Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01287.jsonl.gz/1045

“Nel dossier “imprese e diritti umani” l’amministrazione federale si comporta come se si trattasse di un soggetto tabù”
Creare guadagni rispettando i diritti umani. Questi due aspetti possono convivere, ma non è sempre così. Dovrebbe però esserlo. In tutti i casi, secondo l’Iniziativa per multinazionali responsabili. L’economista e giornalista indipendente Markus Mugglin , nel suo libro, vuole fornire le basi necessarie per un dibattito che dovrebbe - finalmente- essere affrontato. In tutta trasparenza.
Descrivete la relazione tra Nestlé e le ONG, che è cambiata nel corso degli ultimi decenni. Al confronto si è aggiunta la collaborazione puntuale. Questo non porta a confusione in seno alle ONG?
Non è la mia impressione. Le ONG hanno capito che il conflitto ed il dialogo non si escludono reciprocamente. Sia le ONG che le imprese hanno dovuto passare un periodo di apprendimento prima di realizzare che confronto e collaborazione erano possibili. Ho osservato questo processo attraverso l’esempio del lavoro dei bambini nelle piantagioni di cacao. È un caso che fa scuola, secondo me. La pressione su Nestlé è iniziata nel 2001 da parte di ONG statunitensi. L’impresa ha allora promesso miglioramenti, ma la sua risposta è stata esitante. Il punto di svolta si è verificato in occasione dell’uscita di un film nel 2012, nel quale un rappresentante di Nestlé ha elogiato il regista danese per la sua presentazione molto critica della situazione nelle piantagioni di cacao nell’Africa occidentale. Da quel momento sono stati fatti alcuni progressi nella lotta contro il lavoro dei bambini.
Tra le multinazionali svizzere, Novartis negli ultimi anni ha avuto un ruolo di primo piano nella discussione sulla responsabilità delle imprese, grazie alla sua fondazione presieduta da Klaus M. Leisinger…
Leisinger è riuscito - al di là di Novartis - a far muovere qualcosa nel dibattito svizzero relativo alla imprese e ai diritti umani. Sono pertanto molto sorpreso di non trovare menzione dei diritti umani nei recenti rapporti di attività di Novartis. La “sostenibilità” vi viene trattata senza legami con i diritti umani.
Questo esempio non dimostra la fragilità dell’argomentazione delle imprese, che consiste nel volerci far credere che la Responsabilità Sociale delle Imprese (RSI) è ampiamente sufficiente?
La RSI è un concetto molto flessibile ma poco affidabile. Questa conclusione è ormai anche condivisa tra i teorici del management. La RSI permette alle imprese di prendere sul serio solo le richieste facilmente realizzabili. Se si mettono i diritti umani al centro, questo non è più possibile. Si dovrà d’ora in avanti avere le prove che i diritti umani siano rispettati, protetti e che gli strumenti di riparazione a eventuali violazioni dei diritti umani siano accessibili. Queste sono le esigenze delle Linee guida dell’ONU. È vero che non sono giuridicamente vincolanti, ma il “pick and choose”, permesso dall’ ”UN Global Compact” e molto apprezzato dalle imprese, diventa più difficile.
Il Consiglio federale ha adottato nel 2015 un documento che definisce la sua posizione in materia di RSI. A lei non sembra una cosa positiva?
La lettura del documento è frustrante. Si presta a confusione e non contiene né un “fil rouge” né un messaggio riconoscibile. Il Professore per gli affari bancari Urs Birchler l’ha riassunto con una frase nella NZZ: “La Confederazione non interviene nel dibattito come Stato che definisce regole chiare e vincolanti e si incarica dell’applicazione, ma come un mittente di aspettative diffuse”. Lo Stato dovrebbe fare chiarezza invece di seminare la confusione attraverso una lista di raccomandazioni poco chiare. Dovrebbe stabilire regole precise e il meno burocratiche possibile per garantire il rispetto dei diritti umani da parte delle imprese.
Le banche hanno - dolorosamente - scoperto che gli affari poco scrupolosi comportano rischi elevati, soprattutto per quanto riguarda la loro reputazione. Che importanza danno le multinazionali alla loro reputazione?
Sono stato sorpreso dalla chiarezza di una dichiarazione fatta in un rapporto d’attività dell’UBS. Sarebbe difficile porre rimedio ad un pregiudizio effettivamente subito dalla sua reputazione. Il percorso di guarigione sarebbe lento e i processi di questi ultimi anni avrebbero gravemente danneggiato la fama e i risultati finanziari della banca. Le imprese multinazionali sembrano aver realizzato il bene prezioso che rappresenta la loro reputazione.
Le banche mettono molto in primo piano la finanza sostenibile (sustainable finance): quando guardiamo le cifre da vicino, la realtà è deludente.
Questo è confermato nei rapporti d’attività. Le quantità amministrate dalle due grandi banche sotto forma di “beni gestiti secondo il principio di sostenibilità” sono aumentati in modo significativo in questi ultimi anni. La lettura dei rapporti d’attività rivela però che solo un’infima proporzione di questa fortuna è investita sulla base di criteri sociali e ambientali.
Gli Stati nei quali le multinazionali hanno la loro sede possono ugualmente subire un danno alla reputazione. Per quanto riguarda il commercio dell’oro, la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) tenta di rimediare a questo rischio attraverso la “Better Gold Initiative”. Questa iniziativa però concerne solo 700 kg, mentre sono circa 3’000 tonnellate d’oro quelle che transitano per la Svizzera, ossia il 70% del commercio mondiale. Non è un’iniziativa ridicolmente timida?
Questa differenza è lampante. Questo ancora di più alla luce del fatto che la Svizzera ha passato volontariamente sotto silenzio - per decenni - il suo ruolo sul mercato dell’oro. Ancora oggi, la provenienza di gran parte dell’oro importato e raffinato in Svizzera resta un vero mistero. La tracciabilità, quindi la possibilità di sapere da dove proviene e in che condizioni viene estratto l’oro svizzero, è in gran parte opaca. La “Better Gold Initiative” lo dimostra inoltre bene: una certificazione ha valore soltanto nella misura in cui l’insieme della catena di valore è trasparente.
Come spiegare la grande moderazione dell’amministrazione federale rispetto alla problematica dei diritti umani?
La mia impressione è che il “politicamente corretto” sia molto diffuso. Ho avuto questa sensazione anche nell’ambito del dibattito contro la speculazione sulle derrate alimentari. Sembra che non si voglia realmente conoscere la realtà. Ci sono soggetti tabù, come la questione delle imprese e dei diritti umani, sulle quali non ci si confronta apertamente. A questo si aggiunge la tendenza all’adattamento. Si aspetta che gli altri - quindi generalmente l’UE - abbiano definito la loro politica. Si spera forse, in questo modo, di sottrarsi a certe discussioni nell’ambito dell’economia e della società.
Le imprese possono assicurarsi i servizi di una moltitudine di lobbisti per influenzare i processi relativi ai comportamenti delle imprese nei confronti dei diritti umani. Le ONG hanno una qualche possibilità di successo malgrado i loro mezzi limitati?
Assolutamente sì. Non posso che ricordare il dibattito sulla giustizia fiscale. Questo dibattito è stato lanciato nel 2003 da una manciata di esperti che hanno allora creato la Tax Justice Network. Oggi le loro proposte sono riprese al più alto livello dall’OCSE. Ci sono molte competenze tecniche in seno al mondo delle ONG. Penso specialmente a BankTrack, a SOMO, ai Paesi Bassi, a Oxfam o a numerose ONG svizzere. La vera questione è piuttosto quella di sapere se la società civile è in grado di divulgare le numerose ricerche e i rapporti tra il pubblico. Naturalmente questo lavoro dovrebbe anche essere quello della stampa. Ma questa è un’altra storia che non ho affrontato, per mancanza di tempo.
Markus Mugglin, grazie mille per questa intervista.
Traduzione Daisy Degiorgi
(pubblicato su Dialoghi, dicembre 2016)