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“Vieni vaso, vieni”, supplica Gaetano in ‘Ricomincio da tre’, confidando nella telecinesi per sfuggire alla triste quotidianità di San Giorgio a Cremano (provincia di Napoli, non proprio Malibù). “Ma tu ci pensi Rosaria, se io riesco a muovere quel vaso ho risolto tutti i miei problemi. Finisco alla televisione e mi chiedono: ‘Mi muova quello!’, e io lo muovo. ‘Mi muova quell’altro!’, e io lo muovo”. Chi, come Massimo Troisi, non ha provato almeno per una volta a spostare qualcosa con il pensiero? Chi, da piccolo, non ha provato a piegare i cucchiaini o le chiavi di casa sfregandoli con i polpastrelli? Chi, negli anni Settanta, non ha sognato di essere Uri Geller, quel tale che con la sola forza del pensiero avrebbe potuto far fallire un’intera ferramenta?
Nel 1978, in Italia, fu Piero Angela a ridimensionare l’illusionista israeliano nella televisiva ‘Indagine critica sulla parapsicologia’, alla quale si deve anche la verità, nient’altro che la verità, sui chirurghi senza bisturi che con le mani non estraevano tumori, ma interiora di vitello. In verità, il Piegaposate era già stato messo alla berlina dalla tv americana cinque anni prima, quando con l’inganno – invitato per un’intervista, non per un’esibizione – gli fu chiesto di piegare la posateria messa a disposizione dalla produzione dello show, non quella che si portava abitualmente da casa. Durante il Tonight Show di Johnny Carson, il sensitivo non riuscì a piegare nemmeno una forcina per capelli, dando la colpa allo scetticismo aleggiante negli studi. A organizzare il colpo fu il Piero Angela americano James Randy, cacciatore d’imbroglioni del soprannaturale che ha dedicato gran parte della propria esistenza e del proprio conto in banca allo sbugiardamento di “paragnosti, gran figli di paragnosti” (cit. Luigi Sabani detto Gigi, 1952-2007).
Succede poi che uno comincia a crescere e il Grande Lattoniere non se lo ricorda più. E quando sente il suo nome, Uri Geller gli viene da immaginarselo vestito da Uri Geller mentre alle feste di compleanno fa suonare i biglietti d’auguri aprendoli in due; oppure in piedi, di spalle a un pugno di coriandoli poggiati sul tavolo che d’un tratto svolazzano, con il mago perfettamente immobile (tranne, forse, una leggera smorfia sul viso...). Quando, nel 1993, Elio e le Storie Tese lo celebrano in ‘Cavo’ – storia di un innamorato la cui serenata finisce in vacca per via di un cavo microfonico difettoso (“Son bravo, sono bravo, sono come Uri Geller, ma vado in merda se mi si dissalda il cavo”) –, non c’è ancora il Tubo a dirci che il sensitivo non ha mai smesso di esercitare, è multimilionario e ne va fiero, e un giorno presterà l’immagine a un colosso dell’alimentazione in un trionfo di cucchiaini, più heavy della gravità e più metal dell’heavy metal.
Poi, il Tubo arriva. Ed eccolo, Geller, in un Masters of Magic mentre sposta gli aghi delle bussole svestito, a garanzia dell’assenza di magneti nelle maniche e forse anche per mostrare i 70 anni portati bene. Perché, diciamolo, un certo fascino, quando si vuol convincere di poter cambiare forma alle chiavi di casa con le onde del cervello, è senz’altro d’aiuto. Nel settore, l’illusionista (già amico di Michael Jackson) è visto come una sorta di Robin Hood che non ha mai rubato ai poveri vendendo guarigioni miracolose, ma che semmai si è fatto strapagare dai ricchi. Se poi l’Uri, come l’arciere di Nottingham, ai poveri abbia donato, non lo sappiamo, ma potrebbe pure essere.
Ancora oggi, il bambino che c’è in noi, piccoli prestigiatori che per Natale abbiamo ricevuto in dono la scatola del mago Silvan, resta dell’idea che Geller, sputtanato in tv in nome della verità, fosse sincero con quella cosa delle posate. Così almeno pensava il bambino del 1973, con le dita sui cucchiaini. D’altra parte, mettetevi nei panni di chi ha appena scoperto che Babbo Natale non vola e ora qualcuno vorrebbe fargli credere che il Piegaposate non ha mai piegato un bel niente, forse solo la biancheria: secondo voi, che razza d’infanzia sarebbe stata?