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La Svizzera non è nota per un alto grado di organizzazione sindacale o per la particolare frequenza degli scioperi. Talvolta però anche qui i conflitti di lavoro si trasferiscono sulle piazze. È il caso dell'attuale braccio di ferro nell'edilizia sul rinnovo del contratto nazionale e sul pensionamento a 60 anni.
Negli scorsi giorni 3000 operai edili sono scesi in sciopero per un giorno in Ticino (circa l'80% di tutti i lavoratori del settore nel cantone, secondo il quotidiano 20 Minuti), ieri e oggi altri 2500 a Ginevra. Sono le prime avvisaglie della campagna d'autunno dei lavoratori del settore per il rinnovo del "contratto nazionale mantello" e per la difesa del pensionamento a 60 anni nell'edilizia principale. Altre azioni sono previste nelle prossime settimane nel resto del paese. La mobilitazione si annuncia come una delle più estese in Svizzera negli ultimi anni.
Le ragioni del conflitto
Il conflitto è nell'aria da tempo: già lo scorso autunno gli edili avevano espresso il loro malcontento per non aver ottenuto, per l'ennesima volta, un aumento salariale. Nei mesi seguenti il conflitto si è esteso alle misure per risanare la fondazione Far, che garantisce il prepensionamento degli edili e che si trova in cattive acque a causa del pensionamento della generazione del baby boom, e alle proposte degli imprenditori per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro.
Già in giugno 18'000 lavoratori dell'edilizia avevano manifestato a Zurigo in difesa del pensionamento a 60 anni e contro le proposte di flessibilizzazione degli orari di lavoro da parte degli impresari edili. Una soluzione di compromesso era sembrata delinearsi nel corso dell'estate: in cambio di un aumento salariale, gli edili avrebbero accettato di finanziare con contributi più alti il risanamento della fondazione Far.
I sindacati accusano però ora la Società svizzera degli impresari costruttori (SSIC) di sabotare l'accordo, ponendo come condizione per l'accordo sul prepensionamento una flessibilizzazione, a loro avviso inaccettabile, degli orari di lavoro (la SSIC chiede 300 ore di lavoro flessibile annuale, invece delle attuali 100). Gli imprenditori vorrebbero inoltre permettere ad aziende straniere che assumono stagisti di versare salari inferiori al minimo contrattuale.
Tradizione di lotta
La vivacità del conflitto nel settore edilizio può sorprendere chi considera la Svizzera il paese della pace del lavoro, dove gli interessi divergenti di datori di lavoro e lavoratori vengono ricomposti di preferenza attorno a un tavolo negoziale. Il ricorso allo strumento dello sciopero resta in effetti piuttosto limitato rispetto ad altri paesi, come emerge dal grafico seguente:
Negli ultimi anni, lo strumento dello sciopero sembra però tornato in auge anche in Svizzera. "Da una ventina di anni si assiste a una rinascita dei conflitti sociali in Svizzera", osservava qualche tempo fa in un'intervista a swissinfo.ch Vania Alleva, presidente di Unia, sindacato che con circa 200'000 iscritti è il più grande del paese.
Nel nuovo millennio, vari conflitti di lavoro condotti anche con lo strumento dello sciopero, hanno catalizzato l'attenzione dell'opinione pubblica: si pensi per esempio allo sciopero della Swissmetal di Reconvilier nel 2006, delle Officine delle Ferrovie federali svizzere di Bellinzona nel 2008 o alle recenti mobilitazioni dei giornalisti dell'agenzia ats o del quotidiano Le Matin.
Gli stessi operai edili sono stati protagonisti nel 2002 di una serie di scioperi e azioni di protesta di ampia portata che hanno permesso loro di ottenere il pensionamento a 60 anni. L'edilizia è del resto un settore con una forte tradizione sindacale e un grado relativamente alto di organizzazione: oltre il 40% degli operai edili aderisce a un sindacato, mentre la media svizzera è di circa il 20%.
Dal 1999, il diritto di sciopero è iscritto anche nella Costituzione federaleLink esterno, pur se affiancato alla serrata (la sospensione dell'attività imprenditoriale come strumento di ritorsione di un datore di lavoro) e limitato ai rapporti di lavoro. La costituzione considera lo sciopero legittimo solo se non è in contrasto con l'impegno di preservare la pace del lavoroLink esterno o di condurre trattative di conciliazione.
I dati di lungo periodo (v. grafici seguenti) confermano in effetti un aumento degli scioperi dalla metà degli anni Novanta. Il grado di conflittualità nei rapporti di lavoro ha conosciuto però altri picchi, legati a particolari momenti congiunturali o a fasi di ristrutturazione dell'economia. Per evidenti ragioni demografiche, il numero di lavoratori coinvolti negli scioperi è però fortemente aumentato e questo contribuisce verosimilmente, insieme alla volontà di alcuni sindacati di rafforzare la propria posizione negoziale attraverso la capacità di scioperare, a una maggiore visibilità degli episodi di conflitto.