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La Svizzera resta tra i rari paesi dell’Europa occidentale che oggi mantengono la coscrizione obbligatoria. La proposta di abolire questo obbligo è stata spazzata via senza mezzi termini in votazione popolare domenica.
In tutti i 14 cantoni in cui lo spoglio dei voti è terminato, l’iniziativa popolare "Sì all’abolizione del servizio militare obbligatorio" è stata bocciata. È dunque già definitivamente condannata, poiché per essere approvata, come ogni modifica costituzionale, avrebbe necessitato del doppio sì del popolo e dei cantoni. In ogni caso, non si prevede che il testo abbia raccolto molti consensi popolari nei rimanenti cantoni. Le prime proiezioni dell’istituto gfs.bern per conto della Società svizzera di radiotelevisione (SSR) calcolano un risultato finale con un 27% di sì. Il margine di errore è del +/-2%.
Il testo che chiedeva un servizio militare e un servizio civile prestati da uomini e donne su base volontaria era stato promosso dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE), che giudicava anacronistico l’obbligo di leva.
Il GSsE indicava l’abbandono dell’arruolamento obbligatorio dopo la fine della guerra fredda da parte della stragrande maggioranza dei paesi che circondano la Svizzera, come la dimostrazione della sua inutilità dal profilo della sicurezza. Un obbligo superfluo che porta a un esercito sovradimensionato dai costi miliardari e che intralcia studi, carriere professionali e vita familiare degli uomini svizzeri in età di coscrizione, argomentava il GSsE. Opinioni condivise dai partiti di sinistra, che sostenevano l’iniziativa.
Tutte le altre formazioni politiche, così come il governo, invece, la combattevano. A loro avviso, con un arruolamento volontario, la Svizzera non avrebbe più la garanzia di disporre di sufficienti effettivi idonei per la sicurezza del paese. Concretamente ciò significherebbe la fine della milizia, denunciavano gli avversari dell’iniziativa, che paventavano il ricorso a un esercito di professionisti, dai costi incalcolabili.
Per gli oppositori dell’iniziativa, il sistema basato sul principio dei cittadini soldati resta irrinunciabile per la Svizzera. Un principio che anche la maggioranza dei cittadini elvetici considera un pilastro portante della nazione, era emerso dai sondaggi in vista del voto. Il risultato dello scrutinio di domenica lo ha inequivocabilmente confermato.
Il GSsE esce dunque nuovamente seccamente sconfitto. Nelle sue battaglie, dopo la sua prima iniziativa popolare, che chiedeva l’abolizione pura e semplice dell’esercito svizzero, non è più riuscito a superare la soglia di un terzo dei consensi. Quel testo nel novembre 1989, due settimane dopo la caduta del muro di Berlino, ottenne il sostegno del 35,6% dei votanti.
Sorpresa per la modifica della legge sul lavoro
Pure sconfitta la sinistra che sosteneva l'iniziativa del GSsE e che domenica ha perso anche un'altra battaglia: il referendum contro la modifica della Legge sul lavoro, per consentire ai negozi annessi alle stazioni di servizio lungo autostrade e principali assi stradali di impiegare personale 24 ore su 24 per la vendita di prodotti "che rispondono principalmente ai bisogni dei viaggiatori". Il cambiamento legislativo è stato approvato con il % dei voti.
Le dimensioni di questo risultato hanno sorpreso, poiché nei sondaggi durante la campagna per il voto, l'elettorato si era mostrato spaccato sulla questione.
Attualmente le stazioni di servizio autostradali e sui principali assi stradali sono autorizzate ad impiegare ininterrottamente personale per vendere carburante e servire caffè e spuntini, ma non per prodotti che non possano essere consumati sul posto: la vendita di questi ultimi è vietata la domenica e la notte tra la 01:00 e le 05:00. L’accesso agli scaffali e ai congelatori deve essere bloccato.
Una situazione considerata assurda dalla maggioranza parlamentare, composta di partiti di destra e di centro, che ha adottato la modifica legislativa. I fautori del cambiamento sottolineavano che in queste stazioni di servizio il personale è comunque presente per le vendite alle pompe di benzina, al bar e al chiosco. Non si tratterebbe dunque di prolungare l’orario di lavoro dei dipendenti, ma di permettere di vendere tutti i prodotti.
Di parere diverso i sindacati, i partiti di sinistra e associazioni legate alle Chiese che avevano impugnato il referendum: a loro avviso, la modifica legislativa sarebbe stata il primo passo in direzione della liberalizzazione generalizzata degli orari di apertura dei negozi. Ciò che farebbe cadere un pilastro fondamentale nella protezione dei salariati: il divieto di lavoro notturno e domenicale. Una tesi che non ha convinto la maggioranza dei votanti.
Legge sulle epidemie al passo con i tempi
Esame popolare superato domenica anche dalla revisione totale della Legge sulle epidemie (LEp), che ha ottenuto il % di sì. Approvata a stragrande maggioranza dal parlamento, la revisione comporta una ripartizione chiara dei compiti e un rafforzamento del ruolo strategico, di coordinamento e di controllo della Confederazione. La nuova LEp contempla anche un programma di lotta contro le malattie nosocomiali, ossia quelle contratte negli ospedali, che finora non disponeva di basi legali.
Un punto era però controverso: l’introduzione della possibilità per la Confederazione di rendere obbligatoria una vaccinazione "se c’è una situazione particolare" e dopo aver "sentito i cantoni". Finora solo i cantoni avevano questo diritto.
Gruppi di oppositori e critici delle vaccinazioni avevano lanciato con successo il referendum. A loro avviso, ci sarebbe il rischio di un aumento delle pressioni economiche – ossia dell’industria farmaceutica – affinché Berna dichiari obbligatorie delle vaccinazioni per le quali non vi sarebbero necessità epidemiologiche.
Un rischio minimizzato dai fautori della riforma, che in proposito ricordavano l’esistenza di meccanismi di controllo. Per i sostenitori della revisione, prevaleva la necessità di adeguare la legge, risalente al 1970, alle esigenze attuali della prevenzione, l’individuazione precoce, il controllo e la lotta contro le malattie trasmissibili. La diffusione di queste ultime è infatti cresciuta negli ultimi decenni a seguito delle trasformazioni delle condizioni di vita in una società globalizzata e dei mutamenti climatici.
Burqa in Ticino, carbone nei Grigioni
Oltre che sui tre temi a livello federale, in 12 cantoni l’elettorato domenica si è espresso su questioni di carattere regionale. Fra i temi in votazione c’erano in particolare due iniziative con i relativi controprogetti parlamentari: per il divieto di coprirsi il volto in luoghi pubblici in Ticino e per impedire società energetiche a partecipazione pubblica di investire in centrali a carbone nei Grigioni.
Entrambi i testi sottoposti al voto popolare in Ticino introdurrebbero il divieto di dissimulare o nascondere il viso nelle vie pubbliche e nei luoghi aperti al pubblico (ad eccezione dei luoghi di culto) o destinati ad offrire un servizio pubblico. L’iniziativa lo proponeva a livello costituzionale, il controprogetto parlamentare a livello di legge. Di fatto, nel cantone italofono non circolano quasi mai islamiche che indossano il burqa o il niqab. Ma i promotori dell’iniziativa sostenevano che occorre agire preventivamente.
Nel mirino dell’iniziativa grigionese c’era il piano della Repower – società controllata per il 58% dal Cantone – di costruire una centrale termoelettrica a carbone a Saline Joniche, in Calabria. Il controprogetto parlamentare non impedirebbe l'investimento nella centrale calabrese, ma chiede che in caso di investimenti in centrali a carbone siano decise misure per una "sostanziale riduzione" delle emissioni di CO2.Fine della finestrella
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