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SCRIVERE POESIE E’ EVERSIVO
La mia lettura di poesie, iniziata da giovane liceale con Prevert, è stata sempre una conferma di questo assunto: la Poesia è eversiva. Al liceo mi ero entusiasmato anche per Garcia Lorca, Neruda, Leopardi. In quinta per Eliot che portai alla Maturità. Ma mi ero accorto che anche Dante a suo modo era un eversore dello “statu quo” dei suoi tempi. All’università avevo letto i poeti della Beat Generation, ma anche Giusti e persino i sonetti di Shakespeare. Consideravo poesie anche le canzoni di De André, soprattutto quelle da “La Buona Novella” in avanti.
Tra tutti però il più sconvolgente per me era stato Ginsberg. E mi piaceva molto anche Ferlinghetti. Ecco come la giornalista Susanna Marietti, in un suo articolo del 12/06/2014, esplicita il legame tra i due poeti: “Il 21 maggio 1957 due signori entrarono nella libreria “City Lights Bookstore” di San Francisco e acquistarono una copia di Howl*, l’opera di Allen Ginsberg, il grande poeta della beat generation. La pagarono 75 centesimi.
A vendergliela fu un certo Shigeyoshi Murao, che lavorava come commesso nella libreria. Tredici giorni dopo, il 3 di giugno, Shigeyoshi Murao fu arrestato. Quei due signori erano poliziotti in borghese. C’era un mandato di arresto anche per Lawrence Ferlinghetti, proprietario della libreria nonché editore del volume incriminato. Il poema di Ginsberg veniva dichiarato osceno. Ferlinghetti e Murao furono sottoposti a un processo che verrà consegnato alla storia. ‘Ci sarebbe mai libertà di stampa o di parola se si dovesse ridurre il proprio lessico a uno scialbo e innocuo eufemismo? Un autore deve poter essere reale nel trattare la propria materia e deve essergli consentito esprimere pensieri e idee con parole proprie’. Queste sono le frasi con cui il giudice Clayton Horn assolse gli imputati. ‘Immaginate: essere arrestato per aver venduto della poesia!’, esclamò attonito il povero Shigeyoshi Murao.”
*Opera principale di Ginsberg, Urlo (Howl), è nota per il suo incipit: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche… “. Il riferimento qui è a Carl Solomon, lo scrittore dadaista conosciuto nel periodo di reclusione al manicomio di Rockland. “Howl” è stato considerato scandaloso all’epoca della sua pubblicazione, a causa della crudezza del suo linguaggio, che è spesso esplicito. Poco dopo la sua pubblicazione nel 1956, da parte del City Lights Bookstore di San Francisco, venne messo al bando per oscenità. Il bando divenne una cause célèbre tra i difensori del Primo Emendamento, e venne in seguito tolto dopo che il giudice Clayton W. Horn. dichiarò che il poema possedeva un aspetto di importanza sociale.
Howl ha segnato una svolta nella poesia contemporanea: è una ballata psichedelica, un grido di dolore e protesta contro l’America, un viaggio nella mente dell’autore. Versi rapidi, che incastrano decine di esistenze nell’invito finale a non dimenticare ciò che è santo e vero nella vita.
E a proposito di Ferlinghetti, mi piace citare questa intervista abbastanza recente e ricordare che ha messo sul mercato il suo ultimo libro “Little Boy” in occasione del suo centesimo compleanno. Beato lui.
“Ferlinghetti, 98 anni, oggi vive a San Francisco. Lo abbiamo sentito, insieme al suo collaboratore Mauro Aprile Zanetti.
Lei è uno dei protagonisti della Beat Generation. Quale pensa che sia stato il contributo principale che avete lasciato in eredità alla società?
«La nostra era una rivolta contro la meccanizzazione, la spersonalizzazione della vita, l’egemonia del denaro. Siamo stati un po’ dei precursori».
Secondo lei che ruolo hanno, oggi, gli intellettuali?
«Il ruolo del poeta è sempre stato lo stesso, da Platone ad oggi: deve essere il nemico dello Stato, dar del filo da torcere al potere. Chi governa deve temere la penna e la parola. Per questo, il ruolo degli intellettuali è fondamentale anche nella nostra società».
Ma lei pensa che oggi ci siano persone o movimenti culturali che stanno svolgendo questo compito?
«Più che altro direi che siamo ancora in attesa. Stiamo aspettando una “rivoluzione.com” e che la generazione della Silicon Valley alzi la voce. Lo dico con un filo di speranza e un po’ di ironia: attendiamo che queste nuove generazioni facciano resistenza».
C’è qualcosa, in particolare, a cui bisogna fare resistenza?
«Il potere in generale. Da americano, però, penso in particolare all’amministrazione Trump. Ma attenzione, la resistenza non deve essere necessariamente letteraria o degli intellettuali. Tutti possono farla».
Lei oggi vive a San Francisco, ma le sue origini sono bresciane. Che rapporto ha con Brescia e l’Italia?
«Mio padre arrivò negli Stati Uniti dopo essere emigrato dalla provincia di Brescia. Sono venuto a vedere la casa in cui nacque e la Polizia mi ha fermato, allertata da un vicino. Vivo a San Francisco, ma il mio cuore è a Brescia».
Le piace la mostra organizzata a Santa Giulia?
«Molto. Mette in evidenza lo spirito di ribellione. Mi sento come il monello di Charlie Chaplin che, sempre inseguito dal male, mantiene la sua innocenza».
Dalla Beat Generation alla digital generation: qual è il suo messaggio ai giovani?
«Mangia bene, ridi spesso, ama molto».”
Tratto da: Ferlinghetti: “Io artista ribelle vivo negli Usa ma il mio cuore resta a Brescia”
8 ottobre 2017