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Intervista a Martin Ackermann, a capo della task force Covid-19 della Confederazione.
«Più di 9'000 persone sono morte. Moltissime si sono ammalate e stanno ancora lottando con le conseguenze di questo virus. Senza le misure prese, la sofferenza sarebbe stata ancora maggiore».
BERNA - Tra quattro giorni, sarà passato esattamente un anno dal primo caso confermato di coronavirus in Svizzera. Era il 25 febbraio e il cantone protagonista era il nostro. Da allora molto si è detto e molto si è fatto. E tra i volti della pandemia ci sono i membri della Task force Covid-19 della Confederazione, esperti che si sono rivelati essenziali nell'aiutare la politica a prendere delle sagge decisioni. 20 Minuten ha intervistato il suo capo, Martin Ackermann.
Tra un anno Guy Parmelin e Ueli Maurer si ritroveranno a bere un bicchiere di vino o una birra in una bella terrazza. Lei farà loro compagnia?
«Non vedo l'ora di poter bere qualcosa a un tavolino o andare a un concerto. E, naturalmente, di poter guardarmi indietro e parlare al passato di Covid-19 in compagnia dei membri del Consiglio federale».
Anche chi non sarà vaccinato godrà delle stesse libertà?
«Credo che la gente sia stufa di tutto questo e che la percentuale di persone che si faranno vaccinare aumenterà notevolmente con il tempo. Da non rendere più necessarie delle restrizioni».
In Israele l'80% della popolazione è vaccinata e sta tornando alla normalità. Chi l'ha fatta gode di maggiore libertà. È uno scenario ipotizzabile in Svizzera?
«Si tratta di una questione etica delicata. Secondo la Commissione nazionale d’etica, le presumibili disparità di trattamento che favorirebbero le persone vaccinate potrebbero essere giustificate solo se la vaccinazione proteggesse pure contro la trasmissione del virus e se tutte le persone desiderose di farsi vaccinare vi avessero accesso. La CNE raccomanda inoltre di risolvere esplicitamente le questioni sollevate dal certificato di vaccinazione al fine di rafforzarne la legittimità democratica nonché di garantire la certezza giuridica».
Mercoledì il Consiglio federale ha presentato il suo piano di allentamenti "a tappe". È una strategia giusta, considerata la stanchezza della popolazione?
«Ci vuole uno sforzo da parte di tutti... Le misure (e le riaperture) funzionano solo se tutti rispettano quanto previsto».
Il rischio di una terza ondata è concreto?
«Il pericolo non è scongiurato. Ma non mi piace parlare di "ondata". Mi dà l'impressione che si descriva qualcosa d'incontrollabile. La situazione attuale è difficile da valutare a livello epidemiologico. Per questo tanto più importante ora che tutti continuino a rispettare le regole ed evitare i contatti. Così come è fondamentale che la politica sia pronta a intervenire in modo rapido qualora il numero di contagi tornasse ad aumentare».
La prolungata chiusura dei ristoranti (comprese le terrazze esterne) sta facendo parecchio discutere...
«L'obiettivo è sempre e solo quello di limitare i contatti. Al bar e al ristorante la gente si incontra, non indossa la mascherina perché beve e mangia, chiacchiera a voce alta, passa molto tempo insieme, anche al chiuso. Non ci sono dati certi che confermino o smentiscano la possibilità di contagiarsi in questi ambienti, ma al primo posto viene sempre messa la sicurezza».
Eppure poi si vedono persone ammassate nei mezzi pubblici e non per loro scelta...
«È vero. Ma quello è necessario per andare al lavoro e a scuola. E lì le persone indossano la mascherina, il tempo è limitato e spesso non si parlano. È ovvio che sarebbe preferibile che non fossero affollati e che vi fosse più homeworking».
Che dire della pressione sui giovani?
«La pandemia di coronavirus sta avendo degli effetti importanti su loro. Anche perché la vita sociale è fondamentale a quell'età. Ma questa situazione ha impatto su tutti, a svariati livelli. Ed è importante che la popolazione possa avere accesso a tutti gli aiuti, da quelli economici a quelli psicologici».
La pressione da parte della politica sta aumentando. L'UDC, ad esempio, continua a schierarsi contro le decisioni del Governo...
«È normale. Stiamo parlando di una situazione di crisi straordinaria ed è inevitabile che i nervi siano tesi. Ma è importante ricordare che alla fine siamo tutti sulla stessa barca. E ne possiamo uscire solo insieme».
Cosa direbbe a chi è convinto che le restrizioni siano più dannose per la popolazione dello stesso coronavirus?
«Più di 9'000 persone in Svizzera sono morte. Moltissime si sono ammalate e stanno ancora lottando con le conseguenze di questo virus. Senza le misure prese, la sofferenza sarebbe stata ancora maggiore».
Pensa che il Consiglio federale abbia dato troppo poco ascolto alla task force Covid-19 durante l'estate? La seconda ondata si sarebbe potuta evitare?
«Noi abbiamo sempre parlato della possibilità di una crescita esponenziale dei casi. Ma quando i contagi sono bassi, come quest'estate, è difficile credere a un aumento importante. Però, si può imparare da quanto accaduto e agire con anticipo».
Anche ora voi mettete in guardia nei confronti delle varianti. Eppure sono previsti degli allentamenti dal 1. marzo...
«Sì, ma il Consiglio federale riapre con cautela. Tenendo in considerazione l'andamento epidemiologico».
Si dice che la variante inglese sia del 50% più contagiosa. Eppure a Ginevra, dove il 75% dei contagi è ricollegabile a questa, la situazione sembra sotto controllo...
«È sicuramente incoraggiante. Ma è il risultato di misure di contenimento, popolazione che rispetta le regole e contact tracing. Bisogna continuare a mantenere alta la guardia».
Che dire delle varianti "senza passaporto"?
«In questo momento sono più di 4'000 i casi di questo tipo. Ma i virus mutano sempre. La domanda da porti è quale effetto abbiano queste mutazioni. Per questo bisogna tenere d'occhio tutte le varianti».
La Svizzera sta affrontando la più grande crisi della storia più recente. Quali lezioni dovremmo trarne?
«Dobbiamo essere ben preparati per il futuro. Essere sempre pronti ad agire in modo rapido ed efficiente. Ad esempio migliorando la digitalizzazione e la raccolta di dati in tutta la Svizzera. Abbiamo ancora molto da fare».
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