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Giovedì 15 settembre 2022 Federer ha annunciato il suo ritiro dopo 24 anni di tennis professionistico. Era il 25 ottobre 2002 quando, a Basilea, a partita in corso convinse Roddick a passare dalla sua parte per stringergli la mano.
Caro Roger, mi permetto di darti del tu, in quanto sei uno di casa, in milioni di case in giro per il mondo.
Ho preso in mano una racchetta alcuni anni prima che lo facessi tu. Poi, nel 2002, mi hai reso orfano del tennis che conoscevo. Mi spiego meglio. Quel giorno ciondolavo per casa, con due diverse intenzioni per la testa: uscire a giocare a tennis con gli amici sull'unico campo del paese, oppure accendere la tv? Assecondai la seconda. Mai l'avessi fatto.
Mi spiego meglio. Alla TSI stavano passando una partita di tennis: riconobbi Andy Roddick - forse perché allora credevo che gli americani avessero inventato il tennis con i vari McEnroe, Agassi e Sampras -, mentre il tuo viso non mi era noto. Mi diedi alcuni secondi per decidere se valesse la pena guardare un altro massacro stile River Creek. «Va bene», mi dissi. Anche perché sugli altri pochi canali tv a disposizione non c'erano grandi alternative.
Uno svizzero con il codino e la bandana che vuol battere il gigante statunitense con il taglio da marines? Il torneo di Basilea che non è né il Roland Garros né tantomeno Wimbledon? Vabbè, gli amici li incontrerò poi.
Mi hai rubato un sogno. Mi spiego meglio. Io, giocatore buono-mediocre di periferia, avevo la presunzione di pensare che sarei potuto diventare anch'io un grande del tennis. In fin dei conti un qualche colpo alla Wilander o alla Edberg lo sapevo pur fare. Invece, al termine di quei dieci secondi che portarono Roddick dalla tua parte del campo per congratularsi per ciò che avevi appena fatto, capii che il tennis era diventato un'altra cosa.
Da quel giorno, il tuo nome, il tuo volto e le tue gesta hanno iniziato a rimbalzare, sempre più numerosi in tutti gli angoli del globo. Gli esperti hanno analizzato il tuo gioco, le mamme hanno sognato di avere un figlio così, e i figli hanno iniziato a pensare che anche in Svizzera può nascere il più grande tennista di sempre.
Mi hai deliziato per ore con giocate formidabili, dispensando il tuo talento con modestia, come fosse un peccato farne abuso. Hai messo al lavoro anche i professori di fisica, alla ricerca della sorgente dell'angolatura perfetta. Ma, soprattutto, hai dispensato poesia.
E forse, credo io, il mondo ne ha bisogno tanta quanto dei numeri.
La tua rivalità con Rafa Nadal è stato un viaggio negli inferi delle mie emozioni, un atto liberatorio capace di fondere battaglia e rispetto, lacrime e sorrisi, bianco e nero, come fosse tutto parte di uno stesso capolavoro. Il rapporto con il tuo più acerrimo rivale è stato un inno alla libertà, quella di scegliere con chi abbracciarsi. Quasi prima non pensassi fosse possibile. Grazie.
Ti ho seguito nel corso degli anni, crescendo con te. Ti ringrazio per aver instillato in me l'idea che si può sempre migliorare, che bisogna adattarsi ai tempi, alla gente, alle sconfitte e all'incedere impietoso dell'orologio.
2021. Sono passati alcuni anni, sia per me che per te. Quando sei sceso in campo a Wimbledon ho pensato: «Perché?».
Hubert Hurkacz ti ha battuto nei quarti di finale - rimarrà nella storia per essere stato l'ultimo - quando tutto il mondo sperava in un miracolo, l'ennesimo. «Perché lo fai?», ho pensato.
Forse perché la grandezza di un uomo non si misura solo sulla linea dei suoi successi, ma bensì dalla capacità di non smettere di sperare. Grazie per essere stato compagno di viaggio, maestro e poeta.