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Il Sudafrica non rinnova così quelli che arrivano a termine, come quello con la Svizzera.
“I tempi cambiano. Quando abbiamo posto fine ai nostri accordi d’investimento, eravamo il nemico pubblico numero uno. Oggi speriamo che altri paesi ci seguiranno!” ha dichiarato il sudafricano Mustaqeem De Gama, in ottobre, all’UNCTAD. Pretoria ha deciso di non rinnovare i suoi 49 accordi d’investimento quando scadono e di non negoziarne di nuovi.
Nel 2007, investitori stranieri – italiani e lussemburghesi - avevano reclamato 340 milioni di USD al Sudafrica per aver promulgato una legge antidiscriminatoria. Nonostante le due parti avessero trovato un accordo, è stata una vera e propria doccia fredda per il paese arcobaleno. Da questo è nata la decisione di porre fine ai suoi trattati. “Dalla fine dei nostri trattati, nessun investitore ha lasciato il paese – al contrario, l’investimento è aumentato. Non c’è dunque nessun nesso causale fra questi trattati e i flussi d’investimento”, assicura De Gama.
L’Indonesia sta rivedendo i suoi 67 accordi. Nel mirino si trovano molti punti: la definizione dell’investimento e il suo contributo allo sviluppo; l’arbitrato tra l’investitore e lo Stato; le clausole del trattamento giusto ed equo, del trattamento nazionale, della nazione più favorita e dell’espropriazione indiretta, che limitano la capacità di regolazione dello Stato in materia sociale ed ambientale. Giacarta ha posto fine al trattato con i Paesi Bassi e potrebbe non rinnovare gli altri quando arrivano a termine.
Nessun legame tra trattati ed investimenti
Dopo aver subito una prima condanna nel 2009, l’India sta anch’essa ripensando i suoi 90 accordi. Vuole restringere l’arbitrato investitore – Stato a vantaggio dei tribunali interni e limitare le clausole del trattamento giusto ed equo e della nazione più favorita.
L’Equatore deve far fronte a cause per un valore di 19 miliardi USD. Nonostante i suoi 30 trattati, è il paese latino-americano che riceve meno investimenti che, soprattutto, affluiscono nel settore petrolifero, causando danni ambientali enormi. Ad oggi, il governo ha posto fine a 10 trattati e ne sta terminando altri 16. Nel 2009, ha denunciato il Centro internazionale per la composizione delle controversie relative agli investimenti (CIRDI), il tribunale arbitrale della Banca mondiale.
Nonostante sia uno dei paesi che riceve più capitali in America latina, il Brasile non ha firmato alcun accordo d’investimento. I 14 accordi siglati negli anni 1990 (fra cui quello con la Svizzera) non sono mai stati ratificati dal parlamento, che li considera anti-costituzionali.
Il governo tedesco, contro cui la multinazionale svedese Vattenfalls ha presentato una causa di 4,7 miliardi USD per la decisione di uscire dal nucleare, vuole pure riformare il sistema di arbitrato.
La Svizzera si muove, ma troppo lentamente
L’accordo fra la Svizzera e il Sudafrica è arrivato a termine il 31 ottobre 2014. In virtù della clausola di sopravvivenza, le sue disposizioni saranno ancora in vigore per vent’anni. Berna ha intenzione di siglare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla trasparenza nei procedimenti arbitrali originati da controversie fra investitori e Stati, che sarà aperta alla firma nel marzo 2015 all’isola Mauritius.
Alliance Sud si congratula di questa decisione e chiede alla Svizzera di non emettere riserve. La cosa migliore sarebbe però che Berna rinunci completamente all’arbitrato investitore – Stato e lo sostituisca con un regolamento delle controversie fra i due Stati, o con il ricorso ai tribunali interni. Nei suoi trattati futuri, dovrebbe anche sopprimere la clausola di sopravvivenza; sopprimere o ridurre drasticamente la clausola sull’espropriazione indiretta e la clausola sul trattamento giusto ed equo, che sono quelle maggiormente invocate dagli investitori nelle dispute internazionali.