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La tipica terza classe – o economy – è oggigiorno decisamente più a buon mercato rispetto a 100 anni fa, o all’epoca delle grandi emigrazioni oltremare di metà ‘900.
La maggior parte dei passeggeri deve lavorare soltanto pochi giorni per pagarsi un biglietto.
Anche il viaggio è molto più corto e la durata si calcola in ore, non più in giorni o settimane. Il cibo sull’aereo è indiscutibilmente migliore rispetto ai pasti serviti nelle stive dei transatlantici. Non per questo si può però lodare la cucina delle aviolinee!
Dopo uno sguardo tra le nuvole sull’interminabile litorale, la prima impressione del nuovo mondo è quella di un’accozzaglia di strutture in calcestruzzo che si innalzano dalla pista dell’aeroporto, e di aerei come il mio che caricano e scaricano.
I passeggeri di terza classe che sono approdati nel centro di registrazione di Ellis Island, nel porto di New York, tra il 1892 e la metà del XX secolo, potevano ammirare la Statua della Libertà lungo il loro percorso verso questo enorme “terminal di arrivo”.
Ho aspettato circa un’ora per passare attraverso il controllo passaporti. Sopra agli sportelli, ampi murales evidenziano il pittoresco mix multiculturale degli Stati Uniti, un paese cresciuto grazie al sangue, al sudore e al duro lavoro di milioni di immigrati. Particolare del tutto statunitense: prima di recuperare il mio bagaglio mi prendono le impronte digitali e mi scattano una fotografia.
La particolarità di Ellis Island erano invece le visite mediche di 6 secondi, che prevedevano pure l’utilizzo di un gancio per sollevare le palpebre degli immigranti per individuare segni di una malattia estremamente contagiosa, il tracoma.
Coloro che arrivavano a Ellis Island dovevano attendere ore prima di essere esaminati, seduti su panche in locali affollatissimi. La maggior parte non parlava inglese; temendo di essere separati dagli altri membri della famiglia che viaggiavano insieme, gli emigranti si aggrappavano disperatamente ai propri esigui averi.
Ellis Island è oggi un’attrazione turistica di proprietà del National Park Service; ogni anno attrae due milioni di turisti, circa il doppio delle persone che approdavano a New York durante gli anni di maggior emigrazione all’inizio del XX secolo.
La gente ci viene per ascoltare la storia degli immigrati. Molti sono discendenti di migranti di seconda o terza generazione, oppure turisti d’oltreoceano.
Vengono pure per godersi la vista su Manhattan. La skyline era molto più bassa 100 anni fa, ma doveva comunque essere un panorama impressionante.
Molti italiani – non svizzeri italiani – si sono diretti verso quella che oggi è nota come “Little Italy”, nel sud di Manhattan. Mulberry Street, al centro del quartiere, era un vibrante formicaio.
Ancora oggi è un luogo estremamente vivace…
…ed una calamita per i milioni di visitatori di New York, oggi i benvenuti.