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Le paghe stellari esistono ancora
Era il 2011 quando la Gioventù socialista lanciava coraggiosamente l’iniziativa «1:12 per dei salari equi», con lo scopo di fissare nella Costituzione il principio secondo il quale nessuno nella stessa azienda può guadagnare in un mese meno di quanto guadagna il top manager in un anno. Quell’iniziativa raccolse subito numerose adesioni, tra cui quella convinta di Unia, e riempì il paese di bandiere rosse (nella foto). L’iniziativa fu sconfitta nettamente nel 2013, con la sola eccezione del Ticino, dove perse di un soffio, ma ebbe il merito di portare all’attenzione del grande pubblico un tema scabroso: le retribuzioni faraoniche dei manager operanti su suolo svizzero. Sempre nel 2013, il popolo svizzero approvava a larga maggioranza l’iniziativa «contro le retribuzioni abusive», che ha introdotto in Svizzera la regola secondo la quale le retribuzioni dei dirigenti di una società quotata in borsa devono essere votate dall’assemblea generale degli azionisti. La speranza dei molti sostenitori di quell’iniziativa era quella di ridurre significativamente le diseguaglianze tra dirigenti e dipendenti, anche se per ora le cose sono andate diversamente.
Lo studio Unia
Il sindacato Unia è impegnato dal 2005 a valutare annualmente le retribuzioni salariali nelle maggiori aziende elvetiche. Quest’anno le aziende esaminate sono state 39, 17 delle quali appartengono al gruppo dei 20 maggiori titoli quotati in borsa che compongono lo Swiss Market Index (Smi). Secondo lo studio, la forbice salariale media del 2017 si è ridotta del 14 % ma si attesta ancora su un rapporto molto elevato: 1:143. La differenza salariale più ampia è quella di Ubs (1:273), così come il salario più alto in assoluto: il Ceo Sergio Ermotti guadagna più di 14 milioni di Chf lordi all’anno. Il settore in cui ci sono più diseguaglianze è quello farmaceutico (1:213), seguito da quello assicurativo-bancario (1:195). La riduzione della forbice potrebbe essere valutata come una positiva inversione di tendenza, se non fosse che la diminuzione delle retribuzioni dei manager, in media del 3,4 %, è avvenuta a fronte di un calo del 24 % dei profitti medi delle aziende esaminate.
Una sola donna al comando
Tra i Ceo delle imprese esaminate, lo studio ha individuato soltanto una donna, ovvero Jasmin Staiblin, manager dell’Alpiq, che guadagna poco meno di 2 milioni di Chf all’anno. Le diseguaglianze tra uomini e donne ai piani altissimi dell’economia è quindi ancora più palese. Le donne, in particolare quelle migranti, sono spesso impiegate in settori poco redditizi, come quello della cura o del commercio al dettaglio. Per loro c’è poco spazio per mestieri considerati dalla vulgata come «tipicamente maschili». È anche questo che spiega la diseguaglianza salariale tra i generi che, secondo le rilevazioni della Confederazione del 2014, si attesta mediamente attorno al 18,1 %. Si tratta di un tema prioritario nell’agenda di Unia, che chiede da tempo controlli più efficienti sui livelli salariali e sanzioni per le aziende che operano secondo criteri discriminatori.
Lavorare per gli azionisti
La novità dello studio di quest’anno è la pubblicazione di dati relativi alla distribuzione del capitale. Come noto, una buona parte dei profitti e delle riserve di capitale finisce nelle tasche degli azionisti sotto forma di dividendi. Nel 2017, 1.421.880 impiegati/e, lavorando per circa 12,8 miliardi di ore, hanno generato un fatturato di 583 miliardi di Chf. Il 72,6 % della ricchezza generata è finita nelle loro tasche, mentre il resto in quelle degli azionisti. Questo vuol dire che, su otto ore, lavoratori e lavoratrici hanno lavorato ben due ore a solo beneficio dei possessori di capitale.