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Ora che abbiamo la nostra indipendenza, la nostra guida non è Stalin né Lenin, ma il nostro grande eroe Timur (Tamerlano, 1336-1405).
Così mi dice la guida in Uzbekistan che mi accompagna nella visita agli straordinari monumenti di Samarcanda (vecchia capitale uzbeka) ivi incluso il mausoleo di Timur (lo zoppo) che tra il 1370-1405 mise a ferro e fuoco l’Asia fino al Mediterraneo.
Timur conquistò le maggiori capitali del mondo medioevale. Distrusse le città sante, per la fede sunnita, come Bagdad, Damasco, Aleppo. Decine furono le città incendiate per la conquista, oltre a quelle citate, Delhi, Herat, Isfahan, Kiev, Mosca.
Il suo impero, geograficamente, seguiva le orme del mongolo Gengis Khan, ma al di là delle sue crudeli guerre di conquista, Timur fu l’artefice di un “rinascimento” islamico. Con lui popoli animisti, zoroastriani o buddisti si convertirono al Corano e le sue capitali divennero perle per la gloria di Allah e degli uomini. Così testimoniano ancor oggi le opere architettoniche. Le moschee e le madrasse ci mostrano la grandiosità dei tempi, ma anche importanti conquiste nel campo delle scienze.
Il nipote di Tamerlano, Uleg Bek, oltre che sovrano, fu astronomo e matematico; avanzò nel campo della trigonometria e geometria, fece costruire un osservatorio e mise a punto il “sestante Fakri” raggiungendo risultati di alta precisione che durarono per secoli. Ed è proprio Amir Timur che l’Uzbekistan moderno-post sovietico- ha scelto sia per le sue glorie che per urgenza nazionalistica e necessità storica.
L’Uzbekistan è stato il fulcro della Via della Seta con Samarcanda e Bukara, con i suoi numerosi “caravanserragli”, ed è stato il passaggio obbligato dei traffici mercantili per secoli. Di lì passarono i Marco Polo, i religiosi nestoriani, gli ambasciatori che collegavano Est e Ovest.
Oggi il paese si trova in una situazione stabile e molto positiva, ha lottato per la sua indipendenza dopo l’implosione dell’URSS. Dopo un secolo di occupazione russa ha dovuto passare attraverso fasi molto delicate per poter sopravvivere.
In primis per la sopravvivenza alimentare; i russi avevano assegnato compiti diversi alle varie regioni. L’Uzbekistan doveva occuparsi del cotone, eliminando altre colture. Ristrutturare l’agricoltura e convertire cotone in frutta, cereali e questo non lo si poteva fare in un solo giorno.
La sfortuna fu anche l’ascesa al potere di un dittatore come Islom Karimov che era già stato segretario del Partito Comunista uzbeko quando il paese era una repubblica sovietica (gradito a Mosca). Karimov è deceduto nel 2016, per un quarto di secolo ha governato con una dittatura dura e cattiva. Stato di polizia, dissidenti in carcere, repressioni sanguinose.
Nulla delle aspirazioni della gente: scegliere la propria strada, vita migliore e maggiore mobilità. Mentre ci si aspettava poco nella successione a Karimov, affidata ad una troika di suoi collaboratori, a sorpresa è emersa tra i tre una figura molto valida. In poco tempo si è scrollato di dosso i due carichi da novanta ed è passato ai fatti.
Shavkat Mirziyoyev ha liberato dissidenti, prigionieri politici e giornalisti. Si è riavvicinato ai paesi limitrofi, cosa che Karimov aveva ostacolato, ed avviato un piano quinquennale “strategia dei movimenti” (2017-2021) molto promettente. “Se dovesse anche solo raggiungere il 10% dei risultati prefissati, sarebbe già un grosso successo”, ha commentato un economista uzbeko.
Mirziyoyev ha comunque parecchi ostacoli da affrontare sul suo cammino. Sarà dura cambiare una burocrazia potente che è al potere da decenni e che non vuole rinunciare ai privilegi da “nomenklatura”.
La libertà di espressione concessa e l’apertura, vera, agli investimenti dall’estero promette bene. Il patrimonio artistico eccezionale di Bukara, Samarcanda, Tashkent fanno intravvedere uno sviluppo turistico interessante e peraltro a buon mercato, almeno per ora. Con pochi dollari si pagano colazioni e cene.
La gente sorride, è ospitale e ha studiato. Niente analfabetismo; qui i russi hanno fatto un buon lavoro. Se non mandi i figli a scuola, ti mandano la polizia a casa. Che sia arrivato dopo tanti secoli di guerre, conquiste, sconfitte, colonizzazioni, il tempo della pace e prosperità?
Un amico mi ha detto che i suoi nonni gli insegnano: ”una tazza di tè e un pezzo di pane sono sufficienti, purché ci sia la pace!”
Vittorio Volpi