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Durante l'età del Ferro, la maggior parte del territorio della Svizzera odierna era occupato dai Celti. I nomi dei popoli che lo abitavano verso la fine di quel periodo ci sono noti. Ad eccezione dei Reti in alcune valli grigionesi, tutti - Elvezi, Allobrogi, Raurici, Leponti, Uberi, Seduni, Veragri, Nantuati - appartenevano al grande complesso dei popoli celtici dell'Europa a clima temperato, accomunati dalla lingua, dalla storia e dalla cultura.
I Celti (Keltoí) vennero menz. per la prima volta nel V sec. a.C. da autori greci, Ecateo di Mileto e poi, soprattutto, Erodoto: "L'Istro [il Danubio] nasce nella terra dei Celti nei pressi della città di Pyrene e attraversa l'Europa dividendola in due". I Celti furono così i primi ab. dell'Europa protostorica a nord delle Alpi a essere sottratti all'anonimato. Più tardi, in fonti greche del III sec. a.C., si fa riferimento a Celti, chiamati Galati, che minacciarono il santuario di Apollo a Delfi nel 279 a.C. prima di insediarsi in Asia Minore. In lat. il termine Galli designava gli ab. di un territorio ben preciso, la Gallia Cisalpina e quella Transalpina, ed era affiancato dal nome di Celtae, che tuttavia aveva un significato più ampio. Le fonti greche antiche (II-I sec. a.C.) fanno ripetuti riferimenti a Celti (in particolare, quando questi ricoprivano il ruolo di mercenari): tali menz. sono frequenti spec. negli storici greci Polibio, Posidonio e Diodoro Siculo. Gli autori lat., in primo luogo Giulio Cesare nel suo De bello gallico (58-51 a.C.) ma anche Tito Livio, Tacito e Claudio Tolomeo, hanno fornito fra il I e il II sec. a.C. informazioni essenziali sui Celti e sui Galli, da sottoporre tuttavia a una lettura critica, che consideri le omissioni e deformazioni della realtà storica in esse contenute. Anche la letteratura celtica insulare, medievale e moderna (in particolare i testi in vecchio irlandese redatti a partire dal VII sec. e conservati in manoscritti della fine dell'XI e dell'inizio del XII sec.) fornisce informazioni utili sulla società celtica in generale, nonostante il forte divario temporale che la separa dai fatti narrati.
Le lingue celtiche appartengono alla fam. delle lingue indoeuropee, di cui costituiscono una delle diramazioni occidentali. Sebbene queste lingue siano tuttora in uso nel mondo insulare (Isole britanniche) e peninsulare (Armorica, poi Bretagna), i diversi dialetti continentali (il gallico propriamente detto in Francia, Belgio, Svizzera e nella pianura padana; il celtibero nell'altopiano di Castiglia in Spagna; il lepontico scritto in alfabeto etrusco nella regione dei laghi dell'Italia settentrionale e nel Ticino) sono progressivamente scomparsi nel corso dei primi sec. del primo millennio della nostra era. Le poche iscrizioni pervenute, per lo più seriori e spesso sotto forma di trascrizioni dal celtico al greco, al lat. o nelle lingue germaniche, forniscono essenzialmente nomi di persone o di popoli. In questo contesto si rivelano particolarmente utili le legende monetali degli ultimi due sec. prima della nostra era. Informazioni importanti vengono trasmesse anche dai toponimi, sebbene sia spesso difficile una loro datazione e localizzazione geografica precisa. Il loro confronto con i dati archeologici permette ulteriori conferme, come nel caso del suffisso -dunum, -dunon oppure -durum, che significa grosso modo "fortezza, recinto": Eburodunum (Yverdon-les-Bains), Salodurum (Soletta), Vitudurum (Winterthur), ecc. Vanno inoltre tenute presenti le tavolette che Cesare rinvenne nell'accampamento degli Elvezi dopo averli sconfitti nella battaglia di Bibracte, nella primavera del 58 a.C.: le tavolette recavano in caratteri greci i nomi delle decine di migliaia di partecipanti alla fallita emigrazione. Ovviamente, simili documenti eccezionali, riportati su supporti costituiti da materiale deperibile, non si sono conservati nel terreno. Oltre alle iscrizioni già menz. e a qualche graffito su ceramica, va segnalato il celebre marchio Korisios (nome del fabbro o del proprietario?) impresso, pure in caratteri greci, sulla spada di Port (ca. 100 a.C.). La più antica menz. riconducibile agli Elvezi risale alla fine del IV sec. a.C.: Eluveitie ("appartengo all'Elvezia"), scoperta a Mantova ma in caratteri etruschi.
Autrice/Autore: Gilbert Kaenel / gbp
Se i criteri linguistici della celtofonia (o perlomeno lo studio degli elementi sopravvissuti) o quelli storici, appena evocati, permettono di avvicinarsi a una prima definizione dei Celti, risulta evidente, d'altro canto, come sia impossibile fare riferimento ai criteri dell'antropologia fisica; è dunque soprattutto grazie all'archeologia e alle testimonianze della "cultura materiale" che si può tentare un approccio a questa nozione complessa (che sarebbe pericoloso e riduttivo voler semplificare in maniera arbitraria) di "celticità" delle pop. dell'Europa protostorica.
Nel 1871, durante un'escursione tenutasi in occasione del quinto congresso di antropologia e archeologia preistorica di Bologna, il francese Gabriel de Mortillet individuò la presenza di "Galli" a Marzabotto (Emilia-Romagna) attraverso il confronto tra le armi e i corredi funerari della necropoli it. (spade, punte di lancia in ferro e fibule di bronzo) e i reperti trovati nella Champagne (F); egli divenne in questo modo l'"inventore" dell'archeologia celtica. Con lui operarono in quell'occasione Edouard Desor, neocastellano, che alcuni anni prima aveva pubblicato una serie di annotazioni sul sito di La Tène, e Hans Hildebrand, danese, che nel 1874 propose per l'età del Ferro in Europa una terminologia tuttora in vigore, sebbene sia stata oggetto nel frattempo di numerose correzioni in particolar modo per quanto concerne la cronologia. Attualmente la periodizzazione (e relative equivalenze) su cui tutti concordano è la seguente: prima età del Ferro = periodo o cultura di Hallstatt, 800-480 a.C ca.; seconda età del Ferro = periodo o cultura di La Tène, 480-30 a.C. ca.
Mentre ancora in tempi recenti i Celti venivano associati di fatto e senza differenziazioni ai rappresentanti della civiltà (o cultura) di La Tène (viene spesso utilizzato, spec. in franc., il neologismo "lateniano"), attualmente si tende ad accentuare la differenziazione tra aspetto culturale e interpretazioni di carattere etnico. Nella letteratura appare inoltre la nozione di "Celti storici"; per quanto riduttiva, essa si rivela utile per definire i Celti di cui può essere seguita l'origine e la diffusione di cultura (quella di La Tène) in Europa, a partire dal V sec. a.C.
Autrice/Autore: Gilbert Kaenel / gbp
La domanda sull'origine dei Celti ha dato vita a dibattiti a volte tanto appassionnati quanto arbitrari, in qualche caso persino pericolosi sul piano ideologico (basti pensare agli impropri concetti di popolo e di nazione, senza parlare di quello di razza). Facendo riferimento a semplicistici modelli diffusionisti e "migrazionisti", si era propensi ad ascrivere l'insediamento celtico in Europa occidentale nell'età del Ferro a conquistatori giunti dall'est (senza tuttavia saperne meglio specificare la provenienza). La realtà è più complessa e diversificata. Se la civiltà di La Tène è senza dubbio celtica, lo stesso si deve supporre degli ab. dell'Europa hallstattiana. A quando risale dunque non solo l'affermazione del celtico, ma anche l'emersione della coscienza di appartenere alla medesima entità culturale nordalpina? Senza dubbio alla fine dell'età del Bronzo, quando nel settore occidentale dell'Europa si formò, a partire dal XII sec. a.C., il gruppo Reno-Svizzera-Francia orientale, ma forse già nel corso del secondo millennio a.C., nell'età del Bronzo medio o antico, o addirittura, come suggeriscono alcuni, alla fine del Neolitico: in effetti è verso la metà del terzo millennio a.C. che interviene una cesura importante nel continuum culturale. Essa si manifesta con la diffusione su scala europea della cultura del Bicchiere campaniforme, su un substrato a cordonature dell'Europa centrale, che potrebbe coincidere con l'affermarsi del celtico. Si è di fatto costretti a limitarsi a tali congetture.
Autrice/Autore: Gilbert Kaenel / gbp
Le considerazioni che seguono riguardano specificatamente i territori della Svizzera attuale e dei Paesi confinanti a partire dalla fine della civiltà di Hallstatt, con lo sviluppo del mondo hallstattiano occidentale (Westhallstattkreis, il cui sito più famoso è la Heuneburg nel Baden-Württemberg) e il modello delle residenze e tombe principesche (Fürstensitze, Fürstengräber) nella Germania meridionale, nell'Altopiano sviz. (Châtillon-sur-Glâne e l'Uetliberg) e nella Francia orientale. Il comprensorio del Westhallstattkreis comprende peraltro buona parte del gruppo Reno-Svizzera-Francia orientale del XII-IX sec. a.C. Sono attestate relazioni con il mondo mediterraneo, greco ed etrusco (ceramica attica, anfore vinarie della Provenza, vasellame in bronzo e recipienti eccezionali, come il celebre cratere di Vix in Borgogna oppure l'idria di Grächwil). Questi prodotti d'importazione, detti "di lusso", sono stati rinvenuti presso insediamenti fortificati disposti lungo le vie di comunicazione naturali e nelle sepolture sotto tumuli (Vix, Hochdorf nel Baden-Württemberg; in Svizzera Payerne, Grächwil ecc.); queste ultime, spesso di notevolissima ricchezza, vennero frequentemente saccheggiate già in epoca antica. La società hallstattiana appare dunque come un sistema fortemente gerarchizzato, risultante da un processo che conobbe un'importante accelerazione alla fine dell'età del Bronzo, e che si manifesta con l'affermazione di una classe privilegiata di cui testimoniano le sepolture. Questa classe di "principi" mantenne contatti con il Sud praticando scambi commerciali ed esercitò il proprio potere su di un territorio verosimilmente ben definito. Gli artigiani padroneggiavano perfettamente le tecniche di lavorazione del bronzo, segnatamente quelle legate alla fabbricazione di paioli, e svilupparono quelle relative al ferro, spec. nella fabbricazione di armi e di utensili. Si ebbe inoltre l'introduzione "rivoluzionaria" del tornio, utilizzato soprattutto per la lavorazione della ceramica. Molto poco si sa invece degli insediamenti, meno prestigiosi, della pop. agricola e delle sue sepolture.
In questo contesto di scambi di prodotti, di tecniche e di idee si svilupparono le prime manifestazioni della cultura di La Tène; la traccia più consistente è costituita dall'arte celtica, espressa per lo più in piccoli oggetti artigianali, soprattutto dei corredi (ma esistono anche statue di pietra di imponenti dimensioni nella Germania meridionale e in Borgogna). L'arte celtica occupa un ruolo di primaria importanza negli studi dedicati alla seconda età del Ferro: la sua evoluzione e i suoi rapporti con l'arte mediterranea e orientale (influenze, prestiti, adattamenti, trasformazioni) costituiscono infatti una delle caratteristiche più vigorose e originali della civiltà celtica. Il repertorio ornamentale, che associa motivi geometrici ripetitivi, elementi vegetali, umani, animali e astratti, è espressione di un linguaggio che offre letture spesso molteplici, e che indubbiamente fa riferimento a tematiche di carattere religioso; esse sfuggono tuttavia in gran parte alla nostra interpretazione, e queste prime rappresentazioni di divinità, con le loro caratteristiche, restano anonime. A questo riguardo, è emblematico il prestigioso tesoro d'oreficeria di Erstfeld; al di là di un'unità apparente si può in effetti intravedere la presenza di vari gruppi geografici.
I Celti dei primi sec. del periodo di La Tène sono noti principalmente attraverso i loro morti. Dopo le tombe "principesche" della Champagne e del Reno medio nel V sec. a.C. (LT A) e le fastose inumazioni sotto tumuli dell'epoca di Hallstatt, le sepolture in tombe piatte, raggruppate in necropoli di dimensioni variabili, costituiscono le principali fonti archeologiche su scala europea per quanto riguarda la seconda parte di La Tène antica e l'inizio di La Tène media (LT B e C1), ossia il IV e III sec. a.C. La Svizzera ha un posto di primo piano nella ricerca grazie alle necropoli di Münsingen-Rain, Saint-Sulpice (VD), Vevey e Andelfingen, tutte oggetto di scavi fra la fine del XIX e l'inizio del XX sec. Le sepolture, oltre agli elementi per lo studio tipologico e cronologico dei corredi, delle armi o delle offerte, forniscono informazioni sull'organizzazione della società in tutte le realtà del mondo celtico, con l'eccezione degli abitati rurali, che in Svizzera rimangono spesso poco studiati e quasi sconosciuti. Gli artigiani raggiunsero l'apice della loro arte: gli ornamenti in bronzo, spec. le fibule, presentano cesellature e rifiniture che presuppongono un'abilità consumata, così come alcune armi, in particolare caschi adornati con ricche incrostazioni d'oro e di corallo. I guerrieri ebbero un ruolo di primo piano dal profilo sociale; in alcune regioni le sepolture dei capi militari sono dotate anche di un carro da combattimento a due ruote. La maggior parte dei resti umani rinvenuta nei cimiteri (uomini con la spada, e quindi liberi, o donne i cui corredi, rigidamente differenziati, testimoniano di vari gradi di ricchezza) non permette tuttavia di parlare di una società fortemente gerarchizzata come quella del VI e V sec. a.C. Durante questo periodo di espansione della loro civiltà, i Celti occupavano in Europa un vasto territorio, compreso fra la Penisola iberica e le Isole britanniche, lungo la costa atlantica, a ovest, i Carpazi a est, la pianura del nord della Germania e della Polonia, l'Italia settentrionale e il bacino danubiano fino alla gola delle Porte di Ferro a sud e sud est. Tuttavia, essi non costituirono mai una unità politica vera e propria. In tutte le regioni toccate dai loro insediamenti, e in particolare nelle zone periferiche, i Celti si mescolarono con pop. non celtiche e non celtofone; ciò ebbe ripercussioni in una certa misura nella loro cultura materiale, con dinamiche di assimilazione reciproca difficili da valutare e da seguire da una generazione all'altra. Molto probabilmente la Svizzera attuale, autentico crocevia fra il mondo celtico occidentale, la Gallia Cisalpina e l'Europa centrale, partecipò attivamente a tutti questi eventi e a questa mescolanza di popoli. Le particolarità tecniche e stilistiche di certi ornamenti sembrano confermare la presenza di Celti dell'Altopiano sviz. nell'Italia settentrionale. Allo stesso modo l'intensità delle relazioni fra la parte occidentale dell'Altopiano sviz. e la Boemia e la Slovacchia suggerisce possibili movimenti di singoli individui o gruppi di persone verso la fine del IV sec. a.C.; i collari a borchie della Svizzera settentrionale e dell'alto Reno sono forse rivelatori di spostamenti, perlomeno di donne, in direzione della regione ungherese verso il 300 a.C. Va infine menz. il leggendario episodio, di difficile datazione, tramandato da Plinio il Vecchio verso la fine del I sec. a.C.: Helico, appartenente alla tribù degli Elvezi (coincidenza significativa), avrebbe riportato da un viaggio in Italia fichi, uva secca, olio e vino; in tal modo avrebbe indotto i suoi a passare le Alpi e invadere la penisola italica. L'iscrizione Eluveitie, già evocata, dimostra in ogni caso la presenza di Elvezi a Mantova attorno al 300 a.C.
Alcuni eventi storici che illustrano questa fase di espansione e di spedizioni belliche sono ben conosciuti, poiché colpirono l'immaginazione degli antichi che poi li trasmisero: dapprima l'invasione celtica del IV sec. nell'Italia settentrionale, che si concluse verso il 390/386 a.C. con la presa di Roma (episodio delle oche del Campidoglio) presumibilmente ad opera di Sènoni, che in seguito si stabilirono sulla costa adriatica (non esistono comunque prove che permettano di associare questo popolo ai Sènoni stanziati nella regione di Sens all'epoca della Guerra gallica; lo stesso dubbio sussiste per gli altri popoli della regione Cisalpina: Lingoni, Boi, Cenòmani e Insubri). Altre spedizioni celtiche si diressero verso est, invadendo i Balcani. Secondo Tito Livio, che già collocava attorno al 600 a.C. ca. l'arrivo dei Celti in Italia, questo spostamento avvenne nel V sec.; gli studi archeologici delle necropoli della Slovacchia e dell'Ungheria sembrano confermare le sue affermazioni. Ma è nel corso del IV sec. che la penetrazione lungo l'asse danubiano assunse le dimensioni maggiori. Dei Celti si scontrarono con l'esercito ellenistico di Alessandro; respinti, si insediarono in Transilvania (Romania). Un'armata posta sotto il comando di Brenno invase la Macedonia nel 281/280 a.C., minacciando Delfi nel 279; nel 278, dopo una disfatta militare, parte delle truppe si stanziò in Asia Minore (l'antica Galazia, in Turchia); gli Scordisci si insediarono fra la Sava e il Danubio (nell'area dell'ex Iugoslavia); altri Celti furono respinti in Tracia (nella Bulgaria odierna) dove fondarono l'effimero regno di Tylis, scomparso alla fine del III sec. a.C. Parallelamente, la pressione di Roma verso nord cominciò a intensificarsi; i Celti della Gallia Cisalpina furono progressivamente sottomessi dopo il disastro della battaglia di Telamone in Etruria ( 225 a.C.). Una parte dei Boi, sconfitta nel 191 a.C., decise di valicare nuovamente le Alpi. L'espansione celtica, sia verso sud sia verso est, venne arrestata in modo definitivo.
Autrice/Autore: Gilbert Kaenel / gbp
È in questo contesto storico che si sviluppò nell'Europa nordalpina a clima temperato quella che viene convenzionalmente definita la "civiltà degli oppida" del II e I sec. a.C. (Oppidum). I Celti erano sottoposti alla crescente pressione militare ed economica di Roma, ma anche all'incalzare di pop. germaniche provenienti da nord. Il quadro storico presentava le seguenti coordinate: nell'Italia settentrionale, dopo la sconfitta dei Boi, la via Emilia (da Rimini a Piacenza) permise l'accesso alla Transpadana, che divenne romana nel corso del I sec. a.C.; la Spagna era occupata dai Romani, che conquistarono pure la parte meridionale della Gallia dal 125, creando una colonia a Narbona nel 118 a.C. e istituendo la provincia transalpina. La provincia narbonensis (Gallia Narbonensis) comprendeva la valle del Rodano fino a Ginevra, territorio degli Allobrogi. Attorno al 115 a.C. era in pieno svolgimento la migrazione dei Cimbri, popolo germanico giunto dall'Europa settentrionale (dalla Danimarca), così come quella degli Ambroni. I Cimbri si scontrarono con i Celti (dei Boi) nella Boemia del sud, in Slovacchia e in Baviera, poi nel Norico (in Stiria) dove sconfissero l'esercito romano. Si diressero quindi verso la Gallia, coinvolgendo nella loro migrazione altri popoli germanici e celtici, segnatamente i Teutoni e i Tigurini (che erano Elvezi). La loro epopea finì nel sangue: i Volci Tettòsagi (Celti della regione di Tolosa che li avevano aiutati) furono sconfitti nel 106, gli Ambroni e i Teutoni vennero annientati da Mario nelle vicinanze di Aix-en-Provence nel 102, i Cimbri a Vercelli nel 101 a.C.
Nel celebre episodio della battaglia di Agen (107 a.C.) emerse la figura di un condottiero tigurino, Divico. Si tratta di fatto del primo avvenimento storico in cui compaiono degli Elvezi, in questo caso dei Tigurini, che si ritiene fossero insediati nell'Altopiano sviz. e scampati alla disfatta ripiegando tempestivamente verso nord. I ritrovamenti archeologici della fine della seconda età del Ferro, nel II e I sec. a.C. (LT C2-LT D), presentano sostanziali cambiamenti rispetto al precedente periodo dell'espansione celtica: le grandi necropoli vennero progressivamente abbandonate nel corso di La Tène media, le sepolture divennero rare e generalmente dotate di uno scarso corredo; nella seconda metà del II sec. a.C. si diffuse inoltre nell'Altopiano sviz. la pratica dell'incinerazione (nel mondo celtico il rapporto inumazione-incinerazione evolve in modo specifico da una regione all'altra, con variazioni anche nel tempo). A parte il caso della necropoli a inumazione della Gasfabrik a Basilea, il biritualismo è diffuso (come a Berna Engehalbinsel o a Losanna-Vidy) su tutto l'Altopiano sviz. e può ora essere uniformemente definito come elvetico senza timore di incorrere in anacronismi. Nelle Alpi, l'inumazione persiste fino all'epoca romana.
I reperti archeologici provengono quasi totalmente dagli abitati, spec. dagli oppida; i corredi domestici si (ri)affermano rispetto a quelli funerari. Gli oppida, prime "città" protostoriche (se non si tiene conto dell'effimera Heuneburg), si svilupparono in tutto il mondo celtico. Non si tratta di una semplice reazione alla pressione di Roma (e dei Germani): il fenomeno risulta piuttosto da una profonda mutazione interna della società celtica, avviatasi fin dal III sec. a.C. e che va senza dubbio messa in relazione con il modello urbano che i Celti avevano conosciuto e imparato a praticare spec. nella Gallia Cisalpina. L'introduzione della moneta costituì una delle più rilevanti mutazioni economiche. Le prime monete celtiche si ispirano agli stateri d'oro di Filippo II di Macedonia (359-336 a.C.); si ritiene che tale scelta vada messa in relazione con l'attività mercenaria. Dopo la metà del III sec. a.C. si ritrovano inoltre delle monete nelle sepolture celtiche (per lo più di donne) a nord delle Alpi. La monetazione in argento di Marsiglia fu oggetto di numerose imitazioni, spec. nella Gallia Cisalpina; è tuttavia nel corso del II sec. a.C. che si instaurò una vera e propria circolazione monetaria, che si diversificherà rapidamente con la coniazione di monete portanti i nomi delle città. Gli oppida ebbero una funzione importante quali centri di emissione. L'allineamento monetario dei tre potenti popoli della Gallia dell'est (Lingoni, Sequani, Edui e forse Elvezi) al denaro argenteo romano alla fine del II sec. a.C. segnò una svolta radicale in questo processo, in particolare negli scambi commerciali con Roma. Gli oppida, situati in generale in luoghi sopraelevati lungo le vie commerciali e nelle vicinanze dei giacimenti di materie prime, videro svilupparsi tutte le attività artigianali, in particolare quelle degli specialisti delle varie corporazioni di mestiere; furono inoltre sede di mercato e, dal momento che vi risiedevano i nobili, centri regionali sul piano amministrativo, politico e religioso. La società celtica descritta da Cesare era dominata da un'oligarchia; basata su un regime aristocratico, era caratterizzata da una forte disuguaglianza e dalla preminenza di alcune potenti figure (sono noti capi quali Dumnorige fra gli Edui e Vercingetorige fra gli Arverni). I druidi, depositari della tradizione orale, della scienza e dell'educazione, ebbero un ruolo prestigioso in ambito religioso e giudiziario. Era praticata la schiavitù; l'episodio di Orgetorige, della tribù degli Elvezi, che giunse al suo "processo" accompagnato da 10'000 uomini e da tutti i suoi "clienti e debitori" è a questo riguardo emblematico. Gli oppida occupavano una superficie che poteva raggiungere diverse centinaia di ettari, anche se evidentemente non furono ovunque densamente popolati. Sull'Altopiano sviz., l'oppidum centrale di Berna-penisola di Enge è il più conosciuto; quello di Mont Vully venne forse volontariamente incendiato dagli Elvezi nel 58 a.C. al momento della loro tentata emigrazione. Gli oppida successivi alla Guerra gallica ebbero in genere dimensioni minori; alcuni di essi, come Berna e Yverdon-les-Bains, Ginevra (extremum oppidum allobrogum) e Basilea-colle della cattedrale nel caso dei Rauraci, sono stati abitati ininterrottamente fino all'epoca romana. Le conoscenze riguardo alla campagna restano molto limitate: a differenza di quanto avviene in altre regioni europee, gli insediamenti rurali in Svizzera (gli aedificia, ma anche i vici di Cesare) si sottraggono ancora alla ricerca. Gli scavi effettuati lungo i tracciati autostradali della Svizzera occidentale dovrebbero tuttavia consentire progressi in questo campo.
I santuari e luoghi di culto celtici, con i loro complessi riti sacrificali e di deposizione, sono stati studiati approfonditamente per quanto riguarda il nord della Francia (la Gallia Belgica). I recinti quadrangolari (Viereckschanzen) forniscono ulteriori testimonianze in proposito. In Svizzera, il sito eponimo di La Tène, con le sue migliaia di reperti, è ritenuto dalla maggioranza dei ricercatori un santuario celtico del III e II sec. a.C., così come il ponte di Cornaux-les-Sauges attorno al 100 a.C.; il santuario di Eclépens, scoperto nel 2006, potrebbe pure rivelarsi di grande importanza. Nel porto di Ginevra si sono rinvenuti i resti di alcuni individui che recavano ferite da taglio e segni di colpi nella parte posteriore del cranio. Altri luoghi destinati al culto, associati a depositi di oggetti, frammenti e monete, sono stati individuati in qualche caso all'interno degli oppida, come per esempio a Berna. Le statue in quercia di Ginevra, Villeneuve (VD) e Yverdon-les-Bains rappresentano con buona certezza delle divinità, di cui tuttavia resta ardua una identificazione. In compenso, alcune raffigurazioni possono essere ricondotte a divinità celtiche, ad esempio a quella di Cernunno, il dio dalle corna di cervo (Balzers, FL). Mercurio, "il dio che più onorano" secondo Cesare, risulta talvolta associato a Teutates, mentre Belenos sarebbe Apollo, Esus (il guerriero) Marte, Taranis ("il sacro") Giove. La loro individuazione nelle rappresentazioni figurative rimane comunque problematica.
Autrice/Autore: Gilbert Kaenel / gbp
Nella prima metà del I sec. a.C. la pressione dei Germani era manifesta. Il re svevo Ariovisto già si trovava nell'est della Francia attorno al 70 a.C. La presenza di un vicino così bellicoso contribuì certamente a spingere gli Elvezi, e con loro altri popoli, a emigrare verso il sud ovest della Gallia nella primavera del 58 a.C. L'intervento del proconsole Giulio Cesare e le campagne successive segnarono la fine dell'indipendenza celtica; fine in qualche modo programmata, in quanto le strutture della società celtica degli oppida erano pronte ad accogliere il modello romano, a sottomettervisi adattandolo parzialmente alle proprie specificità.
La Romanizzazione dei territori celtici avvenne in modo differenziato, per intensità e tempi, dopo la Guerra gallica. La Svizzera occidentale, così come la Francia, il Lussemburgo e la regione di Treviri, entrò molto presto nell'orbita romana. L'Altopiano sviz. e il sud della Germania vennero integrati di fatto a Roma in seguito alla conquista delle Alpi e della Rezia nel 16/15 a.C. ad opera di Tiberio e Druso, figliastri di Augusto. I Celti orientali godettero ancora soltanto di qualche decennio di tregua. La cultura celtica sopravvisse alla dominazione romana non solo nell'ambito religioso, artistico e artigianale, ma anche attraverso i nomi di persona e di luogo. Per quanti sec. nelle campagne si parlarono ancora le lingue celtiche, prima che queste cedessero alla supremazia del lat. o delle lingue germaniche?
Autrice/Autore: Gilbert Kaenel / gbp