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|Trascorse allora un mese fra Brailov e Simaki, intanto che Nadezda si trovava in Svizzera. Questa volta al lavoro dedicò poco tempo; ma si abbandonò intieramente all'incanto della natura circostante trascrivendo le sue impressioni in una specie di diario destinato all'amica. In quei giorni Petr ebbe occasione di conoscere la Carmen di Bizet e di infiammarsi di entusiasmo per quella musica nota allora soltanto a un esiguo numero d'intenditori.

A Nadezda von Neck, Petr ne scriveva così:
Carmen è un capolavoro nel significato più autentico della parola, ossia una di quelle singolari creazioni che riflettono le tendenze musicali di tutt'un'epoca. Mi sembra che l'epoca nostra si distingua da quelle precedenti per questi caratteri: le composizioni dei nostri giorni si prefiggono effetti graziosi e, nello stesso tempo, impressionanti, piccanti. Tale «ricerca» non si trova né in Mozart, né in Beethoven e neppure in Schubert o in Schumann. Che cos'altro si propone la cosiddetta «Nuova scuola russa» se non il culto delle armonie piccanti, di effetti orchestrali originali e di altre esteriorità? L'idea musicale è passata in secondo piano, l'invenzione non è più il fine, ma il mezzo di questa o quella combinazione fonica.
Un tempo si componeva, si creava, oggi, salvo poche eccezioni, non si fa altro che congegnare. Com'è logico, questo tipo di produzione musicale risulta puramente intellettualistico ed è per questo che la musica contemporanea, per quanto spiritosa, piccante, ricca di effetti, riesce fredda. Nessun sentimento, infatti, sta là a riscaldarla.
Ed ecco apparire un Francese, nel quale tutte queste invenzioni piccanti e gustose non sono volute, ma nascono spontanee, accarezzano l'orecchio e tuttavia toccano e commuovono il cuore. Il compositore sembra dirci: «Non volete nulla di sublime, di grande; volete dunque qualcosa di grazioso? Eccovi allora un'opera graziosa!». In effetti non conosco nella musica nient'altro che rappresenti meglio di quest'opera quest'elemento che io chiamo «grazioso», le joli. È incantevole dal principio alla fine. Le armonie sapide, gli impasti fonici assolutamente nuovi abbondano, ma non hanno un fine a sé stante. Bizet è un artista che va col suo tempo, ma che però arde di un'autentica emozione. E che libretto splendido possiede quest'opera! Non posso suonar l'ultimo atto senza piangere. Da una parte c'è il popolo che si diverte volgarmente alla corrida, dall'altra la spaventosa tragedia con la morte dei due protagonisti congiunti da quel malvagio destino che, dopo tante sofferenze, porta a una fine ineluttabile.
Sono convinto che fra dieci anni Carmen sarà l'opera più amata nel mondo. Ma nessuno è profeta in patria: a Parigi il lavoro non ebbe successo e Bizet morì nel fiore degli anni, poco dopo la prima rappresentazione. Chi può dire se non fu quell'insuccesso ad ucciderlo?
Ancora una volta, travisando in pieno la verità, Ciajkovskij non si lascia sfuggire l'occasione per dare una stoccata a quella «Nuova scuola russa» che tanto odiava. Riconosce però con occhio sicuro la grandezza di Carmen.
Passando in rassegna la vasta biblioteca di Brailov, Petr vi scopre un giorno alcune danze sconosciute di Mikail Glinka, del cosiddetto «padre della musica russa», che per primo aveva cercato di affrancare la musica del suo paese dall'influenza italiana fino ad allora imperante e di affermare i nativi caratteri originali. La prima opera di Glinka, La vita per lo Zar, rappresentata con grande successo a Pietroburgo nel 1836, si conclude col famoso inno monumentale Slavsja, canto in gloria della grandezza russa.
In quell'occasione scrisse Petr all'amica:
Che straordinario fenomeno è Glinka. Se si leggono le sue «Memorie» esse ci rivelano un caro uomo bonario, superficiale, e addirittura malaccorto; se si suonano i suoi brevi pezzi per pianoforte, si stenta a credere che egli sia anche l'autore di Slavsja, di quel coro geniale che può esser annoverato fra le più maestose creazioni musicali di ogni tempo. Quali stupefacenti bellezze si trovano nelle sue opere e nelle sue ouvertures! Com'è originale la sua composizione per orchestra Kamarinskaja, dalla quale tanti compositori russi, fra i quali anch'io, quando si è trattato di rielaborare danze russe, hanno attinto ispirazione in riguardo alla condotta armonica e contrappuntistica dei temi.
Quell'uomo poi, giunto alla maturità, si mise a scrivere cose tanto scialbe, tanto futili, come la Polonaise dell'incoronazione - un anno prima della morte o quella Polca dei fanciulli, da lui chiosata minuziosamente e con tanta boria, come si trattasse di un capolavoro!
Anche Mozart nelle lettere al padre e, talvolta, negli atti della vita, rivelò qualche sentimento futile. La situazione è però assolutamente diversa: Mozart era una natura geniale, candida, mite come una colomba, timido come una fanciulla e come estraneo a questo mondo. Mai ci si imbatte in qualche suo atteggiamento che denoti soddisfazione di se stesso o vanagloria; si ha l'impressione continua ch'egli non avesse la benché minima idea della grandezza del suo genio.
Glinka, al contrario, adorava se stesso. Sugli episodi più insignificanti della sua vita, su ogni piccola opera di nessun valore, si si soffermò a dar notizie e spiegazioni, convinto che ogni cosconcernente la sua persona fosse destinata a passare alla storia. Glinka fu un nobiluomo russo di talento, ma di amor proprio meschino, poco colto, presuntuoso, vanitoso, intollerante e morbosamente suscettibile ogni qualvolta veniva mossa una critica, anche garbata, all'opera sua. Codeste son di solito le caratteristiche degli animi piccini. Fa dunque meraviglia trovarle in un uomo che, ragionevolmente, avrebbe dovuto aver coscienza del proprio valore ed esser perciò sereno e pieno di orgoglioso riserbo. Tuttavia quest'uomo ha scritto Slavsja!
Alla signora Nadezda:
Come sono passate in fretta queste poche settimane! Sarò suo ospite ancora per pochi giorni soltanto. Ma è forse un bene che non possa trattenermi più a lungo. Lo stato di esaltazione ininterrotta in cui mi trovo nuoce ai miei nervi. Sono diventato oltremodo suscettibile, spesso senza ragione; quando leggo, quando suono, quando la natura mi affascina, mi vengon le lagrime agli occhi. Vivo una vita anormale, una specie di sdoppiamento della mia personalità. Talora i miei pensieri mi trasportano così lontano che il terreno par mi manchi sotto i piedi. In tali istanti qualunque cosa mi ricordi la mia appartenenza a un mondo reale mi turba e mi fa soffrire. È uno stato in fondo gradevole, ma affatto anormale. Comunque sia, mi riesce difficile andarmene di qui...
Ora devo congedarmi dalla cara padrona di casa e ringraziarla. Vorrei trovar qualcosa di meglio dell'abusata espressione: «Non trovo parole». E tuttavia... non trovo altre parole. Qui sono stato felice!