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di Vittorio Volpi
Fatte le debite indagini il CPPCC, un comitato consultivo del partito comunista di Shanghai, ha concluso che solo uno studente su dieci avrà bisogno nella vita di usare la lingua inglese.
In parte una certa antipatia verso l’inglese è dovuta alle forti tensioni con gli Stati Uniti e forse, di recente, un certo maccartismo occidentale verso la Cina che si è acuito con la pandemia cinese, come esortava Donald Trump, ma anche per le forti tensioni commerciali che si sono inasprite con “Donald” per diminuire il gap nella bilancia commerciale a danno degli Stati Uniti.
Quello della lingua e culture occidentali è un fenomeno non solo cinese. Anche in Giappone è successa la stessa cosa sotto latitudini diverse. Una volta superata la Germania e diventati la seconda economia mondiale, l’incentivo degli studenti nipponici ad andare a studiare negli Usa e fare lo sforzo di imparare l’inglese è scemato. Il ragionamento era diventato “oggi siamo un’economia avanzata equivalente a quella americana, non c’è motivo per fare sacrifici. In fondo abbiamo tutto” ed in fondo, senza nessun pregiudizio perché i rapporti fra i due paesi erano nel complesso ottimi. A maggior ragione in un clima di grande tensione come quello cinese il problema è vissuto con ancor più acrimonia.
Il risultato di questo stato, di fatto, lo si vede in pratica. Le autorità di Shanghai hanno di colpo cancellato l’inglese dagli esami di scuola elementare con lo scopo di alleggerire il peso degli studi per i bambini e per i genitori.
Le autorità municipali di Shanghai hanno deciso che gli esami che contano sono la lingua cinese e la matematica. Il resto degli esami è lasciato alla discrezione degli insegnanti, ma senza un voto. Il professo Yao Yang dell’Università di Pechino ha richiesto che la lingua inglese venga rimossa dagli esami di ammissione universitaria, i famosi Gaokao.
Ogni anno in Cina oltre 9 milioni di studenti sostengono il Gaokao, un esame di accesso all’Università che dura due giorni. Durante lo svolgimento del test le fabbriche si spengono, le auto non possono suonare il clacson e la polizia controlla le strade per assicurarsi che nulla possa distrarre gli studenti.
L’esame è incredibilmente impegnativo, considerato “l’esame alto” ed è il punto di svolta per la vita di milioni di ragazzi. La preparazione è una cosa estenuante. Togliere l’inglese significa alleggerire in parte il peso dell’esame.
Stessa storia in Giappone, dove c’è il “shikem jigoku” (inferno degli esami) che se non passi, ti segna la vita ed il futuro.
Per entrambi i paesi è un’eredità della cultura confuciana. In Cina formavano l’ossatura della potente burocrazia del paese grazie ai migliori studenti che superavano gli esami, mentre è dura per chi non li supera perché gli sarà vietato l’ingresso alle migliori università con conseguenze gravi per lo sviluppo professionale o della carriera.
Ritornando sui nostri passi, non tutti in Cina condividono questa retromarcia circa la lingua inglese. “Xi sta giocando con il futuro della Cina. Se il paese chiude le sue porte al mondo esterno, sarà una catastrofe”.
Due ulteriori osservazioni. La prima è che la lingua cinese e giapponese sono molto difficili. Sono lingue visive, non uditive. Guardi e capisci. Alle elementari lo studio degli ideogrammi standard è di cinque anni. Il nostro alfabeto s’impara in un mese. Quindi tanta fatica per passare da un modello di apprendimento all’altro.
Secondo gli studiosi, ormai è scientificamente constatato, lo studio degli ideogrammi sviluppa una parte diversa del cervello. Una lingua occidentale più cinese o giapponese con ogni probabilità completa maggiormente la capacità di apprendimento visivo-uditivo.
Io sarò un ritardato, ma pur avendo imparato a leggere il giapponese, ho continuato le lezioni con la mia insegnante nel Sol Levante fino all’ultimo giorno del mio soggiorno, durato ben 30 anni. Con lei leggevo libri ed imparavo sempre di più.
Che fatica, ma è una gioia entrare nell’affascinante mondo delle immagini.