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I super Paperoni che schivano (legalmente) le tasse
Patrimoni a nove (e più) zeri e imposte irrisorie. Ed è tutto perfettamente in regola.
C’è un Paese dove più sei ricco e meno tasse paghi. Questo paese si chiama Stati Uniti d’America e vi abitano multimiliardari che versano allo Stato meno di una famiglia media americana.
La cosa ha dell’incredibile ma è la verità portata a galla, in questi ultimi giorni, da una inchiesta condotta da ProPublica, una organizzazione no profit di giornalismo investigativo, con sede a New York, che indaga sugli abusi di potere. Venuta in possesso di documenti riservati della Internal Revenue Service, una sorta di Agenzia delle Entrate, ProPublica ha messo in luce il fatto paradossale che miliardari come Jeff Bezos o Elon Musk, dei veri e propri giganti dell’economia, paghino tasse irrisorie rispetto alla loro reale ricchezza.
Buffet, Bezos, Musk & co.
L’inchiesta prende in considerazione un periodo compreso tra il 2014 ed il 2018, ossia anni in cui ciascuno dei miliardari coinvolti ha visto crescere enormemente la propria ricchezza riuscendo però, senza servirsi di alcun metodo illegale, a pagare pochissime tasse. Nello specifico, si è visto che l’investitore miliardario Warren Buffet, a fronte di una crescita della propria fortuna pari a 24 miliardi di dollari ha pagato una imposta reale dello 0,10%. Una vera e propria ridicolaggine. Non è stato da meno Jeff Bezos, fondatore e presidente di Amazon, che ha pagato una imposta reale dello 0,98% in un periodo, quello preso in considerazione dall’inchiesta, in cui il suo patrimonio è cresciuto di 99 miliardi di dollari.
L’imprenditore miliardario Elon Musk ha pagato una aliquota reale del 3,17% a fronte di un aumento del proprio patrimonio pari a 13,9 miliardi di dollari. Ciò è stato possibile perché le tasse sono calcolate unicamente sul reddito e non sui guadagni di capitale non ancora concretizzati. Le tasse irrisorie pagati dai miliardari citati assumono un senso se si pensa che Buffet ha dichiarato guadagni per soli 125 milioni di dollari, corrispondendo a se stesso un salario minimo, Bezos ne ha dichiarati appena 4,22 miliardi di dollari, tra il 2014 ed il 2018, mentre Musk 1,52 miliardi di dollari. Come detto, in America non sono previste tassazioni sull’aumento del patrimonio investito, se non al momento della sua liquidazione, e di conseguenza le imposte sul reddito delle persone ricche diventano ridicole rispetto alla quantità di patrimonio accumulato.
Reuters
Elon Musk.
La situazione assume ancor di più un carattere paradossale se si considera che una famiglia media americana, con un reddito stimato in 70.000 dollari, paga il 14% di tasse federali con un’aliquota del 37%, di recente introduzione, per le coppie con guadagni superiori a 628.300 dollari. A fronte di questa realtà, vi sono i 25 super miliardari statunitensi che hanno visto il proprio patrimonio aumentare di oltre 400 miliardi di dollari ed hanno versato una aliquota del 3,4%. Troppo poco se confrontata, appunto, alla situazione di chi vive del proprio lavoro e paga al Governo una percentuale sul proprio reddito che aumenta con l’aumentare dello stesso.
Un "tax gap" da colmare: l'idea di Biden
Il problema è che le persone veramente ricche detengono la propria ricchezza in maniera del tutto differente rispetto alla gente comune. Nella maggior parte dei casi il loro patrimonio è costituito da un numero consistente di azioni e beni immobili che vengono tassati solo quando vengono venduti. Si tratta, secondo il Fisco americano, di redditi non realizzati e quindi non tassabili. È proprio per sanare questo "tax gap", ossia le tasse federali legalmente dovute e quelle effettivamente riscosse, che il nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha proposto una seria riforma fiscale. Essa prevederebbe una serie di aumenti delle tasse in proporzione alla reale ricchezza detenuta.
Reuters
Il presidente americano Joe Biden.
Gli aumenti proposti da Biden prevedono un incremento dell’imposta sul reddito dal 37% al 39,6% e una tassazione anche dei guadagni da capitale e dividendi allo stesso livello del reddito. Il Presidente vuole inoltre convogliare sempre più denaro nelle casse dell’Internal Revenue Service in modo da rafforzare il processo di riscossione e il controllo sui conti delle persone più ricche. I detrattori di tale riforma, però, sostengono che essa non garantirebbe comunque che le attività dei miliardari vengano più tassate.
Fino a che il sistema di calcolo prenderà in considerazione solo il reddito, e non il patrimonio in generale, secondo i più la riforma si tradurrebbe solo in una maggiore evasione fiscale. Tra coloro che sono contrari alla riforma, ci sono gli stessi super ricchi che sostengono che il patrimonio netto non è vera ricchezza perché non si traduce in immediata liquidità. Appare evidente come questa sia una visione distorta e strumentale di ricchezza perché, se da una parte è sicuramente vero che un miliardario non potrà andare semplicemente in banca a ritirare tutti i suoi soldi, dall’altra però è facilmente comprensibile il fatto che possedere un patrimonio di centinaia di miliardi di dollari non sia propriamente da tutti.
Quei meccanismi legali per pagare di meno
Attualmente i ricchi miliardari americani pagano meno tasse non eludendo la legge ma agendo con meccanismi assolutamente legali e grazie ai consigli di preparatissimi consulenti finanziari. Il loro ruolo è fondamentale ed essi compiono tutte le operazioni necessarie per garantire ai propri ricchi clienti il miglior risultato possibile. Un comune cittadino che sbaglia la propria dichiarazione dei redditi compie, invece, il reato di evasione fiscale ed è costretto a pagare le tasse e gli alti interessi su esso.
Uno dei metodi più utilizzati per pagare meno tasse possibili riguarda le plusvalenze, ossia l’incremento di valore di un bene. La plusvalenza in America è tassata con una aliquota del 15%, o per i più ricchi con una aliquota del 20%, introdotta nel 2018. L’imposta americana, invece, per i redditi di fascia alta, è del 37%. E’ facile capire, quindi, che se molte entrate vengono registrate alla voce ‘plusvalenza’ piuttosto che in quella ‘reddito’ il riccone di turno pagherà molte meno tasse. Stesso discorso vale per i dividendi, ossia la quota dell’utile netto annuale spettante al titolare dell’azienda.
AFP
Jeff Bezos, CEO di Amazon.
I dividendi, in America, sono tassati come le plusvalenze perciò molti miliardari si destinano una cospicua parte di dividendi mantenendo un reddito imponibile più basso. Bezos, per esempio, ha guadagnato 80.000 dollari come Ceo di Amazon ma la sua ricchezza complessiva non è di certo aumentata solo di tale cifra, ma di circa 127 miliardi di dollari e attualmente vale circa 187 miliardi di dollari. Altri sistemi osservati da ProPublica per permettere ai ricchi di pagare meno tasse sono la filantropia, che beneficia di sgravi fiscali e permette un ottimo ritorno di immagine.
Tra fondazioni e prestiti a molti zeri
Secondo l’inchiesta «molti dei più ricchi creano fondazioni per donazioni filantropiche che forniscono grandi detrazioni fiscali quando sono in vita e permettono di aggirare l’imposta sugli immobili alla loro morte». Altra attività molto diffusa per ridurre il pagamento delle tasse è l’acquisto di società sportive che rende possibile un ammortamento fiscale. Le persone molto ricche poi si arricchiscono ulteriormente con il credito. Chiedere dei soldi in prestito rientra, infatti, tra i modi migliori di non pagare le tasse. I prestiti non sono considerati reddito perciò accade sovente che i miliardari, proprio per finanziare i loro lussuosi stili di vita, richiedano dei prestiti da miliardi di dollari che le banche sono ben felici di concedere loro.
La triste morale dell’inchiesta pubblicata da ProPublica è che essere poveri è molto più costoso che essere ricchi, non solo per quanto riguarda il pagamento delle tasse ma per le commissioni bancarie e i tassi d'interesse imposti e anche per i prezzi più alti dei beni di largo consumo. Da quanto detto si capisce perché sono stati proprio i plurimiliardari a manifestare il maggior scontento all’approvazione, da parte del G7, della "global tax", ossia una tassazione minima del 15% delle multinazionali. Le maggiori imprese globali, con margini di profitto di almeno del 10%, vedrebbero così tassato il 20% di tutti gli utili al di sopra di tale soglia nei Paesi dove effettuano le proprie vendite. Un vero colpo basso per tutti quei Paperoni che non vogliono sentir parlare di pagare delle (giuste) tasse.