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ZURIGO - Il 96% dei club calcistici in Svizzera conta nei propri ranghi persone con un passato migratorio. Lo riporta l'edizione odierna della "SonntagsZeitung", secondo cui solo 64 delle 1.440 associazioni esistenti fanno a meno di stranieri.
Dei 283.000 calciatori attivi, quasi la metà ha dunque radici lontane dalla Confederazione indica il giornale, citando cifre di un'indagine condotta dall'Associazione svizzera di football (ASF). Stando al sondaggio, molte piccole squadre hanno una quota di immigrati superiore al 75%. Un club su cinque ha inoltre dichiarato di voler maggior sostegno da parte della Federazione in materia di integrazione.
Il tema è caldissimo, dopo il Mondiale disputato in Russia dalla Nazionale di Vladimir Petkovic durante il quale le discussioni riguardo le origini dei rossocrociati hanno a tratti sovrastato quelle sul calcio giocato. Partendo dalle esultanze di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri dopo i loro gol nel successo contro la Serbia - i due hanno mimato con le mani l'aquila bicefala, simbolo dell'Albania - e finendo con le dichiarazioni del segretario generale dell'ASF Alex Miescher, che ha ventilato il divieto di vestire la maglia della Svizzera per chi possiede un doppio passaporto, le polemiche si sono sprecate.
Secondo la "SonntagsZeitung", esiste da anni una clausola che impone il pagamento di una penale a chi, dopo essere stato formato calcisticamente in Svizzera, opta per rappresentare un altro Paese. Sarebbe dunque di un modo per esercitare pressione sui giocatori con doppio passaporto da parte della Federazione.
Giuridicamente la validità della clausola, che prevede un rimborso di circa 25'000 franchi all'anno, è più che dubbia, sottolinea il domenicale. Essa non è per altro mai stata applicata in nessun caso. Si tratterebbe più di un "gentlemen's agreement", un'intesa informale che mira a legare "moralmente" i calciatori alla causa della nazionale elvetica.