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di Francesca Monti
Catturare i momenti salienti della propria esistenza, trasmetterne i colori, gli odori e i suoni, dare senso al flusso continuo della vita: è questa, in sintesi, la sfida che la giovane berlinese di origini ebraiche Charlotte Salomon lanciò a se stessa nel 1940, quando decise di realizzare Vita? o Teatro?.
Profuga a Villefranche-sur-Mer, vicino a Nizza, dove risiedevano i nonni materni, la ragazza si trovò a fare i conti con un duplice trauma. Quello personale, relativo alla scoperta della morte per suicidio della madre, e al successivo suicidio della nonna. E quello storico, lo scoppio della guerra e, prima ancora, l’avanzare del nazismo con il suo portato di odio e violenza.
Nei due anni che seguirono, Charlotte lavorò giorno e notte alla sua opera, producendo ben 1'325 fra tempere, annotazioni musicali, varianti pittoriche e altre prove, e scegliendo 800 immagini che sarebbero andate a comporre il suo poema visivo.
(una delle opere)
Vita? o Teatro? si snoda come una narrazione autobiografica che racconta le vicende di una famiglia tra le due guerre mondiali. Ma il percorso di scene tratte dalla vita quotidiana di Charlotte, dalla nascita fino alla giovinezza, è anche un cammino di rielaborazione dei drammi personali che ne hanno segnato l’esistenza, a partire dai numerosi suicidi che hanno caratterizzato la storia della sua famiglia. In questo senso, l’arte venne intesa da Charlotte come uno strumento di libertà, di guarigione, di affermazione della propria identità.
L’opera - in mostra a Palazzo Reale fino al 25 giugno - venne concepita in origine come progetto per una Singspiel, ovvero il genere operistico che alternava parti recitate e cantate, molto in voga tra Settecento e Ottocento in area tedesco-ungarica. Aggiungendo la pittura, tuttavia, Charlotte si avvicinò all’idea di opera d’arte totale tipica del Romanticismo tedesco.
(l'artista in uno scatto fotografico dell'epoca)
Utilizzando solo i colori primari – rosso, giallo e blu – la giovane pittrice volle anche confrontarsi con l’arte del suo tempo, dall’espressionismo tedesco a Marc Chagall. Charlotte dipinse con foga le scene del racconto, scrivendo i testi talvolta sulle immagini e altre volte su calchi da sovrapporre alle illustrazioni. Alternando costantemente le tonalità e le emozioni, passando da tragedia a commedia, e da speranza a terrore, l’autrice arrivò a quella che avrebbe definito «un’operetta in tre colori». E che, vista con l’occhio del visitatore di oggi, appare come un romanzio a fumetti, o graphic novel, ante litteram.
Perché in quest’opera d’arte modernissima, che inventa una modalità narrativa inedita per l’epoca, fatta di immagini, parole e musica, non trovano spazio solo la tragedia familiare, i suicidi, il nazismo e l’esilio, ma anche la spensieratezza dell’infanzia, la passione per l’arte, l’innamoramento, e la bellezza del mondo.