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Materiale bellico svizzero, le regole sulla riesportazione vanno allentate
La riesportazione - per esempio verso l'Ucraina - di materiale bellico prodotto in Svizzera dev'essere possibile a determinate condizioni. Lo prevede un'iniziativa parlamentare adottata oggi dal Consiglio degli Stati per 22 voti a 17 e 4 astensioni.
L'iniziativa, formulata dalla Commissione della politica di sicurezza della Camera dei cantoni e che dovrà ora essere esaminata dal Nazionale, auspica una modifica della Legge sul materiale bellico affinché, in caso di forniture a Stati che si riconoscono nei nostri stessi valori e che dispongono di un regime di controllo delle esportazioni simile al nostro (come Francia o Germania), la dichiarazione di non riesportazione sia limitata a cinque anni se il Paese di destinazione si impegna a trasferire il materiale bellico dopo tale scadenza soltanto a determinate condizioni: lo Stato di destinazione non è coinvolto in un conflitto armato interno o internazionale. Tuttavia, tale restrizione non si applica ai casi in cui un paese di destinazione - come l'Ucraina - si avvale del suo diritto di autodifesa conformemente al diritto internazionale. Oltre a ciò, il Paese di destinazione non deve violare in maniera grave i diritti umani e non vi deve essere alcun rischio che le armi vengano impiegate contro la popolazione civile.
Inoltre - altro aspetto cruciale dell'iniziativa, n.d.r. - le dichiarazioni di non riesportazione che sono state firmate più di cinque anni prima dell'eventuale entrata in vigore della presente modifica di legge vengono dichiarate nulle in quanto abrogate dal Consiglio federale.
Le ragioni del «sì»
Per il relatore della commissione, Charles Julliard (Centro/JU) la nostra prassi in materia di armi è considerata all'estero troppo restrittiva, ciò che ha effetti anche sulla considerazione di cui gode la nostra neutralità. A detta di Julliard, come anche di altri oratori, la modifica della legge sul materiale bellico è un atto interno alla Svizzera che non intacca la neutralità, come spiegato da eminenti giuristi, dal momento che la riesportazione di armi in un teatro di guerra avviene solo indirettamente, e non direttamente da parte nostra.
Secondo Thierry Burkart (PLR/AG), e altri «senatori» l'atteggiamento della Svizzera danneggia la neutralità del nostro Paese tant'è che diversi Paesi amici - come la Germania - hanno già affermato che non avrebbero più acquistato materiale bellico da aziende svizzere in seguito ai dinieghi opposti dal Consiglio federale alla riesportazione di armi, sebbene la vendita sia avvenuta molti anni or sono. Un simile eventualità, ha spiegato il «senatore» argoviese, metterebbe in pericolo la nostra neutralità armata dal momento che le società elvetiche attive in questo ramo perderebbero quel know-how necessario per rimanere competitive e assicurare così la nostra sicurezza.
Per Heidi Gmür-Schonenberger (Centro/LU), «il mondo è cambiato dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia», ciò che ci obbliga a rivedere la nostra prassi, che tante critiche e incomprensione ha suscitato all'estero. Un no all'iniziativa, ha aggiunto Burkart, darebbe un segnale negativo ai nostri partner europei, ossia che non siamo solidali con i Paesi che si oppongono alla Russia, paese considerato una minaccia esistenziale alla sicurezza del continente.
Le ragioni del «no»
Opposto il ragionamento degli avversari dell'iniziativa parlamentare, secondo i quali il mantenimento della credibilità della Svizzera, e della sua neutralità, passa dal rispetto della legge in vigore, rivista in modo restrittivo nel 2021, in risposta all'iniziativa popolare detta «correttiva» che voleva vietare l'export tout court di armi.
A detta di Mathias Zopfi (Verdi/GL), modificare una legge appena entrata in vigore dopo un voto popolare è poco democratico. Cambiare le regole del gioco per consentire la riesportazione di armi verso un solo paese in guerra verrebbe percepito, a suo avviso, come un aiuto unilaterale, quindi contrario alla neutralità.
Stando a Zopfi, inoltre, l'impressione che daremmo è quella di volerci arricchire vendendo armi, mentre la Svizzera può essere utile all'Ucraina in molti altri modi, ossia con l'aiuto umanitario sul posto e la ricostruzione. Va poi aggiunto, ha sottolineato l'ecologista, che l'inasprimento della legge sul materiale bellico è stato voluto per evitare che armi fabbricate in Svizzera finissero nelle mani di gruppi o paesi poco raccomandabili. Nessuno può assicurarci, ha spiegato, che qualcosa del genere non possa ripetersi anche se le armi vengono riesportate da Paesi che hanno un regime in materia paragonabile al nostro.
Nel suo intervento, la «senatrice» Heidi z'Graggen (Centro/UR) si è detta altresì «irritata» dalla clausola retroattiva contenuta nell'iniziativa parlamentare e a favore invece di un dibattito di ampio respiro sulla neutralità. Dal parte sua, Carlo Sommaruga (PS/GE) ha messo in guardia sull'impatto importante che un allentamento della nostra prassi avrà sulla percezione della neutralità all'estero, e dei riflessi negativi che ciò potrebbe avere sulla Ginevra internazionale. La nostra neutralità, ha affermato il ginevrino, «rappresenta la nostra forza».
Per Daniel Jositsch (PS/ZH) non vale la pena modificare la prassi in materia di esportazione di armi per raccogliere «qualche applauso all'estero» per poi dover constatare, fra qualche anno, che armi elvetiche sono «emerse» là dove non vogliamo. In questo momento storico, ha concluso, «dobbiamo essere forti e resistere alle pressioni».