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Il mancato afflusso di ossigeno derivato dalle apnee nel sonno causa la perdita di materia grigia in alcune aree del cervello. Ciò, secondo uno studio dell’ospedale universitario di Losanna (CHUV), potrebbe favorire l’apparizione di demenza o disturbi cognitivi. Oltre 150’000 persone in Svizzera soffrono di sintomi legati alle apnee notturne, come russare, sonnolenze diurne o calo della concentrazione. Questa disfunzione, caratterizzata dalla ripetuta chiusura della gola, è all’origine di momentanei arresti della respirazione e di un deficit di ossigeno nel corpo.
Il tasso di saturazione, che di solito fluttua fra il 94% e il 98%, può scendere sotto l’85% nelle persone affette dalla sindrome, ricorda in un comunicato odierno il CHUV. Ora, una ricerca a cura proprio della struttura vodese e pubblicata sulla rivista Annals of Neurology, illustra una serie di conseguenze a livello cerebrale. Secondo lo studio infatti, una scarsa ossigenazione notturna provoca una diminuzione del volume di determinate zone del cervello. Fra queste, sono colpite l’ippocampo, l’amigdala, i gangli della base e alcune aree della corteccia fronto-parietale.
Stando ai calcoli dei ricercatori, una diminuzione dell’1% del tasso di saturazione di ossigeno mentre si dorme causa in media una perdita dello 0,63% del volume della materia grigia presente nelle zone sopraccitate. Questa sostanza non è altro che l’insieme dei corpi dei neuroni ed è responsabile di funzioni mentali come la memoria. Le apnee notturne potrebbero quindi aiutare lo sviluppo di disturbi cognitivi o l’apparizione di condizioni come la demenza.
Lo studio del CHUV è il più vasto a livello mondiale che scandaglia i legami fra apnee nel sonno e anatomia del cervello. Ha coinvolto i 775 partecipanti al progetto di ricerca CoLaus/PsyCoLaus, registrati mentre dormivano e sottoposti a una risonanza magnetica cerebrale.