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Gli studi sulla fam. (nel significato attuale del termine, e non in quelli di gens romana, di lignaggio o di clan medievali) sono nati negli anni 1960-70 a partire da un doppio interrogativo. Il primo è stato provocato da quella che alcuni hanno definito la "crisi della fam.", caratterizzata dal calo della Nuzialità e della Fecondità rispetto al periodo tra le due guerre. Il secondo appartiene invece a una nuova disciplina, la Demografia storica, che grazie a una tecnica che permette di ricostituire le fam., ha chiarito il funzionamento della coppia e della fecondità, le strutture fam. e il ruolo dei figli al suo interno (Infanzia). Gli storici, quando le fonti lo hanno permesso, hanno dato ampia rispondenza a questo nuovo interesse; tra le ricerche più produttive, quelle sul legame tra fam. e protoindustria, città e mentalità.
Nel ME le condizioni di vita favorirono le comunità fam. (Familia, Comunità domestica, Parentela). Le nuove coppie formavano raramente un'unità abitativa autonoma; di solito l'abitazione era stabilita presso i parenti di uno dei due coniugi, rimanendo sotto l'autorità della generazione precedente. Il lavoro era svolto nell'interesse comune e per la salvaguardia del patrimonio. L'integrazione del genero o della nuora si realizzava pienamente solo con la nascita di un figlio.
Nell'età moderna, la solidarietà di lignaggio si indebolì. La dissoluzione del gruppo domestico a vantaggio della comunità degli sposi ha tradotto al tempo stesso un cambiamento di mentalità e una trasformazione delle abitudini di vita, che non sempre tuttavia ha avuto riscontro nelle norme giur. Significativa, in questo senso, è la scelta del regime matrimoniale: in alcune regioni l'unione coniugale aveva un peso minore della comunità fam. e la volontà di preservare l'integrità del matrimonio ha continuato a prevalere sul desiderio di associare la moglie alle acquisizioni comuni della coppia. La Svizzera ha conosciuto una grande varietà di regimi matrimoniali che riflettono bene le priorità poste dalla società: si andava dalla separazione dei patrimoni dei due coniugi alla comunione universale e al patrimonio comune. La priorità dei parenti rispetto al coniuge è riscontrabile nell'uso, sopravvissuto in certi cant. fino all'inizio del XIX sec., di riconoscere solo un diritto di successione molto limitato, se non addirittura nullo, al coniuge sopravvissuto se l'unione con il premorto durava da meno di un anno e un giorno e se da essa non erano nati figli.
Autrice/Autore: Anne-Lise Head-König / lor
Nel ME e durante l'ancien régime i rapporti all'interno della fam. erano caratterizzati dalla disuguaglianza: potere del padre, sottomissione e obbedienza della sposa, rispetto e obbedienza dei figli (Diritto del padre di famiglia). Gli attributi della potenza paterna erano molteplici e l'interesse della fam. prevaleva sempre sui desideri individuali. L'autorità del pater familias non ammetteva condivisione e altrettanto poco condivisa era la gestione del patrimonio fam.; ne conseguivano la dipendenza economica dei figli anche adulti e un potere di decisione importante sul loro avvenire. Era sempre il padre che doveva garantire l'onore della fam.: per assicurarsi il controllo dei suoi poteva dunque disporre di prerogative molto ampie, cui si aggiungeva un diritto di correzione che includeva anche il castigo fisico, ciò che spiega la tolleranza della società di allora nei confronti della violenza coniugale e fam. Questo diritto poteva comprendere, dove vi era libertà di testamento, l'esclusione di una parte dei beni dalla successione o addirittura la diseredazione totale (Diritto successorio). L'autorità paterna costituiva un importante ostacolo a una coesione stretta della fam., anche perché i doveri dei figli erano numerosi (vi era per esempio l'obbligo di assumersi la cura dei genitori anziani; Previdenza per la vecchiaia) e i diritti limitati (in numerose regioni sviz. era necessaria un'autorizzazione per sposarsi; Impedimenti matrimoniali).
Due fattori tuttavia contribuirono a modificare le relazioni fam.: la visione che i rif. ebbero del Matrimonio e delle sue finalità, e le trasformazioni che accompagnarono lo sviluppo dell'industria. I rif. immaginarono il matrimonio come una responsabilità condivisa tra coniugi e rivalutarono il ruolo della sposa, anche se la sua posizione legale rimase inferiore. Il capofam. doveva esercitare il suo ruolo con senso della giustizia e dalla sua autorità andava proscritta qualsiasi forma di tirannia. Queste preoccupazioni spiegano le misure adottate dalle autorità secolari a partire dalla seconda metà del XVI sec. per contenere l'arbitrio parentale e ridurre l'influenza dei genitori sulle scelte matrimoniali dei figli, e il relativo successo incontrato dalle mogli che denunciarono il marito violento presso i concistori prot. L'Industrializzazione delle campagne nel XVII e XVIII sec. creò nuove opportunità di lavoro che modificarono le relazioni fam. tra coniugi - la moglie contribuiva al reddito fam. - e tra genitori e figli. Per questi ultimi significò un'emancipazione di fatto dal potere parentale grazie a una maggiore indipendenza economica, emancipazione accentuata peraltro dalla mancanza di tempo a disposizione dei genitori per dedicarsi ai propri figli. Questo insieme di fattori spiega il moltiplicarsi, nelle regioni in via di industrializzazione, delle ingiunzioni pastorali che ricordavano ai figli non sposati l'obbligo di continuare a vivere presso il domicilio dei genitori, di versare loro il salario e di mantenerli quando invecchiavano e non erano più in grado di provvedere ai loro bisogni.
Autrice/Autore: Anne-Lise Head-König / lor
Nell'ancien régime il ciclo della vita fam. era caratterizzato da una grande instabilità e da molte incertezze. Le coppie avevano infatti un controllo solo parziale dei tempi di costituzione e delle dimensioni della fam. o della loro fecondità; la Mortalità poi modificava spesso la struttura fam., determinando la durata dell'unione coniugale ed eventuali nuove unioni. Parallelamente, le necessità economiche costringevano i membri della fam. a una dispersione precoce, con la sola eccezione della fam. protoindustriale. Nelle classi popolari, i genitori dovevano separarsi dai figli che prendevano servizio o cominciavano un apprendistato (a 13-15 anni) o che si arruolavano nel servizio straniero (dai 16 anni). I ragazzi della borghesia urbana completavano la loro educazione e formazione al di fuori della cerchia fam. In età adulta, la mobilità era una necessità quando i figli non avevano la possibilità di dare origine a una fam. e di riprodursi nel luogo di origine.
Autrice/Autore: Anne-Lise Head-König / lor
Anche in assenza di un Controllo delle nascite, le dimensioni della fam. potevano variare sensibilmente a seconda delle comunità e delle regioni. Le dimensioni della fam. erano determinate dall'età in cui ci si sposava - fattore che dipendeva a sua volta dalle occasioni di lavoro e di accesso alla terra -, dall'allattamento, dalla mortalità e dalle pratiche di coabitazione degli sposi. Quest'ultimo fattore spiega, almeno in parte, perché i contemporanei della protoindustrializzazione registrarono un aumento della fecondità: le nuove attività resero infatti possibile, nel XVIII sec., una maggiore sedentarizzazione della pop., soprattutto maschile. Gli uomini si assentavano meno dal domicilio coniugale, e questo si tradusse in un aumento delle nascite durante il matrimonio. La doppia influenza della mortalità sulla durata dell'unione e sulle speranze di vita della prima e della seconda infanzia contribuiscono a dare ragione delle disparità rilevate in questo ambito.
La congiuntura, le attività economiche, la confessione, l'ambiente (urbano o rurale) e l'appartenenza sociale esercitarono anch'essi un'influenza significativa sulle dimensioni della fam. La prima constatazione è che le fam. catt. rurali avevano spesso un numero di figli maggiore rispetto alle fam. prot., ma soprattutto contavano una proporzione maggiore di fam. numerose: una fam. catt. su cinque aveva più di dieci figli (22,5% a Näfels per le fam. formatesi tra 1731 e 1760, 21,6% a Triengen per il periodo tra 1786 e 1815), mentre nel mondo prot. la proporzione variava da una fam. su sei a una su 12 (12,7% a Vallorbe per il periodo tra 1639 e 1729, 13,3% a Mollis per il periodo tra 1731 e 1760). A età di matrimonio uguale, le fam. prot. dette complete (quelle cioè nelle quali la madre aveva raggiunto la menopausa) avevano sempre meno figli delle fam. catt. complete (6,1 figli per fam. per le donne sposate tra 20 e 24 anni a Langnau im Emmental per il periodo tra 1720 e 1763, contro 9,7 nella valle d'Orsera per il periodo tra 1701 e 1750).
La seconda constatazione è che la dimensione della fam. poteva dipendere dal valore economico rappresentato dai figli: ciò si verificava in particolare nel settore protoindustriale del tessile, dove i bambini venivano associati fin dalla più tenera età alla produzione fam. In questo caso per i genitori non vi era ragione di diminuire la propria discendenza. A età di matrimonio uguale, le fam. prot. dette complete di Glarona e di Appenzello, regioni precocemente industrializzate, avevano più figli di quelle dell'Emmental e del Giura, e registravano una minor percentuale di fam. di dimensioni ridotte (tra 0 e 4 figli).
La terza constatazione è che vi è una differenza enorme tra mondo rurale (cui si riferiscono tutte le cifre appena riportate) e mondo urbano. Le fam. della città di Lucerna avevano in media 4,5 figli alla fine del XVIII sec., quelle di Ginevra 3,7 nella seconda metà del XVIII sec. Quasi il 45% delle fam. lucernesi aveva tra 0 e 3 figli; questa proporzione salì al 54% per Ginevra nel periodo tra il 1745 e il 1772. Questo dato è l'espressione di un controllo della fecondità che si diffuse a partire dal XVII sec. e che riguarda anche la città di Zurigo. È lo specchio di una concezione diversa della fam., nella quale si tende a privilegiare l'educazione, la formazione e una gestione oculata del patrimonio, che cominciò a diffondersi a partire dagli strati superiori della pop. urbana.
Autrice/Autore: Anne-Lise Head-König / lor
Le trasformazioni che investirono l'universo fam. a partire dal XIX sec. si inseriscono nell'insieme di cambiamenti strutturali legati all'urbanizzazione e all'industrializzazione, e cioè essenzialmente l'aumento dei consumi, all'origine del calo della mortalità, il calo della mortalità infantile, all'origine del declino della fecondità, e la diminuzione delle attività agricole a favore di un'economia di mercato urbano-industriale, all'origine della divisione, della specializzazione e della monetarizzazione del lavoro. Ad essi si aggiungono l'aumento rapido dell'istruzione e del Lavoro femminile salariato, il miglioramento dello statuto della donna (Parità tra uomo e donna), la mobilità geografica. Confrontato a questi cambiamenti, il vecchio sistema fam. si disgregò: l'importanza della parentela diminuì, la fam. si ripiegò su sé stessa, il valore economico e sociale dei figli mutò e il matrimonio cominciò a ruotare maggiormente attorno alla coppia.
Si ha comunemente tendenza a identificare la fam. antica con la grande fam. che raccoglie più generazioni, inserita in un'ampia rete di legami di parentela: una cuginanza tanto più vasta quanto più numerosi sono i figli e ristretto il mercato matrimoniale. In realtà non era affatto così. Da una parte numerosi fattori (età al momento del matrimonio, rottura delle unioni, seconde nozze, pratica dell'allattamento, sterilità) limitavano il numero delle nascite per coppia; dall'altra la mortalità riduceva notevolmente il serbatoio dei parenti. Nel XIX sec. e fino al 1870, si contavano in media da quattro a cinque nascite per matrimonio, e la discendenza netta era, anche per effetto del celibato femminile, di quattro figli. Gli esempi di Bagnes (com. di montagna dove non vi era controllo delle nascite, catt.) e di Fleurier (com. orologiero dove vi era controllo delle nascite, prot.), regioni in tutto e per tutto differenti, mostrano che in entrambi i casi le fam. numerose erano divenute l'eccezione (6% avevano più di dieci figli, 0,6% 12 figli o più).
Quanto all'estensione del parentado sul quale la fam. poteva contare, in una soc. come quella rurale dove tutta l'organizzazione sociale - lavoro, alloggio, alleanze, solidarietà - era retta dai legami di parentela, uno studio che riguarda il com. ginevrino di Jussy attorno al 1800 mostra che la fam. ravvicinata (genitori e nonni, fratelli e sorelle con i rispettivi coniugi) comprendeva al momento del matrimonio dell'individuo studiato 5,6 persone, e la fam. allargata (zii e zie, nipoti, cugini e cugine germani con i rispettivi coniugi) 20 persone. Per i due terzi degli individui, la fam. ristretta era composta da quattro a otto persone, il 74% aveva alle sue nozze almeno uno dei genitori, il 38% entrambi. La fam. estesa poteva avere dimensioni maggiori e contare anche 67 persone. Nei due terzi dei casi però questo serbatoio di parenti comprendeva da tre a 25 persone, e in media vi erano solo una dozzina di cugini germani.
Una parentela ridotta, attorno a una cellula fam. stabile dove le generazioni si sovrapponevano in modo tale da garantire la trasmissione del patrimonio e la riproduzione sociale in maniera continuativa anche senza il ricorso a parenti collaterali: nulla a che vedere con l'immagine ricorrente dei legami di parentela all'interno della soc. contadina. Eppure, ieri come oggi, è proprio nel quadro della fam. ristretta che si concentrava l'essenziale delle funzioni di aiuto e di sostegno e degli scambi affettivi. A Jussy, genitori, nonni, fratelli e sorelle assumevano pienamente questo ruolo. La coesistenza durante 15 o 20 anni di due generazioni di adulti permetteva, quando necessario, di associare le forze lavoro. Tre quarti dei figli avevano ancora, al momento del loro matrimonio, un padre o una madre sui quali appoggiarsi almeno per qualche anno (in media 11 per i padri, 13 per le madri). I figli a loro volta erano abbastanza numerosi per fornire ai loro genitori anziani un aiuto domestico oppure per ripartirsi il compito di ospitarli.
Malgrado l'età matura degli sposi, il ruolo affettivo ed educativo dei nonni andava spesso oltre la prima infanzia, e investiva anche la socializzazione dei bambini più grandi, arrivando in media fino ai 12 anni. A dieci anni, il 19% dei bambini aveva ancora un nonno, un bambino su cinque una nonna, e il 30% almeno uno dei due.
L'attuale moltiplicazione di Divorzi e separazioni fa sì che un numero sempre crescente di bambini non viva più con entrambi i genitori biologici. Anche a Jussy (attorno al 1800), a 15 anni, un bambino su quattro (26,3%) non viveva con i due genitori: il 22,4% viveva in una fam. monoparentale, l'1,2% era orfano di padre e di madre e il 2,7% apparteneva a una fam. ricostituita. Ancora una volta, la situazione odierna è tutt'altro che nuova, anche se le sue cause sono differenti.
Come la fam. contadina tradizionale, anche il gruppo domestico della protoindustria rappresentava un'unità produttiva nella quale ogni forza valida ricopriva un ruolo preciso. L'industrializzazione delle campagne creò una solidarietà che unì i membri dell'economia domestica, separandoli al tempo stesso dal resto della collettività. Contrariamente alle fam. contadine che mettevano spesso i loro figli in servizio presso altre fam. - a Langnau im Emmental per esempio, nel XVIII sec. l'11% dei bambini di meno di 15 anni non viveva presso la sua fam. - il lavoro a domicilio permise di trattenerli a casa (Appalto di manodopera minorile). Questo modo di produzione rivoluzionò i ruoli sia all'interno della coppia sia nell'insieme dell'economia fam.: la ripartizione del lavoro tra i sessi non era più rispettata come nell'unità di produzione agricola. L'accesso delle donne a nuove fonti di reddito sviluppò nuove esigenze e aspettative rispetto alla vita coniugale; il figlio che guadagnava e contribuiva al proprio mantenimento divenne più indipendente, meno sottomesso ai genitori; la donna si emancipò dalla tutela matrimoniale. La fam. si sostituì progressivamente alla domus, alla comunità domestica, si privatizzò e rimise in discussione l'autorità patriarcale.
Autrice/Autore: Alfred Perrenoud / lor
Questi cambiamenti, che cominciarono a prender forma nella seconda metà del XVIII sec., furono strettamente legati al diffondersi delle idee sul diritto naturale e a una generale affermazione del sentimento che trovarono riflesso sia nelle fluttuazioni ricorrenti dei matrimoni, sia nella minor frequenza delle seconde nozze o nella diffusione dell'attività sessuale all'esterno del matrimonio. Fu attorno alla relazione madre-neonato che nell'Europa dei Lumi si sviluppò, a partire dal 1750, un nuovo discorso sulla fam. di cui Rousseau fu una delle voci più significative. Si trattò di un discorso dalla triplice valenza: economica, filosofica e medica. In un'Europa che i poteri pubblici vedevano minacciata dallo spopolamento, la presenza di un numero adeguato di esseri umani divenne una delle maggiori preoccupazioni. In questo contesto, la cura dei figli assunse una dimensione politica. Il figlio non era più considerato come un onere, ma come un investimento, un valore per il futuro, e tutto doveva essere fatto per assicurare a lui e soprattutto alla fam. piena capacità di sopravvivenza. Il discorso filosofico seguiva una logica analoga: bisognava agire sulla cellula base della società, valorizzare la fam., farla divenire il luogo di realizzazione dell'individuo. L'idea di felicità, così importante nella filosofia illuminista, unita a quella di uguaglianza e di libertà, doveva costituire il fondamento del matrimonio, e i figli il suo coronamento. La nuova filosofia esaltava la maternità, lo stato più desiderabile per una donna, e la responsabilità parentale, da cui dipendeva la felicità o l'infelicità dei figli. Che la donna allattasse e consacrasse tutto il suo tempo ai figli era considerato garanzia di felicità perché in armonia con le leggi della natura. Il discorso medico (Auguste Tissot, Avis au peuple sur sa santé, 1760; Jacques Balexert, Dissertation sur l'éducation physique des enfans [sic] depuis leur naissance jusqu'à l'âge de puberté, 1762) si inseriva con grande naturalezza in questo dibattito, dal momento che mettere al mondo, curare e mantenere un individuo era divenuto un compito prioritario dello Stato e della coppia. Questa ideologia si accompagnava a una riforma pedagogica che delegava alla fam. il compito di trasmettere le norme borghesi: moderazione in ogni ambito, controllo interiorizzato delle pulsioni, utilità sociale. Al centro del dispositivo borghese, la fam. si definiva così come lo spazio dell'ordine, garante di un forte modello normativo: in essa prendevano forma i valori indispensabili per l'affermazione dell'individuo, frutto di virtù morali trasmesse fin dall'infanzia.
La legislazione del XIX sec. fu fortemente segnata da questa nuova concezione della fam., nella quale l'uomo aveva un ruolo di protezione e di difesa e la donna di aiuto e di compagna. Questa subordinazione della donna veniva ricondotta, dai filosofi come dai medici, all'ordine naturale L'inferiorità naturale della donna sul piano della forza muscolare - la sua costituzione fisica - la destinava a un ruolo di servizio nei confronti dell'uomo e del bambino. Ancora negli anni 1960-70 Il libro del soldato, distribuito a tutte le reclute, diceva le stesse cose, ribadendo come la donna fosse prima di tutto la custode del focolare (Ruoli sessuali).
Nel 1881 il diritto fed. proclamò il principio dell'uguaglianza dei sessi in materia di capacità civile, senza emancipare però la donna che rimase sotto la tutela del marito, in particolare per quanto riguardava il diritto di disporre liberamente del proprio salario (Diritto matrimoniale), disposizione confermata nel 1900 da Eugen Huber nel suo commento all'avamprogetto di Codice civile.
Fino all'inizio del XX sec., tutte le pubblicazioni che si occuparono di fam. e di Igiene sottolinearono con forza le virtù del focolare domestico, vero e proprio "santuario" dove la donna, cui incombeva la responsabilità morale della fam., regnava sovrana. Va rilevato come questa insistenza sulla vocazione domestica della donna intervenne proprio nel momento in cui presero forma le rivendicazioni di emancipazione femminile (Femminismo) e le condizioni demografiche subirono i maggiori mutamenti. Dallo studio del Ciclo di vita della generazione di donne nate nel 1850 si ricava che sette ragazze su dieci avevano raggiunto l'età adulta al momento del matrimonio, che la prima unione veniva conclusa in media a 27,5 anni e che una donna su cinque rimaneva nubile. Ca. il 14% delle unioni era infeconda. Una donna aveva in media quattro figli. Dopo il matrimonio dei figli, alle madri restavano mediamente 18 anni da vivere. Queste donne consacravano tra i 15 e i 18 anni della loro esistenza a funzioni riproduttive o all'educazione dei figli, e durante altri 30 anni potevano occuparsi di attività senza legame con le funzioni materne. Il tempo libero aumentò notevolmente per le donne della generazione del 1900 (38 anni invece di 30), che potevano beneficiare di una speranza di vita di 25 anni al momento delle nozze dei figli. Più numerose anche le donne non sposate. Fu dunque proprio in questo momento che comparve l'esigenza di confinare la donna nella sua funzione materna: quando questa investiva ormai meno di un terzo della sua vita adulta e riguardava solo tre donne su quattro.
Autrice/Autore: Alfred Perrenoud / lor
La fam. non è sfuggita al movimento di frammentazione sociale e all'indebolimento delle istituzioni e dei legami di appartenenza che hanno investito le società occidentali negli ultimi 30 anni. Matrimoni in diminuzione, divorzi in crescita, comparsa di nuove forme di coabitazione, crollo della fecondità, maternità sempre più tardive, moltiplicazione delle nascite al di fuori del matrimonio e aumento dell'attività professionale delle madri di fam., studi che si protraggono e adolescenti che rimangono sempre più a lungo presso i genitori: tutti questi fenomeni testimoniano un cambiamento radicale nella formazione della coppia e nel funzionamento fam. Grazie ai mezzi di contraccezione, la donna ha assunto il pieno controllo sulla fecondità. Questo trasferimento di potere orienta sempre più verso una soc. matrilineare nella quale la relazione madre-figlio è dominante rispetto a quella paterna.
Il matrimonio ha perso il suo significato di atto fondatore della fam. ed appare sempre più come una semplice formalità, una tappa facoltativa nel percorso coniugale che può essere affrontata in qualsiasi momento e che si fonda unicamente sul comune accordo. Quando questo accordo viene a mancare, l'unione perde la sua ragione d'essere. La finalità dell'unione non è più la creazione di una fam. o la procreazione, ma la felicità individuale; le esigenze dell'amore sembrano ormai incompatibili con un'ingerenza da parte dello Stato.
Le riforme legislative legittimano le conseguenze di questo nuovo contesto. La legge sancisce l'uguaglianza dei coniugi; il divorzio non viene più sanzionato; non si fa più distinzione tra figli legittimi e illegittimi (Illegittimità) e malgrado il matrimonio rimanga, agli occhi del legislatore, la forma legale dell'unione tra uomo e donna, alcune disposizioni del Diritto di famiglia si applicano anche all'unione libera.
L'inchiesta sviz. sulla fam., condotta nel 1994-95 su un campione di donne e uomini nati tra il 1945 e il 1974, rende conto dell'evoluzione recente e della situazione attuale delle fam. e dei modi di vita fam. Malgrado gli sconvolgimenti che l'hanno toccata negli ultimi 30 anni, la fam. tradizionale resta ancora la norma: nei nuclei fam. con uno o più figli, l'88% degli uomini e delle donne è sposato, il 7,5% delle donne vive senza compagno, il 7,7% in una fam. ricostituita (uomini 8,4%). In totale, il 16% delle donne e il 18% degli uomini che vivono in coppia (con o senza figli) non sono sposati.
In media, più di nove persone su dieci hanno vissuto principalmente con i loro due genitori fino all'età di 15 anni, ma il 16% degli interrogati nati tra il 1970 e il 1974 ha assistito alla separazione dei genitori prima del compimento dei 20 anni, contro il 5% dei nati tra il 1945 e il 1949.
I figli lasciano il domicilio dei genitori sempre più tardi. Più del 60% delle donne nate prima del 1965 erano partite dalla casa paterna prima dei 20 anni, contro il 46% delle nate tra il 1970 e il 1974. Per gli uomini, le percentuali vanno dal 41% degli uomini nati tra il 1945 e il 1954, al 23% delle generazioni più recenti. Questo dato si spiega in parte con il prolungamento degli studi: un livello di formazione più elevato ritarda le partenze.
Se la propensione a vivere in coppia non è cambiata da una generazione all'altra, i comportamenti sono invece profondamente mutati. Nelle generazioni femminili del dopoguerra, il 73% delle prime unioni concluse prima dei 25 anni non era preceduto da alcun periodo di coabitazione. La proporzione è scesa al 21% per le generazioni dal 1965 al 1969. In 20 anni, il modello dominante della prima unione è passato dal matrimonio diretto all'unione consensuale. Il matrimonio resta tuttavia l'esito più frequente di queste unioni: il 67% degli uomini e il 70% delle donne hanno ufficializzato la loro prima unione; il 21% degli uomini e il 20% delle donne si sono separati, il resto era ancora, al tempo dell'inchiesta, nella categoria delle unioni non maritali.
Le unioni avviate al di fuori del matrimonio hanno una certa tendenza alla fragilità. Dopo 20 anni di vita comune, il 27,8% delle donne sposate tra il 1970 e il 1974 sono separate; la percentuale sale al 48,3% quando l'unione è iniziata con una coabitazione, mentre è solo del 14,1% se è stata direttamente sancita dal matrimonio. Per contro, le separazioni sono molto più numerose nei primi anni di unione. Grande importanza ha inoltre l'età al momento della formazione della coppia; il rischio di rottura è più elevato quando la donna è giovane. Tra le coppie che si sono formate tra il 1980 e il 1984, il 44% di quelle in cui la donna aveva meno di 23 anni sono separate dopo dieci anni, mentre la percentuale è del 16,5% se la donna aveva almeno 23 anni.
Il crollo della fecondità a partire dal 1964, con la media dei figli in calo da 2,7 a 1,5 ca. per donna dal 1978 in poi, è accompagnato da nascite in età sempre più tarda. Le donne che al momento dell'indagine avevano tra i 45 e i 49 anni avevano in media 1,8 bambini: 15,6% nessuno, 62,6% uno o due, 15,9% tre e 6% quattro o più.
Quando si interrogano le giovani donne che non hanno figli per sapere se desiderano averne, l'80% della fascia di età tra i 20 e i 29 anni risponde affermativamente, i due terzi ne desidera due, un quarto tre o più. Le donne tra i 25 e i 34 anni sono quelle con le aspettative più alte: 2,4 figli in media; in realtà, se la tendenza si conferma, la loro discendenza sarà probabilmente inferiore all'1,8 attuale (1,6-1,7 figli). Il 58% delle donne che non desiderano figli o che non ne vogliono più motiva la scelta con la difficoltà di svolgere in parallelo un'attività professionale. L'88% ca. delle donne tra i 30 e i 49 anni che non hanno figli è professionalmente attiva. Viceversa, a partire dalla nascita del primo figlio, le donne che lavorano sono poco numerose, soprattutto se sono giovani e se il figlio è piccolo.
Autrice/Autore: Alfred Perrenoud / lor
Un altro luogo comune da sfatare è quello dell'isolamento della fam. nucleare rispetto agli altri parenti. Un'inchiesta condotta nel 1991 nelle città di Neuchâtel e di La Chaux-de-Fonds presso 816 nuclei fam. composti da cinquantenni ha messo in risalto l'importanza dei legami di aiuto e di solidarietà all'interno della fam. Il primo dato, che smentisce i pregiudizi sulla fam. contemporanea, è la sorprendente prossimità di residenza: le coppie relativamente isolate dai parenti (senza alcun membro della fam. ristretta in un raggio di 30 km) sono estremamente rare (ca. una su dieci). In un caso su due, padri e madri abitano nella medesima città. L'assenza di un contatto almeno bimensile è rarissimo: tre su 100 per quanto riguarda i parenti della sposa, sette su 100 per quelli dello sposo. Tre coppie su quattro hanno relazioni (incontri o telefonate) almeno ogni 15 giorni con i loro genitori, e la percentuale sale all'84% per i genitori della sposa. La rete di solidarietà segue dunque principalmente una linea materna. A questa tendenza corrisponde una certa concentrazione dei contatti affettivi e strumentali attorno alle donne: sono loro a gestire la solidarietà, all'interno sia della loro fam. sia di quella del marito.
Le relazioni con i parenti non si limitano alla dimensione affettiva. Quasi tutte le fam. (91%) hanno avuto occasione di aiutare un parente in un determinato momento della loro esistenza. Questa solidarietà si manifesta in genere quando un particolare evento (malattia, inizio della vita di fam., lavoro) rompe l'equilibrio della vita quotidiana. L'importanza dell'aiuto fornito è la prova della vivacità delle reti fam. La massa di solidarietà non è insignificante: una fam. su due è intervenuta in maniera consistente, sia attraverso doni o prestiti in denaro, sia facendosi carico di servizi domestici. Una fam. su tre ha fornito un sostegno morale all'uno o all'altro membro del parentado per almeno un anno. Eppure, solo una fam. su dieci percepisce l'aiuto che è stata chiamata a fornire come "oneroso", sia in termini psicologici sia materiali. La quasi totalità delle persone interrogate (9 su 10) si dichiara felice di aver potuto così concretizzare il proprio spirito di fam., un quinto esprime sentimenti di fierezza. La fam. sviz. contemporanea è quindi tutt'altro che abbandonata a sé stessa: è invece al centro di una rete di incontri, affetto e solidarietà estremamente vivace. L'unica incognita è rappresentata dalle rotture e dalle ricomposizioni fam. che rischiano di compromettere la qualità dei rapporti con la fam. d'origine. Nel caso di un secondo matrimonio della sposa, si nota infatti un'importante diminuzione (un quarto in media) dei contatti con i parenti in linea ascendente e collaterale.
Autrice/Autore: Alfred Perrenoud / lor