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di Giuliano Masola. A palla prigioniera ci abbiamo giocato tutti, o quasi; non occorrono grandi spazi ed è un gioco che mette in campo diverse abilità, come il lanciare e scansare la palla con movimenti rapidi e mirati. In America si chiama “dodgeball”, rifacendosi un po’ a ciò che facevano i ragazzi di Brooklyn sfidando i tram; in campo parte di quei ragazzi sarebbero diventati i Dodgers.
Il baseball fin dalle origini è entrato nell’essenza della vita degli americani e, pur dovendo spartire la piazza con altri sport concorrenti, ne resta il principale collante, come mostrano tanti letteratura e fiction. Virgil Hilts (Steve McQueen), pilota della’aviazione americana, cerca di passare il tempo nella cella dove è recluso nel campo di prigionia tedesco facendo rimbalzare una palla da baseball contro una parete di legno. Questa scena della “Grande fuga”, insieme alla spettacolare sequenza della rocambolesca corsa in moto finita nei reticolati del confine svizzero, resta impressa nella memoria. A baseball si può giocare anche in prigione. Il problema di gestire chi per svariati motivi si trova dietro le sbarre e il filo spinato è costante; si parla di rieducazione, riabilitazione, di preparazione al rientro nella società, ma sappiamo bene quanto sia ardua l‘impresa. Lo sport può aiutare a riprodurre una certa coesione sociale e a scaricare tensioni (riproponendo un po’ quel che avviene di fuori). Nel 2014, Howard Kazanjian e Chris Enss hanno dato alle stampe “The Death Row All Stars”, un libro che parla di squadra di baseball dei carcerati. Nel 1911, lo sceriffo Felix Alston, viene nominato direttore della prigione di stato del Wyoming cerca di migliorare la situazione all’interno del carcere, dall’alimentazione all’esercizio fisico, e crea una squadra di baseball di detenuti. Della compagine facevano parte degli stupratori, un falsario, cinque ladri e tre assassini. La posta in gioco era molto alta: abbreviare la durata della prigionia o far commutare la pena di morte in ergastolo. Il capitano della squadra era George Saban, condannato per l’omicidio di tre pastori, mentre la stella della squadra era Joseph Seng, condannato per aver ucciso il marito della sua amante. Fra il mese di marzo del 1911 e il maggio del 1912 la squadra disputò 45 partite. Con ben 39 successi la compagine era a un passo dal titolo della Western Division della lega amatoriale. Il sogno però si infrange e la squadra viene sciolta. All’impresa sportiva, purtroppo, si era affiancato il mondo delle scommesse: non pochi furono quelli che stavano guadagnando cifre importanti; correvano pure voci sul fatto che uno dei detenuti facesse scommesse coi soldi del direttore. Joseph M. Carey, governatore del Wyoming, venuto a conoscenza dei fatti, diede subito inizio ad un’indagine; dopo aver contattato Alston, la squadra venne smantellata. Il nuovo obiettivo della prigione non sarebbe più stato il baseball, ma l’educazione e per i detenuti non ci sarebbe più stata la possibilità di avere sconti di pena. “L’isola dell’ingiustizia” è un film del 1995 di Marc Rocco. Dal 1938 ad Alcatraz è imprigionato Henry Young, colpevole di aver rubato 5 dollari per sfamare la sorellina. Il suo tentativo di fuga era stato sventato e da lì erano nate continue torture e mille giorni di durissimo isolamento. Una volta riportato fra gli altri carcerati Young aveva ucciso con il manico del cucchiaio chi aveva tradito i fuggiaschi. A fronte di ciò, sembrava automatico che a pena di morte avrebbe posti fine alla sua breve vita. Un giovanissimo avvocato viene incaricato per la difesa di una causa persa in partenza. Non demorde, ma fa una enorme fatica, poiché il prigioniero resta in un profondo mutismo, ma c’è una cosa che interessa a Young: come sta andando Joe Di Maggio (nel 1941 avrebbe realizzò una stringa di 56 partite con almeno una valida). L’avvocato Stamphill, pur non essendo appassionato di baseball, capisce subito che si tratta di un elemento decisivo per far riprendere il contatto fra il suo cliente e il mondo esterno, per farlo parlare. Tutto, da lì in poi, ruota sul campionato. L’avvocato scopre così che negli oltre tre anni di isolamento Young, oltre a fare mentalmente difficili calcoli matematici, si era ripetuto tutte le radiocronache delle partite che aveva ascoltato. Alla fine del processo, pur assolto, Henry deve tornare ad Alcatraz per finire di scontare la pena, mentre James Stamphill diventa un tifoso del baseball; nel 1963 la famosa prigione nella Baia di S. Francisco è stata dismessa: ora è una meta turistica. Certo, parlare di baseball in prigione in tempi in cui ci sentiamo siamo un po’ tutti ai domiciliari può non essere sintomo di ottimismo. Occorre però pensare a quanto cose nuove stiamo imparando, soprattutto nel rapporto con ragazze e ragazzi, con chi rappresenta in prospettiva, la parte più sensibile e delicata della società. Probabilmente, abbiamo colto quanto sia importante mantenere i contatti e che il nostro impegna non inizia e termina con l’allenamento e la partita. Ci vengono richieste e si formano nuove abilità: abbiamo un cervello che, se ben usato, ci permetterà di trasformare una drammatica esperienza in un successo. Riprendendo le parole di un mistico persiano del XIII secolo, “Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì.”. Rumi non conosceva il baseball, ma i suoi detti restano diamanti.
Giuliano Masola, 10 gennaio 2020.