basta.
Lafranchi stampò il suo diario. Subito dopo distrusse il documento, in maniera che non ne restasse traccia. Poi lesse quanto aveva scritto. Infine si alzò e andò a mettere la pagina nella cassaforte, insieme alle altre.
Indossò le cuffie per ascoltare la musica e uscì a sedersi in balcone. Cercò la playlist dei Notturni di Chopin, impostò la riproduzione su “casuale” e si distese contro lo schienale. I rumori della strada lasciarono il posto al pianoforte. Lafranchi chiuse gli occhi.
Aveva già pianificato il settimo omicidio. E tanto per dimostrare che non era schiavo delle sue abitudini, avrebbe ucciso la badante del commissario un giorno in cui la luna non era nella fase gibbosa calante. Aveva predisposto ogni dettaglio. Eppure, per la prima volta, aveva qualche esitazione. Non era troppo ardito? Non avrebbe invece dovuto stare lontano da Robbiani e dai suoi?
Nella vita di un uomo ci sono cose che resistono agli anni. Spesso sono le più banali. Per l’ex commissario Robbiani una di queste era di certo la minestrina in brodo. Di tanto in tanto Zaynab comprava la pastina per bambini, quella fatta con le letterine dell’alfabeto. All’inizio Robbiani aveva protestato: gli sembrava una cosa infantile. Ma poi aveva dovuto ammettere che gli piaceva.
Distrattamente, mentre masticava un pezzo di pane, con il cucchiaio dispose casualmente alcune lettere sul bordo della fondina: R T LA FRNCH… Le osservò per un secondo. Per un attimo gli ricordarono qualcosa, ma il pensiero passò prima che potesse afferrarlo. Zaynab gli chiese se volesse ancora un po’ d’acqua. Lui fece segno di sì, poi mandò giù il pane e disse: – Sono preoccupato.
– Vedrai che lo fermeranno – lo rassicurò Zaynab. – Prima che possa uccidere ancora. Anche grazie al tuo aiuto.
Seduto sul balcone, con i Notturni di Chopin nelle orecchie, Lafranchi si stupiva di quanto potere avesse la sua scelta. La vita e la morte. Era tutto così semplice. La vita e la morte di una donna dipendevano soltanto da una sua decisione.