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In Catalogna si è svolto realmente il referendum per l’indipendenza, nel 2017? E’ solo una delle molte domande in merito agli eventi che da anni ormai scuotono Barcellona e la sua regione. Lo Stato ha diritto di utilizzare la forza, contro il separatismo? Sette risposte ai quesiti più frequenti su un caso di autodeterminazione e secessione che interroga tutta l’Europa.
Il referendum per l’indipendenza della Catalogna del 1. ottobre 2017 si è effettivamente svolto? «Ni.» Il Governo centrale spagnolo ha dichiarato che «non vi è stato alcun referendum, ma solo una sceneggiata.» In realtà, circa due milioni di cittadini catalani hanno gettato la loro scheda elettorale in un’urna (fonte: Governo catalano). E’ dubbio, però, che ciò costituisca una votazione valida. Si sono viste urne in mezzo alle strade, talvolta senza alcun controllo. La rete televisiva di informazione 24 Horas segnalava che in molti seggi sono stati sorpresi cittadini che infilavano nelle urne più schede. Ogni elettore poteva presentarsi in qualunque seggio, indipendentemente dal suo luogo di residenza, e votare. Il presidente del movimento Sociedad Civil Catalana, Mariano Gomà, ha confermato che vi sarebbero numerosissimi casi di brogli, dimostrabili. Indipendentemente dall’intervento delle forze dell’ordine spagnole e tralasciando ogni considerazione di diritto costituzionale, il risultato annunciato – 90% dei voti a favore dell’indipendenza – difficilmente può essere preso sul serio, a queste condizioni. La partecipazione al voto è stata, sempre secondo dati del Governo catalano, del 42% circa. I cittadini orientati a votare contro l’indipendenza hanno rinunciato a partecipare alla consultazione.
L’uso della forza, come avvenuto nella giornata del referendum, era giustificato? A questa domanda bisogna rispondere su due piani diversi: la legittimità dell’uso della forza, da una parte, e l’opportunità di tale uso, dall’altra. Se lo Stato centrale spagnolo, per tutelare l’ordine costituzionale vigente, usa la forza, ciò può essere spiacevole e dovrebbe essere evitato quanto più possibile, ma è suo diritto farlo, poiché lo Stato ha diritto esclusivo di usare la forza, se lo impongono il mantenimento dell’ordine e la tutela dei diritti costituzionali. Che il referendum per l’indipendenza fosse contrario alla Costituzione spagnola è fuori discussione: il dettato costituzionale è chiarissimo, non sono possibili divergenze d’interpretazione sul punto. Anche per questo, gli arresti dei leader separatisti promotori del referendum sono indubbiamente legittimi. I vertici di tre dei quattro maggiori partiti presenti nel Parlamento spagnolo hanno parlato, su questo punto, la stessa lingua. Una definizione particolarmente riuscita del referendum l’ha data il segretario del Partito socialista spagnolo, Pedro Sanchez: «Questo referendum perverte il concetto stesso di democrazia.» Sarebbe difficile trovare una formulazione migliore. Si vuole definire «democratico» un referendum che avviene contro la Costituzione in vigore e nonostante ripetute sentenze contrarie della Corte costituzionale, ossia contro il fondamento stesso della democrazia.
Controverse sono invece l’opportunità e la misura dell’uso della forza. Su questo punto, i rappresentanti delle diverse frazioni politiche non usavano le stesse parole. L’allora capo del Governo centrale spagnolo, Mariano Rajoy, ha deluso gli ascoltatori, durante la sua conferenza stampa serale, quando ha tralasciato ogni riferimento ai feriti causati dall’intervento della Polizia in Catalogna. Sui numeri, i dati forniti dal Governo locale e quelli delle fonti centrali spagnole divergevano di centinaia di unità. Sul teatro nazionale e internazionale, Rajoy sembrava in realtà indebolito, a seguito dell’intervento della Polizia in Catalogna. Il segretario del Partito socialista e quello del movimento civico Ciudananos hanno lamentato l’uso della forza, ma hanno espresso solidarietà alle forze di polizia ed erano d’accordo su un punto: la responsabilità dell’aggravarsi del conflitto non è del Governo centrale di Madrid, ma del Governo locale della Catalogna. Le autorità catalane hanno voluto imporre con ogni mezzo un referendum anticostituzionale, sebbene fossero consapevoli delle conseguenze.
In Scozia, nel Sudan del Sud, nell’ex Cecoslovacchia e in altri Paesi è stato possibile tenere referendum per la divisione dello Stato senza ostacoli. Perché il diritto di autodeterminazione non vale in Catalogna? Il concetto di «autodeterminazione,» anche se in questa vicenda viene utilizzato molto spesso, per la verità è fuori luogo. Il nocciolo della questione non è stabilire se i catalani abbiano o no i presupposti storici e culturali per formare una Nazione. La possibilità di secessione, ossia di separare una parte di territorio sovrano di uno Stato, è regolata nella Costituzione di quello Stato, non in modo indifferenziato per tutti dal diritto internazionale. Ogni Stato ha la propria Costituzione. Per citare un esempio significativo, la Costituzione dell’Unione sovietica consentiva alle singole repubbliche dell’Unione di separarsene unilateralmente:
Статья 72. За каждой союзной республикой сохраняется право свободного выхода из СССР
[Art. 72. Ogni repubblica conserva il diritto di uscire liberamente dall’URSS (Unione delle repubbliche socialiste sovietiche)]
Di questo diritto si avvalsero quasi tutte le repubbliche sovietiche, quando, tra il 1990 e il 1991, si resero indipendenti dall’URSS. Il Governo centrale, da Mosca, non poté fare nulla contro quelle decisioni e l’Unione sovietica si sfaldò. La Costituzione della Spagna non prevede un tale diritto delle regioni alla secessione unilaterale. La carta costituzionale spagnola vigente è stata approvata nel 1978 dalla maggioranza schiacciante degli spagnoli, e con ciò anche dei catalani: se ora i catalani aspirano a essere indipendenti, bisogna cambiare la Costituzione e introdurre la possibilità di secessioni unilaterali. Ciò è perfettamente fattibile. I catalani, però, sanno di non avere né gli argomenti né la forza politica necessaria per ottenere una tale modifica costituzionale. Per questo motivo, cercano di raggiungere il loro scopo con metodi anticostituzionali.
Il Governo centrale spagnolo ha solo ragioni? Perché rifiuta il dialogo con i sostenitori dell’indipendenza? Il Governo centrale spagnolo ha, dinanzi alle comunità autonome, anche degli obblighi, che non sempre ha adempiuto. La Catalogna, tra il resto, si sente sfavorita dal punto di vista fiscale. In molti altri settori la Catalogna, una regione altamente industrializzata e aperta al mondo, vorrebbe maggiore autonomia, in uno Stato spagnolo che non tiene il passo con il suo sviluppo. Questo è il punto della questione sul quale sono possibili discussioni e differenze di vedute. Il Partito popolare spagnolo è sempre stato strettamente contrario a nuove concessioni; il Partito socialista è più disponibile a discutere sulla questione delle autonomie regionali. Sebbene questi due concetti vengano spesso ed erroneamente utilizzati come sinonimi, tra autonomia e indipendenza vi è una differenza essenziale.
L’autonomia è sancita dalla Costituzione spagnola ed è regolata negli statuti delle diverse regioni. L’integrità territoriale dello Stato spagnolo non è compromessa dalle autonomie locali. Le autonomie si possono modificare, se non corrispondono più alle aspettative delle popolazioni. Qui vi è spazio per il negoziato, la cui possibilità e sostanza dipendono dalla disponibilità del Governo centrale e dalle vedute del Partito di volta in volta maggioritario. La dichiarazione di indipendenza di una regione, ossia il sorgere di un nuovo Stato indipendente, al contrario, non è prevista dalla Costituzione vigente. Non serve stabilire se il dialogo su questo punto debba avvenire con l’uno o con l’altro capo di Governo. Se i catalani riescono a raccogliere il necessario consenso, a livello nazionale spagnolo, per una modifica costituzionale, la Costituzione si modifica, indipendentemente da chi e da quale partito presiede il Governo. Se mancano i presupposti per una tale modifica, nessun capo di Governo o di partito può deciderla da solo.
Quale rete internazionale di interessi esiste, intorno al separatismo catalano? La Russia si esprime inequivocabilmente a favore dei separatisti, come di ogni altro partito o movimento europeo che si ponga contro gli ordinamenti costituzionali vigenti, dai gilet gialli francesi finanche all’assalto al Parlamento di Washington del 6 gennaio 2021. Nel telegiornale delle 20:00 del primo canale televisivo russo, nella sera del referendum catalano, si sono visti lunghi servizi nei quali venivano intervistati solo sostenitori dell’indipendenza. Una rappresentazione adeguata della vicenda non vi è stata. La trasmissione giornalistica «60 минут» («60 minuti») ha dedicato quasi la metà del suo tempo al referendum in Catalogna. I contenuti dei servizi e la discussione in studio erano capolavori di surrealismo giuridico. La Russia è a favore di una soluzione concordata: naturalmente, anche i russi sanno che ciò è impossibile per ragioni costituzionali. L’argomento, però, serve ai commentatori russi per rappresentare la caotica situazione nella quale «l’Occidente» sarebbe precipitato.
Lo stesso argomento viene ripreso con sorprendente consonanza dal partito che nel Parlamento nazionale spagnolo rappresenta la visione del mondo russa, il movimento populista di sinistra Podemos. Il giorno del referendum, il leader del partito, Pablo Iglesias, nella sua conferenza stampa, ha insistito sull’impraticabile proposta di un referendum pactado (un referendum concordato fra le parti), come se stesse leggendo da un copione recapitatogli direttamente da Mosca. La Russia ha interesse che in Europa sorgano e restino attivi quanti più focolai possibile di instabilità. In Transnistria, Georgia e Ucraina ci pensa lei stessa ad alimentarli. In Occidente, sostiene ogni movimento che metta uno contro l’altro con argomentazioni irrealistiche Stati, regioni e popolazioni.
Qualora la Catalogna si rendesse davvero indipendente contro la volontà della Spagna, sarebbe alquanto improbabile, se non del tutto impossibile, che il nuovo Stato ottenesse il riconoscimento dalla maggior parte dei Paesi del mondo. La Russia, molto facilmente, sarebbe invece disponibile a riconoscere, de jure o de facto, una Catalogna indipendente. Lo stesso farebbero gli alleati di Mosca. La Catalogna, così, si ritroverebbe vincolata ad alleanze e partenariati con regimi autoritari e dittature di stampo asiatico. E’ lecito dubitare che i cittadini catalani sappiano in quali acque internazionali il loro nuovo Stato sarebbe costretto a nuotare. Che una tale prospettiva rappresenterebbe un duro passo all’indietro per una regione così europea e aperta al mondo, è indiscutibile.
Non si sarebbe semplicemente potuto lasciar votare i cittadini catalani e poi ignorare il risultato? Un referendum è pur sempre una forma di libera espressione di opinioni. Libere espressioni di opinione possono essere un corteo, la libera stampa, un programma di partito. Un referendum è sancito per legge, avviene con strumenti pubblici sulla base di dati pubblici e in seggi elettorali ufficiali. E’ un’espressione d’opinione con conseguenze legislative che ricadono su tutti i cittadini. Pertanto, deve avvenire nel rispetto dei principi costituzionali vigenti. Una votazione non si può definire «democratica» se non avviene secondo le regole riconosciute da tutti.
Le conseguenze del separatismo non si limitano alla secessione di una regione spagnola. La tendenza a spezzettare gli Stati esistenti tocca i principi dello Stato di diritto in quanto fondamento della cultura europea della coesistenza. Gli Stati europei moderni si fondano su Costituzioni che sono state scritte dopo amare dittature e due tragiche guerre mondiali. Dobbiamo decidere se vogliamo conservare questo ordine oppure distruggerlo, dicendo che le Costituzioni non sono altro che vuoti pezzi di carta.
L’integrità territoriale degli Stati è un principio di diritto internazionale la cui violazione è stata causa dei peggiori conflitti. Lo Stato nazionale perde ogni giorno d’importanza e diventa sempre più una struttura intermedia tra le amministrazioni locali e le maggiori organizzazioni sovrannazionali, tra cui l’Unione europea. Sono queste ultime, i veri attori delle moderne relazioni internazionali. E’ coerente che lo Stato nazionale funga da bacino di compensazione tra regioni accomunate da una lunga storia comune e culture simili o uguali, e che le rappresenti nelle sedi internazionali. La relazione tra Stato e regioni deve, naturalmente, essere equilibrata, i conflitti dovrebbero essere risolti all’interno degli Stati e nel quadro dell’ordine costituzionale vigente.
Il moltiplicarsi di piccoli Stati indipendenti non dà alcun contributo alla stabilità internazionale e favorisce i maggiori attori globali, come Russia, Stati uniti, Cina e le medie potenze in ascesa. Questi non aspettano altro che attrarre nella loro orbita gli Stati più piccoli e muoverli come pedine nel gioco delle reciproche strategie d’influenza.
(Articolo pubblicato in originale il 3.10.2017, ripubblicato con aggiornamenti il 2.3.2021)