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A inizio Novecento, in Francia, era facile imbattersi in cartoline postali che ritraevano dei mercanti di banane sorridenti e felici intenti a trasportare il prezioso frutto dalle Antille all’Europa. Con un paternalismo di stampo tipicamente coloniale, queste cartoline rafforzavano una visione rassicurante dell’indigeno primitivo ma anche, grazie ai sorrisi e alla ricostruzione ad hoc di idilliache scene ai tropici, offrivano conferma che l’impero coloniale francese stesse portando civiltà in quelle terre dimenticate da Dio.
Ciò che succedeva nelle colonie francesi succedeva, grosso modo, anche in quelle dell’impero britannico. La banana, d’un tratto, a inizio Novecento, fece irruzione nell’immaginario occidentale imponendo il suo bel carico di esotismo a buon mercato.
Una canzone cantata dai raccoglitori di banane in Giamaica, ad esempio, diventò un enorme successo internazionale a metà degli anni ‘50. L’ambientazione in questo caso è portuale. Siamo su uno dei tanti moli dove i braccianti di colore caricavano tonnellate di banane sulle navi che facevano rotta sul continente, svolgendo il lavoro prevalentemente di notte. “Come, mister tallyman, tally me banana / Daylight come and me wann go home”, ovvero: “vieni, signor contabile, fa’ il conto delle mie banane, che sta facendo giorno e io ho voglia di andare a casa”.
Un canto di lavoro, in verità. Banana Boat Song, che a metà degli anni ’50 impazzava nell’interpretazione di Harry Belafonte, era un canto di fatica dei braccianti giamaicani che in cambio di un po’ di rum e di paghe da fame stipavano le navi che avrebbero trasportato la frutta sul continente.
La banana aveva già spopolato a Parigi negli anni ’20 con la famigerata cintura di banane di Josephine Baker e divenne, per molti versi, l’emblema di certo esotismo di primo Novecento. Negli Stati Uniti nel luglio del 1923 fu pubblicata una canzone che ebbe un successo enorme, finendo addirittura citata nel romanzo Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald, in numerosi film e in non meno numerose serie televisive, dai Muppets ai Simpsons.
Si tratta di Yes! We Have No Bananas, composta da Frank Silver e Irving Cohn, una canzone che conoscerà molte interpretazioni nel corso degli anni ’20: Billy Jones, Billy Murray, Arthur Hall, Irving Kaufman. Persino Benny Goodman la registrerà con la sua orchestra, e così pure farà Spike Jones. “We have no bananas” diventerà, per ragioni difficilmente rintracciabili, una catch phrase, un tormentone di quegli anni.
Il commercio delle banane era ormai diventato un business che muoveva milioni. Un’azienda americana specializzata nel commercio di frutta, la United Fruit Company, negli anni ’40 promosse una campagna pubblicitaria che a sua volta fece epoca, e di cui serbiamo tutt’ora memoria, non fosse che per l’immagine della popolana con un casco di banane in testa e per il nome stesso della portatrice, Chiquita.
La banana Chiquita. Ancor oggi, entrando nei negozi, ci imbattiamo nella bella Chiquita che promuove un ipotetico certificato di garanzia della banana stessa. Un cascame esotico e coloniale che perdura. All’epoca, nei cinema americani, impazzava uno spot pubblicitario che promuoveva le banane Chiquita della United Fruit Company, e a cantare quel motivetto era stata chiamata Monica Lewis, una cantante forse un po’ esile sul piano vocale ma che si sarebbe provata anche al jazz. Alla storia passò però per questa canzoncina qua, Chiquita Banana.
Monica Lewis tesseva le lodi della banana offrendo anche l’avvertenza chiave per il consumatore americano del boom: puoi mangiarla nei modi più diversi, dentro un’insalata o in una torta, ma quello che non devi assolutamente fare, con la banana, è infilarla nel frigorifero (e si apprezzi la rima equator / refrigerator).
A inizio anni ‘40 nei film di Hollywood fece la sua apparizione una bellissima ragazza sudamericana agghindata di frutta esotica in ogni dove. Caschi di banane in testa, mango attorno ai fianchi, ai polsi, alle caviglie. La chiamarono, a un certo punto, “The lady in the tutti-frutti hat”, la signora col cappello tutti-frutti. Si trattava, beninteso, della brasiliana Carmen Miranda, attrice, cantante e ballerina che divenne, grazie alla sua avvenenza, alle sue movenze e al look esotico, uno dei fenomeni del musical e del cinema hollywoodiano degli anni ’40.
In Brasile non tutti la presero bene. Ci fu chi le contestò di essersi prestata al gioco e di aver svenduto il suo paese per qualche dollaro. Anni dopo Carmen Miranda cercò di recuperare la stima dei suoi connazionali rispondendo alle accuse con una bellissima canzone di un esotismo diversamente consapevole che fu poi ripresa, più tardi, anche da Caetano Veloso. Disseram que eu voltei americanizada, dicevano che mi ero americanizzata.
A inizio anni ’70, a Milano, un cantastorie d’origine siciliana, tale Franco Trincale, ebbe modo di farsi notare per le sue canzoni. Trincale è una figura che i milanesi conoscono bene. A inizio anni 2000 finirà addirittura al centro di una vicenda giudiziaria promossa nei suoi confronti da Silvio Berlusconi perché il Trincale, a dire di Berlusconi, lo diffamava pubblicamente con le sue canzoni di fronte al Duomo o in Piazza San Babila.
Prima d’allora, all’epoca della guerra in Vietnam, Trincale aveva inciso una canzone violentemente anti-americana dal titolo Banane e Coca Cola. Trincale, che era stato eletto "Trovatore d'Italia" per due anni consecutivi, 1967 e 1968, alla Sagra dei Cantastorie promossa dall'Associazione Italiana Cantastorie Ambulanti, definiva la sua proposta musicale “giornalismo cantato”, una sorta di aggiornamento della tradizione del cantastorie classico che lo accomunava ai Cantacronache. Non a caso la canzone Banane e Coca Cola fu promossa da Michele L. Straniero, che del progetto Cantacronache fu, con Sergio Liberovici, Fausto Amodei e altri, uno degli storici ideatori.
La cantante Jennifer Warnes una volta ha detto che il modo di cantare di Leonard Cohen è il luogo dove Dio, il sesso e la letteratura s’incontrano. Spirito, desiderio e cultura. Una specie di eden in cui molti perderebbero volentieri l’orientamento, e questo in parte spiega anche l’enormità dell’uscita.
Ogni uomo però, anche il più carismatico e affascinante, anche il più misteriosamente passionale e tenebroso, conosce momenti in cui appartenere al luogo dove Dio il sesso e la letteratura s’incontrano, non aiuta granché.
A metà degli anni Ottanta Jennifer Warnes pubblica un disco di canzoni di Leonard Cohen. Per anni è stata la sua corista, e per promuovere al meglio la sua carriera solista decide, all’esordio discografico, di interpretare le canzoni del suo ex datore di lavoro. Leonard Cohen sostiene il progetto, compone delle nuove canzoni, partecipa alle sedute d’incisione e presenzia alle riprese del videoclip destinato a lanciare l’album.
Il video viene girato in un magazzino di Los Angeles. Leonard Cohen si aggira fra la troupe quasi in incognito. È elegantissimo, un completo grigio carbone su una T-Shirt bianca, occhiali da sole, il capello corto, pettinato di fresco.
Proprio quando nessuno sembra badare a lui, una pubblicitaria, tale Sharon Weitz, scatta una fotografia che lo sorprende nell’atto di mangiare una banana. È una fotografia storica, che impressionerà profondamente Leonard Cohen, al punto da convincerlo a utilizzarla sulla copertina del disco I’m your man che uscirà nel 1988, e come immagine chiave del tour mondiale di quello stesso anno.
Per Cohen quella fotografia riusciva a cogliere qualcosa di profondo di sé e della natura umana. Sembrava dire: ecco un tale perfettamente a suo agio, con un bel vestito e l’aria di avere un’idea chiara di sé stesso e del mondo che lo circonda. Un quadro perfetto, non fosse per quella banana mangiata a metà che tiene in mano. Ciò che vide Cohen in quello scatto è in fondo il dilemma di ognuno di noi: quando siamo convinti di essere al meglio di noi stessi - il luogo dove Dio il sesso e la letteratura s’incontrano - c’è sempre qualcuno che ci sorprende nell’atto di mangiare una banana.