Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01203.jsonl.gz/153

L'aria dal basso
C'è chi, accostandosi alla prosa di Sandro Beretta, ha parlato di Fenoglio e chi di Verga. Beretta è certamente una voce inconfondibile nel panorama della letteratura ticinese. E non solo per la sua vicenda biografica di scrittore operaio nato a Leontica nel '26, emigrato a Zurigo e poi a Baden dopo l'apprendistato di sarto. Impiegato in una industria tessile, Beretta entrò in contatto con il mondo proletario dell'emigrazione italiana, che ritenne la sua seconda scuola. In particolare alcune testimonianze ricordano come si fosse legato a operai di "alta qualifica professionale" e di "livello culturale eccezionale", provenienti dalla Toscana, dalla Liguria e dall'Emilia, magari con un bagaglio di lotte partigiane sulle spalle e di lotte sindacali sviluppate nel dopoguerra. Soprattutto con un interesse vivo per certa letteratura, da Gramsci a Silone, da Vittorini a Jovine, su cui volentieri si soffermavano a discutere. Il che giovò alla sensibilità e aprì gli orizzonti culturali del Beretta.
Un caso interessante non solo perché la sua vita, che ben presto si orientò dunque verso una forte sensibilità sociale e politica, fu molto breve, stroncata a soli trentaquattro anni nel '60. Sandro Beretta rappresenta un unicum anche perché cominciò, da autodidatta, a scrivere racconti spinto soprattutto dall'esperienza di povertà sofferta in prima persona e dall'attenzione civile che andò sviluppando. I suoi brevi testi, scritti tra il '54 e il '55, furono segnalati al Premio Libera Stampa nel '56 come "racconti d'ispirazione provinciale, 'paesana', nella quale, tra difetti evidenti, è pure apparsa una lodevole disposizione all'indagine, al lavoro di scoperta". E se ne sottolineava inoltre "l'impegno a portare nel lessico parole e espressioni particolari del dialetto e della tradizione bleniese". I racconti, usciti in parte su periodici, sarebbero stati raccolti postumi nel '63 con il titolo E' nato in casa d'altri, Gesù e poi, con l'aggiunta di inediti, nell'83 con il titolo L'aria dal basso.
Per tutta la sua breve vita Sandro Beretta fu assillato dal desiderio di ottenere un lavoro che gli fosse congeniale: in tal senso non gli bastò scrivere un radiodramma (Due morti sulla pezza comune) ispirato a un fatto di cronaca del 1877, per avere un impiego alla Radio della Svizzera Italiana, come avrebbe fortemente voluto. Forse, per questioni di ostracismo politico, visto che sin dal '45, a Zurigo, simpatizzò per l'estrema sinistra, come dimostrerà dal '47 la sua intensa collaborazione politico-militante al settimanale "Il lavoratore". Collaborazione che si interruppe bruscamente nel '56, l'anno dell'occupazione sovietica dell'Ungheria. Nell'ultima fase della sua vita, con la malattia, come testimonia il fratello Remo nella Postfazione a questa nuova edizione de L'aria dal basso, Sandro Beretta rimise in questione tutto: le sue posizioni politiche ma anche "i propri temi e schemi narrativi".
La raccolta postuma impone subito il nome di Beretta all'attenzione della critica. La recensiscono in molti, tra cui Angelo Casè e Giovanni Orelli, sottolineandone caratteri e tematiche: la "sostanza umana", il pessimismo, l'insofferenza per le ingiustizie e le diseguaglianze. Soprattutto il tono di cronista e insieme la pietas nel raccontare la propria gente e la propria valle, le sofferenze e le durezze della quotidianità, la misera vita di paese, di un piccolo popolo di montagna che si dibatte tra speranza e rassegnazione. Questa materia impone all'autore l'adozione di una "filigrana idiomatica" che nella revisione viene resa meno forte con "l'espunzione di troppo crudi calchi dialettali", come avverte lo stesso Beretta: si tratta di una lingua espressiva e lapidaria, "semplice ma vigorosa", è stato scritto, una lingua "diventata realtà". Sono racconti brevi (Orelli ha parlato di "disegni di racconto"), scorci rapidi su frammenti di vita privata o di comunità, dialoghi serrati che si chiudono con battute fulminee anche in forma di apologo.
"Ancora vent'anni fa - scriveva l'autore - così era il mondo della mia infanzia Un paese dove gli uomini emigravano e le donne sgobbavano sulla terra; dove i rapporti si limitavano allo stretto essenziale per la vita: il cibo, il lavoro, l'amore magari. E dove, più che altrove, i sentimenti erano violenti, primitivi, senza compromessi. Dove non arrivavano ancora le automobili e perfino le cose del fondovalle apparivano di un mondo lontano e favoloso".
www.culturactif.ch