Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01053.jsonl.gz/163

Qualcuno non più giovanissimo ricorderà, all'angolo via Pretorio-corso Pestalozzi, la Bottiglieria Piemontese. Di proprietà della famiglia Moscatelli, è stata per tanti anni un ritrovo caratteristico della vecchia Lugano. Le foto, messe a disposizione da Cesare Moscatelli, risalgono al periodo in cui il locale era gestito dai genitori Pietro ed Emma. Non è chiaro chi e quando abbia avviato l'attività, tuttavia Cesare è certo che la conduzione è sempre rimasta in famiglia. Gli ultimi esercenti sono stati proprio Pietro ed Emma, poi il palazzo è stato venduto e i nuovi proprietari hanno ristrutturato, cambiando stile architettonico e destinazione dell'immobile. In quegli anni, poco più a monte lungo via Pretorio, apriva il grande magazzino Migros.La saracinesca della Bottiglieria Piemontese si alzava di buon mattino. Era Pietro ad accogliere i primi clienti, reduci dalla nottata a Campione d'Italia o operai che, mentre si faceva giorno, bevevano qualcosa prima di mettersi al lavoro. Nei paraggi c'erano un barbiere, il negozio di macchine da cucire Singer e l'«Occasione», una bottega in cui si trovava un po' di tutto. Poco lontano un altro ristorante popolare, il «Colombino».Alle 8 Pietro apriva la propria ditta di fabbro e lasciava alla moglie Emma il compito di mandare avanti la bottiglieria. Lina, una ragazza tutto fare, aiutava al bar e ad accudire i figli, in particolare Cesare, che era ancora piccolo, mentre la sorella maggiore Maria Luisa era già una signorina. La famiglia abitava nel palazzo, al quinto piano, dove c'erano anche alcune camere gestite a mo' di pensione dagli stessi Moscatelli. «Una stanza era riservata a un ufficiale dell'esercito. Pare che fosse dei servizi segreti. È stata rinvenuta una cassaforte con alcuni documenti sigillati».Le bibite servite erano quelle solite dell'epoca: il caffè, la birra, la gazzosa, il vino, il grappino. Si preparavano però anche punch, frappé e, nella bella stagione, il gelato fatto in casa. «Tra i miei compiti – racconta Cesare – c'era l'imbottigliamento dei fiaschi. Mio papà acquistava il Barbera piemontese nelle damigiane e di volta in volta bisognava riempire i fiaschi per la mescita ai clienti».Si entrava da via Pretorio e il bancone con alcuni tavoli occupavano l'intero locale. Poi si accedeva alla cucina, dominata da un tavolone centrale e da un enorme camino, nel quale ci si poteva accomodare. «Oltre ai famigliari, alla cucina avevano accesso gli abitué, il più delle volte amici di mio padre, che spesso arrivavano con qualche specialità nostrana da cucinare. In settimana ai fornelli c'erano mia mamma o Lina, il sabato e la domenica era papà Pietro a spadellare». Un terzo locale, ad uso esclusivo della famiglia, dava su un giardinetto affacciato su corso Pestalozzi.i.p.