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Con sei voti favorevoli e cinque contrari, la Corte suprema di Gerusalemme ha approvato la scorsa notte una contrastata legge che dal 2003 nega il diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente in Israele per i coniugi palestinesi di cittadini israeliani. In una fase successiva, la legge è stata estesa anche ai coniugi originari di paesi ostili allo Stato ebraico.
Quella legge - presentata come avente carattere provvisorio ed approvata in anni drammatici, mentre Israele si misurava con un'ondata di attentati terroristici palestinesi - era stata denunciata come gravemente discriminatoria da esponenti della popolazione araba in Israele e da organizzazioni per i diritti civili. La Corte suprema ha dovuto dunque soppesare principi di carattere generale, come la garanzia dei diritti civili alla minoranza araba in Israele, con considerazioni legate alla sicurezza nazionale.
"I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale", ha stabilito nella sua sentenza il giudice Asher Grunis, sintetizzando il parere di sei giudici della Corte suprema. Opposto il parere della presidentessa della Corte, Dorit Beinish, che si è trovata in minoranza.
Secondo alcuni commentatori, quella di ieri è stata una delle decisioni più importanti mai adottate dalla Corte suprema israeliana. Notando fra l'altro la sconfitta della Beinish, alcuni rilevano che la Corte suprema "si sta adesso piegando" alle pressioni di stampo nazionalista che giungono dalla Knesset, il parlamento. Intanto espressioni di grande indignazione giungono dai dirigenti della minoranza araba, secondo i quali la legge in questione "non ha eguali in alcun paese democratico al mondo".
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