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Pilastro centrale della parete nord del Piz Palu
Marco Grandi, Cademario
« Una invernale è una cosa seria, ma una prima lo è ancora di più. » L' idea è venuta e passata dal Romolo al Maurizio in un bel giorno di gran vento e di gran freddo sul filo del Bianco Grat al Bernina. Come tutte le idee però, dopo un po' di stasi, si è risvegliata ed è tornata alla superficie come un fagiolo nell' acqua bollente.
Era oramai la fine di settembre e la decisione fu presa: sarà per quest' inverno!
Serocca d' Agno divenne il campo base. La casa del Romolo si trasformò, poco a poco, nel più attrezzato negozio di articoli di montagna della zona.
Acquisti, attrezzature varie, abbigliamenti, scelte, inventari, ecc.
Nel frattempo Romolo e Maurizio sperimenta-rono, con un micidiale bivacco al Poncione di Ruino, una altrettanto micidiale alimentazione, che fu però subito abbandonata con disperazione dell' ultimo commensale, che si era oramai assue-fatto ai diversi menu.
Effettivamente il problema dell' alimentazione era grosso: inverno, freddo, lunghezza della via. I giorni preventivati per la scalata erano diversi e quindi bisognava scegliere con criterio una alimentazione opportuna.
Romolo ebbe allora modo di disporre di una tabella di alimentazione studiata e pubblicata da un medico francese; questa si dimostrò ottima sotto ogni punto di vista.
1 La via si sviluppa su di uno sperone verticale di roccia di 400 metri; poi un balzo di misto di altri 400 metri per arrivare al naso, e, aggiratolo, ancora 150 metri di nevaio. La discesa è per la via normale ( Cf. Bollettino mensile delle Alpi, marzo 1976. PP-5!/52)- La sua preparazione, la ripartizione nei diversi sacchetti suddivisi nei diversi pasti e per i diversi giorni, ci occupò per una giornata.
Intanto la preparazione fisica e tecnica continuava a massimo regime: ginnastica tutti i giorni e diversi bivacchi di allenamento.
Prima di Natale ci recammo al Palu per un sopralluogo e per provare materiale, alimentazione nuova e bivacco.
Questo sopralluogo si rivelò estremamente utile; riuscimmo ad individuare la via ideale di salita ed ad identificare con precisione il punto di attacco, a predisporre in linea di massima i bivacchi, i tempi di salita, i collegamenti con il basso.
Furono messi a punto diversi particolari che, seppure minimi, si rivelarono, durante la scalata, della massima importanza.
Ritornammo da questo sopralluogo caricati come sveglie e con un morale altissimo.
Era Natale ed i nervi, specialmente i miei, devo confessarlo, cominciavano a fremere; l' impa era insopportabile e i giorni non passavano mai.
Scegliemmo di attaccare dopo il primo gennaio.
In quel periodo, da diversi anni a questa parte, si registrava sempre un periodo di bel tempo stabile. Però, quest' anno, la statistica pareva non trovare conferma: il bellissimo dei giorni natalizi è di Capodanno, sembrava dover finire; il tempo si stava guastando. L' osservatorio metereologico annunciava un peggioramento del tempo all' ini dell' anno nuovo, poi sarebbe seguito un anticiclone.
Partimmo dal Ticino il giorno di domenica 4 gennaio.
La temperatura era rigidissima e il vento impetuoso rendeva specchio le piste della Diavolezza. La teleferica rimase al palo e solo sotto nostra responsabilità fu effettuata una corsa alla fine del pomeriggio.
Accolti dal gerente del ristorante, con la cortesia che gli conosciamo, ci sistemammo in una cameretta tutta per noi.
La sera, le previsioni del tempo erano chiare: al sud bello; al nord freddo, raffiche di vento con neve per ancora due giorni, poi l' atteso anticiclone ed il bello.
Fuori il vento fischiava ammattito. Nelle nostre cuccette la notte era interminabile; il dado era tratto, e tutti noi, compresi Bunta e Danilo che ci accompagnavano, vivevamo intensamente questi momenti di attesa.
Decidemmo in ogni caso di iniziare la parte nuova della via. Piazzata la tenda a poche centinaia di metri della base dello sperone, attaccammo alle ore 9 del giorno 5, lunedì, con un tempo plumbeo, freddo intenso, vento impetuoso che portava di tanto in tanto folate di neve.
Durante la giornata ci alzammo di circa 140 metri.
Il bivacco nella nostra nuova tenda fu ottimo eccettuata la condensazione che ad ogni ventata ci pioveva addosso.
Il martedì 6, altro balzo, ma meno lungo, il tempo era veramente pessimo ed il vento buttava giù letteralmente dalla parete. Ma la sera le previsioni erano buone: l' anticiclone era arrivato e l' in sarebbe stato bel tempo. E bello fu!
Romolo era letteralmente pazzo dalla gioia. La sua carica ci infondeva una forza e una sicurezza vincente.
L' ultimo balzo fino al grande masso, che sovrasta la verticale e che riporta sulla via classica, fu veramente un balzo. Alle ore 14.30 del giorno 7, la Direttissima Scoiattoli era terminata!
Il bivacco che segui fu battezzato Hotel Bellevue data la sua confortevolezza, veramente una cosa degna di quel nome.
I segnali luminosi delle 20.30 scambiati con i nostri due compagni rimasti alla diavolezza erano di gioia e di vittoria.
Tutto in ordine.
I pensieri e i discorsi della notte furono quelli di sempre: cose che a noi tre erano oramai note, il solo accennarne dava inizio a colloqui interminabili.
L' occupazione maggiore era di Maurizio addetto al fornello. Era gelosissimo e orgoglioso delle sue infusioni e del suo té; lo dimostra il fatto che nonostante le nostre continue insistenze, non ha mai voluto cederci l' incarico; ci riuscimmo solo all' ultimo bivacco in vetta, ma con la forza. Romolo ed io eravamo più o meno affaccendati a dormire e a guardare le diverse costellazioni, ad individuarne le stelle. Una specialmente per un accumularsi di casi era contesa da ambedue.
L' alba ci prese d' improvviso ma in un attimo fummo pronti per il balzo finale.
- Sacchi leggerissimi - sentenzia il Romolo! Per essere più veloci, il minimo necessario: rimpiaz-ziamo il fornello a gas con quello a meta più leggero, niente sacco da bivacco, niente materiale superfluo.
Prevedemmo un solo bivacco, la salita doveva essere veloce.
Il tratto di scalata che porta fino al grande naso di ghiaccio fu oltremodo impegnativo: placche di ghiaccio, vetrato e neve ricoprivano le roccie in più punti. Impegno e prudenza furono massimi.
Il chiodo che avevo lasciato l' estate scorsa all' ultimo tiro prima del naso, mi salvò da malignità atroci da parte dei miei due compagni.
Il naso e la sua traversa.
La notte era in agguato, il freddo intenso. Dove-vamo arrivare sul nevaio sommitale prima del buio o sarebbero stati guai. Condizioni della traversa: ghiaccio verde e inconsistente. Attacca il Romolo. Dopo una vite sparisce dietro la verticale e non si vede più per un quarto d' ora.
Si sente solo e sempre più debole il picchiettare della picozza e del martello da ghiaccio, poi più niente. Finalmente le corde si tendono. Un grido di richiamo. Siamo pronti.
Vado io, poi Maurizio. Ultimi due tiri ripidissimi prima di uscire sulla neve sopra il naso. E notte, la rossa si confonde con la blu. La giacca a vento del Romolo, lassù in alto, è diventata nera quando sbuca sul nevaio.
Le difficoltà sono finite qui.
Alle ore 18.35, tre caschi si picchiamo assieme in un abbraccio; la notte è fonda. Gli occhi oramai non si vedono più.
26 Périades et Mont Mallet 27 Bivouac des Périades et arête Rochefort-Dent du Géant 28 Versant italien de l' Aiguille et du Dôme de Rochefort 29 Arête des Grandes Jorasses, vue de la Pointe Young 30 Bivouac Canzio au col des Grandes Jorasses 31 Les Grandes Jorasses, vues du Dôme de Rochefort