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Settanta gli anni di vita di Niki Lauda, austriaco, figlio di un banchiere, convertito da subito alle corse, portato alla Ferrari da Clay Regazzoni che ne aveva apprezzato le doti durante il periodo in Brm e lo aveva segnalato a Enzo Ferrari, certo non immaginando di portarsi a casa il peggiore dei compagni di squadra, nonché avversario implacabile in pista.
Niki era veloce, serio, preparato e incredibilmente furbo e calcolatore. Ebbe con Ferrari rapporti difficili. Il Drake mai gli perdonò la decisione del ritiro sotto il diluvio del Fuji che costò il titolo mondiale a Maranello. Lui a sua volta non aveva accettato che la Rossa non avesse ammesso che nell’Inferno verde avesse ceduto una sospensione e fosse stata questa situazione a causarne l’impatto. Del resto, sull’asfalto era rimasta una strana strisciata di gomme non parallele a dimostrare che l’asse degli pneumatici subì un cambiamento.
Non si fece amare mai troppo e anche di recente, nel suo ruolo di presidente non esecutivo del team F1 della Mercedes-Benz, solo grazie alla sagacia e alla diplomazia del connazionale Toto Wolff era riuscito a rimanere in sella al ruolo, pur non essendo né amato né apprezzato a Stoccarda.
Certe sue esternazioni da uomo libero e parzialmente arrogante non erano apprezzate dalla casa della stella, ma ugualmente era di lui amabile la chiarezza delle risposte in una F1 spesso noiosa.
La sua avventura con la ‘Lauda Air’ dopo il ritiro finì con un fallimento della compagnia che poi, dopo alcuni anni di silenzio, aveva cercato di far ripartire con l’insegna della ‘Niki’. La sua passione, oltre ai motori, è stata sempre il volo. Fu infatti tra i primi piloti ad avere un jet personale.
Arrivò un giorno a Balocco per provare la Alfa Romeo di F1. Non c’era nessuno in giro, erano già anni difficili per il Biscione. Carlo Chiti lo voleva assolutamente. Lui entra e vede la sua monoposto con un cane che fa la pipì sul cerchione. Resta allibito, parla con l’ingegnere pistoiese, al quale chiede che team sia quello. Gli viene risposto di avere fiducia, che ogni additivo va bene, ai fini della vittoria.
Un giorno, ai tempi della sua permanenza alla Brabham, indossa per primo un cappellino di F1 con il marchio di un noto sponsor. I giornali lo fotografano. Lui manda la fattura allo sponsor per la pubblicità effettuata. Da allora – anche per nascondere la pelle del cranio devastata dalle bruciature – venderà sempre il cappellino che indosserà.
Lauda fu anche l’uomo che tornò a Monza ustionato e con le ferite ancora sanguinanti, pur di ricominciare a correre, quando tutti nel paddock lo davano per finito, o quantomeno costretto a una degenza molto più lunga. Lui in quella gara si classificò addirittura al quarto rango, a dimostrazione di una tempra non comune.
Fu spesso definito un calcolatore, un freddo, un raziocinante: non è facile dare opinioni definitive, ma Lauda fu certamente l’uomo che regalò dei Mondiali straordinari alla Ferrari. Seppe farsi pagare, per questo, e in generale mai lasciò il suo cuore a qualcuno o qualcosa.
Merzario, che lo estrasse dalla macchina in fiamme, non ricevette per lungo tempo nemmeno un grazie. Accadde però che, a un Gran Premio, Lauda capì l’errore commesso e portò al collega un Rolex d’oro in dono. Il mitico Arturo lo prese e lo lanciò oltre alla linea dei box con parole non esattamente cortesi.
Lauda non è sempre stato amato, è indubbio, ma resta un’icona della storia delle corse: veloce in prova, meticoloso nella messa a punto, veloce come pochi, lento sul bagnato che mai ha amato, capace di vincere, ritirarsi e poi tornare di nuovo campione.
Molte opinioni e storie dette o raccontate sul suo conto, ma da ieri, vi è da essere certi che lungo le strade del paradiso sfrecci veloce un austriaco che ha scritto pagine memorabili della Formula 1, senza mai lasciarsi conoscere davvero.