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Ci sono Michael Jordan nel basket, Wayne Gretzky nell’hockey, Babe Ruth nel baseball. E poi, c’è Tom Brady nel football. Il quale, in un gioco di paragoni certamente troppo azzardato per diversità di discipline e di epoche, può vantarsi di essere il più grande di tutti. Domenica sera a Tampa, alla veneranda età di 43 anni, ha conquistato per la settima volta il Super Bowl, battendo con i suoi Tampa Bay Buccaneers i campioni in carica, i Kansas City Chiefs, con l’eloquente punteggio di 31-9 (7-3, 14-3, 10-3, 0-0). Dieci finali, sette vittorie con due squadre diverse (le prime sei con New England), a un’età nella quale, in epoca moderna, nessun altro sportivo è mai riuscito a essere altrettanto dominante. E, dato tutt’altro che irrilevante, nel ruolo di gran lunga più difficile del panorama degli sport di squadra: quello di quarterback.
Domenica sera ha impartito una lezione di vita a colui che in molti ritengono possa essere il suo erede, Patrick Mahomes. È stato quasi perfetto con 21 passaggi completati su 29, 201 yarde guadagnate, 3 touchdown e nessun intercetto, statistiche che certificano una prestazione solida, concreta, di alto profilo, per quanto senza guadagni straordinari (201 yarde, quando Mahomes nella sfida di regular season ne aveva totalizzate più di 350 solo nel primo tempo). Ma in carriera, Brady allo spettacolo non ha mai concesso nulla che non fosse strettamente necessario per conseguire la vittoria: è sempre stato un quarterback essenziale, capace di azzeccare i lanci giusti al momento giusto, senza orpelli inutili. Domenica ha pescato in endzone due volte il suo sodale Rob Gronkowski e una Antonio Brown (il quarto touchdown lo ha realizzato Leonard Fournette su corsa), approfittando anche delle manchevolezze di una difesa che tra il 5’57” e il 14’50” del secondo quarto ha commesso una serie di clamorosi errori (un holding e un pass interference su terzi down, il primo si era concluso con un intercetto, il secondo con un incompleto; un offside su un field goal, penalità che ha regalato ai Bucs il primo down e subito dopo il secondo touchdown di Gronk; due punt mal riusciti). Brady, insomma, è stato ancora una volta chirurgico nel vivisezionare le debolezze della difesa avversaria, nell’approfittare di quanto gli ha concesso (errori nelle coperture e ottime posizioni di partenza nei drive) e alla fine si è portato a casa il settimo anello e il quinto titolo di Mvp della finale.
Ma se il 43.enne di San Mateo (California) ha fatto ciò che da lui tutti si aspettavano, vera protagonista della vittoria dei Bucs (la seconda dopo quella della stagione 2002) è stata la difesa, in particolare il “front seven”. Sono stati gli uomini della linea e i blitz dei linebacker a rendere un incubo la serata di Mahomes (26 su 49, 270 yarde, nessun touchdown e due intercetti). Pierre-Paul, Suh, Barrett e compagni hanno colpito otto volte il giovane fenomeno dei Chiefs, lo hanno placcato altre tre, costringendolo praticamente a ogni azione e scelte affrettate (e quindi imprecise) nel tentativo di trovare compagni liberi ai quali scaricare la palla e al tempo stesso nella speranza di portare a casa la pelle contro il “pass rush” dei Bucs. Coach Bruce Arians (diventato il più vecchio allenatore a vincere il Super Bowl) è riuscito laddove tutti i suoi colleghi avevano fallito: frenare il miglior attacco della lega, anzi ridurlo all’impotenza. È vero che i Chiefs hanno totalizzato 350 yarde totali contro le 340 dei Bucs, ma i drive dei campioni in carica si sono sempre conclusi con field goal. Raddoppiando sistematicamente Tyreek Hill, Arians ha tolto di mezzo l’arma offensiva più pericolosa, limitata a 73 yarde in 7 ricezioni (un buon numero accumulate a giochi già fatti). Chiusa l’opzione palla a terra (Edwards-Helarie ha guadagnato 64 yarde contro la miglior difesa della lega sulle corse), la parte del leone per l’attacco di Kansas City l’ha svolta Travis Kelce (133 yarde in 10 ricezioni), ma il tight-end, se non limitato, è per lo meno stato controllato molto bene dai linebacker, in particolare da Devin Withe, una vera iradiddio in mezzo al campo. E così, l'attacco più prolifico della Nfl non ha realizzato nemmeno un touchdown e, per la prima volta in carriera, Mahomes ha subito una sconfitta con un differenziale superiore ai 10 punti.
Tutto ciò non significa che la parabola di Kansas City e di Mahomes sia già in fase calante. Semplicemente, Bruce Arians, ha vinto la partita a scacchi contro il suo omologo Andy Reid, turbato negli ultimi giorni dall’incidente stradale del figlio, nel quale è rimasto gravemente ferito un bambino di cinque anni. Sull’altro fronte, invece, TB12 ha confermato di voler continuare a giocare almeno fino a 45 anni (se questi sono i risultati, perché smettere?). Con lui alla guida e con il buon cast del quale è circondato (in attacco, ma ancor più in difesa), per i Buccaneers il futuro è roseo.
A contorno della partita, non si può non accennare al fatto che quello di domenica è stato un Super Bowl che ha reso grande omaggio agli “angeli della pandemia”, tutti coloro i quali si sono messi al servizio della comunità – a volte al prezzo della vita – nella lotta al Covid-19. Dei 25’000 spettatori presenti, oltre 7’000 erano operatori sanitari vaccinati e a una di loro, Suzie Dorner del Tampa General Hospital, è stato affidato il lancio della monetina. Come da tradizione, nel pre-partita il neo-eletto presidente si è collegato per un messaggio di augurio: Joe Biden e la first lady Jill Biden hanno chiesto un minuto di raccoglimento per tutte le vittime della pandemia e hanno esortato a mantenere alta la vigilanza nella lotta, richiamando una volta di più l’importanza dell’uso della mascherina, del distanziamento sociale e della vaccinazione. Tra la Nfl e la Casa bianca sembra essere tornato il sereno, dopo il burrascoso quadriennio precedente: Donald Trump, infatti, aveva apertamente criticato la lega per la posizione considerata lassista in merito alle proteste durante l’inno (arrivando a insultare pesantemente i giocatori) e aveva chiuso in bellezza nel 2020, in occasione della vittoria dei Chiefs, quando si era pubblicamente congratulato con lo stato del Kansas, prima che qualcuno gli facesse notare che Kansas City si trova in Missouri...