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Harvey Keitel, attore, 77 anni, "sono di New York - dice - e ho sangue per metà polacco e per l’altra metà rumeno", "ma questa - prosegue nell'incontro odierno allo Spazio Forum al festival del film di Locarno - è una storia troppo lunga da raccontare".
Dopo una gioventù turbolenta si arruola nei Marines e finisce in guerra in Libano. Al ritorno negli States, l'Actors Studio, poi l’inizio della carriera nel mondo del cinema, nel 1967, con il film Chi sta bussando alla mia porta? di Martin Scorsese. “Si capiva bene che Martin era speciale. Da allora ha fatto una grande carriera. Ma sta sempre cercando di capire chi bussa a quella porta”, racconta. I suoi modelli, allora? “Per me, erano James Dean e Marlon Brando. Era per tutti così”.
Nel 1992 esce Reservoir Dogs di Quentin Tarantino. Altro film che segna la carriera di Keitel. "Quando ho conosciuto Tarantino non era famoso. Lavorava in un negozio di video. Mi spedì la sceneggiatura di Reservoir Dogs e mi misi a leggerla. Era uno dei testi più particolari che ho mai avuto sott’occhio. Era un’opera d'arte. Allora ho deciso di incontrarlo. E qualche giorno dopo qualcuno bussò alla mia porta e cercò di me, pronunciando il mio nome in maniera scorretta. Era Tarantino. Un omone. Grande e grosso. Aveva una fame da morire. A quel tempo non aveva neanche i soldi per mangiare. Allora gli aprii il frigo. E si mangiò tutto. Lo feci qualche altra volta. Ma poi smisi di farlo. E vi do un consiglio: quando c'è Tarantino è meglio nascondere il cibo buono perché lui sennò si spazza tutto. E questa è la verità".
Nella sua lunga carriera, ci sono anche parecchi film italiani. "Ho avuto la fortuna di lavorare con registi italiani di grande talento come Ettore Scola, Dario Argento, Paolo Sorrentino. Il grande cinema italiano del passato ha avuto un’influenza su tutto il cinema mondiale. Ma anche ora ci sono cose buone, come Gomorra. Gli Stati Uniti e l’Italia sono due paesi con due culture molto diverse, ma hanno un desiderio comune di autenticità".
E uno dei fil rouge, dei film che hanno segnato la sua carriera, è la violenza. "E’ una cosa reale, pericolosa, orribile e fa male. Io ho un figlio di 12 anni e voglio che capisca che quando una persona ti colpisce con un pugno in faccia ti fa male. Che non è come in un videogame, dove ci si rialza e si ricomincia a giocare. La violenza va mostrata. E la messa in scena deve essere il più reale possibile. Deve essere autentica. Poi, la scelta di usarla o meno, nella vita, è una altra cosa ancora... è una questione morale".
Joe Pieracci
- Pirotecnico Harvey! (RG 7 agosto)