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Prima nel suo genere in Svizzera, la Società geografica di Ginevra ha svolto un ruolo nella creazione dello Stato Libero del Congo di Leopoldo II. Queste società private che proliferavano in Svizzera fino alla fine del XIX secolo hanno creato legami importanti per l’economia internazionale elvetica quando lo stato federale era ancora debole.
È nel quadro della Société Genevoise de GéographieLink esterno (S.G.G. di cui Henri Dunant, il fondatore della Croce rossa, fu uno dei membri fondatori) che Gustave Moynier si impegnò a favore della creazione dello Stato Libero del Congo di proprietà di Leopoldo II, re del Belgio. Lo storico Fabio RossinelliLink esterno, dell'Università di Losanna, ha approfondito il tema.
«Composta essenzialmente dall’élite ginevrina, la S.G.G. cercava continuamente nuovi sbocchi per l’investimento di capitali. La presenza dell’alta finanza ginevrina nella società – le famiglie Hentsch, Pictet, Odier, Lombard, Prévost ne facevano parte – è d’altronde emblematica (…) La Svizzera, tramite le attività delle sue banche, della S.G.G. e di una serie di persone pubbliche e private, riesce a fornire un contributo tutt’altro che insignificante alla creazione, e al mantenimento, dell’impero centroafricano di Leopoldo II», scrive lo storico nella suo testo intitolato «La Société de géographie de Genève et l’impérialisme suisse» pubblicato nel 2013.
Lo storico ha sviluppato il tema in uno studio che sarà pubblicato in novembre 2017 e che si occupa della collaborazione delle società geografiche svizzere con il regime coloniale di Leopoldo II in Congo.
Se da una parte questo impegno a favore di uno Stato coloniale è unico, dall’altra traduce bene una delle caratteristiche centrali delle società geografiche svizzere che fiorirono nei centri industriali del XIX secolo dopo quella ginevrina fondata nel 1858 (Berna nel 1873, San Gallo nel 1873, Aarau nel 1884, Neuchâtel nel 1885 e Zurigo nel 1897). «Le nostre società geografiche devono soprattutto lavorare per stimolare il commercio svizzero» dichiarava nel 1882 William Rosier, pedagogo, membro della S.G.G. e futuro Consigliere di Stato ginevrino, in occasione del Congresso nazionale delle società geografiche svizzere.
Ai tempi, effettivamente, la geografia e l’etnologia erano integrate nelle attività di espansione degli imperi coloniali europei e nei loro interessi commerciali. Un obiettivo condiviso anche da una Svizzera molto dinamica sul piano economico, benché non avesse colonie dello stesso tipo.
Una Svizzera coloniale senza colonia
Consoli preoccupati della sorte degli emigrati svizzeri
Per sfuggire alla povertà e alla disoccupazione oppure per trovare migliore fortuna, numerosi svizzeri emigrarono durante il XIX secolo. Fu una migrazione spesso costellata da grandi difficoltà o tragedie che i consolati svizzeri cercavano di appianare.
Segue l’esempio di una letteraLink esterno del 14 aprile 1855 scritta da Théophil Brenner, console svizzero a Marsiglia: «Avendo accettato ad interim il consolato svizzero in Algeria, è del tutto naturale che, non potendovi vivere personalmente, abbia un cancelliere che gestisce le questioni laggiù, per il quale sono responsabile e che pago con i miei soldi. Finché sarò io console titolare non lascerò morire di fame una cinquantina di svizzeri, come era successo sotto la direzione del Sig. Holzhalb. Un situazione di questo tipo si ripercuote prima sul console ma poi anche sull’alto Consiglio federale. È una grande fortuna che l’affare sia stato a suo tempo taciuto».
Negli anni 1880, le società geografiche svizzere collaborarono con le autorità federali per riformare il sistema consolare elvetico e per creare nel 1888 l'Ufficio federale dell'emigrazione.Fine della finestrella
«Sin dall’inizio del XVIII secolo, gli ambienti commerciali elvetici sono a capo di una potente rete commerciale orientata verso le regioni oltremare grazie alle loro relazioni nell’Europa protestante», scrivono gli storici Thomas David e Bouda Etemad nel libro «L’expansion économique de la Suisse en outre-mer» (L’espansione economica della Svizzera nei territori oltremare).
Fanno in particolare riferimento agli studi della storica Béatrice Veyrassat: «Verso il 1845, gli sbocchi europei della Svizzera rappresentano solamente un terzo (36%) delle sue esportazioni globali in termini di valore. Due terzi raggiungono le Americhe (44- 48%) e l’Oriente (12-16% nel Levante (Medio Oriente, ndr); forse il 4% in Asia).»
Il fenomeno è impressionante se si considera la prima fase della mondializzazione legata alla rivoluzione industriale e la politica europea del XIX secolo. Le élite economiche, accademiche e politiche svizzere navigarono con un talento sorprendente i mari spesso mossi di quell’epoca segnata da grandi trasformazioni.
In particolare è un’epoca segnata da scontri tra imperi confrontati alla crescita dei moti nazionalistici, concorrenze commerciali, diverse crisi economiche, misure di protezionismo e innovazioni tecniche che evidenziarono quanto obsoleti fossero alcuni settori della vecchia economia. Per esempio fa già capolino l'Internet, senza nemmeno essere nato. Grazie all’energia elettrica, il telegrafo permette già allora di far circolare informazioni politiche ed economiche in tempo quasi reale.
Le società geografiche svizzere erano luoghi privilegiati e discreti dove discutere le informazioni di attualità sempre nuove e le possibili opzioni per adattarsi. Vi si ritrovavano industriali, commercianti, finanzieri, politici, accademici, aristocratici in declino e borghesi trionfanti di una Svizzera che, nel 1848, instaura il primo Stato spinta dall’onda delle primavere dei popoli europei e sui resti della Svizzera antico regime.
Ed è durante questi incontri che si tematizzava anche il ruolo del giovane Stato federale nella difesa degli interessi economici elvetici.
Consolati «business oriented»
Lo testimonia un contributo della S.G.G. su richiesta della autorità federali nel 1884 che cita lo storico Fabio Rossinelli. Uno dei suoi membri, il banchiere Frank Lombard, scrive: «Nonostante alcuni dei suoi consiglieri (parlamentari, ndr) spingano la Svizzera ad acquisire dei nuovi territori da colonizzare, non deve farsi trascinare. Mentre le nazioni importanti hanno la mania di issare la loro bandiera su spiagge lontane, e di popolare di consolati il nuovo paese, questo è un lusso che la Svizzera non può né si deve permettere. La sua attenzione deve, invece, concentrarsi sulla rappresentazione degli interessi commerciali nei paesi stranieri.»
Le colonie svizzere nella tormenta degli anni ‘30
La crisi degli anni ‘30 colpì anche gli emigrati, come si legge in un processo verbaleLink esterno del Consiglio federale del 1938.
«Le colonie svizzere all’estero - visti gli abbandoni, le richieste di naturalizzazione spesso trasmesse in situazioni di pressione degli eventi o delle autorità, le barriere create all’arrivo di nuovi elementi - si infievoliscono e non sono più in grado di compiere il loro ruolo da pionieri e avant posto della nostra economia come in passato».
Una preoccupazione nei confronti delle colonie svizzereLink esterno che dura da molto tempo.Fine della finestrella
Di fatto, lo Stato federale e la sua amministrazione partono da molto in basso nel 1848. «Il potere federale riposa su una super struttura leggera di 52 funzionari con un budget di 5 milioni di franchi», scrive lo storico François Walter nella sua opera «La création de la Suisse moderne» (2010).
Una realtà che Béatrice Veyrassat situa in una dinamica iniziata dopo la Grande depressione che colpì l’Europa all’inizio del XIX secolo: «La Grande depressione fu il catalizzatore di una mobilizzazione sociale e di una ricerca collettiva di soluzioni al fine di superare gli effetti negativi del declino sociale, politico ed economico del paese. Per gli ambienti commerciali elvetici, si trattava di trovare vie integrative nel sistema degli scambi internazionali sconvolto (…) Lo strumento di questa promozione fu una legislazione consolare messa in piedi rapidamente e l’apertura celere di rappresentazioni commerciali all’estero».
Questo significa che ai tempi, la diplomazia svizzera è lasciata in mano a privati, aristocratici o famiglie di industriali con importanti reti internazionali? Ci risponde Madeleine Herren-OeschLink esterno, direttrice dell’Institute for European Global Studies dell’Università di Basilea e responsabile del progetto Swiss-diplo.chLink esterno: «Prima che il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson lanci il concetto di diplomazia pubblica dopo la Prima Guerra mondiale, la diplomazie era uno strumento aristocratico riservato alle grandi potenze. Per questo motivo, nel XIX in Svizzera si stimava che la diplomazia non convenisse a una repubblica senza aristocrazia. Nel contempo, il parlamento era ben consapevole del fatto che la protezione del commercio richiedesse dei rappresentati consolari. Questi consoli lavoravano di fatto come degli impiegati di una casa di commercio. Tale formula può spiegare la professionalizzazione molto tardiva del servizio diplomatico svizzero avvenuto dopo la Seconda Guerra mondiale».
Traduzione di Michela Montalbetti