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Riassunto
Fra il 1940 e il 1945 le autorità tedesche in Olanda, allora «commissariato del Reich», estorsero valuta estera e altri averi a persone ebree che volevano ottenere un permesso di espatrio; spesso ciò avvenne anche con l'intervento di persone e banche svizzere. La Commissione ha deciso di studiare la tematica sulla scorta del caso olandese, per i seguenti motivi. L'Olanda fu, dopo il governatorato generale di Polonia, l'area occupata in cui con maggiore frequenza vennero pretese e pagate controprestazioni finanziarie per espatri: è stato possibile, in effetti, documentare circa 400 casi individuali di estorsioni compiute in territorio olandese, per un volume di riscatti richiesti pari ad almeno 35 milioni di franchi svizzeri. Diversamente che in Polonia, circa la metà di tali casi presenta collegamenti con la Svizzera, costituiti dall'azione di intermediari oppure dall'intervento di autorità federali o banche elvetiche; in seguito alle estorsioni compiute in Olanda, gli Alleati presero conoscenza di quel genere di operazioni e si sentirono in dovere di procedere, tramite le «liste nere», contro mediatori elvetici, fra cui anche istituti bancari.
Il presente rapporto illustra le posizioni delle tre parti principali coinvolte nelle estorsioni tedesche di riscatti: il Reich col suo apparato amministrativo d'occupazione nei Paesi Bassi, la Svizzera e le potenze alleate (Regno Unito e USA).
L'importanza di questo tema nell'ambito del nostro mandato risulta da quanto segue. Per la Germania nazista l'estorsione di denaro a ebrei perseguitati che volevano andarsene dalle zone occupate, oppure a loro parenti e conoscenti all'estero, costituiva una possibilità di arricchimento a spese di averi ebraici, interni o esterni al territorio controllato dal Reich. I tedeschi erano estremamente interessati alle divise libere, cosicché le trattative sul denaro di riscatto si svolsero in netta preponderanza sulla base del franco svizzero; per perseguitati e persecutori era quindi naturale avvalersi di servizi di mediazione offerti da intermediari di un paese neutrale come la Svizzera. Solo poche delle persone rilasciate grazie a un riscatto, peraltro, giunsero poi su suolo elvetico; nella maggior parte dei casi la piazza finanziaria fu unicamente una piattaforma per procacciare le somme richieste.
La politica estera e la politica d'asilo elvetica si occuparono solo indirettamente di queste estorsioni tedesche. Come potenza protettrice per Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, la Svizzera mediò fra i belligeranti e si occupò degli scambi di prigionieri civili: individui di nazionalità alleata che si trovavano in territori occupati dal Reich, così come abitanti della Palestina (allora mandato britannico), vennero scambiati con cittadini tedeschi che erano stati internati dagli Alleati. In molti casi le persone oggetto di scambio, internate nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, erano ebrei che in precedenza i tedeschi avevano costretto all'esborso di divise; fra l'estorsione dei riscatti e l'inserimento di ebrei olandesi negli scambi di prigionieri civili con gli Alleati c'erano legami stretti, che confluivano nel campo di Bergen-Belsen.
Il tema è quindi un punto d'incrocio fra politica d'asilo e trasferimento di divise; la sua carica esplosiva dipende anche dal fatto che nei paesi coinvolti (Svizzera o potenze alleate) esisteva un rapporto di tensione fra scopi umanitari e obiettivi dell'economia di guerra, cosa non priva di conseguenze sul destino delle persone interessate.
L'indagine affronta dapprima i retroscena delle estorsioni, cioè i presupposti economici dell'emigrazione coatta di ebrei dal Reich e quelli di politica estera legati alla funzione della Svizzera in quanto potenza protettrice; delineata la situazione olandese con le varie fasi delle estorsioni, sullo sfondo delle persecuzioni e dello sterminio degli ebrei, passa poi a esporre ciò che sapevano effettivamente gli Alleati come pure la loro politica delle «liste nere». In seguito vengono illustrate le attività degli intermediari svizzeri (privati cittadini e avvocati, ma anche banche); l'atteggiamento elvetico è poi analizzato tenendo conto delle implicazioni di politica della neutralità, ma anche di come quelle vicende furono percepite nei Paesi Bassi. Il testo si conclude con una rapida carrellata sul dopoguerra.
I risultati si possono riassumere come segue. Le molte estorsioni documentabili di riscatti segnalano la grande importanza che avevano per la politica del Reich i permessi di espatrio a pagamento; in circa la metà di tutti i casi vi sono legami accertati con la Svizzera. Solo pochi, tuttavia, furono i rilasci effettivi ottenuti mediante riscatto, in primo luogo perché il regime nazista dava la priorità non alla «vendita» ma allo sterminio degli ebrei, poi perché gli Alleati intervennero duramente con misure di guerra economica; anche nel quadro dello scambio di prigionieri civili, infine, essi non aderirono senza riserve alle offerte dei tedeschi, riducendo così il loro interesse agli scambi.
Le autorità elvetiche si occuparono solo marginalmente delle estorsioni di riscatti. In qualche caso la Svizzera sfruttò il suo spazio di manovra, in quanto potenza protettrice, aiutando così alcuni ebrei a fuggire in paesi terzi: finché non intervennero le contromisure alleate, la piazza finanziaria funse da piattaforma per le somme di riscatto. I moventi degli intermediari elvetici, operanti a diversi livelli, si possono precisare solo nel caso singolo, di volta in volta; gli estremi fra cui oscillavano furono da un lato il collaborazionismo a fini di lucro con la Germania nazista, dall'altro l'impegno umanitario.