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Il Consiglio federale ieri ha comunicato la sua contrarietà all’iniziativa popolare "Per più trasparenza nel finanziamento della politica (Iniziativa sulla trasparenza)". Secondo il Governo "una regolamentazione nazionale del finanziamento dei partiti e delle campagne di voto non è conciliabile con le specificità del sistema politico svizzero" e "nel sistema politico di milizia della Svizzera, il finanziamento necessario ai partiti è comunque decisamente inferiore rispetto agli altri Paesi". Ad autunno il relativo messaggio del Consiglio federale, che non prevede un controprogetto all'iniziativa, dovrebbe giungere alle Camere federali per il loro esame e poi davanti al popolo.
Abbiamo chiesto un commento politico sulla decisione del Governo a Nenad Stojanovic, politologo, e che figura fra i membri del comitato promotore dell'Iniziativa.
Nenad Sojanovic, qual è la sua prima reazione alla decisione del Consiglio federale sull'iniziativa "Per più trasparenza nel finanziamento della politica"?
È sicuramente un peccato che il Consiglio federale non capisca l'importanza di questa tematica. La Svizzera si trova in uno stato davvero poco invidiabile sul fronte della trasparenza. Siamo praticamente l'unico Paese in Europa che non ha regole in merito alla trasparenza del finanziamento dei partiti, di campagne elettorali o in occasione di votazioni. Abbiamo una specie di scatola nera all'interno della quale non si sa cosa succede. Una banca, ad esempio, può donare anche 10 milioni di franchi a un partito o a una campagna referendaria senza che nessuno venga a saperlo. Questo in una democrazia è abbastanza grave. La mancanza di trasparenza alla lunga mina la fiducia dei cittadini nella politica.
Il Consiglio federale ha detto che le peculiarità del sistema svizzero sono inconciliabili con una normativa di questo genere e che nel sistema di milizia svizzero il finanziamento necessario ai partiti è comunque di gran lunga inferiore agli altri Paesi. È così?
Il sistema di milizia di fatto è un concetto applicabile solo a livello locale, nei consigli comunali e nei municipi (dei piccoli comuni), o al limite per i Parlamenti cantonali, dove di certo non si arriva a guadagnare un salario paragonabile a quello di un'attività professionale, nonostante l'impegno richiesto sia molto.
A livello federale però questo discorso non vale. I parlamentari federali hanno un salario fisso, al quale si aggiungono delle indennità giornaliere. Un parlamentare federale, a dipendenza del numero di commissioni di cui fa parte, ha un salario intorno ai 100'000-120'000 franchi annui. Dato che poi è considerato un impiego al 50%, ciò permette ai parlamentari di avere altre attività, come sedere nei consigli d'amministrazione. Parlare di politica di milizia a livello federale è di fatto una finzione.
Fatta questa premessa, il Consiglio federale non spiega perché la politica di milizia sarebbe incompatibile con la trasparenza. Non si capisce il nesso logico che il Consiglio federale adotta.
Lei dunque come si spiega la posizione del Consiglio federale contro questa iniziativa?
I partiti che hanno un interesse a tenere nascoste le loro fonti di finanziamento, in particolare l'Udc e i liberali, con quattro seggi su sette, hanno la maggioranza in Consiglio federale. A questi partiti non piace la trasparenza perché evidentemente preferiscono che si tengano i finanziamenti nascosti. Penso che i due rappresentati socialisti in Consiglio federale abbiano votato a favore dell'iniziativa. Forse anche la consigliera federale del Ppd Doris Leuthard l'ha fatto.
Con la composizione del Consiglio federale del 2015, quando c'era Eveline Widmer-Schlumpf, si poteva sperare in una maggioranza favorevole, se non all'iniziativa, ad un controprogetto. Sul piano dei partiti infatti a favore dell'iniziativa non si sono schierati solo i socialisti e i verdi, ma anche il Partito borghese democratico.
L'iniziativa è stata concepita in modo molto pragmatico e non va a sconvolgere il sistema politico svizzero. Segue per altro quanto esiste già nei Cantoni di Ginevra e Neuchâtel. Anche in Ticino esistono queste regole. Il fatto che non vengano rispettate poi è un altro paio di maniche.
In altri Paesi, come in Francia o in Italia, vige il modello del finanziamento pubblico dei partiti e il relativo divieto di finanziamento privato, proprio per evitare forme di corruzione o di finanziamento illecito. Questo modello in Svizzera sarebbe un passo troppo estremo e dunque si è optato per un modello più moderato. Anche per questo dispiace la totale chiusura dimostrata dalla maggioranza di destra del Consiglio federale.
Crede che quando l'iniziativa giungerà alle Camere federali queste possano ribaltare l'opinione del Consiglio federale?
È chiaro che il Consiglio federale ha assunto questa posizione di chiusura in merito all'iniziativa perché pensa che l'iniziativa non abbia chance di passare, altrimenti avrebbe annunciato un controprogetto.
Ovviamente le cose possono cambiare in Parlamento, che ha la possibilità di fare un controprogetto diretto e sottoporlo al voto popolare assieme all'iniziativa. Oppure può fare un controprogetto indiretto, inserendo in una legge delle regole sulla trasparenza, e in questo caso non sarebbe sottoposto al voto del popolo. Il contenuto di questo controprogetto potrebbe indurre il Comitato anche a ritirare l'iniziativa.
Però è ancora presto per fare speculazioni su cosa succederà. Il Consiglio federale ha annunciato che solo in autunno licenzierà il messaggio all'indirizzo del parlamento e l'iter parlamentare potrebbe durare anche due anni.
Il testo dell'iniziativa prevede che per ogni donazione superiore ai 10'000 franchi sia resa pubblica la provenienza. Questa norma però non è facilmente aggirabile dividendo in più parti la donazione?
Qualora questa proposta diventasse legge, se qualcuno aggirasse intenzionalmente la disposizione sarebbe sanzionabile. Evidentemente un modo per aggirare le regole si trova sempre, ma sarebbe un passo in avanti rispetto alla situazione odierna. Non bisogna dimenticare che il meccanismo va nelle due direzioni: da un lato sono gli individui e le aziende che fanno una donazione che sono tenute a dichiararla, dall'altro anche i partiti devono rendere pubbliche le donazioni ricevute che superano questo importo, oltre a dover rendere pubblici i loro bilanci.
Quali sono le prospettive di riuscita di questa iniziativa?
Bisognerà vedere come il popolo risponderà a questa proposta. Vi sono esempi in altri Cantoni dove iniziative ben più radicali di questa hanno per poco mancato l'approvazione. Nel Canton Argovia, ad esempio, che fornisce un buono spaccato di quanto avviene a livello nazionale, qualche anno fa i giovani socialisti hanno presentato un'iniziativa che voleva obbligare i politici a dichiarare tutti i loro redditi. L'iniziativa era giunta vicina al 50%.
Sono piuttosto fiducioso che questa proposta possa trovare l'appoggio della maggioranza della popolazione, anche se bisogna essere consapevoli che coloro hanno interesse a mantenere la situazione immutata, per rimanere in tema, investiranno molti soldi nella campagna. Il confronto magari non sarà condotto ad armi pari, ma ci batteremo per vincere.