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S O F O C L E
L’arco della vita di Sofocle abbraccia quasi l’intero quinto secolo a.C.: nacque infatti da nobile famiglia nel demo attico di Colono intorno al 496, sei anni prima dell’aggressione persiana a Maratona (490), e morì nel 406, quando il grande conflitto con Sparta era quasi alla fine. La tradizione biografica fornisce molti aneddoti che inducono gli studiosi alla prudenza (l’astio del figlio che lo avrebbe accusato di demenza senile, la sua morte per soffocamento causata da un acino d’uva acerbo), ma è unanime nel tributargli grandi lodi, che si meritò per la sua attiva partecipazione alla vita della città e la sua profonda pietas religiosa. Fu scelto infatti nel 480 per guidare il peana che celebrò la vittoria ateniese contro i Persiani a Salamina; fece parte nel 433/432 del collegio dei tesorieri (ellenotami) della lega delio-attica; fu stratego con Pericle contro Samo nel 441/440, ottenendo la magistratura forse grazie al successo dell’Antigone rappresentata l’anno precedente. Fu forse anche membro del collegio dei probuli eletto nel 413, dopo la disfatta in Sicilia (413), per riorganizzare la polis su basi oligarchiche. Dopo la sua morte fu onorato come eroe con l’epiteto Dexìon, "Ospitale", per avere accolto nel 420 nella sua casa una statua del dio Asclepio.
Notevoli, secondo la tradizione, i suoi contributi all’evoluzione della tragedia: Aristotele gli attribuì l’invenzione del terzo attore e della skenographia. Fu lui a rompere l’unità della trilogia ‘legata’, ossia basata su uno stesso mito, e a presentare quindi opere su temi diversi (ciò senza dubbio aprì la strada ad una più intensa analisi introspettiva del singolo personaggio e impose Sofocle da come il drammaturgo dei grandi eroi solitari). Aumentò da dodici a quindici il numero dei coreuti. Gli si attribuisce anche un trattato Sul Coro, indice di una consapevole riflessione sull’impianto strutturale della tragedia e sul suo mestiere di scrittore. Fu infatti soprannominato l’"Ape", perché possedeva uno stile dolce come il miele: fra le sue doti principali la eukaria, cioè il senso dei giusti ritmi scenici, e la poikilia, ossia la capacità di tessere intrecci variegati. La sua tragedia più famosa, Edipo re, fu additata da Aristotele come modello perfetto.
Secondo le fonti s’impegnò per la prima volta in una competizione tragica nel 468, quando superò Eschilo; conquistò la vittoria negli agoni tragici con almeno due terzi delle sue opere, che furono centoventitre, con le altre non si classificò mai al di sotto del secondo posto. Di questa vasta produzione ci sono giunti integri solo sette drammi, dei quali è difficile determinare l’esatta datazione: Aiace (tardi anni quaranta), Antigone, Trachinie, Edipo Re (decennio 430-20), Elettra (fra il 418 e il 410), Filottete (409) e Edipo a Colono (409).
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