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Fatima Sidikou lavora a Niamey, la capitale del Niger, ma le sue radici sono più a Nord, nella regione del Paese dove i Fulani, la sua tribù, allevano bovini sin dalla notte dei tempi.
È proprio per difendere i diritti degli allevatori che, nel 2012, Fatima Sidikou ha deciso di assumere la presidenza dell'associazione degli allevatori del Niger (Association des Eleveurs du Niger). Dallo scorso mese di giugno, Fatima è anche responsabile amministrativa e finanziaria della segreteria permanente per l'attuazione del Code Rural, una struttura che favorisce la cooperazione globale della DSC attraverso un programma dell'Unione africana volto a fornire un sostegno istituzionale alle organizzazioni di produttori.
Il 27 settembre 2013 Fatima Sidikou era tra gli invitati alla Conferenza annuale della cooperazione allo sviluppo organizzata a Lugano. Abbiamo colto l'occasione per incontrarla e per comprendere meglio la situazione degli allevatori del Niger.
Qual è la peculiarità dell'allevamento in Niger, detto anche «pastoralismo»?
La mobilità e la transumanza sono gli aspetti fondamentali dell'allevamento. Il pastore è un nomade, ma i suoi spostamenti non sono casuali: evita le aree troppo umide o le zone endemiche per determinate malattie e privilegia i pascoli di buona qualità. Tutti i nigeriani che vivono nelle zone rurali sono pastori per tradizione, ma talvolta affiancano a questa attività anche altre fonti di reddito. Il pastoralismo rappresenta un settore di guadagno non trascurabile quando gli allevatori possono praticarlo correttamente ed è addirittura al secondo posto nella classifica delle esportazioni del Niger.
Quali sono le difficoltà che devono affrontare attualmente gli allevatori?
La difficoltà maggiore è rappresentata dalla diminuzione della superficie dedicata alla pastorizia, situata da secoli nella parte settentrionale del Paese e tutelata mediante apposite leggi. Gli agricoltori, che contrariamente ai pastori sono sedentari, si insediano sempre più spesso in questi territori, soprattutto in seguito alla crescita demografica, mentre gli allevatori si spostano al Sud per sfuggire alle siccità cicliche che si verificano ogni tre o quattro anni. Purtroppo, però, soltanto in rari casi vengono inflitte sanzioni a chi occupa illegalmente le terre.
Qual è lo scopo del progetto «Code Rural», di cui Lei è amministratrice?
Il Niger è attualmente oggetto di una forte pressione fondiaria a livello internazionale. Molte persone cercano di vendere zone di pascolo di proprietà dello Stato. In questo contesto i pastori vengono emarginati e spesso hanno paura. È dunque necessario che gli allevatori vedano riconosciuti i propri diritti. Per questo la DSC sostiene l'applicazione del Code Rural, un insieme di norme giuridiche sviluppato vent'anni fa dalle autorità del Niger. Questo codice disciplina lo spazio rurale e urbano, finora ripartito in base a tradizioni orali ancestrali, e serve a catalogare tutte le terre appartenenti allo stato nonché a definirne la destinazione d'uso, consentendo così di risolvere i conflitti tra nomadi e sedentari.
Progetto PASEL
Lanciato dalla DSC nel 1998, questo programma ha permesso di ripristinare circa 4000 km di corridoi di transito e numerosi pozzi che consentono agli allevatori di attraversare con le loro mandrie le zone agricole senza distruggerle.
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