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Sono passati settant’anni. Era il 6 agosto del 1945 quando Enola Gay, B-29 dell’aeronautica statunitense, si alzo in volo dalle Marianne Settentrionali. Direzione: Hiroshima. L’obiettivo viene raggiunto alle 8.15, pochi secondi dopo la città giapponese viene cancellata dalla faccia della terra dalla prima bomba atomica mai impiegata in una guerra.
"Little boy": così venne battezzato l’ordigno che generò una palla di fuoco di oltre 500 metri d'altezza. La temperatura salì di colpo ad oltre 4'000 gradi: 90'000 persone – oltre 150’000 secondo alcuni –morirono lì, in quel momento; molte altre nelle ore seguenti, altre ancora a distanza di anni a causa dell’esposizione alle radiazioni. Gli alleati, con quel gesto, si assicurarono la vittoria della Seconda guerra mondiale..
Tre giorni dopo, la stessa sorte toccò a Nagasaki. Lì, i morti furono 80'000.
Dopo così tanto tempo gli interrogativi rimangono: è stata la decisone giusta per far finire la guerra in tempi brevi ed evitare moltissimi altri morti? Uno sfoggio di potenza verso l’URSS, un pretesto per dare una motivazione ad un programma nucleare costato oltre 2 miliardi di dollari o un crimine di guerra? Dal punto di vista umanitario qualsiasi risposta appare superflua.
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- RG 07.00 del 06.08.15 Il servizio di Stefano Carrer