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Nel 1963 Nicolas Ruwet cura in Francia la pubblicazione d'una raccolta di scritti di Roman Jakobson: sono i famosi Essais de linguistique générale, destinati a diventare, con pochi altri, libro di riferimento di un'importante stagione della linguistica moderna (l'ultima, fino a questo momento).
Jakobson si trova a vivere e a insegnare da un ventennio negli Stati Uniti: li ha avventurosamente raggiunti negli anni Quaranta, fuggendo a più riprese e con diverse tappe la marea del totalitarismo politico, dell'antisemitismo, della guerra che sommerge l'Europa. Così, parecchi (forse tutti) gli articoli compresi nella raccolta sono originalmente comparsi in inglese: l'allora giovane curatore belga li traduce in francese.
Tra i saggi tradotti, c'è On linguistic aspects of translation, apparso nel 1959 in un volume miscellaneo consacrato alla traduzione. In originale, ecco la sua conclusione: "If we were to translate into English the traditional formula Traduttore, traditore as 'the translator is a betrayer', we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? betrayer of what values?".
Ruwet adatta la conclusione al francese: "S'il nous fallait traduire en français la formule traditionnelle Traduttore, traditore, par 'le traducteur est un traître', nous priverions l'épigramme italienne de sa valeur paronomastique. D'où une attitude cognitive qui nous obligerait à changer cet aphorisme en une proposition plus explicite, et à répondre aux questions: traducteur de quels messages? traître à quelles valeurs?".
Tre anni dopo la pubblicazione francese, gli Essais di Jakobson escono in edizione italiana. È la stagione in cui l'Italia si apre, con entusiasmo ma non senza resistenze, alle novità del movimento battezzato sommariamente strutturalismo, di cui Jakobson è ritenuto un campione. Le traduzioni di linguisti e semiologi spesseggiano. Nei Saggi di linguistica generale, curati da Luigi Heilmann (alle traduzioni collabora Letizia Grassi), non c'è ovviamente ragione che la traduzione assegnata per ipotesi da Jakobson al detto Traduttore, traditore appaia nell'adattamento francese di Ruwet. Del resto, dichiarano esplicitamente curatore e sua collaboratrice, l'edizione italiana è condotta sugli "originali inglesi". La conclusione del saggio sulla traduzione si presenta però come segue: "Se si dovesse tradurre in inglese il detto italiano tradizionale: traduttore, traditore, con 'the translator is a traitor', si toglierebbe all'epigramma il suo valore paronomastico. Di qui un'attitudine conoscitiva che ci obbligherebbe a svolgere questo aforisma in una proposizione più esplicita, e a rispondere a queste domande: traduttore di quali messaggi? traditore di quali valori?".
Apollonio non è naturalmente in grado di escludere che esista una versione inglese del saggio di Jakobson diversa da quella oggi nota e più volte pubblicata dal 1959. Da tale ipotetica versione il curatore italiano e la sua collaboratrice potrebbero avere tratto quel discordante (e peraltro innocuo) traitor.
Non si può tuttavia evitare di pensare, in concorrenza, a una sottile e gustosa ironia del destino. Nella traduzione di un saggio di Jakobson sulla traduzione, evocatore dell'inevitabile tradimento del traduttore, l'infedeltà si spinge fin dove non ci si attenderebbe di trovarla, perché a essere fedeli sarebbe stato per una volta sufficiente (e necessario?) attenersi semplicemente all'originale. Ammesso naturalmente che lo si avesse veramente presente e non lo si stesse ricostruendo a partire dalla traduzione francese.
Jakobson ebbe certamente tra le mani l'edizione italiana dei suoi Saggi. Mai gli sarà caduto l'occhio sulla discordanza di ritorno, innocente per lui ma non per i suoi traduttori italiani? La circostanza l'avrà divertito e ne avrà solleticato lo spirito impagabilmente perverso.
PS. I due lettori di Apollonio non avranno mancato di notare che nel 1966 l'inglese (e francese) cognitive era (ancora) l'italiano conoscitiva. Naturalmente, l'aggettivo cognitivo, in italiano, c'era già da molti secoli ma, tra i "filosofi", non era di moda (notava Tommaseo). Oggi, tra i "filosofi", è invece in auge, sull'onda dell'inglese: lo è tanto da avere oscurato, a sua volta, conoscitivo e da essere divenuto emblema di un andazzo.
PS. I due lettori di Apollonio non avranno mancato di notare che nel 1966 l'inglese (e francese) cognitive era (ancora) l'italiano conoscitiva. Naturalmente, l'aggettivo cognitivo, in italiano, c'era già da molti secoli ma, tra i "filosofi", non era di moda (notava Tommaseo). Oggi, tra i "filosofi", è invece in auge, sull'onda dell'inglese: lo è tanto da avere oscurato, a sua volta, conoscitivo e da essere divenuto emblema di un andazzo.