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Nel 1989 Art Spiegelman stava ancora lavorando al completamento del romanzo a fumetti che gli avrebbe fruttato un premio Pulitzer, Maus. Lo pubblicava un capitolo alla volta sulla rivista Raw, che curava e stampava nel suo studio di Manhattan insieme alla moglie Francoise Mouly.
Raw rappresentava, a quei tempi, semplicemente l'avanguardia del fumetto mondiale, un prodotto di nicchia eppure rispettatissimo. Proprio sul primo numero della seconda serie di Raw, che segnava il passaggio dal do-it-yourself all'editoria ufficiale grazie a un accordo con il prestigioso marchio Penguin Books, appare una storia intitolata semplicemente Here, "Qui". L'aveva scritta e disegnata Richard McGuire, un ragazzo poco più che trentenne che faceva il musicista e l'illustratore per il New Yorker.
Qui è un racconto di sei pagine, apparentemente molto più semplice rispetto alle immagini sovraccariche che occupavano il resto di quel numero di Raw. Sei pagine divise in sei, un totale di trentasei vignette, tutte della stessa dimensione, in bianco e nero. L'inquadratura è fissa, e la scena piuttosto anonima: l'angolo di un salotto, interno di una qualsiasi casa americana. Che però a poco a poco si popola di personaggi, ma soprattutto inizia a viaggiare nel tempo. Non nel senso della fantascienza, intendiamoci: Richard McGuire semplicemente mostra al lettore passato e futuro di quell'angolo, una serie di attimi lontani nella storia, anche migliaia di anni, ma accomunati dal loro svolgersi nello stesso punto dello spazio. Momenti di vita, persone, animali, eventi piccoli e grandi, feste in casa, compleanni, morti, dinosauri, il brodo primordiale. Piccoli quadretti che si aprono uno sopra l'altro sulle vignette come le finestre del sistema operativo Windows, e che visti tutti insieme sembrano comporre una sequenza organica. In realtà, qualcosa di più: un approccio alla narrazione completamente diverso da quello visto nel fumetto fino a quel momento, che ignora le tradizionali convenzioni di racconto lineare, ed eppure funziona perfettamente.
Qui colpisce l'immaginario di molti disegnatori e critici, ma termina con quelle sei pagine. Richard McGuire non riprenderà quell'idea. Fino al 1999.
In quell'anno infatti il disegnatore americano ci ripensa, ricomincia a lavorare su quel fumetto il cui protagonista è il tempo. E siccome si parla di tempo, ci mette quindici anni a completare la nuova versione di Qui, che vede la luce nel 2014, ed è oggi disponibile anche nella traduzione italiana di Steve Piccolo per l'editore Rizzoli Lizard. Il nuovo Qui non è più un racconto di sei pagine, ma un romanzo a fumetti che ne conta più di trecento. Anche se parte dalla stessa idea: la storia di un luogo e di ciò che qui è accaduto nel corso di migliaia di anni, un racconto composto di momenti contigui oppure lontanissimi, intrecciati e sovrapposti tra loro. Un'espansione narrativa che va, dal punto di vista formale, ben oltre il romanzo e il graphic novel che conosciamo, e che in ogni caso può esistere solo a fumetti, perché senza l'immagine sarebbe impossibile fornire al lettore un qualsiasi appiglio in questo vortice di flashback e flash forward.
Qui è un'opera che richiede a chi legge uno sforzo interpretativo continuo, eppure nasconde tra le sue pagine momenti incredibilmente emozionanti. E questo nonostante risulti frustrante, a tratti, rendersi conto dell'impossibilità di comprendere ogni momento di quella storia. Non fosse altro perché è una storia destinata a non finire. Leggendo Qui è inevitabile pensare a un classico come Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut Jr., ai suoi alieni tralfamadoriani, esseri pentadimensionali che hanno la capacità di comprendere la vera natura del tempo e osservare ogni istante come eterno. Noialtri umani non ce l'abbiamo, sembra dirci Richard McGuire, e allora possiamo solo provare a mettere le cose in prospettiva. E fallire. Non stupisce che a dirlo sia un autore di fumetti, un narratore che, a causa dell'essenza stessa del medium con cui si trova a lavorare, lotta da sempre, solo, con la percezione e la rappresentazione del tempo.