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I cambiamenti climatici e le maree sempre più frequenti hanno segnato l'esistenza dell'atollo nell'oceano.
Tuvalu, meravigliosa isola polinesiana, a metà strada tra l'Australia e le Hawaii, è destinata a scomparire. L'evidenza scientifica di un clima sempre più caldo e di un inarrestabile innalzamento degli oceani, non permettono previsioni differenti: Tuvalu verrà sommersa dalle acque insieme ai suoi abitanti, a meno che non si trovi un piano alternativo. «Siamo di fronte a una situazione incombente: la quasi certezza di un'inondazione definitiva» ha dichiarato il primo ministro dello stato di Tuvalu, Kausea Natano, in una lettera pubblicata sul Time, facendosi portavoce della disperazione di un intero popolo.
Una sentenza ormai preannunciata - A differenza delle altre isole del Pacifico che verranno probabilmente sommerse non prima della fine del secolo, Tuvalu subirà questo destino non più tardi di due o tre decenni al massimo. Ciò è dovuto al fatto che quest'isola polinesiana si trova a solo pochi metri sul livello del mare. «Quando l'oceano si alza - ha continuato la ministra Natano - l'acqua salata entra nelle falde che forniscono la nostra acqua potabile. L'aumento dell'oceano porta maree più alte, e con l'aumento dell'intensità della tempesta, i nostri villaggi e i campi vengono devastati. Case, strade e linee elettriche vengono spazzate via e non esistono terreni più alti su cui ricostruire. Così muore un atollo del Pacifico. Così le nostre isole cesseranno di esistere».
Una tragedia che è solo l'inizio - Le frequenti inondazioni lasciano sul terreno un grande quantitativo di sale marino che distrugge i campi coltivati ed i suoi raccolti. Come spiegato dalla Natano «Tuvalu non ha ancora raggiunto la fine di questo processo di salinizzazione, distruzione, degrado e morte ma siamo ben oltre l'inizio». Tale allarmante situazione è ben nota agli esperti del settore da diversi anni, e già nel 2009, alla conferenza sul clima di Copenaghen, i delegati di questo minuscolo angolo di mondo si erano appellati alle Nazioni Unite perché frenassero le emissioni di gas serra, responsabili dell'innalzamento dei mari.
Le cose, però, non sono cambiate ma, se possibile, sono ulteriormente peggiorate e ora l'anidride carbonica è a quota 418 parti per milione, il 50% in più rispetto all'epoca preindustriale. Alla riunione dello scorso anno della Cop26, a Glasgow, Simon Kofe, ministro della Giustizia e della Comunicazione di Tuvalu, decise di pronunciare il proprio discorso in giacca e cravatta ma immerso nell'acqua fino alle ginocchia. Un gesto dimostrativo per cercare di svegliare le coscienze dei grandi della terra sulle condizioni di vita del proprio popolo.
Un problema senza precedenti - Anche il fotografo e filmaker Sean Gallagher, che ha realizzato per la Cnn un servizio fotografico sugli effetti che il cambiamento climatico sta producendo sulle isole del Pacifico, ha denunciato tale stato di cose raccontando che «l'acqua filtra letteralmente attraverso il terreno sottostante. Questo potrebbe accadere in pochi minuti e io stesso ho assistito all'improvviso all'allagamento di molte comunità. Anche la pista dell'aeroporto a volte era sott'acqua».
Il problema che ci si trova ad affrontare non ha precedenti: un intero Stato sta per essere distrutto dalle mareggiate che continuano, anno dopo anno, ad erodere le sue coste e si ha l'urgente bisogno di mettere in salvo l'intera popolazione. Un'impresa titanica che necessiterà di stabilire anche chi dovrà assumersi il costo di tale operazione, oltre che l'eventuale risarcimento per i danni sopportati da queste persone.
Chi pagherà i danni ? - Emergenza umanitaria a parte, bisognerà poi affrontare anche problemi di ordine pratico e giuridico, risolvendo la questione se Tuvalu continuerà ad essere considerato o meno uno Stato, anche se sommerso, e se manterrà un suo seggio all'Onu, oltre alla necessità di conservare la propria storia anche una volta che sarà scomparso. Le soluzioni, messe in campo dal governo per salvare il Paese sono diverse e non si sa ancora quanto percorribili: è stata avanzata la proposta di sollevare il terreno di 4 o 5 metri per fermare le inondazioni o di 'trasferire' lo stato in un nuova terra messa a disposizione dall'Australia, di modo che i suoi dodicimila abitanti possano portare avanti la propria cultura e le proprie tradizioni.
I capi di stato di Tuvalu e delle isole Marshall, stato insulare dell'Oceania, hanno inoltre lanciato la 'Rising Nations Initiative', con lo scopo di colmare le attuali lacune normative e stabilire cosa avverrà quando gli atolli del Pacifico scompariranno. Oltre a Tuvalu, verranno sommerse, in un futuro molto prossimo, anche le Fijii, la Micronesia, Papua Nuova Guinea, la Polinesia francese e le Isole Cook, tanto per fare qualche esempio.
L'emergenza climatica, come è facile accorgersi, presenta un conto molto salato da pagare ai Paesi più svantaggiati che vengono lasciati soli ad affrontare questo drammatico problema. Durante la Cop26, infatti, le Nazioni più ricche hanno rifiutato le proposte avanzate dai Paesi in via di sviluppo di affrontare insieme le perdite ed i costi, il cosiddetto 'loss and damage', rinviando la questione ad una negoziazione triennale in vista di possibili futuri accordi.
Un tema discusso alla COP27 svolta in Egitto - L'Unfccc, la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha definito 'loss and damage', le perdite e i danni derivanti dalla crisi climatica, siano essi eventi improvvisi, quali i cicloni, o determinati da un processo più lento, come l'innalzamento del livello del mare. Gli stessi possono poi avere ripercussioni sia a livello di sistemi naturali, come la biodiversità, sia sulle popolazioni, come la conservazione dei mezzi di sussistenza. Il tema sarà al centro della prossima Conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite in Egitto. Bisogna ricordare che, fino ad ora, l'unico Stato facente parte delle Nazioni Unite che si è assunto l'onere di stanziare dei fondi a favore dei Paesi poveri colpiti dal cambiamento climatico è stata la Danimarca che ha destinato, a tale scopo, 13 milioni di dollari.
Un'iniziativa simile è stata assunta anche dalla Scozia e dalla regione belga della Vallonia che, però, non fanno formalmente parte dell'Onu. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invece sollecitato le Nazioni più ricche a tassare i profitti inaspettati delle compagnie di combustibili per “compensare i Paesi che subiscono perdite e danni causati dalla crisi climatica”. Il dramma affrontato da Tuvalu riguarderà, a breve, tantissimi luoghi del mondo, da Londra ad Amsterdam, da Città del Messico a Venezia. Le Maldive, rifugio di milioni di turisti, guardano con estrema preoccupazione al futuro per il concreto pericolo di essere sommerse: sono infatti il Paese che si trova più in basso, con un'altezza media di due metri sul livello del mare.
Le misure di protezione - Il governo sta correndo ai ripari trasferendo la popolazione nelle isole meno a rischio e costruendo barriere e terrapieni artificiali, estremamente costosi e pericolosi per l'ecosistema ma il 2120, data stimata per essere quella della scomparsa dell'arcipelago indiano, appare sempre più vicina. Anche in Nuova Zelanda l'innalzamento delle acque è un problema e ad Auckland le autorità hanno registrato temperature medie più alte e fenomeni meteorologici estremi, così come in Bangladesh dove le zone costiere sono a rischio di inondazione mentre nelle regioni dell'interno si combatte contro la siccità. Che dire poi di Venezia, il cui destino sembra segnato da ciò che viene definita “ingressione marina più rapida”, ovvero l'innalzamento del mare che sommerge rapidamente ampi tratti di costa provocando gravi danni all'ambiente.
Le isole del pacifico in pericolo ma non solo - Il Mar Mediterraneo è destinato a veder salire il proprio livello del mare, con un incremento stimato in circa 20 centimetri entro il 2050, e tra i 37 ed i 50 centimetri entro il 2100. La laguna di Venezia subirà un aumento del livello delle acque stimabile tra i 60 ed gli 82 centimetri che sono valori davvero impressionanti considerato che l'innalzamento del livello del mare procede ovunque ad un ritmo molto più sostenuto rispetto a quanto ipotizzato nei secoli scorsi. Secondo l'ultimo studio della National Oceanic and Atmospheric Amministration, Noaa, i mari lungo la costa atlantica sono aumentati con un ritmo più veloce degli ultimi 2 mila anni.
Un dato allarmante se si considera che il 40% della popolazione vive lungo la costa. Entro il 2100 si avrà il cosiddetto innalzamento del livello del mare a lungo termine causato dallo scioglimento dei ghiacci dell'Antartide e della Groenlandia. “Ciò che non vogliamo-afferma William Sweet, oceanografo e prima firma del rapporto citato- è che la gente non si renda conto che il cambiamento è vicino”. Sfortunatamente, nonostante i suoi effetti siano quotidianamente sotto i nostri occhi, ancora in troppi si rifiutano di vederlo.