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Sul caso che portò alla fine di Bsi, il Tribunale federale amministrativo bacchetta la Finma.
Pur riconoscendo che l'ex istituto di credito ticinese "ha violato gravemente i propri obblighi di diligenza in materia di lotta al riciclaggio di denaro" nella vicenda riguardante il fondo sovrano malese 1Mdb, l'Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari avrebbe tuttavia peccato di superficialità nel calcolo degli utili da confiscare alla banca. "La stima (di 95 milioni, ndr.) effettuata dalla Finma non è comprensibile", scrive il Taf senza troppi giri di parole nelle 66 pagine della sentenza spedita oggi. "Tanto più che l'esecuzione di un calcolo il più esatto possibile dell'importo oggetto di confisca risulta fattibile ed esigibile". La Finma aveva parzialmente motivato al Taf la stima eseguita con la rinuncia ad una seconda confisca a carico di Bsi per il caso Petrobras. Secondo il Taf non è però chiaro come mai l'Autorità di vigilanza abbia eseguito una sorta di compensazione tra i due casi invece di effettuare calcoli precisi.
Insomma, la Finma, su questo punto, avrebbe fatto male i compiti. Tanto da far annullare "nella misura della sua ammissibilità" la decisione con cui la stessa autorità, il 23 maggio 2016, imputava alla Bsi di aver violato gravemente le disposizioni anti-riciclaggio, imponendo di conseguenza la confisca dell'utile collegato alle attività illecite.
Accogliendo parzialmente il ricorso di Bsi, patrocinata dagli avvocati Ernst F. Schmid e Alain Jaquet, il Tribunale ha quindi disposto il ritorno dell'incarto alla stessa Finma che potrà procedere "eventualmente ad una nuova determinazione della confisca, tramite un calcolo esatto dell'utile da confiscare" o "qualora questo non fosse possibile tramite una stima sufficientemente motivata". Decisione contro cui l'Autorità federale ha ora 30 giorni per ricorrere al Tribunale federale.
Siamo nel 2016. La vicenda è quella del fondo sovrano malese 1Mdb, istituito per contribuire allo sviluppo della Malaysia, ma da cui sarebbero spariti quattro miliardi e mezzo di dollari andati a finanziare l'acquisto di yacht, immobili di lusso e opere d'arte (ma anche produzioni cinematografiche). Una vicenda per cui è finito a processo, l'aprile scorso, l'ex premier Najib Razak. Stando agli accertamenti della Finma, la Bsi aveva "effettuato, nell'arco di diversi anni, molteplici transazioni considerevoli finalizzate a scopi non trasparenti e, nonostante i sospetti manifesti, non ne ha accertato i retroscena". Un comportamento che preconfigurava una "grave violazione delle disposizioni legali in materia di ricilcaggio di denaro" e che metteva in discussione il "requisito di irreprensibilità" dell'istituto.
Tanto, appunto, da far decidere all'Autorità di vigilanza – il 23 maggio 2016 – la confisca alla Bsi di 95 milioni. Alla banca, allora in fase di acquisizione da parte della Efg International, era pure stato preconizzato il ritiro dell'autorizzazione ad operare se non avesse ristabilito l'ordine legale. Il giorno successivo, la stessa Finma aveva deciso di approvare l'acquisizione di Bsi da parte di Efg, ma alla condizione che l'istituto di credito ticinese fosse interamente assorbito dalla banca compratrice. Presupposto che ha di fatto messo fine al marchio Bsi.
Come detto, nella sua sentenza, il Tribunale amministrativo federale ha di fatto validato gli accertamenti compiuti dalla Finma, giungendo alla conclusione che la Bsi abbia violato le disposizioni anti-riciclaggio. Tuttavia "nel calcolare l'utile, la Finma deve dimostrarne il calcolo" in base a cui si determina l'utile derivante dalla violazione. "Nello specifico, la Finma avrebbe dovuto esigere dalla ricorrente le informazioni necessarie ad un calcolo esatto dell'importo da confiscare". Cosa che invece non fece. Tanto che "il Tribunale non è del resto in grado di ricostruire il ragionamento che ha portato la Finma a determinare la cifra di 95 milioni di franchi".
Le stoccate del Taf non finiscono qui. Stando alla Corte, la rinuncia al calcolo dell'utile da confiscare per il caso Petrobras messo in relazione dalla Finma con i 95 milioni chiesti per lo scandalo 1Mdb "indica come l'autorità inferiore si sia concentrata più sull'entità dell'importo confiscabile, che sulla fondatezza e correttezza di quest'ultimo". E ancora: "quanto espresso dalla Finma circa le relazioni con la clientela brasiliana e gli utili originati da gravi ottemperanze in tal senso, costituisce un ulteriore indizio della mancanza di chiarezza e trasparenza nel calcolo dell'importo confiscabile".