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Dicevamo che il Sol Levante, malgrado sia diverso culturalmente, si trova ad affrontare più o meno gli stessi nostri problemi, ovvero gestire l’invecchiamento della popolazione, la bassa natalità, la diminuzione della forza lavoro, la scarsa crescita dell’economia e le ultime due disgrazie recenti quali il Covid e l’Ucraina. Francamente anche in Giappone non sanno a quale Santo votarsi.
Mi ha molto colpito ieri una lettera al Direttore pubblicata sul Financial Times (FT) proprio sull’argomento Giappone. La scrive un giapponese ed è intitolata una forma dialettale apre una finestra sull’economia. Parla dei giovani e della sciagurata situazione in cui si trovano perché non vedono un futuro per loro. La società giapponese, sostiene, è diventata negli ultimi decenni più ingiusta allargando il divario tra poveri e ricchi e restringendo drammaticamente la classe media.
Scrive Takato Rintaro una delle frasi fatte diventata virale fra i giovani giapponesi che è oya-gocha (premesso che ai miei tempi sentivo “oya baka” che significa un po’ pazzo quando diventi per la prima volta genitore dopo i 50 anni).
Questa definizione, linguaggio, consiste di due parti: oya che significa parente/genitore e gocha capsula, nella quale si nasce. Si usa per indicare che la tua vita, il tuo destino è già scritto alla nascita o determinato da un genitore. La mia osservazione è che attualmente il divario tra quelli che stanno bene e gli altri è diventato così largo da rendere difficile per i giovani giapponesi salire la scala sociale.
Ciò è in forte contrasto, scrive il Takato, con la situazione degli anni ’70-’80 quando il detto era ichioku-so-churyv, 100 milioni di classe media, e cioè che 100 milioni di persone su 125 si definiva classe media e quindi soddisfatte del proprio stato.
Per meglio capire, c’è un dato che trae in inganno. Si dice che a 108 posti di lavoro offerti corrispondono 100 candidature, ma è un dato illusorio perché l’offerta è misera. È innegabile che ci sia del lavoro, ma gran parte delle proposte sono contratti parziali, lavori secondari e temporanei e magari a mille chilometri di distanza.
Secondo Takato la cattiva situazione e relativo assottigliarsi della classe media è anche all’origine della minore stamina giapponese e della scemata creatività rispetto al passato. Punto sul quale si può argomentare. Secondo l’antropologa Tsurumi Kasuko, si può discutere In merito alla creatività giapponese che ha definito essere”non pura”, ma “fusionistica”. Cioè i giapponesi creano basandosi sulle idee occidentali, e le sviluppano meglio degli altri.
Ma tornando al lettore dello FT, è innegabile che una società diventi ingiusta quando alla nascita il tuo destino è segnato. Così come, per strade diverse, nella società americana dove non c’è più un sistema di pari opportunità.
A proposito, perché gli USA hanno preso il dominio nei settori dove il Giappone dominava negli anni 70/80? Il passaggio dal momento in cui l’elettronica al consumo era il dominio del Sol Levante (walkman, TV, apparecchi elettronici, fotografici ) a quello del GAFA (acronimo di Google, Apple, Facebook, Amazon) che giustificazione ha? Più del fattore socio- economico, contano altre cose. Per esempio la chiusura della società giapponese agli stranieri, poi le università chiuse, complicate dal problema della lingua “fatta dal diavolo” come scrisse Francesco Saverio nel ‘500. In tre giorni che ho passato all’Università di Stanford ho sentito le lezioni di due Premi Nobel.
Guardare per credere il background dei grandi della Silicon Valley, dove sono gli americani? Molti dei grandi di successo sono venuti negli USA. Conosco bene Gerry Yang. La sua famiglia proviene da Taiwan. Gerry ha fondato Yahoo.
L’integrazione fra le Università di alto livello, l’inglese come lingua franca, il finanziamento start-up (Università-finanza-aperture al mondo, i Venture Capital, Private Equity e banche) hanno dato vita ad un’interazione unica al mondo. È qui che i giapponesi hanno perso la partita.
L’attuale Premier sembra determinato a combattere per una migliore redistribuzione dei redditi (aumenti salariali) per evitare che il divario fra chi ha e chi non ha si restringa per far sì che il futuro per i giovani – che da molte parti è sempre più definita “generazione miserabile”, non peggiori ulteriormente.
V.Volpi