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ZURIGO - Non è vero niente: l'ong svizzera Public Eye ha fatto oggi totale marcia indietro riguardo alle sue accuse mosse contro la società Vitol, un gigante delle materie prime con sede a Ginevra. L'organizzazione terzomondista ha riconosciuto di aver commesso un errore, nato da un'interpretazione sbagliata di un articolo di stampa relativo ai Paradise Papers: in realtà - ammette - non vi sono elementi per ritenere Vitol implicata in un caso di corruzione.
Il mea culpa presentato in un comunicato e sul sito internet segue la veemente reazione di Vitol, che fin da subito aveva parlato di affermazioni false e diffamatorie. L'azienda aveva messo in campo i suoi legali, fissando un termine a Public Eye - che a molti rimane più nota attraverso il suo nome precedente di Dichiarazione di Berna (DB) - affinché ritirasse quanto detto e riservandosi di agire per vie legali.
In una rara intervista il presidente della direzione Gérard Delsad si era dichiarato scioccato nel vedere una organizzazione non governativa elvetica non verificare le sue tesi prima di pubblicarle. L'impresa - attiva a Ginevra con 185 dipendenti e con un fatturato globale di 151 miliardi di dollari nel 2016 - non era stata infatti contattata.
Delsad non aveva mancato di tirare anche in causa direttamente la consigliera federale Simonetta Sommaruga, che aveva auspicato un aumento dei controlli nel ramo della negoziazione di materie prime. Le regole - aveva risposto il ceo - ci sono già e vi sono già diversi paesi che le impongono: se la Svizzera vuole crearne di nuove e ulteriori può chiaramente farlo, ma Vitol, presente a Ginevra fin dagli anni Settanta, è pronta ad andarsene.
Public Eye aveva pubblicato il 10 novembre un'analisi intitolata «I 'Paradise Papers', la Svizzera e le materie prime»: otto pagine patinate e provviste di decine di note, per la gran parte indicazioni di fonti. Sulla base proprio di quanto rivelato dai cosiddetti Paradise Papers - i documenti diffusi da diverse testate giornalistiche mondiali riguardanti le pratiche di ottimizzazione fiscale delle multinazionali - lo scritto puntava il dito contro quattro società svizzere: Glencore, Louis-Dreyfus, Trafigura e Vitol. Le accuse erano: ottimizzazione fiscale aggressiva, promozione della corruzione e conflitti di interesse.
Public Eye parlava fra l'altro di un contratto sottoscritto da Vitol con l'uomo d'affari nigeriano Kola Aluko, un intermediario che avrebbe versato tangenti a un ministro del petrolio del suo paese. Ma non vi è alcun elemento che suffraghi questa intesa, smentita con veemenza dalla società.
Si è trattato di una erronea interpretazione di un articolo della Tribune de Genève dell'8 novembre: l'ong riconosce oggi di aver commesso «uno sbaglio sui fatti» riguardo all'esistenza del contratto e si scusa di conseguenza.
In un comunicato stampa, Public Eye sosteneva inoltre che Vitol fosse nel mirino del ministero pubblico ginevrino. «Questa formulazione poteva suggerire, a torto, che Vitol fosse sotto inchiesta», scrive oggi l'ex DB, che ha uffici a Losanna e Zurigo e che nel 2016 ha messo a conto economico 5,5 milioni di spese. In realtà la procura indaga su Aluko, per corruzione, riciclaggio e falsità in documenti.
Public Eye riconosce oggi pubblicamente che nessun documento reso pubblico dai Paradise Papers o che sia stato oggetto di articoli di stampa mostra l'esistenza di un contratto fra Vitol e Aluko. L'ong riconosce anche che nessun elemento emerso finora indica l'implicazione di Vitol nelle pratiche criticate dall'analisi.
«In tutti gli aspetti del suo lavoro, Public Eye osserva il massimo rigore al fine di contribuire al dibattito politico attraverso ricerche solide e analisi approfondite. In questo caso abbiamo commesso un errore fattuale che ha portato a considerazioni infondate su Vitol», si legge nella nota.
Public Eye «non è stata quindi all'altezza dei suoi standard», ammette l'associazione, «ma questo non rimette in causa le conclusioni politiche tratte dai casi rivelati dai Paradise Papers (non legati a Vitol)».
Sarebbe peccato che «un errore isolato di questo tipo» venga sfruttato per eludere i problemi legati al settore elvetico delle materie prime messi da anni in luce da ong e media, conclude Public Eye.
Il tema dell'agire delle multinazionali elvetiche all'estero è molto caldo in Svizzera: un'iniziativa popolare («per imprese responsabili - a tutela dell'essere umano») chiede che le società con sede nella Confederazione rispettino i diritti umani e l'ambiente anche nelle loro relazioni d'affari nei paesi del sud del pianeta. Il Consiglio federale in settembre ha invitato il parlamento a bocciare il testo, ma a metà novembre la commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati si è detta favorevole all'elaborazione di un controprogetto indiretto.