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Chi come me è molto in avanti negli anni ha molti ricordi. Tra questi un convegno nel luglio del 1992 organizzato dall’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), ente che raggruppava le partecipazioni statali italiane di allora. Tema: il Mediterraneo ed i rapporti tra le due sponde. Il presidente dell’IRI Franco Nobili, caro amico dai tempi della politica giovanile, mi aveva invitato e pregato di invitare alcuni esponenti dell’economia svizzera.
Per farla breve, abbiamo dibattuto durante due giorni a Venezia l’ipotesi di creare nel Maghreb, sulla sponda mediterranea, zone industriali franche. Una soluzione simile a quella degli Stati Uniti che hanno al confine del Messico la zona «maquiladora», vale a dire la zona di produzione di beni a basso valore aggiunto grazie anche al minor costo della vita e quindi a costi unitari più bassi. La soluzione sarebbe servita tra l’altro per combattere la concorrenza asiatica su prodotti manifatturieri per i quali noi europei non eravamo più concorrenziali. Grosso modo si proponeva di istituire più zone franche con diverse fabbriche a fianco delle quali si sarebbero dovute organizzare scuole professionali adottando il sistema svizzero di formazione duale con l’apprendistato per formare lavoratori qualificati. Attorno si sarebbero costruite case e le infrastrutture necessarie (comprese le scuole primarie) per le famiglie dei lavoratori.
Gli imprenditori non avrebbero chiesto aiuti finanziari o sovvenzioni d’altro genere alla politica. Solo l’intervento nel campo a loro precluso, vale a dire la collaborazione per la creazione e concessione delle zone franche e la protezione internazionale in caso di nazionalizzazioni, espropri od altri pericoli conseguenti a cambi di governo negli Stati africani.
Un piano che originava dall’intelligente utile egoismo imprenditoriale, ma sicuramente di beneficio per entrambe le sponde. Per quella sud, che avrebbe ottenuto posti di lavoro di cui aveva fame, e per gli Stati europei, che avrebbero potuto continuare a produrre in certi settori. Nei dibattiti era affiorata l’idea che queste zone franche diventassero anche aree di reclutamento per quell’immigrazione della quale l’Europa poteva aver bisogno.
Poi l’Italia conobbe Mani pulite, l’IRI (che più tardi venne liquidata) e gli organizzatori italiani furono in ben altre vicende affaccendati, l’iniziativa estremamente ambiziosa e impegnativa, e che aveva il convinto appoggio dell’autorevole politico italiano Andreotti, non ebbe seguito.
Oggi, seguendo la ribalderia dei moderni mercanti di schiavi e degli approfittatori di entrambe le coste, gli atteggiamenti tra l’ingenuo e l’equivoco di molti attori, le problematiche di integrazione e rapporti con le classi disagiate europee, mi interrogo sul fallimento della politica in questo campo. L’idea di oltre un quarto di secolo fa degli amici italiani era sicuramente di difficile realizzazione e nessuno pretende fosse la soluzione miracolosa di tutto e per tutto: aveva però il pregio di evidenziare e sensibilizzare già allora problematiche che ignorate per anni si presentano oggi con violenza drammatica.
La soluzione non consiste nel creare campi di accoglienza in Europa destinati a durare negli anni, ma nell’investire, sia pure in una realtà corrotta e difficilissima, in opere utili in Africa per evitare che i giovani prendano la pericolosa strada per l’Europa, impoverendo ancora di più il proprio Paese, in taluni raccapriccianti casi finendo vittime del commercio degli organi e nella migliore delle possibilità condannati all’ozio forzato e senza speranza.
Due professori di Oxford, Alexander Betts e Paul Collier, che da decenni si occupano di movimenti migratori e di fuggiaschi, nei loro scritti deplorano il mancato convinto sostegno ad iniziative degli stessi rifugiati per organizzarsi in comunità e sostengono il vantaggio di insediamenti in Africa non eccessivamente lontani dal Paese di origine.
Iniziative come quella di un industriale ugandese, che con materia prima locale (fogli di papiro) produce prodotti igienici per signore in fabbriche situate in comunità di profughi occupati nella produzione, dovrebbero venir sostenute e replicate.
I due professori attirano l’attenzione su Dadaab, località situata vicino a Nairobi e ignorata dalle carte geografiche, dove somali fuggiti dalla guerra civile nel loro Paese, con enormi problemi e deficienze, hanno organizzato con l’assistenza dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) una città autonoma arrivata nel corso di un ventennio ad ospitare ufficialmente circa 250.000 abitanti, che si presume però siano molto più numerosi.
Purtroppo molte di queste iniziative non vengono seguite con l’attenzione e l’interesse proattivo che meriterebbero, considerando oltretutto che permettono ai fuggiaschi di rimanere nel loro ambiente.
Se la burocrazia di Bruxelles invece di attardarsi sulle dimensioni e caratteristiche degli ortaggi, invece di impegnarsi nel trovare modi per mortificare la concorrenza dei sistemi, invece di far approvare pagine e pagine di accordi che non tengono conto delle realtà quali Schengen e Dublino e che si sono dimostrati di difficile quando non impossibile attuazione, avesse cercato nei decenni scorsi le soluzioni per frenare e incanalare le prevedibili immigrazioni, forse oggi avremmo qualche naufragio in meno nel Mediterraneo.
Tito Tettamanti
pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata