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L’entrata in vigore della prima Costituzione federale 175 anni fa, il 12 settembre 1848, suggellò la trasformazione della Svizzera da una confederazione di Cantoni riottosi in un moderno Stato federale. Nata sulle ceneri della guerra civile del Sonderbund, fortunatamente breve e incruenta (vi furono in tutto meno di cento vittime), la Carta del 1848 fu, per usare le parole del presidente della Confederazione Alain Berset, un «colpo da maestro»: essa introdusse il principio della separazione dei poteri, fece decadere i privilegi legati alla famiglia e al luogo, sancì l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (Art. 4) e pose le basi delle strutture amministrative dell’attuale Stato elvetico.
Un risultato notevole, considerato il contesto storico europeo nel quale fu conseguito. Si prenda ad esempio il caso tedesco: mentre i parlamentari svizzeri iniziavano i loro lavori a Berna, a Francoforte sul Meno due delegati all’Assemblea nazionale – il primo parlamento democraticamente eletto della Germania – venivano linciati dalla folla durante quella che viene ricordata come “l’insurrezione di settembre”, soffocata nel sangue dai reparti dell’esercito prussiano e austriaco intervenuti a ristabilire l’ordine e la legalità. Alla fine il testo della costituzione, frutto di lunghe e faticose trattative fra i delegati riuniti nella Paulskirche, rimase lettera morta e dovettero trascorrere altri settant’anni prima che una costituzione democratica potesse affermarsi su suolo tedesco.
Del resto, anche in Svizzera il processo che nel 1848 portò all’approvazione della costituzione fu tutt’altro che scontato. Soprattutto i Cantoni cattolici e di periferia non vedevano di buon occhio le nuove strutture statali, secondo loro troppo centralistiche e sotto l’influenza dei grandi Cantoni liberali a maggioranza protestante. In Ticino giocò un ruolo importante anche l’abrogazione del privilegio di imporre dazi, trasferito all’amministrazione centrale. Nemmeno il liberale Stefano Franscini, capo del governo ticinese e chiamato a far parte del primo Consiglio federale, riuscì a vincere la diffidenza dei suoi conterranei e alla fine in Ticino prevalse il voto contrario alla nuova Carta. Lo stesso destino fu riservato dai ticinesi anche alla prima revisione totale della Costituzione nel 1874 e si dovette attendere fino al 1999 per veder approvata in Ticino una costituzione elvetica.
Cosa resta oggi dello spirito pionieristico della Carta del 1848? Purtroppo poco, se guardiamo al modo in cui la Svizzera di oggi è votata soprattutto al mantenimento dello status quo. L’auspicio è che, come ha osservato il presidente Berset, lo spirito del 1848 ci permetta di intuire cos’è, in sostanza, la democrazia liberale: ossia la forma statale dell’ottimismo; della dignità umana e della libertà; della fiducia nel progresso e della volontà di progredire.
Cleto Pescia