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di Letizia Pinoja
Il 29 novembre 2020 i Cantoni svizzeri respinsero l’iniziativa popolare per delle multinazionali responsabili. La Svizzera si è opposta all’obbligazione per le aziende di rispettare i diritti umani in tutta la catena di fornitura. Tuttavia, visto il supporto popolare per l’iniziativa (al voto popolare passò al 50,7%), il Consiglio Federale si è impegnato a proporre un controprogetto indiretto. Come esposto dal professore Nicolas Bueno in un articolo sul La Regione[1] della settimana scorsa, il controprogetto consiste nel richiedere alle imprese svizzere, più grandi di 250 dipendenti e con un fatturato maggiore di 40 milioni, di redigere dei rapporti annui su come l’azienda rispetta i diritti umani. Ciononostante, sempre secondo il professor Bueno e varie ONG attive per i diritti umani, questo controprogetto parte con delle basi estremamente fragili e la sua credibilità è minata dalle varie deroghe concesse alle grandi aziende svizzere.
Una delle tematiche più calde in questo senso è il lavoro minorile. La Svizzera si è allineata alla comunità internazionale unendosi all’Alleanza 8.7, un insieme di Stati e attori della società civile, che si impegnano a eliminare la tratta di esseri umani, la schiavitù moderna, il lavoro forzato e il lavoro minorile.[2] L’Alleanza chiede ai membri di «adottare misure immediate ed efficaci per eliminare il lavoro forzato, porre fine alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani, garantire la proibizione e […] porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme».[3] Questa richiesta stona, però, con l’attuale controprogetto proposto dal Parlamento e sostenuto dal Consiglio Federale. Esso prevede l’obbligo di dovuta diligenza per le aziende che operano in paesi dove il lavoro minorile è una realtà. Eppure, quest’obbligo non prevede dei veri e propri meccanismi di controllo. In fin dei conti, le autorità svizzere si fidano della buona condotta di multinazionali che non hanno un passato immacolato per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani.
Un’altra situazione che fa storcere il naso degli attivisti per il rispetto dei diritti umani è la scelta, del governo svizzero, di non far rientrare il cobalto nella categoria di minerali provenienti da “aree di conflitto e ad alto rischio” o dove “può essere coinvolto il lavoro minorile”.[4] La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è il paese con le più grandi riserve di cobalto al mondo.[5] Oltre ai minerali e le pietre preziose, la Repubblica Democratica del Congo è famosa per le guerre uterine che distruggono il paese da decenni. Situazioni di tratta di esseri umani, schiavitù moderna e sfruttamento sessuale non sono rare nella RDC. I più colpiti da questa violenza sono i bambini: vengono arruolati, sotto minaccia o somministrazione di droghe, nei gruppi armati delle varie fazioni ribelli, sfruttati sessualmente e venduti come merce di scambio. Infine, essi vengono obbligati a lavorare fin dalla tenera età nell’industria dell’estrazione di minerali e pietre preziose.[6]
Il 2021 è stato dichiarato l’anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile.[7] La Svizzera si è fin da subito allineata alla comunità internazionale. Questo supporto pare, però, semplicemente simbolico: le posizioni prese ultimamente da governo e parlamento svizzeri cozzano con l’impegno dichiarato nella lotta al lavoro minorile. Per porre fine allo sfruttamento dei bambini non bastano le belle parole; il nostro paese deve impegnarsi ad adottare misure legislative contro le violazioni dei diritti umani delle multinazionali svizzere, anche se queste ultime possono risultar loro scomode e indurle a “scappare” dal suolo elvetico.
[5] https://www.statista.com/statistics/264930/global-cobalt-reserves/
Photo Credits © NOELLA NYIRABIHOGO, GJP DRC