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La “Lex Mercatoria” contro il diritto internazionale
Come le imprese transnazionali riescono ad imporsi sulle leggi dei singoli Stati, e come è possibile contrastarle
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Il processo di globalizzazione attuale si caratterizza per un preoccupante smantellamento dei diritti sociali, umani e del lavoro, oltre che per un degrado ambientale apparentemente inesorabile nel contesto di un sistema economico volto alla concorrenza sfrenata e alla ricerca del profitto a tutti i costi. Una situazione originata da un disegno ben preciso, attuato e mantenuto dalle élite politiche ed economiche dei paesi occidentali e dalle istituzioni economiche e finanziarie internazionali, con la complicità delle oligarchie dei paesi del Sud. In questo contesto, si assiste a un rafforzamento dello statuto politico ed economico-commerciale delle imprese transnazionali, i principali agenti di questo sistema.
Dagli anni 70 in poi, il sistema economico internazionale entra in una dinamica di metamorfosi del sistema capitalista keynesiano verso il neoliberismo, voluto e attuato dalle élites dominanti per ristabilire il loro potere sul lavoro dopo anni di “concessioni” nel periodo del dopo-guerra e dei cosiddetti “30 anni gloriosi”. Ed è precisamente in questo contesto che le imprese transnazionali vengono issate al rango di “motori dello sviluppo”, strappando così lo statuto di spina dorsale del nascente sistema capitalista neoliberale.
In questa prospettiva viene concepita una strategia economico-commerciale precisa, operata in particolare attraverso l’imposizione da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale) dei programmi di aggiustamento strutturale (PAS), ai danni dei paesi del terzo mondo, attanagliati negli anni 80-90 dalla crisi del loro debito pubblico. Nell’ambito di questi programmi, inizia l’era delle grandi privatizzazioni, la sistematica liberalizzazione e deregolamentazione dei sistemi economici e industriali nazionali con il fine di integrarli nel sistema commerciale mondiale; manovre implementate ufficialmente per rimborsare i debiti accumulati da questi paesi. In tal modo le imprese transnazionali si sono progressivamente imposte nei settori strategici dell’economia dei paesi indebitati.
In pratica, con i PAS, i paesi indebitati si vedono imporre condizioni durissime e sono costretti ad attuare tagli alla spesa pubblica, all’educazione, alla sanità, alla cultura. Inoltre devono mettere fine alle sovvenzioni all’agricoltura di sussistenza, e concedere la totale apertura delle loro economie alle imprese transnazionali. La “medicina” è servita. Peraltro, fin dall’inizio, le attività di queste imprese è caratterizzata da rilevanti violazioni dei diritti e delle legislazioni interne dei paesi.
L’ascesa di questa nuova architettura economica coincide con la “fusione” del centro di potere politico, aprendo a spazi dove governi, imprese, lobby e istituzioni finanziarie lavorano insieme per promuovere gli interessi delle élite globali. L’unificazione di queste forze si concretizza quindi principalmente nel potere delle imprese transnazionali.
Per affermare e proteggere l’egemonia del nuovo quadro neoliberale, si è reso necessario sviluppare un apparato giuridico-normativo, accompagnato da meccanismi coercitivi e vincolanti dei quali servirsi in caso di bisogno: un vero e proprio scudo di protezione giuridica al servizio del potere corporativo. Oggi, quest’apparato è noto come “Lex mercatoria” (1). Un nuovo sistema giuridico che sfida il carattere democratico e popolare del diritto internazionale e che di fatto prevale su quest’ultimo, e in particolare sul sistema dei diritti umani, del lavoro e sulle norme ambientali.
Il perno della Lex Mercatoria è senza dubbio il regime commerciale internazionale. Una moltitudine di accordi di libero scambio e di investimento (bilaterali, regionali o multilaterali) formano questo regime. Tali accordi hanno progressivamente smantellato e minato la supremazia giuridica delle regole nazionali e internazionali – seppur sancita dal diritto internazionale e dalla Carta delle Nazioni Unite – a favore delle norme commerciali imposte da questo nuovo quadro giuridico privato.
Una nuova supremazia giuridica che permette a questo sistema di diroccare la sovranità degli Stati. In effetti, mediante le clausole di questi accordi, viene per esempio concesso alle imprese private di attaccare gli Stati che decidono di adottare politiche economiche e/o sociali contrarie agli interessi delle imprese.
Più precisamente, nel quadro di questi accordi, le imprese beneficiano di vere e proprie disposizioni legali che concedono loro la possibilità di ricorrere a meccanismi di arbitraggio per le controversie tra investitori e Stati. In altre parole, si concede la facoltà di portare a giudizio uno Stato davanti a un tribunale di arbitraggio (ad esempio il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti, ICSID, organo della Banca Mondiale, oppure l’organo analogo presente nell’Organizzazione Mondiale del Commercio) ogniqualvolta queste vedono i propri interessi e diritti economico-commerciali messi in pericolo da una decisione o da una politica pubblica. Si possono osservare casi in cui degli Stati vengono imputati e costretti a pagare multe miliardarie per aver preso misure atte a migliorare le infrastrutture, le condizioni di lavoro, la protezione dell’ambiente, andando a intaccare gli interessi commerciali delle imprese, vale a dire i loro benefici privati e quelli dei loro azionisti.
L’aspetto pernicioso della questione è che il contrario non è contemplato dalla legge. Gli Stati non possono fare causa alle imprese per violazioni del diritto nazionale e internazionale o per crimini o violazioni dei diritti fondamentali dei loro popoli. In altre parole, gli Stati vengono privati della loro sovranità e allo stesso tempo si permette alle multinazionali di interferire nelle legislazioni nazionali e continuare a sviluppare le proprie attività nocive in tutta impunità (2). In altre parole, questa rete di accordi di libero scambio funziona come un sistema di “vasi comunicanti” che permettono alle politiche neoliberali di circolare e, soprattutto, di penetrare e imporsi nelle economie nazionali (3), integrando al contempo i paesi del Sud nel gioc(g)o della globalizzazione neoliberale.
L’elemento fondamentale degli accordi di libero scambio e investimento è la loro natura vincolante e coercitiva, necessaria al fine di assicurare la loro piena attuazione. Come sottolineato, oggi il diritto internazionale, così come i sistemi giuridici nazionali, sono subordinati a questi accordi. E nel caso in cui questi non vengano rispettati, si attuano meccanismi di coercizione politica: pressione, sanzioni economiche e diplomatiche, e, se necessario, colpi di Stato o interventi militari (cosiddetti “umanitari”).
Ecco la domanda preponderante e pervasiva nella situazione attuale. In realtà, la risposta è semplice: occorre ristabilire le gerarchie del diritto, come sancito dalla legge prestabilita e non da una legge imposta arbitrariamente dalle alte sfere.
Questo passa anche dalla creazione di nuove norme nazionali (4) ed internazionali volte a regolare le attività di entità che si ergono al di sopra della legge e che grazie alle loro strutture giuridico-amministrative complesse, e per natura transnazionali, riescono ad evadere e a surclassare i sistemi giuridici nazionali.
Tra le diverse iniziative e azioni, vale la pena soffermarsi su di un quanto accaduto nel giugno 2014: il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha adottato una risoluzione presentata dall’Ecuador e dal Sudafrica per creare un gruppo di lavoro intergovernativo incaricato di redigere uno strumento giuridicamente vincolante per regolare, nel quadro del diritto internazionale dei diritti umani, le attività delle società transnazionali. S`è trattato di una decisione storica, giunta dopo decenni di discussioni e tentativi infruttuosi d’inquadrare le attività di queste entità. È stato in gran parte il risultato della forte mobilitazione dei movimenti sociali e delle organizzazioni rappresentanti delle vittime dei soprusi delle multinazionali.
Questo processo costituisce una sfida ardua ed epocale dinanzi allo strapotere di questi giganti economici. Si è aperto in questo modo un nuovo fronte politico il quale, sommato alle varie lotte portate a livello locale e nazionale, può contribuire a creare le condizioni – ideologiche ma anche materiali e normative – necessarie a spronare la lotta contro l’impunità e per la giustizia. Non per niente le imprese transnazionali stanno mobilizzando tutte le loro armi (pressione politica sui paesi del Sud, ricatti, propaganda, mobilitazione di gruppi di lobbisti e avvocati) per sabotare questo processo di negoziazione ed evitarne la riuscita. Ma i movimenti e le organizzazioni impegnate in questa lotta non desistono, e continuano i loro sforzi contro le logiche perverse e predatrici del sistema dominante attuale.
Raffaele Morgantini è politologo
Nell’immagine, un trattato del 1754 sulla Lex mercatoria dell’epoca
Note:
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