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Gene Tierney
Incominciano con uno di quei racconti, tanto frequenti a Hollywood, che segnano la nascita delle star e ne accompagnano la carriera. Sebbene fosse stata già notata da Anatole Litvak quando aveva solo 17 anni e, di rientro da una felice parantesi di studi all’estero (proprio in Svizzera, a Losanna), aveva colto l’invito di un cugino per visitare il set di un film di Hollywood, Gene Tierney seguendo il volere del padre lasciò cadere la proposta della Warner e incominciò con un palcoscenico più tradizionale, a Broadway. Mentre recitava in una pièce di successo, The Male Animal, pare che Darryl F. Zanuck abbia fatto la sua comparsa tra il pubblico e abbia detto ai suoi assistenti di segnarsi il nome dell’attrice. Si racconta poi che la stessa sera il potente capo della Fox si sia recato da Stork, un noto club, e lì, vedendo ballare una giovane bellissima, abbia detto: “Lasciate stare la Tierney, ingaggiamo quella lì!” La ballerina altro non era che Gene Tierney a cui venne subito proposto un contratto.
L’aneddoto viene riportato come segno dell’abilità da parte dell’attrice a indossare i panni dei diversi personaggi che il potente patron della Fox, cogliendo una nota esotica nel volto della giovane, le propose. A me il racconto pare rivelatore invece di un’altra caratteristica che Gene Tierney si porterà appresso come un dono. O un fardello. In lei la carica seduttiva è così potente che invalida ogni altro tentativo. Per quanto si sia sforzata, sottoponendosi a prove e sessioni di studio, l’attrice non verrà mai riconosciuta in virtù della sua tecnica recitativa, ma come un’indubitabile icona seduttiva, dove quel volto così singolare – e singolarmente bello – diventa un’arma e una prigione. A differenza di altre attrici (Gardner, Hayworth), Tierney non ha una presenza esuberante: il volto è segnato dagli zigomi alti che incorniciano due vividissimi occhi a mandorla, blu-verdi, mentre un enigmatico sorriso è rilanciato da un dente leggermente prominente – che da contratto non poteva essere corretto.
Tierney è emblema di una donna che proprio negli anni Quaranta il cinema cercherà di proporre. Una donna che cattura con lo sguardo e non con le parole, che induce l’uomo a diventare cacciatore. Una donna-immagine tanto sicura di sé quanto imprigionata nel suo ruolo. Elegante anche quando interpreta la figlia di un modesto tassista (Sui marciapiedi, Where the Sidewalk ends, 1951), fragile quando il suo status sociale è alto (Il segreto di una donna, Whirlpool, 1949), perfida come se la bellezza contenesse una sorta di dannazione (Femmina folle, Leave Her to Heaven, 1945).
Come in Vertigine (Laura, 1944), il suo film più giustamente famoso, Gene Tierney prima di essere attrice è un’immagine cristallizzata in un dipinto. Al riguardo vale forse la pena ricordare che Preminger, subentrato a Mamoulian, decise di cambiare il quadro, dipinto dalla moglie di Mamoulian, con una foto di Gene Tierney di Frank Polony, dipinta poi a mano. La potenza seduttrice del “finto-quadro” sarà così lampante da essere usato in almeno altre due produzioni della Fox.
C’è qualcosa della fotogenia del muto che vibra nel volto e nella presenza di Gene Tierney; non a caso, salvo felici eccezioni – come con il personaggio pieno di verve che le ha cucito addosso, a suon di rimproveri, Ernst Lubitsch in Heaven Can Wait, 1943 – lei stessa ha ridotto la gamma di espressioni, lasciando che siano gli sguardi degli altri a rivelare il suo potere. Come accade nella straordinaria collaborazione con Preminger, Tierney è un magnifico specchio che riflette le tensioni, i desideri, le paure degli uomini. La tentazione di usare la storia di Laura Hunt come chiave per leggere la sua parabola è forte. Diamante dalle mille sfaccettature, a cui hanno messo mano più persone che se ne arrogano il possesso, Tierney è simbolo di quell’elusione su cui il cinema classico americano ha costruito parte della sua fortuna. A partire dalla metà degli anni quaranta l’attrice – complice anche le disgrazie della vita privata – ha colto questa indicazione, finendo per incarnare i suoi personaggi con un distacco tra il malinconico e il fatalistico, diventando proprio come un dipinto, un bene che si può comprare ma non si può toccare, pena la sua distruzione.
Gene Tierney non interpreta i personaggi, li lascia vibrare dentro di sé, mettendo a reagire la pulizia e l’eleganza del suo volto con quel fondo oscuro che stava prendendo possesso della sua vita. Le varie love-story attribuitele, da quella con il futuro presidente Kennedy a quella con il figlio del Khan, hanno tutte un fallimento precoce come minimo comune denominatore. Come se qualcosa fin dall’inizio fosse destinato a non funzionare, quasi un’eco della vera tragedia che Tierney visse, quando la sua primogenita nacque con varie disfunzioni per via di una rosolia contratta – colmo della nemesi – da una sua fan così desiderosa di incontrarla da abbandonare la quarantena in cui era stata relegata.
E se all’epoca diversi critici hanno stigmatizzato la sua recitazione, oggi la sua presenza colpisce molto di più, tanto che basta un fotogramma a rendere quel suo volto indimenticabile. E’ una presenza che si adatta perfettamente al suo modo di stare sulla scena, con quello sguardo stupito, come colto di sorpresa e proteso verso l’’interlocutore. Oggi Tierney può essere considerata una delle attrici che Hollywood ha creato e dannato allo stesso tempo, insinuando che quella bellezza che le distingueva domandava una pena da contrappasso altrettanto singolare: il modo in cui ha dato forma ai suoi personaggi, sempre in secondo piano anche quando hanno il ruolo principale, le conferisce un fascino supplementare. Modello di un essere donna che oggi non esiste più.
Carlo Chatrian
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