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Dopo i recenti prestigiosi successi, fra cui spicca il titolo a Melbourne, il mondo ha scoperto in Sinner un fuoriclasse e una persona fuori dal comune
Il suono che fa la pallina sulla sua racchetta è diverso da qualsiasi altro. Non è un suono pieno e rotondo, né dolce e misurato, ha qualcosa di obliquo e strappato. È un suono più rapido, più violento. Abbiamo imparato a riconoscere quel suono negli ultimi anni, a rendercelo familiare: è il suono della racchetta di Jannik Sinner. In questo torneo questo particolare aspetto, che definisce il suo talento in modo metafisico, è stato sottolineato un paio di volte. Da Jim Courier, che in una delle sue iconiche interviste a fine partita gli ha chiesto se non usasse una racchetta diversa. E poi da Ben Rothenberg, ex giornalista del New York Times, che gli ha chiesto quand’è che il mondo si è accorto del modo unico in cui colpiva la pallina.
Tutti giocano il dritto e il rovescio nel tennis, con piccole variazioni tecniche tra un giocatore e l’altro; ma pochi giocatori lo giocano in maniera veramente diversa dagli altri. Jannik Sinner è uno di questi: ha una capacità differente, più veloce, più liquida, di colpire la pallina. Per due set durante la finale degli Australian Open, però, il suono dei suoi colpi era stato convenzionale, quasi fiacco. Il suo braccio era contratto, i piedi stranamente impacciati. Sembrava giocare imballato nella bava di una ragnatela, quella tessuta da Daniil Medvedev durante la finale.
Il russo arrivava alla partita con già 20 ore giocate nelle gambe e per combattere la freschezza di Sinner – che invece aveva perso appena un set in tutto il torneo – aveva scelto un approccio radicale: attaccare in tutti gli scambi, spingere ogni colpo, mettere solo la prima di servizio, togliere aria al suo avversario. Sbagliare, anche, ma togliere a Sinner la sensazione di essere al comando, di poter colpire la pallina in modo sciolto ed esaltante, come aveva fatto per tutto il torneo. Stava funzionando. Medvedev ha vinto il primo set con facilità, e nel secondo, pur calando, ha sfruttato il veleno sapientemente iniettato nelle vene dell’italiano.
Sinner si è ritrovato in una condizione difensiva, infelice, frustrante: la peggiore per un giovane di ventidue anni alla sua prima finale Slam che avrebbe bisogno di giocare spensierato. La sentiva tutta, la pressione, davanti a un giocatore che di finali Slam ne aveva già giocate cinque, di cui due a Melbourne. Uno specialista del cemento, un tattico raffinato, un manipolatore perverso del conflitto mentale che va in scena sul campo da tennis. Però sapeva che finché era in campo aveva delle possibilità, che se la partita sarebbe diventata più lunga e faticosa Medvedev avrebbe iniziato a pagare la stanchezza. Nel terzo set c’era un giocatore che voleva finire in fretta, di fronte a un altro che invece aveva tutto l’interesse a dilatare i tempi del match e degli scambi.
Sinner ha fatto qualcosa impensabile fino a pochi mesi fa: ha cambiato il suo stile di gioco e la sua strategia per adattarsi all’avversario. Se Medvedev lo stava battendo sul suo terreno – quello della brillantezza offensiva, degli scambi veloci –, allora lui lo avrebbe dovuto battere sul terreno opposto, quello che non calpesta di solito, quello di un tennis tattico e manovriero. Ha allungato gli scambi, chiuso gli angoli con traiettorie più centrali. Ha cercato soprattutto un dritto carico di tospin al centro sul dritto di Medvedev: con quel colpo ha guadagnato alcuni punti decisivi. Non ha cercato il punto e la vittoria con fretta, ma ha lavorato ai fianchi il suo avversario, aspettando che cedesse col tempo. Una volta che è riuscito a vincere il terzo set, e a portare la partita sulla distanza, era fatta.
Sinner è diventato il primo italiano (uomo) a vincere uno Slam dopo 48 anni, l’ultimo era stato Adriano Panatta al Roland Garros. Lo ha fatto a coronamento di alcuni mesi eccezionali, in cui ha conosciuto una crescita tecnica, tattica e mentale senza precedenti. Forse per trovare un paragone bisogna tornare a quando, nel 2003, Roger Federer ha pian piano trovato la quadra del suo gioco, arrivando a vincere Wimbledon. Era il suo diciassettesimo tentativo di vincere uno Slam: gli stessi di Sinner prima degli Australian Open. I risultati sono arrivati come conseguenza di questi miglioramenti: da ottobre a oggi due tornei 500, la finale alle Atp Finals, una Coppa Davis, uno Slam e, soprattutto, una sfilza di vittorie contro top-10. Fino a ottobre Sinner era un tennista che perdeva contro i tennisti migliori di lui, e ogni tanto anche con quelli peggiori. Da ottobre a oggi ha vinto 26 partite e ne ha perse solamente 2, battendo quasi sempre i top-10.
Prima sembrava impantanato sulla soglia di un’autentica grandezza, ai bordi della vera élite del tennis. Troppo bravo per non arrivare alle fasi finali dei tornei, troppo poco bravo per vincere le partite più importanti contro le eccellenze di questo sport. Quel cambio di strategia sarebbe stato impensabile qualche mese fa, quando Sinner era considerato un tennista noioso e monocorde; brillante da fondo ma a disagio in un tennis più strategico o più improvvisato. Un tennista fragile fisicamente, in difficoltà nelle partite a cinque set.
Tutti gli Australian Open sono stati la certificazione dei suoi progressi: la consapevolezza mentale salda e una forma fisica migliorata senza perdere leggerezza. I miglioramenti della seconda palla di servizio, sempre più sostanziosa, e delle variazioni. Nessuno aveva battuto Novak Djokovic in una semifinale in Australia, come è riuscito a lui, e nessuno lo aveva battuto senza concedergli nemmeno una palla break. In questi miglioramenti è stato decisivo il cambio di guida tecnica, quasi due anni fa. Sinner ha abbandonato l’allenatore che lo ha cresciuto, Riccardo Piatti, per Simone Vagnozzi e Darren Cahill. Un allenatore giovane e italiano, più attento alla parte tecnica, e uno internazionale con tanta esperienza, più dedito al lato mentale.
In Italia in molti si sono alzati alle 4.30 per seguire la sua semifinale con Djokovic; e il Paese si è paralizzato di fronte alla tv, domenica mattina, per tifarlo nella finale, e assistere al suo trionfo in una partita durissima, rimontata da due set a zero sotto. Il meglio dell’esperienza tennistica possibile. Il lunedì La Gazzetta dello Sport, il principale quotidiano sportivo italiano, gli ha dedicato 19 pagine e, tra questa vittoria e quella della Coppa Davis, è nata una vera storia d’amore tra gli italiani e Jannik Sinner. Il rapporto, però, non era certo idilliaco pochi mesi fa. A settembre la stessa Gazzetta lo aveva messo in copertina del proprio settimanale col titolo “Caso Nazionale”. Sinner aveva rinunciato alla convocazione in Coppa Davis per non accumulare troppi impegni in calendario, sicuro che l’Italia sarebbe riuscita a superare il turno anche senza di lui (come poi è stato). Sinner è stato un personaggio stranamente divisivo in Italia. Strano perché si tratta di uno sportivo estremamente educato, pacato, di una professionalità esemplare. Aveva però qualcosa su cui gli italiani non riuscivano del tutto a rispecchiarsi: non aveva la guasconeria di Fognini, l’aria da dio greco di Berrettini o lo stile spettacolare di Musetti. Sinner parla poco, ha una mentalità ultra-lavorista, non fa il simpatico, ha un tono di voce monocorde. Non cerca di sedurre nessuno, non vuole piacere, non si esalta nella vittoria e non si dispera nella sconfitta.
In più è del Südtirol, una regione con un rapporto storicamente controverso con l’Italia. Durante il fascismo Mussolini inviò in Tirolo Ettore Tolomei, soprannominato “Il conte delle vette”, per italianizzare un’area di parlanti perlopiù tedeschi. Nel dopoguerra c’è stata la lotta terroristica, nel Südtirol, per ottenere l’indipendenza dall’Italia. La regione ne è uscita con uno statuto speciale, diverse agevolazioni e il rispetto di un’identità, anche linguistica, mista. Sinner ha frequentato una scuola tedesca e il suo italiano è ancora legnoso come quello dei non madrelingua. Questo aspetto è stato poco accettato, quando i risultati non arrivavano, mentre oggi è del tutto dimenticato. Questa alterità rappresentata da Sinner, anzi, riscuote oggi grande successo. Come sempre nello sport sono i risultati a modificare i bias del pensiero comune. E così quella che era antipatia è diventata timidezza, quella che era freddezza è oggi lucidità. Non è più un tennista moscio, noioso, ma un tennista serio, esemplare.
Da qualche anno l’Italia non produceva campioni in cui potersi rispecchiare fuori dal calcio. Ci sono stati Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, certo, ma l’atletica ha un calendario difficile da seguire. Ci sono Alessandro Michieletto e Paola Egonu, ma la pallavolo la seguono in pochi fuori dai grandi appuntamenti internazionali. Il nuoto, di Paltrinieri e Pellegrini, è poco televisivo. Il tennis, invece, è uno degli sport più praticati in Italia, e anche uno dei più seguiti in televisione. L’Italia non ha prodotto né campioni né giocatori di livello per tanti anni, ma di recente – grazie a uno straordinario lavoro della Federazione – i risultati sono iniziati ad arrivare, e Sinner è il gioiello di un movimento profondo e in salute.
Le recenti vittorie di Alcaraz negli Slam avevano aumentato la pressione: lui e Sinner erano descritti come il futuro del tennis, ma solo uno dei due vinceva, e non era quello italiano. In questo ci si dimentica spesso la diversità dei percorsi: nessuno cresce allo stesso modo, e in più Sinner ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno al tennis solo a 13 anni, quando Alcaraz già frequentava assiduamente i circuiti juniores. Fino a quell’età Sinner era ancora indeciso tra tennis e sci, altro sport in cui eccelleva.
Gli italiani hanno trovato in Sinner uno specchio difficile in cui proiettarsi, con la sua identità mista e un rifiuto radicale del divismo. Non ha niente dell’estrosità di Valentino Rossi, o della sensualità emiliana di Alberto Tomba – altre icone di sport “minori”. Eppure gli italiani si stanno specchiando, ammirando la sua serietà, la sua precisione. Il suo essere un ragazzo per bene, straordinariamente forte, incredibilmente talentuoso.
Dopo la vittoria agli Australian Open Sinner non sembrava certo sconvolto. L’ha accolta come una meritata ricompensa a tutto il lavoro di questi anni. Non si è lasciato andare a particolari festeggiamenti e ai microfoni ha detto che ha ancora molto da migliorare – la parte fisica, quella mentale. Sembra perfettamente consapevole della propria forza, e che il suo viaggio è appena all’inizio.