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Sono il 25% della popolazione, lavorano, pagano le tasse e i contributi sociali, non hanno però il diritto di voto e di eleggibilità: è questa la condizione degli stranieri e delle straniere in Svizzera. È accettabile in una democrazia diretta? Il punto di vista dei politici svizzeri e tedeschi che hanno discusso la questione alle ottave giornate della democrazia di Aarau rimane inconciliabile.
«Anche gli svizzeri all’estero sono stranieri nel loro paese di residenza. Spesso hanno un’opinione decisa sulla Svizzera, ma partecipano anche in modo attivo alla vita politica del loro paese di residenza»: con questo paragone Walter LeimgruberLink esterno, presidente della Commissione federale della migrazione, ha aperto le ottave giornate della democrazia di Aarau dedicate quest’anno al tema: «Diritti politici per straniere e stranieri?». Le conclusioni di Leimgruber: «Gli svizzeri all’estero sono cittadini di due Stati e dimostrano che l’impegno politico in due paesi è possibile». Per lui sono un buon esempio del fatto che gli stranieri possono partecipare alla vita politica del loro paese di residenza, indipendentemente dalla nazionalità.
Di fronte alla crescente interdipendenza economica globale, che va di pari passo a una perdita d’importanza degli Stati nazionali, e a una quota del 50% di coppie binazionali in Svizzera, «dovremmo ripensare i diritti politici», ha osservato il professore di studi culturali all’università di Basilea.
La sua proposta è di scollegare il diritto di voto ed eleggibilità dalla nazionalità e connetterlo a una cittadinanza basata sul principio che le straniere e gli stranieri che vivono da tempo in Svizzera, che vi lavorano e vi pagano le tasse e i contributi sociali, devono poter partecipare alle decisioni politiche.
Diritto di voto per gli stranieri in Svizzera
A livello nazionale solo le cittadine e i cittadini svizzeri che hanno compiuto 18 anni possono votare ed essere eletti.
A Neuchâtel e nel Giura, gli stranieri hanno diritto di voto a livello cantonale. Non hanno tuttavia il diritto di essere eletti. A Neuchâtel la situazione potrebbe però presto cambiare: martedì il parlamento cantonale ha infatti approvato un decreto per accordare il diritto di eleggibilità agli stranieri. L'ultima parola spetterà al popolo.
Quattro cantoni – Neuchâtel, Giura, Vaud e Friburgo – prevedono il diritto di voto e il diritto elettorale attivo e passivo (il diritto di essere eletti) a livello comunale. Il canton Ginevra concede invece agli stranieri il diritto di voto e il diritto elettorale attivo a livello comunale.
Nella Svizzera tedesca tre cantoni – Appenzello Esterno, Grigioni e Basilea Città – autorizzano i loro comuni a concedere il diritto di voto agli stranieri.
Cédric Wermuth, consigliere nazionale socialista, figlio di una svizzera francese e di uno svizzero tedesco, spiega il divario tra le due parti del paese con le «grandi differenze culturali». Nella Svizzera francese l’idea dei diritti politici avrebbe una connotazione molto più repubblicana, dovuta all’influsso della Francia. Nel canton Neuchâtel per esempio il diritto di voto per gli stranieri esiste fin dal 1849. La Svizzera tedesca ha invece una visione più vicina ad altre aree di lingua tedesca.Fine della finestrella
Anche se la società offre agli stranieri varie possibilità di partecipazione – dal lavoro volontario all’attività in seno ad associazioni e commissioni scolastiche e comunali – queste vengono utilizzate troppo poco. Anche perché le autorità non divulgano attivamente le informazioni relative a queste possibilità.
Cittadinanza come «premio»
Associazioni, media sociali, procedure di consultazione: anche per Thomas BurgherrLink esterno, consigliere nazionale dell’Unione democratica di centro (UDC), si tratta di attività a cui gli stranieri potrebbero e dovrebbero partecipare. A suo parere manca però l’interesse. Nel comitato organizzativo della festa di jodel della Svizzera nord-occidentale, presieduto dallo stesso Burgherr, siedono in ogni caso solo svizzeri. La posizione espressa dall’esponente della destra nazional-conservatrice durante la tavola rotonda è chiara: «La nazionalità svizzera non può essere gratuita, la si può ottenere solo attraverso una prestazione. E questa prestazione è la naturalizzazione». Al pari di altri, Burgherr ha assicurato tuttavia di non avere nulla contro gli stranieri. «Attraverso un’adozione a distanza, sostengo finanziariamente un bambino in Sudafrica. E nella mia falegnameria lavorano anche a stranieri».
Argomenti contrari alle posizioni di Burgherr sono stati sollevati da Robert HahnLink esterno e Jens WeberLink esterno, che hanno fatto riferimento alle proprie esperienze politiche. Hahn, sindaco della città tedesca di Reutlingen, gemellata con Aarau, ha osservato laconicamente: «Da noi, a causa del diritto di cittadinanza dell’Unione europea, 100'000 stranieri possono dire la loro. Non è mai stato un tema di discussione, è semplicemente una realtà fin dal 1992». Conseguenze negative? Per Hahn non ve ne sono.
Jens Weber ha fatto parte dell’esecutivo comunale di Trogen, nel canton Appenzello Esterno; nel 2015 si è candidato per il Consiglio nazionale e oggi siede nel parlamento cantonale. È cittadino statunitense, naturalizzato in Svizzera nel 2012, discendente di immigrati tedeschi e socialista. «Il fatto che io fossi straniero non ha mai influito sulla mia attività politica a Trogen», ha notato.
«Un enorme regalo»
«Quando nel 2006 a Trogen ho realizzato: ‘Ecco, ora posso partecipare anch’io!’ è stato uno dei giorni più belli della mia vita», ha raccontato l’insegnante di liceo. Ancora oggi Weber considera l’introduzione del diritto di voto per gli stranieri a Trogen «un enorme regalo». La sua esperienza nell’esecutivo gli ha insegnato che molte questioni «riguardano tutti, svizzeri e stranieri».
Le testimonianze di Hahn e Weber, ispirate da esperienze concrete e quotidiane, non hanno però convinto né Burgherr, né Titus MeierLink esterno. «Dove vanno a finire gli incentivi a naturalizzarsi se si permette la partecipazione politica a livello comunale?», si è chiesto il deputato liberale al parlamento del canton Argovia. Le leggi relative alla cittadinanza risalgono al XIX secolo, ha ricordato Meier, e si basano su un’articolazione su tre livelli: comune, cantone e Confederazione.
Contro il mantenimento di questo legame tra diritto di voto e cittadinanza comunale, cantonale e nazionale si è invece espresso l’esponente socialista Cédric WermuthLink esterno. «Il concetto di democrazia esclude la discriminazione di un gruppo», ha osservato. L’esempio dell’«iniziativa per l’attuazione» dimostrerebbe invece che gli stranieri sono discriminati rispetto agli svizzeri. «Sull’iniziativa poteva esprimersi il gruppo che sicuramente non sarebbe stato toccato dalla decisione, mentre il gruppo che ne avrebbe subito le conseguenze non poteva esprimersi».
Traduzione di Andrea Tognina, swissinfo.ch