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Il film di Justine Triet non è solo un legal thriller, ma un processo all’idea di coppia per come la conosciamo
Insomma Greta Gerwig e Margot Robbie sono state snobbate dall’Academy? Sarà mica perverso revanscismo maschilista il fatto che Barbie ha avuto “solo” otto nomination ai prossimi Oscar (senza, appunto, quelle per la regia e per la miglior attrice protagonista) e invece Ryan Gosling, nel ruolo del maschio bianco fragile e tossico, la sua candidatura l’ha avuta?
Nelle pieghe della polemica su ‘Barbie’ si è persa quella che forse era la vera bella notizia per il mondo del cinema femminile, ovvero le cinque nomination di ‘Anatomia di una caduta’: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e, certo, miglior regia (Justine Triet) e migliore attrice protagonista (Sandra Hüller). Anatomia di una caduta, già Palma d’Oro, è uno dei rari film non americani a entrare nella cinquina per il miglior film (l’ultimo a farcela era stato ‘Parasite’, nel 2020, che poi ha anche vinto). Non era stato presentato dalla Francia nella sezione internazionale probabilmente proprio a causa del discorso di ringraziamento tenuto da Triet al Festival di Cannes, in cui aveva contestato “l’approccio neoliberale” del governo francese nei confronti della cultura e la repressione delle proteste per la riforma delle pensioni. A Macron e alla sua ministra della Cultura ovviamente il discorso non era piaciuto.
Non solo la candidatura agli Oscar, come i premi ai Golden Globe, è una grande vittoria per Triet – una donna colpevole del reato per cui le donne sono da sempre punite in quasi tutte le culture: parlare troppo liberamente –, ma è interessante anche perché ‘Anatomia di una caduta’ è un film che, in fin dei conti, parla di questa stessa cosa, smontando e mettendoci davanti alcune storture dovute a pregiudizi di genere ancora molto attuali. La protagonista, Sandra, è una scrittrice di successo libera e creativa. Nella primissima scena una ricercatrice la sta intervistando nel salotto dello chalet di montagna in cui vive, ma viene interrotta dalla musica che il marito Samuel suona a volume altissimo dal piano di sopra. Freudianamente potremmo dire che l’uomo, come una specie di super-io che non vediamo neanche, mette a tacere le donne. La musica in questione, come se il messaggio non fosse abbastanza esplicito, è una versione strumentale di ‘P.I.M.P.’, canzone ultramachista di 50 Cent.
La caduta del titolo è proprio quella del marito di Sandra, caduta prima simbolica e poi letterale. Il processo in cui Sandra è la principale accusata, e il figlio non vedente principale testimone (incapace quanto il pubblico di affermare con certezza quale sia la verità), diventa una specie di processo al genere femminile, colpevole di aver depresso, se non proprio spinto giù dalla finestra del terzo piano, il modello tradizionale di maschio padre di famiglia.
Il ribaltamento dei ruoli è evidente fin dall’inizio ma, via via che il processo per la morte quanto meno sospetta di Samuel va avanti, si approfondisce. Capiamo che il marito si occupava quasi tutto il tempo del figlio non vedente, a cui aveva deciso di fare da professore a casa. L’incomprensione tra i due era totale: lui francese, lei tedesca, tra di loro parlavano in inglese. Samuel anche era uno scrittore, ma frustrato, fallito, a cui oltretutto Sandra aveva preso in prestito un espediente narrativo per costruirci sopra uno dei suoi bestseller. Bisessuale, Sandra lo aveva tradito con altre donne e – forse la colpa peggiore di tutte – non si sentiva in colpa.
‘Anatomia di una caduta’ viene considerato un legal thriller, ma, anche se il processo occupa molto spazio e la questione “chi è stato” rimane centrale (Justine Triet dice di essersi ispirata al caso di Amanda Knox), non c’è solo questo. Quello che vediamo è soprattutto il processo all’idea di coppia per come la conosciamo, fatta di obblighi e compromessi reciprochi. Scopriamo che Samuel in realtà ci si era messo da solo in quell’angolo in cui si era ritrovato, che erano state le sue scelte e il suo carattere a portarlo alla disperazione. Non Sandra. O meglio, come in tutte le coppie: non solo Sandra. Se ascoltassimo le litigate di qualsiasi altra coppia, se interpretassimo le mancanze e i rancori presenti in ogni rapporto come si fa in ‘Anatomia di una caduta’ probabilmente arriveremmo a pensare che siamo tutti un po’ gli assassini dei nostri congiunti.
Il problema, in questo caso, è che la vittima è l’uomo. Anche perché sono secoli che le donne rinunciano alla propria identità e alle proprie aspirazioni per crescere i figli e per facilitare le carriere dei mariti. Il processo subito da Sandra non potrebbe esistere per Samuel. Più in profondità, Sandra è colpevole di due cose imperdonabili nella nostra società. Di essere rimasta fredda e impietosa davanti alle sofferenze del marito, di non averlo considerato una vittima, un malato da assistere, un altro ruolo tradizionalmente femminile. E poi di essere troppo sincera. Di parlare. Di interrompere l’avvocato dell’accusa, di mettere in questione il prisma paternalista e patriarcale attraverso cui la osserviamo. Sandra, proprio come Justine Triet nella vera vita, avrebbe fatto meglio a farsi furba, a tenere la bocca chiusa e a sorridere (anche a costo di finire in galera).