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La disinformazione che discrimina le persone LGBTQ+
Giugno è il mese del Pride. In tutto il mondo ogni anno si celebra in questo periodo l'orgoglio delle persone LGBTQ+. Si tratta di una ricorrenza che punta a commemorare anni di lotta per i diritti civili e promuovere l’accettazione sociale e l’auto-accettazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, asessuali, non-binarie e queer.
Questa comunità di persone è difatti ancora vittima di violenza e discriminazione in molti Paesi. Nel 2022 è stato denunciato un aumento di azioni dirette contro la comunità LGBTQ+ in Europa, Asia centrale e Stati Uniti d’America. Esiste inoltre un filone disinformativo che punta ad alimentare, tramite falsi miti, notizie infondate o presentate in modo fuorviante, lo stigma e l’odio nei confronti della comunità LGBTQ+. Vediamo insieme due esempi, tra i principali, di questa falsa narrativa discriminante.
L’omossesualità non è una malattia
Per anni nella società l’eterossualità, cioè l’attrazione per le persone di sesso opposto, è stata condiserata culturalmente e socialmente l’unico orientamento possibile o comunque quello «normale». Chi non rientrava in questa «norma» veniva molte volte discriminato ed emarginato. E per molto tempo questa convinzione ha avuto nella comunità scientifica una forte alleata, ritenendo l’omossesualità una malattia.
Nella metà degli anni ’50 del secolo scorso, ad esempio, l’American Psychiatric Association (APA), la più grande organizzazione psichiatrica del mondo, considerava nel suo manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (il DSM) l’omosessualità una condizione psicopatologica inserita tra i «disturbi sociopatici di personalità». Nel 1968, poi, questo orientamento sessuale è stato catalogato dall’APA come una deviazione tra i «disturbi mentali non psicotici». Questa definizione fu però criticata e contrastata all’interno della comunità scientifica. Il dibattito portò a un primo importante passo contro la patologizzazione dell’omosessualità: nel 1973, l'APA rimosse la diagnosi di «omosessualità» dalla seconda edizione del DSM.
Nel 1990, poi, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha ufficialmente rimosso l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola invece per la prima volta «una variante naturale del comportamento umano».
La comunità Lgbtq+ non sostiene la pedofilia
Uno dei filoni più comuni all’interno della disinformazione su questo tema è quello che punta ad associare falsamente la pedofilia alla comunità LGBTQ+. È importante innanzitutto chiarire che la pedofilia non è un un orientamento sessuale, ma una devianza sessuale che si manifesta con impulsi, fantasie erotiche e spesso con azioni violente che implicano attività sessuali con bambini.
Non esiste alcuna base scientifica che supporti l’associazione tra persone Lgbtq+ e pedofilia. Come riportato recentemente dai fact-checker statunitensi di USA Today, le organizzazioni impegnate nel porre fine agli abusi sessuali sui minori affermano che la maggior parte degli autori di abusi sono persone eterosessuali e che non esiste alcun legame tra la comunità LGBTQ+ e la pedofilia.