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Nessuna decorazione sfarzosa orna la tomba di Howard Carter, solo una semplice lapide nera sulla quale è incisa l’iscrizione sopracitata. Iscrizione che proviene da una delle coppe di alabastro che l’egittologo britannico trovò nel novembre del 1922 nella tomba di Tutankhamon; scoperta che rese il faraone bambino il più famoso dei sovrani egizi e che elevò Carter nell’olimpo dell’archeologia moderna.
Artista di talento, archeologo per caso
Artista di talento, Howard Carter (9 maggio 1874 - 2 marzo 1939) divenne archeologo per caso. Grazie alle conoscenze del padre, nel 1891, a soli 17 anni e senza un’istruzione formale, trovò impiego come disegnatore nella squadra del pionieristico egittologo Flinders Petrie, partecipando a una spedizione di sei anni, durante i quali visitò la necropoli di Beni Hasan (sito del Medio regno), di Hatnub, di Tell el-Amarna e il Tempio di Hatshepsut a Tebe.
Grazie a questa esperienza Carter sviluppò una sincera passione per l’archeologia, ereditando da Petrie un’attitudine rigorosa e solerte nei confronti di questa disciplina. Se i primi egittologi erano stati poco più che cercatori di tesori, Petrie fu invece uno dei primi a sostenere e a lavorare secondo un metodo scientifico: dalla progettazione, all’esecuzione degli scavi, dall’annotazione della stratigrafia fino alla compilazione di registri accurati.
La forza della perseveranza
Nel 1905, Carter conobbe George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che gli diede molte risorse economiche per finanziare nuovi scavi nella Valle dei Re, il cimitero utilizzato dai faraoni del Nuovo regno. Nell’area erano state rinvenute numerose tombe reali, ma erano state tutte svuotate nell’antichità. Tuttavia, Carter riteneva che ne mancasse ancora una.
I primi anni furono poco fruttuosi e le ricerche si interruppero a causa della Prima guerra mondiale, per poi riprendere con maggiore continuità nel 1917. Lord Carnarvon stava spendendo molto denaro e non riteneva soddisfacenti i risultati ottenuti dal suo archeologo. Nel 1922 decise di dargli un ultimo finanziamento, affinché trovasse la tomba del faraone perduto.
Il 4 novembre 1922, dopo aver ripulito la zona nei pressi della tomba di Ramses VI fino al substrato roccioso, Carter scoprì sedici gradini che scendevano fino a una porta bloccata. La sua perseveranza era stata finalmente premiata.
Un trionfo archeologico
“Vedo cose meravigliose”. Queste furono le prime parole pronunciate da Carter entrando nella tomba. E a ben ragione. Quest’ultima costudiva uno sbalorditivo assortimento di articoli funerari: carri, letti, bauli, scatole, bizzarri oggetti rituali e molto altro. In poche parole, il corredo funebre del faraone era sostanzialmente intatto.
Per la prima volta nella storia venne così scoperta una tomba reale in condizioni pressoché integre. Nessun altro archeologo si era mai trovato davanti a oltre 5'000 fragilissimi oggetti, sarcofago e mummia del faraone compresi, tutti con l’estremo bisogno di essere conservati. Dal momento in cui ne era stata aperta la porta, i reperti erano infatti minacciati dal cambiamento improvviso delle condizioni ambientali.
Carter impiegò dieci anni per catalogare e conservare minuziosamente tutti i tesori contenuti nella tomba. Fra questi, preziosissimi vasi canopi, sarcofagi in quarzite, suppellettili e oggetti completamente ricoperti d’oro e la celebre maschera funeraria di Tutankhamon. Un patrimonio inestimabile conservato e visibile al pubblico principalmente al Museo Egizio del Cairo.
La maledizione di Tutankhamon
L’enorme campagna pubblicitaria imbastita all'epoca dal Times, al quale lord Carnarvon aveva venduto l’esclusiva assoluta del ritrovamento, contribuì al successo della scoperta, alimentandone al contempo il mito. Infatti, per anni soltanto il giornale inglese ebbe l’autorizzazione a pubblicare interviste, resoconti e notizie sullo scavo più famoso della storia.
Questo portò ad una situazione paradossale in cui i giornali erano costretti a riportare notizie solo di seconda mano e spesso inesatte. Iniziò dunque un’enorme campagna denigratoria nei confronti della scoperta che, a seguito della morte di lord Carnarvon a pochi mesi dalla stessa, raggiunse l’apice partorendo la leggenda della maledizione del faraone.
Nel 2002, sul British Medical Journal, il ricercatore australiano Mark Nelson pubblicò un articolo per dimostrare scientificamente l’inesattezza della maledizione. In media le persone presenti al momento del ritrovamento e dell’apertura della tomba morirono a distanza di più di vent’anni. Così come lo stesso Howard Carter, il quale morì il 2 marzo del 1939 a Londra e, seppur mai premiato dalla corona inglese per i suoi strabilianti ritrovamenti, divenne uno degli archeologi più famosi di tutti i tempi.