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STRADE ROMANE SUL PASSO DELLO JULIER
Rivista numero 48 – Ottobre 2007
STRADE ROMANE SUL PASSO DELLO JULIER
Di Mario Della Santa e Danilo Pagnutti
Ora le Alpi si trovano davanti a loro… Non riuscivano a decidere per quale strada, attraverso le catene dei monti che arrivavano al cielo, dovessero passare in un’altra parte del mondo.
Con queste parole lo storico romano Tito Livio narra dei Celti che, migrando verso meridione nel 5° secolo a.C., si videro sbarrare il cammino dalle Alpi. Essi, infine, trovarono un passaggio attraverso valichi impervi, che prima di loro avevano già calcato i cacciatori nomadi del Mesolitico nelle loro incursioni stagionali nell’ostile ambiente alpino. Tuttavia, nonostante queste poche eccezioni, per secoli le Alpi continuarono ad essere un ostacolo formidabile alla comunicazione tra il meridione e il settentrione dell’Europa.
In effetti, sappiamo che gli itinerari preferiti dai mercanti dell’età del ferro (dopo il 1000 a.C.) cercavano di girare attorno al nucleo principale delle Alpi: quando la situazione lo permetteva, quando cioè le bellicose tribú galliche non erano in guerra fra loro, i commerci dall’Europa settentrionale seguivano prima la valle del Reno, costeggiavano il Giura e scendevano poi lungo il Rodano, per imbarcare le merci alle sue foci. Questo percorso attirò i Greci di Focea che fondarono le fiorenti colonie commerciali di Massalia (Marsiglia) e Nikea (Nizza) per controllare la diffusione delle merci nel Mediterraneo. L’altra possibilità, meno comoda, era di passare attraverso i valichi relativamente bassi delle Alpi orientali, e questo era reso possibile dalla creazione già agli inizi dell’ottavo secolo a.C. di una rete stradale carrozzabile a solchi carrai che permetteva il transito di piccoli carri attraverso i passi alpini.
Quando Augusto nel 15 d.C. portò a termine la conquista romana dei territori alpini, i Romani sfruttarono la già esistente rete di strade, incaricando verosimilmente le popolazioni locali della sua manutenzione e del suo ampliamento anche attraverso percorsi inusitati, che ora convenivano particolarmente alle legioni romane per raggiungere rapidamente le fortificazioni del limes (confine) renano. Jürg Rageth, in Resti di strade e vie romane nell’area alpina dei Grigioni, scrive:
«Nell’Itinerarium Antonimi Augusti, uno stradario romano databile al 300 d.C., vengono citate per l’area dei Grigioni due strade: prima un percorso da Curia (Coira) – Tinnetione (Tinizong) – Muro (probabilmente Müraira presso Promontogno) – Summo lacu (Samolaco) verso Como; poi un secondo percorso: Curia – Taversede (Stazione della Valle San Giacomo) – ad lacum Comacenum (probabilmente Samolaco) – Como. Il primo costituisce l’itinerario dello Julier-Settimo, il secondo la rotta del passo dello Spluga».
Negli anni settanta del secolo scorso lo studioso Armon Planta intraprese uno studio della rete viaria romana nell’area alpina dei Grigioni. Egli non si limitò a studiare carte geografiche ed antichi testi, ma compí un’intensa attività di ricognizione sul territorio, scegliendo come punto di partenza il santuario romano sul passo dello Julier. Il Planta, presumendo l’esistenza di una strada d’accesso al luogo di culto, probabilmente un piccolo tempio con una statua di Giove, esaminò accuratamente il territorio circostante e, infine, a circa centocinquanta metri a nord dell’attuale ospizio «La Veduta», la trovò.
Essa era dotata di solchi carrai paralleli, profondi fino a 45 centimetri e distanti 107 l’uno dall’altro. Questi solchi erano tracciati incidendo profondamente la roccia con scalpelli e creando cosí dei binari all’interno dei quali si inserivano le ruote dei carri. Questo sistema di costruzione di strade era largamente diffuso nel Mediterraneo e nell’Europa celtica; se ne sono trovate tracce in Grecia, a Creta, in Sicilia, a Malta, in Austria, sull’altipiano svizzero, nel Giura e appunto sulle Alpi. I vantaggi che offriva erano il fondo dei solchi liscio che permetteva lo scorrimento senza troppi sobbalzi e la sicurezza che il carro non potesse scivolare di lato, ciò che consentiva di costruire percorsi anche su pendii con forti pendenze laterali o sul bordo di vertiginosi precipizi. Naturalmente c’erano anche difetti: le ruote incastrate nei solchi non potevano fare curve strette, proprio come i treni, ed era quindi impossibile creare percorsi a zigzag; bisognava seguire un tragitto che offrisse la possibilità di grandi curve. Inoltre era necessario disporre di carri con un uguale scartamento fra le ruote, nel nostro caso di circa 107 centimetri, il che implicava il noleggio di carri e bestie presso i somieri ai due capi della strada.
Le ruote dei carri erano indubbiamente grandi, piú di un metro di diametro, ed erano cerchiate di bronzo o ferro, il cui attrito consumava i bordi dei solchi. A questo riguardo Jürg Rageth osserva:
«Al di sotto della “Veduta” Planta osservò anche un tratto obliquo di roccia con 7-10 solchi di ruote, ciascuna rappresentante la rotaia a monte di un diverso tracciato stradale. Questo rinvenimento evidenzia che la strada romana in montagna era fortemente esposta all’erosione e che perciò doveva venir continuamente sottoposta a migliorie».
Nella costruzione di strade i Romani diedero prova di notevoli capacità tecniche: costruirono ponti, scavarono gallerie e nei percorsi pianeggianti crearono quelle viae stratae (strade lastricate) che poggiavano su fondamenta tanto stabili che alcuni tratti ne sono percorribili ancora oggi, a piú di duemila anni dalla loro costruzione. Sono queste le famose strade romane che si studiano a scuola, immediatamente riconoscibili per i grandi lastroni, i basoli, che formano il fondo stradale. Ma nei tratti alpini piú scoscesi seguirono l’uso locale di incidere solchi carrai per assicurare i veicoli al piano stradale. Inoltre, scolpirono gradini per permettere ai carrettieri di frenare il carro o anche di sollevarlo con stanghe. Le strade erano oggetto di un’assidua manutenzione, che garantiva un traffico costante in tutte le stagioni.
I carri romani erano trainati da cavalli, muli o buoi. Il tiro classico era a due, la biga, ma vi erano anche veicoli trainati da un numero superiore di animali; ma data la particolare struttura delle strade a solchi carrai gli animali da tiro potevano essere aggiogati solo in fila, fra le stanghe, altrimenti si sarebbero rotti gli zoccoli dentro i profondi solchi; considerate le incredibili pendenze che questi traini affrontavano, si può supporre che il numero di animali da tiro fosse molto elevato e il carico possibile leggero, ciò che faceva sicuramente lievitare i prezzi. Ciò nonostante, attraverso le Alpi i negotiatores transalpini et cisalpini trasportavano una gran quantità di merci.
La rete stradale romana resistette al crollo dell’impero e durante i secoli successivi continuò a rendere possibile la comunicazione tra il nord e il sud. Ancora durante il Medioevo e all’inizio dell’età moderna mercanti e soldati attraversavano le Alpi calcando le strade romane. Sul passo dello Julier, nei pressi dell’ospizio “La Veduta”, esse sono visibili ancora oggi.
Fonte
AttraVerso le Alpi. Uomini, vie e scambi nell’antichità, coordinamento scientifico di Gudrun Schnekenburger, Archäelogisches Landesmuseum Baden-Württemberg, Stoccarda, 2002.