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In Svizzera la custodia dei figli è considerata per tradizione una questione privata. Per buona parte del 20° secolo la società e il mondo politico si orientano al modello borghese di famiglia, che vede l’uomo quale unico responsabile del sostentamento e la donna come madre e casalinga. L’offerta di strutture per la custodia extrafamiliare, prevalentemente a gestione privata, è limitata. Solo a partire dagli anni 1970 inizia ad aumentare la pressione politica per la ricerca di soluzioni che permettano di conciliare famiglia e lavoro.
Gli asili nido quale mezzo di fortuna per le madri che lavorano
La creazione di strutture per la custodia extrafamiliare è strettamente connessa all’evoluzione dell’attività lucrativa femminile. Intorno al 1900 il modello borghese di famiglia prevede una chiara divisione dei ruoli: la donna è responsabile dell’economia domestica e della custodia dei figli, mentre l’uomo deve provvedere al reddito familiare. Per vasti strati della popolazione questo sistema non è però praticabile sul fronte economico. Intorno al 1870 oltre la metà delle donne, appartenenti prevalentemente al ceto operaio e alle classi popolari, esercita un’attività lucrativa.
A quel tempo, una possibilità di custodia extrafamiliare è costituita dalle scuole. L’idea di creare istituti e asili per bambini piccoli si diffonde già nella prima metà del 19° secolo. Si tratta perlopiù di stabilimenti di massa, nei quali una persona si può occupare di fino a 150 bambini. Nel 1844 in Svizzera si contano 127 scuole di questo genere per bambini dai tre ai 5 anni. In Ticino trova un ampio sostegno l’idea di organizzare la custodia di bambini piccoli per l’intera giornata in un «asilo infantile», fondato per la prima volta nel 1844. Nel 1874 viene introdotto in Svizzera l’obbligo di frequentare la scuola elementare, ma il sistema scolastico non è uniforme a livello nazionale e i Cantoni non sono obbligati a istituire scuole pubbliche per tutti i bambini. Di conseguenza la frequenza scolastica è molto eterogenea: in particolare nei Comuni a carattere agricolo o industriale la frequenza sull’arco di tutto l’anno resta l’eccezione.
Le prime offerte private di custodia complementare compaiono nella seconda metà del 19° secolo. In diverse Città della Svizzera, principalmente in quartieri operai, privati provenienti dagli ambienti filantropici fondano in questo periodo asili nido per l’accudimento di bambini in età prescolare e doposcuola per la custodia diurna di bambini in età scolare, negli orari prima e dopo le lezioni e durante le vacanze scolastiche. Si tratta di regola di opere caritatevoli di ceti borghesi, fondate e gestite su iniziativa di associazioni femminili, filantropiche e religiose, di medici oppure di preti. Anche alcuni gruppi d’interesse dei datori di lavoro aprono asili nido in determinati quartieri operai. Il primo istituto di questo tipo viene fondato a Basilea nel 1870; altri sorgono nel corso dello stesso decennio sul modello tedesco e francese, a Losanna, Ginevra, Neuchâtel, Vevey, Berna, Sciaffusa e La Chaux-de-Fonds, e nei decenni successivi se ne aggiungono di nuovi nelle medesime o in altre Città.
L’offerta si rivolge alle famiglie operaie nelle quali entrambi i genitori devono lavorare per questioni economiche. La corsa per accaparrarsi un posto è enorme e molti bambini vengono respinti per mancanza di disponibilità. Altre condizioni per l’ammissione negli asili nido derivano dall’ideale di famiglia borghese e presuppongono il rispetto di principi di ordine morale. Molti asili nido rifiutano per esempio i figli di donne non sposate o quelli che si presentano in cattive condizioni igieniche. All’interno degli istituti stessi l’accento è posto principalmente sulla cura e sull’igiene. Nei primi anni di attività di queste opere caritatevoli non vengono svolti compiti pedagogici: lo scopo è di proteggere i figli delle madri lavoratrici da una presunta incuria e dalla carenza d’igiene.
Ciò si spiega anche con la funzione iniziale degli asili nido, pensati quale soluzione transitoria per le madri lavoratrici, durante una fase limitata. I fornitori di servizi del ceto borghese sperano che prima o poi nessuna madre debba più lavorare e gli asili nido sono dunque considerati un’offerta di custodia diurna necessaria.
Nel 19° secolo i sussidi pubblici svolgono un ruolo marginale nel finanziamento degli asili nido, prevalentemente coperto attraverso donazioni. I datori di lavoro vincolano il proprio sostegno a condizioni quali l’adeguamento degli orari di apertura a quelli delle vicine fabbriche. Le famiglie stesse devono versare contributi di importo uguale per tutti, indipendentemente dal reddito: molte operaie non possono permetterselo e così, per esempio, a Zurigo nei primi anni vengono accuditi prevalentemente i figli delle famiglie artigiane.
Nelle case borghesi generalmente gran parte dell’accudimento è svolto da bambinaie o balie appositamente assunte. Nelle economie domestiche borghesi di Città, alle bambinaie è affidata la cura quotidiana dei figli, cosicché spesso si creano forti legami con i bambini, i quali considerano in molti casi questa figura come una seconda madre. Diverse altre faccende di casa sono svolte dalle domestiche, provenienti dai ceti più bassi della campagna o della Città. Intorno al 1900 le domestiche impiegate da famiglie dei ceti più elevati sono 88 000. La signora di casa gestisce l’organizzazione dell’economia domestica e svolge i compiti di rappresentanza.
La famiglia quale questione privata e l’assenza di strutture di custodia extrafamiliare
L’ideale della casalinga fortemente diffuso alla fine del 19° secolo assegna alle donne il disbrigo delle faccende di casa e l’accudimento dei figli. Come conseguenza di questo modello sociale, dalla fine della Prima Guerra mondiale agli anni 1940 il tasso d’occupazione delle donne è in continuo calo: in base ai dati statistici disponibili sull’attività lucrativa femminile, quest’ultima raggiunge nel 1941 il minimo storico del 35 per cento, anche se spesso il lavoro nelle aziende familiari o delle donne occupate a tempo parziale non è preso in considerazione nelle rilevazioni. Il modello borghese di famiglia, che vede l’uomo quale unico responsabile del sostentamento e la donna come madre e casalinga, è vissuto concretamente da un ceto medio sempre più ampio e viene preso a esempio anche dalle famiglie operaie, nella maggior parte delle quali le madri lavorano.
Questo fenomeno è responsabile dello sviluppo estremamente lento di offerte di custodia extrafamiliare. La riduzione del tasso d’occupazione femminile nel periodo della crisi economica degli anni 1930 si ripercuote inoltre sul sistema degli asili nido, dato che diminuisce fortemente anche il numero di bambini affidati alla loro custodia. L’offerta di custodia extrafamiliare non trova eco nemmeno sul fronte politico ed è completamente esclusa dai dibattiti sulla politica familiare degli anni 1930 e 1940. L’articolo costituzionale sulla tutela della famiglia approvato nel 1945 chiede l’introduzione di assegni familiari e di un’assicurazione maternità, ma non la creazione di istituzioni come asili nido o scuole a orario continuato, che permetterebbero di conciliare maternità e attività lucrativa.
Nel confronto internazionale, l’offerta di servizi per la custodia extrafamiliare in Svizzera è modesta. Da inchieste condotte tra la fine degli anni 1950 e l’inizio degli anni 1960 emerge che solo una minima parte dei figli di donne esercitanti un’attività lucrativa può approfittare di un’offerta di questo tipo, la quale varia fortemente in funzione del luogo. La maggior parte delle istituzioni si trova infatti in Città o nei Comuni a carattere industriale, mentre in diversi Comuni non c’è alcun tipo di offerta. A fronte di questa situazione, le famiglie cercano prevalentemente soluzioni di custodia al loro interno, dove un ruolo particolarmente importante è assunto dalle nonne. Spesso succede anche che i bambini, soprattutto in età scolare, rimangano incustoditi per un certo periodo di tempo. In alcuni casi i figli di famiglie in situazioni economiche precarie vengono dati in affidamento.
Vi è poi un’opzione offerta dai Comuni che va in soccorso delle madri malate, ma non dei padri: se in seguito a una malattia o al parto una donna non è in grado di adempiere i suoi compiti di custodia, il Comune o un’associazione privata organizza l’intervento di una persona per l’aiuto domiciliare, che si occupa dei bambini, cucina, fa il bucato e cura la donna malata.
L’immigrazione di manodopera e la creazione di asili
Negli anni 1960 vengono istituite diverse nuove strutture, in particolare per far fronte alla custodia dei figli dei lavoratori stranieri. Soprattutto nei primi anni del Dopoguerra, in particolare in settori quali quello dell’industria tessile il reclutamento di manodopera si concentra soprattutto sulle donne straniere e si rende dunque necessario ampliare l’offerta di custodia extrafamiliare.
I figli dei lavoratori stranieri costituiscono infatti una fetta sempre più importante dei bambini accuditi nell’ambito dell’offerta di custodia esistente: per esempio, nel 1964 in un asilo nido gestito dall’associazione femminile di Zurigo, tra due terzi e quattro quinti dei bambini provengono da famiglie straniere. È in questo periodo che la Missione cattolica italiana inizia a istituire asili gestiti da suore o maestre italiane, destinati alla custodia dei figli delle famiglie operaie della vicina penisola. In queste strutture, aperte nei giorni infrasettimanali, la lingua utilizzata è l’italiano, per garantire che i bambini mantengano il legame con il proprio Paese d’origine. Sebbene si tratti in linea di principio di asili nido, molte strutture si occupano anche di bambini fino ai 12 anni.
In questi decenni cresce in generale l’offerta di asili nido: se nel 1946 l’associazione svizzera degli asili nido conta 62 membri, dal 1961 al 1978 questa cifra passa da 90 a 170.
Il movimento delle madri diurne e i nuovi principi pedagogici
A partire dagli anni 1970 l’offerta delle strutture per la custodia extrafamiliare registra profondi cambiamenti. La ragione è da attribuire innanzitutto all’aumento del tasso d’occupazione femminile, in particolare anche tra le madri, e inoltre alla crescente richiesta di possibilità di custodia da parte dei movimenti femminili. Buona parte delle nuove offerte viene organizzata proprio da associazioni femminili, si basa su nuovi principi pedagogici e si oppone agli asili nido, che hanno il solo scopo di sorvegliare i bambini.
Dal 1973 si diffonde un nuovo concetto di custodia, con il modello delle madri diurne. Vengono fondate associazioni di madri diurne che intendono integrare l’offerta insufficiente di servizi di custodia e si pongono in modo critico nei confronti degli asili nido. Le cerchie alternative identificano infatti queste strutture come strumenti d’indottrinamento borghese, mentre ampie fasce della popolazione le criticano come «stabilimenti di massa» senza personale qualificato. L’idea delle madri diurne è di offrire soluzioni di custodia individuali, che diano ai genitori la possibilità di dire la loro. Queste associazioni sono organizzate da genitori, future madri diurne, organizzazioni femminili o servizi sociali, principalmente in bacini d’utenza urbani. Dopo il 1973, il numero di organizzazioni di famiglie diurne cresce rapidamente e nel 1988 se ne contano già 74.
Gli sforzi compiuti negli anni 1970 al fine di armonizzare a livello nazionale l’età d’inizio della scuola dell’obbligo e la sua durata permettono alle madri di esercitare sempre più spesso un’attività lucrativa. Le rivendicazioni dei movimenti femminili mirano però a una riforma più ampia del sistema scolastico: per esempio l’introduzione di scuole a orario continuato permetterebbe di soddisfare interamente le esigenze di custodia extrafamiliare. I Cantoni autorizzano primi esperimenti, i quali però devono essere organizzati da insegnanti e genitori. A Basilea, Berna e Zurigo, negli anni 1970 e 1980 nascono le prime associazioni di scuole a orario continuato e nel 1982 persino un gruppo di lavoro a livello federale raccomanda, in un rapporto sulla politica familiare in Svizzera, lo sviluppo di strutture per la custodia complementare alla famiglia e una conseguente riforma del sistema scolastico. L’appello rimane tuttavia senza conseguenze a livello politico.
Sotto la spinta delle rivendicazioni dei movimenti femminili, di riforme scolastiche e del dibattito sui nuovi principi pedagogici, inizia a mutare anche l’idea della funzione dell’asilo nido. Se fino a questo momento sono considerati prevalentemente quale mezzo di fortuna per le madri costrette a lavorare per necessità, ora gli asili nido vengono progressivamente percepiti come una misura utile dal punto di vista pedagogico, complementare alla famiglia. La formazione pedagogica del personale di queste strutture, nella maggior parte dei casi donne, acquista importanza e gli asili nido assumono sempre più spesso maestre ed educatrici. Da servizi di accudimento essi si trasformano in contesti di educazione e gioco gestiti da professionisti del settore. In tedesco, il cambiamento di paradigma si rispecchia anche nel cambiamento del nome in «Kindertagesstätten» (strutture di custodia collettiva diurna), abbreviato in «Kita».
Responsabilità dello Stato e asili nido come servizio professionale
Nonostante l’ampliamento degli ultimi anni, alla fine degli anni 1980 l’offerta di strutture di custodia è ancora insufficiente: nel 1988 si contano circa 22 000 posti di custodia in tutta la Svizzera, il che corrisponde a circa il 10 per cento del numero complessivo di neonati, bambini piccoli e bambini più grandi. La politica federale inizia a reagire solo a partire dal 1990, nel momento in cui il nostro Paese registra un calo delle nascite e si comincia a comprendere che sono necessarie misure politiche per promuovere la conciliabilità tra famiglia e lavoro. Diversi Cantoni iniziano così ad adottare leggi per sostenere gli asili nido.
Le offerte di custodia extrafamiliare sono ormai state professionalizzate o si trovano in un processo di professionalizzazione. Inoltre molte associazioni private vengono rilevate da Città e Comuni: nel 2000, per esempio, la responsabilità degli asili di lingua italiana della Missione cattolica viene trasferita allo Stato. Nello stesso anno l’esigenza di creare servizi di custodia viene riconosciuta a livello federale, con l’approvazione di un’iniziativa parlamentare che stabilisce lo stanziamento di 200 milioni di franchi per un programma d’incentivazione di misure per la custodia complementare alla famiglia. Il finanziamento è destinato a tre tipi di offerta: asili nido, famiglie diurne e strutture di custodia parascolastiche. In virtù del relativo testo di legge, entrato in vigore nel 2003, fino al 2018 viene sostenuta la creazione di 57 400 nuovi posti di custodia. Dalle indagini statistiche condotte nel 2017 emerge che circa il 33 per cento delle famiglie in Svizzera affida i propri figli a una struttura di custodia o a una famiglia diurna.
Nel 2007 nella Svizzera tedesca si contano 81 scuole a orario continuato. Negli anni successivi in molti Cantoni vengono ampliate anche misure di custodia complementare come le strutture diurne. Nella Svizzera francese, a partire dalla fine degli anni 1990 viene sviluppato un proprio concetto di custodia, il cosiddetto «accueil pour enfants en milieu scolaire» (APEMS, custodia di bambini in ambito scolastico).
Nonostante l’ampliamento delll’offerta, le possibilità di custodia extrafamiliare rimangono ad oggi insufficienti. Da un’inchiesta condotta tra i genitori nel 2017 è emerso che circa il 20 per cento dei bambini in età prescolare e scolare non dispone del posto necessario per la custodia nella misura auspicata dai genitori. Di conseguenza le madri, che continuano ad assumere la maggior parte dei compiti di accudimento dei figli, lavorano solitamente a tempo parziale, il che costituisce spesso l’unica possibilità per conciliare famiglia e lavoro.
Literatur / Bibliographie / Bibliografia / References: Gaby Sutter, Berufstätige Mütter. Subtiler Wandel der Geschlechterordnung in der Schweiz (1945-1970), Zurigo 2005; Michèle Schärer, Eléonore Zottos, A petit pas. Histoire des crèches à Genève 1874-1990, Losanna 2014; Francesca Falk, Gender Innovation and Migration in Switzerland, 2018; Claudia Crotti, «Von der Teilzeit- zur Ganztagesbetreuung? Die Zeitpolitik von Kindergarten, Vor- und Grundschule in der Schweiz», in Karen Hagemann, Konrad Jarausch (a. c.), Halbtags oder Ganztags? Zeitpolitiken von Kinderbetreuung und Schule nach 1945 im europäischen Vergleich, Weinheim e Basilea 2015; Gemeinnütziger Frauenverein Zürich (a c.), Kinderbetreuung im Wandel. Gemeinnütziger Frauenverein Zürich GFZ – Worauf Familien zählen. Seit 1885, Zurigo 2010. HLS / DHS / DSS: Famiglia, Infanzia, Lavoro infantile, Scuola, Aiuto domiciliare, Servitù, Lavori domestici, Ruoli sessuali
(02/2019)