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Prima di assumere le redini dei negoziati fiscali della Svizzera con l’estero, Jacques de Watteville stila un bilancio del suo anno trascorso a Pechino come ambasciatore elvetico. A swissinfo.ch, de Watteville spiega, tra le altre cose, ciò che a suo avviso fa la forza della Cina.
Nominato a inizio settembre quale segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali, Jacques de Watteville subentrerà a Michael Ambühl il primo novembre.
Questo diplomatico di sessantadue anni, di stanza tra l’altro a Damasco e Bruxelles, spiega perché questi dodici mesi passati alla testa della più grande ambasciata svizzera nel mondo sono stati un «anno fasto».
swissinfo.ch: Qual è stato il più grande dossier di cui ha dovuto occuparsi durante il periodo trascorso come ambasciatore a Pechino?
Jacques de Watteville: Senza dubbio il rafforzamento delle relazioni bilaterali economiche e politiche, che in luglio si è concretizzato con la firma dell’accordo di libero scambio. Si tratta del primo accordo bilaterale di libero scambio che la Cina sigla con una delle venti prime economie mondiali e anche con un paese dell’Europa continentale. Questo accordo rappresenta una prima per quanto concerne le disposizioni che contiene in materia di Stato di diritto. Inoltre, durante questo periodo sono venuti a Pechino ben cinque consiglieri federali, tra cui il presidente della Confederazione. Dal canto suo, per la sua prima visita in un paese occidentale il nuovo primo ministro cinese Li Keqiang ha scelto Berna. È stato un anno fasto.
Jacques de Watteville
Jacques de Watteville, ambasciatore di Svizzera in Cina dal settembre 2012, succederà a Michael Ambühl quale segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali il primo novembre 2013.
Nato a Losanna il 4 giugno 1951, de Watteville ha conseguito un dottorato in diritto nel 1978. Lo stesso anno è partito per il Libano come delegato del CICR. È entrato a far parte del corpo diplomatico svizzero nel 1982.
Ha iniziato la sua carriera nella divisione delle organizzazioni internazionali e in seguito è stato trasferito a Bruxelles, all’epoca dei negoziati sullo Spazio economico europeo (SEE).
Dal 1992 al 1997, Jacques de Watteville ha lavorato a Londra, dove era responsabile delle questioni economiche e finanziarie. In seguito è stato nominato alla testa della divisione finanza ed economia del Dipartimento federale degli affari esteri. Ambasciatore a Damasco dal 2003 al 2007, ha diretto in seguito la Missione svizzera presso l’Unione Europea a Bruxelles fino al 2012.
Fonte: DFAE
swissinfo.ch: Perché questo accordo è unico in materia di Stato di diritto e di disposizioni sui diritti dell’uomo?
J.d.W.: È la prima volta che la Cina iscrive nel preambolo di un accordo di libero scambio disposizioni che vanno così in là in merito agli standard internazionali, allo sviluppo sostenibile e allo Stato di diritto riferendosi ai principi delle Nazioni Unite. L’accordo menziona pure un’intesa (Memorandum of Understanding) sul dialogo e la cooperazione, che abbiamo concluso nel 2007 con la Cina. Questa intesa comprende un dialogo bilaterale sulla questione dei diritti dell’uomo. Rispetto agli accordi siglati in passato dalla Cina, si può quindi parlare di progressi importanti.
swissinfo.ch: L’accordo creerà dei vantaggi reali per le aziende svizzere nei confronti della concorrenza, principalmente europea e nord americana?
J.d.W.: Sicuramente. Riduce considerevolmente i diritti doganali su oltre il 95% del commercio tra Svizzera e Cina. Inoltre migliora il quadro legale in cui avvengono questi scambi. Tocca ora al settore privato cogliere questa opportunità.
swissinfo.ch: In quanto giurista, cosa ne pensa del concetto di diritto in Cina? È fiducioso circa l’applicazione del diritto in questo paese?
J.d.W.: La prima tappa importante è di avere un quadro giuridico solido. La Costituzione cinese contiene dei principi che corrispondono in larga misura agli standard internazionali. Lo stesso vale per molte leggi. Oggi, il problema principale risiede nell’applicazione di questo quadro giuridico. Il paese è immenso ed esistono problemi d’applicazione sia a livello nazionale sia regionale.
Critiche dai difensori dei diritti umani
In seguito all’accordo di libero scambio tra Berna e Pechino, la Piattaforma Cina - che riunisce i difensori dei diritti umani nel paese asiatico - esprime le critiche seguenti:
«L’accordo bilaterale menziona il dialogo sui diritti umani tra Svizzera e Cina. È esatto, ma questo riferimento è fatto in modo indiretto, attraverso un riferimento al Memorandum d’intesa per la promozione del dialogo e della cooperazione.
Human Rights Watch definisce questo dialogo «ampiamente inefficace». E l’organizzazione umanitaria Dui Hua, specializzata nel dialogo sui diritti umani con la Cina, fa notare che i governi occidentali si mostrano preoccupati per il fatto che «questi dialoghi sono inefficaci e offrono una copertura che permette di escludere da altri contesti le questioni dei diritti.
Inoltre, la Cina sembra utilizzare il dialogo sui diritti umani come un mezzo di pressione politica. La menzione del Tibet o del Dalaï Lama da parte della Nuova Zelanada nel quadro della valutazione periodica del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, avrebbe spinto la Cina a interrompere il dialogo sui diritti umani con la Nuova Zelanda. Lo stesso è avvenuto per la Norvegia, quando Liu Xiaobo ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace nel 2010. E il dialogo con la Cina è stato anche temporaneamente congelato dopo che la Svizzera ha accordato l’asilo a tre cinesi di origine uigura e kazaka».
Fonte: Alliance Sud, 8 luglio 2013
swissinfo.ch: Al presidente Xi Jinping si attribuiscono dei propositi che negano l’esistenza di «valori universali» in materia di diritti umani. Avrebbe addirittura vietato il loro insegnamento nelle università cinesi. In questo contesto, qual è il senso del dialogo sui diritti dell’uomo tra Berna e Pechino?
J.d.W.: Queste frasi non confermate sono state riportate dalla stampa. Oggi quasi nessuno contesta l’universalità dei diritti dell’uomo. Si osservano però delle tendenze a mettere in avanti delle specificità regionali o culturali. A mio avviso, poco importa se questi valori sono presentati come universali, regionali o locali. L’essenziale è che siano gli stessi. Se alcuni vogliono apporci il loro sigillo, tanto meglio, poiché ciò crea un’appropriazione e responsabilizza. Per contro, non devono essere relativizzati.
Per quanto concerne il dialogo sui diritti dell’uomo tra Svizzera e Cina, è un’iniziativa importante, cominciata nel 1991 su domanda della Cina. Si tratta di discussioni approfondite su numerose questioni, per le quali si fa appello a diversi esperti. La prossima sessione è prevista a fine novembre. Sono stati avviati diversi progetti operativi, ad esempio una collaborazione che ormai dura da dieci anni in ambito penitenziario. Fino ad oggi abbiamo visitato non meno di cinquanta prigioni cinesi per migliorare le condizioni di detenzione. I progressi sono stati reali. Si ottengono risultati molto migliori convincendo un paese ad avanzare piuttosto che puntandogli il dito contro.
swissinfo.ch: Quale contributo può fornire la Svizzera per una problematica come quella del Tibet?
J.d.W.: Ho avuto discussioni ad alto livello, razionali ed approfondite, sul problema delle immolazioni. Anche qui è possibile compiere dei progressi tramite il dialogo. Bisogna però procedere con tatto, perché i cinesi sono molto sensibili alla questione. Se si comincia osservando che la Cina è riuscita a fare uscire dalla povertà centinaia di milioni di persone nel corso degli ultimi trent’anni, un successo unico nella storia dell’umanità, ciò permette di creare un’atmosfera iniziale molto diversa che se si inizia con delle critiche.
swissinfo.ch: Qual è la più importante lezione che ha imparato in Cina e che porta con sé a Berna?
J.d.W.: Sono rimasto molto impressionato dal pragmatismo dei cinesi, dalla loro visione a lungo termine e dalla loro flessibilità a corto termine. Si percepisce bene che hanno una strategia. Sono però molto pragmatici sui mezzi per raggiungere i loro obiettivi. Ed è ciò che li rende molto efficaci. Nello stesso tempo, ammiro il loro dinamismo, la loro vitalità, la loro energia. Sono veramente proiettati nel futuro. Questa energia positiva, questo entusiasmo, questa volontà di avanzare rappresentano una forza di cui certi paesi in Europa avrebbero, secondo me, gran bisogno.
La più grande ambasciata svizzera
L’ambasciata svizzera a Pechino è la più importante nel mondo in termini di dipendenti. Impiega infatti 90 persone. Aggiungendo i consolati generali di Shanghai, Canton e Hong Kong, nonché gli uffici della Direzione dello sviluppo e della cooperazione di Ulan Bator (Mongolia) e Pyeong Yang (Corea del Nord), oltre 210 collaboratori dipendono dall’ambasciata di Pechino.
Fonte: DFAE
Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch