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La mia dotta interlocutrice, italiana di cultura cattolica, ma che si era definita esplicitamente atea, si disse preoccupata da papa Francesco. «Perché -mi spiegava- sta facendo diminuire il potere della Chiesa Cattolica, portandola anche simbolicamente più vicino alla gente, con quelle telefonate dirette, con quell’intervenire sulla Banca vaticana…»
Cercai di obiettare, da evangelico, che il potere politico ed economico non era una delle caratteristiche fondamentali della chiesa, anzi… Ma fui subito interrotto. «Questi protestanti si sono divisi in mille chiese, tutti conoscono chi è il Papa, ma nessuno sa chi è il capo dei riformati o dei luterani, solo la Chiesa Cattolica regge nei secoli…»
Ecco ho riassunto così un dialogo reale, Qualcosa per un certo verso tipico: questa fiducia verso il potere temporale, che non sa che mai «la parola di Dio non è incatenata», e quella cecità, tutta italica, che non vede quanto gli evangelici sono stati produttivi per le società in cui sono presenti.
D’altronde proprio nello stesso periodo del mio colloquio, si poteva leggere la risposta di uno dei grandi giornalisti italiani al pastore Ciaccio, dove Eugenio Scalfari afferma: «resta il fatto che il movimento protestante si è diviso in una infinita quantità di sette le quali hanno certamente una capacità predicatoria e missionaria ma ognuna delle quali procede per conto proprio.»
Lasciando da parte l’odioso termine “setta” rivolto a chiese che in gran parte non sono né teologicamente né sociologicamente sette, lasciando perdere l’unità sostanziale degli evangelici, testimoniata dai tanti riconoscimenti ecumenici fra protestanti, lasciando da parte che il compito della chiesa è proprio nell’annunciare Gesù Cristo e non nel esercitare il potere, ma la libertà non dovrebbe essere un valore nelle nostre società?