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Autore
Kathrin Oester è membro della giuria ed è specializzata in antropologia visiva, formazione e migrazione. <email-pii>
Un dipinto murale storico all’interno di un istituto scolastico bernese illustra l’alfabeto con stereotipi razzisti. Per restaurare quest’opera problematica, la Città di Berna ha bandito un concorso transdisciplinare, in cui si pone in primo piano la questione del rapporto con la nostra eredità coloniale.
Nel 1949 i pittori bernesi Eugen Jordi e Emil Zbinden realizzarono insieme un dipinto murale nell’allora nuovo istituto scolastico di Wylergut a Berna. Si trattava di un alfabeto illustrato, strumento didattico molto diffuso all’epoca. Per aiutare i bambini nella lettura e nella scrittura, gli insegnanti inserivano il segno astratto della lettera dell’alfabeto nel contesto di un’immagine concreta che associava suono e immagine: I come Indiano, N come Negro, C come Cinese. Secondo la logica didattica e le teorie dell’apprendimento di quel tempo, le illustrazioni dovevano essere quanto più chiare e accattivanti possibile. Questo perché, nella fase di apprendimento, l’attenzione del bambino non doveva essere rivolta a un soggetto visivamente complesso: l’apprendimento del segno astratto (la lettera dell’alfabeto) doveva essere facilitato dall’associazione con il punto di riferimento più semplice possibile. Grazie a questo espediente mnemonico, il bambino finiva per associare sempre la lettera I all’immagine dell’Indiano.
Il fatto che le rappresentazioni stereotipate di persone di continenti lontani fossero all’epoca considerate così adatte a essere utilizzate come espediente mnemonico ci porta dritto al tema di un concorso transdisciplinare su come gestire l’eredità culturale del periodo coloniale bandito dalla Città di Berna. L’esempio rimanda alla stereotipizzazione di persone dal colore della pelle diverso, sulla quale nella Svizzera degli anni 1940 non ci si è mai interrogati.
Per i bambini destinatari del dipinto, ma anche per i pittori e gli insegnanti di quel periodo, il rapporto con le persone rappresentate era caratterizzato, secondo la prospettiva odierna, da un’incredibile indifferenza e ignoranza. Quanto più geograficamente lontane erano le persone, tanto più facile doveva risultare all’epoca la loro stereotipizzazione. Oltre ai sottintesi, peraltro irritanti, che troviamo nell’alfabeto di Wylergut, c’è anche il fatto che le persone prestate a espediente mnemonico per le lettere dell’alfabeto rappresentavano di fatto una componente importante della società svizzera degli anni 1940 – ossia chi con il proprio lavoro riforniva il Paese di caffè, spezie e cioccolato e chi nella Seconda guerra mondiale aveva combattuto al fianco degli Alleati.
Eugen Jordi e Emil Zbinden appartenevano a un gruppo di pittori critici e socialisti, il che fa capire che in quel periodo la rappresentazione stereotipata di persone di continenti lontani non era messa in discussione nemmeno negli ambienti più progressisti.
Oggi abbiamo perso questa innocenza. Al centro del concorso bandito si pone la questione del rapporto con la nostra eredità coloniale. Diversamente dalle sanzioni penali previste oggi per gli episodi di razzismo, per il dipinto storico non si tratta di trovare un colpevole e di punirlo, perché la questione è più complessa visto che tutti noi siamo responsabili. Siamo tutti eredi di una storia le cui immagini stereotipate di popoli stranieri caratterizzano il nostro presente e contribuiscono potenzialmente alla violenza e alla violazione dell’identità di gruppi non bianchi della popolazione. In questo senso, tutti noi siamo anche vittime di un linguaggio (visivo) semplicistico e riduttivo, che rende difficile una convivenza produttiva in una società culturalmente eterogenea. Oggi il profiling razziale e la sua espressione sempre più pericolosa in algoritmi che influenzano le pratiche sociali, politiche e della polizia mostrano in che misura le immagini stereotipate contraddistinguono la vita quotidiana e la convivenza.
Di pari passo con la transnazionalizzazione della società, la nostra percezione della raffigurazione stereotipata di indigeni africani e asiatici è fondamentalmente cambiata. Nel migliore dei casi, percepiamo le rappresentazioni esoticitizzate come discriminazione «positiva»: l’abbigliamento folcloristico ricaccia indietro le persone rappresentate in un’epoca premoderna alla quale non appartengono. E se vi appartengono, allora sono soltanto – e soprattutto – ciò che resta di un passato lontano, di una vita altrove. Che può essere il luogo della nostalgia, ma anche del disprezzo arrogante.
Sul piano iconografico il dipinto di Jordi e Zbinden, con le sue rappresentazioni stereotipate di «stranieri», è profondamente legato al periodo coloniale. Quanto raffigurato è espressione simbolica di una violenza che le persone hanno subito realmente nelle ex colonie (e subiscono a tutt’oggi in molti luoghi). Poiché ha preso parte in diversi modi allo sfruttamento coloniale, innanzitutto attraverso i suoi istituti finanziari attivi a livello transnazionale, la Svizzera ha anch’essa la sua parte di responsabilità storica nel depauperamento e nella violenza del colonialismo.
La riflessione critica sul dipinto murale del 1949 è quindi una riflessione sulla nostra storia – nel presente. Si tratta di ricordare e continuare a scavare per accertare e riconoscere una responsabilità collettiva. Occorre capire come devono essere resi produttivi i rapporti in una società diventata transculturale. Se si attribuisce maggiore centralità alla questione, diventa immediatamente chiaro quanto sia attuale il passato coloniale e in che modo la norma antirazzista stessa sia il risultato di questa storia. E questa storia è onnipresente non soltanto nelle nostre relazioni economiche, nella politica migratoria, nei prodotti di consumo e nel turismo, ma anche nella discriminazione quotidiana sul posto di lavoro, nelle scuole e non da ultimo nelle pratiche del profiling razziale e nella violenza della polizia. È vero che la storia coloniale viene analizzata criticamente, ma è replicata ogni giorno in modo acritico e resa invisibile, per esempio attraverso una politica della diversità dimentica della storia che mira a integrare con le stesse strategie di gestione disabili, donne e migranti.
Tuttavia concetti come «responsabilità storica», «superamento del passato» e «riparazione» sono pericolosi in quanto i mea culpa restano spesso senza conseguenze economiche e politiche. È quanto riconosciuto da tempo dalle persone di colore (insieme a bianchi solidali) e contro cui queste oppongono resistenza: mediante teorie, nel dibattito post- e decoloniale; con mezzi artistici e musicali; attraverso proteste politiche globali; con strategie che ricorrono all’ironia e al sarcasmo – rispondendo a tono. Con i mea culpa piagnucolosi dei bianchi non si va lontano, visto che troppo spesso le autoflagellazioni servono soltanto alla riproduzione (involontaria) dello schema «noi – gli altri», «vittime – carnefici». Di conseguenza, la risposta al dipinto murale del 1949 deve arrivare dalla società transnazionalizzata e da un team multiculturale. Questo team deve superare lo schema vittima-carnefice sia con la riflessione critica sulla storia sia mediante la produzione artistica collettiva. Ne deriverà così uno spazio di sperimentazione pratica importante per le società transnazionalizzate.
Con la sua visibilità pubblica, il dipinto bernese perpetua il periodo coloniale ed esige una risposta. Siamo dunque nel bel mezzo di una discussione condotta intensamente che ha portato alla realizzazione del concorso.
Nel bando è stato stabilito che il dibattito sulla Svizzera coloniale si svolgerà pubblicamente in base a una selezione dei progetti ricevuti. È stato inoltre deciso in via preliminare che i team di progetto devono essere composti in modo transdisciplinare, per esempio da artisti, sociologi e pedagoghi. Resta aperta la questione degli strumenti estetici, intellettuali e pedagogici con cui sviluppare la risposta.
Un gruppo di attivisti ha perso la pazienza e, a giugno, sulla scia del movimento Black Lives Matter, ha tinteggiato di nero le rappresentazioni stereotipate.
Mostrando di sostenere l’attuale dibattito contro il razzismo, la Città di Berna ha rinunciato a presentare una denuncia penale, suscitando così reazioni controverse. I cinque team in concorso sono ora invitati a reagire con i loro progetti all’azione di protesta degli attivisti.
Lo scorso autunno, tra le 25 proposte pervenute, la giuria ne ha selezionate cinque da sviluppare per la seconda fase del concorso. Dopo una presentazione pubblica dei progetti proposti e un dibattito che ha dovuto essere rimandato all’autunno a causa dell’epidemia di coronavirus, la giuria raccomanderà un progetto da realizzare.
I cinque progetti hanno in comune il fatto che contrappongono qualcos’altro al dipinto murale stereotipato oppure inseriscono qualcosa prima del dipinto o lo rimuovono e lo spostano (per collocarlo in un altro posto). Tutte le proposte hanno inoltre in comune il fatto di stabilire un collegamento con la storia coloniale e, mediante la riflessione su questo aspetto, di creare un’opportunità di apprendimento per gli allievi. Lo fanno tuttavia in modo molto diverso dal punto di vista estetico, intellettuale e pedagogico.
Per la giuria l’impatto nel tempo sarà un criterio importante nel processo di selezione: quale progetto può avviare nel modo più convincente possibile, e per un lungo periodo di tempo, una riflessione sulla storia coloniale e il presente postcoloniale che raggiunga anche le future generazioni di allievi? Un obiettivo ambizioso che richiede un grande impegno ai team transdisciplinari, in quanto si tratta di creare un ponte a livello analitico, estetico e pedagogico tra passato, presente e futuro.