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Al Teatro Malibran di Venezia, un lavoro musicalmente perfetto, ben guidato da Alessandro Cappelletto. Non così lo spettacolo in generale.
Era il 4 ottobre 1932 quando un bambino di dodici anni, ma ne dimostrava meno, si poneva alla guida dell’Orchestra Veneziana, così si chiamava quella che solo dopo trent’anni si sarebbe chiama Orchestra del Teatro la Fenice, in un ricco programma che insieme all’ouverture dal concerto La grotta di Fingal di Felix Mendelssohn, prevedeva musiche di Verdi, Catalani, Mascagni e Rossini. Quel bambino portò l’orchestra a un successo che subito richiese una replica, quel bambino era Brunetto (Bruno) Grossato, orfano di madre, con un padre musicista che lo aveva indirizzato. Un anno dopo sul cartellone si rivede il suo nome, ma questa volta accanto al cognome Grossato appare quello di sua madre: Maderna, con cui convivrà per tutta la vita.
A questo pensavamo in quel prezioso gioiello che è il Teatro Malibran a Venezia, ovvero l’antico Teatro di San Giovanni Grisostomo che quest’anno festeggia 345 anni e che fu diretto anche da Carlo Goldoni. È qui che qualche giorno fa è stato presentato il ‘Satyricon’ che Bruno Maderna ha tratto dall’opera di Petronio, per ricordare i cinquant’anni della prima di quest’opera rivoluzionaria, messa in scena per la prima volta il 16 marzo 1973 a Scheveningen, nell’ambito dell’Holland Festival, per la direzione di Maderna stesso, per i cinquant’anni della morte dello stesso musicista, spentosi a Darmstadt il 13 Novembre 1973.
Affrontare un testo basilare della cultura romana, fu per il maestro veneziano un momento di riflessione sulla sua carriera. Sul destino della sua vita, segnata da un cancro mortale, sulla società i cui difetti pesavano troppo, dichiarò: "Il mio punto di partenza è stato il testo, e quello di Satyricon l’avevo scelto da un pezzo. Vi si vede una società che, sotto molti aspetti, non è né migliore né peggiore di quella di oggi. Oggi chi si impegna in maniera non effimera in un partito, poco importa se di destra o di sinistra, ha un’idea precisa della società nella quale viviamo e credo che sarebbe difficile trovare un’immagine così vicina alla nostra realtà come quella propostaci da Petronio descrivendo la Roma della decadenza. Non voglio fare cantare argomenti morali o politici; il mio scopo è di fare del teatro un atto politico, è per questo motivo che mi sono sentito attratto da questo testo". Maderna era convinto che il lavoro che doveva affrontare non fosse classificabile completamente con tutto quello che aveva composto precedentemente. Confidò: "Non credo per nulla che questo modo di comporre risulti valido per altri pezzi: per me, funziona qui, perché si adatta bene a Petronio. Ci sono spesso degli effetti a poco prezzo, quasi gratuiti, ma anche la società in questione in effetti valeva poco, e così essa viene trattata con la tecnica dello ‘straniamento’".
Alcune frasi del libretto da lui stesso scritto sono ben chiare: "La morale è: denaro!" e "Giove è il conto in banca". Il suo ‘Satyricon’ non è un omaggio a un’opera, non il leggerla, Maderna non è il Federico Fellini che la rilegge in ‘Fellini-Satyricon’ del 1969 e neppure Giorgio Gaslini che nel 1970 compone ‘Cena di Joe Trimalchio’, madrigale drammatico per voci, coro e strumenti. Maderna penetra nel tessuto dello scritto latino e si immerge nel suicidarsi di Petronio; il suo è un testo letterario, come libretto, e musicale sarcasticamente funereo. Quando la musica comincia, si resta in silenzio, è il nastro registrato; riapparirà per mezz’ora in tutto, su un tessuto musicale totale di ottanta minuti, in cui Maderna gioca a citare, o meglio a evocare, da Gluck a Stravinskij, e Verdi, Bizet, Čajkovskij, Offenbach, Weill e altri ancora. Come nello scritto di Petronio si affacciano idiomi diversi e se a vincere, non casualmente, è quell’inglese che già negli anni 80 dello scorso secolo si affacciava minaccioso, ci sono anche testi in tedesco, in francese, in italiano e ci è parso sentire anche in latino. Ma non è un miscuglio, è un cocktail straordinario, impreziosito da diversi stili: canto gregoriano, belcanto, quel Sprachgesang caro a Schönberg e alla sua amata scuola di Darmstadt, forme musicali e melodie che si imprimono nella mente e la affascinano.
Se musicalmente il lavoro è perfetto e ben guidato, a parte qualche lieve incertezza nell’alternarsi tra nastro registrato e musica dal vivo da parte del maestro direttore Alessandro Cappelletto, di buona presenza canora e attoriale sono stati Christopher Lemmings nel ruolo di Habinnas e Marcello Nardis in quello di Trimalchio; corretta Manuela Custer nel ruolo di Fortunata. Quello che è mancato allo spettacolo è stato proprio lo spettacolo, la teatralità. Banale la regia di Francesco Bortolozzo, incapace di leggere la profondità del testo di Maderna, imbarazzanti i ‘vestiti’ di Marta Del Fabbro e povere d’idee le scene di Andrea Fiduccia. Questo Satyricon straordinario meritava miglior aspetto visivo.