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Un'associazione statunitense ha criticato a mezzo stampa il viaggio in Iran della ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey. Swissinfo ha interpellato a questo proposito l'ex ambasciatore François Nordmann.Questo contenuto è stato pubblicato il 09 aprile 2008 - 17:41
Mediante una campagna d'inserzioni sui giornali svizzeri e internazionali, l'organizzazione non governativa ebraica «Anti-Defamation League» accusa la Confederazione di finanziare il terrorismo.
Nel mirino, la recente visita di Micheline Calmy-Rey a Teheran in occasione della firma di un accordo sulla fornitura di gas.
«Perseguendo i propri interessi economici, il governo svizzero finanzia lo stato che più di ogni altro al mondo sostiene il terrorismo», si legge nelle inserzioni a tutta pagina pubblicate nei quotidiani elvetici Neue Zürcher Zeitung e Le Temps e in quelli statunitensi New York Times e Wall Street Journal. Rivolgendosi direttamente alla ministra degli esteri elvetica, l'inserzione prosegue: «Se lei finanzia uno stato terrorista, finanzia il terrorismo».
Anche il Congresso ebraico mondiale aveva aspramente criticato il viaggio della consigliera federale socialista. Per meglio comprendere questa delicata vicenda, swissinfo ha intervistato l'ex ambasciatore svizzero François Nordmann.
swissinfo: Perché attaccare la Svizzera, quando altri paesi hanno scambi ben più importanti con l'Iran?
François Nordmann: Il grande impatto mediatico e la polemica in Svizzera dopo il viaggio di Micheline Calmy–Rey rivestono sicuramente un ruolo importante. Gli altri stati non inviano propri ministri per patrocinare operazioni commerciali.
Non conosco con esattezza la legislazione americana in merito alle sanzioni contro l'Iran, ma certamente esse contribuiscono a spiegare per quale motivo il modo di agire della Svizzera è percepito negativamente nel quadro di questa situazione. Bisogna infatti ricordare che gli Stati Uniti invitano le aziende a non operare transazioni finanziarie con l'Iran; inoltre, questo aspetto è oggetto di tre risoluzioni delle Nazioni Unite.
swissinfo: Siamo all'inizio di una campagna di ampie dimensioni?
F. N.: No, si tratta piuttosto di un moto d'indignazione, di una reazione unica. Diversamente dalla questione dei fondi ebraici, questa campagna non avviene parallelamente a un'azione governativa. Si tratta di un'iniziativa organizzata da un'associazione che intende discreditare la Svizzera e la sua ministra degli affari esteri. Gli altri stati si sono già espressi, e lo hanno fatto in maniera misurata.
In ogni caso, la Svizzera deve rendere conto dell'applicazione delle risoluzioni dell'Onu. Infatti, la Confederazione è tenuta a inviare un rapporto al comitato delle Nazioni Unite che si occupa delle sanzioni. Tale organo riceverà dunque questo documento e potrà porre alla Svizzera le domande che ritiene necessarie.
Va comunque sottolineato che l'accordo in questione non è oggetto di discussione tra Svizzera a Stati Uniti. Questi ultimi applicano infatti le loro sanzioni a livello nazionale e sono particolarmente vigili poiché hanno una posizione di primo piano in seno alle Nazioni Unite. Ma la Svizzera non deve rendere conto a Washington per aver concluso questo accordo.
swissinfo: La Confederazione rappresenta comunque gli interessi statunitensi in Iran...
F. N.: Questo ruolo presuppone imparzialità e credibilità da entrambe le parti. Ciononostante, il mandato in questione non può essere interpretato in maniera contraria agli interessi della Svizzera.
swissinfo: Quali conseguenze possono avere le critiche statunitensi e la campagna dell'«Anti-Defamation League»?
F. N.: Non dovrebbero averne. Tuttavia, l'intera vicenda si inserisce in un contesto internazionale particolare, ossia la discussione inerente la questione nucleare iraniana. Infatti, l'Unione europea, il Consiglio di sicurezza e l'Agenzia internazionale dell'energia atomica chiedono a Teheran di interrompere l'arricchimento dell'uranio, fintanto che il paese non avrà riottenuto la fiducia della comunità internazionale, persa dopo la scoperta del programma nucleare segreto.
In questo contesto, la Confederazione ha già assunto una posizione particolare in ragione delle sue posizioni e delle sue iniziative di mediazione. Di conseguenze, le critiche concernenti l'accordo sulla fornitura di gas colpiscono una Svizzera in una posizione già delicata.
swissinfo, Frédéric Burnand, Ginevra
(traduzione e adattamento, Andrea Clementi)
In breve
Micheline Calmy-Rey si è recata in Iran il 16 e il 16 marzo.
L'obiettivo della visita era triplice: evocare il dossier nucleare, abbordare la questione dei diritti umani e assistere alla firma di un importante contratto per la fornitura di gas tra la società di Stato iraniana e un'impresa svizzera.
Lo stesso giorno, l'ambasciata statunitense a Berna ha puntato il dito contro questo accordo, stimando che esso viola lo spirito delle sanzioni dell'ONU contro la repubblica islamica. Secondo il Dipartimento federale degli affari esteri, il contratto è invece compatibile con queste sanzioni.
Il Ministero degli esteri israeliano ha dal canto suo parlato di un "atto ostile nei confronti di Israele".
La posizione di Washington è nel frattempo evoluta: «Con la firma di questo contratto la Svizzera non ha violato il regime di sanzioni imposto dall'ONU», ha dichiarato la portavoce dell'ambasciata statunitense a Berna intervistata dalla SonntagsZeitung.
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