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Si è soliti dire, non senza fondate ragioni, che i grandi scrittori “nascono grandi”. E’ il caso di Albert Bitzius alias Jeremias Gotthelf, che è già grande, anzi grandissimo e incommensurabile (“omerico”, dirà giustamente un lettore d’eccezione -e anche lui scrittore “nato grande”- come Thomas Mann), fin dal romanzo d’esordio, “Lo specchio dei contadini ovvero Vita di Jeremias Gotthelf da lui stesso descritta”.
Nato il 4 ottobre 1797 a Morat e morto nel 1854, pastore per oltre un ventennio (dal 1832 all’anno della morte) nella vasta e indocile parrocchia di Lützelflüh nell’Emmental, e quindi nel cuore di quel vero e proprio mondo a parte che ancora oggi è il “Landbernertum”, la campagna bernese, Jeremias Gotthelf costituisce una pietra miliare delle storie letterarie perché segna la nascita del romanzo moderno in Svizzera. E’ infatti il 1837, l’anno della morte di Georg Büchner, l’autore del “Woyzeck”, quando Bitzius prende dal protagonista del romanzo d’esordio il proprio pseudonimo letterario, Jeremias Gotthelf, e consegna alle stampe un libro davvero unico, che per struttura e contenuto sembra ancora oggi un meteorite proveniente da chissà dove. Lo aveva capito un altro lettore d’eccezione, August Strindberg, che durante gli anni dell’esilio volontario in Svizzera, negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, sul Lago Lemano e sul Lago dei Quattro Cantoni, aveva letto le opere di Gotthelf, in particolare “Lo specchio dei contadini”, e ne aveva parlato al proprio editore di Stoccolma come di «un divino svizzero che era molto più avanti della sua epoca».
Così come Brecht, più di un secolo dopo, tenterà di «mostrare il freddo a coloro che gelano», Gotthelf col suo primo romanzo vuole mostrare la sozzura a coloro che nella sozzura sono nati. E’ lo stesso Gotthelf ad articolare il concetto in un brano della lunga introduzione: «La maggior parte degli esseri umani non è in grado né di vedere, né di riconoscere la propria vita. Sono nati ciechi, e quindi è necessario aprir loro gli occhi. Più di un uomo, nato in mezzo alle immondizie, non le vede neanche più, perché ormai è come se avesse il naso serrato. Ecco come vanno le cose a questo mondo». La metafora dello specchio è una logica conseguenza: «E’ quindi uno specchio quello che metto di fronte al lettore, ma non è uno specchio qualsiasi. Il mio specchio mostra la parte in ombra della vita, non quella esposta al sole, e quindi mostra ciò che di solito non si vede oppure non si vuole vedere». Gotthelf descrive il mondo rurale perché è quello che conosce meglio, ma il titolo “Specchio dei contadini” va inteso in senso più ampio come “specchio della vita umana”.
Mostrare il freddo a coloro che gelano, mostrare la sozzura a coloro che non avvertono -o fingono di non avvertire- l’acre sentore che ne emana. E’ una dichiarazione di poetica che nello specifico de “Lo specchio dei contadini” si basa su fatti tragicamente reali: per quasi due secoli, infatti, in Svizzera, soprattutto nelle zone rurali, i figli delle famiglie povere -che non erano più in grado di mantenerli- venivano mandati in affido presso altre famiglie, di solito proprietarie di tenute o case coloniche, che dimostravano almeno apparentemente di mantenerli e di garantire un lavoro. L’affido, ma sarebbe più corretto dire la vendita, avveniva nel corso di un’asta pubblica, e per i poveri bambini o ragazzi (il termine tedesco è Verdingkinder o Verdingbuben, che indica l’idea dell’andare a servizio ma anche dell’essere umano ridotto a semplice cosa, Ding, senza alcun diritto), costretti a svolgere lavori logoranti, oltre il limite dello sfruttamento, cominciava allora una lunga odissea che molto spesso si concludeva con la mendicità, l’internamento in qualche istituto o perfino con la morte. Il regista Markus Imboden, negli scorsi anni, ne ha tratto un coraggioso e bellissimo film, “Der Verdingbub”, che nella versione in lingua italiana si intitola “Vite rubate”.
Come spesso accade agli scrittori che nascono grandissimi, anche Gotthelf non è riuscito a mantenersi costantemente alle altezze davvero stratosferiche raggiunte con “Lo specchio dei contadini”, soprattutto perché nelle opere più mature, in particolare nei due celebri romanzi “Uli il servo” e “Uli il fittavolo” e nel grande epos tolstojano “Denaro e spirito”, si è sforzato di porre in evidenza la parte assolata della vita, assumendo i toni talora ridondanti del predicatore e del moralista. Lo aveva fatto giustamente notare Gottfried Keller, che fu senza dubbio il più attento e il più avvertito tra i suoi primi lettori. E’ il Gotthelf, se così si può dire, “politically correct”, reso accessibile al grande pubblico dai pur lodevoli e godibili film di Franz Schnyder, ancora oggi spendibile come richiamo turistico e cantore del buon tempo antico. E perfino strumentalizzabile a fini politici. Ma non è il vero Gotthelf.
Il vero Gotthelf va invece cercato, oltre che ne “Lo specchio dei contadini”, in quel capolavoro assoluto che rimane il racconto “Il ragno nero”, dove il Male -un ragno nero che perseguita gli abitanti della piccola comunità di Sumiswald nell’Emmental- diventa la cifra più autentica della condizione umana. Ecco perché Gotthelf, il vero Gotthelf, è così lontano ma anche così dolorosamente vicino. Se il viaggio del Bardamu di Céline, un secolo dopo, sarà “al termine della notte”, il viaggio del povero Jeremias detto “Miasli” ne “Lo specchio dei contadini” è già un viaggio nel cuore di tenebra di una realtà nella quale a dominare sono la cattiveria, l’ignominia, il profitto, la sopraffazione, la pretta disumanità. «L’animo umano è un abisso, e a guardarci dentro vengono le vertigini», dice un passo del “Woyzeck” di Büchner. E in effetti il viaggio di “Miasli” è lo stesso di Woyzeck e di tutti gli umiliati e offesi, di ieri e di oggi, a ogni latitudine. Un viaggio senza senso, senza un fine. Ma soprattutto -ed è questa l’evidenza più disperante- senza fine. Alla domanda «Dov’è l’inferno?», insomma, anche Gotthelf, esattamente come Céline, non può che rispondere: «L’inferno è nell’uomo».