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Attentato alle mosche di Christchurch. Una striscia di sangue che ha fatto il giro del mondo e che per alcuni giorni ha concentrato tutta l’attenzione mediatica sulla città a sei ore da qui, da Motueka. E ora, a quasi dieci giorni, sono solo i kiwi a ripensare a quel venerdì nero, al darkest day, come lo ha definito la prima ministro neozelandese Jacinda Ardern.
Non so che cosa sarebbe successo in Svizzera, in Germania, negli Stati Uniti o altrove nei giorni seguenti l’attentato. So però ciò che è successo qui, in Nuova Zelanda. E ciò che ho visto mi è piaciuto. I kiwi si sono stretti attorno alla comunità musulmana come una grande famiglia. Hanno raccolto in pochi giorni oltre dieci milioni di dollari neozelandesi in favore delle vittime, in 12mila hanno pregato per loro a Wellington e venerdì scorso è stata indetta una giornata di lutto nazionale. E se da qualche parte si è alzata una voce fuori dal coro, non la si è sentita. Qui tutti hanno abbracciato la comunità musulmana, il diverso, lo straniero. E non è retorica: è un sentimento di solidarietà vissuta. Come quella di David. Lui affitta moto vicino al mio ufficio. Non è un intellettuale, non è di sinistra, ama il rugby e Valentino Rossi. Venerdì è andato alla moschea di Nelson per stare con chi, in questo momento, si potrebbe sentire solo. E con lui erano in tanti in tutto il Paese.