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Essenzialmente, Dio è per l'uomo ciò che sono i colori per un cieco nato; questi non può infatti raffigurarseli.
Qualcuno vi obietterà che i colori tuttavia esistono, cosicché se il cieco non se li raffigura, ciò dipende dai suoi sensi, non dall'inesistenza della cosa. Parimenti, se l'uomo non comprende Dio, la colpa va attribuita ai suoi sensi, non già al fatto che l'esistenza di questo essere sia dubbia.
Ecco appunto dove sta il sofisma: il nome, le proprietà o differenze dei colori sono solo convenzioni che nascono dalla necessità per i nostri sensi di distinguerli, ma la loro esistenza è frivola, ossia è frivolo decidere che un nastro bruno sia effettivamente bruno; soltanto le nostre convenzioni sono reali. Ciò vale per Dio, che si presenta alla nostra immaginazione proprio come i colori al cervello del cieco, vale a dire come cosa che vien detta esistere, ma la cui realtà non è provata da nulla, e che di conseguenza può benissimo non esistere affatto.
Così, quando presentate un nastro a un cieco garantendogli che esso è bruno, non solo non gliene date nessuna idea, ma gli affermate qualcosa che egli può negare senza che abbiate o possiate avere armi per convincerlo. Analogamente, quando voi parlate di Dio all'uomo, non solo non gliene date nessuna idea, ma vi limitate a procurare alla sua fantasia qualcosa che egli potrà negare, combattere o distruggere, senza che abbiate il minimo argomento reale per persuaderlo.
Dio quindi per l'uomo non esiste più di quanto esistano per il cieco nato i colori. L'uomo ha pertanto diritto di affermare che non c'è Dio, quanto il cieco di sostenere l'inesistenza dei colori, dato che i colori non sono affatto cosa reale, bensì convenzionale, e le cose convenzionali non possono gabellarsi per reali all'intelletto dell'uomo se non nella misura in cui, toccando i suoi sensi, possono esserne comprese.
Una cosa può pertanto essere reale per tutti gli uomini dotati dei cinque sensi, e diventare dubbia o magari inesistente per chi è privo del senso necessario ad afferrarla. Ma la cosa del tutto incomprensibile, o del tutto impercettibile con i sensi, diventa inesistente, al pari del colore per il cieco. Dunque se il colore è inesistente per il cieco, in quanto gli difetta il senso necessario a coglierlo, allora anche Dio è inesistente per l'uomo, in quanto non lo si può cogliere con nessuno dei sensi e non gli rimane, come al colore, se non un'esistenza meramente convenzionale e di per se stessa irreale; una società di ciechi, priva del soccorso degli altri uomini, avrebbe anch'essa bisogno di nomi convenzionali per esprimere cose prive d'ogni realtà.
Ebbene, nei confronti della bella chimera denominata Dio, noi siamo quella società di ciechi; ci siamo immaginati una cosa che abbiamo reputato necessaria, ma che non ha esistenza fuori del bisogno che ci ha indotto a crearla.
Tutti i principi della morale umana svanirebbero del pari, se misurati con questo compasso, dato che tutti i doveri si riducono a convenzioni e di conseguenza a chimere. L'uomo ha stabilito: « questa cosa sarà virtù perché mi serve, questa invece sarà vizio poiché mi nuoce ». Ecco le futili convenzioni della società di ciechi, le cui leggi non hanno intrinseca realtà. Il giusto modo di valutare le nostra inadeguatezza rispetto ai sublimi misteri della natura è quello di accostarla alla inadeguatezza sensoriale di chi ha un senso meno di noi! i suoi errori al nostro cospetto sono come i nostri a cospetto della natura. Il cieco si foggia delle convenzioni in rapporto alle sue esigenze e alla carenza delle sue facoltà; del pari l'uomo si è foggiato delle leggi in rapporto alle sue meschine cognizioni, alle sue mediocri prospettive, ai suoi miserevoli bisogni.
Nulla di reale in tutto ciò, nulla che non possa essere, o incomprensibile in una società a noi inferiore quanto a facoltà, o formalmente negato in una che ci superasse perché dotata di più delicati organi o di sensi in più. Come le nostre leggi, così le nostre virtù, i nostri vizi, le nostre divinità sarebbero spregevoli agli occhi di una società che fosse dotata di due o tre sensi in aggiunta ai nostri e di una sensibilità raddoppiata rispetto alla nostra! E perché? Perché questa società sarebbe più perfetta e più vicina alla natura; donde deriva che l'essere più perfetto che possiamo concepire sarà il più lontano dalle nostre convenzioni, le giudicherà anzi spregevolissime, così come noi giudichiamo quelle di una società a noi inferiore.
Seguendo questo procedimento, giungiamo alla natura stessa, così da comprendere infine facilmente che tutto quanto diciamo, combiniamo, decidiamo, è tanto lungi dalla perfezione dei suoi disegni e di tanto inferiore, quanto lo sono, rispetto alle nostre leggi, le leggi di una società di ciechi.
Senza sensi non ci sono idee; nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, è, in sintesi, il gran fondamento e la grande verità che regge l'impalcatura di cui sopra. È inaudito che Nicole, nella sua logica, abbia voluto distruggere questo assioma certo di ogni vera filosofia. Egli pretende che entrino nel nostro intelletto idee diverse da quelle acquistate attraverso i sensi e una di queste grandi idee che potrebbero arrivare a noi facendo astrazione dai sensi sarebbe Penso, dunque sono. «Questa idea» afferma l'autore «è priva di suono, di colore, di odore, ecc., quindi non è opera dei sensi.»
Ci si può dunque piegare alla polverosa ortodossia di una scuola, fino a fare ragionamenti di tale falsità? È molto probabile che l'idea Penso, dunque sono, non appartenga alla stessa specie dell'idea Questa tavola è compatta, perché di quest'ultima il senso del tatto fornisce la prova al mio intelletto. Nella prima idea non si tratta, lo ammetto, dell'operazione di un senso in particolare, ma essa è il risultato di tutti i sensi e così concretamente che, se esistesse una creatura del tutto sprovvista di sensi, le sarebbe impossibile formulare l'idea Penso, dunque sono.
In conclusione, questa idea è il risultato dell'operazione di tutti i nostri sensi pur non essendolo di un senso in particolare, sicché essa non può demolire il grande e infallibile ragionamento che dimostra impossibile acquistare idee prescindendo dai sensi. La religione non concorda con questa tesi, lo ammetto, ma la religione è la cosa al mondo che meno giova consultare in materia di filosofia, essendo quella che oscura maggiormente i principi e che piega più vergognosamente l'uomo sotto il giogo ridicolo della fede, distruttore di tutte le verità.
(Traduzione di Paolo Caruso)