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«Continuammo dunque a viaggiare senza sosta in direzione della Svizzera. A giudicare dalle luci che avevamo visto la sera precedente, la frontiera non doveva essere lontana. Eravamo in piena euforia poiché stavamo vivendo gli ultimi momenti sul suolo tedesco: ovvero gli ultimi che passavamo in balìa del terrore nazista, di una continua minaccia e di un ininterrotto pericolo di morte» (Federica Spitzer, “Anni perduti”, 132)
Rifugiati in attesa di entrare in Svizzera a Schaan, lungo il confine con il Liechtenstein (maggio 1945).
Durante la seconda guerra mondiale, e specialmente nella parte conclusiva del conflitto, la Svizzera accolse circa 30’000 ebrei in fuga, su un totale di 100’000 rifugiati entrati in quei mesi nella Confederazione. Nonostante la grande mole di informazioni conservate negli archivi, gli storici non riescono ancora ad accordarsi invece sul numero dei respinti, soprattutto lungo il confine con la Francia e con l’Italia: dalle 5’000 alle 20’000 persone di origine ebraica furono rimbalzate dalle guardie di confine, alcune centinaia delle quali finirono i loro giorni nei campi di concentramento nazisti.