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BERNA - Spingere un poliziotto a cercare informazioni confidenziali su una persona è punibile. Il Tribunale federale (TF) ha respinto il ricorso di una zurighese condannata per incitamento alla violazione del segreto d'ufficio.
Nel 2013 l'imputata aveva convinto un poliziotto di sua conoscenza a cercare informazioni su una donna. In cambio, aveva promesso inviti a grigliate e uscite.
L'agente aveva inserito il nome e la fascia d'età della persona ricercata nel sistema confidenziale di informazioni della polizia (POLIS), comunicando poi i risultati (numero di telefono cellulare e professione) alla sua conoscente.
Quest'ultima è stata condannata dal Tribunale cantonale di Zurigo a una pena pecuniaria di 45 aliquote giornaliere da 30 franchi con la condizionale. È stata però assolta dall'accusa di corruzione.
La donna ha sostenuto che l'origine dei messaggi WhatsApp ricevuti dal poliziotto non è stata regolarmente stabilita. Nella sentenza pubblicata oggi, i giudici affermano che l'identità è stata verificata partendo direttamente dai dati cercati dall'agente. Inoltre, i due protagonisti hanno ammesso i loro ruoli nella vicenda.
I giudici di Mon Repos ricordano che numero di telefono e professione sono dati segreti se la persona non li vuole rendere pubblici.