Document ID: /fineweb-2-swissfilter-quality_10-filterrobots/filtered/01200.jsonl.gz/609

I "servizi segreti" svizzeri possono sorvegliare le comunicazioni sospette in base alle parole contenute nei messaggi. A stabilirlo è una sentenza del Tribunale amministrativo federale su un ricorso dell'associazione Società Digitale e di sette privati cittadini che chiedevano di vietare questo tipo di controllo.
I giudici di San Gallo sottolineano che il monitoraggio delle comunicazioni radio e via cavo è un mezzo a disposizione del Servizio delle attività informative della Confederazione (Sic) per prevenire il terrorismo o salvaguardare importanti interessi nazionali. In quanto tale, non è diretto contro gli individui e le parole chiave utilizzate per scansionare le comunicazioni non comprendono i nomi di persone o di imprese.
I ricorrenti avevano chiesto al Sic nel settembre 2017 di interrompere il monitoraggio delle loro comunicazioni. Sostenevano che un'analisi delle comunicazioni a partire da "parole chiave" viola la Costituzione federale e la Convenzione europea dei diritti umani (Cedu). La legge federale sulle attività informative (LAIn), accolta in votazione nel 2016 e in vigore dal settembre 2017, autorizza un simile monitoraggio delle comunicazioni radio e via cavo con l'estero, ma visto che molte comunicazioni interne alla Svizzera passano da server con sede all'estero, vengono anch'esse controllate, avevano fatto notare.
Il Sic non è entrata nel merito della richiesta perché non ritiene che vi sia un particolare interesse degno di protezione. A suo avviso i ricorrenti non sono più toccati dalla misura rispetto al resto della popolazione. Inoltre, sono state attuate misure di geolocalizzazione per impedire per quanto possibile il monitoraggio interno.
Con la sentenza pubblicata oggi, il Tribunale amministrativo federale conferma la decisione del Sic. I ricorrenti non hanno dimostrato concretamente di essere oggetto di misure di sorveglianza, anche se la loro attività professionale comporta molti contatti con l'estero, in particolare via Internet.
La sentenza del Taf non è definitiva e può essere impugnata davanti al Tribunale federale. La Società Digitale, che raggruppa una cinquantina di persone e 15 organizzazioni per i diritti fondamentali, collettivi di artisti, fornitori di servizi internet, aveva condotto la campagna contro la nuova legge, votata il 25 settembre 2016. Il controllo delle comunicazioni tramite parole chiave era uno dei punti più controversi del testo.