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STRASBURGO - La Santa Sede è immune. Esattamente come uno Stato, gode del diritto di non poter essere denunciata. Nemmeno se è complice di pedofilia. Lo ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti umani.
Nel 2011, 24 persone di nazionalità belga, francese e olandese erano apparse davanti al tribunale di Gand per denunciare gli abusi sessuali che avevano subito da dei preti cattolici quando erano ancora bambini e di come la Chiesa non avesse agito in alcun modo a riguardo.
Denunciavano in pratica un deficit strutturale che l’istituzione aveva nell'affrontare il noto problema degli abusi sessuali al suo interno. L'azione collettiva dei 24 era stata intenta nel luglio di quell'anno contro la Santa Sede, un arcivescovo della Chiesa cattolica belga e i suoi due predecessori. Oltre a questi, erano stati messi in causa anche diversi preti e due associazioni di ordine religioso.
Il tribunale di primo grado aveva dichiarato poi, nel 2013, che non aveva alcuna giurisdizione nei confronti del Vaticano. E così dichiarò anche il tribunale d'appello di Gand nel 2016. Tribunale che aggiunse inoltre che il Belgio riconosce la Santa Sede come sovrano straniero, e questo vuol dire che ha gli stessi diritti e doveri di uno Stato.
Il riconoscimento, spiegava la corte d'appello nella sua decisione, è dato da un insieme di elementi riconosciuti di diritto internazionale consuetudinario, che primo fra tutti comprende la creazione di trattati e la rappresentanza diplomatica. Perciò la Santa Sede gode dell'immunità diplomatica e di quella giurisdizionale, esattamente come un Stato. La corte aveva inoltre valutato che la controversia non rientrava nelle eccezioni al principio di quest'ultima immunità.
I ricorrenti si erano perciò rivolti alla Corte europea dei diritti umani, in quanto ritenevano di aver subito un attacco al loro diritto di accesso nei tribunali. Strasburgo, in una nota pubblicata oggi, è sostanzialmente d'accordo con le decisioni dei tribunali belgi. «La Corte ritiene che la decisione dei giudici belgi non si discosta dai principi generalmente riconosciuti del diritto internazionale in materia di immunità degli Stati e non può quindi essere considerato come una restrizione al diritto di accesso a un tribunale in quanto sproporzionato rispetto alle legittime finalità perseguite».