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Hiroshima e Nagasaki: le atomiche e l’allergia nucleare (seconda e ultima parte)
Come abbiamo detto la versione Usa sull’uso delle due bombe atomiche, il 6 agosto su Hiroshima, il 9 agosto su Nagasaki, è che i bombardamenti sarebbero serviti ad accorciare la seconda guerra mondiale di parecchi mesi e salvare, forse, milioni di vittime nella popolazione giapponese in previsione dell’invasione del Giappone. Altri storici ritengono che le bombe fossero una dimostrazione di potenza verso chi si profilava come il nuovo nemico, ovvero l’Unione Sovietica.
Gli Stati Uniti profusero miliardi di dollari per il progetto Manhattan, assemblando un gruppo straordinario di sienziati, sotto la presidenza Roosevelt che morì improvvisamente il 12 aprile 1945. Pochi giorni dopo, il responsabile della produzione bellica James F. Byrnes informò Truman, il nuovo Presidente, che una nuova arma “capace di distruggere il mondo intero” era in fase di avanzata preparazione. L’arma non solo avrebbe risolto il problema Giappone, ma anche avuto un impatto “suoi nostri rapporti con l’estero”…
Nell’incontro fra Truman ed il ministro della guerra Stinson non si discusse sull’opportunità, ma si diede per scontato “che la bomba sarebbe stata testata”. Il ministro aggiunse “l’atomica avrebbe potuto far impallidire la Russia”. Truman al contrario di Roosvelt aveva deciso di cambiare marcia con l’URSS, prendendo una posizione più rigida nei confronti dell’Unione Sovietica. I primi passi verso la fine dell’alleanza con Mosca e Stalin.
Il 1° giugno del ’45 la decisione fu presa: “l’arma dev’essere utilizzata”. La notizia del successo dell’esperimento di Alamo Gordo suscitò l’entusiasmo persino in Churchill che parlò di “secondo avvento, appena in tempo per salvare il mondo”.
A luglio del ’45 vennero definiti i targets per l’atomica: Kyoto, Hiroshima, Yokohama, Kokura e Nagasaki. Bombardare non era il problema, basti pensare al bombardamento di Tokyo nel marzo del 1945 (100mila vittime e danni enormi, nella cultura giapponese molte case erano in legno), il problema era l’entità, il vero potenziale della bomba.
Alla fine la priorità divenne Hiroshima, il quel momento contava 255mila abitanti. Il 26 luglio arrivò a Tinian, base americana, un incrociatore (Indianapolis) e aerei di trasporto C-54. C’erano tutti i componenti da assemblare per la bomba “Little Boy” che fu pronta per l’utilizzo. Il 6 agosto mattina “Little Boy” era nelle stive del bombardiere “Enola gay”.
Alle 08.14 venne sganciato “Little Boy” sul centro di Hiroshima per favorire lo scoppio a 600 metri di altitudine. L’ordigno rase al suolo il 90% degli edifici causando 70-80mila morti sul colpo. La stessa storia sarà ripetuta per Nagasaki e, senza la resa giapponese, altri 6 ordigni erano in preparazione per essere utilizzati.
La immane tragedia del 20esimo secolo era compiuta, per i giapponesi l’unica e sola esperienza dell’olocausto nucleare.
Abbiamo imparato qualcosa da quei drammi? Non sembra. Secondo uno studio dell’ISPI (Istituto di Ricerca di qualità) i fatti ci dicono che a distanza di 75 anni dalle stragi esistono 14mila testate nucleari, il 90% delle quali è in mano a Russia e Usa, 5 sono i paesi che affermano di possedere l’atomica, 4 i paesi che hanno sviluppato capacità nucleari (India, Pakistan, Corea del Nord, Israele), 100/156 ordigni nucleari Usa sarebbero stoccati in Europa, l’Italia con il più alto numero (Aviano e Ghedi). Che dire di questo mondo folle?
Rivolgendoci ancora a Padre Arrupe che divenne in seguito il capo dei gesuiti (il papa nero..); egli ci ricorda come affrontarono tale disastro “facemmo allora l’unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa, cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano”.
Vittorio Volpi