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Il direttore del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), Peter Maurer, sta cercando di rendere più trasparente l’organizzazione. Nell’intervista con swissinfo.ch, Maurer evoca le nuove sfide con cui è confrontato il CICR, alla luce segnatamente di quanto sta avvenendo in Siria e nella Repubblica Centrafricana.
swissinfo.ch ha incontrato Peter Maurer nella sede del Comitato internazionale della Croce Rossa a Ginevra. Da gennaio ad oggi, il direttore dell’organizzazione internazionale ha compiuto un estenuante periplo che lo ha portato nei principali teatri d’operazione del CICR: Siria, Iraq, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
Peter Maurer
Peter Maurer è nato a Thun, in Svizzera, nel 1956. Ha studiato storia e diritto internazionale a Berna.
È entrato a far parte del corpo diplomatico svizzero nel 1987, rivestendo diverse funzioni a Berna e a Pretoria, in Sudafrica. Nel 1996 è stato trasferito a New York, presso la Missione permanente d’osservazione della Svizzera alle Nazioni Unite. Nominato ambasciatore nel 2000, ha assunto dapprima la direzione di una divisione del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), per poi far ritorno, nel 2004, a New York in veste di capo della Missione della Svizzera all’ONU.
Nel 2010 il governo lo ha nominato segretario di Stato del DFAE, funzione che ha occupato fino al primo luglio 2012, quando è stato chiamato a dirigere il Comitato internazionale della Croce Rossa.
swissinfo.ch: È da poco rientrato dalla Repubblica Centrafricana, che versa in una situazione drammatica. Quali sono le priorità?
Peter Maurer: Si dovrebbero fare molte cose che però non fanno parte del mandato del CICR. Incoraggiamo quindi gli altri attori ad impegnarsi. Rafforzare la presenza di forze di sicurezza internazionali è uno di questi aspetti. In un paese dove attualmente polizia ed esercito non funzionano, la sicurezza deve essere garantita da una presenza internazionale credibile.
Sono inoltre necessari maggiori sforzi in materia di disarmo. Attualmente non succede granché. Dal nostro punto di vista, ci si dovrebbe anche impegnare per quanto concerne lo stato di diritto e il sistema giudiziario.
Al centro di tutto vi è la mancanza nella Repubblica Centrafricana di un processo politico credibile e inclusivo, che possa infondere fiducia tra la comunità internazionale, affinché si investa nello sforzo di stabilizzazione.
In questo momento siamo in modalità sostituzione: non vi è praticamente nessuna struttura statale che si occupa di sanità, acqua e servizi igienici. In tutto il paese si contano decine di migliaia di sfollati.
swissinfo.ch: E per quanto concerne la Siria? Quali cambiamenti avete potuto constatare da quando il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato, il 22 febbraio scorso, la risoluzione che chiede a tutte le parti in causa di consentire l’acceso immediato agli aiuti umanitari?
P.M.: La dinamica generale non è cambiata, malgrado gli sforzi diplomatici e la risoluzione del Consiglio di sicurezza. La situazione rimane estremamente difficile.
Le operazioni militari proseguono e la gente continua a dover fuggire, rimanendo intrappolata tra i fronti. Accedere a queste persone è molto difficoltoso. I bisogni sono enormi e le risposte che possiamo dare sono solo gocce nell’oceano.
In alcuni ambiti sono stati però compiuti dei progressi. Da gennaio, abbiamo potuto effettuare operazioni in aree assediate, siamo riusciti a organizzare un convoglio per Barzeh, abbiamo ricevuto dei visti che ci permettono di lavorare non solo nei pressi di Damasco e Aleppo, ma anche di essere presenti a Homs, Hama e Tartus. Sono stati fatti dei passi avanti – oggi diamo assistenza a più persone rispetto a due mesi fa – ma il problema è che i bisogni crescono altrettanto, se non più rapidamente, e per questo non si riesce a colmare il ‘gap’.
swissinfo.ch: È da due anni alla testa del CICR. Durante questo periodo ha cercato di instaurare un nuovo tipo di management, ad esempio incitando i suoi collaboratori a chiamarla Peter piuttosto che presidente. Per quali ragioni?
P.M.: Non ho un’idea fissa sulla leadership. Sono stato scelto per guidare questa organizzazione e non voglio essere radicalmente diverso da ciò che sono. Altrimenti non sarei credibile come presidente o come leader.
Penso che stiamo vivendo in un momento in cui è importante avere interazioni più fluide tra la ‘governance’ e il management di un’organizzazione. Parlo in senso lato e non mi riferisco solo alla nostra organizzazione. Abbiamo bisogno di organizzazioni agili, che evolvono in maniera dinamica.
swissinfo.ch: Uno degli obiettivi che sembra suggerire attraverso il suo profilo Twitter e la serie di documentari che seguono i delegati del CICR è una maggiore trasparenza. È esatto?
P.M.: Nel corso della sua storia, l’identità del CICR è stata fortemente influenzata dalla confidenzialità. Quando necessario, dobbiamo lavorare in maniera confidenziale. Dobbiamo però anche rivedere il modo in cui questo principio è applicato in seno all’organizzazione. Quando ho raggiunto il CICR, ho constatato che vi erano molte cose considerate confidenziali che a mio avviso non dovevano esserlo.
Non si tratta di opporre la trasparenza e l’apertura alla riservatezza, bensì di considerare tutti questi principi complementari.
Vi sono buone ragioni per essere più trasparenti su molte questioni, essere più sicuri di sé e più aperti circa i dubbi e le domande che noi stessi ci poniamo. Non dobbiamo avere l’ambizione di lavorare da soli in una stanza buia e di presentare al mondo una soluzione. Questo non è più il mondo in cui viviamo. Viviamo invece in un sistema umanitario internazionale nel quale vi sono anche altri attori che pensano. Dobbiamo far parte di questo processo di riflessione e trovare il nostro ruolo. Ciò necessità impegno, partenariato e trasparenza, nonché attività che, in dati momenti e in determinati contesti, non devono essere sotto le luci della ribalta.
swissinfo.ch: Nel 2013, il CICR ha celebrato il suo 150esimo anniversario. In un’intervista, ha dichiarato che ‘più che un’occasione per autocongratularsi, l’anniversario dovrebbe essere un momento per riflettere sul futuro’. Quali nuove idee ha elaborato?
P.M.: Molti degli elementi centrali che hanno caratterizzato il CICR durante questi 150 anni rimangono di grande attualità: un’organizzazione che combina assistenza, protezione, sviluppo delle leggi e lavoro sul terreno, restando vicina alle vittime e dialogando con tutti gli attori. Questi principi operativi, così come la nostra neutralità, imparzialità e indipendenza, sono sempre validi.
Viviamo però in un periodo in cui i conflitti evolvono verso nuove forme, subentrano nuovi attori e nuove armi. Anche il mondo umanitario sta cambiando. Non siamo gli unici a fornire assistenza umanitaria e protezione.
Durante il periodo 2015-2018, cercheremo di rispondere a queste sfide combinando la tradizione con il nuovo contesto. Continueremo sicuramente a porre un forte accento sul nostro mandato di protezione e a definire con rigore i nostri partenariati. Ciò vuol dire sapere cosa significano e quali sono i limiti di questi partenariati. Dovremo anche esaminare come evolvono la violenza, le armi e gli attori in campo. Per questo è necessario un nuovo modo di pensare. Non vi sono ricette prefabbricate per affrontare queste nuove sfide.
swissinfo.ch: Nel 2014 ricorre un altro anniversario, quello della prima Convenzione di Ginevra. Se si osserva quanto accade in Siria, in Sud Sudan o nella Repubblica Centrafricana, dove degli ospedali e il personale sanitario vengono attaccati e i feriti privati di ogni cura, questo strumento legale non è diventato desueto?
P.M.: Non è perché accadono fatti simili che la legge non è più pertinente. Queste vicende ci mostrano semplicemente che le sfide sono sempre presenti e che è difficile adeguare la realtà del campo di battaglia con la legge. Non vi sono però dubbi. Queste sono buone norme.
La lezione che possiamo trarre, è che bisogna esplorare nuove strade per rivolgerci agli attori e a chi perpetra queste violenze, al fine di far rispettare meglio la convenzione. Si tratta però di una questione legata all’implementazione della legge e non di pertinenza. Può anche darsi che il CICR e molte altre istituzioni abbiano sottovalutato gli sforzi e l’energia necessari per spiegare cosa questa legge significhi concretamente.
I principi sono buoni, ma vista la situazione attuale non possiamo far altro che raddoppiare i nostri sforzi per renderla comprensibile e farla rispettare.
(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch