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Uno studio dell'University College ha identificato 6'822 mutazioni avvenute nel genoma del coronavirus. Nessuna di esse sembra aver reso il virus più pericoloso.
Mentre il coronavirus compiva il suo giro attorno al mondo, dalla Cina fino alla quasi totalità dei Paesi, si sono riscontrate più di 6'800 mutazioni nel genoma del virus. Fortunatamente fra le innumerevoli mutazioni non ne è stata riscontrata nessuna che ne abbia aumentato la pericolosità, anzi.
A indicare questa cifra è uno studio internazionale coordinato dall'University College di Londra e condiviso su bioRxiv, un sito che raggruppa articoli scientifici non ancora sottoposti a revisione.
Gli scienziati dell'Universitiy College hanno analizzato i campioni provenienti da 15'000 pazienti Covid provenienti da 75 Paesi, identificando 6'822 mutazioni, di cui 273 comparse più volte in maniera indipendente. Fra queste, 31 si sono manifestate almeno 10 volte nel corso della pandemia e sono pertanto state analizzate attentamente.
"Abbiamo usato una nuova tecnica per determinare se i virus con nuove mutazioni fossero trasmessi più facilmente", spiega il coordinatore dello studio, Francois Balloux, citato dall'Ansa, "e abbiamo osservato che nessuna delle mutazioni candidate sembra portare benefici al virus". Secondo i ricercatori fra le mutazioni "la maggior parte è leggermente deleteria per il virus". A indurre queste mutazioni sarebbe stato lo stesso sistema immunitario dell'uomo, che grazie all'azione di alcuni enzimi e capace di mutare il materiale genetico "invasore".