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Quelli che... la cultura russa è il «casatschok»
Gentile Carlo Silini, vista l’imperante russofobia che fa d’ogni erba un fascio accomunando criminale dirigenza politica e qualsiasi espressione culturale, penso sia utile rileggere una pagina di Isaiah Berlin (Impressioni personali, Adelphi, 1989, p. 173) sull’apporto russo alla cultura europea: «La magnifica fioritura cominciata in Russia nell’ultimo decennio dell’Ottocento vide tutta una serie di arditi esperimenti che contrassegnarono la vita artistica all’inizio del Novecento. […] Nascevano nuovi movimenti e correnti nella pittura e nella scultura simbolista, postimpressionista, cubista, astratta, futurista, suprematista e costruttivista; nasceva l’immaginismo in poesia, il realismo e l’antirealismo nel teatro e nel balletto. Benché in arte i capi bolscevichi avessero gusti conservatori, tutto ciò che poteva significare uno “schiaffo in faccia” al gusto borghese era incoraggiato e questo apriva le cateratte a un’alluvione di manifesti eccitati e di esperimenti audaci, polemici, spesso geniali in tutte le arti, che avrebbero avuto un impatto poderoso sull’Occidente. […] Durante gli Anni Venti ci fu in Russia un autentico Rinascimento, qualcosa di diverso da ciò che accadeva sulla scena artistica di altri Paesi. Gli scambi tra romanzieri, poeti, artisti, storici, scienziati diedero luogo a una sorta di fecondazione trasversale, e ne derivò una cultura di insolita vitalità e capacità, una straordinaria curva ascendente nella civiltà europea».
Manuel Rossello, Lugano
La risposta
Caro Manuel Rossello, la citazione di Isaiah Berlin è preziosa perché proviene da un tizio che non condivideva, ma conosceva perfettamente, la cultura politica russo-sovietica. Berlin, ebreo lettone in fuga dalla rivoluzione bolscevica, è stato uno dei massimi teorici di un liberalismo inteso come limitazione dell’ingerenza statale nella vita delle comunità. Perciò, quelle parole a proposito della maggiore potenza statalista della storia, dette da lui, equivalgono a un riconoscimento al di sopra di ogni sospetto della genialità russa. Come se il Forum di Davos tessesse l’elogio di Manu Chao o Zio Paperone dei Bassotti. Siamo capaci, noi, di riconoscere meriti ai nostri «avversari»? Siamo capaci di condannare risolutamente gli errori e gli orrori di Putin senza per questo buttare al macero l’immensità della cultura russa, i suoi capolavori, le sue voci eterne? Isaiah Berlin è stato un pensatore così retto da non cadere nella trappola dell’ideologia. Uno di quelli che se c’era da ammettere che il diavolo aveva creato arte e bellezza non si faceva scrupoli a dirlo e lo faceva con un libro (Le arti in Russia sotto Stalin). Henry Hardy, curatore delle sue opere, racconta la sua «capacità di immedesimarsi in coloro di cui non condivide[va] le opinioni», attitudine che a quanto pare lasciava interdetti gli interlocutori. Certo, per imitare Berlin servono due cose che oggi scarseggiano: onestà intellettuale e conoscenza profonda e reale della cultura che ha generato il tuo avversario. Molti commentatori contemporanei citano Dostoevskij, ma nella loro mente la cultura russa non va oltre «Casatschok, il ballo della steppa».