Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01176.jsonl.gz/903

Le spese di viaggio di Barack Obama sarebbero costate «milioni di dollari» ai contribuenti stando a un tweet di Donald Trump del gennaio 2012. Oggi che questo accanito utente di Twitter è lui stesso presidente, ai contribuenti viene chiesto ancor di più. Non soltanto per le costose vacanze in famiglia dei Trump, ma anche per i soggiorni all’estero dei politici statunitensi. Ai cittadini americani il viaggio per il WEF costa almeno 3,6 milioni di dollari secondo la rivista online «Quartz», e questo nonostante Trump abbia deciso di non più recarsi a Davos.
L’annullamento della visita al WEF è dovuto allo shutdown dell’amministrazione federale. Donald Trump sta lottando per ottenere 5,7 miliardi di dollari per il muro che ha previsto di erigere al confine con il Messico e che aveva promesso ai suoi elettori durante la campagna per le presidenziali. I democratici, però, vogliono concedergli al massimo 1,3 miliardi per la protezione della frontiera. A causa delle incessanti discussioni al riguardo tra repubblicani e democratici, non è stato possibile approvare alcuni bilanci relativi all’amministrazione.
Il blocco delle attività ha colpito nove su quindici dipartimenti, agenzie statali e programmi finanziati dalla mano pubblica. Ciò significa che centinaia di migliaia di collaboratori sono stati costretti a prendere un congedo o a lavorare senza stipendio. Sebbene gli shutdown non siano rari, quello attuale sotto l’amministrazione Trump è il più lungo della storia del paese. Al momento non vi è soluzione in vista e Trump sta addirittura considerando l’ipotesi di dichiarare lo «stato di emergenza nazionale» per arrivare ai suoi fini. In tal caso sarebbe il primo presidente degli Stati Uniti dalla riforma della legge sugli stati di emergenza del 1976 a ricorrere a questa scappatoia per raggiungere uno scopo del genere.
Gli shutdown nuocciono all’economia per vari aspetti. Nel 2013 un simile blocco durato sedici giorni aveva procurato un danno di 24 miliardi di dollari all’economia secondo i dati dell’agenzia di rating Standard & Poor’s. Quell’anno, inoltre, la crescita del prodotto interno lordo si era ridotta di 0,2-0,6 punti percentuali. Oggi si dibatte sui costi dello shutdown attuale, divenuto il più lungo della storia. Secondo alcune voci essi supererebbero già i 5,7 miliardi di dollari che Trump ha chiesto al Congresso.
L’economia statunitense teme Trump anche per altre ragioni. Il presidente sta facendo uso dello strumento delle sanzioni più di tutti i suoi predecessori. Migliaia di imprese e di privati sono per esempio elencati nella Specially Designated Nationals And Blocked Persons List, che vieta ai cittadini americani di fare affari con loro.
Un altro mezzo che Trump ama usare per fare pressione sono le sovrattasse doganali, che qualcuno ha già cominciato a chiamare «tariffe Trump». Con l’intento di rafforzare l’economia nazionale, il presidente ha deciso di applicare dazi esorbitanti su vari beni d’importazione, in particolare quelli in provenienza dalla Cina. Gli USA importano ogni anno dalla Cina prodotti per un valore di oltre 500 miliardi di dollari e quasi la metà di questi beni è ora soggetta ai nuovi dazi. I cinesi hanno risposto per le rime, prelevando per esempio una tassa punitiva del 40% sulle automobili americane.
Non è affatto certo che la strategia dei dazi di Trump funzioni. Stando a un sondaggio della Reuters, per la maggior parte degli economisti le conseguenze negative superano gli eventuali benefici. A farne le spese è soprattutto l’industria automobilistica. Mary Barra della General Motors si è già lamentata per costi supplementari di oltre un miliardo di dollari. A fine settembre 2018 Jim Hackett della Ford ha a sua volta annunciato una perdita di profitti di un miliardo, mentre la BMW prevede una perdita di fatturato di 300 milioni per l’anno appena trascorso.