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L'Armenia a Ginevra
Due sedi espositive romande ospitano i lavori di tre artisti contemporanei armeni. In mostra ci sono immagini, corpi e parole di un popolo dalla cultura millenaria e dalla storia travagliata.
Dal genocidio alla diaspora, dalla guerra civile alla povertà.
Ai primi del novecento, un milione e mezzo di armeni furono trucidati dall’esercito turco. Una strage - riconosciuta dal Consiglio nazionale svizzero - che segnò l’inizio di una grande ondata migratoria.
In Armenia si dice ”diaspora”, perchè centinaia di migliaia di persone sono fuggite da un paese in stato di crisi permanente. Per l’Armenia, il Novecento è stato un secolo amaro.
Nel 1988 un terremoto e la crisi del Nagorno-Karabakh, regione armena, e quindi cristiana, in territorio azero a maggioranza musulmana. Il conflitto provocherà 300mila rifugiati. Nel frattempo crolla l’Unione sovietica e l’Armenia conquista l’indipendenza politica.
La povertà che frena
«È stata un’epoca di trasporto romantico, la prima presidenza dopo l’URSS», racconta Haroutioun Simonian, artista trentenne invitato dal Centre pour l’image contemporaine di Ginevra per un soggiorno di due mesi in Svizzera.
«Ma le condizioni economiche sono molto difficili, la gente fatica a sopravvivere». Secondo la Banca Mondiale, il 55 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà ed il 17 per cento è «estremamente povero».
Simonian è scultore di formazione, ma per vivere insegna e lavora come portiere per Medici senza frontiere. «Non mi lamento: proprio perché l’arte non è il mio mestiere, mi sento più libero nella creazione».
Al Centre d’édition contemporaine di Ginevra propone una performance senza titolo: il suo corpo nudo, un cubo nero, un cumulo di vaselina e una telecamera di sorveglianza.
Dice che la società armena contemporanea «è piuttosto chiusa in se stessa. Si può dividere in tre gruppi: quelli della diaspora, quelli che hanno visto l’URSS, quelli che non hanno visto niente. Ma non esistono culture giovanili. C’è qualche gruppo rock, ma niente di serio».
Una società alla ricerca di sé stessa
«Non ci sono movimenti sociali», ha sottolineato Hrach Bayadian - docente di giornalismo all’Università di Erevan - alla Tavola Rotonda ”All’est, niente di nuovo? L’Europa e i suoi margini”, organizzata dall’associazione Utopiana per inaugurare l’esposizione di Ginevra.
Un paese in transizione, un processo doloroso: «In alcuni aspetti della condizione femminile, la fine dell’Unione sovietica ha significato un passo indietro», ha fatto presente la filosofa Marina Grzinic.
E se una parte della popolazione si trova a rimpiangere la stabilità dell’epoca sovietica, secondo Bayadian, «il fatto che ancora oggi in Armenia ci siano i carri armati russi nelle strade, non si può dire che aiuti l’arte e la libera espressione».
Mani impotenti di fronte ai crolli
Le tre mostre lasciano l’amaro in bocca. Oltre alla performance di Simonian, al Centre pour l’image contemporaine c’è il lavoro di Karen Andreassian su Voghchaberd, paese a pochi chilometri da Erevan, la capitale armena.
Andreassian lo osserva dalla primavera del 2003 e lo porta a Ginevra con video, foto e un sito web. Voghchaberd era la località dorata delle ”dacie”, case di vacanza dei funzionari sovietici. Il crollo dell’URSS e uno smottamento progressivo del terreno su cui il paese é costruito, ne stanno causando la morte inesorabile.
Voghchaberd diventa così un luogo simbolico delle trasformazioni e contraddizioni dell’Armenia. Perché una parte della popolazione locale vuole restare nel paese, respinge gli incentivi governativi a trasferirsi altrove e, piuttosto, si organizza da sola i servizi pubblici.
Melik Ohanian porta invece ”[T]HERE”: il primo atto sono foto. Il secondo è ”White Wall Travelling”, viaggio per suoni e immagini fra i ”dockers” di Liverpool, i lavoratori portuali che misero in atto uno sciopero che sconvolse l’Inghilterra. Una carrellata lenta fra le strade deserte di una zona industriale dove nessuno lavora più. Rompe il silenzio l’audio di una chiacchierata fra disoccupati. Non vedi mai le facce, eppure riesci a immaginarle.
Il terzo atto di Ohanian è l’installazione ”The Hand”. È una selva di nove monitor, quasi un muro di immagini crollato a terra. In primo piano, immagini di mani che battono e schioccano le dita, tre ritmi che si accavallano fuori sincrono. Appartengono agli operai armeni disoccupati, mani che non hanno più nulla da fare.
swissinfo, Serena Tinari, Ginevra
Fatti e cifre
L’Armenia occupa un piccolo territorio incastonato fra Turchia, Iran, Georgia e Azerbaigian
3500 anni di storia: l’Armenia è una delle nazioni più antiche dell'umanità
1991: indipendenza dall'Unione sovietica
2003: il Consiglio nazionale svizzero riconosce il genocidio armeno del 1915-1919
700mila persone hanno lasciato il paese negli anni Novanta (18% della popolazione)
Il 55% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà
Da 5000 a 6000 i cittadini armeni residenti in Svizzera
Nel 2003, 457 armeni hanno chiesto asilo politico alla Confederazione
In breve
A Ginevra in contemporanea, tre esposizioni dedicate ad artisti armeni.
”[T]HERE” di Melik Ohanian e ”Voghchaberd” di Karen Andreassian sono fino al 4 aprile al Centre pour l’image contemporaine (aperto dal martedi alla domenica, dalle 12 alle 18).
Una performance di Haroutioun Simonian è fino al 27 marzo al Centre d’édition contemporaine (da martedi a venerdi dalle 14 alle 18, sabato dalle 14 alle 17).
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