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Era il 1859 quando Darwin diede alle stampe "L’origine delle specie". La stesura del suo testo capitale, con il quale sosteneva l’evoluzione delle specie per selezione naturale e adattamento, lo aveva messo parecchio in ansia, tra le altre cose perché temeva di attirarsi le ire dei credenti.
E in effetti le reazioni accese non mancarono ma il dibattito che si sviluppò vide anche formarsi un gruppo nutrito di sostenitori, in particolare nella cerchia dei naturalisti e degli scienziati, che lo sostennero pubblicamente e con forza non necessariamente perché convinti dell'inoppugnabilità delle prove addotte a sostegno della sua tesi.
Tra favorevoli e contrari, da allora la teoria dell’evoluzione è ancora alla ricerca di una convincente e definitiva risposta ai dubbi sollevati per primo, nel 1861, da Max Müller, docente di lingue moderne a Oxford. Müller, studioso raffinato e influente, contestava l’applicabilità della teoria all’uomo per via della capacità umana di parlare. Il linguaggio, e con esso la capacità di sviluppare il pensiero astratto, sarebbe ciò che ci distingue dalle altre specie animali, costituirebbe una sorta di "super potere", o così almeno lo definisce Tom Wolfe ne "Il regno della parola".