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Il primo pannello introduttivo alla mostra comincia con una domanda, «Quale libertà?», e riflette sull'importanza delle parole parole scritte e l'imperituro giudizio che esse comportano.
«I nostri pensieri sono liberi quando restano segreti. Se si trasformano in parole pronunciate ad alta voce, magari in pubblico, aumenta la loro importanza sociale, ma anche i timori e l’ostilità che possono suscitare in chi non li apprezza e dunque la voglia di sottometterli ad un controllo. Se poi quelle parole vengono scritte, fissate sulla carta che le rende accessibili anche a chi non le ha potute ascoltare, o addirittura, con l’invenzione della stampa, riprodotte in molte copie, la forza dei pensieri si accresce ancora, come la tentazione di limitarne l’espressione. Ecco perché nell’antico regime il potere, politico o religioso, ha preteso di operare uno stretto controllo della produzione e diffusione di ciò che veniva stampato, esercitando un diritto di censura. Per questo la libertà di stampa fu uno dei primi diritti rivendicati, a partire dal secolo XVII, dalla cultura liberale e illuminista, anche come condizione perché si sviluppasse, grazie al libero confronto delle idee, un’autentica opinione pubblica, essenziale per lo sviluppo della democrazia».