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La foresta di Belovezhskaya Pushcha, nella regione bielorussa di Brest non è un posto come un altro, soprattutto per la Russia. Che nella località scelta per i nuovi colloqui tra Mosca e Kiev sull’Ucraina ha vissuto due eventi spartiacque della sua storia: la firma dell’armistizio della Grande Guerra, nel 1918, e soprattutto, la fine dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (Urss), nel 1991.
Il Trattato di Brest-Litovsk sancì l’uscita dalla Prima Guerra mondiale, e di fatto la resa, della nuova Russia guidata dai bolscevichi. Dopo due mesi di negoziati, il 3 marzo 1918 Mosca firmò l’intesa con l’impero tedesco, l’impero austro-ungarico e l’Impero Ottomano. Nel quartier generale dell’esercito tedesco a Brest-Litovsk, che a quel tempo faceva parte della Polonia.
I russi furono costretti a rinunciare a Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Georgia e alcune aree della Polonia: quasi un quarto dei terreni agricoli e del sistema ferroviario dell’impero degli zar, ed oltre 62 milioni di persone. Secondo i bolscevichi, al potere a Mosca da pochi mesi, dopo la Rivoluzione d’ottobre, si trattò di una rinuncia necessaria per porre fine ad una guerra che aveva ridotto il Paese a pezzi.
La foresta di Belovezhskaya, 70 anni dopo, ospitò un altro vertice che chiuse un’epoca. L’8 dicembre del 1991 i presidente di Russia, Ucraina e Bielorussia, Boris Eltsin, Leonid Kravcuk e Stanislav Suskevic, si incontrarono in una tenuta di caccia per firmare l’accordo che sancì la dissoluzione dell’Unione sovietica. La disgregazione dell’Urss, di fatto, era già iniziata con la proclamazione dell’indipendenza da parte di Minsk e Kiev, nel luglio del 1990 e nell’agosto del 1991. Ma nella foresta di Brest, quel giorno di dicembre, fu senz’altro scritto l’epitaffio dell’utopia comunista del XX secondo in Europa orientale. Ad appena due anni dal crollo del Muro di Berlino.