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di Giampiero Mughini (articolo pubblicato su Dagospia) *
Caro Dago, pensavo fosse impossibile in queste ore che qualcosa al mondo potesse sottrarre alla mia mente le immagini di Kobe Bryant, uno dei più grandi atleti dell’era moderna che si è appena schiantato contro una collina dalle parti di Los Angeles.
E quando dico le sue immagini, e ancor più di lui che nell’area del basket svetta inumano fra un ingorgo di giganti e si passa la palla da un braccio all’altro epperò da dietro e la schiaccia a canestro violentissima, dico le immagini di lui che sta allenando la sua figlia tredicenne Gianna, un nome italiano come quello delle altre sue tre figlie. Lei è ancora piccolina di statura, non so neppure come faccia a tenere la palla da basket fra le epperò la muove e la fa partire che è un incanto e il padre/gigante che la guarda felice. Anche Gianna era su quel maledetto elicottero che s’è schiantato. Come dimenticare e sia pure per un minuto queste immagini.
Ebbene per un minuto o poco più le ho dimenticate. Stanotte non sono stato sveglio ad aspettare il quarto di finale a Melbourne che opponeva il mio dio personale, Roger Federer (38 anni), a Tennys Sandgren (28 anni), un tennista americano feroce già dall’aspetto. Confesso che non l’ho fatto, e dunque non ho duettato per tutto il tempo della partita con Giancarlo Dotto com’è nostra abitudine in presenza del divo Roger.
Ebbene stamane mi sono precipitato, prima su un video raccontato da un telecronista russo, poi su un video raccontato da un telecronista di lingua inglese. In tutt’e due le telecronache distinguevo su tutte una parola “Roger”, perché nelle arene di tutto il mondo Federer non è Federer e bensì “Roger”, esattamente come Kobe Bryant era “Kobe” (pronunzia Kobi). Ebbene succede che Roger vinca il primo set e poi perda nettamente i due successivi.
Al quarto e decisivo set Roger e il ferocissimo Sandgren (il quale tira dei servizi di cui mi chiedo com’è che non lesionino il cemento) arrivano al 6-6 e dunque si giocano tutto in questo che si chiama il super-tie break, a chi arriva primo a 7 purché con due punti di vantaggio. Molto rapidamente Roger va sotto 3-6 e dunque all’avversario basta un solo punticino e tanto più che quando lui batte trema l’intera arena Rod Laver. 6-3, e dunque tre volte si gioca per il punto decisivo del set, e che sarà il punto decisivo del match perché al quinto set Roger vince facile.
Una prima, una seconda, una terza volta e tenendo presente che stanno giocando da oltre due ore e che tra i due ci stanno dieci anni d’età di differenza. Ebbene Roger guadagna il primo, il secondo e il terzo punto, punti combattutissimi, fino a 19 colpi a punto, giocate in cui è questione di un millimetro se la palla andrà di qua o di là della linea. 6-6. Ebbene Sandgren fa il settimo punto. Gliene basta uno, e anche se al servizio questa volta c’è Roger.
Ebbene Roger fallisce la prima palla di servizio. Gioca la seconda palla di servizio contro un avversario solidissimo che ha la vittoria in punta delle labbra. Fa il punto, sì lo fa. 7-7. Si va a nove. Ancora 8-8 pari, un uomo di 38 anni contro un giovanotto di 28. Roger fa il nono e il decimo punto dopo una serie di colpi giocati alla perfezione e ammesso che la perfezione sia di questo mondo. Roger in semifinale. Io e Dotto che non crediamo ai nostri occhi. Dio che cos’è lo sport, il teatro dove agiscono uomini come Roger Federer e Kobe Bryant.
* giornalista