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Il ventottesimo presidente degli Stati Uniti (1913-1921) Woodrow Wilson scomparve il 3 febbraio di un secolo fa. Lascia ancora tutt’oggi un’eredità controversa. La città di Ginevra deve molto al presidente internazionalista che ne fece un hub mondiale di pace; e lo omaggia, dove può, intitolandogli strade, viali, palazzi – tra cui uno, il Palais Wilson, affacciato sul Lemano e che oggi ospita degli uffici dell’OHCHR. Certo, Ginevra deve parte della sua fama all’uomo che qui volle la prima incarnazione delle Nazioni Unite – la Società delle Nazioni, concepita in coda ai famosi “Quattordici Punti” delineati dal presidente democratico dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma i più critici obietterebbero che tutta questa considerazione per un presidente sì internazionalista, ma con i suoi lati oscuri, non sia opportuna. Accademico prestato alla politica, Woodrow Wilson era stato governatore del New Jersey e poi rettore dell’Università di Princeton.
Nei libri di Relazioni Internazionali è ricordato come l’iniziatore dell’istituzionalismo. Anche grazie a lui, dopo la Conferenza di Parigi, il gigante a stelle e strisce si è imposto come la potenza economica e militare di primo piano nel pianeta. Quello che poi sarebbe diventato la superpotenza nella Guerra Fredda. Wilson tentò inizialmente di mantenere gli Stati Uniti fuori del conflitto e fu rieletto nel 1916 anche sulla scorta di promesse neutraliste. Si era poi adoperato personalmente come mediatore tra Alleati e Imperi Centrali – che non ne vollero sapere. Quando però la Germania guglielmina avviò una guerra sottomarina indiscriminata e tentò di coinvolgere il Messico in un attacco agli Stati Uniti, Wilson non aveva scelte. Dopo l’entrata in guerra a fianco di Londra e Parigi fece approvare anche una serie di leggi considerate ancora oggi liberticide, tra cui una sullo spionaggio nel 1917.
L’impatto globale di Wilson fu più significativo e duraturo nel periodo postbellico, quando presentò al mondo la sua visione di ordine mondiale dopo il caos. I “punti” promuovevano la sovranità territoriale basata su elementi etnici. Su queste premesse, tra l’altro, nacque la Cecoslovacchia, mentre l’Italia ricevette alcune terre dell’Adriatico orientale. Stabilendo il principio di autodeterminazione dei popoli, Wilson consacrava anche gli Stati Uniti al rango di ancestrale poliziotto del mondo. Ruolo solo ideale, al tempo, visto che il Congresso votò contro l’entrata americana nella Società. L’internazionalismo e il progetto istituzionale della League – un qualcosa di inedito nella Storia di un’Europa al tempo più prona al fratricidio che alla cooperazione sovranazionale – valsero a Woodrow Wilson il Premio Nobel per la Pace nel 1919. Oggi si può affermare che l’era di Wilson segnò l’inizio della politica estera globale degli Stati Uniti.
Prima di lui, la nazione si era concentrata principalmente sugli affari interni, protetta dalla cosiddetta Dottrina Monroe e dai due oceani. Un format, quello dell’isolazionismo, che si ripresenta ciclicamente in America. A Wilson va riconosciuto il fatto che questo modello però non era sostenibile nell’ambito della Grande Guerra. E dunque le sue idee si tradussero in un idealismo internazionalista. Ginevra gli deve essere grata per averla trasformata nel centro in un centro di affari internazionali mondiale. Riconosciuto come il principale sostenitore di una nuova pace e stabilità soprattutto in Europa, Wilson è anche ricordato per il suo supporto alla segregazione e al suprematismo bianco. Nonché per la sua politica imperialista in America Centrale. Ancora oggi, il suo atteggiamento verso le questioni razziali è una macchia sulla reputazione. Presidente poco amato, alcuni storici sostengono apertamente che Woodrow Wilson fosse un razzista.
Amedeo Gasparini