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Nella disputa fiscale tra Berna e Bruxelles, i due principali gruppi del legislativo europeo hanno preso posizione giovedì in favore della Commissione europea, che chiede l'apertura di trattative.
A Strasburgo, conservatori e socialdemocratici hanno sostenuto le critiche nei confronti della Svizzera formulate dal commissario europeo Joaquín Almunia.
La Commissione europea può contare sull'appoggio dei due principali gruppi del Parlamento europeo nella vertenza fiscale che l'oppone alla Svizzera.
Nel corso della seduta tenuta giovedì a Strasburgo, conservatori e socialdemocratici si sono espressi in favore di negoziati, mentre i liberali e l'estrema destra hanno mosso alcune critiche a Bruxelles.
Non si tratta di un attacco contro la sovranità fiscale della Svizzera. Si tratta però di salvaguardare il "principio della parità di trattamento", ha dichiarato Andreas Schwab, in nome del gruppo conservatore del Parlamento europeo.
Il parlamentare del Partito cristiano-democratico tedesco ha invitato la Svizzera a "rivedere la sua posizione". A suo avviso, i principi fondamentali dell'Unione europea (UE) devono venir rispettati da tutti i paesi che possono partecipare al grande mercato interno dell'UE, e quindi anche dalla Svizzera.
Secondo la Commissione europea, i privilegi fiscali concessi da alcuni cantoni svizzeri alle imprese europee non sarebbero invece compatibili con l'accordo di libero scambio concluso nel 1972 dalla Svizzera e dall'allora Comunità economica europea.
Per una concorrenza "sana"
Pure evocando la possibilità della Svizzera di accedere al mercato europeo, la deputata socialista Pervenche Berès ha sottolineato che la concorrenza fiscale deve essere una concorrenza "sana".
L'eurodeputata francese si è rallegrata per il sostegno accordato dai paesi membri dell'UE alla Commissione europea, la quale chiede alla Svizzera di aprire rapidamente delle trattative.
La situazione attuale non può essere paragonata a quella che ha caratterizzato la battaglia sulla fiscalità del risparmio, quando la Svizzera l'aveva spuntata nei confronti di Bruxelles.
Il parlamentare socialdemocratico Aloyzas Sakalas ha evidenziato alcune divisioni in seno ai due principali gruppi del Parlamento europeo. Il deputato lituano si è infatti chiesto se la Commissione europea non pretenda di più dalla Svizzera che non dai suoi Stati membri.
Critiche anche a Bruxelles
La liberale britannica Diana Wallis, che aveva chiesto l'apertura di questo dibattito in qualità di presidente del comitato incaricato delle relazioni con la Svizzera, non si è opposta esplicitamente all'avvio di trattative con Berna.
L'eurodeputata ha tuttavia rimesso in questione le argomentazioni della Commissione europea, chiedendo delle prove sull'ipotesi secondo la quale i privilegi fiscali accordati da alcuni cantoni svizzeri nuocerebbero al commercio. A suo avviso le pratiche fiscali elvetiche non possono venir definite "predatrici".
Nel suo intervento in apertura di dibattito, il commissario europeo agli affari economici e monetari Joaquín Almunia aveva affermato che numerose imprese europee istallano la loro sede in Svizzera solo per "aggirare l'imposta sugli utili applicata dai paesi membri dell'UE".
Almunia ha inoltre ribadito la volontà di Bruxelles di trovare, con Berna, "una soluzione accettabile per ambo le parti". La Commissione europea attende dagli Stati membri un mandato per spingere la Svizzera ad aprire delle trattative.
Da parte loro, le autorità elvetiche hanno finora respinto qualsiasi idea di negoziato, pur dichiarandosi pronte ad aprire delle discussioni.
swissinfo e agenzie
La posizione dell'UE
Secondo la Commissione europea, alcuni regimi fiscali in vigore in certi cantoni elvetici in favore delle imprese costituiscono una forma di aiuto statale incompatibile con il buon funzionamento dell'accordo del 1972.
I privilegi fiscali in questione sono accordati a società che hanno sede in Svizzera, ma che realizzano i propri profitti all'estero.
La posizione svizzera
La Svizzera è convinta che l'accordo bilaterale di libero scambio concluso nel 1972 con l'Ue non si applichi alle agevolazioni fiscali accordate a certe società da alcuni cantoni. Esso si applica soltanto al commercio di alcuni beni (prodotti industriali e prodotti agricoli trasformati).
Berna sostiene che al momento della firma dell'accordo la Svizzera e la Comunità europea non prevedevano di armonizzare le loro legislazioni. Inoltre, le regole di questo accordo non devono essere interpretate alla stessa stregua della regolamentazione interna dell'Ue in ambito di concorrenza, molto più dettagliata.