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Julian Assange resta in cella in Gran Bretagna in attesa del verdetto sulla richiesta di estradizione negli Usa, malgrado abbia finito di scontare il mese scorso la condanna per violazione della cauzione che gli era stata inflitta nel Regno nel 2012.
Lo ha ribadito oggi, confermando una decisione annunciata qualche settimana fa, un giudice della Westminster Magistrates' Court dinanzi al quale l'attivista e giornalista australiano 48enne, fondatore di Wikileaks, è comparso oggi brevemente in teleconferenza dal carcere di massima sicurezza di Belmarsh.
Il giudice ha respinto l'ultimo ricorso degli avvocati difensori invocando il presunto pericolo di fuga da parte di Assange: arrestato a febbraio nell'ambasciata di Quito a Londra (dove s'era rifugiato 6 anni prima e aveva avuto asilo) dopo esser stato scaricato dalla nuova leadership dell'Ecuador. La decisione è stata duramente criticata dai legali.
L'attivista australiano è ricercato dalle autorità americane - che lo inseguono fin da quando Wikileaks svelò al mondo una caterva di documenti riservati di Washington, inclusi quelli su crimini di guerra commessi in Iraq e in Afghanistan - per una contestatissima accusa di spionaggio. E il governo Tory di Londra, ancor prima della decisione finale della magistratura e malgrado le proteste di esperti Onu e di associazioni per i diritti umani come Amnesty International, ha già dato il suo primo ok all'estradizione.
È invece al momento caduta una seconda, controversa accusa avanzata per presunto stupro anni fa in Svezia nei confronti di Assange da due sue conoscenti, e poi archiviata, dopo che una corte svedese ha respinto di recente un'istanza di riapertura del caso.
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