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Armando Ruinelli, architetto della valle
Le prime opere
Heinrich Tessenow spiegava che la semplicità e la povertà non hanno nulla in comune. La semplicità può rappresentare una grande ricchezza espressiva, mentre la povertà è spesso l’effetto della varietà formale, che è il contrario della semplicità.
Il percorso professionale di Armando Ruinelli, fin dalla metà degli anni Ottanta, si svolge interpretando la lezione di Tessenow, e dimostra come la semplicità sia l’esito finale di un faticoso processo razionale.
Nel 2012 il lavoro di Ruinelli+Partner è stato pubblicato nella prestigiosa collana De aedibus della lucernese Quart Verlag. Questo numero di Archi, che illustra alcune delle opere più recenti, ha l’ambizione di essere un aggiornamento della pubblicazione di Quart. Per consentire, tuttavia, ai lettori di comprendere il percorso progettuale di Ruinelli, è necessario offrire qualche informazione sul suo lavoro precedente, dal quale abbiamo selezionato tre architetture.
La falegnameria di Spino, del 1990, è un manufatto dalla distribuzione elementare, costituito da un basamento di beton e da un’elevazione tripartita di legno. La sua forma risolve in modo magistrale le questioni dell’inserimento ambientale. Più solitamente, infatti, i fabbricati artigianali vengono costruiti lontano dai nuclei antichi, per la difficoltà di mettere in relazione la loro volumetria con i vecchi edifici. Al critico di passaggio, la sua forma scalinata suggerisce un’adesione dell’autore al vocabolario formale degli architetti Analog di Zurigo, ma in realtà il suo disegno è ispirato ai terrazzamenti con i quali è lavorata la montagna situata dietro all’edificio, mentre la maggiore delle tre quote del tetto riproduce l’altezza delle case allineate sulla strada e si riduce verso il fiume assecondando la pendenza naturale.
La sala polivalente di Bondo, del 1995, è situata sul bordo del letto del torrente, in una situazione orograficamente complessa. Sul basamento di beton, il lungo corpo di fabbrica di legno è illuminato da una grande finestra a nastro che corre lungo il perimetro e, anche grazie all’aggetto del volume verso la strada che corre a valle, segnala l’eccezionalità dell’attività sociale ospitata. Gli ingressi e i raccordi con le aree circostanti a quote diverse, le relazioni del manufatto con il contesto, sono risolti in modo efficace. Verso sud, un lungo piazzale fa da grande atrio, mentre a nord una passerella collega la sala all’antico fabbricato oggi sede municipale.
La riqualificazione di una stalla a Soglio, del 2009, e la sua trasformazione in abitazione è, dei tre che presentiamo, il progetto più complesso per il concetto di recupero e di modifica d’uso che rappresenta e per le tecniche costruttive adottate. Già pubblicato in Archi 2/2011 (insieme alla casa e atelier per un fotografo, del 2003, sita nel terreno antistante), questo progetto è un esercizio sulla possibilità di operare trasformazioni radicali dei manufatti antichi – che costituiscono l’insieme significativo dell’abitato e che per questo vanno protetti – adottando scelte spaziali e strutturali adeguate e colte. Rimossa la copertura, ai quattro grandi muri angolari di pietra è stata accostata una nuova struttura portante in beton, che ha consentito di concepire con libertà spazi contemporanei resi stimolanti dalla relazione tra i materiali antichi e quelli moderni. Le grandi aperture che ventilavano la stalla sono state protette da tavole di legno a tutta altezza che, occultando i serramenti, conferiscono un aspetto figurativamente ambiguo alla costruzione, che acquista una qualità architettonica nuova. È la messa in opera di quella continuità che Ruinelli persegue in ogni progetto, con il realismo che Tessenow definisce «la misura che ogni opera stabilisce con quanto l’ha preceduta».