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Prefazione di Daniele Maggetti
Traduzione di Paolo Vettore
Formato 12.5x21, 404 pp.
Il pellegrinaggio della felicità (1948), secondo magistrale romanzo di Jacques Mercanton, è un'opera fatta di ombre, di presenze supplici che si misurano, fatalmente destinate alla sconfitta, con quella che lo storico Maurice Ollender definisce l'umanità dell'umano: l'amore, la malattia, la morte.
Siamo in Europa negli anni Trenta, fra la tragedia della rivoluzione sovietica, il mortifero avvento del nazismo, l'imminente catastrofe della seconda guerra mondiale. I personaggi si muovono come sonnambuli tra una Praga non tanto magica quanto malefica, un'Arosa dove il chiacchiericcio mondano si confonde con le parole di Pascal, e una Parigi ciecamente avviata all'occupazione tedesca. Quasi nessuno di loro è all'altezza del proprio destino, non il dottor Balmont che ama la moglie Marina senza capire la grandezza del proprio amore, non Marina stessa, allegoria dell'altra polarità dell'amore - la morte - per la quale non conta la sventura della storia, ma solo quella dell'individuo. Ogni personaggio è attraversato dal non sapere. Scrive Mercanton: «Non si sa, infatti, se si debba applaudire o piangere; ci si confonde con il proprio cuore; non si sente più se batta ancora; si spia il proprio sospiro». In questo senso ognuno di loro appare struggente al lettore che invece «sa», di quel labile sapere che è dato agli umani.
Intensa come la luce del sole citata nella massima di La Rochefoucauld posta in epigrafe al testo, Il pellegrinaggio della felicità è un'opera che può essere citata tra le maggiori del Novecento europeo.