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5 marzo 1999 – Corriere del Ticino
L’Ottocento fu un secolo in cui emersero e si svilupparono, oltre a diverse ideologie, delle teorie scientifiche importanti. Si pensi, tra altre, alla nota teoria di Charles Darwin sulla selezione naturale contenuta nel libro L’origine delle specie (1859) ed alla teoria economica (Economia politica) di Adam Smith apparsa in Ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776). Il Novecento che volge al termine è stato il secolo in cui molti progressi sono stati fatti e dove molto benessere è stato creato. Esso è tuttavia anche un secolo dove ad esempio le teorie indicate sopra hanno subito delle degenerazioni, così come certe ideologie (ad es. il socialismo-comunismo reale). Il politico austriaco Adolf Hitler, prima di diventare ciò che è diventato, aveva aderito ed enfatizzato una forma di darwinismo sociale secondo il quale vi dovevano essere due tipi d’essere vivente: il superuomo (ariano) ed il subumano (ebrei ed il resto del mondo: africani, asiatici,…). Conosciamo tutti il seguito della storia circa la selezione naturale auspicata dal dittatore. Ciò, per la prima volta nella storia, mostrò al genere umano come una teoria scientifica poteva essere usata per scopi violenti, non immaginabili ab ovo. Gli scienziati trassero come insegnamento che le loro scoperte potevano e dovevano essere utili alla società dando risposta a domande sulla natura, ma non spettava a loro dirci in che modo la società dovesse funzionare. Non ci sono leggi di natura che indichino come dobbiamo convivere noi uomini. Siamo noi stessi a dover decidere queste leggi.
Lo stesso vale, a mio parere, per la scienza economica. Nell’ultimo quarto di secolo di questo novecento, una parte dell’economia ha subito un’inflessione inattesa che oggi ci pervade con violenza sociale: la globalizzazione dei mercati, le megafusioni, la forza mondiale della finanza. Le conseguenze sono note: il neoliberismo che non è pari al liberalismo, crea disoccupazione, disparità sociali, insicurezza, impoverimento anche del ceto medio quasi alla medesima stregua del passato peggiore fondandosi su una asserita “selezione naturale” o “ineluttabilità del nuovo ordine economico mondiale”. Ma un’inversione di tendenza sembra farsi largo. Il Forum mondiale di Davos, dal 1996 in poi, ribadisce che i mercati finanziari controllano le istituzioni politiche per cui bisogna porvi rimedio per far si che il “sistema economia” non domini il “sistema sociale” ed il “sistema politico”. Il liberalismo è fautore dell’economia di mercato. Esso deve coadiuvare le caratteristiche utili dell’economia e tramandarle alle generazioni future, ma deve, attraverso uno Stato più forte, dettare i limiti entro i quali l’economia deve muoversi liberamente e la misura in cui invece essa deve restituire la sua fetta di torta alla società. Il mercato globale non s’è creato da solo, non è naturale di per sé. L’uomo l’ha creato e lo può regolare. A rappresentare gli interessi dell’uomo vi sono i politici. Il “sistema politico” deve ritornare forte e fare forte lo Stato. Recuperando in legittimità e forza la politica dovrà fungere da equilibratore tra economia e socialità. Da qui ne segue un’opportunità dell’uomo stesso per combattere la disaffezione dei cittadini dalla gestione della cosa pubblica. Non spetta ad una certa scienza economica dirci come dobbiamo convivere noi uomini. Ecco perché faccio politica.