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Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un oscuro ufficiale americano, Luther Gulick scrisse un libro, in cui fra le altre cose, poneva a confronto le capacità belliche delle potenze che si erano appena affrontate in quel terribile conflitto. Da una parte le democrazie (Inghilterra, USA, Francia), dall’altra le dittature (Germania, Italia, Giappone, Russia).
L’analisi di Gulick non era certo tenera con le democrazie: esse sono lente nelle risposte, indecise, divise da lotte politiche. Le dittature invece non dipendevano dall’opinione pubblica; un unico leader poteva decidere in pochi minuti di una guerra o di una pace, di un attacco o una ritirata, e una gerarchia efficiente eseguiva gli ordini, senza nemmeno osare pensare se fossero corretti.
La partita sembra senza storia. Eppure, come tutti sappiamo, le democrazie hanno vinto. E come hanno mostrato altri studiosi anche recentemente (per es. Luigi Bonanate), le democrazie non scatenano mai le guerre, ma poi le vincono sempre! Un bel paradosso che si spiega con il fatto che in democrazia, le decisioni del vertice vengono regolarmente passate al setaccio e criticate dalla base, e se la base non è soddisfatta del vertice lo può cambiare.
In altre parole, il segreto sta nella pluralità di idee e di opinioni, e nella possibilità di criticare i capi e le loro decisioni. Si passa dalla decisione di uno (o di pochissimi) alla decisioni di molti (o di moltissimi). La cosa interessante è che – sul lungo termine - le decisioni dei molti sono quasi sempre migliori delle decisioni di un leader solo. E questo vale ovviamente anche nelle organizzazioni, per cui vale la pena fare qualche riflessione su chi ha veramente il potere decisionale, e su quanta “democrazia” sia utile implementare nella nostra organizzazione.