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L’ex lobbista della società afferma che essa ha volutamente ignorato le leggi locali sulle licenze grazie a una potente rete di contatti anche politici
Per Uber si è rivelato più redditizio scusarsi in un secondo momento che chiedere in anticipo riguardo alle normative: così facendo l’azienda americana che offre servizi di trasporto automobilistico privato attivabili attraverso un’applicazione "ha minato in modo massiccio la democrazia" in molti paesi. Lo afferma l’ex lobbista di punta della società e attuale allertatore civico (whistleblower) Mark MacGann.
"Abbiamo venduto alla gente una bugia", afferma il manager irlandese in dichiarazioni riportate oggi dal Tages-Anzeiger e da testate consorelle. A suo avviso Uber conosceva le regole in Svizzera, quando è sbarcata nel 2013, e sapeva pure che non avrebbe avuto un’attività di successo se avesse seguito le disposizioni vigenti. "Così le abbiamo semplicemente scartate". L’impresa si è detta: "Queste leggi locali sulle licenze non si adattano al nostro modello di business: le ignoriamo e basta". A Zurigo e Ginevra è stato piuttosto facile.
Stando al Tages-Anzeiger l’impresa disponeva in Svizzera di una potente rete costruita da società di pubbliche relazioni. Il contatto con politici locali, funzionari pubblici, giornalisti, scienziati e addirittura agenti di polizia avrebbe dovuto influenzare i processi democratici e l’opinione pubblica a favore del gruppo. Il tutto per far passare un modello di affari senza contributi sociali: cioè con tassisti che venivano considerati lavoratori autonomi, invece di dipendenti della società.
Secondo MacGann il modello commerciale di Uber è redditizio solo se gli autisti non sono trattati come salariati. Se Uber avesse dovuto pagare le pensioni, l’assicurazione sanitaria e le ferie non avrebbe potuto agire in modo finanziariamente sostenibile. Così i vertici hanno deciso di scaricare tutti gli oneri sugli autisti.
MacGann ha lavorato per l’azienda tra il 2014 e il 2016 come capo lobbista per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. L’anno scorso ha informato un consorzio di media - fra cui il quotidiano britannico Guardian - sui metodi interni dell’azienda, facendo partire un’inchiesta giornalistica nota come Uber-files.
Contattata dal Tages-Anzeiger, Uber ammette degli sbagli avvenuti in passato. "Siamo chiaramente consapevoli del fatto che Uber ha commesso degli errori all’inizio e non cercheremo di giustificarli", ha indicato la società. Tuttavia negli ultimi anni il modello d’affari è stato "radicalmente modificato" e adattato al quadro normativo elvetico. "Poniamo ora grande enfasi sull’essere un partner affidabile e degno di fiducia per le città e i comuni in cui operiamo".