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“Gli accordi di libero scambio della Svizzera si basano innanzitutto su criteri economici, prendendo in considerazione, nell’ambito di una politica coerente del Consiglio federale, il rispetto delle norme ambientali e sociali, compresi i diritti umani. Quest’ultimi vengono menzionati nel preambolo dell’accordo, che non è vincolante.” Ecco ciò che Didier Chambovey, capo commercio mondiale presso la Segreteria di Stato dell’economia (Seco), ha dichiarato a ONG malesi, alla Fondazione Bruno Manser, ad Alliance Sud ed all’Associazione per i popoli minacciati.
Nel 2009, durante l’Esame periodico universale della Malesia, la raccomandazione della Svizzera a Kuala Lumpur è stata di rispettare i diritti delle popolazioni autoctone e di garantire il loro diritto alla terra. Nel 2012, la Commissione di politica estera del Consiglio nazionale ha acconsentito ai negoziati dell’accordo di libero scambio, sottolineando che il Parlamento si aspetta dalla Malesia che ratifichi i testi fondamentali sui diritti umani e del lavoro internazionalmente riconosciuti.
Politica discriminatoria
“La Malesia aspira a diventare un paese sviluppato entro il 2020. Ha fatto molti progressi, ma per quanto riguarda i diritti umani delle popolazioni autoctone e delle minoranze, è ancora molto in ritardo” afferma Bala Chelliah, rappresentante dell’ONG SUARAM a Ginevra. Accusa la “Nuova politica economica”, lanciata nel 1971, di essere diventata uno strumento di discriminazione dei Malesi di etnia malese verso i Malesi di origine cinese e indiana, considerati come cittadini di seconda classe. Secondo lui, non sarà la gente di strada a beneficiare di quest’accordo, bensì l’élite al potere che possiede tutte le aziende. “Perfino le società svizzere verranno discriminate, perché non potranno assumere i migliori collaboratori.”
I diritti fondiari sono l’altra grande preoccupazione delle ONG malesi. Peter Kallang, di SAVE Rivers, aggiunge che lo Stato prevede la costruzione di 50 dighe idrauliche nell’est del paese entro il 2030, a grave danno dell’ambiente e delle terre delle popolazioni autoctone. “Noi riceviamo il numero più elevato al mondo di denunce legate alla terra, 300 attualmente. Abbiamo vinto la causa in 20 casi, ma il governo e gli autoctoni interpretano diversamente la nozione di diritto fondiario. Le popolazioni non possono dare il loro libero consenso, preliminare ed informato. Tutto si svolge nel più grande segreto.”
Questa situazione riguarda anche le aziende svizzere. Per la costruzione della diga controversa del Murum, a Sarawak (parte malese del Borneo), ABB ha consegnato componenti per la produzione di energia per un valore di 6 milioni di dollari. Secondo la Fondazione Bruno Mauser, questa diga è la prima di una serie di dodici che potrebbero portare allo spostamento di decine di migliaia di abitanti, ed inondare centinaia di chilometri quadrati di foresta tropicale. La Fondazione Bruno Manser chiede all’ABB di ritirarsi da Sarawak e di indennizzare le popolazioni interessate a ragione di 1.5 milioni di dollari. Il 15 maggio, ABB ha annunciato di volere rivalutare i suoi affari in Malesia.
Grossi problemi di corruzione
Lo Stato di Sarawak è oggetto di avidità di tutti gli investitori stranieri. Secondo le ONG, l’80% della foresta pluviale è già stata distrutta. “Dopo il disboscamento, ci saranno le piantagioni – in particolare d’olio di palma. Questo rovinerà la vita della gente”, afferma Peter Kallang. Didier Chambovey assicura che la Svizzera è consapevole di certi problemi legati alla produzione di olio di palma, e che sostiene la Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO). Tra l’altro, parecchi industriali svizzeri si sono impegnati ad importare soltanto olio di palma garantito da quest’iniziativa. Per le ONG, questo non risolve il problema, perché la RSPO ha i suoi limiti, e, soprattutto, l’associazione malese di produttori d’olio di palma ha l’intenzione di lasciarla per creare il suo proprio marchio di qualità, i cui criteri saranno ancora meno esigenti.
La Malesia è uno dei paesi più corrotti al mondo, ed il quarto in termini di flussi finanziari illeciti (370 milioni di dollari), secondo un rapporto recente del Global Financial Integrity. Ad esempio, - in cambio di concessioni forestali sull’isola del Borneo - Musa Aman, capo del governo dello Stato di Sabah, avrebbe intascato oltre 90 milioni di dollari di tangenti. Questo denaro sarebbe stato riciclato attraverso la filiale di UBS a Hong Kong e versato su conti in Svizzera. Il Ministero pubblico della Confederazione ha avviato un procedimento penale contro l’UBS per riciclaggio di denaro.
È evidente: la Svizzera ha ancora molto lavoro per garantire la coerenza della sua politica estera in Malesia. Perché, come afferma il capo negoziatore svizzero, “il Consiglio dei diritti umani è il luogo più adeguato per sollevare le questioni dei diritti umani”, per Alliance Sud, l’accordo di libero scambio è un buon mezzo per assicurare la loro realizzazione. Infatti, non c’è modo nel diritto internazionale per obbligare uno Stato a rispettare i suoi impegni assunti in materia di diritti umani, diversamente dai suoi obblighi commerciali, la cui violazione può comportare sanzioni.
Traduzione Catherine de Arruda Lambelet
(pubbliato su Area, 10 ottobre 2014)