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Quando nel 1980 uscì il film di Peter Bodganovitch They all Laughed i giornali di cronaca nera dedicarono non poco spazio alla morte tragica di una giovane attrice. Dorothy Stratten, ex Playgirl dell'anno, debuttava in quel film e veniva assassinata dal marito, Paul Snider, in seguito ad una relazione che l'attrice aveva avuto con il celebre regista. Bob Fosse riprende ora la faccenda, a soli tre anni di distanza: un periodo forse troppo breve per decantare il pettegolezzo e fare della cronaca una lezione di costume o di storia.
Ma Bob Fosse, lo sappiamo, è legato da sempre ad un tema ben preciso, lo spettacolo. Lo spettacolo come derisione (Lenny), lo spettacolo come sensualità (Cabaret), lo spettacolo come morte (All that Jazz). Svelando fin dall'inizio del film la conclusione (che la maggior parte degli spettatori conosce comunque da tempo) un regista fa una scelta ben precisa: rinuncia alla progressione drammatica (se non a quella romanzesca), rinuncia al gioco prezioso del suspense, e si dedica all'esame di una meccanica. Quella che conduce ad un epilogo noto, partendo da presupposti che il film pone progressivamente. Rinuncia cioè alla sorpresa, ad un certo tipo di emozione, optando per il raziocinio e l'analisi di comportamento. Un tipo di cinema analitico, estremamente preciso sia nella ricostruzione dell'aneddoto che nell'esame delle psicologie.
Tutto il cinema precedente di questo cineasta non certo privo di talento s'indirizzava invece verso direzioni opposte. Fosse è un pittore dell'ambiente: CABARET, LENNY o ALL THAT JAZZ valevano per come erano raccontati. E non tanto per cosa raccontavano. Un figlio d'arte (padre artista di musical e madre cantante lirica) in cui il senso dello spettacolo nasceva da un incontro quasi irrazionale con l'odore delle scene, il colore degli sfondi, l'organizzazione delle coreografie, il senso del montaggio serrato.
È facile comprendere perché Fosse abbia girato Star 80: la vicenda di questa povera bellezza di provincia sbarcata nello Spettacolo, prima fra le braccia di un marito magnaccia da quattro soldi, poi fra quelli di Hugh Hefner idem ma dl lusso, si prestava alla descrizione (già fatta con successo da altri in passato) del potere illusorio e distruttore del successo nello show-business. Stranamente, Fosse non riesce quasi mai a fare quello nel quale eccelle, guardarsi in giro. Le poche volte che lo fa (la scena della selezione delle conigliette in pattini a rotelle, la descrizione della Playboy Mansion) il film si alza immediatamente di un tono.
Ma per la maggior parte del tempo egli sembra seguire pedestremente una vicenda già svelata, delle psicologie approssimative delle situazioni risapute. Il tutto in uno stile come al solito brillantemente vivacizzato: ma lustrato in un'estetica anonima da fotografia di rotocalco.
La corsa verso la morte, tra i lustrini colorati del mondo dello spettacolo, quell'alternarsi ambiguo fra attrazione e distruzione, in un universo fatto di bellezza e di desiderio come di disfacimento e di frustrazione che segnavano la parte migliore dell'opera di questo piccolo Fellini americano, si riduce qui a ben poco. Ad una cronaca modesta, che non può essere realista, di un film che, come la sua protagonista, non riesce mai a volare alto.