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Ultima puntata del nostro viaggio nella Cina tra ieri e oggi sulle orme di Michelangelo Antonioni. Quando la troupe che sta girando "Chung Kuo" arriva a Suzhou, nel 1972, l'impressione di tutti è notevole. La vita della città si svolge sui canali di una vera e propria "Venezia d'Oriente". Forse per dare un po' più di enfasi alla narrazione, il giornalista al seguito della spedizione, Andrea Barbato, fa dire allora alla voce narrante che la troupe entra "nel miglior ristorante della città". E chi c'era, racconta ancora oggi che questo ristorante fu scoperto "per caso".
Nulla di tutto ciò è vero: "Era un ristorante qualsiasi", ci dice oggi Ouyang Juanjuan, la cuoca che 46 anni fa gestiva quel ristorante. "Ce ne erano molti altri anche migliori". E poi racconta come tutto fosse pre-organizzato dalle autorità cinesi, che portarono Antonioni e i suoi a fare un sopralluogo e poi trasformarono un ristorante musulmano che cucinava solo cibo halal in un locale tipicamente cinese. L'aneddoto ci fa riflettere su cosa significhi rappresentare la realtà, così come Antonioni proclamava di voler fare con "Chung Kuo": verità o verosimiglianza?
Oggi la "cuoca di Suzhou", Ouyang Juanjuan, ne ha fatta di strada, ma si rammarica ancora molto per essere stata costretta a scrivere una lettera di critica contro "il clown anti-cinese" Antonioni nel marzo 1974. Quando siamo andati a trovare Ouyang, nel cortile del gruppo di case dove abita c'erano cumuli di rifiuti abbandonati: mobili, scarti, rottami. Abbiamo poi saputo che lei ha chiesto all'amministrazione condominiale di portare via tutto proprio perché noi, stranieri, avevamo visto. E questo era vergognoso.
Esiste un tratto comune tra la Cina di Antonioni e la Cina di oggi, una "mania" che anche chi in Cina fa lavoro giornalistico conosce bene, perché gli crea problemi nel suo rapporto con il potere: è l'idea che si debbano per forza mostrare le "cose belle" e non quelle brutte o problematiche. Antonioni e il suo "Chung Kuo", nel loro intento di mostrare la Cina così com'era, vi rimasero intrappolati.
Gabriele Battaglia